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Borderline Sicilia denuncia il trattenimento illegittimo di due msna presso il CPR di Milo

L’Associazione Borderline Sicilia, che da anni porta avanti un lavoro di monitoraggio dell’immigrazione sull’isola, esprime profonda preoccupazione per le prassi illegittime messe in atto nel CPR di Milo dalle autorità di Trapani. Venerdì 14 giugno ci è stata segnalata la presenza all’interno della struttura detentiva di due minori stranieri non accompagnati, per i quali il Giudice di Pace di Trapani, sebbene non abbia convalidato la misura del loro trattenimento presso il CPR sulla scorta della dichiarata minore età, ne ha disposto il loro temporaneo collocamento all’interno del centro permanente di rimpatrio di Milo.

Nonostante la nostra tempestiva segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Palermo (inoltrata per conoscenza alla Prefettura di Trapani e agli enti di tutela), apprendiamo che i due minori sono tuttora alloggiati all’interno dei medesimi locali in stato di promiscuità con soggetti adulti ed in violazione delle norme di tutela dei minori.

L’art. 19 comma 4 del decreto legislativo n. 142 del 2015 vieta espressamente il trattenimento dei minori non accompagnati all’interno dei CPR ed ai sensi dell’art. 19 del Testo unico sull’immigrazione in nessun caso può disporsi il respingimento e l’espulsione dei minori degli anni 18.

L’Associazione chiede pertanto a tutte le Autorità che i due minori vengano immediatamente trasferiti dal CPR in una struttura per MSNA e vengano avviate le procedure per l’apertura delle tutele come prescritto dalla legge.

Palermo, 18.6.2019

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Hub di Bologna: 7 domande al Ministro dell’Interno

ASGI, insieme a numerose associazioni e sindacati locali (ADL COBAS Emilia Romagna – Ya Basta Bologna – USB Bologna – Antigone Emilia Romagna – Giuristi democratici – Associazione Trama di Terre – ARCI Bologna – CGIL Bologna – CARITAS Bologna – Associazione Bianca Guidetti Serra – Hayat onlus – Comitato Donne per Nasrin Sotoudeh – Coordinamento Migranti Bologna – Centro Salute internazionale ed interculturale – Gruppo Immigrazione e Salute dell’Emilia Romagna (GRIS –ER) -Famiglie accoglienti – Coalizione civica per Bologna – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) , Donne in Nero, Senlima, Associazione Orlando) ha redatto e diffuso un comunicato stampa indirizzato al Ministro dell’Interno sulla situazione all’Hub di Bologna, sotto sgombero.

Il ministro dell’Interno non sa le cose o mente sapendo di mentire?

Nel comunicato stampa pubblicato il 12 giugno 2019 sul sito del Ministero dell’interno, il Ministro Salvini motiva la chiusura dell’Hub Centro Mattei di Bologna (da lui chiesto improvvisamente il 7 giugno e da eseguirsi nell’immediatezza) ed il conseguente ordine di trasferimento di circa 188 richiedenti asilo in un CAS di Caltanissetta perché non vi era “Nessuna possibilità di integrazione, condizioni igieniche indecenti, problemi strutturali, difformità tra i fondi pubblici incassati e i servizi garantiti.” La responsabilità, a suo dire, era dei “buonisti impegnati (a pagamento) nell’accoglienza” e si chiede, infatti, come sia stato possibile che “non si accorgessero che la struttura fosse più simile a una stalla che a un centro dove ospitare anche donne e bambini”.

Il Ministro, a cui piace evidentemente appartenere alla categoria dei “cattivi” (visto che è solito usare il termine “buonisti” in senso dispregiativo e mai disprezzerebbe sé stesso) forse non sa che:

a) L’Hub Centro Mattei di Bologna è una struttura di proprietà del demanio statale (ex caserma) e dunque bene pubblico in carico alla locale prefettura di Bologna;

b) Come Ente proprietario di un bene pubblico lo Stato è responsabile direttamente della manutenzione straordinaria, dell’efficienza e della sicurezza dell’immobile e delle persone che vi soggiornano;

c) Come Ente proprietario, specie se pubblico, lo Stato ha l’onere di vigilareaffinché l’immobile sia idoneo all’uso per il quale è stato destinato;

d) L’Hub Mattei è un Centro temporaneo per richiedenti asilo, in carico alla Prefettura di Bologna.

Dunque, l’immobile Hub/Centro Mattei, di proprietà dello Stato, doveva essere oggetto di vigilanza da parte della prefettura di Bologna, autorità locale del Ministero dell’interno, che ne è direttamente responsabile.

Un altro aspetto va considerato. L’Hub Mattei non era un CAS ma un Centro in cui dovevano essere inviati i richiedenti asilo (prevalentemente dopo essere sbarcati in fuga dalla Libia) per essere poi collocati in CAS o in strutture SPRAR all’interno del territorio regionale. Il tempo di permanenza dei richiedenti doveva essere breve, quello necessario per formalizzare la domanda di protezione attraverso la compilazione del Modello C3. Così non è stato, tant’è che molti richiedenti asilo che ieri hanno lasciato l’Hub ci vivevano anche da un anno. Situazione più volte denunciata a livello cittadino, tenuto conto che la natura giuridico-formale dell’Hub era incompatibile con la programmazione di un sistema di integrazione, proprio perché la permanenza doveva essere estremamente breve, con conseguente impossibilità per i richiedenti asilo di ricevere misure di integrazione (oggi, peraltro, abrogate dal Ministro Salvini con il decreto legge n. 113/2018).

Non saremo certo noi “buonisti”, pertanto, a rimpiangere l’Hub Mattei. Tuttavia, vogliamo evidenziare che:

a) Nell’Hub Mattei di Bologna era presente, fino a ieri, una stazione di polizia di Stato (dunque, alle dirette dipendenze del Ministero) e precisamente polizia dell’Ufficio immigrazione, che ha provveduto negli anni a compilare i Modelli C3 di formalizzazione delle domande di protezione internazionale.

b) La formalizzazione dei Modelli C3 ha riguardato non solo i richiedenti asilo ospitati nell’Hub Mattei ma tutti i richiedenti asilo accolti nei CAS o nello SPRAR di Bologna e provincia. Dunque, un gran numero di persone.

c) Nell’Hub Mattei erano presenti anche funzionari dell’EASO (Ufficio europeo per il sostegno all’asilo) in ausilio alla polizia di Stato.

