Charles Dickens – La piccola Dorrit

LIBRO PRIMO

POVERTÀ.

CAPITOLO PRIMO.

SOLE ED OMBRA.

Una trentina d’anni fa, Marsiglia bruciava un giorno ai raggi infocati del sole.
Nella Francia meridionale, un sole ardente in un giorno canicolare di agosto non era allora un fenomeno più strano di quanto in altri tempi sia stato o di quanto sia adesso. Ogni cosa dentro ed intorno a Marsiglia pareva che avesse sbarrato gli occhi, abbagliata ed abbagliante, al cielo infocato; fino al punto che questo fissarsi ed abbagliarsi a vicenda era ivi divenuto come una mania generale. I forestieri venivano abbagliati dalla accesa bianchezza delle case, dei muri, delle vie, dal bagliore delle strade aride e delle prossime colline il cui verde era stato arso. Tutto intorno in un moto spasmodico sbarrava gli occhi. Tutto, meno le vigne; le quali piegandosi sotto il fardello dei grappoli, occhieggiavano di tratto in tratto, quando l’aura calda e grave muoveva appena le loro languide foglie.
Non spirava un sol filo di vento che facesse una crespa sull’acqua fetida del porto o sul mare ampio e maestoso che stendevasi lungi. Una riga spiccata tra i due colori nero ed azzurro, segnava il confine che l’oceano immacolato non volea passare; ma l’oceano anch’esso se ne stava piano ed immobile come la brutta pozzanghera a cui non mescolava i suoi flutti. Delle barche senza tenda bruciavano la mano che le toccasse; i legni ancorati in porto, cotti sulla vernice dai raggi solari, si gonfiavano in tante pustole; le lastre delle vie non eransi raffreddate, nè giorno nè notte, per mesi intieri. Indiani, Russi, Chinesi, Spagnuoli, Portoghesi, Inglesi, Francesi, Genovesi, Napoletani, Veneziani, Greci, Turchi, discendenti da tutti i fabbricatori di Babele, attratti dal commercio a Marsiglia, cercavano tutti un po’ d’ombra, pigliandola dovunque capitasse, per difendersi dai bagliori di un mare soverchiamente lucido ed azzurro e di un cielo di porpora incastonato di un fiammeggiante gioiello di fuoco.
Questo gran bagliore faceva male agli occhi. Veramente, verso la linea lontana delle coste d’Italia, lo temperavano alquanto certe nuvolette di nebbia che lentamente si levavano dalla evaporazione del mare; ma in nessun’altra parte scemava d’intensità. Da lontano, le strade arse sotto una polvere spessa vi guardavano e vi accecavano dal fianco della collina, dal fondo della valle, dalla pianura sterminata. Da lontano, le vigne polverose che ornavano a festoni le capanne poste sui lati dalle strade, e i viali monotoni di alberi sfrondati che non davano ombra, languivano sotto lo splendore ardente della terra e del cielo. E così pure i cavalli dai sonagli sonniferi, attaccati a lunghe file di carri, che moveano con passo stanco ed uguale verso l’interno della città; così pure i loro conduttori, coricati a mezzo, quando erano desti, il che di rado avveniva; così pure i lavoratori esausti dalla caldura nella aperta campagna. Ogni cosa che vivesse o crescesse era oppressa dagli splendori ardenti del giorno; eccetto la lucertola che guizzava sui muri ruvidi e screpolati, e la petulante cicala che strideva come una raganella. La stessa polvere era tanto arrostita da parer bruna, e qualche cosa vedevasi tremolare nell’atmosfera, come se l’aria stessa anelasse.
Persiane, imposte, tende, cortine tutto era chiuso ermeticamente per tener fuori la luce viva. Lasciatele solo una fessura o il foro della toppa e ve la vedrete venir dentro come una freccia incandescente. Le chiese sono i luoghi da essa più rispettati. Uscendo dal crepuscolo degli archi e dai pilastri, stellato come in sogno da lampade incerte, popolato come una scena fantastica da certe vecchie ombre che divotamente sonnecchiano, spuntano e chiedono l’elemosina, si era tuffati ad un tratto in un fiume di fuoco, e bisognava, dirò così, gettarsi a nuoto per toccare al più presto possibile la più vicina striscia di ombra, – Così dunque con la sua gente che si aggirava e si coricava per tutto dove fosse un po’ di ombra, con poco ronzio di voci umane e latrar di cani, con lo sbatacchiare accidentale di qualche campana di chiesa, e col rullo barbaro e scordato dei tamburi, Marsiglia – come si sentiva e si vedeva benissimo – bruciava un giorno ai raggi infocati del sole.
V’era in quel tempo a Marsiglia una sozza prigione. In una delle sue camere, luogo così ributtante che perfino il sole importuno non osava guardarlo in faccia, lasciandolo a qualche povera luce di scarto, più o meno riflessa e pigliata chi sa dove e chi sa come, stavano due uomini. Queste altre cose vi erano, oltre ai due uomini: una panca zoppa e sgangherata, fissa al muro, con su una scacchiera intagliata grossolanamente con un coltello, – un giuoco di dama, fatto di bottoni sdruciti e di ossi avanzati alla zuppa, – un giuoco di domino, – due pagliericci, – due o tre bottiglie di vino. Questo era tutto il contenuto della camera; eccetto però i topi ed altri vermini invisibili, eccetto anche i vermini visibili, – i due uomini.
Quel po’ di luce che la camera riceveva, entrava da una inferriata a grosse spranghe, fatta a foggia di finestra, e che dando sopra una buia scalinata serviva anche molto bene a chi volesse di fuori ispezionar dentro. Un largo davanzale di pietra aveva cotesta finestra, a quel punto dove le spranghe entravano nella fabbrica, alto da terra circa tre piedi. Su di esso se ne stava l’uno dei due uomini, nè seduto, nè sdraiato, con le ginocchia raccolte, coi piedi e le spalle puntellati contro le opposte pareti del vano. Le spranghe erano larghe abbastanza da permettergli di passarvi dentro tutto il braccio fino al gomito; ed egli vi si teneva negligentemente e a tutto suo comodo.
Una tinta di prigione stendevasi sopra ogni cosa. Aria imprigionata, luce imprigionata, umido imprigionato, uomini imprigionati, – tutto era stato deteriorato dallo star rinchiuso. Come i due prigionieri parevano appassiti e sciattati, così pure il ferro era arrugginito, la pietra viscosa, il legno tarlato, l’aria malsana, la luce oscura. Simile a un pozzo, a una grotta, a una tomba, la prigione nulla sapeva dello splendore esterno: portata in una delle isole profumate dall’oceano indiano, avrebbe serbata intatta la sua corretta atmosfera.
L’uomo giacente sullo sporto della inferriata era anche intirizzito dal freddo. Con un moto impaziente di una spalla ei si fece cadere addosso più pesantemente il suo mantellaccio, e grugnì tra i denti:
– Al diavolo questo brigante di sole che non si fa mai vedere qui dentro!
Aspettava il pasto, guardando di sbieco traverso l’inferriata per vedere quanto più giù potesse delle scale; aveva in volto quella certa espressione della bestia feroce irritata da una simigliante aspettativa. Ma i suoi occhi, troppo vicini l’uno all’altro, non gli stavano fissi nella fronte così nobilmente come quelli del re degli animali, ed erano piuttosto acuti che brillanti: armi appuntate che offrivano poca superficie per meglio celarsi. Non avevano mutazioni o profondità; scintillavano, si aprivano, si chiudevano, sempre ad un modo. Se non fosse stato pei servizi ch’essi rendevano al prigioniero, un orologiaio ne avrebbe fatto un paio molto migliore. Aveva un naso adunco, bello nel suo genere, ma troppo alto fra gli occhi, di tanto forse quanto gli occhi erano troppo vicini l’uno all’altro. Della persona era alto e robusto; aveva labbra sottili, per quanto ne lasciava vedere il mustacchio ispido e folto, una selva di capelli arditi ed incolti, di colore incerto, ma con certi tocchi rossi qua e là. La mano con la quale ei si teneva all’inferriata, quantunque coperta sul dorso di brutte sgraffiature cicatrizzate di fresco, era piccola e liscia, e sarebbe anche stata bianca, senza la sozzura della prigione.
L’altro uomo giaceva per terra sulle lastre della prigione, coperto da un abito grossolano di colore oscuro.
– Levati su, bestione! – urlò il compagno. – Non dormire quand’io ho fame.
– È tutt’uno, padron mio, – rispose il bestione, in un tono sommesso e non senza una certa allegria. – Io mi desto quando mi piace, e dormo quando mi piace. È tutt’uno, vedete.
Così dicendo, si levò, si scosse, e si grattò per la persona; poi, raccattato l’abito che gli avea fatto da coperta, se lo legò per le maniche, e aprendo la bocca ad uno sbadiglio, si pose a sedere sul pavimento con le spalle appoggiate al muro di contro all’inferriata.
– Dimmi un po’ che ora è, – borbottò quell’altro.
– Batterà mezzogiorno… aspettate…. tra una quarantina di minuti.
Nella breve pausa, egli aveva guardato attorno per la prigione, come per trovarvi un indizio sicuro.
– Sei un orologio tu. Come diamine fai a saper l’ora?
– Che volete che vi dica! Due cose io le so sempre: l’ora e il luogo dove mi trovo. Qui dentro mi portarono di notte, tirandomi fuori da una barca: eppure io so benissimo dove sono. Ecco qua: porto di Marsiglia… (e in dir questo egli era già in ginocchio sul pavimento, disegnando con un dito abbronzato la sua carta immaginaria)…. Tolone, dove c’è il bagno, la Spagna laggiù, Algeri più giù di laggiù. Da questa parte, a sinistra, Nizza. Girando la Cornice, eccoci a Genova. Spiaggia e molo di Genova. Lazzaretto. La città sta qui: terrazze e giardini dove rosseggia la belladonna. Qui, Porto Fino. Partenza per Livorno. Eccoci a Civitavecchia. Ed eccoci poi a…. a… ah! diamine! non ci resta posto per Napoli! (egli era arrivato al muro). – Non fa niente: Napoli sta là dentro.
Ei restò inginocchiato, alzando gli occhi in volto del suo compagno di prigione con uno sguardo che per una prigione era molto vivace. Un ometto dal volto abbronzato, svelto ed agile, sebbene un po’ tarchiato. Dei cerchietti d’oro alle orecchie brune, dei denti bianchissimi che illuminavano la faccia bruna, dei capelli neri come inchiostro che gli cadevano sul collo bruno, una camicia rossa e stracciata che si apriva sul petto bruno, dei larghi pantaloni da marinaio, delle scarpe discrete, un berrettone scarlatto, una fascia anche scarlatta alla cintola con un coltello ficcatovi dentro, – ecco il suo ritratto.
– Vediamo mo, se mi riesce di tornar da Napoli come ci sono andato. Guardate, padrone! Civitavecchia, Livorno, Porto Fino, Genova, Cornice, Nizza (che sta lì dentro), Marsiglia, voi ed io. L’appartamento del carceriere e le sue chiavi stanno qui, dove metto il pollice; e là, in direzione del polso, si tien serbato nel suo bravo astuccio il rasoio della nazione, – la ghighiottina chiusa a chiave.
L’altro uomo sputò ad un tratto sul pavimento, e gorgogliò nella strozza.
Nel punto stesso si udì un’altra specie di gorgoglio nella strozza di qualche serratura; poi una porta fu sbatacchiata. Dei passi lenti venivano su per le scale, e nel rumore che essi facevano si confondeva il cicalìo di una vocina gentile. Il carceriere apparve, portando in collo la sua bimba, di tre o quattro anni, ed in mano una cesta.
– Come si va oggi, signori miei? La mia piccina, come vedete, vien attorno con me per vedere un po’ che cosa fanno gli uccelli di suo padre. Eh via, vergogna! non si deve aver paura! Guarda gli uccelli, bimba mia, guarda gli uccelli!
Egli stesso, sollevando la bambina fino all’inferriata, guardò attentamente i due uccelli, e specialmente il più piccolo, la cui attività non gli andava troppo a genio.
– Eccovi qua il vostro pane, signor Giambattista, – diss’egli (essi parlavano tutti in francese, sebbene l’ometto fosse italiano): – e se vi potessi raccomandare di non giocar più…
– Raccomandatelo al padrone, eh! – replicò Giambattista, mostrando in un sorriso le due bianche file dei denti.
– Oh che c’entra! il padron vince, – rispose il carceriere, gettando una certa occhiataccia a quell’altro uomo, – mentre voi perdete. È tutt’altro. Voi ci guadagnate un pezzo di pane stantìo e un dito di aceto; egli invece ci guadagna della salsiccia di Lione, del vitello in gelatina, e che gelatina saporita! del pan bianco, dello stracchino di Milano, e tutto annaffiato di buon vino. Guarda gli uccelli, bimba mia, guarda gli uccelli!
– Poveri uccellini! – disse la bambina.
Quel visino aggraziato, tocco da una divina pietà, mentre spiava quasi con paura di dietro le spranghe, pareva quello di un angelo nella prigione. Giambattista si levò e si fece verso la bambina, come se obbedisse ad una attrazione. L’altro uccello non si mosse da come stava, e solo gettò un’occhiata impaziente verso la cesta.
– Un momento! – disse il carceriere, passando la bambina sullo sporto esterno dell’inferriata; – darai da mangiare con le tue mani agli uccelli. Questa pagnotta è pel signor Giambattista. Bisogna spezzarla prima par farla entrare nella gabbia. Bravo l’uccellino! vedi un po’ come bacia la manina! Questa salsiccia nella foglia di vite è per monsieur Rigaud. Di più, questo pezzo di vitello in gelatina è per monsieur Rigaud. Di più, questi tre panini bianchi sono per monsieur Rigaud. Di più, questo formaggio, – di più, questo vino, – di più, questo tabacco, – tutto per monsieur Rigaud. Che uccello felice, eh!
La bambina pose tutte queste cose nella mano morbida e ben formata di monsieur Rigaud, con un terrore evidente, – e più di una volta ritrasse la sua, e fissò il prigioniero corrugando la piccola fronte tra la paura e la collera. Mentre invece ella avea posto il pezzo di pane stantìo nelle mani nere, nodose ed incallite di Giambattista (il quale avea appena alla punta di tutte e dieci le dita tanta quantità di unghia da farne una sola di Monsieur Rigaud), con pronta confidenza; e, quando il pover uomo le aveva baciato la manina, ella gli aveva carezzato la faccia! Monsieur Rigaud poco curante di queste preferenze, cercava d’ingraziarsi il padre, facendo cenni e sorrisi alla bambina ad ogni cosa ch’ella gli dava; e disposti che ebbe tutti i suoi commestibili intorno a sè in acconci angoli del vano della finestra, si diè a mangiare con una fame dell’altro mondo.
Quando monsieur Rigaud rideva, accadeva nel viso di lui un mutamento che, per dire la verità, non era troppo simpatico. Il mustacchio saliva sotto il naso, e il naso scendeva sul mustacchio, in modo molto sinistro e crudele.
– Ecco fatto! – disse il carceriere, capovolgendo la cesta e battendola sul fondo per farne cader le bricciole: ho speso tutta la moneta ricevuta; la mia nota è la cesta vuota, e buon pro vi faccia. Monsieur Rigaud, come vi dissi fin da ieri, il Presidente domanderà il piacere della vostra conversazione di qua ad un’ora.
– Per interrogarmi, eh? – chiese monsieur Rigaud, arrestandosi, coltello in mano e boccone in bocca.
– Signor sì, l’avete indovinato. Per interrogarvi.
– E per me che novità ci sono? – domandò Giambattista, che avea incominciato, tutto contento del fatto suo, a sbocconcellare il tozzo di pane.
Il carceriere fece spallucce.
– Santissima Vergine! debbo rimanere qui dentro per tutta la vita!
– Che volete che sappia io! – esclamò il carceriere, voltandosi al prigioniero con una vivacità tutta meridionale, e gestendo con ambo le mani e con tutte le dita, come se volesse farlo a pezzi. – Come volete, caro mio, che io vi dica quanto tempo abbiate a restar costì? Che ne so io, caro il mio Giambattista Cavalletto! Morte della mia vita! Ci son prigionieri qui dentro, che non hanno tanta fretta indemoniata di essere interrogati!
Pronunciando queste parole, il vecchio diè una occhiata di sbieco a monsieur Rigaud; ma questi si era rimesso a mangiare, sebbene con minore appetito di prima.
– Addio, uccellini! – disse il guardiano, pigliandosi in collo la bella bambina, e suggerendole con un bacio il mesto saluto.
– Addio, uccellini! – ripetè la bella bambina.
E la sua faccia innocente mandava tanta luce nel volgersi a guardare indietro di sopra alla spalla di lui, che si allontanava cantandole la vecchia canzone:

Chi passa così tardi per la via,
Ohi, camerati della Maggiorana?
Chi passa così tardi per la via,
In allegria?

che Giambattista si sentì in dovere di rispondere accostandosi all’inferriata, e rispose in effetto a tuono e misura, sebbene con voce un po’ rauca:

È un cavalier che passa per la via,
O camerati della Maggiorana;
È un cavalier che passa per la via,
In allegria!

Le quali ultime parole accompagnarono il carceriere e la figlia giù per le scale, tanto che il padre si dovette fermare un poco, perchè la bambina udisse tutta quanta la canzone, e potesse ripetere il ritornello, ancora in vista del prigioniero. Poi la testolina di lei scomparve; scomparve anche la testa del carceriere; ma la vocina gentile continuò la canzone fino a che la porta non fu sbattuta.
Monsieur Rigaud, vedendosi disturbato da Giambattista che prestava ascolto agli echi che si andavano spegnendo (anche gli echi parevano languidi e stanchi per la lunga prigionia), gli rammentò, spingendolo con un piede, di tornare pel suo meglio all’angolo oscuro. L’ometto non se lo fece dire due volte; sedette sul pavimento con la franchezza indolente di uno che fosse perfettamente abituato a cotesto genere di canapè; e mettendosi innanzi i tre grossi pezzi del suo pane stantìo, e gettandosi sul quarto si diede tutto soddisfatto a distruggerli uno dopo l’altro, come se si trattasse di una specie di giuoco.
Forse una mezza occhiata alla salsiccia di Lione la dovette dare; forse sbirciò pure il vitello in gelatina, e si sentì venire l’acquolina in bocca. Non a lungo però, e Monsieur Rigaud li spacciò in meno di niente, a dispetto del presidente e del tribunale, e si applicò subito a succhiarsi le dita ed a pulirsele poi alle foglie di vite. Poi, fermandosi tra un sorso e l’altro del vino, per guardare in faccia il compagno, il mustacchio salì ed il naso discese.
– Come ti piace cotesto pane?
– Un po’ duretto; ma c’è qui la mia vecchia salsa, – rispose Giambattista, tenendo alto il coltello.
– Che salsa?
– Per esempio, posso affettare il mio pane a questo modo, come se fosse un popone; o pure così, come una frittata; o così, come un pesce fritto; o così come se fosse addirittura salsiccia di Lione, – rispose Giambattista, dimostrando i suoi veri tagli sul pezzo di pane che teneva in mano senza lasciar di masticare quello che aveva in bocca.
– To’! – disse Monsieur Rigaud. – Bevi questo, e chetati.
Il dono non era gran che, essendo rimasto un fondo di bottiglia assai meno del poco; ma il signor Cavalletto, balzando subito in piedi, stese il braccio, pigliò la bottiglia per la gola, se l’abboccò voltandola sottosopra, e poi si passò la lingua sulle labbra.
– Mettila da parte con tutto il resto, disse Monsieur Rigaud.
L’ometto obbedì, e si tenne pronto a dare un fiammifero acceso all’uomo generoso; poichè questi stava arrotolando il suo tabacco per farne cigarette in certi pezzetti di carta recatigli dallo stesso carceriere.
– To’, prendine uno.
– Mille e mille grazie, padrone!
Giambattista disse questo nella propria lingua, e con la vivacità simpatica ed insinuante dei suoi concittadini.
Monsieur Rigaud si levò, accese una cigaretta, pose il rimanente della provvista di tabacco nella tasca di lato, e si sdraiò sulla panca lungo quant’era. Cavalletto tornò a sedere per terra, tenendosi le mani alla noce del piede, e fumando pacificamente. Gli occhi di Monsieur Rigaud parevano attirati, loro malgrado, verso quel punto di pavimento, dove Cavalletto tracciando il suo piano avea posto il pollice; e così spesso si voltavano da quella parte, che l’Italiano più di una volta li seguì con una certa sorpresa.
– Che buca infernale è mai questa! – esclamò Monsieur Rigaud, rompendo il lungo silenzio. – Guarda un po’ la luce del giorno. Ma che giorno?… la luce di una settimana fa, di sei mesi fa, di sei anni fa. Luce morta che par di sera!
La luce in effetto entrava languida e spenta da un abbaino quadrato fatto nella parete della scala, dal quale nè il cielo vedevasi mai, nè altra cosa.
– Cavalletto, – disse Monsieur Rigaud, voltando ad un tratto le spalle all’abbaino, al quale tutti e due avevano involontariamente fissato gli occhi, – Cavalletto, tu mi tieni in conto di un gentiluomo, eh?
– Sicuro, sicuro!
– Quanto tempo è che siamo qui?
– Per me, faranno domani undici settimane: domani a mezzanotte preciso. Per voi, nove settimane e tre giorni, oggi alle cinque.
– Ho fatto mai niente qui? mi hai visto far niente? Ho mai toccata la granata, sbattuto i pagliericci, raccattato i pezzi della dama o del domino, e insomma fatto un lavoro qualunque?
– Mai! oh mai!
– Mi hai visto mai a lavorare in un modo o nell’altro?
Giambattista rispose alzando l’indice della mano destra verso la spalla e scrollandolo forte, che è il gesto più espressivo di negazione nella lingua italiana.
– No l’hai capito dunque dal primo momento che io era un gentiluomo?
– Altro! – rispose Giambattista, stringendo gli occhi e con una scossa del capo.
La quale parola, mentre pronunziata con l’enfasi genovese, vale una affermazione, una contraddizione, un’asserzione, una negativa, una sfida, un complimento, uno scherzo, e tutto quello che si vuole, corrispondeva nel caso presente, con una energia che non si può tradurre in iscritto, a quella frase semplice e famigliare: Vi credo!
– Ah ah! ed hai ragione! Io sono un gentiluomo! e resterò gentiluomo, e gentiluomo morrò. Non voglio essere altro che un gentiluomo. È il mio giuoco, ecco, morte dell’anima mia! è il mio sistema costante quello di essere un gentiluomo, e non me ne diparto di un pollice dovunque vada.
Mutò di posizione, mettendosi a sedere, ed esclamò con accento di trionfo:
– Eccomi qua! guardami in faccia! Slanciato come un dado dal bossolo del destino, eccomi capitato in compagnia di un meschino contrabbandiere; chiuso in prigione con un poveraccio, che non ha le carte in regola, e che la polizia ha aggranfiato sol per questo ch’egli ha messo la sua barca, come mezzo per passar la frontiera, a disposizione di altra povera gente che nemmeno avevano le carte in regola; e questo poveraccio, eccolo qui che istintivamente riconosce la mia posizione sociale, anche in questo luogo e con questa luce! Ben giocato, per Bacco! io guadagno sempre la posta, comunque giri la carta.
Da capo il mustacchio salì e il naso discese.
– Che ora è adesso? – domandò subito dopo, con un certo pallore sulla faccia, che non si accordava troppo con l’allegria dimostrata.
– Sarà la mezza.
– Benissimo! la mezza. Tra poco il presidente si vedrà dinanzi un gentiluomo. Via! vuoi sapere mo di che mi si accusa? questo è il momento o mai più, poichè qui non ci torno di certo. O me ne vado libero per le mie faccende, o mi mandano…. a farmi la barba. Tu sai dove sta il rasoio della nazione….
Il signor Cavalletto si tolse la cigaretta dalle labbra semiaperte, e parve più disturbato di quanto si sarebbe aspettato.
– Io sono un…. (monsieur Rigaud erasi levato in piedi cominciando questo discorso) – Io sono un gentiluomo cosmopolita. Non ho nessuna patria particolare. Mio padre era svizzero, cantone di Vaud. Mia madre era francese di origine, e inglese di nascita. Io stesso sono nato nel Belgio. Io sono un cittadino del mondo.
Il suo atteggiamento teatrale, col pugno sull’anca sotto le pieghe del mantello, il modo sprezzante verso il compagno, che non guardava neppure, volgendo invece la parola al muro di faccia, faceano pensare ch’ei si studiasse la parte da recitare di lì a poco innanzi al presidente, anzi che darsi la pena di rischiarare l’intelligenza di un omiciattolo come il signor Giambattista Cavalletto.
– Datemi su per giù un trentacinque anni. Ho girato il mondo. Ho vissuto qua e là e dovunque e sempre da gentiluomo, e sempre stimato e rispettato come un gentiluomo. Se voi cercherete denigrarmi, insinuando che ho campato la vita con le sole risorse del mio ingegno, – e come vivono dunque, vi domanderò io, i vostri avvocati, i vostri uomini politici, i vostri intriganti, i vostri finanzieri?
Declamando, ei metteva sempre in mostra la mano liscia e piccina, quasi fosse un testimone della propria nobiltà, che molti servizi gli avesse reso.
– Due anni fa venni a Marsiglia. Ammetto che ero povero: ero stato ammalato. Quando i vostri avvocati, uomini politici, intriganti, finanzieri, eccetera, cadono ammalati e non hanno il loro gruzzolo di quattrini, non divengono poveri anch’essi? Mi fermai all’albergo della Croce d’oro, condotto da monsieur Enrico Barronneau, – uomo sulla settantina e molto malandato in salute. Dopo aver vissuto circa quattro mesi in quella casa, monsieur Enrico Barronneau ebbe la disgrazia di morire: – una disgrazia che non è rara cotesta. Capita anche di spesso, mi pare, senza che io ci metta la mano.
Avendo Giambattista fumato la sua cigaretta fino a bruciarsi le dita, monsieur Rigaud ebbe la magnanimità di gettargliene un’altra. L’ometto accese la seconda alle ceneri della prima, e seguitò a fumare, guardando di traverso al compagno, il quale, preoccupato del fatto proprio, poco pensiero si dava del suo ascoltatore.
– Monsieur Barronneau lasciò una vedova. Donnina sui ventidue anni. S’avea fatta una certa riputazione di bellezza, e (il che spesso è tutt’altra cosa) era bella. Seguitai ad alloggiare alla Croce d’oro. Sposai madama Barronneau. Non tocca a me il dire se in cotesto matrimonio vi fosse o no una qualunque disparità. Qui sto io con tutto quel che ho sofferto da una lunga prigionia; nondimeno lascio pensare a voi se la mia persona convenisse a madama Barronneau più o meno del suo primo marito.
Egli aveva una certa aria di bell’uomo, e di uomo bene educato, senza essere nè l’una cosa nè l’altra. Non era la sua che sfrontatezza e impudenza; ma per questo rispetto, come per molti altri, l’asserzione franca e sfacciata ha per mezzo mondo lo stesso valore di una prova irrecusabile.
– Comunque sia, certo è che madama Barronneau mi credette degno di lei. Spero bene che questa sua squisitezza di gusto non sarà per pregiudicarmi?
E poichè, nel fare questa domanda, lo sguardo dell’oratore cadde per caso sul piccolo Giambattista, questi scrollò subito il capo vivacemente, e ripetè un infinito numero di volte, per confermare l’argomentazione: altro, altro, altro!
– Vennero poco appresso le difficoltà della nostra posizione. Io sono orgoglioso. Non dico già che l’orgoglio sia una bella cosa, ma il fatto è che io sono orgoglioso. Di più, è proprio del mio temperamento di voler essere il padrone. Non so cedere, debbo essere il padrone. Sventuratamente, la fortuna di madama Rigaud era tutta intestata a lei: tale era stata la volontà stravagante del defunto marito. Per giunta di disgrazia ella aveva dei parenti. Quando i parenti d’una moglie s’inframmettono contro un marito che è gentiluomo, che è orgoglioso, e che vuole essere padrone in casa propria, la pace domestica è bell’e spacciata. Un altro motivo di differenza sorse tra noi. Madama Rigaud, per dire il vero, era una donna un po’ volgare. Cercai naturalmente di scozzonarla, di darle quel certo che di aristocratico che le mancava affatto; ed ella, – anche in questo messa su dai parenti, – si sentì offesa dai miei sforzi amorevoli. Ne nacquero le prime dispute, le quali propalate ed esagerate dalle calunnie dei parenti di madama Rigaud, divennero ben presto notorie a tutto il vicinato. Si è detto che io abbia trattato madama Rigaud con crudeltà. È probabile ch’io sia stato visto a darle, così, una specie di schiaffo, – niente più, niente meno. Ho la mano leggiera; e se mi si è visto più di una volta ad usare cotesto mezzo di ammonizione verso la mia signora moglie, posso dire di averlo fatto quasi per ischerzo.
Se gli scherzi di monsieur Rigaud erano espressi menomamente dal sorriso che in questo punto gli stava sulle labbra, i parenti di madama Rigaud aveano bene il diritto di preferire ch’ei correggesse sul serio quella povera disgraziata. – Io sono sensibile e coraggioso. Non dico già che vi sia alcun merito ad essere sensibile e coraggioso, ma il fatto è che il mio carattere è questo. Se i parenti maschi di madama Rigaud si fossero fatti avanti a viso scoperto, avrei saputo come trattarli. Essi non lo ignoravano. Epperò le loro mene furono concertate e condotte in segreto; conseguenza di che, frequenti e sciagurate collisioni tra madama Rigaud e me. Anche quando mi bisognava qualche sommetta per le mie spese personali, senza una collisione non mi veniva fatto di ottenerla…. Capite! un uomo della mia tempra, che sente la necessità di essere il padrone!… Una sera, madama Rigaud ed io passeggiavamo da buoni amici, – starei per dire come due amanti, – per un sentiero che domina il mare. Una cattiva stella volle che madama Rigaud facesse allusione ai suoi parenti. Ragionai con lei su cotesto argomento, e le feci qualche piccola rimostranza, notando com’ella mancasse ai suoi doveri ed all’affetto coniugale, lasciandosi governare dalla loro invida animosità contro suo marito. Madama Rigaud rispose, io tornai a rispondere; madama Rigaud si riscaldò, io mi riscaldai…. le dissi qualche parola provocante…. Sì, non lo nego – sono abituato alla franchezza, e non lo nego. Alla fine, madama Rigaud, in un accesso di furia, che non cesserò mai di deplorare, mi si gettò addosso, mettendo grida di rabbia (quelle stesse grida che si udirono ad una certa distanza). Mi stracciò gli abiti, mi strappò i capelli, mi graffiò le mani, battè i piedi in terra, e ad un tratto spiccò un salto, e andò a spezzarsi il capo sugli scogli. – Tali sono i vari incidenti, che l’altrui nequizia ha travisato fino ad affermare ch’io avessi tentato di costringere madama Rigaud alla rinunzia in mio favore dei suoi diritti; e che, al suo ostinato rifiuto di concedere quanto domandava, fossi venuto a lotta con lei…. e l’avessi assassinata.
Si avanzò, così dicendo, verso lo sporto dov’erano sparse le foglie di vite, ne prese due o tre, e si diè ad asciugarvisi le mani, con le spalle voltate alla luce.
– Ebbene, – domandò dopo un po’ di silenzio, – hai niente da dire a tutto questo?
– C’è del buio, – rispose Giambattista, che intanto si era levato, ed appoggiato con un braccio al muro andava ripassando il coltello sopra una scarpa.
– Cioè?
Giambattista seguitò a ripassare in silenzio.
– Vuoi dire forse che ci è poca esattezza nel mio racconto?
– Altro! – rispose l’ometto; e questa volta la parola valeva una scusa, e significava: Oibò, niente affatto!
– E dunque?
– Eh eh!… i presidenti e i tribunali hanno tanti pregiudizi!
– Ebbene! – esclamò l’altro, attaccando una bestemmia, e con un gesto inquieto gettandosi sulla spalla la punta del mantello, – facciano il peggio che possono!
– Ho paura che lo faranno, – mormorò tra sè e sè Giambattista, chinando il capo per ficcarsi il coltello nella cintola.
Dopo queste non si scambiarono altre parole, sebbene avessero incominciato a passeggiare da un angolo all’altro della camera, e s’incontrassero naturalmente ad ogni giro. Di tratto in tratto monsieur Rigaud arrestavasi a mezzo, quasi volesse porre il suo caso in novella luce o scagliare al compagno qualche irosa rimostranza. Ma il signor Cavalletto, poco badandogli, continuò senza punto scomporsi e senza alzare gli occhi, la sua trottatina in diagonale.
Di lì a poco il rumore della chiave che girava nella toppa li arrestò entrambi. Successe un suono di voci ed uno strascico di piedi. La porta si richiuse con fracasso, le voci e i piedi si avvicinarono, e il carceriere prese a salir le scale lentamente, seguìto da un picchetto di soldati.
– Orsù, monsieur Rigaud, – diss’egli mettendo la faccia all’inferriata e tenendo in mano il mazzo delle chiavi, – abbiate la bontà di venir fuori.
– A quanto vedo, mi si fa partire col corteggio eh?
– Capperi! se aveste a farne senza, – rispose il carceriere, – correreste il pericolo di partire in tanti pezzi che sarebbe difficile rimettervi insieme. C’è una folla giù, caro il mio signor Rigaud, che non vi vuol mica un gran bene.
Così dicendo, si distaccò dall’inferriata, venne ad una porticina bassa posta in un angolo della camera, ne tolse la sbarra e si mostrò dentro.
– Via mo, venite.
Non si troverebbe per tutto il mondo una gradazione di bianchezza simile al pallore che coprì in quel momento il volto di monsieur Rigaud; nè vi ha alcuna espressione della umana fisonomia simile all’espressione della sua, dove in ogni menomo tratto scorgevasi il battito frequente del cuore atterrito. Si suol dire: pallido come un morto, disfatto come un morto; ma non si pensa che tra le due immagini c’è l’abisso profondo che intercede tra la lotta terminata e il momento più disperato del combattimento.
Egli accese un’altra, delle sue cigarette a quella del compagno; l’addentò; si pose in capo un cappellaccio floscio ed ammaccato; si gettò un’altra volta la punta del mantello sulla spalla, ed uscì nel corridoio laterale su cui dava la porta, senza badare altro al signor Cavalletto. Il quale, dal canto suo, non mostrava occuparsi di altro che di avvicinarsi alla porta e guardar fuori: niente più gli premeva. Non altrimenti della belva, che si accosta al cancello socchiuso della gabbia, per dare una occhiata alla libertà di fuori, ei passò quei pochi momenti spiando ed osservando, fino a che la porta non gli si chiuse in faccia.
Il picchetto era comandato da un ufficiale; uomo di muscoli fermi, profondamente calmo, con la spada sguainata nella mano e il sigaro in bocca. Con poche parole dispose che i soldati circondassero monsieur Rigaud, si pose alla loro testa con mirabile indifferenza, ordinò: marche! e tutti giù per le scale facendo suonare le armi ed i passi. La porta tornò a sbattere – la chiave girò – ed un raggio d’insolita luce, un soffio d’aria attraversarono la prigione perdendosi in una leggiera nuvoletta di fumo spiccatasi dal sigaro dell’ufficiale.
Simile nella sua prigionia ad un animale di bassa specie, – a una scimmia stizzita, a un orsatto esasperato, – Giambattista, rimasto solo, avea spiccato un salto sullo sporto della finestra per non perdere alcun particolare di cotesta partenza. Mentre tenevasi con l’una e l’altra mano stretto alle spranghe, un gran rumore gli giunse all’orecchio; urli, grida, bestemmie, minaccie, imprecazioni, mille suoni confusi in un suono altissimo e feroce come nella furia di una tempesta..
Dalla curiosità inquieta che lo pungeva reso ancora più simile ad una belva ingabbiata, il prigioniero balzò a terra e leggiero, girò correndo per la camera, tornò a saltare sulla finestra, afferrò le sbarre, si sforzò di scrollarle, balzò a terra di nuovo e corse intorno, e poi su da capo a porgere ascolto, e non restò finchè il rumore, morendo a poco a poco, non fosse affatto cessato. Quanti altri prigionieri più degni di pietà hanno così consumato i nobili cuori, senza che alcuno al mondo ne avesse sospetto, senza che i loro più cari potessero alleviare con l’affetto tante segrete torture, mentre quei grandi re ed imperatori che gli avevano messi in prigione se n’andavano attorno allegramente, beandosi agli splendori del sole, e seguiti dagli evviva della gente! Ovvero anche, mentre cotesti grandi personaggi se ne morivano comodamente nel proprio letto, facendo fine esemplare e discorsi sonori, ed aspettando che la storia cortese, più servile dei loro strumenti, si affrettasse ad imbalsamarli per ammaestramento dei posteri!
Finalmente Giambattista, padrone oramai di scegliere in quel poco spazio il posto più acconcio per esercitare la facoltà di andare a dormire quando più gli piacesse, si sdraiò sulla panca, pose la faccia fra le braccia incrociate, e sonnecchiò tranquillamente. La sommissione di tutti i suoi atti, la leggerezza, l’umore allegro, le sfuriate innocenti, il contentarsi del pane duro, e delle pietre durissime, la facilità a pigliare sonno, e quel suo pensare e muoversi a sbalzi lo dicevano un vero figlio della terra dove era nato.
I bagliori della luce a grado a grado si spensero. Lassù, nella volta del cielo, si affacciarono le stelle, e le lucciole le imitarono nell’atmosfera più bassa, come gli uomini qualche volta imitano la bontà di più nobili esseri. Sulle lunghe strade polverose e sulle sterminate pianure discese il riposo; e il mare si acquetò in un silenzio così profondo da non susurrare nemmeno in qual tempo remoto avrebbe reso i suoi morti.

CAPITOLO II.

COMPAGNI DI VIAGGIO.

– A quanto pare, non hanno più urlato come ieri, laggiù: non è vero, signore?
– Non ho udito nulla.
– Allora state pur certo che non hanno aperto bocca. Quando cotesta gente urla, non c’è caso che non si faccia sentire da mezzo mondo.
– Credo che non siano i soli a far così.
– Ah, va bene! ma il guaio è che cotesti disperati urlano sempre. Non sarebbero felici altrimenti.
– Parlate dei Marsigliesi?
– Parlo dei Francesi. Non si stancano mai. In quanto a Marsiglia, si sa bene che cosa è Marsiglia. Ha mandato pel mondo la canzone più rivoluzionaria che sia mai stata composta. Marsiglia non potrebbe esistere senza i suoi allons e marchons a una cosa o ad un’altra…. vittoria, morte, confusione, incendio, quel che sia.
L’oratore che, a dispetto delle parole, serbava in volto una curiosa espressione di buon umore, guardò di sopra al parapetto a Marsiglia con una occhiata di supremo disprezzo; poi, pigliando un atteggiamento risoluto col cacciarsi le mani in tasca, fece suonare il suo danaro in segno di sfida, e dopo una risatina volse questo apostrofe alla città:
– Bravo sì! allons e marchons! Fareste tanto meglio, mi pare, a fare andare e marciare i galantuomini ai fatti loro, invece di chiuderli in quarantena!
– È un po’ seccante, – disse l’altro. – Ma finalmente oggi stesso ne saremo fuori.
– Ne saremo fuori! bravissimo! Ma questa anzi è una circostanza aggravante della enormità che ci hanno commesso. Avete un bel dire, fuori! ma perchè mai ci hanno messo dentro, domando io?
– Per poca cosa, a dire il vero. Ma siccome noi arriviamo dall’Oriente, e l’Oriente è il paese della peste….
– La peste! – ripetè l’altro. – Appunto di questo mi lamento io. Da che ho messo piede qui, ho la peste addosso. Sono come un uomo sano di cervello, che sia stato chiuso in una casa di matti: il solo sospetto mi fa paura. Sono entrato qui con la miglior salute del mondo; ma, capite, sospettare che io abbia la peste, significa lo stesso che darmi la peste. E l’ho avuta in effetti, e l’ho tuttavia!
– Del resto, la sopportate assai bene, signor Meagles, – disse sorridendo il compagno.
– V’ingannate. Se sapeste il vero stato della cosa, non parlereste così. Figuratevi che io ho vegliato le notti intiere, dicendo ad ogni poco: eccola, adesso l’ho presa: eccola che si va sviluppando: eccomi conciato per le feste: ecco che tutti cotesti birboni citano il caso mio in appoggio delle loro precauzioni. Vi giuro che avrei preferito assai più di essere infilzato e inchiodato sopra una carta in una collezione di scarafaggi, anzi che menare la vitaccia che ho menato qui dentro.
– Via, signor Meagles, non se ne parli più, ora che tutto è finito, – disse una allegra voce di donna.
– Finito! – ripetè il signor Meagles, il quale, sebbene non fosse un cattivo uomo, pareva trovarsi in quella speciale disposizione di animo, in cui l’ultima parola pronunciata da chiunque è presa per una ingiuria. – Finito! e che ragione è questa per non parlarne più?
Era la signora Meagles che avea indirizzata la parola al signor Meagles: e la signora Meagles, non altrimenti che il signor Meagles, era avvenente e piena di salute: una simpatica faccia d’Inglese, che aveva contemplato per più di cinquantacinque anni le faccende domestiche e la pace della casa propria, ed avea serbato un dolce e tranquillo riflesso di quel benessere.
– Orsù! non ci pensate più, babbo, non ci pensate più! – disse la signora Meagles. – Per amor di Dio, contentatevi di Carina.
– Di Carina? – ripetè il signor Meagles sempre con la stessa irritazione.
Carina intanto gli era vicina, e le toccò appena sulla spalla, che subito il signor Meagles perdonò a Marsiglia dal profondo del cuore.
Carina aveva press’a poco venti anni. Una bella ragazza dai capelli neri ed abbondanti, che pendevano sciolti ed inanellati. Una cara ragazza, dal viso schietto, dagli occhi ingenui e così grandi, così dolci, così brillanti, così ben situati in quella testolina gentile! Ella era fresca e pienotta, ed anche un po’ viziata per giunta; ed aveva una certa apparenza di timidezza, che faceva la più graziosa vista di questo mondo, e le dava quella sola grazia di cui una ragazza bellina come lei avrebbe potuto far senza.
– Ora io vi domando, – disse il signor Meagles con la più dolce sicurezza, dando un passo indietro e facendo avanzare di un passo la figliuola, per dimostrare praticamente il suo assunto: – ora io vi domando francamente, così da galantuomo a galantuomo, sapete, avete mai udito di una bestialità così grossa? Carina in quarantena!
– Questa bestialità ci ha reso piacevole anche la quarantena.
– Via via! – disse il signor Meagles, – anche di questo bisogna tener conto. Grazie dell’osservazione. Orsù, Carina, figliuola mia, va con la mamma e preparati per entrare in barca. Or ora vedrai arrivare l’ufficiale sanitario con quattro imbecilli in cappelli a tre punte, per lasciarci andare ai fatti nostri. In quanto a noi altri ingabbiati, dobbiamo fare insieme un po’ di colezione da buoni cristiani, prima di pigliare il volo ciascuno al suo viaggio. Tattycoram, non lasciate sola la vostra padroncina.
Queste ultime parole furono dette ad una bella ragazza dai capelli e dagli occhi lucidi e neri, vestita molto acconciamente, la quale rispose con un mezzo inchino, seguendo la signora Meagles e Carina. Tutte e tre insieme traversarono la terrazza bruciata dal sole, e disparvero sotto un’arcata di un biancore abbagliante. Il compagno del signor Meagles, uomo sui quaranta, dal volto serio ed abbronzato, tenne loro dietro con gli occhi, senza punto muoversi, fino a che il signor Meagles non lo toccò dolcemente sul braccio.
– Vi domando scusa, – diss’egli trasalendo.
– Niente affatto, – rispose il signor Meagles.
Diedero due passi in silenzio in su e in giù all’entrata del muro, profittando, grazie alla posizione elevata del lazzaretto, di quel po’ di venticello che girava per l’aria alle sette del mattino. Il compagno del signor Meagles riprese la conversazione.
– Potrei sapere, – disse, – qual è il nome di….
-…..Tattycoram? – replicò il signor Meagles. – Non lo so nemmeno per ombra.
– Io credeva che….
– Tattycoram? – suggerì di nuovo il signor Meagles.
– Grazie… che Tattycoram fosse un nome proprio: e più di una volta la sua stranezza mi ha sorpreso.
– Ecco qua, – prese a dire il signor Meagles, – il fatto è che la signora Meagles ed io siamo della gente pratica.
– Me l’avete già detto più volte in quelle piacevoli ed interessanti conversazioni che abbiamo avuto insieme passeggiando su e giù per questa terrazza, – disse l’altro con un mezzo sorriso che venne a rompere la gravità della sua faccia abbronzata.
– Sicuro, della gente pratica. Sicchè, un bel giorno, cinque o sei anni fa, quando menammo Carina alla chiesa dei trovatelli…. avrete inteso parlare dell’Ospizio dei trovatelli di Londra, una cosa sul genere di quello di Parigi?
– L’ho veduto.
– Benissimo! Un giorno dunque che avevamo menato Carina a cotesta chiesa per farle udire un po’ di musica…. giacchè, da gente pratica che siamo, l’unica occupazione nostra è di farle vedere tutto ciò che le possa far piacere…. mamma (chè così chiamo famigliarmente la signora Meagles) incominciò a piangere così forte, che bisognò farla uscire. – «Che c’è di nuovo, mamma?» – le chiesi quando l’ebbi un po’ acchetata; – «tu fai paura a Carina, cara mia.» – «Sì, lo so» – risponde lei, – «ma è appunto perchè le voglio tanto bene, che un’idea simile mi è venuta in testa.» – Che idea ti è venuta in testa, mamma?» – «O Dio! Dio!» – esclamò mamma tornando a piangere, – «quando ho veduto tutti quei bambini gli uni addosso agli altri in tante file, che si volgevano dal padre che nessuno di loro aveva conosciuto in terra al Padre di tutti noi che sta in cielo, chi sa mai, ho pensato, se qualche madre infelice vien qui qualche volta cercando fra quei visini innocenti quale sia il povero bambino ch’ella ha messo in questo mondo, e che mai per tutta la vita non dovrà conoscere l’amore, il bacio, il viso, la voce, perfino il nome della madre!» – Ora, vedete, questo pensiero era proprio di una donna pratica, e io glielo dissi a mamma, sicuro che glielo dissi! – «Mamma, ecco davvero un pensiero degno di una donna pratica.»
Il compagno del signor Meagles, alquanto commosso, assentì.
– Sicchè il giorno appresso le dissi: – «Senti, mamma, ho da farti una proposta, che non ti sembrerà cattiva. Pigliamoci una di quelle bambine per farne una cameriera a Carina. Siamo della gente pratica. Sicchè se mai le avessimo a trovare qualche difettuccio, nel temperamento, o che i suoi modi non si confacessero ai nostri, sapremo subito di che si tratta. Bisognerà tener conto, per esempio, di tutto ciò che le è mancato; di quelle prime amorevolezze, di quelle lezioni e via discorrendo, che ci hanno formato noi altri: senza genitori, senza fratellini o sorelline, senza casa propria, senza le novelle dell’Orco e delle Fate, senza tutte coteste sioccherie che fanno tanto bene all’educazione. – Ed ecco come ci trovammo con Tattycoram in casa.
– E il nome….
– Ah già, il nome! mi dimenticavo il nome. Ecco qua, all’Ospizio la chiamavano Harriet Bidello, – un nome a capriccio naturalmente. Ora, Harriet lo mutammo subito in Hatty, e poi in Tatty, poichè, da gente pratica che siamo, ci sembrò che un nomignolo vezzeggiativo, capite, fosse per lei una specie di novità, e contribuisse in certo modo a renderla più dolce ed affezionata, non so se mi spiego. In quanto poi al nome di Bidello, è inutile dirvi che era proprio fuor di questione. Se vi ha una cosa al mondo niente affatto tollerabile, una cosa che rappresenta l’insolenza e l’assurdità ufficiale, una cosa che col soprabito, il panciotto e la lunga mazza prova la cocciutaggine di noi altri Inglesi a tenerci stretti a certe stupide usanze, dopo che tutti ne hanno riconosciuto la stupidezza, cotesta cosa è appunto un bidello. È molto tempo che non ne vedete dei bidelli?
– Piuttosto…. Nella mia qualità d’Inglese che ho dimorato più di vent’anni alla China, è un pezzo che non ne vedo.
– Se così è, – disse il signor Meagles, mettendo l’indice con molta vivacità sul petto del compagno, – fate di tutto per non vederne. Per me, tutte le volte che m’imbatto di domenica in un bidello in livrea di gala, incedendo nel bel mezzo della via alla testa di una scuola di carità, son costretto di voltar le spalle, e di darmela a gambe, o altrimenti non potrei fare a meno di saltargli addosso. Sicchè, escluso affatto il nome di Bidello, chiamammo la piccola cameriera di Carina col nome della fondatrice di cotesto istituto di trovatelli; una certa Coram, brava e buona creatura. Ora le dicevamo Tatty, ora Coram, fino a che pigliammo il vezzo di mescolare i due nomi in un solo e da allora in poi diciamo Tattycoram tutto di un fiato.
Fecero un altro giro in su e in giù senza parlare, si fermarono un momento a guardare il mare sottoposto, e poi ripresero la passeggiata.
– Vostra figlia, – disse l’altro, – è unica, come mi avete detto. Potrei sapere, non già per indiscreta curiosità, ma perchè ho trovato un vivo piacere nella vostra compagnia, e temendo che non mi accada più in questo labirinto del mondo di scambiare con voi qualche buona parola, bramo di serbare una esatta memoria della vostra famiglia…. potrei sapere dunque se ho inteso bene la vostra rispettabile signora, supponendo che non abbiate avuto altri figli?…
– No, – rispose il signor Meagles, – precisamente no. Altri figli non ne abbiamo avuto. Un’altra sola.
– Ho paura di aver toccato sbadatamente un tasto doloroso.
– Non ci fate caso. Cotesto pensiero mi fa venir serio, ma non mi rattrista. Lì per lì…. mi rende pensieroso, ma dolore propriamente non ne provo. Carina aveva una sorellina gemella che è morta piccina, quando appunto potevamo vederne gli occhi, – tutt’una cosa con quelli di Carina, – a livello della tavola, dov’ella si teneva con le mani, levandosi in punta di piedi.
– Ah, davvero?
– Sicuro; e siccome siamo della gente pratica, ci è accaduta alla signora Meagles ed a me una cosa curiosa, che ci siamo messo in capo una stravaganza. Forse la capirete, e forse no. Ad ogni modo la dico. Carina e la sua sorellina si somigliavano così a capello, che da allora in poi non ci è riuscito di separare il pensiero dell’una da quello dell’altra. Non vi dico già che la bimba morta era proprio una bimba quando la perdemmo. Passando il tempo, l’abbiamo vista mutare a seconda che mutava l’altra fanciulla che il cielo ci avea serbata. Col crescere di Carina è cresciuta anche lei: Carina è divenuta a poco a poco una donna fatta, al giorno stesso ed alle stesse ore. Ed io, vedete, son tanto persuaso che se domani avessi a passare nell’altro mondo, vi sarei ricevuto per la grazia del Signore Iddio benedetto da un’altra mia figlia simile in tutto e per tutto a Carina, che mi lascierei persuadere che Carina stessa mi stia a fianco viva e reale.
– Vi capisco, – disse l’altro con molta dolcezza.
– In quanto a lei, – seguitò a dire il padre, – la subìta perdita della sua piccola compagna di giuochi, che era un’altra sè stessa, e l’aver conosciuto un po’ troppo presto quel gran mistero in cui tutti abbiamo la nostra parte, le hanno necessariamente modificato in certo modo il carattere. Di più, sua madre ed io non eravamo mica giovanetti quando ci siamo sposati, e Carina ha menato con noi una vita, dirò così, di persona fatta, per quanto da parte nostra ci fossimo studiati di adattarci a lei. Ci è stato consigliato più di una volta, quando ella era un po’ mesta, di farle cambiare aria più che fosse possibile, – specialmente in questa epoca della sua vita, – e di tenerla divertita. Di guisa che, trovandomi adesso in tali condizioni da non aver bisogno di stare inchiodato ad un uffizio di banca (sebbene, a tempo mio, vi assicuro di essere stato povero abbastanza altrimenti non avrei aspettato tanto a sposare la signora Meagles), ce n’andiamo trottando pel mondo. Ed ecco come va che ci avete trovati a guardare con tanto d’occhi il Nilo, le Piramidi, le Sfingi, il Deserto e via discorrendo; ed ecco come va che Tattycoram diventerà, coll’andare del tempo, una viaggiatrice più fiera dello stesso capitano Cook.
– Vi ringrazio sinceramente, – disse l’altro, – della confidenza che mi dimostrate.
– Non ne val la pena, – rispose il signor Meagles; – ve la dimostro senza fatica e di tutto cuore. Ed ora, mio caro signor Clennam, mi permetterete di domandarvi se vi siete finalmente deciso dove andrete dopo di qua?
– No davvero. Io sono come un misero avanzo di naufragio, soggetto ad essere portato da tutte le correnti.
– Mi pare assai strano…. scusate se mi prendo questa libertà… che non andiate difilato a Londra, – disse il signor Meagles in tuono confidenziale.
– Chi sa! forse ci andrò.
– Ah, forse! ma io intendo dire che abbiate la volontà di andarci.
– Io non ho volontà…. cioè, – e così dicendo arrossì un poco, – non ho adesso nessuna ragione che mi spinga in questa o quella parte. Educato da una mano di ferro, che mi ha spezzato senza piegarmi; condannato a portare la catena pesante di un uffizio sul quale non fui mai consultato e che non ho mai prediletto; imbarcato prima di aver vent’anni per l’altro capo del mondo, ed ivi confinato fino alla morte di mio padre avvenuta laggiù un anno addietro; sempre occupato a far girare una ruota che ho odiato sempre, – che cosa si può aspettare da me, ora che sono giunto a metà della vita? Volontà, scopo, speranze? Tutti questi splendori li vidi spenti uno ad uno prima che imparassi a dirne i nomi.
– Accendeteli un’altra volta! – esclamò il signor Meagles.
– Ah, si fa presto a dirlo! A me, signor Meagles, toccarono in sorte genitori durissimi. Io sono figlio unico di un padre e di una madre i quali pesavano, misuravano e valutavano ogni cosa, e pei quali tutto ciò che non si poteva nè pesare, nè misurare, nè valutare non aveva esistenza. Gente rigida; che professavano una severa religione; ed anche questa non consisteva che in un lugubre sacrificio di tutti i gusti e di tutte le inclinazioni che essi non avevano mai conosciuto, offerti al cielo come adempimento di un contratto che dovesse assicurare i loro possedimenti terreni. Visi austeri, disciplina inesorabile, pene in questo mondo e terrore nell’altro, – niente di grazioso o di gentile in alcuna parte, e un vuoto profondo nel mio cuore atterrito, – tale fu la mia infanzia, se posso abusare di questa parola per applicarla a un tal principio di vita.
– Parlate sul serio? – disse il signor Meagles, male impressionato da una descrizione così fosca. – Brutto principio davvero! ma via, ora bisogna studiare e mettere a profitto il tempo che resta, come dovere di un uomo pratico.
– Se gli uomini che si chiamano pratici, fossero tutti pratici come voi….
– Eh diamine! tali sono di certo.
– Davvero?
– Ma…. crederei, – rispose il signor Meagles, pensandoci sopra. – O si è pratici, o non si è: non credo che ci sia più di un modo per esser pratici, non vi pare? La signora Meagles ed io questo siamo, e non altro.
– Il mio ignoto avvenire è dunque più facile e promettente di quanto me lo figuravo, – disse Clennam, crollando il capo e sorridendo gravemente. – Ma basti di me. Ecco la barca.
La barca era piena di quei tali cappelli a tre punte, oggetto delle antipatie nazionali del signor Meagles; e coloro che li portavano discesero a terra e salirono le scale. Tutti i viaggiatori imprigionati si raccolsero. Vi fu allora da parte dei cappelli a tre punte un prodigioso spiegamento di fogliacci, ed un chiamare all’appello, e un grande affaccendarsi a firmare, controllare, sigillare, imbrattare ed impolverare, per arrivare in fondo ad ottenere dei risultamenti straordinariamente arruffati, raschiati ed indecifrabili. Finalmente, ogni cosa fu compiuta a norma dei regolamenti e i viaggiatori furono liberi di andare dove meglio loro piacesse.
Nella prima gioia della libertà riacquistata, poco si curarono del calore e degli abbagliamenti del sole. Traversarono il porto in allegre barchette, e si riunirono di nuovo ad un grande albergo, donde il sole era escluso da fitte gelosie, e dove i nudi pavimenti, le alte soffitte, e i sonori corridoi temperavano la intensità del caldo. Una gran tavola in un gran salone fu subito lautamente imbandita; e il povero regime del lazzaretto parve anche più povero fra quel lusso di appetitose vivande, di frutti meridionali, di vini ghiacciati, di fiori colti nei giardini di Genova, di neve pigliata sulla cima dei monti e di tutti i colori dell’arcobaleno moltiplicati dallo splendore degli specchi.
– Vi giuro, – disse il signor Meagles, – che non serbo il menomo rancore per quelle mura monotone. Accade sempre così: s’incomincia a perdonare ad un luogo, non appena lo si è lasciato; starei per dire che un prigioniero perdoni alla sua prigione il giorno stesso che n’è messo fuori.
Erano una trentina a tavola, e parlavano tutti; ma naturalmente in tanti gruppi separati. Babbo e mamma Meagles, con la figlia in mezzo, sedevano tutti e tre ad un capo della tavola; di faccia stava Clennam; accanto, un signore francese lungo lungo con barba e capelli neri, di aspetto truce, per non dire diabolico, ma che non ostante si era mostrato uomo affabile e di buona pasta; più appresso, una bella giovane inglese, che viaggiava sola, ed aveva un certo viso orgoglioso ed uno sguardo osservatore, e si era tenuta in disparte dalla società dei suoi compagni di viaggio, o da essi era stata evitata; cosa che nessuno, eccetto lei forse, avrebbe potuto decidere. Gli altri tutti erano i soliti: viaggiatori per affari, e viaggiatori per diletto; ufficiali in congedo dall’India: negozianti interessati nei commerci di Grecia e Turchia; un reverendo prete inglese in cravatta bianca e panciotto abbottonato fino al collo, che faceva il viaggetto di nozze con la giovine sposa; una maestosa coppia inglese di ordine patrizio, il papà e la mamma, con una famiglia di tre figlie in crescenza, le quali redigevano un giornale d’impressioni per mortificare, al ritorno, le loro compagne; e finalmente un’antica madre inglese, sorda addirittura, e consumata nei viaggi, con una figlia non già in crescenza ma matura del tutto, la quale se ne andava attorno facendo schizzi dell’universo, nella ferma speranza di confondersi finalmente essa stessa in un bozzetto di genere maritale.
La giovane inglese dall’aspetto riservato rilevò l’ultima osservazione del signor Meagles.
– Voi credete dunque che un prigioniero possa non odiar sempre la sua prigione? – diss’ella lentamente e con enfasi.
– È una mia supposizione, vedete, signorina Wade. Non pretendo mica di sapere con esattezza ciò che un prigioniero sente o non sente. È la prima volta che esco di prigione
– La signorina, – disse il Francese nella sua propria lingua, – dubita forse che il perdonare non sia così facile?
– Appunto.
Carina ebbe a spiegare questo passo al signor Meagles, il quale mai e poi mai imparava una mezza parola della lingua dei paesi dove andava.
– Oh! – egli esclamò. – Dite sul serio? Ma è un peccato, sapete, è un gran peccato!
– ….È un peccato ch’io non sia credula? – domandò la signorina Wade.
– Non dico proprio questo. Voi spostate la questione. È un peccato di non credere che il perdonare sia una cosa facile.
– L’esperienza, – replicò tranquillamente la giovane inglese, – ha corretto molte delle mie credenze. È un naturale progresso nell’animo nostro, come ho inteso dire.
– Sarà benissimo! Ma non è naturale, spero, il serbar rancore a qualche cosa? – chiese allegramente il signor Meagles.
– Se fossi stata rinchiusa in qualche luogo a soffrire ed a consumarmi, certamente ch’io l’odierei sempre e vorrei appiccarvi il fuoco o spianarlo al suolo. Non so altro fuori di questo.
– È un po’ forte eh, signore? – disse il signor Meagles volgendosi al Francese. (Il signor Meagles era anche abituato a parlare a tutti gli stranieri di qualunque nazione fossero nell’inglese più stretto e più idiomatico, perfettamente convinto che tutti, in un modo o nell’altro, erano obbligati ad intenderlo). – Duretta anzi che no l’idea della nostra bella amica, non vi pare?
Il Francese barbuto replicò cortesemente:
– Plaît-il?
Al che il signor Meagles rispose, sempre in inglese e molto soddisfatto:
– Avete ragione. Sono anch’io del vostro parere.
Poichè la colezione era in fine ed andava languendo, il signor Meagles fece un discorso, che, per essere un discorso, fu abbastanza breve e sensato e pieno di cordialità. Diceva questo soltanto che, essendo arrivato il momento di separarsi dopo che il caso li avea fatti incontrare e che tutti aveano serbato insieme una così buona intelligenza, non c’era adesso a far di meglio che darsi un bravo addio ed augurarsi il buon viaggio, vuotando un ultimo bicchiere di sciampagna in ghiaccio.
E così fu fatto, e con uno scambio generale di strette di mano, si separarono per sempre.
La giovane solitaria non avea più aperto bocca. Si levò con gli altri, e si ritirò silenziosamente in un angolo remoto della gran sala, dove postasi a sedere sopra un canapè nel vano d’una finestra, parve assorta nella contemplazione degli scherzi dell’acqua che facea tremolare una sua luce fra le stecche della gelosia. Volgeva le spalle a tutta la lunghezza della sala, quasi mostrando di volere l’isolamento. Eppure sarebbe stato molto difficile di dire con sicurezza se ella evitava gli altri, o se erano gli altri che evitavano lei.
L’ombra le cadeva sulla fronte come un lugubre velo, e si accordava benissimo col carattere della sua bellezza. Non si potea guardare quel viso calmo e sprezzante, a cui le sopracciglia scure ed arcate e i capelli lisci e nerissimi davano una impronta speciale, senza esser curiosi di sapere quale espressione avrebbe preso se mai avesse subìto un mutamento. Pareva quasi impossibile che si potesse in qualche modo addolcire. Piuttosto, considerando bene, si era indotti a sospettare che potesse assumere una più rigida severità nella collera e nella diffidenza, e che solo di questa modificazione fosse suscettibile. Non vi era punto affettazione, e quantunque non fosse un viso schietto ed aperto, pure non vi si scorgeva nemmeno l’ombra dell’ipocrisia. Diceva: «Vivo per me e non conto su altri che su me; del giudizio vostro non mi curo; di voi non m’importa niente, e vi vedo e vi odo con indifferenza.» Così dicevano gli sguardi orgogliosi, le narici aperte, le labbra bellissime, ma strette ed anche crudeli. Nascondendo due di questi caratteri della sua fisonomia, il terzo da sè solo vi avrebbe detto lo stesso. Se gli aveste coperti tutti e tre, il solo portamento del capo vi avrebbe rivelato un’indole superba ed inflessibile.
Carina erasi intanto accostata alla signorina Wade, – la quale era stata oggetto di osservazione fra la famiglia Meagles e Clennam, sole persone che non avessero ancora lasciato la sala, – e se ne stava ritta accanto a lei.
– Aspettate forse…. – La signorina Wade si voltò, e Carina seguitò quasi sgomentata…. – aspettate qualcuno che vi venga incontro, signorina Wade?
– Io?… no.
– Babbo manderà or ora all’uffizio di posta. Volete che egli abbia il piacere di far domandare se vi sono lettere per voi?
– Grazie. So che non ve ne possono essere.
– Noi temiamo, – disse Carina, sedendole accanto con una certa affettuosa timidezza, – che vi sentirete molto isolata, quando saremo tutti partiti.
– Davvero?
– Non già, – soggiunse Carina in tuono di scusa e molto turbata dallo sguardo della signorina Wade, – non già, naturalmente, che la nostra compagnia valga per voi qualche cosa, o che avessimo pensato che voi la desideraste.
– Non ho mai dato a vedere che nutrissi un tal desiderio.
– Oh no, naturalmente! Ma…. insomma, – disse Carina toccando timidamente la mano fredda ed impassibile che la signorina Wade posava sul canapè, – non volete proprio permettere che babbo vi renda un servigio? Vi assicuro che babbo ne sarebbe tanto contento.
– Contentissimo, – disse il signor Meagles, facendosi avanti in compagnia della moglie e di Clennam. – Purchè non si tratti di parlar la lingua del paese, farò per voi qualunque cosa, e con gran piacere, ve lo giuro.
– Obbligatissima; ma ho già preso tutte le disposizioni, e preferisco di andar per la mia strada a modo mio.
– Proprio? – chiese tra sè e sè il signor Meagles, guardandola con una certa curiosità. – Ebbene, questo sì che si chiama carattere!
– Son poco assuefatta alla compagnia delle ragazze, e forse non l’apprezzerei come altri sa fare. Buon viaggio. Addio!
Ciò detto, fece per allontanarsi senz’altro; ma non potette far le viste di non badare al signor Meagles, che le stendeva la mano. Vi pose dentro la propria, e ve la lasciò abbandonata come l’avea lasciata sul canapè.
– Addio! – disse il signor Meagles. – Questo è l’ultimo degli addii, poichè mamma ed io ci siamo già congedati dal signor Clennam qui presente, ed egli adesso farà lo stesso con Carina. Addio dunque! Può darsi che non c’incontriamo mai più.
– Nel nostro viaggio attraverso la vita, – rispose freddamente la signora Wade, – noi c’incontreremo in tutti coloro che muovono verso di noi chi sa da quali parti e per quali vie; e quanto è stabilito che noi facciamo ad essi, e che essi facciano a noi, accadrà fatalmente.
Queste parole stridettero all’orecchio di Carina. Parevano voler significare che quanto era destinato non potesse essere che male. La cara fanciulla susurrò: «o babbo!» e si strinse a lui con vezzo. Quest’atto non isfuggì alla severa Inglese.
– Vedo, – ella disse, – che la vostra graziosa figliuola è tutta spaurita solo in pensarci. Eppure…. (e qui si volse a Carina e la guardò fiso) siate sicura che in questo momento già degli uomini e delle donne sono in cammino, i quali avranno da far con voi, e faranno quel che vuole il destino. Sì, non dubitate, essi lo faranno. Forse saranno ancora lontani le cento e le mille miglia sul mare; forse vi son vicini; forse stanno per venir fuori dalla feccia più immonda di questa medesima città dove siamo or ora arrivati.
E così dicendo uscì dalla sala, pronunciando un freddissimo addio, e con una certa espressione di scoraggiamento che dava alla sua bellezza, quantunque ancora fiorente, un aspetto languido ed appassito.
Ora, per molte scale e molti corridoi, ella dovette passare prima di giungere in camera sua. Giunta quasi al termine di cotesto viaggio, e trovandosi a traversare l’ultimo corridoio sul quale dava la sua camera, udì come un suono di parole smozzicate e di singhiozzi. Un uscio era socchiuso, ed ella spingendo dentro lo sguardo, vide la cameriera della fanciulla lasciata testè; la cameriera dal nome stravagante.
Si fermò un tratto e stette a guardarla. Era una ragazza irosa ed intrattabile. I capelli neri e folti le cadevano sulla faccia rossa ed infocata, ed ella singhiozzava, si arrabbiava, e senza pietà si andava con le dita scorticando le labbra.
– Bruti, egoisti! – esclamava con parole rotte ed affannose. – Non curarsi punto di me! lasciarmi qui a morir di fame, di sete e di stanchezza! hanno altro pel capo, eh! bestie! demoni! bricconi!
– Che avete, poverina?
La ragazza alzò subito gli occhi arrossati, e restò con le mani in sospeso in atto di graffiarsi il collo, già tutto coperto di lividure.
– Che v’importa a voi? che c’entrate voi?
– Oh sì, che m’importa. Mi dispiace di vedervi così.
– No, non è vero, – esclamò la ragazza, – non vi dispiace niente affatto. Ci trovate gusto anzi; e lo sapete benissimo che ci trovate gusto. Due sole volte mi ha preso questa furia, laggiù in quarantena; e tutte e due le volte mi siete stata addosso. Io ho paura di voi.
– Paura di me?
– Sicuro. Pare che voi veniate tutt’insieme alla mia collera, alla mia cattiveria, alla mia…. non so io stessa che cosa!… Il certo è che mi maltrattano, mi maltrattano, mi maltrattano!
Qui i singhiozzi e le lagrime e la mano furiosa, che la prima sorpresa aveva arrestato, ricominciarono tutt’insieme.
La signora Wade stette ancora a guardarla con uno strano sorriso. In effetti era meravigliosa la violenza della lotta nella fanciulla e i fieri contorcimenti: pareva che la lacerassero di dentro i demoni del tempo antico.
– Ho due o tre anni meno di lei, e debbo essere io a tenerla d’occhio, come se fossi una vecchia, e non c’è altri che lei che si debba vezzeggiare ed accarezzare e chiamar Carina! Io lo detesto questo nome. Anche lei detesto. La fanno diventare una scimunita. La guastano. Non si dà pensiero che di sè stessa; che le preme di me? sono un ceppo io, un piuolo, e per lei non esisto neppure!
– Bisogna aver pazienza, figliuola mia.
– Non ne voglio avere.
– Se è vero che si curano solo del fatto proprio, e poco o nulla di voi, non bisogna pensarci.
– Io ci voglio pensare.
– Zitta! abbiate prudenza. Voi dimenticate che da essi dipende la vostra sorte.
– Non me ne importa niente. Scapperò, farò qualche guaio, ma non ne posso più! no, che non ne posso più! ne piglierò un male e me n’andrò all’altro mondo!
L’osservatrice se ne stava con la mano sul petto, guardando alla ragazza, come uno che si sentisse affetto da un male seguirebbe con occhio attento la sezione e la dimostrazione di un caso analogo.
La ragazza seguitò ad arrabbiare ed a lottare con tutta la forza della gioventù e della pienezza della vita. A grado a grado le sue irose esclamazioni si andarono mutando in lamenti fiochi e interrotti. Pareva quasi che soffrisse di un qualche male. Si abbandonò sopra una seggiola, poi cadde sulle ginocchia, poi si strascinò fino alla sponda del letto e si trasse la coperta sul capo, parte per celare la faccia rossa dalla vergogna e i capelli umidi di pianto, parte, come pareva, per abbracciare lo stesso letto piuttosto che non aver niente da stringere al seno pentito.
– Andate via, scostatevi, lasciatemi sola! Quando mi fo vincere dal mio brutto carattere, divento pazza. Io lo so che a provarmici davvero, mi potrei contenere; qualche volta mi ci provo e qualche volta no, perchè non posso e non voglio. Oh quante cose ho detto! tutte bugie, sapete, tutte bugie! e lo sapeva io stessa, mentre le diceva. Sarà stato questo. Avranno creduto che qualcheduno abbia pensato a me, e che non ho bisogno di nulla. Per me sempre della bontà hanno avuto. Ed io gli amo con tutta l’anima. Nessuno mi potrebbe volere tanto bene quanto me ne vogliono essi, a me che sono un’ingrata creatura. Andate via, fatemi questa grazia, andate via che ho paura di voi. Ho paura di me, figuratevi, quando mi sento pigliare dalla mia furia! Andate via, e lasciatemi sola a piangere e a pregare come più mi piace.
La giornata passò. Il gran bagliore nuovamente si spense; e la calda notte stava sopra Marsiglia, e attraverso di essa la carovana del mattino si disperse, ciascuno pigliando la sua via. E sempre così, di giorno e di notte, sotto il sole e sotto le stelle, poggiando per le polverose colline o affaticandosi per le pianure sterminate, viaggiando per mare e viaggiando per terra, andando e venendo in tante strane guise, per incontrarci ed agire e reagire gli uni sugli altri, ci muoviamo noi tutti, irrequieti viaggiatori in questo pellegrinaggio della vita.

CAPITOLO III.

A CASA.

Era una sera di domenica a Londra: sera buia, opprimente, quasi muffita. Mille campane sbatacchiavano all’impazzata in tutti i tuoni della dissonanza, in diesis e in bemolle, fesse e sonore, lente ed affrettate, traendo echi spaventevoli da quegli ammassi di mattoni e di calce che si chiamano case. Vie malinconiche, avvolte come per penitenza in un cilizio di fuliggine, facevano triste e disperata l’anima di chi era condannato a guardare di dietro ai vetri della finestra. In ogni quartiere, e quasi in ogni via, ed anzi ad ogni cantonata, qualche campana si doleva, singhiozzava, smaniava, come se la peste fosse in città e i carrettoni andassero attorno pigliando i morti. Tutto ciò che avrebbe potuto fornire il menomo sollievo ad una gente affaticata dal lavoro era sbarrato e ribadito. Nè quadri, nè bestie rare, nè piante esotiche, nè maraviglia alcuna naturale od artificiale del vecchio mondo. La santificazione della festa era così strettamente rigorosa, che i brutti dêi marini nel Museo Britannico avrebbero potuto credersi tornati a casa loro. Nient’altro da vedere che strade, strade e poi strade. Nient’altro da respirare che strade, strade e strade. Nessuna distrazione, nessun sollievo. Il lavorante affaticato una sola cosa potea fare: paragonare la monotonia del suo settimo giorno alla monotonia dei sei giorni trascorsi, pensare alla vita seccante che menava, e pigliarsela alla meglio…. o alla peggio, secondo tutte le probabilità.
In cotesta sera, così propizia agli interessi della religione e della morale, il signore Arturo Clennam, di fresco arrivato da Marsiglia per la via di Dover con la diligenza di Dover, la Ragazza dagli occhi cilestri, se ne stava a sedere presso la finestra di una bottega da caffè di Ludgate-Hill. Diecimila case rispettabili lo circondavano, le quali parevano tutte accigliarsi sulle vie che si lasciavano di mezzo, come se fossero abitate da quei diecimila giovanetti della favola, che tutta le notti si tingevano la faccia e si lamentavano sulle loro disgrazie. Cinquantamila casipole lo circondavano, dove la gente pigiata menava una vita così malsana, che l’acqua limpida posta in camera la sera del sabato si trovava putrida la mattina della domenica; il che (sia detto in parentesi) non toglieva che mylord, loro rappresentante alla Camera dei Comuni, molto si stupisse che cotesta gentucola non volesse dormire in compagnia della carne fornita la sera prima dal macellaio(1) . Estendevansi per miglia e verso tutti i punti della bussola pozzi soffocanti e cisterne che faceano le viste di esser case, dove gli sciagurati abitanti anelavano per difetto di aria. Nel cuore stesso della città una fogna mortifera fluiva e rifluiva, in cambio di un fiume limpido e fresco. Qual bisogno mondano potea provare quel milione d’individui, che lavoravano per sei lunghi giorni della settimana, in mezzo a cotesta Arcadia ridente, della cui dolcissima uniformità non c’era sfuggita, incominciando dalla culla per finire alla tomba, – qual bisogno mondano poteano essi avere nel settimo giorno? Evidentemente nessun altro bisogno che quello della stretta sorveglianza di un policeman.
Il signor Arturo Clennam, seduto presso la finestra della bottega da caffè di Ludgate-Hill, andava contando i rintocchi di una vicina campana, facendoli parlare, senza volerlo, ed acconciandoli a certi suoi ritornelli, nel mentre stesso che si domandava quanti potevano essere nel corso di un anno gli ammalati ammazzati, da quei rintocchi. Avvicinandosi l’ora del servizio divino i cambiamenti di tempo e di tuono si facevano sempre più irritanti. Al quarto d’ora, la campana si diè a sbattere con una mortale vivacità e petulanza, sollecitando il popolaccio a correre in chiesa: alla chiesa, alla chiesa, alla chiesa! Ai dieci minuti, si dovette accorgere che il concorso sarebbe stato scarso, e cominciò a martellare di cattivo umore: Non vengono, non vengono, non vengono! Ai cinque minuti, abbandonò ogni speranza, e scosse tutte le case del vicinato per trecento minuti secondi, con una dolente vibrazione per ogni secondo, come un gemito di disperazione.
– Sia ringraziato il cielo! – esclamò Clennam, quando sentì battere l’ora ed arrestarsi la campana.
Ma quel suono aveva in lui ridestata la memoria di un lungo succedersi di triste domeniche, nè si arrestò la malinconica processione col tacere della campana, ma seguitò invece a sfilargli dinanzi.
– Che il cielo mi perdoni, – diss’egli, – e perdoni anche a chi mi ha educato. Come l’ho preso in uggia questo giorno.
Ed ecco la lugubre domenica della sua fanciullezza, quand’ei se ne stava seduto con le mani in grembo, spiritato dalla paura per un orribile trattato, il quale mettevasi in comunicazione col povero fanciullo domandandogli in forma di titolo: Perchè se ne andava diritto alla perdizione eterna? (una certa curiosità che il piccolo lettore in camiciotto e brache non era in grado di soddisfare) e che, per allettare vie più quella mente infantile, conteneva ad ogni due linee una parentesi con un rinvio che pareva un singhiozzo, come per esempio 2 Ep. Thess. c. III. V. 6, et 7. Ecco la noiosa domenica della sua vita di scolaro, quando un picchetto di pedagoghi lo menavano alla chiesa tre volte in una giornata, come un disertore militare, moralmente ammanettato con un altro ragazzo; e quando egli avrebbe barattato tanto volentieri due pietanze di sermone indigesto con una o due once di più di quel pessimo castrato di cui gli nutrivano il corpicciuolo. Ed ecco la interminabile domenica della sua giovinezza, quando sua madre, rigida in volto ed inflessibile nel cuore, se ne stava tutto il giorno con una grossa Bibbia davanti, – rilegata in tal modo che dava a vedere qual fosse il sistema d’interpretazione seguito dalla leggitrice: una rilegatura nuda, dura, scabrosa, con un solo ornamento incavato intorno a foggia di catena, e coi margini chiazzati di un rosso arrabbiato, – come se quello solo fra tutti i libri fosse da scegliere, per tenersi guardati contro il buon umore, le dolci affezioni, e la famigliare dimestichezza. Ed ecco, un po’ più tardi, l’odiosa domenica, quando egli, triste e scontento, passava tutto il giorno standosi a sedere, accogliendo nel fondo del cuore un bieco sentimento di ira e di vendetta, e non comprendendo il vero senso della salutare storia del Nuovo Testamento, nè più nè meno che se fosse stato educato in mezzo agli idolatri. Ed ecco ancora una legione di domeniche, giorni tutti di amarezza e di mortificazione, l’una dopo l’altra passargli lentamente dinanzi.
– Scusi, signore, – disse un vispo cameriere passando uno strofinaccio sulla tavola, – vuol vedere la camera?
– Sì. Volevo appunto domandarvelo.
– Ehi, ragazza! – gridò il cameriere. – Il signore dalla valigia numero sette, vuol vedere la camera!
– Un momento! – disse Clennam levandosi. – Non pensavo a quel che dicevo. Ho risposto macchinalmente. Non dormo qui, vado a casa.
– Proprio, signore? Ehi, ragazza! Il signore dalla valigia non dorme qui, va a casa!
Clennam restò ancora al medesimo posto. Il giorno cadeva, ed egli guardava alle malinconiche case che gli stavano di faccia, pensando quanta compassione avrebbero avuto di sè le anime dei primi inquilini defunti, se mai fossero tornate a vedere coteste loro vecchie prigioni. Di tratto in tratto dietro il vetro appannato di una finestra appariva una faccia, e spariva subito, dileguandosi nell’ombra, come se della vita già troppo avesse visto.
La pioggia incominciò a cadere in linee oblique tra lui e quelle case, e la gente incominciò a raccogliersi sotto i portici, dando ad ogni poco una occhiata disperata al cielo di piombo che mandava giù l’acqua sempre più fitta e violenta. Poi s’incominciarono a vedere ombrelli gocciolanti, sottane impillaccherate, e mota in abbondanza. Dov’era poco fa cotesta mota? donde veniva? Si formò in un momento, come si formano le folle, e cinque soli minuti le bastarono per imbrattare tutti i figli e le figlie d’Adamo. Il lumaio andava già attorno; e le lingue luminose guizzavano al tocco della sua bacchetta, maravigliandosi forse che loro si permettesse di far mostra di un po’ di luce in quella scena così triste.
Il signor Arturo Clennam prese il cappello, si abbottonò il soprabito ed uscì. In campagna, la pioggia avrebbe destato mille freschi profumi, ed ogni stilla avrebbe fatto brillare nell’animo qualche bella idea della vegetazione e della vita. In città invece non destava che odori nauseanti, e non serviva che a portare ai rigagnoli un tributo malsano, tepido, sudicio e disgustoso.
Ei passò per San Paolo e discese, facendo un angolo prolungato, quasi alla riva del fiume, dopo aver traversato quelle viuzze tortuose ed intricate che pendono, – ed allora pendevano molto più e molto più erano intricate, – da Cheapside al Tamigi. Passando poi innanzi alla casa decrepita di qualche onorevole Compagnia oggi dimenticata, – e poi innanzi alle finestre illuminate di una chiesa deserta che sembrava aspettare un suo avventuroso Belzoni che ne scavasse la storia, – e poi innanzi a magazzini e depositi silenziosi, – e poi per un vicolo angusto che menava al fiume, dove un cartello di malaugurio TROVATO ANNEGATO piangeva sull’umido muro, – arrivò finalmente alla casa che cercava. Una vecchia casa di mattoni, così buia da parer quasi nera, che se ne stava sola sola dietro un cancello. Sul davanti aprivasi un cortile quadrato, dove uno o due arboscelli e un po’ di terreno erboso mostravansi così nudi ed incolti come le spranghe del cancello erano arrugginite; il che è tutto dire. Più indietro un ammasso di tetti. Era una casa massiccia con finestre lunghe, strette e pesanti. Molti anni fa le era saltato il grillo di sfiancarsi da una parte e di scivolarne fino a terra; ma sorretta a tempo e puntellata, se ne stava ora appoggiata ad una mezza dozzina di grucce gigantesche, le quali rose dal tempo, annerite dal fumo, e coperte di erbe, servivano da ginnasio a tutti i gatti del vicinato ed offrivano un sostegno per verità non troppo sicuro.
– Nulla è mutato, – disse il viaggiatore, fermandosi a guardare intorno. – Buia e triste come sempre. Il lume è sempre là, alla finestra di mia madre; pare che non sia mai stato spento da quel tempo che me ne tornavo da scuola, due volte all’anno, tirandomi dietro la valigia su questo lastricato. Bene, bene!
Si avvicinò alla porta, la quale aveva su una cornice sporgente di legno intagliato, con tovagliuoli disposti a festoni e teste di bambini idrocefali, disegnata secondo un modello architettonico molto popolare una volta. Bussò. Un passo strascicante si fece subito sentire sul pavimento dell’anticamera e la porta fu aperta da un vecchio curvo e disseccato, e dagli occhi vivi e penetranti.
Portava una candela in mano, e la sollevò un momento per vederci meglio.
– Ah, il signor Arturo! – disse senza alcuna emozione. – Siete arrivato finalmente? Favorite.
Il signor Arturo favorì e chiuse la porta.
– Vi siete fatto grosso e stagionato, – disse il vecchio, voltandosi a guardarlo, alzando di nuovo la candela, e scuotendo il capo; ma non siete ancora come vostro padre. No; e nemmeno come vostra madre.
– Come sta mia madre?
– Come al solito. Guarda la camera quando non guarda il letto, e non è uscita quindici volte in quindici anni, Arturo.
Erano entrati in una camera da pranzo povera e meschina. Il vecchio avea posato il candeliere sulla tavola, e sostenendo il gomito destro nella mano sinistra, si andava accarezzando quelle sue mascelle di cuoio, e guardava fiso al nuovo venuto. Quindi gli porse la mano. Il vecchio la prese con sufficiente freddezza, dando a vedere di preferire assai più le mascelle, alle quali tornò subito dopo.
– Dubito forte, – egli disse crollando il capo con una certa aria di uomo accorto, – che vostra madre voglia approvare questo vostro ritorno in giorno di domenica, Arturo.
– Non vorreste già ch’io me n’andassi un’altra volta?
– Oh! io? io? e che sono il padrone io? Non si tratta mica di quel che io voglio e non voglio. Sono stato di mezzo non so per quanti anni tra vostro padre e vostra madre. Non ho voglia adesso di star di mezzo tra vostra madre e voi.
– Volete andare a dirle che son tornato?
– Sì, Arturo, sì. Oh, sicuramente! Ci vado subito a dirle che siete tornato. Aspettate un momento. Non la troverete punto mutata la camera.
Così dicendo, tolse da una credenza un altro candeliere, lo accese, lasciò il primo sulla tavola, ed uscì per la sua commissione. Egli era un vecchietto calvo, con indosso un soprabito nero dal bavero largo ed alto, ed un panciotto anche nero, calzoni di velluto grigio e lunghe uose della stessa stoffa. A vederlo così vestito, si potea prendere o per un commesso o per un domestico; e in effetto da molto tempo ei covriva l’una e l’altra carica. Intorno alla sua persona non v’era ombra di ornamento, eccetto un orologio immerso nelle profondità di una tasca mediante un nastro nero consumato, al quale era attaccata una chiave di rame senza lucido, per servire di gavitello ed indicare dove l’orologio era colato a fondo. Aveva il capo di sbieco, ed anche una sua andatura di traverso tutta da una parte, con certi movimenti da gambero, come se anche a lui i fondamenti fossero venuti meno all’epoca stessa che quelli della casa, e che anch’egli avesse bisogno di essere sorretto e puntellato.
– Come mi sento debole! – disse Arturo Clennam, quando il vecchio fu uscito; – quasi quasi piangerei per quest’accoglienza che trovo, io che non sono stato abituato ad altro, e che ad altro non mi aspettavo!
E pianse veramente. Non fu che la momentanea debolezza di un animo che avea provato il disinganno fin dall’infanzia, ma che non ancora avea rinunciato a tutte le sue speranze. Egli si vinse, tolse il candeliere e guardò intorno per la camera. I vecchi mobili erano ciascuno al suo posto di una volta. Le Piaghe di Egitto fatte più scure e più sudice dalle mosche e dal fumo, – piaghe di Londra, – stavano sempre sospese ai muri nelle loro vecchie cornici. Ecco il vecchio stipetto foderato di piombo, vuoto sempre, che pareva un cataletto fatto a scompartimenti. Ecco il vecchio stanzino buio, vuoto anch’esso, del quale egli era stato l’unico abitante nei giorni di castigo, quando cotesta buca gli pareva la vera entrata di quell’inferno verso il quale il trattatello detto di sopra lo accusava di correre a galoppo. Ecco ancora inchiodato sulla credenza il vecchio e severo orologio, che tante volte avea fissato sul fanciullo quella sua faccia numerata con una gioia selvaggia di trovarlo indietro con la lezione, e che, quando veniva caricato una volta alla settimana con un manubrio di ferro, avea l’abitudine di stridere ferocemente nella crudele aspettazione dei tormenti che gli avrebbe inflitto. Ma, ecco finalmente il vecchio di ritorno, dicendo:
– Arturo, vado avanti e vi faccio lume.
Arturo lo seguì su per la scala, i muri della quale erano fatti a tanti quadrati simili a tabelle tumularie, ed entrò in una oscura camera da letto, il cui pavimento s’era a poco a poco così abbassato e assodato che il caminetto trovavasi come in una fossa. In questa fossa, sopra un nero canapè che pareva una bara, sostenuta alle spalle da un gran cuscino angoloso e nero, simile al ceppo delle esecuzioni capitali usato nel buon tempo antico, stava la madre di Clennam nel suo costume nero di vedova.
Per quanto lontano andassero le rimembranze di Arturo, suo padre e sua madre erano vissuti sempre in disaccordo. Starsene seduto senza aprir bocca in mezzo al più stretto silenzio, dando una occhiata spaurita ora all’una ora all’altra di quelle facce che non si guardavano, era stata la più pacifica occupazione della sua fanciullezza. Ella gli diè un sol bacio di ghiaccio, e quattro dita stecchite, inguantate di lana. Ciò fatto, egli sedette al lato opposto del tavolino che stava accanto a sua madre. Ci era del fuoco nel caminetto, come ce n’era stato notte e giorno per quindici anni. C’era un ramino presso la cenere umida sul fuoco, come ce n’era stato notte e giorno per quindici anni. C’era per tutta la camera senza aria un tanfo di tinta nera, che il fuoco era andato estraendo dalle vesti nere della vedova per quindici anni.
– Mamma, vi trovo molto mutata dalle vostre abitudini di attività.
– Il mondo, o Arturo, si è ristretto per me a queste dimensioni, – rispose ella guardando intorno per la camera. – Buon per me che non ho mai posto affetto alle sue vanità.
L’antica influenza della sua presenza e della sua voce rigida e severa potettero tanto sul figlio da fargli provare nuovamente il timido ribrezzo e la paura dei suoi primi anni.
– Non lasciate mai la camera, mamma?
– Parte per la mia affezione reumatica, parte per la conseguente debolezza nervosa, ho perduto l’uso delle mie membra. No, non lascio mai la mia camera. Non sono uscita da quella porta da…. ditegli voi da quanto tempo, – aggiunse ella parlando di sopra alla spalla.
– Faranno una dozzina d’anni a Natale venturo, – rispose una voce rauca, che uscì dal fondo buio della camera.
– Siete voi, Affery? – domandò Arturo guardando da quella parte.
La voce rauca rispose che era Affery; una vecchia si fece avanti in quella incerta luce, mandò un bacio colla mano, e disparve di nuovo nell’ombra.
– Io sono in grado, – disse la signora Clennam, accennando con la mano inguantata di lana ad un seggiolone a ruote che stava presso una grande scrivania ermeticamente chiusa, io sono in grado di attendere ai miei affari, e ringrazio il cielo di questo favore. È un favore segnalato. Ma basti di affari in questo giorno di festa. Fa cattivo tempo stassera, non è così?
– Sì, mamma.
– Nevica?
– Che dite, mamma! se siamo appena in settembre!
– Tutte le stagioni si rassomigliano per me, – ella rispose con una specie di tetra soddisfazione. – Chiusa qua dentro, non so nulla nè d’inverno nè di estate. Al Signore è piaciuto di mettermi al disopra di coteste cose.
A vedere quei freddi occhi grigi e quei freddi capelli grigi, e quella sua faccia impassibile, rigida come le pieghe della cuffia nera che pareva di pietra, si dovea subito pensare che quel sentirsi superiore alle stagioni derivasse naturalmente dall’esser superiore ad ogni specie di emozioni.
Sul tavolino accanto stavano due o tre libri, il suo fazzoletto, un paio di occhiali di acciaio tolti allora, e un grosso orologio d’oro di foggia antica, a doppia cassa. Su questo oggetto nello stesso momento gli occhi della madre e del figlio si fissarono.
– Vedo, mamma, che l’involto speditovi alla morte di mio padre vi è pervenuto sano e salvo.
– Come vedete.
– Non ho mai visto mio padre prendere tanto interesse a una cosa, come nel raccomandarmi che il suo orologio vi fosse spedito immediatamente.
– Io lo tengo qui per ricordo di vostro padre.
– Fu solo all’ultimo momento ch’egli manifestò questo suo desiderio. Non potè fare altro che mettervi su la mano e dirmi molto indistintamente: «a vostra madre.» Un momento prima, avevo creduto ch’egli avesse il delirio, come par molte ore l’aveva avuto, – senza però che soffrisse fisicamente nella sua breve malattia, – quando ad un tratto lo vidi che si voltava nel letto e si provava ad aprir l’orologio.
– Non aveva dunque il delirio quando si provò ad aprirlo?
– No. Avea piena coscienza di sè in quel momento.
La signora Clennam crollò il capo, sia che volesse scacciare la memoria del defunto, sia che negasse l’opinione del figlio.
– Dopo la morte di mio padre, io stesso l’aprii, pensando che vi fosse dentro chi sa che indicazione. Ma non serve ch’io ve lo dica, non c’era altro che il vecchio porta-orologio di seta lavorato a palline, che avrete certo trovato al suo posto tra le due casse, dove io lo trovai e lo lasciai.
La signora Clennam assentì col capo. Poi soggiunse:
– Basti di affari in questo giorno di festa. E poi ancora:
– Affery, sono le nove.
A queste parole, la vecchia riapparve, sbarazzò il tavolino, uscì dalla camera, e tornò subito, portando un vassoio con su un piatto di biscottini, ed un pezzo di burro, freddo bianco, liscio e simmetrico.
Il vecchio che, durante il colloquio, se n’era stato ritto presso la porta sempre nella stessa positura, guardando alla madre come avea già guardato al figlio, uscì nel tempo stesso e, dopo una lunga assenza, tornò con un altro vassoio sul quale stava una bottiglia di Porto quasi piena, – che era andato a prendere in cantina, a giudicarne dal suo affannare, – un limone, una zuccheriera ed una scatola di spezie. Con questi ingredienti e servendosi del ramino, egli empì un gotto di un certo miscuglio caldo e odoroso, misurato e composto con la scrupolosità che si sarebbe messa nello spedire una ricetta. In siffatto miscuglio la signora Clennam intinse una porzione dei biscottini e li mangiò; mentre la vecchia attendeva ad imburrare un’altra porzione dei medesimi biscottini, destinati ad esser mangiati soli. Quando l’invalida ebbe mangiato tutti i biscottini e bevuto tutto il miscuglio, i due vassoi vennero tolti; e i libri, il candeliere, l’orologio, il fazzoletto, e gli occhiali vennero rimessi sul tavolino. La signora Clennam si pose allora gli occhiali e da un suo libro lesse certi passi a voce alta, dura, fiera, rabbiosa, implorando che i suoi nemici (col tuono e col gesto ella li faceva suoi nemici personali), fossero passati a fil di spada, consumati dal fuoco, colpiti dalla lebbra e dalla peste, e che le ossa loro venissero ridotte in polvere, e che essi tutti fossero completamente sterminati. Udendola a leggere pareva a suo figlio che gli anni gli cadessero dalle spalle e svanissero come le fantasie di un sogno, e che tornassero ad attristarlo tutti quegli orrori tenebrosi che, ancora fanciullo innocente, lo preparavano ogni sera ad andare a letto.
La leggitrice chiuse il libro, e rimase un momento con una mano sulla faccia. Così fece pure il vecchio, senza spostarsi in altro dal primo atteggiamento. Così probabilmente fece anche la vecchia, nascosta nella parte più oscura della camera. Indi l’ammalata fu pronta per andare a letto.
– Buona sera, Arturo. Affery guarderà che non vi manchi nulla. Non mi stringete troppo la mano, che me la sento indolenzita.
Egli toccò appena il guanto di lana. Ma il guanto non ci faceva nulla. Quand’anche sua madre fosse stata tutta foderata di rame, la barriera che lo separava da lei non sarebbe stata più forte di quel che era. Poi seguì il vecchio e la vecchia giù per le scale.
La vecchia gli domandò, quando si trovò sola con lui fra le ombre della camera da pranzo, se volesse un po’ di cena.
– No, Affery, non voglio cena.
– Se ne volete, ce n’è. – disse Affery. – La sua pernice di domani è nella credenza; è la prima pernice che mangerà in quest’anno. Dite una parola e ve la servo qui calda calda in un batter d’occhio.
No; da poco avea desinato, e non si sentiva voglia di niente.
– Bevete qualche cosa allora, – riprese Affery; – un bicchiere del suo Porto, per esempio. Dirò a Geremia che mi avete dato ordine di portarvi la bottiglia.
No; nemmeno bere voleva.
– Non è ragione, Arturo, – disse la vecchia, chinandosi per parlargli all’orecchio, – che anche voi, perchè quei due mettono addosso a me una paura indemoniata, anche voi dobbiate tremare. Non vi è toccata la metà della fortuna a voi?
– Sì, sì.
– E dunque, non vi dovete fare accoppare. Voi siete furbo, eh, Arturo?
Egli accennò di sì col capo, tanto per contentarla.
– E dunque, su, animo, e mostrate loro il viso. Essa è furba che non vi potete figurare; e soltanto uno che sia furbo davvero può ardire di dirle una parola. Lui poi, non ve ne dico nulla! Un furbaccio matricolato, che gliele fa vedere di tutti i colori, e, quando capita, la fa stare a segno.
– Chi? Vostro marito ardisce….
– Ardisce! dite che io tremo tutta da capo a piedi, quando lo sento che le dice il fatto suo. Mio marito sì, Geremia Flintwinch, se la sa vedere anche con vostra madre. Vedete mo s’egli è furbo!
A questo punto si udì il passo strascicante avvicinarsi, ed Affery si ritirò subito nell’angolo opposto della camera. Quantunque fosse una vecchia alta, angolosa, e nerboruta, che in gioventù avrebbe benissimo potuto arruolarsi in un reggimento della Guardia, senza troppa paura di essere scoperta, pure si rannicchiò tutta tremante alla presenza del vecchietto dagli occhi penetranti e dall’andatura di gambero.
– Su, Affery, – diss’egli, – che fai costì, vecchia, che non ti muovi? non sai trovare al signor Arturo qualche cosa da masticare?
Il signor Arturo ripetè il suo rifiuto di masticare qualunque cosa.
– Benissimo! – disse il vecchio; – va dunque a fargli il letto. Muoviti.
Aveva il collo così torto, che i due capi della cravatta bianca gli pendevano abitualmente sotto un orecchio; l’asprezza e l’energia che gli erano naturali, sempre in contrasto con una seconda natura di repressione, davano alle sue fattezze un certo aspetto di enfiagione; e nel complesso egli aveva una mezza apparenza di un uomo che si fosse appiccato una volta, e che tuttavia andasse sbrigando le sue faccende, sempre con la corda al collo, tagliata a tempo da una mano pietosa.
– Domani, Arturo, avrete insieme delle brutte parole, – disse Geremia, – voi e vostra madre. L’aver rinunciato agli affari dopo la morte di vostro padre, – come ella sospetta, sebbene abbiamo lasciato a voi il piacere di darle questa notizia, – non passerà liscia, credetemi.
– Io aveva rinunciato a tutto nella vita per gli affari, ed ora è venuto il tempo di rinunciare anche ad essi.
– Sta bene! – esclamò Geremia, volendo intendere evidentemente: Sta male! – Soltanto questo vi dico, Arturo, che non vi aspettiate che io mi metta di mezzo tra vostra madre e vostro padre, parando di qua e parando di là, e pigliandomi io tutte le botte. Ora di cotesto lavoro non ne voglio più sapere.
– Non vi domanderò mai, Geremia, di ricominciarlo per conto mio.
– Sta bene, ci ho piacere; poichè avrei dovuto dir di no, se me lo aveste domandato. Basta così, come dice vostra madre; se n’è discorso anche troppo per un giorno di domenica. Affery, vecchia, hai trovato in malora quel che ti serve?
Affery stava pigliando lenzuola e coperte da un cassettone, si affrettò a raccoglierle e rispose:
– Sì, Geremia, sì.
Arturo Clennam l’aiutò, portando lui stesso il fardello, diè al vecchio la buona notte, e andò su con lei fino all’ultimo piano della casa.
Salirono scale ed altre scale, in mezzo a quell’odore di muffa di una vecchia cosa rinchiusa e poco frequentata, fino ad un’ampia camera che stava in soffitta. Nuda e meschina, come tutte le altre camere, era resa anche più brutta e più triste per tutte le masserizie di scarto che vi erano depositate come in magazzino. La mobiglia si componeva di vecchie seggiole luride e zoppe dai fondi consumati, sfondate addirittura; di un tappeto senza disegno e che mostrava la trama; di una tavola storpia; di un cassettone sgangherato; di una guarnitura di ferri da camino che parevano scheletri; di un lavamani che sembrava essere stato esposto per secoli e secoli ad una pioggia di saponata sporca; e di un letto con le quattro colonne ai quattro angoli, terminate in punta, che si offrivano alla comodità di quegli inquilini i quali, anzi che dormire, preferissero impallarsi. Arturo aprì la lunga finestra, e guardò fuori alla foresta di camini rotti ed anneriti, ed a quella luce rossastra del cielo, che a lui bambino era sembrata un riflesso notturno delle infernali regioni presentategli alla fantasia da tutte le parti, dovunque volgesse gli occhi.
Ei si trasse dentro, andò a sedere presso il letto, e guardò ad Affery Flintwinch che metteva le lenzuola.
– Affery, voi non eravate maritata, quando io partii?
La vecchia atteggiò la bocca a dir no, scosse il capo, e si applicò a ficcare un cuscino nella fodera.
– Come andò la cosa?
– Non lo sapete?… Geremia, eh, naturalmente! – rispose Affery, tenendo fra i denti un angolo della federa.
– Capisco benissimo; la proposta dovette venir da lui. Ma come vi saltò in testa a voi? Avrei creduto che nessuno di voi due si volesse accasare; e tanto meno che vi avrei trovati accasati insieme.
– E neppur io l’avrei creduto, – disse la signora Flintwinch, legando le fettucce della federa.
Ma vedendo ch’ei la guardava ancora, quasi aspettasse il rimanente della risposta, Affery, che acconciava e batteva il cuscino sul capezzale, vi assestò nel mezzo un gran pugno, e domandò:
– Come potea fare altrimenti?
– Come potevate fare a non maritarvi?
– Naturalmente, – rispose Affery. – Non dipendeva da me. Io non ci avea mai pensato. Davvero sì, avea tanti affari, che anche il pensare mi ci voleva! Fu lei che mi si attaccò ai fianchi, quando la potea girar per la casa, ed allora avea le gambe libere, avea.
– Ebbene?
– Ebbene? – ripetè Affery come un’eco. – Così diss’io pure. Ebbene! a che serve riflettere? Se quei due furbi se l’hanno fisso in testa, che ci posso fare io? Niente.
– Sicchè era un progetto di mia madre?
– Che Dio vi benedica, Arturo, e mi perdoni se nomino il suo santo nome! – esclamò Affery, sempre a mezza voce. – Se tutti e due non fossero stati d’accordo, vi pare mo a voi che la cosa poteva accadere? Geremia non mi ha mai fatto gli occhi dolci; e davvero che non me li potea fare, dopo aver vissuto con me nella stessa casa ed avermi comandato a bacchetta per tanti e tanti anni. Un giorno egli viene e mi dice: «Affery, vi debbo dire una cosa. Che ne pensate del nome di Flintwinch?» – «Che ne penso?» dico io. – «Già, dice lui, perchè lo prenderete,» dice. – «Lo prenderò, Geremia?» dico io. – Oh sì, già ve l’ho detto ch’egli è un gran furbo!
La signora Flintwinch si pose a stendere il lenzuolo di sopra e poi la coperta, e poi il copertino, come se avesse concluso la sua storia.
– Ebbene? – disse Arturo per la seconda volta.
– Ebbene? – rispose di nuovo l’eco di Affery. – Che potevo fare io? «Affery, dice lui, voi ed io ci dobbiamo sposare, ed ora vi dico il perchè. La signora va sempre più giù, e ci vorrà sempre chi le stia intorno; noi allora ci troveremo ogni giorno in camera sua, e quando ci saremo noi, non ci sarà nessun altro, e in tutti i casi l’affare ci conviene. Anche lei è del mio parere, dice, sicchè lunedì venturo, alle otto, mettetevi il cappello e tutto sarà fatto.»
La signora Flintwinch rincalzò la coperta.
– Ebbene?
– Ebbene? – ripetè la signora Flintwinch. – Proprio così. Mi metto a sedere e dico: ebbene! Allora Geremia mi dice: «In quanto alle pubblicazioni, ci ho già pensato da quindici giorni fa; domenica si faranno per la terza volta, ed è per questo che ho fissato la cosa per lunedì. Ve ne parlerà anche lei, Affery, e così ora vi trovate preparata a rispondere.» Il giorno stesso me n’ha parlato. «E così, Affery, ha detto lei, ho inteso dire che voi e Geremia vi sposate. Ci ho piacere, ed anche voi ne siete contenta. Avete ragione. Il partito è ottimo, e nelle circostanze presenti io non posso che approvarlo. Geremia è uomo di senno e merita ogni fiducia; è devoto e perseverante.» Ora, dite voi, che poteva fare io, una volta che le cose erano arrivate a questo segno? Perbacco! se si fosse trattato di…. di uno strangolamento in cambio di uno sposalizio… (Affery ebbe a faticare un pezzo per tirar fuori questa forma di espressione)… non avrei potuto dire una mezza parola con quei due furbacci contro di me.
– Davvero lo credo.
– E credetelo, Arturo, credetelo.
– Affery, chi era quella ragazza che ho veduta or ora in camera di mia madre?
– Ragazza? – domandò Affery con voce un po’ stridula.
– Era di certo una ragazza quella che ho veduta vicino a voi, quasi nascosta in quell’angolo oscuro.
– Oh chi? lei? la piccola Dorrit? Non è nulla lei; è uno dei suoi capricci. – (Affery fra le altre singolarità, aveva questa di non chiamar mai per nome la signora Clennam). – Ce n’è tante pel mondo che valgono più di lei, delle ragazze. Vi siete scordato della vostra bella di una volta? da tanto e tanto tempo, scommetto.
– Ho molto sofferto per la separazione impostaci da mia madre, epperò non l’ho mai dimenticata. Me ne ricordo benissimo.
– Ne avete trovata un’altra?
– No, Affery.
– Eccovi dunque una buona notizia. Adesso la sta bene, ed è vedova. E se la volete, pigliatevela pure.
– E che ne sapete voi?
– Ne ho sentito parlare a quei due furbi lassù…. Ecco Geremia per le scale!
In un attimo, Affery era scomparsa.
Ella aveva introdotto nella trama che la mente di Arturo ordiva in segreto, in quella vecchia officina dove era stato il telaio della sua giovinezza, il solo filo che mancava ancora a compiere il disegno. La leggiera follia di un amore fanciullesco avea trovato la sua via anche in cotesta casa, ed egli, – il piccolo Arturo, – era stato così infelice e disperato come se avesse abitato in un castello da romanzo. Poco più di una settimana prima, a Marsiglia, il viso aggraziato di una fanciulla, dalla quale egli erasi dipartito a malincuore, aveva avuto per lui un insolito interesse e gli avea destato dentro una tal quale tenerezza, forse per qualche segreta somiglianza, reale od immaginaria, con quel primo viso che avea brillato sulla triste sua vita nelle splendide regioni della fantasia.
Arturo si appoggiò al davanzale della lunga finestra, e guardando fuori alla affumicata foresta dei camini, incominciò a fantasticare. Imperocchè la tendenza uniforme della vita di cotest’uomo, che un migliore indirizzo avrebbe forse educato a più profittevoli meditazioni, avea fatto di lui in fine dei conti un sognatore e non altro.

CAPITOLO IV.

LA SIGNORA FLINTWINCH FA UN SOGNO.

Quando la signora Flintwinch sognava, ella aveva un diverso sistema dal figlio della sua vecchia padrona; sognava cioè con gli occhi chiusi. Cotesta notte, ella ebbe un sogno molto curioso per la sua lucidezza, e lo ebbe poche ore dopo aver lasciato il figlio della vecchia padrona. In verità cotesto sogno non rassomigliava punto ad un sogno, tanti caratteri di realtà aveva per ogni verso. Ecco come andò la cosa.
La camera da letto della coppia Flintwinch trovavasi poco discosta da quella in cui la signora Clennam stava da tanto tempo confinata. Non erano tutte e due allo stesso piano, poichè quella dei Flintwinch stava a un angolo della casa, e vi si perveniva scendendo pochi scalini dirupati, attaccati alla scala grande quasi di faccia alla porta della signora Clennam. Veramente non si potea dire che codesta camera si trovasse a portata della voce, tanto era lo spessore dei muri e delle porte; però si potea assai facilmente passare da una camera all’altra, a qualunque ora della notte, e con qualunque temperatura. A capo del letto della signora Flintwinch, a poca distanza dal suo orecchio, pendeva un campanello, il cordone del quale pendeva dall’altra parte vicino alla mano della signora Clennam. Tutte le volte che il campanello suonava, Affery saltava a terra, e si trovava nella camera dell’inferma, prima ancora di essersi destata.
Avendo posto a letto la padrona, accesa la lampada e data la buona notte, la signora Flintwinch andò a coricarsi come al solito, con questo solo che il suo marito e signore non era ancora comparso. E fu appunto il suo marito e signore, contrariamente a quanto pretendono i filosofi che i sogni debbano nascere dall’ultimo pensiero che si è avuto in mente, – fu appunto lui il soggetto del sogno della signora Flintwinch.
Le sembrò di destarsi, dopo aver dormito qualche ora, e di trovare che Geremia non era ancora entrato in letto. Le sembrò anche di guardare alla candela lasciata accesa, di vederla molto consumata e di confermarsi così, – misurando il tempo come faceva Alfredo il Grande, – nella credenza di aver dormito molto a lungo. Le sembrò finalmente che si levava, s’avvolgeva in un accappatoio, infilava le pantofole, ed usciva sulla scala per veder se Geremia veniva o non veniva. La scala era più che mai di legno e più che mai solida; ed Affery incominciò a discendere senza alcune di quelle deviazioni proprie di chi cammina in sogno. Non scivolò dall’alto in basso, ma fece gli scalini uno dopo l’altro, tenendosi con la mano alla balaustrata, poichè la candela le si era spenta. In un angolo del cortile, e proprio dietro il portone, stava una cameretta, simile in tutto e per tutto alla bocca di un pozzo, con una finestra lunga e stretta che pareva una spaccatura. In cotesta camera, che non era mai frequentata da nessuno, brillava un lume.
La signora Flintwinch traversò il cortile e si sentì sotto i piedi, nudi di calze, il freddo del pavimento. Si arrestò alla porta semiaperta della cameretta, e pose l’occhio tra i gangheri arrugginiti. Aspettavasi di trovar Geremia pigliato dal sonno o da un colpo apoplettico. Invece, lo vide a sedere con molta calma, desto, affatto, e godendo della sua solita salute…. Ma come!…. È mai possibile questo?… Che Dio ci assista!… La signora Flintwinch mormorò qualche esclamazione di questo genere e si sentì addosso il ribrezzo della febbre.
Imperocchè Geremia, desto, stava guardando a Geremia addormito. Egli sedeva da una parte della tavola fissando uno sguardo penetrante sopra se stesso, che stava seduto dall’altra parte della tavola, col mento sul petto, dormendo e russando. Geremia desto aveva la faccia volta verso la moglie; Geremia addormito stava di profilo. Geremia desto era il vecchio originale; Geremia addormito era la copia. Affery, mentre la testa le girava intorno, capì cotesta differenza, come avrebbe distinto tra un oggetto palpabile e l’immagine di esso in uno specchio.
Se un dubbio le fosse rimasto che il Geremia desto non fosse il proprio Geremia, la naturale impazienza di lui avrebbe dissipato ogni specie d’incertezza. Ei si guardò intorno cercando qualche arme offensiva, diè di piglio allo smoccolatoio, e, prima di applicarlo al fungo che si era formato sullo stoppino della candela, se ne servì per dare una botta al Geremia dormiente come se avesse voluto passarlo da parte a parte.
– Chi è? che c’è? olà! – esclamò il dormiente destandosi ad un tratto.
Geremia fece un certo movimento con lo smoccolatoio, come se volesse dire al compagno: «te lo ficco in gola, se non ti stai zitto!»
Il compagno, tornato in sè, si strofinò gli occhi, e,
– M’ero scordato dove mi trovavo, – disse.
– Hai dormito due ore! – borbottò Geremia, guardando al suo orologio. – E dicevi che un sonnellino ti bastava per riposarti!
– Me l’ho fatto il sonnellino, – rispose Geremia-copia.
– Le due e mezzo dopo la mezzanotte, maledetto! – mormorò Geremia-originale. – Dove hai posto il cappello? dove sta il pastrano? dove sta la cassetta?
– Tutto è qui, – rispose Geremia-copia, ancora assonnato, avvolgendosi al collo un fazzoletto. – Aspettate un momento. Ed ora datemi la manica… non questa qui, quell’altra. Ah! ci siamo fatti vecchi! non son quello di una volta!
Il signor Flintwinch gli aveva tirato su il pastrano con una violenta energia.
– Mi avevate promesso un bicchiere, dopo che mi fossi riposato.
– To’, – replicò Geremia, – bevi ed affogati, stavo per dire… ma no, vattene che sarà meglio.
Così dicendo, tolse la smessa bottiglia di Porto che già sappiamo e ne versò un bicchiere.
– È il vino della signora, eh? – disse Geremia-copia, assaggiandolo a sorsellini come un buongustaio che avesse tempo da perdere. – Alla sua salute!
E bevve un sorso,
– Alla vostra salute!
E bevve un altro sorso.
– Alla salute del nuovo arrivato!
E bevve un terzo sorso.
– E alla salute di tutti gli amici intorno a San Paolo!
Vuotò il bicchiere e lo posò sulla tavola a metà di cotesto antico brindisi nazionale. Poi tolse la cassetta. Era una cassetta di ferro di circa due piedi quadrati che si poteva portare molto comodamente sotto al braccio. Geremia stette ad osservare con occhi gelosi in che modo ei se l’aggiustava; provò con le mani proprie se stava ben ferma o no; gli disse di stare bene attento a quel che faceva, o se no sarebbero guai; poi uscì in punta di piedi per aprirgli la porta. Affery, avendo preveduta quest’ultima mossa, era già scappata sulla scala. Il seguito di queste cose accadde in modo così ordinario e naturale, ch’ella udì lo stridere della porta che s’apriva, sentì la frescura dell’aria notturna e vide fuori le stelle che brillavano.
Ma qui venne la parte più notevole del sogno. Ella avea tanta paura del marito, che restò sulla scala, senza aver la forza di ritirarsi in camera (e l’avrebbe potuto benissimo prima che Geremia avesse sbarrato la porta), e stette immobile. Per conseguenza, quando Geremia venne su per la scala per andare a letto, le fu addosso e si trovò con lei muso a muso.
Parve sorpreso, ma non disse nemmeno una parola. Le fissò gli occhi addosso, e seguitò a salire. Affery, dominata da quello sguardo, indietreggiò passo a passo. E così, ella andando indietro ed egli avanti, arrivarono nella propria camera. Non appena vi si furono chiusi dentro, Geremia afferrò la moglie per la gola, e la strinse e la scosse fino a farla venir livida in faccia.
– Orsù, Affery, vecchia!… Affery! – gridò Geremia. – Ti sei fatta sonnambula ora! svegliati, vecchia! che diamine hai?
– Che… che ho… Geremia? – balbettò la povera Affery, stralunando gli occhi.
– Orsù, Affery, vecchia!… Affery, sei scesa dal letto, dormendo, cara mia! Vengo giù, dopo aver preso sonno io stesso, abbasso, e ti trovo qui, imbrogliata nel tuo accappatoio, e coll’incubo. Affery, vecchiaccia, sentimi bene, – disse ancora Geremia, con un ghigno affettuoso su quel suo viso espressivo, – se mai ti fai prendere da un altro sogno di questa fatta, ei sarà segno che hai bisogno di medicina. E te ne darò io una, delle medicine, vecchiaccia che sei, te ne darò una!…
Affery lo ringraziò e andò a rannicchiarsi nel letto.

CAPITOLO V.

AFFARI DI FAMIGLIA.

