Bruna – In solitudine

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BRUNA

In Solitudine

VERSI

CON PREFAZIONE
DI
NERIO MALVEZZI

ROCCA S. CASCIANO
LICINIO CAPPELLI EDITORE

1898

IN SOLITUDINE

“Ô laissez-moi sans trève écouter ma blessure
Aimer mon mal, et ne vouloir que lui!”
PREFAZIONE

«……. de’ tuoi canti il nido,
Il covo de’ tuoi sogni io ben lo so.
Ondeggiante di canape è l’infido
Piano che sfugge al curvo Reno e al Po.»

Così diceva il nostro poeta all’autore del Mago; così potrei dire anch’io all’autrice dei versi raccolti in questo volumetto. E dovrei proseguire:

«Oh largo su gli alti argini del fiume
Risplender rosso de l’estiva sera!
Oh palpitante de la luna al lume
Tenero verdeggiar di primavera!»

Prima di dichinare all’Alberino, ove Giosue Carducci e Severino Ferrari tornano poeti in pensieri di amore, l’insidioso Reno passa presso Cento, di che la città si abbella e rattrista. Se gli alti argini donde si ammirano i fiammeggianti tramonti cedessero all’impeto di furiosa piena, rovina e lutto si spargerebbero nell’antica terra e nel suo colto piano.
Cento, chi mai potrà nominarti senza pensare al tuo Guercino? Gloria purissima è l’arte, che non si oscura per variare di leggi e di costume; diadema dell’Italia anche nei giorni del servaggio. Ecco, basta il sopranome di un pittore a dare perenne fama a una città. Che importa se non è vasta e popolosa?
Le mura di Cento non hanno largo circuito e male reggerebbero, non che ad artiglieria, ad armi bianche. Ma nessun rumore di guerra! Dell’oste papale e dell’estense più non si teme; solo ne ragionano gli eruditi. I cittadini, franchi dalle molestie del dazio, escono dai loro orti sui terrapieni, che chiamano rampari, donde si gode la placida veduta della pianura, e lontano, circonfusi di vapori, si disegnano da una parte gli Appennini e tavolta dall’altra le maestose Alpi. Sussurrano al vento i spesseggianti pioppi; smeraldini sono i campi in primavera, quando la canapa tenerella non ha ancora per gli ardori del cadente giugno ingiallite le foglie.
Suonano sovente le campane a festa, dando all’anima grande dolcezza. È forse una armonia speciale di quelle vecchie squille, o l’arte di chi le muove? Sono arie antiche che ricordano un tempo svanito? Non so. I divini versi di Dante, la pagina maravigliosa di Chateaubriand sulle campane ti tornano alla mente: sosti e mediti.
Ma se lasciando gli spalti, o il malinconico e grave viale che mena al camposanto, ovvero l’argine di Reno entriamo in città, il ricordo di molti centesi che illustrarono la loro terra ci è ravvivato dalle iscrizioni e dalle tavolette dei nomi delle vie. La statua del Guercino è onoranza meritamente resa al più celebre concittadino; ma lo spirito di lui, meglio che in quel marmo, vive nei suoi quadri raccolti in buon numero nella pinacoteca, che è il suo vero monumento, e nella chiesa del Rosario, in quella cappella da lui ideata e dipinta, ove il suo genio austero e pio si manifesta, non senza pagare qualche tributo alle bizzarrie del suo tempo. L’Accarisi e il Cremonino, l’uno che primo compilò il vocabolario italiano, l’altro che vide tanto addentro nel pensiero aristotelico, sono nomi chiari e anche oggi ispiratori di opere d’ingegno; chè una biblioteca, intitolatasi dal filosofo, rinasce a dispensare il sapere e ad eccitare gli studi. Ma noi italiani del risorgimento fra le mura di Cento divotamente ripensiamo piuttosto al barnabita centese, che congiunse in un sacro, unico amore la fede e l’Italia per cui diede la vita. La palla che uccise Ugo Bassi lui liberò dalla mortale salma e dischiuse all’ardente spirito le vie della immortalità: ma colpì a morte un regimine sacerdotale che neppure sapeva o poteva difendere i sacerdoti dai fucili stranieri, venuti ad instaurarlo.
Cento, città di memorie, ma non morta, anzi modernamente operosa e civile; città tranquilla, ove è dolce il meditare: chi vi cercasse la folla e il rumore non vi troverebbe spasso; ma neppure saprebbe cogliere i fiori olezzanti che nascono, come i versi di Bruna, negli umili e appartati orti.
Il titolo veritiero del volumetto indica che alla gentile scrittrice, a cui sembrarono fin troppo frequentate le vie di Cento, piacque soltanto la solitudine del suo orticello. Meditabor ut columba parve dicesse; né meditò senza lagrime e senza sospiri per una ferita sempre aperta nel cuore, e il lamento le esciva melodioso dal labbro; nè avrebbe scritto se non avesse amato e pianto.

«Scrivo sol per sfogar l’interna doglia.»

Così potrebbe ella cantare, come Vittoria Colonna.
Già un primo volumetto di poesie di Bruna – Petali e lagrime – vide la luce, gustato dalle anime gentili. Per la maggior parte anche i versi quì appresso raccolti sono elegiaci, ma senza affettazione; elegia vera, se, come voleva il severo Boileau, nella elegia deve parlare il cuore. Una stretta corrispondenza di sensi tra la natura e il poeta; ma natura che parli con suoni tenui, e poeta che ascolti e interpreti le arcane voci quasi a commento dei propri pensieri. Non mai la sincera Bruna cercherebbe immagini lontano dal suo nido: i cipressi del camposanto, l’abete e il pero del suo orto, il verdeggiare della primavera nelle aiuole e il cadere autunnale delle foglie le suggeriscono i pensieri di amore e di dolore, di malinconia e qualche volta di speranza; speranza oltramondana che riscalda le Pagine pie.
Ma dell’amabile fantasia di Bruna è stimolo la musica, di cui è cultrice appassionata:

«Suono. La man nervosa
il vïolino stringe;
un fuoco interno pinge
le mie guance di rosa.»

Così essa. La solitaria via risuona degli accenti ora solenni, ora agitati, sempre caldi del violino di Bruna. Si fermano i viandanti e chiamano altri ad ascoltare. Accompagna la quasi umana voce dell’istrumento un cembalo toccato con maestria. Chi saprebbe dire fin dove salga la immaginativa di due sorelle avvinte dai legami dell’affetto e dell’arte?
Qualche favilla delle alte visioni resta nei versi di Bruna.
Penetrare nell’intimo significato dei suoni è assai più che prenderne il diletto a tutti concesso. Si sa che i suoni disposti con certe norme hanno quella straordinaria efficacia sull’anima che i Greci simboleggiarono nel mito di Orfeo.
Ma senza correre l’alto mare della estetica, ove nella immensità mi annegherei, tenendomi presso la riva malinconica e soave ove m’invita l’autrice di Petali e lagrime e di Solitudine, chiederò non agl’ipercritici, (in più sublimi o recondite cose occupati) bensì al discreto lettore: può il poeta cogliere il pensiero del compositore di musica in guisa che gli riesca d’interpretare con ordine e simmetria di parole le idee indefinite, i cento affetti diversi che, quasi ombre e fantasmi, all’accesa fantasia di esso compositore danzano dinnanzi?
Alcuni moderni, come il Fogazzaro, lo tentarono, e anche Bruna.
Nel melodramma la musica deve adattarsi alle parole; ma non sempre è stato così; delle parole si faceva strazio. Ora invece si richiede stretta corrispondenza tra musica e poesia. Ma nella musica istrumentale sembra che il compositore già si muova in quelle spere ove le anime sciolte dai lacci del corpo s’intenderanno in un’armonia celeste. Quando Beethoven volle imitare la natura, fu così preciso ed evidente che non descrizione di poeta, non tela di pittore potevano esserlo di più. Quando lasciò sprigionare le ire, le tempeste, le rivolte, le tenerezze, gli ardori, gli spasimi del suo animo, che dico? del genere umano, e mille diversi suoni ridusse ad una imponente e serena armonia fu difficilmente interpretato dai commentatori. Musica e poesia sono due linguaggi che in questa terra vanno accordanti, ma disgiunti e che al di là forse si fonderanno in uno solo.
Potrei io senza indiscrezione svelare il nome che si nasconde sotto un pseudonimo, noto omai e caro a molte anime sensibili? I letterati della scuola purista ebbero tal nome, degnamente portato dall’avo di Bruna, in grande estimazione per i servigi resi alla lingua italiana, che maggiori sarebbero stati, se la morte troppo presto non avesse troncato una vita di studi. E ancora nello scrittoio del filologo, tutto pieno dei suoi libri e dei suoi pensieri, sta inedito il volgarizzamento sanese della Eneide, che egli a vantaggio delle belle lettere meditava di dare alle stampe.
Dovrei io qui pedanteggiare sulla lingua e sullo stile di Bruna? Tocca a chi se n’intende. Credo solo di poter dire, che la sincerità, la spontaneità e la naturalezza dei versi riuniti in questo volume appagheranno il lettore che ha serbato tuttora gusti semplici in tanta artificiosità e leziosità di concetti e di forma. Bruna non vuole innovare, nè filosofare; studia i buoni autori e canta a quel modo che amore le detta dentro.
Che cosa vale omai la poesia? Si debbono scrivere versi? Non so. Ben so che i versi abbondano, e non soltanto tra noi, in questi tempi di agitazioni economiche, che oscurano le nobili virtù della generosità e della gratitudine e bandiscono la pace dai palagi e dai casolari, Se i giovani mostrano propensione all’arte e amore al bello dovremo dolercene? La poesia ha reso così segnalati servigi alla nazione italiana, ha tanto contribuito al suo risorgimento che, se non altro per riconoscenza, non ne dovremo dire troppo male, anche se soverchiamente abbondevole e, conveniamone pure, spesso ciarliera e insulsa.
La solitaria e discreta Bruna disse le sue speranze, i suoi sogni e il suo dolore, come quell’augellino caro al Leopardi che schivava gli spassi e trapassava cantando dell’anno e di sua vita il fiore più bello.
PRESENTAZIONE

