Avancinio Avancini – Giustizia per tutti

Paolino ritornava trafelato dal suo viaggio. Andò sùbito a sedersi in un canto del focolare e divorò la zuppa che Maddalena gli aveva apparecchiato. Quando la pancia fu sazia, egli si guardò intorno con quegli occhi sporgenti e cerulei, poscia abbassando la voce domandò:
– Chi c’è stato?
– C’è stato Domenico – rispose la moglie. – Vi cercava. Ha bisogno di parlarvi.
– Lo so – disse Paolino. Ed accese la pipa fregando i zolfanelli su la coscia destra. – Va benissimo. Siamo d’accordo. Se torna, lo avvertirai in mio nome che tutto è all’ordine. Non impicciartene, ti raccomando. Io questa notte non dormo a casa. Debbo far tanta strada!… – e trinciò la mano per aria. – Lascio però anche il cavallo. Io solo e Domenico. Se torna, favorisci dunque avvertirlo che per le sei partiamo: tenga una lanternetta, quella tale piccola che è molto comoda. E d’altronde, addio.
Maddalena volle dargli qualche ammonizione.
– Voi state per commettere un’altra ribalderia! – proruppe lagrimevole. – Siete un uomo senza visceri, siete proprio un birichino. Ma no, è inutile crollare il capo; la cattiveria alle persone la si legge negli occhi. È un pezzo che vi conosco. Vergogna! dopo due soli mesi che siete ritornato dal carcere! ingannare e rovinare così una povera donna! ubbriacarsi un giorno sì ed uno no, bestemmiare, giuocare, rubare! manigoldo, ve ne accorgerete presto o tardi; ed è una fortuna che domineddio non mi doni figlioli, altrimenti!…
Paolino fumava tranquillissimo, come se non ascoltasse la voce della moglie. La pipa gli pendeva, nerastra ed umida, in un angolo della bocca socchiusa; e tratto tratto egli, dall’altro angolo, faceva uscire uno sbuffo di nebbia cenerognola che si spargeva nell’aria. Non si curò punto di Maddalena e rovistò entro i canterani scolpiti dai quali tolse un piccolo falcetto affilatissimo ed un pezzo di corda.
– Il soldato non affronta mai la battaglia senz’armi – soggiunse. E, fatto con la destra un cenno amichevole alla moglie, senza ripulirsi gli abiti dalle pillacchere ed il cappello dai ragnateli, scomparve rapidamente per ignoti luoghi.
Maddalena stette un poco in pensieri, sedette al fuoco e poscia scoppiò in dirottissime lagrime. Ella singhiozzava forte e col grembiale asciugavasi le guancie bagnate. Era uno sfogo di cui da gran tempo sentiva bisogno.
– Oh! per amore – gemeva piangendo. – In quali mani sono mai capitata!…
Verso le quattro del pomeriggio ella udì giungere su la viottola un carro pesante, le cui assi cigolavano rotolando nella mota. Quando questo fu presso la porta, sostò all’improvviso ed il cavallo soffiò dalle narici il fiato grave. Poscia echeggiò un grande colpo di scuriata.
– Ciao, Lena – gridò la voce del mugnaio. – Posso prendere il grano giallo? ti fai viva una volta?
Maddalena scosse il saliscendi ed aperse per metà il battente sinistro.
– Bene! – mormorò fregandosi ancora le ciglia. – Ne ho ancora per un sacco circa. Sei o sette staia. Più tardi bisognerà provvedere altrimenti. Se hai la pazienza di scendere, in pochi attimi ti servo.
Andrea accondiscese e saltò a terra.
– Mi farò una fiammatina – disse. – Che tempaccio, cara mia. Sembra che non abbia piovuto da un anno. Stamattina la cadeva a catinelle. E noi ce la siam tolta dalla prima all’ultima goccia. Povero Flos! ne è madido. Mi vuol bene questo animale. Gli manca di parlare per essere un cristiano fatto e finito. Certa gente del mondo è men pieghevole e buona che il mio Flos. Peccato che abbia un male; guarda qua, sotto il collo. Una piaga tanto larga. Deve produrgli uno di quei bruciori! Io tutte le mattine gliela pulisco con l’aceto. Nè anche un calcio. Sta paziente come se non sentisse nulla. Cosa vuol dire la forza di volontà!
Mentre faceva questi discorsi Andrea aveva attaccato Flos, per le redini, ad un anello del muro, poi era entrato nella cucina.