Il lunedì mattina, battendo le nove, la signora Clennam, adagiata sul seggiolone a ruote, fu spinta da Geremia Flintwinch, l’impiccato spiccato, presso la grande scrivania. Aprì, abbassò la ribalta e vi si appoggiò. Allora Geremia si ritirò, – forse per andare ad impiccarsi più efficacemente, – e Arturo entrò nella camera.
– Andate un po’ meglio stamane, mamma?
Ella scosse il capo con quella stessa austera soddisfazione che avea mostrato la sera innanzi parlando del tempo.
– Io non andrò mai meglio. Per buona sorte, Arturo, lo so e mi vi rassegno.
Stando così seduta con le mani posate l’una discosta dall’altra sulla ribalta e con innanzi tutta l’altezza della scrivania, pareva ch’ella stesse suonando un organo muto. Così pensò Arturo, – nè era la prima volta che un tal pensiero gli veniva, – e si pose a sedere da una parte del mobile.
Ella aprì uno o due cassetti, diè un’occhiata a qualche carta di affari e la ripose di nuovo. La sua rigida faccia non presentava un minimo segno, non dava un solo filo coll’aiuto del quale avesse potuto un esploratore arrivare al tenebroso labirinto dei suoi pensieri.
– Posso parlarvi di affari, mamma? siete disposta ad occuparvene?
– Disposta? dovrei meglio domandare a voi, Arturo, se siete disposto. È già un anno e più che vostro padre è morto. Fin da allora io sono stata qui ad aspettare il vostro beneplacito.
– Ho dovuto sistemar molte cose prima di partire; e quando son partito ho un po’ viaggiato per cercar riposo e sollievo.
Ella si voltò a guardarlo in faccia, come se non avesse bene inteso queste ultime parole.
– Riposo e sollievo?….
Volse intorno un’occhiata, e parve dal movimento delle labbra che ripetesse a sè stessa quelle parole, quasi chiamando la lugubre camera a testimone del poco riposo e del poco sollievo trovati in essa.
– Del resto, mamma, essendo voi sola esecutrice testamentaria, ed avendo in mano la direzione ed il maneggio della proprietà, a me restava poco o niente da fare fino a che non aveste sistemato ogni cosa a vostra soddisfazione.
– I conti son fatti, – rispose la vedova, – e gli ho qui. I documenti sono stati tutti esaminati e registrati. Potete esaminarli quando volete, Arturo; anche adesso, se vi piace.
– Mi basta sapere che tutto è in regola. Posso dunque continuare?
– Perchè no! – diss’ella, fredda come al solito.
– Da qualche anno in qua, mamma, la nostra Casa è andata sempre più giù, e le nostre relazioni commerciali sono progressivamente scemate. Non abbiamo mai nè mostrato, nè inspirato molta fiducia; non ci siamo affezionato nessuno; la via che abbiamo presa non è quella che vogliono i tempi, epperò siamo rimasti indietro di molto. Non è necessario che io mi fermi su questo particolare. Voi lo sapete necessariamente.
– So quel che intendete dire, – rispose ella con tuono meno indifferente.
– Anche questa vecchia casa nella quale parliamo, – riprese il figlio, – è una prova di quanto dico. A tempo di mio padre, e, prima di lui, a tempo di suo zio, era questo un centro di affari, il vero centro degli affari. Adesso, non è più che una mera anomalia, una stravaganza, fuori di data e fuor di proposito. Tutte le nostre consegne è già gran tempo che le facciamo alla casa di commissioni di Rovingham; e per quanto il vostro giudizio e la vostra vigilanza abbiano tenuto un freno ai nostri agenti, guardando gli interessi di mio padre, è pur certo che coteste qualità avrebbero profittato egualmente alla sua fortuna, se voi aveste abitato una qualunque altra casa privata. Non vi pare?
– Credete voi, Arturo, – disse ella, senza rispondere alla domanda del figlio, – che una casa non serva a nulla, proteggendo vostra madre inferma ed afflitta, – giustamente inferma ed afflitta?
– Ma io non parlavo che della questione commerciale.
– Con che scopo?
– Ve lo dirò or ora.
– Prevedo, – ella riprese, fissandogli gli occhi addosso, – di che si tratta. Ma tolga il Signore ch’io muova lamento se la sua mano si aggrava sopra di me. Peccatrice come sono, io merito i più amari disinganni, e gli accetto.
– Mamma, voi mi addolorate parlando a cotesto modo, sebbene una triste apprensione me ne avesse già avvertito.
– Voi lo sapevate. Voi mi conoscete troppo.
Arturo tacque un momento, tutto sorpreso di aver tratto una scintilla da quel cadavere.
– Ebbene, – ripresa la madre, tornando fredda come di pietra, – proseguite. Sentiamo.
– Voi avete già indovinato che io, dal canto mio, ho risoluto di lasciar gli affari. Non ne voglio più sapere. Per voi, la cosa muta di aspetto; non siete disposta a rinunziarvi, come vedo, nè io mi azzardo a consigliarvi. Se avessi una qualunque influenza sull’animo vostro, me ne servirei soltanto per mitigare il giudizio che fate di me nel recarvi questo disappunto, per ricordarvi ch’io ho già toccato la meta di una lunga vita e non ho mai, in tanto tempo, contrastato con la mia volontà alla vostra. Non dico già che io mi sia conformato con la mente o col cuore alle vostre idee; nè posso dire di credere che i miei quarant’anni siano stati utili o piacevoli a me o ad altri; ma io mi son sempre sottomesso, e non vi domando altro se non che ve ne ricordiate.
Guai al supplicante, se uno ve ne fosse mai stato, guai a lui che aveva da impetrare una concessione qualunque da quel viso inesorabile! guai al debitore moroso il cui appello stava innanzi ad un tribunale presieduto da quegli occhi severi! Gran bisogno ebbe in cotesto momento quella rigida donna della sua mistica religione, velata di tristezza e di tenebre, illuminata di tratto in tratto da lampi di maledizione, di vendetta, di distruzione, che si accendevano fra l’orrore delle nuvole. «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» era questa una preghiera troppo meschina per lei. «Percuoti, o Signore, i miei debitori, schiacciali, annientali; fa Tu quello che farei io, ed io Ti adorerò:» questa era l’empia torre di macigno ch’ella innalzava per dar la scalata al regno dei cieli.
– Avete finito, Arturo, o avete ancora a dir altro? Non credo. Siete stato breve, ma avete detto molto!
– No, mamma, ho ancora da aggiungere dell’altro. Ci ho pensato, notte e giorno, per tanti e tanti anni. È una cosa assai più difficile a dire di quanto ho detto finora. Non riguarda me solo, ma tutti noi.
– Tutti noi! chi siamo tutti noi?
– Voi, mamma, io e mio padre morto.
Ella si pose le mani in grembo l’una nell’altra, e stette così fissando gli occhi sul fuoco, con la espressione impenetrabile di un’antica scultura egiziana.
– Voi conosceste mio padre assai più che nol conobbi io: la sua riserva a mio riguardo cedeva innanzi a voi. Voi, mamma, eravate la più forte e lo dirigevate. Sebbene fanciullo, io capiva benissimo come lo capisco adesso. Capii anche che il vostro ascendente su di lui lo determinò a partire per la China per attendere là ai suoi affari, mentre voi ne prendevate cura qui, – quantunque io ignori fin ad oggi se furono proprio questi i termini della vostra separazione, – e che era vostra volontà che io rimanessi con voi fino ai venti anni, e che poi partissi anch’io per raggiungerlo. Spero che non vi avrete a male che io ricordi questi fatti dopo passati vent’anni.
– Aspetto che mi diciate perchè me li ricordate.
Egli abbassò la voce, e disse con manifesta esitanza e quasi facendo forza a sè stesso:
– Io voglio sapere, mamma, se mai vi occorse il sospetto….
Alla parola sospetto, ella volse gli occhi per un momento sul figliuolo, con un fiero cipiglio. Poscia ritornò a guardare il fuoco; ma sempre col cipiglio stesso, come se l’antico scultore egiziano l’avesse impresso in quella faccia di granito perchè vi durasse per secoli.
-…. il sospetto che qualche rimembranza gli turbasse la mente o gli facesse provare il rimorso? Non avete mai osservato qualche segno di ciò nella sua condotta? gliene avete mai parlato? l’udiste mai accennare ad una tal cosa?
– Non comprendo, – rispose ella dopo un breve silenzio, – di che specie di rimembranza intendete che vostro padre fosse in preda. Voi parlate con tanto mistero…..
– Non potrebbe darsi, mamma…
Il figlio si chinò per parlarle più da vicino, abbassando la voce, e posò la mano sulla ribalta con un moto nervoso.
– Non potrebbe darsi ch’egli avesse sciaguratamente fatto un torto a qualcuno, e che fosse morto prima di ripararlo?
Volgendogli una occhiata iraconda, la signora Clennam si ritrasse indietro nella seggiola come per allontanarsi da lui; ma non rispose una sola parola.
– Io intendo benissimo, mamma, che se un tal pensiero non v’è mai balenato alla mente, la confidenza che io vi fo ora mi deve far parere crudele e snaturato. Ma questa idea, per quanto io faccia, non mi riesce di scacciarla: nè il tempo, nè le distrazioni l’hanno cancellata. Ricordatevi che io era con mio padre. Ricordatevi che io vidi l’espressione del suo viso quando ei mi consegnò l’orologio, e si sforzò di farmi capire che lo mandava a voi come un segno del quale avreste bene inteso il significato. Ricordatevi che io lo vidi, negli ultimi momenti, stringere la matita fra le dita tremanti, e tentar di scrivere una parola per voi, senza riuscire a formare una lettera. Più è incerto il crudele sospetto che mi tormenta, più lo rafforzano le circostanze che me lo mostrano probabile. Per amor del cielo, mamma, cerchiamo bene, poniamo una cura religiosa a vedere se non vi sia un torto che ci tocchi di raddrizzare. Solo voi, mamma, mi potete aiutare in questa ricerca.
Sempre più indietreggiando nella seggiola in modo da spingerla indietro a scosse, ella pareva un fantasma di fiero aspetto che si ritirasse alla presenza di lui. Alzò, come per difesa, il braccio sinistro piegato nel gomito col dorso della mano verso la propria faccia, e guardò al figlio, muta ed immobile.
– L’avidità del danaro, e la febbre dei lucrosi contratti…. poichè ho incominciato, debbo continuare a parlarne di queste cose dispiacevoli…. ha potuto far sì che qualcheduno sia stato tratto in inganno, offeso negli interessi, rovinato. Voi, mamma, prima della mia venuta al mondo, eravate l’anima di tutto il congegno; la vostra mente più forte di quella di mio padre ha diretto tutti gli affari per più di quaranta anni. Voi, credo, potete chetare questi dubbi e questi timori, se realmente mi vorrete aiutare a scoprire la verità. Non volete, mamma?
Qui tacque, sperando che ella parlasse. Ma quelle labbra compresse non erano meno immobili dei grigi capelli che le stavano come incollati sulla fronte.
– Se c’è da fare qualche riparazione, se c’è da rendere a qualcheduno…. il mal tolto, vediamo, mamma, di cercarlo e di compiere il nostro dovere. Anzi, se a ciò bastassero i miei soli mezzi, lasciate che io solo lo compia. Io ho cavato tanto poca felicità dal denaro; e, per quanto io sappia, esso ha recato tanta poca pace a questa casa o a chiunque vi avesse attinenza, che per me ha minor prezzo che per altri. A me non potrà servire che a comprare vergogna e dolore, se questo sospetto mi tormenta ch’esso avvelenò col rimorso gli ultimi momenti di mio padre, e che non mi appartiene nè giustamente nè onestamente.
Un cordone di campanello pendeva lungo il muro, discosto due o tre passi dalla scrivania. Con un subito e violento urto del piede, ella spinse rapidamente indietro la seggiola, afferrò il cordone e vi diè una rabbiosa strappata; sempre facendosi scudo del braccio, quasi parando un colpo che il figlio le minacciasse.
Una ragazza accorse tutta spaurita.
– Mandate qui Flintwinch.
In un solo momento la ragazza si ritirò e il vecchio si mostrò sotto la porta.
– Come! siete già venuti a questi ferri? incudine e martello, eh? – diss’egli, accarezzandosi freddamente il mento. – Lo sapeva. Ne ero quasi sicuro.
– Geremia! – esclamò la madre, – guardate a mio figlio. Guardatelo in viso!
– Ebbene! lo guardo, – replicò Geremia.
Ella stese il braccio che le era servito da scudo, e seguitò a parlare, additando l’oggetto della sua collera.
– Nell’ora stessa del suo ritorno, prima quasi che siano asciutti i suoi calzari, egli ingiuria la memoria del padre suo al cospetto di sua madre! Vuole che sua madre si associ a lui in ricercare e spiare in tutta la vita passata di suo padre! Sospetta che i beni di questo mondo, che noi abbiamo messi insieme lavorando dal mattino alla sera, con cure e fatiche e privazioni di ogni sorta, non siano che altrettanti furti; e chiede a chi si debba cederli, a titolo di riparazione e di restituzione!
La sua voce era aspra e rabbiosa, ma pure bassa più che l’usato. Pronunziava le parole una ad una con grande precisione.
– Riparazione! – riprese a dire. – Sì, davvero! È facile a lui parlare di riparazione, a lui che torna a casa, dopo essere andato attorno pel mondo viaggiando e folleggiando e menando una vita di vanità e di piaceri. Ma che guardi a me, a me che son qui imprigionata ed in ceppi. A me che soffro senza mormorare, poichè è decreto del Signore che così io debba far riparazione dei miei peccati. Riparazione! E non ve n’ha forse in questa camera? e non ve ne è stata qui dentro per tutti questi quindici anni?
E così ella andava sempre bilanciando le sue partite con la Maestà del cielo, registrando le entrate a credito, tenendo strettissimo calcolo dell’attivo, e reclamando ad alta voce il saldo del suo conto. Solo per questo era notevole, per l’energia e l’enfasi che vi metteva. Mille e mille non fanno altrimenti tutti i giorni della loro vita, e ciascuno a suo modo.
– Flintwinch, datemi quel libro.
Il vecchio tolse un libro dal tavolino e glielo porse. La vedova posò due dita fra le pagine, ve le tenne per segno, ed alzò il braccio così armato verso del figlio.
– Ai tempi di una volta, Arturo, ai tempi di cui tratta questo libro, vivevano santi uomini, diletti al Signore, i quali avrebbero maledetto al figlio loro per molto meno di questo; i quali lo avrebbero scacciato, ed avrebbero portato lo sterminio alle intiere nazioni, se queste avessero osato sostenerlo; e tutta la razza del figlio maledetto, in odio a Dio ed agli uomini, avrebbero distrutta fino all’ultimo rampollo, fino all’infante attaccato alla mammella della madre. Ma io questo vi dirò soltanto, che se mai toccherete ancora dello stesso argomento, vi rinnegherò; vi scaccerò dalla mia presenza in tal modo, che molto meglio sarebbe stato per voi essere rimasto orfano dalla culla. Non vi vedrò, nè vi conoscerò più. E se, ad onta di tutto, voi aveste a tornare in questa camera per contemplarmi distesa sul mio letto di morte, farei, se potessi, spiccare il sangue dal mio cadavere per maledirvi ancora!
Calmata in parte dalla violenza della minaccia, e in parte (per quanto il fatto possa parer mostruoso) da una vaga impressione di aver compiuto un religioso dovere, ella rese il libro al vecchio e si tacque.
– Orsù, – disse Geremia, – premettendo che non ho punto voglia di cacciarmi di mezzo a voi due, mi farete la finezza di dirmi, poichè mi avete chiamato a far da terzo; che significa tutto questo?
– Fatevelo spiegare da mia madre, se vi piace, – rispose Arturo, vedendo che la vedova seguitava a tacere. – Lasciamo le cose come stanno. Quel che ho detto non l’ho detto ad altri che a mia madre.
– Oh! – esclamò il vecchio, – da vostra madre? Debbo farmelo spiegare da vostra madre? Benissimo. Ma vostra madre ha accennato che voi avete sospettato di vostro padre. Questo sta male, Arturo, sta male assai; un buon figliuolo non fa così. E di chi mai non sospetterete, se sospettate di vostro padre?
– Basta, – disse la signora Clennam, volgendo in modo la faccia da indirizzarsi pel momento al solo Geremia. – Non voglio che se ne facciano più parole.
– Sì, va bene, ma aspettate un momento, – riprese il vecchio. – Aspettate un momento. Vediamo un po’ a che ne siamo. Avete detto al signor Arturo ch’egli non deve ingiuriare la memoria di suo padre? che non ha alcun diritto di farlo? che non ha dove appoggiarle coteste sue ingiurie? glielo avete detto?
– Glielo dico adesso.
– Ah brava! – esclamò il vecchio. – Glielo dite adesso. Non gliel’avevate detto prima, e glielo dite adesso. Bene, bene! Voi sapete per quanto tempo io sono stato di mezzo a voi e a suo padre, e mi pare adesso che la morte non abbia nulla mutato e che io stia sempre al posto di prima. E ci resto, poichè ci sono, e per questo mi piace di veder le cose chiare e lampanti. Arturo, tenete questo bene a mente che voi non avete diritto a sospettare di vostro padre, e che i vostri sospetti non avete dove appoggiarli.
Ei ripose le mani sulla spalliera della seggiola a ruote, e borbottando tra sè e sè, spinse lentamente la sua padrona verso la scrivania.
– Adesso, – riprese a dire, restando in piedi dietro di lei, – per non andarmene lasciando le cose fatte a metà o sentirmi chiamare da capo quando sarete arrivati all’altra metà e vi farete riprendere dalle vostre furie, assodiamo un po’ questo fatto: che vi ha detto Arturo di aver deciso sugli affari della casa?
– Egli vi rinunzia.
– A favore di nessuno, suppongo?
La signora Clennam diè un’occhiata al figlio appoggiato ad una delle finestre. Questi se ne accorse e rispose:
– A favore di mia madre, naturalmente. Ella farà come meglio le piace.
– E se un qualunque piacere, – disse la madre dopo un breve silenzio, – potesse nascere per me da questo disinganno così crudele, quando speravo che mio figlio nel fiore dell’età volesse infondere una novella vita in questa casa, e farla prospera e potente, io lo troverei nell’avvantaggiare la condizione di un vecchio e fedele domestico. Geremia, il capitano abbandona la nave; ma voi ed io ci affonderemo con essa e navigheremo ancora.
Geremia, gli occhi del quale scintillarono come se vedessero danaro, lanciò al figlio un rapido sguardo che pareva dire: «Non debbo ringraziar voi per questo; voi non ci avete fatto nulla e non ci entrate!» si volse alla madre e la ringraziò, ed aggiunse che Affery la ringraziava, e che egli non l’avrebbe mai abbandonata, e che Affery non l’avrebbe mai abbandonata. Finalmente, tirò su l’orologio dalle profondità della sottoveste, disse: «le undici – è ora per le vostre ostriche,» e così mutato argomento, senza mutare nè di espressione nè di modi, suonò il campanello.
Ma la signora Clennam, risoluta a trattarsi con tanto più aspro rigore per essere stata sospettata di ignorare che fosse una riparazione, rifiutò di mangiar le ostriche quando gliele portarono. Erano per verità molto appetitose: otto di numero, disposte a circolo in una bianca scodella sopra un vassoio coperto da un tovagliuolo bianco, fiancheggiate da una fetta di pane francese imburrato, e da un bicchiere di acqua e vino che era una freschezza; ma ella seppe resistere a tutte le persuasioni, e mandò indietro ogni cosa, ponendo senza dubbio questo sacrificio alla partita dei crediti nel suo giornale dell’Eternità.
Questa colezione di ostriche non era stata servita da Affery, ma invece dalla ragazza che era accorsa alla prima strappata di campanello; quella stessa ragazza che la sera precedente era rimasta nell’ombra della camera. Avendo ora la opportunità di osservarla, Arturo trovò che la piccola persona di lei e le fatezze delicate e il vestito dimesso e leggiero, la facevano parere molto più giovane di quel che era in effetto. Benchè non avesse probabilmente meno di ventidue anni, le si sarebbe dato, passandole accanto nella via, poco più della metà. Non già che il viso di lei fosse giovane assai; anzi dava a vedere più assai pensieri che non se n’abbiano a ventidue anni; ma ella era così piccina o leggiera, così quieta e timida, e pareva sentirsi così spostata in mezzo a quei tre vecchi induriti e disseccati, che i suoi modi e l’aspetto erano di una ragazzina.
Sempre con la medesima durezza, quantunque temperata da un fare incerto che stava tra la protezione e l’oppressione, tra lo spruzzo benefico di un annaffiatoio e la stretta di una pressione idraulica, la signora Clennam mostrava una specie d’interesse per cotesta ragazza. Anche quando questa era accorsa alla violenta scampanellata, nel punto che la madre si riparava dal figlio con quel suo gesto singolare, gli occhi della signora Clennam aveano avuto una espressione di affettuosa dimestichezza che pareva riservata per lei. Non altrimenti che nel più duro metallo vi son gradi di durezza, e nel nero stesso si riscontrano gradazioni di colore, così anche nella condotta della signora Clennam verso tutto il genere umano e verso la piccola Dorrit vi era una leggiera gradazione di asprezza.
La piccola Dorrit andava fuori a lavorar di bianco. Ad un tanto al giorno, – o piuttosto a tanto poco al giorno, – dalle otto della mattina alle otto della sera, la piccola Dorrit si poteva avere a nolo. All’ora precisa, la piccola Dorrit appariva; al minuto preciso, la piccola Dorrit spariva Quel che ne fosse della piccola Dorrit nell’intervallo dalle otto della sera alle otto della mattina era un mistero.
Altro fenomeno morale della piccola Dorrit. Oltre il compenso in danaro, i suoi contratti alla giornata includevano il vitto. Ora ella aveva una straordinaria ripugnanza a desinare in compagnia; quando c’era una possibilità di cavarsela, ne profittava subito. Aveva sempre una scusa bella a pronta; questo lavoro da cominciare o quest’altro da finire, prima di mettersi a tavola; e sempre e per tutti i versi escogitava piani e disegni, – non troppo ingegnosi, a quanto pareva, poichè non ingannavano mai nessuno, – per riuscire a desinar da sola. Ottenuto questo supremo intento, felice di portarsi il suo piatto in qualunque cantuccio, di farsi desco del grembo, di una scatola, del pavimento, ovvero anche di starsene in punta piedi, innanzi alla mensola del caminetto, la grande ansietà della piccola Dorrit era calmata.
Non era facile di raffigurar bene la piccola Dorrit, la quale evitava ogni compagnia, si ritraeva in certi angoli remoti per attendere al suo lavoro, o scappava via quasi spaventata se incontrava qualcuno per la scala. Pareva il suo viso, per quanto se ne vedeva, un viso pallido e trasparente, di vivace espressione, quantunque di fattezze non belle, eccetto gli occhi bruni e dolcissimi. Una testolina delicatamente inclinata, una vitina sottile, un paio di manine attivissime, ed una veste logora, – e molto logora dovea essere, perchè paresse tale, quantunque acconcia e pulita: – tale era la piccola Dorrit seduta al suo lavoro.
Di queste particolarità o generalità sul conto della piccola Dorrit, Arturo fu informato nel corso della giornata parte dagli occhi proprii, parte dalla lingua della signora Affery. Se la signora Affery avesse pensato con la testa propria, avrebbe forse nudrito una opinione poco favorevole verso la piccola Dorrit. Ma poichè quei due furbi, a cui la signora Affery faceva continua allusione, e nei quali la sua personalità era come assorbita, si accordavano ad accettare la piccola Dorrit come un fatto naturale, ella non potea fare altro che rispondere a colore, come si dice a giuoco. Parimente se quei due furbi avessero deliberato di assassinare la piccola Dorrit a lume di candela, la signora Affery, invitata a reggere il candeliere, l’avrebbe fatto senza un’ombra di difficoltà.
Le suddette informazioni vennero fornite dalla signora Affery negli intervalli tra l’arrosto della pernice per l’inferma e la preparazione del pasticcio di carne destinato ad Arturo; ad ogni nuova confidenza ella affacciavasi all’uscio, dopo esserne uscita, e raccomandava la resistenza contro i due furbi sullodati. Questa idea della signora Affery di opporre il solo figlio a quei due era divenuta una vera fissazione.
Durante la stessa giornata, Arturo girò un po’ per tutta la casa. La trovò buia e triste. Quelle camere sepolcrali, abbandonate da anni ed anni, parevano essersi accasciate in una lugubre letargia, che nessuna cosa avrebbe potuto scuotere. I mobili scarsi, ed incomodi, si andavano nascondendo per le camere, anzi che guernirle. Per tutta la casa non dominava alcun colore; quello che vi era stato una volta, qualunque si fosse, era già svanito da gran tempo in qualche raggio disperso di sole, o forse si era lasciato assorbire da un fiore, da una farfalla, dalle piume di un uccello, da una pietra preziosa e che so io. Dai fondamenti fin su al tetto non vi era un sol pavimento regolare; le soffitte erano così fantasticamente annuvolate di fumo e di polvere, che una vecchia indovina avrebbe in esse trovato materia da legger la sorte meglio che nella posatura di una tazza di tè. I focolari freddi e morti non serbavano altra traccia di essere stati un tempo riscaldati, fuorchè un ammasso di fuliggini venute giù per le cappe dei camini, e che giravano intorno in tanti vorticetti neri quando si apriva l’uscio. In quello che una volta era stato salotto vedevansi due magri specchi, con lugubri figure che portavano ghirlande di lutto e passeggiavano tutto intorno alle cornici; ma anche esse erano prive di capi e di gambo, ed un piccolo Cupido, che pareva un beccamorti, avea girato intorno al proprio asse, ed era rimasto col capo in giù, mentre un altro era caduto per terra addirittura.
Le camera che al padre di Arturo avea servito da studio per la trattazione degli affari, – ed Arturo se ne rammentava benissimo, – era così inalterata che si potea crederla ancora occupata visibilmente dal vecchio commerciante, come la sua vedova visibile occupava quella del primo piano, mentre che Geremia andava dall’uno all’altra, facendo da mediatore. Il ritratto del signor Clennam morto, nero e triste, sospeso al muro e serbante un silenzio continuo, teneva gli occhi fissi sul figlio come glieli avea tenuti nel momento che la morte li spegneva, quasi ingiungendogli severamente che si affrettasse a compiere la commissione accettata. Ma, per mala sorte, Arturo non nudriva alcuna speranza che la madre in un modo qualunque si piegasse, e in quanto a trovare i mezzi da tranquillare i proprii sospetti, già da lungo tempo avea abbandonato ogni speranza. Giù nelle canove, come su nelle camere da letto, vecchi oggetti da lui ben ricordati erano mutati dagli anni e dall’incuria, ma non avevano mutato di posto, persino i barili vuoti coperti dalle ragnatele, e le bottiglie vuote strangolate dalla muffa. Ivi ancora, in mezzo a vecchi portabottiglie, rischiarata da qualche pallido raggio che veniva obliquamente dal cortile, era la camera di sicurezza, piena di vecchi registri di conti, i quali mandavano un tal puzzo corrotto, come se fossero stati tenuti in corrente durante le ore della notte da tutto un reggimento di vecchi commessi risuscitati.
Alle due, il pasticcio venne servito a modo di penitenza, sopra una meschina tovaglia che copriva appena un angolo della tavola, e Arturo si pose a mangiare in compagnia di Geremia Flintwinch, suo novello socio. Geremia gli fece sapere che la madre aveva ricuperato la sua tranquillità di spirito, e che oramai non c’era più da temere che tornasse ad alludere a quanto era accaduto la mattina.
– E sentite a me, Arturo, – aggiunse il vecchio, – sentite un consiglio mio: non ingiuriate più la memoria di vostro padre. Ve lo dico una volta per sempre, non l’ingiuriate! Ed ora basti così, e non se ne parli più.
Il signor Flintwinch, per fare onore alla promozione testè ricevuta, aveva già incominciato a rassettare e spolverare il suo studietto. Alla quale bisogna si rimise, quando si fu ben bene rimpinzato di carne, ed ebbe raccolta e leccata sulla lama del coltello tutta la salsa rimasta nel piatto, traendo molto liberalmente sopra un barile di birra posto nella retrocucina. Così rifocillato, si rimboccò le maniche della camicia e tornò al lavoro; ed Arturo, stando ad osservarlo in questo mentre, si dovette persuadere essere tanto difficile di cavare una parola dal ritratto di suo padre o dalla tomba di suo padre, quanto a cavarla dalla bocca di cotesto vecchio.
– Orsù, Affery, vecchia balorda! – gridò Geremia, vedendo la moglie a traversare il cortile. – Non avevi ancora rifatto il letto del signor Arturo, ora che sono andato su. Animo, via! spicciati, vecchia!
Ma il signor Arturo trovava molta tristezza per tutta la casa, e ben poca voglia aveva di assistere ad una novella condanna dei nemici di sua madre (e forse anch’egli era del numero) ad essere tormentati in questo mondo e rovinati nell’eternità. Annunziò dunque avere intenzione di alloggiare alla bottega da caffè, dove avea lasciato il bagaglio. E poichè il signor Flintwinch afferrò subito l’idea di levarselo dai piedi, e la madre, quando non si trattava di moneta, era indifferente a qualunque delle cose domestiche non circoscritte dai muri della propria camera, gli riuscì senza fatica e senza altre irritazioni di conseguire il suo intento.
Si fissarono delle ore per ogni giorno, nelle quali tutti e tre, la signora Clennam, Geremia ed Arturo si sarebbero dati alla necessaria verifica di registri e di carte, ed egli col cuore angosciato lasciò quella casa che aveva ritrovato dopo tanti anni.
E la piccola Dorrit?
Per circa quindici giorni si trattò di affari dalle dieci alle sei, fatta deduzione degli intervalli nei quali l’invalida seguiva strettamente il suo regime di ostriche e pernici, ed Arturo andava fuori a far quattro passi. Qualche volta la piccola Dorrit era presente, ed attendeva a cucire, qualche volta no; altre volte si presentava come per far visita; e così di certo era venuta quel primo giorno dell’arrivo di Arturo, la curiosità del quale cresceva sempre, aspettando che alla tale ora la ragazza venisse. Dominato dalla sua idea fissa, egli si diè a discutere seco stesso se mai cotesta ragazza non fosse mischiata ai sospetti concepiti ed in parte manifestati. Alla fine, si risolvette di seguirla e di saperne più addentro nella storia di lei.

CAPITOLO VI.

IL PADRE DELLA MARSHALSEA.

Trent’anni fa, lontana poche porte in qua dalla chiesa di san Giorgio, contrada Southwark, a sinistra della via andando verso mezzogiorno, ergevasi la prigione della Marshalsea. Già da molti anni stava in quel posto, e per molti anni appresso vi rimase. – Oggi non c’è più, nè per questo il mondo va peggio di prima.
Era un caseggiato oblungo, una specie di caserma divisa in tante squallide case addossate le une alle altre, in guisa da non avere retrostanze, circondata da un angusto cortile lastricato, stretta in mezzo ad alte mura debitamente orlate di punte di ferro. Era per sè stessa una meschina e ristretta prigione pei debitori, ma conteneva un’altra prigione più meschina e più ristretta, destinata ai contrabbandieri. I rei contro il fisco, o i frodatori della regìa o della dogana, incorsi in multe che non erano in grado di pagare, si supponeva che fossero carcerati dietro una porta con lastre di ferro, la quale serviva a chiudere una seconda prigione, composta di una o due celle ben solide, e di un androne senza uscita, largo un metro e mezzo all’incirca, e che formava i misteriosi confini dove i debitori della Marshalsea si scordavano dei guai giuocando ai birilli.
Ho detto che si supponeva fossero carcerati, poichè veramente le solide celle e l’androne senza uscita avevano in certo modo fatto il loro tempo. Ottime cose in teoria, l’androne e le celle, ma in pratica si era arrivati a pensare che sapessero un po’ troppo di rigore: il che – sia detto di passata – accade anche oggigiorno, a proposito di altre celle che non sono punto solide, e di altri androni ai quali si può dire che manchi l’uscita e l’entrata. Epperò i contrabbandieri solevano praticare coi debitori, che gli accoglievano a braccia aperte, eccetto in certe occasioni costituzionali, quando un certo uffiziale veniva da un certo Uffizio, per compiere certe formalità di ispezionare certe cose, che nè da lui nè da alcun altro si sapeva che cosa fossero. In tali ispezioni veramente britanniche, i contrabbandieri, se ve n’erano, facevano le viste di rientrare nelle solide celle e nell’androne senza uscita, mentre dal canto suo quel certo uffiziale sullodato faceva le viste di fare quelle certe cose; e se n’andava per davvero, non appena avea finito di non farle, – compendio molto chiaro e preciso della pubblica amministrazione della nostra cara e simpatica isoletta.
Molto tempo prima del giorno in cui il sole splendeva sopra Marsiglia e sul principio di questo racconto, era stato tratto alla prigione della Marshalsea un debitore, non affatto estraneo a questo medesimo racconto.
Egli era, a quel tempo, un signore di mezza età, molto amabile e molto miserabile. Tra poco sarebbe uscito di prigione. In effetto i chiavistelli della Marshalsea non si chiudevano mai sopra un debitore che non dovesse uscir fra poco, – o che almeno così non credesse fermamente. Si recò dentro una valigia, dubitando forte che non valesse la pena di aprirla; poichè egli era più che sicuro, – come tutti gli altri compagni erano più che sicuri, a detta del carceriere, – che tra pochi giorni sarebbe uscito di prigione.
Era un uomo timido e riservato; di aspetto avvenente, sebbene un po’ effeminato; voce dolce, capelli inanellati, dita coperte di anelli, come allora usava. Avea le mani inquiete e nervose, e nella prima mezz’ora passata nella prigione, le portava di tratto in tratto alle labbra tremanti. La sua maggiore ansietà era per la moglie.
– Credete voi, signore, – domandò egli al carceriere, – che la povera donna abbia ad essere troppo impressionata, venendo domani alla porta della prigione?
Il carceriere diè come risultato della sua lunga esperienza che alcune si lasciavano impressionare e che altre non si lasciavano impressionare. In generale più di no che di sì.
– Che tipo è, prima di tutto? – egli domandò filosoficamente; – dipende da questo, vedete.
– In verità è molto delicata e priva di esperienza.
– Questo, – disse il carceriere, – è già un punto contro di lei.
– È così poco usata ad andar fuori da sola, – soggiunse il debitore, – che davvero non so pensare come farà per venire fin qui, se viene a piedi.
– Può darsi, – suppose il carceriere, – che pigli a nolo una vettura.
– Può darsi.
Le dita irrequiete si portarono alle labbra tremanti.
– Spero che ci penserà. Può darsi anche che non ci pensi.
– O può darsi anche, – disse il carceriere, che dall’alto del suo sgabello di legno porgeva i suoi conforti come avrebbe fatto con un bambino, la cui debolezza lo muovesse a pietà, – può darsi anche si faccia accompagnare da suo fratello o da sua sorella.
– Non ha fratello nè sorella.
– Dalla nipote, dal nipote, dal cugino, dal cuoco, dalla serva, dallo speziale, da qualcheduno insomma! Che diamine, qualcheduno ci dev’essere! – replicò il carceriere, prevenendo anticipatamente tutte le obbiezioni.
– Temo…. spero che non sarà contro il regolamento…. temo che menerà seco i ragazzi.
– I ragazzi? e che c’entra mo il regolamento coi ragazzi? Qui dentro, che il Signore vi benedica, ne abbiamo uno sciame, una vera scuola. Ragazzi? ci spuntano fra i piedi come funghi, caro signore. Quanti ne avete?
– Due, – rispose il debitore, portando di nuovo la mano irrequieta alle labbra, e tornando nella prigione.
Il carceriere gli tenne dietro con gli occhi, e poi disse fra sè:
– Due, e voi il terzo. In tutto, siete tre. E vostra moglie, ci scommetto uno scudo, n’è un’altra. E quattro. E un altro è per la via, ci scommetto mezzo scudo. E cinque. E ci metto altri venti soldi di scommessa che vi indovino subito chi è il più bambino, voi o quello che deve nascere!
Nè s’ingannava. La moglie venne il giorno appresso, recandosi per mano un ragazzetto di tre anni ed una bambina sui due. Il carceriere avrebbe guadagnato le sue scommesse.
– Avete affittato una camera, non è vero? – domandò il carceriere al debitore, dopo un paio di settimane.
– Sì, ho affittato una camera buonissima.
– Vi verrà un po’ di mobiglia per guarnirla?
– Aspetto oggi stesso per la corriera i mobili più necessari.
– La signora e i piccini verranno a farvi compagnia?
– Ma sì…. ci è sembrato più conveniente di non vivere così sparsi anche per poche settimane.
– Anche per poche settimane, naturalmente, – ripetè il carceriere. Ed ancora gli tenne dietro con gli occhi, e scosse il capo quando il debitore fu lontano.
Gli affari di cotesto debitore erano molto imbrogliati, a motivo di una Società, della quale ei non sapeva altro che di avervi investito del danaro, ed a motivo anche di certi pasticci legali di assegni e di contratti, di trasmissioni di qua e trasmissioni di là, di sospetti, di preferenze illegali verso questo o quel creditore, e di misteriose evaporazioni di valori in questa o quella parte. E siccome nessuno sulla faccia della terra poteva essere più incapace dello stesso debitore a decifrare una sola cifra in quel guazzabuglio, nulla di chiaro e di positivo se ne potea cavare. Interrogarlo in dettaglio, studiarsi di accordare le sue risposte, chiuderlo a conferenza coi più furbi avvocati, esperti di tutti gli imbrogli dei falliti e degli insolvibili, sarebbe stato lo stesso che porre la causa ad interesse composto d’incomprensibilità. Ad ogni tentativo di questo genere, le dita irrequiete tormentavano inutilmente le labbra, e i più astuti legali disperarono di cavarne qualche cosa.
– Lui fuori? – diceva il carceriere; – non andrà mai fuori lui. Salvo che i creditori non lo piglino per le spalle e non lo scaccino a forza.
Erano già cinque o sei mesi ch’egli era là, quando un giorno entrò correndo nel casotto del carceriere, per dirgli, pallido ed affannoso, che la moglie stava male.
– Malattia che si sapeva; prima o dopo dovea venire, – osservò il carceriere.
– Avevamo idea, – riprese il prigioniero, – di mandarla domani ad una villetta. Che fare! mio Dio, che fare adesso!
– Non perdete il tempo a torcervi le mani e a mordervi le dita, – rispose quell’uomo pratico del carceriere, pigliando l’altro pel gomito. – Venite con me.
Così dicendo menò il debitore, – il quale tremava tutto da capo a piedi, e andava esclamando sottovoce: che fare! e con le dita irrequiete cercava di asciugarsi le lagrime, – su per una delle più meschine scale della prigione fino alla soffitta. Si fermò ad un uscio e bussò col grosso della chiave.
– Entrate! – disse una voce da dentro.
Il carceriere spinse l’uscio, e pose in mostra, in fondo di una cameretta schifosa e puzzolente, due personaggi dalle faccie rosse ed enfiate, dalle voci rauche, sedute innanzi a un tavolino zoppo, che giocavano a capo croce, fumavano la pipa, e beveano acquavite.
– Dottore, – disse il carceriere, – c’è qui la moglie di questo signore che ha bisogno di voi senza perdere un minuto!
L’amico del dottore trovavasi al grado positivo della raucedine, dell’arrossamento, dell’enfiagione, del giuoco, del tabacco, del sudiciume e dell’acquavite; il dottore invece era al comparativo, – cioè più rauco, più rosso, più enfiato, più immerso nel giuoco, più tabaccoso, più sudicio e più pieno d’acquavite. Il dottore aveva un certo aspetto maravigliosamente miserabile, e portava una grossolana giacchetta da marinaio, lacera, rattoppata, e molto scarsa a bottoni, (a tempo suo, egli era stato l’abile chirurgo di una nave da trasporto), i pantaloni più sudici che mente umana possa immaginare, scarpe di cimosa e biancheria invisibile.
– Un parto? – esclamò, levandosi da sedere. – Son qua io!
Così dicendo, tolse un pettine dalla mensola del caminetto, si drizzò i capelli sulla fronte (era forse a questo modo ch’ei si lavava il viso), tirò fuori una sua scatola o astuccio che fosse, di apparenza sordida assai, dallo stipetto dove stavano la tazza, la sottocoppa e i carboni, ficcò il mento nel fazzoletto sporco che aveva al collo, e si trovò così trasformato in un lugubre spauracchio dottorale.
Egli e il debitore discesero le scale, lasciando che il carceriere tornasse al suo casotto, e si diressero alla camera dell’inferma. Tutte le signore della prigione, venute a cognizione delle novità, s’erano adunate nel cortile. Alcune di esse, impadronitesi dei due ragazzi, usavano ogni amorevolezza per menarli via; altre offrivano loro qualche saporito boccone tolto alle magre provviste; altre ancora facevano dimostrazioni di simpatia con la più strana volubilità. Gli uomini, vedendosi ridotti ad una condizione secondaria, si ritiravano quatti quatti nelle loro camere; donde la maggior parte spenzolandosi alle finestre salutavano a fischi il bravo dottore che passava giù nel cortile, mentre altri, separati da parecchi piani, si scambiavano vivaci motteggi a proposito dell’agitazione generale.
Era una calda giornata d’estate, e le camere della prigione si cuocevano fra gli alti muri di cinta. Nella remota camera del debitore, la signora Bangham, donna di servizio e faccendiera, la quale non era una detenuta (sebbene tale fosse stata una volta), ma faceva da mezzo di comunicazione fra i detenuti e il mondo esterno, avea volontariamente offerti i suoi servigi in qualità di sorvegliante generale e di chiappa-mosche. I muri e la soffitta della camera erano in fatti anneriti dalla grande quantità delle mosche. La signora Bangham, feconda di ingegnosi ritrovati, con una mano faceva vento all’ammalata con una foglia di cavolo, e con l’altra tendeva trabocchetti di aceto e zucchero in tanti vasetti da pomata, e nel tempo stesso andava enunciando sentimenti incoraggianti e gratulatorii adatti alla occasione.
– Vi danno noia le mosche, cara signora, non è vero? – diceva la signora Bangham. – Poverina! ma può anche darsi che vi distraggano e vi facciano del bene. Tra pel cimitero vicino, tra lo speziale, e le scuderie e simili commestibili, queste nostre mosche son grasse da far paura. Chi lo sa che non ci siano mandate dal cielo come una consolazione! Come vi sentite adesso? Nessuna miglioria? No, cara, non ci poteva, essere la miglioria; starete peggio prima di star meglio, questo si sa. Non ne convenite? Sì. Brava! E dire che un caro angioletto dovrà nascere da qui a poco dentro la prigione! Che bella cosa, eh? non ve ne sentite tutta consolata, mia cara signora? Figuratevi che un fatto simile non ci accade non so da quanti mai anni! E voi ci piangete? – proseguì la signora Bangham, per dare sempre più coraggio all’inferma. – Voi! voi che vi farete adesso così famosa! e con le mosche che cadono a centinaia nei vasetti! e mentre ogni cosa va col vento in poppa! Ed ecco qua, – disse la signora Bangham vedendo aprir l’uscio, – ecco qua se non è proprio lui quel caro uomo di vostro marito in compagnia del dottore Haggage! E adesso, mi pare, non ci vuol altro, e ogni cosa è sicura!
Il dottore, per verità, non era la persona più adatta ad ispirare all’inferma un sentimento di sicurezza; ma poichè, subito che fu entrato, ei diè fuori la sua opinione: «Tutto va in regola, signora Bangham, e ce ne caveremo in quattro e quattr’otto,» e poichè egli e la signora Bangham si impossessarono di quei due innocenti, così dolci e pieghevoli, così i mezzi che si trovavano alla mano parvero ed erano insomma i migliori che si potessero avere. Il carattere speciale del trattamento adottato dal dottore Haggage, consisteva in una sua ferma determinazione di mantenere la signora Bangham all’altezza del suo uffizio. Per esempio:
– Signora Bangham, – disse il dottore, prima che fossero passati venti minuti da che era entrato nella camera, – andate subito a procurarvi un po’ d’acquavite, altrimenti vi vedremo cadere dalla debolezza.
– Grazie, dottore, – rispose la signora Bangham. – Non vi date pensiero di me.
– Signora Bangham, – ripigliò il dottore, – io sto qui presso questa signora in qualità di medico, e non ammetto discussioni di nessuna specie. Andate subito a procurarvi un po’ d’acquavite, o prevedo che non potrete resistere a lungo.
– Quand’è così, dottore, sarà per obbedirvi, – disse la signora Bangham, levandosi. – Se c’intingete anche voi le labbra, non vi potrà fare che bene anche a voi, perchè vi vedo molto abbattuto, dottore.
– Signora Bangham, – replicò il dottore, – fatemi la finezza di non immischiarvi dei fatti miei. Io, come medico, ho il diritto di badare ai vostri. Non vi occupate di me. Ciò che tocca a voi è di fare quel che vi si dice, e di andare a prendere quello che io vi ordino.
La signora Bangham obbedì; e il dottore, dopo averle somministrato la pozione prescritta! si versò la propria. Ad ogni ora ripetette il trattamento, mostrandosi sempre molto energico verso la signora Bangham. Tre o quattro ore passarono; le mosche cadevano nei vasetti a centinaia; e finalmente una piccola esistenza, poco più forte della loro, vide la luce in mezzo a quella moltitudine di infime morti.
– Una bella bambina, davvero! – disse il dottore; – piccina sì, ma ben formata. Olà, signora Bangham! Che faccia mi fate adesso! Andate sul momento a comprare un altro dito di acquavite, se non volete che vi pigli uno svenimento.
In questo mentre, gli anelli aveano incominciato a cadere dalle dita tremanti del debitore, come le foglie dell’albero in autunno. Non gliene rimase più un solo in quella sera, quando pose nella mano unta del dottore qualche cosa che dette un suono metallico. La signora Bangham intanto era stata spedita ad un vicino stabilimento decorato di tre palle dorate(2) dov’era benissimo conosciuta.
– Grazie, disse il dottore, – grazie. La vostra signora è perfettamente tranquilla. Sta benissimo.
– Ne son molto contento, – rispose il debitore, – e molto grato anche, sebbene non avrei mai pensato una volta che….
– Che vi sarebbe nata una bambina in un luogo come questo? Eh via, caro signore, che vuol dir ciò? qui non ci manca altro che un po’ di spazio. Del resto, ci si sta d’incanto; nessuno ci dà noia, nessuno ci rompe le scatole, nessun creditore può venire a picchiare alla porta per farci salire il cuore in bocca dalla paura. Nessuno vien qui a domandare se un galantuomo è in casa, e a dichiarare che non toglierà i piedi dalla stuoia della porta fino a che non si sia tornati di fuori. Nessuno vi scrive lettere minacciose per affar di moneta. È la libertà, mio caro signore, la vera libertà che si gode qui dentro! Io, vedete, sono stato chiamato a compiere lo stesso uffizio di poco fa, in Inghilterra e fuori, in marcia, a bordo, e dovunque; ebbene, io vi dico questo: mai, come oggi, ho goduto di tanta calma. Nelle altre parti, voi trovate di quella gente irrequieta, turbata, affaccendata, ansiosa per questa e per quest’altra cosa e che vi fanno una confusione del diavolo. Qui invece tutto il contrario, caro signore. Noi ne abbiamo visto di tutti i colori, abbiamo subìto il peggio che si poteva; ora siamo arrivati al fondo, e non possiamo cadere giù giù. Che cosa abbiamo trovato? La pace. Signor sì, questa è la parola che si confà al caso nostro. La pace.
Fatta questa professione di fede, il dottore, che era un vecchio uccellaccio di prigione, e si trovava più cotto che mai, ed aveva in tasca lo stimolo insolito del denaro, volse le spalle e tornò dal suo socio e collega in raucedine, arrossamento, enfiagione, giuoco, tabacco, sudiciume e acquavite.
Ora, il debitore era un uomo ben diverso dal dottore, ma avea già incominciato ad andare, percorrendo l’opposto segmento del circolo, verso uno stesso punto. Abbattuto sulle prime dalla prigionia, vi avea trovato dopo un certo tempo una specie di triste sollievo. Lo teneva sotto chiave, ma la chiave che teneva lui dentro, teneva fuori nel tempo stesso tutti i suoi guai. Se avesse avuto tanta fermezza di carattere da affrontare cotesti guai e da combatterli, sarebbe forse riuscito a spezzar la rete che lo costringeva o anche a spezzarsi il cuore; ma essendo quel che era, languidamente scivolò giù per la discesa, nè mai più diede un passo per risalire.
Quando si fu liberato da quell’imbroglio arruffatissimo dei suoi affari, passato per le mani di dodici procuratori l’uno dopo l’altro che non riuscirono a raccapezzare nè capo nè coda di niente, ei trovò quel miserabile rifugio assai più tranquillo che non era stato per l’innanzi. Già da gran tempo avea aperta la valigia; i suoi ragazzi più grandicelli si baloccavano nel cortile, e tutti della prigione conoscevano la bambina nata lì dentro, e reclamavano su di essa una specie di diritto di comproprietà.
– A poco, a poco, – gli disse un giorno l’amico carceriere, – mi vado insuperbendo di voi. Tra breve sarete il nostro più antico inquilino. Davvero vi dico che non ci sapremmo più vedere senza di voi e della vostra famiglia.
E il carceriere era veramente superbo di lui. Ne parlava con gran lode ai nuovi venuti, quando il suo prigioniero avea volte le spalle.
– Avete visto, – soleva egli dire, – quell’uomo lì che è uscito or ora dal mio casotto?
Il nuovo venuto rispondeva probabilmente di sì.
– Un vero signore, sapete, un signorone, come ce ne son pochi. Educato senza riguardo a spesa. Un giorno, figuratevi, è andato su dal governatore per provare un pianoforte nuovo. L’ha suonato, dice, come un orologio, – una cosa stupenda! In quanto alle lingue poi, parla ogni cosa. Una volta abbiamo avuto qui un francese, e cotesto ragazzo, ve lo dico io, parlava più francese del francese. Poi ci è stato un italiano, e lui, italiano! in mezzo minuto gli tappò la bocca. Voi troverete forse delle persone a modo in altre prigioni, non dico di no; ma se volete proprio il signore numero uno, bisogna che veniate a cercarlo qua dentro.
Quando la più piccola delle sue bambine ebbe toccati gli otto anni, sua moglie, che era andata sempre più giù in salute, – non già per effetto della prigione, alla quale si era come lui assuefatta, ma per debolezza naturale di costituzione, – andò a far visita ad una sua vecchia nutrice in campagna e morì in casa di lei. Per quindici giorni di seguito, ei non uscì dalla sua camera; e un commesso di avvocato, che si trovava fra gli insolvibili, compilò un indirizzo di condoglianza, che pareva un contratto in carta bollata, e lo fece firmare da tutti i prigionieri. Quando si mostrò di nuovo, aveva i capelli più grigi (aveano incominciato presto a diventar grigi); e il carceriere notò che le mani irrequiete si portavano spesso alle labbra tremanti, come in quei primi giorni della prigionia. Ma in un paio di mesi, non ne fu più nulla; e i ragazzi continuarono a baloccarsi nel cortile, ma vestiti di nero.
Poi la signora Bangham, che per tanto tempo avea fatto da mezzo di comunicazione col mondo di fuori, cominciò ad ammalarsi, e a farsi trovare più spesso del solito stesa per terra in uno stato soporoso, col paniere delle spese sottosopra e con la moneta spicciola da consegnare ai suoi clienti mancante di parecchi soldi. Il figlio di lui incominciò a surrogare la signora Bangham, eseguendo le commissioni con molta capacità, essendo esperto della strada e della prigione.
Passò il tempo, e il carceriere cominciò ad indebolirsi. Gli si gonfiò il petto, le gambe gli venivano meno, e respirava a fatica. Lo sgabello sul quale soleva sedere maestosamente, non era più fatto per lui. Adagiavasi invece in una poltrona con un cuscino dietro. Qualche volta affannava così forte che per parecchi minuti non gli riusciva di girar la chiave nella toppa. In cotesti accessi, accadeva che il debitore girasse la chiave da sè, facendo così da vicecarceriere.
– Voi ed io, – disse il carceriere una notte d’inverno che nevicava, e che nel casotto, riscaldato da un bel fuoco, si era riunita una numerosa conversazione, – voi ed io siamo gli inquilini più antichi. Non facevano ancora sette anni che ero qui, quando ci veniste voi. Non ci duro a lungo io. Quando me ne sarò andato per davvero, voi sarete il padre della Marshalsea.
Il carceriere uscì dalla prigione di questo mondo il giorno appresso. Le sue ultime parole furono ricordate e ripetute; e la tradizione trasmise poi da una generazione all’altra (là dentro, una generazione non durava più di tre mesi) che il vecchio debitore dai modi cortesi e dai capelli bianchi era il padre della Marshalsea.
E a poco a poco egli arrivò ad esser superbo del titolo. Se qualche impostore se l’avesse preso per sè, il vecchio avrebbe versato lacrime di risentimento che si tentasse privarlo dei suoi diritti. Incominciò a manifestarsi in lui una curiosa disposizione ad esagerare il numero degli anni che avea passati in prigione; era ben inteso da tutti che bisognava far la tara sul suo conteggio; le passeggiere generazioni dei debitori lo tacciavano di millanteria.
Tutti i nuovi venuti gli venivano presentati. Della osservanza di questa cerimonia egli era molto geloso. I begli umori del luogo solevano compiere l’uffizio con gran pompa e con una caricata cortesia, ma non era loro troppo agevole di mostrarsi così penetrati della gravità della cosa come lo era il vecchio debitore. Il quale riceveva nella sua meschina cameretta (le presentazioni nel cortile non gli garbavano, poichè mancavano di forma, e potevano accadere a chiunque) con una specie di modesta benevolenza. Essi erano i benvenuti, diceva loro. Sì, egli era il Padre della prigione. Così piaceva al mondo di chiamarlo; e tale egli era in effetti, se più di venti anni di residenza gli conferivano un certo diritto a quel titolo. In verità, c’era poco spazio dove aggirarsi; ma in compenso ci si trovava una buona compagnia…..un po’ mista…..necessariamente un po’ mista…., e ottima aria.
Seguiva spesso che delle lettere venissero poste di notte sotto alla sua porta, contenenti ora una mezza corona, ora due mezze corone e qualche rara volta anche una mezza ghinea: «Al Padre della Marshalsea con tanti saluti da parte di un compagno che prende congedo.» Egli accettava siffatte offerte come tributi pagati a un personaggio di conto dai suoi ammiratori. Qualche volta, cotesti corrispondenti assumevano dei nomi faceti, come per esempio, Mattone, Soffietto, Vecchia-Uvaspina, lo Svegliato, Tarlo, Spacca-e-Taglia, il Trippaiolo; ma il nostro vecchio considerava cotesti scherzi come di cattivo gusto e se l’aveva un po’ a male.
A lungo andare, poichè questa specie di corrispondenza dava segni di andar languendo, e pareva esigere da parte dei corrispondenti uno sforzo che, nella fretta della partenza, molti, molti di essi non erano in grado di fare, egli introdusse l’uso di accompagnare sino alla porta i compagni di un certo grado, ed ivi toglier commiato. Il compagno sottoposto a siffatto trattamento, dopo una stretta di mano, si arrestava per involgere qualche cosa in un po’ di carta e tornava indietro, dicendo:
– Ehi!
Il vecchio si voltava sorpreso.
– Dite a me? – chiedeva sorridendo.
Intanto il debitore liberato s’era accostato al vecchio, il quale aggiungeva in tuono paterno:
– Avete dimenticato qualche cosa? posso servirvi in niente?
– Ho dimenticato di lasciar questo, – l’altro soleva rispondere, – pel Padre della Marshalsea.
– Mio buon signore, – soggiungeva il vecchio, – egli vi è infinitamente obbligato.
Ma la mano irrequieta di una volta restava nella tasca dove avea fatto scorrere la moneta, durante due o tre giri ch’ei faceva pel cortile affettando indifferenza, per non fare che i compagni di prigione si avvedessero di quel che era accaduto.
Un giorno che se ne tornava dentro dopo aver fatto gli onori di casa a buon numero di debitori che pigliavano il largo, s’imbattè in un debitore dei più poveri, il quale era stato arrestato una settimana innanzi per una piccola somma, avea acconciato i suoi affari nel corso di quel giorno, e partiva come gli altri. Cotest’uomo non era che un muratore, e indossava l’abito di fatica; avea seco la moglie ed un fagotto di panni, ed era allegrissimo.
– Che Dio vi benedica, signore, – disse passando.
– Altrettanto, – rispose benignamente il Padre della Marshalsea.
Erano già discosti di un buon tratto, andando ciascuno per la sua via, quando il muratore chiamò forte:
– Ehi, dico! signore!
E tornò sui suoi passi.
– Non è molto davvero, – disse poi, mettendo una piccola moneta nella mano del vecchio, – ma è data di cuore.
Il Padre della Marshalsea non avea ancora ricevuto tributi in rame. I suoi ragazzi spesso ricevevano qualche soldo, che con piena adesione del babbo era andato nella borsa comune, per comprare carne ch’egli avea mangiato e vino ch’egli avea bevuto: ma un uomo in giacchetta e imbrattato di calce, che osava, faccia a faccia, mettergli in mano pochi soldacci, era un fatto assolutamente nuovo.
– Come ardite!… – esclamò il vecchio, e debolmente si mise a piangere.
Il muratore lo voltò verso il muro, perchè gli altri non lo vedessero in viso; e l’atto fu così delicato, e il poveruomo mostravasi così pentito e così onestamente domandava perdono, che il vecchio non potè fare a meno di dirgli:
– Capisco che non avete avuto intenzione di offendermi. Non se ne parli più.
– Benedetto voi, signore, – disse il muratore, – adesso sì che parlate giusto! Io offendervi! Io farei per voi una cosa che nessun altro ha fatto, credo.
– E che fareste?
– Tornerei di fuori a farvi visita.
– Rendetemi subito la moneta, – disse il vecchio con calore, – e vi prometto che la terrò serbata e non la spenderò mai. Grazie, grazie! Vi farete vedere, non è vero?
– Prima di un’altra settimana, se il Signore mi dà vita.
Si strinsero la mano e si separarono. I prigionieri raccolti quella sera nella sala comune a fare un bicchierotto, si chiedevano l’un l’altro che mai fosse accaduto al loro padre: egli passeggiava fino ad ora così tarda nel cortile e pareva così abbattuto.

CAPITOLO VII.

LA FANCIULLA DELLA MARSHALSEA.

La bambina, che nel suo primo soffio di vita avea respirato il tanfo di acquavite del dottor Haggage, fu trasmessa da una ad un’altra generazione di prigionieri, come già la tradizione relativa al loro padre comune. Nei primi tempi della sua esistenza, la trasmissione avvenne in un senso letterale e prosaico; poichè ogni nuovo prigioniero era in certo modo obbligato a pagare un diritto di pedaggio, pigliandosi in collo la bambina nata nella prigione.
– Di regola, – disse il carceriere la prima volta che gliela presentarono, – il compare dovrei essere io.
Il debitore stette dubbioso un momento, pensandoci sopra. Poi disse:
– Davvero che non avreste difficoltà a farle da compare?
– Chi, io? ma vi pare! non ci ho difficoltà, se non ce n’avete voi.
E così accadde che la bambina fu battezzata, un giorno di domenica, quando il carceriere, smontato di guardia, potette lasciare il casotto, e andare fino alla chiesa di San Giorgio; dove innanzi al fonte battesimale, promise e giurò per conto della figlioccia, e rinunziò da buon ragazzo, per dirla a modo suo, a tutte le diavolerie del peccato.
Per questo fatto il carceriere si trovò come investito di un nuovo diritto di proprietà sulla bambina, oltre a quello che gli conferiva la sua dignità ufficiale. Quando la vide che cominciava a camminare e a parlare, le pose affezione. Le comprò una sedietta a bracciuoli che situò presso la ferrata del gran camino del casotto. Si compiaceva, stando di guardia, di tenersi vicina la bambina; e soleva allettarla con qualche balocco di poco prezzo perchè venisse a far con lui una chiacchierata. La bambina da parte sua prese a volergli così bene al buon carceriere, che a tutte l’ore del giorno era lì ad arrampicarsi per le scale del casotto. Quando si addormentava nella piccola seggiola presso il camino, il carceriere le copriva il viso con un fazzoletto; quando se ne stava desta occupata a vestire e spogliare una bambola (la quale ben presto diventò diversa dalle bambole del mondo di fuori, e prese una orribile somiglianza di famiglia con la signora Bangham), il buon uomo, dall’alto del suo sgabello, la contemplava con grande dolcezza. Vedendo le quali cose, i prigionieri presero a dire che il carceriere, che era scapolo, era stato proprio tagliato per divenire un buon padre di famiglia. Ma il vecchio rispondeva: «Grazie tante! tutto pesato, mi pare che basti di aver qui fra i piedi i figliuoli degli altri».
A qual periodo della sua prima vita, la creaturina incominciasse ad accorgersi che non tutti al mondo aveano l’abitudine di vivere rinchiusi in anguste corti circondate da alti muri, coronati di punte di ferro, sarebbe assai difficile determinare. Ma certo è ch’ella era ancora piccina, molto piccina, quando in un modo o nell’altro arrivò a comprendere che bisognava sempre lasciar la mano di suo padre alla porta che si apriva con la grossa chiave; e che mentre i suoi passi leggieri poteano oltrepassare quella soglia, non così era lecito a quelli del padre. Lo sguardo pietoso e dolente, col quale ella, bambina ancora, avea cominciato a contemplar suo padre, era forse uno degli effetti di questa scoverta.
Con uno sguardo pietoso e dolente per tutto ciò che la circondava, ma con una particolare espressione quasi di protezione serbata a lui solo, la fanciulla della Marshalsea e del Padre della Marshalsea, passò i primi otto anni della sua vita a tener compagnia all’amico carceriere, a guardare la camera paterna, a girar pel cortile. E ciò con uno sguardo pietoso e dolente per la sorellina capricciosa, per quel fannullone del fratello, pei muri alti e nudi della prigione, per la folla mutevole e scolorita che essi chiudevano, pei passatempi dei fanciulli suoi compagni che facevano il chiasso, correvano, giuocavano a nascondere, e fingevano che le spranghe dell’inferriata interna fossero casa loro.
Pensierosa e curiosa, ella se ne stava a sedere nelle belle giornate di estate presso il camino del casotto, guardando su al cielo traverso i ferri della finestra, fino a che delle altre spranghe di luce e di ombra sorgevano tra lei e l’amico suo, ed ella volgendo gli occhi vedeva anche lui dietro una inferriata.
– Pensi alla campagna eh, piccina? – disse un giorno il carceriere dopo essere stato un pezzo a contemplarla.
– Dove sta la campagna? – domandò la bambina.
– Sta …. la campagna sta …. da quella parte là, cara mia, – rispose il carceriere accennando vagamente con la chiave. – Sicuro…. proprio da quella parte.
– Ci sarà qualcheduno che l’apre e la chiude? La tengono serrata a chiave?
Il carceriere fa pigliato alla sprovvista.
– Ma…. generalmente no. – rispose.
– È bella, eh, Bob? – (Ella lo chiamava con questo nome, per espresso desiderio di lui).
– Bellissima. Figurati che è tutta fiori. Ci sono gelsomini, ci sono margheritine, ci sono……- il carceriere si arrestò, essendo un po’ a corto di nomenclatura botanica…. – e ci sono anche dei papaveri e ogni specie di belle cose.
– Dev’essere un bel piacere a starci, non è vero, Bob?
– Lo credo io.
– C’è mai stato babbo?
– Hem! – qui il carceriere fu preso da un nodo di tosse. – Oh sì… ci è stato… qualchevolta.
– Gli dispiace di non poterci andare adesso?
– Propriamente… no, – non credo.
– E nemmeno agli altri dispiace? – domandò la bambina, dando un’occhiata alla folla oziosa e annoiata nel cortile. – Oh! è proprio certo, Bob?
A questo punto difficile della conversazione, Bob si diè per vinto, e mutò argomento, ricorrendo ai biscottini che teneva in serbo, ultima sua risorsa, quando si accorgeva che la piccola amica lo andava cacciando in qualche angolo politico, sociale o teologico. Ma fu questa l’origine di una serie di escursioni domenicali che i due curiosi compagni fecero insieme. Solevano andar fuori ogni quindici giorni, dopo desinare, e dirigersi con molta gravità verso qualche prato vicino o qualche verde sentiero già fissato dal carceriere nel corso della settimana, dopo elaborate elucubrazioni. Ivi, la bambina davasi a coglier erba e fiori alla rinfusa per portarseli a casa, mentre egli fumava la pipa. In seguito, si andò a passeggiare nei giardini pubblici, dove si prese del tè, della birra, dei dolciumi ed altre leccornie; poi se ne tornavano tenendosi per mano, a meno che la bambina, più stanca del solito, non avesse preso sonno sulla spalla del vecchio compare.
Verso cotesta epoca, il carceriere incominciò a meditare profondamente una questione, la quale gli costò tanto travaglio della mente e tante dubbiezze gli diede, che il pover’uomo morì prima di averla risoluta. Egli si determinò a legare la sua piccola proprietà di economie alla figlioccia, e per primo punto si domandò come avrebbe potuto fare perchè altri fuori di lei non ne avesse il benefizio. L’esperienza acquistata nella prigione gli avea fatto intendere con tanta chiarezza l’enorme difficoltà di custodire una somma qualunque senza pericolo di vedervi stendere la mano, e dall’altra parte l’ammirabile facilità con la quale se ne profittava da tutti, che per molti e molti anni egli propose questo punto scabroso ad ogni nuovo agente insolvibile o altra persona del mestiere che si trovasse a venire nella prigione.
– Supposto, – soleva egli dire, spiegando il suo caso con appoggiar la chiave sulla sottoveste dell’uomo di legge, – supposto che un tale voglia legare la sua proprietà ad una giovane, e voglia assicurarla in modo che nessuno vi possa mettere i denti, come fareste voi quest’assicurazione?
– Bisognerebbe mettere la proprietà in testa sua, – rispondeva compiacentemente l’uomo di legge.
– Ma, sentite, – riprendeva il carceriere. – Supposto che la giovane avesse un fratello, o un padre, o un marito, che in un modo o nell’altro potesse mettere le unghie su questi beni, quando la giovane ne entrasse in possesso, come risolvereste l’affare?
– Una volta intestati a lei, gli altri non vi avrebbero più diritto di voi, – replicava l’uomo del mestiere.
– Un momento. Supposto ch’ella fosse tenera di cuore, e che gli altri la mettessero in mezzo, che ci può fare a questo la legge?
Il più profondo legale consultato dal carceriere fu incapace di tirar fuori una legge che provvedesse a cotesto caso. Sicchè il carceriere ci pensò sopra per tutta la vita, e finalmente morì intestato.
Ma ciò accadde assai tempo dopo, quando la figlioccia avea già trascorso i sedici anni. Compiuta appena la prima metà di questo periodo, il suo sguardo pietoso e dolente vide il padre rimaner vedovo. Da quel momento quella certa espressione di protezione che gli occhi stupiti gli aveano sempre espresso, si tradusse in fatti, e la fanciulla della Marshalsea venne ad assumere una novella parte verso del padre.
Sulle prime, bambina com’era, non potea fare altro che sedergli vicino e fargli compagnia, rinunziando all’allegro casotto del compare. Ma bastò questo perchè egli si abituasse tanto a lei, da sentire la necessità di quella compagnia, e da avvertirne la mancanza, quando la bambina non era presente. – Per questa porticina ella passò dall’infanzia nel mondo pieno di cure.
Quel che il suo sguardo pietoso vedesse, in quei primi anni, nel padre, nella sorella, nel fratello e nella prigione; quanta parte della triste verità fosse piaciuto a Dio di svelarle, son misteri che non giova indagare. Basterà sapere che ella si sentì inspirata ad essere qualche cosa diversa dagli altri, ad essere attiva e laboriosa, e ciò appunto per amor degli altri. Inspirata? Sì, chiameremo noi inspirazione quella del poeta o del prete, e non già quella di un cuore spinto dall’amore e dalla devozione a compiere il più umile lavoro nella più umile condizione della vita?
Senza un amico sulla terra che la soccorresse, o la vedesse almeno, eccetto quel solo così strano datola dalla sorte; senz’alcuna cognizione degli usi comuni e giornalieri della gente che non vive in prigione; nata e cresciuta in una condizione sociale, falsa anche in relazione delle più false condizioni al di fuori di quei muri, bevendo fin dall’infanzia ad una fonte le acque della quale avevano una speciale sozzura, un sapore proprio malsano e corrotto, la fanciulla della Marshalsea incominciò una vita di donna.
Poco importa quanti errori e scoraggiamenti, quanti motteggi (fatti senza malignità, ma profondamente sentiti) sulla sua piccolezza, quanta dolorosa coscienza della propria debolezza, anche quando trattavasi di sollevare un peso o di portare qualche oggetto, quanta stanchezza e quanto sconforto e quante lacrime segrete ella avesse subito e sofferto, fino a che non fu riconosciuta come un essere utile, ed anche indispensabile. Pure questo momento venne. Ella prese il posto della maggiore fra i tre figliuoli, meno che nei privilegi; fu il capo di quella famiglia scaduta, e ne portò nel fondo del cuore tutte le ansietà e tutte le vergogne….
A tredici anni, sapea leggere e far di conti; sapea cioè porre in carta in parole e cifre quanto costavano gli articoli di più stretta necessità per la famiglia, e quanto mancava per poterli comprare. Era andata di tratto in tratto per poche settimane di seguito ad una scuola serale, ed avea ottenuto che la sorella e il fratello fossero mandati ad altre scuole, dove i due fanciulli andarono a sbalzi per tre o quattro anni. A casa, non c’era da avere alcuna sorta d’istruzione; ed ella sapeva pur troppo che un uomo così avvilito da esser divenuto il Padre della Marshalsea non potea far da padre ai proprii figliuoli.
A questi poveri mezzi di educazione un’altra ne aggiunse di sua speciale invenzione. Un giorno, fra la eterogenea folla dei prigionieri apparve un maestro di ballo. La sorellina si struggeva dalla voglia d’imparare l’arte del maestro di ballo, e pareva averci una spiccata inclinazione. A tredici anni la famiglia della Marshalsea si presentò al maestro di ballo, tenendo in mano un sacchetto, ed espresse la sua umile petizione.
– Con licenza vostra, signore, io son nata qui dentro.
– Oh! siete voi la fanciulla? – disse il maestro di ballo, guardando quella piccola figura e quel visino volto in su.
– Signor sì.
– E in che posso servirvi?
– Grazie per me, grazie tante, – disse la fanciulla sciogliendo le stringhe del sacchetto; – ma se, mentre starete qui, vorreste aver la bontà di dar qualche lezione a mia sorella…. per poco prezzo….
– Ragazza mia, le darò lezione per niente, – riprese il maestro di ballo, chiudendo subito il sacchetto.
Egli era tanto buon uomo, quanto alcun altro maestro di ballo che avesse mai ballato in una prigione di debitori. Mantenne la parola. La ragazza era così disposta e bene intenzionata e il maestro ebbe tanto tempo da spendervi intorno (poichè gli ci vollero non meno di dieci settimane per far balancé coi suoi creditori, chassé croisé con gli uscieri, e avant-deux con le sue occupazioni abituali) che il progresso fatto fu maraviglioso. E il bravo maestro ne fu così orgoglioso e tanta voglia avea di far mostra dei profitti dell’allieva, prima di partire, innanzi a pochi ed eletti amici, che un bel giorno alle sei del mattino, un minuetto, fu organizzato nel cortile, – essendo troppo anguste all’uopo le camere della prigione, – e tanti passi furono fatti e con tanta coscienza e precisione artistica, che il povero maestro, obbligato anche a zufolare la musica, rimase sino all’ultimo senza un fil di fiato in corpo.
Il buon successo di questa prima prova, che impegnò il maestro a proseguire le sue lezioni anche dopo che fu uscito di prigione, incoraggiò la povera sorella della scolara. Stette più mesi a spiare ed aspettare l’arrivo di una sarta.
Dopo molto tempo vide venire una crestaia, e le si presentò subito per conto proprio.
– Scusate, signora, – disse, aprendo appieno la porta e guardando timidamente alla crestaia, che trovò a letto e piangendo, – io son nata qui dentro.
Bisogna dire che ognuno, non appena arrivato, venisse per prima cosa informato di lei; poichè la crestaia, levandosi a sedere nel mezzo del letto, si asciugò gli occhi e disse, come già avea detto il maestro di ballo:
– Ah! siete voi la fanciulla?
– Signora sì.
– Mi dispiace di non aver niente da darvi, – riprese la crestaia, crollando il capo.
– Non vengo per questo, signora. Se non vi dispiace, vorrei imparare a cucire.
– A cucire, figliuola mia? e non vedete il bel profitto che ho ricavato io da questo mestiere? e non vi passa la voglia d’impararlo, con questo esempio innanzi agli occhi del bene che mi ha fatto?
– Tutti quelli che vengono qui, – rispose la fanciulla nella sua semplicità, – pare che non abbiano ricavato un gran bene dal loro mestiere, qualunque si fosse. Ma non importa, voglio imparare lo stesso.
– Temo che siate un po’ troppo debole, vedete, – obbiettò la crestaia.
– No, io non credo di esser debole, signora.
– E poi, vedete, – insistette l’altra, – siete piccina, così piccina davvero!
– Oh sì, ho paura di esser davvero piccina! – esclamò la fanciulla della Marshalsea, e ruppe in singhiozzi, pensando a quel suo sciagurato difetto che le attraversava ad ogni poco le sue buone intenzioni.
La crestaia, – che in fondo non avea cattivo cuore, e soltanto era un po’ di malumore pel nuovo domicilio in cui si trovava, – si commosse, prese ad istruirla con impegno, trovò in lei la più paziente e volonterosa delle allieve, e ne fece coll’andar del tempo un’abile operaia.
Anche con lo stesso andar del tempo e gradatamente, il padre della Marshalsea andò sviluppando un novello fior di carattere. Quanto più paterno diveniva verso la Marshalsea e quanto più cresceva la necessità di assoggettarsi ad accettare le contribuzioni della sua mutevole famiglia, tanto più si andava atteggiando a gentiluomo scaduto. Con la stessa mano che avea intascato poco fa la mezza corona offertagli, ei si asciugava le lagrime che gli scorrevano per le guancie, sol che si alludesse alla condizione delle sue figliuole, costrette a guadagnarsi il pane. Così, per giunta delle sue cure giornaliere, la fanciulla della Marshalsea ebbe anche quest’altra di serbare l’elegante e nobile finzione che essi tutti non erano che dei nobili ed oziosi pezzenti.
La sorella maggiore si fece ballerina. Nel gruppo della famiglia c’era uno zio rovinato…. rovinato dal fratello, il buon padre della Marshalsea, e non sapendo, al pari di chi l’avea rovinato, nè il come nè il perchè della propria rovina, ma accettando il fatto come una certezza inevitabile. Su questo zio fece assegnamento la ragazza. Uomo semplice e timido, non diè a vedere che si fosse accorto della perdita della sua fortuna, quando fu colpito da cotesta calamità. Soltanto, al momento che gli portarono la notizia, cessò dal lavarsi il viso, nè da quel giorno in poi si fece più lecita siffatta specie di lusso. Nei suoi tempi migliori, era stato un assai mediocre dilettante di musica, e quando si trovò, insieme al fratello, ridotto alla miseria, ebbe ricorso per tirare innanzi a suonare un suo clarinetto, sudicio quanto il padrone, nell’orchestra di un teatro di infimo ordine. In cotesto teatro appunto la nipote fu ammessa come ballerina. Egli era già da gran tempo uno degli ornamenti del luogo, quando la ragazza venne ad occuparvi il suo umile posto; ed accettò il compito di farle da scorta e da guardiano, nel modo stesso che avrebbe accettato una malattia o un’eredità o una festa o la fame o qualunque altra cosa…. eccetto il sapone.
Per mettere in grado la ragazza di guadagnarsi quei pochi scellini alla settimana, la fanciulla della Marshalsea dovette cercare mille artifizii presso del padre.
– Sapete, babbo, Fanny per ora non dimorerà più con noi. Passerà qui molte ore del giorno, ma andrà a stare con lo zio.
– Tu mi sorprendi. E perchè?
– Credo che lo zio abbia bisogno di compagnia. All’età sua, bisogna accudirlo, povero uomo.
– Bisogno di compagnia? Ma quasi tutto il giorno ei lo passa qui, in casa nostra; e tu, mia cara Amy, lo accudisci assai più di quanto potrà mai fare tua sorella. Voi due andate fuori troppo spesso, troppo spesso….
Questa osservazione, fatta senza severità, serviva a mantenere la finzione che egli non sapeva punto che la stessa Amy andava tutti i giorni a lavorare.
– Ma siamo sempre tanto contente di tornare a casa; via mo, babbo, non è forse vero? E in quanto a Fanny, oltre a far compagnia allo zio e ad accudirlo, forse sarà anche meglio che non resti sempre qui. Fanny non è nata qui come me, sai bene, babbo?
– Sta bene, Amy, sta bene. Io non ti capisco perfettamente, ma mi par naturale che Fanny preferisca di andar fuori, e che anche tu ci vada di tratto in tratto. Sicchè, cara mia, tu, Fanny e vostro zio farete quel che più vi pare. Bene, bene. Io non m immischio dei fatti vostri; non vi brigate di me.
Bisognò poi, – e fu questa l’impresa più ardua, – far uscire il fratello dalla prigione, liberarlo dalla signora Bangham nel disbrigo delle commissioni, e dal commercio di compagni di assai dubbia onestà, che quella dimora e quel mestiere necessariamente gli procuravano. A diciotto anni, quanti ne aveva, egli sarebbe stato buono di campar la vita giorno per giorno, ora per ora, soldo per soldo, fino agli ottanta anni. Nella prigione non capitò nessuno, da cui potesse imparare qualche cosa, e la piccola Amy non seppe trovargli altro protettore che il vecchio amico e compare.
– Caro Bob, – gli disse un giorno, – che ne sarà mai del povero Tip?
Il suo vero nome era Edoardo, che nel recinto della prigione era stato mutato in Ted, diminutivo, e poi in Tip, ultima edizione.
Il carceriere aveva delle opinioni personali molto radicate su quel che sarebbe stato del povero Tip; ed anzi per impedire che il fatto venisse a confermarle, avea cercato di tastare il giovanotto sulla maggiore o minore opportunità di far fagotto e andarsene a servire il proprio paese. Ma Tip lo avea ringraziato tanto tanto, dicendo che veramente del paese non gli importava troppo.
– Ebbene, cara mia, – rispose Bob, – qualche cosa bisognerà farne di questo ragazzo. Supposto ch’io cercassi di farlo entrare presso un legale?
– Come sareste buono, Bob, facendo questo!
Il carceriere ebbe dunque una seconda questione da porre a tutti gli uomini del mestiere che andavano e venivano nella Marshalsea per affari. E la pose infatti e con tanta insistenza, che alla fine uno sgabello e dodici scellini alla settimana furono trovati per Tip nello studio di un avvocato posto in quel gran Palladio nazionale che si chiama la Corte del Palazzo, annoverato in quel tempo fra quei tanti imperituri baluardi della dignità e della salvezza di Albione, che oggi non esistono più…. senza che nessuno se ne sia accorto.
Tip languì in Clofford’s Inn per sei mesi di seguito; spirando il qual termine, una bella sera se ne tornò con le mani in tasca, e fece sapere in discorso alla sorella che non sarebbe più tornato all’uffizio.
– Davvero che non ci tornerai più? – esclamò la povera fanciulla, che sopra ogni sua cura andava sempre facendo calcoli e piani pel bene del Tip.
– Me ne son tanto e tanto seccato, – rispose Tip, – che l’ho fatta finita ed eccomi qua.
Tip si seccava di tutto, tolti gl’intervalli passati ad oziare nella prigione e ad esercitare il mestiere lasciatogli dalla signora Bangham, buon’anima sua. La sua piccola mamma, aiutata dall’onesto compare, lo fece entrare in un magazzino, da un ortolano, da un pizzicagnolo, da un secondo avvocato, da un commissario perito, da un birraio, da un agente di cambio, da un terzo avvocato, da un proprietario di carrozze, da uno spedizioniere, da un quarto avvocato, da un rigattiere, da un distillatore, da un quinto avvocato, da un negoziante di lana, da un chincagliere, nel commercio del pesce, nel commercio dei frutti e nei docks. Ma non sì tosto entrato in qualche parte, Tip ne usciva seccato, annunziando di averla fatta finita. Dovunque andasse, cotesto predestinato Tip pareva tirarsi dietro i muri della prigione, rizzarseli intorno in ciascuno dei nuovi mestieri, e gironzare nell’angusto spazio chiuso da questi muri immaginari, sempre con lo stesso abbandono, fiacco, sciattato, in ciabatte, fino a che i muri reali ed immobili della Marshalsea esercitavano il loro fascino e di nuovo lo attiravano dentro.
Nondimeno, la brava creatura prese tanto a cuore di salvare il fratello, che mentre questi non trovava requie andando di qua e di là, a lei riuscì, a forza di privazioni e di lavoro, a mettere insieme una sommetta per imbarcarlo pel Canada. Quando Tip si fu seccato di non far niente, ebbe la cortesia di consentire alla partenza pel Canada. Ed ella soffrì molto a separarsi da lui, e nel tempo stesso provò una certa gioia per esser riuscita a metterlo sulla buona via.
– Dio ti benedica, Tip. Non mettere superbia, sai, quando ti sarai fatto ricco.
– Non dubitare! – disse Tip, e partì.
Ma niente affatto per la via del Canada; invece, si fermò a Liverpool. Compiuto il qual viaggio da Londra a quel porto, si sentì così energicamente disposto a farla finita con la nave, che si risolvette a tornarsene a piedi. E recato in atto questo proposito, si presentò in capo ad un mese innanzi alla sorella, lacero, scalzo e più seccato che mai.
Finalmente, dopo un’altra ripresa della successione della signora Bangham, ei si trovò da sè una occupazione, e l’annunziò alla sorellina.
– Amy, ho trovato un impiego.
– Davvero, davvero, Tip?
– Non dubitare questa volta. Tutto andrà bene. Non c’è più bisogno adesso che ti dia pensiero di me, vecchina mia.
– E che impiego hai trovato, Tip?
– Tu conosci di vista Slingo?
– Chi? quello che chiamano il mercante?
– Proprio lui. Lunedì uscirà di prigione e mi menerà seco.
– E di che cosa è mercante cotesto Slingo?
– Di cavalli. Non dubitare, Amy. Adesso la cosa andrà coi piedi suoi.
Ella lo perdette di vista per parecchi mesi, e solo una volta ne sentì parlare. Si bisbigliò fra i più vecchi prigionieri che Tip era stato veduto a Moorfields a far da compare in una trufferia, fingendo di comprare certa roba inargentata come argento massiccio e di pagarla profumatamente in biglietti di banca. Ma questa voce non giunse all’orecchio di lei. Una sera, stando ella a lavorare in piedi presso la finestra per profittare di quel po’ di luce che rimaneva ancora sulla cima dei muri, Tip aprì la porta ed entrò.
Amy lo abbracciò e gli diè il benvenuto; ma non osò domandargli niente. Egli si accorse di quella timida ansietà e parve dispiaciuto.
– Questa volta, Amy, ho paura che andrai in collera davvero. Parola d’onore che n’ho paura!
– Mi dispiace proprio di sentirti a parlar così, Tip. Sei dunque tornato?
– Ma…. sì…. come vedi.
– Io lo sapevo bene che l’impiego non ti sarebbe convenuto troppo; epperò, Tip, sono meno sorpresa e meno dispiaciuta di quanto avrei potuto essere.
– Ah! ma io non t’ho detto ogni cosa.
– E che altro c’è, Tip?
– C’è… ma per carità, non mi fare adesso quegli occhi spauriti! No, Amy, non t’ho detto ogni cosa. Son tornato, e questo si vede; ma…..non mi fare quegli occhi, Amy!…. son tornato, per dir così, in una novella qualità. Insomma, capisci, non sono più nella lista dei volontari! eccomi bell’e arruolato nelle truppe regolari.
– Oh no, Tip! tu non vuoi dire che sei prigioniero? No no, Tip, non è vero, Tip?
– Io non lo voglio dire, – rispose Tip a malincuore; – ma se tu mi capisci senza che io lo dica, o che ci posso fare io? Son dentro per la miseria di quaranta ghinee e rotti.
Per la prima volta in tanti anni, Amy piegò sotto il peso dei suoi dolori. Pianse e gridò, levando le mani giunte al disopra del capo, che il padre ne morrebbe di crepacuore se mai venisse a saperlo; poi cadde in ginocchio innanzi a quel cattivo mobile di Tip.
Fu più facile a Tip di far tornare in sè, che non fosse a lei di fargli capire che il padre della Marshalsea sarebbe uscito di sensi appurando la verità. Questa cosa era incomprensibile per Tip, il quale la diceva una idea fantastica, un capriccio. E come per contentare un capriccio, consentì a piegarsi alle istanze di Amy, appoggiate da quelle dello zio e dell’altra sorella. Per giustificare il ritorno non c’era bisogno di pretesti, essendo un fatto solito e periodico. I prigionieri, che capivano meglio di Tip la pietosa menzogna, serbarono il segreto.
Ecco la vita e la storia della fanciulla della Marshalsea fino ai suoi ventidue anni. Serbando sempre un affetto eguale a quel miserabile cortile, a quelle mura abbiette, che erano la sua patria e la sua casa, ella passava e ripassava per la prigione in aria timida e paurosa, dicendole il suo istinto di donna che tutti la segnavano a dito. Da che s’era data a lavorar per fuori, avea creduto necessario di nascondere il luogo della sua dimora, e di andare e venire col maggiore possibile segreto tra la libera città e i cancelli di ferro, al di là dei quali non aveva mai dormito in vita sua. Da questo mistero la naturale timidezza le si era accresciuta, e il passo leggiero e la piccola persona parevano schivi delle vie affollate che ella era costretta a traversare.
Conoscendo tutte quante le miserie e le necessità della vita, pure, in ogni altra cosa ella era innocente come una bambina. Innocente, in mezzo alla nebbia attraverso della quale scorgeva il padre, la prigione, e le acque torbide di quel fiume vivente che vi scorreva senza posa.
Ecco la vita e la storia della piccola Dorrit; la quale in questo momento torna a casa in una triste serata di settembre, seguita ad una certa distanza da Arturo Clennam. Ecco la vita e la storia della piccola Dorrit, che ora svolta alla cantonata del Ponte di Londra, traversa il ponte, torna indietro, va fino alla chiesa di San Giorgio, torna ancora indietro ad un tratto, e sparisce come un’ombra pel cancello esterno e per la piccola corte della Marshalsea.

CAPITOLO VIII

LA PRIGIONE.

Arturo Clennam si arrestò nel mezzo della via, aspettando che qualcuno passasse a cui domandare che luogo fossa quello. Lasciò passare più d’uno, la cui faccia non gli parve troppo incoraggiante a far la dimanda, e tuttavia se ne stava aspettando, quando vide un vecchio venire alla sua volta e dirigersi verso il cortile.
Il vecchio, curvo nelle spalle, e tutto pensieroso, camminava a passo lento ed affaticato, il che dovea rendergli alquanto pericolose le vie affollate di Londra. Avea un vestito sudicio e dimesso; un soprabito di colore incerto, che una volta era stato turchino, gli scendeva fino alla noce del piede ed era abbottonato fin sotto al mento dove perdevasi nel pallido spettro di un bavero di velluto. Un pezzo di tela rossa che era servita a tener saldo cotesto spettro di velluto, mostravasi a nudo, e saliva a spigolo dietro il collo del vecchio, formando un arruffio di capelli grigi, di roba sudicia e di fibbie arrugginite che quasi gli facevano saltar via il cappello: un cappellone unto e spelato, dalle tese smozzicate e rattrappite che pendevano su gli occhi di chi lo portava e al di sotto delle quali scappava fuori la cocca di un moccichino. Aveva dei pantaloni così sciolti e lunghi e certe scarpacce così grosse da fargli mettere i passi strascicando come un elefante; nè si potea dire se questo fosse il suo naturale portamento o fosse effetto di quell’incomodo ingombro del vestito e della calzatura. Portava sotto il braccio un astuccio vecchio e scorticato contenente qualche strumento da fiato; nella stessa mano, in un pezzetto di carta straccia, teneva un soldo di tabacco, col quale andava confortando il suo povero vecchio naso turchino con una presa prolungata, quando Arturo Clennam gli pose gli occhi addosso.
A lui, che traversava il cortile, fece Arturo la sua domanda, toccandolo sulla spalla. Il vecchio si fermò e si voltò indietro con una certa espressione indecisa negli occhi grigi, come uno che fosse astratto, pensando a tutt’altro, e che avesse l’orecchio un po’ duro.
– Scusate, signore, – disse Arturo, ripetendo la domanda, – che luogo è questo?
– Ah sì! questo luogo? – rispose il vecchio arrestando a metà cammino la presa di tabacco e additando la prigione senza guardarla. – È la Marshalsea, signore.
– La prigione pei debitori?
– Signor sì, – replicò il vecchio, mostrando di non credere necessario insistere in quella designazione, – la prigione pei debitori.
Ciò detto, si voltò e proseguì il cammino.
– Scusate ancora, – disse Arturo, fermandolo per la seconda volta; – permettetemi di fare un’altra domanda. Ci può entrar chiunque lì dentro?
– Per entrare, sì, ci si entra liberamente.
– Perdonatemi se sono importuno. Siete voi pratico del luogo?
– Signore, – replicò il vecchio, stringendo in mano il pezzo di carta col tabacco e guardando in faccia il suo interrogatore, quasi seccato di tante dimande, – sì lo conosco bene.
– Vi prego di scusarmi. Io non sono spinto da impertinente curiosità; ho un scopo onesto. Conoscete voi qui il nome di Dorrit?
– Il mio nome, – rispose il vecchio inaspettatamente, – è Dorrit.
Arturo fece subito una gran cavata di cappello.
– Concedetemi il favore di altre poche parole. Io non mi aspettavo punto ad incontrarvi, e spero che questa assicurazione mi scuserà abbastanza della libertà che mi son preso di dirigervi la parola. Torno or ora in Inghilterra dopo una lunga assenza. Ho veduta in casa di mia madre – la signora Clennam – una giovinetta che lavorava d’ago, alla quale ho inteso dare non altro nome che quello di piccola Dorrit. Mi sono sinceramente interassato a lei, ed ho avuto gran desiderio di conoscere qualche cosa sul suo conto. La ho veduta appunto un minuto fa, che entrava per quella porta.
Il vecchio guardò attentamente in viso ad Arturo.
– Siete marinaio, signore? – domandò, e parve scontento del segno di diniego dell’altro. – No? Avrei creduto di sì, a veder la vostra faccia bruciata dal sole. Parlate sul serio, signore?
– Vi assicuro e vi prego di credere che parlo sul serio.
– Io so ben poco del mondo, – riprese il vecchio con una voce debole e tremolante. – Sono di passaggio, come l’ombra sulla meridiana. Non val proprio la pena di prendersi giuoco di me; sarebbe un successo troppo facile, troppo povero che non darebbe alcuna soddisfazione. La giovinetta che avete vista entrare di là è la figliuola di mio fratello. Mio fratello è Guglielmo Dorrit; io sono Federigo. Voi dite di averla veduta in casa di vostra madre? – so che quella buona signora la protegge, – vi siete interessato e desiderate di sapere che cosa ella fa qui? Venite a vedere.
Ciò detto, si mosse e Arturo lo seguì.
– Mio fratello, – riprese a dire il vecchio, fermandosi sulla soglia e voltandosi lentamente indietro, – sta qui da molti anni; e molte delle cose che accadono, anche a noi stessi, fuori di qua, non gli si dicono per certi motivi che non serve ch’io vi spieghi. Fatemi la finezza di non parlargli del lavoro che avete visto fare a mia nipote. Misurate le vostre parole alle nostre, e non potrete sbagliar di certo. Adesso, venite a vedere.
Arturo lo seguì per un angusto corridoio, in capo al quale si sentì girare una chiave ed una grossa porta si aprì. Per questa entrarono in una specie di vestibolo, lo traversarono, e per un’altra porta e poi per un cancello furono nella prigione. Il vecchio, che andava sempre innanzi col suo passo strascicante, si voltò un poco con quella sua andatura lenta, dura e curva, e quando furono giunti presso il carceriere fece un cenno col capo, e Arturo entrò senza che alcuno gli domandasse da chi andava.
La notte era buia; e i fanali incerti del cortile della prigione e le candele che debolmente splendevano dalle finestre, di dietro a cortine lacere e persiane sgangherate, non pareva che servissero a diradare quella oscurità. Pochi prigionieri gironzavano ancora di qua e di là, ma la maggior parte s’erano ritirati. Il vecchio, pigliando il lato dritto del cortile, entrò per la terza o quarta porta e cominciò a salire una scala.
– È un po’ buia la scala, signore; ma non troverete alcun ostacolo.
Si fermò un momento sul pianerottolo del secondo piano, prima di aprire una porta. Non appena l’ebbe spinta, Arturo scorse la piccola Dorrit e capì per qual motivo ella studiasse tutti i modi di desinar sola.
La fanciulla avea portato a casa la propria porzione di carne e già l’andava scaldando sopra una gratella, per suo padre, il quale avvolto in una vecchia veste da camera di color grigio e con in capo un berretto nero, aspettava a tavola la sua cena.
Una tovaglia pulita gli si stendeva innanzi: coltello, forchetta, cucchiaio, saliera, bicchiere di cristallo e gotto di latta per birra, tutto era al suo posto; nè mancavano ad aguzzar l’appetito del vecchio, la sua boccetta di pepe di Caienna e una scodellina contenente un par di soldi di ravanelli.
La piccola Dorrit trasalì, si fece di fuoco in volto, poi pallidissima. Arturo, più con gli occhi che con un leggiero cenno della mano, la pregò di rassicurarsi e di non aver paura di lui.
– Guglielmo, – disse lo zio, – ho trovato questo signore…. il signor Clennam, figlio dell’amica di Amy…. innanzi alla porta, il quale, così di passaggio, desiderava presentarvi i suoi rispetti, e stava incerto se entrare o no. Questi è mio fratello Guglielmo, signore.
– Spero, – disse Arturo, non sapendo troppo che dire, – che il rispetto che nutro per vostra figlia vi spiegherà abbastanza il mio desiderio di esservi presentato.
– Signor Clennam, rispose il vecchio levandosi, cavandosi il berretto e tenendolo in palma di mano, pronto a rimetterlo in capo, – voi mi fate un grande onore. Siate il benvenuto, signore! (E qui un profondo inchino). Federigo, una sedia. Favorite di accomodarvi, signor Clennam.
Si ripose in capo il berretto, e tornò a sedere. Da tutti i suoi modi traspariva un’aria meravigliosa di benevolenza e di protezione. Con questo cerimoniale egli soleva ricevere i prigionieri.
– Siate il benvenuto alla Marshalsea, signore. L’ho già dato a molti il benvenuto in queste mura. Saprete forse…. mia figlia Amy ve l’avrà detto…. che io sono il padre di questo luogo.
– Io…. sì…. così ho sentito dire, rispose a caso Arturo.
– Non ignorate, credo, che mia figlia Amy è nata qui dentro. Una buona ragazza, signore, una cara ragazza, che da molto tempo mi è di sostegno e di consolazione. Amy, cara mia, servi pure in tavola; il signor Clennam vorrà scusare le primitive abitudini a cui siamo ridotti in questo modesto asilo. Permetterete, signore, ch’io vi domandi se volete farmi l’onore di….
– Grazie, – rispose Arturo. – Nemmeno un boccone.
I modi di cotesto vecchio lo facevano stupire; nè arrivava a capire come dalla mente di lui fosse così lontana la probabilità che la figliuola, persuasa da un sentimento di delicatezza, avesse serbato una certa riserva sulla propria famiglia.
Ella empì il bicchiere del padre, gli pose innanzi tutte quelle piccole cose di cui poteva abbisognare, e gli sedette vicino, mentre egli mangiava. Poi, seguendo un’abitudine di tutte le sere, prese per sè un po’ di pane, e intinse le labbra nel bicchiere; ma Arturo si avvide che era turbata e che non prendeva nulla. Lo sguardo ch’ella fissava sul padre, sguardo in cui si leggeva l’ammirazione e l’orgoglio, e la vergogna anche, e sopra tutto la devozione e l’amore, gli toccarono profondamente il cuore.
Il padre della Marshalsea mostravasi pieno di condiscendenza verso del fratello, come verso di un uomo amabile, bene intenzionato, ma che non era mai uscito dalla sua oscurità.
– Federigo, – diss’egli, – so che voi e Fanny desinate a casa vostra stasera. Che ne avete fatto di Fanny, Federigo?
– L’ho lasciata che passeggiava con Tip.
– Tip, come forse saprete, è mio figlio, signor Clennam. Un certo ragazzo un po’ scapato, per dire il vero, che ci ha dato da fare per trovargli uno stato; ma il fatto è che la sua prima entrata nel mondo fu piuttosto…. (qui il vecchio alzò le spalle sospirando e guardò intorno per la camera) fu alquanto difficile, voglio dire. È la prima volta che venite qui, signor Clennam?
– La prima.
– Non avreste potuto venirci a mia insaputa fin dalla vostra fanciullezza. Accade molto di rado che una persona di un certo grado…. di un certo grado…. venga qui senza essermi presentata.
– Fino a quaranta e cinquanta in un giorno sono stati presentati a mio fratello, – disse Federigo, illuminato ad un tratto da un pallido raggio di orgoglio.
– Sicuro! – riprese il padre della Marshalsea, – ed abbiamo anche oltrepassato cotesta cifra. In una bella giornata di domenica, giorno di scadenze, vi assicuro che è proprio un ricevimento come a corte. Amy, figliuola mia, mi sono stillato il cervello tutt’oggi per ricordarmi il nome di quel signore di Camberwell che mi fu presentato la settimana dell’ultimo Natale da quell’amabile negoziante di carboni, la cui causa è stata rinviata a sei mesi.
– Non me ne rammento il nome, babbo.
– E voi, Federigo?
A Federigo pareva di non averlo mai inteso nominare. In verità, nessuno avrebbe dubitato che Federigo era l’ultima persona al mondo da cui si potesse aspettare una simile informazione.
– Voglio dire, – riprese il fratello, – quel signore che fece con tanta delicatezza quella bella azione. Ah…. per bacco! il nome non mi viene…. Non importa. Voi forse, signor Clennam, poichè mi è accaduto di accennare ad una bella e delicata azione, desiderate sapere di che si tratti.
– Certamente, – disse Arturo, distogliendo gli occhi dalla piccola Amy che cominciava a piegare il capo delicato, e mostrava nel pallido viso un novello turbamento.
– L’azione è così generosa, e dimostra una tale squisitezza di sentimento, che il renderla nota è quasi un dovere. Fin da allora lo dissi che non avrei lasciato passare alcuna occasione di pubblicarla, senza aver punto riguardo alla sensibilità personale…. Or dunque…. sicuro…. io…. è inutile ch’io nasconda il fatto, dovete sapere, signor Clennam, che accade qualche volta che le persone che vengono qui desiderano di offrire qualche…. qualche piccolo…. come si dice… via, attestato di stima al padre della Marshalsea.
A vedere la mano di Amy stringersi sul braccio del padre, quasi supplicando, e la sua piccola persona timida e mortificata volgersi dall’altra parte, era una cosa triste, assai triste!
– A volte, – proseguì il vecchio, parlando a voce bassa e agitata, e tossendo di tratto in tratto, – a volte quell’attestato prende una forma, a volte ne prende un’altra; ma generalmente…. hem…. è del denaro. Ed è, non potrei dire il contrario, è troppo spesso… hem…. accettabile. Il signore, di cui parlo, mi fu presentato, caro signor Clennam, in modo molto lusinghiero per me, e conversava non solo con grandissima cortesia, ma con molta…. hem…. con molta istruzione. (Durante tutto questo tempo, sebbene avesse finito di mangiare, egli faceva andare intorno pel piatto con un movimento nervoso il coltello e la forchetta, come se vi fosse ancora dell’altra roba). Seppi in discorso che aveva un giardino, sebbene sulle prime ei me l’avesse taciuto per delicatezza, sapendo che i giardini…. hem…. non sono accessibili per me. Ma la cosa venne da sè, mentre io ammiravo un magnifico geranio…. veramente magnifico…. ch’egli avea portato dalla sua stufa. Mentre notavo con meraviglia gli splendidi colori della pianta, ei mi mostrò una striscia di carta che vi era attaccata, sulla quale era scritto Al padre della Marshalsea, e me ne fece dono. Ma questo non è…. hem…. non è tutto. Nel prender commiato, mi pregò caldamente di aspettar prima una mezz’ora per togliere quella carta. Io…. hem…. feci appunto così, e vi trovai dentro…. hem… due ghinee. Vi assicuro, signor Clennam, che io ho ricevuto…. hem…. attestati di ogni sorta e di ogni valore, e gli ho trovati sempre…. hem…. sventuratamente molto accettabili; ma non ho mai provato tanto piacere quanto…. hem…. quanto cotesta volta.
Arturo stava par dire quel tanto che poteva sopra un tale argomento, quando si udì suonare una campana, e dei passi si accostarono all’uscio. Una graziosa ragazza, di persona molto meglio fatta e più sviluppata della piccola Dorrit, quantunque dal viso paresse assai più giovane vedendole l’una accanto all’altra, si arrestò sulla soglia, scorgendo un forestiere; ed un giovane che era con lei si arrestò del pari.
– Signor Clennam, Fanny. La mia prima figlia e mio figlio, signor Clennam. La campana avverte quei che non sono di qui di ritirarsi, sicchè i miei figliuoli vengono a darmi la buona notte. Ma c’è tempo ancora, c’è tempo. Ragazze, se avete da sbrigare qualche faccenda di casa, fate pure; il signor Clennam vi scuserà. Egli non ignora, credo, ch’io non ho qui più di una camera.
– Voglio solo da Amy la mia veste pulita, babbo.
– Ed io i miei abiti, – disse Tip.
Amy aprì un cassetto di un vecchio mobile, che nella parte superiore era un cassettone e nel basso poteva servire da letto, e ne tirò fuori due fagottini, che porse al fratello e alla sorella. «L’hai rammendata?» Clennam udì domandare sottovoce dalla sorella maggiore. «Sì» rispose Amy. Egli erasi levato e colse quest’occasione per dare un’occhiata alla camera. I muri erano nudi e dipinti di verde, evidentemente da una mano poco esperta, e decorati qua e là di qualche povera incisione. C’erano delle tendine alle finestre, un tappeto sul pavimento, e poi tutto intorno scaffaletti, attaccapanni ed altrettali comodi ivi accumulati dagli anni. Era una camera angusta, affogata, addobbata meschinamente, e col camino che fumava per giunta, altrimenti non sarebbe stato chiuso da una piastra di stagno; ma a furia di cure continue si era riusciti a farla pulita, ed anche in certa guisa assai comoda.
In questo mentre la campana seguitava a suonare, e lo zio aveva fretta di andarsene.
– Via, Fanny, spicciamoci! – disse rimettendosi sotto il braccio l’astuccio scorticato del clarinetto. – Chiudono, figliuola mia, chiudono!
Fanny diè la buona notte al padre, e scappò via con passo leggiero. Tip si era già precipitato giù per le scale.
– Orsù, venite, signor Clennam, – disse lo zio mentre si allontanava trascicando dietro a quelli. – Chiudono, signore, chiudono!
Ma il signor Clennam, prima di seguirlo, aveva due altre cose da fare; prima, offrire il suo attestato al padre della Marshalsea, senza offendere la figliuola; e poi dire qualche cosa alla fanciulla, non fosse che una sola parola, affine di spiegare il motivo della sua visita.
– Soffrite, – disse il padre, – che io vi accompagni.
La piccola Dorrit era uscita dalla camera dietro gli altri, ed essi si trovavano soli.
– No, grazie, non vi disturbate per me, – rispose Clennam in fretta. – Permettete, di grazia, che io….
Cink, cink, cink.
– Signor Clennam, – disse il padre, – io sono profondamente…. profondamente….
Ma Arturo gli avea chiusa la mano per far tacere il rumore metallico, e già discendeva le scale sollecitamente.
Nè per le scale, nè nel cortile incontrò la piccola Dorrit. Due o tre persone in ritardo si dirigevano a passo affrettato verso l’uscita, ed ei le seguiva, quando appunto scorse la fanciulla innanzi alla porta della prima casa verso la prigione. Ei si voltò subito.
– Perdonatemi, – le disse, – se oso parlarvi qui; perdonatemi di esser venuto! Vi ho seguita questa sera. L’ho fatto per cercare in qualche modo di rendermi utile a voi e alla vostra famiglia. Voi sapete in che termini ci troviamo mia madre ed io, e non vi farà meraviglia se in casa sua ho evitato di tenermi lontano da voi; temevo di destarne, mio malgrado, la gelosia, o d’irritarla, o di farvi torto nella stima di lei. Ciò che ho veduto qui, in questo breve tempo, ha grandemente accresciuto il mio cordiale desiderio di esservi amico. Sarebbe per me un compenso a molti disinganni se potessi sperare di guadagnar la vostra confidenza.
Ella si era un po’ spaventata sulle prime, ma si andò rassicurando mentre egli le parlava.
– Siete troppo buono, signore. Mi parlate con tanta sincerità…. Ma mi dispiace che mi abbiate seguita.
Egli intese che l’emozione con la quale queste parole erano pronunciate derivava dall’affetto figliale della fanciulla; onde la rispettò e non rispose.
– Io ho molto obbligazioni alla signora Clennam. Non so davvero quel che avremmo fatto tutti noi, senza il lavoro ch’ella mi ha dato. Ho paura di essere ingrata, serbando dei segreti per lei. Non vi posso dir altro stasera. Son sicura che ci volete far del bene. Grazie, signore, grazie.
– Lasciatemi domandarvi un’altra sola cosa, prima che vi lasci. La conoscete da molto tempo mia madre?
– Da due anni, mi pare…. Signore, la campana ha finito di suonare.
– Come la conoscete? Fu lei che vi mandò a chiamar qui?
– No. Ella non sa neppure che io sto qui. Noi abbiamo un amico, babbo ed io…. un pover’uomo di operaio, ma un bravissimo amico… ed io scrissi sopra un pezzo di carta che desideravo di lavorar di bianco, e diedi il suo indirizzo. Ed egli si brigò di fare affiggere lo scritto in certi punti dove non si spendeva nulla, e così fu che la signora Clennam mi trovò o mi mandò a chiamare…. Chiuderanno il cancello, signore, se non fate presto!
Ella ora così tremante ed agitata, ed egli così tocco di pietà e d’interesse per questo primo cenno della storia di lei, che non si sentiva la forza di togliersi di là. Ma il silenzio dalla campana, e la quiete della prigione lo avvertivano di partire; e, con poche e buone parole dette in tutta fretta, la lasciò tornar presso del padre.
Ma già avea troppo indugiato. Il cancello interno era chiuso e il casotto deserto. Dopo aver bussato un pezzo inutilmente, ei si andava persuadendo con poco piacere di dover passare una cattiva nottata, quando una voce gli suonò alle spalle.
– In trappola, eh? – disse la voce. – Non andrete a casa fino a domani…. Oh! siete proprio voi, signor Clennam?
Era la voce di Tip. L’uno e l’altro rimasero a guardarsi in faccia nel cortile della prigione, mentre incominciava a piovere.
– Oramai l’avete fatta, e non c’è più rimedio, – disse Tip. – Un’altra volta ci starete più attento.
– Ma anche voi siete rimasto dentro, – disse Arturo.
– Lo credo io! – rispose Tip in tuono di sarcasmo. – Chiuso, ma non come voi. Io appartengo al negozio; soltanto che mia sorella ha una sua teoria che il papà non deve saperlo. Il perchè non l’ho ancora capito.
– Potrei trovare qualche ricovero? – chiese Arturo. – Che cosa ci sarebbe da fare?
– Prima di tutto, bisognerebbe chiamare Amy, – replicò Tip, abituato a ricorrere a lei tutte le volte che si trattava di tirarsi fuori da qualche impaccio.
– Passeggerei piuttosto per tutta la notte, anzi che darle questo disturbo; si fa presto a passarla una notte.
– Non ci sarà bisogno di tutto questo, se non avete difficoltà a pagare un letto. Ve ne faranno uno alla meglio sopra una delle tavole della sala grande. Venite con me, che vi presento….
Nel traversare il cortile, Arturo alzò gli occhi alla finestra della camera lasciata poc’anzi: un lume vi brillava ancora.
– Signor sì, – disse Tip, seguendo quell’occhiata, – è la camera del signor papà. Amy passerà un’altra oretta a leggergli il giornale di ieri, o qualche altra cosa di simile; e poi verrà fuori come un piccolo spirito e sparirà senza far rumore.
– Non vi capisco.
– Ecco qua: il signor papà dorme in quella camera, e Amy va a dormire presso il casotto, la prima casa entrando, – aggiunse Tip, additando la porta sotto la quale la giovanetta erasi ritirata. – Prima casa, e primo piano, contando dall’ultimo. Se la volesse dormire in città, un alloggio come quello lì lo avrebbe a metà prezzo. Ma ella non vuole abbandonare il signor papà, povera ragazza, nè giorno nè notte.
Così discorrendo, arrivarono a quella specie di taverna che stava all’altra estremità della prigione, dove i prigionieri avevano pochi momenti prima tenuto il loro circolo sociale di tutte le sere. L’appartamento a terreno era appunto la gran sala di cui Tip aveva parlato; il seggio presidenziale, le brocche, i bicchieri, le pipe, le ceneri di tabacco, e il tanfo generale dei membri dell’onorevole assemblea, si trovavano nel medesimo stato come li avea lasciati al suo sciogliersi la nobile società. La sala possedeva due delle tre qualità che si ritengono necessarie al grog per le signore, – era cioè calda e forte; ma in quanto al terzo punto, cioè all’abbondanza, la sala difettava alquanto, essendo bassa ed angusta(3)
Uno che venisse di fuori la prima volta, dovea naturalmente scambiare per prigionieri tutti gli abitanti del luogo, – padrone, cameriere, serva, garzone. Se veramente fossero tali o no, non si vedeva; avevano tutti però un aspetto muffito. Il padrone di una spezieria che dava sulla corte principale, e teneva a retta dei gentlemen insolvibili, dette una mano a rifare il letto. A tempo suo, era stato sarto, e avea posseduto, a quanto diceva, un carrozzino. Vantavasi di essere l’avvocato degli interessi della comunità; e aveva una sua idea indefinita e indefinibile che il governatore della prigione avesse intercettato una rendita spettante di diritto ai detenuti. Si compiaceva di allettare questa sua vaporosa fantasia, e ne faceva parte a tutti i nuovi venuti e agli estranei, quantunque non avrebbe assolutamente potuto spiegare di che rendita intendesse parlare e come la strana idea avesse posto radici nel suo cervello. Nondimeno s’era pienamente persuaso che la rendita c’era, che la propria quota ammontava a cinque lire e sessantacinque centesimi la settimana, e che di tal somma egli, nella sua qualità di detenuto, veniva regolarmente frodato tutti i lunedì dal governatore suddetto. Fu appunto per non perdere l’opportunità di discorrere del caso suo, ch’ei si offrì a rifare il letto. E dopo di essersi così tolto un peso dall’animo ed avere annunziato (come pare che facesse sempre, senza mai farne nulla) che avrebbe subito spedito una lettera a tutti i giornali per mettere a nudo le birbonate del signor governatore, entrò in una conversazione mista col resto della compagnia. Dal tuono generale dei discorsi appariva evidente che tutti di là dentro erano pervenuti a riguardare l’insolvibilità come lo stato normale del genere umano, e il pagamento dei debiti come una malattia accidentale.
In questa strana scena, e con questi strani spettri che gli si aggiravano intorno, Arturo Clennam guardò ai preparativi pel suo letto come se li vedesse in un sogno. Tip intanto, iniziato di lunga mano ai misteri del luogo, ed animato ora da una lugubre ammirazione per le risorse della taverna, mostrava a Clennam il focolare comune nudrito dalle sottoscrizioni dei prigionieri, la caldaia per l’acqua calda mantenuta allo stesso modo, e diverse altre comodità, il tutto per dimostrare che il mezzo unico per viver sano, ricco e saggio, era di venirsene alla Marshalsea.
Le due tavole accostate in un angolo furono alla fine trasformate in un bellissimo letto; e il forestiere venne abbandonato a godersi le seggiole, la tribuna presidenziale, l’atmosfera impregnata di birra, la segatura di legno, i fiammiferi, la sputacchiera e il riposo. Se non che la novità del luogo, il trovarvisi così all’improvviso, il sentimento dello star rinchiuso, la memoria di quella camera dov’era salito, dei due fratelli, e sopratutto della giovanetta dalle forme infantili e di quel viso, nel quale ei vedeva ora lunghi anni di cibo insufficiente, se pure non di fame, lo tennero desto ed infelice.
Poi, dei pensieri che per una strana associazione d’idee gli nascevano in mente, e sempre a proposito della prigione, incominciarono a turbinargli dentro, mentre se ne stava così con gli occhi aperti. Chi sa se si tenevano pronti dei cataletti per quelli che venissero a morire nella prigione! chi sa in qual parte erano depositati e come, e dove si seppellissero quei morti, e come si portassero fuori, e che formalità si osservassero, e se mai un creditore implacabile potesse arrestare il morto! In quanto ad una evasione, che probabilità ci poteva essere? Poteva un prigioniero scavalcare il muro di cinta con una corda e un uncino? e come avrebbe fatto poi a scendere dall’altra parte? chi sa se si poteva arrampicarsi pel tetto di una casa, scendere quatto quatto una scala, spingere l’uscio di via e perdersi nella folla? E se mai fosse scoppiato un incendio nella prigione, mentre egli stava lì a letto, che cosa mai sarebbe avvenuto?
Questi involontarii vaneggiamenti non erano in sostanza che la cornice di un quadro nel quale tre sole persone gli stavano presenti: suo padre, con lo sguardo fisso che avea serbato morendo e che il ritratto avea già profeticamente annunziato; sua madre, col braccio teso, respingendo gli ingiuriosi sospetti del figlio; la piccola Dorrit, con la mano sul braccio del vecchio debitore e col capo rivolto dall’altra parte…
E se mai sua madre avesse qualche antica ragione, nota a lei sola, per mostrarsi benevolente alla povera fanciulla! e se il prigioniero, che ora dormiva tranquillo, – Dio lo voglia! – avesse poi, alla luce del giorno del Giudizio, ad accusare sua madre della propria rovina! e se qualche azione di lei o del marito avesse, anche indirettamente, contribuito a curvare nell’abbiezione la canizie di quei due fratelli!
Un rapido pensiero traversò la mente di Arturo. In questa lunga prigionia, qui, fra queste mura, e nella propria cattività fra i quattro muri della camera, non trovava forse la signora Clennam un bilancio da stabilire? – «Ammetto, sì, che alla prigionia di quest’uomo io abbia contribuito. Ma anch’io ho sofferto. Egli ha invecchiato nella sua prigione: io nella mia. C’è compenso.»
Quando ogni altro pensiero fa svanito, questo solo lo occupò. Addormentatosi, gli si presentò innanzi la madre nella sua seggiola a ruote, respingendolo con cotesta giustificazione. Quando si destò ad un tratto, spaventato senza motivo, le parole di lei gli suonavano ancora all’orecchio, come se la voce della vedova le avesse lentamente profferite al suo capezzale per rompergli il sonno: – «Egli invecchia nella sua prigione: io nella mia; giustizia inesorabile è fatta: il conto è pari, ed io non debbo più nulla.»

CAPITOLO IX.

MAMMINA.

