Avancinio avancini – Le redini di Brunello

Quando Momolo arrivò, Bortolino dal ferro e Marco suo garzone stavano attaccando i fanali al baroccio.
– Ti aspettava – disse Bortolino al cognato; – anche mia moglie è impaziente di vederti. Abbiamo apparecchiato un vinello coi fiocchi e la mia festa si farà in allegria. Solamente, mi dispiace ma devo lasciarvi qui sino ad ora tardissima. Saverio mi ha portato in principio di sera un biglietto di mio cugino il quale ha una cosa importante da comunicarmi. Bisogna ch’io scenda a Fiumenero. Non so di che si tratti: ma vedrai che prima delle undici sarò di ritorno.
Elena comparve portando un lume; salutò il fratello e lo invitò ad entrare. Il baroccio era pronto.
– Io vado – gridò Bortolino; e saltò in fretta sul veicolo. Poi diede una frustata, brontolò un arrivederci e Brunello si mosse verso il portone. Marco lo teneva per le redini.
– Lascialo stare che lo guido io – gli disse il padrone. E fermandosi di colpo, come preso da un pensiero subitaneo, si rivolse ancora a Momolo.
– Perdonami, sai: non ti ho domandato di tua moglie. Perchè non è qui Petronilla?
– Eh! con questo buio era impossibile. Aveva paura.
– Ha fatto bene – soggiunse Elena. – Ma veramente, anche tu Bortolino dovresti rimettere a un’altra volta il tuo viaggio!
Bortolino dal ferro per tutta risposta sciolse le briglie e dileguò nelle tenebre.
– Bortolino! Bortolino! – gridava Elena a perdifiato. – Bada per amor di Dio! c’è un vento d’inferno e non ci si vede a due passi. Copriti la gola e non far correre Brunello. Sai bene che stupido è Brunello! ti potrebbe anche precipitare nel Serio!
In lontananza udivansi il trotto misurato del puledro e alcune raffiche di vento che passavano di minuto in minuto sopra la boscaglia sibilavano come serpenti.
– Quale imprudenza! – proruppe Elena con suo fratello, trascinandolo in bottega. E lì accovacciatisi alla stufa cominciarono a discorrere di molte cose. Ella gli ripetè sottovoce, con inquietudine mal repressa, che Bortolino si faceva sempre più insopportabile e non le risparmiava umiliazioni di sorta e cercava tutti i modi per contraddirla. Quando trattavasi di comperar Brunello, avendogli ella osservato che non conveniva prendere una bestia così giovane e vivace, quel tristo l’aveva sùbito voluta ed a caro prezzo; già due volte, lungo la strada per Clusone, erano caduti insieme, l’uno su l’altro e con addosso il baroccio carico di ferro. Si erano salvàti per miracolo. Ma naturalmente Bortolino aveva aumentato da allora la sua affezione per il puledro. Anche con una persona talvolta succede così: più la ci fa male e più ce ne innamoriamo. Malgrado le cattiverie di suo marito, non pareva forse ch’ella medesima raddoppiasse di premure per lui? – Quanto alla bottega meglio non parlarne; un disordine indescrivibile. Regalata via, si può dire, la roba di maggior commercio e riempite le casse di cianciafruscole inutili; spese ingenti somme nel dar la vernice agli scaffali e, per soprappiù, fatto venir da Passevra quello scrocco di Marco, un fanciullaccio senza voglia di guadagnarsi il pane, che mangiava alle loro spalle e si divertiva col mettere la zizzania in casa. Elena aveva le lagrime agli occhi: suo fratello ascoltava pazientemente, curvo, pensoso, con un bicchiere di vino caldo a lato.
Il vento crebbe. Quantunque le porte fossero chiuse ermeticamente, esso riusciva ad aprirsi l’adito anche tra le minime fessure e precipitarsi nella bottega con rabbia, così che la fiamma ne tremolava tutta. Dal di fuori poi giungeva un sinistro brontolìo di voci e un fremere di pini secchi, come se le rupi si lamentassero o scrosciassero insieme tre o quattro torrenti. I montanari vi sono abituàti e non ne fanno caso. Marco, posto attraverso al banco, leggeva un brano di giornale vecchio, Momolo finì con l’addormentarsi ed Elena colse il momento per recitare il rosario.
Improvvisamente furono scossi tutti e tre da un colpo dato contro il portone. Marco balzò di soprassalto dal banco.
– Sarà il vento – disse Elena senza meravigliarsi. Un secondo colpo si fece udire; nello stesso tempo Brunello nitrì.
