Archivi categoria: Cronache di ordinario razzismo

Il doppio “stigma” della diversità. Quell’Italia razzista che se la prende con i più deboli

Abderrahim Belgaid, cittadino italiano di origini marocchine di 62 anni, nella serata del 16 aprile, si trovava nei pressi di Porta Nuova a Torino, in attesa di salite su tram della linea Gtt numero 4. L’uomo, paralizzato dal 2006, dopo essere stato picchiato dal suo datore di lavoro che l’aveva spinto contro uno spigolo provocandogli la frattura del collo, con la sua carrozzina elettrica, è salito sul tram. Una volta a bordo del mezzo, però, non è riuscito ad allacciarsi le cinture di sicurezza (da solo non è in grado, dato che le mani le muove appena), ritardando la partenza del tram: “L’autista del mezzo si è immediatamente avvicinato e mi ha detto che dovevo utilizzare la cintura di sicurezza – ha raccontato l’uomo alla stampa– ma la carrozzina era troppo grande e quindi non ci sono riuscito”. Così l’autista gli ha consigliato di scendere: le nuove regole di sicurezza della Gtt, l’azienda torinese dei trasporti pubblici locali, sono state irrigidite dopo un incidente mortale a bordo di un autobus, capitato proprio ad un disabile: dunque, un mezzo non può partire, se tutte le procedure non vengono pienamente rispettate. Dinnanzi alle proteste dell’uomo, che voleva restare a bordo, è salita la tensione: mentre l’autista si è allontanato per chiedere ai superiori delucidazioni su come comportarsi, gli altri passeggeri non solo non lo hanno aiutato ad allacciare la cintura di sicurezza, ma hanno iniziato a scagliarsi contro di lui. Ciò è bastato a scatenare l’ira razzista dei passeggeri. «Marocchino di m… tornatene al tuo Paese. Disabile di m…, se ci fai perdere ancora tempo, ti tiriamo il collo»: questo il tenore degli insulti e delle minacce proferite da normali “cittadini” a bordo del mezzo pubblico. Qualcuno non si è limitato solo alle offese, ma è andato oltre, sputando addosso all’uomo e tentando di aggredirlo fisicamente. Per fortuna l’aggressore è stato fermato in tempo dal solo passeggero, un giovane, che ha difeso la vittima. Dopo poco, è tornato anche l’autista, che ha risolto ogni problema, permettendo al tram di ripartire, dopo una sosta di circa venti minuti.
Abderrahim, profondamente scosso dalla mancanza di solidarietà e dall’indifferenza dei passeggeri del tram, si è sentito “umiliato” da quegli insulti. Ed è per questo che ha anche sporto denuncia ai carabinieri per l’accaduto. Aberrhaim, dopo il suo grave infortunio del 2006, deve essere assistito 24 ore su 24. Prima di allora, era un infermiere in una cooperativa. Aveva chiesto insistentemente, ma perché consapevole dei suoi diritti, di essere giustamente pagato dal suo datore di lavoro. Lui, infastidito da questa richiesta, lo aveva picchiato, facendolo sbattere, provocando una gravissima lesione alla spina dorsale. All’epoca, si legge in qualche articolo recuperato online, ai poliziotti e soccorritori Aberrahim chiese una pistola per uccidersi, perché aveva capito l’entità del problema.
La vicenda era riuscita ad avere una certa risonanza mediatica proprio per la gravità dell’accaduto e, anche perché il suo aggressore, di fatto un “nullatenente” che però girava in Ferrari, era persino riuscito a non essere condannato a risarcire la vittima per la propria violenza. Tre anni e mezzo fa, Aberrahim è stato vittima di una nuova grave disavventura: un’automobile lo ha preso in pieno in strada. Questa volta è stata, paradossalmente, la sedia a rotelle ad attutire il colpo, salvandogli la vita.
Di fronte ad una persona disabile che incontra evidenti difficoltà logistiche, dovrebbe essere istinto di chiunque dare una mano. Invece alcuni cittadini hanno pensato che fosse “giusto” insultarlo e maltrattarlo perché “marocchino” e “tetraplegico”. Eppure stava soltanto cercando di prendere un tram e chiedeva aiuto per mettersi in sicurezza.
Dov’è finita la nostra umanità?

The post Il doppio “stigma” della diversità. Quell’Italia razzista che se la prende con i più deboli appeared first on Cronache di ordinario razzismo.

Tratto da: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/
Tutti i contenuti di questo sito, ove non diversamente indicato, sono coperti da licenza Creative Commons

L’ultima “direttiva ad navem” del Viminale contro la Mare Jonio

Quasi con sprezzo fa riferimento alle “attività sistematiche di prelievo in mare di cittadini stranieri”, l’ultima direttiva del Ministro dell’Interno indirizzata ai vertici delle autorità per la sicurezza interna.

Destinataria unica dell’atto la Mare Jonio, la nave supportata da Mediterranea Saving Humans, salpata per una nuova missione di verifica nel Mediterraneo meridionale appena il 14 aprile scorso. Tali attività, agli occhi del Viminale, non fanno che accrescere “il pericolo di situazioni di rischio per la vita umana in mare” e possono “determinare rischi di ingresso sul territorio nazionale di soggetti coinvolti in attività terroristiche o comunque pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica”.