La luce del mattino non ebbe punto fretta di scavalcare i muri della prigione e spingere il suo primo sguardo per le finestre della sala; e quando finalmente si fece vedere, sarebbe stata assai meglio accolta sa fosse venuta sola, anzi che portar seco una sfuriata di pioggia. Ma i venti equinoziali soffiavano forte sul mare, e l’imparziale sud-ovest non volle dimenticare di fare una visita all’angusta Marshalsea. Ruggendo attraverso al campanile della chiesa di san Giorgio, e facendo girare tutte le banderuole, si gettò impetuosamente su tutto il fumo del quartiere di Southwark e lo precipitò nella prigione; poi tuffandosi nei tubi dei camini poco mancò che non soffocasse quei pochi prigionieri che già accendevano il loro fuoco.
Arturo Clennam non si sarebbe punto sentito disposto a poltrire nel letto, quand’anche questo fosse stato in un posto più ritirato, dove nessuno sarebbe venuto a disturbarlo per attizzare il fuoco del dì prima, accendere la legna sotto la caldaia comune, empire questo spartano recipiente alla pompa, spazzare e spolverare la gran sala, ed altrettali preparativi. Contento di vedere spuntare il giorno, quantunque ben poco avesse riposato, ei si levò non appena potè distinguere gli oggetti che lo circondavano, e passeggiò in su e in giù pel cortile per due lunghissime ore, prima che fosse aperto il cancello.
I muri erano così addossati l’uno all’altro, e le nuvole passavano così rapidamente in quel po’ di cielo che restava nel mezzo, che egli provò una sensazione simile al mal di mare, alzando gli occhi al cielo grigio e procelloso, La pioggia, spinta obliquamente dai buffi del vento, anneriva quella parte del fabbricato centrale che Arturo avea visitato la sera innanzi, lasciando però uno spazio asciutto sotto del muro, dove egli passeggiò in mezzo a residui di paglia, polvere e carta, a piccole pozze fatte dal getto della pompa, ed alle foglie sparse della verdura avanzata il giorno precedente. Nel complesso, era un aspetto della vita il più triste e desolato che si potesse vedere.
Nè venne a confortarlo l’apparizione anche momentanea della piccola creatura che l’avea menato in quel luogo. Forse ella era passata senza far rumore ed era entrata nella casa del vecchio padre, mentre Arturo avea volte le spalle. In quanto a Tip, era ancora troppo presto; bastava averlo visto una volta sola, per capire ch’egli avrebbe poltrito in qualsiasi più incomodo letto. Sicchè, mentre passeggiava in su ed in giù, aspettando che il cancello si aprisse, Arturo si pose a pensare quali mezzi offrivagli l’avvenire per proseguire le intraprese ricerche.
Finalmente la porta del cancello girò sui gangheri, e il carceriere, ritto sulla soglia e dandosi una prima pettinata ai capelli, si mostrò pronto a farlo uscire. Con un allegro sentimento di libertà, Arturo attraversò il casotto, e si trovò ancora una volta nel piccolo cortile esterno, dove la sera innanzi avea parlato al fratello del vecchio debitore.
Vi era già un certo affollarsi di gente che venivano dentro, facilmente riconoscibili per messaggieri, mezzani, o servitori della prigione. Alcuni di essi avevano aspettato sotto l’acqua, finchè non si aprisse il cancello; altri che aveano misurato esattamente l’ora dell’arrivo, se ne venivano ora portando dei fagotti di carta straccia pigliati dal droghiere, con fette di pane, pezzi di burro, uova, latte e simili. La povertà e l’aspetto miserabile di cotesti servitori della miseria era proprio da vedersi. Di quei soprabiti e di quei pantaloni così logori, di quelle lacere gonnelle, di quei cappelli così ammaccati, di quelle scarpe, di quei stivali, di quelle masse e di quegli ombrelli, non se n’erano mai visti alla fiera degli stracci. Ciascuno di loro portava la roba di scarto di altri uomini e di altre donne; parevano tutti costruiti dei pezzi dell’altrui personalità, e non avevano nel vestito una esistenza propria. La loro andatura era quella di una razza a parte. Avevano quel non so che di timido e di furtivo, che li facea parer sempre pronti a svoltar la cantonata per recarsi all’Agenzia dei pegni. Quando tossivano, lo facevano a modo della gente che è abituata a vedersi dimenticato ne’ corridoi ventosi, aspettando risposta a lettere scritte con inchiostro giallo, che davano a chi le riceveva un gran disturbo mentale e nessuna soddisfazione. Nel guardare che facevano il forestiere entrando nella prigione, lo sbirciavano con occhio di chi vuol prendere a prestito, – occhio affamato, acuto, speculativo sulla cedevolezza di lui, nel caso che venisse tentato, e sulla probabilità che avrebbe fornito una buona sommetta. La mendicità stava in quelle loro spalle curvate, in quell’andare incerto e malfermo, in quell’abito abbottonato, fermato con gli spilli, rammendato e lacero, in quegli occhielli scuciti, in quei sudici nastri che scappavano di qua e di là, in quel loro fiato grosso ed alcoolico.
Mentre tutta questa gente passava innanzi ad Arturo, il quale non ancora erasi mosso dal cortile, uno di essi si voltò a domandargli se potea servirlo in qualche cosa; e ad Arturo venne l’idea di voler vedere un’altra volta la piccola Dorrit, prima di andar via. Ella dovea oramai esser rimessa dalla prima sorpresa, e sarebbe meno impacciata a discorrere con lui. Egli dunque domandò a cotesto membro della comunità (il quale portava in mano due aringhe, e sotto il braccio una pagnotta e una spazzola da stivali), dov’era il posto più vicino da potersi avere un po’ di caffè. L’innominato rispose in termini incoraggianti, e lo menò ad una bottega da caffè lontana un trar di pietra dalla prigione.
– Conoscete la signorina Dorrit? – Domandò il nuovo cliente.
L’innominato ne conosceva due delle signorine Dorrit; una che era nata nella prigione – Proprio quella!… Ah, proprio quella?… Ebbene, l’innominato la conosceva da molti anni. In quanto all’altra signorina Dorrit, l’innominato abitava nella stessa casa dove stava lei con lo zio.
Questo mutò il progetto a cui s’era quasi fermato il nuovo cliente, di rimanere cioè nella bottega da caffè, fino a che l’innominato non tornasse ad avvertire che la signorina Dorrit era uscita nella via. Invece, incaricò l’innominato di un messaggio confidenziale per lei, facendole dire che quel signore che la sera avanti era venuto a far visita al padre, chiedeva in cortesia di dirle due parole a casa dello zio. Ottenne poi dallo stesso innominato l’indirizzo preciso della detta casa, che era lì presso; lo accommiatò con una mancia di mezza corona; e, rifocillatosi in fretta, s’incamminò senza indugio verso la casa del suonatore di clarinetto.
Vi erano in questa casa tanti inquilini, che lo stipite della porta avea tante tirate di campanello, quanti tasti ha un organo di cattedrale. Non sapendo quale fosse il tasto del musicante, Arturo se ne stava indeciso, quando un volante schizzò fuori da una finestra del pianterreno e gli cadde sul cappello. Notò allora che sulla persiana di cotesta finestra era attaccata una scritta che diceva ISTITUTO CRIPPLES, e più sotto SCUOLA SERALE; e di dietro alla persiana un ragazzo dalla faccia bianca, con in mano una fetta di pane col burro e una racchetta. Essendo la finestra ad altezza di uomo, Arturo si accostò, ed affacciatosi di sopra alla persiana, rese il volante al ragazzo e domandò quello che gli bisognava.
– Dorrit? – disse il ragazzo dalla faccia bianca (uno dei piccoli Cripples). – Il signor Dorrit? Terzo campanello e un sol colpo.
Gli scolari del signor Cripples avevano fatto un vero cartolare della porta di strada, scrivendoci su mille diavolerie con la matita. La frequenza di queste iscrizioni Federigo il sudicio e Vecchio Dorrit facea sospettare di qualche personalità da parte di quei signori scolari. Arturo ebbe tutto il tempo di fare queste osservazioni, prima che la porta venisse aperta dal povero vecchio in persona.
– Ah! – diss’egli, cercando di ricordarsi di Arturo; – siete rimasto dentro iersera?
– Sì, signor Dorrit. Spero di veder qui vostra nipote tra poco.
– Oh! mia nipote! senza la presenza di mio fratello? Avete ragione. Volete venir su ad aspettare?
– Grazie.
Volgendosi con quella stessa tardità con cui volgeva in mente qualunque cosa udisse o dicesse, il vecchio andò per l’angusta scala. La casa era molto affogata e dava un certo odore malsano. Dalle finestre della scala si vedevano altre finestre di altre case non meno malsane, con mazze e corde dove pendevano degli stracci molto brutti a vedere: pareva quasi che gli inquilini attendessero tutti a pescar biancherie, ed avessero preso all’amo un po’ di pesce minuto di nessun conto. Nella soffitta, che era una miserabile cameretta fornita di un lettaccio or ora disfatto e le cui lenzuola arruffate pareva quasi che bollissero e tenessero sollevato la coperta come l’acqua il coperchio della pentola, vedevasi sopra una tavola azzoppata una colezione mezzo finita di caffè e crostini per due persone. Non vi era nessuno. Il vecchio, borbottando tra sè e sè, che Fanny era scappata via, andò nella camera appresso per chiamarla. Arturo, osservando che la porta era tenuta dalla parte di dentro, e che quando lo zio si provò ad aprirla, una voce irritata avea esclamato: – «Non aprite, stupido!» – arguì che la signorina non era ancora vestita; e vide in effetti delle calze slegate e una sottana di flanella. Lo zio, che da parte sua non pareva che arguisse niente, tornò indietro strascicando, si pose a sedere, e incominciò a scaldarsi le mani al fuoco, senza però che veramente facesse freddo o che egli avesse la minima idea se ne facesse o no.
– Che vi è sembrato di mio fratello? – domandò egli, quando si fu accorto di lì a poco di quel che stava facendo ed ebbe levato il braccio per prendere dalla mensola del camino l’astuccio del clarinetto.
– Ho avuto piacere, – rispose Arturo, non sapendo che dire, poichè in questo momento pensava al fratello presente, – di trovarlo così bene in salute e così allegro.
– Ah! – borbottò il vecchio; – sì, sì, sì, sì, sì.
Arturo non capiva che cosa volesse fare il vecchio del suo astuccio. Ma il vecchio non ne volea far niente. A tempo debito, si accorse che l’astuccio non era il pezzo di carta col tabacco, che anche stava sulla mensola del camino, lo rimise a posto, prese invece il tabacco e si consolò con una presa. Così facendo, egli era tanto debole, lento e esitante quanto in ogni altra cosa che facesse; soltanto un leggiero tremolìo di benessere si notò nei suoi poveri nervi consunti negli angoli della bocca e degli occhi.
– E Amy? che vi sembra di Amy, signor Clennam?
– Sono rimasto molto impressionato, signor Dorrit, da quanto ho visto e pensato di lei.
– Senza Amy, mio fratello sarebbe stato a quest’ora un uomo perduto. Tutti quanti ci saremmo trovati non so come, senza Amy. È una brava e buona ragazza, Amy. Fa il suo dovere.
Parve ad Arturo di notare in cotesti elogi un certo che di convenzionale, che già avea osservato la sera innanzi nelle parole dell’altro fratello. Anche quella specie di freddezza gli fece cattivo senso. Non già che essi lesinassero gli elogi, o fossero insensibili a quanto la fanciulla faceva in loro pro; si erano piuttosto abituati per pigrizia a servirsi di lei, come per gli altri bisogni della loro condizione. Gli parve anche che, sebbene avessero ogni giorno occasione di far confronto tra Amy e sè stessi, credessero pure esser quello il suo posto naturale, quelli i suoi doveri, che le erano insiti come il nome e l’età. E gli parve finalmente che non si figurassero punto che la fanciulla si fosse levata oltre l’atmosfera dalla prigione, ma che invece di questa vivesse, e che fosse appunto quale doveva essere e non altro.
Lo zio, senza più badare al suo ospite, s’era rimesso alla colezione e andava rosicchiando i crostini bagnati nel caffè, quando il campanello squillò. – Questa di certo sarà Amy, – disse il vecchio, e si mosse par andare ad aprire, lasciando nell’animo di Arturo una impressione così vivace delle sue mani sudicie, del suo viso non meno consunto, e della sua decrepitezza, come se lo vedesse ancora sdraiato nel seggiolone.
Amy salì dietro lo zio, vestita sempre con la solita semplicità, e sempre con la stessa timidezza. Aveva le labbra semiaperte, come se il cuore le battesse dentro più dell’usato.
– Il signor Clennam, – le disse lo zio Federigo, – sta qui ad aspettarti da un pezzo.
– Mi son fatto lecito di mandarvi a chiamare.
– Ho ricevuto l’imbasciata, signore.
– Andate da mia madre stamani? Credo di no, poichè la vostra solita ora è passata.
– Oggi no, non ci vado. Non si ha bisogno di me.
– Mi permetterete di accompagnarvi un tratto da qualunque parte dobbiate andare? Così avrò agio di parlarvi, cammin facendo, senza più tenervi qui impedita e senza abusare dell’ospitalità che mi vien concessa.
Ella parve un po’ impacciata, ma nondimeno rispose di sì, quando a lui piacesse. Arturo fece le viste di andar per la camera cercando la sua mazza, per darle tempo di rifare il letto, di rispondere alla sorella che bussava con impazienza al muro, e di dire due buone parole allo zio. Poi, quando gli parve tempo, trovò la mazza, e tutti e due discesero le scale, ella innanzi, egli appresso, lo zio ritto in capo alla scala, e probabilmente dimentico dell’uno o dell’altra, prima ancora che fossero arrivati a terreno.
Gli scolari del signor Cripples, che già venivano a scuola, desistettero un momento dalla loro ricreazione mattutina di picchiarsi a colpi di borse e di calepini, per spalancare degli occhi cosiffatti, vedendo un forestiero che era andato a far visita a Federigo il sudicio. Sopportarono in silenzio lo spettacolo nuovo ed incredibile, fino a che il misterioso visitatore non fu ad una convenevole distanza; allora scoppiarono ad un tratto e incominciarono a gettar sassi e grida e si diedero a danze insultanti e per tutti i rispetti seppellirono il piffero della pace con molte e così stravaganti cerimonie, che se il signor Cripples fosse stato il capo di una tribù Cripples, non avrebbero potuto far più onore all’educazione ricevuta.
In mezzo a queste ovazioni, il signor Arturo Clennam offrì il braccio alla piccola Dorrit, e la piccola Dorrit lo accettò.
– Vorreste andare pel Ponte di ferro? – diss’egli; – eviteremo così il chiasso delle vie.
La piccola Dorrit rispose anche ora: «come vi piace» e si azzardò ad esprimere la speranza che il signor Clennam non avrebbe badato più che tanto alle impertinenze degli scolari del signor Cripples, poichè anche lei aveva ricevuto quella sua qualunque educazione appunto nella scuola serale del signor Cripples. Arturo rispose aver già perdonato con tutto il cuore agli scolari dell’istituto Cripples. E così il signor Cripples, senza saperlo, fece tra essi due da maestro di cerimonie, e li riavvicinò assai più che non avrebbe fatto lo stesso beau Nash, se essi avessero vissuto nei suoi tempi beati, e se egli fosse disceso a posta dalla sua carrozza a sei cavalli per presentarli l’uno all’altra.
Tirava sempre vento e le vie erano fangose, sebbene non piovesse punto nel mentre si dirigevano verso il Ponte di ferro. La piccola creatura pareva così giovane agli occhi di Arturo, che questi di quando in quando si accorgeva di volgerle la parola o di pensare a lei, come ad una bambina. Forse ei pareva a lei così attempato come ella gli pareva giovane.
– Mi dispiace, signore, che avete dovuto passare così male la notte scorsa, chiuso la dentro. È stata una vera disgrazia.
– No, – egli rispose, – non era nulla. Aveva avuto un ottimo letto.
– Oh sì! – rispose subito la piccola Dorrit, – nella sala del ristoratore ci devono essere dei letti eccellenti.
Arturo notò che agli occhi della piccola Dorrit il ristoratore dovea sembrare un magnifico albergo, e che ella ne era orgogliosa.
– Credo che vi si spenda molto, – riprese la fanciulla, – ma mi ha detto mio padre che c’è da trovare degli stupendi desinari. Anche del vino, – aggiunse poi con timidezza.
– Ci siete mai stata?
– Oh no! Solo in cucina sono andata qualche volta, per cercare un po’ di acqua calda.
E pensare che alla sua età ella serbava ancora una specie di timoroso rispetto pel lusso di quello stupendo stabilimento, l’albergo della Marshalsea!
– Vi ho domandato ieri sera, – disse Arturo, – in qual modo mia madre vi avesse conosciuta. Udiste mai il nome di lei, prima di esser mandata a chiamare?
– No, signore.
– Credete che vostro padre l’abbia mai inteso?
– No, signore.
Egli vide gli occhi di lei levarsi così pieni di maraviglia (la poverina fu turbata tutta da questo incontrarsi negli occhi di quel signore, e subito volse i suoi dall’altra parte), ch’egli credette necessario di soggiungere:
– Ho una ragione per farvi queste domande, che, a dire il vero, non so io stesso come spiegarla; ma non sospettate mai in nessun conto che essa sia tale da darvi la minima inquietudine. Tutto il contrario. Sicchè voi credete che in nessuna epoca della vita di vostro padre il mio nome di Clennam gli fosse famigliare?
– No, signore.
Egli sentì dal tuono della voce, che la piccola Dorrit levava ancora gli occhi con le labbra semiaperte e tremanti; si studiò per questo di guardare innanzi, anzi che far battere più presto il cuore della fanciulla, col muoverle altre dimande.
Vennero così sul Ponte di ferro, che pareva, uscendo dalle vie affollate e rumorose, così tranquillo come se fosse stato in aperta campagna. Il vento soffiava aspramente, e dei buffi umidi passavano loro innanzi, facendo spruzzare le pozze della via e del marciapiede e facendole piovere nel fiume. Le nuvole correvano furiose in un cielo color di piombo, il fumo e la nebbia correvano anch’essi, e il fiume grosso e tenebroso scorreva nella medesima direzione. La piccola Dorrit in mezzo a tutto ciò pareva la più piccola, la più quieta, la più debole delle creature di Dio.
– Lasciate che vi faccia montare in carrozza, – disse Arturo Clennam, che fu sul punto di aggiungere: «mia povera bambina!»
Ella rifiutò subito, dicendo che l’umido o il sole le facevano lo stesso; era abituata ad andare attorno in qualunque tempo. Egli lo sapeva, e ne fu tocco di più forte pietà, pensando a questa delicata creatura che tutte le sere dovea prendere il suo cammino per le vie umide, buie e chiassose della grande città verso un luogo di riposo qual era quello lasciato poc’anzi.
– Mi avete parlato con tanta sollecitudine ieri sera, signore, e poi ho saputo che vi siete mostrato così generoso con mio padre, che non ho saputo resistere alla vostra imbasciata, non fosse altro che per ringraziarvi; tanto più che desideravo di dirvi….
Qui si arrestò dubbiosa e tremante, e gli occhi le si empirono di lagrime.
– Di dirmi?…
– Che non vogliate pensar male di mio padre. Sapete, non bisogna giudicarlo, come si fa delle altre persone che non sono in carcere. Ci è stato tanto tempo, lui! Io non l’ho mai visto fuori, ma capisco benissimo che da allora in qua ha dovuto mutare in tante e tante cose.
– Io non sarò mai verso di lui ingiusto o severo, siatene certa.
– Non già, vedete, – riprese la fanciulla con un certo orgoglio, e quasi temesse di mostrare di abbandonarlo, – non già ch’egli abbia da arrossire per sè o che io ne debba arrossire. Soltanto bisogna intenderlo. Io vorrei solo che si ricordasse la sua vita passata. Tutto ciò che vi ha detto è proprio vero. Tutto è accaduto com’egli vi ha riferito. Lo rispettano molto. Ogni venuto è contento di conoscerlo. Gli si fa la corte più che a qualunque altro. Lo tengono quasi in più conto che non lo stesso governatore della prigione.
Se mai orgoglio fu innocente, tale era questo della piccola Dorrit, a proposito del padre.
– Dicono anche che i suoi modi sono di un vero gentiluomo, e posson servir di modello. Non ho veduto nessuno di là dentro che gli rassomigli; tutti convengono anzi che egli è di molto superiore agli altri. Ed ecco perchè gli fanno dei regali, e non solo perchè si sappia della sua povertà. Non è certo da biasimare perchè si trova in bisogno, povero vecchio. Chi mai potrebbe vivere in prigione per un quarto di secolo, e trovarsi ricco?
Quanto affetto nelle sue parole, quanta pietà vera e sentita, quanta sincerità nel circondare il vecchio di una luce falsa ed immeritata!
– Se ho creduto meglio di non dire dove fosse casa mia, non è stato perchè mi vergognassi di lui. Dio non voglia! Nè della stessa mia dimora io mi vergogno quanto si potrebbe sospettare. Non son cattiva gente quelli che ci vengono. Ne ho conosciuti moltissimi buoni, onesti, perseveranti, i quali ci venivano perchè la disgrazia voleva così. Quasi tutti hanno buon cuore e si vogliono bene. E veramente sarei un’ingrata, se dimenticassi che vi ho passato molte ore tranquille e piacevoli; che ho avuto un amico eccellente, quando non era che una bambina, il quale mi amava con tutto il cuore; che ci ho imparato là dentro, ci ho lavorato e ci ho dormito anche saporitamente. Mi pare che dopo tante cose, sarebbe una bassezza e una crudeltà senza pari, a non averci alcuno attaccamento.
Sfogata in queste parole la pienezza del cuore affezionato e fedele, la piccola Dorrit aggiunse con tuono modesto e con una occhiata che domandava l’indulgenza al suo nuovo amico:
– Non ve le volevo dire tante cose, e prima d’ora, un’altra sola volta ne ho parlato. Ma mi pare così che possiate capir meglio di ieri sera. Vi dissi che mi dispiaceva che mi aveste seguita. Adesso non me ne dispiace tanto, a meno che non aveste a pensare…. veramente no, non me ne dispiace punto, a meno che io non abbia parlato così imbrogliato da…. da non farvi capir niente, ed ho paura che sia proprio questo il caso.
Arturo rispose con grande sincerità il caso non esser questo; e, ponendosi tra lei e il vento aspro ed umido, la protesse il meglio che poteva.
– Adesso, – disse Arturo, – mi sento autorizzato a domandarvi qualche altra cosa sul conto di vostro padre. Ce n’ha molti di creditori?
– Oh sì! molti.
– Intendo dire, creditori che lo tengono chiuso lì dentro?
– Oh sì! molti.
– Potreste dirmi…. mi riuscirà certo di saperlo da altri se voi non siete in grado di informarmi…. potreste dirmi chi è di essi il più influente?
La piccola Dorrit disse, dopo avere un po’ pensato, d’avere inteso parlare molto tempo addietro di un certo signor Tenace Mollusco, come di un uomo di gran potere. Era un commissario governativo, o membro di un consiglio, o amministratore o qualche cosa insomma. Le pareva che abitasse a Grosvenor-Square, o lì presso. Occupava un posto, una carica elevata nel ministero delle Circonlocuzioni. La fanciulla, a quanto pareva, avea acquistato fin dall’età più tenera una così terribile impressione del potere di cotesto formidabile signor Mollusco di Grosvenor-Square o dei dintorni, che al solo menzionarlo tremava tutta.
– Non ci sarà niente di male, – pensò Arturo, – di andare a trovare questo signor Mollusco.
Il pensiero non gli si affacciò così pronto che la piccola Dorrit non lo indovinasse.
– Ah! – diss’ella, scrollando il capo con quello sconforto rassegnato di chi conta molti anni di sofferenze; – ce ne sono stati tanti che volevano trovar modo di fare uscir mio padre di prigione; ma voi non vi potete figurare come sia inutile qualunque tentativo.
Dicendo questo, ella dimenticò un poco la sua naturale timidezza, compresa dal sincero desiderio di svolgere Arturo dall’impresa di rimettere a gala quell’avanzo di naufragio; e lo guardò con tale occhiata che insieme al suo viso paziente, alla fragile persona, alla veste dimessa, al vento ed alla pioggia, non fece che confermarlo nel proposito di esserle utile.
– Anche se la cosa fosse possibile, e adesso non lo è di certo, dove andrebbe a vivere babbo, e come potrebbe vivere? Più d’una volta ci ho pensato che se mai una tal cosa accadesse, gli farebbe tutt’altro che bene. La gente di fuori non lo stimerebbe forse come lo stimano quei della prigione. Non si avrebbero per lui quei medesimi riguardi. E forse egli stesso non sarebbe così adatto ad un nuovo genere di vita, diversa da quella che mena ora.
Qui, per la prima volta, ella non potè rattenere le lagrime; e le due manine delicate che Arturo aveva notato così agili al lavoro, tremarono stringendosi l’una nell’altra.
– Sarebbe per lui un nuovo dolore, se mai venisse a sapere che io mi guadagno un po’ di danaro, e che Fanny fa lo stesso. Egli è così sollecito del fatto nostro, vedete, sentendosi rinchiuso là dentro senza speranza di uscirne mai. Un padre così buono, così buono!
Egli lasciò che quel primo impeto di affetto fosse calmato. E non aspettò molto. La piccola Dorrit era poco usata ad occuparsi di sè o a disturbare gli altri con le proprie emozioni. Sicchè Arturo aveva appena dato un’occhiata all’ammasso di tetti e di comignoli della città, fra’ quali il fumo si aggirava denso e pesante, ed alla selva delle antenne sul fiume ed a quell’altra selva dei campanili in terra ferma che la nebbia fitta faceva confondere, – che già la fanciulla era tornata così tranquilla come se stesse intenta al lavoro nella camera della signora Clennam.
– Sareste contenta di veder posto in libertà vostro fratello?
– Oh tanto contenta, signore!
– Ebbene, speriamolo almeno. Ieri sera, mi pare, mi parlaste di un tale che vi era amico?
– Si chiamava Plornish, – rispose la piccola Dorrit.
– E dove abitava Plornish?
– Plornish abitava nel cortile del Cuor Sanguinoso. Non era che un muratore, – aggiunse la fanciulla come per prevenire il suo compagno che non si formasse delle grandi idee sulla posizione sociale di Plornish. – Abitava all’ultima casa nel cortile del Cuor Sanguinoso, e c’era scritto il nome sopra un portoncino.
Arturo prese nota dell’indirizzo e diè il proprio alla piccola Dorrit. Oramai avea fatto tutto ciò che volea fare pel momento, e non gli restava che il desiderio di lasciarla con una certa sicurezza, in lui, e di averne una specie di promessa.
– Ed eccone uno degli amici! – diss’egli, riponendo in tasca il taccuino. – Nel ricondurvi…. voi tornate indietro, non è vero?
– Oh sì! vado a casa direttamente.
– Nel ricondurvi, – la parola casa gli suonò male all’orecchio, – lasciate che io vi persuada che avete un altro amico. Io non fo professioni di fede, e non aggiungo altro.
– Voi siete troppo buono per me, signore. No, io son certa di non aver bisogno di altro.
Se ne tornavano intanto per le vie anguste e fangose, passando innanzi a meschine e sudicie botteghe, e urtati ad ogni passo da quei cenciosi rigattieri così frequenti nei quartieri poveri. Nel breve cammino nulla c’era di piacevole per alcuno dei cinque sensi. Eppure questa passeggiata, attraverso la pioggia, la mota e il frastuono, riusciva di un insolito diletto a Clennam, che portava al braccio quella creaturina così delicata, timida e melanconica. Quanto ella gli paresse bambina, o quanto avanzato in età paresse egli stesso agli occhi di lei, e qual segreto si nascondesse in questo primo incontro sui destini delle loro esistenze, non importa qui ricercare. Egli pensò che la fanciulla era nata e cresciuta fra quelle scene desolanti che ora traversava timida e ritrosa, e che le erano famigliari, quantunque vi si trovasse spostata; pensò della lunga dimestichezza da lei acquistata con le squallide miserie della vita; della sua innocenza, della sua materna sollecitudine per gli altri, dei suoi pochi anni e del suo aspetto infantile.
Erano appena arrivati ad High Street, dove stava la prigione, quando una voce gridò: «Mammina, mammina!» La piccola Dorrit si fermò e si volse alla chiamata, ed una strana persona venne loro addosso correndo e saltando e gridando sempre: «Mammina!» incespicò, cadde e sparse per terra nella mota il contenuto di un gran paniere di patate.
– Oh, Maggy, – disse la piccola Dorrit, – come sei arruffona e disadatta!
Maggy non s’era fatta male. Si rialzò subito, e si diè a raccogliere le patate, aiutata in questo lavoro dalla piccola Dorrit e da Arturo Clennam. Maggy raccattava poche patate e molta mota; ma alla fine furono tutte rimesse nel paniere. Allora Maggy si strofinò la faccia, sporca di mota, con lo scialle, e presentandola ad Arturo come un tipo di nettezza, lo pose in grado di vedere a che cosa ella somigliasse.
Poteva avere un ventotto anni, Maggy; aveva grosse ossa, grosse fattezze, grosse mani, grossi piedi, grossi occhi e punto capelli. Gli occhi erano limpidi e quasi senza colore; pareva che la luce poco li colpisse, e che stessero sempre spalancati ed immobili. Notavasi anche nella faccia quella espressione concentrata ed attenta, che hanno i ciechi; però Maggy non era cieca, ed anzi possedeva un occhio che la serviva piuttosto bene. Il viso non era bruttissimo, forse in grazia di un sorriso piacevole ed allegro, ma reso compassionevole dallo star sempre allo stesso posto senza mai cancellarsi. Una gran cuffia bianca, ornata di una quantità di gale che sbattevano senza posa, serviva a celare la calvezza. Il vecchio cappello nero sovrapposto ad essa non si manteneva in equilibrio, e ritenuto al collo dalle fettucce, pendeva sulle spalle, come il bambino della zingara. Di che fosse fatto tutto il resto dell’abbigliamento solo una commissione di rigattieri avrebbe potuto decidere; ma nel complesso rassomigliava molto ad un arruffio di alga, con in mezzo qua e là una gigantesca foglia di tè. Lo scialle specialmente pareva una foglia di tè, tratta fuori da una lunga infusione.
Arturo Clennam guardò alla piccola Dorrit con la espressione di chi avesse detto: «Si può sapere chi è costei?» La piccola Dorrit, a cui Maggy, sempre dandole di mammina, avea preso la mano e l’andava accarezzando, rispose con parole. (Tutti e tre si trovavano sotto un portone, dove la maggior parte delle patate erano rotolate).
– È Maggy, signore.
– Maggy, signore, – ripetè come un’eco la persona presentata. – Mammina!
– È la nipote,…. riprese la piccola Dorrit.
– Nipote….. ripetè Maggy.
– Della mia vecchia nutrice, morta da tanto tempo. Maggy, quanti anni hai?
– Dieci, mammina, – rispose Maggy.
– Non vi potete figurare, signore, – disse la piccola Dorrit con infinita tenerezza, – com’è buona.
– Com’è buona, – ripetè Maggy, rendendo l’epiteto alla mammina.
– E com’è brava anche, – aggiunse la piccola Dorrit.
– La si può mandare per qualunque commissione, e ci va come qualunque altro. (Maggy si pose a ridere). Ed è sicura come la stessa Banca d’Inghilterra. (Maggy rise più forte). Guadagna tutto da sè per campare la vita. Proprio tutto, signore! – disse la piccola Dorrit a voce più bassa e con aria di trionfo. – Sul serio, sapete!
– Qual è la sua storia? – domandò Clennam.
– Figurati, Maggy! – esclamò la piccola Dorrit, prendendole le grosse mani e facendole battere insieme. – Un signore che viene da mille miglia lontano, e che vuol sapere la tua storia!
– La mia storia, mammina?
– Mi chiama così, – disse la piccola Dorrit, arrossendo un poco. – Mi vuole un gran bene. La sua vecchia nonna non era per lei così buona come avrebbe dovuto essere; non è vero, Maggy?
Maggy scrollò il capo, fece della mano sinistra una specie di boccale, se l’accostò alla bocca e mostrò di bere. Poi disse: «Gin». E poi ancora si mise a battere un bambino immaginario e disse: «Mazza di scopa e molle».
– All’età di dieci anni, – riprese la piccola Dorrit, guardando in viso a Maggy, – ella ebbe una cattiva febbre, signore, e da allora non ha più avanzato negli anni.
– Dieci anni, – disse Maggy, scrollando il capo. – Ma che bell’ospedale! ci si stava così bene, non è vero? Oh com’era bello! un vero paradiso!
– Non avea mai goduto un po’ di pace prima di allora, – riprese la Dorrit, volgendosi ad Arturo e parlando basso; – e ad ogni poco n’esce a discorrere.
– E che letti poi! – esclamò Maggy. – Che limonate! che aranci! che delizia di brodo e di vino! che bocconi di pollo! Oh, non è proprio un posto incantato per chi ci può stare?
– E così Maggy ci è stata quanto più ha potuto, – disse la piccola Dorrit, sempre con lo stesso tuono di voce, come se contasse una novella pei bambini; – e finalmente, quando non le era più permesso, ne uscì. Allora, siccome non dovea mai aver più di dieci anni, per tutta la vita…..
– Per tutta la vita!…. – ripetè Maggy.
– E siccome era molto debole…. tanto debole, figuratevi, che quando cominciava a ridere, non si fermava più…. ed era un vero peccato….
(Maggy subito si fece seria).
– La nonna non sapeva che farsene di lei, e per qualche anno fu veramente cattiva. Finalmente, coll’andar del tempo Maggy si diè pensiero di migliorarsi, di essere attenta e laboriosa; e a grado a grado ebbe il permesso di uscire ed entrare come più le piacesse, e così si guadagnò quel tanto per vivere che si guadagna ancora. E questa – conchiuse la piccola Dorrit sbattendo insieme le due grosse mani, – è la storia di Maggy, come la stessa Maggy conosce benissimo.
Ah! ma Arturo l’avrebbe indovinato tutto il resto della storia, se pure non avesse inteso quel nome di mammina, se non avesse visto con quanta tenerezza le grosse mani di Maggy carezzavano la mano della piccola Dorrit, se non avesse scorto le lagrime che bagnavano quelle pupille larghe e scolorite, se non avesse udito il singhiozzo che ruppe a mezzo il riso stupido della povera Maggy. Quel sudicio portone nel quale ingolfavasi il vento e la pioggia, quel paniere ripieno di fangose patate che aspettavano di essere sparse di nuovo e raccattate, non gli tornarono mai in mente senza dargli una certa commozione. Mai, mai!
Erano ormai presso al termine della passeggiata, ed uscirono dal portone. Maggy volle a tutti i costi che si fermassero innanzi alla bottega di uno speziale, poco lontana dalla prigione, per far mostra di tutto il suo gran sapere in fatto di letteratura. Sapeva leggere a modo suo; distingueva, senza troppo sbagliare, i numeri più grossi che indicavano i prezzi. Incespicò anche, senza pigliare molte cadute, attraverso a varie filantropiche raccomandazioni indirizzate ai passanti, come per esempio: Provate la nostra Mistura – Provate il nostro tè nero – Provate il nostro Peko col senso di arancio, che sfida il paragone dei tè più profumati; – e vari avvertimenti al rispettabile pubblico perchè stesse in guardia contro certi stabilimenti equivoci e certi articoli adulterati. Quando Arturo vide come il piacere colorisse leggermente le guance della piccola Dorrit, tutte le volte che Maggy coglieva nel segno, capì che avrebbe potuto restarsene lì in compagnia delle due ragazze, facendo una biblioteca della mostra dello speziale, fino a che la pioggia e il vento si fossero stancati.
Arrivarono finalmente nel cortile esterno della prigione, e qui ei prese commiato dalla piccola Dorrit. Per quanto piccola gli fosse sembrata, gli parve ora più piccola che mai, vedendola entrare nella prigione, lei, la mammina, in compagnia della grossa figliuola.
La porta della gabbia si aprì, e quando l’uccellino, addomesticato alla cattività, fu tornato dentro, Arturo la vide richiudersi. E allora si allontanò.

CAPITOLO X.

CONTENENTE TUTTA LA SCIENZA DI GOVERNO.

Il Ministero delle Circonlocuzioni, come tutti sanno benissimo, è il più importante di tutti i Ministeri. Nessuna faccenda pubblica di qualsiasi genere si può mai sbrigare senza l’acquiescenza del Ministero delle Circonlocuzioni. Volere o no, le mani in pasta ce l’ha sempre, o che si tratti di un grosso pasticcio pubblico, o di una piccola ciambella pubblica. Senza la espressa facoltà del Ministero in questione non è possibile di far ragione al più semplice diritto o di raddrizzare il torto più evidente. Se mai si venisse a scoprire un’altra cospirazione della polvere giusto mezz’ora prima che si desse fuoco alla miccia, nessuno si potrebbe far lecito di salvare il Parlamento, se prima il Ministero delle Circonlocuzioni non avesse nominato una ventina di Commissioni, spedito un fascio di lettere, parecchi sacchi di rapporti ufficiali, e una sgrammaticata corrispondenza tanto voluminosa da empirne fino alla vôlta una tomba di famiglia.
Questa gloriosa amministrazione è entrata in campo, quando l’unico e sublime principio, nel quale è racchiusa la difficile arte di governare, si è rivelato lucidamente agli intelletti degli statisti. È stata la prima a studiare cotesta brillante rivelazione, per portarne la miracolosa efficacia nel movimento complessivo della macchina ufficiale. Qualunque cosa si debba fare, subito il Ministero delle Circonlocuzioni, avanzando in ciò tutte le altre pubbliche amministrazioni, trova i mezzi più acconci…. PER NON FARLA.
La mercè di questa delicata intuizione e del tatto squisito con cui se ne giova, e del genio che spiega nella pratica, il Ministero delle Circonlocuzioni è pervenuto a primeggiare fra tutte le pubbliche amministrazioni; e la situazione pubblica è pervenuta ad essere…..quel che era prima.
È vero che l’arte di non far le cose è l’oggetto e lo studio principale di tutte le pubbliche amministrazioni e di tutti gli uomini politici che circondano il lodato Ministero. È vero che ogni nuovo presidente del Consiglio ed ogni nuovo governo, venuti al potere per avere sostenuto che la tal cosa si debba fare, si danno subito a tutt’uomo per trovare il mezzo di non farla. È vero che, compiute appena la elezioni generali, tutti quei deputati che si sono sgolati e slogati e dimenati perchè la tal cosa non si è fatta, e che hanno interpellati gli amici dell’onor avversario di dichiarare perchè non l’hanno fatta, e che hanno asserito che bisogna farla, e che si son obbligati di farla, incominciano subito a ricercare in qual modo si possa non farla. È vero che le discussioni di ambo i rami del Parlamento, durante tutta la sessione, tendono uniformemente alla deliberazione finale di non farla. È vero che il discorso della Corona, all’apertura della detta sessione, dice virtualmente: «My lords e signori, voi avete una gran quantità di lavori da fare, epperò voi vi ritirerete nelle vostre camere per discutere sul modo di non farli.» È vero che il discorso della Corona, alla chiusura della detta sessione, dice virtualmente: «My lords e signori, voi siete stati per molti mesi di penoso lavoro a ricercare con lealtà e patriottismo il miglior mezzo di non farli, e l’avete finalmente trovato; e così, domandando la benedizione della Provvidenza sulla ventura raccolta (naturale s’intende e non politica) io vi accommiato e vi mando alle case vostre.» Tutto questo è vero, ma il Ministero delle Circonlocuzioni va anche più oltre di questo.
Imperrocchè il Ministero delle Circonlocuzioni procede ogni giorno meccanicamente, mantenendo sempre in moto questa potente e meravigliosa ruota di governo del non fare le cose. Imperrocchè il Ministero delle Circonlocuzioni, non sì tosto un pubblico uffiziale si accinge a fare qualche cosa o mostra di trovarsi, per un qualsivoglia strano accidente, in lontano pericolo di farla, subito gli è sopra con una nota, un memorandum, una lettera di istruzioni, che viene addirittura ad annientarlo. Per questo spirito di nazionale efficacia, il nostro Ministero è pervenuto a grado a grado a trovarsi in contatto con tutti gli interessi, e ad immischiarsi di tutto. Meccanici, chimici e fisici, soldati, marinai, sollecitatori, scrittori di memorie, gente che si lamenta di torti, gente che vuol raddrizzare dei torti, gente imbrogliona, o imbrogliata, gente che non perviene ad esser ricompensata dei meriti, gente che non perviene ad esser punita dei demeriti, tutti indistintamente si trovano cacciati e ammontati fra un diluvio di fogliacci sui banchi del Ministero delle Circonlocuzioni.
Una folla di gente si perdono ogni giorno nel Ministero delle Circonlocuzioni. Dei disgraziati, che hanno patito qualche ingiustizia, o che si presentano carichi di progetti pel benessere generale (e farebbero tanto meglio a venirsene con le loro ingiustizie belle e fatte, anzichè impiegare cotesta amara ricetta inglese per procacciarsele), i quali dopo molto tempo e moltissima fatica son passati sani e salvi attraverso le altre pubbliche amministrazioni, i quali, a norma del regolamento, sono stati sbattuti da questo a quell’uffizio e da quello a questo, e lusingati e corbellati, si vedono finalmente rimandati al Ministero delle Circonlocuzioni per non riveder più mai la luce del giorno. Le Commissioni si riuniscono e ci siedono e ci discutono sopra, i segretari ci scrivono e ci raschiano sopra, gli uscieri ci chiacchierano sopra, gli scrivani registrano, notano, bollano, ed eccoli belli e spariti insomma, tutti gli affari del paese passano pel Ministero delle Circonlocuzioni, eccetto quegli affari che non ne escono più, e il loro nome è Legione.
A volte, degli spiriti irosi attaccano il Ministero delle Circonlocuzioni. A volte, delle questioni parlamentari ne derivano, delle interpellanze o almeno delle minacce di interpellanze, da parte di quei demagoghi così bassi ed ignoranti da credere che la vera scienza di governo stia nel trovare i mezzi di far le cose. In tali congiunture il nobile lord, o l’onorevole gentleman, a cui tocca il cómpito di difendere il Ministero delle Circonlocuzioni, si caccia in tasca l’arancio dalla discordia e fa di quella occasione una vera battaglia campale. Levasi impetuosamente, dando di un pugno sul banco, e affronta petto a petto l’onorevole preopinante. E incomincia dall’affermare di essere lì, a quel posto, per informare l’onorevole preopinante che il Ministero delle Circonlocuzioni, è non solo incolpevole in questo affare, ma è anzi degno di lode e di essere levato a cielo in questo affare. Ed afferma anche di esser lì, a quel posto, per far sapere all’onorevole preopinante che, sebbene il Ministero delle Circonlocuzioni, abbia sempre e pienamente ragione, mai ne ha avuta tanta della ragione come in questo affare. Ed afferma di più di volere avvertire l’onorevole preopinante che avrebbe dato maggior prova di onestà, di intelligenza, di buon gusto, di buon senso… e di tutto il dizionario dei luoghi comuni, se avesse lasciato stare il Ministero delle Circonlocuzioni, senza punto toccare all’affare in questione…. E finalmente, tenendo fisso un occhio ad un membro ispiratore del Ministero delle Circonlocuzioni presente alla seduta, egli schiaccia l’onorevole preopinante con la narrazione ufficiale dell’affare stesso. E sebbene una delle due cose accada sempre, o che il Ministero delle Circonlocuzioni non abbia nulla da dire e lo dichiari apertamente, o che abbia qualche cosa da dire, della quale il nobile lord o l’onorevole gentleman travisa una metà e dimentica l’altra, la conclusione certa è sempre questa, che il Ministero delle Circonlocuzioni ottiene un voto di piena approvazione da una comoda e docile maggioranza.
In grazia del lungo esercizio, questa amministrazione è diventata un tal semenzaio di uomini di Stato, che molti solenni lords, rispettabili e rispettati, si son guadagnata la riputazione di essere sovrumani prodigi nella pratica degli affari, solo per essersi esercitati a capo di qualche dipartimento del Ministero delle Circonlocuzioni nell’arte di non far le cose. In quanto ai pretonzoli e agli accoliti di questo tempio, essi son separati in due classi: gli uni considerano il Ministero delle Circonlocuzioni come una istituzione di origine divina, che ha un diritto assoluto di fare e disfare tutto ciò che meglio le piaccia, gli altri chiudendosi in una completa infedeltà, lo ritengono come un abuso flagrante.
La Famiglia Mollusco trovasi già da molto tempo nell’amministrazione del Ministero delle Circonlocuzioni. Il ramo Tenace Mollusco si ritiene anzi come investito di un diritto esclusivo ai vari impieghi di cotesto Uffizio, e la piglia in mala parte se a qualche altra famiglia salta il grillo di stendervi una mano. I Mollusco sono una nobilissima famiglia ed anche estesissima. Essi si trovano dispersi per tutti i pubblici uffizi, ed occupano ogni sorta di dignità ufficiali. Sicchè, una delle due: o la nazione è oppressa da un carico di obbligazioni verso i Mollusco, o i Mollusco sono oppressi da un carico di obbligazioni verso la nazione. Non si è ancora ben definito questo punto controverso; i Mollusco hanno la loro opinione, e la nazione ha la sua.
Il signor Tenace Mollusco, che, all’epoca in questione, era incaricato di inspirare e di guidare l’uomo di Stato che si trovava a capo del Ministero delle Circonlocuzioni, tutte le volte che cotesto onorevole personaggio si trovava un po’ a disagio in sella, a motivo dei colpi tiratigli da qualcuno di cotesti sfaccendati giornalisti, era un uomo che avea più sangue illustre nelle vene che danaro in tasca. Nella sua qualità di Mollusco, egli avea il suo posto, che era per verità una cosa meschina; e, sempre per la medesima sua qualità di Mollusco, avea naturalmente introdotto il giovane Mollusco, suo figlio, nel proprio uffizio. Sventuratamente avea sposato una signorina della famiglia dei Trampoli, ricca come lui più dalla parta del sangue che per proprietà mobile od immobile, e da questa unione erano nati il Mollusco giovane e tre ragazze. Sicchè, grazie ai gusti aristocratici di Mollusco giovane, alle spese delle tre signorine, della signora Mollusco nata Trampoli, e della propria persona, il signor Tenace trovava piuttosto lunghi gli intervalli delle riscossioni trimestrali del suo stipendio: grave inconveniente, ch’gli attribuiva sempre alla lesineria del paese.
Per la quinta volta in un giorno, Arturo Clennam si presentò al Ministero delle Circonlocuzioni per vedere il signor Tenace Mollusco, dopo avere precedentemente aspettato cotesto signore in un’anticamera, in una stanzetta coperta di vetri, in un salotto e in un corridoio a prova di fuoco, dove pareva che l’amministrazione tenesse la conserva delle sue correnti d’aria. Questa volta però il signor Tenace Mollusco non si trovava, come le altre volte, in conferenza col capo dell’amministrazione. Ma era assente. C’era, in sua vece, Mollusco giovane, satellite minore, ancora visibile sull’orizzonte ufficiale.
Arturo mostrò il desiderio di vedere il signor Mollusco giovane; e lo trovò che si arrostiva i polpacci al fuoco paterno, appoggiandosi alla mensola del camino. Era una bella e comoda stanza, fornita acconciamente secondo il più nobile stile ufficiale, e che dava una imponente idea del Mollusco assente nel tappeto spesso e morbido, nel tavolino coperto di cuoio dove si scriveva seduti, nel tavolino coperto di cuoio dove si scriveva stando in piedi, nella poltrona formidabile, nel paravento, nelle carte sottosopra, nelle scatole pei dispacci ornate di cartellini, come ampolline da medicinali, nell’odore predominante di cuoio e di mogano, e in un certo aspetto generale di comodità che spirava per tutti i versi il dolce far niente.
Il Mollusco presente, che teneva ancora in mano il biglietto di visita del signor Clennam, aveva una fisonomia giovane assai, e le più spelate fedine che siano mai state al mondo. Una lanuggine gli vestiva il mento, così rada e leggiera ch’ei pareva un uccelletto a cui spuntino le prime penne; e un osservatore pietoso avrebbe di certo osservato che se il signor Mollusco non avesse passato il tempo ad arrostirsi i polpacci, sarebbe certamente morto di freddo. Portava sospesa al collo una bellissima lente; ma per sua mala sorte aveva certe orbite così rilevate, certe palpebre così piccine, che non c’era mezzo di farla stare a posto; cadeva invece di tanto in tanto, battendo sui bottoni della sottoveste con un rumore secco che turbava grandemente il nobile e giovane Mollusco.
– Ehi, dico! Sentite. Mio padre non c’è, e non ci sarà per tutt’oggi, – disse il giovane Mollusco. – Si tratta di qualche cosa che posso fare io?
(Clich! giù la lente. Mollusco giovane si affaccenda a toccarsi per tutta la persona, e non trova niente).
– Siete troppo buono, – rispose Arturo Clennam. – Ma io desidero vedere il signor Tenace Mollusco.
– Ma, dico. Sentite. Voi non ci avete un appuntamento, mi pare.
(A questo punto trova la lente e la ripone nell’occhio).
– No; ma è appunto questo che desidero.
– Ma, dico. Sentite. Si tratta di qualche affare pubblico?
(Clich! giù da capo la lente. Mollusco giovane va a caccia della medesima, tanto che Arturo trova inutile di rispondere pel momento).
– Si tratta forse, – riprese Mollusco giovane, notando il viso abbronzato che gli stava presente, – di qualche cosa come…. per esempio… di tonnellaggio… o altra cosa dello stesso genere?
(Aspettando la risposta, apre l’occhio diritto con la mano, e c’incastra dentro la lente in un modo così infiammatorio che il povero occhio comincia a piangere atrocemente).
– No, – disse Arturo, – non si tratta punto di tonnellaggio.
– Allora, sentite. Si tratta di un affare privato?
– Non potrei dirlo con certezza. Si riferisce a un certo signor Dorrit.
– Sentite, adesso vi dico io. Se volete fare una cosa buona, dovreste passare per casa nostra, se vi trovate ad andare per quella via. Mews Street, Grosvenor-Square, n.° 24. Mio padre ha avuto un piccolo accesso di gotta, ed è costretto a starsene in casa.
(Lo sciagurato Mollusco non ci vede più, ma non ha il coraggio di fare alcuna variazione alle disposizioni prese con tanta fatica).
– Grazie. Ci vado subito. Buon giorno.
Mollusco giovane rimase sbalordito, non figurandosi mai che quel signore sarebbe partito sul serio.
– Siete proprio sicuro, – riprese Mollusco giovane, richiamandolo nel punto che stava per uscire, – che non si tratti di tonnellaggio?
– Sicurissimo.
Fatta questa assicurazione, il signor Clennam si ritirò per proseguire le sue ricerche, domandando a sè stesso che cosa mai sarebbe accaduto se veramente si fosse trattato di tonnellaggio.
Mews-Street, Grosvenor-Square, non era proprio Grosvenor-Square, ma ci stava non molto discosto. Era una brutta straducola, chiusa di qua e di là da muri alti, fiancheggiati da stalle e rimesse sulle quali stavano dei mezzanini abitati da famiglie di cocchieri, che aveano una passione speciale per fare asciugare la biancheria all’aria aperta, ornando i davanzali delle finestre di mazze e ferri combinati in maniera da figurare delle barriere daziarie in miniatura. Il principale spazzacamino di cotesto elegante quartiere stava di casa in fondo alla straducola senza uscita, dove anche era uno stabilimento molto frequentato il mattino e a prima sera, per lo spaccio di bottiglie da vino e di residui di cucina. I teatrini ambulanti di Punch solevano venire a Mews-street ad appoggiarsi a quei muri senza finestre, mentre i direttori dei piccoli palcoscenici andavano altrove a prendere un boccone; e nello stesso posto, in Mews-street, tutti i cani del vicinato si davano convegno. Nondimeno, all’entrata della straducola, c’erano due o tre casette senz’aria, le quali costavano di pigione un occhio del capo, essendo delle abbiette dipendenze del quartiere elegante; e tutte le volte che una di coteste orribili tane era da appigionarsi, – il che di rado seguiva, visto la gran richiesta che se ne faceva, – il sensale degli affitti ne dava avviso, descrivendola coma una residenza da gentiluomo, posta nella parte più aristocratica della città, ed abitata soltanto dall’élite del beau monde.
Se una residenza da gentiluomo, e strettamente compresa nei brevi limiti accennati, non fosse stata necessaria al sangue dei Mollusco, il ramo del signor Tenace avrebbe avuto largamente da scegliere in mezzo a diecimila e più case, cinquanta volte più comode e tre volte meno costose. Nella sua posizione però, il signor Tenace Mollusco, trovando la sua casa troppo incomoda e troppo cara, ne dava la colpa al paese e trovava in ciò una novella prova della lesineria del paese medesimo.
Arturo Clennam si fermò ad una casa chiusa ed affogata, con la facciata un po’ inclinata, con finestrini senza luce, e con un piccolo fosso che pareva un taschino di panciotto. Cotesta casa era appunto il n.° 24, Mews-street, Grosvenor-Square. All’odore speciale che ne usciva, la casa pareva quasi una bottiglia che contenesse una forte distillazione di letame; e quando il servo venne ad aprire, parve proprio che l’avesse sturata.
Il servo stava ai servi di Grosvenor-Square, come la casa stava alle case di Grosvenor-Square. Perfetto nel suo genere, era questo un genere equivoco da straducole e da tane. Il suo sfarzo non andava disgiunto da una certa sporcizia; e tanto nella carnagione come nella corpulenza si vedea ch’egli avea molto sofferto dall’aria chiusa nella quale viveva. Una floscezza giallastra gli stava sul viso, quando venne a sturar la bottiglia detta di sopra, e la presentò al naso del signor Clennam.
– Abbiate la compiacenza di consegnare questo biglietto al signor Tenace Mollusco, e di dirgli che ho visto or ora il signor Mollusco giovane, che mi ha diretto qui.
Il servo (che aveva sul soprabito tanti di quei grossi bottoni con lo stemma dei Mollusco, da far pensare ch’ei fosse la cassaforte di famiglia e che portasse attorno le argenterie e i gioielli chiusi ed abbottonati) guardò al biglietto che gli era porto, ci pensò un poco, e poi disse: «Entrate». Ci volle del giudizio e dell’avvedutezza per entrare, senza dar di capo nella porta dell’anticamera e senza ruzzolare, a motivo della confusione mentale e della oscurità fisica, giù per le scale che menavano in cucina. Arturo però arrivò sano e salvo fino al pianerottolo.
E poichè il servo diceva ancora: «Entrate», Arturo gli tenne dietro. Alla seconda porta, una nuova bottiglia fu presentata e sturata, che pareva piena di provviste concentrate e risciacquatura di piatti. Dopo una lieve scaramuccia avvenuta nell’angusto corridoio, motivata dalla sbadataggine del servo che aprì la porta della lugubre stanza da pranzo, trovandoci dentro qualcheduno e indietreggiando in disordine sull’ospite, questi fu chiuso, nel mentre si andava ad annunziarlo, in una stretta anticamera. Qui, egli ebbe l’opportunità di ristorarsi con l’odore combinato di tutte e due le bottiglie, guardando ad un pezzo di muro lontano circa tre piedi e cercando d’indovinare quante famiglie Mollusco vivessero al mondo, chiuse per libera elezione in coteste orribili buche.
Il signor Mollusco era disposto a ricevere. «Il signore vuole aver la compiacenza di salire?» Il signore volle e salì infatti e trovò nel salotto col piede appoggiato sopra uno sgabello, il signor Mollusco in persona, immagine vivente ed espressione vivacissima dell’arte di non far niente.
Il signor Barnacle contava da altri tempi la sua carriera, quando il paese non era così stretto alle spese, e il Ministero delle Circonlocuzioni non era tanto assordato ed assediato come oggi. Avvolgevasi al collo uno, due e tre giri di cravatta bianca, al modo stesso che avvolgeva uno, due e tre giri di cartacce e di spaghi al collo del paese. I suoi polsini e il colletto erano di una gravità opprimente; i modi e la voce erano di una gravità opprimente non meno. Aveva una massiccia catena da orologio con un mazzo di gingilli, un abito abbottonato fino al collo, un panciotto abbottonato fino al collo, un par di pantaloni che non facevano una mezza piega e un par di stivali di una ammirabile rigidezza ufficiale. Nel complesso era un uomo splendido, massiccio, pesante e intrattabile. Pareva che fosse stato per tutta la vita in seduta permanente facendosi fare il ritratto da sir Tommaso Lawrence.
– Il signor Clennam? – disse il signor Mollusco. – Favorite di accomodarvi.
Il signor Clennam obbedì.
– Credo che siate già venuto a cercar di me al Ministero delle Circonlocuzioni, – rispose il signor Mollusco, dando all’ultima parola una lunghezza di quasi venticinque sillabe.
– Sì, mi son preso questa libertà.
Il signor Mollusco piegò il capo, come se volesse dire:
– Non nego che la vostra sia stata una libertà. Prendetevene un’altra e ditemi che volete da me.
– Permettetemi di farvi osservare che io sono stato varii anni nella China, sono qui come un forestiero e non ho alcun motivo o interesse personale nella domanda che sto per farvi.
Il signor Mollusco cominciò con le dita a battere la marcia sulla tavola e, come se si trovasse a farsi fare il ritratto da un nuovo e strano artista, parve voler dire al suo interlocutore:
– Se volete aver la bontà di farmi il ritratto con la presente espressione di gravità, vi sarò molto obbligato.
– Ho trovato nella prigione della Marshalsea un debitore per nome Dorrit, che sta rinchiuso là dentro da molti anni. Desidero di investigare nella confusione dei suoi affari, tanto per vedere se non sia possibile, dopo un certo tempo, di migliorare la sua infelice condizione. Il nome del signor Tenace Mollusco mi è stato indicato come quello fra i creditori che ha più influenza fra tutti. Sono bene informato?
Essendo una delle abitudini politiche del Ministero delle Circonlocuzioni di non mai dare, in qualunque occasione, una risposta diretta, il signor Mollusco rispose:
– Possibilmente.
– Come rappresentante dello Stato, o come un privato qualunque?
– È possibile, signore, – rispose il signor Mollusco, – che il Ministero delle Circonlocuzioni abbia raccomandato…. possibile, dico, poichè non potrei affermarlo… di procedere nell’interesse dello Stato per qualche fallimento di una compagnia o associazione, di cui cotesta persona abbia fatto parte. È possibile anche che la quistione, facendo il suo corso ufficiale, sia stata trasmessa per averne un parere al Ministero delle Circonlocuzioni. Qualche sezione del Ministero avrà forse scritto o appoggiato qualche nota relativa a cotesta raccomandazione.
– Debbo dunque credere che così appunto stiano i fatti?
– Il Ministero delle Circonlocuzioni, o signore, – rispose il signor Mollusco, – non è responsabile delle supposizioni della gente.
– Potrei sapere come fare per ottenere delle informazioni ufficiali sul vero stato della questione?
– È lecito ad ogni membro del…. pubblico, – disse il signor Mollusco, nominando a malincuore cotesta oscura corporazione, come sua naturale nemica, – di inoltrare delle istanze al Ministero delle Circonlocuzioni. Le formalità necessarie prescritte dai regolamenti per siffatte presentazioni si possono sapere dirigendosi all’incaricato speciale del Ministero.
– E qual è l’incaricato speciale?
– Ve lo diranno al Ministero stesso, – rispose il signor Mollusco suonando il campanello.
– Permettete che vi faccia osservare….
– Il Ministero è accessibile al…. pubblico (il signor Mollusco era sempre un po’ urtato da cotesta parola di basso ed impertinente significato), se il…. pubblico vi si presenta a norma delle formalità ufficiali; se poi il…. pubblico non osserva le formalità, tutta la colpa è…. del pubblico.
Pervenuto a questo punto, Arturo si decise, come per esercitarsi nella perseveranza, ad andare al Ministero dalle Circonlocuzioni e vedere che specie di soddisfazione gli avrebbero dato. Tornò dunque sui suoi passi, arrivò al Ministero, e mandò su il suo biglietto di visita a Mollusco giovane, per mezzo di un usciere, il quale se ne stava accanto al fuoco nella grande anticamera, mangiando patate e pane col burro, e che si ebbe molto a male di cotesta commissione che l’obbligava a muoversi.
Arturo fu riammesso alla presenza di Mollusco giovane, e trovò questo amabile gentiluomo che si arrostiva i ginocchi invece dei polpacci, ammazzando così il lunghissimo tempo che dovea scorrere fino alle quattro.
– Dico. Sentite. Voi vi attaccate ai panni in un certo modo! – disse Mollusco giovane, volgendo il capo di sopra alla spalla.
– Vorrei sapere….
– Sentite. Voi non dovete venire a dire, che volete sapere, sapete! – esclamò Mollusco giovane voltandosi di fronte e incastrando la lente nell’occhio.
– Vorrei sapere, – ripetè Arturo, il quale si era deciso a persistere nella domanda, formulandola in poche parole, – vorrei sapere quali sono le precise ragioni dello Stato contro un prigioniero per debiti, per nome Dorrit.
– Dico. Sentite. Voi andate di gran carriera, sapete. Perbacco! non avete domandato un’udienza, mi pare, – disse Mollusco giovane, come se la cosa si facesse seria.
– Vorrei sapere, – e Arturo ripetè la sua formola.
Mollusco giovane gli spalancò gli occhi in viso fino a farsi cascar la lente, la ripigliò, la ripose a posto, e spalancò gli occhi un’altra volta fino a farsi da capo cascar la lente.
– No, voi non avete il diritto di pigliarla per questo verso e con questa fretta, – disse poi con gran languidezza. – Sentite. Che volete proprio? Mi avevate detto, mi pare, di non sapere se si trattava di affare pubblico o privato.
– Adesso mi sono accertato che è proprio affare pubblico, e vorrei dunque sapere…. – e ripetè la monotona domanda.
L’effetto di questa ripetizione sul giovane Mollusco fu di fargli ripetere con più debolezza di prima:
– Sentite. Parola d’onore, voi non dovete venir qui da noi, per dire che volete sapere, sapete!
L’effetto di queste parole sopra Arturo Clennam fu di fargli ripetere la solita domanda nei precisi termini e nel preciso tuono di prima. E l’effetto finale sul giovane Mollusco fu di renderlo meravigliosamente impacciato, confuso e scoraggiato.
– Ebbene, adesso vi dico io. Sentite. Fareste meglio a tentare al Segretariato, – disse finalmente, stendendo la mano al cordone del campanello e suonando.
L’usciere dalle patate si mostrò.
– Jenkinson, accompagnate il signore dal signor Wobbler.
Arturo Clennam, cacciatosi oramai nella burrasca del Ministero delle Circonlocuzioni e deciso a traversarla, seguì l’usciere a un altro piano del palazzo, dove cotesto uffiziale gli additò la stanza del signor Wobbler. Entrò e trovò due signori seduti l’uno di faccia all’altro innanzi ad una grande scrivaneria. L’uno era occupato a pulire col fazzoletto una canna di fucile, mentre l’altro andava stendendo della conserva sopra una fetta di pane con una stecca da tagliar carte.
– Il signor Wobbler? – domandò Arturo.
I due signori gli levarono gli occhi in faccia, e parvero sorpresi di tanta audacia.
– ….Sicchè, – disse quegli dal fucile parlando con grande lentezza, – se n’andò in ferrovia alla villa del cugino, portandosi il cane. Un cane magnifico. Si scagliò addosso alla guardia quando fu chiuso nella carrozza dei cani, e addosso all’altra guardia che lo fece uscire. Egli poi pose una mezza dozzina d’individui in una capanna con una buona provvista di sorci, e stette a vedere quanto tempo il cane ci mettesse a chiapparli. Trovando che il cane faceva miracoli, combinò subito il combattimento, e fece non so che scommesse pel cane. Venuto il giorno fissato, qualche birbone di questi fu comprato di sottomano; si fece ubbriacare il cane, e felice notte: il padrone del cane si asciugò le tasche.
– Il signor Wobbler? – domandò Arturo.
Il signore che stendeva la conserva sul pane, domandò senza alzare gli occhi dal suo lavoro:
– Come si chiamava il cane?
– Amabile, – rispose l’altro.- Il padrone diceva che Amabile era il ritratto perfetto della vecchia zia, dalla quale spera di ereditare. E ce la trovava la sommiglianza, specialmente quando la zia stava ubbriaca.
– Il signor Wobbler? – domandò Arturo.
I due signori risero per un pezzo. Il primo, trovando dopo minuta ispezione che la canna del fucile era lucida abbastanza, domandò il parere del secondo; e, ottenuta conferma del proprio parere, ripose la canna nella scatola che aveva davanti, prese il calcio del fucile e si mise a pulirlo, zufolando a mezza voce.
– Il signor Wobbler? – domandò Arturo.
– Che c’è? – disse allora il signor Wobbler con la bocca piena.
– Vorrei sapere…. – e Arturo Clennam ripetè macchinalmente quel che voleva.
– Non so, – rispose il signor Wobbler, quasi dirigendo la parola alla sua fetta di pane. – Non ne ho mai inteso parlare. Non è affare che mi riguarda punto. Domandate al signor Clive, seconda porta a sinistra nel corridoio appresso.
– Forse mi farà la stessa risposta.
– È probabile. Non ne so niente, – disse il signor Wobbler.
Arturo volse le spalle e già era uscito dalla stanza, quando il signore dal fucile chiamò ad alta voce:
– Ehi signore!
Arturo si volse e ritornò.
– Chiudete l’uscio. Ci fate entrare una corrente d’aria qui!
Pochi passi lo menarono alla seconda porta a sinistra nel corridoio appresso. Trovò nella stanza tre persone; numero uno non faceva niente di particolare, numero due non faceva niente di particolare, numero tre non faceva niente di particolare. Pareva nondimeno che prendessero una parte più diretta degli altri nell’attuazione del gran principio che governava l’uffizio, poichè vi era una grandiosa porta di un grandioso e terribile appartamento intimo, dove i Sapienti del Ministero erano forse riuniti in Consiglio, e dal quale usciva quasi senza interruzione una imponente quantità di carte, e nel quale entrava una imponente quantità di carte; di questa operazione un altro signore, numero quattro, era lo strumento attivo.
– Vorrei sapere…. – disse Arturo, senza mai mutare una virgola alla sua monotona domanda. E poichè numero uno l’indirizzò a numero due, e numero due a numero tre, egli ebbe occasione di ripetere tre volte la domanda, prima di essere indirizzato a numero quattro. Al numero quattro domandò da capo.
Numero quattro era un giovanotto vivace, di bello aspetto, vestito bene, amabilissimo. Apparteneva anch’egli alla famiglia Mollusco, ma ad un ramo più animato, e rispose con molta franchezza:
– Oh! è meglio che non vi rompiate il capo in questa faccenda, sentite a me.
– Non rompermi il capo….?
– No! Io vi raccomando di non rompervelo.
Questo consiglio era così inaspettato, che Arturo Clennam non seppe in qual modo rispondere.
– Se poi volete, padronissimo. Vi posso dare una risma di moduli da empire. Ce n’è abbondanza qui. Prendetene pure una dozzina, se vi garba. Ma non ne caverete mai niente, – disse numero quattro.
– Sarebbe davvero un’impresa così disperata? Scusatemi; io sono quasi forestiero.
– Non dico che sarebbe disperata, no, – rispose numero quattro con un sorriso franco. – Non esprimo intorno a questo alcuna opinione. Intorno a voi sì, ne esprimo una, ed è che non ci arriverete a quel che volete. Del resto, si capisce benissimo che vi potete regolare come vi piace meglio. Suppongo che si tratti di qualche difetto nell’ademplimento di un contratto, o di qualche cosa dello stesso genere, non è così?
– Davvero che non so.
– Sta bene. Per questo troverete e v’informerete. Scoprirete poi in che uffizio è capitato il contratto, e allora avrete tutti i particolari che volete.
– Vi chiedo scusa. Come farò a trovare?
– Ma… dimanderete… fino a che non ve l’abbiano detto. Poi farete una memoria per questo uffizio del Ministero, secondo le formalità richieste e poi farete un’altra memoria per quell’altro Uffizio. Se ci arrivate, – il che forse vi riuscirà dopo un certo tempo, – la vostra istanza sarà spedita a quell’Uffizio per la registrazione, mandata a quest’altro per la revisione, rimandata a quello per la firma, rispedita a questo per la contro-firma, e allora soltanto si troverà l’istanza regolarmente nelle mani del Ministero. Voi assisterete al cammino che farà l’affare, e ne saprete qualche cosa, domandando a questo e a quell’Uffizio, finchè non vi rispondano.
– Ma non è il mezzo questo di sbrigar gli affari, – non potè fare a meno di osservare il nostro sollecitatore.
Il leggiadro e vivace Mollusco si divertì molto della semplicità di Arturo, il quale supponeva che proprio quello fosse il mezzo. Questo svelto signorino Mollusco sapeva benissimo il contrario. Questo leggiero e piccolo Mollusco s’era internato nelle faccende del Ministero in qualità di segretario privato, per esser pronto ad addentare il primo pezzo di grasso che gli venisse avanti; ed era arrivato a capire che tutto il Ministero non era altro che una gran macchinaccia politico-diplomatica, fatta in favore e privilegio di questi, e in danno ed esclusione di quelli. Questo splendido giovane Mollusco, insomma, avea per sè molte probabilità di divenire un uomo di Stato, e di fare una gran figura.
– Quando l’affare si troverà regolarmente nelle mani di quell’Uffizio, – proseguì il brillante Mollusco, – voi ci accudirete di tanto in tanto presso quell’Uffizio. Quando poi viene a passare, sempre secondo il regolamento, nelle mani di questo Uffizio, allora poi voi dovete accudire di tanto in tanto presso quest’Uffizio. Bisogna riferirne a dritta e a sinistra, e poi decidersi ad affidare la pratica a qualcheduno; e allora voi dovete stare dietro a questo qualcheduno. Quando poi la pratica, prima o poi, ma più poi che prima, viene rinviata a noi, allora dovete star dietro a noi. Quando la vedete attaccarsi a qualche parte e non muoversi più, dovete dare una piccola spinta. Quando poi ne avrete scritto a questo Uffizio, e ne avrete scritto a quell’Uffizio, e non ne avrete cavato nulla, allora l’unico mezzo che vi resta è… di continuare a scrivere.
Arturo Clennam sembrava molto indeciso.
– Ad ogni modo, – disse, – vi son molto obbligato della vostra gentilezza.
– Ma vi pare! – rispose il simpatico e gioviale Mollusco. – Provatevi e vedete che gusto ci troverete. Siete sempre libero di mandare all’aria ogni cosa, se la cosa non vi va a sangue. Farete bene a portarvi una provvista di moduli… Ehi! consegnate al signore tutti gli stampati che vuole.
Data questa istruzione al numero due, questo scintillante giovane Mollusco tolse un nuovo fascio di carte da numero uno e tre, e lo portò nel santuario degli Idoli che governavano il Ministero delle Circonlocuzioni.
Arturo Clennam si cacciò tristamente in tasca il rotolo degli stampati, e rifece il lungo corridoio e la lunga scala. Era appena arrivato alla porta principale che dava nella via, e stava aspettando con poca pazienza, che due persone che andavano avanti lo lasciassero passare, quando la voce di una di esse gli suonò familiarmente all’orecchio. Guardò e riconobbe il signor Meagles. Il signor Meagles era tutto rosso in viso, più rosso di quanto potea essere l’effetto di un viaggio, e teneva pel collo un ometto, gridando:
– Fuori, birbone, fuori!
Queste parole erano così strane in bocca al signor Meagles, e tanto più strano di vedere il buon signor Meagles spalancare con un calcio il portone, ed uscir nella via tirandosi dietro pel colletto l’omicciattolo, che aveva un’apparenza inoffensiva, che Clennam restò immobile un momento scambiando occhiate di sorpresa col portinaio. Si affrettò a seguirlo; e vide il signor Meagles che scendeva la via allato del suo avversario. Ben presto ebbe raggiunto l’antico compagno di viaggio, e lo toccò sulla spalla. Il signor Meagles si volse con la sua faccia collerica, ma riconoscendo Clennam, subito si rasserenò e gli stese amichevolmente la mano.
– Come state eh? come va? – esclamò il signor Meagles. – Sono arrivato or ora, sapete. Son tanto contento di vedervi.
– Ed io contentissimo di avervi incontrato.
– Grazie, grazie!
– E la signora Meagles e vostra figlia…?
– Benissimo, grazie. Soltanto avrei voluto che mi aveste trovato in uno stato più calmo.
Quantunque la giornata non fosse punto calda, il signor Meagles era così riscaldato da attirare l’attenzione dei passanti; tanto più ch’ei si appoggiò ad un’inferriata, si tolse il cappello e la cravatta, e si pose a strofinarsi con tutta forza il capo e la faccia fumanti, il collo e gli orecchi infuocati, senza il minimo riguardo per la pubblica opinione.
– Auf! – esclamò il signor Meagles, raddrizzandosi. – Ora sì mi sento meglio.
– Vi siete un po’ alterato, signor Meagles. Che c’è?
– Aspettate un poco, che ve lo dico. Avete tempo da far quattro passi nel Parco?
– Tatto il tempo che vi piace.
– Venite via, dunque. Ah sì! guardatelo bene in faccia. (Arturo avea per caso volto gli occhi all’omicciattolo così aspramente trattato dal signor Meagles). Vi assicuro cha val la pena di esser guardato quell’individuo lì.
L’individuo non avea molto da farsi guardare, nè per la persona nè pel vestito; non era che un uomo piccolo, tarchiato, alla buona, che aveva i capelli grigi e sulla fronte certe rughe profonde di meditazione, che parevano intagliate in legno. Era vestito decentemente di nero, sebbene un po’ impolverato, ed aveva l’aspetto di un maestro operaio. Portava in mano un astuccio da occhiali, che andava girando e rigirando, mentre si parlava di lui, con quella certa agilità di pollice che si trova solo nelle mani abituate a maneggiare degli ordigni.
– Rimanete con noi, – disse il signor Meagles, con un tuono di voce minaccioso; – vi presenterò, via facendo, al signor Clennam. Orsù, andiamo!
Mentre si dirigevano al Parco per la via più corta, Clennam si domandava tra sè e sè che mai avesse potuto fare cotesto sconosciuto, che si mostrava così docile a tutti i rimproveri. La sua apparenza non giustificava punto il sospetto ch’ei fosse stato colto in qualche tentativo sul fazzoletto dal signor Meagles; nè lo diceva uomo violentò o accattabrighe. Pareva, tutto al contrario, un uomo quieto, semplice, impassibile; non facea mostra di voler fuggire; pareva un po’ scoraggiato, ma senza punto vergogna o pentimento. Se era reo di qualche colpa, doveva anche essere un incorreggibile ipocrita; e se non era reo, per qual motivo il signor Meagles lo avea pigliato pel collo nel Ministero delle Circonlocuzioni? Arturo si accorse di non esser solo a trovare tanta difficoltà nell’essere dell’omicciattolo. Non meno imbrogliato pareva il signor Meagles, a giudicarne almeno dalla conversazione che ebbe luogo durante il breve cammino fino al Parco, la quale non era punto ben sostenuta. Gli occhi del signor Meagles si volgevano ad ogni momento all’omicciattolo, anche quando questi parlava di cose indifferenti.
Finalmente, arrivati che furono fra gli alberi, il signor Meagles si fermò di botto e disse:
– Signor Clennam, volete farmi la finezza di guardare in faccia a quest’uomo? Si chiama Doyce, Daniele Doyce. Voi non pensereste mai che quest’uomo sia un birbante matricolato, non è vero?
– No di certo.
Veramente la domanda era un po’ imbarazzante, fatta lì in presenza dell’omicciattolo.
– No, non lo pensereste. Lo so benissimo. Non pensereste nemmeno ch’egli sia un gran colpevole; non è vero?
– No.
– No. Ebbene, v’ingannate a partito. Egli è un gran colpevole. Che delitto credete mo che abbia commesso? assassinio, omicidio premeditato, incendio, falsità, scroccheria, scassinazione, grassazione, furto, frode, cospirazione?
– Io direi, – rispose Arturo Clennam, osservando un debole sorriso sulla faccia di Daniele Doyce, – ch’ei non abbia fatto nulla di tutto questo.
– Avete ragione, – disse il signor Meagles. – Ma egli ha ingegno e ha voluto adoperare il suo ingegno a profitto del suo paese. Basta questo solo, signore, per renderlo un gran colpevole.
Arturo guardò l’omicciattolo, il quale scrollò il capo.
– Cotesto Doyce, – riprese a dire il signor Meagles, – è fabbro e ingegnere. Non fa invero molti affari, ma è molto conosciuto per essere abile nell’arte sua. Una dozzina d’anni fa, gli riuscì con un certo processo molto curioso di perfezionare una invenzione di grande importanza pel suo paese e pel prossimo suo. Non vi dico che danaro gli fosse costata, e quanti anni della sua vita ci avesse speso intorno; il fatto è che la perfezionò, saranno ormai dodici anni. Dodici, eh? dico bene? – domandò il signor Meagles a Doyce. – Non v’ha al mondo un essere più irritante di costui; non si lamenta mai!
– Sì. Meglio che dodici anni.
– Meglio? – esclamò il signor Meagles. – Peggio, volete dire! Ebbene, caro signor Clennam, Doyce si rivolge al governo. Da questo preciso momento ei diventa colpevole! Signor sì, – continuò il signor Meagles, minacciando di riscaldarsi più di prima, – ei cessa di essere un cittadino innocente, e diventa reo. Vien trattato da quel momento come uno che abbia commessa qualche azione infernale. È un uomo che deve essere evitato, respinto, umiliato, deriso, mandato di qua e di là, innanzi e indietro, dall’uno all’altro e dall’altro all’uno; è un uomo che non ha più diritti nè sul proprio tempo, nè sui propri danari; è un fuoruscito, del quale è lecito disfarsi in qualunque modo; un essere da sopprimere, come e quando piaccia.
Dopo l’esperienza fatta il mattino, Arturo non dovette durar fatica a prestar fede alle affermazioni del signor Meagles.
– Via, Doyce, – esclamò questi, – non ve ne state costì a girarvi fra le mani l’astuccio degli occhiali. Dite al signor Clennam quello stesso che avete detto a me.
– Per dir la verità, – disse l’omicciattolo, – si è agito in modo verso di me, da farmi credere colpevole di qualche cosa. Mandato di qua e di là pei vari uffizi, non sono stato trattato altrimenti che come un gran colpevole. Sono giunto perfino a dover ricordare di tanto in tanto a me stesso, per farmi coraggio, che veramente nulla aveva commesso da esser compreso nella collezione dei processi celebri, ma solo voleva recare in atto una grande economia che sarebbe riuscita utilissima al mio paese.
– Ecco! – disse il signor Meagles. – Giudicate ora se io esagero. Adesso sarete in grado di credermi, quando vi dirò tutto il resto.
Fatto questo esordio, il signor Meagles proseguì la narrazione; la invariabile narrazione oramai divenuta noiosa, la solita e naturale narrazione che tutti quanti sappiamo a mente. Disse come dopo una interminabile assistenza e corrispondenza, dopo impertinenze infinite, insulti, umiliazioni, ignoranze, quei cosiffatti signori scrivessero una minuta n.° tremilaquattrocentosettantadue, permettendo al reo di fare alcuni esperimenti della sua invenzione a proprie spese; – come gli esperimenti fossero stati fatti in presenza di una Commissione di sei membri, dei quali due erano troppo ciechi per vedere, due altri troppo sordi per udire, un altro troppo zoppo per andare a vedere, e l’ultimo troppo corto di cervello per capirci niente: – come passassero altri anni, e si rinnovassero le impertinenze, le ignoranze e gli insulti; – come quei signori facessero allora una minuta, n.° cinquemila centotrè, con la quale si passava la trattazione dell’affare al Ministero delle Circonlocuzioni; – come il Ministero delle Circonlocuzioni, con l’andar del tempo, riprendesse la questione come se si trattasse di un fatto nuovo, del quale non si fosse mai prima parlato; – come lo mescolasse, l’imbrogliasse, lo rimaneggiasse; – come le impertinenze, le ignoranze e gli insulti passassero per una tavola di moltiplicazione; – come fosse fatta una relazione dell’invenzione a tre Mollusco e ad un Trampoli, i quali non ne sapevano niente; nei cui cervelli niente fu possibile di farci entrare; che ne ebbero presto piene le tasche e non ne vollero più sapere e ci trovarono dentro non so più che impossibilità materiali; – come il Ministero delle Circonlocuzioni, in una minuta, n.° ottomilasettecentoquaranta, non trovasse alcun motivo per ritornare sulla decisione a cui gli on. membri della Commissione erano pervenuti; – come il Ministero delle Circonlocuzioni, accorgendosi che gli on. membri non erano pervenuti ad alcuna decisione, si decidesse a porre l’affare nella quiete degli scaffali di archivio; – come finalmente, quella stessa mattina, vi fosse stato un abboccamento col Capo del Ministero delle Circonlocuzioni, il quale si era degnato di aprir la bocca, e in complesso, tenuto conto delle circostanze, e guardando la cosa dai varii punti di vista, era stato di parere che tra due partiti c’era da scegliere per mandare avanti la faccenda: cioè, o lasciarla stare ancora un pezzo, ovvero cominciar tutto da capo.
– Dopo tutto ciò, – disse il signor Meagles, – io, da quell’uomo pratico che sono, ho pigliato Doyce pel collo, come avete visto, e gli ho detto chiaro e tondo ch’egli era un famoso birbante, un traditore, un disturbatore della pace del governo, e l’ho menato via. L’ho tratto fuori dell’uffizio, sempre tenendolo pel collo, affinchè lo stesso portinaio conoscesse che io era un uomo pratico, che apprezzavo il modo con cui la sapienza ufficiale rende giustizia agli uomini di questa fatta. Ed eccoci qua!
Se quel piccolo e leggiero Mollusco si fosse trovato presente a questi discorsi, avrebbe francamente dichiarato che il Ministero delle Circonlocuzioni avea fatto il proprio dovere e ottenuto il suo scopo. Avrebbe detto che il compito dei Mollusco era soltanto di tenersi attaccati, quanto più a lungo potessero, alla nave della nazione; che rattoppare la nave, alleggerire la nave, pulire la nave, sarebbe stato lo stesso che gettarli in mare; che in un sol modo si poteva gettarli in mare; e che se la nave venisse ad affondare con tutti i Mollusco attaccativi intorno, a questa eventualità ci dovea pensare la nave stessa e niente affatto i Mollusco.
– Ecco! – disse il signor Meagles, – ora tutto vi è noto sul conto di Doyce. Meno però questa sola cosa, – che non contribuisce certo a farmi passare il malumore, – che neanche adesso lo sentite a lamentarsi.
– Dovete esser dotato di molta pazienza, – notò Arturo, guardando all’omicciattolo con una certa meraviglia, – e di molta longanimità.
– No, – rispose Doyce, – non credo di averne più di qualunque altro uomo.
– Perdio, se ne avete! – esclamò il signor Meagles, – assai più di me certamente.
Doyce sorrise un poco, nel dire a Clennam:
– Vedete, la mia esperienza di questo genere di cose non comincia con me. Di tanto in tanto, e prima del caso mio, mi è accaduto per ragion di mestiere, di trovarmici in mezzo. Non è una specialità tutta mia, il fatto che accade ora. Io non sono trattato peggio di quanto siano stati trattati altri cento e cento uomini che si son messi nella medesima condizione, o anche in altra condizione.
– Non mi pare che questo pensiero mi consolerebbe se mi trovassi nei panni vostri; ma son contento che renda più lieve il vostro dispiacere.
– Ma no! capitemi bene. Io non voglio dire, – riprese Doyce con quel suo modo fermo e ponderato, guardando innanzi come se il suo occhio grigio volesse misurare la distanza, – che sia questo un bel sistema per ricompensare le fatiche e le speranze di un uomo; ma si trova sempre una specie di conforto, pensando che non mi dovevo aspettare ad altro.
Egli parlava con quel tuono calmo e risoluto e con quella mezza voce, che si riscontra spesso nei meccanici abituati a studiare e metter insieme i pezzi con grande precisione. Questi caratteri erano proprio di lui, non altrimenti che l’agilità del pollice, o il modo speciale come ad ogni poco gettavasi il cappello indietro, come se contemplasse qualche suo lavoro compiuto a metà e pensasse all’ultima mano da darvi.
– Deluso? – ei continuò a dire, camminando in mezzo ai due compagni sotto gli alberi. – Sì. Non lo nego che son rimasto deluso. Addolorato? Sì. Son rimasto addolorato. La cosa è naturale. Ma quel che intendo, quando dico che la gente che si mettono nella stessa mia posizione, son quasi sempre maltrattati allo stesso modo…
– In Inghilterra, – interruppe il signor Meagles.
– Oh! naturalmente, in Inghilterra. Quando mandano all’estero le loro invenzioni, allora è tutt’altro affare. Ed è questo appunto il motivo, per cui molti se ne vanno e portano via l’invenzione.
Da capo il signor Meagles si riscaldò.
– Quel che voleva dire io è che, comunque stiano le cose, certo è quasi la via normale nella quale è entrato il governo. Avete mai inteso parlare di un inventore qualunque che non fosse stato respinto, scoraggiato e maltrattato?
– Mi pare di no.
– Avete mai saputo che il governo prendesse l’iniziativa di qualche cosa utile? o che avesse dato un esempio di genere utile?
– Io son di molto più vecchio del mio amico qui, – disse il signor Meagles, – e rispondo io alla domanda: Mai!
– Ma tutti noi tre, credo, – riprese l’inventore, – sappiamo tanti e tanti di quei casi nei quali il governo ha mostrata la sua ferma determinazione di restarsene miglia e miglia ed anni ed anni più indietro di noi, e di persistere a far uso di certe cose già da un pezzo decrepite, quando già dei nuovi ritrovati erano conosciuti e generalmente adottati?
In ciò tutti e tre convennero.
– Ebbene dunque, – continuò Doyce sospirando, – siccome io so che cosa farà il tal metallo al tale grado di temperatura, o il tal corpo sotto la tale pressione, così anche posso conoscere, pensandovi un poco, in qual modo cotesti grandi signori avrebbero accolto e trattato un fatto come il mio. Finchè ho un capo sulle spalle e, nel capo, un bricciolo di cervello, non ho alcun diritto a sorprendermi, vedendomi messo nelle file degli altri infiniti che mi precedettero. Avrei dovuto lasciare ogni cosa, e non pensarci più. Gli esempi mi avrebbero dovuto fare accorto.
Così dicendo, si pose in tasca l’astuccio degli occhiali e disse ad Arturo:
– Se non mi lamento, signor Clennam, posso però provare il sentimento della gratitudine; e vi assicuro che ne professo molta verso il nostro comune amico. Molte volte ed in varii modi egli mi è stato di appoggio.
– Poh! sciocchezze! – disse il signor Meagles.
Arturo non potè fare a meno di guardare a Daniele Doyce durante il silenzio che seguì. Sebbene fosse evidente che la qualità del suo carattere ed il rispetto di sè medesimo impedissero al meccanico ogni vana mormorazione, era anche evidente che il lungo sforzo l’avea reso più vecchio, più taciturno e più povero. Arturo non potè non pensare quanto più felice sarebbe stato cotest’uomo, se avesse preso ad imitare quegli onorevoli signori che hanno la degnazione di incaricarsi della direzione dei pubblici affari, e si fosse esercitato com’essi nell’arte del non far le cose.
Il signor Meagles continuò ad essere riscaldato e scoraggiato per cinque minuti circa, e poi a poco a poco incominciò a raffreddarsi e a rasserenarsi.
– Via, via! – esclamò. – Non ci guadagneremo nulla col nostro malumore. Dove pensate di andare, Daniele?
– Torno alla fabbrica.
– Ebbene, allora verremo tutti alla fabbrica, o almeno cammineremo da quella parte, – rispose allegramente il signor Meagles. – Il signor Clennam non si spaventerà che la fabbrica si trovi nel cortile del Cuor Sanguinoso.
– Il cortile del Cuor Sanguinoso? Ho appunto bisogno di andarvi.
– Tanto meglio. Andiamo dunque.
Nell’andare, certo uno di loro, e probabilmente più di uno, pensò che il cortile del Cuor Sanguinoso non era punto una dimora sconveniente per un uomo che era stato in corrispondenza ufficiale con le loro Signorie e coi Mollusco, – e forse ebbe un lontano sospetto che la stessa Gran Bretagna avesse a venire un bel giorno a cercare alloggio nel cortile del Cuor Sanguinoso, se persisteva a tener in piedi lo stupendo organismo del Ministero delle Circonlocuzioni.

CAPITOLO XI.

IN LIBERTÀ.

Una tarda e malinconica notte di autunno scendeva sulla Saona. Il fiume, simile a uno specchio sudicio posto in un luogo oscuro, rifletteva oscuramente le nuvole; di qua e di là le due sponde piegavansi verso l’acqua, quasi curiose e paurose di vedere la propria immagine ripetuta nelle onde. La larga pianura che circonda Châlons stendevasi come un lungo e pesante tappeto, di tratto in tratto interrotto da una fila di pioppi intagliati vigorosamente sul rosso acceso del tramonto. Le sponde della Saona erano umide, tristi e solitarie. La notte scendeva rapidamente.
Un uomo, che muoveva a lento passo alla volta di Châlons, era la sola figura in quel monotono paesaggio. Caino dovea esser così: solo ed evitato. Portando indosso una vecchia bisaccia di pelle, in mano una mazza nodosa tagliata da qualche albero e scorzata; coperto di fango, coi piedi indolenziti, con le scarpe e le uose lacere, coi capelli e la barba in disordine, col mantello che portava piegato sulla spalla e con tutto il resto dei vestiti inzuppati dall’umido, ei s’avanzava lentamente ed a gran fatica. Pareva che le nuvole fuggissero innanzi a lui, che il basso e misterioso gorgoglìo dell’acqua mormorasse contro di lui, che quella buia notte di autunno fosse da lui disturbata.
Egli dava un’occhiata di qua, un’altra di là, cupo e sospettoso; a momenti arrestavasi, si volgeva indietro, si guardava tutto intorno. Poi riprendeva il faticoso cammino, mormorando fra i denti:
– Al diavolo questa pianura che non finisce mai! Al diavolo queste pietre che tagliano come rasoi! Al diavolo questa oscurità di sepolcro, che vi stringe da tutte le parti e mette i brividi addosso! Io vi odio!
E se avesse potuto, certo avrebbe scagliato sopra ogni cosa quell’odio feroce, insieme all’occhiata bieca che accompagnò le parole. Fece ancora pochi altri passi; poi, guardando innanzi alla distanza, si fermò di nuovo.
– Fame, sete e stanchezza, tutto mi tormenta! Voi intanto, imbecilli, costà dove vedo questi lumi, mangiate, bevete e vi scaldate accanto alla legna! Se potessi mettere a sacco e fuoco la vostra città, vi dico io me la paghereste cara, ragazzi miei!
Ma il suo digrignar dei denti e la mano minacciosa ch’ei stendeva verso la città non valevano a fargli abbreviar la via; e la fame, la sete e la stanchezza erano cresciute al doppio, quando i suoi piedi ebbero toccato il lastrico ineguale della città ed egli si fermò, guardandosi intorno.
Ecco l’albergo con le porte spalancate e i suoi appetitosi profumi di cucina; ecco la bottega da caffè, con le sue finestre illuminate, col rumore dei pezzi di domino, ecco la bottega del tintore colle banderuole di panno rosso attaccate fuori come insegna; ecco il gioielliere, coi suoi orecchini e gli ornamenti di altare; ecco il tabaccaio col suo gruppo vivace di soldati avventori che escono con la pipa in bocca; ecco i cattivi odori della città, la pioggia e le immondezze nel rigagnolo, i deboli fanali appesi lungo la via, la grossa Diligenza col suo monte di bagaglio, coi sei cavalli storni dalle code annodate, fermati innanzi all’uffizio di partenza. Ma non essendo in vista alcuna piccola bettola per un viaggiatore di modesta fortuna, il nostro uomo ebbe a cercarne una voltando per una oscura cantonata, dove il lastrico era coperto di foglie di cavolo schiacciate intorno alla pubblica cisterna dai piedi delle donne che non aveano ancora finito di attingere acqua. Là, in una viuzza di traverso, ei trovò il fatto suo: l’Aurora. Le tendine delle finestre annebbiavano un po’ questa Aurora, ma all’aspetto pareva luminosa e calda, e delle iscrizioni leggibili, accompagnate da relativi abbellimenti pittorici, rappresentanti stecche e palle, annunziavano al pubblico che all’Aurora si potea giuocare al bigliardo; che si trovava da mangiare, da bere, da alloggiare, sia che si venisse a cavallo, sia a piedi; e che vi era deposito di buoni vini, di liquori e di acquavite. Il viaggiatore spinse la porta dell’Aurora ed entrò zoppicando.
Entrando, toccò appena l’umido e floscio cappello, in segno di saluto a quei pochi avventori che si trovavano nella sala. Due di essi giuocavano al domino ad una delle piccole tavole; tre o quattro, seduti intorno alla stufa, chiacchieravano e fumavano; la tavola di bigliardo nel mezzo era libera pel momento; l’ostessa dell’Aurora, seduta dietro il suo piccolo banco in mezzo alle sue bottiglie di sciroppi, ai suoi canestri di biscotti e alle scansie di piombo pei bicchieri, attendeva a lavorar di ago.
Dirigendosi ad una piccola tavola vuota, posta in un cantuccio della sala dietro la stufa, egli posò a terra la bisaccia e il mantello. Nel rialzare il capo, trovò l’ostessa che gli stava dietro.
– Si può alloggiar qui stanotte, madame?
– Sicurissimo! – rispose l’ostessa con una voce alta, allegra ed armoniosa.
– Sta bene. Si può desinare…. o cenare… come meglio vi piace?
– Ma sì, certamente, – esclamò come prima l’ostessa.
– Spicciatevi dunque, madame, se vi piace. Qualche cosa da mangiare al più presto; e un po’ di vino subito. Non ne posso più!
– Fa proprio un tempo da cani, monsieur.
– Un tempaccio dannato.
– E la strada sarà stata lunga.
– Una stradaccia maledetta.
La voce rauca gli venne meno, ed egli pose il capo fra le mani e restò così fino a che una bottiglia di vino gli fu portata. Avendo empito e vuotato due volte il suo bicchiere, e spezzato un cantuccio del grosso pane messogli innanzi con la tovaglia, il tovagliolo, la scodella, il sale, il pepe e l’olio, si appoggiò con le spalle nell’angolo del muro, si distese sulla panca e cominciò a masticare la sua crosta di pane, aspettando che il pasto fosse pronto.
Intorno alla stufa vi era stata quella momentanea interruzione di conversazione, come accade sempre in tale compagnia all’arrivo di un forestiere, che attira naturalmente l’attenzione e fa nascere delle distrazioni. Ma presto era passata; e gli avventori, dopo averlo guardato un pezzo, aveano ripreso la conversazione.
– Questa è la vera ragione, – disse uno di essi, conchiudendo una narrazione incominciata, – per cui si è detto che il diavolo era stato scatenato.
L’oratore era il grosso Svizzero addetto alla chiesa, e recava nella discussione una certa autorità della Chiesa, – tanto più che si parlava di diavolo.
L’ostessa, avendo dato le debite istruzioni sul trattamento del nuovo ospite al marito che faceva da cuoco nell’Aurora, era tornata dietro il suo banco a riprendere il lavoro. Era una donnetta vispa, polita ed acconcia, con una gran cuffia e delle calze bene stirate che si vedevano troppo. Entrò nella conversazione scrollando il capo vivacemente, ma senza alzar gli occhi dal suo lavoro,
– Ah Dio buono! – disse, – quando il battello è arrivato da Lione e ha portato la notizia che il diavolo era stato scatenato a Marsiglia, ci sono stati di quei baggiani che se l’hanno ingoiata. Ma io? oh io no davvero!
– Voi avete sempre ragione, – rispose il grosso Svizzero. – Eravate però molto arrabbiata contro quel birbone, eh!
– Oh sì, per questo sì! – esclamò l’ostessa alzando gli occhi, spalancandoli, e piegando il capo da una parte. – Si capisce bene che dovevo essere arrabbiata.
– Era un soggettaccio.
– Dite addirittura un assassino; e se la meritava la mala sorte, a cui ha avuto la fortuna di sfuggire. È stato un vero peccato!
– Un momento, signora! Vediamo un po’, – replicò lo Svizzero, girandosi il sigaro fra le labbra in forma di argomentazione. – Può darsi che il destino l’abbia portato a quel passo disgraziato. Può anche darsi ch’egli sia stato figlio delle circostanze. È sempre possibile ch’egli avesse dentro di sè, e forse ha tuttavia, una parte di buono; tutto sta a cercarla. La filosofia filantropica c’insegna…
I componenti del piccolo gruppo raccolto intorno alla stufa fecero sentire un mormorio di disapprovazione contro coteste parole minacciose. Anche i due giuocatori di domino alzarono gli occhi per protestare contro la filosofia filantropica introdotta, anche nominalmente, nell’albergo dell’Aurora.
– Zitto là, voi e la vostra filantropia! – esclamò l’ostessa, sorridendo e più che mai scrollando il capo. – Statemi a sentire. Io sono una donna, io. Non m’intendo punto di filantropia filosofica. So però quello che ho veduto e quello che ho guardato in questo mondo dove mi trovo. E vi so dir questo, amico mio, che vi son gente, – uomini e donne per disgrazia nostra, – che non hanno dentro di sè nulla di buono, proprio nulla. Che vi son gente che bisogna detestare con tutta l’anima. Che vi son gente che vanno trattati come nemici dichiarati della razza umana. Che vi son gente che non hanno cuore di uomo e che bisogna schiacciare come bestie selvagge, e toglierle dalla faccia della terra. Ce n’è pochi, spero; ma io ho veduto in questo mondo qui dove mi trovo ed anche nella piccola Aurora, che ce n’è di questa gente. Ed io non dubito punto che costui…. non so più come si chiami…. lui insomma…. sia appunto di questa specie.
Il vivace discorso dell’ostessa fu accolto dalla società dell’Aurora con più favore di quanto ne avrebbe avuto da certi amabili difensori della classe contro la quale ella mostrava un’avversione così poco ragionevole.
– Parola d’onore! se la vostra filantropia filosofica, – continuò l’ostessa, lasciando il lavoro e levandosi per andare a prendere la zuppa del forestiere dalle mani del marito, che comparve ad una porta di lato, – ci mette tutti quanti in balìa di cotesta gente, transigendo con essi per un verso o per un altro, in parole o in azioni, portatevela via dall’Aurora, che non ne do nemmeno un soldo.
Nel mettere la zuppa innanzi al forestiere, questi mutò di positura, si aggiustò a sedere, e la guardò fiso in faccia. E il mustacchio salì sotto il naso, e il naso discese sul mustacchio.
– Ebbene! – riprese il primo oratore, – torniamo al fatto. Lasciando stare tutto il resto, il certo è, signori miei, che i giurati lo hanno rimandato assoluto, epperò si è detto a Marsiglia che il diavolo era stato scatenato. Così fu che la frase cominciò a circolare; e questo si è inteso di dire, nè più nè meno di questo.
– Come si chiama? – domandò l’ostessa. – Biraud, non è vero?
– Rigaud, signore, – rispose il grosso Svizzero.
– Ah già, Rigaud! avete ragione.
La zuppa del viaggiatore fu seguita da un piatto di carne, e questo da un piatto di legumi. Egli mangiò tutto ciò che gli fu posto innanzi, vuotò la bottiglia dal vino, ordinò un bicchierino di rhum, e fumò la sua cigarette sorseggiando il caffè. Quanto più si sentiva ristorato, tanto più diventava franco e sicuro; e a poco a poco si mischiò ad una conversazione di poco momento, mettendo qua e là qualche parola, e dandosi una certa importanza come se la sua condizione fosse molto superiore alla sua apparenza.
La compagnia dell’Aurora aveva forse altri impegni, o anche ebbe coscienza della propria inferiorità; ad ogni modo, si disperse a grado a grado e non essendo surrogata da altra compagnia, lasciò il suo nuovo protettore in possesso dell’Aurora. L’oste si dava attorno in cucina, facendo suonare bicchieri e scodelle; l’ostessa se ne stava tranquilla al suo lavoro; e il viaggiatore, ristorato affatto, si era posto a sedere innanzi alla stufa fumando e scaldandosi i piedi laceri dal gran cammino.
– Scusate, madame…. cotesto Biraud….
– Rigaud.
– Rigaud…. scusate di nuovo… Cotesto Rigaud dunque non è nelle vostre grazie. Perchè mai, se è lecito?
L’ostessa, che era stata un pezzo dubbiosa, ora parendole che il viaggiatore fosse un bell’uomo, ora che avesse brutta cera, notò il naso che scendeva e il mustacchio che saliva, ed ebbe una forte disposizione a fermarsi nel secondo giudizio. – Rigaud, – ella rispose, – era un assassino che aveva ammazzato la moglie.
– Ah ah! morte della mia vita, un nero assassino, perbacco! Ma che ne sapete voi, eh?
– Lo sanno tutti.
– Ah! E nonostante è sfuggito alla giustizia?
– La legge non ha trovato prove sufficienti. Così dice la legge. Ma tutti sanno che il delitto l’ha commesso. Il popolo lo sapeva tanto, che tentò di farlo a pezzi.
– Poichè tutti vivono in perfetta armonia con le loro mogli? Ah ah!
L’ostessa dell’Aurora guardò di nuovo in faccia al suo interlocutore, e si sentì più confermata che mai nell’ultima opinione. Egli avea però una bella mano e cercava di farne mostra. L’ostessa cominciò a pensare che non fosse poi tanto brutto.
– Mi pare che abbiate detto, o qualcuno di quei signori ha detto, quel che n’è stato di lui.
L’ostessa scrollò il capo, come soleva quando incominciava a parlare. Sì, era stato detto poc’anzi, sulla fede dei giornali, che lo aveano tenuto in prigione per sua sicurezza. Ad ogni modo, egli era sfuggito alla pena meritata; e questo era un vero peccato.
L’ospite, senza smettere di fumare, la guardò ancora, mentre ella chinava il capo sul lavoro, con tale espressione che avrebbe risoluto tutti i dubbii della buona donna, dandole una precisa idea sulla cera bella o brutta dell’avventore. Ma quando ella alzò gli occhi, quella espressione non c’era più. La mano delicata accarezzava l’ispido mustacchio.
– Potrei domandare di andare a letto, madame?
– Molto volontieri, monsieur. – Olà, mio marito!
Mio marito lo avrebbe menato su. Vi era già un viaggiatore, forse addormentato, che era andato a letto molto presto, spossato dal gran cammino. Ma la camera era larga abbastanza; ci erano due letti e tanto spazio da contenere venti persone.
Tutto ciò spiegò con la sua voce d’uccello l’ostessa dell’Aurora, chiamando di tratto in tratto: Olà, mio marito! verso la porta della cucina.
– Mio marito rispose finalmente: «Son qua, moglie mia!» e presentatosi con in capo il suo bravo berretto da cuoco, fece lume al forestiere su per una scala ripida ed angusta. Il forestiere portando da sè il mantello e la bisaccia, diè la buona notte all’ostessa, facendo una cortese allusione al piacere che avrebbe avuto di rivederla il giorno appresso. La camera da letto era larga, con un pavimento ruvido e disuguale, la soffitta fatta di travi senza tela, e due letti situati alle due estremità. Il signor mio marito lasciò il candeliere, gettò un’occhiata di sbieco al viaggiatore che si era chinato ad aprir la bisaccia, gli disse con voce burbera: «Il letto sulla dritta!» e lo lasciò al riposo. Questo brav’uomo dell’oste, senza essere un famoso fisonomista, aveva subito sentenziato dentro di sè che l’ospite avea bruttissima cera.
Questi guardò con aria di spregio alle grossolane lenzuola di bucato che gli aveano preparata e, mettendosi a sedere sulla seggiola di paglia accanto al letto, tirò fuori dalla tasca quel po’ di denaro che aveva, e si mise a contarlo nella mano.
– Bisogna mangiare, – mormorò; – ma, per tutti i diavoli, domani dovrò mangiare a spese di qualche altro!
Nel mentre che così meditava ed astrattamente pesava la sua moneta nella palma della mano, il respiro sonoro dell’altro viaggiatore, che dormiva all’altro capo della camera, gli colpì l’udito con tanta eguaglianza che dovette voltar gli occhi da quella parte. Il viaggiatore era tutto coperto, e avea tirato le cortine bianche del letto, sicchè si poteva benissimo udirlo, ma non vederlo. Il respiro profondo e non interrotto continuava a farsi sentire, mentre l’altro si andava levando le scarpe sdrucite e le uose; e continuando sempre, quando egli si ebbe tolto il pastrano e la cravatta, divenne finalmente una forte provocazione alla curiosità, e gli fece venir la voglia di vedere anche di sfuggita la faccia del dormiente.
Il viaggiatore desto si fece dunque più presso al letto del viaggiatore addormentato, e a poco a poco, muovendosi con precauzione, vi fu vicino. Ma con tutto ciò, non potè soddisfare la propria curiosità, poichè l’altro si avea tirata su la coperta in modo da nascondere il viso. Il respiro eguale e misurato continuava sempre; egli stese la mano liscia e bianca (che perfida mano! e come si stendeva piano e sospettosa!) al lenzuolo, e leggermente lo sollevò.
– Morte dell’anima mia! – mormorò, dando un passo indietro. – È Cavalletto!
Il piccolo Italiano, che già forse era stato turbato nel sonno dalla presenza furtiva del nuovo venuto, cessò dal respirare regolarmente e aprì gli occhi. Sulle prime, non erano desti, quantunque aperti. Stette così, giacendo, per alcuni momenti, guardando placidamente all’antico compagno di prigione, e poi, tutto ad un tratto, con un grido di sorpresa o di spavento, balzò fuori del letto.
– Zitto! che diavolo ti piglia! Fermo, ti dico! Son io. Non mi riconosci?
Ma Giambattista, spalancando gli occhi, borbottando una infinità di invocazioni e di esclamazioni, stringendosi tutto tremante in un cantuccio della camera, infilandosi in fretta i pantaloni, e legandosi al collo la giacca per le maniche, diè a vedere manifestamente un forte desiderio di darsela a gambe, anzi che rinnovare la conoscenza. Vedendo la qual cosa, l’antico compagno di prigione corse subito alla porta e vi si appoggiò con le spalle.
– Cavalletto! destati, ragazzaccio! fregati gli occhi e guardami bene. No, no; dammi un altro nome. Non già quello di una volta, sai! Lagnier, chiamami Lagnier!
Giambattista, spalancandogli più che mai gli occhi in faccia, fece un gran numero di volte quel suo gesto negativo dal levare in alto l’indice destro, come se fosse risoluto a negare anticipatamente qualunque cosa l’altro potesse dire, ora e in tutto il tempo della sua vita.
– Su, Cavalletto! qua la mano. Tu conosci Lagnier, il gentiluomo. Tocca la mano di un gentiluomo!
Sottomettendosi all’usato tuono di condiscendente autorità, Giambattista, non ancora ben fermo sulle gambe, stese la mano e la pose in quella del suo protettore. Monsieur Lagnier rise; la strinse un poco, la scosse e la lasciò andare.
– Sicchè non vi hanno…. – balbettò Giambattista.
– Fatta la barba? No, caro. Sta a vedere! – esclamò Lagnier, girando il capo a dritta e a manca, – più solido del tuo.
Giambattista, con un leggiero tremito, guardò tutto intorno per la camera, come per ricordarsi dove si trovava. Il suo protettore colse questa opportunità per chiuder la porta a chiave, e si andò a sedere sulla sponda del letto.
– Guarda! – disse poi, pigliando da terra e mostrando le scarpe e le uose. – Tu mi dirai che questa qui non è roba degna di un par mio. Benissimo; ti farò vedere come ci rimedierò presto. Orsù, mettiti a sedere. Prendi il tuo posto di una volta!
Giambattista, tutt’altro che rassicurato, si pose a sedere sul pavimento accanto al letto, tenendo gli occhi levati sul suo protettore.
– Bravo! – esclamò Lagnier. – Ora ci possiamo figurare di trovarci sempre in quella vecchia buca d’inferno, non ti pare? Da quanto è che ne sei uscito?
– Due giorni dopo di voi.
– Come sei venuto qui?
– Fui avvertito di non rimanere laggiù, sicchè pigliai subito il cammino di fuori, e andai girando di qua e di là. Mi son buscato da campare alla meglio ad Avignone, a Pont Esprit, a Lione, sul Rodano e sulla Saona.
Così dicendo, ei segnava sul pavimento quei varii posti col dito bruciato dal sole.
– E dove andrai adesso?
– Dove andrò?
– Sì.
Giambattista mostrò di volere eludere la domanda, e di non saper come.
– Perbacco! – disse alla fine, quasi costretto a confessare, – ho avuto l’idea qualche volta… così di andare a Parigi…. e forse anche a Londra.
– Cavalletto! Io ti dirò una cosa in confidenza. Anch’io vado a Parigi e forse a Londra. Andremo insieme.
L’omicciattolo scrollò il capo e mostrò i denti; nè parve troppo persuaso che la proposta del compagno fosse molto accettabile.
– Sì, – ripetè Lagnier, – andremo insieme. – Vedrai come saprò presto farmi riconoscere per quel gentiluomo che sono, e tu naturalmente ne profitterai. Siamo intesi?
– Oh, sicuro, sicuro! – disse Giambattista.
– Ti spiegherò dunque prima d’andare a letto, e mi sbrigo in quattro parole, perchè ho bisogno di sonno, come mi trovo qui, io, Lagnier. Ricordati bene, Lagnier, l’altro nome, no!
– Altro, altro! non già Ri….
Prima che Giambattista finisse di pronunciare questo nome, il suo compagno gli aveva messo la mano sotto il mento e violentemente gli avea chiusa la bocca.
– Per tutto l’inferno! che ti salta in testa mo? mi vuoi veder calpestato e lapidato? e ci capiteresti tu pure, sai. Non ti figuri di certo che agguanterebbero me solo e lascerebbero andare il mio compagno di prigione! Non ci pensare!
Vi era tale espressione nella sua fisonomia, nel lasciare ch’egli fece la mascella dell’amico, che questi capì benissimo, che se mai il corso degli eventi menasse davvero alla estremità poco gradita di una lapidazione, Monsieur Lagnier non mancherebbe certo di richiamare la pubblica attenzione sulla persona dell’amico, perchè ne avesse anch’egli una buona parte. Ei si rammentò che razza di uomo cosmopolita fosse monsieur Lagnier, e come non conoscesse scrupoli o pregiudizii.
– Io sono un uomo, – riprese Lagnier – a cui la società ha fatto molti torti dall’ultima volta che ci siamo visti. Tu sai che io sono sensibile e coraggioso, e che son così fatto che debbo comandare. In qual modo la società ha rispettato queste mie qualità? Mi si è gridato dietro per le vie. Sono stato guardato lungo le vie, guardato contro gli altri uomini e specialmente contro le donne, che mi correvano addosso, armate di ogni specie di arme che loro capitasse alle mani. Sono stato messo in prigione per mia sicurezza personale, si è tenuto segreto quel mio luogo di rifugio, per tema che non si venisse a snidarmi di là ed a farmi cadere sotto cento colpi. Mi si è dovuto trasportare fuori di Marsiglia sopra una carretta nel più fitto della notte, e farmi fare molte leghe così imballato nella paglia. Non c’era sicurezza per me, nemmeno avvicinandomi a casa mia. Sicchè, con pochi soldacci in tasca, ho camminato e camminato attraverso la sozza mota e il tempo cattivo, fino a lacerarmi ed insanguinarmi i piedi, – guarda! Tali sono le umiliazioni inflittemi dalla società, possedendo io quelle qualità che sai. Ma la società me la deve pagare!
Tutto ciò egli disse a voce sommessa all’orecchio del compagno e con la mano innanzi alla bocca.
– Anche qui, – ei proseguì allo stesso modo, – anche qui, capisci, in questa bettola meschina, la società mi perseguita. La padrona e i suoi avventori si dilettano a diffamarmi! A diffamar me, che son buono coi miei modi e le mie qualità da gentiluomo di farli cader morti, tutti quanti sono! Ma i torti che la società ha accumulato su questo capo, son qui tutti, raccolti in questo petto!
Giambattista, prestando ascolto a quella voce rauca e sommessa, rispondeva di tanto in tanto e quasi distratto: «Sicuro, sicuro!» scrollando il capo e chiudendo gli occhi, come se fosse quella l’accusa più schietta, più evidente, più incontrastabile contro la società.
– Metti là le mie scarpe, – continuò Lagnier. – Sospendi il mio mantello presso la porta, perchè si asciughi. Piglia quel cappello.
Cavalletto obbediva a questi ordini, di mano in mano che li riceveva.
– Ed è questo il letto a cui la società mi condanna? Ah! benissimo, benissimo!
Mentre si stendeva di lungo sui materassi, con un fazzoletto lacero legato intorno al capo e mostrando appena fuori delle lenzuola quel suo viso sinistro, Giambattista non potette fare a meno di ricordarsi di ciò che per poco non era accaduto per impedire al mustacchio di salire e al naso di scendere, come in quel momento facevano.
– Ed ecco che il destino mi getta per la seconda volta in tua compagnia! Per tutti i diavoli! tanto meglio per te. Ne profitterai, tu. Ho bisogno di un lungo riposo. Non mi svegliare domani, hai capito?
Giambattista rispose, dormisse pure a tutto suo comodo, e dandogli la buona notte, spense il lume. Dopo di che era naturale che si spogliasse; ma invece il piccolo Italiano fece tutto il contrario: si vestì da capo a piedi, meno le scarpe.
Ciò fatto, si distese sul letto, tirò su la coperta, e con la giacchetta sempre legata al collo per le maniche, si apparecchiò a passar la nottata.
Quando si destò di soprassalto, l’aurora del cielo gettava una sua prima occhiata alla figlioccia. Ei si levò, tolse in mano le scarpe, girò la chiave nella toppa senza far rumore, e discese le scale. Giù nell’osteria tutto dormiva, meno un gran fortore di caffè, vino, tabacco e sciroppi. Il piccolo banco dell’ostessa avea un aspetto molto desolato. Ma Cavalletto avendo saldato la sera innanzi il suo conticino, non avea ora bisogno di veder nessuno. Nient’altro voleva che mettersi le scarpe, pigliar la bisaccia, aprir la porta e darsela a gambe.
E così fece. Nessun movimento, nessuna voce si udì quando egli aprì la porta; nessuna testa avvolta in un lacero fazzoletto si mostrò alla finestra di sopra. Quando il disco del sole si fu innalzato sulla linea dell’orizzonte, traendo scintille dalla lunga via fangosa e lastricata che correva in mezzo a due monotone file di alberi, una macchia nera muovevasi lungo il cammino, sguazzando nelle lucide pozze dell’acqua piovana. E cotesta macchia nera era Giambattista Cavalletto che fuggiva dal suo protettore.

CAPITOLO XII

IL CORTILE DEL CUOR SANGUINOSO.

Si dovea cercare il cortile del Cuor Sanguinoso nel cuore stesso di Londra, sebbene nella vecchia strada che mena a un celebre sobborgo, dove a tempo di Guglielmo Shakespeare, autore ed attore, vi era la casa di caccia del re, ed oggi non c’è altra caccia che pei soli cacciatori di uomini. Era un posto mutato assai di aspetto e di fortuna, ma serbava tuttavia un residuo dell’antico splendore. Due o tre enormi camini che torreggiavano sui tetti, ed alcune camere vaste ed oscure che erano sfuggite al destino di essere murate, suddivise o altrimenti trasformate, davano al cortile un certo carattere particolare. Era abitato da povera gente, che eleggevano la loro tranquilla dimora in mezzo a quelle glorie sbiadite, come gli Arabi del deserto piantano le tende fra le pietre cadute delle Piramidi. Ad ogni modo, un poetico sentimento di famiglia facea ritenere agli abitanti del cortile che il cortile avesse un suo carattere particolare.
Come se l’orgogliosa città avesse fatto gonfiare fino il suolo su cui si elevava, il terreno s’era alzato a tal segno intorno al cortile del Cuor sanguinoso, che si scendeva in questo per una scala formatasi chi sa come coll’andar del tempo, e se ne usciva, passando per una bassa arcata in un labirinto di stradicciuole che giravano e rigiravano e per mille tortuosità ascendevano al giusto livello. Verso questa uscita del cortile e di sopra all’arcata trovavasi l’officina di Daniele Doyce, dove il battere continuo del metallo sul metallo rendeva immagine dei battiti dolorosi di un cuore di ferro.
I pareri degli abitanti del cortile erano divisi rispetto all’etimologia di quel nome di Cuor sanguinoso. I più positivi pendevano per la tradizione di un assassinio; i più gentili ed immaginosi, – fra i quali si comprendeva tutto il sesso debole, – tenevano saldo alla leggenda di una donzella dei tempi antichi rinchiusa nella sua camera da un padre tiranno in pena di aver serbato fede al suo prediletto e rifiutata la mano del cavaliere che quegli le destinava. La leggenda raccontava come la donzella si facesse vedere di tanto in tanto alle spranghe della finestra, mormorando una lamentevole canzone di amore, col ritornello: Cuor che sanguina, cuor che sanguina, fino all’ultima stilla di sangue, fino a che non venne a morire. I partigiani dell’assassinio obbiettavano che cotesto ritornello, come si sapeva da tutti, era stato inventato da una ricamatrice, zitella e romantica, che tuttavia abitava nel cortile. Ma poichè tutte le leggende favorite hanno attinenza agli effetti, e poichè ci son sempre stati più innamorati che assassini (per quanto si possa esser cattivi, bisogna pure augurarsi che questo stato di cose duri un pezzo allo stesso modo), così la storia del Cuor che sanguina fu accettata da una forte maggioranza. Nessuno poi dei due partiti volle prestare orecchio agli antiquari, che tenevano in quelle vicinanze delle dotte dissertazioni, per dimostrare che il Cuor sanguinoso era nè più nè meno che lo stemma di un’antica famiglia a cui la proprietà era una volta appartenuta. E quando si pensi che l’orologio a polvere che cotesta povera gente voltava di anno in anno per tutta la vita, era pieno della più triste e monotona arena, bisognava dire che non avessero poi tanto torto a non lasciarsi involare quel solo granellino dorato di poesia che vi brillava dentro.
Daniele Doyce, il signor Meagles e Clennam discesero per le scale nel cortile. Attraversarono questo, passando in mezzo a due file di porte aperte, tutte abbondantemente fornite di ragazzi magri e malaticci che tenevano in collo dei ragazzi più grossi, ed arrivarono all’opposta estremità verso l’arcata. Qui, Arturo Clennam si fermò a guardare intorno per cercare il domicilio di Plornish, muratore; il nome del quale, secondo il costume dei Londinesi, Daniele Doyce non avea mai visto od udito, sebbene stesse a pochi passi da casa sua.
Il nome vedevasi però chiaro abbastanza, come la piccola Dorrit aveva affermato, in un angolo del cortile sopra una piccola entrata tutta macchiata di calce, dove Plornish teneva una scala e un paio di tinozze. L’ultima casa del cortile del Cuor sanguinoso, indicata dalla fanciulla come la dimora di Plornish, era un gran caseggiato locato a varii inquilini; ma Plornish annunziava ingegnosamente ch’egli abitava a terreno, per mezzo di una mano dipinta sotto il suo nome, l’indice della quale (che l’artista aveva ornato di un anello e di un’unghia tagliata all’ultima moda) dirigeva tutti i visitatori verso quell’appartamento.
Separandosi dai compagni, dopo aver fissato un altro convegno col signor Meagles, Clennam si avviò solo verso l’entrata e bussò con le nocche delle dita alla porta di casa. Venne subito ad aprire una donna che avea un bambino in collo, e con la mano libera si aggiustava in fretta la veste sul seno. Era costei la signora Plornish, e quel gesto materno era il gesto della signora Plornish durante quasi tutta la sua giornata.
– È in casa il signor Plornish?
– Per non dirvi bugia, – rispose la signora Plornish, con molta cortesia, – è andato un momento fuori per cercare un po’ di lavoro.
Per non dirvi bugia, era l’intercalare della signora Plornish. La buona donna non vi avrebbe mai e per nessun motivo detta una mezza bugia; ma doveva ad ogni costo introdurre nel discorso quella formola di restrizione.
– Credete che torni presto, tanto ch’io possa aspettarlo?
– È già mezz’ora che l’aspetto, e dovrebb’essere tornato. Entrate, signore.
Arturo entrò nella sala buia e senza aria, quantunque fosse alta abbastanza, e si pose a sedere sulla seggiola offertagli dalla signora Plornish.
– Per non dirvi bugia, signore, io vi sono obbligata della finezza che mi fate, – disse la signora Plornish.
Arturo, non arrivando a capire, espresse con gli occhi la sua curiosità ed ebbe la spiegazione con quelle parole.
– Non son mica molti, – disse la signora Plornish, – quelli che vengono nella casa della povera gente e si degnano di levarsi il cappello. Ma noi altri ci si bada assai più che non si creda.
– Questo è tutto? – esclamò Arturo, maravigliandosi con un certo senso di dispiacere che un atto così semplice potesse parere straordinario. Poi, chinandosi e stringendo fra le dita la guancia di un fanciulletto che stava seduto per terra, domandò quanto tempo avesse quel ragazzo.
– Quattro anni appena compiti, – rispose la signora Plornish. – È un bel giovanotto, non è vero, signore? Quest’altro qui è un pochino malaticcio, – e così dicendo strinse con tenerezza il bambino che teneva in braccio. – Scusate, signore, se vi faccio una domanda: siete venuto per qualche commissione di lavoro?
Ella fece questa dimanda con tanta ansietà, che se Arturo avesse posseduto un muro qualunque, l’avrebbe fatto rintonacare dieci volte, anzi che risponder di no. Ma fu costretto a risponder di no; e scorse nel volto di lei un’ombra di disappunto e la vide reprimere un sospiro e guardare al fuoco quasi spento. Vide anche che la signora Plornish era giovane molto, resa un po’ trascurata di sè e di tutto ciò che la circondava dalla miseria; e che questa e i figliuoli tanto aveano lavorato da metterle parecchie rughe sul viso.
– Ogni sorta di lavoro, – riprese la donna, – mi pare che sia andato sotterra; davvero che mi par così!
(Questa osservazione della signora Plornish, – sia detto di passata, – era limitata agli affari attinenti al mestiere di muratore, senza alcuna allusione ai lavori del Ministero delle Circonlocuzioni e della famiglia Mollusco).
– È proprio tanto difficile procurarsi del lavoro? – domandò Arturo Clennam.
– Plornish non ne trova. È disgraziato, pover’uomo; davvero che è disgraziato.
E così era in effetti. Egli facea parte di quel gran numero di viaggiatori nel cammino della vita, i quali sembrano afflitti da certi calli soprannaturali che impediscono loro di andar di pari passo anche coi loro zoppi competitori. Volonteroso, laborioso, dotato di buon cuore e di una testa non troppo dura, Plornish pigliava la sua mala sorte con tutta la rassegnazione possibile. Ma in verità la sorte era assai dura per lui. Accadeva così di rado che qualcheduno avesse bisogno di lui, era così eccezionale il caso che si domandasse l’opera sua; che la testa confusa del pover’uomo non se ne faceva capace. Epperò ei pigliava il mondo come veniva; cadeva in ogni specie di difficoltà e si rialzava senza saper come; e, di caduta in caduta, ci guadagnava sempre delle nuove ammaccature.
– Non è certo che si manchi di andarlo cercando il lavoro, – disse la Plornish, alzando le ciglia e cercando una soluzione del problema fra i ferri del camino; – e nemmeno che non si lavori di schiena, quando capita la fortuna di trovarne. Nessuno ha mai inteso mio marito a lamentarsi della troppa fatica.
In un modo o nell’altro, questa disgrazia era generale nel cortile del Cuor sanguinoso. Di tratto in tratto si udivano, è vero, dei pubblici lamenti andare pateticamente attorno sulla mancanza di braccia e sul caro della mano d’opera (il che da certa gente era preso in assai mala parte, come se avessero un assoluto diritto d’imporre alla mano d’opera ogni condizione che loro talentasse); ma il cortile del Cuor sanguinoso, quantunque fosse così ben disposto a lavorare quanto ogni altro cortile d’Inghilterra, non ci guadagnava mai nulla dalla cresciuta domanda. Quella nobile ed antica famiglia dei Mollusco era stata sempre troppo occupata a studiare ed applicare il sommo principio di governo, per aver tempo di pensare a tali picciolezze; e veramente queste picciolezze non avevano nulla che fare col loro supremo interesse di dominare e schiacciare tutte le altre nobili ed antiche famiglie, eccetto la famiglia Trampoli, loro congiunti.
Mentre la signora Plornish parlava nei termini riferiti del suo assente signore, questi ritornò. Era un uomo sui trent’anni, dalle gote liscie, colorito fresco, fedine rosse, gambe lunghe, un po’ deboli nei ginocchi, faccia poco intelligente, giacchetta di lana e tutto macchiato di calce.
– Ecco Plornish, signore.
– Son venuto, – disse Clennam, levandosi, – per domandarvi il favore di una breve conversazione a proposito della famiglia Dorrit.
Plornish divenne sospettoso. Parve che subodorasse un creditore.
– Ah sicuro! – disse. – Va bene. Non so davvero che specie d’informazione potrei dare sul conto di quella famiglia. Di che si tratta, di grazia?
– Io vi conosco meglio di quanto pensiate, – disse Clennam, sorridendo.
Plornish osservò, senza punto sorridere, di non aver però il piacere di conoscere il signore.
– No. – rispose Arturo; – so indirettamente dei vostri buoni uffici, ma da buona fonte. Me ne ha informato la piccola Dorrit…. voglio dire, la signorina Dorrit.
– Siete voi il signor Clennam? Oh! ho inteso parlar di voi, signore.
– E io di voi, – disse Arturo.
– Accomodatevi, signore, fate come in casa vostra. Ma sicuro, – proseguì Plornish, prendendo una seggiola e mettendosi sopra un ginocchio il più grandicello dei suoi figliuoli, per avere un certo sostegno morale parlando a un forestiere di sopra alla testa del ragazzo, – mi sono trovato anch’io dalla brutta parte della prigione, e così è che imparai a conoscere la signorina Dorrit. Sicuro, mia moglie ed io la conosciamo benissimo.
– Intimamente! – esclamò la signora Plornish.
In verità, la buona donna andava così superba di cotesta conoscenza, che era giunta perfino a destare una certa invidia nell’animo delle sue vicine, magnificando ad una somma enorme il debito per cui il padre della signorina Dorrit si trovava dentro. Gli abitanti del Cuor sanguinoso non le mandavano buona la conoscenza di persone così distinte.
– Conobbi prima il padre. E così conoscendo lui, capite… naturalmente….. sono venuto a conoscere lei, – riprese Plornish.
– Capisco.
– Ah! quello sì che significa essere gran signore! quella sì che è cortesia! E pensare che un signore di quella fatta debba star lì a marcire in una prigione! Voi forse non sapete, – disse Plornish, abbassando la voce e parlando con una stupida ammirazione di ciò che avrebbe dovuto inspirargli compassione o disprezzo, – voi non sapete che la signorina Dorrit e sua sorella non si arrischiano a fargli sapere che lavorano per guadagnarsi il pane. No! – esclamò Plornish, guardando con una ridicola espressione di trionfo prima alla moglie e poi tutto intorno per la camera. – Non si arrischiano, state pur certo che non si arrischiano!
– Senza ammirarlo per questo, – notò Clennam tranquillamente, – io lo compiango assai.
Questa osservazione parve suggerire a Plornish, per la prima volta, che il fatto da lui citato potesse non essere in fondo molto lodevole. Ci pensò su un poco, e poi, non raccapezzandosi, lasciò andare.
– In quanto a me, – riprese a dire, – certamente che il signor Dorrit mi si mostra così affabile, che più non mi potrei aspettare. Tanto più quando penso alla differenza e alla distanza che passa tra noi. Ma stavamo discorrendo della signora Dorrit, mi pare?
– Appunto. Come faceste a presentarla a mia madre?
Il signor Plornish si staccò un granello di calce dalle fedine, se lo pose fra le labbra, lo girò e rigirò con la lingua come un chicco di zucchero, meditò, ruminò, si trovò incapace di dare una lucida spiegazione, e volgendosi alla moglie, disse:
– Sally, digli tu com’è andata la cosa, vecchia mia.
– La signorina Dorrit, – disse Sally, cullandosi il bambino fra le braccia e posando il mento sulla manina indiscreta che tentava ancora di aprirle la veste sul seno, – venne qui un giorno dopo desinare con un pezzo di scritto, che diceva come volesse un po’ di lavoro da cucire, e domandò se ci era di disturbo, caso mai desse qui da noi il suo indirizzo. (Plornish ripetè a bassa voce il suo indirizzo, come se stesse in chiesa a dir le litanie). Io e Plornish allora abbiamo detto: No, signorina Dorrit, nessun disturbo (nessun disturbo, ripetè Plornish), ed ella scrisse subito l’indirizzo sulla carta. Io e Plornish allora abbiamo detto: oh, signorina Dorrit! (oh, signorina Dorrit! ripetette Plornish) avete pensato a farne tre o quattro esemplari per metterli in più d’una parte? No, dice la signorina Dorrit, non ci ho pensato, ma ci penserò. E così lo copiò, proprio su questa tavola, con una bella mano di scritto, e Plornish ne portò uno dove stava a lavorare, poichè allora ce n’aveva del lavoro (ce n’aveva del lavoro, ripetè Plornish), e un altro pure al proprietario del cortile, per mezzo del quale la signora Clennam venne a conoscere la signorina Dorrit (Plornish ripetè la signorina Dorrit)
E la signora Plornish, essendo terminato il suo discorso, fece le viste di dare un morso ai ditini della mano e la baciò veramente.
– E il proprietario del cortile, – disse Arturo, – è…….
– È il signor Casby,- rispose Plornish. – Così si chiama, e quello che viene a riscuotere la pigione si chiama Pancks, – Ed ecco, – aggiunse il signor Plornish, fermandosi su queste parole con una lentezza pensierosa che pareva non avere alcun nesso con niente di preciso, nè di menarlo ad alcuna conchiusione, – ecco come sta la cosa; e voi ci crederete o no, come meglio vi piace.
– Ah! – esclamò Arturo, fattosi pensieroso alla sua volta. – Il signor Casby è una mia vecchia conoscenza, costui!
Il signor Plornish non trovò da far commenti su questo fatto, epperò non ne fece. E poichè Arturo non aveva alcuno interesse ad insistervi, venne a discorrere del vero scopo della sua visita, vale a dire di adoperare Plornish come strumento per la liberazione di Tip, perchè questi potesse ancora fare assegnamento sul proprio buon volere e sulla propria energia, supposto che non avesse perduto affatto coteste qualità: supposizione, a dir vero, troppo larga ed ardita. Plornish, essendo stato informato del motivo dell’arresto dalla bocca stessa del creditore, fece intendere che questi era un certo Cantore – non già cantore di antifone, ma mercante di cavalli, e che egli, Plornish, era di parere che con dieci scellini per ogni sterlina c’era da fare un buono accomodamento, e che offrire di più sarebbe stato lo stesso che buttar via il danaro.
Senza perder tempo, il protettore e lo strumento montarono in una vettura e si fecero portare fino ad High Holborn. Discesero ad una scuderia, dove uno stupendo cavallo storno, che potea valere al minimo un settantacinque ghinee (senza tener conto del valore delle palle di piombo che gli si erano fatte ingoiare per arrotondarne le forme), si dava via per un semplice biglietto di venti lire sterline, perchè la settimana passata avea guadagnato la mano alla signora capitana Barbary di Cheltenham, cavallerizza poco esperta per montare una bestia di quella fatta, e che per mero dispetto s’era incaponita a metterla in vendita per quella somma ridicola, o in altri termini a regalarla. Plornish, lasciando Arturo ad spettar nella via ed entrato solo nel cortile che precedeva la scuderia, trovò un signore con pantaloni di velluto stretti alle cosce, cappello piuttosto vecchio, mazza uncinata e cravatta turchina. Era questi il capitano Maroon della Gloucestershire, amico intimo del capitano Barbary; e si trovava lì per caso, nella sua qualità di amico, pronto a raccontare tutte le piccole circostanze relative alla stupenda bestia dal manto storno a qualunque buon conoscitore di cavalli che, condotto dagli avvisi, si presentasse alla scuderia e non fosse uomo da lasciarsi scappare di mano una occasione così miracolosa. Questo signore, che era appunto il creditore dell’affare Tip, indirizzò il signor Plornish dall’avvocato, e rifiutò di trattare col signor Plornish o anche di soffrire la presenza di lui nel cortile, a meno che il signor Plornish non venisse con un biglietto da venti sterline: nel qual caso soltanto, il capitano Maroon avrebbe augurato dalle apparenze che il signor Plornish volesse trattare sul serio di affari e si sarebbe forse deciso a discorrere con essolui. Avuto questo avviso il signor Plornish si ritirò a conferire con Arturo, e subito dopo tornò con le richieste credenziali.
Allora il capitano Maroon gli disse:
– Orsù, quanto altro tempo volete per pagare le altre venti ghinee? Via, vi do un mese.
Ma poichè questa proposta non andava troppo a genio dell’altra parte, il capitano Maroon aggiunse:
– Ebbene, tutto ciò che posso fare è questo. Voi mi farete una brava cambiale a quattro mesi, pagabile presso un banchiere, pel resto del debito.
E siccome nemmeno quest’altra incontrava il gradimento del debitore:
– Finiamola, – esclamò il capitano Maroon, – questa è l’ultima mia parola. Datemi altre dieci ghinee, e darò di frego al resto.
Vedendo che anche qui si trovava da opporre, il capitano riprese:
– La conclusione è, che il vostro amico mi ha trattato male, e male di molto. Ma non ci bado io; aggiungeteci sole cinque ghinee e una bottiglia di vino e tutto sarà fatto. Se vi piace così, bene; se no, no.
Finalmente non avendo incontrato maggiore arrendevolezza, il capitano Maroon disse in ultimo:
– Quand’è così, date qua il vostro biglietto! – e in conformità della prima offerta, fece una ricevuta per saldo e liberò il prigioniero.
– Signor Plornish, – disse Arturo, – conto su voi perchè, se non vi dispiace, mi serbiate il segreto. Se volete darvi il fastidio di far sapere al giovane che è libero oramai, e di dirgli che voi siete stato incaricato di venire a transazione col creditore da una persona che non vi è permesso di nominare, non solo renderete a me un gran servigio, ma forse anche a lui stesso e a sua sorella.
– Quest’ultima ragione, – disse Plornish, – sarebbe più che sufficiente. Sarete obbedito, non dubitate.
– E se volete anche esser così buono, dacchè conoscete più di me la famiglia, da parlare con me a cuore aperto e indicarmi un qualunque modo che a voi possa parere realmente utile alla piccola Dorrit, senza però offenderne la delicatezza, io vi sarò grandemente obbligato.
– Non se ne discorra neppure, – rispose Plornish, – sarà anche per me un piacere e un….. sarà anche un piacere e un…..
Plornish, fatti due sforzi supremi, e riconoscendosi incapace a fare star ritta la sua frase, si decise a lasciarla zoppa. Prese il biglietto di visita di Clennam e accettò una conveniente gratificazione.
Gli premeva di compiere la sua commissione, e non minor fretta di lui aveva Arturo, il quale perciò gli propose di scendere alla porta della Marshalsea. Si diressero dunque verso quella parte passando pel ponte di Blackfriars. Via facendo, Arturo ottenne dal suo novello amico una succinta e confusa descrizione della vita interna del Cuor sanguinoso. Vi si stava male, diceva il signor Plornish, ma proprio male di molto. Ebbene, ei non se ne faceva capace di questa cosa, e nessun altro se ne faceva capace; quello che sapeva di certo era che ci si stava male. Quando un uomo si sentiva sulle spalle e dentro lo stomaco eziandio di essere un pover’uomo, non si poteva con tutti i bei discorsi tirargli fuori dal cervello cotesta convinzione, come non si poteva mettergli un pezzo di carne arrosto nello stomaco. E poi, vedete, la gente agiata, – e la maggior parte spendevano tutto e forse anche più di tutto, come il signor Plornish avea inteso dire, – la gente agiata soleva gridare che gli abitanti del Cuor sanguinoso erano imprevidenti; signor sì, imprevidenti; tale era la loro espressione favorita. Se, per esempio, vedevano un uomo montare in una vettura di piazza con la moglie e i figliuoli per andarsene così, forse una volta all’anno, a pigliare un boccone d’aria a Hampton-Court, subito esclamavano: «Ehi dico! io vi faceva povero, mio caro ed imprevidente amico!» Ah, signore Iddio, che ingiustizia era mai questa! e che dovea fare un povero disgraziato? Ammattire dalla malinconia, nossignore; e anche in tal caso, voi non ci avreste guadagnato nulla; anzi, secondo l’opinione del signor Plornish, ci avreste perduto. Eppure pareva che voi faceste di tutto per fare ammattire la gente. Ci stavate attorno sempre, se non con la mano dritta, con la mancina. E sapete voi che razza di vitaccia si menava lì dentro nel cortile? bastava un’occhiata, per farsene una idea precisa. Ecco qua le ragazze e le mamme a cucire, ad orlare scarpe, a far sottovesti, giorno e notte e notte e giorno, per riuscire a questo solo di tenere insieme appiccicati l’anima e il corpo, – e nemmeno ci riuscivano sempre. Ecco degli artigiani di ogni specie e qualità, che aveano tutti bisogno di lavoro e non ne trovavano punto. Ecco poi dei vecchi i quali, dopo aver lavorato per tutta la vita, se ne andavano a farsi rinchiudere nell’Ospizio di mendicità, dove li alloggiavano, li nutrivano e li trattavano peggio assai dei… dei manifattori (il signor Plornish intendeva dire malfattori). Un uomo perbacco non sapea da che parte voltarsi per avere un po’ di fiato e trovar conforto. Che per tutto questo fosse da incolpare, il signor Plornish, a dir la verità, non lo sapeva precisamente. Ei poteva ben dirvi chi soffrisse, ma di chi ne fosse la colpa non era in grado di saperlo. Non toccava a lui cotesta scoperta; e poi, anche a farla, chi mai volevate che se ne desse pensiero? Ei sapeva soltanto che tutto il male, per quanto studio vi si ponesse, rimaneva sempre lo stesso male di prima, e che da sè solo non si curava di certo. Insomma, la sua opinione illogica, come ei diceva, era questa, che se niente si poteva far per lui, non c’era bisogno di pigliarsi niente da lui per fare una cosa che non si potea e non si volea fare: tale era la conclusione del suo complicato discorso.
Così con un certo suo modo prolisso, leggermente scontento e molto confuso, il signor Plornish andava svolgendo l’arruffata matassa del suo stato, simile ad un cieco che andasse cercando quello che non può vedere, quando finalmente giunsero alla porta della prigione. Qui ei lasciò solo il suo protettore; il quale, nel tornare indietro, si diè a ricercare in una profonda meditazione quante migliaia di Plornish vi potessero essere a uno o due giorni di distanza dal Ministero delle Circonlocuzioni, suonando il medesimo motivo con interessanti variazioni sul medesimo tuono, senza che le voci loro giungessero anche di lontano a ferire gli orecchi di quella gloriosa istituzione.

