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Becchi e bastonati

La colorita frase del nostro titolo odierno non lascia dubbi. Il fatto per il quale ci definiamo “cornuti e mazziati” per usare un’ altra espressione idiomatica altrettanto nota è: la famigerata normativa europea sul copyright. Sulla vicenda ci siamo già espressi in modo tutt’altro che conciso e nemmeno troppo tecnico. Per noi qui a bottega l’espressione del titolo si confà in modo perfetto con l’approvazione di detta normativa. Ma nelle ultime settimane e a pochi giorni dall’ennesimo pronunciamento della Commissione europea sulla medesima, è successo un fatto a dir poco strano, se non sospetto. Uno degli attori della vicenda, uno dei protagonisti della riforma: Google, per non far nomi; ha dato il via ad una campagna pubblicitaria serrata e assai costosa per informare il maggior numero di utenti europei e non che se la normativa dovesse essere approvata senza ulteriori rimaneggiamenti succederebbero fatti gravi, molto gravi. Sono state preparate pagine informative specifiche online sulla vicenda i cui link sono stati diffusi sui social network, in particolare su facebook e twitter e poi è stato diffuso su decine e decine di quotidiani cartacei europei un annuncio pubblicitario specifico.  Il cartello confezionato dagli specialisti di Mountain View lo vedete qui a lato come immagine di accompagnamento al nostro articolo, ma per fugare ogni dubbio riportiamo il testo integrale dell’annuncio qui di seguito, in modo da poterci  riflettere “tutti insieme appassionatamente” :

 

 

“Oggi più che mai è importante conoscere tutti i punti di vista su una notizia. Notizie nazionali. News internazionali. Servizi locali. Contenuti di approfondimento. Opinioni diffuse. Voci fuori dal coro.

Abbiamo bisogno di prospettive differenti per avere una visione d’insieme e per capire meglio il mondo in cui viviamo. L’Articolo 11 della nuova direttiva sul copyright dell’Unione Europea mira a proteggere il lavoro della stampa. E questo è un obiettivo che condividiamo pienamente.

Quello che ci preoccupa, tuttavia, è che alcuni elementi di questa legislazione potrebbero ridurre lo spettro e il numero di notizie che si trovano quando si ricerca online.

Esistono molte opinioni su questa riforma:  la nostra è che serve una soluzione che consenta agli editori, piccoli e grandi, di scegliere liberamente e apertamente come i lettori possano accedere  ai loro contenuti.

E che consenta a tutti noi di continuare a conoscere i diversi punti di vista su una notizia”.

 

 

Il nostro pensiero sulla vicenda “legge europea sul copyright” è già noto ed è stato espresso in un articolo uscito mesi fa. Per chi non avesse voglia di rileggerlo integralmente proviamo a sintetizzarlo in poche semplici frasi. Intanto il titolo di questo articolo è già una sintesi perfetta a nostro avviso, ma, battute a parte, la nostra idea è che:  nessuna delle parti in causa stia davvero cercando di proteggere il bene comune ovvero quella cosetta di “poco valore” che si chiama formazione dell’opinione pubblica.

 

 

Tutti i soggetti in campo hanno torto in quanto stanno provando a speculare sulla pelle delle persone – stiamo parlando di formulare una legge di portata europea – quando invece dovrebbero preoccuparsi, tutti, a cominciare dai legislatori, di spiegare alle persone come funziona, oggi, il nostro mondo. Fare formazione, attraverso una corretta informazione di base,  non omologata e per tutti. Per farlo non servono leggi ma investimenti massicci che generino cultura.  Strumenti per comprendere il mondo.   

 

 

L’iter legislativo è in dirittura di arrivo e proprio in questi giorni potrebbe giungere una decisione finale dai vertici del Governo europeo come spiega dettagliatamente Vincenzo Vita su Art.21. L’Ordine dei giornalisti nei giorni scorsi ha assunto una posizione molto precisa sulla vicenda e in particolare sugli ultimi “accorgimenti” assunti dai vertici di Alphabet Inc. diffondendo un video dove il Presidente Carlo Verna riassume il suo parere  e in un articolo a firma Michele Mezza che riportiamo sotto al video.

 

 

 

“La campagna scatenata da Google su tutti i giornali in Europa per la modifica della legge comunitaria sul copyright ha l’aggravante, oltre alla brutale pressione che esercita sugli editori, di cogliere un aspetto oggettivamente debole di quella legge. Avere anche ragione per chi vuole usare l’occasionale giustezza delle sue osservazioni per ribadire un potere coercitivo è davvero insopportabile. La legge che disciplina l’accesso ai contenuti della stampa è infatti inadeguata e del tutto datata. In una civiltà basata sulla circolarità dei contenuti e sull’accesso molteplice e immediato di ogni cittadino ad ogni notizia, requisito ormai essenziale per esercitare la propria cittadinanza, limitare e commercializzare quest’accesso è del tutto anti storico. Capisco bene le ragioni che hanno portato editori e autori a strappare una norma che possa ridurre il continuo saccheggio di opere e produzioni intellettuali da parte di pochi monopolisti, che trasformano la libertà di accesso in un mercato oligopolistico che impone gabelle e pedaggi ad ogni respiro . Come spiegava un grande pedagogo all’inizio dell’Ottocento, J.B.Lacordaire: fra un forte e un debole la legge libera e la libertà opprime. Siamo esattamente in quelle condizioni: il 75 % della pubblicità digitale è oggi bottino di soli 3 soggetti globali che nulla hanno a che fare con il mercato editoriale professionale. Il 87 % di ogni query, ossia ricerca on line, viene oggi canalizzata dallo stesso Google. Non è monopolio ma vera e propria dittatura di un solo algoritmo. Un algoritmo che proprio Google stesso ci fa intendere nella sua minacciosa pagina di pubblicità editoriale che ormai incombe quasi ogni giorno sui quotidiani, è in grado di mutare la sua griglia selettiva, autorizzando o inibendo l’accesso a intere filiere di informazioni. Dunque questa dittatura va contenuta e risolta, come giustamente sollecita il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna, in quella che al momento è l’unica reazione del mondo del giornalismo quell’irruzione arrogante di Google. Ma proprio perché siamo in presenza di un cambio radicale di paradigma sociale e culturale nel sistema dell’informazione , non credo che possiamo arroccarci nelle vecchie formule di tutela del copyright. Google ha ragione quando afferma che la circolarità dei contenuti prevale sulla titolarità degli stessi contenuti, per cui assicurare il libero accesso ad ogni informazione è ormai un vero e proprio servizio pubblico, ancora di più: è una pretesa sociale. Ma questa circolarità deve riguardare tutti i contenuti: gli articoli dei giornali, le notizie delle agenzie, le opere audiovisive e musicali, ma anche gli algoritmi e le API delle piattaforme. Tutta la catena del valore della comunicazione, nella società della comunicazione, deve essere parimenti accessibile. Dunque solo un’ipocrisia proprietaria permette a Google di mistificare la domanda di libertà, limitandola solo all’oggetto del sistema dell’informazione che sono appunto le notizie. Ben più rilevante è il soggetto di questo mondo che oggi sono i sistemi intelligenti che muovono, selezionano, indicizzano, profilano e archiviano tutti i contenuti dell’umanità. Dunque farebbero bene i cittadini, i produttori, le imprese e soprattutto i giornalisti a prendere in parola Google: dobbiamo garantire la piena libertà di accesso e il totale pluralismo di tutte le informazioni, a cominciare dai sistemi cognitivi che le pre organizzano, rendendole fruibili, quali sono gli algoritmi e i meccanismi di impaginazione delle piattaforme. Per questo sarebbe civile e trasparente introdurre un principio di reciprocità: chi copia e fa circolare contenuti, traendone per altro profitto inimmaginabili, deve rendere accessibile e disponibile per i titolari dei quei contenuti i propri algoritmi e le proprie piattaforme, per poterli riprogrammare ed innescare nuovi modelli di servizi. Google accetta questa sfida: libertà e pluralismo per tutti i linguaggi dell’informazione, dagli algoritmi alle news ? Sono in grado di lavorare realmente in una logica di competizione, senza lucrare, come fanno ora, sulla rendita di posizione che gli è garantita dal predominio sulla potenza di calcolo primaria ? Sono disponibili ad essere partner e non padroni dei nuovi linguaggi della comunicazione, senza sfruttare la loro disponibilità economica, frutto anche di un gigantesco sistema di evasione fiscale, per comprarsi la compiacenza di giornali e autori con finanziamenti e inserzioni abbondanti e mirate ? Sono queste le domande che pone l’Ordine dei giornalisti con la dichiarazione del presidente e soprattutto con il progetto di un centro di ricerca sull’etica del calcolo. Google sappia che ci ha convinto: il giornalismo non è più solo letteratura dell’informazione, ma è diventato innanzitutto ingegneria dei sistemi di diffusione e selezione delle notizie. Su quel terreno non siamo più disposti a concedere deleghe in bianco. Così come siamo stati , e continuiamo , ad essere, come ha  rappresentato la copertina di fine anno di Time, guardiani nei confronti degli abusi del potere politico ed economico, saremo altrettanto solleciti sorvegliare e misurare la trasparenza e le finalità dei sistemi digitali. Algoritmo per algoritmo. E’ la stampa bellezza.”

 

 

Questi i pareri delle parti in campo, che vanno aggiunti  a quello degli editori e più in generale dei proprietari dei contenuti, gli autori appunto, che giustamente rivendicano  la necessità di mettere mano ad una normativa che garantisca il giusto compenso per chi produce i contenuti, senza i quali la rete e tutto il mondo dell’online non sarebbe altro che un enorme guscio iperveloce ma sostanzialmente vuoto o meglio pieno delle nostre chiacchiere ma privo di sostanza.

 

 

E’ certamente sensato difendere la produzione dei contenuti e tutti coloro che lo fanno, ma è anche necessario, diremmo sostanziale, conoscere come funzionano le rinnovate dinamiche post rivoluzione digitale della produzione dei contenuti e della loro diffusione. In queste semplici frasi è contenuto un mondo di diversità di approccio sia alla produzione sia alla diffusione dei contenuti.  Ne abbiamo provato a parlare anche in un nostro appuntamento digit a Torino nell’ottobre scorso assieme a Maurizio Codogno, che interveniva a #digitTorino in qualità di portavoce di Wikimedia. A Maurizio abbiamo chiesto oggi un parere personale – come esperto di politiche delle reti da oltre un quarto di secolo –  sugli sviluppi di questa vicenda e in particolare sulla campagna pubblicitaria architettata dai signori di Mountain View:

 

 

“L’azione di Google è partita da settimane su Twitter e credo anche su Facebook. Questa campagna stampa è l’ultima idea. Tieni conto che il trilogo poteva e può fare qualche modifica e ovviamente Google sta cercando di spingere pesantemente: se vuoi un parallelo, pensa a quando Berlusconi fece fare gli spot-che-non-erano-spot contro il referendum  tv ai suoi attori e presentatori. Servirà? Non so, potrebbe essere un fumogeno mentre i lobbisti fanno il loro lavoro. Le modifiche alla legge saranno fatte perchè lo vuole la gggente.

 

 

L’intervento del trilogo non peggiorerebbe comunque  le cose, la commissione anzi sperava in un voto meno schierato all’europarlamento per liberalizzare ancora qualcos’altro. Quello che Google vuole è evitare di bloccare troppa roba perché gli riduce il fatturato. Insomma ok che la direttiva non abbia censura automatica – non perché Google farebbe fatica ad implementarla ma perché toglierebbe troppi upload – ma devono esserci anche meno richieste di blocco. In effetti lo user generated content tipicamente è materiale derivato di cose sotto copyright. La Siae e gli altri produttori di contenuti vorrebbero trarre benefici economici anche da lì e lo si è visto all’europarlamento; Google e Facebook vogliono la libertà di pubblicazione perché i soldi li fanno con la pubblicità di chi arriva sulle loro pagine per vedere quei contenuti. Il problema è che nè i primi nè i secondi vogliono dirlo esplicitamente, l’avessero fatto, si poteva aprire una discussione seria”.

 

 

Indossando poi per un momento nuovamente i panni di portavoce di Wikimedia Maurizio Codogno ha aggiunto sulla questione:

 

 

Wikipedia non interviene perché se la direttiva si ammorbidisce ci guadagna anch’essa, ma è contraria alla logica dietro alla campagna di Google. Bisogna tenere conto che Noi non accettiamo in Wikipedia tutto quello che Google mantiene, perché siamo molto più restrittivi riguardo al copyright. Insomma la posizione di Wikipedia è mantenere il copyright standard evitando di creare nuovi diritti accessori che favoriscono i titolari attuali anche se a loro le idee relative non erano mai venute in mente, e quindi non si può certo parlare di tutela della loro creatività. Nel nostro punto di vista non parliamo di Google o Facebook ma nemmeno di Wikipedia stessa. Si tratta di una posizione di tipo:

 

 

Copyright   =   rispetto anche economico della creatività ma nel contempo possibilità di ampliare la conoscenza”

 

 

Per aggiungere altri elementi di conoscenza alla vicenda e in particolare provare a fornire nuovi punti di vista sulla specifica presa di posizione dei vertici di Google abbiamo sentito un altro esperto di problemi digitali il data scientist Luca Corsato.

 

 

“Il copyright come lo intendiamo in Italia e in Europa si concentra solo sulla recinzione e non sul modello di business dei servizi sul capitale intellettuale”.

 

 

Una frase davvero notevole, permettetecelo, che ci ha immediatamente indotto a porre una successiva domanda a Luca: “ma proprio Google che è proprietario dei recinti e anche del modello di business che va per la maggiore online per lo sfruttamento dei contenuti come mai solleva il problema?”.  Le risposte di Corsato sono decisamente illuminanti:

 

 

“Guadagnano dai contenuti, se questi sono difficili da usare … L’industria dei contenuti è un’industria di trasformazione di informazioni in servizi. Che siano canzoni, video, articoli, non cambia per Google: devono trasformarli in servizi da cui estrarre conoscenza implicita. La conoscenza implicita è a mio avviso l’insieme dei saperi e delle esperienze delle persone che riversano – spesso inconsapevolmente – nelle loro attività. Per questo Gortz parlava di reddito di esistenza: cara Google, siccome guadagni dalla qualità dei miei video su You Tube, garantiscimi non solo un compenso per il prodotto ma un sostegno per avere esperienze da riversare nei video.  E questo già avviene. Lo youtuber che fa video in giro per il mondo viene pagato da You Tube e viene pagato da “n” soggetti che guadagnano dalle sue esperienze e prodotti/servizi. In questo modello il copyright è d’impiccio.   Perché tutti gli attori coinvolti sanno che la volatilità dei servizi e dei prodotti è altissima. Il modello del copyright si basa sull’archivio. Ma le generazioni attuali non hanno alcun interesse allo storico. Quindi non pagheranno mai per usare un contenuto di dieci anni fa.

 

 

Google brevetta delle soluzioni e dei prodotti che poi non rinnova quasi mai, anzi li rilascia per adempiere alla responsabilità sociale. Quindi hai “tensor flow” che ti interpreta le foto e altri prodotti liberamente usabili – pensiamo a tutti gli strumenti open per giornalisti  ad esempio – in cui loro (Google) guadagnano attraverso le informazioni “esperienziali” o anche solo semplici dati, lasciati dagli utenti dentro a quegli strumenti.

 

 

Del resto è anche molto difficile se non impossibile pensare alla liberalizzazione degli algoritmi che stanno alla base del funzionamento del modello Google. Perché regolare un algoritmo richiede delle professioni e delle competenze che nessuno dei soggetti coinvolti  nel processo è in grado di pagare. Quanti editori sarebbero disponibili a pagare centomila euro l’anno ad un programmatore senior? Quanti capo redattori o direttori di giornale sono disposti a farsi dettare la linea editoriale in base alle variazioni della SEO?”

 

 

Un ragionamento, quello di Luca Corsato, a nostro avviso davvero interessante e che ci spinge ad incalzarlo sulla “sempiterna” questione della ricerca dei nuovi “modelli di business” post rivoluzione digitale e in particolare sulla difficile ma necessaria integrazione fra il marketing forzatamente “digitale” e la produzione dei contenuti. Un ragionamento molto delicato che porta alla commistione forzata fra prodotti e contenuti. Un ragionamento che riguarda molto da vicino anche il mondo del giornalismo e dell’informazione.

 

 

Secondo noi i guru del marketing digitale hanno ragione quando rimproverano pesantemente editori e giornalisti ma più in generale tutti i possessori e produttori di contenuti di non stare facendo nulla per cercare una forma di remunerazione dentro agli ambienti algoritmici. Invece di cercare di creare nuovi recinti, steccati o leggi sarebbe  auspicabile che i titolari dei contenuti stabilissero in modo molto chiaro un regime di scambio a pagamento con i proprietari degli algoritmi. Una sorta di do ut des. Invece di coalizzarsi contro questo o quello o peggio ancora chiedere e/o accontentarsi di pochi spiccioli concessi dalle compagnie che controllano gli algoritmi, gli editori ad esempio, dovrebbero trattare da pari a pari con le OTT per ottenere un giusto compenso per i propri contenuti che riempiono le piattaforme algoritmiche. In fondo senza contenuti – e solo in questo post è già la seconda volta che lo ribadiamo – la rete e tutti i suoi ambienti sarebbero solo chiacchiere senza alcuna sostanza.

 

 

“Si cerca uno scontro – ribadisce anche Luca Corsato – usando un modello di contrattazione al rilancio invece di riportarla ad uno scambio. Il problema è che per usare eventuali cose che potrebbero arrivare dallo scambio con le OTT ci vorranno almeno 15 anni. Mica tutti hanno a disposizione personalità e ingegni come quelli di Ray Kurtzweil o economisti di fama mondiale come Hal Varian  . Quelli di Google hanno raccolto i migliori e li hanno spremuti. Nel caso della direttiva sul copyright si cerca di spremere il meglio da cosa fatte da morti. Nel senso che molti dei detentori dei diritti sono eredi di persone oramai defunte. Il motivo per cui Google chiede di variare ulteriormente i famigerati articoli 11 e 13 della direttiva europea sul copyright è economico/commerciale.

 

 

Immaginiamo Google come un impero antico. Hanno un’estensione troppo vasta per far fronte ad una miriade di obiezioni legali. Sarebbe una distrazione enorme che creerebbe disaffezione. Cerchi su Google perchè sai che avrai la risposta (la loro risposta) in millisecondi. Vai su You Tube per caricare le tue cose  o per fare riunioni in streaming. Chi vuoi che si metta a leggere i Term of Service? Gli OTT sanno che se dovranno obbligare la gente a leggerli, le persone scapperanno. Oggi vince chi semplifica, chi facilita con tempi sempre più vicini allo zero. Alle persone dobbiamo far capire che come Google chiede facilità di accesso e uso delle informazioni nello stesso modo lo Stato deve assicurare a tutti noi servizi che abbiano la stessa concretezza ed efficienza”. Magari affidandole – aggiungiamo noi – proprio agli stessi OTT.

 

 

“Ricordiamoci sempre la regola del 90-9-1. La percentuale di persone che producono contenuti esclusivi è assai ridotta. La maggior parte delle cose che circolano sono copiate o per bene che vada,  riadattate da lavori  di pochi singoli autori”.

 

 

Chiedere competitività ed efficienza agli Stati magari convincendo i nostri amministratori a trattare in modo serio con gli OTT significherebbe – concludiamo noi, cogliendo la giusta provocazione di Corsato –  mettere finalmente mano a politiche volte alla comprensione della nuova complessità che stiamo vivendo – come sostiene da tempo un altro grande amico di digit e Lsdi Piero Dominici – per rendere per davvero il mondo un posto migliore.

 

 

E se avete ancora qualche dubbio su come funzionino le OTT guardatevi una serie tv davvero molto divertente che si intitola – lupus in fabula – Silicon Valley. Grazie dell’attenzione e buona visione!

 

 

 

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Tratto da: www.lsdi.it
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Premio Morrione per il giornalismo d’inchiesta – una settimana in più per partecipare. Chiusura iscrizioni il 27 gennaio.

Il Premio promosso dall’Associazione Amici di Roberto Morrione ha l’obiettivo di promuovere, sostenere e incentivare il giornalismo investigativo.

Il Premio è aperto a tutti i maggiorenni nati dopo il 31.12.1988 senza alcuna distinzione di titolo di studio, percorso lavorativo o altro. Possono partecipare anche gruppi di 3 persone.

Le categorie in concorso sono due: Videoinchiesta e Inchiesta sperimentale.

 

 

CATEGORIA VIDEOINCHIESTA

Il progetto dovrà contenere:

  • tema dell’inchiesta
  • obiettivo dell’inchiesta
  • fonti e testimoni disposti a collaborare
  • scaletta di fattibilità, piano di produzione (luoghi e tempi delle riprese e delle interviste da realizzare, progetti e/o storyboard)

Tra tutti i progetti di Videoinchiesta inviati la giuria sceglierà tre lavori che verranno realizzati con il contributo del Premio Roberto Morrione.

A ciascuno dei progetti scelti verrà assegnato un contributo in denaro di 4.000 euro (in due tranche) ed il supporto di un tutor giornalistico. I progetti d’inchiesta verranno realizzati con il coinvolgimento di un tutoraggio legale e tecnico e potranno avvalersi di una consulenza musicale forniti dall’Associazione Amici di Roberto Morrione.

 

 

CATEGORIA INCHIESTA SPERIMENTALE

La sezione sperimentale nasce per sostenere la realizzazione di intuizioni e proposte volte ad interpretare le potenzialità dei linguaggi e degli stilemi crossmediali, che , per loro natura in continuo mutamento, offrono sempre nuove opportunità ideative, capaci talvolta di prefigurare il futuro.

