Daniel De Foe – Moll Flanders

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I

Il mio vero nome è fin troppo noto, nelle carte e nelle cronache della prigione di Newgate e al tribunale dell’Old Bailey, e vi sono ancora pendenti faccende di gravità tale, riguardo alla mia specifica condotta, da far escludere che io possa firmare quest’opera o nominare la mia famiglia. Magari dopo la mia morte se ne saprà di più. Per il momento, però, non è il caso, nemmeno se viene un’amnistia generale, nemmeno se quell’amnistia riguarda chiunque e comprende tutti i delitti possibili.
Siccome i peggiori dei miei amici, che ormai non hanno più modo di farmi danno (perchè sono usciti dal mondo via scaletta e corda, come tante volte stava per toccare a me), mi conoscevano col nome di Moll Flanders, che io mi presenti con questo nome a voi può bastare, e potete consentirmelo a patto che io abbia il coraggio di confessarmi tale e quale fui, e quale sono adesso.
Mi hanno detto che in una nazione vicina, non so se in Francia o dove, c’è un ordine del re per cui se un delinquente, quando è condannato a morte o alla galera a vita o alla deportazione, lascia dei bambini, questi, siccome generalmente mancano di tutto per la miseria o la confisca degli averi dei genitori, sono subito affidati alle cure del governo e messi in un ospedale che si chiama Casa degli Orfani, dove li crescono, li vestono, gli danno da mangiare, gli insegnano, e quando sono in grado di uscire li mettono in un mestiere o in un servizio perchè possano provvedere a se stessi conducendo una vita onesta e laboriosa.
Fosse stato questo l’uso in Inghilterra, io non sarei rimasta da ragazza povera e derelitta, senza amici, senza panni, senza aiuto nè protezione al mondo, come invece fu la sorte mia; per la qual sorte io mi trovai non solo esposta ad afflizioni grandissime, prima ancora di poter comprendere i casi miei e sapervi porre rimedio, ma anche avviata ad una vita di scandalo, che di norma conduce alla precipitosa rovina dell’anima e del fisico.
Ma da noi le cose stavano altrimenti. Mia madre fu condannata a morte come delinquente pericolosa per una sciocchezza di furto di cui non vale la pena di parlare, ossia aver colto l’occasione di prendere in prestito tre pezze di tela d’Olanda fine da un mercante di Cheapside. Le circostanze sarebbe un po’ lungo riferirle, e a me la raccontarono in tante maniere, così diverse fra loro, che quasi non saprei dire con sicurezza quale storia è quella giusta.
Sta di fatto comunque, e su questo punto sono tutti d’accordo, che mia madre fece il ricorso per gravidanza, e siccome la trovarono con tanto di bambino dentro ebbe una proroga di sette mesi circa; passato quel tempo, che impiegò per mettere al mondo me e restare incinta un’altra volta, fu richiamata, come si dice, alla condanna di prima, ma ottenne la grazia di essere deportata alle piantagioni, e abbandonò me che avevo sei mesi. Quel che è certo è che mi abbandonò in pessime mani.
Tutto ciò è troppo prossimo alle prime ore della mia vita perchè io possa raccontare qualcosa di me stessa se non per sentito dire; basti ricordare che, nata in un luogo tanto infelice, non ebbi nella mia infanzia nessuna parrocchia alla quale rivolgermi per chiedere nutrimento. Non posso nemmeno spiegare come fui tenuta in vita. So soltanto che una parente di mia madre, mi hanno detto, mi prese con lei per qualche tempo e mi fece da balia, ma chi pagasse o chi avesse così deciso io proprio non lo so.
La prima cosa di me che ricordo, o la prima che ho saputo, fu che vagabondavo con una banda di quelli che la gente chiama zingari, o egiziani; ma dovevo stare con loro solo da poco tempo, credo, perchè non mi avevano fatto nè decolorare nè annerire la pelle, come usano fare da piccolissimi ai bambini che portano in giro; e non so nemmeno dire come capitai in mezzo a loro, nè come ne venni via.
Fu a Colchester, nell’Essex, che quella gente mi abbandonò. Ho in mente un’idea vaga d’essere stata io ad abbandonare loro (cioè, d’essermi nascosta e di non aver più voluto proseguire con loro) ma su questo fatto non so dare particolari; ricordo soltanto che, raccolta da chissà quale personaggio della parrocchia di Colchester, io raccontai che ero arrivata in quella città con gli zingari ma non avevo voluto proseguire con loro, e così mi avevano abbandonato, ma dov’erano andati io non lo sapevo, nè potevano pretendere che lo sapessi. Mandarono, infatti, a cercarli per le campagne, ma non riuscirono a trovarli, pare.
Ora ero in condizione per cui c’era chi pensava a me; infatti, benchè nessuno in città avesse per legge il dovere parrocchiale di mantenermi, tuttavia, quando si seppe la mia storia, e che io ero troppo piccola per qualunque lavoro, perchè non avevo nemmeno tre anni, la pietà spinse i magistrati della città a ordinare che qualcuno si prendesse cura di me, e io diventai dei loro, proprio come se fossi nata lì.
Nella cura che mi assegnarono fu mia gran fortuna esser data, come si dice, a balia a una donna che allora era povera ma aveva vissuto in condizioni migliori, e ricavava da vivere pigliando con sè quelli che erano in situazioni come la mia e mantenendoli fìnchè raggiungevano l’età in cui potevano verosimilmente andare a servizio o guadagnarsi il pane.
Quella donna aveva anche una piccola scuola, che teneva per insegnare ai bambini a leggere e a lavorare; e poichè, come già ho detto, era vissuta in altri tempi in un buon ambiente, tirava su i bambini a lei affidati non solo con ogni cura ma anche con molta arte.
Ma la cosa più importante era che la donna cresceva i bambini in modo molto religioso, perchè lei era per bene, pia, donna di casa, amante della pulizia, piena di buone maniere, e sapeva vivere. Vitto scadente, alloggio miserabile e vestiti brutti: ma per il resto eravamo tirati su con maniere e garbo, come se quella fosse una scuola di ballo.
Mi tennero lì finchè compii otto anni e appresi con terrore la notizia che i magistrati (così credo si dicesse) avevano stabilito che io andassi a servizio. Dovunque mi mandassero, io sarei stata capace di far ben pochi servizi, al massimo andare in giro per commissioni, o far la sguattera sotto una cuoca, e questo me l’avevano detto tante volte che la cosa mi metteva una gran paura; infatti, benchè così piccola, io ero già assolutamente contraria all’idea di andare, come si diceva, a servizio (e cioè a far la serva). Alla donna che chiamavo balia dissi, perciò, che credevo di potermi guadagnare la vita senza servire, se lei era così buona da consentirmelo. Mi aveva, infatti, insegnato a lavorare con l’ago, la matassa e il fuso, che in quella città era il mestiere principale, e io le dicevo che, se mi teneva con sè, io potevo lavorare per lei, lavorare proprio forte.
Glielo dicevo ogni giorno, che volevo lavorare forte; e, alla fine, l’unica cosa che facevo era piangere tutto il giorno, e questo era un tale cruccio, per quella donna brava e buona, che incominciò a preoccuparsi per me, perchè mi voleva proprio bene.
Così, un giorno, quando entrò nella stanza dove noi bambini poveri lavoravamo, si sedette di fronte a me, non al solito posto di signora maestra, ma come se avesse in mente di guardar proprio me, e vedere come lavoravo. Io stavo facendo qualcosa che m’aveva dato da fare lei; dovevo, mi ricordo, ricamare cifre su certe camicie che lei aveva avuto da fare; dopo un po’, lei si mise a parlare con me.
“O sciocca d’una bambina,” dice, “tu piangi sempre.” (Io infatti stavo piangendo.) “Da brava,” dice, “ma per che cosa piangi?”
“Perchè mi porteranno via,” dico io, “e mi metteranno a servizio, e io non sono capace di fare i lavori di casa.”
“Senti, bambina,” dice lei, “anche se adesso i lavori di casa, come dici tu, non li sai fare, a poco a poco imparerai, e mica ti metteranno subito a fare le cose pesanti.”
“Sì, mi metteranno,” dico io, “e se io non le farò mi picchieranno, le cameriere mi picchieranno per farmi fare tutto il lavoro, e io sono soltanto una bambina piccola e non sono capace.” E qui mi rimisi a piangere, tanto che non riuscii più a parlare.
Questo commosse la brava balia, che era materna, e così decise che non sarei andata ancora a servizio; mi disse di non piangere, sarebbe andata lei a parlare col signor sindaco, e io a servizio non sarei andata finchè non fossi stata più grande.
A me nemmeno quello bastò, perchè per me era così terribile il pensiero di andare a servizio, che anche se lei mi avesse assicurato che non ci sarei andata finchè non avessi compiuto vent’anni, per me sarebbe stato lo stesso; avrei seguitato, credo, a piangere fino a vent’anni, solo all’idea che un giorno dovessi finire a quel modo.
Quando la donna vide che non ero ancora tranquilla, cominciò ad arrabbiarsi con me. “E che vuoi di più?” dice, “non ti ho detto che non andrai a servizio finchè non sarai più grande?”
“Sì,” dico io, “ma alla fine ci dovrò andare.”
“Che?” dice lei, “ma è pazza la bambina? Ma che vorresti essere… una signora?”
“Sì,” dico io, e mi rimisi a piangere così forte che un’altra volta mi mancò la voce.
La vecchia signora allora rise di me, come potete figurarvi. “Ma sicuro, madamina, sicuro,” dice, “vuoi fare la signora, tu. E si può sapere come farai a diventare una signora? Eh? Col lavoro dei tuoi ditini?”
“Sì,” dico io di nuovo, tutta innocente.
“Già, e quanto sei capace di guadagnare?” dice lei. “Quanto puoi prendere per il lavoro che fai?”
“Tre soldi se filo,” io dissi, “e quattro se faccio un lavoro completo.”
“O povera la mia gran signora,” disse lei ridendo, “e a che ti servirà?”
A mantenermi,” dico io, “se voi mi tenete a vivere qui con voi.” Questo lo dissi con accento tanto pietoso e supplichevole che il cuore di quella povera donna, come lei mi disse poi, s’intenerì per me.
“Ma,” dice lei, “mica basterà per mantenerti e anche per comprarti i vestiti. E chi dovrà pagare i vestiti della signorina?” dice. E intanto continuava a sorridere guardandomi.
“Lavorerò molto di più,” dico io, “e vi prenderete tutto voi.”
“Povera bambina, non basterebbe a mantenerti,” lei dice, “basterebbe appena per darti da mangiare.”
“Allora farò a meno di mangiare,” dico io, sempre innocente, “ma lasciatemi star qui con voi.”
“Ah, sì? Tu puoi vivere senza mangiare?” dice lei.
“Sì,” dico ancora io, da quella bambina che ero, figuratevi, e di nuovo mi metto a piangere forte.
Io non avevo fatto nessun calcolo; capite bene che era solo istinto; ma si univa a tanta innocenza e a tanto calore che, alla fine, la brava donna dal cuore materno si mise a piangere anche lei, e piangeva forte come me, e poi mi prese e mi condusse fuori dalla stanza della scuola. “Vieni,” dice, “tu non andrai a servizio, tu resterai a vivere con me.” E quello, per il momento, mi calmò.
Qualche tempo dopo, un giorno che lei andò dal sindaco e parlò di cose che riguardavano il suo lavoro, saltò fuori anche la storia mia, e la mia buona balia raccontò al sindaco tutto il fatto. Al sindaco la storia piacque tanto che chiamò a sentirla anche la moglie e le due figlie, e la cosa li mise tutti, figuratevi, in allegria.
