Consapevolezza – Awareness

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Una delle parole che ricorre sempre più spesso  nei discorsi di tutti noi è certamente questa. Mentre andiamo avanti disordinatamente, in ordine sparso,   con l’acceleratore  a tavoletta,  ansiosi di arrivare –  non si capisce bene dove –  rischiando di schiantarci contro un muro ogni istante più imponente e minaccioso. Alcuni rimuginano su questa parolina. Convincendosi che grazie ad essa, le cose potrebbero farsi meno difficili. Meno ardue. Persino sostenibili. Addirittura godibili. Vediamo intanto il significato preciso del termine estraendolo dal wikizionario di wikipedia:

 

consapevolezza ( approfondimento) f inv

  1. condizione di chi è consapevole; l’avere conoscenza, il rendersi conto di qualcosa
    • Quando inspiri ed espiri, concentrandoti sull’aria che entra ed esce, questa si chiama consapevolezza del respiro
  2. coscienza di sè, dell’aui persona/e con ponderatezza
    • Sognare è, per definizione un’esperienza cosciente – è la consapevolezza di essere in un mondo immaginato in cui accadono dei fatti
  3. conoscenza di sé, degli ai individui ed ao in coscienza “manifesta”
    • grazie alla consapevolezza giunse alla coscienza di sé
  4. (per estensione) veridicità dell’”essere“; percezione dell’io; condizione o stato interiore di “equilibrio” ed intelligenza
  5. livello in cui si possa raggiungere con la coscienza un grado di sapienza, conoscenza ed intelligenza veridico e corretto
  6. (senso figurato) capire chi si è, dove ed in quale momento si sta vivendo, di cosa si sta facendo esperienza e come
    • “Beh, almeno per ora abbiamo la consapevolezza di imparare a conoscerci“
  7. (familiare) [avere] la vaga idea
  8. stato dell’Essere meta-mentale. Derivato da consapere, composto da “con” e “sapere”, cioè l’Essere con il sapere della mente e dei pensieri in essa contenuti

 

 

 

 

Anche qui a bottega studiamo e ragioniamo da tempo sul  termine in oggetto. Lo usiamo e lo propagandiamo come ricetta sicura per affrontare il cambiamento in atto. In particolare l’ineluttabile passaggio da una società analogica ad una digitale. Un cambiamento che potrebbe improvvisamente farsi chiaro e semplice – non difficoltoso e imposto dai potenti di turno – poichè reso comprensibile a tutti. Un cambiamento che, in questo modo,  non si  realizzerebbe solo in relazione agli “upgrade” tecnologici e all’uso sempre più massiccio di apparati e supporti informatici, bensì,  come mutamento profondo della cultura del nostro tempo.  Come ha scritto molto bene Eric Sadin in un passaggio del suo libro “La siliconizzazione del mondo”:

bisogna rimanere in ascolto non restare abbacinati e pronti a privilegiare il nostro bisogno di confort

 

 

 

 

l’etica risiede esclusivamente nella capacità di poterci determinare liberamente nei confronti di schieramenti tecnico-economici, né più né meno. In questo senso, da una ventina d’anni a questa parte siamo stati per l’appunto sistematicamente alienati dalla nostra attitudine etica, così da restare abbacinati e pronti a privilegiare il nostro bisogno di comfort rispetto all’imperativo pienamente etico di far valere, in atto, una virtuosa politica di noi stessi. Oggi bisogna essere in grado di operare una distinzione netta. Da una parte chi partecipa, in un modo o nell’ao, piú o meno deliberatamente, alla generalizzazione e alla banalizzazione di un modo d’essere eminentemente restrittivo, che si presume incarni il futuro. Dall’aa chi intende rimanere in ascolto delle memorabili tracce dell’eredità del passato, in grado di ispirare una invenzione del quotidiano che celebri l’irriducibile, indefinita complessità del mondo e dei viventi.

Eric Sadin La siliconizzazione del mondo

 

 

 

E allora, stando sulle spalle dei giganti, chiediamo loro aiuto,  e proviamo a tracciare una rotta per aggiungere  elementi a questo percorso che vorremmo impostare e suggerire, per poter andare  verso la realizzazione del concetto espresso nel titolo di questo post. Proviamo a  inserire dati, nozioni, riflessioni, spunti e suggestioni per facilitare un cammino comune di ricerca e  riuscire  a mettere a fuoco sempre meglio questo concetto,  e inserirlo in modo permanente nella cassetta degli attrezzi da usare necessariamente per affrontare la “transizione” – aa parola molto di moda in questo periodo – in atto. Ad esempio un poeta come Franco Arminio nel suo ultimo libro “La cura dello sguardo”, ci prospetta un mondo – il nostro – in cui sono proprio comprensione e incomprensione i termini di paragone da usare:

tutta questa enorme massa di comunicazione e tentativi di farci capire, di farci avvistare, alla fine si conclude con la consapevolezza che è difficilissimo essere compresi e ancora di più avvistati

 

 

 

 

L’incomprensione regna sovrana. Ognuno di noi si sente capito da pochissime persone e solo ogni tanto. Anche quelli che ci capiscono, non sempre hanno voglia di farlo. Tutta questa enorme massa di comunicazione e tentativi di farci capire, di farci avvistare, alla fine si conclude con la consapevolezza che è difficilissimo essere compresi e ancora di più avvistati. Le incomprensioni riguardano sia la Rete sia la cosiddetta realtà. La gente non ci capisce perché è nervosa, ha troppi fuochi accesi, nessuno può essere esaminato con attenzione benevola. Ognuno di noi è condannato per direttissima o rinviato a giudizio. Nessuno è disposto a giurare sulla nostra innocenza, nemmeno la persona che ci ama.