Chiediamo al Ministro dell’Interno

1) E’ verosimile che nessuno dei funzionari o dipendenti ministeriali si sia mai accorto delle condizioni di degrado ed insicurezza in cui versava la struttura?

2) E’ possibile che nessun pubblico ufficiale ivi presente abbia segnalato dette condizioni al Prefetto?

3) E’ verosimile che la prefettura nulla sapesse e da tempo?

4) Se l’Hub Mattei aveva condizioni di degrado ed insicurezza statica, come è stato possibile che lo Stato vi abbia continuato a svolgere attività istituzionali?

Nel comunicato stampa del 12 giugno 2019, il Ministro esprime soddisfazione per la chiusura dell’Hub Mattei (dopo quelle di CAS di Cona, Bagnoli, Castelnuovo di Porto) affermando: “Basta con le maxi strutture piene di immigrati, costose, spesso degradate e dove non si fa integrazione ma solo business.” Parrebbe che anche il Ministro, come noi, sia contrario alle grandi strutture di accoglienza, anche se questo lo porterebbe a condividere con i “buonisti” quella qualificazione.

Non ci spieghiamo, però, come mai i nuovi Capitolati d’appalto ideati dal Ministro dell’interno comportino non solo l’eliminazione di tutte le misure di integrazione sociale (corsi di lingua, corsi professionali, orientamento al lavoro, informazione legale, ecc.) e di molti servizi (assistenza sanitaria ridotta, inesistenza di programmi per le persone vulnerabili e vittime di tortura o gravi violenze), maprevedano una riduzione del costo dell’appalto soprattutto per le piccole strutture di accoglienza (la cd. accoglienza diffusa in appartamenti). Le grandi strutture (fino a 500 posti) sono invece più sostenibili economicamente ed è evidente che quello è il modello verso il quale si sta andando. La stessa preannunciata ristrutturazione dell’Hub Mattei è finalizzata a creare un grande CAS, dunque non con permanenza provvisoria e dove non sono previste per legge le misure di integrazione.

Anche il Centro ove sono stati trasferiti i 35 richiedenti asilo che hanno accettato il trasferimento a Caltanissetta (contro il centinaio che l’ha rifiutato) è una grande struttura vicina ad un Centro di detenzione (CPR), in cui già un richiedente asilo ha lamentato l’assenza di un medico. E’ un CARA (Pian del lago) ove esistono Report che denunciano da tempo le gravissime condizioni. CARA che stava per chiudere per carenza di ospiti e che trova oggi giustificazione ad esistere grazie all’improvviso trasferimento dall’Hub Mattei.

Chiediamo al Ministro :

5) Come è possibile che lamenti l’assenza di programmi di integrazione nell’Hub Mattei se il suo decreto sicurezza (n. 113/2018) li ha abrogati definitivamente?

6) Qual è il modello delle strutture di accoglienza che preferisce? L’accoglienza diffusa che si integra alla comunità territoriale, o i grandi Centri che creano inevitabilmente contrasti con la comunità?

7) Quali criteri sono stati utilizzati per individuare la struttura ove trasferire i richiedenti asilo dell’Hub Mattei, tenuto conto che nel giro di poche ore sono stati reperiti dalla stessa Prefettura decine di posti in CAS della regione Emilia Romagna?

Attendiamo fiduciosi le risposte del Ministro, alle quali siamo certi non si vorrà sottrarre, nel rapporto di fiducia e trasparenza che un rappresentante delle istituzioni deve avere con ognuno dei propri cittadini. Anche noi facciamo parte del popolo.

Nell’attesa, godiamo della straordinaria esperienza sociale vissuta dalla città di Bologna l’11 giugno 2019, quando una potente sinergia tra i centri sociali, le strutture sindacali, le associazioni giuridiche, le associazioni del terzo settore, la cittadinanza di Bologna, associata o meno, le parrocchie e la Caritas, hanno impedito l’inumano trasferimento di 188 persone in Sicilia, in una struttura che è un CARA, che condivide gli spazi con un centro di detenzione (CPR) e che certamente non è né accogliente, né organizzato per l’integrazione sociale.

Ministro, ci risponda, cortesemente.

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Io accolgo. Un io e un noi: l’accoglienza ha bisogno di tutti

Io accolgo. Due parole semplici, chiare e comprensibili a tutt@. Sono quelle che identificano la nuova campagna che questa mattina è stata lanciata a Roma con un’azione simbolica a piazza di Spagna, per ricordare che accanto all’Italia del rifiuto e dell’intolleranza, c’è quella della solidarietà, dell’umanità e dell’accoglienza. Che dovrebbe essere pubblica, ma che leggi ingiuste e strategie politiche ciniche tendono a indebolire e a delegittimare, magari ampliando gli spazi per i grandi affari di soggetti privati, privi di scrupoli.

La mattina di oggi ci ha consegnato una bellissima immagine e
nell’era della comunicazione 2.0 le immagini contano molto. Ma gli obiettivi e
le iniziative delle organizzazioni riunite nella campagna vanno ben oltre una scenografia
preparata a sorpresa in una delle piazze più belle del mondo nel mezzo
dell’estate.

Io accolgo. Quell’io ci invita a metterci la
faccia, a sporcarci le mani. Ma rinvia a
un noi
. Innanzitutto al collettivo composto dalle molte persone l’hanno
promossa. E poi ai molti noi che negli angoli delle nostre città e dei porti
chiusi con la forza, continuano a pensare che i diritti o sono per tutti o non
sono per nessuno.

C’è innanzitutto la volontà
di dare voce e sostegno concreto a chi non ce l’ha
: i richiedenti asilo cacciati da un
giorno all’altro da un centro di accoglienza, i titolari di protezione che, a
seguito dell’entrata in vigore della legge 132/2018 dal sistema di accoglienza
istituzionale sono stati proprio espulsi, ma anche le centinaia di associazioni
e gruppi locali, famiglie e singole persone che l’accoglienza, la solidarietà e
l’inclusione sociale la praticano personalmente ogni giorno, ma non fanno
notizia. I volontari che fanno i corsi di italiano gratuiti, i giuristi che hanno
promosso decine di ricorsi contro le discriminazioni come quelli di Asgi, i
sindacati che promuovono vertenze sul lavoro, non dimenticando che le politiche
del rifiuto significano anche perdita di lavoro per molti. Gli studenti e gli
insegnanti della rete Saltamuri che l’inclusione e l’accoglienza la praticano
nelle scuole. I giovani del Congi che sanno molto meglio di altri cosa
significhi vedere negati i propri diritti e le reti che hanno gestito centinaia
di progetti Sprar in tutto il paese, in collaborazione con i Comuni, come Arci,
Caritas, Centro Astalli o Cnca. E le singole persone che di fronte a
un’aggressione xenofoba o razzista reagiscono, prestano soccorso e protezione.

