Avancinio Avancini – Storia di Matteo Vento

Quando Matteo Vento ebbe terminato, già tramontava il sole. Una striscia sanguigna imporporava le cime sui monti dirimpetto e gli operai guardandola esclamavano: rosso di sera bel tempo si spera.
Matteo Vento diede un’ultima occhiata alla fornace. La vena, gettatavi durante il giorno, s’era liquefatta al calore degli abeti arsi e il fondo appariva coperto da una cenere grigia, mescolata a sassi nodosi, donde saliva un fumo denso e soffocante. L’operaio versò qualche secchio d’acqua nella buca paurosa e si udì uno stridore di tizzoni bagnati. Poi si lavò le mani e la faccia, si asciugò in un ampio grembiale greggio e, collocati sotto la tettoia i due carri da trasporto, accese la pipa, sedette su l’orlo della voragine ed aspettò con le spalle appoggiate al muro.
Si raccontava a Bondione che, in quella voragine, tempo addietro, d’inverno, una giornata nebbiosa e nevosa, fosse caduto un povero diavolo il quale, ubbriaco di grappa, dormiva su la pietra dello sporto. S’era voltato a sinistra e panf! dentro nelle fiamme. Il desiderio di scaldarsi gli era stato fatale. A venti metri di lontananza ne avevano ascoltato le grida strazianti. Poscia due fanciulle accorse per vedere furono spaventate da uno strano puzzo di abbruciaticcio, da un forte profumo di carne allo spiedo. Finis corona topus, come sclamava il curato.
Matteo Vento, pensando per la centesima volta a questa tragedia, ebbe un piccolo sorriso. L’anno prima egli, geloso di Violante, era stato ad un pelo di buttar nella fornace il figlio di Zancastro, conosciutissimo a Fiumenero. Qualche santo l’aveva salvato dal commettere l’imperdonabile sproposito. Una vera fortuna. Violante non meritava questa prova d’amore. Bagascia! per essere giusti, invece di uno solo sarebbe abbisognato ammazzarne sei o sette, perchè ella con sei o sette amoreggiava. E che feccia di gente! vecchi e giovani senza distinzione. Quando si ha il bernoccolo della lussuria non c’è nè anche il papa che ce ne possa guarire. E se egli l’avesse proprio sposata? chi sa quanti dispiaceri, quante disillusioni. Certe donne son messe al mondo per fare il male. E alla fine (continuava seco stesso Matteo Vento), legandosi a quella ruffiana, sacrificandole tutto, avrebbe rovinato Scolastica, la povera fanciulla che gli voleva tanto bene, così onesta da mettere per lei nel fuoco le mani ed i piedi. Oh! per Scolastica non c’era pericolo. Nessun rivale, nessuna gelosia, nessun bisogno di coltello e vendetta. La fornace facesse il suo officio; Matteo Vento non le darebbe mai, per causa di Scolastica, carne umana da arrostire.
Un suono di campanelle a diverse gamme distrasse il giovane dalle sue considerazioni. Per la viottola della torre, lungo il pendìo umido e solcato dalle ruote delle carrette, s’avanzava lentamente uno stuolo di capre, quali bianche e quali color cioccolate, con le corna acuminate e la barba fluente. Trotterellavano le une presso le altre, da buone amiche, assai allegre per il pasto fatto. E dietro di esse, brandendo la verga, apparve anche una fanciulla alta nella persona, vestita di tela greggia, con le uose di lana che le salivano alle polpe ed un cappellaccio da uomo su la testa.
– Sei tu, Scolastica? – disse Matteo Vento.
Ella gli sorrise.
– Hai pascolato lontano, oggi?
– Su la sinistra del Serio.
– Verso Fiumenero?
– Verso Ponte-di-Legno.
– E adesso?
– Vado a mungere.
Matteo Vento sorrise alla sua volta.
– Sai – aggiunse; – ho parlato col principale.
– Sicchè dunque?
– Dice che sono libero.