Ho brune treccie, fronte spazïosa,
occhi neri, vivaci, lunghe ciglia,
naso aguzzo, sottil bocca vermiglia
al ridere soverchio assai ritrosa.

Piccola mano che di rado posa,
guancia che facilmente arde ed ingiglia;
un aspetto di timida giunchiglia,
un’alma appassionata, coraggiosa.

Talor furba ed arguta, spesso mesta,
assorta. Pigra ognora ne li accenti,
pronta troppo in oprare; mai non celo

i tripudî del cor e la tempesta.
Passano i giorni miei pallidi, lenti.
Vissi nel fuoco ed or vivo nel gelo.
PAGINE DOLOROSE

*Come, ahi come o natura il cor ti soffre:
Di strappar da le braccia
All’amico l’amico
Al fratello il fratello,
la prole al genitore,
All’amante l’amore; e l’uno estinto
L’altro in vita serbar?*
G. LEOPARDI
L’AMICA

Deh lascia, amica, lascia ch’io rimanga
qui sul tuo cor che sa l’angoscia mia;
lascia che silenziosa io pianga, pianga,
mentre parli di lui, dolce Sofia.

Ti prego, parla, tu che sei la buona
sorella del mio povero diletto;
tanto soave all’anima risuona
la voce tua, così piena d’affetto.

Dammi la mano, lascia ch’io la baci
poi ch’ella chiuse gli occhi suoi sì belli!
E fa che lieve sfiori i miei capelli.
Oh gentile carezza! – Perchè taci?

Ch’io sia tranquilla? Sì; mite un sopore
a poco a poco gia tutta mi prende;
anche il pianto, lo vedi? più non scende,
ma lascia ch’io rimanga sul tuo core.
NENIA

Dormite occhi lucenti.
Io piango, e veglio intanto
trascinandomi a lenti
passi pel campo santo.
Ecco i bei fiori aulenti;
voi li amavate tanto,
occhi vaghi lucenti!
Se vedeste che incanto
sono i prati fiorenti!
Ondeggia il verde manto
al passare dei venti.
Ma non sa questo canto
dirvi gli allettamenti
del novo maggio. Infranto
ho il core, da che spenti
vi nascondete, e un pianto
dalle labbra silenti
oggi m’esce soltanto.
Dormite occhi lucenti.
RAMMENTI?

A Sofia C…

Fra i cipressetti roridi
de la pioggia recente,
rosignoli cantavano,

e un acre odor spandevano
nell’aere tepente
le siepi malinconiche.

Noi entrammo. Tremavano
commossi i nostri cori,
e i passi vacillavano.

Rammenti, o dilettissima,
di quanti freschi fiori
adornammo quel tumulo?

Poi ci prostrammo, pallide,
l’una dell’altra accanto.
Tu pregavi; le lagrime

dagli occhi miei scendevano.
E i rosignoli intanto
cantavano, cantavano.
O FIORELLINO…

O fiorellino umile
sbocciato al campo santo,
t’ha destato l’aprile

o una stilla di pianto?
Quanti fuggenti spetri
ti passarono accanto?

Quanti bruni ferètri?
Di che intenso pallore
ti ricopri! Dei tetri

cipressi fra il sopore,
hai tu forse sognato
il mio grande dolore?

Io so ben che vegliato
hai fedele vicino
al bianco marmo amato,

umile fiorellino,
e a mirarti rimango
a lungo, il capo chino,

e piango. piango, piango!
PRIMAVERA DOLENTE

I.

– A Lella –

Ecco il raggio d’april che desta i fiori,
e gli augelletti a rïamare invita;
suona di lieti trilli la fiorita
macchia dei sicomori.

Ecco le piante fluttuare ai venti
quali vessilli in tempo d’esultanza;
oggi riede al sorriso, a la speranza,
il core dei viventi.

Tu pure tanto desïasti questa
primavera, pensando che in allora
svanirebbe il ponsier che m’addolora;
ma vedi? ancor son mesta.

Poi che di quella voce il dolce suono
più non m’è dato udir, poi che i fulgenti
occhi che la mia luce erano, spenti,
ohimè, per sempre sono;

nessun’altro splendor l’anima mia,
nessun canto sarà che più mi allieti;
niuna dolcezza sarà mai che acqueti
l’immensa nostalgia!

II.

Guarda di che pallor soffuso è il cielo
oggi! Guarda, come al passar del vento
un tremor vïolento
sovra il gracile stelo

hanno i giacinti. Nel silenzio pieno
di mestizia, sol risuona lontano,
fioco, un canto, che a mano
a mano viene meno.

Oggi è dolente il giovinetto aprile:
tale il mio cor; giovine e mesto tanto!
Tu ‘l perchè sai, che il pianto
mio tergesti, o gentile.

Sai come solamente una lïeve
traccia odorosa resti nel mio core
ove il fragrante fiore
visse una vita breve….

Povero amore! Come il canto manca
laggiù, sfuma il ricordo; e un’infinita
tenebra la mia vita
avvolge, e sono stanca!

Oh cara, che mai dissi? Deh perdona!
Dimentica la mia triste parola.
Molto, molto consola
d’una sorella buona

la tenera carezza. Tu sarai
il mio conforto; rasserena il viso;
forse verrà un sorriso
per me ancora. Vedrai……
ALBA TRISTE

L’alba pura, la pallida
alba temuta, torna.
Già la terra s’adorna
di cento stille tremule.

Gli augelli si ridestano
sommessi bisbigliando,
e al primo lume blando
i fiori si dischiudono.

A poco a poco penetra
fra le imposte serrate
la luce. Le abbassate
ciglia, lente si levano.

E pur s’indugia l’anima
nel tenue sopore;
ah mai del sonno l’ore
così ratte passarono!

E già riprende a fremere
affannosa la vita.
Ecco, la mia ferita
ancora ancora sanguina!

Anima, l’alba pallida,
l’alba temuta, viene.
Raccogli le tue pene,
cammina, e senza lagrime.
MATTINATA

Sotto la tua finestra io passo, e levo
lo sguardo desïoso.
Piccolo bianco viso,
occhi di fioraliso,
ancora nel riposo?

