Charles Dickens – La piccola Dorrit

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LIBRO PRIMO

POVERTÀ.

CAPITOLO PRIMO.

SOLE ED OMBRA.

Una trentina d’anni fa, Marsiglia bruciava un giorno ai raggi infocati del sole.
Nella Francia meridionale, un sole ardente in un giorno canicolare di agosto non era allora un fenomeno più strano di quanto in altri tempi sia stato o di quanto sia adesso. Ogni cosa dentro ed intorno a Marsiglia pareva che avesse sbarrato gli occhi, abbagliata ed abbagliante, al cielo infocato; fino al punto che questo fissarsi ed abbagliarsi a vicenda era ivi divenuto come una mania generale. I forestieri venivano abbagliati dalla accesa bianchezza delle case, dei muri, delle vie, dal bagliore delle strade aride e delle prossime colline il cui verde era stato arso. Tutto intorno in un moto spasmodico sbarrava gli occhi. Tutto, meno le vigne; le quali piegandosi sotto il fardello dei grappoli, occhieggiavano di tratto in tratto, quando l’aura calda e grave muoveva appena le loro languide foglie.
Non spirava un sol filo di vento che facesse una crespa sull’acqua fetida del porto o sul mare ampio e maestoso che stendevasi lungi. Una riga spiccata tra i due colori nero ed azzurro, segnava il confine che l’oceano immacolato non volea passare; ma l’oceano anch’esso se ne stava piano ed immobile come la brutta pozzanghera a cui non mescolava i suoi flutti. Delle barche senza tenda bruciavano la mano che le toccasse; i legni ancorati in porto, cotti sulla vernice dai raggi solari, si gonfiavano in tante pustole; le lastre delle vie non eransi raffreddate, nè giorno nè notte, per mesi intieri. Indiani, Russi, Chinesi, Spagnuoli, Portoghesi, Inglesi, Francesi, Genovesi, Napoletani, Veneziani, Greci, Turchi, discendenti da tutti i fabbricatori di Babele, attratti dal commercio a Marsiglia, cercavano tutti un po’ d’ombra, pigliandola dovunque capitasse, per difendersi dai bagliori di un mare soverchiamente lucido ed azzurro e di un cielo di porpora incastonato di un fiammeggiante gioiello di fuoco.
Questo gran bagliore faceva male agli occhi. Veramente, verso la linea lontana delle coste d’Italia, lo temperavano alquanto certe nuvolette di nebbia che lentamente si levavano dalla evaporazione del mare; ma in nessun’altra parte scemava d’intensità. Da lontano, le strade arse sotto una polvere spessa vi guardavano e vi accecavano dal fianco della collina, dal fondo della valle, dalla pianura sterminata. Da lontano, le vigne polverose che ornavano a festoni le capanne poste sui lati dalle strade, e i viali monotoni di alberi sfrondati che non davano ombra, languivano sotto lo splendore ardente della terra e del cielo. E così pure i cavalli dai sonagli sonniferi, attaccati a lunghe file di carri, che moveano con passo stanco ed uguale verso l’interno della città; così pure i loro conduttori, coricati a mezzo, quando erano desti, il che di rado avveniva; così pure i lavoratori esausti dalla caldura nella aperta campagna. Ogni cosa che vivesse o crescesse era oppressa dagli splendori ardenti del giorno; eccetto la lucertola che guizzava sui muri ruvidi e screpolati, e la petulante cicala che strideva come una raganella. La stessa polvere era tanto arrostita da parer bruna, e qualche cosa vedevasi tremolare nell’atmosfera, come se l’aria stessa anelasse.
Persiane, imposte, tende, cortine tutto era chiuso ermeticamente per tener fuori la luce viva. Lasciatele solo una fessura o il foro della toppa e ve la vedrete venir dentro come una freccia incandescente. Le chiese sono i luoghi da essa più rispettati. Uscendo dal crepuscolo degli archi e dai pilastri, stellato come in sogno da lampade incerte, popolato come una scena fantastica da certe vecchie ombre che divotamente sonnecchiano, spuntano e chiedono l’elemosina, si era tuffati ad un tratto in un fiume di fuoco, e bisognava, dirò così, gettarsi a nuoto per toccare al più presto possibile la più vicina striscia di ombra, – Così dunque con la sua gente che si aggirava e si coricava per tutto dove fosse un po’ di ombra, con poco ronzio di voci umane e latrar di cani, con lo sbatacchiare accidentale di qualche campana di chiesa, e col rullo barbaro e scordato dei tamburi, Marsiglia – come si sentiva e si vedeva benissimo – bruciava un giorno ai raggi infocati del sole.
V’era in quel tempo a Marsiglia una sozza prigione. In una delle sue camere, luogo così ributtante che perfino il sole importuno non osava guardarlo in faccia, lasciandolo a qualche povera luce di scarto, più o meno riflessa e pigliata chi sa dove e chi sa come, stavano due uomini. Queste altre cose vi erano, oltre ai due uomini: una panca zoppa e sgangherata, fissa al muro, con su una scacchiera intagliata grossolanamente con un coltello, – un giuoco di dama, fatto di bottoni sdruciti e di ossi avanzati alla zuppa, – un giuoco di domino, – due pagliericci, – due o tre bottiglie di vino. Questo era tutto il contenuto della camera; eccetto però i topi ed altri vermini invisibili, eccetto anche i vermini visibili, – i due uomini.
Quel po’ di luce che la camera riceveva, entrava da una inferriata a grosse spranghe, fatta a foggia di finestra, e che dando sopra una buia scalinata serviva anche molto bene a chi volesse di fuori ispezionar dentro. Un largo davanzale di pietra aveva cotesta finestra, a quel punto dove le spranghe entravano nella fabbrica, alto da terra circa tre piedi. Su di esso se ne stava l’uno dei due uomini, nè seduto, nè sdraiato, con le ginocchia raccolte, coi piedi e le spalle puntellati contro le opposte pareti del vano. Le spranghe erano larghe abbastanza da permettergli di passarvi dentro tutto il braccio fino al gomito; ed egli vi si teneva negligentemente e a tutto suo comodo.
Una tinta di prigione stendevasi sopra ogni cosa. Aria imprigionata, luce imprigionata, umido imprigionato, uomini imprigionati, – tutto era stato deteriorato dallo star rinchiuso. Come i due prigionieri parevano appassiti e sciattati, così pure il ferro era arrugginito, la pietra viscosa, il legno tarlato, l’aria malsana, la luce oscura. Simile a un pozzo, a una grotta, a una tomba, la prigione nulla sapeva dello splendore esterno: portata in una delle isole profumate dall’oceano indiano, avrebbe serbata intatta la sua corretta atmosfera.
L’uomo giacente sullo sporto della inferriata era anche intirizzito dal freddo. Con un moto impaziente di una spalla ei si fece cadere addosso più pesantemente il suo mantellaccio, e grugnì tra i denti:
– Al diavolo questo brigante di sole che non si fa mai vedere qui dentro!
Aspettava il pasto, guardando di sbieco traverso l’inferriata per vedere quanto più giù potesse delle scale; aveva in volto quella certa espressione della bestia feroce irritata da una simigliante aspettativa. Ma i suoi occhi, troppo vicini l’uno all’altro, non gli stavano fissi nella fronte così nobilmente come quelli del re degli animali, ed erano piuttosto acuti che brillanti: armi appuntate che offrivano poca superficie per meglio celarsi. Non avevano mutazioni o profondità; scintillavano, si aprivano, si chiudevano, sempre ad un modo. Se non fosse stato pei servizi ch’essi rendevano al prigioniero, un orologiaio ne avrebbe fatto un paio molto migliore. Aveva un naso adunco, bello nel suo genere, ma troppo alto fra gli occhi, di tanto forse quanto gli occhi erano troppo vicini l’uno all’altro. Della persona era alto e robusto; aveva labbra sottili, per quanto ne lasciava vedere il mustacchio ispido e folto, una selva di capelli arditi ed incolti, di colore incerto, ma con certi tocchi rossi qua e là. La mano con la quale ei si teneva all’inferriata, quantunque coperta sul dorso di brutte sgraffiature cicatrizzate di fresco, era piccola e liscia, e sarebbe anche stata bianca, senza la sozzura della prigione.
L’altro uomo giaceva per terra sulle lastre della prigione, coperto da un abito grossolano di colore oscuro.
– Levati su, bestione! – urlò il compagno. – Non dormire quand’io ho fame.
È tutt’uno, padron mio, – rispose il bestione, in un tono sommesso e non senza una certa allegria. – Io mi desto quando mi piace, e dormo quando mi piace. È tutt’uno, vedete.
Così dicendo, si levò, si scosse, e si grattò per la persona; poi, raccattato l’abito che gli avea fatto da coperta, se lo legò per le maniche, e aprendo la bocca ad uno sbadiglio, si pose a sedere sul pavimento con le spalle appoggiate al muro di contro all’inferriata.
– Dimmi un po’ che ora è, – borbottò quell’altro.
– Batterà mezzogiorno… aspettate…. tra una quarantina di minuti.
Nella breve pausa, egli aveva guardato attorno per la prigione, come per trovarvi un indizio sicuro.
Sei un orologio tu. Come diamine fai a saper l’ora?
– Che volete che vi dica! Due cose io le so sempre: l’ora e il luogo dove mi trovo. Qui dentro mi portarono di notte, tirandomi fuori da una barca: eppure io so benissimo dove sono. Ecco qua: porto di Marsiglia… (e in dir questo egli era già in ginocchio sul pavimento, disegnando con un dito abbronzato la sua carta immaginaria)…. Tolone, dove c’è il bagno, la Spagna laggiù, Algeri più giù di laggiù. Da questa parte, a sinistra, Nizza. Girando la Cornice, eccoci a Genova. Spiaggia e molo di Genova. Lazzaretto. La città sta qui: terrazze e giardini dove rosseggia la belladonna. Qui, Porto Fino. Partenza per Livorno. Eccoci a Civitavecchia. Ed eccoci poi a…. a… ah! diamine! non ci resta posto per Napoli! (egli era arrivato al muro). – Non fa niente: Napoli sta là dentro.
Ei restò inginocchiato, alzando gli occhi in volto del suo compagno di prigione con uno sguardo che per una prigione era molto vivace. Un ometto dal volto abbronzato, svelto ed agile, sebbene un po’ tarchiato. Dei cerchietti d’oro alle orecchie brune, dei denti bianchissimi che illuminavano la faccia bruna, dei capelli neri come inchiostro che gli cadevano sul collo bruno, una camicia rossa e stracciata che si apriva sul petto bruno, dei larghi pantaloni da marinaio, delle scarpe discrete, un berrettone scarlatto, una fascia anche scarlatta alla cintola con un coltello ficcatovi dentro, – ecco il suo ritratto.
– Vediamo mo, se mi riesce di tornar da Napoli come ci sono andato. Guardate, padrone! Civitavecchia, Livorno, Porto Fino, Genova, Cornice, Nizza (che sta lì dentro), Marsiglia, voi ed io. L’appartamento del carceriere e le sue chiavi stanno qui, dove metto il pollice; e là, in direzione del polso, si tien serbato nel suo bravo astuccio il rasoio della nazione, – la ghighiottina chiusa a chiave.
L’altro uomo sputò ad un tratto sul pavimento, e gorgogliò nella strozza.
Nel punto stesso si udì un’altra specie di gorgoglio nella strozza di qualche serratura; poi una porta fu sbatacchiata. Dei passi lenti venivano su per le scale, e nel rumore che essi facevano si confondeva il cicalìo di una vocina gentile. Il carceriere apparve, portando in collo la sua bimba, di tre o quattro anni, ed in mano una cesta.
– Come si va oggi, signori miei? La mia piccina, come vedete, vien attorno con me per vedere un po’ che cosa fanno gli uccelli di suo padre. Eh via, vergogna! non si deve aver paura! Guarda gli uccelli, bimba mia, guarda gli uccelli!
Egli stesso, sollevando la bambina fino all’inferriata, guardò attentamente i due uccelli, e specialmente il più piccolo, la cui attività non gli andava troppo a genio.
– Eccovi qua il vostro pane, signor Giambattista, – diss’egli (essi parlavano tutti in francese, sebbene l’ometto fosse italiano): – e se vi potessi raccomandare di non giocar più…
– Raccomandatelo al padrone, eh! – replicò Giambattista, mostrando in un sorriso le due bianche file dei denti.
– Oh che c’entra! il padron vince, – rispose il carceriere, gettando una certa occhiataccia a quell’altro uomo, – mentre voi perdete. È tutt’altro. Voi ci guadagnate un pezzo di pane stantìo e un dito di aceto; egli invece ci guadagna della salsiccia di Lione, del vitello in gelatina, e che gelatina saporita! del pan bianco, dello stracchino di Milano, e tutto annaffiato di buon vino. Guarda gli uccelli, bimba mia, guarda gli uccelli!
– Poveri uccellini! – disse la bambina.
Quel visino aggraziato, tocco da una divina pietà, mentre spiava quasi con paura di dietro le spranghe, pareva quello di un angelo nella prigione. Giambattista si levò e si fece verso la bambina, come se obbedisse ad una attrazione. L’altro uccello non si mosse da come stava, e solo gettò un’occhiata impaziente verso la cesta.
Un momento! – disse il carceriere, passando la bambina sullo sporto esterno dell’inferriata; – darai da mangiare con le tue mani agli uccelli. Questa pagnotta è pel signor Giambattista. Bisogna spezzarla prima par farla entrare nella gabbia. Bravo l’uccellino! vedi un po’ come bacia la manina! Questa salsiccia nella foglia di vite è per monsieur Rigaud. Di più, questo pezzo di vitello in gelatina è per monsieur Rigaud. Di più, questi tre panini bianchi sono per monsieur Rigaud. Di più, questo formaggio, – di più, questo vino, – di più, questo tabacco, – tutto per monsieur Rigaud. Che uccello felice, eh!
La bambina pose tutte queste cose nella mano morbida e ben formata di monsieur Rigaud, con un terrore evidente, – e più di una volta ritrasse la sua, e fissò il prigioniero corrugando la piccola fronte tra la paura e la collera. Mentre invece ella avea posto il pezzo di pane stantìo nelle mani nere, nodose ed incallite di Giambattista (il quale avea appena alla punta di tutte e dieci le dita tanta quantità di unghia da farne una sola di Monsieur Rigaud), con pronta confidenza; e, quando il pover uomo le aveva baciato la manina, ella gli aveva carezzato la faccia! Monsieur Rigaud poco curante di queste preferenze, cercava d’ingraziarsi il padre, facendo cenni e sorrisi alla bambina ad ogni cosa ch’ella gli dava; e disposti che ebbe tutti i suoi commestibili intorno ain acconci angoli del vano della finestra, si diè a mangiare con una fame dell’altro mondo.
Quando monsieur Rigaud rideva, accadeva nel viso di lui un mutamento che, per dire la verità, non era troppo simpatico. Il mustacchio saliva sotto il naso, e il naso scendeva sul mustacchio, in modo molto sinistro e crudele.
– Ecco fatto! – disse il carceriere, capovolgendo la cesta e battendola sul fondo per farne cader le bricciole: ho speso tutta la moneta ricevuta; la mia nota è la cesta vuota, e buon pro vi faccia. Monsieur Rigaud, come vi dissi fin da ieri, il Presidente domanderà il piacere della vostra conversazione di qua ad un’ora.
Per interrogarmi, eh? – chiese monsieur Rigaud, arrestandosi, coltello in mano e boccone in bocca.
– Signor sì, l’avete indovinato. Per interrogarvi.
– E per me che novità ci sono? – domandò Giambattista, che avea incominciato, tutto contento del fatto suo, a sbocconcellare il tozzo di pane.
Il carceriere fece spallucce.
– Santissima Vergine! debbo rimanere qui dentro per tutta la vita!
– Che volete che sappia io! – esclamò il carceriere, voltandosi al prigioniero con una vivacità tutta meridionale, e gestendo con ambo le mani e con tutte le dita, come se volesse farlo a pezzi. – Come volete, caro mio, che io vi dica quanto tempo abbiate a restar costì? Che ne so io, caro il mio Giambattista Cavalletto! Morte della mia vita! Ci son prigionieri qui dentro, che non hanno tanta fretta indemoniata di essere interrogati!
Pronunciando queste parole, il vecchio diè una occhiata di sbieco a monsieur Rigaud; ma questi si era rimesso a mangiare, sebbene con minore appetito di prima.
– Addio, uccellini! – disse il guardiano, pigliandosi in collo la bella bambina, e suggerendole con un bacio il mesto saluto.
– Addio, uccellini! – ripetè la bella bambina.
E la sua faccia innocente mandava tanta luce nel volgersi a guardare indietro di sopra alla spalla di lui, che si allontanava cantandole la vecchia canzone:

Chi passa così tardi per la via,
Ohi, camerati della Maggiorana?
Chi passa così tardi per la via,
In allegria?

che Giambattista si sentì in dovere di rispondere accostandosi all’inferriata, e rispose in effetto a tuono e misura, sebbene con voce un po’ rauca:

È un cavalier che passa per la via,
O camerati della Maggiorana;
È un cavalier che passa per la via,
In allegria!