Si potranno proporre web-doc, forme diverse di storytelling, graphic novel, web serie, audio inchiesta, fotodocumentario, video-gaming, animazioni: tutto quanto di innovativo e sperimentale, adatto alla narrazione giornalistica, sia stato finora utilizzato o che, al contrario, stia soltanto per esserlo.

 

La più ampia libertà espressiva dovrà essere comunque accompagnata da una descrizione circostanziata e puntuale di:

  • tema e argomento
  • obiettivo euristico (scopo dell’inchiesta)
  • orientamento informativo (target)

Tale descrizione dovrà comprendere una elencazione puntuale dei materiali necessari alla realizzazione del progetto e una mappa concettuale atta ad esporne i rapporti interni e le funzioni espositive.

 

Fra i progetti presentati la giuria sceglierà il progetto che verrà realizzato con il contributo del Premio Roberto Morrione. A questo progetto verrà assegnato un contributo in denaro di 4.000 euro (in due tranche) ed il supporto di un tutor giornalistico.

 

Fra le tre Videoinchieste realizzate, a insindacabile giudizio della giuria, verrà assegnato un premio finale del valore di 2.000 euro. L’inchiesta vincitrice verrà programmata su Rainews24 (Tv). Se ammessa al Premio finale, l’Inchiesta sperimentale è già vincitrice di ulteriori 2.000 euro.

 

Bando e moduli di partecipazione qui

 

Info: cell. +39 366 388 9108  premio@robertomorrione.it

 

Scade il: I progetti devono pervenire alla Segreteria del Premio entro le ore 24 del 20 gennaio 2019.

PROPRGATA LA SCADENZA AL 27 GENNAIO 2019

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Tratto da: www.lsdi.it
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Per chi studia giornalismo

Una lunga ma anche breve storia di tweet. Una sequenza di segnalazioni che proveremo  ad approfondire un poco mettendoli uno accanto all’altro. Per onorare con un piccolo tributo uno dei nostri fondatori ma soprattutto per provare a riportare al centro la barra. Rimettere nei binari un mestiere in fortissima crisi di identità. E non per colpa della rivoluzione digitale, tanto meno a causa di internet o come vogliamo definire la rete che ci permette di collegarci in tempo reale con tutto e tutti, di interagire, di reagire, di parlare ed essere ascoltati. Chissà se quest’idea che ci è venuta potrà consolidarsi e trasformarsi in una specie di rubrica fissa? Oggi proviamo a proporvela fateci sapere se Vi piace. Raffaele Fiengo, il nostro fondatore di cui sopra, nella sua vita ha fatto il giornalista per tanti anni, lo ha fatto in molti giornali ma soprattutto al Corriere della Sera dove è stato spesso anche rappresentante degli altri giornalisti in qualità di sindacalista e componente del Cdr. Fra le molte altre sue attività Fiengo ha sempre avuto una grande passione per l’insegnamento, ha provato, in punta di piedi e con l’atteggiamento schivo e sommesso che lo contraddistingue, a lasciare tracce sul suo cammino. Riferimenti da cogliere per chi lo volesse. Appunti di attività in corso d’opera. Segnali di reazione e prove di comprensione per il cambiamento qualunque esso fosse. Molta della sua attenzione Raffaele Fiengo la ha  dedicata al suo mestiere e alla pratica che esso implica. Non a caso proprio per riuscire a studiare meglio il cambiamento in atto in questo mondo, da sempre in forte divenire, si è inventato assieme a Pino Rea: Lsdi,  questo osservatorio sul senso e le pratiche del giornalismo che è poi diventato il blog/associazione/centro studi di cui tutti noi facciamo parte e che si chiama Libertà di Stampa e Diritto all’Informazione. Partiamo dunque  con tre lampi in un frigido cielo di gennaio. Tre esempi da ricordare e propalare a chi studia e studierà questa complessa materia che riguarda tutti noi non solo chi il giornalismo lo pratica e prova a diffonderlo. Partiamo con il tweet più vecchio in ordine di tempo fra quelli selezionati e che riguarda il premio Pulitzer. Il massimo riconoscimento per i giornalisti di tutto il mondo quest’anno è andato ad un fumetto, e come sottolinea Fiengo nel suo tweet del settembre dello scorso anno:

 

 

#Linguaggigiornalistici. Un altro passo avanti. Il lavoro premiato di solito e’ leggibile nel sito del Pulitzer

 

 

A fregiarsi del prestigioso riconoscimento è stato Welcome to the new world ,un racconto  giornalistico a fumetti realizzato dal giornalista Jake Halpern e dal disegnatore Michael Sloan e pubblicato in chiaro a puntate sul sito del New York Times. Per la prima volta ha vinto una graphic novel e non come già  era accaduto in passato anche fra i Pulitzer:  il disegnatore satirico o il caricaturista del momento. Un cambio di passo importante dunque che fa il paio con un’ altra importante novità che riguarda il formato del fumetto vincitore: si tratta di una webcomic; ovvero una storia a fumetti tutta pubblicata direttamente sul web, in formato digitale.  Fare giornalismo a fumetti non è certo una novità, negli anni, anche in Italia, sono state pubblicate molte belle storie di giornalismo raccontate a fumetti, ma certo fa molto ben sperare per il futuro che il prestigioso premio di giornalismo sia stato assegnato direttamente ad una graphic novel. Fa sperare soprattutto che sia davvero in atto una rivoluzione professionale e di atteggiamento fra chi fa ed esamina questo mestiere e gli atti attraverso i quali esso si realizza. Un cambiamento che non riguardi e si esplichi solo attraverso la disperata ricerca di un nuovo modo per farci soldi con questo mestiere ma che lasci il posto ad una disamina molto più profonda e accurata di tutte le modalità che riguardano l’azione giornalistica dalla sua genesi alla sua pratica per provare a ridare il giusto e imprescindibile senso alla nostra professione.

 

 

A ritroso nel tempo avvicinandosi ai giorni nostri troviamo, datato fine settembre, un altro tweet del nostro mentore e decano che cita un altro strano ma non per questo meno prestigioso esempio di giornalismo sui generis, si parla della rivista satirica Mad e delle sue irriverenti ma non per questo meno rilevanti copertine:

 

 

Per chi studia giornalismo le 553 copertine di MAD la rivista satirica #giornalismo

 

I 65 anni di Mad, la rivista satirica americana, raccontati in un sito attraverso la raccolta e la pubblicazione digitale di tutte le sue  copertine. La rivista, che in questi nostri anni vive anche in una dimensione tutta digitale, continua ad essere pubblicata  nella sua versione cartacea dalla Dc Comics al prezzo di poco meno di 6 dollari. Nell’ultimo numero in edicola in questi giorni in copertina troviamo il presidente Trump in versione gigante smutandato  e arrabbiato. Una segnalazione, quella dedicata alla satira di Mad, che ci ricorda quanto sia stato e sia tuttora importante nel difficile rapporto fra informazione e potere l’uso della satira. Quanto possa far bene a noi tutti riuscire nella difficile azione di mettere in discussione, magari scherzandoci sopra,  i potenti e i loro potentati.  Provare a ricordare a tutti e a suon di critiche ben motivate che  l’amministrazione del potere deve passare sempre anche per lo sberleffo e/o la farsa. Solo in questo modo potenti e potentati potranno esercitare questo loro temporaneo potere, rimanendo umani, ricordando di non far parte di una elite o di una casta ma di essere lì in nome e per conto di chi li ha eletti   in modo democratico attraverso il voto, e di essere a scadenza, anche prima delle nuove elezioni, ancora una volta, democraticamente convocate.

 

 

Risalendo la china dei tweet arriviamo circa un mese dopo, verso la fine di ottobre ad un nuovo invito di Raffaele Fiengo rivolto a chi studia e frequenta il mondo del giornalismo. Il cinguettio sommesso è rivolto a sostenere un indubbio episodio di giornalismo praticato e concettuale che trae origine da un episodio di cronaca della professione che arriva stavolta dal Bel Paese e ha per protagonista ancora una volta, un  esponente del giornalismo disegnato,  che risponde al nome di Sergio Staino.

 

 

Per chi studia #giornalismo Leggere anche le due lettere

 

 

La vicenda riassunta in poche essenziali battute è questa: Staino ha deciso di interrompere la sua collaborazione con il quotidiano Avvenire e spiega in una lettera le motivazioni del suo abbandono. Alla sua missiva risponde il direttore del quotidiano della Cei Marco Tarquinio. Ma lasciamo la parola a loro copia-incollando di seguito le due lettere riprese dal blog del disegnatore satirico toscano:

 

 

Caro Direttore,

non te la prendere troppo: ci abbiamo provato. È stato bellissimo trovarmi sulle pagine del tuo giornale, in mezzo ai tanti articoli che ogni giorno ci parlano delle sofferenze del mondo, delle lotte degli umili contro l’infamia, lo sfruttamento e l’ingiustizia. Un giornale attento alle grida di dolore che si levano dalle parti più lontane e nascoste del mondo e che, per questo, troppo spesso vengono dimenticate.

Certo il mio Jesus non risponde completamente ai canoni tradizionali: suona il basso, legge “internazionale” e ha la mamma ancora giovane che forse vede su Netflix qualche serial di troppo, ma, nelle mie intenzioni, mantiene tutta la carica rivoluzionaria contenuta nel messaggio evangelico. Per questo mi piaceva, da non credente, essere al fianco di quel grande rinnovamento che osserviamo oggi nella chiesa cattolica guidata da Francesco. Non pensavo assolutamente che qualcuno potesse prenderla così male anche se so benissimo che la satira e il fumetto, con la loro ironica ambiguità, possono facilmente risultare poco comprensibili da chi, per età e formazione, non è abituato a frequentarli.

Le prime lettere e i primi messaggi arrivati anche a me non lasciavano promettere bene, ma speravo fossero sparute figure rancorose che si trovano sempre dentro ogni comunità. Uno di questi messaggi, nella sua cattiveria mi ha fatto anche sorridere: «aspetto il giorno», mi diceva, «di vederla bruciare nelle Fiamme dell’inferno accanto a quell’attorucolo che oggi siede sul seggio di San Pietro». Ovviamente non ho battuto ciglio e sono andato avanti sorretto dalla tua amicizia e dalla stima che mi hai sempre dimostrato.

Ma adesso è troppo. Adesso le voci dissonanti, a volte al limite della volgarità sono troppe ed investono, sfruttando strumentalmente il mio lavoro, la tua figura, il valore del giornale da te diretto, fino, oserei dire a colui che oggi guida il mondo cattolico. È chiaro che in questa situazione è ben difficile lavorare: prendere la matita in mano sapendo bene che qualunque cosa io disegni verrà passata sotto microscopio alla ricerca di punti o sfumature che possano esser letti come offensivi o blasfemi, fa sì che venga a mancare quella serenità di fondo che permette di far incontrare il sorriso fraterno laico con un sorriso fraterno cattolico.

Per questo, caro Marco, è forse meglio chiudere qui o se vogliamo essere ottimisti, sospendere qui la nostra esperienza comune.

Un augurio di buon lavoro e un abbraccio forte a te e ai lettori che mi hanno seguito con affetto e curiosità fino a oggi,

Sergio Staino

 

 

Caro Sergio,

quando abbiamo avviato questa collaborazione, giusto un anno fa, pensavo a tutto meno che a metterti in una condizione che ti avrebbe tolto serenità… E invece è andata in questo modo. Ti ringrazio per la tua schiettezza e il tuo rigore morale. E mi dispiace, mi dispiace davvero.

Così come mi dispiace che altre persone, turbate e in qualche caso eccitate anche solo dall’idea di un «ateo che disegna per “Avvenire”», abbiano perso la loro serenità fino a concepire e scrivere invettive come quella che citi. Anche passandosi parola. Terribile, ma purtroppo per me non sorprendente. Proprio come la lente da microscopio ostile che hai sentito addosso, soprattutto per dimostrare che “Staino deride Gesù”, sebbene il “tuo” Jesus abbia fatto e faccia pensare e sorridere in modo dolce o amaro sulla vita, sulle ingiustizie, sul prezzo dell’amore per la verità, sulle scelte dei potenti, e mai sia oggetto e vittima di sberleffo, come fu fin sulla croce… Sappi, però, che non somigliano, quelle parole arse e brucianti, ai pensieri e alle parole di tanti cattolici accanto ai quali io cammino dentro le pagine di questo giornale “uguale e speciale”, ma prima ancora, e ormai da una vita, nella Chiesa e sulle strade del mondo. Strade che non sono solo nostre e lungo le quali incontriamo e affianchiamo donne e uomini che vengono da altre direzioni, ma hanno voglia di parlare la stessa lingua, di riconoscere il bene, di capirsi e di appassionarsi insieme per l’umanità e soprattutto per i più poveri e i più piccoli. Ognuno porta la luce che ha, e accende quella che trova o che gli viene donata lungo il cammino. Tu sei così.

Grazie, caro Sergio, per le parole che riservi ai nostri lettori e al nostro lavoro. Grazie per la limpida preoccupazione per il nostro Papa. Grazie per il tuo abbraccio di saluto in forma di “striscia”. Lo ricambio con altrettanta forza, perché so che non resterai svenuto… Diranno che ora sei senza avvenire, ma non è vero.

Marco Tarquinio

 

 

Tre esempi di giornalismo dove le parole non hanno il peso maggiore ma sono le immagini e i disegni a farla da padroni. Tre narrazioni e modi di raccontare che hanno molto a che vedere con il giornalismo senza essere in molti casi nemmeno del tutto inserite a pieno titolo nelle pratiche e negli studi dedicati a questa professione. Come abbiamo visto il Pulitzer assegnato ad una graphic novel   è ancora una novità quasi assoluta nel mondo del giornalismo. Nell’osservare le rinnovate dinamiche di questa professione, in Italia e nel mondo, siamo giunti,  come già più volte fatto osservare anche su queste colonne,  ad uno dei momenti più delicati e intensi del cambiamento. Alla ricerca di un modello produttivo nuovo e redditizio post rivoluzione digitale;  a rivedere le logiche di acquisizione delle notizie in questo mondo in cui le fonti si confondono con i distributori e tutti possono trovare ma anche propagare le notizie alimentando a dismisura fatti del tutto opinabili se non completamente fasulli.  Siamo alla ricerca di nuovi modelli di narrazione che tengano conto in modo diverso dell’apporto delle fonti e dei contenuti che tutte queste miriadi di fonti (tutti noi che abbiamo accesso alla rete) rimandano attraverso il web. Alla ricerca di un modo diverso di considerare i professionisti dell’informazione, un tempo chiamati genericamente giornalisti,  ma che ora forse andrebbero anche definiti diversamente per cominciare già dal nome a tenere conto delle disparate  esigenze e competenze che questo ruolo oggi richiede. Di sicuro in tutto questo ribollire di novità e cambiamenti i consigli di un grande giornalista come Raffaele Fiengo possono essere di grande  utilità  e noi siamo davvero contenti di avervi potuto proporre alcuni suoi  tweet. Grazie per l’attenzione e a presto !

 

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Il datismo (terza e ultima parte)

” La narrazione non è il male. E’ vitale. Senza storie accettate da tutti su cose come il denaro, gli stati o le società per azioni, nessuna società umana complessa può funzionare. Non possiamo giocare a calcio a meno che ciascuno creda nelle stesse regole predefinite, e non possiamo godere dei benefici dei mercati e dei tribunali senza storie altrettanto inventate. Ma le storie sono soltanto strumenti. Non dovrebbero diventare i nostri obiettivi o i nostri parametri di riferimento. Quando dimentichiamo che si tratta solo di finzione, perdiamo il contatto con la realtà. Allora diamo inizio a guerre “per far guadagnare soldi all’azienda” o “per proteggere l’interesse nazionale”. Le aziende, il denaro e le nazioni esistono soltanto nella nostra immaginazione. Le abbiamo inventate perchè ci servissero; perchè ci troviamo nella condizione di sacrificare le nostre vite al loro servizio?

 

 

Nel XXI secolo creeremo narrazioni più potenti e religioni più totalitarie che in qualsiasi epoca precedente. Con l’aiuto della biotecnologia e degli algoritmi digitali queste religioni non soltanto controlleranno la nostra esistenza minuto per minuto, ma saranno in grado di  modellare i nostri corpi, cervelli e menti, e di creare interi mondi virtuali che includono inferni e paradisi.

 

 

Essere in grado di distinguere la finzione dalla realtà e la religione dalla scienza diventerà pertanto più difficile ma più indispensabile di quanto lo sia mai stato”.

 

 

(Yuval Noah Harari HOMO DEUS Breve storia del futuro )

 

 

In questo brevissimo passaggio estratto dal saggio del professor Harari è ben sintetizzato a nostro parere uno temi fondamentali in cui si dibatte la nostra società, alla ricerca di risposte o di scenari che ci portino in qualche modo a trovare parvenze di verità. Vogliamo definirle fake news o meglio e più scientificamente confirmation bias, fate Voi. Quello che vorremmo sottolineare con forza prendendo spunto dalle lucide riflessioni di Harari è che siamo, come sempre, Noi, a poter fare la differenza.  E le conferme a questo giudizio espresso dallo stesso Harari in più passaggi nel suo “Homo Deus” , il saggio che stiamo provando ad analizzare  su queste nostre pagine anche  in questo nostro conclusivo articolo, arrivano  semplici e dirette.   Ne avrete contezza se Vorrete proseguire la lettura degli ultimi passaggi del libro dello storico israeliano che abbiamo estratto qui di seguito. Ben ritrovati in questo nuovo anno di lavoro, vi aspettiamo per incontrarci dal vivo a #digit19 che si intitolerà – a buon intenditor poche parole – “In attesa di diventare dei”. Intanto grazie dell’attenzione e  buona lettura!

 

 

 

La rivoluzione umanista

 

se una multinazionale vuole sapere se è all’altezza del motto “Non essere malvagio”* è sufficiente che guardi l’ultima riga del bilancio. Se questa riporta un mucchio di denaro, significa che a milioni di persone piacciono i prodotti dell’azienda, e questo implica che è un fatto positivo. Se qualcuno avanza qualche obiezione in proposito e sostiene che la gente potrebbe fare scelte sbagliate, a costui sarà prontamente ricordato che il consumatore ha sempre ragione e che i sentimenti umani sono la fonte di ogni significato e autorità. Se milioni di persone scelgono liberamente di comprare i prodotti di questa azienda, chi siete voi per dire loro che stanno sbagliando?

 

 

Nel Medioevo l’origine da cui discendevano ogni senso e gerarchia era esterna, pertanto la pedagogia mirava a instillare obbedienza, far imparare le Scritture a memoria e a studiare le antiche tradizioni. Al contrario, la moderna pedagogia umanista vuole insegnare agli studenti a pensare con la propria testa. È giusto sapere che cosa hanno pensato Aristotele, Salomone e san Tommaso d’Aquino sulla politica, l’arte e l’economia, ma, poiché la fonte suprema del significato e dell’autorità risiede nelle pieghe più intime di ciascun individuo, è molto più importante sapere che cosa voi pensiate a proposito di queste materie.

 

 

Seguire la strada di mattoni gialli

 

 

Obiettivo supremo di una vita umanistica è sviluppare pienamente la conoscenza grazie a una moltitudine di esperienze intellettuali, emotive e fisiche. Agli inizi del XIX secolo Wilhelm von Humboldt — uno dei principali architetti del moderno sistema educativo — ha detto che lo scopo dell’esistenza è “una distillazione dell’esperienza di vita più ampia possibile in saggezza”. Egli ha anche scritto che “esiste soltanto una vetta da raggiungere nella vita — aver misurato con la sensibilità ogni cosa umana”. Questo potrebbe sicuramente essere il motto umanista. Secondo la filosofia cinese, il mondo si regge grazie all’interazione di forze opposte ma complementari chiamate yin e yang. Questo può non essere vero per il mondo fisico, ma è certamente vero per il mondo moderno che si è venuto a creare con il patto tra la scienza e l’umanesimo. Ogni yang scientifico contiene uno yin umanista, e viceversa. Lo yang ci fornisce il potere, mentre lo yin ci dota di senso e valori morali. Lo yang e lo yin della modernità sono la ragione e l’emozione, il laboratorio e il museo, la linea di produzione e il supermercato. La gente spesso vede soltanto lo yang e ritiene che il mondo moderno sia arido, scientifico, logico e utilitaristico — proprio come un laboratorio o una fabbrica. Ma il mondo moderno è anche uno stravagante supermercato. Nessuna cultura nella storia ha mai dato una tale importanza ai sentimenti, ai desideri e alle esperienze dell’uomo. La concezione umanista della vita come una successione di esperienze è divenuta il mito fondante di numerose industrie moderne, dal turismo all’arte. Gli agenti di viaggio e gli chef dei ristoranti non ci vendono biglietti aerei, soggiorni alberghieri o fantastiche cene — ci vendono esperienze inedite.

 

 

La scissione umanista

 

L’umanesimo si suddivide in tre filoni principali. Il filone ortodosso ritiene che ogni essere umano è un individuo unico che possiede una distintiva voce interiore e una serie irripetibile di esperienze. Ogni essere umano è un singolare raggio di luce che illumina il mondo da una diversa prospettiva e che aggiunge colore, profondità e significato all’universo. Pertanto dovremmo concedere tanta libertà quanto è possibile a ogni individuo affinché sperimenti il mondo, segua la sua voce interiore ed esprima la sua verità più autentica. In politica, nell’economia o nell’arte, l’individuo libero dovrà avere molta più importanza degli interessi dello stato e delle dottrine religiose. Maggiore è la libertà di cui godono gli uomini, più bello, ricco e sensato sarà il mondo. Grazie a questa esaltazione della libertà, il filone ortodosso dell’umanesimo è conosciuto come “umanesimo liberale” o semplicemente come “liberalismo”. La politica liberale crede che l’elettore sappia cosa è meglio votare. L’arte liberale ritiene che la bellezza risieda nell’occhio di chi osserva. L’economia liberale crede che il consumatore abbia sempre ragione. L’etica liberale ci consiglia di procedere per la nostra strada, se è questo che ci fa stare bene. La pedagogia liberale ci insegna a pensare in maniera autonoma, poiché troveremo tutte le risposte alle nostre domande dentro di noi. 