Da l’erbe molli la rugiada io bevo.
E tu, bocca rosata,
perchè rimani immota?
Chè non trilli la nota
amorosa ballata?

Sotto la tua finestra, al giovin sole,
la mia falce lampeggia.
Scendi fiore di maggio,
al mattutino raggio,
sul prato che verdeggia.

Muta finestra, come il cor mi dole
in questo appello vano!
E come all’ azzurrino
ferro, cade vicino
fiore su fior, man mano!
CANTO VESPERTINO

Canzone dolorosa
esci dal cor ferito,
già nel cielo infinito
svanì l’ultima rosa.

Va coll’onda sonora
o sospiro dell’alma,
ne la gentile calma
di questa pallid’ora.

Rechi lïeve brezza
la mia debole voce
presso l’amata croce,
come blanda carezza.

Salve, luce che muori,
quel marmo immacolato
sia protetto e vegliato
da le stelle e da i fiori;

e ne l’aer silente
de la tranquilla sera,
salga, quasi preghiera,
la canzone dolente.
SESTINA ELEGIACA

……..Oh quante volte
In ripensar che più non vivi, e mai
Non avverrà ch’io ti ritrovi al mondo
Creder nol posso!…….
LEOPARDI

Che val ch’io copra ognor di nove rose
de la tua fredda tomba il freddo marmo?
Che val ch’io pianga tutte le mie lagrime,
e che ti chiami, che t’invochi, amore?
Tu nulla sai, non sai ch’è mite il sole
di già, che sboccia il fior. S’apre a la speme

oggi ogni core, ma per me la speme
è vana cosa. Un dì m’ebbi le rose
io pur, a cento, a mille; allora il sole
te carezzava, non il muto marmo!
Ma i dolcissimi giorni de l’amore
sono finiti. Ora non ho che lagrime.

E tu che dormi, non le sai le lagrime,
nè questa de la morte ardente speme
che m’incalza vieppiù, mentre l’amore
ride nel mese lieto de le rose.
Tu dormi, dormi, e invano lambe il marmo
e ti chiama un gentil raggio di sole.

Tu dormi, dormi! Di mia vita il sole
è tramontato! Molli i fior di lagrime,
non di rugiada, giaccion sovra il marmo.
Io piango desolata senza speme.
Non vedon gli occhi tuoi le belle rose,
nè più il tuo cor palpiterà d’amore.

Care pupille, che con tanto amore
mi fissavate, più del vivo sole
lucenti, ed or a l’ombra de le rose
chiuse per sempre! Ed ora senza lagrime
per sempre! Dolce core in cui la speme
fioriva un giorno, immobil come il marmo

ora per sempre! Almeno accanto al marmo
morir potessi di dolor, d’amore,
novella Fiordiligi, e con la speme
ne l’alma salutar l’estremo sole;
e presso a te versar l’ultime lagrime,
e presso a te sfogliar l’ultime rose.

Forse altre rose attendon oltre il marmo,
non più lagrime; e tu mi attendi, amore,
sott’altro sole, con novella speme!
PER UNA FOTOGRAFIA

Questi son quei begli occhi che mi stanno
sempre nel cor con le faville accese
perch’io di lor parlando non mi stanco.
PETRARCA

O immagine gentil del mio perduto
che il sole inconscio pinse dardeggiando,
io ti contemplo, amato viso muto

da gli occhi luminosi, e penso quando
t’abbelliva un fuggevole sorriso,
e le tue labbra con accento blando

ripetean il mio nome. O caro viso
dagli occhi luminosi! O mia dolcezza!
A traverso le lagrime ti fiso;

tu non mi guardi, e il core mi si spezza!
L’ABETE

Ero bambina il giorno in cui ti vidi
piantare innanzi a la finestra della
mia stanza, abete, ed una pianticella
gracile tu parevi. I lievi nidi

non ti affidava ancor la capinera.
Il piccolo giardino adombri or quasi
tutto, mio forte amico, e sono invasi
i tuoi rami d’augelli, a primavera.

Io fra le verdi e ruvide tue chiome
so l’aure tepidette e profumate,
so le spere di sol che son passate;
so il gelo sotto cui curvate e dome

giacquero tante volte. Ma tu ignori
le mie vicende. Non sapesti mai
tu quella speme che nel cor cullai,
e i fugaci sorrisi, e i mille fiori

che mi promise un sogno; nè l’intenso
dolore che mi fa piegar sfinita,
mentre s’eleva ognora forte, ardita,
la tua cima a goder l’azzurro immenso.
MELANCONIA

= Usque dum vivam…. =

Pei sentieri ove giaccion le cadute
foglie a strati lïevi,
sotto le rame quasi brulle e mute.
aspettanti le nevi,

fra un dïafano vel di nebbie, vado.
Una mestizia intensa
l’anima penetrare a grado a grado
sente, e dubbiosa pensa:

= De la vita l’autunno già m’incombe?
queti non dormon forse
e sorrisi e speranze ne le tombe?
Altra gioia non sorse

di poi nel gran silenzio de lo stanco
core. = Profondo cielo,
quanti fiori vedesti sotto il bianco
gel piegare lo stelo!

quante pupille farsi lagrimose!
Ma in breve, nel verziere
a cento a cento rifiorîr le rose,
e di nuovo piacere

brillâr quegli occhi già tanto dolenti.
Ma non così il mio core.
Pregai, pregai con fiduciosi accenti,
(e concesse il Signore)

pregai che il mio dolore con la vita
dileguasse soltanto.
La calma venne, ma la gran ferita
sanguina ancora, oh quanto!

E sarà così sempre. Il nebuloso
autunno ora m’accoglie.
Cadon lente sul mio capo pensoso,
chino, l’ultime foglie.
LA SCONSOLATA

È questa la finestra abbandonata
da chi aspettante s’affacciava ognora,
la gentile finestra che s’infiora
ne l’aprile di glicine odorata.

Salgono tortüosi, e la vetrata
tentano invano i brulli rami ancora,
ma non apre la pallida signora,
triste, presso il camino accoccolata.

Quando ritornerà l’allegra festa
dei mille fiori al freddo davanzale,
e le rondini, e i canti, e lo splendore,

ella non leverà la fronte mesta,
sorrisi non avrà pel floreale,
perchè senza speranza è il suo dolore!
OH PRIMAVERA!…

Oh primavera!… Che profumo intorno,
che splendore nel cielo sconfinato!
Da la finestra vedo il verde prato
che invita, di corolle nove adorno.

Ecco, soave aprile, ecco, ritorno
a còrre i fiori tuoi sotto il dorato
raggio, ma non l’assente inoblïato
meco verrà, come soleva un giorno.

Più non verrà. Lontano egli è cotanto!
Dove, non so, (terribile mistero)
ma so che al tuo sorriso non sorride

e l’allegrezza mia si muta in pianto.
Siccome falce i fior, questo pensiero
ogni gioia dell’anima recide!
L’INTIMO DOLORE

Passammo sotto il pergolato, lente
lente e tranquille, l’una all’altra accanto;
furtivo a noi venia di tanto in tanto
un luminoso raggio. Indifferente

era il nostro parlar, ma ne la mente
dominava un pensiero (ahi triste quanto!)
l’anima mia si dissolveva in pianto
e ne tremava il core che non mente.

Quel pensiero dicea: – Quì, senza lena
l’ultima volta ei venne, in mezzo ai fiori,
e a quest’ombra posò, sfinito e bianco. –

E pur non vacillai; stava al mio fianco
una madre, cui son tutti i dolori
del mondo noti, placida e serena.
PAGINE BLANDE

“Piansi, non piango: io dormirò: sia pace!”
(Poemetti) G. PASCOLI
SOLITUDINE

Ho pianto molto; ora una pace blanda,
quasi mortale, scende sul mio core.
Parmi di camminare in una landa
vasta, silenzïosa, senza un fiore.

Ma dove, dove, vado? che mai spero
così sola e dolente ne l’intenso
silenzio? Nulla so del gran mistero
che mi circonda, ed altro più non penso.