Le quali ultime parole accompagnarono il carceriere e la figlia giù per le scale, tanto che il padre si dovette fermare un poco, perchè la bambina udisse tutta quanta la canzone, e potesse ripetere il ritornello, ancora in vista del prigioniero. Poi la testolina di lei scomparve; scomparve anche la testa del carceriere; ma la vocina gentile continuò la canzone fino a che la porta non fu sbattuta.
Monsieur Rigaud, vedendosi disturbato da Giambattista che prestava ascolto agli echi che si andavano spegnendo (anche gli echi parevano languidi e stanchi per la lunga prigionia), gli rammentò, spingendolo con un piede, di tornare pel suo meglio all’angolo oscuro. L’ometto non se lo fece dire due volte; sedette sul pavimento con la franchezza indolente di uno che fosse perfettamente abituato a cotesto genere di canapè; e mettendosi innanzi i tre grossi pezzi del suo pane stantìo, e gettandosi sul quarto si diede tutto soddisfatto a distruggerli uno dopo l’altro, come se si trattasse di una specie di giuoco.
Forse una mezza occhiata alla salsiccia di Lione la dovette dare; forse sbirciò pure il vitello in gelatina, e si sentì venire l’acquolina in bocca. Non a lungo però, e Monsieur Rigaud li spacciò in meno di niente, a dispetto del presidente e del tribunale, e si applicò subito a succhiarsi le dita ed a pulirsele poi alle foglie di vite. Poi, fermandosi tra un sorso e l’altro del vino, per guardare in faccia il compagno, il mustacchio salì ed il naso discese.
– Come ti piace cotesto pane?
Un po’ duretto; ma c’è qui la mia vecchia salsa, – rispose Giambattista, tenendo alto il coltello.
– Che salsa?
Per esempio, posso affettare il mio pane a questo modo, come se fosse un popone; o pure così, come una frittata; o così, come un pesce fritto; o così come se fosse addirittura salsiccia di Lione, – rispose Giambattista, dimostrando i suoi veri tagli sul pezzo di pane che teneva in mano senza lasciar di masticare quello che aveva in bocca.
– To’! – disse Monsieur Rigaud. – Bevi questo, e chetati.
Il dono non era gran che, essendo rimasto un fondo di bottiglia assai meno del poco; ma il signor Cavalletto, balzando subito in piedi, stese il braccio, pigliò la bottiglia per la gola, se l’abboccò voltandola sottosopra, e poi si passò la lingua sulle labbra.
– Mettila da parte con tutto il resto, disse Monsieur Rigaud.
L’ometto obbedì, e si tenne pronto a dare un fiammifero acceso all’uomo generoso; poichè questi stava arrotolando il suo tabacco per farne cigarette in certi pezzetti di carta recatigli dallo stesso carceriere.
– To’, prendine uno.
– Mille e mille grazie, padrone!
Giambattista disse questo nella propria lingua, e con la vivacità simpatica ed insinuante dei suoi concittadini.
Monsieur Rigaud si levò, accese una cigaretta, pose il rimanente della provvista di tabacco nella tasca di lato, e si sdraiò sulla panca lungo quant’era. Cavalletto tornò a sedere per terra, tenendosi le mani alla noce del piede, e fumando pacificamente. Gli occhi di Monsieur Rigaud parevano attirati, loro malgrado, verso quel punto di pavimento, dove Cavalletto tracciando il suo piano avea posto il pollice; e così spesso si voltavano da quella parte, che l’Italiano più di una volta li seguì con una certa sorpresa.
– Che buca infernale è mai questa! – esclamò Monsieur Rigaud, rompendo il lungo silenzio. – Guarda un po’ la luce del giorno. Ma che giorno?… la luce di una settimana fa, di sei mesi fa, di sei anni fa. Luce morta che par di sera!
La luce in effetto entrava languida e spenta da un abbaino quadrato fatto nella parete della scala, dal quale nè il cielo vedevasi mai, nè altra cosa.
– Cavalletto, – disse Monsieur Rigaud, voltando ad un tratto le spalle all’abbaino, al quale tutti e due avevano involontariamente fissato gli occhi, – Cavalletto, tu mi tieni in conto di un gentiluomo, eh?
– Sicuro, sicuro!
– Quanto tempo è che siamo qui?
Per me, faranno domani undici settimane: domani a mezzanotte preciso. Per voi, nove settimane e tre giorni, oggi alle cinque.
Ho fatto mai niente qui? mi hai visto far niente? Ho mai toccata la granata, sbattuto i pagliericci, raccattato i pezzi della dama o del domino, e insomma fatto un lavoro qualunque?
– Mai! oh mai!
– Mi hai visto mai a lavorare in un modo o nell’altro?
Giambattista rispose alzando l’indice della mano destra verso la spalla e scrollandolo forte, che è il gesto più espressivo di negazione nella lingua italiana.
– No l’hai capito dunque dal primo momento che io era un gentiluomo?
– Altro! – rispose Giambattista, stringendo gli occhi e con una scossa del capo.
La quale parola, mentre pronunziata con l’enfasi genovese, vale una affermazione, una contraddizione, un’asserzione, una negativa, una sfida, un complimento, uno scherzo, e tutto quello che si vuole, corrispondeva nel caso presente, con una energia che non si può tradurre in iscritto, a quella frase semplice e famigliare: Vi credo!
– Ah ah! ed hai ragione! Io sono un gentiluomo! e resterò gentiluomo, e gentiluomo morrò. Non voglio essere altro che un gentiluomo. È il mio giuoco, ecco, morte dell’anima mia! è il mio sistema costante quello di essere un gentiluomo, e non me ne diparto di un pollice dovunque vada.
Mutò di posizione, mettendosi a sedere, ed esclamò con accento di trionfo:
– Eccomi qua! guardami in faccia! Slanciato come un dado dal bossolo del destino, eccomi capitato in compagnia di un meschino contrabbandiere; chiuso in prigione con un poveraccio, che non ha le carte in regola, e che la polizia ha aggranfiato sol per questo ch’egli ha messo la sua barca, come mezzo per passar la frontiera, a disposizione di altra povera gente che nemmeno avevano le carte in regola; e questo poveraccio, eccolo qui che istintivamente riconosce la mia posizione sociale, anche in questo luogo e con questa luce! Ben giocato, per Bacco! io guadagno sempre la posta, comunque giri la carta.
Da capo il mustacchio salì e il naso discese.
– Che ora è adesso? – domandò subito dopo, con un certo pallore sulla faccia, che non si accordava troppo con l’allegria dimostrata.
Sarà la mezza.
– Benissimo! la mezza. Tra poco il presidente si vedrà dinanzi un gentiluomo. Via! vuoi sapere mo di che mi si accusa? questo è il momento o mai più, poichè qui non ci torno di certo. O me ne vado libero per le mie faccende, o mi mandano…. a farmi la barba. Tu sai dove sta il rasoio della nazione….
Il signor Cavalletto si tolse la cigaretta dalle labbra semiaperte, e parve più disturbato di quanto si sarebbe aspettato.
Io sono un…. (monsieur Rigaud erasi levato in piedi cominciando questo discorso) – Io sono un gentiluomo cosmopolita. Non ho nessuna patria particolare. Mio padre era svizzero, cantone di Vaud. Mia madre era francese di origine, e inglese di nascita. Io stesso sono nato nel Belgio. Io sono un cittadino del mondo.
Il suo atteggiamento teatrale, col pugno sull’anca sotto le pieghe del mantello, il modo sprezzante verso il compagno, che non guardava neppure, volgendo invece la parola al muro di faccia, faceano pensare ch’ei si studiasse la parte da recitare dia poco innanzi al presidente, anzi che darsi la pena di rischiarare l’intelligenza di un omiciattolo come il signor Giambattista Cavalletto.
– Datemi su per giù un trentacinque anni. Ho girato il mondo. Ho vissuto qua e là e dovunque e sempre da gentiluomo, e sempre stimato e rispettato come un gentiluomo. Se voi cercherete denigrarmi, insinuando che ho campato la vita con le sole risorse del mio ingegno, – e come vivono dunque, vi domanderò io, i vostri avvocati, i vostri uomini politici, i vostri intriganti, i vostri finanzieri?
Declamando, ei metteva sempre in mostra la mano liscia e piccina, quasi fosse un testimone della propria nobiltà, che molti servizi gli avesse reso.
Due anni fa venni a Marsiglia. Ammetto che ero povero: ero stato ammalato. Quando i vostri avvocati, uomini politici, intriganti, finanzieri, eccetera, cadono ammalati e non hanno il loro gruzzolo di quattrini, non divengono poveri anch’essi? Mi fermai all’albergo della Croce d’oro, condotto da monsieur Enrico Barronneau, – uomo sulla settantina e molto malandato in salute. Dopo aver vissuto circa quattro mesi in quella casa, monsieur Enrico Barronneau ebbe la disgrazia di morire: – una disgrazia che non è rara cotesta. Capita anche di spesso, mi pare, senza che io ci metta la mano.
Avendo Giambattista fumato la sua cigaretta fino a bruciarsi le dita, monsieur Rigaud ebbe la magnanimità di gettargliene un’altra. L’ometto accese la seconda alle ceneri della prima, e seguitò a fumare, guardando di traverso al compagno, il quale, preoccupato del fatto proprio, poco pensiero si dava del suo ascoltatore.
– Monsieur Barronneau lasciò una vedova. Donnina sui ventidue anni. S’avea fatta una certa riputazione di bellezza, e (il che spesso è tutt’altra cosa) era bella. Seguitai ad alloggiare alla Croce d’oro. Sposai madama Barronneau. Non tocca a me il dire se in cotesto matrimonio vi fosse o no una qualunque disparità. Qui sto io con tutto quel che ho sofferto da una lunga prigionia; nondimeno lascio pensare a voi se la mia persona convenisse a madama Barronneau più o meno del suo primo marito.
Egli aveva una certa aria di bell’uomo, e di uomo bene educato, senza essere nè l’una cosa nè l’altra. Non era la sua che sfrontatezza e impudenza; ma per questo rispetto, come per molti altri, l’asserzione franca e sfacciata ha per mezzo mondo lo stesso valore di una prova irrecusabile.
– Comunque sia, certo è che madama Barronneau mi credette degno di lei. Spero bene che questa sua squisitezza di gusto non sarà per pregiudicarmi?
E poichè, nel fare questa domanda, lo sguardo dell’oratore cadde per caso sul piccolo Giambattista, questi scrollò subito il capo vivacemente, e ripetè un infinito numero di volte, per confermare l’argomentazione: altro, altro, altro!
– Vennero poco appresso le difficoltà della nostra posizione. Io sono orgoglioso. Non dico già che l’orgoglio sia una bella cosa, ma il fatto è che io sono orgoglioso. Di più, è proprio del mio temperamento di voler essere il padrone. Non so cedere, debbo essere il padrone. Sventuratamente, la fortuna di madama Rigaud era tutta intestata a lei: tale era stata la volontà stravagante del defunto marito. Per giunta di disgrazia ella aveva dei parenti. Quando i parenti d’una moglie s’inframmettono contro un marito che è gentiluomo, che è orgoglioso, e che vuole essere padrone in casa propria, la pace domestica è bell’e spacciata. Un altro motivo di differenza sorse tra noi. Madama Rigaud, per dire il vero, era una donna un po’ volgare. Cercai naturalmente di scozzonarla, di darle quel certo che di aristocratico che le mancava affatto; ed ella, – anche in questo messa su dai parenti, – si sentì offesa dai miei sforzi amorevoli. Ne nacquero le prime dispute, le quali propalate ed esagerate dalle calunnie dei parenti di madama Rigaud, divennero ben presto notorie a tutto il vicinato. Si è detto che io abbia trattato madama Rigaud con crudeltà. È probabile ch’io sia stato visto a darle, così, una specie di schiaffo, – niente più, niente meno. Ho la mano leggiera; e se mi si è visto più di una volta ad usare cotesto mezzo di ammonizione verso la mia signora moglie, posso dire di averlo fatto quasi per ischerzo.
Se gli scherzi di monsieur Rigaud erano espressi menomamente dal sorriso che in questo punto gli stava sulle labbra, i parenti di madama Rigaud aveano bene il diritto di preferire ch’ei correggesse sul serio quella povera disgraziata. – Io sono sensibile e coraggioso. Non dico già che vi sia alcun merito ad essere sensibile e coraggioso, ma il fatto è che il mio carattere è questo. Se i parenti maschi di madama Rigaud si fossero fatti avanti a viso scoperto, avrei saputo come trattarli. Essi non lo ignoravano. Epperò le loro mene furono concertate e condotte in segreto; conseguenza di che, frequenti e sciagurate collisioni tra madama Rigaud e me. Anche quando mi bisognava qualche sommetta per le mie spese personali, senza una collisione non mi veniva fatto di ottenerla…. Capite! un uomo della mia tempra, che sente la necessità di essere il padrone!… Una sera, madama Rigaud ed io passeggiavamo da buoni amici, – starei per dire come due amanti, – per un sentiero che domina il mare. Una cattiva stella volle che madama Rigaud facesse allusione ai suoi parenti. Ragionai con lei su cotesto argomento, e le feci qualche piccola rimostranza, notando com’ella mancasse ai suoi doveri ed all’affetto coniugale, lasciandosi governare dalla loro invida animosità contro suo marito. Madama Rigaud rispose, io tornai a rispondere; madama Rigaud si riscaldò, io mi riscaldai…. le dissi qualche parola provocante…. Sì, non lo nego – sono abituato alla franchezza, e non lo nego. Alla fine, madama Rigaud, in un accesso di furia, che non cesserò mai di deplorare, mi si gettò addosso, mettendo grida di rabbia (quelle stesse grida che si udirono ad una certa distanza). Mi stracciò gli abiti, mi strappò i capelli, mi graffiò le mani, battè i piedi in terra, e ad un tratto spiccò un salto, e andò a spezzarsi il capo sugli scogli. – Tali sono i vari incidenti, che l’altrui nequizia ha travisato fino ad affermare ch’io avessi tentato di costringere madama Rigaud alla rinunzia in mio favore dei suoi diritti; e che, al suo ostinato rifiuto di concedere quanto domandava, fossi venuto a lotta con lei…. e l’avessi assassinata.
Si avanzò, così dicendo, verso lo sporto dov’erano sparse le foglie di vite, ne prese due o tre, e si diè ad asciugarvisi le mani, con le spalle voltate alla luce.
– Ebbene, – domandò dopo un po’ di silenzio, – hai niente da dire a tutto questo?
– C’è del buio, – rispose Giambattista, che intanto si era levato, ed appoggiato con un braccio al muro andava ripassando il coltello sopra una scarpa.
– Cioè?
Giambattista seguitò a ripassare in silenzio.
– Vuoi dire forse che ci è poca esattezza nel mio racconto?
– Altro! – rispose l’ometto; e questa volta la parola valeva una scusa, e significava: Oibò, niente affatto!
– E dunque?
– Eh eh!… i presidenti e i tribunali hanno tanti pregiudizi!
– Ebbene! – esclamò l’altro, attaccando una bestemmia, e con un gesto inquieto gettandosi sulla spalla la punta del mantello, – facciano il peggio che possono!
Ho paura che lo faranno, – mormorò tra sè e sè Giambattista, chinando il capo per ficcarsi il coltello nella cintola.
Dopo queste non si scambiarono altre parole, sebbene avessero incominciato a passeggiare da un angolo all’altro della camera, e s’incontrassero naturalmente ad ogni giro. Di tratto in tratto monsieur Rigaud arrestavasi a mezzo, quasi volesse porre il suo caso in novella luce o scagliare al compagno qualche irosa rimostranza. Ma il signor Cavalletto, poco badandogli, continuò senza punto scomporsi e senza alzare gli occhi, la sua trottatina in diagonale.
Dia poco il rumore della chiave che girava nella toppa li arrestò entrambi. Successe un suono di voci ed uno strascico di piedi. La porta si richiuse con fracasso, le voci e i piedi si avvicinarono, e il carceriere prese a salir le scale lentamente, seguìto da un picchetto di soldati.
– Orsù, monsieur Rigaud, – diss’egli mettendo la faccia all’inferriata e tenendo in mano il mazzo delle chiavi, – abbiate la bontà di venir fuori.
A quanto vedo, mi si fa partire col corteggio eh?
– Capperi! se aveste a farne senza, – rispose il carceriere, – correreste il pericolo di partire in tanti pezzi che sarebbe difficile rimettervi insieme. C’è una folla giù, caro il mio signor Rigaud, che non vi vuol mica un gran bene.
Così dicendo, si distaccò dall’inferriata, venne ad una porticina bassa posta in un angolo della camera, ne tolse la sbarra e si mostrò dentro.
– Via mo, venite.
Non si troverebbe per tutto il mondo una gradazione di bianchezza simile al pallore che coprì in quel momento il volto di monsieur Rigaud; nè vi ha alcuna espressione della umana fisonomia simile all’espressione della sua, dove in ogni menomo tratto scorgevasi il battito frequente del cuore atterrito. Si suol dire: pallido come un morto, disfatto come un morto; ma non si pensa che tra le due immagini c’è l’abisso profondo che intercede tra la lotta terminata e il momento più disperato del combattimento.
Egli accese un’altra, delle sue cigarette a quella del compagno; l’addentò; si pose in capo un cappellaccio floscio ed ammaccato; si gettò un’altra volta la punta del mantello sulla spalla, ed uscì nel corridoio laterale su cui dava la porta, senza badare altro al signor Cavalletto. Il quale, dal canto suo, non mostrava occuparsi di altro che di avvicinarsi alla porta e guardar fuori: niente più gli premeva. Non altrimenti della belva, che si accosta al cancello socchiuso della gabbia, per dare una occhiata alla liberdi fuori, ei passò quei pochi momenti spiando ed osservando, fino a che la porta non gli si chiuse in faccia.
Il picchetto era comandato da un ufficiale; uomo di muscoli fermi, profondamente calmo, con la spada sguainata nella mano e il sigaro in bocca. Con poche parole dispose che i soldati circondassero monsieur Rigaud, si pose alla loro testa con mirabile indifferenza, ordinò: marche! e tutti giù per le scale facendo suonare le armi ed i passi. La porta tornò a sbattere – la chiave girò – ed un raggio d’insolita luce, un soffio d’aria attraversarono la prigione perdendosi in una leggiera nuvoletta di fumo spiccatasi dal sigaro dell’ufficiale.
Simile nella sua prigionia ad un animale di bassa specie, – a una scimmia stizzita, a un orsatto esasperato, – Giambattista, rimasto solo, avea spiccato un salto sullo sporto della finestra per non perdere alcun particolare di cotesta partenza. Mentre tenevasi con l’una e l’altra mano stretto alle spranghe, un gran rumore gli giunse all’orecchio; urli, grida, bestemmie, minaccie, imprecazioni, mille suoni confusi in un suono altissimo e feroce come nella furia di una tempesta..
Dalla curiosità inquieta che lo pungeva reso ancora più simile ad una belva ingabbiata, il prigioniero balzò a terra e leggiero, girò correndo per la camera, tornò a saltare sulla finestra, afferrò le sbarre, si sforzò di scrollarle, balzò a terra di nuovo e corse intorno, e poi su da capo a porgere ascolto, e non restò finchè il rumore, morendo a poco a poco, non fosse affatto cessato. Quanti altri prigionieri più degni di pietà hanno così consumato i nobili cuori, senza che alcuno al mondo ne avesse sospetto, senza che i loro più cari potessero alleviare con l’affetto tante segrete torture, mentre quei grandi re ed imperatori che gli avevano messi in prigione se n’andavano attorno allegramente, beandosi agli splendori del sole, e seguiti dagli evviva della gente! Ovvero anche, mentre cotesti grandi personaggi se ne morivano comodamente nel proprio letto, facendo fine esemplare e discorsi sonori, ed aspettando che la storia cortese, più servile dei loro strumenti, si affrettasse ad imbalsamarli per ammaestramento dei posteri!
Finalmente Giambattista, padrone oramai di scegliere in quel poco spazio il posto più acconcio per esercitare la facoltà di andare a dormire quando più gli piacesse, si sdraiò sulla panca, pose la faccia fra le braccia incrociate, e sonnecchiò tranquillamente. La sommissione di tutti i suoi atti, la leggerezza, l’umore allegro, le sfuriate innocenti, il contentarsi del pane duro, e delle pietre durissime, la facilità a pigliare sonno, e quel suo pensare e muoversi a sbalzi lo dicevano un vero figlio della terra dove era nato.
I bagliori della luce a grado a grado si spensero. Lassù, nella volta del cielo, si affacciarono le stelle, e le lucciole le imitarono nell’atmosfera più bassa, come gli uomini qualche volta imitano la bontà di più nobili esseri. Sulle lunghe strade polverose e sulle sterminate pianure discese il riposo; e il mare si acquetò in un silenzio così profondo da non susurrare nemmeno in qual tempo remoto avrebbe reso i suoi morti.

CAPITOLO II.

COMPAGNI DI VIAGGIO.

