Avancinio Avancini – Maometto

Maometto, col suo bell’elmo lucente in capo, si arrampicò traverso i pini folti e scuri, da cui esalava acuto odore di resina. Un leggiero soffio di vento faceva dondolar quelle braccia protese in giro e tratto tratto fischiava in alto con un tono misterioso e beffardo. La Roncaglia era deserta.
– Oh! oh! – mormorò Maometto. – Che il diavolo ci voglia guastare la festa? – E si fermò un momento spiando al di sopra del bosco. Tra i pini scorgevasi qualche lembo di cielo sbiadito, cinereo, uniforme, presago di temporale. Un lampo rapido rosseggiò entro il padiglione dei rami: il vento crebbe.
Allora Maometto raddoppiò la corsa. I tronchi secchi degli abeti minacciavano di afferrargli l’elmo e portarglielo via: egli dovette premerlo su la nuca, si fermò per rendersi più piccolo e sollevò con la sinistra il fodero dello squadrone affinchè non gli impedisse le gambe.
Lizzola buia e seria, in vetta alla Roncaglia, s’accoccolava sul verde, piena di salute e di tranquillità; quei comignoli fumavano tutti insieme e le vecchie muraglie solcate da screpolature grigie parevano guardarsi intorno con aria sonnolenta. Il soldato, a lunghi passi, traversò la prateria e giunse al paese. La siepe di biancospino lo arrestò: un enorme pero carico di frutta acerbe lo accolse tremolando sotto il proprio fogliame.
– Caterina! – susurrò il soldato. – Fai presto. Non c’è tempo da perdere. Sta per venir giù l’acqua a secchie. Se mi bagno, addio festa. E che figura farei?
Infatti da ogni parte l’orizzonte erasi coperto di nuvole color piombo, gravi di pioggia, e soltanto al di sopra della vallata cadeva una luce bianca bianca, forte, che bruciava gli occhi.
Caterina sbucò lentamente fuor della siepe e rivolse uno sguardo timido verso la casa piccola e tacita, al primo piano della quale i tre vetri della finestrina brillavano riflettendo le tinte dell’iride.
– Se papà ci trova siam fritti! – proruppe ella. – Ah! Paolo, anche, stamani ha parlato di te. Ti ha visto ronzare domenica scorsa vicino al cortile e dice che vuol fartela pagare. Bisognerà che cerchiamo un altro mezzo: questo è troppo pericoloso. Abbi pazienza, Paolo. Fammi il piacere. Lasciami pensarci: ho una bella idea, vedrai. Adesso è impossibile; va via, ti dico… tremo dalla paura!
Maometto scosse il capo con un sorriso mesto ma calmo. Egli era sicuro del fatto suo. Parlerebbe e farebbe in modo da togliere le difficoltà. Ma non avrebbe mai rinunciato, no, a volerle bene. Piuttosto morire. Benvenuto era un imbecille. Non sapeva le sue convenienze; rifiutava un partito di quelli che ce ne son pochi. E, non faceva per dire, ma la sua famiglia era in buone condizioni. Dote? che gli importava della dote? i denari non valgono proprio niente, per Dio! Meglio una pitocca, a cui si vuol bene, che una principessa brutta e vecchia la quale abbia una cassa di marenghi. Stesse tranquilla. Ci pensasse, era giusto, ma non dubitasse nè anche un momento che il suo Paolo…
Qui un fragoroso colpo di tuono gli troncò le parole. Poscia larghe goccie di pioggia cominciarono a precipitarsi intorno, spesse e dure, facendo curvar le foglioline sotto la loro percossa e crepitando come carta stropicciata.
– Ahi! – disse Maometto guardandosi la giubba seminata di macchie umide. – Bisogna cavarcela. Basta, Caterina. Quando ti rivedrò? Domenica scendi a Bondione? chi sa mai che potremo discorrere. Addio.
E fece per allontanarsi. In quella un rumor di imposte sbattute si udì alla piccola finestrina; i vetri ne furono aperti e, mentre il tuono rimbombava più forte che mai, fuori del davanzale Benvenuto gridava minaccie inintelligibili trinciando le mani per aria.
Caterina sparve sùbito e Maometto, con l’elmo su gli occhi, si rannicchiò rapidamente e scappò via lungo la siepe che lo nascondeva.