Per questi motivi, e senza il minimo accenno alla situazione in Libia, né alla conseguente crisi umanitaria, l’atto del Ministro dell’Interno intima le forze dell’ordine e militari, a vigilare affinché il comandante della nave si attenga alla normativa nazionale e internazionale in tema di salvataggio in mare. Il tutto accompagnato dai soliti tweet sul rischio di invasione e sulla necessità di mantenere i #portichiusi. E ciò nonostante, è bene ricordarlo, nessun atto ministeriale abbia mai realmente imposto il generale divieto di approdo di navi nei porti nazionali. Che non vi sia alcun provvedimento formale di chiusura dei porti italiani è confermato anche dalle richieste di accesso agli atti rivolte ai Ministeri dei Trasporti e dell’Interno, avanzate da ASGI.

La replica di Mediterranea Saving Humans non si è fatta certo attendere. Attraverso un comunicato diffuso sulle proprie pagine social, i promotori dell’iniziativa hanno evidenziato che l’ultima “direttiva ad navem” è stata scritta “come se il governo vivesse in un mondo parallelo”: priva di qualsiasi accenno alla guerra civile in corso in Libia e ai relativi obblighi internazionali nei confronti delle persone che in quei luoghi rischiano la vita, sono soggette a torture o che negli anni sono annegate sulla rotta del Mediterraneo centrale. Eppure le Convenzioni internazionali sui diritti umani, e più nello specifico sul diritto del mare, sanciscono l’obbligo imperativo per gli Stati di tutelare la vita umana in mare attraverso operazioni di soccorso. Tali obblighi, vale la pena ricordarlo, prevalgono su qualsiasi scelta politica, e di qualsiasi livello, di contrasto all’immigrazione irregolare.

Sono queste le disposizioni internazionali che dovrebbero essere richiamate e messe al centro delle iniziative politiche italiane ed internazionali. Specie in momenti come questi.

The post L’ultima “direttiva ad navem” del Viminale contro la Mare Jonio appeared first on Cronache di ordinario razzismo.

Tratto da: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/
Tutti i contenuti di questo sito, ove non diversamente indicato, sono coperti da licenza Creative Commons

I numeri delle “invasioni” parlano da soli: non ci sono mai state

“Un esodo biblico come non se ne sono mai visti. Se in Tunisia non succede nulla, se il Governo non ricomincia a governare, sarà difficile immaginare che questo finisca. Potrebbero arrivarne decine di migliaia”.

Era il 13 febbraio 2011. A pronunciare queste parole durante la trasmissione di Fabio Fazio Che tempo che fa, l’allora ministro degli Interni Roberto Maroni. Appena il giorno prima era stata proclamata “l’emergenza Nord-Africa” per far fronte al “flusso eccezionale di persone” in arrivo via mare nel nostro paese, a seguito delle mobilitazioni popolari scoppiate in Egitto, Tunisia e, poi, in Libia.

Quell’”esodo biblico” comportò l’arrivo via mare di 62.962 persone nel 2011 e di 13.267 persone nel 2012.

“Secondo le nostre informazioni, in Nordafrica ci sono tra 300 e 600 mila persone in attesa di transitare nel Mediterraneo”.

Ad esprimersi è un altro ministro dell’Interno, Angelino Alfano, tre anni dopo, a margine di un convegno sull’immigrazione svoltosi a Palermo. E’ il 3 aprile 2014. A fine 2013 le partenze dal Sud del Mediterraneo sono ricominciate a salire (42.925 il totale degli arrivi sull’anno) e dopo la strage del 3 ottobre 2013, in cui morirono ben 368 persone, il Governo Letta aveva varato la missione Mare Nostrum.

Allora la ricerca e il soccorso in mare si potevano fare e non erano considerati alla stregua dei reati peggiori (come avviene oggi). Eppure, nell’intero 2014, i migranti sbarcati sulle nostre coste furono 170.100 (siamo ancora al di sotto dei 600mila paventati).

“Un anno fa se mi avessero chiesto se i foreign fighters sarebbero potuti venire in Italia in barca, avrei risposto ‘no’. Ora invece è un’ipotesi concreta. Siamo alla fuga individuale dei foreign fighters, è una diaspora di ritorno, è cosa concreta che usino le rotte del traffico di esseri umani. Da qui l’ossessione in questi dieci mesi per il confine meridionale della Libia. Il confine meridionale della Libia è sempre più il confine meridionale dell’Italia”.

Il ministro dell’Interno, questa volta è di “sinistra” e giustifica il suo operato. E’ il 22 ottobre 2017 e a parlare è Marco Minniti. Dopo una diminuzione dei flussi migratori via mare nel 2015 (l’anno in cui la Rotta balcanica ha condotto la gran parte dei migranti per mare verso la Grecia), nel 2016 il numero delle persone in arrivo dal mare ha raggiunto il massimo nella storia del nostro paese: 181.436 persone. Nel 2017, anche grazie a una campagna che ha ostacolato le attività delle Ong che hanno prestato soccorso in mare e agli “accordi” stipulati con alcuni paesi africani, gli arrivi sono scesi di nuovo a 119.369.  La campagna elettorale che precede il voto del 4 marzo 2018 si svolge dunque quando il numero delle persone in arrivo sulle nostre coste è già notevolmente diminuito. Eppure, chi ha annunciato la chiusura dei porti italiani è stato premiato dal voto.

E giungiamo a ieri.