CAPITOLO XIII.

PATRIARCALE.

Il nome del signor Casby avea di nuovo ravvivate nella memoria di Arturo quelle ceneri semispente di curiosità ed interesse che le parole della vecchia Flintwinch aveano un po’ smosse durante quella prima notte dell’arrivo. Flora Casby era stata la prediletta della sua fanciullezza; e Flora ora l’unica figliuola di quella testa di legno del vecchio Cristoforo (così lo chiamavano qualche volta alcuni spiriti irreverenti che aveano avuto da trattare affari con lui e nei quali la famigliarità avea forse, come suole, generato il disprezzo). Il signor Casby era ritenuto come uomo molto ricco pei suoi affitti settimanali e per l’abilità che aveva di estrarre una discreta quantità di succo e di sangue dalle pietre stesse del lastrico.
Dopo alcuni giorni di ricerche, Arturo Clennam si convinse che quello del padre della Marshalsea era veramente un caso disperato, e con dispiacere abbandonò la prima idea di adoperarsi per la liberazione di lui. Nè, pel momento, potea sperare notizie di un certo interesse per la piccola Dorrit; ma pensò seco stesso che riannodando le sue relazioni con cotesto signor Casby, potrebbe forse essere di qualche utilità alla fanciulla. – È quasi superfluo aggiungere ch’ei si sarebbe presentato lo stesso in casa del signor Casby, anche se nessuna piccola Dorrit ci fosse stata al mondo; imperrocchè tutti sappiamo come sia facile ingannarsi, – cioè, come gli uomini in generale, eccetto noi, si ingannino facilmente intorno ai segreti motivi che dirigono le loro azioni.
Con un sereno convincimento, ed anche onesto nel suo genere, di esercitar sempre il suo protettorato sulla piccola Dorrit nel fare una cosa che non la riguardava punto, egli si trovò un bel giorno alla cantonata della via dove il signor Casby stava di casa. La via partivasi dal sobborgo di Gray’s Inn con la manifesta intenzione di scendere di gran carriera fino in fondo alla valle e di risalire non meno frettolosamente alla cima di Pentonville; ma invece non avea fatto che una ventina di passi e, mancandole il fiato, si era arrestata in tronco. Oggi non c’è più; ma per molti anni vi rimase guardando tutta mortificata il deserto macchiato qua e là di sterili giardini e di rare ville, che avea pensato di traversare in meno di niente.
– La casa, – pensò Clennam andando verso la porta, – non ha punto mutato di aspetto, nè più nè meno che quella di mia madre; sempre malinconica come una volta. Ma la somiglianza si arresta all’esterno. Mi rammento il grave riposo che regna dentro. Mi par quasi di sentire fin qui l’odore dei suoi vasi pieni di lavanda e di foglie secche di rosa.
Quando il colpo dato alla porta col lucido martello di rame di forma antiquata ebbe fatto venire una fantesca, quei deboli odori lo salutarono veramente come una brezza d’inverno che serbi ancora una vaga rimembranza della primavera passata. Egli entrò nella casa quieta, silenziosa, senz’aria, – si potea fantasticare che fosse stata strangolata dai muti al modo orientale, – e la porta, richiudendosi parve che lasciasse fuori il rumore e il movimento. I mobili erano regolari, gravi, severi, ma conservati bene; aveano quella medesima grazia che può avere qualunque altra cosa, uomo o sgabello, fatta in origine per servir molto e realmente inservibile. Vi era in qualche punto su per le scale un grave orologio che batteva i suoi colpi in cadenza; vi era anche dalla stessa parte un uccello mutulo, che beccava i ferri della sua gabbia, quasi per rispondere a quei colpi. Il fuoco del camino, scoppiettando, si facea sentire con altri colpi per conto suo. Una sola persona trovavasi presso il camino, e si udivano sordi e distinti i colpi dell’orologio che aveva in tasca.
La fantesca annunziò con tanta poca voce le tre parole: il signor Clennam, che il padrone non l’udì, e Arturo rimase in piedi e non visto presso la porta che ella avea richiusa. Un uomo di avanzata età, le cui grigie e lisce sopracciglia parevano battere a seconda che la fiamma del camino s’alzava o s’abbassava, stava seduto in poltrona, con le scarpe di cimosa appoggiate sul davanti del camino, e lentamente girando i pollici l’uno sull’altro. Era questi il vecchio Cristoforo Casby, – così poco mutato in più di venti anni, quanto i solidi mobili che lo circondavano; così poco modificato dalla influenza delle stagioni, quanto l’antica lavanda e le foglie secche di rosa nei vasi di porcellana.
Forse non vi è mai stato, in questo mondo pieno di tante difficoltà, un uomo che fosse più difficile per l’immaginazione di trasformare in ragazzo. Eppure il signor Casby era ben poco mutato nel cammino della sua vita. Di faccia a lui nella stessa stanza vedovasi il ritratto di un ragazzo, che chiunque avrebbe subito indovinato essere il ritratto del piccolo Cristoforo Casby, all’età di dieci anni; sebbene fosse armato di un rastrello, – pel quale strumento egli non avea avuto mai una particolare affezione e che gli serviva tanto quanto una campana da palombaro, – e stesse a sedere sopra un prato di violette, mosso ad una precoce contemplazione da un campanile di villaggio. Era la stessa faccia serena, la stessa fronte liscia, lo stesso occhio azzurro e calmo, lo stesso placido aspetto. Quel lucido cranio, che pareva così grande appunto perchè luceva tanto, e i lunghi capelli grigi che scendevano intorno, simili alla sempreviva o al vetro filato, e che parevano così venerabili perchè non erano tagliati mai, non si trovavano naturalmente nel ritratto del ragazzo come nel vecchio. Nondimeno nella serafica creatura armata di rastrello scernevansi chiaramente i rudimenti del Patriarca dalle scarpe di cimosa.
Patriarca era il nome che gli si dava da tutti. Varie signore vecchie del vicinato parlavano di lui come dell’ultimo dei patriarchi. Un uomo così grigio, lento, placido, impassibile, con una testa così rotonda, quale altro nome poteva ricevere se non quello di Patriarca? Più di una volta era stato fermato per via e pregato di prestarsi come modello di Patriarca dai pittori e dagli scultori, e con tanta insistenza da far quasi sospettare che le Belle Arti non sapessero più ricordarsi l’aspetto di un Patriarca o inventarne uno. Dei filantropi di ambo i sessi aveano domandato chi egli fosse, e nel sentirsi rispondere: «Il vecchio Cristoforo Casby, antico agente di lord Decimo Tenace Mollusco,» aveano esclamato in un accesso di disillusione: «Oh! perchè mai, con quella testa, non è egli un benefattore dei suoi simili? Ohi perchè mai, con quella testa, non è egli il padre degli orfani e l’amico degli infelici?»
Con quella testa però ei rimaneva sempre il vecchio Cristoforo Casby, proclamato dalla voce generale ricco in beni stabili; e con quella testa ei se ne stava a sedere nel suo silenzioso salotto. Veramente sarebbe stata una grossa stravaganza aspettarsi di trovarlo seduto lì senza quella testa.
Arturo Clennam si mosse per destare l’attenzione di lui, e le grigie sopracciglia si volsero indietro.
– Scusate, – disse Clennam, – temo che non mi abbiate sentito annunziare?
– No, signore. Posso servirvi in qualche cosa?
– Son venuto per offrirvi i miei rispetti.
Il signor Casby parve un pochino contrariato da queste parole, aspettandosi forse che quel signore desiderasse di offrirgli qualche altra cosa.
– Ho forse il piacere, – proseguì, -…. favorite di accomodarvi….. ho il piacere di conoscere…? Ah sì! davvero, davvero che mi par di sì! Se non sbaglio, cotesta fisonomia non mi è nuova….. Credo di parlare appunto a quel signore di cui il signor Flintwinch mi ha annunziato il ritorno.
– Proprio a quello.
– Davvero! il signor Clennam?
– In persona, signor Casby.
– Signor Clennam, ho tanto piacere di vedervi. Come siete stato da che non ci siamo più visti?
Trovando che non valea la pena di spiegare che nel corso di circa un quarto di secolo egli era andato soggetto di tanto in tanto a leggiere indisposizioni fisiche o morali, Clennam rispose in generale che avea sempre goduto ottima salute, o qualche altra frase dello stesso genere. Poi scambiò una stretta di mano col proprietario di quella testa che gli mandava sopra la sua luce patriarcale.
– Ci siamo fatti vecchi, caro signor Clennam, – disse Cristoforo Casby.
– Non siamo più giovani, – disse Arturo.
Dopo questa saggia riflessione, Arturo sentì di non aver dato una gran prova del suo brio, e fu scontento di sè.
– E il vostro rispettabile signor padre, – riprese il signor Casby, – non è più! Ne fui addolorato quando lo seppi, signor Clennam, ne fui molto addolorato!
Arturo fece capire naturalmente che gli era infinitamente obbligato.
– Vi fu un tempo, – proseguì il signor Casby, – che non eravamo in buoni termini coi vostri genitori. C’era fra noi un piccolo malinteso di famiglia. La vostra rispettabile signora madre era forse un po’ orgogliosa del suo figliuolo. Quando dico il suo figliuolo, intendo parlare della vostra degna persona.
La sua faccia serena aveva una certa floridezza come di frutto maturo. E tra per cotesta florida serenità, tra per la lucida calvizie e l’azzurro degli occhi, pareva che egli andasse formulando sentimenti di rara saggezza e di rarissima onestà. Del pari, l’espressione della sua fisonomia era tale, che disotto alla pelle gli si vedea traspirare la benevolenza; nessuno avrebbe potuto dire dove proprio stesse cotesta saggezza e cotesta onestà o la dolce benevolenza; ma in qualche parte intorno alla sua persona pareva che fossero.
– Quei tempi però, – proseguì il Patriarca, – sono passati, sono passati. Mi procaccio di tanto in tanto il piacere di fare una visita alla vostra rispettabile signora madre, e di ammirare la forza d’animo con cui ella sopporta le sue disgrazie, le sue disgrazie.
Quando il vecchio Cristoforo faceva una di queste piccole ripetizioni, stando a sedere con le mani incrociate sulla pancia, piegava il capo un po’ da una parte con un amabile sorriso, come se qualche cosa avesse nel pensiero troppo dolcemente profondo per esprimersi a parole. Ei si privava del piacere di manifestarla quasi per tema di vederla ascendere troppo in alto; e nella sua delicatezza preferiva di dire delle cose insignificanti.
– Ho saputo, – disse Arturo, afferrando subito l’opportunità offertagli, – che in una di tali occasioni voi foste tanto buono da parlare a mia madre della piccola Dorrit.
– La piccola…? Dorrit….? Quella cucitrice che mi fu raccomandata da uno dei miei piccoli pigionanti? Sì, sì. Dorrit? Sicuro, si chiama Dorrit. Ah, sì, sì! Voi la chiamate la piccola Dorrit?
Non se ne cavava nulla per questa parte. Arturo si accorse di essere entrato in una via senza uscita.
– Mia figlia Flora, – disse il signor Casby, – come probabilmente avrete inteso dire, signor Clennam, si maritò e trovò a collocarsi in società parecchi anni or sono. Ebbe però la disgrazia di perdere il marito dopo pochi mesi di matrimonio. Adesso sta con me. Sarà tanto contenta di vedervi se mi permettete ch’io le faccia sapere che siete qui.
– Avrei già chiesto da me il permesso di salutarla, se voi non mi aveste prevenuto.
Dopo di ciò, il signor Casby si levò sulle sue scarpe di cimosa, e con un passo lento e grave mosse la sua persona, che avea membra da elefante, verso la porta. Aveva indosso un lungo e largo soprabito di color verde bottiglia, e sottoveste e pantaloni dello stesso colore. Per verità i Patriarchi non vestivano di color verde bottiglia, ma nondimeno gli abiti di lui avevano un aspetto patriarcale.
Non sì tosto fu uscito dalla camera, una mano sollecitamente alzò il saliscendi della porta di casa, aprì e richiuse. Subito dopo, un ometto bruno, svelto e vivace entrò nella stanza con tanto impeto che arrivò ad un passo da Clennam prima di potersi fermare.
– Olà! – disse.
Clennam non vide ragione per cui non dovesse anch’egli esclamare:
– Olà!
– Che c’è? – disse l’ometto bruno.
– Ma…. non so che ci sia nulla, – rispose Clennam.
– Dov’è il signor Casby? – domandò quegli, guardando intorno.
– Tornerà or ora, se avete bisogno di lui.
– Io bisogno di lui? – disse l’ometto bruno. – E voi no?
Questa domanda provocò da parte di Clennam una spiegazione, durante la quale l’ometto ritenne il fiato e guardò in viso del suo interlocutore. Era vestito di nero e grigio ferro arrugginito; avea due occhietti come pallottole nere; un piccolo mento nero e ruvido; dei capelli neri ed ispidi che gli stavano ritti sul capo come denti di forchetta; e una certa carnagione molto nera per natura o molto sudicia per arte, o l’uno e l’altro. Le mani erano sporche, le unghie rotte e sporche non meno; e tutto lui pareva uscito dai carboni. Sudava, ansava, russava, soffiava e sbuffava come un vaporetto in moto.
– Oh! – esclamò, quando Arturo gli ebbe detto per qual motivo si trovava lì. – Molto bene! benissimo! Se vi domanda di Pancks volete farmi la finezza di dirgli che Pancks è tornato?
Ciò detto, soffiando e sbuffando, se ne uscì a gran velocità per un’altra porta.
Ora, nei tempi di una volta, quando il nostro Arturo non aveva ancora lasciato la casa paterna, alcuni dubbii temerarii che circolavano sul conto dell’ultimo dei Patriarchi, erano in un modo o nell’altro venuti in contatto del suo sentiero. Ei sapeva o credeva sapere di certi vaghi sospetti, secondo i quali Cristoforo Casby non sarebbe stato altra cosa che una insegna di locanda senza la locanda; un invito a profittare del riposo offerto e a profittarne con gratitudine, quando in effetti non vi era nè dove riposarsi nè di che esser grati menomamente. Sapeva pure che alcuni di cotesti sospetti rappresentavano Cristoforo come molto capace di formare dei disegni poco onesti in quella testa, e come una specie di astuto impostore. Altre voci lo designavano come un gran baggiano, pesante, egoista, buono a nulla, il quale nel ricevere dagli altri uomini spintoni e gomitate, essendo per caso inciampato nella grande scoverta che per viver bene e guadagnarsi credito non bisognava fare altro che tenere la lingua a posto, mantenere lustra e pulita la parte calva del capo, e lasciar crescere a posta i loro capelli, aveva avuto appunto la perspicacia di adottare cotesto sistema e di attenervisi fedelmente. Vociferavasi anche che la sua qualità di agente di lor Decimo Tenace Mollusco ei non la doveva mica ad alcuna capacità nel maneggio degli affari, ma soltanto all’aspetto così tranquillo e benevolo che nessuno avrebbe mai pensato che un tale uomo potesse aver cuore di tormentare e vessare i pigionanti; ed aggiungevasi che, per gli stessi motivi, egli riusciva a spremere più moneta delle sue casupole, che un altro uomo qualunque con una testa meno bernoccoluta e meno lucida avrebbe mai fatto. In una parola, dicevasi (così Clennam si ricordava, stando solo nel tranquillo salotto) che molti vi sono i quali scelgono i loro modelli come il pittore sceglie i suoi; che, come in tutte le Mostre annuali della Reale Accademia di Belle Arti ci vien presentato qualche vecchio birbone di ladro di cani come l’incarnazione di tutte le virtù cardinali, in grazia delle sue palpebre, o del suo mento, o delle gambe, imbrogliando così le idee nella mente dei più attenti osservatori della natura, così ancora nella grande Mostra sociale accade sovente di scambiare gli accessorii pel fondo stesso del carattere.
Richiamando alla mente tutte queste cose e mettendoci insieme la persona del signor Pancks, Arturo Clennam si sentì molto inclinato a pensare, senza però esserne affatto convinto, che l’ultimo dei Patriarchi fosse appunto il suddetto baggiano, occupato a tener lucida la parte calva del suo cranio; e che, simile a un pesante bastimento che fa ogni sforzo per navigare contro la corrente del Tamigi, e si avanza di fianco e con la poppa innanzi attraversando la propria via e quella degli altri bastimenti, fino a che tutto ad un tratto un vaporetto affumicato venga ad impossessarsene, a rimorchiarlo e a scappar via tutto affaccendato, così pure il grosso e grave Patriarca era rimorchiato dallo sbuffante signor Pancks e teneva dietro sul medesimo solco a cotesto sudicio battelletto.
Il ritorno del signor Casby con la figlia Flora pose termine a queste meditazioni. Non appena gli occhi di Clennam ebbero scorto l’oggetto del suo primo amore, questo fu spezzato in mille minuzzoli.
La maggior parte degli uomini sono abbastanza fedeli a sè stessi per serbarsi fedeli a un’antica illusione. Non è prova di leggerezza, ma anzi è una prova di costanza, quando l’illusione non regge al confronto della realtà e il contrasto le reca un colpo fatale. Tale era il caso di Arturo. Nella sua gioventù, egli aveva ardentemente amata questa donna, e sul capo di lei aveva raccolto tatti i tesori dell’affetto e della fantasia. Cotesti tesori, nella solitudine della sua casa, erano stati come la moneta di Robinson Crusoè; inutile affatto, giacente nel fondo dello scrigno, fino al momento in cui gli era venuto fatto di spenderla tutta per la bella fanciulla. Da quel tempo memorabile, quantunque egli avesse, fino alla notte del suo arrivo, completamente cancellato l’immagine di lei dal presente e dall’avvenire, come se ella stessa fosse morta (e niente gli diceva il contrario), avea nondimeno conservata intatta, nel cantuccio sacro dell’anima, la antica illusione del passato. Ed ora, dopo tutto ciò, ecco l’ultimo dei Patriarchi inoltrarsi tranquillamente nel salotto, dicendo in fatti, se non in parole:
– Abbiate la bontà di gettare a terra la vostra illusione e ballateci sopra. Ecco Flora!
Flora, sempre grande della persona, era anche divenuta molto larga; dal troppo grasso respirava a fatica. Ma questo non era molto. Flora, ch’egli avea lasciata come un giglio, si era mutata in una peonia. Ma questo non era molto. Flora, che gli sembrava un vero incanto in tutto ciò che diceva o pensava, era adesso sciocca e ciarliera. Questo era molto. Flora, che una volta era una ragazza capricciosa ed ingenua, voleva ora a tutti i costi far la capricciosa e l’ingenua. Questo poi era un colpo fatale.
Ecco Flora!
– Davvero, – esclamò Flora con un suo risolino e con certe scrollatine del capo che erano la caricatura dei suoi vezzi fanciulleschi, come avrebbe potuto farlo un istrione ai funerali di lei, se ella fosse risorta e morta nella classica antichità, – davvero che ho vergogna di farmi vedere al signor Clennam, sono un vero orrore, non c’è dubbio ch’ei mi troverà terribilmente mutata, mi son fatta vecchia, è un’indecenza farsi sorprendere a questo modo, è proprio una indecenza!
Arturo le assicurò che la trovava appunto come si aspettava di trovarla, e che il tempo aveva camminato anche per lui.
– Oh sì! ma è tutt’altra cosa per un uomo, e voi avete così buona ciera che non avete il diritto di dir certe cose, mentre invece per me, sapete… oh! – esclamò Flora facendo la vezzosa, – mi son fatta uno spavento!
Il Patriarca, non sapendo ancora che parte dovesse prendere nella rappresentazione di questo dramma, brillava in faccia di una vaga serenità.
– Ma se parliamo di non mutare, – riprese Flora, la quale, checchè dicesse, non arrivava mai al punto fermo, – guardate papà. Non vi pare che papà sia precisamente lo stesso di quando partiste? non è proprio una crudeltà la sua di rimanere come un rimprovero alla propria figliuola. Se andiamo ancora di questo passo, la gente che non è informata delle cose incomincierà a dire che io sono la mamma di papà!
– Ci vorrà ancora del tempo, – osservò Arturo.
– Oh, signor Clennam, cattivaccio di un adulatore, mi avvedo già che non avete perduto il vostro sistema di una volta di far dei complimenti, quando mi davate ad intendere…. sapete… di essere così sentimentalmente innamorato…. cioè no, non voglio dir questo, io…. oh, io non lo so quel che voglio dire!
Qui Flora fece la confusa, sorrise e gli lanciò una delle antiche occhiate.
Il Patriarca, come se proprio adesso incominciasse a capire che la sua parte nel dramma era di andar via dal palcoscenico al più presto possibile, si alzò, si diresse verso la porta dalla quale Pancks era uscito sbuffando, e chiamò per nome il suo rimorchiatore. Una risposta gli venne da qualche piccolo magazzino in lontananza, e subito lo si vide rimorchiato fuori del salotto e scomparire addirittura.
– Non pensate ad andar via così presto, sapete, – disse Flora. (Arturo aveva dato un’occhiata al cappello, trovandosi in un curioso impaccio e non sapendo che cosa fare). Non credo che sarete così scortese da pensare ad andar via, Arturo…. cioè, signor Arturo…. o anche sarà meglio che vi dia del signor Clennam… ma veramente non so più quel che mi dica…. senza far due parole su quei cari tempi di una volta che non tornano più, sebbene quando mi accade di parlarne, vi giuro che sarebbe molto meglio di non parlarne punto, ed è assai probabile che voi abbiate qualche altro impegno più piacevole; non dubitate che io sarò l’ultima persona al mondo che vi attraverserò in questo, sebbene vi fu un tempo…. ma ecco che ci ricasco a dire delle sciocchezze.
Era mai possibile che Flora fosse stata così chiacchierona in quei tempi a cui accennava? Avea potuto esservi qualche cosa di simile alla presente sconnessione nel fascino che lo avea una volta cattivato?
– Ed io sono quasi certa, – riprese Flora discorrendo con maravigliosa rapidità e punteggiando il suo discorso con sole virgole e poche anche queste, – che vi sarete ammogliato con qualche signora chinese, essendo rimasto tanto tempo nella China, e trovandovi negli affari naturalmente dovevate desiderare di stabilirvi e di estendere le vostre relazioni; niente di più facile che abbiate offerto la mano ad una signora chinese era naturalissimo, questo è chiaro, che la signora chinese vi accettasse e si felicitasse anche di aver fatto un buon partito. Spero soltanto che non sarà una eretica che adora le Pagode.
– No, Flora, – rispose Arturo, sorridendo suo malgrado, – io non ho preso moglie.
– Oh povera me, spero bene che non sarete rimasto scapolo per tutto questo tempo per riguardo mio! – esclamò Flora col suo risolino; – ma naturalmente no, e chi vi obbligava a questi riguardi; di grazia non mi rispondete; io non so dove vada a cascare: oh ditemi qualche cosa delle signore chinesi se veramente hanno gli occhi così lunghi e stretti che mi fanno ricordare sempre delle marche di madreperla pel giuoco, e se portano proprio delle code pendenti sulle spalle o sono i soli uomini che fanno così, e quando si tirano su i capelli così forte sulla fronte non si fanno male, e perchè mettono dei campanelli a tutti i loro ponti ed ai loro tempii e ai cappelli e ad ogni altra cosa, o pure non c’è niente di tutto questo.
Flora a questo punto gli lanciò una seconda delle antiche occhiate. E subito, senza perder tempo, andò avanti col discorso come se avesse ottenuto una lunga risposta.
– Dunque è vero tutto! bontà del cielo, Arturo!.. scusate, vi prego…. è una abitudine antica…. è più conveniente di chiamarvi signor Clennam…. oh che paese e come ci siete stato tanto tempo, e per esserci tante lanterne e tanti paracqua bisogna dire che il clima dev’essere molto scuro e molto umido; e che danari debbono fare i fabbricanti di cotesti articoli quando tutti li portano e li sospendono in tutte le parti, anche le scarpettine e i piedi rimpiccioliti con le macchine fin dall’infanzia sono una cosa sorprendente, ah quanto avete viaggiato!
Nel suo ridicolo imbarazzo, Clennam ricevette un’altra delle antiche occhiate, senza saper punto che farsene.
– Povera me, – proseguì Flora, – quando penso a tutti i mutamenti accaduti, Arturo…. non mi riesce di correggermi, vi sono tratta mio malgrado, ma è più conveniente signor Clennam… da che vi siete famigliarizzato coi costumi chinesi e con quella lingua che adesso di certo parlerete come uno del paese, se pure non la parlate meglio, poichè siete sempre stato così svelto e intelligente, quantunque debba essere una linguaccia del diavolo, per me scommetterei che basterebbe una scatola di tè, se mi ci provassi a leggervi su, ad ammazzarmi addirittura, che mutamenti, Arturo!… oh eccomi da capo, scusate, ci casco senza volerlo…. che nessuno avrebbe mai creduto, chi avrebbe pensato, per esempio, che io dovessi divenire la signora Finching quando, anche adesso non me ne fo capace io stessa!
– È questo il nome che avete preso? – domandò Arturo, toccato in mezzo a quel diluvio di parole da un certo calore di affetto che manifestavasi nel tuono della voce di lei quando faceva un’allusione, per quanto strana e imbrogliata, alle loro relazioni di giovinezza. – Vi chiamate Finching?
– Finching, sì, proprio così, un nome da far paura, ma, come diceva il signor Finching, quando venne ad offrirmi la mano, e per sette volte di seguito, e poi fu tanto buono da consentire a farmi per dodici mesi secondo la sua espressione una corte platonica, egli non ci aveva nessuna colpa. Uomo eccellente, non vi somigliava per niente; ma era un uomo eccellente.
Flora finalmente fu obbligata di fermarsi per riprender fiato. Ma per un momento: poichè aspettò appena il tempo di portarsi all’occhio una cocca del fazzoletto, come tributo offerto all’anima del fu signor Finching, e ricominciò con più forza:
– Non c’è dubbio, Arturo…. signor Clennam…. che voi avete tutta la ragione del mondo a mostrarvi così pieno di formalità e di fredda cortesia a mio riguardo, visto che le circostanze sono tanto mutate; veramente non potrebbe essere altrimenti, io lo so benissimo, e voi pure lo sapete, ma non posso fare a meno di ricordarmi che ci è stato un tempo in cui le cose erano molto diverse.
– Mia cara signora Finching, – incominciò Arturo, toccato di nuovo dalla dolce intonazione della voce di Flora.
– Oh Dio, no, non me lo date codesto brutto nome, chiamatemi Flora!
– Flora! Io vi assicuro, Flora, che son felice di rivedervi, e di trovare che, come me, non avete dimenticato le dolci follie di una volta, quando vedevamo tutto dinanzi a noi nella luce della giovinezza e della speranza.
– Non parrebbe così, – disse Flora, facendo un po’ il broncio, – a vedere come ve la prendete freddamente, ma io so che non vi aspettavate di trovarmi così, o forse sono state le signore chinesi…. le Mandarinesse come le chiamate voi…. che vi hanno mutato, o ne sono stata io stessa la causa, com’è probabile.
– No, no, – pregò Arturo, – non dite questo!
– Oh sì! vi pare, – rispose Flora in tuono serio e convinto, – sarei una sciocca se non lo pensassi; io so di non essere la stessa Flora di una volta, lo so benissimo.
In mezzo a quella sua furia di parole, ella aveva fatto cotesta scoperta con la perspicacia di una donna più intelligente. Nondimeno, il modo inconsistente e perfettamente irragionevole con cui subito ricominciò a discorrere cercando di intrecciare le loro antiche relazioni di fanciullezza col presente abboccamento, faceva girare il capo del povero Arturo, come un arcolaio.
– Una parola, – disse Flora, dando alla conversazione, senza alcun avviso preventivo e con gran terrore di Clennam, un tuono di disputa amorosa, – una sola spiegazione ho bisogno di farvi, quando la vostra signora madre venne qui a fare una scenata con papà ed io fui chiamata nel salottino dove stavano tutti e due a guardarsi seduti l’uno di faccia all’altra con in mezzo l’ombrellino della signora vostra madre, come due tori arrabbiati, che ci potevo fare io?
– Mia cara signora Finching, – replicò Clennam, – tutto questo è così lontano da noi, ed è finito da tanto tempo, che non credo valga la pena….
– No, Arturo, no, io non voglio essere accusata innanzi a tutta la società Chinese come una donna senza cuore, senza farmi ragione quando me ne viene il destro, e voi sapete benissimo che mi dovevate rendere Paolo e Virginia e me lo rendeste senza una riga di spiegazione, non già che voi aveste potuto scrivere, sorvegliata come io era da tutte le parti, ma se aveste solo pensato ad appiccicare un’ostia rossa sulla copertura avrei subito capito che volevate dire: venite a Pechino o a Nanchino o a che so io, ed io ci sarei venuta anche a dover viaggiare a piedi.
– Mia cara signora Finching, voi non meritate rimproveri, nè io ve ne feci mai. Eravamo entrambi troppo giovani, troppo deboli e soggetti per non piegarci alla separazione impostaci. Pensate solo quanto tempo è passato….
– Un’altra sola parola, – proseguì Flora sempre con maggiore volubilità, – un’altra spiegazione vi debbo fare, che per cinque giorni di seguito io ebbi una infreddatura dal troppo piangere e non uscii dalla mia camera, e la camera è là che mi fa da testimone; quando fu trascorso cotesto triste periodo vennero alcuni anni di monotona tranquillità e il signor Finching fece conoscenza con noi in casa di un amico comune, mi si mostrò pieno di attenzioni e il giorno appresso venne a far la sua visita e subito incominciò a venire tre sere per settimana ed a mandare di tanto qualche coserella per cena; non era amore quello del signor Finching, era adorazione, il signor Finching mi propose la sua mano dopo avere ottenuto il pieno consenso di papà, e che cosa volevate che facessi?
– Nient’altro di quel che faceste, – rispose Arturo con la più schietta sollecitudine. – Lasciate che un vecchio amico vi assicuri di esser convinto che voi aveste ragione ad agire a cotesto modo.
– Un’ultima parola, – riprese Flora, respingendo con un gesto della mano tutte le trivialità della vita, – un’ultima spiegazione debbo fornire: vi fu un tempo, prima che il signor Finching si desse a farmi una corte accanita, quel tempo che sapete, ma adesso è passato e il destino non ha voluto, caro signor Clennam, la vostra catena d’oro è spezzata, oramai siete libero, io vi auguro ogni sorta di bene; ecco quel noioso di papà che va ficcando il naso per tutto dove non è chiamato.
Con queste parole e con un rapido gesto di timida precauzione – uno di quei gesti famigliari altra volta agli occhi di Arturo, – la povera Flora si lasciò dietro molto lontano la fanciulla di diciotto anni, e venne finalmente ad un punto fermo.
O piuttosto, no, ella si lasciò dietro una sola metà della fanciulla, e l’altra metà restò innestata sulla vedova Finching; e così della sua persona fece una specie di sirena morale, che il suo innamorato di una volta andava contemplando con un curioso sentimento un po’ triste e un po’ comico.
Per esempio. Come se vi fosse stata con Arturo una segreta intelligenza del più vivo interesse, come se una carrozza di posta a quattro cavalli pronta a pigliar la via di Scozia stesse ad aspettarli dietro la cantonata; come se ella non avesse potuto andar con lui tranquillamente alla chiesa vicina all’ombra del paracqua di famiglia, con la benedizione patriarcale sul capo e con la piena acquiescenza di tutto il genere umano; Flora si andava consolando a furia di segni misteriosi che esprimevano una terribile paura di essere scoperti. Con una sensazione sempre più acuta di giramento di capo, il povero Clennam, vide la vedova Finching ricrearsi meravigliosamente nel mettersi di faccia a lui nelle antiche relazioni, nel ripetere le parti della vecchia commedia, – ora che il palcoscenico era polveroso, la scena sbiadita, morti i giovani attori, muta l’orchestra e spenti i lumi! Eppure, di questa ridicola risurrezione, di quanto un giorno era stato naturale e spontaneo in Flora, ei non poteva non sentire che la propria presenza era il solo motivo, e che ad ogni modo vi era dentro una tenera memoria.
Il Patriarca insistette perchè Clennam rimanesse a desinare, e Flora da lontano fece segno di sì. Clennam per verità avrebbe voluto non accettare; ma dal gran dispiacere di non aver trovato la Flora com’era stata una volta (o come non era mai stata), pensò che il meno che potesse fare per punirsi di una disillusione che quasi lo faceva arrossire, era di sacrificarsi al desiderio della famiglia. Accettò dunque l’invito.
Pancks fu anch’egli del desinare. Alle sei meno un quarto, Pancks uscì come un vaporetto dal suo piccolo bacino ed accorse in aiuto del Patriarca, che non riusciva a trarsi fuori da una secca di certi conti imbrogliati del Cortile del Cuor Sanguinoso. Pancks gli corse sopra e lo rimorchiò.
– Il cortile del Cuor Sanguinoso? – disse Pancks soffiando e sbuffando. – Una proprietà indiavolata. Non già che vi dia poco, ma vi dà a stento. Vi dà più noia cotesta proprietà che tutte le altre proprietà prese insieme.
Appunto come la gran nave rimorchiata è ritenuta dalla maggioranza degli spettatori, come quella che possiede la forza motrice, così pareva sempre che il Patriarca avesse detto tutto ciò che Pancks diceva per lui.
– Davvero? – esclamò Clennam, sul quale cotesta impressione fu resa così efficace dalla sola vista di quel cranio lucido e venerando, ch’ei volse la parola alla nave anzi che al battelletto. – Son dunque così poveri gli abitanti del cortile?
– Non si può dire, capite, – sbuffò Pancks, tirando fuori da una delle sue tasche color grigio-ferro una mano tutta sudicia per rosicchiarsi le unghie, se ce n’erano, e voltando quelle sue pallottole di occhi sulla persona del Patriarca, – non si può dire se son poveri o no. Essi lo dicono, ma tutti quanti dicono lo stesso. Quando un uomo vi dice di esser ricco, ritenete per lo più che non lo è punto. D’altra parte se davvero son poveri, che ci entrate voi e che ci volete fare? Sareste povero anche voi, rinunziando a riscuotere i vostri fitti.
– La cosa è chiara, – disse Arturo.
– Nessuno vi obbliga a tener casa aperta per tutti i poveri di Londra, – proseguì Pancks. – Nessuno vi obbliga ad alloggiarli per niente. E nessuno vi obbliga nemmeno a spalancar la porta e a farli venir dentro tutti quanti sono. No, voi lo sapete benissimo che no.
Il signor Casby scrollò il capo, per dare ad intendere, in via di generalità, una negativa placida e benevola.
– Se un uomo piglia una camera vostra a mezza corona alla settimana, e quando la settimana scade si trova di non avere la mezza corona, voi dite a cotesto uomo: E perchè vi avete pigliato la camera? se avete una cosa, perchè non avete l’altra? che ne avete fatto del vostro danaro? che significa questo? che volete fare? Ecco come parlate voi ad un uomo di cotesta specie; e se non gli parlate così, vergognatevi proprio!
Qui il signor Pancks fece un certo rumore singolare e sorprendente, prodotto da uno sforzo energico di soffiamento delle regioni nasali, che non ebbe altro effetto che il solo effetto acustico.
– Credo, – disse Clennam, incerto a chi dei due dovesse volgere il discorso, – che abbiate una certa estensione di proprietà di questo genere verso est e nord-est di questa casa?
– Eh, non c’è male, – rispose Pancks. – Est o nord-est è sempre lo stesso; il punto della bussola non fa caso. Quello che vi abbisogna prima di tutto è che i danari siano bene investiti e che le rendite vengano presto e sicure. Il posto lo pigliate dove lo trovate. Poco v’importa se la posizione sia di qua o di là.
Pochi momenti prima del desinare, una quarta persona, molto originale, era apparsa sotto la tenda patriarcale. Era una strana vecchietta, con una faccia come quella di una bambola di legno senza espressione, perchè troppo a buon mercato, con una parrucca gialla situata di sbieco sul cocuzzolo, come se ve l’avesse inchiodata alla meglio o alla peggio la ragazza proprietaria della bambola. Un’altra cosa notevole in cotesta vecchietta era che la faccia pareva guastata in due o tre punti con qualche strumento contundente sul genere di un cucchiaio, presentando tutta la faccia, e specialmente la punta del naso, il fenomeno di parecchie cavità, rispondenti nella forma alla parte convessa del detto articolo. Un’altra cosa anche notevole era che la vecchietta non avea altro nome che quello di zia del signor Finching.
Ecco in quali circostanze ella si presentò agli occhi di Clennam. Flora disse, mentre si serviva in tavola la minestra, che forse il signor Clennam ignorava di un legato fattole dal signor Finching. Clennam in risposta espresse la speranza che il signor Finching avesse lasciato alla moglie adorata la parte più grossa delle sue sostanze, se non tutte quante. Flora rispose che sì, ma non era questo che voleva dire: il signor Finching avea fatto un bellissimo testamento, ma avea lasciato a lei una cosa a parte, cioè sua zia. E così dicendo uscì dalla stanza per andare in cerca del legato e tornò poco dopo presentando trionfalmente la zia del signor Finching.
Le principali caratteristiche della zia del signor Finching erano una severità estrema ed una lugubre taciturnità, interrotta qualche volta da una certa tendenza a metter fuori delle osservazioni con una voce profonda e minacciosa, le quali, non avendo niente che fare con quel che si diceva e non essendo legate ad alcuna associazione di idee, imbrogliavano e spaventavano la mente. La zia del signor Finching emetteva forse coteste sue osservazioni con un suo sistema speciale, e forse anche il sistema era sottile e ingegnoso; ma ci voleva una chiave e la chiave mancava. Il desinare servito bene, e bene apparecchiato, poichè ogni cosa nella dimora del Patriarca era fatta per procurare una tranquilla digestione, incominciò con la minestra, delle sogliole fritte, una salsa di cardoni e un piatto di patate. La conversazione aggiravasi sempre sulla riscossione dei fitti. La zia del signor Finching, dopo aver fissato la compagnia per dieci minuti con uno sguardo iracondo, pronunciò questa spaventevole osservazione:
– Quando stavamo a Henley, le oche del signor Barnes furono rubate dai calderai.
Pancks ebbe il coraggio di approvare con un segno del capo e di dire:
– Sicuro, signora, sicuro!
Ma l’effetto di questa misteriosa comunicazione sull’animo di Clennam fu di spaventarlo addirittura. Un altro particolare accresceva il terrore inspirato dalla vecchia signora. Sebbene tenesse sempre gli occhi spalancati, non volea mai parere di veder nessuno. Il forestiero cortese e sollecito desiderava, per esempio, di consultare le inclinazioni di lei sull’argomento delle patate. Il suo atto espressivo non veniva punto osservato. Come regolarsi in tal caso? Nessuno avrebbe mai detto:
– Zia del signor Finching, permettereste…?
Piuttosto si lasciava il cucchiaio; e così fece Clennam, intimorito e mortificato.
Vi fu in seguito dell’agnello, un arrosto di carne, una torta di mele, – niente che avesse anche una remota relazione con le oche, – e il desinare procedette eguale e monotono. Una volta Clennam aveva seduto a questa medesima tavola, non dandosi altro pensiero che della sua Flora; ora il maggior pensiero ch’ei si dava di Flora era di osservare, proprio suo malgrado, ch’ella avea una grande tenerezza pel porter, che combinava una gran quantità di Xeres col sentimento, e che se l’avea trovata un po’ ingrassata, c’erano per questo fatto dei motivi molto solidi e sostanziosi. L’ultimo dei Patriarchi era sempre stato un famoso mangiatore, sicchè disponeva di una immensa quantità di cibo con la beatitudine di una buon’anima che desse da mangiare a qualche altro. Pancks, che andava sempre di fretta, e che di tratto in tratto dava un’occhiata a un libricciattolo di appunti che si teneva vicino (contenente forse i nomi dei morosi ch’egli intendeva sollecitare al pagamento a modo di frutta), ingoiava il suo cibo come una locomotiva che fa provvista di carbone; con molto fracasso, molta goffaggine, e qualche sbuffo come se fosse pronto alla partenza.
Durante tutto il desinare, Flora seppe combinare il suo presente appetito di mangiare e di bere coll’appetito passato di amor romantico, in modo tale che il povero Clennam era costretto a non alzare gli occhi dal piatto, sapendo di non poter guardare dalla parte di lei senza ricevere qualche occhiata di misterioso avvertimento, come, se tutti e due si trovassero impegnati in una congiura. La zia del signor Finching, seduta di faccia a lui, lo guardava fisso, sfidandolo con un aspetto di grande amarezza, fino a che non si levò la tovaglia e non si portarono in tavola le bottiglie. Allora ella emise un’altra osservazione o piuttosto la cacciò nella conversazione così all’improvviso, come un colpo di orologio, senza consultare nessuno.
Flora avea detto:
– Signor Clennam, volete favorirmi un bicchiere di porter per la zia del signor Finching?
– Il monumento vicino al ponte di Londra, – proclamò immediatamente la vecchia, – fu innalzato dopo il grande incendio di Londra; e il grande incendio di Londra non è l’incendio nel quale furono bruciati i magazzini di vostro zio Giorgio.
Pancks con lo stesso coraggio di prima, disse:
– Davvero, signora? Sicuro, sicuro, avete ragione!
Ma irritata forse da qualche immaginaria contraddizione, o da un’altra offesa qualunque, la zia del signor Finching, invece di ricadere nel silenzio, fece questa seconda dichiarazione:
– Io detesto un imbecille!
Ella diede a questo parere, di una sapienza quasi salomonica in sè stesso, un carattere così ingiurioso e personale, indirizzandolo ad Arturo, che si fu costretti a menarla fuori dalla stanza. Flora tranquillamente adempiè a questo incarico; poichè la zia del signor Finching non oppose alcuna resistenza, e solo se n’andò domandando con implacabile animosità:
– E perchè ci viene allora?
Quando Flora tornò, ebbe a dichiarare che il suo legato era una vecchia piena d’ingegno, ma soggetta qualche volta a certe antipatie; delle quali doti Flora si mostrava più orgogliosa che altro. Siccome in ciò si scorgeva la naturale bontà di Flora, Clennam non serbò rancore alla vecchia di aver palesato le sue belle qualità, ora che si sentiva sollevato dai terrori di una tal presenza. Bevvero insieme e senza altri disturbi uno o due bicchieri di vino. Prevedendo poi che Pancks non tarderebbe a levar l’áncora e che il Patriarca sarebbe andato a letto, ei recò in mezzo la necessità di recarsi a far visita alla madre e domandò a Pancks da che parte andasse.
– Verso la città, – disse Pancks.
– Vogliamo andare insieme? – domandò Arturo.
– Con tutto il piacere, – rispose Pancks.
Flora in questo mentre andava susurrando con frasi misteriose all’orecchio di Arturo, che vi era stato un tempo ma che il passato era una voragine spalancata e che nessuna catena d’oro lo riteneva più e che ella venerava la memoria del fu signor Finching e che l’indomani all’una e mezzo sarebbe stata in casa e che i decreti del Fato erano inappellabili e che non credeva punto che Arturo venisse a passeggiare dalla parte nord-ovest dei giardini di Gray’s Inn alle quattro precise dopo il mezzogiorno. Nel momento di andar via, egli tentò di dare una franca stretta di mano alla Flora attuale, – non già alla Flora svanita, nè tanto meno alla sirena; – ma Flora non volle, nè seppe, nè potette in alcun modo separarsi dal suo carattere di altri tempi. Arturo uscì dalla casa un po’ triste ed abbattuto, e tanto confuso con la testa che se non gli avesse concesso la sorte di essere rimorchiato da Pancks, si sarebbe certo abbandonato in balìa della corrente durante il primo quarto d’ora.
Quando incominciò a tornare in sè, la mercè dell’aria fresca e dell’assenza di Flora, trovò che Pancks correva a gran velocità, rosicchiandosi quei residui di unghia che potea trovare alla punta delle dita e sbuffando di tratto in tratto. A questi segni, insieme agli altri due di una mano in tasca e del cappello arruffato e voltato di fianco, si riconosceva che Pancks meditava.
– Una serata fresca, – disse Arturo.
– Sì, piuttosto, – rispose Pancks. – Come forestiero, voi risentite più di me i rigori del clima. Veramente io non ho il tempo di sentire se è caldo o freddo.
– Tante occupazioni avete?
– Sì; ho sempre da correre dietro a qualcheduno di costoro o a tener d’occhio qualche faccenduola. Ma gli affari mi piacciono, – aggiunse Pancks accelerando il passo. – Perchè mai è fatto l’uomo se non per questo?
– E per niente altro? – domandò Clennam.
E Pancks con una controdomanda:
– E per che altro?
Le quali parole chiudevano in brevissimo spazio tutto il peso che aveva affaticato l’esistenza di Clennam; epperò questi, non fece altra risposta.
– È proprio quello che io domando sempre ai nostri pigionali, – riprese Pancks. -Alcuni di essi mi fanno certe faccie allungate e mi dicono: «Sempre poveri siamo, signor Pancks, eppure non facciamo altro che lavorare, affaticarci, consumarci tutti i minuti della santa giornata.» E perchè altro siete fatti? domando io; e così tappo loro la bocca. Non trovano a rispondere una mezza parola. Perchè altro siete fatti? Non fiatano più, sapete.
– Ahimè, ahimè! – sospirò Clennam.
– Eccomi qua io, – disse Pancks, proseguendo la sua argomentazione col pigionale. – Per che altro credete voi che io sia fatto? Per niente altro. Tiratemi fuori dal letto di buon mattino, mettetemi al lavoro, datemi un ritaglio di tempo per ingoiare un po’ di cibo, e tornate da capo e fatemi lavorar di schiena. Fatemi lavorar sempre; io farò lo stesso con voi, voi farete lo stesso con un altro, un altro con un altro e così via. Ed eccovi sommariamente tutti i doveri dell’uomo in un paese commerciale.
Dopo aver dato pochi altri passi in silenzio, Clennam disse:
– Non avete gusto per niente, signor Pancks?
– Gusto? che è gusto? – domandò secco secco Pancks.
– Via, diciamo inclinazione.
– Ho una certa inclinazione per guadagnar del danaro, signore, – rispose Pancks, – se volete favorire d’indicarmene i mezzi.
Così dicendo, mise fuori quella sua specie di grugnito, e per la prima volta Arturo pensò che potesse esser quello il suo modo di ridere. Per ogni rispetto, questo Pancks era un uomo singolare. Si sarebbe sospettato ch’ei non parlasse da senno, se il tuono duro, rapido, incisivo col quale facea scattare cotesti aridi principii, quasi sotto un’azione meccanica, avesse potuto combinarsi con l’idea di scherzare.
– Non dovete legger molto, credo? – disse Clennam.
– Non leggo mai altro che lettere e conti. Non fo altre collezioni che di annunzi relativi ad eredità senza eredi. Se questo è un gusto, io ce l’ho. Voi non appartenete ai Clennam di Cornwall, signor Clennam?
– Non credo almeno.
– No; io già lo sapeva. Ne dimandai a vostra madre. Ella non è donna da lasciarsi sfuggire una occasione propizia.
– E supposto che io fossi stato dei Clennam di Cornwall?
– Avrei avuto qualche buona notizia per voi.
– Davvero? Delle buone notizie è già un pezzo che non ne ho.
– Vi è una proprietà in Cornwall, che va cercando chi se la pigli, e non si trova un sol Clennam che la reclami, – disse Pancks, tirando fuori dalla tasca di fianco il suo libro di appunti e rimettendolo subito dentro. – Qui debbo voltare e vi lascio. Vi do la buona sera.
– Buona sera! – disse Arturo.
Ma già il battelletto rimorchiatore, alleggerito e non avendo altro legno a rimorchiare, se n’andava sbuffando e soffiando in distanza.
Aveano traversato insieme Smithfield, e Arturo si trovò solo all’angolo di Barbican. Per cotesta sera non avea punto intenzione di presentarsi nella lugubre camera di sua madre, e non si sarebbe sentito più abbattuto e più isolato che se si fosse trovato in un bosco. Svoltò lentamente per Aldersgate-street, e procedeva tutto pensieroso verso San Paolo, con l’idea di riuscire in una delle vie principali dove avesse potuto trovare per distrarsi più luce e più vita, quando un gruppo di gente venendogli di faccia sullo stesso marciapiede, lo costrinse a farsi da parte verso una bottega per lasciarlo passare. Quando quella gente gli fu vicina, ei s’accorse che si affollava intorno a qualche cosa portata a spalla da quattro uomini. Vide subito che era una barella, costruita in fretta da una imposta di finestra o altro oggetto simile; e l’uomo che vi era disteso su, e i brani di conversazione colti qua e là, e un fagotto sporco di mota portato da un uomo, e un cappello anche sporco di mota, portata da un altro, gli fecero capire che qualche accidente era seguito. La barella, quando fu passata oltre di circa sei passi, si arrestò sotto un fanale, per aggiustar qualche cosa; la folla si fermò pure, ed egli naturalmente si trovò preso nel mezzo.
– Un ferito che portano all’ospedale? – domandò ad un vecchio che gli stava vicino, scrollando il capo come per invitare altri alla conversazione.
– Sì, – rispose il vecchio, – e tutto a motivo di coteste diligenze. Bisognerebbe processarle e multarle coteste diligenze. Sbucano fuori da Ladlane e Wood-street a tutta corsa, a dodici e quattordici miglia all’ora. La sola meraviglia mia è che ne ammazzino così poca della gente.
– Quest’uomo qui non è morto, spero?
– Non lo so io! – rispose il vecchio; – non sarà certo per mancanza di buona volontà di coteste diligenze, se è ancora vivo.
L’oratore, incrociate le braccia ed atteggiatosi comodamente per dirigere le sue invettive contro coteste diligenze a tutti i presenti che volessero udirlo, parecchie voci, mosse da puro interesse pel ferito, gli fecero eco.
– Sono un vero flagello, signore, coteste diligenze, – diceva uno.
E un altro:
– Ne ho vista una ieri sera che proprio per un capello non ha messo sotto un ragazzo.
– Ed io ne ho vista una, – esclamava un altro, – che è passata addosso a un gatto, e come c’è capitato il gatto, così ci poteva capitare vostra madre.
E tutti chiedevano implicitamente che se Clennam disponesse di un qualunque potere amministrativo, non l’avrebbe meglio adoperato che contro coteste diligenze.
– Noi altri Inglesi ci siamo esposti tutte le sere a cotesti accidenti, – riprese il vecchio, – e noi sappiamo il momento giusto che svoltano la cantonata per farci a pezzi. Figuratevi poi che deve essere per un povero forestiero che non ne sa nulla!
– È un forestiero? – dimandò Clennam, chinandosi un poco per osservare.
In mezzo a una quantità di risposte contradditorie, come: «Francese, signore, Portoghese, signore, Olandese, signore, Prussiano, signore, Arturo udì una debolissima voce che chiedeva in francese e in italiano un po’ d’acqua. E subito la folla esclamò:
– Ah pover’uomo! dice che non scapperà. Ed è naturale.
Clennam pregò che lo lasciassero passare, poichè capiva le parole del ferito. Immediatamente gli fecero largo fino alla barella.
– Prima di tutto, vuole dell’acqua, – disse Arturo, volgendosi intorno. (Subito una dozzina di bravi giovanotti ne andarono in cerca). Siete ferito gravemente, brav’uomo? – domandò poi in italiano, chinandosi sulla barella.
– Sissignore, sì, sì. La gamba, la gamba. Ma mi fa piacere di sentir parlare come a casa mia, sebbene stia male davvero.
– Siete un viaggiatore?… Un momento. Ecco l’acqua! Lasciate che ve ne dia un sorso.
La barella, situata sopra un monticello di pietre da lastricare, trovavasi a una giusta altezza; e Arturo potè con una mano sollevare leggermente il capo del ferito e con l’altra accostargli alle labbra il bicchiere dell’acqua. Era un uomo piccolo, muscoloso, bruno, capelli neri e denti bianchissimi. Fisonomia vivacissima. Cerchietti d’oro alle orecchie.
– Basta così… Siete viaggiatore?
– Sissignore.
– Forestiero qui?
– Sì, sì, forestiero. Sono arrivato proprio questa sera maledetta.
– Da che paese?
– Da Marsiglia.
– Oh vedete! io pure. Sono forestiero quasi quanto voi, sebbene nato qui, e ho lasciato Marsiglia da poco. Fatevi animo.
Il ferito alzò il viso supplichevole verso Clennam, che si raddrizzò dopo avergli rasciugato il sudore ed aggiustato l’abito che copriva le membra sofferenti.
– Non vi lascierò se non vi vedo prima ben curato. Coraggio! Da qui a mezz’ora starete molto meglio.
– Ah sì! altro, altro! – esclamò il pover’uomo con una voce un po’ incredula; e mentre rialzavano la barella, tirò la mano destra di sotto la coperta e scosse il dito indice in segno di diniego.
Arturo Clennam si voltò, e camminando accosto alla barella e di tanto in tanto volgendo al ferito una parola di conforto, lo accompagnò fino al vicino ospedale di San Bartolomeo, dove non si lasciò entrare altri che lui e i portatori della barella. Il ferito fu subito disteso sopra una tavola con un modo calmo e metodico, ed accuratamente venne osservato da un chirurgo, il quale si trovò così vicino e fu così pronto a comparire come la calamità in persona.
– Non sa balbettare che poche parole inglesi, – disse Clennam. – Trovate che sia grave la ferita?
– Vediamo un po’ ogni cosa, – disse il chirurgo, procedendo nella sua osservazione con tutto il diletto dell’uomo dell’arte, – prima di pronunciarci.
Dopo aver tastato la gamba con un dito e con due, con una e con due mani, da sopra e da sotto, in alto ed in basso, in questa direzione e in quell’altra, volgendosi di tratto in tratto con cenni del capo ad un signore che lo accompagnava per fargli notare i sintomi più interessanti, il chirurgo finalmente battè il ferito sulla spalla e gli disse:
– Non ci sarà gran male. Si rimetterà. È un affare difficile, ma per questa volta almeno faremo in modo di non separarlo dalla sua gamba.
Le quali parole Clennam spiegò al ferito, che nella piena della gratitudine prese a baciare più e più volte le mani dell’interprete e del chirurgo.
– È una ferita seria, non è vero? – chiese Clennam.
– Ma… sì, – rispose il chirurgo, con quel piacere meditativo dell’artista, che contempla l’opera sua sul cavalletto. – Sì, abbastanza. C’è una frattura doppia sopra il ginocchio, e uno slogamento al disotto. Sono tutte e due di una bellissima specie.
Così dicendo, diè sulla spalla del ferito un altro colpo affettuoso, quasi per dirgli che era davvero un bravo ragazzo, degno di ogni elogio per essersi rotto la gamba in un modo così interessante per la scienza.
– Parla francese? – domandò il chirurgo.
– Oh sì, parla francese.
– Tanto meglio; non si troverà imbarazzato qui…. Non avete che un po’ di dolore da soffrire da quel bravo ragazzo che siete, – soggiunse in francese, – e dovete ringraziare il cielo che tutto vada così bene. Non dubitate, che tornerete a camminare sulle vostre gambe. Vediamo ora un po’ se c’è dell’altro e come vanno le nostre costole.
Nient’altro c’era e le nostre costole stavano benone. Clennam, pregato dal povero forestiero abbandonato, che era stato messo a letto e si era assopito, non si mosse che non si fosse fatto presto e bene tutto ciò che c’era da fare. Scrisse poi due parole sul proprio biglietto di visita, promettendo di tornare il giorno appresso, e incaricò quei del luogo che glielo rimettessero non appena fosse svegliato.
Tutto ciò prese tanto tempo, che battevano le undici nel momento che Arturo usciva dall’ospedale. Egli avea appigionato pel momento un alloggio in Covent Garden e prese la via più breve verso casa per Snow Hill e Holborn.
Lasciato di nuovo a sè stesso, dopo le emozioni pietose della recente avventura, era naturalmente un po’ pensieroso. Ed anche naturalmente, non camminò dieci minuti senza ricordarsi di Flora. La quale gli fece ritornare alla mente tutta la vita passata, così mal diretta e così poco felice.
Arrivato che fu a casa, si pose a sedere innanzi al fuoco semispento, come era stato pochi giorni prima alla finestra dell’antica sua camera guardando alla selva affumicata dei camini, e si voltò indietro col pensiero a contemplare il triste cammino pel quale era pervenuto allo stadio presente della sua esistenza. Un cammino lungo, arido, deserto. Nessuna fanciullezza, nessuna gioventù, altro che per una sola memoria; e questa sola memoria, appunto in cotesto giorno, si era rivelata ad un tratto per una vana follia.
Questa, che forse per un altro sarebbe stata una cosa da nulla, era per lui una sventura. Imperrocchè, mentre tutte le memorie aspre e severe non isvanivano al cospetto della realtà, anzi rimanevano ferme alla vista ed al tatto e nulla perdevano della loro indomabile fierezza, quella sola tenera ed affettuosa non reggeva al medesimo paragone e si dileguava ad un tratto. Questo ei l’avea preveduto, la notte innanzi, quando avea sognato ad occhi aperti; ma non l’avea sentito come lo sentiva in cotesto momento.
Arturo era sognatore a questo modo, dacchè nell’animo suo avesse posto radici profonde una fede in tutte quelle cose buone e gentili di cui la sua vita era stata priva. Educato con idee ristrette e meschine, cotesta fede lo avea nondimeno salvato rendendolo onesto e generoso. Educato con severa durezza, cotesta fede gli avea dato un cuore caldo e simpatico. Educato in quella setta bieca e temeraria che al posto di un uomo fatto ad immagine del Creatore pone un Creatore fatto ad immagine di questa piccola creatura umana, cotesta fede gli avea dato lo spirito dell’indulgenza, dell’umiltà, del perdono, e gli avea inspirato la carità e la speranza.
E sempre cotesta fede lo avea salvato dalla perniciosa debolezza, dal crudele egoismo di credere che quella tale felicità o quella tale virtù, sol perchè non incontrate sulla sua via, non facessero parte della grande armonia della Provvidenza, e fossero invece riducibili ai più vili elementi. Certo, molte illusioni si erano dileguate dall’animo suo, ma questo, rimasto fermo e sano in mezzo a quell’atmosfera viziata, lasciando lui fra le tenebre, poteva elevarsi alle regioni della luce e rallegrarsi in vederla splendere sugli altri.
Epperò, seduto innanzi al fuoco semispento, e pensando con tristezza al cammino percorso, egli non si dilettava a sparger veleno sul passato degli altri. Certo, dolevasi a ragione di essere così infelice e di essere costretto, alla sua età, a guardarsi intorno in cerca di un sostegno che potesse accompagnarlo lungo la discesa e renderla meno triste e penosa. Ei contemplava il fuoco nel quale spegnevansi le ultime fiamme, oscuravansi gli ultimi bagliori e le ultime ceneri, e diceva: «Come farò presto anchio a passare per tutte coteste fasi ed a partire!»
Riandando la vita scorsa, pareagli di discendere dalla cima di un albero in frutto ed in fiore, e di vederne i rami inaridirsi e cadere uno ad uno, a seconda che si avanzava nella discesa.
«A cominciare dai miei più giovani anni, che mi furono tolti, e venendo poi alla mia giovinezza soffocata in una casa rigida e senza affetti, alla partenza, al lunghissimo esilio, al ritorno, all’accoglienza di mia madre, alle mie relazioni con lei, fino a quest’oggi che ho riveduto Flora, che cosa ho mai trovato sul mio cammino?»
La porta della camera si aprì dolcemente, e queste parole lo fecero trasalire, che suonarono come una risposta:
– La piccola Dorrit.

CAPITOLO XIV.

LA SERATA DELLA PICCOLA DORRIT.

Arturo Clennam si levò sollecitamente e la vide che sa ne stava ritta sulla soglia. La nostra istoria dovrà qualche volta veder le cose con gli occhi della piccola Dorrit, e comincerà fin da ora per guardare Arturo Clennam.
La piccola Dorrit gettò un’occhiata in una buia camera, che a lei sembrò spaziosa e riccamente addobbata, ma buia di molto. Certe grandiose idee ch’ella s’avea formate di Covent-Garden, come di un posto pieno di botteghe da caffè, dove dei gentiluomini con indosso abiti gallonati e con le spade al fianco erano venuti a contesa di parole e di azioni; certe ricche idee che le figuravano Covent-Garden come un posto pieno di fiori in inverno a una ghinea la libbra, di piselli a una ghinea la misura; certe idee pittoresche che le presentavano Covent-Garden come un posto adorno di un immenso teatro, dove dei maravigliosi spettacoli si davano a signori e signore sfarzosamente vestiti, e che la povera Fanny e lo zio non avrebbero mai visto; certe idee desolate che le facevano vedere Covent-Garden pieno di quelle arcate, dove dei miserabili fanciulli cenciosi, fra i quali or ora era passata, fuggivano e si nascondevano come tanti topi, rosicchiavano quel poche potevano trovare, ed erano perseguitati dalla polizia (state in guardia con cotesti topi, giovani o vecchi, o voi tutti Mollusco, imperrocchè per quanto è vero Iddio essi vanno rodendo la società nelle sue basi e un giorno o l’altro ci faranno cadere il tetto sul capo!); certe idee imbrogliate che le dipingevano Covent-Garden come un luogo pieno di mistero nel passato e nel presente, di romanticismo, di abbondanza, di miseria, di bellezza, di bruttezza, di giardini ameni e di fetidi rigagnoli, – tante e così varie idee confuse insieme rendevano la camera di Arturo agli occhi della piccola Dorrit, che guardavano dentro timidi ed incerti, più buia di quel che era in effetto.
Prima di tutto, là sulla seggiola innanzi al fuoco spento era quel signore ch’ella cercava e che ora voltavasi tutto sorpreso di vederla entrare. Quel signore dalla faccia bruna e seria, che sorrideva così amabilmente, che avea modi così franchi e cortesi, e che pure con tutta la sua serietà e la sua sollecitudine avea qualche cosa che le facea ricordare della signora Clennam; con questa differenza che l’una era seria nell’asprezza e l’altro nella dolcezza del carattere. In questo momento ei la fissava con quello sguardo profondo e scrutatore, innanzi al quale gli occhi della fanciulla si erano sempre abbassati e si abbassavano ancora.
– Mia povera bambina! Voi qui a mezzanotte?
– Epperò mi sono annunziata col mio nome, per prepararvi. Sapevo bene che sareste rimasto molto sorpreso.
– Siete sola?
– No, signore; ho menato Maggy con me.
Pensando che il suo nome così pronunciato l’autorizzasse ad entrare, Maggy si presentò sotto la porta, allargando la bocca in un sorriso, che subito represse, tornando seria e solenne.
– Ed io che ho lasciato spegnere il fuoco! – disse Clennam. – E voi siete… – stava per dire vestita così alla leggiera, ma si ritenne per un sentimento di delicatezza e disse invece: – e fa tanto freddo.
Avvicinando la propria seggiola al camino, vi fece sedere la piccola Dorrit; poi dandosi attorno a pigliar legna e carboni, ne fece una catasta ed accese un bel fuoco.
– Avete i piedi ghiacci come il marmo, figliuola mia, – (gli avea toccati per caso, stando chinato sopra un ginocchio per attizzare il fuoco); – avvicinateli un poco di più.
La piccola Dorrit lo ringraziò affrettatamente. Non ne sentiva del freddo, non ne sentiva punto! Ad Arturo si strinse il cuore, indovinando che la povera fanciulla volea celargli le scarpine usate e rotte.
Non già che la piccola Dorrit si vergognasse delle sue povere scarpe, Arturo conosceva bene la storia di lei. La piccola Dorrit temeva ch’ei non vi trovasse motivo a biasimare il padre; ch’ei non avesse a pensare: «come gli è bastato l’animo di desinare oggi, lasciando che questa povera creaturina soffrisse il freddo del lastrico!» La quale riflessione non le pareva certo ragionevole; sapeva però, per esperienza, che la gente s’ingannava qualche volta e pensava e diceva di tali spropositi. Disgrazia anche questa del suo povero padre di essere accusato così spesso ed a torto.
– Prima di ogni altra cosa, – incominciò a dire la piccola Dorrit, seduta innanzi al fuoco ed alzando gli occhi in quel volto che nella sua armoniosa espressione di interesse, di pietà, di protezione, era per lei un mistero molto al disopra della sua condizione e forse anche più della sua intelligenza, – posso dirvi qualche cosa, signore?
– Sì, bambina mia.
Una lieve ombra di tristezza turbò la serenità della piccola Dorrit, come se le dispiacesse di sentirsi chiamare così spesso una bambina. Fu però molto sorpresa ch’ei se n’avvedesse e che si desse pensiero di così poca cosa; poichè Arturo aggiunse subito dopo:
– Cercavo una parola affettuosa e non ne ho trovato altra. Ma siccome or ora vi siete data voi stessa il nome che vi si dà in casa di mia madre, ed è il nome appunto che io vi dò quando penso a voi, lasciate che vi chiami piccola Dorrit.
– Grazie, signore; è il nome che preferirei a qualunque altro.
– Piccola Dorrit!
– Mammina, – corresse Maggy, che avea cominciato ad addormentarsi.
– È tutt’una cosa, Maggy.
– Davvero, mammina?
– Davvero.
Maggy rise e immediatamente si mise a russare. Per la piccola Dorrit quel riso e quel suono della sua grossa bambola erano piacevoli quanto mai. Cotesta mammina era orgogliosa della sua figliuolona, e negli occhi le si vedeva splendere un lampo di soddisfazione quando li voltò verso quel signore serio dal volto bruno. Ella avrebbe voluto sapere a che cosa ei pensasse nel guardare a Maggy ed a lei.«Che buon padre sarebbe! – disse tra sè. – Con quel viso lì, come consiglierebbe bene e come amerebbe la sua figliuola!»
– Quel che volevo dirvi, signore, è che mio fratello è in libertà.
Arturo si mostrò contento della notizia, ed espresse la speranza che questa volta Tip si sarebbe condotto a dovere.
– E volevo dirvi anche, signore, – riprese la piccola Dorrit, tremando nella voce e in tutta la piccola persona, – che io non debbo conoscer mai l’uomo tanto generoso che ha fatto scarcerare il povero Tip, che non debbo mai domandare chi egli sia, nè debbo sapere il suo nome, nè mai debbo ringraziare questo signore con tutto il mio cuore!
Clennam rispose che il signore in questione non avea bisogno probabilmente di essere ringraziato; e che forse toccava a lui di sentirsi lieto e soddisfatto per avere avuto i mezzi e l’occasione di rendere un lieve servigio a una fanciulla, che ne meritava dei maggiori.
– E volevo dirvi anche, signore, – disse la piccola Dorrit, tremando sempre più, – che se lo conoscessi, e se potessi, gli direi ch’egli non potrà mai, mai sapere quanta riconoscenza io senta per lui, quanta ne sentirebbe il mio buon padre. E volevo dirvi anche, signore, che se lo conoscessi, e se potessi… ma io non lo conosco e non debbo ringraziarlo, lo so!…. gli direi che tutte le sere non andrò a dormire, senza aver prima pregato il Cielo di benedirlo e di ricompensarlo. E se lo conoscessi, e se potessi, mi gli inginocchierei davanti, e gli prenderei la mano e gliela bacerei, e lo pregherei di non ritirarla, ma di lasciarla, oh sì! di lasciarla un solo momento, perchè io la bagnassi delle mie lagrime di gratitudine, che non ho altre grazie ad offrirgli che queste!
La piccola Dorrit aveva preso e baciava la mano di Arturo e fece l’atto d’inginocchiarsi; ma questi dolcemente vi si oppose e la fece seder di nuovo. Gli occhi e la voce di lei lo aveano già ringraziato assai più ch’ella non pensasse; nè egli era così calmo al solito, quando rispose:
– Via, piccola Dorrit! andiamo, via! Supponiamo pure che lo conosciate cotesto signore, che possiate fare tutto ciò, e che l’abbiate già fatto. E ditemi ora, a me che sono tutt’altra persona, che sono soltanto l’amico che vi pregò di aver fiducia in lui, ditemi perchè mai siete fuori a mezzanotte, e qual motivo vi mena così lontana da casa vostra a quest’ora, mia cara e delicata…. (bambina gli stava sulle labbra….) piccola Dorrit!
– Siamo state stasera con Maggy, – ella rispose, calmandosi con quello sforzo tranquillo che da molto tempo le era naturale, – al teatro di mia sorella.
– Oh che paradiso! – interruppe ad un tratto Maggy, che pareva avesse la facoltà di addormentarsi e di destarsi quando più le piaceva. – È quasi così bello come un ospedale. Soltanto che del pollo non se ne dà.
Ciò detto, si diè una scossa e si riaddormentò.
– Ci siamo andate,- riprese la piccola Dorrit, volgendo un’occhiata alla sua protetta, – perchè mi piace di vedere qualchevolta con gli occhi miei propri, che mia sorella vi si trova bene; e godo di star lì a guardarla, ad insaputa sua e dello zio Federigo. Non posso far questo che molto di rado, poichè quando non son fuori a lavorare, sto con mio padre, e quando vado a giornata, cerco di sbrigarmi presto per tornar da lui. Ma per questa sera, ho fatto le viste di andare ad una serata.
Nel fare questa confessione con timida esitanza, ella alzò gli occhi e lesse così chiaramente l’espressione del volto di Arturo, che subito vi rispose.
– Oh no di certo! Non son mai stata ad una serata in vita mia.
Si arrestò un momento, vedendo che Arturo la guardava sempre attentamente e poi disse:
– Non c’è niente di male, spero. Non sarei mai stata utile ad alcuno, se non avessi adoperato un po’ di finzione.
Ella temeva ch’ei non la biasimasse tacitamente d’ingannare a questo modo i suoi parenti, per servirli, aiutarli, vegliare su di essi, a loro insaputa e senza averne la gratitudine, e forse anche facendosi rimproverare una supposta negligenza. Ma veramente Arturo andava pensando a quella debole persona animata da una volontà così forte, alle scarpe usate, alla veste leggiera e dimessa, alla delicata menzogna di ricreazione e di divertimento. Le domandò dove si dava la supposta serata. In casa di certe persone dove andava a lavorare, rispose la piccola Dorrit arrossendo. Al padre non ne avea detto che poche parole, tanto per tranquillarlo. Il buon vecchio non si figurava di certo che si trattasse di una gran serata… come il signor Clennam capiva benissimo. E così dicendo, ella diè un’occhiata allo scialle che aveva indosso.
– È la prima notte, – disse ancora la piccola Dorrit, – che passo fuori di casa. Mi pare così grande Londra, così triste e selvaggia.
Agli occhi della piccola Dorrit la vasta estensione della città sotto il cielo nero della notte era davvero paurosa; un tremito le corse per tutte le membra nel dire quelle parole.
– Ma non è per questo, – ella aggiunse, facendo di nuovo lo sforzo tranquillo per tornare in calma, – che son venuta a disturbarvi. Il motivo principale che mi ha fatto uscir di casa è stato che mia sorella ha trovato un’amica, una signora della quale mi ha parlato in modo da impensierirmi. E così, una volta fuori, son passata apposta di qua, ho scorto un lume alla vostra finestra….
E non era questa la prima volta. In altre notti prima di questa il lume di quella finestra avea brillato agli occhi della piccola Dorrit come una stella lontana. Ella avea spesso deviato dal suo cammino, stanca e turbata, per venire a guardarla, per pensare a quel signore dalla faccia bruna e seria, che era venuto di così lontano e le avea parlato come amico e protettore.
– Vi erano tre cose, – disse la piccola Dorrit, – che mi pareva di volervi dire, se vi trovavo solo e se avessi potuto venir su. Prima di tutto, quello che ho cercato di dire, ma non potrò mai…. nè debbo mai….
– Zitta, zitta! Questo è affare finito, e non se ne parli più. Passiamo alla seconda, – rispose Arturo, dissipando con un sorriso il turbamento di lei, facendole brillar sopra la fiamma del camino, e mettendole innanzi sulla tavola del vino, dei frutti e delle ciambelle.
– Credo, – disse la piccola Dorrit, e questa è la seconda cosa, – credo che la signora Clennam debba avere scoperto il mio segreto e saputo alla fine donde vengo e dove vado: dove abito, insomma.
– Davvero? – esclamò Clennam vivacemente. E poi, dopo aver pensato un poco, le domandò come le fosse venuta cotesta idea.
– Credo, – rispose la piccola Dorrit, – che il signor Flintwinch m’abbia spiata.
– E perchè? – domandò Arturo, volgendo gli occhi al fuoco, aggrottando le sopracciglia e meditando; – perchè lo credete?
– L’ho incontrato due volte, e tutte e due vicino a casa mia. Sempre di notte, quando me ne tornavo. E tutte e due le volte mi è sembrato, e può anche essere che mi sbagli, ch’ei non m’incontrasse per caso.
– Vi disse niente?
– No; mi fece un piccolo cenno e piegò il capo da una parte.
– Che il diavolo se lo pigli il suo capo! – disse Clennam pensieroso e sempre guardando al fuoco; – l’ha sempre piegato da una parte.
Egli si scosse per persuader la piccola Dorrit ad assaggiare un po’ di vino e a prendere qualche boccone; il che fu molto difficile, tanto timida e ritrosa era la fanciulla. Poi riprese a dire, sempre pensieroso:
– Avete notato che mia madre sia mutata verso di voi?
– Oh no, niente affatto! È sempre la stessa. Sono stata un po’ incerta se dovessi contarle tutta la mia storia; se potessi…. voglio dire se a voi fosse piaciuto ch’io gliela contassi. Ho cercato d’indovinare, – disse la piccola Dorrit, guardandolo con aspetto supplichevole e chinando a poco a poco gli occhi mentre egli levava i suoi, – se aveste voluto consigliarmi su quel che dovessi fare.
– Piccola Dorrit, – rispose Clennam, e queste due parole aveano già cominciato fra cotesti due esseri, a significare una quantità di frasi affettuose, a seconda del tuono della voce e dell’occasione in cui erano pronunciate, – non fate nulla. Parlerò un poco con la mia vecchia amica Affery. Non fate nulla, piccola Dorrit, altro che ristorarvi con questo po’ di cena. Ve ne prego.
– Grazie, non ho fame, nè sete, – aggiunse la piccola Dorrit mentre egli le avvicinava dolcemente un bicchiere. – Forse Maggy prenderebbe con piacere qualche cosa.
– Or ora le faremo trovar posto bastante nelle tasche per metterci tutto ciò che c’è qui, – disse Clennam, – ma, prima di destarla, mi pare che avevate da dirmi una terza cosa.
– Sì. Non ve l’avrete a male, signore?
– Ve lo prometto senza condizioni.
– Vi sembrerà strano assai. Non so nemmeno come fare a dirlo. Non vorrei essere giudicata da voi irragionevole od ingrata, – disse la piccola Dorrit con nuova e crescente agitazione.
– No, no, no. Son sicuro che si tratterà di una cosa giusta e naturale. Nè temo d’interpretarla a rovescio, qualunque essa sia.
– Grazie. Voi tornerete a veder mio padre?
– Sì.
– Voi siete stato così buono da darvi il fastidio di scrivergli due righe promettendo che sareste venuto domani?
– Oh sì! una cosa da nulla, mi pare.
– Potete indovinare, – e così dicendo la piccola Dorrit strinse l’una nell’altra le delicate manine e gli fissò in volto gli occhi supplichevoli nei quali brillava tutto l’ardore dell’anima, – che cosa vorrei chiedervi di non fare?
– Credo di sì. Ma potrei anche ingannarmi.
– No, non v’ingannate, – disse la piccola Dorrit, scuotendo il capo. – Se ne avessimo proprio, proprio un gran bisogno, tanto da non poterne fare a meno, lasciate che io ve ne chieda.
– Sì, sì.
– Non lo incoraggiate. Fate le viste di non intendere, se mai ve ne chiede. Non gliene date. Risparmiategli questa vergogna, e così forse potrete stimarlo di più.
Clennam rispose, un po’ commosso da quelle lagrime che bagnavano gli occhi della fanciulla, che il desiderio di lei gli sarebbe sacro.
– Voi non lo conoscete mio padre, – ella disse; – non lo conoscete bene. Nè potrebbe essere altrimenti, poichè, povero vecchio, l’avete visto così tutto ad un tratto, e non già gradatamente come l’ho visto io! Voi avete avuto tanta bontà e tanta delicatezza, che mi preme assai che ne abbiate buona opinione, voi più di qualunque altro. Io non posso reggere al pensiero, – e la piccola Dorrit si mise a piangere e si coprì gli occhi con le mani, – non posso reggere al pensiero che voi solo abbiate dovuto vederlo nei suoi momenti di degradazione!
– Via, – disse Clennam. – non vi affliggete. Via, piccola Dorrit! Siamo intesi perfettamente, non se ne parli più.
– Grazie, signore, grazie! Ho fatto di tutto per non dirvelo; ci ho pensato giorno e notte; ma quando ho saputo di certo che domani sareste tornato, mi son risoluta a parlarvi. Non già che io mi vergogni di lui (qui si asciugò subito le lagrime), ma perchè lo conosco meglio di qualunque altro, e gli voglio bene e sono orgogliosa di lui.
Sollevata da questo peso, la piccola Dorrit cominciò a mostrarsi un po’ agitata ed ansiosa di andar via. Maggy essendosi svegliata affatto e stando occupata ad assaggiare da lontano i frutti e le ciambelle con una gioia anticipata, Clennam ne colse occasione di mutare argomento e le versò un bicchiere di vino, ch’ella tracannò facendo battere la lingua sotto il palato, mettendosi una mano al collo e dicendo, quasi senza fiato e con gli occhi molto sporgenti: «Oh che delizia! proprio come all’Ospedale!» Quando ebbe finito il vino e le esclamazioni, Arturo la invitò ad empiersi il paniere (compagno inseparabile di Maggy) di tutti i commestibili che si trovavano sulla tavola e a stare attenta di non lasciarne un sol briciolo. Il piacere di Maggy nel far questo e il piacere della mammina nel veder contenta la sua Maggy, erano la migliore uscita che poteva avere la recente conversazione.
– Ma la porta sarà già chiusa da un pezzo, – disse Clennam ricordandosene ad un tratto. – Dove andrete adesso?
– A casa di Maggy, – rispose la piccola Dorrit. – Ci starò molto bene e al sicuro.
– Bisogna ch’io v’accompagni. Non posso lasciarvi andar sola.
– No, no. Lasciateci andar sole. Fatemi questo piacere.
La fanciulla pregò con tanto calore che Clennam per un sentimento di delicatezza non volle insistere; tanto più che capiva benissimo che la casa di Maggy dovea essere molto meschina.
– Orsù, Maggy, – disse la piccola Dorrit allegramente, – ce ne caveremo a meraviglia; ormai sappiamo la via, non è vero, Maggy?
– Sì, sì, mammina; la sappiamo, – rispose Maggy.
E andarono via. La piccola Dorrit, giunta presso la porta, si voltò per dire: «Il Signore vi benedica!» E queste parole pronunciò molto a bassa voce; ma forse, chi sa! furono udite lassù come tutto il coro di una cattedrale.
Arturo Clennam aspettò che avessero voltato la cantonata, e poi si mise a seguirle a distanza; non già per indiscreta curiosità, ma per assicurarsi che la piccola Dorrit era giunta sana e salva nel quartiere a cui era abituata. Ella pareva così piccina, così fragile e mal difesa dall’umidezza del tempo, a metà nascosta dall’ombra pesante della sua protetta, che Arturo, mosso a pietà e abituato a considerarla come una bambina affatto distinta dal restante del mondo, sentì quasi che sarebbe stato felice di pigliarsela in collo e di portarla fino al termine del cammino.
Arrivarono finalmente nella via grande dove stava la Marshalsea, ed egli le vide allora rallentare il passo e voltare per una via trasversale. Si fermò, sentendo di non aver diritto di andar più oltre, e lentamente riprese il suo cammino. Egli non sospettava punto che corressero il rischio di restare senza ricovero fino a giorno; e non seppe la verità che molto, molto tempo dopo.
Intanto la piccola Dorrit, quando si furono fermate innanzi a una povera casetta tutta al buio e ascoltando alla porta non udirono alcun rumore di dentro, disse a Maggy:
– Questa è una buona casa per te, Maggy, e non dobbiamo disturbar nessuno. Sicchè, busseremo due volte e non troppo forte; se non ci riesce di svegliarli, passeggeremo fino a giorno.
La prima volta, la piccola Dorrit bussò con mano leggiera e stette ad ascoltare. La seconda volta, la piccola Dorrit bussò con mano leggiera e stette ad ascoltare. Tutto era quieto e silenzioso.
– Maggy, facciamo il meglio che si può, cara mia. Bisogna aver pazienza e aspettare che faccia giorno.
Era una notte fredda e scura e un vento umido soffiava quando esse uscirono di nuovo sulla via grande e udironsi gli orologi che battevano l’una e mezzo.
– In sole cinque ore e mezzo, – disse la piccola Dorrit, – potremo tornare a casa.
Parlar della casa e andare a guardarla, non dovendo fare per questo che pochi passi, era una cosa naturale. Si avvicinarono dunque al cancello chiuso e guardarono dentro nel cortile.
– Spero ch’egli dorma bene, – disse la piccola Dorrit, – e che non stia in pena per la mia assenza.
Il cancello era loro così famigliare che standoci vicino, esse si figuravano di trovarsi in compagnia di una antica conoscenza. Deposero in un angolo il paniere di Maggy per servirsene da sedile e si tennero così strette l’una all’altra per riposarsi un poco. Quando la via era deserta e silenziosa, la piccola Dorrit non aveva paura; ma non appena udiva un passo in distanza o scorgeva un’ombra muoversi alla luce incerta dei fanali, subito trasaliva e susurrava all’orecchio di Maggy:
– Maggy, vedo gente. Andiamo via!
Maggy si alzava più o meno di mala grazia, e tutte e due passeggiavano un poco alla ventura, e tornavano indietro un’altra volta.
Fino a che Maggy trovò gusto a mangiare, si condusse assai bene. Ma, trascorso cotesto periodo, incominciò a lamentarsi del freddo, a tremare e a piagnucolare.
– Sarà presto passato, cara, – diceva la piccola Dorrit pazientemente.
– Oh, parlate bene voi, mammina! per voi sì; ma per me è tutt’altra cosa, che sono una povera bambina di dieci anni.
Alla fine, nel colmo della notte, quando la via era affatto tranquilla, la piccola Dorrit si posò in grembo il testone di Maggy e la fece addormentare. E così restò seduta innanzi al cancello, come se fosse sola, guardando su alle stelle, e vedendo le nuvole che vi passavano sopra nella loro corsa selvaggia. E questo era il ballo della serata della piccola Dorrit!
– Se veramente fosse una serata! -pensò ella un momento, stando lì a sedere. – Se ci fosse luce e colore e ogni altra cosa bella, e ci trovassimo in casa nostra, in casa del povero babbo e ch’egli non fosse mai stato in queste mura, e che il signor Clennam venisse da noi e ballasse con noi al suono di una bella musica, e tutti fossimo allegri e contenti! Chi sa allora….
Tanti chi sa, tante idee le sorsero in mente, che rimase a guardar le stelle, perduta nella sua meditazione, fino a che Maggy si destò da capo piagnucolando e volle alzarsi e camminare.
Le tre, le tre e mezzo, ed aveano traversato il Ponte di Londra. Aveano udito il gorgogliare dell’acqua che si rompeva contro gli ostacoli; si erano chinate a guardare, atterrite, attraverso lo stesso vapore che si levava sul fiume; aveano veduto nell’acqua certi piccoli punti rischiarati che riflettevano i fanali del ponte, e splendevano come tanti occhi di demoni con un fascino terribile per la colpa e la miseria. Erano passate innanzi a gente senza letto, raggomitolate in qualche angolo. Erano fuggite da ubbriachi. S’erano allontanate in fretta da uomini sospetti, che fischiavano o si facevano segni dagli angoli delle vie, o correvano di gran carriera.
Quantunque la piccola Dorrit facesse sempre da guida, pure, felice questa volta della sua piccolezza, faceva le viste di attaccarsi a Maggy. E più di una volta, qualche voce, uscendo da un gruppo di uomini che si rissavano, avea gridato agli altri:
– Lasciate passare la donna e la bambina!
E così la donna e la bambina erano passate e andate innanzi, e le cinque erano battute dall’alto dei campanili. Esse dirigevansi lentamente verso oriente, cercando di scernere la prima luce del giorno, quando una donna le sopraggiunse.
– Che fate voi con cotesta bambina? – disse ella a Maggy.
Era giovane, – troppo giovane, per trovarsi lì, a quell’ora, lo sa Iddio! – non brutta nè cattiva di aspetto. Parlava rauco, ma si sentiva non esser quella la sua voce naturale; vi si notava anche una certa armonia.
– E voi che fate? – ribattè Maggy, non avendo di meglio da rispondere.
– E non lo vedete senza che io ve lo dica?
– Non vedo nulla io, – disse Maggy.
– Vado a farla finita, vado ad uccidermi. Eccovi risposto. E adesso rispondetemi. Che fate con cotesta bambina?
La supposta bambina avea chinato il capo e si stringeva tutta paurosa a fianco di Maggy.
– Povera creaturina! – disse la donna. – Non avete dunque carità che la menate fuori per le vie umide con questo tempaccio? non avete occhi che non vedete com’ella è debole e delicata? non avete buon senso, e vi si vede in faccia che non ne avete troppo, che nemmeno vi muovete a compassione per questa manina ghiaccia e tremante?
Così dicendo, era passata dall’altra parte, e avea presa fra le sue, per riscaldarla, la manina della piccola Dorrit.
– Date un bacio a una povera creatura perduta, cara, – diss’ella, piegandosi verso la fanciulla, – e ditemelo voi dove vi conduce costei.
La piccola Dorrit alzò il viso.
– Dio di misericordia! – esclamò la donna, indietreggiando, – voi non siete una bambina!
– Non importa! – disse la piccola Dorrit, afferrando una delle mani che l’avevano lasciata. – Io non ho paura di voi.
– E fareste bene ad averne, rispose l’altra. – Non avete madre?
– No.
– Nè padre?
– Sì, un padre a cui voglio tanto bene.
– Tornate a casa da lui ed abbiate paura di me. Lasciatemi andare. Buona notte!
– Prima debbo ringraziarvi; lasciate che io vi parli come se realmente fossi una bambina.
– No, non lo potete. – risposa la donna. – Voi siete buona ed innocente; ma non potete guardarmi con gli occhi di una bambina. Non vi avrei mai toccata, se per poco avessi sospettato che non eravate una bambina.
Ciò detto, con un grido strano e selvaggio si allontanò.
Non ancora appariva nel cielo alcun segno del giorno; ma cominciava già ad esser giorno per la città, nelle lastre delle vie che suonavano sotto i passi, nelle ruote dei carri e delle carrozze; negli operai che si recavano alle loro officine; nelle botteghe che si aprivano; nel traffico dei mercati; nel movimento sulla riva del fiume. Vedevasi il giorno nella luce più pallida dei fanali, nella brezza pungente, nello spirare della trista notte.
Le due compagne tornarono verso il cancello, col proposito di aspettare fino a che venissero ad aprire; ma l’aria era così aspra e fredda, che la piccola Dorrit fu costretta a muoversi e a far muovere la sua Maggy, menandola attorno così com’era addormentata. Passando davanti la chiesa, vide che la porta era aperta e che vi erano dentro dei lumi. Salì i gradini e guardò dentro.
– Chi è là? – gridò un vecchio alto e robusto, che si andava mettendo un berretto da notte come se si apparecchiasse ad andare a letto in una tomba.
– Oh, nessuno! – rispose la piccola Dorrit.
– Un momento! lasciate che vi dia un’occhiata.
Ella si voltò nell’atto che scendeva gli scalini, e si trovò insieme alla sua protetta di faccia al vecchio.
– Me l’ero figurato! – disse questi. – Io vi conosco.
– Ah si! Ci siamo veduti spesso, – disse la piccola Dorrit, riconoscendo il sagrestano, il bidello, o altra cosa simile, – quando son venuta qui alla chiesa.
– E c’è anche dell’altro. Noi ci abbiamo la vostra nascita scritta nel Registro, sapete. Voi siete una delle nostre curiosità.
– Davvero? – disse la piccola Dorrit.
– Ma sicuro. State scritta come la fanciulla della…. a proposito, come va che siete uscita così di buon’ora?
– Siamo rimaste fuori ieri sera, ed ora aspettiamo che aprano.
– Parlate sul serio? E c’è un’altra ora buona! Venite in sagrestia. Ci troverete un fuoco magnifico, che ho dovuto accendere a motivo dei pittori. Sto aspettando i pittori, se no qui non mi ci avreste trovato di certo. Una delle nostre curiosità non deve aver freddo, perbacco, quando abbiamo sotto la mano i mezzi di riscaldarla. Venite via, venite.
Era un buon uomo cotesto vecchio, con tutta la sua rozzezza di modi. Le precedette in sagristia, attizzò il fuoco e si diè a cercare intorno per gli scaffali dei registri uno speciale volume.
– Eccovi qua dove siete voi, vedete, – disse poi, pigliando il volume e voltando le carte. – Qui vi ci trovate tutta quanta. Amy, figlia di Guglielmo e di Fanny Dorrit. Nata, prigione della Marshalsea, parrocchia San Giorgio. Noi poi diciamo alla gente che avete vissuto e siete cresciuta là dentro, senza allontanarvene mai nè un giorno nè una notte. Non è vero?
– Verissimo, fino a questa notte.
– Signore Iddio! – Nel contemplarla con uno sguardo di ammirazione, gli venne un’altra idea. – Mi dispiace però di vedervi così stanca e abbattuta. Aspettate un momento. Piglierò quattro cuscini della chiesa, e vi coricherete sopra accanto al fuoco, voi e la vostra compagna. Non abbiate paura di sbagliar l’ora per tornar da vostro padre, quando si aprirà la Marshalsea. Penserò io a chiamarvi.
Andò pei cuscini e tornò subito dopo e li distese per terra.
– Eccovi qua, vedete. Ci starete proprio tutta quanta, come nel registro. Oh no, non c’entrano i ringraziamenti. Ho anch’io delle figliuole, e sebbene non siano nate nella prigione della Marshalsea, ci avrebbero potuto nascere, se io fossi stato, in quanto a fare il signore, un padre sul genere del vostro. Aspettate. Bisogna mettere qualche cosa sotto il cuscino per la testa. Ecco trovato: il registro dei decessi. Questo fa proprio al caso nostro. Ci abbiamo qui dentro la buon’anima della signora Bangham. Ma quel che rende interessante questa specie di libri a molta gente non è chi c’è scritto dentro, ma chi non c’è…. chi sta per venire, capite, e quando verrà. Questa è la questione interessante.
Volgendosi a dare un’occhiata di ammirazione al guanciale così improvvisato, il sagrestano lasciò le due compagne al riposo. Maggy russava già da un pezzo, e la piccola Dorrit fu ben presto addormentata profondamente, col capo appoggiato su quel libro sigillato del Fato, senza che punto la turbassero le pagine bianche del misterioso volume. Questa fu la serata della piccola Dorrit. La vergogna, l’abbandono, la miseria e i pericoli della vasta metropoli; l’umido, il freddo, le ore lente, le rapide nubi della trista notte. Questa fa la serata da cui la piccola Dorrit tornò a casa, stanca e intirizzita, alla prima nebbia grigiastra di una giornata piovosa.

CAPITOLO XV

LA SIGNORA FLINTWINCH FA UN ALTRO SOGNO.

La vecchia casa sciancata della città, avviluppata nel suo mantello di fuliggine e pesantemente appoggiata alle sue gruccie che aveano partecipato al suo decadimento e si andavano con essa consumando, non godeva mai, checchè accadesse, di un momento di salute o di buon umore. Se mai il sole la toccava, non la toccava che con un raggio, il quale dopo mezz’ora ritiravasi; se mai la luna le mandava sopra il suo chiarore, non lo faceva che per mettere qualche rappezzo al suo lugubre mantello e per renderlo ancora più miserabile. Le stelle esse sole la sorvegliavano freddamente, quando la notte era chiara e il fumo meno denso del solito. Il cattivo tempo sotto tutte le sue forme le stava ai fianchi con mirabile fedeltà. In quel tristo recinto avreste trovato la pioggia, la grandine, il gelo, la neve, quando già erano svaniti da ogni altra parte. La neve in ispecie, l’avreste veduta lì per settimane intiere, molto tempo dopo aver mutato dal giallo al nero sudicio, consumar lentamente la sua povera vita. Il luogo era isolato. In quanto ai rumori della strada, il suono delle ruote sulle lastre, passando di sfuggita, non faceva che cacciarsi dentro nel cortile e uscirne subito dopo; il che aveva per effetto di assordare la signora Affery e di farle riacquistare il senso dell’udito a sbalzi. Così accadeva anche coi fischi, i canti, i discorsi, le risa, e ogni altro piacevole suono umano. Passavano correndo, saltavano dentro un momento e ripigliavano la loro corsa.
La luce varia del fuoco e della candela nella camera della signora Clennam era il solo cambiamento che rompesse la morta monotonia del luogo. Su quelle due finestre strette e lunghe riflettevasi il fuoco tristamente tutto il giorno e tutta la notte. In rare occasioni divampava, come la stessa signora Clennam accendevasi per subito scoppio di passioni; ma per lo più era, come lei, debole e dimesso, e si andava lentamente consumando in sè stesso. Nondimeno, durante molte ore delle brevi giornate d’inverno, quando subito dopo mezzogiorno incominciava a far notte, delle strane e contorte immagini della signora Clennam nella sua poltrona a ruote, del signor Flintwinch dal collo torto, della signora Affery che andava e veniva, apparivano sul muro che elevavasi al disopra del portone come le ombre di una grande lanterna magica. Quando la paralitica ritiravasi per la notte, le ombre si dileguavano l’una dopo l’altra: restava ultima sempre l’ombra lunga della signora Affery, che andava guizzando intorno, fino a che finalmente evaporavasi nell’aria, come se partisse pel sabato delle streghe. Allora la luce solitaria bruciava eguale e invariabile, fino a che l’alba non venisse a farla impallidire, e moriva finalmente sotto il soffio della signora Affery, la cui ombra vi discendeva sopra dal paese delle streghe e dalle regioni del sonno.
E chi sa se quel debole fuoco della camera dell’inferma non fosse veramente un faro che chiamasse qualcuno, – qualcuno affatto inconsapevole di viaggiare verso quel punto dove la fatalità lo attirava! Chi sa se la debole luce della camera dell’inferma non fosse veramente un segnale acceso tutte le notti in quella camera fino a che non si compisse qualche evento predestinato? E chi sarà fra la vasta moltitudine di viaggiatori che si muovono irrequieti sotto il sole e sotto le stelle, poggiando per le polverose colline o affaticandosi per le pianure sterminate, viaggiando per terra e viaggiando per mare, andando e venendo in tante strane guise, ed incontrarsi ed agire e reagire gli uni sugli altri, chi sarà colui che, senza pur sospettare il termine del suo viaggio, cammina ora inevitabilmente verso quella meta?
Il tempo ce lo dirà. L’insegna dell’onore e della vergogna, il grado di generale e di tamburino, una statua di Pari nell’Abbazia di Westminster e l’amaca del marinaio sospesa sulle profondità dell’Oceano, la mitra e l’officina, il seggio di presidente e la galera, il trono e la ghigliottina, – verso ciascuno di cotesti punti muovono i viaggiatori sulla strada maestra del mondo; ma cotesta strada ha mirabili divergenze, e solo il tempo ci può far vedere dove ciascun viaggiatore è diretto.
In una fredda serata, verso l’ora del crepuscolo, la signora Flintwinch, essendosi inteso tutto il giorno un gran peso al capo, sognò questo sogno.
Parevale di stare in cucina ad apparecchiare l’acqua pel tè, e di scaldarsi intanto lei stessa, coi piedi sul davanti del camino e la sottana tirata su, innanzi al fuoco che si era affossato nel mezzo dei due monticelli di cenere. Parevale, stando così a sedere, meditando la grave questione se la vita non fosse, per una certa classe di gente, una invenzione piuttosto stupida, parevale di essere spaventata da un subito rumore alle spalle. Parevale anche che un simile spavento l’avesse già provato nell’ultima settimana, e che il rumore fosse di un genere misterioso, – un suono di fregamento e di tre o quattro colpi simili a passi affrettati; mentre una scossa e un tremito le si comunicavano al cuore, come se i passi avessero fatto muovere il pavimento, le parve anche di essere stata toccata da qualche mano spaventevole. Parevale che cotesto sogno ravvivasse dentro di lei certe sue vecchie paure, che per la casa vi bazzicassero gli spiriti; e che essa fuggisse su per le scale della cucina senza saper come, per trovarsi più vicina alla società degli uomini.
La signora Affery sognò che arrivata nell’anticamera, vedeva aperta la porta di uffizio del suo signore e padrone, e la camera serrata; sognò che si avvicinava alla piccola finestra del gabinetto presso la porta di entrata, affin di calmare i battiti del suo cuore col mettersi in comunicazione attraverso ai vetri, col mondo di fuori; che vedeva allora sul muro, al disopra del portone, le ombre dei due furbi in conversazione; e che infine saliva le scale con le scarpe in mano, parte per avvicinarsi ai due furbi suddetti, che valevano assai più di molti spiriti, parte per sentire di che cosa ragionassero.
– Orsù, smettete un po’ dalle vostre sciocchezze, – disse Geremia; – non son mica disposto a soffrirne da voi.
Affery sognò di trovarsi dietro la porta socchiusa, e di udire distintamente coteste audaci parole pronunciate dal marito.
– Geremia, – riprese la signora Clennan con la sua solita voce forte e cupa, – voi avete in corpo un demonio d’ira. Guardatevene.
– Che ne abbia uno o una dozzina, poco mi preme, – ribattè Geremia, facendo intendere col tuono della voce che il numero maggiore era più vicino al vero. – Se anche ne avessi cinquanta, tutti direbbero lo stesso, che io cioè non son disposto a soffrire le vostre sciocchezze. E li costringerei io a dirlo, di buona o di mala voglia.
– Che ho fatto io, uomo arrabbiato? – domandò la voce cupa.
– Che avete fatto? Mi siete caduta addosso.
– Se intendete dire che vi ho fatto delle rimostranze…..
– Non mi fate dire quel che non ho detto, – esclamò Geremia, tenendo fermo alla sua espressione figurata con una ostinazione tenace ed impenetrabile, – io intendo dire che mi siete caduta addosso.
– Vi ho fatto delle rimostranze, – ricominciò la signora Clennam, – poichè….
– No, perbacco, – interruppe Geremia, – lasciate stare le rimostranze. Voi mi siete caduta addosso!
– Ebbene, sì, vi sono caduta addosso, testardo che siete! (Geremia sorrise di compiacenza per averla costretta ad adottare la sua frase), perchè questa mattina, senza alcun motivo, siete stato indiscreto con Arturo. Io ho diritto di lamentarmene come di un abuso di confidenza. Voi non avevate riflettuto….
– Non mi piace cotesto, – interruppe di nuovo Geremia, respingendo la concessione. – Sicuro che ci aveva riflettuto.
– A quanto pare, vi debbo lasciar parlar solo se così vi piace, – replicò l’inferma dopo un silenzio sdegnoso. – È inutile che io volga il discorso ad un vecchio bilioso e caparbio che è deciso fermamente a non ascoltarmi.
– No, signora, e questa nemmeno mi piace, – rispose Geremia. – Io non ho fatto questa decisione. Vi ho detto di averci prima riflettuto. Volete sapere adesso perchè sono stato indiscreto, come dite voi, vecchia biliosa e caparbia?
– Voi non fate che rendermi le mie stesse parole, – disse la signora Clennam, reprimendo la propria indignazione. – Ebbene, parlate.
– Ecco dunque il perchè. Perchè voi non avevate scolpato suo padre agli occhi suoi, e perchè avreste dovuto farlo. Perchè, prima di mettervi in su e di perder la testa a proposito vostro, che siete….
– Fermatevi, Geremia! – ella esclamò con voce alterata, – potreste dire una parola di troppo.
Parve che il vecchio fosse dello stesso parere. Vi fu una seconda pausa, ed egli avea mutato posto quando riprese a dire con minore asprezza:
– Stavo per dirvi il perchè. Perchè, prima di prendere le parti vostre, pareva a me che avreste dovuto prendere le parti del padre di Arturo. Il padre di Arturo! Per dire il vero io non ci avea troppa simpatia pel padre di Arturo, in questa casa, quando il padre di Arturo non era gran cosa più di me, e forse avea la scarsella più vuota della mia, e quando suo zio avrebbe potuto benissimo scegliere me piuttosto che lui per suo erede. Egli moriva di fame nella sua sala da pranzo ed io facevo lo stesso nella cucina; questa e non altra era la differenza principale tra le condizioni nostre, – tra me e lui non c’era che una scaletta da rompersi il collo. A cotesta epoca non mi pare di essergli stato molto affezionato; e nemmeno appresso, per quanto ne so. Egli era un certo uomo timido, irresoluto, che nei primi anni aveva appena avuto tanta forza da tirare innanzi alla meglio la sua vita di orfano. E quando vi menò qui in questa casa, voi, la sposa destinatagli dallo zio, non ebbi bisogno di guardarvi due volte (eravate una bella donna a quei tempi) per indovinare chi dei due sarebbe stato il padrone. Da allora in poi voi siete andata avanti con le vostre proprie forze. Ebbene, continuate ora a far lo stesso. Non vi appoggiate ai morti.
– Io non mi appoggio ai morti, come voi dite.
– Ma ne avete l’intenzione, se vi avessi lasciata fare, – grugnì Geremia, – ed ecco perchè mi siete caduta addosso. Voi non mi sapete perdonare ch’io non mi sia piegato ciecamente. Capisco che vi deve sembrare strano ch’io mi dia la pena di far rendere giustizia al padre di Arturo, eh? Non importa che mi rispondiate, o no, poichè so benissimo che la cosa vi sembra strana, e lo sapete anche voi. Orsù, vi spiegherò come sta questa faccenda. Io forse ho un temperamento un po’ stravagante, ma insomma così son fatto, che non posso soffrire che la gente faccia le cose a modo suo. Voi siete una donna energica e intelligente; e quando vi vedete innanzi il vostro scopo non vi è niente che ve ne distolga. Chi lo sa meglio di me?…
– Niente me ne distoglie, Geremia, quando ho giustificato quello scopo agli occhi miei, Aggiungete questo.
– Giustificato agli occhi vostri? Io ho già detto che voi siete la donna più risoluta che esiste sulla faccia della terra; e se non l’ho detto, lo dico adesso. Sicchè se siete determinata a giustificare uno scopo qualunque, naturalmente ci riuscite.
– Io mi giustifico con l’autorità di questi volumi! – esclamò la signora Clennam con enfasi severa e percuotendo del braccio sulla tavola, come parve di udire ad Affery.
– Lasciamo andare, – rispose Geremia con calma, – non pigliamo cotesta questione. Comunque sia, certo è che voi portate a compimento tutti i vostri propositi e fate cedere ogni cosa innanzi alla vostra volontà. Ora sappiatelo una buona volta, io non voglio cedere. Io vi sono stato fedele, utile, e vi sono affezionato. Ma io non posso soffrire, e non voglio soffrire, e non ho mai sofferto e non soffrirò mai e poi mai di essere assorbito da voi. Ingoiate chi più vi piace, fuori di me, e buon pro vi faccia. La peculiarità del mio temperamento, mia cara signora, è di non volere essere ingoiato vivo.
Forse era stato questo in origine il motivo del loro segreto accordo. Scoprendo tanta forza di carattere nel signor Flintwinch, forse la signora Clennam avrà pensato che valesse la pena di fare alleanza con esso lui.
– Basta così di questo argomento, – disse ella con voce cupa.
– A meno che non vi salti in testa di cadermi addosso un’altra volta, – rispose il pertinace Geremia, – poichè in tal caso vi dovete aspettare a sentirne parlar da capo.
Afferry sognò a questo punto che la persona del suo marito si dava a passeggiare su e giù per la camera, come per calmar la collera, e che ella se n’era fuggita; ma che, dopo essersi trattenuta un momento nell’ombra dell’anticamera ad ascoltare ancora tutta tremante e non aver visto uscire Geremia, risaliva cautamente le scale, spinta come la prima volta dalla paura degli spiriti e dal pungolo della curiosità, e che si rincantucciava di nuovo dietro la porta socchiusa.
– Fatemi il piacere di accendere la candela, Geremia, – diceva la signora Clennam, dando a vedere il desiderio di rimettere la conversazione sul tuono abituale. – È quasi l’ora del tè. Or ora verrà la piccola Dorrit e mi troverà all’oscuro.
Geremia accese subito la candela e disse, nel posarla sulla tavola:
– A proposito! e che intendete di fare con la piccola Dorrit? farla venire a lavorar qui per sempre? farla venir qui a prendere il tè per sempre? farla andare e venire per casa sempre allo stesso modo?
– Come potete parlar di sempre a una sciagurata creatura come me? Non siamo noi tutti destinati ad esser falciati come l’erba del campo, e non sono io forse stata tagliata dalla falce del tempo già da molti anni, fin dal giorno che giaccio qua dentro, aspettando di essere trasportata nella capanna del Signore?
– Sì, sì, lasciamo andare! Ma dal giorno che voi giacete qua dentro, nient’affatto morta, un numero infinito di fanciulli, di giovani, di ragazze piene di salute, di uomini vigorosi, e che so io, sono stati tagliati e trasportati, e voi intanto eccovi sempre costì, non molto mutata in fondo. Voi ed io possiamo vivere ancora un pezzo. Quando dico per sempre, intendo dire, quantunque non sia una testa poetica, per tutto il tempo della nostra vita.
Il signor Flintwinch diede questa spiegazione con grande pacatezza e aspettò tranquillamente una risposta.
– Fino a che la piccola Dorrit sarà buona e laboriosa, ed avrà bisogno di quel tenue soccorso che mi è dato di offrirle, e ne sarà degna, mi par giusto, – a meno che ella non si ritiri spontaneamente, – che continui a venire in questa casa, se il Signore mi dà vita.
– Nient’altro? – domandò Flintwinch, accarezzandosi il mento.
– E che altro volete che ci sia? e che altro ci può essere? – esclamo la signora Clennam con un tuono di severa sorpresa.
Affery sognò che, per lo spazio di uno o due minuti, i due interlocutori rimanevano a guardarsi con la candela nel mezzo, e che, in un modo o nell’altro, le pareva che si guardassero fissamente.
– Mi sapresti dire, signora Clennam, – domandò dopo un poco il marito e signore di Affery, abbassando la voce con una espressione significativa che pareva affatto fuor di proposito, – dove quella ragazza stia di casa?
– No.
– Avreste voglia di saperlo? – domandò Geremia con uno slancio come se le saltasse sopra.
– Se avessi voluto, a quest’ora lo saprei. Non glielo potea domandare?
– Sicchè non v’importa di saperlo?
– No.
Geremia mandò un respiro lungo e più che mai significativo, e disse con la stessa enfasi di prima:
– Poichè io l’ho scoperto per caso…. per caso, intendiamoci bene.
– Dovunque stia di casa, – disse la signora Clennam, parlando sempre con la stessa voce dura e senza modulazioni, e separando le parole come se le leggesse una dopo l’altra sopra separati pezzi di metallo raccolti uno per uno, – ella ne ha fatto un segreto ed io non cerco di strapparglielo.
– In fondo, mi pare che avreste preferito di non sapere che io ne sono informato! – disse Geremia torcendosi in un certo modo, come se le stesse parole gli uscissero di bocca torte come lui.
– Flintwinch, – disse la sua padrona ed alleata, manifestando una subita energia che fece trasalire Affery, – perchè mi volete spingere agli estremi? Guardate intorno per questa camera. Se vi ha un qualunque compenso per la mia lunga reclusione in questi angusti limiti…. non già che io mi lamenti dei mali che mi travagliano; sapete bene anzi che di ciò non mi lamento mai… se vi ha un qualunque compenso per me nel sentire che mentre tutti i piaceri del mondo mi son chiusi, mi è anche chiusa la conoscenza di alcune cose che potrei bene preferire di non sapere, perchè mai voi fra tutti gli uomini dovete venire a contrastarmi questo sollievo?
– Io non ve lo contrasto mica.
– Tacete dunque, tacete. Non voglio sentire altro. Lasciate che la piccola Dorrit mi serbi il suo segreto, e serbatelo anche voi. Lasciate ch’ella vada e venga, e che non sia disturbata da osservazioni e da domande. Lasciate che io soffra e che non mi sia tolto quel po’ di sollievo che vien concesso alle mie sofferenze. Vi par forse troppo, che dobbiate anche tormentarmi come uno spirito maligno?
– Io non vi ho fatto che una domanda; nient’altro che questo.
– Ed io vi ho risposto: Basta dunque, basta così.
Qui si udì il rumore delle rotelle della seggiola sul pavimento, e il campanello di Affery squillò violentemente.
Affery, più assai paurosa del marito che dei rumori misteriosi della cucina, scappò quanto più presto e leggiera le fu possibile, discese le scale della cucina con la stessa rapidità con cui le avea salite, riprese il suo posto innanzi al fuoco, si tirò su la veste di nuovo e finalmente si copri il capo col grembiule. Allora il campanello suonò una seconda volta e una terza e seguitò a suonare senza interruzione; ed Affery a dispetto di queste impazienti chiamate, non si mosse di un pollice dal suo posto, col capo nel grembiule e cercando di ripigliar fiato.
Finalmente si sentì venire giù per le scale il passo strascicante del signor Geremia, e nel tempo stesso la voce di lui borbottando e chiamando: «Affery, femmina!» Affery rimanendo sempre dietro in grembiule, egli arrivò in cucina, con la candela in mano, si avanzò verso di lei camminando di lato, le tirò il grembiule giù dalla faccia e la destò.
– Oh, Geremia! – esclamò Affery, scuotendosi dal sonno. – Che salto mi hai fatto fare!
– Che diamine stai facendo? – domandò Geremia. – Son già cinquanta volte che ti si chiama.
– Oh, Geremia! se sapessi che sogno!
Ricordandosi di quell’altro sogno della sua signora moglie, Geremia le accostò la candela alla faccia, come se avesse una certa idea di mettervi fuoco per illuminare la cucina.
– Non sai che è l’ora del tè? – domandò con un brutto sogghigno, dirizzando un calcio ad un piede della seggiola di Affery.
– Geremia! il tè! come il te? Io non so che mi ha preso. Ma io ho avuto tanta e tanta paura prima d’incominciar a sognare, che credo debba esser per questo.
– Eh via, poltrona! che diavolo dici?
– Un rumore così strano, Geremia, e un movimento così curioso! Qui in cucina, proprio qui.
Geremia alzò la candela e guardò alla soffitta affumicata, abbassò la candela, ed esaminò i mattoni umidi e rotti, girò intorno la candela e guardò ai muri sudici e macchiati.
– Topi, gatti, acqua, umido, – disse Geremia.
Affery fece col capo altrettanti segni negativi.
– No, Geremia, io l’ho sentito anche delle altre volte. L’ho sentito su, e una volta in mezzo alla scala, mentre tornavo dalla sua camera nella nostra, di notte…. uno scricchiolìo, una specie di tocco tremolante dietro di me.
– Senti, Affery, moglie mia, – disse il signor Flintwinch con viso arcigno, dopo avere avanzato il naso verso le labbra della sua signora come per esplorare se mai ci fosse in tutto questo discorso l’intervento di liquori spiritosi, – se non ti spicci a fare il tè, vecchiaccia che sei, ti farò sentire un certo scricchiolìo e una certa specie di tocco che ti farà volare fino all’altra estremità della cucina!
Questa profezia stimolò la signora Flintwinch a muoversi e ad affrettarsi per la camera della signora Clennam. Ma, con tutto ciò, ella incominciò ad avere la ferma convinzione che qualche cosa poco naturale ci dovea essere nella lugubre casa Da quella sera in poi, non ebbe mai pace, quando la luce del giorno spariva; e non saliva nè scendeva mai le scale all’oscuro, senza nascondere il capo nel grembiule, per paura di avere a vedere qualche mostruosità.
Tra per queste paure di spiriti, tra pei sogni che la molestavano, la signora Affery cadde da cotesta sera in una curiosa situazione d’animo, dalla quale dovremo forse aspettare un pezzo a vederla uscire. Nella incertezza e nella confusione di tutte le sue nuove impressioni ed esperienze, siccome ogni cosa che la circondava era misteriosa per lei, così ella stessa divenne misteriosa per gli altri ed inesplicabile.
Non avea ancora finito di preparare il tè della signora Clennam, quando si udì alla porta quel leggiero colpo che soleva annunziare la piccola Dorrit. La signora Affery si pose a guardare la piccola Dorrit che si toglieva il modesto cappello nell’anticamera e il signor Flintwinch che si grattava le mascelle e contemplava in silenzio la piccola Dorrit, persuasa che qualche maravigliosa conseguenza dovesse scaturire che la facesse spiritare dalla paura e mandasse tutti e tre all’aria in mille minuzzoli.
Dopo il tè, si udì di nuovo bussare alla porta, e questa volta era Arturo. Affery discese per andargli ad aprire, e quegli le disse entrando:
– Affery, son contento che siate venuta voi. Ho bisogno di domandarvi qualche cosa.
Affery rispose subito:
– No, Arturo, per amor del cielo, non mi domandate niente! Io vivo mezzo fra la paura e mezzo fra’ sogni. Non mi domandate niente! Io non ci capisco più niente, e non distinguo più una cosa dall’altra!
E, ciò detto, scappò via di gran corsa e non gli si accostò più un solo momento.
La signora Affery, che non aveva alcun gusto per la lettura, e che nella camera della malata non avea luce sufficiente per cucire, posto che ne avesse avuto la voglia, passava le serate a star seduta nell’oscurità, dalla quale era venuta fuori un momento la sera del ritorno di Arturo Clennam, e si avvolgeva in una gran confusione di meditazioni e di sospetti strani concernenti la padrona, il marito e i rumori della casa. Quando la signora Clennam incominciava i suoi esercizii devoti e feroci, Affery si sentiva costretta da quella voce e dalle proprie meditazioni a voltare gli occhi verso la porta, quasi aspettando, in quei momenti propizii, l’apparizione di qualche lugubre forma che venisse a prender parte alla conversazione.
Del resto Affery non diceva nè faceva mai niente da attirare sopra di sè in modo speciale l’attenzione dei due furbi, meno in certe occasioni (per lo più verso l’ora tranquilla di andare a letto), quando saltava tutt’ad un tratto dal suo angolo oscuro, e con una faccia piena di paura susurrava al signor Flintwinch che leggeva il giornale vicino al tavolino della signora Clennam:
– Eccolo, Geremia! senti! da dove viene questo rumore?
Allora il rumore, se pure ve n’era di nessuna specie, era cessato, e il signor Flintwinch voltandosi verso di lei con una cera tutta sua, le diceva:
– Affery, vecchiaccia, ti darò una dose, sai, ma una dose! Hai sognato un’altra volta, vecchia balorda!

