Avancinio Avancini – Papà Gedeone ha ceduto

Raccontai già altrove che papà Gedeone, per causa del suo orologio a sveglia, ebbe forti dispiaceri col nipote e che poi questi se ne vendicò.
Ma la mia imprudenza costò cara al povero Tata ed a Martuccia i quali, così, videro svelato il proprio affetto a mezzo mondo e, quel che è peggio, anche a papà Gedeone.
Una sera, mentre io leggeva il giornale su la porta di casa, ecco arrivar Tata furibondo con un randellaccio in mano.
– Abbiamo un conto da accomodare – mi disse. E poichè, essendo alquanto distratto, non mi raccapezzava, egli soggiunse:
– Quell’affare dell’orologio. Sa benissimo. E il bacio e papà Gedeone e io e tutti. Perchè mi ha compromesso inventando un’assurdità simile? Non mi sono mai sognato di baciarla, io. Ma intanto lo zio Gedeone, che non mi crede, ha giurato di farcela pagare. È fuori dei gangheri; e, bisogna dirla, non ha torto. Se io avessi una figlia e leggessi nei giornali certe cose, farei altrettanto. Sì, già. E quella poverina? quanto ha sofferto! è diventata magra e gialla. Un così bel colore, che aveva prima! Pare un’altra donna. Per me non è un gusto. Sono stato in Piemonte a lavorare. Portai a casa ventitre marenghi e mezzo: vado subito dallo zio e mi scaccia. Bella cosa! e ci vogliamo tanto bene con quella benedetta…
Io, a dir la verità, provava un certo rimorso. Cercai di rabbonire il mio avversario.
– Tutto non è perduto – gli dissi.
– Tutto, tutto, signore.
– Una speranza c’è sempre.
– Per me no.
– Eh! via! Scommettiamo? Se ho fatto il male, farò anche l’ammenda. Ci rimedierò io.
– Che rimediarci! nè anche il papa…
– Zitto – mormorai. – Venite in casa. Lasciate stare il papa… si parla di conciliazione e se mai…
Fatto è che lo indussi ad entrare, parlammo a lungo discutendo vari disegni e, dopo un’ora circa, egli si allontanò facendomi tanto di cappello.
– So che le piacciono le cose antiche – mi disse. – Le porterò una moneta che trovai in Piemonte. È tutta verde per la muffa e rôsa dell’umidità. La vuole? dev’essere di Pio nono.
– Volentieri – gridai con riconoscenza sorridendo.
Ed ora eccovi cosa avevamo combinato.

