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Grazia Deledda – Colomba

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Antonio Azar e il suo antico amico Efes Mulas, ora farmacista e riccone, avevano deciso di passar una notte in campagna. Efes era cacciatore; Antonio letterato; entrambi figli di pastori, avevano trascorso l’infanzia sull’altipiano, fra i pascoli e le macchie, e serbavano un profondo sentimento della natura, un modo forte di sentire che nel Mulas confinava con la rozzezza.
Una sera d’agosto i due giovanotti s’avviarono verso l’ovile del padre di Azar: Efes vestiva la sua solita giacca da cacciatore, e aveva il fucile, sebbene la caccia fosse ancora proibita; Antonio indossava un vecchio abito nero che lo rendeva più piccolo e brutto del solito. Il suo volto era terreo, gli occhi cerchiati e foschi.
Oltrepassato un viottolo, stretto da due siepi di rovi verdi picchiettati di more ancora rosse, i due amici presero la via dell’altipiano. Il sole era tramontato, un vastissimo cerchio di purissimi orizzonti circondava il paesaggio; montagne violacee tagliavano coi loro nitidi profili l’occidente roseo: ad oriente la linea d’argento livido del mare lontano. Nella bassura, il villaggio moresco, coperto di noci e di pioppi, s’assopiva già nell’ombra, al mormorio del ruscello che lo attraversava; davanti stendevasi e dileguava la pianura alta, ondulata. Campi di stoppie gialle luccicavano come stagni d’oro nella luminosità del tramonto; e là in fondo, là in fondo, dietro quelle linee d’oro, si inoltrava il regno delle macchie, l’altipiano sconfinato, la brughiera solitaria, quel sogno di solitudine primitiva per il quale Antonio Azar era venuto, con la speranza di tuffarvisi come in un bagno, per dimenticare o per lenire il suo dolore.
– Finora non ti sei che annoiato – gli disse il Mulas quasi seguendo il segreto pensiero dell’amico.
Antonio roteò in aria il bastone, lo lanciò in alto e lo riprese a volo.
– Bravissimo – disse l’altro, seguendo con gli occhi il giuochetto. – Mi vien quasi voglia di farlo anch’io.
– E prova – rispose Antonio, porgendogli il bastone. Ma l’altro lo respinse.
– E via, io sono cacciatore.
– Che importa? Non vuoi provare perché non lo sai.
– Dammi! Uno, due, tre.
Il bastone cadde lontano: i due amici si slanciarono assieme per raccoglierlo, ridendo come bimbi. Ma l’Azar percepì tosto questo momento d’incoscienza infantile, e si rattristò ancora di più: il volto gli si fece quasi livido, e gli occhi corsero all’orizzonte, tetri e smarriti.
– Che triste visione egli vede? – pensò il Mulas, fissandolo. Ed ebbe il desiderio di dirgli qualche cosa che potesse distrarlo, ma non seppe trovar nulla, suggestionato dalla tristezza di Antonio. Per qualche momento tacque avvilito, poi ebbe l’infelice idea di ricordare l’infanzia.
– Ricordi questo? Ricordi quest’altro? – Antonio sorrideva a fior di labbro, un po’ ironico, e taceva.
– Vedi, io credo che tu abbi sbagliato carriera: medico dovevi farti, te l’ho già detto. Medico condotto; ed io farmacista! Figurati come saremmo stati bene felici assieme; e poi tu sindaco ed io assessore, o magari io sindaco e tu assessore: fa lo stesso.
– Per me, non dico, – rispose Antonio, – forse era meglio ritornar qui e seppellirmi, e incretinirmi; ma tu sei ricco, tu bello, tu simpatico, tu allegro. Il mondo era tuo, mentre…
– Mentre che cosa? Prego di credere! Io non mi sono seppellito né incretinito. Tutto, vedi, è relativo, e la gioia è dove la si sa pigliare. Cosa sei tu nel mondo? Sei tu forse più felice di me?
– Io sono povero – disse amaramente Azar. – E il mondo non è dei poveri, dei brutti, dei taciturni: è questo che volevo dire.
Efes Mulas sentì tanta accorata tristezza nella voce di Antonio, che ebbe quasi rimorso di esser ricco e contento. Inoltre siccome aveva un’invincibile curiosità di sapere perché Antonio soffriva, giudicò opportuno il momento per domandarglielo.
Camminavano per un sentiero tracciato fra le stoppie; la luminosità della sera rendevasi sempre più rosea e vaga; qua e là fra i cardi fioriti di grandi stelle violette si udiva il trillo di qualche grillo che taceva un momento al passar dei due amici.
– Eppure io qualche volta ti ho invidiato, – disse Efes che precedeva Antonio, – dicevano che facevi carriera, che ti divertivi -. Antonio lo guardò alle spalle e non rispose. L’altro volse un po’ il capo, e disse, esitando:
– E del resto non ti sposi con una ragazza bella e ricca e che ami? -. Antonio gli fissò gli occhi in volto, con uno sguardo d’odio, ed ebbe voglia di battergli il bastone sul capo. Ah, egli era venuto per dimenticare, per non sentire più nella solitudine dell’altipiano, quel nome, quella cosa che lo straziava, ed ecco che lo spettro sorgeva ancora.
– Io non mi sposo! – disse.
Il suo volto s’irrigidì, gli occhi presero tale espressione d’indifferenza che il Mulas si sentì quasi offeso. Proseguivano a camminare silenziosi: Antonio tolse il cappello e lo mise sulla punta del bastone tenendolo alto. Era agitato, nervosissimo; avrebbe voluto prendere qualche cosa e spezzarla coi denti.
In quel punto sopraggiunse una fanciulla paesana, sottile, pallida, con grandi occhi neri, la fronte un po’ bassa e il profilo pronunziato, ma soave e purissimo.
Secondo il costume del paese teneva un corsetto di panno giallo e la gonna corta. Sul capo coperto da un gran fazzoletto di lana, scuro, recava un involto. Andava svelta e rapida come una gazzella, e questo fu appunto il paragone che fece il Mulas nel fermarsi a guardarla con avidi occhi.
La fanciulla passò oltre.
– Buona sera, Colomba; bada che qualche astore non ti piombi addosso – le disse il Mulas, sempre fissandola.
Ella non si volse, ma rispose spiritosamente:
– Ella è sì buon cacciatore che non ci sono più astori da queste parti.
– Eh, no, ora ne è venuto uno di lontano.
– Come è fatto? – gridò Colomba, sempre più allontanandosi.
– Voltati un po’ e lo vedrai.
– Io non mi posso voltare, ma lo vedo lo stesso. Non è un astore, è un pulcino.
– E fra la stoppia anche! – disse Efes ridendo. Antonio non diceva parola, ma anche egli guardava acutamente la bella figura della fanciulla, che s’allontanava sempre più, disegnata sullo sfondo luminoso del sentiero.
– Tanti saluti a zio Martino, e tanti saluti a compare Petru Loi: stasera verremo a trovarvi.
La ragazza non rispose più.
– Chi è? – domandò Antonio.
– Bah, tu non la conosci? È tua vicina di casa e d’ovile, Colomba Colias.
– Ah, Colomba Colias! Si è fatta bella.
– Bellissima. Guarda come è ben fatta: quando solleva le braccia sembra un’anfora d’oro (Antonio sorrise beffandosi del paragone). La famiglia le vuol dare per isposo Pietro Loi, il padrone delle greggie delle quali zio Martino è pastore-socio, ma lei non è contenta.
– È vecchio?
– Chi, Pietro? Avrà quarant’anni.
– È ricco?
– Credo. Eh, sì, ha qualche cosa: è fratello di Franzischeddu Loi, quello che l’anno scorso…
Efes continuò a parlare, ma dopo la parola «scorso» Antonio non udì più nulla. Era ricaduto nei suoi pensieri.
Dopo che era giunto in paese egli pareva s’interessasse ad ogni più piccola cosa: domandava di questa e di quell’altra persona, della vita e degli avvenimenti del villaggio, ma spesso non badava alle risposte che gli davano, e dimenticava subito quanto aveva udito. Spesso ripeteva le sue domande, e dimenticava ancora.
Intanto la figurina gialla e bruna di Colomba era scomparsa dietro le macchie. Qualche paesano a cavallo passava, tornando verso il paese, e salutava rispettosamente i due signori.
La sera calava, Venere brillava sul cielo puro, e il sottilissimo anello d’argento della luna nuova volgeva giù verso i monti violacei dell’orizzonte.
I grilli cantavano: si respirava l’odore aspro delle macchie di cui tutto il paesaggio, a perdita d’occhio, appariva coperto. In lontananza brillavano fuochi di pastori; e risuonavano tintinnii di gregge.
Antonio Azar sentiva una pace improvvisa calargli sul cuore: si trovava finalmente in quel regno di solitudine, tanto agognato durante i giorni dolorosi della città. Qui la natura era primitiva: il vasto altipiano sparso di macchie e di alberi selvatici veniva attraversato solo dagli abitanti del paesello, dediti esclusivamente alla pastorizia.
L’ovile degli Azar distava circa un’ora dal paese, e i due amici vi giunsero quando la luna nuova al tramonto illuminava appena le creste delle montagne lontane.
Intorno all’ovile, sulle capanne, sulle siepi, sulla vasta spianata chiusa da roccie fosche, e più in là sulla brughiera, il giorno moriva.
Antonio ricordò d’aver pensato ad un crepuscolo simile ed alla selvaggia purezza di quel paesaggio, una notte, in teatro, nel palco della sua fidanzata, alla luce sfacciata di centinaia di lampade, davanti ad un cerchio di donne seminude. Ed ora invece, ora che si trovava lassù, smarrito nella pura solitudine crepuscolare dell’altipiano natio, egli ebbe una straziante nostalgia di quel teatro, di quei lumi, di quel palco, un desiderio angoscioso di ritrovarsi vicino alla fanciulla dalle pure spalle ignude, alla sua Maria inesorabilmente perduta per lui.
Attraversò la spianata immerso in questo sogno angoscioso. Efes Mulas fischiò; i cani abbaiavano rabbiosamente. E nell’apertura della capanna apparve un uomo piccolo e nero, dal profilo e gli occhi d’aquila: lunghi capelli neri gli cadevano sino al collo, incorniciandogli il volto raso.
Era il padre di Azar.
Egli sapeva della venuta del figlio e del Mulas; aveva quindi preparato una cena abbondante, di latticini, carne, frutta e miele.
– Tacete! – gridò ai cani: e i cani tacquero. – È mio figlio, che diavolo! Il professore! E poi c’è Efes Mulas riccone e cacciatore, che si degna visitare l’ovile del povero Giacobbe Azar. Muovete dunque la coda, cani rognosi.
E i cani, niente offesi dell’ultima ingiuria, cominciarono a far festa.
– Buona sera, zio Giacobbe; come state? Chi c’è la dentro? Chi vedo? Zio Martinu Colias? E vostra figlia Colomba? La lasciate così sola nell’ovile? Ah zio Martinu, cosa fate voi?
– Cosa, cosa? Buona sera signor Efes, buona sera signor Antonio; io sono venuto qui per prepararvi l’arrosto, per farvi l’insalata, per tenervi allegri – rispose zio Martinu. Era un uomo alto, selvaggio, con gli occhi obliqui, i capelli intricati, e due grandi baffi rossi che gli spiovevano a uncino sul mento.
– Abbiamo davvero visto Colomba: correva, portava sulla testa un involto -. Il Colias allora disse:
– Quando è così io vado.
– Tu vai? E non resti a cena, vecchio falco, che il diavolo ti roda il mento? Queste non son figure da farsi! Va, ma torna qui, subito, con tua figlia.
Il Colias nicchiava: voleva andarsene, ma non tornare.
– Oh che temi? – gridò zio Giacobbe. – Temi che la rubino al tuo Petru dagli occhi cisposi? O che pensi che Efes Mulas o mio figlio professore possano guardarla? Va, va; noi siamo servi e loro sono signori. Va.
E lo spinse per le spalle.
Zio Martinu andò, e ritornò poco dopo con Colomba, che veniva appunto per cercarlo nell’ovile degli Azar.
– Ah, tu venivi qui, Colomba mia? – le disse zio Giacobbe, prendendole le mani. Sapevi che c’erano dei giovanotti signori? Ti piacciono, eh? È inutile che tu li guardi, però: essi non sono per te; essi non vogliono sposare gonnelle di ruvido orbace, ma sottane di seta. Sta in guardia, Colomba mia; se ti guardano e tu china gli occhi, e vieni a dirlo a zio Giacobbe, ché li bastonerà.
– Voi siete matto; lasciatemi! – ella diceva, cercando di svincolarsi, eppur facendo la graziosa. – Io non guardo nessuno, zio Azar.
– Ah, tu guardi Petru Loi dagli occhi cisposi? È quello lì che vuoi? E perché lo vuoi? Perché ti vendi per quattro pecore tignose ch’egli ha?
– Finitela, compare! – disse zio Martinu, seccato.
I due amici, intanto, non cessavano di guardare Colomba. Ed ella, invece di turbarsi, cominciò a scherzare con loro, rispondendo con vivacità ai loro complimenti; ed intanto aiutava a preparar la cena, che riuscì lietissima. Sedettero tutti fuori, nella spianata, sopra sacchi di lana stesi come tappeti, e cenarono alla luce di una lampada di ferro appesa ad un ramo sporgente della capanna. La notte era così calma che la fiamma della lampada neppur tremolava. Quella luce vaga descriveva appena un semicerchio rossastro sulla spianata, illuminando le figure caratteristiche dei pastori e la pura bellezza di Colomba. Antonio credeva di sognare: mangiò poco, ma bevette assai, ed a poco a poco una dolcezza strana gli intorpidì le membra ed i pensieri.
– Sono ubriaco? – pensava. – No, non ho bevuto troppo. È la dolcezza del luogo e dell’ora. O Antonio Azar, senti l’odore della brughiera, la forte dolcezza della natura, madre benefica e sincera? La vita è ancora bella: io ho sbagliato via, dovevo farmi pastore, innamorarmi di questa fanciulla pura e sana, che sembra un cammeo egiziano. Qui tutto è sincero. Ella mi guarda perché le piaccio, e le piaccio non per il mio ingegno, come piacevo all’altra, ma per me stesso, per i miei occhi, per la mia bocca, per la mia voce. Forse non sono brutto come credo. Ella potrebbe guardare Efes Mulas, eppure guarda me; ed io ne provo dolcezza. Che ci sarà entro la sua anima semplice e selvaggia? È vivace, Colomba, è intelligente. Ah, dopo essermi smarrito nei labirinti di un’anima di fanciulla moderna, che mi ha tradito perché doveva far così e non altrimenti, vorrei penetrare in quest’anima primitiva e sana. Un tempo le paesane mi facevano ribrezzo; mi pareva avessero un odore selvatico, nauseabondo; ma Colomba è pulita, è bianca, e ben calzata; ha un odore di timo. Vorrei andar con lei, su quelle roccie, davanti all’orizzonte cinereo della brughiera, fra il melanconico tintinnio delle greggie pascenti, fra i cespugli aromatici, e sentire cosa dice, Colomba, come spiega, come comprende la vita, e come ama.
Così pensando la guardava fisso, con occhi quasi ardenti; ed ella se ne accorgeva e lo corrispondeva con sguardi pieni di languore, che certo non erano tutti di civetteria rusticana.
I due pastori, che bevevano e mangiavano a più non posso, si bisticciavano, col loro linguaggio figurato, e discutevano a proposito di Petru Loi dagli occhi cisposi, non accorgendosi che la fantasia di Colomba vagava in un campo pericoloso.
Ma se ne accorgeva il Mulas, e sebbene Colomba gli piacesse oltre il necessario, rallegravasi in cuor suo che piacesse anche ad Antonio.
– Egli potrà svagarsi – pensava; – povero diavolo, è così melanconico.
– Dimmi, dimmi, – diceva a Colomba, avvicinandole il volto all’orecchio, – andremo alla festa del Miracolo, eh? Ti porterà in groppa al suo cavallo Antonio Azar, e tutte le ragazze morranno d’invidia, vedendoti con un professore.
– Io andrò sola sul mio cavallo, – rispose Colomba; – non farò morire d’invidia nessuno.
Poi domandò ad Antonio se nella città, ove egli viveva, gli uomini usavano cavalcare e se le donne andavano in groppa ai loro cavalli.
– No, – disse egli, ridendo acremente, – ma son le donne che si servono degli uomini come di cavalli, e li domano anche se essi sono fieri come puledri.
– Oh, oh!
– Perché ridi? – disse Efes Mulas. – Eppure è così.
– Non rido per questo, – ella rispose con brio, – ma perché quell’usanza c’è da per tutto, quando la donna è buona domatrice.
– E tu saresti una buona domatrice!
– Io? Più delle altre.
– Vuoi provare?
– Con lei non ne vale la pena.
– No, con Antonio Azar…
Ella arrossì lievemente e chinò gli occhi sotto l’ardente sguardo di Antonio.
Appena finita la cena zio Martino si alzò, e disse alla figlia:
– Andiamo.
– Ora che avete bevuto e mangiato, ora che ci avete rosicchiato le ossa, ora ve ne andate – gridò zio Azar, che era quasi brillo. – Rimanete qui a passare la notte, altrimenti non vi guardo più in faccia.
Ma zio Martino, sebbene anch’egli brillo, guardava torvo i due giovanotti, e insisté finché Colomba non si alzò.
– Addio, – ella disse, scotendosi lievemente le vesti, – andate a caccia e divertitevi assai.
– Se potessimo incontrare una colomba! – le sussurrò Antonio. – Verrò a trovarti in paese, bellina.
Il pastore e la figlia se ne andarono, e appena furono un po’ lontani, zio Martino disse ferocemente:
– Io lo accoppo un giorno o l’altro quell’Efes Mulas, e se tu gli dai ascolto, ti prendo per i capelli e ti trascino per terra come una scopa.
– Io non penso a lui! – ella rispose: e la sua voce risuonò forte e fiera nel silenzio della notte.
Intanto i due amici vagarono per la brughiera, parlando di Colomba.
– È una ragazza colla quale io mi divertirei volentieri – diceva Efes. – Ma più conveniente è per te: io ne conosco tante altre. Tu l’hai vicina di casa, dove sta sola con la nonna sorda; ed inoltre puoi vederla spesso da queste parti, ov’ella viene quasi ogni giorno per portare i viveri al padre. Divertiti, stupido: perché guardi così le stelle? Esse si ridono dei poeti e dei sognatori. La vita è breve, ma si può goderla anche nei paeselli, Colomba…
– Taci! – interruppe aspramente Antonio. – Non tutti nascono per divertirsi.

Eppure Colomba gli piaceva. Egli la incontrava spesso, in paese e in campagna, e più d’una volta fecero assieme la strada dal villaggio all’ovile.
Colomba gli raccontava le sue pene:
– Vogliono ch’io sposi Petru Loi, ma io non lo voglio; mio padre e i miei zii minacciano di bastonarmi, ma del resto non lo faranno mai perché mi vogliono bene, e perché io poi non mi lascio bastonare: eh, eh, per me non ci vogliono gli occhi cisposi di Petru Loi!
– Che occhi dunque ci vogliono?
– Due occhi che sembrano due stelle.
– Allora neppure i miei, Colomba?
– I suoi stanno più in alto delle stelle, e non possono abbassarsi fino a me.
– Chi lo sa, Colomba? – egli diceva, tentando di prenderle una mano.
Ma ella si allontanava, fiera.
– Mi lasci, signor professore, mi lasci andare per la mia via: io non faccio per lei, né lei per me. D’altronde lei ha la sua sposa.
Bastava quest’accenno perché Antonio si gelasse e diventasse fosco: e Colomba ne provava gelosia.
Spesso andavano assieme senza incontrare anima vivente nei sentieri dell’altipiano.
Qualche volta tornavano anche assieme, all’aurora, attraverso le macchie, attraverso i campi gialli di stoppie e di asfodelo secco, a cui l’oriente roseo dava riflessi rosei. Il cielo era fresco e puro; un soffio di brezza, profumato dai cespugli aromatici, passava sull’altipiano; le quaglie cantavano fra le stoppie, e nugoli di uccelli volavano trillando e frusciando da una macchia all’altra. Era un quadro mirabile, sul quale Colomba s’ergeva luminosamente.
Antonio non si saziava di guardarla; e avrebbe voluto innamorarsene sul serio, ma molte ragioni ne lo distoglievano.
La sua prudenza però non impediva che Colomba si scaldasse per lui: ed egli ne provava un acre piacere. Ogni volta che ella andava all’ovile, anch’egli passava la notte in campagna.
E cominciò a menare una vita abbastanza selvatica, mangiando coi pastori e dormendo spesso all’aperto.
Ma invano cercava compiacersi di quella vita, i cui disagi non erano abbastanza ricompensati dalla poesia selvaggia della solitudine. Forse anche non si prestava la stagione, sebbene le ore che egli passava nella brughiera fossero le meno calde.
A momenti, è vero, egli inebriavasi di solitudine, di silenzio, e della pace delle notti lunari che lassù erano indescrivibilmente belle; ma era una ebbrezza triste, sconsolata. Gli pareva che un sogno di morte gravasse sull’altipiano, e che egli solo vivesse e vagasse, anima errante, entro quel cerchio di orizzonti argentei e luminosi, infiniti e irraggiungibili come i sogni che egli aveva avuto nei dì felici.
Voci arcane vibravano nella notte; ma il canto eguale del cuculo, le cui note cadevano come lacrime, il trillare dei grilli, le campanelle delle greggie, infine tutte le voci della notte avevano una cadenza di suprema tristezza.
Egli si sentiva accorato e vinto: pensava sempre a Maria la sua ex-fidanzata, al dolore che ella gli aveva dato, e gli pareva che il passato tutto fosse un sogno, dal quale egli erasi svegliato ad una ben triste realtà.
Intanto Colomba cominciava a commettere per lui qualche piccola pazzia. In paese ella andava in casa Azar ora con una scusa, ora con un’altra. Avvertiva Antonio quando doveva recarsi all’ovile, gli faceva qualche regaluccio; fra le altre cose gli donò un fazzolettino ricamato da lei; e il ricamo abbastanza primitivo, ma assai espressivo, rappresentava una colomba col petto trapassato da una freccia.
Egli accettava sorridendo i doni della fanciulla, ma li poneva da parte con discreta noncuranza, e in certi momenti guardava Colomba con occhio diffidente.
– Che questa creatura primitiva sia come tutte le altre? – pensava. – Che anch’ella sia una civetta, e che osi sperare in me un marito? Io sono brutto, ed ella non può guardarmi e stimarmi per la mia intelligenza, come l’altra. Colomba può bene innamorarsi di Efes Mulas che è bello, ma forse ella si guarda bene dal pensare a lui perché sa che egli non la sposerebbe mai. Che mi creda un allocco? Perché parlo poco, perché ho un esteriore così umile, ella spera di tirarmi nella sua rete? È furba la paesanina, e tutte le donne sono eguali; ma vediamo dunque come andrà a finire. Voglio studiarla, questa figlia delle macchie, voglio vedere se ha qualche affinità con quell’altra.
Così anch’egli cominciò ad andare in cerca di lei; ma quando le stava vicino provava uno strano sentimento di dolcezza, e invece di studiar Colomba si lasciava cogliere dal fascino che indiscutibilmente la fanciulla esercitava su tutti gli uomini che l’avvicinavano.
Ella parlava bene, era briosa, arguta, savia. I suoi occhi splendevano quando guardavano Antonio, la sua bocca sembrava una rosa.
Ella era tutt’altro che ingenua, ma dalla sua malizia sana e sincera e dai suoi discorsi, come da tutta la sua persona, emanava un profumo di macchia, selvaggio e inebriante.
– S’io fossi rimasto in paese! – un giorno le disse sinceramente Antonio. – Avrei anch’io fatto il pastore e ti avrei sposato, Colomba!
– Chissà però se io avrei voluto.
– Ah, è vero. S’io fossi stato pastore tu non mi avresti guardato. Mi guardi ora, perché sono professore.
– Vero – ella rispose, senza capir bene quello che diceva.
– Come quell’altra! – pensò Antonio, e volle colpirla.
– Ma sai tu cosa vuol dire esser professore?
– Sicuro che lo so. Professore è un uomo istruito, che sa molte cose, che conosce le stelle, le erbe, tutti i fatti che sono accaduti da quando fu creato il mondo; e… che pure è come tutti gli altri uomini… – ella concluse con un fine sorriso di ironia.
– Tu hai ragione, Colomba; ma tu non sai una cosa: che un pastore ti può sposare, e un professore no.
Ella impallidì, d’umiliazione, e fu per rispondere vivacemente; ma fu vinta subito da un profondo accoramento; capì che Antonio aveva ragione, e disse solo:
– Lo so.
– Tu lo sai! Come lo sai?
– Io non sono istruita.
– Tu lo sai! – egli ripeté, un po’ stupito. – E allora perché mi vuoi bene?
– Chi le ha detto che io le voglio bene?
– Tu.
– Io? E come?
– E come? Con gli occhi! Come vuoi tu che un professore, che sa tutti i fatti accaduti dopo la creazione del mondo, non si accorga quando una donna gli vuol bene?
Colomba non rispose.
Questo discorso avveniva, al solito, mentre i due giovani si recavano agli ovili. Era di settembre, poco più di un mese dacché Antonio aveva conosciuto Colomba. Faceva ancora molto caldo, ma un acquazzone aveva purificato l’aria e rinfrescato la campagna. Le stoppie e le macchie, lavate dalla pioggia, lucevano e odoravano più del solito; l’orizzonte era trasparente, e il mare lontano appariva come una linea violetta, sulla quale gli acuti occhi dei pastori scorgevano l’ala di qualche veliero.
– Stanotte ci sarà la luna piena – disse Antonio, guardando verso il mare. – L’hai veduta tu qualche volta sorgere di là?
– Sì.
– E cosa ti sembra?
– È rossa come fuoco. Sembra una grande melograna.
– Senti, Colomba. Vieni stasera fuori dell’ovile; vedremo la luna sorgere dal mare.
– No.
– Perché no? Perché non vuoi venire?
– Perché mi fa questa domanda? Sono io forse una bimba di cinque anni?
– Dunque non vuoi venire?
– Anche se lo volessi, mio padre mi ammazzerebbe se lo sapesse.
– Tuo padre! Ma non sa già che veniamo assieme e torniamo assieme? Non mi hai detto che anzi è contento ch’io ti faccia compagnia?
– Sì, perché crede che lei si sposi presto, e non teme per me.
– Sei dunque tu che temi?
– Io? – ella disse, ridendo d’un riso forzato. – Io non ho paura di nessuno. Ma capirà che andar di giorno assieme per una strada è altra cosa che trovarci soli di notte per la campagna deserta.
– Colomba, queste sono sciocchezze! Che male può esserci? Che male posso io farti? Bada, io verrò verso il muro della tanca al sorgere della luna. Vieni.
– M’aspetti pure! – diss’ella ridendo ironicamente. – Starà fresco!
Si separarono quasi nemici, ma al sorgere della luna Antonio si trovò accanto alla muriccia della tanca, quasi certo in cuor suo che Colomba sarebbe venuta al convegno.
La notte era limpidissima, silenziosa; sul confine del cielo splendido come una lastra d’argento, saliva lentamente la luna. Qualche cosa di solenne e di arcano era in quella notte luminosa e dolce: le pietre, le macchie, la linea chiara delle stoppie, i profili azzurri delle montagne delineati sui vaporosi orizzonti, tutto l’altipiano infine e tutto il panorama parevano assorti in un sogno di pace suprema, sotto il cielo purissimo.
Sulle prime Antonio si rattristò, come sempre, sentendosi solo in quella infinita solitudine.
Tuttavia pensò:
– Tutti gli artisti si rallegrano allorché si trovano davanti alla natura semplice e pura. Io mi rattristo, invece, nel trovarmi solo, qui, mentre ho sempre sognato la solitudine, la vita campestre; mi pare che tutto sia morto intorno a me, e ch’io solo viva, anzi, che sia morto anch’io… Ma ecco là Colomba! O non è lei? Viene una persona dal sentiero, ecco: è lei, è lei! No, è un pastore: no, è lei, proprio lei!
Socchiuse gli occhi e rimase immobile, un po’ curvo sul muro.
– È Colomba, è Colomba! – pensava. E stupì nel sentirsi battere il cuore.
Lo assalì un impeto di gioia; avrebbe voluto slanciarsi incontro alla fanciulla, ma ebbe paura di farla retrocedere, e attese quasi ansiosamente.
– Viene! – intanto diceva a sé stesso. – La farò sedere vicino a me, chiacchiereremo. Ella sa dire tante cose graziose, è bella, mi vuol bene. La farò sedere vicino a me.
In verità, il suo pensiero non andava oltre; nessuna idea di conquista gli attraversò la mente.
Colomba venne vicino al muro. Sempre timoroso che ella fuggisse, Antonio si rizzò cautamente, dicendole con voce dolce:
– Buona sera, Colomba: vai a prendere il fresco?
– Ella è lì signor Azar? Che cosa fa? – ella disse con voce sicura e forte.
– Ti aspettavo – rispose egli rinfrancato.
– Ma io non sono venuta per lei.
– Lo so, ma giacché ci sei, aspetta: chiacchiereremo un po’. Cosa fa tuo padre?
– Che importa a lei? Ha paura?
– No, perché non voglio farti del male. Perché dovrei aver paura?
– Buona notte – ella disse, accennando ad andarsene.
Ma Antonio saltò agilmente il muro, la rincorse, la prese per la mano, e la costrinse a sedere su una roccia.
Ella era pallidissima, e teneva il capo avvolto in una benda. Antonio la guardava e gli pareva di aver veduto una statua somigliantissima a lei: dove? Quando? Non ricordava bene.
– Perché tremi, Colomba? – le disse, cominciando anch’egli a commuoversi. – Hai paura? Io ti voglio tanto bene.
Ma subito pensò:
– Perché le dico questo? A che scopo? Perché turbarla, o meglio perché lusingarla?
Ma Colomba sembrava più turbata che lusingata, e la sua mano tremava entro quella di Antonio. E poco a poco il suo turbamento parve, per mezzo di quel tremito, comunicarsi al giovane.
– Io ti rassomiglio ad una statua – cominciò egli a dirle. – Non ricordo dove, mi pare in un museo, ho veduto un volto simile al tuo, così avvolto in una benda. Tu sei bella ed io ti voglio bene, Colomba. Tu pure mi vuoi bene, non è vero? Suvvia, dimmi qualche cosa, dolcezza mia.
Ella non rispose, e chinò il volto. Antonio la guardò e si chiese con sincera angoscia:
– Che cosa faccio io? A che scopo? Non sono un vile?
– Parla, Colomba – disse, sollevandole il volto. – Dimmi qualche cosa.
Ella aprì la bocca, forse per dire qualche calda frase di amore, ma egli, che la guardava attentamente, proruppe:
– Ora mi ricordo! È un busto, nel museo di Napoli.
Il volto di Colomba si oscurò: ella capì con la sua intuizione selvaggia e gelosa, che la mente di Antonio non era completamente assorta in lei, e disse:
– Io dovrei andarmene, Antonio Azar, perché tu vuoi trastullarti con me…
– Che ti salta in mente! – egli esclamò, facendo atto di trattenerla.
– No, – ella disse, sorridendo, – rimango ancora un po’, non temere, non me ne vado. Altrimenti non sarei venuta. Cosa vuoi? È il mio destino! Io so, e tu stesso me lo hai detto, che non può esserci alcun legame fra di noi, eppure io penso sempre a te, e mi basta vederti per essere contenta.
– Che mai dici Colomba? È vero, è difficile la nostra unione, perché io sono ancora troppo povero, ma chissà col tempo? Fra qualche anno?
– Né fra qualche anno né mai, lo so. Non lusingarmi, Antonio Azar, e non credere che io parli così per furberia, per strapparti cioè delle promesse, (egli infatti pensava così), ma perché ti voglio veramente bene. Io non ti chiedo nulla, – proseguì Colomba animandosi, – mi basta di vederti, esserti qualche volta vicina, sapere che tu pensi a me. Tu sei un sapiente, io sono una selvaggia ignorante: che può forse il garofano unirsi al fiore del lentischio? Tu sei il mio garofano adorato, tu sei un’aquila, tu sei una nuvola d’oro, ed io voglio morire ai tuoi piedi, Antonio Azar. Basta che i tuoi occhi di stella mi guardino, ed io sono la donna più felice del mondo…
E lo guardava estasiata, con gli occhi lucenti, tutta vibrante di passione.
Intorno, sotto la luna purissima, era un silenzio infinito, un incanto di lontananze, d’ombre, di luci, di profumi aromatici, di frescura.
– Questa è la vita, questa è la sincerità, l’amore, lo scopo dell’esistenza – pensò Antonio.
E in quel momento egli era sincero, felice. Forse risorgeva in lui qualche istinto atavico, forse era il suo amor proprio lusingato dalla cieca passione di Colomba; certo è che in quel momento egli si sentiva innamorato della fanciulla, non solo, ma gli sembrava che non avrebbe più potuto amare una donna civile come amava quella selvaggia.
Per lunga ora della notte rimasero assieme, dicendosi le cose più poetiche e figurate che due innamorati possano dirsi sotto la luna; e Colomba pareva dimentica persino del padre, dell’ovile, del luogo ove si trovava.
Ma Antonio guardava sempre intorno, a sé, allarmandosi ad ogni rumore, e fu egli ad avvertire Colomba che era tempo di separarsi.
Ella se n’andò a malincuore. Rimasto solo, Antonio parve svegliarsi da un sogno. Gli pareva di aver Colomba ancora tutta vicina, e ripeteva fra sé le parole che si erano dette; ma tutto ciò lo lasciava triste. Di nuovo un gran vuoto, una gelida visione di morte si fece intorno a lui.
Il ricordo di Maria, della strana e fine creatura che lo aveva abbandonato, risorse nella sua anima, e non più con rancore, ma con tenerezza accorata. Era come un ricordo nostalgico, d’una dolcezza inenarrabile.
Gli pareva fosse stata lei, la sottile fanciulla, a parlargli d’amore in quella pura notte di luna, nella solitudine dell’altipiano; lei, dimentica di ogni artifizio, buona, appassionata, sincera come Colomba: ed egli s’inteneriva fino alle lagrime.
L’idillio proseguì per tutto l’autunno. Antonio non era molto innamorato di Colomba, ma la cercava, s’inquietava quando non riusciva a vederla, e trovava un po’ di pace stando vicino a lei. Ed ella metteva in opera tutta la sua intelligenza selvaggia per riuscirgli gradita. Mai una parola volgare usciva dalle sua labbra: quando si recava ai convegni con lui era sempre vestita con ricercatezza, calzata bene, ben pettinata, con le mani pulitissime e i denti lucenti. Sul seno poneva mazzetti d’erbe aromatiche che la profumavano tutta, e cerchiavasi il collo con ornamenti di argento e di corallo. Il suo linguaggio amoroso era figurato e appassionato, ma traboccava di sincerità, e piaceva assai ad Antonio.
L’idillio non dispiaceva al giovine professore, ma qualche volta lo turbava.
– Che accadrà? – egli pensava. – Fra poco io devo andar via, ed ella resterà qui ad aspettarmi, a trascorrere invano la sua fanciullezza. Non è una cattiva azione la mia?
D’altronde non vedeva senza dispiacere avvicinarsi la fine della vacanze, e diceva a sé stesso:
– Io me ne andrò, e lascerò tutto ciò che è fresco, sano, sincero, per tornare nella falsità corrotta del mondo. Perché non potrei sposare Colomba e condurla con me? È la sola donna che mi ama e mi amerà sinceramente. Non è povera, non è stupida: che pretendo io? Sono un uomo stanco e finito; credo poco alla passione, alla felicità, ma forse troverei un po’ di pace stando vicino ad una persona che si incaricasse di vegliarmi come un bimbo, di pensare per me a tutte le piccole miserie della vita materiale, di non curarsi d’altro che del mio benessere. E Colomba lo farebbe con entusiasmo.
– È vero, – continuava a pensare, – in tutto questo c’entra un po’ di calcolo, ma tutto è relativo. Questo calcolo, che a Maria sarebbe parso una mostruosità, per Colomba costituisce la maggiore felicità possibile. Ella d’altronde non può neppure immaginare che la moglie possa essere altra cosa che la schiava del marito, specialmente se il marito sarò io.
A misura che ci pensava, il progetto gli sembrava sempre più naturale; però non osava neppure accennarlo a Colomba, e aspettava che l’idea maturasse bene.
Intanto s’avvicinava il giorno della partenza. L’aria s’era rinfrescata, l’autunno spandeva nuovi incanti sull’altipiano: i rovi verdi brillavano di more mature, l’erba rinasceva sotto le macchie. Anche Colomba parve assumere un nuovo aspetto; diventò più dolce, più tenera, più intelligente. Antonio non riusciva a capire come ella potesse venirgli attorno e concedergli spessi e lunghi convegni senza venir mai scoperta dai parenti.
Egli temeva sempre che l’idillio terminasse in dramma, e spesso, stando assieme con Colomba, si guardava attorno spaurito.
– Perché temi? – ella gli disse un giorno. – Se ci scoprissero sarei io sola a soffrirne!…
– Ed è questo che io non voglio.
– Che importa, Antonio Azar? Io per te vorrei essere bastonata, legata, tirata per i capelli. Ti amerei di più.
– Tu forse, – aggiunse con un sorriso un po’ amaro, – tu hai paura che se ci scoprono ti costringano a sposarmi. Non aver paura.
– Tu mi calunni – egli rispose, alquanto offeso. – L’avvenire ti dirà che tu mi calunni!
Ella lo guardò con occhi timidi, quasi spaventata da una visione che l’anima sua neppure osava sognare. E scosse il capo.
– Perché fai cenno di no? Che vuol dire? Credi dunque che io sia un vile? – diss’egli, offeso dalla diffidenza di lei.
– Non è questo, fiore mio, calmati: tu non mi comprendi. Io ti amo troppo, ed è perciò che dico no, no, no. Che farei io davanti a te? Tu sei un sapiente, io sono ignorante, e non potrei esser altro che la tua serva. Ma anche se tu mi dicessi: «Ti tratterò da pari a pari, come se tu fossi la mia prima fidanzata, non avrò vergogna di te, non sarai la mia serva, ma la mia padrona» ebbene, direi sempre no perché ti amo troppo e non voglio fare la tua infelicità.
Egli la fissava meravigliato.
– E se dunque le proponessi di esser soltanto la mia serva?… Che accadrebbe?… – pensò.

– È curiosa, – pensava Antonio Azar, ritornando dall’ultimo convegno avuto con Colomba, – ella è fiera come un’aquila, ma io voglio andare sino in fondo. Forse ella dice di no perché è sicura che io non mi avanzerò: ora io voglio provare.
Andò da suo padre e gli disse che voleva sposare Colomba.
– Andate a chiedere la mano di lei, prima che io parta. Siete contento?
S’aspettava proteste ed esclamazioni da parte di suo padre, ma zio Giacobbe, invece di meravigliarsi e sdegnarsi, si rallegrò al sentire che il figlio professore voleva sposare una villana.
– San Francesco ti aiuti – disse, con le lagrime agli occhi. – Io vado a chiederti la Colomba più bianca della neve; io vi benedico da questo momento, e che possiate avere dodici figli dei quali quello che resterà in più modesto stato sia arcivescovo di Cagliari.
– Eh, non è ora di pensare a ciò, – disse Antonio, sorridendo, – per ora andate a chiedere la sposa.
Zio Giacobbe andò, ed il giovane attese con curiosità la risposta.
I Colias chiesero otto giorni di tempo per dar la risposta.
Il vecchio Azar non se ne meravigliò, perché tale era l’usanza del paese, e fosse pur venuto un principe a chieder la mano della figlia d’un mandriano, i parenti di lei gli avrebbero chiesto una settimana di tempo per decidersi: ma Antonio partì nervoso, inquieto, forse anche un po’ sdegnato, senza aver riveduto Colomba.
– Ella accetterà, – pensava, – altrimenti avrebbe rifiutato subito.
E non sapeva se gli sarebbe dispiaciuto più un rifiuto o una risposta favorevole.
Ritornò in città, riprese le antiche abitudini: e gli pareva d’aver sognato. Si ricordava di Colomba, come di un’apparizione poetica, intraveduta sullo sfondo dell’altipiano, nella solitudine della brughiera: e desiderava che ella restasse sempre così, lontana, fantastica, impalpabile. Che farebbe ella nella città? Strappata dalle macchie natìe, diventata la signora Azar, fra le infinite miserie della vita quotidiana cittadina, ella perderebbe tutto il suo fascino. Antonio pensava così, e desiderava ardentemente che venisse un rifiuto: cominciò a temere il contrario ed a pentirsi della leggerezza con la quale aveva fatto la domanda di matrimonio. Inoltre la città, ogni cosa, ogni oggetto della sua camera, il panorama che godeva dal suo balcone, i libri, i ritratti, le memorie grandi e piccole, gli ricordavano l’antico amore, e lo facevano rivivere nel passato con intensità dolorosa. Ogni notte sognava l’altipiano, le macchie, gli sfondi sereni, ma invece di Colomba vedeva sempre Maria, e aveva con lei lunghi colloqui, confusi, angosciosi, durante i quali provava un gran terrore all’idea che Colomba potesse sorprenderlo con la prima fidanzata.
Finalmente venne la risposta: Colomba lo rifiutava, non solo, ma messa alle strette dai parenti perché si decidesse fra lui e Petru Loi, aveva preferito quest’ultimo.
Antonio impallidì nel leggere ciò. Come un velo gli cadde dagli occhi, e provò una strana sensazione di dolore, di sorpresa, di terrore, come se il rozzo foglio contenente quella notizia gli rivelasse un segreto terribile. Era il segreto, la rivelazione di un’anima forte che sapeva amare, soffrire, sacrificarsi per il suo amore. E davanti alla rivelazione di quest’anima selvaggia, egli, con tutta la sua sapienza, i suoi studî, le sue dottrine, i suoi dubbi, le sue incertezze, si sentì piccolo; piccolo e ignorante; e apprese più da quest’avventura che da tutti i libri fino allora studiati.

Grazia Deledda – Amori Moderni

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Era agli ultimi di febbraio: una sera tiepida e dolce.
La signora e le figliuole del professor Rotta-Torelli, riunite intorno alla tavola ancora apparecchiata, nella saletta tranquilla la cui porta a vetri dava su un giardino incolto, discorrevano col giovane professore Antonio Azar.
A dire il vero, la signora, ancor giovane e bella, ma coi capelli bianchissimi, ascoltava in silenzio, stuzzicandosi i denti e guardando con due vivi occhi neri or l’uno or l’altro dei giovani, a misura che parlavano, senza aver l’aria di capire del tutto le loro discussioni. Ella era figlia d’un capitano piemontese, di quelli che “han fatto la patria”, e che perciò forse non aveva avuto il tempo di curare l’istruzione della figlia, lasciandola crescere nella più completa ignoranza: ella non leggeva mai un libro, e non sapeva se i molti che leggevano le sue tre figliuole fossero buoni o cattivi.
In quel tempo in tutti i salotti d’Italia non si parlava che del romanzo Quo vadis?
– No, – diceva Maria la fidanzata di Antonio Azar, – io non ho letto e non leggerò Quo vadis? Sì, sì, appunto perché lo hanno letto e lo leggono tutti gli imbecilli, tutti gli impiegati, tutti i soldati del Regno di Italia…
Solo allora la signora intervenne.
– Rispetta l’esercito… – disse, senza smettere di stuzzicarsi i denti. – Ricordati che sei anche tu discendente di quei prodi che ci han dato una patria ed un re…
– Ma fatemi il piacere, mamma! Io venero il mio caro nonno, ma non so che farmene della patria e del re!
– Se ci fosse papà non parleresti così! – osservò la grassa dodicenne Anna, un fenomeno di bimba che aveva già letto più di trecento romanzi, compreso il Quo vadis?
Ma la sorella non badava a lei.
– … Gli italiani? Tante pecore gli italiani. Ecco che cosa siete! Ed ecco anche come si spiega il fenomeno di questo stupido Quo vadis?
– Gl’italiani? Ma tu che cosa sei? – chiese Anna dispettosa, agitando le mani piene d’anellini falsi.
– … No, – proseguiva Maria, rivolta ad Antonio, – io non leggerò mai un libro, che tutti leggono solo perché qualcuno ha detto che è bello. Ammetto anche che sia bello davvero, ma io non lo leggo appunto perché è passato attraverso l’ammirazione di una turba cretina che lo ha profanato…
Mentre ella parlava, Antonio non le staccava gli occhi dal viso. Egli provava una specie di brivido interno; sentiva un’onda di parole salirgli alle labbra, ma, come spesso gli succedeva, non riusciva a pronunziarne una. Il mento gli tremava lievemente. E Maria, accorgendosi benissimo che egli non riusciva ad esprimersi, s’irritò e cominciò a battere nervosamente l’estremità del manico d’un coltello sulla saliera colma.
– Eppure io so che tu hai voglia di leggere il Quo vadis? – disse Marina, la sorella maggiore – e tu dovresti leggerlo perché te lo ha regalato Antonio.
– Sicuro… – approvò la madre premurosa.
– Io non ammetto i regali…
– Ma tu leggi il volumetto dei Salmi, che ti ha regalato l’organista – disse Anna.
Maria non batté palpebra, ma un segreto impeto di collera l’assalì, contro le sorelle, contro la madre che si stuzzicava i denti, e sopratutto contro Antonio che taceva.
– Che cosa sono i regali? – riprese dominandosi. – Convenzionalità, o, peggio ancora, prestiti ad usura, che si devono restituire a un dato tempo. Questo non entra nella questione. Io, dici tu, ho voglia di leggere il Quo vadis? E va bene; ma appunto perché ne ho voglia non lo leggo. Che cosa è il desiderio? Un moto incosciente, un istinto: basta esaminarlo per farlo cessare.
– Ma dal momento che tu hai voglia, vuol dire che non hai esaminato ancora il tuo desiderio – disse finalmente Antonio.
– Oh, ecco il sofista! Ma io sono cosciente anche quando sono incosciente: ho ancora la coscienza della mia incoscienza.
– Tu sei mostruosamente sottile, – riprese Antonio un po’ ironico, – ma non rispondi mai a tono.
– E che cosa è il rispondere? – ella chiese, guardandolo fisso con gli occhioni grigi socchiusi, quegli occhi un po’ misteriosi, canzonatori e ingenui e severi ad un tempo che talvolta gli incutevano paura.
– E la posa che cosa è? – disse Marina ridendo.
– La posa è la virtù delle persone insufficienti, come te… ed altre!
– Meglio insufficienti che anormali – disse Marina.
– Si è più felici – aggiunse lentamente e un po’ tristemente il giovine.
– Che cosa è la felicità? Voi, gente normale, non sapete neppure definirla; ne parlate come parlate di Quo vadis? e di tante altre cose, ma non sapete quel che vi dite. Io sarò squilibrata, come voi dite…
– Chi lo dice? – gridò Antonio.
– Tu lo dici.
– Non solo, ma anche matta! – aggiunse Marina.
– Anche matta, benissimo. Ma tu che chiami matta una matta che cosa sei?
– Io dico la verità…
– Allora sei capace di dire cieco ad un cieco, per insultarlo. Ecco che cosa siete voi, i normali, i sani, gli incoscienti, che leggete Quo vadis? perché lo han letto due milioni di persone, e leggete la Famiglia Polanieski perché è dello stesso autore.
– Tu pure leggi la Famiglia Polanieski! – disse Anna trionfante.
– Ma ho forse letto Quo vadis? E leggo la Famiglia Polanieski anzitutto perché l’ho comperato io, poi perché appunto non ho letto Quo vadis? Del resto non mi piace. È la solita storia d’amore: moralità immorale. Mi piace solo un personaggio: Bukaski.
– Perché ti rassomiglia.
– Scusa, io non sono né tisica, né brutta. Io sono rosea ed ho un bel profilo – diss’ella con vezzo infantile e con fine civetteria, passandosi un dito sul naso. – Io sono sana e bella. Sono bella o no, Antonio?
Egli la guardò e sorrise.
– Sì – disse dopo un momento.
E la madre e le sorelle di Maria non protestarono, perché erano abituate alle piccole stranezze di lei. D’altronde ella era veramente bella, coi capelli chiari rialzati sulla fronte lucente, e gli occhi lunghi, luminosi: la camicetta rossa, col colletto bianco da uomo, dava un riflesso roseo alle guancie infantili ed a tutto il volto abilmente incipriato.
– Bella, ed anche modesta! – osservò soltanto la piccola Anna, che s’era messa a leggere un giornale e pareva non ascoltasse.
– Ma! – esclamò Maria. – Vuoi andare a letto, tu, piccola pettegola? Va, va a letto, e pensa che la modestia è una parola.
– Oh, Dio! – gridò Anna, fingendo di non aver udito. – Leggi, Marina mia, leggi che bel vestito aveva la regina: eliotropio con pizzi gialli. Come doveva esser bella! Cara!
– … Diceva quel secentista che la parola è il manico delle cose, – rispose Antonio, rivolto a Maria, – anche la bellezza, come la modestia, è una parola… Questo non impedisce…
– Di preferire la bellezza alla bruttezza – disse Maria, ma subito si pentì, perché Antonio era brutto. Egli però parve non offendersi; solo una vaga tristezza passò nei suoi occhi.
– Io credo la bellezza, riflesso della bontà – disse con voce grave. – Le cose e le persone belle non possono esser cattive anche se vogliono parerlo…
Si guardarono: ella si compiacque delle parole di lui, egli si sentì felice d’aver detto qualche cosa di grazioso. Vedendoli bene avviati, anzi completamente rappacificati, la signora si alzò e condusse via Anna: Marina si mise a leggere il giornale.
– Del resto tu forse hai ragione, – disse Azar, – il Quo vadis? non è poi quel libro meraviglioso che tutti vogliono. Vedrai che la critica insorgerà e lo demolirà, se non altro perché diventerà popolare come i Reali di Francia. Io, almeno, mi aspettavo qualche cosa di più: avevo letto che Nerone ci appariva diverso da come finora ce l’avevamo immaginato. Nel Quo vadis? certo, la figura di Nerone è evidentissima; ci par di vederlo, con le sue mani dal pelo rosso, col suo smeraldo, con la sua clamide; ma ricordiamo di averlo già veduto così altre volte, leggendo la storia.
– Ma questo sarebbe il merito…
– No. Non basta. L’opera d’arte deve creare; deve essere più evidente e più acuta della storia. Vedi, per esempio, in Guerra e pace: Napoleone ci appare diverso dal Napoleone della storia, ma è così potente e vera la figura creata da Tolstoi che noi diciamo a noi stessi: «Napoleone è questo, non già quello che conoscevamo». Nella Famiglia Polanieski poi, Sienkievicz si ripete alquanto; Petronio rivive in Bukaski, Vinicio nell’antipatico Polanieski. E così altre figure. Con questo non intendo dire che Sienkievicz non sia un grande e potente artista; ma il suo successo mi pare esagerato, ed anche ingiusto, in confronto a quello degli altri autori. È forse da paragonarsi a Dostojewsky? Eppure chi in Italia, tranne qualche studioso, conosce Delitto e castigo? Cominciando da te, che sei la ragazza più intelligente del mondo, (ella sorrise beffarda, ma di nuovo si compiacque) e terminando con Pietro mio fratello, che più modesto di te dice di essere il più intelligente italiano, non avete letto Delitto e castigo.
– Hai letto, nell’ultimo numero del Marzocco la Morale di Polanieski? – chiese Maria.
– Sì. Ma solo fino ad un certo punto divido le idee dell’articolista.
– Fino a qual punto?
– Te lo dirò poi.
– Io so fino a qual punto – ella disse, animandosi nuovamente d’una cupa fiamma. E si alzò, avviandosi alla porta vetrata che dava sul giardinetto.
Ella era alta ed elegante: la gonna nera un po’ corta lasciava vedere due piccoli piedi calzati con scarpine scollate e calze rosse. Antonio la seguiva con sguardo acuto, fissandone tutta la persona; ed ella sentiva quello sguardo, e se ne irritava e compiaceva nello stesso tempo. Inoltre Maria s’accorgeva perfettamente che alla presenza di Antonio ella mutava sempre di aspetto, facendo la graziosa come l’ultima delle civette, cambiando voce, passo, sguardo, sorriso; ma anche volendolo non avrebbe potuto fare altrimenti.
Dopo aver guardato attraverso i vetri, improvvisamente aprì le imposte e stette nel vano della porta, guardando lontano. La notte era limpida, tiepida: dietro il muro del giardino un chiarore d’oro annunziava il sorgere della luna.

Marina continuò a leggere: una giovane domestica, pettinata signorilmente e stretta in un corsetto di velluto nero, entrò e si mise a sparecchiare la tavola. Allora Antonio andò presso la fidanzata, che pareva l’avesse completamente dimenticato, ed anch’egli guardò lontano.
Maria si sedette sugli scalini che dalla porta scendevano in giardino, e il giovine le si mise accanto. Un pergolato di vainiglie stendeva i suoi ciuffi neri sopra il loro capo: dai campi, dal giardinetto selvatico, invaso da scheletri di alti melograni spinosi, venivano tiepidi soffi e un odor d’erba, quasi primaverile.
– Che bella notte! – disse Maria, con voce un po’ commossa. – Par d’essere d’aprile, in campagna.
– E non siamo? – disse Antonio, guardando il cielo. – Subito là, dietro il giardino, non c’è la collina con la pineta?
Ella non rispose, distratta, col pensiero evidentemente rivolto altrove. Egli le prese una mano e le chiese con voce sommessa:
– Fino a qual punto?
– Fino a qual punto che cosa? – diss’ella, scuotendosi.
– Fino a qual punto io non divido le opinioni di quello scrittore?
– Ah, – ella esclamò, ricordandosi, – vuoi che te lo dica? Sinceramente?
– Sinceramente.
– Tu non le dividi affatto. Poiché anche tu credi borghesemente che possa esistere una casa di campagna; con dei fiori, dei libri, dei bimbi; con una moglie bella, buona e feconda: e che tutto ciò possa essere la felicità.
– E non è?
– E non è.
– Cosa dunque, dove dunque sarebbe la felicità? Nelle città, tra la falsità degli uomini e delle cose? La felicità è il sogno, lo so, la visione di un mondo interiore, tutto nostro; ma siccome questa gioia noi possiamo gustarla completamente soltanto lontani dal contatto degli uomini, così io credo che in una casa di campagna, con dei fiori, dei libri, dei bimbi; con una moglie bella e buona, possa trovarsi la felicità.
– Cosa è la felicità? Una parola anch’essa. Non esiste, appunto come tu dici, che in sogno; ma né la campagna, né la città, né gli uomini, né le cose possono dare questo sogno.
– Come? – egli disse, portandosi la mano di lei al volto. – E questa non è felicità? Non senti tu, come la sento io, la gioia di essermi vicina? E il nostro sogno di felicità? Non saremo noi felici?
– Chi lo sa? – ella disse con voce accorata.
Egli provò un senso di terrore, e tacque impietrito. Non era la prima volta che Maria gli faceva paura, spalancandogli con le sue tristi parole un mondo vuoto, buio e freddo come la notte; ma quella sera la voce, il gesto, lo sguardo di lei erano più tetri che mai.
– Tu non mi ami – egli disse ad un tratto animandosi. – Se tu mi amassi non parleresti così. Tu leggi troppo, ma non sai ancora cosa sia la vita.
– E i libri non sono la vita? – ella rispose dispettosamente. – E del resto cosa è la vita?
Egli non rispose.
– Tu non rispondi perché… – cominciò ella irritandosi.
– Perché non so rispondere! Sì, è vero. Ebbene? Ma dirò anche io: cosa è il rispondere? Cosa è il parlare? Le più grandi cose si dicono in silenzio. Guarda la luna che sorge.
La luna sorgeva limpida sull’orizzonte d’oro: le stelle apparivano più vivide e più vicine nel cielo azzurro e profondo. I melograni si disegnavano su uno sfondo chiaro: un silenzio profondo regnava nel giardino selvatico.
Ad un tratto Maria chinò la testa sulla spalla di Antonio; egli vibrò tutto, si volse, le sorrise e mormorò:
– La felicità è questa. La senti? Mi vuoi bene?
– Sì – diss’ella con voce mutata.
Rimasero così alcuni istanti; poi Maria sollevò il capo e rise.
– Che hai? – domandò il giovine.
– Voglio raccontarti una storia. Vieni, passeggiamo.

Si alzarono e attraversarono il giardino, i cui angoli rimanevano chiusi in triangoli d’ombra umida e melanconica. L’ombra tenue dei melograni immobili proiettava un ricamo scuro sulla sabbia del viale, ai raggi obliqui della luna. Maria s’appoggiò al cancello di ferro traforato e guardò fuori: si vedeva tutta la collina coperta di pini marittimi, con in cima una chiesetta profilata sul cielo d’argento dorato, sul quale la luna saliva sempre più piccola e più pallida.
– Ho saputo una storia bizzarra – disse Maria. – Prima che l’abitassimo noi, viveva in questo villino un signore con una figlia stravagante come me. Ora tu sai che la collina e la chiesa appartengono alla Marchesa G… che vi fa continuamente celebrare messe e novene. Due anni fa il sacerdote incaricato dalla Marchesa di celebrare nella chiesetta, era un giovine tisico, d’una magrezza spaventosa, con due grandi occhi azzurri lucenti sul volto giallastro venato di rosso; l’organista, poi, era un vecchio malinconico, dall’aspetto signorile. Due infelici pei quali la morte si avvicinava sicuramente ma lentamente, quasi noncurante di toglier loro una vita più triste del nulla. La signorina che abitava qui vedeva spesso i due infelici: ne sentiva, forse più di quanto la sentissero loro, tutta la miseria, tutta la tristezza, e s’era messa in mente di dar loro un raggio di felicità, o meglio di vita, mentre essi agonizzavano. Nella chiesetta, nel sentiero, dappertutto, ella aspettava ora l’una ora l’altra delle due infelici creature e le affascinava col suo sguardo. Non una parola era stata mai scambiata tra la signorina e i due miseri; ma quando la vedeva, il giovane prete arrossiva e tremava; mentre il vecchio organista diventava più melanconico e, dopo, suonava melodie appassionate, brani di vecchie opere sentimentali che facevano ridere la fanciulla… Qualche volta, però, ella sentiva un profondo disgusto per la sua civetteria, e si domandava se, invece della pietà, non era un sentimento malvagio e crudele quello che la spingeva a tormentare i due infelici, come anche altre persone che ella credeva di amare sinceramente.
– Maria, – disse Antonio, – tu vuoi farmi credere che quella signorina sii tu! Ma io non ti credo.
– Ah, ti ho colto! Tu vuoi farmi credere che non sei geloso, e invece lo sei! Sei geloso anche dei fantasmi!
Egli si aggrappò nervosamente ai ferri del cancello e guardò lontano, con uno sguardo vuoto, incosciente.
Maria si scostò: egli si volse bruscamente, la raggiunse e la serrò fra le sue braccia, dicendole:
– Tu vuoi farmi impazzire; tu vuoi farmi paura. Ma io ti amo appunto perché sei così.
– Andiamo, andiamo! – ella disse, svincolandosi. E si mise a correre: poi attese il fidanzato sugli scalini della porta, e assieme rientrarono nella saletta da pranzo.

Marina smise di leggere. La signora lavorava all’uncinetto. Il tavolo, ora coperto da un tappeto giapponese ricamato in oro, dava alla saletta un’aria intima e raccolta. Antonio guardò Marina, così tranquilla, così savia, forse anche un po’ triste, e si domandò perché non s’era piuttosto innamorato di lei, di lei così serena, che certamente non lo avrebbe fatto soffrire.
– Impossibile, – disse subito a sé stesso, – io non posso amare che Maria perché è… Maria. Eppure Marina saprebbe amare meglio di Maria; saprebbe amare, ecco tutto. Ella è anzi un po’ triste perché non ama e non è amata. Bisognerebbe che io conducessi qui spesso mio fratello.
Intanto egli e le due fanciulle chiacchieravano animatamente, sotto la quieta luce della lampada velata di rosa, le tre teste giovanili apparivano piene di vita.
Ma ad un tratto Maria domandò:
– Tu vai a teatro, stasera?
– No, vado a letto. Sono raffreddato.
Infatti starnutò tre volte, poi si soffiò il naso, e il suo volto diventò ancora più brutto del solito.
Maria lo guardò e disse beffarda:
– Ecco cosa si guadagna a guardar la luna: bisogna poi mettersi a sudare. Va, va, bevi del latte caldo, metti una berretta bianca e suda.
– Sicuro – egli disse, alzandosi, con un sorrisetto di sfida. – Vado, bevo il latte, metto una berretta bianca e sudo. Sarò bruttissimo, ma ciò non mi impedirà di sognare le più belle cose del mondo.
– Te ne vai? – ella chiese, fingendo di non aver capito.
– Me ne vado.
Ma rimase un bel po’ in piedi, davanti al tavolo, sfogliando nervosamente un libro. Maria lo fissava con uno sguardo quasi nemico. Come egli era magro e brutto! Sul suo viso pallidissimo, sotto la fronte sporgente troppo alta di pensatore, solo gli occhi vivissimi brillavano.
Chiacchierarono un altro po’.
– Ieri è arrivato il nuovo professore di storia. Lo conosci tu?
– No, io non lo conosco.
– Non è amico di tuo fratello?
– Non lo so. Credo si sieno conosciuti da studenti.
– È scapolo, non è vero?
– Non so. L’ho visto appena. È un bel giovine.
– Biondo?
– Non so, mi pare di no.
– E come hai visto che è bello, se non hai badato al suo colore?
– Ma, non saprei: ho veduto solo che ha begli occhi. Rassomiglia un po’ a te, Maria.
– A me? Allora è certamente bello! – ella disse ridendo.
Antonio starnutò altre tre volte, curvandosi per nascondere il viso nel fazzoletto.
– Ora me ne vado davvero – disse poi rialzando il colletto del soprabito. – E bevo il latte, metto il berretto e sudo…
– E sogni.
– E sogno. Buona notte. Addio.
– Vuoi uno scialle? – chiese la signora.
– Macché! – gridò Maria, spaventata all’idea di veder Antonio avvolto nello scialle.
– No, no – egli disse, rassicurandola, con voce un po’ amara. – Addio, a domani. Esci tu domani?
– Non so – ella rispose, accompagnandolo fino alla porta.
– A domani sera allora. Addio.
– Buona notte.

S’udivano ancora i passi del giovine che si allontanava per la strada solitaria, quando Maria sedette davanti al tavolo, e, spiegando un giornale, disse alla sorella:
– Ma che viene a fare costui in casa nostra? Come era brutto stasera. Sembra un ragno.
– Maria, Maria! – disse Marina con voce grave. – Tu sei pazza davvero. Prima hai strepitato tanto perché lo volevi; ora invece parli così! Mandalo via dunque: lascialo tranquillo, povero giovine!
– Un ragno! Un ragno! – ripeteva Maria, come fra sé, chinando il volto sul giornale. – Ah, poco male quando sta seduto; ma quando s’alza, ah, come è brutto! Ma non si vergogna di stare in piedi?
Marina scosse la testa e non rispose.
– Pazza! Pazza! – disse un po’ scherzosa, un po’ benevola, la signora Rotta-Torelli, disfacendo un pezzo del suo merletto. – Ah, ai miei tempi ci si fidanzava e ci si sposava altrimenti! Ci si amava e ciao! Ora vi fidanzate ma non vi amate, oppure vi amate e non vi sposate.
Maria le andò vicino e la baciò in fronte; poi guardò il merletto che la madre rifaceva pazientemente e disse:
– No, no: io sposerò Antonio, perché lo amo; ma bisognerebbe…
– Che?
Maria rise.
– Vedi, bisognerebbe che Dio avesse la pazienza di disfarlo e rifarlo come tu hai fatto ora col merletto. Nel farlo la prima volta, Dio, vedi, s’è sbagliato…
– Io credo che sia avvenuta la stessa cosa con te… – disse la signora.
Maria rise più forte; poi uscì ancora nel giardino, nonostante le proteste e i richiami della madre, e si mise a cantare.
«L’altra notte in fondo al mare…».
– Sbagliati, sbagliati tutti e due – pensava mentre cantava. – Ecco perché ci siamo incontrati e ci amiamo. Perché io lo amo, sì, e forse lo sposerò: ma bisognerebbe ch’egli capisse… bisognerebbe ch’egli capisse come è fatto il mio amore, e, sposandomi, promettesse di non sfiorarmi neppure la mano… Io lo amo, ma la sua persona mi fa paura, come a lui fa paura l’anima mia!
«… il mio bimbo hanno gittato…».

Azar, intanto, col colletto del soprabito rialzato e le mani in tasca, camminava frettoloso verso la città. La luna illuminava la strada bianca e solitaria, a destra della quale sorgeva qualche villino, e qualche pino, di tratto in tratto, nereggiava come un buco sullo sfondo del cielo chiaro; a sinistra stendevasi un melanconico panorama di pianure seminate di villaggi grigi e di stagni argentei, e chiuso da montagne lontane: nuvole color di rame viaggiavano dietro la luna, inseguendola lentamente.
Antonio amava molto quel panorama e spesso usava fermarsi sull’orlo della strada per contemplarlo; ma quella sera non si fermò. Si sentiva triste, seccato, raffreddato; ogni tanto si chinava per starnutire, e un sottile malessere gli fiaccava tutta la persona.
– Ella lo fa per tormentarmi – pensava, ricordando parola per parola gli strani ragionamenti di Maria. – Ebbene? Meglio tormentato da lei, che supinamente adorato dalle altre donne frivole e sciocche. Ella sente, sa, ama, vive; ella sola. Peccato però che stiano così lontani – pensò poi. – Bisognerà davvero che io mi metta a sudare. Del resto potrebbero fare vita più equilibrata anche loro! Vivono quasi in campagna per poter frequentare il teatro e vestire con lusso.
– Vuole lo scialle? Ebbene, perché no? Io l’avrei preso volentieri, ma ella ha riso. Ah sì, io lo comprendo, io sono troppo brutto. Ella non può amarmi per la mia persona, ed intanto non comprende che io l’amo per la sua intelligenza.
Ma subito cambiò pensiero:
– Eh, no, l’amo anche per la sua persona… forse per la sua persona solamente! Perché cerco nasconderlo a me ed a lei? Ella lo capisce benissimo e si compiace e si disgusta, come io comprendo, compiangendomene e rattristandomene, ch’ella mi ama solo per la mia intelligenza. Ella forse non mi sposerà; lo sento; eppure mi pare d’impazzire al solo pensarci. D’altronde, che posso io offrirle? Io sono figlio di un pastore, sono povero e devo anche aiutare mio fratello finché non ha una posizione certa.
Il pensiero del fratello finì di rattristarlo. Ah, quel Pietro! Bello, incosciente, pronto a tutti gli entusiasmi ed a tutte le leggerezze! In fondo al viale solitario, che Antonio percorreva preceduto dalla sua ombra come da una persona che lo guidasse mentre egli si perdeva dietro i suoi tristi pensieri, cominciava la vecchia città medievale, con le alte case costrutte sui ciglioni erbosi; s’udivano rumori confusi, voci che vibravano nel silenzio lunare. Il giovine volse le spalle al bianco panorama ove gli stagni riflettevano l’ombra dorata delle nuvole viaggianti, attraversò una viuzza tortuosa e parve destarsi da un sogno trovandosi ad un tratto in una piazza illuminata vivamente dalla luce elettrica, e animata, nonostante l’ora tarda, da una discreta folla. Davanti a una vetrina ancora aperta, Antonio vide Pietro che ragionava con un giovine alto, vestito elegantemente.
– Addio – salutò Antonio senza fermarsi.
Ma Pietro lo chiamò, gli disse che aveva una lettera per lui, e gli presentò il professore di storia, arrivato il giorno prima.
– Piacere – disse Antonio, un po’ seccato; ma tosto fu conquistato dal sorriso grazioso e dal simpatico accento del giovane professore.
– Rassomiglia realmente a Maria – pensò guardando la lettera sulla quale riconosceva la rozza calligrafia di suo padre.
Ma rialzando il capo vide Pietro e il giovine che ridevano; e davanti a loro, così belli, così eleganti, lieti e pieni di vita sentì un impeto di profonda tristezza.
– Ella li amerebbe – pensò. – Ah, sì, questi ella li amerebbe completamente!
– Io sono stato qui, io sono stato là; io ho fatto questo, ho fatto quest’altro – raccontava intanto il professor Carradori, narrando dei suoi studi, dei concorsi, dei luoghi ove era stato: parlava con facilità e con gaia confidenza: e i suoi occhi limpidi splendevano, la sua bocca fresca sembrava quella d’un bimbo.
La folla andava e veniva: passavano fanciulli, venditori di fiammiferi, un frate, qualche carrozza, signore che, secondo l’ultima moda, davano il braccio ai fratelli od ai mariti. Gruppi d’uomini chiacchieravano qua e là; il cielo era puro, l’ora tiepida, la luna chiara, e le voci ed i rumori vibravano nella serenità della notte quasi primaverile. Antonio si sentiva trasportato da diversi sentimenti; invidiava la spensierata gaiezza del Carradori e di Pietro, ma a momenti guardava i due giovani con pietà sprezzante, giudicandoli frivoli, insufficienti, inferiori a lui.
Ed intanto egli taceva, e gli pareva di farlo sdegnosamente, mentre in fondo si stizziva di non poter prendere parte alla conversazione.
– Pietro ha promesso di venire con me quest’estate nell’Engadina, o nella Valtellina – disse ad un tratto il Carradori, rivolgendosi ad Antonio. – Ci venga anche lei: ci divertiremo tanto. Io ci sono stato tre anni fa. Se vedesse che paesaggi, che donne belle ed eleganti…
– Pietro ha promesso! Dove potrà andar egli?… – disse fra sé Antonio, con ironica amarezza. E starnutò: poi rispose con franchezza quasi rude:
– Io andrò a passar le vacanze da mio padre. Per andar in Engadina, o altrove, occorrono molti soldi, specialmente d’estate. Ho letto che in Engadina si spendono trenta lire al giorno, in un albergo ove ci si annoia e si muore di fame. Ma le pare?
– Oh, trenta lire, prego di credere! – protestò Pietro. – Con meno! Con meno!
– Non so, – disse Antonio, – io sono selvatico: nelle vacanze amo meglio andarmene nel nostro altipiano.
– Capisco, – rispose il Carradori, – quando si hanno campagne proprie, come le hanno loro, è bello passarci l’estate, e magari tutto l’anno. Anch’io amerei una bella campagna tutta mia, tutta solitaria, silenziosa, e con uno sfondo marino… – concluse con un grazioso sorriso, aprendo le mani per significare che non possedeva nulla.
Antonio capì che il fratello aveva parlato del selvaggio e piccolo terreno, ove il padre pascolava il gregge, come di grandi e ameni possedimenti, e suo malgrado si mise a ridere.
Pietro lo guardò, comprese perché Antonio rideva, e anch’egli rise. Pareva tutto contento di sé, e con gli occhi diceva al fratello:
– Stupido, bisogna far sempre credere quello che non è.

Poco dopo i due amici invitarono Antonio a recarsi con loro ad un teatro vicino, perché, dicevano, dovevano condurre a cena una delle più belle artiste. Antonio ebbe desiderio di accettare, ma tosto si sdegnò fra sé di questo desiderio, e s’avviò solo a casa.
– Ebbene, – pensò, dopo fatto qualche passo, – perché mi sono sdegnato al pensiero di unirmi a loro? Io li credo inferiori a me, e intanto li invidio.
Egli abitava quasi al confine della città: davanti al suo balcone stendevasi un giardino; più in là sorgeva una chiesa antica, su uno sfondo di colline coperte di pini; al sud brillava il mare. Giunto nella sua cameruccia, Antonio accese il lume, spalancò il balcone, guardò il giardino, la chiesa, il mare e le colline illuminate dalla luna, pensò a Maria e si sentì improvvisamente allegro.
No, non era vero; egli non invidiava nessuno, egli si sentiva superiore a tutti, egli si sentiva felice. Ma un momento dopo lesse la lettera del padre, e tornò a rattristarsi. Il vecchio pastore si lamentava di Pietro.
«Egli mi ha scritto chiedendomi denaro, – diceva, – ma tu sai ch’io non ne ho, e oramai sarebbe tempo che mi aiutaste voi, poiché io mi sono quasi ridotto alla miseria per allevarvi decorosamente e farvi studiare».
Inoltre il pastore si mostrava addolorato e spaventato perché una «buona persona» l’aveva informato che Pietro correva «dietro una donna di teatro», la quale stregava il giovane e avrebbe finito col farsi sposare da lui. Era orribile! Per il vecchio pastore una «donna di teatro» era una donna perduta; se Pietro la sposava, il pastore sarebbe morto di dolore e di vergogna.
Antonio lesse e rilesse la lettera, sempre più rabbuiandosi in viso.
– Debbo far vedere la lettera a Pietro? – si domandò. – Egli venera nostro padre, eppure lo addolora e lo va a seccare con le sue richieste di denaro. Denaro per comprare fiori, dolci e uccelli da regalare a quella «donna di teatro»! Il lavoro di nostro padre! – pensò poi, animandosi di collera. – Ah, perché Pietro è così incosciente? Lo coprirò di villanie… Ma no, piuttosto…
Si spogliò, si coricò e prese un libro dal tavolino da notte; ma tosto starnutò e chiuse gli occhi, pensando a Maria e ricordandosi che doveva mettersi a sudare. Sentiva la testa pesante, la gola irritata.
– Piuttosto… – ripeté, ritornando al pensiero di prima.