Il premier libico Fayez al-Sarraj ha rilasciato una dichiarazione secondo la quale il peggioramento della situazione in Libia “potrebbe spingere “800mila migranti e libici a invadere l’Italia e l’Europa”. Parole che solo a leggerle (così come riportate sui media) fanno rabbrividire: come già accaduto in passato, i migranti sono usati cinicamente come un’arma diplomatica per ottenere un supporto dal governo italiano.

L’effetto è stato immediato: è partito l’ennesimo “allarme invasione” e il dibattito pubblico italiano, “distratto” per un breve momento da altre faccende, è stato riorientato sulle migrazioni.

“Centinaia di terroristi islamici potrebbero arrivare in Italia approfittando del caos libico”.

Così il Viminale ha fatto precedere “una direttiva” pensata su misura per tentare di fermare la Mare Jonio, messa in mare da Mediterranea. Il ministro dell’interno ha trovato il subitaneo soccorso del Presidente del Consiglio.

“Almeno 500 terroristi sono nelle carceri libiche e mai vorremmo vederli arrivare via mare”.

Dagli ambienti della Difesa sembra giungere qualche segnale di indignazione.

Vedremo se l’ostinazione cinica e spietata della politica oserà a tal punto da lasciare la vita  di migliaia di persone (perché di questo si tratta) in balia di un paese lacerato dalla guerra civile.

Nessuno può fare previsioni.

Di certo ci sono solo i numeri del passato.

E questi ci dicono che le “invasioni”, sebbene annunciate più volte, non ci sono mai state.

“L’emergenza non sono le migrazioni, ma la rappresentazione che se ne fa”.

Fu spiegato bene due anni fa, nel corso della Presentazione del Dossier Immigrazione Idos, 2017.

 

The post I numeri delle “invasioni” parlano da soli: non ci sono mai state appeared first on Cronache di ordinario razzismo.

Tratto da: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/
Tutti i contenuti di questo sito, ove non diversamente indicato, sono coperti da licenza Creative Commons

Libia: l’UNHCR chiede con urgenza il rilascio e l’evacuazione dei rifugiati detenuti bloccati dal fuoco incrociato

Alla luce del drastico peggioramento delle condizioni di sicurezza nella capitale libica Tripoli, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha chiesto con urgenza il rilascio immediato di rifugiati e migranti dai luoghi di detenzione. Molti di questi Centri si trovano in aree teatro di scontri continui. Qui di seguito il testo del comunicato diffuso.

In seguito all’inasprirsi del conflitto in Libia all’inizio di aprile, oltre 9.500 persone sono state costrette alla fuga. Tuttavia, si stima che siano oltre 1.500 i rifugiati e i migranti bloccati in Centri di detenzione che si trovano in aree interessate dalle ostilità.

“Queste persone sono in una situazione di grande vulnerabilità e pericolo. Sono fuggite da conflitti o persecuzioni nei propri Paesi solo per ritrovarsi intrappolate in nuovi scontri”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

“I rischi per le loro vite crescono ora dopo ora. È necessario metterli in salvo con urgenza. Per intenderci, è una questione di vita o di morte”.

Fra i Centri di detenzione che si trovano in prossimità degli scontri vi sono quelli di Ain Zara, Qasr Bin Ghasheer e Abu Sleim, tutti a sud di Tripoli.

La settimana scorsa, l’UNHCR ha cercato di assicurare il trasferimento di rifugiati detenuti vulnerabili da tali Centri a luoghi più sicuri, fra i quali il Centro di raccolta e partenza (Gathering and Departure Facility/GDF) gestito dall’UNHCR, nel centro di Tripoli.

Alla data di venerdì 12 aprile, l’UNHCR aveva potuto effettuare il trasferimento di soli 150 rifugiati vulnerabili dal Centro di detenzione di Ain Zara al GDF.

Gli sforzi profusi dall’UNHCR per assicurare ulteriori trasferimenti di rifugiati vulnerabili da altri Centri di detenzione sono stati ostacolati dall’impossibilità di accedervi e da problemi di sicurezza.

Gli scontri stanno ostacolando gli spostamenti mentre l’instabilità delle condizioni di sicurezza comporta sia la difficoltà di accedere alle strutture interessate dal conflitto per mettere in salvo i rifugiati, sia quella di organizzarne il trasferimento in aree più sicure.

Quale ultima misura salva-vita, non avendo ottenuto il rilascio dei detenuti, l’UNHCR, insieme ai propri partner, giovedì scorso ha tentato di ricollocare tutti i 728 rifugiati e migranti detenuti nella struttura di Qasr Bin Ghasheer al Centro di detenzione di Zintan, lontano dal conflitto.

Nonostante il Centro di Zintan non sia assolutamente adeguato, si trova in un’area più sicura ed è accessibile da Qasr Bin Ghasheer. International Medical Corps (IMC), partner medico dell’UNHCR, gestisce inoltre una clinica sul posto che permette di assistere in tempi rapidi rifugiati e migranti.

Tuttavia, rifugiati e migranti hanno rifiutato di essere trasferiti chiedendo invece di essere evacuati al di fuori della Libia. Attualmente, le possibilità di evacuazione dalla Libia sono estremamente ridotte.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati rivolge un appello alla comunità internazionale affinché solleciti tutte le parti coinvolte nel conflitto a conformarsi agli obblighi di diritto internazionale e sostenga le misure necessarie a porre fine alla detenzione, promuovendo, allo stesso tempo, soluzioni per la popolazione vittima del conflitto in Libia, fra le quali corridoi umanitari per evacuare i più vulnerabili fuori dal Paese.