E poi c’è l’obiettivo
di moltiplicare e rafforzare queste esperienze
invitando tutt@ e ciascuno ad
assumere la propria responsabilità, nessuno escluso. Singoli e associazioni,
amministratori e comitati locali, artisti, cantanti e sportivi, studenti e
lavoratori.

Intanto la prima cosa che tutti possono fare è firmare il
manifesto della campagna disponibile qui: www.ioaccolgo.it, seguire la pagina Facebook: https://www.facebook.com/Io-Accolgo-2185365628237828/ e contribuire a farla conoscere
online e offline, anche esponendo le coperte termiche dai propri balconi.

Aderire o contribuire a
creare un comitato locale
di #ioaccolgo sul proprio territorio sarà la sfida delle prossime
settimane, per organizzare momenti di informazione e di discussione pubblica
nel mondo del lavoro e dello sport, iniziative culturali, partecipare alle
tavolate italiane senza muri o sostenere il sistema dell’accoglienza in
famiglia.

Perché una cosa è certa. L’unico modo per (ri)costruire una
società inclusiva e solidale è agire dal basso per costruire, raccontare e
moltiplicare una miriade di altre storie.

Diverse da quella che, per esempio, ha vissuto ieri il
giovane senegalese di 27 anni, ospite di un centro di accoglienza, insultato
con epiteti razzisti e aggredito da due uomini in mezzo alla strada a Fertilia
(Alghero).

Info: www.ioaccolgo.it

Facebook: https://www.facebook.com/Io-Accolgo-2185365628237828/

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Appello a tutela del diritto all’iscrizione anagrafica per i richiedenti asilo

ActionAid, Asgi e i sindaci di Crema, Siracusa e Palermo promuovono l’appello #dirittincomune, indirizzato a tutti i Sindaci d’Italia affinché sottoscrivano un impegno a iscrivere nei registri anagrafici i richiedenti asilo, anche dopo l’entrata in vigore del cd decreto sicurezza e immigrazione (legge 132/18), e alle organizzazioni solidali con i cittadini stranieri.

L’articolo 13 della legge ha introdotto, com’è noto, nuove disposizioni per l’iscrizione anagrafica che sono state oggetto di diverse interpretazioni, anche tra gli amministratori: alla prima lettura è prevalsa l’idea che ai richiedenti asilo fosse preclusa la possibilità di conseguire l’iscrizione all’anagrafe. I promotori dell’appello, invece, basandosi sui pareri di giuristi autorevoli e sulle recenti ordinanze dei Tribunali di Firenze, Bologna e Genova, secondo i quali il diritto all’iscrizione anagrafica per i richiedenti asilo è tuttora vigente ed esigibile, chiedono ai Sindaci di impegnarsi perché questo diritto sia effettivamente garantito, rendendo così possibile ottenere il conseguimento della residenza e il rilascio della carta d’identità, nei fatti molto spesso indispensabili per accedere ai servizi pubblici e privati inerenti, a titolo di esempio, all’istruzione, alla formazione professionale, al diritto all’abitare, all’assistenza sociale.

 “Sono in gioco diritti essenziali, che nei fatti spesso sono inaccessibili o compromessi in assenza di iscrizione anagrafica”, si legge nel testo dell’appello, che non si rivolge solo agli amministratori, ma anche alle organizzazioni solidali perché si facciano portavoce “in ogni sede utile, della lettura costituzionalmente orientata dall’articolo 13 e a promuovere la corretta applicazione della normativa”.

Per queste motivazioni, si chiede l’adesione all’appello e la sua diffusione capillare a tutte le amministrazioni comunali e alle organizzazioni della società civile impegnate sul tema della tutela dei diritti di cittadinanza: il rispetto dei diritti costituzionali è un bene comune irrinunciabile ed è tempo di rendere effettivamente vigente su tutto il territorio nazionale il diritto all’iscrizione anagrafica per i cittadini stranieri richiedenti asilo.

Qui trovate l’appello

Le adesioni vanno inviate a dirittincomune.ita@actionaid.org
 

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Il flash-mob di #ioaccolgo illumina piazza di Spagna

Oggi abbiamo preso parte al flash-mob organizzato per il lancio della campagna #ioaccolgo.
Sui gradini della scalinata di Piazza di Spagna, circa 200 persone si sono avvolte con delle coperte termiche dorate, note nell’immaginario collettivo come simbolo di primo soccorso ai migranti. Contemporaneamente, nella fontana della Barcaccia, sono state gettate delle barchette realizzate con le stesse coperte termiche ed è stato esposto lo striscione della campagna.
Questa è stata la prima di una serie di iniziative che nei prossimi mesi coinvolgerà tutte le città italiane che aderiscono all’iniziativa.
La campagna, organizzata da 46 associazioni, organizzazioni della società civile, attivisti, sindacati ed altri enti, tra cui Lunaria, nasce dall’esigenza di mostrare che molti cittadini non condividono l’approccio governativo all’immigrazione che continua ad ostacolare la realizzazione di una società aperta e inclusiva, come ha dimostrato l’appena approvato decreto sicurezza bis.
Coloro che vogliono esprimere il proprio dissenso verso le politiche migratorie e mostrare la propria solidarietà ai migranti e richiedenti asilo, possono farlo attraverso gesti simbolici, come esporre alla propria finestra o indossare come accessorio la coperta termica, simbolo della campagna.
Tra gli obiettivi della campagna quello di creare una rete di organizzazioni e persone che si riconosce in questi valori e nello stesso tempo far conoscere un’altra faccia dell’immigrazione rispetto a quella diffusa dai media, dando visibilità alle buone pratiche di solidarietà e accoglienza che quotidianamente vengono realizzate nel nostro Paese.
Si tratta di centinaia di esperienze diffuse sul territorio che non intendono sostituire il ruolo delle istituzioni, semmai rafforzarlo.
Ma #Ioaccolgo intende anche incoraggiare i singoli cittadini a prendere posizione, ad agire in prima persona e a coinvolgere attivamente anche i propri familiari, amici, conoscenti e vicini di casa disorientati, disinformati o indifferenti rispetto a questi temi.
La grande partecipazione ottenuta dall’iniziativa di questa mattina è un’ulteriore dimostrazione che esiste una parte della società italiana che non condivide i discorsi ostili e le pratiche istituzionali anti-migranti, ma crede invece nei principi dell’accoglienza, della solidarietà, dell’uguaglianza dei diritti e nella possibilità di una società migliore.