– Sai, Lena – soggiunse; – ho trovato Paolo a Castelletto. Egli si era impancato sul portone dell’osteria. È vero che ha faccende? mi dice che non dorme a casa ma va a… a… to’ che non mi ricordo. Non avrà mica la bestia con sè? mi pareva alticcio. Quando si è in certe circostanze è meglio aver da comandare ad una testa sola che a due.
Allora Maddalena si sfogò. Una roba mostruosa. Quella canaglia certamente meditava uno dei tiri soliti. Da alcuni giorni si mostrava in orgasmo. Scappava di casa la mattina per tempo e ritornava a notte buia. Dove mangiava? dove lavorava? chi poteva saperlo? Nel suo cassettone ella avevagli trovato una piccola tromba di quelle che usano i saltimbanchi. Un mistero. Che faceva della tromba? aveva forse esercitato su qualche fiera vicina? a Saronno? a Magenta? e perchè non confidarle mai nulla, trattarla proprio come un’estranea, sospettar di lei come di una nemica? Ah! le era toccato una grossa croce. Ecco dunque cosa significa avere un padre troppo sciocco ed una madre impaziente di sbarazzarsi delle figliole, temendo che invecchino e non trovino più marito. I presentimenti l’avvertivano che non sarebbe felice con un tale uomo; quantunque egli allora sembrasse tutt’altro, aveva però un certo sguardo, una certa faccia, una certa maniera di esprimersi!
– Senza contare – susurrava la disgraziata – senza contare che mi lascia qui senza quattrini, senza roba per vestirmi, senza una difesa. E per la notte, caro il mio Andrea, non c’è da stare allegri. La strada non è battuta; i carabinieri non passano mai fuorchè dopo un disordine: i ladruncoli sono molti. Se mi sforzassero l’uscio? se mi scalassero le finestre? se mi venissero in camera? quando mi corico dò sempre un’occhiata al letto; ho sempre paura che sotto sia nascosto un malandrino. Mi svesto di furia, balzo tra le coltri e mi rannicchio tutta per la tema di sentirmi tirare i piedi. Mancherebbe una storia simile! e se penso che la notte ventura!…
Ella tornò a piangere disperatamente.
– C’è un rimedio – continuò Andrea con grande serietà e nello stesso tempo timidezza. – Noi siamo parenti, nevvero? dunque non si può dubitare. Una volta forse, quando tu eri nubile… ma adesso, ormai, dopo tanti anni… La mia idea è questa; io come al solito di ogni giovedì, stassera debbo recarmi a vendere le farine. D’ordinario parto col mio fratello minore. Ebbene: per una volta, si potrebbe lasciarlo viaggiar da solo… bisogna pur che si eserciti…
– E tu? – chiese Maddalena indovinando.
– Io ti porterei un bottiglione di quel dolce e, se mi apparecchi una frittata…
La donna strabiliava.
– Sei matto, Andrea? non sono proposte da farsi.
Andrea sorrise.
– In fin dei conti una frittata non è un delitto. Sai bene che non ho cattivi grilli per il capo. Se vengo, è per farti un piacere. Trascuro le mie cose, arrischio che mio fratello abbia qualche noia, perdo anche io una notte. Dunque, se non ti garba, sia per non detto. Ma non garantisco di nulla, vedi? c’è intorno certi ceffi! ieri alle otto, capisci? alle otto! fu derubata la vedova del cantoniere. Due tristacci penetrarono nella sua stanza e, dopo averle cavato gli orecchini, me la infagottarono tra le lenzuola, me la imbavagliarono e me la portarono fino al pollaio. Che barbarie! il comandante è su le traccie dei miserabili, ma intanto la povera infelice è a letto con una febbre da mulo.
– Davvero? – disse Maddalena atterrita. E, dopo aver fatto i suoi calcoli: – Ma se passasse qualcheduno per la strada?
Il mugnaio non si scompaginò.
– Passi pure. Chiuderemo le imposte e sbarreremo l’uscio. Sfido io a vederci traverso le muraglie!
– E se Paolino tornasse improvvisamente?
– Ho la gamba da bersagliere. Balzerò nel cortile dietro la casa, mi nasconderò sui fienili e, quando egli sarà coricato, scapperò via come il vento.
– E la frittata? e il vino?
– Oh! senti! – soggiunse l’altro, seccato: – se vuol venire, che venga: potrei anche prenderlo a cazzotti, quell’asino. Sono tuo parente e basta.
Maddalena crollava il capo.
– Poichè vuoi proprio, sia. Mi fido in te. Ma non mi pare una cosa bella, scusami.