*
* *

Don Rocco esultava. Nel pomeriggio il più bel sole italiano aveva messo in fuga le nuvole e l’orizzonte azzurro sorrideva senza una ruga. La campanella suonò a distesa annunziando i vespri: sul piccolo sagrato si raccolsero centinaia di uomini venuti anche di lontano, cioè da Passevra e Fiumenero: le donne, coi grossi scialli in capo, avevano invaso la chiesetta da cui usciva un’acre fragranza d’incensi. Tutti erano felici; quella pioggia aveva rinfrescato la temperatura e allargato le anime. Ma al terzo segno ecco un gridìo confuso e immenso di fanciulli i quali, correndo, portavano la notizia che venivano.
Chi, venivano?
Anzitutto Michel Magro, compassato, con un pennacchio nel cappello di feltro, una fascia gialla traverso il petto e un tamburo alto mezzo metro che gli dondolava su le ginocchia. Egli picchiava sistematicamente quella povera antica pelle d’asino la quale, tarlata in molti luoghi e unta d’olio, dava un suono fievole e monotono appena sensibile dieci passi distante. In ispecie perchè i fanciulli non cessavano di vociare e saltare, percotendo le suole di legno contro il selciato, ed anche le donne si unirono a quel fracasso con le insensate risa, poi vi si unirono persin gli uomini, indotti dallo spettacolo insolito.
Perocchè, dietro a Michel Magro, comparve tosto una squadra di ventitre guardie nazionali col berretto a larga visiera, il camiciotto greggio e i cinturini bianchi. Esse portavano su la spalla sinistra il fucile ad avancarica sormontato dallo stopaccio rosso che serrava la canna: e le canne, di fresco ripulite col pomice dalla ruggine, raggiavano, al sole pomeridiano con una civetteria graziosa di roba vecchia e disusata la quale dopo molti anni, venti anni, ritorna ancora una volta alla luce. Il municipio che da un pezzo custodiva quegli arnesi fuor di moda in una cantina, entro casse di larice, aveva permesso che per l’occasione si tirassero in ballo, tanto da contentar via i buoni montanari smaniosi di fare una innocente smargiassata.
Nè basta. Alla destra del plotone, che procedeva con ordine ed al passo, vedevasi Maometto, creato per quel giorno direttore della festa in luogo del tenente; egli portava in testa l’elmo arcuato, sul pelo nero del quale sfavillava in acciaio la croce sabauda: la giubba militare, diventata un po’ stretta, delineava il robusto profilo del suo torace e il fodero picchiava ad ogni movimento contro i calzoni di fustagno, con una cadenza misurata e precisa. Quanto alla spada egli la sollevava ignuda appoggiata alla clavicola, come sogliono gli officiali alle rassegne. Nulla di più seducente: era una cosa da scoppiar dalle risa.
In conclusione tutti quegli uomini si schierarono in fila dinanzi alla chiesetta: aspettarono pazientemente che i vespri finissero e, quando la campanella diede il primo tocco della benedizione, Maometto alzò la spada, la scosse da destra a manca, si ritirò di qualche metro ed una salva di fucileria, pim, pum, pam, partì impetuosamente, sì che le orecchie ne rimasero intronate per un pezzo.
Frattanto Don Rocco ebro di gioia impartiva dall’altare la benedizione e Benvenuto, che la sapeva lunga, preso da canto un fanciulletto dagli occhi vivaci, mormoravagli alcune parole misteriose poi mandavalo giù dalla Roncaglia a perdifiato.

*
* *

Magnifica fu la serata. Il sole tramontava dietro le montagne che sorgono di fianco a Lizzola e ancora la via, la piazza, i cortiletti erano pieni di gente che schiamazzava con grande contentezza. Le guardie nazionali sbandate di qua e di là discorrevano molto animatamente, gonfie di buon vino e di vanagloria, perocchè da un pezzo non facevano più quella figura. Quanto a Michel Magro, egli stava mostrando il cuoio, le corde, gli orli del tamburo ai giovani e volentieri si prestava a suonar sù qualche marcia. Ma di lui ridevano: e specialmente le donne se ne prendevano spasso vedendo la serietà che metteva nel suo offizio.
Maometto era il più ricercato. Mezzo in cimberli egli girava per il paese insieme con due amici, strascinando per terra il fodero dello squadrone, lanciando occhiate e facezie da tutte le parti con l’elmo su la nuca e la faccia sudata. Come se la godeva! era stata una bella trovata, per bacco, quella del signor cappellano! Si aveva avuto almeno l’occasione di scherzare un poco e di passare un’ora deliziosa. Ma che miseria d’Egitto! ma che guerra! ma che fame! ma che!… non c’era niente al mondo che pagasse una simile baldoria. Maometto fu quasi portato all’osteria. Là si giuocava a briscola; alcuni lo vollero compagno in una partita; si versò ancora da bere: egli accettò, giocò, cantò. Ma un gioco se è bello deve durar poco e anche questa volta la troppa allegria degenerò in un alterco.
Poichè, all’ombra presso la cappa del camino ove bollivano alcuni intingoli straordinari, Benvenuto beveva il suo boccale da uomo tranquillo e regolato. Mentre la cucina pareva tremare agli scoppî d’ilarità ed al frastuono di tutti quei monelli, il vecchio si alzò con malumore e venne ad osservar la partita.
Maometto perdeva. Ogni volta che i suoi avversari facevano qualche punto egli bestemmiava per abitudine.
– Sei una canaglia, tu – gridò ad uno di essi. – Tu mi rubi il boccale! non si fa così a giocare, ohe! stai attento che ti prendo il tre di picche.
Tutti ridevano. La sua gioia comunicavasi agli altri.
– Maometto è filosofo – diceva uno.
– Sa che si è giovani una volta sola – aggiungeva un secondo.
– Chi perde al giuoco…. – susurrava un terzo. E gli amici a finir la frase in coro.
Benvenuto dal suo posto li guardò in faccia, freddo freddo, avendo inteso l’allusione.
– Ebbene, sì – proseguiva Maometto come se si trattasse d’una cosa naturale. – Faccio per un discorrere, che a dispetto di chiunque io condurrò a termine quello che devo. Ciò che mi piace mi piace e son padrone io. Ma che padri, ma che madri, ma che il diavolo se li porti!… ecco un bel mazzo: allegro, compare!… Che il diavolo se li porti via! o i capricci dei vecchi saranno un vangelo per noi e, se uno ha la testa dura, dovrò ungergliela col burro? Sono uscito di tutela da un pezzo. E nè i mustacchi lunghi, nè la barba bianca mi faranno tornare indietro. Ho ragione o no?
Benvenuto gli mise una mano su la schiena.
– A proposito – disse: – vogliam discorrere di qualche cosa. E non farmi il gradasso, vedi, perchè con un calcio io ti mando a Bondione e t’insegno a trattar con la gente…
Maometto si rizzò.
– Questo poi… ci spiegheremo un poco, vecchio barbogio.
– Spieghiamoci pure – aggiunse l’altro. – Io ti ripeto che non ho paura di nessuno.
– Che significa ciò? – mormorò Maometto. E i suoi occhi mandavano fiamme.
Michel Magro, seduto sul tamburo, da parte, bisbigliava:
– Ohe, ohe! che la vada a finir mica bene?
Ma in quella si aperse improvvisamente l’uscio di strada e una delle guardie si lanciò dentro gridando con voce soffocata:
– Maometto, Maometto, scappa! I carabinieri!… hanno saputo… son qui… ti metteranno in prigione! sai, la spada, l’elmo… non si poteva… scappa, ti dico!
Maometto, sbalordito, atterrito, non volle udire altro: diede quattro urtoni a destra e sinistra, corse alla porta del cortile e via, come il vento, come un’anima dannata, in mezzo ai portici, agli orti, alle siepi, alle piante.