 

 

Le guerre di religione umaniste

 

 

Se un liberale si fosse addormentato nel giugno 1914 e si fosse risvegliato nel giugno 2014, lui o lei si sarebbe sentito a casa propria. Ancora una volta la gente credeva che solo concedendo agli individui più libertà il mondo sarebbe diventato un luogo in pace e prospero. L’intero XX secolo sembra un gigantesco errore. Ritornando alla primavera del 1914, il genere umano stava procedendo a tutta velocità sull’autostrada liberale, quando ha imboccato una strada sbagliata ed è finito in un vicolo cieco. Ci sono voluti otto decenni e tre spaventose guerre globali per ritornare sull’autostrada. Di sicuro questo lasso di tempo non è stato uno spreco totale; ci ha dato gli antibiotici, l’energia nucleare e i computer, e anche il femminismo, la decolonizzazione e il sesso libero. Inoltre, lo stesso liberalismo ha accusato il colpo ed è diventato meno presuntuoso rispetto a un secolo fa. Ha adottato varie idee e istituzioni dai rivali socialisti e fascisti, in particolare l’impegno a farsi carico delle necessità della popolazione nel campo dell’istruzione, della sanità e dell’assistenza sociale. Tuttavia il pacchetto fondamentale liberale è cambiato sorprendentemente poco. Il liberalismo sacralizza ancora le libertà individuali sopra ogni altro bene, e nutre ancora una salda fede nell’elettore e nel consumatore. Agli inizi del XXI secolo, questo è il solo spettacolo giù in città.

 

 

Elettricità, genetica e islam radicale

 

 

La Cina sembra lanciare una sfida molto più seria di quella dei contestatori sociali occidentali. Nonostante la liberalizzazione della sua politica ed economia, la Cina non è né una democrazia né un autentico libero mercato, circostanza che non le ha impedito di diventare il gigante economico del XXI secolo. Tuttavia questo colosso economico proietta un’ombra ideologica molto circoscritta. Nessuno sembra sapere in che cosa credano i cinesi ai giorni nostri — compresi i cinesi stessi. In teoria la Cina continua a essere comunista, ma in pratica non è niente del genere. Alcuni pensatori e leader cinesi si trastullano con un ritorno al confucianesimo, ma si tratta di poco più che un’utile operazione di facciata. Questo vuoto ideologico rende la Cina il più promettente terreno di coltura per le nuove tecno-religioni che stanno emergendo dalla Silicon Valley (e che discuteremo nei prossimi capitoli). Ma a queste tecno-religioni, con la loro fede nell’immortalità e nei paradisi virtuali, occorreranno almeno un decennio o due per organizzarsi e radicarsi. Pertanto, al momento, la Cina non rappresenta un’alternativa reale al liberalismo.

 

 

Nel 1881, in Sudan,  un leader religioso locale, Muḥammad Aḥmad ibn ‘Abd allāh, dichiarò di essere il Mahdi (il messia), inviato per stabilire la legge di Dio sulla terra. I suoi sostenitori sconfissero l’esercito anglo-egiziano e ne decapitarono il comandante — il generale Charles Gordon –, un gesto che sconvolse la Gran Bretagna vittoriana. I seguaci di ‘Abd allāh instaurarono allora in Sudan una teocrazia islamica retta dalla sharia, che è durata fino al 1898. Nel frattempo, in India, Dayananda Saraswati si metteva alla guida di un movimento tradizionalista indù, il cui principio fondamentale era che le Scritture vediche non sono mai in errore. Nel 1875 fondò la Arya Samaj (Società Nobile), dedicata alla diffusione della conoscenza dei Veda — benché occorra riconoscere che Dayananda spesso interpretasse i Veda in modo sorprendentemente liberale, sostenendo, per esempio, uguali diritti per le donne molto prima che l’idea diventasse popolare in Occidente. Un contemporaneo di Dayananda, papa Pio IX, nutriva invece idee molto più conservatrici sulle donne, ma condivideva l’ammirazione di Dayananda per l’autorità oltreumana. Pio IX promosse una serie di riforme nei dogmi cattolici e stabilì l’inedito principio dell’infallibilità papale, secondo il quale il papa non può mai sbagliarsi in materia di fede (quest’idea, apparentemente medievale, divenne dogma cattolico vincolante soltanto nel 1870, undici anni dopo che Charles Darwin aveva pubblicato L’origine delle specie).

 

 

Quando l’ingegneria genetica e l’intelligenza artificiale riveleranno tutto il loro potenziale, il liberalismo, la democrazia e il libero mercato potrebbero diventare obsoleti come i coltelli di selce, le musicassette, l’islam e il comunismo. Questo libro ha preso le mosse dalla previsione secondo cui nel XXI secolo gli uomini cercheranno di ottenere l’immortalità, la beatitudine eterna e la divinità. Questa previsione non è molto originale o lungimirante. Riflette semplicemente gli ideali tradizionali dell’umanesimo liberale. Poiché l’umanesimo ha a lungo sacralizzato la vita, le emozioni e i desideri degli esseri umani, non sorprende che una civiltà umanista voglia massimizzare la durata della vita media, la felicità e il potere dell’uomo. Tuttavia nella terza e ultima parte del libro si discuterà del fatto che tentare di realizzare questo sogno umanista minerà le fondamenta dell’ideologia liberale poiché si scateneranno gli effetti delle nuove tecnologie post-umaniste. La fede umanista nei sentimenti ci ha consentito di beneficiare dei frutti del patto della modernità senza pagarne il prezzo. Non abbiamo bisogno di alcun dio che limiti il nostro potere e dia un senso alle nostre vite — le libere scelte dei consumatori e degli elettori ci sostengono con tutto il significato di cui c’è bisogno. Che cosa accadrà, allora, quando comprenderemo che i consumatori e gli elettori non compiono mai libere scelte, e quando avremo a disposizione la tecnologia necessaria per calcolare, progettare e vincere in astuzia i loro sentimenti? Se l’intero universo è appeso all’esperienza umana, che cosa accadrà quando l’esperienza umana diventerà solo uno dei tanti prodotti da progettare, senza alcuna differenza essenziale rispetto a qualsiasi altra merce sugli scaffali di un supermercato?

 

 

PARTE TERZA HOMO SAPIENS PERDE IL CONTROLLO

 

 

Una bomba a orologeria in laboratorio

 

 

Che cosa mi induce a imboccare un sentiero piuttosto che un altro? Nel crocevia centrale del mio cervello, potrei essere spinto su un particolare sentiero argomentativo da processi deterministici, oppure potrei imboccarlo a caso. Ma non scelgo “liberamente” di pensare quei pensieri che mi faranno votare per i conservatori. Queste non sono solo ipotesi o speculazioni filosofiche. Oggi, grazie alla scansione cerebrale, è possibile prevedere i desideri e le decisioni di qualcuno molto prima che lui stesso ne sia consapevole. In uno di questi esperimenti, i partecipanti vengono introdotti in un grande scanner cerebrale: in mano hanno due pulsanti, uno a destra e uno a sinistra, e possono premerne uno dei due in qualsiasi momento lo desiderino. Osservando gli eventi neuronali, gli scienziati sono in grado di prevedere quale interruttore verrà premuto prima ancora che il soggetto lo faccia, e addirittura prima ancora che sia cosciente della propria intenzione. Gli eventi neuronali che rivelano la decisione di una persona iniziano da alcune centinaia di millisecondi ad alcuni secondi prima che lei sia consapevole della sua scelta. Indubbiamente, la decisione di premere il pulsante di destra o quello di sinistra riflette la scelta della persona. Eppure questa non è una scelta libera. La nostra fede nel libero arbitrio, infatti, deriva da una fallacia logica. Quando una reazione biochimica a catena mi fa desiderare di premere il pulsante destro, io sento di voler davvero premere il pulsante destro. Ed è così: voglio premerlo sul serio. Le persone, però, saltano a una conclusione sbagliata, e cioè che se io voglio premerlo, io scelgo di volerlo fare. Questo ovviamente è falso. Io non scelgo i miei desideri. Io mi limito a sentirli e ad agire di conseguenza. Ciò nonostante la gente continua a parlare di libero arbitrio perché sono gli stessi scienziati a usare fin troppo spesso concetti teologici obsoleti. Per secoli i teologi cristiani, musulmani ed ebrei hanno discusso del rapporto tra anima e volontà. Sono partiti dal presupposto che ogni essere umano sia dotato di un’essenza interiore, chiamata anima, che è il suo vero sé. Hanno poi sostenuto che il sé possieda vari desideri, proprio come possiede vestiti, automobili e case. Secondo questo punto di vista, io scelgo i miei desideri con gli stessi criteri con cui scelgo gli abiti da indossare, e il mio destino sarà determinato da queste scelte: se scelgo desideri buoni andrò in paradiso; se scelgo desideri cattivi sarò condannato all’inferno. A questo punto sorge una domanda: come scegliamo, esattamente, i nostri desideri? Perché, per esempio, Eva ha desiderato di assaggiare il frutto proibito che il serpente le ha offerto? Questo desiderio le è stato imposto? O le è balenato in mente per puro caso? Oppure l’ha scelto “liberamente”? E se non l’ha scelto liberamente, perché punirla? Tuttavia, una volta accettato il fatto che l’anima non esiste e che gli esseri umani non possiedono un’essenza interiore chiamata “sé”, non ha più senso chiedersi “Come fa il sé a scegliere i propri desideri?” Sarebbe come chiedere a uno scapolo: “Come fa tua moglie a scegliere che cosa indossare?” In realtà, non esiste altro che un flusso di coscienza all’interno del quale i desideri nascono e muoiono; ma non esiste alcun sé permanente che possieda i desideri, e quindi non ha senso chiedersi se scegliamo i nostri desideri in modo deterministico, arbitrario o libero. Se volete vedere la filosofia in azione, andate a visitare un laboratorio di robo-ratti. Un robo-ratto è un topo comune con una marcia in più: nelle aree cerebrali che controllano i sensi e il sistema della ricompensa gli sono stati impiantati degli elettrodi. Questo consente ai ricercatori di pilotare l’animale a distanza tramite un telecomando. Dopo brevi sessioni di training, gli scienziati sono riusciti non soltanto a far girare i ratti a destra o a sinistra, ma anche a far salire loro le scale, annusare cumuli di spazzatura e fare cose che normalmente i ratti non amano, come saltare da altezze estreme. Eserciti e grandi aziende stanno manifestando un forte interesse per i robo-ratti, nella speranza che si dimostrino utili per molte situazioni e attività. I robo-ratti, per esempio, potrebbero facilitare il ritrovamento di superstiti sotto le macerie di un edificio crollato, aiutare a localizzare bombe e mine antiuomo, mappare tunnel e grotte sotterranee. Gli animalisti hanno espresso preoccupazione per le sofferenze che questi esperimenti infliggerebbero ai ratti. Il professor Sanjiv Talwar della State University di New York, uno dei principali ricercatori sui robo-ratti, ha respinto le critiche, sostenendo che in realtà ai topi piacciono gli esperimenti. Dopotutto, spiega Talwar, essi “lavorano per piacere” e quando gli elettrodi stimolano i centri della ricompensa nel loro cervello “i ratti accedono al Nirvana”.

 

Esperimenti condotti su Homo sapiens indicano che, come i topi, anche gli uomini possono essere manipolati, e che stimolando le giuste aree del cervello è possibile generare o sopprimere anche emozioni complesse come l’amore, la rabbia, la paura e la depressione.

 

 

Chi siamo io?

 

 

La scienza non minaccia soltanto la fede nel libero arbitrio, ma anche la fede nell’individualismo. I liberali sono convinti che noi abbiamo un unico e indivisibile sé. Essere un individuo significa essere in-dividuo (in-divisibile). Sì, il mio corpo è formato da circa 37 trilioni di cellule, e ogni giorno il mio corpo e la mia mente subiscono innumerevoli trasformazioni; eppure, se mi concentro e mi sforzo di entrare in contatto con me stesso, alla fine, nel profondo, scoprirò una sola, chiara e autentica voce, che è il mio vero sé e la fonte di ogni significato e autorità nell’universo. Affinché il liberalismo abbia un senso, devo avere per forza uno e un solo vero sé, perché se possedessi più di un’autentica voce, come farei a sapere quale ascoltare nella cabina elettorale, al supermercato e davanti agli annunci matrimoniali? Negli ultimi decenni, tuttavia, le scienze biologiche sono giunte alla conclusione che questa storia è pura mitologia. Un singolo e autentico sé non è più reale dell’anima eterna, di Babbo Natale o del Coniglietto Pasquale. Se guardo dentro me stesso, nel profondo, quell’apparente unità che davo per scontata si dissolve in una cacofonia di voci discordanti, nessuna delle quali è “il mio vero sé”. Gli esseri umani non sono individui, bensì “divisibili”. Il cervello dell’uomo è composto da due emisferi collegati tra loro da un grosso fascio di fibre chiamato corpo calloso. Ciascun emisfero controlla il lato opposto del corpo: l’emisfero destro controlla il lato sinistro del corpo, riceve informazioni dalla metà sinistra del campo visivo, è deputato a muovere il braccio e la gamba sinistri; e viceversa. Ecco perché chi è stato colpito da ictus nell’emisfero destro talvolta ignora la parte sinistra del corpo (pettinandosi solo il lato destro della testa o mangiando soltanto il cibo che si trova nella parte destra del piatto).  Tra i due emisferi esistono anche differenze emotive e cognitive, benché la divisione sia tutt’altro che netta. La maggior parte delle attività cognitive coinvolge entrambi gli emisferi, ma non allo stesso livello: per esempio, nella gran parte dei casi il sinistro svolge un ruolo più importante nel linguaggio parlato e nel ragionamento logico, mentre il destro è più dominante nell’elaborazione delle informazioni spaziali. Molte scoperte essenziali per comprendere le relazioni tra i due emisferi sono state possibili grazie allo studio di pazienti epilettici. Nei casi gravi di epilessia, tempeste elettriche si scatenano in una parte del cervello e si diffondono rapidamente ad altre aree, provocando violente convulsioni. I pazienti perdono il controllo del proprio corpo, e attacchi frequenti precludono loro la possibilità di mantenere un lavoro o condurre una vita normale. A metà del XX secolo, dato che ogni altra cura si era rivelata inefficace, i medici alleviavano il problema recidendo il corpo calloso, in modo tale che le tempeste elettriche scoppiate in un emisfero non potessero tracimare nell’altro. Per i neuroscienziati, i pazienti sottoposti a questo intervento si sono rivelati una miniera preziosa di informazioni sorprendenti.

 

 

Il senso della vita

 

 

È molto più facile vivere nell’illusione, perché l’illusione dà un senso alla sofferenza. I sacerdoti hanno scoperto questo principio migliaia di anni fa. Esso sottostà a numerosi riti e comandamenti religiosi. Se volete che le persone credano in invenzioni culturali come dèi e nazioni, dovete far sì che sacrifichino qualcosa di prezioso. Più doloroso è il sacrificio, più loro saranno convinte dell’esistenza del destinatario immaginario di quel sacrificio. Un povero contadino che sacrifica un prezioso toro a Giove si convincerà che Giove esiste davvero, altrimenti come potrebbe giustificare la propria stupidità? Il contadino sacrificherà un altro toro, e poi un altro, e un altro ancora, pur di non dover ammettere che tutti i tori precedenti sono andati sprecati. Esattamente per lo stesso motivo, se io ho scarificato un figlio per la gloria della nazione italiana o una gamba per la rivoluzione comunista, non servirà altro per trasformarmi in un fervente nazionalista italiano o in un comunista entusiasta. Infatti, se i miti nazionalisti italiani o la propaganda comunista fossero solo menzogne, sarei costretto ad ammettere che la morte di mio figlio o la mia invalidità sono del tutto insensate. E poche persone hanno il coraggio di ammettere una cosa del genere.

 

 

La stessa logica opera in ambito economico. Nel 1997 il governo scozzese decise di costruire un nuovo palazzo del parlamento. Secondo il progetto originale i lavori dovevano durare due anni e costare 40 milioni di sterline. Nella realtà durarono cinque anni e costarono 400 milioni di sterline. Ogni volta che i costruttori si imbattevano in un problema o in una spesa imprevista, chiedevano al governo scozzese altro tempo e altri soldi. E ogni volta il governo diceva a se stesso: “Be’, abbiamo già investito decine di milioni in questa impresa: perderemmo la faccia se ci fermassimo adesso e ci ritrovassimo con lo scheletro di un edificio costruito a metà. Autorizziamo l’esborso di altri 40 milioni.” Diversi mesi dopo andò in scena lo stesso copione, e nel frattempo l’ansia di rimanere con un edificio incompiuto era diventata ancora più pressante. A distanza di qualche mese la storia si ripeté, e così via finché i costi reali lievitarono a dieci volte quelli stimati in partenza. Non sono solo i governi a cadere in questa trappola. Spesso anche le aziende sprecano miliardi in imprese fallimentari, così come i privati cittadini restano aggrappati a matrimoni disfunzionali e carriere senza avvenire.

 

 

…una volta che le intuizioni scientifiche eretiche verranno tradotte in tecnologie di uso quotidiano, in attività di routine e in strutture economiche, diventerà sempre più difficile sostenere questo doppio gioco, e noi — o i nostri eredi — avremo probabilmente bisogno di un nuovo pacchetto di convinzioni religiose e istituzioni politiche. All’inizio del III millennio il liberalismo non è minacciato dall’idea filosofica che “gli individui liberi non esistono”, ma piuttosto da tecnologie concrete. Stiamo per essere sommersi da un diluvio di dispositivi, strumenti e strutture estremamente utili che non ammettono il libero arbitrio dell’individuo umano. La democrazia, il libero mercato e i diritti umani riusciranno a sopravvivere al diluvio?

 

 

La grande separazione

 

 

D’altra parte, nel XXI secolo la maggioranza degli uomini e delle donne potrebbe perdere valore militare ed economico. È finito il tempo delle coscrizioni di massa dei due conflitti mondiali. Gli eserciti più potenti del XXI secolo si affidano a tecnologie molto più avanzate. Invece di illimitata carne da macello, i paesi adesso hanno bisogno solo di quantità ridotte di soldati perfettamente addestrati, quantità ancora più piccole di forze speciali formate da superguerrieri e una manciata di esperti che sanno come produrre e impiegare tecnologie sofisticate. Le forze hi-tech composte da droni privi di pilota e virus informatici stanno prendendo il posto degli eserciti di massa del XX secolo, e i generali delegano sempre più decisioni critiche agli algoritmi.

 

 

I soldati umani uccidono, stuprano e saccheggiano, e anche quando cercano di comportarsi bene troppo spesso uccidono civili per errore. Computer programmati con algoritmi etici potrebbero conformarsi in modo assai più aderente alle più recenti disposizioni della Corte penale internazionale.

 

 

Gli uomini corrono il rischio di perdere il loro valore economico poiché l’intelligenza si sta separando dalla coscienza. Fino a oggi un’intelligenza acuta è sempre andata di pari passo con una coscienza evoluta. Soltanto esseri consapevoli potevano portare a termine compiti che richiedevano notevoli capacità intellettive, come giocare a scacchi, guidare automobili, diagnosticare malattie o identificare terroristi. Ma oggi stiamo sviluppando nuovi tipi di intelligenza non cosciente che possono portare a termine tali compiti in modo assai più efficace degli umani, poiché tutti questi compiti sono basati sul riconoscimento di pattern, e algoritmi incoscienti potranno presto superare la coscienza umana nel riconoscere i pattern.

 

 

Dovremmo ricordarci del destino dei cavalli durante la Rivoluzione industriale. Un qualunque cavallo da fattoria può odorare, amare, riconoscere facce, saltare oltre gli steccati e fare un migliaio di altre cose molto meglio di un modello T della Ford o di una Lamborghini da un milione di dollari. Tuttavia le auto hanno rimpiazzato i cavalli poiché esse riescono meglio in una serie limitata di compiti di cui il sistema ha davvero bisogno.