A quanto pare, non hanno più urlato come ieri, laggiù: non è vero, signore?
– Non ho udito nulla.
– Allora state pur certo che non hanno aperto bocca. Quando cotesta gente urla, non c’è caso che non si faccia sentire da mezzo mondo.
– Credo che non siano i soli a far così.
– Ah, va bene! ma il guaio è che cotesti disperati urlano sempre. Non sarebbero felici altrimenti.
– Parlate dei Marsigliesi?
– Parlo dei Francesi. Non si stancano mai. In quanto a Marsiglia, si sa bene che cosa è Marsiglia. Ha mandato pel mondo la canzone più rivoluzionaria che sia mai stata composta. Marsiglia non potrebbe esistere senza i suoi allons e marchons a una cosa o ad un’altra…. vittoria, morte, confusione, incendio, quel che sia.
L’oratore che, a dispetto delle parole, serbava in volto una curiosa espressione di buon umore, guardò di sopra al parapetto a Marsiglia con una occhiata di supremo disprezzo; poi, pigliando un atteggiamento risoluto col cacciarsi le mani in tasca, fece suonare il suo danaro in segno di sfida, e dopo una risatina volse questo apostrofe alla città:
– Bravo sì! allons e marchons! Fareste tanto meglio, mi pare, a fare andare e marciare i galantuomini ai fatti loro, invece di chiuderli in quarantena!
È un po’ seccante, – disse l’altro. – Ma finalmente oggi stesso ne saremo fuori.
– Ne saremo fuori! bravissimo! Ma questa anzi è una circostanza aggravante della enormità che ci hanno commesso. Avete un bel dire, fuori! ma perchè mai ci hanno messo dentro, domando io?
Per poca cosa, a dire il vero. Ma siccome noi arriviamo dall’Oriente, e l’Oriente è il paese della peste….
La peste! – ripetè l’altro. – Appunto di questo mi lamento io. Da che ho messo piede qui, ho la peste addosso. Sono come un uomo sano di cervello, che sia stato chiuso in una casa di matti: il solo sospetto mi fa paura. Sono entrato qui con la miglior salute del mondo; ma, capite, sospettare che io abbia la peste, significa lo stesso che darmi la peste. E l’ho avuta in effetti, e l’ho tuttavia!
– Del resto, la sopportate assai bene, signor Meagles, – disse sorridendo il compagno.
– V’ingannate. Se sapeste il vero stato della cosa, non parlereste così. Figuratevi che io ho vegliato le notti intiere, dicendo ad ogni poco: eccola, adesso l’ho presa: eccola che si va sviluppando: eccomi conciato per le feste: ecco che tutti cotesti birboni citano il caso mio in appoggio delle loro precauzioni. Vi giuro che avrei preferito assai più di essere infilzato e inchiodato sopra una carta in una collezione di scarafaggi, anzi che menare la vitaccia che ho menato qui dentro.
– Via, signor Meagles, non se ne parli più, ora che tutto è finito, – disse una allegra voce di donna.
– Finito! – ripetè il signor Meagles, il quale, sebbene non fosse un cattivo uomo, pareva trovarsi in quella speciale disposizione di animo, in cui l’ultima parola pronunciata da chiunque è presa per una ingiuria. – Finito! e che ragione è questa per non parlarne più?
Era la signora Meagles che avea indirizzata la parola al signor Meagles: e la signora Meagles, non altrimenti che il signor Meagles, era avvenente e piena di salute: una simpatica faccia d’Inglese, che aveva contemplato per più di cinquantacinque anni le faccende domestiche e la pace della casa propria, ed avea serbato un dolce e tranquillo riflesso di quel benessere.
– Orsù! non ci pensate più, babbo, non ci pensate più! – disse la signora Meagles. – Per amor di Dio, contentatevi di Carina.
Di Carina? – ripetè il signor Meagles sempre con la stessa irritazione.
Carina intanto gli era vicina, e le toccò appena sulla spalla, che subito il signor Meagles perdonò a Marsiglia dal profondo del cuore.
Carina aveva press’a poco venti anni. Una bella ragazza dai capelli neri ed abbondanti, che pendevano sciolti ed inanellati. Una cara ragazza, dal viso schietto, dagli occhi ingenui e così grandi, così dolci, così brillanti, così ben situati in quella testolina gentile! Ella era fresca e pienotta, ed anche un po’ viziata per giunta; ed aveva una certa apparenza di timidezza, che faceva la più graziosa vista di questo mondo, e le dava quella sola grazia di cui una ragazza bellina come lei avrebbe potuto far senza.
– Ora io vi domando, – disse il signor Meagles con la più dolce sicurezza, dando un passo indietro e facendo avanzare di un passo la figliuola, per dimostrare praticamente il suo assunto: – ora io vi domando francamente, così da galantuomo a galantuomo, sapete, avete mai udito di una bestialità così grossa? Carina in quarantena!
– Questa bestialità ci ha reso piacevole anche la quarantena.
– Via via! – disse il signor Meagles, – anche di questo bisogna tener conto. Grazie dell’osservazione. Orsù, Carina, figliuola mia, va con la mamma e preparati per entrare in barca. Or ora vedrai arrivare l’ufficiale sanitario con quattro imbecilli in cappelli a tre punte, per lasciarci andare ai fatti nostri. In quanto a noi altri ingabbiati, dobbiamo fare insieme un po’ di colezione da buoni cristiani, prima di pigliare il volo ciascuno al suo viaggio. Tattycoram, non lasciate sola la vostra padroncina.
Queste ultime parole furono dette ad una bella ragazza dai capelli e dagli occhi lucidi e neri, vestita molto acconciamente, la quale rispose con un mezzo inchino, seguendo la signora Meagles e Carina. Tutte e tre insieme traversarono la terrazza bruciata dal sole, e disparvero sotto un’arcata di un biancore abbagliante. Il compagno del signor Meagles, uomo sui quaranta, dal volto serio ed abbronzato, tenne loro dietro con gli occhi, senza punto muoversi, fino a che il signor Meagles non lo toccò dolcemente sul braccio.
– Vi domando scusa, – diss’egli trasalendo.
– Niente affatto, – rispose il signor Meagles.
Diedero due passi in silenzio in su e in giù all’entrata del muro, profittando, grazie alla posizione elevata del lazzaretto, di quel po’ di venticello che girava per l’aria alle sette del mattino. Il compagno del signor Meagles riprese la conversazione.
– Potrei sapere, – disse, – qual è il nome di….
-…..Tattycoram? – replicò il signor Meagles. – Non lo so nemmeno per ombra.
Io credeva che….
– Tattycoram? – suggerì di nuovo il signor Meagles.
– Grazie… che Tattycoram fosse un nome proprio: e più di una volta la sua stranezza mi ha sorpreso.
– Ecco qua, – prese a dire il signor Meagles, – il fatto è che la signora Meagles ed io siamo della gente pratica.
– Me l’avete già detto più volte in quelle piacevoli ed interessanti conversazioni che abbiamo avuto insieme passeggiando su e giù per questa terrazza, – disse l’altro con un mezzo sorriso che venne a rompere la gravità della sua faccia abbronzata.
– Sicuro, della gente pratica. Sicchè, un bel giorno, cinque o sei anni fa, quando menammo Carina alla chiesa dei trovatelli…. avrete inteso parlare dell’Ospizio dei trovatelli di Londra, una cosa sul genere di quello di Parigi?
– L’ho veduto.
– Benissimo! Un giorno dunque che avevamo menato Carina a cotesta chiesa per farle udire un po’ di musica…. giacchè, da gente pratica che siamo, l’unica occupazione nostra è di farle vedere tutto ciò che le possa far piacere…. mamma (chè così chiamo famigliarmente la signora Meagles) incominciò a piangere così forte, che bisognò farla uscire. – «Che c’è di nuovo, mamma?» – le chiesi quando l’ebbi un po’ acchetata; – «tu fai paura a Carina, cara mia.» – «Sì, lo so» – risponde lei, – «ma è appunto perchè le voglio tanto bene, che un’idea simile mi è venuta in testa.» – Che idea ti è venuta in testa, mamma?» – «O Dio! Dio!» – esclamò mamma tornando a piangere, – «quando ho veduto tutti quei bambini gli uni addosso agli altri in tante file, che si volgevano dal padre che nessuno di loro aveva conosciuto in terra al Padre di tutti noi che sta in cielo, chi sa mai, ho pensato, se qualche madre infelice vien qui qualche volta cercando fra quei visini innocenti quale sia il povero bambino ch’ella ha messo in questo mondo, e che mai per tutta la vita non dovrà conoscere l’amore, il bacio, il viso, la voce, perfino il nome della madre!» – Ora, vedete, questo pensiero era proprio di una donna pratica, e io glielo dissi a mamma, sicuro che glielo dissi! – «Mamma, ecco davvero un pensiero degno di una donna pratica.»
Il compagno del signor Meagles, alquanto commosso, assentì.
– Sicchè il giorno appresso le dissi: – «Senti, mamma, ho da farti una proposta, che non ti sembrerà cattiva. Pigliamoci una di quelle bambine per farne una cameriera a Carina. Siamo della gente pratica. Sicchè se mai le avessimo a trovare qualche difettuccio, nel temperamento, o che i suoi modi non si confacessero ai nostri, sapremo subito di che si tratta. Bisognerà tener conto, per esempio, di tutto ciò che le è mancato; di quelle prime amorevolezze, di quelle lezioni e via discorrendo, che ci hanno formato noi altri: senza genitori, senza fratellini o sorelline, senza casa propria, senza le novelle dell’Orco e delle Fate, senza tutte coteste sioccherie che fanno tanto bene all’educazione. – Ed ecco come ci trovammo con Tattycoram in casa.
– E il nome….
– Ah già, il nome! mi dimenticavo il nome. Ecco qua, all’Ospizio la chiamavano Harriet Bidello, – un nome a capriccio naturalmente. Ora, Harriet lo mutammo subito in Hatty, e poi in Tatty, poichè, da gente pratica che siamo, ci sembrò che un nomignolo vezzeggiativo, capite, fosse per lei una specie di novità, e contribuisse in certo modo a renderla più dolce ed affezionata, non so se mi spiego. In quanto poi al nome di Bidello, è inutile dirvi che era proprio fuor di questione. Se vi ha una cosa al mondo niente affatto tollerabile, una cosa che rappresenta l’insolenza e l’assurdità ufficiale, una cosa che col soprabito, il panciotto e la lunga mazza prova la cocciutaggine di noi altri Inglesi a tenerci stretti a certe stupide usanze, dopo che tutti ne hanno riconosciuto la stupidezza, cotesta cosa è appunto un bidello. È molto tempo che non ne vedete dei bidelli?
– Piuttosto…. Nella mia qualità d’Inglese che ho dimorato più di vent’anni alla China, è un pezzo che non ne vedo.
– Se così è, – disse il signor Meagles, mettendo l’indice con molta vivacità sul petto del compagno, – fate di tutto per non vederne. Per me, tutte le volte che m’imbatto di domenica in un bidello in livrea di gala, incedendo nel bel mezzo della via alla testa di una scuola di carità, son costretto di voltar le spalle, e di darmela a gambe, o altrimenti non potrei fare a meno di saltargli addosso. Sicchè, escluso affatto il nome di Bidello, chiamammo la piccola cameriera di Carina col nome della fondatrice di cotesto istituto di trovatelli; una certa Coram, brava e buona creatura. Ora le dicevamo Tatty, ora Coram, fino a che pigliammo il vezzo di mescolare i due nomi in un solo e da allora in poi diciamo Tattycoram tutto di un fiato.
Fecero un altro giro in su e in giù senza parlare, si fermarono un momento a guardare il mare sottoposto, e poi ripresero la passeggiata.
– Vostra figlia, – disse l’altro, – è unica, come mi avete detto. Potrei sapere, non già per indiscreta curiosità, ma perchè ho trovato un vivo piacere nella vostra compagnia, e temendo che non mi accada più in questo labirinto del mondo di scambiare con voi qualche buona parola, bramo di serbare una esatta memoria della vostra famiglia…. potrei sapere dunque se ho inteso bene la vostra rispettabile signora, supponendo che non abbiate avuto altri figli?…
– No, – rispose il signor Meagles, – precisamente no. Altri figli non ne abbiamo avuto. Un’altra sola.
Ho paura di aver toccato sbadatamente un tasto doloroso.
– Non ci fate caso. Cotesto pensiero mi fa venir serio, ma non mi rattrista. Lì per lì…. mi rende pensieroso, ma dolore propriamente non ne provo. Carina aveva una sorellina gemella che è morta piccina, quando appunto potevamo vederne gli occhi, – tutt’una cosa con quelli di Carina, – a livello della tavola, dov’ella si teneva con le mani, levandosi in punta di piedi.
– Ah, davvero?
– Sicuro; e siccome siamo della gente pratica, ci è accaduta alla signora Meagles ed a me una cosa curiosa, che ci siamo messo in capo una stravaganza. Forse la capirete, e forse no. Ad ogni modo la dico. Carina e la sua sorellina si somigliavano così a capello, che da allora in poi non ci è riuscito di separare il pensiero dell’una da quello dell’altra. Non vi dico già che la bimba morta era proprio una bimba quando la perdemmo. Passando il tempo, l’abbiamo vista mutare a seconda che mutava l’altra fanciulla che il cielo ci avea serbata. Col crescere di Carina è cresciuta anche lei: Carina è divenuta a poco a poco una donna fatta, al giorno stesso ed alle stesse ore. Ed io, vedete, son tanto persuaso che se domani avessi a passare nell’altro mondo, vi sarei ricevuto per la grazia del Signore Iddio benedetto da un’altra mia figlia simile in tutto e per tutto a Carina, che mi lascierei persuadere che Carina stessa mi stia a fianco viva e reale.
– Vi capisco, – disse l’altro con molta dolcezza.
In quanto a lei, – seguitò a dire il padre, – la subìta perdita della sua piccola compagna di giuochi, che era un’altra sè stessa, e l’aver conosciuto un po’ troppo presto quel gran mistero in cui tutti abbiamo la nostra parte, le hanno necessariamente modificato in certo modo il carattere. Di più, sua madre ed io non eravamo mica giovanetti quando ci siamo sposati, e Carina ha menato con noi una vita, dirò così, di persona fatta, per quanto da parte nostra ci fossimo studiati di adattarci a lei. Ci è stato consigliato più di una volta, quando ella era un po’ mesta, di farle cambiare aria più che fosse possibile, – specialmente in questa epoca della sua vita, – e di tenerla divertita. Di guisa che, trovandomi adesso in tali condizioni da non aver bisogno di stare inchiodato ad un uffizio di banca (sebbene, a tempo mio, vi assicuro di essere stato povero abbastanza altrimenti non avrei aspettato tanto a sposare la signora Meagles), ce n’andiamo trottando pel mondo. Ed ecco come va che ci avete trovati a guardare con tanto d’occhi il Nilo, le Piramidi, le Sfingi, il Deserto e via discorrendo; ed ecco come va che Tattycoram diventerà, coll’andare del tempo, una viaggiatrice più fiera dello stesso capitano Cook.
– Vi ringrazio sinceramente, – disse l’altro, – della confidenza che mi dimostrate.
– Non ne val la pena, – rispose il signor Meagles; – ve la dimostro senza fatica e di tutto cuore. Ed ora, mio caro signor Clennam, mi permetterete di domandarvi se vi siete finalmente deciso dove andrete dopo di qua?
– No davvero. Io sono come un misero avanzo di naufragio, soggetto ad essere portato da tutte le correnti.
– Mi pare assai strano…. scusate se mi prendo questa libertà… che non andiate difilato a Londra, – disse il signor Meagles in tuono confidenziale.
– Chi sa! forse ci andrò.
– Ah, forse! ma io intendo dire che abbiate la volontà di andarci.
Io non ho volontà…. cioè, – e così dicendo arrossì un poco, – non ho adesso nessuna ragione che mi spinga in questa o quella parte. Educato da una mano di ferro, che mi ha spezzato senza piegarmi; condannato a portare la catena pesante di un uffizio sul quale non fui mai consultato e che non ho mai prediletto; imbarcato prima di aver vent’anni per l’altro capo del mondo, ed ivi confinato fino alla morte di mio padre avvenuta laggiù un anno addietro; sempre occupato a far girare una ruota che ho odiato sempre, – che cosa si può aspettare da me, ora che sono giunto a metà della vita? Volontà, scopo, speranze? Tutti questi splendori li vidi spenti uno ad uno prima che imparassi a dirne i nomi.
– Accendeteli un’altra volta! – esclamò il signor Meagles.
– Ah, si fa presto a dirlo! A me, signor Meagles, toccarono in sorte genitori durissimi. Io sono figlio unico di un padre e di una madre i quali pesavano, misuravano e valutavano ogni cosa, e pei quali tutto ciò che non si poteva nè pesare, nè misurare, nè valutare non aveva esistenza. Gente rigida; che professavano una severa religione; ed anche questa non consisteva che in un lugubre sacrificio di tutti i gusti e di tutte le inclinazioni che essi non avevano mai conosciuto, offerti al cielo come adempimento di un contratto che dovesse assicurare i loro possedimenti terreni. Visi austeri, disciplina inesorabile, pene in questo mondo e terrore nell’altro, – niente di grazioso o di gentile in alcuna parte, e un vuoto profondo nel mio cuore atterrito, – tale fu la mia infanzia, se posso abusare di questa parola per applicarla a un tal principio di vita.
– Parlate sul serio? – disse il signor Meagles, male impressionato da una descrizione così fosca. – Brutto principio davvero! ma via, ora bisogna studiare e mettere a profitto il tempo che resta, come dovere di un uomo pratico.
– Se gli uomini che si chiamano pratici, fossero tutti pratici come voi….
– Eh diamine! tali sono di certo.
– Davvero?
– Ma…. crederei, – rispose il signor Meagles, pensandoci sopra. – O si è pratici, o non si è: non credo che ci sia più di un modo per esser pratici, non vi pare? La signora Meagles ed io questo siamo, e non altro.
Il mio ignoto avvenire è dunque più facile e promettente di quanto me lo figuravo, – disse Clennam, crollando il capo e sorridendo gravemente. – Ma basti di me. Ecco la barca.
La barca era piena di quei tali cappelli a tre punte, oggetto delle antipatie nazionali del signor Meagles; e coloro che li portavano discesero a terra e salirono le scale. Tutti i viaggiatori imprigionati si raccolsero. Vi fu allora da parte dei cappelli a tre punte un prodigioso spiegamento di fogliacci, ed un chiamare all’appello, e un grande affaccendarsi a firmare, controllare, sigillare, imbrattare ed impolverare, per arrivare in fondo ad ottenere dei risultamenti straordinariamente arruffati, raschiati ed indecifrabili. Finalmente, ogni cosa fu compiuta a norma dei regolamenti e i viaggiatori furono liberi di andare dove meglio loro piacesse.
Nella prima gioia della libertà riacquistata, poco si curarono del calore e degli abbagliamenti del sole. Traversarono il porto in allegre barchette, e si riunirono di nuovo ad un grande albergo, donde il sole era escluso da fitte gelosie, e dove i nudi pavimenti, le alte soffitte, e i sonori corridoi temperavano la intensità del caldo. Una gran tavola in un gran salone fu subito lautamente imbandita; e il povero regime del lazzaretto parve anche più povero fra quel lusso di appetitose vivande, di frutti meridionali, di vini ghiacciati, di fiori colti nei giardini di Genova, di neve pigliata sulla cima dei monti e di tutti i colori dell’arcobaleno moltiplicati dallo splendore degli specchi.
– Vi giuro, – disse il signor Meagles, – che non serbo il menomo rancore per quelle mura monotone. Accade sempre così: s’incomincia a perdonare ad un luogo, non appena lo si è lasciato; starei per dire che un prigioniero perdoni alla sua prigione il giorno stesso che n’è messo fuori.
Erano una trentina a tavola, e parlavano tutti; ma naturalmente in tanti gruppi separati. Babbo e mamma Meagles, con la figlia in mezzo, sedevano tutti e tre ad un capo della tavola; di faccia stava Clennam; accanto, un signore francese lungo lungo con barba e capelli neri, di aspetto truce, per non dire diabolico, ma che non ostante si era mostrato uomo affabile e di buona pasta; più appresso, una bella giovane inglese, che viaggiava sola, ed aveva un certo viso orgoglioso ed uno sguardo osservatore, e si era tenuta in disparte dalla società dei suoi compagni di viaggio, o da essi era stata evitata; cosa che nessuno, eccetto lei forse, avrebbe potuto decidere. Gli altri tutti erano i soliti: viaggiatori per affari, e viaggiatori per diletto; ufficiali in congedo dall’India: negozianti interessati nei commerci di Grecia e Turchia; un reverendo prete inglese in cravatta bianca e panciotto abbottonato fino al collo, che faceva il viaggetto di nozze con la giovine sposa; una maestosa coppia inglese di ordine patrizio, il papà e la mamma, con una famiglia di tre figlie in crescenza, le quali redigevano un giornale d’impressioni per mortificare, al ritorno, le loro compagne; e finalmente un’antica madre inglese, sorda addirittura, e consumata nei viaggi, con una figlia non già in crescenza ma matura del tutto, la quale se ne andava attorno facendo schizzi dell’universo, nella ferma speranza di confondersi finalmente essa stessa in un bozzetto di genere maritale.
La giovane inglese dall’aspetto riservato rilevò l’ultima osservazione del signor Meagles.
Voi credete dunque che un prigioniero possa non odiar sempre la sua prigione? – diss’ella lentamente e con enfasi.
È una mia supposizione, vedete, signorina Wade. Non pretendo mica di sapere con esattezza ciò che un prigioniero sente o non sente. È la prima volta che esco di prigione
La signorina, – disse il Francese nella sua propria lingua, – dubita forse che il perdonare non sia così facile?
– Appunto.
Carina ebbe a spiegare questo passo al signor Meagles, il quale mai e poi mai imparava una mezza parola della lingua dei paesi dove andava.
– Oh! – egli esclamò. – Dite sul serio? Ma è un peccato, sapete, è un gran peccato!
– ….È un peccato ch’io non sia credula? – domandò la signorina Wade.
– Non dico proprio questo. Voi spostate la questione. È un peccato di non credere che il perdonare sia una cosa facile.
– L’esperienza, – replicò tranquillamente la giovane inglese, – ha corretto molte delle mie credenze. È un naturale progresso nell’animo nostro, come ho inteso dire.
Sarà benissimo! Ma non è naturale, spero, il serbar rancore a qualche cosa? – chiese allegramente il signor Meagles.
– Se fossi stata rinchiusa in qualche luogo a soffrire ed a consumarmi, certamente ch’io l’odierei sempre e vorrei appiccarvi il fuoco o spianarlo al suolo. Non so altro fuori di questo.
È un po’ forte eh, signore? – disse il signor Meagles volgendosi al Francese. (Il signor Meagles era anche abituato a parlare a tutti gli stranieri di qualunque nazione fossero nell’inglese più stretto e più idiomatico, perfettamente convinto che tutti, in un modo o nell’altro, erano obbligati ad intenderlo). – Duretta anzi che no l’idea della nostra bella amica, non vi pare?
Il Francese barbuto replicò cortesemente:
– Plaît-il?
Al che il signor Meagles rispose, sempre in inglese e molto soddisfatto:
Avete ragione. Sono anch’io del vostro parere.
Poichè la colezione era in fine ed andava languendo, il signor Meagles fece un discorso, che, per essere un discorso, fu abbastanza breve e sensato e pieno di cordialità. Diceva questo soltanto che, essendo arrivato il momento di separarsi dopo che il caso li avea fatti incontrare e che tutti aveano serbato insieme una così buona intelligenza, non c’era adesso a far di meglio che darsi un bravo addio ed augurarsi il buon viaggio, vuotando un ultimo bicchiere di sciampagna in ghiaccio.
E così fu fatto, e con uno scambio generale di strette di mano, si separarono per sempre.
La giovane solitaria non avea più aperto bocca. Si levò con gli altri, e si ritirò silenziosamente in un angolo remoto della gran sala, dove postasi a sedere sopra un canapè nel vano d’una finestra, parve assorta nella contemplazione degli scherzi dell’acqua che facea tremolare una sua luce fra le stecche della gelosia. Volgeva le spalle a tutta la lunghezza della sala, quasi mostrando di volere l’isolamento. Eppure sarebbe stato molto difficile di dire con sicurezza se ella evitava gli altri, o se erano gli altri che evitavano lei.
L’ombra le cadeva sulla fronte come un lugubre velo, e si accordava benissimo col carattere della sua bellezza. Non si potea guardare quel viso calmo e sprezzante, a cui le sopracciglia scure ed arcate e i capelli lisci e nerissimi davano una impronta speciale, senza esser curiosi di sapere quale espressione avrebbe preso se mai avesse subìto un mutamento. Pareva quasi impossibile che si potesse in qualche modo addolcire. Piuttosto, considerando bene, si era indotti a sospettare che potesse assumere una più rigida severità nella collera e nella diffidenza, e che solo di questa modificazione fosse suscettibile. Non vi era punto affettazione, e quantunque non fosse un viso schietto ed aperto, pure non vi si scorgeva nemmeno l’ombra dell’ipocrisia. Diceva: «Vivo per me e non conto su altri che su me; del giudizio vostro non mi curo; di voi non m’importa niente, e vi vedo e vi odo con indifferenza.» Così dicevano gli sguardi orgogliosi, le narici aperte, le labbra bellissime, ma strette ed anche crudeli. Nascondendo due di questi caratteri della sua fisonomia, il terzo da sè solo vi avrebbe detto lo stesso. Se gli aveste coperti tutti e tre, il solo portamento del capo vi avrebbe rivelato un’indole superba ed inflessibile.
Carina erasi intanto accostata alla signorina Wade, – la quale era stata oggetto di osservazione fra la famiglia Meagles e Clennam, sole persone che non avessero ancora lasciato la sala, – e se ne stava ritta accanto a lei.
– Aspettate forse…. – La signorina Wade si voltò, e Carina seguitò quasi sgomentata…. – aspettate qualcuno che vi venga incontro, signorina Wade?
Io?… no.
– Babbo manderà or ora all’uffizio di posta. Volete che egli abbia il piacere di far domandare se vi sono lettere per voi?
– Grazie. So che non ve ne possono essere.
Noi temiamo, – disse Carina, sedendole accanto con una certa affettuosa timidezza, – che vi sentirete molto isolata, quando saremo tutti partiti.
– Davvero?
– Non già, – soggiunse Carina in tuono di scusa e molto turbata dallo sguardo della signorina Wade, – non già, naturalmente, che la nostra compagnia valga per voi qualche cosa, o che avessimo pensato che voi la desideraste.
– Non ho mai dato a vedere che nutrissi un tal desiderio.
– Oh no, naturalmente! Ma…. insomma, – disse Carina toccando timidamente la mano fredda ed impassibile che la signorina Wade posava sul canapè, – non volete proprio permettere che babbo vi renda un servigio? Vi assicuro che babbo ne sarebbe tanto contento.
– Contentissimo, – disse il signor Meagles, facendosi avanti in compagnia della moglie e di Clennam. – Purchè non si tratti di parlar la lingua del paese, farò per voi qualunque cosa, e con gran piacere, ve lo giuro.
– Obbligatissima; ma ho già preso tutte le disposizioni, e preferisco di andar per la mia strada a modo mio.
– Proprio? – chiese tra sè e sè il signor Meagles, guardandola con una certa curiosità. – Ebbene, questo sì che si chiama carattere!
Son poco assuefatta alla compagnia delle ragazze, e forse non l’apprezzerei come altri sa fare. Buon viaggio. Addio!
Ciò detto, fece per allontanarsi senz’altro; ma non potette far le viste di non badare al signor Meagles, che le stendeva la mano. Vi pose dentro la propria, e ve la lasciò abbandonata come l’avea lasciata sul canapè.
– Addio! – disse il signor Meagles. – Questo è l’ultimo degli addii, poichè mamma ed io ci siamo già congedati dal signor Clennam qui presente, ed egli adesso farà lo stesso con Carina. Addio dunque! Può darsi che non c’incontriamo mai più.
Nel nostro viaggio attraverso la vita, – rispose freddamente la signora Wade, – noi c’incontreremo in tutti coloro che muovono verso di noi chi sa da quali parti e per quali vie; e quanto è stabilito che noi facciamo ad essi, e che essi facciano a noi, accadrà fatalmente.
Queste parole stridettero all’orecchio di Carina. Parevano voler significare che quanto era destinato non potesse essere che male. La cara fanciulla susurrò: «o babbo!» e si strinse a lui con vezzo. Quest’atto non isfuggì alla severa Inglese.
– Vedo, – ella disse, – che la vostra graziosa figliuola è tutta spaurita solo in pensarci. Eppure…. (e qui si volse a Carina e la guardò fiso) siate sicura che in questo momento già degli uomini e delle donne sono in cammino, i quali avranno da far con voi, e faranno quel che vuole il destino. Sì, non dubitate, essi lo faranno. Forse saranno ancora lontani le cento e le mille miglia sul mare; forse vi son vicini; forse stanno per venir fuori dalla feccia più immonda di questa medesima città dove siamo or ora arrivati.
E così dicendo uscì dalla sala, pronunciando un freddissimo addio, e con una certa espressione di scoraggiamento che dava alla sua bellezza, quantunque ancora fiorente, un aspetto languido ed appassito.
Ora, per molte scale e molti corridoi, ella dovette passare prima di giungere in camera sua. Giunta quasi al termine di cotesto viaggio, e trovandosi a traversare l’ultimo corridoio sul quale dava la sua camera, udì come un suono di parole smozzicate e di singhiozzi. Un uscio era socchiuso, ed ella spingendo dentro lo sguardo, vide la cameriera della fanciulla lasciata testè; la cameriera dal nome stravagante.
Si fermò un tratto e stette a guardarla. Era una ragazza irosa ed intrattabile. I capelli neri e folti le cadevano sulla faccia rossa ed infocata, ed ella singhiozzava, si arrabbiava, e senza pietà si andava con le dita scorticando le labbra.
– Bruti, egoisti! – esclamava con parole rotte ed affannose. – Non curarsi punto di me! lasciarmi qui a morir di fame, di sete e di stanchezza! hanno altro pel capo, eh! bestie! demoni! bricconi!
– Che avete, poverina?
La ragazza alzò subito gli occhi arrossati, e restò con le mani in sospeso in atto di graffiarsi il collo, già tutto coperto di lividure.
– Che v’importa a voi? che c’entrate voi?
– Oh sì, che m’importa. Mi dispiace di vedervi così.
– No, non è vero, – esclamò la ragazza, – non vi dispiace niente affatto. Ci trovate gusto anzi; e lo sapete benissimo che ci trovate gusto. Due sole volte mi ha preso questa furia, laggiù in quarantena; e tutte e due le volte mi siete stata addosso. Io ho paura di voi.
– Paura di me?
– Sicuro. Pare che voi veniate tutt’insieme alla mia collera, alla mia cattiveria, alla mia…. non so io stessa che cosa!… Il certo è che mi maltrattano, mi maltrattano, mi maltrattano!
Qui i singhiozzi e le lagrime e la mano furiosa, che la prima sorpresa aveva arrestato, ricominciarono tutt’insieme.
La signora Wade stette ancora a guardarla con uno strano sorriso. In effetti era meravigliosa la violenza della lotta nella fanciulla e i fieri contorcimenti: pareva che la lacerassero di dentro i demoni del tempo antico.
Ho due o tre anni meno di lei, e debbo essere io a tenerla d’occhio, come se fossi una vecchia, e non c’è altri che lei che si debba vezzeggiare ed accarezzare e chiamar Carina! Io lo detesto questo nome. Anche lei detesto. La fanno diventare una scimunita. La guastano. Non si dà pensiero che di sè stessa; che le preme di me? sono un ceppo io, un piuolo, e per lei non esisto neppure!
Bisogna aver pazienza, figliuola mia.
– Non ne voglio avere.
– Se è vero che si curano solo del fatto proprio, e poco o nulla di voi, non bisogna pensarci.
Io ci voglio pensare.
– Zitta! abbiate prudenza. Voi dimenticate che da essi dipende la vostra sorte.
– Non me ne importa niente. Scapperò, farò qualche guaio, ma non ne posso più! no, che non ne posso più! ne piglierò un male e me n’andrò all’altro mondo!
L’osservatrice se ne stava con la mano sul petto, guardando alla ragazza, come uno che si sentisse affetto da un male seguirebbe con occhio attento la sezione e la dimostrazione di un caso analogo.
La ragazza seguitò ad arrabbiare ed a lottare con tutta la forza della gioventù e della pienezza della vita. A grado a grado le sue irose esclamazioni si andarono mutando in lamenti fiochi e interrotti. Pareva quasi che soffrisse di un qualche male. Si abbandonò sopra una seggiola, poi cadde sulle ginocchia, poi si strascinò fino alla sponda del letto e si trasse la coperta sul capo, parte per celare la faccia rossa dalla vergogna e i capelli umidi di pianto, parte, come pareva, per abbracciare lo stesso letto piuttosto che non aver niente da stringere al seno pentito.
– Andate via, scostatevi, lasciatemi sola! Quando mi fo vincere dal mio brutto carattere, divento pazza. Io lo so che a provarmici davvero, mi potrei contenere; qualche volta mi ci provo e qualche volta no, perchè non posso e non voglio. Oh quante cose ho detto! tutte bugie, sapete, tutte bugie! e lo sapeva io stessa, mentre le diceva. Sarà stato questo. Avranno creduto che qualcheduno abbia pensato a me, e che non ho bisogno di nulla. Per me sempre della bontà hanno avuto. Ed io gli amo con tutta l’anima. Nessuno mi potrebbe volere tanto bene quanto me ne vogliono essi, a me che sono un’ingrata creatura. Andate via, fatemi questa grazia, andate via che ho paura di voi. Ho paura di me, figuratevi, quando mi sento pigliare dalla mia furia! Andate via, e lasciatemi sola a piangere e a pregare come più mi piace.
La giornata passò. Il gran bagliore nuovamente si spense; e la calda notte stava sopra Marsiglia, e attraverso di essa la carovana del mattino si disperse, ciascuno pigliando la sua via. E sempre così, di giorno e di notte, sotto il sole e sotto le stelle, poggiando per le polverose colline o affaticandosi per le pianure sterminate, viaggiando per mare e viaggiando per terra, andando e venendo in tante strane guise, per incontrarci ed agire e reagire gli uni sugli altri, ci muoviamo noi tutti, irrequieti viaggiatori in questo pellegrinaggio della vita.