Frattanto Paolino aveva fatto baldoria all’osteria di Castelletto. Comandò una piccola, mangiò allegramente accompagnando il pranzo con un litro fino e poscia giocò alle carte col proprietario. Era in vena, quel giorno; vinse e bevette il secondo litro a credenza. Quantunque sopra un muro della cucina si vedesse dipinto un gallo con le parole:
/* quando questo gallo canterà credenza si farà, */
per gli avventori si permettevano sempre eccezioni tanto da non iscontentarli. Bisogna sapere il vivere del mondo.
Scoccarono le sei al piccolo orologio della cappella. Paolino, barcollando leggermente, uscì dalla porta maggiore. Intavolò un discorso con le femmine ritornanti dalla chiesa e si lamentò che il tempo fosse orribile, che le strade non si potessero praticare, che le pozzanghere impedissero il cammino.
Ecco arrivar lentamente, con un malinconico fracasso di sonagliere, il carro del mugnaio. Flos trotterellava filosoficamente, con la testa involta entro un cappuccio di cuoio nero, ed una grossa coperta sul dorso, e le reni gocciolanti di pioggia. Le ruote, passando, schizzavano mota a cinque passi di lontananza.
– Vanno a pigliare i marenghi? – borbottò Paolino con disinvoltura. – Dove ce n’è, ce ne cresce. Basta aver dieci biglietti di banca e sùbito si vedranno diventar cento. Ma quando si portano le tasche vuote come le porto io, si sta sempre miserabili, si sta sempre minchioni. Perchè gli interessi fruttino è necessario che non manchino i capitali.
Andrea che sedeva sotto la tenda lo salutò nella penombra. Egli teneva aperto dinanzi a sè un largo parapioggia per evitar che l’acqua gli battesse in viso. Con la destra reggeva le redini bagnate.
– State a Castelletto, Paolino? – domandò.
Paolino rispose:
– Sto un corno.
– Volete un posto?
– Vo da tutt’altra parte; accetterei se potessi: buon viaggio. Un bicchiere?
Andrea, aiutato dal fratello Carlo che camminavagli di fianco, aveva spinto Flos alla corsa.
– Non abbiamo tempo – gridò. – Sia per un’altra volta.
Ed il carro pesante, pieno di sacchi, difeso dalla tela verde, svoltò l’angolo della contrada, poi si perdette fra gli alberi umidi nella nebbia invernale.
Paolino trasse un fiato. Rientrò nell’osteria e ricominciò una partita col padrone. Questi era di cattivo umore; forse desiderava una rivincita. E fortunatamente la ebbe. Paolino dovette far mettere in conto un terzo litro, buttò le carte in un cantuccio, protestò giurando che non avrebbe più giocato in eterno e quindi partì mezzo ebro. Doveva viaggiare, altro che storie! lo lasciassero in pace. Mica tante noie, mica tante curiosità, altrimenti avrebbe fatto anche un buco nella pancia a qualcheduno. In fin dei conti egli era un uomo giusto e ragionevole; ma, se gli rompevano le tasche, sapeva difendersi e mostrare i denti. Uomo avvisato è mezzo salvato.
Di fianco alla chiesa, nelle tenebre della notte profonda, udì chiamarsi per nome.
– Domenico? – domandò sforzandosi di essere calmo e sicuro su le gambe.
– Io stesso – rispose una voce.
– Perchè non sei venuto all’osteria? proprio bisogno di farti cercare a casa?
– Meglio non lasciarci vedere insieme – rimbeccò l’altro.
– È vero. La lanterna?
– È qui.
– Niente di nuovo.
– Sono andati entrambi.
– Ho visto. Non s’imaginano certo. La chiave dell’usciolo?
– Eccola.
– Il coltello?
– Per ogni buona sorte, l’ho preso.
– Bravo! – continuò Paolino. Possiamo arrischiarci.
E si misero in cammino. Fecero circa tre chilometri in mezzo alla campagna deserta, non curandosi del tempaccio e del fango che copriva la strada. Paolino sentiva l’acqua entrargli per i fori delle scarpe.
– Se ci riesce – disse egli quando furono presso al fiumicello – se ci riesce, compero un paio di stivali. Ne berremo di botti! vero, Domenico?
Ma Domenico tacque. Più serio, costui non si era permesso di ubbriacarsi. Guidò il suo compagno nell’oscurità, evitando i pericoli ed infilando i sentieri come se avesse avuto pupille di gatto. Udirono presto lo scrosciar della pioggia dentro l’acqua del fiume.
