Avancinio avancini – L’orologio di papà Gedeone

Dovete sapere che l’orologio di papà Gedeone era un orologio svizzero dell’età di cento venti anni circa, acquistato da lui a Dresda e inchiodato su la muraglia della sua bottega da quasi mezzo secolo.
Meraviglioso per un orologio! esso in tanti anni mai non aveva sofferto il minimo guasto, non aveva mai sbagliato di un attimo e non s’era mai dimenticato di suonar ciascun’ora puntualmente. Il suo quadrante bianco con un poco d’acqua fresca perdeva sùbito le macchie che le mosche vi avessero deposto; ed i suoi uscioli chiudevano così bene il meccanismo da non lasciarvi penetrare nè meno un atomo di polvere. Le sfere giravano tranquillamente da vecchie amiche di casa, pulite dalla spazzola di papà Gedeone ed unte dalla penna d’oca di Martuccia: il pendolo ondulava col suo sdegnoso tic tac, che papà Gedeone a furia d’abitudine sentiva nelle orecchie anche di notte mentre dormiva, e la rubiconda faccia di Guglielmo Tell dipinta sul dinanzi della cassa continuava a muovere, da destra a sinistra e da sinistra a destra, i suoi occhi neri che spaventavano i fanciulli del paese.
In paese, da Lorenzo il ferraio a compar Matteo il sindaco, tutti conoscevano l’orologio di papà Gedeone; ogni giorno anzi ne tessevano il panegirico almeno quattro o cinque volte e, quando non avevano da fare, or uno or l’altro si mettevano davanti ad esso con la faccia per aria, a bocca aperta ed in rispettoso mutismo, a fine di non disturbarne il lavoro.
La gente di campagna è molto appassionata per gli orologi di qualunque genere; quel movimento nascosto e continuo che segna il tempo con una esattezza a tutta prova è sempre oggetto degno di attenzione e riverenza; ci deve essere alcunchè di sovrannaturale che, invisibile, regola ed anima poche rotelle di stagno senza intervento d’opera umana: e sarebbe ingratitudine non riconoscere l’ingegno superiore di colui che ha saputo mettere insieme una macchina così bella ed intelligente.
Lorenzo ferraio era, dopo Gedeone, il più entusiasta per l’orologio magnifico; egli, che aveva l’incarico di custodir quello del campanile, veniva ogni mattina ed ogni sera a consultarlo su l’ora precisa e ben si può asserire che tutte le operazioni, i contratti, le partenze e financo le messe del paese, erano stabilite e quasi dominate dagli occhi di Guglielmo Tell.
Guglielmo Tell insuperbiva della propria onnipotenza; guardava ironicamente quei bietoloni che lo ossequiavano e salutavano in mille maniere, sorrideva sotto la barba rossastra ed il suo maggior divertimento era mostrare che per lui non finivano mai gli anni, i peli non incanutivano mai, non si chiudevano mai le pupille. Egli pareva dire: ecco, io son padrone di tutti quanti. Cenate quando voglio io: andate a letto quando voglio io: vi alzate quando voglio io. So far di meglio che abbattere le poma in capo ai fanciulletti. Prescrivo fior di leggi alle persone autorevoli del paese. Il cappellano fa suonar l’avemaria quando glielo dico io; il sindaco celebra i matrimoni quando glielo consento: il maestro apre la scuola quando lo avverto. Nulla si può fare senza consultarmi. Anche il sensale qui presso vende e compera le sue vacche dopo avermi chiesto consiglio. Poveri diavoli! il cappellano morirà, il sindaco sarà destituito, il maestro diventerà cieco e compare Folco perderà i suoi marsupî. Boba da riderne. Io sono eterno, sfido la sorte, seguiterò a spadroneggiare ad un altro sindaco, ad un altro cappellano, ad un’altra generazione di uomini e di donne.
Al mondo nessuno potrebbe vantarsi d’altrettanto. Ed una persona che non dorme, che non mangia, che non si ammala, che non invecchia e che insomma è immortale ha ben diritto a qualche deferenza per parte de’ suoi simili.