CAPITOLO XVI.

LA DEBOLEZZA DI NESSUNO.

Essendo arrivato il tempo di rinnovare conoscenza con la famiglia Meagles, Clennam, secondo avea fissato col signor Meagles nel cortile del Cuor sanguinoso, volse i passi un certo sabato verso Twickenam, dove il signor Meagles abitava una villetta di sua proprietà. La giornata era bella ed asciutta, e poichè qualunque strada inglese per lui che era stato lontano tanto tempo aveva un grande interesse, Arturo spedì la valigia per la corriera e s’incamminò a piedi. Una passeggiata era per sè stessa un divertimento quasi nuovo per lui, che raramente avea potuto goderne nei paesi dov’era stato.
Prese per Fulham e Putney, pel solo piacere di traversar la macchia. Il tempo era splendido; e quando ei fu abbastanza avanti nel cammino verso Twickenam, si trovò anche molto avanti in molte vie meno reali e palpabili apertegli dalla fantasia, durante la piacevole passeggiata. Non è facile camminar solo per la campagna senza meditare sopra qualche cosa. Ed Arturo avea nell’animo tanti e tanti soggetti di meditazione da tenerlo occupato fino in capo al mondo.
Prima di tutto v’era il soggetto che di rado lo abbandonava, la questione del proprio avvenire. A quale occupazione dedicarsi? dove volgersi per trovarla? Egli era lungi dall’esser ricco, ed ogni giorno d’indecisione e di inazione rendeva per lui il suo patrimonio una fonte di ansietà. Tutte le volte che si dava a ricercare i mezzi di accrescerlo o di collocarlo, il sospetto ritornava ad assalirlo che qualcuno vi fosse al mondo che avesse diritto a reclamarlo a titolo di restituzione: e bastava questo solo oggetto ad occupargli la mente durante la più lunga passeggiata. V’era poi l’altro oggetto delle sue relazioni, oramai messe sopra un piede eguale e pacifico ma punto confidenziale, con la madre, ch’ei vedeva parecchie volte alla settimana. La piccola Dorrit era anch’essa un oggetto principale e costante; poichè le circostanze della propria vita, unite a quelle della storia della fanciulla, gli presentavano cotesta creaturina come la sola persona con la quale fosse legato da vincoli d’innocente fiducia, e di affettuosa protezione; vincoli di compassione, rispetto, affezione disinteressata, gratitudine e pietà. Pensando a lei e alla eventualità della liberazione del padre per mano della morte che gli avesse aperto i cancelli della prigione, – il solo mutamento che potesse mettere in grado Arturo di essere amico alla fanciulla come bramava, alterando completamente la vita di lei, appianandole le asprezze della via e dandole una casa, – egli andava riguardando come la sua sorella adottiva la povera fanciulla della Marshalsea. Se un ultimo soggetto vi era nell’animo suo, che accennasse alla volta di Twickenam, la sua forma era così indefinita che poteva appena figurare come l’atmosfera, nella quale si aggirassero tutti questi altri pensieri.
Così meditando, avea già traversato la macchia e se la lasciava alle spalle, quando si trovò di aver sopraggiunto un individuo che per qualche tempo gli avea camminato innanzi e che, nel vederlo più da vicino, gli parve di riconoscere. Non gli erano nuovi quel portamento del capo, quell’aspetto di concentrazione, quell’andatura franca ed affrettata. Ma quando l’uomo, – poichè un uomo era appunto, – si alzò il cappello sulla fronte e si arrestò di botto ad osservare qualche oggetto innanzi a sè, Arturo riconobbe senz’altro Daniele Doyce.
– Come state, signor Doyce? – gli domandò; raggiungendolo. – Son contento di rivedervi ed in luogo meno insalubre del ministero delle Circonlocuzioni.
– Ah! l’amico del signor Meagles! – esclamò il nostro malfattore, uscendo ad un tratto da qualche suo calcolo mentale e porgendo la mano. – Tanto piacere di vedervi, signor…. scusatemi se ho dimenticato il vostro nome.
– Non è un nome famoso. Non è Mollusco.
– Oh, no, no! – disse Daniele, ridendo. – Ah, ecco che mi ricordo! Clennam. Come state, signor Clennam?
– Ho una certa speranza, – disse Arturo, mentre camminavano in compagnia, – che siamo diretti tutti e due per la stessa parte.
– Volete dire Twickenam? Bravo, mi fa piacere.
In breve si trovarono intimi ed accorciarono la via con una svariata conversazione. L’ingegnoso malfattore era un uomo di grande modestia e buon senso; e, quantunque semplice, era stato troppo abituato a combinare l’originalità e l’arditezza delle idee con la pazienza e la esattezza minuta della esecuzione, per essere in alcun modo un uomo volgare. Fu difficile sulle prime di farlo parlare di sè stesso; egli cercava di eludere le domande di Arturo, rispondendo che sì, avea fatto questo e avea fatto quello, e che la tal cosa era stata costruita da lui e la tale altra era di sua invenzione, ma era il suo mestiere, capite, era il suo mestiere. Finalmente quando si avvide che il compagno avea un reale interesse alla sua storia, raccontò francamente ogni cosa. Arturo seppe allora che Daniele Doyce era figlio di un fabbro, ed era stato messo dalla madre vedova ad imparare il mestiere presso un magnano; che gli era venuto fatto di inventare certe coserelle stando col magnano, il quale lo avea sciolto da ogni impegno facendogli un regalo; che questo regalo l’avea posto in grado di soddisfare il suo ardente desiderio di entrare presso un ingegnere meccanico, sotto la cui direzione avea per sette anni di seguito lavorato sodo, studiato forte e vissuto duramente. Spirato il suo tempo, avea lavorato ancora per sette od otto anni nell’officina, pagato a settimana. Ivi gli era stata fatta un’offerta di andare a Lione, ed egli l’avea accettata; da Lione era stato impegnato per la Germania, ed in Germania avea avuto un’altra offerta per andare a Pietroburgo, dove era riuscito assai meglio che in tutte le altre parti. Nondimeno, avea nudrito sempre una naturale preferenza pel proprio paese, e un certo desiderio di acquistarvisi onore e di rendere quei servigi che potesse ivi piuttosto che altrove. E così era tornato in patria. E così vi aveva stabilito i suoi affari, ed aveva inventato e lavorato e fatta la propria via fino al punto che, dopo una dozzina d’anni di servizio e di aspettativa, gli era riuscito di essere arruolato nella Legion d’onore delle Gran Bretagna, la Legione degli Scoraggiati del ministero delle Circonlocuzioni, ed era stato decorato dell’Ordine del merito britannico, l’Ordine cioè del Disordine dei Mollusco e dei Trampoli.
– È dispiacevole, signor Doyce, – disse Clennam, – che abbiate mai volto i vostri pensieri da quella parte.
– È vero, sì, ma fino a un certo punto. Che farci? Se un uomo ha la disgrazia di trovar per caso qualche cosa che torni utile al paese, bisogna bene che vi si dedichi tutto e ne veda la fine.
– E non sarebbe miglior partito rinunziare a far conoscere il suo ritrovato?
– Ah, no davvero! – rispose Doyce tentennando il capo con un sorriso pensieroso. – Il ritrovato non gli è stato messo nella testa per restarvi sepolto. Ci è stato messo perchè dia qualche frutto. Voi tenete lo vostra vita a condizione che combatterete strenuamente per essa fino all’ultimo. Ogni inventore tiene la sua scoperta alle medesime condizioni.
– Vale a dire, – rispose Arturo con un’ammirazione crescente pel suo pacifico compagno, – che nemmeno adesso siete affatto scoraggiato?
– Non avrei diritto di esserlo, se mai lo fossi. La mia scoperta è sempre vera ugualmente, oggi come ieri.
Camminarono qualche tempo in silenzio. Arturo, volendo mutare il corso della conversazione senza farne le viste, domandò a Doyce se avesse un socio che almeno in parte lo sgravasse dal peso degli affari?
– No, – rispose Doyce, – adesso no. Sul principio ne ho avuto uno ed era un brav’uomo. Ma da alcuni anni mi è morto, ed io, come se non mi sentissi di prenderne un altro dopo aver perduto lui, ho tolto per me la sua parte e ho continuato da solo. E questo, vedete, è un altro dei nostri difetti, – proseguì Doyce fermandosi un momento con uno sguardo pieno di buon umore e pigliandosi il braccio con la mano destra, quella medesima il cui pollice era fornito di tanta agilità, – che cioè noi altri inventori siamo gente che di affari non c’intendiamo punto, sapete?
– No.
– Così dicono almeno gli uomini d’affari, – rispose Doyce rimettendosi in cammino e ridendo forte. – Io non so capire perchè mai noi altri poveri diavoli dobbiamo essere tenuti così sprovvisti di buon senso; ma il fatto è che non ce ne concedono. Lo stesso signor Meagles, il nostro eccellente amico, il migliore amico ch’io m’abbia, il quale mi copre in certo modo della sua protezione, voi l’avete visto in che conto mi tiene; come un bambino che non è ancora in grado di camminar da solo!
Arturo Clennam non potette fare a meno di unirsi al buon umore del compagno, poichè riconobbe tutta la verità della descrizione.
– Sicchè vedo bene che quel che mi bisogna è un associato che sia uomo di affari e che non si sia reso colpevole di avere inventato qualche cosa, – riprese Daniele Doyce, cavando il cappello e passandosi la mano sulla fronte, – non foss’altro che per deferenza all’opinione comune e per sostenere il credito delle mie officine. Non credo ch’egli mi troverebbe negligente o confuso nel condurle; ma questo tocca a dirlo a lui, e non posso vantarmene da me stesso.
– Non l’avete ancora scelto dunque?
– No, signore, no. Ho soltanto deciso di prenderne uno. Il fatto sta che adesso c’è più da fare che una volta, e la sorveglianza delle officine mi dà sufficiente occupazione ora che mi vado facendo vecchio. Tra pei libri e la corrispondenza e i viaggi all’estero, dove è spesso indispensabile l’assistenza personale di un capo, io non posso bastare a tutto. Se mi riesce di trovare una mezz’ora da oggi a lunedì mattina, nè dirò due parole a…. alla mia balia, sapete, al mio protettore, – disse Doyce ridendo. – Gli è un uomo lui che s’intende di affari e mi potrà consigliare a dovere.
Dopo di ciò seguitarono a parlare di varie cose fino a che furono arrivati al termine del loro cammino. Notavasi in Daniele Doyce una composta e modesta risoluzione, una tranquilla sicurezza che quel che era vero dovea rimaner vero, a dispetto di tutti i Mollusco che pullulavano nello Oceano sociale, e sarebbe sempre l’esatta verità nè più nè meno, quand’anche quell’Oceano si essiccasse; la quale sicurezza aveva in sè una specie di grandezza, non minore forse di quella delle persone officiali.
Conoscendo benissimo la casa del signor Meagles, egli menò Arturo per la via che la mostrava più favorevolmente. Era un posto incantevole, che non perdeva nulla dall’essere fuori di mano, situato sulla via che portava al fiume, e tale per ogni verso quale dovea essere la residenza della famiglia Meagles. Stava nel mezzo di un giardino che nel maggio dell’anno diveniva certo così fresco e bello, come era Carina nel maggio della sua vita; circondavala una buona quantità di begli alberi e di piante rampicanti, appunto come Carina era circondata e difesa dal signore e dalla signora Meagles. Era fatta da una vecchia casa di mattoni, una parte della quale era stata abbattuta, e l’altra mutata nella villetta presente; sicchè vi era la parte solida e stagionata, che stava a rappresentare la coppia Meagles, e la parte giovane, graziosa e pittoresca, che rappresentava Carina. Vi era anche stata aggiunta da poco tempo una stufa, di colore incerto pei vetri opachi che la coprivano, e in alcuni punti più trasparenti fiammeggiante ai raggi del sole, ora come fuoco acceso ed ora come innocenti gocciole d’acqua. Cotesta stufa avrebbe potuto rappresentare Tattycoram. Scernevasi dalla casa il fiume tranquillo e la barchetta del navalestro, la quale pareva predicar la morale a tutti gli abitanti, dicendo:«Vecchi o giovani, irosi o pacifici, scontenti o soddisfatti, voi tutti che mi guardate, la corrente non si arresta mai. Che si gonfino pure i vostri cuori al soffio della discordia, l’onda che s’increspa intorno alla prua di questa barchetta, canta sempre la stessa canzone. Un anno dopo l’altro, tenuto conto di quanto ne trattiene la barca, l’onda fa tante miglia all’ora. Qui dei rosai, là dei gigli, niente che sia incerto o mutabile sopra questa via che fugge sempre eguale, senza arrestarsi un momento; mentre voi, imbarcati sul rapido fiume del tempo, siete così capricciosi ed instabili.»
La campana del cancello era appena suonata che il signor Meagles venne ad incontrarli. E subito dopo il signor Meagles si mostrò la signora Meagles. E subito dopo la signora Meagles si mostrò Carina, e con Carina, Tattycoram. Una più cordiale accoglienza non potevano avere.
– Eccoci qua, vedete, – disse il signor Meagles, – serrati nei limiti di casa nostra, mio caro signor Clennam, come se non dovessimo mai pigliare il volo… come se non dovessimo mai più viaggiare, voglio dire. Non è come a Marsiglia qui, eh? non c’è gli allons, e i marchons di laggiù, eh?
– No di certo; è un altro genere di bellezza, – rispose Clennam guardandosi intorno.
– Eppure, eh, che bel tempo abbiamo passato in quarantena! – esclamò il signor Meagles, fregandosi le mani allegramente. – Lo credereste che ho desiderato molte volte di tornarci? Avevamo laggiù una compagnia co’ fiocchi.
Tale era l’abitudine costante del signor Meagles: trovar sempre da lamentarsi di tutto, quando viaggiava, e desiderare sempre di tornarci quando non viaggiava.
– Se fossimo in estate, – disse il signor Meagles, – e lo vorrei proprio perchè poteste vedere la nostra villetta nell’aspetto più ridente, vi assicuro che non sareste buono nemmeno di sentirvi a parlare voi stesso a motivo degli uccelli. Essendo noi della gente pratica, non permettiamo che si spaventino gli uccelli; e gli uccelli che sono anch’essi della gente pratica ci vengono intorno a miriadi. Oh bravo! abbiamo davvero tanto piacere di vedervi, Clennam (lascio andare il signore, con vostra licenza): vi assicuro con tutto il cuore che ci avete dato un gran piacere.
– Non ho mai avuto una più cordiale accoglienza, – disse Clennam; poi si ricordò di quanto gli avea detto nella sua camera la piccola Dorrit ed aggiunse con franchezza: – eccetto una volta, dopo che abbiamo passeggiato insieme guardando giù al Mediterraneo.
– Ah! – esclamò il signor Meagles, – quella sì che era una veduta! Per me, non sento il bisogno di stare sotto un governo militare, ma in verità non mi dispiacerebbe di avere in questa vicinanza un po’ di allons e di marchons. Qui, figuratevi, si gode una maledetta quiete!
Facendo questo elogio alla tranquillità della sua dimora con un tentennare dubitativo del capo, il signor Meagles menò i due amici nella casa. La quale era appunto grande quanto bastava, graziosa di dentro, come di fuori ben messa ed acconcia. Notavansi dei segni delle abitudini migratorie della famiglia nelle cornici coperte di velo, nei mobili vestiti di federe, nelle tende tirate su; ma si vedeva alla prima che uno dei capricci del signor Meagles era di volere che la villetta fosse tenuta, nella loro assenza, come se il giorno appresso avessero a tornare. Di oggetti raccolti qua e là nelle varie spedizioni vi era tale miscellanea da far credere di trovarsi in casa di un amabile pirata. Antichità dell’Italia centrale, lavorate dalle migliori case moderne in cotesto genere d’industria, pezzi di mummie di Egitto (e forse di Birmingham); modelli di gondole di Venezia; modelli di villaggi della Svizzera, frammenti di mosaici di Ercolano e Pompei, che parevano carne pestata e pietrificata; ceneri trovate in varie tombe e lava del Vesuvio; ventagli spagnuoli, cappellini di paglia della Spezia, pantoffole moresche, spilli toscani, sculture di Carrara, tessuti trasteverini, velluti e filigrane di Genova, corallo di Napoli, camei di Roma, minuterie di Ginevra, lanterne arabe, rosari benedetti da un capo all’altro dalla mano stessa del Papa, e una infinita varietà di gingilli e roba di seconda mano.
Vi erano vedute, più o meno somiglianti, di un gran numero di luoghi; vi era un salottino di pitture consacrato ad alcuni quadri di vecchi santi vischiosi, con nervi che parevano corde, capelli che parevano alga, rughe che parevano tatuaggio, e tale strato di vernice su tutto questo che ciascuno di quei venerabili personaggi faceva l’ufficio di chiappamosche, e diveniva quello che chiamasi volgarmente carta ammazza-mosche. Di queste compre artistiche il signor Meagles discorreva secondo il solito suo. Egli non pretendeva farla da conoscitore, diceva, ma giudicava secondo che una cosa gli piaceva o no; gli era capitato di comprare quelle tele e la gente le trovava di un certo valore. Una persona, che si dovea intendere in qualche modo della materia, avea dichiarato che Il savio leggente (un vecchio gentleman più oleoso degli altri, avvolto in una coperta di lana con un pezzo di lana per barba, e una rete di screpolature su tutta la persona come la crosta bruciata di un pasticcio), era un bel Guercino. In quanto a quel Sebastiano del Piombo laggiù, ne potevate giudicare da voi stesso; se non era quella la sua seconda maniera, di chi volevate che fosse? Ecco la questione. Del Tiziano? forse sì e forse no, – poteva anche darsi che il Tiziano l’avesse soltanto ritoccato. E poteva anche darsi, osservò Daniele Doyce, che il Tiziano non l’avesse toccato per niente. Ma il signor Meagles fece il sordo a questa maligna osservazione.
Quando ebbe mostrato tutti i suoi trofei di viaggi, il signor Meagles menò i suoi ospiti nella propria cameretta che dava sulla pianura, e potea servire tanto da gabinetto per vestirsi, quanto da studio. Sopra una specie di piccolo banco si vedeva un paio di bilance di rame per pesar l’oro, ed una paletta per raccogliere la moneta.
– Sicuro, – disse il signor Meagles, – eccoli, qui! Sono stato dietro questi due istrumenti trentacinque anni di seguito, quando pensavo tanto a fare il girandolone, quanto penso adesso a restarmene a casa. Quando uscii definitivamente dalla Banca, li domandai e me li portai appresso. Ve lo dico alla bella prima, perchè non abbiate a supporre che io me ne stia ancora alla Cassa (come dice Carina), come quel re nella canzone dei ventiquattro merli, a contare i miei danari.
Gli occhi di Clennam si erano alzati verso un quadro sospeso al muro di contro, rappresentante due graziose fanciulline con le braccia intrecciate.
– Sì, Clennam, – disse il signor Meagles a voce più bassa. – Eccole lì tutte e due. È un affare di diciassette anni fa. Come dico spesso a mamma, erano allora due bambine.
– E si chiamavano? – domandò Arturo.
– Ah, sicuro! Voi non avete inteso altro nome che Carina. Carina si chiama Minnie, e sua sorella Lillie.
– Avreste indovinato, signor Clennam, che uno di cotesti ritratti è il mio? – domandò Carina, che li avea seguiti e stava sulla soglia.
– Li avrei creduti tutti e due ritratti vostri, tanto vi rassomigliano. In verità, – disse Arturo, guardando ora al grazioso originale, ora al quadro, – nemmeno adesso saprei dire quale dei due non è il vostro ritratto.
– Avete inteso, mamma? – esclamò il signor Meagles volto alla moglie che avea seguito la figlia. – Segue a tutti così, caro Clennam; nessuno è buono di decidere. La bambina sulla vostra sinistra è Carina.
Il quadro trovavasi sospeso accanto a uno specchio. Nel guardarlo di nuovo, Arturo vide per la riflessione dello specchio Tattycoram fermarsi un momento nel passare innanzi alla porta, porgere orecchio a quel che si diceva, e andare oltre con una cera irosa e sprezzante che mutava in bruttezza la bellezza di lei.
– Via! – disse il signor Meagles. – Voi avete camminato a lungo e vi piacerà di levarvi gli stivali. In quanto al nostro Daniele qui, si può scommettere ch’ei non ci penserebbe neppure, se non lo menassimo per mano innanzi a un tira-stivali.
– E perchè no? – domandò Daniele, volgendo ad Arturo un sorriso significativo.
– Oh! voi avete tante cose per la testa, – rispose il signor Meagles, battendogli sulla spalla, come se in tutti i conti il pover’uomo avesse bisogno di appoggio; – cifre, ruote, ingranaggi, leve, viti, cilindri e mille altre diavolerie!
– Nella mia professione, – disse Daniele ridendo, – sogliamo dire che il più include il meno. Ma non importa, via! Quel che piace a voi, piace a me.
Clennam non potè fare a meno di ruminare, mentre se ne stava seduto innanzi al fuoco della sua camera, se mai non vi fosse nell’animo di cotesto brav’uomo affezionato e cordiale del signor Meagles, una microscopica particella di quel piccolo seme che avea dato vita e rigoglio al grande albero del ministero delle Circonlocuzioni. La quale idea gli venne suggerita dall’aver notato nel signor Meagles quella curiosa sicurezza della propria superiorità su Daniele Doyce, fondata non tanto sul carattere personale di questo, quanto sul semplice fatto dell’essere egli un inventore, un uomo che usciva dalla traccia battuta dai suoi simili. Queste considerazioni avrebbero forse ancora occupato Arturo fino al momento di discendere a desinare un’ora appresso, se non avesse avuto un’altra questiono da considerare, che gli aveva girato per la mente fin da quando era stato in quarantena a Marsiglia, e che ora tornava con maggiore insistenza. E la questione era nientemeno che questa: «Dovea egli permettere a sè stesso d’innamorarsi di Carina?
Egli aveva il doppio dell’età. (Così pensando mutò di posizione la gamba che avea incrociata sull’altra, e si provò a far di nuovo il calcolo, ma non gli riuscì di ottenere un totale minore). Aveva il doppio dell’età. Benissimo! Era giovane di aspetto, giovane di salute e di forza, giovane di cuore. Un uomo a quarant’anni non era mica vecchio; anzi molti uomini non si trovavano in condizioni di toglier moglie, o non ne toglievano fino ad aver toccato quella età. D’altra parte, la questione non stava propriamente in ciò che ne pensava lui, ma in ciò che ne pensava lei.
Egli credeva che il signor Meagles nutriva per lui una calda stima, e sentiva di averne molta e sincera pel signor Meagles e per quella buona donna di sua moglie. Prevedeva benissimo che il separarsi da quella bella ed unica figliuola, a cui volevano tanto bene, per affidarla a un qualunque marito, sarebbe pel loro amore una tale prova che forse non aveano ancora avuto la forza di considerare. Ma quanto più la fanciulla era bella e graziosa e seducente, tanto più vicini essi doveano essere alla necessità di trovarsi a quella prova. E perchè no in proprio favore, come in favore di qualunque altro?
Pervenuto a questo punto, gli venne di nuovo il pensiero che la questione non stava propriamente in ciò che ne pensava lui, ma in ciò che ne pensava lei.
Arturo Clennam era un uomo modesto, che aveva coscienza di molti suoi difetti; e tanto egli esaltò nell’animo suo i meriti della bella Minnie e tanto depresse i propri, che quando fu pervenuto a quel punto, le speranze incominciarono a venirgli meno. Finalmente, apparecchiandosi per discendere a desinare, venne nella risoluzione che non avrebbe permesso a sè stesso d’innamorarsi di Carina.
Non erano che in cinque intorno ad una tavola rotonda, e il desinare fu veramente allegro. Aveano da ricordarsi l’un l’altro tanti luoghi e tante persone, ed erano tutti insieme così di buon umore e senza etichette (Daniele Doyce se ne stava cheto al suo posto, osservando gli altri, come uno che si diletti a veder giocare a carte, ovvero cacciandosi di tratto in tratto nella conversazione con qualche parola detta a proposito), che se si fossero incontrati venti volte non sarebbero stati in così intima conoscenza.
– E la signorina Wade? – domandò il signor Meagles, dopo che ebbero rammentato buon numero di compagni di viaggio. – Chi l’ha più vista la signorina Wade?
– Io, – rispose Tattycoram.
Tattycoram avea portato un mantelletto che la sua padroncina avea mandato a prendere, e si chinava per metterglielo sulle spalle, quando alzò i suoi occhi nerissimi e fece quella inattesa risposta.
– Tatty! – esclamò Carina. – Voi avete visto la signorina Wade?… dove?
– Qui, signorina, – disse Tattycoram.
– E come?
Con un’occhiata impaziente che non isfuggì a Clennam, Tattycoram sembrò rispondere:
– Co’ miei occhi!
Ma rispose invece:
– La incontrai vicino alla chiesa.
– Vorrei proprio sapere che cosa ci faceva lì! – disse il signor Meagles. – Non ci andava di certo alla chiesa.
– Mi avea prima scritto, – disse Tattycoram.
– Oh, Tatty! – mormorò la sua padroncina, – scostatevi. Mi pare sentirmi toccare dalle mani di un’altra.
Queste parole le sfuggirono, ma furono dette quasi scherzosamente, nè con maggiore asprezza di quanto era capace una ragazza favorita, che il momento dopo si pose a ridere. Tattycoram strinse insieme le labbra rosse e tumide e incrociò le braccia sul petto.
– Vorreste sapere, signore, – diss’ella, guardando fisso il signor Meagles, – che cosa mi scrisse la signorina Wade?
– Ebbene, Tattycoram, – rispose il signor Meagles, – giacchè me lo domandate voi stessa e qui siamo fra amici, tant’è che lo diciate se ne avete voglia.
– Ella seppe, quando eravamo in viaggio, dove stavate di casa, – disse Tattycoram, e mi avea vista non troppo… non troppo….
– Non troppo di buon umore, Tattycoram? – suggerì il signor Meagles, tentennando il capo e guardando negli occhi neri. – Pigliate un po’ di tempo, Tattycoram, contate fino a venticinque.
La fanciulla strinse di nuovo le labbra e mise un lungo e profondo respiro.
– E così mi scrisse che se mai mi sentissi urtata…. (e abbassò gli occhi sulla sua padroncina)…. e mi trovassi tormentata…. (e abbassò gli occhi di nuovo)…. fossi andata da lei, dove sarei stata trattata con ogni riguardo. Io ci dovea pensare e le avrei dato la risposta vicino alla chiesa. E così fu che ci andai per ringraziarla.
– Tatty, – disse Carina mettendosi una mano sulla spalla perchè la fanciulla la prendesse, – la signorina Wade mi fece paura quando ci separammo a Marsiglia, ed ora non mi sarebbe troppo piaciuto di pensare a lei, avendola così vicina senza saperlo. Tatty, cara Tatty!
Tatty stette un momento immobile.
– Ebbene? – esclamò il signor Meagles, – contate un’altra volta fino a venticinque, Tattycoram.
Aveva potuto contare fino a dodici, quando si chinò per baciare la mano della padroncina. Carina le accarezzò la guancia che le toccava i bei ricci, e Tattycoram si tolse di là.
– Ecco qua, vedete, – disse il signor Meagles dolcemente, dando una girata al servo-muto sulla sua destra, per avvicinarsi la zuccheriera. – Ecco una ragazza che sarebbe di certo perduta e rovinata, se non si trovasse in mezzo a gente pratica come siamo noi. Mamma ed io sappiamo, appunto perchè siamo della gente pratica, che v’ha dei momenti in cui tutta la natura di cotesta ragazza sembra inasprirsi, vedendoci tanto affezionati alla nostra Carina. Ella, poverina! non ha avuto nè babbo nè mamma da cui attendersi un po’ di bene. Io non so pensare a quel che deve provare la povera ragazza, con tutta quella sua sensibilità, a sentir ripetere la domenica il quinto comandamento. Mi vien sempre voglia di gridare: «Siamo in chiesa, Tattycoram; contate fino a venticinque!»
Oltre al suo servo-muto, il signor Meagles ne aveva altri due, che non erano muti niente affatto, nelle persone di due cameriere dalle facce rosee e dagli occhi lucidi, le quali costituivano uno dei più graziosi ornamenti della sala da pranzo.
– E perchè no, di grazia? – domandava il signor Meagles a questo proposito. – Come dico sempre a mamma, poichè qualcosa bisogna guardare, tanto vale a guardare una cosa che sia bella.
Una certa signora Tickit, la quale faceva da cuoco e da donna di governo quando la famiglia era a casa, e lasciava quel primo ufficio quando la famiglia era in viaggio, completava il personale dello stabilimento. Il signor Meagles si mostrò dispiacente che la qualità dei doveri disimpegnati da lei attualmente, le impedissero di presentarsi pel momento. Sperava però di farne fare la conoscenza ad Arturo il giorno appresso. La signora Tickit era, diceva il signor Meagles, una parte essenziale della villa e tutti gli amici di casa la conoscevano. Ecco là in quell’angolo il suo ritratto. Quando si partiva per un viaggio dei soliti, ella si metteva sempre la veste di seta e il giro di ricci neri com’era figurata nel ritratto (in cucina, i capelli della signora Tickit avevano una tinta tra il grigio ed il rosso), si stabiliva nella sala da pranzo, metteva gli occhiali tra due pagine speciali del Trattato di medicina domestica del dottor Buchan, e se ne stava così a sedere guardando dalla finestra fino a che non fossero di ritorno. Si credeva generalmente che nessuna persuasione al mondo potesse indurre la signora Tickit ad abbandonare il suo posto presso la finestra, per quanto prolungata fosse la loro assenza, o a fare a meno della compagnia del dottor Buchan; sebbene il signor Meagles riteneva per fermo che la signora Tickit non avesse mai consultato nemmeno una mezza parola delle lucubrazioni di quel dotto professore.
La sera, giocarono un rubber. Carina sedeva alle spalle del padre, guardando al giuoco, o prendeva a cantare di tratto in tratto al pianoforte per proprio diletto. Era una ragazza viziata; ma come poteva essere altrimenti? chi potea stare a lungo con una così bella creatura e non piegarsi alla sua amabile influenza? chi potea passare una sola serata nella casa, e non amare quella cara fanciulla solo per la grazia incantevole della sua presenza? Tali erano le riflessioni di Clennam, ad onta della risoluzione finale alla quale era venuto stando su a meditare presso il fuoco.
Ora, assalito da questi nuovi pensieri, la rivocò un momento.
– Ma a che diamine pensate, mio caro amico? – domandò pieno di sorpresa il signor Meagles che era il suo compagno.
– Scusate. A niente, – rispose Clennam.
– Allora, pensate a qualche cosa un’altra volta. Che originale! – disse il signor Meagles.
Carina osservò ridendo che certamente il signor Clennam stava pensando alla signorina Wade.
– E perchè mo alla signorina Wade, Carina? – domandò il padre.
– Perchè davvero? – ripetè Arturo Clennam.
Carina arrossì un poco e tornò al pianoforte.
Nel momento di separarsi par la notte, Arturo udì che Doyce domandava al signor Meagles se gli poteva accordare una mezz’ora di colloquio il giorno appresso prima della colezione. Il signor Meagles avendo risposto di sì, Arturo restò un momento indietro, avendo da aggiungere anch’egli una parola su cotesto soggetto.
– Signor Meagles, – disse poi quando furono restati soli, – vi ricordate quando mi consigliaste di recarmi direttamente a Londra?
– Me ne ricordo benissimo.
– E quando mi deste degli altri buoni consigli, dei quali allora avevo bisogno?
– Non so se fossero buoni o cattivi, – rispose il signor Meagles; – mi ricordo però che stavamo allegramente ed avevamo insieme delle conversazioni piene di confidenza.
– Io ho seguito i vostri consigli; ed essendomi ora sbrigato da una occupazione che per molte ragioni mi riusciva penosa, desidero di dedicarmi con quel po’ di fortuna che mi resta a qualche altro impiego.
– Benissimo! e quanto più presto farete, tanto meglio, – disse il signor Meagles.
– Ora, venendo qui oggi, ho saputo che il vostro amico Doyce va cercando un socio per la sua industria; non già un socio che abbia le sue medesime cognizioni meccaniche, ma che sappia volgere a buon profitto gli affari a cui egli le applica.
– Proprio così, – disse il signor Meagles, con le mani in tasca e con quella espressione di uomo d’affari che ricordava le bilance e la paletta.
– Il signor Doyce mi ha detto incidentalmente nel corso della conversazione di voler domandare il vostro autorevole avviso sulla scelta di un tal socio. Se voi credete probabile che le nostre vedute e i nostri mezzi si accordino in qualche modo, forse non vi rifiuterete a fargli conoscere la somma di cui posso disporre. Parlo, naturalmente, ignorando affatto i particolari, pei quali potrebbe darsi che non ci convenissimo scambievolmente.
– Certo, certo, – disse il signor Meagles, con quella prudenza propria delle bilance e della paletta.
– Ma sarà una questione di cifre e di conti….
– Sicuro, sicuro, – disse il signor Meagles con la solidità aritmetica propria delle bilancie e della paletta.
– …. Ed io sarei lieto di entrare in trattative, purchè il signor Doyce vi consenta e voi non abbiate nulla in contrario. Epperò se permettete ch’io affidi tutta a voi la trattazione di questo affare, vi sarò molto obbligato.
– Accetto senz’altro la vostra fiducia, mio caro Clennam. Capisco benissimo che delle difficoltà ce ne sono e che voi, da quell’uomo d’affari che siete, le avete prevedute; nondimeno mi pare di poter esprimere il mio convincimento che qualche cosa ne verrà fuori da tutto questo. Di una cosa potete esser sicuro. Daniele è un onest’uomo.
– Ne son tanto sicuro, che non ho esitato un solo momento a parlarvi.
– Dovete un po’ guidarlo, vedete; scuoterlo, dargli una certa direzione. Egli è un certo originale, – disse il signor Meagles, non volendo significare altro se non che Daniele faceva cose nuove e batteva vie nuove; – ma è onesto come il sole. E con ciò, buona notte!
Clennam tornò in camera sua, sedette di nuovo innanzi al fuoco, e si confermò nell’idea di essere molto contento della risoluzione presa di non innamorarsi di Carina. Ella era così bella, così amabile, così atta a ricevere ogni onesta impressione data al suo animo gentile e al suo cuore innocente, ed a rendere l’uomo, che avesse tanta felicità da comunicarle coteste impressioni, il più fortunato ed invidiabile fra tutti gli uomini, che veramente egli era molto contento di esser venuto in quella determinazione.
Ma poichè questa avrebbe potuto essere una ragione per venire in una determinazione contraria, così Arturo seguita meditarvi ancora un poco: forse per giustificarsi di fronte a sè stesso.
– Supponiamo che un uomo, – così dicevano i suoi pensieri, – che avesse toccato già da venti anni l’età maggiore; che, per le condizioni nelle quali la sua gioventù è trascorsa, fosse un po’ diffidente; che pendesse alquanto alla serietà, a motivo del tenore della sua vita; che conoscesse in sè il difetto di quelle molte qualità superficiali, che ammira in altri, per aver dimorato lungo tempo in lontane regioni senza una compagnia che avesse potuto in qualche modo raddolcirne i modi; che non avesse sorelle da presentare a lei; che non avesse una famiglia a cui farla conoscere, che non avesse tale fortuna da compensare, almeno in parte, tutti cotesti difetti; che in proprio favore non avesse altro che un amore onesto e il desiderio sincero di far bene; – supponiamo che un uomo cosiffatto venisse in questa casa e cedesse alle attrattive di cotesta amabile fanciulla e si persuadesse prima o poi di poterne guadagnare l’affetto…. Che debolezza sarebbe mai questa!
Pianamente aprì la finestra e guardò fuori al fiume tranquillo. Un anno dopo l’altro, tenuto conto di quanto ne trattiene la barca, l’onda fa tante miglia all’ora. Qui dei rosai, là dei gigli, niente di mutabile o d’incerto….
E perchè avrebbe dovuto esser triste? di che cosa avrebbe avuto a dolersi? Non era una debolezza sua quella che si andava figurando. Era la debolezza di nessuno; nessuno in verità conosceva egli che avesse una tale debolezza. Perchè dunque darsene pena?… Eppure una certa pena la provava. E pensava, – chi non l’ha pensato qualche volta? – che forse tanto meglio sarebbe stato di vedere scorrere la propria vita esule e monotona come le acque del fiume, e di trovare un compenso alla insensibilità della gioia nella insensibilità del dolore.

CAPITOLO XVII.

IL RIVALE DI NESSUNO.

Il giorno appresso, prima della colezione, Arturo andò fuori a dar quattro passi. Poichè la giornata era bella, ed egli aveva un’ora innanzi a sè, passò il fiume con la barca e si pose per un sentiero che traversava i prati. Tornando alla riva del fiume, trovò la barca passata dall’altra parte e un signore che chiamava ad alta voce per essere portato di là.
Questo signore pareva all’aspetto sulla trentina. Era ben vestito; persona svelta, viso allegro, colorito assai bruno. Nel momento che Arturo metteva il piede alla riva, il signore lo sbirciò per un momento e si rimise subito alla sua occupazione di spingere dei ciottoli nell’acqua con la punta dello stivale. Vi era nel suo modo di scastrarli col tallone e di porseli innanzi nella posizione più acconcia per lanciarli in acqua, qualche cosa che, agli occhi di Arturo, aveva un certo senso di crudeltà. Molti di noi abbiamo più o meno frequentemente provato una impressione simigliante dal modo in cui un uomo faceva qualche cosa di poco momento: strappare un fiore, toglier via un ostacolo, o anche distruggere un oggetto inanimato.
Come dimostrava in viso, cotesto signore era molto preoccupato, e non badava punto a un bel cane di Terranova, che lo guardava attentamente e seguiva con gli occhi ogni ciottolo lanciato, impaziente di gettarsi in acqua al primo cenno del padrone. Il barcaiuolo però toccò la riva prima che il cane ricevesse alcun segno, e il padrone presolo pel collare se lo trasse dietro nella barca.
– Stamani no, – disse al cane. – Non saresti bene accetto nella compagnia, delle signore, uscendo tutto gocciolante dall’acqua. Cuccia lì!
Clennam seguì l’uomo ed il cane nella barca e prese il suo posto. Il cane obbedì subito all’ordine ricevuto. L’uomo restò in piedi con le mani in tasca, ponendo la sua persona tra Clennam e la campagna di fronte. Uomo e cane saltarono svelti a terra non sì tosto la barca ebbe toccata la opposta riva e andarono innanzi. Clennam provò una certa soddisfazione a vedersene sbarazzato.
L’orologio della chiesa batteva appunto l’ora della colezione, nel momento che egli rimontava il piccolo sentiero che metteva capo al cancello del giardino. Nel tirare il cordone del campanello, dei forti latrati si udirono dall’altro lato del muro.
– Curiosa! – pensò Clennam. – Non ho udito cani ieri sera.
Una della rosee fantesche venne ad aprire il cancello, e Clennam, entrando, vide innanzi alla casa il cane di Terranova e l’uomo della barca.
– La signorina Minnie non è ancora discesa, signori, – disse la fantesca, facendosi rossa, mentre si avanzavano nel giardino. Poi, volgendosi al padrone del cane, disse: – Il signor Clennam, – e se la svignò.
– È strano, signor Clennam, che ci siamo incontrati poco fa senza conoscerci, – disse l’uomo del cane. (A queste parole il cane subito si chetò). Permettete che mi presenti da me: Enrico Gowan. Un bel posto questo, e stamani ha un aspetto incantevole!
I modi del signor Gowan erano disinvolti, e la voce piacevole; eppure Clennam pensò, che se non avesse preso la ferma risoluzione di non innamorarsi di Carina, avrebbe provato per questo signor Gowan una forte antipatia.
– È la prima volta che ci venite? – domandò il signor Gowan, quando Arturo ebbe fatto anch’egli l’elogio della villetta.
– La prima. Ci son venuto ieri al giorno.
– Ah! Non l’avete vista nella stagione più favorevole. Vorrei proprio che l’aveste vista nella primavera.
Se non fosse stato per quella famosa risoluzione, Clennam, in ricambio di quella cortesia, avrebbe cordialmente desiderato di vedere il suo interlocutore nel cratere dell’Etna.
– Io ho avuto il piacere di vederla in molte circostanze da tre anni in qua, e vi assicuro…. che è un vero Paradiso!
Ah! vedete un po’ il furbo imprudente, cioè se non ci fosse stata quella saggia risoluzione, che osa chiamare un Paradiso questo giardino! E perchè, di grazia? perchè vedeva venir Carina e le dava ad intendere ch’ei la riguardava come un angelo…. Maledetto lui, imbecille!
Ed oh, com’era allegra la bella fanciulla e di quanta luce splendeva! come accarezzava il cane e come la bestia intelligente la riconosceva! quanta espressione in quel rosso acceso delle guance, in quel turbamento, in quegli occhi bassi, in tutta quella felicità timida e repressa! Quando mai l’avea vista Clennam come la vedeva ora? Non già che vi fosse alcun motivo perchè avesse dovuto, o potuto, o voluto vederla così bella ed allegra, o che avesse mai desiderato di vederla così per conto proprio…. ma insomma quando mai l’aveva vista come la vedeva ora?
Egli se ne stava a breve distanza da loro. Cotesto signor Gowan, nel parlare che avea fatto di Paradiso si era mosso ad incontrar la fanciulla e le avea preso una mano. Il cane avea posato le sue grosse zampe sul braccio di lei e appoggiato il capo a quel caro seno. Ella avea riso e dato loro il benvenuto, ed avea fatto molte feste al cane, troppe feste, troppe assai…. supposto che vi fosse stato presente una terza persona innamorata di lei.
– Ella si divincolò e mosse verso Clennam. Poi, porgendogli la mano, gli diè il buon giorno e fece atto graziosamente di appoggiarsi al suo braccio per essere ricondotta in casa. Cotesto signor Gowan non se ne mostrò punto dispiacente. No, egli era troppo sicuro del fatto suo.
Una nube passeggiera oscurò l’allegra faccia del signor Meagles, quando tutti e tre (quattro, a contare anche il cane, e che era il più antipatico essere della brigata, eccetto un altro), rientrarono per la colezione. Nè quella nube, nè la lieve inquietudine da cui fu presa la signora Meagles nel guardare al marito, sfuggirono all’osservazione di Clennam.
– E così, Gowan, – disse il signor Meagles, quasi reprimendo un sospiro, – come state stamani?
– Come al solito. Leone ed io, essendo decisi a non perdere niente nella nostra visita settimanale, ci siamo levati di buon’ora ed abbiamo preso per Kingston, mio attuale quartier generale, dove ammazzo il tempo a fare qualche schizzo.
Poi narrò come avesse incontrato il signor Clennam presso il fiume e come erano passati insieme nella barca.
– La signora Gowan sta bene? – domandò la signora Meagles.
(Clennam prestò ascolto attentamente).
– Mia madre sta benissimo, grazie.
(Clennam non prestò più ascolto).
– Mi son preso la libertà, – proseguì il signor Gowan, – di aggiungere un convitato al vostro desinare di famiglia. Spero che non riuscirà d’incomodo nè a voi nè al signor Meagles. Non ho potuto assolutamente rifiutarmi. Il giovane mi ha scritto, pregandomi di presentarlo; e poichè appartiene ad una buona famiglia, ho pensato che non avreste avuto obbiezione a riceverlo in casa vostra.
– Chi è il giovane? – domandò il signor Meagles con evidente soddisfazione.
– È uno dei Mollusco. Il figlio di Tenace Mollusco, Clarence, che è impiegato nello stesso dicastero del padre. Posso almeno guarentire che il fiume non soffrirà punto da questa visita. Clarence non è capace di appiccarvi il fuoco.
– Ah, ah – disse il signor Meagles. – È un Mollusco? Ne sappiamo qualche cosa di cotesta famiglia, non è vero, Daniele? Per san Giorgio! il fatto è che si trovano in cima! Aspettate. Che parentela ci può essere tra cotesto giovane e lord Decimo Mollusco… Lord Decimo sposò, nel 1779, lady Jemima Bilberry, che era la seconda figlia del terzo letto… no, no! Qui ho preso un granchio! Quella lì era lady Serafina. Lady Jemima era primogenita del secondo matrimonio del quindicesimo conte di Trampoli con la onorevole Clementina Toozelem. Benissimo. Ora il padre del nostro giovane sposò una Trampoli, e il nonno sposò la propria cugina, che era una Mollusco. Il padre del nonno che avea sposato la Mollusco, sposò una Joddleby… Ma adesso vado troppo in su, Gowan. Vorrei sapere soltanto in che parentela si trova il nostro giovane con lord Decimo.
– È presto spiegato. Suo padre è nipote di lord Decimo.
– Nipote…. di…. lord…. Decimo, – ripetè voluttuosamente il signor Meagles, chiudendo gli occhi perchè niente lo distraesse dal gustare il pieno sentore del grande albero genealogico…. – Per san Giorgio, Gowan, avete ragione! Così è appunto.
– E per conseguenza, lord Decimo è suo prozio.
– Ma aspettate! – disse il signor Meagles, spalancando gli occhi quasi per aver fatto una nuova scoperta. – Sicchè dal lato materno, lady Trampoli gli viene ad essere prozia.
– Naturalmente.
– Ah, ah! – esclamò con molto interesse il signor Meagles. – Davvero, davvero! Avremo tanto piacere di far la sua conoscenza. Lo riceveremo alla meglio e così alla buona come siamo soliti; e ad ogni modo, spero bene che non lo faremo morir di fame.
Sul cominciare di questo dialogo, Clennam si aspettava a qualche innocente sfuriata del signor Meagles, sul genere di quella a cui si era abbandonato uscendo dal Ministero delle Circonlocuzioni e tenendo Doyce pel collo. Ma il suo buon amico aveva una debolezza che nessuno di noi ha bisogno di andare a trovar lontano di casa sua, e che nessuna pratica del suddetto Ministero avrebbe potato domare. Clennam diè un’occhiata a Doyce; ma questi, sapendo già da un pezzo di che si trattava, abbassò gli occhi nel piatto, nè fece alcun segno, nè disse parola.
– Vi son molto obbligato, – disse Gowan ponendo termine al discorso. – Il mio amico Clarence è un grande asino, ma è uno dei più cari giovani ch’io conosca!
Prima che la colezione terminasse, fu chiaro che qualunque persona conosciuta da cotesto signor Gowan era più o meno un asino, o più o meno un birbante; ma era, nonostante, il più amabile, il più simpatico, il più semplice, il più sincero, il più gentile, il più caro, il migliore degli uomini ch’egli avesse mai conosciuto. Il processo pel quale si giungeva a questa invariabile conseguenza, quali che fossero le premesse, si poteva determinare dal signor Gowan nel modo seguente: «Io ho il merito di tenere aperto un esattissimo conto corrente a beneficio delle persone di mia conoscenza, portando a libro con una scrupolosa precisione tutto il bene ed il male che ne so. Questo lavoro lo fo così coscienziosamente, che son felice di farvi sapere che il più abbietto degli uomini può anche essere il più caro e degno amico del mondo; e sono in grado di darvi la consolante notizia che vi ha assai meno differenza di quanto possiate credere tra un uomo onesto e un birbante.»
L’effetto di questa lusinghiera scoperta era che il signor Gowan nel darsi un gran fastidio per scoprire in tutti gli uomini le buone qualità, non faceva in realtà che abbassarle, quando ne trovava, mettendo in evidenza le cattive. Del resto, non c’era in cotesto sistema nessun altro lato spiacevole o pericoloso, oltre a quello ora notato.
Nondimeno il signor Meagles non se ne mostrò tanto soddisfatto quanto della genealogia della nobile famiglia dei Mollusco. La nube che Clennam non avea mai visto prima di cotesta mattina sulla fronte di lui, tornò nuovamente ad oscurarla; e la stessa ombra d’inquietudine di poc’anzi apparve sulla faccia serena della signora Meagles,
Più di una volta, quando Carina accarezzò il cane, parve a Clennam che al padre non piacesse quell’atto; e una volta in ispecie, mentre Gowan stava dall’altra parte del cane e piegò il capo nel tempo stesso che la fanciulla, Arturo si figurò di avere scorto delle lagrime brillare negli occhi del signor Meagles che uscì in fretta dalla stanza. Gli parve anche, – o forse non fu la sua che una illusione, – gli parve che alla stessa Carina non isfuggissero cotesti piccoli incidenti; che ella si provasse, con più vive dimostrazioni di affetto del solito, di esprimere al padre quanto bene gli volesse; che perciò appunto rimanesse indietro, nell’andare alla messa e nel tornare a casa, per appoggiarsi al suo braccio. Nè Arturo Clennam avrebbe potuto giurare che più tardi, quando si trovò a passeggiar solo in giardino, non la vedesse così di sfuggita in camera del padre, stringersi con tenerezza grandissima ai suoi genitori e piangere sulla spalla del buon signor Meagles.
Verso la fine della giornata incominciò a piovere; sicchè dovendo per forza rimanere in casa, passarono il tempo un po’ chiaccherando, un po’ osservando le collezioni del signor Meagles. Cotesto Gowan avea sempre da dir qualche cosa sul conto proprio, e lo diceva in modo svelto e divertente.
Pareva essere un artista di professione e di aver passato qualche tempo a Roma; aveva nondimeno il fare leggiero e noncurante di un dilettante. C’era in tutto lui, nella sua devozione all’arte e nelle sue cognizioni speciali, un certo che di equivoco che Clennam non riusciva troppo ad intendere.
Chiamò in suo soccorso Daniele Doyce, mentre se ne stavano insieme a guardare fuori della finestra.
– Voi conoscete il signor Gowan? – domandò a bassa voce.
– L’ho veduto qui. Ci viene tutte le domeniche, quando la famiglia è in viaggio.
– È un artista, a quanto pare dalle sue parole.
– Così… una specie, – rispose Daniele con tuono piuttosto burbero.
– Che specie?… – domandò Clennam, sorridendo.
– Ma… vedete, ha fatto un po’ la corte alle belle arti, come fanno tutti quei damerini di Pall-Mall, – disse Daniele, – e io dubito forte che le belle arti si contentino di esser trattate con tanta freddezza.
Seguitando nelle sue indagini, Clennam scoprì che la famiglia Gowan era una lontanissima ramificazione dei Mollusco, e che il signor Gowan padre già attaccato ad una legazione all’estero, avea finito per buscarsi una pensione in qualità di Commissario di qualche cosa in questa o quella città, ed era morto al suo posto, col salario in mano, nobilmente difendendolo fino agli ultimi estremi.
In considerazione di questo importantissimo servizio, i Mollusco, che allora trovavansi al potere, aveano raccomandato alla Corona di conferire una pensione annua di due o trecento sterline alla vedova; alla quale pensione fu aggiunto dai Mollusco che successero al potere un piccolo alloggio tranquillo ed acconcio nel palazzo di Hampton Court, dove la vecchia signora viveva tuttavia deplorando la degenerazione dei tempi in compagnia di varie altre vecchie signore di ambo i sessi. A suo figlio Enrico Gowan, che aveva ereditato dal padre Commissario una rendita piuttosto insufficiente a campare una vita indipendente, non era uscito facile trovare un collocamento; tanto più che i pubblici uffizi erano rari pel momento, e che il genio del giovane, al primo uscire dalla adolescenza, aveva una speciale tendenza allo studio di quella specie di agricoltura che si occupa della coltivazione dell’avena pazza. Finalmente, egli avea dichiarato di voler fare il pittore; parte perchè una mezza vocazione ce l’avea sempre avuta, e parte per dispetto ai Mollusco che erano al potere e che non erano stati buoni di trovargli un impiego. E così successivamente era accaduto, prima che parecchie signore di nobile ceppo erano state terribilmente disgustate; poi, che degli schizzi del giovane artista erano passati di mano in mano nelle conversazioni della sera, e dichiarati come perfetti Claudes, perfetti Cuyps, perfetti fenomeni; poi ancora che lord Decimo gli avea commesso di fargli il ritratto, e un bel giorno invitando a pranzo il Presidente e il Consiglio in un colpo solo, avea detto con la sua magnifica gravità: «Sapete che in questo lavoro mi pare che ci sia davvero un merito immenso? e finalmente, che la gente di un certo grado s’era data ogni sorta di fastidio per metterlo alla moda. Ma, non si sa come, l’impresa era andata fallita. Il pubblico, pieno di pregiudizi, si era rifiutato a riconoscere il novello genio artistico. Il pubblico si ostinava di proposito deliberato a non ammirare il ritratto di lord Decimo. Il pubblico si incaponiva a credere che per riuscire in qualunque professione, eccetto quella di pubblico ufficiale, un uomo dovesse lavorare dalla mattina alla sera, corpo ed anima, con tutte le forze proprie. Di guisa che il signor Gowan, simile a quel vecchio e consumato cataletto che non è mai stato di Maometto nè di nessun altro, restava sospeso a mezza via tra cielo e terra, da una parte scontento di quello che avea lasciato; dall’altra non meno scontento di quello che non potea raggiungere.
Tale fu la sostanza delle scoperte fatte da Clennam sul conto del signor Gowan, cotesta sera di domenica ed in seguito.
Circa un’ora dopo quella fissata pel desinare, apparve il giovane Mollusco, accompagnato dalla sua lente ad un occhio. Il signor Meagles, in onore delle relazioni di famiglia del nuovo arrivato, avea mandato in cucina per tutto il resto della giornata le due belle fantesche, e posto in loro vece due uomini in abito nero. Il giovane Mollusco, alla vista di Arturo, fu sorpreso e disturbato al massimo grado ed avea balbettato involontariamente: «To’!…. parola d’onore, sapete!» prima di tornar presente a sè stesso.
Anche allora non potè fare a meno di afferrare la prima opportunità per tirare il suo amico nel vano di una finestra e dirgli con quella voce nasale che faceva parte della debolezza generale della sua persona:
– Ho bisogno di parlarvi, Gowan. Sentite. Chi è costui?
– Un amico del padron di casa; mio, no di certo.
– È un radicale arrabbiato, sapete, – disse il giovane Mollusco.
– Davvero? e come lo sapete?
– Perbacco eh! figuratevi che ci si è attaccato ai panni l’altro giorno in un modo tremendo. Andò su in casa e si attaccò a mio padre, fino al punto che fu necessario metterlo fuori. Allora tornò al nostro Ministero e si attaccò a me. Sentite. Vi assicuro che un altro simile non l’avete mai visto.
– Che voleva?
– Perbacco eh! Diceva di voler sapere, sapete! Invase il nostro Ministero, senza aver neppure una lettera di udienza, e disse di voler sapere non so che cosa!
Lo sguardo di indignata maraviglia con cui il giovane Mollusco accompagnò questa rivelazione, gli avrebbe allargato gli occhi tanto da fargli male, se non ci fosse stato l’opportuno sollievo del pranzo. Il signor Meagles, che si era mostrato molto sollecito di prender notizie della salute dello zio e della zia dal nobile convitato, lo pregò di dare il braccio alla signora Meagles. E quando lo vide seduto alla destra della signora Meagles, si mostrò così soddisfatto come se tutta la illustre famiglia dei Mollusco fosse stata presente.
Tutta la schietta allegria del giorno innanzi era distrutta. Quelli che mangiavano il desinare erano, come lo stesso desinare, tiepidi, insipidi, sfatti, – e tutto ciò per colpa di cotesto povero stupidello del giovane Mollusco. Poco parlatore sempre, egli era vittima pel momento di una debolezza speciale che gli veniva dalla presenza di Clennam. Provava una necessità prepotente e continua di guardare a quel signore; il che gli fece cader la lente nella ministra, nel bicchiere del vino, nel piatto della signora Meagles, e gliela fece restar sospesa alle spalle come un cordone di campanello, che più volte gli venne vergognosamente aggiustato da uno degli uomini in abito nero. Indebolito più che mai nelle facoltà mentali dalle perdite frequenti del suo strumento visuale, che si ostinava a non incastrarglisi nell’occhio, e sempre più avvilito tutte le volte che volgeva una occhiata al misterioso Clennam, il povero Mollusco, non sapendo più che si facesse, si metteva nell’occhio cucchiai, forchette ed altre materie estranee appartenenti al servizio di tavola. I quali errori accrescevano a mille doppi il suo imbarazzo, senza però liberarlo dalla necessità di guardare a Clennam. E tutte le volte che Clennam parlava, lo sciagurato giovine era evidentemente preso da un fiero terrore che quel signore, usando di qualche artifizioso pretesto, venisse al punto di voler sapere, sapete!
Non è dunque certo che alcuno dei convitati, eccetto il signor Meagles, passasse il tempo molto piacevolmente. Per conto suo, il signor Meagles se lo godette tutto intiero quel caro giovane Mollusco. Come nella novella la semplice ampollina dell’acqua dorata si muta in fontana, non sì tosto sturata, così appunto pareva al signor Meagles che questo piccolo seme di Mollusco comunicasse alla sua tavola il sentore di tutto l’albero della famiglia. In presenza di lui, le sue franche, belle e cordiali qualità impallidivano; egli si sentiva a disagio, era meno naturale, correva dietro a qualche cosa che non gli apparteneva, ed insomma non era più lo stesso. Quale strana singolarità in un uomo come il signor Meagles, e dove mai potremmo trovare un altro caso simigliante!
Alla fine l’umida giornata della domenica terminò in una umida serata. Il giovane Mollusco se ne tornò a casa in una vettura da nolo, fumando debolmente, e l’antipatico Gowan se ne andò a piedi accompagnato dal suo cane, non meno antipatico del padrone. Tutto il giorno Carina avea fatto di tutto per essere cortese con Clennam, ma Clennam, dopo la colezione, si era tenuto un po’ sulla sua… cioè si sarebbe tenuto sulla sua, se mai fosse stato innamorato della fanciulla.
Quando Clennam fu tornato in camera sua e di nuovo si fu posto a sedere nella poltrona innanzi al fuoco, Doyce bussò alla porta, tenendo la candela in mano, per domandargli come e a che ora avesse intenzione di tornare il giorno appresso in città. Aggiustata questa quistione, Clennam disse qualche parola a Doyce a proposito di cotesto signor Gowan… che gli sarebbe girato pel capo un bel pezzo se mai fosse stato suo rivale.
– Non mi pare che prometta molto, un artista di quella specie, – disse Clennam.
– Nemmeno a me, – rispose Doyce.
Doyce rimaneva in piedi, sempre con la candela in mano, con l’altra mano in tasca, guardando fiso alla fiamma, e mostrando in volto una tranquilla sicurezza che dovessero dire insieme qualche altra cosa.
– Mi è sembrato di vedere un po’ mutato il nostro buon amico, un po’ di malumore dopo la visita di stamani, – disse Clennam.
– Sì, – rispose Doyce.
– Ma sua figlia no? – aggiunse Clennam.
– No, – rispose Doyce.
Vi fu una pausa da ambo le parti. Doyce, sempre guardando alla fiamma della candela, riprese a dire lentamente:
– Il fatto è ch’egli ha menato via sua figlia all’estero due volte, nella speranza di staccarla dal signor Gowan. Egli in certo modo la crede inclinata ad una specie di simpatia per quel giovane, e nutre dei dubbi penosi, – ed anch’io la penso come lui, e son certo che voi fate lo stesso, – sulla felicità di una tale unione.
– Vi è… – Clennam si sentì un nodo alla gola, tossì e si arrestò in tronco.
– Sicuro, siete un po’ infreddato, – disse Doyce, senza guardarlo.
– ….Vi è naturalmente fra loro un impegno…. una promessa di matrimonio? – domandò Clennam con noncuranza.
– No. A quanto mi è stato detto, no di certo. Da parte del giovane ci è stata una domanda di questo genere, ma non se n’è fatto nulla. Dopo il ritorno dall’ultimo viaggio, il nostro amico si è piegato a permettergli una visita alla settimana, ma questo è tutto. Minnie non è capace d’ingannare i suoi genitori. Voi avete viaggiato in loro compagnia, e dovete sapere a quest’ora che legami di affezione esistono in questa famiglia, che non è facile spezzar così presto. Per me, son certo che tra la signorina Minnie e Gowan non c’è nè più nè meno di quel che vediamo.
– Ah! ne vediamo abbastanza! – esclamò Arturo.
Il signor Doyce gli diè la buona notte col tuono di un uomo che avesse udito una trista, per non dire disperata esclamazione, e che cercasse d’infondere un po’ di coraggio e di speranza nell’animo della persona a cui quella fosse sfuggita. Ma forse cotesto tuono era un’altra parte di quel suo fare stravagante, poichè veramente come mai avrebbe egli udito una siffatta esclamazione, senza che anche Clennam l’udisse?…….
La pioggia cadeva posatamente sui tetti e batteva in terra e sferzava le foglie dell’edera, e i rami nudi degli alberi. La pioggia cadeva pesantemente, tristamente. Era una notte di lagrime.
Se Clennam non avesse fatto il proposito di non innamorarsi di Carina; se avesse avuto cotesta debolezza; se, a grado a grado, si fosse persuaso di porre tutto l’ardore e la sincerità dell’indole sua, tutta la potenza della sua speranza, tutta la ricchezza del suo maturo carattere in lei sola; se questo avesse fatto ed ora ad un tratto si fosse accorto che tutto era perduto, egli sarebbe stato cotesta notte immensamente infelice. Ma il fatto era…
Il fatto era che la pioggia cadeva sempre pesantemente, tristamente.

CAPITOLO XVIII.

L’INNAMORATO DELLA PICCOLA DORRIT.

La piccola Dorrit non avea toccato il suo ventiduesimo anno, senza trovare un innamorato. Anche fra quelle sciagurate mura della Marshalsea, il sempre giovane Arciero andava scagliando di tratto in tratto da un arco muffito qualche freccia spennata e riusciva ad imbroccare il cuore di uno o due carcerati.
Però, l’innamorato della piccola Dorrit non apparteneva a cotesta classe onorevole. Era invece il figlio sentimentale di un carceriere. Suo padre nutriva speranza di lasciare a lui, a suo tempo, l’eredità di una chiave immacolata; onde, fin dalla primissima età, aveva avuto cura di renderlo familiare con tutti i doveri inerenti alla carica, e cercato d’instillare nell’animo giovanetto l’ambizione di ritenere in famiglia il chiavistello della prigione. In aspettativa di tale eredità, il giovane assisteva la madre attendendo ad un piccolo spaccio di tabacchi posto alla cantonata di Horsemonger Lane (il padre, sebbene carceriere, non abitava la prigione) che a motivo della vicinanza aveva una clientela piuttosto estesa fra la società dei prigionieri.
Molti anni innanzi, quando l’oggetto della sua fiamma soleva sedere nella poltroncina destinatale presso il cammino del casotto, il giovane John (Chivery era il nome di famiglia), il quale aveva un anno più di lei, l’aveva adocchiata e guardata con un sentimento di maraviglia ammiratrice. Scherzando in compagnia di lei nel cortile, il suo giuoco favorito consisteva nel far le viste di rinchiuderla in questo o in quell’angolo e nel far le viste di concederle la libertà a prezzo di tanti baci reali. Quando fu divenuto grande abbastanza da spiare attraverso il foro della grossa serratura della porta principale, più d’una volta egli avea deposto in terra il desinare o la cena del padre che si raffreddasse pure a suo comodo, nel mentre egli pigliava freddo in un occhio cercando di guardare la sua diva attraverso il foro menzionato di sopra.
Se il giovane John ebbe mai un rilasciamento di fedeltà amorosa in quei giorni poco sentimentali della fanciullezza, quando si è molto inchinevoli a portare le scarpe slacciate e si è beatamente inconsci delle funzioni degli organi digestivi, si era subito affrettato a rinvigorirla e a tenerla dentro ben chiusa. A diciannove anni, la sua mano avea vergato con la calce su quella parte del muro che prospettava in camera della fanciulla, in occasione del giorno natalizio di lei: Benvenuta, o dolce figliuola delle Fate! Ai ventitrè, la medesima mano con grande trepidazione presentava tutte le domeniche un mazzo di sigari al padre della Marshalsea e padre della regina di quell’anima innamorata.
John era piccolo della persona, fornito di gambe piuttosto deboli e di capelli radi e biondi. Uno dei suoi occhi (quello stesso forse che era usato a spiare dalla serratura) era debole anch’esso, e pareva più grande dell’altro, come se fosse in istato di costante stupore. John, oltre a ciò, era molto delicato e gentile. Aveva però grandezza di animo. Era poetico, espansivo, fedele. Quantunque troppo umile in presenza della dominatrice del suo cuore, per potere essere ardito ed intraprendente, John aveva nondimeno meditato l’argomento del suo amore in tutte le sue ombre e la sua luce. Svolgendolo fino ai risultamenti più felici, egli ci avea trovato, senza orgoglio personale, una grande convenienza. Supponiamo che le cose andassero a seconda e che l’unione si effettuasse. Ella, la fanciulla della Marshalsea; egli, il carceriere. In ciò, senza dubbio, vi era una corrispondenza. Supponiamo ch’ei prendesse il posto di carceriere fisso. Ella per conseguenza avrebbe preso ufficialmente possesso della camera dove per tanti anni era stata a pigione. Una bella proprietà era questa. Levandosi in punta di piedi, guardava sul muro di cinta; e, con qualche adornamento di piante rampicanti e due fiori e un canarino e simili, diventerebbe un vero boschetto. L’idea non poteva essere più incantevole. Poi, essendo l’uno e l’altra tutt’una cosa, la prigione stessa veniva ad acquistare una certa grazia speciale. Con tutta la società chiusa al difuori (eccetto quella parte di società che era chiusa dentro); con le sue noie e i suoi travagli noti ad essi, solo per relazione di quei molti pellegrini che con essi prendevano il cammino verso il Tempio dell’Insolvenza; col boschetto di sopra e il casotto di sotto: essi sarebbero discesi dolcemente lungo il ruscello del tempo, in domestica e pastorale felicità. John si strappava le lagrime dagli occhi, completando il quadro con una lapide mortuaria posta nel cimitero della chiesa vicina, proprio di contro al muro della prigione, e che recava la seguente patetica iscrizione:

Alla memoria di JOHN CHIVERY
Sessanta anni carceriere
Cinquanta carceriere in capo
Della vicina Marshalsea
Il quale partì da questa vita
Seguito dall’universale rispetto
XXXI Dicembre MDCCCLXXXVI
In età di ottantatrè anni
E della sua amata ed amante consorte Dorrit
AMY da fanciulla
Che sopravvisse alla perdita di lui
Meno di quarantotto ore
E che spirò l’ultimo fiato
Nella Marshalsea suddetta
Ivi nacque, visse, morì.

I genitori di John non erano ignari dell’attaccamento del loro figliuolo; tanto più che questi, in certe eccezionali occasioni, pigliato da non si sa che febbre, si era condotto con insolita irascibilità verso gli avventori ed avea recato non poco danno allo spaccio. Ma essi, alla loro volta, aveano risoluto la questione in conformità dei voti del giovane innamorato. La signora Chivery, donna avveduta e prudente, avea fatto notare al suo signor marito che l’avvenire del loro John come carceriere sarebbe di molto stato assicurato da una unione con la signorina Dorrit, la quale avea già una specie di diritto sulla comunità dei prigionieri, ed era da tutti grandemente rispettata. La signora Chivery aveva anche fatto notare al suo signor marito che se, da una parte, il loro John possedeva dei mezzi e una carica di fiducia, dall’altra la signorina Dorrit aveva una famiglia, e una nascita; e che il suo sentimento (suo, della signora Chivery) era che due metà fanno un intiero. La signora Chivery, parlando da madre e non da diplomatica, aveva poi, da un altro punto di vista, pregato il suo signor marito di non ricordarsi che il loro John non era mai stato molto forte, e che l’amore entratogli in corpo lo avea già troppo logoro e ridotto a mal partito, senza che si dovesse anche vederlo trascinato a farsi chi sa che male, come potea accadere benissimo, se mai lo si contrariasse.
Tutti questi argomenti aveano avuto tale e tanta efficacia sull’animo del signor Chivery, che era un uomo di poche parole, che più di una domenica avea dato al figliuolo quel ch’ei chiamava «una botta propizia,» volendo significare di raccomandarlo alle mani della Buona Fortuna, che quel giorno stesso gli avrebbe fatto dichiarare la sua fiamma e concesso un pieno trionfo. Ma al nostro John era sempre venuto meno il coraggio di fare la sua dichiarazione; ed era appunto stato in tali occasioni che se n’era tornato tutto irascibile allo spaccio ed avea maltrattato gli avventori.
In questa faccenda, come in ogni altra, l’ultima persona ad essere consultata fu la piccola Dorrit. Il fratello e la sorella ne sapevano qualche cosa e ne aveano profittato per elevarsi di un tanto, servendosene come di un servo-muto da appendervi la lacera e vecchia finzione della loro nobiltà. La sorella affermava cotesta nobiltà, motteggiando e mortificando il povero sospiratore, mentre egli si aggirava nei dintorni della prigione nella speranza di vedere per un momento l’idolo suo. Tip affermava la nobiltà della famiglia e la propria, facendosi innanzi rivestito del carattere del fratello aristocratico, e scagliando in aria nella piccola corte con un suo fare da bravaccio certe minacce allusive alla probabilità che un certo gentiluomo, di cui si taceva il nome, pigliasse pel collo e mettesse a dovere un certo ragazzo imbecille che non si nominava. Nè questi erano i soli membri della famiglia Dorrit che traessero profitto da quel timido amore. No, no. Naturalmente, si dovea supporre che il padre della Marshalsea fosse ignaro affatto della faccenda; la sua povera dignità non poteva scendere così basso. Nondimeno ei si pigliava i sigari tutte le domeniche, e si mostrava assai compiaciuto del dono; qualchevolta anche consentiva perfino a far quattro passi nel cortile, per fumarne uno benignamente, in compagnia del donatore, il quale si sentiva in tali congiunture pieno di orgoglio e di speranza. Con pari sollecitudine e condiscendenza, il buon vecchio accoglieva le finezze di Chivery padre, che gli cedeva sempre la poltrona e il giornale tutte la volte che lo vedeva venire nel casotto di guardia, e che anzi gli aveva detto che se mai gli venisse voglia qualche sera di prendere una boccata d’aria nel cortile esterno e dare un’occhiata alla strada, si accomodasse pure che era il padrone. Della quale cortesia il vecchio non si avvaleva, sol perchè, a motivo della lunga reclusione, non gli veniva mai una voglia di cotesto genere. Del resto, ogni altra cosa che gli si offrisse accettava subito e diceva a volte:
– È una persona estremamente amabile questo Chivery, pieno di attenzioni e di rispetto, ed anche il giovane Chivery; in verità, pare che abbiano il delicato sentimento della posiziona che occupo qua dentro. Una famiglia molto bene educata questo Chivery. La loro condotta mi piace assai.
John, compreso dalla sua devozione, venerava tutta intiera la famiglia Dorrit. Non si sognò neppure un momento di discutere le loro pretensioni: le accettò invece tali e quali, rendendo omaggio alle loro meschine millanterie. In quanto a risentirsi in alcun modo col fratello di lei, egli avrebbe creduto, anche a non essere quel pacifico ragazzo che era, di commettere un delitto, giuocando di lingua o di mano contro quell’inviolabile gentiluomo. Dolevasi di aversi tirato addosso gli sdegni di un’anima così nobile; sentiva però esser questo un effetto necessario della nobiltà dei natali, e si andava studiando di rendersi amica l’anima generosa di Tip. Pel padre di lei, e del gentiluomo caduto in bassa fortuna, dotato di tanta dignità e di maniere tanto distinte e che gli dimostrava, a lui Tip, tanta benevolenza, ei nutriva una venerazione profonda. La sorella di lei ei la considerava un po’ vana ed orgogliosa, ma sempre come una signorina ricca d’infinite doti, la quale non poteva dimenticare il passato. Un attestato istintivo del merito reale della piccola Dorrit e della sua differenza dal resto della famiglia, era questo che il povero ragazzo la stimava e l’amava semplicemente per quella ch’ella era e non altro.
Lo spaccio di tabacco alla cantonata di Horsemonger Lane era tenuto in uno stabilimento rurale, alto un sol piano che godeva il benefizio dell’aria dalle corti della prigione di Horsemonger Lane, e di più il gran vantaggio di una passeggiata solitaria sotto il muro di quel grazioso stabilimento. Lo spaccio aveva aspetto troppo modesto per darsi il lusso di un montanaro scozzese di grandezza naturale,(4) ma ne teneva uno più piccino ritto sopra un’assicella fuori la bottega, il quale pareva un cherubino caduto dal cielo mezzo vestito e tutto vergognoso del fatto suo.
Da questa porta così decorata, una bella domenica, dopo un desinare sbrigato in fretta di carne al forno, il nostro John si avviò per la sua visita periodica; nè già a mani vuote, ma con la sua offerta di sigari. Era tutto lindo e attillato, con un soprabito color castagna, adorno di un bavero di velluto nero tanto grande quanto comportava la piccolezza della sua persona; una sottoveste di seta, infiorata di mazzolini dorati; una magnifica cravatta di un disegno molto in voga a quel tempo, rappresentante dei fagiani lilla sopra un fondo giallognolo; dei pantaloni a righe così larghe, che le due gambe parevano due liuti a tre corde; e finalmente un cappello di gala, molto alto e molto duro. Quando la signora Chivery si accorse che a tutti cotesti adornamenti il suo caro John aveva anche aggiunto un par di guanti bianchi di pelle di capretto, ed una mazza sormontata da una manina d’avorio coll’indice teso quasi a indicargli la via da battere; e quando poi lo vide, in quella pesante tenuta di marcia, svoltare la cantonata a destra, fece notare al signor Chivery, che in quel momento trovavasi a casa, che ella sapeva bene da che parte tirava il vento.
Cotesta domenica appunto i prigionieri avevano ricevuto e facevano gli onori di casa a un gran numero di visitatori, e il loro Padre comune se ne stava in camera sua aspettando i soliti attestati di stima. Dopo aver girato il cortile, l’innamorato della piccola Dorrit, col cuore che gli batteva forte, andò su e picchiò con le nocche delle dita all’uscio del Padre della Marshalsea.
– Entrate, entrate! – disse una voce benevola. La voce del Padre, del padre di lei, del padre della Marshalsea.
Il vecchio stava seduto con in capo il suo berretto di velluto nero, col suo giornale, poca moneta spicciola lasciata come per caso sulla tavola, e due seggiole disposte pei forestieri. Ogni cosa ben preparata per tener la sua Corte.
– Ah, siete voi, John! Come state, come state?
– Non c’è male, grazie. Spero sentir lo stesso di voi.
– Sì, John, sì. Non ho di che lamentarmi.
– Io mi son preso la libertà, signore….
– Eh?…
A questo punto il Padre della Marshalsea soleva alzare le ciglia, prendeva un certo aspetto di amabile distrazione e sorrideva penosamente.
– …..Quattro sigari, signore.
– Oh! (Sorpresa eccessiva pel momento). Grazie, John, grazie tante. Ma veramente io temo di essere un po’ troppo…. No? Ebbene, non se ne parli più. Abbiate la compiacenza di metterli lì sulla mensola del camino, John. E sedete, sedete. Voi non siete un forestiero, John.
– Grazie, signore, obbligatissimo. La signorina…. (qui John si diè a far girare il suo enorme cappello intorno alla mano sinistra)… la signora Amy sta bene?
– Sì, John, sì; sta benissimo. È uscita.
– Davvero?
– Sì, John. Amy è uscita a prendere un po’ d’aria. Questi miei figliuoli vanno fuori spesso. Ma alla loro età, John, la cosa è naturale.
– Sicuro, sicuro.
– Un po’ d’aria. Sì, un po’ d’aria. – Così dicendo, andava dolcemente battendo con le dita sulla tavola ed alzava gli occhi alla finestra. – Amy è andata a prendere un po’ d’aria al Ponte di ferro. Da poco in qua, ella ha preso una certa passione pel Ponte di ferro, e pare che preferisca quella passeggiata a tutte le altre. – Qui tornò alla conversazione. – E così, John, vostro padre non è di guardia oggi?
– No, signore, verrà più tardi.
John diè un’altra giratina al suo cappellone e si alzò dicendo:
– Credo di dovervi dare il buon giorno, signore.
– Così presto? Buon giorno, John. Via, via (con affabilità eccessiva), non badate al guanto, John. Stringetemi la mano lo stesso. Non siete mica un estraneo, voi lo sapete.
Pienamente soddisfatto di una così cortese accoglienza, John tolse commiato. Nel discendere le scale s’imbattè in alcuni prigionieri che menavano su dei nuovi visitatori da presentare al padre della Marshalsea, il quale si trovava appunto per caso a gridare di sopra la ringhiera con voce chiara e spiccata:
– Obbligatissimo del vostro piccolo attestato, John!
L’amante della piccola Dorrit ebbe presto pagato il suo soldo di pedaggio al Ponte di ferro e si diè a voltare gli occhi di qua e di là cercando la nota ed amata persona. Sulle prime ebbe paura di non trovarla; ma nell’accostarsi all’altra riva, la vide ferma ed in piedi, guardando all’acqua del fiume. La piccola Dorrit era assorta nei suoi pensieri, e John avrebbe proprio voluto sapere che cosa la preoccupasse a tal segno. Tutta la selva dei tetti e dei comignoli della città le si spiegava dinanzi, meno dell’usato ingombra di fumo; più in là si vedevano innalzarsi gli alberi delle navi e gli svelti campanili. Forse appunto a queste cose pensava la piccola Dorrit.
La piccola Dorrit restò così a lungo pensosa e così profondamente assorta, che sebbene il suo innamorato le stesse a fianco senza muoversi per un tempo che gli parve eterno, e due o tre volte si fosse allontanato tornando poi al medesimo posto, ella non si mosse punto. Sicchè alla fine il povero John si risolvette ad avanzarsi, facendo le viste di passarle accanto come per caso, e a rivolgerle la parola. Il luogo era tranquillo, e questo o mai più era il momento di parlarle.
Si avvicinò dunque, e la piccola Dorrit non parve udire i passi di lui prima ch’ei le fosse proprio vicino. Quando disse: «Signorina Dorrit!» ella trasalì e diè un passo indietro, con tale espressione di paura in viso ed anche di repulsione, che il poveretto n’ebbe un’angoscia indicibile. Già molte volte la fanciulla avea cercato evitarlo; e da qualche tempo lo evitava sempre. Tanto spesso s’era dato il caso ch’ella avesse mutato cammino e fosse scappata via, nel vederlo venire alla sua volta, che lo sventurato John non potea pensare che tale fatto seguisse proprio per un caso. S’era però lusingato che ciò fosse a cagione di ritrosia o di timidezza, o che ella avesse indovinato lo stato del cuore di lui, ma non mai che si trattasse di avversione. Ed ora ecco che quello sguardo istantaneo avea detto: «Proprio voi! avrei voluto incontrare qualunque altra persona sulla terra, fuorchè voi!»
Non fu che istantaneo quello sguardo e quella espressione, poichè subito ella si rimise dicendogli con la sua vocina gentile:
– Oh, signor John! siete voi?
Ma ella sentiva tutto ciò che un involontario movimento avea detto, nè John lo sentiva meno! Sicchè stettero un poco a guardarsi l’un l’altro, egualmente confusi.
– Temo, signorina Amy, di avervi disturbata, rivolgendovi la parola.
– Sì…. piuttosto. Io…. son venuta qui per star sola, e credeva di esserlo.
– Signorina Amy, io mi son presa la libertà d’incamminarmi da questa parte, poichè il signor Dorrit mi ha detto, per caso, or ora che gli ho fatto visita, che voi….
Ella gli diè più fiera angoscia di prima mormorando «Oh padre, oh padre!» con voce che strappava il cuore e voltando altrove la faccia.
– Signorina Amy, spero di non recarvi alcun dispiacere, parlandovi del signor Dorrit. Vi assicuro di averlo trovato benissimo, e di ottimo umore, ed anzi mi si è mostrato più del solito pieno di cortesia. È giunto perfino a dirmi ch’io non era un forestiero in casa sua, e in tutti i modi mi ha colmato di amabilità.
Con sua ineffabile costernazione il povero innamorato vide la piccola Dorrit voltar la faccia, coprirsela con le due mani, torcersi tutta come se una fiera pena la travagliasse e mormorare intanto: «Oh, padre, come ve ne dà il cuore! caro, caro padre mio, come vi dà il cuore di far questo!»
Il povero ragazzo se ne rimaneva lì a guardarla, con l’anima riboccante di simpatia, ma non sapendo che cosa pensare di tutto ciò, quando ad un tratto la piccola Dorrit, tirato fuori il fazzoletto, si coprì con esso il volto e si tolse di là frettolosa. Sulle prime, John rimase immobile come una statua; quindi si mosse correndo per raggiungerla.
– Signorina Amy, di grazia! Abbiate la bontà di fermarvi un momento. Signorina Amy, se ne siamo a questo, lasciate che me ne vada io. Io ci perderò la ragione, a pensare che ho avuto questa disgrazia di avervi costretta a fuggire.
La voce tremante e la sincerità affettuosa del giovane fecero arrestare la piccola Dorrit.
– Oh, io non so che cosa farmi, – ella esclamò, – non lo so davvero!
Al nostro John, che non l’avea mai vista perdere il dominio di sè medesima, e che fin dall’infanzia l’avea conosciuta così docile e tranquilla, il subito mutamento di cui si sentiva in gran parte cagione, recò un tal colpo, che lo scosse dalla cima del cappellone alla pianta dei piedi. Sentì il bisogno di spiegarsi. Si poteva forse fraintenderlo, si potea credere a qualche sua intenzione o a qualche fatto che non gli erano mai venuti in mente. La pregò dunque che stesse un momento a sentirlo; non gli negasse questo grandissimo favore; gli permettesse di spiegarsi.
– Signorina Amy, io so benissimo che la famiglia vostra è molto al disopra della mia. Sarebbe inutile dissimularlo. Fra i Chivery non c’è mai stato, per quanto io ne so, un Chivery gentiluomo, nè voglio adesso commettere la bassezza di dire una bugia in un affare così importante. Io so benissimo, signora Amy, che l’animo nobile di vostro fratello, e vostra sorella così giustamente mi guardano dall’alto in basso. Quel che tocca a me, e non posso fare altro, è di rispettarlo, di desiderare l’onore della loro amicizia, di alzare gli occhi dal mio basso stato all’altezza loro, – poichè, sia come tabaccaio sia come carceriere, capisco che non è gran che la mia posizione sociale, – e di augurar loro ogni sorta di prosperità.
In verità vi era tanta schiettezza in questo povero ragazzo, e tanto contrasto tra la durezza del suo cappello e la tenerezza del suo cuore (e forse anche della sua testa), che non si poteva non essere commossi. La piccola Dorrit lo pregò che non avvilisse sè stesso e la sua posizione, e sopra ogni cosa che lasciasse stare ogni idea di superiorità da parte di lei. Queste parole valsero a consolarlo un poco.
– Signorina Amy, – egli balbettò, – io ho avuto da molto tempo…. da molti secoli, mi pare io ho avuto in cuore un gran desiderio di dirvi una cosa… La posso dire, signorina Amy?
La piccola Dorrit si scostò di nuovo con un atto involontario e con in volto l’espressione di poco fa. Ma subito dominandosi, traversò frettolosamente la metà del ponte senza rispondere.
– La posso dire…? signorina Amy, io solo questo vi domando umilmente…. se la posso dire. Io ho già avuto la disgrazia di recarvi un dispiacere, senza punto volerlo, lo sa il cielo! e adesso, non c’è pericolo che io parli…. che io dica quella cosa senza il vostro permesso. Saprò essere infelice da solo a solo e temermi tutta per me la disgrazia mia. Perchè dovrei fare infelice e disgraziata una persona, per la quale mi getterei da questo parapetto per darle un momento di piacere! Non dico già che farei una gran cosa, poichè la stessa bravura la farei per due soldi.
L’abbattimento di John in contrasto dell’appariscenza del suo vestito lo avrebbe forse reso ridicolo, se la sua delicatezza non l’avesse reso rispettabile. La piccola Dorrit vide subito come dovesse regolarsi.
– Se non vi dispiace, John, – ella rispose, tremando, ma con voce calma, – poichè siete così gentile da domandarmi se dovete dire altro…. ebbene, se non vi dispiace, John, no.
– Mai, signorina Amy?
– No, John, mai.
– O Signore Iddio! – balbettò il povero ragazzo.
– Ma forse, voi mi permetterete invece di dire a voi qualche cosa. E ve la dirò schiettamente e con la più semplice intenzione possibile. Quando pensate a noi, John, voglio dire a mio fratello, a mia sorella ed a me, non pensate a noi come a persone diverse dagli altri; poichè, qualunque sia stata la nostra condizione di una volta, ed io non la so davvero, è già molto tempo che siamo quel che vedete, e mai più potremo essere altro. E sarà molto meglio per voi e molto meglio per gli altri, se farete così, invece di ciò che fate adesso.
John protestò con tuono dolente che avrebbe fatto di tutto per tenere a mente il consiglio, e che sarebbe stato molto felice di fare ogni cosa che a lei piacesse.
– In quanto a me, – disse la piccola Dorrit, – pensate a me quanto meno potete; sarà meglio per voi. E quando vi accadrà di pensare a me, John, ricordatevi solo della bambina che avete veduto crescere nella prigione, sempre occupata dai medesimi doveri, debole, timida, contenta e senza protettore. E vi prego specialmente di ricordarvi, John, che quando vado fuori della prigione, io son sola e senza protettore.
Sì, John avrebbe fatto tutto quanto ella bramava. Ma perchè stava tanto a cuore alla signorina Amy ch’ei si ricordasse di ciò?
– Perchè, – rispondeva la piccola Dorrit, – vorrei esser sicura che non vi scorderete mai di quest’oggi, e non mi direte più nulla. Ma voi siete così buono che io so di potere aver fiducia in voi; e ne ho della fiducia, e ne avrò sempre. Ve ne do subito una prova, John. Io preferisco questo luogo dove ora parliamo a qualunque altro (il leggiero colorito delle sue guancie era scomparso, ma ora parve all’innamorato che tornasse ad animarle), e può accadere spesso che io mi trovi qui. Io so che basta solo dirvi questo, per esser sicura che non verrete mai più a cercarmi…. Ed io…. Sì, John, ne sono sicurissima!
– Sì, non dubitate, – rispose John. Egli era un disgraziato, ma la parola di lei valeva per lui più che una legge.
– Ed ora addio, John, – disse la piccola Dorrit. – E spero che troverete un giorno una buona moglie, e che sarete felice. È certo che voi lo meritate, e sarete felice, John.
Così dicendo gli porse la mano; e quel cuore che batteva sotto i mazzolini dorati si gonfiò fino all’ampiezza di un cuore di gentiluomo; e il povero ragazzo, non avendo posto per contenerlo dentro di sè, ruppe in lagrime.
– Oh no, non piangete, – disse con accento di pietà la piccola Dorrit. – No, John, no! Addio, John, Dio vi benedica!
– Addio, signorina, addio!
E così la lasciò, dopo aver notato però ch’ella si era posta a sedere all’angolo di una panca, e che non solo appoggiava la piccola mano sul ruvido parapetto del ponte, ma anche la faccia come se avesse grave il capo e fosse triste.
Era una commovente illustrazione della fallacia degli umani disegni, vedere l’innamorato della piccola Dorrit col cappellone cacciato sugli occhi, il bavero di velluto alzato come se piovesse, il soprabito color castagna abbottonato fino alla gola per nascondere la sottoveste di seta dai mazzolini dorati, e il dito della manina di avorio voltato inesorabilmente verso la via di casa, andarsene mogio mogio per le più sudice straducole, e comporre, via facendo, il seguente nuovo epitaffio per una lapide nel cimitero di san Giorgio:

Qui riposano
Gli avanzi mortali di JOHN CHIVERY
Che non fece mai grandi cose
Morto verso la fine dell’anno MDCCCXXVI
Di una passione disgraziata
Pregò all’ultimo respiro che sulle sue ceneri
S’iscrivesse
Il nome AMY
Il che fu fatto come egli voleva
Dai suoi genitori inconsolabili.

CAPITOLO XIX.

IL PADRE DELLA MARSHALSEA IN QUALCHE SUA RELAZIONE SOCIALE.

I fratelli Guglielmo e Federigo Dorrit, passeggiando su e giù pel cortile della prigione (naturalmente dalla parte della pompa, che era la parte aristocratica, poichè il Padre per amore alla sua dignità si mostrava schivo di recarsi nel mezzo dei suoi figliuoli dalla parte plebea, eccetto le mattine di domenica, il giorno di Natale ed in altre solenni cerimonie, della cui osservanza era gelosissimo, ed in cui si degnava di porre la mano sul capo dei fanciulli dei detenuti, benedicendo queste tenere pianticelle di debitori con una benevolenza proprio edificante), i due fratelli dunque, passeggiando insieme su e giù pel cortile della prigione, presentavano uno spettacolo memorabile. Federigo, il libero, era così umile, curvo, appassito; Guglielmo, il prigioniero, era così nobile, affabile, modesto nella coscienza della sua alta posizione; che, solo per questo rispetto, i due fratelli facevano una coppia degna di ammirazione.
Passeggiavano su e giù pel cortile, la sera stessa in cui la piccola Dorrit aveva avuto l’abboccamento col suo innamorato sul Ponte di ferro. Per quel giorno, le cure di stato erano sbrigate, la sala di ricevimento aveva accolto molti visitatori, parecchie nuove presentazioni avevano avuto luogo, i pochi soldi lasciati per caso sulla tavola erano cresciuti, anche per caso, del doppio e del triplo, ed il Padre della Marshalsea prendeva un po’ di sollievo fumando un sigaro. Così, mentre passeggiava, adattando cortesemente il passo all’andatura strascicante del fratello, punto orgoglioso della propria superiorità, ma invece pieno di riguardi per quella povera creatura di Federigo, sopportandolo tale e quale era e respirando la tolleranza dei difetti di lui in ogni boccata di fumo che gli usciva dalle labbra e si innalzava per sorpassare il muro guernito di punte di ferro, il Padre della Marshalsea era proprio da vedersi.
Suo fratello Federigo, dall’occhio spento, dalla mano tremante, dalle spalle curve e dalla mente molto confusa, si strascicava umilmente a lato di lui, accettandone il patrocinio, come accettava ogni incidente di questo labirinto del mondo nel quale si era perduto. Teneva in mano il solito pezzo di carta scura, dal quale di tratto in tratto tirava fuori con due dita una povera presa di tabacco. Annasatala debolmente, volgeva al fratello un’occhiata di ammirazione, si metteva le mani dietro, e ricominciava a strascicarsi a lato di lui, fino a che prendeva un altro pizzico di tabacco, o si fermava a guardarsi intorno, – ricordandosi forse ad un tratto di aver dimenticato il suo clarinetto.
I visitatori si facevano sempre più radi, quanto più le ombre della notte addensavansi, ma il cortile era ancora discretamente popolato, essendochè la maggior parte dei prigionieri erano discesi per accompagnare i loro amici fino alla porta. Nel passeggiare pel cortile, Guglielmo il prigioniero guardava di qua e di là per ricevere i saluti, vi corrispondeva cavandosi graziosamente il cappello, e, pieno di affettuosa sollecitudine, impediva che Federigo il libero urtasse contro i passanti o fosse spinto contro il muro. I prigionieri, considerati come corpo, non erano facilmente impressionabili, ma anch’essi, ciascuno a suo modo, dimostravano che i due fratelli formavano uno spettacolo degno di osservazione e di ammirazione.
– Sei un po’ giù stasera, Federigo, – disse il Padre della Marshalsea. – Hai qualche cosa?
– Qualche cosa? – (Federigo spalancò gli occhi un momento, e subito abbassò il capo e le palpebre). – No, Guglielmo, no. Non ho niente.
– Se ti si potesse persuadere a ripulirti un pochino, Federigo…
– Sì, sì, – rispose il vecchio. – Ma non mi riesce Non mi riesce. Parliamo d’altro. Questo qui è affar finito.
Il Padre della Marshalsea gettò, passando, un’occhiata ad un prigioniero col quale era in buoni termini di amicizia, quasi volesse dire: «È un vecchietto debole questo qui; ma è mio fratello, signore, è mio fratello, e la voce della natura è potente!» e tirò il fratello per la logora manica perchè non andasse ad urtare nel manico della pompa. Nulla sarebbe mancato alla perfezione del suo carattere come guida fraterna, come filosofo e come amico, se avesse soltanto tirato il fratello per non farlo andare ad urtare nella rovina, invece di dargli la spinta come avea fatto.
– Io credo, Guglielmo, – disse l’oggetto del suo affettuoso riguardo, – di essere un po’ stanco, e me ne vado a letto.
– Non ti voglio trattenere, mio caro Federigo; non voglio che tu sacrifichi le tue inclinazioni.
– Il fare ora tarda, l’aria pesante ed anche gli anni, – disse Federigo, – m’indeboliscono.
– Mio caro Federigo, – riprese il Padre della Marshalsea, – credi tu di averti cura abbastanza? credi tu che le tue abitudini siano così precise e metodiche come…. come le mie, per esempio? Per non tornare a quella piccola stravaganza a cui ho accennato testè, io dubito forte, caro Federigo, che tu prenda aria e faccia moto quanto sarebbe necessario. Qui c’è il cortile, sempre a tua disposizione. Perchè non ne profitti più spesso di quel che fai?
– Ah! – sospirò l’altro. – Sì, sì, sì.
– Ma è inutile di dire sì, sì, mio caro Federigo, – persistette con la sua dolce saggezza il Padre della Marshalsea, – quando poi devi fare il contrario di quel che dici. Guarda un po’ il caso mio, Federigo. Piglia esempio da me. La necessità e il tempo mi hanno insegnato quel che debbo fare. A certe date ore del giorno, tu puoi esser certo di trovarmi al passeggio, in camera mia, nel casotto, applicato a leggere il giornale, ricevere le visite, a mangiare ed a bere. Io ho fatto capire ad Amy già da molti anni che il mio desinare, per esempio, mi deve esser servito puntualmente. Amy è venuta su col sentimento della importanza di questo sistema, e tu sai che brava ragazza ella sia.
Il fratello si tenne a sospirare, e strascicando sempre, ripetè come in sogno:
– Ah! sì, sì, sì.
– Mio caro amico, – disse il Padre della Marshalsea, ponendogli una mano sulla spalla e burlandosi di lui con dolcezza (egli era così debole il poveruomo!), questo l’hai già detto una volta, e mi pare, Federigo, che non significhi gran cosa, ancorchè ci voglia mettere un senso riposto. Io vorrei poterti scuotere, mio buon Federigo; tu hai proprio bisogno di essere scosso.
– Sì, Guglielmo, sì, hai ragione, – rispose l’altro, alzando gli occhi spenti in volto del fratello. – Ma io non sono come te.
Il Padre della Marshalsea, con una modesta scrollatina di spalle, disse:
– Oh! potresti essere come me. Tutto sta a vederlo, mio caro Federigo!
E ciò detto, si astenne, nella magnanimità della sua forza, dal calcar la mano sul disgraziato fratello.
Molti addii si dicevano intanto, in questo e in quell’angolo del cortile, come seguiva tutte le sere di domenica, e qua e là, nell’ombra, qualche povera donna, moglie o madre, piangeva con un novello prigioniero. Un tempo era stato in cui lo stesso Padre aveva pianto, nascosto fra le ombre di questo cortile, e con esso lui avea pianto la moglie. Ma, già tanti anni erano passati; ed ora egli era come un passeggiero a bordo di una nave in un lungo viaggio, che, rimessosi dal mal di mare, si mostra insofferente che i nuovi passeggieri presi all’ultimo porto si facciano vincere da cotesta debolezza. Egli avrebbe quasi fatto delle rimostranze ed espressa schiettamente la sua opinione che la gente che non sapea stare senza piangere, non avea che fare nella prigione. Comodi, se non con le parole, dava sempre a vedere il suo dispiacere per coteste interruzioni della generale armonia; e il fatto era così noto, che i delinquenti solevano ritirarsi di fretta quando lo vedevano avvicinarsi.
In quella sera egli accompagnò il fratello fino alla porta con un aspetto di grande sopportazione e clemenza: imperocchè era di buon umore e sentivasi graziosamente disposto a tollerare le lagrime. Alla chiara luce del gas del casotto parecchi prigionieri se ne stavano raccolti a far mostra di sè; alcuni togliendo commiato dalle visite, altri che non aveano visite, guardando il frequente girar della chiave e chiacchierando fra loro e col signor Chivery. L’entrata del Padre produsse naturalmente una certa sensazione; e il signor Chivery, toccandosi il cappello con la chiave (in modo però alquanto brusco), sperò che il signor Dorrit stesse bene.
– Grazie, Chivery, benissimo. E voi?
Il signor Chivery rispose con una specie di sordo grugnito; «Oh! in quanto a me, ottimamente,» essendo questa la solita sua risposta a chiunque gli chiedesse conto della salute, quando stava un po’ ingrognato.
– Ho ricevuto oggi una visita del vostro John. Era lindo e attillato come un vero damerino.
Signor sì, così avea inteso dire il signor Chivery.
Il signor Chivery dovea però confessare, che il suo desiderio era che il ragazzo non buttasse via tanta moneta per fare il signore. Che ne cavava, di grazia? Ne cavava dei dispiaceri. E questi li potea trovare dovunque ed a buon mercato.
– Dispiaceri, Chivery? – domandò il Padre con benevolenza.
– Nulla, nulla. Non ci fate caso. Il signor Federigo esce?
– Sì, Chivery, mio fratello torna a casa per andare a letto. È un po’ stanco, e non si sente troppo bene. Abbiti cura, Federigo, abbiti cura. Buona notte, mio caro Federigo!
Dando la mano al fratello e toccandosi il cappello unto in segno di saluto alla compagnia raccolta nel casotto, Federigo se ne uscì, lentamente strascicandosi, dalla porta che il signor Chivery gli aveva aperta. Il Padre della Marshalsea dimostrò in questa occasione l’amabile sollecitudine di un essere superiore perchè il fratello non si facesse male.
– Abbiate la bontà di tenere un momento la porta aperta, Chivery, quando lo vedete discendere le scale. Sta attento, Federigo! (È così debole poveruomo!) Guarda agli scalini! (È così distratto!) Bada bene quando traversi la strada, Federigo! (Davvero davvero, che non mi piace punto questo suo andar girando in libertà, che da un momento all’altro può capitare sotto una carrozza.)
Con queste parole e con una faccia che esprimeva tutta la sua inquietudine e la grande ansietà protettrice, egli voltò gli occhi alla compagnia raccolta nel casotto: e così chiaramente fece intendere che suo fratello era degno di molta compassione per non trovarsi come tutti loro sotto chiave, che tutti i presenti mostrarono di essere della stessa opinione.
Ma Guglielmo Dorrit non l’accettò senza restrizioni; disse anzi. No, signori, no, non lo avessero a fraintendere. Suo fratello Federigo era, senza dubbio, molto acciaccoso, ed egli (il padre della Marshalsea) avrebbe forse più piacere di saperlo in salvo fra le mura della prigione. Nondimeno, bisognava tener presente che per sopportare l’esistenza lì dentro durante molti anni, si richiedeva una certa combinazione di qualità… via, di qualità morali. Ora, aveva suo fratello Federigo cotesta speciale riunione di qualità? Signori, Federigo era un uomo eccellente, docile, tenero, stimabile ed ingenuo come un fanciullo; ma parrebbe loro che un uomo cosiffatto, quantunque poco sapesse il fatto suo in molte altre parti, si troverebbe bene fra quelle mura? No; egli era persuaso di no. E tolga il cielo, – seguitava a dire, – che Federigo avesse a venirci con altra qualità diversa da quella di un semplice visitatore! Signori, chiunque venisse nella prigione, per rimanervi lungo tempo, dovrebbe possedere energia di carattere per sopportare molte e molte cose. Era tale uomo suo fratello Federigo? No. Essi lo vedevano, anche nello stato presente, abbattuto. La disgrazia lo avea abbattuto. Non avea forza sufficiente per resistere, non abbastanza elasticità per rimanere a lungo in un tal luogo, conservando sempre il rispetto di sè medesimo e la coscienza di essere un gentiluomo. Federigo non aveva (se poteva usare questa espressione) sufficiente elevatezza di animo per riconoscere in quei delicati riguardi e…. e…. negli attestati di stima che per avventura riceverebbe, la bontà della natura umana, il nobile spirito di associazione che animava i prigionieri, e nel tempo stesso la nessuna offesa ai suoi diritti di gentiluomo. Signori, Iddio vi protegga!
Tale fu l’omelia che il padre della Marshalsea ebbe a pronunciare per edificazione della compagnia, prima di tornare nel buio cortile, e di passare con la sua povera dignità innanzi al detenuto in veste da camera che non aveva abiti, e innanzi al detenuto in pantofole che non avea scarpe, e innanzi al grosso fruttivendolo in calzoni di velluto che non avea pensieri, e innanzi al magro commesso di studio in abito nero senza bottoni che non avea speranze, – per risalire la sua povera scala fino alla sua povera camera.
Qui, la tavola era apparecchiata per la cena, e la sua vecchia veste da camera grigia stava pronta sulla spalliera della poltrona presso il fuoco. Sua figlia si ripose in tasca il libriccino delle preghiere (chi sa che non avesse pregato per tutti i prigionieri!) e si levò per dargli il benvenuto.
– Lo zio Federigo era dunque andato via? – domandò ella, aiutandolo a mutar di abito e dandogli il berretto di velluto nero. – Sì, lo zio era andato via. – Avea fatto il signor padre una buona passeggiata? – Ma… non troppo, Amy, non troppo. – No? non si sentiva bene forse?
Mentre la fanciulla se ne stava alle spalle di lui, appoggiata amorevolmente alla spalliera della poltrona, egli teneva gli occhi bassi e guardava al fuoco. Un certo malessere lo prese, che pareva quasi un leggiero senso di vergogna; e quando parlò, lo fece in modo sconnesso ed imbarazzato.
– Qualche cosa, io…. hem!…. non so proprio che cosa deve avere offeso Chivery. Stasera non l’ho trovato… ah!… come al solito, pieno di quei riguardi che… Capisco che le son picciolezze, ma… ma mi disturbano un poco, cara mia, mi disturbano. Non si può dimenticare (qui si diè a voltare le mani di qua e di là e a guardarle attentamente) che…. hem!…. che in una vita come la mia, io mi trovo disgraziatamente di dover dipendere da cotesta gente, a tutte le ore del giorno.
Mentre parlava, egli apriva e chiudeva le mani come valvole, ed aveva così forte coscienza di quell’ombra di vergogna che cercava d’ingannar sè stesso sul senso delle proprie parole.
– Io… ah! non so a che cosa attribuirlo. Non mi riesce davvero di… di figurarmene il motivo. V’era qui una volta un certo Jackson… un carceriere che si chiamava Jackson… (tu non lo puoi ricordare, cara mia, eri molto ragazza allora), e… hem!… e costui aveva un… fratello, e questo… giovane fratello corteggiava la… non dico già che la corteggiasse proprio, ma la… l’ammirava via… rispettosamente ammirava la… non la figlia, la sorella di uno di noi: un prigioniero piuttosto distinto, e starei per dire molto distinto. Si chiamava il capitano Martin, e mi consultò sulla questione se fosse o no necessario che sua figlia…. cioè sua sorella… dovesse offendere il fratello carceriere mostrandosi troppo… ah!… troppo schietta con l’altro fratello. Il capitano Martin era un vero gentiluomo, ed io lo pregai che mi dicesse prima la… la sua opinione. Il capitano Martin, molto rispettato nell’armata, mi disse allora senza punto esitare, che gli pareva che sua… hem!… sorella non era proprio in obbligo di intendere troppo chiaramente il giovane innamorato, e che avrebbe potuto tenerlo in fresco… non ricordo bene se fosse questa l’esatta espressione del capitano Martin; credo anzi che avesse detto tollerarlo per amor di suo padre.. cioè di suo fratello. Non capisco come mai mi è venuta in mente questa storia. Forse perchè non mi è riuscito di spiegarmi il modo di agire di Chivery, ma in quanto alla relazione tra l’uno e l’altro caso, non so vedere….
La voce del vecchio si spense, come se la fanciulla, non avendo più forza di udirlo, avesse a poco a poco levato la mano fino sulla bocca di lui. Per pochi momenti vi fu calma e silenzio profondo; il padre restò rannicchiato nella sua seggiola, e la figlia cingendogli di un braccio il collo ed appoggiato il capo alle spalle di lui.
La cena del Padre della Marshalsea si stava cuocendo in una casseruola sul fuoco, e quando la piccola Dorrit si mosse, fu appunto per servirgli in tavola.
Ciascuno dei due prese il suo solito posto e il vecchio cominciò a mangiare. Ancora non si guardavano in faccia. Il padre cominciò a poco a poco; facendo rumore nel posar sulla tavola il coltello e la forchetta, pigliando bruscamente questo e quell’oggetto, mordendo il pane con rabbia come per vendicarsi di qualche cosa, e con altri atti simiglianti dando a vedere la sua irritazione. Finalmente spinse lontano da sè la scodella e si diè a parlare ad alta voce con la più strana incoerenza:
– Che importa che io mangi o che muoia di fame? che m’importa che una esistenza così miserabile come la mia finisca ora o quest’altra settimana o l’anno venturo? Un povero prigioniero, che campa di elemosine e di avanzi! uno straccione che non possiede altro che la sua disgrazia!
– Babbo, babbo!
Poichè egli si alzava, la fanciulla gli cadde innanzi ginocchioni e levò le mani verso di lui.
– Amy, – proseguì il vecchio parlando basso e con voce che tremava violentemente, e guardandola con occhi stralunati come di pazzo, – io ti dico che se tu mi potessi vedere come tua madre m’ha visto, tu non crederesti mai che sia proprio questa la creatura che hai solo e sempre conosciuto attraverso le sbarre di questa gabbia. Io era giovane, colto, di bell’aspetto, indipendente… sì, perdio! questo era tuo padre, ragazza!… e la gente mi correva dietro e tutti m’invidiavano. Sì, m’invidiavano!
– Caro, caro babbo!
La fanciulla tentò di prendere il braccio tremante ch’egli agitava, ma il vecchio resistette e respinse la mano di lei.
– Se avessi soltanto un mio ritratto di allora, per quanto male fosse fatto, tu ne saresti superba, Amy… ne saresti superba. Ma non l’ho. Che ciò serva di esempio agli altri! Che nessuno manchi, – egli esclamò guardando intorno con gli occhi stravolti, – a conservare almeno questa piccola memoria dei tempi della sua prosperità. Che lasci ai figli suoi questa prova di ciò che è stato, del posto che ha occupato in società. A meno che la mia faccia, quando sarò morto, non riprenda la sua antica espressione… dicono che queste cose accadono, io non lo so… i miei figli non mi avranno mai conosciuto.
– Babbo, babbo!
– Oh, disprezzatemi, disprezzatemi! Torcete gli occhi da me, non mi ascoltate, chiudetemi la bocca, arrossite per me, piangete per me!… E tu pure, Amy, tu pure! Fa tu pure così! Lo fo io stesso! Sono indurito oramai, son caduto troppo basso per darmi pena a lungo anche di questo!
– Caro, caro babbo, cui voglio tanto bene!
Ella gli si stringeva alla persona, cingendolo con le braccia, e a poco a poco lo fece tornare a sedere nella sua poltrona, afferrò il braccio levato e tentò di metterselo intorno al collo.
– Lascialo qui, babbo. Guardami, babbo, dammi un bacio, via! Pensa a me, babbo, un momento solo!
Il vecchio continuò ciò non ostante a discorrere senza nesso; ma dall’irritazione violenta cadde gradatamente in un miserabile piagnisteo.
– Eppure qui mi si rispetta. Ho saputo combattere contro l’avversità. Qui non mi si calpesta in fin dei conti. Va un po’ fuori e domanda chi è il primo personaggio di qui? Ti diranno subito che è tuo padre. Va fuori e domanda chi è il solo del quale nessuno osa prendersi giuoco e che tutti trattano con una certa delicatezza? Tuo padre, ti diranno. Va fuori e domanda quale funerale qui dentro… poichè qui dev’essere, so bene che non potrebbe essere altrove…. farà più rumore e cagionerà più dolore di quanti altri abbiano finora varcato la porta? Quello di tuo padre, ti risponderanno. Ebbene dunque, Amy! Amy! È poi vero che tuo padre sia così disprezzato da tutti? non v’è proprio nulla che valga a redimerlo? non avrai tu altra memoria di lui che la rovina e l’avvilimento? non serberai per lui alcuna affezione quando sarà andato via, povero vecchio abbandonato… andato via per sempre?
Così dicendo, versò per conto proprio delle lagrime da ubbriacone, e alla fine acconsentì a farsi abbracciare dalla figliuola, a farsi accudire, ad appoggiare la sua grigia testa contro la guancia di lei, e seguitò a piagnucolare sulla sua miseria. Poi subito variò il soggetto dei suoi lamenti e stringendola forte fra le braccia, esclamò piangendo: «O Amy, povera orfana abbandonata! oh quei giorni che se l’avea vista dintorno tutta sollecita e laboriosa!» Quindi tornò a parlare di sè, e con voce intenerita le disse quanto più l’avrebbe amato, se l’avesse conosciuto nei tempi felici, e com’ei l’avrebbe data in isposa a un signore, il quale sarebbe stato superbo di lei per riguardo del suocero, e come (qui ricominciò a piangere) ella avrebbe cavalcato al fianco paterno sopra il suo proprio cavallo, mentre la folla (per la quale egli intendeva le persone che gli aveano dato i dodici scellini che aveva in tasca) sarebbe passata umile e rispettosa nella polvere delle vie.
Così, ora vantandosi, ora disperandosi, e sempre mostrando agli atti e alle parole l’avvilimento a cui la prigione lo avea ridotto, la sozzura entratagli nell’anima, egli svelò tutta la degenerazione del proprio cuore alla affezionata figliuola. Nessun altro lo vide mai in cotesti particolari della sua umiliazione. Nè sospettavano i prigionieri, che ridevano nelle loro camere della omelia recitata testè nel casotto, qual lugubre quadro avessero cotesta sera nella loro trista galleria della Marshalsea.
Nella classica antichità si narra di una certa figlia, la quale nudrì il padre prigioniero come la madre avea nudrito lei. La piccola Dorrit, quantunque appartenesse a questa nostra razza moderna tntt’altro che eroica, e non fosse che una semplice inglese, fece assai più, confortando sul suo seno innocente il cuore avvizzito del vecchio, e versandovi sopra una fontana di amore e di fedeltà che non si inaridì mai, per tanti e tanti anni di pene e di sacrifici.
Ella lo calmò; gli domandò perdono se mai fosse stata o paruta disobbediente; gli disse, – e sa il cielo con quanta sincerità! – gli disse che non avrebbe potuto rispettarlo di più, quand’ei fosse stato il favorito della fortuna, onorato e invidiato dal mondo intiero. E quando egli ebbe rasciugate le lagrime e cessato di singhiozzare, e liberatosi da quell’ombra di vergogna, ebbe ripreso l’aspetto ed i modi usati, gli preparò da capo gli avanzi della cena, e sedendogli allato, fu tanto lieta di vederlo a mangiare ed a bere. Imperocchè ora, ravvolto nella sua vecchia veste grigia e coperto il capo dal berretto nero, il vecchio aveva ripreso tutta la sua magnanima maestà; e si sentiva capace di comportarsi verso qualunque prigioniero si fosse presentato a richiederlo di consiglio, come un novello lord Chesterfield, o come il Gran Maestro delle cerimonie morali della Marshalsea.
Per tenerlo distratto, la piccola Dorrit si diè a parlargli della guardaroba. E il vecchio si compiacque di dire che «Sì, veramente, quelle camicie a cui accennava sarebbero molto bene accette, poichè quell’altre che aveva erano già un pochino consumate, ed essendo state comprate bell’e fatte, non gli erano mai andate bene.» Trovandosi così in vena di discorrere e di umore piuttosto ragionevole, ei chiamò poi l’attenzione di lei su quel soprabito, sospeso lì dietro l’uscio, facendole notare che il padre della Marshalsea darebbe un pessimo esempio di trascuraggine ai suoi figliuoli, che già vi erano più che disposti, presentandosi in mezzo a loro con le buche ai gomiti. Gli piacque anche di celiare sulla assenza dei talloni alle scarpe; ma invece si fece grave sull’argomento della cravatta, e le diè il permesso di comprargliene una nuova, quando avesse il danaro sufficiente.
Mentre fumava in pace il suo bravo sigaro, ella rifece il letto e pose in ordine la cameretta per la notte. Allora il vecchio sentendosi un po’ stanco, tra per l’ora tarda e per le emozioni provate, si levò dal seggiolone per benedirla ed augurarle la buona notte.
Durante tutto questo tempo, ei non avea pensato un momento solo alla veste della figlia, alle sue scarpe, a nessuna cosa di cui ella potesse aver bisogno. Nessun’altra persona sulla terra, salvo la stessa piccola Dorrit, avrebbe potuto essere così noncurante di ciò che le mancava.
Egli la baciò più e più volte, ripetendo:
– Dio ti benedica, figlia mia. Buona sera, cara!
Ma il cuore gentile della piccola Dorrit era stato così profondamente ferito da quanto ella avea visto ed udito, che non volea la povera fanciulla lasciar solo il vecchio, per tema che non avesse a ricominciare a lamentarsi e a disperarsi.
– Caro babbo, io non son mica stanca. Lascia che io torno di qui a poco, quando sarai a letto, per sederti vicino.
Ei le domandò con una cert’aria di protezione se la solitudine le pesava.
– Sì, babbo.
– Torna dunque in tutti i modi, Amy.
– Me ne starò tranquilla e non ti darò noia.
– Non ti dar pensiero di me, cara mia, – diss’egli dandole benevolmente pieno permesso. – Torna pure, torna.
Pareva, quando ella tornò, ch’ei sonnecchiasse. Amy raccolse il fuoco nel camino senza far rumore, per paura di destarlo. Ma egli l’udì e domandò chi era.
– Son io, babbo.
– Amy, figlia mia. vieni qui. Debbo dirti una cosa.
Si sollevò un poco nel letto, mentre ella mettevasi in ginocchio per avvicinare il viso a quello di lui. Poi pose la mano fra quelle della figlia. Oh! in quel momento il cuore di padre e quello del padre della Marshalsea battevano forte dentro di lui.
– Amor mio, tu hai menato una ben dura vita qui dentro. Senza compagne, senza ricreazioni, con molti pensieri. Non è vero?
– Non pensare a questo, caro babbo. Io non ci penso mai.
– Tu sai la mia posizione, Amy. Io non sono stato in grado di far molto per te; ma tutto ciò che ho potuto, l’ho fatto.
– Sì, caro babbo, – ella rispose, dandogli un bacio. – Lo so, lo so,
– Corre già il ventesimoterzo anno della mia vita di prigioniero, – riprese a dire il vecchio, con una certa difficoltà di respiro che non era tanto un singhiozzo, quanto un suono spontaneo di approvazione a sè stesso, una momentanea manifestazione di nobile coscienza. – Tutto ciò che ho potuto fare pei miei figli, l’ho fatto. Amy, figlia mia, tu sei di tutti tre quella che io amo di più; ti ho avuto sempre presente, mia cara Amy; e tutto ciò che ho fatto per amor tuo, l’ho fatto spontaneamente e senza mormorare.
Soltanto quell’alta sapienza che tien la chiave di tutti i cuori e di tutti i misteri, potrebbe determinare con sicurezza fino a quel punto un uomo, e specialmente un uomo avvilito come questo, possa ingannare sè stesso. A noi basti notare ch’egli aveva umide le palpebre, e giaceva in atteggiamento sereno e maestoso, dopo aver versato tutta la degradazione della sua vita sulla devota figliuola, sola forse a sopportare il peso delle miserie di lui, sola col suo amore a conservargli quel tanto di dignità umana che gli rimaneva.
Cotesta fanciulla non aveva dubbi, non faceva a sè stessa alcuna domanda, imperocchè era tanto contenta della propria illusione, che gli mostrava il padre come cinto di una aureola. Caro e buon padre mio, amor mio, cuor mio, erano le sole parole ch’ella aveva per lui nel cullarlo al sonno.
Per tutta la notte non lo lasciò un momento solo. Come se gli avesse fatto qualche grave offesa, che tutta la sua tenerezza non bastava a riparare, ella restò a sedere presso il vecchio addormentato, baciandolo di tanto in tanto, trattenendo il respiro e chiamandolo in un dolce mormorio con qualche nome affettuoso. A momenti si traeva da parte, tanto da non intercettare la poca luce del fuoco, e guardandolo all’incerto guizzare della fiamma che cadeva sul volto di lui, dimandavasi se egli avesse quel medesimo aspetto del tempo in cui era ricco e felice, e di quell’altro tempo a venire con l’immagine del quale egli l’avea tanto tempo turbata. A questo pensiero, s’inginocchiò di nuovo presso il letto, e pregò: «Oh risparmiate i suoi giorni! lasciatelo vivere, Signore! Oh proteggete il mio caro padre, che soffre da tanto tempo, che è così mutato e così infelice!»
Solo quando fu venuto il mattino a proteggere ed incoraggiare il prigioniero, ella gli diè un ultimo bacio e lasciò la camera. Quando ebbe leggermente disceso le scale, traversato il cortile deserto, e fu tornata nella sua alta soffitta, i tetti senza fumo e le lontane colline scernevansi al disopra del muro sul fondo chiaro del cielo. Ella aprì pianamente la finestra e guardò verso oriente del cortile. Le punte di ferro che guernivano il muro si tingevano di rosso ai primi raggi, facendo poi delle striscie di un rosso cupo sul sole che si innalzava splendido nei cieli. Nè mai coteste punte erano sembrate così acute e crudeli, nè le sbarre così spesse, nè la prigione così triste ed angusta. Ella andò col pensiero al sorgere del sole sopra fiumi correnti, al sorgere del sole sulla immensità dei mari, al sorgere del sole sulle campagne lussureggianti, e sui folti boschi dove destavansi gli uccelli e stormivano gli alberi; e poi guardò giù alla tomba vivente sulla quale ora sorgeva il sole, e dove suo padre giaceva da ventitrè anni, ed esclamò in uno scoppio di tristezza e di compassione: «No, no, io non l’ho mai veduto in vita mia!»

CAPITOLO XX.

IN SOCIETÀ.