Sta di fatto che nemmeno una settimana era passata che si presentano in casa la signora sindachessa e le figlie a cercare della mia vecchia balia, a vedere la scuola e i bambini. Dopo aver dato un’occhiata in giro, “Allora, signora…,” dice la sindachessa alla mia balia, “si può sapere qual è la ragazzina che vuol fare la signora?”
Io la sentii, e a tutta prima mi spaventai moltissimo, senza sapere nemmeno perchè; ma la signora sindachessa mi viene vicino. “Brava, signorina,” dice, “che lavoro stai facendo?”
La parola signorina era un’espressione che non s’era quasi mai udita nella nostra scuola, e io mi domandai chissà che brutta parola mi aveva detto. Però mi alzai, feci una riverenza, e lei mi prese di mano il lavoro, lo guardò e disse che andava benissimo; poi mi prese una mano tra le sue. “Chissà,” dice, “la bambina potrebbe anche fare la signora, per quel che ne sappiamo: ha una mano da signora,” dice.
Questo potete immaginare che mi fece un gran piacere; ma la signora sindachessa non si fermò lì e, messa una mano in tasca, tirò fuori uno scellino e me lo dette, mi raccomandò di badare al mio lavoro, e di imparare a lavorare bene, e disse che per quel che ne sapeva lei poteva darsi benissimo che io arrivassi a fare la signora.
Certo è che in quel momento nè la mia buona balia nè la signora sindachessa nè gli altri capivano me; loro infatti con la parola signora intendevano una cosa, e io un’altra completamente diversa; per me, purtroppo, fare la signora significava avere un lavoro indipendente e un guadagno bastante per mantenermi da sola senza lo spauracchio terribile di andare a servizio, mentre per loro significava fare una vita bella, ricca, elevata e chissà che altro.
Quando se ne fu andata la signora sindachessa, entrarono le figlie, e anche loro chiesero della piccola signora, e mi parlarono per un po’, e io risposi con la mia aria innocente; ma sempre, quando mi chiedevano se ero proprio decisa a fare la signora, io rispondevo sì. Alla fine una di loro mi domandò che cos’è una signora. Questo mi mise in imbarazzo; però mi spiegai col contrario, dissi che una signora è una che non va a servizio e che non fa i lavori di casa. Loro si divertivano molto a farmi parlare, trovavano simpatica e gradevole, a quanto pare, la mia chiacchiera; e anche loro mi dettero del denaro.
Il denaro lo detti tutto alla mia balia e maestra, come la chiamavo, e le dissi che avrei dato a lei, come allora, tutto quel che avrei guadagnato quando sarei stata una signora. Da questo mio discorso e da altri, la mia vecchia istitutrice cominciò a capire che cosa intendevo io per fare la signora e che per me la cosa significava soltanto potersi guadagnare il pane col proprio lavoro; e alla fine mi chiese se era proprio così.
Io le dissi di sì, e insistetti che era questo far la signora. “Infatti,” dico, “c’è la tale,” e faccio il nome di una donna che rammendava merletti e lavava le cuffie di merletto delle dame; “quella,” dico, “è una signora, e la chiamano madama.”
“Povera bambina,” dice la mia vecchia balia, “potresti far presto a diventare una signora come quella, è una donna di cattiva reputazione, che ha già avuto due o tre bastardi.”
Io non capii niente, ma risposi: “So che la chiamano madama, so che non va a servizio e che non fa i lavori di casa,” e insistetti perciò sul fatto che quella era una signora, e che io sarei stata una signora così.
Anche ciò, beninteso, venne raccontato alle gentildonne, che si divertirono moltissimo, e ogni tanto le due signorine figlie del signor sindaco venivano per vedermi, e chiedevano dov’era la piccola signora, il che mi rendeva non poco fiera di me.
Questo durò parecchio, le due signorine venivano a trovarmi spesso, e a volte ne conducevano altre con loro; cosicchè, per quella storia, ero ormai conosciuta in quasi tutta la città.
Avevo ormai sui dieci anni, e cominciavo ad avere già un’aria da donna. Ero infatti molto seria, di garbo, educata, e poichè avevo sentito spesso quelle dame dire che ero bellina e che sarei divenuta una donna molto bella, figuratevi se sentirle parlare così di me non mi faceva inorgoglire un po’. L’orgoglio, però, non mi faceva allora nessun cattivo effetto; solo, poichè spesso mi davano del denaro e io lo davo alla mia vecchia balia, lei, brava donna, era così scrupolosa da spenderlo tutto per me, e mi comprava cuffie, biancheria, guanti e nastri, e io andavo in giro molto in ordine, sempre pulita. Avessi avuto anche soltanto stracci da portare, sarei andata in giro egualmente pulita, piuttosto mi sarei lavata da me i miei stracci; ma, come ho detto, la mia brava balia il denaro che io le davo lo spendeva tutto per me, e diceva alle dame che questa o quella cosa erano state acquistate con i loro soldi; e quelle allora, il più delle volte, mi davano altri soldi, finchè un giorno, alla fine, io fui chiamata, come m’aspettavo, dai magistrati, i quali ordinarono che io andassi a servizio; ma intanto io ero diventata una operaia così brava, e le dame erano così gentili con me, che era facile per me mantenermi, ovvero far guadagnare alla mia balia quanto le bastava per mantenermi, e così lei disse ai magistrati che, se le davano il permesso, lei si teneva conla piccola signora, così mi chiamavano ormai, come assistente e come maestra dei bambini, cosa che io già ero capace di fare, perchè sul lavoro ero svelta, e avevo la mano facile con l’ago, anche se ero ancora tanto piccola.
Ma la gentilezza delle dame della città non si fermò lì, perchè quando vennero a sapere che io non ero più, come prima, mantenuta a spese pubbliche, mi dettero del denaro più spesso di prima; e di mano in mano che io crescevo mi portavano sempre più lavoro da fare per loro, biancheria da cucire, merletti da rammendare, cuffie da metter su, e non soltanto mi pagavano ma addirittura mi insegnavano a farle; cosicchè ormai ero davvero una signora, come io intendevo quella parola e come io volevo essere. Infatti, a dodici anni, io non solo mi compravo i miei vestiti e davo il denaro alla balia per il mio mantenimento, ma avevo persino del denaro in più da spendere.
Le dame mi davano anche, spesso, indumenti loro e dei loro figli, calze, sottane, abiti, chi questo e chi quello, e di tutte quelle cose la mia vecchia si occupava per me proprio come una mamma, me le teneva da parte, mi obbligava a rammendarle, a rivoltarle, a riporle per l’uso migliore perchè era una donna di casa di rara bravura.
Una di quelle dame, infine, mi prese tanto in simpatia da volermi tenere a casa sua un mese, così disse, con le sue figlie.
Ora la cosa, benchè tanto gentile da parte sua, poteva tuttavia fare alla piccola signora più danno che bene, disse la mia vecchia balia, a meno che lei decidesse di tenermi conper sempre e tanti saluti.
È vero,” dice allora la dama, “vuol dire che la terrò in casa mia una settimana soltanto, per vedere se lei e le mie figliole vanno d’accordo, e se mi piace il suo carattere, e poi vi saprò dire; e intanto, se qualcuno viene a cercar di lei, basterà dire che l’avete mandata a casa mia.”
La cosa fu così combinata con sufficiente prudenza, e io andai a casa della dama; ma mi trovai così bene con le signorine, e loro con me, che dovetti fare uno sforzo per venir via, e nemmeno loro volevano separarsi da me.
Tuttavia me ne tornai via, e vissi quasi un altro anno con la mia brava vecchia, e cominciavo ora ad essere un buon aiuto per lei; ero sui quattordici anni, dimostravo più della mia età, e avevo già un’aria abbastanza da donna; ma in casa di quella dama avevo avuto un’idea della vita signorile, e ormai non mi era più facile come una volta abitare nel luogo di prima, e pensavo che davvero era una gran bella cosa essere una signora, perchè adesso sul fatto di essere una signora avevo idee più chiare di una volta; e così come ero sicura che era bello far la signora, sapevo ormai che mi piaceva anche vivere in mezzo alle altre signore, e avevo un gran desiderio di ritornarci.
Quand’ebbi quattordici anni e tre mesi la mia brava vecchia balia, o madre dovrei piuttosto dire, si ammalò e morì. Mi trovai allora in una situazione ben triste, perchè c’è poco da commuoversi quando son da sistemare le cose di famiglia lasciate da un defunto povero, una volta che sia andato sottoterra, e così appena la povera donna fu sepolta i bambini della parrocchia a cui lei badava furono subito presi in consegna dalle autorità ecclesiastiche; la scuola finiva, i bambini dovevano solo restare in quella casa finchè non li avrebbero mandati altrove; e per quel che la donna lasciava, arrivò una sua figlia, donna sposata con sei o sette figli, e si spazzò via tutto, e, mentre portavano via la roba, nessuno trovò da dire a me altro che parole di scherno, e dicevano che la piccola signora poteva cominciare una bella vita per suo conto, ormai.
Io, quasi impazzita, ero fuori di me e non sapevo che fare, perchè era come se mi avessero cacciata di casa e gettata in mezzo al mondo e, cosa ancora peggiore, l’onesta donna aveva in mano sua ventidue scellini miei, i quali erano l’intero patrimonio che la piccola signora possedeva al mondo; e quando ne chiesi alla figlia, lei mi trattò male, rise di me, disse che lei non c’entrava.
La verità era che la povera brava donna ne aveva parlato alla figlia, e aveva detto che erano nel tal posto, e che erano soldi della bambina, e due o tre volte mi aveva fatto chiamare per consegnarmeli, ma io sfortunatamente ero in giro di qua o di là e, quando arrivai, lei era già al punto di non poterne parlare più. Tuttavia la figlia, in seguito, fu abbastanza onesta da consegnarmi il denaro, anche se prima era stata cattiva con me.
Adesso ero una signora povera, e quella sera stessa dovevo incominciare ad andarmene per il mondo quant’è grande; la figlia, infatti, portò via tutta la roba, e io non avevo nè casa dove stare nè un pezzo di pane da mangiare. Sembra, però, che certi vicini i quali conoscevano i casi miei abbiano provato compassione per me e abbiano avvertito la dama a casa della quale io ero stata, come ho già raccontato, per una settimana; e quella subito mandò la cameriera a prelevarmi, e insieme con la cameriera vennero anche due delle signorine, benchè nessuno le avesse mandate. Così io presi fagotto e sporta e andai con loro, contentissima come potete immaginare. Lo spavento per la mia nuova condizione mi aveva così turbata che ora non ci tenevo più a far la signora, avevo invece tutta la buona volontà di far la serva, qualunque tipo di serva mi volessero far fare.
Ma la mia nuova padrona era così generosa da essere persino, per ogni verso, superiore alla buona donna con la quale ero stata fino a quel giorno, non era soltanto più ricca; per ogni verso, s’intende, eccetto che per onestà; da questo punto di vista, benchè quella dama fosse assolutamente perfetta, io però non posso fare a meno di ripetere sempre che la prima, benchè povera, era di una onestà così assoluta che di più non è possibile al mondo.
Mi aveva appena portato via, come ho detto, quella buona signora, che la prima dama, vale a dire la sindachessa, mandò le due figlie a interessarsi di me; e dopo di lei anche un’altra famiglia, che mi aveva già conosciuta quando io ero la piccola signora, e mi aveva dato dei lavori da fare, mandò a cercarmi, sicchè figuratevi come diventavo importante; e si arrabbiarono anche parecchio, specialmente madama la sindachessa, per il fatto che la sua amica mi avesse, diceva così, rubato a lei, perchè io spettavo a lei di diritto, diceva, era stata lei a scoprirmi per prima. Ma quelli che mi tenevano con loro non vollero separarsi da me; e, per parte mia, per quanto sarei stata certo trattata bene anche da quegli altri, non potevo tuttavia sperare di stare meglio che dove stavo.