 

 

Alcuni economisti prevedono che prima o poi uomini non potenziati saranno completamente inutili. Robot e stampanti 3 D stanno già sostituendo operai in lavori manuali come la produzione di camicie, e algoritmi molto intelligenti faranno lo stesso con i colletti bianchi. Impiegati di banca e agenti di viaggio, che fino a poco tempo fa sembravano completamente al riparo dai processi di automazione, sono diventati specie a rischio. Di quanti agenti di viaggio abbiamo bisogno quando possiamo usare i nostri smartphone per comprare i biglietti dell’aereo da un algoritmo? Anche gli operatori di borsa sono a rischio. Già oggi la maggior parte delle transazioni è gestita da algoritmi informatici, che sono in grado di elaborare in un secondo più dati di quanti ne possa esaminare un uomo in un anno, e possono reagire in tempi più rapidi di un battito di ciglia umano. Il 23 aprile 2013, alcuni hacker siriani hanno violato l’account ufficiale su Twitter dell’Associated Press. Alle 13,07 hanno twittato che la Casa Bianca era stata attaccata e il presidente Obama era rimasto ferito. Algoritmi finanziari che monitorano costantemente i feed delle notizie hanno reagito all’istante e hanno cominciato a vendere azioni all’impazzata. Il Dow Jones è sceso in caduta libera e nel giro di 60 secondi ha perso 150 punti, l’equivalente di una perdita di 136 miliardi di dollari! Alle 13,10 l’Associated Press ha chiarito che il tweet era una notizia falsa. Gli algoritmi hanno invertito la marcia e alle 13,13 il Dow Jones aveva recuperato quasi tutte le perdite. Tre anni prima, il 6 maggio 2010, la Borsa di New York ha vissuto uno shock ancora più grave. Nel giro di cinque minuti — dalle 14,42 alle 14,47 — il Dow Jones è colato a picco di 1000 punti, bruciando mille miliardi di dollari. Poi è rimbalzato, ritornando sui livelli pre-crac in poco più di tre minuti. Questo è ciò che accade quando programmi informatici superveloci sono responsabili dei nostri soldi. Gli esperti stanno cercando di capire che cosa è avvenuto durante il cosiddetto Flash Crash. Sanno che gli algoritmi sono stati i colpevoli, ma non sono ancora sicuri di aver individuato esattamente ciò che non ha funzionato. Alcuni operatori negli USA hanno già fatto causa contro il trading basato sugli algoritmi, osservando che rappresenta una forma di concorrenza sleale nei confronti degli esseri umani, che semplicemente non possono reagire con la velocità necessaria per essere competitivi. Discutere se questo costituisca una violazione dei diritti potrebbe dar molto da lavorare, e da incassare, agli avvocati.

 

Considerate ora il famoso Watson della IBM , il sistema di intelligenza artificiale che nel 2011 ha vinto il gioco a premi televisivo Jeopardy! sconfiggendo gli ex campioni umani. Watson oggi è preparato a fare un lavoro più serio, in particolare nel diagnosticare le malattie.

 

 

Alcuni sostengono che se anche un algoritmo potesse superare le prestazioni dei dottori e dei farmacisti negli aspetti tecnici delle loro professioni, non potrebbe mai sostituire il contatto umano. Se il vostro apparecchio per la tomografia computerizzata indica che avete un cancro, preferireste ricevere la notizia da una fredda macchina o da un dottore umano sensibile al vostro stato emotivo? Be’, e che dire allora di ricevere la notizia da una macchina sensibile che scelga in maniera accurata le parole sulla base dei vostri sentimenti e personalità? Ricordatevi che gli organismi sono algoritmi, e Watson potrebbe rilevare le vostre emozioni con la stessa precisione con cui scopre i vostri tumori.

 

Questa idea è già stata in parte implementata da alcuni reparti che si occupano dei servizi al cliente, come quelli sperimentati dalla Mattersight Corporation, con sede a Chicago. Mattersight distribuisce il proprio prodotto con questo messaggio pubblicitario: “Avete mai parlato con qualcuno e avuto l’impressione che sia appena scattato qualcosa? La sensazione magica che provate è il risultato di una connessione personale. Mattersight crea questa sensazione ogni giorno, nei nostri call center in tutto il mondo.” 11 Quando telefonate al servizio clienti con una richiesta o una lamentela, entro pochi secondi la vostra chiamata è indirizzata a un rappresentante dell’organizzazione. Nei sistemi Mattersight la vostra chiamata è indirizzata a un algoritmo intelligente. Voi chiarite la ragione della vostra chiamata: l’algoritmo ascolta il vostro problema, analizza le parole che avete usato e il vostro tono di voce, e da ciò deduce non solo il vostro attuale stato emotivo, ma anche il tipo della vostra personalità — se siete introversi, estroversi, ribelli o gregari. Basandosi su queste informazioni l’algoritmo passa la chiamata all’operatore che meglio si adatta al vostro umore e personalità. L’algoritmo sa se avete bisogno di una persona empatica che ascolti con pazienza le vostre lamentele o di un individuo pragmatico e razionale che vi fornisca la soluzione tecnica nella maniera più veloce. Una buona corrispondenza significa sia clienti più felici sia minor tempo e denaro sprecati dal reparto assistenza.

 

 

La classe inutile

 

 

L’idea che gli uomini potranno contare sempre su una qualche abilità particolare che vada oltre le capacità che gli algoritmi incoscienti saranno in grado di raggiungere è una pia illusione.

La risposta che oggi la scienza fornisce a questa fantasiosa convinzione può essere sintetizzata in tre semplici principi:

 

  1. gli organismi sono algoritmi. Ogni animale — tra cui Homo sapiens — è un insieme di algoritmi organici modellati dalla selezione naturale nel corso di milioni di anni di evoluzione;

 

  1. i calcoli algoritmici non dipendono dai materiali con cui sono costruiti i calcolatori: se un abaco è realizzato in legno, ferro o plastica, due anelli più due anelli fa sempre quattro anelli;

 

  1. perciò non c’è ragione di pensare che gli algoritmi organici possano fare cose che gli algoritmi non organici non saranno mai in grado di replicare o superare. Finché i calcoli restano validi, che differenza fa se gli algoritmi si manifestano sotto le sembianze di atomi di carbonio o di silicio?

 

 

 

Grazie ai suoi potenti algoritmi, Uber può gestire milioni di tassisti grazie a un drappello di individui. La maggior parte dei comandi è data dagli algoritmi senza alcun bisogno di supervisione umana. Nel maggio 2014 Deep Knowledge Ventures — un’azienda che si occupa di capitali di rischio, con sede a Hong Kong, specializzata nella medicina rigenerativa — ha aperto un nuovo orizzonte nominando un algoritmo, VITAL , membro del consiglio di amministrazione. VITAL suggerisce investimenti analizzando un’enorme quantità di dati concernenti la situazione finanziaria, test clinici e proprietà intellettuali di potenziali aziende. Come gli altri cinque membri del consiglio, l’algoritmo ha diritto di votare se investire o no su una specifica azienda. Esaminando le decisioni prese da VITAL finora, sembra che abbia già acquisito un tipico vizio manageriale: il nepotismo. Ha infatti raccomandato di investire in quelle aziende che garantiscono agli algoritmi maggiore autorità. Per esempio, con la benedizione di VITAL , la Deep Knowledge Ventures ha recentemente investito nella Pathway Pharmaceutical, che impiega un algoritmo chiamato OncoFinder che seleziona e valuta terapie oncologiche personalizzate. Quando gli algoritmi avranno estromesso gli umani dal mercato del lavoro, la ricchezza e il potere potrebbero risultare concentrati nella mani di un minuscola élite che possiede i potentissimi algoritmi, creando le condizioni per una disuguaglianza sociale e politica senza precedenti. Oggi milioni di tassisti, autisti di autobus e guidatori di camion godono di una significativa influenza, essendo ciascun gruppo a capo di una piccola porzione del mercato del trasporto. Se i loro interessi collettivi sono minacciati, essi possono unirsi in un sindacato, scioperare, organizzare azioni di boicottaggio e dare vita a un forte blocco sociale in funzione elettorale. Ad ogni modo, quando milioni di autisti umani saranno rimpiazzati da un singolo algoritmo, tutta quella ricchezza e quel potere saranno monopolizzati dalla società che possiede l’algoritmo, e dalla manciata di miliardari che possiedono la società. In alternativa, gli algoritmi potrebbero diventare essi stessi i proprietari. La legge umana già riconosce entità intersoggettive quali le società per azioni e le nazioni come “persone legali”. Benché la Toyota o l’Argentina non abbiano né un corpo né una mente, esse sono soggetti di diritto internazionale, possono possedere terreni e denaro, promuovere azioni legali ed essere chiamate in tribunale. Si può pensare di garantire uno status simile agli algoritmi. Un algoritmo potrebbe possedere un impero dei trasporti o un fondo di capitali di rischio senza dover rispondere ai desideri di alcun proprietario umano. Se l’algoritmo prende le decisioni giuste, potrebbe accumulare una fortuna, che quindi potrebbe investire come ritiene opportuno, forse comprando la vostra casa e diventandone il proprietario. Se violate i diritti legali dell’algoritmo — diciamo, non versandogli l’affitto dovuto — l’algoritmo potrebbe rivolgersi a uno studio legale e citarvi in giudizio. Se algoritmi del genere superano in maniera significativa le abilità dei capitalisti umani, potremmo ritrovarci con una classe superiore algoritmica che possiede la maggior parte del nostro pianeta. Questo potrebbe sembrare impossibile, ma prima di ricacciare l’idea, richiamate alla memoria il fatto che la maggior parte del nostro pianeta è già legalmente posseduta da entità intersoggettive non umane, ovvero nazioni e aziende. Per la verità, 5000 anni fa gran parte dei possessi dei Sumeri apparteneva agli immaginari dèi Enki e Inanna. Se gli dèi possono possedere terreni e dar lavoro alle persone, perché non potrebbero farlo gli algoritmi? Quindi che cosa farà la gente? Si dice spesso che l’arte rappresenta il nostro massimo (e unicamente umano) santuario. In un mondo dove i computer hanno sostituito i dottori, gli autisti, gli insegnanti e perfino i proprietari di immobili, ognuno di noi diventerebbe un artista? Tuttavia, non si comprende perché la creazione artistica dovrebbe fare eccezione e restare inaccessibile agli algoritmi. Perché siamo così fiduciosi che i computer non saranno mai in grado di superarci nella composizione musicale? Secondo le scienze biologiche, l’arte non è il prodotto di un qualche spirito incantato o anima metafisica, ma piuttosto l’esito di algoritmi organici in grado di riconoscere pattern matematici. Se così stanno le cose, non c’è motivo per cui gli algoritmi non organici non possano cimentarsi nell’attività artistica.

 

David Cope è un professore di musicologia all’Università della California a Santa Cruz. Egli è anche una delle figure più controverse nel mondo della musica classica. Cope ha elaborato programmi informatici in grado di comporre concerti, corali, sinfonie e opere. La sua prima creazione si chiamava EMI (Experiments in Musical Intelligence), specializzata nell’imitare lo stile di Johann Sebastian Bach.

 

I critici hanno continuato a sostenere che la musica di EMI è eccellente da un punto di vista tecnico, ma che le manca qualcosa. È troppo accurata. Non ha profondità. Non ha un’anima. Tuttavia, quando le persone hanno ascoltato le composizioni di EMI senza essere informate della loro origine, le hanno elogiate precisamente per la loro capacità di trasmettere emozioni e di farle entrare in risonanza con quelle di chi era all’ascolto. In seguito ai successi di EMI , Cope ha creato nuovi programmi ancora più sofisticati. Il coronamento dei suoi sforzi è stato Annie. Mentre EMI componeva musica secondo regole predeterminate, Annie si basa sull’apprendimento automatico. Il suo stile musicale cambia di continuo e si sviluppa in risposta a nuovi input ricevuti dal resto del mondo.

 

 

Un 87% di probabilità

 

 

La fede liberale nell’individualismo si fonda su tre importanti assunti che abbiamo discusso in precedenza:

 

  1. io sono un in-dividuo — ovvero, sono un’entità singola che non può essere divisa in parti o sottosistemi. Certo, questo nucleo interno è avvolto da molti strati esterni. Ma se faccio lo sforzo di rimuovere queste incrostazioni esteriori, troverò al fondo di me stesso una chiara e unica voce interiore, che è il mio autentico sé;

 

  1. il mio autentico sé è completamente libero;

 

  1. segue dalle prime due asserzioni che io posso sapere cose su di me che nessun altro può scoprire. Perché soltanto io ho accesso al mio spazio interiore di libertà, e soltanto io posso udire i sussurri del mio autentico sé.

 

Questa è la ragione per cui il liberalismo garantisce all’individuo così tanta autorità. Io non posso fidarmi di nessun altro che prenda decisioni per me, poiché nessun altro può sapere chi io sia realmente, come mi senta e che cosa desideri. Questo è il motivo per cui l’elettore sa cosa è meglio, il consumatore ha sempre ragione e la bellezza risiede nell’occhio di chi Osserva. D’altro canto, le scienze biologiche pongono sfide importanti a tutti e tre gli assunti. Secondo questi approcci interpretativi:

 

  1. gli organismi sono algoritmi e gli umani non sono individui — essi sono “divisibili”. Ovvero gli umani sono un assemblaggio di molti algoritmi differenti privi di un’unica voce interiore o di un singolo sé;

 

  1. gli algoritmi che costituiscono un umano non sono liberi. Sono plasmati dai geni e dalle pressioni ambientali, e prendono decisioni in maniera deterministica o a caso — ma non liberamente;

 

  1. ne consegue che un algoritmo esterno potrebbe teoricamente conoscermi meglio di quanto possa conoscermi io stesso. Un algoritmo che monitora ciascuno dei sistemi attivi nel mio corpo e nel mio cervello potrebbe sapere chi io sia realmente, come mi senta e che cosa desideri. Una volta sviluppato, un algoritmo del genere potrebbe sostituire l’elettore, il consumatore e l’osservatore. Allora l’algoritmo saprà cosa è meglio, l’algoritmo avrà sempre ragione e la bellezza risiederà nei calcoli dell’algoritmo.

 

 

D’altra parte, la tecnologia del XXI secolo può abilitare gli algoritmi esterni ad “hackerare l’umanità” e conoscermi di gran lunga meglio di quanto io conosca me stesso. Una volta che questo si realizzi, la fede nell’individualismo collasserà e l’autorità passerà dagli uomini a una rete di algoritmi. Le persone non si concepiranno più come esseri autonomi che conducono le loro vite secondo i loro desideri, ma si abitueranno invece a vedersi come una collezione di meccanismi biochimici che è costantemente monitorata e guidata da una rete di algoritmi elettronici. Perché questo accada non occorre che l’algoritmo mi conosca perfettamente e non commetta mai un errore; è sufficiente che mi conosca meglio di quanto possa fare io stesso e commetta meno errori di me. Allora sarà sensato fidarsi di questo algoritmo sempre di più per le mie decisioni e scelte di vita.

 

 

Le società biotecnologiche statunitensi sono sempre più preoccupate dal fatto che le rigorose leggi sulla privacy negli USA combinate con l’indifferenza cinese per la privacy degli individui possano offrire alla Cina il mercato della genetica applicata su un piatto d’argento. Se uniamo tutti i punti e concediamo a Google e ai suoi competitori libero accesso agli strumenti che misurano i nostri dati biometrici, agli esami del nostro DNA e alla nostra storia medica, otterremo un servizio sanitario onnisciente, che non solo combatterà le epidemie ma ci proteggerà anche dal cancro, dagli attacchi di cuore e dall’Alzheimer. Tuttavia, con un simile archivio a sua disposizione, Google potrebbe fare molto di più. Immaginate un sistema che, come recita una famosa canzone dei Police, osservi ogni vostro respiro, ogni vostro movimento e ogni legame che spezzate; un sistema che controlli il vostro conto in banca e il vostro battito cardiaco, i vostri livelli di zucchero nel sangue e le vostre avventure sessuali. Certamente vi conoscerà molto meglio di voi stessi. Google non cadrà vittima degli autoinganni e delle illusioni che intrappolano le persone in relazioni disfunzionali, in percorsi di carriera non proficui e in circoli viziosi dettati da abitudini nocive.

 

In cambio di tali solerti servizi di consulenza, dovremo soltanto rinunciare all’idea che gli umani sono individui e che ogni uomo è dotato della libera volontà di determinare che cosa è bene, che cosa è bello e qual è il significato della vita. Gli umani non saranno più entità autonome determinate dalle storie che inventano per se stessi. Al contrario, faranno integralmente parte di un’enorme rete globale.

 

 

Abitudini liberali come le elezioni democratiche diventeranno obsolete, poiché Google sarà in grado di rappresentare perfino le mie personali opinioni politiche meglio di me. Quando varco la tendina della cabina elettorale, il liberalismo mi istruisce di consultare il mio sé autentico e scegliere qualunque partito o candidato rifletta i miei desideri più profondi. Tuttavia le scienze biologiche mettono in evidenza che, quando varco quella tendina, io non mi ricordo davvero ogni cosa abbia provato e pensato negli anni che sono intercorsi dall’ultima elezione. Inoltre, sono bombardato da una raffica di messaggi propagandistici, interpretazioni manipolate e ricordi casuali che potrebbero distorcere le mie scelte.

 

Una recente ricerca commissionata dalla nemesi di Google — Facebook — ha rilevato che già oggi l’algoritmo di Facebook è un giudice delle personalità e inclinazioni umane perfino migliore della propria cerchia di amici, genitori e consorti. La ricerca è stata condotta su 86.220 volontari che hanno un account Facebook e che hanno completato un questionario con una batteria di un centinaio di domande sulla personalità. L’algoritmo di Facebook ha previsto le risposte dei volontari sulla base dei controlli effettuati sui loro “Like” — pagine web, immagini e filmati che essi hanno taggato con il pulsante omonimo. Più Like sono a disposizione, più accurate risultano le previsioni. Le previsioni dell’algoritmo sono state messe a confronto con quelle dei colleghi di lavoro, degli amici, dei membri della famiglia e dei consorti. In maniera stupefacente, l’algoritmo aveva bisogno di un insieme di soli dieci Like per battere le previsioni dei colleghi di lavoro. Aveva bisogno di settanta Like per superare i risultati forniti dagli amici, centocinquanta Like per fare meglio dei membri familiari e trecento Like per sconfiggere i coniugi. In altri termini, se avete cliccato trecento Like sul vostro account Facebook, l’algoritmo di Facebook può predire le vostre opinioni e desideri meglio di quanto possano fare vostro marito o vostra moglie!

 

Da una prospettiva più sinistra, la stessa ricerca implica che nelle future elezioni presidenziali statunitensi Facebook potrebbe conoscere non solo le opinioni politiche di decine di milioni di americani, ma anche quelle di chi rappresenta la frazione elettorale decisiva, e come questi elettori potrebbero essere influenzati. Facebook potrebbe dire che in Oklahoma la competizione tra repubblicani o democratici è sul filo di lana, identificare i 32.417 elettori che sono ancori indecisi e determinare che cosa ciascun candidato ha bisogno di dire per inclinare la bilancia a suo favore. Come potrebbe Facebook ottenere queste preziosissime informazioni politiche? Gliele diamo gratis. Al culmine dell’imperialismo europeo, i conquistatori e i mercanti compravano intere isole e paesi in cambio di perline colorate. Nel XXI secolo è probabile che i nostri dati personali siano la risorsa di maggior valore che la maggior parte degli umani avrà ancora da offrire, e noi la stiamo cedendo ai giganti tecnologici in cambio di servizi e-mail e divertenti video con i gattini.

 

Da oracolo a sovrano

 

 

Strumenti come il Kindle di Amazon sono in grado di raccogliere dati sui loro utilizzatori mentre stanno leggendo. Il vostro Kindle può, per esempio, controllare quali parti di un libro avete letto velocemente e quali lentamente; su quale pagina vi siete presi una pausa, e su quale frase avete abbandonato il libro, senza mai riprenderne la lettura. (È opportuno suggerire all’autore di riscrivere quel pezzo.) Se il Kindle è potenziato con sensori biometrici e dotato di uno scanner per il riconoscimento facciale, saprà come ogni frase che avete letto ha influenzato il vostro battito cardiaco e la vostra pressione sanguigna. Saprà che cosa vi ha fatto ridere e che cosa vi ha immalinconiti, e che cosa vi ha fatto arrabbiare. Presto i libri vi leggeranno mentre voi leggete loro. E mentre voi dimenticherete rapidamente la maggior parte di ciò che avete letto, Amazon non dimenticherà mai alcunché. Questi dati abiliteranno Amazon a scegliere i libri per voi con stupefacente precisione. Abiliteranno Amazon anche a sapere esattamente chi siete voi, e come accendervi e spegnervi.

 

 

La crescita della diseguaglianza

 

 

Se le scoperte scientifiche e gli sviluppi tecnologici divideranno l’umanità in una massa di uomini inutili e in una piccola élite di superuomini potenziati, o se l’autorità sarà trasferita dagli esseri umani agli algoritmi dotati di un’intelligenza superiore, allora il liberalismo collasserà. Quali nuove religioni o ideologie potranno riempire il risultante vuoto e guidare la conseguente evoluzione dei nostri divini discendenti?

 

 

L’oceano della conoscenza

 

 

Il tecno-umanesimo è d’accordo con chi afferma che Homo sapiens così come lo conosciamo ha ormai esaurito il suo percorso storico e in futuro non sarà più rilevante; ma conclude che proprio per questo motivo dovremmo utilizzare la tecnologia al fine di creare Homo Deus, un modello di umano molto superiore. Homo Deus conserverà alcune caratteristiche umane essenziali, ma potrà anche contare su abilità fisiche e mentali avanzate, che gli permetteranno di tenere testa anche ai più sofisticati algoritmi privi di coscienza. Dal momento che l’intelligenza si sta dissociando dalla coscienza, e che l’intelligenza priva di coscienza si sviluppa a una velocità vertiginosa, gli esseri umani devono aggiornare attivamente le loro menti se vogliono rimanere della partita.

 

 

Aprire un varco nella mente

 

 

Proprio come lo spettro visibile e quello sonoro sono molto più ampi rispetto a ciò che gli esseri umani riescono a vedere e a sentire, così la gamma degli stati mentali è ben più estesa di quanto un essere umano medio percepisca. La luce a noi visibile ha una lunghezza d’onda compresa tra i 400 e i 700 nanometri. Al di sotto della ristretta banda del visibile si estendono i vasti domini dell’ultravioletto, dei raggi X e dei raggi gamma; al di sopra, quelli altrettanto vasti dell’infrarosso, delle microonde e delle onde radio. Similmente, lo spettro dei possibili stati mentali potrebbe essere infinito, ma la scienza ne ha studiato solo due minuscole porzioni: quella della subnormalità e quella che rientra nella categoria descritta dall’acronimo WEIRD. Per più di un secolo gli psicologi e i biologi hanno condotto estese ricerche su persone che soffrivano di vari disordini psichiatrici o malattie mentali, dall’autismo alla schizofrenia. Di conseguenza, oggi abbiamo una mappa accurata — sebbene ancora imperfetta — dello spettro mentale subnormale: la zona dell’esistenza umana caratterizzata da capacità inferiori alla norma di provare sentimenti, pensare o comunicare. Allo stesso tempo, gli scienziati hanno studiato stati mentali delle persone considerate sane e nella norma. Tuttavia, gran parte delle ricerche scientifiche sulla mente e sull’esperienza umana è stata condotta su persone appartenenti alle società WEIRD (acronimo di Western, Educated, Industrialised, Rich and Democratic — ovvero occidentali, istruite, industrializzate, ricche e democratiche), che non costituiscono affatto un campione rappresentativo dell’umanità.