Se il giovane John Chivery avesse avuto voglia e capacità di scrivere una satira sull’orgoglio di razza, non avrebbe avuto bisogno, per trovare degli esempi dimostrativi, di uscire dal seno della famiglia dell’oggetto amato. Avrebbe trovato ampia materia in quel fratello cavalleresco e in quella schifiltosa sorella, così bassi nelle abitudini di tutti i giorni e nondimeno così altamente consapevoli del nome della famiglia; pronti sempre ad accettare o a togliere in prestito dai più poveri, a mangiare il pane degli altri, a spendere il denaro degli altri, a bevere nella coppa degli altri per romperla subito dopo. Ritraendo fedelmente i sordidi fatti delle loro esistenze, e quel loro continuo evocare il fantasma della aristocrazia di famiglia per servirsene da spauracchio contro gli stessi benefattori, il giovane John sarebbe divenuto senz’altro un poeta satirico di prima classe.
Tip avea profittato della libertà, dandosi all’occupazione di bigliardiere. Si era dato tanto poco pensiero di conoscere a chi la dovesse cotesta sua libertà, che Clennam avrebbe potuto risparmiarsi il fastidio di far entrale nella testa di Plornish la necessità del segreto. Chiunque gli avesse fatto una finezza così segnalata, se n’avesse pure le sincere grazie di Tip, e chi s’è visto s’è visto. Sicchè mettendo il piede fuori dei cancelli a così comode condizioni, Tip s’era dato al mestiere di bigliardiere; ed ora di tratto in tratto dava un’occhiata alla piccola corte dove si giuocava a palle, in soprabito verde scuro (di seconda mano) con un colletto lurido e dei lucidi bottoni di metallo (nuovi) e si beveva francamente la birra dei prigionieri.
L’unico punto solido e costante nel carattere alquanto leggiero di questo gentiluomo era questo ch’ei rispettava ed ammirava la sorella Amy. Non già che cotesto sentimento l’avesse mai indotto a risparmiarle un momento di dispiacere o a soggettarsi ad alcuna privazione, quantunque piccola, per amor di lei; ma, fatta la parte a quel senso di egoismo frutto della prigione, ei l’amava. Un altro effetto della corruzione della Marshalsea si notava in questo che Tip riconosceva benissimo che Amy si sacrificava a suo padre, e non avea neppur l’ombra di un sospetto ch’ella avesse fatto qualche cosa per lui stesso.
La nostra istoria non può determinare precisamente quando cotesto egregio giovane e la sorella Fanny incominciassero a tirar fuori lo scheletro della loro aristocrazia per imporre il rispetto e la venerazione alla corporazione dei detenuti. Probabilmente, verso il periodo in cui incominciarono a desinare a spese della carità della corporazione medesima. Certo è che quanto più miserabili e necessitosi, con tanto maggior pompa emergeva dalla sua tomba lo scheletro in questione; e che quando v’era in aria alcun che di più basso e miserabile che all’usato, lo scheletro veniva subito fuori più trionfante che mai.
La piccola Dorrit uscì ad ora tarda il lunedì mattina, poichè fino a tardi dormì il padre, e vi fu poi da preparargli la colezione e da rassettargli la camera. Ella però non aveva impegni per la giornata, sicchè restò a fargli compagnia fino a che, con l’aiuto di Maggy, rimessa a posto ogni cosa, non l’ebbe veduto a muoversi per la sua passeggiata di tutte le mattine (una ventina di metri all’incirca), verso la bottega del caffè dove andava a leggere il giornale. Allora si mise il cappellino ed uscì subito, poichè già da un pezzo avrebbe voluto esser fuori. Quando passò pel casotto, cessò come al solito ogni conversazione; ed un prigioniero, che era appunto arrivato il sabato sera, ricevette da un compagno più stagionato una gomitata nei fianchi, che voleva dire: «Guardate bene, eccola!»
Ella volea vedere la sorella; ma arrivando alla casa Cripples seppe che Fanny e lo zio erano andati al teatro. Avendo preveduto il caso e già deciso di andarli a trovare, la piccola Dorrit si avviò al teatro che si trovava da questa parte del fiume e non molto lontano.
La nostra fanciulla era tanto poca esperta del laberinto di un teatro quanto delle gallerie di una miniera aurifera, e quando fu indirizzata ad una porticina furtiva che aveva un certo aspetto di vegliare tutta notte e pareva nascondersi tutta vergognosa in un vicoletto, la piccola Dorrit esitò un poco ad avvicinarvisi; intimidita anche alla vista di una mezza dozzina di gentiluomini dalla barba ben rasa, dai cappelli a sghembo, e che ronzavano intorno alla porticina e somigliavano non poco agli inquilini della Marshalsea. Riassicurata alquanto da cotesta simiglianza, si rivolse ad uno di essi, chiedendo notizie della signorina Dorrit. Quei signori si fecero da parte per lasciarla passare in un oscuro vestibolo (che veramente più che altro pareva un lanternone spento ed affumicato) dove le giunse all’orecchio il rumore confuso di una musica lontana e di passi leggieri di ballerini. Un uomo che avea tanto bisogno d’aria da parer coperto da capo a piedi di uno strato di muffa turchiniccia, sorvegliava la buia anticamera, dal fondo di un buco in un angolo, come un ragno; e questi le disse che avrebbe mandato su ad avvertire la signorina Dorrit per mezzo del primo signore o della prima signora che si trovasse a passare: la prima signora che si trovò a passare portava un rotolo di carte di musica, mezzo dentro e mezzo fuori del manicotto, e si trovava in una condizione così sciatta e disordinata, che sarebbe stato un atto di carità consegnarla alle mani di una stiratrice perchè l’aggiustasse un po’ con due botte di ferro. Ma, essendo una buona creatura: «Venite con me, – disse, – ve la troverò subito la signorina Dorrit» e la sorella della signorina Dorrit andò con lei, sempre più avvicinandosi, ad ogni passo che dava nell’oscurità, a quel rumore confuso di musica e di danza.
Arrivarono finalmente in una nuvola di polvere, dove una quantità di gente si urtavano e si mescolavano, e dove era una tale confusione di travi dalle forme stravaganti, di tramezzi di tela, di muri, di mattoni, di funi e di cilindri, e un tal miscuglio di luce di gas e luce di giorno, che pareva una scena dell’universo guardata alla rovescia.
La piccola Dorrit, lasciata sola un momento, e spinta ad ogni poco di qua e di là da qualcheduno, avea già perduto la testa, quando udì la voce della sorella.
– Come! sei tu, Amy! e che cosa ti fa venir qui?
– Volea vederti, cara Fanny; e siccome domani debbo star fuori a lavorare tutta la giornata, e sapevo che saresti stata qui fino a stasera, così ho pensato….
– Ma che idea, Amy, che idea di venire fra le quinte! Tu, figurati! chi ci avrebbe pensato mai!
Nel fare queste esclamazioni in un tuono ben poco cordiale, Fanny menò la sorella in una parte meno polverosa della nuvola, dove vedevansi molte seggiole e tavole dorate ammassate insieme, e dove una frotta di ragazze se ne stavano a sedere su qualunque cosa capitasse loro sotto, chiacchierando a coro. Tutte queste ragazze aveano bisogno di una botta di ferro, e tutte aveano un certo lor modo particolare di gettare occhiate da tutte le parti, senza interrompere il loro cicaleccio.
Nel momento stesso che le due sorelle arrivavano, uno stupido ragazzaccio con un berretto scozzese sporse il capo da una trave a sinistra, gridando: «Non tanto chiasso, signorine!» e scomparve. Subito dopo, un signore vispo e brioso, fornito di una lunga capigliatura nera, sporse il capo da una trave a destra, e gridò a sua volta: «Non tanto chiasso, carine!» e scomparve come il primo.
– Che cosa curiosa, Amy, di vederti fra noi altre artiste! – disse la sorella. – Proprio ti assicuro che non ci pensavo punto! E come hai fatto per arrivare fin qui?
– Non so. La signora che è venuta ad avvertirti, ha avuto la bontà di accompagnarmi.
– Vedete un po’ queste acque chete come passano per tutti i buchi! Se fossi stata io, Amy, non ci sarei riuscita di certo, quantunque conosca il mondo assai meglio di te.
Era abitudine della famiglia di porre come un fatto accertato, che Amy era una creaturina semplice e casereccia, sfornita delle grandi e saggie esperienze degli altri. Questa finzione di famiglia serviva in certo modo a protestare contro i servigi resi dalla piccola Dorrit, ai quali non bisognava dare un gran peso.
– Ebbene! che m’hai da dire, Amy? Naturalmente hai per la testa qualche cosa sul conto mio? – domandò Fanny.
Ella parlava in modo come se la sorella, più giovane di lei di due o tre anni, fosse una nonna brontolona.
– Non si tratta d’una gran cosa; ma da che m’hai parlato di quella signora che ti diede il braccialetto….
Lo stesso ragazzaccio di prima sporse il capo dalla trave a sinistra, e gridò: «A voi, signorine!» e scomparve. Il brioso signore dalla capigliatura nera sporse subito il capo dalla trave a destra, e gridò: «A voi, carine!» e scomparve.
Tutte le ragazze si levarono e si diedero a scuotersi e gonfiarsi i gonnellini.
– Sicchè, Amy….? – disse Fanny, facendo come le altre – che cosa stavi per dirmi?
– Da che mi hai detto di quella signora che ti diede il braccialetto che mi hai mostrato, io, Fanny, sono stata un po’ ingiusta sul tuo conto, e veramente ne vorrei sapere qualche cosa di più, se non ti dispiace.
– A voi, signorine! – gridò il ragazzo dal berretto scozzese.
– A voi, carine! – gridò il signore dai capelli neri.
E tutte le ragazze scomparvero in un batter d’occhio; il suono della musica e della danza ricominciò.
La piccola Dorrit si pose a sedere sopra un seggiolone dorato, tutta confusa da coteste rapide interruzioni. La sorella e le altre ballerine restarono molto tempo di là; e durante la loro assenza, una voce (che pareva al suono quella del signore dalla capigliatura lunga) gridava continuamente a tempo di musica: «Una, due, tre, quattro, cinque, sei…. avanti! Una, due, tre, quattro, cinque, sei…. avanti! State attente, carine! Una, due, tre, quattro, cinque, sei… avanti!» Finalmente la voce tacque, e tutte le ballerine tornarono affannate, avvolgendosi negli scialli e preparandosi ad uscire.
– Aspetta un momento, Amy; lasciamole passare avanti, – disse Fanny a bassa voce.
Ben presto si trovarono sole e nel frattempo non accadde altro incidente notevole, eccetto questo che il ragazzo sporse il capo dalla solita trave, gridando: «Tutte domani alle undici, signorine!» e il signore dei capelli neri sporse il capo dalla solita trave, gridando: «Tutte domani alle undici, carine!» ciascuno con la sua solita voce.
Quando furono sole, qualche cosa che parve un tappeto fu arrotolata o altrimenti tolta di mezzo, e scoprì di sotto un gran pozzo, sull’orlo del quale Fanny si chinò, gridando nella buia profondità: «Andiamo, zio!» La piccola Dorrit, facendosi a poco a poco all’oscurità, scorse confusamente la persona del vecchio nel fondo del pozzo, rannicchiata in un angolo, e tenendosi sotto il braccio il suo strumento chiuso nel vecchio astuccio.
A vedere il vecchio musicante sprofondato in quella buca scura, si sarebbe detto che le finestre della galleria superiore con quel po’ di cielo e di luce che lasciavano travedere, fossero stata l’altezza della sua prima fortuna, dalla quale era gradatamente disceso fino a sprofondarsi in quel pozzo. Questo era il posto ch’egli avea occupato per sei notti alla settimana durante molti anni; nè mai era stato visto alzar gli occhi sulla sua carta di musica, ed anzi si riteneva per fermo che non avesse mai veduto rappresentar l’opera. Correvano anche certe leggende che davano a credere ch’ei non conoscesse nemmeno di vista gli eroi e le eroine popolari del suo teatro. Raccontavasi anche di una scommessa fatta dal buffo della compagnia, il quale aveva diretto tutti i suoi visacci al povero clarinetto, senza ottenere che questi se ne accorgesse punto. I tirascene dicevano celiando che il vecchio musicante era morto senza saperlo, e i frequentatori della platea supponevano ch’ei passasse tutta la sua vita, giorno e notte, in orchestra. Alle volte aveano fatto delle esperienze sulla persona di lui, offrendogli qualche presa di tabacco al disopra della ringhiera, ed egli avea sempre risposto a tale attenzione con un momentaneo ridestarsi di gentili maniere che ricordavano il gentiluomo; oltre a questa, non aveva in alcuna occasione altra parte fuori di quella scritta pel clarinetto; e già nella vita privata, dove non c’era parte pel clarinetto, egli non avea parte alcuna. Alcuni lo dicevano povero; altri un ricco miserabile. Egli non apriva bocca, non alzava mai il capo, non variava il suo passo strascicante. Quantunque si attendesse alla chiamata della nipote, pure non la udì che alla terza o quarta volta; nè fu punto sorpreso in vederne due delle nipoti invece di una, ma disse solo con la sua tremula voce: «Vengo, vengo!» ed emerse da qualche passaggio sotterraneo che metteva un gran sentore di canova umida.
– Sicchè, Amy, – disse la sorella, quando tutti e tre furono usciti per quella porticina che pareva vergognarsi di non somigliare alle altre porte (lo zio s’era istintivamente appoggiato al braccio di Amy, come il solo sul quale si potesse contare); sicchè, Amy, sei un po’ curiosa di sapere i fatti miei?
Fanny era bellina, consapevole di questa sua qualità e in conseguenza un tantino orgogliosa; e la condiscendenza con la quale metteva ora da parte la superiorità delle sue grazie e della sua esperienza del mondo, volgendosi alla sorella come da pari a pari, aveva in sè un carattere spiccato delle idee dominanti nella famiglia.
– Tutto ciò che ti riguarda, Fanny, riguarda anche me e m’interessa, – rispose la piccola Dorrit.
– Sicuro, sicuro, e tu sei la migliore delle Amy. Se qualche volta mi mostro un po’ dispettosa, tu devi capire che cosa vuol dire occupare la mia posizione ed avere la coscienza che essa è molto al disotto di me. Figurati che non me ne importerebbe nulla, – aggiunse la figlia primogenita del Padre della Marshalsea, – se gli altri non fossero così volgari. Nessuno di essi è caduto dall’altezza da cui siamo caduti noi. Non hanno mutato di livello. Son volgari, ecco!
La piccola Dorrit guardò tranquillamente alla sorella, ma non l’interuppe. Fanny tirò fuori il fazzoletto e si asciugò gli occhi con un certo dispetto.
– Io non sono nata dove sei nata tu, Amy, e sarà forse per questo che il caso è differente…. Basta, ora che ci saremo levati dai piedi lo zio Federigo, ti dirò ogni cosa. Lo lasceremo alla trattoria dove va a desinare.
Continuando a camminare, arrivarono finalmente in un sudicio vicoletto e si fermarono innanzi ad una sudicia mostra, i cui vetri erano divenuti opachi pei vapori della carne, dei legumi e dei pasticci caldi. Nondimeno con un po’ di sforzo si potea riuscire a discernere una coscia di porco arrosto che versava delle lagrime abbondanti di salvia e di cipolla in un recipiente metallico pieno di salsa; un pezzo sontuoso di vitello arrosto, ed un pasticcio caldo e umido, che fumava in un altro recipiente; un filetto di vitello tagliato a fette trasparenti che sparivano rapidamente, un presciutto che sudava tutto, tanto se n’andava di fretta; una scodella di patate lesse e gommose per l’abbondanza del loro stesso umore; uno o due mazzi di cavoli bolliti, ed altrettante sostanziose e delicate vivande. Nell’interno, scernevansi vari scompartimenti di legno, dietro i quali quegli avventori che trovavano più conveniente di portar via il loro desinare nello stomaco anzi che nelle mani, attendevano nella solitudine a insaccare i loro commestibili. Nel mentre guardavano tutte queste cose, Fanny aprì il suo borsellino, ne tirò fuori uno scellino e lo porse allo zio. Questi, dopo essere stato da un pezzo con la moneta in mano senza guardarla, indovinò a che dovesse servire, e mormorando: «Il desinare, ah si, sì, sì!» lasciò le due nipoti e lentamente disparve nella nebbia culinaria.
– Adesso, Amy, – disse la sorella, – vieni con me, se non ti senti troppo stanca, per camminare fino ad Harley Street, Cavendishsquare.
Il tuono e l’atto con cui gettò lì questo aristocratico indirizzo, e la scossa che diede col capo al suo cappellino nuovo (più grazioso che utile) fecero stupire la piccola Dorrit; la quale si mostrò pronta ciò nonostante ad andare fino a Harley street. Incamminatesi dunque verso quella parte, ed arrivate al nobile quartiere, Fanny si fermò innanzi alla più bella casa della via, e dopo aver bussato alla porta, domandò della signora Merdle. Il servo che venne ad aprire, quantunque avesse il capo incipriato e fosse affiancato da due suoi compagni incipriati come lui, non solo si compiacque di affermare che la signora Merdle era in casa, ma pregò Fanny di voler favorire. Fanny entrò, menando seco la sorella; e tutte e due andarono su per le scale, precedute dal capo incipriato e lasciando giù al portone i due capi incipriati, e furono introdotte, dopo aver traversato molti salotti, in uno spazioso salotto semicircolare, dove era un pappagallo che se ne stava afferrato col becco al di fuori di una gabbia dorata spenzolando le sue gambe scagliose e mettendosi in molte e strane positure alla rovescia. Questa particolarità, – sia detto in parentesi, – è stata anche osservata in uccelli di altra razza molto differente, che si arrampicano sopra fili dorati di diverso genere.
Il salotto era di gran lunga più splendido di quanto la piccola Dorrit s’era figurato, e sarebbe sembrato splendido e sontuoso agli occhi più abituati al lusso. La piccola Dorrit guardò tutta sorpresa alla sorella e le avrebbe fatto una domanda, se Fanny con l’aggrottare delle ciglia non le avesse accennato ad una portiera che chiudeva l’entrata di un’altra camera. Cotesta portiera un momento dopo si mosse, e una signora sollevandola con una mano carica di anelli, se la fece ricadere alle spalle, entrando nel salotto.
La signora non usciva or ora giovane e fresca dalle mani della Natura, ma usciva invece giovane e fresca dalle mani della sua cameriera. Aveva grandi occhi bellissimi e senza espressione, capelli neri molto belli che non dicevano niente, seno largo e ricolmo e perfettamente insipido. Sia perchè fosse infreddata, sia perchè le piacesse quell’ornamento, portava in capo una ricca reticella bianca legata pei due capi sotto il mento. E se vi fu mai un bel mento insignificante, che mostrasse chiaro di non essere mai stato accarezzato dalla mano di un uomo, era proprio quel suo mento volto in su, quasi costretto e tirato dai due capi della reticella.,.
– La signora Merdle, – disse Fanny. – Mia sorella, signora.
– Ho piacere di vedere vostra sorella, signorina Dorrit. Non mi rammentavo che aveste una sorella.
– Non ve l’avea mai detto, signora.
– Ah, sicuro! – La signora Merdle curvò il dito mignolo della mano sinistra, quasi dicendo: «Vi ci ho colta. Sapevo benissimo che non m’avevate detto niente!»
I gesti della signora Merdle erano per lo più con la mano sinistra; poichè le mani di lei non facevano il paio; la sinistra era delle due la più bianca e la più pienotta. Indi aggiunse: «Sedete» e si compose voluttuosamente in un nido di cuscini cremisi ed oro sopra una ottomana poco discosta dal pappagallo.
– Anche artista? – domandò la signora Merdle, sbirciando la piccola Dorrit attraverso della lente.
– No, – rispose Fanny.
– No? – ripetè la signora Merdle, lasciando cader la lente dall’occhio. – In fatti non ha l’aspetto artistico. Molto graziosa, ma niente artistica.
– Mia sorella, signora, – disse Fanny nella quale si notava uno strano miscuglio di ossequenza e di arditezza, – mi ha tanto pregato di dirle, come da sorella a sorella, in qual modo ebbi l’onore di far la vostra conoscenza. E poichè vi avea promesso un’altra visita, mi son presa la libertà di menarla con me, perchè voi le diciate ogni cosa. Io desidero ch’ella lo sappia, e forse voi non vi rifiuterete a dirglielo.
– Credete voi che all’età di vostra sorella… – suggerì la signora Merdle.
– Ella è molto più grande di quanto dimostra, – disse Fanny; – ha quasi l’età mia.
– La società, – riprese la signora Merdle, curvando di nuovo il suo dito mignolo, – è così difficile a spiegarsi alla gioventù, e qualche volta alle persone di età matura, che io son contenta di quanto mi dite. Io vorrei che la società non fosse tanto arbitraria, non fosse così esigente… Zitto, pappagallo!
Il pappagallo avea messo uno strido acutissimo, come se fosse il rappresentante della società in questione e volesse sostenere il suo diritto di essere esigente.
– Ma, – riprese a dire la signora Merdle, – dobbiamo pigliarla come la troviamo. Sappiamo benissimo ch’ella è vuota, convenzionale, mondana, disgustevole, ma a meno che non fossimo dei selvaggi dei mari tropicali, – per me sarei stata felice di nascere in quelle parti; sento dire che vi si mena una vita deliziosa e che il clima è perfetto, – siamo obbligati a consultare cotesta società. È la sorte comune. Il signor Merdle, per esempio, è uno dei primi banchieri; affari sulla più vasta scala, ricchezza ed influenza grandissime, ma anch’egli come gli altri… Zitto, pappagallo!
Il pappagallo avea messo un secondo strido, il quale completava in modo così espressivo la frase interrotta, che la signora, Merdle trovò inutile di aggiungere altro.
– Poichè vostra sorella desidera che io ponga termine alla nostra conoscenza personale, – incominciò di nuovo, volgendo la parola alla piccola Dorrit, – con riferirvi quelle circostanze… che tornano molto ad onor suo, io non posso avere difficoltà a compiacerla. Io ho un figlio… io mi son maritata molto giovane la prima volta, un figlio di ventidue o ventitrè anni.
Fanny strinse le labbra e gettò alla sorella uno sguardo quasi di trionfo.
– Sicuro, un figlio di ventidue o ventitrè anni. È un po’ … scapato, difetto che la società suol perdonare ai giovani, e molto impressionabile. Sarà forse una disgrazia ereditaria. Io stessa sono di natura molto impressionabile. Una creatura debolissima. Mi commuovo per un nulla.
Tutto questo ella diceva con la medesima freddezza di una donna di neve; dimenticando completamente le due sorelle, eccetto che ogni tanto e quasi per caso, e volgendo il discorso alla società in astratto, in onor della quale andava di tratto in tratto raggiustandosi la veste e componendo l’atteggiamento della persona sull’ottomana.
– Sicchè, come dicevo, mio figlio è molto impressionabile. Certamente, se vivessimo nello stato di natura, non sarebbe questa una disgrazia; ma noi non siamo nello stato di natura. È un fatto dispiacevole, senza dubbio, specialmente per me, che sarei una figlia della natura se potessi solo seguire le mie inclinazioni…. Ma così è pur troppo: la società ci reprime e ci domina… Zitto, pappagallo!
Il pappagallo era scoppiato in un violento accesso di riso, dopo aver torto vari ferri della gabbia col suo becco ricurvo, e leccatigli poi con la sua lingua nera.
– È perfettamente inutile di dire ad una persona di tanto buon senso, come siete voi, di esperienza così vasta e di così squisiti sentimenti, – proseguì la signora Merdle dal fondo del suo nido cremisi ed oro, ponendosi all’occhio la lente per rinfrescarsi la memoria e vedere con chi stava parlando, – che la scena esercita qualche volta un fascino sui giovani dotati di cotesta impressionabilità di carattere. Dicendo la scena, voglio intendere le donne che ci vivono. Perciò, quando intesi correr voce che mio figlio era stato affascinato da una ballerina, sapevo benissimo che significato attribuiva la società a coteste cose, e sperai che si trattasse di una ballerina dell’Opera, dove i giovani di società sogliono andare a farsi affascinare.
Così dicendo, diè un’occhiata alle due sorelle e si passò l’una sull’altra le mani bianche e pienotte, facendo con gli anelli che ne ornavano le dita un rumore duro, ed ingrato.
– Vostra sorella vi dirà come restassi sorpresa e… addolorata, venendo a sapere di che teatro si trattava. Ma quando poi scoprii che vostra sorella, rigettando le offerte di mio figlio… in modo, per verità, inaspettato… lo avea portato al punto di farle una proposta di matrimonio, allora provai un’angoscia profonda, indicibile.
Ella si passò un dito sul sopracciglio sinistro per aggiustarne la curva.
– Presa da una agitazione, di cui soltanto una madre… una madre che vive nella società… può essere suscettibile, mi risolvetti a recarmi io stessa al teatro, per far presente alla ballerina lo stato dell’animo mio. Mi feci conoscere a vostra sorella. La trovai con mia grande sorpresa molto diversa per molti rispetti da quella che io me la figuravo; e specialmente per una sua… come chiamarla?… una sua pretensione di famiglia.
La signora Merdle sorrise.
– Io vi dissi, signora, – venne su Fanny, facendosi rossa in viso, – che ad onta della mia attuale condizione, ero al disopra delle mie compagne da potermi considerare di così buona famiglia come vostro figlio; e vi dissi di più che avevo un fratello, il quale se avesse conosciuto il fatto, sarebbe stato dello stesso mio parere, e non avrebbe riguardata cotesta unione come un grandissimo onore per noi.
– Signorina Dorrit, – replicò la signora Merdle dopo averla squadrata freddamente con la sua lente, – appunto questo stavo per dire a vostra sorella per soddisfare il vostro desiderio. Obbligatissima di aver ricordato i fatti con tanta precisione e di avermi prevenuta. Immediatamente… (e qui si volse alla piccola Dorrit)… poichè io non agisco che per impulso, mi tolsi un braccialetto dal braccio e pregai vostra sorella di accettarlo in attestato del mio piacere di potere impegnare le trattative sopra un piede, dirò così, di quasi eguaglianza.
(Tutto questo era verissimo, avendo la nobile dama, nell’andare al teatro, comprato un oggetto appariscente ed a buon mercato, con certe sue vaghe intenzioni di corruzione).
– Ed io vi dissi, signora, – riprese Fanny, – che se noi eravamo disgraziati, non per questo eravamo della gente volgare.
– Sicuro, signorina Dorrit, proprio così. Mi pare che queste siano state le vostre precise parole.
– E vi dissi di più, signora Merdle, – proseguì Fanny, – che se voi mi parlavate della superiorità della posizione sociale di vostro figlio, poteva darsi benissimo che vi foste ingannata nelle vostre supposizioni sulla mia nascita; e che la posizione di mio padre, anche nella società in cui vive attualmente, – e quale fosse cotesta società vi era ignoto, – era eminentemente più alta e da tutti riconosciuta.
– Esattissimo, – notò la signora Merdle. – Avete una memoria invidiabile!
– Grazie, signora. Spero che avrete la bontà di raccontare il resto a mia sorella.
– C’è poco da aggiungere, – disse la signora Merdle, contemplandosi l’ampiezza del seno che pareva essenziale a farvi capire tutta la sua glaciale indifferenza, – ma quel poco torna ad onore di vostra sorella. Io le feci osservare il vero stato della questione; l’impossibilità che la società di cui facevamo parte mio figlio ed io entrasse in relazione con la sua società… per quanto amabile, senza dubbio; la falsa posizione in cui avrebbe messo quella famiglia della quale aveva una così bella opinione, e che noi avremmo dovuto guardare… con disprezzo e (socialmente parlando) evitare con disgusto. In breve, io feci appello al lodevole orgoglio di vostra sorella.
– Ditele pure a mia sorella, se vi piace, signora Merdle, – disse Fanny alzando il capo con una sua arietta impertinente, – che io aveva già avuto l’onore di pregare il vostro signor figlio che si facesse il fatto suo.
– Ebbene, signorina Dorrit, – replicò la signora Merdle, – forse avrei dovuto dirlo prima. Se non ci ho pensato, è stato forse perchè ho avuto presenti le mie apprensioni, ch’ei potesse insistere presso di voi e che voi non foste scontenta. Dissi anche a vostra sorella… parlo di nuovo alla signorina Dorrit che non è artista… che mio figlio, ammesso il caso di un tal matrimonio, non avrebbe avuto da me nemmeno un soldo, e sarebbe rimasto assolutamente un miserabile. Ricordo questo particolare, sol perchè fa parte della narrazione, e non già perchè supponga che esso abbia potuto esercitare sull’animo di vostra sorella altra influenza che quella prudente e legittima che tali considerazioni debbono sempre esercitare su tutti noi, visto il sistema artificiale della società. Finalmente, dopo alcune parole un po’ vivaci da parte di vostra sorella, venimmo alla conclusione che non c’era nulla da temere; e vostra sorella fu così gentile di permettermi di offrirle qualche segno della mia stima, raccomandandola alla mia sarta.
La piccola Dorrit parve dispiaciuta e guardò a Fanny con faccia turbata.
– Ed anche, – riprese la signora Merdle, – di permettermi il piacere di questo ultimo colloquio e di separarmi da lei nella migliore intelligenza. Nella quale occasione, – aggiunse la signora Merdle, levandosi dal suo nido e mettendo qualche cosa nella mano di Fanny,- la signorina Dorrit mi permetterà di dirle addio e di augurarle tante cose.
A questo le due sorelle si levarono, e tutte e tre rimasero in piedi presso la gabbia del pappagallo, il quale andava stracciando e sputando a pezzi un biscotto che teneva nell’artiglio, e pareva quasi farsi beffe di loro, eseguendo una danza pomposa coi contorcimenti del corpo fino a che voltandosi ad un tratto sottosopra, si trascinò tutto intorno alla gabbia con l’aiuto del suo becco crudele e della lingua nera.
– Addio, signorina Dorrit, e tanti augurii, – disse la signora Merdle. – Se potessimo retrocedere fino all’età dell’oro o a qualche cosa di simile, io avrei forse il piacere di conoscere un gran numero di persone amabilissime e piene di talento, dalle quali disgraziatamente son costretta a star lontana. Una società più primitiva sarebbe per me una vera delizia.
Mi rammento, quando recitavo le mie lezioni, di una certa poesia intorno ad un certo Indiano, il cui spirito, ecc., ecc. Se fosse dato a qualche migliaio di persone della nostra società di farsi indiani, io sarei la prima a sottoscrivermi. Ma poichè noi altri che viviamo in società non possiamo farci indiani…. Buongiorno!
Le due sorelle discesero le scale precedute da capi incipriati e seguite da capi incipriati; Fanny altera e la piccola Dorrit umiliata; e si trovarono di nuovo sul lastrico punto incipriato di Harley Street, Cavendish square.
– Ebbene? – disse Fanny, quando furono andate un pezzo senza parlare. – Non hai niente da dire, Amy?
– Oh, io non so che dire! – rispose tutta triste la piccola Dorrit. – Tu non l’amavi quel giovane, Fanny?
– Amarlo? che idea! era un mezzo idiota!
– Mi dispiace tanto… non te l’avere a male, sai… ma poichè vuoi sapere quel che ho da dire, mi dispiace tanto, Fanny, che tu abbia accettato qualche cosa da quella signora.
– Eh via, scioccherella! – esclamò Fanny, scuotendola pel braccio. – Che anima hai tu! Ma sempre così sei stata! Tu non hai mai amor proprio, nè rispetto di te stessa, nè dignità. Tu poi, – aggiunse Fanny con enfasi di disprezzo, – tu che ti lasci correr dietro quel coso stupido e abbietto di un Chivery, e lasceresti mettere il piede sul collo della famiglia, senza mai voltarti indietro.
– Non dir cotesto, Fanny. Io fo per la famiglia tutto che posso.
– Tutto quello che puoi! – ripetè Fanny, facendola camminare a passo più celere. – E soffriresti, dimmi un poco, Amy, soffriresti che una donna come questa, che se avessi un briciolo d’esperienza conosceresti per la più falsa e insolente delle donne, soffriresti che si mettesse sotto i piedi la tua famiglia, senza dirle altro che tante grazie?
– No, Fanny, no di certo.
– E dunque falle pagare la sua insolenza, ragazza stupida che sei! Che altro mezzo hai di pigliarti la rivincita? Falla pagare, e spendi il suo danaro a maggior lustro e decoro della famiglia!
Fino alla casa dove Fanny abitava con lo zio non aprirono più bocca. Quando furono arrivate, trovarono il vecchio che si esercitava tristamente sul suo clarinetto in un angolo della camera. Fanny aveva da preparare una refezione di costolette, porter e tè; e con una sua aria indignata fece le viste di preparare e disporre da sè, quando in effetti era la piccola Amy che tranquillamente faceva tutto. E finalmente sedutesi a tavola per mangiare e bere, Fanny gettò all’aria ogni cosa, e se la pigliò col pane che non era buono, appunto come avea fatto il padre la sera innanzi.
– Se tu mi disprezzi, – ella esclamò, rompendo in lagrime violente, – perchè sono una ballerina, perchè allora mi ci hai posto in questa posizione? Tu avresti voluto vedermi abbassata fino a terra innanzi a cotesta signora Merdle, e lasciarla dire e fare tutto ciò che piacesse, e disprezzarci tutti quanti siamo e dirmelo in faccia. Tutto perchè sono una ballerina!
– Oh Fanny!
– Ed anche Tip, povero diavolo! Padronissima lei di avvilirlo come e quanto le piace, senza che si debba rispondere un ette… forse perchè egli è stato impiegato presso gli uomini di legge, ai docks, e tante altre cose. Sei stata tu, Amy; tutta tua è la colpa. Almeno dovresti aver piacere di sentirne prendere le difese.
Nel mentre di questo dialogo, lo zio Federigo seguitava lamentevolmente a soffiare nel suo clarinetto, staccandoselo di tanto in tanto dalle labbra, preso da una confusa impressione che qualcheduno avea detto qualche cosa.
– E tuo padre poi, il tuo povero padre, Amy. Perchè non è libero per potersi mostrare e dire da sè il fatto suo, tu lo lasceresti così insultare da cotesta gente, senza pure aprir bocca. Se non senti per conto tuo perchè vai a lavorare alla giornata, mi pare che potresti sentire, per la dignità di quel povero vecchio, sapendo tutto ciò che ha sofferto per tanto tempo!
La piccola Dorrit fu profondamente ferita dall’ingiustizia di cotesto rimprovero. Il ricordo della sera innanzi accrebbe di molto il dolore di lei. Non rispose, e si voltò con la sedia verso il fuoco. Lo zio, dopo fatta un’altra pausa, soffiò nello strumento un lamento scordato, e andò avanti nei suoi esercizi.
Fanny se la pigliò con le tazze del tè, e col pane e con ogni cosa, fino a che le durò la collera, e poi protestò, piangendo, di essere la più disgraziata creatura del mondo, e disse che avrebbe desiderato di esser morta. Dopo di che, il suo pianto pigliò una intonazione di rimorso, ed ella si levò e gettò le braccia al collo della sorella. La piccola Dorrit cercò di non farla parlare, ma Fanny rispose che volea e dovea parlare ad ogni costo, e così disse e ripetè cento volte: «Perdonami, Amy! Amy, ti chiedo perdono!» con la stessa vivacità con cui avea detto le parole di cui adesso si pentiva.
– Ma davvero, davvero, Amy, – riprese poi, quando si furono sedute in buon accordo l’una accanto all’altra, – io spero e credo che tu avresti giudicato quest’affare in tutt’altra maniera, se avessi conosciuto un po’ meglio la società.
– Forse sì, Fanny, – rispose la dolce piccola Dorrit.
– Perchè, vedi un po’ , Amy, – proseguì la sorella, pigliando a poco a poco la sua aria di protezione, – mentre tu sei restata chiusa qui dentro a fare una vita casereccia e rassegnata, io sono stata fuori, mi son messa nella società, e può darsi che sia divenuta superba ed altera…. più del dovere forse, non è così?
La piccola Dorrit rispose:
– Sì, oh sì!
– E mentre tu pensavi ad apparecchiare il desinare o a rammendare la biancheria, può essere che per parte mia io pensassi al decoro della famiglia. Questo può essere, non è vero, Amy?
La piccola Dorrit fece ancora segno di sì, mostrandosi in volto più allegra che non fosse in cuore.
– Specialmente perchè noi sappiamo, – continuò Fanny, – che in questa prigione a cui sei rimasta tanto affezionata, c’è un’aria particolare che la fa essere diversa dagli altri punti di vista della società. Sicchè, cara Amy, dammi un altro bacio, e restiamo d’accordo che tutte e due abbiamo ragione, e che tu sei una brava ragazza, tranquilla, domestica e tutta dedita alle faccende di casa.
Durante questo dialogo, il clarinetto avea seguitato a lamentarsi molto pateticamente; ma fu bruscamente interrotto dall’annunzio di Fanny che era ora di andar via; il quale annunzio fu comunicato allo zio col chiudergli quello straccio di musica che avea innanzi e togliergli il clarinetto dalla bocca.
La piccola Dorrit li lasciò innanzi alla porta e affrettò il passo alla volta della Marshalsea. Là più che altrove la notte scendeva subito, e cotesta sera parve alla fanciulla, nell’entrare, di discendere in un fosso profondo. L’ombra del muro stendevasi sopra ogni cosa; portando con sè la tristezza; nè minor tristezza dava al vecchio in veste grigia e berretto di velluto nero, che si volse verso di lei quando sentì aprire la porta della camera buia e malinconica.
– E perchè non attristare anche me? – pensò la piccola Dorrit stando ancora con la porta in mano. – Fanny in fondo non ha forse tutti i torti!

CAPITOLO XXI.

LA MALATTIA DEL SIGNOR MERDLE.

Su quella sontuosa abitazione, che era la casa del signor Merdle in Harley Street, Cavendish square, nessun altro muro meno aristocratico vi stendeva la sua ombra, fuori dei muri che costituivano le facciate degli appartamenti posti all’altro lato della via. Come la più rigorosa e schizzinosa società, le due file di case in Harley Street si guardavano in cagnesco dal loro posto rispettivo. In verità le abitazioni e gli abitanti si rassomigliavano tanto per questo rispetto, che i commensali vedevansi qualche volta seduti in due righe all’ombra della propria grandezza, guardando i vicini di prospetto con la stessa impassibilità delle case.
Tutti sanno come ad un pranzo le due file di convitati che abitano tale o tal altra via rassomigliano alla via medesima. Quelle venti case uniformi e senza carattere alle quali si giunge per le stesse scale monotone, e si suona o si picchia allo stesso modo, tutte circondate da cancelli simili, tutte fornite di uno stesso apparato contro l’incendio, con gli stessi incomodi ornamenti del capo, con certe arie di grandezza da far paura, – chi non le ha trovate a tavola qualche volta? La casa mezzo diruta, la casa che si pretende gotica, la casa passata a stucco, la casa dalla facciata nuova, la casa dalle persiane sempre chiuse, la casa dagli stemmi sempre in mostra, la casa dove il visitatore viene, come il percettore in giro, per riscuotere un quarto…. di idea e non trova nessuno altro che i muri, – chi non le ha trovate a tavola qualche volta? La casa che nessuno vuole e che si può avere quasi per niente, – chi è che non l’ha conosciuta? La casa appariscente appigionata per lungo tempo dal signore che n’è rimasto disingannato e che non gli conviene per nulla, – chi non l’ha incontrata più volte?
Harley Street, Cavendish square, avea coscienza di avere in seno il signore e la signora Merdle. Veramente c’erano anche degli intrusi in Harley Street, ma la nobile contrada non ne sapeva nulla. Harley street si faceva un onore di riconoscere il signore e la signora Merdle. La società riconosceva il signore e la signora Merdle. La società avea detto: «Conferiamo loro il diploma; riconosciamoli e facciamoli riconoscere.»
Il signor Merdle era immensamente ricco, di una prodigiosa audacia commerciale, un Mida senza le orecchie, che mutava in oro tutto ciò che toccava. In tutte le buone intraprese si trovava lui, da un affare di banca a una fabbrica. Sedeva in Parlamento, naturalmente. Aveva il suo studio nella City, necessariamente. Era Presidente di questo, Amministratore di quello, Direttore di quell’altro. I più influenti personaggi domandavano ai presentatori di progetti: «Che nomi ci avete? avete Merdle?» E ad una risposta negativa, aggiungevano: «Allora non se ne fa nulla.»
Erano già quindici anni che questo grande e fortunato uomo avea fornito un nido di cremisi ed oro a quell’ampio seno che avea bisogno di tanto spazio per farci capire la sua insensibilità. Non era quello un seno da riposarvi il capo stanco, ma era un seno stupendo per appendervi dei gioielli. Il signor Merdle avea appunto bisogno di qualche cosa per appendervi dei gioielli, ed all’uopo avea fatto acquisto di quel seno. Storr e Mortimer, i due famosi gioiellieri, avrebbero scelto una moglie secondo lo stesso principio di speculazione.
Come tutte le altre sue speculazioni, questa del seno era riuscita a maraviglia. I gioielli messi in mostra fecero un effetto bellissimo. Il seno, ricevuto in società coi gioielli che vi erano esposti, destò la universale ammirazione. In seguito dell’approvazione della società, il signor Merdle fu soddisfatto. Egli era il più disinteressato degli uomini; faceva tutto per la società, serbando per sè il meno possibile di tutti i suoi guadagni e le sue cure.
O piuttosto, si potrebbe supporre che niente gli mancasse; altrimenti con la sua illimitata ricchezza si sarebbe procacciato ciò che voleva. Ma il suo primo e più forte desiderio era di soddisfare la società (qualunque cosa fosse), e di accettare tutte le cambiali di convenienza e di cortesia che la società traeva su lui. Non brillava nelle conversazioni; non avea molte cose da dire; era un uomo riservato, con un testone inclinato ed osservatore, con le guance accese di quello speciale colorito che è piuttosto un segno di riscaldamento che di salute; con una tal quale espressione di inquietudine all’estremità delle maniche del soprabito, come se fossero nella sua confidenza e avessero delle particolari ragioni per essere ansiose di nascondergli le mani. In quel poco che diceva era un uomo abbastanza piacevole; semplice e alla buona, ma grave ed enfatico sul capitolo della fiducia pubblica o privata, e tenace quanto mai rispetto alla deferenza che ognuno doveva avere in ogni cosa verso la società. Nella quale per altro (se era quella stessa che veniva ai suoi pranzi, e ai ricevimenti e ai concerti della signora Merdle) non pareva ch’ei si divertisse gran fatto, e per lo più c’era da trovarlo appoggiato ai muri o dietro le porte. Similmente, quando usciva di casa propria per andare a trovare cotesta società, dava a vedere una certa stanchezza e una mezza disposizione di andare a letto. Nondimeno non cessava dal coltivarla, dal frequentarla, e dallo spendere per essa il suo danaro con una liberalità maravigliosa.
Il primo marito della signora Merdle era stato un colonnello, sotto i cui auspicii il famoso seno era entrato in competenza con le nevi dell’America settentrionale, e perdendoci poco in fatto di bianchezza, non ci avea punto scapitato dal lato della freddezza. Il figlio del colonnello era l’unico figlio della signora Merdle: un capo stupido, sopra due spallacce, e nel complesso una figura non tanto di un giovane, quanto di un ragazzo gonfiato. Avea dato così pochi segni di ragione, che fra i suoi compagni correva voce che il cervello suo si era gelato in un gran freddo che c’era stato a Saint John, New Brunswick, all’epoca della sua nascita, e che da quel momento non si era più sciolto.
Un’altra voce affermava che nei giorni dell’infanzia, per negligenza di una balia, egli era caduto col capo in giù da una finestra sul lastrico della via, dove dei testimoni degni di fede aveano inteso scricchiolare l’osso del cranio. È probabile che l’una e l’altra storiella fossero d’invenzione posteriore ad altri fatti, poichè il nostro giovane gentiluomo (il cui nome espressivo era Sparkler)(5) aveva la monomania di fare offerte di matrimonio ad ogni sorta di signorine poco desiderabili, e di dire sempre di ciascuna a cui faceva le sue proposte coniugali che davvero era una ragazza belloccia… e proprio bene educata… e senza sciocchezza e pregiudizi.
Un figliastro, dotato di così meschina intelligenza, avrebbe potuto essere un guaio serio per un altro uomo; ma il signor Merdle non avea bisogno di un figliastro per sè stesso; ne avea bisogno per far piacere alla società. Il signor Sparkler essendo stato nel reggimento delle Guardie, ed abituato a mostrarsi a tutte le corse di cavalli, a tutti i passeggi, a tutte le conversazioni, ed essendo per conseguenza molto conosciuto, la società ne era soddisfattissima.
E il signor Merdle avrebbe sempre considerato questo suo figliastro come un ottimo affare ed a buon mercato, anche a doverlo pagare il doppio del prezzo.
Fu dato un gran pranzo nel palazzo di Harley Street, la sera stessa che la piccola Dorrit se ne stava accanto al padre cucendogli le camicie nuove; e vi erano magnati della Corte, magnati della Borsa, magnati della Camera dei Comuni e magnati della Camera dei lordi, magnati della Magistratura e magnati del Foro, magnati del Clero, magnati del Tesoro, magnati dell’Esercito, magnati dell’Ammiragliato, – tutti insomma i magnati che fanno andare avanti la barca…. quando non la fanno andare indietro.
– Ho inteso dire, – notò un membro dell’Episcopato a un membro dell’Esercito, – che il signor Merdle ha fatto un altro gran colpo di borsa. Si parla di un cento mila sterline.
Il membro dell’Esercito avea inteso dire duecento.
Un membro del Tesoro avea inteso trecento.
Un membro del Foro, gesticolando in modo argomentativo con la scatola degli occhiali, non era punto sicuro che non fossero quattrocento. Trattavasi di uno di quei colpi felici di calcolo e di combinazioni, il cui effetto non era facile valutare; uno di quei rarissimi esempi di colpo d’occhio sicuro congiunto ad una fortuna costante e ad una audacia caratteristica. Ma ecco qua il collega Bellows, che avea preso parte a quel grande affare della Banca, e che probabilmente ne sapeva di più. A che cosa attribuiva il collega Bellows cotesto nuovo successo del signor Merdle?
Il collega Bellows s’era avviato a far la sua riverenza al seno abbondante, ed ebbe appena il tempo di dire passando, di avere inteso affermare con grande apparenza di verità, che l’affare ammontava per lo meno a cinquecento mila sterline.
Il membro dell’Ammiragliato disse che il sig. Merdle era un uomo prodigioso; il membro del Tesoro disse che il signor Merdle costituiva un nuovo potere nel paese ed era in grado di comprare in un colpo l’intiera Camera dei Comuni, il membro dell’Episcopato disse di esser felice pensando che cotesta ricchezza affluiva nelle casse di un signore che era sempre disposto a mantenere e difendere gli interessi della società.
Il signor Merdle, in simili occasioni, avea l’abitudine di farsi aspettare, come colui che è ritenuto nella stretta di gigantesche intraprese, quando gli altri uomini si sono sbrigati delle loro meschine occupazioni della giornata. Cotesta sera arrivò ultimo di tutti. Il membro del Tesoro disse che il signor Merdle era un po’ schiavo dei suoi affari; il membro dell’Episcopato disse di esser felice pensando che tanta ricchezza affluiva nelle casse di un signore che l’accettava con cristiana umiltà.
Cipria, cipria dappertutto! ce n’era tanta nei capelli dei servi, che il profumo se ne mischiava al desinare. Delle molecole ne cadevano nelle vivande; e la società mangiava la carne col condimento di un servidorame di primo ordine. Il signor Merdle diede il braccio ad una contessa che era nascosta in qualche parte fra le pieghe di una immensa veste verde, come il cuore di un cavolo nella massa delle foglie. Cotesta veste si vedeva scendere per le scale, senza neppur sospettare che vi fosse sotto la personcina di una donna.
La società ebbe a cotesto pranzo tutto il possibile ed il desiderabile. Ebbe quanto vi può essere da ammirare, quanto vi può essere da mangiare, quanto vi può essere da bere. Giova sperare che si divertisse: in quanto al signor Merdle, la sua parte individuale di comunicazione non valeva più di uno scellino. Il maestro di casa era, dopo il famoso seno, la cosa più magnifica e solenne della giornata. Era il personaggio più maestoso di tutta la società. Non faceva niente per verità, ma guardava come pochi altri uomini avrebbero potuto fare. Era l’ultimo dono fatto dal signor Merdle alla società. Il signor Merdle non avea bisogno di lui, ed anzi si sentiva confuso e imbrogliato quando quella grossa e maestosa creatura gli metteva gli occhi addosso; ma l’inesorabile società lo voleva, e il signor Merdle gliel’avea dato.
Al momento giusto, quando le mense furono levate, la contessa invisibile trasportò in un’altra sala il suo abito verde, aprendo la marcia e la sfilata delle beltà fu chiusa dal seno. Il membro del Tesoro disse: «È una Giunone!» Il membro dell’episcopato disse: «È una Giuditta!»
Il membro del Foro impegnò discussione col membro dell’Esercito a proposito delle corti marziali. Il collega Bellows e il membro della Magistratura vi presero parte. Gli altri magnati a uno e a due tennero dietro alle signore. Il signor Merdle rimase a sedere in silenzio guardando la tovaglia. Di tanto in tanto qualche nobile convitato gli volgeva la parola per dirigere verso la sua parte il corso della conversazione; ma il signor Merdle di rado vi faceva attenzione, ovvero si limitava a scuotersi un momento per passare il vino, e tornava subito a sprofondarsi nelle sue meditazioni aritmetiche.
Quando si levarono di tavola, erano tanti i magnati che aveano qualche cosa da dire personalmente al signor Merdle, che questi tenne delle piccole udienze presso la credenza biffando i nomi di ciascuno di essi dalla sua lista immaginaria.
Il membro del Tesoro sperò che gli si permettesse congratularsi con uno dei più rinomati capitalisti e principi del commercio (questa era una frase fatta che gli era servita mille volte alla Camera dei Comuni), in questa novella occasione. Accrescere e divulgare i trionfi di tali uomini era un accrescere e divulgare i trionfi e le risorse della nazione; e il membro del Tesoro nel prendere al fatto tanto interesse, non da altro sentivasi animato (il signor Merdle non ne dubitasse) che dai più puri sentimenti di patriottismo.
– Grazie, – disse il signor Merdle, – grazie. Accetto con orgoglio le vostre congratulazioni, e son lieto della vostra approvazione.
– Badiamo però, mio caro signor Merdle, che io non approvo senza riserva. Imperocchè, – e qui il membro del Tesoro pigliò sorridendo il signor Merdle per un braccio, lo fece voltare verso la credenza e continuò scherzosamente, – voi non vi potete certo dar la pena di pensare a noi per venirci in soccorso….
Il signor Merdle disse di sentirsi altamente onorato dal…
– No, no, -interruppe il membro del Tesoro, – non è questa la luce, sotto la quale un uomo dotato di uno spirito così pratico e di tanta previdenza deve guardar la questione. Se mai potessimo aver la sorte di proporre a un uomo così eminente…. di unirsi a noi e di prestarci l’appoggio della sua influenza, delle sue cognizioni e del suo carattere, noi gli porremmo innanzi la proposta come un dovere; sì, come un dovere che egli dovesse compiere verso la società.
Il signor Merdle dichiarò che la società gli stava a cuore come la pupilla degli occhi e che i diritti di lei doveano andare innanzi ad ogni considerazione. Il membro del Tesoro si allontanò, e il membro del Foro subentrò.
Il quale, con la piccola riverenza insinuante che soleva fare ai giurati, e scherzando con la sua lente argomentativa, sperò che gli si sarebbe perdonato di far notare ad un uomo che sapeva fare il miracolo di mutare in sorgente di bene ogni sorgente di male, e che da tanto tempo andava spargendo tanto lustro sugli annali di questo paese commerciale, – di far notare così, disinteressatamente, e nella sua qualità, per dirla con una pedantesca espressione di avvocato, di amicus curiae, un fatto del quale era venuto per caso a conoscenza. Egli era stato invitato ad esaminare certi titoli di una estesissima proprietà posta in una delle contee dell’est, e propriamente (poichè il signor Merdle sapeva bene che a noi altri avvocati piaceva di esser precisi nei fatti) sui confini di due delle nostre contee. Ora, i titoli erano solidi, e la proprietà avrebbe potuto essere acquistata da chiunque disponesse di moneta (qui, riverenza pei giurati come sopra, e gesto argomentativo con la lente) a condizioni estremamente vantaggiose. Tutto ciò era venuto a notizia del membro del Foro quella stessa mattina, ed egli avea subito pensato: «Questa sera avrò l’onore di trovarmi a pranzo dal mio stimabile amico signor Merdle, e così a quattr’occhi e con perfetta riservatezza lo metterò a parte della buona occasione.» Una compra cosiffatta avrebbe dato al compratore non solo una grande e legittima influenza politica, ma gli avrebbe anche fatto disporre di una mezza dozzina di cure di una rendita annuale niente affatto indifferente. Ora, che il signor Merdle non si trovasse punto imbrogliato a scoprire nuovi mezzi da investire i suoi capitali e da esercitare le forze e l’attività del suo ingegno, il membro del Foro sapeva benissimo; nondimeno egli avrebbe osato accennare ad un dubbio sortogli così nella mente, se cioè un uomo che meritamente avea conquistato una così alta posizione ed una riputazione europea non fosse in obbligo non già verso sè stesso, ma verso la società…. di far sue coteste influenze per impiegarle…. non già nell’interesse proprio, o del suo partito ma nell’interesse della società….
Il signor Merdle espresse nuovamente la sua profonda devozione a cotesto oggetto della sua costante sollecitudine, e il membro del Foro andò a portare nel salotto la sua lente argomentativa. Il membro dell’Episcopato si trovò allora per caso ad avvicinarsi di traverso e quasi strisciando verso la credenza.
Certamente (così gli venne fatto di notare al nobile ecclesiastico), i beni di questo mondo non avrebbero potuto avere migliore destinazione che allorquando accumulavansi sotto il tocco della verga magica degli uomini prudenti e sagaci, i quali, apprezzando giustamente il valore delle ricchezze (qui il membro dell’Episcopato pigliò un certo aspetto come se fosse un pezzente), riconoscevano però l’importanza che coteste ricchezze, bene amministrate e distribuite con giudizio, avevano sul benessere di tutta la vasta famiglia dei nostri simili.
Il signor Merdle espresse umilmente la convinzione che non fosse diretta a lui l’allusione del membro dell’Episcopato; e subito dopo con una grande inconseguenza espresse la sua grande soddisfazione per la stima professatagli dal nobile prelato.
Questi allora, mettendo un po’ avanti con mondana sveltezza una gamba destra molto ben fatta, quasi volesse dire al signor Merdle: «Non badate al mio grembiale officiale…. è questione di forma!» pose il caso seguente al suo egregio amico:
«Era mai venuto in mente al suo buon amico, che la società potesse non senza una certa ragione sperare che un uomo così fortunato nelle sue intraprese e che dall’alto del suo piedistallo poteva esercitare, col proprio esempio, tanta efficacia su cotesta società, spargesse un po’ delle sue ricchezze per una missione in Africa o altra cosa simile?»
Il signor Merdle dichiarò di voler seriamente meditare la questione, e il membro dell’Episcopato pose subito un secondo caso: «S’era mai interessato il suo buon amico alle operazioni del nostro Comitato di dignitari per l’aumento dei salari ecclesiastici, e gli era mai venuto in mente che sarebbe stato un gran concetto molto bene tradotto in fatti spargere un po’ delle sue ricchezze verso quella parte?»
Il signor Merdle fece una risposta simile alla prima, e il membro dell’Episcopato spiegò il perchè della sua domanda.
La società faceva assegnamento sugli uomini come il signor Merdle per cotesto genere di cose. Badasse bene il suo buon amico che non era un individuo, che faceva assegnamento su lui, ma la società tutta quanta. Come pure non era già il nostro Comitato che richiedeva dei dignitari aggiunti, ma la società stessa che moriva dalla voglia di averne. Il suo buon amico stesse pur certo ch’egli era estremamente sensibile alla considerazione che il suo buon amico dimostrava, tutte le volte che ne avesse il destro, per gli interessi della società; ed ei credeva di essere appunto il rappresentante di cotesti interessi, l’espressione del sentimento sociale, augurando al signor Merdle un accrescimento di ogni cosa in generale.
Ciò detto, il nobile prelato prese anch’egli la via del salotto, e gli altri magnati l’uno dopo l’altro gli tennero dietro, fino a che non restò altri nella sala da pranzo che il solo signor Merdle. Il quale, dopo aver contemplato un gran pezzo la tovaglia, fino ad accendere di nobile indignazione l’anima del suo maestro di casa, si avviò lentamente in coda a tutti i convitati, perdendo ogni importanza individuale col confondersi nella corrente di nobili personaggi su per la grande scala. La signora Merdle sta al suo posto, i più bei gioielli erano messi in mostra sul seno, la società aveva tutto ciò che era venuta a cercare; il signor Merdle, ridottosi in un cantuccio, bevve un paio di soldi di tè e n’ebbe d’avanzo.
Fra i magnati della serata era un famoso medico, che conosceva tutti ed era da tutti conosciuto. Entrando nella sala, andò difilato verso il signor Merdle che sorseggiava il suo tè e lo toccò sul braccio.
Il signor Merdle trasalì.
– Oh! siete voi, dottore!
– Andiamo meglio oggi?
– No, – rispose il signor Merdle, – non vado meglio.
– Peccato ch’io non v’abbia visto stamane. Passate da me domani, o permettete che io venga da voi.
– Ebbene, sì! domani, passando con la carrozza, scenderò un momento.
Il membro del Foro e il membro dell’Episcopato erano entrambi stati presenti a questo breve dialogo, e mentre il signor Merdle veniva portato via dalla folla, ne fecero le loro osservazioni al dottore. Il membro del Foro disse esservi un certo limite agli sforzi della umana intelligenza oltre il quale non si poteva andare; che cotesto limite variava secondo il tessuto del cervello e la natura di ciascuna costituzione, com’egli aveva avuto agio di notare in parecchi dei suoi dotti colleghi; ma che, varcato di un sol capello cotesto limite, ne seguiva necessariamente la depressione morale e la dispepsia. Ora, senza punto voler penetrare nei sacri misteri della scienza, egli teneva per fermo (solita riverenza ai giurati e gesto argomentativo con la lente) che appunto questo era il caso del signor Merdle. Il membro dell’Episcopato disse che, nella sua gioventù, avendo contratto per breve tempo l’abitudine di scrivere sermoni tutti i sabati (abitudine che i giovani figli della chiesa dovrebbero evitare a tutto potere), si era spesso sentito preso da una certa depressione ch’egli attribuiva a soverchio lavorio della mente; depressione che un torlo d’uovo battuto da quella buona donna in casa della quale dimorava, un buon bicchiere di Xeres, un po’ di noce moscata e dello zucchero in polvere facevan sparire come per incanto. Senza aver la pretensione di sottoporre un rimedio così semplice alla considerazione di un così profondo professore della grande arte del guarire, egli osava però domandare se mai, posto l’abbattimento del signor Merdle, derivasse da calcoli aritmetici troppo assidui e complicati, non si potesse sollevare il morale di lui (umanamente parlando), con qualche dolce, sì, ma generoso stimolante?
– Sì, – rispose il dottore, – sì, voi avete entrambi ragione. Ma io vi dirò schiettamente che non mi è riuscito di trovare nel signor Merdle alcuna specie di malattia. Egli ha la costituzione di un rinoceronte, la digestione di uno struzzo e l’assorbimento di un’ostrica. In quanto ai nervi, il signor Merdle è dotato di un temperamento molto pacifico, e non è poi un uomo sensibile. È quasi invulnerabile, dirò così, come Achille. Come mai un uomo si possa figurare, senza alcuna ragione al mondo, di essere infermo, io non capisco. Ma io vi confesso ancora di aver trovato che il signor Merdle non ha proprio niente. Sarà forse affetto da qualche male recondito. Non lo so. Quello che posso dire si è che fino ad oggi non m’è venuto fatto di scoprirlo.
Non v’era ombra della malattia del signor Merdle sul seno magnifico coperto di gioielli, che rivaleggiava con le più ricche vetrine di gioielleria; non v’era ombra della malattia del signor Merdle sul giovane Sparkler che si dondolava per le sale, cercando con la sua monomania qualche ragazza di dubbia riputazione e senza le scioccherie dei pregiudizi; non v’era ombra della malattia del signor Merdle sui Mollusco e sui Trampoli, dei quali intiere colonie erano presenti; nè ombra ve n’era su alcuno della compagnia. Financo sopra sè stesso, che si andava aggirando fra la folla raccogliendo inchini ed omaggi, cotesta ombra era debole assai.
La malattia del signor Merdle!… La società e il signor Merdle aveano tanto da fare l’uno con l’altra, aveano tanti interessi in comune, che non si potea credere che la sua malattia, se una ne avesse in effetti, ei se la tenesse tutta per sè. Ma l’aveva egli cotesta recondita e misteriosa malattia?…. Pazienza… In quel mentre, l’ombra delle mura della Marshalsea si stendeva realmente, scura e lugubre, sulla famiglia Dorrit, a tutte l’ore del giorno.

CAPITOLO XXII.

UN ENIGMA.

Il signor Clennam non cresceva in istima presso il padre della Marshalsea in ragione diretta del crescere dalle sue visite. La sua ottusità nella grande questione dagli attestati non era fatta per destare l’ammirazione nell’animo paterno ma anzi serviva in certo modo ad offendere la delicatezza di quei sentimenti e veniva riguardata come una positiva mancanza alla sua qualità di gentiluomo. Una ingrata impressione di disappunto, motivata dalla scoperta che il signor Clennam non era affatto dotato di quella squisitezza di modi, di cui sulle prime il padre della Marshalsea, con quella fiducia che era il fondo del suo carattere, si era sentito disposto a crederlo dotato, incominciò ad ottenebrare l’animo paterno sul conto di quel signore. Il vecchio andò fino ad esprimere, nel circolo privato della famiglia, qualche grave timore che il signor Clennam non fosse uomo di nobili istinti.
Nel suo carattere ufficiale di capo e rappresentante della comunità, egli senza dubbio era lieto di ricevere il signor Clennam tutte le volte che venisse a presentare i suoi rispetti; ma, personalmente, non gli pareva che si andasse con lui troppo d’accordo. Qualche cosa, – ei non sapea dir bene quale fosse, – gli mancava. Il padre nondimeno non trascurava alcuno di quei riguardi che la cortesia prescrive, anzi con ogni attenzione si studiava di onorarlo; allettando forse la segreta speranza che, quantunque dotato di una intelligenza non troppo brillante e spontanea, per ripetere di proprio moto il primo attestato, avrebbe però potuto essere capace di rispondere convenientemente a una lettera diretta a quel fine.
Nella sua triplice qualità del signore di fuori che, la prima volta venuto, era capitato a restar chiuso in prigione tutta una notte, del signore di fuori che si era occupato dei fatti del Padre della Marshalsea con la stupenda idea di farlo uscire, e del signore di fuori che dimostrava tanto interesse per la fanciulla della Marshalsea, il nostro Clennam divenne ben presto una persona notevole. Egli non istupiva punto delle attenzioni prodigategli dal signor Chivery, quando questo egregio uffiziale era di servizio, poichè non faceva alcuna differenza tra le cortesie del signor Chivery e quelle degli altri carcerieri, fino ad una certa sera in cui il signor Chivery lo fece stupire ad un tratto, e si staccò arditamente dalla comune dei suoi colleghi.
Il signor Chivery, con qualche suo artifizioso espediente, era riuscito a sbarazzare di ogni ozioso detenuto il suo casotto, affinchè Clennam, uscendo dalla prigione, lo trovasse tutto solo a montar la guardia.
– (Confidenziale). Scusate, signore, – disse il signor Chivery a bassa voce, – ma da che parte andate?
– Vado verso il Ponte.
Clennam, molto sorpreso, vide nel signor Chivery, che se ne stava immobile con la chiave sulle labbra, una vivente allegoria del Silenzio.
– (Confidenziale). Scusate ancora, – riprese il signor Chivery, – ma potreste andare per Horsermonger-Lane? Potreste in qualche modo trovare il tempo di recarvi a questo indirizzo?…
E il signor Chivery porse a Clennam un piccolo foglio stampato, per essere distribuito fra le relazioni di Chivery e C., Tabaccai, Spaccio di puri Avana, Sigari di Bengala, Cuba profumati, Negozianti di tabacchi in polvere di fantasia, ecc. ecc. ecc.
– (Confidenziale). Non si tratta mica di tabacco, – proseguì il signor Chivery. – Per dir la verità, si tratta di mia moglie. Vorrebbe dirvi due parole a proposito di…. sì, – disse Chivery, rispondendo con un cenno del capo allo sguardo inquieto di Clennam, – a proposito di lei, della piccola Dorrit.
– Farò di andar subito da vostra moglie.
– Grazie tante, signore. Obbligatissimo. Non ci perderete che una diecina di minuti di via. Domandate della signora Chivery.
Il signor Chivery, che avea già fatto uscire Clennam, fornì queste ultime istruzioni comunicandole prudentemente a traverso un finestrino della porta esterna, che poteva aprir da dentro, quando più gli piacesse, per ispezionare la gente che veniva di fuori.
Arturo Clennam, col foglio nelle mani, si recò all’indirizzo che v’era scritto su, e non istette molto ad arrivare.
Era una botteguccia, nella quale una donna dall’aspetto decente stava seduta dietro il banco, occupata a cucire. Piccoli vasi di tabacco, piccole scatole di sigari, un piccolo assortimento di pipe, uno o due vasetti di tabacco da naso e un piccolo strumento come un calzatoio per servirlo, componevano il materiale della bottega.
Arturo si nominò e disse di esser venuto dietro richiesta del signor Chivery. Trattavasi, ei credeva, di qualche cosa relativa alla signorina Dorrit. La signora Chivery pose subito da parte il lavoro, si levò dalla sua sedia dietro il banco e scrollò il capo con aria dolente.
– Se volete aver la bontà di dare un’occhiata nel cortile, – disse la signora Chivery, – lo vedrete.
Con queste misteriose parole, ella precedette Arturo in una cameretta posta alle spalle della bottega, con una piccola finestra che dava su di un piccolissimo cortile molto oscuro.
In questo cortile una discreta quantità di camicie e di tovaglie tentavano, ma invano per difetto d’aria, di asciugarsi sopra un paio di corde; e nel mezzo di questi articoli umidi ed ondeggianti sedeva su d’uno sgabello un giovane malinconico, che pareva l’ultimo marinaio scampato al naufragio sul ponte di un vascello, senza potere in alcun modo ammainar le vele.
– Eccolo lì il nostro John, – disse la signora Chivery.
Per non mostrare di esser rimasto indifferente, Clennam domandò che stesse a fare John in quel posto.
– È la sola sua distrazione, – disse la signora Chivery, scrollando di nuovo il capo. – Non vuole uscire, nemmeno nel cortile di dietro, quando non c’è biancheria ad asciugare; ma quando ce n’è tanta da nasconderlo agli occhi dei vicini, ei se ne sta lì a sedere per ore ed ore. Signor sì, per ore. Dice che gli par di stare in un boschetto!
La signora Chivery tornò a scrollare il capo, si pose nell’occhio in segno di affetto materno una cocca del grembiale, e ricondusse il forestiere nelle regioni commerciali.
– Favorite di accomodarvi, signore, – disse poi. – Povero John, è tutta lei che l’ha ridotto come lo vedete. Sicuro, la signorina Dorrit. Ei si spezza il cuore per lei, ed io mi prenderei la libertà di domandare che guadagno ci faremo noi quando l’avremo visto col cuore spezzato.
La signora Chivery, donna piuttosto avvenente, molto rispettata per tutta quella contrada pei suoi sentimenti nobili e bene espressi, disse quelle parole con una calma feroce e subito dopo ricominciò a scrollare il capo e ad asciugarsi gli occhi.
– Signore, – ella proseguì, – voi conoscete la famiglia, vi siete interessato per la famiglia e siete influente presso la famiglia. Se vi riesce di trovare un mezzo per far contenti i due giovani, lasciate che io ve ne scongiuri tanto tanto per amore del nostro John e per amore di lei anche.
– Io sono stato così abituato, – rispose Clennam non sapendo troppo che dire, – durante quel po’ di tempo in cui l’ho conosciuta, a considerare la piccola Dorrit…. così abituato a considerare la signorina Dorrit in una luce affatto diversa da quella in cui me la presentate, che veramente voi mi recate una certa sorpresa. Conosce ella vostro figlio?
– Se lo conosce! son cresciuti insieme, signore, hanno scherzato insieme, figuratevi!
– E sa che vostro figlio l’ama?
– Oh! altro se lo sa! – esclamò la signora Chivery con un gesto trionfale. – Ella non l’avrebbe incontrato in nessuna domenica se non avesse saputo quello che sapeva. La sola mazza di John quando altro fosse mancato, gliel’avrebbe detto. I giovani come John non si danno il lusso di una mazza col pomo d’avorio, senza il loro bravo perchè. Com’è che venni a saperlo io stessa questo fatto? Allo stesso modo, quando vidi la mazza.
– Può darsi che la signora Dorrit non sia così svelta d’ingegno come lo siete voi.
– Allora, signore, – disse la signora Chivery, – io vi dirò che essa sa tutto perchè l’è stato detto.
– Ne siete sicura?
– Signore, – disse la buona donna, – così sicura ne sono e così certa come son certa e sicura che sto qui in questa camera. Io vedo andare fuori mio figlio, mentre me ne stavo a casa, e lo vedo tornare a casa mentre io ci stavo ancora, e indovino subito ogni cosa!
Tutti questi particolari e queste ripetizioni diedero alle parole della signora Chivery una forza sorprendente di enfasi.
– Potrei domandarvi come mai vostro figlio trovasi in quello stato compassionevole, che vi dà molto pensiero?
– La cosa accadde, – rispose la signora Chivery, – lo stesso giorno quando lo vidi a tornare a casa, John. Ora non lo riconosco più. Da allora in poi non è stato più lo stesso, è tutt’altro, dal momento che in questa casa sette anni fa io e suo padre siamo venuti a stabilirci!
Questo discorso, grazie alle strane costruzioni della signora Chivery, prese un certo aspetto di documento legale.
– E che pensate voi di tutto questo, se mi è lecito saperlo?
– Sicuro che vi è lecito, – risposa la signora Chivery, – ed io ve lo dirò in parole e sull’onore, com’è vero che stiamo in questa bottega. Il nostro John tutti gli vogliono un gran bene e tutti lo stimano. Faceva il chiasso con lei da bambini quando ella, in questa casa, faceva il chiasso. Da allora l’ha conosciuta. Andava fuori tutte le domeniche al giorno dopo che in questa camera avea desinato e la incontrava con o senza appuntamento, che io non lo potrei giurare, se debbo dire la verità. Le fece una proposta e si dichiarò.
Il fratello e la sorella hanno i loro fumi di signoria, e tutto contro il nostro John. Il padre poi è tutto per conto proprio e quando si tratta di dividerla con qualche altro, fa l’orecchie da mercante. Viste le quali circostanze, la ragazza ha risposto a John: «No, John, io non vi posso sposare, io non posso sposare nessuno, non ho mai avuto intenzione di maritarmi, mi sono invece sacrificata sempre, addio, trovate un’altra che sia degna di voi e dimenticatemi!» Così è, proprio a questo modo, ch’ella è destinata ad essere sempre schiava di quelle parsone che non son punto degne di averla. E a questo modo è seguito che il nostro John è arrivato al punto di non sentire altro piacere che di prendere una infreddatura fra la biancheria umida, e di mostrare in questo cortile, come ho avuto occasione di farvelo vedere poc’anzi, una rovina vivente che proprio deve fare a pezzi il cuore di una povera madre!
Qui la buona donna accennò alla piccola finestra, dalla quale potevasi vedere il suo figliuolo che tutto afflitto e sconsolato sedeva nel mezzo di quel suo boschetto, vedovo di canti di uccelli; e di nuovo scrollò il capo e si asciugò gli occhi, e pregò e scongiurò Clennam, per l’amore di tutti e due i giovani, di adoperarsi con ogni mezzo a far sì che questi disgraziati eventi volgessero in meglio.
La mamma di John pareva così fiduciosa nella verità dei fatti riferiti, e questi d’altra parte erano fondati su promesse così esatte, per quanto riguardava le relazioni della piccola Dorrit con la famiglia di lei, che Clennam non potea pensare un momento solo che ella si ingannasse. Egli era pervenuto a prendere un interesse così speciale per la piccola Dorrit, – una specie di interesse che, quantunque muovesse dal mondo volgare e grossolano che la circondava, gliela facea vedere nondimeno come affatto distinta da cotesto mondo, – che ebbe a provare un disappunto, un certo dispiacere e quasi una pena, al solo sospetto che la fanciulla potesse esser presa da un sentimento di amore pel giovane signor Chivery seduto nel cortile, o per qualunque altra persona dello stesso genere. D’altra parte, egli andò ragionando seco stesso che, fosse o no innamorata di quel giovane, ella rimaneva ad ogni modo la buona ed onesta creatura ch’era sempre stata; e che voler far di lei una specie di fata domestica, alla dura condizione di isolarla affatto dalle sole persone ch’ella conosceva, non sarebbe stata che una debolezza della propria fantasia, e quel che è più, una ingiusta debolezza. Con tutto ciò, l’aspetto di lei infantile ed etereo, i modi timidi e riservati, l’incanto di quella voce dolcissima e di quegli occhi, ed anche quei moltissimi rispetti pei quali la fanciulla gli avea destato nell’animo tanto interesse, e la differenza grande tra lei e tutti quelli che la circondavano, non si accordavano punto con cotesta novella idea di un amore pel figlio della signora Chivery.
Disse dunque alla brava donna, dopo aver volte in mente tutte queste cose nel mentre stesso ch’ella parlava, stesse pur certa ch’egli si adopererebbe a tutt’uomo e in ogni occasione per assicurare la felicità della piccola Dorrit, e di soddisfare i voti del cuore di lei, quando fosse in suo potere di farlo e riuscisse a scoprire quali essi fossero. Nel tempo stesso, la avvertì che non si facesse dominare dalle supposizioni e dalle apparenze; le raccomandò il più rigoroso segreto, per non recare disturbo alla piccola Dorrit; e più specialmente le ingiunse di fare ogni sforzo per guadagnarsi la confidenza del figliuolo e così venire in chiaro della vera situazione delle cose. La signora Chivery disse ritener superflua quest’ultima raccomandazione, ma promise nondimeno che avrebbe provato. Scrollò il capo come se l’abboccamento avuto non le fosse stato di quel gran sollievo che si aspettava, ma non mancò di ringraziare il signor Clennam del disturbo che si era dato per lei. Si separarono poi da buoni amici, ed Arturo si allontanò.
Poichè la folla che si mescolava per le vie urtavasi con la folla delle idee che gli si aggiravano per la mente, e le due folle assieme facevano una strana confusione, egli evitò il ponte di Londra, e prese la direzione di quella via più tranquilla che mena al Ponte di ferro. Non vi aveva ancora posto il piede, quando scorse la piccola Dorrit che gli camminava innanzi. La giornata era bella, spirava un vento leggerissimo, e la fanciulla veniva lì senza dubbio per prendere un po’ d’aria. Circa un’ora fa Arturo l’avea lasciata in camera del padre.
Il caso si presentava opportuno, e favoriva il suo desiderio di osservare il viso e i modi di lei, quando nessun altro fosse presente. Affrettò il passo; ma prima di sopraggiungerla, ella si voltò indietro.
– Vi ho fatto paura? – egli domandò.
– Mi è sembrato di riconoscere il passo, – rispose la fanciulla, esitando.
– Davvero, piccola Dorrit? Eppure non aspettavate certo che fossi io.
– Io non aspettavo nessuno. Ma, udendo un passo, mi è proprio sembrato… che suonasse come il vostro.
– Andate più lontano?
– No, signore, fo qui quattro passi, tanto per prendere un po’ di svago.
Camminarono insieme e la fanciulla riprese con lui i suoi modi confidenti, e lo guardò in viso, dicendogli, dopo aver guardato intorno:
– Mi par così strano! Forse voi durerete fatica ad intendermi. Qualche volta mi sembra quasi egoismo il venir qui a passeggiare.
– Egoismo?
– Vedere il fiume e tutto quel cielo lassù e tante altre cose, e tutta questa varietà e questo movimento,… e poi tornarmene, sapete, e trovarlo sempre lì, in quella cameretta……
– Ah si! Ma dovete anche pensare che tornando, voi riportate con voi lo spirito e la vita di tutte queste cose per sollevarlo.
– Dite davvero? Se fosse così! ma io temo che voi andiate troppo in là con la fantasia e che mi facciate assai più potente di quel che sono. Se foste voi prigioniero, credete che venendo di fuori io vi potessi portare quella specie di conforto?
– Sì, piccola Dorrit, ne son sicuro!
Egli argomentò da un leggiero tremito delle labbra di lei e da un’ombra passaggiera di agitazione che le oscurò la faccia, ch’ella fosse con l’animo presso del padre. Tacque per alcuni momenti, perchè la fanciulla si rimettesse. La piccola Dorrit, tutta tremante appoggiata al braccio di lui, meno che mai accordavasi con le supposizioni della signora Chivery, e nondimeno non pareva improbabile a Clennam, che qualche altro amore vi fosse sull’orizzonte, lontano, molto lontano e senza speranza.
Voltandosi per tornare, Clennam le disse: «Ecco Maggy che viene!» La piccola Dorrit alzò gli occhi, tutta sorpresa, ed essi trovaronsi faccia a faccia con Maggy, che alla loro vista si arrestò di botto. Ella era arrivata di trotto, e così preoccupata ed affaccendata, che non li avea riconosciuti prima che si voltassero. N’ebbe ad un tratto tal colpo, la povera Maggy, che il paniere ne risentì la scossa.
– Maggy, tu m’avevi promesso di restar da mio padre.
– E ci sarei restata, mammina, se avesse voluto lui. Se poi mi manda fuori per qualche commissione, non so che farci.
Se viene e mi dice: «Maggy, porta questa lettera e torna presto, e se la risposta è buona ti darò due scellini», io piglio la lettera e vado. Signore Iddio, che volete che faccia una povera creatura che ha appena dieci anni? E se il signor Tip capita ad entrare nel momento stesso ch’io sto per uscire, mi vede e mi dice: «Dove vai, Maggy?» ed io gli rispondo: «Vado così e così» e gli dico tutto, ed egli dice: «Proviamo un po’ anche questa», e va e scrive una lettera e poi me la consegna nelle mani e dice: «Porta anche questa insieme all’altra, e se la risposta è buona, ti darò uno scellino,» non è colpa mia, mammina.
Arturo indovinò negli occhi bassi della piccola Dorrit a chi ella pensava che quelle lettere fossero indirizzate.
– Vado in quel posto o in quell’altro. Sicuro, ecco dove vado io. Vado dove debbo andare, mammina; ma non è affare che riguarda voi. Voi sì, – aggiunse Maggy, volgendosi ad Arturo. – Venite dove mi hanno detto di andare e ve le darò tutte e due e voi ve le piglierete.
– Non c’è bisogno di tutto questo, Maggy. Datemele qui, – disse Clennam a bassa voce.
– Allora venite qui, passiamo dall’altra parte, – rispose Maggy susurrando le parole. – Mammina non ne deve saper niente lei, e niente ne avrebbe saputo, se voi vi foste fatto trovare dove vi ho detto, invece di andare girellando e perdendo il tempo. Non è colpa mia, sapete. Debbo fare come mi si dice. Sono essi che non me lo dovrebbero dire e si dovrebbero vergognare.
Clennam passò dall’altro lato della via ed aprì sollecitamente le due lettere. Quella del padre diceva che, trovandosi molto inaspettatamente nella difficile posizione di essersi visto deluso intorno ad una esazione, sulla quale contava moltissimo, egli si vedeva costretto a prender la penna, non consentendogli la disgraziata sua condizione di prigioniero, che già durava da ventitrè anni (queste parole erano doppiamente sottolineate) di recarsi di persona, come altrimenti non avrebbe mancato di fare; – prendeva dunque la penna per pregare l’egregio signor Clennam di anticipargli la somma di tre lire sterline e scellini dieci, per le quali ei si permetteva di accludere la relativa quietanza. La lettera del figlio cominciava dell’esprimere la sicurezza che il signor Clennam sarebbe stato molto lieto di apprendere che egli, Tip, avea finalmente ottenuto un impiego stabile nelle più favorevoli condizioni, con una brillantissima prospettiva; ma che, trovandosi il suo principale nella temporanea impossibilità di corrispondergli un arretrato di salario (per la qual cosa il detto principale avea fatto appello a quella generosa pazienza, della quale ei non avrebbe mai sentito il difetto verso il suo prossimo), ed a cagione della condotta fraudolenta di un falso amico e del soverchio caro dei viveri, egli, Tip, vedevasi ridotto ad una completa rovina, se non fosse riuscito a raccogliere per le sei meno un quarto di quella sera stessa la lieve somma di otto lire sterline.
La quale, – il signor Clennam sarebbe stato lieto di apprenderlo, – grazie alla cortese sollecitudine di alcuni amici che riponevano una viva fiducia nella sua probità, egli, Tip, avea già raccolto, meno una piccola parte per pareggiare il conto, una lira sterlina e rotti; pel prestito della quale egli pregava istantemente l’egregio signor Clennam, assicurandolo della sua eterna gratitudine, ecc.
A quelle due lettere Clennam rispose subito due parole con la matita sul portafogli; mandando al padre il danaro richiesto e scusandosi col figlio di non potere. Indi incaricò Maggy di non tornare con le risposte, e le diè lo scellino che le sarebbe venuto meno a motivo della commissione di Tip fallita.
Quando raggiunse la piccola Dorrit, ed ebbero ripreso a camminare come poco innanzi, ella disse ad un tratto:
– Credo che farei meglio ad andarmene. Farei meglio a tornarmene a casa.
– Non vi affliggete, – disse Clennam. – Ho risposto alle lettere. Una cosa da nulla…. Voi sapete di che si trattava. Di niente, proprio di niente.
– Ma io temo di lasciarlo solo, temo di lasciarli tutti quanti sono. Quando son via, si guastano… senza volerlo…. anche Maggy come gli altri.
– Non è stata che una commissione molto innocente la sua, poverina! E se ha serbato il segreto per voi, non l’ha fatto di certo che per risparmiarvi un dispiacere.
– Sì, lo spero, lo spero. Ma farei meglio a tornarmene a casa. Appunto ieri l’altro, mia sorella mi ha detto che io m’ero tanto abituata alla prigione che ne avea preso il tuono e il carattere. Dev’esser così. Quando vedo queste cose, mi persuado che dev’esser così. Il mio posto è là; mi ci trovo bene. E poi io sono un’egoista a restarmene qui, quando potrei fare lì dentro il più piccolo bene. Addio. Avrei fatto meglio di starmene a casa!
L’angoscia con cui pronunziò queste parole, come se violentemente erompessero dal cuore compresso, fece sì che a stento Clennam, in vederla ed udirla, potesse rattenere le lagrime.
– Non la chiamate casa, figliuola mia, – egli pregò. – Mi fa sempre una certa pena quando sento che la chiamate a cotesto modo.
– Ma è casa mia! a che altro posso dare il nome di casa? e perchè dovrei dimenticarla anche per un solo momento?
– Voi non la dimenticate mai, mia cara piccola Dorrit, quando si tratta di rendere qualche buono ed utile servizio.
– Io lo spero, oh lo spero! Ma val meglio per me di restarmene lì; sarò assai migliore, più obbediente, più felice. Non mi accompagnate di grazia; fatemi andar sola. Addio. Il Signore vi benedica. Grazie, grazie.
Arturo sentì che valeva meglio rispettare quella preghiera, e non si mosse fino a che la piccola e simpatica persona non si fosse allontanata. Allora, quando l’ebbe perduta di vista, ei si voltò verso il fiume e stette pensieroso.
La scoperta fatta testè delle due lettere avrebbe, in ogni tempo, addolorato la piccola Dorrit, ma ne avrebbe ella risentito, in altro momento, tanto dolore quanto adesso?
No.
Quando avea visto il padre che andava mendicando con indosso il suo logoro vestito, quando avea pregato Clennam di non dargli del denaro, ella si era mostrata addolorata, ma non quanto adesso…. Ora vi era forse qualche pensiero o qualche immagine sopra un orizzonte lontano, molto lontano e senza speranza?… Ovvero gli era entrato in mente questo sospetto, inspiratogli dalla involontaria associazione di due immagini, di questo fiume torbido ed abbondante che scorreva sotto il ponte e di quell’altro fiume, l’onda del quale rompevasi sempre con lo stesso rumore contro la prora del battello, e tante miglia all’ora faceva nel suo corso tranquillo, qua dei rosai, là dei gigli, niente di incerto o di mutabile?…
Egli pensò alla sua povera fanciulla, la piccola Dorrit; pensò a lei che, andando alla prigione, diceva di tornare a casa; pensò a lei, figurandosela nelle tristi ore della notte; pensò a lei, quando vedeva tornare in cielo la luce del giorno. E la piccola Dorrit, la povera fanciulla, pensava intanto a lui, – troppo fedelmente, oh sì, troppo fedelmente! – all’ombra delle mura della Marshalsea.

CAPITOLO XXIII.

LA MACCHINA IN MOVIMENTO.

Il signor Meagles si diè tanto da fare nella faccenda delle trattative con Daniele Doyce affidategli da Clennam, che ben presto ebbe avviato ogni cosa, e un bel mattino verso le nove si presentò da Clennam per fargli la sua relazione.
– Doyce è onoratissimo della buona opinione che avete di lui, – così incominciò, – e non desidera altro che voi stesso vogliate visitare le officine, per mettervi al corrente di tutto. Egli mi ha consegnato le chiavi dei suoi registri e delle sue carte…. sentitele come mi suonano in tasca…. e la sola raccomandazione che mi ha fatto è stata questa: «Fate che il signor Clennam sia in grado di mettersi con me in condizioni di perfetta eguaglianza, venendo a sapere quello stesso che so io. Se in fondo non se n’avesse a far nulla, son sicuro che non abuserà della mia confidenza. Se fin da principio non avessi avuto questa sicurezza, non avrei nemmeno ascoltato la sua proposta.» Ed eccovi, in poche parole, tutto il carattere dell’amico Daniele.
– Un carattere onorabilissimo.
– Oh sì, certamente. Non dico di no. Un po’ stravagante, ma onorabilissimo. Molto stravagante però!… Credereste mai, caro Clennam, – aggiunse il signor Meagles ridendo di cuore della bizzarria del suo amico, – che io ho passato con lui una intiera mattina nel cortile di… di…. come si chiama?
– Del Cuor sanguinoso?
– Sicuro! una intiera mattina nel cortile del Cuor sanguinoso, prima di poterlo indurre a trattare questo argomento?
– E come?
– E come, vi domando io! Non appena ebbi pronunziato il vostro nome, ch’egli ricusò recisamente.
– Ricusò, perchè si trattava di me?
– Non appena vi ebbi nominato, Clennam, che Daniele esclamò: «Non è affare che va!» Che intendeva dire? – gli domandai. «No, no, caro Meagles, vi dico che non va». Ma che cosa non va?… Voi, mio caro Clennam, difficilmente mi crederete, – disse il signor Meagles, ridendo internamente, – ma il fatto è che si venne a scoprire che l’affare non andava, sol perchè voi e lui, nel venire insieme a Twickenham, vi trovaste a poco a poco a discorrere da amici, ed egli aveva incidentalmente accennato alla sua intenzione di pigliare un socio, supponendo in quel momento che la vostra posizione fosse così stabile e definitiva quanto la cattedrale di San Paolo. Ora, egli dice, il signor Clennam potrebbe pensare che io avessi voluto alludere a lui, e che vi fosse una intenzione astuta e interessata in un discorso fatto così liberamente e da amico. E questo sospetto io non lo sopporto; son troppo superbo per sopportarlo.
– Avrei piuttosto sospettato….
– Naturalmente, – interruppe il signor Meagles, – e così gli dissi io. Ma ci volle tutta una mattina per abbattere quel muro; ed io dubito assai che un altro uomo che me (egli mi vuol bene da tanto tempo!) avrebbe potuto cavarne niente. Ebbene, Clennam, figuratevi che dopo sormontato questo primo ostacolo, egli pretese che prima di abboccarmi con voi, dessi un’occhiata ai suoi registri per formarmi la mia opinione. Ed io lo contentai subito e mi formai la mia opinione. «Favorevole o contraria?» mi domandò egli. «Favorevole» gli dissi. «Allora», soggiunse, «voi potete adesso, mio buon amico, favorire al signor Clennam i mezzi per formarsi a sua volta una opinione esatta su questo affare. Ed io per lasciarlo fare in piena libertà, me ne vado fuori per una settimana. E in effetti, come l’ha detto l’ha fatto.
– Egli mi lascia partendo, lo confesso, un concetto molto elevato del suo candore e della sua….
– Stravaganza, – venne su il signor Meagles. – Lo credo io!
Non era proprio questo che Clennam voleva dire, ma egli si trattenne dall’interrompere il suo buon amico.
– Ed ora, – soggiunse il signor Meagles, – potete incominciare ad esaminar le cose quando meglio vi pare e piace. Io mi sono impegnato a fornirvi delle spiegazioni, caso mai ne aveste bisogno, ma a mantenermi strettamente imparziale e a non fare niente altro.
Quello stesso giorno si recarono al cortile del Cuor sanguinoso e incominciarono il loro esame. Agli occhi sperimentati d’un uomo d’affari veniva fatto alla prima di scoprire certe singolarità nella tenuta dei conti del sig. Doyce, ma esse quasi sempre non erano che una ingegnosa semplificazione di qualche difficoltà, un mezzo più spiccio per arrivare allo scopo. Che le sue carte fossero in arretrato e che egli avesse bisogno di un aiuto per dare maggiore sviluppo ai suoi affari, era chiaro abbastanza; ma tutti i risultati delle sue intraprese durante molti anni erano chiaramente indicati e non si dovea durar fatica ad accertarli.
Nulla era stato preparato in vista della presente investigazione; ogni cosa trovavasi, per così dire, nella solita veste di fatica e in un certo ordine rozzo e poco studiato che spirava l’onestà più schietta. Le entrate e le scritturazioni che erano moltissime, scritte di mano stessa di Doyce, non brillavano veramente per bellezza di carattere e per precisione; ma erano chiare sempre, e andavano dirette allo scopo. Clennam pensò che una mostra più elaborata ed appariscente di conti e di lavori (le note, per esempio, del Ministero delle Circonlocuzioni) sarebbe stata forse molto meno utile, appunto perchè fatta in modo da renderla molto meno intelligibile.
Tre o quattro giorni di assidua applicazione lo resero padrone di tutti i fatti di cui era necessario essere bene informato. Il signor Meagles non lo lasciò un momento solo, sempre pronto a chiarire qualunque punto un po’ buio con quella piccola lanterna di sicurezza, propria delle bilance e della paletta. Tra loro si accordarono sulla somma che fosse conveniente di offrire per entrare in parte eguale negli affari, ed allora il signor Meagles tirò fuori e disigillò una lettera, nella quale Daniele Doyce avea notato l’ammontare a cui valutava la cessione di metà della sua industria; ammontare, che era anche meno di quanto Clennam e Meagles aveano fissato. Così, quando Daniele fece ritorno, trovò che l’affare era già bello e conchiuso.
– Ed ora vi posso confessare, signor Clennam, – diss’egli con una cordiale stretta di mano, – che se avessi cercato un socio per tutto il mondo, credo che non avrei trovato un altro che mi convenisse più di voi.
– Io dico lo stesso, – rispose Clennam.
– Ed io dico di voi due, – aggiunse il signor Meagles, – che siete benissimo accoppiati. Voi, Clennam, col vostro senso comune, gli servirete di freno, e voi, caro Daniele, vi occuperete della fonderia col vostro….
– Senso non comune? – suggerì Daniele sorridendo.
– Chiamatelo così se vi piace…. e ciascuno di voi sarà la mano destra dell’altro. Ed eccovi qui la mia mano destra a tutti e due, che è quella di un uomo pratico.
L’associazione fu fermata in capo ad un mese. Essa lasciava ad Arturo una proprietà personale di poche centinaia di sterline; ma in compenso gli apriva una carriera attiva e piena di promesse. I tre amici desinarono insieme per festeggiare il fausto avvenimento; gli operai della loro officina con le loro mogli e coi figliuoli ebbero riposo per quel giorno e desinarono anch’essi. Lo stesso cortile del Cuor sanguinoso desinò lautamente e si saziò di carne. E non erano scorsi ancora due mesi, che il cortile del Cuor sanguinoso, tornato ad abituarsi ai magri suoi pasti, dimenticò il lauto trattamento di quella giornata. Nella novella associazione non v’era più altro di nuovo che l’iscrizione dipinta sulla porta, DOYCE E CLENNAM; e allo stesso Clennam pareva di essere già da anni ed anni nella casa.
Il piccolo scrittoio, riservato a lui, era una stanzetta fatta di legno e di vetri in capo ad un lungo o basso corridoio, ingombro di panche, di tenaglie, di ordigni, di ruote e di corregge; tutte le quali cose, quando erano messe in moto dalla furia della macchina a vapore, giravano e turbinavano come se avessero la micidiale missione di fare a pezzi e di stritolare tutto quanto l’edificio. Dei grandi trabocchetti aperti nel pavimento e nella soffitta servivano di comunicazione tra l’officina di sopra e quella di sotto, rompendo la prospettiva con una larga striscia di luce, che ricordava a Clennam un vecchio libro d’immagini della sua fanciullezza, nel quale dei raggi simiglianti cadevano a piombo sull’assassinio di Abele. I rumori della fabbrica erano sufficientemente tenuti lontani dallo studietto di Clennam, per arrivarvi confusi in un continuo e sordo mormorìo, rotto di tratto in tratto da un fischio o da un tonfo. I pazienti operai erano anneriti dalla limatura del ferro e dell’acciaio che andava danzando su tutte le panche ed usciva da tutta le fessure del tavolato. Si giungeva all’officina per via di una scala di legno dal cortile esterno, sotto la quale era posta la gran mola per affilare gli ordigni. Tutto ciò aveva per Clennam un certo aspetto fantastico e pratico, che era per lui un piacevole cambiamento; e tutte le volte che levava gli occhi dal primo lavoro a cui aveva posto mano, di ordinare un ammasso di documenti commerciali, ei guardava tutto quel movimento con un sentimento di soddisfazione che gli era affatto nuovo.
Così un giorno trovandosi a levar gli occhi, fu sorpreso in vedere un cappellino da donna che si affaticava a salire la scala di legno. Alla insolita apparizione tenne subito dietro un altro cappellino. Ei si accorse allora che il primo cappellino stava sul capo della zia del signor Finching e il secondo sul capo di Flora, la quale pareva avesse durato una gran fatica per spingere su per la scala la sua venerabile e taciturna eredità.
Quantunque Clennam non fosse moltissimo lieto alla vista delle due visitatrici, pure non indugiò un momento solo ad aprir l’uscio del suo studietto e a tirar fuori le due donne dall’imbroglio del corridoio; salvataggio tanto più necessario, in quanto che la zia del signor Finching aveva già inciampato in qualche cosa e minacciava l’invenzione del vapore con una borsa petrosa che portava in mano.
– Bontà del cielo, Arturo…. cioè no, scusate, signor Clennam, è molto più conveniente…. come si fa a salire fin quassù e come faremo a discendere senza uno di quegli apparati di cui si servono i pompieri, e la zia del signor Finching che è sdrucciolata con un piede negli scalini, e s’è ammaccata tutta, e voi poi, trovarvi qui dentro fra le macchine e nella fonderia, chi l’avrebbe mai detto, o non ce n’avete nemmeno prevenuto!
Mentre Flora parlava a questo modo tutta affannata, la zia del signor Finching si stropicciava con la punta dell’ombrellino la parte offesa delle sue rispettabili gambe e spirava vendetta da tutta la persona.
– Che scortesia, Arturo, di non essere più tornato a vederci dopo quella prima volta, sebbene naturalmente non c’era da aspettarsi che la casa nostra potesse avere per voi una qualunque attrattiva, che eravate impegnato molto più piacevolmente, questo poi è certo, e vorrei proprio sapere se è bionda e se ha gli occhi neri o cilestri, – ad ogni modo io son certa che la dev’essere tutto l’opposto di me per tutti i versi, poichè io non sono più quella d’una volta, e lo so benissimo, e voi avete tutte le ragioni del mondo ad esserle affezionato come siete, sebbene tutto quello che sto dicendo, Arturo, non ci fate caso, non lo so io stessa, parola d’onore.
In questo mentre Arturo avea avanzato due seggiole per le due signore; e Flora gettandosi a sedere sulla sua, lanciò al pover’uomo una delle solite occhiate.
– E pensare a questa coppia di Doyce e Clennam, – riprese subito, – chi può mai essere cotesto Doyce, un uomo amabilissimo senza dubbio che forse ha una moglie o una figlia, allora si capisce l’associazione e ogni cosa, no, non mi dite niente su questo proposito poichè so di non aver alcun diritto a farvi certe domande, la catena dorata di quei tempi è spezzata, e così dovea essere naturalmente.
Flora pose la mano teneramente sulla mano di Arturo, e gli scoccò un’altra occhiata della sua giovinezza.
– Caro Arturo…. scusate, è la forza dell’abitudine, signor Clennam è per tutti i versi più delicato e più conforme alle presenti circostanze…. voi mi dovete perdonare se mi son presa la libertà di disturbarvi, ma io ho pensato di poter contare abbastanza sui tempi passati appassiti per sempre e che non fioriranno mai più, in compagnia della zia del signor Finching per rallegrarmi con voi ed augurarvi tante e tante cose, adesso già non c’è da negarlo che vi trovate molto meglio che laggiù nella China in una posizione molto più elevata!
– Io son molto lieto di vedervi, – disse Clennam, – e vi ringrazio cordialmente, Flora, della affettuosa memoria che serbate di me.
– Più di quello che posso dire io, – rispose Flora, – perchè io avrei potuto esser morta o seppellita una ventina di volte prima che voi vi ricordaste di me e di qualunque altra cosa simile, ad onta di che voglio fare un’ultima osservazione, una lunga spiegazione debbo dare….
– Ma mia cara signora Finching! – pregò Arturo molto impaurito.
– Oh no, non mi date cotesto brutto nome, chiamatemi Flora!
– Flora, vi pare che valga la pena di entrare in novelle spiegazioni? Io vi assicuro che non ce n’è bisogno. Per me sono soddisfatto; perfettamente soddisfatto.
Qui si verificò una diversione, poichè la zia del signor Finching aprì la bocca per metter fuori la seguente terribile frase:
– Vi sono delle pietre miliari sulla strada di Dover!
La zia del signor Finching lanciò questo proiettile con così fiera ostilità contro la razza umana, che il povero Clennam non sapea in qual modo difendersene; tanto più che fin dal principio era stato molto perplesso che cotesta rispettabile signora l’onorasse di una sua visita, quando era manifesto che nutriva per lui l’odio più feroce. Ei non potè fare a meno di guardarla molto disturbato, mentre ella se ne stava a sedere spirando da tutti i pori l’acrimonia e lo sprezzo e spalancando gli occhi e fissandoli sopra un oggetto invisibile lontano molte miglia. Flora dal canto suo accolse quella frase minacciosa come se fosse l’espressione della più squisita ed opportuna affettuosità, e ad alta voce osservò che la zia del signor Finching aveva uno spirito grandissimo. Stimolata da questo elogio o dalla propria indignazione, quella illustre donna soggiunse:
– Che si faccia avanti, se ne ha il fegato!
E con un rigido movimento della sua borsa di pietra (che era molto grande ed aveva un’apparenza fossile), indicò che appunto Clennam era la sciagurata persona in faccia alla quale veniva scagliata la sfida.
– Un’altra osservazione, – riprese a dir Flora, – stavo per dire che io desidero dare un’altra spiegazione, certamente nè la zia del signor Finching nè io saremmo venute a disturbarvi in ora che dovevate stare occupato, poichè anche la buon’anima del signor Finching trovavasi negli affari e sebbene non fosse altro che il commercio dei vini, gli affari volere o non volere son sempre gli affari, chiamateli come volete, e le abitudini degli uomini di affari sono sempre le stesse e prova n’era la buon’anima che tutte le mattine dovea trovare le sue pantofole sul tappeto accanto al letto alle sei meno dieci minuti e gli stivali presso al camino dieci minuti prima delle otto precisi precisi, qualunque sorta di tempo facesse, epperò non saremmo venute a disturbarvi senza un motivo, la cui intenzione essendo buona c’è da sperare che sia preso in buona parte, Arturo, signor Clennam, è molto più conveniente, anzi Doyce e Clennam è forse più adattato alla situazione presente.
– Di grazia, – pregò Arturo, – non vi scusate in alcun modo. Voi siete sempre la benvenuta.
– Grazie, molto gentile dal canto vostro di dir così, Arturo…. non c’è che fare, mi sfugge sempre, tanto è l’abitudine di quei tempi che son passati per sempre ed è così vero che spesso nel silenzio della notte prima che il sonno ci sparga gli occhi di papavero la memoria ci porta la luce di altri giorni…. molto gentile dal canto vostro, ma più gentile che vero, almeno ne ho paura, poichè veramente l’essere entrato in quest’affare delle macchine senza nemmeno scrivere una riga o mandare un biglietto di visita a papà, non dico già a me, sebbene vi fosse stato un tempo, ma adesso è passato e la dura realtà è venuta a…. a…. non so che cosa, scusate, certo voi mi capite, certo è che le cose sono molto mutate.
Anche l’ordine dei pensieri di Flora, come il suo passato pareva essersi dileguato in questa occasione, tanto ella era più sconnessa e volubile che nel primo abboccamento.
– Sebbene per dire il vero, – ella ricominciò, – non c’è altro da sperare e perchè ci dovrebbe essere e se non c’è perchè dovrebbe succedere? ed io di certo non ne do la colpa nè a voi nè a nessuno, quando vostra madre e papà ci perseguitavano a morte e ruppero la tazza dorata, cioè no la catena, voi già mi capite e se no, non ci perdete gran che e non ve n’importa niente ne son sicura, quando ruppero la dorata catena che ci legava e ci fecero piangere tanto tanto sul canapè che quasi n’eravamo soffocati, almeno per me, ogni cosa era mutata e nel dare la mia mano al signor Finching so benissimo che lo feci con gli occhi aperti, ma egli pareva, pover’uomo, così infelice e così disperato che aveva in un certo momento fatto allusione al fiume e a non so che olio del droghiere ed io lo feci a fin di bene e per salvarlo dalla morte.
– Ma, mia buona Fiora, questo è già affare assodato. Voi faceste benissimo.
– Già sicuro, a voi pare così perchè ve la pigliate molto freddamente, se ora non sapessi che venite dalla China avrei pensato di certo alle regioni polari, caro signor Clennam; voi del resto avete ragione, ed io non vi posso biasimare, ma in quanto a Doyce e Clennam, essendo qui vicina la proprietà di papà, abbiamo saputo tutto dal signor Pancks, e se non fosse stato per lui non ne avremmo mai saputo una mezza parola, ci giurerei!
– No, no, non dite questo.
– Che sciocchezza, Arturo, cioè Doyce e Clennam, mi fa un certo senso a dire Clennam senz’altro, che sciocchezza di negare la verità quando io la so e voi la sapete, e non c’è che fare.
– Ma io la nego, Flora. Io mi proponeva di farvi tra breve una visita da amico.
– Ah! – disse Flora, scrollando il capo, e scoccandogli una delle famose occhiate; – quasi quasi lo crederei! Eppure quando Pancks c’è l’ha detto io subito feci la risoluzione di venire da voi insieme alla zia del signor Finching perchè quando papà prima assai di questo fatto me la nominò e mi disse che voi ci avevate dell’interesse per lei io dissi subito ah bontà del cielo! e perchè non farla venir qui a lavorare in casa nostra invece di mandare il lavoro fuori di casa?
– Lei? – domandò Clennam, a cui cominciava a girare il capo come un arcolaio. – Lei chi? intendete forse la mia zia del signor….
– Oh no figuratevi, Arturo…. cioè Doyce e Clennam mi piace più…. dove mai si è inteso che la zia del signor Finching va fuori a lavorare a giornata?
– A lavorare a giornata! Parlate forse della piccola Dorrit?
– Ma sì, naturalmente, il nome più stravagante del mondo fra tutti i nomi stravaganti, che mi fa ricordare di una casipola in campagna, o di un puledro favorito o di un cagnolino o di un uccello o di qualche altra cosa pigliata dalla bottega del semenzaio da mettere in giardino o in un vaso di fiori e che vien fuori tutta fresca e fronzuta.
– Sicchè, Flora, – disse Arturo prendendo alla conversazione un subito interesse, – il signor Caby è stato così buono da parlarvi della piccola Dorrit? e che vi ha detto?
– Oh voi sapete che razza d’uomo è quel papà e come è irritante quando se ne sta a sedere maestosamente e facendo girare i pollici l’uno sull’altro fino a farvi girare gli occhi e la testa se lo guardate troppo; mi disse a proposito di voi, non mi ricordo bene chi fu a cominciare il discorso, mio caro Arturo (Doyce e Clennam), ma posso assicurarvi che non fui io, almeno lo spero e voi mi dovete perdonare se non vi dico altro su questo punto.
– Certo, certo, – disse Arturo, – di tutto cuore.
– Come siete pronto a perdonarmi, – rispose Flora facendo un po’ il broncio e sopprimendo ad un tratto una sua aria di modesta e vezzosa timidezza, – il fatto sta che papà mi disse che voi avevate parlato di lei con molto calore ed io gli risposi quello che già vi ho detto e questo è tutto.
– Questo è tutto? – ripetè Arturo, un po’ scontento.
– Meno che quando Pancks ci venne a dire che vi eravate imbarcato in questa specie d’industria e ci volle il buono per persuaderci che si trattava proprio di voi, io dissi allora alla zia del signor Finching che saremmo venute da voi per domandarvi se potesse far piacere a tutti quanti che la pigliassimo a lavorare in casa nostra quando ce ne fosse stato il bisogno, poichè io so che ella va spesso in casa di vostra madre e so anche che vostra madre ha un carattere molto irascibile, altrimenti io non avrei mai e poi mai sposato il signor Finching e forse a quest’ora sarei stata… ma ecco che torno a dire delle scioccherie.
– È stato un gentile pensiero il vostro, mia buona Flora.
La povera Flora rispose con una grande sincerità, che le conveniva assai più delle occhiate giovanili, che era molto lieta di avergli fatto piacere. E lo disse con tanta cordialità, che Clennam avrebbe pagato qualunque prezzo per aver lì presente la Flora dei tempi passati e sostituirla alla grassa sirena.
– Io credo, Flora, – diss’egli, – che l’occupazione che potete dare alla piccola Dorrit e la bontà che avrete per lei…
– Sicuro che le vorrò bene, – interruppe Flora con sollecitudine.
– Non ne dubito punto… le sarà di grande aiuto e conforto. Io non mi sento di avere il diritto di dirvi quel che so sul conto di lei, poichè l’ho saputo confidenzialmente e in tali circostanze che m’impongono il silenzio. Ma io le porto molto interesse alla povera creaturina ed ho per lei un rispetto che non vi posso spiegare. La sua vita è stata così piena di amarezze, di devozione e di tranquilla bontà, che difficilmente voi lo potete immaginare. Io non posso pensare a lei, nè tanto meno parlare di lei senza sentirmi commosso.
Valga questo sentimento a farvi intendere quanto non vi dico e raccomandarla con la mia più viva gratitudine alla vostra buona amicizia.
Ancora una volta egli porse francamente la mano a Flora; e anche questa volta Flora non l’accettò francamente: trovò che la cosa fatta così apertamente non significava niente e volle ad ogni costo metterci un senso di sospetto e di mistero. Con sua grandissima gioia e con grande costernazione di Arturo, ella la coprì, nel prenderla, con un lembo dello scialle. Poi, guardando verso i vetri della porta e vedendo due persone che si avanzavano, esclamò tutta lieta di questo incidente romantico:
– Papà! zitto, Arturo, per amor del cielo!
E se ne tornò barcollando verso la seggiola come se stesse sul punto di venir meno per la terribile sorpresa e il verginale turbamento dell’animo suo.
Il Patriarca intanto se ne veniva lento lento verso lo scrittoio, seguendo il solco del piccolo Pancks; il quale gli aprì la porta, lo rimorchiò nel mezzo della camera e andò a gettar l’áncora in un cantuccio.
– Ho inteso da Flora; – disse il Patriarca col suo sorriso pieno di benevolenza, – che sarebbe venuta a farvi visita. E trovandomi fuori ho pensato bene di venire anch’io, di venire anch’io.
La patriarcale sapienza che egli seppe infondere in questa dichiarazione (per sè stessa non molto profonda), con l’aiuto dei suoi occhi cilestri, il suo capo lucido e pulito, i suoi lunghi capelli bianchi, produceva una viva impressione.
Pareva degna di essere registrata fra le più nobili massime formulate dai migliori uomini. Ed anche quando disse a Clennam, adagiandosi sulla seggiola offertagli: «Sicchè vi siete messo in nuovi affari, signor Clennam. Per parte mia vi auguro mille e mille prosperità!» si sarebbe detto ch’egli avesse compiuto meraviglie di benevolenza.
– La signora Finching, – disse Arturo al vecchio dopo i soliti complimenti (la vedova Finching protestò con un gesto, contro l’uso di quel nome rispettabile), – la signora Finching mi diceva appunto ora ch’ella spera di poter impiegare la giovane cucitrice da voi raccomandata a mia madre. Del che la ho molto ringraziata.
Il Patriarca voltò il capo balordo verso il suo Pancks, e subito l’omicciattolo si rimise in tasca il taccuino nello studio del quale erasi assorto, e venne in soccorso della nave arenata.
«Voi non la raccomandaste mica, – disse Pancks. – Come mai l’avreste raccomandata? Non sapevate niente sul conto della ragazza, niente proprio. Vi fu detto il nome e voi l’avete fatto circolare. Questo avete fatto e nient’altro.
– Ebbene! – disse Clennam, – poichè ella è degna di tutte le raccomandazioni, vale lo stesso.
– Voi siete contento che abbia fatta una buona riuscita, – disse Pancks continuando a parlare al Patriarca, – ma se invece l’avesse fatta cattiva, non sarebbe stata di certo colpa vostra. Come non vi tocca il merito, così non vi sarebbe toccato il biasimo. Voi non l’avete garantita. Non sapevate niente sul conto suo.
– Di guisa che, – disse Arturo, azzardando una domanda, – non conoscete nessuno della sua famiglia?
– La sua famiglia? – replicò Pancks sempre rispondendo pel Patriarca e parlando al Patriarca. – E come la conoscereste la sua famiglia? Non ne avete mai sentito parlare. Naturalmente non potete conoscere della gente di cui non avete mai sentito parlare. Non vi pare eh?
Durante tutto questo dialogo il Patriarca non faceva che sorridere serenamente, affermando o negando con un benevolo cenno del capo, secondo il caso richiedeva.
– In quanto alle informazioni, – continuò il piccolo Pancks, – voi sapete che cosa vogliano dire le informazioni. Darle o non darle è tutta una cosa. Guardate un po’ ai vostri inquilini del Cortile. A lasciarli fare, son tutti pronti a darvi le migliori informazioni gli uni degli altri.
Ma a che servirebbero, fatemi il piacere? Non c’è gusto a farsi mettere in mezzo da due persone, anzi che da una sola. Basta una sola. Uno che non può pagare trova un altro che nemmeno può pagare per farsi garantire che può pagare. È lo stesso caso che un uomo con le gambe di legno si faccia garantire da un altro uomo con le gambe di legno ch’egli ha due gambe di carne: nè l’uno nè l’altro cammineranno meglio per questo. E quattro gambe di legno vi danno più disturbo di due, quando non ne avete bisogno di nessuna.
Il vaporetto Panks soffiò forte e si arrestò di botto.
Un momentaneo silenzio che seguì fu interrotto dalla zia del signor Finching, la quale, dopo l’ultima osservazione fatta, era rimasta inchiodata e ritta sulla sua seggiola in uno stato di catalessia. Ella si destò con una scossa violenta, tale da produrre un terribile effetto sui nervi di un forestiere, e con la più mortale animosità dichiarò ad alta voce:
– Di una palla vuota di rame non c’è verso che possiate fare una testa col cervello dentro. Non lo potreste fare, nemmeno se vostro zio Giorgio fosse vivente; e tanto meno adesso che è morto!
Il signor Pancks si affrettò a rispondere con la solita calma:
– Davvero, signora? è un fatto che mi sorprende!
Ma, ad onta di questa prontezza di spirito, la sentenza della vecchia vedova produsse un certo effetto sulla piccola brigata; la tristezza guadagnò tutti; in primo luogo perchè era evidente che la testa inoffensiva di Clennam era appunto la testa con cui la rispettabile signora se la pigliava, e in secondo perchè nessuno sapeva mai in simiglianti occasioni chi fosse cotesto zio Giorgio a cui si alludeva, e qual fantasma si evocasse con quel misterioso appellativo.
Flora dunque disse, non senza un certo orgoglio per la sua decrepita eredità, che la zia del signor Finching sembrava molto vivace e che sarebbe stato bene di andar via.
Ma la zia del signor Finching era così irascibile, che prese in malissima parte cotesta insinuazione e dichiarò di non voler andar via, soggiungendo con molte ingiuriose espressioni, che se egli (cioè il signor Clennam) si volea sbarazzar di lei, la pigliasse pure pei piedi e la gettasse dalla finestra, ed esprimendo il suo gran desiderio di vederlo compiere quella cerimonia.
In questo dilemma il signor Pancks, che non era mai a corto di risorse, qualunque accidente potesse sopravvenire nelle acque del Patriarca, si cacciò in capo il cappello, sgusciò fuori della porta, e rientrò subito dopo con una artificiale freschezza per tutta la persona, come se fosse stato per parecchie settimane in campagna.
– Oh oh! – esclamò tutto sorpreso e passandosi una mano nei capelli, – siete proprio voi, signora? E come state eh? Avete una cera incantevole oggi! Son lietissimo di vedervi. Favoritemi il vostro braccio, signora; se vi aggrada, faremo quattro passi in compagnia, voi ed io, se volete concedermi un tanto onore.
E facendo seguir l’atto alle parole, si pigliò la zia del signor Finching a braccetto, e la ricondusse fino in fondo alla scala con grande galanteria e successo. Allora il patriarcale signor Casby si alzò con una certa aria, come se tutto questo l’avesse fatto lui, e tenne dietro dolcemente al suo rimorchiatore, mentre la figlia, rimasta ultima, toglieva commiato dal suo antico innamorato, dichiarandogli, a voce bassa e misteriosa, ch’essi avevano vuotato fino alla feccia la coppa della vita, e lasciando intendere che nel fondo di cotesta coppa si trovava appunto la buon’anima del signor Finching.
Rimasto solo di nuovo, Clennam fu preso dai suoi primi dubbi riguardo a sua madre e alla piccola Dorrit, e si diè a volgere dentro di sè gli antichi sospetti e le congetture.
Mentre tutto ciò gli si aggirava per la mente nel tempo stesso ch’ei compieva macchinalmente i doveri dei suo uffizio, un’ombra che venne a cadere sulle carte che gli stavano innanzi gli fece alzar gli occhi per cercarne la causa.
La causa era il signor Pancks in petto e in persona. Col cappello gettato indietro sulle orecchie, spinto forse dai suoi capelli ispidi e duri come tante molle di acciaio, con quelle sue palline lucide di occhi piene di astuzia, con le dita della mano destra in bocca per mangiarsi le unghie e con le dita della mano sinistra in tasca come riserva per un’altra occasione, il signor Pancks proiettava la sua ombra attraverso i vetri sui libri e sulle carte di Clennam.
Il signor Pancks domandò, con un piccolo cenno interrogativo del capo, se poteva entrare di nuovo. Clennam, con un cenno affermativo, rispose che poteva. Il signor Pancks fece rotta verso il tavolino di Clennam, gettò l’áncora appoggiandovi sopra le braccia, ed aprì la conversazione con un buffo impetuoso.
– Spero, – disse Clennam, – che la zia del signor Finching sia tornata in calma?
– Sicuro, sicuro, – rispose Pancks.
– Io ho avuto la disgrazia di aver destato una forte animosità nell’anima di quella signora. Ne sapete il perchè?
– E lo sa il perchè la signora stessa?
– Credo di no.
– E anch’io credo di no.
Così dicendo, Pancks tirò fuori il taccuino, lo aprì, lo richiuse, lo gettò nel cappello, che si avea messo accanto sul tavolino, e si pose a guardarlo nel fondo del cappello: tutto ciò con molta ponderazione.
– Signor Clennam, incominciò poi, – ho bisogno di alcune informazioni.
– Relativamente alla nostra officina?
– No, – disse Pancks.
– E a che cosa dunque, signor Pancks? e le volete proprio da me queste informazioni?
– Sì, signore, sì, le voglio da voi. – rispose Pancks, – se mi riesce di persuadervi a darmele. A, B, C, D, DA, DE, DI, DO. Capite, ordine alfabetico. Eccoci qua a Dorrit. Questo è il nome.
Il signor Pancks soffiò di nuovo, mandando quel suo solito rumore gutturale, e si diè a mangiarsi le unghie della mano sinistra. Arturo lo guardava intanto, cercando di capire quel che volesse; Pancks ricambiava quell’occhiata.
– Non vi capisco, signor Pancks.
– Questo è il nome, sul quale vorrei delle informazioni.
– E quali, di grazia?
– Tutte quelle che potete e volete.
Questo laconico sommario dei suoi desiderii non fu messo fuori del signor Pancks senza una qualche fatica del macchinismo.
– La vostra visita, mio caro signor Pancks, è assai singolare. Mi pare molto strano che voi veniate a fare a me una tale domanda.
– Non vi dico di no; la stranezza ci può essere benissimo, – replicò Pancks. – Può essere un affare un po’ fuori dell’usato, ma sempre però un affare. Insomma è proprio un affare. Io sono uomo di affari, e voi lo sapete. Che altro ho da fare nel mondo, se non occuparmi di affari? Niente.
Preso dal suo primo dubbio se cotesto individuo secco e duro parlasse o no sul serio, Clennam lo guardò di nuovo attentamente. La persona che gli stava davanti era più che mai sudicia e ruvida, e più che mai inquieta e vivace, nè Clennam riuscì di scorgervi alcun segno della segreta ironia che gli era sembrato di notare nella voce di Pancks.
– Ora, – riprese Pancks, – per mettere quest’affare nei suoi veri termini, vi dichiaro alla prima che il mio proprietario non ci ha che vedere.
– Intendete parlare del signor Casby?
Pancks assentì col capo.
– Sicuro, il mio proprietario non c’entra. Poniamo un caso. Figuriamoci, per esempio, che in casa del mio proprietario io abbia udito un nome… il nome di una giovanetta alla quale il signor Clennam desidera di render servigio.
Supponiamo che cotesto nome sia stato dato al mio proprietario da Plornish. Supponiamo che io sia andato da Plornish, e che gli abbia chiesto, dicendogli che si trattava di un affare, qualche informazione. Supponiamo che Plornish, sebbene si trovasse in ritardo di sei settimane di pigione, me l’avesse negata e che la signora Plornish me l’avesse negata anche lei, e che tutte e due mi avessero diretto al signor Clennam. Supponiamo che il caso sia questo.
– Ebbene?
– Ebbene, signore, – rispose Pancks, – supponiamo che io venga dal signor Clennam. Supponiamo ch’io gli stia innanzi.
Coi suoi denti di forchetta ritti sul capo e respirando forte e soffiando, l’affaccendato Pancks diè un passo indietro (e per dirla metaforicamente, virò di bordo vento indietro), quasi per mostrare da tutte le parti e in tutta la sua sporchezza il guscio della nave, poi filò di nuovo e diresse gli occhi scintillanti ora nel fondo del cappello dov’era sommerso il taccuino, ora in faccia a Clennam.
– Signor Pancks, senza volere indagare le vostre misteriose ragioni, vi parlerò con franchezza. Lasciate che vi faccia due domande. In primo luogo….
– Benissimo! – interruppe Pancks, alzando il sudicio indice dell’unghia mangiata. – Capisco! Voi dite: qual è in primo luogo il vostro motivo?
– Appunto.
– È un buon motivo e non concerne niente affatto il mio proprietario. Non lo posso spiegare adesso, perchè sarebbe ridicolo. Ma è buono. Naturalmente si tratta di render servigio alla persona di nome Dorrit. È meglio che ammettiate a dirittura che il motivo è buono.
– Secondariamente e finalmente, che cosa volete sapere?
Il signor Pancks, prima della domanda di Clennam, ripescò il taccuino, se lo pose in una tasca di dentro e si abbottonò, sempre guardando fisso al suo interlocutore. Poi col suo solito grugnito disse:
– Io voglio tutte le informazioni supplementari di qualunque specie.
Clennam non si potè tenere dal sorridere, mentre il piccolo rimorchiatore anelante, tanto utile alla pesante nave patriarcale, se ne stava aspettando ed osservando, quasi cercasse il momento opportuno per gettarsi all’abbordaggio e di rubar al nemico tutte le informazioni di cui aveva bisogno prima che questi potesse resistere alle sue manovre.
Notò anche nella fretta di Pancks un certo carattere che gli fece nascere un mondo di curiosità e di sospetti. Dopo avere un po’ meditato, si risolvette di fornire all’omicciattolo tutte le informazioni che poteva, sapendo che il signor Pancks, se mai gli fallisse il presente tentativo, avrebbe trovato il mezzo di procacciarsele per qualche altra via.
In conseguenza, dopo aver pregato il signor Pancks di ricordarsi la spontanea dichiarazione che il suo proprietario non entrava per nulla nella faccenda, e che le sue intenzioni erano buone (dichiarazioni che l’omicciattolo nero ripetè calorosamente), gli dichiarò apertamente che in quanto all’origine della famiglia Dorrit e ai luoghi dove avesse dimorato altra volta non avea nulla da dire e che solo questo era a sua conoscenza che la famiglia si componeva di cinque persone: due fratelli, uno dei quali celibe, e l’altro vedovo con tre figli. Indicò inoltre al signor Pancks l’età approssimativa di ciascuno della famiglia; ed infine gli espose la condizione del Padre della Marshalsea e l’epoca e gli eventi che lo aveano condotto ad assumere questa qualità.
A tutto ciò il signor Pancks, sempre sbuffando e soffiando con forza crescente in proporzione dell’interesse che prendeva al racconto, prestò ascolto con la massima attenzione mostrando di derivare le più piacevoli sensazioni dai punti più affliggenti della narrazione, e in ispecial modo rallegrandosi alla notizia della lunga prigionia di Guglielmo Dorrit.
– In conchiusione, mio caro signor Pancks, una sola cosa debbo aggiungere. Io ho dei motivi per parlare il meno possibile dalla famiglia Dorrit, particolarmente in casa di mia madre (il signor Pancks assentì col capo), e per voler sapere quanto più posso sul suo conto. Un uomo di affari così abile come voi… eh?
Questo eh era motivato da uno sforzo nasale del signor Pancks, più violento del solito.
– Niente, niente, – disse il vaporetto.
– Un uomo di affari così abile come voi non può ignorare che cosa s’intenda per un buon contratto. Io desidero farne uno con voi, ed è questo. Voi mi darete tutte le informazioni che vi riuscirà di procacciarvi intorno alla famiglia Dorrit, come io le ho date a voi. Forse non vi farete una gran buona opinione di me come uomo di affari, vedendo che non vi ho posto prima le mie condizioni. Ma io preferisco di farne un punto d’onore. Ho visto tanti di quegli affari condotti con tutto il rigore che si richiede, che a dirvi il vero, signor Pancks, me ne sono un po’ disgustato.
Il signor Pancks si pose a ridere.
– Resta fatto, – egli disse; – vedrete se so stare ai patti.
Dopo di ciò rimase per alcuni momenti a guardare Clennam e mangiandosi una dopo l’altra le dieci unghie. Senza dubbio si andava ripetendo dentro di sè tutto ciò che aveva udito, provando a ricordarsi ogni minimo particolare ora che Clennam poteva, occorrendo, venire in aiuto della sua memoria.
– Benissimo! – disse alla fine; – ed ora vi lascio il buon giorno, e me ne vado a girar pel cortile, che oggi è giornata di riscossione. Ah, a proposito…. E quel forestiere zoppo col bastone…?
– Ah ah! a quanto vedo, voi pigliate qualche volta le vostre informazioni e contate sul garante? – disse Clennam.
– Quando può pagare, sì. Pigliate tutto ciò che potete, e tenetevi tutto ciò che non siete obbligato a restituire. Questo si chiama far gli affari. Il forestiere zoppo ha domandato di prendere a pigione una soffitta nel cortile. Ha tanto da pagarla?
– Io ho da pagarla, – rispose Clennam, – e rispondo per lui.
– Non ci vuol altro. Quel che mi serve nel cortile del Cuor sanguinoso, – disse Pancks, pigliando nota del fatto sul taccuino, – è un garante. Di un garante non posso fare a meno, vedete. O pagate o presentatemi il vostro garante. Questa è la mia parola d’ordine. Il forestiere zoppo mi si è presentato, dicendo ch’era mandato da voi; ma, come capite benissimo, poteva anche dire di essere stato mandato dal Gran Mogol. Esce dall’ospedale, non è così?
– Appunto. Ci entrò per un accidente.
– Fare entrare un uomo all’ospedale è lo stesso che ridurlo alla miseria, – disse Pancks, facendo di nuovo il suo rumore nasale. – Ne ho veduti tanti di quegli esempi.
– Anch’io, – rispose Clennam freddamente.
Il vaporetto, trovandosi oramai pronto alla partenza, senza altri segnali o formalità, mosse a tutto vapore giù per la scala di legno e già navigava nel cortile che pareva ancora stesse nello scrittoio di Clennam.
Durante tutto il resto della giornata, il cortile del Cuor sanguinoso fu in preda alla costernazione. Il nero Pancks incrociava in quelle acque, arringando gli abitanti e rimproverandoli del loro indugio a pagare, chiedendo la garanzia, accennando a congedi e a sequestri, correndo addosso ai morosi, menandosi innanzi un’onda di terrore e lasciandosela dietro nel solco. Gruppi di gente, sospinti da una attrazione fatale, spiavano di fuori a quelle case dove l’aveano visto entrare, per afferrare qualche frammento dei discorsi ch’ei faceva agli inquilini; poi, non sì tosto spargevasi la voce ch’egli scendeva le scale disperdevansi rapidamente, ma non tanto che non se lo vedessero piombare nel mezzo, domandando ad alta voce i loro arretrati. Durante tutto il resto della giornata, dall’un capo all’altro del cortile risuonarono le irose esclamazioni del signor Pancks: «Che vi credete voi? mi canzonate? che vuol dir ciò?» Nè il signor Pancks voleva sentire scuse, lamenti, riparazioni, non volea altro sentire che pagamento immediato, incondizionato, a pronti contanti. Soffiando, sbuffando, slanciandosi di qua e di là in tutte le più strane direzioni, e facendosi sempre più caldo e più sudicio, egli agitò, turbò, mosse a tempesta le acque del Cortile, le quali non ritornarono in calma che dopo due ore buone che il vaporetto era stato veduto allontanarsi fumando e sparire dall’orizzonte, dopo aver varcato l’ultimo scalino del Cortile.
Vi furono in quella sera parecchie riunioni di Cuori sanguinosi nei soliti punti di convegno, e si convenne generalmente che il signor Pancks era un certo uomo assai duro a trattare, e che era pur troppo dispiacevole che una persona così rispettabile come il signor Casby avesse affidato a lui tutti gli affari, senza mai conoscerlo in effetti per quel che era. Imperocchè, – dicevano i Cuori sanguinosi – se un signore con quei capelli e con quegli occhi avesse preso a riscuotere da sè il fatto suo, io vi so dire, cara signora, che non ci sarebbero nè seccature, nè vessazioni, nè altro, e le cose camminerebbero diversamente.
Alla stessa ora ed allo stesso minuto, il Patriarca, – il quale nel corso della mattina prima che la burrasca si scatenasse, era andato serenamente navigando pel Cortile, con l’evidente intenzione di mantenere viva la fiducia inspirata dalle lucide protuberanze del suo cranio e dalla sua capigliatura di seta, – alla stessa ora ed allo stesso minuto, cotesto vascello sgangherato se ne stava sguazzando coi suoi cento cannoni nel piccolo cantiere di casa sua accanto all’instancabile rimorchiatore, e diceva, girando i pollici l’uno sull’altro:
– Pessima giornata, Pancks, pessima giornata. Mi pare, caro mio, ed io voglio e debbo insistere su questa osservazione, che avreste dovuto raccogliere più danaro, Pancks, più danaro.