CAPITOLO III.

A CASA.

Era una sera di domenica a Londra: sera buia, opprimente, quasi muffita. Mille campane sbatacchiavano all’impazzata in tutti i tuoni della dissonanza, in diesis e in bemolle, fesse e sonore, lente ed affrettate, traendo echi spaventevoli da quegli ammassi di mattoni e di calce che si chiamano case. Vie malinconiche, avvolte come per penitenza in un cilizio di fuliggine, facevano triste e disperata l’anima di chi era condannato a guardare di dietro ai vetri della finestra. In ogni quartiere, e quasi in ogni via, ed anzi ad ogni cantonata, qualche campana si doleva, singhiozzava, smaniava, come se la peste fosse in città e i carrettoni andassero attorno pigliando i morti. Tutto ciò che avrebbe potuto fornire il menomo sollievo ad una gente affaticata dal lavoro era sbarrato e ribadito. Nè quadri, nè bestie rare, nè piante esotiche, nè maraviglia alcuna naturale od artificiale del vecchio mondo. La santificazione della festa era così strettamente rigorosa, che i brutti dêi marini nel Museo Britannico avrebbero potuto credersi tornati a casa loro. Nient’altro da vedere che strade, strade e poi strade. Nient’altro da respirare che strade, strade e strade. Nessuna distrazione, nessun sollievo. Il lavorante affaticato una sola cosa potea fare: paragonare la monotonia del suo settimo giorno alla monotonia dei sei giorni trascorsi, pensare alla vita seccante che menava, e pigliarsela alla meglio…. o alla peggio, secondo tutte le probabilità.
In cotesta sera, così propizia agli interessi della religione e della morale, il signore Arturo Clennam, di fresco arrivato da Marsiglia per la via di Dover con la diligenza di Dover, la Ragazza dagli occhi cilestri, se ne stava a sedere presso la finestra di una bottega da caffè di Ludgate-Hill. Diecimila case rispettabili lo circondavano, le quali parevano tutte accigliarsi sulle vie che si lasciavano di mezzo, come se fossero abitate da quei diecimila giovanetti della favola, che tutta le notti si tingevano la faccia e si lamentavano sulle loro disgrazie. Cinquantamila casipole lo circondavano, dove la gente pigiata menava una vita così malsana, che l’acqua limpida posta in camera la sera del sabato si trovava putrida la mattina della domenica; il che (sia detto in parentesi) non toglieva che mylord, loro rappresentante alla Camera dei Comuni, molto si stupisse che cotesta gentucola non volesse dormire in compagnia della carne fornita la sera prima dal macellaio(1) . Estendevansi per miglia e verso tutti i punti della bussola pozzi soffocanti e cisterne che faceano le viste di esser case, dove gli sciagurati abitanti anelavano per difetto di aria. Nel cuore stesso della città una fogna mortifera fluiva e rifluiva, in cambio di un fiume limpido e fresco. Qual bisogno mondano potea provare quel milione d’individui, che lavoravano per sei lunghi giorni della settimana, in mezzo a cotesta Arcadia ridente, della cui dolcissima uniformità non c’era sfuggita, incominciando dalla culla per finire alla tomba, – qual bisogno mondano poteano essi avere nel settimo giorno? Evidentemente nessun altro bisogno che quello della stretta sorveglianza di un policeman.
Il signor Arturo Clennam, seduto presso la finestra della bottega da caffè di Ludgate-Hill, andava contando i rintocchi di una vicina campana, facendoli parlare, senza volerlo, ed acconciandoli a certi suoi ritornelli, nel mentre stesso che si domandava quanti potevano essere nel corso di un anno gli ammalati ammazzati, da quei rintocchi. Avvicinandosi l’ora del servizio divino i cambiamenti di tempo e di tuono si facevano sempre più irritanti. Al quarto d’ora, la campana si diè a sbattere con una mortale vivacità e petulanza, sollecitando il popolaccio a correre in chiesa: alla chiesa, alla chiesa, alla chiesa! Ai dieci minuti, si dovette accorgere che il concorso sarebbe stato scarso, e cominciò a martellare di cattivo umore: Non vengono, non vengono, non vengono! Ai cinque minuti, abbandonò ogni speranza, e scosse tutte le case del vicinato per trecento minuti secondi, con una dolente vibrazione per ogni secondo, come un gemito di disperazione.
– Sia ringraziato il cielo! – esclamò Clennam, quando sentì battere l’ora ed arrestarsi la campana.
Ma quel suono aveva in lui ridestata la memoria di un lungo succedersi di triste domeniche, nè si arrestò la malinconica processione col tacere della campana, ma seguitò invece a sfilargli dinanzi.
– Che il cielo mi perdoni, – diss’egli, – e perdoni anche a chi mi ha educato. Come l’ho preso in uggia questo giorno.
Ed ecco la lugubre domenica della sua fanciullezza, quand’ei se ne stava seduto con le mani in grembo, spiritato dalla paura per un orribile trattato, il quale mettevasi in comunicazione col povero fanciullo domandandogli in forma di titolo: Perchè se ne andava diritto alla perdizione eterna? (una certa curiosità che il piccolo lettore in camiciotto e brache non era in grado di soddisfare) e che, per allettare vie più quella mente infantile, conteneva ad ogni due linee una parentesi con un rinvio che pareva un singhiozzo, come per esempio 2 Ep. Thess. c. III. V. 6, et 7. Ecco la noiosa domenica della sua vita di scolaro, quando un picchetto di pedagoghi lo menavano alla chiesa tre volte in una giornata, come un disertore militare, moralmente ammanettato con un altro ragazzo; e quando egli avrebbe barattato tanto volentieri due pietanze di sermone indigesto con una o due once di più di quel pessimo castrato di cui gli nutrivano il corpicciuolo. Ed ecco la interminabile domenica della sua giovinezza, quando sua madre, rigida in volto ed inflessibile nel cuore, se ne stava tutto il giorno con una grossa Bibbia davanti, – rilegata in tal modo che dava a vedere qual fosse il sistema d’interpretazione seguito dalla leggitrice: una rilegatura nuda, dura, scabrosa, con un solo ornamento incavato intorno a foggia di catena, e coi margini chiazzati di un rosso arrabbiato, – come se quello solo fra tutti i libri fosse da scegliere, per tenersi guardati contro il buon umore, le dolci affezioni, e la famigliare dimestichezza. Ed ecco, un po’ più tardi, l’odiosa domenica, quando egli, triste e scontento, passava tutto il giorno standosi a sedere, accogliendo nel fondo del cuore un bieco sentimento di ira e di vendetta, e non comprendendo il vero senso della salutare storia del Nuovo Testamento, nè più nè meno che se fosse stato educato in mezzo agli idolatri. Ed ecco ancora una legione di domeniche, giorni tutti di amarezza e di mortificazione, l’una dopo l’altra passargli lentamente dinanzi.
– Scusi, signore, – disse un vispo cameriere passando uno strofinaccio sulla tavola, – vuol vedere la camera?
– Sì. Volevo appunto domandarvelo.
– Ehi, ragazza! – gridò il cameriere. – Il signore dalla valigia numero sette, vuol vedere la camera!
Un momento! – disse Clennam levandosi. – Non pensavo a quel che dicevo. Ho risposto macchinalmente. Non dormo qui, vado a casa.
– Proprio, signore? Ehi, ragazza! Il signore dalla valigia non dorme qui, va a casa!
Clennam restò ancora al medesimo posto. Il giorno cadeva, ed egli guardava alle malinconiche case che gli stavano di faccia, pensando quanta compassione avrebbero avuto dile anime dei primi inquilini defunti, se mai fossero tornate a vedere coteste loro vecchie prigioni. Di tratto in tratto dietro il vetro appannato di una finestra appariva una faccia, e spariva subito, dileguandosi nell’ombra, come se della vita già troppo avesse visto.
La pioggia incominciò a cadere in linee oblique tra lui e quelle case, e la gente incominciò a raccogliersi sotto i portici, dando ad ogni poco una occhiata disperata al cielo di piombo che mandava giù l’acqua sempre più fitta e violenta. Poi s’incominciarono a vedere ombrelli gocciolanti, sottane impillaccherate, e mota in abbondanza. Dov’era poco fa cotesta mota? donde veniva? Si formò in un momento, come si formano le folle, e cinque soli minuti le bastarono per imbrattare tutti i figli e le figlie d’Adamo. Il lumaio andava già attorno; e le lingue luminose guizzavano al tocco della sua bacchetta, maravigliandosi forse che loro si permettesse di far mostra di un po’ di luce in quella scena così triste.
Il signor Arturo Clennam prese il cappello, si abbottonò il soprabito ed uscì. In campagna, la pioggia avrebbe destato mille freschi profumi, ed ogni stilla avrebbe fatto brillare nell’animo qualche bella idea della vegetazione e della vita. In città invece non destava che odori nauseanti, e non serviva che a portare ai rigagnoli un tributo malsano, tepido, sudicio e disgustoso.
Ei passò per San Paolo e discese, facendo un angolo prolungato, quasi alla riva del fiume, dopo aver traversato quelle viuzze tortuose ed intricate che pendono, – ed allora pendevano molto più e molto più erano intricate, – da Cheapside al Tamigi. Passando poi innanzi alla casa decrepita di qualche onorevole Compagnia oggi dimenticata, – e poi innanzi alle finestre illuminate di una chiesa deserta che sembrava aspettare un suo avventuroso Belzoni che ne scavasse la storia, – e poi innanzi a magazzini e depositi silenziosi, – e poi per un vicolo angusto che menava al fiume, dove un cartello di malaugurio TROVATO ANNEGATO piangeva sull’umido muro, – arrivò finalmente alla casa che cercava. Una vecchia casa di mattoni, così buia da parer quasi nera, che se ne stava sola sola dietro un cancello. Sul davanti aprivasi un cortile quadrato, dove uno o due arboscelli e un po’ di terreno erboso mostravansi così nudi ed incolti come le spranghe del cancello erano arrugginite; il che è tutto dire. Più indietro un ammasso di tetti. Era una casa massiccia con finestre lunghe, strette e pesanti. Molti anni fa le era saltato il grillo di sfiancarsi da una parte e di scivolarne fino a terra; ma sorretta a tempo e puntellata, se ne stava ora appoggiata ad una mezza dozzina di grucce gigantesche, le quali rose dal tempo, annerite dal fumo, e coperte di erbe, servivano da ginnasio a tutti i gatti del vicinato ed offrivano un sostegno per verità non troppo sicuro.
Nulla è mutato, – disse il viaggiatore, fermandosi a guardare intorno. – Buia e triste come sempre. Il lume è sempre là, alla finestra di mia madre; pare che non sia mai stato spento da quel tempo che me ne tornavo da scuola, due volte all’anno, tirandomi dietro la valigia su questo lastricato. Bene, bene!
Si avvicinò alla porta, la quale aveva su una cornice sporgente di legno intagliato, con tovagliuoli disposti a festoni e teste di bambini idrocefali, disegnata secondo un modello architettonico molto popolare una volta. Bussò. Un passo strascicante si fece subito sentire sul pavimento dell’anticamera e la porta fu aperta da un vecchio curvo e disseccato, e dagli occhi vivi e penetranti.
Portava una candela in mano, e la sollevò un momento per vederci meglio.
– Ah, il signor Arturo! – disse senza alcuna emozione. – Siete arrivato finalmente? Favorite.
Il signor Arturo favorì e chiuse la porta.
– Vi siete fatto grosso e stagionato, – disse il vecchio, voltandosi a guardarlo, alzando di nuovo la candela, e scuotendo il capo; ma non siete ancora come vostro padre. No; e nemmeno come vostra madre.
– Come sta mia madre?
– Come al solito. Guarda la camera quando non guarda il letto, e non è uscita quindici volte in quindici anni, Arturo.
Erano entrati in una camera da pranzo povera e meschina. Il vecchio avea posato il candeliere sulla tavola, e sostenendo il gomito destro nella mano sinistra, si andava accarezzando quelle sue mascelle di cuoio, e guardava fiso al nuovo venuto. Quindi gli porse la mano. Il vecchio la prese con sufficiente freddezza, dando a vedere di preferire assai più le mascelle, alle quali tornò subito dopo.
– Dubito forte, – egli disse crollando il capo con una certa aria di uomo accorto, – che vostra madre voglia approvare questo vostro ritorno in giorno di domenica, Arturo.
– Non vorreste già ch’io me n’andassi un’altra volta?
– Oh! io? io? e che sono il padrone io? Non si tratta mica di quel che io voglio e non voglio. Sono stato di mezzo non so per quanti anni tra vostro padre e vostra madre. Non ho voglia adesso di star di mezzo tra vostra madre e voi.
– Volete andare a dirle che son tornato?
– Sì, Arturo, sì. Oh, sicuramente! Ci vado subito a dirle che siete tornato. Aspettate un momento. Non la troverete punto mutata la camera.
Così dicendo, tolse da una credenza un altro candeliere, lo accese, lasciò il primo sulla tavola, ed uscì per la sua commissione. Egli era un vecchietto calvo, con indosso un soprabito nero dal bavero largo ed alto, ed un panciotto anche nero, calzoni di velluto grigio e lunghe uose della stessa stoffa. A vederlo così vestito, si potea prendere o per un commesso o per un domestico; e in effetto da molto tempo ei covriva l’una e l’altra carica. Intorno alla sua persona non v’era ombra di ornamento, eccetto un orologio immerso nelle profondità di una tasca mediante un nastro nero consumato, al quale era attaccata una chiave di rame senza lucido, per servire di gavitello ed indicare dove l’orologio era colato a fondo. Aveva il capo di sbieco, ed anche una sua andatura di traverso tutta da una parte, con certi movimenti da gambero, come se anche a lui i fondamenti fossero venuti meno all’epoca stessa che quelli della casa, e che anch’egli avesse bisogno di essere sorretto e puntellato.
– Come mi sento debole! – disse Arturo Clennam, quando il vecchio fu uscito; – quasi quasi piangerei per quest’accoglienza che trovo, io che non sono stato abituato ad altro, e che ad altro non mi aspettavo!
E pianse veramente. Non fu che la momentanea debolezza di un animo che avea provato il disinganno fin dall’infanzia, ma che non ancora avea rinunciato a tutte le sue speranze. Egli si vinse, tolse il candeliere e guardò intorno per la camera. I vecchi mobili erano ciascuno al suo posto di una volta. Le Piaghe di Egitto fatte più scure e più sudice dalle mosche e dal fumo, – piaghe di Londra, – stavano sempre sospese ai muri nelle loro vecchie cornici. Ecco il vecchio stipetto foderato di piombo, vuoto sempre, che pareva un cataletto fatto a scompartimenti. Ecco il vecchio stanzino buio, vuoto anch’esso, del quale egli era stato l’unico abitante nei giorni di castigo, quando cotesta buca gli pareva la vera entrata di quell’inferno verso il quale il trattatello detto di sopra lo accusava di correre a galoppo. Ecco ancora inchiodato sulla credenza il vecchio e severo orologio, che tante volte avea fissato sul fanciullo quella sua faccia numerata con una gioia selvaggia di trovarlo indietro con la lezione, e che, quando veniva caricato una volta alla settimana con un manubrio di ferro, avea l’abitudine di stridere ferocemente nella crudele aspettazione dei tormenti che gli avrebbe inflitto. Ma, ecco finalmente il vecchio di ritorno, dicendo:
– Arturo, vado avanti e vi faccio lume.
Arturo lo seguì su per la scala, i muri della quale erano fatti a tanti quadrati simili a tabelle tumularie, ed entrò in una oscura camera da letto, il cui pavimento s’era a poco a poco così abbassato e assodato che il caminetto trovavasi come in una fossa. In questa fossa, sopra un nero canapè che pareva una bara, sostenuta alle spalle da un gran cuscino angoloso e nero, simile al ceppo delle esecuzioni capitali usato nel buon tempo antico, stava la madre di Clennam nel suo costume nero di vedova.
Per quanto lontano andassero le rimembranze di Arturo, suo padre e sua madre erano vissuti sempre in disaccordo. Starsene seduto senza aprir bocca in mezzo al più stretto silenzio, dando una occhiata spaurita ora all’una ora all’altra di quelle facce che non si guardavano, era stata la più pacifica occupazione della sua fanciullezza. Ella gli diè un sol bacio di ghiaccio, e quattro dita stecchite, inguantate di lana. Ciò fatto, egli sedette al lato opposto del tavolino che stava accanto a sua madre. Ci era del fuoco nel caminetto, come ce n’era stato notte e giorno per quindici anni. C’era un ramino presso la cenere umida sul fuoco, come ce n’era stato notte e giorno per quindici anni. C’era per tutta la camera senza aria un tanfo di tinta nera, che il fuoco era andato estraendo dalle vesti nere della vedova per quindici anni.
– Mamma, vi trovo molto mutata dalle vostre abitudini di attività.
Il mondo, o Arturo, si è ristretto per me a queste dimensioni, – rispose ella guardando intorno per la camera. – Buon per me che non ho mai posto affetto alle sue vanità.
L’antica influenza della sua presenza e della sua voce rigida e severa potettero tanto sul figlio da fargli provare nuovamente il timido ribrezzo e la paura dei suoi primi anni.
– Non lasciate mai la camera, mamma?
– Parte per la mia affezione reumatica, parte per la conseguente debolezza nervosa, ho perduto l’uso delle mie membra. No, non lascio mai la mia camera. Non sono uscita da quella porta da…. ditegli voi da quanto tempo, – aggiunse ella parlando di sopra alla spalla.
– Faranno una dozzina d’anni a Natale venturo, – rispose una voce rauca, che uscì dal fondo buio della camera.
Siete voi, Affery? – domandò Arturo guardando da quella parte.
La voce rauca rispose che era Affery; una vecchia si fece avanti in quella incerta luce, mandò un bacio colla mano, e disparve di nuovo nell’ombra.
Io sono in grado, – disse la signora Clennam, accennando con la mano inguantata di lana ad un seggiolone a ruote che stava presso una grande scrivania ermeticamente chiusa, io sono in grado di attendere ai miei affari, e ringrazio il cielo di questo favore. È un favore segnalato. Ma basti di affari in questo giorno di festa. Fa cattivo tempo stassera, non è così?
– Sì, mamma.
– Nevica?
– Che dite, mamma! se siamo appena in settembre!
– Tutte le stagioni si rassomigliano per me, – ella rispose con una specie di tetra soddisfazione. – Chiusa qua dentro, non so nulla nè d’inverno nè di estate. Al Signore è piaciuto di mettermi al disopra di coteste cose.
A vedere quei freddi occhi grigi e quei freddi capelli grigi, e quella sua faccia impassibile, rigida come le pieghe della cuffia nera che pareva di pietra, si dovea subito pensare che quel sentirsi superiore alle stagioni derivasse naturalmente dall’esser superiore ad ogni specie di emozioni.
Sul tavolino accanto stavano due o tre libri, il suo fazzoletto, un paio di occhiali di acciaio tolti allora, e un grosso orologio d’oro di foggia antica, a doppia cassa. Su questo oggetto nello stesso momento gli occhi della madre e del figlio si fissarono.
– Vedo, mamma, che l’involto speditovi alla morte di mio padre vi è pervenuto sano e salvo.
– Come vedete.
– Non ho mai visto mio padre prendere tanto interesse a una cosa, come nel raccomandarmi che il suo orologio vi fosse spedito immediatamente.
Io lo tengo qui per ricordo di vostro padre.
– Fu solo all’ultimo momento ch’egli manifestò questo suo desiderio. Non potè fare altro che mettervi su la mano e dirmi molto indistintamente: «a vostra madre.» Un momento prima, avevo creduto ch’egli avesse il delirio, come par molte ore l’aveva avuto, – senza però che soffrisse fisicamente nella sua breve malattia, – quando ad un tratto lo vidi che si voltava nel letto e si provava ad aprir l’orologio.
– Non aveva dunque il delirio quando si provò ad aprirlo?
– No. Avea piena coscienza diin quel momento.
La signora Clennam crollò il capo, sia che volesse scacciare la memoria del defunto, sia che negasse l’opinione del figlio.
– Dopo la morte di mio padre, io stesso l’aprii, pensando che vi fosse dentro chi sa che indicazione. Ma non serve ch’io ve lo dica, non c’era altro che il vecchio porta-orologio di seta lavorato a palline, che avrete certo trovato al suo posto tra le due casse, dove io lo trovai e lo lasciai.
La signora Clennam assentì col capo. Poi soggiunse:
– Basti di affari in questo giorno di festa. E poi ancora:
– Affery, sono le nove.
A queste parole, la vecchia riapparve, sbarazzò il tavolino, uscì dalla camera, e tornò subito, portando un vassoio con su un piatto di biscottini, ed un pezzo di burro, freddo bianco, liscio e simmetrico.
Il vecchio che, durante il colloquio, se n’era stato ritto presso la porta sempre nella stessa positura, guardando alla madre come avea già guardato al figlio, uscì nel tempo stesso e, dopo una lunga assenza, tornò con un altro vassoio sul quale stava una bottiglia di Porto quasi piena, – che era andato a prendere in cantina, a giudicarne dal suo affannare, – un limone, una zuccheriera ed una scatola di spezie. Con questi ingredienti e servendosi del ramino, egli empì un gotto di un certo miscuglio caldo e odoroso, misurato e composto con la scrupolosità che si sarebbe messa nello spedire una ricetta. In siffatto miscuglio la signora Clennam intinse una porzione dei biscottini e li mangiò; mentre la vecchia attendeva ad imburrare un’altra porzione dei medesimi biscottini, destinati ad esser mangiati soli. Quando l’invalida ebbe mangiato tutti i biscottini e bevuto tutto il miscuglio, i due vassoi vennero tolti; e i libri, il candeliere, l’orologio, il fazzoletto, e gli occhiali vennero rimessi sul tavolino. La signora Clennam si pose allora gli occhiali e da un suo libro lesse certi passi a voce alta, dura, fiera, rabbiosa, implorando che i suoi nemici (col tuono e col gesto ella li faceva suoi nemici personali), fossero passati a fil di spada, consumati dal fuoco, colpiti dalla lebbra e dalla peste, e che le ossa loro venissero ridotte in polvere, e che essi tutti fossero completamente sterminati. Udendola a leggere pareva a suo figlio che gli anni gli cadessero dalle spalle e svanissero come le fantasie di un sogno, e che tornassero ad attristarlo tutti quegli orrori tenebrosi che, ancora fanciullo innocente, lo preparavano ogni sera ad andare a letto.
La leggitrice chiuse il libro, e rimase un momento con una mano sulla faccia. Così fece pure il vecchio, senza spostarsi in altro dal primo atteggiamento. Così probabilmente fece anche la vecchia, nascosta nella parte più oscura della camera. Indi l’ammalata fu pronta per andare a letto.
– Buona sera, Arturo. Affery guarderà che non vi manchi nulla. Non mi stringete troppo la mano, che me la sento indolenzita.
Egli toccò appena il guanto di lana. Ma il guanto non ci faceva nulla. Quand’anche sua madre fosse stata tutta foderata di rame, la barriera che lo separava da lei non sarebbe stata più forte di quel che era. Poi seguì il vecchio e la vecchia giù per le scale.
La vecchia gli domandò, quando si trovò sola con lui fra le ombre della camera da pranzo, se volesse un po’ di cena.
– No, Affery, non voglio cena.
– Se ne volete, ce n’è. – disse Affery. – La sua pernice di domani è nella credenza; è la prima pernice che mangerà in quest’anno. Dite una parola e ve la servo qui calda calda in un batter d’occhio.
No; da poco avea desinato, e non si sentiva voglia di niente.
– Bevete qualche cosa allora, – riprese Affery; – un bicchiere del suo Porto, per esempio. Dirò a Geremia che mi avete dato ordine di portarvi la bottiglia.
No; nemmeno bere voleva.
– Non è ragione, Arturo, – disse la vecchia, chinandosi per parlargli all’orecchio, – che anche voi, perchè quei due mettono addosso a me una paura indemoniata, anche voi dobbiate tremare. Non vi è toccata la metà della fortuna a voi?
– Sì, sì.
– E dunque, non vi dovete fare accoppare. Voi siete furbo, eh, Arturo?
Egli accennò di sì col capo, tanto per contentarla.
– E dunque, su, animo, e mostrate loro il viso. Essa è furba che non vi potete figurare; e soltanto uno che sia furbo davvero può ardire di dirle una parola. Lui poi, non ve ne dico nulla! Un furbaccio matricolato, che gliele fa vedere di tutti i colori, e, quando capita, la fa stare a segno.
– Chi? Vostro marito ardisce….
– Ardisce! dite che io tremo tutta da capo a piedi, quando lo sento che le dice il fatto suo. Mio marito sì, Geremia Flintwinch, se la sa vedere anche con vostra madre. Vedete mo s’egli è furbo!
A questo punto si udì il passo strascicante avvicinarsi, ed Affery si ritirò subito nell’angolo opposto della camera. Quantunque fosse una vecchia alta, angolosa, e nerboruta, che in gioventù avrebbe benissimo potuto arruolarsi in un reggimento della Guardia, senza troppa paura di essere scoperta, pure si rannicchiò tutta tremante alla presenza del vecchietto dagli occhi penetranti e dall’andatura di gambero.
Su, Affery, – diss’egli, – che fai costì, vecchia, che non ti muovi? non sai trovare al signor Arturo qualche cosa da masticare?
Il signor Arturo ripetè il suo rifiuto di masticare qualunque cosa.
– Benissimo! – disse il vecchio; – va dunque a fargli il letto. Muoviti.
Aveva il collo così torto, che i due capi della cravatta bianca gli pendevano abitualmente sotto un orecchio; l’asprezza e l’energia che gli erano naturali, sempre in contrasto con una seconda natura di repressione, davano alle sue fattezze un certo aspetto di enfiagione; e nel complesso egli aveva una mezza apparenza di un uomo che si fosse appiccato una volta, e che tuttavia andasse sbrigando le sue faccende, sempre con la corda al collo, tagliata a tempo da una mano pietosa.
– Domani, Arturo, avrete insieme delle brutte parole, – disse Geremia, – voi e vostra madre. L’aver rinunciato agli affari dopo la morte di vostro padre, – come ella sospetta, sebbene abbiamo lasciato a voi il piacere di darle questa notizia, – non passerà liscia, credetemi.
Io aveva rinunciato a tutto nella vita per gli affari, ed ora è venuto il tempo di rinunciare anche ad essi.
– Sta bene! – esclamò Geremia, volendo intendere evidentemente: Sta male! – Soltanto questo vi dico, Arturo, che non vi aspettiate che io mi metta di mezzo tra vostra madre e vostro padre, parando di qua e parando di là, e pigliandomi io tutte le botte. Ora di cotesto lavoro non ne voglio più sapere.
– Non vi domanderò mai, Geremia, di ricominciarlo per conto mio.
– Sta bene, ci ho piacere; poichè avrei dovuto dir di no, se me lo aveste domandato. Basta così, come dice vostra madre; se n’è discorso anche troppo per un giorno di domenica. Affery, vecchia, hai trovato in malora quel che ti serve?
Affery stava pigliando lenzuola e coperte da un cassettone, si affrettò a raccoglierle e rispose:
– Sì, Geremia, sì.
Arturo Clennam l’aiutò, portando lui stesso il fardello, diè al vecchio la buona notte, e andò su con lei fino all’ultimo piano della casa.
Salirono scale ed altre scale, in mezzo a quell’odore di muffa di una vecchia cosa rinchiusa e poco frequentata, fino ad un’ampia camera che stava in soffitta. Nuda e meschina, come tutte le altre camere, era resa anche più brutta e più triste per tutte le masserizie di scarto che vi erano depositate come in magazzino. La mobiglia si componeva di vecchie seggiole luride e zoppe dai fondi consumati, sfondate addirittura; di un tappeto senza disegno e che mostrava la trama; di una tavola storpia; di un cassettone sgangherato; di una guarnitura di ferri da camino che parevano scheletri; di un lavamani che sembrava essere stato esposto per secoli e secoli ad una pioggia di saponata sporca; e di un letto con le quattro colonne ai quattro angoli, terminate in punta, che si offrivano alla comodità di quegli inquilini i quali, anzi che dormire, preferissero impallarsi. Arturo aprì la lunga finestra, e guardò fuori alla foresta di camini rotti ed anneriti, ed a quella luce rossastra del cielo, che a lui bambino era sembrata un riflesso notturno delle infernali regioni presentategli alla fantasia da tutte le parti, dovunque volgesse gli occhi.
Ei si trasse dentro, andò a sedere presso il letto, e guardò ad Affery Flintwinch che metteva le lenzuola.
– Affery, voi non eravate maritata, quando io partii?
La vecchia atteggiò la bocca a dir no, scosse il capo, e si applicò a ficcare un cuscino nella fodera.
– Come andò la cosa?
– Non lo sapete?… Geremia, eh, naturalmente! – rispose Affery, tenendo fra i denti un angolo della federa.
– Capisco benissimo; la proposta dovette venir da lui. Ma come vi saltò in testa a voi? Avrei creduto che nessuno di voi due si volesse accasare; e tanto meno che vi avrei trovati accasati insieme.
– E neppur io l’avrei creduto, – disse la signora Flintwinch, legando le fettucce della federa.
Ma vedendo ch’ei la guardava ancora, quasi aspettasse il rimanente della risposta, Affery, che acconciava e batteva il cuscino sul capezzale, vi assestò nel mezzo un gran pugno, e domandò:
– Come potea fare altrimenti?
– Come potevate fare a non maritarvi?
– Naturalmente, – rispose Affery. – Non dipendeva da me. Io non ci avea mai pensato. Davvero sì, avea tanti affari, che anche il pensare mi ci voleva! Fu lei che mi si attaccò ai fianchi, quando la potea girar per la casa, ed allora avea le gambe libere, avea.
– Ebbene?
– Ebbene? – ripetè Affery come un’eco. – Così diss’io pure. Ebbene! a che serve riflettere? Se quei due furbi se l’hanno fisso in testa, che ci posso fare io? Niente.
– Sicchè era un progetto di mia madre?
– Che Dio vi benedica, Arturo, e mi perdoni se nomino il suo santo nome! – esclamò Affery, sempre a mezza voce. – Se tutti e due non fossero stati d’accordo, vi pare mo a voi che la cosa poteva accadere? Geremia non mi ha mai fatto gli occhi dolci; e davvero che non me li potea fare, dopo aver vissuto con me nella stessa casa ed avermi comandato a bacchetta per tanti e tanti anni. Un giorno egli viene e mi dice: «Affery, vi debbo dire una cosa. Che ne pensate del nome di Flintwinch?» – «Che ne penso?» dico io. – «Già, dice lui, perchè lo prenderete,» dice. – «Lo prenderò, Geremia?» dico io. – Oh sì, già ve l’ho detto ch’egli è un gran furbo!
La signora Flintwinch si pose a stendere il lenzuolo di sopra e poi la coperta, e poi il copertino, come se avesse concluso la sua storia.
– Ebbene? – disse Arturo per la seconda volta.
– Ebbene? – rispose di nuovo l’eco di Affery. – Che potevo fare io? «Affery, dice lui, voi ed io ci dobbiamo sposare, ed ora vi dico il perchè. La signora va sempre più giù, e ci vorrà sempre chi le stia intorno; noi allora ci troveremo ogni giorno in camera sua, e quando ci saremo noi, non ci sarà nessun altro, e in tutti i casi l’affare ci conviene. Anche lei è del mio parere, dice, sicchè lunedì venturo, alle otto, mettetevi il cappello e tutto sarà fatto.»
La signora Flintwinch rincalzò la coperta.
– Ebbene?
– Ebbene? – ripetè la signora Flintwinch. – Proprio così. Mi metto a sedere e dico: ebbene! Allora Geremia mi dice: «In quanto alle pubblicazioni, ci ho già pensato da quindici giorni fa; domenica si faranno per la terza volta, ed è per questo che ho fissato la cosa per lunedì. Ve ne parlerà anche lei, Affery, e così ora vi trovate preparata a rispondere.» Il giorno stesso me n’ha parlato. «E così, Affery, ha detto lei, ho inteso dire che voi e Geremia vi sposate. Ci ho piacere, ed anche voi ne siete contenta. Avete ragione. Il partito è ottimo, e nelle circostanze presenti io non posso che approvarlo. Geremia è uomo di senno e merita ogni fiducia; è devoto e perseverante.» Ora, dite voi, che poteva fare io, una volta che le cose erano arrivate a questo segno? Perbacco! se si fosse trattato di…. di uno strangolamento in cambio di uno sposalizio… (Affery ebbe a faticare un pezzo per tirar fuori questa forma di espressione)… non avrei potuto dire una mezza parola con quei due furbacci contro di me.
– Davvero lo credo.
– E credetelo, Arturo, credetelo.
– Affery, chi era quella ragazza che ho veduta or ora in camera di mia madre?
– Ragazza? – domandò Affery con voce un po’ stridula.
– Era di certo una ragazza quella che ho veduta vicino a voi, quasi nascosta in quell’angolo oscuro.
– Oh chi? lei? la piccola Dorrit? Non è nulla lei; è uno dei suoi capricci. – (Affery fra le altre singolarità, aveva questa di non chiamar mai per nome la signora Clennam). – Ce n’è tante pel mondo che valgono più di lei, delle ragazze. Vi siete scordato della vostra bella di una volta? da tanto e tanto tempo, scommetto.
Ho molto sofferto per la separazione impostaci da mia madre, epperò non l’ho mai dimenticata. Me ne ricordo benissimo.
– Ne avete trovata un’altra?
– No, Affery.
– Eccovi dunque una buona notizia. Adesso la sta bene, ed è vedova. E se la volete, pigliatevela pure.
– E che ne sapete voi?
– Ne ho sentito parlare a quei due furbi lassù…. Ecco Geremia per le scale!
In un attimo, Affery era scomparsa.
Ella aveva introdotto nella trama che la mente di Arturo ordiva in segreto, in quella vecchia officina dove era stato il telaio della sua giovinezza, il solo filo che mancava ancora a compiere il disegno. La leggiera follia di un amore fanciullesco avea trovato la sua via anche in cotesta casa, ed egli, – il piccolo Arturo, – era stato così infelice e disperato come se avesse abitato in un castello da romanzo. Poco più di una settimana prima, a Marsiglia, il viso aggraziato di una fanciulla, dalla quale egli erasi dipartito a malincuore, aveva avuto per lui un insolito interesse e gli avea destato dentro una tal quale tenerezza, forse per qualche segreta somiglianza, reale od immaginaria, con quel primo viso che avea brillato sulla triste sua vita nelle splendide regioni della fantasia.
Arturo si appoggiò al davanzale della lunga finestra, e guardando fuori alla affumicata foresta dei camini, incominciò a fantasticare. Imperocchè la tendenza uniforme della vita di cotest’uomo, che un migliore indirizzo avrebbe forse educato a più profittevoli meditazioni, avea fatto di lui in fine dei conti un sognatore e non altro.