 

 

Sento l’odore della paura

 

Ma anche mentre stiamo insieme di rado dedichiamo al nostro amico un’attenzione esclusiva, perché siamo costantemente preoccupati di controllare lo smartphone e l’account Facebook, nella convinzione che qualcosa di molto più interessante stia con ogni probabilità accadendo altrove. L’umanità moderna è malata di quella che, con un acronimo, si definisce FOMO (Fear Of Missing Out), cioè la paura di essere tagliati fuori — e pur avendo una possibilità di scelta più ampia che in passato, abbiamo perso l’abilità di prestare veramente attenzione a quello che scegliamo, di qualsiasi cosa si tratti.

 

 

Il chiodo a cui è appeso l’universo

 

 

Il progresso tecnologico segue un programma del tutto differente. Non vuole che prestiamo ascolto alle nostre voci interiori: vuole controllarle. Una volta compreso il sistema biochimico che produce tali voci, possiamo giocare con gli interruttori, alzare il volume da una parte e abbassarlo dall’altra, e rendere l’esistenza molto più facile e comoda. Daremo il Ritalin all’avvocatessa che fatica a concentrarsi, il Prozac al soldato che si sente in colpa, il Cipralex alla moglie insoddisfatta. E non è che l’inizio. Gli umanisti sono spesso inorriditi da tale approccio, ma sarebbe bene evitare di pronunciarsi troppo frettolosamente su tale questione. Il precetto umanista di ascoltare se stessi ha rovinato le vite di molte persone, mentre il corretto dosaggio del farmaco giusto ha migliorato enormemente il benessere e le relazioni di milioni di individui. Per riuscire davvero ad ascoltarsi, molti devono prima poter abbassare il volume delle proprie grida e diatribe interiori. Secondo la psichiatria moderna, molte “voci interiori” e “desideri autentici” non sono altro che il prodotto di squilibri biochimici e malattie neurologiche. Chi soffre di depressione clinica manda all’aria carriere promettenti e relazioni sane una dopo l’altra perché una disfunzione biochimica lo spinge a vedere tutto attraverso lenti colorate di nero. Invece di ascoltare queste voci autodistruttive, potrebbe essere una buona idea cercare di metterle a tacere. Quando, nel 2012, la giornalista Sally Adee ha sperimentato uno speciale casco neurale per tacitare le voci nella sua testa, non solo si è trasformata in una tiratrice scelta, ma si è sentita anche molto più a proprio agio con se stessa.

 

 

Per questo motivo una tecno-religione più audace cerca di recidere del tutto il cordone ombelicale umanista. Prevede un mondo che non ruoti attorno ai desideri e alle esperienze di nessun essere — umano, o modellato a sua immagine e somiglianza. Che cosa potrebbe rimpiazzare i desideri e le esperienze come fonte di tutto il significato e l’autorità? Ad oggi, nella sala d’aspetto della storia c’è solo un candidato per questo colloquio di lavoro: ed è l’informazione. La religione emergente più interessante è il datismo, che non venera né gli dèi né l’uomo — ma venera i dati.

 

 

La religione dei dati

 

 

Il datismo sostiene che l’universo consiste di flussi di dati e che il valore di ciascun fenomeno o entità è determinato dal suo contributo all’elaborazione dei dati.

 

Per i politici, gli uomini d’affari e i comuni consumatori, il datismo offre tecnologie all’avanguardia e nuovi immensi poteri.

Secondo il datismo, la Quinta sinfonia di Beethoven, una bolla finanziaria e il virus dell’influenza sono soltanto tre pattern di un flusso di dati che può essere analizzato usando gli stessi concetti di base e gli stessi strumenti.

 

I datisti credono che gli umani non siano più in grado di gestire gli immensi flussi di dati, perciò non possono distillare da questi le informazioni, per non parlare di elaborare la conoscenza o tesaurizzare la saggezza. Inoltre il lavoro di elaborazione dei dati dovrebbe essere affidato agli algoritmi digitali, le cui capacità eccedono di gran lunga quelle del cervello umano. In pratica, questo significa che i datisti sono scettici riguardo alla conoscenza e alla saggezza umane, e preferiscono riporre la loro fiducia nei Big Data e negli algoritmi computerizzati.

 

Potete non concordare con l’idea secondo cui gli organismi sono algoritmi e le giraffe, i pomodori e gli esseri umani rappresentano soltanto differenti metodi per elaborare i dati. Ma non dovreste ignorare che questo è l’attuale dogma scientifico, che sta cambiando così in profondità il nostro mondo da renderlo irriconoscibile.

 

La borsa governa l’economia globale e registra qualsiasi avvenimento che accada in tutto il pianeta — e addirittura al di là del pianeta. I prezzi sono influenzati da riusciti esperimenti scientifici, da scandali politici in Giappone, da eruzioni vulcaniche in Islanda e perfino da attività irregolari sulla superficie del Sole. Perché il sistema funzioni senza impedimenti, occorre che il maggior numero possibile di informazioni fluisca nella maniera più libera possibile. Quando milioni di persone sull’intero pianeta hanno accesso a tutte le informazioni rilevanti, esse determinano nel modo più accurato il prezzo del petrolio, delle azioni della Hyundai e delle obbligazioni governative svedesi comprando e vendendo questi beni. È stato stimato che alla borsa occorrano soltanto quindici minuti di trattazioni per riflettere un titolo del New York Times sui prezzi della maggior parte dei titoli azionari.

 

 

Il capitalismo sconfisse il comunismo non perché era più etico, perché le libertà individuali erano sacre o perché Dio era furente con quei miscredenti dei comunisti. Piuttosto, il capitalismo vinse la guerra fredda perché l’elaborazione dei dati distribuita funziona meglio di quella centralizzata, almeno nei periodi di innovazione tecnologica che ne accelerano il flusso. Il comitato centrale del partito comunista stentava a tenere il passo del mondo che mutava rapidamente verso la fine del XX secolo. Quando tutti i dati sono accumulati in un unico bunker segreto e qualsiasi decisione è presa da un gruppo di vecchi burocrati di partito, essi possono produrre bombe nucleari in quantità, ma di certo non qualcosa come Apple o Wikipedia.

 

 

Dove è andato a finire tutto il potere?

 

 

Tuttavia mescolare tecnologie dai poteri quasi divini con politiche miopi comporta anche svantaggi. La mancanza di una visione non è sempre una benedizione, e non tutte le visioni sono necessariamente cattive. Nel XX secolo la visione distopica nazista non è venuta meno in modo spontaneo. È stata sconfitta dalle grandi visioni socialista e liberale. È pericoloso affidare il nostro futuro alle forze del mercato, poiché queste forze fanno ciò che è buono per il mercato piuttosto che ciò che è buono per il genere umano o per il mondo. La mano del mercato è cieca tanto quanto è invisibile, e lasciata libera a operare secondo le sue modalità potrebbe evitare di fare qualsiasi cosa a proposito del riscaldamento globale o dei pericoli potenziali dell’intelligenza artificiale. Alcuni credono che qualcuno sia pur sempre responsabile. Non i politici democratici o i despoti autocratici, ma piuttosto una piccola consorteria di miliardari che segretamente governano il mondo. Ma tali teorie cospiratorie non sono mai state verificate, poiché sottostimano la complessità del sistema. Un drappello di miliardari che fumano sigari e bevono whisky in qualche stanza appartata non può assolutamente comprendere quanto sta accadendo sul globo, per non parlare di controllarlo. Miliardari spietati e piccoli gruppi di interesse prosperano nel mondo caotico contemporaneo non perché essi leggono la mappa meglio di chiunque altro, ma perché hanno obiettivi molto ravvicinati. In un sistema caotico una visuale limitata ha i suoi vantaggi, e il potere dei miliardari è strettamente proporzionale ai loro obiettivi. Quando i tycoon più ricchi del mondo vogliono guadagnare un altro miliardo di dollari, essi possono ingannare il sistema al fine di ottenere questo risultato. Al contrario, se si cimentassero con la questione della riduzione della diseguaglianza globale o il problema del riscaldamento globale, non ne sarebbero capaci, poiché il sistema è troppo complesso. Tuttavia i vuoti di potere di rado durano a lungo. Se nel XXI secolo le strutture politiche tradizionali non sono più in grado di elaborare i dati abbastanza velocemente da produrre visioni dotate di un ampio orizzonte, allora nuove e più efficienti strutture evolveranno al loro posto. Queste nuove strutture potranno essere molto differenti da qualsiasi precedente istituzione politica, sia democratica sia autoritaria. Resta solo da capire chi costruirà e controllerà queste strutture. Se il genere umano non è più adatto al compito, forse qualcun altro potrebbe essere pronto a raccogliere la sfida.

 

 

La storia in breve

 

 

Se l’umanità è in effetti un unico sistema di elaborazione dati, qual è il suo risultato? I datisti direbbero che il suo risultato sarà la creazione di un sistema nuovo e ancora più efficiente di elaborazione dati, chiamato “Internet-di-Tutte-le-Cose”. Quando la missione sarà compiuta, Homo sapiens svanirà.

 

 

Le informazioni vogliono essere libere

 

 

Il datismo non si limita a produrre profezie oziose. Come ogni religione, ha i suoi comandamenti pratici. Innanzitutto un datista dovrebbe massimizzare il flusso dei dati connettendo un numero crescente di media, producendo e consumando sempre più informazioni. Come altre religioni di successo, anche il datismo ha un’attitudine missionaria. Il suo secondo comandamento è connettere ogni cosa al sistema, inclusi gli eretici che non vogliono essere coinvolti. E “ogni cosa” significa molto più che i soli esseri umani. Significa ogni cosa. I nostri corpi, certamente, ma anche le automobili nelle strade, i frigoriferi nelle cucine, i polli nei loro pollai e gli alberi nella giungla — tutto dovrebbe essere connesso a “Internet-di-Tutte-le-Cose”. Il frigorifero controllerà il numero di uova nel portauova e informerà l’allevamento di polli quando è necessaria una nuova fornitura. Le auto comunicheranno tra di loro e gli alberi nella giungla invieranno report sul tempo e sui livelli di anidride carbonica. Non dobbiamo lasciare alcuna parte dell’universo disconnessa dalla grande rete della vita. Al contrario, il più grave peccato sarebbe bloccare il flusso dei dati. Che cos’è la morte se non una condizione in cui le informazioni cessano di fluire? Pertanto il datismo sostiene la libertà delle informazioni come il bene più importante.

 

L’11 gennaio 2013 il datismo ha trovato il suo primo martire quando Aaron Swartz, un hacker ventiseienne americano, si è ucciso nel suo appartamento. Swartz era un genio raro. A quattordici anni prese parte allo sviluppo del cruciale protocollo RSS . Swartz credeva fermamente nella libertà delle informazioni. Nel 2008 pubblicò il Guerilla Open Access Manifesto, che chiedeva un flusso di informazioni libero e illimitato. Swartz ha detto che “dobbiamo acquisire le informazioni, ovunque siano archiviate, farne copie e condividerle con il mondo. Dobbiamo prendere ciò che è fuori dal diritto d’autore e caricarlo su Internet Archive. Dobbiamo acquistare banche dati segrete e metterle sul web. Dobbiamo scaricare riviste scientifiche e caricarle sulle reti di condivisione. Dobbiamo lottare per la Guerilla Open Access”. Mantenne fede a quanto detto. Era indignato per il fatto che la libreria digitale JSTOR facesse pagare ai suoi utenti i servizi offerti. JSTOR possiede milioni di articoli scientifici e studi, e crede nella libertà di espressione degli scienziati e delle riviste, che include la libertà di far pagare una tariffa per leggere i loro articoli. Secondo JSTOR se voglio essere pagato per le idee che ho elaborato è un mio diritto farlo. Swartz la pensava diversamente. Credeva che l’informazione volesse essere libera, che le idee non appartengono alle persone che le hanno generate, e che è sbagliato bloccare i dati dietro muri per poter esigere un’imposta all’ingresso. Egli usò la rete dei computer del MIT per accedere a JSTOR , e scaricò centinaia di migliaia di articoli scientifici che intendeva pubblicare su Internet, cosicché chiunque avrebbe potuto leggerli gratuitamente. Swartz fu arrestato e processato. Quando comprese che con ogni probabilità sarebbe stato ritenuto colpevole e mandato in prigione, si impiccò. Gli hacker reagirono facendo petizioni e attaccando direttamente le istituzioni accademiche e governative che avevano perseguitato Swartz e che trasgredivano la libertà di informazione. A causa di queste pressioni, JSTOR si scusò per il suo ruolo nella tragedia e oggi consente un libero accesso a molti, anche se non a tutti, dei suoi dati.

 

 

Registra, carica, condividi!

 

 

L’umanesimo ritiene che le esperienze accadano dentro di noi, e che proprio lì dovremmo trovare il significato di tutto quello che accade, permeando in tal modo l’universo di significato. I datisti credono che le esperienze siano senza valore se non sono condivise, e che non abbiamo bisogno di — in effetti non possiamo — trovare il significato in noi stessi. Abbiamo soltanto bisogno di registrare e connettere le nostre esperienze al grande flusso dei dati, e gli algoritmi scopriranno il loro significato e ci diranno come agire. Vent’anni fa i turisti giapponesi erano lo zimbello del villaggio globale poiché andavano sempre in giro armati di macchine fotografiche e fotografavano qualunque soggetto gli capitasse a tiro. Ora tutti fanno così. Se andate in India e vedete un elefante, non osservate l’elefante e vi chiedete “Che cosa sto provando?” — siete troppo occupati a cercare il vostro smartphone, fare una foto all’elefante, postarla su Facebook e poi controllare il vostro account ogni due minuti per vedere quanti Like avete ricevuto. Scrivere un diario segreto — una pratica umanista comune per le generazioni precedenti — sembra a molti adolescenti contemporanei del tutto privo di senso. Perché scrivere qualcosa se nessun altro può leggerla? Il nuovo motto dice: “Se sperimentate qualcosa — registratela. Se registrate qualcosa — caricatela. Se caricate qualcosa — condividetela”.  Nelle pagine di questo libro ci siamo costantemente domandati che cosa renda gli uomini superiori agli altri animali. Il datismo offre una risposta nuova e semplice. Le esperienze umane in se stesse non sono affatto superiori alle esperienze dei lupi o degli elefanti. Un bit di dati vale come qualsiasi altro bit di dati. D’altro canto, gli umani possono scrivere poemi e blog a proposito delle loro esperienze e postarli in rete, arricchendo così il sistema globale di elaborazione dati. Ed è per questa ragione che i loro bit valgono. I lupi non possono fare questo. Pertanto tutte le esperienze dei lupi — per quanto profonde e complesse possano essere — sono prive di importanza. Non c’è quindi da stupirsi se siamo così occupati nel convertire le nostre esperienze in dati. Non si tratta di essere alla moda. È una questione di sopravvivenza. Dobbiamo dimostrare a noi stessi e al sistema che valiamo ancora qualcosa. E il valore non consiste nel vivere esperienze, ma nel trasformare queste esperienze in dati che fluiscono liberamente. (A proposito, i lupi — o almeno i loro cugini cani — non sono un caso senza speranza. Un’azienda di nome No More Woof sta sviluppando un casco per leggere le esperienze canine. Il casco monitora le onde cerebrali del cane e usa algoritmi informatici per tradurre semplici sensazioni come “Sono affamato” in linguaggio umano.  Il vostro cane potrebbe presto avere un proprio account Facebook o Twitter — forse con più Like e follower di voi.)

 

 

 

Conosci te stesso

 

 

“Volete sapere chi davvero siete?” chiede il datismo. “Dimenticate allora le montagne e i musei. Avete mai fatto analizzare la sequenza del vostro DNA ? No?! Che cosa state aspettando? Andate a farlo oggi stesso. E convincete anche i vostri nonni, i vostri genitori e i vostri fratelli a fare l’analisi del DNA — i loro dati sono molto importanti per voi. E avete mai sentito parlare di questi strumenti biometrici indossabili che misurano la pressione sanguigna e il battito cardiaco ventiquattro ore al giorno? Bene — compratene uno, indossatelo e connettetelo al vostro smartphone. E mentre state facendo acquisti, comprate una videocamera e un microfono, registrate ogni cosa che fate e mettetela online. E permettete a Google e a Facebook di leggere tutte le vostre e-mail, di controllare tutte le vostre chat e tutti i messaggi e di registrare tutti i vostri Like e clic. Se fate tutto questo, allora i potenti algoritmi di ‘Internet-di-Tutte-le-Cose’ vi diranno chi sposare, quale carriera intraprendere e se dare inizio a una guerra.” Da dove vengono questi potenti algoritmi? Questo è il mistero del datismo. Proprio come secondo il cristianesimo noi umani non possiamo comprendere Dio e il Suo piano, così il datismo dichiara che il cervello umano non può in alcun modo comprendere il nuovo signore degli algoritmi. Al momento, di certo, gli algoritmi sono per lo più elaborati da hacker umani. Tuttavia algoritmi decisamente importanti — come il motore di ricerca di Google — sono sviluppati da complessi gruppi di ricerca. Ogni membro comprende soltanto una parte del puzzle e nessuno comprende davvero l’algoritmo nel suo insieme. Inoltre, con l’ascesa degli algoritmi ad apprendimento automatico e delle reti neurali artificiali, un numero sempre maggiore di algoritmi si evolve in maniera indipendente, migliorando se stesso e apprendendo dai propri errori. Gli algoritmi sono in grado di analizzare quantitativi astronomici di dati che nessun umano potrebbe mai affrontare anche nella migliore delle ipotesi, e imparano a riconoscere pattern e ad adottare strategie che sfuggono alla mente umana. All’inizio il germe algoritmico può essere sviluppato dagli umani, ma quando cresce segue il proprio percorso, andando dove nessun uomo è mai andato prima — e dove nessun uomo potrà seguirlo.

 

 

Un increspatura nel flusso dei dati

 

 

Se il datismo conquisterà il mondo, che cosa accadrà a noi umani? Probabilmente all’inizio il datismo accelererà la ricerca umanista nel campo della salute, della felicità e del potere. Il datismo si diffonde grazie alla promessa di esaudire le aspirazioni umaniste. Per ottenere l’immortalità, la beatitudine eterna e i divini poteri della creazione, abbiamo bisogno di elaborare immensi quantitativi di dati, di gran lunga superiori alle capacità del cervello umano. Quindi gli algoritmi lo faranno al posto nostro. Tuttavia quando l’autorità sarà trasferita dagli umani agli algoritmi, i progetti umanisti diventeranno irrilevanti. Quando abbandoneremo la visione del mondo antropocentrica in favore di quella datocentrica, la salute e la felicità umana potrebbero apparire molto meno importanti. Perché darsi tanta pena per macchine che elaborano dati ormai obsolete, quando modelli assai più avanzati sono già disponibili? Stiamo lottando per ingegnerizzare “Internet-di-Tutte-le-Cose” nella speranza che faccia godere a tutti buona salute, una gioia sempiterna e un potere illimitato. Tuttavia quando  “Internet-di-Tutte-le-Cose” sarà in funzione e governerà il mondo, gli umani potrebbero passare dalla condizione di ingegneri a quella di chip, e poi a quella di dati, e alla fine potrebbero dissolversi in un fiume di dati come una zolla di terra dentro un corso d’acqua impetuoso.

 

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Un anno di Lsdi (Capodanno)

Rieccoci a Voi in versione strenna  a ricordare in pochi semplici passaggi e in due specifici articoli tutto il lavoro svolto qui a bottega nell’anno che volge al termine, denominato convenzionalmente e solo ad alcune latitudini del nostro pianeta e per facilitarne la comprensione ai più: 2018esimo dalla nascita di Cristo. Abbiamo chiuso il pezzo natalizio con la citazione di alcune bellissime considerazioni di Antonio Gramsci; considerazioni che il grande pensatore del passato aveva formulato circa un centinaio di anni or sono e che, come forse qualcuno di Voi avrà avuto modo di vedere, bene si adattano a distanza di così tanto tempo anche al nostro presente. Ripartiamo da lì inserendo nella nostra narrazione altre considerazioni, mutuate da un bel lavoro didattico svolto in una scuola media umbra, ed elaborate da alcuni degli studenti di questa scuola. Si tratta di considerazioni che compongono un decalogo che mette in luce alcuni comportamenti per agevolare in tutti noi la costruzione di un processo di consapevolezza verso la transizione digitale denominato: “manifesto per la consapevolezza digitale”.

