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Il sistema della precarietà

Un tempo essere precari era un problema, come lo è ora, ma a differenza di quello che succede adesso, era anche una condizione temporanea, a volte si protraeva per tempi lunghi, talvolta anche molto lunghi ma conservava per sempre quell’aspetto di eccezionalità che rendeva la condizione di precarietà un periodo a termine, un modo per fare la gavetta, un sacrificio necessario per raggiungere l’agognata sicurezza. Oggi, e purtroppo da tanti anni, essere precari è diventato un sistema di vita. La precarietà non è più uno status temporaneo associato indissolubilmente alla nostra posizione lavorativa. Essere precari oggi è sinonimo di vivere. Come le recinzioni di plastica arancione che delimitano luoghi di ogni tipo, grandezza e posizione, nei centri storici e le periferie –  ma non mi stupirei di cominciare a trovarli anche in campagna –  dei nostri piccoli o grandi centri urbani. Recinzioni temporanee di sicurezza. Per delimitare un’area a rischio. In attesa che venga messa in sicurezza. Un tempo le recinzioni arancioni servivano proprio a questo, come la precarietà, per difendersi, magari un po’ goffamente, da eventi anche peggiori. Adesso sono, i nastri arancioni e la precarietà, il nostro modo per sopravvivere ad un presente molto più incerto di prima, addirittura indecifrabile e sovente senza prospettive di miglioramento.
Di giornalismo e precarietà ci siamo occupati innumerevoli volte su queste colonne. Ricordo diversi anni fa il subbuglio mediatico intenso che provocò un nostro pezzo che si intitolava : giornalisti digitali vendesi per 50 centesimi. Quasi 10 anni fa, e non era certamente nemmeno la nostra prima volta, provavamo ad esplorare la precarietà nel giornalismo, in particolare in quello digitale, che allora era ancora qualcosa di diverso dal giornalismo tradizionale, o almeno ci sembrava tale. Quante inesattezze e ingenuità contiene quel pezzo a  rileggerlo ora:
Lsdi ha cominciato a perlustrare la giungla della ‘compravendita di servizi editoriali’ per il web in Italia scoprendo prima di tutto che la parola ‘giornalista’ è stata ormai sostituita da quella di ‘articolista’ – Questo  primo sguardo fra le pieghe dell’ industria della produzione di contenuti (a parte l’enclave delle redazioni delle testate tradizionali) dimostra chiaramente che essa si basa su un massiccio sfruttamento del lavoro di centinaia o forse migliaia di artigiani del web content, manovali dell’ informazione non pagati o sottopagati, che accettano, od offrono, pacchetti di articoli nella speranza che la Rete prima o poi li compensi.

Quando costa fare il giornalista per il web?

Come quando costa?

C’è un errore, forse la domanda giusta è: quanto si guadagna a scrivere per il web?

Nessun errore! Al giorno d’oggi per riuscire a costruirsi una professione nel più tecnologico, futuribile, democratico, accessibile, semplice, accreditato, e forse anche “letto” fra i mass-media specificamente deputati alla divulgazione dell’ informazione, non basta avere una seria base professionale alle spalle, non serve neanche essere creativi quanto basta, e, soprattutto nel nostro paese, non è assolutamente necessario, anzi forse può diventare un ostacolo avere un’idea rivoluzionaria.

Basta essere disponibili ad essere sfruttati! Meglio se non si chiede alcun compenso, tanto se sei bravo saranno gli utenti ad attribuirti il successo dovuto e con quello arriveranno i banner pubblicitari e con quelli i click sul tuo sito/blog/homepage di Facebook o similari, e con i click allora sì che le tue tasche si riempiranno di bei dollaroni! O forse no?

Ebbene proviamo a confrontare quell’articolo,  con uno status estratto dalla bacheca social di un giornalista stamattina,  e che andiamo a copia incollare qui sotto. Vedrete che ben poco è cambiato. E che la metafora delle recinzioni arancioni di plastica ben si adatta alla nostra attuale condizione. Come altrettanto bene si adatta la figura professionale dell’edile acrobatico. Avete presente quegli operai che invece di montare un’impalcatura riparano un edificio appesi ad una corda come fossero alpinisti? Persone che vivono professionalmente in una perenne situazione di emergenza, di eccezionalità. E non perché serva davvero il loro eccezionale servizio. Ma perché oramai in talune circostanze costa meno l’edilizia acrobatica rispetto a quella tradizionale. E non interessa a nessuno se il rischio è terribilmente più grande rispetto al risultato del lavoro, che poi, per l’appunto a conti fatti, costa più o meno come l’altro se non addirittura meno. E alla fine si muore e anche la vita, a costi fatti, in fondo costa meno, o no?

La mia cambiale da 40 righe

La cambiale di Marco sono quaranta righe di intervista al sindaco del paese, che di mestiere fa il macellaio, ma anche il sindaco. Quella di Giulia è invece il racconto di una giornata in coda per prenotare una mammografia in un ospedale delle Brianza. Settanta righe, “scritte bene, mi raccomando”. La cambiale di Lorenzo, invece, è la stessa di ieri: questura, carabinieri, un salto in procura. Quindici, venti, quaranta, trentacinque e quattordici righe.
La loro cambiale è firmata su un pezzo di carta che il giorno dopo è buono per avvolgerci il pesce. Anzi, Marco non ha neppure quello, che la carta costa e oggi si scrive solo online.
Oggi Marco, Giulia e Lorenzo hanno lavorato, come ieri e come faranno domani. E magari domani faranno la spesa. Perché oggi non si può, e magari è meglio aspettare dopodomani che è il quindici e forse il bonifico arriva. O magari no, forse arriva al venti e meno male che ci sono quei 50 euro nel cassetto, che speravi di mettere via ma anche questo mese amen.

Oggi chi firma un articolo sa che sta sottoscrivendo una cambiale in bianco, che il lavoro si fa adesso e i soldi però arrivano quando arrivano. Tre mesi, sei mesi. E pure un anno. Che poi mandi fatture, elenchi pezzi, borderò con articoli e fotografie, video, ma sai che poi mica te li pagano tutti. Che quando arrivano i soldi non c’è una distinta ma una cifra con le virgole che anche se dividi per la radice quadrata del sangue che ci hai buttato, non puoi capire cosa ti hanno pagato e cosa no. Ma alla fine sono pochi e maledetti. Non sono subito, perché quando arrivano sono già passate due stagioni. E tu scrivevi d’estate e ti pagano che quasi è primavera.

Siamo stati tutti collaboratori, siamo stati tutti sfruttati, umiliati, truffati da editori da rapina che promettevano e dopo due numeri in edicola non pagavano. Ma non siamo passati tutti da qui. Da questo girone d’inferno dove sai che non hai prospettive, che essere collaboratore significa farlo per cinque, dieci o quindici anni prima di avere un contratto. Una volta questo era il modo per entrare in redazione dalla finestra. Oggi le finestre sono chiuse, in molti casi sbarrate. Ma i giornali escono lo stesso, e li riempiono Marco, Giulia e Lorenzo. E mille altri ragazzi che non sono ragazzi ma hanno due lauree, trentacinque anni e magari vorrebbero pure un figlio. Anche se Giulia un figlio non può permetterselo, perché nel girone d’inferno ci si può stare da soli per ostinazione e testardaggine, ma mica ci puoi stare in due. Che allora è omicidio far figli senza sapere quando riuscirai a fare la spesa.
I collaboratori a pezzo, quelli senza un contratto, senza un fisso, senza un foglio di carta, sono i sikh che mungono le vacche nelle cascine, gli africani che raccolgono le arance, le donne romene che coltivano i pomodori nelle serre di Ragusa. Sono la carne da macello indispensabile nel mondo editoriale di oggi. Adesso ci sono, domani anche. Dopodomani chissà. Sono indispensabili perché senza di loro i giornali non escono. Quelli locali, dove devi seguire i consigli comunali dei paesini, ma anche quelli grandi grandi. Perché le aziende editoriali che non pagano sono anche quelle grandi. E ti viene da chiederti cosa mai ci guadagnerebbe il New York Times a fottersi cento euro su una fattura di ottocento o a ritardare il bonifico per nove mesi per lucrare su ottanta centesimi di interessi. Ma in Italia funziona così, e non c’è niente da fare. E vorresti ribellarti ma non puoi, perché altrimenti domani neppure scrivi più.

Lo dico a titolo personale, ma lo scrivo amaramente anche come presidente dei Cronisti lombardi ormai prossimo alla fine del mandato, ma dietro tutto questo c’è un meccanismo che ha poco di diverso da kapò e caporali. Perché c’è qualcuno che ieri ha chiesto a Marco l’intervista al sindaco, a Giulia l’inchiesta sugli ospedali e a Lorenzo le notizie di cronaca nera. Quel qualcuno non è alieno. Non indossa una maschera invisibile, non è il padrùn che sfrutta e getta via. Il caporale è il nostro vicino di scrivania, a volte siamo noi che chiamiamo il collaboratore per chiedere pezzi che sappiamo benissimo che forse non verranno mai pagati. Che chiediamo il favore personale, che diciamo “dai, vedrai che esce un bel lavoro”, che “ci sarebbe da andare in fretta in quel posto” anche se sai che è a venti chilometri da casa e fanno quaranta tra andata e ritorno.

I caporali sono capiredattori che fingono di non sapere che anche oggi scriverai per tre euro, o fosse anche per quindici non farebbe la differenza. Sono quelli che non ti chiedono come va, perché sanno che gli rispondi che non va, che non ti hanno ancora pagato dopo tre mesi. Sono quelli che se te lo chiedono, se per caso hanno l’ardire, stanno zitti mentre non rispondi.

Non è tutto così il nostro mondo. Ma lo è per molti.

Le storie di Marco, Giulia e Lorenzo sono vite che ci stanno accanto. Che a volte non vediamo. Che sfuggono al sindacato perché non sono iscritti, perché non hanno un contratto, perché “se uno accetta di lavorare per tre euro, allora in fondo sono cazzi suoi”.

No, queste storie sono quelle che mandano avanti i giornali, queste vite sono l’amara fotografia di un mondo che fingiamo non esista. La battaglia per ottenere pagamenti regolari non è (solo) una questione sindacale. Ma di civiltà, di etica, di umanità. Non sono freelance, non sono lavoratori autonomi, non sono fantasmi. Non sono ragazzi che sognano di fare i giornalisti, ma che lo fanno ogni giorno.

Sono Marco, Giulia e Lorenzo. Sono colleghi, sono i miei colleghi. Sono borse della spesa vuote. Sono vite pagate con cambiali da 40 righe.

Cesare Giuzzi

 

 

Grazie al collega Cesare Giuzzi per averci concesso di riprendere e pubblicare  il suo pezzo e grazie a Voi  per l’attenzione, e a presto ;)

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Tratto da: www.lsdi.it
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Agricoli o digitali, sempre braccianti siamo

Questa è la Rotonda di Melito di Napoli. Quando Aboubakar Soumahoro giunse in Italia gli amici con cui divideva la casa gli spiegarono che per andare a lavorare era necessario svegliarsi alle cinque del mattino per raggiungere la rotonda di Melito, a piedi o in bicicletta, e poi aspettare che passasse qualcuno “in cerca di braccia”. Guardando questa immagine ho visto Aboubakar arrivare in bicicletta a quella rotonda, contento della prima giornata di lavoro e impaurito delle macchine che gli sfrecciavano vicino lungo la Circumvallazione Esterna di Napoli. Ho pensato a quante volte abbia fatto quel tragitto e quante altre persone lo abbiano fatto con lui.

 

Quella raccontata da Aboubakar Soumahoro in questo libro, “Umanità in Rivolta”, è anche la storia di quelli che non sono riusciti ad arrivare in Italia e di quelli che, una volta arrivati, sono morti ammazzati dal lavoro. Lavoratrici e lavoratori che hanno perso la vita nello svolgere le loro attività o nelle battaglie per difendere compagni che hanno perso il lavoro o per la conquista di diritti.

 

***

 

–> 25 Dicembre 1996: muoiono 283 persone a Portopalo di Capo Passero.

–> 3 Ottobre 2013: 366 morti a poche miglia da Lampedusa.

–> Nel 2018 in totale sono morte 2000 persone.

–> Nel solo mese di Gennaio 2019 ci sono state 170 vittime di naufragio

Quasi 3000 morti, molti senza nome.

 

E poi c’è Jerry Essan Masslo, morto il 25 Agosto 1989 nel ghetto di Villa Literno; ucciso durante una rapina nel capannone dove dormiva insieme con altri braccianti.

Ci sono le 34 persone uccise il 16 Agosto 2012 in Sudafrica; la polizia spara contro gli operai della miniera di platino di Marikana che scioperano pacificamente per ottenere un aumento salariale e migliori condizioni di lavoro dalla società londinese LonMin, proprietaria della miniera. 68 persone rimangono ferite.

E poi ancora Paola Clemente, morta sul posto di lavoro il 13 Luglio 2015; era nelle campagne pugliesi di Andria a raccogliere uva. Alla donna “morta di fatica”, vittima del caporalato, il regista Pippo Mezzapesa ha dedicato un cortometraggio intitolato “La giornata”.

E ancora Abd Elsalam Ahmed Eldanf travolto 15 Settembre 2016 da un tir durante il picchetto per il reintegro di alcuni lavoratori licenziati. 

E Soumaila Sacko, sindacalista, ammazzato da un colpo di fucile, il 3 Giugno 2018, mentre era con alcuni suoi compagni, nei pressi di una fabbrica abbandonata per cercare materiale di risulta.

E Alberto Piscopo Pollini, investito da un’auto il 1 Dicembre 2018 durante una consegna di cibo da asporto.

 

***

La bussola di Aboubakar Soumahoro per non perdersi in queste storie che sembrano raccontate dall’inferno è Giuseppe Di Vittorio sindacalista, politico e antifascista italiano, fra gli esponenti più autorevoli del sindacato italiano del secondo dopoguerra. Di Vittorio si chiedeva:

 

“E’ giusto che in Italia, mentre i grandi monopoli continuano a moltiplicare i loro profitti e le loro ricchezze, ai lavoratori non rimangono che le briciole? E’ giusto che il salario dei lavoratori sia al di sotto dei bisogni vitali dei lavoratori stessi e delle loro famiglie, delle loro creature? E’ giusto questo? Di questo dobbiamo parlare, perché – concludeva Di Vittorio – è il compito del sindacato”.

 

Oggi Aboubakar Soumahoro è un attivista sindacale e sociale impegnato nella difesa dei diritti dei lavoratori e degli esclusi. Soumahoro è un uomo che, avendo vissuto il fenomeno migratorio ed essendo stato dentro il mondo degli sfruttati, ha le carte in regola e la credibilità per poter proporre delle soluzioni che, rinnovando il messaggio di Giuseppe Di Vittorio, fanno leva sui basilari diritti degli esseri umani e dei lavoratori e, soprattutto, su una idea di mondo socialmente e umanamente sostenibile.

 

Chi sono i responsabili delle morti in mare?

I responsabili non sono gli scafisti, osserva Soumahoro, ma le scelte politiche di chiudere le frontiere sull’onda emotiva di una emergenza che non c’è. Un percorso culturale, che Soumahoro definisce di “razzializzazione istituzionalizzata” (da far risalire a oltre trenta anni fa), basato su tre principi:

il naturalismo razziale (esiste una naturale gerarchia secondo cui quella bianca e la razza dominante)

la storicizzazione razziale (la storica supremazia coloniale dei bianchi) 

la razzializzazione culturale (la impossibilità di coabitazione tra persone che esprimono culture diverse e plurali).

 

Un percorso, che, attraverso gli anni, a partire dal 1990 con la Legge Martelli (erano ancora i tempi del pentapartito), attraverso la Turco-Napolitano (1998, governo di centrosinistra), la Bossi-Fini (2002, centrodestra), il Pacchetto Sicurezza (2008, centrodestra) e la Minniti (2018, centrosinistra), è giunto, con incredibile nonchalance, al Decreto Sicurezza del 2018 (Movimento 5 Stelle e Lega): una evidente escalation di erosione dei diritti umani sanciti dalla Costituzione Italiana operata (art. 3, pari dignità ai cittadini; art. 13, inviolabilità della libertà personale; art. 24, tutela dei diritti) con una azione che non ha subito soluzioni di continuità .

 

“Perché le merci possono circolare liberamente e le persone no?”, si chiede Soumahoro.

 

E’ a causa della cultura razzista e della contemporanea necessità del mercato di braccianti a basso costo che ci sono morti; ci sono morti sul lavoro, ci sono morti in mare, ci sono morti di africani e morti di italiani.

 

E’ possibile – si chiede Aboubakar Soumahoro – immaginare un’alternativa alle due strade politiche per la gestione dei processi migratori date dalla cultura della paura e dalla tolleranza solo per chi si vuole integrare? Occorre – prosegue – una coscienza collettiva che metta insieme pensiero e azione e agisca a livello internazionale contro ogni discriminazione (anche, ma non solo su base razziale) nella garanzia dei diritti, intesi anche come diritti dei lavoratori. Aboubakar Soumahoro infatti, il 4 Giugno 2018, nella manifestazione per Soumaila, parla a nome di lavoratori braccianti, lavoratori della logistica, lavoratori dei servizi, lavoratori della grande distribuzione organizzata, lavoratori italiani e migranti, giovani senza presente né futuro. A nome di tutti.  

 

Chi comanda?