Roberta & Francine

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Un “boato d’odio”. On line la quarta edizione della Mappa dell’Intolleranza di Vox

215.377 tweet, rilevati tra marzo e maggio 2019, considerando 76 termini sensibili. 151.783 i tweet negativi. Vox – Osservatorio Italiano sui diritti, in collaborazione con l’Università Statale di Milano, l’Università di Bari, La Sapienza di Roma e il Dipartimento di sociologia dell’Università Cattolica di Milano, ha presentato nei giorni scorsi, la quarta edizione della Mappa dell’Intolleranza. Una rilevazione, oramai consolidata, che consente l’estrazione e la geolocalizzazione dei tweet che contengono parole considerate “sensibili” e mira a identificare le zone “più calde” in Italia, dove l’intolleranza è maggiormente diffusa.
La prima fase del lavoro di ricerca ha riguardato l’identificazione dei diritti, il mancato rispetto dei quali incide pesantemente sul tessuto connettivo sociale: questa fase è stata seguita dal Dipartimento di Diritto Pubblico italiano e sovranazionale dell’Università degli Studi di Milano. La seconda fase si è concentrata, invece, sull’elaborazione di una serie di parole “sensibili”, correlate con l’emozione che si vuole analizzare e la loro contestualizzazione: questo lavoro è stato svolto dai ricercatori del Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica della Facoltà di Medicina e Psicologia, Sapienza Università di Roma, specializzati nello studio dell’identità di genere e nell’indagare i sentimenti collettivi che si esprimono in rete. Nella terza fase, si è svolta la mappatura vera e propria dei tweet, grazie a un software progettato dal Dipartimento di Informatica dell’Università di Bari, una piattaforma di Social Network Analytics & Sentiment Analysis, che utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per comprendere la semantica del testo e individuare ed estrarre i contenuti richiesti. I dati raccolti sono stati poi analizzati ed elaborati da un punto di vista psico-sociale dal team di psicologi. Infine, l’analisi dei risultati da un punto di vista sociologico, effettuata dal team di ItsTime, Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies, centro di ricerca che fa capo al Dipartimento di Sociologia dell’università Cattolica di Milano. Quest’anno, è stato aggiunto poi un ulteriore fattore di analisi: il “livello di aggressività”. Il software è stato dunque “istruito” per estrarre i tweet più aggressivi, evidenziandone il livello di virulenza: la valutazione è stata orientata dalle categorie utilizzate dalla scala MOAS (Modified Overt Aggression Scale). In questa sua prima forma sperimentale, si è dimostrato utile, per meglio comprendere non solo la negatività, gli atteggiamenti intolleranti e discriminanti, ma anche l’orientamento aggressivo di questi messaggi.
I tweet sono stati geolocalizzati, dando come risultato le ormai note cartine termografiche dell’Italia. Le aree prive di intensità termografiche non indicano assenza di tweet discriminatori, ma luoghi che mostrano una percentuale più bassa di tweet negativi rispetto alla media nazionale. Quanto alla loro distribuzione geografica, la concentrazione è soprattutto nelle grandi città. Una novità preoccupante riguarda gli haters: l’odiatore non è più l’anonimo leone da tastiera. Oggi si fa riconoscere, perché non si sente più solo, ma legittimato. I bersagli dell’offesa, invece, sono sempre gli stessi.
La rilevazione 4.0 mette in evidenza alcune caratteristiche peculiari, secondo 6 gruppi bersaglio: donne, omosessuali, migranti, diversamente abili, ebrei e musulmani.
Innanzitutto, nella classifica dell’intolleranza, svetta la combinazione migranti/ musulmani/ ebrei. L’odio contro i migranti registra un più 15,1% rispetto allo scorso anno e sul totale dei tweet che hanno ad oggetto i migranti, quelli di odio sono ben il 66,7%. Sul totale dei tweet negativi, inoltre, quelli contro i migranti sono circa il 32%: vale a dire che un hater su tre si scatena contro “lo straniero”. L’intolleranza contro gli ebrei, di fatto quasi inesistente fino al 2018, quest’anno registra un più 6,4%. Mentre l’intolleranza contro i musulmani registra un netto aumento (+6,9%) e resta alta e si lega soprattutto alla percezione di eventi internazionali.
La Mappa mostra, al di là delle semplici percentuali, anche alcune evidenze assai significative del clima che si respira nel Paese. La prima evidenza riguarda l’impatto che il linguaggio e le narrative della politica hanno sulla diffusione e la viralizzazione dei discorsi d’odio (vedi i picchi in coincidenza e correlazione con la campagna elettorale per le Europee). La conseguenza più allarmante è che oggi sembrerebbe bastare – dicono i ricercatori – un tweet del ministro dell’Interno per chiudere i porti italiani alle navi trasportanti richiedenti protezione, potenzialmente titolari di un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione: il diritto d’asilo (art. 10, comma 3 Cost.). Analizzando e confrontando i picchi di aggressività contro migranti, ebrei e musulmani con i post dei politici, questa evidenza è ancora più forte. Uno studio in corso con Amnesty International (che grazie al progetto Barometro dell’odio sta analizzando i profili dei politici su Facebook) comparerà i risultati di tale rilevazione con quelli registrati dalla Mappa 4.0. La seconda evidenza riguarda il ruolo dei social media, ormai corsia preferenziale di incitamento all’intolleranza e al disprezzo nei confronti di gruppi minoritari o socialmente più deboli.
Di fronte a tale scenario, appare evidente come sia necessario agire su più fronti: una qualche forma di auto-regolamentazione da parte dei social appare più che urgente (noi ne abbiamo parlato qui). Un secondo fronte, fondamentale, è la prevenzione. Per questo, nel 2018 e nell’anno in corso, Vox Diritti ha intensificato i suoi progetti nelle scuole, per “educare” i ragazzi al linguaggio dell’inclusione, anche per combattere fenomeni di cyberbullismo. Il risultato è la campagna #Ispeakhuman, lanciata a inizio maggio su Facebook e Instagram, i cui contenuti, video, gif, post, sono stati pensati e realizzati dai ragazzi del Liceo Bottoni di Milano e dell’Università Cattolica. La campagna ha registrato un enorme successo, più di 200mila visualizzazioni, a conferma della necessità di creare contro-narrazioni efficaci per combattere i discorsi d’odio.