CAPITOLO IV.

LA SIGNORA FLINTWINCH FA UN SOGNO.

Quando la signora Flintwinch sognava, ella aveva un diverso sistema dal figlio della sua vecchia padrona; sognava cioè con gli occhi chiusi. Cotesta notte, ella ebbe un sogno molto curioso per la sua lucidezza, e lo ebbe poche ore dopo aver lasciato il figlio della vecchia padrona. In verità cotesto sogno non rassomigliava punto ad un sogno, tanti caratteri di realtà aveva per ogni verso. Ecco come andò la cosa.
La camera da letto della coppia Flintwinch trovavasi poco discosta da quella in cui la signora Clennam stava da tanto tempo confinata. Non erano tutte e due allo stesso piano, poichè quella dei Flintwinch stava a un angolo della casa, e vi si perveniva scendendo pochi scalini dirupati, attaccati alla scala grande quasi di faccia alla porta della signora Clennam. Veramente non si potea dire che codesta camera si trovasse a portata della voce, tanto era lo spessore dei muri e delle porte; però si potea assai facilmente passare da una camera all’altra, a qualunque ora della notte, e con qualunque temperatura. A capo del letto della signora Flintwinch, a poca distanza dal suo orecchio, pendeva un campanello, il cordone del quale pendeva dall’altra parte vicino alla mano della signora Clennam. Tutte le volte che il campanello suonava, Affery saltava a terra, e si trovava nella camera dell’inferma, prima ancora di essersi destata.
Avendo posto a letto la padrona, accesa la lampada e data la buona notte, la signora Flintwinch andò a coricarsi come al solito, con questo solo che il suo marito e signore non era ancora comparso. E fu appunto il suo marito e signore, contrariamente a quanto pretendono i filosofi che i sogni debbano nascere dall’ultimo pensiero che si è avuto in mente, – fu appunto lui il soggetto del sogno della signora Flintwinch.
Le sembrò di destarsi, dopo aver dormito qualche ora, e di trovare che Geremia non era ancora entrato in letto. Le sembrò anche di guardare alla candela lasciata accesa, di vederla molto consumata e di confermarsi così, – misurando il tempo come faceva Alfredo il Grande, – nella credenza di aver dormito molto a lungo. Le sembrò finalmente che si levava, s’avvolgeva in un accappatoio, infilava le pantofole, ed usciva sulla scala per veder se Geremia veniva o non veniva. La scala era più che mai di legno e più che mai solida; ed Affery incominciò a discendere senza alcune di quelle deviazioni proprie di chi cammina in sogno. Non scivolò dall’alto in basso, ma fece gli scalini uno dopo l’altro, tenendosi con la mano alla balaustrata, poichè la candela le si era spenta. In un angolo del cortile, e proprio dietro il portone, stava una cameretta, simile in tutto e per tutto alla bocca di un pozzo, con una finestra lunga e stretta che pareva una spaccatura. In cotesta camera, che non era mai frequentata da nessuno, brillava un lume.
La signora Flintwinch traversò il cortile e si sentì sotto i piedi, nudi di calze, il freddo del pavimento. Si arrestò alla porta semiaperta della cameretta, e pose l’occhio tra i gangheri arrugginiti. Aspettavasi di trovar Geremia pigliato dal sonno o da un colpo apoplettico. Invece, lo vide a sedere con molta calma, desto, affatto, e godendo della sua solita salute…. Ma come!…. È mai possibile questo?… Che Dio ci assista!… La signora Flintwinch mormorò qualche esclamazione di questo genere e si sentì addosso il ribrezzo della febbre.
Imperocchè Geremia, desto, stava guardando a Geremia addormito. Egli sedeva da una parte della tavola fissando uno sguardo penetrante sopra se stesso, che stava seduto dall’altra parte della tavola, col mento sul petto, dormendo e russando. Geremia desto aveva la faccia volta verso la moglie; Geremia addormito stava di profilo. Geremia desto era il vecchio originale; Geremia addormito era la copia. Affery, mentre la testa le girava intorno, capì cotesta differenza, come avrebbe distinto tra un oggetto palpabile e l’immagine di esso in uno specchio.
Se un dubbio le fosse rimasto che il Geremia desto non fosse il proprio Geremia, la naturale impazienza di lui avrebbe dissipato ogni specie d’incertezza. Ei si guardò intorno cercando qualche arme offensiva, diè di piglio allo smoccolatoio, e, prima di applicarlo al fungo che si era formato sullo stoppino della candela, se ne servì per dare una botta al Geremia dormiente come se avesse voluto passarlo da parte a parte.
– Chi è? che c’è? olà! – esclamò il dormiente destandosi ad un tratto.
Geremia fece un certo movimento con lo smoccolatoio, come se volesse dire al compagno: «te lo ficco in gola, se non ti stai zitto!»
Il compagno, tornato in sè, si strofinò gli occhi, e,
– M’ero scordato dove mi trovavo, – disse.
Hai dormito due ore! – borbottò Geremia, guardando al suo orologio. – E dicevi che un sonnellino ti bastava per riposarti!
– Me l’ho fatto il sonnellino, – rispose Geremia-copia.
Le due e mezzo dopo la mezzanotte, maledetto! – mormorò Geremia-originale. – Dove hai posto il cappello? dove sta il pastrano? dove sta la cassetta?
Tutto è qui, – rispose Geremia-copia, ancora assonnato, avvolgendosi al collo un fazzoletto. – Aspettate un momento. Ed ora datemi la manica… non questa qui, quell’altra. Ah! ci siamo fatti vecchi! non son quello di una volta!
Il signor Flintwinch gli aveva tirato su il pastrano con una violenta energia.
– Mi avevate promesso un bicchiere, dopo che mi fossi riposato.
– To’, – replicò Geremia, – bevi ed affogati, stavo per dire… ma no, vattene che sarà meglio.
Così dicendo, tolse la smessa bottiglia di Porto che già sappiamo e ne versò un bicchiere.
È il vino della signora, eh? – disse Geremia-copia, assaggiandolo a sorsellini come un buongustaio che avesse tempo da perdere. – Alla sua salute!
E bevve un sorso,
– Alla vostra salute!
E bevve un altro sorso.
– Alla salute del nuovo arrivato!
E bevve un terzo sorso.
– E alla salute di tutti gli amici intorno a San Paolo!
Vuotò il bicchiere e lo posò sulla tavola a metà di cotesto antico brindisi nazionale. Poi tolse la cassetta. Era una cassetta di ferro di circa due piedi quadrati che si poteva portare molto comodamente sotto al braccio. Geremia stette ad osservare con occhi gelosi in che modo ei se l’aggiustava; provò con le mani proprie se stava ben ferma o no; gli disse di stare bene attento a quel che faceva, o se no sarebbero guai; poi uscì in punta di piedi per aprirgli la porta. Affery, avendo preveduta quest’ultima mossa, era già scappata sulla scala. Il seguito di queste cose accadde in modo così ordinario e naturale, ch’ella udì lo stridere della porta che s’apriva, sentì la frescura dell’aria notturna e vide fuori le stelle che brillavano.
Ma qui venne la parte più notevole del sogno. Ella avea tanta paura del marito, che restò sulla scala, senza aver la forza di ritirarsi in camera (e l’avrebbe potuto benissimo prima che Geremia avesse sbarrato la porta), e stette immobile. Per conseguenza, quando Geremia venne su per la scala per andare a letto, le fu addosso e si trovò con lei muso a muso.
Parve sorpreso, ma non disse nemmeno una parola. Le fissò gli occhi addosso, e seguitò a salire. Affery, dominata da quello sguardo, indietreggiò passo a passo. E così, ella andando indietro ed egli avanti, arrivarono nella propria camera. Non appena vi si furono chiusi dentro, Geremia afferrò la moglie per la gola, e la strinse e la scosse fino a farla venir livida in faccia.
– Orsù, Affery, vecchia!… Affery! – gridò Geremia. – Ti sei fatta sonnambula ora! svegliati, vecchia! che diamine hai?
– Che… che ho… Geremia? – balbettò la povera Affery, stralunando gli occhi.
– Orsù, Affery, vecchia!… Affery, sei scesa dal letto, dormendo, cara mia! Vengo giù, dopo aver preso sonno io stesso, abbasso, e ti trovo qui, imbrogliata nel tuo accappatoio, e coll’incubo. Affery, vecchiaccia, sentimi bene, – disse ancora Geremia, con un ghigno affettuoso su quel suo viso espressivo, – se mai ti fai prendere da un altro sogno di questa fatta, ei sarà segno che hai bisogno di medicina. E te ne darò io una, delle medicine, vecchiaccia che sei, te ne darò una!…
Affery lo ringraziò e andò a rannicchiarsi nel letto.

CAPITOLO V.

AFFARI DI FAMIGLIA.