*
* *

Papà Gedeone si era fatto assai taciturno. Curva la testa sopra il desco lavorava da mattina a sera pazientemente, con un cencio di berretto su la fronte e gli occhiali infilati a metà del naso. Per evitar di servirsi della sua figlia e di rivolgerle qualche parola, aveva anzi preso, a venti soldi la settimana, un fanciulletto del paese che tirava gli spaghi, picchiava il cuoio, levava le forme, cavava l’acqua e tagliava le legna. La povera Martuccia erane desolatissima. Costretta a rimaner lungamente con le mani sotto il grembiale, provava una malinconia indicibile ed i suoi guardi andavano fuori della piccola finestra, ben turata alle fessure con carta greggia e piombo fuso. Non le era più concesso uscir di casa. Quando sporgeva la testa dall’uscio per qualche necessità, suo padre rabbuiava la faccia e si tirava i baffi grigi. Tutti in paese erano spettatori di questa disarmonia domestica e se ne facevano commenti in ogni discorso. Il solo che venisse a portare un momento di allegrezza era Lorenzo, ferraio che aveva sempre qualche suola da farsi accomodare o qualche ferro da chiedere. Egli inoltre doveva di frequente regolar l’orologio del campanile che, per i freddi eccessivi di quell’invernata, si era guasto e oggi correva disperatamente, domani si fermava all’improvviso con grave disturbo per gli affari. Perocchè la sveglia di papà Gedeone, malgrado gli avvenimenti di cui era stata complice, continuava ad essere un oggetto preziosissimo nel paese e, in tante settimane, non aveva sbagliato più nè anche di un minuto. Basta dire, come papà Gedeone, che essa era di Germania.
I colloquî, anzi, i monologhi di Lorenzo non cambiavano mai.
– Papà Gedeone, son qui a rompervi le scatole per un poco di filo; – oppure: per un dito di cuoio; – oppure: per un chiodino da mettere alle ciabatte. E così? che ora facciamo? oggi siam giusti: la differenza è solo di sette minuti. Però, unsi d’olio le ruote piccole del congegno. In un luogo mancava una laminetta d’ottone; foggiai la maniglia d’un uscio e ve la posi. Niente di nuovo? Ho visto il vostro garzone che andava dal fornaio. Sapete che è un gran bighellonaccio? correva dietro alle oche, dico, in mezzo alla via, e poneva loro le bricciole su la coda. Mi son permesso di dargli uno scappellotto. Già. Ha la pelle dura. Sicchè dunque vi hanno raccontato? al sindaco è morto il bracco. È stato morsicato da una bestia forestiera e si è dovuto attossicarlo. Una morte orribile. Io l’ho visto dalla inferriata; aveva la bava alla bocca e si contorceva come un cane. Non potevano attendere? si è sempre in tempo ad ammazzare. Ma voi siete stato anche in guerra ed avete visto di ben altre cose, non è così?
Papà Gedeone allora cominciava a rianimarsi nelle memorie del passato e le sue disquisizioni concludevano sempre con un rabbuffo al presente.
– L’Italia? la libertà? dove è questa Italia? bella roba che ci han dato. La miseria, e tutti i vizî, e le birbanterie, e le stupidaggini. Non si può più bere un bicchiere di vino; falsificato anche il vino. I croati erano rozzi ma ci davano da bere. E il tabacco? altro che i virginia, i sella, i che so io. L’ho a morte con questi italiani del diavolo. Dico dunque che la va male. Non si lavora più. C’è tanti che si fanno concorrenza. La roba è cara e noi non ci pàgano mica. Guardate: sui registri ho per duecento e più lire di credito. Denari buttàti via. Ho paura che morirò senza rivederli. Basta, finiamola. È meglio farci una croce su la lingua. Qualche giorno la succederà grossa.
E Lorenzo, strizzando l’occhio a Martuccia, guardava in alto un certo quadro bislungo, entro la sua cornice greggia, semi coperto da ragnateli e voltato con la faccia verso il muro. Il ritratto di Garibaldi.

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Martuccia sedeva alla tavola di noce, nella parte posteriore della bottega. Cadeva la sera; sul focolare si udiva un allegro bollir di pentola.
– Papà! – ella disse con voce tremolante. E le sue dita sfogliarono le pagine d’un librone che le stava dinanzi tutto stellato di sgorbi neri e traversato da lunghe striscie d’inchiostro. Gedeone, al deschetto, aveva deposto una scarpaccia e coi gomiti su le ginocchia meditava in silenzio.
– Papà; sono due settimane che non prendiamo un soldo. E dieci giorni fa hai dato trentasette franchi in prestito al pizzicagnolo. Se non tieni denari di sopra, in qualche canterano…
– Non ho niente – rispose asciutto asciutto il vecchio.
– Vedi però: se mi lasciavi andare al filatoio…
– Mai.
– Sarebbero stati pochi, ma nelle nostre condizioni…
– Mai, dico.
– Che anno disgraziato! – soggiunse la povera fanciulla con atto dolente. E levatasi dalla tavola andò a riattizzare il fuoco. Papà Gedeone intanto, avendo preso il posto di lei, cominciò a scartabellar quel registro, togliendone interi fogli, numerando le somme lunghe da cime a fondo. Ma non trovò nulla di buono e, tratto tratto, i suoi sospiri nella penombra del crepuscolo risonavano come soffî di mantice. Non era un bel momento, vero? ed ecco all’improvviso spalancarsi la porta. Entrò Lorenzo ferraio accompagnato da un altro che aveva il mantello su gli occhi: la sorpresa di papà Gedeone apparve grandissima, ma fu più grande ancora quella di Martuccia.
– Papà Gedeone – proruppe Lorenzo: – volete guadagnar trenta franchi? ecco uno che desidera un paio di stivali.
– Per chi, poi? – chiese il vecchio.
– Per chi ha le gambe. Volete o non volete?
– Si fa il nostro mestiere, diamine.
– Sicchè dunque prendetegli la misura.
L’uomo dal mantello si accomodò su la seggiola di papà Gedeone e ne fece crepitare il cuoio imbottito.
– Di che pelle? – disse papà Gedeone andando a prendere una lista di carta ripiegata. – E quante suole? una o due? ed a che uso dovranno servire? bisogna saperlo prima.
Lorenzo diede le risposte che occorrevano.
– Pelle fina. Non guardate a spesa. Due suole, a punta in rilievo. Per un camminatore le scarpe devono essere leggiere. Fatele dunque molto leggiere. E niente aristocrazia, niente economia. Un largo gambale che caschi su le caviglie in pieghe uniformi; un collo del piede alto e comodo, punta piatta e forte sì che all’occasione possa usarsi in certi esercizî.
E papà Gedeone si curvò in ginocchio per terra, tolse al cliente la scarpa destra, appoggiò la gamba di lui sopra una delle sue coscie, indi, calcàti gli occhiali al loro posto, si mise a palpare in tutti i sensi quel povero piede, a misurarlo di sopra, a misurarlo di sotto, a segnar di brevi tagli la carta che aveva tra le dita, a brontolar misteriosi discorsi, assorto completamente nelle funzioni della propria arte.
Quand’ebbe terminato lasciò andare il piede, si rizzò di nuovo e corse a trascrivere l’ordinazione in apposito registro.
– Ecco fatto – mormorò.
– E il costo? – chiese Lorenzo.
– Vedremo dopo.
– Vi raccomando una punta larga – alla sua volta disse l’uomo ammantellato. – Soffro molto in questa parte. E non voglio chiodi alle suole. E nè meno voglio rinforzi al calcagno. Guai se mi viene a dolere il calcagno!
– Lasciate fare, lasciate fare, lasciate fare! – ripeteva papà Gedeone accendendo la piccola lucerna.
E dopo che i due furono usciti, rivoltosi a Martuccia:
– Glieli faccio perchè ho bisogno di soldi, veh! ma poscia lo metto ancora alla porta, quell’asino.