Vi rimasi finchè fui tra i diciassette e i diciotto anni, e ne ebbi per la mia educazione ogni vantaggio immaginabile; la dama faceva venire a casa dei maestri per insegnare alle figlie a ballare, a parlar francese, a scrivere, e altri per insegnar loro la musica; e siccome io ero sempre con loro, imparavo svelta come loro; e sebbene i maestri non avessero il compito di insegnare anche a me, tuttavia io, per mimetismo e per curiosità, apprendevo tutto quello che dall’insegnamento e dalla precettistica apprendevano le signorine; sicchè, ben presto, io imparai a ballare e a parlar francese bene come loro, e a cantare anche meglio, perchè avevo la voce migliore di tutte. Non potei con uguale facilità arrivare a suonare il clavicembalo o la spinetta perchè non avevo uno strumento mio per esercitarmi, e potevo soltanto mettermi ai loro quando, in qualche intervallo, loro non li usavano, ma non sempre capitava; eppure imparai passabilmente, e con l’andar del tempo le signorine ebbero due strumenti, vale a dire un clavicembalo e una spinetta, e allora furono loro a insegnarmi. Ma per il ballo non potevano rinunziare al fatto che io sapessi i diversi balli, perchè avevano sempre bisogno di me per fare i numeri; e, del resto, avevano anche loro altrettanta voglia di insegnare a me tutte le cose che erano state insegnate a loro, quanta ne avevo io di impararle.
In tal modo io avevo, come ho già detto, tutti i vantaggi dell’educazione che avrei avuto se fossi stata una signora uguale a quelle fra le quali vivevo; e in alcune cose ero anche favorita rispetto alle mie signore, benchè loro fossero superiori a me; ma erano quelli doni di natura, che tutte le loro ricchezze non potevano bastare a procurare. Primo, io ero, d’aspetto, più bella di tutte loro; secondo, ero più formosa; e, terzo, cantavo meglio, perchè avevo voce migliore; e consentitemi di dire che a questo riguardo esprimo non già una mia presunzione, bensì l’opinione di quanti frequentavano quella famiglia.
Avevo inoltre la vanità che è comune al mio sesso; considerata molto bella, o, se così preferite, una vera bellezza, io lo sapevo benissimo e mi stimavo da me più di quanto potesse stimarmi chiunque altro; e specialmente mi piaceva sentir qualcuno parlarne, il che accadeva tutt’altro che di rado e mi dava una gran soddisfazione.
La storia che di me fino a questo punto ho narrato è una storia limpida e pulita; per tutto quel periodo della mia vita io non solo godetti della reputazione di chi vive presso un’ottima famiglia, una famiglia conosciuta e rispettata da tutti per le sue virtù, la sua serietà e tante altre belle cose; ma avevo anche l’animo della giovane seria, modesta, virtuosa, quale sempre ero stata; nè avevo ancora avuto l’occasione di pensare ad altro, nè di sapere che cosa vuol dire essere tentati al male.
Ma la cosa per la quale ero così vanitosa fu la mia rovina; o meglio, causa della mia rovina fu la mia vanità. La dama in casa della quale stavo aveva due figli, due giovani gentiluomini di promettenti qualità e di bel portamento, e fu mia disavventura andare perfettamente d’accordo con ognuno dei due, mentre loro si comportarono nei miei riguardi in due modi completamente diversi.
Il maggiore, gentiluomo gaio che era pratico di città come di campagna, sebbene fosse superficiale abbastanza da fare una cosa non per bene, aveva tuttavia il buon senso necessario per non pagar troppo cari i suoi divertimenti. Sfoderò il solito tristo trucco che è buono per ogni donna, e cioè ad ogni pie’ sospinto notava che io ero carina, diceva, simpatica, piena di buone maniere, e cose simili. Si comportava con abilità sottile, quasi si fosse trattato per lui di prendere nella rete una donna come le pernici che prendeva a caccia. Faceva, infatti, in modo da parlarne con le sorelle quando sapeva che io, benchè non fossi presente, non ero però tanto lontana da non poterlo udire. Le sorelle gli rispondevano a bassa voce: “Zitto, fratello, ti sentirà, è proprio nella stanza accanto.” Allora lui si fermava, e a voce più bassa, come se non l’avesse saputo, cominciava a riconoscere di aver commesso un errore; ma poi, come se ne dimenticasse, si rimetteva a parlar forte, e io, che a sentirlo provavo un gran piacere, ero immancabilmente in ascolto in ognuna di quelle occasioni.
Quando ebbe così posto l’esca all’amo, e trovato il modo più facile per gettarmelo, passò a fare un gioco più scoperto. Un giorno, entrato in camera della sorella mentre c’ero io, che stavo facendo qualcosa come aiutarla a vestirsi, si fa avanti con un’aria allegra: “Oh, signorina Betty,” mi dice, “come va, signorina Betty? Non ti fischiano le orecchie, signorina Betty?” Io feci una riverenza arrossendo, ma non dissi nulla.
“Ma che dici fratello?” dice la sorella.
“Sapete,” dice lui, “è mezz’ora che parliamo di lei al pianterreno.”
“Ma sono sicura,” dice la sorella, “che non potete averne parlato male, e per questo non ci interessa sapere che cosa avete detto.”
“Anzi,” dice lui, “si era ben lungi dal dirne male, tanto che ne abbiam parlato benissimo, e della signorina Betty sono state dette cose bellissime, ve lo assicuro; per esempio, che è la più bella ragazza di Colchester; e che in città c’è già chi si prepara a farle gli auguri per le nozze.”
“Mi meraviglio di te, fratello,” dice la sorella. “È una sola la cosa che manca alla Betty, ma è come se le mancasse tutto, perchè di questi tempi il nostro sesso non ha un gran mercato; se una giovane possiede bellezza, nascita, educazione, intelligenza, gusto, garbo, modestia, sia pure nella massima misura, ma non ha denaro, allora non è nessuno, è come se le mancasse tutto, perchè soltanto il denaro è una buona raccomandazione per le donne; il gioco degli uomini è il pigliatutto.”
Era presente il fratello minore, che gridò: “Ferma, sorella, corri troppo. Io sono un’eccezione alla tua regola. Ti assicuro che se io trovassi una donna con tutto quel che tu dici, io ti assicuro, ripeto, che non baderei al denaro.”
“Oh, allora,” dice la sorella, “starai bene attento a non filare nessuna che non abbia soldi.”
“Neanche questo puoi dire,” dice il fratello.
“Ma scusa, sorella,” dice allora il fratello maggiore, “perchè te la prendi con gli uomini che hanno di mira la ricchezza? A te, se qualcosa manca, non è certo la ricchezza.”
Ho capito benissimo, fratello,” dice con molto spirito la sorella, “tu vuoi dire che io ho i soldi ma mi manca la bellezza; però, con i tempi che corrono, basteranno quelli senza questa, sicchè io mi posso prendere il meglio del vicinato.”
“Già,” dice il fratello minore, “ma può anche darsi che il tuo vicinato, come lo chiami, faccia a meno di te, perchè certe volte la bellezza ruba il marito alla ricchezza, e quando capita che la cameriera sia più bella della padrona, può capitare anche che trovi il suo mercato, e che in carrozza vada la cameriera prima della padrona.”
Pensai che fosse venuto il momento per me di ritirarmi e lasciarli, e così feci, ma non mi allontanai tanto da non poter udire tutti i loro discorsi, nei quali sentii dire sul mio conto una quantità di cose belle, che servirono a lusingare la mia vanità ma al tempo stesso, lo capii ben presto, non furono il mezzo più adatto per far salire le mie quotazioni in quella famiglia, poichè quella discussione tra la sorella e il fratello minore finì in modo penoso; lui, a proposito mio, aveva detto alla sorella cose molto scortesi, e io m’accorsi facilmente, dal modo in cui la sorella si comportò in seguito, che se l’era presa a male, e io lo trovavo ingiusto, perchè nemmeno lontanamente avevo pensato a quel che la sorella sospettava da parte del fratello minore; il maggiore, in verità, alla sua maniera, con distacco, aveva detto come per scherzo molte cose che io fui così pazza da prendere sul serio, cullandomi nella speranza di cose che avrei dovuto comprendere quanto fossero lontane, invece, sia dalla sua immaginazione che dalle sue intenzioni.
Accadde un giorno che egli arrivasse di corsa al piano superiore, come tante altre volte, alla stanza dove le sorelle solevano starsene sedute a lavorare; le chiamò prima di entrare, anche questo come al solito, e io, che ero lì da sola, feci un passo verso la porta e dissi: “Signore, le signorine non sono qui, stanno passeggiando in giardino.” Avevo appena fatto il passo avanti per dirlo, che lui aveva già varcato la porta e, come per caso, abbracciandomi, diceva: “Oh, signorina Betty, sei tu? Meglio così; preferisco parlar con te che con loro.” E poi, tenendomi fra le braccia, mi baciò tre o quattro volte.
Io lottai per tirarmi via, ma lo feci però molto debolmente, e lui mi tenne stretta e continuò a baciarmi, finchè gli mancò quasi il fiato, e allora si sedette e disse: “Betty cara, sono innamorato di te.”
Le sue parole, lo confesso, mi accesero il sangue; tutti i sentimenti mi volarono al cuore e mi gettarono in un tale turbamento che lui poteva facilmente comprenderlo dall’espressione del mio volto. Lui lo ripetè più volte, che era innamorato di me, e il mio cuore gli rispondeva, come se avesse la voce, che ne era felice; anzi, ogni volta che lui diceva: “Sono innamorato di te,” era come se il rossore delle mie guance gli rispondesse: “Così fosse, signor mio.”
Quella volta, però, non accadde altro; era stata soltanto una sorpresa, e quando lui se ne fu andato io tornai in me stessa. Lui sarebbe rimasto più a lungo con me, ma guardando dalla finestra vide tornare le sorelle dal giardino e perciò si congedò, baciandomi di nuovo, dicendomi che aveva parlato sul serio, e che prestissimo l’avrei rivisto; e se ne andò lasciandomi contentissima, benchè meravigliata; e io sarei stata anche nel giusto se non si fosse dato un caso sventurato, nel quale consisteva tutto lo sbaglio, e cioè che la signorina Betty era innamorata e il signorino no.
Da quella volta mi passarono per la testa cose strane, e potrei dire che non ero più io; un signore così, che veniva a dirmi di essere innamorato di me, e che io ero una creatura, diceva, incantevole; erano cose che io non sapevo come reggere, la mia vanità saliva al più alto livello. La verità è che avevo la testa piena soltanto di orgoglio, ma, nulla sapendo della cattiveria dei tempi, non mi davo il minimo pensiero della mia integrità nè della mia virtù; e se il mio giovane signore me l’avesse offerto a prima vista, avrebbe potuto prendersi ogni libersu quel che più gli andava di me; ma lui non vide l’occasione, così per quella volta mi andò bene.
Dopo il primo assalto, non passò gran tempo che lui trovò il modo di saltarmi addosso di nuovo, quasi con gli stessi gesti; c’era, per la verità, tutta l’intenzione da parte sua, mancava da parte mia. Fu così: le signorine erano andate con la mamma a fare una visita, il fratello era fuori città, e il padre era da una settimana a Londra. Lui mi aveva tenuta d’occhio così bene che sapeva dov’ero, mentre io non sapevo nemmeno che lui era in casa; e lui vispo sale di sopra, mi vede che lavoro, entra diretto in camera da me e ricomincia come l’altra volta, a stringermi fra le braccia e a baciarmi incollato a me per almeno un quarto d’ora.