Il lunedì mattina, battendo le nove, la signora Clennam, adagiata sul seggiolone a ruote, fu spinta da Geremia Flintwinch, l’impiccato spiccato, presso la grande scrivania. Aprì, abbassò la ribalta e vi si appoggiò. Allora Geremia si ritirò, – forse per andare ad impiccarsi più efficacemente, – e Arturo entrò nella camera.
– Andate un po’ meglio stamane, mamma?
Ella scosse il capo con quella stessa austera soddisfazione che avea mostrato la sera innanzi parlando del tempo.
Io non andrò mai meglio. Per buona sorte, Arturo, lo so e mi vi rassegno.
Stando così seduta con le mani posate l’una discosta dall’altra sulla ribalta e con innanzi tutta l’altezza della scrivania, pareva ch’ella stesse suonando un organo muto. Così pensò Arturo, – nè era la prima volta che un tal pensiero gli veniva, – e si pose a sedere da una parte del mobile.
Ella aprì uno o due cassetti, diè un’occhiata a qualche carta di affari e la ripose di nuovo. La sua rigida faccia non presentava un minimo segno, non dava un solo filo coll’aiuto del quale avesse potuto un esploratore arrivare al tenebroso labirinto dei suoi pensieri.
– Posso parlarvi di affari, mamma? siete disposta ad occuparvene?
– Disposta? dovrei meglio domandare a voi, Arturo, se siete disposto. È già un anno e più che vostro padre è morto. Fin da allora io sono stata qui ad aspettare il vostro beneplacito.
Ho dovuto sistemar molte cose prima di partire; e quando son partito ho un po’ viaggiato per cercar riposo e sollievo.
Ella si voltò a guardarlo in faccia, come se non avesse bene inteso queste ultime parole.
– Riposo e sollievo?….
Volse intorno un’occhiata, e parve dal movimento delle labbra che ripetesse a sè stessa quelle parole, quasi chiamando la lugubre camera a testimone del poco riposo e del poco sollievo trovati in essa.
– Del resto, mamma, essendo voi sola esecutrice testamentaria, ed avendo in mano la direzione ed il maneggio della proprietà, a me restava poco o niente da fare fino a che non aveste sistemato ogni cosa a vostra soddisfazione.
I conti son fatti, – rispose la vedova, – e gli ho qui. I documenti sono stati tutti esaminati e registrati. Potete esaminarli quando volete, Arturo; anche adesso, se vi piace.
– Mi basta sapere che tutto è in regola. Posso dunque continuare?
– Perchè no! – diss’ella, fredda come al solito.
Da qualche anno in qua, mamma, la nostra Casa è andata sempre più giù, e le nostre relazioni commerciali sono progressivamente scemate. Non abbiamo mai nè mostrato, nè inspirato molta fiducia; non ci siamo affezionato nessuno; la via che abbiamo presa non è quella che vogliono i tempi, epperò siamo rimasti indietro di molto. Non è necessario che io mi fermi su questo particolare. Voi lo sapete necessariamente.
– So quel che intendete dire, – rispose ella con tuono meno indifferente.
– Anche questa vecchia casa nella quale parliamo, – riprese il figlio, – è una prova di quanto dico. A tempo di mio padre, e, prima di lui, a tempo di suo zio, era questo un centro di affari, il vero centro degli affari. Adesso, non è più che una mera anomalia, una stravaganza, fuori di data e fuor di proposito. Tutte le nostre consegne è già gran tempo che le facciamo alla casa di commissioni di Rovingham; e per quanto il vostro giudizio e la vostra vigilanza abbiano tenuto un freno ai nostri agenti, guardando gli interessi di mio padre, è pur certo che coteste qualità avrebbero profittato egualmente alla sua fortuna, se voi aveste abitato una qualunque altra casa privata. Non vi pare?
– Credete voi, Arturo, – disse ella, senza rispondere alla domanda del figlio, – che una casa non serva a nulla, proteggendo vostra madre inferma ed afflitta, – giustamente inferma ed afflitta?
– Ma io non parlavo che della questione commerciale.
Con che scopo?
– Ve lo dirò or ora.
– Prevedo, – ella riprese, fissandogli gli occhi addosso, – di che si tratta. Ma tolga il Signore ch’io muova lamento se la sua mano si aggrava sopra di me. Peccatrice come sono, io merito i più amari disinganni, e gli accetto.
– Mamma, voi mi addolorate parlando a cotesto modo, sebbene una triste apprensione me ne avesse già avvertito.
Voi lo sapevate. Voi mi conoscete troppo.
Arturo tacque un momento, tutto sorpreso di aver tratto una scintilla da quel cadavere.
– Ebbene, – ripresa la madre, tornando fredda come di pietra, – proseguite. Sentiamo.
Voi avete già indovinato che io, dal canto mio, ho risoluto di lasciar gli affari. Non ne voglio più sapere. Per voi, la cosa muta di aspetto; non siete disposta a rinunziarvi, come vedo, nè io mi azzardo a consigliarvi. Se avessi una qualunque influenza sull’animo vostro, me ne servirei soltanto per mitigare il giudizio che fate di me nel recarvi questo disappunto, per ricordarvi ch’io ho già toccato la meta di una lunga vita e non ho mai, in tanto tempo, contrastato con la mia volontà alla vostra. Non dico già che io mi sia conformato con la mente o col cuore alle vostre idee; nè posso dire di credere che i miei quarant’anni siano stati utili o piacevoli a me o ad altri; ma io mi son sempre sottomesso, e non vi domando altro se non che ve ne ricordiate.
Guai al supplicante, se uno ve ne fosse mai stato, guai a lui che aveva da impetrare una concessione qualunque da quel viso inesorabile! guai al debitore moroso il cui appello stava innanzi ad un tribunale presieduto da quegli occhi severi! Gran bisogno ebbe in cotesto momento quella rigida donna della sua mistica religione, velata di tristezza e di tenebre, illuminata di tratto in tratto da lampi di maledizione, di vendetta, di distruzione, che si accendevano fra l’orrore delle nuvole. «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» era questa una preghiera troppo meschina per lei. «Percuoti, o Signore, i miei debitori, schiacciali, annientali; fa Tu quello che farei io, ed io Ti adorerò:» questa era l’empia torre di macigno ch’ella innalzava per dar la scalata al regno dei cieli.
Avete finito, Arturo, o avete ancora a dir altro? Non credo. Siete stato breve, ma avete detto molto!
– No, mamma, ho ancora da aggiungere dell’altro. Ci ho pensato, notte e giorno, per tanti e tanti anni. È una cosa assai più difficile a dire di quanto ho detto finora. Non riguarda me solo, ma tutti noi.
– Tutti noi! chi siamo tutti noi?
Voi, mamma, io e mio padre morto.
Ella si pose le mani in grembo l’una nell’altra, e stette così fissando gli occhi sul fuoco, con la espressione impenetrabile di un’antica scultura egiziana.
Voi conosceste mio padre assai più che nol conobbi io: la sua riserva a mio riguardo cedeva innanzi a voi. Voi, mamma, eravate la più forte e lo dirigevate. Sebbene fanciullo, io capiva benissimo come lo capisco adesso. Capii anche che il vostro ascendente su di lui lo determinò a partire per la China per attendere là ai suoi affari, mentre voi ne prendevate cura qui, – quantunque io ignori fin ad oggi se furono proprio questi i termini della vostra separazione, – e che era vostra volontà che io rimanessi con voi fino ai venti anni, e che poi partissi anch’io per raggiungerlo. Spero che non vi avrete a male che io ricordi questi fatti dopo passati vent’anni.
– Aspetto che mi diciate perchè me li ricordate.
Egli abbassò la voce, e disse con manifesta esitanza e quasi facendo forza a sè stesso:
Io voglio sapere, mamma, se mai vi occorse il sospetto….
Alla parola sospetto, ella volse gli occhi per un momento sul figliuolo, con un fiero cipiglio. Poscia ritornò a guardare il fuoco; ma sempre col cipiglio stesso, come se l’antico scultore egiziano l’avesse impresso in quella faccia di granito perchè vi durasse per secoli.
-…. il sospetto che qualche rimembranza gli turbasse la mente o gli facesse provare il rimorso? Non avete mai osservato qualche segno di ciò nella sua condotta? gliene avete mai parlato? l’udiste mai accennare ad una tal cosa?
– Non comprendo, – rispose ella dopo un breve silenzio, – di che specie di rimembranza intendete che vostro padre fosse in preda. Voi parlate con tanto mistero…..
– Non potrebbe darsi, mamma…
Il figlio si chinò per parlarle più da vicino, abbassando la voce, e posò la mano sulla ribalta con un moto nervoso.
– Non potrebbe darsi ch’egli avesse sciaguratamente fatto un torto a qualcuno, e che fosse morto prima di ripararlo?
Volgendogli una occhiata iraconda, la signora Clennam si ritrasse indietro nella seggiola come per allontanarsi da lui; ma non rispose una sola parola.
Io intendo benissimo, mamma, che se un tal pensiero non v’è mai balenato alla mente, la confidenza che io vi fo ora mi deve far parere crudele e snaturato. Ma questa idea, per quanto io faccia, non mi riesce di scacciarla: nè il tempo, nè le distrazioni l’hanno cancellata. Ricordatevi che io era con mio padre. Ricordatevi che io vidi l’espressione del suo viso quando ei mi consegnò l’orologio, e si sforzò di farmi capire che lo mandava a voi come un segno del quale avreste bene inteso il significato. Ricordatevi che io lo vidi, negli ultimi momenti, stringere la matita fra le dita tremanti, e tentar di scrivere una parola per voi, senza riuscire a formare una lettera. Più è incerto il crudele sospetto che mi tormenta, più lo rafforzano le circostanze che me lo mostrano probabile. Per amor del cielo, mamma, cerchiamo bene, poniamo una cura religiosa a vedere se non vi sia un torto che ci tocchi di raddrizzare. Solo voi, mamma, mi potete aiutare in questa ricerca.
Sempre più indietreggiando nella seggiola in modo da spingerla indietro a scosse, ella pareva un fantasma di fiero aspetto che si ritirasse alla presenza di lui. Alzò, come per difesa, il braccio sinistro piegato nel gomito col dorso della mano verso la propria faccia, e guardò al figlio, muta ed immobile.
– L’avidità del danaro, e la febbre dei lucrosi contratti…. poichè ho incominciato, debbo continuare a parlarne di queste cose dispiacevoli…. ha potuto far sì che qualcheduno sia stato tratto in inganno, offeso negli interessi, rovinato. Voi, mamma, prima della mia venuta al mondo, eravate l’anima di tutto il congegno; la vostra mente più forte di quella di mio padre ha diretto tutti gli affari per più di quaranta anni. Voi, credo, potete chetare questi dubbi e questi timori, se realmente mi vorrete aiutare a scoprire la verità. Non volete, mamma?
Qui tacque, sperando che ella parlasse. Ma quelle labbra compresse non erano meno immobili dei grigi capelli che le stavano come incollati sulla fronte.
– Se c’è da fare qualche riparazione, se c’è da rendere a qualcheduno…. il mal tolto, vediamo, mamma, di cercarlo e di compiere il nostro dovere. Anzi, se a ciò bastassero i miei soli mezzi, lasciate che io solo lo compia. Io ho cavato tanto poca felicità dal denaro; e, per quanto io sappia, esso ha recato tanta poca pace a questa casa o a chiunque vi avesse attinenza, che per me ha minor prezzo che per altri. A me non potrà servire che a comprare vergogna e dolore, se questo sospetto mi tormenta ch’esso avvelenò col rimorso gli ultimi momenti di mio padre, e che non mi appartiene nè giustamente nè onestamente.
Un cordone di campanello pendeva lungo il muro, discosto due o tre passi dalla scrivania. Con un subito e violento urto del piede, ella spinse rapidamente indietro la seggiola, afferrò il cordone e vi diè una rabbiosa strappata; sempre facendosi scudo del braccio, quasi parando un colpo che il figlio le minacciasse.
Una ragazza accorse tutta spaurita.
– Mandate qui Flintwinch.
In un solo momento la ragazza si ritirò e il vecchio si mostrò sotto la porta.
– Come! siete già venuti a questi ferri? incudine e martello, eh? – diss’egli, accarezzandosi freddamente il mento. – Lo sapeva. Ne ero quasi sicuro.
– Geremia! – esclamò la madre, – guardate a mio figlio. Guardatelo in viso!
– Ebbene! lo guardo, – replicò Geremia.
Ella stese il braccio che le era servito da scudo, e seguitò a parlare, additando l’oggetto della sua collera.
– Nell’ora stessa del suo ritorno, prima quasi che siano asciutti i suoi calzari, egli ingiuria la memoria del padre suo al cospetto di sua madre! Vuole che sua madre si associ a lui in ricercare e spiare in tutta la vita passata di suo padre! Sospetta che i beni di questo mondo, che noi abbiamo messi insieme lavorando dal mattino alla sera, con cure e fatiche e privazioni di ogni sorta, non siano che altrettanti furti; e chiede a chi si debba cederli, a titolo di riparazione e di restituzione!
La sua voce era aspra e rabbiosa, ma pure bassa più che l’usato. Pronunziava le parole una ad una con grande precisione.
– Riparazione! – riprese a dire. – Sì, davvero! È facile a lui parlare di riparazione, a lui che torna a casa, dopo essere andato attorno pel mondo viaggiando e folleggiando e menando una vita di vanità e di piaceri. Ma che guardi a me, a me che son qui imprigionata ed in ceppi. A me che soffro senza mormorare, poichè è decreto del Signore che così io debba far riparazione dei miei peccati. Riparazione! E non ve n’ha forse in questa camera? e non ve ne è stata qui dentro per tutti questi quindici anni?
E così ella andava sempre bilanciando le sue partite con la Maestà del cielo, registrando le entrate a credito, tenendo strettissimo calcolo dell’attivo, e reclamando ad alta voce il saldo del suo conto. Solo per questo era notevole, per l’energia e l’enfasi che vi metteva. Mille e mille non fanno altrimenti tutti i giorni della loro vita, e ciascuno a suo modo.
– Flintwinch, datemi quel libro.
Il vecchio tolse un libro dal tavolino e glielo porse. La vedova posò due dita fra le pagine, ve le tenne per segno, ed alzò il braccio così armato verso del figlio.
Ai tempi di una volta, Arturo, ai tempi di cui tratta questo libro, vivevano santi uomini, diletti al Signore, i quali avrebbero maledetto al figlio loro per molto meno di questo; i quali lo avrebbero scacciato, ed avrebbero portato lo sterminio alle intiere nazioni, se queste avessero osato sostenerlo; e tutta la razza del figlio maledetto, in odio a Dio ed agli uomini, avrebbero distrutta fino all’ultimo rampollo, fino all’infante attaccato alla mammella della madre. Ma io questo vi dirò soltanto, che se mai toccherete ancora dello stesso argomento, vi rinnegherò; vi scaccerò dalla mia presenza in tal modo, che molto meglio sarebbe stato per voi essere rimasto orfano dalla culla. Non vi vedrò, nè vi conoscerò più. E se, ad onta di tutto, voi aveste a tornare in questa camera per contemplarmi distesa sul mio letto di morte, farei, se potessi, spiccare il sangue dal mio cadavere per maledirvi ancora!
Calmata in parte dalla violenza della minaccia, e in parte (per quanto il fatto possa parer mostruoso) da una vaga impressione di aver compiuto un religioso dovere, ella rese il libro al vecchio e si tacque.
– Orsù, – disse Geremia, – premettendo che non ho punto voglia di cacciarmi di mezzo a voi due, mi farete la finezza di dirmi, poichè mi avete chiamato a far da terzo; che significa tutto questo?
– Fatevelo spiegare da mia madre, se vi piace, – rispose Arturo, vedendo che la vedova seguitava a tacere. – Lasciamo le cose come stanno. Quel che ho detto non l’ho detto ad altri che a mia madre.
– Oh! – esclamò il vecchio, – da vostra madre? Debbo farmelo spiegare da vostra madre? Benissimo. Ma vostra madre ha accennato che voi avete sospettato di vostro padre. Questo sta male, Arturo, sta male assai; un buon figliuolo non fa così. E di chi mai non sospetterete, se sospettate di vostro padre?
– Basta, – disse la signora Clennam, volgendo in modo la faccia da indirizzarsi pel momento al solo Geremia. – Non voglio che se ne facciano più parole.
– Sì, va bene, ma aspettate un momento, – riprese il vecchio. – Aspettate un momento. Vediamo un po’ a che ne siamo. Avete detto al signor Arturo ch’egli non deve ingiuriare la memoria di suo padre? che non ha alcun diritto di farlo? che non ha dove appoggiarle coteste sue ingiurie? glielo avete detto?
– Glielo dico adesso.
– Ah brava! – esclamò il vecchio. – Glielo dite adesso. Non gliel’avevate detto prima, e glielo dite adesso. Bene, bene! Voi sapete per quanto tempo io sono stato di mezzo a voi e a suo padre, e mi pare adesso che la morte non abbia nulla mutato e che io stia sempre al posto di prima. E ci resto, poichè ci sono, e per questo mi piace di veder le cose chiare e lampanti. Arturo, tenete questo bene a mente che voi non avete diritto a sospettare di vostro padre, e che i vostri sospetti non avete dove appoggiarli.
Ei ripose le mani sulla spalliera della seggiola a ruote, e borbottando tra sè e sè, spinse lentamente la sua padrona verso la scrivania.
– Adesso, – riprese a dire, restando in piedi dietro di lei, – per non andarmene lasciando le cose fatte a metà o sentirmi chiamare da capo quando sarete arrivati all’altra metà e vi farete riprendere dalle vostre furie, assodiamo un po’ questo fatto: che vi ha detto Arturo di aver deciso sugli affari della casa?
Egli vi rinunzia.
A favore di nessuno, suppongo?
La signora Clennam diè un’occhiata al figlio appoggiato ad una delle finestre. Questi se ne accorse e rispose:
A favore di mia madre, naturalmente. Ella farà come meglio le piace.
– E se un qualunque piacere, – disse la madre dopo un breve silenzio, – potesse nascere per me da questo disinganno così crudele, quando speravo che mio figlio nel fiore dell’età volesse infondere una novella vita in questa casa, e farla prospera e potente, io lo troverei nell’avvantaggiare la condizione di un vecchio e fedele domestico. Geremia, il capitano abbandona la nave; ma voi ed io ci affonderemo con essa e navigheremo ancora.
Geremia, gli occhi del quale scintillarono come se vedessero danaro, lanciò al figlio un rapido sguardo che pareva dire: «Non debbo ringraziar voi per questo; voi non ci avete fatto nulla e non ci entrate!» si volse alla madre e la ringraziò, ed aggiunse che Affery la ringraziava, e che egli non l’avrebbe mai abbandonata, e che Affery non l’avrebbe mai abbandonata. Finalmente, tirò su l’orologio dalle profondità della sottoveste, disse: «le undici – è ora per le vostre ostriche,» e così mutato argomento, senza mutare nè di espressione nè di modi, suonò il campanello.
Ma la signora Clennam, risoluta a trattarsi con tanto più aspro rigore per essere stata sospettata di ignorare che fosse una riparazione, rifiutò di mangiar le ostriche quando gliele portarono. Erano per verità molto appetitose: otto di numero, disposte a circolo in una bianca scodella sopra un vassoio coperto da un tovagliuolo bianco, fiancheggiate da una fetta di pane francese imburrato, e da un bicchiere di acqua e vino che era una freschezza; ma ella seppe resistere a tutte le persuasioni, e mandò indietro ogni cosa, ponendo senza dubbio questo sacrificio alla partita dei crediti nel suo giornale dell’Eternità.
Questa colezione di ostriche non era stata servita da Affery, ma invece dalla ragazza che era accorsa alla prima strappata di campanello; quella stessa ragazza che la sera precedente era rimasta nell’ombra della camera. Avendo ora la opportunità di osservarla, Arturo trovò che la piccola persona di lei e le fatezze delicate e il vestito dimesso e leggiero, la facevano parere molto più giovane di quel che era in effetto. Benchè non avesse probabilmente meno di ventidue anni, le si sarebbe dato, passandole accanto nella via, poco più della metà. Non già che il viso di lei fosse giovane assai; anzi dava a vedere più assai pensieri che non se n’abbiano a ventidue anni; ma ella era così piccina o leggiera, così quieta e timida, e pareva sentirsi così spostata in mezzo a quei tre vecchi induriti e disseccati, che i suoi modi e l’aspetto erano di una ragazzina.
Sempre con la medesima durezza, quantunque temperata da un fare incerto che stava tra la protezione e l’oppressione, tra lo spruzzo benefico di un annaffiatoio e la stretta di una pressione idraulica, la signora Clennam mostrava una specie d’interesse per cotesta ragazza. Anche quando questa era accorsa alla violenta scampanellata, nel punto che la madre si riparava dal figlio con quel suo gesto singolare, gli occhi della signora Clennam aveano avuto una espressione di affettuosa dimestichezza che pareva riservata per lei. Non altrimenti che nel più duro metallo vi son gradi di durezza, e nel nero stesso si riscontrano gradazioni di colore, così anche nella condotta della signora Clennam verso tutto il genere umano e verso la piccola Dorrit vi era una leggiera gradazione di asprezza.
La piccola Dorrit andava fuori a lavorar di bianco. Ad un tanto al giorno, – o piuttosto a tanto poco al giorno, – dalle otto della mattina alle otto della sera, la piccola Dorrit si poteva avere a nolo. All’ora precisa, la piccola Dorrit appariva; al minuto preciso, la piccola Dorrit spariva Quel che ne fosse della piccola Dorrit nell’intervallo dalle otto della sera alle otto della mattina era un mistero.
Altro fenomeno morale della piccola Dorrit. Oltre il compenso in danaro, i suoi contratti alla giornata includevano il vitto. Ora ella aveva una straordinaria ripugnanza a desinare in compagnia; quando c’era una possibilità di cavarsela, ne profittava subito. Aveva sempre una scusa bella a pronta; questo lavoro da cominciare o quest’altro da finire, prima di mettersi a tavola; e sempre e per tutti i versi escogitava piani e disegni, – non troppo ingegnosi, a quanto pareva, poichè non ingannavano mai nessuno, – per riuscire a desinar da sola. Ottenuto questo supremo intento, felice di portarsi il suo piatto in qualunque cantuccio, di farsi desco del grembo, di una scatola, del pavimento, ovvero anche di starsene in punta piedi, innanzi alla mensola del caminetto, la grande ansietà della piccola Dorrit era calmata.
Non era facile di raffigurar bene la piccola Dorrit, la quale evitava ogni compagnia, si ritraeva in certi angoli remoti per attendere al suo lavoro, o scappava via quasi spaventata se incontrava qualcuno per la scala. Pareva il suo viso, per quanto se ne vedeva, un viso pallido e trasparente, di vivace espressione, quantunque di fattezze non belle, eccetto gli occhi bruni e dolcissimi. Una testolina delicatamente inclinata, una vitina sottile, un paio di manine attivissime, ed una veste logora, – e molto logora dovea essere, perchè paresse tale, quantunque acconcia e pulita: – tale era la piccola Dorrit seduta al suo lavoro.
Di queste particolarità o generalità sul conto della piccola Dorrit, Arturo fu informato nel corso della giornata parte dagli occhi proprii, parte dalla lingua della signora Affery. Se la signora Affery avesse pensato con la testa propria, avrebbe forse nudrito una opinione poco favorevole verso la piccola Dorrit. Ma poichè quei due furbi, a cui la signora Affery faceva continua allusione, e nei quali la sua personalità era come assorbita, si accordavano ad accettare la piccola Dorrit come un fatto naturale, ella non potea fare altro che rispondere a colore, come si dice a giuoco. Parimente se quei due furbi avessero deliberato di assassinare la piccola Dorrit a lume di candela, la signora Affery, invitata a reggere il candeliere, l’avrebbe fatto senza un’ombra di difficoltà.
Le suddette informazioni vennero fornite dalla signora Affery negli intervalli tra l’arrosto della pernice per l’inferma e la preparazione del pasticcio di carne destinato ad Arturo; ad ogni nuova confidenza ella affacciavasi all’uscio, dopo esserne uscita, e raccomandava la resistenza contro i due furbi sullodati. Questa idea della signora Affery di opporre il solo figlio a quei due era divenuta una vera fissazione.
Durante la stessa giornata, Arturo girò un po’ per tutta la casa. La trovò buia e triste. Quelle camere sepolcrali, abbandonate da anni ed anni, parevano essersi accasciate in una lugubre letargia, che nessuna cosa avrebbe potuto scuotere. I mobili scarsi, ed incomodi, si andavano nascondendo per le camere, anzi che guernirle. Per tutta la casa non dominava alcun colore; quello che vi era stato una volta, qualunque si fosse, era già svanito da gran tempo in qualche raggio disperso di sole, o forse si era lasciato assorbire da un fiore, da una farfalla, dalle piume di un uccello, da una pietra preziosa e che so io. Dai fondamenti fin su al tetto non vi era un sol pavimento regolare; le soffitte erano così fantasticamente annuvolate di fumo e di polvere, che una vecchia indovina avrebbe in esse trovato materia da legger la sorte meglio che nella posatura di una tazza di tè. I focolari freddi e morti non serbavano altra traccia di essere stati un tempo riscaldati, fuorchè un ammasso di fuliggini venute giù per le cappe dei camini, e che giravano intorno in tanti vorticetti neri quando si apriva l’uscio. In quello che una volta era stato salotto vedevansi due magri specchi, con lugubri figure che portavano ghirlande di lutto e passeggiavano tutto intorno alle cornici; ma anche esse erano prive di capi e di gambo, ed un piccolo Cupido, che pareva un beccamorti, avea girato intorno al proprio asse, ed era rimasto col capo in giù, mentre un altro era caduto per terra addirittura.
Le camera che al padre di Arturo avea servito da studio per la trattazione degli affari, – ed Arturo se ne rammentava benissimo, – era così inalterata che si potea crederla ancora occupata visibilmente dal vecchio commerciante, come la sua vedova visibile occupava quella del primo piano, mentre che Geremia andava dall’uno all’altra, facendo da mediatore. Il ritratto del signor Clennam morto, nero e triste, sospeso al muro e serbante un silenzio continuo, teneva gli occhi fissi sul figlio come glieli avea tenuti nel momento che la morte li spegneva, quasi ingiungendogli severamente che si affrettasse a compiere la commissione accettata. Ma, per mala sorte, Arturo non nudriva alcuna speranza che la madre in un modo qualunque si piegasse, e in quanto a trovare i mezzi da tranquillare i proprii sospetti, già da lungo tempo avea abbandonato ogni speranza. Giù nelle canove, come su nelle camere da letto, vecchi oggetti da lui ben ricordati erano mutati dagli anni e dall’incuria, ma non avevano mutato di posto, persino i barili vuoti coperti dalle ragnatele, e le bottiglie vuote strangolate dalla muffa. Ivi ancora, in mezzo a vecchi portabottiglie, rischiarata da qualche pallido raggio che veniva obliquamente dal cortile, era la camera di sicurezza, piena di vecchi registri di conti, i quali mandavano un tal puzzo corrotto, come se fossero stati tenuti in corrente durante le ore della notte da tutto un reggimento di vecchi commessi risuscitati.
Alle due, il pasticcio venne servito a modo di penitenza, sopra una meschina tovaglia che copriva appena un angolo della tavola, e Arturo si pose a mangiare in compagnia di Geremia Flintwinch, suo novello socio. Geremia gli fece sapere che la madre aveva ricuperato la sua tranquillità di spirito, e che oramai non c’era più da temere che tornasse ad alludere a quanto era accaduto la mattina.
– E sentite a me, Arturo, – aggiunse il vecchio, – sentite un consiglio mio: non ingiuriate più la memoria di vostro padre. Ve lo dico una volta per sempre, non l’ingiuriate! Ed ora basti così, e non se ne parli più.
Il signor Flintwinch, per fare onore alla promozione testè ricevuta, aveva già incominciato a rassettare e spolverare il suo studietto. Alla quale bisogna si rimise, quando si fu ben bene rimpinzato di carne, ed ebbe raccolta e leccata sulla lama del coltello tutta la salsa rimasta nel piatto, traendo molto liberalmente sopra un barile di birra posto nella retrocucina. Così rifocillato, si rimboccò le maniche della camicia e tornò al lavoro; ed Arturo, stando ad osservarlo in questo mentre, si dovette persuadere essere tanto difficile di cavare una parola dal ritratto di suo padre o dalla tomba di suo padre, quanto a cavarla dalla bocca di cotesto vecchio.
– Orsù, Affery, vecchia balorda! – gridò Geremia, vedendo la moglie a traversare il cortile. – Non avevi ancora rifatto il letto del signor Arturo, ora che sono andato su. Animo, via! spicciati, vecchia!
Ma il signor Arturo trovava molta tristezza per tutta la casa, e ben poca voglia aveva di assistere ad una novella condanna dei nemici di sua madre (e forse anch’egli era del numero) ad essere tormentati in questo mondo e rovinati nell’eternità. Annunziò dunque avere intenzione di alloggiare alla bottega da caffè, dove avea lasciato il bagaglio. E poichè il signor Flintwinch afferrò subito l’idea di levarselo dai piedi, e la madre, quando non si trattava di moneta, era indifferente a qualunque delle cose domestiche non circoscritte dai muri della propria camera, gli riuscì senza fatica e senza altre irritazioni di conseguire il suo intento.
Si fissarono delle ore per ogni giorno, nelle quali tutti e tre, la signora Clennam, Geremia ed Arturo si sarebbero dati alla necessaria verifica di registri e di carte, ed egli col cuore angosciato lasciò quella casa che aveva ritrovato dopo tanti anni.
E la piccola Dorrit?
Per circa quindici giorni si trattò di affari dalle dieci alle sei, fatta deduzione degli intervalli nei quali l’invalida seguiva strettamente il suo regime di ostriche e pernici, ed Arturo andava fuori a far quattro passi. Qualche volta la piccola Dorrit era presente, ed attendeva a cucire, qualche volta no; altre volte si presentava come per far visita; e così di certo era venuta quel primo giorno dell’arrivo di Arturo, la curiosità del quale cresceva sempre, aspettando che alla tale ora la ragazza venisse. Dominato dalla sua idea fissa, egli si diè a discutere seco stesso se mai cotesta ragazza non fosse mischiata ai sospetti concepiti ed in parte manifestati. Alla fine, si risolvette di seguirla e di saperne più addentro nella storia di lei.