Il mio pensiero, ch’è dolore, tace;
pietoso tace perchè molto ho pianto:
io vo, come dormendo, in questa pace.
Ed è il mio core un ermo campo santo.
I FIORI…

I fiori: ecco la più grande dolcezza
de la mia vita; anzi forse la sola.
Ha la stanzuccia mia, quasi un’aiuola,
fiori d’olezzo ricchi e di freschezza.

Quanti ne colsi dal ridente piano
de’ miei placidi campi, e nell’umile
conscio orticello, sotto il sol d’aprile!
Quanti me ne donò l’amata mano!

Quanti ne vidi rapidi sbocciare
al tocco d’un pennello a me ben noto,
mentre il mio ciglio rimaneva immoto
lungamente, commosso, a rimirare!

I fiori ornâro i miei capelli, quando
esser volli leggiadra per lui solo;
e composi in corone i fior, nel duolo
d’un triste vespero al chiarore blando;

ed essi pur ne l’ore di sconforto
più intenso, con purissimo linguaggio,
mi parlan del passato, e un mite raggio
par quasi illuminare il core morto.
CANTI

Già si scoscende, si dilegua il gelo.
Cinguettano le passere gioconde.
Tornano a frotte disfiorando l’onde
le rondinelle sotto azzurro cielo.

Cantano i rosignoli, cantan ave
in dolcissimo metro ad ogni fiore.
E tu non sorgi, tu non sorgi o core,
a questo universal inno soave?
RAGGI

Ecco, le mani, quelle forti mani
che a seminare si dischiuser lente,
serrano il curvo ferro rilucente,
mieton le spighe cariche di grani.

Rifulgi o sole, su quei capi chini,
bacia le fronti che il tuo raggio imbruna,
le fronti curve a le fatiche; niuna
degna è così dei baci tuoi divini!
PIOGGIE

Egli dicea: = M’è così caro udire
scrosciar la pioggia ne la notte, quando
giaccio in lieve sopore, e un sogno blando
sento di già ne l’anima fluire. =

Io l’odo ora, la pioggia, strepitare
battendo le vetrate, e, con affanno
penso: – L’ultime rose sfioriranno,
più non potrò l’amata tomba ornare! –
NEVI

Come lontana, o primavera, sei!
E fronde e canti furon sogni brevi.
Scendon continue, scendono le nevi
su i fiori morti; non su i sogni miei.

Nel gelido candore tutto tace,
ogni pianta dormente attende queta;
ed io nel core sento una segreta
impazïenza che non mi dà pace.
VANNO LE NUBI……

Vanno le nubi, vanno, obbedienti
ai venti,
verso l’occaso, e strane forme prendono.

O pellegrine bianche immacolate,
passate
ove sovente il mio pensiero indugiasi,

e scioglietevi tutte in lieve pianto.
(Da quanto
tempo non piango, ohimè, sopra quel tumulo!)

Voi li ridesterete i fiori novi,
tra i rovi
de le siepi od a l’ombra de le rigide

croci. (Da quanto tempo, ahimè, non porto
de 1’orto
i fiori e quella tomba!) Leggerissime

vanno le nubi, vanno obbedïenti
ai venti.
Ma i voti ed i sospiri miei non odono.
UN ORTICELLO……

Un orticello io so dove sovente
indugia una solinga vecchierella;
da folte siepi è cinto, e nel tepente
april di mille fior tutto s’abbella.

Quando ritorna a l’orto umil la mente,
biancheggiare nel verde vede quella
nivea testa china, mentre lente
van le mani rugose tra novella

foglia la fragoletta ricercando.
All’aura mossa piove sul sentiero
dei peschi la rosata fioritura.

Ama talor posare in questo blando
miraggio l’inquïeto mio pensiero
come in oasi placida e secura.
PARVENZA

Il sole ride, e a stilla a stilla beve
la fresca linfa d’ogni picciol rivo.
Hanno i fiori il color di sangue vivo,
ed acuti profumi, e vita breve.

Ma nel caldo meriggio, come neve
bianchissima, la luna sul giulivo
tripudio passa, qual fantasma privo
di calor e di vita, nube lieve.

Così, anima mia, così tu pure.
Aulisce il fiore de la giovinezza
e non lo guardi, e non t’accorgi, e vai

per vie silenti, solitarie, scure,
chiusa nel tuo pensiero di tristezza,
e dove tendi neppur tu lo sa.
NEL COFANETTO

Rinchiuse ne l’antico cofanetto
mormorano le perle a l’iridate
gemme, (confusamente avviluppate
ad un aurato e ricco braccialetto:)

= Perchè mai così a lungo siam private
di godere il tepor del bianco petto? =
E il cerchio biondo: = Invan da tempo aspetto
le braccia che sovente ho circondate;

forse quella gentile se n’è ita
lungi sdegnando noi, o nel pensiero
dolcissimo d’amor è tutta assorta? =

Ma sotto quelle perle, inavvertita,
giace una crocettina d’osso nero
che susurra: Sia pace, ell’è già morta! =
ALBA DI NOZZE

A Sara B…

– È l’alba, sorgi, schiudi la pupilla,
(così l’amore chiama) il desïato
giorno già spunta; sul ridente prato
al primo lume la rugiada brilla. –

E la felice sorge. Immacolato
velo l’avvolge. Come le vacilla
il breve piè lasciando la tranquilla
stanza dove il bel sogno ha carezzato!

Ma già di rosea luce il ciel s’accende,
e la campana mattutina ha un canto
soave e lento, quasi di preghiera.

Ella si lancia, trepida e leggera
nell’ignoto sentier del dolce incanto,
ed una fida mano a lei si tende.
PER NOZZE

A Lavinia B……

Da l’orto, dove ancora qualche rosa
si schiude, ne la pace dell’intenso
silenzio, te gentil fanciulla penso
ne l’ampio nel diafano di sposa.

Io penso: – Questo sol d’autunno mite
agli occhi suoi felici, oh di che viva
luce risplenderà! L’alma giuliva
vede sorrisi pur ne le sfiorite

cose. – E scorgerti parmi in un lontano
vïale. Passi. Visïone! Il giglio
men candido è di te. Curvato il ciglio
l’anello miri ne la bianca mano.

Come su la tua fronte, olezza il fiore
d’arancio! Ottobre langue già, leggera
brezza spira; ma a te la primavera
canta ed esulta ne l’ingenuo core!
L’ORTO

= Al Conte Nerio Malvezzi =

È questo l’orto; e il vecchio pero è questo,
quel pero che cantai triste nel gelido
autunno, voi sapete; ed or è l’ultimo
che si ridesta dal sopore mesto:

gli altri….. oh guardate i vaghi intrecciamenti
delle rame fiorite bianche e rosee
tra cui del ciel traspare un lembo tenue.
Ecco il vïal che spesso a passi lenti

percorro con le mie dolci sorelle:
da quegli archi di rose, a maggio, scendono
sovra le nostre teste a cento i petali,
noi pensiamo, passando sotto quelle

carezze olenti, i sogni già sfioriti.
E presso il muro verdeggiante d’edera,
sotto i susini riposiamo, i fiammei
tramonti a contemplar da l’ombre miti.

Udite che silenzi han gli orti umili?
Quì, nel fido recinto, che a le trepide
mie spemi arrise, che blandì le lagrime,
che mi ha dettati i canti più gentili,

or si ritempra l’anima accasciata.
Quì leggo, e talor prego, quivi i pallidi
vespri, sovente sola mi sorprendono
a coglier fiori ad una tomba amata.
IL PARAVENTO

= A lo stesso =

Ne l’atrio dove penetra il concento
degli augelli, ed irrompono sospinte
da brezze, foglie secche, il paravento
antico, l’ali immobili dipinte

stende. Sovra la tela scoloriti
s’intrecciano i rabeschi, e (dolci oasi)
tre paesaggi hanno sorrisi miti.
Sovente in lor m’affiso a lungo, quasi

dal ponticel, da le case tranquille,
da le colline, mi venisse arcano
flebil eco di voci, canti e squille,
od olezzi d’un maggio assai lontano.

Ma più che fiori le remote nevi
penso, e di lucernette al tremolare,
sul paravento parmi scorger lievi
l’ombre dei nonni curve al focolare.
LEGGENDO
UN ODE DI CARDUCCI
NE L’ORTO

– A un amico –

Ascoltavamo immobili, ammirando,
leggere l’ode nova, a l’ombra mite
di due vecchi susini. A quando a quando
piovean foglie ingiallite.