Le condizioni attuali in Libia continuano a evidenziare che il Paese rappresenta un luogo pericoloso per rifugiati e migranti e che quanti fra essi sono soccorsi e intercettati in mare non devono esservi ricondotti. L’UNHCR ha chiesto ripetutamente che si metta fine alla detenzione di rifugiati e migranti.

Per maggiori informazioni:

A Tripoli, Paula Barrachina, barrachi@unhcr.org, +218 91 001 7553
A Tunisi, Tarik Argaz, argaz@unhcr.org, +216 29 961 295
Ad Amman, Rula Amin, aminr@unhcr.org, +962 790 04 58 49
A Ginevra, Shabia Mantoo, mantoo@unhcr.org +41 79 337 7650

The post Libia: l’UNHCR chiede con urgenza il rilascio e l’evacuazione dei rifugiati detenuti bloccati dal fuoco incrociato appeared first on Cronache di ordinario razzismo.

Tratto da: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/
Tutti i contenuti di questo sito, ove non diversamente indicato, sono coperti da licenza Creative Commons

Ferrara. Un caso di antisemitismo fra minori in una scuola

Un episodio che ha dell’allucinante e dell’inquietante insieme, quello accaduto a Ferrara, città che ospita il Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah, riportato oggi dal quotidiano “Il Resto del Carlino”. In una scuola media, uno studente è stato aggredito e preso per il collo negli spogliatoi della palestra da alcuni compagni di classe. L’hanno insultato in ragione della sua “appartenenza” alla religione ebraica: “Quando saremo grandi faremo riaprire Auschwitz e vi ficcheremo tutti nei forni, ebrei di m…”, gli avrebbero detto durante l’aggressione.

L’episodio, consumatosi nei giorni scorsi, è stato immediatamente denunciato dalla rappresentante di classe insieme ai genitori dello studente aggredito, suscitando numerose reazioni, a partire dall’istituzione scolastica.

La preside, dopo aver sottoposto il caso all’Ufficio scolastico territoriale, ha fatto sapere che la questione è già stata affrontata all’interno della classe tra docenti e studenti e che il giovane aggressore, una volta scoperto, si sarebbe scusato, promettendo che non avrebbe mai più proferito simili offese. La preside ha anche annunciato di avere in programma un consiglio di classe straordinario per capire meglio, anche con i docenti, la dinamica dell’accaduto.

Tuttavia, la stessa dirigente, malgrado le iniziative messe in atto, ha invitato alla “cautela”: “Si tratta di un episodio che va preso con la giusta serietà, senza essere sminuito, ma che deve essere trattato con il massimo della cautela e della discrezione, perché specialmente tra i giovani è presente un germe di qualcosa che può esplodere“.

Sono stati immediatamente messi al corrente dell’accaduto anche Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Andrea Pesaro, guida della comunità ebraica ferrarese, e Luciano Meir Caro, rabbino capo della comunità ebraica estense.

Lo sdegno è collettivo. E’ infatti inaccettabile che cose simili possano accadere in una scuola. Così come non è accettabile farle passare sotto silenzio o ancor peggio sminuirle, soltanto in ragione del fatto che si tratta di “ragazzini”.

Ancora una volta la stampa, in poche ore, è riuscita a coniare una espressione priva di senso: “atti di bullismo a sfondo antisemita”. E nel goffo tentativo di dare risonanza all’accaduto non ha fatto altro che ripetere l’insulto nei titoli o sottolineare il richiamo all’”ebreo”, di fatto propagando ancora di più le parole di odio e di disprezzo e segnando distacco e differenza. E’ evidente che il termine “ebreo” sta tornando a far risuonare sempre più quel senso negativo di disprezzo, che ricorda tempi davvero bui della nostra storia.

Viviamo un momento storico in cui si ha paura di chiamare le cose ed i fatti con il proprio nome. Un momento in cui si tende a negare l’evidenza di un problema, quello del razzismo, in tutte le sue forme, che non è un’emergenza, ma è un fenomeno sociale diffuso con cui sarebbe bene confrontarsi in modo serio.

Un caso di antisemitismo come quello avvenuto a Verona, non ha nulla ha a che vedere con il “bullismo” (la confusione tra razzismo e bullismo non è del resto nuova, noi lo avevamo già ricordato nel caso dell’aggressione ad un bambino egiziano a Roma di recente). Che vengano invocati “i forni”, è una delle più frequenti manifestazioni dell’odio in rete e sui social. Di “letteratura” in merito ne avremmo tanta. Ma che dei minori siano in grado di invocare gli stessi “i forni” dello sterminio nazista contro un coetaneo, è una cosa che fa davvero rabbrividire.

Se l’odio razzista riesce a contaminare anche l’innocenza e la spontaneità dei più piccoli, è il segnale che stiamo sprofondando sempre più in basso. E la domanda che bisognerebbe porsi in casi come questi è: perché questo accade oggi sempre più spesso? Quale influenza esercitano sui più giovani le dichiarazioni e i messaggi denigratori e violenti propagati in rete da parte di personaggi che hanno grande visibilità nel dibattito pubblico?