– Ah! sì?
– Io direi il mese che viene.
– Nel mese che viene c’è la Madonna del Rosario.
– Io direi appunto alla Madonna del Rosario.
– E tuo padre?
– È contentone.
– E mio fratello?
– Gli parlerò.
– Matteo Vento, buona notte.
I due si lasciarono. Matteo saltò dal sedile, scosse la pipa e si allontanò per la china. Le capre entrarono in fila nel cortiletto e Scolastica le seguì togliendosi il cappello da uomo. Poi, dopo cinque minuti, il suo viso roseo e fresco apparve alla finestrina del piano superiore. Ma, siccome quell’altro s’era voltato, ella scappò bruscamente.

*
* *

Chi fa i conti senza l’oste li fa due volte, dice il proverbio. E Matteo Vento che sperava di andar sùbito a cena dovette fermarsi dietro la ferriera alla porta del principale. Questi lo chiamò per nome e, introdottolo nella sua piccola camera, lo invitò a sedersi.
– Matteo Vento: ho bisogno di te.
– Eccomi a’ suoi ordini – rispose l’operaio guardandolo attentamente. E domandò il permesso di riaccendere la pipa.
Il principale, sbuffando per l’adipe, andò a chiudere l’uscio. Il suo ventre rotondo tremava ad ogni passo come una vescica piena d’aria. Malgrado tale inconveniente l’uomo era bello, secondo l’espressione dei contadini e specialmente delle contadine. Aveva poi una grossa catena al panciotto ed i polsi di guttaperca. I baffi unti di cosmetico gli dividevano la faccia per metà. Nel cappello erano infilate alcune penne di pernice che gli davano un aspetto marziale. Gli stivaloni di cuoio rustico stringevano le corte gambe fino ai ginocchi.
– La notte scorsa – disse il principale sedendo sovra il letto con un romoroso tonfo – la notte scorsa a Gromo fu derubato un ricco proprietario. I ladri erano molti, arditissimi, abilissimi. Fecero tutto senza lasciar la minima traccia di sè. I carabinieri e le guardie forestali andarono per ogni verso, frugarono i boschi e le macchie, ma indarno. Quei birbanti svaligiarono la casa in pochi minuti, portarono via gli argenti della tavola e, cosa incredibile, i vasetti per l’acqua santa appesi al muro. Un’azione che non ha la compagna. Oggi a mezzodì fu trovato un portafoglio su la siepe che difende la riva del Serio, tra Fiumenero e Bondione. Il portafoglio era vuoto: prima conteneva un centinaio di franchi.
Matteo Vento sbarrò gli occhi.
– Per cento franchi mettersi ad un tal rischio!
– Cento a Gromo, duecento a Fiumenero, altri cinquecento a Bondione: è sùbito fatta una bella somma.
– A Fiumenero! a Bondione!
– Sicuro. Nell’ora di merenda un mugnaio di Fiumenero, traversando il ponte, fu assalito da quattro manigoldi che lo spogliarono fino alla camicia. Una donna dovette prestargli il suo abito da festa perchè egli tremava di freddo. Nella giacca gli avevano portato via una borsa con duecento quindici lire e diciotto centesimi.
– Ma perchè dice a Bondione? Hanno rubato anche a Bondione?
– Se non hanno rubato, ruberanno. Alle cinque una bambina che tornava da Lizzola ha visto su la Roncaglia alcuni uomini sinistri che, accovacciàti, si contavano molti biglietti da banca.
– Ed a chi mai ruberanno in Bondione?
Il principale si alzò: parlava lentamente, con voce cupa.
– Matteo Vento; in questo cassetto ho cinquanta scudi nuovi, due banconote da cento e gli spiccioli. Io li ho riscossi domenica, a Clusone, per la vendita del ferro.
– Diavolo! – esclamò l’operaio.
Il principale tacque un momento. Poi gli prese la destra.