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Passarono quindici giorni. Tata (poichè era egli) ritornò a prendere gli stivali.
– E così? fatti?
– Fatti.
– Si può provarli?
– Eccoli.
– Belli. Bravo. Mi piacciono. Quale è il destro? ah! ho capito. Benissimo. Datemi una sedia. Così. Tentiamo. Uno, due… La scarpa è fuori. Li avete anche lucidàti? a meraviglia. Il gambale è molto comodo. Perfettamente. Uno, due… ancora un poco… è su!
Tata, avendo messo lo stivale destro, diede un colpo a terra per meglio adagiarvi il piede e fece qualche passo nella bottega. Ma ben presto cominciò a far di quelle smorfie, di quei visacci, di quelle bocche!
– Ahi! ahi! – gemeva il povero diavolo zoppicando. – Impossibile! Avete fatto la punta troppo stretta. Ci voleva un centimetro più comoda. Son rovinato.
Papà Gedeone cercò di gridare.
– Ma se ho misurato, ma se ho fatto largo come il campanile! ma se ho tagliato giù un piede buono per san Cristoforo!
– Insomma non si può. Io non voglio guastarmi il piede. Quand’è guastato è guastato.
– Trentacinque franchi alla malora! – gemette papà Gedeone buttando gli stivali sotto la tavola. – Bei guadagni che faccio. Ma non importa. Succeda quel che vuole succedere. Te ne preparerò un altro paio. Torna giovedì prossimo. Fuori, fuori. Chiudo la bottega.
Tata dovette andarsene.
– Contento voi, contento tutti – esclamò mentre usciva in istrada.
E al giovedì seguente fu puntuale. Sul deschetto lo aspettava un secondo paio di stivali, più belli dei primi, a cui il vecchio, aiutato dal garzoncello, dava l’ultima spalmata di grasso.
– Fatti?
– Sono qui.
– Mi rincresce, sapete…
– Colpa mia.
– Proviamo?
– Proviamo pure.
E si posero all’opera. Dopo cinque minuti il giovane rinnovò i suoi esperimenti attraverso la camera. Ma l’esito fu eguale.
– Oh! Dio! oh! che bruciore! l’ho detto io! ho adosso il malocchio. Stavolta sono i chiodi alla suola. E la gamba? che vi è venuto in mente, zio? troppo sottile, troppo esile! è buona per uno struzzo e non per me che devo fare trenta chilometri al giorno!
– Ma se di chiodi non ce ne ho messi!
– Ecco, già. Vedete? sono chiodi. E non si possono togliere. Hanno la testa in giù. Il cuoio è sollevato. Resterà sempre una montagnetta al loro posto. Poi c’è la gamba. Come allargarla? sfido io. Quando si è disgraziati!
Papà Gedeone diede un grande calcio anche a quel secondo paio di stivali e chiuse la bottega.
– Torna lunedì l’altro. Ci porrò tutto l’impegno. E se il diavolo non ci ficca le corna…
– Oh! zio! lasciate lì!
– Silenzio. So il mio dovere.
E serrate le imposte afferrò il garzoncello per un orecchio.
– Tu hai messo quei chiodi, mariolo. Ti manderò via, brutto ceffo.
Poscia, picchiatolo a suon di tamburo, salì per coricarsi.
Martuccia vide il fanciullo che piangeva, gli si avvicinò e gli offerse una scodella di latte caldo.