Perché una cosa è certa: se a un “ragazzino” viene in mente di evocare i forni dei campi di concentramento per offendere un coetaneo, è probabile che lo faccia imitando qualcuno e riproponendo frasi udite o lette da qualche parte.

The post Ferrara. Un caso di antisemitismo fra minori in una scuola appeared first on Cronache di ordinario razzismo.

Tratto da: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/
Tutti i contenuti di questo sito, ove non diversamente indicato, sono coperti da licenza Creative Commons

ASGI: come monitorare e contrastare prassi e condotte illegittime dopo il Decreto sicurezza e immigrazione

ASGI ha elaborato una guida per supportare cittadini, enti di tutela e le organizzazioni sul territorio. Il vademecum vuole  fornire informazioni semplici e comprensibili sui diritti dei cittadini stranieri richiedenti la protezione internazionale in Italia in merito, tra l’altro,  all’iscrizione anagrafica, all’accesso ai servizi erogati sul proprio territorio (pubblici o privati), all’iscrizione al Centro per l’impiego o all’apertura di un conto corrente bancario.

Attraverso le indicazioni  sui testi normativi  su cui tali diritti si fondano e  segnalando le modalità  pratiche con cui tali diritti possono essere esercitati, si vuole favorire una  maggiore consapevolezza  e  una capacità per contrastare condotte e prassi illegittime. Si invitano i cittadini, gli enti e le organizzazioni  a segnalarci  i casi nei quali fosse impedito o ostacolato illegittimamente ai richiedenti la protezione internazionale l’ accesso ai diritti loro riconosciuti dalla normativa, contattando il servizio antidiscriminazione Asgi (antidiscriminazione@asgi.it, 3515542008).

Clicca qui per scaricare il vademecum

The post ASGI: come monitorare e contrastare prassi e condotte illegittime dopo il Decreto sicurezza e immigrazione appeared first on Cronache di ordinario razzismo.

Tratto da: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/
Tutti i contenuti di questo sito, ove non diversamente indicato, sono coperti da licenza Creative Commons

Le zone rosse e l’illusione delle sicurezza

Per tre mesi a Firenze ci saranno delle “zone rosse”: delle aree con “divieto di stazionamento” per “persone dedite ad attività illegali”, che abbiano già una denuncia alle spalle. Questa misura è prevista nella nuova ordinanza firmata dal prefetto Laura Lega. Magistratura Democratica – associazione composta da magistrati che è anche una componente dell’Associazione nazionale magistrati (ANM), ha pubblicato un comunicato nel quale critica il provvedimento. “Mina le fondamenta dello stato di diritto, perché limita fortemente la libertà di movimento – si legge nel comunicato – solo per essere stati denunciati, non condannati; non è necessario neppure essere comparsi davanti a un giudice“. Qui di seguito il testo del comunicato.

La collettività chiede più sicurezza e le affrettate risposte amministrative offrono soluzioni pericolose e illusorie.

L’ordinanza del Prefetto di Firenze permette alle forze dell’ordine di allontanare da alcune zone della città, le “zone rosse”, chi è stato denunciato: per percosse (uno schiaffo), lesioni, rissa, spaccio di stupefacenti. Denunciato. E chi ha ricevuto contestazioni relative alle regole del commercio. In pratica i venditori ambulanti.
Questa visione mina le fondamenta dello stato di diritto, perché limita fortemente la libertà di movimento, solo per essere stati denunciati, non condannati; non è necessario neppure essere comparsi davanti a un giudice.

Firenze non è sola, perché anche il comune di Calziocorte, in provincia di Lecco, ha individuato altre zone rosse, vietando, questa volta, l’insediamento di centri di accoglienza per immigrati nelle nuove “zone rosse”. Più sincera, in fondo, l’ordinanza di Calziocorte: il diverso per eccellenza, l’immigrato, non può accedere alla scuola, alla stazione ferroviaria, persino all’ospedale. Del resto, le persone migranti rappresentano la “categoria” per eccellenza portatrice di una “identità pericolosa”.
Illusorie, queste risposte: la collettività pensa che si raggiunga l’obiettivo, ma non è difficile comprendere che si tratta di soluzioni apparenti, ineffettive, naturale portato di una campagna securitaria permanente, che aumenta le situazioni di disagio e che offre risposte che, anziché risolverle, le rendono strutturali, in un circolo vizioso che si autoalimenta.
Sono scelte che accrescono “la solitudine del cittadino globale” e la contrapposizione, dividendo la collettività anziché renderla coesa e solidale.

Si allontanano, così, gli obiettivi che davvero garantirebbero la convivenza pacifica: l’inclusione e progetti di coesione sociale, che, dove praticati, hanno consentito l’integrazione e l’effettivo aumento della sicurezza reale.

Roma, 13 aprile 2019

The post Le zone rosse e l’illusione delle sicurezza appeared first on Cronache di ordinario razzismo.

Tratto da: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/
Tutti i contenuti di questo sito, ove non diversamente indicato, sono coperti da licenza Creative Commons

Libia. La situazione dei migranti nei centri di detenzione

L’OCHA, l’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs dell’ONU, ritiene che l’escalation di violenze a Tripoli e dintorni abbia finora provocato la fuga di oltre 9.500 persone, precisando che 3.500 sono gli sfollati solo nelle ultime 24 ore.