– Questa notte, adunque, munisciti di un litro di vino, d’un coltello affilato e della mazza da battere chiodi. Veglierai nella ferriera. Chiuderò la porta che dà verso la torre e ne porterò meco la chiave. Se udrai qualche fracasso, ti appiatterai nell’ombra, aspetterai che entrino e, buttandoti nell’acqua, mi darai l’allarme.
– In quale acqua? – domandò Matteo stupito.
– Oh! bella! nel canale che passa per la fabbrica e che fa muovere il maglio. Essa viene dal monte e traversa il mio cortile. Un uomo che si curvi può benissimo venir dalla ferriera, sotto la vôlta, fino al cortile. E giunto nel cortile…
– Ho inteso – disse Matteo Vento. – I ladri potrebbero con chiavi false…
Il principale sorrise.
– Tu sei un ottimo giovane.
– Ma, signor padrone, non le pare più facile che i ladri vengano direttamente dalla strada in casa sua?
– Sbarrerò la porta con la trave. Sfido a smuoverla. Dovrò ben udire.
– Per la porta no, ma per la finestra.
– Ci sono i vetri.
– Sùbito frantumàti.
– C’è la ferritoia.
– È rôsa dalla ruggine. Guardi. Ecco: va in polvere.
– C’è lo schioppo.
– Ah! bene. Lo schioppo. Ma lo tiene appeso al focolare? come potrà servirsene?
– È vero. Mettilo al capezzale.
– Signor padrone, è carico?
– Sì.
– A polvere?
– A palla.
– Ha ragione. L’estremità della bacchetta riman fuori della canna. Però su lo scudino bisogna cambiar la capsula. Questa è umida.
– Prendi la capsula. Siamo d’accordo?
– Signor padrone, se vengono dalla finestra tenga pronto lo schioppo e, se riesce ad acchiapparne uno, mi chiami a squarciagola; ma se vengono dalla ferriera…
– Lascio al tuo buon senso.
– Non dubiti. Felice sera. Le raccomando però di por la chiave al tiretto.
– L’ho perduta.
– Male, male. E i denari li tiene lì così?
– Sai, non ho paura.
– Ma, a buon conto…
– Eh! diavolo: con uno schioppo!
– È vero. Vado a cena e torno da lei.

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* *

All’osteria Matteo Vento mangiò di buon appetito. Si era fatta la minestra di riso con fagioli secchi e, dopo di essa, gli portarono un bel piatto di formaggio. Mentre il segretario comunale col medico, l’oste ed un signore bergamasco venuto in villeggiatura giocavano a briscola, egli cercò di scovar qualche cosa dall’ostessa che sedeva al banco facendo le calze. Ma non riuscì a cavarne verbo e, meravigliato che i furti recenti non formassero tema ai discorsi di quella sera, lasciò la cucina prudentemente senza compromettere il principale con una confidenza avventata.
Arrivando alla ferriera, si accorse che in disparte aspettavalo un fiasco di quel fino. Il principale rinnovò le sue preghiere, gli consegnò un coltello da accoppar pecore e gli indicò il posto dove trovavasi la mazza. Poi, supplicatolo di non accendere lumi e di non lasciarsi vincere da sonno importuno, lo salutò tranquillamente, uscì per la porta della torre, tirò il catenaccio e chiuse a chiave. I suoi passi di uomo panciuto, brevi e rapidi, si udirono allontanarsi per il vicolo: giunse ancora un colpo di tosse, indi più nulla.
Matteo Vento diede la stura al vino. Lo trovò di suo gradimento ed intabarratosi fino alla nuca si accovacciò dietro una colonna. Un raggio di luna azzurrognola veniva in mezzo al camerone, rischiarando il suolo arso, e le forme di terra preparate per il giorno dopo, e il largo maglio inerte sopra una trave di noce. Le finestrine eran difese da vetri sparsi di ragnatele ed al di là delineavansi, incrociate, le sbarre fortissime confitte nel muro. Da poco tempo le avevano messe nuove, nè i ladri potrebbero distaccarle facilmente. La porta poi, massiccia e foderata di piombo, pareva così robusta da resistere ai colpi di un ariete.