CAPITOLO VI.

IL PADRE DELLA MARSHALSEA.

Trent’anni fa, lontana poche porte in qua dalla chiesa di san Giorgio, contrada Southwark, a sinistra della via andando verso mezzogiorno, ergevasi la prigione della Marshalsea. Già da molti anni stava in quel posto, e per molti anni appresso vi rimase. – Oggi non c’è più, nè per questo il mondo va peggio di prima.
Era un caseggiato oblungo, una specie di caserma divisa in tante squallide case addossate le une alle altre, in guisa da non avere retrostanze, circondata da un angusto cortile lastricato, stretta in mezzo ad alte mura debitamente orlate di punte di ferro. Era per sè stessa una meschina e ristretta prigione pei debitori, ma conteneva un’altra prigione più meschina e più ristretta, destinata ai contrabbandieri. I rei contro il fisco, o i frodatori della regìa o della dogana, incorsi in multe che non erano in grado di pagare, si supponeva che fossero carcerati dietro una porta con lastre di ferro, la quale serviva a chiudere una seconda prigione, composta di una o due celle ben solide, e di un androne senza uscita, largo un metro e mezzo all’incirca, e che formava i misteriosi confini dove i debitori della Marshalsea si scordavano dei guai giuocando ai birilli.
Ho detto che si supponeva fossero carcerati, poichè veramente le solide celle e l’androne senza uscita avevano in certo modo fatto il loro tempo. Ottime cose in teoria, l’androne e le celle, ma in pratica si era arrivati a pensare che sapessero un po’ troppo di rigore: il che – sia detto di passata – accade anche oggigiorno, a proposito di altre celle che non sono punto solide, e di altri androni ai quali si può dire che manchi l’uscita e l’entrata. Epperò i contrabbandieri solevano praticare coi debitori, che gli accoglievano a braccia aperte, eccetto in certe occasioni costituzionali, quando un certo uffiziale veniva da un certo Uffizio, per compiere certe formalità di ispezionare certe cose, che nè da lui nè da alcun altro si sapeva che cosa fossero. In tali ispezioni veramente britanniche, i contrabbandieri, se ve n’erano, facevano le viste di rientrare nelle solide celle e nell’androne senza uscita, mentre dal canto suo quel certo uffiziale sullodato faceva le viste di fare quelle certe cose; e se n’andava per davvero, non appena avea finito di non farle, – compendio molto chiaro e preciso della pubblica amministrazione della nostra cara e simpatica isoletta.
Molto tempo prima del giorno in cui il sole splendeva sopra Marsiglia e sul principio di questo racconto, era stato tratto alla prigione della Marshalsea un debitore, non affatto estraneo a questo medesimo racconto.
Egli era, a quel tempo, un signore di mezza età, molto amabile e molto miserabile. Tra poco sarebbe uscito di prigione. In effetto i chiavistelli della Marshalsea non si chiudevano mai sopra un debitore che non dovesse uscir fra poco, – o che almeno così non credesse fermamente. Si recò dentro una valigia, dubitando forte che non valesse la pena di aprirla; poichè egli era più che sicuro, – come tutti gli altri compagni erano più che sicuri, a detta del carceriere, – che tra pochi giorni sarebbe uscito di prigione.
Era un uomo timido e riservato; di aspetto avvenente, sebbene un po’ effeminato; voce dolce, capelli inanellati, dita coperte di anelli, come allora usava. Avea le mani inquiete e nervose, e nella prima mezz’ora passata nella prigione, le portava di tratto in tratto alle labbra tremanti. La sua maggiore ansietà era per la moglie.
– Credete voi, signore, – domandò egli al carceriere, – che la povera donna abbia ad essere troppo impressionata, venendo domani alla porta della prigione?
Il carceriere diè come risultato della sua lunga esperienza che alcune si lasciavano impressionare e che altre non si lasciavano impressionare. In generale più di no che di sì.
– Che tipo è, prima di tutto? – egli domandò filosoficamente; – dipende da questo, vedete.
In verità è molto delicata e priva di esperienza.
Questo, – disse il carceriere, – è già un punto contro di lei.
È così poco usata ad andar fuori da sola, – soggiunse il debitore, – che davvero non so pensare come farà per venire fin qui, se viene a piedi.
– Può darsi, – suppose il carceriere, – che pigli a nolo una vettura.
– Può darsi.
Le dita irrequiete si portarono alle labbra tremanti.
– Spero che ci penserà. Può darsi anche che non ci pensi.
– O può darsi anche, – disse il carceriere, che dall’alto del suo sgabello di legno porgeva i suoi conforti come avrebbe fatto con un bambino, la cui debolezza lo muovesse a pietà, – può darsi anche si faccia accompagnare da suo fratello o da sua sorella.
– Non ha fratello nè sorella.
– Dalla nipote, dal nipote, dal cugino, dal cuoco, dalla serva, dallo speziale, da qualcheduno insomma! Che diamine, qualcheduno ci dev’essere! – replicò il carceriere, prevenendo anticipatamente tutte le obbiezioni.
– Temo…. spero che non sarà contro il regolamento…. temo che menerà seco i ragazzi.
I ragazzi? e che c’entra mo il regolamento coi ragazzi? Qui dentro, che il Signore vi benedica, ne abbiamo uno sciame, una vera scuola. Ragazzi? ci spuntano fra i piedi come funghi, caro signore. Quanti ne avete?
Due, – rispose il debitore, portando di nuovo la mano irrequieta alle labbra, e tornando nella prigione.
Il carceriere gli tenne dietro con gli occhi, e poi disse fra sè:
Due, e voi il terzo. In tutto, siete tre. E vostra moglie, ci scommetto uno scudo, n’è un’altra. E quattro. E un altro è per la via, ci scommetto mezzo scudo. E cinque. E ci metto altri venti soldi di scommessa che vi indovino subito chi è il più bambino, voi o quello che deve nascere!
Nè s’ingannava. La moglie venne il giorno appresso, recandosi per mano un ragazzetto di tre anni ed una bambina sui due. Il carceriere avrebbe guadagnato le sue scommesse.
Avete affittato una camera, non è vero? – domandò il carceriere al debitore, dopo un paio di settimane.
– Sì, ho affittato una camera buonissima.
– Vi verrà un po’ di mobiglia per guarnirla?
– Aspetto oggi stesso per la corriera i mobili più necessari.
La signora e i piccini verranno a farvi compagnia?
– Ma sì…. ci è sembrato più conveniente di non vivere così sparsi anche per poche settimane.
– Anche per poche settimane, naturalmente, – ripetè il carceriere. Ed ancora gli tenne dietro con gli occhi, e scosse il capo quando il debitore fu lontano.
Gli affari di cotesto debitore erano molto imbrogliati, a motivo di una Società, della quale ei non sapeva altro che di avervi investito del danaro, ed a motivo anche di certi pasticci legali di assegni e di contratti, di trasmissioni di qua e trasmissioni di là, di sospetti, di preferenze illegali verso questo o quel creditore, e di misteriose evaporazioni di valori in questa o quella parte. E siccome nessuno sulla faccia della terra poteva essere più incapace dello stesso debitore a decifrare una sola cifra in quel guazzabuglio, nulla di chiaro e di positivo se ne potea cavare. Interrogarlo in dettaglio, studiarsi di accordare le sue risposte, chiuderlo a conferenza coi più furbi avvocati, esperti di tutti gli imbrogli dei falliti e degli insolvibili, sarebbe stato lo stesso che porre la causa ad interesse composto d’incomprensibilità. Ad ogni tentativo di questo genere, le dita irrequiete tormentavano inutilmente le labbra, e i più astuti legali disperarono di cavarne qualche cosa.
– Lui fuori? – diceva il carceriere; – non andrà mai fuori lui. Salvo che i creditori non lo piglino per le spalle e non lo scaccino a forza.
Erano già cinque o sei mesi ch’egli era là, quando un giorno entrò correndo nel casotto del carceriere, per dirgli, pallido ed affannoso, che la moglie stava male.
– Malattia che si sapeva; prima o dopo dovea venire, – osservò il carceriere.
– Avevamo idea, – riprese il prigioniero, – di mandarla domani ad una villetta. Che fare! mio Dio, che fare adesso!
– Non perdete il tempo a torcervi le mani e a mordervi le dita, – rispose quell’uomo pratico del carceriere, pigliando l’altro pel gomito. – Venite con me.
Così dicendo menò il debitore, – il quale tremava tutto da capo a piedi, e andava esclamando sottovoce: che fare! e con le dita irrequiete cercava di asciugarsi le lagrime, – su per una delle più meschine scale della prigione fino alla soffitta. Si fermò ad un uscio e bussò col grosso della chiave.
– Entrate! – disse una voce da dentro.
Il carceriere spinse l’uscio, e pose in mostra, in fondo di una cameretta schifosa e puzzolente, due personaggi dalle faccie rosse ed enfiate, dalle voci rauche, sedute innanzi a un tavolino zoppo, che giocavano a capo croce, fumavano la pipa, e beveano acquavite.
– Dottore, – disse il carceriere, – c’è qui la moglie di questo signore che ha bisogno di voi senza perdere un minuto!
L’amico del dottore trovavasi al grado positivo della raucedine, dell’arrossamento, dell’enfiagione, del giuoco, del tabacco, del sudiciume e dell’acquavite; il dottore invece era al comparativo, – cioè più rauco, più rosso, più enfiato, più immerso nel giuoco, più tabaccoso, più sudicio e più pieno d’acquavite. Il dottore aveva un certo aspetto maravigliosamente miserabile, e portava una grossolana giacchetta da marinaio, lacera, rattoppata, e molto scarsa a bottoni, (a tempo suo, egli era stato l’abile chirurgo di una nave da trasporto), i pantaloni più sudici che mente umana possa immaginare, scarpe di cimosa e biancheria invisibile.
Un parto? – esclamò, levandosi da sedere. – Son qua io!
Così dicendo, tolse un pettine dalla mensola del caminetto, si drizzò i capelli sulla fronte (era forse a questo modo ch’ei si lavava il viso), tirò fuori una sua scatola o astuccio che fosse, di apparenza sordida assai, dallo stipetto dove stavano la tazza, la sottocoppa e i carboni, ficcò il mento nel fazzoletto sporco che aveva al collo, e si trovò così trasformato in un lugubre spauracchio dottorale.
Egli e il debitore discesero le scale, lasciando che il carceriere tornasse al suo casotto, e si diressero alla camera dell’inferma. Tutte le signore della prigione, venute a cognizione delle novità, s’erano adunate nel cortile. Alcune di esse, impadronitesi dei due ragazzi, usavano ogni amorevolezza per menarli via; altre offrivano loro qualche saporito boccone tolto alle magre provviste; altre ancora facevano dimostrazioni di simpatia con la più strana volubilità. Gli uomini, vedendosi ridotti ad una condizione secondaria, si ritiravano quatti quatti nelle loro camere; donde la maggior parte spenzolandosi alle finestre salutavano a fischi il bravo dottore che passava giù nel cortile, mentre altri, separati da parecchi piani, si scambiavano vivaci motteggi a proposito dell’agitazione generale.
Era una calda giornata d’estate, e le camere della prigione si cuocevano fra gli alti muri di cinta. Nella remota camera del debitore, la signora Bangham, donna di servizio e faccendiera, la quale non era una detenuta (sebbene tale fosse stata una volta), ma faceva da mezzo di comunicazione fra i detenuti e il mondo esterno, avea volontariamente offerti i suoi servigi in qualità di sorvegliante generale e di chiappa-mosche. I muri e la soffitta della camera erano in fatti anneriti dalla grande quantità delle mosche. La signora Bangham, feconda di ingegnosi ritrovati, con una mano faceva vento all’ammalata con una foglia di cavolo, e con l’altra tendeva trabocchetti di aceto e zucchero in tanti vasetti da pomata, e nel tempo stesso andava enunciando sentimenti incoraggianti e gratulatorii adatti alla occasione.
– Vi danno noia le mosche, cara signora, non è vero? – diceva la signora Bangham. – Poverina! ma può anche darsi che vi distraggano e vi facciano del bene. Tra pel cimitero vicino, tra lo speziale, e le scuderie e simili commestibili, queste nostre mosche son grasse da far paura. Chi lo sa che non ci siano mandate dal cielo come una consolazione! Come vi sentite adesso? Nessuna miglioria? No, cara, non ci poteva, essere la miglioria; starete peggio prima di star meglio, questo si sa. Non ne convenite? Sì. Brava! E dire che un caro angioletto dovrà nascere da qui a poco dentro la prigione! Che bella cosa, eh? non ve ne sentite tutta consolata, mia cara signora? Figuratevi che un fatto simile non ci accade non so da quanti mai anni! E voi ci piangete? – proseguì la signora Bangham, per dare sempre più coraggio all’inferma. – Voi! voi che vi farete adesso così famosa! e con le mosche che cadono a centinaia nei vasetti! e mentre ogni cosa va col vento in poppa! Ed ecco qua, – disse la signora Bangham vedendo aprir l’uscio, – ecco qua se non è proprio lui quel caro uomo di vostro marito in compagnia del dottore Haggage! E adesso, mi pare, non ci vuol altro, e ogni cosa è sicura!
Il dottore, per verità, non era la persona più adatta ad ispirare all’inferma un sentimento di sicurezza; ma poichè, subito che fu entrato, ei diè fuori la sua opinione: «Tutto va in regola, signora Bangham, e ce ne caveremo in quattro e quattr’otto,» e poichè egli e la signora Bangham si impossessarono di quei due innocenti, così dolci e pieghevoli, così i mezzi che si trovavano alla mano parvero ed erano insomma i migliori che si potessero avere. Il carattere speciale del trattamento adottato dal dottore Haggage, consisteva in una sua ferma determinazione di mantenere la signora Bangham all’altezza del suo uffizio. Per esempio:
– Signora Bangham, – disse il dottore, prima che fossero passati venti minuti da che era entrato nella camera, – andate subito a procurarvi un po’ d’acquavite, altrimenti vi vedremo cadere dalla debolezza.
– Grazie, dottore, – rispose la signora Bangham. – Non vi date pensiero di me.
– Signora Bangham, – ripigliò il dottore, – io sto qui presso questa signora in qualità di medico, e non ammetto discussioni di nessuna specie. Andate subito a procurarvi un po’ d’acquavite, o prevedo che non potrete resistere a lungo.
– Quand’è così, dottore, sarà per obbedirvi, – disse la signora Bangham, levandosi. – Se c’intingete anche voi le labbra, non vi potrà fare che bene anche a voi, perchè vi vedo molto abbattuto, dottore.
– Signora Bangham, – replicò il dottore, – fatemi la finezza di non immischiarvi dei fatti miei. Io, come medico, ho il diritto di badare ai vostri. Non vi occupate di me. Ciò che tocca a voi è di fare quel che vi si dice, e di andare a prendere quello che io vi ordino.
La signora Bangham obbedì; e il dottore, dopo averle somministrato la pozione prescritta! si versò la propria. Ad ogni ora ripetette il trattamento, mostrandosi sempre molto energico verso la signora Bangham. Tre o quattro ore passarono; le mosche cadevano nei vasetti a centinaia; e finalmente una piccola esistenza, poco più forte della loro, vide la luce in mezzo a quella moltitudine di infime morti.
Una bella bambina, davvero! – disse il dottore; – piccina sì, ma ben formata. Olà, signora Bangham! Che faccia mi fate adesso! Andate sul momento a comprare un altro dito di acquavite, se non volete che vi pigli uno svenimento.
In questo mentre, gli anelli aveano incominciato a cadere dalle dita tremanti del debitore, come le foglie dell’albero in autunno. Non gliene rimase più un solo in quella sera, quando pose nella mano unta del dottore qualche cosa che dette un suono metallico. La signora Bangham intanto era stata spedita ad un vicino stabilimento decorato di tre palle dorate(2) dov’era benissimo conosciuta.
– Grazie, disse il dottore, – grazie. La vostra signora è perfettamente tranquilla. Sta benissimo.
– Ne son molto contento, – rispose il debitore, – e molto grato anche, sebbene non avrei mai pensato una volta che….
– Che vi sarebbe nata una bambina in un luogo come questo? Eh via, caro signore, che vuol dir ciò? qui non ci manca altro che un po’ di spazio. Del resto, ci si sta d’incanto; nessuno ci dà noia, nessuno ci rompe le scatole, nessun creditore può venire a picchiare alla porta per farci salire il cuore in bocca dalla paura. Nessuno vien qui a domandare se un galantuomo è in casa, e a dichiarare che non toglierà i piedi dalla stuoia della porta fino a che non si sia tornati di fuori. Nessuno vi scrive lettere minacciose per affar di moneta. È la libertà, mio caro signore, la vera libertà che si gode qui dentro! Io, vedete, sono stato chiamato a compiere lo stesso uffizio di poco fa, in Inghilterra e fuori, in marcia, a bordo, e dovunque; ebbene, io vi dico questo: mai, come oggi, ho goduto di tanta calma. Nelle altre parti, voi trovate di quella gente irrequieta, turbata, affaccendata, ansiosa per questa e per quest’altra cosa e che vi fanno una confusione del diavolo. Qui invece tutto il contrario, caro signore. Noi ne abbiamo visto di tutti i colori, abbiamo subìto il peggio che si poteva; ora siamo arrivati al fondo, e non possiamo cadere giù giù. Che cosa abbiamo trovato? La pace. Signor sì, questa è la parola che si confà al caso nostro. La pace.
Fatta questa professione di fede, il dottore, che era un vecchio uccellaccio di prigione, e si trovava più cotto che mai, ed aveva in tasca lo stimolo insolito del denaro, volse le spalle e tornò dal suo socio e collega in raucedine, arrossamento, enfiagione, giuoco, tabacco, sudiciume e acquavite.
Ora, il debitore era un uomo ben diverso dal dottore, ma avea già incominciato ad andare, percorrendo l’opposto segmento del circolo, verso uno stesso punto. Abbattuto sulle prime dalla prigionia, vi avea trovato dopo un certo tempo una specie di triste sollievo. Lo teneva sotto chiave, ma la chiave che teneva lui dentro, teneva fuori nel tempo stesso tutti i suoi guai. Se avesse avuto tanta fermezza di carattere da affrontare cotesti guai e da combatterli, sarebbe forse riuscito a spezzar la rete che lo costringeva o anche a spezzarsi il cuore; ma essendo quel che era, languidamente scivolò giù per la discesa, nè mai più diede un passo per risalire.
Quando si fu liberato da quell’imbroglio arruffatissimo dei suoi affari, passato per le mani di dodici procuratori l’uno dopo l’altro che non riuscirono a raccapezzare nè capo nè coda di niente, ei trovò quel miserabile rifugio assai più tranquillo che non era stato per l’innanzi. Già da gran tempo avea aperta la valigia; i suoi ragazzi più grandicelli si baloccavano nel cortile, e tutti della prigione conoscevano la bambina nata lì dentro, e reclamavano su di essa una specie di diritto di comproprietà.
A poco, a poco, – gli disse un giorno l’amico carceriere, – mi vado insuperbendo di voi. Tra breve sarete il nostro più antico inquilino. Davvero vi dico che non ci sapremmo più vedere senza di voi e della vostra famiglia.
E il carceriere era veramente superbo di lui. Ne parlava con gran lode ai nuovi venuti, quando il suo prigioniero avea volte le spalle.
Avete visto, – soleva egli dire, – quell’uomo lì che è uscito or ora dal mio casotto?
Il nuovo venuto rispondeva probabilmente di sì.
Un vero signore, sapete, un signorone, come ce ne son pochi. Educato senza riguardo a spesa. Un giorno, figuratevi, è andato su dal governatore per provare un pianoforte nuovo. L’ha suonato, dice, come un orologio, – una cosa stupenda! In quanto alle lingue poi, parla ogni cosa. Una volta abbiamo avuto qui un francese, e cotesto ragazzo, ve lo dico io, parlava più francese del francese. Poi ci è stato un italiano, e lui, italiano! in mezzo minuto gli tappò la bocca. Voi troverete forse delle persone a modo in altre prigioni, non dico di no; ma se volete proprio il signore numero uno, bisogna che veniate a cercarlo qua dentro.
Quando la più piccola delle sue bambine ebbe toccati gli otto anni, sua moglie, che era andata sempre più giù in salute, – non già per effetto della prigione, alla quale si era come lui assuefatta, ma per debolezza naturale di costituzione, – andò a far visita ad una sua vecchia nutrice in campagna e morì in casa di lei. Per quindici giorni di seguito, ei non uscì dalla sua camera; e un commesso di avvocato, che si trovava fra gli insolvibili, compilò un indirizzo di condoglianza, che pareva un contratto in carta bollata, e lo fece firmare da tutti i prigionieri. Quando si mostrò di nuovo, aveva i capelli più grigi (aveano incominciato presto a diventar grigi); e il carceriere notò che le mani irrequiete si portavano spesso alle labbra tremanti, come in quei primi giorni della prigionia. Ma in un paio di mesi, non ne fu più nulla; e i ragazzi continuarono a baloccarsi nel cortile, ma vestiti di nero.
Poi la signora Bangham, che per tanto tempo avea fatto da mezzo di comunicazione col mondo di fuori, cominciò ad ammalarsi, e a farsi trovare più spesso del solito stesa per terra in uno stato soporoso, col paniere delle spese sottosopra e con la moneta spicciola da consegnare ai suoi clienti mancante di parecchi soldi. Il figlio di lui incominciò a surrogare la signora Bangham, eseguendo le commissioni con molta capacità, essendo esperto della strada e della prigione.
Passò il tempo, e il carceriere cominciò ad indebolirsi. Gli si gonfiò il petto, le gambe gli venivano meno, e respirava a fatica. Lo sgabello sul quale soleva sedere maestosamente, non era più fatto per lui. Adagiavasi invece in una poltrona con un cuscino dietro. Qualche volta affannava così forte che per parecchi minuti non gli riusciva di girar la chiave nella toppa. In cotesti accessi, accadeva che il debitore girasse la chiave da sè, facendo così da vicecarceriere.
Voi ed io, – disse il carceriere una notte d’inverno che nevicava, e che nel casotto, riscaldato da un bel fuoco, si era riunita una numerosa conversazione, – voi ed io siamo gli inquilini più antichi. Non facevano ancora sette anni che ero qui, quando ci veniste voi. Non ci duro a lungo io. Quando me ne sarò andato per davvero, voi sarete il padre della Marshalsea.
Il carceriere uscì dalla prigione di questo mondo il giorno appresso. Le sue ultime parole furono ricordate e ripetute; e la tradizione trasmise poi da una generazione all’altra (là dentro, una generazione non durava più di tre mesi) che il vecchio debitore dai modi cortesi e dai capelli bianchi era il padre della Marshalsea.
E a poco a poco egli arrivò ad esser superbo del titolo. Se qualche impostore se l’avesse preso per sè, il vecchio avrebbe versato lacrime di risentimento che si tentasse privarlo dei suoi diritti. Incominciò a manifestarsi in lui una curiosa disposizione ad esagerare il numero degli anni che avea passati in prigione; era ben inteso da tutti che bisognava far la tara sul suo conteggio; le passeggiere generazioni dei debitori lo tacciavano di millanteria.
Tutti i nuovi venuti gli venivano presentati. Della osservanza di questa cerimonia egli era molto geloso. I begli umori del luogo solevano compiere l’uffizio con gran pompa e con una caricata cortesia, ma non era loro troppo agevole di mostrarsi così penetrati della gravità della cosa come lo era il vecchio debitore. Il quale riceveva nella sua meschina cameretta (le presentazioni nel cortile non gli garbavano, poichè mancavano di forma, e potevano accadere a chiunque) con una specie di modesta benevolenza. Essi erano i benvenuti, diceva loro. Sì, egli era il Padre della prigione. Così piaceva al mondo di chiamarlo; e tale egli era in effetti, se più di venti anni di residenza gli conferivano un certo diritto a quel titolo. In verità, c’era poco spazio dove aggirarsi; ma in compenso ci si trovava una buona compagnia…..un po’ mista…..necessariamente un po’ mista…., e ottima aria.
Seguiva spesso che delle lettere venissero poste di notte sotto alla sua porta, contenenti ora una mezza corona, ora due mezze corone e qualche rara volta anche una mezza ghinea: «Al Padre della Marshalsea con tanti saluti da parte di un compagno che prende congedo.» Egli accettava siffatte offerte come tributi pagati a un personaggio di conto dai suoi ammiratori. Qualche volta, cotesti corrispondenti assumevano dei nomi faceti, come per esempio, Mattone, Soffietto, Vecchia-Uvaspina, lo Svegliato, Tarlo, Spacca-e-Taglia, il Trippaiolo; ma il nostro vecchio considerava cotesti scherzi come di cattivo gusto e se l’aveva un po’ a male.
A lungo andare, poichè questa specie di corrispondenza dava segni di andar languendo, e pareva esigere da parte dei corrispondenti uno sforzo che, nella fretta della partenza, molti, molti di essi non erano in grado di fare, egli introdusse l’uso di accompagnare sino alla porta i compagni di un certo grado, ed ivi toglier commiato. Il compagno sottoposto a siffatto trattamento, dopo una stretta di mano, si arrestava per involgere qualche cosa in un po’ di carta e tornava indietro, dicendo:
– Ehi!
Il vecchio si voltava sorpreso.
– Dite a me? – chiedeva sorridendo.
Intanto il debitore liberato s’era accostato al vecchio, il quale aggiungeva in tuono paterno:
Avete dimenticato qualche cosa? posso servirvi in niente?
Ho dimenticato di lasciar questo, – l’altro soleva rispondere, – pel Padre della Marshalsea.
– Mio buon signore, – soggiungeva il vecchio, – egli vi è infinitamente obbligato.
Ma la mano irrequieta di una volta restava nella tasca dove avea fatto scorrere la moneta, durante due o tre giri ch’ei faceva pel cortile affettando indifferenza, per non fare che i compagni di prigione si avvedessero di quel che era accaduto.
Un giorno che se ne tornava dentro dopo aver fatto gli onori di casa a buon numero di debitori che pigliavano il largo, s’imbattè in un debitore dei più poveri, il quale era stato arrestato una settimana innanzi per una piccola somma, avea acconciato i suoi affari nel corso di quel giorno, e partiva come gli altri. Cotest’uomo non era che un muratore, e indossava l’abito di fatica; avea seco la moglie ed un fagotto di panni, ed era allegrissimo.
– Che Dio vi benedica, signore, – disse passando.
– Altrettanto, – rispose benignamente il Padre della Marshalsea.
Erano già discosti di un buon tratto, andando ciascuno per la sua via, quando il muratore chiamò forte:
– Ehi, dico! signore!
E tornò sui suoi passi.
– Non è molto davvero, – disse poi, mettendo una piccola moneta nella mano del vecchio, – ma è data di cuore.
Il Padre della Marshalsea non avea ancora ricevuto tributi in rame. I suoi ragazzi spesso ricevevano qualche soldo, che con piena adesione del babbo era andato nella borsa comune, per comprare carne ch’egli avea mangiato e vino ch’egli avea bevuto: ma un uomo in giacchetta e imbrattato di calce, che osava, faccia a faccia, mettergli in mano pochi soldacci, era un fatto assolutamente nuovo.
– Come ardite!… – esclamò il vecchio, e debolmente si mise a piangere.
Il muratore lo voltò verso il muro, perchè gli altri non lo vedessero in viso; e l’atto fu così delicato, e il poveruomo mostravasi così pentito e così onestamente domandava perdono, che il vecchio non potè fare a meno di dirgli:
– Capisco che non avete avuto intenzione di offendermi. Non se ne parli più.
– Benedetto voi, signore, – disse il muratore, – adesso sì che parlate giusto! Io offendervi! Io farei per voi una cosa che nessun altro ha fatto, credo.
– E che fareste?
– Tornerei di fuori a farvi visita.
– Rendetemi subito la moneta, – disse il vecchio con calore, – e vi prometto che la terrò serbata e non la spenderò mai. Grazie, grazie! Vi farete vedere, non è vero?
– Prima di un’altra settimana, se il Signore mi dà vita.
Si strinsero la mano e si separarono. I prigionieri raccolti quella sera nella sala comune a fare un bicchierotto, si chiedevano l’un l’altro che mai fosse accaduto al loro padre: egli passeggiava fino ad ora così tarda nel cortile e pareva così abbattuto.