FINE DEL PRIMO VOLUME.

INDICE

PARTE PRIMA.

CAPITOLO I. Sole ed ombra
II. Compagni di viaggio
III. A casa
IV. La signora Flintwinch fa un sogno
V. Affari di famiglia
VI. Il padre della Marshalsea
VII. La fanciulla della Marshalsea
VIII. La prigione
IX. Mammina
X. Contenente tutta la scienza di Governo
XI. La libertà
XII. Il cortile del Cuor sanguinoso
XIII. Patriarcale
XIV. La serata della piccola Dorrit
XV. La signora Flintwinch fa un altro sogno
XVI. La debolezza di nessuno
XVII. Il rivale di nessuno
XVIII. L’innamorato della piccola Dorrit
XIX. Il padre della Marshalsea in qualche sua relazione sociale
XX. In società
XXI. La malattia del signor Merdle
XXII. Un enigma
XXIII. La macchina in movimento

LA PICCOLA DORRIT

ROMANZO

di

CARLO DICKENS

Prima traduzione dall’inglese di P. Verdinois

VOLUME SECONDO.

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1879

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PROPRIETÀ LETTERARIA
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Milano Tip. dei Fratelli Treves.

LA PICCOLA DORRIT

LIBRO PRIMO

POVERTÀ

Continuazione

CAPITOLO XXIV.

LA BUONA VENTURA.

La stessa sera la piccola Dorrit ricevette la visita del signor Plornish, il quale avendole fatto capire di volerle parlare a quattr’occhi con un tossire continuo e poco naturale che diè occasione al padre di lei di dimostrare la verità dell’assioma non esservi peggior sordo di quello che non vuol sentire, ottenne finalmente la bramata udienza sulla scala comune dietro la porta.
– Ci abbiamo avuto una signora oggi, signorina Dorrit, – disse Plornish borbottando, – una signora in compagnia di una vecchia strega che la simile non s’è vista mai. Perbacco, se mi ha fatto girare il capo, che non me lo sento più!
Il dolce Plornish non si sentiva capace di levarsi dinanzi l’immagine della zia del signor Finching.
– Poichè, – diceva egli cercando scusarsi, – vi dò la mia parola d’onore che non c’è al mondo un’altra vecchia più arrabbiata di lei!
Finalmente, dopo uno sforzo eroico, il pover’uomo riuscì a staccarsi da questo soggetto.
– Ma essa, – riprese a dire, – non c’entra per nulla in questo affare. L’altra delle donne era la figlia del signor Casby, e se il signor Casby non si trova bene a quattrini, ve lo dico io che non è punto colpa di Pancks. Poichè, vedete, Pancks sa menar le mani, le sa proprio menare a dovere!
Il signor Plornish, secondo il solito suo, era un po’ oscuro nel modo di esprimersi; ma di energia ne aveva abbastanza.
– E ci è venuta fino da noi, – seguitò a dire, – per lasciarci detto che se la signorina Dorrit volesse andare a questo indirizzo, – che è la casa del signor Casby dove Pancks ha uno studietto dalla parte di dietro nel quale davvero che mena le mani come un forsennato, – ci andasse pure che avrebbe avuto del lavoro. Era una vecchia e cara amica ed anche intima del signor Clennam, come diceva, e vuole dal canto suo essere di giovamento ad un’amica del suo amico. Così ha detto nè più nè meno. Poi mi ha detto di voler conoscere la signorina Dorrit, e che venisse il giorno appresso, ed io ve n’ho parlato, come le avea promesso, per dirle se per domani siete disponibile o pur no.
– Grazie, – disse la piccola Dorrit, – ci posso andare per domani. Siete stato molto buono, Plornish; del resto lo siete sempre.
Il signor Plornish, respingendo modestamente queste lodi, riaprì l’uscio per fare entrare la piccola Dorrit, ed entrò appresso pretendendo così goffamente di dare a vedere di non essere mai uscito dalla camera, che il Padre della Marshalsea, anche a non essere sospettoso, se ne sarebbe accorto. Nondimeno, nella sua amabile inconsapevolezza, fece le viste di non badarci. Plornish, dopo una breve conversazione, nella quale seppe mescolare l’antica deferenza del prigioniero con l’indipendenza dell’umile amico che godeva della libertà presente, senza dimenticare la sua condizione di muratore, tolse commiato, facendo però, prima di uscire, il giro della prigione e fermandosi a guardare una partita alle palle, con quei vaghi sentimenti di un antico inquilino che aveva le sue private ragioni per credere che un giorno o l’altro vi potesse rientrare,
Il giorno appresso di buon mattino, la piccola Dorrit, lasciando a Maggy la cura della casa, si incamminò alla volta della tenda patriarcale. Passò pel Ponte di ferro, sebbene il passaggio le costasse due soldi, e rallentò il passo a questo punto del suo viaggio. Alle otto meno cinque, ella metteva la mano sul martello patriarcale alzandosi in punta di piedi per arrivarci.
Alla giovane che venne ad aprire diè il biglietto della signora Finching, e la giovane le disse che la signorina Flora (tornando al tetto paterno, Flora si avea ripigliato il suo titolo primitivo), non era ancora uscita dalla camera da letto, ma che pregava la signorina Dorrit di entrare intanto e di aspettare nel salottino. La piccola Dorrit obbedì e trovò nel salottino una tavola molto ben servita per due persone, con un vassoio supplementare che serviva per un altro. La giovane, scomparsa per pochi momenti, tornò a dire che la signorina Flora pregava la signorina Dorrit che prendesse una seggiola presso il fuoco, si togliesse il cappellino e facesse conto di trovarsi in casa propria. Ma la piccola Dorrit, timida com’era e non usata a credersi in casa propria in tali occasioni, non seppe che dovesse fare. Sicchè stava ancora seduta presso la porta e col cappellino in capo, quando Flora entrò in fretta, una mezz’ora dopo.
Flora ora così dispiacente di averla fatta aspettare, e giusto cielo perchè la si stava a sedere così lontana in quel posticino freddo quando ella si aspettava di trovarla presso al fuoco leggendo il giornale, dunque quella stupida di ragazza non le avea fatto l’ambasciata, e come avea fatto a tenersi il cappello per tutto questo tempo, di grazia permettesse a Flora di levarle quell’impaccio!
E Flora, togliendo con bei modi il cappellino alla fanciulla, fu così colpita da quel visino che ne venne fuori, che esclamò:
– Che bella e cara creaturina, carina!
E così dicendo strinse il visino tra le due mani come la migliore delle donne avrebbe fatto.
Tutto ciò fu detto e fatto in un momento. La piccola Dorrit aveva appena avuto il tempo di pensare alla bontà di questa signora, quando Flora si slanciò frettolosa ed affaccendata verso la tavola e si tuffò nella solita loquacità.
– Veramente carina mia sono così dispiacente che proprio questa mattina abbia dovuto levarmi più tardi del solito poichè io aveva l’intenzione e il desiderio di trovarmi pronta a ricevervi non appena sareste venuta per dirvi alla prima che ogni persona che interessava Arturo Clennam interessava pure anche me e per darvi il benvenuto e dirvi ch’ero tanto contenta di vedervi, ed invece non mi hanno fatto chiamare ed eccomi qua che quasi quasi sto ancora dormendo, se non vi piace nè il pollo rifreddo o il prosciutto lesso come può darsi benissimo poichè ce n’è tanta della gente a cui non piace, senza contare gli Ebrei e i loro scrupoli, che per dire la verità sono scrupoli di coscienza e noi li dobbiamo rispettare, sebbene io debba dire che vorrei che avessero gli stessi scrupoli quando ci vendono della robaccia per roba buona che non vale nemmeno un soldo, me ne dispiacerebbe assai, – disse Flora.
La piccola Dorrit la ringraziò e rispose timidamente che un po’ di pan burrato col tè era la sua colezione ordinaria.
– Oh ma vi pare mia cara bambina! non soffrirò mai una cosa simile, – riprese Flora, girando il robinetto del ramino con tanta fretta che l’acqua bollente le schizzò sulla faccia mentre ella chinavasi a guardare a che ne stesse il tè. – Voi siete venuta qui persuadetevi come un’amica e una compagna se permettete ch’io mi prenda questa libertà ed io mi vergognerei di me stessa se ci aveste a venire altrimenti che da amica, senza dire che Arturo Clennam mi ha parlato di voi in tali termini… voi siete stanca, carina mia.
– No, signora.
– Vi siete fatta così pallida forse perchè avete camminato troppo prima di colazione, ed io credo che vivete un po’troppo fuori di casa e avete bisogno di fare un po’di moto in carrozza, ah cara mia, che volete che vi dia che vi possa far bene?
– Ma davvero, signora, io mi sento benissimo. Vi ringrazio tanto e poi tanto, ma vi assicuro che sto benissimo.
– Allora pigliatevi subito il vostro tè e quest’ala di pollo con questo pezzetto di prosciutto; non abbiate riguardo per me, non mi aspettate perchè io vado sempre da me a portare questo vassoio alla zia del signor Finching la quale fa colazione a letto e vi assicuro che la è una brava e simpatica vecchierella piena di spirito; se poi volete vedere il ritratto del signor Finching eccolo lì dietro la porta, gli rassomiglia a capello meno la fronte che è troppo sporgente e in quanto alla colonna ed al pavimento di marmo non ce l’ho mai veduto vicino nè la cosa era verosimile, poichè mio marito negoziava di vini, un uomo eccellente per dir la verità, ma niente affatto amante di questa specie di sontuosità.
La piccola Dorrit diè un’occhiata al ritratto, non intendendo che a gran fatica e molto confusamente le allusioni che Flora andava facendo a proposito di quel lavoro di arte.
– Il signor Finching mi voleva tanto e tanto bene, – riprese Flora, – che senza di me non si sapea vedere, sebbene naturalmente io non potrei dire quanto tempo sarebbe durata tutta questa grande affezione se non mi fosse venuto meno quand’io era ancora sposa novella, un uomo stimabile ma niente poetico, era la prosa che seguiva il romanzo.
La piccola Dorrit guardò di nuovo al ritratto. L’artista avea dato al signor Finching una testa che, al punto di vista intellettuale, sarebbe stata troppo pesante per Shakespeare.
– Il romanzo però, – riprese Flora, dandosi attorno per apparecchiare la colezione della zia del signor Finching, – come io dichiarai francamente al signor Finching, quando mi domandò la mano e voi vi maraviglierete di sentire che me la domandò sette volte: la prima in una vettura da nolo poi in barchetta, un’altra volta in chiesa e poi sopra un asinello a Turnbridge-Wells e tutte le altre volte in ginocchio, il romanzo era bell’e svanito con la partenza di Arturo Clennam, i nostri genitori ci separarono, noi restammo pietrificati e la dura realtà venne a pigliare il posto della poesia; il signor Finching mi disse allora, fatto che gli fa molto onore, che egli si era accorto di ogni cosa e che anzi era contento che le cose stessero a quel modo e così la parola terribile fu pronunciata, il fiat non si poteva più ritirare, e questo è il mondo, cara mia, eppure vedete noi non ci rompiamo a questi colpi ma ci pieghiamo soltanto, fatemi il piacere mangiate senza soggezione intanto ch’io vado di là a portare il vassoio.
Ciò detto, disparve, lasciando la piccola Dorrit a cercare il senso di tutta quella furia di parole. Dopo un momento tornò e si pose subito a far colezione anche lei, senza però smettere dalla sua parlantina.
– Vedete bene, cara mia, – diss’ella misurando una o due cucchiaiate di un certo liquido bruno che pareva acquavite e versandoselo nel tè, – io son costretta ad osservare le prescrizioni del mio dottore sebbene questo tanfo sia tutt’altro che piacevole, ma non c’è che fare, io son così debole dopo che ho perduta la salute e non mi son mai e poi mai rimessa del colpo ricevuto in gioventù a forza di piangere nella stanza appresso quando mi separarono da Arturo…. lo conoscete da molto tempo?
Appena la piccola Dorrit ebbe inteso che le si faceva una domanda, – il che richiese del tempo, trovandosi la poverina molto imbrogliata a tener dietro alla vertiginosa eloquenza della sua novella protettrice, – rispose che conosceva Clennam dal giorno ch’egli era tornato a Londra.
– In effetti non l’avreste potuto conoscere prima di allora, a meno che non foste andata nella China o non aveste mantenuto con lui una corrispondenza, ma nessuna di queste due cose è probabile poichè la gente che viaggia piglia più o meno un certo colorito di mogano e voi non siete così, in quanto poi ad una corrispondenza perchè gli avreste scritto se non per domandargli del tè, sicchè dunque l’avete incontrato da sua madre, oh una donna piena di buon senso e di carattere, ma terribilmente severa…. una donna fatta apposta per essere la madre dell’uomo dalla maschera di ferro.
– La signora Clennam è stata molto buona con me, – disse la piccola Dorrit.
– Davvero? oh come mi fa piacere poichè come madre di Arturo naturalmente mi gode l’animo di aver di lei una opinione più favorevole di prima, quantunque io non riesca a capire o immaginare che cosa ella pensi di me quando mi metto a discorrere come al solito e lei mi guarda fiso come il Fato seduto in una poltrona a ruote, mi dispiace di aver fatto questo paragone poichè non è colpa sua se è paralitica.
– Dove troverò il mio lavoro, signora? – domandò la piccola Dorrit, volgendo intorno una timida occhiata.
– Ah piccola fata laboriosa, – rispose Flora bevendo in una seconda tazza di tè un’altra delle dosi prescrittele dal suo dottore, – non c’è punto fretta, sapete, ed è meglio che incominciamo a dirci ogni cosa riguardo al nostro amico comune…. è un po’ freddo per me di chiamarlo amico, ma almeno l’intenzione non c’è, ad ogni modo il nome di amico è molto conveniente… invece di starcene così con le solite formalità e di restare impassibili, voi no ma io, come quel ragazzo spartano che si lasciava mangiare il cuore da una volpe, son certa che mi scuserete di aver messo innanzi questo esempio classico, ma è certo che di tutti i ragazzi noiosi che si cacciano dappertutto per rompere il capo alla gente, questo è il più noioso.
La piccola Dorrit, fattasi molto pallida in viso, tornò a sedere per udire le confidenze della signora Finching.
– Non potrei lavorare intanto? – domandò. – Potrei ascoltare e lavorare nel tempo stesso, se non vi dispiace.
Era così evidente ch’ella si sentiva a disagio senza il suo lavoro, che Flora, dopo aver risposto che facesse pure il piacer suo, tirò fuori un canestro pieno di fazzoletti bianchi. La piccola Dorrit se lo pose accanto, trasse di tasca la borsa di lavoro, infilò l’ago e incominciò ad orlare.
– Che ditini svelti che avete! – disse Flora, – ma siete propria certa di star bene?
– Oh sì, certissima.
Flora appoggiò i piedi sul davanti del camino, e si atteggiò comodamente per fare una confidenza romantica in tutta regola. Incominciò ad un tratto senza preamboli di sorta, scuotendo il capo, mettendo certi sospironi addolorati, alzando ed abbassando le sopracciglia, e di tanto in tanto dando una mezza occhiata a quel visino tranquillo chinato sul lavoro.
– Dovete sapere, carina, che mi ama, son certa che questo lo sapete benissimo non solo perchè io mi sono lasciata sfuggire il segreto parlandone così in generale, ma anche perchè sento di portarlo stampato a lettere di fuoco sulla fronte che prima di conoscere la buon’anima del signor Finching io era già stata promessa ad Arturo Clennam…. innanzi alla gente lo chiamo signor Clennam per salvare certe convenienze, ma qui è meglio dire Arturo senz’altro…. eravamo due anime come si suol dire in un nocciolo e sul mattino della vita era una gioia, una frenesia e ogni cosa di questo genere al massimo grado quando fummo separati e restammo di sasso e così fu che Arturo partì per la China ed io divenni la sposa di marmo della buon’anima del signor Finching.
Flora pronunziando tutte queste parole con voce profonda pareva goderne immensamente.
– Descrivere le emozioni di quella mattina quando sentii che tutto dentro di me si era impietrito e la zia del signor Finching ci seguì in una carrozza di rimessa che doveva essere in pessimo stato, altrimenti non sarebbe ribaltata due volte nel venir dalla casa, e la zia del signor Finching non sarebbe stata costretta a tornarsene portata in una poltrona che pareva imbottita di patate, come l’effigie di Guy Fawkes il cinque di novembre, non sarebbe possibile descrivervi tutte queste cose e basti il dirvi che la vana formalità della colazione ebbe luogo nella sala da pranzo a terreno e papà per aver mangiato troppo salmone marinato stette male assai per varie settimane e il signor Finching ed io ce ne partimmo per un viaggio di piacere a Calais dove la gente, camerieri, fattorini ed altro ci si gettarono addosso allo sbarco finchè non ci ebbero separati ma non per sempre, questa disgrazia doveva seguire molto tempo dopo.
La sposa di marmo, arrestandosi appena per ripigliar fiato, continuò, molto soddisfatta di sè stessa, il suo racconto con quella sconnessione di idee e di parole alla quale è soggetta qualche volta la natura umana.
– Ma gettiamo un velo su questo sogno della mia vita, il signor Finching era di ottimo umore e di buon appetito, gli piaceva molto la mia cucina, il vino lo trovò un po’ debole ma bevibile, insomma tutto andò benissimo e noi tornammo di casa nelle vicinanze del n.° 30 Little Gosling street presso ai docks di Londra e così ci sistemammo quando scoprimmo che la fantesca ci portava via le piume del materasso, ma prima di questo fatto il povero Finching fu preso da un accesso di gotta dalla parte di sopra che se lo portò in un mondo migliore.
La vedova, a questo punto, diè un’occhiata al ritratto, scrollò il capo e si asciugò gli occhi.
– Io venero la memoria di quel caro uomo, marito indulgente e pieno di attenzioni per me; bastava che pronunciassi la parola asparago per vederne subito venire una cesta e se accennavo a qualche cosa delicata per bere, eccone che ne venivano non so più quanti litri, non c’era poesia ma ad ogni modo era una vita piena di benessere e così fu che morto lui tornai in casa di papà e vissi ritirata se non felice, per molti anni, fino a che un giorno papà se ne venne con quella sua faccia tutta calma e dolcezza a dirmi che Arturo Clennam era giù che mi aspettava, io andai giù e lo trovai, no non mi domandate come lo trovai, questo sì che egli non era punto mutato ed era scapolo sempre!
Il tenebroso mistero in cui Flora si avvolse a questo punto della narrazione avrebbe potuto arrestare altre dita che quelle così agili che lavoravano sotto gli occhi suoi. Ma le dita della piccola Dorrit seguitavano a trarre l’ago, nè gli occhi di lei si levarono, fissi a guardare i punti.
– Non mi domandate, – prosegui Flora, – se io l’amo ancora o se sono amata e che cosa ne nascerà da tutto questo e quando dovrà finire, noi siamo circondati da spie, carina mia, e può darsi che siamo destinati a languire in una eterna separazione, non una parola, non un sospiro, non un’occhiata ci deve tradire, tutto dev’essere tenuto segreto come una tomba, perciò non vi meravigliate se anche vi dovesse sembrare che io sia fredda con Arturo, o Arturo freddo con me, ci sono pur troppo delle fatali ragioni e ci basta d’intenderci alla meglio, dunque silenzio!
Flora disse tutto ciò con tanta veemenza da far pensare che ne fosse più che certa. E veramente quando si infatuava fino al punto di far la sirena, ella credeva in buona fede a quante cose le uscissero di bocca.
– Silenzio! – ripetè Flora. – Adesso vi ho detto tutto, la confidenza è bell’e stabilita, tra noi silenzio per carità, per amor di Arturo io vi sarò sempre una buona amica, cara la mia ragazza e voi potete fare assegnamento su me.
Le agili dita posero da parte il lavoro e la personcina della fanciulla si levò e baciò la mano di Flora.
– Come avete freddo, poverina, – disse Flora con quella sua naturale bontà che le stava così bene. – Non lavorate più per quest’oggi, io son certa che non vi sentite bene e non siete assai forte di salute.
– Non è nulla, signora; sono un po’ commossa dalla vostra bontà e dalla cortesia del signor Clennam che mi ha affidata ad una persona ch’egli ha conosciuta ed amata da tanto tempo.
– In quanto a questo, carina mia, – rispose Flora che aveva una spiccata tendenza ad esser sincera, quando si dava il tempo di pensarci, – lasciamo andare questo argomento dell’amore, poichè in fondo poi non ci potrei giurare, ma questo importa poco o niente, riposatevi un poco sul canapè!
– Sono stata sempre tanto forte da fare quel che debbo fare, e da qui a un momento mi sarò rimessa, – replicò la piccola Dorrit con un debole sorriso. – Voi mi avete confusa di gratitudine, ecco tutto. Se me ne sto un po’ presso la finestra, tutto mi passerà.
Flora aprì una finestra, fece sedere la fanciulla sopra una poltrona che vi stava vicina e si allontanò discretamente verso il camino. Era una giornata di vento, sicchè l’aria fresca di fuori fece tornare il colorito alle guance della piccola Dorrit. Dopo pochi minuti ella tornò al canestrino del lavoro e le agili dita furono più agili che mai.
Continuando tranquillamente a lavorare, ella domandò a Flora se il signor Clennam le avea detto ov’ella abitava. Dopo che Flora ebbe risposto di no, la piccola Dorrit disse d’intendere perchè il signor Clennam era stato così delicato. Essere certa però ch’egli l’avrebbe approvata di aver confidato il segreto a Flora. Così, con licenza di Flora, le avrebbe detto tutto. Avendone avuto una risposta incoraggiante, ella consentì a narrare tutta la sua vita, dicendo di sè poche e meschine parole e versando elogi a piene mani sul capo del padre. E Flora accolse questa confidenza con una naturale tenerezza nella quale non eravi neppur un’ombra di incoerenza.
All’ora del pranzo, Flora si pigliò a braccetto la sua novella protetta, le fece discendere le scale e la presentò al Patriarca e al signor Pancks, che già si trovavano al loro posto aspettando il resto della famiglia per incominciare. Pel momento, la zia del signor Finching stava su un po’ indisposta e si faceva servir da desinare in camera sua. Quei due personaggi ricevettero la piccola Dorrit ciascuno a suo modo; il Patriarca sembrò che le rendesse un grandissimo servigio dicendo essere molto lieto di vederla, molto lieto, e il signor Pancks soffiò e sbuffò molto cortesemente, in segno di saluto.
In qualunque circostanza la piccola Dorrit non avrebbe saputo vincere la sua timidezza trovandosi in presenza di forestieri, e specialmente quando Flora insisteva perchè bevesse pure e mangiasse del meglio che c’era in tavola. Ma la timidezza crebbe grandemente a motivo del signor Pancks. Il modo di agire di questo signore le fece sulle prime venir l’idea ch’egli fosse un ritrattista. L’omiciattolo nero la fissava con grandissima attenzione e guardava ad ogni poco al taccuino che aveva accanto. Ma non vedendolo a disegnare e udendolo invece a discorrere continuamente di affari, la piccola Dorrit incominciò a sospettare ch’egli fosse qualche creditore del padre, il debito del quale fosse appunto notato in quel misterioso taccuino. Guardati da questo punto di vista, gli sbuffi del signor Pancks esprimevano sdegno ed impazienza, ed ogni suo grugnito diveniva una domanda di pagamento.
Ma, anche qui la condotta stravagante ed incongruente del signor Pancks la fece ricredere. Era circa mezz’ora ch’ella erasi levata da tavola e se ne stava tutta soletta a lavorare. Flora era andata a riposare un momento nella camera contigua, dalla quale si sprigionò immediatamente e si diffuse per tutta la casa un certo odore di spiriti. Il Patriarca dormiva profondamente, con la sua filantropica bocca aperta, e con un fazzoletto giallo sul capo. Fu appunto in questo momento di calma, che il signor Pancks venne cheto cheto a presentarsi alla piccola Dorrit, e fermandosi sotto la porta fece con un cenno del capo una specie di saluto.
– Vi annoiate un tantino, non è vero, signorina Dorrit? – domandò Pancks a bassa voce.
– Ma no, signore, grazie.
– Siete molto occupata, mi pare, – osservò il signor Pancks avanzandosi dolcemente nella camera. – Che cosa avete in cotesto canestro, signorina Dorrit?
– Fazzoletti.
– Ah ah davvero! E chi l’avrebbe mai pensato! – esclamò il signor Pancks senza punto guardarli, ma invece tenendo gli occhi fissi sulla fanciulla. – Voi forse vorreste sapere chi son io. Volete che ve lo dica?… Io vo dicendo la buona ventura.
La piccola Dorrit incominciò a pensare ch’ei fosse matto.
– Io appartengo corpo ed anima al mio proprietario, – prosegui Pancks: – quello stesso che avete visto giù a desinare. Ma di tanto in tanto fo anche qualche affaruccio per conto mio; in segreto però, signorina Dorrit, col massimo segreto.
La piccola Dorrit lo guardò un po’ dubbiosa e non senza una certa paura.
– Vorrei che mi faceste vedere la palma della mano,- disse Pancks…. Ci vorrei proprio dare un’occhiata. Purchè non vi sia di disturbo, vedete!
In effetti egli era tanto più di disturbo, in quanto che la fanciulla non aveva punto bisogno di lui. Nondimeno ella si posò in grembo il lavoro e gli porse la mano sinistra con tutto il ditale.
– Lunghi anni di lavoro eh?- disse Pancks dolcemente, toccando la manina col ruvido indice della sua. – Ma perchè altro siamo noi fatti? per nient’altro. To’ to’! – esclamò ad un tratto, osservando le linee della mano. – Che cosa sono queste sbarre? È una prigione! E chi è questi in veste da camera e berretto nero? È un padre! E quest’altro con un clarinetto? Uno zio! E questa con gli scarpini da ballo? Una sorella! E chi vedo là dondolandosi come un fannullone? Un fratello! E chi è costei che si dà tanta pena e pensa per tutta questa gente? Ma…. diamine… questa siete proprio voi, signorina Dorrit!
Gli occhi della fanciulla si levarono pieni di stupore in volto dell’omicciattolo nero, ed ella pensò che ad onta di quello sguardo astuto ed indagatore, l’aspetto di lui era però più dolce ed aperto di quanto le era sembrato a tavola. Ma non ebbe il tempo di confermare o di rettificare questa nuova impressione, poichè Pancks si era rimesso ad esaminarle la mano.
– Eh per bacco! – esclamò egli, indicando col grosso dito una certa linea nella mano, – che mi pigli un malanno, se non son proprio io in quest’angolo, se non son proprio in quest’angolo qui! E che ci sto a fare io qui? e che cosa c’è dietro di me?
Così dicendo, ei passò il dito lentamente dalla palma fino al polso, e poi intorno a questo, facendo le viste di cercare sul dorso della mano che cosa c’era dietro di lui.
– È qualche brutta cosa? – domandò la piccola Dorrit sorridendo.
– Niente, niente! – disse Pancks. – Che credete che possa valere?
– Ma…. son io che lo domando a voi. Io non vo dicendo la buona ventura.
– È vero, – disse Pancks. – Quanto può valere? Lo vedrete appresso, lo vedrete, signorina Dorrit.
Lasciando la mano a poco poco, ei si cacciò le dieci dita in quei denti di forchetta dei suoi capelli, che si drizzarono in modo portentoso. Poi ripetè lentamente:
– Rammentatevi bene le mie parole, signorina Dorrit. Lo vedrete appresso.
Ella non potè fare a meno di mostrarsi molto meravigliata nel vederlo così bene informato di ogni cosa.
– Ah, sicuro! – esclamò Pancks, indicandola col dito. – Questo poi no, signorina Dorrit…. no assolutamente!
Più sorpresa che mai ed anche un po’ impaurita, ella lo guardò interrogativamente come per chiedergli la spiegazione di quelle parole.
– No, no, – disse Pancks, facendo con molta serietà una faccia sorpresa ed un po’ grottesca, suo malgrado. – Non fate così. Non fate così, quando mi vedete, dove e quando che sia. Io sono nessuno. Fate conto di non conoscermi. Non badate a me. Non vi curate di me. Restiamo intesi, signorina Dorrit?
– Davvero, – rispose la piccola Dorrit, al colmo dello stupore, – davvero, signor Pancks, che non so che dire. Perchè mi fate questa domanda?
– Perchè io vo dicendo la buona ventura. Io sono Pancks lo zingaro. Nè vi ho ancora detto tutto, signorina Dorrit. Non vi ho detto che cosa ho visto dietro di me su cotesta manina. Vi ho detto che lo saprete appresso. Ed ora restiamo intesi?
– Restiamo intesi… che… quando vi vedo….
– Non dovete badare a me. Dovete far conto di non avermi visto, a meno che non cominci io. Non vi curate se vado o vengo. È una cosa molto facile, come vedete. Non ci perderete nulla a compiacermi. Io non sono nè bello, nè di buona compagnia; sono il factotum del mio proprietario, nè più nè meno. Voi vi contenterete di pensare dentro di voi: «Ah! ecco Pancks lo zingaro, che sta per dire la buona ventura; un giorno o l’altro mi dirà il resto della mia; e saprò ogni cosa.» Dunque, restiamo intesi, signorina Dorrit?
– Sì, – balbettò la piccola Dorrit molto turbata. – Acconsento finchè non farete niente di male.
– Benissimo!
Il signor Pancks diè un’occhiata verso il muro della camera contigua e si chinò un poco all’orecchio della fanciulla.
– È una brava donna, – disse poi, – piena di eccellenti qualità, ma sventata assai e ciarliera quanto mai.
Ciò detto, si stropicciò le mani come se il colloquio gli avesse recato la massima soddisfazione, si volse sbuffando verso la porta e con un altro cenno del capo, che voleva dire un saluto, se n’andò pei fatti suoi.
Se la piccola Dorrit rimase grandemente perplessa per la curiosa condotta della sua nuova conoscenza e per trovarsi così impegnata in un simile trattato, le circostanze che seguirono non valsero a diminuire la sua perplessità. Non solo il signor Pancks coglieva tutte le opportunità di darle delle occhiate significative accompagnate da sordi grugniti, – il che non era gran cosa dopo quanto aveva già fatto, – ma incominciò ad invadere la sua vita di tutti i giorni. Ella lo incontrava assiduamente per la via. Andando alla casa dal signor Casby, ce lo trovava; andando a quella della signora Clennam, lo vedea presentarsi ora con un pretesto ora con un altro, quasi per non perdere di vista la sua preda. Non era ancora trascorsa una settimana che con grandissima meraviglia lo vide una sera nel casotto, chiacchierando col carceriere molto famigliarmente. Crebbe la maraviglia quando lo vide praticare per la prigione colla medesima famigliarità; quando venne a sapere ch’ei s’era presentato con altri al ricevimento della domenica al Padre della Marshalsea; quando lo vide a braccetto con un detenuto passeggiare pel cortile; quando udì riferito per bocca della Fama ch’egli si era sopra tutti distinto in una riunione serale del Circolo della prigione, indirizzando un discorso ai membri di quella nobile istituzione, cantando una canzone, e facendo complimento alla compagnia di una ventina di litri di birra e di altre sontuosità. L’effetto di questi fenomeni sull’animo del signor Plornish, che n’era stato più volte testimone, fecero sulla piccola Dorrit una impressione non minore di quella prodotta dai fenomeni stessi. Plornish n’era rimasto immobile e pietrificato. Aveva solo conservato la facoltà di spalancare gli occhi, e di ripetere di tratto in tratto e fra sè che nessuno nel Cortile del Cuor Sanguinoso avrebbe mai creduto che questi fosse Pancks. Ma più di questo non si mosse: nè una parola, nè un segno, nemmeno alla piccola Dorrit. Il signor Pancks dal canto suo metteva il colmo ai suoi misteri entrando, non si sa come, in relazione con Tip, presentandosi una domenica mattina nella prigione, appoggiato al braccio di quel signorino. Nel mentre di tutte queste cose, non faceva punto attenzione alla piccola Dorrit, meno una o due volte, passandole vicino, senza che altri si trovasse presente per poter udire; nelle quali occasioni, egli diceva con uno sguardo amichevole e un grugnito d’incoraggiamento: «Pancks lo zingaro, che va dicendo la buona ventura.»
La piccola Dorrit lavorava e si affaticava come al solito, maravigliandosi di tante novità, ma pure serbando per sè la maraviglia come già fin dai primi anni avea imparato a serbare tanti altri sentimenti più dolorosi. Un mutamento andava a poco a poco compiendosi in quella sua anima paziente e rassegnata. Ogni giorno che passava, ella diveniva più ritirata e raccolta del giorno innanzi. Uscire ed entrare, girar per la prigione senza esser punto notata, vedersi dimenticata dapertutto, erano questi i suoi più vivi desiderii.
Ancora, sentivasi felice quando le era dato, senza trascurare i suoi doveri, ritirarsi nella propria cameretta, che formava uno strano contrasto con la sua giovinezza e il suo carattere. Vi erano delle ore dopo il mezzodì, quando ella non avea da andar fuori a lavorare, e due o tre detenuti venivano a fare una partita alle carte col padre, il quale poteva in tal caso fare a meno della presenza di lei. Allora ella traversava rapidamente il cortile, si arrampicava su per quella scala interminabile che menava alla sua cameretta e si metteva a sedere innanzi alla finestra. Quante trasformazioni facevano quelle punte acute di ferro che coronavano il muro di cinta! come pareva a volte più leggiero quel cancello! quanti raggi dorati venivano a nasconderne la ruggine, mentre la piccola Dorrit se ne stava alla finestra! Strane forme venivano a guastarne il disegno, quando ella lo vedeva attraverso le lagrime; ma, triste o ridente, era quella la sola cosa che a lei piacesse contemplare nella solitudine, guardando il mondo attraverso quel cancello inesorabile.
La cameretta della piccola Dorrit era veramente una soffitta, e una soffitta di prigione. Ben messa, era nondimeno brutta per sè stessa, e non aveva altro che un po’ di nettezza e di aria buona; poichè qualunque abbellimento le veniva fatto di comprare andava subito a guernire la stanza del padre. Ad ogni modo, a questa meschina cameretta ella si affezionò sempre più; e starsene ivi soletta a meditare divenne il suo diletto favorito.
E tanto era questo diletto, che un certo giorno, mentre ancora duravano i misteri di Pancks, udendo dalla finestra dove stava a sedere, avvicinarsi il passo ben noto di Maggy che saliva le scale, si turbò molto al pensiero che potessero chiamarla giù. A grado a grado che il passo saliva e si avvicinava, la piccola Dorrit tremò e impallidì e potè a gran fatica parlare, quando Maggy fu entrata finalmente.
– Scusate, mammina, – disse Maggy, tutta affannosa, – dovete venir giù per vederlo.
– Chi, Maggy?
– Lui eh! il signor Clennam. Adesso sta in camera di vostro padre, e mi ha detto: «Maggy, mi volete far questo piacere di andarle a dire che son io?»
– Io non mi sento troppo bene, Maggy. Non vorrei scendere. Ora mi riposo un poco. Vedi! mi riposo, perchè ho un gran mal di capo. Fagli tante grazie da parte mia, e digli come mi hai lasciata, che altrimenti sarei venuta.
– Sì. Ma non mi pare che sia una bella finezza che mi fate, – disse Maggy spalancando gli occhi, – di voltarvi in là e di non guardarmi.
Maggy era molto suscettibile agli affronti personali, e molto ingegnosa ad inventarli.
– E vi nascondete anche la faccia con le mani! – proseguì. – Se non potete sopportare la presenza di una povera creatura come son io, sarebbe meglio di dirlo chiaro e tondo, invece di nascondervi a cotesto modo, per fare tanta pena e spezzare il cuore di una bambina di dieci anni, poverina!
– Gli è che ho male al capo, Maggy.
– Ebbene, se vi mettete a piangere per farvi passare il mal di capo, voglio piangere anch’io. Non vi pigliate le cose tutte per voi, che volete piangere sola. No, mammina, questo non istà bene!
E così dicendo, Maggy si mise a piagnucolare.
Ci volle il bello e il buono per persuaderla a tornarsene con le scuse della piccola Dorrit; ma la promessa di una novella, – Maggy andava matta delle novelle, – a patto che facesse la commissione e non tornasse che di lì ad un’ora, ed anche una certa idea di andare a riprendere il suo buon umore lasciato al basso della scala, la vinsero finalmente. Se n’andò dunque, ripetendo lungo la via l’ambasciata, per tenerla bene a mente. In capo all’ora fissata era di ritorno.
– Se n’è accorato tanto, ve lo so dire io, – disse allora, – e voleva mandare pel dottore, e dimani torna, e non credo che stanotte potrà chiudere occhio a motivo del vostro mal di capo, mammina. Oh! ma avete pianto.
– Credo di sì, Maggy; un poco.
– Un poco! oh!
– Ma adesso non è più nulla. Tutto pel meglio, Maggy. Mi sento ora molto meglio e il capo non mi fa più tanto male come prima. Sono molto contenta di non esser discesa.
La grossa e tenera creatura dagli occhi spalancati l’abbracciò, le lisciò i capelli, le bagnò gli occhi e la fronte con un po’ d’acqua fredda, l’abbraciò di nuovo, si mostrò allegra di vederla alquanto ripigliata, e la adagiò finalmente sulla poltrona presso la finestra. Finalmente, dopo molti movimenti apoplettici che erano perfettamente inutili, Maggy strascinò la cassa che le serviva in simili occasioni quando si trattava di udire una novella, vi si pose a sedere, si abbracciò le ginocchia, e disse, con un vorace appetito di novelle e più che mai spalancando gli occhi:
– Andiamo, mammina, contiamone una coi fiocchi!
– Su che argomento, Maggy?
– Oh! mettiamoci una Principessa, – rispose Maggy, – una Principessa sul serio, una cosa ricca assai, sapete!
La piccola Dorrit pensò un momento; poi con un sorriso piuttosto malinconico e illuminato dalla luce del tramonto, prese a dire:
– Maggy, c’era una volta un bel re, che possedeva tutto quello che potea desiderare e dell’altro ancora. Aveva oro ed argento, diamanti e rubini, e ricchezze di ogni sorta. Aveva dei palazzi, aveva….
– Degli ospedali, – interruppe Maggy, sempre tenendosi strette le ginocchia. – Diamogli degli ospedali perchè son tanto belli. Ospedali con una gran quantità di polli.
– Sì, Maggy, egli ne aveva, ed aveva ogni cosa e sempre in abbondanza.
– Di patate fritte, per esempio?
– Di tutto, Maggy, di tutto!
– Oh Signore! che bella cosa! – esclamò Maggy tutta, contenta.
– Questo re aveva una figlia, e questa figlia era la più saggia e la più bella principessa che mai sia stata al mondo. Quando era bambina, capiva le sue lezioni prima che i maestri gliele insegnassero, e quando venne su fanciulla era la maraviglia del mondo. Ora vicino al palazzo dove stava la Principessa c’era una capanna dove abitava una povera donnina, che viveva sola sola…
– Una vecchierella, – interruppe Maggy, passandosi la lingua sulle labbra.
– No, Maggy, non già una vecchierella. Era una giovane invece.
– E non aveva paura di star sola? Continuate, di grazia.
– La Principessa passava quasi tutti i giorni per la capanna, e tutte le volte che si trovava a passare nella sua bella carrozza, vedeva la povera donna che filava innanzi alla porta e la Principessa la guardava o la povera donna guardava a lei. Così, un bel giorno fermò il cocchiere un po’ lontano dalla capanna, discese e si avanzò per dare una occhiata all’interno di quella capanna, e la donna piccina se ne stava come sempre, a filare. La Principessa la guardò ed ella guardò la Principessa.
– Oh che cosa curiosa, starsene così a guardarsi negli occhi. Proseguite, mammina, proseguite,
– Questa principessa era una principessa così maravigliosa, che aveva il potere di conoscere tutti i segreti della gente. Sicchè disse alla donna piccina: «Perchè la tenete nascosta?» Allora la donna capì subito che la principessa sapeva perchè ella viveva così tutta sola, dipanando dalla mattina alla sera; e si gettò ai piedi della principessa e la pregò e la scongiurò di non tradirla mai. E la principessa disse che non l’avrebbe tradita, ma che volea vedere il segreto. Allora la donna piccina chiuse le imposte della finestra, menò i chiavistelli alla porta, e, tremando da capo a piedi per paura che qualcheduno l’avesse a scoprire, aprì una porta molto segreta e mostrò alla principessa un’ombra.
– To’ to’! – fece Maggy.
– Era l’ombra di qualcuno che era passato di là molto tempo innanzi; di qualcuno che era andato lontano, molto lontano, per non tornar mai più. Era bella a vedere; e quando la donna piccina la mostrò alla principessa, ne era superba con tutto il cuore come di un tesoro prezioso, molto prezioso. Quando la principessa l’ebbe osservata un poco, disse rivolta alla donna piccina: «E voi dunque fate la guardia tutti i giorni a questa bella ombra!» E la donna piccina abbassò gli occhi e rispose a bassa voce: «Sì.» Allora la principessa disse: «Ricordatemi il perchè.» E l’altra rispose che mai nessuno così buono e così dolce era passato per quella via; e disse anche che, tenendo per sè quell’ombra, non la toglieva a nessuno; che nessuno ne soffriva; che il qualcuno a cui quell’ombra apparteneva era andato a raggiungere le persone che lo aspettavano….
– Qualcuno era dunque un uomo? – interruppe Maggy.
La piccola Dorrit rispose timidamente di sì; almeno così supponeva. Poi riprese la narrazione:
– …. Era andato a raggiungere le persone che lo aspettavano, e perciò l’ombra non era stata rubata a nessuno. Allora la principessa disse; «Ah! ma quando sarete morta, donnina mia, si scoprirà che l’avevate voi.» E la donna piccina rispose: «No, no: Quando sarà venuto quel giorno, l’ombra se ne scenderà con me nella tomba e nessuno la troverà mai.»
– O brava! – Disse Maggy. – Continuate, continuate.
– La principessa restò molto maravigliata nell’udir questo, come ti puoi figurare, Maggy.
– Lo credo io! – disse Maggy.
– E così risolvette di tener d’occhio la donna piccina e di vedere a che la cosa andasse a finire. Ogni giorno, se n’andava nella sua bella carrozza verso la via della capanna, e trovava la donna piccina che dipanava e dipanava sempre, e la principessa guardava la donna piccina e questa guardava la principessa. Un giorno finalmente l’arcolaio era fermo e la donna piccina non si vedeva. Quando la principessa domandò perchè l’arcolaio era fermo e dove fosse la donna piccina, le dissero che l’arcolaio non girava perchè non c’era nessuno per farlo girare, e che la donna piccina era morta.
– Avrebbero dovuto portarla all’ospedale, – disse Maggy, – e di certo sarebbe guarita.
– La principessa, dopo aver pianto un pochino, ma proprio pochino, si asciugò gli occhi, fece fermare la carrozza allo stesso punto dell’altra volta, discese e andò verso la capanna per vedere un po’ di dentro. Non c’era nessuno adesso che la guardava e non c’era nessuno da guardare; sicchè ella entrò franca nella capanna per cercare l’ombra che la donna piccina custodiva come un tesoro. Ma, per quanto facesse, non le riuscì di trovarla in nessuna parte e non ne vide alcun segno; e così capì che la donna piccina le avea detto la verità, e che l’ombra non avrebbe mai dato fastidio a nessuno, e che se n’era discesa tranquillamente nella sua tomba dove se ne stava a riposare insieme alla donna piccina. E questo è tutto, Maggy.
A questo punto, la luce del tramonto veniva così direttamente sulla faccia della piccola Dorrit, ch’ella si fece scudo della mano.
– Si era fatta vecchia assai? – domandò Maggy.
– La donna piccina?
– Sì.
– Non so. Ma sarebbe stata sempre ad un modo, anche a passare cento e cento anni.
– Davvero, davvero! E lo credo anch’io, lo credo!
E Maggy spalancò i suoi occhioni e si mise a ruminare. E tanto tempo restò a questo modo, che alla fine la piccola Dorrit, per farla muovere dalla sua cassa, si alzò e guardò fuori dalla finestra. Abbassando gli occhi al cortile, vide Pancks che entrava e volgeva su, passando, una mezza occhiata.
– Chi è quello lì, mammina? – domandò Maggy, che l’avea raggiunta presso la finestra e le si appoggiava sopra una spalla. – Lo vedo andare e venire quasi tutti i giorni.
– Dicono che egli vada dicendo la buona ventura, – disse la piccola Dorrit. – Ma io dubito assai ch’egli sia capace di dire a molta e molta gente la sorte passata e la presente.
– Nemmeno quella della principessa? – domandò Maggy.
La piccola Dorrit, guardò tristamente sulla oscura valle della prigione e scosse il capo.
– E nemmeno quella della donna piccina?
– No, – rispose la piccola Dorrit, mentre, il sole al tramonto le coloriva sempre più forte la faccia. – Ma allontaniamoci dalla finestra.

CAPITOLO XXV.

COSPIRAZIONI ED ALTRO.

La residenza particolare del signor Pancks era a Pentonville, dov’egli abitava ad un primo piano una stanzuccia subaffittatagli da un pover’uomo di legge, non troppo ricco di affari, il quale aveva dietro la porta d’entrata una seconda porta a molla che si apriva e si chiudeva come una trappola. Il vetro che stava sulla prima di queste due porte, portava scritto: RUGG, Agenzia di affari, tenuta di libri, ricupero di debiti.
Questa iscrizione, maestosa nella sua severa semplicità, illuminava un pezzetto di giardino che separava la casa dalla via polverosa, dove alcuni arbusti piegavano tristamente il loro fogliame disseccato ed affogavano nella polvere. Un maestro di calligrafia occupava il piano a terreno ed aveva ornato il cancello del giardino di cornici contenenti dei modelli scelti di ciò che i suoi scolari sapevano fare prima di aver preso una mezza dozzina di lezioni. L’alloggio del signor Pancks limitavasi ad una camera da letto molto ventilata; egli avea però stipulato col signor Rugg, suo locatore, che in virtù di un accordo amichevole in quanto al prezzo e con la prevenzione di un giorno, avrebbe il diritto tutte le domeniche di partecipare alla colezione, al desinare, al tè, o alla cena del suddetto signor Rugg e della signorina Rugg, sua figlia, nel salottino da pranzo.
La signorina Rugg era una ragazza che possedeva una piccola proprietà, acquistata insieme a una certa celebrità in tutto il vicinato, a danno del proprio cuore lacerato e spezzato da un fornaio di mezza età, ch’ella aveva chiamato, per mezzo del signor Rugg, a rispondere innanzi ai tribunali per danni e interessi per mancata promessa di matrimonio. Il povero fornaio, quantunque fosse stato coperto di epiteti ingiuriosi dall’avvocato della signorina, pel valore di cinquecento lire (ogni epiteto, a conto fatto, corrispondeva a una lira e cinquanta centesimi), e condannato ai relativi danni e interessi, era nondimeno soggetto tuttavia alle persecuzioni della giovine beltà di Pentonville. Ma la signorina Rugg, circondata dalla maestà della legge, e forte dei suoi danni e interessi che avea impiegati in fondi pubblici, godeva della universale considerazione.
In compagnia del signor Rugg dal viso tondo e bianco (forse per aver perduto da molto tempo tutti i suoi rossori) e dalla capigliatura irta e giallastra come una scopa consumata, e in compagnia della signorina Rugg dal viso coperto da piccole macchie bianche che pareano bottoni di camicia e dalla capigliatura bionda-slavato più sudicia che abbondante, il nostro signor Pancks desinava ordinariamente tutte le domeniche da parecchi anni, nel qual tempo aveva anche diviso con essi, una o due volte alla settimana, varie cenette di pane, cacio d’Olanda e porter. Il signor Pancks era uno dei pochi uomini disponibili a cui la signorina Rugg non inspirava alcun terrore, essendo doppio l’argomento dietro il quale riparavasi. Primo che «certi scherzi non riescono sempre ad un modo»; secondo che «non valeva la pena di attaccare un uomo come lui.» Protetto da questa doppia corazza, il signor Pancks indirizzava alla signorina Rugg dei grugniti sufficientemente amichevoli.
Fino ad ora il signor Pancks si era ben poco occupato di affari nel suo alloggio di Pentonville, dove non faceva altro che dormire, ma divenuto tutto ad un tratto uno zingaro, gli accadeva spesso di rimaner rinchiuso fino a dopo mezzanotte nello studietto del signor Rugg congiurando con costui non si sa che cosa; ed anche, dopo coteste ore insolite, si vedeva ardere la candela nella sua camera da letto. Quantunque le sue occupazioni per conto del Patriarca non fossero punto meno gravi di prima e non rassomigliassero a un letto di rose che per le loro innumerevoli spine, era chiaro però che una novella industria o un diverso impiego lo teneva continuamente occupato. Quando egli, la sera, perveniva a sbarazzarsi del Patriarca, andava di certo ad attaccarsi a qualche altro bastimento anonimo per rimorchiarlo verso un porto sconosciuto.
Dopo aver stretto conoscenza col signor Chivery padre, era forse riuscito agevole al nostro Pancks di far la conoscenza dell’amabile signora Chivery e dello sconsolato John; ma, agevole o no, egli vi era riuscito. Una o due settimane dopo la sua prima comparsa nel cortile della prigione, ei trovavasi nello spaccio dei tabacchi come in casa propria. Erasi sopratutto studiato di accattivarsi l’animo del giovane John. Arrivò perfino ad ottenere che l’innamorato ed addolorato pastore abbandonasse i suoi umidi boschetti per incaricarsi di varie misteriose missioni. Il giovane John incominciò a fare, ad intervalli irregolari, delle assenze che duravano qualche volta fino a quattro giorni. La signora Chivery, donna prudente, che molto si meravigliava della metamorfosi del figliuolo, avrebbe veramente potuto protestare contro coteste assenze di lui, che portavano danno al commercio del montanaro scozzese inchiodato sulla porta; ma non ne faceva niente, per due potentissime ragioni: la prima, che John si scuoteva in tal modo dal suo abbrutimento e pigliava interesse a quella qualunque cosa per cui quei viaggi misteriosi avevano luogo: il che non poteva non fargli un gran bene alla salute: la seconda, che il signor Panks s’era confidenzialmente accordato a darle, per ciascuna delle assenze del figliuolo, la somma di otto lire e trentacinque centesimi. La quale ultima proposta era stata fatta dallo stesso Pancks nei seguenti termini:
«Se vostro figlio ha la debolezza, signora mia, di non accettare questa somma, non per questo non la dovete accettare voi; non vi pare? Sicchè, tra noi, signora mia, a quattr’occhi, poichè gli affari son sempre affari, eccole qui e non se ne parli più!»
Che pensasse di tutte queste cose il signor Chivery, o che ne sapesse, non c’era da ricavarlo da lui. Già si è fatto notare ch’egli era uomo di poche parole; e si può aggiungere ora ch’egli avea contratto un certo vizio di mestiere di chiudere a chiave ogni cosa. Ei chiudeva dentro i proprii pensieri con la stessa cura che poneva a chiuder dentro i debitori della Marshalsea. Teneva chiuse le labbra come la porta della prigione, nè senza un serio motivo le apriva. Quando proprio non si potea fare a meno di lasciare andar fuori qualche cosa, le apriva un cotal poco, le teneva aperte il meno possibile e si affrettava a richiuderle. In quel modo che, per risparmiarsi il fastidio di aprire più volte di seguito la porta della prigione, ei faceva attendere un visitatore che voleva uscire se ne vedeva un altro avvicinarsi, tanto da metterli fuori tutti e due con una sola girata di chiave; così accadeva spesso che facesse attendere questa o quella osservazione, quando presentiva che un’altra stava sul punto di arrivare, per esprimerle entrambe ad un colpo solo. In quanto a poter trovare una chiave qualunque nell’espressione del volto per indovinare l’animo suo, sarebbe stato lo stesso che voler cercare nella chiave della prigione un qualunque indizio del carattere individuale e delle vicende di ciascuno degli individui ch’essa serviva a tener rinchiusi.
Che il signor Pancks si decidesse ad invitare qualcuno a Pentonville, era un fatto senza precedenti nel suo calendario. Il fatto sta ch’egli invitò a pranzo il giovane John, e giunse perfino ad esporlo al fascino pericoloso (perchè costoso, a causa dei danni o interessi) dell’adorabile signorina Rugg. Il banchetto fu fissato per un giorno di domenica, e la signorina Rugg apparecchiò con le proprie mani una coscia di castrato con ostriche, che mandò a cuocere dal fornaio…. non già da quel fornaio, ma da un altro che facea concorrenza al traditore. Si fece anche una provvista conveniente di aranci, pomi, noci e via discorrendo. Il signor Pancks poi portò fin dal sabato sera una bottiglia di rhum per rallegrare il cuore e sollevare gli spiriti del suo ospite.
Ma la parte principale del prossimo ricevimento non fu di certo nei preparativi materiali. Il suo carattere più spiccato fu la confidenza familiare e simpatica con cui l’ospite venne ricevuto. Quando il giovane John, al tocco e mezzo preciso, fece la sua apparizione, senza la mazza dal becco di avorio, senza la sottoveste a mazzolini dorati, come un povero sole spogliato dei suoi raggi dalle nuvole indiscrete, il signor Pancks lo presentò alla famiglia Rugg, come quel giovane di cui tante volte avea parlato e che era innamorato della signorina Dorrit.
– Son lieto, – disse il signor Rugg, dandogli un colpo nel suo debole, – di avere l’alto onore di fare la vostra conoscenza, signore. I vostri sentimenti vi fanno onore. Voi siete giovane; così possiate non sopravvivere ai vostri sentimenti! Dal canto mio, se dovessi sopravvivere ai miei sentimenti, signore, – aggiunse il signor Rugg che era uomo di molte parole e godeva fama di distinto oratore, – se dovessi sopravvivere ai miei sentimenti, lascerei in testamento la somma di millecinquecento lire a favore di quell’uomo che si desse tanta pena da mettermi fuori dell’esistenza.
La signorina Rugg mise un lungo sospiro.
– Vi presento mia figlia, signore, – disse il signor Rugg. – Anastasia, tu sei in grado di intendere i sentimenti di questo giovane. Anche mia figlia, signore, ha avuto le sue (il signor Rugg avrebbe parlato più propriamente, dicendo la sua).
Il giovane John, confuso ed oppresso da un’accoglienza così commovente, ringraziò l’oratore.
– Ciò che io vi invidio, signore, – riprese a dire il signor Rugg; – …date qua il cappello, di grazia; non ci abbiamo molti attaccattoi, ma lo metterò io in un certo cantuccio, dove nessuno ci metterà i piedi sopra…. ciò che io vi invidio, signore, è la felice abbondanza dei sentimenti. Io appartengo ad una professione nella quale cotesta felicità ci viene qualche volta negata.
Il giovane John rispose, ringraziando, ch’ei si lusingava di fare quel che gli pareva giusto e che valesse a mostrare quanta fosse la sua affezione per la signorina Dorrit. Si sforzava di essere disinteressato, e si lusingava di esserci riuscito. Si adoperava a tutt’uomo per render servigio alla signorina Dorrit, cercando nel tempo stesso di non mettere avanti la propria persona; e si lusingava di farlo. Poco per verità potea fare, ma quel poco si lusingava di metterlo in opera.
– Signore, – disse il signor Rugg, pigliandolo per mano, – voi siete un giovane la cui conoscenza reca una viva soddisfazione. Voi siete un giovane che io vorrei far citare come testimone innanzi ad un qualunque tribunale, per umanizzare un po’ gli animi degli uomini della legge. Spero che avrete portato con voi una buona dose di appetito e che farete onore al nostro modesto desinare?
– Grazie, signore, – rispose John, – non mangio molto da qualche tempo in qua.
Il signor Rugg lo trasse un po’ in disparte.
– È proprio il caso di mia figlia, signore, – diss’egli, – all’epoca in cui, per vendicare i suoi oltraggiati sentimenti e il suo sesso, ella portò ricorso nello affare Rugg e Bawkins. Io avrei potuto provare, signor Chivery, se mai avessi creduto che la cosa ne valesse la pena, che in quantità di nutrimento solido consumato da mia figlia in quel periodo non eccedeva dieci oncie alla settimana.
– Io credo di consumarne un poco di più, – rispose l’altro, esitando, quasi che si vergognasse di fare questa confessione.
– Ma nel caso vostro, – disse il signor Rugg con un sorriso ed un gesto della mano, che valevano una argomentazione, – non c’è un demone in forma umana che vi sia piombato addosso. Notate bene, signor Chivery, un demone in forma umana!
– No, signore, no certamente, – rispose John con molta semplicità. – Mi dispiacerebbe assai se ve ne fosse uno.
– Questo sentimento, – disse il signor Rugg, – è appunto quale me lo aspettavo dai vostri noti principii. Mia figlia, signore, ne sarebbe profondamente commossa, se vi udisse. Ma siccome la vedo che porta in tavola il castrato, son lieto che non v’abbia udito. Signor Pancks, vogliate, per questa volta, sedervi di faccia a me. Mia cara, tu ti metterai là, di faccia al signor Chivery. Per quello che riceveremo noi (e la signorina Dorrit), grazie siano rese al Signore!
Senza quell’aria di grave piacevolezza con la quale il signor Rugg pronunziò questa solenne giaculatoria, si sarebbe potuto credere che la signorina Dorrit dovesse anch’ella assistere al desinare. Pancks accolse quella tirata con uno dei suoi soliti grugniti, e mangiò con la sua solita goffaggine; la signorina Rugg, probabilmente per rifarsi del tempo perduto, non risparmiò il castrato, il quale andò rapidamente diminuendo, finchè non ne restò altro che l’osso. Il pudding non stette guari che sparì anch’esso, e allo stesso modo fu inghiottita una notevole quantità di formaggio e di radici. Finalmente vennero le frutta.
A questo punto, e prima che si mettesse mano alla bottiglia del rhum, apparve il solito taccuino del signor Pancks. Si prese allora a trattar d’affari in modo rapido, ma molto strano, e come se si trattasse di una cospirazione. Il signor Pancks sfogliò il suo taccuino che era quasi tutto scritto, facendone dei piccoli estratti ch’egli scriveva sopra tanti pezzettini di carta, senza alzarsi da tavola. Il signor Rugg lo guardava con grande attenzione, e John lasciava vagare il più debole dei due occhi nelle nebbie della meditazione. Quando il signor Pancks, che rappresentava la parte di capo dei cospiratori, ebbe ultimati i suoi estratti, li collazionò, li corresse, richiuse il taccuino e tenne in una mano i pezzettini di foglio come un giuocatore tiene le sue carte.
– Prima di tutto, signori miei, – disse Pancks, – ci abbiamo un cimitero nel Bedfodshire. Chi s’incarica del cimitero?
– Lo prendo io, signore, se non c’è altri che si opponga, – rispose il signor Rugg.
Pancks diede la carta al signor Rugg, e tornò a consultare le altre carte che aveva in mano.
– Ecco ora una informazione che bisogna prendere a Jork. Chi accetta Jork?
– Jork non mi va troppo a genio, – disse il signor Rugg.
In tal caso, – riprese Pancks, – vorreste voi aver la bontà d’incaricarvene, John Chivery?
Avendo John consentito, Pancks gli diè la sua carta e tornò a consultare le altre.
– Abbiamo poi una chiesa a Londra, – tant’è che la pigli io, – e una Bibbia di famiglia; piglio anche questa; e son due per me. Due per me, – ripetè Pancks, grugnendo sulle sue carte. – Ecco poi un registro a Durkam per voi, John, e un vecchio marinaio di Dunstable per voi, signor Rugg. Abbiamo detto due per me, non è vero? Sicuro, due per me. Ecco anche una pietra sepolcrale, e sono tre per me. E un bambino nato morto, e siamo a quattro. Ed ora tutte le mie carte sono all’ordine.
Quando ebbe così distribuite le sue carte, con molta calma e senza punto alzar la voce, il signor Pancks cacciò la mano nella tasca di lato e vi prese un sacchetto di tela, dal quale trasse fuori, quasi a ritegno, due sommette di danaro destinate alle spese di viaggio.
– Il danaro va via presto, – diss’egli un po’ inquieto, spingendo una delle sommette innanzi al signor Rugg, e l’altra innanzi a John.
– Quello che vi posso dire io, – notò John, – è che mi dispiace assai di non essere tanto ricco da pagar di mio le spese di viaggio; e che se mai vi paresse di farmi andare e tornare a piedi, io non ci avrei nessuna difficoltà. Ne sarei anzi contentissimo.
Il disinteresse di questo povero giovane sembrò così ridicolo agli occhi della signorina Rugg, che ella fu costretta a ritirarsi in gran fretta e si andò a sedere sulle scale per riderne fino a non poterne più. Il signor Pancks, intanto, dopo avere contemplato John con un’aria di molta compassione, torse lentamente il collo al sacchetto e se lo ripose in tasca. La ragazza, che tornava in quel punto, mescè del grog nel rhum per tutta la compagnia, senza dimenticare la parte propria, e diè a ciascuno il suo bicchiere. Quando tutti furono serviti, il signor Rugg si levò in piedi e stese in silenzio il braccio, armato del bicchiere, al disopra della tavola, invitando gli altri ad imitarlo e a fare contemporaneamente il brindisi della cospirazione. La cerimonia fu davvero imponente fino ad un certo punto; e tale sarebbe stata fino all’ultimo, se la signorina Rugg, portando il bicchiere alle labbra e trovandosi a dare un’occhiata a John, non fosse stata presa da una pazza risata, alla sola idea del curioso disinteresse del povero giovane; il che portò per conseguenza che tutta la bevanda fu schizzata sui commensali, mentre la signorina soffiava forte, per tenersi dal ridere, nel suo bicchiere di grog, e che la signorina stessa, tutta mortificata, si ritirò in buon ordine.
Tale fu il pranzo memorabile dato dal nostro Pancks nella sua dimora di Pentoville. Tale era la sua esistenza misteriosa ed attiva. I soli momenti di distrazione, nei quali sembrava che dimenticasse le sue cure e si ricreasse, andando in qualche parte o dicendo qualche cosa senza uno scopo determinato, erano quelli in cui mostrava di prendere interesse al forestiero zoppo che era venuto ad installarsi nel cortile del Cuor sanguinoso.
Il forestiere, per nome Giambattista Cavalletto (nel cortile lo chiamavano semplicemente Battista), era un ometto così vispo, agevole, buontempone e felice, che la simpatia che egli ispirava a Pancks derivava senza dubbio dalla forza di contrasto. Solitario, debole, conoscendo appena pochissime parole delle più necessarie della sola lingua con cui potesse conversare con la gente, in mezzo alla quale era venuto a vivere, egli si abbandonava alla corrente della fortuna con una giocondità fino allora sconosciuta in quel piccolo e povero mondo. Aveva appena di che bere e mangiare, non avea altri panni che quelli che portava indosso o quelli ravvolti nel più piccolo fagotto che sia mai stato, e nondimeno lo si vedeva semplice, felice e vispo come un gallo, quando passeggiava zoppicando per il cortile, appoggiandosi sulla sua mazza e riscuotendo le simpatie universali col viso franco ed aperto che metteva in mostra i suoi denti bianchissimi.
Per un forestiero, sano o zoppo che fosse stato, non era facile impresa entrare nelle buone grazie dei Cuori sanguinosi. Prima di tutto, cotesta gente hanno sempre una vaga convinzione che ogni forestiero porti addosso, nascosto in qualche parte, un coltello; in secondo luogo ritengono come un eccellente assioma nazionale quello che dichiara che qualunque forestiere povero e storpio deve al più presto possibile tornarsene donde è venuto. Essi non pensano mai a domandare quanti dei loro compatrioti sarebbero loro rimandati da tutte le parti del mondo, se cotesto principio fosse generalmente accettato: lo considerano come un principio esclusivamente britannico, non applicabile ad alcuna altra parte del mondo. In terzo luogo, hanno una certa loro idea che sia una specie di punizione di non essere nato inglese; e che se all’estero accadono una quantità di disgrazie, gli è appunto perchè all’estero si fanno certe cose che in Inghilterra non si fanno. Vero è che i Mollusco e i Trampoli alimentano assiduamente cotesta credenza, proclamando su tutti i tuoni, più o meno ufficiali, che nessun paese, il quale si rifiuti di sottomettersi alle loro illustri famiglie, può mai contare sulla protezione divina; il che, d’altra parte, non impedisce che essi, dopo averle date a bere così grosse, accusino in privato il loro buon popolo di essere il popolo più zeppo di pregiudizi che esista sotto il sole.
Tale è dunque la posizione politica dei Cuori sanguinosi. Ma ci sono anche altre ragioni, perchè essi non vogliano veder forestieri nel loro cortile. Essi pretendono che i forestieri siano sempre poverissimi, e quantunque siano essi stessi più poveri della povertà, ciò non toglie punto forza all’obbiezione. Pretendono inoltre che i forestieri siano dei vigliacchi che si lasciano fare a pezzi a colpi di sciabola e di baionette; e quantunque sappiano che i loro cranii non sarebbero punto risparmiati se mai si mostrassero un po’ di malumore contro la polizia (c’è per l’appunto un apposito strumento contundente), ciò naturalmente non vuol dir nulla. Pretendono anche che i forestieri siano tutta gente immorale; e quantunque presso di loro vi siano di tempo in tempo dei ricorsi ai tribunali, dei divorzi ed altro, la posizione delle cose non muta punto per questo. Pretendono finalmente che i forestieri non sappiano che cosa sia indipendenza; dimenticando che essi stessi si lasciano menare agli hustings come una mandra di pecore da lord Decimo Tenace Mollusco, bandiera in testa, al suono di una banda che suona l’aria nazionale Rule Britannia. Per non stancare la pazienza del lettore, passo sotto silenzio una quantità di altri dogmi del loro credo politico.
Il forestiero zoppo dovette tener testa a tutti questi ostacoli. Per buona sorte, egli non era solo contro tutti, poichè Arturo Clennam l’avea raccomandato alla famiglia Plornish, in casa della quale, al piano superiore, abitava Battista; ma pure non avea ancora trionfato nella lotta. Nondimeno, i Cuori sanguinosi non aveano cattivo cuore; e quando videro l’omicciattolo andar pel cortile zoppicando, con una faccia piena di buon umore, senza far male ad alcuno, senza tirar fuori coltelli di nessuna sorta, senza commettere enormi immoralità, sostentandosi principalmente di farinacei, e facendo il chiasso tutte le sere coi bambini della signora Plornish, incominciarono a pensare che quantunque ei non potesse mai sperare di divenire un Inglese, non bisognava punirlo di questa involontaria sventura. A poco a poco consentirono ad abbassarsi fino a lui e a chiamarlo signor Battista, ma trattandolo sempre come un bambino, e ridendo fino a tenersene i fianchi dei suoi gesti vivacissimi e del suo povero inglese, tanto più che lo stesso Battista non se n’avea punto a male e rideva con gli altri. Gli parlavano ad alta voce, come se egli fosse sordo addirittura. Costruivano delle frasi apposite, per insegnargli la lingua in tutta la sua purezza, simili a quelle che i selvaggi dirigevano al capitano Cook o Venerdì a Robinson Crusoè. In quest’arte complicata portava il primato la signora Plornish; la quale acquistò tanta celebrità per aver inventato la frase: Io sperare voi gamba presto guarita; che nel cortile si riteneva mancar poco ch’ella parlasse il più pretto italiano. La stessa signora Plornish incominciò a sospettare di avere una naturale inclinazione per apprendere cotesta lingua. Facendosi Battista sempre più popolare, una grande quantità di utensili e di masserizie furono tirate fuori, per fornire al forestiere un vocabolario abbondante. Sicchè non appena ei compariva nel cortile, le signore si precipitavano fuori delle porte di casa gridando:
– Signor Battista, ramino!
– Signor Battista, paletta!
– Signor Battista, staccio!
– Signor Battista, caffettiera!
E così dicendo esibivano gli articoli nominati, per dare al discepolo un’idea delle terribili difficoltà della lingua anglosassone.
A questo punto era arrivata l’educazione del nostro omicciattolo, che da circa tre settimane stava nel cortile, quando il signor Pancks ebbe di lui una favorevole impressione. Pancks era salito alla soffitta in compagnia della signora Plornish che dovea fare da interprete, ed aveva trovato il signor Battista senza altre masserizie nella camera che il suo letticciuolo per terra, una tavola ed una seggiola, ed occupato, sempre vispo ed allegro, ad intagliare un pezzo di legno con pochi e semplici strumenti.
– Orsù, giovanotto, – disse Pancks, – paghiamo la pigione!
Battista avea pronta la moneta, involta in un pezzo di carta, e la porse ridendo all’esattore; poi con un gesto rapido della mano, distese tante dita per quante lire c’erano nella carta, e fece un taglio in aria per indicare una mezza lira di avanzo.
– Oh oh! – esclamò Pancks, guardandolo con maraviglia. – Di questo si tratta? Siete un pigionale coi fiocchi, voi! Sicuro, il conto mi torna. Parola d’onore, che non me l’aspettava.
Qui la signora Plornish ebbe la condiscendenza di spiegare le parole di Pancks al signor Battista.
– Lui, contento voi. Lui piace pigliar danaro.
L’omicciattolo sorrise ed accennò col capo. La sua faccia allegra parve molto attrattiva al signor Pancks.
– Come va con la gamba? – domandò alla signora Plornish.
– Oh meglio assai, signore! Quest’altra settimana è sicuro che farà a meno della mazza per camminare.
Essendo questa opportunità troppo favorevole per lasciarsela sfuggire, la signora Plornish fece pompa del suo talento linguistico, spiegando al signor Battista:
– Lui sperare voi gamba presto guarita.
– E con tutto ciò se la passa allegramente, – disse Pancks, ammirando l’Italiano come un balocco meccanico. – Come vive?
– Ma ecco qua, signore, – rispose la signora Plornish, – si vede ch’egli ha un’abilità tutta sua per intagliare quei fiori che gli vedete fare.
Battista, esaminando in volto i due interlocutori, mostrò il suo lavoro. La signora Plornish interpretò nella sua propria lingua italiana il pensiero del signor Pancks:
– Lui contento. Trovato eccellente.
– E gli dà da vivere? – domandò Pancks.
– Ei si contenta di così poco, che coll’andar del tempo saprà sistemare per bene i fatti suoi. Il signor Clennam gli ha dato la commissione di quei fiori, e gli fa fare ora una cosa ora l’altra nella fabbrica qui appresso. Insomma gliene dà e gliene trova, quando sa che il pover’uomo ne ha bisogno.
– E come passa il tempo, quando non ha da lavorare? – domandò Pancks.
– Alla meglio, per ora, e non troppo bene, perchè non può camminar molto. Ma se ne va attorno pel cortile, chiacchierando di qua e di là senza capire gli altri e senza farsi capire, e si mette a fare il chiasso coi bambini, e si siede al sole…. ei si siede dovunque si trova come se stesse in poltrona…. e se la canta e se la ride, che bisogna sentirlo.
– Se la ride! – ripetè Pancks. – Davvero che ei mi guarda come se ogni suo dente ridesse.
– Ma quando poi si arrampica in cima alle scale all’altro lato del cortile, – proseguì la signora Plornish, – allora sì che bisogna vederlo, che si guarda attorno cercando non si sa che cosa. Alcuni di noi dicono ch’egli guarda dalla parte del suo paese, altri ch’egli aspetta di veder venire qualcheduno che non gli farebbe piacere di veder venire, ed altri non sanno che dire nè che pensare.
Il signor Battista parve di avere confusamente indovinato ciò che diceva la signora Plornish; e forse, con la sua solita rapidità, egli avea afferrato l’atto quasi impercettibile del guardarsi attorno imitato da lei. Ad ogni modo, strinse gli occhi e scosse il capo, come per significare che avea le sue buone ragioni di fare come faceva, e disse nella propria lingua che se la dovea veder lui. Altro!
– Che cosa è Altro? – domandò Pancks.
– Eh…. è una certa specie di frase, signore; che significa ogni cosa, – disse la signora Plornish.
– Davvero? – esclamò Pancks. – Se così è dunque, Altro a voi, giovinotto, buon giorno. Altro!
Il signor Battista con la sua vivacità meridionale ripetè la parola più volte di seguito, e il signor Pancks con la sua flemma britannica gliela ricambiò. Da cotesto giorno in poi, Pancks lo zingaro prese l’abitudine, nel tornarsene a casa stanco dal lavoro della giornata, di traversare il cortile del Cuor sanguinoso, salire tranquillamente le scale, aprire la porta del signor Battista, e trovandolo nella sua cameretta, dirgli: «Ehi, giovanotto, altro!» Al qual saluto rispondeva il signor Battista con molti sorrisi e cenni del capo: «Altro, signore, altro, altro, altro!» Dopo questa laconica conversazione, il signor Pancks ripigliava la sua via, con tutta la soddisfazione di un uomo ristorato e rinfrescato.

CAPITOLO XXVI

LO STATO DELL’ANIMO DI NESSUNO.

Se Arturo Clennam non avesse fermato con sè stesso quel saggio proposito di non innamorarsi di Carina, sarebbe vissuto in uno stato di grande perplessità, costretto a sostenere delle lotte aspre e difficili col proprio cuore. Non ultima di queste sarebbe stata una opposizione violenta ed assidua tra una tendenza spiccata ad avere poca simpatia, per non dir nessuna, verso il signor Enrico Gowan, e una voce segreta che condannava cotesta tendenza come indegna di un gentiluomo. Un’idea generosa non è soggetta a forti avversioni, e non le accetta che difficilmente, anche quando la passione non c’entri di mezzo; ma, quando s’accorge che l’antipatia si va mutando in odio, e riesce nei momenti di sangue freddo a discernere che l’origine di quell’odio non è spassionata, allora un’indole cosiffatta non può non risentirne un dolore profondo.
Sicchè, senza quella prudente risoluzione che sappiamo, il signor Enrico Gowan avrebbe turbato non poco l’animo di Clennam e gli sarebbe venuto innanzi assai più spesso, che non molte altre persone più piacevoli. Certo era che al signor Gowan pensava più Doyce che Clennam; Doyce era sempre il primo a parlarne nelle loro amichevoli conversazioni, le quali erano divenute frequenti, dopo che i due socii abitavano la stessa casa in una delle vecchie vie della città, non lungi dalla Banca presso London-Wall.
Il signor Doyce tornava da Twickenham, dove era andato a passar la giornata. Prima di ritirarsi in camera sua, aprì un poco la porta del salotto di Clennam per dargli la buona sera.
– Entrate, entrate! – disse Clennam.
– Vi ho visto che stavate leggendo, – riprese Doyce, – e temevo disturbarvi.
Se non fosse stato per quella famosa determinazione, Clennam non avrebbe forse saputo quel che stava leggendo; non si sarebbe forse accorto di tener gli occhi fissati da più di un’ora sul libro che gli stava aperto dinanzi. Ei lo richiuse con una certa vivacità.
– Stanno bene? – domandò.
– Sì, – rispose Doyce, – stanno bene. Stanno tutti bene.
Daniele aveva una vecchia abitudine da operaio di portare il fazzoletto nel cappello. Ei lo trasse fuori, si asciugò la fronte e ripetè lentamente:
– Stanno tutti bene. Specialmente, come mi è sembrato, la signorina Minnie.
– C’era gente?
– No, non c’era gente.
– Oh oh!- disse Clennam allegramente; – e come avete fatto ad ammazzare il tempo in quattro che eravate?
– Cioè, eravamo cinque. C’era anche come si chiama…. lui insomma.
– Lui? chi lui?
– Il signor Enrico Gowan,
– Ah sicuro! – esclamò Clennam con insolita vivacità. – Sì, sì…. non me ne ricordavo più.
– Come ve l’ho detto un’altra volta, – riprese Daniele Doyce, – egli ci va tutte le domeniche.
– Sicuro, sicuro; adesso mi ricordo.
Daniele Doyce, sempre asciugandosi la fronte, ripetè:
– Sicuro. C’era lui, c’era lui. Oh già, c’era lui. E c’era anche il cane.
– Pare che…. la signorina Meagles sia molto affezionata a…. al cane, – osservò Clennam.
– Affezionatissima. Più affezionata lei al cane che io non lo sia all’uomo.
– Volete dire il signor?….
– Già, il signor Gowan, proprio lui.
Vi fu nella conversazione una pausa, che Clennam impiegò a caricare l’orologio.
– Badate, – disse alla fine, – di non essere un po’ troppo avventato nei vostri giudizi. I nostri giudizi…. pongo qui un caso in generale….
– Naturalmente.
– Dipendono così strettamente da certe speciali considerazioni, le quali, quasi a nostra insaputa, sono ingiuste, che dobbiamo guardarci da una soverchia precipitazione. Per esempio il signor…
– Gowan, – aggiunse Doyce tranquillamente al quale toccava quasi sempre l’incarico di pronunziare il nome.
– …È giovane, avvenente, disinvolto, vivace, ha ingegno, ed ha molta esperienza del mondo. Sarebbe difficile di fondare sopra una ragione imparziale l’antipatia ch’egli potrebbe inspirare.
– Per me, mio caro Clennam, non credo che sia difficile, – disse il suo socio. Io vedo l’inquietudine ch’egli porta nella casa del mio vecchio amico, e il dolore che gli porterà in seguito. Vedo che quanto più si avvicina alla ragazza e quanto più la guarda, tante più rughe egli solca sulla faccia del mio vecchio amico. In una parola, io lo vedo che stringe in una rete la bella ed affettuosa creatura, che non giungerà mai a far felice.
– Noi non sappiamo, – disse Clennam col tuono di un uomo che soffra, – non sappiamo nè possiamo dire che la renderà felice.
– Noi non sappiamo nemmeno se il mondo durerà ancora altri cento anni, ma la cosa ci pare molto probabile.
– Via, via! – riprese Clennam, – speriamo bene e cerchiamo almeno di essere giusti, se non generosi. Noi non denigreremo cotesto giovane, sol perchè ha avuto la fortuna di piacere alla bella fanciulla di cui brama la mano; nè metteremo in questione il diritto che naturalmente appartiene a lei di dare il proprio amore ad un uomo che le par degno di ottenerlo.
– Può darsi, amico mio, può darsi, – disse Doyce. – Ma può anche darsi che la bella Minnie sia troppo giovane e viziata, troppo confidente ed ingenua, per essere in grado di fare una scelta giudiziosa.
– A questo poi, – disse Clennam, – non sarebbe mai in nostro potere di rimediare.
Daniele Doyce scrollò gravemente il capo e rispose:
– Lo temo.
– E perciò, – proseguì Clennam, – per dir tutto in una parola, dovremmo deciderci a riguardare come indegno di noi di dir male del signor Gowan. Sarebbe una meschina e bassa soddisfazione di cedere a quel sentimento di antipatia che per avventura potremmo aver per lui. Ed io, per parte mia, ho risoluto di non dirne punto male.
– Io non son così sicuro di me, caro Clennam, – replicò Doyce, – epperò mi riserbo il diritto di non far le sue lodi. Ma se di me non sono sicuro, sono invece sicuro di voi, Clennam, e comprendo quanta sia la vostra rettitudine e quanto vada rispettata. Buona notte, mio caro amico e socio!
Così dicendo, gli diè una stretta di mano, come se vi fosse stato qualche cosa di molto serio nel fondo della loro conversazione, e si separarono.
Nel frattempo, essi eransi più volte recati a far visita alla famiglia Meagles, e sempre avevano avuto occasione di notare che anche una passeggiera allusione al signor Gowan facea tornare sulla faccia del bravo signor Meagles quella nube di tristezza che l’avea oscurata quel giorno in cui Arturo s’era imbattuto nel nobile artista alla riva del fiume. Se mai Clennam, rimettendo del suo proposito, avesse lasciato penetrare nel proprio cuore un’ombra sola di quella passione, cotesto periodo avrebbe potuto essere per lui una ben dura prova; ma, nella presente condizione delle cose, vista quella famosa determinazione, egli non ebbe a soffrir niente…. proprio niente.
Ancora, se mai avesse il suo cuore aperto l’adito a quell’ospite, la lotta taciturna ch’egli avrebbe dovuto sostenere durante cotesto tempo avrebbe avuto in sè qualche cosa di meritorio. Forse anche vi sarebbe stato un certo che di merito nello sforzo continuo ch’egli avrebbe fatto per non ottenere dei risultati favorevoli a sè usando di quei mezzi passi ed odiosi che l’esperienza gli avea insegnato a detestare, ed invece per appoggiarsi sopra un elevato principio di onore e di generosità. Forse non minor merito vi sarebbe stato nella risoluzione presa di non evitare nemmeno la casa del signor Meagles, per tema che cercando, nel proprio interesse, di risparmiarsi una pena, ei non avesse a recare il minimo dolore alla fanciulla, che in tal modo sarebbe divenuta causa innocente di una assenza, della quale il signor Meagles potrebbe dolersi. E forse anche in certo modo vi sarebbe stato un merito nella modesta franchezza con la quale Arturo si rammentava sempre, facendo un confronto, della età più conveniente del signor Gowan e delle sue brillanti qualità. Forse per far tutto questo e dell’altro ancora con maggior semplicità e con una costanza calma e coraggiosa, mentre che un’angoscia segreta e tutti i dolori della sua vita passata lo facevano acerbamente soffrire, avrebbe richiesto una certa forza di carattere, che gli avrebbe fatto onore. Ma, in grazia della presa determinazione, Arturo non poteva pretendere ad alcuno di questi meriti, e un tale stato di eroismo non era il suo…. era di nessuno, proprio di nessuno.
Al signor Gowan, dal canto suo, poco premeva che fosse di nessuno o di qualcheduno. Nulla veniva a turbare la serenità dei suoi modi, quasichè l’idea che Clennam potesse osare discutere questa importante questione fosse troppo incredibile e troppo ridicola perchè il nobile artista vi si fermasse di un sol momento col pensiero. Egli era sempre per lui una tale affabilità e l’accoglieva sempre con tal disinvoltura, che sarebbe stata sufficiente (posto che Arturo non avesse preso la sua grande risoluzione) per esercitare un’azione molto ingrata sopra un animo che si fosse trovato nello stato di quello…. di nessuno.
– Mi dispiace che non siate venuto ieri, – disse il signor Gowan recandosi l’indomani a fare una visita a Clennam. – Abbiamo passato laggiù una giornata deliziosa.
– Appunto così m’è stato detto, – replicò Arturo.
– Dal vostro socio? Che brav’uomo quel signor Doyce.
– Io lo stimo moltissimo.
– Perbacco! ma se vi dico che è la più amabile persona che io abbia mai conosciuto. Così semplice, così ingenuo, così pieno di fede in una quantità di cose perfettamente incredibili.
Questo argomento, nella conversazione di Gowan, era uno dei più delicati e che facevano una ingrata impressione all’orecchio di Clennam. Sicchè questi cercò di troncare il discorso, ripetendo semplicemente di stimar moltissimo il signor Doyce.
– Oh che caro uomo! Vi assicuro che non c’è niente di più piacevole che di vederlo, all’età sua, andarsene come uno di quegli innamorati del chiaro di luna, senza aver niente perduto o guadagnato per la via. È uno spettacolo che vi allarga il cuore! Così poco corrotto dal mondo, così semplice, così buono! Parola d’onore, signor Clennam, ci si sente orribilmente mondani e corrotti accanto ad un uomo così primitivo. Permettetemi di aggiungere che parlo qui per conto mio, signor Clennam; poi anche voi siete un po’ ingenuo.
– Grazie del complimento, – rispose Clennam un po’ disturbato. – Spero bene che voi lo meritiate del pari.
– Io?… ma, per dir la verità, non troppo. Non sono già un grande impostore, questo no. Compratevi un mio quadro, ed io vi dirò a quattr’occhi, ch’esso non vale la moneta che ci avete speso. Comprate un quadro di un altro pittore, – anche di uno di quei professoroni celebri che mi fanno stare a segno, – e c’è da scommettere cento contro uno che quanto più avrete pagato, tanto più il pittore vi avrà messo in mezzo. Fanno tutti così, sapete.
– Tutti i pittori?
– Pittori, scrittori, patriotti, tutti quelli che tengono bottega sul mercato sociale. Date venti sterline alla maggior parte delle persone di mia conoscenza, e sarete giusto ingannato fino a concorrenza della somma; datene ventimila, sarete ingannato per ventimila. Eppure un bel mondo, ad onta di tutto ciò! – esclamò Gowan con un caldo entusiasmo. – Che mondo piacevole e delizioso!
– Io avrei piuttosto pensato, – disse Clennam, – che il principio a cui accennate fosse specialmente adottato dai….
– Dai Mollusco? – interruppe Gowan, ridendo.
– Dagli uomini politici che si degnano di dirigere il Ministero delle Circonlocuzioni.
– Ah no! non siate così severo coi Mollusco, – rispose Gowan ridendo di nuovo; – sono brava gente, sapete! Anche quel povero Clarence, l’idiota della famiglia, è il più caro ed amabile imbecille ch’io abbia mai conosciuto! E perbacco, egli possiede anche una certa specie di abilità che vi sorprenderebbe!
– Molto, – rispose Clennam seccamente.
– E in fin dei conti, – continuò Gowan col suo sistema caratteristico di ridurre tutte le cose del mondo allo stesso peso, – quantunque io non possa negare che il ministero delle Circonlocuzioni finirà un bel giorno per mandare all’aria ogni cosa, pure mi conforta il pensiero che ciò non accadrà a tempo nostro… e ad ogni modo è un’ottima scuola pei gentiluomini.
– Temo, – disse Clennam scrollando il capo, – che non sia una scuola molto pericolosa, superflua e costosa per quelli che pagano il loro danaro per mantenervi gli scolari.
– Ah perbacco! che uomo terribile che siete! – rispose Gowan con tuono leggiero. – Adesso capisco come va che abbiate fatto tanta paura a quello stupido di Clarence, ve lo dico io che gli voglio bene davvero, il più stimabile di tutti i bestioni. Ma basti di lui e di tutti loro. Io vorrei presentarvi a mia madre, signor Clennam. Abbiate la gentilezza di offrirmene l’opportunità.
Se Clennam si fosse trovato nello stato di animo… di nessuno, questo invito gli sarebbe stato ben poco gradito, ed egli non avrebbe saputo come scusarsene alla meglio.
– Mia madre vive una vita molto primitiva laggiù in quel castellaccio di mattoni rossi ad Hampton-Court. Se volete voi stesso fissarmi il giorno perchè io possa avere il piacere di avervi a pranzo, voi vi seccherete enormemente e mia madre sarà contentissima. Questa è la verità pura e semplice.
Che rispondere a questo? Nel carattere riservato di Clennam vi era un gran fondo di semplicità, nel senso buono della parola, perchè egli non era sciupato dall’esperienza; sicchè nella sua modesta semplicità, ei non potè dire altro se non che era molto fortunato di mettersi agli ordini del signor Gowan. In conseguenza di che fu fissato il giorno, – giorno assai tristo per l’invitato, che nondimeno partì per Hampton-Court in compagnia di Gowan.
I venerabili abitanti di quel venerabile edificio sembravano, a quell’epoca, di essersi ivi accampati come una banda di zingari civilizzati. Vi era tutto intorno ad essi un certo che di provvisorio, come se aspettassero il momento di andar via, subito che avessero trovato qualche cosa di meglio; e tutti avevano un’aria scontenta e ingrognata come se prendessero in assai mala parte che lo Stato non provvedesse a procacciar loro una più conveniente abitazione. Non appena aprivasi un uscio si vedevano dentro una quantità di eleganti rappezzi per ingannare l’occhio dell’osservatore: dei paraventi rachitici si sforzavano invano di trasformare in sala da pranzo un andito a volta o di nascondere vari angoli oscuri dove dei garzoni di cucina si radunavano a dormire la notte col capo fra i coltelli e le forchette; – delle tendine che vi pregavano di credere che esse non celavano niente; – delle porte a vetri che vi supplicavano di non vederle; – una quantità di oggetti di forme varie e stravaganti, che facevano le viste di non sapere ch’essi erano dei letti belli e buoni; – delle buche nascoste, che dovevano essere depositi di carboni; – dei passaggi che volevano far credere di non menare a nessuna parte, quando invece s’indovinava subito che si andava per essi in piccole e miserabili cucine. Da tutto ciò scaturiva una quantità di restrizioni mentali e di artificiosi misteri. La gente che veniva di fuori, guardando fiso negli occhi dei padroni di casa, facea le viste di non sentire il tanfo di cucina a tre passi di distanza; altri, trovandosi in faccia ad un armadio lasciato aperto per caso, fingevano di non accorgersi delle bottiglie che vi erano dentro; altri ancora trovandosi appoggiati ad un sottile tramezzo di tela, dietro il quale un guattero e una fantesca si scambiavano delle parolacce, mostravano credere di trovarsi nel più profondo silenzio. Non v’era alcun termine ai piccoli biglietti di compiacenza di questa fatta, che gli zingari dell’aristocrazia traevano completamente gli uni sugli altri.
Alcuni di questi zingari erano dotati di un temperamento molto irritabile, perchè molestati e contrariati senza posa da due mentali sofferenze: prima, la coscienza che il paese non li compensava mai abbastanza; secondo, il permesso dato al paese di metter piede nel palazzo che lo stesso paese avea dato per abitazione gratuita. Questo secondo torto, che era senza dubbio il più grave, li facea disperare specialmente nei giorni di domenica, quando essi aveano sperato per qualche tempo, per non aver visite, che la terra si aprisse ed inghiottisse il paese; ma, in grazia di qualche colpevole negligenza delle autorità celesti, questa desiderata catastrofe non era ancora avvenuta.
La porta della signora Gowan fu aperta da un vecchio servo di casa, il quale aveva anche lui un certo conto da aggiustare col paese, a proposito di un impiego nell’Uffizio postale che da parecchio tempo egli stava aspettando e che non arrivava mai. Egli sapeva benissimo che il paese non era in grado di dargli cotesto posto; ma nondimeno si andava confortando con l’acerba idea che il paese non glielo voleva dare. Sotto l’influenza di questo torto (e forse anche di qualche piccola lesineria o irregolarità di scadenza in fatto di salario), egli era divenuto poco curante della propria persona e molto burbero; ed ora, scorgendo in Clennam un membro della massa abbietta dei suoi oppressori, lo ricevette con ignominia.
La signora Gowan però lo accolse con molta condiscendenza. Egli trovò in lei una vecchia dama piena di maestà, bella una volta, e tuttavia assai ben conservata, tanto da poter fare a meno della polvere che imbiancava il naso aquilino, e di una certa freschezza di colorito impossibile sotto ciascuno degli occhi. Ella lo trattò un poco dall’alto in basso; e così fece pure un’altra vecchia signora dalle sopracciglia nere e dal naso aquilino, la quale dovea necessariamente avere in sè qualche cosa di naturale, altrimenti non avrebbe potuto esistere, quantunque questa qualche cosa non fosse nè la capigliatura, nè la dentatura, nè le forme del corpo, nè il colorito; così fece pure con un vecchio signore dal capo grigio, che aveva un aspetto molto dignitoso ed esoso. Questi due personaggi erano venuti a pranzo dalla signora Gowan. Ma siccome aveano tutti appartenuto ad una Ambasciata britannica in varie parti della terra, e siccome un’ambasciata britannica non potrebbe meglio entrare nelle grazie del Ministero delle Circonlocuzioni che trattando i compatrioti col più solenne disprezzo (altrimenti somiglierebbe alle Ambasciate degli altri paesi), Clennam sentì in fine dei conti che lo si trattava alla miglior maniera e senza grandi sforzi di cortesie.
Il vecchio signore dall’aspetto dignitoso era nientemeno che Lord Lancaster dei Trampoli, il quale era stato tenuto per molti anni dal Ministero delle Circonlocuzioni come rappresentante di S. M. Britannica all’estero. Questo nobile Refrigeratore avea ghiacciato a tempo suo parecchie Corti di Europa, e avea compiuto questa missione con tanto successo, che il solo suo nome d’Inglese faceva pigliare una infreddatura a tutti quegli stranieri che aveano l’alto onore di ricordarsi di lui alla distanza di un quarto di secolo.
Egli viveva ora ritirato dalla vita pubblica, e si era degnato muoversi dal suo ritiro, con una enorme cravatta bianca che pareva di neve indurita, per venire con la sua persona e raffreddare il pranzo.
Un’ombra delle abitudini zingaresche notavasi nell’andamento nomade del servizio, nelle strane corse ed evoluzioni delle pietanze e dei piatti; ma il nobile Refrigeratore, per parte sua, contribuiva, assai più dell’argenteria e delle porcellane, a rendere il pranzo magnifico. Egli stese la propria ombra su tutta la tavola, rinfrescò i vini, ghiacciò le salse, e gelò i legumi.
Un’altra sola persona vi era nella sala: un microscopico lacchè, aggiunto a quell’uomo misantropo che non avea ottenuto l’impiego nell’Uffizio postale. Anche questo ragazzo, se gli si fosse sbottonata la giacchetta e messo a nudo il cuore, sarebbe stato riconosciuto, nella sua qualità di lontano aderente della famiglia Mollusco, come aspirante ad un impiego governativo.
La signora Gowan, presa da una dolce malinconia, motivata dal veder suo figlio ridotto a sollecitare il favore del vilissimo pubblico coltivando le Arti Vili, invece di valersi dei diritti che gli dava la sua nascita mettendo un anello di più nel naso del pubblico sullodato, aprì la conversazione, parlando della tristezza dei tempi. Fu allora che Clennam imparò per la prima volta su quali piccoli perni gira questo mondo così vasto.
– Se John Mollusco. – disse la signora Gowan, dopo aver bene assodato il principio della generazione dei tempi, – se John Mollusco avesse per poco abbandonato la sua sciagurata idea di conciliarsi la plebaglia, tutto sarebbe andato assai meglio, e ho ragione di credere che il paese sarebbe stato salvo.
La vecchia signora dal naso aquilino approvò; aggiungendo però che se Augusto dei Trampoli avesse, per regola generale, fatta sortire la cavalleria con istruzioni di caricare, ella avea ragione di credere che il paese sarebbe stato salvo.
Il nobile Refrigeratore approvò; aggiungendo però che se Guglielmo Mollusco e Tudor dei Trampoli, quando vennero ad allearsi e formarono la loro famosa coalizione, avessero avuto il coraggio di metter la museruola alla stampa e posto una severissima pena per qualunque gazzettinaio avesse osato discutere gli atti dell’autorità costituita, sia in Inghilterra che all’estero, egli avea ragione di credere che il paese sarebbe stato salvo.
Tutti convennero finalmente che il paese avea bisogno di esser salvato ma perchè avesse questo bisogno non appariva molto chiaro. Questo era chiaro soltanto che la questione aggiravasi solo sopra John Mollusco, Augusto dei Trampoli, Guglielmo Mollusco, Tudor dei Trampoli, Paolo, Pietro, Cesare, Enrico Mollusco o Trampoli, poichè tutto il resto non era che plebaglia. E fu questo speciale carattere della conversazione, che fece su Clennam, che poco vi era usato, una impressione molto sgradita; egli dubitò se fosse regolare di starsene lì a sedere in silenzio, mentre si riduceva una grande nazione in proporzioni così meschine. Ricordandosi però che nelle discussioni parlamentari, sia che si trattasse della vita materiale o della vita morale di cotesta nazione, non si parlava d’altro che di John Mollusco, Augusto dei Trampoli, Guglielmo Mollusco, Tudor dei Trampoli Paolo, Pietro, Cesare, Enrico Mollusco o Trampoli e di nessun altro, si decise a non prendere le difese della plebaglia, la quale dovea essere abituata a siffatte cose.
Il signor Gowan mostrava di prender un gran diletto mettendo fuoco fra i tre parlatori ed osservando le sorprese di Clennam per ciò che quelli dicevano. Nutrendo un supremo disprezzo per la classe che lo avea rigettato e per quella che non l’avea voluto accogliere, qualunque cosa si dicesse in proposito non lo turbava punto. La sua lieta disposizione di animo trovava un nuovo argomento di letizia dalla posizione imbarazzante di Clennam e dall’isolamento di lui in mezzo alla nobile compagnia. Se Clennam si fosse trovato in quel tale stato di animo… di nessuno, egli avrebbe accolto cotesto sospetto e scacciatolo subito dopo come una bassezza, anche prima di levarsi da tavola.
In capo a due ore il nobile Refrigeratore, che non si trovava mai meno di un secolo in arretrato, indietreggiò di circa cinque secoli e mise fuori dei solennissimi oracoli politici appropriati a quell’epoca. Egli finì con raffreddare una tazza di tè per conto proprio, e si ritirò alla sua più bassa temperatura.
Allora la signora Gowan, che in altri tempi era usata a tener presso di sè una poltrona vuota, dove chiamava a sedere uno per uno i suoi schiavi devoti, accordando loro delle brevi udienze come segni del suo specialissimo favore, invitò Clennam con un cenno del ventaglio ad avvicinarsi. Clennam obbedì, ed occupò il tripode testè lasciato vacante da lord Lancaster dei Trampoli.
– Signor Clennam, – incominciò la signora Gowan, – oltre al vivo piacere che io provo nel far la vostra conoscenza, sebbene in questa odiosa ed incomoda abitazione, che è una vera caserma, vi ha un soggetto, del quale muoio dalla voglia di parlarvi. Si tratta di una circostanza, grazie alla quale mio figlio ebbe la fortuna di conoscervi.
Clennam fece un mezzo inchino, come risposta generale più o meno adatta a ciò che non ancora poteva capire chiaramente.
– Prima di tutto, – domandò la signora Clennam, – è davvero tanto bellina?
Nelle strettezze in cui trovavasi… nessuno, egli avrebbe trovato molto difficile di rispondere; più difficile ancora di sorridere e domandare:
– Chi?
– Oh! sapete bene! – replicò la signora Gowan. – La fiamma di Enrico. Uno sciagurato capriccio, via! Se voi ritenete come un punto d’onore che io sia la prima a dirne il nome… la signorina Mickles… Miggles….
– La signorina Meagles, – disse Clennam, – è una bellissima fanciulla.
– Gli uomini s’ingannano così facilmente su questo particolare, – riprese la signora Gowan scrollando il capo, – che io vi confesso candidamente che anche adesso non ne son punto persuasa; quantunque sia già qualche cosa di veder confermata l’opinione di Enrico con tanta gravità e tanto convincimento. Li raccattò a Roma cotesta gente, non è così?
Questa frase avrebbe mortalmente offeso… nessuno. Clennam rispose:
– Scusatemi, credo di non aver bene inteso la vostra espressione.
– Li raccattò a Roma, – rispose la signora Gowan, battendo col ventaglio chiuso sul tavolino. – Voglio dire, capitò in cotesta gente, li snidò, inciampò in essi, via!
– In cotesta gente?
– Sì. Nei Meagles.
– Io non saprei dire veramente dove il signor Meagles mio amico presentasse per la prima volta il signor Enrico Gowan a sua figlia.
– Io son quasi certa che gli abbia raccattati a Roma; ma qua o là poco importa. Ora ditemi in confidenza, non ha un fare un po’ plebeo cotesta ragazza?
– In verità, signora, – rispose Clennam, – io stesso sono così plebeo, che non mi sento autorizzato a giudicare degli altri.
– Ah grazioso! – esclamò la signora Gowan, aprendo tranquillamente il ventaglio, – grazioso davvero! Sicchè debbo credere che voi giudicate i modi di lei di accordo con la sua bellezza?
Clennam, dopo un momento di freddezza, s’inchinò.
– È una cosa confortante, ed io spero che non v’inganniate. Non mi ha detto Enrico che avete viaggiato in loro compagnia?
– Ho viaggiato col mio amico Meagles, con la moglie e la figliuola, durante parecchi mesi.
(Quanto avrebbe sofferto a questo ricordo il cuore di… nessuno!)
– Li conoscete a fondo dunque. Vedete, signor Clennam, questo fatto dura già da un pezzo ed io non lo vedo punto mutato; mio figlio è sempre infatuato lo stesso. Perciò trovo un gran sollievo, avendo questa opportunità di parlare con una persona così bene informata dei fatti, un gran sollievo, una vera felicità, ve l’assicuro.
– Perdonatemi, – rispose Clennam, – ma io non sono nella confidenza del signor Enrico Gowan. Non son punto così bene informato come voi credete. Il vostro inganno mi mette in una posizione molto delicata. Nemmeno una parola è stata scambiata tra il signor Gowan e me su questo soggetto.
La signora Gowan gettò un’occhiata all’altro capo della sala, dove suo figlio faceva una partita all’écarté con la vecchia signora partigiana delle cariche di cavalleria.
– Non siete nella sua confidenza? No? – replicò la signora Gowan. – Nemmeno una parola è stata scambiata tra voi? No. Questo non mi sorprende. Ma vi sono delle mute confidenze, signor Clennam; e poichè vi siete trovati insieme in una certa intimità in mezzo a quella gente, io non posso dubitare che nel caso presente non vi sia appunto una confidenza cosiffatta. Voi forse avrete saputo che io ho sofferto la più acerba angoscia, vedendo Enrico darsi ad una professione, che… insomma! (alzando le spalle), una professione molto onorevole, senza dubbio; vi sono anche degli artisti, che, come artisti, sono delle persone affatto superiori; nondimeno, in famiglia nostra non abbiamo avuto che dei dilettanti, ed è certamente una debolezza scusabile di sentirsi un po’…
Mentre la signora Gowan chiudeva la sua frase con un grosso sospiro, Clennam, per quanto fosse risoluto ad esser magnanimo, non potè fare a meno di pensare che vi era, pel momento, ben poco pericolo di veder nascere nella illustre famiglia qualche cosa di più che un semplice dilettante.
– Enrico, – continuò la madre, – è capriccioso e testardo; e siccome cotesta gente mettono in opera ogni loro mezzo per acchiapparlo, io nutro pochissima speranza, signor Clennam, di veder la cosa andare a monte. Credo che la ragazza non abbia che una povera dote; Enrico avrebbe potuto trovar di meglio. Non c’è nulla insomma che possa compensare la disuguaglianza del parentado. Insomma poi, egli agisce a modo suo; e se da qui a poco, non vedo le cose meglio avviate di quel che sono, non potrò fare altro che rassegnarmi a fare di necessità virtù. Io vi sono infinitamente obbligata delle informazioni che mi avete dato.
Clennam s’inchinò di nuovo molto freddamente. Poi con un rossore inquieto sul volto e con modi imbarazzati, disse a voce più bassa di quanto avea fatto fino a quel punto:
– Signora Gowan, io non so davvero in qual modo adempiere a ciò che mi pare uno stretto dovere. Ardisco fare appello alla vostra cortese indulgenza. Mi pare che voi siate caduta in errore…. in un grande errore, se posso così chiamarlo. Voi avete supposto che il signor Meagles e la sua famiglia pongano in opera ogni arte…. avete detto così, se non erro.
– Sì, ogni arte, – ripetè la signora Gowan, guardandolo in viso con una tranquilla ostinazione, tenendo il ventaglio tra sè e il fuoco del camino.
– Per acchiappare il signor Enrico Gowan?
La signora fece un cenno affermativo.
– Ora cotesto è così lontano dal vero, – disse Arturo, – che io so invece che il signor Meagles è molto dispiacente dell’amore del vostro signor figlio, ed ha messo in mezzo tutti quegli ostacoli che erano in suo potere, nella speranza di porvi un termine.
La signora Gowan richiuse il suo gran ventaglio verde, si diè con esso un colpettino sul braccio, poi un altro colpettino sulle labbra sorridenti e disse:
– Proprio così. È quello che intendevo dire.
Arturo la guardò in viso per avere una spiegazione di ciò che ella intendesse.
– Parlate voi davvero sul serio, signor Clennam? Non arrivate dunque a capire?
Arturo non arrivava a capire, e lo confessò.
– Andiamo via! vi pare che io non conosca mio figlio e non so forse che è questo appunto il miglior mezzo di ritenerlo? – aggiunse la signora Gowan in tuono di disprezzo. – E cotesti Meagles non lo sanno essi come lo so io? Oh, la sanno lunga cotesta gente, signor Clennam; gente di affari evidentemente. Io credo che cotesto signor Meagles appartenesse ad una Banca. Doveva essere una Banca molto proficua, sotto la sua direzione. Molto bene organizzato tutto, molto abile davvero!
– Io vi prego, signora…. – interruppe Arturo.
– Oh signor Clennam, come potete essere così ingenuo!
Arturo fu così acerbamente ferito dal tuono orgoglioso della donna e dal modo come si accarezzava col ventaglio verde le labbra atteggiate allo sprezzo, che rispose subito con molta vivacità:
– Credetemi signora, il vostro sospetto è ingiusto e non ha alcun fondamento.
– Sospetto? – ripetè la signora Gowan. – No, signor Clennam, non si tratta di un sospetto: è certezza la mia. La cosa è molto bene organizzata, con abile artifizio, e, a quanto pare, si è riusciti a darvela ad intendere anche a voi.
Così dicendo, ella si mise a ridere; e riprese a battersi il ventaglio sulle labbra ed a scrollare il capo, quasi volesse aggiungere:
– Andiamo via! Io so bene che cotesta gente farebbero ogni cosa per aver l’onore di questo parentado.
A questo opportuno momento, le carte furono gettate all’aria, e il signor Enrico Gowan traversò la sala dicendo:
– Mamma, se potete risparmiare per questa volta il signor Clennam, noi dobbiamo fare molto cammino e l’ora si fa tarda.
A ciò, il signor Clennam si levò, e la signora Gowan gli mostrò fino all’ultimo quel medesimo sguardo e quelle medesime labbra sprezzanti percosse dal medesimo ventaglio verde.
– Avete avuto da mia madre un’udienza di una lunghezza portentosa, – disse Gowan non appena si ebbero tirato dietro l’uscio. – Spero bene che non vi avrà troppo seccato.
– Niente affatto, – rispose Clennam.
Un carrozzino scoperto gli aspettava abbasso, ed essi vi montarono e mossero verso la città. Gowan, che guidava, accese un sigaro. Arturo rifiutò quello che gli veniva offerto. Per quanti sforzi facesse, egli cadde in una meditazione così profonda, che Gowan dovette ripetere.
– Io temo davvero che mia madre vi abbia seccato assai.
Al che Arturo si scosse un momento, per rispondere: «Oh no, niente affatto!» e ricadde subito.
In quel tale stato di animo che avrebbe turbato grandemente…. nessuno, i pensieri di Arturo si sarebbero volti principalmente sull’uomo che gli stava seduto accanto. Egli si sarebbe rammentato del giorno, quando la prima volta lo aveva incontrato scastrando i sassi col tallone, ed avrebbe domandato a sè stesso: «Che forse egli mi scosta dal suo cammino nello stesso modo indifferente e crudele?» Avrebbe pensato, dubitando, se questa presentazione alla madre non fosse per avventura un artifizioso disegno di quell’uomo, il quale, sapendo ciò che ella avrebbe detto, voleva così definire la propria posizione di fronte al rivale ed ammonirlo per questa via indiretta, senza abbassarsi a fargli una confidenza. Avrebbe anche pensato, posto da parte il sospetto di un tal disegno, se mai quell’uomo l’avesse menato in quella casa e fra quella gente, per prendersi giuoco delle sue represse emozioni e per tormentarlo. Poi, il corso di queste meditazioni sarebbe stato arrestato di tratto in tratto da una subita vergogna, da un rimprovero che il suo leale ed onesto carattere gli avrebbe mosso sul fatto di questi sospetti, i quali non si accordavano punto colla condotta disinteressata e spassionata ch’egli avea fermato di seguire. Allora, la lotta combattuta dentro di sè sarebbe stata più fiera; ed alzando gli occhi ed incontrandosi in quelli di Gowan, egli avrebbe trasalito come se gli avesse recato una ingiuria.
Poi, contemplando la oscura strada e le forme incerte degli oggetti, sarebbe ricaduto a grado a grado nella meditazione ed avrebbe domandato a sè stesso:
– Dove andiamo noi, egli ed io, sulla strada più oscura della vita? che cosa sarà di noi, che cosa sarà di lei, nell’oscuro avvenire?
E, pensando a lei, un nuovo e colpevole dubbio sarebbe venuto a turbarlo, che cioè non era nemmeno leale verso di lei nutrire un sentimento di simpatia per Gowan, e che quanto più metteva radici un tal sentimento, tanto meno di prima ei si rendeva degno di lei.
– Non siete di buon umore, si vede chiaro, – disse Gowan; – temo forte che mia madre vi abbia seccato orribilmente.
– Niente affatto, credetemi, – rispose Arturo. – Non è niente… proprio niente!

CAPITOLO XXVII.

VENTICINQUE.