– Pazienza! mio marito è di ritorno – soggiunse ella; e si diresse verso il cortile.
Ma, quando il portone fu aperto, Brunello, stanco, sudato, impolverato e sporco di schiuma, fece il suo ingresso da solo, tirandosi dietro il baroccio vuoto e urtandolo spietatamente contro i muri.
– Dov’è Bortolino? – gridò Elena atterrita.
Marco e Momolo si posero intorno al cavallo tastandolo, palpandolo, guardandolo per di sopra e per di sotto, interrogandolo come se avessero potuto cavarne qualcosa. Brunello, contentissimo di tante carezze, continuava a nitrire e scuotere la criniera, come per liberarsi dai fastidî, e fissava gli occhi annebbiàti dal sonno in faccia alle tre persone.
– Santo Dio, è avvenuta una disgrazia! – esclamò Elena con voce strozzata.
In quel momento Marco e Momolo si consultavano tra loro. La ruota destra aveva perso un raggio e uno dei fanali era andato in frantumi. Quand’ecco il garzone, toccando la bocca della bestia, s’avvide che il morso pendeva slacciato e che le redini non c’erano più.
– Ormai è certissimo – ruggì egli pallido per l’emozione: – il principale fu attirato in un’insidia; me l’hanno sorpreso, me l’hanno derubato, me l’hanno assassinato!
Elena scoppiò in singhiozzi: Momolo da uomo prudente ed energico si fece sùbito portare una corda, la adattò sui finimenti del cavallo, salì in cassetta e raccomandando la calma si mosse fuor del cortile.
– Vengo anch’io, vengo anch’io – mormorava Marco desideroso di poter scarrozzare: ma quell’altro non voleva incomodi e senza tanti complimenti si liberò di lui con una scudisciata.
Poi giù, giù, lungo il Serio a rotta di collo. Passò per Bondione e si arrestò un attimo da Gervasio a chiedergli notizie. Sbucarono su la via in quattro o cinque, ma non seppero dirgli nulla di preciso. Avevano sentito rotare un paio di volte il baroccio: ma, siccome stavano giocando animatamente, non s’erano accorti da che banda venisse e per dove si dirigesse. Altro non si poteva aggiungere. Momolo non diede spiegazioni di sorta e proseguì. Era forte e coraggioso, ma trovandosi in mezzo a quel buio profondo, affatto solo e senz’armi, appena l’impressione del primo istante fu sbollita si pentì di non aver chiesto a Gervasio un fucile, un coltello, una difesa qualunque. Non gli conveniva rifar la strada: scese dal baroccio, strappò un grosso palo da una vigna e, munito di esso, continuò con maggiore confidenza.
Il Serio rumoreggiava rompendosi contro le sponde: nembi di polvere volavano per l’aria e le zampe del puledro battevano il terreno come colpi di martello. Momolo passò davanti alla propria casa.
– Guarda – pensò. – E se domandassi qualcosa a Petronilla?
Egli fermò di nuovo la bestia, si lanciò dal baroccio, girò intorno all’orto, s’accostò alla finestra posteriore del pianterreno e, spingendo la destra oltre l’inferriata, percosse leggiermente i vetri.
– Petronilla! – gridò.
Nessuno rispose.
– Petronilla! – replicò più forte.
Ma il vento portava lontano la sua voce.
Allora si decise ad entrare. Movendosi verso il muricciolo di cinta e la porta d’ingresso, inciampò in qualchecosa di mobile e penzolante; pareva una bacchetta, o una corda, o una coreggia. Si chinò, la raccolse e, seguendone il corso con la palma, venne a toccare l’inferriata stessa. La distaccò, ritornò al baroccio, alzò fin sotto i raggi del fanale quell’arnese trovato e non potè reprimere un’esclamazione di meraviglia.
Erano le redini di Brunello!
Non molte cose dunque si potevano sospettare.
Con ogni probabilità i ladri, assaltato Bortolino, avevano legato il suo cavallo in quel luogo e si erano allontanàti di fretta. Questo per due motivi: o perchè si trovavano in condizioni tali che il carro ed il cavallo non avrebbero potuto condurli seco senza pericolo di compromettersi e tradirsi; o perchè intendevano di far perdere in questo modo le proprie traccie. Comunque si fosse, Bortolino o era già spacciato o stava in un brutto rischio e quanto a Brunello, stancatosi di rimanere al vento ed al freddo, rotte con uno sforzo estremo le redini forse già guaste nell’assalto, da animale intelligente era tornato a casa. Nessun dubbio in proposito: Momolo ebbe un capogiro. Tosto, macchinalmente, risolutamente, a passo fermo penetrò nell’orto con le briglie ripiegate su la mano. L’uscio esterno era spalancato: un filo di luce passava dalla fessura dell’uscio interno: Petronilla non aveva ancor lasciata la cucina. Egli ne provò stupore. Sua moglie nel salutarlo due ore prima gli aveva promesso di coricarsi di lì a poco. Come spiegare questo cambiamento?