Rimise il volume, spense la candela e stette lunga ora immobile, con gli occhi fissi sui vetri irradiati dallo splendore lunare.
Provava una specie d’incantesimo, e sognava ad occhi aperti.
Gli pareva d’esser ancora nel giardino selvatico, davanti alla luna sorgente, con la testolina strana di Maria appoggiata alla sua spalla.
– Maria, – egli le diceva sommessamente, – il professore Carradori ti rassomiglia davvero; è bello, elegante, ma se tu ti innamorassi di lui, egli non sarebbe capace di comprenderti. Io sono brutto, ma io solo ti capisco, io solo ti posso amare come tu devi essere amata. Senti, – diceva poi, ricordandosi la lettera di suo padre, – mi viene un’idea, a proposito di Pietro. Se io lo sgrido egli è capace di dirmi: «ma forse non vivono tutti come vivo io? Cominciando dalla famiglia della tua fidanzata, non vive essa in una brutta casa fuori di città per poter frequentare il teatro, sfoggiare vestiti e passeggiare in carrozza? Apparenza, caro fratello, tutta apparenza: nel mondo si vive solo d’apparenza. Se nostro padre ha dei soldi nascosti perché non devo chiederglieli? Dopo tutto è per figurare e così procurarmi più presto una posizione…».
Ora pareva ad Antonio di sentire la voce lenta ed un po’ fiacca di Pietro, e non ricordava che era egli a parlare mentalmente con Maria. La voce di Pietro continuava:
«Presenta al mondo due donne; una buona e intelligente, magari bella, ma vestita modestamente, che non dica frascherie, che non si agiti, che stia raccolta e pensosa; e l’altra una fraschetta qualunque, elegante, stretta nel busto, coi capelli riempiti di stoppa, con due o tre perle false sul petto: quest’ultima sarà l’amata, l’ammirata, la felice. Noi uomini siamo tante bestie; sappiamo cosa c’è sotto quei capelli, sotto quel sorriso, sotto quelle perle, e parliamo male, e diciamo che ammiriamo ma che non sposeremo mai quella donna; eppure è lei che ci attira; è il falso splendore delle sue perle false, dei suoi occhi falsi, della sua anima falsa che ci piace, e noi le giriamo attorno, la guardiamo, la corteggiamo, la rendiamo felice, e spesso finiamo anche con lo sposarla. E l’altra intanto langue nell’ombra, la viola, la vera perla, la dolcezza, la gioia della vita. E la stessa cosa succede agli uomini, caro fratello: un vestito alla moda, due baffi arricciati e una caramella valgono per tutto l’ingegno, l’onestà, la forza, l’occulto eroismo di un uomo».
– Dunque Maria ha ragione? – si domandò Antonio, quando gli parve che Pietro cessasse di parlare. – Con tutta la sua intelligenza, che varrebbe ella se non fosse bella e non vestisse elegantemente? Ma Pietro gusta il vano trionfo dell’apparenza, e si contenta e gode, vuoto fanciullo, mentre Maria comprende, si disgusta, diventa strana e cattiva. Ma perché non capisce essa, come lo capisco io, che si può, che si deve vivere fuori di questo piccolo mondo che non ci dà nulla e ci prende tutto? Perché?
– Non trovo risposta, – disse a sé stesso, dopo un istante. – Ella è intelligente; non può esserlo di più, eppure è frivola. Perché? Perché? Ed io, io stesso, io non l’amo come ella è? Io, io stesso. Io che odio tutto ciò che ella ama, io che la seguo dovunque non vorrei andare, io che sono cosciente, io la amo come ella è, e forse diversamente non saprei amarla. E sento che ella mi ama appunto perché sono diverso dai vagheggini del mondo nel quale le piace vivere.
– Mi ama? – pensò poi, ricadendo in un mare di amarezza. – Oh, no. Ella è composta di due personalità, e con una sola di esse mi ama: all’altra ripugna la mia figura, lo so, lo so. Ahimè, io posso avere mille personalità, posso essere vecchio, giovine, fanciullo, sognatore, pessimista, buono, cattivo, ma l’amo completamente, con tutte le forze dell’anima mia, in qualunque stato mi trovi. E forse ella è superiore a me perché si ribella e combatte una passione che non approva pienamente, mentre io amo ciecamente, e sono felice del mio amore infelice.
Di botto tornò a pensare a Pietro, ed a rivolgere il discorso a Maria, sedutagli accanto sotto il pergolato di vainiglie, al lume della luna che saliva dietro il tenue disegno dei melograni sfrondati.
– Maria, mio dolce amore, io ti amo, ti amo tanto! Tu non vuoi ch’io ti chiami “mio dolce amore”, non è vero? Perdonami: è il cuore che parla.
– Sai, farò grandi cose per te, scriverò un bel libro, diventerò illustre. Tu vuoi così non è vero? O piuttosto tu non vuoi nulla, ma vuoi ch’io sia grande in me stesso, che non sia volgare, che non pensi a creare un’opera se questo pensiero non è già grande per sé stesso?
– Non sai una cosa? Mio padre ha paura che Pietro s’innamori sul serio di Agar Crivoski, quell’attrice dalle mani tinte. Vogliamo fare una cosa, dimmi? Io conduco Pietro qui, da voi, il più spesso possibile, lo facciamo innamorare di Marina? Sarà la sua salvezza. Gli parve udire una risatina un po’ beffarda di Maria, e si scosse: davanti ai suoi occhi assonnati si stendeva sempre quello sfondo di cielo lunare, di un azzurro tenero e luminoso. Un triste pensiero passò nella mente del giovine.
– E se Pietro s’innamora di Maria? Sono uno sciocco! – pensò poi, portandosi una mano alla fronte. – Ho un po’ di febbre; i pensieri mi si confondono nella mente. Come è chiaro il cielo stanotte! È già primavera? Sento ancora il profumo dell’erba del giardino di Maria. Suvvia dormiamo; cerchiamo di sudare.
Ficcò la testa sotto le coperte, e tosto provò un gran caldo, una grave molestia. Un impeto di tristezza lo assalì.
Ah! lì, al buio, con piena coscienza di sé, completamente sveglio, egli si faceva una triste confessione. Non era di Pietro, ma di Maria che egli diffidava!

Folgore da San Gimignano – Umiltà dolcemente li riceve

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Umilità dolcemente il riceve,
e dice: “Punto non vo’ che ti gravi,
ch’e’ pur convien ch’io ti rimondi e lavi,
e farotti piú bianco che la neve;

e intendi quel ched io ti dico breve,
ch’i’ vo’ portar dello tuo cor le chiavi,
ed a mio modo converrà che navi,
ed io ti guiderò sí come meve.

Ma d’una cosa far tosto ti spaccia,
ché tu sai che soperbia m’è nimica:
che piú con teco dimoro non faccia.

I’ ti sarabbo cosí fatta amica
ch’e’ converrà ch’a tutta gente piaccia;
e cosí fa chi di me si notrica”.

Folgore da San Gimignano – Ecco prodezza che tosto lo spoglia

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Ecco Prodezza, che tosto lo spoglia
e dice: “Amico, e’ convien che tu mudi,
per ciò ch’i’ vo’ veder li uomini nudi
e vo’ che sappi non abbo altra voglia;

e lascia ogni costume che far soglia,
e nuovamente t’affatichi e sudi;
se questo fai, tu sarai de’ miei drudi
pur che ben far non t’incresca né doglia”.

E quando vede le membra scoperte,
immantinente sí le reca in braccio
dicendo: “Queste carni m’hai offerte;

i’ le ricevo e questo don ti faccio,
acciò che le tue opere sien certe:
che ogni tuo ben far già mai non taccio”.

Folgore da San Gimignano – Ora si fa un donzello cavalieri

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Ora si fa un donzello cavalieri;
e’ vuolsi far novellamente degno,
e pon sue terre e sue castell’a pegno
per ben fornirsi di ciò ch’è mistieri:

annona, pane e vin dà a’ forestieri,
manze, pernici e cappon per ingegno;
donzelli e servidori a dritto segno,
camere e letta, cerotti e doppieri;

e pens’a molti affrenati cavagli,
armeggiatori e bella compagnia,
aste, bandiere, coverte e sonagli;

ed istormenti con gran baronia,
e giucolar per la terra guidàgli,
donne e donzelle per ciascuna via.

San Francesco d’Assisi – Cantico di Frate Sole o delle Creature

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Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi Siignore, per sora Luna e le stelle:
il celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi Signore, per sor’Acqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fior et herba.

Laudato si’, mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infermitate et tribulatione.

Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

Ugo Foscolo – Dei Sepolcri

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All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
né da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
né piú nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell’amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l’obblío nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.

Ma perché pria del tempo a sé il mortale
invidierà l’illusïon che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.

Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna; e se pur mira
dopo l’esequie, errar vede il suo spirto
fra ‘l compianto de’ templi acherontei,
o ricovrarsi sotto le grandi ale
del perdono d’lddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove né donna innamorata preghi,
né passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti
contende. E senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t’appendea corone;
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de’ buoi
che dagli antri abdüani e dal Ticino
lo fan d’ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov’io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch’or con dimesse frondi va fremendo
perché non copre, o Dea, l’urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d’ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la citta, lasciva
d’evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l’ossa
col mozzo capo gl’insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l’úpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerëa campagna
e l’immonda accusar col luttüoso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obblïate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d’umane
lodi onorato e d’amoroso pianto.

Dal dí che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi
all’etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
ed are a’ figli; e uscían quindi i responsi
de’ domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religïon che con diversi riti
le virtú patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d’anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi
fean pavimento; né agl’incensi avvolto
de’ cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; né le città fur meste
d’effigïati scheletri: le madri
balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l’amato capo
del lor caro lattante onde nol desti
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean su l’urne
per memoria perenne, e prezïosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perché gli occhi dell’uom cercan morendo
il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
amaranti educavano e vïole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte o a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentía qual d’aura de’ beati Elisi.
Pietosa insania che fa cari gli orti
de’ suburbani avelli alle britanne
vergini, dove le conduce amore
della perduta madre, ove clementi
pregaro i Geni del ritorno al prode
che tronca fe’ la trïonfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d’inclite gesta
e sien ministri al vivere civile
l’opulenza e il tremore, inutil pompa
e inaugurate immagini dell’Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l’amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi e di liberal carme l’esempio.

A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
che temprando lo scettro a’ regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l’arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide
sotto l’etereo padiglion rotarsi
piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,
onde all’Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento:
– Te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita, e pe’ lavacri
che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell’aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti, e le convalli
popolate di case e d’oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi:
e tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco,
e tu i cari parenti e l’idïoma
désti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d’un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere Celeste;
ma piú beata che in un tempio accolte
serbi l’itale glorie, uniche forse
da che le mal vietate Alpi e l’alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t’invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.
Che ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all’Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a’ patrii Numi, errava muto
ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
desïoso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l’austero; e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno: e l’ossa
fremono amor di patria. Ah sí! da quella
religïosa pace un Nume parla:
e nutria contro a’ Persi in Maratona
ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
la virtú greca e l’ira. Il navigante
che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,
vedea per l’ampia oscurità scintille
balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
fumar le pire igneo vapor, corrusche
d’armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
silenzi si spandea lungo ne’ campi
di falangi un tumulto e un suon di tube
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l’antenna
oltre l’isole egèe, d’antichi fatti
certo udisti suonar dell’Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retèe l’armi d’Achille
sovra l’ossa d’Ajace: a’ generosi
giusta di glorie dispensiera è morte;
né senno astuto né favor di regi
all’Itaco le spoglie ardue serbava,
ché alla poppa raminga le ritolse
l’onda incitata dagl’inferni Dei.

E me che i tempi ed il desio d’onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Troade inseminata
eterno splende a’ peregrini un loco,
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
talami e il regno della giulia gente.
Però che quando Elettra udí la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
mandò il voto supremo: – E se, diceva,
a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
premio miglior la volontà de’ fati,
la morta amica almen guarda dal cielo
onde d’Elettra tua resti la fama. –
Cosí orando moriva. E ne gemea
l’Olimpio: e l’immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d’Ilo; ivi l’iliache donne
sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
da’ lor mariti l’imminente fato;
ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dí mortale,
venne; e all’ombre cantò carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l’amoroso
apprendeva lamento a’ giovinetti.
E dicea sospirando: – Oh se mai d’Argo,
ove al Tidíde e di Läerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; ché de’ Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri: e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l’altare.
Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far piú bello l’ultimo trofeo
ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane.

Victor Hugo – A ma fille

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O mon enfant, tu vois, je me soumets.

Fais comme moi: vis du monde éloignée;

Heureuse? non; triomphante? jamais.

–Résignée!–
Sois bonne et douce, et lève un front pieux.

Comme le jour dans les cieux met sa flamme,

Toi, mon enfant, dans l’azur de tes yeux

Mets ton âme!
Nul n’est heureux et nul n’est triomphant.

L’heure est pour tous une chose incomplète;

L’heure est une ombre, et notre vie, enfant,

En est faite.
Oui, de leur sort tous les hommes sont las.

Pour être heureux, à tous,–destin morose!–

Tout a manqué. Tout, c’est-à-dire, hélas!

Peu de chose.
Ce peu de chose est ce que, pour sa part,

Dans l’univers chacun cherche et désire:

Un mot, un nom, un peu d’or, un regard,

Un sourire!
La gaîté manque au grand roi sans amours;

La goutte d’eau manque au désert immense.

L’homme est un puits où le vide toujours

Recommence.
Vois ces penseurs que nous divinisons,

Vois ces héros dont les fronts nous dominent,

Noms dont toujours nos sombres horizons

S’illuminent!
Après avoir, comme fait un flambeau,

Ébloui tout de leurs rayons sans nombre,

Ils sont allés chercher dans le tombeau

Un peu d’ombre.
Le ciel, qui sait nos maux et nos douleurs,

Prend en pitié nos jours vains et sonores.

Chaque matin, il baigne de ses pleurs

Nos aurores.
Dieu nous éclaire, à chacun de nos pas,

Sur ce qu’il est et sur ce que nous sommes;

Une loi sort des choses d’ici-bas,

Et des hommes!
Cette loi sainte, il faut s’y conformer.

Et la voici, toute âme y peut atteindre:

Ne rien haïr, mon enfant; tout aimer,

Ou tout plaindre!
Paris, octobre 1842.

Victor Hugo – Le Pape Pie IX

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13 janvier 1848.

Messieurs,

Les années 1846 et 1847 ont vu se produire un événement considérable.

Il y a, à l’heure où nous parlons, sur le trône de saint Pierre un homme, un pape, qui a subitement aboli toutes les haines, toutes les défiances, je dirais presque toutes les hérésies et tous les schismes; qui s’est fait admirer à la fois, j’adopte sur ce point pleinement les paroles de notre noble et éloquent collègue M. le comte de Montalembert, qui s’est fait admirer à la fois, non seulement des populations qui vivent dans l’église romaine, mais de l’Angleterre non catholique, mais de la Turquie non chrétienne, qui a fait faire, enfin, en un jour, pourrait-on dire, un pas à la civilisation humaine. Et cela comment? De la façon la plus calme, la plus simple et la plus grande, en communiant publiquement, lui pape, avec les idées des peuples, avec les idées d’émancipation et de fraternité. Contrat auguste; utile et admirable alliance de l’autorité et de la liberté, de l’autorité sans laquelle il n’y a pas de société, de la liberté sans laquelle il n’y a pas de nation. (Mouvement.)

Messieurs les pairs, ceci est digne de vos méditations. Approfondissez cette grande chose.

Cet homme qui tient dans ses mains les clefs de la pensée de tant d’hommes, il pouvait fermer les intelligences, il les a ouvertes. Il a posé l’idée d’émancipation et de liberté sur le plus haut sommet où l’homme puisse poser une lumière. Ces principes éternels que rien n’a pu souiller et que rien ne pourra détruire, qui ont fait notre révolution et lui ont survécu, ces principes de droit, d’égalité, de devoir réciproque, qui, il y a cinquante ans, étaient un moment apparus au monde, toujours grands sans doute, mais farouches, formidables et terribles sous le bonnet rouge, Pie IX les a transfigurés, il vient de les montrer à l’univers rayonnants de mansuétude, doux et vénérables sous la tiare. C’est que c’est là leur véritable couronne en effet! Pie IX enseigne la route bonne et sûre aux rois, aux peuples, aux hommes d’état, aux philosophes, à tous. Grâces lui soient rendues! Il s’est fait l’auxiliaire évangélique, l’auxiliaire suprême et souverain, de ces hautes vérités sociales que le continent, à notre grand et sérieux honneur, appelle les idées françaises. Lui, le maître des consciences, il s’est fait le serviteur de la raison. Il est venu, révolutionnaire rassurant, faire voir aux nations, à la fois éblouies et effrayées par les événements tragiques, les conquêtes, les prodiges militaires et les guerres de géants qui ont rempli la fin du dernier siècle et le commencement de celui-ci, il est venu, dis-je, faire voir aux nations que, pour féconder le sillon où germe l’avenir des peuples libres, il n’est pas nécessaire de verser le sang, il suffit de répandre les idées; que l’évangile contient toutes les chartes; que la liberté de tous les peuples comme la délivrance de tous les esclaves était dans le coeur du Christ et doit être dans le coeur de l’évêque; que, lorsqu’il le veut, l’homme de paix est un plus grand conquérant que l’homme de guerre, et un conquérant meilleur; que celui-là qui a dans l’âme la vraie charité divine, la vraie fraternité humaine, a en même temps dans l’intelligence le vrai génie politique, et qu’en un mot, pour qui gouverne les hommes, c’est la même chose d’être saint et d’être grand. (Adhésion.)

Messieurs, je ne parlerai jamais de l’ancienne papauté, de l’antique papauté, qu’avec vénération et respect; mais je dis cependant que l’apparition d’un tel pape est un événement immense. (Interruption.)

Oui, j’y insiste, un pape qui adopte la révolution française (bruit), qui en fait la révolution chrétienne, et qui la mêle à cette bénédiction qu’il répand du haut du balcon Quirinal sur Rome et sur l’univers, urbi et orbi, un pape qui fait cette chose extraordinaire et sublime, n’est pas seulement un homme, il est un événement.

Événement social, événement politique. Social, car il en sortira toute une phase de civilisation nouvelle; politique, car il en sortira une nouvelle Italie.

Ou plutôt, je le dis, le coeur plein de reconnaissance et de joie, il en sortira la vieille Italie.

Ceci est l’autre aspect de ce grand fait européen. (Interruption.
Beaucoup de pairs protestent
.)

Oui, messieurs, je suis de ceux qui tressaillent en songeant que Rome, cette vieille et féconde Rome, cette métropole de l’unité, après avoir enfanté l’unité de la foi, l’unité du dogme, l’unité de la chrétienté, entre en travail encore une fois, et va enfanter peut-être, aux acclamations du monde, l’unité de l’Italie. (Mouvements divers.)

Ce nom merveilleux, ce mot magique, l’Italie, qui a si longtemps exprimé parmi les hommes la gloire des armes, le génie conquérant et civilisateur, la grandeur des lettres, la splendeur des arts, la double domination par le glaive et par l’esprit, va reprendre, avant un quart de siècle peut-être, sa signification sublime, et redevenir, avec l’aide de Dieu et de celui qui n’aura jamais été mieux nommé son vicaire, non-seulement le résumé d’une grande histoire morte, mais le symbole d’un grand peuple vivant!

Aidons de toutes nos forces à ce désirable résultat. (Interruption. Les protestations redoublent.) Et puis, en outre, comme une pensée patriotique est toujours bonne, ayons ceci présent à l’esprit, que nous, les mutilés de 1815, nous n’avons rien à perdre à ces remaniements providentiels de l’Europe, qui tendent à rendre aux nations leur forme naturelle et nécessaire. (Mouvement.)

Je ne veux pas faire rentrer la chambre dans le détail de toutes ces questions. Au point où la discussion est arrivée, avec la fatigue de l’assemblée, ce qu’on aurait pu dire hier n’est plus possible aujourd’hui; je le regrette, et je me borne à indiquer l’ensemble de la question, et à en marquer le point culminant. Il importe qu’il parte de la tribune française un encouragement grave, sérieux, puissant, à ce noble pape, et à cette noble nation! un encouragement aux princes intelligents qui suivent le prêtre inspiré, un découragement aux autres, s’il est possible! (Agitation.)

Ne l’oublions pas, ne l’oublions jamais, la civilisation du monde a une aïeule qui s’appelle la Grèce, une mère qui s’appelle l’Italie, et une fille aînée qui s’appelle la France. Ceci nous indique, à nous chambres françaises, notre droit qui ressemble beaucoup à notre devoir.

Messieurs les pairs, en d’autres temps nous avons tendu la main à la Grèce, tendons aujourd’hui la main à l’Italie. (Mouvements divers.—Aux voix! aux voix!)

Victor Hugo – La Famille Bonaparte

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14 juin 1847.

Messieurs les pairs, en présence d’une pétition comme celle-ci, je le déclare sans hésiter, je suis du parti des exilés et des proscrits. Le gouvernement de mon pays peut compter sur moi, toujours, partout, pour l’aider et pour le servir dans toutes les occasions graves et dans toutes les causes justes. Aujourd’hui même, dans ce moment, je le sers, je crois le servir du moins, en lui conseillant de prendre une noble initiative, d’oser faire ce qu’aucun gouvernement, j’en conviens, n’aurait fait avant l’époque où nous sommes, d’oser, en un mot, être magnanime et intelligent. Je lui fais cet honneur de le croire assez fort pour cela.

D’ailleurs, laisser rentrer en France des princes bannis, ce serait de la grandeur, et depuis quand cesse-t-on d’être assez fort parce qu’on est grand?

Oui, messieurs, je le dis hautement, dût la candeur de mes paroles faire sourire ceux qui ne reconnaissent dans les choses humaines que ce qu’ils appellent la nécessité politique et la raison d’état, à mon sens, l’honneur de notre gouvernement de juillet, le triomphe de la civilisation, la couronne de nos trente-deux années de paix, ce serait de rappeler purement et simplement dans leur pays, qui est le nôtre, tous ces innocents illustres dont l’exil fait des prétendants et dont l’air de la patrie ferait des citoyens. (Très bien! très bien!)

Messieurs, sans même invoquer ici, comme l’a fait si dignement le noble prince de la Moskowa, toutes les considérations spéciales qui se rattachent au passé militaire, si national et si brillant, du noble pétitionnaire, le frère d’armes de beaucoup d’entre vous, soldat après le 18 brumaire, général à Waterloo, roi dans l’intervalle, sans même invoquer, je le répète, toutes ces considérations pourtant si décisives, ce n’est pas, disons-le, dans un temps comme le nôtre, qu’il peut être bon de maintenir les proscriptions et d’associer indéfiniment la loi aux violences du sort et aux réactions de la destinée.

Ne l’oublions pas, car de tels événements sont de hautes leçons, en fait d’élévations comme en fait d’abaissements, notre époque a vu tous les spectacles que la fortune peut donner aux hommes. Tout peut arriver, car tout est arrivé. Il semble, permettez-moi cette figure, que la destinée, sans être la justice, ait une balance comme elle; quand un plateau monte, l’autre descend. Tandis qu’un sous-lieutenant d’artillerie devenait empereur des Français, le premier prince du sang de France devenait professeur de mathématiques. Cet auguste professeur est aujourd’hui le plus éminent des rois de l’Europe. Messieurs, au moment de statuer sur cette pétition, ayez ces profondes oscillations des existences royales présentes à l’esprit. (Adhésion.)

Non, ce n’est pas après tant de révolutions, ce n’est pas après tant de vicissitudes qui n’ont épargné aucune tête, qu’il peut être impolitique de donner solennellement l’exemple du saint respect de l’adversité. Heureuse la dynastie dont on pourra dire: Elle n’a exilé personne! elle n’a proscrit personne! elle a trouvé les portes de la France fermées à des français, elle les a ouvertes et elle a dit: entrez!

J’ai été heureux, je l’avoue, que cette pétition fût présentée. Je suis de ceux qui aiment l’ordre d’idées qu’elle soulève et qu’elle ramène. Gardez-vous de croire, messieurs, que de pareilles discussions soient inutiles! elles sont utiles entre toutes. Elles font reparaître à tous les yeux, elles éclairent d’une vive lumière pour tous les esprits ce côté noble et pur des questions humaines qui ne devrait jamais s’obscurcir ni s’effacer. Depuis quinze ans, on a traité avec quelque dédain et quelque ironie tout cet ordre de sentiments; on a ridiculisé l’enthousiasme. Poésie! disait-on. On a raillé ce qu’on a appelé la politique sentimentale et chevaleresque, on a diminué ainsi dans les coeurs la notion, l’éternelle notion du vrai, du juste et du beau, et l’on a fait prévaloir les considérations d’utilité et de profit, les hommes d’affaires, les intérêts matériels. Vous savez, messieurs, où cela nous a conduits. (Mouvement.)

Quant à moi, en voyant les consciences qui se dégradent, l’argent qui règne, la corruption qui s’étend, les positions les plus hautes envahies par les passions les plus basses (mouvement prolongé), en voyant les misères du temps présent, je songe aux grandes choses du temps passé, et je suis, par moments, tenté de dire à la chambre, à la presse, à la France entière: Tenez, parlons un peu de l’empereur, cela nous fera du bien! (Vive et profonde adhésion.)

Oui, messieurs, remettons quelquefois à l’ordre du jour, quand l’occasion s’en présente, les généreuses idées et les généreux souvenirs. Occupons-nous un peu, quand nous le pouvons, de ce qui a été et de ce qui est noble et pur, illustre, fier, héroïque, désintéressé, national, ne fût-ce que pour nous consoler d’être si souvent forcés de nous occuper d’autre chose. (Très bien!)

J’aborde maintenant le côté purement politique de la question. Je serai très court; je prie la chambre de trouver bon que je l’effleure rapidement en quelques mots.

Tout à l’heure, j’entendais dire à côté de moi: Mais prenez garde! on ne provoque pas légèrement l’abrogation d’une loi de bannissement politique; il y a danger; il peut y avoir danger. Danger! quel danger? Quoi? Des menées? des intrigues? des complots de salon? la générosité payée en conspirations et en ingratitude? Y a-t-il là un sérieux péril? Non, messieurs Le danger, aujourd’hui, n’est pas du côté des princes. Nous ne sommes, grâce à Dieu, ni dans le siècle ni dans le pays des révolutions de caserne et de palais. C’est peu de chose qu’un prétendant en présence d’une nation libre qui travaille et qui pense. Rappelez-vous l’avortement de Strasbourg suivi de l’avortement de Boulogne.

Le danger aujourd’hui, messieurs, permettez-moi de vous le dire en passant, voulez-vous savoir où il est? Tournez vos regards, non du côté des princes, mais du côté des masses,—du côté des classes nombreuses et laborieuses, où il y a tant de courage, tant d’intelligence, tant de patriotisme, où il y a tant de germes utiles et en même temps, je le dis avec douleur, tant de ferments redoutables. C’est au gouvernement que j’adresse cet avertissement austère. Il ne faut pas que le peuple souffre! il ne faut pas que le peuple ait faim! Là est la question sérieuse, là est le danger. Là seulement, là, messieurs, et point ailleurs! (Oui!) Toutes les intrigues de tous les prétendants ne feront point changer de cocarde au moindre de vos soldats, les coups de fourche de Buzançais peuvent ouvrir brusquement un abîme! (Mouvement.)

J’appelle sur ce que je dis en ce moment les méditations de cette sage et illustre assemblée.

Quant aux princes bannis, sur lesquels le débat s’engage, voici ce que je dirai au gouvernement; j’insiste sur ceci, qui est ma conviction, et aussi, je crois, celle de beaucoup de bons esprits: j’admets que, dans des circonstances données, des lois de bannissement politique, lois de leur nature toujours essentiellement révolutionnaires, peuvent être momentanément nécessaires. Mais cette nécessité cesse; et, du jour où elles ne sont plus nécessaires, elles ne sont pas seulement illibérales et iniques, elles sont maladroites.

L’exil est une désignation à la couronne, les exilés sont des en-cas. (Mouvement.) Tout au contraire, rendre à des princes bannis, sur leur demande, leur droit de cité, c’est leur ôter toute importance, c’est leur déclarer qu’on ne les craint pas, c’est leur démontrer par le fait que leur temps est fini. Pour me servir d’expressions précises, leur restituer leur qualité civique, c’est leur retirer leur signification politique. Cela me paraît évident. Replacez-les donc dans la loi commune; laissez-les, puisqu’ils vous le demandent, laissez-les rentrer en France comme de simples et nobles français qu’ils sont, et vous ne serez pas seulement justes, vous serez habiles.

Je ne veux remuer ici, cela va sans dire, aucune passion. J’ai le sentiment que j’accomplis un devoir en montant à cette tribune. Quand j’apporte au roi Jérôme-Napoléon, exilé, mon faible appui, ce ne sont pas seulement toutes les convictions de mon âme, ce sont tous les souvenirs de mon enfance qui me sollicitent. Il y a, pour ainsi dire, de l’hérédité dans ce devoir, et il me semble que c’est mon père, vieux soldat de l’empire, qui m’ordonne de me lever et de parler. (Sensation.) Aussi je vous parle, messieurs les pairs, comme on parle quand on accomplit un devoir. Je ne m’adresse, remarquez-le, qu’à ce qu’il y a de plus calme, de plus grave, de plus religieux dans vos consciences. Et c’est pour cela que je veux vous dire et que je vais vous dire, en terminant, ma pensée tout entière sur l’odieuse iniquité de cette loi dont je provoque l’abrogation. (Marques d’attention.)

Messieurs les pairs, cet article d’une loi française qui bannit à perpétuité du sol français la famille de Napoléon me fait éprouver je ne sais quoi d’inouï et d’inexprimable. Tenez, pour faire comprendre ma pensée, je vais faire une supposition presque impossible. Certes, l’histoire des quinze premières années de ce siècle, cette histoire que vous avez faite, vous, généraux, vétérans vénérables devant qui je m’incline et qui m’écoutez dans cette enceinte … (mouvement), cette histoire, dis-je, est connue du monde entier, et il n’est peut-être pas, dans les pays les plus lointains, un être humain qui n’en ait entendu parler. On a trouvé en Chine, dans une pagode, le buste de Napoléon parmi les figures des dieux! Eh bien! je suppose, c’est là ma supposition à peu près impossible, mais vous voulez bien me l’accorder, je suppose qu’il existe dans un coin quelconque de l’univers un homme qui ne sache rien de cette histoire, et qui n’ait jamais entendu prononcer le nom de l’empereur, je suppose que cet homme vienne en France, et qu’il lise ce texte de loi qui dit: «La famille de Napoléon est bannie à perpétuité du territoire français.» Savez-vous ce qui se passerait dans l’esprit de cet étranger? En présence d’une pénalité si terrible, il se demanderait ce que pouvait être ce Napoléon, il se dirait qu’à coup sûr c’était un grand criminel, que sans doute une honte indélébile s’attachait à son nom, que probablement il avait renié ses dieux, vendu son peuple, trahi son pays, que sais-je? … Il se demanderait, cet étranger, avec une sorte d’effroi, par quels crimes monstrueux ce Napoléon avait pu mériter d’être ainsi frappé à jamais dans toute sa race. (Mouvement.)

Messieurs, ces crimes, les voici; c’est la religion relevée, c’est le code civil rédigé, c’est la France augmentée au delà même de ses frontières naturelles, c’est Marengo, Iéna, Wagram, Austerlitz, c’est la plus magnifique dot de puissance et de gloire qu’un grand homme ait jamais apportée à une grande nation! (Très bien! Approbation.)

Messieurs les pairs, le frère de ce grand homme vous implore à cette heure. C’est un vieillard, c’est un ancien roi aujourd’hui suppliant. Rendez-lui la terre de la patrie! Jérôme-Napoléon, pendant la première moitié de sa vie, n’a eu qu’un désir, mourir pour la France. Pendant la dernière, il n’a eu qu’une pensée, mourir en France. Vous ne repousserez pas un pareil voeu. (Approbation prolongée sur tous les bancs.)

Victor Hugo – La Pologne

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19 mars 1846.

Messieurs,

Je dirai très peu de mots. Je cède à un sentiment irrésistible qui m’appelle à cette tribune.

La question qui se débat en ce moment devant cette noble assemblée n’est pas une question ordinaire, elle dépasse la portée habituelle des questions politiques; elle réunit dans une commune et universelle adhésion les dissidences les plus déclarées, les opinions les plus contraires, et l’on peut dire, sans craindre d’être démenti, que personne dans cette enceinte, personne, n’est étranger à ces nobles émotions, à ces profondes sympathies.

D’où vient ce sentiment unanime? Est-ce que vous ne sentez pas tous qu’il y a une certaine grandeur dans la question qui s’agite? C’est la civilisation même qui est compromise, qui est offensée par certains actes que nous avons vu s’accomplir dans un coin de l’Europe. Ces actes, messieurs, je ne veux pas les qualifier, je n’envenimerai pas une plaie vive et saignante. Cependant je le dis, et je le dis très haut, la civilisation européenne recevrait une sérieuse atteinte, si aucune protestation ne s’élevait contre le procédé du gouvernement autrichien envers la Gallicie.

Deux nations entre toutes, depuis quatre siècles, ont joué dans la civilisation européenne un rôle désintéressé; ces deux nations sont la France et la Pologne. Notez ceci, messieurs: la France dissipait les ténèbres, la Pologne repoussait la barbarie; la France répandait les idées, la Pologne couvrait la frontière. Le peuple français a été le missionnaire de la civilisation en Europe; le peuple polonais en a été le chevalier.

Si le peuple polonais n’avait pas accompli son oeuvre, le peuple français n’aurait pas pu accomplir la sienne. A un certain jour, à une certaine heure, devant une invasion formidable de la barbarie, la Pologne a eu Sobieski comme la Grèce avait eu Léonidas.

Ce sont là, messieurs, des faits qui ne peuvent s’effacer de la mémoire des nations. Quand un peuple a travaillé pour les autres peuples, il est comme un homme qui a travaillé pour les autres hommes, la reconnaissance de tous l’entoure, la sympathie de tous lui est acquise, il est glorifié dans sa puissance, il est respecté dans son malheur, et si, par la dureté des temps, ce peuple, qui n’a jamais eu l’égoïsme pour loi, qui n’a jamais consulté que sa générosité, que les nobles et puissants instincts qui le portaient à défendre la civilisation, si ce peuple devient un petit peuple, il reste une grande nation.

C’est là, messieurs, la destinée de la Pologne. Mais la Pologne, messieurs les pairs, est grande encore parmi vous; elle est grande dans les sympathies de la France; elle est grande dans les respects de l’Europe! Pourquoi? C’est qu’elle a servi la communauté européenne; c’est qu’à certains jours, elle a rendu à toute l’Europe de ces services qui ne s’oublient pas.

Aussi, lorsque, il y a quatrevingts ans, cette nation a été rayée du nombre des nations, un sentiment douloureux, un sentiment de profond respect s’est manifesté dans l’Europe entière.

En 1773, la Pologne est condamnée; quatrevingts ans ont passé, et personne ne pourrait dire que ce fait soit accompli. Au bout de quatrevingts ans, ce grave fait de la radiation d’un peuple, non, ce n’est point un fait accompli! Avoir démembré la Pologne, c’était le remords de Frédéric II; n’avoir pas relevé la Pologne, c’était le regret de Napoléon.

Je le répète, lorsqu’une nation a rendu au groupe des autres nations de ces services éclatants, elle ne peut plus disparaître; elle vit, elle vit à jamais! Opprimée ou heureuse, elle rencontre la sympathie; elle la trouve toutes les fois qu’elle se lève.

Certes, je pourrais presque me dispenser de le dire, je ne suis pas de ceux qui appellent les conflits des puissances et les conflagrations populaires. Les écrivains, les artistes, les poëtes, les philosophes, sont les hommes de la paix. La paix fait fructifier les idées en même temps que les intérêts. C’est un magnifique spectacle depuis trente ans que cette immense paix européenne, que cette union profonde des nations dans le travail universel de l’industrie, de la science et de la pensée. Ce travail, c’est la civilisation même.

Je suis heureux de la part que mon pays prend à cette paix féconde, je suis heureux de sa situation libre et prospère sous le roi illustre qu’il s’est donné; mais je suis fier aussi des frémissements généreux qui l’agitent quand l’humanité est violée, quand la liberté est opprimée sur un point quelconque du globe; je suis fier de voir, au milieu de la paix de l’Europe, mon pays prendre et garder une attitude à la fois sereine et redoutable, sereine parce qu’il espère, redoutable parce qu’il se souvient.

Ce qui fait qu’aujourd’hui j’élève la parole, c’est que le frémissement généreux de la France, je le sens comme vous tous; c’est que la Pologne ne doit jamais appeler la France en vain; c’est que je sens la civilisation offensée par les actes récents du gouvernement autrichien. Dans ce qui vient de se faire en Gallicie, les paysans n’ont pas été payés, on le nie du moins; mais ils ont été provoqués et encouragés, cela est certain. J’ajoute que cela est fatal. Quelle imprudence! s’abriter d’une révolution politique dans une révolution sociale! Redouter des rebelles et créer des bandits!

Que faire maintenant? Voilà la question qui naît des faits eux-mêmes et qu’on s’adresse de toutes parts. Messieurs les pairs, cette tribune a un devoir. Il faut qu’elle le remplisse. Si elle se taisait, M. le ministre des affaires étrangères, ce grand esprit, serait le premier, je n’en doute pas, à déplorer son silence.

Messieurs, les éléments du pouvoir d’une grande nation ne se composent pas seulement de ses flottes, de ses armées, de la sagesse de ses lois, de l’étendue de son territoire. Les éléments du pouvoir d’une grande nation sont, outre ce que je viens de dire, son influence morale, l’autorité de sa raison et de ses lumières, son ascendant parmi les nations civilisatrices.

Eh bien, messieurs, ce qu’on vous demande, ce n’est pas de jeter la France dans l’impossible et dans l’inconnu; ce qu’on vous demande d’engager dans cette question, ce ne sont pas les armées et les flottes de la France, ce n’est pas sa puissance continentale et militaire, c’est son ascendant moral, c’est l’autorité qu’elle a si légitimement parmi les peuples, cette grande nation qui fait au profit du monde entier depuis trois siècles toutes les expériences de la civilisation et du progrès.

Mais qu’est-ce que c’est, dira-t-on, qu’une intervention morale?
Peut-elle avoir des résultats matériels et positifs?

Pour toute réponse, un exemple.

Au commencement du dernier siècle, l’inquisition espagnole était encore toute-puissante. C’était un pouvoir formidable qui dominait la royauté elle-même, et qui, des lois, avait presque passé dans les moeurs. Dans la première moitié du dix-huitième siècle, de 1700 à 1750, le saint-office n’a pas fait moins de douze mille victimes, dont seize cents moururent sur le bûcher. Eh bien, écoutez ceci. Dans la seconde moitié du même siècle, cette même inquisition n’a fait que quatrevingt-dix-sept victimes. Et, sur ce nombre, combien de bûchers a-t-elle dressés? Pas un seul. Pas un seul! Entre ces deux chiffres, douze mille et quatrevingt-dix-sept, seize cents bûchers et pas un seul, qu’y a-t-il? Y a-t-il une guerre? y a-t-il intervention directe et armée d’une nation? y a-t-il effort de nos flottes et de nos armées, ou même simplement de notre diplomatie? Non, messieurs, il n’y a eu que ceci, une intervention morale. Voltaire et la France ont parlé, l’inquisition est morte.

Aujourd’hui comme alors une intervention morale peut suffire. Que la presse et la tribune françaises élèvent la voix, que la France parle, et, dans un temps donné, la Pologne renaîtra.

Que la France parle, et les actes sauvages que nous déplorons seront impossibles, et l’Autriche et la Russie seront contraintes d’imiter le noble exemple de la Prusse, d’accepter les nobles sympathies de l’Allemagne pour la Pologne.

Messieurs, je ne dis plus qu’un mot. L’unité des peuples s’incarne de deux façons, dans les dynasties et dans les nationalités. C’est de cette manière, sous cette double forme, que s’accomplit ce difficile labeur de la civilisation, oeuvre commune de l’humanité; c’est de cette manière que se produisent les rois illustres et les peuples puissants. C’est en se faisant nationalité ou dynastie que le passé d’un empire devient fécond et peut produire l’avenir. Aussi c’est une chose fatale quand les peuples brisent des dynasties; c’est une chose plus fatale encore quand les princes brisent des nationalités.

Messieurs, la nationalité polonaise était glorieuse; elle eût dû être respectée. Que la France avertisse les princes, qu’elle mette un terme et qu’elle fasse obstacle aux barbaries. Quand la France parle, le monde écoute; quand la France conseille, il se fait un travail mystérieux dans les esprits, et les idées de droit et de liberté, d’humanité et de raison, germent chez tous les peuples.

Dans tous les temps, à toutes les époques, la France a joué dans la civilisation ce rôle considérable, et ceci n’est que du pouvoir spirituel, c’est le pouvoir qu’exerçait Rome au moyen âge. Rome était alors un état de quatrième rang, mais une puissance de premier ordre. Pourquoi? C’est que Rome s’appuyait sur la religion des peuples, sur une chose d’où toutes les civilisations découlent.

Voilà, messieurs, ce qui a fait Rome catholique puissante, à une époque où l’Europe était barbare.

Aujourd’hui la France a hérité d’une partie de cette puissance spirituelle de Rome; la France a, dans les choses de la civilisation, l’autorité que Rome avait et a encore dans les choses de la religion.

Ne vous étonnez pas, messieurs, de m’entendre mêler ces mots, civilisation et religion; la civilisation, c’est la religion appliquée.

La France a été et est encore plus que jamais la nation qui préside au développement des autres peuples.

Que de cette discussion il résulte au moins ceci: les princes qui possèdent des peuples ne les possèdent pas comme maîtres, mais comme pères; le seul maître, le vrai maître est ailleurs; la souveraineté n’est pas dans les dynasties, elle n’est pas dans les princes, elle n’est pas dans les peuples non plus, elle est plus haut; la souveraineté est dans toutes les idées d’ordre et de justice, la souveraineté est dans la vérité.

Quand un peuple est opprimé, la justice souffre, la vérité, la souveraineté du droit, est offensée; quand un prince est injustement outragé ou précipité du trône, la justice souffre également, la civilisation souffre également. Il y a une éternelle solidarité entre les idées de justice qui font le droit des peuples et les idées de justice qui font le droitdes princes. Dites-le aujourd’hui aux têtes couronnées comme vous le diriez aux peuples dans l’occasion.

Que les hommes qui gouvernent les autres hommes le sachent, le pouvoir moral de la France est immense. Autrefois, la malédiction de Rome pouvait placer un empire en dehors du monde religieux; aujourd’hui l’indignation de la France peut jeter un prince en dehors du monde civilisé.

Il faut donc, il faut que la tribune française, à cette heure, élève en faveur de la nation polonaise une voix désintéressée et indépendante; qu’elle proclame, en cette occasion, comme en toutes, les éternelles idées d’ordre et de justice, et que ce soit au nom des idées de stabilité et de civilisation qu’elle défende la cause de la Pologne opprimée. Après toutes nos discordes et toutes nos guerres, les deux nations dont je parlais en commençant, cette France qui a élevé et mûri la civilisation de l’Europe, cette Pologne qui l’a défendue, ont subi des destinées diverses; l’une a été amoindrie, mais elle est restée grande; l’autre a été enchaînée, mais elle est restée fière. Ces deux nations aujourd’hui doivent s’entendre, doivent avoir l’une pour l’autre cette sympathie profonde de deux soeurs qui ont lutté ensemble. Toutes deux, je l’ai dit et je le répète, ont beaucoup fait pour l’Europe; l’une s’est prodiguée, l’autre s’est dévouée.

Messieurs, je me résume et je finis par un mot. L’intervention de la France dans la grande question qui nous occupe, cette intervention ne doit pas être une intervention matérielle, directe, militaire, je ne le pense pas. Cette intervention doit être une intervention purement morale; ce doit être l’adhésion et la sympathie hautement exprimées d’un grand peuple, heureux et prospère, pour un autre peuple opprimé et abattu. Rien de plus, mais rien de moins.

Victor Hugo – Le droit et la loi

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I

Toute l’éloquence humaine dans toutes les assemblées de tous les peuples et de tous les temps peut se résumer en ceci: la querelle du droit contre la loi. Cette querelle, et c’est là tout le phénomène du progrès, tend de plus en plus à décroître. Le jour où elle cessera, la civilisation touchera à son apogée, la jonction sera faite entre ce qui doit être et ce qui est, la tribune politique se transformera en tribune scientifique; fin des surprises, fin des calamités et des catastrophes; on aura doublé le cap des tempêtes; il n’y aura pour ainsi dire plus d’événements; la société se développera majestueusement selon la nature; la quantité d’éternité possible à la terre se mêlera aux faits humains et les apaisera.

Plus de disputes, plus de fictions, plus de parasitismes; ce sera le règne paisible de l’incontestable; on ne fera plus les lois, on les constatera; les lois seront des axiomes, on ne met pas aux voix deux et deux font quatre, le binôme de Newton ne dépend pas d’une majorité, il y a une géométrie sociale; on sera gouverné par l’évidence; le code sera honnête, direct, clair; ce n’est pas pour rien qu’on appelle la vertu la droiture; cette rigidité fait partie de la liberté; elle n’exclut en rien l’inspiration, les souffles et les rayons sont rectilignes. L’humanité a deux pôles, le vrai et le beau; elle sera régie, dans l’un par l’exact, dans l’autre par l’idéal. Grâce à l’instruction substituée à la guerre, le suffrage universel arrivera à ce degré de discernement qu’il saura choisir les esprits; on aura pour parlement le concile permanent des intelligences; l’institut sera le sénat. La Convention, en créant l’institut, avait la vision, confuse, mais profonde, de l’avenir.

Cette société de l’avenir sera superbe et tranquille. Aux batailles succéderont les découvertes; les peuples ne conquerront plus, ils grandiront et s’éclaireront; on ne sera plus des guerriers, on sera des travailleurs; on trouvera, on construira, on inventera; exterminer ne sera plus une gloire. Ce sera le remplacement des tueurs par les créateurs. La civilisation qui était toute d’action sera toute de pensée; la vie publique se composera de l’étude du vrai et de la production du beau; les chefs-d’oeuvre seront les incidents; on sera plus ému d’une Iliade que d’un Austerlitz. Les frontières s’effaceront sous la lumière des esprits. La Grèce était très petite, notre presqu’île du Finistère, superposée à la Grèce, la couvrirait; la Grèce était immense pourtant, immense par Homère, par Eschyle, par Phidias et par Socrate. Ces quatre hommes sont quatre mondes. La Grèce les eut; de là sa grandeur. L’envergure d’un peuple se mesure à son rayonnement. La Sibérie, cette géante, est une naine; la colossale Afrique existe à peine. Une ville, Rome, a été l’égale de l’univers; qui lui parlait parlait à toute la terre. Urbi et orbi.

Cette grandeur, la France l’a, et l’aura de plus en plus. La France a cela d’admirable qu’elle est destinée à mourir, mais à mourir comme les dieux, par la transfiguration. La France deviendra Europe. Certains peuples finissent par la sublimation comme Hercule ou par l’ascension comme Jésus-Christ. On pourrait dire qu’à un moment donné un peuple entre en constellation; les autres peuples, astres de deuxième grandeur, se groupent autour de lui, et c’est ainsi qu’Athènes, Rome et Paris sont pléiades. Lois immenses. La Grèce s’est transfigurée, et est devenue le monde païen; Rome s’est transfigurée, et est devenue le monde chrétien; la France se transfigurera et deviendra le monde humain. La révolution de France s’appellera l’évolution des peuples. Pourquoi? Parce que la France le mérite; parce qu’elle manque d’égoïsme, parce qu’elle ne travaille pas pour elle seule, parce qu’elle est créatrice d’espérances universelles, parce qu’elle représente toute la bonne volonté humaine, parce que là où les autres nations sont seulement des soeurs, elle est mère. Cette maternité de la généreuse France éclate dans tous les phénomènes sociaux de ce temps; les autres peuples lui font ses malheurs, elle leur fait leurs idées. Sa révolution n’est pas locale, elle est générale; elle n’est pas limitée, elle est indéfinie et infinie. La France restaure en toute chose la notion primitive, la notion vraie. Dans la philosophie elle rétablit la logique, dans l’art elle rétablit la nature, dans la loi elle rétablit le droit.

L’oeuvre est-elle achevée? Non, certes. On ne fait encore qu’entrevoir la plage lumineuse et lointaine, l’arrivée, l’avenir.

En attendant on lutte.

Lutte laborieuse.

D’un côté l’idéal, de l’autre l’incomplet.

Avant d’aller plus loin, plaçons ici un mot, qui éclaire tout ce que nous allons dire, et qui va même au delà.

La vie et le droit sont le même phénomène. Leur superposition est étroite.

Qu’on jette les yeux sur les êtres créés, la quantité de droit est adéquate à la quantité de vie.

De là, la grandeur de toutes les questions qui se rattachent à cette notion, le Droit.

II

Le droit et la loi, telles sont les deux forces; de leur accord naît l’ordre, de leur antagonisme naissent les catastrophes. Le droit parle et commande du sommet des vérités, la loi réplique du fond des réalités; le droit se meut dans le juste, la loi se meut dans le possible; le droit est divin, la loi est terrestre. Ainsi, la liberté, c’est le droit; la société, c’est la loi. De là deux tribunes; l’une où sont les hommes del’idée, l’autre où sont les hommes du fait; l’une qui est l’absolu, l’autre qui est le relatif. De ces deux tribunes, la première est nécessaire, la seconde est utile. De l’une à l’autre il y a la fluctuation des consciences. L’harmonie n’est pas faite encore entre ces deux puissances, l’une immuable, l’autre variable, l’une sereine, l’autre passionnée. La loi découle du droit, mais comme le fleuve découle de la source, acceptant toutes les torsions et toutes les impuretés des rives. Souvent lapratique contredit la règle, souvent le corollaire trahit le principe, souvent l’effet désobéit à la cause; telle est la fatale condition humaine. Le droit et la loi contestent sans cesse; et de leur débat, fréquemment orageux, sortent, tantôt les ténèbres, tantôt la lumière. Dans le langage parlementaire moderne, on pourrait dire: le droit, chambre haute; la loi, chambre basse.

L’inviolabilité de la vie humaine, la liberté, la paix, rien d’indissoluble, rien d’irrévocable, rien d’irréparable; tel est le droit.

L’échafaud, le glaive et le sceptre, la guerre, toutes les variétés de joug, depuis le mariage sans le divorce dans la famille jusqu’à l’état de siége dans la cité; telle est la loi.

Le droit: aller et venir, acheter, vendre, échanger.

La loi: douane, octroi, frontière.

Le droit: l’instruction gratuite et obligatoire, sans empiétement sur la conscience de l’homme, embryonnaire dans l’enfant, c’est-à-dire l’instruction laïque.

La loi: les ignorantins.

Le droit: la croyance libre.

La loi: les religions d’état.

Le suffrage universel, le jury universel, c’est le droit; le suffrage restreint, le jury trié, c’est la loi.

La chose jugée, c’est la loi; la justice, c’est le droit.

Mesurez l’intervalle.

La loi a la crue, la mobilité, l’envahissement et l’anarchie de l’eau, souvent trouble; mais le droit est insubmersible.

Pour que tout soit sauvé, il suffit que le droit surnage dans une conscience.

On n’engloutit pas Dieu.

La persistance du droit contre l’obstination de la loi; toute l’agitation sociale vient de là.

Le hasard a voulu (mais le hasard existe-t-il?) que les premières paroles politiques de quelque retentissement prononcées à titre officiel par celui qui écrit ces lignes, aient été d’abord, à l’institut, pour le droit, ensuite, à la chambre des pairs, contre la loi.

Le 2 juin 1841, en prenant séance à l’académie française, il glorifia la résistance à l’empire; le 12 juin 1847, il demanda à la chambre des pairs [Footnote: Et obtint. Voir page 151 de Avant l’exil.] la rentrée en France de la famille Bonaparte, bannie.

Ainsi, dans le premier cas, il plaidait pour la liberté, c’est-à-dire pour le droit; et, dans le second cas, il élevait la voix contre la proscription, c’est-à-dire contre la loi.

Dès cette époque une des formules de sa vie publique a été: Pro jure contra legem.

Sa conscience lui a imposé, dans ses fonctions de législateur, une confrontation permanente et perpétuelle de la loi que les hommes font avec le droit qui fait les hommes.

Obéir à sa conscience est sa règle; règle qui n’admet pas d’exception.

La fidélité à cette règle, c’est là, il l’affirme, ce qu’on trouvera dans ces trois volumes, Avant l’exil, Pendant l’exil, Depuis l’exil.

III

Pour lui, il le déclare, car tout esprit doit loyalement indiquer son point de départ, la plus haute expression du droit, c’est la liberté.

La formule républicaine a su admirablement ce qu’elle disait et ce qu’elle faisait; la gradation de l’axiome social est irréprochable. Liberté, Égalité, Fraternité. Rien à ajouter, rien à retrancher. Ce sont les trois marches du perron suprême. La liberté, c’est le droit, l’égalité, c’est le fait, la fraternité, c’est le devoir. Tout l’homme est là.

Nous sommes frères par la vie, égaux par la naissance et par la mort, libres par l’âme.

Otez l’âme, plus de liberté.

Le matérialisme est auxiliaire du despotisme.

Remarquons-le en passant, à quelques esprits, dont plusieurs sont même élevés et généreux, le matérialisme fait l’effet d’une libération.

Étrange et triste contradiction, propre à l’intelligence humaine, et qui tient à un vague désir d’élargissement d’horizon. Seulement, parfois, ce qu’on prend pour élargissement, c’est rétrécissement.

Constatons, sans les blâmer, ces aberrations sincères. Lui-même, qui parle ici, n’a-t-il pas été, pendant les quarante premières années de sa vie, en proie à une de ces redoutables luttes d’idées qui ont pour dénouement, tantôt l’ascension, tantôt la chute?

Il a essayé de monter. S’il a un mérite, c’est celui-là.

De là les épreuves de sa vie. En toute chose, la descente est douce et la montée est dure. Il est plus aisé d’être Sieyès que d’être Condorcet. La honte est facile, ce qui la rend agréable à de certaines âmes.

N’être pas de ces âmes-là, voilà l’unique ambition de celui qui écrit ces pages.

Puisqu’il est amené à parler de la sorte, il convient peut-être qu’avec la sobriété nécessaire il dise un mot de cette partie du passé à laquelle a été mêlée la jeunesse de ceux qui sont vieux aujourd’hui. Un souvenir peut être un éclaircissement. Quelquefois l’homme qu’on est s’explique par l’enfant qu’on a été.

IV

Au commencement de ce siècle, un enfant habitait, dans le quartier le plus désert de Paris, une grande maison qu’entourait et qu’isolait un grand jardin. Cette maison s’était appelée, avant la révolution, le couvent des Feuillantines. Cet enfant vivait là seul, avec sa mère et ses deux frères et un vieux prêtre, ancien oratorien, encore tout tremblant de 93, digne vieillard persécuté jadis et indulgent maintenant, qui était leur clément précepteur, et qui leur enseignait beaucoup de latin, un peu de grec et pas du tout d’histoire. Au fond du jardin, il y avait de très grands arbres qui cachaient une ancienne chapelle à demi ruinée. Il était défendu aux enfants d’aller jusqu’à cette chapelle. Aujourd’hui ces arbres, cette chapelle et cette maison ont disparu. Les embellissements qui ont sévi sur le jardin du Luxembourg se sont prolongés jusqu’au Val-de-Grâce et ont détruit cette humble oasis. Une grande rue assez inutile passe là. Il ne reste plus des Feuillantines qu’un peu d’herbe et un pan de mur décrépit encore visible entre deux hautes bâtisses neuves; mais cela ne vaut plus la peine d’être regardé, si ce n’est par l’oeil profond du souvenir. En janvier 1871, une bombe prussienne a choisi ce coin de terre pour y tomber, continuation des embellissements, et M. de Bismark a achevé ce qu’avait commencé M. Haussmann. C’est dans cette maison que grandissaient sous le premier empire les trois jeunes frères. Ils jouaient et travaillaient ensemble, ébauchant la vie, ignorant la destinée, enfances mêlées au printemps, attentifs aux livres, aux arbres, aux nuages, écoutant le vague et tumultueux conseil des oiseaux, surveillés par un doux sourire. Sois bénie, ô ma mère!

On voyait sur les murs, parmi les espaliers vermoulus et décloués, des vestiges de reposoirs, des niches de madones, des restes de croix, et çà et là cette inscription: Propriété nationale.

Le digne prêtre précepteur s’appelait l’abbé de la Rivière. Que son nom soit prononcé ici avec respect.

Avoir été enseigné dans sa première enfance par un prêtre est un fait dont on ne doit parler qu’avec calme et douceur; ce n’est ni la faute du prêtre ni la vôtre. C’est, dans des conditions que ni l’enfant ni le prêtre n’ont choisies, une rencontre malsaine de deux intelligences, l’une petite, l’autre rapetissée, l’une qui grandit, l’autre qui vieillit. La sénilité se gagne. Une âme d’enfant peut se rider de toutes les erreurs d’un vieillard.

En dehors de la religion, qui est une, toutes les religions sont des à peu près; chaque religion a son prêtre qui enseigne à l’enfant son à peu près. Toutes les religions, diverses en apparence, ont une identité vénérable; elles sont terrestres par la surface, qui est le dogme, et célestes par le fond, qui est Dieu. De là, devant les religions, la grave rêverie du philosophe qui, sous leur chimère, aperçoit leur réalité. Cette chimère, qu’elles appellent articles de foi et mystères, les religions la mêlent à Dieu, et l’enseignent. Peuvent-elles faire autrement? L’enseignement de la mosquée et de la synagogue est étrange, mais c’est innocemment qu’il est funeste; le prêtre, nous parlons du prêtre convaincu, n’en est pas coupable; il est à peine responsable; il a été lui-même anciennement le patient de cet enseignement dont il est aujourd’hui l’opérateur; devenu maître, il est resté esclave. De là ses leçons redoutables. Quoi de plus terrible que le mensonge sincère? Le prêtre enseigne le faux, ignorant le vrai; il croit bien faire.

Cet enseignement a cela de lugubre que tout ce qu’il fait pour l’enfant est fait contre l’enfant; il donne lentement on ne sait quelle courbure à l’esprit; c’est de l’orthopédie en sens inverse; il fait torse ce que la nature a fait droit; il lui arrive, affreux chefs-d’oeuvre, de fabriquer des âmes difformes, ainsi Torquemada; il produit des intelligences inintelligentes, ainsi Joseph de Maistre; ainsi tant d’autres, qui ont été les victimes de cet enseignement avant d’en être les bourreaux.

Étroite et obscure éducation de caste et de clergé qui a pesé sur nos pères et qui menace encore nos fils!

Cet enseignement inocule aux jeunes intelligences la vieillesse des préjugés, il ôte à l’enfant l’aube et lui donne la nuit, et il aboutit à une telle plénitude du passé que l’âme y est comme noyée, y devient on ne sait quelle éponge de ténèbres, et ne peut plus admettre l’avenir.

Se tirer de l’éducation qu’on a reçue, ce n’est pas aisé. Pourtant l’instruction cléricale n’est pas toujours irrémédiable. Preuve, Voltaire.

Les trois écoliers des Feuillantines étaient soumis à ce périlleux enseignement, tempéré, il est vrai, par la tendre et haute raison d’une femme; leur mère.

Le plus jeune des trois frères, quoiqu’on lui fit dès lors épeler
Virgile, était encore tout à fait un enfant.

Cette maison des Feuillantines est aujourd’hui son cher et religieux souvenir. Elle lui apparaît couverte d’une sorte d’ombre sauvage. C’est là qu’au milieu des rayons et des roses se faisait en lui la mystérieuse ouverture de l’esprit. Rien de plus tranquille que cette haute masure fleurie, jadis couvent, maintenant solitude, toujours asile. Le tumulte impérial y retentissait pourtant. Par intervalles, dans ces vastes chambres d’abbaye, dans ces décombres de monastère, sous ces voûtes de cloître démantelé, l’enfant voyait aller et venir, entre deux guerres dont il entendait le bruit, revenant de l’armée et repartant pour l’armée, un jeune général qui était son père et un jeune colonel qui était son oncle; ce charmant fracas paternel l’éblouissait un moment; puis, à un coup de clairon, ces visions de plumets et de sabres s’évanouissaient, et tout redevenait paix et silence dans cette ruine où il y avait une aurore.

Ainsi vivait, déjà sérieux, il y a soixante ans, cet enfant, qui était moi.

Je me rappelle toutes ces choses, ému.

C’était le temps d’Eylau, d’Ulm, d’Auersaedt et de Friedland, de l’Elbe forcé, de Spandau, d’Erfurt et de Salzbourg enlevés, des cinquante et un jours de tranchée de Dantzick, des neuf cents bouches à feu vomissant cette victoire énorme, Wagram; c’était le temps des empereurs sur le Niémen, et du czar saluant le césar; c’était le temps où il y avait un département du Tibre, Paris chef-lieu de Rome; c’était l’époque du pape détruit au Vatican, de l’inquisition détruite en Espagne, du moyen âge détruit dans l’agrégation germanique, des sergents faits princes, des postillons faits rois, des archiduchesses épousant des aventuriers; c’était l’heure extraordinaire; à Austerlitz la Russie demandait grâce, à Iéna la Prusse s’écroulait, à Essling l’Autriche s’agenouillait, la confédération du Rhin annexait l’Allemagne à la France, le décret de Berlin, formidable, faisait presque succéder à la déroute de la Prusse la faillite de l’Angleterre, la fortune à Potsdam livrait l’épée de Frédéric à Napoléon qui dédaignait de la prendre, disant: J’ai la mienne. Moi, j’ignorais tout cela, j’étais petit.

Je vivais dans les fleurs.

Je vivais dans ce jardin des Feuillantines, j’y rôdais comme un enfant, j’y errais comme un homme, j’y regardais le vol des papillons et des abeilles, j’y cueillais des boutons d’or et des liserons, et je n’y voyais jamais personne que ma mère, mes deux frères et le bon vieux prêtre, son livre sous le bras. Parfois, malgré la défense, je m’aventurais jusqu’au hallier farouche du fond du jardin; rien n’y remuait que le vent, rien n’y parlait que les nids, rien n’y vivait que les arbres; et je considérais à travers les branches la vieille chapelle dont les vitres défoncées laissaient voir la muraille intérieure bizarrement incrustée de coquillages marins. Les oiseaux entraient et sortaient par les fenêtres. Ils étaient là chez eux. Dieu et les oiseaux, cela va ensemble.

Un soir, ce devait être vers 1809, mon père était en Espagne, quelques visiteurs étaient venus voir ma mère, événement rare aux Feuillantines. On se promenait dans le jardin; mes frères étaient restés à l’écart. Ces visiteurs étaient trois camarades de mon père; ils venaient apporter ou demander de ses nouvelles; ces hommes étaient de haute taille; je les suivais, j’ai toujours aimé la compagnie des grands; c’est ce qui, plus tard, m’a rendu facile un long tête-à-tête avec l’océan.

Ma mère les écoutait parler, je marchais derrière ma mère.

Il y avait fête ce jour-là, une de ces vastes fêtes du premier empire. Quelle fête? je l’ignorais. Je l’ignore encore. C’était un soir d’été; la nuit tombait, splendide. Canon des Invalides, feu d’artifice, lampions; une rumeur de triomphe arrivait jusqu’à notre solitude; la grande ville célébrait la grande armée et le grand chef; la cité avait une auréole, comme si les victoires étaient une aurore; le ciel bleu devenait lentement rouge; la fête impériale se réverbérait jusqu’au zénith; des deux dômes qui dominaient le jardin des Feuillantines, l’un, tout près, le Val-de-Grâce, masse noire, dressait une flamme à son sommet et semblait une tiare qui s’achève en escarboucle; l’autre, lointain, le Panthéon gigantesque et spectral, avait autour de sa rondeur un cercle d’étoiles, comme si, pour fêter un génie, il se faisait une couronne des âmes de tous les grands hommes auxquels il est dédié.

La clarté de la fête, clarté superbe, vermeille, vaguement sanglante, était telle qu’il faisait presque grand jour dans le jardin.

Tout en se promenant, le groupe qui marchait devant moi était parvenu, peut-être un peu malgré ma mère, qui avait des velléités de s’arrêter et qui semblait ne vouloir pas aller si loin, jusqu’au massif d’arbres où était la chapelle.

Ils causaient, les arbres étaient silencieux, au loin le canon de la solennité tirait de quart d’heure en quart d’heure. Ce que je vais dire est pour moi inoubliable.

Comme ils allaient entrer sous les arbres, un des trois interlocuteurs s’arrêta, et regardant le ciel nocturne plein de lumière, s’écria:

—N’importe! cet homme est grand.

Une voix sortit de l’ombre et dit:

—Bonjour, Lucotte[1], bonjour, Drouet[2], bonjour, Tilly[3].

Et un homme, de haute stature aussi lui, apparut dans le clair-obscur des arbres.

Les trois causeurs levèrent la tête.

—Tiens! s’écria l’un d’eux.

Et il parut prêt à prononcer un nom.

Ma mère, pâle, mit un doigt sur sa bouche.

Ils se turent.

Je regardais, étonné.

L’apparition, c’en était une pour moi, reprit:

—Lucotte, c’est toi qui parlais.

—Oui, dit Lucotte.

—Tu disais: cet homme est grand.

—Oui.

—Eh bien, quelqu’un est plus grand que Napoléon.

—Qui?

—Bonaparte.

Il y eut un silence. Lucotte le rompit.

—Après Marengo?

L’inconnu répondit:

—Avant Brumaire.

Le général Lucotte, qui était jeune, riche, beau, heureux, tendit la main à l’inconnu et dit:

—Toi, ici! je te croyais en Angleterre.

L’inconnu, dont je remarquais la face sévère, l’oeil profond et les cheveux grisonnants, repartit:

—Brumaire, c’est la chute.

—De la république, oui.

—Non, de Bonaparte.

Ce mot, Bonaparte, m’étonnait beaucoup. J’entendais toujours dire «l’empereur». Depuis, j’ai compris ces familiarités hautaines de la vérité. Ce jour-là, j’entendais pour la première fois le grand tutoiement de l’histoire.

Les trois hommes, c’étaient trois généraux, écoutaient stupéfaits et sérieux.

Lucotte s’écria:

—Tu as raison. Pour effacer Brumaire, je ferais tous les sacrifices.
La France grande, c’est bien; la France libre, c’est mieux.

—La France n’est pas grande si elle n’est pas libre.

—C’est encore vrai. Pour revoir la France libre, je donnerais ma fortune. Et toi?

—Ma vie, dit l’inconnu.

Il y eut encore un silence. On entendait le grand bruit de Paris joyeux, les arbres étaient roses, le reflet de la fête éclairait les visages de ces hommes, les constellations s’effaçaient au-dessus de nos têtes dans le flamboiement de Paris illuminé, la lueur de Napoléon semblait remplir le ciel.

Tout à coup l’homme si brusquement apparu se tourna vers moi qui avais peur et me cachais un peu, me regarda fixement, et me dit:

—Enfant, souviens-toi de ceci: avant tout, la liberté.

Et il posa sa main sur ma petite épaule, tressaillement que je garde encore.

Puis il répéta:

—Avant tout la liberté.

Et il rentra sous les arbres, d’où il venait de sortir.

Qui était cet homme?

Un proscrit.

Victor Fanneau de Lahorie était un gentilhomme breton rallié à la république. Il était l’ami de Moreau, breton aussi. En Vendée, Lahorie connut mon père, plus jeune que lui de vingt-cinq ans. Plus tard, il fut son ancien à l’armée du Rhin; il se noua entre eux une de ces fraternités d’armes qui font qu’on donne sa vie l’un pour l’autre. En 1801 Lahorie fut impliqué dans la conspiration de Moreau contre Bonaparte. Il fut proscrit, sa tête fut mise à prix, il n’avait pas d’asile; mon père lui ouvrit sa maison; la vieille chapelle des Feuillantines, ruine, était bonne à protéger cette autre ruine, un vaincu. Lahorie accepta l’asile comme il l’eût offert, simplement; et il vécut dans cette ombre, caché.

Mon père et ma mère seuls savaient qu’il était là.

Le jour où il parla aux trois généraux, peut-être fit-il une imprudence.

Son apparition nous surprit fort, nous les enfants. Quant au vieux prêtre, il avait eu dans sa vie une quantité de proscription suffisante pour lui ôter l’étonnement. Quelqu’un qui était caché, c’était pour ce bonhomme quelqu’un qui savait à quel temps il avait affaire; se cacher, c’était comprendre.

Ma mère nous recommanda le silence, que les enfants gardent si religieusement. A dater de ce jour, cet inconnu cessa d’être mystérieux dans la maison. A quoi bon la continuation du mystère, puisqu’il s’était montré? Il mangeait à la table de famille, il allait et venait dans le jardin, et donnait çà et là des coups de bêche, côte à côte avec le jardinier; il nous conseillait; il ajoutait ses leçons aux leçons du prêtre; il avait une façon de me prendre dans ses bras qui me faisait rire et qui me faisait peur; il m’élevait en l’air, et me laissait presque retomber jusqu’à terre. Une certaine sécurité, habituelle à tous les exils prolongés, lui était venue. Pourtant il ne sortait jamais. Il était gai. Ma mère était un peu inquiète, bien que nous fussions entourés de fidélités absolues.

Lahorie était un homme simple, doux, austère, vieilli avant l’âge, savant, ayant le grave héroïsme propre aux lettrés. Une certaine concision dans le courage distingue l’homme qui remplit un devoir de l’homme qui joue un rôle; le premier est Phocion, le second est Murat. Il y avait du Phocion dans Lahorie.

Nous les enfants, nous ne savions rien de lui, sinon qu’il était mon parrain. Il m’avait vu naître; il avait dit à mon père: Hugo est un mot du nord, il faut l’adoucir par un mot du midi, et compléter le germain par le romain. Et il me donna le nom de Victor, qui du reste était le sien. Quant à son nom historique, je l’ignorais. Ma mère lui disait général, je l’appelais mon parrain Il habitait toujours la masure du fond du jardin, peu soucieux de la pluie et de la neige qui, l’hiver, entraient par les croisées sans vitres; il continuait dans cette chapelle son bivouac. Il avait derrière l’autel un lit de camp, avec ses pistolets dans un coin, et un Tacite qu’il me faisait expliquer.

J’aurai toujours présent à la mémoire le jour où il me prit sur ses genoux, ouvrit ce Tacite qu’il avait, un in-octavo relié en parchemin, édition Herhan, et me lut cette ligne: Urbem Romam a principio reges habuere.

Il s’interrompit et murmura à demi-voix:

—Si Rome eût gardé ses rois, elle n’eût pas été Rome.

Et, me regardant tendrement, il redit cette grande parole:

—Enfant, avant tout la liberté.

Un jour il disparut de la maison. J’ignorais alors pourquoi.[4] Des événements survinrent, il y eut Moscou, la Bérésina, un commencement d’ombre terrible. Nous allâmes rejoindre mon père en Espagne. Puis nous revînmes aux Feuillantines. Un soir d’octobre 1812, je passais, donnant la main à ma mère, devant l’église Saint-Jacques-du-Haut-Pas. Une grande affiche blanche était placardée sur une des colonnes du portail, celle de droite; je vais quelquefois revoir cette colonne. Les passants regardaient obliquement cette affiche, semblaient en avoir un peu peur, et, après l’avoir entrevue, doublaient le pas. Ma mère s’arrêta, et me dit: Lis. Je lus. Je lus ceci: «—Empire français.—Par sentence du premier conseil de guerre, ont été fusillés en plaine de Grenelle, pour crime de conspiration contre l’empire et l’empereur, les trois ex-généraux Malet, Guidal et Lahorie.» —Lahorie, me dit ma mère. Retiens ce nom.

Et elle ajouta:

—C’est ton parrain.

Notes:

[1] Depuis comte de Sopetran.

[2] Depuis comte d’Erlon.

[3] Depuis gouverneur de Ségovie.

[4] Voir le livre Victor Hugo raconté par un témoin de sa vie.

V

Tel est le fantôme que j’aperçois dans les profondeurs de mon enfance.

Cette figure est une de celles qui n’ont jamais disparu de mon horizon.

Le temps, loin de la diminuer, l’a accrue.

En s’éloignant, elle s’est augmentée, d’autant plus haute qu’elle était plus lointaine, ce qui n’est propre qu’aux grandeurs morales.

L’influence sur moi a été ineffaçable.

Ce n’est pas vainement que j’ai eu, tout petit, de l’ombre de proscrit sur ma tête, et que j’ai entendu la voix de celui qui devait mourir dire ce mot du droit et du devoir: Liberté.

Un mot a été le contre-poids de toute une éducation.

L’homme qui publie aujourd’hui ce recueil, Actes et Paroles, et qui dans ces volumes, Avant l’exil, Pendant l’exil, Depuis l’exil, ouvre à deux battants sa vie à ses contemporains, cet homme a traversé beaucoup d’erreurs. Il compte, si Dieu lui en accorde le temps, en raconter les péripéties sous ce titre: Histoire des révolutions intérieures d’une conscience honnête. Tout homme peut, s’il est sincère, refaire l’itinéraire, variable pour chaque esprit, du chemin de Damas. Lui, comme il l’a dit quelque part, il est fils d’une vendéenne, amie de madame de la Rochejaquelein, et d’un soldat de la révolution et de l’empire, ami de Desaix, de Jourdan et de Joseph Bonaparte; il a subi les conséquences d’une éducation solitaire et complexe où un proscrit républicain donnait la réplique à un proscrit prêtre. Il y a toujours eu en lui le patriote sous le vendéen; il a été napoléonien en 1813, bourbonnien en 1814; comme presque tous les hommes du commencement de ce siècle, il a été tout ce qu’a été le siècle; illogique et probe, légitimiste et voltairien, chrétien littéraire, bonapartiste libéral, socialiste à tâtons dans la royauté; nuances bizarrement réelles, surprenantes aujourd’hui; il a été de bonne foi toujours; il a eu pour effort de rectifier son rayon visuel au milieu de tous ces mirages; toutes les approximations possibles du vrai ont tenté tour à tour et quelquefois trompé son esprit; ces aberrations successives, où, disons-le, il n’y a jamais eu un pas en arrière, ont laissé trace dans ses oeuvres; on peut en constater çà et là l’influence; mais, il le déclare ici, jamais, dans tout ce qu’il a écrit, même dans ses livres d’enfant et d’adolescent, jamais on ne trouvera une ligne contre la liberté. Il y a eu lutte dans son âme entre la royauté que lui avait imposée le prêtre catholique et la liberté que lui avait recommandée le soldat républicain; la liberté a vaincu.

Là est l’unité de sa vie.

Il cherche à faire en tout prévaloir la liberté. La liberté, c’est, dans la philosophie, la Raison, dans l’art, l’Inspiration, dans la politique, le Droit.

VI

En 1848, son parti n’était pas pris sur la forme sociale définitive. Chose singulière, on pourrait presque dire qu’à cette époque la liberté lui masqua la république. Sortant d’une série de monarchies essayées et mises au rebut tour à tour, monarchie impériale, monarchie légitime, monarchie constitutionnelle, jeté dans des faits inattendus qui lui semblaient illogiques, obligé de constater à la fois dans les chefs guerriers qui dirigeaient l’état l’honnêteté et l’arbitraire, ayant malgré lui sa part de l’immense dictature anonyme qui est le danger des assemblées uniques, il se décida à observer, sans adhésion, ce gouvernement militaire où il ne pouvait reconnaître un gouvernement démocratique, se borna à protéger les principes quand ils lui parurent menacés et se retrancha dans la défense du droit méconnu. En 1848, il y eut presque un dix-huit fructidor; les dix-huit fructidor ont cela de funeste qu’ils donnent le modèle et le prétexte aux dix-huit brumaire, et qu’ils font faire par la république des blessures à la liberté; ce qui, prolongé, serait un suicide. L’insurrection de juin fut fatale, fatale par ceux qui l’allumèrent, fatale par ceux qui l’éteignirent; il la combattit; il fut un des soixante représentants envoyés par l’assemblée aux barricades. Mais, après la victoire, il dut se séparer des vainqueurs. Vaincre, puis tendre la main aux vaincus, telle est la loi de sa vie. On fit le contraire. Il y a bien vaincre et mal vaincre. L’insurrection de 1848 fut mal vaincue. Au lieu de pacifier, on envenima; au lieu de relever, on foudroya; on acheva l’écrasement; toute la violence soldatesque se déploya; Cayenne, Lambessa, déportation sans jugement; il s’indigna; il prit fait et cause pour les accablés; il éleva la voix pour toutes ces pauvres familles désespérées; il repoussa cette fausse république de conseils de guerre et d’état de siège. Un jour, à l’assemblée, le représentant Lagrange, homme vaillant, l’aborda et lui dit: «Avec qui êtes-vous ici? il répondit: Avec la liberté.—Et que faites-vous? reprit Lagrange; il répondit: J’attends.»

Après juin 1848, il attendait; mais, après juin 1849, il n’attendit plus.

L’éclair qui jaillit des événements lui entra dans l’esprit. Ce genre d’éclair, une fois qu’il a brillé, ne s’efface pas. Un éclair qui reste, c’est là la lumière du vrai dans la conscience.

En 1849, cette clarté définitive se fit en lui.

Quand il vit Rome terrassée au nom dé la France, quand il vit la majorité, jusqu’alors hypocrite, jeter tout à coup le masque par la bouche duquel, le 4 mai 1848, elle avait dix-sept fois crié: Vive la république! quand il vit, après le 13 juin, le triomphe de toutes les coalitions ennemies du progrès, quand il vit cette joie cynique, il fut triste, il comprit, et, au moment où toutes les mains des vainqueurs se tendaient vers lui pour l’attirer dans leurs rangs, il sentit dans le fond de son âme qu’il était un vaincu. Une morte était à terre, on criait: c’est la république! il alla à cette morte, et reconnut que c’était la liberté. Alors il se pencha vers ce cadavre, et il l’épousa. Il vit devant lui la chute, la défaite, la ruine, l’affront, la proscription, et il dit: C’est bien.

Tout de suite, le 15 juin, il monta à la tribune, et il protesta. A partir de ce jour, la jonction fut faite dans son âme entre la république et la liberté. A partir de ce jour, sans trêve, sans relâche, presque sans reprise d’haleine, opiniâtrément, pied à pied, il lutta pour ces deux grandes calomniées. Enfin, le 2 décembre 1851, ce qu’il attendait, il l’eut; vingt ans d’exil.

Telle est l’histoire de ce qu’on a appelé son apostasie.

VII

1849. Grande date pour lui.

Alors commencèrent les luttes tragiques.

Il y eut de mémorables orages; l’avenir attaquait, le passé résistait.

A cette étrange époque le passé était tout-puissant. Il était omnipotent, ce qui ne l’empêchait pas d’être mort. Effrayant fantôme combattant.