È questa la situazione che si prospetta a poco più di una settimana da quando il generale Khalifa Haftar ha annunciato, tramite una registrazione audio pubblicata sulla pagina Facebook dell’Esercito nazionale libico, e subito riportata da Al Jazeera (vedi qui), di essere pronto a conquistare Tripoli, sede del governo di accordo nazionale guidato da Fayez Al Sarraj.

La situazione è ancor più grave, se possibile, nei centri di detenzione in cui sono rinchiusi i migranti, dove le condizioni erano pessime già prima dell’inizio della nuova fase di conflitto (vedi, tra le altre qui e qui). In particolare nei Centri di Ain Zara e Qasr bin Gashir, che si trovano al centro degli scontri, le forniture mediche e alimentari si stanno rapidamente esaurendo e i detenuti sono sempre più preoccupati per la loro sicurezza.

Data l’attuale situazione l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha  ricollocato oltre 150 rifugiati dal Centro di detenzione di Ain Zaraal Centro di raccolta e partenza della stessa Agenzia, situato in un’area ritenuta più sicura (vedi qui).

Alcuni migranti che si trovano nel centro di Qasr Bin Ghashir, pur temendo fortemente per la propria incolumità, hanno invece rifiutato un simile trasferimento, chiedendo di essere evacuati al di fuori della Libia, verso un “Paese di pace” (vedi il video del progetto Exodus – fuga dalla Libia).

Alcune persone si trovano in questi Centri in ragione di accordi internazionali (tra tutti gli accordi Italia-Libia) firmati con l’obiettivo di ridurre il traffico illegale e contrasto all’immigrazione clandestina. Questo nonostante l’UNHCR abbia sempre ritenuto che la Libia non possa in alcun modo considerarsi “Paese terzo sicuro”, anche prima dell’inizio dell’attuale conflitto, in “considerazione dell’assenza di un sistema d’asilo funzionante e delle difficoltà ampiamente segnalate” (vedi qui).

Intanto l’Agenzia ONU, in attesa di mettere in protezione i migranti che si trovano intrappolati nei centri di detenzione, ha rafforzato la propria presenza a Tripoli e Misurata, assicurando la continuità dei propri servizi di assistenza telefonica in altre zone dove è forte la presenza di migranti e sfollati. È stato inoltre fatto appello agli attori internazionali affinché venga posta una soluzione al conflitto e che venga quantomeno assicurato l’accesso sicuro degli aiuti umanitari alle aree colpite.

Allo stesso modo, l’OMS, Organizzazione mondiale della Sanità, preoccupata per l’aumento del numero di feriti, l’alto rischio di contagio e il peggioramento delle già precarie condizioni delle infrastrutture sanitarie sul territorio libico, ha avviato una collaborazione con le altre realtà già presenti sul territorio, per sostenere le operazioni di assistenza sanitaria  (vedi qui). 

Intanto l’Italia e l’Europa si
affrontano sul piano politico.

Al centro del dibattito è infatti la posizione della Francia che, secondo l’agenzia Reuters (vedi qui) avrebbe bocciato un documento dell’Unione Europea nel quale si chiedeva ad Haftar di bloccare immediatamente l’offensiva. Pronta è stata la smentita francese attraverso la portavoce del ministero degli Esteri, Agnes von der Muhll, la quale ha spiegato che le uniche obiezioni avanzate dalla Francia riguardavano il rafforzamento di alcuni punti del documento, in particolare rispetto alla situazione dei migranti e alle iniziative per una conclusione politica del conflitto, grazie all’intervento coordinato dall’ONU.

In una recente dichiarazione Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, pur non nominando mai direttamente il generale Haftar, ha invitato, a nome dell’Unione europea, “tutte le parti a cessare immediatamente tutte le operazioni militari”, richiamandole al rispetto delle norme di diritto internazionale, compreso il diritto umanitario internazionale. “Coloro che lo violano” ha detto al Mogherini “saranno ritenuti responsabili”.

Il Ministro dell’Interno italiano, lungi dall’interessarsi alla crisi umanitaria libica, si è detto piuttosto preoccupato per gli interessi economici italiani in Libia.

“Non sono onestamente tanto preoccupato sul tema immigrazione perché mi sembra che si sia capito che l’Italia ha finalmente cominciato a difendere i suoi confini via terra e via mare, sono preoccupato perché ci sono tanti italiani che stanno lavorando lì, perché c’è l’Eni che significa una delle principali aziende italiane che sta lavorando lì e perché vorremmo riprendere dei rapporti commerciali con un Paese stabile. Speriamo che si fermino” (vedi video qui).

Il
Premier Giuseppe Conte ha invece evidenziato la gravità della
situazione umanitaria, che potrebbe, a suo avviso, avere conseguenze sui flussi
migratori, così come sull’insorgenza della componente terroristica in Libia.

Nel frattempo l’ONU, per il tramite di Ghassan Salamé, Rappresentante speciale del Segretario generale, ha rinviato a data da destinarsi il prossimo appuntamento della Conferenza Nazionale libica, in programma per i giorni del 14-15 e 16 aprile a Ghadames, in Libia.

L’incontro era stato previsto nell’ottica del più ampio piano internazionale, con il supporto della Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), per favorire la riunificazione nazionale in Libia e portare il Paese alle elezioni generali, auspicabilmente entro il 2019. Il precedente vertice si era tenuto proprio in Italia, a Palermo nei giorni del 12 e 13 novembre scorso, e aveva portato alla definizione di una roadmap condivisa per la risoluzione della crisi libica.