– Eccoci – mormorarono arrestandosi.
– E il mercante? – chiese Paolino all’improvviso; – potremo fidarci?
– Stupido! – soggiunse l’altro. – Lascia fare a me.
E scavalcarono una siepe, traversarono un’ortaglia, si trovarono entro il cortile. Di fronte ad essi alcune casupole ergevansi nel cielo bigio. Da una piccola finestra scendeva qualche raggio tremulo e pensoso.
– Le mugnaie fanno la calzetta – pensò Domenico. E trasse il proprio socio presso il porcile. – Hai la corda? – gli domandò.
Paolino tirò fuor dalle tasche la fune di cui si era munito durante il giorno.
– Va bene – continuò Domenico; e con un grimaldello aperse l’usciolo. Penetrarono nella stalluccia fetente ed accesero il lume. Svegliati così bruscamente, i maiali diedero un grugnito e rizzarono le grosse teste con gli occhi stupidi e le orecchie penzolanti. I due notturni visitatori si inquietarono.
– Zitti! – susurrò Paolino brandendo il suo falcetto. – Volete che vi graffi?
Si precipitarono addosso ad un paio di quelle povere bestie, ammorzarono la propria lanterna e con la corda legarono loro le zampe anteriori. Poscia le imbavagliarono con certi cenci portàti all’uopo, come si usava nel medioevo e si usa nei romanzi medioevali verso le donne tradite o rapite. Domenico si caricò in ispalla il suo peso e precedette il socio fuor del porcile.
– Bisogna mettercelo al collo e sostenerlo per il didietro con le mani – suggerì egli. – In questo modo ci stancheremo assai meno e potremo correre più liberamente.
Uscirono adagio adagio, rinchiusero accuratamente la porticina e si dileguarono per le campagne. La pioggia seguitava a cadere monotona, insistente, noiosa. Pareva che il cielo si sfasciasse come cera o come ghiaccio. Un diluvio. I poveri maialetti non dovevano trovarsi molto contenti della gita. E frattanto le gambe affondavano entro il fango, le scarpe si facevano pesanti, gli abiti si appiccicavano alle membra. Certe volte anche a rubare si fa tanta fatica! Domenico sapeva contenersi e frenarsi, ma Paolino fremeva. Andarono, andarono, andarono, Domenico davanti e Paolino alle sue calcagna. Quest’ultimo anzi moriva di sonno.
– Io non posso più – gridò finalmente, arrestandosi.
Ma Domenico teneva duro.
– Ci rovini – osservò crudelmente. – Se non arriviamo per le quattro, addio i denari. E son tredici miglia.
A Paolino si piegavano le ginocchia. Erano arrivati presso il giardino del conte. Un muricciolo alto poco più di un metro lo separava dalla strada.
– Io non voglio scoppiare – disse Paolino. – Riposerò e poscia continuerò la via da solo. Precedimi.
Domenico crollò il capo.
– Sei un asino. Bevi troppo vino – soggiunse.
E via sempre, finchè il rumore de’ suoi passi fu sopito dalla pioggia precipitosa.
Paolino si era appoggiato con la schiena al muricciolo. La sua bestia lo soffocava. Fece in modo che questa potesse accoccolarsi comodamente su la pietra dello sporto; allungò le gambe con una vera voluttà e trasse un sospiro di sollievo.
Poscia si addormentò.
Allora il maiale diede un crollo, cadde all’indietro dalla parte opposta del muricciolo, strinse le zampe allaccianti il collo del suo rapitore e lo strozzò come cinque e cinque fanno dieci.
Maddalena ed Andrea mangiavano tranquillamente la frittata e compiangevano Carlo, costretto a viaggiar solo, quando furono scossi da alcuni colpi dati nella porta. Il mugnaio diede un balzo e diventò livido; la donna più non sapeva in che mondo si fosse.
– Presto, presto! – proruppe una voce di fuori. – Lena! tuo marito è morto.
I campagnoli non usano complimenti.
Elena scoppiò in un urlo e corse ad aprire.
– Corri!… è là presso il muro del signor conte. Morto stecchito. Ha la bocca piena di pioggia. Fu il maiale ad accopparlo.
– Il maiale? un maiale? che maiale? – disse Andrea comparendo coraggiosamente dal suo buco.
– Maiale o non maiale – proseguì indispettito quell’uomo, – sta il fatto che Paolino è crepato.
Lena si mise a strillare, Andrea corse a veder come stesse la faccenda. La quale poi io non so come sia terminata.

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