Avancinio Avancini – Storiella invernale

Martino s’era messo a letto la sera del Natale. Fu assalito da una specie di stordimento mentre, curvato al fuoco, discorreva con la sua vecchierella, agitando i tizzoni che si volevano spegnere e sospirando tratto tratto come chi presente una sventura. Fermo era partito alla volta di Corteno, dove faceva il pecoraio, per isposarvi la sua Annita. S’era fissato il giorno di Santo Stefano e non bisognava differire oltre: i preti se ne offenderebbero. Martino veramente credeva inopportuna quell’epoca; ma dinanzi ad una forza maggiore aveva dovuto cedere e rassegnarsi. E inoltre, perchè attendere? la primavera non è stagione conveniente per i matrimonî; di primavera si ricominciano le aziende interrotte: c’è altro in capo che di prendere moglie, fare baldoria, spendere quattrini!
Il Natale quindi era passato tra loro due; era passato tristemente, nella camera nuda, coi vetri appannàti da cui si vedeva la valle bianca e nebbiosa ove scorrevano larghe raffiche di vento a sparpagliar la neve caduta sui pini. Elena si turbò quando il suo uomo, coricatosi presto, cominciò a vaneggiare un poco, parlando in disordine e lamentandosi di essere sudato. Aveva la febbre; voleva sempre ghiaccio su le tempie e tratto tratto si assopiva con gli occhi sbarràti e le guancie così smunte che parevano di cadavere.
– Avesse proprio da venirgli un male? – pensò la vecchia; e, tremante di paura, gli propose di chiamare il medico da Bondione.
– Che farne del medico? – disse Martino in un momento di quiete. – E poi, perchè obbligarlo a salir fin quassù, per la Roncaglia, con questo tempo?
Ma il giorno dopo si sentì gran fracasso di grida e corni su la via; arrivarono tre cavalli in fila, tirando un enorme ariete carico di montanari col tabarro e le scuriade: la neve, fessa da quel mostro lento, dividevasi raccogliendosi ai lati della strada.
– Ecco, la Roncaglia è spazzata – mormorò Elena all’infermo. – Vuoi ch’io vada a Bondione?
– No, no, férmati – rispose egli: – il viaggio per te è troppo lungo e pericoloso. Non arrischiarti, Almeno, non c’è bisogno.
– Se qualcheduno di Lizzola…
– Impossibile: in questi giorni stanno tutti a casa.
La vecchia era persuasa. Di nascosto però seguitava a piangere e pregare. Martino intanto, persa la solita parlantina (questo più che tutto sgomentava sua moglie), sollevandosi un poco sui guanciali ben coperto di lana e di pelli, guardava per la finestra i monti opposti, separàti da lui da un abisso, oltre i quali, prima di giungere dove era Fermo, erano altre valli, altri gioghi, altri abissi; e, al loro piede; le cascine, i ponti, i campanili, i cimiteri coi cipressi sparsi di neve, come persone ammantellate di bianco.
Alla mattina il vecchio si svegliò agitatissimo.
– Ho fatto un cattivo sogno – mormorò. Poi, dopo aver meditato un pezzo, mentre Elena vestivasi: – e quei due? che diamine fanno? dove si cacciarono? perchè Fermo non viene a trovar suo padre ed a presentargli la moglie?
La vecchierella per la centesima volta ripetè la stessa cosa:
– Fermo è a Corteno; si è sposato ieri mattina, alle dieci, nella chiesa parrocchiale. Lo condussero a casa e gli diedero da mangiare e dormire. Oggi sarebbe qui se non fosse nevicato. Aspettiamolo. Non vorrà nevicare eternamente. Ogni stagione ha la sua evoluzione.
Anche quel giorno trascorse malinconicamente. I due vecchietti continuarono a borbottare l’uno con l’altra. Verso l’avemaria capitò una vicina a domandar notizie del malato. Fermo non si nominò neppure: le femmine indovinarono che bisognava distrarre il pensiero di Martino e gli parlarono di tutt’altre cose. Ma nell’accomiatarsi la vicina s’indugiò un momento su la porta: Lizzola, immersa nelle tenebre, emergeva i suoi rustici tetti biancheggianti nel cielo.
– È fioccato troppo quest’anno – disse Elena.
– Sicuro; per quei poveri diavoli che devono viaggiare…
– Specialmente quando si ha donne insieme. Per quanto siano alla buona, si capisce!
– Si capisce! – soggiunse Carolina.
– Non è freddo; ma il solo aspetto della neve pone i brividi addosso.
– Narrasi che caddero molte valanghe…
– Dite proprio, Carolina? – proruppe Elena col cuore angosciato e simulando per il desiderio di saper tutto.
– Non c’è da inquietarsi, ma io non esagero, – soggiunse l’altra. – Pare anzi che avvennero disgrazie. I contrabbandieri ne parlano per ogni stalla. Ad Arigna ed anche qui in valle di Bondione le valanghe hanno sepolto diversi viandanti. Poveri cristiani, che catastrofe!
– Vergine santa, Carolina, tacete per carità! guai se quell’uomo là udisse!
Ma, dalla stanza, Martino aveva già udito.