 

 

Un lavoro davvero buono quello dei formatori e degli studenti umbri che pone l’accento su alcuni dei punti più dolenti del processo di acculturazione e comprensione della transizione al digitale. Fra i vari punti segnalati vorremmo riportare di seguito estraendola dall’articolo del giugno scorso una citazione da un vecchissimo digit che riguarda l’ancora assai complicata questione del cosiddetto “diritto all’oblio”, questione sulla quale nel nostro prossimo evento #digit19 il 14 e 15 marzo a Prato presso il Polo Universitario, il collega e amico Mario Tedeschini Lalli, ci fornirà validi spunti di riflessione in uno speech che si intitolerà: Offshore journalism ( Il diritto all’oblio, sia dal punto di vista della permanenza di una determinata notizia online, sia dal punto di vista della gestione corretta degli archivi da parte degli organi di informazione. Siamo dentro alla rivoluzione digitale ma non possiamo dimenticarci che in epoca analogica non si è mai visto che per applicare il diritto all’oblio un giudice abbia disposto il sequestro e la distruzione di migliaia o milioni di copie di giornali. Mario Tedeschini Lalli assieme a Nicolas Kayser-Bril hanno realizzato un sistema che aiuta i giornalisti ad affrontare questa delicata ed intricata problematica ancora tutta da dirimere ). 

 

 

In quel nostro primo festival dedicato al giornalismo digitale la giurista Giusella Finocchiaro spiegò, a nostro avviso,  in modo chiaro, rifacendosi ad una allora recente sentenza della Corte di Cassazione italiana, la posizione del nostro Paese sul tema del diritto all’oblio:

 

” Per la prima volta la suprema Corte si pronuncia su questo tema; e lo fa sapendo di muovere i primi passi, la decisione lascia soluzioni aperte. Un politico nel ’93 viene indagato per corruzione. Al processo viene assolto e prosciolto. In anni successivi sul motore di ricerca trova tracce dell’indagine in cui è stato coinvolto ma non della sentenza di assoluzione. Agisce sul tribunale e tutti respingono le sue doglianze. Per i giudici vale il diritto di cronaca. Il politico chiedeva che la notizia fosse oscurata. Diritto all’oblio. La Cassazione dice: certamente la notizia è stata pubblicata correttamente ma oggi quella verità va completata con un’ altra informazione e bisogna contestualizzare la notizia. In quale modo non lo sappiamo. Non si tratta di diritto all’oblio ma di contestualizzazione. Non vanno riscritti gli archivi storici ma vanno completate le informazioni in nostro possesso. Una verità parziale non è una verità. Si tratta di una sentenza interessante perché non si basa sulla privacy e sulla protezione ai dati personali. Questa sentenza è basata sul diritto all’identità personale, una norma degli anni ’60. La mia identità è anche quella digitale e quindi deve essere aggiornabile. Come si fa a contestualizzare? Non va fatto per qualunque informazione e in modo automatico. Certamente non va fatto per le opinioni. Bisogna agire solo su fatti certi supportati da un dato incontrovertibile. Questa sentenza avvia un’epoca”.

 

 

E a proposito di gestione degli archivi e della memoria tutta in quest’epoca di liquidità digitale, arriva come per incanto l’articolo successivo della nostra rassegna dei “best of 2018”, che si occupa proprio di un tema in cui la formazione dell’opinione pubblica si coniuga con la gestione più o meno corretta  delle informazioni. Un punto  quanto mai delicato e che può provocare effetti devastanti sulla collettività se maneggiato senza le necessarie cautele. Si tratta del ruolo fondamentale svolto dai media e dalla società civile nell’influenzare la memoria collettiva e promuovere la riconciliazione fra i popoli nell’immediato dopoguerra. Parliamo del secondo conflitto mondiale. Lo spunto per l’articolo arriva da una ricerca, ancora in corso, avviata da due studiosi dell’Università di Melbourne: l’italiana Claudia Astarita e il giapponese Akihiro Ogawa con il fondamentale supporto economico della Fondazione Toyota. Una ricerca a 360 gradi sui media di tre Paesi: Italia, Germania e Giappone; per riuscire a capire: “se ancora oggi la storia della seconda guerra mondiale venga raccontata diversamente in questi tre Paesi e che  questo diverso modo di narrare i fatti abbia portato al consolidamento di nozioni non necessariamente giuste e corrette e che queste nozioni inesatte rendano più difficile la diffusione di un messaggio di riconciliazione e di pace dentro le società in esame”.

 

Un tema davvero bellissimo e assai importante quello della memoria e della gestione delle informazioni che creano in ciascuno di noi una “memoria”.  Un tema ancora più presente e scottante nel nostro quotidiano soprattutto quando ci accorgeremo una volta per tutte che di quotidianità digitale si tratta e quindi molto più facilmente manipolabile e influenzabile di quanto non fosse possibile prima. E non parliamo di strani complotti, ne diamo la colpa  a “pensatori occulti” o a “gruppi di potere nascosti e devianti”.  Ma di meccanismi automatici ideati da alcuni imprenditori – che si considerano illuminati e in realtà non lo sono – e che contrariamente a quanto i medesimi imprenditori vorrebbero farci credere  servono solo a riempire le loro tasche,  e non per rendere il mondo un posto migliore.  Stiamo parlando delle OTT e della cosiddetta “società degli algoritmi” tema che affrontiamo in modo dettagliato in diversi articoli nella calura estiva e anche dopo,  qui ne vorremmo ricordare in particolare tre: uno dedicato alla legge europea sul copyright, un secondo dedicato alla gig economy e al mondo del lavoro post rivoluzione algoritmica, e un terzo in cui il nostro associato Marco Dal Pozzo – autore anche del pezzo sulla gig economy –  dimostra in modo piuttosto chiaro che gli algoritmi predittivi possono essere una grande risorsa ma anche una solenne jattura.

 

 

Proprio agli algoritmi alla loro trasparenza e soprattutto ai meccanismi che rendono inintellegibile a tutti noi il loro operato è dedicato uno splendido libro che abbiamo recensito, a modo nostro, in due diversi articoli a firma della nostra redazione e a cui in genere partecipano per davvero diversi componenti del nostro gruppo di ricerca. Il saggio lo ha scritto il giornalista Nicola Zamperini che sarà nostro relatore a #digit19   e si chiama “Manuale di disobbedienza digitale”.

 

E con questi due pezzi siamo giunti attorno alla data delle vacanze, nella calura estiva, e proprio qui in questo punto esatto del racconto di un anno di Lsdi, che va ricordato lo splendido lavoro svolto da Leila Zoia nella rubrica “brainstorming”. Da alcuni anni, la nostra giovane e competente associata vaglia, scopre e poi segnala tutte quelle brevi, quelle news, quegli annunci di bandi, concorsi e ricerca di personale, davvero utili e ben assemblati ma soprattutto affidabili, a nostro giudizio, e  provenienti dal mondo del lavoro a noi più prossimo e che riguarda il comparto dell’informazione e della comunicazione. Ma non c’è tempo per crogiolarsi al sole dobbiamo arrivare a grandi passi all’autunno e poi all’inverno e alla chiusura dell’anno. Ancora dunque temi caldi quelli affrontati negli articoli usciti in estate. Ancora la gig economy e il nuovo modo di concepire il lavoro ai tempi degli algoritmi. Un altro tema che affronteremo con alcuni esperti del settore dentro al nostro prossimo appuntamento #digit19 a marzo a Prato presso il Polo Universitario. E poi ancora il giornalismo e il suo rinnovato ruolo, le nuove professioni, e la formazione dell’opinione negli articoli più recenti quelli più vicino a noi in questo viaggio a ritroso per commentare e riproporre temi e contenuti del nostro recente  lavoro. Su tutti ci piacerebbe, per concludere, segnalare un pezzo scritto sempre a più mani che riguarda un curioso e assai interessante esperimento di comunicazione in atto presso la libreria pubblica di New York. 

La New York Public Library, dimostrando nella propria dirigenza una lungimiranza assai spiccata oltre al “solito” pallino per il marketing – che in terra anglosassone è decisamente più marcato che alle nostre latitudini –  ha inventato un modo davvero particolare per agguantare i millennials o meglio, le generazioni ancora più giovani e farli diventare lettori di libri e di conseguenza  “clienti”. Alla NYPL hanno inventato “le book stories su Instagram”. Insieme ad un gruppo di creativi di qualità, con l’aggiunta di tavole e disegni di grande caratura, e con una campagna di comunicazione ben realizzata i dirigenti della libreria newyorkese hanno fatto adattare alcuni classici della letteratura, creando un nuovo formato di lettura dei medesimi per un social “nativo” come Instagram.

 

E proprio citando un estratto da questo articolo che riassume a nostro avviso in modo squisito molti dei nostri intendimenti presenti, passati e futuri chiudiamo questa strenna antologica delle feste, e Vi auguriamo un sereno e festoso nuovo anno invitandoVi a continuare a seguirci anche nel 2019. Buon Anno!

 

 

 

L’iniziativa della NYPL coglie a nostro avviso un aspetto che nessuno sembra voler prendere in esame per davvero. Un aspetto che nessun guru o paraguru del marketing potrà mai risolvere, è che viene spiegato molto bene proprio dai responsabili di questa iniziativa in queste parole:

Chissà se la gente in realtà leggerà un intero romanzo in questo formato (al contrario di un ebook), ma è uno sforzo accurato da parte della biblioteca per portare a  leggere  i libri là dove sono le persone”

 

 

Perchè è questo che è successo con la smaterializzazione del mondo, con la sua digitalizzazione, con l’avvento dell’era della disintermediazione. Le persone sono da un’altra parte ed è lì che dobbiamo cercarle. O no?

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    Concludiamo per ora e con questo post, il lavoro intrapreso da alcune settimane dal nostro Marco Dal Pozzo sui temi del lavoro e della rivoluzione digitale.

    Anche questo post, come […]

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Un anno di Lsdi (Natale)

Come si creano le tradizioni? Non saprei proprio, noi nel nostro piccolo proviamo a crearne una realizzando in questo periodo dell’anno due pezzi antologici che raccontano il meglio o anche il peggio della nostra produzione giornalistica degli ultimi dodici mesi. Così abbiamo fatto dodici mesi fa, e così proviamo a fare oggi. Partiamo dal primo pezzo del 2018 apparso sulla home di questo blog, si intitolava: Fiducia, giornali, capitale sociale e altri accidenti e portava la firma del nostro associato Marco Dal Pozzo, ingegnere con la passione per il giornalismo. Il sottotitolo del pezzo di Dal Pozzo era contenuto nella foto che faceva da contraltare all’attacco del pezzo e che conteneva una frase davvero bellissima a nostro avviso: “fidarsi è bene na carbonara è mejo”. Nemmeno Trilussa, e chiediamo scusa al poeta, avrebbe saputo far meglio. Una sintesi perfetta per rilanciare in modo un pochino meno serio i temi trattati nel pezzo di Dal Pozzo che ponevano l’accento su questioni a noi molto care e che alla luce di quello che sta succedendo alla libertà di stampa e al diritto ad essere informati di tutti noi cittadini in sede di proposte governative su ventilati riassetti nel mondo del giornalismo e dell’editoria; appaiono oggi ancora più importanti e, oseremo aggiungere, necessarie.

 

 

” Io credo che una delle più importanti cause di fallimento di numerosi tentativi di salvataggio delle testate giornalistiche  – diceva all’inizio dell’articolo Marco Dal Pozzo – sia il loro guardare più agli interessi dell’Editore (che, mediamente, del ruolo sociale del giornalismo, vuole servirsi esclusivamente per “far soldi”) che agli interessi del lettore, il loro essere una questione più finanziaria che sociale “.  E introduceva concetti a lui e a noi molto vicini come quello di  “capitale sociale”.  Concetti contenuti nel suo libro-ricerca  sul modello etico di produzione delle notizie che si intitola 1 news 2 cent un modello sociale per l’editoria, 

 

 

Un pezzo davvero bellissimo, perdonateci la vanagloria, per iniziare l’anno 2018 quello di Dal Pozzo, dove si ragionava di tutti i temi su cui avremo basato proprio quest’anno il lavoro del nostro centro studi sul giornalismo. Concetti come il “digital divide”, inteso più come problema culturale che tecnologico, o come “la neutralità della rete” o ancora “la neutralità degli algoritmi”, hanno popolato e alimentato tutto il lavoro della nostra redazione e del gruppo di esperti che alimenta questo blog; ma sono stati anche la base per i contenuti della maggior parte degli speech che esperti di vario genere, cultura e preparazione,  hanno portato dentro ai nostri appuntamenti digit svoltisi nell’arco dell’anno che ora volge alla fine.  E proprio a #digitRoma del 2 febbraio sono dedicati gli articoli successivi pubblicati su questa bacheca fra il 15 gennaio e il 10 febbraio. Articoli introduttivi alla manifestazione svoltasi nel prestigioso salone Walter Tobagi della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e che è stata, bontà Vostra, un grande successo. E dove si è parlato del “modello sociale per il giornalismo” di Marco Dal Pozzo, del “giornalista per adesione” di Raffaele Fiengo, e soprattutto di Algoritmi e libera circolazione delle informazioni e conseguente formazione dell’opinione pubblica. Un inizio davvero col botto, per la nostra stagione di contenuti, considerato soprattutto che a #digitRoma si parlò con profetico anticipo anche di una cosetta da nulla che qualche settimana dopo avrebbe catalizzato l’attenzione del mondo intero e che sarebbe divenuta celeberrima come: “lo scandalo Cambridge analytica” e di cui anche noi avremo parlato a lungo in molti articoli a partire dal mese di marzo.

 

 

Dunque in un battibaleno, del resto a questo servono i pezzi antologici come questo, ci ritroviamo a fine marzo, non prima però di aver sottolineato doverosamente un articolo davvero importante, a nostro personalissimo avviso, uscito su queste colonne il 18 febbraio del 2018 e dedicato al meritorio, necessario, unico nel suo genere, oltrechè fondamentale, lavoro svolto dai colleghi di Ossigeno per l’Informazione. 

 

Colleghi che ritroveremo dal vivo il 14 e 15 marzo dell’anno prossimo nel nostro nuovo appuntamento digit che si terrà a Prato presso il Polo Universitario e che sarà denominato #digit19. SegnateVi già ora lo speech di Alberto Spampinato e Giuseppe Mennella che si intitolerà:

 

 

E’ finito l’ossigeno (una legge per la libertà di stampa, un art.51 per i giornalisti).  Che significa che nel nostro Paese i giornalisti, categoria da sempre più a rischio di querela per diffamazione, non hanno un tutela giuridica per adempiere al meglio al proprio mandato senza correre inutili rischi. In merito esiste solo una sentenza della Corte di Cassazione. Praticamente tutte le altre categorie professionali sono tutelate dalla legge. Come mai proprio i giornalisti non lo sono?

 

 

A proposito dello scandalo Cambridge Analytica e delle sue conseguenze nel mondo reale va citato un pezzo da noi pubblicato attorno alla fine di marzo e che riprendendo una suggestione di Salvatore Iaconesi si intitolava:  Verso una nuova immaginazione. Proprio gli spunti estratti da un altro articolo di Iaconesi e inseriti in quel pezzo sono a nostro avviso la parte più importante di tutto l’articolo medesimo,  scritto a molte mani e con la complicità sostanziale ancora una volta del nostro Marco Dal Pozzo. E proprio quell’estratto e quella citazione dagli scritti di Iaconesi vorremmo ancora una volta riproporre anche in questa sede:

 

 

Come sostiene in un suo scritto Salvatore Iaconesi:

 

Vogliamo aggiustare problemi gravissimi, che minano alla base le nostre libertà e diritti, come le fake news, i populismi e le tante forme di violenza online e offline? Bene, non sarà qualche mirabolante algoritmo di Intelligenza Artificiale in grado di riconoscere automaticamente notizie e account falsi e censurarli a permetterci di risolvere questi problemi. Sarà una azione culturale, estetica, della comunicazione, il cui scopo sarà quello di portare le persone verso una sensibilità differente, verso uno spazio cognitivo diverso, verso una nuova immaginazione.

 

 

Parole che dovrebbero essere incise a fuoco, a nostro avviso, nella memoria collettiva per  servire da monito e indicazione a chiunque e per ciascuno di noi, tutte le volte che si prova a pensare con serietà al periodo storico in cui stiamo vivendo, e che spesso noi stessi definiamo, forse in modo un pochino troppo superficiale, post rivoluzione digitale.

 

Siamo così arrivati quasi a metà anno e quindi alla fine di questo primo “articolo strenna natalizia” che riassume e ricorda il nostro lavoro nel 2018  che volge alla fine. Vale la pena ricordare l’esordio su queste colonne di un altro nostro associato, firma prestigiosa del giornalismo scientifico-ambientale, che risponde al nome di Sergio Ferraris. Nel suo scritto il collega torinese,  naturalizzato per lavoro nella Capitale,  racconta vicende ancora una volta profetiche e che contraddistinguono i nostri tempi più recenti e ancora di più si ripresenteranno nei prossimi mesi. Si parla di intelligenza artificiale, di rapporto uomo macchina, di machine learning:  tutti aspetti di una stessa vicenda che ha molto a che vedere anche con il giornalismo e che in epoca di 5g (il protocollo trasmissione dati di Quinta Generazione di cui parleremo a #digit19) diventerà sempre più di stretta attualità. Risalendo ancora  la china dei nostri ricordi scritti vanno segnalati certamente altri tre pezzi su tre diversi argomenti tutti ancora di strettissima attualità a distanza di mesi e qui pubblicati.

 

 

La crisi dell’Inpgi. L’istituto di previdenza dei giornalisti ha chiuso per la prima volta nella sua storia il proprio bilancio in passivo, e che passivo!

 

 

Dopo lo scandalo Cambridge Analytica il colosso dei social fondato e diretto da Mark Zuckerberg e che risponde al nome di Facebook chiede ripetutamente scusa a tutti, appare davanti a giudici e commissioni statali in America e in Europa e per mettere una pezza all’emorragia di dati perduti (non si sa ancora bene come e a causa di cosa e per colpa di chi ) aggiorna il proprio contratto con gli utenti e lo peggiora, anche molto, a nostro avviso. 

 

 

E come non sottolineare più e più volte il bellissimo articolo scritto ancora una volta da Marco Dal Pozzo in cui lo studioso abruzzese di giornalismo ci porta a fare delle considerazioni proprio sulla funzione della nostra professione suggerendoci una chiave di lettura altissima e nonostante i quasi cento anni passati dal lavoro da cui sono tratte ancora perfettamente coerenti,  allineate e in alcuni casi profetiche, di avvenimenti e comportamenti tipici del nostro quotidiano.  E proprio con un breve estratto da questo pezzo che propone un’intervista “impossibile” al sommo Antonio Gramsci che Vi vorremmo salutare per il momento ringraziandoVi della fiducia concessaci e augurandoVi,   da parte di tutto il nostro gruppo di lavoro,  un Natale sereno e gioioso!

 

 

Cosa ne pensa del finanziamento pubblico per la stampa?

 

 

 

Se la scuola è di Stato, perché non sarà di Stato anche il giornalismo, che è la scuola degli adulti?

 

 

 

E il lettore?

 

 

 

I lettori devono essere considerati da due punti di vista principali:
1) come elementi ideologici, “trasformabili” filosoficamente, capaci, duttili, malleabili alla trasformazione;
2) come elementi “economici”, capaci di acquistare le pubblicazioni e di farle acquistare ad altri. I due elementi, nella realtà, non sono sempre distaccabili, in quanto l’elemento ideologico è uno stimolo all’atto economico dell’acquisto e della diffusione.

Tuttavia, occorre nel costruire un piano editoriale, tenere distinti i due aspetti, perché i calcoli siano realisti e non secondo i propri desideri.
E’ osservazione diffusa che in un giornale moderno il vero direttore è il direttore amministrativo e non quello redazionale.

 

 

 

Ma cosa deve fare un giornale per il proprio lettore?

 

 

 

Il lettore comune non ha e non può avere un abito “scientifico” che solo viene dato dal lavoro specializzato: occorre perciò aiutarlo con una attività letteraria opportuna. Non basta dargli dei concetti storici; la loro concretezza gli sfugge: occorre dargli serie intere di fatti specifici, molto individualizzati.

 

 

 

Come gli può essere garantito pluralismo? Con quale linguaggio?

 

 

 

Tramite rassegna stampa. A tal proposito occorre distinguere tra la rassegna stampa dei giornali di informazione e quella dei giornali di opinione: la prima è anch’essa un servizio di informazione, cioè il giornale dato offre quotidianamente ai suoi lettori ordinati e rubricati i giudizi sugli avvenimenti in corso pubblicati dagli altri giornali; nei giornali d’opinione la rubrica ha un’altra funzione: serve per ribadire i propri punti di vista.

Le trattazioni devono essere veramente pratiche, cioè devono riallacciarsi a bisogni realmente sentiti ed essere, per la forma d’esposizione, adeguate alla media dei lettori.

 

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Tratto da: www.lsdi.it
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In attesa di diventare dei (2)

Questo il titolo che abbiamo scelto per la prossima edizione di digit. La nostra manifestazione itinerante sul giornalismo e la comunicazione digitale torna in Toscana dopo due appuntamenti fuori porta e torna nel formato originale quello più lungo e articolato in 2 giorni di eventi. Torniamo nella nostra sede originale a Prato e in particolare il 14 e 15 marzo del prossimo anno presso il Polo Universitario pratese: il PIN. Proveremo anche a digit a parlare di molte delle cose contenute in questo libro di  Yuval Noah Harari  che si chiama HOMO DEUS e che qui per la seconda volta  Vi raccontiamo nelle sue fasi salienti. Lo facciamo come sempre riportando le parti di esso che ci sono parse particolarmente significative. Lo facciamo sottolineando alcuni specifici estratti di queste parti che abbiamo estrapolato per orientare le Vostre future scelte di lettura, senza privarVi della gioia di scoprire cosa contiene il testo nella sua interezza. Il professore israeliano che insegna storia all’ Università Hebrew di Gerusalemme, non è solo uno storico  ma è soprattutto uno scrittore, un saggista a larga diffusione, un autore davvero godibile nonostante la complessità dei suoi testi;  e dopo “Homo deus” il suo penultimo lavoro, che ha venduto oltre 5 milioni di copie, è tornato in libreria proprio quest’anno con un altro saggio davvero suggestivo e illuminante che si intitola 21 LEZIONI PER IL VENTUNESIMO SECOLO . Un’ opera da leggere se siete appassionati di “futuro” e che molto presto vi racconteremo anche qui su queste pagine. Intanto se vorrete potrete sentire il racconto critico del nuovo libro di Harari, al prossimo digit a Prato, realizzato  dal giornalista e saggista italiano, grande esperto della “questione algoritmica” :  Michele Mezza.  Vi aspettiamo a marzo a Prato, intanto riprendiamo  la nostra personalissima narrazione di “Homo deus” con  la seconda parte dei nostri appunti di lettura. Buon proseguimento e grazie!