Toutes les questions se présentèrent; indépendance nationale, liberté individuelle, liberté de conscience, liberté de pensée, liberté de parole, liberté de tribune et de presse, question du mariage dans la femme, question de l’éducation dans l’enfant, droit au travail à propos du salaire, droit à la patrie à propos de la déportation, droit à la vie à propos de la réforme du code, pénalité décroissante par l’éducation croissante, séparation de l’église et de l’état, la propriété des monuments, églises, musées, palais dits royaux, rendue à la nation, la magistrature restreinte, le jury augmenté, l’armée européenne licenciée par la fédération continentale, l’impôt de l’argent diminué, l’impôt du sang aboli, les soldats retirés au champ de bataille et restitués au sillon comme travailleurs, les douanes supprimées, les frontières effacées, les isthmes coupés, toutes les ligatures disparues, aucune entrave à aucun progrès, les idées circulant dans la civilisation comme le sang dans l’homme. Tout cela fut débattu, proposé, imposé parfois. On trouvera ces luttes dans ce livre.

L’homme qui esquisse en ce moment sa vie parlementaire, entendant un jour les membres de la droite exagérer le droit du père, leur jeta ce mot inattendu, le droit de l’enfant. Un autre jour, sans cesse préoccupé du peuple et du pauvre, il les stupéfia par cette affirmation: On peut détruire la misère.

C’est une vie violente que celle des orateurs. Dans les assemblées ivres de leur triomphe et de leur pouvoir, les minorités étant les trouble-fête sont les souffre-douleurs. C’est dur de rouler cet inexorable rocher de Sisyphe, le droit; on le monte, il retombe. C’est là l’effort des minorités.

La beauté du devoir s’impose; une fois qu’on l’a comprise, on lui obéit, plus d’hésitation; le sombre charme du dévouement attire les consciences, et l’on accepte les épreuves avec une joie sévère. L’approche de la lumière a cela de terrible qu’elle devient flamme. Elle éclaire d’abord, réchauffe ensuite, et dévore enfin. N’importe, on s’y précipite. On s’y ajoute. On augmente cette clarté du rayonnement de son propre sacrifice; brûler, c’est briller; quiconque souffre pour la vérité la démontre.

Huer avant de proscrire, c’est le procédé ordinaire des majorités furieuses; elles préludent à la persécution matérielle par la persécution morale, l’imprécation commence ce que l’ostracisme achèvera; elles parent la victime pour l’immolation avec toute la rhétorique de l’injure; et elles l’outragent, c’est leur façon de la couronner.

Celui qui parle ici traversa ces diverses façons d’agir, et n’eut qu’un mérite, le dédain. Il fit son devoir, et, ayant pour salaire l’affront, il s’en contenta.

Ce qu’étaient ces affronts, on le verra en lisant ce recueil de vérités insultées.

En veut-on quelques exemples?

Un jour, le 17 juillet 1851, il dénonça à la tribune la conspiration de Louis Bonaparte, et déclara que le président voulait se faire empereur. Une voix lui cria:

—Vous êtes un infâme calomniateur!

Cette voix a depuis prêté serment à l’empire moyennant trente mille francs par an.

Une autre fois, comme il combattait la féroce loi de déportation, une voix lui jeta cette interruption:

—Et dire que ce discours coûtera vingt-cinq francs à la France!

Cet interrupteur-là aussi a été sénateur de l’empire.

Une autre fois, on ne sait qui, sénateur également plus tard, l’apostrophait ainsi:

—Vous êtes l’adorateur du soleil levant!

Du soleil levant de l’exil, oui.

Le jour où il dit à la tribune ce mot que personne encore n’y avait prononcé: les États-Unis d’Europe, M. Molé fut remarquable. Il leva les yeux au ciel, se dressa debout, traversa toute la salle, fit signe aux membres de la majorité de le suivre, et sortit. On ne le suivit pas, il rentra. Indigné.

Parfois les huées et les éclats de rire duraient un quart d’heure.
L’orateur qui parle ici en profitait pour se recueillir.

Pendant l’insulte, il s’adossait au mur de la tribune et méditait.

Ce même 17 juillet 1851 fut le jour où il prononça le mot: «Napoléon le Petit». Sur ce mot, la fureur de la majorité fut telle et éclata en de si menaçantes rumeurs, que cela s’entendait du dehors et qu’il y avait foule sur le pont de la Concorde pour écouter ce bruit d’orage.

Ce jour-là, il monta à la tribune, croyant y rester vingt minutes, il y resta trois heures.

Pour avoir entrevu et annoncé le coup d’état, tout le futur sénat du futur empire le déclara «calomniateur». Il eut contre lui tout le parti de l’ordre et toutes les nuances conservatrices, depuis M. de Falloux, catholique, jusqu’à M. Vieillard, athée.

Être un contre tous, cela est quelquefois laborieux.

Il ripostait dans l’occasion, tâchant de rendre coup pour coup.

Une fois à propos d’une loi d’éducation cléricale cachant l’asservissement des études sous cette rubrique, liberté de l’enseignement, il lui arriva de parler du moyen âge, de l’inquisition, de Savonarole, de Giordano Bruno, et de Campanella appliqué vingt-sept fois à la torture pour ses opinions philosophiques, les hommes de la droite lui crièrent:

—A la question!

Il les regarda fixement, et leur dit:

—Vous voudriez bien m’y mettre.

Cela les fit taire.

Un autre jour, je répliquais à je ne sais quelle attaque d’un Montalembert quelconque, la droite entière s’associa à l’attaque, qui était, cela va sans dire, un mensonge, quel mensonge? je l’ai oublié, on trouvera cela dans ce livre; les cinq cents myopes de la majorité s’ajoutèrent à leur orateur, lequel n’était pas du reste sans quelque valeur, et avait l’espèce de talent possible à une âme médiocre; on me donna l’assaut à la tribune, et j’y fus quelque temps comme aboyé par toutes les vociférations folles et pardonnables de la colère inconsciente; c’était un vacarme de meute; j’écoutais ce tumulte avec indulgence, attendant que le bruit cessât pour continuer ce que j’avais à dire; subitement, il y eut un mouvement au banc des ministres; c’était le duc de Montebello, ministre de la marine, qui se levait; le duc quitta sa place, écarta frénétiquement les huissiers, s’avança vers moi et me jeta une phrase qu’il comprenait peut-être et qui avait évidemment la volonté d’être hostile; c’était quelque chose comme: Vous êtes un empoisonneur public! Ainsi caractérisé à bout portant et effleuré par cette intention de meurtrissure, je fis un signe de la main, les clameurs s’interrompirent, on est furieux mais curieux, on se tut, et, dans ce silence d’attente, de ma voix la plus polie, je dis:

—Je ne m’attendais pas, je l’avoue, à recevoir le coup de pied de….

Le silence redoubla et j’ajoutai:

—….monsieur de Montebello.

Et la tempête s’acheva par un rire qui, cette fois, ne fut pas contre moi.

Ces choses-là ne sont pas toujours au Moniteur. Habituellement la droite avait beaucoup de verve.

—Vous ne parlez pas français!—Portez cela à la Porte-Saint-Martin!— Imposteur!—Corrupteur! —Apostat!—Renégat!—Buveur de sang!—Bête féroce!—Poëte!

Tel était le crescendo.

Injure, ironie, sarcasme, et çà et là la calomnie, S’en fâcher, pourquoi? Washington, traité par la presse hostile d’escroc et de filou (pick-pocket), en rit dans ses lettres. Un jour, un célèbre ministre anglais; éclaboussé à la tribune de la même façon, donna une chiquenaude à sa manche, et dit: Cela se brosse. Il avait raison. Les haines, les noirceurs, les mensonges, boue aujourd’hui, poussière demain.

Ne répondons pas à la colère par la colère.

Ne soyons pas sévères pour des cécités.

«Ils ne savent ce qu’ils font», a dit quelqu’un sur le calvaire. «Ils ne savent ce qu’ils disent», n’est pas moins mélancolique ni moins vrai. Le crieur ignore son cri. L’insulteur est-il responsable de l’insulte? A peine.

Pour être responsable il faut être intelligent.

Les chefs comprenaient jusqu’à un certain point les actions qu’ils commettaient; les autres, non. La main est responsable, la fronde l’est peu, la pierre ne l’est pas.

Fureurs, injustices, calomnies, soit.

Oublions ces brouhaha.

VIII

Et puis, car il faut tout dire, c’est si bon la bonne foi, dans les collisions d’assemblée rappelées ici, l’orateur n’a-t-il rien à se reprocher? Ne lui est-il jamais arrivé de se laisser conduire par le mouvement de la parole au delà de sa pensée? Avouons-le, c’est dans la parole qu’il y a du hasard. On ne sait quel trépied est mêlé à la tribune, ce lieu sonore est un lieu mystérieux, on y sent l’effluve inconnu, le vaste esprit de tout un peuple vous enveloppe et s’infiltre dans votre esprit, la colère des irrités vous gagne, l’injustice des injustes vous pénètre, vous sentez monter en vous la grande indignation sombre, la parole va et vient de la conviction fixe et sereine à la révolte plus ou moins mesurée contre l’incident inattendu. De là des oscillations redoutables. On se laisse entraîner, ce qui est un danger, et emporter, ce qui est un tort. On fait des fautes de tribune. L’orateur qui se confesse ici n’y a point échappé.

En dehors des discours purement de réplique et de combat, tous les discours de tribune qu’on trouvera dans ce livre ont été ce qu’on appelle improvisés. Expliquons-nous sur l’improvisation. L’improvisation, dans les graves questions politiques, implique la préméditation, provisam rem, dit Horace. La préméditation fait que, lorsqu’on parle, les mots ne viennent pas malgré eux; la longue incubation de l’idée facilite l’éclosion immédiate de l’expression. L’improvisation n’est pas autre chose que l’ouverture subite et à volonté de ce réservoir, le cerveau, mais il faut que le réservoir soit plein. De la plénitude de la pensée résulte l’abondance de la parole. Au fond, ce que vous improvisez semble nouveau à l’auditoire, mais est ancien chez vous. Celui-là parle bien qui dépense la méditation d’un jour, d’une semaine, d’un mois, de toute sa vie parfois, en une parole d’une heure. Les mots arrivent aisément surtout à l’orateur qui est écrivain, qui a l’habitude de leur commander et d’être servi par eux, et qui, lorsqu’il les sonne, les fait venir. L’improvisation, c’est la veine piquée, l’idée jaillit. Mais cette facilité même est un péril. Toute rapidité est dangereuse. Vous avez chance et vous courez risque de mettre la main sur l’exagération et de la lancer à vos ennemis. Le premier mot venu est quelquefois un projectile. De là l’excellence des discours écrits.

Les assemblées y reviendront peut-être.

Est-ce qu’on peut être orateur avec un discours écrit? On a fait cette question. Elle est étrange. Tous les discours de Démosthène et de Cicéron sont des discours écrits. Ce discours sent l’huile, disait le zoïle quelconque de Démosthène. Royer-Collard, ce pédant charmant, ce grand esprit étroit, était un orateur; il n’a prononcé que des discours écrits; il arrivait, et posait son cahier sur la tribune. Les trois quarts des harangues de Mirabeau sont des harangues écrites, qui parfois même, et nous le blâmons de ceci, ne sont pas de Mirabeau; il débitait à la tribune, comme de lui, tel discours qui était de Talleyrand, tel discours qui était de Malouet, tel discours qui était de je ne sais plus quel suisse dont le nom nous échappe. Danton écrivait souvent ses discours; on en a retrouvé des pages, toutes de sa main, dans son logis de la cour du Commercé. Quant à Robespierre, sur dix harangues, neuf sont écrites. Dans les nuits qui précédaient son apparition à la tribune, il écrivait ce qu’il devait dire, lentement, correctement, sur sa petite table de sapin, avec un Racine ouvert sous les yeux.

L’improvisation a un avantage, elle saisit l’auditoire; elle saisit aussi l’orateur, c’est là son inconvénient; Elle le pousse à ces excès de polémique oratoire qui sont comme le pugilat de la tribune. Celui qui parle ici, réserve faite de la méditation préalable, n’a prononcé dans les assemblées que des discours improvisés. De là des violences de paroles, de là des fautes. Il s’en accuse.

IX

Ces hommes des anciennes majorités ont fait tout le mal qu’ils ont pu. Voulaient-ils faire le mal? Non; ils trompaient, mais ils se trompaient, c’est là leur circonstance atténuante. Ils croyaient avoir la vérité, et ils mentaient au service de la vérité. Leur pitié pour la société était impitoyable pour le peuple. De là tant de lois et tant d’actes aveuglément féroces. Ces hommes, plutôt cohue que sénat, assez innocents au fond, criaient pêle-mêle sur leurs bancs, ayant des ressorts qui les faisaient mouvoir, huant ou applaudissant selon le fil tiré, proscrivant au besoin, pantins pouvant mordre. Ils avaient pour chefs les meilleurs d’entre eux, c’est-à-dire les pires. Celui-ci, ancien libéral rallié aux servitudes, demandait qu’il n’y eût plus qu’un seul journal, le Moniteur, ce qui faisait dire à son voisin l’évêque Parisis: Et encore! Cet autre, pesamment léger, académicien de l’espèce qui parle bien et écrit mal. Cet autre, habit noir, cravate blanche, cordon rouge, gros souliers, président, procureur, tout ce qu’on veut, qui eût pu être Cicéron s’il n’avait été Guy-Patin, jadis avocat spirituel, le dernier des lâches. Cet autre, homme de simarre et grand juge de l’empire à trente ans, remarquable maintenant par son chapeau gris et son pantalon de nankin, sénile dans sa jeunesse, juvénile dans sa vieillesse, ayant commencé comme Lamoignon et finissant comme Brummel. Cet autre, ancien héros déformé, interrupteur injurieux, vaillant soldat devenu clérical trembleur, général devant Abd-el-Kader, caporal derrière Nonotte et Patouillet, se donnant, lui si brave, la peine d’être bravache, et ridicule par où il eût dû être admiré, ayant réussi à faire de sa très réelle renommée militaire un épouvantail postiche, lion qui coupe sa crinière et s’en fait une perruque. Cet autre, faux orateur, ne sachant que lapider avec des grossièretés, et n’ayant de ce qui était dans la bouche de Démosthène que les cailloux. Celui-ci, déjà nommé, d’où était sortie l’odieuse parole Expédition de Rome à l’intérieur, vanité du premier ordre, parlant du nez par élégance, jargonnant, le lorgnon à l’oeil, une petite éloquence impertinente, homme de bonne compagnie un peu poissard, mêlant la halle à l’hôtel de Rambouillet, jésuite longtemps échappé dans la démagogie, abhorrant le czar en Pologne et voulant le knout à Paris, poussant le peuple à l’église et à l’abattoir, berger de l’espèce bourreau. Cet autre, insulteur aussi, et non moins zélé serviteur de Rome, intrigant du bon Dieu, chef paisible des choses souterraines, figure sinistre et douce avec le sourire de la rage. Cet autre …—Mais je m’arrête. A quoi bon ce dénombrement? Et caetera, dit l’histoire. Tous ces masques sont déjà des inconnus. Laissons tranquille l’oubli reprenant ce qui est à lui. Laissons la nuit tomber sur les hommes de nuit. Le vent du soir emporte de l’ombre, laissons-le faire. En quoi cela nous regarde-t-il, un effacement de silhouette à l’horizon?

Passons.

Oui, soyons indulgents. S’il y a eu pour plusieurs d’entre nous quelque labeur et quelque épreuve, une tempête plus ou moins longue, quelques jets d’écume sur l’écueil, un peu de ruine, un peu d’exil, qu’importé si la fin est bonne pour toi, France, pour toi, peuple! qu’importe l’augmentation de souffrance de quelques-uns s’il y a diminution de souffrance pour tous! La proscription est dure, la calomnie est noire, la vie loin de la patrie est une insomnie lugubre, mais qu’importe si l’humanité grandit et se délivre! qu’importe nos douleurs si les questions avancent, si les problèmes se simplifient, si les solutions mûrissent, si à travers la claire-voie des impostures et des illusions on aperçoit de plus en plus distinctement la vérité! qu’importe dix-neuf ans de froide bise à l’étranger, qu’importe l’absence mal reçue au retour, si devant l’ennemi Paris charmant devient Paris sublime, si la majesté de la grande nation s’accroît par le malheur, si la France mutilée laisse couler par ses plaies de la vie pour le monde entier! qu’importe si les ongles repoussent à cette mutilée, et si l’heure de la restitution arrive! qu’importe si, dans un prochain avenir, déjà distinct et visible, chaque nationalité reprend sa figure naturelle, la Russie jusqu’à l’Inde, l’Allemagne jusqu’au Danube, l’Italie jusqu’aux Alpes, la France jusqu’au Rhin, l’Espagne ayant Gibraltar, et Cuba ayant Cuba; rectifications nécessaires à l’immense amitié future des nations! C’est tout cela que nous avons voulu. Nous l’aurons.

Il y a des saisons sociales, il y a pour la civilisation des traversées climatériques, qu’importe notre fatigue dans l’ouragan! et qu’est-ce que cela fait que nous ayons été malheureux si c’est pour le bien, si décidément le genre humain passe de son décembre à son avril, si l’hiver des despotismes et des guerres est fini, s’il ne nous neige plus de superstitions et de préjugés sur la tête, et si, après toutes les nuées évanouies, féodalités, monarchies, empires, tyrannies, batailles et carnages, nous voyons enfin poindre à l’horizon rosé cet éblouissant floréal des peuples, la paix universelle!

X

Dans tout ce que nous disons ici, nous n’avons qu’une prétention, affirmer l’avenir dans la mesure du possible.

Prévoir ressemble quelquefois à errer; le vrai trop lointain fait sourire.

Dire qu’un oeuf a des ailes, cela semble absurde, et cela est pourtant véritable.

L’effort du penseur, c’est de méditer utilement.

Il y a la méditation perdue qui est rêverie, et la méditation féconde qui est incubation. Le vrai penseur couve.

C’est de cette incubation que sortent, à des heures voulues, les diverses formes du progrès destinées à s’envoler dans le grand possible humain, dans la réalité, dans la vie.

Arrivera-t-on à l’extrémité du progrès?

Non.

Il ne faut pas rendre la mort inutile. L’homme ne sera complet qu’après la vie.

Approcher toujours, n’arriver jamais; telle est la loi. La civilisation est une asymptote.

Toutes les formes du progrès sont la Révolution.

La Révolution, c’est là ce que nous faisons, c’est là ce que nous pensons, c’est là ce que nous parlons, c’est là ce que nous avons dans la bouche, dans la poitrine, dans l’âme,

La Révolution, c’est la respiration nouvelle de l’humanité.

La Révolution, c’est hier, c’est aujourd’hui, et c’est demain.

De là, disons-le, la nécessité et l’impossibilité d’en faire l’histoire.

Pourquoi?

Parce qu’il est indispensable de raconter hier et parce qu’il est impossible de raconter demain.

On ne peut que le déduire et le préparer. C’est ce que nous tâchons de faire.

Insistons, cela n’est jamais inutile, sur cette immensité de la
Révolution.

XI

La Révolution tente tous les puissants esprits, et c’est à qui s’en approchera, les uns, comme Lamartine, pour la peindre, les autres, comme Michelet, pour l’expliquer, les autres, comme Quinet, pour la juger, les autres, comme Louis Blanc, pour la féconder.

Aucun fait humain n’a eu de plus magnifiques narrateurs, et pourtant cette histoire sera toujours offerte aux historiens comme à faire.

Pourquoi? Parce que toutes les histoires sont l’histoire du passé, et que, répétons-le, l’histoire de la Révolution est l’histoire de l’avenir. La Révolution a conquis en avant, elle a découvert et annoncé le grand Chanaan de l’humanité, il y a dans ce qu’elle nous à apporté encore plus de terre promise que de terrain gagné, et à mesure qu’une de ces conquêtes faites d’avance entrera dans le domaine humain, à mesure qu’une de ces promesses se réalisera, un nouvel aspect de la Révolution se révélera, et son histoire sera renouvelée. Les histoires actuelles n’en seront pas moins définitives, chacune à son point de vue, les historiens contemporains domineront même l’historien futur, comme Moïse domine Cuvier, mais leurs travaux se mettront en perspective et feront partie de l’ensemble complet. Quand cet ensemble sera-t-il complet? Quand le phénomène sera terminé, c’est-à-dire quand la révolution de France sera devenue, comme nous l’avons indiqué dans les premières pages de cet écrit, d’abord révolution d’Europe, puis révolution de l’homme; quand l’utopie se sera consolidée en progrès, quand l’ébauche aura abouti au chef-d’oeuvre; quand à la coalition fratricide des rois aura succédé la fédération fraternelle des peuples, et à la guerre contre tous, la paix pour tous. Impossible, à moins d’y ajouter le rêve, de compléter dès aujourd’hui ce qui ne se complétera que demain, et d’achever l’histoire d’un fait inachevé, surtout quand ce fait contient une telle végétation d’événements futurs. Entre l’histoire et l’historien la disproportion est trop grande.

Rien de plus colossal. Le total échappe. Regardez ce qui est déjà derrière nous. La Terreur est un cratère, la Convention est un sommet. Tout l’avenir est en fermentation dans ces profondeurs. Le peintre est effaré par l’inattendu des escarpements. Les lignes trop vastes dépassent l’horizon. Le regard humain a des limites, le procédé divin n’en a pas. Dans ce tableau à faire vous vous borneriez à un seul personnage, prenez qui vous voudrez, que vous y sentiriez l’infini. D’autres horizons sont moins démesurés. Ainsi, par exemple, à un moment donné de l’histoire, il y a d’un côté Tibère et de l’autre Jésus. Mais le jour où Tibère et Jésus font leur jonction dans un homme et s’amalgament dans un être formidable ensanglantant la terre et sauvant le monde, l’historien romain lui-même aurait un frisson, et Robespierre déconcerterait Tacite. Par moments on craint de finir par être forcé d’admettre une sorte de loi morale mixte qui semble se dégager de tout cet inconnu. Aucune des dimensions du phénomène ne s’ajuste à la nôtre. La hauteur est inouïe et se dérobe à l’observation. Si grand que soit l’historien, cette énormité le déborde. La Révolution française racontée par un homme, c’est un volcan expliqué par une fourmi.

XII

Que conclure? Une seule chose. En présence de cet ouragan énorme, pas encore fini, entr’aidons-nous les uns les autres.

Nous ne sommes pas assez hors de danger pour ne point nous tendre la main.

O mes frères, réconcilions-nous.

Prenons la route immense de l’apaisement. On s’est assez haï. Trêve. Oui, tendons-nous tous la main. Que les grands aient pitié des petits, et que les petits fassent grâce aux grands. Quand donc comprendra-t-on que nous sommes sur le même navire, et que le naufrage est indivisible? Cette mer qui nous menace est assez grande pour tous, il y a de l’abîme pour vous comme pour moi. Je l’ai dit déjà ailleurs, et je le répète. Sauver les autres, c’est se sauver soi-même. La solidarité est terrible, mais la fraternité est douce. L’une engendre l’autre. O mes frères, soyons frères!

Voulons-nous terminer notre malheur? renonçons à notre colère.
Réconcilions-nous. Vous verrez comme ce sourire sera beau.

Envoyons aux exils lointains la flotte lumineuse du retour, restituons les maris aux femmes, les travailleurs aux ateliers, les familles aux foyers, restituons-nous à nous-mêmes ceux qui ont été nos ennemis. Est-ce qu’il n’est pas enfin temps de s’aimer? Voulez-vous qu’on ne recommence pas? finissez. Finir, c’est absoudre. En sévissant, on perpétue. Qui tue son ennemi fait vivre la haine. Il n’y a qu’une façon d’achever les vaincus, leur pardonner. Les guerres civiles s’ouvrent par toutes les portes et se ferment par une seule, la clémence. La plus efficace des répressions, c’est l’amnistie. O femmes qui pleurez, je voudrais vous rendre vos enfants.

Ah! je songe aux exilés. J’ai par moments le coeur serré. Je songe au mal du pays. J’en ai eu ma part peut-être. Sait-on de quelle nuit tombante se compose la nostalgie? Je me figure la sombre âme d’un pauvre enfant de vingt ans qui sait à peine ce que la société lui veut, qui subit pour ou ne sait quoi, pour un article de journal, pour une page fiévreuse écrite dans la folie, ce supplice démesuré, l’exil éternel, et qui, après une journée de bagne, le crépuscule venu, s’assied sur la falaise sévère, accablé sous l’énormité de la guerre civile et sous la sérénité des étoiles! Chose horrible, le soir et l’océan à cinq mille lieues de sa mère!

Ah! pardonnons!

Ce cri de nos âmes n’est pas seulement tendre, il est raisonnable. La douceur n’est pas seulement la douceur, elle est l’habileté. Pourquoi condamner l’avenir au grossissement des vengeances gonflées de pleurs et à la sinistre répercussion des rancunes! Allez dans les bois, écoutez les échos, et songez aux représailles; cette voix obscure et lointaine qui vous répond, c’est votre haine qui revient contre vous. Prenez garde, l’avenir est bon débiteur, et votre colère, il vous la rendra. Regardez les berceaux, ne leur noircissez pas la vie qui les attend. Si nous n’avons pas pitié des enfants, des autres, ayons pitié de nos enfants. Apaisement! apaisement! Hélas! nous écoutera-t-on?

N’importe, persistons, nous qui voulons qu’on promette et non qu’on menace, nous qui voulons qu’on guérisse et non qu’on mutile, nous qui voulons qu’on vive et non qu’on meure. Les grandes lois d’en haut sont avec nous. Il y a un profond parallélisme entre la lumière qui nous vient du soleil et la clémence qui nous vient de Dieu. Il y aura une heure de pleine fraternité, comme il y a une heure de plein midi. Ne perds pas courage, ô pitié! Quant à moi, je ne me lasserai pas, et ce que j’ai écrit dans tous mes livres, ce que j’ai attesté par tous mes actes, ce que j’ai dit à tous les auditoires, à la tribune des pairs comme dans le cimetière des proscrits, à l’assemblée nationale de France comme à la fenêtre lapidée de la place des Barricades de Bruxelles, je l’attesterai, je l’écrirai, et je le dirai sans cesse: il faut s’aimer, s’aimer, s’aimer! Les heureux doivent avoir pour malheur les malheureux. L’égoïsme social est un commencement de sépulcre. Voulons-nous vivre, mêlons nos curs, et soyons l’immense genre humain. Marchons en avant, remorquons en arrière. La prospérité matérielle n’est pas la félicité morale, l’étourdissement n’est pas la guérison, l’oubli n’est pas le paiement. Aidons, protégeons, secourons, avouons la faute publique et réparons-la. Tout ce qui souffre accuse, tout ce qui pleure dans l’individu saigne dans la société, personne n’est tout seul, toutes les fibres vivantes tressaillent ensemble et se confondent, les petits doivent être sacrés aux grands, et c’est du droit de tous les faibles que se compose le devoir de tous les forts. J’ai dit.

Paris, juin 1875.

Alphonse Allais – Blagues

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J’ai pour ami un peintre norvégien qui s’appelle Axelsen et qui est bien l’être le plus rigolo que la terre ait jamais porté.

(C’est à ce même Axelsen qu’arriva la douloureuse aventure que je contai naguère.

Axelsen avait offert à sa fiancée une aquarelle peinte à l’eau de mer, laquelle aquarelle était, de par sa composition, sujette aux influences de la lune. Une nuit, par une terrible marée d’équinoxe où il ventait très fort, l’aquarelle déborda du cadre et noya la jeune fille dans son lit).

Bien qu’arrivé depuis peu de temps à Paris, Axelsen a su conquérir un grand nombre de sympathies.

J’ajouterai, pour être juste, que ces sentiments bienveillants émanent principalement des mastroquets du boulevard Rochechouart, des marchands de vin du boulevard de Clichy, des limonadiers de l’avenue Trudaine, et, pour clore cette humide série, du gentilhomme-cabaretier de la rue Victor-Massé.

Bref, mon ami Axelsen est un de ces personnages dont on chuchote: C’est un garçon qui boit.

Axelsen se saoule, c’est entendu. Mais, dans tous les cas, pas avec ce que vous lui avez payé. Alors fichez-lui la paix, à ce garçon qui ne vous dit rien.

Axelsen ne boit qu’un liquide par jour, un seul liquide, mais à des intervalles effroyablement rapprochés et à des doses qui n’ont rien à voir avec la doctrine homéopathique.

Des jours c’est du rhum, rien que du rhum.

Des jours c’est du bitter, rien que du bitter.

Des jours c’est de l’absinthe, rien que de l’absinthe.

Il est bien rare que ce soit de l’eau de Saint-Galmier. Si rare, vraiment!

Axelsen, autre originalité, professe le plus formel mépris pour le vrai, pour le vécu, pour le réel.

—Comme c’est laid, dit-il, tout ce qui arrive! Et comme c’est beau, tout ce qu’on rêve! Les hommes qui disent la vérité, toute la vérité, rien que la vérité sont de bien fangeux porcs! Ne vous semble-t-il pas?

—Positivement, il nous semble, lui répondons-nous pour avoir la paix.

—Si l’humanité n’était pas si gnolle[3], comme elle serait plus heureuse! On considérerait le réel comme nul et non avenu et on vivrait dans une éternelle ambiance de rêve et de blague. Seulement… il faudrait faire semblant d’y croire. Hein?

—Évidemment, parbleu!

Partant de ce sage principe, Axelsen ne raconte que des faits à côté de la vie, inexistants, improbables, chimériques.

Le plus bel éloge qu’il puisse faire d’un homme:

—Très gentil, ton ami, et très illusoire!

Hier matin, nous nous trouvions installés, quelques autres et moi, au beau soleil de la terrasse d’un distillateur (dix-huitième arrondissement) quand surgit Axelsen, Axelsen consterné.

Il se laissa choir, plutôt qu’il ne s’assit, sur une proxime chaise, et se tut, ce qui lui fut d’autant plus facile qu’il n’avait pas encore ouvert la bouche.

—Eh bien! Axelsen, le saluâmes-nous, ça ne va donc pas? Tu as l’air navré.

—Je suis navré comme un Havrais lui-même!

(Il convient de remarquer qu’Axelsen ne prononce jamais les *h* aspirés, détail qui explique tout le sel de la plaisanterie).

—Peut-être n’as-tu pas bien dormi?

—J’ai dormi comme un loir (Luigi).

—Alors quoi?

—Alors quoi, dites-vous? Je viens d’assister à un spectacle tellement déchirant! Oh oui, déchirant, ô combien! Garçon!… un vulnéraire!… Ça me remettra, le vulnéraire!

Le vulnéraire fut apporté et je vous prie de croire qu’Axelsen ne lui donna pas le temps de moisir.

—Il n’est pas méchant, ce vulnéraire! Garçon!… un autre vulnéraire!

—Eh bien! Et ce spectacle déchirant?

—Ah! mes amis, ne m’en parlez pas! Je sens de gros sanglots qui me remontent à la gorge! Garçon!… un vulnéraire! Rien comme le vulnéraire pour refouler les gros sanglots qui vous montent à la gorge!

—Causeras-tu, homme du Nord?

—Voici: je viens d’assister au départ de l’omnibus qui va de la place Pigalle à la Halle aux Vins. C’est navrant! Tous ces pauvres gens entassés dans cette caisse roulante!… Et ces autres pauvres gens qui, n’ayant que trois sous, se juchent péniblement sur ce toit, exposés à toutes les intempéries des saisons, au froid, aux autans, aux frimas, au givre en hiver, l’été à l’insolation, aux moustiques! Ah! pauvres gens! Garçon!… un vulnéraire!

—Oui, c’est bien triste et bien peu digne de notre époque de progrès.

—Et les pauvres parents! Les pauvres parents désolés, tordant leurs bras de désespoir et mouillant le trottoir de leurs larmes! Il y avait là de pauvres vieux déjà un pied dans la tombe, des tout-petits à peine au seuil de la vie! Et tous pleuraient, car reverront-ils jamais ceux qui partent? Garçon!… un vulnéraire!

—Pauvres gens!

—C’est surtout quand l’omnibus s’est ébranlé que cela fut véritablement angoisseux. Les mouchoirs s’agitèrent, et de gros sanglots gonflèrent les poitrines de tous ces lamentables. Et pas un prêtre, mes pauvres amis, pas un prêtre pour appeler, sur ceux qui s’en allaient, la bénédiction du Très-Haut!

—Le fait est que la Compagnie des Omnibus pourrait bien attacher un aumônier à chaque station! Elle est assez riche pour s’imposer ce petit sacrifice.

—Enfin la voiture partit…. Un moment elle se confondit avec un gros tramway qui arrivait de la Villette, puis les deux masses se détachèrent et le petit omnibus redevint visible, pas pour longtemps, hélas! car à la hauteur du Cirque Fernando, il vira tribord et disparut dans la rue des Martyrs. Garçon!… un vulnéraire!

—Et les parents?

—Les parents? Je ne les revis pas!… J’ai tout lieu de croire qu’ils profitèrent d’un moment d’inattention de ma part pour se noyer dans le bassin de la place Pigalle! On retrouvera sans doute leurs corps dans les filets de la fontaine Saint-Georges!… Garçon!… un vulnéraire!

—Axelsen, fit l’un de nous gravement, je ne songe pas une seule minute à mettre en doute le récit que tu viens de nous faire. Mais es-tu bien certain que les choses se soient passées exactement comme tu nous les racontes?

—Horreur! Horreur! Cet homme ose me taxer d’imposture! Je suffoque!… Garçon!… un vulnéraire!

Alphonse Allais – Le langage des fleurs

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Je conçois, à la rigueur, qu’un touriste ayant passé un siècle ou deux loin d’un pays ne soit pas autrement surpris de trouver, à son retour, des décombres et des ruines où il avait jadis contemplé de somptueux palais; mais tel n’était pas mon cas.

Après une absence de cinq ou six mois, je ne fus pas peu stupéfait de rencontrer, à l’un des endroits de la côte qui m’étaient les plus familiers, un manoir en pleine décrépitude, un vieux manoir féodal que j’étais bien sûr de ne pas avoir rencontré l’année dernière, ni là ni ailleurs.

Mon flair de détective m’amena à penser que ces ruines étaient factices et de date probablement récente.

Le castel en question présentait, d’ailleurs, un aspect beaucoup plus ridicule que sinistre; tout y sentait le toc à plein nez: créneaux ébréchés, tours démantelées, mâchicoulis à la manque, fenêtres ogivales masquées de barreaux dont l’épaisseur eût pu défier les plus puissants barreau mètres; c’était complètement idiot. Une petite enquête dans le pays me renseigna tout de suite sur l’histoire de cette néovieille construction et de son propriétaire.

Ancien pédicure de la reine de Roumanie, le baron Lagourde, lequel est baron à peu près comme moi je suis archimandrite, avait acquis une immense fortune dans l’exercice de ces délicates fonctions.

(Car au risque de défriser certaines imaginations lyriques, je ne vous cacherai pas plus longtemps que Carmen Sylva, à l’instar de vous et de moi, se trouve à la tête de plusieurs cors aux pieds, et la garde qui veille aux barrières du Louvre n’en défend pas les reines).

Le baron Lagourde (conservons-lui ce titre puisque ça a l’air de lui faire plaisir) est un gros homme commun, laid, vaniteux et bête comme ses pieds, qui sont énormes.

Sa femme, qu’il a ramenée de la Bulgarie occidentale, présente l’apparence d’une petite noiraude mal tenue, mais extraordinairement adultérine. Cette Bulgare de l’Ouest (ou Bulgare Saint-Lazare comme on dit plus communément à Paris) trompe en effet son mari à jet continu, si j’ose m’exprimer ainsi, avec des cantonniers.

Pourquoi des cantonniers, me direz-vous, plutôt que des facteurs ruraux ou des attachés d’ambassade? Mystères du cœur féminin!

La baronne adorait les cantonniers et ne le leur envoyait pas dire. Voilà pourquoi la route de Trouville à Honfleur fut si mal entretenue, cet été, quand eux l’étaient si bien.

Le baron Lagourde s’était fixé l’année dernière dans le pays; il y avait acheté une propriété admirablement située d’où l’on découvrait un panorama superbe: à droite, la baie de la Seine; en face, la rade du Havre; à l’ouest, le large.

Sans perdre un instant, l’ex-pédicure royal aménagea sa nouvelle acquisition selon son esthétique et ses goûts féodaux.

En un rien de temps, le manoir sortit de terre; des ouvriers spéciaux lui donnèrent ce cachet d’antiquaille sans lequel il n’est rien de sérieusement féodal. Pour compléter l’illusion, de vrais squelettes chargés de chaînes furent gaîment jetés dans des culs-de-basse-fosse.

Le baron eût été le plus heureux des hommes en son simili Moyen Age sans l’entêtement du père Fabrice. Plus il insistait, plus le père Fabrice s’entêtait. On peut même dire, sans crainte d’être taxé d’exagération, que le père Fabrice s’ostinait.

L’objet du débat était un pré voisin, pas très large, mais très long, qui dominait la féodalité du baron et d’où l’on avait une vue plus superbe encore, un pré qui pouvait valoir dans les six cents francs, bien payé. Lagourde en avait offert mille francs, puis mille cent, et finalement, d’offre en offre, deux mille francs.

—Ça vaut mieux que ça, monsieur le baron, ça vaut mieux que ça, goguenardait le vieux finaud en branlant la tête.

Mais cette somme de deux mille francs fut l’extrême limite des concessions et le baron ne parla plus de l’affaire.

Un jour de cet été, le châtelain-pédicure, grimpé sur l’une de ses tours, explorait l’horizon à l’aide d’une excellente jumelle Flammarion.

Tout près de la côte, un yacht filait à petite vapeur: sur le pont, des messieurs et des dames braquaient eux-mêmes des jumelles dans la direction du castel et semblaient en proie à d’homériques gaietés. Ils se passaient mutuellement les jumelles et se tordaient scandaleusement.

Le baron Lagourde ne laissa pas que de se sentir légèrement froissé. Était-ce de son manoir que l’on riait ainsi?

Le lendemain, à la même heure, le même yacht revint, accompagné cette fois de deux bateaux de plaisance dont les passagers manifestèrent, comme la veille, une bonne humeur débordante.

Tous les jours qui suivirent, même jeu.

Des flottilles entières vinrent, ralentissant l’allure dès que le castel était en vue. À bord, les passagers paraissaient goûter d’ineffables plaisirs.

Les pêcheurs de Trouville, de Villerville, de Honfleur, ne passaient plus sans se divertir bruyamment.

Bref, tout le monde nautique de ces parages, depuis l’opulent Ephrussi jusqu’à mon grabugeux ami Baudry dit la Rogne, s’amusa durant de longues semaines, comme tout un asile de petites folles.

Très inquiet, très vexé, très tourmenté, le baron résolut d’en avoir le cœur net et de se rendre compte par lui-même des causes de cette hilarité désobligeante.

Un beau matin, il fréta un bateau et, toutes voiles dehors, cingla vers l’endroit où les gens semblaient prendre tant de plaisir.

Au bout d’un quart d’heure de navigation, son manoir lui apparut, plus féodal que jamais, et pas risible du tout. Qu’avaient-ils donc à se tordre, tous ces imbéciles!

Horreur subite! Le baron n’en crut pas ses yeux! La colère, l’indignation, et une foule d’autres sentiments féroces empourprèrent son visage. Il venait d’apercevoir… Était-ce possible?

Au-dessus de son manoir, et bien en vue, le pré du père Fabrice s’étalait au soleil comme un immense drapeau vert, un drapeau sur lequel on aurait tracé une inscription jaune, et cette inscription portait ces mots effroyablement lisibles:

MONSIEUR LE BARON LAGOURDE EST COCU!

Le miracle était bien simple: cette vieille fripouille de père Fabrice avait semé dans son pré ces petites fleurettes jaunes qu’on appelle boutons-d’or en les disposant selon un arrangement graphique qui leur donnait cette outrageante et précise signification: le père Fabrice avait fait de l’Anthographie sur une vaste échelle.

Le baron Lagourde restait là dans le canot, hébété de stupeur et de honte devant la terrible phrase qui s’enlevait gaîment en jaune clair sur le vert sombre du pré.

—Monsieur le baron Lagourde est cocu! Monsieur le baron Lagourde est cocu! répétait-il complètement abruti.

Les rires des hommes qui l’accompagnaient le firent revenir à la réalité.

—Ramenez-moi à terre! commanda-t-il du ton le plus féodal qu’il put trouver.

Il alla tout droit chez le maire.

—Monsieur le maire, dit-il, je suis insulté de la plus grave façon sur le territoire de votre commune. C’est votre devoir de me faire respecter, et j’espère que vous n’y faillirez point.

—Insulté, monsieur le baron! Et comment?

—Un misérable, le père Fabrice, a osé écrire sur son pré que j’étais cocu!

—Comment cela?… Sur son pré?

—Parfaitement, avec des fleurs jaunes!

Heureusement que le maire était depuis longtemps au courant de l’excellente plaisanterie du père Fabrice, car il n’aurait rien compris aux explications du baron.

Tous deux se rendirent chez le diffamateur qui les accueillit avec une bonne grâce étonnée:

—Moi, monsieur le baron! Moi, j’aurais osé écrire que monsieur le baron est cocu! Ah! monsieur le baron me fait bien de la peine de me croire capable d’une pareille chose!

—Allons sur les lieux, dit le maire.

Sur ces lieux, on pu voir de l’herbe verte et des fleurs jaunes arrangées d’une certaine façon, mais il était impossible, malgré la meilleure volonté du monde, de tirer un sens quelconque de cette disposition. On était trop près.

(Ce phénomène est analogue à celui qui fait que certaines mouches se promènent, des existences entières, sur des in-quarto sans comprendre un traître mot aux textes les plus simples).

—Monsieur le baron sait bien, continua le père Fabrice, que les fleurs sauvages, ça pousse un peu où ça veut. S’il fallait être responsable!…

—Et vous, monsieur le maire, grommela le baron, êtes-vous de cet avis?

—Mon Dieu, monsieur le baron, je veux bien croire que vous êtes insulté, puisque vous me le dites; mais en tout cas, ce n’est pas sur le territoire de ma commune, puisque l’inscription n’y est pas lisible. Vous êtes insulté en mer… plaignez-vous au ministre de la Marine!

Le baron fit mieux que de se plaindre au ministre de la Marine, ce qui eût pu entraîner quelques longueurs.

—Allons vieille canaille, dit-il au père Fabrice, combien votre pré?

—Monsieur le baron sait bien que je ne veux pas le vendre, mais puisque ça a l’air de faire plaisir à monsieur le baron, je le lui laisserai à dix mille francs, et monsieur le baron peut se vanter de faire une bonne affaire! Un pré où que les fleurs écrivent toutes seules!

Le soir même, l’essai d’anthographie du père Fabrice périssait sous la faux impitoyable du jardinier.

Maintenant, si j’ai un bon conseil à donner au baron Lagourde, qu’il n’essaye pas du même procédé pour faire une blague au père Fabrice l’année prochaine.

Le père Fabrice a pour l’opinion de ses concitoyens un mépris insondable.

Alphonse Allais – Postes et télégraphes

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Je descendis à la station de Baisemoy-en-Cort, où m’attendait le dog-cart de mon vieil ami Lenfileur.

Dans le train, je m’étais aperçu d’un oubli impardonnable (véritablement impardonnable) et ma première préoccupation, en débarquant, fut de me faire conduire au bureau des Postes et Télégraphes, afin d’envoyer une dépêche à Paris.

Le bureau de Baisemoy-en-Cort se fait remarquer par une absence de confortable qui frise la pénurie.

Dans une encre décolorée et moisie, mais boueuse, je trempai une vieille plume hors d’âge et je griffonnai, à grand-peine, des caractères dont l’ensemble constituait ma dépêche.

Une dame, plutôt vilaine, la recueillit sans bienveillance, compta les mots et m’indiqua une somme que je versai incontinent sur la planchette du guichet.

J’allais me retirer avec la satisfaction du devoir accompli lorsque j’aperçus dans le bureau, me tournant le dos, une jeune femme occupée à manipuler un Morse[1] fébrilement.

Jeune? probablement. Rousse? sûrement. Jolie? pourquoi pas!

Sa robe noire, toute simple, moulait un joli corps dodu et bien compris.

Sa copieuse chevelure, relevée en torsade sur le sommet de la tête, dégageait la nuque, une nuque divine, d’ambre clair, où venait mourir, très bas dans le cou, une petite toison délicate, frisée—insubstantielle, on eût dit.

(Si on a du poil à l’âme, ce doit être dans le genre de cette nuque-là).

Et une envie me prit, subite, irraisonnée, folle, d’embrasser à pleine bouche les petits cheveux d’or pâle de la télégraphiste.

Dans l’espoir que la jeune personne se retournerait enfin, je demeurai là, au guichet, posant à la buraliste des questions administratives auxquelles elle répondait sans bonne grâce.

Mais la nuque transmettait toujours.

À la porte du bureau, mon ami Lenfileur s’impatientait. (Sa petite jument a beaucoup de sang).

Je m’en allai.

Ce serait me méconnaître étrangement, en ne devinant point que le lendemain matin, à la première heure, je me présentais au bureau de poste.

Elle y était, la belle rousse, et seule.

Cette fois, elle fut bien forcée de me montrer son visage. Je ne m’en plaignis pas, car il était digne de la nuque.

Et des yeux noirs, avec ça, immenses.

(Oh! les yeux noirs des rousses!)

J’achetai des timbres, j’envoyai des dépêches, je m’enquis de l’heure des distributions; bref, pendant un bon quart d’heure, je jouai au naturel mon rôle d’idiot passionné.

Elle me répondait tranquillement, posément, avec un air de petite femme bien gentille et bien raisonnable.

Et j’y revins tous les jours, et même deux fois par jour, car j’avais fini par connaître ses heures de service, et je me gardais bien de manquer ce rendez-vous, que j’étais le seul, hélas! à me donner.

Pour rendre vraisemblables mes visites, j’écrivais des lettres à mes amis, à des indifférents.

J’envoyai notamment quelques dépêches à des personnes qui me crurent certainement frappé d’aliénation.

Jamais de ma vie je ne m’étais livré à une telle orgie de correspondance.

Et chaque jour, je me disais: «C’est pour cette fois; je vais lui parler!».

Mais, chaque jour, son air sérieux me glaçait et au lieu de lui dire: «Mademoiselle, je vous aime!» je me bornais à lui balbutier: «Un timbre de trois sous, s’il vous plaît, mademoiselle!»

La situation devenait intolérable.

Comme ma villégiature tirait à sa fin, je résolus d’incendier mes vaisseaux, et de risquer le tout pour le tout.

J’entrai au bureau et voici la dépêche que j’envoyai à un de mes amis:

Coquelin Cadet, 17, boulevard Haussmann, Paris.

Je suis éperdument amoureux de la petite télégraphiste rousse de Baisemoy-en-Cort.

Je m’attendais, pour le moins, à voir se roser son inoubliable peau blanche.

Eh bien, pas du tout!

De son air le plus posé, elle me dit ces simples mots:

—Quatre-vingt-quinze centimes.

Totalement affalé par ce calme impérial, je me fouillai (sans jeu de mots) pour solder ma dépêche.

Pas un sou de monnaie dans ma poche. Alors je tirai de mon portefeuille un billet de mille francs.[2]

La jeune fille le prit, l’examina soigneusement, le palpa….

L’examen fut sans doute favorable, car sa physionomie se détendit brusquement en un joli sourire qui découvrit les plus affriolantes quenottes de la création.

Et puis, sur un ton bien parisien, et même bien neuvième arrondissement, elle me demanda:

—Faut-il rendre la monnaie, monsieur?

Alphonse Allais – Loufoqueries

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Cet homme me contemplait avec une telle insistance que je commençais à en prendre rage. Pour un peu, je lui aurais envoyé une bonne paire de soufflets sur la physionomie, sans préjudice pour un coup de pied dans les gencives.

—Quand vous aurez fini de me regarder, espèce d’imbécile? fis-je au comble de l’ire.

Mais lui se leva, vint à moi, prit mes mains avec toutes les marques de l’allégresse affectueuse.

—Est-ce bien toi qui me parles ainsi? dit-il.

Je ne le reconnaissais pas du tout.

Il se nomma: Edmond Tirouard.

—Comment, m’exclamai-je, c’est toi, mon pauvre Tirouard! Je ne te remettais pas. Mais pardon, si j’ose, n’étais-tu point dans le temps blond avec des yeux bleus?

—C’est juste, je me suis fait teindre les cheveux et les yeux! Suis-je pas mieux en brun?

Ce pauvre Tirouard, j’étais si content de le revoir! Depuis le temps!

Et nous égrenâmes les souvenirs du passé.

Et Machin? Et Untel? Et Chose? Hélas! que de disparus!

Tirouard et moi, nous étions dans la même classe au collège. Je ne me rappelle pas bien lequel de nous deux était le plus flemmard, mais ce qu’on rigolait!

Il mettait au pillage la maison de son père qui était quincaillier et nous apportait chaque matin mille petits objets utiles ou agréables: des couteaux, des vis, des cadenas, des aimants (j’adorais les aimants).

Moi, en ma qualité de fils de pharmacien, je gorgeais mes camarades d’un tas de cochonneries: des pâtes pectorales, des dattes. Entre-temps j’apportais des seringues en verre (ô joie!) et des suspensoirs qu’on transformait en frondes.

Un jour—mon Dieu! ai-je ri ce jour-là!—j’arrivai muni d’une boîte de biscuits dont chacun recelait, si j’ai bonne mémoire, soixante-quinze centigrammes de scammonée.

Toute la classe ne fit qu’une bouchée de ces friandises traîtresses, mais c’est une heure après qu’il fallait voir les faces livides de mes petits camarades! Mon Dieu! ai-je ri!

Ah! ce jour-là, le niveau des études ne monta pas beaucoup dans notre classe!

Comme c’est loin, tout ça!

Et avec Tirouard, nous nous remémorions tous ces vieux temps disparus.

—Te rappelles-tu mon expérience de parachute?

Si je me rappelais son parachute!

Un jeudi, dans l’après-midi, Tirouard nous avait tous conviés à une expérience due à son ingéniosité.

Il avait attaché un panier au bec d’un vieux parapluie rouge, inséré un chat dans le panier, et lâché le tout au gré de la brise.

Le gré de la brise balançait l’appareil dans les airs pendant de longues heures. Toute la ville était sens dessus dessous.

La tante de Tirouard, qui adorait son chat et n’avait jamais rêvé pour lui une telle destinée, poussait des clameurs à fendre des pierres précieuses.

Finalement, l’appareil alla s’accrocher au coq du clocher, et il ne fallut pas moins d’un caporal de pompiers pour aller délivrer le minet aérien.

—Et maintenant, demandais-je à Tirouard, que fais-tu?

—Je ne fais rien, mon ami, je suis riche.

Et Tirouard voulut bien me conter son existence, une existence auprès de laquelle l’Odyssée du vieil Homère ne semblerait qu’un pâle récit de feu de cheminée.

Quelques traits saillants du récit de Tirouard donneront à ma clientèle une idée de l’originalité de mon ami.

Certaines entreprises malheureuses (entre autres la Poissonnerie continentale—laissée pour compte des grands poissonniers de Paris) déterminèrent Tirouard à s’expatrier.

Son commerce de pacotilles ne réussit guère mieux.

Jeune encore, d’une nature frivole et brouillonne, il ne regardait pas toujours si les marchandises qu’il importait s’adaptaient bien aux besoins des pays destinataires.

Il lui arriva, par exemple, d’importer des éventails japonais au Spitzberg et des bassinoires au Congo.

Dégoûté du commerce, il partit au Canada dans le but de faire de la haute banque. De mauvais jours luirent pour lui, et il se vit contraint, afin de gagner sa vie, d’embrasser la profession de scaphandrier.

Les scaphandriers étaient fortement exploités à cette époque. Tirouard les réunit en syndicat et organisa la grève générale des scaphandriers du Saint-Laurent.

Fait assez curieux dans l’histoire des grèves, ces braves travailleurs ne demandaient ni augmentation de salaire ni diminution de travail.

Tout ce qu’ils exigeaient, c’était le droit absolu de ne pas travailler par les temps de pluie.

Ajoutons qu’ils eurent vite gain de cause.

Tirouard s’occupa dès lors du dressage de toutes sortes de bêtes. Le succès couronna ses efforts.

Tirouard dressa la totalité des animaux de la création, depuis l’éléphant jusqu’au ciron.

Mais ce fut surtout dans le dressage de la sardine à l’huile qu’il dépassa tout ce qu’on avait fait jusqu’à ce jour.

Rien n’était plus intéressant que de voir ces intelligentes petites créatures évoluer, tourner, faire mille grâces dans leur aquarium.

Le travail se terminait par le chœur des soldats de Faust chanté par les sardines, après quoi elles venaient d’elles-mêmes se ranger dans leur boîte d’où elles ne bougeaient point jusqu’à la représentation du lendemain.

À présent, Tirouard, riche et officier d’académie, goûte un repos qu’il a bien mérité.

J’ai visité hier son merveilleux hôtel de l’impasse Guelma, où j’ai particulièrement admiré les jardins suspendus qu’il a fait venir de Babylone à grands frais.

Alphonse Allais – Phares

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L’Eure est probablement un des rares départements terriens français, et certainement le seul, qui possède un phare maritime.

À la suite de quelles louches intrigues, de quelles basses démarches, de quelles nauséeuses influences ce département d’eau douce est-il arrivé à faire ériger en son sein un phare de première classe? Voilà ce que je ne saurais dire, voilà ce que je ne voudrais jamais chercher à savoir.

Quelques petits jeunes gens des Ponts et Chaussées me répondront d’un air suffisant qu’un phare élevé en terre ferme peut éclairer une portion de mer sise pas trop loin de là. Soit!

Il n’en est pas moins humiliant, quand on habite Honfleur (des Honfleurais fondèrent Québec en 1608) et qu’un ami, O’Reilly ou un autre, vous prie de lui faire visiter un phare de la première classe, il n’en est pas moins humiliant, dis-je, de le trimballer dans un département voisin dont le plus intrépide navigateur est tanneur à Pont-Audemer.

Non pas que le voyage en soit regrettable, oh! que non pas! La route est charmante d’un bout à l’autre, peuplée de vieilles sempiterneuses qui tricotent, de jeunes filles qui attendent à la fontaine que leur siau se remplisse. Ah! combien exquises, ces Danaïdes normandes, une surtout, un peu avant Ficquefleur!

Alors, on arrive à Fatouville: c’est là le phare.

Un gardien vous accueille, c’est le gardien-chef, ne l’oublions pas, un gardien-chef de première classe, comme il a soin de vous en aviser lui-même.

On gravit un escalier qui compte un certain nombre de marches (sans cela serait-il un escalier? a si bien fait observer le cruel observateur Henry Somm).

Ces marches, j’en savais le nombre hier; je l’ignore aujourd’hui. L’oubli, c’est la vie.

Parvenu là-haut, on jouit d’une vue superbe, comme disent les gens. On découvre (j’ai encore oublié ce quantum) une foule considérable de lieues carrées de territoire. Pourquoi des lieues carrées dans un panorama circulaire?

—Quel est ce petit phare? demande une de nos compagnes en désignant un point de la basse Seine.

—Un phare ça! Vous appelez ça un phare? fait le gardien vaguement indigné.

Notre compagne, confuse, en pique un (de fard).

—Ce n’est pas un phare, madame, c’est un feu

Il nous dit même le nom du feu, mais je l’ai oublié comme le reste.

Quand nous avons découvert assez de territoire, nous descendons le nombre de marches qui constituent l’escalier dont j’ai parlé plus haut.

Un registre nous tend les bras, pour que nous y tracions nos noms de visiteurs.

Je signe modestement Francisque Sarcey, en ajoutant dans la colonne Observations cette phrase ingénieuse:

La phrase que j’ai inscrite s’est évadée de ma mémoire, comme tant d’autres histoires.

Je feuillette le registre, et je n’en reviens pas de la stupidité de mes contemporains.

Comme les gens sont bêtes, mon Dieu! comme ils sont bêtes!

La colonne Observations du registre de Fatouville constitue certainement le plus beau monument de bêtise humaine qu’on puisse contempler en ce bas monde.

Tout un firmament de lunes n’en donnerait qu’une faible idée.

J’en excepte un quatrain vieux de quelques mois, de Georges Lorin, et une réflexion de Pierre Delcourt.

Le quatrain de Lorin est à sextuple détente; quant à la phrase de Delcourt, elle fait se retirer toutes seules les échelles.

Voici le quatrain:

Comme il est des femmes gentilles,
Il est des calembours amers:
Le phare illumine les mers,
Le fard enlumine les filles!

À Delcourt, maintenant:

Le phare de Fatouville n’est, à tout prendre, qu’une vaste chandelle. Il en a, toutes proportions gardées, la forme et le pouvoir éclairant.

Puis nous nous retirâmes.

Nous allions monter en voiture, quand une espèce de petit bonhomme tout drôle, pas très vieux, mais pas extraordinairement jeune non plus, fort sec, nous demanda poliment si nous rentrions à Honfleur. Sur l’assurance qu’en effet c’est notre but, le drôle de bonhomme nous demande une toute petite place dans notre véhicule, ce à quoi nous consentîmes de la meilleure grâce du monde.

En route, il nous confia qu’il était inventeur, et qu’il allait révolutionner toute l’administration des phares:

—Vous occupez-vous de phares, messieurs? fit-il.

—Oh! vous savez, nous nous en occupons sans nous en occuper.

—Vous avez tort, car c’est là une question bien intéressante.

J’avais bien envie de prier l’inventeur de nous procurer la paix. Nous descendions la côte, à travers un paysage magnifique dans lequel un clément octobre jetait son or discret. Je me sentais plus disposé à jouir de cette vue qu’à entendre divaguer mon vieux type. Mais mon vieux type reprit, plein d’ardeur:

—Les phares, c’est bon quand le temps est clair; mais le temps est-il jamais clair?

—Pourtant, j’ai vu des fois….

—Le temps n’est jamais clair! Alors….

—Nous avons la sirène qui beugle dans la brume.

—La sirène, c’est de la blague. Je défie à un navigateur qui voyage dans la brume de me dire, à 30 degrés près, la direction d’une sirène, s’il en est éloigné de quelques milles. Alors, j’ai inventé autre chose. Puisqu’on ne voit pas le feu du phare, puisqu’on se trompe sur la direction du son de la sirène, j’ai imaginé le phare odoriférant. Écoutez-moi bien.

—Allez-y!

—Chaque phare a son odeur, soigneusement indiquée sur les cartes marines. J’ai des phares à la rose, des phares au citron, des phares au musc. Au sommet des phares, un puissant vaporisateur projette ces odeurs vers la mer. Rien de plus simple, alors, pour se diriger. En temps de brume, le capitaine ouvre les narines et constate, par exemple, qu’une odeur de girofle lui arrive par N.-N.-O. et une odeur de réséda par S.-E. En consultant sa carte, il détermine ainsi sa situation exacte. Hein?…

—Épatant! Et puis il y a une chose à laquelle vous n’avez pas pensé. Je vous donne l’idée pour rien: quand il s’agira d’un phare situé sur des rochers, en mer, construisez-le en fromage de Livarot, on le sentira de loin; et si quelque tempête, comme il arrive souvent, empêche d’aller le ravitailler, eh bien, les gardiens ne mourront pas de faim: ils mangeront leur phare!

Le drôle de bonhomme me regarda d’un air méprisant, et causa d’autre chose.

Alphonse Allais – Colydor

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Son parrain, un maniaque pépiniériste de Meaux, avait exigé qu’il s’appelât, comme lui, Polydore. Mais nous, ses amis, considérant à juste titre que ce terme de Polydore était suprêmement ridicule, avions vite affublé le brave garçon du sobriquet de Colydor, beaucoup plus joli, euphonique et suggestif davantage.

Lui, d’ailleurs, était ravi de ce nom, et ses cartes de visite n’en portaient point d’autre. Également on pouvait lire en belle gothique Colydor sur la plaque de cuivre de la porte de son petit rez-de-chaussée, situé au cinquième étage du 327 de la rue de la Source (Auteuil).

Il exigeait seulement qu’on orthographiât son nom ainsi que je l’ai fait: un seul l, un y et pas d’e à la fin.

Respectons cette inoffensive manie.

Je ne suis pas arrivé à mon âge sans avoir vu bien des drôles de corps, mais les plus drôles de corps qu’il m’a été donné de contempler me semblent une pâle gnognotte auprès de Colydor.

Quelqu’un, Victor Hugo, je crois, a appelé Colydor le sympathique chef de l’École Loufoque, et il a eu bien raison.

Chaque fois que j’aperçois Colydor, tout mon être frémit d’allégresse jusque dans ses fibres les plus intimes.

«Bon, me dis-je, voilà Colydor, je ne vais pas m’embêter».

Pronostic jamais déçu.

Hier, j’ai reçu la visite de Colydor.

—Regarde-moi bien, m’a dit mon ami, tu ne me trouves rien de changé dans la physionomie?

Je contemplai la face de Colydor et rien de spécial ne m’apparut;

—Eh bien! mon vieux, reprit-il, tu n’es guère physionomiste. Je suis marié!

—Ah bah!

—Oui, mon bonhomme! Marié depuis une semaine…. Encore mille à attendre et je serai bien heureux!

—Mille quoi?

—Mille semaines, parbleu!

—Mille semaines? À attendre quoi?

—Quand je perdrais deux heures à te raconter ça, tu n’y comprendrais rien!

—Tu me crois donc bien bête?

—Ce n’est pas que tu sois plus bête qu’un autre, mais c’est une si drôle d’histoire!

Et sur cette alléchance, Colydor se drapa dans un sépulcral mutisme. Je me sentais décidé à tout, même au crime, pour savoir.

—Alors, fis-je de mon air le plus indifférent, tu es marié….

—Parfaitement!

—Elle est jolie?

—Ridicule!

—Riche?

—Pas un sou!

—Alors quoi?

—Puisque je te dis que tu n’y comprendrais rien!

Mes yeux suppliants le firent se raviser.

Colydor s’assit dans un fauteuil, n’alluma pas un excellent cigare et me narra ce qui suit:

—Tu te rappelles le temps infâme que nous prodigua le Seigneur durant tout le joli mois de mai? J’en profitai pour quitter Paris, et j’allai à Trouville livrer mon corps d’albâtre aux baisers d’Amphitrite.

«En cette saison, l’immeuble, à Trouville, est pour rien. Moyennant une bouchée de pain, je louai une maison tout entière, sur la route de Honfleur.

«Ah! une bien drôle de maison, mon pauvre ami! Imagine-toi un heureux mélange de palais florentin et de chaumière normande, avec un rien de pagode hindoue brochant sur le tout.

«Entre deux baisers d’Amphitrite, j’excursionnais vaguement dans les environs.

«Un dimanche, entre autres—oh! cet inoubliable dimanche!—je me promenais à Houlbec, un joli petit port de mer, ma foi, quand des flots d’harmonie vinrent me submerger tout à coup.

«À deux pas, sur une plage plantée d’ormes séculaires, une fanfare, probablement municipale, jetait au ciel ses mugissements les plus mélodieux.»Et autour, tout autour de ces Orphée en délire, tournaient sans trêve les Houlbecquois et les Houlbecquoises.

«Parmi ces dernières….

«Crois-tu au coup de foudre? Non? Eh bien, tu es une sinistre brute!

«Moi non plus, je ne croyais pas au coup de foudre, mais maintenant!…

«C’est comme un coup qu’on reçoit là, pan! dans le creux de l’estomac, et ça vous répond un peu dans le ventre. Très curieux, le coup de foudre!

«Parmi ces dernières, disais-je donc, une grande femme brune, d’une quarantaine d’années, tournait, tournait, tournait.

«Était-elle jolie? Je n’en sais rien, mais à son aspect, je compris tout de suite que c’en était fait de moi. J’aimais cette femme, et je n’aimerais jamais qu’elle!

«Fiche-toi de moi si tu veux, mais c’est comme ça.

«Elle s’accompagnait de sa fille, une grande vilaine demoiselle de vingt ans, anguleuse et sans grâce.

«Le lendemain, j’avais lâché Trouville, mon castel auvergno-japonais, et je m’installais à Houlbec.

«Mon coup de foudre était la femme du capitaine des douanes, un vieux bougre pas commode du tout et joueur à la manille aux enchères, comme feu Manille aux enchères lui-même!

«Moi qui n’ai jamais su tenir une carte de ma vie, je n’hésitai pas, pour me rapprocher de l’idole, à devenir le partenaire du terrible gabelou!

«Oh! ces soirées au Café de Paris, ces effroyables soirées uniquement consacrées à me faire traiter d’imbécile par le capitaine parce que je lui coupais ses manilles ou parce que je ne les lui coupais pas! Car, à l’heure qu’il est, je ne suis pas encore bien fixé.

«Et puis, je ne me rappelais jamais que c’était le *dix* le plus fort à ce jeu-là. Oh! ma tête, ma pauvre tête!

«Un jour enfin, au bout d’une semaine environ, ma constance fut récompensée. Le gabelou m’invita à dîner.

«Charmante, la capitaine, et d’un accueil exquis. Mon cœur flamba comme braise folle. Je mis tout en œuvre pour arriver à mes détestables fins, mais je pus me fouiller dans les grandes largeurs!

«Je commençais à me sentir tout calamiteux, quand un soir—oh! cet inoubliable soir!…—nous étions dans le salon, je feuilletais un album de photographies, et elle, l’idole, me désignait: mon cousin Chose, ma tante Machin, une belle-sœur de mon mari, mon oncle Untel, etc., etc.

«—Et celle-ci, la connaissez-vous?

«—Parfaitement, c’est Mlle Claire.

«—Eh bien, pas du tout! C’est moi à vingt ans.

«Et elle me conta qu’à vingt ans, elle ressemblait exactement à Claire, sa fille, si exactement qu’en regardant Claire elle s’imaginait se considérer dans son miroir d’il y a vingt ans.

«Était-ce possible!

«Comment cette adorable créature, potelée si délicieusement, avait-elle pu être une telle fille sèche et maigre?

«Alors, mon pauvre ami, une idée me vint qui m’inonda de clartés et de joies.

«Enfin, je tenais le bonheur!

«»Si la mère a ressemblé si parfaitement à la fille, me dis-je, il est certain qu’un jour la fille ressemblera parfaitement à la mère».

«Et voilà pourquoi j’ai épousé Claire, la semaine dernière.

«Aujourd’hui, elle a vingt ans, elle est laide.

Mais dans vingt ans, elle en aura quarante, et elle sera radieuse comme sa mère!

«J’attendrai, voilà tout!»

Et Colydor, évidemment très fier de sa combinaison, ajouta:

—Tu ne m’appelleras plus loufoque, maintenant… hein!

Franco Sacchetti – Messer Bernabò signore di Melano comanda a uno abate che lo chiarisca di quattro cose impossibili; di che uno mugnaio, vestitosi de’ panni dello abate, per lui le chiarisce in forma che rimane abate e l’abate rimane mugnaio

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Messer Bernabò signore di Melano, essendo trafitto da un mugnaio con belle ragioni, gli fece dono di grandissimo benefizio. Questo signore ne’ suoi tempi fu ridottato da piú che altro signore; e come che fosse crudele, pur nelle sue crudeltà avea gran parte di justizia. Fra molti de’ casi che gli avvennono fu questo, che uno ricco abate, avendo commesso alcuna cosa di negligenza di non avere ben notricato due cani alani, che erano diventati stizzosi, ed erano del detto signore, li disse che pagasse fiorini quattromila. Di che l’abate cominciò a domandare misericordia. E ‘l detto signore, veggendolo addomandare misericordia, gli disse:
– Se tu mi fai chiaro di quattro cose, io ti perdonerò in tutto; e le cose son queste che io voglio che tu mi dica: quanto ha di qui al cielo; quant’acqua è in mare; quello che si fa in inferno; e quello che la mia persona vale.
Lo abate, ciò udendo, cominciò a sospirare, e parveli essere a peggior partito che prima; ma pur, per cessar furore e avanzar tempo, disse che li piacesse darli termine a rispondere a sí alte cose. E ‘l signore gli diede termine tutto il dí sequente; e come vago d’udire il fine di tanto fatto, gli fece dare sicurtà del tornare.
L’abate, pensoso, con gran malenconia, tornò alla badía, soffiando come un cavallo quando aombra; e giunto là, scontrò un suo mugnaio, il quale, veggendolo cosí afflitto, disse:
– Signor mio, che avete voi che voi soffiate cosí forte?
Rispose l’abate:
– Io ho ben di che, ché ‘l signore è per darmi la mala ventura se io non lo fo chiaro di quattro cose, che Salamone né Aristotile non lo potrebbe fare.
Il mugnaio dice:
– E che cose son queste?
L’abate gli lo disse.
Allora il mugnaio, pensando, dice all’abate:
– Io vi caverò di questa fatica, se voi volete.
Dice l’abate:
– Dio il volesse.
Dice il mugnaio:
– Io credo che ‘l vorrà Dio e’ santi.
L’abate, che non sapea dove si fosse, disse:
– Se ‘l tu fai, togli da me ciò che tu vuogli, ché niuna cosa mi domanderai, che possibil mi sia, che io non ti dia.
Disse il mugnaio:
– Io lascerò questo nella vostra discrizione.
– O che modo terrai? – disse l’abate.
Allora rispose il mugnaio:
– Io mi voglio vestir la tonica e la cappa vostra, e raderommi la barba, e domattina ben per tempo anderò dinanzi a lui, dicendo che io sia l’abate; e le quattro cose terminerò in forma ch’io credo farlo contento.
All’abate parve mill’anni di sustituire il mugnaio in suo luogo; e cosí fu fatto.
Fatto il mugnaio abate, la mattina di buon’ora si mise in cammino; e giunto alla porta, là dove entro il signore dimorava, picchiò, dicendo che tale abate voleva rispondere al signore sopra certe cose che gli avea imposte. Lo signore, volontoroso di udire quello che lo abate dovea dire, e maravigliandosi come sí presto tornasse, lo fece a sé chiamare: e giunto dinanzi da lui un poco al barlume, facendo reverenza, occupando spesso il viso con la mano per non esser conosciuto, fu domandato dal signore se avea recato risposta delle quattro cose che l’avea addomandato.
Rispose:
– Signor sí. Voi mi domandaste: quanto ha di qui al cielo. Veduto appunto ogni cosa, egli è di qui lassú trentasei milioni e ottocento cinquantaquattro mila e settantadue miglia e mezzo e ventidue passi.
Dice il signore:
– Tu l’hai veduto molto appunto; come provi tu questo?
Rispose:
– Fatelo misurare, e se non è cosí, impiccatemi per la gola. Secondamente domandaste: quant’acqua è in mare. Questo m’è stato molto forte a vedere, perché è cosa che non sta ferma, e sempre ve n’entra; ma pure io ho veduto che nel mare sono venticinque milia e novecento ottantadue di milioni di cogna e sette barili e dodici boccali e due bicchieri.
Disse il signore:
– Come ‘l sai?
Rispose:
– Io l’ho veduto il meglio che ho saputo: se non lo credete, fate trovar de’ barili, e misurisi; se non trovate essere cosí, fatemi squartare. Il terzo mi domandaste quello che si faceva in inferno. In inferno si taglia, squarta, arraffia e impicca, né piú né meno come fate qui voi.
– Che ragione rendi tu di questo?
Rispose:
– Io favellai già con uno che vi era stato, e da costui ebbe Dante fiorentino ciò che scrisse delle cose dell’inferno; ma egli è morto; se voi non lo credete, mandatelo a vedere. Quarto mi domandaste quello che la vostra persona vale; e io dico ch’ella vale ventinove danari.
Quando messer Bernabò udí questo, tutto furioso si volge a costui, dicendo:
– Mo ti nasca il vermocan; sono io cosí dappoco ch’io non vaglia piú che una pignatta?
Rispose costui, e non sanza gran paura:
– Signor mio, udite la ragione. Voi sapete che ‘l nostro Signore Jesú Cristo fu venduto trenta danari; fo ragione che valete un danaro meno di lui.
Udendo questo il signore, immaginò troppo bene che costui non fosse l’abate, e guardandolo ben fiso, avvisando lui esser troppo maggiore uomo di scienza che l’abate non era, disse:
– Tu non se’ l’abate.
La paura che ‘l mugnaio ebbe ciascuno il pensi; inginocchiandosi con le mani giunte, addomandò misericordia, dicendo al signore come egli era mulinaro dell’abate, e come e perché camuffato dinanzi dalla sua signoria era condotto, e in che forma avea preso l’abito, e questo piú per darli piacere che per malizia.
Messer Bernabò, udendo costui, disse:
– Mo via, poi ch’ello t’ha fatto abate, e se’ da piú dí lui, in fé di Dio, e io ti voglio confirmare, e voglio che da qui innanzi tu sia l’abate, ed ello sia il mulinaro, e che tu abbia tutta la rendita del monasterio, ed ello abbia quella del mulino.
E cosí fece ottenere tutto il tempo che visse che l’abate fu mugnaio, e ‘l mugnaio fu abate.
Molto è scura cosa, e gran pericolo, d’assicurarsi dinanzi a’ signori, come fe’ questo mugnaio, e avere quello ardire ebbe lui. Ma de’ signori interviene come del mare, dove va l’uomo con grandi pericoli, e ne’ gran pericoli li gran guadagni. Ed è gran vantaggio quando il mare si truova in bonaccia, e cosí ancora il signore: ma l’uno e l’altro è gran cosa di potersi fidare, che fortuna tosto non venga.
Alcuni hanno già detto essere venuta questa, o simil novella, a… papa, il quale, per colpa commessa da un suo abate, li disse che li specificasse le quattro cose dette di sopra, e una piú, cioè: qual fosse la maggior ventura che elli mai avesse aúto. Di che l’abate, avendo rispetto della risposta, tornò alla badía, e ragunati li monaci e’ conversi, infino al cuoco e l’ortolano, raccontò loro quello di che avea a rispondere al detto papa; e che a ciò gli dessono e consiglio e aiuto. Eglino, non sappiendo alcuna cosa che si dire, stavano come smemorati: di che l’ortolano, veggendo che ciascheduno stava muto, disse:
– Messer l’abate, però che costoro non dicono alcuna cosa, e io voglio esser colui e che dica e che faccia, tanto che io credo trarvi di questa fatica; ma datemi li vostri panni, sí che io vada come abate, e di questi monaci mi seguano; e cosí fu fatto.
E giunto al papa, disse dell’altezza del cielo esser trenta voci. Dell’acqua del mare disse: “Fate turare le bocche de’ fiumi, che vi mettono entro, e poi si misuri”. Quello che valea la sua persona, disse: “Danari ventotto”; ché la facea due danari meno di Cristo, ché era suo vicario. Della maggior ventura ch’egli avesse mai, disse: “Come d’ortolano era diventato abate”; e cosí lo confermò. Come che si fosse, o intervenne all’uno e all’altro, o all’uno solo, e l’abate diventò o mugnaio o ortolano.