Era nella camera della più giovane delle ragazze che io mi trovavo, e, forse perchè in casa non c’era nessuno se non le cameriere al pianterreno, lui fu un po’ violento; incominciava a importargli davvero di me. Forse trovò con me la via un po’ facile, perchè sa Dio che io non feci resistenza quando lui mi tenne fra le braccia e mi baciò; la verità è che io ci provavo troppo gusto per resistergli.
Tuttavia, a un certo punto, stanchi di quell’esercizio, ci mettemmo a sedere, e lui mi parlò per un bel po’; disse che io l’avevo affascinato, e che lui non sapeva darsi pace notte e giorno se non poteva dirmi che era innamorato di me, e che, se io ricambiavo il suo amore, se lo facevo felice, gli avrei salvato la vita, e molte altre belle cose. Io a lui dissi molto poco, ma senza difficoltà mi resi conto di essere una sciocca che non riusciva a capir bene che cosa voleva lui.
Allora lui si mise a passeggiare per la stanza, mi prese per mano, e io feci qualche passo con lui; e lì per lì, cogliendo l’occasione, mi gettò sul letto e mi baciò col massimo impeto; ma, per rendergli giustizia, va detto che non usò modi violenti, non fece che baciarmi proprio tanto. Dopo di che, gli sembrò di sentire qualcuno che saliva le scale, si alzò dal letto e mi tirò su, dichiarandomi ancora tanto amore, ma disse che si trattava di affetto più che onesto, che lui non voleva farmi del male; e, con questo, mi ficcò in mano cinque ghinee e scese giù.
Io fui sbalordita per il denaro più di quanto lo ero stata per l’amore, e incominciai a sentirmi tanto per aria che non sentivo più il terreno sotto i piedi. Do tutti i particolari, di questa parte della storia, affinchè, se giovani innocenti avessero la ventura di leggerla, possano ricavarne insegnamento e apprendere a guardarsi dai guai che capitano quando si scopre troppo presto la propria bellezza. Una volta che una ragazza pensa di essere bella, non dubita della sincerità dell’uomo che le dice di essere innamorato di lei; infatti, se si considera tanto affascinante da catturare un uomo, è logico che si attenda da lui quella reazione.
Quel signorino aveva dato fuoco alla sua voglia, non meno che alla mia vanità, e, come se avesse scoperto che l’occasione c’era e che era un peccato non approfittarne, una mezz’ora dopo o giù di lì viene di nuovo di sopra e ricasca a portarsi con me come prima, solo con meno preamboli.
Per prima cosa, quando fu entrato nella stanza, si voltò e chiuse la porta. “Betty,” dice, “prima m’era sembrato di sentire qualcuno salire le scale, ma non era vero; comunque,” dice, “se mi trovano in questa stanza con te, non mi sorprenderanno mentre ti sto baciando.”
Io gli dissi che non capivo chi potesse salire le scale, perchè ero sicura che in casa non c’era nessuno, se non la cuoca e l’altra cameriera, che al piano superiore non salivano mai.
“Però, mia cara,” lui dice, “è sempre meglio esserne certi,” e così si siede, e ci mettemmo a discorrere. In realtà, siccome io ero ancora tutta accesa d’emozione per la sua visita di prima, e parlavo pochissimo, fu lui quasi a mettermi le parole sulle labbra, raccontandomi con quale passione mi amava e che, sebbene non gli fosse possibile nemmeno parlare di una cosa simile prima d’essere entrato in possesso dei suoi beni, era tuttavia deciso a farmi, allora, felice, e ad esser felice lui con me; come dire sposarmi, e una quantità di altre bellissime cose del genere, che io, povera sciocca, non capivo da che parte tirassero, e stavo al gioco come se nemmeno esistesse un certo tipo d’amore ben diverso da quello che conduce al matrimonio; e se lui avesse parlato di quello, a me sarebbero mancati lo spazio e la forza per potergli dire di no; ma non eravamo ancora andati così lontano.
Non eravamo seduti lì da molto tempo, che lui si alzò e, togliendomi il respiro con i baci, mi gettò di nuovo sul letto; ma poichè tutti e due ci eravamo riscaldati, lui si spinse, con me più in là del punto che la decenza mi consente di nominare; e a quel punto io non avrei più potuto contrastarlo nemmeno se lui avesse voluto darmi più di quel che mi diede.
Tuttavia, anche se lui si prese con me quelle libertà, non si giunse al cosiddetto dono supremo, che, sia detto per rendergli giustizia, lui non pretese; e quella rinunzia spontanea gli servì poi come giustificazione per le libertà che su di me si prese in altre circostanze. A cosa finita, lui si trattenne solo qualche istante, ma mi mise in mano una manciata quasi piena d’oro, e mi lasciò, facendomi mille dichiarazioni della sua passione per me e del fatto che amava me più di ogni altra donna al mondo.
Non meraviglierà che io incominciassi a pensarci su, ma, ahimè, furono, le mie, riflessioni non molto profonde. Possedevo una riserva illimitata di vanità e orgoglio, ma una ben piccola riserva di virtù. Cercai, per la verità, di chiedermi più volte, fra me, a che cosa mirasse il mio padroncino, ma non riuscivo a concentrare il mio pensiero altro che sulle sue belle parole e sull’oro; che lui avesse l’intenzione di sposarmi o avesse quella di non sposarmi, non mi pareva una cosa di enorme importanza; nè le mie riflessioni bastarono a suggerirmi la necessità da parte mia, come ora sentirete, di non capitolare fin quando lui non fosse giunto a farmi una domanda in piena regola.
Così, senza minimamente preoccuparmene, io mi resi disponibile per la mia rovina, e sono un bel monito per ogni giovane la cui vanità abbia il sopravvento sulla virtù. Più stupidi tutti e due non potevamo essere. Mi fossi io regolata come si doveva, e avessi resistito come imponevano onore e virtù, il signorino, trovando sbarrata la strada al compimento del suo progetto, o avrebbe desistito dalla sua offensiva, oppure mi avrebbe fatto una bella e onorevole domanda di matrimonio; nel qual caso, fosse pur stato criticato lui, da tutti, nessuno avrebbe potuto criticare me. In breve, se lui, conoscendo me, avesse capito quant’era facile avere la cosina che gli importava, non si sarebbe più lambiccato il cervello, ma mi avrebbe dato quattro o cinque ghinee e gli sarebbe bastato presentarsi per coricarsi con me. E avessi io saputo quel che pensava lui, e quanto difficile credeva che io fossi da conquistare, avrei potuto porre io a lui le mie condizioni; e anche senza capitolare per il matrimonio immediato, mi sarei potuta arrendere per il mantenimento fino al matrimonio, e avrei potuto ottenere tutto quel che volevo.
Lui era infatti già ricco a dismisura, oltre quel che doveva ereditare; ma per me fu come se avessi completamente abbandonato pensieri del genere, ed ero tutta presa solo dall’orgoglio per la mia bellezza e dal fatto di essere amata da un tal signore. Quell’oro passai ore intere a guardarmelo; più di mille volte, in un giorno solo, contai quelle ghinee. Mai una povera e vana creatura si trovò più di me chiusa nei risvolti di una faccenda, senza riflettere su quel che mi attendeva nè sul fatto che la rovina batteva già alla mia porta; e credo anzi, quella rovina, d’averla cercata, anzichè fare il possibile per scongiurarla.
In quel periodo, tuttavia, fui abbastanza furba da non dar modo a nessuno della famiglia di sospettare di me, nè di immaginare che io avessi la minima intesa con quel signorino. In pubblico, quasi mai guardavo dalla sua parte, e, se lui mi parlava quando c’era qualcuno vicino, io non rispondevo; ma, con tutto ciò, di quando in quando avevamo un breve incontro, nel quale trovavamo il modo di scambiarci una parola o due, e talora un bacio; ma non avemmo mai l’occasione buona per fare la cosa cattiva che meditavamo; soprattutto considerando che lui prendeva le cose più alla larga di quanto, se avesse capito il mio punto di vista, avrebbe potuto; e poichè l’impresa in apparenza gli risultava difficile, lui la faceva diventare difficile in realtà.
Ma il diavolo, da tentatore infaticabile qual è, non manca mai di trovare occasioni per il malfare cui ci invita. Fu una sera, che io ero in giardino con il giovane e le sue sorelline, e tutti eravamo di ottimo, innocente umore, che lui trovò modo di infilarmi in mano un biglietto, col quale mi raccomandava di tener presente che l’indomani mi avrebbe chiesto pubblicamente di andare a fare una commissione per conto suo in città, e che in qualche luogo a mezza strada avrei incontrato lui.
Secondo i piani, dopo colazione, presenti tutte le sorelle, lui mi dice con tutta serietà: “Signorina Betty, devo chiederti un piacere.”
“E quale?” dice la seconda sorella.
“Certo, sorella,” dice molto serio lui, “se non puoi privarti oggi della Betty, qualunque altro momento andrà bene.” Sì, dissero loro, potevano benissimo privarsene, e la sorella chiese scusa per la domanda, l’aveva fatta per pura inerzia, senza intenzione.
“Già fratello, però,” dice la maggiore, “alla signorina Betty devi per forza dire che piacere è; se fosse una faccenda privata, che noi non dobbiamo sentire, puoi invitarla fuori di qui. Eccotela.”
“Ma, sorella,” dice sempre tutto serio il signore, “che intendi dire? Io desidero solo che vada in High Street” (e tira fuori un colletto) “ad una certa bottega.” E si mette a raccontare una lunga storiella di due belle cravatte per le quali lui aveva offerto un prezzo, e voleva che io andassi per suo conto a comprare un interno per il colletto che mi dava, e scoprire se accettavano il mio denaro per le due cravatte; offrire uno scellino di più, e contrattare; e mi diede anche altri incarichi, che comportavano una tal quantità di piccole incombenze da svolgere, che sicuramente sarei dovuta star fuori casa per un bel po’ di tempo.
Dopo che mi ebbe affidato le commissioni, raccontò alle sorelle la storiella di una visita che si recava a fare in una famiglia da tutti loro ben conosciuta, e disse che ci sarebbero stati questi e quelli, e che si sarebbero molto divertiti, e compitamente invitò le sorelle ad accompagnarlo; ma loro, altrettanto compitamente, si scusarono, perchè avevano appreso che nel pomeriggio sarebbe venuta a far loro visita una comitiva di amici; cosa questa che, per l’appunto, era stato lui appositamente a concertare.
Aveva appena finito di parlare con loro e di affidare a me il mio incarico, che entrò il suo servo ad annunciare che s’era fermata alla porta la carrozza di Sir W. H.; lui corre giù, ma torna di sopra subito. “Ahimè,” esclama. E dice: “Ecco sciupato tutto il mio spasso. Sir W. H. mi ha mandato la carrozza e vuol parlarmi di una faccenda molto importante.” Pare che quel Sir W. fosse un signore che abitava a circa tre miglia fuori città, al quale lui appositamente aveva parlato il giorno prima perchè gli prestasse la carrozza per una speciale occasione, e aveva stabilito che lo venissero a chiamare, come accadde, verso le tre.
Subito si fa portare la parrucca più bella, la spada, il cappello, e ordinando al servo di andare in quell’altro luogo a porgere le sue scuse (vale a dire, trovò lui una scusa per mandare via il servo), si accinge a salire in carrozza. Mentre se ne andava, indugiò qualche istante, e tutto serio mi parla dei suoi interessi, e trova la maniera di dirmi in tono molto sommesso: “Vieni fuori, più presto che puoi.” Io non dissi nulla, ma feci la riverenza, come tante volte facevo in risposta a quello che lui mi diceva in pubblico. Un quarto d’ora dopo o giù di lì, ero fuori anch’io; non avevo un abito diverso da prima, ma mi ero messa in tasca un cappuccio, una maschera, un ventaglio e un paio di guanti; in tal modo nessuno in casa ebbe il minimo sospetto. Lui mi aspettò in carrozza in un vicolo sul retro, dove sapeva che io sarei dovuta passare, e aveva dato al cocchiere la destinazione, che fu un certo posto chiamato Mile End, dove abitava una persona di sua fiducia, dove noi entrammo dentro, e dove c’era ogni comodità possibile al mondo per fare tutte le porcherie che volemmo.