Soumahoro sostiene che i problemi delle morti e delle mancate garanzie dei diritti e salari da fame non possono essere solo una questione “penale” tra caporale e lavoratore. Il problema è che si continua a negare e nascondere il fenomeno dell’aumento dei profitti del capitale e dei salari sempre miseri. Il problema non è il caporalato, cioè l’intermediazione tra domanda  e offerta di lavoro, ma il sistema (quello della Grande Distribuzione e delle multinazionali) che genera la necessità di abbassare i prezzi per stare sul mercato.

 

L’esempio della provincia di Foggia è significativo: si registra – racconta Soumahoro – la presenza di più di 50.000 braccianti a cui, in alta stagione, vanno aggiunti altri 5000 lavoratori definiti “migranti”. Dobbiamo aver il coraggio di cogliere l’elemento che accomuna gli uni e gli altri, ovvero il lavoro sottopagato nei campi rispetto al quale la provenienza geografica è evidentemente inessenziale.

Se vogliamo comprendere il nostro obiettivo dobbiamo individuare con precisione il nostro avversario. Per esempio, è strano che nessuno si interroghi sugli enti che certificano la qualità etica delle imprese della filiera e che ogni giorno stabiliscono che non vi sono casi o episodi di sfruttamento. Il controllato, che è in realtà il committente, paga il controllore per certificare il processo di produzione”

 

Ecco, il messaggio di Aboubakar Soumahoro è tutto in questa riflessione. Ed è un messaggio che acquista ancora più senso quando Soumahoro lo allarga ai braccianti digitali, ai riders, a chi – esattamente come capita ai lavoratori dei campi a 2€/l’ora (a dispetto di un contratto che ne prevederebbe molti di più, circa 8) – grazie alle scelte delle Imprese e del Legislatore – acquista lavoro con diritti e dignità (no, non è un errore: è proprio questo che succede: il lavoratore paga per il lavoro che fa!)

 

Proposte

Il valore aggiunto di questo saggio è nella sintesi di alcune misure, direi immediatamente applicabili:

  1. ripartire dal protagonismo delle braccianti e dei braccianti, in una prospettiva di alleanza con i contadini e gli agricoltori da un lato e i consumatori dall’altro per chiedere uguale lavoro, uguale salario, cibo sano e vita degna
  2. ripartire dal codice etico per l’intero settore agricolo perché siano rispettati i diritti di tutti
  3. ai consumatori bisogna dare prodotti che tengano conto delle condizioni di lavoro di chi li produce
  4. un pilastro programmatico deve essere l’abolizione della Bossi-Fini
  5. andando ancora di più nel concreto:
    • istituire un tavolo permanente interministeriale e inter-istituzionale (datori di lavoro, lavoratori e ispettorato del lavoro)
    • coinvolgimento dei centri per l’impiego contro il caporalato
    • condizionare l’accesso ai fondi al rispetto da parte dell’azienda dei diritti umani
  6. internazionalizzare la lotta sindacale
  7. unire, come detto, donne e uomini, che lavorano nei campi o per le aziende tecnologiche e ad essi unire le lotte di tutti i precari (curioso e interessante che, tra le tante categorie, Soumahoro citi quella dei giornalisti)

Difendere il lavoro oggi – chiude così questo saggio che è anche un piccolo manuale – significa partire da due istanze che viaggiano insieme:

  1. difendere i bisogni materiali e
  2. garantire i bisogni immateriali delle persone

 

Si tratta di fare un percorso condiviso dopo aver creato una coscienza collettiva della condizione umana in cui – per l’appunto – riscoprire il concetto di umanità che vuole politiche giuste ed eque il cui successo non si misuri più solo su indici quantitativi come il PIL.

 

***

 

Mi sono trovato di fronte ad un lavoro  disarmante per la sua chiarezza. In esso è contenuta una idea di mondo che dobbiamo definire rivoluzionaria solo perché momentaneamente sconfitta da una logica che misura la vita in termini quantitativi. Voglio dire che rivoluzionaria, in un mondo normale, non lo sarebbe affatto: si tratta infatti di una idea “normale” di mondo.

 

Vi ho ritrovato il principio per cui il benessere è un percorso che non ha alcun senso se non è realizzato insieme agli altri, che i cinque gradini di Maslow sono il modello buono, e che – come lo stesso Maslow diceva – la base di tutto rimane la conoscenza (non sarà certamente un caso che Soumahoro, tra le tante categorie dei precari abbia citato proprio  quella dei giornalisti).

 

La sfida che Soumahoro pone non è banale: federare le lotte è infatti ciò che non sembra più riuscire alla politica (nel senso di quelli che si candidano ad amministrare la cosa pubblica), ma è ciò di cui c’è bisogno. In questo tempo credo che sia necessaria l’azione degli attori sociali, delle associazioni e dei sindacati ai quali è rimasto – più che ai partiti – il ruolo aggregante e rappresentativo dei bisogni.

 

Penso in particolar modo al Sindacato, non solo perché Soumahoro è un sindacalista, ma perché mi sembra – almeno nelle cause che riguardano il mondo del lavoro – il soggetto in grado di mettere a fattor comune le vertenze perché le conosce, o almeno dovrebbe. E anche perché, da quello che osserviamo da qui, sembrano molto più di altri “gruppi istituzionali” essere vicino a ciò che accade ora, ai nuovi paradigmi e alle idee di possibili futuri (penso ai Riders Union di Bologna e alla CGIL). Sarebbe interessante, per esempio, riuscire a declinare nel mondo dei “braccianti digitali” ciò che Soumahoro indica per la condizione dei braccianti agricoli.

 

Un lavoro – apro una parentesi che penso sia utile per sostanziare il pensiero – che può contare su alcune inchieste già disponibili, penso per esempio a quello di Riccardo Staglianò nel suo “Lavoretti”. Un’altra è quella di Massimo Gacci sul Corriere, un interessante pezzo del Corriere dello scorso 26 Maggio dal titolo “I braccianti digitali al servizio dei robot”: alle categorie individuate da Staglianò, aggiunge quella degli sharecropper (che letteralmente vuol dire proprio coltivatore, mezzadro): si tratta di lavoratori invisibili, un po’ come quelli che fanno da content moderator (di cui in effetti Staglianò aveva parlato evidenziando anche le patologie traumatiche di cui possono rimanere vittime), che etichettano le immagini per istruire al riconoscimento con i meccanismi del machine learning le intelligenze artificiali. La loro dinamica di retribuzione li rende assolutamente al pari livello dei braccianti agricoli descritti da Aboubakar Soumahoro: le società di etichettatura – dice Gaggi, nella sua corrispondenza da New York – sostengono di pagare i loro collaboratori da 7 a 15 dollari l’ora, ma in realtà le retribuzioni medie sono molto inferiori, anche perché gran parte di queste mansioni elementari sono affidate a lavoratori a basso costo africani e asiatici. Attualmente, ricorda Gaggi, i maggiori bacini per il labeling sono in Kenya e Malaysia dove le retribuzioni in genere vanno dai 3 ai 5 dollari l’ora.

 

Questo fenomeno, come già un anno fa raccontava Alan Krueger, marcherà ancora di più le disuguaglianze perché allargherà la forbice dei redditi. La consapevolezza da parte dei lavoratori di vivere in questo contesto pare svilupparsi se è vero, come racconta ancora Gaggi, che sono iniziati scioperi degli autisti di Uber o Lyft o che i dipendenti di Amazon hanno inviato lettere a Bezos (in Italia, Gaggi non lo riporta, per citare i fatti più recenti, abbiamo avuto lo sciopero dei ciclofattorini di Glovo – l’immagine è stata presa dal profilo Facebook dei Riders Union); ma non basta.

Aboubakar Soumahoro la strada la indica.

 

Con questi elementi un primo esercizio di declinare l’eptalogo di Soumahoro può essere questo:

  1. ripartire dal protagonismo dei riders e dei lavoratori delle piattaforme digitali, in una prospettiva di alleanza con i proprietari delle piattaforme da un lato e i consumatori dall’altro per chiedere uguale lavoro, uguale salario, cibo sano e vita degna
  2. ripartire dal codice etico per l’intero settore digitale perché siano rispettati i diritti di tutti (qui potremmo citare la “Carta dei diritti fondamentali dei lavoratori digitali nel contesto urbano” firmata a Bologna)
  3. ai consumatori bisogna dare prodotti che tengano conto delle condizioni di lavoro di chi li produce (e.g. alzare il prezzo del cibo consegnato per alzare la paga oraria)
  4. un pilastro programmatico deve essere l’abolizione della Bossi-Fini (di fatto la Bossi-Fini, che espelle chi perde il lavoro, taglia fuori tutti i riders immigrati semplicemente perché i riders non sono lavoratori dipendenti e non hanno un contratto di lavoro. E’ una questione da indagare)
  5. andando ancora di più nel concreto:
    • istituire un tavolo permanente interministeriale e inte-ristituzionale (datori di lavoro, lavoratori e ispettorato del lavoro) – perché non nel campo dei lavoratori digitali e, allargando il perimetro, per tutti i casi di sostituzione tecnologica del lavoro?
    • coinvolgimento dei centri dell’impiego contro il caporalato – già, i centri per l’impiego; vediamo come funzioneranno anche per il carico di lavoro dovuto all’erogazione del reddito di cittadinanza
    • condizionare l’accesso ai fondi al rispetto da parte dell’azienda dei diritti umani. Qui penso alla fiscalità.
  6. internazionalizzare la lotta sindacale. Per i lavoratori digitali questo potrebbe essere anche più semplice anche in virtù di azioni online già molto incisive, penso ai Riders Union Bologna
  7. unire, come detto, donne e uomini, che lavorino nei campi o per le aziende tecnologiche e ad essi unire le lotte di tutti i precari (curioso e – a  nostro avviso – doveroso che, tra le tante categorie, Soumahoro citi proprio quella dei giornalisti). Da una parte la categoria dei giornalisti è una delle maggiormente sfruttate, malpagate e non protette. Dall’altra il lavoro dei giornalisti potrebbe fungere da vera e propria bussola per orientarsi al meglio dentro al caos digitale (la sempre più immensa mole di dati da comprendere) della nostra società.

 

Questo messaggio rimane così, è universale, come universale (cioè condivisa) deve essere la battaglia sui diritti.

 

Al lavoro!

Marco Dal Pozzo

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Dati alla mano serve più democrazia

Il convegno voluto dalla Camera del Lavoro di Milano, il 28 maggio scorso presso l’Università degli Studi di Milano ha rappresentato, a nostro avviso, un evento davvero storico per il nostro Paese e con molto probabilità per il mondo intero. Fuori da ogni retorica, bisogna sottolineare che alla Statale di Milano, si è parlato per la prima volta:  di “trasparenza degli algoritmi”, un tema che ci chi ci segue sa essere molto caro a noi tutti qui a bottega, e che assieme a Michele Mezza abbiamo più volte lanciato durante i nostri appuntamenti digit, nel corso degli ultimi due anni. A confrontarsi sui principali temi della democrazia nell’era digitale sono convenuti, tra gli altri, il rettore dell’Università di Milano,  Elio Franzini, il segretario generale della CGIL Confederazione Generale Italiana del Lavoro, Maurizio Landini, Beppe Sala, sindaco del Comune di Milano, Massimiliano Tarantino, segretario generale della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Michele Mezza docente dell’Università Federico II di Napoli, Massimo Bonini, segretario generale della CGIL di Milano, e Fiorella De Cindio, già docente dell’Università Statale e presidente della Fondazione RCM – Rete Civica di Milano.   Dagli esiti del convegno è partito un progetto comune fra soggetti pubblici e privati, primo fra tutti il Comune di Milano, che prevede la creazione di “un piano regolatore dell’intelligenza artificiale e delle reti di connettività per la città di Milano”. Noi abbiamo provato a raccontarVi la cronaca di quanto è successo durante il dibattito, riportando di seguito,  alcune delle dichiarazioni, diffuse attraverso i social – dunque disintermediate – dai protagonisti dell’incontro pubblico, e riassunte anche  in un  video, pubblicato dopo il convegno dall’ufficio stampa della Cgil.  Grazie dell’attenzione e buona lettura ;)

 

Beppe Sala (via twitter)

 

 

Cosa può fare Milano per stare al passo con i tempi? Analizzare i modelli delle città più evolute e cambiare i propri modelli di organizzazione, i propri sistemi ed obiettivi

 

In questo momento abbiamo un tavolo aperto con New York perché dal punto di vista della trasformazione dei servizi digitali sono molto avanti

 

Voglio lavorare con le rappresentanze sindacali per affermare il principio di uguaglianza tra lavoratori, ma allo stesso tempo bisogna comprendere la velocità del tempo del mondo

 

Io come Sindaco di Milano non voglio subire l’innovazione, la voglio gestire

 

Dire che Milano è un baluardo della democrazia è vero, però per esserlo a tutti gli effetti è necessaria una conferma

 

Per cogliere le trasformazioni digitali è necessario un rapido lavoro di sintesi, coinvolgendo più parti possibili

 

La politica deve riconoscere che il dibattito sulla rivoluzione digitale deve necessariamente passare dalle città

 

Negli USA la politica viene sfidata dalla tematica ambientale e dalle trasformazioni tecnologiche. La loro risposta è un nuovo umanesimo digitale

 

Nella mia rapida missione negli Stati Uniti ho notato spaccature politiche, è normale. Tuttavia gli americani hanno la straordinaria capacità di ragionare sulle soluzioni

 

 

 

Massimo Bonini (via facebook)

 

 

Un piano regolatore delle reti e delle piattaforme per Milano

Più controllo pubblico dei dati, più trasparenza, più democrazia.

Ancora una volta vogliamo provare a dare un contributo per far crescere Milano.

In una città digitale il sindacato confederale si evolve e deve porsi anche l’obiettivo di come si evolvono le società digitali. Per proteggere lavoratori e cittadini nei cambiamenti senza dimenticare i problemi quotidiani.

 

Il Sindaco Beppe Sala accetta la sfida e Maurizio Landini avvalla il nostro percorso.

Da oggi lavoreremo per iniziare questo percorso.

Vogliamo un luogo di co-progettazione tra istituzioni, sindacati, imprese e università che serva a rendere la gestione dei dati digitali pubblica e trasparente e che determini le condizioni di lavoro nelle piattaforme digitali. Condizioni oggi precarie e sottopagate.

Questo lavoro migliorerebbe lo sviluppo della città in termini di sostenibilità, di qualità nei servizi e ne gioverebbe anche la democrazia.

Dobbiamo imparare a considerare le infrastrutture digitali di una città come le reti dei trasporti, gas, luce e acqua e questo consegna un nuovo ruolo al sindacato confederale che vuole governare i cambiamenti e le trasformazioni digitali nel lavoro e nella società.

Sempre con un solo obiettivo. Non lasciare indietro nessuno.

 

 

Michele Mezza (via facebook)

 

 

Di fronte ai silenzi e ai balbettii della politica, che si divide fra subalternità tecnologica e rimozione della domanda sociale che ha prodotto la rete, è necessario prospettare un nuovo patto sociale, che concepisca le comunità di utenti (città, territori, università, categorie professionali, gruppi di consumatori) come soggetti negoziali della potenza di calcolo, per realizzare una nuova fase di quella “rivoluzione del sole” che cinquant’anni fa, nei campus californiani, spinse i migliori talenti giovanili a programmare software che avrebbero cambiato il mondo.

 

Un piano regolatore delle intelligenze e della connettività. Il segretario della CdL Massimo Bonini ha proposto una conferenza dei servizi digitali come tavolo per negoziare i processi digitali fra cui il 5g.  Lo sbocco è stata la convergenza e adesione del sindaco Sala sul progetto di un Piano regolatore delle intelligenze e sul ruolo di una città come Milano, non solo come committente e programmatore, ma anche soggetto di co-determinazione della struttura e dei meccanismi cognitivi delle forme di  intelligenza artificiale. Il sindacato diventa così interlocutore diretto dei processi di automazione fin dalla fase di identificazione dei bisogni e degli obiettivi sociali degli algoritmi. Un modo, ha spiegato il segretario della Cgil Maurizio Landini, per orientare un modo di pensare l’innovazione superando la fase contemplativa e subalterna allo spettacolo tecnologico. Qualcosa di importante mi pare si sia messo in moto a Milano. E lo seguiremo.

 

 

Fiorella De Cindio (su facebook via Fondazione rete civica Milano)

 

 

Dati alla mano serve più democrazia!

Le infrastrutture digitali hanno molte potenzialità e devono essere impiegate anche nei processi democratici: bisogna sperimentarle nel governo delle città, nelle attività civiche… i singoli cittadini e lavoratori possono fornire con questi strumenti un grande contributo di sapere ed esperienza personale, ma devono avere la certezza che quanto fornito sarà valorizzato.

 

 

 

 

 

 

Elio Franzini (dal filmato della Cgil)

 

 

La rete a mio parere non deve sostituire quelli che sono i sistemi della democrazia

 

 

Maurizio Bonini (dal filmato della Cgil)

 

 

La Cgil milanese ha sottoscritto, nel proprio ultimo congresso, un impegno, che oggi vorremmo concretizzare. Nell’economia digitale c’è una ricchezza di cui oggi si parla poco che è quella dei dati e della proprietà dei dati. Oggi questa ricchezza, a livello globale, è in mano a pochi soggetti, e sono soggetti noti. Sono dati che vengono forniti dai singoli cittadini, che utilizzano i loro servizi, oppure utilizzano i servizi della P.a. che sono stati affidati in gestione a questi soggetti. Credo che non governare questa partita possa comportare dei rischi. Le città diventano un luogo strategico, fondamentale per iniziare a sperimentare il governo della gestione dei dati. Noi facciamo la proposta di governare i dati in modo trasparente e di proteggere i dati di ogni singolo cittadino. Può anche essere individuata una conferenza dei servizi digitali in cui si consegna il ruolo della macchina pubblica, di una governance pubblica, dove però interagiscono in maniera partecipativa tutti i soggetti che operano sul territorio.