 

 

 

PARTE SECONDA: HOMO SAPIENS DA UN SENSO AL MONDO

 

 

I narratori

 

 

Prima dell’invenzione della scrittura le storie erano limitate a causa della ridotta capacità del cervello umano. Non aveva senso inventare storie oltremodo complesse che la gente non sarebbe stata in grado di ricordare. Ma grazie alla scrittura all’improvviso fu possibile creare storie estremamente lunghe e intricate, che venivano immagazzinate su tavolette e papiri piuttosto che nelle teste umane.

 

 

La scrittura ha così dato agli uomini la facoltà di organizzare intere società secondo algoritmi.

 

 

Nelle società analfabete la gente compie tutti i calcoli e prende tutte le decisioni affidandosi unicamente alla propria testa. Nelle società alfabetizzate le persone sono organizzate in reti, cosicché ciascun individuo costituisce soltanto un piccolo tassello di un enorme algoritmo, ed è l’algoritmo nel suo insieme che prende le decisioni importanti.

 

 

Pensate per esempio a un ospedale moderno. Quando arrivate, la receptionist vi porge un modulo standard e vi pone un elenco predefinito di domande. Le vostre risposte sono inoltrate a un’infermiera che le confronta con i regolamenti dell’ospedale per decidere quali esami preliminari farvi fare. Quindi vi misura, diciamo, la pressione sanguigna e il battito cardiaco, e vi preleva un campione di sangue. Il dottore in servizio visiona i risultati del test iniziale e segue uno stretto protocollo nel determinare a quale reparto assegnarvi. Nel reparto in questione siete sottoposti a esami molto più approfonditi, come quelli a raggi X o con la scansione fMRI, previsti da voluminose direttive sanitarie. Gli specialisti quindi analizzano i risultati in base a ben noti archivi di dati statistici, decidendo quali medicine prescrivervi o a quali ulteriori esami sottoporvi.

 

Questa struttura algoritmica assicura che non è davvero importante chi si trova alla reception, chi ricopre i ruoli dell’infermiera o del dottore in servizio. Il tipo di personalità, le opinioni politiche e gli umori momentanei sono irrilevanti. Finché tutti costoro seguono i regolamenti e i protocolli, hanno buone possibilità di curarvi. Secondo l’ideale algoritmico, il vostro destino è nelle mani del “sistema” e non nelle mani di mortali in carne e ossa a cui accade di occupare questo o quel posto.

 

Ciò che è vero per gli ospedali è vero anche per gli eserciti, le prigioni, le scuole, le società per azioni — e per gli antichi regni.

 

 

Vivere sulla carta

 

 

La sacralità dei documenti scritti ha avuto spesso effetti molto meno positivi. Dal 1958 al 1961 la Cina comunista intraprese il Grande balzo in avanti, quando Mao Tse-tung decise di trasformare rapidamente la Cina in una superpotenza. Con l’intenzione di usare il surplus della produzione di cereali per finanziare ambiziosi progetti industriali e militari, Mao ordinò che la produzione agricola raddoppiasse e triplicasse. Dagli uffici del governo a Pechino le sue impossibili richieste percorsero tutta la piramide burocratica, attraverso le amministrazioni provinciali, giù giù fino ai capi villaggio. I funzionari locali, terrorizzati dal manifestare qualsiasi perplessità e desiderosi di compiacere i loro superiori, misero insieme rapporti di fantasia relativi a sensazionali aumenti della produzione agricola. Quando queste cifre artefatte percorsero al contrario l’intera gerarchia burocratica, ogni funzionario le esagerò ulteriormente, aggiungendo uno zero qua e là con un tratto di penna. Di conseguenza, nel 1958 il governo cinese ricevette resoconti secondo cui la produzione annuale di cereali era il 50% più alta di quella effettiva. Sulla base di tali rapporti, il governo vendette milioni di tonnellate di riso ai paesi stranieri in cambio di armi e macchinari pesanti, ritenendo che ne sarebbe rimasto abbastanza per nutrire la popolazione cinese. Il risultato fu la peggiore carestia della storia e la morte di decine di milioni di cinesi. Nel frattempo gli entusiastici rapporti sul miracolo agricolo cinese si diffondevano per il mondo. Julius Nyerere, il presidente idealista della Tanzania, rimase profondamente impressionato dal successo cinese. Per modernizzare l’agricoltura della Tanzania, Nyerere decise di fondare fattorie collettive sul modello cinese. Quando i contadini si rifiutarono di obbedire a questo progetto, Nyerere inviò l’esercito e la polizia per distruggere i villaggi tradizionali e ricollocare con la forza centinaia di migliaia di contadini nelle nuove fattorie collettive. La propaganda di governo dipingeva le fattorie come paradisi in miniatura, ma molte di esse esistevano soltanto nei documenti governativi. I protocolli e i rapporti scritti nella capitale Dar es Salaam riferivano che in una certa data gli abitanti di un certo villaggio erano stati trasferiti in una certa fattoria. In realtà, quando gli abitanti dei villaggi raggiunsero le loro destinazioni non vi trovarono alcunché. Nessuna abitazione, nessun campo, nessun arnese. I funzionari tuttavia registrarono nei loro rapporti un grande successo per se stessi e il presidente Nyerere. In effetti, in meno di dieci anni la Tanzania fu trasformata dal più grande esportatore di cibo dell’Africa in un importatore di cibo che non era in grado di nutrire la sua popolazione senza un aiuto esterno. Nel 1979, il 90% dei contadini della Tanzania viveva nelle fattorie collettive, ma generava soltanto il 5% della produzione agricola del paese.  Benché la storia della scrittura sia piena di simili contraffazioni, i benefici di una macchina amministrativa più efficiente si sono rivelati di solito vantaggiosi, almeno dal punto di vista dei governi. Nessun governante ha potuto resistere alla tentazione di alterare la realtà con un tratto di penna, e se le conseguenze sono state disastrose, il rimedio è sembrato essere la stesura di rapporti ancora più voluminosi e l’emanazione di codici, editti e ordini in maggiore quantità. Il linguaggio scritto può essere ritenuto uno strumento modesto per descrivere la realtà, ma nel tempo è diventato un mezzo assai potente per rimodellare la realtà. Quando i rapporti ufficiali non combaciano con la realtà oggettiva, è spesso la realtà che ha la peggio. Chiunque abbia mai dovuto relazionarsi con le autorità fiscali, il sistema educativo o qualsiasi altra complessa burocrazia sa che la verità c’entra poco. Quello che è scritto sul vostro modulo è molto più importante.

 

 

Sacre scritture

 

Ma è proprio vero che quando un testo e la realtà non combaciano è la realtà talvolta ad avere la peggio? Non si tratta di una calunnia tanto diffusa quanto esagerata sui sistemi burocratici? La maggior parte dei funzionari — quelli che servivano il faraone o Mao Tse-tung — era ragionevole e certamente avrebbe ribattuto con la seguente spiegazione: “Usiamo la scrittura per descrivere la realtà dei campi, dei canali e dei granai. Se la descrizione è accurata, prenderemo decisioni realistiche. Se la descrizione non è accurata, provocheremo carestie e persino ribellioni. Quindi noi, o gli amministratori di un qualche futuro regime, impariamo dagli errori e ci sforziamo di produrre descrizioni più veritiere. Così nel corso del tempo i nostri documenti sono destinati a diventare ancora più precisi.” Questo è in qualche modo vero, ma ignora una dinamica storica opposta.

 

 

Quando le burocrazie accumulano potere diventano immuni ai loro stessi errori. Invece di modificare le loro storie per adeguarle alla realtà, esse possono cambiare la realtà per adattarla alle loro storie. Alla fine la realtà esterna combacia con le loro fantasie burocratiche, ma soltanto perché i funzionari forzano la realtà fino a tal punto.

 

 

Per esempio, i confini di molte nazioni africane non tengono in considerazione il corso dei fiumi, le catene montuose e le rotte commerciali, dividono zone storiche ed economiche senza alcuna necessità e ignorano le locali identità etniche e religiose. La stessa tribù può trovarsi suddivisa fra più paesi, mentre un solo paese può incorporare pezzi di numerosi clan rivali. Questi problemi assillano le nazioni di tutto il mondo, ma in Africa sono particolarmente gravi poiché i moderni confini africani non riflettono i desideri e le lotte delle popolazioni locali. Essi furono disegnati da burocrati europei che non avevano mai messo piede in Africa. Alla fine del XIX secolo molte potenze europee rivendicavano i propri diritti sui territori africani. Temendo che la rivendicazione di questi diritti avrebbe portato a una guerra totale in Europa, le parti implicate si riunirono a Berlino nel 1884 e suddivisero l’Africa come se si trattasse di una torta. A quell’epoca gran parte delle zone interne africane era del tutto sconosciuta per gli europei. I britannici, i francesi e i tedeschi possedevano accurate mappe delle regioni costiere africane, e sapevano con esattezza dove il Niger, il Congo e lo Zambesi si tuffavano nell’oceano. Ma non sapevano granché del corso di questi fiumi nell’entroterra, dei regni e delle tribù che vivevano lungo le loro sponde, delle religioni là praticate, della loro storia e geografia. I diplomatici europei non tennero in alcuna considerazione tutto ciò: srotolarono una mappa semivuota dell’Africa su un tavolo berlinese ben lucidato, disegnarono poche linee qua e là e si suddivisero il continente. Quando, a tempo debito, gli europei penetrarono nelle regioni interne dell’Africa, armati della loro mappa frutto di tali accordi, scoprirono che molti dei confini disegnati a Berlino rendevano scarsa giustizia alla realtà geografica, economica ed etnica africana. Ad ogni modo, per evitare di riaprire le discussioni gli invasori si attennero ai loro accordi, e queste linee immaginarie divennero gli effettivi confini delle colonie europee. Durante la seconda metà del XX secolo, quando gli imperi europei andarono in pezzi e le loro colonie ottennero l’indipendenza, i nuovi paesi accettarono i confini coloniali, per paura che frontiere alternative avrebbero provocato conflitti e guerre senza fine. Molte delle difficoltà incontrate dai paesi africani fino ai giorni nostri hanno origine nel fatto che i loro confini hanno poco senso. Quando le fantasie scritte delle burocrazie europee incontrarono la realtà africana, la realtà fu obbligata ad arrendersi.

 

 

Ma funziona!

 

 

Le reti di cooperazione umana di solito valutano se stesse secondo parametri di loro invenzione e, non sorprendentemente, spesso si assegnano voti alti. In particolare, le reti umane costruite in nome di entità fittizie — gli dèi, le nazioni e le società per azioni — di solito giudicano il loro successo dal punto di vista delle stesse entità fittizie. Una religione ha successo se segue i comandamenti divini alla lettera; una nazione è gloriosa se promuove l’interesse nazionale; una società per azioni è prospera se genera un mucchio di soldi. Quando si esamina la storia di una qualunque rete umana, è quindi consigliabile fermarsi di tanto in tanto e guardare alle cose dalla prospettiva di una qualche entità reale. Come fate a sapere se si tratta di una entità reale? Molto semplice — è sufficiente che vi chiediate “Può soffrire?” Quando la gente riduce in cenere il tempio di Zeus, Zeus non soffre. Quando l’euro perde valore, l’euro non soffre. Quando un istituto di credito dichiara bancarotta, la banca non soffre. Quando un paese subisce una sconfitta in una guerra, il paese in realtà non soffre. È soltanto una metafora. Al contrario quando un soldato viene ferito in battaglia, soffre per davvero. Quando una contadina affamata non ha niente da mangiare, soffre. Quando una mucca è separata dal suo vitello appena nato, soffre. Questa è realtà. Di certo la sofferenza può ben essere provocata dalla nostra credenza nelle narrazioni collettive. Per esempio, la credenza nei miti nazionali e religiosi potrebbe causare lo scoppio di una guerra, in cui milioni di individui perdono le loro abitazioni, i loro arti e perfino le loro vite. La causa della guerra ha origine nell’immaginario, ma la sofferenza è al 100% reale. Questa è proprio la ragione per cui dovremmo sforzarci di distinguere la finzione dalla realtà.

 

 

La narrazione non è il male. È vitale. Senza storie accettate da tutti su cose come il denaro, gli stati o le società per azioni, nessuna società umana complessa può funzionare.

 

 

Non possiamo giocare a calcio a meno che ciascuno creda nelle stesse regole predefinite, e non possiamo godere dei benefici dei mercati e dei tribunali senza storie altrettanto inventate. Ma le storie sono soltanto strumenti. Non dovrebbero diventare i nostri obiettivi o i nostri parametri di riferimento. Quando dimentichiamo che si tratta soltanto di finzione, perdiamo il contatto con la realtà. Allora diamo inizio a guerre “per far guadagnare soldi all’azienda” o “per proteggere l’interesse nazionale”. Le aziende, il denaro e le nazioni esistono soltanto nella nostra immaginazione. Le abbiamo inventate perché ci servissero; perché ci troviamo nella condizione di sacrificare le nostre vite al loro servizio? Nel XXI secolo creeremo narrazioni più potenti e religioni più totalitarie che in qualsiasi epoca precedente. Con l’aiuto della biotecnologia e degli algoritmi digitali queste religioni non soltanto controlleranno la nostra esistenza minuto per minuto, ma saranno in grado di modellare i nostri corpi, cervelli e menti, e di creare interi mondi virtuali che includono inferni e paradisi. Essere in grado di distinguere la finzione dalla realtà e la religione dalla scienza diventerà pertanto più difficile ma più indispensabile di quanto lo sia mai stato.

 

 

Contraffare Dio

 

 

Prendete l’aborto, per esempio. I cristiani devoti spesso si oppongono all’aborto, mentre molti liberali sono a favore. Il nocciolo della questione è fattuale piuttosto che etico. Sia i cristiani sia i liberali credono che la vita umana sia sacra e che l’omicidio sia un crimine atroce. Ma essi sono in disaccordo su alcuni fatti biologici: la vita umana comincia dal momento del concepimento, al momento della nascita o in qualche fase intermedia? In effetti, alcune culture ritengono che la vita non abbia inizio neppure quando si nasce. Secondo i Kung del deserto del Kalahari e diversi gruppi Inuit che abitano nella regione artica, la vita umana comincia soltanto dopo che al neonato è stato assegnato un nome. Quando un bambino nasce, la famiglia aspetta qualche tempo prima di dargli un nome. Se decidono di non tenere il bambino (o perché reca i segni di qualche deformità o per difficoltà economiche) lo uccidono. Stabilito che possono adottare un simile comportamento prima della cerimonia dell’assegnazione del nome, questo atto non è considerato omicidio. Le genti che appartengono a queste culture potrebbero convenire con i liberali e i cristiani che la vita umana è sacra e che l’omicidio è un crimine terribile, e tuttavia approvare l’infanticidio. Quando le religioni promuovono se stesse, tendono a magnificare i loro meravigliosi valori. Ma Dio nasconde nelle clausole scritte in corpo minore le asserzioni fattuali. Il culto cattolico commercializza se stesso come la religione dell’amore universale e della compassione. Che bello! Chi potrebbe obiettare qualcosa in merito? Perché, allora, non tutti gli uomini sono cattolici? Perché quando leggete le clausole in corpo minore, scoprite che il cattolicesimo esige cieca obbedienza a un papa “che non sbaglia mai” anche quando ordina ai suoi seguaci di partire per le crociate e condannare gli eretici al rogo. Simili istruzioni pratiche non sono dedotte esclusivamente dai giudizi etici. Anzi, sono il risultato della fusione di giudizi etici e asserzioni fattuali.

 

 

Sacro dogma

 

 

Questo ha portato alcuni filosofi, come Sam Harris, a sostenere che la scienza può sempre risolvere i dilemmi etici, poiché i valori umani nascondono sempre al loro interno qualche affermazione fattuale. Harris ritiene che tutti gli uomini condividano un singolo valore supremo — la minimizzazione della sofferenza e la massimizzazione della felicità — e che tutti i dibattiti etici siano questioni fattuali aventi per oggetto il modo più efficiente per massimizzare la felicità.  I fondamentalisti islamici vogliono raggiungere il paradiso per essere felici, i liberali credono che una crescente libertà umana massimizzi la felicità e i nazionalisti tedeschi ritengono che a ciascuno le cose andrebbero meglio se a Berlino fosse concesso di governare il pianeta. Secondo Harris, gli islamisti, i liberali e i nazionalisti non stanno discutendo di questioni etiche: si trovano in disaccordo sui fatti e su qual è la maniera migliore per realizzare i loro obiettivi comuni.

 

 

Tuttavia anche se Harris avesse ragione, e anche se tutti gli uomini adorassero la felicità, in pratica sarebbe estremamente difficile usare questa idea per entrare nel merito delle dispute etiche, in particolare perché non abbiamo una definizione scientifica o un sistema di misurazione della felicità.

 

 

Prendete di nuovo in considerazione il caso della diga delle Tre Gole. Anche se concordiamo sul fatto che lo scopo ultimo del progetto è rendere il mondo un posto più felice, come possiamo stabilire se la produzione di elettricità a basso costo contribuisce di più alla felicità globale che non la protezione degli stili di vita tradizionali o la salvaguardia del raro delfino fluviale cinese? Finché non avremo decifrato i misteri della coscienza, non potremo sviluppare un sistema di misurazione universale per la felicità e la sofferenza, e non sapremo come confrontare la felicità e la sofferenza di differenti individui, per non parlare di differenti specie. Quante unità di felicità sono prodotte quando un miliardo di cinesi gode di una fornitura di elettricità a basso costo? Quante unità di infelicità sono prodotte quando un’intera specie di delfini si estingue? La felicità e l’infelicità sono entità matematiche che possono essere sottoposte a operazioni di addizione e sottrazione? Mangiare il gelato è un’attività piacevole; trovare il vero amore dà ancora più soddisfazione: pensate che mangiando una quantità sufficiente di gelato, il piacere accumulato potrebbe mai eguagliare il rapimento di un amore autentico? Di conseguenza, nonostante la scienza possa contribuire ai dibattiti etici molto più di quanto riteniamo comunemente, esiste una linea che non può essere attraversata, almeno non ancora. Senza la mano di una qualche religione che ci guidi, è impossibile mantenere ordini sociali su larga scala. Perfino le università e i laboratori hanno bisogno del sostegno religioso. La religione fornisce la giustificazione etica, e in cambio ottiene di influenzare i programmi scientifici e le modalità di impiego delle scoperte scientifiche. Pertanto non è possibile comprendere la storia della scienza senza prendere in considerazione le fedi religiose. Gli scienziati raramente si soffermano su questo fatto, ma la stessa Rivoluzione scientifica è nata in una delle più dogmatiche, intolleranti e religiose società della storia.

 

 

La torta miracolosa

 

 

Prendiamo, per esempio, il caso di una ragazza che sia impiegata come ingegnere informatico e guadagni 100 dollari l’ora lavorando per una start up nel settore dell’hi-tech. Un giorno suo padre, piuttosto anziano, viene colpito da un ictus. Da allora in avanti avrà bisogno di aiuto per fare la spesa, per cucinare e persino per lavarsi. La ragazza potrebbe ospitare il padre a casa propria, arrivare al lavoro più tardi la mattina e rientrare prima la sera per prendersi cura di lui personalmente. Sia il suo stipendio sia la produttività dell’azienda ne risentirebbero, ma suo padre godrebbe delle attenzioni di una figlia rispettosa e amorevole. In alternativa, la giovane potrebbe assumere una badante messicana che, per 12 dollari all’ora, viva con suo padre e provveda alle sue necessità. Questa scelta non produrrebbe alcun cambiamento nella sua vita e non avrebbe ripercussioni sull’azienda; in più la badante — e persino l’economia messicana — ne trarrebbero vantaggio. Che cosa dovrebbe fare, dunque, la nostra giovane ingegnere? Il capitalismo liberista ha una risposta certa. Se la crescita economica richiede che i vincoli familiari vengano allentati, che i figli vivano lontano dai loro genitori e che le badanti vengano importate dall’altra parte del mondo — be’, allora si deve fare così. Questa risposta, però, implica un giudizio etico piuttosto che un’affermazione basata su dati di fatto. Se alcune persone si specializzano in ingegneria informatica mentre altre impiegano il loro tempo prendendosi cura degli anziani, senza dubbio verranno prodotti più software e gli anziani riceveranno un’assistenza più professionale. Ma davvero la crescita economica è più importante dei legami familiari? Arrogandosi il diritto di formulare questo giudizio etico, il capitalismo liberista ha oltrepassato il confine che separa l’ambito della scienza da quello della religione.

 

 

La sindrome dell’arca

 

 

La visione tradizionale del mondo come una torta di dimensioni fisse impone che ci siano solo due tipi di risorse: le materie prime e l’energia. In verità ce ne sono tre: le materie prime, l’energia e la conoscenza. Le prime due sono esauribili — più ne consumi, meno te ne rimane. La terza, invece, cresce e si sviluppa — più la utilizzi, più ce ne sarà. A ben vedere, un aumento nella conoscenza può permetterti di avere anche più materie prime e più energia. Se investo 100 milioni di dollari nella ricerca di petrolio in Alaska e lo trovo, oggi io avrò più petrolio, ma per i figli dei miei figli ce ne sarà di meno. Al contrario, se investo la stessa cifra in ricerche sull’energia solare e scopro un sistema innovativo e più efficiente per gestirla, sia io sia i miei nipoti avremo più energia.

