Carlo Lorenzini (Collodi) – Le avventure di Pinocchio – Cap. XXX – Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col suo amico Lucignolo per il Paese dei Balocchi.

 255 total views,  1 views today

Com’è naturale, Pinocchio chiese subito alla Fata il permesso di andare in giro per la città a fare gli inviti: e la Fata gli disse:

– Vai pure a invitare i tuoi compagni per la colazione di domani: ma ricordati di tornare a casa prima che faccia notte. Hai capito?

– Fra un’ora prometto di essere bell’e ritornato, – replicò il burattino.

– Bada, Pinocchio! I ragazzi fanno presto a promettere: ma il più delle volte, fanno tardi a mantenere.

– Ma io non sono come gli altri: io, quando dico una cosa, la mantengo.

– Vedremo. Caso poi tu disubbidissi, tanto peggio per te.

– Perché?

– Perché i ragazzi che non danno retta ai consigli di chi ne sa più di loro, vanno sempre incontro a qualche disgrazia.

– E io l’ho provato! – disse Pinocchio. – Ma ora non ci ricasco più!

– Vedremo se dici il vero.

Senza aggiungere altre parole, il burattino salutò la sua buona Fata, che era per lui una specie di mamma, e cantando e ballando uscì fuori della porta di casa.

In poco più d’un’ora, tutti i suoi amici furono invitati. Alcuni accettarono subito e di gran cuore: altri da principio si fecero un po’ pregare; ma quando seppero che i panini da inzuppare nel caffè-e-latte sarebbero stati imburrati anche dalla parte di fuori, finirono tutti col dire: «Verremo anche noi, per farti piacere».

Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di scuola, ne aveva uno prediletto e carissimo, il quale si chiamava di nome Romeo: ma tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo , per via del suo personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignolo nuovo di un lumino da notte.

Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più birichino di tutta la scuola: ma Pinocchio gli voleva un gran bene. Difatti andò subito a cercarlo a casa, per invitarlo alla colazione, e non lo trovò: tornò una seconda volta, e Lucignolo non c’era: tornò una terza volta, e fece la strada invano.

Dove poterlo ripescare? Cerca di qua, cerca di là, finalmente lo vide nascosto sotto il portico di una casa di contadini.

– Che cosa fai costì? – gli domandò Pinocchio, avvicinandosi.

– Aspetto la mezzanotte, per partire…

– Dove vai?

– Lontano, lontano, lontano!

– E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!…

– Che cosa volevi da me?

– Non sai il grande avvenimento? Non sai la fortuna che mi è toccata?

– Quale?

– Domani finisco di essere un burattino e divento un ragazzo come te, e come tutti gli altri.

– Buon pro ti faccia.

– Domani, dunque, ti aspetto a colazione a casa mia.

– Ma se ti dico che parto questa sera.

– A che ora?

– Fra poco.

– E dove vai?

– Vado ad abitare in un paese… che è il più bel paese di questo mondo: una vera cuccagna!…

– E come si chiama?

– Si chiama il Paese dei Balocchi. Perché non vieni anche tu?

– Io? no davvero!

– Hai torto, Pinocchio! Credilo a me che, se non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un paese più salubre per noialtri ragazzi? Lì non vi sono scuole: lì non vi sono maestri: lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola: e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica. Figùrati che le vacanze dell’autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll’ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!…

– Ma come si passano le giornate nel Paese dei Balocchi?

– Si passano baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera. La sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia daccapo. Che te ne pare?

– Uhm!… – fece Pinocchio: e tentennò leggermente il capo, come dire: «È una vita che farei volentieri anch’io!».

– Dunque, vuoi partire con me? Sì o no? Risolviti.

– No, no, no e poi no. Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo perbene, e voglio mantenere la promessa. Anzi, siccome vedo che il sole va sotto, così ti lascio subito e scappo via. Dunque addio e buon viaggio.

– Dove corri con tanta furia?

– A casa. La mia buona Fata vuole che ritorni prima di notte.

– Aspetta altri due minuti.

– Faccio troppo tardi.

– Due minuti soli.

– E se poi la Fata mi grida?

– Lasciala gridare. Quando avrà gridato ben bene, si cheterà, – disse quella birba di Lucignolo.

– E come fai? Parti solo o in compagnia?

– Solo? Saremo più di cento ragazzi.

– E il viaggio lo fate a piedi?

– A mezzanotte passerà di qui il carro che ci deve prendere e condurre fin dentro ai confini di quel fortunatissimo paese.

– Che cosa pagherei che ora fosse mezzanotte!…

– Perché?

– Per vedervi partire tutti insieme.

– Rimani qui un altro poco e ci vedrai.

– No, no: voglio ritornare a casa.

– Aspetta altri due minuti.

– Ho indugiato anche troppo. La Fata starà in pensiero per me.

– Povera Fata! Che ha paura forse che ti mangino i pipistrelli?

– Ma dunque, – soggiunse Pinocchio, – tu sei veramente sicuro che in quel paese non ci sono punte scuole?…

– Neanche l’ombra.

– E nemmeno maestri?…

– Nemmen’uno.

– E non c’è mai l’obbligo di studiare?

– Mai, mai, mai!

– Che bel paese! – disse Pinocchio, sentendo venirsi l’acquolina in bocca. – Che bel paese! Io non ci sono stato mai, ma me lo figuro!…

– Perché non vieni anche tu?

– È inutile che tu mi tenti! Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo di giudizio, e non voglio mancare alla parola.

– Dunque addio, e salutami tanto le scuole ginnasiali!… E anche quelle liceali, se le incontri per la strada.

– Addio, Lucignolo: fai buon viaggio, divertiti e rammentati qualche volta degli amici.

Ciò detto, il burattino fece due passi in atto di andarsene: ma poi, fermandosi e voltandosi all’amico, gli domandò:

– Ma sei proprio sicuro che in quel paese tutte le settimane sieno composte di sei giovedì e di una domenica?

– Sicurissimo.

– Ma lo sai di certo che le vacanze abbiano principio col primo di gennaio e finiscano coll’ultimo di dicembre?

– Di certissimo!

– Che bel paese! – ripeté Pinocchio, sputando dalla soverchia consolazione.

Poi, fatto un animo risoluto, soggiunse in fretta e furia:

– Dunque, addio davvero: e buon viaggio.

– Addio.

– Fra quanto partirete?

– Fra due ore!

– Peccato! Se alla partenza mancasse un’ora sola, sarei quasi quasi capace di aspettare.

– E la Fata?…

– Oramai ho fatto tardi!… E tornare a casa un’ora prima o un’ora dopo, è lo stesso.

– Povero Pinocchio! E se la Fata ti grida?

– Pazienza! La lascerò gridare. Quando avrà gridato ben bene, si cheterà.

Intanto si era già fatta notte e notte buia: quando a un tratto videro muoversi in lontananza un lumicino… e sentirono un suono di bubboli e uno squillo di trombetta, così piccolino e soffocato, che pareva il sibilo di una zanzara!

– Eccolo! – gridò Lucignolo, rizzandosi in piedi.

– Chi è? – domandò sottovoce Pinocchio.

– È il carro che viene a prendermi. Dunque, vuoi venire, sì o no?

– Ma è proprio vero, – domandò il burattino, – che in quel paese i ragazzi non hanno mai l’obbligo di studiare?

– Mai, mai, mai!

– Che bel paese!… che bel paese!… che bel paese!…