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L’Agcom lancia #StopHateSpeech

“Ci sono tante parole, scegliamo quelle giuste”: è questo il claim del video della nuova campagna lanciata (il cui hashtag è #StopHateSpeech) dall’Agcom contro le espressioni d’odio. Questo lancio accompagna e introduce l’approvazione, da parte del Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom), delle nuove ‘Disposizioni in materia di rispetto della dignità umana e del principio di non discriminazione e di contrasto all’hatespeech’. L’obiettivo della campagna, rivolta a tutti i cittadini, senza distinzione alcuna, è di sensibilizzare il pubblico sul fenomeno dell’hate speech che, spesso, finisce per alimentare generalizzazioni che conducono ad episodi di discriminazione. Il messaggio della campagna si concentra sull’inesistenza di contrapposizione tra “free speech” e “hate speech”.

E se da un lato la campagna mira ad entrare nelle case di tutti gli italiani, il nuovo Regolamento, contenuto nella Delibera 157/19/CONS (Regolamento recante disposizioni in materia di rispetto della dignità umana e del principio di non discriminazione e di contrasto all’hate speech del 15 maggio 2019), punta a raggiungere tutti i media.

Come avevamo raccontato nei mesi scorsi, il Regolamento è stato preceduto da una consultazione pubblica alla quale hanno partecipato le associazioni di settore, rappresentanti della società civile e delle imprese. Un contributo fondamentale è derivato anche dalla stretta collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti (gli iscritti all’Ordine, di fatto, rispondono alla legge 69/1963, una normativa che va rivisitata, cosi come le carte deontologiche) che ha portato alla definizione di una procedura di confronto permanente sulle iniziative dell’Autorità.

L’Autorità ha voluto fornire “un quadro più definito di norme finalizzate al contrasto alle espressioni d’odio, secondo i principi delle normative italiane ed europee in materia volti a contrastare forme di discriminazione basate sulla costruzione e diffusione di stereotipi, generalizzazioni decontestualizzate di singoli episodi di cronaca che possono ledere la dignità di singole persone associate ad una categoria oggetto di discriminazione”.

Vi è, nel regolamento, un forte richiamo alla “Costituzione della Repubblica che, all’articolo 3, fa riferimento ai principi di uguaglianza e non discriminazione, principi che spesso vengono violati con linguaggi violenti, soprattutto da quando le nuove tecnologie hanno espanso a dismisura le capacità di comunicazione”.

Il regolamento stabilisce, secondo quanto previsto dall’art. 32, comma 5, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, i principi e le disposizioni cui devono adeguarsi i fornitori di servizi media audiovisivi e radiofonici soggetti alla giurisdizione italiana nei programmi di informazione e intrattenimento per assicurare “il rispetto della dignità umana e del principio di non discriminazione e contrasto alle espressioni di odio”, ma anche, secondo quanto prevede la nuova direttiva europea sui servizi media audiovisivi, il conseguente adeguamento delle piattaforme di condivisione di video online.

In presenza di violazioni sistematiche e particolarmente gravi di tali norme, l’Agcom può avviare un procedimento sanzionatorio, diffidando il fornitore di servizi a non reiterare la condotta.

Questo nuovo Regolamento si configura, di fatto, come un ulteriore strumento che mira a spezzare il circolo vizioso dell’odio online alimentato da stereotipi e fake news.

Tuttavia, oggi, in Italia, il livello di guardia nell’hate speech è stato già di gran lunga superato. Occorre andare avanti e creare sempre nuovi strumenti di contrasto che vadano alla stessa velocità con la quale l’odio si sta propagando.

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Report statistico 2018 sul sistema dell’accoglienza a Trieste

Il 7 giugno è stato presentato, a Trieste, il report statistico sull’accoglienza dell’anno 2018, realizzato da Consorzio Italiano di Solidarietà (Ics), Fondazione diocesana Caritas di Trieste, La Collina Cooperativa Sociale, Lybra Cooperativa Sociale e Duemilauno Agenzia.

Il rapporto evidenzia che, nei primi quattro mesi del 2019, rispetto allo stesso periodo del 2018, i migranti che giungono attraverso la rotta balcanica si sono quasi triplicati: le accoglienze sono state 664, contro le 248 del 2018, con 294 trasferimenti verso altre regioni.

Tra il 2015 e il 2016, più di 650 mila migranti sono giunti in Europa attraverso la cosiddetta “rotta balcanica”, un lungo viaggio che, partendo dal confine tra Turchia e Grecia e attraversando i paesi ex jugoslavi, permette di raggiungere l’Europa. Con la costruzione del muro tra Ungheria e Serbia voluta da Orban nel 2015, e l’accordo, poi, tra Turchia e Ue del 2016, la rotta è stata “temporaneamente” chiusa (o solo virtualmente?) lasciando migliaia di migranti lungo le coste greche o al confine turco. Anche se è scomparso dalle cronache, dunque, il tema della rotta balcanica, secondo questo nuovo report, resta di forte attualità.

Secondo i dati raccolti, nel 2018 a Trieste sono arrivati 1.541 migranti, contro gli 840 del 2017. Il report racconta di una popolazione di richiedenti asilo e rifugiati giovane e composta per un terzo da nuclei familiari. Provengono per lo più da Pakistan (542), Iraq (274), Afganistan (118) e Kosovo (87); il 13% è minorenne. I posti programmati in città sono 1.200, in media però le presenze mensili sono state intorno alle 1.300.