CAPITOLO VII.

LA FANCIULLA DELLA MARSHALSEA.

La bambina, che nel suo primo soffio di vita avea respirato il tanfo di acquavite del dottor Haggage, fu trasmessa da una ad un’altra generazione di prigionieri, come già la tradizione relativa al loro padre comune. Nei primi tempi della sua esistenza, la trasmissione avvenne in un senso letterale e prosaico; poichè ogni nuovo prigioniero era in certo modo obbligato a pagare un diritto di pedaggio, pigliandosi in collo la bambina nata nella prigione.
Di regola, – disse il carceriere la prima volta che gliela presentarono, – il compare dovrei essere io.
Il debitore stette dubbioso un momento, pensandoci sopra. Poi disse:
– Davvero che non avreste difficoltà a farle da compare?
– Chi, io? ma vi pare! non ci ho difficoltà, se non ce n’avete voi.
E così accadde che la bambina fu battezzata, un giorno di domenica, quando il carceriere, smontato di guardia, potette lasciare il casotto, e andare fino alla chiesa di San Giorgio; dove innanzi al fonte battesimale, promise e giurò per conto della figlioccia, e rinunziò da buon ragazzo, per dirla a modo suo, a tutte le diavolerie del peccato.
Per questo fatto il carceriere si trovò come investito di un nuovo diritto di proprietà sulla bambina, oltre a quello che gli conferiva la sua dignità ufficiale. Quando la vide che cominciava a camminare e a parlare, le pose affezione. Le comprò una sedietta a bracciuoli che situò presso la ferrata del gran camino del casotto. Si compiaceva, stando di guardia, di tenersi vicina la bambina; e soleva allettarla con qualche balocco di poco prezzo perchè venisse a far con lui una chiacchierata. La bambina da parte sua prese a volergli così bene al buon carceriere, che a tutte l’ore del giorno era lì ad arrampicarsi per le scale del casotto. Quando si addormentava nella piccola seggiola presso il camino, il carceriere le copriva il viso con un fazzoletto; quando se ne stava desta occupata a vestire e spogliare una bambola (la quale ben presto diventò diversa dalle bambole del mondo di fuori, e prese una orribile somiglianza di famiglia con la signora Bangham), il buon uomo, dall’alto del suo sgabello, la contemplava con grande dolcezza. Vedendo le quali cose, i prigionieri presero a dire che il carceriere, che era scapolo, era stato proprio tagliato per divenire un buon padre di famiglia. Ma il vecchio rispondeva: «Grazie tante! tutto pesato, mi pare che basti di aver qui fra i piedi i figliuoli degli altri».
A qual periodo della sua prima vita, la creaturina incominciasse ad accorgersi che non tutti al mondo aveano l’abitudine di vivere rinchiusi in anguste corti circondate da alti muri, coronati di punte di ferro, sarebbe assai difficile determinare. Ma certo è ch’ella era ancora piccina, molto piccina, quando in un modo o nell’altro arrivò a comprendere che bisognava sempre lasciar la mano di suo padre alla porta che si apriva con la grossa chiave; e che mentre i suoi passi leggieri poteano oltrepassare quella soglia, non così era lecito a quelli del padre. Lo sguardo pietoso e dolente, col quale ella, bambina ancora, avea cominciato a contemplar suo padre, era forse uno degli effetti di questa scoverta.
Con uno sguardo pietoso e dolente per tutto ciò che la circondava, ma con una particolare espressione quasi di protezione serbata a lui solo, la fanciulla della Marshalsea e del Padre della Marshalsea, passò i primi otto anni della sua vita a tener compagnia all’amico carceriere, a guardare la camera paterna, a girar pel cortile. E ciò con uno sguardo pietoso e dolente per la sorellina capricciosa, per quel fannullone del fratello, pei muri alti e nudi della prigione, per la folla mutevole e scolorita che essi chiudevano, pei passatempi dei fanciulli suoi compagni che facevano il chiasso, correvano, giuocavano a nascondere, e fingevano che le spranghe dell’inferriata interna fossero casa loro.
Pensierosa e curiosa, ella se ne stava a sedere nelle belle giornate di estate presso il camino del casotto, guardando su al cielo traverso i ferri della finestra, fino a che delle altre spranghe di luce e di ombra sorgevano tra lei e l’amico suo, ed ella volgendo gli occhi vedeva anche lui dietro una inferriata.
– Pensi alla campagna eh, piccina? – disse un giorno il carceriere dopo essere stato un pezzo a contemplarla.
– Dove sta la campagna? – domandò la bambina.
– Sta …. la campagna sta …. da quella parte là, cara mia, – rispose il carceriere accennando vagamente con la chiave. – Sicuro…. proprio da quella parte.
– Ci sarà qualcheduno che l’apre e la chiude? La tengono serrata a chiave?
Il carceriere fa pigliato alla sprovvista.
– Ma…. generalmente no. – rispose.
È bella, eh, Bob? – (Ella lo chiamava con questo nome, per espresso desiderio di lui).
– Bellissima. Figurati che è tutta fiori. Ci sono gelsomini, ci sono margheritine, ci sono……- il carceriere si arrestò, essendo un po’ a corto di nomenclatura botanica…. – e ci sono anche dei papaveri e ogni specie di belle cose.
– Dev’essere un bel piacere a starci, non è vero, Bob?
Lo credo io.
– C’è mai stato babbo?
– Hem! – qui il carceriere fu preso da un nodo di tosse. – Oh sì… ci è stato… qualchevolta.
Gli dispiace di non poterci andare adesso?
– Propriamente… no, – non credo.
– E nemmeno agli altri dispiace? – domandò la bambina, dando un’occhiata alla folla oziosa e annoiata nel cortile. – Oh! è proprio certo, Bob?
A questo punto difficile della conversazione, Bob si diè per vinto, e mutò argomento, ricorrendo ai biscottini che teneva in serbo, ultima sua risorsa, quando si accorgeva che la piccola amica lo andava cacciando in qualche angolo politico, sociale o teologico. Ma fu questa l’origine di una serie di escursioni domenicali che i due curiosi compagni fecero insieme. Solevano andar fuori ogni quindici giorni, dopo desinare, e dirigersi con molta gravità verso qualche prato vicino o qualche verde sentiero già fissato dal carceriere nel corso della settimana, dopo elaborate elucubrazioni. Ivi, la bambina davasi a coglier erba e fiori alla rinfusa per portarseli a casa, mentre egli fumava la pipa. In seguito, si andò a passeggiare nei giardini pubblici, dove si prese del tè, della birra, dei dolciumi ed altre leccornie; poi se ne tornavano tenendosi per mano, a meno che la bambina, più stanca del solito, non avesse preso sonno sulla spalla del vecchio compare.
Verso cotesta epoca, il carceriere incominciò a meditare profondamente una questione, la quale gli costò tanto travaglio della mente e tante dubbiezze gli diede, che il pover’uomo morì prima di averla risoluta. Egli si determinò a legare la sua piccola proprietà di economie alla figlioccia, e per primo punto si domandò come avrebbe potuto fare perchè altri fuori di lei non ne avesse il benefizio. L’esperienza acquistata nella prigione gli avea fatto intendere con tanta chiarezza l’enorme difficoltà di custodire una somma qualunque senza pericolo di vedervi stendere la mano, e dall’altra parte l’ammirabile facilità con la quale se ne profittava da tutti, che per molti e molti anni egli propose questo punto scabroso ad ogni nuovo agente insolvibile o altra persona del mestiere che si trovasse a venire nella prigione.
– Supposto, – soleva egli dire, spiegando il suo caso con appoggiar la chiave sulla sottoveste dell’uomo di legge, – supposto che un tale voglia legare la sua proprietà ad una giovane, e voglia assicurarla in modo che nessuno vi possa mettere i denti, come fareste voi quest’assicurazione?
– Bisognerebbe mettere la proprietà in testa sua, – rispondeva compiacentemente l’uomo di legge.
– Ma, sentite, – riprendeva il carceriere. – Supposto che la giovane avesse un fratello, o un padre, o un marito, che in un modo o nell’altro potesse mettere le unghie su questi beni, quando la giovane ne entrasse in possesso, come risolvereste l’affare?
Una volta intestati a lei, gli altri non vi avrebbero più diritto di voi, – replicava l’uomo del mestiere.
Un momento. Supposto ch’ella fosse tenera di cuore, e che gli altri la mettessero in mezzo, che ci può fare a questo la legge?
Il più profondo legale consultato dal carceriere fu incapace di tirar fuori una legge che provvedesse a cotesto caso. Sicchè il carceriere ci pensò sopra per tutta la vita, e finalmente morì intestato.
Ma ciò accadde assai tempo dopo, quando la figlioccia avea già trascorso i sedici anni. Compiuta appena la prima metà di questo periodo, il suo sguardo pietoso e dolente vide il padre rimaner vedovo. Da quel momento quella certa espressione di protezione che gli occhi stupiti gli aveano sempre espresso, si tradusse in fatti, e la fanciulla della Marshalsea venne ad assumere una novella parte verso del padre.
Sulle prime, bambina com’era, non potea fare altro che sedergli vicino e fargli compagnia, rinunziando all’allegro casotto del compare. Ma bastò questo perchè egli si abituasse tanto a lei, da sentire la necessità di quella compagnia, e da avvertirne la mancanza, quando la bambina non era presente. – Per questa porticina ella passò dall’infanzia nel mondo pieno di cure.
Quel che il suo sguardo pietoso vedesse, in quei primi anni, nel padre, nella sorella, nel fratello e nella prigione; quanta parte della triste verità fosse piaciuto a Dio di svelarle, son misteri che non giova indagare. Basterà sapere che ella si sentì inspirata ad essere qualche cosa diversa dagli altri, ad essere attiva e laboriosa, e ciò appunto per amor degli altri. Inspirata? Sì, chiameremo noi inspirazione quella del poeta o del prete, e non già quella di un cuore spinto dall’amore e dalla devozione a compiere il più umile lavoro nella più umile condizione della vita?
Senza un amico sulla terra che la soccorresse, o la vedesse almeno, eccetto quel solo così strano datola dalla sorte; senz’alcuna cognizione degli usi comuni e giornalieri della gente che non vive in prigione; nata e cresciuta in una condizione sociale, falsa anche in relazione delle più false condizioni al di fuori di quei muri, bevendo fin dall’infanzia ad una fonte le acque della quale avevano una speciale sozzura, un sapore proprio malsano e corrotto, la fanciulla della Marshalsea incominciò una vita di donna.
Poco importa quanti errori e scoraggiamenti, quanti motteggi (fatti senza malignità, ma profondamente sentiti) sulla sua piccolezza, quanta dolorosa coscienza della propria debolezza, anche quando trattavasi di sollevare un peso o di portare qualche oggetto, quanta stanchezza e quanto sconforto e quante lacrime segrete ella avesse subito e sofferto, fino a che non fu riconosciuta come un essere utile, ed anche indispensabile. Pure questo momento venne. Ella prese il posto della maggiore fra i tre figliuoli, meno che nei privilegi; fu il capo di quella famiglia scaduta, e ne portò nel fondo del cuore tutte le ansietà e tutte le vergogne….
A tredici anni, sapea leggere e far di conti; sapea cioè porre in carta in parole e cifre quanto costavano gli articoli di più stretta necessità per la famiglia, e quanto mancava per poterli comprare. Era andata di tratto in tratto per poche settimane di seguito ad una scuola serale, ed avea ottenuto che la sorella e il fratello fossero mandati ad altre scuole, dove i due fanciulli andarono a sbalzi per tre o quattro anni. A casa, non c’era da avere alcuna sorta d’istruzione; ed ella sapeva pur troppo che un uomo così avvilito da esser divenuto il Padre della Marshalsea non potea far da padre ai proprii figliuoli.
A questi poveri mezzi di educazione un’altra ne aggiunse di sua speciale invenzione. Un giorno, fra la eterogenea folla dei prigionieri apparve un maestro di ballo. La sorellina si struggeva dalla voglia d’imparare l’arte del maestro di ballo, e pareva averci una spiccata inclinazione. A tredici anni la famiglia della Marshalsea si presentò al maestro di ballo, tenendo in mano un sacchetto, ed espresse la sua umile petizione.
Con licenza vostra, signore, io son nata qui dentro.
– Oh! siete voi la fanciulla? – disse il maestro di ballo, guardando quella piccola figura e quel visino volto in su.
– Signor sì.
– E in che posso servirvi?
– Grazie per me, grazie tante, – disse la fanciulla sciogliendo le stringhe del sacchetto; – ma se, mentre starete qui, vorreste aver la bontà di dar qualche lezione a mia sorella…. per poco prezzo….
– Ragazza mia, le darò lezione per niente, – riprese il maestro di ballo, chiudendo subito il sacchetto.
Egli era tanto buon uomo, quanto alcun altro maestro di ballo che avesse mai ballato in una prigione di debitori. Mantenne la parola. La ragazza era così disposta e bene intenzionata e il maestro ebbe tanto tempo da spendervi intorno (poichè gli ci vollero non meno di dieci settimane per far balancé coi suoi creditori, chassé croisé con gli uscieri, e avant-deux con le sue occupazioni abituali) che il progresso fatto fu maraviglioso. E il bravo maestro ne fu così orgoglioso e tanta voglia avea di far mostra dei profitti dell’allieva, prima di partire, innanzi a pochi ed eletti amici, che un bel giorno alle sei del mattino, un minuetto, fu organizzato nel cortile, – essendo troppo anguste all’uopo le camere della prigione, – e tanti passi furono fatti e con tanta coscienza e precisione artistica, che il povero maestro, obbligato anche a zufolare la musica, rimase sino all’ultimo senza un fil di fiato in corpo.
Il buon successo di questa prima prova, che impegnò il maestro a proseguire le sue lezioni anche dopo che fu uscito di prigione, incoraggiò la povera sorella della scolara. Stette più mesi a spiare ed aspettare l’arrivo di una sarta.
Dopo molto tempo vide venire una crestaia, e le si presentò subito per conto proprio.
– Scusate, signora, – disse, aprendo appieno la porta e guardando timidamente alla crestaia, che trovò a letto e piangendo, – io son nata qui dentro.
Bisogna dire che ognuno, non appena arrivato, venisse per prima cosa informato di lei; poichè la crestaia, levandosi a sedere nel mezzo del letto, si asciugò gli occhi e disse, come già avea detto il maestro di ballo:
– Ah! siete voi la fanciulla?
– Signora sì.
– Mi dispiace di non aver niente da darvi, – riprese la crestaia, crollando il capo.
– Non vengo per questo, signora. Se non vi dispiace, vorrei imparare a cucire.
A cucire, figliuola mia? e non vedete il bel profitto che ho ricavato io da questo mestiere? e non vi passa la voglia d’impararlo, con questo esempio innanzi agli occhi del bene che mi ha fatto?
– Tutti quelli che vengono qui, – rispose la fanciulla nella sua semplicità, – pare che non abbiano ricavato un gran bene dal loro mestiere, qualunque si fosse. Ma non importa, voglio imparare lo stesso.
– Temo che siate un po’ troppo debole, vedete, – obbiettò la crestaia.
– No, io non credo di esser debole, signora.
– E poi, vedete, – insistette l’altra, – siete piccina, così piccina davvero!
– Oh sì, ho paura di esser davvero piccina! – esclamò la fanciulla della Marshalsea, e ruppe in singhiozzi, pensando a quel suo sciagurato difetto che le attraversava ad ogni poco le sue buone intenzioni.
La crestaia, – che in fondo non avea cattivo cuore, e soltanto era un po’ di malumore pel nuovo domicilio in cui si trovava, – si commosse, prese ad istruirla con impegno, trovò in lei la più paziente e volonterosa delle allieve, e ne fece coll’andar del tempo un’abile operaia.
Anche con lo stesso andar del tempo e gradatamente, il padre della Marshalsea andò sviluppando un novello fior di carattere. Quanto più paterno diveniva verso la Marshalsea e quanto più cresceva la necessità di assoggettarsi ad accettare