Quando fummo insieme, lui cominciò a parlarmi in modo solenne, e disse che non mi portava colà per ingannarmi; che, cioè, la sua passione per me non gli permetteva di abusare di me; che lui aveva deciso di sposarmi non appena sarebbe entrato in possesso del suo patrimonio; che, nel frattempo, se acconsentivo alla sua richiesta, mi avrebbe mantenuto molto onorevolmente; e mi fece mille dichiarazioni di sincerità e di affetto per me, e disse che non mi avrebbe abbandonato mai, e, insomma, usò, direi, mille preamboli in più di quel che sarebbe stato necessario.
Tuttavia, poichè lui mi sollecitò a parlare, io gli dissi che non avevo ragione di mettere in dubbio la sincerità del suo amore per me dopo tante dichiarazioni, ma… e qui mi fermai, come se lasciassi a lui da indovinare il resto.
“Ma che cosa, mia cara,” dice lui. “Immagino quel che vuoi dire: che cosa succederebbe se tu avessi un figlio. Non è così? Ebbene,” dice, “io avrò cura di te e penserò anche al figlio; e affinchè tu possa capire che non dico per dire,” dice, “eccoti una prova,” e con ciò tirò fuori una borsa di seta, con un centinaio di ghinee, e me la dette. “E te ne darò un’altra uguale,” dice, “ogni anno, finchè ti sposerò.”
Io persi e ritrovai il colore del volto, alla vista della borsa, e, insieme, per l’ardore della dichiarazione, cosicchè non fui capace di dire una parola, e lui se ne accorse facilmente: perciò, riponendo la borsa in seno, non gli opposi più resistenza, ma gli lasciai fare esattamente quel che gli piacque; e così completai in un tratto la mia rovina, perchè da quel giorno, divenuta dimentica della mia virtù e del mio pudore, non ebbi più nulla che valesse a raccomandarmi alla grazia del Signore o alla solidarietà umana.
Ma le cose non finirono lì. Io tornai in città, feci le commissioni che lui pubblicamente mi aveva affidato, e fui di nuovo a casa prima che qualcuno potesse pensare che ero stata via troppo tempo. Quanto al mio signore, come mi aveva detto che avrebbe fatto, restò fuori fino a tarda notte, e nessuno ebbe in famiglia il minimo sospetto, nè su di lui nè su di me.
Avemmo, in seguito, frequenti occasioni di replicare il fattaccio, grazie soprattutto alle sue macchinazioni, specialmente in casa, quando la madre e le sorelle andavano fuori in visita, cosa che lui curava con attenzione tale da non mancarla mai; sapendo lui sempre in anticipo quando loro uscivano, e quando non poteva perciò mancare di pescarmi sola, in tutta sicurezza, noi potemmo occupare con i nostri dissoluti piaceri la metà circa di un anno; e, tuttavia, cosa che mi dette la maggior contentezza, io non rimasi incinta.
Ma prima che trascorresse quel mezzo anno, il fratello minore, che ho già nominato al principio del racconto, si mette a darsi da fare con me; trovandomi sola in giardino una sera, comincia a farmi una storia dello stesso genere, mi fa oneste dichiarazioni, belle e buone, d’amore, e, insomma, mi chiede schiettamente e rispettosamente di sposarlo, e ciò prima d’avermi fatto proposte d’altro genere.
Io ne fui sconvolta, ridotta ad estremi mai visti, almeno mai da me. Rifiutai la sua proposta con ostinazione, e cominciai ad armarmi di argomenti vari. Gli misi di fronte la disparità dell’unione; il trattamento che avrei dovuto affrontare nella sua famiglia; l’ingratitudine che sarebbe stata nei confronti dei suoi bravi genitori che mi avevano accolto in casa con idee così generose quando io ero in così umile condizione; e insomma tutto quel che riuscii a pensare per distoglierlo dal suo proposito glielo dissi, meno che narrargli la verità, la quale sola avrebbe di certo posto fine alla cosa, ma io non pensai nemmeno di farne parola.
Ma si verificò allora un nuovo fatto, che io proprio non mi aspettavo, e che mi mise nei guai; infatti, quel giovane gentiluomo, leale e onesto com’era, non voleva da me altro che non fosse tale; e, fondandosi sulla propria innocenza, non si preoccupava affatto di tener segreto in casa, come faceva invece il fratello, il debole che aveva per la signorina Betty. E, pur senza dire agli altri che me ne aveva parlato, tuttavia disse abbastanza da far sì che le sorelle si accorgessero che era innamorato di me, e anche la madre lo capì, e di questo, anche se non ne fecero mostra con me, parlarono a lui, e presto mi accorsi che il loro contegno nei miei confronti era mutato, come mai era prima accaduto.
Vidi la nube, ma non previdi la tempesta. Era facile, dico, notare che il loro contegno nei miei confronti era mutato, e che le cose andavano ogni giorno di male in peggio; finchè ebbi da uno della servitù l’informazione che, dia poco, mi sarebbe stato chiesto di far fagotto.
Non fui spaventata dalla notizia, perchè avevo piena assicurazione che sarei stata altrimenti mantenuta; e soprattutto considerando che avevo ogni giorno buoni motivi per attendermi di rimanere incinta, e allora il fagotto sarei stata costretta a farlo senza poter accampare pretesa alcuna.
Qualche tempo dopo, il signorino più giovane colse l’occasione per dirmi che la simpatia che lui provava per me era trapelata in famiglia. Lui non ne faceva colpa a me, disse, perchè sapeva benissimo com’era saltata fuori. Disse che la causa era stata il suo modo schietto di parlare, poichè lui non aveva tenuto segrete, come avrebbe potuto, le sue attenzioni per me, e la ragione era che lui era pronto, se io acconsentivo a prenderlo, a dire con la massima chiarezza a tutti loro che lui mi amava e che voleva sposarmi; e che era vero che suo padre e sua madre potevano prendersela, ed essere contrari, ma lui ormai aveva già di che vivere, perchè era avviato alla professione legale, e non aveva nessun timore di non poter mantenere me con l’agio che mi competeva; che, infine, poichè lui pensava che io non avrei voluto vergognarmi di lui, così era deciso lui a non doversi vergognare di me; e avrebbe terribilmente sdegnato possedere, fin d’ora, me che aveva invece deciso di possedere quando sarei stata sua moglie; e perciò io non dovevo far altro che concedergli la mia mano, e a tutto il resto avrebbe pensato lui.
Ero adesso davvero in una situazione tremenda, e mi pentii sinceramente d’essere stata così facile con il fratello maggiore, e non per considerazioni di coscienza, ma in vista della felicità che avrei avuto la possibilità di afferrare, e che era divenuta ora impossibile; poichè, anche se non mi trovavo a lottare, come ho detto, contro troppi scrupoli di coscienza, tuttavia non sapevo pensare di poter essere la puttana di un fratello e la moglie dell’altro. Mi venne in mente che il primo fratello aveva promesso di sposarmi quando sarebbe entrato in possesso dei suoi averi; e subito ricordai quel che avevo spesso pensato, che lui non aveva più detto una parola di farmi sua moglie, dopo avermi conquistata come amante; e in verità, fino a quel momento, sebbene come dico ci avessi pensato spesso, pure la cosa non mi aveva dato nessuna noia, visto che lui non aveva minimamente l’aria di ridurre il suo affetto per me, e non riduceva nemmeno la sua generosità, sebbene fosse così prudente da non volere che io spendessi in abiti nemmeno un soldo di quanto mi dava, nè che facessi il minimo sfoggio speciale, perchè questo avrebbe fatalmente provocato sospetti in famiglia, dato che tutti sapevano che io sarei potuta arrivare a cose del genere non per via normale, ma solo per mezzo di una relazione intima, che subito potevano immaginare.
Ma ora ero in un grande guaio, e veramente non sapevo che fare. La principale difficoltà era questa: il fratello minore non solo mi poneva l’assedio da vicino, ma lo lasciava capire. Entrava in camera della sorella e della madre, si sedeva e diceva mille cose di me, e a me, perfino in faccia a loro, e quando c’erano tutti. La cosa divenne così pubblica che tutta la casa ne parlò, e sua madre lo rimproverò, e il loro modo di trattarmi presto mutò radicalmente. La madre si lasciò scappare certe frasi, come se avesse in mente di farmi uscire dalla famiglia; vale a dire, in parole chiare, mettermi alla porta. Ora, io ero sicura che la faccenda non poteva essere un segreto per il fratello maggiore, benchè costui non potesse immaginare, al pari per la verità di tutti gli altri, che il fratello minore mi si era apertamente dichiarato; ma poichè mi era facile capire che la storia aveva un seguito, capii pure che era assolutamente il caso che io ne parlassi a lui, oppure che lui ne parlasse a me; ma non sapevo da quale delle due cose incominciare, se aprire il discorso io o lasciarlo da aprire a lui.
Dopo seria riflessione, poichè in verità incominciavo a prendere le cose sul serio, come mai avevo fatto fino a quel momento, dopo seria riflessione, dicevo, decisi di parlarne io per prima e non passò molto tempo che mi si presentò l’occasione, in quanto proprio il giorno dopo il fratello minore andò a Londra per affari suoi, e il resto della famiglia si recò come altre volte a far visite; e, come andava sempre a finire in quei casi, lui venne secondo il suo solito a passare un paio d’ore con la signorina Betty.
Quando fu giunto e se ne fu stato un po’ seduto, si accorse facilmente che c’era un mutamento nel mio contegno, che non ero disinvolta e simpatica com’era mia abitudine, e che, in particolare, avevo pianto; non restò a lungo senza rendersene conto e mi chiese in modo molto gentile che cosa c’era, e se qualcosa mi turbava. Avessi potuto, ne avrei fatto a meno; ma non era cosa che si potesse nascondere; così, dopo aver subito molte insistenze per farmi tirar fuori quel che desideravo tanto rivelare, gli dissi che era vero che qualcosa mi turbava, ed era cosa di tal natura che non potevo nascondergliela, e al tempo stesso non sapevo nemmeno come dirgliela; era cosa che mi aveva non soltanto meravigliata, ma anche sbalordita, e io non sapevo che partito prendere, a meno che me lo indicasse lui. E lui, con molta dolcezza, mi disse che, qualsiasi cosa fosse, io non dovevo farmene un cruccio, perchè c’era lui a difendermi dal mondo intero.
Io cominciai un po’ da lontano, e gli dissi che avevo paura che le signore avessero avuto qualche informazione segreta sulla nostra relazione; era facile, infatti, accorgersi che il loro comportamento verso di me era mutato da tempo, e le cose erano ora al punto che, di frequente, loro mi facevano colpa di qualcosa, e alle volte si mettevano decisamente contro di me, benchè io non avessi mai dato loro il minimo pretesto; e mentre ero avvezza a dormire con la maggiore delle sorelle, di recente mi avevano messa a dormire da sola, o con una delle cameriere; e più di una volta le avevo sentite che parlavano di me in modo molto poco gentile; ma quel che confermava tutto ciò, era che una delle serve mi aveva riferito di aver sentito dire che io ero da mandar via, e che non era prudente per la famiglia che io stessi ancora per troppo tempo in casa.