A confermare questi dati è Gianfranco Schiavone, presidente di ICS, che in conferenza stampa dichiara: «Il primo dato rilevante è che abbiamo sempre più persone di quanti sono i posti disponibili in accoglienza. Ciò è dovuto al forte aumento di arrivi verificati nel corso del 2018, confermati nei primi mesi del 2019». Se un amento c’è, però, «non siamo in una situazione emergenziale». Per questo motivo «non vogliamo aumentare i posti “ordinari” dell’accoglienza, anche perché non si riuscirebbe a garantire l’inclusione sociale degli accolti. C’è invece bisogno di un’attenzione maggiore per garantire la prima accoglienza e i trasferimenti verso altre città meno esposte agli arrivi».

Nel report vi è anche una parte relativa alla salute dei migranti nella prima accoglienza. In sostanza, si tratta di persone in salute. Il tipo di disturbo è quello caratteristico di una popolazione che ha avuto un periodo recente in cui è stato sottoposto a stress fisico e psichico, ma non si registrano rilevanti patologie infettive. Si registrano, invece, molti casi di violenze subite durante il viaggio. Si tratta di persone ferite, anche da arma da fuoco, anche minori. Le violenze si verificano soprattutto in Croazia, al confine con la Bosnia Erzegovina, e sono compiute sia dalla polizia che dalle bande, come testimonia anche un recente rapporto curato da Amnesty International. Trieste si configura per i migranti come il primo luogo sicuro dopo tanta violenza.

Per quanto riguarda, poi, l’inclusione sociale e la formazione degli accolti, il report si occupa anche del numero elevatissimo di corsi di italiano, corsi di formazione, tirocini attivati ed enti coinvolti. Tuttavia, un dato particolarmente grave e preoccupante riguarda l’annullamento, con il nuovo bando, di tutte le attività di inclusione sociale e di formazione. Il risultato – fanno rilevare le associazioni – è che si avranno «centri-pollaio, possibilmente di enormi dimensioni, dove “parcheggiare” le persone, producendo tensione sociale». E le conseguenze saranno gravi anche a livello occupazionale.

“La scelta dell’accoglienza diffusa, che spinge verso l’autonomia dei beneficiari e verso la creazione di legami sociali con la popolazione fin dal loro arrivo, rimane il tratto distintivo peculiare del sistema di accoglienza triestino, che lo rende una sperimentazione avanzata nel panorama italiano”.  La totale assenza di problematiche legate a tensioni sociali o di sicurezza ed ordine pubblico del modello dell’accoglienza diffusa rende stridente il confronto con “i sistemi di accoglienza di tipo concentrazionario e ghettizzante”, i quali sono caratterizzati ovunque da un forte acuirsi della tensione sociale e da una diminuzione complessiva del livello di sicurezza.

Le associazioni, proprio a questo proposito, tengono a precisare che, se la richiesta per la futura accoglienza sarà quella di fare i «guardiani del pollaio», snaturando la natura dell’accoglienza stessa, e distruggendo di fatto quanto costruito sin qui, loro saranno i primi a rifiutare questo modus operandi.

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Immigrati con-cittadini. Buone pratiche per la vita in comune

di Francine Filié

Venerdì 24 maggio 2019 si è tenuto a Roma il 21° convegno nazionale dei Centri Interculturali, organizzato dalla Rete Scuolemigranti e altre associazioni presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre. Tema della giornata: le buone pratiche di cittadinanza attiva e le esperienze di impegno civile da parte di cittadini stranieri e migranti, che in un panorama fatto di intolleranza e risentimento, propongono un modello che va oltre il semplice assistenzialismo, progettando percorsi per l’inclusione sociale e la convivenza.
Nell’apertura dei lavori, il direttore del dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre, Massimiliano Fiorucci, e Renzo Razzano, presidente del Centro di Servizi per il Volontariato del Lazio, hanno portato l’attenzione sulle diverse forme che può assumere il razzismo (biologico, differenzialista, istituzionale) e sulla necessità, in un presente sempre più caratterizzato da una normalizzazione del linguaggio razzista, di superare il paradigma assistenzialista, che vede i migranti come soggetti passivi, o quello securitario, che vede le migrazioni come un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza dello stato, per considerare migranti e stranieri come soggetti attivi, che partecipano alla creazione della comunità in cui vivono.

Francesco Remotti, antropologo e professore all’Università Torino, nel suo intervento intitolato “l’arte della convivenza”, ha proposto di rappresentare il mondo e la vita in termini di somiglianze e differenze piuttosto che di identità come presupposto per costruire la convivenza, riprendendo il suo ultimo libro Somiglianze (Roma-Bari, Laterza, 2019).
Alla base delle nostre rappresentazioni sociali c’è il concetto di identità, su cui Remotti lavora da molti anni (Contro l’identità, Roma-Bari, Laterza, 1996; L’ossessione identitaria, Roma-Bari, Laterza, 2010) e che ritiene antagonistico rispetto all’idea di convivenza. L’identità ha avuto molto successo nel corso della storia: si presenta come un concetto positivo, che conferisce forza e stabilità. Rispondendo alla domanda “chi siamo?” crea un’illusione di raggiunta compattezza, solidità, integrità, e si sostituisce ai progetti e agli sforzi che cercano di ottenere un po’ di coerenza e di continuità. L’identità dà l’impressione di una realtà già acquisita e impedisce di scorgere la molteplicità e l’insieme di somiglianze e di differenze che è in noi, e i rapporti di somiglianza/differenza che legano i noi agli altri. Da un lato trasforma illusoriamente i soggetti (i noi) in entità compatte e compiute e dall’altro trasforma la rete delle relazioni intersoggettive in uno spazio in cui si profila un unico tipo di relazione: la relazione che oppone noi agli altri. Così facendo, gli altri non sono più nostri “simili”, ma incarnano soltanto l’alterità, un concetto di per sé negativo: essendo ciò che si oppone all’identità, gli altri si configurano inevitabilmente come pericolo e il senso del loro esistere non è altro che un minaccioso rischio di alterazione alla nostra identità.
In questi termini è impossibile pensare ad una convivenza, anche se non necessariamente e non sempre l’identità si configura come un’identità armata e aggressiva. Se abbinata alla tolleranza, all’identità può essere tolto il suo carattere offensivo, e dall’indifferenza, il grado minimo della tolleranza, si può arrivare ad atteggiamenti che via via migliorano sempre più i rapporti tra “noi” e gli “altri, come una coesistenza pacifica. In assenza di tolleranza, invece, si arriverà inevitabilmente al respingimento fino all’estremo dell’annientamento. La tolleranza però è la “percezione di un fastidio”, una reazione a qualcosa che disturba. Diceva Goethe, “tollerare è come insultare”. Inoltre, stabilisce una gerarchia tra chi tollera e chi viene tollerato e può essere tolta in qualsiasi momento.
Pensare in termini di somiglianza e differenza invece vuol dire pensare di avere qualcosa in comune, riconoscere l’esistenza di legame tra noi e gli altri per ripensare la nostra società. Le differenze non vanno appiattite, ma possono essere valorizzate e la convivenza non deve condurre verso l’assimilazione o l’annullamento. Come esempio ci porta il racconto dell’antropologo Siegfried F. Nadel dedicato a Kutigi, un centro nella Nigeria settentrionale, dove per diversi secoli quattro gruppi di origini storiche, lingue, religioni diverse hanno dato luogo a un sistema in cui tutti i gruppi, convivevano usando delle tecniche come lo scambio economico di beni e servizi, la celebrazione di matrimoni esogamici e ponendo a disposizione di tutti le loro differenze religiose e le loro competenze rituali. In questa prospettiva, le differenze acquisiscono un valore nella società.
Remotti sottolinea l’importanza di tecniche e strumenti per realizzare la convivenza: come notato da altri autori, la convivenza riguarda un sapere, e come tale va esercitato. Cita Michel del l’Hopital, consigliere dei Re di Francia e personaggio politico influente, che già nel XVI secolo aveva notato che “ciò che è importante non è sapere quale sia la vera religione, ma sapere come gli uomini possano vivere insieme”, e più recentemente Carlos Gimenes Romero, che definisce la convivenza come “un’arte che occorre apprendere, qualcosa che va coltivato”.
“Rinunciare all’idea di identità, riconoscere le somiglianze, studiare le compatibilità e le incompatibilità; valorizzare le differenze; individuare gli ambiti di interazione e di coinvolgimento reciproco, progettare in comune per un’apertura al futuro, e ricorrendo se serve all’umorismo”, sono per Remotti i presupposti e le tecniche per una riuscita convivenza.