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Fu Tata il primo che, una sera, si permise una ingiuria inperdonabile contro l’orologio di suo zio. Papà Gedeone al deschetto batteva il cuoio per un par di suole, diritto sopra lo sgabello imbottito, con gli occhiali sul naso ed i grossi baffi grigi da vecchio militare pioventi verso le labbra. Narrava per la centesima volta la storia della propria giovanezza, collegata naturalmente con la storia dell’orologio. Parlando, la sua voce di mano in mano intenerivasi ognora più e gli occhi brillavano come braci.
Lorenzo ferraio, Toniello, Tata e Martuccia ascoltavano in silenzio alla lucerna: Martuccia soffiava il naso ad ogni tratto, Lorenzo ferraio e Toniello giocherellavano coi piccoli strumenti da lavoro e Tata, molto burbero, picchiava gli scarponi per terra.
Oh! quell’orologio ne aveva pur visto di belle! Da solo aveva girato il mondo più che tutti i presenti insieme. Nella genealogia de’ suoi possessori papà Gedeone sapeva essere stato un russo, un danese, un maresciallo di Francia ed un sàssone. Il russo avevalo comperato per quattro rubli dal fabbricatore di Ginevra; poscia, portatolo a Nininovogorod, era stato costretto cederlo al danese. Costui, che si trovava allora nell’esercito di Napoleone, voleva mandarlo in regalo alla propria amante: ma la famosa ritirata gli tolse l’esistenza ed il pendolo passò nelle mani d’un suo compagno, attendente presso il maresciallo. Quel maresciallo, perdutosi con le proprie divisioni in mezzo alla neve, senza un villaggio ove riposarsi, nè un’osteria per rifocillarsi, nè un’almanacco su cui misurare il tempo, appendeva ogni notte l’orologio entro la tenda e fu in questo modo che si potè conoscere la durata del viaggio oltre il numero dei militari morti di freddo o di fame. Tutte le volte che Guglielmo Tell moveva gli occhi era una vittima nuova caduta nel terribile deserto.
Lorenzo ferraio rabbrividiva.
– Oh! non è qui tutto – ripigliò allora papà Gedeone cessando di battere il cuoio. – Una mattina il maresciallo abbandonato da’ suoi dragoni fu raggiunto da un’orda intera di cosacchi i quali me lo tagliarono a pezzi. L’orologio, ch’era legato ad un gancio della tenda, nella mischia precipitò sul terreno; i miserabili non lo videro e, quando un altro corpo dell’esercito passò per quelle contrade, trovando il pendolo e guardando che ore segnavano le sfere, si potè indovinar senza fatica il momento preciso dell’assassinio. Poichè il meccanismo, nel percuotere contro il suolo, si era fermato. Così la vedova del maresciallo ogni giorno, finchè visse, e visse a lungo, in quello stesso momento andò a pregare per l’anima dell’infelice.
Gli altri fingevano strabiliare.
– Guardate un po’ se par naturale una simile cosa? chi lo imaginerebbe? un orologio così bravo ed istruito? che fa l’officio d’un indicatore? che serve alla pietà d’una vedova, alla religione d’una donna onorata?
Toniello non riusciva a capacitarsene.
– E quando penso – proseguì papà Gedeone – quando penso che mio padre vedendomi arrivare, dopo quasi undici anni di lontananza, con l’orologio sotto le ascelle, mi gridò sùbito: cosa diavolo porti? Bel complimento, corpo di una saetta. Era questa la maniera di riceverci? Ma è inutile; i vecchi non vogliono saperne di novità, nè di cose buone e preziose.
Tata a questo punto non si contenne più. La storia della vedova non gli piaceva.
– Oh! andate là, zio. Una grande trappola che è il vostro orologio!
Papà Gedeone lo guardò furibondo. Gli diede proprio dell’ignorante, disse che i giovani della giornata non se ne intendono di nulla eppure sono presuntuosi all’eccesso, minacciò di mandarlo via e lo chiamò: razza di cane.
Tata divenne pallidissimo.
– Razza di cane a me! a me! perchè avete viaggiato un po’ con lo zaino in ispalla! perchè siete stato fantaccino undici anni! ah! giuraddio!
Insomma la voleva finir male. E, se Martuccia spaventatissima non avesse guardato suo cugino con occhi supplichevoli riuscendo a calmarlo, qualcosa di brutto succedeva davvero.

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Ma l’orologio di papà Gedeone, se non ve l’ho detto, era anche munito d’una sveglia; bastava collocar la sfera più corta sopra l’ora che si voleva; tiravasi il peso di piombo fin sotto la cassa e, quando scoccava l’ora segnata, questo, perso l’equilibrio, scendeva in giù quanto era lunga la funicella facendo suonar la batteria. Il piccolo martelletto allora con un tremito convulso ed uniforme percuoteva energicamente il campanello di bronzo, fatto a foggia di fungo e collocato dietro la testa di Guglielmo Tell: era una musica fortissima, che stordiva e lasciava per un pezzo il tintinnìo entro le orecchie. Bisognava scoppiar dalle risa, tanto quella cosa era buffa.
Martuccia stessa aveva l’incarico, ogni sera prima di coricarsi, di mettere la sferetta su le sei ore; all’alba papà Gedeone veniva destato infallibilmente dalla sonora scampanellata e, quand’era in vena, saltando con fretta dalle coltri mentre continuava il fracasso, esclamava:
– Oh! Guglielmo Tell! taci dunque! blaterone! le femminette non hanno certo la parlantina che hai tu. Se ti sente Don Rocco, chi sa che predica, quando vai a confessarti!
E, dacchè la sveglia era stata aggiunta all’orologio, la soneria non aveva mai anticipato nè posticipato di un secondo il proprio avviso mattutino; onde nè il vecchio nè sua figlia si erano mai alzàti un secondo prima o dopo le sei ore, sia d’inverno che d’estate.
Ma adesso vi dirò in che modo quella briccona di Martuccia, con la sua grazia di fanciulletta ed il suo fare di monachella, si vendicò delle brutte parole che papà Gedeone aveva detto a Tata, il cugino allegro ed interessante.