O chiesa di Polenta, celebrata
in sublimi cadenze armonïose,
a l’aura lievemente profumata
da le morenti rose!

Volavano le strofe tra le piante
semplicette de l’orto, e le nostre alme
avevano visioni pure e sante
di antichi templi e calme

cime. Suonar mi pare ognor la grave
voce che recitava le parole
fervidamente! Fu l’estrema un ave
e tacque, ed era il sole

verso l’occaso già. Note campane
cantavan la preghiera consueta,
echi parevan quasi di lontane
ettadi. Ne la queta

ora, di qual dolcezza fu colmato
ogni cor dal soave e forte canto!
Oh non fosse giammai giammai sfumato
quel vespero d’incanto!
CONVALESCENTE

I

Alfine i verdi amici ho riveduto!
Alti e frementi sotto il ciel di maggio,
gli alberi noti, al mio lento passaggio,
ebbero tutti un cenno di saluto.

Ed io premendo il morbido velluto
d’erbe novelle, e rialzando al raggio
del sol l’esangue fronte, il mio servaggio
ho ripensato ne l’ambiente muto.

Quando in preda al malor, sovra le piume
stesa, guardava fuor de la vetrata
dondolare la cima dell’abete;

ed ora preso il cor da irrequïete
brame, fin che lucea la prima usata
stella: posavo allora al dolce lume.

II.

L’aere profumato da le rose
or or mi cinse con gentil amplesso:
ad ogni pianticella sostai presso,
carezzai le corolle rugiadose.

Sussurravano forse in un sommesso
accento: = Eccole alfine le amorose
provvide mani che nell’ore afose
di limpidi acque ce’ irrorâr si spesso! =

Mi parve (oh dolcezza!) un lieve oblio
le memorie avvolgesse e meste e liete,
e quasi in sogno visse il core mio.

O fiori fiori! Il mio sorriso siete.
Per voi credetti mi aspergesse Iddio
l’anima con la pura onda di lete.
NEL PASSATO

– Di sotto il giogo di memorie care
china la fronte è dolce il ricordare –
S. Ferrari

Eravam soli, mi rammento, il giorno
moriva già nel vespero quïeto.
Di folte piante ci serrava intorno
un largo cerchio, ed in atto discreto

ascoltare parean immobilmente.
Egli parlava; china avea la testa,
chine le ciglia, fise al pazïente
lavoro; ed io guardavo quella festa

di coralli passar fra le sue dita,
e alinearsi lungo il sottil filo,
e su l’alta muraglia rivestita
di foglie disegnarsi il bel profilo.

Come fu completato il vezzo, sorse
il bruno capo e il ciglio luminoso:
non però prontamente a me lo porse,
ma indugiando gentile ed amoroso

lo sfiorò prima con le labbra. Intanto
nel cielo scolorito, riluceva
la prima stella. Forse del mio pianto
futuro ell’era conscia, e compiangeva.
SUL VENTAGLIO
DI UNA BAMBINA

= a Cinta =

Questo ventaglio, candido
come il tuo picciol core,
ti porti d’ogni fiore
l’olezzo più recondito.

Siccome un’ala s’agiti
di farfalletta, bianca,
s’agiti a dritta, a manca
del tuo bel viso florido

Muova e scompigli i riccioli
su la fronte di neve,
a l’aura lieve lieve
le nubi si dileguino.

I sospiri disperdere
sappia da la tua bocca,
rosellina non tocca
ne l’aurora purissima.
ALLO SPECCHIO

Tra la fluente treccia bruna, un bianco
fil serpeggia; la spera
lo rivela sincera.
E la dama sorride, (ma qual stanco

sorriso!) e pensa: = Che importa omai?
Non vedranno imbiancare
queste chiome, le care
pupille in cui felice mi specchiai!
L’ORA SEI TU….

L’ora sei tu, sei tu la benedetta
ora che palpitando
trepida attesi, quando

giungevi apportatrice di letizie,
di carezze, d’amore!
Con l’aureo fulgore

d’un raggio mi chiamavi a la finestra,
ed io venivo al sole,
e fiorivan parole,

di speranza e sorrisi a le mie labbra.
Ma tu ratta passavi,
così ratta! e portavi

teco quei fior de l’anima bambina,
e l’alta poesia
d’un sogno, e de la mia

vita l’essenza. Ma sei tu ben quella
ora dolce e serena?
Ti riconosco appena!

Come languido il raggio che ti scorta
mi appare! Come lento
il tuo cammino! Sento

che la mia giovinezza a poco a poco
involi. E pur l’affranto
core non ha un rimpianto!
EPISTOLARIO

I.

= Alla Duchessa d’Este =

Dolce fanciulla, mentre a te la vita
con la bellezza arride e coll’amore,
le rose invochi a questa scolorita
fronte che piega al soffio del dolore.

Invan! Profonda troppo è la ferita
che m’ha piagato il giovinetto core,
nè da balsamo alcun sarà lenita
mai. No, pietosa, un solo fiore

per l’alma che dispera non ha maggio,
non ha più sogni per un cor infranto;
nè risplendere può d’amore un raggio

negli occhi ch’hanno lagrimato tanto.
Il fato a me segnò triste vïaggio,
ma forse altrove fiorirà il mio pianto.

maggio ’96
II

= a N. M. =

Nel silente orticello, assorta e sola,
penso, del pozzo assisa presso il margine,
a la vostra parola.

Or non lagrimo più; mi struggo in questa
calma infinita. Ad un cenno immutabile,
vinta, curvai la testa;

or non lagrimo più, Non ho desiri,
nè speranze, nè sogni. Vive l’anima
di memorie e sospiri.

Pensatemi così, sempre: seduta
sul margin d’un abisso profondissimo,
misterïosa e muta.

agosto ’97
III.

= a lo stesso =

Buon amico, sovente,
(non v’ingannaste, è vero)
quasi inconscio il pensiero
viene a voi dolcemente;

allor che armonïose
cantano le campane,
allor che le lontane
nubi pingonsi a rose.

E mi duol, molte sere,
che meco l’infinito
cielo tutto fiorito
non possiate vedere;

che non possiate queste
udir squille sonore,
che dicono il dolore,
le preghiere, le feste.

Non v’ingannaste, è vero,
amico, ben sovente
viene a voi dolcemente,
quasi inconscio il pensiero.

8 settembre ’97
IV.

= a Jolanda =

Torni dunque domani
o sorella diletta!
Come qui tutto aspetta
le tue piccole mani!

Nel salotto deserto,
su la tavola ingombra
di gingilli, ne l’ombra
è un libro ancor aperto.

La poltroncina aurata
tra le cui fide braccia
t’abbandoni, una traccia
tenue, profumata

ancora serba. Trovo
le coppe vuote: omai
per poco; tu verrai
a colmarle di nuovo.

Ti vedrò lenta uscire
per la messe odorosa,
sotto un cielo di rosa
di già presso a svanire,

ed entrare recando
i fiori appena colti.
Or ne sbocciano molti
ne l’orto, a questo blando

sol di settembre. Vieni,
vieni cara e diletta:
qui tutto chiede e aspetta
gli sguardi tuoi sereni.

Alfin non sono vani
sogni (dolce pensiero)
son desta, ed è ben vero
che tornerai domani!

settembre ’97
V.

= a L. A. V. =

Ove, amico carissimo,
ove dei vostri detti ora portate
il benefico fascino?

Voi siete come il tepido
raggio per cui si levan le curvate
corolle dopo un gelido

soffio. Perchè incredulo
sorridete? Non v’accorgeste quanto
s’alleggeriva l’anima

mia, vinta da la placida
vostra parola? Dopo lungo pianto,
dopo infinite tenebre,

forse la luce! Un tenue
lume d’alba rischiara il mio sentiero;
voi l’accennaste ai deboli

occhi che nol vedevano,
di cupa notte volti al gran mistero.
Or prosegue ad ascendere

con nova lena il ripido
cammino faticoso, e pur soave
a tanti cori ingenui,

Ma voi, voi questa piccola
anima mia non oblïate. Ave.
Io vi penso o carissimo.

