Avancinio Avancini – La passione di G. C.

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Il buon Lindo alle tre ore, giunto dall’aver combinato un suo negozio, salì di fretta in camera propria. Già su la piazza la musica, in uniforme e col capobanda, suonava allegre marcie e dal campanile vibravano i primi squilli per la benedizione. Don Paolo non si era lasciato smuovere nè da preghiere nè da promesse. Quella bricconata in paese non la voleva. Tirar domineddio per i piedi in tal modo gli pareva un sacrilegio. Laonde, abbandonato da tutti, persin dalle solite e noiose beghine, ogni domenica dopo il meriggio costringeva il sagrestano a scuotere le tre campanelle, nè il concerto finiva prima del tramonto. Cioè quando finiva anche la rappresentazione. E si pensi che il teatro trovavasi proprio sotto la chiesa. Una vera diavoleria. E dicono che i preti hanno religione, pazienza, umiltà! non cedono mai nè anche ad accopparli. Gramigna buona da nulla, ma che non si può sradicare.
Nella camera matrimoniale, per le finestre aperte, il sole di settembre ancora caldo ed allegro entrava a larghe ondate, illuminando i cantucci più lontani. Un raggio d’oro pioveva precisamente sopra il quadro di San Giorgio appeso alla muraglia, presso il capezzale destro, ed andava a incorniciare, presso il capezzale sinistro, l’imagine del conte Belinzaghi vestito da pagliaccio, ritagliata in un giornaletto satirico. Sul canterano, di fronte all’alcova, erano allineati alcuni soldatini di piombo forse rubàti a qualche fanciullo: e, vicino ad essi, vedevasi un mucchietto di libri, vale a dire la filotea del buon cristiano, un piccolo manuale per avvocato, un trattatello di botanica e l’arte di vincere al lotto, d’autori ignoti. Lindo se ne compiaceva e sapeva che sua moglie, spesse volte, introdotte le conoscenti nella camera, mostrava loro i libri accumulati, vero tabernacolo di scienza.
Quel giorno Veronica era malata. Aveva dolori di stomaco e di pancia. Non volle affatto mangiar le poma portatele da suo marito e, mentre egli apparecchiava il fagotto, rimase curva sopra una cassa, con le mani entro il grembiale e la faccia nascosta da un fazzolettone. Quando vide che Lindo stava per scendere dalle scale gli corse dietro dicendogli:
– Hai tutto? non dimentichi qualcuno de’ tuoi stracci? prendesti la cintura? e i sandali? non mancheranno mica i bottoni, alle volte?
Ma Lindo non rispose nè pure, perchè aveva fretta. Non si udiva più fracasso in paese e questo era segno che tutti stavano al teatro. Si asciugò il sudore su la faccia rasa e con un paio di salti attraversò il cortile. Alla porta della rimessa trovò il cugino Pietro, attillato come un principe, col sigaro tra i labbri e le mani incrociate dietro il dorso. Egli, vedendolo, fece un piccolo sorriso ironico e voltò con disdegno la faccia dall’altra parte. E fu una fortuna che era in ritardo, altrimenti Lindo sarebbe venuto a dargli due schiaffi; Lindo il quale, invece, dovette contentarsi di brontolargli dietro, continuando la sua corsa verso il palco scenico:
– Se ciò è, è stato caporale e tanto basta.

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Realmente egli non era soddisfatto di Pietro. Pietro e Veronica, dopo la prima rappresentazione, non avevano più voluto intervenire alla recita ed il suo orgoglio se ne sentiva mortalmente offeso. Un oltraggio simile, dalle persone più care ch’egli aveva, non se lo sarebbe mai aspettato. Pareva una congiura. E per qual causa, alla fin de’ conti? chi saprebbe dirlo? un capriccio, un equivoco, una asineria. Bel gusto, a lui, affaticarsi e sfiatarsi per essere poscia ricompensato in questa guisa! Ogni lavoro vuole il suo ristoro. Degli altri non gli importava nulla. Ma almeno i parenti avrebbero dovuto congratularsi, mostrarsi diligenti, approvarlo, animarlo a resistere. A cagion della recita si era inimicato don Paolo che non voleva più confessarlo. E, se adesso bisognava spendere quattrini, un giorno se ne metterebbero via. Si lasci tempo al tempo. Ogni cosa va per la sua strada. In autunno si pongono le sementi per raccogliere l’estate venturo. Con la pazienza e con la paglia maturano le nespole.
Lindo era adiratissimo. Volgeva nel suo animo pensieri di vendetta. Quel giorno, finita la passione di G. C., avrebbe cercato una spiegazione a quello stupidaccio d’un caporale, buono ad ammazzar mosche e ad ungere i carri delle salmerie.