 

 

 

Beppe Sala (dal filmato della Cgil)

 

 

Passate le elezioni adesso basta. E’ il momento che la politica abbia il coraggio e la capacità di sfidarsi su queste questioni. Io sono totalmente d’accordo con la proposta. E’ il momento del piano regolatore del digitale.

 

 

Michele Mezza (dal filmato della Cgil)

 

 

Mettiamo agli atti, in questo momento, l’apertura di un percorso del tutto inedito a livello nazionale.

 

 

Maurizio Landini (dal filmato della Cgil)

 

 

Se vogliamo ragionare c’è anche un problema per queste multinazionali sul sistema fiscale. Sento che oggi il ministro degli interni si occupa anche di tassazione e di flat tax. Uno dei nostri problemi, sarebbe quello di far pagare le tasse a queste multinazionali, come le pagano tutti gli altri soggetti in giro per l’Italia e resto del mondo, per recuperare delle risorse. E’ utile fare questa discussione così come è stata impostata dalla camera del lavoro di Milano: con l’amministrazione comunale, con il sindaco, ma in un luogo come l’università, e che si possa via via  allargare ad altri soggetti. Perché c’è un altro elemento che deve essere chiaro: un processo di questa natura ha bisogno di ragionare in termini di sistema.

 

 

Fiorella Di Cindio (dal filmato della Cgil)

 

 

C’è bisogno di cultura di ricerca multidisciplinare, tra l’altro, perché non c’è una sola disciplina; non basta l’informatica, ci vogliono le scienze sociali, le scienze politiche, la giurisprudenza. Ci vogliono tutti i saperi insieme.

 

 

Massimo Tarantino (dal filmato della Cgil)

 

 

Ma è naturale non essere pronti, perchè sei in un processo di tale violenta e veloce trasformazione, che serve costruire un nuovo patto generazionale.

 

 

Marilisa D’Amico (dal filmato della Cgil)

 

 

Non solo una Milano dei diritti, ma siccome è una Milano dei diritti della persone, anche una Milano dei diritti digitali.

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Umanità e sistemi di calcolo

Zeynep Tufekci, sociologa turco-statunitense che studia l’impatto reciproco di tecnologia e società, pensa che gli algoritmi per loro natura abbiano in se una tendenza alla parzialità perchè sono creati da esseri umani che sono di parte e “ottimizzano il prodotto in base ai parametri scelti dall’azienda in condizioni ugualmente scelte dall’azienda”. L’algoritmo fa coincidere il concetto di rilevanza con il concetto di interesse individuale. Strutturalmente tu vedrai delle cose che lui pensa che ti interessino, non tutto quello che c’è da vedere. Tutta la rete, tutta quella che viene  filtrata da un motore di ricerca, da un social, dagli algoritmi insomma funziona in questo modo. Utilizzare un approccio unicamente software-based può essere rischioso e portare ad azioni non utili o addirittura dannose. Spesso non sappiamo abbastanza su come i sistemi algoritmici lavorano per sapere se sono più giusti di quanto gli esseri umani sarebbero da soli. In parte perché i sistemi fanno scelte sulla base di ipotesi sottostanti che non sono chiare anche ai progettisti dei sistemi, non è necessariamente possibile determinare quali algoritmi sono distorti e quali no. E anche quando la risposta sembra chiara  la verità a volte è più complicata di come appare.

 

 

Sul lavoro della tecno-sociologa, che ha scritto anche alcuni libri, nessuno di questi purtroppo tradotto nel nostro Paese, abbiamo provato a formulare alcune nostre riflessioni. In particolare partendo dalle dichiarazioni della studiosa di origine turca che vive e lavora in America riportate qui sopra abbiamo estratto alcuni passaggi a nostro giudizio esplicativi di alcune sue teorie ricavandoli da un suo speech ad una conferenza Ted x di cui trovate qui sotto il video integrale.

 

 

 

 

 

 

 

 

Guardiamo a un fatto semplice delle nostre vite digitali, le pubblicità. Giusto? Tendiamo a ignorarle. Sembrano rozze, di scarso effetto. Tutti abbiamo avuto la sensazione di essere inseguiti sul web da pubblicità basate su cose che abbiamo cercato o letto. Lo sapete, cercate un paio di stivali e per giorni, questi stivali vi seguiranno dovunque andiate. Persino quando cedete e li acquistate, continueranno a seguirvi ancora. Siamo quasi abituati a questo tipo di manipolazione grossolana. Alziamo gli occhi e pensiamo, “Sai? Queste cose non funzionano.” Tranne che, online, le tecnologie digitali non sono solo pubblicità. Per capire meglio, prendiamo un esempio del mondo fisico. Sapete che nei supermercati, proprio vicino alle casse trovate dolci e gomme ad altezza occhi di bambino? È fatto apposta per farli piagnucolare proprio mentre i genitori stanno per pagare alla cassa. Questa è architettura persuasiva. Non è bella, ma funziona. E infatti la vedete in tutti i supermarket. Nel mondo reale, queste architetture persuasive sono un po’ limitate, perché si può caricare fino a un certo punto l’angolo della cassa. Inoltre dolci e gomme, sono uguali per tutti, anche se funziona di più per le persone che hanno piccoli bimbi frignanti accanto. Nel mondo fisico, viviamo con queste limitazioni.

Nel mondo digitale, invece, le architetture persuasive possono essere costruite su larghissima scala e possono colpire, dedurre, capire, essere costruite su misura per singoli individui, uno per uno, scoprendo le debolezze, e possono essere inviate sugli schermi privati dei nostri telefoni, così da non essere visibili a tutti. E questo è differente. Questa è una delle cose basilari che l’intelligenza artificiale può fare.

In Usa i dati di navigazione e di esperienza sono raccolti e venduti, in Europa ci sono leggi più restrittive.

Ciò che succede e che gli algoritmi lavorano sui dati che vengono collezionati cercando di apprendere i nostri comportamenti. Ma lavorano in modo tale che alla lunga nemmeno più chi li ha progettati riesce a capire come funzionano, pur avendo a disposizione tutti i dati che l’algoritmo stesso utilizza. Sarebbe come pretendere di capire a cosa sta pensando il cervello umano se ne visualizzassimo una sezione.
È un meccanismo, una intelligenza che alla fine non capiamo più.

Un ingegnere disse che con un algoritmo funzionante sui post pubblicati su Facebook si può riuscire ad anticipare uno stato maniacale prima che si manifestino i sintomi clinici. Ma non sapeva esattamente come questo fosse possibile.

Studiando la campagna di Trump su Youtube, l’algoritmo ci presentava video sui suprematisti bianchi. Guardando quelli di Hillary l’algoritmo  proponeva filmati sulle tesi cospirazioniste di sinistra. La riflessione che questi comportamenti mi suggeriscono è: “anche se l’algoritmo di Youtube è proprietario, ha capito che se può attrarre gente e pensare che può portarli su cose ancora più spinte le persone rimangono su Youtube fino a farle entrare nella tana del coniglio (la pubblicità). Mentre Google mostra le sue pubblicità”.

Nel 2010 è nel 2012 è stato dimostrato che il post di Facebook che metteva in evidenza chi dichiarava di essere andato a votare ha portato alle urne rispettivamente circa 300.000 e  circa 100.000 elettori. Se pensiamo che nel 2016 Trump ha vinto con 100.000 voti  di scarto si capisce quanto una scelta fatta da una piattaforma privata possa influenzare il voto pubblico. L’algoritmo può capire la nostra inclinazione politica e potrebbe anche decidere di spegnere un candidato e pomparne un altro.
Questo accadrebbe senza che nessuno se ne accorga. Perché nessuno sa cosa sta guardando l’altro sul proprio telefonino.

 

 

Questo dà anche l’idea di quanto sia potente chi detiene i dati. Immaginiamo cosa potrebbe accadere se uno stato usasse in qualche modo le informazioni e i profili  dei propri cittadini. La Cina sta costruendo dei sistemi di riconoscimento facciale per riconoscere e arrestare le persone. Ecco la tragedia: costruiamo questa infrastruttura di controllo autoritario solo per ottenere click sulle pubblicità.  Se utililizzi evidenti meccanismi del terrore per spaventare le persone, saremo spaventati ma sapremo perché. Odieremo e resisteremo.

Ma se le persone che hanno potere utilizzassero questi algoritmi per osservarci placidamente, per giudicarci e per spingerci, per predire i ribelli e identificarli, per costruire una architettura della persuasione su larga scala e per manipolare egli individui uno per uno, utilizzando le loro debolezze e le vulnerabilità individuali attraverso i  nostri schermi privati, cosicché non sappiamo neppure quello che i nostri vicini e concittadini stanno vedendo, questo autoritarismo ci avvolgerà come tela di ragno senza che ce ne rendiamo conto.

 

 

I modi in cui l’intelligenza artificiale può intrecciarsi con banche e assicurazioni sono numerosi. A partire dalla sicurezza: tramite sistemi di riconoscimento facciale, a Singapore – così riporta Wired – ogni cliente viene identificato prima che possa svolgere qualsiasi genere di operazione. L’approccio con cui a Singapore l’intelligenza artificiale è entrata nel campo dello shopping è decisamente cliente-centrico. Raccogliendo i dati su abitudini e preferenze di ciascun potenziale acquirente, un algoritmo tenta di prevedere quale genere di prodotto potrebbe interessare all’interno di un negozio, guidando il cliente direttamente davanti allo scaffale giusto. Singapore e la datacrazia – come l’ha definita il sociologo Derrik De Kerckhove, – nostro relatore a #digit17 presso il Polo Universitario di Prato – ,  nel corso del suo intervento l’allievo di Marshall McLuhan , ci raccontava, già quasi due anni fa, dell’esistenza di un controllo permanente che produce delle “vite previste” a sua volta capace di generare pace sociale, in qualche modo artificiale, che – con quello che De Kerckhove chiama fascismo elettronico – annulla l’autonomia, la memoria, il sé, le culture (perché col controllo appiattisce le diversità). Il punto è: vogliamo questo oppure no?

 

 

 

Cosa potrebbe succedere se su una piattaforma di distribuzione dei contenuti agisse una censura automatica e non trasparente di detti contenuti “giornalistici” e generati direttamente dalle conversazioni degli utenti? Siamo sicuri che l’eventuale “nazionalizzazione” di Facebook potrebbe risolvere il problema? Riuscite a immaginare un Facebook nelle mani Lee Hsien Loong, governante di Singapore che già non brilla per la libertà di Stampa?

 

 

Vorremmo a questo punto delle nostre riflessioni aggiungere un ulteriore elemento di analisi, un apporto a nostro avviso assai utile per inserire nel ragionamento uno spunto di concretezza e chiarezza per comprendere quanto studi e discorsi astratti coincidano con i comportamenti in atto fra le cosiddette techno-corporation. Ci riferiamo in particolare alla sperimentazione in corso da parte di Facebook, il Free Basic Program. Che – a nostro avviso –  è un po’ come se facebook tentasse di diventare uno Stato. Così recita la pagina in oggetto dentro alla piattaforma sociale:

 

 

“Free Basics rende Internet accessibile a un maggior numero di utenti fornendo loro servizi di base gratuiti come notizie, salute, viaggi, lavori disponibili in zona, sport, comunicazione e informazioni sulle amministrazioni locali.

 

A oggi, siamo in grado di offrire questi servizi a un miliardo di utenti tra Asia, Africa e America Latina, con l’intento di coinvolgerne un numero sempre maggiore per migliorarne la qualità della vita attraverso i benefici portati da Internet.

 

Free Basics è parte dell’iniziativa Internet.org di Facebook.”

 

 

“Gli utenti novizi di questa piattaforma potrebbero non essere consapevoli del fatto che vedono solo una piccola selezione, per altro fatta a mano, di siti web”. Così dice  Ludwig Siegele in uno  speciale dell’Economist sui trend e sulle più importanti questioni da monitorare nel 2019 . Serve un approccio critico alla corsa alla connessione, soprattutto nelle nazioni più povere, per le quali Facebook’s Free Basic programme è stato pensato.  Si sta correndo un rischio serio, a nostro avviso, soprattutto  chi – come lo stesso Siegele puntualizza – avendo poca esperienza su altri media, tende ad avere incondizionata fiducia – a prescindere – verso  chi parla loro dai canali online.

Qual è la soluzione? Lavorare sulla media literacy, creare degli spazi sicuri online o tassare l’utilizzo dei social media non sembrano essere convincenti, riflette Siegele. Idee più promettenti, continua, sono quelle che prevedono che i giganti del web cambino i loro modelli rientrando così nel “Contract for the Web” proposto da Tim- Berners-Lee). Un esempio potrebbe essere quello di  rendere la vita più difficile alla diffusione delle informazioni, ponendo le basi per una via che potremmo definire:  “Slow Social”.

Ma, sorge spontanea la domanda,  a chi – come noi di LSDI – diffida dalle soluzioni preconfezionate, soprattutto quando partono da una ipotesi confutabile, che è quella del fenomeno delle fake news: a cosa serve andare più lentamente sui social? Zuckemberg ha abbassato il numero di persone alle quali poter inviare messaggi via whatsapp, ricorda Siegele. Bene. Ma davvero si riesce in questo modo ad arginare il fenomeno delle fake news? E poi, per l’appunto, stiamo ancora parlando davvero di arginare il fenomeno delle fake news? Come se fosse questo il vero problema? L’impressione, come dice ancora Siegele, è che l’obiettivo di facebook  sia semplicemente quello di mettersi al riparo dalla critica di essere il responsabile di quello che è successo e sta succedendo, ad esempio con lo scandalo Cambridge Analytica. Che poi, da un punto di vista meramente tecnologico, la limitazione del numero di persone alle quali mandare inviare contenuti a noi sembra essere molto facilmente aggirabile.

 

 

Dice ancora nel suo intervento al Ted X la sociologa turco-americana Zeynep Tufkeci:

 

L’algoritmo persuasivo di Facebook funziona bene, che si vendano scarpe o politica. Ciò che è stato pensato per essere manipolati dalle pubblicità, organizza anche il flusso di informazioni politiche, personali e sociali. Questo deve cambiare.

Non sono qui a criticare i social dei quali ho riconosciuto gli effetti positivi per tenere in contatto persone, organizzare movimenti e superare la censura. Non critico nemmeno i padroni delle piattaforme che hanno sempre fatto belle dichiarazioni e sono sicura che la loro intenzione non sia quello di polarizzare ed estremizzare le conversazioni e i gruppi sociali; ma non sono le intenzioni di queste persone a fare la differenza, ma i loro business model.

O Facebook è una truffa da miliardi di dollari in cui le pubblicità non funzionano, oppure il suo potere di influenza è fonte di grande preoccupazione. Per Google la situazione è analoga.

 

Quindi, cosa possiamo fare? Serve un cambiamento. Non sono in grado di offrire una ricetta semplice, perché dobbiamo ristrutturare per intero il modo in cui opera la tecnologia digitale. Tutto: dal modo in cui la tecnologia viene sviluppata alla maniera in cui gli incentivi, economici o di altro tipo, sono costruiti dentro il sistema. Dobbiamo confrontarci e occuparci della mancanza di trasparenza creata dagli algoritmi proprietari, la sfida strutturale dell’opacità del “machine learning”, tutti questi dati su di noi che vengono raccolti indiscriminatamente. Abbiamo un grande compito di fronte a noi. Dobbiamo mobilitare la nostra tecnologia, la nostra creatività e sì, la nostra politica così da costruire un’intelligenza artificiale che ci supporti negli obiettivi umani ma che sia anche vincolata dai nostri valori umani.

 

 

“Occorrono nuove forme di conoscenza per avere nuovi saperi”, ha detto a #digit17  il professor Mario Rasetti, fisico di fama mondiale e presidente dell’Isi Foundation, una società di ricerca scientifica che realizza “algoritmi predittivi” attraverso l’uso dei quali – fra le altre cose – coordinandosi con i medici dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità, è possibile monitorare la diffusione di alcune delle peggiori epidemie di malattie incurabili nel mondo come: ebola, zika o l’aviaria. Nel corso del suo intervento a digit, Rasetti, fornì un approccio nuovo e creativo,  riferendosi in quella occasione al mondo del lavoro, e ragionando sui metodi necessari per reinserire nella società le persone, i lavoratori, “vittime”  più o meno coscienti, dei risultati del rapidissimo e incessante sviluppo tecnologico.

 



 

Le conclusioni del Prof. Rasetti sono, in qualche modo, anche quelle cui giunge la tecno-sociologa turca nel corso del suo intervento al Ted X:

 

Capisco che non sarà semplice. Potremmo non accordarci facilmente sul significato di questi termini. Ma se prendiamo seriamente come operano questi sistemi da cui dipendiamo così tanto, non vedo come possiamo rimandare ancora questa discussione. Queste strutture stanno organizzando il modo in cui funzioniamo e stanno controllando ciò che possiamo e non possiamo fare. Molte piattaforme che si finanziano con pubblicità. si vantano di essere gratuite. In questo contesto, significa che noi siamo i prodotti da vendere. Serve un’economia digitale dove i nostri dati e la nostra attenzione non sono venduti al miglior offerente autoritario o demagogico.