Lui sorrise quando sentì questo, e io gli chiesi come poteva prenderla tanto alla leggera, dal momento che doveva per forza capire che, se si scopriva qualcosa, io ero finita per sempre, e la cosa poteva recar danno anche a lui, pur senza rovinarlo come me. Gli gettai addosso che era uguale a tutti gli altri del suo sesso, che quando di una donna hanno alla mercè la reputazione e l’onore il più delle volte ci scherzano sopra, o almeno le reputano sciocchezze, e stimano cosa di nessun conto la rovina di chi hanno adoperato come gli pareva.
Lui mi vide bollente e decisa, e cambiò subito stile; disse che gli doleva che io avessi un tale concetto di lui; non me ne aveva mai dato il minimo motivo, s’era preoccupato della mia reputazione, quanto poteva preoccuparsi della sua; era sicuro che la nostra relazione era stata manovrata con prudenza tale che nessuna persona della famiglia poteva averne il benchè minimo sospetto; se aveva sorriso mentre io gli rivelavo i miei pensieri, l’aveva fatto per la conferma che di recente aveva avuto, che cioè l’intesa fra noi non era affatto a quel modo conosciuta nè sospettata; e quando mi avrebbe detto quali motivi aveva per essere tranquillo, io certo avrei sorriso come lui, perchè era sicuro di potermi dare completa soddisfazione.
Questo è un mistero che non riesco a capire,” dico io, “e non capisco nemmeno perchè dovrebbe essere una soddisfazione per me essere messa alla porta. Se la nostra relazione non è stata scoperta, io non capisco che altro ho fatto per far mutare il contegno di tutta la famiglia nei miei riguardi, e indurli a trattarmi come adesso fanno, loro che prima mi dimostravano tanta tenerezza, come fossi stata una figlia.”
“Guarda, bambina,” dice lui, “che loro siano inquieti a tuo proposito, questo è vero; ma che abbiano il minimo sospetto della faccenda come sta, e come riguarda me e te, è lontano dal vero al punto che loro sospettano di mio fratello Robin; e, insomma, sono assolutamente convinti che lui sia il tuo innamorato; anzi, è stato proprio quello sciocco a metterglielo in testa, perchè in continuazione li provoca con questa storia, e si fa giudicare un pagliaccio. Io penso, lo confesso, che lui fa male a farlo, perchè non può non accorgersi che li irrita, e li mette contro di te; ma questa per me è una soddisfazione, per la conferma che mi dà del fatto che loro non sospettano affatto di me, e io spero che sia una soddisfazione anche per te.”
“Sì, lo è,” dico io, “per un verso; ma non riguarda affatto il caso mio, e non è questa la cosa principale che mi turba, benchè anche di questo io mi sia preoccupata.”
“E che cos’è, allora?” dice lui. Al che io scoppiai in lacrime e non riuscii a dirgli più niente. Lui fece ogni sforzo per calmarmi come meglio potè, poi prese ad insistere molto perchè gli dicessi che cos’era. Alla fine io gli risposi che pensavo di doverlo raccontare anche a lui, e che lui aveva il diritto di saperlo; inoltre, volevo un suo indirizzo sul caso, perchè mi trovavo in un tale imbarazzo che non sapevo che strada prendere; e così gli riferii l’intera faccenda. Gli dissi quanto imprudentemente si era comportato il fratello, esponendosi in tal modo in pubblico, poichè se l’avesse fatto in segreto, come per tali cose si dovrebbe, io avrei potuto dirgli nettamente di no, senza darne nessuna spiegazione, e lui col tempo avrebbe cessato le insistenze; ma lui aveva avuto la presunzione, in partenza, di illudersi che io non gli avrei detto di no, e poi si era preso la liberdi far conoscere la sua intenzione di sposarmi alla famiglia intera.
Gli dissi fino a che punto io avevo resistito, e gli dissi quanto sincere e rispettose erano state le sue profferte. “Ma,” dico, “il mio caso sarà due volte difficile; infatti, come ora ce l’hanno con me, perchè lui mi vuole, più ancora ce l’avranno con me quando scopriranno che gli ho detto di no; e diranno subito che c’è sotto qualcos’altro, e verrà fuori che sono già maritata a un altro, altrimenti non rifiuterei una unione, come questa, tanto più in alto di me.”
Questo discorso lo sorprese in verità moltissimo. Mi disse che era davvero un punto critico quello che io dovevo affrontare e lui non vedeva come potevo venirne fuori; ma ci avrebbe riflettuto su, e mi avrebbe detto, la prima volta che ci saremmo visti, a che decisione era giunto; e nel frattempo voleva che io non dessi il mio consenso a suo fratello, e nemmeno che gli dicessi un no secco, ma che lo tenessi per un po’ in sospeso.
Io feci un salto quando lui mi disse di non dare il mio consenso a suo fratello. Gli dissi che lui sapeva benissimo che io non avevo nessun consenso da dare; lui si era impegnato a sposarmi, e da quello stesso attimo il mio consenso era impegnato per lui; lui mi aveva sempre detto che io ero sua moglie; e io stessa mi consideravo in effetti tale, come se ci fosse stata la cerimonia; e dalla sua bocca stessa scendeva che io mi portassi così, poichè lui mi aveva sempre persuaso a chiamarmi moglie sua.
“Bene, mia cara,” dice lui, “non preoccupartene adesso; se non sono tuo marito, sarò per te come un marito; e non lasciare che queste cose ti turbino adesso, ma lasciami guardare un po’ più a fondo nella faccenda, e, la prossima volta che ci vediamo, saprò dirti di più.”
Con ciò mi tranquillizzò meglio che poteva, ma io notai che era molto pensieroso e che, sebbene fosse molto tenero con me, e mi baciasse mille volte, e credo anche di più, e mi desse anche del denaro, tuttavia non tirò fuori altro per tutto il tempo che stemmo insieme, che furono più di due ore, della qual cosa io per la verità molto mi stupii quella volta, sapendo come andava di solito, e che occasione avevamo.
Per cinque o sei giorni il fratello non tornò da Londra, e passarono altri due giorni prima che lui trovasse l’occasione di parlargli; ma poi, prendendolo in disparte, cominciò a parlargli a fondo della cosa, e la sera stessa ebbe occasione di riferirmi (avemmo infatti un lungo incontro) tutta la loro conversazione, che era stata, fin dove posso ricordare io, come segue. Lui gli disse che, dopo la sua partenza, aveva udito curiose notizie sul conto di lui, vale a dire che era innamorato della Betty.
“Già,” dice il fratello, prendendosela subito, “così è. E con questo? Chi ha da impicciarsene?”
“Via,” dice l’altro, “non te la prendere, Robin; io non dico di dovermene impicciare, e nemmeno me la prendo con te per questo; ma so che loro se ne occupano, si sono messe per questo motivo contro quella povera ragazza, e a me dispiace come se lo facessero a me.”
“Chi intendi per loro?” dice Robin.
“Intendo la mamma e le nostre sorelle,” dice il fratello maggiore.
“Ma ascolta,” dice, “fai proprio sul serio? Davvero ami la ragazza? Lo sai che puoi parlar franco con me.”
“Ebbene, allora,” dice Robin, “parlerò franco: l’amo più di qualsiasi donna al mondo, e l’avrò, dicano pur loro, o facciano, quel che gli pare. Io suppongo che la ragazza non mi dirà di no.”
A sentirgli dir questo mi si strinse il cuore, perchè, anche se era più che ragionevole supporre che io non gli dicessi di no, io però sapevo che in coscienza dovevo dir di no, e vedevo la mia rovina nell’esser costretta ad agire così; ma sapevo che era interesse mio in quel momento parlare altrimenti, e perciò lo interruppi nel suo racconto a questo modo.
“Ah,” dissi, “lui suppone che io non sappia dirgli di no? Ma si accorgerà che so dirgli di no, se è per questo.”
“Sì, cara,” dice lui, “ma lasciami dirti tutta la storia, com’è andata tra noi, e poi di’ quello che vuoi.”
Allora proseguì e mi disse di aver risposto a questo modo: “Ma, fratello, tu sai che lei non ha nulla, mentre tu potresti pigliarti una moglie fra quelle che hanno grandi fortune.”
Questo non è il punto,” disse Robin; “io amo quella ragazza, e se mi sposo lo faccio per il cuore, non per la tasca.”
“E così, mia cara,” conclude lui, “non vale contraddirlo.”
“Sì, sì,” dico io, “vedrete che io lo contraddico; adesso ho imparato a dire di no, anche se non l’avevo imparato prima; se adesso il più grande signore del paese mi chiedesse in moglie, io sarei capace di dirgli allegramente no.”
“Sì, ma, mia cara,” lui dice, “a lui che cosa potrai dire? Tu sai già, come dicesti l’altra volta che ne parlammo, che lui ti farà un monte di domande e tutti in casa si chiederanno che vuol dir questa storia.”
“Già,” dico io con un sorriso, “ma io posso chiudere di colpo la bocca a tutti, dicendo a lui, e a tutti loro, che sono già maritata al suo fratello maggiore.”
Anche lui fece un lieve sorriso, a quella frase, ma io vidi che le mie parole l’avevano sbalordito, e che non riusciva a celare la costernazione in cui lo gettavano. Rispose, comunque: “Già, anche se questo in un certo senso può essere vero, io tuttavia suppongo che tu voglia soltanto scherzare quando parli di dare una risposta simile; potrebbe non essere opportuno, da molti punti di vista.”
“Ma no,” dico io, tutta gentile, “non vorrei mai che il segreto si scoprisse senza il tuo consenso.”
“Ma che cosa, allora, potrai dire a lui, o a loro,” dice lui, “quando ti troveranno risoluta contro una unione che, in apparenza, è tanto a vantaggio tuo?”
“Ma allora,” dico io, “dovrei rimetterci io? Prima di tutto io non ho l’obbligo di dar loro nessuna spiegazione; e poi, posso dire che sono maritata e far punto lì: e sarà un punto fermo anche per lui, perchè dopo ciò non avrà più motivo di farmi una sola domanda.”
“Ah,” dice lui, “ma allora la famiglia intera ti strapperà i panni di dosso, a cominciare da mio padre e da mia madre, e se tu ti ostinerai a rifiutarti di rispondere, loro se l’avranno a male e, per di più, si metteranno in sospetto.”
“Ma,” dico io, “che cosa posso fare? Che cosa vorresti tu che io facessi? Alle strette c’ero già abbastanza, ero già abbastanza piena di dubbi. Se ti ho informato sulle circostanze, l’ho fatto per avere il tuo consiglio.”
A questo, mia cara,” dice lui, “ho dedicato lunghe riflessioni, puoi credermi, e benchè sia un genere di consiglio che comporta per me un monte di umiliazioni; e che può alle prime apparirti stravagante, tuttavia, tutto considerato, io non vedo per te via migliore di lasciarlo insistere; e, se trovi che è sincero e fa sul serio, sposarlo.”
A quelle parole, lo guardai con orrore, diventai pallida come la morte, e fui sul punto di sprofondare dalla sedia dov’ero seduta; lui fa un salto e, “Mia cara,” esclama, “che cos’hai, che cosa ti prende?” e un monte di cose del genere; e, a forza di scuotermi e chiamarmi per nome, mi fece tornare abbastanza in me, anche se ci volle un po’ di tempo prima che riprendessi del tutto i sensi, e ancora per molti minuti non fui capace di parlare.
Appena mi fui ripresa del tutto, lui ricominciò. “Mia cara,” dice, “che cosa ti ha sorpreso tanto, di quel che ti ho detto? Sei in grado di riflettere seriamente? Tu vedi con chiarezza su che posizioni si trova la mia famiglia in questa storia, e se la storia riguardasse me uscirebbero pazzi, come già succede per mio fratello; e io lo so che sarebbe la mia rovina, e anche la tua.”