Verso questa epoca, un dubbio venutogli più volte, che il desiderio del signor Pancks di raccoglier notizie sul conto della famiglia Dorrit potesse avere una qualunque relazione coi sospetti manifestati a sua madre fino dal primo giorno del ritorno in patria, diede a Clennam molta inquietudine. Che cosa sapesse il signor Pancks della famiglia Dorrit, e che più volesse sapere, e perchè si desse tanto fastidio con tanti altri affari che avea per la testa, erano tutte questioni che tenevano Clennam molto perplesso. Il signor Pancks non era uomo da buttar via il suo tempo e da disturbarsi in ricerche suggerite da una oziosa curiosità. Che avesse uno scopo ben definito, non era da porre in dubbio; e se dal raggiungere questo scopo si potessero mettere in chiaro, prima o poi, quelle segrete ragioni che aveano indotto sua madre a prendere con sè la piccola Dorrit, era questo per Clennam un grave soggetto di meditazione.
Non già ch’egli tentennasse un sol momento sia nel desiderio che nella determinazione di riparare un torto commesso al tempo di suo padre, posto che un torto venisse alla luce e che fosse riparabile. L’ombra di un supposto atto di ingiustizia, che gli stava sopra fin dal giorno in cui era morto il padre, era così vaga ed incerta che bene potea essere l’effetto di una realtà molto diversa dall’idea che gli stava in mente. Ma, se mai si trovassero fondate le apprensioni concepite, egli era pronto a tutti i momenti ad abbandonare quanto possedeva, ed incominciar la vita da capo. Come le bieche e severe lezioni della fanciullezza non gli erano mai penetrate nel cuore, così il primo articolo nel codice della sua morale era che bisognava incominciare, con pratica umiltà, a guardar bene ai suoi piedi sulla terra, e che sulle ali delle parole non c’era da elevarsi fino al cielo. Dovere sulla terra, restituzione sulla terra, – questi i due primi scalini per andare in alto. Stretta era la porta ed angusta la via, molto più stretta ed angusta della strada maestra lastricata di varie professioni di fede, di macchie trovate nella coscienza altrui, nel generoso abbandono degli altri al giudizio divino: tutta roba che costa poco e forse niente.
No. Nella sua inquietudine non avea parte nè terrore, nè esitazione da egoista; ei temeva soltanto che Pancks non stesse ai termini del contratto e non facesse qualche scoperta senza confidargliela. D’altra parte, ricordandosi della conversazione avuta con lui, e delle poche ragioni che poteano far credere che quello strano omicciattolo avesse scoperto qualche nuova traccia, si maravigliava grandemente di darvi tanto peso. Così, travagliandosi in questo mare di incertezze come tutte le barche sono sbattute dalle onde, Clennam navigava alla ventura senza mai riuscire a toccare il porto.
La sparizione della piccola Dorrit, che s’era sottratta alle loro usate relazioni, non accomodava punto le cose. Ella si trovava così spesso fuori di casa o chiusa invece nella sua cameretta, ch’ei cominciò a sentirne la mancanza e si vide intorno un certo vuoto. Le avea scritto per chiederle se stesse meglio, ed ella gli aveva risposto con le più calde e riconoscenti espressioni che stava benissimo e che non si desse pena per lei; ma Clennam non l’aveva vista da parecchie settimane, e questo intervallo pareva a lui un tempo lunghissimo.
Tornando a casa una sera, dopo avere avuto un abboccamento col padre della Marshalsea che gli aveva detto la figlia esser uscita per visite (era questa la solita sua risposta quando la poverina andava a lavorare per guadagnargli la cena), Clennam trovò il signor Meagles che camminava su e giù per la camera in uno stato di grande agitazione. Non appena Arturo ebbe aperta la porta, il signor Meagles si volse ed esclamò:
– Clennam!… Tattycoram!
– Che c’è di nuovo?
– Perduta!
– Come perduta? che intendete dire?
– Non ha voluto contare fino a venticinque,signore; non c’è stato verso di persuaderla; si è fermata ad otto, ed ecco che se n’è andata!
– Ha abbandonata la vostra casa?
– Per non tornarci più, – rispose il signor Meagles, scuotendo il capo. – Voi non conoscete il carattere violento ed orgoglioso di quella ragazza. Dieci cavalli non basterebbero adesso a tirarla verso questa parte: e se mai fosse qui, tutti i chiavistelli e le sbarre della vecchia Bastiglia non le impedirebbero di partire.
– Ma com’è andata la cosa? Sedete, vi prego, e narratemi tutto.
– Come la cosa sia andata non si può dire così facilmente; poichè voi dovreste conoscere prima di tutto lo sciagurato carattere della povera ragazza, per farvi capace di quanto è accaduto. Ma ecco, su per giù, come sta il fatto. Da un pezzo in qua, Carina, mamma ed io abbiamo avuto insieme parecchie conversazioni intime. Non vi nascondo, caro Clennam, che coteste conversazioni non sono state così piacevoli come avrei potuto desiderare; si è trattato di fare un altro viaggio ed ero io che lo proponeva. Capite perchè?
Il cuore di…. nessuno incominciò a battere con violenza.
– Il perchè, – riprese a dire dopo un momento il signor Meagles, – non ve lo nasconderò nemmeno, Clennam. La nostra cara figliuola è affetta da una certa inclinazione che non mi piace troppo. Avrete forse indovinato il nome della persona. Enrico Gowan.
– Questa notizia non mi giunge nuova.
– Ebbene! – esclamò il signor Meagles, mettendo un profondo sospiro, – così fosse piaciuto al cielo che non l’aveste mai indovinato. Insomma la è così. Mamma ed io abbiamo fatto tutto il possibile per accomodare le cose alla meglio. Abbiamo messo in opera gli affettuosi consigli, abbiamo sperimentato il tempo e l’assenza, ma sempre invano. Negli ultimi discorsi, che abbiamo tenuto, si è trattato di partire un’altra volta, almeno per un anno, affine di ottenere una separazione completa in capo a tanto tempo. Per questo disegno di viaggio, Carina è stata infelice, e per conseguenza mamma ed io siamo stati infelici.
Clennam disse che non durava alcuna fatica a crederlo.
– Ora, – proseguì il signor Meagles in modo apologetico, – io ammetto, da quell’uomo pratico che sono, e son sicuro che mamma, nella sua qualità di donna pratica, ammetterebbe anche lei, che nelle famiglie ciascuno è portato ad esagerare i suoi dispiaceri ed a far montagne di ogni nonnulla, in modo da seccar non poco gli estranei… quelli che guardano di fuori, capite, e non s’interessano eccessivamente nel fatto. Nondimeno la felicità e l’infelicità di Carina è per noi una questione di vita o di morte; e voi, Clennam, spero bene che ci scuserete, se ci mettiamo tanta importanza. Ad ogni modo Tattycoram non avrebbe dovuto risentirsene. Non pare così anche a voi?
– Senza alcun dubbio, – rispose Clennam riconoscendo che l’amico Meagles non domandava gran cosa.
– Ebbene, no, – disse il signor Meagles, scuotendo tristamente il capo. – Tattycoram non ci ha potuto resistere. Le ire e le furie di cotesta ragazza, le lagrime e le disperazioni sono arrivate a tal segno che io le diceva sempre, passandole accanto: «Venticinque, Tattycoram, contate fino a venticinque!» E così avesse sempre contato venticinque notte e giorno, che ora non sarebbe accaduto tutto questo!
Il signor Meagles, con un viso molto abbattuto, nel quale la bontà del suo cuore era anche più manifesta che nei suoi momenti di buon umore, si passò la mano sulla faccia dalla fronte fino al mento, e scosse di nuovo il capo.
– Io diceva a mamma (non già che ciò fosse necessario, poichè ella lo pensava da sè), noi altri, cara mia, siamo della gente pratica, e conosciamo la storia di questa povera ragazza; noi vediamo in lei come un riflesso dei dolori e della lotta che deve aver sofferto il cuore di sua madre prima di metterla al mondo. Epperò chiuderemo un occhio sul suo carattere, non ci baderemo per ora, aspetteremo a miglior tempo se ci accadrà di profittare di qualche sua disposizione più favorevole. Sicchè non dicevamo niente. Ma per quanto avessimo potuto fare, pare che tutto questo dovea accadere com’è accaduto. Una bella sera la bomba è scoppiata.
– E come? e perchè?
– Se mi chiedete il perchè, – rispose il signor Meagles, un po’ turbato della domanda, poichè pensava più ad attenuare la colpa di Tattycoram, che a difendere la famiglia, – non posso fare altrimenti che ripetervi quello che dicevo a mamma. Se mi chiedete il come, vi dirò com’è andata ogni cosa. Noi avevamo dato la buona notte a Carina, – molto affettuosamente ne convengo, – e Tattycoram era presente. Tutte e due poi se n’andarono su nella camera… voi ricordate che ella faceva da cameriera a Carina. Forse Carina, trovandosi un po’ nervosa e di malumore, si sarà mostrata un po’ meno riguardosa del solito nell’ordinarle dei servigi; ma non lo potrei affermare in coscienza: Carina è stata sempre molto dolce ed affettuosa.
– La più gentile padroncina del mondo.
– Grazie, Clennam, – disse il signor Meagles stringendogli la mano; – voi le avete viste insieme parecchie volte. Ebbene! Ecco ad un tratto sentiamo quella infelice Tattycoram parlare a voce alta e concitata, e prima che potessimo domandare di che si trattasse, Carina venne da noi correndo e dicendo di aver paura. Subito dopo, arrivò Tattycoram, spumante di rabbia: «Io vi odio tutti e tre» esclamò, battendo il piede a terra. «Io vi detesto voi con tutta la casa!»
– E voi….
– Io? – disse il signor Meagles con una schietta semplicità, che avrebbe inspirato fiducia alla stessa signora Gowan, – io le dissi: «Contate fino a venticinque, Tattycoram.» Qui ancora il signor Meagles si passò la mano sulla faccia con aria di profonda tristezza.
– Ella era così abituata a seguire questa mia raccomandazione, Clennam, che si fermò sul colpo, mi guardò fiso in faccia, e contò, come mi parve, fino a otto. Ma non seppe contenersi più oltre. E così scoppiò ad un tratto, povera piccina, e mandò all’aria gli altri diciassette. Allora fu un vero uragano. «Ella ci detestava, era infelice con noi, non ne poteva più, non volea più sopportar niente, era decisa di andarsene. Era più giovano della sua padroncina, e non poteva, no, assolutamente non poteva vederla considerata come la sola creatura giovane ed interessante e sempre amata ed accarezzata. No, non poteva e non voleva! Che credevamo noi ch’ella, Tattycoram, sarebbe stata se fosse stata anche lei, nella sua fanciullezza, amata ed accarezzata come la sua padroncina? Buona come lei? Ah! cinquanta volte più buona forse. Quando facevamo le viste di volerci tanto bene, noi altri di famiglia, lo facevamo solo per indispettirla; ecco quel che facevamo; solo per indispettirla e ricordarle la sua vergogna. E tutti di casa facevano lo stesso, nessuno escluso. Tutti parlavano dei loro babbi, delle mamme, dei fratelli e delle sorelle; ne facevano pompa in presenza sua. Ecco qua, per esempio, la signora Tickit, che proprio ieri tenendosi in collo il suo nipotino, si era tanto divertita a sentire il bambino che si provava a dire quel brutto nome di Tattycoram che le avevamo dato noi; e poi se ne faceva le grasse risate. E tutti ne ridevano, sissignore, tutti; e chi eravamo noi per avere il diritto di chiamarla come un cane o come un gatto? Ma a lei tutto questo non premeva niente affatto. Non voleva più beneficii da noi; ci avrebbe sbattuto in faccia il nome che le avevamo dato e se ne sarebbe andata. Se ne sarebbe andata sul momento, e nessuno potea trattenerla e non avremmo mai più inteso a parlar di lei.»
Il signor Meagles avea detto tutto questo con una memoria così viva dell’originale, che era quasi così rosso e animato come la stessa Tattycoram aveva dovuto essere.
– Ebbene! – diss’egli asciugandosi il volto,- era inutile allora cercar di ragionare con quell’essere ansante di rabbia (sa Iddio quale deve essere stata la storia di sua madre!). Io dunque mi contentai di dirle che non le avrei permesso di andar via a quell’ora; la presi per mano, la menai in camera sua, e poi andai a chiuder a chiave le porte della casa. Ma stamane ella era partita.
– Nè sapete altro di lei?
– No; ne vado in cerca fin da stamane. Bisogna dire che si sia allontanata di buon’ora e col massimo silenzio. Non mi è riuscito di trovare alcuna traccia di lei nelle vicinanze.
– Un momento! – disse Clennam dopo un istante di riflessione. – Voi desiderate di vederla, non è così?
– Sì, certamente; voglio darle un’altra probabilità di salvezza; anche mamma e Carina pensano di far lo stesso. Via, Clennam, vedo bene che voi pure volete offrire un’altra via di salvezza a cotesta povera ragazza così appassionata, – aggiunse il signor Meagles in tuono persuasivo, come se non fosse lui che avesse il diritto di ritenersi offeso della condotta di Tattycoram.
– Sarebbe assai strano e crudele da parte mia di pensare altrimenti, – disse Clennam, – quando voi stesso e la vostra famiglia vi mostrate così solleciti a perdonare. Stavo per domandarvi se avete pensato a quella signorina Wade?
– Sì, ci ho pensato; ma solo dopo aver girato per tutto il vicinato, e forse nemmeno ci avrei pensato, se tornando a casa non avessi trovato mamma e Carina che s’erano fitte in capo che Tattycoram fosse andata da quella signorina. Allora, naturalmente, mi son rammentato di quel che ella ci aveva detto il primo giorno che avete desinato con noi.
– Sapete dove stia di casa?
– A dirvela schietta, appunto per questo vi ho aspettato, perchè ho una idea molto confusa del suo indirizzo. Esiste in casa mia una di quelle strane impressioni che vengono qualche volta a ficcarsi per una via misteriosa in testa alla gente, senza che si possa dire da chi e come si siano prese; – esiste dunque questa impressione, che la signorina Wade abbia abitato o abiti tuttavia in quei dintorni.
Il signor Meagles porse a Clennam una carta, sulla quale era scritto il nome di uno dei vicoli più oscuri del quartiere Grosvenor, presso a Park-Lane.
– Ma non c’è numero, – disse Clennam, dopo aver letto l’indirizzo.
– Non c’è numero, caro Clennam? No, non ce n’è punto. Io non garantisco nemmeno il nome della via. Sarà forse uno di quei nomi che girano per l’aria senza sapere donde vengano, Poichè nessuno della mia gente si ricorda da chi o quando l’ha inteso… Ma insomma, non c’è niente di male ad incominciare le nostre ricerche con questa prima traccia; e siccome mi piacerebbe assai più di andarci in compagnia che di andarci solo, e che d’altra parte voi pure siete stato compagno di viaggio di cotesta donna impassibile, così ho pensato….
Clennam finì da sè la frase del signor Meagles, prendendo il cappello e dicendo di esser pronto.
Era una triste sera di estate, calda e soffocante. Andarono in carrozza fino al principio di Oxford-street, dove smontarono per cacciarsi nel labirinto formato nei dintorni di Park-Lane da quelle larghe vie di una malinconica dignità, e da quelle viuzze che vorrebbero parere non meno degne e riescono ad essere più malinconiche. Ad ogni cantonata, il crepuscolo veniva reso anche più fosco da certi orrori di case decrepite, ornate di portici e di accessorii di un gusto detestabile e da alcuni mostri architettonici che avevano dovuto veder la luce sotto la direzione di un maestro dal cervello storto, in un’epoca non meno storta del maestro, con la pretensione di destare l’ammirazione dei secoli futuri, fino al giorno in cui sarebbero cadute in rovina.
Piccoli caseggiati parassiti che parevano soffrir di crampi, con portone basso e ristretto, costruito sul modello del portone di Sua Signoria sulla piazza, fino alla finestra affogata del salottino che dava sulle scuderie e sui mucchi di letame delle case vicine. Rachitiche residenze, eppure di una pretenziosa eleganza, troppo piccole per contenere altro che un odore lugubremente nauseante, parevano essere il prodotto adulterino dell’accoppiamento dei palazzi del quartiere aristocratico; ed altre ancora con piccole finestre ad arco e balconcini inginocchiati, sostenuti da colonnine di ferro, avevano l’aspetto di nobili scrofolosi appoggiati sulle loro grucce. Qua e là degli stemmi, che contenevano tutta quanta la scienza blasonica, si affacciavano sulla strada dall’alto di un portone, come un arcivescovo che predichi contro la vanità. Le botteghe, scarse di numero, non tenevano fuori alcuna mostra, poichè si curavano poco o niente della pubblica opinione. Il pasticciere sapeva quali erano i nomi scritti nel suo registro, la qual cosa togliendogli la voglia di far delle follie di lusso, ei si contentava di mettere in vetrina qualche boccale di sciroppo o qualche misero piatto di gelatina. Una dozzina di aranci formava a un bel circa la sola concessione che il fruttivendolo credeva di poter fare alle esigenze del volgo. Si sarebbe detto che tutti gli abitanti di quelle vie (accade sempre così a quell’ora e in quella stagione) erano partiti per andare a desinare in città, e che in città non v’era nessuno per dar loro da desinare. Sui gradini di ogni porta vedevansi oziare dei lacchè dalle livree multicolori e dai capelli infarinati, ultimi rappresentanti, come pareva, di una razza estinta di uccelli mostruosi. Vedevansi dei maestri di casa, personaggi solitari di aspetto monastico, ciascuno dei quali pareva stare in sospetto di tutti gli altri maestri di casa. Gli equipaggi erano tornati dal Park; s’incominciavano ad accendere i fanali, e dei piccoli grooms coi vestiti più stretti che si possa immaginare e con le gambe torte, passeggiavano a due a due indolentemente masticando dei fili di paglia e comunicandosi dei segreti fraudolenti. I cani danesi, abituati ad uscire in carrozza, esseri inseparabili dei brillanti equipaggi, mostravano di voler essere pregati per uscire a piedi in compagnia del servidorame. Qua e là scorgevasi una discreta bettola, che non sollecitava visibilmente il favore del pubblico, del quale potea fare a meno e dove non era ricevuto un gentiluomo che non portasse livrea.
I due amici ne fecero da per loro l’esperienza, quando entrarono per domandare delle informazioni. Non si era mai inteso parlare, nè là nè altrove, di una signorina Wade che avesse abitato la via che cercavano Clennam e Meagles. Era appunto una delle viuzze parassite a cui si è accennato; lunga, stretta, regolare, scura e malinconica: una vera tomba, fatta di gesso e mattoni. Essi si fermarono innanzi a parecchi di quei giardinetti che separano le case dai marciapiedi, e s’indirizzarono a certi domestici che risposero con aria annoiata di non saperne il puro niente. Percorsero in su e in giù, da una parte e dall’altra tutta la strada, mentre due spacciatori di giornali annunziando ad alta voce uno straordinario evento, che non era mai accaduto, vennero a far risuonare le rauche voci nelle case deserte. Ma da questo incidente non uscì niente di nuovo. Si trovarono finalmente alla stessa cantonata donde si erano mossi, e intanto la sera era divenuta buia e non aveano saputo nè più nè meno di quello che sapevano prima.
Più volte erano già passati davanti a una casa di molto sudicia apparenza, e che pareva disabitata a vedere gli appigionasi attaccati alle finestre. Cotesti affissi, visto lo stato monotono e lugubre del quartiere, parevano quasi un ornamento. O che cotesta casa avesse loro fatto impressione, o perchè, nel passarvi davanti, aveano detto tutti e due: «È chiaro che non abita qui,» Clennam propose di andare a bussare alla porta, prima di abbandonar l’impresa. Il signor Meagles non si oppose e così tornarono indietro.
Bussarono una o due volte e tirarono il campanello, senza ottenere alcuna risposta.
– Non c’è nessuno, – disse il signor Meagles prestando ascolto.
– Proviamo ancora, – disse Clennam e bussò di nuovo. Poco dopo si udì un certo movimento nella cucina sotterranea e poi un passo che veniva su verso la porta.
Lo stretto passaggio era così buio, che non si potea vedere distintamente che specie di persona fosse venuta ad aprir la porta; ma doveva essere, a quel poco che se ne scorgeva, una vecchia.
– Scusate del disturbo, – disse Clennam. – Vorremmo sapere dove abita la signorina Wade?
La voce nell’oscurità rispose inaspettatamente.
– Abita qui.
– È in casa?
Non ottenendo alcuna risposta, il signor Meagles ripetè:
– Si può sapere se è in casa?
Dopo un’altra pausa, la voce rispose ad un tratto:
– Credo di sì. Entrate e andrò a domandare.
La porta si chiuse loro alle spalle ed essi trovaronsi imprigionati in quella oscura casa dall’aria soffocante. La persona della vecchia salì certe scale, dicendo dall’alto:
– Salite, se volete; non c’è pericolo d’incespicare.
Salirono a tentoni le scale, facendosi guidare da una debolissima luce, che era quella stessa dei fanali della via, che entrava pei sudici vetri di una finestra. La vecchia scomparve e li lasciò chiusi in una camera senza aria.
– Questa sì che è curiosa, Clennam, – disse il signor Meagles a bassa voce.
– Curiosa davvero, – disse Clennam con lo stesso tuono di voce. – Ma siamo riusciti, e questo è il punto più importante. Ecco che viene un lume.
Il lume era questa volta una lampada, e la portava una vecchia: molto sudicia, rugosa e secca.
– C’è, – disse la vecchia, che dalla voce si diè a conoscere per la stessa di prima. – Ora viene.
Dopo aver posato la lampada sulla tavola la vecchia si strofinò le mani sul grembiale, forse per pulirsele – il che non era facile – guardò i due visitatori con un par d’occhi foschi ed uscì dalla camera indietreggiando.
La signora ch’essi venivano a vedere, se era dessa che abitava la casa, pareva essersi stabilita colà come in un caravanserai orientale. Un tappettino quadrato, disteso sul centro del pavimento, alcuni mobili che non erano fatti per la camera, con una quantità di bauli e di oggetti di viaggio, componevano tutta la fornitura della signorina Wade. Al tempo di qualche inquilino meno nomade, questo affogatoio di salottino era stato adornato di una tavola dorata e di uno specchio; ma la doratura era ormai divenuta sbiadita come i fiori dell’anno passato, e lo specchio era coperto da una nuvola così spessa come se avesse avuto il magico potere di conservare l’immagine di tutte le nebbie e i cattivi tempi che avea riflettuto. Arturo e il signor Meagles non ebbero che un paio di minuti per guardarsi intorno, poichè la porta non tardò ad aprirsi e la signorina Wade si presentò.
Non era punto mutata dal loro ultimo incontro; sempre così bella, sempre così sdegnosa, sempre così contenta. La loro presenza non le produsse nè sorpresa, nè altra emozione. Ella li invitò a sedersi, e restando in piedi, entrò immediatamente in materia.
– Se non erro, – disse, – indovino il motivo che mi procura l’onore della vostra visita. Lasciamo andare i preamboli.
– Il motivo dunque, signora, – disse il signor Meagles, – è Tattycoram.
– L’ho supposto.
– Signorina Wade, – disse il signor Meagles, – volete aver la bontà di dirmi se sapete niente di lei?
– Sicuramente. So ch’ella è qui con me.
– In tal caso, signora, permettete che io vi esprima il desiderio di riprenderla. Mia moglie e mia figlia saranno felici di riaverla. Ella è stata con noi lungo tempo, noi non dimentichiamo i diritti che ha alla nostra affezione, e spero bene che sapremo essere indulgenti verso di lei.
– Indulgenti? – ripetè la signorina Wade con voce fredda e misurata. – E perchè?
– Io credo, signorina Wade, – disse Arturo, vedendo che il signor Meagles era un po’ imbarazzato, – che il mio amico voglia parlare della facile irritabilità di quella povera fanciulla, che le fa dimenticare qualche volta i migliori sentimenti.
La donna sorrise, fissando gli occhi in volto di Arturo. Poi disse solo:
– Davvero?
Ella se ne stava ritta presso la tavola, in atteggiamento così calmo e tranquillo, che il signor Meagles restò a guardarla come vinto da un fascino, e non potè nemmeno volgersi a Clennam, per pregarlo che continuasse. Dopo avere aspettato un momento, senza saper che si dire, Arturo riprese.
– Forse, signorina Wade, sarebbe bene che il signor Meagles la vedesse?
– Niente di più facile, – rispose la signorina Wade. – Venite qui, ragazza.
Così dicendo, aprì una porta e menò innanzi per la mano la povera fuggitiva. Era un curioso spettacolo di vederle insieme l’una accanto all’altra; Tattycoram piegando con la mano che avea libera la veste sul seno, tra l’indecisione e la collera; la signorina Wade, sempre calma, contemplandola attentamente e lasciando indovinare sotto questa apparente freddezza (come un velo fa travedere la forma che copre) l’indomabile violenza del proprio carattere.
– Guardate, – diss’ella con lo stesso tono di prima. – Ecco il vostro protettore, il vostro padrone. Egli acconsente a riprendervi seco, cara mia, purchè sappiate valutare un tanto favore e che vogliate seguirlo. Voi potete continuare a servire in casa sua per mettere in evidenza tutti i meriti della sua bella figliuola; potete divenire la schiava dei suoi graziosi capricci, il balocco di tutta la famiglia, una prova vivente della loro bontà. Potete riprendere quel vostro nome così curioso che serve a farvi mostrare a dito come un essere singolare; il che è giustissimo, poichè non bisogna dimenticare la vostra nascita! cara mia, la vostra nascita! Voi, Enrichetta, potete riprendere il vostro posto presso la figlia di questo signore, tanto per far risaltare la superiorità e la graziosa condiscendenza della vostra padroncina. Potete riacquistare tutti questi vantaggi e molti altri ancora che di certo non avrete dimenticato, in cambio di perderli rimanendo con me. Non avete che a dire una parola a questi signori, che cioè siete sinceramente pentita del vostro fallo e che chiedete di tornare per meritarvi il perdono. Che ne dite, Enrichetta? Volete seguirli?
La fanciulla, a queste parole, avea sentito ridestarsi tutto il suo sdegno. Con le guance accese da un subito rossore e sgualcendo fra le dita la veste che fino allora avea soltanto piegata, rispose:
– Piuttosto morire!
La signorina Wade, sempre ritta a lato di Tattycoram e tenendola per mano, volse tranquillamente il capo e disse sorridendo:
– Signori, che altro volete dopo di ciò?
L’indicibile costernazione che avea provato il povero signor Meagles in veder così calunniate le sue intenzioni e la sua condotta, gli aveano impedito di rispondere una parola. Ma finalmente, rimesso alquanto, potè dire:
– Tattycoram…, io continuo a chiamarvi così, povera ragazza, poichè ho la coscienza di non aver mai avuto cattive intenzioni, quando ve l’ho dato, e son sicuro che voi lo sapete….
– No, non lo so! – esclamò Tattycoram, alzando di nuovo gli occhi e quasi lacerandosi il seno con la mano convulsa.
– Adesso no, questo può darsi, – proseguì il signor Meagles, – fino a che gli occhi di cotesta signora vi staranno addosso (Tattycoram guardò un momento gli occhi della signorina Wade), fino a che sarete soggetta alla fatale influenza ch’ella esercita sull’animo vostro. Adesso no, ma più in là. Sentite, Tattycoram, io non domanderò a cotesta signora se ella crede a quanto ora ha detto, anche nella collera e nell’astio da cui si vede che è animata, per quanto usi ogni arte per dissimulare. Io non vi domanderò se con le memorie che avete dovuto serbare della mia casa e di quelli che vi abitano, voi stessa prestate fede alle parole di cotesta signora. Vi dirò soltanto che voi non avete a fare alcuna promessa nè a me nè ai miei, non avete a chieder perdono di sorta, e che io niente altro vi domando, Tattycoram, che di contare fino a venticinque.
Tattycoram lo guardò un momento. Poi, aggrottando le ciglia, rispose:
– Non voglio! Signorina, Wade, andiamocene.
Non v’era più in lei alcuna apparenza di lotta interna, a meno che non fosse tra la collera e l’ostinazione. Il fuoco delle guance, le vene che battevano forte, il respiro affannoso, tutto in lei pareva respingere vigorosamente l’occasione che le si presentava di tornare sui suoi passi.
– Non voglio! No, no, no! – ella ripetè con voce che lo sdegno soffocava. – Piuttosto mi farò tagliare a pezzi; mi taglierei a pezzi con le mie mani!
La signorina Wade, che avea lasciato la mano di Tattycoram, posò la propria sul collo della fanciulla in atto di protezione, e guardando i due visitatori sempre con lo stesso sorriso, disse:
– Signori, che volete altro dopo di ciò?
– Oh Tattycoram, Tattycoram! – esclamò il signor Meagles, aggiungendo alla parola un gesto supplichevole. – Ascoltate la voce di cotesta signora, guardate in volto a cotesta signora, pensate a ciò che vi è nel cuore di cotesta signora e figuratevi, Tattycoram, l’avvenire che vi attende. Checchè voi ne pensiate, figliuola mia, l’influenza ch’ella esercita su di voi, – e che agli occhi nostri ha del sorprendente ed anche del terribile, – si fonda sul suo carattere che è più del vostro violento ed irascibile. Che ne sarà di voi, stando insieme? che risulterà da tutto questo?
– Signori, – disse la signorina Wade, senza mutare nè il tuono della voce nè i modi, – io son sola qui. Potete dire impunemente quel che più vi aggrada.
– La cortesia, signora, – disse il signor Meagles, – deve cedere all’affetto che io porto a questa ragazza, quando la vedo in una posizione così critica. Nondimeno, spero bene di non essere scortese, anche pensando a tutto il male che voi le fate sotto gli occhi nostri. Perdonatemi se io vi ricordo in presenza di lei…. son costretto a farlo…. che voi siete sempre stata un mistero per tutti noi, e che noi non avevamo niente di comune con voi, quando disgraziatamente ella ha attirato la prima volta la vostra attenzione. Io non so chi voi siate, ma voi non celate, nè potreste celare lo spirito maligno che vi anima. Se, per avventura, voi siete una di quelle donne, che per un motivo qualunque trovano un crudele diletto a rendere infelici quanto loro stesse i loro simili, – e ce n’ha pur troppo di tali donne, – io non posso fare altro che dirle; «diffidate di lei, Tattycoram!» come a voi dirò: «diffidate di voi stessa!»
– Signori! – disse la signorina Wade col medesimo sangue freddo, – quando avrete finito…. Spero, signor Clennam, che vogliate pregare il vostro amico!…
– Non prima che io abbia tentato un ultimo sforzo, – interruppe bravamente il signor Meagles. – Tattycoram, figliuola mia, contate fino a venticinque!
– Non respingete la speranza, anzi la sicurezza che vi offre il vostro buon protettore, – disse Clennam con voce commossa. – Tornate dai vostri amici che non avete dimenticato. Pensateci ancora una volta!
– No, no, no! Non voglio! – rispose la fanciulla, col seno anelante e la mano alla gola. – Signorina Wade, toglietemi di qua!
– Tattycoram, – disse di nuovo il signor Meagles, – la sola cosa che io vi domando, figliuola mia, è di contare fino a venticinque!
Ella alzò le mani e si turò le orecchie con un gesto così violento, che le si sciolsero i neri e lucidi capelli; poi volse risolutamente la faccia dalla parte del muro. La signorina Wade, che era stata ad osservarla col suo strano e severo sorriso, tenendosi la mano sul petto, come appunto aveva fatto la prima volta a Marsiglia, cinse col braccio la vita di Tattycoram come per impadronirsi di lei per sempre.
Poi, volgendosi a togliere commiato, quasi con aria di trionfo, disse:
– Essendo questa l’ultima volta che ho l’onore di ricevervi, e poichè voi bramate sapere chi io mi sia e donde abbia origine la mia influenza sull’animo di Enrichetta, sappiate che questa influenza dipende da ciò che tutte e due abbiamo una causa comune da difendere. Quel che può essere, in quanto alla nascita, questo povero balocco, lo sono anch’io. Ella non ha nome ed io nemmeno. Abbiamo gli stessi torti. Ed ora non ho altro da dirvi.
Queste parole erano dirette al signor Meagles, il quale se ne uscì tristamente dalla camera. Clennam si mosse per seguirlo, e in questo mentre la signorina Wade disse, sempre con la medesima calma e con la medesima voce, ma con quel sorriso che è tutto proprio delle facce crudeli, – un sorriso quasi impercettibile, che rialza le nari, sfiora le labbra e non si dilegua gradatamente, ma sempre ad un tratto quando non se n’ha più che fare:
– Spero che la moglie del vostro caro amico signor Gowan troverà la felicità nel contrasto che distingue la sua nascita da quella di questa ragazza e dalla mia, in seno dell’alta e splendida fortuna che l’attende.

CAPITOLO XXVIII

LA SPARIZIONE DI NESSUNO

Non contenti degli sforzi fatti per condurre la povera fanciulla in casa propria, il signor Meagles scrisse due lettere di rimostranze, pienedi bontà e d’indulgenza, l’una a Tattycoram, l’altra alla signorina Wade. La fanciulla ricevette anche dalla sua antica padroncina un’altra lettera, che la avrebbe commossa, se ancora qualche cosa in lei fosse stata capace di commuoversi. Tutte e tre queste lettere furono respinte alcune settimane appresso, come rifiutate a domicilio. Allora il signor Meagles volle tentare un’altra prova, incaricando la moglie di un personale abboccamento. Ma non essendo riuscita la degna signora ad ottenerlo, il signor Meagles pregò Arturo che facesse quanto era in suo potere. Arturo si prestò volentieri alla richiesta, ma solo questo potette cavare che la casa spigionata era rimasta affidata alla vecchia, che la signorina Wade era partita, che i pochi mobili erano stati portati via, e che la vecchia suddetta era disposta ad accettare qualunque quantità di moneta ed a ringraziarne il donatore, ma non avea da fornire in compenso della mancia altra informazione che la lista degli stabili appiccicata sopra un muro del cortile.
Non volendo, anche dopo questa sconfitta, rinunziare all’ingrata e lasciarla senza speranza, chi sa mai le sue migliori disposizioni avessero a pigliare il sopravvento sul lato tristo del suo carattere! il signor Meagles, durante sei giorni di seguito, pubblicò su pei giornali un annunzio discretamente redatto, nel quale era detto che se mai una certa giovinetta che avea inconsideratamente abbandonata la sua casa, volesse in un’epoca qualunque dirigersi a Twickenham, tutto sarebbe tornato nello stato primiero senza alcun timore di rimproveri. Questo annunzio non ebbe altra conseguenza che di far pensare al povero signor Meagles che centinaia di ragazze abbandonassero tutti i giorni le case loro; poichè delle frotte ne venivano a Twickenham, le quali non vedendosi accolte con entusiasmo, chiedevano il compenso dei danni e interessi, oltre al nolo della vettura per l’andata e il ritorno. Nè queste solo furono le clienti chiamate da quell’annunzio. Lo sciame innumerevole di quei redattori di epistole familiari, che sembrano star sempre all’agguato di tutti gli ami, piccoli o grossi che sieno, per uncinarvi una lettera, scrissero al signor Meagles che avendo letto l’annunzio in discorso, si rivolgevano a lui pieni di confidenza per sollecitare un tenue dono, che variava dai dieci scellini alle cinquanta lire sterline: non già che avessero a fornirgli la menoma informazione circa la giovanetta smarrita, ma perchè sapevano di certo che cosiffatti doni caritatevoli non potevano non tornare a bene dell’autore dell’annunzio, calmandone le inquietudini. Varii inventori profittarono di questa occasione per mettersi in corrispondenza col signor Meagles, prevenendolo, per esempio, che avendo un amico richiamato la loro attenzione sull’annunzio inserito nel tal giornale, essi avrebbero senza alcun indugio, quando ne avessero avuto qualche notizia, comunicato ogni cosa al rispettabile signor Meagles, ma che intanto il rispettabile signor Meagles potea rendere un immenso soccorso all’umanità in generale somministrando ai sottoscrittori i mezzi di perfezionare una loro pompa di nuovo genere.
Il signor Meagles e la sua famiglia, dopo queste prove scoraggianti, aveano incominciato, loro malgrado, a rinunziare alla speranza di riaver Tattycoram, quando un sabato mattina la nuova ed attiva ditta Doyce e Clennam, nelle persone dei due rappresentanti, s’incamminò verso Twickenham per trattenervisi fino al prossimo lunedì. Il più attempato dei due soci prese la carrozza, e il più giovane prese il bastone.
Un tranquillo tramonto rischiarava il paesaggio, nel momento in cui Clennam, pressochè arrivato al termine del cammino, traversava i prati che fiancheggiavano il fiume. Egli provava quella dolce sensazione di benessere e di pace interna che il riposo della campagna fa nascere nell’animo delle persone abituate alle città. Tutto ciò ch’ei vedeva era tranquillo e ridente. Il ricco fogliame degli alberi, la folta erba smaltata di fiori selvaggi, gli isolotti verdi del fiume, i rosai, le ninfee galleggianti, il suono delle voci lontane che gli arrivavano come una musica portata dalla increspatura delle onde e dalla brezza della sera, tutto questo parlava di riposo. Nel guizzare di un pesce fuori dell’acqua, nel battere di un remo, nel cinguettio di un uccello dimentico dell’ora tarda, nei lontani latrati di un cane o nel muggito di una vacca, – in tanti e così svariati suoni v’era il soffio del riposo che spirava tutto intorno ad Arturo in ogni profumo che imbalsamava la freschezza dell’aria. Le lunghe strisce di fuoco ed oro che traversavano l’orizzonte, e lo splendido solco che il sole al tramonto si lasciava dietro facevano uno spettacolo di una calma divina. Sulle cime imporporate degli alberi lontani e sulla costa della collina verdeggiante poco discosta, sulla quale le ombre della notte scendevano a poco a poco, regnava un silenzio non meno profondo. Tra il paesaggio che si spiegava innanzi agli occhi di Arturo e l’immagine di esso che le acque del fiume ripercuotevano non vi era alcuna differenza: l’uno e l’altro erano limpidi e tranquilli, e quel mistero solenne di vita e di morte che li circondava, era improntato di tanta armonia di bellezza e di misericordia che la speranza e il conforto doveano nascere nell’intimo del cuore del riguardante.
Arturo s’era fermato, e non era la prima volta, per guardarsi dintorno e fare che la serenità della campagna gli scendesse nell’anima, alla stessa guisa che le ombre parevano immergersi sempre più nelle acque del fiume. Aveva già ripreso il cammino, quando gli venne fatto di scorgere innanzi a sè, nello stesso sentiero, una persona ch’egli avea forse associata nel suo pensiero a tutte le dolci impressioni di quella bella sera.
Era Minnie, sola. Portava in mano poche rose, e sembrava essersi arrestata, in vedere Arturo, per aspettarlo. Avea volta la faccia verso di lui, mostrando di venire dal lato opposto della via. Nei modi di lei notavasi una certa insolita agitazione; ed Arturo ebbe un momento il pensiero, quando le fu presso, ch’ella gli si fosse mossa incontro col proposito di parlargli.
Ella gli porse la mano, dicendo:
– Vi sorprende forse di trovarmi qui, sola. Ma la serata è così bella, che mi sono allontanata più di quanto avrei voluto. Ho anche pensato che vi avrei forse incontrato, e mi son fatto così un po’ di coraggio. Voi venite sempre per questa via, non è vero?
Mentre Arturo rispondeva esser quella la sua via favorita, sentì la mano di Carina tremare sul suo braccio e vide le rose che tremavano anch’esse.
– Volete che ve ne dia una, signor Clennam? Le ho colte or ora passando pel giardino. Veramente potrei dire di averle colte per voi, tanto ero certa d’incontrarvi. Il signor Doyce è arrivato da più di un’ora, e ci ha detto che venivate a piedi.
Anche la mano di Arturo tremò accettando da lei una o due rose. Trovavansi in quel momento presso un viale di alberi. Vi entrarono, sia per un movimento di Arturo, sia di Carina. Arturo stesso non seppe mai dir come la cosa accadesse.
– Questo viale ha una certa gravità, – diss’egli, – che a quest’ora è molto piacevole. Traversando quest’ombra profonda per uscire da quell’arco di luce che si vede là in fondo, credo che prendiamo il miglior cammino per arrivare al guado del fiume e di là a casa.
Col semplice cappellino di campagna, e con la veste leggiera di estate, coi ricci naturali dei neri capelli, levando i begli occhi neri in quelli di Arturo con uno sguardo dove era espressa l’amicizia e la fiducia in lui, temperate da un sentimento quasi di pietà, Carina era così bella, che in verità era bene per la pace di lui, – o anche male, ei non sapeva dir bene quale delle due cose, – che avesse preso quella vigorosa risoluzione intorno alla quale così spesso aveva meditato.
Ella interruppe il momentaneo silenzio, domandando ad Arturo se sapesse niente di un novello viaggio del padre. Arturo rispose di averne inteso a parlare. Dopo un altro brevissimo silenzio, ella di nuovo l’interruppe, aggiungendo con una certa esitazione che il padre avea finalmente abbandonato il suo disegno di viaggio.
Arturo pensò subito: «Il matrimonio deve aver luogo.»
– Signor Clennam, – riprese ella a dire con più timida esitazione e parlando così basso, ch’ei dovette piegare il capo per udirla, – io avrei tanta voglia di farvi una confidenza, se voleste esser tanto buono da accoglierla. Avrei già voluto farvela da un pezzo, perchè… sentivo che ci eravate amico davvero.
– Io ne sarei orgoglioso in qualunque tempo della vostra fiducia, signorina Minnie. Parlate pure: fidatevi di me.
– Io non ho mai potuto temere di fidarmi di voi, – ella rispose, levandogli gli occhi in volto pieni di franchezza. – Se avessi saputo come, vi avrei parlato da tanto tempo. Ma non trovavo il modo, e nemmeno adesso so come incominciare.
– Il signor Gowan, – disse Arturo, – ha motivo di essere molto felice. Dio benedica lui e la sua sposa!
Ella pianse, cercando di ringraziarlo. Arturo la rassicurò, prese la mano che gli posava sul braccio con le rose tremanti, prese anche le rose e le portò alle labbra. Gli parve, in cotesto momento, che per la prima volta ei rinunziasse del tutto alla povera speranza che avea appena illuminato il cuore…. di nessuno, dandogli tanta pena e tanto turbamento; e si sentì morto ad un tratto ad ogni altra speranza dello stesso genere; e gli parve di essere assai più vecchio e di dovere abbandonare ogni fresca illusione di giovinezza.
Si pose in petto le rose, e seguitarono ancora un tratto a camminare, lentamente e in silenzio, sotto gli alberi ombrosi. Poi le domandò, con voce che voleva essere allegra e non era, se avesse altro da dire all’amico suo e del padre, all’amico tanto più vecchio di lei; se avesse a fargli alcuna confidenza, a chiedergli alcun servizio, a dargli occasione di contribuire ad una felicità che tanto gli stava a cuore.
Ella stava per rispondere, quando ad un tratto fu colta da non so che intimo dolore o simpatia…. che poteva essere infatti?… e, di nuovo rompendo in lagrime, disse:
– Oh signor Clennam! buono, generoso signor Clennam, ditemi proprio che non mi biasimate!
– Io biasimarvi? – esclamò Arturo. – Io biasimarvi, mia cara fanciulla? No!
Ella strinse le mani sul braccio di lui, e con uno sguardo pieno di confidenza, pronunciò alcune parole interrotte per dirgli che dal fondo del cuore gli era grata, il che era proprio vero, se il cuore è la sorgente della sincerità. Poi a grado a grado si calmò, ricevendo da lui qualche parola d’incoraggiamento, sempre camminando lentamente ed in silenzio sotto gli alberi ombrosi del lungo viale.
– Ed ora, Minnie Gowan, – disse finalmente Clennam con un sorriso, – non avete niente da chiedermi?
– Oh anzi, tante cose!
– Brava! io lo sperava, e vedo di non essermi ingannato.
– Voi sapete quanto bene mi vogliano in casa mia. Voi forse non vi fate capace, caro signor Clennam (ella parlava con grande agitazione), vedendo che io li lascio così di buona voglia e spontaneamente, non vi fate capace che voglia loro tutto il mio bene!
– Ne son persuaso anzi. Come mai potete pensare che io ne dubiti?
– No, no. Ma agli occhi miei stessi sembra strano, che amandoli così forte e sapendomi tanto amata, io mi decida ad andar via. Mi pare che ci sia in questo tanta noncuranza, tanta ingratitudine!
– Mia cara fanciulla, – disse Clennam, – è questo il corso naturale delle cose, il mutamento recato dagli anni. Tutte le ragazze lasciano così i loro genitori.
– Sì, lo so; ma non tutte si lasciano dietro quel vuoto che ci sarà in casa mia, quando io sarò partita. Non già che sia difficile di trovare una quantità di ragazze migliori di me, più educate e più amabili; ma il fatto è che mi vogliono tanto bene e mi hanno tanto viziata!
Il cuore affettuoso di Carina era troppo pieno di affanno, e la povera fanciulla ruppe in singhiozzi descrivendo quello che sarebbe accaduto.
– Io so che cambiamento sentirà papà sulle prime, poichè non potrò essere per lui quella che sono stata per tanti anni. Allora, signor Clennam, allora specialmente, io vi prego e vi supplico di ricordarvi di lui, di venire ogni tanto quando vi riesce a fargli compagnia; e di dirgli che voi sapete di sicuro che quando io l’ho lasciato, gli volevo più bene che in tutto il tempo di mia vita. Poichè non c’è nessuno…. me l’ha detto egli stesso stamane…. non c’è nessuno ch’egli stimi più di voi e che gli inspiri maggior confidenza.
Una divinazione di quanto era accaduto tra il padre e la figlia cadde nel cuore di Clennam come una pietra cade in un pozzo, e gli fece salire le lagrime agli occhi. Ei rispose con affettata giocondità, non dubitasse, avrebbe fatto com’ella desiderava.
– Se non vi parlo di mamma, – disse Carina, più commossa e più bella nella sua angoscia innocente, tanto che Clennam non osava guardarla in viso e contava invece gli alberi che si trovavano ancora tra essi e la luce morente, i quali diminuivano gradatamente, – egli è che mamma m’intenderà meglio in questa occasione, e sentirà la mia perdita in un altro modo. Ma voi sapete che buona e cara madre ella sia, e quanta affezione abbia per me; e non la dimenticherete nemmeno, non è vero?
Minnie non dubitasse, disse Clennam, si fidasse a lui, che non avrebbe mancato di obbedire a tutti i suoi desiderii.
– E, caro signor Clennam, – riprese a dire Minnie, – voi sapete che mio padre e qualcuno che non ho bisogno di nominare, non si apprezzano perfettamente e non si conoscono ancora bene; come di certo non tarderà ad accadere. E sarà il dovere, l’orgoglio e il piacere della mia nuova vita di condurli a intendersi meglio l’un l’altro, a rendersi felici a vicenda, a divenire orgogliosi l’un dell’altro, ad amarsi tanto, essi che tanto mi amano. E voi, caro signor Clennam, voi che siete così buono e generoso, quando sarò partita di casa mia… noi andiamo così lontano…. provatevi a riconciliarli, impiegate la grande influenza che avete sull’animo di mio padre a dissipare i suoi pregiudizi, mostrandogli mio marito nel suo vero aspetto. Volete far questo per me, voi che siete un nobile cuore ed un amico sincero?…
Povera Carina! come s’ingannava, come s’illudeva povera fanciulla! Quando mai si son verificati di questi mutamenti nelle relazioni naturali degli uomini! chi mai ha potuto riconciliare delle antipatie inveterate! Molte volte è stato tentato lo stesso da altre ragazze come te, Minnie; ma nulla hanno ottenuto, oltre al disinganno e al dolore di non essere riuscite!
Così pensò Clennam, ma tacque, poichè era già troppo tardi. S’impegnò di fare tutto ciò che ella domandava, e Carina non dubitò un solo istante ch’egli fosse per venir meno alla promessa.
Erano a questo punto arrivati all’ultimo albero del viale. Ella si arrestò e svincolò il braccio da quello di Clennam. Poi con gli occhi levati in quelli di lui e toccando con la mano, che gli si era appoggiata tutta tremante sul braccio, una delle rose ch’egli avea serbato in petto, ella aggiunse:
– Caro signor Clennam, nella mia felicità…. perchè io son felice, quantunque m’abbiate vista piangere – io non posso soffrire che resti una nube fra voi e me. Se avete qualche cosa da perdonarmi, – non già un fallo volontario, ma qualche dolore che io vi abbia dato senza volerlo e senza alcuna mia colpa, – perdonatemi questa sera nella nobiltà del vostro cuore!
Arturo si piegò un poco verso quel viso innocente che senza paura si sporgeva verso il suo. Lo baciò e rispose che Dio sapeva non avere egli da perdonarle alcuna cosa. E mentre piegavasi ancora una volta verso il viso ingenuo della fanciulla, ella mormorò «Addio!» ed egli ripetè la triste parola. Con essa ei prendeva commiato da tutte le sue vecchie speranze…. da tutti i dubbi e le incertezze…. di nessuno. Un momento dopo uscirono dal viale, dandosi il braccio così come erano entrati; e gli alberi parevano chiudersi dietro di essi nell’ombra, come per distendere un nero velo sul loro passato.
Le voci del signore e della signora Meagles a di Doyce si udirono presso il cancello del giardino. Udendo a pronunciare il nome di Carina, Clennam gridò:
– Ella è qui con me.
Vi fu un po’ di sorpresa e un po’ di ridere nel venirsi incontro; ma tutto cessò, quando furono insieme, e Carina si ritirò in casa.
Il signor Meagles, Doyce e Clennam, senza dire una parola, passeggiarono su e giù in riva del fiume alla luce della luna che sorgeva. Poi Doyce restò indietro e se ne tornò alla casa. Il signor Meagles e Clennam passeggiarono su e giù per alcuni minuti, e sempre senza dir parola. Finalmente il primo ruppe il silenzio.
– Arturo, – diss’egli, – chiamandolo per la prima volta così familiarmente, – vi ricordate quando vi dissi, passeggiando con voi un giorno caldissimo di estate e guardando insieme il porto di Marsiglia, che la sorella di Carina, morta da tanto tempo, pareva a mamma ed a me esser cresciuta nel tempo stesso di Carina ed aver subito le medesime trasformazioni?
– Me ne ricordo benissimo.
– Vi ricordate anche avervi io detto, che non ci era riuscito di separare nell’animo nostro queste due gemelle, e che ci figuravamo che quanto accadeva a Carina, accadesse anche all’altra?
– Sì, me ne ricordo benissimo.
– Arturo, – proseguì il signor Meagles, molto abbattuto, – stasera io vado anche più in là con questa fantasia. Mi pare stasera, mio caro amico, che voi abbiate amato teneramente la mia figliuola morta, e che l’abbiate perduta quando ella ha raggiunto l’età di Carina.
– Grazie, grazie! – mormorò Arturo, e gli strinse forte la mano.
– Volete tornare verso casa? – domandò poco dopo il signor Meagles.
– Sì, a momenti.
Il signor Meagles si allontanò e Arturo restò solo. Quando ebbe passeggiato per circa mezz’ora sulla riva del fiume, al chiarore tranquillo della luna, si pose la mano nel petto e ne trasse con dolcezza la manata di rose dategli da Carina. Forse se le strinse al cuore, forse se l’accostò alle labbra… ma questo è certo, ch’ei si chinò verso la sponda e le gittò piano nel fiume corrente. E il fiume se le portò lontano quelle rose, pallide e quasi fantastiche al chiarore della luna.
I lumi brillavano nel salotto quando egli vi entrò, e tutti i visi rischiarati da essi, compreso anche il suo, non tardarono a mostrarsi aperti e giocondi. Si parlò di tante e tante cose, – quel diavolo di Doyce non aveva mai trovato tanta roba da dire per ammazzare il tempo, – e poi si andò a letto a dormire. E in quel mentre le rose, pallide e fantastiche al chiarore della luna, si allontanavano sulla corrente del fiume; e così le nostre più grandi speranze, chiuse e carezzate nel fondo del cuore, si allontanano da noi per andarsi a perdere nei vasti mari dell’eternità.

CAPITOLO XXIX.

LA SIGNORA FLINTWINCH SOGNA SEMPRE.

Mentre queste cose accadevano, la casa della signora Clennam serbava sempre la sua lugubre gravità, e l’ammalata che vi abitava non avea punto recato alcuna alterazione nel corso uniforme della sua vita. Il mattino, il mezzodì, la sera ricorrevano l’uno dietro l’altro con la medesima monotonia, come il movimento assiduo di una macchina caricata sempre alla stessa ora, come la catena di un orologio a pendolo che si avvolge e si svolge sempre ad un modo.
La poltrona a ruote aveva certo le sue associazioni di memorie e di sogni, come ne ha ogni luogo dove pone stanza un essere umano. Immagini di strade demolite e di case ricostruite nella forma di una volta; immagini di persone nel loro aspetto di una volta, con poca o nessuna concessione fatta agli anni che erano trascorsi; di queste immagini molte e molte dovevano passare innanzi alla mente della inferma nelle sue lunghe e tristi giornate. Arrestare il movimento di ogni attiva esistenza al momento stesso che si è stati separati dal mondo; figurarsi tutto il genere umano colpito da immobilità quando si è ridotti allo stato di non poter dare un passo; essere incapace a valutare i mutamenti avvenuti oltre la propria vista con misura più larga che non sia la propria esistenza ristretta ed uniforme; tale è la debolezza di molti ammalati, e l’infermità mentale di quasi tutti quelli che vivono rinchiusi.
Quali scene e quali attori richiamasse alla vita cotesta donna severa che passava da una stagione all’altra seduta nell’oscura sua camera, nessuno sapeva. Forse l’obliquo Geremia, a furia di esercitare sull’animo di lei tutti i giorni una pressione quasi meccanica, avrebbe potuto strapparle una confidenza, quando ella avesse opposto meno resistenza; ma ella era troppo forte per lui. In quanto alla signora Affery, la povera vecchia avea già troppe occupazioni a contemplare con una faccia di sorpresa balorda lo sposo e la padrona ammalata, ad andar su e giù per la casa a sera tarda col grembiale sul capo, a prestare ascolto a strani rumori, a udirli qualche volta, senza uscir mai dal suo stato di sogno e di sonnambulismo per potere attendere ad altro.
Molti affari si facevano, per quanto pareva alla signora Affery, poichè suo marito non istava un momento disoccupato nel suo gabinetto, riceveva più gente che non ne avesse mai ricevuto da molti e molti anni. Ma ciò era naturale, essendo la casa rimasta da assai tempo deserta. Nondimeno il signor Geremia s’era dato a scrivere e ricever lettere, a veder gente, a tener conti e registri. Oltre a ciò, ei si recava in altre case di commercio, visitava magazzini, la dogana, il caffè Garraway, il caffè di Gerusalemme, la Borsa; sicchè non faceva che un continuo uscire ed entrare. Incominciò anche, in quelle sere che la signora Clennam non dimostrava una gran voglia di goder la sua compagnia, a frequentare una taverna del vicinato per veder la lista dei legni arrivati, o il listino della borsa nei giornali della sera, o perfino per scambiare qualche cortesia con alcuni capitani mercantili che frequentavano quel luogo. A certe date ore del giorno, egli e la signora Clennam tenevano consiglio di affari; e parve ad Affery, che girava sempre per tutti i buchi spiando ed ascoltando, che i due furbi facessero di molti quattrini.
Lo stupido abbattimento nel quale era caduta la consorte del signor Geremia avea finito per penetrare con tanta evidenza in tutti i suoi sguardi e gesti, che i due furbi non facevano di lei alcun conto, riguardandola come una persona che non era mai stata di forte intelligenza, ma che ora andava addirittura diventando idiota. Sia ch’egli si accorgesse che l’aspetto della moglie non avea in sè niente di commerciale, sia perchè temesse che l’avere scelta una tale sposa non inspirasse in proprio favore una grande fiducia nei clienti, il signor Flintwinch ordinò a sua moglie di serbare il più stretto silenzio sulle loro relazioni coniugali e di non chiamarlo Geremia che nell’intimità della vita domestica. Il frequente oblio di questa raccomandazione contribuì a dare alla signora Flintwinch un aspetto ancor più spaventato; imperocchè avendo il signor Geremia l’abitudine di punire coteste numerose dimenticanze saltandole addosso all’impensata, quando la incontrava per le scale, e di scuoterla di santa ragione, ella viveva in continue convulsioni, aspettandosi ad ogni poco un nuovo assalto del nemico.
La piccola Dorrit era giunta al termine di una lunga giornata di lavoro in camera della signora Clennam, e stava raccattando e mettendo insieme i capi di filo e i rimasugli, prima di tornarsene a casa. Il signor Pancks, annunziato dalla signora Affery, domandava alla signora Clennam come stesse in salute, ed aggiungeva che essendosi trovato per caso ad andare verso quella parte, non avea voluto perdere l’occasione di venir su un momento per prendere notizie della signora da parte del suo proprietario. La signora Clennam, con una profonda contrazione delle ciglia, lo guardava in faccia.
– Il signor Casby sa bene, – diss’ella, – che io non vado soggetta a cambiamenti. Il sol cambiamento che aspetto qui è il maggiore di tutti, – l’ultimo.
– Davvero, signora? – rispose Pancks, che volgeva l’occhio distratto verso la piccola sartina in ginocchio, che raccoglieva sempre i rimasugli del suo lavoro sparsi sul tappeto. Di aspetto, signora, state benissimo.
– Io soffro quel che debbo soffrire, – replicò la signora Clennam. – Voi, dal canto vostro, fate quel che dovete fare.
– Grazie, signora; mi ci provo con tutti i miei sforzi.
– Vi trovate spesso a venir da questa parte, non è così? – domandò la signora Clennam.
– Ma…. sì, signora, da un pezzo in qua ci vengo più spesso. Passo per questa via quasi tutti i giorni, ora per questa cosa ora per quell’altra.
– Pregate il signor Casby e sua figlia che non si disturbino per conto mio, per via di messaggieri. Quando desiderano di vedermi, essi sanno che io son qui sempre. Non c’è bisogno che si diano il fastidio di mandar gente. Non c’è bisogno che vi diate il fastidio di venire.
– Niente affatto, signora, niente fastidio! – disse Pancks. – Davvero, che avete una buona cera, signora.
– Grazie. Buona sera.
Questa licenziata, accompagnata dall’alto della mano che stendeva il dito verso la porta, era così chiara e recisa che il signor Pancks non potea trovar modo di prolungar la sua visita. Si cacciò le dita nei capelli con perfetta disinvoltura, diè un’altra occhiata alla personcina della piccola Dorrit, disse: «Buona sera, non v’incomodate, signora Affery, conosco la via» e partì a tutta macchina.
La signora Clennam, facendo della mano sostegno al mento, gli tenne dietro con uno sguardo attento e pieno di diffidenza; e intanto Affery se ne stava immobile a contemplarla come dominata da un fascino.
Lentamente e pensierosamente gli occhi della signora Clennam si rivolsero dalla porta per la quale Pancks era uscito, alla piccola Dorrit che si alzava dal tappeto. Col mento sempre più forte appoggiato sulla mano, con gli occhi foschi foschi e scrutatori, la paralitica continuò a fissare la fanciulla finchè non ebbe attirata la sua attenzione. La piccola Dorrit arrossì sotto quello sguardo, e chinò gli occhi. La signora Clennam continuò a fissarla intentamente.
– Piccola Dorrit, – disse alla fine rompendo il silenzio, – che sapete di quell’uomo?
– Non so altro, signora, che di averlo incontrato di qua e di là e che mi ha parlato qualche volta.
– Che vi ha detto?
– Non ho capito bene quel che mi ha detto, poichè gli è così strano a discorrere. Ma niente di scortese o di spiacevole.
– Perchè viene qui a vedervi?
– Non lo so, signora, – rispose la piccola Dorrit con perfetta franchezza.
– Voi sapete ch’egli vien qui per vedervi?
– Me lo son figurato, – disse la piccola Dorrit. – Ma perchè venga qui o altrove per vedermi, non lo so capire.
La signora Clennam abbassò gli occhi a terra, e con quel suo viso severo ed impassibile, intenta al soggetto che le si aggirava per la mente, come testè era stata intenta alla persona della fanciulla, stette assorta. Alcuni minuti passarono, prima ch’ella uscisse da cotesta astrazione e riprendesse il suo rigido atteggiamento.
La piccola Dorrit intanto avea aspettato per andar via, temendo col muoversi di disturbare la signora Clennam. Si arrischiò allora a lasciare il posto dov’era rimasta ferma dopo essersi levata e passò dall’altro lato della seggiola a ruote. Qui si fermò e disse.
– Buona sera, signora.
La signora Clennam sporse la mano e la posò sul braccio della fanciulla. La piccola Dorrit, all’atto inatteso, stette un po’ dubbiosa e tremante. Forse ella ricordavasi in quel punto di qualche passaggio della storia della Principessa.
– Ditemi, piccola Dorrit, – incominciò la signora Clennam, – avete molti amici?
– Pochissimi, signora. Oltre a voi, la sola signorina Flora…. ed un altro.
– Volete dire, – domandò la signora Clennam puntando il dito alla porta – quell’uomo ch’è partito?
– Oh no, signora!
– Qualche suo amico forse?
– No, signora, – e così dicendo scosse il capo assai seriamente. – Oh no! Non vi ha guari che gli rassomigli o che abbia con lui alcun che di comune.
– Via! – disse la signora Clennam, quasi sorridendo. – Non è affare che mi riguarda. Domando questo, perchè ho per voi uno speciale interesse, e perchè credo di essere stata la vostra sola amica, quando non ne avevate altri. Non è così?
– Sì, signora; sì, certamente. Io sono venuta in casa vostra molti giorni, che senza voi e il lavoro che mi avete dato, noi avremmo avuto mancanza di tutto.
– Noi? – ripetè la signor Clennam, guardando all’orologio che aveva appartenuto al marito e che stava sempre posato sulla tavola. – Siete in molti di famiglia?
– Soltanto mio padre ed io, ora. Voglio dire soltanto mio padre ed io che dobbiamo vivere alla meglio su quel tanto che mi guadagno alla giornata.
– Avete forse sofferto molte privazioni? voi e vostro padre o altri che sia della vostra famiglia? – domandò la signora Clennam, parlando con molta risolutezza, girando e rigirando fra le mani in atto di meditazione l’orologio del morto.
– Qualche volta la vita ci è stata un po’ dura, – rispose la piccola Dorrit con la sua voce dolce, timida e rassegnata; – ma in quanto a questo credo bene che ci siano degli altri più degni di compassione di noi.
– Ben detto! – esclamò con vivacità la signora Clennam. – Questa è la verità! Voi siete una brava ed assennata ragazza. E siete anche riconoscente, se vi conosco bene.
– È naturale che io sia così. Non ci è alcun merito ad esser riconoscente, – rispose la piccola Dorrit.
La signora Clennam con una amorevolezza di cui la vecchia Affery non l’avrebbe mai creduta capace, nemmeno sognando, attirò a sè il viso della giovane sartina e la baciò sulla fronte.
– Ed ora andate, piccola Dorrit, – disse poi, – se no farete troppo tardi, povera ragazza!
In tutti i sogni che la signora Affery era andata accumulando da che s’era data a cotesto mestiere del sognare, non le era mai venuto fatto di sognare un fatto più stravagante di questo. La testa le girava come un arcolaio, all’idea di dover trovare quell’altro furbo dando anche egli il suo bacio alla piccola Dorrit, e di veder poi tutti e due, la donna inferma e l’uomo irascibile, stretti in un amplesso che si dissolvesse in lagrime di tenerezza per tutto il genere umano. Cotesta idea gli fece l’effetto di una mazzata sul capo, nel mentre che accompagnava giù per le scale la piccola sartina, per chiudere con sicurezza la porta di casa.
Nell’atto di aprirla però per fare uscire la piccola Dorrit, ella si accorse che il signor Pancks, invece di andar per la sua via, come naturalmente avrebbe dovuto fare in luogo meno maraviglioso di questo e in mezzo a fenomeni meno stravaganti, s’era messo a passeggiare in su e in giù pel cortile innanzi alla casa. Non appena egli ebbe visto spuntare la piccola Dorrit, le passò accanto vivacemente, e coll’indice disteso dal naso alla bocca, disse in fretta:
– Pancks lo zingaro, che va dicendo la ventura.
E si allontanò sbuffando.
– Che il cielo ci guardi! – esclamò la signora Affery che l’aveva inteso perfettamente. – Ci abbiamo anche lo zingaro ora e lo stregone che ci viene per casa! Che ne accadrà di tutti noi?
Imbrogliandosi sempre più nella risoluzione dell’enigma, la signora Affery rimase con la porta in mano esposta ad una serata nera e piovosa. Le nuvole correvano rapidamente, il vento fischiava venendo impetuoso di lontano, richiudendo con fracasso qualche imposta vicina che aveva aperto con un soffio, facendo girare le banderuole rugginose dei camini, e girando esso stesso intorno intorno al piccolo cimitero non lontano, quasi avesse voglia di mandare all’aria fuori dei sepolcri tutti i cittadini defunti. Il tuono cupo, rumoreggiando in tutte le parti del cielo nel tempo stesso, pareva che minacciasse vendetta per questo sacrilego attentato, mormorando: «lasciali dormire! lasciali dormire!»
La signora Affery, che avea tanta paura dei tuoni e dei lampi quanta ne aveva della casa spiritata immersa in una continua e soprannaturale oscurità, stava indecisa se dovesse entrare od uscire, fino a che la questione fu risoluta inaspettatamente da un violento colpo di vento che le sbatacchiò dietro la porta e fece restar lei nella via.
– Che debbo fare adesso! che debbo fare! – esclamò la povera Affery, torcendosi le mani in quest’ultimo sogno, il più terribile che avesse mai fatto. – Quando ella è su chiusa in camera, che non si può muovere e non può venire ad aprire, più di quello che potrebbero fare i morti del cimitero!
Nella sua perplessità, la signora Affery si fece cappuccio del grembiale per difendersi in parte dalla pioggia, e si diè a correre di qua e di là per la via solitaria, senza sapere dove dar di capo. Perchè, poco dopo, si fermasse e ponesse l’occhio al buco della serratura, come se l’occhio potesse aprire, ecco un fatto che non si può spiegare; ma certo è che molti di noi, trovandoci nella medesima situazione, avremmo, senza saperne la ragione, fatto lo stesso.
Ad un tratto la vecchia si raddrizzò con uno strido soffocato, sentendosi qualche cosa sulla spalla. Era il tocco di una mano; e la mano era di un uomo.
L’uomo era vestito a foggia di viaggiatore, con un cappello basso guarnito di pelo ed era tutto avvolto in un mantello largo e pesante. Pareva forestiere. Aveva una selva di capelli e di mustacchi nerissimi, meno alle estremità che erano di una tinta rossastra – ed un naso grosso e aquilino. Egli rise allo spavento e allo strido della signora Affery; e nel ridere, il mustacchio salì sotto il naso e il naso discese sul mustacchio.
– Che c’è? – domandò egli in buon inglese. – Di che avete paura!
– Di voi, – rispose Affery senza fiato.
– Di me, signora?
– Sì…. e di questa brutta serata, e… e di ogni cosa…. E vedete, il vento mi ha chiuso dietro la porta e non posso tornar dentro.
– Ah! – esclamò con molta calma il forestiere. – Davvero? Conoscete qualcheduno in questi dintorni che si chiami Clennam?
– Altro eh, se lo conosco! Lo credo io che lo conosco! – esclamò Affery, che si torse di nuovo le mani, esasperata da questa domanda.
– Dove?
– Dove! – ripetè Affery, chinandosi di nuovo a guardare pel buco della serratura. – E dov’altro vorreste che fosse se non qui in casa sua? E la sta sola adesso in camera sua ed ha le gambe paralitiche e non si può muovere per venirmi ad aiutare, e quell’altro furbo è fuori, che Dio mi perdoni e mi tenga le mani sul capo! – gridò Affery, dimenandosi freneticamente e sempre più spaventata dalle sue stesse parole, – io mi sento scappar via il cervello, e non capisco più niente!
Mostrando di prendere un maggiore interesse alla cosa, dacchè lo riguardava personalmente, il forestiero diè un passo indietro per guardare alla casa, e i suoi occhi subito si fermarono sulla lunga e stretta finestra della cameretta presso la porta d’entrata.
– Dov’è che si trova la signora che ha perduto l’uso delle gambe? – domandò egli con quel suo particolare sorriso che esercitava una specie di malìa sulla signora Affery.
– Lassù. – Affery rispose. – A quelle due finestre.
– Ah! io sono di una statura piuttosto alta, ma non potrei mai aver l’onore di presentarmi in quella camera senza l’aiuto di una scala. Via, signora, francamente, – la franchezza è il fondo del mio carattere, – volete che vi apra io la porta?
– Sì, che il cielo vi benedica, signore, fatelo subito! – esclamò Affery, – poichè può darsi ch’ella mi stia chiamando proprio in questo minuto, o abbia pigliato fuoco alle sottane e tante altre disgrazie che non mi so figurare e che mi fanno ammattire solo a pensarci!
– Un momento, mia buona signora! – disse l’uomo, trattenendo l’impazienza di lei con una mano bianca e gentile. – Le ore d’affari, suppongo, son passate per quest’oggi?
– Sì, sì, sì. Già da un pezzo.
– Lasciate dunque che io vi faccia una leale proposta. La lealtà è la base del mio carattere. Io sono sbarcato or ora dal battello, come vedete.
Così dicendo le fece toccare il mantello umido, e le mostrò gli stivali inzuppati d’acqua. Già Affery aveva notato ch’egli aveva i capelli arruffati e la faccia gialla come se venisse da un disastroso viaggio, ed era così intirizzito che i denti gli battevano insieme.
– Io sono sbarcato or ora dal battello, signora, e sono stato trattenuto da questo tempaccio infernale. In conseguenza di che, un certo affare che avrei già conchiuso se fossi giunto ad ora debita, – affare di moneta come capite, – mi rimane da regolare. Ora se voi vi compiacete di cercarmi in questi dintorni qualcuno che mi possa dar mano in questo affare, io m’impegno dal canto mio ad aprirvi la porta. Se la proposta non vi piace, allora io….
E, col solito sorriso, fece atto di volgere le spalle.
La signora Affery, lieta di aver trovato il fatto suo per così poco, accettò senz’altro. Il forestiere la pregò senza troppi complimenti a tenergli il mantello, si allontanò di pochi passi, prese la rincorsa, saltò verso la finestra, si afferrò con le mani al davanzale, e in meno di niente l’ebbe aperta. Il suo sguardo aveva una espressione così sinistra nello scavalcare ch’egli fece nella camera e nel volgersi indietro per salutare la signora Affery, che questa ebbe il pensiero, – e se ne sentì venire il freddo per tutto il corpo, – che lo sconosciuto poteva benissimo, quando ne avesse avuto la voglia, salire al primo piano ed assassinare impunemente la paralitica.
Per buona sorte, il forestiere non avea alcuna intenzione simigliante, poichè pochi momenti dopo si mostrò alla porta d’entrata.
– Adesso, cara signora, – diss’egli, riprendendo il mantello e avvolgendovisi dentro, – se volete farmi…. Che diavolo di rumore è questo?
In effetti, un rumore strano si sentì molto vicino, a giudicarne dalla scossa che diè all’atmosfera, un rumore però soffocato come se fosse stato lontano. Un tremolio, un rotolar sordo, e poi la caduta di qualche materia secca e leggiera.
– Che diavolo di rumore è questo?
– Io non so davvero che cosa sia, ma l’ho già inteso mille e mille volte, – rispose la signora Affery che si era attaccata al braccio del forestiere.
Il quale, – come a lei parve, nell’agitazione convulsa del novello sogno, – non doveva essere un uomo di gran coraggio, poichè le sue labbra si erano fatte pallide. Dopo essere stato un momento in ascolto egli alzò le spalle.
– Orsù, non è nulla!… Adesso, mia cara signora, mi pare che m’abbiate parlato di una persona capace pel mio affare. Volete aver la bontà di farmi abboccare con cotesto genio?
Così dicendo teneva la porta in mano, pronto a richiuderla in faccia alla signora Affery, se mai questa si fosse rifiutata ad adempiere le condizioni dell’accordo.
– Non direte niente però della porta che mi si è chiusa dietro? – disse Affery.
– Nemmeno una mezza parola.
– E non vi muoverete di qua, e se chiama di sopra non risponderete, finchè io non torni a momenti?
– Signora, fate conto che io sia una statua.
La signora Affery aveva tanta paura che il forestiere non si slanciasse su per le scale non sì tosto ella avesse volto le spalle, che dopo aver camminato un bel tratto, rifece i passi per spiare se egli stesse al suo posto. Siccome il forestiere se ne stava sempre sulla soglia, più fuori che dentro, quasi poco amante dell’oscurità e dei suoi misteri, ella corse fino alla via vicina, spedì un messaggio al sig. Flintwinch, il quale uscì subito dalla taverna. Tornando verso casa a galoppo, la moglie innanzi e il marito dietro, animato senza dubbio dalla dolce speranza di darle una buona scossa prima ch’ella avesse il tempo di mettersi dentro in salvo, i due sposi videro il forestiere sempre fermo al suo posto e udirono la voce aspra della signora Clennam che domandava dalla sua camera:
– Chi è là? che c’è? perchè non mi si risponde? chi c’è abbasso?

CAPITOLO XXX.

LA PAROLA DI UN GENTILUOMO.

Quando la coppia Flintwinch fu giunta col sopraffiato alla porta della vecchia casa, Geremia a distanza di appena un minuto secondo dalla sua Affery, il forestiere trasalì e diè un passo indietro.
– Morte dell’anima mia! – esclamò. – Come diavolo vi trovate qui voi?…
Il signor Flintwinch, al quale questa domanda era diretta, rese al forestiere la sua stessa moneta di stupore. Lo contemplò con una muta sorpresa, e guardando di sopra alla spalla come aspettasse di veder qualcheduno che non sapea presente, fissò di nuovo gli occhi sul forestiere, mostrando col suo silenzio interrogativo di non aver capito che cosa questi intendesse. Poi si volse alla moglie per aver una spiegazione; e nessuna ricevendone, le saltò addosso e la scosse con ambo le mani con tanta cordialità che le fece schizzar lontano la cuffia, dicendo intanto con lugubre giocondità:
– Affery, moglie mia, ti darò una dose, se me ne fai ancora di queste, una dose!… Da capo ti sei data a sognare, eh? Di che si tratta ora? chi è costui? che cosa significa questa scenata? Parla su o ti affogo! Solo questa scelta ti lascio.
Posto che la signora Affery avesse in un tale frangente avuto il potere di scegliere, la sua scelta era evidentemente di essere affogata; poichè nemmeno una sillaba rispose, ma col capo nudo che andava innanzi e indietro secondo le scosse che le comunicava l’amoroso marito, ella si rassegnò alla punizione. Il forestiere però, raccattata la cuffia, gliela porse con molta galanteria e intervenne nella disputa.
– Permettetemi, – diss’egli, posando la mano sulla spalla di Geremia, il quale si fermò e lasciò andare la sua vittima. – Grazie. Scusatemi. Vedo bene che siete marito e moglie da cotesti vostri scherzi. Ah ah! Fa sempre bene di vedere il buon umore rallegrare le relazioni coniugali. Sentite! Posso osare di suggerirvi che vi ha qualcuno lassù, al primo piano, all’oscuro, che va dimostrando con molta energia la curiosità di sapere quel che accade qui?
Questa allusione alla voce della signora Clennam mosse Geremia ad entrar nel vestibolo e a gridare dal basso della scala:
– Non è nulla, signora, son qua io! Or ora Affery vi porterà il lume.
Poi, volgendosi alla moglie che si rimetteva la cuffia, aggiunse:
– Su, vecchia, escimi dai piedi e va su!
Finalmente si volse al forestiere e gli disse:
– Adesso, signore, in che debbo servirvi?
– Temo, – disse il forestiere, – di dover essere così importuno da farvi notare la opportunità di accendere una candela.
– Avete ragione, – borbottò Geremia; – appunto ci pensavo. Aspettatemi costì, ora torno.
Lo sconosciuto se ne stava sulla soglia; ma si cacciò un poco nell’oscurità della casa, non appena il signor Flintwinch gli ebbe volto le spalle, e gli tenne dietro con gli occhi fino alla cameretta dove il vecchio andava cercando a tentoni i suoi fiammiferi. I quali per disgrazia, quando finalmente gli ebbe trovati, o erano umidi o per altro motivo inservibili; si infiammavano tanto da illuminargli il volto di una luce giallastra e per spargergli sulle mani tante macchiette di fuoco, ma non fino al punto da accendere una candela. Il forestiere profittò di quella incerta luce che rischiarava a brevi tratti la fisonomia del vecchio per contemplarlo con attenzione e sorpresa. Geremia, quando alla fine fu riuscito ad accendere la candela, indovinò l’esame di cui era stato oggetto, scorgendo in volto del forestiere gli ultimi segni di una osservazione vigile e penetrante, ora sostituiti da quel dubbio sorriso che valeva a dargli tanta espressione.
– Abbiate la bontà, – disse Geremia, chiudendo la porta d’entrata, ed esaminando a sua volta molto scrupolosamente la fisonomia sorridente che gli stava innanzi, – abbiate la bontà di entrare nel mio studio…. Non è nulla, vi ho detto, non è nulla! (Questa risposta, fatta in tuono irritato, era diretta alla signora Clennam, che chiamava sempre dalla camera sua, quantunque avesse vicino Affery intenta a calmarla). Non m’avete inteso eh? vi ripeto che non è nulla! diavolo d’una donna, che non vuol sentir ragione, quando s’incaponisce!
– Ha forse paura, – disse il forestiere.
– Paura? – ripetè Geremia, volgendosi per far questa risposta, sempre andando innanzi col lume. – Su cento uomini, caro signore, lasciate che ve lo dica, ce n’è novanta che hanno meno coraggio di lei.
– Quantunque paralitica?
– Da molti anni. La signora Clennam, la sola di questo nome che sia interessata agli affari della casa. La mia socia.
Dicendo alla meglio qualche scusa, nel mentre che traversavano il vestibolo, che non si era abituati a ricevere della gente a quell’ora tarda, in cui la casa era sempre chiusa, il signor Flintwinch menò il forestiere nel proprio studio, che presentava in qualche modo l’aspetto di uno studio di un uomo d’affari. Qui posò il candeliere sulla tavola, e disse al forestiere, torcendo il collo nel modo più ingrato:
– In che posso servirvi?
– Io mi chiamo Blandois.
– Blandois? Non conosco questo nome.
– Credevo che aveste già ricevuto una lettera d’avviso dai vostri corrispondenti di Parigi.
– Non abbiamo ricevuto da Parigi nessun avviso riguardante una persona di nome Blandois.
– No?
– No.
Geremia stava nel suo atteggiamento favorito.
Il signor Blandois, sempre sorridendo, aprì il mantello per cacciar la mano in una tasca di lato; poi s’arrestò un momento per rispondere, fissando in volto del suo interlocutore certi occhi lucidi che parevano ridere e troppo vicini l’uno all’altro.
– Per bacco! come somigliate voi ad un mio amico! Però la somiglianza non è così perfetta come io credevo, quando nell’oscurità vi ho scambiato per lui, – del che, spero bene, mi terrete per iscusato. Permettete anzi che io vi faccia le mie scuse; la sollecitudine nel riconoscere i miei errori è una parte del mio carattere…. Ma, ad ogni modo, la somiglianza è sorprendente.
– Davvero! – disse Geremia con una certa sgarbatezza. – Ma insomma io non ho ricevuto lettera d’avviso da nessuna parte, circa a una persona di nome Blandois.
– Proprio così? – domandò il forestiere.
– Proprio così, – disse Geremia.
Il signor Blandois, senza punto perdersi di animo per questa omissione da parte dei corrispondenti della casa Clennam e C, tirò fuori dalla tasca il suo portafogli, vi cercò dentro una lettera e, trovatala, la porse al signor Flintwinch.
– Non dubito punto che conosciate benissimo questa mano di scritto. È possibile che questa lettera parli abbastanza da sè, senza bisogno di altri avvisi. Voi naturalmente siete miglior giudice di me in questa questione. Io ho la disgrazia di non essere un uomo d’affari, ma invece son quello che il mondo chiama (arbitrariamente) un gentiluomo.
Il signor Flintwinch prese la lettera, e lesse, in data di Parigi.
«Vi presentiamo con questa, da parte di uno stimabilissimo corrispondente della nostra casa, il signor Blandois di Parigi, ecc., ecc. Tutte le facilitazioni di cui potesse abbisognare e che sarete in grado di ecc. ecc. Vi preveniamo inoltre che potete aprire un credito al signor Blandois di cinquanta lire sterline (dico L. 50), ecc, ecc.»
– Benissimo, signore, – disse il signor Flintwinch, dopo aver letto. – Prendete una seggiola. Tutto ciò che potrà fare la nostra casa per esservi utile…. la nostra casa è del vecchio stampo, modesta, ritirata, ma solida…. saremo lieti di farlo. Vedo, dalla data della lettera, che l’avviso non poteva essere arrivato. Probabilmente voi sarete venuto con lo stesso corriere che ci reca l’avviso.
– Sicuro, – rispose il signor Blandois, passandosi la mano bianca sul naso aquilino, – proprio con quello; e lo so pur troppo a spese della mia testa e del mio stomaco, che hanno sofferto la tortura con questo tempaccio abbominevole. Voi mi vedete nel costume che avevo nel discendere mezz’ora fa dal battello. Avrei già dovuto esser qui da parecchie ore, e mi sarei risparmiato di far delle scuse, – come fo adesso, pregandovi di accettarle, – per essermi presentato ad un’ora così sconveniente e per aver fatto paura…. cioè no, mi avete detto che non ha punto paura…. alla rispettabile signora Clennam lassù, costretta dal male a guardar la camera.
L’impudenza e una certa aria di autorità e di nobile condiscendenza non mancano mai di produrre il loro effetto: già il signor Flintwinch aveva cominciato a pensare che costui fosse un personaggio di modi molto nobili e ricercati. Nondimeno non si ammollì per questo, ma sempre burbero allo stesso modo, domandò grattandosi il mento:
– In che posso servire il signor Blandois a quest’ora?
– Per bacco! – esclamò il gentiluomo, scrollando le spalle nascoste dal suo mantellaccio. – Vorrei mutarmi, mangiare, bere, essere alloggiato in qualche parte. Abbiate la bontà d’indicarmi un albergo qualunque, – sono affatto nuovo nella città e non guardo a spesa, – tanto da alloggiare fino a domani. Quanto più vicino sarà, tanto meglio. All’uscio accanto, se è possibile.
Il signor Flintwinch incominciò a dire lentamente:
– Per un signore par vostro, non c’è veramente in queste vicinanze….
– Che diamine mi contate di par mio e non par mio, caro signore! – interruppe Blandois, facendo scricchiolar le dita. – Un cittadino del mondo non ha abitudini. Che io sia, nella mia povera cerchia, un signore, non lo nego per bacco! Ma non ho, per buona sorte, di cotesti incomodi pregiudizi. Una camera pulita, una pietanza calda ed una bottiglia di vino che non sia assolutamente del veleno, ecco quel che mi bisogna per questa sera. Ma io vorrei aver tutto questo senza dare un passo più del necessario.
– In tal caso, – disse il signor Flintwinch con maggior decisione del solito, mentre i suoi occhi s’incontravano in quelli del signor Blandois, lucidi ed inquieti, – vi è qui vicino una taverna, che potrei fino ad un certo punto raccomandarvi; ma non è una taverna molto nobile….
– Della nobiltà ne faccio senza! – esclamò il signor Blandois, con un atto della mano. – Fatemi l’onore di condurmi a cotesto albergo, e di presentarmi se non è già soverchio il fastidio che vi do. Vi sarò infinitamente obbligato.
Il signor Flintwinch, andò subito a prendere il cappello e ricondusse il forestiere, facendogli lume, attraverso il vestibolo. Nel posare il candeliere sopra una mensoletta, dove i tetri e vecchi panneggi dell’anticamera faceano quasi da spegnitoi, ebbe l’idea di andar su un momento ad avvertire l’ammalata che non sarebbe stato fuori più di cinque minuti.
– Siatemi cortese, – disse allora il forestiere, – di presentarle il mio biglietto di visita. Fatemi il favore di aggiungere che io ascriverò a somma fortuna di offrire i miei rispetti alla signora Clennam, e di farle mille scuse per aver turbato la tranquillità di questa casa, se a lei non reca fastidio di sopportare per pochi istanti la presenza di un forestiero, dopo che questi avrà avuto agio di mutare i vestiti umidi, e di fortificarsi lo stomaco con qualche cosa solida e liquida.
Geremia andò e venne al più presto, e disse tornando:
– La signora sarà molto lieta di ricevervi, signore; ma, sapendo bene che la sua camera da ammalata non può avere grandi attrattive, m’incarica di dirvi ch’ella vi dispenserebbe dalla vostra offerta, caso mai ci aveste a pensar meglio.
– Varrebbe lo stesso, – rispose il galante Blandois, – che mancar di riguardi a una signora; mancar di riguardi a una signora varrebbe lo stesso che tradire le leggi della cavalleria verso il bel sesso, e la cavalleria verso il bel sesso è parte del mio carattere.
Ciò detto, ei si gettò sulla spalla il lembo del mantello sporco di mota, e seguì il signor Flintwinch fino alla taverna, prendendo per via un facchino che lo stava aspettando con la valigia.
La taverna aveva un aspetto più che modesto, e il signor Blandois diè prova di una infinita condiscendenza, tanta in effetti che capiva a stento nel piccolo gabinetto, dove l’ostessa e le due figlie lo ricevettero, non trovava posto sufficiente nella stanzetta che gli venne offerta in principio, e empì assolutamente il salottino di famiglia, che finalmente gli fu ceduto. Qui, con abiti asciutti e biancheria profumata, coi capelli ben pettinati, con un grosso anello a ciascun dito mignolo e una massiccia catena d’oro molto bene in mostra, sdraiato nel vano della finestra, aspettando il suo desinare, questo signor Blandois aveva una maledetta somiglianza con un certo monsieur Rigaud, che una volta aveva così aspettato la sua colazione, sdraiato sullo sporto di una finestra colle spranghe di ferro, in una sozza prigione di Marsiglia.
La ghiottoneria del signor Blandois a desinare rassomigliava anche molto alla ghiottoneria di monsieur Rigaud a colezione. Quella sua disonesta cupidigia di tirarsi vicino tutte le pietanze, mangiandone alcune con gli occhi mentre mangiava le altre con la bocca, era la medesima cupidigia e il medesimo fare di monsieur Rigaud. Lo sprezzo per gli altri, mostrato nel modo di urtare e di spingere tutti i piccoli mobili donneschi che lo circondavano, nel gettarsi sotto i piedi i più morbidi cuscini per star più comodo, nello schiacciare col peso della sua persona e col grosso capo nero le stoffe più delicate, dimostravano in fondo il medesimo egoismo brutale. Le mani bianche ed agili che si affaccendavano fra le pietanze avevano quella medesima lestezza sospetta delle mani che si afferravano una volta alle spranghe della prigione. E quando non ebbe altro da mangiare, e si pose a succhiarsi le dita uno dopo l’altro asciugandoli sul tovagliuolo, nient’altro mancava per far completa la somiglianza, che sostituire al tovagliuolo le foglie di vite.
Sulla faccia di quest’uomo, con quel mustacchio che saliva e quel naso che discendeva nel più tristo dei sorrisi, con quegli occhi posti in su della fronte che parevano far parte dei capelli senza lucido, quasi che il potere di riflettere la luce fosse loro stato tolto con un medesimo processo, la natura, sempre schietta e che non fa mai niente invano, avea stampato l’impronta «Guardatevi da lui!» Non era colpa della natura, se l’avvertimento non aveva effetto: in tali casi non è sua la colpa.
Il signor Blandois, terminato il pranzo e pulitesi le dita, prese un sigaro dalla tasca, e sdraiandosi di nuovo sulla finestra, lo fumò a tutto suo comodo, apostrofando di tanto in tanto il fumo sottilissimo che si staccava dalle sue sottilissime labbra.
– Blandois, ragazzo mio, bisogna che tu pigli la tua rivincita sulla società. Ah Ah! per tutto l’inferno, hai cominciato bene, Blandois! Se occorre puoi essere un eccellente maestro d’inglese e di francese. Un uomo fatto a posta per vivere nel seno delle famiglie! Tu hai prontezza di ingegno, spirito, disinvoltura, modi insinuanti, aspetto avvenente; sei insomma un perfetto gentiluomo! E da gentiluomo vivrai, giovanotto mio, e morrai da gentiluomo! Comunque si volti la carta, vincerai sempre. Tutti riconosceranno il tuo merito, caro Blandois. Tu vedrai piegare innanzi a te questa società che ti ha tanto crudelmente oltraggiato. Morte dell’anima mia! tu sei orgoglioso, Blandois, per natura e per diritto!
Al lusinghiero mormorio di queste parole, il nostro gentiluomo finì di fumare il suo sigaro e di vuotare la sua bottiglia di vino. Compiute queste due cose, si scosse un poco e si acconciò a sedere; poi si levò e riprese la via verso la casa di Clennam e C, conchiudendo:
– Saldo in gambe, Blandois! tieni gli occhi aperti sui fatti tuoi e non perdere la testa!
Fu ricevuto alla porta d’entrata dalla signora Affery, la quale, dietro istruzioni del suo signore e marito, avea acceso due candele nel vestibolo e una terza candela in mezzo alle scale, e menò il forestiere alla camera della signora Clennam. Il tè era già servito e si erano fatti quegli altri piccoli preparativi che pel solito si facevano quando si aspettavano visite. Questi preparativi del resto, anche nelle grandi occasioni, si riducevano a poca cosa, non trattandosi d’altro che di un servizio di porcellana tirato fuori dallo stipetto e di una coperta modesta e triste distesa sul letto. In quanto al rimanente il canapè nero simile ad una bara, la donna vestita a bruno che pareva pronta a incamminarsi all’estremo supplizio, il fuoco affogato da un monticello umido di cenere, il ramino col suo odore di vernice nera bruciata, – tutto insomma era lo stesso di quel che era stato per quindici anni di seguito.
Il signor Flintwinch presentò un gentiluomo, raccomandato alla casa di Clennam, e la signora Clennam, che aveva innanzi la lettera aperta, salutò con un cenno del capo e invitò il signor Blandois a sedere. Si guardarono l’un l’altro con molta attenzione: curiosità naturale.
– Vi ringrazio, signore di aver pensato ad una povera donna invalida come me. Ben pochi di quelli che vengono qui per affari si ricordano di una persona che vive così ritirata dalla vita del mondo. Sarebbe strano pretendere che se ne ricordassero. Lontani dagli occhi, lontani dal cuore. Quando mi mostro riconoscente per l’eccezione, non mi lamento per questo della regola.
Il signor Blandois, coi suoi modi più signorili, espresse il timore di aver disturbato la signora Clennam, presentandosi ad un’ora così sconveniente. Avea già fatto le sue scuse al signor… al signor… perdono ei non aveva l’onore di conoscere il nome di…
– Il signor Flintwinch, – disse la vedova, – fa parte della casa da molti anni.
Il signor Blandois si dichiarò umilissimo e devotissimo servitore del signor Flintwinch. Pregò anche il signor Flintwinch di accettare l’assicurazione della sua più alta considerazione.
– Essendo morto mio marito, – disse la signora Clennam, – ed avendo mio figlio prescelto un’altra carriera, la nostra vecchia casa non ha oggi altro rappresentante che il signor Flintwinch.
– E che siete voi allora? – domandò in tuono burbero il vecchio. – Avete tanto cervello voi che basta per due uomini.
– Il mio sesso, – continuò la vedova, volgendo appena gli occhi dalla parte di Geremia, – mi proibiva di assumere alcuna responsabilità nella condotta degli affari; per conseguenza il signor Flintwinch combina i miei interessi coi suoi, ed attende a tutto. La casa non è più quella di una volta, ma alcuni dei nostri vecchi amici, fra i quali quelli che hanno scritto questa lettera, hanno la bontà di non dimenticarsi di noi, e noi siamo sempre in grado di render loro quei servigi che ci vengono domandati. Ma questo non v’interessa. Siete inglese, signore?
– In verità… no, signora; non sono nato nè sono stato educato in Inghilterra. In fondo, io non sono di nessun paese, – disse il signor Blandois, stendendo una gamba e battendosi sulla coscia, – io discendo da una mezza dozzina di nazioni.
– Avete viaggiato molto?
– Molto, sì. Perbacco, signora mia, sono stato un po’ qua e un po’ là e un po’ dappertutto.
– Probabilmente non avete legami. Non siete ammogliato?
– Signora, – rispose il signor Blandois, con un sinistro aggrottar di ciglia, – io adoro il vostro sesso, ma non sono ammogliato… non lo sono mai stato.
La signora Affery, ritta presso la tavola, non lungi dal forestiere, ed intenta a versare il tè, si trovò per caso a guardarlo nell’atto ch’egli diceva quelle parole; e si figurò, nel suo solito stato di sonnambulismo, di scorgere negli occhi di lui una certa espressione che la costringeva a guardarlo fisso. L’effetto di questa fantasia fu che la signora Affery restò immobile, col ramino in mano, spalancando gli occhi in faccia al signor Blandois; il che non solo produsse in lei un certa inquietudine, ma in lui anche, ed in seguito nella signora Clennam e nel signor Flintwinch. Così trascorsero alcuni momenti, nei quali tutti e quattro stettero a guardarsi l’un l’altro, senza saper perchè.
– Affery, – disse prima la vedova, rompendo il silenzio, – che avete?
– Non so, – rispose la signora Affery, accennando al forastiere con la mano che aveva libera. – Non sono io; è lui!
– Che vuol dire questa buona donna? – esclamò Blandois, facendosi pallido, rosso e levandosi lentamente con uno sguardo di rabbia così mortale, che contrastava sorprendentemente con la moderazione delle sue parole. – Non è possibile d’intendere la strana condotta di questa brava donna!
– Non è possibile, – ripetè il signor Flintwinch, avanzandosi di sbieco verso la vecchia. – Ella stessa non sa quel che si dica. È un’idiota, non ha il cervello a posto. Le darò io una dose… ma una dose!… Levati di qua, vecchiaccia, – le disse poi a bassa voce, – levati di qua, prima ch’io ti rompa le ossa!
La signora Affery, sensibile al pericolo di perdere la propria identità, lasciò il ramino del tè nelle mani del marito, si alzò il grembiale in capo, e in un batter d’occhio sparì. Il forestiero a poco a poco si rasserenò in volto, sorrise, e tornò a sedere.
– Scusatela, signor Blandois, – disse Geremia versando da sè il tè; – la si fa ogni giorno più rimbambita, quella strega. Volete zucchero?
– Grazie; non prendo tè… Perdonate, signora, se sono indiscreto; ma ci avete costì un orologio molto curioso.
La tavola da tè era stata avvicinata al canapè, in modo da lasciare uno spazio vuoto tra esso e il tavolino della signora Clennam. Il signor Blandois, sempre galante, si era alzato per porgere il tè alla signora, che avea già davanti il suo piatto di biscotti, e in quell’atto gli venne fatto di scorgere l’orologio.
La signora Clennam alzò subito gli occhi verso di lui.
– Permettete?… Grazie. Un bell’orologio antico, – diss’egli prendendolo in mano. – Un po’ pesante per portarlo in tasca, ma massiccio e franco. Io ho una simpatia per tutto ciò che è franchezza. Così come mi vedete, io stesso sono un modello di franchezza. Ah ah! un orologio da uomo, a doppia cassa, come si usava una volta. Permettete che l’apra?… Grazie. To’ to’! Una borsetta di seta ricamata in perle. Ne ho vedute parecchie di questo genere in Olanda e nel Belgio. Che cose originali!
– Sono antiche anche queste, – disse la signora Clennam.
– Sicuro. Ma questa qui mi pare un po’ meno antica dell’orologio.
– Non credo.
– Curiosa davvero come quella brava gente si dilettava a intrecciare e complicare queste cifre! – notò il signor Blandois, alzando gli occhi e sorridendo a suo modo. – Ecco qua: N. V. D. non è vero? Si può leggere come si vuole.
– Sì, son queste le lettere ricamate sulla borsa.
Il signor Flintwinch, che durante questo dialogo se n’era stato immobile ed attento, con in mano la tazza del tè e la bocca aperta incominciò a bere: sempre empiendosi la bocca prima di vuotar la tazza di un sol fiato, e fermandosi sempre a riflettere prima di empirla di nuovo.
– N. V. D. doveva essere qualche creatura amabile e seducente, – riprese Blandois, richiudendo la cassa dell’orologio. – Io adoro la memoria di questa bella incognita. Disgraziatamente per la mia tranquillità, io adoro con una facilità grandissima. Non so se sia un vizio o una virtù; il fatto è che l’adorazione della beltà femminile forma i tre quarti del mio carattere.
Il signor Flintwinch s’era intanto versato un’altra tazza di tè, e l’andava vuotando sempre allo stesso modo, tenendo gli occhi fissi sulla ammalata.
– Qui, signor Blandois, – rispose la signora Clennam – non avete nulla a temere per questo rispetto. Queste lettere, a quanto suppongo, non sono le iniziali di alcun nome.
– Sarà un motto forse, – notò con indifferenza il signor Blandois.
– Una frase. Credo che vogliono dire Non Vi Dimenticate!
– E naturalmente, – disse il signor Blandois, posando l’orologio e tornando a sedere, – voi non vi dimenticate.
Il signor Flintwinch, terminando di bevere il suo tè, non solo ne ingollò un sorso più largo dei precedenti, ma restò così col capo riverso e la tazza attaccata alle labbra, sempre tenendo gli occhi fissi sulla signora Clennam. La quale, con la rigida severità del volto e con la sua fermezza concentrata, che erano per lei ciò che per altri sarebbe stata l’espressione del gesto, rispose in tuono fermo e deliberato:
– No, signore, io non mi dimentico. Non si dimentica, menando una vita così monotona come la mia per tanti anni. Non si dimentica, menando una vita di volontaria mortificazione. Non si può voler dimenticare, quando si ha coscienza… come tutti i figli di Adamo… di peccati da espiare e di dover far la pace col Signore. Epperò io non ho più da lungo tempo questa debolezza, e non dimentico e non desidero dimenticare.
Il signor Flintwinch, che agitava il sedimento del suo tè girando la tazza, lo ingoiò ad un tratto, e posando la tazza sul vassoio come per dire che non ne voleva più, volse gli occhi al signor Blandois, quasi domandandogli: «Che ve ne pare?»
– Tutte coteste idee, – signora, – disse il signor Blandois col più amabile degli inchini e ponendosi la mano bianca sul petto, – io le avea già espresse con la parola naturalmente, che sono orgoglioso di avere trovato a proposito con una certa penetrazione che non fa difetto ad un Blandois.
– Perdonatemi, signore, – rispose la vedova, – se io dubito che un uomo abituato ai piaceri e alla varietà, abituato a corteggiare ed ad essere corteggiato….
– Oh signora, di grazia….
– …Se io dubito che un uomo cosiffatto possa comprendere il mio carattere nelle condizioni in cui mi trovo. Senza pretendere di esporre un’intiera dottrina (così dicendo, volse un’occhiata ai libri rigidi e gialli che teneva vicini), poichè voi siete padrone e responsabile delle vostre azioni, questo solo vi dirò: che io mi fo guidare nel mio corso da provati ed esperti piloti, coi quali non posso far naufragio… e che per poter dimenticare l’ammonizione espressa in quelle tre lettere, bisognerebbe che non fossi punita così aspramente come sono.
Era curioso vedere quanta sollecitudine ella mettesse a cogliere l’occasione di discutere contro un avversario invisibile. Forse anche contro sè stessa, sempre disposta ad illudersi in questa intima e fiera lotta.
– Se io dimenticassi i falli commessi durante una vita di salute e di libertà, potrei muover lamento della vita a cui mi vedo ora condannata. Ma io non mi lamento, nè mai mi son lamentata. Se io dimenticassi che questa scena del mondo è fatta per essere una scena di tenebre, di desolazione e di dure prove per le creature uscite dalla polvere, potrei forse nudrire qualche tenerezza per le sue vanità. Ma io non ho questa tenerezza. Se io ignorassi che noi siamo tutti oggetto di una collera troppo giusta che deve esser soddisfatta, e contro la quale nulla possono le nostre semplici azioni meritorie, avrei forse potuto accorarmi al divario che passa tra me, imprigionata qui dentro, e la gente che vive libera fuori di queste mura. Ma io riguardo come una grazia e un favore speciale di essere stata eletta per la riparazione che mi è stata imposta, per sapere quel che ora so di certa scienza, per lavorare alla mia salvezza come qui ho lavorato. Senza di ciò, le mie mortificazioni non avrebbero portato alcun frutto. Epperò io non dimentico nulla e non voglio dimenticare. Epperò io son contenta, e dico che la mia sorte è migliore di quella di milioni e milioni di altre creature.
Nel dire queste parole, ella avea steso la mano sull’orologio, rimettendo questo al posto preciso dov’era sempre stato sul tavolino. Poi senza ritirar la mano, stette un poco a guardar l’orologio con una espressione di severità e quasi di sfida.
Il signor Blandois era stato attentissimo a tutto il discorso della signora Clennam, tenendole gli occhi addosso e con ambo le mani lisciandosi i mustacchi in atto pensieroso. Il signor Flintwinch s’era mostrato invece un po’ nervoso ed irrequieto, e in questo punto entrò nella conversazione.
– Via, via! Questo è affare assodato, signora Clennam, e voi avete parlato benone da quella donna devota che siete. Ma io temo che il signor Blandois non abbia troppo gusto per la devozione.
– Tutto al contrario, signore! – protestò subito il gentiluomo facendo scricchiolar le dita. – Scusate. La devozione è parte del mio carattere. Io sono sensibile, ardente, coscienzioso ed immaginoso. Ora, caro signor Flintwinch, un uomo sensibile, ardente coscienzioso ed immaginoso, dev’essere per necessità un uomo devoto… o niente.
Mentre che il signore Blandois, alzatosi, si avanzava verso la signora Clennam per toglier commiato con quel suo fare caricato e sfacciato (poichè quest’uomo, come tutti quelli che la natura ha segnati con lo stesso suggello, cadeva sempre nell’esagerazione, quantunque non fosse a volte che di un capello), Geremia ebbe un vago sospetto che il signor Blandois fosse davvero niente.
– Signore, – disse allora la vedova, – voi avrete scorto in me l’egoismo di una vecchia ammalata, nel parlarvi come ho fatto di me e delle mie infermità, sebbene la sola vostra allusione mi abbia spinta incidentalmente su questo argomento. Poichè avete avuto la bontà di farmi visita, spero che avrete anche quella di perdonarmi una tale debolezza… Senza complimenti, vi prego…. Il signor Flintwinch si riputerà fortunato di rendervi servizio, ed io spero che la vostra dimora in questa città vi riesca gradita.
Il signor Blandois la ringraziò con la sua solita galanteria.
– Ecco una camera antica, notò poi con una subita leggerezza di modi, volgendosi indietro quando fu giunto alla porta. La vostra conversazione, signora, mi ha tanto interessato che non ho avuto agio di osservarlo prima. Ma veramente che la camera ha un carattere di genuina antichità.
– È la casa stessa che è antica, – rispose la signora Clennam col suo sorriso gelato. – Poco o nessuna pretensione, ma è una vera e propria antichità.
– Per bacco! – esclamò il signor Blandois, – Se il signor Flintwinch volesse farmi la finezza di farmi vedere le altre camere, uscendo, gli sarei infinitamente obbligato. Io ho un debole spiccato per le case antiche. Ho pur troppo molti lati deboli, ma nessuno più di questo. Mi piace di studiare il pittoresco in tutte le sue varietà. Io stesso, a quanto mi hanno detto, son pittoresco. Non già che sia un merito essere pittoresco… è anche possibile ch’io abbia degli altri meriti, ma può darsi che lo sia. È una simpatia, che volete?
– Vi avverto, signor Blandois, – disse Geremia, prendendo il candeliere, – che l’oggetto della vostra simpatia è molto oscuro e nudo. Non merita veramente la pena che vi incomodiate a vederlo.
Ma il signor Blandois, battendogli sulla spalla, si tenne a sorridere; poi volgendosi all’ammalata per farle un ultimo inchino, seguì Geremia fuori della camera.
– Non vi preme di andar su? – domandò Geremia, fermandosi sul pianerottolo.
– Ma anzi, caro signor Flintwinch; se non vi è di fastidio, ve ne sarò obbligatissimo.
Il signor Flintwinch si pose a salir le scale, seguito da presso dal signor Blandois. Arrivano nella grande camera a soffitta occupata da Arturo la sera del ritorno.
– Ecco qua, signor Blandois! – disse Geremia mostrandola. – Spero che vi troverete compensato della fatica di esser salito quassù per vedere. Per parte mia non la penso così.
Il signor Blandois avendo dichiarato la sua piena soddisfazione, passarono insieme per altre camere e corridoi, e ridiscesero per la scala. Il signor Flintwinch intanto avea notato che il forestiere non guardava punto alle camere, ma che dopo aver dato intorno una rapida occhiata, tornava a fissarsi su lui, Geremia. Con questa idea per la testa, il vecchio si voltò indietro per la scala per farne un altro esperimento.
Nel voltarsi, incontrò immediatamente gli occhi del signor Blandois. Si guardarono fissi l’un l’altro, e il forestiere con quel brutto movimento del naso e del mustacchio sorrise, come avea fatto sempre da che erano usciti dalla camera della signora Clennam, con un sorriso diabolicamente silenzioso.
Essendo il signor Flintwinch di statura molto più bassa di quella del forestiere, vi era per lui un grave svantaggio fisico a vedersi così squadrato dall’alto; tanto più che nello scendere, ei trovatasi due scalini più basso. Aspettò dunque per guardare il compagno che questa disuguaglianza accidentale fosse eliminata dall’entrare che fecero nella camera del defunto signor Clennam. Ma allora torcendosi subitamente sopra sè stesso, si volse di faccia al signor Blandois, che lo fissava sempre.
– Una casa antica veramente mirabile, – disse sorridendo il signor Blandois. – Non vi vien fatto qualche volta di udire dei rumori misteriosi?
– Rumori? No.
– O di veder dei diavoli?
– Nemmeno, – disse il signor Flintwinch, facendo un passo obliquo verso il suo interlocutore. – Nessuno almeno che si presenti con questo nome e con questa qualità.
– Ah ah!… È un ritratto questo, non è vero?
(Egli continuava a guardare il signor Flintwinch, come se questi fosse il ritratto).
– È appunto un ritratto come voi dite.
– Potrei sapere di chi?
– Del fu signor Clennam. Il marito di lei.
– Proprietario forse di quel famoso orologio che ho ammirato lassù?
Il signor Flintwinch, che avea volto gli occhi al ritratto, si girò di nuovo verso il suo interlocutore, e vide sempre lo stesso sguardo e lo stesso sorriso.
– Sì, signor Blandois, – rispose egli in tuono aspro. – Quest’orologio ha appartenuto a lui, e prima di lui allo zio, e prima dello zio non so a chi altri.
– È un carattere scolpito ed energico, signor Flintwinch, quello della nostra amica ammalata.
– Signor sì, – rispose Geremia, torcendosi di nuovo verso il forestiere, come avea fatto fin dal principio del dialogo, a guisa di una vite che scappasse ad ogni girata; poichè l’altro non mutava di posto, ed egli si vedeva costretto ad indietreggiare. – È una donna di un certo carattere. Molta energia e fortezza di animo.
– Hanno dovuto essere molto felici insieme, – disse Blandois.
– Chi? – domandò il signor Flintwinch.
Il signor Blandois accennò con l’indice della mano destra alla camera dell’ammalata, e con quello della sinistra al ritratto, poi incrociando le braccia e allargando le gambe, stette così a guardare da sopra in giù il signor Flintwinch, sempre sorridendo col naso che scendeva sul mustacchio e il mustacchio che saliva sotto il naso.
– Saranno stati felici, – disse il signor Flintwinch, – come molti mariti e mogli sogliono essere. Non potrei dire più di questo. Non ne so niente. In tutte le famiglie ci son dei segreti.
– Dei segreti! – esclamò vivamente il signor Blandois, – ripetetelo, ragazzo mio, ripetetelo!
– Io dico! – rispose il signor Flintwinch dando un passo indietro, poichè il signor Blandois si era quasi gonfiato ad un tratto sporgendo il petto fino a toccar la faccia del suo interlocutore, – io dico che in tutte le famiglie ci son dei segreti.
– Bravo, così è! – esclamò Blandois, battendogli sulle spalle, e facendolo girare innanzi ed indietro. – Ah ah! avete ragione! così è. Dei segreti? morte dell’anima mia! ci son famiglie, caro signor Flintwinch, che hanno dei segreti diabolici!
Ciò detto, dopo aver più volte battuto sulle spalle di Geremia, come per rallegrarsi con lui amichevolmente di qualche bel motto sfuggitogli, egli alzò le braccia, piegò il capo all’indietro, appoggiandolo sulle mani incrociate, e scoppiò in una gran risata. Invano tentò il signor Flintwinch di calmare cotesto accesso; il signor Blandois si sfogò a ridere da non poterne più.
– Ma fatemi il piacere di darmi un po’ il candeliere, – disse poi quando ebbe posto termine alla sua ilarità. – Diamo un’occhiata al marito di questa donna singolare. Ah!… (alzando il candeliere). Anche questa faccia ha una certa espressione di carattere fermo e deciso, ma di un’altra specie. Pare che dica… aspettate… ah ecco! pare che dica: «Non vi dimenticate!» Non è così, signor Flintwinch? Perbacco se è così!
Nel rendergli il candeliere, lo guardò di nuovo; poi, accompagnandolo con passo indolente attraverso il vestibolo, dichiarò che davvero era incantevole questa vecchia casa, e che tanto gli piaceva, che non avrebbe rinunziato a visitarla nemmeno per cento sterline.
Nel mentre di queste singolari familiarità da parte del signor Blandois, le quali alteravano alquanto i suoi modi rendendoli più rozzi e sfacciati e molto più violenti ed audaci, il signor Flintwinch, la cui faccia di cuoio non andava soggetta a troppi cambiamenti, conservò la propria impassibilità. Come abbiamo già detto, egli avea sempre l’aspetto d’un appiccato, a cui una mano pietosa avesse a tempo tagliata la corda; in questo momento pareva che il taglio non fosse venuto proprio a tempo. Fuori di questo, non avea punto perduto il suo sangue freddo.
– Son lieto che siate rimasto così soddisfatto, signore, – notò poi con molta calma. – Per dirvi il vero non me l’aspettavo. Voi mi sembrate di buonissimo umore.
– Dite ottimo addirittura. Parola d’onore! non mi son mai sentito così leggero e contento. Avete mai dei presentimenti, signor Flintwinch?
– Non so precisamente che vogliate intendere con cotesta parola, – rispose Geremia.
– Delle… dirò così… delle indefinite anticipazioni di prossimi piaceri.
– Non posso dire veramente di provare in questo momento una tale sensazione, – rispose il signor Flintwinch, con la massima gravità. – Se me la sentissi venire, ve lo direi subito.
– Ebbene! io invece, io, mio bravo ragazzo, ho un presentimento stasera che noi faremo più stretta conoscenza. Non ve lo sentite venire anche voi?
– No, – rispose il signor Flintwinch, dopo aver riflettuto un momento, – non mi sento niente.
– Io ho un forte presentimento che noi diverremo amici intimi. Non avete alcun presentimento di questo genere?
– No, non ancora.
Il signor Blandois pigliò di nuovo il signor Flintwinch per le spalle, gli diè una scrollatina festevole come la prima volta, infilò al proprio braccio quello del vecchio e lo invitò a venir fuori a vuotare una bottiglia di vino da quel caro furbo di vecchio che egli era.
Geremia, senza esitare un momento, accettò l’invito, e tutti e due s’incamminarono alla taverna dov’era alloggiato Blandois, sotto una pioggia dirotta che di prima sera batteva sui vetri delle finestre, sui tetti e sul lastricato. Il tuono ed i lampi erano già da un pezzo cessati, ma la pioggia infuriava. Arrivando nella camera del signor Blandois, questo galante gentiluomo comandò una bottiglia di porto, poi, schiacciando sotto il peso della delicata persona quanti più cuscini gli venne fatto di raccogliere, si pose a sedere sullo sporto della finestra, mentre il signor Flintwinch si collocava di faccia a lui dall’altra parte della tavola. Il signor Blandois propose di far venire i più grossi bicchieri della taverna, e il signor Flintwinch non disse di no. Empiti i bicchieri, il signor Blandois, con un’allegria sempre più clamorosa, urtò il proprio bicchiere a quello del compagno, e bevve in onore della intima conoscenza da lui preveduta. Il signor Flintwinch fece onore a cotesto brindisi con una calma silenziosa, e continuò a tracannare tutto il vino che gli si mesceva; senza aprir bocca altro che per bere. Tutte le volte che il signor Blandois ripeteva l’urto dei bicchieri, il che accadeva ad ogni volta che i bicchieri s’empivano, il signor Flintwinch lo imitava con un’aria stupida; e anche più volentieri l’avrebbe imitato se si fosse trattato di vuotare anche il bicchiere del compagno; poichè, salvo il palato, il signor Flintwinch era davvero una botte.
In breve, il signor Blandois si persuase che a versar del vino di porto nel corpo taciturno dell’amico Flintwinch, non si riusciva ad aprirlo, ma a chiuderlo invece ermeticamente. Inoltre, Geremia mostrava esser capace di seguitare a bere per tutta la notte, e se occorresse, per tutto il giorno appresso e tutta l’altra notte; mentre il signor Blandois dal canto suo incominciò ad avere una certa coscienza di andar diventando un po’ troppo gradasso. Epperò pensò bene di metter fine al trattenimento quando fu vuotata la terza bottiglia di porto.
– Voi fate conto di passar da noi domani? – domandò Geremia togliendo commiato da lui e con la sua faccia di uomo d’affari.
– Sì, amicone, – rispose l’altro tenendogli le mani sulle spalle, – state pur sicuro, che passerò da voi per quella bagattella del denaro. Addio, caro Flintwinch (e qui un caloroso abbraccio); io ve ne dò la mia parola di gentiluomo. Sì, per l’anima mia! ci rivedremo!
Ma l’indomani, Blandois non si presentò, sebbene l’annunziata lettera d’avviso fosse pervenuta alla casa Clennam e C. Flintwinch; essendosi la sera recato a prender notizia del forestiere, fu molto sorpreso, udendo ch’egli aveva pagato il conto la mattina stessa ed era ripartito per Calais. Nondimeno Geremia, a forza di accarezzarsi le mascelle, uscì dalle sue riflessioni lasciando scorgere in viso l’intima convinzione che il signor Blandois manterrebbe, da quel gentiluomo che era, la data parola.

CAPITOLO XXXI.

DIGNITÀ.

Può accadere a tutti ed ogni giorno d’imbattersi per le vie affollate della nostra Londra, in uno di quei vecchi magri, aggrinziti, giallognoli, – che si potrebbero credere piovuti dalle stelle, se vi fossero in cielo stelle così miserabili da mandar fuori cotesta specie di raggi, – strascinarsi con una loro aria spaurita, come confusi e un po’ spaventati dal rumore e dal mescolarsi della folla. Cotesto vecchio è sempre un vecchietto. Se è stato già grosso, è divenuto oggi piccino; e se già era piccino, s’è impicciolito anche di più. L’abito che indossa ha un taglio e un colore, che mai e in nessun paese del mondo sono stati di moda. È chiaro che non era fatto per lui, nè per altra creatura mortale. Qualche appaltatore avrà forse preso la misura di cotesto abito sul corpo del Fato e ne avrà fatto cinquemila sullo stesso modello, e il Fato avrà prestato a questo vecchietto quest’abito più vecchio di lui. È guernito sempre di grossi bottoni di metallo, che non rassomigliano punto agli altri bottoni. Cotesto vecchietto porta un cappello dalle tese flosce ed unte, ma per tutto il resto durissimo e che non s’è mai adattato alla forma del suo povero capo. La sua camicia grossolana e la cravatta che non lo è meno non hanno, più dell’abito e del cappello, alcuna individualità; hanno quello stesso carattere di non appartenere nè a lui nè a nessuno. Nondimeno cotesto vecchietto porta indosso cotesta roba con un fare un po’ impacciato, come se non si fosse mai vestito con tanto lusso e si fosse acconciato a quel modo per presentarsi nella grande società, passando il resto della sua vita in veste da camera e berretto da notte. E così, simile al topo di campagna, che dopo un anno di carestia, si reca a far visita al topo di città, e timidamente si incammina verso la dimora del suo ospite traversando una città di gatti, così cotesto vecchietto passa in mezzo alla folla delle vie.
Qualche volta, verso la sera dei giorni di festa, accade di vederlo camminare a passo più stentato del solito, con gli occhi animati da una luce umida e malaticcia. Allora vuol dire che il vecchietto è ubbriaco. Poco ci vuole per ridurlo in questo stato; un mezzo boccale di birra basta per farlo barcollare sulle gambe debolissime. Qualche pietoso conoscente – per lo più un conoscente di occasione – avrà voluto rianimare la debolezza del vecchietto con un bicchiere di ale; in seguito di che passerà un certo lampo prima che il vecchietto si faccia rivedere per le vie. Imperocchè cotesto vecchietto torna a casa all’Ospizio dei poveri; donde, quando si conduce bene, non lo lasciano uscire molto spesso (sebbene potrebbero, considerando i pochi anni che gli restano per camminar sotto il sole), e quando si conduce male lo chiudono più che mai, in un boschetto di cinquantanove vecchi più vecchi di lui, i quali reciprocamente si ammorbano di odori nauseanti.
Il padre del signor Plornish era appunto un vecchietto di questo genere; una specie di uccello spennato, con un filo di voce. Avea lavorato, com’egli diceva, nella rilegatura musicale, avea sofferto grandi disgrazie, non era mai riuscito ad aprirsi una via qualunque, e si era finalmente ritirato di proprio grado nell’Ospizio dei poveri, che secondo la legge facea l’uffizio del buon Samaritano del distretto (senza però i due danari, il che sarebbe stato un ledere i principii dell’economia politica), all’epoca di quel famoso sequestro che avea condotto il signor Plornish fra le mura della Marshalsea. Prima che le strettezze del figlio giungessero a tale estremità, il vecchio Nandy (così lo chiamavano nell’Ospizio, ma nel Cortile del Cuor Sanguinoso gli dicevano il vecchio signor Nandy) avea occupato un posto presso il camino e alla tavola della famiglia Plornish. E sperava tuttora di riprendere questa domestica posizione, quando la fortuna tornasse a sorridere al suo povero genero; ma intanto, finchè essa si ostinasse a mostrarsi nemica, egli era risolutissimo di starsene nel boschetto dei suoi cinquantanove vecchietti in comunanza di vita e di odori. Ma per quanto fosse povero il vecchio Nandy, per quanto logori e disusati fossero gli abiti che portava indosso, per quanto appartenesse alla cittadinanza dell’Ospizio, l’ammirazione della figliuola per lui non iscemava di un punto. La signora Plornish andava così orgogliosa dei talenti di suo padre, che più non avrebbe fatto se quei talenti gli avessero dato la carica di lord Cancelliere. Avea piena fede nella nobiltà e nella squisitezza dei modi paterni, quanto ne avrebbe avuta se egli fosse stato primo Ciambellano. Il povero vecchietto sapeva a mente certe stupide canzonette, dimenticate da lungo tempo, a proposito di Cloe, di Fillide e di Coridone feriti dal figlio di Venere; e la buona signora Plornish era convinta che nemmeno all’Opera si poteva godere una musica di quella fatta o almeno paragonabile a quei fili di voce, a quei deboli trilli interni coi quali egli esprimeva quelle canzonette, come un organetto scordato, sfiatato, rotto, suonato da un bambino lattante.
Nei suoi giorni di uscita (raggi di luce nella monotona prospettiva dei cinquantanove vecchi tosati), era la gioia e la desolazione della signora Plornish, quando il vecchio Nandy avea ben mangiato e bevuto il suo mezzo bicchiere di porter, di dire: «Cantateci una canzone, papà.» Allora papà cantava loro le bellezze di Cloe, e se si trovava in vena, seguitava subito con quelle di Fillide, e allora la signora Plornish dichiarava altamente, asciugandosi gli occhi col grembiale, che un cantante come babbo non c’era mai stato.
Se il vecchio Nandy, in tali occasioni, invece di venire dall’Ospizio fosse venuto direttamente dalla Corte; se fosse stato qualche nobile Refrigeratore che tornasse trionfalmente da una Corte straniera, per esser presentato alla Regina ed esser promosso di grado in occasione del suo ultimo sproposito diplomatico, la signora Plornish non l’avrebbe menato attorno per tutto il Cortile con tanto orgoglio.
– Ecco papà, – diceva ella, presentandolo ad un vicino. – Non passerà molto, e papà verrà a star con noi. Non vi pare che abbia buona cera papà? Papà canta meglio che mai; se l’aveste sentito or ora, vi assicuro che non lo dimentichereste più.
In quanto al signor Plornish, il brav’uomo avea sposato tutti questi articoli di fede, nel togliere in moglie la figlia del signor Nandy; e solo di questa cosa si maravigliava, che un cantante suo pari non avesse mai trovato a far fortuna. Il qual fatto, dopo averci ben riflettuto, ei l’attribuì al motivo che il genio musicale del signor Nandy non era stato scientificamente coltivato e sviluppato negli anni della giovanezza.
– Poichè, – così argomentava Plornish, – perchè perdere il tempo a rilegar la musica degli altri, quando ci avevate in corpo la musica vostra? Ecco dove sta il guaio, secondo me.
Il vecchio Nandy aveva un protettore, il quale con un suo fare di superba affabilità, – di cui si scusava come di un fatto superiore alla propria volontà, dicendo non poter fare a meno di essere più familiare con cotesto brav’uomo di vecchio di quanto si sarebbe aspettato, a motivo della sua semplicità e della sua povertà, – era nondimeno assai buono pel protetto. Il vecchio Nandy era andato parecchie volte alla Marshalsea a trovare il genero; e per sua fortuna era riuscito a guadagnarsi le buone grazie del Padre di cotesta istituzione nazionale, ed ogni giorno più era entrato in maggior favore.
Il signor Dorrit aveva l’abitudine di ricevere questo povero vecchio, come un signore dei tempi feudali avrebbe ricevuto il suo vassallo. Ei preparava dei piccoli trattamenti di tè o di altro pel suo protetto, come se questi venisse a presentar gli omaggi degli abitanti di qualche fondo lontano ancora in istato di civiltà primitiva. V’erano momenti, in cui egli stesso non avrebbe giurato che il buon vecchio non fosse un suo antico vassallo, che s’era sempre mostrato fedele al suo signore. Parlandone per caso, lo chiamava: «il mio vecchio protetto.» Provava una maravigliosa soddisfazione in vederlo, e nel far commenti sulla sua decrepitezza, dopo che era andato via. Assolutamente non si sapeva far capace che non gli cadesse il capo dalle spalle, alla povera creatura.
– Egli è all’Ospizio, signore, – soleva dire; – non ha una casa a sè, non riceve, non ha una posizione sociale, nessuna dignità personale, nessuna specialità…. Una condizione veramente deplorevole!
Era il giorno della nascita del vecchio Nandy, e gli era stato permesso di uscire. Egli non avea fiatato nemmeno a proposito di questa festa; poichè le autorità del luogo lo avrebbero forse tenuto più che mai dentro, per fargli capire che cotesti vecchi miserabili non avrebbero dovuto nascere.
Passò per le solite vie, recandosi al cortile del Cuor sanguinoso, dove desinò in compagnia della figliuola e del genero e cantò loro la canzonetta di Fillide. Avea appena finito che la piccola Dorrit entrò un momento per vedere come stessero tutti di famiglia.
– Signorina Dorrit, – disse la signora Plornish, – ecco papà. Che cera, eh? e che voce ha stamane!
La piccola Dorrit diè la mano al vecchio, e gli disse sorridendo che da molto tempo non si faceva vedere.
– No, laggiù sono un po’ severi col povero papà, – disse la signora Plornish allungando la faccia, – e non gli lasciano prendere più di una boccata d’aria alla volta. Ma adesso verrà a star con noi per davvero. Non è così, papà?
– Sì, cara, lo spero. Quando piacerà a Dio.
Qui il signor Plornish pronunciò un discorso che egli pronunciava invariabilmente, sempre lo stesso parola per parola, quando gli si presentava l’occasione favorevole. Il discorso era concepito come segue:
– John Eduardo Nandy, signore, finchè ci sarà un’oncia di ossa e di vino o di una cosa qualunque sotto questo tetto che vedete, voi sarete sempre il benvenuto a prenderne la vostra parte che vi spetta. Finchè ci sarà un pizzico di fuoco o uno straccio di letto, voi sarete sempre il benvenuto a prenderne la vostra parte che vi spetta. Se la disgrazia volesse che non ci fosse più niente sotto questo tetto, allora voi sarete anche il benvenuto a prendere la vostra parte di questo niente nè più nè meno che se fos