 

 

Ed è su queste riflessioni finali che ringraziandoVi come sempre dell’attenzione e del tempo che ci avete dedicato Vi salutiamo cordialmente dandoVi appuntamento alla prossima settimana. ;)

 

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Elaborando lo scibile e un pezzettino oltre

Luca Corsato è un data scientist, un imprenditore, e un grande amico di Lsdi e digit. Gli spunti e i ragionamenti che Luca condivide ci servono spesso da stimolo per elaborare ragionamenti che alimentano i nostri studi e le riflessioni del nostro gruppo di lavoro. In particolare l’attività di Luca di data asset management dentro OSD che è l’azienda che ha fondato circa tre anni fa assieme ad altri due esperti nella lavorazione dei dati, accendono spesso  nostre ulteriori  riflessioni perchè vanno a indagare settori molto vicini a quelli in cui operiamo qui a bottega. In un contributo postato recentemente sul suo account sulla piattaforma medium, Luca usa le sue competenze per approfondire una serie di temi che riguardano il giornalismo. L’articolo nasce come contributo ad un lavoro sul data journalism realizzato da Elisabetta Tola, un’altra grande amica di digit, giornalista e grande esperta di giornalismo dei dati,  pubblicato a sua volta su medium e che Vi consigliamo di approfondire se vi interessa la materia. Dallo scritto di Luca noi vorremmo estrarre – come al solito – alcuni passaggi che ci sembrano salienti, per poi provare a ragionarci assieme qui, costruendo una nostra specifica riflessione. Prendendo a prestito alcune idee tratte da un antico trattato di strategia militare cinese, Luca Corsato elabora alcune interessanti teorie sul giornalismo e sull’uso dei dati  – definiti oramai universalmente da tutti –  il nuovo petrolio.

 

 

Questo è il primo stratagemma secondo cui ciò che è familiare non desta attenzione, e quindi lo stratega deve simulare calma e usare dei diversivi per poi affrontare l’avversario all’improvviso. Un’applicazione di questo principio si riscontra nelle tattiche di convincimento in cui si tende a ripetere un concetto per renderlo familiare e quindi accettato. In breve, l’acqua blu di Tenco. Al momento i modelli dell’industria dell’informazione (italiana) sono ancorati alla ripetizione degli stessi modelli da decenni perché si cerca il comfort nella fornitura del prodotto e/o del servizio. Quindi abbiamo due elementi:

  1. l’industria dell’informazione che è costituita dalle infrastrutture di raccolta e distribuzione ed elaborazione (l’amministrazione, l’ICT, i commerciali etc etc…) e dalle persone che sono in grado di maneggiare conoscenza per tradurla in informazione (i giornalisti)
  2. il prodotto e/o servizio con forme classiche (articolo, post, inchiesta…) che usa poche risorse esterne (link, citazioni, riferimenti) per monetizzare al massimo la propria fonte e non confondere il fruitore.

Questa tattica si è dimostrata nel tempo autolesionista perché la conversione in valore (economico e sociale) di un articolo non è definita dal prezzo che il fruitore è disposto a pagare, ma dal numero di lettori che attrae; il numero di lettori viene convertito in un prezzo che dovrà essere pagato dagli inserzionisti.

Si può dedurre che la ricerca del comfort nell’erogazione dell’informazione, essendo generalista, ha portato alla ricerca di un consenso a discapito di un riconoscimento di valore. Quindi si è disposti a rifornirsi presso una determinata testata o giornalista, perché si condivide la posizione e l’opinione; perché il prodotto è la testata e il giornalista stesso, su cui viene definito il costo per gli inserzionisti.

 

 

 

Questo specifico passaggio del ragionamento di Luca Corsato fa il paio con una serie di analisi da lungo tempo condivise sulle nostre colonne da Marco Dal Pozzo.  L’ingegnere nostro associato, esperto di modelli sociali e grande appassionato di giornalismo, ha realizzato sul tema un  libro: 1 news 2 cents un modello sociale per l’editoria. Pubblicato nel lontano 2013, al termine di un laboratorio di studio durato quattro anni, il ragionamento scientifico di Marco Dal Pozzo è andato via via sviluppandosi ulteriormente, nel corso di questi ultimi anni. Anni in cui – è bene ricordarlo –  il giornalismo così come lo conosciamo è entrato definitivamente – secondo alcuni – nella spirale finale discendente della sua storia. Secondo noi, grazie a studiosi come Marco Dal Pozzo, e molti altri, non è così. A nostro avviso  sarà proprio il giornalismo a poter fare la differenza nel difficoltoso percorso di trasformazione della nostra società da analogica a digitale, ufficialmente compiuto da un paio, forse tre,  decenni, in realtà per molti versi mai nemmeno iniziato. Proviamo dunque partendo dall’utile spunto di Luca Corsato ad inserire nel ragionamento alcune delle ultime riflessioni aggiunte dall’ingegnere abruzzese al suo studio sulla possibilità che esista un “modello sociale per l’editoria” e dunque un modo etico e profittevole di produrre giornalismo. In un’epoca come la nostra in cui giornalismo non fa, purtroppo, più  rima con informazione e libertà, bensì sempre di più con: “campane a morto”.  Riferendosi al punto 1 del discorso di Corsato che abbiamo riportato qui sopra,  Dal Pozzo afferma che:

 

 

 

Nelle fonti che ho consultato, ho sempre trovato il percorso inverso: con “azione umana” e “azione tecnologica” il passaggio è da informazione a conoscenza, non viceversa. Conoscenza, cioè, come elaborazione di informazioni, che sono a loro volta elaborazione di dati. 

 

 

 

Per comprendere meglio i riferimenti al ragionamento qui espresso da Dal Pozzo estraiamo alcuni passaggi da un suo post che riportiamo  qui sotto e che si intitola DIKW,  pubblicato a gennaio dello scorso anno sul blog dello studioso di giornalismo.  

 

 

L’impianto teorico del modello sociale per l’editoria formulato in #1news2cents comprende lo schema WIKiD, acronimo di Wisdom, Innovation, Knowledge, Information e Data, elementi del Capitalismo Sociale secondo la visione di Dan Robles. Il WIKiD formulato Dan Robles nel 2010 era uno schema predittivo: diceva infatti Robles:

We can say that each new era was derived from the prior era by integrating the tools developed during the prior era. We have seen the data economy in the industrial revolution, we have seen the information economy with Invention of the Integrated Circuit, We are in the midst of the knowledge economy with the advent of the Internet.

 

 

Ulteriori ricerche mi hanno portato, recentemente (molto dopo la pubblicazione di #1new2cents), alla scoperta della “Piramide DIKW” (essendo DIKW l’acronimo di Data, Information, Knowledge e Wisdom, utilizzata per rappresentare le presunte relazioni tra dati, informazioni, conoscenza e saggezza

 

 

 

 

 

 

 

Traendo spunto da un altro testo di strategia militare:  Masse armate ed esercito regolare di Vo Nguyen Giap; Corsato prosegue la sua analisi sul giornalismo aggiungendo nuovi utili spunti di riflessione che vorremmo sottoporVi:

 

 

 

In questi anni alcuni giornalisti – molto pochi (aggiungiamo noi) –  si sono resi conto che se la merce sono loro stessi allora è sulle loro competenze che si deve concentrare il valore. In questa prima fase di transizione, il data journalism ha chiesto ai fruitori il costo dell’attenzione: molti prodotti risultano ostici e quindi sono distribuiti in perdita, ovvero non hanno un costo o, quanto meno, non viene messo a carico del fruitore. Ma che valore dare alla fiducia, se il prodotto e/o servizio è comunque una trasformazione di conoscenza in informazione?

Un architetto — come un giornalista in Italia — deve ottenere un’abilitazione e un’iscrizione all’albo per esercitare; se la casa crolla per errori di progettazione l’architetto viene punito perché risiede in lui la responsabilità dell’edificio. Ma se un giornalista danneggia la fiducia attraverso prodotti manchevoli di riferimenti, di dati e che ottengono molti visitatori, in che cosa incorre?

Il problema quindi è la formazione delle masse di fruitori in soggetti capaci di valutare un prodotto della conoscenza, e — contemporaneamente — convertire la fiducia in un valore (economico e sociale) generato dai fruitori. Un prodotto di data journalism per cui nessuno è disposto a pagare non agisce su un mercato.

 

 

 

Proseguendo nelle sue riflessioni Luca usa ragionamenti formulati ne il Tao della fisica di Fritjof Capra per aggiungere altri spunti e suggestioni su: giornalismo, giornalisti, competenze e mercato del lavoro:

 

 

 

Come fa un giornalista a lavorare grandi masse di dati, se non ne possiede le competenze e se quelle richieste non sono di gestione e analisi dati? E ancora: se queste competenze non hanno un riscontro immediato sul mercato, con fruitori disposti a corrispondere un valore economico e di tempo, perché un giornalista dovrebbe applicarsi a queste attività?

Sembra quasi un paradosso. Se non viene raccolta, elaborata e distribuita una certa quantità di dati e documenti a sostegno di una propria tesi, il giornalista non accumula fiducia. Tale fiducia è la base su cui si fonda la conversione in valore del giornalista stesso ma, contemporaneamente, il mercato non è in grado di definire un valore economico, sociale e informativo. Ma questo valore invece si genera però — purtroppo per i giornalisti — nel lungo termine.

 

 

E ancora dice Corsato attingendo agli scritti di filosofi e scienziati e in particolare al Tractatus logico philosophicus di Wittgenstein

 

 

 

… i giornalisti potranno produrre lavori confrontabili e i fruitori potranno operare dei riscontri: se la tecnologia ha trasformato il lettore, l’ascoltatore, il telespettatore in tanti piccoli broadcaster, allora una diffusione del metodo scientifico consentirà a tutti di poter essere giornalisti negli ambiti di interesse. Sia come fruitori che come produttori

 

Ma se i ruoli non sono definiti — anzi sono interscambiabili — al momento pare che la massificazione dei fruitori abbia contagiato i giornalisti (e viceversa)

L’industria dell’informazione (e non solo) ha totale disinteresse per i propri archivi, se non in ottica museale; le università non hanno controllo sui dati prodotti da professori e ricercatori i cui dati sono molto spesso conservati nei computer privati; chi lavora con le proprie competenze — non formalizzate perché oramai la tecnologia è troppo rapida — non è inquadrabile e il lavoratore della conoscenza in Italia non ha mercato

 

 

Si pensava che le fake news fossero una categoria nuova dentro la quale inserire tutta quella informazione che danneggia la fiducia, ma invece sempre più si riconduce ad un prodotto. Inoltre, secondo il primo stratagemma citato all’inizio, fake news è diventato un termine familiare e quindi stravolto e che non genera più attenzione.

 

 

 

Noi lo diciamo da sempre che le cosiddette “fake news” non sono un problema o meglio non sono “il problema” come vorrebbero farci credere molti benpensanti. Fortunatamente alla nostra voce – flebile, come ben sappiamo –  se ne sono aggiunte numerose altre e molto autorevoli. Come quella del professor Walter Quattrociocchi,  che ha spiegato  in modo scientifico quanto poco di sensato ci sia nel fenomeno delle fake news e quanto invece sia fondamentale, per comprendere i nostri comportamenti nell’uso, il consumo e la diffusione delle notizie on e off line,  il fenomeno della “polarizzazione”. Estraiamo  alcuni passaggi davvero utili sulla questione dal libro di Bruno Mastroianni e Vera Gheno “Tienilo accesso”:

 

 

Meglio di fake news, un’altra espressione ci aiuta a comprendere il fenomeno nella sua ampiezza , ed è disturbo informativo o caos informativo (in inglese information disorder), che fa riferimento alla situazione in cui tutti siamo immersi: un sovraccarico di informazioni, contenuti, dati, nel quale si assiste a diversi fenomeni di inquinamento che non possono essere ricondotti solamente alla presenza di notizie vere o false. Infatti un contenuto ingannevole può essere diffuso non solo per scopi economici, politici,  ideologici, da qualcuno che ne trae vantaggio (dis-informazione); può anche essere semplicemente il risultato dell’incuria o della mancanza di pensiero critico di chi condivide senza avere un’esplicita intenzione di arrecare danno (mis-informazione). E poi c’è l’insieme di informazioni che, seppur attendibili, sono immesse in rete per danneggiare qualcuno (mala-informazione): ad esempio le fughe di notizie riservate, la diffusione di video e materiali privati, ecc. 

 

 

 

Inutile dire che – a nostro avviso –  in quest’ultimo estratto dal libro di Gheno e Mastroianni, oltre alla questione fake news si evidenziano in modo chiaro temi come quello del microtargeting e della profilazione avanzata, ovvero dell’orientamento e della creazione “subliminale” dell’opinione pubblica divenuta celebre con il nome di “scandalo Cambridge analytica”. Ma non è di questo che stiamo parlando. Riprendiamo dunque  in esame le utili considerazioni di Corsato, citando il passaggio finale del suo articolo, in cui, a nostro avviso, il data scientist riassume in modo davvero efficace una delle questioni nodali che tengono insieme: giornalismo, dati, e cultura (della condivisione ma certamente non solo); come se fossero –  e lo sono certamente secondo i nostri studi –  la cerniera, lo snodo, il collante per riuscire a stare in modo consapevole e dignitoso in questo nostro mondo digitale.

 

 

Il metodo è una somma di procedure e strumenti, quindi — per mia specializzazione — parto dalla raccolta e dal modello di gestione dei dati (intesi come documenti registrati su qualsiasi supporto e tipologia, presi nella loro forma non lavorata); di seguito individuo le procedure di analisi e di documentazione e su quelle si verifica se il modello di gestione è coerente con l’obiettivo di servizio o prodotto e di knowledge base in investimento per altri lavori. Fatto questo si rifà il ciclo di sviluppo secondo un impianto PDCA (Plan Do Check Act)

 

Si potrebbe usare un modello d’impresa della conoscenza. Ogni lavoratore che agisca in questo settore sa che da solo non può realizzare nulla per via della complessità; allo stesso tempo le strutture verticali e rigide non sono in grado di organizzare la velocità di formazione e disgregazione dei gruppi di lavoratori, che si applicano ad un progetto e poi si uniscono ad altri su altre attività.

 

 

 

Come andiamo cianciando da tempo: il modello giornalistico, anzi meglio, il metodo giornalistico, è più fondato ed utile di un semplice riportare a regime dati sparsi. Uniformare i dati è importante.  Il metodo giornalistico, e non i giornalisti, potrebbe essere forse “il sistema”, assieme all’analisi e alla gestione dei dati, per riuscire ad interpretare la realtà per quello che realmente è. Quella stessa realtà che per come ci viene attualmente imposta dalle OTT in modo più o meno manifesto non è certo “realistica, tanto meno reale”. Perdonate il gioco di parole ma: bolle, camere dell’eco, algoritmi e altre percezioni indotte da modelli computazionali,  non sono certo paragonabili allo stare dentro la realtà dei fatti anche se è questo che siamo indotti a pensare dalle techno-corporation. Serve un progetto – consentiteci di aggiungere – che rimetta nella giusta direzione il “senso comune”. Quel percepito diffuso che non è cultura ma a cui tutti ci rifacciamo per vivere. Senza dimenticare che i primi effetti collaterali di questo progetto potrebbero essere: ridare un senso alla professione giornalistica e trasformare in occasione d’affari e di benessere per tutti, questa nostra società, detta anche “società dei dati”.

 

 

Grazie dell’attenzione e molti ringraziamenti a tutti gli autori citati e al loro lavoro a cui abbiamo attinto a piene mani;  alla prossima settimana ;)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’indice o il medio della civiltà (repetita iuvant)

La Civiltà è come recita il vocabolario enciclopedico della Treccani:

 civiltà s. f. [dal lat. civilĭtasatis, der. di civilis «civile»]. – 1. La forma particolare con cui si manifesta la vita materiale, sociale e spirituale d’un popolo (eventualmente di più popoli uniti in stretta relazione) – sia in tutta la durata della sua esistenza sia in un particolare periodo della sua evoluzione storica – o anche la vita di un’età, di un’epoca. Sotto l’aspetto storico e etnologico, il termine è riferito non soltanto ai popoli socialmente più evoluti della storia lontana o recente (le grandi c. del passato, c. egiziana, c. assirobabilonese, c. latina, c. slava, c. dei popoli anglosassoni, la c. occidentale, ecc.) ma anche ai popoli primitivi o meno evoluti, estendendosi a designare anche le varie forme di vita di popoli preistorici, ricostruite per merito della paletnologia e dell’archeologia (per es., la c. acheuleana, la c. del bronzo, la c. del ferro, ecc.). Con questo sign. più ampio e più «neutrale», il termine si approssima a quello di cultura (che ha avuto peraltro nella letteratura scientifica definizioni più precise). 2. Nell’uso com. e più tradizionale, è spesso sinon. di progresso, in opposizione a barbarie, per indicare da un lato l’insieme delle conquiste dell’uomo sulla natura, dall’altro un certo grado di perfezione nell’ordinamento sociale, nelle istituzioni, in tutto ciò che, nella vita di un popolo o di una società, è suscettibile di miglioramento. È con questo sign. che il termine è inteso in espressioni quali: portare la c.; il sorgere della c.; i principî, i frutti, la luce della civiltà e sim.; in altre invece, con partic. qualificazioni, indica caratteristiche forme e livelli di organizzazione della vita associata: la c. del benessere, la c. dei consumi, la c. tecnologica, la c. delle macchine; l’avvento della c. di massa. 3. In rapporto a un altro sign. dell’agg. civile, urbanità, cortesia, buona educazione: trattare, parlare, comportarsi con c.; non hai ancora imparato le regole della c. (o della buona c.); quel che al notaio parve un segno mortale, i soldati eran pieni di civiltà (Manzoni).