“Ah,” dico io, con la voce ancora piena di collera, “così davanti alla disapprovazione della famiglia crollano tutte le tue promesse e tutti i tuoi giuramenti? Non te l’ho sempre detto io? E tu invece non davi retta, come se tu fossi al di sopra di questo, potessi non badarci; e adesso ci siamo arrivati,” dissi. “Sono questi il tuo onore e la tua fedeltà, è questo il tuo amore, è questa la serietà delle tue promesse?”
Lui si mantenne assolutamente calmo, nonostante tutti i miei rimproveri, e sì che io non ne facevo affatto economia; ma alla fine rispose: “Cara mia, finora io non ho mancato con te nemmeno a una sola promessa; ti dissi che ti avrei sposato quando sarei entrato in possesso dei miei averi; ma tu sai che mio padre è un uomo sano e robusto, che può vivere ancora trent’anni senza passare l’età di tanti altri che si vedono in giro per la città; nè tu mi hai chiesto mai di sposarti prima, perchè sai che sarebbe la mia rovina; e per tutto il resto io non mi sono mai tirato indietro, a te non è mai mancato nulla.”
Di questo non potevo negare una parola, e non avevo, in complesso, nulla da replicare. “Ma allora,” dico, “come puoi, se non mi lasci tu, persuadermi a compiere un passo così orribile, qual è quello di lasciarti io? Non ammetti l’esistenza dell’amore mio? Fu grande soltanto il tuo? Io non ti ho forse ripagato? Non ti ho dato prova della mia sincerità, della mia passione? Non vale il sacrificio che per te ho fatto dell’onore e del pudore a dimostrare che mi legano a te vincoli tanto forti che non si possono infrangere?”
“Ma tu adesso, cara mia,” dice lui, “hai la possibilità di arrivare a una posizione sicura, e trovarti d’un tratto in onore e grandezza, e il ricordo di quel che ci fu tra noi può restare avvolto in un silenzio eterno, come se mai fosse stato; tu avrai sempre il mio rispetto e il mio affetto sincero, ma sarà cosa onesta e assolutamente leale per mio fratello; tu sarai la mia cara sorella come adesso sei la mia cara…” e qui si fermò.
La tua cara puttana,” dico io, “questo avresti detto se fossi andato avanti, e avresti avuto ragione di dirlo; ma io ti capisco. Però vorrei che tu ricordassi i lunghi discorsi che mi facevi e la pena che per tante ore ti prendevi per persuadere me a considerarmi una donna onesta: ero tua moglie nell’intenzione, anche se non agli occhi del mondo, ed era in effetti uguale a un matrimonio quel che era accaduto fra noi, come se fossimo stati sposati pubblicamente dal pastore della parrocchia, tu sai e non puoi non ricordare che furono queste, con me, le tue precise parole.”
Mi accorsi che questo era un po’ duro per lui e perciò la girai come segue. Lui era impietrito, per un pezzo non disse nulla, e io proseguii a questo modo: “Tu non puoi,” dico, “credere, senza ingiustizia somma, che io cedetti a quelle insistenze senza amore: amore al didi ogni problema, amore destinato a non crollare qualsiasi cosa dovesse poi avvenire. Se tu hai un’opinione così cattiva di me, io devo domandarti quale ragione con la mia condotta ti ho dato di pensarlo.
“Se, dunque, io ho ceduto alla forza del mio affetto, se ho accettato di considerarmi, nella realtà e nella sostanza del fatto, moglie tua, dovrò dire adesso che tutti quei discorsi erano bugie, e dovrò considerarmi la tua puttana, o la tua, che è lo stesso, amante? E tu mi passerai a tuo fratello? Puoi passargli il mio affetto? Puoi propormi di smettere di amare te e impormi di amare lui? Posso io, secondo te, fare a richiesta un mutamento simile? No, signor mio,” dissi, “stai pur certo che non è possibile, e qualunque cambiamento vi sia da parte tua, io rimarrò sempre la stessa; e, se a questo triste punto si doveva arrivare, meglio essere la tua puttana che la moglie di tuo fratello.”
Lui, per effetto dell’ultima frase, si mostrò contento e commosso, disse che lui non cambiava idea; ancora non era venuto meno, disse, nemmeno a una sola delle promesse che mi aveva fatto, ma della mia storia tanti terribili aspetti gli erano così evidenti, soprattutto al riguardo mio, che lui aveva visto nell’altro il rimedio più efficace. Pensava che non sarebbe stata una separazione assoluta, potevamo volerci bene come amici per tutta la vita, e forse, chissà, anche con maggiore soddisfazione di quel che ci toccava nella situazione presente; per certo io non avevo nulla da temere da lui, per esempio che tradisse un segreto il quale, se veniva fuori, non poteva non essere la rovina di entrambi; lui non aveva da interrogarmi che al riguardo di una cosa sola, l’unica capace di essere un ostacolo su quella via; e se la risposta a quella domanda era no, lui non poteva non restar fermo all’idea che per me l’unico passo da compiere fosse quello.
Immaginai subito la sua domanda, ovvero: ero sicura di non aspettare un figlio? Per quello gli dissi che non doveva preoccuparsi, non aspettavo figli.
“E allora, mia cara,” dice lui, “adesso non abbiamo più tempo per discorrerne. Pensaci, riflettici bene; io non posso non essere sempre dello stesso parere, che quella è la miglior strada che tu puoi prendere.” E con questo si congedò, tanto più in fretta in quanto la madre e le sorelle suonarono al cancello proprio nel momento in cui lui si alzava per andarsene.
Mi lasciò nella più grave confusione di idee; se ne accorse facilmente il giorno dopo e per tutto il resto della settimana, poichè era stato soltanto il martedì sera che avevamo parlato; ma lui non ebbe occasione di venire da me per tutta la settimana, fino alla domenica seguente, quando io, sentendomi poco bene, non andai in chiesa, e lui, trovando una scusa adatta, rimase in casa.
Quella volta mi ebbe di nuovo da sola per un’ora e mezzo, e ricademmo da capo nelle stesse identiche discussioni, o almeno tanto simili che non vale la pena di riferirle. Alla fine io gli chiesi con veemenza che opinione aveva del mio pudore se pensava che io potessi soltanto ammettere l’idea di coricarmi con due fratelli, e gli assicurai che ciò non sarebbe avvenuto mai. Aggiunsi che, avesse anche lui minacciato di non vedermi più, cosa di cui solo la morte era per me più tremenda, io non avrei tuttavia accettato mai un’idea così disonorevole per me e così abbietta da parte sua; e perciò lo supplicai se aveva ancora un briciolo di rispetto e di affetto per me, che non mi parlasse più di quello, o sguainasse la spada e mi uccidesse. Lui apparve sorpreso dalla mia ostinazione, così la chiamò; disse che in ciò ero ingiusta con me e ingiusta con lui; era una crisi inattesa per entrambi, nessuno di noi due avrebbe potuto prevederla, ma lui per salvarci entrambi dalla rovina non vedeva altra via, e di conseguenza trovava tanto più ingiusto il mio modo di fare ma, se di quello non doveva parlarmi più, aggiunse con insolita freddezza, non sapeva di che altro potevamo parlare; e così si alzò per prendere congedo… Mi alzai anch’io, come con pari indifferenza; ma, quando lui venne a darmi una specie di bacio di commiato, scoppiai in una tale crisi di pianto che, pur cercando di parlare, non vi riuscivo, e gli stringevo la mano, come per dirgli addio, e non facevo che piangere molto forte.
Lui visibilmente si commosse per questo; così tornò a sedersi e mi disse un monte di cose gentili per farmi superare il punto peggiore della crisi; ma da capo affermò che era necessario quel che mi aveva consigliato; assicurandomi anche che, se io rifiutavo, avrebbe continuato lui a provvedere per me; ma mi lasciò chiaramente capire che non mi avrebbe più voluta per la cosa principale… e, cioè, per amante, appunto; si faceva un punto d’onore di non giacere con la donna che, come lui non poteva ignorare, aveva la possibilità di arrivare a essere la moglie di suo fratello.
La sola perdita dell’innamorato non mi dava dolore quanto la perdita della sua persona fisica, che in verità io amavo alla follia, nè quanto la perdita di tutte le ragioni che avevo avuto per aspettarmi di averlo un giorno per marito, e sulle quali avevo fondato ogni mia speranza. Queste cose mi sconvolsero a tal punto la mente che, in breve, caddi gravemente ammalata; in una parola, le angosce dello spirito mi fecero venire la febbre alta, e tanto durò che in casa tutti disperavano della mia salvezza.
Mi ridussi davvero male, spesso deliravo e vaneggiavo; ma nulla mi era così presente quanto la paura di poter dire, nei miei vaneggiamenti, una cosa o un’altra che riuscissero di pregiudizio a lui. Io ero sconvolta di mente anche per la smania di vedere lui, e lui per veder me, perchè in realtà mi amava con grandissima passione; ma non si potè; non vi fu per nessuno dei due la minima possibilità di desiderarlo, e tanto meno di farlo con decenza.
Quasi cinque settimane rimasi a letto, e benchè la febbre alta in capo a tre settimane fosse passata, tuttavia tornò a salire diverse volte; i medici dissero un paio di volte che non potevano far nulla per me, ma dovevano lasciar combattere fra loro la natura e la malattia, limitandosi a rinforzare la prima con dei cordiali per farle continuare la sua lotta. Passate cinque settimane, cominciai a star meglio, ma ero così debole, così trasformata, così malinconica, e mi rimettevo così lentamente che i medici temettero che io mi ammalassi di consunzione; e il peggio fu che a loro dire la mia mente era oppressa, qualcosa mi turbava, insomma ero innamorata. Dopo questo, tutta la famiglia si mise a studiarmi, a insistere perchè dicessi se ero innamorata o no, e di chi; ma io, meglio che potei, negai nel modo più assoluto di essere innamorata.
In proposito ebbero un giorno a tavola una discussione, che stava per scatenare una lite di famiglia, e sulle prime così sembrò. Capitò che erano a tavola tutti, meno il padre; io ero ammalata e in camera mia. All’inizio del discorso, quando ebbero terminato di far colazione, la vecchia signora, che mi aveva inviato qualcosa da mangiare, dette ordine alla cameriera di salire a sentire se ne volevo ancora; la cameriera tornò giù con la notizia che io non avevo mangiato nemmeno la metà di quel che m’avevano mandato prima.
“Ahimè,” dice la vecchia signora, “povera ragazza, ho paura che non si rimetta più.”
“Già,” dice il fratello maggiore, “e come potrebbe rimettersi? Si dice che sia innamorata.”
Io non ci credo affatto,” dice la vecchia signora.
Io non so che dire,” dice la sorella maggiore. “S’era fatto tanto chiasso sulla sua bellezza, sul suo fascino e su non so che, e in maniera che lei sentisse tutto, per giunta, che la povera ragazza ha perso la testa, secondo me. Chissà quali fissazioni possono formarsi in un cervello per una cosa simile. Per parte mia, non so proprio che dire.”
“Devi però riconoscere, sorella, che è molto bella,” dice il fratello maggiore.
“Certo, molto più bella di te, sorella,” dice Robin, “ed è questo che ti dà fastidio.”
“Macchè, non è quello il problema,” dice la sorella. “La ragazza è già abbastanza carina, e lo sa già abbastanza da sè, non ha bisogno che glielo dicano, per darsi le arie.”
“Non stiamo discutendo se si dà le arie,” dice il fratello maggiore, “ma se è innamorata; forse è innamorata di se stessa; pare che mia sorella la pensi così.”
“Vorrei che fosse innamorata di me,” dice Robin. “Farei presto a farle passare la malattia.”
“Che cosa vuoi dire, figliolo?” dice la madre. “Che modo di parlare è questo?”
“Ma, signora madre,” dice Robin, schietto, “pensi che io lascerei morire d’amore la povera ragazza, e proprio per uno che è così a portata di mano?”