Franco Sacchetti – Parcittadino da Linari vagliatore si fa uomo di corte, e va a vedere lo re Adoardo d’Inghilterra, il qual, lodandolo, ha da lui molte pugna, e poi, biasimandolo, riceve dono

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Lo re Adoardo vecchio d’Inghilterra fu re di gran virtú e fama, e fu tanto discreto che la presente novella ne dimostrerrà in parte. Fu adunque nel suo tempo uno vagliatore a Linari in Valdensa nel contado di Firenze, il quale aveva nome Parcittadino. Venne a costui volontà di lasciare in tutto il vagliare ed esser uomo di corte, e in questo diventò assai sperto; e cosí spermentandosi nell’arte cortigiana, gli venne gran volontà di andare a vedere il detto re Adoardo; e non sine quare , ma perché avea udito molto delle sue magnanimità, e spezialmente verso li suoi pari. E cosí pensato, una mattina si misse in cammino, e non ristette mai che elli pervenne in Inghilterra alla città di Londra, dove lo re dimorava; e giunto al palagio reale, dove il detto re dimorava, di porta in porta trapassando, giunse nella sala, dove lo re il piú del tempo facea residenza; e trovollo fiso giucare a scacchi con lo gran dispensiere.
Parcittadino, giunto dinanzi al re, inginocchiandosi con le reverenti raccomandazioni, quella vista o quella mutazione fece il re come prima che giugnesse: di che stette Parcittadino per grande spazio in tal maniera. E veggendo che lo re alcun sembiante non facea, si levò in piede e cominciò a dire:
– Benedetto sia l’ora e ‘l punto che qui m’ha condotto, e dove io ho sempre desiderato, cioè di vedere il piú nobile e ‘l piú prudente e ‘l piú valoroso re che sia fra cristiani; e ben mi posso vantare piú che altro mie pari, dappoi che io sono in luogo dove io veggio il fiore di tutti li altri re. O quanta gloria mi ha conceduta la fortuna! ché oggimai, se io morisse, con poca doglia verrei a quel passo, dappoi che io sono innanzi a quella serenissima corona la quale, come calamita tira il ferro, cosí con la sua virtú tira ciascuno con desiderio a veder la sua dignità.
Appena ebbe insino a qui Parcittadino condotto il suo sermone, che lo re si levò dal giuoco, e piglia Parcittadino, e con le pugna e calci, cacciandolo per terra, tante gliene diede che tutto il pestò; e fatto questo, subito ritornò al giuoco delli scacchi. Parcittadino assai tristo, levandosi di terra, appena sapea dove si fosse; parendoli aver male spesi i passi suoi, e similmente le lode date al re, si stava cosí tapino, non sapendo che si fare. E pigliando un po’ di cuore, volle provare se, dicendo il contrario al re, gliene seguisse meglio, da che per lo ben dire glien’era colto male; incominciando a dire:
– Maladetto sia l’ora e ‘l dí che in questo luogo mi condusse, che credendo esser venuto a vedere un nobile re, come la fama risuona, e io sono venuto a vedere un re ingrato e sconoscente: credea esser venuto a vedere un re virtuoso, e io sono venuto a vedere un re vizioso: credea esser venuto a vedere un re discreto e sincero, e io sono venuto a vedere un re maligno, pieno di nequizia: credea esser venuto a vedere una santa e giusta corona, e io ho veduto costui che male per ben guiderdona; e la prova il dimostra, che me piccola creatura, magnificando e onorando lui, m’ha sí concio ch’io non so se mai potrò piú vagliare, se mai al mio mestiero antico ritornare mi convenisse.
Lo re si lieva la seconda volta piú furioso che la prima, e va a una porta, e chiama un suo barone. Veggendo questo Parcittadino, qual elli diventò non è da domandare, però che parea un corpo morto che tremasse, e s’avvisò essere dal re ammazzato; e quando udí lo re chiamare quel barone, credette chiamasse qualche justiziere che lo crucifiggesse.
Giunto il barone chiamato dal re, lo re gli disse:
– Va’, da’ la cotal mia vesta a costui, e pagalo della verità, ch’io l’ho ben pagato della bugia io.
Il barone va subito, e recò a Parcittadino una robba reale delle piú adorne che lo re avesse, con tanti bottoni di perle e pietre preziose che, sanza le pugna e’ calci ch’egli ebbe, valea fiorini trecento o piú. E continuo sospettando Parcittadino che quella robba non fosse serpe o badalischio che ‘l mordesse, a tentone la ricevette. Dappoi rassicuratosi e messasela indosso, e dinanzi allo re si appresentò, dicendo:
– Santa corona, qualora voi mi volete pagare a questo modo delle mie bugie, io dirò rade volte il vero.
E conobbe lo re per quello che avea udito, e lo re ebbe piú diletto di lui.
Dappoi, stato quello che gli piacque, prese commiato e dal re si partí, tenendo la via per la Lombardia; dove andò ricercando tutti li signori, raccontando questa novella, la quale gli valse piú di altri fiorini trecento; e tornossi in Toscana, e andò a rivedere con quella robba gli suoi parenti vagliatori da Linari, tutti polverosi di vagliatura e poveri; li quali maravigliandosi, Parcittadino disse loro:
– Tra molte pugna e calci fui in terra, poi ebbi questa robba in Inghilterra.
E fece bene a assai di loro; poi si partí e andò a procacciare sua ventura.
Questa fu cosí bella cosa a uno re, come potesse avvenire. E quanti ne sono che, essendo lodati come questo re, non avessono gonfiato le gote di superbia? Ed elli sappiendo che quelle lode meritava, volle dimostrare che non era vero, usando nella fine tanta discrezione. Assai ignoranti, essendo lodati nel loro cospetto da piasentieri, se lo crederanno; costui, essendo valoroso, volle dimostrare il contrario.

Franco Sacchetti – Lo re Federigo di Cicilia è trafitto con una bella storia da ser Mazzeo speziale di Palermo

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Di valoroso e gentile animo fu il re Federigo di Cicilia nel cui tempo fu uno speziale in Palermo, chiamato ser Mazzeo, il quale avea per consuetudine ogni anno al tempo de’ cederni, con una sua zazzera pettinata in cuffia, mettersi una tovagliuola in collo e portare allo re dall’una mano in un piattello cederni e dall’altra mele; e lo re questo dono ricevea graziosamente.
Avvenne che questo ser Mazzeo, venendo nel tempo della vecchiezza, cominciò alquanto a vacillare, e non sí però che l’usato presente di fare non seguisse. Fra l’altre volte, essendosi molto ben pettinato, e assettata la chioma sotto la cuffia, tolse la tovagliuola e’ piattelli de’ cederni e delle mele per fare l’usato presente; e messosi in cammino, pervenne alla porta del palazzo del re.
Il portinaio, veggendolo, cominciò a fare scherne di lui e a tirargli il bendone della cuffia; e contendendosi da lui, e un altro il tirava d’un’altra parte, però che quasi il tenevano insensato; e cosí datoli la via, or da uno e ora da un altro fu tanto tirato e rabbuffato che tutto il capo avea avviluppato; e con tutto questo, s’ingegnò di portar pure a salvamento il presente, giugnendo dinanzi al re con debita reverenza. Lo re, veggendolo cosí schermigliato, disse:
– Ser Mazzeo, che vuol dir questo, che tu sei cosí avviluppato?
Rispose ser Mazzeo:
– Monsignore, egli è quello che voi volete.
Lo re disse:
– Come è?
Ser Mazzeo disse:
– Sapete voi qual è la piú bella storia che sia nella Bibbia?
Lo re, che era di ciò intendentissimo, rispose:
– Assai ce ne sono, ma il superlativo grado non saprei ben quale.
Allora ser Mazzeo disse:
– Se mi date licenzia vel dirò io.
Rispose lo re:
– Di’ sicuramente ciò che tu vuogli.
E ser Mazzeo dice:
– Monsignore lo re, la piú bella istoria che sia in tutta la Bibbia è quando la reina di Saba, udendo la sapienza mirabile di Salamone, si mosse cosí da lungi per andare a vedere le terre sue e lui in Egitto; la quale, giugnendo alle terre governate per Salamone, tanto trovava ogni cosa ragionevolmente disposta che quanto piú vedea, piú si maravigliava, e piú s’infiammava di vedere Salamone, tanto che, giugnendo alla principal città, pervenne al suo palazzo, e di passo in passo ogni cosa mirando e considerando, vidde li servi e’ sudditi suoi molto ordinati e costumati; tanto che, giunta in su la gran sala, fece dire a Salamone come ella era e perché quivi venuta. E Salamone subito uscío della camera e faglisi incontro; il quale la detta reina veggendo, si gittò inginocchioni, dicendo ad alta voce: “O sapientissimo re, benedetto sia il ventre che portò tanta prudenza, quanta in te regna”.
E qui ristette ser Mazzeo.
Disse allora il re Federigo:
– Be’, che vuoi tu dir, ser Mazzeo?
E ser Mazzeo rispose:
– Monsignor lo re, voglio dire che se questa reina comprese bene, per l’ordine e costume delle terre e de’ sudditi di Salamone, esser lui il piú savio uomo del mondo; io per quella medesima forma posso considerare voi essere il piú matto re che viva, pensando che io, vostro minimo servo, venendo con questo usato dono alla vostra maestà, li servi vostri m’abbino concio come voi vedete.
Lo re, veggendo e considerando ser Mazzeo, lo consolò con parole, volendo sapere chi e come era stato, quelli tali fece dinanzi a sé venire, e corressegli e puní innanzi a ser Mazzeo, e del suo servizio gli cacciò; comandando a tutti gli altri che quando ser Mazzeo volesse venire a lui, giammai porta non gli fusse tenuta e sempre a lui facessono onore: e cosí seguirono di fare, maravigliandosi il detto del fine di sí notabile istoria, a proposito detta per un vecchierello a cui la mente già diffettava. Fu cagione questo ser Mazzeo, col suo dire, che questo re d’allora innanzi tenne molto meglio accostumata la sua famiglia che prima non tenea: ed è talor di necessità che si truovino uomeni di questa forma.

Italo Svevo – Giacomo

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Nelle mie lunghe peregrinazioni a piedi traverso le campagne del Friuli io ho l’abitudine d’accompagnarmi a chi incontro e di provocare le confidenze. Io vengo detto chiacchierone ma pur sembra che la mia parola non sia tale da impedire l’altrui perché da ogni mia gita riporto a casa comunicazioni importanti che illuminano di vivida luce il paesaggio per cui passo. Le casette nel paesaggio mi si palesano meglio e nella verde campagna ubertosa scorgo oltre che la bella indifferenza che ha ogni manifestazione di una legge, anche la passione e lo sforzo degli uomini dei quali la legge non è tanto evidente.
Venivo da Torlano e camminavo verso Udine quando mi imbattei in Giacomo, un contadino circa trentenne vestito anche più miseramente dei soliti contadini. La giubba era sdruscita e la maglia di sotto anche. La pelle che ne trapelava aveva qualche cosa di pudico anch’essa, quasi fosse stata un altro vestito così bruciata dal sole. Per camminare meglio portava le scarpe in mano e i piedi nudi non pareva evitassero le pietre. Ebbe bisogno di uno zolfanello per una sua piccola pipa e la conversazione fu avviata. Non so che cosa egli abbia appreso da me ma ecco quello che io sentii da lui. Preferisco di raccontare la storia con le mie parole prima di tutto per farla più breve e poi per la ragione semplicissima che non saprei fare altrimenti. La sua durò fino a Udine e anche oltre perché finì dinanzi ad un bicchiere di vino che io pagai. Non trovo che la storia mi sia costata troppo.
Giacomo, nel suo villaggio, era detto il poltrone. Ben presto, già nella sua prima gioventù fu noto a tutti i proprietari per due qualità: Quella di non lavorare e quella d’impedire il lavoro anche agli altri. Si capisce come si faccia a non lavorare; più difficile è intendere come un uomo solo possa impedire il lavoro a ben 40 altri. Vero è che fra quaranta è possibile di trovare degli alleati quando si propugni di non lavorare. Ma si trovano anche degli avversarii perché v’è più gente che non si creda che ha la malattia del lavoro e che vi si accinge con la bava alla bocca vedendo dinanzi a sé una sola meta: Quella di finire, di finire tutto, di finire bene. Diamine! L’umanità lavora da tanti anni che qualche poco di una tale benché innaturale tendenza deve essere entrata nel nostro sangue. Ma nel sangue di Giacomo non ve n’era traccia. Egli sa bene il suo difetto. Dovette accorgersene nel suo povero corpo dimagrito e maltrattato e ritiene che la poca voglia di lavorare sia da lui una malattia. Io mi feci un’altra idea della sua tendenza e penso ch’egli dovrebbe somigliare me che lavoro tanto ma altra cosa. C’è un’affinità fra me e lui ed è perciò che la gita da Torlano ad Udine ed oltre fu per me tanto piacevole.
Per impedire ad altri di lavorare Giacomo esplicava un’attività di pensiero incredibile. Cominciava col criticare le disposizioni prese per il lavoro. Si trattava di calare del vino in una cantina. Vi lavoravano solo lui e il padrone. Come impedire di lavorare al padrone stesso? Il primo tinozzo aveva viaggiato con una certa lentezza passando dal carro sulla strada, attraverso un corridoio della casa e giù in cantina. Giacomo, tutto sudato, rifletteva. «Vuoi venire?» chiese minaccioso il padrone. «Stavo pensando» disse Giacomo «che si porta il vino prima in là e poi in qua; il corridoio va in là e la scala riporta sotto la strada. Perché non fare un’apertura dalla strada alla cantina e calare il vino direttamente al tinozzo?». La proposta non era di certo troppo stupida ed il padrone si mise a discuterla. Prima di tutto la cantina non era posta direttamente sotto la strada ove c’era il carro ma traverso un’apertura vi si poteva accedere solo da un campo laterale. Giacomo rispose che con certe prudenze il carro poteva benissimo transitare sul campo. E andarono a vedere. Il dislivello non era grande e lo si poteva colmare. E il padrone diceva di no e Giacomo di sì. E ambedue avevano accesa la pipetta. E poi il padrone a corto di argomenti dichiarò che riteneva che una cantina con l’apertura sulla via sarebbe stata danneggiata nella frescura. E Giacomo citò le cantine dei paesi circonvicini le quali l’apertura sulla via ce l’avevano. Tutte citò, non dimenticandone una! Intanto il sole sulla via scaldava il vino e il padrone finì con l’arrabbiarsi. E Giacomo anche. Poco dopo egli andava all’osteria con in tasca i soldi di un quarto di giornata mentre il padrone chiamava in aiuto le donne di casa e i passanti per salvare il suo vino.
Giacomo all’osteria non riposava no! Egli continuava a discutere sulla necessità di dare una diretta comunicazione con la via ad ogni cantina. E tale fu la sua propaganda che ora nel paesello non c’era cantina che non avesse tale apertura. Ora che ha ottenuto un tanto si dedica attivamente ad un’altra propaganda. Vuole che davanti ad ogni apertura ci sia una gru per calarvi e estrarne ogni sorta di merci pesanti. Voleva convincerne anche me ma io, grazie al Cielo, non ho cantine.
Un giorno Giacomo fece un affare d’oro. Una quarantina di loro lui compreso aveva assunto a contratto la falciatura di un vasto campo. Doveva esserci lavoro per una quindicina di giorni. Avevano eletti dei capi ma i poteri di costoro non erano ben definiti. Giacomo non mancava di puntualità e alle quattro del mattino era sul posto. Cominciò col protestare contro la scelta della parte da cui si doveva cominciare. Di mattina si doveva volgere la schiena al sole. Aveva ragione ma i quaranta uomini dovettero così camminare per un buon quarto d’ora per portarsi al lato opposto ch’era il più distante dal villaggio. Poi cominciò a rifiutare la falce che gli era stata attribuita. In genere egli le preferiva a manico singolo e faceva propaganda perché anche gli altri le preferissero. Poi, presto, troppo presto, sentì il bisogno d’aguzzare la falce. Propose diversi istituti del tutto nuovi su quei campi. Due dovessero essere adibiti il giorno intero ad aguzzare le falci. Quando egli non lavorava s’adirava che i suoi vicini a destra e sinistra continuassero il lavoro. Nascevano irregolarità che non potevano essere utili al buon andamento del lavoro. Quello era notoriamente un lavoro che bisognava fare insieme o non farlo. Altrimenti il povero diavolo che restava indietro, senza sua colpa, poteva falciare le gambe del suo compagno troppo zelante. I capi guardavano esterrefatti la faccia di Giacomo magra, mai sbarbata, arrossata dal sole e da una sincera indignazione. Era un uomo in buona fede costui e non c’era verso di arrabbiarsi con lui! Gli offrirono tutta la sua partecipazione, pronta, in contanti, se accettava di non comparire il giorno appresso. Perché se lui c’era, non v’era dubbio che la falciatura non sarebbe finita mai. Quando essi sarebbero giunti alla fine l’altra parte avrebbe già riprodotta tutta l’erba medica falciata e i mietitori sarebbero morti di fame condannati com’erano alla paga contrattuale di 15 giorni. Giacomo esitò! Egli aveva spesso incassati dei salari senza lavorare ma mai era stato pagato per non lavorare. «E se venissi ogni giorno per un paio d’ore per darvi qualche buon consiglio?». Così oltre che la paga ebbe la minaccia che se nei 15 giorni seguenti passava per di là sarebbe stato lapidato. S’adattò ma la sua fama era distrutta e nessuno lo volle più. Il contratto da cui era stato allontanato era finito male; la falciatura aveva abbisognato di interi 30 giorni. I capi dicevano ch’era bastata una giornata di convivenza con Giacomo per creare fra quei 40 mietitori una decina di Giacomi, cavillosi come lui e pareva alla fine un’assemblea legislativa tante erano le nuove proposte che pullulavano per regolare la falciatura di un campo.
Giacomo divenne nomade. Solo a questo patto egli poteva trovare lavoro. Aveva le tasche piene di certificati perché tutti gliene davano pur di liberarsi di lui al più presto. Così passò tutto il Friuli la Carnia il Veneto sognando sempre di trovare un lavoro bene organizzato. S’era però talmente specializzato nella critica che non sapeva tacere neppure quando lui non c’entrava. Così non passava carro ch’egli non criticasse il modo com’era caricato. Veniva mandato a quel paese ed egli continuava le sue peregrinazioni senza abbadarci troppo. Se però credeva d’avere ragione allora era capace di farsi fare in due ma le sue ragioni doveva dirle. Egli aveva dovuto passare accanto ad un carro caricato tanto in alto ch’egli avrebbe potuto esserne schiacciato. Allora alzava la voce ed il suo sonoro dialetto celta pigliava delle andature epiche. Era capace d’appellarsi anche ai carabinieri. E gli serviva solo di pretesto il pericolo da lui corso. La ragione intima che lo animava era l’odio per il lavoro male organizzato. E mi raccontava: «Quando si nasce disgraziati! Io non feci mai del male a nessuno e tutti mi odiano perché voglio mettere ordine e perché non posso soffrire un lavoro male iniziato!». Non era la prima volta che veniva a Udine; era la seconda. Ci venne la prima volta in cerca di un po’ di riposo: Udine era una città abbastanza popolosa ed egli avrebbe potuto riposare prima che tutti l’avessero preso in odio.
Fu l’offerta di un posto straordinario che gli venne dal suo paese natio per cui lasciò la prima volta Udine. «Si trattava di un lavoro» mi confessò candidamente «in cui non c’era niente da fare. Ora a me il lavoro piace ma pensavo che se trovavo un lavoro pel quale non occorreva lavorare doveva certo essere un lavoro ben organizzato e perciò lo accettai con entusiasmo». Lasciò Udine e con dieci ore di buon cammino raggiunse il suo paese natio. Amava di camminare. «Altri può credere» diceva «che il moversi sulle ruote sia un perfezionamento in confronto al moversi sulle gambe. Io no! Credo sia un modo di riposare quello di moversi». Impiegò tre giorni per fare quelle dieci ore di cammino. Ricordava che a Chiavris una grossa pietra lanciata da qualcuno celato dietro un muro gli era passata dinanzi al naso. Se ne fosse stato colpito la sua testa benché dura sarebbe andata in pezzi. «Eppure io a Chiavris non ho lavorato mai. C’è tanta cattiva gente a questo mondo. Forse non mi conoscevano. Eppure io ho un sospetto. Lavorai una volta con un operaio che dovrebbe abitare a Chiavris. Ma non credo sia stato lui.. perché io feci per suo bene. Era impiegato permanentemente da un droghiere e presero me come avventizio perché invece di un molinetto che lavorava di solito a macinare pittura bisognava per qualche giorno lavorare in due. Dio mio! Era un lavoro che faceva schifo! Impiegare un’anima umana a far girare, girare una ruota per produrre un filo di pittura male impastata. Non era facile prendere un motorino elettrico ora che la forza elettrica non costa quasi nulla? Restai un giorno e mezzo a quel molino e tanto disprezzo avevo per il mio lavoro ch’esso non poteva procedere. Il mio compagno stava ad ascoltarmi estatico. Anche lui cominciava a capire come un motorino avrebbe girato, girato senza pensarci tanto su. Mi mandarono via quando feci chiamare il padrone per spiegargli la mia idea. Mi trovò dinanzi alla mia ruota sgangherata che fumavo. Io avevo il braccio addolorato e aspettavo il padrone e il motorino. Chi avrebbe potuto indovinare che il padrone era tanto occupato che ci avrebbe messo due ore per corrispondere alla mia chiamata? Appena venuto mi mandò subito via e gridando anche perché tutti a questo mondo hanno la mania di diffamare la povera gente. Diceva che il valore della merce macinata non copriva la mia mercede. Dev’essere roba che costa poco allora dissi io. Ora in quella drogheria ci hanno il motorino ma io della mia buona idea non ebbi alcun vantaggio e neppure il mio compagno perché fu mandato via pochi giorni dopo di me». Così anche il povero Giacomo ebbe a subire un attentato. «Come un re» disse egli con qualche compiacenza. «Eppure il re» dissi io «non rifiuta di sovraintendere a dei lavori male organizzati».
Insomma Giacomo ritornò al suo paese natio beato che ve lo avevano richiamato perché avendo tanto tempo da pensarci su, soffriva talvolta di nostalgia. Non era chiamato ad una posizione troppo splendida. Non avrebbe avuto alcun salario solo un letto e sufficientemente da mangiare. Quel sufficientemente significava sola polenta o quasi. Ma l’amor patrio e la curiosità di conoscere un lavoro in cui non c’era bisogno di lavorare indussero il povero Giacomo alla lunga camminata.
A un tiro di schioppo dal suo luogo natio, su un colle, il più alto dopo Udine verso la Carnia, c’era la casa del signor Vais un piccolo villino elegante ove abitava il vecchio signore, sua moglie e alcune fantesche. Il figliuolo era agli studi a Padova. Poco appresso nascosti alla vista di chi passava la strada maestra c’erano i vasti stallaggi e più lontano ancora, in mezzo ai campi una vasta casa colonica, vecchia decrepita quella.

Italo Svevo – Orazio Cima

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I
Avevo circa 25 anni quando nelle riunioni sociali di Trieste fece la sua comparsa un ricco signore abruzzese certo Cima. Io non sapevo perché egli avesse prescelto Trieste a suo soggiorno. Non vi era condotto né da parentela né da affari. Glielo domandai: Trieste era una bellissima città per chi v’era nato ma a questo mondo c’era di meglio avendo la libertà di scelta. Avrei amato egli m’avesse detto che Trieste era la più bella città del mondo ma invece egli mi rispose: Vi si parlava italiano e vi aveva vigore la legge austriaca sulla caccia. Egli non sapeva che l’italiano e non ci pensava di andar a stare fra gente che non poteva intendere. Ora la legge sulla caccia in Austria aveva conservato ancora la possibilità della caccia. Egli era a Trieste il luogo più vicino al suo paese ove si poteva cacciare e pescare.
A me parve un uomo interessante. Mi legava a lui il ribrezzo che per lui provavo. Io non avevo ancora mai ucciso una bestia e mi parve che quello di uccidere fosse un segno di salute; l’impossibilità di uccidere era un evidente segno di debolezza. Me ne vergognai accanto a Cima e gli proposi d’associarmi a lui. Anch’io avrei temprato il mio cuore nella lotta. La lotta contro il debolissimo è anche una lotta se il debolissimo è rapido ed astuto. Un essere che non vuol lasciarsi mangiare è un avversario che domanda sforzi e forza. Poteva essere la mia cura.
Io fui in cotesta cura per tre volte con Cima.
S’era sparsa la voce che sul monte Nanos presso Trieste fosse stato veduto un orso e Cima mi propose di accompagnarmi a lui per dargli la caccia. Egli allora aveva già organizzata la sua vita nella nuova città: Aveva degli amici e anche un’amante. L’amante era una vera popolana triestina, un modello di triestina quando si sforzava di non apparire più popolana. Vestiva con una certa grazia e portava il cappello – una buona imitazione di qualche modello parigino – e perciò sapeva di appartenere oramai alla schiatta delle cappelline ciò che confessava all’occasione rivelando che sino ad allora ella s’era figurata la testa di una donna come che va adorna dei soli capelli. Era bellina, bionda pallida, dalla pelle bianca, dalla carne abbondante. Doveva essere una dolcezza venir a riposare fra quelle braccia bianche dopo una giornata piena di fatiche e di uccisioni. Ciò ricordava i sultani della Turchia che non riposavano mai altrimenti dopo le battaglie. E usavano anch’essi delle donne di altra razza. Cima, un bel ragazzo bruno con un barbino alla spagnuola (come usava allora) era proprio d’altra razza di Antonia. E se essa non apparteneva ad una razza soggiogata era tuttavia una donna soggiogata perché s’era compromessa e legata ed ora lo rimpiangeva e si trovava in eterna ribellione. Si bisticciavano sempre, lui sorridente perché non domandava la sommissione che in certi istanti; lei coraggiosa perché sapeva che tutte le ribellioni meno una sola le erano permesse. Non abitava con lei. Le aveva messo su un quartierino elegante.
Io aderivo a tutta questa vita così viva e completa con ammirazione e invidia. Devo anche dire che io vivevo ambedue quegli individui. Lui così attivo e giovine come io non sono mai stato e lei che con tanta brutalità difendeva la dolcezza ch’è il mio destino, e che io non sapevo difendere perché me ne vergognavo come di un’inferiorità.
Essa attaccava il suo amante proprio per la sua caccia e la sua pesca, le sue sole attività: «Assassino e carattere d’assassino!». Ammazzava tutto il giorno e non sapeva neppur mangiare la selvaggina. La rifiutava proprio come fa il cane da caccia cui somigliava. «Ma non potevi restare nel tuo Abruzzo?».
Cima sorrideva: «Nell’Abruzzo non ci sono tante bestie come qui». E, contento di aver trovata la buona risposta, attaccava: «Ma tu l’ami la selvaggina?».
«La comprerei» confessava Antonia. «Ma non saprei ucciderla. Povere bestiole! Io le mangio quando altri per malanimo le uccise. Che si può fare allora?».
Io mi mettevo di mezzo per far accordare chi uccideva la bestia e chi la mangiava e avevo anche un gioco abbastanza facile. Antonia fra gli amici del suo amante mi prediligeva perché mi sentiva differente da lui. Cima, poi, non soffriva di gelosia. Lui era molto distante dall’idea che un uomo fidato com’ero io avrebbe potuto insidiare la sua donna. Ammazzava tante bestie, ma viveva nel mondo morale in cui era nato con la sicurezza con cui certi animali vivono nella palude ed altri sul mare. Non discutono costoro per scegliere uno o l’altro. Egli si figurava che un uomo ch’era suo amico, quando avesse voluto amare, si sarebbe cercata un’altra donna e non la sua. A me Antonia piaceva e mi dilettavo di sentire la sua predilezione per me. Era poi già un poco mia perché era triestina. Egli rideva dei suoi modi di dire. Io li amavo, e li avrei baciati come uscivano da quella bocca rosea.
E Antonia non aveva nulla in contrario che provassi anch’io la caccia. Era certa che, provatala una volta, non l’avrei amata. Anche lei era stata a caccia, ma una volta soltanto. In sua presenza, Argo, il cane da caccia di Cima, aveva ricevuto una pallinata nella schiena perché non s’era tenuto fermo. Orrore! E Cima poi non aveva voluto far levare, da un chirurgo che s’era offerto, da quella schiena quei pallini perché diceva che acciocché un cane ricordi una lezione, deve portarla eternamente con sé.
Insomma io e Antonia andavamo molto d’accordo, con la differenza ch’essa biasimava Cima ed io invece avrei tentato di aiutarlo. «Non vi riuscirà» diceva Antonia accarezzandomi con l’occhio. M’amava perciò. Io speravo ch’essa sbagliasse ma intanto mi stendevo sotto a quella sua carezza come un gatto nervoso e voluttuoso. Volevo mutarmi e tuttavia incassavo il premio per essere fatto tanto malamente. Anche quando si ha il desiderio della metamorfosi, il più vivo, si sorride affettuosamente ai propri difetti. Rabbrividisco quando penso che avrebbe potuto toccarmi in sorte di essere un insetto dalle varie metamorfosi. Che rimpianti nella farfalla per quella vita modesta e adagiata comodamente del verme. Io conobbi un gobbo che aveva tanto bene attrezzato il proprio spirito intorno alla protuberanza che aveva nella schiena che sarebbe stato un uomo perduto se avesse potuto curarla. Era il gobbo più spiritoso di Trieste… Ma egli qui proprio non c’entra.
Io fra i due, insomma, stavo benissimo. Orazio m’amava perché tentavo di apparire simile a lui e Antonia perché calcolava non ci sarei mai riuscito.
Curioso il fiuto delle donne. Tanti amici di Orazio giravano per quella casa a cui si arrivava dalla caccia, dalla pesca o dal ballo ma io sono convinto che gli altri non destavano affatto la curiosità di Antonia. È vero che ciò può essere attribuito alla mia cecità nella quale posso aver somigliato al povero Orazio che non s’accorse come ero io prediletto.
Ma questa predilezione era divisa da ambedue e forse perciò egli non ne era colpito. Egli mi burlava volentieri come debole, mite, poco accorto, e lei lo imitava con piccole variazioni (oh, dolcissime!), mi metteva addosso le bianche mani per mettere a posto la mia cravatta e s’accompagnava a lui per deridermi ma per farlo meglio m’avvicinava la bocca dai piccoli denti, niente di perfetto ma bianchi come appena usciti dall’alveolo sulle gengive dal giusto colorito (Dio mio! che cosa è il colorito giusto nel nostro organismo?), scoperte solo dal riso che l’obbligava ad aprire le labbra rosse e sottili. A lui sembrava la stessa musica cui egli avesse data l’intonazione e anche a quella sempliciona di Antonia forse sembrava così. Ma insomma in presenza di Orazio noi arrivavamo spesso a toccarci. A me piaceva prenderla per il polso per trattenere una mano che minacciava la mia faccia o anche le mettevo una mano sul petto per tenerla lontana da me, arrivando ad una cosa soffice, resistente, una forma sempre sorprendente più che la faccia, le gambe o la schiena che certo servono ad altri scopi.
Ma anch’io ero d’accordo con Orazio che non bisognava insidiare la donna altrui. Questa era la base, la solida base della nostra amicizia, ed io procedevo perfettamente inconscio del mio desiderio, sordo al mio desiderio, cieco allo stesso come lo stesso Orazio. Si poteva quasi dire ch’eravamo in due a non intenderlo. Non in tre. Perché io già sapevo che Antonia s’era accorta dell’importanza ch’io attribuivo a ogni parte del suo corpo.
Devo ripetere qui a scanso di malintesi che se anche non ci fosse stata Antonia io avrei avuto tutte le buone ragioni per restare attaccato ad Orazio. Egli beveva e fumava come me ma in tutt’altre forme: Beveva ogni giorno e fumava ad ogni ora, ma tutto ciò con regolarità e piena serenità. Giacché non sapevo cessare né di fumare né di bere avrei voluto imitarlo per saper liberarmi almeno dei rimorsi. Poi quella sua grande fiducia cieca nell’amicizia e anche nell’amore (cioè quello ch’egli arrivava a sentire tale) che metteva la sua vita sotto una campana ch’era bensì di vetro ma che proteggeva da tutte le avventure non serie del dubbio, della diffidenza, dello sconforto, che imperversavano sulla mia vita, lo rendeva per me tanto amabile che proprio non mi pareva ci sarebbe stato il bisogno di Antonia per indurmi a preferire la sua compagnia. Io l’amavo sinceramente come i poeti amano i poeti grandissimi, certi soldati timidi i prodi. Sapeva cacciare, pescare e anche cucinare. Un’insalata condita da lui non si dimenticava più. Per un chilogrammo d’insalata abbisognava di un’ora, quattro intingoli varii che preparava in quattro bicchieri. Gettati sull’insalata sapeva mescolare per tre quarti d’ora così che alla fine ogni singola foglia era lesa e pregna di un sapore che non era il suo o cui il suo debolmente s’associava. Anche l’aglio ci entrava ma un barlume, un ricordo di cosa. Già, solo l’uomo sano sa mescolare a quel modo. Lavorare tanto senza vedere il risultato ma anticipandolo ricordando il gusto avuto è cosa propria da animale disciplinato. Spaccare della legna è tutt’altra cosa e ognuno la sa fare, naturalmente se ha avuto l’ascia in mano dalla prima giovinezza.
Egli preparava benissimo anche la selvaggina che poi non mangiava ciò che, come Antonia, io gli rimproveravo come un’aggravante del suo assassinio. Odiava le sue vittime anche oltre la morte.
Egli intendeva anche tutto: Persino cose che mi concernevano. Una volta gli confidai che m’era impossibile di cessare di fumare perché oramai fumavo già da 14 anni con circa cinquanta sigarette al giorno. Ammettiamo pure che sarei stato capace di restare senza fumare per interi altri quattordici anni. Quale sarebbe stato il risultato dell’enorme, impensabile sforzo? Dopo questi quattordici anni vuoti la media delle sigarette che avrei fumate per ogni giorno della mia vita si sarebbe ridotta a 25. Lo sforzo dava perciò risultato inadeguato. Altri, senza sforzo alcuno arriva a risultati ben altrimenti importanti.
Egli rifletté intensamente. Poi rise. Infine si rifece serio e disse: «Intendo perfettamente».
Però quando a cena in presenza di Antonia voleva seccarmi mi diceva: «Il signore della media».
Antonia rise di cuore ma mi ammirò: Nessun altro come me scavava nel passato e antivedeva al futuro. In tutta la sua vita essa non era capace di creare una media. Non c’era. E rifletté.
Quello sboccato di Orazio insisté: «Eh! via! pensaci. Compresi gli anni della balia quando arriverai ad una al giorno?».
Certo non è bene parlare così in presenza di stranieri. Io non seppi fare a meno di calcolare quanti uomini ci sarebbero voluti per far arrivare Antonia alla media proposta. Da quanto ne sapevo io essa aveva cominciato a sedici anni ed ora ne aveva ventidue. Sedici anni, se non sbaglio, fanno cinquemilaottocentoquaranta giorni vuoti mentre gli attivi sei anni non ne facevano che 2190. A me pareva che Cima, per quanto vigoroso non bastasse alla bisogna perché bisognava per arrivare alla media aggiungere i giorni innocenti a quelli che non erano stati tali. Si arrivava a ottomilatrenta che divisi per duemilacentotrenta producevano una attività di quasi quattro (come dirò?) sigarette al giorno comprese le domeniche e i giorni festivi.
Dissi ciò ad alta voce per dimostrare la rapidità con cui facevo i conti a memoria. Poi m’irrigidii per non dire di più e continuai a somigliare ad Orazio, ma anche Antonia rise di cuore. Si riversava sulla poltrona abbandonandovisi tutta. Era molto più sottile di quanto si sarebbe potuto credere. Il suo profilo si disegnava sullo schienale della poltrona e se ne vedeva l’eleganza espressiva prospettata sul fondo oscuro dello stesso. Dalla sua gonna sporgevano i suoi piedini e anche elegantissimi. Io la desideravo tutta intera, per la prima volta.
II
Una sera, a cena, Cima mi propose una caccia strana: Quella dell’orso. Si era nel 1886 e avevo anch’io letto sui giornali locali che un orso era stato veduto aggirarsi nei pressi del Monte Re. Fra le altre armi Cima possedeva anche due fucili Werndl di una portata lunghissima che facevano proprio per la caccia all’orso.
Antonia trovò ch’era bene per me esordire con quella caccia. Intanto per un bestione simile, pericoloso, essa non sentiva compassione.
Io mi abbandonai ad una perorazione che non voleva finire più sul diritto alla vita anche degli animali forti. Era una disgrazia che l’avvento sulla terra dell’uomo avesse rese nevrasteniche tutte le bestie sulla terra. Io mi figuravo che tanti animali si fossero fatti notturni perché in passato l’uomo (prima che arrivasse Cima e le sue abitudini) aveva avuto bisogno della luce del sole per muoversi. Mi figuravo anche che molte bestie si fossero cacciate sotterra per nascondersi soltanto allora, altre nel fitto dei boschi ove temporaneamente potevano trovare ricetto ma non a lungo perché l’uomo era per eccellenza il distruttore dei boschi dei cui alberi aveva bisogno per stampare i suoi giornali. Parlavo tanto a lungo per potere tenere rivolto lo sguardo ad Antonia che quella sera era vestita virginalmente con un grembiule tutto pizzi e fiori che le dava un aspetto di fanciulla che anche di sera conserva abbellito l’arnese che di giorno nei suoi lavori in casa la protegge dal sudiciume cui deve esporsi nei lavori in cucina e nelle stanze. Oramai il grembiule fine non esiste più ma nella mia giovinezza era proprio l’attributo della fanciulla. E su Antonia quel grembiule era veramente eccitante.
«Dunque» disse Orazio «tu alla caccia dell’orso non ci vuoi venire?»
Con dolore mi rivolsi a lui: «Anzi! Anzi!» dissi. «Vorrei però essere informato donde sia capitato tale orso. E se fosse semplicemente un orso domestico scappato al suo padrone? Figurati che sorpresa la nostra se dopo di aver ammazzato il bestione gli trovassimo indosso un collare col nome del proprietario e l’indirizzo». Avremmo distrutto una parte d’umanità perché la bestia rappresentava il frutto di un lavoro umano non facile.
Io sapevo la storia di un cane domestico ch’era stato ucciso non so più in che paese, per essere stato preso per un lupo. Le armi da fuoco erano anche perciò una cosa nefanda: Raggiungevano l’obbiettivo senza permetterne prima un’accurata disamina. Mi rivolsi di nuovo ad Antonia e al suo grembiule: «Si tocca il grilletto ed è finita. È un’infamia che tanta potenza sia stata posta alla disposizione dell’uomo».
Antonia protestò: «Guai se non ci fossero i fucili. Gli orsi camminerebbero per le nostre vie».

Italo Svevo – Il malocchio

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Molti quando si trovano fra’ dieci e i quindici anni sognano una carriera grande, persino quella di Napoleone. Non era quindi strano che a 12 anni Vincenzo Albagi pensò che se Napoleone a 30 anni era stato proclamato imperatore egli avrebbe potuto esserlo qualche anno prima. Strano era invece che quell’istante di sogno fu ricordato da lui per tutta la vita. Nessuno lo sospettò perché egli non era altro che un buon ragazzo non stupido che faceva molto attentamente il proprio dovere di scolaro del Liceo e del Ginnasio. Era l’orgoglio dei suoi insegnanti per la sua bravura e anche (oh! quale occhio di lince non hanno gl’insegnanti) per la sua modestia. A casa sua egli accettava la piccola vita modesta di provincia che gli era imposta e sopportava sorridendo e commiserando l’orgoglio del padre che riteneva se stesso il Napoleone dei commercianti di vino d’Italia. Il vecchio Gerardo che in gioventù aveva lavorato con le proprie mani i campi era un uomo soddisfatto e benevolo. Egli aveva capito a un dato punto che era meglio comperare e vendere il prodotto altrui che aspettare il proprio. Era stato un grande sforzo della sua piccola mente e una buona volta riuscito Gerardo ne visse bene fisicamente e benissimo moralmente. La moglie che si vedeva concessa la domestica, due o tre vestiti all’anno ed una tavola ricca lo adorava e lo ammirava. Gerardo faceva del bene a molti e non domandava neppure riconoscenza. Camminava la via un po’ troppo pettoruto ma molti lo amavano, pochi dal suo orgoglio mite di negoziante di vino fortunato si sentivano lesi. C’era a questo mondo del posto per tanti altri orgogli altrettanto legittimi! Spesso Gerardo con un sincero accento d’ammirazione riconosceva i meriti altrui. Diceva al lustrino che stazionava davanti alla sua casa: «Tu sei il migliore lustrascarpe di questo mondo!». Alla cuoca: «Nessuno sa preparare il baccalà pannato come te!». Alla moglie: «Io so far denari e tu sai risparmiarli!». Ecco che molti erano soddisfatti di quella felicità di Gerardo.
Vincenzo invece era assorto nella contemplazione della propria grandezza futura. Il padre aveva avuta una sola buona idea ma egli doveva a quel padre e a quell’idea la felicità della propria vita. Se quel padre non avesse avuto quell’idea ecco che Vincenzo sarebbe stato attaccato da lungo tempo all’aratro accanto a qualche altro asino. Ma egli era tediato da quel piccolo orgoglio che gli sembrava strano, spropositato. Il padre troppo spesso parlava della fiducia che in lui riponevano altri negozianti o consumatori di vino. «Quando il vino passa per le mie mani aumenta di sapore e di valore». Per le mani pulite di Vincenzo invece non passava niente e per la sua testa la propria immagine convertita in quella di un grande ammirevole condottiero. Ora mentre Vincenzo per l’orgoglio del padre non aveva che un sorriso distratto e stanco, il vecchio invece si compiaceva dell’orgoglio del figliuolo altrettanto legittimo quanto quello di un buon lustrascarpe: Vincenzo era un buon scolaro. Passava trionfante traverso tutte le classi. «Io faccio denari» diceva il buon vecchio «e tu farai sicuramente qualche cosa d’altro».
I fastidi cominciarono quando Vincenzo abbandonò la scuola. Intanto volle entrare in un’accademia militare. Era la via più breve per sbalzare il re dal trono e mettersi al suo posto. Curioso come il re era lontano anche dall’Accademia Militare. Vincenzo aveva da fare con tenenti e sottotenenti i quali in complesso per molto tempo lo amarono e stimarono come avevano fatto i professori del Liceo. Poi un bel giorno Vincenzo perdette la pazienza. La lotta per la vita incombeva. Non si trattava più di apprendere, ma bisognava presto divenire. Un bel giorno perdette di rispetto nel modo più grossolano ad un tenente. Fu rinchiuso, minacciato delle più gravi punizioni e fu felice quando con l’aiuto del padre che da furbo vinaio quale era lo dichiarò mentecatto dalla gioventù in su, poté ritrovarsi a casa propria sano e salvo e spoglio della montura militare.
Vincenzo fece anche per qualche mese il mentecatto. I due provinciali temevano che l’autorità militare li sorvegliasse per riassumere il processo contro di Vincenzo se questi fosse risultato meno mentecatto. E come Vincenzo ricordava il suo primo sogno per cui s’era sentito chiamato a divenire un Napoleone così ricordò la impressione quasi gioconda con la quale accettava di apparire più stupido che fosse possibile. Si diceva: “Guarda che caso! Essere destinato a quello e dover fingere di essere questo!”.
A chi conosce la natura umana comune non sembrerà affatto strano che passati quel paio d’anni all’Accademia Militare chiusi con quel calcio che lo rimandò a casa sua Vincenzo non fece alcun serio tentativo per conquistare l’ambita posizione di un Napoleone. Restò a casa sua dopo un breve soggiorno in una università per il quale si convinse che gli studii non erano fatti per lui. Era vecchio oramai in confronto ai suoi compagni. Il disdegno ch’egli sentiva per tutti gli uomini diveniva grandissimo per quelli che erano più giovini di lui e gli ripugnava di vivere da eguale accanto a delle persone che realmente avrebbero dovuto essergli sottomesse. Ritornò a casa sua e il vecchio padre che non desiderava di meglio che di tenerselo accanto lo ricevette a braccia aperte. «Io t’insegnerò il mio commercio di vini che, avviato com’è, ti darà poca fatica». Per fortuna Vincenzo quella volta non tenne dentro di sé il rancore che andava accumulandoglisi nel petto ma lo sfogò. Non voleva scansare le fatiche anzi le ricercava. Voleva anzi le grandi, le eroiche fatiche ma per un uomo che aveva studiato come lui e ch’era lui il commercio in vini era disdicevole.
Poi ebbe una grande, lunga pace perché Gerardo era un uomo che facilmente si lasciava imporre eppoi da uomo pratico non accettava altre seccature fuori di quelle che gli risultavano dal suo vino.
Lesse molto in quel tempo Vincenzo. Volumi e volumi. Molti dedicandosi alla lettura acquistano scienza, altri vi acquista buon sangue; Vincenzo invece vi trovava motivi a rancore. Lesse varie lunghe storie del Consolato e dell’Impero e restava meravigliato come un tale grande uomo avesse potuto commettere tanti errori. Leggeva anche i giornali e ogni numero confermava nel suo animo la convinzione che tutte le persone di cui vi si parlava erano indegne o deboli.
Vincenzo aveva cura del proprio aspetto; portava dei grandi mustacchi bruni cui dedicava molta cura ed in complesso nulla lo distingueva dal comune, dal comunissimo degli uomini fuorché una certa sua aria fatale che gli si appioppò sulla faccia come una maschera. Certo è che quando gli altri si entusiasmavano egli subito si ritirava leso nel proprio orgoglio. Aveva un gesto curioso allora. Metteva la mano sulla bocca come per celare uno sbadiglio ed il suo occhio diventava torvo, torvo. Le palpebre si contraevano come per coprire quell’occhio che però restava aperto tanto da lasciarvi entrare le immagini e uscirne una piccola fiamma gialla in direzione dei corpi che quell’immagine avevano prodotta. Era arrivato ad un’epoca in cui aveva spesso motivo di sbadigliare. Guardò con uno sbadiglio da sgangherarsi le mascelle dietro ai primi velivoli a cui rimproverava la poca stabilità. Osservazione giustissima cui seguiva subito nel suo grande animo la speranza di scoprire lui il mezzo per renderli più sicuri. I dirigibili lo affievolirono fino a dormire in piedi ma contrassero il suo occhio tanto che traverso la fessura che le palpebre lasciavano non si vedeva che il bianco coperto dalla solita luce gialla. Poi venne il premio Nobel che a lui non capitò giammai. E in fondo gli pareva un’epoca ipocrita la nostra col suo aspetto di non domandare altro che dei grandi condottieri ed in realtà evitandoli e soffocandoli.
Con tutto ciò Vincenzo nel piccolo àmbito della sua città natale era un uomo fortunato e perciò invidiato. Tutti gli dicevano ch’era nato con la camicia ed egli non lo credeva e si sentiva pieno di rancore perché gli pareva che gli parlassero così per indurlo a credere di avere più di quanto meritasse. Egli aveva tutti i denari che potesse desiderare; i genitori non domandavano altro che di dargliene. A lui non importava. Una bella e ricca giovinetta restò ammaliata dal suo occhio bruno nel quale brillavano dei riflessi gialli ed egli consentì di farla sua. Non gl’importava tanto dell’amore ma pure si sentiva bene di tenersi accanto una persona tanto ragionevole da adorarlo. Aveva tutto il tempo vuoto tanto di doveri che poteva rimpinzarlo dei suoi sogni di imperatore. Ma gli pareva che ciò gli spettasse.
La madre che anch’essa aspettava pazientemente che da tanta larva uscisse l’utile animale atteso lo spinse a prender parte alla vita politica locale. L’ambiente era piccolo, ma si poteva sperare di riuscire ad un ambiente un po’ più grande, cioè Roma… e di là… E i sogni s’animavano da quell’intenzione di fare il primo passo. E lo fece il primo passo con manifestazioni altezzose e sdegnose contro l’amministrazione locale. Fu interrotto da uno scappellotto. Ma quale scappellotto! Una mano grossa e potente aveva addirittura abbracciato una parte della sua testa tanto compassata e vi era piombata con tale veemenza che il collo cedette e non bastò per attutire il colpo. Anche le gambe cedettero e non bastò neppure, tanto che Vincenzo finì proprio col naso per terra. Lo rialzò subito e guardò il suo avversario. Egli non capiva nulla fuori che gli era stato fatto un torto enorme. Quel barbaro, in confronto suo nient’altro che un verme, aveva osato tanto! Egli lo guardò solo apparentemente inerme perché il suo odio andò ad alimentare la fiamma gialla che gli guizzava nell’occhio. Così nacque il suo malocchio. Vi contribuì il suo volere di bestia abbattuta, il suo desiderio di vendetta proporzionato al danno enorme che gli era stato fatto: Un ulteriore ritardo nella sua ascensione. Si rialzò e fu l’altro che gli rilasciò per primo il suo biglietto. A Vincenzo parve una irrisione e guardò, guardò! La guancia gli si era enfiata e un occhio divenuto piccolo s’ostinava a non chiudersi.
Prima che s’arrivasse al duello il suo avversario ammalò per una puntura d’insetto e pochi giorni appresso morì.
Vincenzo veramente non aveva la più lontana idea di averlo ucciso lui. Sapeva darsi l’aria di rimpiangerlo e senza grande fatica. Vincenzo non era un cattivo uomo e per creare quel suo malocchio cui il suo destino d’inerte ambizioso aveva create le premesse era bensì occorso il suo volere il suo malanimo. Ma questo malanimo c’è in tutti coloro che ricevono un ceffone, solo che negli altri esso si manifesta con altrettanti ceffoni e pugni. Al povero Vincenzo invece esso creò l’unica arme ch’egli sapesse maneggiare. Un’arme che doveva ferire tanti e anche lui stesso.
Poco dopo sposò la fanciulla che lo amava. A lui parve di sacrificarsi da quel buon figliuolo che era per far piacere a suo padre, a sua madre e alla stessa fanciulla che lo voleva. Già, non volendo bene, il matrimonio non è poi quell’impedimento ad alte imprese come generalmente si crede.
E fu nei primi mesi del suo matrimonio ch’egli sospettò quale potenza infernale fosse insita nel suo occhio. Camminava solo per i campi poco fuori della piccola cittadina in cui si riteneva esiliato. Voleva essere solo per ritrovarsi. L’affetto della giovine sposa lo tediava. Aveva bisogno di essere solo. In tasca teneva l’ultimo volume del Thiers nel quale Vincenzo si compiaceva di leggere come il Titano aveva accumulato errori su errori che ora lo schiacciavano. Titano cieco! Aveva visto funzionare un modello di ferrovia e non aveva capito il partito che avrebbe potuto trarne per signoreggiare il mondo!
In quella vide una grande folla uscire dalla cittadina facendo uno schiamazzo di gente entusiasmata. Gli uomini avevano levato il cappello e lo agitavano salutando verso l’alto; le donne agitavano dei fazzoletti. Anche Vincenzo guardò in alto. A qualche centinaio di metri d’altezza e contro vento camminava un dirigibile. Nel sole meridiano brillava come un enorme fuso di metallo. Gli scoppi regolari del suo motore riempivano l’aria. Era l’evidenza stessa di una grande vittoria e Vincenzo guardava, guardava e pensava ai difetti di quell’ordigno, in primo luogo vedeva il pericolo di quell’enorme quantità di gas accensibile che lo sosteneva. La folla applaudiva e in alto si videro alcune piccole figure minuscole sporgersi dalla navicella e rispondere ai saluti che venivano loro dai campi e anche dalle colline più lontane. “Credono di trionfare!” pensò Vincenzo torcendo la bocca dal disgusto. E fu allora ch’egli s’accorse che dal suo occhio era partito qualche cosa che poteva somigliare a un dardo che abbandona l’arco teso. Questa partenza egli la sentì chiaramente. Si passò le mani sugli occhi per proteggerli, gli era parso che il suo organo fosse stato ferito da oggetti pervenuti dall’esterno. Presto non poté più aver dubbi. Lassù ed in immediata corrispondenza alla sensazione da lui provata si produsse un fenomeno ben altrimenti importante. Una fiammata enorme avvolse il sigaro volante e la navicella di sotto. Poi più tardi si sentì lo scoppio immane e le urla della folla terrorizzata. In aria non restò che una forma di nebulosa che continuava a salire, in giù venne a precipizio la navicella che subito si vide ingrandire carica del motore e degli aeronauti. E quando questa raggiunse il suolo si sentì lo schianto. Il primo istinto di Vincenzo lo avrebbe portato sul luogo del disastro ch’egli non aveva voluto; poi si fermò perché sapeva di averlo provocato e temeva che altri avrebbe indovinato la realtà della sua coscienza. Corse a sua moglie che, prossima al parto, era rimasta in casa. Le raccontò dello spettacolo terrificante cui aveva assistito ma raccontandolo spesso s’interruppe confuso, mutando di colore. La sua agitazione che gli chiudeva la gola non era prodotta dal compianto per le povere vittime come la moglie credeva; egli vedeva se stesso, perverso e malvagio. Aveva dapprima cercato di dare un’idea alla moglie della sua ammirazione alla vista del portento. Ma subito la sua lingua più sincera del suo proposito parlò delle imperfezioni di quella macchina. Ad onta del disastro già avvenuto e del compianto sincero ch’egli sentiva per le povere vittime, al descrivere la magnifica vittoria umana sentiva rinascere tutto il suo rancore e capiva che se il disastro non fosse già avvenuto il suo occhio avrebbe scattato di nuovo. Finì che non sopportando la visione così esatta della propria malvagità, interruppe il racconto e si gettò singhiozzando sul letto premendo i suoi terribili occhi con le mani. La moglie piena di compassione per tanto nobile dolore lo assistette amorevolmente. Poi, tutto fu da lui negato a se stesso e poi facilmente dimenticato. Era stata una sua immaginazione. Se avesse voluto farlo credere ad altri non ci sarebbe riuscito. Perché avrebbe avuto da crederci lui? Lui che sapeva di essere stato sempre tanto buono da quella persona superiore ch’egli realmente era? Scacciò da sé il brutto sogno e ritornò ad immaginarsi portato al trono che lo attendeva. E quando parlava del disastro cui aveva assistito trovava le più nobili parole di rimpianto. Evitava però di dire ch’egli aveva prevista la sventura data l’imperfezione della macchina. E una volta che se ne parlò in presenza della moglie e che costei per ammirarlo meglio volle far sapere a tutti ch’egli aveva capito che una macchina fatta così non poteva reggersi egli negò e si schermì. Tutti oramai sapevano che al mondo c’erano tanti dirigibili che volavano sicuri. Il problema per macchine tanto delicate era di star lontane da influenze malevoli.
Ma poche settimane dopo l’occhio di Vincenzo scattò di nuovo e andò a colpire la persona ch’egli aveva creduto di amare più di tutti a questo mondo. Sua madre era una donna ambiziosa e avrebbe voluto spingerlo di nuovo nelle competizioni locali. Il paese era sossopra per le vicine elezioni politiche ed essa avrebbe voluto ch’egli cedesse al desiderio di varii amici e candidasse. Vincenzo non ne voleva sapere e per la fiducia che aveva nell’affetto della madre le lasciò capire ch’egli si considerava troppo alto per degnarsi di lottare in un simile misero ambiente. Essa naturalmente prima aveva creduto che le cose stessero proprio così e per lunghi anni aveva atteso di vedere il suo lioncello lanciarsi alla conquista del mondo. Poi aveva capito che il mondo era troppo vasto per lui e quando aveva visto come al primo scontro Vincenzo s’era ritirato nel suo guscio da vigliacco a continuare i suoi beati ozii, il suo giudizio su Vincenzo fu fatto. E cominciò col parlarne col marito che, occupato com’era, non aveva tempo di occuparsi di quello che avveniva intorno a lui: «Sa tanto e non ha voglia di far nulla; come finirà?». Poi ne parlò alla nuora: «Perché permetti che tuo marito passi le giornate senza far nulla? Non vedi che cominci a metter dei figliuoli al mondo e lui non se ne dà per inteso?». Gerardo alle parole della moglie aveva dato piccolo peso e presto s’era ribaltato in letto dall’altra parte per mettersi a russare. La moglie amante invece si ribellò: Vincenzo era un uomo che pensava e studiava e non aveva bisogno che nessuno lo sferzasse per farlo lavorare. Ai denari ci aveva pensato a sufficienza il padre e sarebbe stata una vigliaccheria di voler accumularne degli altri. Ora Vincenzo pensava e studiava.
La madre che aveva dedicata tutta la vita a quel figliuolo si sentì ferita al trovare qualcuno che voleva difenderlo contro di lei e divenne violenta. Fu sventura che capitasse allora Vincenzo, ciò che eccitò vieppiù la vecchia donna che si trovava davanti all’odiosa coalizione del figlio e della nuora. E allora essa disse i peggiori giudizii sul figlio. Voleva ferire e lo poteva facilmente perché era la sola cui fino dall’infanzia Vincenzo avesse rivelato l’intimo desiderio: «Continua, continua a studiare la vita di Napoleone. Così quando t’imbatterai in qualcuno che lo somigli, potrai ottenere da lui il permesso d’allacciargli le scarpe». Nell’ira essa manifestava l’intimo disprezzo per il vanesio ch’essa tanto intimamente conosceva e che in altri istanti, pur sempre vedendolo fatto così, avrebbe saputo compatire e consolare.
Vincenzo si sentiva soffocare dalla sorpresa e dall’ira. Nessuno aveva mai osato parlare in tale modo con lui. E in presenza di sua moglie! Cercò parole e non le trovò! Come trovarle? Egli non poteva mica dichiarare di sentirsi capace di somigliare a Napoleone! La sua stessa inerzia gli aveva sempre impedita la vanteria! La sua morbida ambizione trapelava da qualche pertugio, dai piccoli occhi ma non dalla grande bocca! Negare la sua ambizione a colei cui l’aveva rivelata lui stesso tante volte a bassa voce in una stanzuccia della casa paterna ove prima di coricarsi avevano sognato insieme, era cosa impossibile. Perciò e solo perciò nell’organismo tutto inerte s’accese l’occhio.
La madre se ne andò e i due coniugi restati soli piansero insieme, lei incantata di aver finalmente saputo il suo secreto: «Ah! Lo avevo indovinato da tempo! Tu mediti qualche cosa di grande!». Lui incantato che non appena aveva perduto la fede della madre aveva trovata quella di chi voleva rimpiazzarla si quietò subito.
Egli aveva sentito scattare il suo occhio ma non ci credeva più. Eppoi la madre se ne era andata erta e irata, tutta salute, non come il dirigibile che subito in seguito alla sua occhiata era rimasto infranto. Egli non pensava che il corpo umano è fatto altrimenti e che non contiene un gas accensibile. Il dardo vi produce una lieve fenditura e attraverso a quella viene attaccato il grande complesso organismo. Ci vuole qualche tempo per raggiungere la sua distruzione. “Domanderò scusa a mia madre” pensò Vincenzo che le carezze della moglie avevano rifatto buono.
Non poté mai più parlare con lei. Poche ore dopo la vecchia era stata trovata priva di sensi al suolo. Quando Vincenzo la rivide, la trovò che l’avevano già coricata; supina, immobile pareva presa da un sonno pesante dal respiro regolare ma rumoroso. Il padre gli raccontò che l’aveva vista al ritorno dalla visita alla nuora. A lui era sembrato che stesse bene. Quand’era ritornato l’aveva trovata giacente sul tappeto, proprio così come ora giaceva in letto e con lo stesso respiro forte e regolare. Solo la testa giaceva peggio, un po’ tendente verso la spalla. «Che abbia preso qualche sonnifero?» domandava il vecchio inquieto. Vincenzo subito – più colto – intravvide la verità e subito anche ricordò il proprio sguardo micidiale. Non volle ammetterlo! La madre doveva essere ubriaca. Non lo rivelava quel sonno calmo e plumbeo? Fu ipocrita con se stesso e con gli altri. E domandò al padre se a lui constasse che la vecchia signora fosse usa al vino. E quando il padre gli rispose ch’essa era stata sempre la sobrietà in persona, non ancora Vincenzo si rassegnò ad abbandonare la sua idea: «Tanto più effetto le avrà fatto il liquore che probabilmente avrà preso».
Ma il dottore venuto poco dopo gli tolse ogni dubbio: Trattavasi di una paralisi. Ancora Vincenzo non volle credere: Una paralisi? Con quel sonno dal respiro regolare, con quella cera… ch’era quasi la solita di sua madre. E rise, rise di un riso stridulo, voluto. Il dottore ch’era giovine non s’offese. Capiva di trovarsi di fronte ad un grande dolore e fu mite. Confermò il proprio giudizio ma aggiunse subito ch’era una malattia di cui spesso si guariva per un riassorbimento lento lentissimo. Il tempo guariva tante cose; soltanto bisognava avere il tempo. E se ne andò con questa frase sibillina che doveva scaricarlo della responsabilità che assumeva con quella promessa di guarigione.
Nella mente di Vincenzo questa frase lentamente maturò. Dapprima corse al letto della madre a sorvegliare che fossero eseguite le prescrizioni invero blandissime del dottore. Ma quando tutti meno lui sentirono il bisogno di riposo ed egli si trovò solo dinanzi al letto della madre, egli seppe ch’essa era moribonda per la ferita ch’egli le aveva fatta. Guardava con occhio supplichevole il povero corpo abbattuto. Gli pareva che il suo occhio ridivenuto buono avrebbe potuto guarire il male ch’esso stesso aveva prodotto. Poi s’inginocchiò davanti al letto e pregò come dinanzi ad una divinità e pianse.
Verso il mattino il respiro della madre si fece un po’ più rumoroso. Qualche respirazione era omessa e una pausa era al suo posto; poi riprendeva ma la ripresa era un po’ faticosa. Il mutamento era bene o male? Non poteva essere prossimo il risveglio?
Il dottore ritornò e trovò – com’egli disse – un lieve peggioramento. Gli pareva d’aver usato abbastanza riguardi a quel grande figliuolo e fosse venuta l’ora di parlare chiaro. La malattia in sé era tanto grave che diventava mortale per essersi aggravata di poco dalla sera innanzi. Ma il grande figliuolo divenne addirittura pazzo dalla disperazione e il dottore disse che non aveva mai visto qualche cosa di simile. Si strappava i capelli, si gettava per terra con un urlo ininterrotto: «Oh! povero me! povero me!». Parlandone poi con altri clienti il dottore diceva: «Curioso! La madre gli moriva e tutta la compassione di cui egli si sentiva capace, la riversava su di sé!». Nella disperazione egli accusava se stesso di una grave colpa. Ma per fortuna nessuno gli credeva.
La madre morì e fu portata via. Vincenzo parve più tranquillo. Aveva passato la giornata a guardare il cadavere della madre. Sentiva tale desiderio di rivederla viva che sperava che il suo occhio, quello stesso che le aveva dato la morte, la facesse rinascere. Cessò dallo sforzo quando la vide chiusa nella bara. Sarebbe stato terribile se ora fosse ritornata in sé.
Presto cessò anche d’accusarsi del grande delitto. Gerardo che oramai cominciava ad accorgersi della gravità della sventura che lo aveva colpito dava segno di cominciare a crederci. Aveva saputo del litigio violento avvenuto fra madre e figlio e riteneva che la congestione cerebrale di cui la vecchia era morta fosse derivata dall’eccitazione risultatale dalla disputa col figlio il quale perciò – credeva Gerardo – se ne accusasse colpevole. Vincenzo che non sapeva sopportare l’avvilimento di un’accusa simile cominciò a scolparsi. E così coperse di nuovo la sua coscienza di un denso strato sotto il quale essa si quietò ingannando tutti. Eppoi il suo occhio aveva commesso già il peggiore delitto; tutto il resto del mondo poteva oramai essere ferito da lui senza rimorso. Continuava a studiare la storia di Napoleone e sapeva che non era l’amore che a quello studio lo legava; era l’invidia e l’odio. Egli sapeva bene come fosse fatta quella speciale vita del suo occhio. Napoleone la attivava in modo straordinario. Per fortuna l’Imperatore giaceva tranquillo agli Invalidi al sicuro dai dardi di Vincenzo.
E l’unico dolore che oramai gli risultasse dalla sua strana malattia era un certo disprezzo per se stesso. Egli sapeva che tutte le cose alte di questo mondo venivano da lui abbattute; per pacificare la sua anima egli si diceva ch’egli avrebbe voluto compiere lui stesso delle cose eccelse e che essendogli stato impedito questo dal suo destino la sua grandezza s’era mutata in una potenza infernale. E il fatto che tale potenza veramente non dipendeva dal suo arbitrio non diminuiva quel disprezzo. Infatti non dipendeva da tale arbitrio. Egli guardò con occhio che volle malevolo un cane che lo assaltò; il cane poté morderlo e andarsene a vivere poi benissimo e in ottima salute. Occorreva ch’egli fosse toccato su certi punti del suo organismo morale perché l’occhio scattasse. I velivoli e i dirigibili che passavano per la sua città natale cadevano tutti. Vincenzo provava di frenare l’attività del suo occhio e guardava in alto forzandosi di pensare alle mogli e alle madri di quegli eroi per costringersi a benevolenza. Ma poi vedeva tali mogli e tali madri come aspettavano per portare in trionfo al loro ritorno i loro cari. E allora il proprio destino oscuro risorgeva nel suo ricordo e l’occhio subito diventava micidiale. Dunque non dipendeva dal suo arbitrio l’attività di quell’occhio ma era certo che la dirigeva il suo animo intimo un suo “io” che a lui pareva distante da sé. Perciò nelle notti insonni cui talvolta era condannato egli si diceva: “Io sono innocente!”. E guardava intensamente nell’oscurità per vedere meglio e più esattamente l’immagine della propria innocenza. Non la trovava in natura tale immagine! Era lui come il serpe cui il veleno cresceva nel dente senza che l’animale ne sapesse? No! Il serpe poi mordeva mentre lui guardava; la cosa era ben differente! La sua miseria intima non fu sospettata neppure dalla donna che gli dormiva accanto.
La quale fu anch’essa vittima di quell’occhio. Come aveva lui potuto ferire quella povera donna di cui tutta la vita non era altro che amore per lui? Essa aveva dato alla luce dopo sofferenze intense durate lunghe ore un bambino! Esausta guardò il marito aspettandosi le sue espressioni di riconoscenza. Egli non ebbe per lei che il solito aspetto di compatimento. Trovava vana e inutile tutta quella sofferenza. Ed essa per spiegare meglio quello ch’essa voleva, tradì l’animo suo: «Vedi! Così tu diventi importante come desideri! Io popolerò la tua casa di figliuoli che, forse, in avvenire, diverranno qualche cosa!». Il giorno appresso le si manifestò la febbre che in pochi giorni la trasse alla tomba.
La povera coscienza di Vincenzo era ancora agitata da tale delitto che l’altro suo “io” aveva commesso quando per la piccola cittadina corse voce che vi si era stabilito un vecchio celebre oculista. In poco tempo aveva fatto miracoli nella piccola città. Aveva ridata la vista ad un vecchio che aveva perduta la luce 30 anni prima. Vincenzo guardava nello specchio i suoi occhi neri e foschi: “Se tutto il male stesse lì?”. E, a dire il vero, andando dall’oculista a lui parve di fare un atto eroico: In complesso egli sacrificava una potenza che c’era nel suo corpo e la sacrificava senza domandare alcun compenso: Lo faceva per puro altruismo.
Vincenzo fu ricevuto dal vecchio dottore che gli domandò di che cosa soffrisse. Un subitaneo pudore impedì a Vincenzo di dire lo scopo della sua visita per quanto l’aspetto del dottore, un vecchio forte e barbuto dall’aspetto benevolo gl’ispirasse fiducia. Poi pensò che se il dottore sapeva guarire il malocchio lo avrebbe certo diagnosticato da sé e disse: «A me dolgono gli occhi quando guardo in alto!». «Soltanto quando guardate in alto?» domandò il dottore con un tono di voce che a Vincenzo parve ironico.
Il dottore fece sedere Vincenzo in un ampio seggiolone e lo obbligò di poggiare la testa sullo schienale. Con alcune lampadine elettriche gli illuminò l’occhio fino alla radice. Per lungo tempo guardò in quelle due piccole caverne, sede di tanta malignità, e pareva interdetto di trovare quell’occhio costruito dalla salute stessa. Poi vide e indovinò. Fu serio, accigliato, nient’affatto ironico: «Io non so guarire la vostra malattia. Io guarisco soltanto buoni occhi candidi, lagrimanti, lesi dall’infezione o feriti da altri corpi. Ma voi avete l’occhio cioè il malocchio perfetto. Sapete vedere e sapete anche ferire. Che volete di più?».
Vincenzo con isforzo mormorò: «Ma io vorrei che voi faceste in modo che il mio occhio non fosse più un malocchio. Io sono un uomo buono e non vorrei fare dell’altro male ai miei simili».
Il dottore prima di rispondere andò a prendere un oggetto che strinse fortemente in mano per essere protetto dall’occhio di Vincenzo poi parlò senza paura: «Voi non potete essere buono dal momento che avete sotto le ciglia quei due ordigni! Voi siete un piccolo invidioso e vi fabbricaste l’arme che faceva al caso vostro». L’occhio di Vincenzo scattò ma questa volta non servì a nulla perché il dottore s’era premunito. E il dottore sorrise: «Avete visto come ho potuto scaricare la vostra arme? Basta sapervi toccare in un dato punto e voi ferite! Andatevene che mi fa male vedervi».
Vincenzo volle difendersi: «Ma se sono qui pronto di sottostare a qualsiasi cura che voi aveste da impormi? Non vuol dire ciò che io non volli l’occhio che ho?».
Il dottore disse allora: «Se siete tanto buono come dite sedete su questa seggiola e permettetemi di strapparvi i due occhi malvagi».
Vincenzo al sentire la proposta non stette ad ascoltare altro e si mise a correre. Fece le scale a quattro a quattro seguito dal riso ironico del dottore.
Poco dopo morì il padre di Vincenzo e quello lì proprio di morte naturale. Al suo funerale Vincenzo era sereno; egli non c’entrava per nulla in quella morte.
Seguì una settimana di una certa attività per Vincenzo. Volle disfarsi subito del commercio in vini. Così si ritrovò di nuovo privo di occupazione. A casa attendeva al bambino una donna di piena fiducia.
E così passarono degli anni.
Una sera d’estate Vincenzo in attesa del pranzo sbadigliava sulla terrazza della propria villa. E la propria noia egli ammirava. “Altri si troverebbe bene di non far nulla! Io invece ne soffro!”. Anche del suo malocchio aveva trovato il modo di compiacersi e di vantarsi: “Molte grandi forze sono in natura che possono essere benefiche, e lasciate a sé producono delle calamità”. Forse avrebbe usato più spesso del suo malocchio se questo fosse stato realmente a sua disposizione e se non avesse avuto paura di essere scoperto.
Qualcuno o qualche cosa s’era arrampicato sulla sua seggiola. Era il suo bambino che oramai aveva sei anni. Si volse con malvolere e il bambino fuggì. La paura del piccolo Gerardo lo fece sorridere. Era grassoccio, bianco e biondo come la sua defunta madre. Vestito di una maglia azzurra e di brevi calzoncini che gli lasciavano le ginocchia nude, già troppo grande per quel costume dava l’idea di una grande robustezza. Vincenzo nella piccola cittadina passava per essere un buon padre. Il bambino aveva avute tutte le comodità che a quell’età si possono avere, giocattoli in quantità ed anche l’affetto di cui abbisognava perché la donna cui era stato affidato quella sì era veramente buona e dolce e gli teneva luogo di madre. Anche il bambino credeva di avere un padre molto buono, anzi – così gli era stato insegnato – il papà era il rappresentante della bontà sulla terra e quando gli si domandava: «Chi è buono?», rispondeva: «Papà».
Vincenzo richiamò il fanciullo. Con lui venne la sua tutrice che un po’ spaventata dall’avvenimento insolito, si fermò alla porta della terrazza. Il fanciullo non aveva paura. Si mise dinanzi a Vincenzo e si poggiò con le braccia sul suo grembo. Vincenzo gli sorrise e l’accarezzò. Poi pensò a quello che avrebbe potuto dirgli. Avrebbe potuto dirgli qualche cosa di grazioso, grazioso quanto(1)
LA BUONISSIMA MADRE
Amelia era un’ottima fanciulla educata ai migliori principî e quando venne il tempo di maritarsi, il padre suo, ch’era un onesto negoziante, le disse un giorno con aria soddisfatta che un milionario del paese aveva domandato la sua mano. Amelia timidamente oppose: «Ma io veramente calcolavo di sposare mio cugino Roberto; semprecché egli mi voglia» aggiunse la buona fanciulla arrossendo «perché mai me lo disse». «Queste sono fanciullaggini» disse il padre che sapeva le cose meglio di sua figlia. «Roberto non ha ancora finiti i suoi studii! Roberto spende molto più di quanto deve; Roberto non dispone del becco di un quattrino…». La fanciulla esitava, le guance in fiamme. «Eppoi» concluse il padre «se ti avesse voluta, te l’avrebbe detto. Vuole forse che tu gli corra dietro? Dove si è visto che si tratti così una fanciulla dabbene?». La fanciulla si convinse. Quel Roberto infatti non sapeva trattare. L’ultima volta che l’aveva vista era stato muto, accigliato accanto a lei. Che cosa gli era capitato? Era ripartito per i suoi studii senza neppure venire a darle l’ultimo addio ed ora meritava, sì, meritava ch’essa si sposasse ed anzi senza dargliene avviso.
Perché Amelia voleva sposarsi al più presto. Figlia unica era stata abituata a vedersi esaudito ogni suo desiderio. I genitori andavano debitori unicamente dell’ottima indole della fanciulla se essa aveva dato un tale ottimo risultato. Essa aveva compiuto tutti i suoi studii ed anche molto bene. Veniva molto lodata specialmente per le materie positive: Le scienze naturali specialmente. Balbettava Darwin. La vita doveva fornirle i commenti necessari. Essa sapeva che l’antenato dell’uomo era fatto in un dato modo e che perciò l’uomo e anche la donna erano fatti così e così. Sapeva la genesi delle mani e dei piedi e di molte altre cose ancora. Le sue belle mani e i suoi piedini non entravano nella legge. Si guardava volentieri nello specchio e mai vedendo i propri occhi azzurri aveva pensato che qualche suo antenato li aveva avuti più piccoli, più irrequieti, più aderenti alla radice del naso. Dai suoi occhi brillava il pensiero e il sentimento e ambedue mancavano di antenati secondo lei. Del resto anche Darwin aveva parlato degli antenati dell’uomo e non dei suoi proprî. E Amelia aveva l’abitudine di leggere i libri come erano scritti con quel cieco ordine, una pagina dopo l’altra in modo che fra una e l’altra non ci fosse tempo per le applicazioni e derivazioni. Le antiche illusioni egotistiche vivevano indisturbate in mezzo alla scienza moderna.
E così neppure Darwin seppe impedire ch’ella sposasse il milionario il quale venne e fece la sua brava dichiarazione. Emilio Merti venne ricevuto un dì dalla madre di Amelia. La fanciulla dovette farsi aspettare e quando entrò il milionario si alzò. La piccola figurina esitò sforzò si spostò per alzarsi ma tuttavia non perdette ogni disinvoltura e tese una mano ben fatta, un po’ tumida, alla fanciulla. La guardò con occhi lucenti dalla commozione; uno sguardo che ricordava quello di Roberto. Alla fanciulla piacque quella faccina fine dolce, le labbra sottili un po’ pallide, la fronte altissima, troppo alta quella fino alla metà della cervice. In fondo si capiva anche al suo aspetto che doveva essere persona ricca e fine e ad Amelia bastò. Esaminando lo sposo molto da capo a piedi scoperse che lo stivale destro aveva almeno una quindicina di centimetri di suola. Quando lo vide muoversi scoppiò quasi dal ridere: Stimo io! Zoppica! Non può essere altrimenti con quel peso che porta al piede destro. Lo sposo divenne rosso come Roberto quando gli si parlava dei suoi studî (strano come ella tirava sempre dei confronti con Roberto) e le spiegò che la sua gamba destra aveva cessato di crescere a una data età. Questo per un istante ricordò ad Amelia certi studi di Darwin sugli astici che hanno il lato destro più grosso del sinistro ma dovette ricredersi quando il signor Emilio con voce un po’ velata dall’emozione le raccontò che da bambino la sua balia l’aveva lasciato cadere a terra. Tale caduta gli aveva procurato una lesione che non soltanto gli tenne breve la gamba ma piccolo anche il femore. Quello non si vedeva perché era coperto non da suole ma da ovatta! Gli occhi di Amelia s’inumidirono dalla compassione: “Poverino! Condannato a portare attorno per tutta la vita tanta ovatta e tante suole!”. Vedeva dinanzi a sé il piccolo essere lasciato cadere a terra dalla balia disattenta. Lo vedeva a terra, inconsapevole che quella caduta peggiorava il suo destino, piangendo non per altro che per il dolore momentaneo. Poi la sua faccia s’infiammò al ricordare quella balia che per lei era un delinquente comune: “Oh! se fossi stata sua madre” pensò “io le avrei strappati gli occhi”. E pensò ancora: “Se io avrò la fortuna di averne dei bambini starò attenta che simili avventure non potranno toccare loro”. Intanto non sembrerà vero: Il cuoricino di Amelia aveva battuto per il milionario. Non sarà stato amore ma compassione, ma certo è che Emilio non le era indifferente. Egli l’addobbò come la Madonna di Loreto di oro e brillanti. A lei tali giocattoli non importavano ma capiva il desiderio di compiacerla per cui le venivano fatti e ne era riconoscente. Del resto la sua testa infantile era già abbastanza calcolatrice e sapeva che i suoi brillanti rappresentavano una sostanza. “Chissà” pensava quella buona figlia di negoziante “che i miei figliuoli non possano una volta o l’altra averne bisogno?”. La maternità in Amelia era stata sviluppata specialmente dai due figliuoli di sua sorella, due amori di bambini. Essa aveva assistita la sorella nell’allevarli e i bimbi l’amavano come se fosse stata una seconda loro madre. Subito al suo fidanzamento Amelia si staccò un po’ da loro. La sua vita s’era agitata e veniva occupata giornalmente da conoscenze nuove e vecchie, visite da ricevere o da rendere. Eppoi essa sentiva avvicinarsi da lontano il rumore dei passetti dei proprii bambini. Ne ebbe presto uno grande e grosso: Il proprio marito. Un’amica (forse invidiosa dello splendido matrimonio) le aveva detto che Emilio Merti si sposava per tentare un’ultima cura per salvare i suoi nervi pericolanti. Era una cura alquanto drastica e poteva essere un po’ drastica anche per la moglie. Amelia non ci credette, poi serenamente soggiunse: «Certo io farò del mio meglio perché la cura gli giovi». Così il suo cuore s’aperse intero alla maternità. Il marito passava la giornata in cure. Aveva uno specialista per ogni parte del corpo ed è così che Amelia dopo due anni ebbe il primo bambino. Con tanta impazienza metterci due anni era molto e proverebbe che quegli specialisti non erano di primo ordine. Il bambino appariva un po’ pallido e debole e tanto più chiamava le carezze materne. Dopo la nascita del bambino i due coniugi Merti passarono un anno delizioso. Egli come tanti esausti era grato alla moglie che lo sopportava ed essa poi lo sopportava volentieri dolce e buono come era. Essa stessa allattava e viveva attaccata al suo piccino come se fosse vissuta in un paese pericoloso. Così quando il medico, trascorso il primo anno, chiamato a vedere perché il bimbo non volesse ancora risolversi a fare i primi passi dichiarò che la gamba destra non voleva svilupparsi, Amelia con piena certezza poté dichiarare: «Ma se non è mai caduto». Ne era certa! Nessun urto poteva aver leso quell’organismo. Il medico fece tanto di occhi e non poté frenarsi: «Ma il padre!». «Il padre» disse Amelia piangendo «quello sì, poverino, fu lasciato cadere a terra da una balia disattenta». Il medico stupito di tanta innocenza ricordò il dovere del segreto professionale e disse: «Deve trattarsi dell’eredità di una qualità acquisita». Oh! quella balia! Aveva rovinata tutta una generazione di Merti! Passarono mesi e tutte le cure prodigate al bambino parvero inutili. Faceva ora i primi passi poggiato su una gruccia. Quel rumore lieve dei primi passetti incerti era sostituito nella casa desolata dall’alternarsi di un rumore secco e duro della gruccia… destra e di uno pesante del piede sinistro. A una certa epoca il dottore poté constatare che anche il braccio destro stentava a svilupparsi; tutta la parte destra restava povera mentre l’altra si sviluppava esuberante di ossa di carne di grasso. Pareva un bambino cucito insieme di due parti di altri bambini. Il dottore che, oramai, sapeva come dovesse trattare Amelia, sentenziò: «La qualità acquisita, per ragioni misteriose, deve essere stata sviluppata nell’ambiente». E Amelia ch’era ritornata al suo Darwin fece, benché dolcemente, il suo primo rimprovero al marito: «Avresti dovuto far fare giornalmente ginnastica alla tua parte destra». Per fortuna non pareva che Amelia avesse dovuto avere altri figlioli. Essa continuava, benché senza speranza, la lotta con la malattia del suo rampollo. La giornata era piena di cure per il marito e per il figliolo. C’era una stanza del palazzo piena di strumenti ortopedici tutti appaiati, uno piccolo e uno grande e Amelia li teneva essa stessa in ordine. Giammai fu intrapresa più assidua una lotta contro la malattia. Merti, commosso, faceva anche lui le cure con tutta energia perché avendo indovinato il desiderio della moglie, voleva con tutte le sue forze riparare al mal fatto. Si curava. Ingoiava pillole e acque diverse, si applicava impiastri, faceva le ginnastiche più varie. Per consiglio di un medico andò anche a cavallo ma alla terza lezione cadde malamente ledendosi la gamba sinistra. Fu portato in lettiga a casa e nel primo dolore confessò alla moglie l’intimo animo suo: «Ed io che miravo solamente a soddisfare il tuo desiderio di bambini sani». Amelia non fu né sorpresa né commossa che si facesse tanto per la sua felicità. Non viveva ella stessa allo stesso scopo? Accasciata mormorò: «Che tale lezione non ti rovini anche il lato sinistro!». Il marito per consolarla le disse: «Forse così interverrà un certo equilibrio e si potrebbe avere dei piccini più piccoli degli altri ma fatti con una certa simmetria!». In poche settimane invece il piede sinistro guarì e liberato dai gessi si dimostrò come sempre troppo lungo, troppo forte, troppo diritto. «È ben differente l’azione di una lesione in un corpo adulto di quello che sia in un corpo infantile» sentenziò Amelia.
Il bambino Achille (si chiamava così con evidente profezia di una delle due gambe difettose) seccato forse da tante cure cresceva cattivetto parecchio. Quella sua gruccia era nella sua mano sinistra un’arma terribile e le fantesche la ricevevano spesso sulla schiena. «Perché non picchi con la mano destra per fare esercizio?» ammoniva Amelia. A quattr’anni gettò la gruccia, sempre con la mano sinistra, contro la madre. Il piccolo mostricciattolo era poco divertente. Un bel giorno si mise a letto con un raffreddore. La febbre non lo abbandonò più. Intorno a lui le cure continuarono assidue. Si fecero venire dalla capitale dei medici illustri cui si parlava della febbre, della gamba corta, della tombola fatta dal padre e di tutte le cure intraprese. Se ne andarono intontiti. «Ad ogni modo» sentenziò uno di loro «la deformità resterà quale è. Non aumenterà». Ed ebbe ragione. Avrebbe potuto anche dire che quella deformità sarebbe diminuita poiché si sa che la deformità della morte copre tutte quelle della vita.
Quando la piccola cassa fu portata via Amelia si sentì sola. “Ed ora?” si domandava quasi farneticando. Il marito – dopo la sua ultima avventura – non osava troppe ginnastiche e massaggi. Così non c’era niente da fare. Ritornò ai nipoti. Ma erano cresciuti e appena appena la conoscevano.
Fu una fortuna che in quei giorni un amico d’affari del marito da Roma chiese l’ospitalità del Merti per la propria moglie e due bambine che dovevano fare i bagni di mare. Furono invitati calorosamente e la casa s’animò. La signora Carini era una buona donna insignificante alquanto se non avesse parlato il più puro linguaggio romano. Le due bambine erano due tesori. Erano brune e Gemma la maggiore di sei anni aveva un aspetto di piccola madre quando teneva per mano Bianca la minore. E Bianca meritava tale nome. Nei suoi riccioli bruni c’erano traccie d’oro e la sua pelle era bianca tanto che le venette vi si rivelavano azzurrognole alle tempie. Divenne subito la prediletta di Amelia che la strinse al seno come se avesse riavuto il suo Achille riveduto e corretto. Oh! ma come una bambina così era differente dal suo povero bambino compianto cui essa in cuor suo domandava perdono perché lo tradiva. Dapprima un po’ intimidita dal nuovo ambiente presto ne divenne la padrona. Correva le vaste stanze del pianterreno col passo malfermo e quando Amelia le correva dietro spaventata all’idea che qualche spigolo di mobile potesse ferire la testina, la madre sorridente e tranquilla diceva: «Lasci, lasci; sa guardarsi da sola». Amelia non raccontò alla signora Carini come il suo bambino fosse stato fatto. Lo piangeva con la buona signora descrivendolo come se avesse somigliato a Bianca. Le pareva un delitto e una vergogna parlare della deformità del povero bambino. E così anzi il ricordo di Achille si purificò e certo in ultimo Bianca e Achille si confusero tanto bene insieme che Amelia piangeva piuttosto di non possedere Bianca che di aver perduto Achille. Amelia ebbe una grande gioia che le fu concesso di dormire con Bianca. La piccola che ancora faceva dei denti si destava talvolta piangendo di notte e destava allora anche la Gemma. Le due madri divenute intimissime nell’affetto per i bambini andarono presto d’accordo e Bianca dormì nel letto del signor Merti che per intanto dovette emigrare dalla stanza di sua moglie. Amelia amava nella semioscurità alzarsi a contemplare l’angioletto che le dormiva accanto. La stanza era illuminata da una debole luce rosea e la bambina era coperta solo da una breve camiciuola. Le sue carni bianche avevano degli splendori delicati in quella luce. Il miracolo della vita, della più pura vita, si enunciava chiaro con un distacco incredibile di colore in quella stanza ove l’unica luce rosea avrebbe dovuto fondere tutto. La testina ricciuta poggiava immota i labbrucci socchiusi. Talvolta un sogno le strappava qualche parola incomprensibile di cui Amelia rideva tanto da dover premere la propria bocca sul guanciale. Una manina nel sonno poggiava sempre accanto alla testa di Amelia che non rifiniva d’ammirarne le unghiette miniate.
Oh! se le avessero lasciata quella bimba per tutta la vita ella non avrebbe domandato di meglio. Ma già il signor Carini aveva scritto che fra otto giorni sarebbe venuto a riprendere la sua famiglia. Si facevano ora dei complimenti. I Carini non volevano più oltre abusare dell’ospitalità dei Merti e il marito dava ordine alla moglie di prendere delle stanze in un Hôtel per rimanervi tutti insieme per una decina di giorni. Oh! Amelia non avrebbe permesso questo. Almeno finché Bianca sarebbe rimasta in quella città avrebbe dormito con lei e tanto fece e tanto disse che la moglie convinse subito per lettera il marito di accettare l’ospitalità del Merti.
Per un malinteso il signor Carini capitò inaspettato. Trovò in casa la sola Amelia con Bianca. Era un uomo forte, buono, l’aspetto di un fattore ordinato. Amelia se lo era figurato fine e gentile come la moglie e le figlie e piuttosto le dispiacque. Invece era chiaro che il Carini rimase stupito della bellezza di Amelia. La mestizia aveva resi anche più belli gli occhi azzurri pieni di pensiero e di sentimento.
La venuta del Carini rese Amelia più triste del solito. Il Carini a cena era facondo e lieto. La moglie osservò di non averlo mai visto tanto lieto e lo disse con accento di gratitudine perché attribuiva l’allegria del marito alla gioia di rivederla.
Poi la signora Carini andò a mettere a letto Gemma e Amelia, Bianca. La buona bambina pigliò subito sonno. Amelia rimase a contemplarla lungamente. La signora Carini ebbe intanto bisogno di non so che cosa da Amelia e con la famigliarità acquisita durante il lungo soggiorno in quella casa mandò da lei il marito. Questi picchiò timidamente e Amelia andò ad aprirgli. «Che cosa ha?» domandò il Carini spaventato al vedere la faccia di Amelia irrorata di lagrime. Temeva fosse accaduto qualche cosa a Bianca. «Oh! non è nulla!» disse Amelia piangendo più forte e abbandonandosi su un divano. «Piango perché volete portarmi via Bianca». Il Carini da abitante di capitale già annusava la buona avventura. Ma ogni esitazione gli fu tolta quando Amelia esclamò: «Darei la vita per avere dei figliuoli come ne avete voi».
Il Carini partì con un peggior umore di quello che aveva portato. Insomma la buona avventura c’era stata ma passeggera tanto e non c’era stato caso di rinnovarla. Ben volentieri abbandonò la città perché quella bella donna che faceva così per un istante dono di sé e si ritoglieva subito apparentemente dimenticando tutto gli pareva tanto anormale da averne paura. La considerava come pazza e non vedeva l’ora di trarle dalle mani la piccola Bianca. Non l’aveva considerata pazza all’improvviso abbandono la sera del giorno stesso in cui lo aveva conosciuto. Ciò gli sembrava abbastanza regolare. Ma quando alla mattina dopo, vedendola più bella che mai e all’aspetto sofferente, volle approfittare di un momento in cui li avevano lasciati soli per stringerle la manina unicamente per significarle gratitudine e si vide respinto con uno sguardo di meraviglia altezzosa, pensò: “È decisamente pazza”. Ella fu poi come era stata al momento del suo arrivo; dedicava ogni cura ai suoi ospiti quando le cure ch’ella continuava a prodigare alla piccola Bianca gliene lasciavano il tempo. Al buon Carini dinanzi ad una maschera simile si rizzavano i capelli sulla testa e passò in quella casa otto giorni spaventevoli. Erano rimasti d’accordo che i Carini avrebbero approfittato della larga ospitalità offerta loro per quindici giorni ma dopo otto il Carini non potendone più si fece venire da Roma un dispaccio che lo richiamava.
Alla stazione la signora Carini insisteva perché Amelia promettesse di dar loro l’occasione di sdebitarsi di tanta ospitalità venendo a passare qualche settimana da loro a Roma. Amelia uscì per un istante dal sogno in cui era stata posta dal dolore del distacco dalla piccola Bianca. Posò uno sguardo sicuro sul povero Carini che trasalì: «Forse verrò a Roma».
E, appena partiti, la signora Carini entusiasmata esclamò: «Quanta gentilezza! Bisognerà trovare il modo di fare altrettanto per loro se vengono a Roma». Tenendo stretta al suo seno la Bianca. Esasperato il Carini scoppiò: «Non ci mancherebbe altro». E scorgendo la stupefazione della moglie si corresse come poté: «Noi non abbiamo mica un palazzo».
Amelia non ebbe bisogno di andare a Roma. Venne una bambina. Consegnata al dottore per un esame accurato egli credette di poter assicurarne la perfetta salute e l’equilibrata costituzione. Asseriva che se il povero Achille fosse stato sottoposto alla sua nascita ad un’indagine tanto accurata, si sarebbe potuto prevedere il suo sviluppo a guisa d’astice. La madre sembrava più serena del padre al quale non pareva vero di aver dato la vita ad una bambina che aveva le due gambe intiere. Egli s’affannava ogni giorno a vedere il corpicino nudo della bambina. Se la teneva in braccio e la bambina si quietava subito quando egli la cullava camminando col suo solito dislivello di quasi un metro. «Le farai venire il male di mare» ammoniva la madre. Dopo un anno il signor Merti non poté più avere dubbi. Quale non fu la sua gioia! Non avrebbe potuto essere maggiore se egli stesso da un momento all’altro fosse guarito e avesse potuto smettere le tante suole e la tanta ovatta. Cessò da ogni cura. Aveva il sentimento di essere liberato da un incubo. «Non abbiamo più paura» esclamava. «Ora potremo avere tanti figliuoli quanti ne desideriamo». «Sì» diceva Amelia, «ma vediamo ancora crescere la bambina». Essa non la osservava; l’amava. Bianca era dimenticata. Donata (così era stata battezzata la bambina) ne copriva il ricordo tanto le due bambine si somigliavano. Anche questa quando cominciò a mettere i denti, se era inquieta di notte esigeva di abbandonare il suo lettuccio e s’arrampicava in quello della madre al cui corpo aderiva in cerca di calore e di altra vita. E la madre sentendone il bisogno, si commoveva come se l’avesse portata ancora nel suo seno così bella e bianca. Le piccole membra si agitavano impensatamente. Una manina si cacciava nella bocca della madre, piccola, morbida, e dentro s’apriva andando a toccare con le dita il palato. Poi la bambina sedeva sul petto della madre ed era tanto lieve che veniva alzata tutta e abbassata dal respiro di Amelia. Affluirono alla casa ogni sorta di giocattoli che furono disposti nella stanza altre volte adibita agli istrumenti ortopedici. Di notte però le bambole andavano ad addobbare il lettino di Donata. Ella ci dormiva in mezzo come un generale circondato dalla truppa. Riposavano tutte con gli occhi chiusi. Ognuna aveva la sua teletta di notte e per Amelia era un bel da fare svestirle e rivestirle tutte. Le bambole da quelle buone piccine che erano pigliavano sonno subito e Donata balbettava la preghiera in mezzo a loro per poi imitarle. Il signor Merti assisteva sempre alla complicata funzione. L’orgoglio lo soffocava. Veniva preso da assalti di risa inestinguibili; da lui anche la gioia aveva l’aspetto di un assalto di nervi. Spesso mormorava all’orecchio della moglie: «Sei contenta di me?». «Sì, caro» rispondeva quasi maternamente abbracciandolo. Anche lei aveva oltre che la gioia anche l’orgoglio di aver dato la vita a Donata che era anche più bella e gentile di Bianca. Nel colore bruno dei capelli s’era fuso un bagliore d’oro; gli occhi s’erano ammorbiditi come se vi fosse stato mescolato un colore prezioso. Amelia ci aveva messa la sua bellezza; nella lotta essa aveva vinto quella sciocca signora Carini.
Non mancarono anche per lei delle paure. Un giorno Darwin le disse che i figlioli del secondo marito erano un po’ parenti del primo. Ma Donata dimostrava il contrario. Le gambe diritte si muovevano nello stesso ritmo. Nel bagno pestavano l’acqua producendo ambedue lo stesso suono. Non si poteva fidarsi neppure di Darwin a questo mondo.
Il vecchio dottor Gherich ch’era stato il suo conforto durante la malattia di Achille le comunicò un giorno ch’egli intendeva cessare dalla pratica e le domandò di poter presentarle suo figlio Paolo che avrebbe potuto sostituirlo. Prometteva che non avrebbe mancato di coadiuvare suo figlio ogni qualvolta ce ne sarebbe stato bisogno. Amelia aderì volentieri. Il nuovo dottore era un uomo di media età, biondo, serio, il collo un po’ piccolo per cui aveva un aspetto alquanto rigido, aumentato dall’alto solino che usava. Portava una barba bionda intera. Faceva l’impressione di una persona seria. La consegna del suo cliente al figlio avvenne da parte del vecchio dottore con una certa solennità. Egli raccontò tutta la storia della famiglia incominciando addirittura dalla caduta fatta dal Merti dalle mani della balia. Amelia sorridendo tentò d’interrompere: «Oh! quella, grazie al Cielo, non ha più importanza». Ma il dottore con voce commossa raccontò tutto quello che aveva sofferto Amelia fino alla morte di Achille. Gli occhi azzurri di Paolo si stabilivano con un aspetto evidente di ammirazione su Amelia che fece venire subito la piccola Donata. Paolo guardò e senza ciarlataneria ammirando la figurina che cominciava ad allungarsi sempre conservando una piena armonia di forme dichiarò: «Non occorre mica essere stati all’università per capire che qui c’è tutta la salute». S’informò minutamente del modo come veniva nutrita Donata e raccomandò da medico moderno di diminuirle di molto le razioni di carne. S’informò poi di Amelia. Ella stava benissimo e così egli non ebbe neppure il piacere di toccarle il polso.
Poi ci fu una seconda visita del vecchio dottor Gherich. Raccontò come il figlio fosse un uomo già noto per certe sue pubblicazioni sulle paralisi infantili. Anzi le porse un opuscolo ch’essa poi tentò di leggere smettendo solo dopo essersi imbattuta in qualche termine tecnico. Si capiva che al dottor Gherich premeva soprattutto di conservare al figlio la clientela del milionario. Amelia stava ad ascoltare per l’affetto che nutriva pel vecchio signore ma quando egli cominciò a farle anche la biografia del figlio ella ebbe pena per costringersi ad ascoltarlo. Il vecchio signore raccontò delle virtù famigliari del figlio. Aveva sposata una ragazza dabbene che ora dava segni di perdere il bene dell’intelletto; perseguitava il marito con un odio motivato da niente. «I suoi genitori saranno stati pazzi anch’essi?». «Il solo padre» corresse il Gherich sorridendo. «Ma noi si credeva che la sua pazzia fosse derivata da una terribile caduta». «Dalle mani della balia?» domandò Amelia senz’alcuna malizia. «No! molto più tardi; dopo la nascita della figlia. Perciò lì (e il buon dottore dedicò all’avverbio un accento speciale) la caduta non ha niente a fare con la malattia». Il dottor Paolo aveva però una consolazione a questo mondo nel suo figliuolo bravo, bello e buono. E anche questo rimase impresso ad Amelia. «Se è così» essa disse «il dottor Paolo non è da compiangere».
Il suo posto di medico in casa venne conquistato dal dottor Paolo stesso. Una domenica Donata era di malavoglia. Pianse e gridò dalla mattina alla sera. Calato il sole Amelia, praticissima nel maneggiare termometri constatò un leggero aumento di temperatura. Si telefonò per un medico a quell’ora e di festa non fu possibile averlo. Già il Merti consigliava di rinunziarvi per quella sera trattandosi di una indisposizione certo di non grande importanza quando la piccola Donata fu colta da un accesso di tosse che non voleva cessare. La bambinaia mormorò: «Che non sia il crup». La casa fu subito per aria. Tutta la servitù fu lanciata in città in cerca di un dottore. Amelia si teneva la bambina stretta al petto, livida dallo spavento. Altrettanto spaventato il Merti. Finalmente si trovò un medico arrivato il giorno prima dall’università. Trovandosi per la prima volta in quel putiferio anche lui perdette la testa. La mamma e il babbo erano tanto lividi ch’egli pensò a un principio di soffocamento. «Io non posso dire altro» sentenziò, «che dovete trasportare subito la bambina all’ospitale. Avete mezz’ora di tempo». Amelia non se lo fece dire due volte. Coperse la bambina con tre o quattro coperte e corse senza cappello giù per le scale. Ella avrebbe salvata Donata! Per fortuna sulle scale s’imbatté nel dottor Paolo ch’era stato scovato fuori dal cocchiere. Egli guardò con attenzione la bambina che, spaventata, urlava come un’aquila e poté tranquillare subito tutti. La bambina aveva un leggero raffreddore e nient’altro. Subito Amelia gli credette e la sua gioia fu tale che, arrivata nella sua stanza, deposta la bambina sul letto cadde riversa priva di sensi. E fu la prima volta ch’ebbe bisogno ella stessa del dottore. Essa stette subito bene ma la cura fece ammalare il dottore.
Amelia poté accorgersi subito agli sguardi del dottore alla voce che gli si velava quando le indirizzava la parola, come egli volesse dedicare le sue cure specialmente a lei. Ne fu turbata e seccata. Non temeva di nulla ma avrebbe amato per la propria e la tranquillità del marito (che a volte sapeva essere geloso) di avere un medico meno giovane e soprattutto meno innamorato.
Il giovine medico cominciò anche a venire troppo di frequente. Un giorno a lei parve leggere negli occhi di Paolo quasi una intenzione di aggressione. Ne fu spaventata un po’. Nel corso della conversazione e forse neppure troppo a proposito trovò il modo di proclamare: «Io amo mio marito». I suoi occhi azzurri si fissavano freddi sul medico. Parevano due pezzettini di piastra dura e lucente. Il desiderio di costui la offendeva. Ripeté anche: «Io amo mio marito». Ad ogni modo si capiva ch’ella non dubitava ci fossero delle ragioni che ai terzi poteva far dubitare di tale suo amore, altrimenti non ci avrebbe messa tanta enfasi.
Paolo piegò il capo scorato. Egli era già arrivato a quel punto della passione nel quale ogni alterigia è definitivamente smessa. Oltre che la bellezza egli amava in Amelia la virtù. Oh! se sua moglie fosse stata così (egli si diceva) egli avrebbe passata la vita ai suoi ginocchi. Il lusso di quel palazzo faceva risaltare meglio la modestia di Amelia. Come si capiva che l’unica cosa di quel palazzo cui ella fosse attaccata era quella sua figliuola Donata. Quella stessa Donata era la prova vivente dell’eccellenza dell’organismo della madre. Quell’organismo, crogiuolo delicato e purificante, aveva annullata la tabe del padre!
«Signora!» egli disse e non volle rinunciare al godimento di parlare del proprio amore. «Signora! Io amo e stimo anche vostro marito».
Gli occhi azzurri s’addolcirono.
«Permettete» proseguì egli dopo una lieve esitazione, «che io continui le mie cure a Donata. Io spero che la mia presenza non vi offenda tanto da costringermi ad allontanarmi da questa casa. Se avessi a recarvi dispiacere l’abbandonerei da me». Ella disse con dolcezza: «Vi sono anzi riconoscente delle vostre cure per Donata e vi prego di continuargliele».
Egli non sentì che la dolcezza che c’era in quella voce e non il senso delle parole. Ebbe il torto di afferrarle una mano; ella gliela tolse con disdegno. Si separarono lui umile, supplichevole, essa con evidente premura di vederlo fuori della porta. Ed essa ritornando alle sue solite occupazioni pensava di dover lagnarsi del contegno di Paolo col padre suo. Il disdegno le arcuava le belle labbra. Lui invece scendeva le scale esitante. Certo sarebbe stato raggiunto da una letterina di congedo. Non avrebbe fatte più quelle scale. E il suo dolore era non di aver osato troppo ma di aver osato troppo poco. Della clientela o di Donata gl’importava poco. Non avrebbe più avuta l’occasione di dire le tante parole che gli erano suggerite dalla sua passione. Prima tutto dedicato ai suoi studii, poi legato ad una donna che non amava, Paolo, in amore era anche più giovine di quanto lo fosse in età. Egli avrebbe voluto gli fosse stato permesso di baciare il lembo del vestito di Amelia, o, tutt’al più la sua mano. Di sera da quel ragazzo che era amava passare sotto il palazzo o fermarvisi di faccia a fissare le finestre chiuse. Scriveva anche versi il povero dottore! Certi suoi istinti poetici soffocati dalla medicina e dalla vita ritornavano rigogliosi a galla. All’ospitale i suoi ammalati che sempre lo avevano amato sentivano nelle sue parole e nelle sue cure una nuova dolcezza. Causa il proprio grande dolore era divenuto più sensibile ai dolori di tutti.
Ad ogni modo ebbe la consolazione di non ricevere l’attesa lettera di congedo. Anzi un giorno che s’imbatté nel Merti, questi lo arrestò per domandargli perché non lo si vedesse più da loro. «Grazie al Cielo non avete bisogno di me» si sforzò Paolo di sorridere. «Lo so, lo so!» disse giocondamente il Merti che s’era appoggiato allo stipite di una porta. «Tuttavia gli amici si vedono sempre volentieri». Gli offerse la mano e poi con uno slancio si staccò dal muro e si avviò a zoppicare oltre. Ma Paolo non corrispose all’invito. Non voleva più veder mutarsi per lui gli occhi azzurri raggianti in piastrine dure metalliche.
Un pomeriggio Paolo era uscito col figliuolo per fargli prendere aria. Era una di quelle giornate soleggiate in cui l’inverno stanco prende un riposo. Alla spiaggia c’era un grande tepore primaverile e Carletto allora decenne camminava con un piccolo passo elastico accanto al padre. Era uno splendido fanciullo bianco, rosso e biondo.
L’equipaggio dei Merti che Paolo riconobbe subito era fermo in mezzo alla via. Dentro, coperto di pellicce riposava il Merti mentre alcuni passi più innanzi camminavano Amelia e Donata. Paolo volentieri sarebbe passato oltre anzi trasse un po’ bruscamente a sé il fanciullo per fargli accelerare il passo. Fu sforzo vano. Il Merti esclamò dalla carrozza: «Oh! dottore!» e subito beato di aver l’occasione di richiamare a sé la moglie, urlò: « Amelia!». Così Amelia e la bambina furono presto accanto all’equipaggio ove li attendeva Paolo col figlio suo. Donata aveva allora sei anni e s’intimidì al vedere una nuova faccia. Amelia aveva salutato Paolo gentilmente, decisa come era di non privare la figlia di un medico ch’essa stimava moltissimo. Poi si scherzò e si finì con l’obbligare Donata a dare la manina a Carletto e camminare con lui. Carletto gentilmente trattenne la manina del piccolo essere che gli trotterellava accanto. Amelia con gli occhi lucenti guardava i due piccoli animali ugualmente belli la cui differenza di colore risaltava maggiormente nella viva luce solare. «Li mariteremo insieme!» disse essa sorridendo. «Sì» disse Paolo. Lui non guardava i bambini e dalla beatitudine non aveva parole. Se la carrozza non avesse cigolato presso i