 

 

Un paio di anni fa segnalavamo la creazione di un “indice di civiltà digitale”.

In appendice ai risultati di una ricerca realizzata dagli esperti di Microsoft che suggeriva a tutti, al mondo intero, ma soprattutto alle techno-corporation per dirla come dice Nicola Zamperini, tre comportamenti da tenere per innalzare l’indice di civiltà nel nostro mondo, oramai, all digital:

 

 

1) Creare e far partecipare i propri utenti alla realizzazione di ambienti online in modo trasparente, chiarendo da subito le finalità di ogni ambiente, e che a tali comunità parteciperanno persone di ogni tipo e provenienti da tutto il mondo.

 

 

2) Creare e rendere operativo un codice di condotta in cui vengano chiarite in modo esplicito quali comportamenti siano incentivati e da incentivare e quali penalizzati e da sanzionare. Queste regole dovranno tenere conto dei diritti fondamentali di libertà, espressione e sicurezza dei cittadini.

 

 

3) Offrire rimedi e facile scorciatoie tecnologiche per mettere a punto risposte e strategie di difesa accessibili e facilmente realizzabili da tutti.

 

 

Lo scenario l’abbiamo raccontato due anni fa. In estrema sintesi e per non annoiarVi vorremmo riepilogarlo brevemente: Microsoft ha realizzato una ricerca sugli abusi online. Al termine dello studio per far salire l’indice di civiltà nei nostri comportamenti online,  alle società tecnologiche, quindi forse anche a se medesimi, gli esperti di Microsoft hanno messo a punto una linea d’azione da adottare, composta principalmente dai tre punti che abbiamo riportato qui sopra. Alla luce di quello che è successo nel mondo negli ultimi due anni, verrebbe da dire che il nostro “indice di civiltà digitale”, non sia certo salito in questi 700 e passa giorni, anzi, forse è persino ulteriormente diminuito rispetto a come veniva rappresentato in quella ricerca. Come mai questo aspetto è così importante,  e ci fa tremare i polsi vedere che da allora ad oggi non è avvenuto nulla di rilevante in questo senso, ma anzi, molte cose sono peggiorate?

 

 

Riprendiamo il punto uno dei suggerimenti emessi dagli analisti di Microsoft nel rapporto diramato a fine ricerca: Creare e far partecipare i propri utenti alla realizzazione di ambienti online in modo trasparente, chiarendo da subito le finalità di ogni ambiente, e che a tali comunità parteciperanno persone di ogni tipo e provenienti da tutto il mondo. 

Sembra quasi irreale leggere e rileggere questo consiglio e poi pensare, ad esempio, a tutta la cosiddetta:  “questione algoritmica” che nel frattempo è prepotentemente balzata agli onori delle cronache, via via in modo sempre più insistente a partire dall’oramai celeberrimo  scandalo: Cambridge Analytica. Ma lasciamo perdere le storture del presunto controllo sul nostro operato e dell’invasione ripetuta e diffusa sulla nostra privacy messa in atto da Facebook nei nostri confronti, di cui si è parlato e si parla, ancora e ancora;  e concentriamoci sulla questione della trasparenza. In fondo è proprio lì che sta il mattone che regge tutta l’architettura, quella pietruzza angolare che se malamente spostata farebbe cadere tutto il castello. La trasparenza. “Ogni cosa è illuminata”, se potessimo permetterci il lusso di usare il titolo di un film di qualche anno fa, così definiremmo la nostra quotidianità. E badate bene non lo diciamo noi, bensì gli analisti di una delle famigerate OTT che volenti o nolenti si stanno spartendo il mondo, fettina dopo fettina, anno dopo anno. Gli esperti lo proclamano, e gli stessi esperti invitano se stessi e tutti gli altri ad esercitare questa opzione, per far salire l’indice di civiltà digitale del mondo: aumentiamo tutti il nostro livello di trasparenza, facciamo partecipare le persone alla creazione del mondo nuovo, quello digitale, – che nuovo non è – ma che necessita di maggiore chiarezza;  fornendo loro tutte le informazioni – anche su di noi OTT e sui nostri potenti marchingegni, i fantomatici algoritmi – in modo aperto e condivisibile.

 

 

E non vogliamo forse  ribadire anche  il punto 2 delle conclusioni della ricerca di Microsoft? Creare e rendere operativo un codice di condotta in cui vengano chiarite in modo esplicito quali comportamenti siano incentivati e da incentivare e quali penalizzati e da sanzionare. Queste regole dovranno tenere conto dei diritti fondamentali di libertà, espressione e sicurezza dei cittadini.

Ancora trasparenza al centro di ogni suggerimento e riflessione. E la ricerca di regole, nuove certamente, ma che tengano conto: dei diritti fondamentali di libertà, espressione e sicurezza dei cittadini. E quali sono questi diritti fondamentali? Dove li andiamo a prendere questi fondamenti se non attingendo ai documenti che regolano le attività di uno Stato o di una comunità di Stati?

 

 

Le Costituzioni

 

 

La nostra all’art.21 ad esempio:

 

 

Articolo 21

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art.111 c.1] nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

 

 

Oppure e ancora meglio, in un documento varato dal consesso delle Nazioni Unite, tutte o quasi, riunite nell’organismo del governo mondiale meglio noto come ONU che nel 1948 ha approvato e proclamato  la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo All’art.19 questo documento recita:

 

 

Articolo 19

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

 

 

 

E che dire del punto tre delle riflessioni/consigli espresse al termine della ricerca dai dirigenti di Microsoft? Offrire rimedi e facili scorciatoie tecnologiche per mettere a punto risposte e strategie di difesa accessibili e facilmente realizzabili da tutti. Alla luce di quanto accaduto negli ultimi due anni, non suona ancora più beffarda la realtà dei fatti? Non ci sentiamo ancora e  più di sempre un fragile guscio di noce nella tempesta, invece che assistiti e confortati da Stati, Governi, Techno-corporation, OTT, Politica? Siamo purtroppo ancora molto lontani  dal riuscire  a mettere a punto risposte e strategie di difesa accessibili e facilmente realizzabili da tutti.   Anzi siamo sempre di più in balia degli elementi.

 

 

La libertà non è un algoritmo  ha detto molto bene Michele Mezza nel suo ultimo libro: Algoritmi di libertà.   Un testo che in epoca non sospetta e prima dello scandalo Cambridge Analytica affrontava la questione della Civiltà e provava a sollevare il problema e a fornire alcune risposte alla “questione algoritmica”:

 

 

Bussole non orologi

” … come civilizzare e rendere fruibile democraticamente una complicata e ramificata società ordinata in maniera sempre più pressante da un potere basato sulla potenza di calcolo. Un potere o una funzione, ci si continua a chiedere?
Arthur Samuel, uno di quella cerchia di sciamani dell’intelligenza artificiale che proprio negli anni cinquanta pianificarono lo sviluppo del computer, che nel 1959, lo stesso anno del discorso di Olivetti sulle tecnologie di libertà, spiegava che a caratterizzare gli algoritmi era «la loro capacità di apprendere senza
essere esplicitamente programmati». In questo spazio concettuale descritto dalla capacità di apprendere e dal limite della loro programmazione si esplica questo nuovo potere del calcolo, inevitabilmente orientato dai proprietari dei sistemi e piattaforme di connessione, che usa la libertà come brand e non come valore. In questo gorgo, come dice Alan Turing, uno dei pochi padri originari di questo mondo, dati e programmi diventano digitalmente indistinguibili”.

 

 

 

Pensare è calcolo

“E soprattutto dobbiamo ricordare che l’algoritmo non è la trincea di una fantascientifica contrapposizione fra uomini e macchina, ma rimane l’ultimo strumento di una volontà di primato di alcuni uomini, autori e proprietari di questi software, sulla stragrande maggioranza di esecutori.
Sintetizza meglio questo assunto che proponiamo nel nostro libro Nicholas Carr, uno dei più tormentati pionieri della rete e oggi spietato critico del proprio entusiasmo digitale che ci ricorda che colui che
determina i meccanismi dell’automatizzazione finisce per controllare la società intera”.

 

 

La direzione conta non la velocità

“In una lettera scritta nel 1910, i fratelli Wright, i padri del volo umano, affermano che sempre l’abilità del pilota prevarrà sulle soluzioni della macchina. Non era un’affermazione gratuita o retorica. già allora, attorno ai primi prototipi di aereo si stava discutendo del livello di autonomia dell’uomo dalle macchine. E l’aereo, se ci pensiamo, è forse l’ambiente dove questa autonomia è stata già del tutto cancellata, quasi inavvertitamente, da parte nostra, con forme di automatizzazione che hanno sostituito radicalmente le abilità: ci stiamo dimenticando come si fa a volare, commentava l’associazione dei piloti americani nel 2011 all’indomani dell’ennesimo incidente causato da un uso esasperato degli automatismi”.

 

 

“L’automazione non si limita a rimpiazzare l’attività umana, ma la cambia, e spesso in modi non previsti ne voluti dai progettisti. Il motore di questo processo socio-tecnologico non è una generica conoscenza. È un pensiero calcolante che elabora specificatamente soluzioni matematiche al fine di risolvere, automaticamente, ogni problema, con l’ambizione che ogni soluzione sia data come unica e immutabile. Più sinteticamente: l’algoritmo”.

 

 

Dunque come dobbiamo confrontarci con la materia? Cosa dobbiamo chiedere ai nostri legislatori “casalinghi” e ai nuovi legislatori europei che andremo fra breve a votare? Lo dice in modo molto chiaro Luca De Biase in un  articolo recentemente pubblicato  sul suo blog:

 

 

Le nuove forme di consapevolezza sono un compito di tutti. Studiare, parlare, analizzare, centimetro per centimetro, i fenomeni emergenti nell’infosfera non è una pratica semplice e spesso diventa pesante. Ma è necessario aumentare l’alfabetizzazione mediatica. Altrimenti diventiamo tutti schiavi dei codici indiscussi che emergono nella rete.

La costruzione di alternative peraltro è la questione decisiva. Piattaforme alternative non sono semplici da costruire ma si possono costruire. Il progetto di costruire alternative è tra l’altro l’aspetto più splendido della cultura digitale. È possibile. È bello. È liberatorio.

 

 

E il cerchio si chiude, torniamo a parlare della costruzione di una civiltà. Un posto dove vivere in pace e armonia, godendo dei frutti della tecnologia e non diventando schiavi di essa. Grazie dell’attenzione e a presto ;)

 

 

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Protocollo di trasmissione dati di quinta generazione

Si sente parlare di 5g sempre più spesso, qualcuno prova anche a spiegare di cosa si tratti – ad esempio noi nell’ultima edizione di digit – e intanto in Italia e nel resto d’Europa altre persone sono già scese in piazza a protestare contro questo nuovo sistema di trasmissione. Lungi da noi l’idea di emettere giudizi o prendere parte a questa guerra di posizione più o meno manifesta. Ma il tema ci interessa, e molto, al punto che tutti i nostri appuntamenti digit dell’anno in corso, avranno al loro interno uno spazio dedicato alla spiegazione del 5g. Cominciamo dunque a capire di cosa si tratta in modo un pochino più approfondito e approfittiamo dei video integrali di #digit19 che abbiamo appena pubblicato sul nostro canale di you tube: digit-italia. Ad aprire il panel del 14 marzo scorso presso il Polo Universitario di Prato dentro #digit19 c’era Alessio Beltrame, un tecnico prestato alla politica, o meglio all’amministrazione pubblica, che oggi dopo aver ricoperto un incarico importante nel Governo Renzi che l’ha  portato ad essere uno dei maggiori esperti “tecnico-amministrativi” di 5g, lavora presso la Fondazione Ugo Bordoni con l’incarico di direttore all’organizzazione e alla pianificazione strategica, dove continua fra le altre cose ad occuparsi della diffusione del 5g in Italia. Nel suo intervento di apertura del panel di #digit19 dedicato al 5g,  Beltrame ha sottolineato come il nuovo protocollo di trasmissione dei dati che presto entrerà in funzione in tutto il mondo, sarà caratterizzato da tre  principi portanti: More data, more devices, instant response. Aumenteranno dunque le quantità di dati prodotti in modo esponenziale (more data), poichè ci troveremo di fronte alle moltiplicazione delle fonti che produrranno tali dati (more devices), e la diffusione di questa enorme mole di dati prodotti avverrà “quasi” in tempo reale (instant response), o meglio, come sottolineano gli scienziati, sarà eliminata quasi completamente la “latenza”, il ritardo fra trasmissione e ricezione del dato inviato. Le implicazioni scientifiche del 5g le analizzeremo meglio attraverso l’analisi dei video degli scienziati che hanno partecipato al panel sul 5g il 14 marzo scorso a #digit19. Prima di inserire in questo post il video integrale dell’intervento di Alessio Beltrame,  vorremmo però riportare un altro interessante estratto dalla relazione dell’amministratore, e in particolare  una citazione che lo stesso Beltrame ha voluto fare dal libro di Enrico Moretti che si intitola “La nuova geografia del lavoro”:

 

 

“Per alcune regioni e città la globalizzazione e la diffusione di nuove tecnologie vogliono dire aumenti nella domanda di lavoro, più produttività, più occupazione e redditi più alti. Per altre, chiusura di fabbriche, disoccupazione e salari sempre più bassi

 

L’unica strada è quella di investire sul capitale umano, per creare le condizioni che portino a uno di quei poli geografici che oggi stanno determinando la crescita di interi Paesi”

 

 

 

 

 

Prima di addentrarci nelle novità scientifiche contenute nel nuovo protocollo di trasmissione dei dati di quinta generazione,  apriamo un doveroso spazio dedicato alla questione sicurezza e conseguentemente alle problematiche legate all’inquinamento – possibile, probabile – dovuto all’emissione di onde elettromagnetiche per l’applicazione del nuovo protocollo di trasmissione dati denominato 5g. Il professor Alessandro Polichetti, l’esperto più autorevole dell’Istituto Superiore di Sanità sugli effetti dei campi elettromagnetici sulla salute,  è stato sentito sulla questione nelle scorse settimane in un’audizione presso la commissione trasporti e telecomunicazioni della Camera. Il documento integrale consegnato dallo studioso ai parlamentari lo trovate qui. Di seguito alcune delle dichiarazioni rese dall’esperto sul rischio 5g nel corso di un’intervista che trovate integrale  qui:

 

 

” Le nuove tecnologie di telecomunicazione 5G non porranno prevedibilmente nessun problema di salute

 

Un aspetto di particolare novità della tecnologia 5G è che, oltre alla comunicazione tra persone, sarà finalizzata anche al cosiddetto “Internet delle cose”, in cui sono i vari dispositivi wireless a comunicare direttamente tra loro utilizzando le frequenze nella banda 24-28 GHz (spesso indicate come “onde millimetriche”, anche se per la precisione queste ultime corrispondono alle frequenze comprese tra 30 e 300 GHz), attualmente molto poco, o quasi per niente, utilizzata.

 

 

Le onde elettromagnetiche a frequenze così elevate si propagano difficilmente su lunghe distanze, non riuscendo a penetrare attraverso edifici o a superare ostacoli, ed essendo facilmente assorbite dalla pioggia o dalle foglie.

 

Il valore di attenzione previsto dalla normativa italiana è misura di cautela nei confronti di eventuali effetti a lungo termine.

 

 

In conclusione, anche se non ci sono motivi particolari per ritenere che il 5G porti nuovi rischi per la salute, è tuttavia necessario continuare a studiare “.