Il convegno è proseguito con alcuni racconti, spesso fatti in prima persona dai migranti volontari, delle loro esperienze di cittadinanza attiva. Quattro sessioni parallele sono state dedicate allo scambio culturale e di saperi, alla cura dei beni comuni e dell’ambiente, alla scuola e alle nuove generazioni e all’esplorazione della città. Nel gruppo per la scuola e le nuove generazioni sono stati raccontati esempi di inclusione e di impegno civile nel contesto scolastico.
Akpeje Labilè e Biam Combey Tevigan, le due volontarie di Maison de la Femme, hanno raccontato della loro esperienza di insegnamento della lingua francese in Togo alle revendeuses, le donne più povere e analfabete che vendono la loro merce al mercato di Lomè. Il loro primo corso nel 2003 è stato preceduto da un sondaggio tra le venditrici ambulanti per scegliere l’orario preferito, che è risultato tra le 12 – 14,30, le ore più calde, quando le acquirenti se ne vanno e chi vende cerca di dormire. La scuola CEVA (cellule di valorizzazione) funziona da 15 anni, senza interruzioni con due corsi all’anno: livello base alfabetizzate in lingua locale, l’ewe, e livello avanzato in francese.
L’insegnante Laura Sidoti ha raccontato l’esperienza “Genitori Peer Muzio” a Milano. Alla scuola primaria Muzio ha organizzato uno sportello di mutuo aiuto per i genitori, con la disponibilità dei genitori “senior”, da molti anni inseriti nel tessuto sociale e produttivo locale, che rappresentano una risorsa preziosa e possono fornire una prima rete di supporto a chi invece in Italia è arrivato da poco, aiutandoli nella fase di orientamento sociale e culturale e nella gestione della burocrazia quotidiana. Recentemente il programma è stato affiancato dalla nuova piattaforma online creata per condividere ed allargare ad altre scuole l’esperienza.
Ramona Medici e Mohamed di “Fare Integrazione” hanno raccontato l’esperienza di corsi di lingua italiana per stranieri tenute da stranieri che già parlano italiano, mentre sempre da Milano il progetto “Mamme a scuola” dal 2004 porta avanti corsi di italiano per mamme straniere con uno spazio bimbi per tenere i figli mentre le mamme fanno lezioni gestito da mamme straniere volontarie.
In tutti questi casi l’impegno volontario e la cittadinanza attiva degli stranieri sono serviti ad aiutare gli altri, rendendoli partecipi della costruzione della convivenza e della comunità, in cui la “diversità” non risulta un peso, ma diventa una risorsa.

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Esternalizzazione dei controlli alle frontiere: il caso del Niger

Asgi ha pubblicato il 4 giugno scorso un approfondimento dedicato al Niger, uno dei Paesi maggiormente coinvolti nelle politiche europee di esternalizzazione. Da alcuni anni Asgi ha infatti avviato un’attività di approfondimento di natura giuridica sulle politiche italiane ed europee di gestione dell’immigrazione, in particolare riguardo la delega delle funzioni di controllo degli ingressi (indesiderati) alle frontiere ai Paesi c.d. di immigrazione o di transito. L’obiettivo è quello di individuare gli strumenti giuridici cui appellarsi per una effettiva tutela dei diritti delle persone coinvolte da tali politiche.

Nel 2017, ad esempio, l’Associazione ha presentato un ricorso al TAR del Lazio in merito al Decreto del Direttore Generale della Direzione Generale per gli italiani all’estero e le politiche Migratorie del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale n. 4110/47, che autorizzava il parziale slittamento della somma stanziata tramite l’ art. 1, comma 621, della legge n. 232/2016 di Bilancio di previsione per l’anno 2017, per l’adempimento delle attività del MAECI, nell’ambito del c.d. Fondo Africa. Tale stanziamento infatti, invece di adempiere all’obiettivo dichiarato di “rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie”, assegnava un finanziamento “alle competenti Autorità libiche per migliorare la gestione delle frontiere e dell’immigrazione, inclusi la lotta al traffico di migranti e le attività di ricerca e soccorso”, ossia per la manutenzione straordinaria di alcune motovedette di proprietà delle autorità libiche, impegnate nel pattugliamento del Mediterraneo, con lo scopo ultimo di impedire l’arrivo sulla partenza dal territorio libico, dove migranti e rifugiati sono sottoposti a trattamenti disumani e degradanti, più volte denunciati dalle varie organizzazioni internazionali di tutela dei diritti umani (si vedano, tra gli altri, qui e qui). Nell’ambito dell’esternalizzazione del controllo delle frontiere si inserisce infatti anche la questione dei respingimenti di rifugiati e migranti che, nel tentativo di raggiungere le coste italiane, vengono intercettati dalla guardia costiera libica. Anche in questo caso l’ASGI ha presentato alcuni ricorsi contro l’Italia alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e si è appellata all’UNHCR e all’OIM affinché si rifiutino di svolgere gli incarichi assegnati dalle istituzioni europee diretti a favorire le operazioni di respingimento piuttosto che di protezione dei diritti di migranti e rifugiati.