Su l’uscio del palco scenico lo attendeva il suggeritore, pronto già col quaderno in mano. Egli aveva studiato a memoria l’intera commedia per poter aiutare ciascuno al momento necessario, senza ricorrere allo stampato.
– Presto, Lindo! sei l’ultimo. La musica ha finito di suonare. E già mio fratello recitò la parte di angelo nel prologo. Ora sta vestendosi per fare da Madonna. Dove sono gli abiti? e le maglie? e la corona di spine? c’è tutto? animo, corri a prepararti.
Lindo in un balzo fu sopra il palco scenico. Dietro le quinte dieci o dodici manigoldi finivano di mettersi chi l’elmo romano, chi le bretelle, chi la spada, chi la barba. C’erano tutti, da Malco a Sant’Andrea, da Giuda Iscariote al diavolo che doveva portarlo sotterra. Longino, con una grande lancia in resta, sedeva sopra il baio magnifico a cui avevano coperti gli occhi con una benda perchè non si adombrasse. Ed il Cireneo, in vesta verde orlata d’oro, cercava tra gli utensili il porta immondizie per accorrere dietro il cavallo ad ogni necessità. Tutte le volte che usciva sul palco, trovandosi in mezzo a persone travestite come briganti, al romor della musica, ai battimani degli spettatori, quella povera bestia non sapeva nascondere gli effetti del suo turbamento ed era una sconcezza, una noia deplorevole. Ma agli animali non si può insegnar l’educazione.
– Siamo all’ordine? – gridò il suggeritore presso il sipario. – Caifasso, hai la corona da porre in capo? e Pilato portò seco la catinella per lavarsi le mani? e Malco ha la mezza orecchia da buttare a terra? Lesti; dò il segnale. Uno, due… Attenti! quel buon ladrone stia tranquillo. Piuttosto vada a prendere il cartelletto con l’Inri e lo unisca alla croce. Dov’è San Pietro? bravo asino: sta là a pulirsi le mutande! Avete il bengala? E tu Lindo? Finalmente! Possiamo cominciare. Tiranno, alza il sipario. Uno, due, tre!
Il sipario levossi e per ogni parte fu uno scappar di gambe coperte da maglie, mentre dalla platea saliva un lungo oh! di soddisfazione.

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La recita proseguì meravigliosamente bene. Fin dal primo atto il pubblico diede visibili segni di contentezza e frequenti applausi accolsero su la scena l’apparir dei personaggi principali. Però Lindo, tra una parlata e l’altra, ebbe tempo di osservare che realmente sua moglie non era in teatro e che non c’era nè anche il cugino Pietro. Al solito. In cuor suo li mandò a farsi benedire e, sforzando la voce perchè le campane mai non cessavano di suonare sopra il teatro, con fermezza e calma rappresentò la propria parte, difficilissima e lunga. La cena degli apostoli ottenne un successo. Lindo, tra San Pietro e Sant’Andrea, sorrideva del suo miglior sorriso avendo cura tratto tratto di levarsi dalla bocca i peli che gliela otturavano. Si era anche dipinto di carmino le guancie e messa in capo una bella parucca bionda fluente; roba tutta presa a nolo dai fornitori della Canobbiana, come asseriva il suggeritore.
Giuda quel giorno fece meglio del solito. Stringeva gli occhi, da furbaccio, e camminava con le mani incrociate sul petto, come un chierico del duomo. Poi nell’orto di Getsémani Lindo recitò divinamente le sue preghiere e San Pietro, quando i manigoldi arrivarono per arrestare il suo maestro, levossi dalla toga un coltellaccio da beccaio, s’avvicinò rabbiosamente a Malco, gli tagliò l’orecchia. Nella platea le donne diedero un gemito. L’effetto era meraviglioso. Chiunque sarebbesi ingannato.
Ma dopo il terzo quadro, al momento di entrar in iscena dinanzi a Pilato e Caifasso per esservi poscia battuto con le verghe e incoronato di spine, G. C. frugando il proprio involto s’accorse di aver dimenticato una cosa importantissima: il pannolino rosso da mettere intorno alle coscie durante la bastonatura, quand’egli si troverebbe in costume adamitico.
La buaggine commessa era grave; necessario ripararvi con la maggiore velocità possibile. Senza dir niente a nessuno, per non perdere un tempo così prezioso e per non farsi beffare o rimproverare, Lindo scappò dal teatro, saltò d’un colpo i gradini, e, con la tunica di G. C. indosso, volò verso la propria casa, traversando il cortile. Nel cortile non c’erano che alcune oche diguazzanti entro l’acqua sudicia vicino al pozzo. Le scavalcò d’un balzo e si trovò alla scala di legno. Di furia fece i gradini, a due per volta, e giunto sul pianerottolo toccò il saliscendi, aperse, entrò nella camera matrimoniale. Tutto era al posto come un’ora prima. Egli frugò il canterano e non iscoprì nulla. Frugò l’armadio, ma indarno. Frugò anche il letto e mise le coltri sossopra, ma il pannolino era irreperibile. Finalmente, per ultimo tentativo, diede un’occhiata dietro la cassa e vide quel benedetto drappo scarlatto, scivolato tra il legno ed il muro, sul nudo pavimento. Lo raccolse, lo scosse per pulirlo dalla polvere, se lo cacciò al posto che doveva e, sostenendo la vesta con la mano, uscì di nuovo per tornarsene al teatro.