 

 

 

Ma la questione, come dice lo stesso Polichetti nella sua relazione, è tutt’altro che conclusa e gli studi sulla materia devono obbligatoriamente  moltiplicarsi e prevedere ulteriori approfondimenti, quando c’è di mezzo la salute – aggiungiamo noi –  nessuna precauzione è superflua. Del resto in Europa ci sono già state alcune prese di posizione pubbliche di amministratori e politici – a Bruxelles ad esempio – scettici riguardo l’applicazione della nuova tecnologia di trasmissione, i quali hanno chiesto di bloccare per il momento la sperimentazione delle trasmissioni in attesa di nuovi studi medico-scientifici. Del resto sul 5g è scoppiata anche una questione politico-economica cruciale che vede da mesi in atto una vera e propria guerra commerciale fra Cina e Stati Uniti. In realtà in questa partita a scacchi fra Trump e Xi Jinping il 5g è solo un pretesto comodo e utile, a nostro giudizio, perchè di gran moda di questi tempi. Nel mirino degli Stati Uniti come raccontano le cronache è finita in particolare la telco Huawei, e alcuni suoi dirigenti. La diatriba su Huawei ha coinvolto anche l’Italia.  La compagnia di telecomunicazioni cinese ha vinto alcune delle gare per la sperimentazione del 5g nelle città italiane che dal 2017 hanno iniziato la fase di studio sul nuovo protocollo di trasmissione dei dati. Ai posteri l’ardua sentenza come recita il poeta, noi proviamo ad aggiungere altre informazioni sul protocollo di quinta generazione attraverso lo studio e  la pubblicazione degli interventi di due scienziati che abbiamo ospitato a #digit19 il 14 marzo scorso, entrambi impegnati direttamente nella sperimentazione del 5g. Lorenzo Mucchi professore del dipartimento di ingegneria dell’informazione dell’Università di Firenze nel corso del suo intervento a Prato ha raccontato ad esempio alcune delle “prove su strada” della nuova tecnologia cui sta partecipando attivamente proprio a Prato:

  • certificazione e valorizzazione del made in Italy,
  • miglioramento del sistema sicurezza salute per il cittadino (e-health),
  • beni culturali in realtà virtuale aumentata (beni culturari A/VR),
  • monitoraggio strutturale degli edifici e prevenzione delle emergenze (SHM),
  • evoluzione dell’industria manifatturiera (E-industry 4.0)
  • ottimizzazione delle reti di distribuzione elettrica (Grid 4.0)
  • sistema di gestione efficace della mobilità (viabilità evoluta)(High connetted EV road monitoring)
  • sicurezza cittadina (sensori IOT) (videosorveglianza) (smart security)

 

 

Di seguito il video integrale dell’intervento del professor Mucchi a #digit19

 

 

Il secondo scienziato venuto a #digit19 ad illustrarci pregi e difetti del 5g, è stato Mauro Lombardi, professore associato presso il dipartimento di scienze per l’economia e l’impresa dell’Università di Firenze. Lombardi, che è anche membro della commissione nazionale sul 5g,  ha spiegato alcune delle ricadute che la tecnologia di trasmissione dati di quinta generazione avrebbe sui sistemi di  produzione industriale e conseguentemente sui prodotti finali. La cosiddetta rivoluzione digitale assieme al valore aggiunto determinato dalla tecnologia del 5g porterà a nuovi enormi cambiamenti nei processi della produzione  e nella realizzazione dei prodotti grazie ad un nuovo intero universo di connessioni e flussi informativi e al possibile uso di  nuovi strumenti di generazione di conoscenze e modelli manageriali. Fra i prodotti su cui è già in atto la sperimentazione, Lombardi, ci ha raccontato ad esempio:  di nuovi tessuti intelligenti che sono in grado di proteggere le persone durante un incendio, oppure di rinforzare costruzioni pericolanti;  abbigliamento con sensori incorporati in grado di monitorare costantemente i parametri corporei di chi l’indossa, oppure jeans dotati di dispositivi hi-tech per rifornire di energia smartphone e altri device;  e  ancora nanotecnologie da associarsi direttamente alla realizzazione di tessuti per ottenere nuove proprietà da parte delle stoffe stesse: di traspirazione, di funzionalità medicali, di sensibilità dermatologica. Ma ecco di seguito il video dell’intervento integrale a #digit19 del professor Lombardi:

 

 

 

 

Prato, assieme a Milano, Matera, L’Aquila e Bari, sono le 5 città italiane in cui nel 2017 è iniziata la sperimentazione europea del nuovo protocollo di trasmissione dei dati. L’Italia solo per l’assegnazione delle frequenze per il 5g ha ricavato dall’asta qualcosa come 6,5 miliardi di euro. Le cinque città italiane dove la ricerca è iniziata hanno messo a punto un protocollo di realizzazione di tale sperimentazione sul proprio territorio che prevede la messa in atto di una serie di specifici interventi che riguardano il 5g. Prato ha assegnato, con un bando di gara pubblico, a tre telco la messa in atto dei protocolli per la realizzazione della sperimentazione del 5g sul proprio territorio. L’assessore all’innovazione del Comune di Prato Benedetta Squittieri nel corso del suo intervento a conclusione del panel dedicato al 5g all’interno di #digit19,  ha sottolineato alcuni punti della strategia messa in atto dalla Regione Toscana e dal suo Comune  nell’occasione della sperimentazione 5G. In particolare Squittieri  ha spiegato che la sperimentazione è stata applicata all’ Industria 4.0 che coinvolge il manifatturiero toscano in particolare nei settori: tessile,  moda, meccanica , cinema e audiovisivo; con gli obiettivi di considerare il digitale un valore aggiunto nel manifatturiero toscano.  Di seguito alcuni dei punti salienti del discorso dell’assessore  e a seguire il video integrale del suo intervento a #digit19:

 

 

Cogliere il vantaggio competitivo della sperimentazione 5G 

Incentivare il passaggio al digitale nel comparto manifatturiero tradizionale 

Incentivare il trasferimento tecnologico in azienda

Investire nella formazione delle competenze del sistema toscano e della città di Prato

Attrarre investimenti

Progettare e sviluppare soluzioni e prodotti connessi alla tecnologia 5G che potranno essere messi a disposizione delle PMI per sperimentazione e uso

Supportare le imprese nello sviluppo e progettazione di soluzioni prototipali provenienti dalle PMI

Diffondere le opportunità di utilizzazione del 5G nel manifatturiero

Promuovere sperimentazioni nella filiera di produzione manifatturiera

Ricerca, sperimentazione e sviluppo di ecosistemi di dati per la loro valorizzazione e messa a disposizione

 

 

 

 

 

Grazie dell’attenzione e a presto!

ps. il prossimo digit sarà a giugno in Veneto, stay tuned ;)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ebbw Vale siamo noi

Potessimo candidare qualcuno al Pulitzer non avremmo dubbi: Maurizio Crozza. Avevamo già manifestato una certa simpatia professionale per  il comico più celebre d’Italia, in altre occasioni, ma quando il 26 aprile  ha aperto il suo show “Fratelli di Crozza” parlando di Carole Cadwalladr e del suo reportage da Ebbw Vale, ridente località nelle valli del Galles meridionale, siamo letteralmente cascati dalla seggiola. Per noi, che ci occupiamo di questi temi fino allo sfinimento,  il video del Ted X della collega dell’Observer era un must da tempo. Vedere Crozza raccontare con spassosa dovizia di particolari e satirico aplomb  i passaggi dell’intervento della giornalista inglese  sul palco della manifestazione dedicati  a Cambridge Analytica e Facebook – gli stessi passaggi  che hanno portato alla radiazione  della Cadwalladr dal social di Menlo park – ci ha lasciato estasiati. Da alcuni giorni meditavamo su come poter parlare del lavoro della giornalista inglese anche sulle nostre colonne. Poi è arrivato il comico genovese, e il gioco è stato semplice. Grazie a Crozza e alla sua indomita squadra di autori, la questione Ebbw Vale è diventata manifesta, e in molti – se non in tutti – i telespettatori,  a nostro avviso, il dubbio su cosa sia realmente successo durante il referendum britannico sulla Brexit  dovrebbero essere scattato.  Il resoconto della esibizione pubblica della Cadwalladr lo potete trovare integrale in video e anche in diversi articoli usciti anche in italiano, a noi è particolarmente piaciuto il pezzo che ha scritto Ennio Remondino  sul suo blog remo contro. In estrema sintesi e per chi non avesse visto Crozza, l’inchiesta della giornalista dell’Observer ha dimostrato che nel paesino del Galles dove hanno vinto in modo particolarmente evidente i “sì” alla Brexit, la formazione della pubblica opinione e conseguentemente la convinzione che ha portato i residenti locali a decidere in massa per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea,  è stata influenzata in modo impressionante da false notizie; notizie  per lo più inventate e “personalizzate one by one” e poi fatte circolare ad arte – da non meglio precisati attori, anche se la Cadwalladr nella sua inchiesta formula precise accuse  – attraverso i social network e in particolare Facebook. Insomma in poche parole la giornalista ha dimostrato nei fatti con la sua inchiesta giornalistica il meccanismo che sarebbe alla base del più grande scandalo “digitale” della storia dell’Umanità, conosciuto anche col nome di : Cambridge Analytica.

 

 

Nelle prossime settimane recensiremo – a modo nostro –  il bellissimo saggio di Cathy O’Neil Armi di distruzione matematica, oggi intanto,  permetteteci di estrarre dal volume della matematica americana una serie di passaggi che raccontano in modo chiaro in cosa consistano le tecniche di microtargeting e profilazione avanzata utilizzate nelle ultime campagne elettorali ad esempio dagli analisti di Cambridge Analytica, dice la scienziata americana:

 

 

 

“Non mi spingerei, già ora, a qualificare gli algoritmi di Google e Facebook come armi di distruzione matematica, perchè non ho prove per dimostrare che utilizzino le loro reti per arrecare danni. Tuttavia, il rischio di abusi è alto. L’attività si svolge in codice e al riparo da imponenti firewall. E come vedremo, queste tecnologie possono posizionare ciascuno di noi nella nostra accogliente nicchia politica.

 

 

Alla fine del 2015, The Guardian ha riferito che una società di analisi dei dati, la Cambridge Analytica, aveva pagato alcuni docenti e ricercatori universitari britannici per raccogliere profili Facebook di elettori americani, con informazioni demografiche e i “mi piace” di ogni utente.  Queste informazioni sono state poi utilizzate per elaborare  analisi psicografiche di oltre 40 milioni di elettori, che sono stati classificati  in base ai tratti della personalità secondo il modello dei “Big Five”: apertura mentale, coscienziosità, estroversione, amicalità e stabilità emotiva.

 

 

Secondo Zaynep Tufekci, tecno-sociologa e docente presso la University of North Carolina, questi gruppi prendono di mira elettori  vulnerabili per poi bombardarli con campagne che agitano spauracchi, come una minore sicurezza per i loro figli o l’aumento dell’immigrazione clandestina. Allo stesso tempo,  possono fare in modo che quegli stessi annunci non arrivino agli occhi di elettori che ne sarebbero indispettiti ( o addirittura disgustati ).

 

 

La validità del microtargeting spiega in parte perchè nel 2015 più del 43 per cento dei Repubblicani, secondo un sondaggio, credeva  ancora alla bugia secondo cui il presidente Obama sarebbe di religione musulmana. E il 20 per cento degli americani credeva al fatto che fosse nato al di fuori degli Stati Uniti e che quindi la sua presidenza fosse illegittima.

 

 

Per questo motivo, sarà sempre più difficile vedere i messaggi politici indirizzati ai nostri conoscenti e, di conseguenza, capire perchè credono determinate cose, spesso in maniera appassionata.  Persino un giornalista ficcanaso avrà difficoltà a ricostruire il messaggio. Non basta limitarsi a visitare la pagina web del candidato, perchè anche i siti internet profilano e targettizzano ciascun visitatore, passandolo ai raggi x: qual è il suo codice di avviamento postale, quali link clicca sulla pagina, quali fotografia dà l’impressione di guardare. E’ anche inutile creare  dozzine di profili fasulli (fake), perchè il sistema associa ogni elettore reale a un’approfondita sommatoria  di conoscenze che includono informazioni su acquisti, indirizzi, numeri di telefono, precedenti elettorali, nonchè il numero della previdenza sociale e i profili Facebook. Perchè il sistema possa credere di avere a che fare con una persona realmente esistente, a ogni profilo fake  dovrebbe essere associato un ingente volume di dati.

 

 

Chi fa marketing in ambito politico possiede un corposo dossier su ciascuno di noi, ci somministra le informazioni goccia a goccia e misura le nostre reazioni. Ma veniamo tenuti all’oscuro delle informazioni che vengono invece fornite ai nostri conoscenti.

 

 

Trattano separatamente con le diverse parti in maniera tale che nessuno sappia cosa è stato detto all’altro.

 

 

Questa asimmetria dell’informazione impedisce alle parti in causa di unire le forze, che è invece l’obiettivo di un governo democratico.

 

 

Questa scienza in ascesa del microtargeting, con i suoi profili e le sue previsioni, si inserisce sin troppo bene nel nostro cupo campionario di armi di distruzione matematica. E’  di vasta portata, poco trasparente  e fuori da ogni controllo. Fa da copertura ai politici, incoraggiandoli a presentarsi in modo diverso a persone diverse.

 

 

L’attribuzione di un punteggio a ogni singolo elettore  rappresenta anche una minaccia per la democrazia, perchè una minoranza di persone viene ritenuta più importante, mentre gli altri sono relegati a un ruolo di secondo piano”.

 

 

Torneremo a citare Cathy O’Neil al termine di questa nostra riflessione in cui cercheremo di inglobare altri pareri, come siamo soliti fare in genere, per provare a fornirVi un ventaglio di considerazioni e ipotesi interpretative sulla questione che stiamo trattando il più ampio possibile. E’ delle ultime ore un pronunciamento ufficiale sulla questione “elettorale” e sugli strumenti più o meno leciti per influenzare il voto in forma digitale, degli stessi padroni del vapore, più volte chiamati in causa a proposito del polverone sollevato dallo scandalo Cambridge Analytica. Si tratta dei “compagni di Menlo Park” che hanno distribuito un copioso dossier sul tema che Repubblica ha ripreso in modo molto dettagliato. Nessun dubbio che se vorrete approfondire il tema seguirete il link che vi abbiamo postato, intanto sulla questione riportiamo la dichiarazione di un giornalista e dirigente del gruppo Gedi, Andrea Iannuzzi; il quale  ha così  sintetizzato alcuni dei passaggi salienti del dossier sulla sua pagina Facebook:

 

 

” Oggi ho partecipato a un incontro (telefonico) con i responsabili di Facebook (tra cui Nick Clegg) sul tema dell’ integrità delle elezioni europee.

Se vi interessa sapere cosa stanno facendo, con quali sforzi e quali limiti, ecco il resoconto

In breve:

– Mi pare che siano molto impegnati a rifarsi una reputazione dopo le vicende americane, Cambridge Analytica, etc…

– Sanno che l’Unione Europea non tollererà altri errori, interferenze, mancanza di trasparenza

– L’intelligenza artificiale è importante ma serve a poco se non è combinata e gestita da esperti umani

– C’è una guerra tecnologica in atto tra le piattaforme social e chi cerca di violarne le regole (ogni giorno milioni di falsi account vengono individuati e cancellati)

– C’è un problema di trasparenza, soprattutto nelle procedure (il caso Morisi lo dimostra)

– Quello che succede qui dentro ha un peso e conseguenze enormi sullo sviluppo della democrazia. Fb sembra rendersene conto, ma è importante che lo faccia ciascuno di noi

l’idea è reprimere ed eliminare non solo gli illeciti, ma anche contenuti leciti di cui però vogliamo eliminare traccia dal mondo. Almeno da quello digitale. E di farlo soprattutto attraverso strumenti tecnologici, in particolare attraverso algoritmi, gli unici che consentirebbero – secondo questa visione, consentiranno – di estirpare le erbacce prodotte dalle libertà in Rete abbastanza rapidamente da estinguere il fuoco purificatore che arde nelle redazioni e nelle stanze governative ”

 

Il nostro giudizio sull’operazione è molto preciso, molti di Voi già lo conoscono, noi siamo contro le gabbie, gli steccati e quindi le nuove norme più o meno fantasiose. Siamo soprattutto contrari all’affidamento “chiavi in mano”  delle sorti del pianeta alle “armi di distruzione matematica” o peggio ancora, “ai titolari di queste nuove armi”.  Una bella sintesi del nostro pensiero la ha messa insieme in una sua riflessione sul tema il nostro associato Marco Dal Pozzo, Ve la vorremmo proporre, dice Dal Pozzo:

 

 

“Se in gioco vi è il corso democratico dell’Europa (cioè deciso su una base di conoscenza comune acquisita con metodo trasparente) e se il rischio che si vizi il voto è concreto dopo i conclamati casi della Brexit e dell’elezione di Trump (raccontati da Carole Cadwalladr nel Ted X) non riesco a tenere per me il senso di disagio nel constatare che la linea che Facebook si appresta ad adottare per le elezioni europee sia stata presentata in un consesso ristretto e non con un comunicato pubblico.

Il politically correct imporrebbe forse dei modi e uno stile diversi. Ma proprio non ci riesco. Ma mi auguro ci si possa confrontare su questo specifico punto.

Penso che per Facebook sia poi stato molto meglio mettere sotto una testata giornalistica un comunicato che, se fosse uscito da Menlo Park, avrebbe avuto molto meno impatto: scusate il disguido, pare dicano, ma da questo giro i buoni siamo noi. 

Per quale motivo ci si dovrebbe fidare di uno scudo protettivo contro i rischi di manipolazione dei cittadini? 
Con l’Associazione LSDI stiamo portando avanti una battaglia per la trasparenza degli algoritmi intendendo con ciò la trasparenza dei processi con cui i nostri dati personali vengono utilizzati (anche) per alimentare la news feed. Basterebbe solo questo. E invece no. 

Emerge un paternalismo che se fosse solo irritante sarebbe il meno. Il pericolo è uno solo e si chiama censura: ciascun cittadino ha diritto di stabilire da sé la propria dieta informativa e nessuno può né deve imporre una notizia piuttosto che un’altra. 

Dov’è la trasparenza di cui parla Clegg? Quali sono queste organizzazioni indipendenti di fact checking? Possiamo saperlo? 

No, la soluzione non è la chiusura di Facebook né la sua nazionalizzazione (quest’ultima sarebbe peggio della malattia che si intende curare). La soluzione non è nemmeno l’automatica cancellazione di post per il solo fatto che qualcuno li abbia segnalati.

Diteci come funziona, per favore. Non insegnateci a vivere, vi preghiamo. Al resto ci pensiamo noi.  

Il post di Morisi? A me non scandalizza che Facebook non l’abbia cancellato, anzi: direi che è un suo punto di forza (meglio non cancellarlo che cancellarlo in base ad un regola che non conosciamo!) Mi ha scandalizzato piuttosto che qualcuno abbia creduto lo potesse fare davvero. Ci ha infastidito? Bene, anche a me. Soluzione del problema? Ignorare, non amplificare!