Ancora riguardo il Fondo Africa, il dossier di Actionaid dal titolo “Il compromesso impossibile. Gestione e utilizzo delle risorse del Fondo per l’Africa”, segnalava che nonostante lo stesso individuasse 15 Paesi interessati (si trattava di Burkina Faso, Ciad, Costa d’Avorio, Egitto, Eritrea, Etiopia, Guinea, Libia, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan e Tunisia) il 75% delle risorse fosse per la verità destinato a due soli paesi: Niger e Libia (rispettivamente il 45,3 % e il 30,1% del totale), con i quali l’Italia aveva già stretto accordi bilaterali di collaborazione per il contrasto dell’immigrazione irregolare e del traffico di esseri umani.

Il documento dedicato al Niger, pubblicato da Asgi martedì scorso, è stato redatto a conclusione del sopralluogo condotto in Niger da esperti giuristi e ricercatori nella capitale nigerina, durante il quale sono stati intervistati numerosi esponenti delle istituzioni, rappresentanti dell’Università, di ONG e della società civile, evidenzia l’ingerenza delle scelte politiche europee nelle iniziative economiche, sociali, politiche, legislative ed istituzionali del Paese africano.

L’indagine, in particolare, mette in rilievo i limiti riscontrati dal team di ASGI riguardo i differenti passaggi che compongono la procedura di resettlement. Si fa riferimento a quel meccanismo che prevede il trasferimento dei beneficiari della protezione internazionale in uno Stato terzo membro dell’UE che, a seguito di accettazione volontaria di tale trasferimento, possa assicurare un livello di godimento dei diritti al pari dei propri cittadini. La procedura di reinsediamento è generalmente rivolta ai titolari di protezione riconosciuti tali dall’UNHCR e accolti in campi gestiti dall’Agenzia per i rifugiati. Per questo motivo, sottolinea l’ASGI, spesso accade che i cittadini stranieri che si trovano in Libia, non potendo rivolgersi alle competenti organizzazioni internazionali per formalizzare la richiesta di protezione internazionale, non riescono in alcun modo a lasciare i centri di detenzione libici, oppure, se intercettati dalla guardia costiera libica nell’atto di raggiungere le coste italiane, possano essere sottoposti al rischio di refoulement nei rispettivi Paesi di origine. La Libia infatti non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 che sancisce in maniera assoluta il principio di non respingimento. Per questo motivo il meccanismo di resettlement attualmente in vigore in Niger, per i rifugiati provenienti dalla Libia, è stato integrato a partire dalla fine del 2017 dall’Emergency Transit Mechanism (ETM), frutto dell’accordo bilaterale tra l’UNHCR e il Niger il quale, prevede il trasferimento delle persone considerate maggiormente vulnerabili tra i potenziali rifugiati in Niger, luogo in cui la domanda di protezione sarà valutata e, nel caso, si potrà formalizzare la richiesta di reinsediamento. Nonostante il successo di alcuni trasferimenti dal Niger attraverso il programma ETM, l’ASGI evidenzia l’eccessiva responsabilità e discrezionalità attribuita all’UNHCR e all’OIM (che può segnalare i casi di particolare vulnerabilità all’Agenzia ONU) nell’individuazione, tra quelli presenti nei centri di detenzione libici, dei rifugiati e richiedenti asilo maggiormente bisognosi di tutela e lo scarso coordinamento tra i due gruppi di lavoro presenti sul territorio.

L’indagine rileva inoltre l’impossibilità, per i destinatari di parere negativo espresso dall’UNHCR (cui l’accesso al resettlement è quindi precluso), di ricorrere in giudizio, o ancora il fatto che la possibilità di poter avanzare una nuova richiesta, gli eventuali rigetti e i motivi della esclusione non vengano mai notificati e comunicati per iscritto.
Per superare tali gravi criticità, che sottendono alcune serie violazioni della Convenzione di Ginevra sul diritto di asilo da parte delle stesse politiche europee, ASGI evidenzia la necessità di redazione di un nuovo Memorandum di intesa tra UNHCR e OIM e, più in generale, un ripensamento dei meccanismi di resettlement e di ETM, esclusivamente fondati sull’adesione volontaria dei Paesi di transito, come appunto nel caso del Niger, e quelli europei di destinazione finale che accolgono.

Ricordiamo che già nel 2018 ASGI, CILD (Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti Civili ) e Rete Disarmo avevano reso noto, a seguito di richiesta di accesso civico, il contenuto dell’accordo siglato tra Italia e Niger, mai sottoposto al vaglio parlamentare (come invece prescriverebbe l’articolo 80 della Costituzione per ciò che riguarda gli accordi internazionali) e tenuto segreto dai rispettivi Governi. L’accordo a firma dell’allora Ministra della Difesa Pinotti (in concerto con il Ministro degli Interni Minniti), avrebbe garantito armamenti (favorendone l’export illegale) in cambio del blocco dei migranti alle frontiere.

Ricordiamo che il giorno precedente l’uscita del rapporto curato da ASGI, alcuni Governi europei, tra cui quello italiano, sono stati denunciati alla Corte penale internazionale dal giornalista franco-spagnolo Juan Branco e dall’avvocato israeliano Omer Shatz, per crimini contro l’umanità, a seguito della sospensione delle missioni di salvataggio nel Mediterraneo centrale e per aver affidato alla guardia costiera libica il compito di intercettare i migranti in fuga, pur nella consapevolezza delle conseguenze che questi atti avrebbero avuto.

Il Tribunale dell’Aja dovrà decidere se aprire un fascicolo sul
caso.

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