Intorno, perfetto silenzio. Nel raggio di luna danzava un popolo di atomi picciolissimi e le muraglie trasudavano l’umidità notturna. A Bondione scoccarono le otto, poi le nove, poi le dieci, poi le undici. Si avvicinava il momento pericoloso.
Respiravasi nell’aria quell’odore umano che resta sempre ai luoghi ove di giorno si è lavorato molto. E sopra la testa di Matteo Vento, dai travicelli disordinàti e polverosi, pendevano lunghi fili d’argento esili come i capelli di un vecchio ottuagenario. Solo, di tratto in tratto, qualche ignota bestiolina saltando nell’acqua del canale dava un gorgogliare impercettibile.
Matteo Vento cominciò a sentirsi un grande freddo alle gambe. Provò a distendervi meglio il suo mantello, ma pareva che un mantice soffiasse proprio sotto di lui, recandogli continua molestia. Da che parte veniva quella corrente d’aria? dal buco della chiave no certo: dal condotto dell’acqua impossibile, perchè troppo basso: dal soffitto egualmente, perchè troppo alto.
Si guardò in giro con attenzione e vide che lo sportello del forno era aperto.
– Sciocco! – pensò. – Due asinerie in una volta. Prendo l’aria e lascio un adito ai ladri, se mai….
Si levò tosto da sedere e col tabarro che gli cadeva lungo la schiena andò verso il forno.
Già aveva messo la destra sul gancio dello sportello, quando un suono di voci gli ferì l’orecchio ed il suo cuore tremò tutto per l’emozione. Dunque non c’era dubbio. Il principale aveva avuto buon senso: i ladri forse, ignari dell’insidia, stavano per entrare nella ferriera.
E s’inginocchiò, tenendo brandita la mazza, in attesa del nemico.
Ben presto una meraviglia immensa gli fece contrarre ad una boccaccia i muscoli del viso.
Egli udiva distintamente una voce maschile che parlava con grande calore ed alla quale doveva rispondere evidentemente una seconda voce che, per lontananza od altro motivo, non si poteva intendere.
La voce maschile diceva:
– Stai sicura. Egli è giù che non sospetta di niente. È chiuso a chiave; non uscirebbe nè anche se fosse un uccellino. – Non devi? perchè non devi? ci penso io: quanti scrupoli! Alla fine sono un uomo onesto. – Non dir così. Non crederai, ma sono tanto infelice. Non ho famiglia; nè una madre, nè una sorella, nè una sposa che….
Qui un soffio d’aria portò via le parole.
– Se non vuoi che salga io, almeno discendi tu. – Crudelaccia! non hai cuore! – Sai, è freddissimo; non è un gusto prendere il fresco, stanotte. – Ah! se tu stai alla finestra, io sto in istrada; non è peggio? – Ancora; senti: non essere così testarda, Scolastica….
Un secondo soffio impedì a Matteo Vento di udire. Egli fremeva.
– Che! non temere, ti dico. Non saprà nessuno, mai. – Come, vai via? chiudi la finestra? vuoi che mi ponga a gridare? vuoi che mi accoppi? – Niente carità. Che carità d’Egitto! Non ne hai mica per me. Oh! sono stufo: se non mi apri, vado a cercar la scala a pioli e poscia salirò per forza. – Ho detto che voglio così. Romperò i vetri, farò fracasso, non me ne importa, peggio per te….
Matteo Vento aveva riconosciuta la voce del principale. Diede un ruggito e, alzandosi da terra furibondo, proruppe a denti stretti:
– Animale!