L’età dell’incomprensione produce depressioni e malattie fisiche. Io tendo a pensare che molti tumori partano da incomprensioni. Negli ospedali c’è il reparto per i cardiopatici, non c’è il reparto per gli incompresi. Sarebbe ora di istituire una sorta di pronto soccorso psicologico in cui poter andare e dire: nessuno mi capisce, provate a farlo voi. Tutte le discussioni che facciamo sull’emergenza climatica e su ai disastri provocati dall’uomo sono destinate a rimanere senza risposta se non ci occupiamo dello stato delle anime. Primo punto: le persone hanno il diritto di essere almeno vagamente capite per quelle che sono. Sembra facile e invece non accade quasi mai. Anche nelle scuole bisognerebbe occuparsi di questo problema: l’ora di religione non riscuote molto interesse, ci vorrebbe un tempo in cui sin da bambini si facciano esercizi per capire ed essere capiti. Non si tratta di accrescere i nostri saperi, ma la nostra comprensione ed empatia. Gli ai non sono morti e invece noi ci comportiamo come se questo fosse già accaduto, già assodato.

 

 

 

 

 

Ci vorrebbe un tempo in cui sin da bambini si facciano esercizi per capire ed essere capiti, dice Arminio, trasportandoci con maestria in una dimensione poetica che, mentre ci solletica nel profondo, portandoci su vette liriche di spessore e livello elevatissimo,  ci restituisce con garbo e ironia non comune,  un senso di concretezza e realismo impagabili per semplicità e facilità di comprensione. Capire ed essere capiti quale migliore formula per decifrare la nostra società. L’odierno umano consesso ribattezzato : “società dell’informazione”.  Una società fatta sempre più di enormi flussi di dati nudi, crudi e disintermediati,  dove sembra essere definitivamente tramontato il modello mediatico proposto solo qualche  decennio fa, ad esempio,  da Noam Chomsky nel suo saggio, celeberrimo,  dedicato proprio alla società dell’informazione e intitolato: “la fabbrica del consenso”, dove in un passaggio emblematico a proposito di consapevolezza si poteva leggere:

 

 

 

 

Tra il pubblico la consapevolezza dello sfondo era decisamente limitata, giacché i media avevano adottato in modo così totale gli obiettivi e il punto di vista del governo da non preoccuparsi nemmeno di ricostruire compiutamente i fatti.

 

 

 

Come sembrano  lontane quelle considerazioni, non trovate? Pensiamo non solo alla tecnologia ma a rivoluzioni epocali come, ad esempio quella  di wikileaks, per il mondo dell’informazione. I media con l’arrivo della rete e la sempre più evidente e completa digitalizzazione del pianeta,  hanno assunto,  in un tempo relativamente breve,  un ruolo diverso; sempre ammesso che di ruolo si possa ancora parlare. La crisi dei media è totale e irreversibile,  ma il mondo sullo sfondo al momento non sembra suggerire  surrogati plausibili agli organi di informazione,  a meno che non si pensi  che social, motori di ricerca, o, addirittura, alcune app,   possano prendere il posto delle redazioni, delle newsroom o dei singoli professionisti del sistema dell’informazione professionale.  Trovatisi improvvisamente stretti fra l’uscio e il muro – come si dice in Toscana – delle “fake-hate-razzist news” dilaganti sulle  proprie bacheche, anche i boss delle OTT sembrano non poter fare a meno dei giornalisti e, per il momento, si  sono visti costretti ad assumere copiose milizie di professionisti dell’informazione.  Allora forse, ci permettiamo di suggerire sommessamente: invece di cercare l’araba fenice, meglio conosciuta come il fantomatico “nuovo modello di business”, o peggio regalarsi armi e bagagli alle OTT, per soliti maledetti “trenta denari”, magari, gli editori di news  farebbero bene a tenere conto di segnali come questi e ritrovando dignità e professionalità cominciare a trattare con le OTT in modo paritario. Chissà,  potrebbe far comodo a tutti ricordare un aneddoto sul tiro con l’arco raccontato dal filosofo tedesco Herrighel in un suo saggio, così come ha fatto Brunella Antomarini,  nel suo libro “Pensare con l’errore”:

tiro con l’arco, arte che da marziale divenne spirituale quando i guerrieri si accorsero che lo scopo veniva raggiunto non grazie all’intenzione distruttiva ma grazie alla consapevolezza che arco e freccia erano solo pretesti per qualcosa che poteva accadere anche senza di essi

 

 

 

 

 

Il filosofo tedesco Eugen Herrigel andò a insegnare in Giappone negli anni Trenta, e apprese l’arte del tiro con l’arco, arte che da marziale divenne spirituale quando i guerrieri si accorsero che lo scopo veniva raggiunto non grazie all’intenzione distruttiva ma grazie alla consapevolezza che arco e freccia erano solo pretesti per qualcosa che poteva accadere anche senza di essi (Herrigel, 1975, p. 21), che il colpo non dipende dall’esattezza della mira ma dall’eleganza, dall’armonia del gesto. Le probabilità di colpire nel segno aumentano con il diminuire dell’intenzione di provocare il compimento dell’azione. Il bersaglio è un territorio in cui le cose si dispongono naturalmente, per coincidenza, per auto-organizzazione, e non per “causalità”. Il maestro spiega al principiante Herrigel che sbaglia perché «pensa che ciò che non fa non avvenga» (Herrigel, 1975, p. 47). Per l’arciere, come per chi compone un mazzo di fiori in un vaso, l’azione appare «come se il maestro avesse indovinato ciò che la natura sogna nei suoi sogni oscuri» (Herrigel, 1975, p. 59).

 

 

 

Intenzione distruttiva,  no. Consapevolezza – ancora  lei – Sì. Grazie per l’attenzione e alla prossima ;)

 

 

 

 

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