2 ottobre ’97
VI.

= a lo stesso =

Amico mio, per voi questa mattina
colsi l’ultima rosa;
pendea pallida e china
quale una pensierosa

testa dolente. Coronata ell’era
di pure stille; ancora
il pianto de la sera
serbava e de l’aurora.

Ma vidi tosto al tocco de la mano
la corolla sfiorire
siccome sogno vano.
Or voglio rïunire

i petali rosati in questo foglio
che viene a voi, gentile
diletto amico; voglio
de la rosa d’aprile

mandarvi (mentre già l’inverno avanza,
cinto di nevi e brine)
la soave fragranza.
Restano a me le spine.

5 dicembre ’97
PAGINE MUSICALI

Quand on perd, par triste occurrence,
Son espérance
Et sa gâité,
Le remède au mélancolique
C’est la musique
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
DE MUSSET
SINFONIA FANTASTICA

PRELUDIO

I.

Canta giocondamente ne la festa
de le rame fiorite, il cardellino.
L’aurora splende, il piccolo giardino
sotto i roridi baci si ridesta.

La giovinetta l’erbe già calpesta
sazia di riposar fra il bianco lino.
Passa, ne l’aura pura del mattino,
come fior di gaggìa bionda la testa.

Forse fu un sogno intensamente lieto
che sì per tempo il sonno le ha fugato
dagli occhi belli? o il baldanzoso canto

de l’augelletto? o un palpito segreto?
O pur le preme il core uno spietato
triste presagio di futuro pianto?
ANDANTE

II.

Pel sentiero che sale a le colline
due gentili fanciulle vanno, sole.
Proteggon l’ombre d’una le corvine
chiome, quelle de l’altra accende il sole.

Le trecce sfioran l’erbe, quando chine
indugian raccogliendo le vïole,
presso il rio, fra la siepe irta di spine.
La bionda nel fulgor muove carole,

e canta, e sogna già l’azzurra vesta
per la danza di mammole adornata,
e gli sguardi d’amor. Tace la bruna

andando lenta, e immagina la mesta
tomba del suo diletto inghirlandata
biancheggiar sotto il bacio de la luna.
VARIAZIONI

III.

Il giovine signor, la man gemmata
con gesto lento a la gran fiamma stende,
nell’avido camin tosto s’incende
l’ultima letterina profumata.

Del cofano giá vuoto, spalancata
è la bocca; seppe egli le vicende
di tanti cori deboli; ed apprende
ora i dolci segreti la fiammata.

Crepita rosseggiando il trionfale
pennacchio ardente, e guizza, le parole
rivelando dei fogli inceneriti;

e voci dolorose, liete, miti,
escon ratte, confuse. Di vïole
un lieve odor dal cofanetto sale.
BATTUTE D’ASPETTO

IV.

Deserto è il salottino giapponese
ingombro di gingilli o di tazzine;
sul tappeto una ventola di trine
giace; languono ancor lampade accese.

Due soffici poltrone, assai vicine,
paion narrarsi futili contese
e parole d’amor, poc’anzi intese
da due giovani bocche porporine.

Un assiduo maligno mormorare
fanno le mosche ne l’aerea danza.
Sono schiusi i balconi, la quïeta

canzone il mite grillo fa trillare.
Eccoli: s’ode un passo nella stanza
attigua, ed un fruscio lieve di seta.
ALLEGRETTO

V.

Presso la fonte parlano d’amore
fidenti e lieti i giovinetti amanti.
Egli, nel volto bruno, scintillanti
gli occhi: Ella, soffusa di pallore,

chine le ciglia. Un tenue tremore
hanno le foglie intorno. Paion canti
di genietti quell’acque zampillanti
del tranquillo meriggio a lo splendore.

Un gorgheggio risuona di repente,
e oscilla poco lungi l’esil ramo
che ricovera il nido già tepente.

Del rosignolo al querulo richiamo
Ella il bel capo leva; Ei dolcemente
le sussurra commosso: = Come t’amo! =
TEMPO DI BARCAROLA

VI.

Piove nimbi siderei la luna.
Erra pel mare una vela soletta,
e par da un’ala candida protetta
del pescator la vecchia barca bruna.

Queto egli dorme, e sogna la diletta
vergine spenta; attorno gli si aduna
di sirene una schiera, ma nessuna
è bella come Lei che al core ha stretta.

Cantan le ninfe; dolce si diffonde
la musica divina; ognuna porta
perle e coralli fra le chiome bionde

della fanciulla inanimata e smorta;
mentre incessanti, cupe, intorno l’onde
ripeton gorgogliando: = È: morta, è morta!
SALTERELLO

VII.

A tarda notte il vecchio ciabattino
batte il martello a lavorare intento.
Da la parete langue un lumicino,
un grillo stride a tratti sonnolento.

Il capo stanco resta a lungo chino:
s’insinuano i sogni a tradimento;
chi gli porge un anello di rubino
chi una coppa ricchissima d’argento;

e ridendo ridendo degli inganni
gli sussurran: – Sei giovin, ricco, amato,
che più indugi? La dama attende al ballo! –

Ed agitan in ridda pazza i vanni.
Ma alfine il diavolio viene troncato.
Corrono in fuga i sogni. Canta il gallo.
SUONANDO
UNA BERCEUSE DI GODARD

= a Umberto Gigli =

Penso una cameretta umil nel pallido
chiaror del vespro, ove una madre china
su la culla del bimbo veglia. Trepida
quell’alma tutta a la speranza inclina.

Ma la parola del destin, terribile,
minaccia la capanna. Ascolta al vento,
la vegliante, da lungi il bosco fremere,
e scoppiettar il fuoco semispento;

nè questi detti ell’ode: – Già da secoli
scritta con altre sta la tua ventura,
e non sarà che pianti e preci mutino
tale decreto, fragil creatura.

Affannoso cammin, angoscie, lagrime,
avrai, debole core! – S’addormenta
il fanciullino ne la culla tepida,
ed una nenia gli ricanta lenta

la madre; esce la voce un poco tremula,
e la canzone par preghiera e pianto.
Sommessa, così canta: – Dormi piccolo
re de la casa, che nel cielo, intanto,

s’aprono mille occhietti ardenti, e guardano
la tua testina d’oro che riposa.
De la tua mamma le preghiere salgono
per la volta stellata luminosa;

salgono le preghiere fino agli angeli,
salgono a favellar del figlio mio,
e fior, soltanto fiori farà sorgere
sul suo cammin benignamente Iddio. –

Ancora si ripete, e più inflessibile,
la sentenza del fato. L’ombra pare
popolata di larve che s’aggirino
gemendo intorno al queto focolare.

E la voce materna, tenerissima,
riprende il canto ch’è preghiera e speme,
indi si tace, e lungamente vibrano
nell’aere le dolci note estreme.
MUSICA DI RIES

LA ROMANZA

I.

Con mestissimo accento
dicono i primi accordi
del cembalo: = Ricordi? =
Fremere il core sento!

Sonno. La man nervosa
il vïolino stringe;
Un fuoco interno pinge
le mie guancie di rosa.

Vola nell’aer muto
un doloroso canto,
uno scoppio di pianto,
un disperato acuto

grido. All’agitazione
crescente, una lontana
parola, porge vana,
blanda consolazione.

Il dolor è più forte,
il dolor non ragiona;
un singhiozzo risuona,
un appello a la morte.

A mano a man la quiete
succede; il pianto cessa,
ma la querela istessa
l’eco fedel ripete.

E una voce s’effonde
calma, che prega pace
a chi prostrato giace.
Sfuman de’ suoni l’onde.
SCHERZO

II.

Ne l’antro tetro le streghe soffiano
sul focolare, soffiano, soffiano.
Qualche scintilla n’esce,
una fiammella cresce,

cresce e s’innalza: sinistra e tremula
luce rossastra la volta illumina.
Su le faccie un letale
appar ghigno infernale.

Indi le braccia vellose intrecciano,
e intorno al fuoco saltano, saltano.
Ne l’ombra un gatto nero
guarda grave e severo.