*
* *

– Anche questa! o che diavolo; anche questa mi doveva capitare! – brontolava. E giù, febbrilmente, sdrucciolando su l’erba umida, incespicando nei sassi, brancolando tra le siepi ed i muri. Sudava dal capo ai piedi e lo squadrone andandogli nelle gambe minacciava di farlo cadere a precipizio. Passò davanti la casa di suo cognato; era chiusa e non potè entrare. Chiamò leggiermente: – Giuseppe!
Ma Giuseppe dormiva il terzo sonno e non avrebbe udito nè anche un colpo di cannone. Come fare adunque? avanti ancora; qualcheduno lo aiuterebbe, per bacco.
E già, sgusciato alla svelta sotto i pini, era arrivato presso il vicolo che metteva alla propria casa, quando gli parve di scorgere due ombre nere, in piedi, a venti passi da sè.
– Son caduto in bocca al lupo? – pensò trattenendo il fiato, ansante, tremante dalla paura. E difatti le due ombre, d’accordo, si mossero all’improvviso contro di lui. Non istette certo ad attenderle, ma spiccò un altro salto e via nuovamente di galoppo, come se avesse il diavolo alle calcagna.
Ed aveva girato a destra la parte posteriore della chiesa picchiando una spallata contro lo spigolo del campanile, quando fu colpito da una luminosa idea e senz’altro scavalcò la siepe. Stavagli in faccia la casetta di Benvenuto, sbarrando quella finestruola a tre vetri da cui veniva fuori uno sbadiglio di luce rossa. Nel medesimo tempo egli si sentì stringere al braccio da qualcuno che lo attirava adagio adagio nel corridoio ed una voce femminile, carezzevole e turbata, gli mormorò all’orecchio:
– Ah! sapeva bene, Paolo, sapeva bene!
La cucina era buia e silenziosa; le porte chiuse e sicure; nell’aria fiutavasi quell’odore allegro di cenere spenta che sale dal focolare i giorni di festa.
– L’ho scappata per miracolo, sai, Caterina? – disse Maometto tranquillandosi a poco a poco e respirando.
Poi sedettero entrambi sopra il secondo gradino della scala di legno e chiacchierarono lungamente a bassa voce.

*
* *

Assai tardi, verso mezzanotte, Benvenuto rincasò. Era alticcio e di buon umore. Fece scricchiolar sotto i passi incerti e pesanti il legno della scala, entrò in camera, accese il lume e si svestì per coricarsi. Sperava che Caterina non lo sentirebbe.
Ma ella, benchè mezza addormentata, lo sentì egualmente. Aperse un occhio, sollevò la testa sul guanciale e domandò come in sogno:
– E i carabinieri?
Benvenuto ammorzò il lume in quel momento. Non rispose, ma pensò tutto inquieto mentre la testa gli girava:
– O che ci sarebbero anche i carabinieri, adesso?