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In un salto, sempre con la mazza nella destra, si trovò dentro l’acqua. Curvò la schiena e, passo passo, aiutandosi con le mani, tastando il letto del canale per evitar le buche, traversò il condotto oscurissimo, le cui pareti stillavano goccie fredde ed erano coperte di muffa. In pochi secondi arrivò all’estremità opposta; quella bianca luce lunare gli ferì la vista come una fiamma: credeva scorgere da per tutto macchie di sangue. E, fattosi puntello con la mazza, rapidamente scavalcò il piccolo parapetto per modo che mise piede a terra.
A Bondione dal campanile vibravano le dodici; lente come rintocchi funebri.
Ma il freddo provato nell’acqua, spinte o sponte, aveva calmato assai le prime ire del giovanotto. Egli, prima di risolversi ad entrar nella camerina del principale, fece tra sè un breve ragionamento. Cioè: se passando per quell’uscita avesse potuto sopraggiungere il principale, in mezzo alle tenebre, in luogo nascosto, senza probabilità di un soccorso per lui, che avverrebbe? Una bega era inevitabile. E che razza di bega! Il principale avrebbe assaggiato il sapor della mazza, dei pugni e degli schiaffi. Fortuna poi che il forno era spento. Se no, questa era proprio l’occasione per alimentarne la fiamma con la pancia del gradasso. Fargli semplicemente paura? mettersi a rischio di essere scacciato e di perdere il pane? coi ricchi non teniamo alcun mezzo di vendicarci. Essi hanno sempre ragione. Quando si è costretti a dipendere da qualcheduno, si diventa suoi umilissimi servi. Egli può anche mandarci in galera e non cesserà di essere onorato e riverito come un principe. Inoltre: perchè spaventar Scolastica, la quale, via! si comportava bene in questo negozio? darle un dispiacere, comprometterla forse, arrischiare di dover poscia rinunciare a lei?
Questione grave. Ma l’operaio non istette lungamente in dubbio. Pochi attimi bastarono a risolverlo. Siccome l’uscio della camerina era chiuso, egli con un fortissimo urto lo spalancò. Il lettuccio, naturalmente, non era toccato; al capezzale stava ancora lo schioppo, ritto e lucente, col grilletto alzato per isparare. Matteo Vento al chiaror della luna potè muoversi liberamente, come se fosse in casa propria. Andò alla tavola, tolse il cassetto e vi spinse entro le mani. Trovò sùbito quattro mucchi di scudi, oltre una scodella di legno piena di spiccioli, coi biglietti di banca. Se ne empì le tasche e buttò la tavola per terra. Indi corse alla finestrola e con la mazza fracassò un paio di lastre. Aperse le vetrate: con un altro colpo di mazza spezzò le sbarre e guastò il davanzale. Finalmente, dato di piglio allo schioppo, sollevò la canna verso la ferriera e pum! lasciò partire la carica. Nello stesso tempo, collocatosi fuor nel cortile, cominciò a gridare con quanto fiato aveva in gozzo:
– Aiuto! aiuto! i ladri!

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Il principale al rimbombo dello schioppo accorse bianco per la paura. Rientrò dal cortile, donde era partito poco prima. Quando vide Matteo dinanzi alla porta in frantumi e con la mazza tra le dita, comprese tutta la sua disgrazia.
– Rovinato! – gemeva il povero uomo.
Matteo Vento fingeva di non sapere.
– Come! signor padrone! non era in casa? oh! quale imprudenza! non l’avrei immaginato! ed io che lo credeva morto! udendo il colpo di fucile pensai che me lo avessero accoppato.
Poscia entrarono insieme nella casa.
– È strano! è strano! – continuava il principale perdendo la testa. – I ladri! per la finestra! ed hanno sparato lo schioppo!
Matteo Vento cercò di acchetarlo.
– Signor padrone, ho fatto il mio dovere. Ma ella non ha fatto il suo. Ora è tardi. Inutile muovere lamenti. Erano uomini furbi, col pelo su lo stomaco. Non per nulla riuscirono a derubar quel proprietario di Gromo ed il mugnaio di Fiumenero: stavolta è toccato a lei. Metta un voto a Santa Caterina, che ha salva la pelle!