I serpentelli svegliati fischiano,
fischiano, strisciano molli e s’allacciano
in strano aggruppamento.
A un tratto il fuoco è spento.

Un cavaliere, nel volto pallido,
giunge, e con esso penetra un languido
raggio di luna. Mute,
stanche, cadon sedute

le vecchie, e intente gli orecchi tendono.
Lo sconosciuto parla; dolcissima
è la voce che dice
una storia infelice,

e chiede, trepida, quel filtro magico
che sopra il core fa ognor discendere
l’oblio. (Tosto sen fugge
il bianco lume, e rugge

di fuori il tuono.) Le maghe scambiano
tra loro un perfido guardo; riaccendono
fiamme. Lo scoppiettio
assorda. – Avrai l’oblio –

strillano; e torno torno riprendono
la pazza ridda. Sul capo giovane
del cavalier che chiese
pace, coll’ali tese

sta un gufo, e guata la fronte cerea
che di sudore mortal imperlasi.
Le streghe urlano a scherno:
– Avrai l’oblio, ma eterno! –
NOTTURNO DI CHOPIN

Op. 15, N.° 3

Presso il balcone aperto
sta la donna, le tenebre
fisa. Queto, deserto
un vasto parco, rorido

di rugiada, si stende
e ne l’ombra dileguasi.
A lamentar riprende
ribelle il cor nel gracile

petto che un affannoso
respir solleva. Trepida,
nel buio misterioso
d’un dubbio, stanca, debole,

ella combatte. Quale
sentier dovrà percorrere?
Come un acuto strale
sta un desiderio fervido

fitto nel cor che vuole
(oh tortura indicibile!)
la sua parte di sole.
Deve, deve ella cedere?

Risponde solo il grave
silenzio. Alfine levasi
la bianca fronte, ed – Ave –
par che le stelle dicano,

e quali occhi lucenti
dall’alto cielo guardano.
Si calma il cor, accenti
di preghiera han le pallide

labbra. Soave, intanto,
dai palpitanti, fulgidi
mondi, il responso santo
scende, ed affranca l’anima.
= AU PRINTEMPS = DI GRIEG

= A Gabriella =

Tu non sai, quando ascolto quella musica
dolce ed appassionata, mentre sfiorano
le tue mani gli avori, qual miraggio
io sempre vedo! Sotto ciel di maggio

un giardinetto vedo. Lievi tremano
nove rame fiorite; effluvi salgono
dai petali dischiusi. È un’alta pace
nei deserti vïali. Tutto tace

intorno. Abbandonato al vento s’agita,
palpita intanto il brano d’una lettera
strappata; in essa le immutabili parole
che fur triste sentenza, legge il sole.

Le scolorite cifre che di lagrime
furon bagnate già, la storia svelano;
e in ogni foglia, in ogni filo d’erba,
penetra a poco a poco quell’acerba

pena. Le rose impallidite piegano,
e qualcuna sfiorisce Oh la terribile
strazïante novella, che per tutto
il giardino squallore porta e lutto!

Pare che voci dolorose gemano
ne l’aer luminoso. Ancora un soffio
di vento il fragil foglio move, investe,
e sospinge con impeto a le meste

ombrie di folta siepe. Già l’afferrano
l’acute spine, ed egli, dibattendosi
l’ultima volta, piange la sua vita
che causa fu d’una angoscia infinita!

Alfin s’acqueta il vento. Sta la pagina
tra i rovi lacerata, vinta, immobile.
Tiene il giardino un’alta pace. È sera.
Olezza l’aer mite. È primavera.
PAGINE PIE

– ……. Se ogni dolce cosa
M’inganna, e al tempo che sperai sereno
Fuggir mi sento la vita affannosa;

Signor, fidando al tuo paterno seno
L’anima mia ricorre e si riposa
In un affetto che non è terreno. –
GIUSTI.
METAMORFOSI

Ho sognato nel ciel pallido, errante
una nuvola,
una nuvola sola color fuoco;
io la guardavo, ed ella a poco a poco
trasformavasi in croce radïante.

O dolcissimo, immenso amore mio,
che nel giovine
core solo passasti ardendo, omai
mutato in croce, immobilmente stai
nell’anima che tutta è volta a Dio.
FIAT VOLUNTAS TUA

I.

Palpita il core, palpita
per un’ansia infinita.
Segnerà morte o vita
innanzi agli occhi trepidi

un gesto. Inesorabile
sentenza. Nel martiro
dell’attesa, sospiro
e sogno. Rose o gelide

nevi? Sorrisi o lagrime
il destino mi appresta?
Muti a la mia richiesta
i giorni lenti scorrono.

L’alma ne la caligine
si dibatte. O mistero
del domani! O pensiero
di speranza continuo!

II.

Ah no! La fronte giovine
di sogni incoronata,
si curvi. Rassegnata
a la sorte sia l’anima.

E le labbra pronuncino
queste umili parole:
= Dio; se mi vuoi nel sole,
se mi vuoi ne le tenebre,

io verrò, calma, docile,
ugualmente serena;
ma i tumulti Tu frena
di questo core fragile. =

Indi, la fronte giovine
coronata di sogni,
si levi, e solo agogni
l’alta vetta purissima.
ASPIRAZIONE

Poi che potè questo povero frale
core non frangersi
nel gran dolore, a quale scopo, a quale
meta serbavalo

la volontà divina? Ah ch’io non viva
inerte e inutile!
Se di dolcezze Dio mi volle priva,
ch’io possa tergere

il pianto che m’accieca, sollevare
la fronte pallida,
e le lagrime mie tutte oblïare
per altre lagrime!
ANNIVERSARIO

Ecco, ritorni, giorno triste, e a quella
tomba lontana non potrò una rosa
oggi portare! La ferita ascosa
nell’intimo del cor si rinnovella!

Ne la casa solinga, ahimè, che cosa
farà la sconsolata vecchierella?
certo trascorrerà piangendo anch’ella
la fatale giornata dolorosa;

e andrà pregando per il suo figliuolo
fra i cipressi dell’umil campo santo,
tutta raccolta in un silenzio pio.

Così riunite nello stesso duolo,
l’anime nostre che l’amaron tanto,
salgono a lui con fervido desio.

23 novembre ’95
TACI……

Taci, piccolo core, taci, taci!
È l’ora del silenzio; l’ora santa
de la preghiera è questa.

Il ciel s’ingemma di sideree faci,
la terra d’ombre e di mister s’ammanta,
Posa l’anima mesta

ne la quïete, tu potresti forse
ridestarne l’angoscia; ah no, non dire
la fatale parola!

Lascia a l’oblio quel tempo che trascorse
così dolce e tremendo! Rifiorire
non potrà più, una sola

rosa di quella blanda primavera
lontana. Il ricordare omai che vale?
Taci. Il silenzio voglio.

Voglio volgere tutto a la preghiera
l’anelante mio spirito immortale,
d’ogni altra cura spoglio.
IL LIBRO DI PREGHIERE

Piccolo bianco libro,
lo sai, lo sai tu solo
come mi vinse il duolo
in quei giorni tristissimi.

Tu sai con che tremore
ti strinser le mie mani,
e i tentativi vani
che feci per discernere

su i tuoi foglietti brevi
le parole di santo
conforto, chè di pianto
gli occhi mi si velavano.

Questo ed altro tu sai,
piccolo libro bianco.
In te l’alma rinfranco
scorrendo ognor le pagine

che parlano di vita,
e promettono luce
a chi grami conduce
i giorni ne le tenebre,

e per ogni sospiro
prometton mille rose,
e a le fronti dogliose,
chine, dicon – Levatevi! –

Se qualche volta penso:
– Come mai questo core
all’intenso dolore
ha potuto resistere? –

Tu dolce mi rispondi
la parola di Dio:
mistico amico, mio
conforto soavissimo:

mentre fra le tue carte
ricerco (oh ben sovente)
dei fiori secchi, e lente,
lente scendon le lagrime.
PREGHIERA

Dio, che colmare l’anima volesti
di sì grande martiro,
fa che non un sospiro
i nascosi tumulti manifesti.