Arrivato dabbasso, oltrepassando la porta della bottega munita di vetri e di una cortina azzurra, credette di scorgere in casa due persone che discorrevano. Esse trovavansi proprio nella visuale tra la porta e la finestra: da cui penetrava, come al piano superiore, una vivissima e lietissima luce.
Nell’animo di Lindo sorse improvviso un feroce sospetto. Quelle due persone egli non poteva riconoscerle perchè voltate dall’altra parte; ma al profilo gli parve e non gli parve che… per la quale…
Fremeva. Afferrò la maniglia per ischiudere. Ma quei briganti eransi assicuràti con la chiave. Allora scosse la porticina, diede un pugno nei vetri, li spezzò, allungò la mano per sollevare la tenda. E già poco gli mancava a raggiungere il suo scopo allorchè, in fondo al cortile, una voce sconsolata ed imperiosa lo chiamò furiosamente:
– Lindo! si entra in scena! bestia che sei, vieni o tutto è rovinato.
Il dovere anzi ogni cosa. Lindo obbedì senz’altro ed accorse.

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Alzavano il sipario per il quarto quadro. Gli scenarî figuravano una vasta sala sostenuta da colonne marmorizzate ed illuminate, in alto, con finestre a vetri di più colori. Caifasso, coperto il seno di una maglia a squame di pesce, era seduto davanti alla tavola ampia dalla quale pendeva un tappeto verde macchiato d’inchiostro. Sul proscenio era già pronta una piccola erma di cartone, cinta alla base da un sedile vestito con panno rosso. La musica fece, in platea, una suonatina malinconica. Ed ecco arrivare di tra le quinte il popolo de’ giudei e de’ farisei, insieme coi soldati romani armàti di lunghissima lancia: un’asta di legno che terminava in un agile rombo difeso da carta d’argento. Tra questi brutti ceffi stava G. C., legàti i polsi un sopra l’altro con una corda enorme da buoi. Egli teneva bassa la fronte in atto umile e doloroso; e quando parlava la sua voce cupa e triste spandevasi nell’aria silenziosa come un suono di campanello fesso. I farisei, brutali e spietati, si fecero largo nella calca e riuscirono a circondare il pontefice. Egli su le prime pareva ben disposto verso il biondo galileo, ma quei maledetti calunniatori a poco a poco lo smossero dalle sue tenerezze e lo eccitarono contro G. C.
Nella platea un affanno, una trepidazione indescrivibili.
Ed il pontefice finalmente, rizzatosi dalla propria seggiola, in fondo al teatro, domandò a Lindo con voce sepolcrale s’egli era proprio il figliuolo di Dio. Lindo stette alquanto in pensieri. Poi sollevò la testa imparruccata, distese le braccia e, lentamente, gravemente, pronunciò le fatidiche parole:
– Sì, e mi vedrete quando verrò a giudicare gli uomini alla destra del mio divin padre.
Uno dei manigoldi finse di percuotere G. C. su la faccia e dopo tre o quattro secondi il suggeritore, tra le quinte, battè le mani per simulare lo schiaffo.
Allora Caifasso rimandò G. C. a Pilato. Il popolo, i giudei ed i veliti romani partirono insieme col pontefice; ma la scena restò libera poco tempo ed al posto di Caifasso ritornò Pilato, alle cui calcagna camminava un servo recante la catinella di stagno con l’acqua per lavarsi.
Lindo, trascinato dagli stessi nemici, accompagnato dalla stessa turba curiosa, ricomparve su la scena.
Breve questa volta fu la discussione: gli accaniti farisei ne dissero di cotte e di crude, onde il povero governatore dovette comandar che G. C. fosse battuto con le verghe. Cresceva lo strazio della platea. Non un soffio, non un colpo di tosse, non un sospiro. Lindo fu spogliato della toga rossa e si mostrò nel costume primitivo, cioè coperto della maglia color carne e del pannolino ai fianchi; lo strinsero alla colonna di cartone e sùbito quattro miserabili cominciarono a picchiarlo con verghe da mandriano. Poscia inoltrossi un tale che portava bella e fatta una corona di spine e la calcò di tutta forza su la testa dell’infelice. Gli altri si credettero in dovere di ribadirgliela con una decina di mazzate. E le vescichette piene di vino, celate fra i peli della parrucca, scoppiarono lasciando uscire su la fronte di Lindo un liquido rosso il quale aveva tutta la somiglianza col sangue.