The post Libia. La situazione dei migranti nei centri di detenzione appeared first on Cronache di ordinario razzismo.

Tratto da: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/
Tutti i contenuti di questo sito, ove non diversamente indicato, sono coperti da licenza Creative Commons

Violenze contro i migranti. Importante svolta in tre indagini

Un caso di omicidio e due pestaggi molto violenti che hanno avuto tutti e tre come vittime dei cittadini stranieri. Tre indagini che in questi giorni hanno conosciuto svolte importanti.

Si riferiscono a violenze che in un primo momento non avevano evidenziato la sussistenza di un movente razzista in modo esplicito, almeno secondo le prime ipotesi degli inquirenti e secondo la rappresentazione proposta dai media. Come spesso accade, queste tre vicende erano finite nel dimenticatoio della cronaca nera locale. E, malgrado l’importanza degli esiti, neanche adesso la stampa ne ha evidenziato in alcun modo la gravità.

L’episodio più grave è accaduto a Caserta, il 17 febbraio scorso, quando il cittadino senegalese Modou Diop, lavavetri di 29 anni, veniva travolto e brutalmente ucciso su Viale Carlo III, nei pressi della Reggia, da un’auto in corsa. Fatale tragicità, si disse. Incidente stradale, avevano rilanciato alcuni organi di stampa. E invece no. Si è trattato di un omicidio volontario (qui il servizio del Tg3 Campania). E’ quanto è emerso dalle indagini condotte dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere che ha notificato l’arresto per un giovane cittadino italiano, appena ventiduenne, che ha commesso questo terribile omicidio, soltanto perché aveva avuto con Modou un diverbio al semaforo, poco prima. Nei suoi confronti è stato emesso un decreto di fermo “per omicidio volontario pluriaggravato”, convalidato dal giudice. Secondo la Procura, il giovane ha ucciso Modou “per futili motivi”, che consisterebbero «nella aberrante intenzione di punire la vittima per un insignificante sgarbo subito». L’indagato, dopo il diverbio, aveva spaventato Modou, fingendo di investirlo, prima di allontanarsi. Subito dopo però, con l’auto, si era diretto nuovamente verso il semaforo. Quando è scattato il verde, ha accelerato repentinamente, travolgendo in pieno la vittima, «cogliendolo di sorpresa e rendendone impossibile ogni difesa». Il ventinovenne senegalese, riverso esanime sul selciato, in gravissime condizioni, moriva dopo una notte in ospedale.

Alla notizia, sebbene evidenziata dalla sola stampa locale, sono proliferati online numerosi commenti d’odio nei confronti della vittima. Il risvolto più inquietante della vicenda è che gli amici dell’omicida sono rimasti omertosamente in silenzio pur essendo a conoscenza della dinamica dell’accaduto sino alla svolta giudiziaria.

Gli altri due episodi di violenza sono accaduti ad Arzano, in provincia di Napoli, e a Siracusa. Nel primo caso, le indagini erano partite lo scorso 31 gennaio, dopo la denuncia da parte di un cittadino ivoriano, Ossuele Gnegne, di quanto accaduto intorno alle 4 del mattino (noi ne avevamo parlato qui). Il Gip del Tribunale di Napoli Nord ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, eseguita dai carabinieri, nei confronti di quattro ragazzi, tutti tra i 18 ed i 24 anni, residenti ad Arzano, ritenuti gli autori del violento pestaggio con l’accusa di “lesioni gravissime e minacce aggravate”.

L’uomo si stava recando al lavoro in bicicletta, quando veniva travolto da un’auto con a bordo i quattro giovani. Questi subito dopo, incuranti della frattura al braccio che gli avevano procurato, hanno cominciato a picchiarlo senza alcun motivo a calci, pugni e schiaffi, e persino con un cric, il tutto mentre era ancora a terra dolorante. La vittima era riuscita a scappare approfittando di un momento di disattenzione degli aggressori, quindi a nascondersi in una vicina piazza, dalla quale, col proprio telefono cellulare ha allertato i militari. L’intervento tempestivo dei Carabinieri ha permesso di identificare i quattro aggressori arrestati nei giorni scorsi.

Nel secondo caso, i fatti risalgono, invece, allo scorso maggio 2017. Come già rilevato e sottolineato in altre occasioni, purtroppo, le violenze razziste molto spesso vengono rese note soltanto alla fine della procedura giudiziaria. Ed è stato così per due giovani senegalesi spintonati ed aggrediti, mentre erano a bordo di un scooter, da tre ragazzi siracusani, poco più che ventenni, che si erano accostati a loro con un’auto per farli volutamente cadere, filmare la scena e postarla sui social. I due migranti in quell’occasione hanno rischiato la vita. I tre giovani italiani sono stati condannati dal Tribunale di Siracusa per lesioni con l’aggravante dell’aggressione motivata “dall’odio razziale”, alla pena di 8 mesi di reclusione per uno e a 6 mesi per gli altri due. Le due vittime sono state sostenute, fortunatamente, nella procedura, dal Consolato senegalese e dalla Consulta Civica di Siracusa, che hanno espresso soddisfazione per il risultato ottenuto in merito alla condanna.