Fa che allo sguardo buono ed amoroso
che si vela al mio pianto,
tutto il dolor che infranto
il core m’ha, rimanga sempre ascoso.
LA VOCE DE LA COSCIENZA

«Oh tu che preghi, serena e placida
ne la quïeta sera; le piccole
mani in atto implorante
congiunte, dimmi, quante

piaghe curarono oggi, le morbide
mani: se pronte risollevarono
chi s’accasciava, e quali
lavori quelle frali

dita compirono. Se da le tumide
labbra, parole di fede uscirono,
di conforto o di pace.
Si reclinò il vivace

ciglio su i libri? Oppure lagrime
di pentimento l’occhio velarono?
Il tuo cocchio stemmato
ha un istante sostato

a la capanna del miserabile
che muor di fame? Dimmi se il debole
cor nuova forza attinse,
se combattè, se vinse.

Deh pensa, pensa, cerca ne l’anima,
cerca e rispondi sincera. Inutile
fu ancor questa sfiorita
giornata di tua vita?»
LA GHIRLANDA

Era discesa nel roseto all’alba,
per comporre ella stessa, triste e sola,
di fiori appena schiusi una ghirlanda.
E le rose fiorian per ogni banda;
olezzavan le rose in ogni aiuola
soavemente, ne la luce blanda.

Com’ebbe accolta l’odorosa messe
fra i veli de la veste, e ripiegato
in cerchio un ramoscel di salce; bianche
rose per prime rïuniva. Stanche
muovean le mani, lente, al delicato
lavoro. Da le ciglia cadean spesse

le lagrime, ed a la rugiada insieme
lucevan sui recisi fiori a mille.
Pensava mesta: = La ghirlanda invano
intesso pel diletto mio lontano,
mirarla non potran le sue pupille,
nè gioirne quel cor che più non freme =

Soavemente ogni fronda stormìa:
e rose gialle prese ad intrecciare
ella, e le mani parvero più preste.
= E pur – (pensò di nuovo) saper queste
lagrime può lo spirito suo, s’errare
gli è dato a me d’intorno. Ah così sia! =

Un istante le luci a l’orïente
levò; il sorriso de l’aurora vide,
e rosea luce avvolgere il giardino,
ed ai pallidi fior pose vicino
un fiore colorito. = Non uccide,
(a pensar seguitò tutta fidente)

morte sinistra, non uccide l’alma,
ma i ceppi tristi pïetosa scioglie.
Non è non è spezzato il nostro amore,
ci s’appura, s’eterna nel dolore,
e sorgerà su le divine soglie! =
Ne l’alto cielo azzurro, ne la calma,

dileguava un’allodola cantando.
L’esil cerchio di fior si chiuse colle
rose purpuree dal profumo intenso.
– A te che leggi tutto ciò che penso
(pregò la giovinetta, ancora molle
di lagrime la guancia) raccomando

quell’alma che m’attende lungi, o Dio;
deh non fare che attenda lungamente! =
Il serto ne la viva sfumatura
compiuto, ardeva su la veste pura;
ed infiammava il cor casto, innocente,
il supremo ardentissimo desio.
I TRE SALICI

“…..e lo chiameranno per nome Emanuele: che interpretato significa: Dio con noi.„
(Evan: di S. Matteo).

Passa, ripassa il vento
vïolento!
Nel parco che l’aprile rinnovella,
han le rame pieghevoli
lunghi sussurri e tremiti.

È notte senza luna,
ed alcuna
stella non brilla. S’ergono appartati
in un gruppo tre salici,
e le chiome confondono

assieme. – Che tormenta!
(Parla al vento
il primo salce) di soffiare cessa;
tra le mie fronde a tessere
ha incominciato un fragile

nido la capinera:
deh, bufera,
non disperdere i tenui fuscelli,
onde il piccolo artefice
non fugga; mi rallegrano

le giornate i suoi canti. –
Incessanti
le raffiche continuano a soffiare.
– Oh vento, vento perfido!
(il secondo degli alberi

lamenta) tu non sai!…
Un assai
prezïoso tesoro ho attorcigliato
ai rami, da una giovine
testa d’oro, nel vespero

l’ho rubato. Più bello
un capello
non v’ha. Risplende al sole come raggio;
noti gli son dell’aureo
capo i segreti frivoli.

Ti dirò tai segreti
se t’acqueti. –
Le raffiche continuano a soffiare.
– Ma tu, fratello (chiedono
stupiti al terzo salice)

che sì tacito stai,
tu non hai
da proteggere alcun tesoro contro
la tempesta terribile? –
(Ed egli:) – Saldo, immobile,

il mio tesor, sul petto
così stretto
mi sta, che la tempesta non pavento.
Udite: mentre fulgido
era il meriggio, un’esile

mano, bianca qual neve,
da un lieve
tremore scossa, sul mio tronco incise
un nome. Il dolce fremito
di quelle dita eburnee,

m’han svelato che amore
in un core
tal nome scrisse incancellabilmente;
e il sole, il sol baciandomi
la ferita novissima

m’ha detto: – Interpretato
questo amato
nome vuol dire = Dio con noi. = M’udiste?
Io porto un indelebile
segno d’amor, che indica

benedizione. – Tace
ne la pace
de l’alba che già spunta a l’orizzonte,
della bufera il sibilo,
omai. Solo da un agile

lontano campanile
un gentile
tintinnare si spande a la campagna.
Pare che voci d’angeli:
= Iddio con noi = ripetano.
LA STANCA

“…..se è possibile
trapassi da me questo calice.„

I.

Alfine, la baldanza disfiorita,
un terrore invadente, non più ascoso,
le fece mormorare: = Ahimè, non oso… =
(e fu la prima volta ne la vita.)

= Un’ora, un’ora sola di riposo,
pria d’imprendere l’ardua salita! =
e tacque, e s’accsciò, stanca, sfinita,
a capo del sentiero doloroso.

Levavasi la nebbia da i pantani,
e il cielo incominciava a scolorare,
era ogni cosa di tristezza pinta.

Ne l’ombra si congiunsero le mani
picciolette, tremanti, ad implorare,
e la testa piegò sul petto, vinta.

II.

Il sonno scese, con carezze lievi
sovra le ciglia roride di pianto,
ed un sogno fluì nel core affranto
recando gigli fra le dita brevi.

Ella una voce udì (soave quanto!)
sussurrarle: = Che temi? sorger devi;
vogl’io che la tua fronte si sollevi
illuminata da un pensiero santo. =

E vide, da la nebbia di già sgombra,
fiorirle innanzi la pianura estesa,
e sorrider l’oriente colorato.

Questo nel sogno. Intanto densa l’ombra
avvolgea la dormente, e la scoscesa
strada attendeva il piede affaticato.
LA RINUNCIA

“È tutto un sacrifizio
del Nazaren la scuola„
PRATI.

Disse: = Lungo il cammino non coglierò le rose,
le rose che profumano,
e molli si protendono.
Andrò per strade brulle, deserte, faticose,

e queste mani solo per regger chi vacilla
si tenderanno. I deboli,
i derelitti, i poveri,
m’accenderanno in core la divina scintilla.

A chi piange e dispera, sussurerò parole
consolanti, e la fulgida
visïone purissima,
d’un bene, vanamente cercato sotto il sole,

essi vedran, e meno tristi, meno infelici,
trascineranno i pallidi
giorni. Ch’io possa tergere
molte lagrime, o Dio! Tu guida, benedici

questi trepidi passi. Non coglierò le rose,
le rose che profumano.
A me la via difficile.=
Questo disse, seguendo dive orme luminose.
L’ULTIMA PAGINA
L’ ULTIMA PAGINA
(DAL DIARIO)

Erano bianchi fogli immacolati,
e la sorte, attendean avvinti insieme;
omai la mano che la penna preme
ad uno ad uno tutti li ha vergati.

L’ultima or scrive. Di che ingenua speme
favella il primo! Come son sfumati
i sorrisi avanzando! I desolati
giorni li san le paginette estreme.

Vale, piccolo libro! Questo il canto
sarà del cigno, o il fior che a le rovine
timidamente spunta ancora accanto.

Vale, libro de l’anima! Le chine
pupille mi si velano di pianto.
Ahi quanto triste è la parola fine.

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