Italo Svevo – Una burla riuscita

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I

Mario Samigli era un letterato quasi sessantenne. Un romanzo ch’egli aveva pubblicato quarant’anni prima, si sarebbe potuto considerare morto se a questo mondo sapessero morire anche le cose che non furono mai vive. Scolorito e un po’ indebolito, Mario, invece, continuò a vivere per tanti anni di certa vita lemme lemme com’era consentita da un impieguccio che gli dava non molti fastidi e un piccolissimo reddito. Una tale vita è igienica e si fa ancora più sana se, come avveniva da Mario, è condita da qualche bel sogno. Alla sua età egli continuava a considerarsi destinato alla gloria, non per quello che aveva fatto né per quello che sperava di poter fare, ma così, perché un’inerzia grande, quella stessa che gl’impediva ogni ribellione alla sua sorte, lo tratteneva dal faticoso lavoro di distruggere la convinzione che s’era formata nell’animo suo tanti anni prima. Ma così finiva coll’essere dimostrato che anche la potenza del destino ha un limite. La vita aveva rotto a Mario qualche osso, ma gli aveva lasciati intatti gli organi più importanti, la stima di se stesso, e anche un po’ quella degli altri, dai quali certo la gloria dipende. Egli attraversava la sua triste vita accompagnato sempre da un sentimento di soddisfazione.
Pochi potevano sospettare in lui tanta presunzione, perché Mario la celava con quell’astuzia, quasi inconscia nel sognatore, che gli permette di proteggere il sogno dal cozzo con le cose più dure di questo mondo. Tuttavia il suo sogno talvolta trapelava, e allora chi gli voleva bene tutelava quella innocua presunzione, mentre gli altri, quando sentivano Mario giudicare autori vivi e morti con parola decisa, e magari citare se stesso quale un precursore, ridevano, ma mitemente, vedendolo arrossire come anche un sessantenne sa, quand’è un letterato e in quelle condizioni. E il riso anch’esso è una cosa sana e non cattiva. Così stavano tutti benissimo: Mario, i suoi amici ed anche i suoi nemici.
Mario scriveva pochissimo ed anzi, per lungo tempo, dello scrittore non ebbe che la penna e la carta sempre bianca, pronte sul tavolo di lavoro. E furon quelli gli anni suoi più felici, così pieni di sogni e privi di qualsiasi faticosa esperienza, una seconda accesa infanzia preferibile persino alla maturità dello scrittore più fortunato che sa vuotarsi sulla carta, più aiutato che impedito dalla parola, e resta poi come una buccia vuota che si crede tuttavia frutto saporito.
Poteva restare felice quell’epoca solo finché durava lo sforzo per uscirne. E da parte di Mario questo sforzo, non troppo violento, ci fu sempre. Per fortuna egli non trovava l’uscio per cui potesse allontanarsi da tanta felicità. Fare un altro romanzo come il suo antico, che era nato dall’ammirazione di persone superiori per censo e per rango, conosciuta da lui con l’ausilio del telescopio, era un’impresa impossibile. Egli continuava ad amare quel suo romanzo perché poteva amarlo senza grande fatica, e gli appariva vitale come tutte le cose che simulano d’avere un capo e una coda. Ma quando voleva accingersi a lavorare di nuovo su quelle ombre di uomini, per proiettarle a forza di parole sulla carta, provava un salutare ribrezzo. La completa, benché inconsapevole maturità dei sessant’anni gl’impediva un’opera simile. E non ci pensò a descrivere la vita più umile, la propria p. es., esemplare per virtù, e tanto forte per quella rassegnazione che la reggeva, non vantata e neppure detta, tanto ormai aveva improntato il suo io. Per poter fare ciò gli mancava lo strumento e anche l’affetto, ciò ch’era una vera inferiorità, ma frequente da coloro cui fu conteso di conoscere la vita più alta. E finì ch’egli abbandonò l’uomo e la sua vita, l’alta e la bassa o almeno credette di abbandonarla, e si dedicò, o credette di farlo, agli animali, scrivendo delle favole. Così, brevi, brevi, rigide, delle mummiette e non dei cadaveri perché neppure putivano, gli venivano fatte nei ritagli di tempo. Infantile com’era (non per vecchiaia, perché lo era stato sempre) le giudicò un esordio, un buon esercizio, un perfezionamento, e si sentì giovine e più felice che mai.
Dapprima, ripetendo l’errore commesso in gioventù, scrisse di animali che conosceva poco, e le sue favole risonarono di ruggiti e barriti. Poi si fece più umano, se così si può dire, scrivendo degli animali che credeva di conoscere. Così la mosca gli regalò una gran quantità di favole dimostrandosi un animale più utile di quanto si creda. In una di quelle favole ammirava la velocità del dittero, velocità sprecata perché non gli serviva né a raggiungere la preda né a garantire la sua incolumità. Qui faceva la morale una testuggine. Un’altra favola esaltava la mosca che distruggeva le cose sozze da essa tanto amate. Una terza si meravigliava che la mosca, l’animale più ricco d’occhi, veda tanto imperfettamente. Infine una raccontava di un uomo che, dopo di aver schiacciato una mosca noiosa, le gridò: «Ti ho beneficata; ecco che non sei più una mosca». Con tale sistema era facile di avere ogni giorno la favola pronta col caffè del mattino. Doveva venire la guerra ad insegnargli che la favola poteva divenire un’espressione del proprio animo, il quale così inseriva la mummietta nella macchina della vita, quale un suo organo. Ed ecco come avvenne.
Allo scoppio della guerra italiana, Mario temette che il primo atto di persecuzione che l’I. e R. Polizia avrebbe esercitato a Trieste, sarebbe venuto a colpire lui – uno dei pochi letterati italiani restati in città – con un bel processo che forse l’avrebbe mandato a penzolare dalla forca. Fu un terrore e nello stesso tempo una speranza che lo agitò, facendolo ora esultare ed ora sbiancare dal terrore. Egli si figurava che i suoi giudici, tutto un consiglio di guerra composto dei rappresentanti di tutte le gerarchie militari, dal generale in giù, avrebbe dovuto leggere il suo romanzo, e – se ci doveva essere giustizia – studiarlo. Poi certamente sarebbe giunto un momento un po’ doloroso. Ma se il consiglio di guerra non era composto di barbari, si poteva sperare che, dopo letto il romanzo, per premio, la vita gli sarebbe stata risparmiata. Perciò egli scrisse molto durante la guerra, rabbrividendo di speranza e di terrore ancora più di un autore che sa che c’è un pubblico che aspetta la sua parola per giudicarla. Ma, per prudenza, scrisse solo delle favole dal senso dubbio, e, nella speranza e nella paura, le piccole mummie gli si vivificarono. Il consiglio di guerra non avrebbe mica potuto condannarlo facilmente per la favola che trattava di quel gigante grosso e forte che combatteva su una palude contro degli animali più leggeri di lui, e che periva, sempre vittorioso, nel fango che non sapeva sostenerlo. Chi avrebbe potuto provare che si trattava della Germania? E perché pensare alla stessa Germania a proposito di quel leone, che vinceva sempre, perché non s’allontanava di troppo dalla propria grande, bella tana, finché non si scopriva che la grande, bella tana si prestava ad un affumicamento d’esito sicuro?
Ma così Mario s’abituò a moversi nella vita sempre accompagnato dalle favole, come se fossero state le tasche del suo vestito. Progresso letterario ch’egli doveva alla polizia, la quale però si dimostrò del tutto ignorante della letteratura paesana, e lasciò in pace, per il corso di tutta la guerra, il povero Mario disilluso e rassicurato.
Poi ci fu un altro piccolo progresso nella sua opera con la scelta di protagonisti più adatti. Non più gli elefanti, tanto lontani, né le mosche dagli occhi privi di ogni espressione, ma i cari, piccoli passeri ch’egli si prendeva il lusso (grande lusso, a Trieste, di quei giorni) di nutrire nel suo cortile con briciole di pane. Ogni giorno egli spendeva qualche tempo a guardarli moversi, ed era quella la parte più brillante della giornata, perché la più letteraria, forse più letteraria delle stesse favole che ne risultavano. Se desiderava addirittura di baciare le cose di cui scriveva! Di sera, sui tetti vicini e su un alberello intristito nel cortile, sentiva cinguettare i passeri, e pensava che prima di piegare sulla schiena al sonno la testina, si dicessero le avventure della giornata. Al mattino era lo stesso cicaleccio vivo e sonoro. Si dicevano certamente i sogni della notte. Come lui stesso vivevano fra le due esperienze, quella della vita reale e quella dei sogni. Erano infine degli animali che avevano una testa in cui potevano annidarsi dei pensieri, e avevano dei colori, degli atteggiamenti eppoi anche una debolezza da far compassione, e delle ali da destare l’invidia, perciò la vera e propria vita. La favola restò tuttavia la piccola mummia irrigidita da assiomi e teoremi, ma almeno la si poté scriver sorridendo.
E la vita di Mario s’arricchì di sorrisi. Un giorno scrisse:
«Il mio cortile è piccolo, ma, con l’esercizio, vi si potrebbero spendere dieci chilogrammi di pane al giorno». Un vero sogno di poeta cotesto. Dove trovare in quell’epoca dieci chilogrammi di pane per gli uccellini privi di tessera? Un altro giorno: «Vorrei saper abolire la guerra sul piccolo ippocastano nel mio cortile, la sera, quando i passeri cercano il miglior posto per la notte, perché sarebbe un buon segno per l’avvenire dell’umanità».
Mario coperse di tante idee i poveri passeri da celarne le esili membra. Il fratello Giulio che abitava con lui, e pretendeva di amare la sua letteratura, non sapeva amarla abbastanza per includervi anche gli uccelletti. Pretendeva che mancassero d’espressione. Ma Mario spiegava ch’erano essi stessi un’espressione della natura, un complemento delle cose che giacciono o camminano, al disopra di esse, come l’accento sulla parola, un vero segno musicale.
L’espressione più lieta della natura: negli uccellini neppure la paura è verde e abietta come nell’uomo, e non mica perché celata dalle pene, ché appare anzi evidente, ma non altera in alcun modo il loro elegante organismo. Si deve anzi credere che il loro cervellino non la sappia mai. L’allarme viene dalla vista o dall’udito, e nella fretta passa direttamente alle ali. Gran bella cosa un cervellino privo di paura in un organismo in fuga! Uno degli animalucci ha trasalito? Tutti fuggono, ma in modo che pare dicano: Ecco una buona occasione per aver paura. Non conoscono le esitazioni. Costa tanto poco fuggire quando si hanno le ali. E il volo loro è sicuro. Evitano gli ostacoli rasentandoli, ed attraversano il più fitto groviglio di rami d’alberi senza mai esserne arrestati o lesi. Pensano soltanto quando son lontani, e cercano allora d’intendere la ragione della fuga, studiando i luoghi e le cose. Inclinano con grazia la testina a destra e a sinistra, e aspettano con pazienza di poter tornare al luogo donde son fuggiti. Se ci fosse della paura ad ogni loro fuga, sarebbero morti tutti. E Mario sospettava che si procurassero ad arte tante agitazioni. Infatti potrebbero mangiare in piena calma il pane che viene loro donato, e invece essi chiudono gli occhietti maliziosi ed hanno la convinzione che ogni loro boccone è un furto. Proprio così condiscono il pane asciutto. Da veri ladri non mangiano mai sul posto ove il pane è stato gettato, e là non c’è mai lite fra di loro perché sarebbe pericoloso. La contesa per le briciole scoppia al posto ove son giunti dopo la fuga.
Grazie a tanta scoperta, stese con facilità la favola: «Un uomo generoso, regolarmente, per lunghi anni, aveva regalato ogni giorno del pane agli uccelletti, e viveva sicuro che l’animo loro fosse pieno di riconoscenza per lui. Non sapeva guardare costui: altrimenti si sarebbe accorto che gli uccelletti lo consideravano un imbecille cui, per tanti anni, avevano saputo rubare il pane senza che a lui fosse riuscito di catturare neppur uno di loro».
Pare impossibile che un uomo sempre lieto com’era Mario, abbia commesso un’azione simile scrivendo questa favola. Era dunque lieto solo a fior di pelle? Ficcare tanta malizia e tanta ingiustizia nell’espressione più lieta della natura! Equivaleva a distruggerla. Io credo anche che immaginare quell’orrenda sconoscenza dagli alati, fosse una grave offesa all’umanità, perché se gli uccellini che non sanno parlare parlano così, come si esprimerebbero i beneficati dalla lingua lunga?
E intimamente tristi erano tutte le sue piccole mummie: durante la guerra diminuì sulle vie di Trieste il transito dei cavalli i quali poi erano nutriti di solo fieno. Mancavano perciò sulla via quei semi saporiti lasciati intatti dalla digestione. E Mario si figurava di domandare ai suoi piccoli amici: «Siete alla disperazione?». E gli uccellini rispondevano: «No, ma siamo in meno».
Voleva forse Mario abituarsi a considerare anche il proprio insuccesso nella vita come una conseguenza di circostanze che non dipendevano da lui, per sottomettersi senza dolore? La favola resta sorridente solo perché chi legge ride. Ride di quella bestia d’uccellino che non ricorda la disperazione, vicino alla quale è vissuto alcuni certi giorni, perché egli stesso non ne fu toccato. Ma dopo di aver riso si pensa all’impassibile aspetto della natura quando fa i suoi esperimenti, e si rabbrividisce.
Spesso la sua favola fu dedicata alla delusione che segue ad ogni opera umana. Pareva volesse consolarsi della propria assenza dalla vita dicendosi: Sto bene io che non faccio, perché non fallo.
Un ricco signore amava tanto gli uccellini da dedicare loro una sua vasta tenuta ove era proibito d’insidiarli o anche solo di spaventarli. Costruì per essi dei buoni ricoveri caldi per il lungo inverno, riforniti abbondantemente di nutrimento. Dopo qualche tempo nella vasta tenuta s’annidarono una quantità di uccelli rapaci, di gatti e persino di grossi roditori che aggredirono gli uccellini. Il ricco signore pianse, ma non guarì della bontà ch’è una malattia inguaribile, e lui che voleva nutriti gli uccellini, non seppe interdire il cibo ai falchetti e agli altri animali tutti.
E questa derisione della bontà umana, secca secca, fu anch’essa pensata da quel Mario roseo e sorridente. Egli gridava che la bontà umana non riesce che ad aumentare la vita su un dato posto dove subito scorre abbondante il sangue, e ne sembrava felice.
I giorni di Mario dunque erano sempre lieti. Si poteva anche pensare che tutta la sua tristezza passasse nelle sue favole amare e che perciò non arrivasse ad oscurare la sua faccia. Ma pare che tanta soddisfazione non lo accompagnasse nelle sue notti e nel sogno. Giulio, il fratello suo, dormiva in una stanza vicina alla sua. Di solito costui russava beatamente nella digestione, che nel gottoso può essere malata, ma è ben completa. Quando però non dormiva, gli provenivano dei suoni strani dalla stanza di Mario: sospiri profondi che parevano di dolore, eppoi anche dei singoli gridi altissimi di protesta. Echeggiavano alti nella notte quei suoni, e non parevano emessi dall’uomo lieto e mite che si vedeva alla luce del giorno. Mario non ricordava i propri sogni, e, soddisfatto del sonno profondo, credeva di essere stato almeno altrettanto lieto nel suo letto come lo era durante la giornata faticosa. Quando Giulio, impensierito, gli raccontò del suo strano modo di dormire, egli credette che non si trattasse d’altro che di un nuovo sistema di russare. Invece, data la costanza del fenomeno, è certo che quei suoni e quei gridi erano l’espressione sincera, nel sonno, dell’animo torturato. Si potrebbe credere che si trattasse di una manifestazione che potesse infirmare la moderna e perfetta teoria del sogno secondo la quale nel riposo ci sarebbe sempre la beatitudine del sogno contenente il desiderio soddisfatto. Ma non si potrebbe anche pensare che il vero sogno del poeta è quello ch’egli vive quand’è desto, e che perciò Mario avrebbe avuto ragione di ridere di giorno e piangere di notte? C’è poi la possibilità di un’altra spiegazione confortata dalla stessa teoria del sogno: Poteva nel caso di Mario esserci un desiderio soddisfatto nella libera manifestazione del suo dolore. Egli poteva gettare allora, nel sogno notturno, la pesante maschera che durante il giorno gli era imposta per celare la propria presunzione, e proclamare coi sospiri e i gridi: Io merito di più, io merito altro. Uno sfogo che anch’esso può tutelare il riposo.
Al mattino sorgeva il sole, e Giulio, stupito, apprendeva che Mario credeva di aver passata la notte intera, tanto ricca di singhiozzi, in compagnia di qualche nuova favola. Innocua del tutto talvolta. Si trovava in elaborazione da varii giorni: La guerra aveva portato nel cortile dei passeri la grande novità, la penuria, e il povero Mario aveva inventato un metodo per far durare più a lungo il pane scarso. Di tempo in tempo appariva nel cortile e rinnovava nei passeri la diffidenza. Sono animali lenti quando non volano, e per eliminare una diffidenza abbisognano di lungo tempo. La loro anima è come una bilancetta, su un piatto della quale pesa la diffidenza e sull’altro l’appetito. Questo cresce sempre, ma se si rinnova anche la diffidenza, essi non abboccano. Con un metodo rigido si potrebbero far morire di fame accanto al pane. Una triste esperienza se fatta a fondo. Ma Mario la spinse fino a poter riderne, ma non a far piangere. La favola (un uccellino gridava all’uomo: «Il tuo pane sarebbe saporito solo se tu non ci fossi») rimase lieta anche perché i passeri durante la guerra non dimagrarono. Sulle vie di Trieste ci furono anche in quell’epoca, abbondanti, le porcheriole di cui sanno nutrirsi.

II

La presunzione di Mario non faceva del male a nessuno, e sarebbe stato umano di lasciargliela. Giulio la tutelava tanto bene che con lui Mario non arrossiva neppure quando s’accorgeva d’averla manifestata. Anzi Giulio l’aveva intesa tanto bene da adottarla con più chiarezza che non ci fosse in Mario stesso. Anche lui, dinanzi ai terzi, si guardava dal proclamare la sua fede nel genio del fratello, ma senza sforzo, solo per conformarsi a quanto vedeva fare da Mario stesso. E Mario sorrideva dell’ammirazione del fratello, non sapendo ch’era stato lui che gliel’aveva insegnata.
Ma ne godeva, e la stanza dove l’ammalato passava il suo tempo fra letto e lettuccio, era un posto raro a questo mondo perché Mario vi trovava una pace ch’egli diceva silenzio e raccoglimento, mentre era qualche cosa che più fortunati di lui trovavano in luoghi specialmente rumorosi.
Piena di gloria, quella stanza conteneva poche altre cose. Un desco leggero che veniva spostato dal centro, ove i due fratelli prendevano la colazione, ad un cantuccio accanto al letto ove desinavano. Da poco tempo in quella stanza da pranzo era stato posto il letto di Giulio. Durante la guerra il combustibile era caro, eppoi quella era la stanza più calda della casa, per cui l’ammalato, durante l’inverno, non l’abbandonava mai. Nelle lunghe sere invernali, in quella stanza, il poeta sosteneva il gottoso ed il gottoso confortava il poeta. La somiglianza di tale rapporto con quello dello zoppo e del cieco è evidente.
Per un caso singolare i due vecchi ch’erano stati sempre poveri, non ebbero a sopportare delle grandi sofferenze durante la guerra che fu tanto dura a tutti i Triestini. I loro disagi furono diminuiti da una grande simpatia che Mario seppe ispirare ad uno slavo del contado e che si manifestò in doni di frutta, uova e pollame. Si vede da questo successo del letterato italiano che mai ne aveva avuti altri, che la nostra letteratura prospera meglio all’estero che da noi. Peccato che Mario non seppe apprezzare quel successo che altrimenti gli avrebbe fatto bene. Accettava e mangiava volentieri i doni, ma gli pareva che la generosità del contadino fosse dovuta alla sua ignoranza e che il successo con gli ignoranti spesso si chiama truffa. Si sentiva perciò pesare il cuore, e per difendere il buon umore e l’appetito ricorse alla favola: Ad un uccellino furono offerti dei pezzi di pane troppo grandi per il suo beccuccio. Con piccolo resultato l’uccellino s’accanì per vari giorni intorno alla preda. Fu ancora peggio quando il pane indurì, perché allora l’uccellino dovette rinunciare al ristoro offertogli. Volò via pensando: L’ignoranza del benefattore è la sventura del beneficato.
Solo la morale della favola s’adattava esattamente al caso del contadino. Il resto era stato alterato tanto bene dall’ispirazione, che il contadino non vi si sarebbe ravvisato, e questo era lo scopo principale della favola. C’era stato lo sfogo e non andava a colpire il contadino, proprio come non lo meritava. Perciò studiandola si scopre nella favola una manifestazione di riconoscenza, benché non forte.
I due fratelli vivevano con rigida regolarità. Non sconvolse le loro abitudini neppure la guerra che disordinò tutto il resto del mondo. Giulio lottava da anni e con buon successo contro la gotta che gli minacciava il cuore. Andando a letto di buon’ora, e contando i bocconi che si concedeva, il vecchio, di buon umore, diceva: «Vorrei sapere se, tenendomi vivo, truffo la vita o la morte». Non era un letterato costui, ma si vede che, ripetendo ogni giorno le stesse azioni, si finisce con lo spremerne tutto lo spirito che ne può scaturire. Perciò all’uomo comune non è mai raccomandata abbastanza la vita regolata.
Giulio, d’inverno, si coricava proprio col sole, e d’estate molto prima di esso. Nel letto caldo le sue sofferenze s’attenuavano ed egli lo abbandonava ogni giorno per alcune ore, unicamente per conformarsi al volere del medico. La cena era servita accanto al suo letto, e i due fratelli la prendevano insieme. Era condita da un grande affetto, l’affetto ereditato dalla loro prima giovinezza. Mario era per Giulio sempre molto giovine, e Giulio per Mario il vecchio che avrebbe saputo consigliarlo in ogni evenienza. Giulio non s’accorgeva quanto Mario gli andasse somigliando nella prudenza e nella lentezza, come se avesse avuto la gotta anche lui, e Mario non vedeva che il vecchio fratello ormai non poteva dargli consigli, non avrebbe mai detto cosa che non fosse stata spiata dal suo proprio desiderio. Era anche giusto: non si trattava di consigliare o d’ammonire; bisognava sostenere e incoraggiare. Ciò riusciva anche più facile a un gottoso, per quanto non sembri. E quando Mario concludeva l’esposizione di una sua idea, di una sua speranza o intenzione con le parole: «Ti pare?» a Giulio assolutamente pareva, e consentiva convinto. Perciò per ambedue la letteratura era una bonissima cosa, e la parca cena era migliore, condita da un mite affetto sicuro, che escludeva qualsiasi dissenso.
Un piccolo dissenso ci fu tra i due fratelli per quei benedetti uccellini che si portavano via una parte del loro pane. «Potresti salvare la vita ad un Cristiano con quel pane,» osservò Giulio. E Mario: «Ma sono più di cinquanta gli uccellini che con quel pane rendo felici». Giulio fu subito e per sempre d’accordo.
Quando la cena era finita, Giulio si copriva la testa, le orecchie e le guancie col berretto da notte, e Mario per una mezz’oretta gli leggeva qualche romanzo. Al suono della dolce voce fraterna, Giulio si quietava, il suo cuore affaticato assumeva un ritmo più regolare, e il suo polmone s’allargava. Il sonno allora non era più lontano e, infatti, presto il suo respiro si faceva più rumoroso. Allora Mario affievoliva gradatamente la voce finché arrivava senza soluzione di continuità al silenzio; poi, dopo di aver smorzata la luce, s’allontanava sulle punta dei piedi.
La letteratura era perciò una buona cosa anche per Giulio, ma una sua forma, la critica, lo danneggiava e minacciava la sua salute. Troppo spesso Mario interrompeva la lettura per mettersi a discutere violentemente il valore del romanzo che leggeva. La critica sua era la grande critica dell’autore disgraziato. Era dessa il suo grande riposo, agitato solo in apparenza, il sogno più splendido. Ma aveva lo svantaggio d’impedire il sonno altrui. Scoppii di voce, suoni di disprezzo, discussioni con interlocutori assenti, tanti strumenti musicali varii che s’alternavano, e impedivano il sonno. Eppoi Giulio anche per cortesia doveva badare di non addormentarsi, quando ad ogni tratto gli si domandava il suo parere. Doveva dire:«Anche a me pare». Era tanto abituato a tali parole che per sillabarle gli sarebbe bastato di lasciar passare il suo fiato sulle labbra. Ma chi russa non sa fare neppur questo.
Una sera il furbo malato che pareva tanto innocente in quel suo berretto abbondante, ebbe una trovata. Con voce turbata (forse perché temeva di essere indovinato) domandò a Mario di leggergli il suo romanzo. Mario si sentì affluire più caldo il sangue al cuore. «Ma tu già lo conosci,» obiettò mentre subito s’accinse ad aprire il libro che non era mai lontano da lui. L’altro rispose che da lunghi anni non l’aveva più letto e che sentiva proprio il desiderio di riudirlo.
Con voce dolce, mite, musicale, Mario iniziò la lettura del suo romanzo Una giovinezza, accompagnata dal vivo consenso di Giulio che incominciava ad abbandonarsi al riposo, mormorando: «Bello, magnifico, benissimo,» ciò che rendeva la voce di Mario vieppiù calda e commossa.
Anche per Mario fu una sorpresa. Non aveva letto mai roba propria ad alta voce. Come diventava più significativa ravvivata dal suono, dal ritmo e anche dalle pause accorte e dal saggio acceleramento. I musicisti – beati loro! – hanno degli esecutori che non fanno altro che studiare il modo di regalare loro grazia ed efficacia. Degli scrittori il lettore frettoloso non mormora neppure la parola e passa da segno a segno come un viandante in ritardo su una via piana. “Come scrissi bene!” pensò Mario ammirando. Aveva letto tutt’altrimenti la prosa degli altri e, nel confronto, la sua brillava.
Dopo poche pagine il respiro di Giulio rantolò: era il segno che il suo polmone veniva privato della guida cosciente. Mario, ritiratosi nella propria stanza, non seppe staccarsi dal romanzo che lesse ad alta voce per buona parte della notte. Era stata una vera nuova pubblicazione quella. Aveva scosso l’aria ed era andata al suo cervello ed a quello degli altri per l’orecchio, l’organo nostro più intimo. E Mario sentì che la sua idea ritornava a lui nuova, abbellita, e arrivava al suo cuore per nuove vie ch’essa creava. Quale nuova speranza!
E il giorno appresso nacque la favola dal titolo: Il successo sorprendente. Eccola: «Un ricco signore disponeva di molto pane e si divertiva a sminuzzarlo agli uccellini. Ma del dono approfittava una diecina o poco più di passeri, sempre gli stessi, e buona parte del pane ammuffiva all’aria. Il povero signore ne soffriva, perché nulla è tanto disgustoso come veder poco gradito un proprio dono. Ma ebbe allora la ventura di ammalare, e gli uccellini che non trovarono più il pane cui erano usi, cinguettarono dappertutto: “Il pane che c’era sempre non c’è più, ed è un’ingiustizia, un tradimento”. Allora una moltitudine di passeri si recò a quel posto ad ammirare la provvidenza che aveva cessato di manifestarvisi, e quando il benefattore risanò, non ebbe pane abbastanza per saziare tutti i suoi ospiti».
È difficile di conoscere le origini di una favola. Il titolo solo rivela che questa dev’essere nata nella stanza dell’ammalato ove Mario aveva trovato il suo successo. Chi conosce le vie per cui si muove l’ispirazione, non si meraviglierà che dal successo tanto semplice avuto da Mario col fratello, si sia saltati a quel successo del buon diavolo della favola, che aveva avuto bisogno di ammalare per arrivarci. Non intenderà donde sieno venuti quegli uccellini tanto maliziosi che sapevano piangere in pubblico ma, per avarizia, tenevano celata ai compagni la loro buona fortuna, a meno non si supponga, ciò ch’è un po’ difficile, che il poeta, quando scrive, sia chiaroveggente, e che nel proprio successo Mario abbia intuita la malizia di Giulio. Invece bisogna pensare che quando un uomo, nella posizione di Mario, si mette ad analizzare l’elemento successo, attribuisce della malvagità a tutti, anche agli uccellini.
La sera seguente Mario si fece pregare per riprendere la lettura. «Troppo presto ti addormentasti, – disse al fratello – ed ho paura di seccarti». Ma Giulio non intendeva di rinunziare all’unica letteratura ch’era tanto immune dalla critica. Protestò che arrivava al sonno non per la noia, la quale anzi è nemica di esso, ma per il benessere assoluto che gli derivava dal piacere di sentire certi suoni e pensieri.
Perciò le cose avviate a questo modo proseguirono inalterate sino alla fine della guerra, e la guerra durò tanto che il romanzo – contrariamente a quanto aveva asserito l’unico critico che se ne fosse occupato – fu troppo corto. Ma né per Giulio né per Mario ciò fu una grande difficoltà. Giulio dichiarò: «Mi sono tanto bene abituato alla tua prosa che mi sarebbe difficile di sopportarne un’altra, di quelle irose ed enfatiche». Mario, beato, ricominciò da capo, sicuro di non annoiarsi. La propria prosa è sempre la più adatta al proprio organo vocale. Si capisce: Una parte dell’organismo dice l’altra.
E Mario, passando di successo in successo, si esponeva più inerme alla trama che si doveva ordire a suo danno.

III

Mario aveva due vecchi amici di cui uno solo doveva rivelarsi suo acerrimo nemico.
L’amico, che doveva restar tale fino alla morte, era il suo capo ufficio, un uomo di poco più vecchio di lui, il signor Brauer. Un amico intimo perché non si comportava da suo capo, ma veramente da collega. Tale rapporto di eguaglianza non era provenuto da amicizia istintiva o da convinzioni democratiche, ma dal lavoro stesso cui i due uomini da anni attendevano insieme, e nel quale ora l’uno ora l’altro era il superiore. Si sa che anche il più scalcinato dei letterati è capace di redigere una lettera meglio di chi mai s’intinse di letteratura. Restava superiore il Brauer finché si trattava d’intendere un affare, ma cedeva il suo posto a Mario quando si doveva stendere sulla carta delle offerte o delle polemiche. Oramai la collaborazione s’era fatta tanto facile che i due impiegati sembravano gli organi della stessa macchina. Mario s’era abituato ad indovinare quello che il signor Brauer volesse quando gli chiedeva di scrivere una lettera in modo da far intendere una cosa senza dirla o dirla senz’impegnarsi. Il signor Brauer era sempre quasi, ma mai interamente soddisfatto, e rifaceva spesso tutta la lettera spostando le parole e le frasi di Mario che conservava immutate con un cieco rispetto. Correggendo, il signor Brauer si faceva più amabile che mai, e si scusava dicendo: «Voialtri letterati avete un modo troppo speciale di esprimervi. Non fa per gli uomini comuni che trafficano». E Mario era tanto poco offeso da tale critica che faceva del suo meglio per meritarla: cacciava nelle sue lettere più preziosità che non nelle sue favole. Poi s’affrettava a riconoscere che la lettera rifatta dal Bauer era più commerciale della sua, perché quello era il modo più sicuro di non sentir più parlare di quella lettera che l’annoiava.
Tanti capolavori fatti in collaborazione avevano creato fra i due una dolce intimità. Ambedue riconoscevano i meriti dell’altro. Ma c’era di più: nessuno dei due invidiava la superiorità dell’altro. Per il Brauer era una grande sventura quella di essere nato scrittore, e coloro cui era toccata senza nessuna colpa una disgrazia simile, avevano diritto ad ogni protezione da parte dei compagni più fortunati. Per Mario, poi, la capacità commerciale era proprio quella che egli non aveva mai ambita.
Soltanto Mario non era molto persuaso che il Brauer meritasse un salario tanto più alto del suo. Occorse tale invidia per far nascere la favola. Dunque anche il povero Brauer si mutò in un passerotto, ma fu accompagnato nella sua metamorfosi da Mario stesso. Ai due passeri naturalmente veniva offerto del pane perché essi esistono perché la bontà umana possa esercitarsi a buon mercato. Il Brauer volava ad esso per la via più diritta, e perciò più bassa. Mario volava in alto ed è così che arrivava in ritardo. Ma digiunava volentieri confortato dalla bellezza della vista di cui dall’alto aveva potuto godere.
Bisogna anche dire che Mario era un ottimo impiegato e che non aveva bisogno del pungolo per fare il proprio dovere. Oltre a quelle lettere che faceva in collaborazione, a lui incombevano anche molte registrazioni ed altri lavori d’ordine inferiore che in commercio spettano di diritto ai letterati che non sanno fare altro. Anche per questi lavori fatti da Mario con grande coscienziosità, il Brauer gli era riconoscente perché così aveva più tempo per dirigere gli affari com’era il suo desiderio ed il suo dovere. Diventava così sempre più accorto e doveva venire il momento in cui la sua scienza commerciale sarebbe stata più utile a Mario di quanto la letteratura di questo mai fosse stata di vantaggio a lui.
L’altro amico di Mario, quegli che presto doveva rivelarsi suo nemico, era un certo Enrico Gaia, commesso viaggiatore. In gioventù, per un breve periodo, aveva tentato di fare delle poesie, e s’era trovato allora associato a Mario, ma poi in lui il commesso viaggiatore aveva strangolato il poeta, mentre, nell’inerzia dell’impiego, Mario aveva continuato a vivere di letteratura, cioè di sogni e di favole.
Non è mestiere da dilettante quello del commesso viaggiatore. Prima di tutto egli passa la vita lontano dal tavolo, l’unico posto ove si possa fare e versi e prosa; ma poi il commesso viaggiatore corre, viaggia e parla, soprattutto parla fino all’esaurimento. Forse non era stato tanto difficile di sopprimere nel Gaia la letteratura. Egli era passato per quel periodo d’idealismo che talvolta preludia anche alla formazione dei negrieri, e di tale periodo non restava maggior traccia in lui che nell’insetto alato della larva. Si sarebbe potuto macinarlo tutto, eppoi analizzarlo, senza scoprire nel suo organismo una sola cellula foggiata per servire ad altro che a fare dei buoni affari. Mario, un po’ ingiusto, non gli perdonava una trasformazione tanto radicale, e pensava: Quando si vede un passero in gabbia fa compassione, ma anche ira. Se si è lasciato prendere vuol dire che un poco già apparteneva alla gabbia, e se poi l’ha sopportata, è prova certa che non meritava altro destino.
Però il Gaia era apprezzatissimo quale commesso viaggiatore, e non bisogna disprezzarlo, perché un buon commesso viaggiatore è la fortuna della propria famiglia, della ditta che lo assunse e persino della nazione in cui nacque. Tutta la sua vita aveva fatte le piccole città dell’Istria e della Dalmazia, e poteva vantarsi che quand’egli arrivava in una di quelle città, per una parte della popolazione (i suoi clienti) il ritmo monotono della vita di provincia si accelerava. Egli viaggiava accompagnato da una chiacchiera inesauribile, dall’appetito e dalla sete, insomma le tre qualità sociali per eccellenza. Adorava la burla come gli antichi toscani, ma pretendeva che la sua fosse una burla più amabile. Non v’era cittadella per cui fosse passato, dove non avesse designato lui la persona da burlare. Così i suoi clienti lo ricordavano anche quand’era partito, perché continuavano a divertirsi sulla traccia da lui segnata.
Forse quest’amore alla burla era il residuo delle sue tendenze artistiche soppresse. È infatti un artista il burlone, una specie di caricaturista il cui lavoro non è agevolato dal fatto ch’egli non ha da lavorare, ma da inventare e mentire in modo che il burlato si faccia la caricatura da sé. Un lavoro delicato precede e accompagna la burla, e si capisce che una burla riuscita resti immortale. Vero è che se ne parla di più se la raccontò un uomo come Shakespeare, ma dicesi che anche prima di lui si parlasse molto di quella fatta da Jago.
Può anche essere che le altre burle del Gaia fossero più innocue di questa di cui qui si tratta. In Istria e in Dalmazia le burle dovevano promuovere i buoni affari. Quella ch’egli fece a Mario fu invece intinta di vero odio. Sì. Egli odiava ferocemente il suo grande amico. Non ne era forse del tutto consapevole, perché egli era anzi convinto di non sentire altro che una viva compassione per Mario, quel disgraziato che era tanto presuntuoso, e non aveva nulla a questo mondo, cacciato com’era in un impieguccio nel quale mai avrebbe potuto progredire. Quando parlava di Mario, egli sapeva atteggiare la faccia a compassione, ma torcendo le labbra in modo da significare anche una minaccia.
Lo invidiava. Il Gaia apparteneva alla gozzoviglia come Mario apparteneva alla favola. Mario sorrideva sempre e lui rideva molto, ma con interruzioni. La favola accompagna sempre come un’ombra luminosa accanto a quella oscura gettata dal corpo, mentre la gozzoviglia, se si accompagna all’ombra, è atroce. Perché essa è un delitto contro il proprio organismo, che è seguito immediatamente (specie ad una certa età) dal più forte dei rimorsi in confronto al quale quello di Oreste che ammazzò la propria madre, fu lievissimo. Al rimorso va sempre unito lo sforzo di mitigarlo, spiegando e scusando il delitto, magari asserendo ch’è il destino umano di commetterlo. Ma come avrebbe potuto il Gaia proclamare in buona fede che si dedicano alla gozzoviglia tutti quelli che possono, avendo sempre presente Mario?
Poi c’era quella benedetta letteratura che lavorava anch’essa ad intorbidare l’anima del Gaia, che pur ne sembrava nettato. Non si passa impunemente, e sia pure per il più breve spazio di tempo, per un sogno di gloria, senza poi rimpiangerlo per sempre, e invidiare colui che lo conserva, anche se non raggiungerà giammai la gloria. A Mario quel sogno trapelava da ogni poro della sua pelle tanto facile al rossore. Il posto che non gli era concesso nella repubblica delle lettere, egli lo pretendeva e lo occupava, quasi segretamente, ma non perciò con meno diritto o con restrizioni. Egli diceva bensì a tutti che da anni non scriveva nulla (esagerando perché c’erano le storie degli uccelletti) ma nessuno gli credeva, e bastava questo per attribuirgli per consenso generale una vita più alta, più alta di tutto quanto lo contornava.
Meritava perciò l’invidia e l’odio. Enrico Gaia non gli risparmiava i sarcasmi e sapeva talvolta anche sopraffarlo parlandogli di affari e di posizione economica. Ma ciò non gli bastava, perché Mario stesso amava di ridere del proprio stato. Il Gaia avrebbe voluto strappargli il sogno felice dagli occhi a costo di acciecarlo. Quando lo vedeva entrare in caffè con quella sua aria di chi guarda le cose e le persone con l’eterna, viva, serena curiosità dello scrittore, egli diceva torvo: «Ecco il grande scrittore». E infatti Mario aveva l’aspetto e la felicità del grande scrittore.
Nelle favole il Gaia non apparve. Però un giorno Mario apprese che i piccoli uccelli sono voracissimi: in un giorno ingoiano tanta di quella roba sminuzzata che il suo complesso peserebbe quanto tutto il loro corpo. Perciò era stato tanto difficile di trovare fra i passeri uno che somigliasse al Gaia. Se tutti almeno per una loro qualità lo ricordavano. E Mario scoperse subito in tale somiglianza la contraddizione che sarebbe potuta in avvenire assurgere a favola: «Mangia come un passero ma non vola». E più tardi: «Non vola e la sua paura è proprio verde». Alludeva certo al Gaia che una sera, dopo di aver ferito un amico con una maldicenza, era dovuto fuggire dal caffè a gambe levate.