 

 

 

Molto utili per comprendere ancora di più tutta la questione sono altre interessanti riflessioni che fa Fabio Chiusi su Valigia Blu  riflessioni che vanno oltre la questione di Cambridge Analytica e affrontano con grande precisione e dovizia di particolari la reazione più o meno scomposta dei potenti del mondo –  in particolar modo dei governi –  sul tema ancora più grande e importante delle “cosiddette” regole per la rete.  Abbiamo anche in questo caso estratto alcuni passaggi dall’articolo di Chiusi :

 

 

” E allora ecco il duty of care, che dovrebbe segnare il passaggio da un approccio reattivo alla gestione dei contenuti online (si rimuovono previa segnalazione) a un approccio proattivo in cui sono le piattaforme ad assumersi alcune responsabilità circa i contenuti dei propri utenti, cercando di prevenire di trovarsi nella situazione di ricevere notifiche per la presenza di illeciti.

 

Ma la ratio è la stessa in tutto il mondo, sui problemi più svariati. L’idea di responsabilizzare le piattaforme, in un modo o nell’altro, è presente in diversi progetti di legge e testi normativi già approvati negli ultimi mesi – e sempre si accompagna a un potente incentivo, spesso implicito per evitare polemiche in termini di restrizione dei diritti online, all’adozione di “upload filters”, cioè di sistemi di filtraggio automatico dei contenuti illeciti o dannosi che ne impediscano non solo la diffusione, ma anche la stessa pubblicazione. Caso di scuola è la direttiva UE sul copyright, i cui proponenti hanno per mesi e mesi giurato non riguardasse sistemi di filtering, solo per poi ammettere che sarà possibile evitarli solo “finché possibile” (la Germania), o che anzi saranno obbligatori (Francia). Nelle parole del Commissario UE, Gunther Oettiger: «Per come stanno le cose, gli upload filters non possono essere completamente evitati».

 

Difficile giustificare questa foga censoria quando, come ricorda sempre l’ONU, “il diritto alla libertà di espressione si estende “non solo a “informazioni” e “idee” con cui siamo d’accordo, o riteniamo inoffensive o meritevoli di indifferenza, ma anche a quelle che offendono, scioccano e disturbano lo Stato o qualunque fascia della popolazione”.

 

il sito Archive.org bersagliato solo nelle ultime settimane da centinaia di richieste a livello UE di rimozione di materiale ritenuto falsamente di natura terroristica. Quando si rischierà, come secondo la proposta in esame, una multa fino al 4% del proprio fatturato per non aver comunque rimosso i contenuti segnalati entro un’ora, casi di questo tipo si moltiplicheranno, con ogni probabilità, senza fine.

 

A tollerare lo Sri Lanka che spegne i social media in concomitanza con la serie coordinata di attentati che ha causato la morte di oltre 250 persone il giorno di Pasqua, prima ancora che contenuti di disinformazione cominciassero a circolare: le piattaforme vengono ritenute responsabili, e punite, per la mera possibilità che vi circolino”.

 

 

Particolarmente illuminante sulla vicenda è un articolo di Jeff Jarvis citato anche da Fabio Chiusi nel suo pezzo e che si intitola:   Proposals for Reasonable Technology Regulation and an Internet Court e che vi consigliamo di leggere integralmente. Come al solito il professore-giornalista grande esperto di mondi digitali non tira fuori nessun coniglio dal cilindro ma invita alla riflessione tutti i soggetti in campo esortando allo studio e a rinnovare gli sforzi di comprensione e approfondimento delle problematiche evitando l’adozione di  facili scorciatoie legislative che portano a scelte censorie e contrarie alla libera circolazione delle informazioni. Noi come al solito e a nostro giudizio proviamo ad estrarre alcuni punti salienti del lungo articolo del grande giornalista anglosassone:

 

 

Una società di tecnologia stabilisce un patto con i suoi utenti e le autorità che garantiscono ciò che fornirà. Di solito, questo documento obbliga gli utenti agli standard della comunità a governare comportamenti e contenuti indesiderati. Ma questo patto dovrebbe anche obbligare la compagnia a fornire specifiche garanzie sul prodotto erogato, al di là e al di là di quanto richiesto dalla legge.

 

 

Piuttosto che pensare alla rete come a un medium – e a ciò che appare lì come contenuto – ho esortato il gruppo (come faccio a chiunque mi leggesse qui) a pensarlo invece come un meccanismo per le connessioni in cui avviene la conversazione. Quella conversazione pubblica, con nuove voci a lungo ignorate e finalmente ascoltate, merita protezione. Ecco perché sostengo che la rete non è né editore né utilità ma qualcosa di nuovo: la macchina di connessione.

 

 

È fondamentale che qualsiasi discussione sugli sforzi legislativi inizi a livello di principi piuttosto che come risposta al panico momentaneo o al vantaggio politico

 

 

il punto migliore per iniziare è la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, in particolare:
Articolo 19.
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione; questo diritto include la libertà di tenere opinioni senza interferenze e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso qualsiasi media e indipendentemente dalle frontiere.

 

 

Il NetzDG della Germania si spinge verso l’applicazione della civiltà richiedendo piattaforme per reprimere non solo l’incitamento all’odio, ma anche “diffamazione o insulto”. Google ha segnalato 52.000 denunce di questo tipo e ne ha cancellate 12.000. Tuttavia, a volte, l’insulto è giustificato. Dico che la civiltà e la civilizzazione non possono essere legiferate.

 

 

Sono preoccupato per l’appello di Zuckerberg per la regolamentazione globale, temo che la rete sarà gestita secondo il minimo comune denominatore di libertà e la più alta filigrana della regolamentazione.

Niente di tutto questo è facile e né le aziende né i governi – né noi come il pubblico – possiamo sottrarci ai nostri doveri di ricerca, discernimento, dibattito e decidere il tipo di internet e della società che vogliamo costruire. Questo è un processo lungo e arduo di tentativi ed errori e di negoziazione delle nostre nuove leggi e norme.

 

 

SalutandoVi  ci congediamo – come anticipato –  con un ultimo estratto dal libro di Cathy O’Neil: Armi di distruzione matematica. Un passaggio a nostro avviso bellissimo –  quasi poetico –  oltreché emblematico e che fotografa perfettamente l’istante, il momento esatto in cui stiamo vivendo. Un principio che potrebbe essere d’aiuto,  di grande aiuto – se applicato –  a tutti i soggetti coinvolti in questi complessi ragionamenti. Grazie dell’attenzione e a presto.

 

I processi basati sui Big data codificano il passato. Non inventano il futuro, cosa per la quale occorre la percezione che solo l’uomo possiede. Dobbiamo esplicitamente inglobare valori più nobili  nei nostri algoritmi, creando modelli basati sui Big data che seguano la nostra guida etica. E talvolta questo comporta di dover anteporre l’equità al profitto.

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Tratto da: www.lsdi.it
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Notre Dame brucia e io non ho niente da mettermi

Perdonate il titolo forse un tantino irriverente, ma in realtà è frutto di una serie di citazioni non ultima quella che ci segnala il nostro associato e amico Andrea Fama e che inserisce  fra gli altri anche Woody Allen fra gli ispiratori del nostro titolo :

 

 

“l’eterno nulla va perfettamente bene se sei disponibile ad affrontarlo con l’animo adatto”.

 

 

Quale sia il nulla o meglio l’ovvio che proviamo ad affrontare nel nostro ragionamento ce lo ha suggerito un post su facebook del data scientist Luca Corsato in cui si leggeva fra le altre cose questo specifico passaggio : ” c’è sempre e solo la ricerca frenetica dell’emozione e non dell’informazione. Non riesco più a reggere questo, e propendo sempre più per l’isolamento “.

 

 

A parte la chiusa personale, desolata e desolante di Corsato, l’attacco del post ci porta dritti dritti al tema di questa nostra riflessione che ci piacerebbe  essere riusciti a sintetizzare nel fantasioso titolo di cui sopra. Il tema è il giornalismo, tanto per cambiare, e la reazione più o meno scomposta dei media mainstream all’ennesimo grave fatto di cronaca. Nello specifico l’incendio alla cattedrale parigina di Notre Dame. Perchè definiamo “reazione scomposta” dei media, i racconti, che tutti, più o meno, i media mainstream hanno realizzato durante l’incendio della cattedrale francese. Beh non serve certo consultare gli esperti per comprendere la nostra critica. Basta provare a riascoltare, rivedere, rileggere sui siti, cosa veniva scritto, detto, filmato durante l’incendio. Trattasi di giornalismo dell’ovvio, come spiega bene nella sua frase Luca Corsato: ricerca frenetica dell’emozione e non dell’informazione. Ancora meno della sola emozione aggiungeremo, talvolta  il  sensazionalismo. Nessuna empatia, nessuna cronaca puntuale, che non significa ripetere a papera quello che le immagini che tutti abbiamo di fronte già ci raccontano,  ma aggiungere continuamente e con certosina pazienza tanti piccoli particolari in più, mentre si continuano a cercare febbrilmente le notizie.

 

 

Le notizie, sapete, quelle cose che nessuno ha, se non i giornalisti, quei professionisti che vanno a procurarsele, spesso mettendo a rischio anche la propria vita, dentro ai luoghi in cui accadono, oppure parlando con gli esperti, oppure sentendo le persone, – i testimoni – non gli ignari passanti. O meglio.  I passanti possono di certo aggiungere pathos e colore ad un pezzo, ma non quando siamo davanti ad una notizia e proviamo a raccontarla in diretta, mentre accade. In quel caso “buttarla in caciara” non impreziosisce la narrazione, anzi non può che peggiorarla.

 

 

Lo abbiamo provato a scrivere diverse volte su queste colonne, il passaggio epocale dentro alla rivoluzione digitale, è un grande salto.  Un immenso balzo verso l’ignoto, che va compreso e  a cui bisogna consapevolmente adeguarsi. Il giornalismo, soprattutto quello mainstream, non sembra aver compreso ancora nulla – o quasi – di questo passaggio epocale, e tutte le volte che ci si trova di fronte ad una narrazione live,  quando manca  una qualche rete di salvataggio, proprio i professionisti, quelli che dovrebbero fare la differenza, dimostrano invece  in modo inequivocabile i propri limiti.

 

 

Prendiamo a prestito un paio di passaggi di un illuminante breve saggio, uscito come articolo su Nova 100 del Sole 24 ore, a firma del sociologo Piero Dominici, nostro associato e relatore talvolta dentro a qualche nostro digit, per aggiungere informazioni e meglio argomentare la nostra posizione. Nel pezzo che si intitola “l’innovazione sofferta le derive dell’informazione” uscito nel 2016, ad un certo punto il sociologo romano dice:

 

 

“…  la solita ricerca incessante della spettacolarizzazione e di un’informazione “emotiva” che, non solo non approfondisce, ma si pone come obiettivo quello di intrattenere più che informare. Tutto va bene e funziona nel grande “circo mediatico” e nell’infosfera, purché faccia ascolti e raccolga pubblicità. Un circo mediatico – lo ribadisco – segnato da logiche di marketing  che hanno portato alla completa rimozione della centralità e della dignità delle Persone. Questioni di consapevolezza, questioni di libertà e responsabilità nell’informare e nel comunicare che non riguardano il livello delle competenze tecniche” .

 

 

Dominici sul giornalismo ha scritto molto, in particolare  per esaminare la reazione a dir poco “scomposta” dei media davanti ad una tragedia immensa come il terremoto dell’Aquila di dieci anni fa, ha pubblicato un libro: ” La società dell’irresponsabilità. L’Aquila, la carta stampata, i nuovi rischi, le scienze sociali “. Un volume che in epoca non sospetta invitava ad una riflessione sull’uso e sulla funzione dei media dentro, durante e dopo  un grave evento di cronaca come, ad esempio,  il devastante terremoto che ha colpito il capoluogo della Regione Abruzzo nell’Aprile del 2009.

 

 

Quello che vorremmo provare a dire è che nell’anno domini 2019 dopo oltre trent’anni di rivoluzione digitale il ruolo dei media è indubbiamente cambiato e in modo profondo.  La società liquida ipotizzata da Baumann si è certamente realizzata, i flussi informativi viaggiano liberi attraverso la rete e diventano sempre più facilmente “virali” passando di bocca in bocca o meglio di device in device, da un’utente all’altro, da una persona all’altra, senza che sulla diffusione di questi contenuti la stampa “ufficiale” svolga alcun ruolo – quando le cose vanno bene – o –  quando va peggio – si preoccupi di esercitare alcun controllo, prima di riprenderli e divulgarli essa stessa come “veritieri” o “veridici”, per non dire veri. Ma non vorremmo essere troppo esigenti.

 

 

Le notizie sono “commodities” come dicono da alcuni anni sociologi, specialisti di marketing – Pierluca Santoro per citarne uno proprio durante un nostro appuntamento digit ad esempio alcuni anni fa –  e anche giornalisti, proprio a #digit19, l’argomento è stato ampiamente approfondito da Nicola Zamperini durante il suo speech dedicato a “disobbedienza, technocorporation e algoritmi” 

 

 

Lo stesso giornalista e scrittore Nicola Zamperini in un pezzo scritto sul suo blog Disobbedienze sul caso Notre Dame ha espresso alcuni pareri assai illuminanti, a nostro avviso, sulla vicenda, vediamoli:

 

 

“Un primo argomento: mai nella storia dell’umanità, come in questa fase storica, l’umanità stessa è stata così travolta da una simile immensa polifonia di espressioni della propria emotività, un coro infinito che manifestava in contemporanea i propri sentimenti e le proprie emozioni. Centinaia di milioni di esseri umani hanno oggi la possibilità di esprimere quello che sentono e provano, nell’istante in cui lo sentono. E già questo è un fatto enorme per il quale occorre una nuova grammatica interpretativa”. 

 

 

“…non è facile subire un uragano emotivo che si scatena sotto i nostri occhi, indipendentemente dal grado di “autenticità” che sta dentro quell’uragano.
Le persone vogliono dire, condividere, presentarsi, auto-rappresentarsi, accusare, chiedere perdono o affetto, vogliono parlare al proprio pubblico tutti i giorni, 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno, figuriamoci quando una colonna di fumo e le fiamme avvolgono un simbolo millenario. Questa rappresentazione continua, e in tempo reale, serve in primo luogo agli autori della rappresentazione: costruisce e solidifica la loro identità e la loro personalità, li definisce per quello che sono”.

 

 

“I social network sono tutti fondati sull’istantaneità della reazione. La reazione deve essere immediata e viene pesata in quanto immediata. Un post pesa se in un breve lasso di tempo riceve molte reazioni; il peso comporta che gli utenti lo vedono subito, per primo, nella loro timeline. E perciò saranno chiamati a commentare, e spesso lo faranno”.

 

Di fronte ad una breaking new come quella dell’incendio di Notre Dame quale è stata la reazione dei media? La stessa di sempre ahimè. Nessuna empatia, nessun approfondimento, nessuna volontà di chiarificazione e spiegazione scientifica. E’ evidente che raccontare una notizia mentre sta avvenendo è uno dei compiti più improbi del giornalismo. Si va in diretta, senza sapere cosa accadrà l’attimo successivo e senza alcuna rete di protezione. Ma proprio per questo l’informazione professionale, quella che dovremmo pagare “per capirsi”, non può per nessun motivo diventare un circo, un posto dove ogni imbonitore prende la parola, un palcoscenico su cui tutti possono saltare per fare il proprio numero. Nella società iperconnessa in cui le notizie viaggiano in tempo reale senza controllo,  le immagini di Notre Dame che brucia sono disponibili online subito e dappertutto. Immagini anche migliori di quelle proposte live da una telecamera di un tg di una televisione il cui cameraman non riesce a inquadrare per bene l’incendio perchè deve stare dietro alle transenne messe dalla polizia. Le persone sono ovunque, davanti, dietro, sotto e sopra le transenne. Molti di noi si troveranno davanti al fatto. Dentro a quella stessa notizia. E le riprese che effettueremo con i nostri device saranno certamente più “giornalisticamente rilevanti”, di quelle di una camera lontana e posta dietro ad un cordone di agenti di polizia. Quello che manca alla società iperconnessa, alle migliaia di smartphone che inquadrano dalla strada, dalle finestre, dai droni, dalle barche sulla Senna, e da mille altre posizioni possibili:  la chiesa in fiamme,  sono le informazioni che aiutino a comprendere cosa stia realmente succedendo. Sono le informazioni di servizio per fare in modo che rimangano liberi i corridoi di accesso alla zona del disastro. Sono i dati che convincano le persone a non intralciare il lavoro delle forze dell’ordine o dei vigili del fuoco. Sono le notizie di pubblica utilità sulle possibili vittime della tragedia. Sono i pareri degli esperti sulla dinamica, lo sviluppo e la possibilità che l’incendio venga domato.

 

 

E poi, con un poi che dovrebbe poter essere grande come tutto questo articolo,  ci sono le posizioni espresse molto bene da Zamperini e che abbiamo sintetizzato qualche paragrafo fa. Polifonia, emotività, istantaneità, rapidità, confusione, cacofonia, ridondanza, eccesso di dati…etc.etc.etc.