– Fermo è morto! – esclamò. – Fermo è sepolto sotto le valanghe… soccorso… soccorso!
E slanciavasi dal suo letto, ardendo per la febbre, gridando, singhiozzando.
Elena riuscì lungo le notte a calmarlo alquanto; ella stessa però sentivasi il cuore spezzato e, costretta a fingere, soffriva di più. Circa il meriggio di San Silvestre la vecchia prese la pezzuola, serrò in camera Martino e discese la Roncaglia verso Bondione. La brina candida, gocciolando dagli abeti, le bagnava le spalle ed i suoi zoccoletti s’infangavano su la strada sporca, percossa dal pallido sole d’inverno che faceva scintillare gli atomi innumerevoli della neve.
Quando il medico vide Elena, col suo abito nero a puntini rossi ch’ella non aveva deposto più sin dal Natale, capì sùbito che cos’era.
– È malato il vostro? – borbottò di malumore; poi, fattosi discorrere a lungo intorno all’indisposizione del vecchio: – non è niente – soggiunse; – colpa degli anni: settanta primavere sono settanta quintali. Andate pure, Elena; verrò io domani senza dubbio.
Elena partì consolata. Rientrando nella casuccia dalle muraglie scure di sassi col tettuccio di legno ella trovò il vecchio in piedi, che accendeva il fuoco.
– Ma che ti salta in mente adesso?
– Lascia, lascia – egli rispose. – Quei due avranno freddo. Bisogna che si riscaldino appena arrivati. Sotto la valanga devono stare maluccio, i poveri diavoli. E, in fin de’ conti, sono pure nostri figli.
Delirava. Ella, con le buone, lo convinse di tornarsene a letto.
– Ma il fuoco? chi dunque preparerà il fuoco per essi? – mormorava macchinalmente Martino. – Non sai che sono caduti nella neve?
La disgraziata madre non potè più trattenersi, scoppiò in lagrime dirotte e seguitava a ripetere:
– Vergine santa, e se fosse vero?
I comignoli di Lizzola fumavano tutti annunziando che cento famiglie apparecchiavano la modesta cena: e i due vecchi, l’uno coricato e nascosto dalle coperte sino al mento, l’altra al capezzale con le mani sul grembo, piangevano, piangevano, mentre l’ombra calava.
A poco a poco Martino cessò di sospirare e parve addormentarsi.
La vecchia appoggiò la fronte canuta sul lenzuolo e, col seno compresso, aspettava silenziosa, pensando e sperando. Così venne la notte. D’improvviso Martino si scosse e, senza articolar sillaba, gestiva con forza, allontanando le coltri da sè; Elena si rizzò sgomentata, accese precipitosamente il lumicino, gli domandò che cosa avesse, che cosa volesse. Egli, anzichè rispondere, stralunava gli occhi proferendo parole tronche, inintelligibili; allora fu chiamato il cappellano che lo visitò e se ne andò malinconico, senza lasciare alcuna speranza.
Con la rapidità solita su le montagne il sereno era scomparso dietro un velo di nebbia e di nuvole; il vento fischiava nelle gole e la neve scendeva giù a larghi fiocchi nelle tenebre: Elena accanto al letticciolo del suo uomo, su quell’altura deserta, in quell’ora penosa, non aveva più forza nè anche di versar pianto.
Quand’ecco la porta si spalancò e su la soglia presentossi un giovane alto, nerboruto, dai baffetti neri e dalle uose di pelle che gli salivano al ginocchio. Una fanciulla rotonda e sorridente lo accompagnava; le sue scarpe erano coperte di neve ed un lungo scialle avvolgeva il suo busto grazioso, ricco, pieno di vita.
Erano Fermo e la sposa.
– Finalmente ci siamo – egli mormorò pulendosi dal fango ond’era inzaccherato. E nel suo occhio splendeva il desiderio di riabbracciar persone care, di riposar nuovamente in quella casuccia dov’era trascorsa la sua fanciullezza, quando nelle sere lunghe il padre lo faceva sedere su le ginocchia mentre la mamma, filando, raccontava le meste panzane dei monti.
Dalla porta rimasta socchiusa penetrò un rumore di coperchi e di ferramenta percosse; i montanari andavano intorno per Lizzola e salutavano a quel modo il terminare dell’anno.
– Uno viene e l’altro va! – gridavano. E il loro grido, portato dal vento in fondo alla valle, vi era poi ripetuto migliaia di volte.
Martino si destò dal suo assopimento e stese con impeto le braccia verso il figlio che s’accostava mortificato, a fronte bassa, dinanzi a quella dura novità. Si baciarono e confusero insieme Fermo i capelli ricciuti, il vecchio le sue ciocche bianche.
– Bravo, bravo! – gemeva quest’ultimo; e con uno sforzo volle sollevarsi per vedere in viso la giovane sposa. La quale stette là muta, presso la soglia, con le mani penzolanti lungo il dorso e gli occhi umidi. Elena venne ad abbracciarla.
– Bravo, bravo! – continuò il malato senza chiudere gli occhi nè volgere altrove lo sguardo. Quindi, mentre sotto le finestre la gente schiamazzava e fischiava il vento, egli entrò in agonia.