IV

Il 3 Novembre 1918, la giornata storica di Trieste, sarebbe stato veramente poco adatto alla burla.
Alle otto di sera, pregato dal fratello che dal letto anelava ad altre notizie dopo di aver avuto la relazione dello sbarco degl’italiani, Mario si recò al caffè a prendere quell’intruglio raddolcito dalla saccarina che i Triestini s’erano abituati a considerare caffè.
Dei suoi conoscenti trovò il solo Gaia, che su un sofà riposava stanco d’essere stato in piedi un paio d’ore. Mi dispiace per lui, ma bisogna confessare che il Gaia aveva realmente l’aspetto dello spirito del male. Perciò non era mica brutto. A cinquantacinqu’anni i suoi capelli bianchi avevano un candore che rifletteva la luce come se fosse stato metallico, mentre i suoi mustacchi che coprivano le sue labbra sottili erano tuttavia bruni. Era magro, non grande, e si sarebbe potuto credere agile se non si fosse tenuto un po’ curvo, e se il suo corpicciuolo non fosse stato gravato dalla prominenza di una pancetta pur sproporzionata e sporgente più giù di quelle solite degli uomini che la devono all’inerzia o al solo appetito, una di quelle pancie che i tedeschi, che se ne intendono, attribuiscono all’effetto della birra. I suoi piccoli occhi neri ardevano di una malizia allegra e di presunzione. Aveva la voce roca del beone, e talvolta la urlava perché aveva per massima che bisognava parlare un po’ più forte del proprio interlocutore. Zoppicava come Mefistotele, ma, a differenza di costui, non sempre della stessa gamba, perché il reuma lo afferrava ora a destra ed ora a sinistra.
Più vecchio di lui, Mario era tuttavia, ad onta di una canizie estesa a tutto il suo pelo, come usano a quell’età le persone serie, evidentemente biondo su tutta la faccia rosea, serena, riposata.
Il Gaia si eccitava parlando dei varii episodi cui aveva assistito nel pomeriggio. Faceva della retorica, perché era venuto il momento di gonfiare il suo patriottismo che non era stato grande prima dell’arrivo degl’italiani. Sapeva gonfiare tutto, lui, essendo sempre pronto ad accalorarsi per qualunque cosa piacesse a coloro ch’eran o potevano divenire suoi clienti.
Echeggianti da lontano, anche le parole che disse Mario potrebbero ora essere tacciate di retorica. Ma bisogna ricordare che quel giorno era dovere della parola, specie in bocca di chi per destino non aveva agito, di essere anch’essa forte ed eroica. Mario tentò di affinarsi per essere all’altezza della situazione e, com’è naturale, ricordò di essere un letterato. La parte più fine della sua natura si destò per protendersi alla storia. Disse letteralmente: «Vorrei saper descrivere quello che oggi sento. – E, dopo una lieve esitazione: – Bisognerebbe avere una penna d’oro con cui vergare le parole su una pergamena alluminata».
Era una rinunzia, perché fra altre molte cose, a Trieste mancavano allora penne d’oro e pergamene alluminate. Ma al Gaia parve tutt’altro, e s’arrabbiò come sanno arrabbiarsi i beoni.
Gli parve cosa enorme che il Samigli osasse anche solo menzionare la propria penna al cospetto di un avvenimento d’importanza storica. Strinse le labbra come per nascondere nella bocca un grosso insulto che vi si formava per genesi spontanea, poi riaperse il pugno, che s’era stretto da sé, mentr’egli guardava il naso roseo del letterato, ma non seppe trattenere la reazione più efficace della parola e anche del pugno, ch’era stata pensata da lungo tempo, ma che mancava ancora della maturità che le può venire dall’accurata preparazione: La burla si scaricò sul capo del povero Mario come se si fosse trattato di un esplosivo che per caso avesse trovato il contatto col fuoco. Così il Gaia imparò che anche la burla come tutte le altre opere d’arte può essere improvvisata. Egli non credeva al suo successo e si preparava ad annullarla dopo di essersene servito a manifestare il suo disprezzo a quel presuntuoso. Poi, invece, Mario abboccò tanto bene che liberarnelo sarebbe costato uno sforzo grande. E il Gaia lasciò vivere la burla, ricordando come a Trieste vi fossero pochi divertimenti. Bisognava rifarsi di un’epoca troppo lunga di serietà.
La iniziò con veemenza: «Dimenticavo di dirtelo. Tutto si dimentica in una giornata simile. Sai chi ho visto nella folla plaudente? Il rappresentante dell’editore Westermann di Vienna. M’avvicinai a lui per seccarlo. Applaudiva anche lui che non sa una parola di italiano. E invece che risentirsi, mi parlò subito di te. Mi domandò quali impegni tu avessi col tuo editore per quel tuo vecchio romanzo Una Giovinezza. Se non erro, tu l’hai venduto quel libro?».
«Nient’affatto, – disse Mario con grande calore. – È mio, del tutto mio. Pagai le spese dell’edizione fino all’ultimo centesimo, a dall’editore non ebbi mai niente».
Parve che il commesso viaggiatore desse grande importanza a quanto apprendeva. Egli ben sapeva quale aspetto dovesse assumere un uomo quando improvvisamente vede affacciarsi la possibilità di un buon affare, perché egli aveva almeno una volta al giorno quell’aspetto. Si raccolse e s’inarcò come se avesse voluto prendere uno slancio:
«C’è allora la possibilità di vendere quel romanzo – esclamò – Peccato ch’io non lo avessi saputo. E se ora buttano subito fuori di Trieste quel tedescone? Addio affare! Pensa ch’egli è venuto a Trieste proprio per trattare con te».
Mario era indignato, e bisogna constatare con un po’ di sorpresa che l’indignazione fu il primo suo sentimento all’annunzio dell’inaspettato successo, mentre non aveva mai conosciuto l’indignazione nei lunghi anni di vana attesa. Come aveva potuto credere il Gaia che il romanzo non fosse più suo? Chi mai in quegli anni aveva domandato di acquistarlo? E fu oppresso da un’ira ch’era insopportabile, perché subito intese che non doveva rivelarla. Egli era ora tutto nelle mani del Gaia e vedeva che non doveva offenderlo. Ma con dolore pensò che si trovava nelle mani di persona che con la sua leggerezza minacciava di rovinarlo.
Bisognava ricordare come il mondo apparisse sconvolto e disordinato in quei giorni. Se il rappresentante dell’editore era sparito nella folla, e non ci pensava lui stesso a riapparire, convinto com’era che l’affare di cui era incaricato fosse già stato fatto da altri, sarebbe stato impossibile rintracciarlo. Non c’era mai stata a questo mondo una folla simile a quella che si muoveva allora fra Triste e Vienna, attaccata agli scarsi treni ferroviari, o in forma d’ininterrotta fiumana, a piedi, sulle vie maestre, composta dall’esercito in fuga e da borghesi emigranti o rimpatrianti, tutti anonimi, ignoti come schiere di bestie cacciate dall’incendio o dalla fame.
Non dubitò un istante della perfetta verità delle comunicazioni del Gaia. Doveva essere più disposto alla credulità in seguito a quel successo di ogni sera del suo romanzo nella stanza del fratello. E quando, molto tempo dopo, seppe della trama ordita ai suoi danni, per scusare verso se stesso la propria dabbenaggine, propose la favola in cui si racconta che molti uccelli perirono perché sullo stesso posto s’annidarono due uomini di cui uno buono e generoso, e l’altro malvagio. Su quel posto, per lungo tempo, ci fu il pane del primo, in ultimo la pania dell’altro. Proprio com’è insegnato in un libercolo in cui s’insegna scientificamente l’insidia agli alati e che qui naturalmente non si nomina.
Il Gaia sfruttò meravigliosamente lo stato d’animo di Mario, che gli si rivelò intero. Ebbe il solo torto di credersi molto astuto. Non lo era più di un cacciatore comunissimo che conosca le abitudini della propria preda. Forse esagerò l’astuzia. Prima di mettersi a correre in cerca della persona tanto importante, che forse stava allontanandosi da Trieste, egli esigette da Mario una dichiarazione scritta con la quale gli veniva assicurata una provvigione del cinque per cento. Mario trovò la proposta equa, ma visto che bisognava attendere che il lento cameriere procurasse la penna e la carta, propose che il Gaia, per non perdere tempo, se ne andasse subito, mentre lui avrebbe stesa la dichiarazione e gliel’avrebbe consegnata il giorno dopo. Ma il Gaia non volle. Per andare sicuri gli affari non si potevano trattare che in un modo solo. E con tutta cura fu redatta la dichiarazione con cui Mario impegnava sé e gli eredi a versare al Gaia la provvigione su qualunque importo che ora od in avvenire gli fosse pagato dall’editore Westermann. Alla dichiarazione, Mario, di propria iniziativa, aggiunse un’espressione di gratitudine che non era altro che una falsità, perché gli era stata suggerita dal suo desiderio di celare due suoi rancori, di cui il primo, fortissimo, per la leggerezza con cui il Gaia aveva compromesso i suoi interessi, ed il secondo – molto meno forte – per la sfiducia che gli aveva dimostrata esigendo prontamente quella dichiarazione.
Poi il Gaia ebbe anche lui fretta, e corse via non vedendo l’ora di poter ridere liberamente. Mario sarebbe corso volentieri con lui per abbreviare la propria ansietà, ma il Gaia non volle. Prima doveva ripassare nel proprio ufficio, poi correre da un cliente dal quale forse avrebbe potuto sapere l’indirizzo del tedesco, e infine si sarebbe recato in un certo luogo ove sicuramente il casto Mario non avrebbe accettato di seguirlo, e dove sicuramente si trovava il tedesco, se era ancora a Trieste.
Prima di abbandonarlo, volle rasserenare Mario e provargli che il proprio errore non aveva una grande importanza. Ora che ci pensava – dichiarò – ricordava che il rappresentante di Westermann era nato bensì di famiglia tedesca, ma in Istria. Perciò sarebbe divenuto cittadino italiano per nascita, e non si poteva espellere.
Questo fu l’unico atto suo che provasse la sua qualità di burlone accorto. Non gli era sfuggito il grande rancore di Mario, e trovava che non era quella l’ora di provocarlo.
Perciò quando Mario uscì dal caffè, si trovò nella notte oscura in pieno e sicuro successo. Non sarebbe stato così se ancora avesse potuto temere che il tedesco fosse stato costretto ad abbandonare Trieste. Egli respirò profondamente, e gli sembrò che mai in vita sua avesse avuto di quell’aria. Tentò di sedare la grande agitazione che lo affannava e si sforzò di considerare quell’avventura come cosa nient’affatto straordinaria. Semplicemente la meritava e gli accadeva, ciò ch’era la cosa più naturale di questo mondo. Era straordinario non gli fosse accaduta prima. Tutta la storia della letteratura era zeppa di uomini celebri, e non già dalla nascita. A un dato momento era capitato da loro il critico veramente importante (barba bianca, fronte alta, occhi penetranti) oppure l’uomo d’affari accorto, un Gaia reso più importante da qualche tratto del Brauer ch’era troppo pesante per l’abitudine alla dipendenza, e non poteva perciò impersonare un creatore d’affari, ed essi subito assurgevano alla fama. Perché la fama arrivi, infatti, non basta che lo scrittore la meriti. Occorre il concorso di uno o più altri voleri che influiscano sugl’inerti, quelli che poi leggono le cose che i primi hanno scelto. Una cosa un po’ ridicola, ma che non si può mutare. E succede anche che il critico non capisca nulla del mestiere altrui, e l’editore (l’uomo d’affari) nulla del proprio, e l’esito resti il medesimo. Quando i due s’associano, l’autore anche se non lo merita, è fatto per un tempo più o meno lungo.
Era fine assai Mario a vedere le cose a quel modo, in quel momento. Meno fine quando aggiunse con tranquillità: «Meno male che il caso mio è diverso».
Perché non era venuto da lui il critico invece dell’uomo d’affari? Si consolò pensando che certo il Westermann era stato indotto a quell’affare dal critico. E finché durò la burla, egli sognò di tale critico, ne costruì l’aspetto e l’indole, attribuendogli tante di quelle virtù e tanti di quei difetti da farne una persona più grossa delle solite viventi. Sicuramente era un critico cui non importava affatto della propria persona, e non era affatto come gli altri critici che quando leggono gettano su ogni pagina l’ombra del proprio naso torbido. Egli non cianciava, ma agiva, ciò ch’era molto strano per un uomo la cui sola azione consisteva in un giudizio sulla forza della parola altrui. Era più sicuro dei soliti critici, perché non era soggetto che ad un errore solo (piuttosto grosso) e non a tanti da riempirne varie colonnine di giornale. Una potenza! L’anima estetica del Westermann, il suo occhio che mai si chiudeva, perché altrimenti all’editore poteva toccar di pagare per vere delle pietre false, come Mario, che non se ne intendeva, supponeva potesse succedere ai gioiellieri. E freddo, freddo: come una macchina che non conosce che un solo movimento. In mano sua l’opera acquistava tutto il suo valore e non di più, e diveniva inerte come una merce che passa per le mani di un intermediario, e non vi lascia altro che un beneficio in denaro. Non conquideva, ma era afferrata, pesata e misurata, consegnata ad altri e dimenticata, perché non intralciasse l’opera della macchina subito rimessa in moto. Dopo letto il romanzo del Samigli, il critico era andato dal Westermann e gli aveva detto: «Ecco l’opera che fa per voi. Vi consiglio di telegrafare subito al vostro rappresentante di Trieste d’acquistarla a qualunque prezzo». Così il suo compito era esaurito. Che cosa gli sarebbe costato d’inviare al Samigli una cartolina postale per dirgli la parola intelligente ch’egli solo era capace di formulare? Così, proprio così era fatto il miglior critico del mondo. E pensare che valeva la pena di scrivere, solo perché a questo mondo esisteva un mostro simile!
Si può dire perciò che la burla del Gaia minacciava di farsi importantissima, perché subito all’inizio falsava l’aspetto del mondo. E quando Mario dovette ricredersi, se la prese in una favola proprio col critico ch’egli aveva creato, e l’unico critico ch’egli avesse amato. Ad un passerotto famelico avvenne di trovare un giorno molte briciole di pane. Credette di doverle alla generosità del più grosso animale che avesse mai visto, un pesante bove che pascolava su un campo vicino. Poi il bove fu macellato, il pane sparì, e il passerotto pianse il suo benefattore.
Vero esempio d’odio tale favola. Far di se stesso una bestia cieca e sciocca come quel passerotto pur di poter fare una grossissima bestia anche del critico.
Tanto grande riteneva Mario il suo successo che prese una decisione che pur doveva attenuare l’effetto della burla. Per il momento non bisognava dire a nessuno della buona fortuna toccatagli. Quando il suo libro fosse stato pubblicato in tedesco, la meraviglia in città e in tutta la nazione sarebbe stata maggiore se inaspettata. A lui che aveva atteso il successo per tanti anni, non doveva essere grave di restarne privo qualche tempo ancora.
Il fratello, già coricato, cominciò con l’enunciare un dubbio sulla verità della comunicazione del Gaia, ma così, quasi macchinalmente, quel dubbio da cui si è colti ad ogni notizia sorprendente. Però subito, volonteroso, lo eliminò persino dall’intimo dell’animo suo, visto che poteva diminuire la gioia del fratello. Non conosceva il Gaia e perciò quel dubbio mancava di ogni base. Di sotto al berretto da notte, i suoi occhi vividi partecipavano a tanta gioia. Le cose nuove lo turbavano e non pensava gli dessero salute, ma la gioia di Mario doveva essere anche la sua. Intera, quantunque, quando Mario parlò della loro futura ricchezza, egli non ne vide l’importanza. Più caldo di così il suo letto non sarebbe stato, e sarebbero aumentate le tentazioni dei cibi più ricchi che minacciavano la sua salute.
Per lui già la prima serata fu molto meno gradevole delle solite. Ecco che rifattosi vivo, il romanzo provocava la critica inquietante di Mario. Ad ogni tratto il lettore s’interrompeva per domandare: «Non sarebbe meglio dire altrimenti?». E proponeva nuove parole, esigendo che il povero Giulio l’aiutasse a decidere. Niente di violento ma abbastanza per togliere alla lettura il suo carattere di ninna nanna. Per rispondere alle domande di Mario, Giulio due o tre volte spalancò gli occhioni spaventati quasi volesse dimostrare di ascoltar le parole che gli erano rivolte. poi ebbe una trovata che per quella sera protesse il suo sonno: «A me sembra, – mormorò – che non si debba mutare nulla a una cosa che come sta raggiunse il successo. Se la muti, forse il Westermann non la vorrà più».
Questa trovata valeva quell’altra che aveva protetto il suo sonno per tanti anni. Per quella sera servì perfettamente. Mario abbandonò la stanza, ma fu meno attento del solito, e sbatté la porta in modo che il povero malato diede un balzo.
A Mario pareva che Giulio non lo assistesse come avrebbe dovuto. Ecco che lo lasciava solo con quel successo campato in aria, inquietante più che una minaccia. Andò a letto, ma l’intontimento che precede il sonno fu quella sera terribile. Vedeva il suo successo impersonato dal rappresentante di Westermann, trascinato lontano, lontano, verso il settentrione, e ucciso dalla folla armata e imbestialita. Che ansia! Egli dovette riaccendere il lume per ricordare che morto il rappresentante suo, restava il Westermann che non era altri che una società per azioni non esposta a morte fisica.
Fatta la luce, Mario cercò la favola. Credette di trovarla nel rimprovero ch’egli si faceva di non saper godere tranquillamente della promessa di tanta buona fortuna. Diceva ai passeri: «Voi che non provvedete affatto per l’avvenire, dell’avvenire certo nulla sapete. E come fate ad essere lieti se nulla aspettate?». Infatti egli credeva di non saper dormire dalla troppa gioia. Ma gli uccelletti erano meglio informati: «Noi siamo il presente, – dissero – e tu che vivi per l’avvenire, sei tu forse più lieto?». Mario confessò di aver sbagliata la domanda, e si propose di rifare in tempi migliori una favola che dimostrasse la sua superiorità sugli uccellini. Con una favola si può arrivare dove si vuole quando si sa volere.
Il Brauer, cui Mario il giorno dopo raccontò la sua avventura, fu sorpreso, ma non eccessivamente: sapeva anche di altre merci che acquistavano da un momento all’altro del valore dopo di essere state spregiate non per soli quarant’anni, ma per varî secoli. Di letteratura se ne intendeva poco, ma sapeva che talvolta, benché raramente, veniva retribuita. Ebbe una paura: «Se tu fai fortuna con le belle lettere, finirai con l’abbandonare quest’ufficio».
Mario, modestamente, osservò che non credeva che il suo romanzo avrebbe potuto assicurargli la vita. «Tuttavia – aggiunse con un po’ di alterigia – domanderò mi sia fatta una posizione più conforme al mio valore». Egli, in verità, non pensava ad un mutamento di posizione in quell’ufficio dal lavoro tanto facile, ma gli uomini intinti di lettere amano di poter dire certe parole. È il premio più pregiato al loro valore.
In quel momento gli fu portato un biglietto del Gaia, col quale veniva invitato a trovarsi in punto alle undici al caffè Tommaso. Il rappresentante del Westermann era stato trovato. Mario corse via non senza aver pregato prima il Brauer di non propalare ancora la notizia.

V

Il Gaia, Mario e il rappresentante di Westermann furono tanto puntuali che si trovarono insieme alla porta del caffè. Vi si trattennero parecchio perché vi costituirono una piccola torre di Babele. Mario seppe dire in tedesco due parole con cui esprimeva il piacere di fare la conoscenza del rappresentante di una ditta tanto importante. L’altro, in tedesco, disse di più, molto di più, e non tutto andò perduto perché il Gaia assiduamente tradusse: «L’onore di conoscere… l’onore di trattare… l’opera insigne che il suo principale a tutti i costi voleva possedere».
Anche il Gaia, con fare più villano che deciso, disse qualche parola che subito tradusse: Aveva dichiarato che il Westermann avrebbe potuto avere il romanzo quando l’avesse pagato. Si trattava qui di un affare e non di letteratura. Dicendo quest’ultima parola ebbe una smorfia di disprezzo, ciò ch’era imprudente. Perché maltrattare la letteratura se era vero che qui si trasformava in buon affare? Ma il Gaia dava dei colpi alla letteratura per poter colpire il letterato, dimenticando che per burla avrebbe dovuto tenerlo in piena gloria. E nel corso del discorso, una volta seppe dire a Mario: «Tu stai zitto perché non capisci niente». Mario non protestò: certo il Gaia voleva attribuirgli dell’ignoranza solo in affari.
Poi il Gaia si seccò di stare lì all’aria aperta. Era calata una leggera nebbiolina umida, destinata ad essere spazzata dalla bora che doveva funestare quelle celebri giornate. Il Gaia spinse la porta del caffè e, senza complimenti, concedendosi lo sfogo di ridere clamorosamente, entrò per primo, zoppicando.
Gli altri due s’attardarono ancora in complimenti prima di varcare la soglia, e Mario ebbe il tempo di studiare la persona tanto importante che vedeva per la prima volta. Non l’avrebbe rivista più, ma mai più la dimenticò. Dapprima la ricordò come una persona molto buffa, resa anche più ridicola dall’importanza del messaggio di cui era incaricata. Poi il ricordo non si alterò di molto: La persona rimase ridicola, ma l’inferiorità di essa riverberò dolorosamente su lui stesso, perché egli le aveva permesso di calpestarlo e di fargli del male. Le sue ferite si facevano più dolorose perché inferte da una mano simile. Si può dire che Mario non era un cattivo osservatore, ma che era, purtroppo, un osservatore letterario, di quelli che possono essere truffati col minimo sforzo, perché sanno fare l’osservazione esatta per deformarla subito a forza di concetti. Ora i concetti non mancano mai a chi ha un po’ d’esperienza di questa vita, dove le stesse linee e gli stessi colori s’adattano alle più varie cose, che solo il letterato ricorda tutte.
Il rappresentante dell’editore Westermann era una personcina dinoccolata priva dell’autorevolezza che conferisce una certa proporzionata abbondanza di carne e di grasso, e resa sgraziata da uno sviluppo addominale eccessivo che trapelava persino oltre alla pelliccia. Fin qui somigliava al Gaia. La sua pelliccia dal collare ricco, di pelo di foca, era la cosa più importante di tutto l’individuo, e molto più importante della giacca e dei calzoni sdruciti che s’intravvedevano. Non fu mai deposta, anzi riabbottonata subito dopo che s’era dovuta schiudere per dar l’accesso ad una tasca interna. L’alto collare coronò sempre la faccina fornita di una barbetta e di mustacchi radi e fulvi sotto ad una testa radicalmente calva. Ed un’altra cosa Mario osservò: il tedesco si teneva tanto rigido nella pelliccia in cui era sepolto, che ogni suo movimento appariva angoloso.
Era più brutto del Gaia, ma al letterato parve naturale gli somigliasse. Perché chi commercia i libri non deve somigliare a colui che s’occupa di vino? Anche per il vino c’era stato qualche cosa di supremamente fine che aveva preceduto e creato il suo commercio: la vigna e il sole. Quanto al sussiego con cui veniva portata a passeggio quella pelliccia, visto ch’esso legava un individuo della specie del Gaia, non era difficile d’intendere perché esso fosse stato adottato. Mario non pensò che quello di tenersi rigidi era un modo di soffocare un imperioso bisogno di ridere, ma ricordò invece che la rigidezza era propria di codesta categoria di persone, gli agenti di commercio, che vogliono apparire qualche cosa che non sono e che se non sorvegliassero tradirebbero il loro vero essere. Tutto questo fu pensato da Mario con un certo sforzo. Pareva lavorasse per facilitare il buon esito della burla. E pensò ancora che il critico di casa Westermann era rimasto a casa, ma era rimasto a casa anche il grande uomo d’affari. Non era facile il viaggiare allora, e si vede che per portare a termine un tale affare bastava incaricarne un coso simile, un amico del Gaia.
Attorno al tavolo, nel caffè a quell’ora deserto, ci fu ancora un po’ di torre di Babele. L’agente di Westermann tentò di spiegare qualche cosa in italiano, e non vi riuscì. Il Gaia intervenne: «Costui vuole una tua espressa conferma che io ho la facoltà di trattare per te. Io potrei offendermi della sua diffidenza, ma capisco che gli affari sono affari. Del resto ci sei anche tu, ma egli dice di non intenderti». Mario protestò in italiano che quello che il Gaia aveva stabilito era impegnativo per lui. Lo disse scandendo le sillabe, e il tedesco asserì di aver capito e di accontentarsi.
Il Gaia offerse il caffè, e subito il rappresentante di Westermann trasse dalla tasca di petto delle carte di formato grande, il contratto già pronto in duplice copia. Lo stese sul tavolo e vi si chinò con tutto il petto. Mario pensò: “Che soffra anche di lombaggine?”.
Aveva fretta il Gaia. Strappò le carte all’altro e si mise a tradurre a Mario il contratto. Trascurò molte clausole che erano adottate per tutti i suoi contratti dalla grande ditta editrice, e parlò di tutti i vantaggi ch’egli con quel contratto aveva procurato a Mario. Egli diceva proprio le parole che avrebbe impiegate se non si fosse trattato di un affare per burla: «Capirai che mi sono meritata la mia provvigione. Ho passata tutta la notte a discutere con costui. – E si permise di schizzare un po’ di quel veleno di cui era pieno: – Tu, se io non t’aiutavo, non avresti saputo far nulla».
In forza di quel contratto il Westermann avrebbe pagato a Mario duecentomila corone, e acquistava così il diritto di traduzione del romanzo in tutto il mondo. «Per l’Italia rimani tu il proprietario. Ho pensato di riservare a te questa proprietà, perché chissà che valore potrà acquistare il romanzo in Italia quando si saprà ch’è stato tradotto in tutte le lingue. – Per essere più chiaro ripeté:- L’Italia resta a te, intera». E non rise, il volto addirittura ghiacciato nell’espressione dell’uomo che aspetta consenso e plauso.
Mario ringraziò con effusione. Gli pareva di vivere in un sogno. Avrebbe abbracciato il Gaia, e non perché gli aveva regalato l’Italia, ma perché prevedeva che anche in Italia, presto, il romanzo si sarebbe conquistato il suo posto al sole. Si rimproverava l’istintiva antipatia che per lui aveva sempre sentita, e s’andava persuadendo all’affetto: “È più che buono, è utile. Ci guadagno io, ed è tanto bello da parte sua di dimostrarsene soddisfatto”.
Ricordava però l’angoscia sofferta la notte e, attaccandosi affettuosamente al braccio del Gaia, propose che nel contratto fosse inserita una clausola che obbligasse il Westermann alla pubblicazione del romanzo almeno in tedesco prima della fine del diciannove. Aveva fretta il povero Mario, e avrebbe voluto anche sacrificare una parte delle duecentomila corone, se con ciò avesse potuto affrettare l’avvento del grande successo. «Io non sono più tanto giovine – disse per scusarsi – e vorrei veder tradotto il mio romanzo prima della mia morte».
Il Gaia era indignato, e il suo disprezzo per Mario cresceva nella proporzione in cui aumentava l’affetto di questo per lui. Ci voleva una bella presunzione a discutere la proposta che gli veniva fatta per quello straccio di romanzo privo di valore.
Come aveva saputo celare il riso, così soppresse – e con la stessa fatica – ogni manifestazione di disdegno, e per poter ridere meglio più tardi, avrebbe anche voluto trovare il modo d’inserire nel contratto la clausola desiderata da Mario. Ma non c’era posto in quelle pagine (veramente dedicate ad un contratto per il trasporto di vino in vagoni cisterna) eppoi non c’era la possibilità di lavorare in presenza di Mario o anche di fingere di lavorare con quella voglia di schiattare dal ridere in corpo. Il Gaia, dopo un momento di esitazione riempito da tanta malizia che si sentì costretto a coprirsi la faccia con la mano per grattarsi prima il naso, poi la fronte e infine il mento (sapeva forse ridere con una parte del viso alla volta) si mise gravemente a discutere la domanda di Mario. Dapprima emise il dubbio che forse il Westermann si sarebbe potuto seccare di tante pretese, eppoi, vedendo che Mario appariva dolente di vedersi negata una domanda che non danneggiava in niente il Westermann, e dava tanta quiete a lui, ebbe un’alzata d’ingegno: «Ma non credi che chi pagò duecentomila corone avrà ogni ragione d’affrettarsi a far fruttare il suo denaro?».
Mario riconobbe la bontà dell’argomento, ma il suo desiderio era tanto forte che qualunque argomento non sarebbe bastato ad annullarlo. Attendere ancora? Che cosa avrebbe fatto tutto quel tempo? Le favole non si fanno che in giornate ricche di sorprese. Aspettare è un’avventura, anzi una sventura sola, e può dare una favola sola, ch’egli aveva già fatta: la storia di quel passero che moriva di fame aspettando del pane là ove, per caso, una volta sola ne era stato sparso (esempio d’ingordigia e d’inerzia associate, che si ritrova talvolta nelle favole): Mario era esitante. Cercò e non trovò qualche altra parola (non troppo forte) per insistere nella propria preghiera. E ci fu perciò un’altra pausa nelle trattative. Il Gaia centellinava il suo caffè e aspettava il consenso di Mario, che, evidentemente, non poteva mancare. Mario guardava la calvizie del rappresentante di Westermann, il quale rileggeva attentamente il contratto ficcandoci il naso lungo, affilato, sul quale tremavano gli occhiali. Perché tremavano quegli occhiali? Forse perché quel naso passava sul contratto da parola a parola, per vedere se il desiderio di Mario vi fosse già appagato. La calvizie del tedesco, che gli era rivolta come una faccia muta, cieca e priva di naso, era molto seria, perché le mancavano gli organi per ridere. Anzi – pelle rossa sporcata da qualche pelo fulvo – era tragica. “Infine – pensò Mario – avrò pazienza e non appena avuti i denari potrò render pubblico il mio successo. Sarà come se il libro fosse stato già tradotto”. E, rassegnato, s’accinse a firmare il contratto con la penna a serbatoio prestatagli dal Gaia.
Il Gaia lo fermò: «Prima i denari, poi la firma!». Parlò concitatamente col rappresentante di Westermann il quale subito trasse dalla sua capace tasca di petto il portafogli, e vi ficcò il naso per trarne un foglietto di carta che aveva la forma di un assegno bancario. Lo diede al Gaia ch’ebbe il torto di guardare in faccia porgendoglielo. Bisogna evitare dall’associarsi quando si è in due minacciati dall’esser afferrati da un assalto d’ilarità. Le due debolezze si sommano e lo spasimo del riso trionfa. Poi la rigidezza era una buona politica, mentre il Gaia, imbaldanzito dalla padronanza di sé di cui fino ad allora aveva dato prova, s’era creduto capace anche di un’altra finzione, quella dell’ira che dimostrò parlando al tedesco del necessario, immediato pagamento. L’organismo umano è capace di tutte le finzioni, ma non di più d’una alla volta. L’indebolimento che gliene derivò fu tale ch’egli dovette abbandonarsi tutto ad uno scoppio di riso che quasi lo ribaltò dalla sedia, e, subito, per contagio, il rappresentante di Westermann si mise a dibattersi nella pelliccia. Ridevano e si urlavano nello stesso tempo delle insolenze in tedesco. Mario guardava, invano cercando di sorridere per accompagnarsi a loro. Poi si sentì offeso che un affare simile fosse trattato in tale guisa. La nobiltà del vino e del libro era profanata da cotesti affaristi.
Finalmente il Gaia poté riaversi e correre ai ripari. Trasse dal portafogli del tedesco un’altra carta, simile invero a quell’assegno, e balbettò, sempre interrotto dal riso, che ora gli giovava dandogli il tempo di escogitare una trovata che lo spiegasse, che il tedesco per poco non gli aveva dato, invece dell’assegno, quel cedolino, proveniente dal luogo menzionato la sera prima, e dove quel maiale si recava tutti i giorni. Eppure cedolini simili in quei luoghi non si trovano. Ma il Gaia aveva detto la prima parola che gli era venuta alle labbra, e con sua grande sorpresa, al Samigli essa bastò: “La punizione della castità” pensò poi il Gaia.
Mario si accontentò solo perché era ansioso di veder ritornare la serietà a quel tavolo, e anche di dimenticare l’increscioso incidente. L’abitudine del letterato di cancellare una frase di cui si è pentito, lo induce ad accettare con facilità tali cancellazioni fatte da altri. Racconta la realtà, lui, ma sa eliminare tutto quello che alla sua realtà non si conformi. Anche qui egli eliminò. Finse, per cortesia, di guardare il cedolino che il Gaia sempre ancora teneva in alto. Così si guarda uno sconosciuto che, per caso, su un marciapiede, ci impedì per un istante di procedere.
Fu così che Mario firmò le due copie del contratto. Egli, alcuni giorni dopo, doveva riaverne una munita della firma dell’editore. Intanto però gli consegnavano l’assegno ch’equivaleva ai denari (come il Gaia spiegò): una tratta a vista della ditta Westermann all’ordine di Mario su una Banca di Vienna.
Quando uscirono dal caffè, prima di lasciare il tedesco, Mario avrebbe voluto ringraziarlo, e tentò di ripetere in tedesco una parola di ringraziamento che si era fatta suggerire dal Gaia. Ma poi il Gaia stesso lo interruppe: «Va là che anche lui ci ha il suo tornaconto». Voleva restar solo con Mario, e congedò l’altro che parve di aver anche lui premura di correre via.
«Adesso – propose il Gaia – andiamo insieme alla Banca a consegnare quest’assegno all’incasso».
Mario non aveva nulla in contrario, ma in quel momento l’orologio della piazza suonò il mezzodì. Al Gaia dolse di aver fatto tardi, e di non poter perciò accompagnare subito Mario alla Banca che a quell’ora si chiudeva. «Vuoi che ci diamo appuntamento per le quindici?». Era esitante. Nel pomeriggio egli aveva un altro impegno e gli doleva di mancarvi. Sarebbe stato penoso di sacrificare alla burla un proprio interesse. Sarebbe stato un burlato anche lui.
Mario protestò che sapeva andare alla Banca da solo. Non era anche lui disgraziatamente da tanti anni negli affari? Sospettò che il Gaia temesse per la sua provvigione, e lo rassicurò. «Non appena ricevo il denaro ti porto le tue diecimila corone».
«Non si tratta di questo» disse il Gaia tuttavia esitante. Poi, deciso, spiegò: «Non devi vendere subito quest’assegno. Me ne pregò il rappresentante di Westermann. È firmato da lui, e con le comunicazioni postali di adesso, non è sicuro che il suo avviso giunga in tempo». Gli parve che la faccia di Mario si oscurasse e aggiunse: «Ma tu non devi temere. Se guardi l’assegno, vedrai ch’è firmato dal procuratore di Westermann. Tu devi consegnarlo alla Banca impartendole l’istruzione di non levare protesto in caso di rifiuto». Infine parve che il Gaia si pentisse delle proprie parole. «Io ti dico tutto questo principalmente per evitarti una seccatura. Anche se tu lo volessi, ai tempi che corrono, la Banca non pagherebbe quest’assegno, benché munito di tanta firma. Vale perciò meglio di consegnarlo alla Banca perché lo incassi. Io non ho alcuna premura di avere la mia provvigione. Ne sono tanto sicuro come se l’avessi già in tasca».
Mario promise di conformarsi strettamente alle sue istruzioni. Del resto aveva già pensato di fare così. Con quell’assegno in tasca, s’ergeva anche lui ad uomo d’affari. E il Gaia poté sentirsi tranquillo che la burla non avrebbe implicato né per lui né per Mario uno scontro con l’autorità giudiziaria. V’erano anche delle ragioni più alte che lo tranquillavano. Credeva, cioè, che in tutti i paesi civili, i diritti della burla fossero riconosciuti.
E Mario continuò ad essere cieco. L’inquietudine del Gaia s’era rivelata evidente, ma egli non se ne accorse perché in quel momento era tormentato da un rimorso. Il rimorso è la specialità dell’uomo di lettere. Gli pesava molto di aver sempre spregiato il Gaia e di trarne ora tanto vantaggio. Fino ad allora ne aveva sopportato l’amicizia solo per riguardo ai ricordi di giovinezza, che uomini fatti come lui sentono tanto fortemente. Non avrebbe dovuto fargli sentire che con quel giorno le loro relazioni cambiavano di natura? D’altronde non gli parve di poterlo far subito perché sarebbe stato come dirgli che voleva pagare il suo aiuto oltre che con la provvigione anche con la sua amicizia.
Ma il Gaia, che ormai s’era liberato da ogni inquietudine, corse via senz’attendere le tarde decisioni del letterato abituato alla lenta lima. E, per nettare il lieto animo da ogni nube, Mario pensò: “Quando gli darò la provvigione, l’accompagnerò con un bel bacio. Sarà uno sforzo, ma io debbo essere giusto”.
Non tutto il Gaia aveva previsto. Intanto fu il Brauer che andò alla Banca pregatone da Mario che era dovuto restare in ufficio. Il Brauer s’attenne coscienziosamente alle istruzioni avute: consegnò l’assegno per l’incasso, e prescrisse la restituzione senza protesto per il caso di rifiuto. Ma l’impiegato ch’era un amico del Brauer lo consigliò di garantirsi il cambio della giornata, e al Brauer che sapeva dei salti sorprendenti dei cambii di quei giorni, la bontà del consiglio parve tanto evidente che lo seguì senza sentire il bisogno di domandare l’autorizzazione di Mario. Il quale, perciò, assieme alla ricevuta dell’assegno, ebbe un cedolino in cui la Banca gli dichiarava di aver comperato da lui duecentomila corone al prezzo di settantacinque lire per cento corone da consegnarsi entro il Dicembre. Mario piegò insieme i due documenti e li ripose accuratamente nel suo cassetto. Né Mario né il Brauer s’accorsero di aver venduto una cosa che forse poteva anche non esistere. Il Brauer si rammaricò che il Westermann non se la fosse pensata una quindicina di giorni prima, perché in confronto ad allora Mario perdeva cinquantamila lire. Mario si strinse sorridendo nelle spalle: Una falcidia del denaro non aveva importanza visto che poi il successo non si trovava falcidiato.
Un’altra cosa il Gaia non aveva preveduto. Alcuni giorni dopo il Brauer apprese di certe difficoltà finanziarie dei due fratelli, e indusse Mario ad accettare un prestito di tremila corone, poiché non era giusto che penasse quando tanti denari stavano già viaggiando al suo indirizzo. Quel denaro fu prezioso per Mario. Comperò un mondo di cose ed ognuna di esse era un segno tangibile del suo successo.
Per qualche sera i due fratelli rinunziarono alla lettura, per ammirare i nuovi mobili acquistati, che brillavano fra quei mobili dalle stoffe stinte, che li avevano visti nascere. Fecero anche una lista degli oggetti che avrebbero acquistato quando il denaro dovuto a Mario sarebbe stato incassato. Tutto era allora molto caro, ma a Mario pareva che il suo denaro fosse stato molto a buon mercato. Certo, nel frattempo, oltre che il successo, anche il denaro aveva acquistato per lui una grande importanza.

VI

Era vero che l’attesa non produceva delle favole, ma nei lunghi giorni che seguirono vuoti di qualsiasi avvenimento, Mario dovette riconoscere ch’essa non era monotona, perché non uno di quei giorni somigliava a quello che l’aveva preceduto o seguito. Di alcuni si avrà qui la storia.
Il Brauer andò varie volte alla Banca e, non trovandoci la notizia attesa, voleva indurre Mario a telegrafare per saper presto la sorte avuta dall’assegno. Ma Mario non seguì il consiglio dell’uomo d’affari, perché pensava che qui la pratica della letteratura fosse dirimente. Sapeva per dura esperienza come fosse pericoloso in letteratura di turbare con sollecitatorie i proprii patroni. Talvolta egli si lasciava convincere a correre lui alla Banca per inviare quel dispaccio, ma poi era trattenuto dall’immagine terribile di un Westermann irato che potesse decidere di fare senza del romanzo. In quanto merce, un romanzo è sempre differente da altre merci. Mario pensava che se avesse perduto quell’acquirente, avrebbe dovuto aspettare altri quarant’anni per trovarne un altro.
Del resto, risolvendosi ad inviare quel messaggio scortese (la cortesia per dispaccio costa troppo) sarebbe stato necessario di averne il consenso del Gaia. Ma costui era introvabile. Ora che c’era la possibilità di moversi, egli aveva ripreso le visite ai suoi clienti dell’Istria vicina. Mario apprendeva dall’uno o dall’altro ch’era stato visto a Trieste, ma non seppe incontrarlo mai né a casa sua né nel suo ufficio.
Un periodo ben duro. Vienna non mandava i denari e non si facevano vivi né il Westermann né il suo adorato ed obbrobrioso critico. Sta bene che il contratto e l’assegno erano firmati, ma chissà se il brutto uomo impellicciato aveva interpretato esattamente il volere del Westermann. In fondo quell’individuo che non sapeva che il tedesco non era altro che la traduzione del Gaia italiano. Poteva perciò avere sbagliato.
Mario aveva una certa esperienza degli affari e, bisogna riconoscerlo, aveva anche una certa esperienza di belle lettere. Quello che assolutamente ignorava, erano gli affari nel campo dei prodotti letterari. Solo perciò non arrivava a scoprire la burla. Se non si fosse trattato di letteratura, egli mai più avrebbe ammesso che un uomo pratico d’affari come doveva essere il Westermann, avesse offerto tanti denari per una cosa che avrebbe potuto ottenere tanto più a buon mercato, per esempio per la piccola somma prestata dal Brauer. Poiché quella somma Mario la doveva, e non ammetteva più che egli avrebbe concesso il romanzo magari per niente. Ma forse negli affari letterari si usava così, e nell’editore c’era anche l’umanità del mecenate.
E Giulio, dal suo letto innocente, aiutava a dissipare i dubbii di Mario. Diceva che il Westermann, come lui se l’immaginava, doveva essere un uomo al quale duecentomila corone di più o di meno non potevano importare. Eppoi che senso c’era di verificare se c’era stato errore da parte dell’editore? Se il furbo Gaia gliel’aveva fatta, tanto meglio.
Le acute riflessioni di Giulio bastavano a rendere più lieta qualche ora di Mario. Poi ricadeva nell’eccitazione dell’attesa. Si trovava in uno stato che ricordava l’epoca seguita alla pubblicazione del suo romanzo. Anche allora l’attesa del successo – che dapprima gli era sembrato sicuro quanto adesso il contratto col Westermann – aveva imperversato sulla sua vita facendone una tortura insopportabile persino nel ricordo. Ma allora, data la forza della gioventù, l’attesa non aveva insidiato il suo sonno e il suo appetito. E benché dovesse credersi in pieno successo, il povero Mario stava facendo l’esperienza che dopo i sessant’anni non bisognava occuparsi più di letteratura, perché poteva divenire una pratica molto dannosa alla salute.
Mai sospettò di essere stato burlato, ma è certo che la parte più fine del suo cervello, quella dedicata all’ispirazione, inconscia e incapace d’intervenire nelle cose di questo mondo per altro scopo che di riderne o di piangerne, l’ammise. La favola seguente può essere considerata in certo senso quale una profezia: In una via suburbana di Trieste vivevano molti passeri, che lietamente si nutrivano con le tante porcheriole che vi trovavano. Vi si stabilì poi un ricco signore, il cui piacere maggiore era di offrire loro del pane in grande quantità. E le porcheriole giacquero inutili sulla via. Dopo alcuni mesi (in pieno inverno) il ricco signore morì, e ai passeri, dai ricchi eredi, non fu concesso più una sola briciola di pane. Perciò quasi tutti i derelitti uccellini perirono non sapendo essi ritornare al loro costume antico. E nel sobborgo il defunto benefattore fu molto biasimato.
Per qualche tempo, a forza di trovate astute, Giulio aveva saputo tutelare il suo sonno. Ma una sera Mario interruppe improvvisamente la lettura e corse al vocabolario per vedervi l’uso di una parola. Giulio, richiamato violentemente da quella dolce via che mena al sonno sulla quale stava scivolando, ritornò tanto bene in sé da riuscire a difendersi con la solita astuzia. Mormorò: «Per la traduzione tedesca ciò non ha importanza». Ma Mario nell’anima del quale il successo stava evolvendosi, credeva di doversi preparare anche alla seconda edizione italiana, e rimase attaccato al vocabolario. Anzi, con la riverenza che per quel libro ha ogni buono scrittore italiano, una volta presolo in mano, ne lesse una pagina intera. Ora la lettura del vocabolario somiglia alla corsa di un’automobile su una brughiera. E avvenne anche di peggio: in quella pagina, Mario trovò un’indicazione che provava che in altro punto del romanzo egli aveva sbagliato nell’uso di un ausiliare. Un errore ch’era consegnato alla posterità. Che dolore! Mario, agitato, non arrivava a trovare quel punto, e invocava l’aiuto di Giulio.
Giulio comprese ch’era passato il tempo in cui le trovate furbe potevano proteggerlo da quella letteratura che si era fatta veramente insopportabile. Ma credeva di sapere per lunga esperienza che Mario avrebbe fatto qualunque cosa di cui fosse richiesto a vantaggio della sua salute. Perciò fu commoventemente sincero, ma un po’ brusco com’è sempre chi dai sogni è stato richiamato alla realtà del dolore e della noia.
Disse a Mario ch’era giunta per lui l’ora di dormire. Alla mattina lo aspettava certo medicinale dopo il quale doveva riposare per due ore prima di prendere il caffè. Se non si adagiava subito al riposo, che aspetto avrebbe avuto la giornata seguente con tutti i pasti spostati?
Mario provò un sentimento di sdegno, diverso assai dalla semplicità bonaria con cui una settimana prima avrebbe accolto una parola sgradevole di Giulio. Credette suo dovere fingersi indifferente e celare d’essere stato ferito. Si caricò del libro e del vocabolario, e uscì senza ricordarsi di chiudere la porta. L’aspetto dell’indifferenza è conquistato a prezzo di un aumento di rancore. Andandosene, pensò: Anche costui ha bisogno del mio successo per rispettarmi meglio.
E Giulio, accanto a quella porta rimasta aperta, passò una cattiva notte. Causa la bora, ai rumori delle imposte nella stanza, s’associavano i cigolii nei cardini delle porte sul corridoio. E al malato parve di aver passata la notte in un vocabolario sonoro dalle parole che simulavano l’ordine con l’iniziale identica, preludiante a un grido sorprendente, inaspettato.
La sera appresso, dopo cena, Mario rimase col fratello e, sparecchiata la tavola, s’allontanò senz’aver accennato con una sola parola al proprio risentimento. Aveva anche aiutato il fratello a servirsi. Gli pareva di aver fatto tutto il proprio dovere e concesso al fratello tutto quello che gli doveva. Ma era ben deciso a non fare altro. Giulio non voleva il vocabolario, che a lui occorreva urgentemente? Se voleva la lettura doveva dunque farsela da solo. Aveva appreso senza rimorso di aver guastato con la propria negligenza la notte al fratello. Che importava? Dormiva forse meglio lui con quei fantasmi di Westermann e dei suoi rappresentanti?
Ma Giulio sentiva urgente il bisogno di fare la pace. Mario, fattosi taciturno, non gli dava più neppure le notizie della città, che Giulio attendeva come una delle più valide ragioni per vivere. Era lui il maggiore, ma visto che l’altro era l’offeso, con la debolezza ch’è la compagna della malattia, decise di fare lui i primi passi. Nella sua solitudine ci pensò su tutto un giorno, e forse sbagliò tanto, perché aveva riflettuto troppo. O piuttosto è da credere che in una simile lunga riflessione si finisce col chiarire troppo il proprio diritto o la propria sventura, ciò che di certo non serve a rendere più accorti.
Si rivolse a Mario da vero fratello, confidandogli le necessità della propria vita, cioè della propria cura. Fra l’altro egli aveva bisogno di una lettura piana, ch’evocasse delle immagini dolci e che accarezzasse il suo organismo torturato. – Perché non si sarebbe potuto ritornare ai loro autori antichi, De Amicis e Fogazzaro?
Strana tanta ingenuità in un debole malato che di furberia aveva tanto bisogno. Aveva dunque dimenticato l’esito sì felice della sua trovata di anni prima, quando aveva proposto di abbandonare per sempre De Amicis e Fogazzaro per surrogarli con l’opera del fratello? Già, a differenza dei passeri, quand’è stretto da un bisogno, l’uomo si espone a qualunque rischio per soddisfarlo.
Mario dovette trattenersi dal dare un balzo al sentire che i due fortunati scrittori venivano a soppiantarlo anche in quell’unico cantuccio della terra ch’era fino ad allora tutto suo. Ecco che nel momento stesso in cui il mondo intero si stava aprendo al suo successo, riceveva un ultimo calcio da coloro che sempre l’avevano respinto. Si servivano per ciò del piede anchilosato di quell’imbecille di suo fratello, il quale così si metteva proprio dalla parte dei suoi nemici.
Gli fu difficile di simulare indifferenza, e la sua voce tremò dall’indignazione nel dichiarare al fratello che da tempo la lettura ad alta voce gli costava fatica, e che per riguardo alla sua gola non doveva farla più.
Giulio si spaventò, perché subito s’accorse dell’errore commesso, e indovinò Mario intero. Era una spaventevole prospettiva per lui di veder prolungata la sua solitudine anche a quelle ore serali in cui abbisognava dell’affetto più che della lettura perché l’adducesse al sonno. Volle, senz’indugio, correggere il proprio errore: «Se tu lo vuoi, ritorniamo al tuo romanzo. Io sono pienamente d’accordo. Volevo solo risparmiarmi il vocabolario, di cui è tanto difficile di sopportare la lettura».
Il povero Giulio non sapeva che v’è un solo mezzo per attenuare un’offesa involontaria: fingere di non accorgersene e credere che l’altro non l’abbia intesa. Ogni altra spiegazione equivale a ribadirla, rinnovarla.
E Mario, ferito a sangue, urlò: «Ma non ti dissi che si tratta della mia gola? Per questa la prosa del Fogazzaro, del De Amicis o la mia fanno lo stesso».
Era una bella e buona bugia, ma non era accorto Giulio a rilevarla. Disse mitemente: «Tu sai ch’io amo la tua prosa più di quella di tutti gli altri. Non sto a sentirla ogni sera da tanti anni, benché la sappia quasi a memoria? Solo mi seccano le correzioni. Noi che non siamo letterati, amiamo le cose definitive. Se in nostra presenza si cambia una parola, non crediamo vera tutta la pagina».
L’ammalato aveva dato segno di un certo talento critico ma nello stesso tempo di un’ingenuità sconfinata. Aveva dunque fatto leggere a Mario delle cose ch’egli già sapeva a memoria? Non era un rimprovero atroce cotesto? L’ira di Mario traboccò e una volta che la lasciò erompere ne fu più pervaso lui stesso come accade sempre ai letterati per i quali la parola non è uno sfogo ma un eccitamento. Esclamò mettendo anche nella voce tutto il disprezzo che seppe: «Ecco, tu accetti la letteratura con la stessa smorfia con cui inghiotti il tuo acido salicilico. È addirittura offensivo. Si può anche dedicarsi alle cure, ma non oltre ad un certo segno. La propria vita non può essere tanto importante che per prolungarla valga la pena di trasformare in clisteri tutte le cose più nobili di questa terra».
La letteratura, attaccata, aveva reagito offendendo la malattia. Profondamente, Giulio cercò la parola ma non trovò neppure il fiato. Mario andandosene aveva rinchiuso la porta, ma la notte dell’ammalato fu tutta insonne, perché egli la passò dapprima cercando di convincersi che non era colpa sua se era ammalato, ciò ch’era difficile, visto che il suo medico continuava ad asserire che la malattia era stata provocata da errori di vita e di dieta; eppoi ad indignarsi contro Mario che disprezzando le cure cui egli era costretto, dava segno di voler la sua morte. Ma non tutta la notte egli passò in discussioni col fratello assente. Vide meglio che mai l’inutilità della sua vita. Ora capiva con piena chiarezza che, vivendo, egli non truffava la morte, ma la vita che non voleva saperne di ruderi come lui che non servivano a nulla. E ne fu profondamente accorato.
Mario sentì qualche esitazione ed anche già qualche rimorso, prima di aver finito la sua diatriba. Ma la finì tutta, arrotondandola anche con quella sputacchiatura sprezzante sulle cure, con la quale attribuiva loro quale emblema il clistero. La finì sebbene s’accorgesse che l’occhio di Giulio s’era fatto supplice, nella debolezza che sentiva, vedendosi aggredito nell’essenza della propria vita. Ma Mario componeva. Scoperto quel clistero immaginoso, ebbe la stessa soddisfazione come se avesse composto una favola.
Poco dopo, nella solitudine della sua stanza, la soddisfazione di Mario diminuì. Tutte le composizioni avvizziscono e già quel clistero non gli parve più una gran cosa. Era però tuttavia irato come un Napoleone offeso: anche la letteratura ha i suoi Napoleoni. Non sarebbe stato il dovere di Giulio di assisterlo nel suo lavoro? E per allora Mario finì col compiangere se stesso. Doveva sopportare tutto, lui: oltre al resto anche la bestialità di Giulio e il rimorso di averlo offeso.
Però ad onta di tanta ira, sentendosi superiore di molto all’ammalato, e senza un’intera convinzione del proprio torto, sarebbe volentieri andato da Giulio a domandargli scusa. Ma sentiva che non avrebbero riparato a nulla le parole sole, le quali non avrebbero potuto non contenere qualche rimprovero a tutela della propria dignità. Occorre ben altro che parole per guarire le ferite prodotte dalle parole. Perché era vero che la vita di Giulio non meritava di essere vissuta, e chi glielo aveva detto, aveva rivelato una verità che ora non si poteva più negare o dimenticare. Le cose non dette hanno una vita meno evidente di quelle che sono state rilevate dalle parole, ma una volta che questa vita l’hanno acquistata, non se la lasciano sminuire da altre parole soltanto. E Mario si chetò col proposito di ripristinare gli antichi affettuosi rapporti col fratello, quando il suo grande successo sarebbe stato noto a tutti. Certo allora la sua parola sarebbe bastata a conseguire qualunque effetto.
Questo il proposito cui si attenne rigidamente, e non si accorse che per la pace dell’ammalato sarebbe stato meglio di non attendere l’arrivo del lento Westermann.
Infatti Giulio soffriva. Anche quando Mario si rifece affabile e discorsivo, egli non seppe dimenticare le offese che gli erano state fatte. Prima di tutto non c’erano state quelle spiegazioni dalle quali proprio le persone deboli (che le parole amano tanto) s’attendono la regolazione di ogni divergenza, eppoi non s’era più ritornati alla loro antica, cara abitudine della lettura serale. Paventava però le spiegazioni solo perché in quelle già avute s’era dimostrato tanto debole. E per averle senza dover parlare, pensò di sostituire le parole con un atto energico: ostentativamente cessò di curarsi e sperò che Mario se ne sarebbe accorto e doluto. Invece Mario non s’accorse di nulla, forse perché la dimostrazione durò troppo poco. L’ammalato s’era sentito subito peggio, e, spaventato, era ritornato ai suoi medicamenti, che però gli fecero meno bene. Come può agire beneficamente un medicinale ch’è stato tanto disprezzato?
Ed è così che Giulio, incapace d’azioni, ritornò alla parola, che dedicò però solo all’azione che aveva tentata e non compita. Una sera, con un sorriso mite e senza guardare in faccia Mario, disse interrompendo la cena per prendere certe polverette: «Contro ogni buon senso io continuo a curarmi, come vedi».
Mario, che da grand’uomo quale si sentiva, dava meno peso alla disputa avuta, di cui non restava altra traccia che la grande comodità di non far la lettura serale, si meravigliò, e ad alta voce proclamò il dovere di Giulio di curarsi per guarire, come se egli a voce anche più alta non avesse detto il contrario pochi giorni prima.
Era troppo poco per rabbonire Giulio. Mario non se ne avvide; solo si divertì a osservare che Giulio ingoiando la polveretta sciolta nell’acqua, aveva l’aspetto di un bambino ostinato. Pareva dicesse: “Io mi curo, io ho il diritto di curarmi, ed ho anche il dovere di farlo”.
A un letterato basta un solo atteggiamento per costruire tutta una persona con gli arti necessari per prendere tale atteggiamento ed anche altre membra che vi sieno utili. La costruisce, ma non ci crede, e l’ama specialmente se può crederla una propria immaginazione che sappia però moversi sulla terra reale ed essere illuminata dal sole di ogni giorno. E se tale costruzione esiste già, egli non se ne accorge neppure, perché ciò non ha alcuna importanza per il suo pensiero. E Mario per atteggiare ragionevolmente il volto del suo fantasma a tanta ostinazione, sostituì a Giulio, ch’egli credeva non ricordasse nemmeno le sue parole, una persona più forte benché non meno malata, e che gridava il suo diritto di vivere proprio quella vita nel suo letto caldo, e di essere aiutato dalle medicine e anche dalla lettura, come la voleva lui. E Mario amò la propria creatura: quella debolezza e quell’ostinazione e tanta rassegnazione. Quello scorcio di figura era un’illustrazione della vita povera, sofferente, ma ancora capace di difendere tanta povertà e tanto dolore.
Una bella fatica cotesta di costruire invece di guardare le cose già esistenti. Ma bastò a rischiarare i suoi rapporti col fratello. Perché subito dopo creata quella figura Mario si guardò d’intorno, come sogliono i letterati, per darle un contorno di persone che le dessero rilievo e in mezzo alle quali vivesse. Naturalmente in primo luogo cacciò accanto al fratello, ch’egli credeva di aver rifatto correggendolo, se stesso. Ma quando si tratta di se stesso non ci si sbaglia tanto facilmente, e si incide subito la carne viva. S’accorse ch’era la sua fortuna che Giulio non fosse all’altezza di giudicarlo, perché egli, l’uomo del successo, s’era comportato in modo da doversi vergognare. Una vera bassezza. Aveva voluto ferire e offendere il povero ammalato, a lui affidato dal destino, perché innocentemente e per una volta sola aveva respinto l’opera sua. Egli era oramai l’uomo dal successo. Una persona in cui l’ambizione si deformava in una ridicola vanità, e che credeva che le comuni leggi della giustizia e dell’umanità non valessero per lui. Guardò dietro di sé nel suo non lontano passato la sua vita intemerata, mite, dedicata con pieno disinteresse ad un pensiero, e l’invidiò e rimpianse.
Fu un istante, ma a tratti il pensiero che lo elevava, gli si riaffacciava. Del resto l’estensione di un pensiero alto nel tempo non ha importanza, perché se esso fu, resta, né si dimentica più. Mario, in avvenire, vi avrebbe trovato conforto e vanto. Sempre più intraveduto che accolto, quel pensiero si evolse, quando non era respinto subito e negato dall’appassionato desiderio della felicità che dà il successo. Un giorno Mario si sentì contrarre il cuore avvedendosi che il successo aveva annientato in lui l’amore alla favola. Da giorni egli non ne produceva e neppure ne sognava alcuna. Il successo aveva legato il suo pensiero all’antico romanzo, ch’egli studiava per rifarlo, addobbarlo, gonfiandolo a forza di nuovi colori, di nuove parole. Il successo era una gabbia d’oro. Il Westermann gli aveva detto quello che da lui si voleva ed egli s’apprestava a dare quanto gli si domandava e nient’altro. E più tardi, quando la burla fu scoperta, egli iniziò il suo ritorno alla vita antica con la favola in cui raccontava di un uccello canoro in gabbia, che si vantava di cantare la natura e non sapeva dire che del vasetto dell’acqua e di quello del miglio fra i quali viveva. E fu suo grande conforto trovarsi preparato a respingere, come poi dovette, la ridicola concezione di meritare plauso ed ammirazione, e ad accettare il destino che gli era imposto, come umano e non spregevole.
Ma prima, e neppure durante quei brevi istanti di luce vivida, egli mai pensò di potersi ergere fino a respingere il successo che gli si offriva. Invano la voce di Epicuro, resa fioca dalla lontananza nel tempo, predicava: «Vivi celato!». Egli anelava alla notorietà come tutti coloro che credono di poterla raggiungere, ed era ammalato per la lunga, vana attesa.

VII

Il Gaia era sorpreso e seccato che Mario non diffondesse lui stesso la burla. Egli non la diffondeva per non compromettersi di più, eppoi perché credeva che non ce ne sarebbe stato bisogno. S’era atteso anzi di vederla resa pubblica in qualche giornale locale da qualche amico di Mario. Che sorta di autore era Mario se non correva per la città a divulgare il suo successo? Sempre più occupato, il Gaia non trovava il tempo di abbordare Mario per farlo ciarlare e goderne. E la burla che tardava tanto a dare i suoi frutti, restava per lui sempre alta, una promessa di gioia meritata.
Una sera, ritornato da una corsa faticosa in un vagoncino della piccola, lenta e perciò lunga ferrovia istriana, egli si fermò per molte ore in un’osteria a bere in compagnia di alcuni amici. E come il vino doveva fargli dimenticare l’afa del vagoncino, così rievocò la burla per distrarsi dal ricordo dei noiosi affari. La raccontò, eppoi ebbe un’idea che lo incantò. Propose che uno dei presenti che conosceva i Samigli, andasse da Mario a proporgli da parte di un altro editore tedesco l’acquisto del libro ad un prezzo anche superiore a quello offerto dal Westermann, e con un contratto che impegnasse l’editore alla pubblicazione immediata del romanzo. Schiattava dal ridere pensando al rammarico di Mario di trovarsi già impegnato col Westermann.
I presenti trovarono malvagia la burla e rifiutarono di collaborarvi, e il Gaia vi rinunziò facendosi promettere da loro che non avrebbero detto nulla ai due fratelli di quanto era stato parlato quella sera.
Poi egli non ci pensò più, ciò che per lui era la cosa più facile. La prima burla l’aveva già divertito moltissimo e doveva derivargli da essa dell’altra gioia, se non altro quella di assistere al dolore di Mario, e forse, a quella ch’egli diceva la sua guarigione da tutte le sue presunzioni. Gli pareva facile di saper sottrarsi ad ogni rimprovero. Il rappresentante di Westermann non era altri che un commesso viaggiatore che aveva fatta la piazza di Trieste quando l’Austria vi si era disfatta, ciò che l’aveva condannato all’ozio e reso propenso a collaborare ad una lieta burla. Oramai si trovava ben lontano da Trieste, e il Gaia avrebbe potuto asserire d’essere stato giuocato anche lui. Ammetteva che forse Mario avrebbe potuto avere tanto spirito da ridere anche lui della burla. Ciò non era molto probabile, perché gli uomini che amano la gloria non sanno ridere, ma se Mario si fosse saputo elevare a tanta altezza, egli avrebbe saputo farsi suo degno compagno, e con lui, in piena amicizia, avrebbe saputo bere.
Ma intanto aveva commesso una grande imprudenza. Uno di quei suoi amici serbò il silenzio con tutti meno che con la propria famiglia, ed un suo figliuolo ch’egli mandava talvolta dai Samigli ad informarsi di loro, riferì a Giulio a un di presso quanto aveva appreso. Raccontò che il Gaia aveva burlato Mario facendogli credere che un capocomico Giosterman si impegnava a rappresentare una sua commedia. Il tutto era tanto sbagliato che Giulio dapprima credette si trattasse di tutt’altra cosa e non concernesse Mario.
Anche Mario in un primo brevissimo tempo ne rise. I due fratelli stavano cenando insieme e fu sorprendente come dopo i primi bocconi presi con tutta calma, Mario ad un tratto, da solo, senza che nessuno gli avesse detto un’altra parola, si sentisse addirittura mancare scoprendo intera la burla. La scopriva con enorme sorpresa, e nello stesso tempo si sorprendeva di aver dovuto attendere una vaga parola d’avvertimento per saperla tutta. Aveva chiuso gli occhi apposta per non vedere e non intendere? Da bel principio egli aveva indovinato l’intima natura dei due messeri coi quali aveva avuto da fare e li avrebbe potuti smascherare subito quando in sua presenza i due svergognati s’erano abbandonati al riso. Perché non aveva pensato, perché non guardato? Ricordò ancora: sul naso affilato del tedesco gli occhiali avevano tremato per il riso trattenuto; un’oscillazione simile a quella di un motore su una vettura. Mario ebbe allora il pensiero tanto pronto e acuto che scoperse qualche cosa che dai suoi occhi era stato chiaramente percepito ma non ancora comunicato al suo cervello: quel pezzettino di carta tratto dal portafogli del tedesco, e che doveva scusare il riso cui i due compari s’erano abbandonati, era coperto di uno stampatello gotico. Gotico, tutto rette ed angoli. Ne era sicuro, come se lo vedesse allora. Perciò non poteva provenire da un postribolo di Trieste. Mentitori! E mentitori che gli avevano denotato il loro disprezzo non curandosi neppure d’essere accorti.
Se era stato deriso, egli meritava qualunque punizione. E avrebbe voluto castigare se stesso subito, ficcandosi i denti nelle labbra. Ma tanta chiaroveggenza era tuttavia accompagnata da dubbio. Un’ulteriore dimostrazione della propria insanabile bestialità? Povero Mario! Un’evidenza per quanto intera, quando apporti tanto dolore, non è mai accettata senza un tentativo di oscurarla. Ognuno lotta contro il destino come sa, e Mario tentò d’arrestarlo dicendosi che non bisognava ammettere si trattasse di una burla finché non se ne fosse scoperto lo scopo. Per il piacere di ridere? Ma è un piacere che il deriso non intende.
Tentò però di liberarsi del dubbio non perché gli sembrasse poco fondato, ma perché gli sembrava contribuisse ad agitarlo ed aumentasse il suo dolore. Voleva passare la notte almeno nella certezza. E non c’era altra via di procurarsela che la riflessione. Fuori soffiava muggendo e ululando la bora, e se non fosse bastata a trattenere Mario, c’era anche l’impossibilità di raggiungere il Gaia il quale, specialmente di notte, era introvabile.
Bisognava intanto sapere esattamente quello che il ragazzetto loro amico aveva detto. Perciò iniziò un serrato interrogatorio del povero Giulio il quale non ricordava quelle parole, avendovi attribuito poca importanza. E l’ammalato non sopportò il cipiglio di Mario. Aveva già sofferto molto essendosi accorto di quello che stava avvenendo al fratello, proprio allora, in sua presenza, ma soffriva ora ancora di più nel timore di vedersi rimproverata un’altra volta la propria debolezza, la propria vita. Finì che gli colarono alcune lacrime sulle guancie emaciate.
Mario alla vista di quel segno di dolore del fratello, si agitò anche di più. Dolersi della burla a quel modo significava riconoscersi abbattuto e attribuirle grande importanza. Urlò: «Perché piangi? Non vedi che io, cui la faccenda colpisce tanto più direttamente, non piango affatto? E non mi vedrai piangere mai. Spero, invece, di far piangere il Gaia se realmente m’ha burlato».
Non poté sopportare la debolezza di Giulio. Piantò la cena e fatto un breve saluto a Giulio (cui realmente serbava rancore perché non ricordava bene quello che il ragazzo loro amico aveva detto) si ritirò nella propria stanza.
E, rimasto solo, gli parve d’essere sicuro e di aver eliminato definitivamente ogni dubbio. La burla aveva lo stesso scopo di tutte quelle di cui il Gaia aveva cosparso l’Istria e la Dalmazia, e delle quali ora Mario ricordava di aver riso di cuore. Sì! Della burla si rideva e non occorreva altro. Ne ridevano tutti coloro che non dovevano piangere. E Mario ricordando questo, subito pianse com’era la legge della burla.
Non ancora svestito, si gettò sul letto. Udiva sempre la risata cui i due congiurati s’erano abbandonati in sua presenza. Riecheggiava negli stessi scomposti rumori della bora, e vi si faceva enorme. Andava a colpire tutti i sogni che avevano abbellito la sua vita. Se il Gaia aveva voluto questo, per un istante aveva raggiunto il suo scopo: Mario si vergognò dei proprii sogni. Non poteva fallire quella burla per quanto rozzamente congegnata. Il lavoro accorto del burlone l’aveva preceduta, e non c’era stato bisogno che l’accompagnasse. Il burlone l’aveva spiato, e gli aveva presentato un contratto, che non era stato inventato, ma accuratamente copiato dall’animo suo. Non s’era egli atteso una cosa simile, da quasi mezzo secolo? E quando gli fu presentato, in lui non ci fu sorpresa, né ci poteva essere diffidenza alcuna. Non aveva neppure guardato in faccia coloro che glielo avevano presentato. Era cosa che gli spettava, ed arrivava a lui per una data via che non aveva importanza. Dunque egli era stato burlato come in altre età i cornuti e gli scemi, coloro che la burla meritavano.
Per questo gli coceva la burla, non per la perdita del denaro promesso. Neppure un istante pensò al debito contratto col Brauer in conseguenza della burla. Prima di tutto gli oggetti acquistati erano in casa ancora intatti, eppoi non ci si può figurare a quali impegni si possa corrispondere col volere onesto. Il denaro non aveva importanza. Invece lo straziava la persuasione di aver perduto irrimediabilmente la ragione della sua vita. Mai più gli sarebbe stato concesso di ritornare allo stato in cui era vissuto sempre, nutrendosi delle solite porcheriole condite da quel sogno alto che stereotipava il sorriso sulle sue labbra.
L’aggettivo di burlato non s’attaglia in pieno che alla vittima di una burla che abiti in una città non grande abbastanza per correrne le vie sicuro, cioè sconosciuto. Ogni sua nota debolezza lo accompagna per via insieme alla sua ombra. Tutte le persone dello stesso ceto vi si conoscono ed ognuno ficca le unghie nelle ferite del vicino. Ognuno ha il suo destino quaggiù, ma, quand’è noto a tutti, si rincrudisce per un incontro, per un’occhiata. Mai più si sarebbe potuto liberare dal marchio di quella burla. Se mai aveva potuto dimenticare che una donna lo aveva burlato respingendolo. Oramai tanto vecchio, essa tuttavia non sapeva reprimere un cattivo sorriso quando lo vedeva. Con l’equanimità del letterato, Mario ricordò che anche lui era per altri un rimprovero vivente, perché in città v’era qualcuno che si turbava al solo vederlo. Buono com’era, egli aveva tentato d’addolcire quei rapporti, ma non vi era riuscito, anche perché tali imbarazzi non si levano, ma s’aggravano con le spiegazioni. Ed egli non aveva fatte mai delle burle, ma la vita sapeva inventarne anche di più atroci di quelle del Gaia, e bastava saperne per esser considerato dalle vittime un vero nemico.
La notte sarebbe stata orrenda, se non fossero intervenute ad alleviarla le favole. Capitarono innocenti, come se l’avventura col Westermann non le riguardasse, e trovarono subito e incontrastato l’accesso a quella stanza. Meritavano tale accoglienza. Esse erano purissime, non bruttate dalla burla. Nessuno aveva potuto spiarle. Erano più pure ancora perché Mario stesso non le aveva mai considerate se non una sua appendice, una sua forma di sorriso e di respiro. Il Gaia non aveva previsto ch’egli poteva guarire Mario da una letteratura, ma non da tutta la letteratura.
Eran tre le gentili soccorritrici e si tenevan per mano, ma ciascuna gli si rivelò distinta al momento opportuno per confortarlo e guidarlo.
Ecco come si manifestò la prima: Mario tremava al pensiero che forse egli non avrebbe saputo essere virile abbastanza per punire il Gaia, non perché temesse di lui, ma perché non avrebbe saputo abbordarlo e affrontare la sua derisione meritata. Un uccellino accanto a lui sospirava: «Anche la debolezza ha il suo conforto». E nasceva la favola: «Un uccellino fu strozzato da uno sparviero. Non gli fu lasciato che il tempo sufficiente ad una protesta molto breve, un solo altissimo grido d’indignazione. All’uccellino parve di aver fatto tutto il suo dovere, e la sua animuccia se ne vantò, e volò superba verso il sole per perdersi nell’azzurro». Quale conforto! Mario si fermò ad ammirare quell’azzurro cui l’anima degli uccellini appartiene come la nostra al paradiso.
La seconda venne a correggere con un sorriso il proposito gridato ad alta voce di non occuparsi mai più di letteratura. Arrivava ben tardi quel proposito. E Mario ne seppe ridere come se qualche bestiolina innocente accanto a lui avesse commesso il medesimo errore: «Un uccellino fu ferito da un colpo di fucile. L’ultimo suo sforzo fu dedicato a involarsi dal luogo ove era stato colpito con tanto fragore. Riuscì a ficcarsi nell’oscurità del bosco ove spirò mormorando: “Son salvo”».
E la terza chiarì la seconda. Perché celare la propria letteratura è facile. Basta guardarsi dai piaggiatori e dagli editori. Ma rinunziarvi? E come si fa allora a vivere? La seguente tragedia lo incorò a non fare quello che il Gaia avrebbe voluto: «Un uccellino acciecato dall’appetito si lasciò impaniare. Fu posto in una gabbiuccia ove le sue ali non potevano neppure stendersi. Sofferse orribilmente, finché un giorno la sua gabbia non fu lasciata aperta, ed esso poté riavere la sua libertà. Ma non ne godette a lungo. Reso troppo diffidente dall’esperienza, dove vedeva cibo sospettava l’insidia, e fuggiva. Perciò in breve tempo morì di fame».
E, confortato da quei tre uccellini periti tutt’e tre, Mario avrebbe potuto trovare anche il sonno. Ma in quella s’accorse che nella sua stanza mancava qualche cosa cui egli era uso: il russare del fratello. Che Giulio non dormisse ancora? A quell’ora! Sarebbe stata una cosa grave.
Si accostò in punta di piedi alla porta dell’altra stanza. La luce vi era spenta, ma Giulio, tuttavia desto, lo sentì e lo pregò di entrare.
Quando Mario ebbe accesa la lampada, Giulio lo guardò timoroso, e per la paura di dover sopportare degli altri rimproveri, confessò il proprio turbamento: «Non so consolarmi di aver aggravato i tuoi pensieri col non ricordarmi le precise parole che mi furono dette da quel giovinetto».
«E non dormi per questo? – esclamò Mario profondamente addolorato. – Oh, te ne prego. Dormi, dormi subito. Adesso so perché non potevo dormire io stesso. Per chetarmi devo sentir dormire te. Via, mettiti in pace. Di quella storia parleremo domani…». E s’accinse a spegnere la luce.
A Giulio non pareva vera tanta dolcezza che pioveva sul suo letto. E volle goderne ancora. Impedì a Mario di spegnere la luce: «Tu sei più calmo ora. Perché non si potrebbe farmi ora la lettura? Sei poi guarito della gola? Io non dormo più bene dacché di sera non si legge più».
E Mario, in piena buona fede, perché non ricordava più in quale stato d’animo si fosse trovato quando il successo gli arrideva vicino e sicuro, esclamò: «Io non lo sapevo, perché altrimenti t’avrei letto ogni sera quanto e più di quanto t’occorra. Il male di gola non era gran cosa, e m’è passato. Se vuoi ti leggerò De Amicis e Fogazzaro. Così avrai pronto il sonno».
Quest’ultima frase farebbe credere che già allora la burla avesse perduto ogni efficacia. Se il Gaia fosse stato presente, sconfortato, avrebbe pensato che con un presuntuoso simile ogni burla era vana. Invece, in verità, in quel momento, per Mario, la letteratura non esisteva affatto. Esisteva solo il fratello malato, cui bisognava propinare quanta letteratura occorresse. E si rassegnava ad abbassare la propria o l’altrui all’ufficio di clistero.
Ma quella sera non volle leggere. Era tardi, ed egli aveva bisogno di qualche ora di sonno. Bisognava arrivare al Gaia sereno e riposato. E invece che letteratura regalò a Giulio ancora dell’altro affetto. Lo trattò maternamente, con autorità e con grande dolcezza, con imposizioni e promesse. Gli disse che ora doveva dormire, ma che la sera appresso sarebbero ritornati insieme al loro dolce costume antico. Gli avrebbe letto cose d’altri, ma anche cose proprie di cui non gli aveva parlato mai e che ora gli confidava. Tante favole raccolte nella solitudine più assoluta. Nessun altro doveva sospettarne l’esistenza. Si trattava di una letteratura casalinga, nata nel cortile e destinata a quella camera. Anzi non era letteratura perché letteratura è una cosa che si vende e si compera. Questa era per loro due e nessun altro. «Vedrai, vedrai. Son brevi, e non s’adattano perciò a ninna nanna. Ma io ti dirò, leggendole, come son nate, perché ognuna d’esse ricorda una mia giornata, anzi la correzione della mia giornata. Ho da pentirmi di tutto quello che feci, ma vedrai che il mio pensiero fu più accorto delle mie azioni».
Poco dopo Giulio russava, e Mario, beato del suo successo col fratello, s’addormentò anche lui non molto più tardi. E al sibilo violento della bora, fecero bordone i suoni ritmici di Giulio e, presto, anche qualche alto grido di Mario, che, nel sogno, continuava ad essere convinto di meritare altro, di meritare meglio. La burla non arrivava ad alterare il suo sogno.

VIII

Ma la mattina di buon’ora, egli si destò e ritrovò il suo dolore e la sua ira. Il mondo, ove tuttavia imperversava la bora sotto ad un cielo fosco, gli appariva ben triste, perché privato dell’esistenza del Westermann.
Il fratello dormiva ancora. Andò alla sua porta. Mario sorrise contento al sentire che nel lungo riposo la respirazione del dormente s’era fatta meno rumorosa. Pensò ad alta voce: «Ritorno subito a te, intero, a te che mi vuoi bene».
Lottando con la bora, egli s’avviò diritto all’abitazione del Gaia, situata in una delle vie parallele al Canale, a quell’ora ancora deserte. Stava anche per salire dal Gaia, ma poi si pentì, e ritornò sulla via. Quelle spiegazioni non dovevano avere dei testimoni. Bisognava fare in modo che la burla – se realmente si trattava di una burla – non si divulgasse. Per il momento egli avrebbe aspettato il Gaia sulla via e poi, se fosse occorso, l’avrebbe indotto a seguirlo in luogo ove lo avrebbe potuto punire. Come erano fatti i luoghi ove si poteva punire senza sfigurare? Mario non lo sapeva. Ma, teorico come era, gli pareva di aver già stabilito tutto. L’importante era di trovare il Gaia.
Ebbe fortuna, intanto. Quando già cominciava a soffrire del freddo intenso, vide apparire il commesso che correva. Rincasato tardi come al solito, aveva aspettato nel letto l’ultimo momento utile per arrivare in tempo al suo dovere.
Mario, che ora batteva i denti (non sapeva neppur lui se dal freddo o dall’eccitazione), l’affrontò ruminando parole relativamente miti con cui domandare delle spiegazioni. Ma il Gaia ebbe la sfortuna d’essere poco attento, forse causa la fretta. Senza averlo salutato, gli domandò: «Hai avuto notizie del Westermann?».
Le parole preparate con tanta accuratezza, svanirono, e Mario non ne trovò altre. Il suo organismo intero era come un arco che nelle lunghe ore d’impazienza si fosse teso sempre più fino al limite della resistenza. Scattò: lasciò cadere sulla faccia del Gaia un manrovescio enorme di cui non avrebbe creduto capace la sua mano e il suo braccio, che da lunghi anni non avevano conosciuto alcun moto violento. Il colpo fu tale che dolsero anche a lui il pugno ed il braccio, e fu in procinto di perdere l’equilibrio.
Il cappello del Gaia era stato abbandonato alla bora che lo sollevò alto, alto. Ora un cappello, specie quando soffia la gelida bora, è un oggetto molto importante, e il Gaia perdette la poca capacità di reazione che poteva avere, per seguirlo con l’occhio, esitante se non dovesse rincorrerlo. Ciò gli conferì per un istante un’aria d’indifferenza che fece trasalire Mario. Forse egli aveva sbagliato. Forse il Westermann esisteva tuttavia. E allora che figura avrebbe fatto? Fu un attimo angoscioso e di speranza intensa. Aveva ancora la minaccia nell’occhio, e pur supponeva che forse un momento dopo si sarebbe dovuto gettare ai piedi del Gaia.
Ma intanto il cappello del Gaia, dopo essere calato a terra, sparì ruzzolando sul marciapiedi, dietro al prossimo svolto. S’avviava al Canale, alla definitiva perdizione, ed il Gaia comprese che non lo poteva ripigliare. S’avvicinò a Mario, da cui l’aveva allontanato il manrovescio, e Mario si sbiancò accorgendosi che voleva parlare e non reagire. Da tutte le bestie intelligenti si osserva che un forte dolore fisico come quello prodotto al Gaia dalla percossa, dà intero il sentimento del proprio torto. Intanto, per poter protestare, confessò: «Perché? Per uno scherzo innocente».
E così Mario apprese con disperazione ma anche con sollievo che il Westermann proprio non esisteva. Confermò subito il manrovescio precedente con un altro. E gli sarebbe bastato, se il suo mite animo avesse potuto intervenire. Ma è difficile, per chi manca di pratica, cessare dal picchiare quando vi si è abbandonato con piena violenza. Perciò piovvero sulla testa del povero viaggiatore di commercio due altri fortissimi colpi, appioppati da Mario a due mani, perché oramai la sinistra doveva aiutare la destra ch’era quasi paralizzata dal dolore.
Appena allora il Gaia si sentì imposta la resistenza, visto che senza di essa non poteva sapere quando Mario avrebbe interrotta la sua azione. S’accostò minaccioso a Mario, ma era tanto debole che un altro colpo raggiunse in pieno la sua faccia sebbene egli l’avesse parato a tempo. Fu anche spaventato da un grido roco di Mario che gli parve significare un’ira inumana. Era stato invece strappato a Mario dal dolore al braccio lussato. Il naso del Gaia sanguinava e, col pretesto di coprirselo col fazzoletto, il povero burlone s’allontanò di un passo da Mario.
Non era quello il vero posto adatto a punizioni, ma Mario non se ne accorse. Una donna del popolo, tonda e infagottata, con una cesta al braccio, si fermò a guardarli. Il Gaia si vergognò anche perché Mario aveva finalmente riacquistata la parola e gli lanciava delle insolenze: «Ubbriacone, svergognato, mentitore». Volle trovare un’espressione virile, ma non seppe perché si sentiva male, molto male, ed era anche impensierito. Egli sapeva con certezza di essere stato percosso al capo, e non comprendeva perché gli dolesse il fianco. Se gli fosse doluta la testa non vi avrebbe dato peso. Col fiato corto, disse a Mario: «Non comportiamoci da facchini. Io sono interamente a tua disposizione».
«Ma che parli di cavalleria, tu? – urlò Mario. – Non senti neppure la vergogna degli schiaffi che avesti?». E qui Mario trovò finalmente il modo di dire le parole con le quali avrebbe voluto iniziare le spiegazioni: «Ricordati che se tu divulghi la burla che osasti, io rendo noto quanto qui è avvenuto e rinnovo il trattamento che ora subisti, ma anche a calci». Ricordò che a questo mondo esistevano anche i calci, e ne inferse subito uno al povero Gaia.
Il quale, sempre ripetendo ch’era a disposizione di Mario, e tenendo coperta col fazzoletto metà della faccia, si ritirò verso casa sua, negli occhi una minaccia, ma il corpo del tutto inerte. Mario non l’inseguì, e, stomacato, gli volse le spalle.
Si sentiva meglio, molto meglio. Le vittorie dello spirito, non v’ha dubbio, sono molto importanti, ma una vittoria dei muscoli è salutare assai. Il cuore acquista novella fiducia nel vaso in cui batte, e si regola e rafforza.
S’avviò al proprio ufficio. La bora soffiava tanto violenta che sul ponte del Canale egli dovette arrestarsi per raccogliere le forze prima di varcarlo. Ebbe così uno spettacolo che veramente lo esilarò. Sull’acqua navigava verso il mare aperto, e abbastanza velocemente, il cappello del Gaia. Veleggiava proprio. La vela era costituita da un tratto della falda, che sporgeva dall’acqua e dava presa al vento.
Affrontò poi virilmente il momento sgradevole di dire della burla al Brauer. Fu facilissimo. Il Brauer ascoltò senza batter ciglio. Non provava alcuna sorpresa perché ricordava ancora quella avuta all’apprendere che per un romanzo venisse offerta una somma tanto ingente. Applaudì quando apprese del primo manrovescio inferto al Gaia e, al secondo, abbracciò Mario.
Poi avvenne l’inaspettato. Una scoperta: anche agli uomini più pratici accade di seguire da vicino lo svolgimento dei fatti, di conoscerli interamente dal loro inizio, e di restare poi stupiti trovandosi di fronte ad un risultato che si sarebbe potuto prevedere, stendendo sulla carta un paio di cifre. Gli è che certi fatti spariscono nella nera notte quando accanto a loro altri brillano di luce troppo fulgida. Finora tutta la luce s’era riversata sul romanzo, che ora piombava nel nulla, e appena adesso il Brauer si ricordava di aver venduto per conto di Mario duecentomila corone al cambio di settantacinque. Ma il cambio austriaco, negli ultimi giorni, s’era affievolito di tanto che, per quella transazione, Mario si trovava ad aver guadagnato settantamila lire, giusto la metà di quanto avrebbe ricevuto se il contratto col Westermann fosse stato fatto sul serio.
Mario dapprima urlò: «Io quel sozzo denaro non lo voglio». Ma il Brauer si sorprese e s’indignò. Al letterato poteva spettare in commercio il diritto di stendere una lettera, ma non di giudicare di un affare. Rifiutando quel denaro, Mario si dimostrerebbe indegno di qualunque collaborazione in commercio.
Incassato il grosso importo, anche Mario fu pieno d’ammirazione. Strana vita quella dell’uomo, e misteriosa: con l’affare fatto da Mario quasi inconsapevolmente, s’iniziavano le sorprese del periodo postbellico. I valori si spostavano senza norma, e tanti altri innocenti come Mario ebbero il premio della loro innocenza, o, per tanta innocenza, furono distrutti; cose che s’erano viste sempre, ma parevano nuove perché si avveravano in tali proporzioni da apparire quasi la regola della vita. E Mario, per quei denari che si sentiva in tasca, stette a guardare con sorpresa, e studiò il fenomeno. Abbacinato mormorò: «È più facile conoscere la vita dei passeri che la nostra». Chissà che la vita nostra non apparisca ai passeri tanto semplice da far creder loro di poter ridurla in favole?
Il Brauer disse: «Quel bestione di un Gaia, giacché aveva architettata una burla simile, avrebbe dovuto basarla su una somma di almeno cinquecentomila corone. Tu allora avresti avuto in tasca tante di quelle corone da bastarti per tutta la vita».
Mario protestò: «Io, allora, non ci sarei cascato. Non avrei mai ammesso che per il mio romanzo si pagasse tanto». Il Brauer tacque.
«Che questa mia fortuna non renda più nota la burla che dovetti subire» augurò Mario angosciato.
Il Brauer lo rassicurò. Nessuno l’avrebbe appreso, perché alla Banca nessuno sapeva a quale origine fosse dovuto quell’affare. Infatti neppure il Gaia ne riseppe; ché, se no, con ragione avrebbe domandato il suo cinque per cento di provvigione.
I denari furono molto utili ai due fratelli. Data la modestia delle loro abitudini, garantivano loro per lunghissimi anni, se non per sempre, una vita più facile. E la smorfia che Mario aveva abbozzato incassandoli, non la ripeté quando li spese. E talora gli parve persino che gli fossero provenuti – premio pregiatissimo – dalla sua opera letteraria. Però il suo intelletto abituato a concretarsi in parole precise, non si lasciava ingannare quanto sarebbe occorso per la sua felicità.
Lo prova la favola seguente, con la quale Mario tentava di nobilitare il proprio denaro: «La rondinella disse al passero: “Sei un animale spregevole, perché ti nutri delle porcheriole che giacciono”. Il passero rispose: “Le porcheriole che nutrono il mio volo, s’elevano con me”».
Poi, per difendere meglio il passero col quale s’immedesimava, Mario gli suggerì anche un’altra risposta: «È un privilegio quello di saper nutrirsi anche delle cose che giacciono. Tu, che non l’hai, sei costretta all’eterna fuga».
La favola non voleva finire più, perché molto tempo dopo, con altro inchiostro, Mario fece parlare un’altra volta il passero: «Mangi volando, perché non sai camminare». Mario si metteva modestamente fra gli animali che camminano, animali utilissimi che possono, in verità, disdegnare coloro che volano, cui il piacere di volare tolse ogni desiderio di altro progresso.
E non era finita. Pare anzi che a quella favola pensasse ogni qualvolta sentiva la comodità di disporre di tanto denaro. Un giorno addirittura s’arrabbiò con la rondinella, che pur non aveva aperto il becco che una volta soltanto: «Osi biasimare un animale perché non è fatto come te?».
Così parlava il passero col suo cervellino. Ma se fosse fatto obbligo ad ogni animale di badare ai fatti proprii e non imporre le sue propensioni e perfino i suoi organi agli altri, non ci sarebbero più delle favole a questo mondo; ed è escluso che Mario abbia voluto proprio questo.