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È inutile insistere molto: fatto è che Tata, il lunedì indicato, venne alla bottega, calzò gli stivali, fece mezzo giro per la contrada e ricomparve rosso come bragia, bestemmiando senza ritegno. Questa volta era il tallone che tormentavalo: in fondo agli stivali, proprio dove si fanno le pieghe, era cucita una pezza di cuoio dura e nodosa.
Papà Gedeone diventò di tutti i colori. Via; anche un santo avrebbe rinnegato la pazienza. E non era per quel centinaio di franchi sprecàti che più si rammaricava; era per l’onore della sua arte irremissibilmente perduto: era per le ciarle che se ne facevano in paese, per i sardonici sorrisetti che gli pareva di scorgere su la faccia di qualunque mascalzone, per gli scherni di cui lo si rendeva oggetto ad ogni mosca che volasse. Tutte le occasioni si prestavano per burlarlo. Egli era la vittima degli amici, i quali durante una quindicina di giorni lo importunarono per diritto e per traverso con mille allusioni, con mille beffe, con mille ironie. Bisogna essere vissuti un po’ di tempo in un villaggio ozioso ed ignorante per intendere fino a qual grado possano arrivare certi pettegolezzi campagnoli.
Il povero uomo alla fine, trovandosi così bersagliato, perdette la testa e un bel giorno confidò a Martuccia che gli pareva di essere uno scemo.
Quanto a Tata, s’era opposto vivamente che suo zio gli facesse un quarto paio di stivali: essere troppa la spesa, ritener che doveva incolparsene qualche spirito maligno, demonio o strega o mago sabino, aver intenzione di parlarne col cappellano e di pregarlo a benedirgli i piedi con l’acqua santa. In realtà papà Gedeone non avrebbe trovato nei canterani due lire per comperare un’altra lista di cuoio.
Ma ogni cosa ha la sua spina e la sua rosa, come sentenziava Lorenzo ferraio. Il quale una sera giunse tutto in chicchera (cioè con le scarpe e senza grembiale) giunse tutto in chicchera, accompagnato dal figlio maggiore del sagrestano. Essi presero papà Gedeone a tu per tu e gli dissero:
– Tata è figlio di vostra sorella Maria. Maria morendo ve lo raccomandava. Egli ha fatto il militare, è sano, è senza fastidî, è un bel maschione: tien via un cumuletto di marenghi guadagnati con le sue onestissime fatiche; non ha vizi, gli piace la pipa ma è meglio la pipa che peggio. Sicchè dunque, per che cosa non gli dareste Martuccia? L’età è a proposito: si vogliono bene, anzi benissimo, o non desiderano che questo. Fateli contenti e sarete contento anche voi.
Papà Gedeone rispose con una sola parola:
– Amen.
E diede una affermativa crollatina di spalle.

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Il giorno delle nozze papà Gedeone era di allegrissimo umore. Tata portava una coppia di quegli stivali famosi nè sembrava esservi a disagio.
– Oh! da un pezzo ho capito che me la volevi fare – mormorò in fine di pranzo papà Gedeone a sua figlia. – E trinciò la mano per aria, sorridendo, in atto di carezzevole minaccia.
Frattanto Lorenzo ferraio, rosso come un peperone, passava dall’uno all’altro dei convitati susurrando loro nell’orecchio:
– Sapete, già: era Martuccia che metteva i chiodi, e tagliava le suole, e cuciva le pezze di cuoio. Ho sempre detto che è maliziosa come… come… come… Facciamo baldoria!