Tremenda vista! Pilato presentò il nazzareno agli astanti mormorando:
– Ecce homo!
Nella platea i singhiozzi, trattenuti da lungo tempo, proruppero violentemente. Si udì un grido acutissimo di femmina ed il romore d’un corpo umano che precipiti al suolo.
Lindo osò guardare, come gli altri, per conoscere che diamine fosse accaduto. Restò di sasso. Dietro il suonatore di tamburo due o tre contadini sollevavano a fatica una donna caduta in deliquio e quella donna era Veronica!

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– Se ciò è – disse Lindo mentalmente – io mi sarei ingannato per la quale.
Ma, siccome la rappresentazione del quarto quadro continuava, egli si rassegnò alla sua parte, dimenticando le cose profane e la moglie. Le cose prendevano una cattiva piega. Sia Giuda che San Pietro e la Madonna parevano stanchi, nè davano al proprio dialogo il calore, l’animo, lo slancio delle altre volte. Il pubblico se ne accorse; e, per quanto grosso ed indulgente, non seppe nascondere il suo malumore. Indarno G. C. e gli altri principali attori s’affaticavano a promettere o far minaccie; indarno il suggeritore sbraitava dal suo posto per dirigere i discorsi: fu una vera confusione, un entrare ed un uscire senza proposito, un ridere nei momenti più gravi, un ciarlare molesto che copriva le voci dei personaggi. Persin la scena della crocifissione passò, contro ogni attesa, inosservata. Ciò parve assai deplorevole al suggeritore e, finito quel quadro eterno, rimproverò accerbamente i diversi attori assicurando che, se si andava di tal passo, la domenica prossima bisognerebbe chiudere il teatro. O le cose si fanno bene o non si fanno. Chi si è messo all’impegno faccia uso dell’ingegno. Erano bambini? perchè si bisticciavano ad ogni tratto? la concordia è madre delle virtù. Non dessero scandalo: era una vergogna; la gente se ne farebbe meraviglia, se ne adonterebbe e, alla fin delle fini, riderebbe Don Paolo, vincitore della partita. Le sue osservazioni furono ascoltate ed approvate; siccome alcuni cercavano giustificarsi, egli tagliò corto e dichiarò che non voleva udir nulla sotto pena di espellerli dalla compagnia.
Cominciò l’ultimo quadro.
Una grotta fosca, scarabocchiata dall’imbianchino sopra una carta che si gonfiava tutta per l’umidità. Nel mezzo era apparecchiata una tomba a coperchio mobile. Per le esigenze del palco scenico la si era fatta troppo corta, nè G. C. avrebbe potuto distendersi con agio dietro di essa. Ma egli si rannicchierebbe opportunamente, avendo cura di non alzar la testa oltre il coperchio.
Al suono di una marcia funebre entrarono le pie donne, Giovanni l’apostolo e Giuseppe d’Arimatea. Essi portavano il corpo di Lindo con grave stento; lo sollevarono adagio adagio e lo calarono nel sepolcro, dopo averlo avvolto entro un candido sudario. Le pie donne si misero davanti al sasso, per nasconderlo, finchè G. C. si fosse accomodato. Poscia, rompendo in singulti, si allontanarono. Venne invece la scolta dei vigili che iniziarono sùbito una partita ai dadi sopra il tamburo. Tutto questo in bell’ordine, con intelligente prontezza, come non si era mai fatto nè anche le altre volte.
Improvvisamente una grande luce di bengala illuminò il teatro. S’avvicinava il momento della risurrezione.
Ed ecco in fondo alla scena, su dall’impalcato, sollevarsi a poco a poco una linea di nuvolette grigie a pancia rigonfia, seminate da piccole stelle di carta dorata; e G. C., il quale dietro la tomba si era condotto carponi fin là, comparve in mezzo ai veli, pallido, trionfante, tranquillo, reggendo una banderuola di tre colori.
– Trallalà, larallì lerollèro – fece la musica all’improvviso. E nella platea scoppiò un applauso vivace, un urlo di ammirazione, un forte battere di mani.
G. C., prima di scomparir nel soffitto, non seppe resistere alla curiosità: curvossi a destra e spinse un’occhiata verso la platea. Cosa incredibile! presso la porta d’uscita, in piedi sopra una panca, apparve Pietro rosso in faccia, con gli occhi scintillanti; egli agitava il cappello per aria e gridava come un ossesso vinto da imperioso entusiasmo.
– Asino! – mormorò Lindo. – Ed io che mi era messo in mente…
In quella i teloni del soffitto gli tolsero di vedere altro. Il dramma era finito.