Italo Svevo
Trieste, 14 Ottobre 1926.

Italo Svevo – Lo specifico del Dottor Menghi

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La seduta della Società Medica stava per essere chiusa quando il dottor Galli, un socio che per invincibile timidezza non prendeva mai la parola, si alzò e informò l’assemblea che il dottor Menghi, al suo letto di morte, l’aveva pregato di leggere alla Società una sua memoria su un nuovo siero da lui scoperto. – Mi pare si tratti di un nuovo siero! – si corresse il dottor Galli dubbioso.
I medici più giovani gridarono subito: – Si legga, si legga!…
Ho deciso che la mia invenzione muoia con me ma non so risolvermi a conservare il segreto sulle strane esperienze che con tale invenzione mi è stato concesso di fare. Non potendo perciò mettere a disposizione di tutti il materiale che servì a me per i miei esperimenti, mi sarà difficile di far credere nella verità di quanto sto per esporre. Mi sostiene la fiducia che le mie parole, essendo tutte basate su fatti controllati con la massima accuratezza, portino impresso il segno della verità. Perciò la mia memoria non è destinata al grande pubblico che tale verità non saprebbe riconoscere ma ad una cerchia ristretta di scienziati. Non temo i tanti nemici che ho anche fra voi. Soffersi molto per le vostre ironie. Ora che scrivo a chi leggerà quando sarò morto, mi sento aleggiare d’intorno la pace che vigerà allora; io non soffrirò più ed è altrettanto certo che voi lascerete il morto in pace.
La quiete che mi deriva da tali idee mi fa riconoscere volentieri che io vi diedi talvolta motivo a dubitare di me. Molti anni or sono, con precipitazione giovanile io proclamai la mia scoperta di un siero atto a ridare istantaneamente ad un organismo vizzo la prisca gioventù. Fu poi provato che la gioventù data da me durava troppo poco ed un mio avversario cui non serbo rancore per quanto m’abbia ferito con tanta malizia, asserì che la mia gioventù non era altro che una corsa pazza alla vecchiaia. Lo riconobbero tutti però: io avevo scoperto uno stimolante incomparabile superiore a tutti quelli finora in uso. Nella mia superbia sdegnai di vantarmene: non era un risultato adeguato allo sforzo per fermare la gioventù, di scoprire uno stimolante anche esso di applicazione limitata perché non assimilabile che da organismi dotati ancora di piena vitalità. Ne parlo perché oggi io amo quella mia bella scoperta che abbreviava la vita ma la rendeva intensa mentre la scoperta di cui ho da parlarvi e che raggiunse il suo scopo mi fa ribrezzo. Parlo della prima anche perché ha relazione diretta con l’argomento per cui scrissi questa memoria. E non è per difendermi ma per schiarire che io neghi che il mio avversario abbia avuto ragione asserendo che il mio specifico meritasse la definizione di alcole Menghi. Il mio specifico è toto genere differente dall’alcole. L’alcole rallenta il ricambio della materia; il mio lo precipita, ed è così che, mentre l’alcole impaccia il lavoro del cuore fino ad esaurirlo, il mio specifico la facilita tanto che l’organismo intero vi soggiace. Notate: l’organo che è la sorgente della mia vita non trovando ostacoli in un organismo tutto vitale esorbita e uccide. Il dottor Clementi mi aiutò a costruire tale teoria che seppelliva la mia scoperta; anzi – lo riconosco volentieri – le parole sono tutte sue. E questa teoria, anzi queste parole, dovevano condurmi diritto diritto all’antidoto dell’alcole Menghi. Il mio nuovo siero fu immaginato perciò prima teoricamente e adesso dopo le varie esperienze che ne feci non ho nulla da mutare alla sua teoria. Mai pensai di aver trovato la pietra filosofale, la vita eterna; io dovevo arrivare ad un’economia delle forze vitali per la quale la vita fosse allungata incommensurabilmente. E mi sarebbe bastato! Mi sarebbe bastato di poter dire all’artista e allo scienziato: Ecco! La vita non è breve più neppure per voi!
L’assemblea di scienziati cui mi dirigo difficilmente potrà comprendere come io abbia potuto rinunziare alla gloria. Oh! Ve ne prego: Ammettete per un istante che uno degli inventori dei terribili esplosivi moderni avesse esitato di comunicare alla nostra umanità immatura la sua invenzione, lo comprendereste voi? Da me, poi, questo scrupolo fu aggravato da una promessa fatta alla persona più cara ch’io m’abbia avuta e cioè al suo letto di morte. Letta questa memoria comprenderete certo l’importanza della scoperta e dei miei studi e nello stesso tempo la ragionevolezza dei miei scrupoli.
Vado indagando che cosa io vi possa dire della mia scoperta tanto da rendervi possibile seguirmi negli esperimenti che vi descriverò minutamente e non tanto da rivelarvela. Lo specifico – l’avrete già immaginato – appartiene all’organoterapia. Lo conquistai da un animale longevo per eccellenza. Non pensate a certi pesci d’acqua dolce la cui vita – come si constatò in certi parchi – dura oltre tre secoli. Io trovai quale fosse l’animale più longevo con la semplice osservazione del suo metodo di vita, del suo modo di moversi, di guardare e specialmente di attaccare e difendersi. Fu sempre l’alcole Menghi che mi fornì gli elementi ad un’osservazione tanto sicura. Gli animali e le persone cui fu iniettato quell’abbreviatore di vita hanno i movimenti rapidi anzi violenti. Non sanno prendere ma afferrano, non sanno lasciare ma gettano. Hanno inoltre la veglia e il sonno intensi e brevi. La loro giornata conta, anziché ventiquattr’ore, dodici e anche meno. L’animale longevo di cui parlo ha la giornata di un anno (io so dove correte col pensiero ma v’ingannate), i suoi movimenti sono lenti, sicuri e misurati.
Se anche indovinaste di quale animale si tratti, non trovereste mai più quale suo organo mi diede il siero di cui abbisognavo. C’è un mitigatore nel nostro organismo! È ammirabile come i casi della vita s’adattino a servire l’uomo operoso. Quando pensai la teoria dell’antidoto all’alcole Menghi ricordai un’esperienza di vivisettore di cui, assistendovi, non avevo compreso subito la portata. Ripetei subito l’operazione e non ebbi più dubbii. Allontanato quel dato organo la vitalità dell’animale si esacerbava come per effetto dell’alcole Menghi. Feci poi un’esperienza che confermò luminosamente la mia idea. Privai di quell’organo quell’animale e l’avvelenai con della morfina. Esso resistette all’azione del veleno molto meglio che non un animale cui l’operazione non era stata praticata. E si capisce: L’organo mitigatore è cieco come tutti gli altri nostri organi ed il suo lavoro – benefico finché è circondato da organi vitali – diventa abbreviatore di vita quando questa vitalità sta per spegnersi. Per quanto indebolito esso arresta l’impulso che sarebbe stato sufficiente appena appena. La mia scoperta era fatta o, meglio, il mio lavoro era terminato. Il resto doveva essere abbandonato alle funzioni più occulte della natura. Se la mia Annina (chiamai così il mio siero in onore di mia madre) agiva come tiroidina e l’ovarina che vanno nel sangue e operano all’origine senz’aver bisogno di passare per l’organo alla cui insufficienza suppliscono, allora il mio moderatore probabilmente non avrebbe impedito lo sforzo e così, solo così, sarebbe risultata l’economia vitale che io cercavo.
Trovo fra le mie carte il bollettino su cui registrai la mia scoperta. Porta la data del cinque Maggio. Io non sono superstizioso ma la coincidenza di date è pur strana: Il cinque Maggio è una data che si chiama Napoleone, l’uomo il cui polso batteva all’unisono con l’orologio. Il ricordo del grande dalle sessanta pulsazioni normali mi diede una speranza che mi rese addirittura malato. Se oltre che all’allungamento della vita io giungessi a qualche cosa d’altro e di più alto ancora.
Le prove mi costarono molto e il mio piccolo bilancio ne fu dissestato. I miei studii mi avevano impedito di dedicarmi assiduamente alla mia pratica e poi i clienti più ricchi m’avevano abbandonato dopo l’insuccesso dell’alcole Menghi che da alcuni dei miei confratelli era stato presentato addirittura quale ciurmeria di un pazzo. Le mie difficoltà m’indussero a confidarmi a mia madre.
Mia madre! Io non so se qualcuno di voi abbia conosciuta mia madre. Questo so: Se uno di voi l’ha mai vista e sia pure per pochi istanti, non l’avrà dimenticata giammai. La persona alta, diritta, occhio nerissimo dolce e imperioso nello stesso tempo, la carnagione giovanile in contrasto con la chioma bianca del tutto, ma bianca candida, come di neve giovine.
Scusate se vi parlo di mia madre ma, come vedrete, essa appartiene al mio argomento. Se essa non fosse stata in vita allora, forse a quest’ora il potente farmaco da me inventato sarebbe nelle mani di tutti.
Mio padre tenne per lunghi anni a Venezia un negozio di droghe molto importante. A trentacinque anni, circa un lustro dopo di esser sposato s’era dato alla malavita. Ebbe delle donne, giuocò e – credo ma non lo so di certo – si diede al vizio del bere.
Per fortuna mia madre subito s’accorse del suo mutamento. Con l’energia ch’io le conobbi sempre nelle piccole e nelle grandi cose ma che allora nessuno avrebbe sospettata in lei, essa, quando dovette abbandonare la speranza di ricondurlo sulla strada retta, non s’abbandonò a vane querimonie ma assunse la direzione degli affari del marito che glielo permise a patto gli si lasciasse del denaro e il tempo per goderne.
Finché egli visse fu una lotta di ogni giorno contro di lui prima di tutto che voleva sempre più denaro, e poi contro i creditori impazienti che da ogni parte reclamavano il loro avere, e contro i fornitori che non volevano più fare credito.
Quando mio padre morì di una pneumonite seguita al terzo giorno da esaurimento cardiaco (è solo da ciò ch’io arguisco ch’egli fosse dedito al bere perché mia madre non me lo confermò giammai) le cose migliorarono subito per quanto mia madre non volesse riconoscerlo e si proclamasse fino all’ultimo giorno della sua penosa esistenza quale la più infelice delle donne. Migliorarono in questo senso: Prima sulla faccia di mia madre era stata perennemente stampata un’incurabile tristezza e nello stesso tempo l’ambagia pel destino proprio, pel destino di lui (sì, anche di lui) e pel destino mio soprattutto. Morto mio padre la bella figura si eresse di nuovo per curvarsi solo nel singhiozzo frequente. Ed essa parlava continuamente del marito morto avendo dimenticato di lui i cinque o sei ultimi anni. A me insegnava ad onorarne la memoria ed anzi essa la lavava perché nei miei ricordi di fanciullo doveva essere rimasta impressa la sua fisionomia minacciosa di malcontento che esige, esige e non dà.
Queste qualità di mia madre vengono poste più in alto quando si apprende di quale intelligenza essa fosse dotata. Essa accumulò in commercio in breve tempo una piccola fortuna apprendendo da sé tutti quei complicati particolari che costituiscono la scienza commerciale. Io non credo accade di spesso che una donna non provveduta di certa cultura, abbia una facilità tale di comprendere tutto.
Fino all’epoca della decadenza morale di mio padre, mia madre non s’era occupata che della sua cara casetta ove aveva fatto da padrona e da serva. Poi oltre agli affari ebbe sempre da attendere anche alla casa.
Mi concesse il suo aiuto con una prontezza che mi meravigliò. Io che la conoscevo commerciante fino al midollo, calcolatrice come un banchiere, astuta e previdente, esitante e dubbiosa ad ogni decisione che potesse implicare la diminuzione di un utile oppure una piccola perdita, fui stupito e commosso di vederla accogliere immediatamente la mia proposta. Aveva fatti rapidamente i suoi calcoli: Poteva concedermi per tre anni un sussidio mensile di mille lire, proprio l’importo che avevo domandato. Concluse dicendomi con una carezza: – Alla peggio mi resterà tanto da aprire un’altra drogheria -. Eppure essa allora s’era già convinta ch’io non cercavo il mio siero per farne – come essa da prima aveva creduto – una speculazione commerciale.
Né a me né a lei la probabilità di dover riaprire una drogheria parve una minaccia grave. Avevo indovinato da lungo tempo ch’essa soffriva di essere stata privata dell’attività cui aveva dedicato tanta parte di se stessa e nella quale aveva trovate non piccole soddisfazioni. Prima non aveva conosciuto che agitazione e stanchezza, ora invece soffriva oltre che di agitazione e di stanchezza anche di noia. Dirigere una casa e comandare ad una serva era ben poco per chi come mia madre aveva diretta un’azienda e comandato a due o tre impiegati e a varii facchini. La casa era tanto accuratamente sorvegliata che finì coll’avere un solo difetto: Vi si parlava troppo di ordine. Chi ci vendeva la carne o gli erbaggi doveva stare bene all’erta perché tutto quello che veniva in casa era pesato, esaminato, cribrato e mamma aveva trovato il modo di lavorare altrettanto nella piccola casetta quanto nella grande azienda.
Di mia madre devo dire ancora ch’essa era una grande egoista di un egoismo in cui comprendeva me solo. Ricordo a questo proposito ch’essa non carezzò giammai i figli degli altri com’essa diceva. Non li amava e, in grazia mia, tollerava qualcuno nella nostra retrobottega; ma l’antipatia sua trapelava tanto chiara che ben presto tutti m’abbandonarono e mi lasciarono goder solo la retrobottega e la merendina del pomeriggio. Ai suoi clienti essa riservava sorrisi e parole cortesi in cui io che la conoscevo di lei tutt’altri sorrisi e tutt’altre parole, sentivo la falsità. Quando essa credette di dover ingiungermi il sacrificio di rinunziare alla mia gloria, al risultato già ottenuto di tanti miei studi in favore degli altri ch’essa non amava, io dovetti obbedire perché le ragioni che la inducevano a tale domanda dovevano essere ben forti.

Dal giorno in cui chiesi il suo soccorso, essa domandò di poter lavorare con me. Erano molti anni che non si lavorava insieme. Essa m’aveva insegnato a leggere nel suo mezzà e la ricordo pronta di venire ad aiutarmi e ad insegnarmi per poi abbandonarmi e correre ai suoi affari. Questo metodo ebbe delle conseguenze non so se buone o cattive pel mio avvenire. Io credo mi sia derivato da esso una bramosia febbrile di mutare ogni mia idea in un’azione, bramosia che può talvolta spingermi a comunicazioni premature ma che all’incontro mi spinge a precisare sinteticamente le idee mentre altri perde tempo in errori e illusioni. Capisco che nel laboratorio l’idea si realizza immediatamente ma in una forma non precisa. Io ammetto una somiglianza fra l’animale evoluto e il non evoluto ma non ne ammetto l’identità. Bastano le esperienze fatte con l’Annina per stabilirne la diversità.
Quando mamma cominciò a lavorare con me in laboratorio la mia scoperta era già perfetta. Non si trattava più che di produrre una quantità sufficiente di Annina per procedere a esperimenti seguiti. La massima parte del nostro tempo fu impiegata a discussioni sulla teoria che ne risultò più chiara.
Essa capì presto e bene. Vero è che per farmi intendere meglio usavo meno possibile di termini scientifici anzi ricorrevo a un linguaggio che la scienza rifiuta.
La vita animale è comparabile all’ebollizione di una caldaia d’acqua posta su un focolare di cui il combustibile sia limitato. Quest’ebollizione può finire perché il combustibile vada ad esaurirsi o perché l’acqua a forza di bollire svampisca. Nel primo caso si avrebbe una morte per esaurimento; nel secondo per abbruciamento. Ora è evidente che la vita animale è assicurata da un eccesso di calore; voglio dire che l’equilibrio fra l’acqua e il fuoco non è perfetto e che la vita potrebbe durare di più se l’ebollizione potesse essere diminuita. Per esempio è evidente che il calore emanato dal nostro corpo è una perdita; quanta parte di questa perdita è necessaria per proteggere la nostra periferia? Per essere più precisi: È noto che impiegando utilmente la forza manifestata (e perciò perduta) dal cuore in ventiquattr’ore si potrebbero sollevare chilogrammi quattromila a un metro d’altezza. È un eccesso! Quanta parte di questa forza è necessaria per alimentare la nostra vita e quanta parte va perduta o risulta dannosa? L’avvenire della scienza igienica è tutto nella soluzione di tale problema. Io intanto so che questa forza è eccessiva e lo so prima di tutto pel fatto che molti individui di cui il calore manifesto era inferiore, si dimostrarono più forti di quelli dalle pulsazioni affrettate e dal calore trapelante da ogni poro. La forza latente è la sola forza; quella che si può percepire coi nostri sensi o misurare coi nostri istrumenti è la perdita della forza. E avete osservato come il cervello funzioni egregiamente in individui il cui cuore abbia declinato? Io ho constatato delle menti lucide anzi acute in persone il cui polso non si poteva più contare per la sua debolezza e velocità.
Io mi abbandonai tutto al piacere di far sentire a mia madre la grandezza e l’originalità della mia idea. Non avevo oramai che da dire una parola e mamma pensava il mio pensiero. Avevo bisogno di una tale collaborazione! Di solito quando lavoro mi lascio andare spesso alle mie fantasticherie. Mi arresto a contemplare le ultime conseguenze delle mie idee, le accarezzo, ne ammiro il futuro successo e oblio il lavoro necessario per realizzarle. Con mia madre ciò non era possibile. Essa portava seco in laboratorio i sistemi che tanto le avevano giovato negli affari.
L’Annina nella sua forma più pura, cioè quale un siero tratto direttamente dall’organo moderatore dimostrò di essere un veleno di una potenza incomparabile. Con un decigrammo nel sangue si uccideva un cane giovine e forte in quaranta secondi. Dapprima mia madre non voleva credere si trattasse di una morte reale. Accarezzava il cane per farlo tornare in sé. Poi, convinta, piegata ancora sul corpo dell’animale, pallida, pallida, mi domandò – Tu non volevi questo?
La rassicurai dicendole che il caso era stato previsto. Il siero di cui avevo a servirmi doveva essere ben altrimenti elaborato di questo. Essa rimase commossa e per lungo tempo dubbiosa.
Ciò mi spinse ad un lavoro febbrile per toglierle al più presto tale dubbio. Preparai un coniglio con iniezioni seguite per vani giorni di dosi minime di Annina. Ne raccolsi il sangue che, sterilizzato, considerai quale il siero voluto. Feci tutto questo lavoro alla chetichella per poter sorprendere mia madre e così la memoranda giornata del due Giugno cominciò per me con un trionfo come non ne ebbi altro in mia vita.
Svegliai mia madre alla mattina per presentarle il frutto del mio lavoro. Essa si vestì in un attimo e mi seguì al laboratorio ove poco dopo un coniglio ricevette la prima iniezione che fosse stata fatta con l’Annina. Lasciato libero l’animale mi volsi a mia madre e le dissi additandoglielo sorridendo: – Ecco il primo longevo.
Mia madre guardava invece la povera bestiola aspettandosi di vederla morire. Il fatto ch’essa invece visse fece restare ammirata mia madre. Ciò che non era altro che l’applicazione al mio siero di un processo inventato da altri destò in lei la maggior meraviglia che non la mia stessa idea originale. Solo in questo si manifestò in lei la mancanza di preparazione scientifica.
Il coniglio cui era stata praticata l’iniezione presentò varii fenomeni. Cessò di mangiare per molte ore e quando mangiò, confrontato con gli altri conigli in mezzo ai quali l’avevo posto, appariva meno vorace e più lento nei movimenti. Salvo quando si scuoteva, era evidentemente colto da una specie di stupefazione e mamma l’osservò tanto ch’ebbe una frase forte e caratteristica che allora mi piacque immensamente: – Pare sepolto nel suo corpo!
Passammo la giornata intera ad osservare il comportamento dell’animale. Io potei constatare in esso un altro sintomo chiaro, evidente dell’efficacia dell’Annina: La manifestazione più chiara di vitalità in un coniglio è lo sbalzo con cui si sottrae ad una mano che voglia afferrarlo. Il mio faceva un balzo formidabile quando era minacciato la prima volta; era invece incapace di farne un secondo se minacciato immediatamente una seconda volta. Cadeva subito nel menzionato stato di stupefazione e si lasciava afferrare trasalendo inerte.
La sera, in stanza da pranzo, continuammo a chiacchierare dell’Annina. Ma mentre mia madre sempre più s’infiammava di ammirazione e di gioia, io mi sentii colto da un deciso senso di sconforto.
Dove m’avrebbero condotto le esperienze sugli animali? Anche arrivando a constatare in essi quel mutamento di vita consono – secondo le mie teorie – al loro mutamento fisico, non mi sarei trovato avanzato di molto. No! Solo la constatazione di un mutamento di tutta la funzione vitale – mutamento che in gran parte doveva sfuggire alla verifica mediante istrumenti – poteva giovarmi. Non ebbi esitazioni! Quella stessa sera avrei iniettato l’Annina nel mio proprio sangue. Rinacque in me la più viva speranza.
L’osservazione soggettiva non ha molti esempi in medicina ma ne ha tuttavia e dei più strani. Intanto il celebre medico napoletano che, affetto di nefrite, preconizzò per primo la cura lattea, ne intuì il benefico effetto dapprima soggettivamente e lo constatò poscia oggettivamente verificando la diminuzione dell’albuminuria. Tanto più l’esperimento soggettivo doveva dare un esito concludente qui ove si trattava di verificare un’intensità di vita che secondo me doveva diminuire prima di tutto nella vivacità del senso e del sentimento. Perché se l’Annina si dimostrava efficace come io speravo doveva diminuire quello che io chiamo l’attrito. Ora quale è il maggiore nostro attrito, quello che sperpera le nostre forze senza che noi ce ne accorgiamo? I nostri organi di percezione talvolta non bastano – lo riconosco – ma per lo più peccano per troppa sensibilità. Quante volte non vengono lesi dal suono e dalla luce? Dei sentimenti poi non parlo. Le gioie eccessive e gli eccessivi patemi d’animo decimano l’umanità.
Mamma parlava ora di cose di casa ed io non l’ascoltavo tutto immerso nel mio pensiero e agitato dalla ferrea decisione fatta.
Anticipai col pensiero l’effetto che avrebbe prodotto in me l’Annina. Pensai che l’Annina dovesse divenire il farmaco degl’intellettuali e non dei manuali. Ho già detto quello ch’io penso della necessità di un cuore manifestamente forte per il funzionamento del cervello. Soggiungo anzi che se l’uomo morente non sa comporre un poema o fare una scoperta, ciò dipende dal fatto che il cervello viene frastornato dagli altri organi i quali non vedendo arrivare il cibo ch’è loro indispensabile, soffrono e chiamano aiuto.
Poco dopo, chiusomi nella mia stanza, mi praticai un’iniezione di Annina. Ne adoperai una dose molto maggiore di quella usata pel coniglio che non mi parve abbastanza anninizzato. Devo confessarlo: Mettendo il liquido nel tubetto mi tremava la mano e il cuore mi batteva. Qualche cosa di simile deve aver provato quel coraggioso inventore che fece passare attraverso il suo corpo duemila volts di forza per provare l’innocuità della corrente alternata. Avrei forse agito più prudentemente rimandando l’esperimento al giorno seguente e notando nel frattempo la mia scoperta perché fosse sperimentata ulteriormente da qualche mio collega. Ma non seppi attendere. Presi un foglio di carta, lo posi sul tavolo da notte assieme ad una matita per fissare subito sulla carta le osservazioni fatte. Ho conservato quella carta e la trascrivo qui:
2 Giugno ore 10 Œ. L’iniezione è stata fatta. Una calma assoluta è nel mio organismo. Il mio polso è di 84 e si capisce. Mi stenderò subito sul letto per provare la mia temperatura. Il punto del braccio ove praticai l’iniezione mi brucia. L’assorbimento del siero procede lentamente. Ricordo che dopo l’assorbimento totale del siero il contegno del coniglio non ne accusò un effetto che oltre 10 m. dopo.
Ore 10 e 35 m. Sotto la cute non c’è più alcun residuo di siero. La mia temperatura è di 37 e 2. Mi sento agitato. Posso contare il battito del cuore nell’orecchio poggiato sul guanciale e arrivo a stabilire ch’è sincrono al polso. Una vera perturbazione nel circolo è esclusa.
Ore 10 e 40. Ho paura di perdere i sensi. Nel mio organismo scoppiò un temporale che mi pare vada ancora aumentando. Cominciò con un rumore assordante nelle orecchie, tale che mi parve esterno. Fu uno scoppio dapprima come se la pressione dell’aria all’esterno avesse fatto scoppiare di un sol colpo le otto lastre della mia stanza. E adesso continua assordante e minaccioso come se qualche cosa di macchinoso enorme s’avvicinasse, s’avvicinasse. Per capire che tutto quel frastuono è in me e non fuori di me mi basta di guardare la fiamma di gas accanto al mio letto la quale si riflette immota nello specchio di faccia. Ricordo con terrore la dose enorme di Annina che mi sono iniettata. Mi faccio dei rimproveri con mente lucidissima. Il professor Arrigoni aveva ragione di dire ch’io ero tale un geometra ch’ero capace di misurare un abisso in pochi istanti ma saltandoci dentro. Cesso di scrivere perché non reggo più. Che avessi la febbre? Voglio provare.
3 Giugno ore 9 ant. Non arrivai a provare il polso. Ora ammonta a 66; 18 pulsazioni meno di iersera. Rileggo la descrizione fatta del malessere da cui fui colto iersera. Come è imperfetta! Ma come completarla? La scienza medica è tanto povera di termini per esprimere delle impressioni soggettive! Il mio malessere andò talmente aumentando che finii coll’abbandonare la matita, mi stesi sul letto e perdetti i sensi. Ricordo che prima mormorai: Collasso! Infatti se un mio collega m’avesse visto allora, avrebbe detto così. Le mie labbra non trattenevano più la saliva che mi pioveva sulle guancie e m’accorsi che la mia respirazione era corta, precipitosa. La stanza m’appariva buia del tutto; sulla mia retina si rifletteva soltanto una piastrina gialla, la fiamma del gas, da cui non irradiava alcuna luce e penso che devo averla fissata continuamente perché ancora adesso ritrovo stampata in me la povera, misera cosa, così come era allora, fredda e piccola, l’unico mio punto di contatto col mondo esterno. Morivo! Laggiù, le mie gambe che mi parevano lontano, ben fuori dal letto, pesavano enormemente. Non ricordo altro! Questa mane mi accorsi che io debbo essere passato per una crisi di delirio perché le coperte ed il guanciale erano state smosse violentemente. Io non sono meravigliato di questo primo effetto dell’Annina. In certi organismi persino il primo effetto della morfina è violento. Pare che prima di adagiarsi all’effetto del farmaco l’organismo insorga. Quando ritornai in me ero mutato del tutto. Pareva fossi uscito da una crisi benigna di pneumonite; l’euforia era assoluta. Polmone e cuore dovevano lavorare perfettamente. Non sentivo né il mio respiro, né percepivo il battito del mio cuore. Sentivo ancora un certo peso alle gambe e mi parevano sempre lontane. Ciò significava senz’altro un indebolimento del senso. Debbo aver sorriso dalla soddisfazione di aver pensato tanto esattamente. Le mie previsioni si avveravano; il cervello sentiva meno degli altri organi l’effetto dell’Annina. Fu con isforzo che toccai con una mano i piedi nudi. Erano caldi ma subito pensai che con quell’atto non avevo fatto altro che verificare la differenza di temperatura fra le due estremità. Cercai il termometro che doveva trovarsi nel letto stesso e mi ferii la mano su una scheggia di vetro certo proveniente dall’istrumento che doveva essere andato in pezzi durante la crisi. Mi dispiacque; ma era poi certo che se l’avessi trovato intero ne avrei usato? E stetti immoto senza fare alcuno sforzo per liberare il mio letto dalle altre schegge di vetro che dovevano trovarvisi. Mi baloccai per lungo tempo immobile con le mie idee. Pensai: «Dovrei notare subito le mie osservazioni». Ero certo che avrei potuto balzare dal letto e correre a fare le mie annotazioni. Ma non mi mossi. Il pensiero rimase alle annotazioni e m’indugiai a pensare quello che avrei scritto se avessi scritto. Intanto avrei guardato l’orologio per stabilire quanto tempo avesse durato la mia incoscienza. Non lo guardai e mi limitai di constatare che la notte era alta. Sarebbe bastato che alzassi la testa oltre il tavolo di notte per vedere l’orologio ma io non feci un tale sforzo. Restai supino lieto di veder confermata una delle speranze poste nella mia Annina: Io non correvo disordinatamente all’azione e mi compiacqui all’idea che oramai io potevo misurare un abisso senza gettarmivi dentro. L’avrei poi misurato? Il pensiero delle annotazioni continuò a perseguitarmi e senz’alcuna idea di giungere a prendere la matita in mano analizzai i miei sensi. L’orecchio mi parve senz’altro indebolito. Esso sentiva debolmente i rumori che io producevo movendomi nel letto. Passai ad analizzare la mia forza visiva. Mentre al momento di svenire avevo visto la fiamma di gas quale un pezzetto di metallo lucido, ora scorgevo perfettamente che la fiamma era una fiamma ma pure mi parve non illuminasse a sufficienza la stanza. Guardando bene io vedevo un’irradiazione che si prolungava per pochi centimetri intorno alla fiamma aperta, ma non pareva che tutta la stanza fosse illuminata. Nello specchio la fiamma si rifletteva attenuata di poco. Guardai meglio e nell’immagine della fiamma nello specchio scopersi un lieve color azzurrognolo proveniente senza dubbio dalla lastra in cui si rifletteva. Stanco dello sforzo, chiusi gli occhi e m’adagiai. Oh! L’effetto dell’Annina superava ogni mia più ardita speranza! Lo sforzo che costava la percezione di un oggetto era largamente compensato dalla finezza della visione. Io potevo analizzare la più lieve sfumatura di colore. Fino ad allora una fiamma di gas era stata per me gialla con qualche riflesso rosso e azzurra alla base; stupidamente gialla insomma. Ora vedevo che non era così e scoprivo nella fiamma le gradazioni più varie di quei varii toni. Quella fiamma parlava! Rizzai un po’ il collo e fissai nell’oscurità tentando di vedere l’armadio che doveva trovarsi accanto allo specchio. Non subito percepii l’oggetto ma come per mia volontà il mio sguardo divenne più intenso, così l’oggetto – come se io l’avessi chiamato – uscì dalla penombra. L’armadio era una cassa antica, massiccia, barocca, d’epoca pessima, il suo lustro sbiadito, ai fianchi due colonnine pretensiose dai cui fastigi pendevano dei grappoli d’uva. Io non l’avevo mai visto così ed essendo un oggetto che avevo avuto accanto dalla mia prima infanzia fui stupito di scorgerlo sorprendentemente strano. Per la prima volta vidi in esso lo sforzo di linee fatto dal poco destro artista la cui arte barocca era stata resa meno ridicola dall’antichità. Io non ho natura di pittore, tutt’altro, e fui sorpreso dalla delicatezza e finezza del mio occhio. Come tutti gli oggetti sono belli se visti con una forza che superi almeno quella di chi li guarda per moversi fra di loro! Per quanto fosse la prima volta ch’io ricordassi d’aver guardato con tale occhio quell’armadio pure nella visione attuale s’addensarono tutte le visioni ch’io di quell’armadio avevo avuto dalla mia prima giovinezza. E lo rividi sempre fosco e oscuro quando abitava una stanza mai rischiarata nella nostra prima abitazione a Venezia; una sola finestra cui il sole non arrivava mai causa la stretta Calle su cui guardava. Mastodontico armadio che ricettava allora serio, serio i miei primi vestitini corti. Dentro c’era un forte odore di lavanda che mamma amava molto. Più di una volta lo vidi all’aperto su una grande peatta, dall’aspetto più malandato del solito, varie uve spezzate nei suoi grappoli. Ci mancavano ancora quelle uve ma le ferite di legno giallo apparivano allora in confronto al resto dell’armadio quasi sanguinanti. Non s’erano chiuse ma il tempo aveva intonato il colore anche su di esse. Riposai di nuovo dello sforzo mentre il pensiero non cercava riposo. Tutto quello ch’io avevo sospettato s’avverava: La vita diminuita era capace di concentrarsi meglio in certe direzioni. I fisiologi di un secolo fa dicevano: Metà e più del corpo umano è morta. Io forse aumentavo la parte morta ma intensificavo la vita della parte viva. Persino le mie gambe divenivano più vive se io volevo. La sensibilità mia laggiù era tanto diminuita ch’io non sentivo di avere i piedi nudi né percepivo se poggiassero sulla lana della coperta o sul lino delle lenzuola. Rivolgendo la mia attenzione colà, la sensibilità improvvisamente aumentò e senza guardare, dalla sola sensazione sentii chiaramente la dolcezza della soffice lana. Intanto venne l’alba. La finestra ch’era posta alla parete più lontana da me si fece viva, dapprima discreta, discreta, come se bussasse per poter entrare. Presto divenne la cosa più importante della stanza. Com’era bella, svegliatasi così sotto le tendine rosee. Stanco, cercai il riposo e l’ultima mia impressione visiva fu di nuovo l’armadio che aveva viste tante albe senza essere stato mai osservato tanto intensamente. Subiva ora una luce antipatica, corrotta dal giallo della fiamma a gas. Poi a me parve di non arrivare ad addormentarmi. Il mio cervello continuava a lavorare e non ripeteva soltanto le immagini ch’io avevo avute nella veglia ma creava. Mi trovai così di aver pensati i futuri esperimenti ch’io dovevo fare. Dapprima dovevo vedere se l’Annina nel nostro organismo si sommasse e se fosse stato possibile d’intraprendere delle cure a dosi minime giornaliere nelle quali la dosatura sarebbe risultata da sé con la più semplice osservazione. Poi dovevo indagare se usando il nostro organismo all’Annina risultasse un’abitudine e se quest’abitudine eliminasse la crisi o addirittura ogni effetto. Nello stesso tempo il pensiero a tanto lavoro che dovevo compiere mi faceva soffrire. Eppure dormivo. Non appena il mio pensiero s’animava io mi trovavo del tutto desto tanto era piccolo il passaggio; poi ricadevo in un torpore che non era altro che il sonno ma il sonno lungo, lungo, una mezza veglia; il sonno dell’animale cui avevo tratto l’Annina. Ed io che lo conoscevo, sentivo il desiderio del sonno più profondo, ristoratore e mi pareva che come mi vi avvicinavo qualche cosa o qualcuno me ne allontanasse. A quest’ora, seduto qui al tavolo io so che il tempo fa diminuire l’effetto dell’Annina. In undici ore constatai in me tre stadii. Il primo di cui non so la durata era stato contrassegnato dalla perdita totale dei sensi. Nel secondo ebbi la mente lucidissima ma i movimenti lenti e penosi; anzi lo caratterizzerò così: Niente percezione senza volere. Nel terzo, non ristorato dal sonno perché ad esso non arrivai mi ritrovai capace di un lavoro seguito quale è quest’annotazione. Nella notte intera deve aver persistito in me un offuscamento di coscienza. Tant’è vero che non m’ero fatto un rimorso di aver trascurato le annotazioni per le quali avevo corso tanto rischio. Forse da ciò mi risultò un disagio sordo un malcontento che mi guastò la notte meravigliosa tanto che guardando dietro di me mi appare sgradevole quale la notte di un infermo. Concludo: Per godere del riposo che dà l’Annina, bisogna non averla inventata.
Qui anche queste annotazioni tanto imperfette sono interrotte. Si picchiava con forza al mio uscio ed una voce profonda d’uomo echeggiava: – Ma, insomma, dormi o sei morto?
Aprii la porta ed entrò il dottor Clementi dalla cui faccia niente trapelava che avesse potuto far sospettare la gravità della notizia ch’egli mi apportava. Era affannato e irato perché, come poscia appresi, mi chiamava così da oltre mezz’ora. Io sono stato sempre un po’ distratto ma non tanto da non udire a pochi passi di distanza la voce stentorea nel dottor Clementi.
Visto che quando il pubblico conoscerà questa mia memoria io sarò morto, è da ritenersi che il dottor Clementi sarà allora da lungo tempo dimenticato. Non dico ciò perché egli sia più vecchio di me ma perché egli è un individuo ch’io chiamo un morituro. L’esuberanza sua di vita deve fargli percorrere ben presto la via che per altri, dotati di organi moderatori più potenti, è più lunga. Egli si scalda anzi si scalmana per tutto e per tutti. S’occupa anche di politica – a quanto mi dicono – e vi spreca un’attività enorme. Io lo conosco per aver lavorato per due anni quale suo secondario all’ospedale. Mi parve d’aver passato quei due anni interi sotto un ponte ferroviario su cui fossero corsi pazzamente, su e giù, dei treni sterminati. Com’è rumoroso quell’uomo! Intanto per lui ogni suo malato è una sua propria, strana avventura che tocca solo a lui, e ne parla, ne parla, ne parla. Ammetto che sia capacissimo quale medico (ed è perciò che gli affidai mia madre) ma solo per troppa esuberanza di vita, egli prende, veh!, dei granchi. Quando vede l’ammalato il primo giorno, comincia subito a diagnosticare e diagnostica il secondo, il terzo e il quarto giorno finché l’ammalato guarisce o muore. E anche dopo egli diagnostica e studia e almanacca e assiste alle sezioni cadaveriche. Se la sua diagnosi era giusta egli ne parla tanto che pare ne sia più sorpreso di tutti. Se era fallata la racconta tuttavia ad amici e nemici che lo deridono per questi suoi difetti e più ancora per la sua precipitazione di parola per cui è sempre costretto ad usare di frasi che si ripetono: – Faccio un passo indietro… – e poi: – Riassumendo… ma devo prima spiegarvi… – e così via. Si può dire di lui che non è un fanfarone solo perché è uno scienziato. Quando entra in una casa quale consulente, il medico di casa trema. Il dottor Clementi non intende certo di far del male a nessuno ma visto che ogni malato per lui ha tre malattie almeno, è difficile che il medico di casa abbia parlato di tutt’e tre.
Io trasalii vedendolo entrare in camera mia quella mattina a quell’ora. Il mio primo pensiero fu questo: La provvidenza m’invia la persona che più di tutti abbisogna di Annina. E pensai di raccontargli della mia scoperta e di pregarlo di farne una prova su lui. Contemporaneamente ebbi varie idee. Fra altre quella di provare l’Annina su un pazzo agitato, la prova sarebbe stata più concludente che sul dottor Clementi… ma di poco.
Il dottore non mi lasciò parlare. Con uno sforzo che dovette costargli parecchio, soppresse l’ira provata per non avergli io risposto più presto. Prese un’aria di commiserazione che non presagiva niente di buono. Pareva tentasse di consolarmi prima di darmi una cattiva nuova. La piccola figurina nervosa s’appoggiava quasi su di me. Aveva alzate le braccia e poggiate le mani sulle mie spalle per segnare un abbraccio che causa la differenza di statura non era possibile.
– Tu non sai nulla dunque? Hai un sonno tu! – e mi guardò con invidia.
Sorrisi ricordando ch’egli dormiva bensì intensamente ma non più di sei ore per notte e pensai: «Troverò ben io il modo d’allungarti il sonno!»
Come poté poi avvenire che restassi sempre alla mia idea apprendendo che circa un’ora prima mia madre era caduta per terra con un grido acuto di dolore e di spavento e che il dottor Clementi accorso parlava di aneurisma passivo dandomi delle speranze ch’egli evidentemente non divideva? Ma io non caddi svenuto io stesso né mi slanciai alla stanza di mia madre pieno di dolore e di speranza a porre il mio orecchio medico, reso più acuto dall’affetto filiale, sul petto materno a ricercare se l’orribile squarciatura fosse realmente avvenuta. No! Mia madre e il suo e il mio affetto erano dimenticati del tutto ed io non ricordavo altro che quel cuore colpito da esuberanza di vita.
Mi volsi alla cameriera che aveva accompagnato il dottore alla mia stanza e che s’era arrestata alla porta in attesa di ordini: – Mia madre s’è adirata con qualcuno questa mane?
La cameriera confermò: Il macellaio ubriaco già a quell’ora, a certi rimproveri di mia madre aveva risposto con impertinenza e mia madre s’era agitata fortemente. Mezz’ora più tardi era stata presa dall’attacco.
– A che serve – interloquì il dottor Clementi. – Tu sai bene che parlare di rottura spontanea del cuore è un modo di dire che manca di base scientifica. La rottura è sempre la conseguenza della degenerazione – Vedendomi impallidire aggiunse con una carezza paterna: – Non perdere il coraggio. Io piuttosto che fare una diagnosi ho sentito il pericolo – Poi ricordò che oltre che suo cliente ero suo collega. Non volle ammettere di poter sbagliarsi e si corresse con vivacità come se rispondesse a qualche oppositore anziché a se stesso: – Io dico che si tratta di una rottura di piccole dimensioni al ventricolo sinistro ma spero ancora di poter ingannarmi. E del resto parlerò al collega Walther. Si parla tanto in quest’epoca della possibilità di cucire il cuore…
Io conoscevo l’operazione orribile che non aveva avuto buon esito che una o due volte e non ammisi neppure per un momento la possibilità di permetterla. Quando entrai da mia madre il mio piano scientifico era fatto; la cura doveva consistere in iniezioni a dose lievissima di Annina ripetute giornalmente. Il mio contegno causa l’intima mia freddezza e l’idea che mi dominava tutto fu esitante tanto che mi meravigliai ch’essa non se ne accorgesse. Non piansi. Celai i miei aridi occhi con la mano e mi lasciai cadere ginocchioni accanto al letto.
Essa alzò lentamente il braccio e, restando supina, mi porse la mano che baciai. – Io muoio, figlio mio! – mormorò.
– No! No! Madre mia! – urlai e una specie di singhiozzo m’interruppe. Appariva quale un singhiozzo ma io sapevo perfettamente che il mio respiro non era intralciato da altro che dalla speranza di salvare una vita con l’Annina.
Il caso di mia madre era tipico. Un grido, un solo grido ed essa – se io non intervenivo – correva precipitosamente alla morte. Se anche avessi dubitato della diagnosi del dottor Clementi, mi sarebbe toccato di convincermi al solo vedere mia madre. L’Annina era stata inventata in tempo. Io sapevo quale efficacia potesse avere il ghiaccio ch’era stato posto sul petto di mia madre. Ci voleva altro per domare quel cuore! Sta bene! Prima di rompersi era degenerato, ma perché era degenerato? Evidentemente perché prima che la pressione fosse arrivata a spezzarlo, era riuscita a degenerarlo. Era escluso che si trattasse di una degenerazione grassa. L’organismo di mia madre era tanto povero di adipe! Era la prima volta ch’io mi scoprissi più complicato ancora dello stesso Clementi.
Singhiozzavo sempre! Se avessi avuto un dolore sincero a quell’ora, sentendo singhiozzare anche mia madre, nel timore di danneggiarla con un’emozione troppo viva, avrei saputo fingere e quietarmi. Così invece continuai a singhiozzare finché il dottor Clementi che m’aveva seguito non si chinò su me e non mormorò al mio orecchio: – Collega! Volete dunque uccidere vostra madre?
Allora mi fu facile di quietarmi; abbracciai mia madre dicendole sorridendo che m’ero commosso tanto al sentirla dichiararsi prossima a morire.
Non v’è dubbio! L’Annina oscurava nel mio organismo il sentimento e il dolore. Non era stato previsto ch’essa avrebbe diminuito l’attrito? La mia vita ridotta dal potente moderatore non bastava che a tener lucido il mio cervello e a mala pena il sentimento di me e per me. Essendo io un individuo sano ma non dei più forti, ebbi sempre marcato nel mio organismo il carattere della rapida combustione. Ebbi sempre, cioè, le mani calde ed un’esuberanza di sentimento che mi faceva soffrire al solo veder soffrire una bestia. Invece ora mi mancava il dolore persino assistendo alla rappresentazione di quello che, vicino o lontano, era pure il mio destino. La previsione della morte esisteva allora in me soltanto quale la conclusione di un sillogismo… forse errato anche quello.
Eppure questa freddezza non era scompagnata da un sentimento di decadenza non dissimile da quello che deve avere chi s’abbrutisce in un vizio avvilente. Guardavo al mio passato d’altruismo come ad un’altezza irraggiungibile oramai per me. E pensavo: «Peccato che ho preso l’Annina precisamente poche ore prima che mia madre ammalasse!» Ricordo che assursi a mio giudice. Guardavo la faccia di mia madre oramai né dolce né fiera ma abbattuta tanto che si vedeva pronta a ricevere la maschera ippocratica e mi dicevo: «Se un altro figlio fosse al tuo posto e se io ne indovinassi i sentimenti, che cosa gli direi?» Risposi schiettamente a me stesso che gli avrei dato del cane! Sempre così: Cervello lucido e sentimento annebbiato.
Non appena restato solo con mia madre l’assalii subito. Dovevo trovare un modo di suggerirle la cura dell’Annina senz’agitarla di troppo. Cominciai col dirle ch’io stavo benissimo ad onta che la sera prima mi fossi fatta un’iniezione di Annina. Poi le raccontai tutte le mie avventure della notte ed essa le ascoltò con grande piacere. Mi parve che per istanti dimenticasse persino la sua terribile posizione. In conclusione mi disse: – Tu sei un eroe, tu!
Poi le parlai con cautela del suo male. Le dissi che c’era nel suo cuore una minaccia di rottura e ch’essa doveva badare di non commuoversi, di non agitarsi e di non fare dei movimenti bruschi. La minaccia di aneurisma sussisteva solo causa l’eccesso di vita in lei.
Avendo parlato a mia madre delle osservazioni fatte su me stesso di quella calma torbida che m’aveva tolto il sonno ma anche ogni agitazione essa capì subito dove andavo a parare. Mi guardò e con un sorriso reso triste dalla pallidezza del suo volto, mi disse: – Vorresti provare su di me la tua Annina? Oh! Fa pure! Ringrazio il cielo che giacché ho da essere malata, la mia malattia t’offra l’occasione di un’esperienza tanto decisiva!
Mentre scrivo il rimorso mi spreme le lagrime più cocenti; devo cessare ad ogni tratto di scrivere per sollevarmi liberamente nel pianto. Io non uccisi mia madre ma fu il solo caso che mi salvò da tanto delitto. Oggi io so con sicurezza quasi matematica che mia madre era condannata a morire in brevi ore. Clementi stesso mi confermò ch’egli m’aveva parlato dell’operazione solo per poter dire una parola di speranza. Ma io giuocai in modo indegno con la vita di mia madre. Il mio rimorso è aumentato dal fatto che io per riuscire meglio nel mio intento di indurla a provare l’Annina, l’ingannai. Non le dissi cioè della crisi violenta da cui io ero stato colto la sera. Forse essa ne sarebbe stata spaventata e avrebbe rifiutato il mio farmaco.
Le feci l’iniezione con mano sicura.
Potei osservare in mia madre l’effetto dell’Annina anche prima che la dose iniettatale fosse stata interamente assorbita. Il tratto più saliente nella sua povera faccia era stato costituito fin qui dall’irrequietezza dell’occhio. Quell’occhio divenuto tanto mite aveva fissato Clementi e poi me inquieto e supplice. Essa si acquietò subito in un’immobilità che sembrava volesse preludere al sonno.
Mentre essa s’acquietava io m’agitavo sempre più. Per quanto avessi attenuata la dose d’Annina essa poteva produrre una crisi. Se questa avesse assunte delle forme violente, essa avrebbe preceduto di poco la morte e la mia esperienza sarebbe stata finita. Mi batteva il cuore! Ma non ancora per mia madre.
Qui la mia esposizione diviene anche più monca che non sia stata finora. Il caso volle che quando nell’organismo di mia madre l’effetto dell’Annina fu evidente, il mio organismo se ne liberò del tutto e con la stessa violenza con cui vi era soggiaciuto. Fui preso dagli stessi sintomi: Un’agitazione che mi toglieva il respiro e nell’orecchio degli scoppii che parevano dovessero infrangermi il timpano. Dovetti abbandonare mia madre temendo di perdere i sensi. Uscii sulle punte dei piedi. Prima di chiudere l’uscio dietro di me potei accertarmi che mia madre non s’era accorta ch’io m’ero mosso.
Corsi al mio letto. La mia agitazione arrivò a un punto che sono convinto si avrebbe potuto assaltarmi, uccidermi e non mi sarei ribellato. Tanto ero intento a studiare la cosa importante che in me avveniva. Ma non perdetti i sensi. Sentii di traspirare come dopo un bagno caldo e l’agitazione perdette un po’ della sua violenza. Subito dopo mi sentii pervaso da un dolce tepore e godetti di un benessere intenso, inaspettato. Fin qui non avevo mai detto a me stesso che lo stato in cui m’aveva gettato l’Annina equivalesse ad una malattia. Ora lo capivo dal fatto che io entravo in una convalescenza rapida quasi violenta. Sentivo nella mia testa un’azione forte, riparatrice che io pensai dovesse somigliare al processo di epurazione che succede a forme leggere di emorragia cerebrale. Così, dunque, io avevo iniettata a mia madre una nuova malattia? Ricordai mia madre e la sua fine vicina e l’Annina fu per un istante dimenticata. Mi misi a piangere e singhiozzare come un bambino; l’improvviso dolore fu tale che lo sfogo di lagrime e singhiozzi non fu sufficiente e mi dimenai su quel letto come un ossesso.
Mi fermai in seguito ad un vivo dolore al pollice della mano destra. Era causato dalla ferita che m’ero fatto la sera innanzi con le schegge del termometro spezzato. Andai alla finestra per veder meglio e capire come una tale piccola ferita potesse dolere tanto intensamente. Osservai subito che per essere stata fatta la sera innanzi, la ferita era arrossata pochissimo. Trovai ancora confitta in essa una piccola scheggia di vetro che levai. Potei verificare che dal momento in cui m’aveva doluto, doveva essere successa una metamorfosi nella ferita. Questa metamorfosi continuava ancora sotto i miei occhi. Era evidente! Fino a poco prima la ferita aveva avuto l’aspetto come se inferta ad un cadavere ed ora – passato l’effetto dell’Annina – incominciava la sua reazione dolente e salutare. S’infiammava e le sue piccole labbra si gonfiavano.
Ne fui schiacciato! Guardai intorno a me non so se in cerca di un soccorso o di un’arme per uccidermi. Non c’era mai stata speranza che la ferita di mia madre guarisse, ma l’Annina aveva esclusa anche quella piccola possibilità – sia pure un miracolo – che ogni medico ammette per quanto la scienza lo escluda.
Quell’eccesso di vita ch’io volevo eliminare si dimostrava tutt’ad un tratto utile, necessario. Veniva bensì sprecato finché non c’era bisogno di un’opera straordinaria di riparazione ma quando di quest’opera v’era necessità, allora non minacciava che un pericolo: Che quell’eccesso di vita si dimostrasse insufficiente. Piansi come un bambino, piansi per la mia scoperta e per mia madre.
Ritornai a mia madre dopo di essermi ricomposto quanto potevo. Ero lievemente stordito come un ubriaco anzi come uno che fosse stato avvelenato dall’alcole Menghi. Il mio cervello era molto meno lucido che non quanto avevo subito l’intero effetto dell’alcole Menghi; tant’è vero che quando trovai mia madre sempre pallida ma tranquilla, in un riposo assoluto, rinacqui alla speranza. E pensai: La reazione di eccesso di vita ch’è ora in me e che deve verificarsi necessariamente anche in essa, non potrebbe per avventura riuscirle benefica?
Non v’era traccia di sofferenza nella sua faccia. Mi sedetti accanto il suo letto, presi una sua mano nelle mie e lungamente la baciai.
Con un piccolo movimento brusco e sdegnoso mia madre sottrae la sua mano ai miei baci. – Mi secchi! – disse brevemente con un filo di voce.
Trasalii ferito. Provai un avvilimento e un dolore che mi fecero gemere. E se fosse morta prima di poter liberarsi dal mio veleno e senza lasciarmi un’ultima parola dolce? Oh! Non volevo lasciarla partire così e nello stato di semi ebrietà in cui mi trovavo, credetti di poter vincere la sua indifferenza inondandole la faccia di baci e di lagrime. In risposta essa non ebbe che dei segni di fastidio. Da ultimo, per quanto debole fosse la sua voce, le bastò per manifestare una minaccia. Cessai temendo una violenza che l’avrebbe uccisa subito.
Le restai accanto fino alla sera. Il suo torpore non cessò mai. Apriva lentamente di tempo in tempo gli occhi, guardava nel vuoto o qualche canto della stanza e li rinchiudeva. Non pareva soffrisse. Solo una volta nella giornata si lamentò e sospirò: – Oh! mio Dio!
– Ti senti male, mamma?
Mi disse di no con un lieve cenno del capo. Ne fui accorato. E se l’Annina nello stato in cui si trovava le avesse date delle sofferenze?
– Già – dissi – se anche ti arreca qualche disturbo, di qui a poche ore ne sarai libera. Io ebbi una lieve crisi. Lieve, lieve – ripetei temendo d’averla spaventata. – E poi devi pensare mamma ch’io ho preso una dose tre volte più forte di quella data a te.
Essa non mi stava a sentire.
– Mi duole questo freddo che ho qui! – disse accennando alla vescica di ghiaccio sul suo petto.
Se essa m’avesse detto ciò quando le avevo praticata l’iniezione di Annina, senz’esitazione avrei allontanato quel ghiaccio perché il mio siero vi suppliva ad esuberanza. Ma ora che l’effetto dell’Annina stava per passare sarebbe stata un’imprudenza somma. La pregai di sopportare quel freddo almeno finché non fosse venuto il dottor Clementi. Essa non rispose e attendemmo in silenzio.
Quale pomeriggio fu quello! Lo passai interamente a studiare la sua faccia. Ogni suo movimento mi terrorizzava. Una volta ch’essa alzò una mano per portarla alla guancia ebbi uno spavento che mi morsi le labbra a sangue per non gridare.
Il dottor Clementi venne e andò. Essa non gli rivolse la parola. Non reagì neppure allorché egli ordinò di continuare gl’impacchi freddi.
Io l’accompagnai alla porta. Congedandosi mi disse: – Quella prostrazione mi dispiace. Se non ci fosse quella andrei via più tranquillo. Il polso è sorprendentemente lento e non si può dire neppure specialmente debole.
Ritornai a mia madre con una speranza nuova nel cuore. Risultava dalle parole stesse del dottore che la vita di mia madre si sarebbe prolungata almeno per giorni. Non le prodigai altre carezze e decisi di attendere. Mi sedetti su un sofà lontano dal letto. Vinto dalla stanchezza mi vi sdraiai. Poi il sonno mi prese imperioso e dopo breve lotta durante la quale tesi l’orecchio per sentire il respiro di mia madre, mi vi abbandonai con voluttà ritrovando subito il massimo riposo che l’uomo conosca e che l’Annina la notte precedente m’aveva conteso.
Due o tre ore dopo, riposato interamente ritornai in me. Balzai in piedi spaventato di aver lasciato sola mamma. Non sentendo subito il suo respiro temetti di trovarla morta. Portai la candela al suo letto.
Allibii. Essa era seduta sebbene riversa sul guanciale. Accostai la candela alla sua faccia. Questa non era più tanto pallida e mi parve anzi rosea. Ciò che mi spaventò anche di più fu di veder errare sulle sue labbra un sorriso che in quel momento mi parve di pazza.
Aperse gli occhi e vedendomi mi prese la mano con un gesto vivace che avrebbe spaventato anche Clementi. – Ah! Sei tu! – esclamò con gioia e certo con voce meno fievole di prima. – Sei tu! Oh! Come sono lieta di arrivare ancora a parlarti; non lo speravo più.
Io ricordo esattamente ogni singola parola ch’essa mi disse. Essa parlò ininterrottamente per lungo tempo ripetendo sempre con nuove parole la stessa cosa come se avesse temuto ch’io avrei potuta dimenticarla.
Disse: – Come hai potuto immaginare una cosa tanto orribile? M’hai sepolta viva, tu! Una volta hai detto che quell’orribile cosa cristallizzava il corpo umano… io volevo, io volevo movermi, gridare, e non potevo e tutto era morto in me fuori che il desiderio di vivere, gridare, movermi… sepolta viva… e ti vedevo e soffrivo che tu vivessi. Baciami ora! Fammi sentire anche il calore dell’affetto… tutto calore, tutta vita anche se sto morendo… Oh! Baciami e piangi pure con me. Tu hai pensato di fare il bene di tutti e invece la tua invenzione non è altro che un nuovo flagello. Oh! Poverino! Come potrai ora consolarti di perdere nello stesso tempo e tua madre e il tuo grande lavoro? Ma lo devi! Giurami che mai più metterai in un corpo umano una simile cosa… e neppure nel corpo di un povero animale creato dal Signore! Giuralo!
Io giurai! Poi piangemmo lungamente insieme. Parevano lagrime di consolazione mentre essa moriva.
Perché ripetere le sconnesse parole della povera moribonda quando io meglio che ogni altro so tradurle in parole più lucide e conscienti perché ne compresi tutto il senso e indovinai per l’analogia con quelle provate da me le sensazioni da cui erano uscite? La povera donna non animata dalla forza di volere che m’aveva diretto nella prova su me stesso, non aveva potuto trovare la vita neppure nella contemplazione di singoli oggetti. Nel suo povero corpo l’Annina aveva trionfato del tutto. Il solo cervello aveva continuato a lavorare ma solo per darle la conscienza della sua mancanza di vita.
Essa cessò di parlare e di bearsi della riacquistata libertà, soltanto per morire. L’eccesso di vita prodotto dalla reazione dell’Annina era stato troppo violento per il suo cuore già ferito.
E debbo dire ancora una parola. Fu anzi per poter pubblicare questa parola ch’io scrissi questa memoria.
Non è solo per il giuramento fatto a mia madre ch’io lascio seppellire con me la mia scoperta. Come posso io consegnare ai nostri contemporanei un simile filtro? Ma pensate! Ne bastarono poche gocce per fare di me un delinquente!
Quando sento i psichiatri disperarsi per non saper riscontrare nei delinquenti un sintomo specifico comune, io sorrido! Non hanno gl’instrumenti per riscontrarlo! Eppure il carattere del delinquente da me verificato nell’ordine fisico è confermato dall’aspetto morale del delinquente. Non vedete ch’esso ha una vita ristretta, piccola, che non passa la sua propria epidermide mentre l’altruista ha tanta esuberanza di vitalità da poterne far dono generoso a tutto il mondo. Non tutti i delinquenti tradiscono la loro miseria, ma osservate, osservate e troverete che in tutti esiste un’attenuazione di vita.
Restiamo perciò mortali e buoni. Ho distrutto l’Annina e l’umanità può essermene riconoscente. Accetterei persino di somigliare al dottor Clementi piuttosto che di calmarmi in una deficienza di vita.

– Grazie! – disse il presidente dottor Clementi che aveva finito di leggere. – E pensare ch’io sono stato l’amico di quell’uomo a tale punto che a forza di simulazione arrivai a celargli la vera natura del suo insuccesso con l’alcole Menghi. Debbo però dirvi prima che son io quell’avversario cui egli allude e che avrebbe creata la famosa teoria dell’abbreviazione dell’esistenza mentre io subito compresi che quel siero non aveva efficacia che quella dell’etere in cui era disciolto. Non mi vanto di tale bontà ch’è spiegabile col fatto ch’io ero medico di casa del dottor Menghi e che costui era uno di quelli che bisogna secondare.
– Ah!
– A proposito! Capisco ora perché ci siano tante insolenze al mio indirizzo in questa memoria: Anni or sono pubblicai uno studio: Lo scienziato paranoico e il dottor Menghi credette di ravvisarsi nel mio soggetto. Negai ma egli evidentemente non me la perdonò più.
– Ma la memoria? – domandò un medico vedendo che il dottor Clementi non sapeva dimenticare la propria personcina offesa.
– La memoria? – ribatté il presidente – Volete davvero che se ne parli?
– No! No! – urlarono tutti.
– Di tutta la memoria non m’interessa che un punto solo – continuò il dottor Clementi. – Visto che il dottor Menghi non era un mentitore, vorrei sapere per quale causa sia crepato quel povero cane cui era stata iniettata l’Annina nella sua forma più pura.
– Sarà stato un accidente! – urlò un giovine medico.
– Non scherziamo! – disse gravemente il dottor Clementi al quale gli scherzi altrui non piacevano. – Si può fare un’ipotesi. Forse il dottor Menghi ha impiegato per la confezione del suo siero l’albumina di qualche animale dal sangue freddo; quest’albumina ha un immediato effetto letale se iniettata nel sangue di un mammifero. Se poi non fosse così, bisognerebbe pensare che nella sua nervosità, per tener fermo il cane, il dottor Menghi senz’accorgersene l’abbia strangolato.
Tutti risero e il vecchio signore ringiovanito dall’applauso abbandonò la cattedra col suo passo piccolo e rapido.

Italo Svevo – Vino Generoso

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Andava a marito una nipote di mia moglie, in quell’età in cui le fanciulle cessano d’essere tali e degenerano in zitelle. La poverina fino a poco prima s’era rifiutata alla vita, ma poi le pressioni di tutta la famiglia l’avevano indotta a ritornarvi, rinunziando al suo desiderio di purezza e di religione, aveva accettato di parlare con un giovane che la famiglia aveva prescelto quale un buon partito. Subito dopo addio religione, addio sogni di virtuosa solitudine, e la data delle nozze era stata stabilita anche più vicina di quanto i congiunti avessero desiderato. Ed ora sedevamo alla cena della vigilia delle nozze.
Io, da vecchio licenzioso, ridevo. Che aveva fatto il giovane per indurla a mutare tanto presto? Probabilmente l’aveva presa fra le braccia per farle sentire il piacere di vivere e l’aveva sedotta piuttosto che convinta. Perciò era necessario si facessero loro tanti auguri. Tutti, quando sposano, hanno bisogno di auguri, ma quella fanciulla più di tutti. Che disastro, se un giorno essa avesse dovuto rimpiangere di essersi lasciata rimettere su quella via, da cui per istinto aveva aborrito. Ed anch’io accompagnai qualche mio bicchiere con auguri, che seppi persino confezionare per qualche caso speciale: – Siate contenti per uno o due anni, poi gli altri lunghi anni li sopporterete più facilmente, grazie alla riconoscenza di aver goduto. Della gioia resta il rimpianto ed è anche esso un dolore, ma un dolore che copre quello fondamentale, il vero dolore della vita.
Noi pareva che la sposa sentisse il bisogno di tanti auguri. Mi sembrava anzi ch’essa avesse la faccia addirittura cristallizzata in un’espressione d’abbandono fiducioso. Era però la stessa espressione che già aveva avuta quando proclamava la sua volontà di ritirarsi in un chiostro. Anche questa volta essa faceva un voto, il voto di essere lieta per tutta la vita. Fanno sempre dei voti certuni a questo mondo. Avrebbe essa adempiuto questo voto meglio del precedente?
Tutti gli altri, a quella tavola, erano giocondi con grande naturalezza, come lo sono sempre gli spettatori. A me la naturalezza mancava del tutto. Era una sera memoranda anche per me. Mia moglie aveva ottenuto dal dottor Paoli che per quella sera mi fosse concesso di mangiare e bere come tutti gli altri. Era la libertà resa più preziosa dal mònito che subito dopo mi sarebbe stata tolta. Ed io mi comportai proprio come quei giovincelli cui si concedono per la prima volta le chiavi di casa. Mangiavo e bevevo, non per sete o per fame, ma avido di libertà. Ogni boccone, ogni sorso doveva essere l’asserzione della mia indipendenza. Aprivo la bocca più di quanto occorresse per ricevervi i singoli bocconi, ed il vino passava dalla bottiglia nel bicchiere fino a traboccare, e non ve lo lasciavo che per un istante solo. Sentivo una smania di muovermi io, e là, inchiodato su quella sedia, seppi avere il sentimento di correre e saltare come un cane liberato dalla catena.
Mia moglie aggravò la mia condizione raccontando ad una sua vicina a quale regime io di solito fossi sottoposto, mentre mia figlia Emma, quindicenne, l’ascoltava e si dava dell’importanza completando le indicazioni della mamma. Volevano dunque ricordarmi la catena anche in quel momento in cui m’era stata levata? E tutta la mia tortura fu descritta: come pesavano quel po’ di carne che m’era concessa a mezzodì, privandola d’ogni sapore, e come di sera non ci fosse nulla da pesare, perché la cena si componeva di una rosetta con uno spizzico di prosciutto e di un bicchiere di latte caldo senza zucchero, che mi faceva nausea. Ed io, mentre parlavano, facevo la critica della scienza del dottore e del loro affetto. Infatti, se il mio organismo era tanto logoro, come si poteva ammettere che quella sera, perché ci era riuscito quel bel tiro di far sposare chi di sua elezione non l’avrebbe fatto, esso potesse improvvisamente sopportare tanta roba indigesta e dannosa? E bevendo mi preparavo alla ribellione del giorno appresso. Ne avrebbero viste di belle.
Gli altri si dedicavano allo champagne, ma io dopo averne preso qualche bicchiere per rispondere ai vari brindisi, ero ritornato al vino da pasto comune, un vino istriano secco e sincero, che un amico di casa aveva inviato per l’occasione. Io l’amavo quel vino, come si amano i ricordi e non diffidavo di esso, né ero sorpreso che anziché darmi la gioia e l’oblio facesse aumentare nel mio animo l’ira.
Come potevo non arrabbiarmi? M’avevano fatto passare un periodo di vita disgraziatissimo. Spaventato e immiserito, avevo lasciato morire qualunque mio istinto generoso per far posto a pastiglie, gocce e polverette. Non più socialismo. Che cosa poteva importarmi se la terra, contrariamente ad ogni più illuminata conclusione scientifica, continuava ad essere l’oggetto di proprietà privata? Se a tanti, perciò, non era concesso il pane quotidiano e quella parte di libertà che dovrebbe adornare ogni giornata dell’uomo? Avevo io forse l’uno o l’altra?
Quella beata sera tentai di costituirmi intero. Quando mio nipote Giovanni, un uomo gigantesco che pesa oltre cento chilogrammi, con la sua voce stentorea si mise a narrare certe storielle sulla propria furberia e l’altrui dabbenaggine negli affari, io ritrovai nel mio cuore l’antico altruismo. – Che cosa farai tu – gli gridai – quando la lotta fra gli uomini non sarà più lotta per il denaro?
Per un istante Giovanni restò intontito alla mia frase densa, che capitava improvvisa a sconvolgere il suo mondo. Mi guardò fisso con gli occhi ingranditi dagli occhiali. Cercava nella mia faccia delle spiegazioni per orientarsi. Poi, mentre tutti lo guardavano, sperando di poter ridere per una di quelle sue risposte di materialone ignorante e intelligente, dallo spirito ingenuo e malizioso, che sorprende sempre ad onta sia stato usato ancor prima che da Sancho Panza, egli guadagnò tempo dicendo che a tutti il vino alterava la visione del presente, e a me invece confondeva il futuro. Era qualche cosa, ma poi credette di aver trovato di meglio e urlò: – Quando nessuno lotterà più per il denaro, lo avrò io senza lotta, tutto, tutto. – Si rise molto, specialmente per un gesto ripetuto dei suoi braccioni, che dapprima allargò stendendo le spanne, eppoi ristrinse chiudendo i pugni per far credere di aver afferrato il denaro che a lui doveva fluire da tutte le parti.
La discussione continuò e nessuno s’accorgeva che quando non parlavo bevevo. E bevevo molto e dicevo poco, intento com’ero a studiare il mio interno, per vedere se finalmente si riempisse di benevolenza e d’altruismo. Lievemente bruciava quell’interno. Ma era un bruciore che poi si sarebbe diffuso in un gradevole tepore, nel sentimento della giovinezza che il vino procura, purtroppo per breve tempo soltanto.
E, aspettando questo, gridai a Giovanni: – Se raccoglierai il denaro che gli altri rifiuteranno, ti getteranno in gattabuia.
Ma Giovanni pronto gridò: – Ed io corromperò i carcerieri e farò rinchiudere coloro che non avranno i denari per corromperli.
– Ma il denaro non corromperà più nessuno.
– E allora perché non lasciarmelo?
M’arrabbiai smodatamente: – Ti appenderemo – urlai. – Non meriti altro. La corda al collo e dei pesi alle gambe.
Mi fermai stupito. Mi pareva di non aver detto esattamente il mio pensiero. Ero proprio fatto così, io? No, certo no. Riflettei: come ritornare al mio affetto per tutti i viventi, fra i quali doveva pur esserci anche Giovanni? Gli sorrisi subito, esercitando uno sforzo immane per correggermi e scusarlo e amarlo. Ma lui me lo impedì, perché non badò affatto al mio sorriso benevolo e disse, come rassegnandosi alla constatazione di una mostruosità: – Già, tutti i socialisti finiscono in pratica col ricorrere al mestiere del carnefice.
M’aveva vinto, ma l’odiai. Pervertiva la mia vita intera, anche quella che aveva precorso l’intervento del medico e che io rimpiangevo come tanto luminosa. M’aveva vinto perché aveva rivelato lo stesso dubbio che già prima delle sue parole avevo avuto con tanta angoscia.
E subito dopo mi capitò un’altra punizione.
– Come sta bene – aveva detto mia sorella, guardandomi con compiacenza, e fu una frase infelice, perché mia moglie, non appena la sentì, intravvide la possibilità che quel benessere eccessivo che mi coloriva il volto, degenerasse in altrettanta malattia. Fu spaventata come se in quel momento qualcuno l’avesse avvisata di un pericolo imminente, e m’assaltò con violenza: – Basta, basta, – urlò – via quel bicchiere. – Invocò l’aiuto del mio vicino, certo Alberi, ch’era uno degli uomini più lunghi della città, magro, secco e sano, ma occhialuto come Giovanni. – Sia tanto buono, gli strappi di mano quel bicchiere. – E visto che Alberi esitava, si commosse, s’affannò: – Signor Alberi, sia tanto buono, gli tolga quel bicchiere.
Io volli ridere, ossia indovinai che allora a una persona bene educata conveniva ridere, ma mi fu impossibile. Avevo preparato la ribellione per il giorno dopo e non era mia colpa se scoppiava subito. Quelle redarguizioni in pubblico erano veramente oltraggiose. Alberi, cui di me, di mia moglie e di tutta quella gente che gli dava da bere e da mangiare non importava un fico fresco, peggiorò la mia situazione rendendola ridicola. Guardava al disopra dei suoi occhiali il bicchiere ch’io stringevo, vi avvicinava le mani come se si fosse accinto a strapparmelo, e finiva per ritirarle con un gesto vivace, come se avesse avuto paura di me che lo guardavo. Ridevano tutti alle mie spalle, Giovanni con un certo suo riso gridato che gli toglieva il fiato.
La mia figliuola Emma credette che sua madre avesse bisogno del suo soccorso. Con un accento che a me parve esageratamente supplice, disse: – Papà mio, non bere altro.
E fu su quell’innocente che si riversò la mia ira. Le dissi una parola dura e minacciosa dettata dal risentimento del vecchio e del padre. Ella ebbe subito gli occhi pieni di lagrime e sua madre non s’occupò più di me, per dedicarsi tutta a consolarla.
Mio figlio Ottavio, allora tredicenne, corse proprio in quel momento dalla madre. Non s’era accorto di nulla, né del dolore della sorella né della disputa che l’aveva causato. Voleva avere il permesso di andare la sera seguente al cinematografo con alcuni suoi compagni che in quel momento gliel’avevano proposto. Ma mia moglie non lo ascoltava, assorbita interamente dal suo ufficio di consolatrice di Emma.
Io volli ergermi con un atto d’autorità e gridai il mio permesso: – Sì, certo, andrai al cinematografo. Te lo prometto io e basta. – Ottavio, senz’ascoltare altro, ritornò ai suoi compagni dopo di avermi detto: – Grazie, papà. – Peccato, quella sua furia. Se fosse rimasto con noi, m’avrebbe sollevato con la sua contentezza, frutto del mio atto d’autorità.
A quella tavola il buon umore fu distrutto per qualche istante ed io sentivo di aver mancato anche verso la sposa, per la quale quel buon umore doveva essere un augurio e un presagio. Ed invece essa era la sola che intendesse il mio dolore, o così mi parve. Mi guardava proprio maternamente, disposta a scusarmi e ad accarezzarmi. Quella fanciulla aveva sempre avuto quell’aspetto di sicurezza nei suoi giudizii.
Come quando ambiva alla vita claustrale, così ora credeva di essere superiore a tutti per avervi rinunziato. Ora s’ergeva su me, su mia moglie e su mia figlia. Ci compativa, e i suoi begli occhi grigi si posavano su noi, sereni, per cercare dove ci fosse il fallo che, secondo lei, non poteva mancare dove c’era il dolore.
Ciò accrebbe il mio rancore per mia moglie, il cui contegno ci umiliava a quel modo. Ci rendeva inferiori a tutti, anche ai più meschini, a quella tavola. Laggiù, in fondo, anche i bimbi di mia cognata avevano cessato di chiacchierare e commentavano l’accaduto accostando le testine. Ghermii il bicchiere, dubbioso se vuotarlo o scagliarlo contro la parete o magari contro i vetri di faccia. Finii col vuotarlo d’un fiato. Questo era l’atto più energico, perché asserzione della mia indipendenza: mi parve il miglior vino che avessi avuto quella sera. Prolungai l’atto versando nel bicchiere dell’altro vino, di cui pure sorbii un poco. Ma la gioia non voleva venire, e tutta la vita anche troppo intensa, che ormai animava il mio organismo, era rancore. Mi venne una idea curiosa. La mia ribellione non bastava per chiarire tutto. Non avrei potuto proporre anche alla sposa di ribellarsi con me? Per fortuna proprio in quell’istante essa sorrise dolcemente all’uomo che le stava accanto fiducioso. Ed io pensai: – Essa ancora non sa ed è convinta di sapere.
Ricordo ancora che Giovanni disse: – Ma lasciatelo bere. Il vino è il latte dei vecchi. – Lo guardai raggrinzando la mia faccia per simulare un sorriso ma non seppi volergli bene. Sapevo che a lui non premeva altro che il buon umore e voleva accontentarmi, come un bimbo imbizzito che turba un’adunata d’adulti.
Poi bevetti poco e soltanto se mi guardavano, e più non fiatai. Tutto intorno a me vociava giocondamente e mi dava fastidio. Non ascoltavo ma era difficile di non sentire. Era scoppiata una discussione fra Alberi e Giovanni, e tutti si divertivano a vedere alle prese l’uomo grasso con l’uomo magro. Su che cosa vertesse la discussione non so, ma sentii dall’uno e dall’altro parole abbastanza aggressive. Vidi in piedi l’Alberi che, proteso verso Giovanni, portava i suoi occhiali fin quasi al centro della tavola, vicinissimo al suo avversario, che aveva adagiato comodamente su una poltrona a sdraio, offertagli per ischerzo alla fine della cena, i suoi centoventi chilogrammi, e lo guardava intento, da quel buon schermitore che era, come se studiasse dove assestare la propria stoccata. Ma anche l’Alberi era bello, tanto asciutto, ma tuttavia sano, mobile e sereno.
E ricordo anche gli augurii e i saluti interminabili al momento della separazione. La sposa mi baciò con un sorriso che mi parve ancora materno. Accettai quel bacio, distratto. Speculavo quando mi sarebbe stato permesso di spiegarle qualche cosa di questa vita.