Tre violenze molto simili nella dinamica e nei protagonisti. Un quadro che già troppe volte si è ripetuto con lo stesso identico copione. Dei giovanissimi italiani, in gruppo, compiono aggressioni e violenze “gratuite” e “per futili motivi”, spesso per noia, per divertimento e per un malcelato odio nei confronti dei migranti, bersagli privilegiati e quanto mai indifesi di questi raid notturni. Di fatto, queste svolte nelle indagini sono dei risultati importanti. Con l’auspicio che possano servire “da esempio” e scoraggiare tentativi di reiterazione emulata di tali violenze. L’aggravante motivata dall’odio razzista è stata riconosciuta solo in un caso, ma potrebbe nascondersi anche dietro i “futili motivi”.

The post Violenze contro i migranti. Importante svolta in tre indagini appeared first on Cronache di ordinario razzismo.

Tratto da: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/
Tutti i contenuti di questo sito, ove non diversamente indicato, sono coperti da licenza Creative Commons

Rapporto tra caporalato e riduzione in schiavitù. Annullata la prima sentenza

“È una ingiustizia, hanno vinto i caporali”. Così ha commentato Yvan Sagnet, ex ingegnere, bracciante e ora Presidente dell’Associazione NoCap, la sentenza dell’8 aprile scorso con la quale la Corte di Assise di Lecce ha assolto 11 su 13 persone condannate in primo grado nell’ambito del processo Sabr, per sfruttamento dei braccianti impiegati dal 2008 all’agosto del 2011 nella raccolta di prodotti ortofrutticoli nelle campagne di Nardò, in Salento.
La nuova decisione dei giudici ha completamente ribaltato la storica sentenza del 13 luglio 2017 (qui il testo) con la quale i giudici avevano attribuito a 13, tra imprenditori e intermediari, i reati di “associazione per delinquere, intermediazione illecita di manodopera, estorsione, violenza privata” e più in generale avevano riconosciuto “l’esistenza di una struttura criminale articolata, finalizzata al reclutamento di cittadini extracomunitari da destinare allo sfruttamento lavorativo nel settore agricolo”: il caporalato. I giudici avevano tenuto a specificare inoltre che “a questo modello “liquido” e resistente di impresa non importano il colore della pelle del lavoratore, i suoi tratti estetici e etici o la sua condizione giuridica, quanto, invece, la sua fragilità sociale, la sua vulnerabilità e ricattabilità, tanto da sfociare talvolta in forme contemporanee – e a volte anche antiche – di riduzione in schiavitù o servitù”. Per questi motivi, e in mancanza di una normativa ad hoc, il caporalato veniva fatto ricadere nella fattispecie di riduzione in schiavitù, inglobando al suo interno tutte le altre fattispecie di reato richieste.
Si era trattato della prima sentenza, in Italia, a riconoscere il reato di riduzione in schiavitù in un procedimento giudiziario concernente il mondo del lavoro.
Nonostante ciò i giudici della stessa Corte hanno, in seconda istanza, accolto la tesi della difesa fondata sul presupposto che il reato di schiavitù, all’epoca dei fatti, sebbene fosse previsto dal Codice Penale (art. 600) non era ancora disciplinato dalla legislazione italiana.
La legge contro il caporalato, risale infatti a poco più di due anni fa (legge n. 199/2016). La nuova disciplina, intendendo il caporalato come intermediazione illegale e sfruttamento lavorativo, prevalentemente in agricoltura, ha modificato la formulazione dell’art. 603-bis c. p., con l’obiettivo di ampliarne l’ambito di applicazione, prevalentemente semplificando alcuni indici di sfruttamento. Ad esempio l’utilizzo della violenza o della minaccia, prima requisito necessario, oggi rappresenta solo un’aggravante di reato. È prevista inoltre la perseguibilità penale non solo di chi recluta manodopera a scopo di sfruttamento ma anche del datore di lavoro che la impiega, a prescindere dall’intermediazione. Le pene per tali reati vanno dalla reclusione da 1 a 6 anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ogni lavoratore reclutato.
Nonostante l’entrata in vigore della nuova disciplina il problema del caporalato in Italia è sempre più attuale. L’ultimo Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio PR della CGIL (vedi qui) evidenzia che sono tra 400.000/430.000 i lavoratori agricoli esposti al rischio di entrare nel sistema del caporalato e 30.000 le aziende che ricorrono all’intermediazione tramite caporale (corrispondente a circa il 25% del totale delle aziende presenti sul territorio italiano che impiegano manodopera dipendente), per un business pari a 4,8 miliardi di euro e 1,8 miliardi di evasione contributiva.
La disciplina anti-caporalato è sicuramente necessaria ma si dimostra comunque insufficiente, specie a fronte dalla vigente normativa in materia di immigrazione e accoglienza, poiché mancano reali controlli e perché le vittime sono spesso troppo deboli e troppo ricattabili per denunciare, per non parlare delle difficoltà economiche che si riscontrano nel dover sostenere una causa penale.
Decisioni come quella dell’8 aprile hanno il risultato di rendere ancora più incerto l’accesso alla giustizia.
Anche per questo, i migranti che avevano presentato denuncia e avevano testimoniato, tra i quali Yvan Sagnet, si sono detti pronti ad ricorrere in Cassazione.

Roberta Salzano

The post Rapporto tra caporalato e riduzione in schiavitù. Annullata la prima sentenza appeared first on Cronache di ordinario razzismo.

Tratto da: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/
Tutti i contenuti di questo sito, ove non diversamente indicato, sono coperti da licenza Creative Commons