Momolo si diresse in fondo all’andito, cercò il saliscendi, lo compresse e s’inoltrò nella cucina.
Egli rimase pietrificato.
Sua moglie e Bortolino sedevano al focolare tenendosi per mano e discorrendo liberamente in un dolce abbandono.
Fu un lampo.
Una folata di vento spense il lume; e Momolo, così all’incerto chiarore della fiamma, si gittò sopra Bortolino mentre sua moglie cadeva in ginocchio per terra gridando:
– Santa Vergine! santa Vergine! aiuto!
Ma Bortolino non ebbe tempo di salvarsi dietro la tavola, nell’altra camera, in una parte qualunque; non tentò nè meno di reagire: una mano di ferro lo avvinghiò per la gola e sentì cinque dita che lo soffocavano. Contemporaneamente Momolo, adoperando le grosse redini a mo’ di sferza, gli diede cinque o sei colpi sul viso con tutta violenza, spietatamente, ferocemente, in mezzo alle più nere bestemmie.
– Pensa! pensa! – gemeva lo sciagurato impallidendo per lo spasimo.
E Momolo si arrestò di botto lanciando le redini in grembo a Petronilla. Quindi prese il cognato per le braccia, gli fece varcare la soglia, serrò l’uscio a chiave e risalì sul baroccio insieme con lui.
– Ringrazia Cristo che ho dimenticato il bastone sul carro! – brontolò gettando il puledro al galoppo. E non aggiunse altro per tutto il viaggio, ma si mise a piangere silenziosamente.
Quando Elena udì il passo di Brunello che s’avvicinava di furia, tremò per l’angoscia e congiunse le mani in atto di suprema preghiera. Marco da un pezzo correva per Bondione raccontando l’avvenimento e commentandolo in mille modi. Alla statura, al profilo, al tutt’insieme ella indovinò che l’uomo arrivato con suo fratello era Bortolino. La gioia la rendeva pazza; gli si precipitò nelle braccia, lo baciò sul viso e su le spalle, l’attirò in casa, sospirando, senza parlare. Ma al lume della lucerna si accorse che Bortolino era bagnato di sangue; due solchi profondi gli fendevano le guancie e gli abiti portavano grosse macchie rossastre.
– Tu sei ferito! tu sei ferito! oh! per amor di Dio! quale disgrazia! – susurrò affannosamente. Momolo guardava smorto come un cadavere.
– Non è niente! – disse Bortolino. – Brunello mi ha rovesciato sovra un mucchio di pietre.
Elena proruppe in acerbi rimproveri.
– Bortolino: vedi adesso? non te l’aveva detto io? oh! se tu mi avessi obbedito, Bortolino! se ora sei rovinato, colpa tua, colpa tua: e mi rincresce ma ti sta bene.
Bortolino dal ferro per togliersi alle seccature si coricò. Elena accomiatato il fratello gli portò vino caldo, gli raccomandò che sudasse, lo vegliò come un bambino, preparò le bende per fasciargli le guancie.
In quella giunse Marco.
– Lena! – gridò stando abbasso. – Dove siete? oh! se sapeste! il principale è annegato. Ho visto le sue scarpe su la sponda. Vado a Gromo per i carabinieri.
Elena, chiamandolo imbecille, gli ordinò di salire. Visto Bortolino sotto le coltri egli stralunò tanto d’occhi.
– Oh! quella bestia d’un puledro! – ripeteva la povera donna. – L’ha scaraventato nel letto d’un torrente e le pietre gli han lacerato la faccia. Così dicendo sollevò un poco le coltri e la fasciatura, per mostrare a Marco le piaghe di suo marito.
– Pietre?… pietre?… – mormorò Marco incredulamente. – E pensate che le pietre….
Bortolino seccato gli additò la porta con un gesto eloquente.
Pochi giorni dopo Brunello era venduto ad un mercante girovago e Marco tornava a Passevra sfrattato per sempre.
Elena fu contentissima.