In quella, da qualcuno, fu fatto un nome, quello di un’amica di mia moglie e antica mia: Anna. Non so da chi né a che proposito, ma so che fu l’ultimo nome ch’io udii prima di essere lasciato in pace dai convitati. Da anni io usavo vederla spesso accanto a mia moglie e salutarla con l’amicizia e l’indifferenza di gente che non ha nessuna ragione per protestare d’essere nati nella stessa città e nella stessa epoca. Ecco che ora invece ricordai ch’essa era stata tanti anni prima il mio solo delitto d’amore. L’avevo corteggiata quasi fino al momento di sposare mia moglie. Ma poi del mio tradimento ch’era stato brusco, tanto che non avevo tentato di attenuarlo neppure con una parola sola, nessuno aveva mai parlato, perché essa poco dopo s’era sposata anche lei ed era stata felicissima. Non era intervenuta alla nostra cena per una lieve influenza che l’aveva costretta a letto. Niente di grave. Strano e grave era invece che io ora ricordassi il mio delitto d’amore, che veniva ad appesantire la mia coscienza già tanto turbata. Ebbi proprio la sensazione che in quel momento il mio antico delitto venisse punito. Dal suo letto, che era probabilmente di convalescente, udivo protestare la mia vittima: – Non sarebbe giusto che tu fossi felice. – Io m’avviai alla mia stanza da letto molto abbattuto. Ero un po’ confuso, perché una cosa che intanto non mi pareva giusta era che mia moglie fosse incaricata di vendicare chi essa stessa aveva soppiantato.
Emma venne a darmi la buona notte. Era sorridente, rosea, fresca. Il suo breve groppo di lacrime s’era sciolto in una reazione di gioia, come avviene in tutti gli organismi sani e giovini. Io, da poco, intendevo bene l’anima altrui, e la mia figliuola, poi, era acqua trasparente. La mia sfuriata era servita a conferirle importanza al cospetto di tutti, ed essa ne godeva con piena ingenuità. Io le diedi un bacio e sono sicuro di aver pensato ch’era una fortuna per me ch’essa fosse tanto lieta e contenta. Certo, per educarla, sarebbe stato mio dovere di ammonirla che non s’era comportata con me abbastanza rispettosamente. Non trovai però le parole, e tacqui. Essa se ne andò, e del mio tentativo di trovare quelle parole, non restò che una preoccupazione, una confusione, uno sforzo che m’accompagnò per qualche tempo. Per quetarmi pensai: – Le parlerò domani. Le dirò le mie ragioni. – Ma non servì. L’avevo offesa io, ed essa aveva offeso me. Ma era una nuova offesa ch’essa non ci pensasse più mentre io ci pensavo sempre.
Anche Ottavio venne a salutarmi. Strano ragazzo. Salutò me e la sua mamma quasi senza vederci. Era già uscito quand’io lo raggiunsi col mio grido: – Contento di andare al cinematografo? – Si fermò, si sforzò di ricordare, e prima di riprendere la sua corsa disse seccamente: – Sì. – Era molto assonnato.
Mia moglie mi porse la scatola delle pillole. – Son queste? – domandai io con una maschera di gelo sulla faccia.
– Sì, certo, – disse ella gentilmente. Mi guardò indagando e, non sapendo altrimenti indovinarmi, mi chiese esitante: – Stai bene?
– Benissimo – asserii deciso, levandomi uno stivale. E precisamente in quell’istante lo stomaco prese a bruciarmi spaventosamente.
«Era questo ch’essa voleva», pensai con una logica di cui solo ora dubito.

Inghiottii la pillola con un sorso d’acqua e ne ebbi un lieve refrigerio. Baciai mia moglie sulla guancia macchinalmente. Era un bacio quale poteva accompagnare le pillole. Non me lo sarei potuto risparmiare se volevo evitare discussioni e spiegazioni. Ma non seppi avviarmi al riposo senz’avere precisato la mia posizione nella lotta che per me non era ancora cessata, e dissi nel momento di assestarmi nel letto: – Credo che le pillole sarebbero state più efficaci se prese con vino.
Spense la luce e ben presto la regolarità del suo respiro mi annunziò ch’essa aveva la coscienza tranquilla, cioè, pensai subito, l’indifferenza più assoluta per tutto quanto mi riguardava. Io avevo atteso ansiosamente quell’istante, e subito mi dissi ch’ero finalmente libero di respirare rumorosamente, come mi pareva esigesse lo stato del mio organismo, o magari di singhiozzare, come nel mio abbattimento avrei voluto. Ma l’affanno, appena fu libero, divenne un affanno più vero ancora. Eppoi non era una libertà, cotesta. Come sfogare l’ira che imperversava in me? Non potevo fare altro che rimuginare quello che avrei detto a mia moglie e a mia figlia il giorno dopo. – Avete tanta cura della mia salute, quando si tratta di seccarmi alla presenza di tutti? – Era tanto vero. Ecco che io ora m’arrovellavo solitario nel mio letto e loro dormivano serenamente. Quale bruciore! Aveva invaso nel mio organismo tutto un vasto tratto che sfociava nella gola. Sul tavolino accanto al letto doveva esserci la bottiglia dell’acqua ed io allungai la mano per raggiungerla. Ma urtai il bicchiere vuoto e bastò il lieve tintinnìo per destare mia moglie. Già quella lì dorme sempre con un occhio aperto.
– Stai male? – domandò a bassa voce. Dubitava di aver sentito bene e non voleva destarmi. Indovinai un tanto, ma le attribuii la bizzarra intenzione di gioire di quel male, che non era altro che la prova ch’ella aveva avuto ragione. Rinunziai all’acqua e mi riadagiai, quatto quatto. Subito essa ritrovò il suo sonno lieve che le permetteva di sorvegliarmi.
Insomma, se non volevo soggiacere nella lotta con mia moglie, io dovevo dormire. Chiusi gli occhi e mi rattrappii su di un fianco. Subito dovetti cambiare posizione. Mi ostinai però e non apersi gli occhi. Ma ogni posizione sacrificava una parte del mio corpo. Pensai: «Col corpo fatto così non si può dormire». Ero tutto movimento, tutto veglia. Non può pensare il sonno chi sta correndo. Della corsa avevo l’affanno e anche, nell’orecchio, il calpestìo dei miei passi: di scarponi pesanti. Pensai che forse, nel letto, mi movevo troppo dolcemente per poter azzeccare di colpo e con tutte e due le membra la posizione giusta. Non bisognava cercarla. Bisognava lasciare che ogni cosa trovasse il posto confacente alla sua forma. Mi ribaltai con piena violenza. Subito mia moglie mormorò: – Stai male? – Se avesse usato altre parole io avrei risposto domandando soccorso. Ma non volli rispondere a quelle parole che offensivamente alludevano alla nostra discussione.
Stare fermi doveva essere tanto facile. Che difficoltà può essere a giacere, giacere veramente nel letto? Rividi tutte le grandi difficoltà in cui ci imbattiamo a questo mondo, e trovai che veramente, in confronto a qualunque di esse, giacere inerte era una cosa di nulla. Ogni carogna sa stare ferma. La mia determinazione inventò una posizione complicata ma incredibilmente tenace. Ficcai i denti nella parte superiore del guanciale, e mi torsi in modo che anche il petto poggiava sul guanciale mentre la gamba destra usciva dal letto e arrivava quasi a toccare il suolo, e la sinistra s’irrigidiva sul letto inchiodandomivi. Sì. Avevo scoperto un sistema nuovo. Non io afferravo il letto, era il letto che afferrava me. E questa convinzione della mia inerzia fece sì che anche l’oppressione aumentò, io ancora non mollai. Quando poi dovetti cedere mi consolai con l’idea che una parte di quella orrenda notte era trascorsa, ed ebbi anche il premio che, liberatomi dal letto, mi sentii sollevato come un lottatore che si sia liberato da una stretta dell’avversario.

Io non so per quanto tempo stessi poi fermo. Ero stanco. Sorpreso m’avvidi di uno strano bagliore nei miei occhi chiusi, d’un turbinìo di fiamme che supposi prodotte dall’incendio che sentivo in me. Non erano vere fiamme ma colori che le simulavano. E s’andarono poi mitigando e componendo in forme tondeggianti, anzi in gocce di un liquido vischioso, che presto si fecero tutte azzurre, miti, ma cerchiate da una striscia luminosa rossa. Cadevano da un punto in alto, si allungavano e, staccatesi, scomparivano in basso. Fui io che dapprima pensai che quelle gocce potevano vedermi. Subito, per vedermi meglio, esse si convertirono in tanti occhiolini. Mentre si allungavano cadendo, si formava nel loro centro un cerchietto che privandosi del velo azzurro scopriva un vero occhio, malizioso e malevolo. Ero addirittura inseguito da una folla che mi voleva male. Mi ribellai nel letto gemendo invocando: – Mio Dio!
– Stai male? – domandò subito mia moglie.
Dev’esser trascorso qualche tempo prima della risposta. Ma poi avvenne che m’accorsi ch’io non giacevo più nel mio letto, ma mi ci tenevo aggrappato, ché s’era convertito in un’erta da cui stavo scivolando. Gridai: – Sto male, molto male.
Mia moglie aveva acceso una candela e mi stava accanto nella sua rosea camicia da notte. La luce mi rassicurò ed anzi ebbi chiaro il sentimento di aver dormito e di essermi destato soltanto allora. Il letto s’era raddrizzato ed io vi giacevo senza sforzo. Guardai mia moglie sorpreso, perché ormai, visto che m’ero accorto di aver dormito, non ero più sicuro di aver invocato il suo aiuto. – Che vuoi? – le domandai.
Essa mi guardò assonnata, stanca. La mia invocazione era bastata a farla balzare dal letto, non a toglierle il desiderio del riposo, di fronte al quale non le importava più neppure di aver ragione. Per fare presto domandò: – Vuoi di quelle gocce che il dottore prescrisse per il sonno?
Esitai per quanto il desiderio di star meglio fosse fortissimo. – Se lo vuoi, – dissi tentando di apparire solo rassegnato. Prendere le gocce non equivale mica alla confessione di star male.
Poi ci fu un istante in cui godetti di una grande pace. Durò finché mia moglie, nella sua camicia rosea, alla luce lieve di quella candela, mi stette accanto a contare le gocce. Il letto che era un vero letto orizzontale, e le palpebre, se le chiudevo, bastavano a sopprimere qualsiasi luce nell’occhio. Ma io le aprivo di tempo in tempo, e quella luce e il roseo di quella camicia mi davano altrettanto refrigerio che l’oscurità totale. Ma essa non volle prolungare di un solo minuto la sua assistenza e fui ripiombato nella notte a lottare da solo per la pace. Ricordai che da giovine, per affrettare il sonno, mi costringevo a pensare ad una vecchia bruttissima che mi faceva dimenticare tutte le belle visioni che m’ossessionavano. Ecco che ora mi era invece concesso d’invocare senza pericolo la bellezza, che certo m’avrebbe aiutato. Era il vantaggio – l’unico – della vecchiaia. E pensai, chiamandole per nome, varie belle donne, desiderii della mia giovinezza, d’un’epoca nella quale le belle donne avevano abbondato in modo incredibile. Ma non vennero. Neppur allora si concedettero. Ed evocai, evocai, finché dalla notte sorse una sola figura bella: Anna, proprio lei, com’era tanti anni prima, ma la faccia, la bella rosea faccia, atteggiata a dolore e rimprovero. Perché voleva apportarmi non la pace ma il rimorso. Questo era chiaro. E giacché era presente, discussi con lei. Io l’avevo abbandonata, ma essa subito aveva sposato un altro, ciò ch’era nient’altro che giusto. Ma poi aveva messo al mondo una fanciulla ch’era ormai quindicenne e che somigliava a lei nel colore mite, d’oro nella testa e azzurro negli occhi, ma aveva la faccia sconvolta dall’intervento del padre che le era stato scelto: le ondulazioni dolci dei capelli mutate in tanti ricci crespi, le guance grandi, la bocca larga e le labbra eccessivamente tumide. Ma i colori della madre nelle linee del padre finivano coll’essere un bacio spudorato, in pubblico. Che cosa voleva ora da me dopo che mi si era mostrata tanto spesso avvinta al marito?
E fu la prima volta, quella sera, che potei credere di aver vinto. Anna si fece più mite, quasi ricredendosi. E allora la sua compagnia non mi dispiacque più. Poteva restare. E m’addormentai ammirandola bella e buona, persuasa. Presto mi addormentai.
Un sogno atroce. Mi trovai in una costruzione complicata, ma che subito intesi come se io ne fossi stato parte. Una grotta vastissima, rozza, priva di quegli addobbi che nelle grotte la natura si diverte a creare, e perciò sicuramente dovuta all’opera dell’uomo; oscura, nella quale io sedevo su un treppiedi di legno accanto ad una cassa di vetro, debolmente illuminata di una luce che io ritenni fosse una sua qualità, l’unica luce che ci fosse nel vasto ambiente, e che arrivava ad illuminare me, una parete composta di pietroni grezzi e di sotto un muro cementato. Come sono espressive le costruzioni del sogno! Si dirà che lo sono perché chi le ha architettate può intenderle facilmente, ed è giusto. Ma il sorprendente si è che l’architetto non sa di averle fatte, e non lo ricorda neppure quand’è desto, e rivolgendo il pensiero al mondo da cui è uscito e dove le costruzioni sorgono con tanta facilità può sorprendersi che là tutto s’intenda senza bisogno di alcuna parola.
Io seppi subito che quella grotta era stata costruita da alcuni uomini che l’usavano per una cura inventata da loro, una cura che doveva essere letale per uno dei rinchiusi (molti dovevano esserci laggiù nell’ombra) ma benefica per tutti gli altri. Proprio così! Una specie di religione, che abbisognava di un olocausto, e di ciò naturalmente non fui sorpreso.
Era più facile assai indovinare che, visto che m’avevano posto vicino alla cassa di vetro nella quale la vittima doveva essere asfissiata, ero prescelto io a morire, a vantaggio di tutti gli altri. Ed io già anticipavo in me i dolori della brutta morte che m’aspettava. Respiravo con difficoltà, e la testa mi doleva e pesava, per cui la sostenevo con le mani, i gomiti poggiati sulle ginocchia.
Improvvisamente tutto quello che già sapevo fu detto da una quantità di gente celata nell’oscurità.
Mia moglie parlò per prima: – Affrettati, il dottore ha detto che sei tu che devi entrare in quella cassa. – A me pareva doloroso, ma molto logico. Perciò non protestai, ma finsi di non sentire. E pensai: «L’amore di mia moglie m’è sembrato sempre sciocco». Molte altre voci urlarono imperiosamente: – Vi risolvete ad obbedire? – Fra queste voci distinsi chiaramente quella del dottor Paoli. Io non potevo protestare, ma pensai: «Lui lo fa per essere pagato».
Alzai la testa per esaminare ancora una volta la cassa di vetro che m’attendeva. Allora scopersi, seduta sul coperchio della stessa, la sposa. Anche a quel posto ella conservava la sua perenne aria di tranquilla sicurezza. Sinceramente io disprezzavo quella sciocca, ma fui subito avvertito ch’essa era molto importante per me. Questo l’avrei scoperto anche nella vita reale, vedendola seduta su quell’ordigno che doveva servire ad uccidermi. E allora io la guardai, scodinzolando. Mi sentii come uno di quei minuscoli cagnotti che si conquistano la vita agitando la propria coda. Un’abbiezione!
Ma la sposa parlò. Senz’alcuna violenza, come la cosa più naturale di questo mondo essa disse: – Zio, la cassa è per voi.
Io dovevo battermi da solo per la mia vita. Questo anche indovinai. Ebbi il sentimento di saper esercitare uno sforzo enorme senza che nessuno se ne potesse avvedere. Proprio come prima avevo sentito in me un organo che mi permetteva di conquistare il favore del mio giudice senza parlare, così scopersi in me un altro organo, che non so che cosa fosse, per battermi senza muovermi e così assaltare i miei avversari non messi in guardia. E lo sforzo raggiunse subito il suo effetto. Ecco che Giovanni, il grosso Giovanni, sedeva nella cassa di vetro luminosa, su una sedia di legno simile alla mia e nella stessa mia posizione. Era piegato in avanti, essendo la cassa troppo bassa, e teneva gli occhiali in mano, affinché non gli cadessero dal naso. Ma così egli aveva un po’ l’aspetto di trattare un affare, e di essersi liberato dagli occhiali, per pensare meglio senza vedere nulla. Ed infatti, benché sudato e già molto affannato, invece che pensare alla morte vicina era pieno di malizia, come si vedeva dai suoi occhi, nei quali scorsi il proposito dello stesso sforzo che poco prima avevo esercitato io. Perciò io non sapevo aver compassione di lui, perché di lui temevo.
Anche a Giovanni lo sforzo riuscì. Poco dopo al suo posto nella cassa c’era l’Alberi, il lungo, magro e sano Alberi, nella stessa posizione che aveva avuto Giovanni ma peggiorata dalle dimensioni del suo corpo. Era addirittura piegato in due e avrebbe destato veramente la mia compassione se anche in lui oltre che affanno non ci fosse stata una grande malizia. Mi guardava di sotto in su, con un sorriso malvagio, sapendo che non dipendeva che da lui di non morire in quella cassa.
Dall’alto della cassa di nuovo la sposa parlò: – Ora, certamente toccherà a voi, zio. – Sillabava le parole con grande pedanteria. E le sue parole furono accompagnate da un altro suono, molto lontano, molto in alto. Da quel suono prolungatissimo emesso da una persona che rapidamente si moveva per allontanarsi, appresi che la grotta finiva in un corridoio erto, che conduceva alla superficie della terra. Era un solo sibilo di consenso, e proveniva da Anna che mi manifestava ancora una volta il suo odio. Non aveva il coraggio di rivestirlo di parole, perché io veramente l’avevo convinta ch’essa era stata più colpevole verso di me che io verso di lei. Ma la convinzione non fa nulla, quando si tratta di odio.
Ero condannato da tutti. Lontano da me, in qualche parte della grotta, nell’attesa, mia moglie e il dottore camminavano su e giù e intuii che mia moglie aveva un aspetto risentito. Agitava vivacemente le mani declamando i miei torti. Il vino, il cibo e i miei modi bruschi con lei e con la mia figliuola.
Io mi sentivo attratto verso la cassa dallo sguardo di Alberi, rivolto a me trionfalmente. M’avvicinavo ad essa lentamente con la sedia, pochi millimetri alla volta, ma sapevo che quando fossi giunto ad un metro da essa (così era la legge) con un solo salto mi sarei trovato preso, e boccheggiante.
Ma c’era ancora una speranza di salvezza. Giovanni, perfettamente rimessosi dalla fatica della sua dura lotta, era apparso accanto alla cassa, che egli più non poteva temere, essendoci già stato (anche questo era legge laggiù). Si teneva eretto in piena luce, guardando ora l’Alberi che boccheggiava e minacciava, ed ora me, che alla cassa lentamente m’avvicinavo.
Urlai: – Giovanni. Aiutami a tenerlo dentro… Ti darò del denaro. – Tutta la grotta rimbombò del mio urlo, e parve una risata di scherno. Io intesi. Era vano supplicare. Nella cassa non doveva morire né il primo che v’era stato ficcato, né il secondo, ma il terzo. Anche questa era una legge della grotta, che come tutte le altre, mi rovinava. Era poi duro che dovessi riconoscere che non era stata fatta in quel momento per danneggiare proprio me. Anch’essa risultava da quell’oscurità e da quella luce. Giovanni neppure rispose, e si strinse nelle spalle per significarmi il suo dolore di non poter salvarmi e di non poter vendermi la salvezza.
E allora io urlai ancora: – Se non si può altrimenti, prendete mia figlia. Dorme qui accanto. Sarà facile. – Anche questi gridi furono rimandati da un’eco enorme. Ne ero frastornato, ma urlai ancora per chiamare mia figlia: – Emma, Emma, Emma!
Ed infatti dal fondo della grotta mi pervenne la risposta di Emma, il suono della sua voce tanto infantile ancora: – Eccomi, babbo, eccomi.
Mi parve non avesse risposto subito. Ci fu allora un violento sconvolgimento che credetti dovuto al mio salto nella cassa. Pensai ancora: «Sempre lenta quella figliuola quando si tratta di obbedire». Questa volta la sua lentezza mi rovinava ed ero pieno di rancore.

Mi destai. Questo era lo sconvolgimento. Il salto da un mondo nell’altro. Ero con la testa e il busto fuori del letto e sarei caduto se mia moglie non fosse accorsa a trattenermi. Mi domandò: – Hai sognato? – E poi, commossa: – Invocavi tua figlia. Vedi come l’ami?
Fui dapprima abbacinato da quella realtà in cui mi parve che tutto fosse svisato e falsato. E dissi a mia moglie che pur doveva saper tutto anche lei: – Come potremo ottenere dai nostri figliuoli il perdono di aver dato loro questa vita?
Ma lei, sempliciona, disse: – I nostri figliuoli sono beati di vivere.
La vita, ch’io allora sentivo quale la vera, la vita del sogno, tuttavia m’avviluppava e volli proclamarla: – Perché loro non sanno niente ancora.
Ma poi tacqui e mi raccolsi in silenzio. La finestra accanto al mio letto andava illuminandosi e a quella luce io subito sentii che non dovevo raccontare quel sogno perché bisognava celarne l’onta. Ma presto, come la luce del sole continuò così azzurrigna e mite ma imperiosa ad invadere la stanza, io quell’onta neppure la sentii. Non era la mia la vita la vita del sogno e non ero io colui che scodinzolava e che per salvare se stesso era pronto d’immolare la propria figliuola.
Però bisognava evitare il ritorno a quell’orrenda grotta. Ed è così ch’io mi feci docile, e volonteroso m’adattai alla dieta del dottore. Qualora senza mia colpa, dunque non per libazioni eccessive ma per l’ultima febbre io avessi a ritornare a quella grotta, io subito salterei nella cassa di vetro, se ci sarà, per non scodinzolare e per non tradire.

Italo Svevo – L’assassinio di Via Belpoggio

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I

Dunque uccidere era cosa tanto facile? Si fermò per un solo istante nella sua corsa e guardò dietro a sé: Nella lunga via rischiarata da pochi fanali vide giacere a terra il corpo di quell’Antonio di cui egli neppure conosceva il nome di famiglia e lo vide con un’esattezza di cui subito si meravigliò. Come nel breve istante aveva quasi potuto percepirne la fisionomia, quel volto magro da sofferente e la posizione del corpo, una posizione naturale ma non solita. Lo vedeva in iscorcio, là sull’erta, la testa piegata su una spalla perché aveva battuto malamente il muro; in tutta la figura, solo le punte dei piedi ritte e che si proiettavano lunghe lunghe a terra nella scarsa luce dei lontani fanali, stavano come se il corpo cui appartenevano si fosse adagiato volontario; tutte le altre parti erano veramente di un morto, anzi di un assassinato.
Scelse le vie più dirette; le conosceva tutte ed evitava i viottoli per i quali non direttamente si allontanava.
Era una fuga smodata come se avesse avuto le guardie alla calcagna. Quasi gettò a terra una donna e passò oltre non badando alle grida d’imprecazione ch’ella gli lanciava.
Si fermò sul piazzale di S. Giusto. Sentiva che il sangue gli correva vertiginosamente le vene, ma non aveva alcun affanno e non era dunque la corsa che lo aveva affaticato. Forse il vino poco prima? Non l’assassinio, sicuramente non quello; non lo aveva né affaticato né spaventato.
Antonio lo aveva pregato di tenergli per un istante quel pacco di banconote. Poco dopo, quando Antonio gliene chiese la restituzione a lui balenò alla mente l’idea che ben poca cosa lo divideva dalla proprietà assoluta di quel pacco: La vita di Antonio! Non ne aveva ancor ben concepita l’idea che già l’aveva posta ad esecuzione e si meravigliava che quella idea che ancora non era una risoluzione gli avesse dato l’energia di menare quel colpo formidabile tale che dello sforzo si risentiva nei muscoli del braccio.
Prima di lasciare il piazzale stracciò l’involucro che chiudeva il pacco di banconote, lo gettò via e ne distribuì disordinatamente per le tasche il contenuto; poi s’incamminò con passo che volle calmo ma che ben presto e per quanto egli tentasse di frenarlo, ridivenne celere perché moderarlo sul piano era difficile, dopo esser salito di corsa. Finì che fu preso da un grande affanno che lo costrinse a fermarsi, proprio sotto il castello, con la sentinella che guardava la città nella quale allora allora era stato commesso il grande delitto.
Sulla scalinata che conduceva alla piazza della Legna gli fu più facile di moderare il passo ma soltanto badando di portare sempre tutti e due i piedi su uno scalino prima di scendere al prossimo. Voleva riflettere ma non seppe che prenderne l’atteggiamento. Ben presto si disse che non ve n’era bisogno visto che ogni suo movimento era ora dettato dalla necessità! Accelerò di nuovo il passo. Senza ritardo egli si sarebbe recato alla ferrovia e avrebbe tentato di partire per Udine; di là gli sarebbe stato facile di passare in Svizzera.
Allora era perfettamente in sé. S’era dileguata la leggera nebbia prodotta nel suo cervello dalla cena che gli aveva pagata il povero Antonio. Non era stata la causa del delitto, ma il vino, fornitogli dalla sua vittima stessa, gliene aveva reso più facile l’esecuzione.
Se non avesse avuto quei fumi alla testa non avrebbe saputo dimenticare che commesso il delitto, molto ancora gli restava da fare prima di assicurarsene il frutto, e col suo carattere poco energico, inerte, avrebbe sempre cercato mezzi e modi e finito col non agire che al sicuro, dunque mai.
Dove si poteva uccidere al sicuro? E se ci fosse stato il luogo, Antonio si sarebbe potuto trascinare? Gli venne da ridere; quell’Antonio era tale un imbecille che lo si avrebbe potuto far andare espressamente ad un macello più lontano.
Camminava ora franco e calmo per la via ma non si dissimulava che la sua tranquillità veniva dal sapere che nessuno dei passanti poteva ancora essere a conoscenza del delitto da lui commesso. Per costoro, assolutamente, egli era ancora un uomo onesto e li guardava franco in faccia quasi per usufruire per l’ultima volta del diritto che stava per perdere.
Alla stazione però lo colse di nuovo l’agitazione di poco prima. Là egli aveva da fare il passo che doveva avere tanta importanza sul suo destino. Se lo si lasciava partire era salvo. Quale calma non gli sarebbe stata data dal sentirsi trascinare lontano con la rapidità vertiginosa del celere; perché, con un senso ch’egli non aveva saputo di avere, dall’altra estremità della città egli sentiva avanzarsi la notizia dell’omicidio e la persecuzione e sapeva che se non fuggiva, ben presto ne sarebbe stato raggiunto.
Alla una doveva partire il treno e ci mancava una mezz’ora circa. Egli non voleva entrare nell’atrio vuoto molto tempo prima della partenza, ma non seppe rimanere lungo tempo, solo, nell’oscurità e ciò non per timore ma per impazienza. Aveva guardato a lungo l’orologio della stazione sorvegliando su esso l’avanzare del tempo, poi osservato il cielo stellato e senza nubi.
Che cosa gli restava a fare? «Se avessi qualcuno con cui parlare!», pensò e fu in procinto di abbordare un cocchiere che dormicchiava a cassetta della sua carrozza. Ma si trattenne perché correva pericolo di parlargli del suo delitto e come all’infuori della grande paura del giudizio dei suoi simili, a sua sorpresa egli non sentiva affatto rimorso ma invece una specie di superbia per la risoluzione ferrea presa improvvisamente e per la esecuzione ardita e sicura.
Entrò nell’atrio. Voleva vedere le facce dei presenti ritenendo di poter comprendere da queste il destino che lo attendeva.
Sulla panca accanto alla porta erano sedute due donne friulane vicino ai loro cesti, a mezzo addormentate. In fondo alcuni doganieri maneggiando dei colli e a sinistra, nella birraria, v’era un solo uomo grasso che fumava seduto dinanzi ad un bicchiere di birra semivuoto.
Si meravigliò di nuovo dell’acutezza della sua vista e mai non s’era sentito così forte ed elastico, pronto a lottare o a fuggire. Pareva che il suo organismo avvisato del pericolo che correva avesse raccolto tutte le forze per mettergliele a disposizione in quel frangente.
Il suo passo risonava forte nel locale vuoto e destava una eco confusa. Le due friulane alzarono il capo e lo guardarono.
Egli picchiò al finestrino della dispensa per chiamare l’impiegato e non senza sforzo, seppe attendere senza muoversi i parecchi minuti che costui ci mise a rispondere.
– Un biglietto per Udine!
– Che classe?
Non ci aveva pensato.
– Terza. – Non sceglieva quella per economia ma per prudenza; bisognava viaggiare in conformità ai vestiti molto sdrusciti.
– Andata e ritorno – aggiunse rapidamente e sorpreso della buona idea venutagli.
Per pagare levò un pacco di banconote ma le rimise subito in tasca; ve ne erano da mille fiorini. Trovò un piccolo pacchetto da dieci fiorini e pagò.
Gli sembrò che l’opera fosse compita a metà ora che aveva il biglietto in tasca. Anzi meglio che a metà perché non aveva più da parlare con nessuno. Gli bastava sedersi tranquillamente nel suo compartimento con quelle friulane che gli davano poco sospetto e il resto era affare della locomotiva.
Bisognava occupare in qualche modo il tempo che mancava alla partenza. Pose le mani in tutte le tasche e palpò i biglietti di banca. Erano soffici quasi volessero simboleggiare la vita che potevano dare.
Così con le mani in tasca si appoggiò ad un pilastro della porta, il punto più oscuro dell’atrio donde poteva sorvegliare tutto l’ambiente senza venir veduto. Anche sentendosi perfettamente al sicuro non voleva tralasciare alcuna precauzione.
Non sentiva una grande gioia al contatto delle banconote e andava dicendosi ch’era perché non se ne sentiva ancora sicuro possessore. Invece, anche senza questo dubbio, il pensiero del suo delitto non avrebbe lasciato luogo in lui ad altri sentimenti. Non era preoccupazione e non rimorso ma quell’impressione al braccio destro col quale aveva dato il colpo gli sembrava si fosse estesa a tutto il suo organismo. L’atto così breve e fulmineo aveva lasciato traccie sul corpo che lo aveva fatto. Il suo pensiero non sapeva staccarsene.
– Dammi i miei denari – gli aveva detto Antonio fermandosi tutt’ad un tratto. Avendo già preso la decisione di non restituire il pacco, egli dubitò che Antonio non l’avesse indovinata e intanto non fece altro che un atto designato a distruggere in costui il sospetto. Stese la sinistra a porgergli il pacco ben sapendo ch’erano tanto distanti uno dall’altro che le loro mani non giungevano a toccarsi. Antonio si avvicinò subito troppo e in parte la violenza del colpo che ricevette derivò dal suo movimento verso il ferro. Già si piegava e non ancora aveva compreso ciò che gli succedeva. Portò le mani alla ferita e le ritirò bagnate di sangue. Gettò un urlo e stramazzò a terra ove subito s’irrigidì. Strano! In quell’urlo, la voce di Antonio era divenuta seria e solenne; non era più quella che fino ad allora aveva balbettato le parole dell’imbecille e dell’ubriaco: «Gli accadeva infatti cosa molto seria al povero Antonio», pensò Giorgio seriamente.
Bruscamente venne tolto ai suoi sogni. Con passo rapido era entrata una guardia ed era andata direttamente alla dispensa. A Giorgio si gelò il sangue nelle vene. Lo cercavano diggià? Stette fermo vincendo il movimento istintivo che lo avrebbe gettato sulla via, ma poi, osservando la vivacità con la quale la guardia parlava con l’impiegato, gli parve di indovinare ch’essa era venuta precipitosamente a dare l’ordine di non lasciarlo partire e uscì dall’atrio senza far rumore in modo che persino le due friulane vicinissime alla porta non s’accorsero della sua uscita.
Nell’oscurità della piazza ebbe tanta calma da dubitare che quella sua fuga fosse giustificata ma non tanto da ritornar nell’atrio. Risolse di fermarsi per qualche tempo a quel posto sperando che la sua fortuna gli avrebbe dato qualche altra indicazione per poter orientarsi. Non era piccola risoluzione o di facile esecuzione neppure quella di rimanere là fermo, perché calmo non si sarebbe sentito che obbedendo al suo istinto e correndo all’impazzata lontano da quel luogo. La vista di persona che forse poteva avere il mandato di arrestarlo era bastata a togliergli tutta l’audacia di cui poco prima s’era gloriato. Cercò una posizione naturale per dare anche meno nell’occhio e si sedette su una scalinata. Si sentiva a disagio così, ma sapeva che quella era una posizione naturale perché pochi giorni prima, dopo aver desinato abbondantemente una volta in quarant’otto ore, s’era seduto sui gradini di una chiesa e aveva potuto osservare che i passanti non lo vedevano.
Partire? Giocare d’audacia e partire alla cieca, senza curarsi di sapere se alla partenza stessa o alla prossima stazione sarebbe stato fermato? Lo fermò più che questo dubbio, l’orrore di quelle ore di un’angoscia che da poco conosceva.
Travestì la sua paura in un ragionamento.
«Partire significava fuggire e la fuga era una confessione. Se fosse stato colto nella fuga era perduto senza misericordia».
Sarebbe rimasto, e non gli mancarono gli argomenti neppure per rendere ragionevole il suo desiderio di non allontanarsi affatto dalla città. Chi poteva rintracciarlo? Due o tre persone che non lo conoscevano lo avevano veduto con Antonio e dalla parte proprio opposta a quella ove abitava.
Ma dopo quella prima vigliaccheria non si sentì più capace di audacie. Un’audacia utile gli veniva consigliata dal suo mobile cervello, ma anche mentre che con essa si baloccava, neppure per un istante non ebbe l’intenzione di porla ad esecuzione. Lo torturava una grande curiosità di sapere quello che la gente sapesse dell’assassinio e quali ipotesi facesse sull’assassinio. Egli avrebbe potuto portarsi di nuovo sul luogo del misfatto e informarsi con cautela. Ma a quest’uopo bisognava naturalmente parlare dell’assassinio e forse con guardie… tutta roba da far rizzare i capelli in testa.
No! Sarebbe ritornato immediatamente a quella specie di tana che da oltre un anno gli serviva d’abitazione e per lungo tempo non l’avrebbe abbandonata. Avrebbe continuato a fare la vita che aveva fatto fino allora, concedendosi soltanto quelle comodità che non potevano dare nell’occhio.
Per andare alla sua abitazione in Barriera vecchia egli avrebbe dovuto passare la spaziosa via del Torrente. Un’insormontabile paura della luce glielo impedì e spiegando a se stesso che la sua paura era cautela, infilò una viuzza solitaria che lo portò sulla collina adiacente ad una via larga ma fuori di mano, poco frequentata a quell’ora e poco illuminata. Poi con un giro enorme, sempre preferendo le vie più oscure, arrivò all’altra parte della città. Si fermò dinanzi ad una porta per uno scalino più bassa della via. Entrò, chiuse dietro a sé la porta, e nella profonda oscurità si sentì subito tranquillo. Egli aveva commesso un errore, quella passeggiata alla stazione, e, ritornato salvo in casa, gli parve di averlo annullato.
Là nessuno sapeva del suo tentativo di fuga; in uno dei canti della stanza sentiva russare Giovanni, probabilmente ubbriaco.
Cercò a tastoni il suo materasso, vi si stese e si spogliò. Cacciò la giubba nella quale v’erano i denari, sotto il guanciale e s’addormentò dopo aver brancolato verso il sonno in una fantasia disordinata. Non gli sembrava di essere stato lui l’uccisore. Quella via lontana ch’egli fuggendo aveva guardato anche una volta, l’assassinato che per sì breve tempo aveva conosciuto e quella fuga alla stazione, gli balzavano bensì dinanzi alla mente, ma senza commuoverlo o spaurirlo. Nella sua immensa stanchezza gli parve che l’oscurità in cui si trovava non avesse a diradarsi mai più. Chi sarebbe venuto a cercarlo là?

II

Giorgio nella triste società nella quale viveva, veniva chiamato il signore. Non doveva questo nomignolo alle sue maniere che pur si tradivano superiori a quelle degli altri ma più al disprezzo ch’egli dimostrava per le abitudini e i divertimenti dei suoi compagni. Costoro all’osteria erano felici mentre Giorgio vi entrava svogliato, vi stava per lo più silenzioso, e quanto più beveva tanto più triste diveniva. Il volgo ha un gran rispetto per la gente che non si diverte e Giorgio accorgendosi dell’impressione che produceva affettava maggior tristezza di quanto realmente sentisse.
In fondo la sua storia era molto semplice e solita, né egli aveva il passato splendido che voleva far credere. Gli studi di cui si vantava erano stati fatti in due classi liceali a percorrere le quali aveva messo cinque anni. Poi aveva abbandonato le scuole e in brevissimo tempo aveva dilapidato lo scarso peculio della madre. Fece vari tentativi per conservarsi il posto di borghese colto a cui la madre aveva tentato di portarlo, ma invano, perché non trovò altro impiego che di facchino. Non potendola mantenere aveva abbandonato la madre e viveva in quella stalla con altro facchino, certo Giovanni, lavorando, quando era molto attivo, due o tre giorni per settimana.
Era malcontento di sé e degli altri. Lavorava brontolando, brontolava quando riceveva la mercede e non sapeva quietarsi neppure nelle sue lunghe ore d’ozio.
Ricco non era stato mai, ma s’era trovato in condizioni nelle quali aveva potuto sognare di arrivare a stato migliore e altri a lui d’intorno, la madre principalmente, avevano sognato con lui e, certo, erano stati questi sogni e l’amarezza di vederne sempre più lontana la realizzazione che avevano costato la vita ad Antonio.
Si svegliò con un sussulto in seguito ad un grande rumore. Giovanni stava vestendosi, ed essendosi messo per errore uno stivale di Giorgio, bestemmiando se l’era levato e l’aveva gettato con violenza a terra.
Giorgio finse di dormire ancora e per proposito respirando rumorosamente ripensò con sorpresa al suo delitto. Se non fosse già stato commesso probabilmente egli non avrebbe avuto il coraggio di commetterlo, ma giacché era cosa fatta e ch’egli coi nervi quietati dal lungo riposo si trovava in quel luogo dimenticato da tutti, al sicuro, poggiando la testa sul suo tesoro, non provò né rimpianto né rimorso. Questo fu il primo sentimento in quella lunga giornata.
Giovanni oramai vestito lo prese per un braccio e lo scosse:
– Non vai a cercare lavoro, poltrone?
Giorgio aperse gli occhi e stirandosi come se si fosse destato allora, brontolò: – Già oggi non se ne trova. Resterò ancora un poco a letto.
Giovanni esclamò: – Oh! il signore! Continui pure a riposare. – Uscì sbattacchiando dietro a sé l’uscio.
Già così, senza chiave, dal di fuori non si poteva entrare, ma a Giorgio non bastò. Si levò e andò a tirare il catenaccio. Poi trasse dalle tasche le banconote e le contò.
La vista di quel denaro gli dava un sentimento di certo non giocondo: Era il ricordo del suo delitto e poteva divenirne la prova. La vista della via illuminata dal sole mattutino lo aveva agitato e invano, affannosamente, per essere di nuovo soddisfatto della sua azione, andava calcolando quanti anni con quella somma avrebbe potuto vivere libero e ricco. La preoccupazione maggiore interrompeva il calcolo e la compiacenza. «Dove celarli?»
Il pavimento era coperto di tavole che all’infuori di qualche leggera saldatura alle estremità erano semplicemente poggiate sul terrazzo. Di buoni nascondigli ve n’erano abbastanza, ma nessuno sicuro perché essendovi in tutta la stanza un solo armadio, e quello senza chiave, i due inquilini avevano l’abitudine di usare spesso di quei ripostigli.
Ma le buone idee non mancavano a Giorgio. Nascose le banconote sotto il materasso di Giovanni.
Mentre era intento al lavoro con un sorriso di compiacenza sulle labbra, un leggero rumore proveniente da un canto della stanza lo fece trasalire e abbandonato un tavolo che aveva sollevato, questo, cadendo, gli contuse una mano, producendogli un dolore che dovette morsicarsi le labbra per non gridare. Gli parve che quello schiamazzo somigliasse a quello di una lotta e fu tale il suo spavento che quando si calmò, avvilito dovette riconoscere che se le buone idee non gli mancavano, gli mancava qualche cosa che avrebbe potuto essergli di utilità immensamente maggiore in quelle circostanze.
Decise di non uscire per il momento. Gli era ben facile di trattenersi là nella semioscurità piuttosto che di andare al sole, sulla via. Vedeva la luce che penetrava dall’unica finestra e calcolava quale impressione gli doveva produrre di camminare per le vie di giorno quando s’era sentito tanto male a camminarle di notte.
Giovanni gli avrebbe portato delle notizie, le voci che correvano sull’assassino. Aveva l’abitudine di leggere giornalmente il Piccolo Corriere, e così sarebbe stato bene informato.
L’avvenimento probabilmente più importante del giorno innanzi era il suo misfatto!
Il più importante! Si sentì un malessere come se qualche peso violentemente gli si posasse sul cuore.
Anche i suoi compagni si sarebbero occupati di tale avvenimento.
Come avrebbe avuto il coraggio di parlare del suo delitto, come prima o poi vi sarebbe stato costretto? Fare l’attore in una simile parte, lui che per quanto perverso aveva il sangue che alla menoma emozione gli arrossava la faccia?
Studiò la sua parte. Comprese subito che in quelle circostanze e per quanto fosse da persona poco raffinata, di fronte al delitto, egli era costretto di dimostrare una grande, immensa indignazione. Né calma né indifferenza, perché la finzione sarebbe stata troppo difficile. L’indignazione avrebbe spiegato il rossore, avrebbe spiegato il tremito delle mani e l’attenzione intensa ch’egli non avrebbe saputo rifiutare ad ogni più piccolo particolare che gli sarebbe stato riferito sul delitto.
Si vestì, e alle 11, l’ora in cui gli operai non ancora l’invadevano, si portò all’osteria vicina. Prima di uscire dalla sua tana la guardò lungamente; aveva l’aspetto solito dopo ch’egli aveva pulita certa polvere che s’era ammassata accanto al letto di Giovanni, sotto al quale erano state smosse le tavole.
Nessuno avrebbe potuto supporre che in quella stanza era celato un tesoro.
All’osteria all’infuori della fantesca non vide nessuno. Con costei, una bella donna quantunque passatella, egli aveva amato talvolta di scherzare; in quel giorno gli riuscì impossibile.
Rimase seduto al suo posto trasalendo ad ogni rumore che poteva annunciare la venuta di altre persone.
Non aveva udito ancora neppure una parola sull’assassinio! Volle tentare di udire questa prima parola.
Era già avviato per uscire e ritornò a Teresina che portava delle stoviglie alla dispensa. La prese sotto il mento e guardandola fissa negli occhi: – Niente di nuovo Teresina? – le chiese, non trovando una domanda più abile, e nella sua voce vibrò una commozione che lo sorprese.
– Oh! Meno male! – esclamò ella allontanandosi da lui, perché erano troppo vicini alla porta. – Temevo foste ammalato vedendovi oggi così serio!
– Sto poco bene! – disse lui, e acciocché ella più facilmente glielo credesse ripeté la frase più volte. Ella si attendeva di ricevere qualche bacio ora che si era messa all’oscuro, ma egli le andò vicino, la prese per mano amichevolmente, e ripeté la sua domanda: – Niente di nuovo?
– Non sa dire altro quest’oggi? – chiese ella, e volendo fare la smorfiosa si liberò della sua stretta e fuggì.
Sulla via egli camminò con passo che volle sicuro diffilato verso la sua abitazione. Si trovava molto debole, vigliacco in modo sorprendente. Il pensiero al suo misfatto gli aveva tolto ogni naturalezza. Il suo contegno non era più naturale neppure con quella servetta! Perché andava figurandosi che tutta la città si preoccupasse dell’assassinio? Aveva chiesto alla Teresa se nulla sapesse di nuovo e s’era atteso ch’ella subito in risposta alla sua vaga domanda gli raccontasse quanto ella aveva sentito parlare del misfatto. «Oh! Bisogna mutare di contegno», si disse, nella fiera risoluzione morsicandosi le labbra, «ne va della pelle». Si era contenuto tanto scioccamente con Teresa che l’aveva resa capace di divenire un testimonio a suo carico.
Forse in città nulla si sapeva dell’assassinio! Questa speranza per quanto insensata diminuì il suo abbattimento. Era l’unica ipotesi felice per lui perché egli aveva capito che non rimaneva impunito se anche non veniva scoperto; quel terrore continuo era già per sé una grave punizione. Chi poteva saperlo? Per un fenomeno qualunque il cadavere di Antonio poteva essere scomparso dalla faccia della terra. Probabilmente sempre è stata la speranza che ha supposto nella natura il miracolo.
Ma troppo presto questa speranza venne distrutta. A mezzodì capitò Giovanni e anche a lui egli disse di essere indisposto per scusarsi di non essere andato al lavoro.
– Ah! Così – fece Giovanni e finché non continuò, Giorgio attribuì il sorriso ironico che gli vedeva errare sulle labbra ad un sospetto. – Sei ammalato come al solito, eh?
Infatti non era la prima volta che Giorgio si diceva ammalato per scusare la sua infingardaggine.
Poi subito senz’altra transizione che uno sbadato: – Hai inteso? – Giovanni incominciò a raccontare del delitto di via Belpoggio. Mangiava del pane che s’era portato di pranzo e quelle parole attese da Giorgio con febbrile impazienza uscivano dalla sua bocca una alla volta con lunghi intervalli. – Certo, Antonio Vacci… pare si tratti di oltre trentamila fiorini. Un bel colpo! Il cuore spaccato! Se è vissuto dieci secondi dopo di aver ricevuto quel colpo è assai.
Giorgio non si agitava soltanto per la sua ultima speranza che crollava. Era stato quel cuore spaccato che gli aveva dato il dolore al braccio; forse nel suo braccio aveva sentito le ultime vibrazioni del viscere moribondo, e l’idea di quel contatto immediato lo faceva fremere. Si sapevano da tutti persino i particolari del delitto; doveva sembrare enorme. Sul corpo di Antonio non era rimasta traccia della istantaneità del fatto, ma della violenza sì.
Non ardiva aprir bocca. Cribrava ogni parola che gli saliva alle labbra e la ringoiava perché ognuna gli pareva dovesse dare sospetto. Non c’era mezzo di far parlare quell’individuo tutto occupato dal suo magro cibo e che nelle tante riflessioni che emetteva non aveva detto ancora nulla sulle supposizioni che dovevano essere state fatte in città sul suo conto?
Finalmente Giorgio trovò una frase che gli parve un capolavoro di naturalezza: – E l’assassino chi è? – Per trovare questa frase aveva dovuto prima esaminare quanta parte del fatto di cui trattavasi fosse a sua conoscenza soltanto perché egli lo aveva commesso, poi esaminare quanto nelle parole di Giovanni vi fosse di oscuro perché era pericoloso dimostrare di aver capito troppo presto tutto – Sì l’assassino chi è?
Con grande gioia egli osservò che l’altro s’impazientava. Mettendovisi con tutt’attenzione egli sapeva dunque ingannare abbastanza abilmente e questa volta non ebbe che un solo rimorso. Nella gioia di aver trovato quella frase l’aveva ripetuta quasi inconsapevole.
– Non te l’ho già detto? Non l’hanno trovato finora. Non si sa chi sia.
E da Giovanni di più non poté sapere ed egli vi rinunciò. Per avere le notizie che Giovanni gli poteva dare non aveva il bisogno di sottostare al supplizio di un colloquio. Se le sarebbe procurate da un giornale.
Un quarto d’ora dopo l’uscita del facchino con un coraggio ch’egli stesso ammirava, egli uscì non senza avere titubato per qualche istante. Col desiderio di notizie ch’era stato stimolato in lui da Giovanni non poteva attendere più oltre.
Per giungere all’edicola più vicina del Piccolo Corriere gli occorreva camminare per dieci minuti circa. Camminava dapprima rasente ai muri, poi, per il volgare ragionamento che l’aspetto di voler celarsi avrebbe potuto dar sospetto, franco in mezzo alla via, con passo che voleva essere disinvolto ma che s’impacciava continuamente. Aveva dunque disimparato di camminare?
Avuto il giornale si rintanò immediatamente. Si gettò sul materasso che aveva trascinato sotto all’unica finestra e si mise a leggere. Mai in tutta la sua esistenza egli non aveva trovato tanto interesse a un pezzo di carta stampata, giammai su questa carta egli aveva saputo rivolgere tutta la sua attenzione e dimenticare il proprio contorno da sembrargli, cessata la lettura, di destarsi da un lungo sogno.
L’assassinio era il fatto più importante della cronaca locale e la riempiva quasi del tutto. Il racconto del misfatto era preceduto da alcune considerazioni fatte dal giornale sulla frequenza con cui simili fatti di sangue si verificano in città e con un tono d’amarezza che certamente impressionò maggiormente l’assassino che leggeva che le autorità a cui era destinato, si lagnava della trascuratezza con cui s’invigilava alla pubblica sicurezza.
Leggendo a lui sembrava di odiare il giornale! Perché quell’accanimento? Certamente anche se egli fosse stato punito l’altro non si sarebbe risvegliato più. Non bastava l’accanimento che già naturalmente ci avrebbe messo l’autorità a ricercarlo?
Da tutto l’articolo appariva o si voleva far apparire, che l’assassinio aveva destato la massima sensazione in città. Si trattava di un misfatto, diceva il giornalista, commesso con un’audacia inaudita, in una via della città abbastanza vicina al centro e ad un’ora avanzata bensì, ma non tanto che si dovesse supporne specialmente spopolato quel rione. Un passante qualunque per la sola ragione che aveva seco del denaro era stato ucciso proditoriamente.
S’ingannavano e Giorgio avrebbe dovuto esserne lieto perché in tale modo il sospetto sarebbe caduto anche più difficilmente su lui; nessuno aveva veduto la vittima accompagnata dall’assassino. Però descritto in tale modo quale l’opera di un aggressore che aveva ucciso un passante qualunque solo perché nelle sue tasche aveva supposto del denaro il delitto diveniva ben più terribile; il malessere di Giorgio ne veniva aumentato. Costoro che di lui parlavano non sapevano a quale tentazione egli era stato esposto dall’imbecillità di Antonio.
Era facile a comprendere che descritto in tale guisa l’assassinio doveva commuovere tutta la città. Ognuno sentiva minacciata la propria amata persona e sarebbe divenuto al caso un utile ausiliare della polizia.
Dell’assassino non una sola parola giusta.
Poco prima del fatto, raccontava il giornale, erano stati veduti aggirarsi in quei pressi due individui di pessimo aspetto presumibilmente gli autori dell’omicidio.
Quest’errore era assolutamente consolante per Giorgio ed egli stesso si meravigliò di non sentirsi scendere nel cuore un po’ di calma all’apprenderlo.
Quell’articolo l’aveva scosso profondamente. Egli aveva sospettato delle persecuzioni fatte con maggiore fortuna, ma, per quanto sfortunate ora che vi si trovava di fronte, lo agitavano e lo impaurivano. Forse esiste nel nostro organismo qualche parte tanto delicata che già si risente al solo augurio del male. Egli sentiva convergere sul suo tale un cumulo di odio, che, per quanto impotente dovesse sembrargli per il momento, lo opprimeva.
Il giornale che non poteva dire una parola sull’assassino, si sfogava col fare una biografia particolareggiata dell’assassinato.
Antonio Vacci era maritato e padre di due ragazze. La famiglia era vissuta poveramente fino a qualche mese prima, in cui le era toccata inaspettata una vistosa eredità. Il Vacci veniva descritto quale persona di poco cervello e che dacché era arricchito aveva l’abitudine di portare seco una grossa somma di denaro che faceva vedere a chi lo desiderava.
Non era quindi possibile di elevare dei sospetti contro quelle persone che sapevano di questo tesoro ambulante perché erano troppe. «Intanto», soggiungeva il giornale, «l’autorità fa subito degli interrogatori a tutti gli abitanti della casa ove abitava il povero Vacci».
«Oh! Fossi fuggito», pensò con rammarico cocente l’assassino. Da quanto aveva letto era chiaro che il sospetto fino ad allora non era caduto su di lui e partendo da Trieste la sera innanzi egli sarebbe potuto giungere fino in Isvizzera(1) prima di aver a temere persecuzioni. Riteneva fondatamente che il profondo malessere che lo rendeva tanto infelice non lo avrebbe colto se si fosse trovato lontano dal luogo ove aveva ucciso.
Verso sera si recò anche una volta all’aperto. Camminò più franco ed egli si affrettò ad attribuire quel coraggio alla certezza di sapersi inosservato. Ma la paura regnava sovrana nel suo organismo. A farlo trasalire bastava qualche cosa d’immediato e impreveduto, per esempio di trovarsi improvvisamente faccia a faccia con una montura qualunque che magari somigliasse soltanto a quella di una guardia. Non era la lettura del giornale, la sicurezza di sapersi non sospettato che gli dava coraggio, e finì col riconoscerlo anche lui. Era l’abitudine alla nuova posizione che gli permetteva di muoversi più sciolto. Gran parte di quello che noi diciamo coraggio è l’esperienza e l’abitudine del pericolo.

III

Giovanni entrando alle sette di sera lo guardò con cipiglio comicamente serio: – Sai che si sospetta che tu sii l’assassino di Antonio Vacci? – gli disse a bruciapelo.
Giorgio era nell’oscurità, sul suo giaciglio. Egli sentì che se non fosse stato così, l’altro, alla sola vista della sua fisonomia, che doveva essersi alterata orribilmente, avrebbe compreso che quel sospetto di cui parlava scherzosamente era ben fondato. Ove erano iti i suoi propositi di freddezza e di disinvoltura? – Chi? – balbettò. Non si poteva movere una domanda più sciocca ma l’aveva preferita a tutte le altre perché la più breve che gli fosse venuta in mente.
Giovanni rispose che tutti i loro amici ne parlavano. A quanto raccontava il Piccolo Corriere della Sera una donna aveva veduto fuggire l’assassino dal luogo del delitto, anzi quasi ne era stata gettata a terra, e aveva saputo dare sul suo aspetto dei particolari abbastanza precisi: Intanto dei capelli ricci neri, abbondantissimi, e un cappello a cencio.
Lo spavento che in Giorgio era stato provocato dalle prime parole di Giovanni, da queste ultime venne alquanto diminuito. Piccolissima, ma qualche tranquillità gliene doveva derivare. Egli si rammentava di quella donna la quale lo aveva visto nell’oscurità e per un breve istante, tale che sicuramente non le aveva concesso di osservare in lui altro all’infuori del cappello a cencio e dei capelli neri. Di più ella non lo aveva visto uccidere e se anche lo avesse ritrovato e riconosciuto, egli non era del tutto perduto; poteva salvarsi negando. Certo! Era atroce la sua situazione ed egli ne era consapevole, ma tutt’altro che disperata. I capelli si potevano tagliare e mutare il cappello.
– Guarda quale combinazione! – disse pronto a Giovanni con un’audacia di cui poco prima non si sarebbe creduto capace. – Nell’ozio di quest’oggi io avevo deciso di tagliare i capelli che mi pesano, e anche… anche mutare questo cappello a cencio che non mi piace.
Non c’era male, ma lo spavento trapelava se non dalle parole dal suono della voce, e un osservatore più abile di Giovanni se ne sarebbe accorto.
Con intelligenza costui osservò: – Se non vuoi avere seccature da parte della polizia farai bene a non mutare per ora né la tua barba né il tuo cappello.
– Ma se ci sei tu per dichiarare che avevo l’intenzione di fare questi mutamenti prima che del cappello o della barba dell’assassino si parlasse.
Oh! Se avesse potuto trarre Giovanni nella sua orbita, farne il suo complice! Se non fosse stata quella orribile paura di vederlo sorgere quale primo accusatore gli avrebbe gettato le braccia al collo, gli si sarebbe confidato e gli avrebbe offerto metà del suo tesoro imponendogli metà delle sue torture. Gli sarebbe sembrata la liberazione quella di avere un complice, perché egli credeva che avrebbe mutato natura il suo terrore se avesse potuto metterlo in parole. Quel pensiero continuo dei suoi persecutori gli sembrava più terribile perché non espresso. Causa la mancanza della parola ragionata egli credeva di non aver saputo prendere una risoluzione energica che lo avrebbe salvato. Si ragionava tanto male con quelle idee mobili che passavano per la mente senza lasciarvi traccia, inafferrabili pochi istanti dopo nate.
Fece un leggero tentativo di ottenere aiuto da Giovanni non appellandosi però con una confessione alla sua amicizia, ma confidando nella debolezza del cervello di costui. – Del resto – disse con noncuranza – sai bene che all’ora in cui dicono che il misfatto è stato commesso, io ero già a letto, tant’è vero che mi salutasti entrando.
– Non rammento! – disse Giovanni con un’esitazione che chiuse definitivamente la bocca a Giorgio; somigliava molto a un sospetto.
E tacque quantunque Giovanni poi sembrasse parlare appositamente per ridargli il coraggio che gli aveva tolto.
Poco prima di uscire disse: – Ecco un colpo di coltello che frutta bene a quel brav’uomo che lo diede. Io se vivessi cento anni e sempre lavorassi, non guadagnerei quanto costui ha conquistato in un solo istante. In fondo sono pregiudizi che ci trattengono dal fare il nostro interesse. Paff! Un colpo bene assestato e si ha tutto quello che occorre.
Guardandolo uscire Giorgio pensava che forse Giovanni sarebbe stato capace di ammazzarlo al sicuro per trafugargli il suo tesoro ma che non avrebbe accettato la complicità in un affare pericoloso. Egli si sentiva migliore di molto di lui che a sangue freddo predicava l’assassinio. Egli l’aveva commesso ma in un dato momento, vinto dalla tentazione di rendere suoi quei denari che lo salvavano dalla sua infelicissima vita. Non aveva ragionato e in quell’istante nemmeno se avesse avuto presente la punizione che gli sarebbe potuta toccare per quel fatto, la forca, il boia, non si sarebbe lasciato trattenere. Aveva dunque arrischiato la propria vita per prendersi l’altrui e, non come vigliaccamente faceva Giovanni, accarezzato l’idea di uccidere al sicuro.
O forse ora se ne era dimenticato? L’atto di cui egli ricordava l’istantaneità non era stato prodotto da un’aberrazione momentanea e lo provava la soddisfazione ch’egli lungamente aveva sentita scoprendosi in quello stesso atto forte ed energico. Oscuramente poi si ricordò che qualche idea molto simile a quella enunciata da Giovanni doveva essere passata anche per la sua mente. Quale strano indebolimento della memoria! L’assassinio era venuto a dividere la sua vita in due parti e al di là di quell’avvenimento egli non ricordava le proprie idee, le proprie sensazioni, il proprio individuo che oscuramente come se si fosse trattato di cose non vissute ma udite raccontare, molti, molti anni prima.
Ora, doveva rassegnarsi a riconoscerlo, egli era un individuo di cui la soppressione veniva desiderata da un’intera società.
Come sfuggire a tale odio, come rendersene meno degno? Se egli fosse stato chiamato a dare ragione del suo misfatto, che cosa avrebbe detto per diminuirne agli occhi altrui la crudeltà, convincerli ch’egli era migliore di quanto poteva apparire se giudicato unicamente da quella sua azione? Egli avrebbe raccontato che un individuo ch’egli appena conosceva gli aveva consegnato del denaro quasi dicendogli: «Se mi uccidi sono tuoi!» che egli seguendo l’invito lo aveva ucciso.
Non avrebbe trovato altro da dire? Sicuramente ciò non bastava a giustificarlo né a far apparire minore la sua colpa e scoprendo che vi era l’impossibilità di convincere altri della propria innocenza, egli finì col riconoscere che il suo sentimento era anormale, irragionevole. Strano infatti il sentimento d’innocenza in un individuo che aveva ucciso e non per amore o per odio ma per avidità.
Egli non poteva più ingannare se stesso, ma gl’importava tanto di diminuire l’odio e il disprezzo nei suoi futuri giudici che a quello scopo dedicò tutto il suo pensiero e quando credette di aver scoperto i mezzi per raggiungerlo, in quell’opera impiegò un tempo prezioso, nel quale avrebbe potuto fors’anche salvarsi.
Da parecchi anni non s’era rammentato di sua madre ed ora pensava a lei per farsi aiutare in una finzione che aveva progettato. Se il suo delitto fosse stato scoperto, e non stava in suo potere d’impedirlo, egli avrebbe asserito che l’aveva commesso per porsi in stato di aiutare la sua vecchia madre.
A notte fatta egli fece la lunga gita a S. Giacomo ove doveva trovarsi la madre. Camminando non pensava affatto al piacere di rivederla; rifaceva la scena su cui aveva già fantasticato, in cui si sarebbe giustificato dinanzi ai giudizi.
Il suo delitto non aveva avuto altro scopo che di rendere aggradevoli gli ultimi anni di vita di una povera vecchia, di sua madre. Non ne dubitava più. Gli sarebbe stato facile di mutare in un’indulgenza commessa l’orrore che avrebbe ispirato la sua azione.
Era certo di poter indurre sua madre a recitare la commedia. Era una donna intelligente che non lo amava dacché egli aveva tradito le speranze ch’ella in lui aveva riposte, ma che lo avrebbe accarezzato non appena saputolo ricco. A lui era di grande conforto quella speranza di affetto ch’egli avrebbe corrisposto con tutte le forze dell’anima sua. In quell’affetto si sarebbe quietata la sua agitazione, si sarebbero annegati quelli che impropriamente egli chiamava rimorsi. L’avrebbe trattata dolcemente, si sarebbe confidato a lei come a se stesso, e avrebbe posto a sua disposizione tutto il suo denaro. Quell’amore gli nasceva nel cuore addirittura violento. Nulla di simile era mai passato per la sua anima. Egli era stato sempre egoista e duro ed ora si compiaceva nell’idea di accarezzare un essere debole e farsene lo schiavo e il difensore.
Scorse un ragazzo seduto accanto alla prima casa operaia. Lo riconobbe e provò un sentimento giocondo: Era Giacomino, il figliuolo di un vicino della madre.
Il ragazzo nell’ombra fumava con voluttà; vedendo Giorgio arrossendo si levò in piedi e celò la sigaretta nel cavo della mano.
Giorgio gli sorrise e voleva rassicurarlo, dirgli ch’egli di certo non lo avrebbe denunciato al padre, ma non aveva tempo e si limitò a quel sorriso.
– Mia madre dov’è? – chiese con premura come se avesse da portarle una notizia urgente.
Più rassicurato da quel sorriso che attristato dalla triste notizia che doveva dare, il ragazzo disse: – Sua madre? – e spese queste due uniche parole per preparare Giorgio, aggiunse rapidamente: – Sua madre è morta da otto giorni all’ospedale. Anzi papà sarà contento di vederla perché da parte della signora Annetta ha da dirle qualche cosa. Vado a chiamarlo!
– Non occorre, non occorre – disse Giorgio con voce afona, e, già allontanandosi, in modo che il ragazzo forse non poté udirlo aggiunse: – Ritornerò domani, addio.
Così perdette quella speranza che in poche ore aveva accarezzato tanto da finire col tenerci addirittura quanto alla speranza di non venir scoperto. Non era il dolore per la morte della madre che lo faceva barcollare e che gli offuscava la vista. Egli non vedeva dinanzi a sé il volto della defunta ora illividito, o non richiamava alla mente la voce che non doveva udire più mai, o il gesto che tanto spesso era stato affettuoso per lui. Era morta inopportunamente quella vecchia e la sua morte faceva di lui di nuovo un vile assassino rapace.
Fu questa notizia sorprendente che gli tolse la capacità di pensare e lo gettò in braccio ai suoi persecutori. In quelle ore in cui s’era cullato nel sogno di fingere al suo delitto uno scopo nobile e guadagnarsi nel caso in cui fosse stato preso la commiserazione dei suoi simili, egli non aveva pensato al difficile compito di sfuggire alla pena. Perduta questa speranza la paura lo aveva guadagnato di nuovo del tutto ed egli fuggiva anche adesso che ritornando in città si avvicinava maggiormente al pericolo.
Nella oscurità accanto a piazza della Barriera, ebbe una strana visione.
Con lo stesso suo passo veloce camminava dinanzi a lui un ometto curvo, piccolo, misero, le mani ostinatamente in tasca, Antonio Vacci insomma. Lo vedeva distintamente, scorgeva tutte le particolarità della miserabile personcina, persino i radi capelli grigi accuratamente lisciati sulle tempie, e per un istante non ebbe dubbio di sorta: Antonio era vivo!
Non si fermò a riflettere come ciò potesse essere dopo ch’egli l’aveva visto giacere in terra come cosa senza vita. Antonio era vivo ed egli non aveva ucciso. Si cacciò innanzi con un urlo. Voleva offrirgli la restituzione di tutti i suoi denari, magari obbligandosi a dargliene degli altri in futuro e non chiedergli nulla in compenso, soltanto che vivendo testificasse ch’egli non aveva ucciso.
Stupefatto si trovò dinanzi ad una faccia misera, dalla pelle incartapecorita ma del tutto sconosciuta, non quella di Antonio, e ripiombò nella sua disperazione con questo di più che essendosi trovato a desiderare la vita di Antonio con una intensità maggiore, egli si giudicò anche meno degno di odio e di persecuzione e provò una forte compassione di se stesso che gli cacciò le lagrime agli occhi.
Egli si vedeva come un uomo che capitato per propria colpa su un’erta china precipita e rimangono inutili tutti i suoi sforzi per fermarsi perché il terreno frana sotto ai suoi piedi e gli arbusti a cui si attacca non resistono. Gli sembravano sforzi per fermarsi quella gita in cerca di sua madre e la speranza di ritrovare Antonio vivo!
Invece appena allora, in quell’agitazione in cui si trovava, fece l’unico sforzo per salvarsi, ma tanto balordamente che fu quello stesso sforzo che lo perdette. L’uomo sulla china, per salvarsi, non aveva trovato di meglio che secondarla e precipitarsi da sé a valle.
Bisognava liberarsi da quel cappello a cencio che gli pesava sulla testa come il suo delitto stesso. Non rammentò l’intelligente osservazione di Giovanni e risoluto entrò da un cappellaio. Era l’ora in cui si doveva venir osservati meno perché si stava già chiudendo il negozio, ma egli non pensò che trasudato dalla corsa e agitato da tante emozioni, sarebbe bastato un solo sospetto per scoprire in lui il malfattore che fugge.
Una ragazza già vestita per abbandonare il negozio, inguantata, elegante, con certi occhi neri spiritati dall’impazienza, gli chiese che cosa desiderasse e udito che voleva un cappello con una smorfia ritornò dietro il banco. Il padrone un giovine alto e magro si alzò da un piccolo tavolo posto nel fondo del negozio.
Prima che si alzasse Giorgio non lo aveva veduto ed ora non lo guardava ma si sentiva osservato da lui, ciò che finì con lo sconcertarlo.
– Presto – mormorò con accento supplichevole che alla ragazza dovette sembrare fuori di posto.
Ella gli offerse un altro cappello a cencio. – No – disse lui con qualche vivacità.
Ella gliene porse un altro ch’egli prese in mano risoluto di non rimanere più oltre in quella luce, osservato con intensa curiosità dalla ragazza, dal padrone e dal facchino che aveva tralasciato di ritirare i cappelli esposti evidentemente soltanto per guardarlo.
Egli ben volentieri avrebbe fatto a meno di provare il cappello nuovo prima di pagarlo, ma capì che ne era obbligato dalla più rudimentale prudenza. Si levò il cappello a cencio e la faccia venne inondata da un sudore abbondante. – Caldo? – chiese la ragazza motteggiando.
Egli esitò un istante prima di rispondere. Gli parve che da quella domanda gli fosse stata data l’occasione di spiegare che si trovava in quello stato in seguito alla lunga gita da lui fatta e non per altra ragione. Ma non seppe avere tanta audacia. – Sì! Molto caldo! – mormorò rasciugandosi la fronte.
Pagò e uscì dimenticandosi di prendere con sé il cappello a cencio. Il cappello nuovo, troppo piccolo, gli stava in testa in equilibrio e malfermo gli dava immenso fastidio.
In piazza della Barriera per la quale dovette ripassare vide Giovanni con altri tre operai. Si avvicinò loro esitante, sapendo allora per esperienza che ogni sua parola ogni suo gesto sarebbe stato tanto strano da destare sospetto.
L’accolsero con saluto glaciale e lo guardarono con diffidenza. Non era un inganno della sua paura; così non lo avevano trattato mai. Lo guardavano con curiosità e nessuno gli rivolse la parola.
A mezzo ubbriaco dal terrore egli ebbe un ultimo tentativo di disinvoltura:
– Si va all’osteria? Pagherò io per questa sera.
Giovanni gli disse: – Essi sospettano che tu sii l’assassino di via Belpoggio e finché non ti sei nettato di questo sospetto non vogliono venire con te! – Egli comprese che se fosse stato innocente avrebbe dovuto atterrare chi per primo elevava un simile sospetto. Ma che cosa poteva fare con quel tremito che gl’invadeva le membra e gl’impediva persino la parola?
I quattro operai si allontanarono inorriditi da lui. Il loro sospetto era divenuto certezza.
Barcollando egli si allontanò.
Aveva fatto pochi passi quando si sentì preso con violenza per ambedue le braccia e udì qualcuno che vicinissimo al suo orecchio gridò: «In nome della legge».
Ebbe una violenta allucinazione mentre gli rimaneva abbastanza di coscienza per capire che non era altro che un’allucinazione. Intese un enorme fragore, il rumore di cose che crollavano, le imprecazioni di una folla armata e vide dinanzi a sé Antonio che rideva sgangheratamente, le mani nelle tasche, nelle quali certo aveva riposto il suo tesoro riconquistato. Poi più nulla.
Si ritrovò adagiato sul suo giaciglio. Nella stanza v’era una sola guardia.
Due uomini vestiti in borghese, di cui uno, piccolo e tarchiato, con un volto grasso e dolce sembrava il superiore, contavano i denari che già avevano trovati sotto il giaciglio di Giovanni.
Costui li aveva aiutati e stava in posizione rispettosa in un canto della stanza. Alla porta vi era un’altra guardia, che tratteneva la folla che si spingeva innanzi.
– Assassino! – gli gridò una vecchia alla quale era riuscito di giungere fino sul limitare della porta, e sputò.
Era perduto! Non poteva negare, ma quello ch’era peggio non avrebbe mai trovato le parole per descrivere le torture da lui sofferte e che avrebbero attenuato la sua colpa. Per tutti costoro egli era una macchina malvagia di cui ogni movimento era una mala azione o il desiderio di farla, mentre egli sentiva di essere un miserabile giocattolo abbandonato in mano capricciosa.
Con voce dolcissima l’uomo dal volto dolce gli chiese se stesse meglio, poi il nome. In quella faccia non vi era segno di odio o di disprezzo e Giorgio dicendo il proprio nome lo guardò fisso per non vedere la folla alla porta.
Poi la medesima persona comandò alla guardia di far entrare per il confronto quella donna e il cappellaio.
– No! – pregò Giorgio, e abbondanti lagrime gl’irrigarono il volto. – Ella mi sembra buono e non mi torturerà inutilmente; le dirò tutto, tutta la verità.
Poi indugiò alquanto quasi per attendere una ispirazione che lo portasse a tacere, a salvarsi, ma bastò un piccolo movimento d’impazienza del suo interlocutore per far cessare ogni esitazione. – Sono io l’assassino di Antonio – disse con voce semispenta.

Antonio Machado – Acaso…

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Como atento no más a mi quimera
no reparaba en torno mío, un día
me sorprendió la fértil primavera
que en todo el ancho campo sonreía.

Brotaban verdes hojas
de las hinchadas yemas del ramaje,
y flores amarillas, blancas, rojas,
alegraban la mancha del paisaje.

Y era una lluvia de saetas de oro,
el sol sobre las frondas juveniles;
del amplio río en el caudal sonoro
se miraban los álamos gentiles.

Tras de tanto camino es la primera
vez que miro brotar la primavera,
dije, y después, declamatoriamente:

—¡Cuán tarde ya para la dicha mía!—
Y luego, al caminar, como quien siente
alas de otra ilusión: —Y todavía
¡yo alcanzaré mi juventud un día!

Antonio Machado – A un olmo seco

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Al olmo viejo, hendido por el rayo
y en su mitad podrido,
con las lluvias de abril y el sol de mayo
algunas hojas verdes le han salido.

¡El olmo centenario en la colina
que lame el Duero! Un musgo amarillento
le mancha la corteza blanquecina
al tronco carcomido y polvoriento.

No será, cual los álamos cantores
que guardan el camino y la ribera,
habitado de pardos ruiseñores.

Ejército de hormigas en hilera
va trepando por él, y en sus entrañas
urden sus telas grises las arañas.

Antes que te derribe, olmo del Duero,
con su hacha el leñador, y el carpintero
te convierta en melena de campana,
lanza de carro o yugo de carreta;
antes que rojo en el hogar, mañana,
ardas en alguna mísera caseta,
al borde de un camino;
antes que te descuaje un torbellino
y tronche el soplo de las sierras blancas;
antes que el río hasta la mar te empuje
por valles y barrancas,
olmo, quiero anotar en mi cartera
la gracia de tu rama verdecida.
Mi corazón espera
también, hacia la luz y hacia la vida,
otro milagro de la primavera.