 

Per migliaia di anni la via della scienza verso la crescita è stata bloccata perché la gente credeva che le Sacre Scritture e le tradizioni antiche contenessero già tutta la sapienza di cui il mondo aveva bisogno.  Ma la Rivoluzione scientifica liberò il genere umano da questa ingenua convinzione. La scoperta scientifica più importante fu la scoperta dell’ignoranza. Non appena gli uomini compresero quanto poco sapessero del mondo, ebbero un’ottima ragione per cercare nuove conoscenze, e questo aprì la via della scienza verso il progresso. Generazione dopo generazione la scienza permise di individuare nuove fonti energetiche, nuove materie prime, macchinari più avanzati e metodi di produzione innovativi. Di conseguenza, oggi il genere umano dispone di quantità maggiori di energia e materie prime di sempre e la produzione è salita alle stelle. Invenzioni come la macchina a vapore, i motori a combustione interna e il computer hanno creato dal nulla nuovi settori industriali. Se proviamo a immaginare cosa accadrà fra vent’anni, possiamo ragionevolmente aspettarci di produrre e consumare, nel 2037, molto più di quanto facciamo oggi. Confidiamo che la nanotecnologia, l’ingegneria genetica e l’intelligenza artificiale rivoluzionino la produzione ancora una volta e aprano nuovi settori nei nostri supermercati in continua espansione.

 

 

Il genere umano si trova impegnato in una doppia competizione. Da una parte ci sentiamo obbligati ad accelerare il ritmo del progresso scientifico e della crescita economica. Un miliardo di cinesi e un miliardo di indiani aspirano a vivere come gli americani della classe media, e non vedono perché dovrebbero mettere da parte i propri sogni, dal momento che gli americani non hanno alcuna intenzione di rinunciare ai SUV e ai centri commerciali. Dall’altra parte, dobbiamo restare almeno un passo avanti rispetto all’Armageddon ecologico. Gestire questa duplice sfida diventa più difficile anno dopo anno, perché ogni progresso che porta gli abitanti degli slums di Delhi più vicini al sogno americano avvicina anche il nostro pianeta all’orlo del precipizio. La buona notizia è che per centinaia di anni il genere umano ha goduto di una crescita economica senza incorrere in un collasso ecologico. Molte altre specie hanno avuto la peggio, e anche noi umani abbiamo dovuto affrontare parecchie crisi economiche e disastri ecologici, ma finora ce la siamo cavata. Tuttavia nessuna legge di natura garantisce che sarà sempre così. Chissà se la scienza sarà in grado di salvare, contemporaneamente, l’economia dalla paralisi e l’ambiente dalla catastrofe. Dal momento che questa corsa continua ad accelerare, i margini di errore si assottigliano progressivamente. Se prima era sufficiente scoprire qualcosa di straordinario una volta ogni secolo, oggi dobbiamo inventarci un miracolo ogni due anni. Dovremmo inoltre preoccuparci del fatto che un’apocalisse ecologica potrebbe avere conseguenze diverse sulle differenti caste dell’umanità. Nella storia la giustizia non esiste. Quando si verifica un disastro, i poveri soffrono sempre molto più dei ricchi — anche se spesso sono soprattutto questi ultimi a causare la tragedia. Già adesso il riscaldamento globale sta avendo conseguenze più pesanti sulla vita dei poveri che vivono in paesi africani aridi piuttosto che su quella degli occidentali benestanti. Paradossalmente lo stesso potere della scienza può aumentare il pericolo, perché induce i ricchi al compiacimento. Considerate le emissioni di gas serra. Molti accademici e un numero crescente di politici riconoscono la realtà del riscaldamento globale e la gravità del pericolo. E tuttavia questa presa di coscienza non ha, finora, modificato i nostri comportamenti in maniera significativa. Parliamo un sacco del riscaldamento globale, ma in pratica il genere umano non ha voglia di affrontare gli impegnativi sacrifici economici, sociali e politici necessari a scongiurare la catastrofe.

 

 

La corsa al successo

 

 

Nel mondo premoderno, le persone erano paragonabili ai funzionari di basso rango nella burocrazia socialista. Ciascuno timbrava il cartellino e poi attendeva che qualcun altro facesse qualcosa. Nel mondo moderno siamo noi uomini a mandare avanti la baracca, e quindi siamo sotto pressione di continuo, giorno e notte. A livello collettivo, questa corsa si manifesta attraverso sconvolgimenti incessanti.

 

 

Mentre prima i sistemi sociali e politici duravano per secoli, oggi ogni generazione distrugge il mondo vecchio che ne costruisce uno nuovo di rimpiazzo.

 

 

Il Manifesto del partito comunista lo spiega molto bene: il mondo moderno ha assolutamente bisogno dell’incertezza e del disordine. Tutte le relazioni un tempo immutabili e gli antichi pregiudizi vengono spazzati via, e nuove strutture diventano antiquate ancora prima che possano cristallizzarsi. Tutto ciò che è solido viene sublimato. Non è facile vivere in un mondo tanto caotico, ed è ancora più difficile governarlo. Pertanto la modernità deve lavorare sodo per fare in modo che né gli individui né le comunità umane si ritirino dalla competizione, a dispetto della tensione e del caos che essa determina. Per questo motivo postula la crescita come un valore supremo, in difesa del quale dovremmo fare ogni sacrificio possibile e affrontare qualsiasi rischio. A livello collettivo i governi, le aziende e le organizzazioni sono incoraggiati a misurare il proprio successo in termini di crescita, e a temere la stagnazione come fosse il diavolo. A livello individuale aspiriamo ad accrescere costantemente il nostro reddito e a migliorare il nostro tenore di vita. Anche se siete piuttosto soddisfatti delle vostre condizioni attuali, dovreste impegnarvi per avere di più. I lussi di ieri diventano le necessità di oggi. Se prima potevate vivere bene in un appartamento di tre stanze con una sola automobile e un solo computer portatile, oggi avete bisogno di una casa con cinque stanze, di due automobili e di una schiera di iPod, tablet e smartphone.

 

 

La modernità ha capovolto le cose. Ha convinto le comunità umane che l’equilibrio è molto più allarmante del caos; e che, siccome l’avidità alimenta la crescita, essa deve essere considerata un elemento positivo. Di conseguenza ha indotto la gente a volere di più e ha smantellato discipline secolari, secondo cui la bramosia andava tenuta a freno. Le ansie che ne sono derivate sono state placate, in larga misura, ricorrendo al capitalismo liberista — e questa è una delle ragioni per cui tale ideologia è divenuta tanto popolare. I pensatori capitalisti ci hanno rassicurato a più riprese: “Non preoccupatevi, tutto andrà bene. A patto che l’economia cresca, la mano invisibile del mercato si prenderà cura di ogni cosa.” Così il capitalismo ha sacralizzato un sistema vorace e caotico che si sviluppa a passi da gigante senza che nessuno comprendesse che cosa stesse accadendo o in quale direzione ci stessimo affrettando. (Il comunismo, che credeva anch’esso nella crescita, riteneva di poter prevenire il disordine e di poter orchestrare la crescita attraverso la pianificazione di stato. Ma dopo alcuni successi iniziali venne superato — di gran lunga — e travolto dalla corsa precipitosa del capitalismo.) Oggi criticare duramente il capitalismo liberista è una delle priorità del dibattito intellettuale. Dal momento che il capitalismo domina il nostro mondo dovremmo davvero compiere ogni sforzo possibile per comprendere i suoi difetti prima che essi provochino una catastrofe apocalittica. E tuttavia questa critica non dovrebbe accecarci, rendendoci incapaci di riconoscerne anche i vantaggi e i meriti. Finora, il suo è stato un successo sorprendente — quantomeno se ignoriamo la possibilità di un futuro collasso ecologico, e se misuriamo il successo secondo il parametro della produzione e della crescita. Forse nel 2017 viviamo in un mondo caotico e stressante, ma le profezie millenaristiche sul collasso e il dominio della violenza non si sono materializzate, mentre le scandalose promesse di una crescita perpetua e di una cooperazione a livello globale sono state mantenute. E anche se facciamo esperienza di occasionali crisi economiche e guerre internazionali, sul lungo periodo il capitalismo non solo è riuscito a prosperare, ma ha anche sconfitto le carestie, le epidemie e le guerre. Per migliaia di anni preti, rabbini e muftī hanno spiegato che gli esseri umani non potevano sconfiggere la fame, la malattia o evitare le guerre con le proprie forze. Poi sono arrivati i banchieri, gli investitori e gli industriali, e nell’arco di duecento anni sono riusciti a fare esattamente questo. La moderna alleanza ci ha promesso un potere senza precedenti — e tale promessa non è stata disattesa. Ma a che prezzo? In cambio del potere, ci richiede la rinuncia al significato. In che modo gli esseri umani hanno gestito questa pretesa agghiacciante? Conformarsi a essa avrebbe potuto facilmente trasformare il mondo in un luogo pubblico privo di etica, di estetica e di compassione. E tuttavia oggi il genere umano non è solo più potente che mai, ma anche più pacifico e cooperativo. Come ci siamo riusciti? In che modo la moralità, la bellezza e persino la compassione sopravvivono e resistono in un mondo senza dèi, senza paradiso e senza inferno? Ancora una volta, i capitalisti sono pronti ad attribuire tutto il merito alla mano invisibile del mercato. Questa però non è solo invisibile: è anche cieca, e da sola non sarebbe mai stata in grado di salvare la società umana. A ben vedere, neppure una sagra di paese potrebbe riuscire senza l’aiuto di qualche divinità, di qualche re o di una chiesa. Se tutto è in vendita, compresi i tribunali e la polizia, la fiducia evapora, il credito svanisce e le attività commerciali subiscono contraccolpi. Che cosa, dunque, ha salvato la società moderna dal collasso? Il genere umano non è stato salvaguardato dalla legge della domanda e dell’offerta, bensì dalla comparsa di una nuova, rivoluzionaria religione: l’umanesimo.

 

 

SECONDA PARTE – TO BE CONTINUED

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ripensare il modello mondo

Ripensare la Smart City  è un manuale che chiunque sia interessato alla reale e necessaria rivoluzione culturale di cui le città, e gli agglomerati di città, hanno bisogno (penso soprattutto ai politici e agli amministratori) dovrebbe avere nel proprio programma elettorale e, se già in carica, sulla propria scrivania. Un manuale che rappresenta per noi di Lsdi un potente “spunto operativo” per l’azione in ambiti (Smart City, per l’appunto, e algoritmi) che ci stanno molto a cuore.

E’ difficile farne una sintesi perché, questo vale in particolar modo per la seconda parte (curata da Francesca Bria, Chief Technology and Digital Innovation Officer a Barcellona), esso fornisce un elenco di casi di studio: storie di Comuni e Amministrazioni che hanno avviato dei programmi sull’innovativo solco tecnologico-culturale tracciato nella prima parte, quella di competenza di  Evgenij Morozov, noto sociologo e giornalista bielorusso.

C’è un punto essenziale nel saggio introduttivo; è quello in cui Morozov va oltre la critica al neoliberismo che lo contraddistingue da sempre (con argomenti a mio avviso convincenti); un punto che conferisce al suo lavoro una marcata nota di pratica politica;  un salto di qualità, quindi, rispetto all’approccio prevalentemente analitico al quale ha abituato i suoi lettori. L’argomento è quello della sovranità tecnologica: i cittadini, attraverso le azioni delle amministrazioni locali, devono essere proprietari dei dati che producono durante la vita quotidiana di fruitori delle piattaforme (di contenuti e servizi). Questo l’antidoto proposto da Morozov  alla “mercificazione delle soluzioni a problemi politici” e alla “liberazione delle politiche smart dalle logiche della finanza” (che sono quelle che normalmente alimentano di liquidità la realizzazione di infrastrutture). Le stesse logiche, fa notare Morozov, che hanno dato l’illusione alle persone di essere arrivati alla fine della crisi economica (quella in cui siamo immersi da ormai dieci anni) semplicemente perché il tasso di decrescita dei prezzi sul mercato dei servizi offerti dalle nuove piattaforme è stato più veloce di quello dell’abbassamento del potere di acquisto dei redditi (il cortocircuito è molto più chiaro nel lavoro di Staglianò: Lavoretti. Il potere di acquisto di cui parla Morozov è – meglio dire: sarebbe – anche quello dei ciclo-fattorini o degli autisti di Uber; il capitale finanziario che ruba risorse economiche ai sistemi di welfare è proprio quello delle imprese della gig economy come Uber).

 

La soluzione elaborata da Morozov si completa, rendendo il quadro molto stimolante, con la proposta di rendere i cittadini proprietari (cioè le città proprietarie) non solo dei dati, ma delle stesse piattaforme in cui questi dati vengono prodotti e codificati e degli algoritmi che li gestiscono. La chiave culturale che c’è dietro è altrettanto innovativa: la sanità, l’energia, la privacy non sono servizi, ma diritti dei cittadini! Così il diritto alla città è un “diritto dei diritti”, continua Morozov in questa sua arringa fortemente politica. L’alternativa, per chiudere il cerchio e far passare meglio il messaggio, è continuare a dare ad imprese come Google la possibilità di definire tali diritti come servizi e di farci anche credere che siano gratuiti (sappiamo benissimo e da tempo come stanno le cose!). La via verso la realizzazione pratica di questo progetto politico deve prevedere – introduce così Bria nella seconda parte del libro – un impegno intellettuale e ideologico che, mosso da esigenze locali, agisca poi a livello nazionale: è la larga scala che può permettere il raggiungimento del risultato. Il primo passo è l’alleanza con i movimenti sociali urbani (che già hanno abilità nel verificare i contratti e gli accordi dei comuni con i privati; hanno strumenti per richiedere trasparenza; sanno indagare il ruolo delle società di consulenza).

 

Prima di tirare le somme attraverso l’esame di qualcuno dei  tantissimi casi citati da Francesca Bria nel libro, anche per aggiungere argomenti ad un dibattito a mio avviso necessario, permettetemi di aggiungere due note personali.

 

 

La prima, la questione dei diritti: qualche anno fa Stefano Rodotà ci fece dono di un’opera mirabile: Il Diritto di avere Diritti. Così recita la scheda dell’editore Laterza: “Poteri privati forti e prepotenti sfuggono agli storici controlli degli Stati e ridisegnano il mondo e le vite. Ma sempre più donne e uomini li combattono, denunciano le diseguaglianze, si organizzano su Internet, sfidano regimi politici autoritari. La loro azione è una planetaria, quotidiana dichiarazione di diritti, che si oppone alla pretesa di far regolare tutto solo dal mercato, mette al centro la dignità delle persone, fa emergere i beni comuni e guarda a un futuro dove la tecnoscienza sta costruendo una diversa immagine dell’uomo. È nata una nuova idea di cittadinanza, di un patrimonio di diritti che accompagna la persona in ogni luogo del mondo.” Il libro è del 2013, la linea era già tracciata. Evidentemente. Per dar forza a quello che potrebbe definirsi “metodo dell’affermazione dei diritti” è forse utile citare gli argomenti del giornalista Domenico Quirico quando parla di accoglienza: l’accoglienza – ripete Quirico in ogni suo intervento – non è una questione di essere buoni, ma è una più basica questione di diritti (“Voglio accogliere i migranti non per buonismo, ma perchè è un diritto dell’umanità”) e la battaglia si sta perdendo perché la si sta combattendo sul terreno sbagliato: il terreno giusto è, per l’appunto, quello del diritto.

 

 

La seconda è sulla sovranità tecnologica. Sarebbe interessante indagare se, nei termini pratici, c’è spazio per l’implementazione delle piattaforme conviviali. A me appare abbastanza chiaro che se “uno strumento è conviviale quando può essere liberamente manipolato e adattato ai bisogni di chi lo usa, non è sottoposto a un controllo centralizzato e può essere usato da tutti e amplifica la creatività di ognuno”, allora lo strumento conviviale realizza la sovranità tecnologica.

 

Passiamo ora ad esaminare la pratica reale. Cosa possono fare le città per favorire la transizione verso un modello di Smart City non neoliberista? Questo l’esordio di Francesca Bria:

  1. Creare un programma per le città dei beni comuni e la produzione cooperativa, e farne un punto di riferimento globale;
  2. Far finire le privatizzazioni e promuovere la ri-municipalizzazione di servizi e infrastrutture fondamentali;
  3. Ridurre i costi dei servizi di base (diritto alla casa, trasporti) per andare incontro alla fasce più deboli della popolazione;
  4. Costruire modelli economici basati sull’analisi di dati in tempo reale e modelli per prendere decisioni anche con l’uso della democrazia partecipativa;
  5. Promuovere organizzazioni cooperative;
  6. Istituire un reddito di base per lottare contro la povertà;
  7. Creare “City Data Commons”: i dati generati e condivisi dalla popolazione nel contesto dei servizi pubblici non possono essere proprietà di alcun operatore privato.

 

Questo il “monito” di Francesca Bria prima di passare all’impressionante carrellata di buone pratiche e casi di studio: “introdurre tecnologie nell’ambiente urbano non vuol dire semplicemente dotare la città di sensori, connettività e dispositivi tecnologici.” Occorre essere più ambiziosi: le sfide devono essere di lungo periodo e – ripetendo uno degli argomenti del suo “eptalogo” occorre far partecipare i cittadini alle decisioni.

 

 

Ecco quindi le aree di azione presentate nell’ultima parte del manuale:

  • City data commons(Barcellona, Amsterdam, Helsinki, Parigi): gestione decentralizzata dei dati
  • Appalti Pubblici, Etici, Sostenibili, Innovativi(Barcellona): uso strategico delle risorse pubbliche, trasformazione ambientale, accesso delle PMI agli appalti pubblici
  • Controllo pubblico delle piattaforme digitali(Mosca, Boston, New York, San Francisco, Amsterdam, Barcellona): contrasto alla discriminazione algoritmica, controllo dei dati urbani, infrastruttura pubblica dei dati, piattaforme di gestione dei dati locali aperte e decentralizzate, controllo delle piattaforme digitali, economia digitale
  • Infrastrutture digitali metropolitane alternative e decentralizzate(New York, San Francisco, Barcellona, Londra, Helsinki, Amburgo, Berlino): banda larga, wifi pubblico, coinvolgimento dei cittadini nella progettazione delle infrastrutture stesse, municipalizzazione delle reti energetiche
  • Modelli Cooperativi di gestione dei servizi(Seul, California, Amsterdam, Barcellona, Milano, Berlino, Amsterdam, Detroit, New York, Shenzen): imprenditoria sociale, piattaforme cooperative, artigianato urbano e produzione locale sostenibile
  • Innovazione dal basso(New York, Barcellona, Berlino): il settore pubblico che guida l’innovazione che, quindi, diventa locale; utilizzo di strumenti quali il crowdfunding
  • Ripensare le logiche del welfare: le monete digitali locali(Stati: Kenya, Canada, Finlandia, Olanda, Svizzera; Città: Oakland, Utrecht, Livorno, Glasgow, Barcellona): reddito minimo garantito e utilizzo di valute digitali locali (le valute digitali locali, sostiene la Bria, rafforzano l’economia locale e riducono la dipendenza delle soluzioni locali dal sistema finanziario
  • Democrazia Partecipativa digitale e nuovi diritti(Madrid, Barcellona, Porto Alegre, Parigi, Reykiavik): coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali, modelli ibridi democrazia diretta – democrazia rappresentativa

 

Un elenco, quello che avete appena letto, che rappresenta solo una traccia che si raccomanda caldamente a tutti, ma soprattutto agli studiosi e agli amministratori, di approfondire con grande cura, ma dentro il quale, ci sono senza dubbio, a nostro personale avviso, molte delle soluzioni a buona parte degli attuali – scusate l’enfasi – problemi del mondo.

 

Grazie dell’attenzione e Buon lavoro a tutti!

 

 

 

Marco Dal Pozzo

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The New’s room cerca giornalisti, videogiornalisti, fotografi e un illustratore.

 

The New’s room sta selezionando giornalisti, videogiornalisti, fotografi e un illustratore per l’inserimento nella nuova REDAZIONE UNDER 35.

 

Per candidarsi alle posizioni aperte  http://the-newsroom.it/contest/

link: qui

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Tirocinio retribuito al Comitato delle Regioni: aperte le domande per la sessione autunnale 2019

Il Comitato delle Regioni offre l’opportunità di svolgere un tirocinio retribuito presso le proprie strutture di Bruxelles. Fino al 31 marzo è possibile presentare la domanda per la sessione autunnale, che va dal 16 settembre al 15 febbraio.

 

Caratteristiche del tirocinio

  • durata di 5 mesi,
  • tempo pieno (40 ore alla settimana)
  • pagamento a fondo perduto di 1170 EUR. L’alloggio non è incluso ma sono previsti alcuni benefit come ad esempio lo sconto del 50% sui biglietti dei mezzi di trasporto e l’assicurazione contro gli infortuni.

 

Chi può presentare la domanda

  • cittadini dell’UE ( o di uno Stato candidato ufficiale per l’adesione),
  • laureati universitari che hanno completato un diploma completo entro la data di chiusura per le domande e con ottima conoscenza di una delle lingue ufficiali dell’UE e conoscenza soddisfacente del francese o dell’inglese.

La preselezione e le interviste sono previste a maggio, mentre la selezione avverrà a giugno.

 

 

Per candidarsi e per avere ulteriori informazioni, link

info: qui

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