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Un dopopranzo di novembre papà Gedeone era uscito un momento a pigliare il suo tabacco lasciando sola in bottega Martuccia: faceva scuro molto, cadeva una fittissima nebbia e, siccome egli non aveva preso il mantello, ritornò sùbito a casa strascicando le ciabatte.
Aperto l’uscio improvvisamente fece scappar sua figlia che era in piedi sopra una seggiola dinanzi al pendolo. Egli non se ne accorse nè pure, accese la lucernetta e, fumando tranquillamente, si accomodò al desco mentre Martuccia preparavasi a pulir le stoviglie.
Ben tosto arrivarono Tata e Nanno vaccaro, fratello di Lorenzo ferraio, il quale portava un par di scarponi da mettere all’ordine. Venne anche Toniello e la conversazione tra i quattro uomini si fece più viva che mai.
Papà Gedeone rammentò loro i propri viaggi, le manovre che aveva fatto in Germania e la rivista che aveva subìto davanti all’imperatore d’Austria col re di Sassonia. Erano in ottantamila sotto le armi, quella volta, e per la vecchia città di Dresda non si udivano che rulli di tamburi e squilli di tromba.
– Oh! i bei tempi! e che buona birra! – mormorava papà Gedeone. – Per mezza zvanzica se ne aveva due boccali ed inoltre ogni mattina i furieri distribuivano un’oncia di tabacco a ciascun uomo. Nel giorno della rassegna mi diedero due zvanziche. Affrattellàti insieme, ungaresi, boemi, danesi, tirolesi, croati, veneti e lombardi, percorrevamo le vie cantando come pazzi: e ci lasciavano cantare. Fu un giorno fortunato. Vidi allora per la prima volta il mio pendolo in una bottega d’orologiaio e per ben tre anni lo vagheggiai attraverso la vetrina senza poterlo acquistare. Finalmente ottenni il mio congedo: aveva quattro fiorini disponibili; entrai dall’orologiaio: quanto volete? – Zwei gulden. – Hier sind sie. Geben Sie mir die Uhr. – E partii trionfalmente col mio tesoro sotto il braccio, dopo averne udita la storia per filo e per segno dal venditore. Egli me lo aveva garantito fin da quel giorno, il buon tedescaccio, e non mi ingannò, sangue di mia nonna. Gli italiani invece sono impostori e ladri. Bisogna averli conosciuti quei croati per poterli giudicare come si deve. Erano duri; ma non mentivano mai, ma non rubavano mai i denari a nessuno e non credo che in tutta la terra, non faccio per vantarmi, ci sia un orologio compagno del mio.
Papà Gedeone voleva proseguire il suo elogio dell’onestà croata, quando le parole gli furono interrotte in bocca da un subitaneo oscillamento negli ingranaggi del pendolo; tutti alzarono gli occhi e nel silenzio della bottega vibrò, lungo, straziante, interminabile, il segnale della sveglia. Il cilindro di piombo s’abbassava a poco a poco tremando nell’aria come in preda ad un brutto male ed il martelletto picchiava barbaramente il bronzo a foggia di fungo. Le orecchie ne erano intronate e il sangue si gelò sul cuore di papà Gedeone.
Finalmente il peso, avendo percorso tutto lo spazio concesso dalla funicella, s’arrestò presso la parete palpitando ancora per la paura presa; negli ingranaggi accadde come uno scombussolamento generale e il martelletto si fermò interrogando il vuoto: anche il pendolo cessò di ondulare e gli occhi di Guglielmo Tell rimasero immobili di colpo, sbarràti, curiosi, senza saperne il perchè.
Nanno vaccaro corse a chiamar suo fratello ferraio e Toniello accompagnò Gedeone presso l’orologio tenendogli alta la lucerna: non c’era che dire, bisognava che ci fosse qualche guasto, l’orologio era forse rovinato.
Ed intanto, nell’ombra che facevano i due uomini, Tata e Martuccia frementi e raggianti di gioia si baciarono due o tre volte su la bocca.
Poi Tata venne anch’egli presso suo zio e con aria compassionevole(2) disse:
– Vedete, zio, se non è una trappola?
Martuccia sorrideva. Quanto a papà Gedeone era proprio sconsolato.

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