 

 

Quella parte è tutto giornalismo a nostro avviso.  Indagare la nuova “grammatica interpretativa”, fare di questo studio  una parte del proprio lavoro,  e poi facendo tesoro  di tutte  queste nuove competenze,  inserirle nel proprio stile, nelle proprie dinamiche professionali, nel proprio metodo. Comprendere e saper affrontare la gestione di una community, un argomento che dovrebbe essere entrato da diversi anni nelle competenze dei giornalisti. E invece così non è. E tutte le volte che ci troviamo dentro a queste dinamiche si ripropone ai nostri occhi la pochezza, l’inadeguatezza, il totale disinteresse delle redazioni verso queste rinnovate e ineludibili esigenze professionali. Il non dover rincorrere la notizia. Non è più quel tempo. Le notizie sono commodities, ci scappano via, scorrono velocissime e frenetiche. Il compito di una redazione non è quello di dar loro la caccia, casomai di validarle, casomai di circostanziarle, casomai di arricchirle.

Nel flusso libero e precipitoso di milioni di diversi punti di vista, la capacità dei professionisti dell’informazione serve sempre di più per orientare la persone,  per  aiutarle a comprendere cosa stia realmente accadendo, per facilitare la formazione della pubblica opinione. Un’opinione che dovrebbe formarsi  in modo libero e il più possibile slegato da condizionamenti tecnologici e altri artifici censori e limitativi. In questo, anche in questo, il giornalismo può e deve fare la differenza. Non certo attribuendo alle OTT il controllo dei flussi o ancora peggio la selezione preventiva dei contenuti da far circolare in rete. Come invece sta sempre più accadendo. E come fra breve avverrà per legge, almeno in Europa, con l’applicazione delle nuova normativa sul copyright.

La differenza può ancora essere enorme, anzi sarà sempre  più marcata, ma dovrà partire da una rifondazione profonda della professione giornalistica, non da una diversa valutazione politica della funzione giornalistica, che è quello che sembra stia per accadere secondo quello che la politica dell’attuale Governo sta proponendo. E a quanto pare di questi argomenti gli Stati Generali dell’Informazione purtroppo non si occupano né si occuperanno. Almeno a giudicare dalla lista degli argomenti in programma.

 

La enorme differenza sta proprio nella mancanza di comprensione di quanto sia cambiata la nostra società in questi trent’anni e di contro  di quanto poco sia cambiata “au contraire” la professione giornalistica. Molte persone, anche dotti commentatori, hanno paragonato l’incendio di Notre Dame e le narrazioni giornalistiche che ne hanno fatto seguito,  all’attentato terroristico delle torri gemelle del 2001. L’impatto del fatto sull’immaginario collettivo. La narrazione dell’evento su tutti noi. Noi non crediamo che le cose stiano in questo modo. E per esprimere il nostro parere prendiamo a prestito un contributo trovato in rete. Un passo di un racconto breve dello scrittore e poeta Fabrizio Venerandi estrapolato da un suo post su facebook. Noi siamo di altro parere dal suo, secondo Fabrizio le due narrazioni sebbene distanti 18 anni nel tempo sono molto simili se non uguali, a nostro avviso sono invece assai diverse. Ma un passaggio del suo racconto testimonia in modo chiaro – a nostro avviso –  dove abbia fallito oggi come allora Il giornalismo nell’affrontare le due vicende:

 

“… sono stati i terroristi dice Cecilia e io casco dalle nuvole, dico che avevo letto male e ci mettiamo a guardare le immagini,  cazzo dico io, mica male, e anche Cecilia mi chiede se abbiamo qualcosa da sgranocchiare e io prendo delle patatine e restiamo a fissare questa eterna diretta con il niente, ripetono le immagini di questi aerei, il fumo, e ogni tanto diciamo cazzo sgranocchiando le patatine, si vede che non hanno niente da dire ma non vogliono interrompere intervistano di tutto, tutti dicono esprimono pareri su ogni cosa, una diretta con il nulla, un buco, una voragine che parte dal nostro cucinino, da quel foro luminescente sopra il frigorifero e chissà dove cazzo va a finire “.

 

 

In conclusione proviamo a indicare una forma di narrazione giornalistica davvero consona, davvero adatta al momento e al luogo. Il link se avrete la pazienza di aprirlo vi trasporterà dentro un mondo intero, non un semplice articolo di giornale.    Chiamarlo così è decisamente riduttivo. Si tratta di un’inchiesta  del New York Times. Bella forza, direte Voi, siamo nell’empireo del giornalismo mondiale! Ebbene sì, certamente è così, ma Vi potremmo portare numerosi esempi da siti e giornali molto meno famosi e ugualmente significativi. Espressioni del giornalismo del presente. Nello stesso identico modo consoni ai nuovi dettami di stile e di racconto dei contenuti. Molti di questi provenienti addirittura dal BelPaese. Ma non oggi e non adesso, per ora accontentiamoci dei cugini d’oltreoceano e se Vi avanza tempo data un’occhiata anche ai temi dell’inchiesta del Times non solo allo stile del racconto che ci sembrano ugualmente importanti. Grazie dell’attenzione e alla prossima.

 

 

 

 

 

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Tratto da: www.lsdi.it
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World Press Freedom Index 2019: una mappa della paura ai tempi del digitale pervasivo

L’indice mondiale sulla libertà di stampa del 2019, realizzato da Reporters Without Borders (RSF), mostra come l’odio nei confronti dei giornalisti sia degenerato in violenza, contribuendo ad aumentare la paura. Il numero di paesi considerati sicuri, dove i giornalisti possono lavorare in completa sicurezza, continua a diminuire, mentre i regimi autoritari continuano a stringere la presa sui media.

L’indice RSF valuta lo stato del giornalismo in 180 paesi e territori ogni anno, (Qui la mappa)
dimostra che è stato innescato un clima  di paura, che è avverso per un ambiente di informazione in cui lavorare in modo sicuro. L’ostilità nei confronti dei giornalisti espressa da leader politici in molti paesi ha provocato atti di violenza sempre più gravi e frequenti che hanno alimentato un livello senza precedenti di paura e pericolo per i giornalisti.

Pubblicato annualmente da RSF dal 2002, il World Press Freedom Index misura il livello di libertà dei media in 180 paesi. Valuta il livello del pluralismo, l’indipendenza dei media, l’ambiente per i media e l’autocensura, il quadro giuridico, la trasparenza e la qualità dell’infrastruttura che supporta la produzione di notizie e informazioni. Non valuta la politica del governo.

l’indice classifica 180 paesi e regioni in base al livello di libertà a disposizione dei giornalisti. È un’istantanea della situazione della libertà dei media basata su una valutazione del pluralismo, sull’indipendenza dei media, sulla qualità del quadro legislativo e sulla sicurezza dei giornalisti in ogni paese e regione. Non classifica le politiche pubbliche anche se i governi hanno ovviamente un impatto importante sulla classifica del loro paese. Né è un indicatore della qualità del giornalismo in ogni paese o regione.

L’indicatore globale e gli indicatori regionali sono calcolati sulla base dei punteggi registrati per ciascun paese. Questi punteggi nazionali sono calcolati dalle risposte a un questionario in 20 lingue, completato da esperti di tutto il mondo, supportato da un’analisi qualitativa. I punteggi misurano vincoli e violazioni, quindi più alto è il punteggio, peggiore è la situazione. A causa della crescente consapevolezza dell’Indice, è uno strumento di advocacy estremamente utile.

“Se il dibattito politico scorre furtivamente o apertamente verso un’atmosfera di guerra civile, in cui i giornalisti sono trattati come capri espiatori, allora la democrazia è in grave pericolo”, ha detto il segretario generale di RSF Christophe Deloire. “Arrestare questo ciclo di paura e intimidazione è una questione della massima urgenza per tutte le persone di buona volontà che apprezzano le libertà acquisite nel corso della storia”.

La Norvegia è al primo posto nell’Indice 2019 per il terzo anno consecutivo, mentre la Finlandia (in rialzo di due posizioni) si è classificata al secondo posto prendendo il posto dei Paesi Bassi (ora al quarto posto), dove due reporter che seguono il crimine organizzato hanno dovuto vivere sotto la permanente protezione della polizia. Un aumento delle molestie informatiche ha fatto in modo che la Svezia (terza) abbia perso un posto. In Africa, le classifiche di Etiopia e Gambia sono significativamente migliorate rispetto all’indice dello scorso anno.

Molti regimi autoritari sono scesi nell’Indice. Includono il Venezuela (cinque posizioni in discesa al 148 esimo posto), dove i giornalisti sono stati vittime di arresti e violenze da parte delle forze di sicurezza, e la Russia (una posizione in discesa al 149 esimo posto), dove il Cremlino ha usato arresti, ricerche arbitrarie e leggi draconiane per aumentare la pressione su media indipendenti e su Internet. I

In fondo all’Indice,  il Vietnam (176 °) e la Cina (177 °) sono scesi di un posto, l’Eritrea è terzultimo posto nonostante abbia fatto pace con il vicino Etiopia e il Turkmenistan è ora l’ultimo, in sostituzione della Corea del Nord.

Solo il 24% dei 180 paesi e territori sono classificati come “buoni” (di colore bianco nella mappa della libertà di stampa) o “abbastanza buoni” (giallo), rispetto al 26% dello scorso anno. Come risultato di un clima sempre più ostile che va oltre i commenti di Donald Trump, gli Stati Uniti (48 °) sono scesi di tre posizioni nell’Indice di quest’anno e il clima mediatico è ora classificato come “problematico” (arancione). Mai prima d’ora i giornalisti statunitensi sono stati sottoposti a così tante minacce di morte o si sono rivolti così spesso a società di sicurezza private per la protezione.

L’odio dei media è ora tale che un uomo è entrato nella redazione di Capital Gazette ad Annapolis, nel Maryland, nel giugno 2018 e ha aperto il fuoco, uccidendo quattro giornalisti e un altro membro dello staff del giornale. Il bandito aveva ripetutamente espresso il suo odio per il giornale sui social network prima di agire alla fine sulle sue parole.

Minacce, insulti e attacchi fanno ora parte dei “rischi professionali” per i giornalisti in molti paesi. In India, dove i critici del nazionalismo indù sono etichettati come “anti-indiani” nelle campagne di molestie online, sei giornalisti sono stati uccisi nel 2018. Dalla campagna elettorale in Brasile, i media sono stati presi di mira dai sostenitori di Jair Bolsonaro sia fisicamente che online.

In questo clima di diffusa ostilità, è necessario coraggio per continuare a indagare sulla corruzione, l’evasione fiscale o il crimine organizzato. In Italia , il ministro degli Interni e leader del partito della Lega Matteo Salvini ha suggerito che la protezione della polizia del giornalista Roberto Saviano potrebbe essere ritirata dopo aver criticato Salvini, mentre i giornalisti e i media sono soggetti a crescenti vessazioni giudiziarie in quasi ogni parte del mondo, compresa Algeria  e Croazia.

Un procedimento giudiziario abusivo può essere progettato per confondere i giornalisti investigativi prosciugando le loro risorse finanziarie, come in Francia o a Malta. In Polonia  i giornalisti di Gazeta Wyborcza stanno affrontando possibili condanne al carcere e in Bulgaria, dove due giornalisti sono stati arrestati dopo aver trascorso diversi mesi a indagare sull’uso improprio dei fondi UE. Oltre alle cause legali e ai procedimenti penali, i giornalisti investigativi possono essere bersaglio di ogni altro tipo di molestia ogni volta che sollevano il velo su pratiche corrotte. La casa di un giornalista è stata data alle fiamme in Serbia, mentre giornalisti sono stati uccisi a Malta, in Slovacchia, in Messico e Ghana.

Il livello di violenza usato per perseguitare i giornalisti che aggravano le autorità non sembra più conoscere alcun limite. Il raccapricciante omicidio del colonnista saudita Jamal Khashoggi nel consolato saudita a Istanbul lo scorso ottobre ha inviato un messaggio agghiacciante ai giornalisti ben oltre i confini dell’Arabia Saudita. Per paura dper la loro sopravvivenza, molti giornalisti della regione si censurano o hanno smesso di scrivere del tutto.

Di tutte le regioni del mondo, sono le Americhe (Nord e Sud) che hanno sofferto il peggior deterioramento (3,6 percento) nel punteggio regionale misurando il livello di restrizioni e violazioni della libertà di stampa. Questo non è stato solo a causa della scarsa performance degli Stati Uniti, del Brasile e del Venezuela. Il Nicaragua è sceso di 24 posizioni. I giornalisti nicaraguensi che coprono le proteste contro il governo del presidente Ortega sono trattati come manifestanti e sono spesso attaccati fisicamente. Molti hanno dovuto fuggire all’estero per evitare di essere incarcerati con accuse di terrorismo. L’emisfero occidentale ha anche uno dei paesi più mortali del mondo per i media: il Messico, dove almeno dieci giornalisti sono stati assassinati nel 2018. L’installazione di Andrés Manuel López Obrador come presidente ha ridotto alcune delle tensioni tra autorità e media, ma la continua violenza e l’impunità per gli omicidi di giornalisti ha portato RSF a riferire la situazione al Tribunale penale internazionale a marzo.

L’Unione Europea e i Balcani hanno registrato il peggior peggioramento nel punteggio regionale misurando il livello di vincoli e violazioni. È ancora la regione in cui la libertà di stampa è più rispettata e che, in linea di massima, è la più sicura, ma i giornalisti sono comunque esposti a gravi minacce: all’assassinio a Malta, in Slovacchia e in Bulgaria ; attacchi verbali e fisici in Serbia e Montenegro; e a un livello senza precedenti di violenza durante le proteste in Francia. Molte troupe televisive non osavano coprire le proteste dei Gilet Gialli senza essere accompagnate da guardie del corpo e altre nascondevano il logo del loro canale. Anche i giornalisti sono apertamente stigmatizzati. In Ungheria , i funzionari del partito del Primo Ministro Viktor Orbán, Fidesz, continuano a rifiutarsi di parlare ai giornalisti che non sono di media amichevoli con Fidesz. In Polonia, i media di proprietà statale sono stati trasformati in strumenti di propaganda e sono sempre più utilizzati per molestare i giornalisti.

Sebbene il deterioramento del punteggio regionale sia inferiore, il Medio Oriente e il Nord Africa continuano a essere i più problematici e pericolosi per i giornalisti. Nonostante una leggera diminuzione del numero di giornalisti uccisi nel 2018, la Siria continua ad essere estremamente pericolosa per i giornalisti, così come lo Yemen. A parte le guerre e la grandi crisi, come in Libia  un’altra grande minaccia incombe sui giornalisti della regione: quella di arresti arbitrari e imprigionamenti. L’Iran (è uno dei più grandi carcerieri di giornalisti del mondo. Dozzine di giornalisti sono detenuti anche in Arabia Saudita, in Egitto e Bahrain , molti dei quali senza processo. E quando vengono processati, il procedimento si trascina interminabilmente, come in Marocco. L’unica eccezione a questo quadro cupo è la Tunisia , che ha visto una grande diminuzione del numero di violazioni.

L’Africa ha registrato il peggioramento del suo punteggio regionale nell’Indice del 2019, ma anche alcuni dei più grandi cambiamenti nelle classifiche dei singoli paesi. Dopo un cambio di governo, l’Etiopia ha liberato tutti i suoi giornalisti detenuti e ottenuto un salto di 40 posti nell’Indice. E’ stato grazie a un cambio di governo che il Gambia  ha raggiunto anche uno dei maggiori aumenti dell’Indice di quest’anno. Ma i nuovi governi non sono sempre stati buoni per i giornalisti. La Tanzania ha visto attacchi senza precedenti sui media dall’installazione di John Magufuli come presidente nel 2015. Anche la Mauritania è diminuita drasticamente,

L’Europa dell’Est e l’Asia Centrale continuano a classificarsi al secondo posto nell’indice, nonostante un’insolita varietà di cambiamenti a livello nazionale e un leggero miglioramento nel punteggio regionale. Alcuni degli indicatori utilizzati per calcolare il punteggio sono migliorati, mentre altri si sono deteriorati. Di quest’ultimo, è stato l’indicatore del quadro giuridico che è peggiorato di più. Più della metà dei paesi della regione sono ancora classificati vicino o sotto la posizione 150 nell’Indice.  Russia e Turchia, continuano a perseguitare i media indipendenti. Il più grande carceriere al mondo di giornalisti professionisti, la Turchia, è anche l’unico paese al mondo in cui un giornalista è stato processato per i suoi rapporti su Paradise Papers. In questa regione in gran parte gli aumenti sono rari e meritano menzione. L’Uzbekistan ha cessato di essere colorato di nero dopo aver liberato tutti i giornalisti che sono stati incarcerati dal compianto dittatore Islam Karimov. In Armenia, la “rivoluzione del velluto” ha allentato la presa del governo sui canali televisivi.

Con la propaganda totalitaria, la censura, l’intimidazione, la violenza fisica e le molestie informatiche, l’Asia-Pacifica  continua a mostrare tutti i problemi che possono affliggere il giornalismo e con un punteggio regionale praticamente invariato, continua a classificarsi al terzo posto.

Il numero di giornalisti uccisi è stato estremamente alto in Afghanistan, India e Pakistan. Anche la disinformazione sta diventando un grosso problema nella regione. Come risultato della manipolazione dei social network in Myanmar, i messaggi di odio anti Rohingya sono diventati un luogo comune e le condanne a sette anni di prigione inflitte a due giornalisti della Reuters per aver tentato di indagare sul genocidio dei Rohingya sono state viste come niente di straordinario. Sotto la crescente influenza della Cina, la censura si sta diffondendo a Singapore e in Cambogia.

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Tratto da: www.lsdi.it
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