“Vergogna, fratello,” dice la seconda sorella. “Che modo di parlare è il tuo? Tu sposeresti una che non ha un quattrino di dote?”
“Se non ti dispiace, piccola,” dice Robin, “è una dote la bellezza, e se c’è anche il buon umore la dote è doppia. Io auguro a te di avere in dote metà di quel che ha lei.” E così, quella tacque.
A me pare,” disse la sorella maggiore, “che se non è innamorata la Betty, è innamorato mio fratello. Chissà se ha già aperto il suo cuore alla Betty. Garantisco che lei non dirà di no.”
“Quelle che dicono di sì quando vengono richieste,” dice Robin, “sono un gradino più in su di quelle che non sono mai state richieste, e due gradini più in su di quelle che dicono di sì prima di essere state richieste; eccoti la risposta, sorella.”
La sorella s’infuriò, fu presa dall’indignazione, e disse che le cose erano arrivate a un punto tale che era tempo che la donzella, cioè io, fosse messa fuori di casa; e, se adesso non era in condizioni da esser messa fuori, lei sperava però che suo padre e sua madre ci volessero pensare non appena sarebbe stato possibile trasportarla.
Robin rispose che la cosa riguardava il capofamiglia e la padrona di casa, i quali non avevano bisogno di lezioni da chi aveva così poco giudizio come la sua sorella maggiore.
Andò avanti un bel pezzo; rimbrotti della sorella, repliche e frizzi di Robin, ma chi perse terreno in famiglia fu la povera Betty. Quando io lo seppi feci un gran pianto, e la vecchia venne su da me perchè le avevano detto che io me l’ero presa molto. Io mi lamentai con lei, dissi che era stato cattivo da parte dei dottori farmi quel rimprovero, più cattivo ancora se si pensava qual era la mia condizione in famiglia; speravo di non aver fatto nulla per far diminuire la sua stima per me, nè per far bisticciare i fratelli e le sorelle, e più che a trovar l’amore dovevo pensare a trovarmi una cassa da morto, e la supplicai di farmi colpa degli errori miei, non di quelli degli altri.
Lei trovò ragionevole quel che dicevo e mi disse che, per il chiasso che avevano fatto e per il modo tortuoso in cui il suo figlio minore aveva parlato, voleva da me una prova di fiducia, una risposta sincera a una sola domanda. Io le promisi di farlo, con tutto il cuore, nel modo più semplice e sincero. Bene, la domanda era se c’era qualcosa tra suo figlio Robert e me. Io, con l’accento di maggior sincerità che riuscii a trovare, e in fondo dicevo il vero, dissi che no, non c’era, non c’era mai stato. Le dissi che il signorino Robert aveva fatto il burlone e il tortuoso, come lei sapeva che era sua abitudine, e che io avevo preso le sue per chiacchiere strampalate prive di senso. Di nuovo le assicurai che non c’era fra noi la più piccola briciola di quel che pensava lei. Chi l’aveva insinuato aveva fatto molto male a me e nessun bene al signorino Robert.
La vecchia fu tutta contenta, mi baciò, mi parlò con allegria, mi disse di badare alla mia salute e di non pensare ad altro, e se ne andò. Ma, scesa giù, trovò il figlio e tutte le figlie che si stavano prendendo per i capelli. Erano furibonde, scalmanate, perchè lui le aveva prese in giro sul fatto che erano così casalinghe, non avevano mai innamorati, non avevano avuto ancora proposte di matrimonio, e quasi eran loro che si azzardavano a proporsi. Lui le stuzzicava sull’argomento della signorina Betty; quant’era graziosa, e spiritosa, e come cantava e ballava meglio di loro, e quanto era più bella; e intanto non rinunciava a nessuna cattiveria che potesse dispiacer loro, e per la verità ci andava un po’ pesante. La vecchia arrivò giù nel colmo della disputa, disse basta, raccontò a tutti la conversazione che aveva avuto con me, e come avevo risposto io, e che fra me e il signorino Robert non c’era niente.
“Qui sbaglia,” Robin dice, “è proprio perchè una cosa c’è che non siamo insieme come sarebbe possibile. Io gliel’ho detto, che l’amo immensamente,” dice, “ma non sono mai riuscito a far capire a quella bambola che parlo sul serio.”
“Non saprei come potevi riuscirci,” dice la madre. “Nessuna persona di senno ti avrebbe preso sul serio, sentendoti parlare così a una povera ragazza, la cui condizione conosci tanto bene anche tu.
“Ma scusa, figlio mio,” continua, “se mi dici che non sei riuscito a convincere lei che parli sul serio, che cosa dobbiamo pensare noi? Tu ti arrampichi tanto, quando parli, che non si sa mai se fai sul serio o se scherzi; ma siccome la ragazza, a mio parere, e come tu stesso ammetti, ha risposto con sincerità, io vorrei che lo facessi anche tu, e mi dicessi seriamente, che io possa regolarmi: c’è o non c’è qualcosa? Sei impazzito, insomma, oppure no? È una domanda seria, questa, vorrei che tu fossi chiaro con noi.”
In fede mia, signora mamma,” dice Robin, “è inutile minimizzare e dire altre bugie. Io parlo seriamente, come uno che sta per essere impiccato. Se la Betty dice che mi ama e che mi vuol sposare, io domattina presto la prima cosa che faccio, invece di far colazione, me la sposo, e dico “ce l’ho e me la tengo”.”
“Così,” dice la madre, “si perde un figlio.” Lo disse con un tono di voce molto lugubre, come chi è molto addolorato.
“Spero di no, signora mamma,” dice Robin. “Nessuno si perde, se una brava moglie lo trova.”
“Sì, ma, bambino,” dice la vecchia, “quella è una pezzente.”
“E allora, signora mamma, tanto più ha bisogno di carità,” dice Robin. “La toglierò dalle cure della parrocchia, e lei e io ce ne andremo insieme a mendicare.”
“Non si scherza su queste cose,” dice la madre.
“E io non scherzo, mamma,” Robin dice. “Verremo a chiedere il tuo perdono, mamma, la tua benedizione, e quella di papà.”
È sbagliata la strada, ragazzo,” dice la madre. “Se parli sul serio, sei impazzito.”
Ho paura di no,” dice lui, “ho davvero paura che lei mi dirà di no. Dopo tutte le urla e tutta l’arroganza delle mie sorelle, non so come farò a convincerla.”
“Bella storia, questa. Lei non è poi uscita di senno. Mica è scema, la Betty,” dice la sorella minore. “Credi proprio che sia più brava delle altre a dir di no?”
“No, signorina Giuliva,” dice Robin, “la Betty non è scema; ma potrebbe avere un altro fidanzato, e allora?”
“Come no,” dice la sorella maggiore, “ma non ne sappiamo nulla. Chi sarà mai? La Betty non esce mai di casa. Perciò dovete vedervela tra voi due.”
Io su questo non ho nulla da dire,” Robin dice, “io sono stato esaminato già abbastanza. C’è mio fratello. Se il dubbio è fra noi due, occupatevi un po’ di lui.”
Questo colpì nel vivo il fratello maggiore, il quale si convinse che Robin aveva scoperto qualcosa. Si guardò tuttavia dal mostrarsi turbato. “Scusa,” dice, “non gettarmi addosso le tue storie; non è il mio genere, te l’assicuro; non ho niente da dire alla Betty, nè a tutte le altre Betty della parrocchia.” Con questo, si alzò e se la squagliò.
“Sì,” dice la sorella maggiore, “garantisco io per mio fratello. Lui sì che sa come si sta al mondo.”
La conversazione finì così, ma lasciò il fratello maggiore un po’ perplesso. Si convinse che suo fratello aveva scoperto tutto, e cominciò a chiedersi se io c’entravo o no; ma, con tutta la sua abilità, non riusciva a trovare il modo di venire da me. Alla fine, preoccupato al limite della disperazione, decise di venirmi a trovare in camera mia, andasse come doveva andare. A tale scopo, si dette da fare finchè un giorno, dopo colazione, vista la sorella salir le scale, le corre dietro e “Senti, sorella,” dice, “dov’è la malata? Non la si può vedere?”
“Sì” dice la sorella, “penso che tu puoi; ma lascia entrare prima me, te lo dirò.” Così corse di sopra e mi avvertì, e subito chiamò lui. “Fratello,” dice, “vieni se vuoi.” Così entrò lui, sempre solenne.
“Così,” dice sulla soglia, entrando, “dov’è l’ammalata innamorata? Come va, signorina Betty?”
Io volevo levarmi dalla poltrona, ma ero tanto debole che per un po’ non vi riuscii; se ne accorse lui, e anche la sorella, che disse: “Su, non fare sforzi per alzarti; mio fratello non vuol complimenti, specie ora che sei così debole.”
“No, no, signorina Betty, ti prego, siedi,” dice lui, e si siede in poltrona proprio di fronte a me, e sembrava tutto contento.
Raccontò un monte di storie curiose alla sorella e a me, su questo e su quello, con l’idea di divertire la sorella, e di quando in quando tornava al vecchio discorso, rivolgendosi a me.
“Povera signorina Betty,” diceva, “è triste essere innamorata; ti ha conciato in modo ben triste.”
Alla fine dissi io qualcosa. “Mi fa tanto piacere vederti, signore,” dico, “ma mi pare che il dottore avrebbe potuto trovar di meglio da fare che divertirsi a spese della sua paziente. Se mi fossi ammalata di un’altra malattia, conosco troppo bene il proverbio, non avrei chiamato il dottore.”
“Che proverbio?” dice lui. “Ah, ora ricordo. Quello che dice

Se l’amore è il vostro male
il dottore poco vale.

Non è questo, signorina Betty?” Io sorrisi e non dissi niente. “Però,” dice lui, “dall’effetto mi pare dimostrato che era proprio amore, visto che il dottore ti è servito a ben poco. Tu guarisci così lentamente, sento; e ho il dubbio che vi sia sotto qualcosa, signorina Betty; ho il dubbio che il tuo male sia di quelli che non si curano, e cioè amore.”
Io sorrisi e dissi: “No davvero, signore, non è questa la malattia che ho.”
Conversammo per un po’ così, dicendo cose che non volevano dir nulla. Più di una volta mi chiese di cantar loro una canzone, al che io sorridendo dissi che era passato per me il tempo delle canzoni. Infine mi domandò se doveva suonar lui il flauto per me; la sorella disse che poteva darmi fastidio, farmi venire mal di testa.
Io chinai il capo e dissi che no, non mi dava fastidio. “Te ne prego, signorina,” dissi, “non proibirglielo; io amo tanto la musica del flauto.”
Allora la sorella disse: “Bene, fratello, fai pure.”
Lui tirò fuori la chiave del suo guardaroba. “Sorella cara,” dice, “io sono così pigro; fai tu un salto fino al mio guardaroba a prendermi il flauto; è nel tal cassetto”, e disse un posto dov’era sicuro che non ci fosse, in modo che lei dovesse stare un po’ a cercarlo.
Appena quella se ne fu andata, lui mi riferì tutta la storia dei discorsi che il fratello aveva fatto al riguardo mio, della stoccata che aveva tirato a lui, e della sua preoccupazione, che era il motivo per cui aveva escogitato di venire a farmi visita. Io gli assicurai che non avevo mai aperto bocca nè con suo fratello nè con nessun altro. Gli dissi in quale spaventoso frangente mi trovavo: il mio amore per lui, e la sua pretesa che dimenticassi quel sentimento per dedicarlo a un’altra persona, mi avevano messa a terra; mille volte avevo desiderato morire piuttosto che guarire per trovarmi a lottare di nuovo contro le stesse circostanze di prima, e proprio quella mia riluttanza a vivere era stata il vero motivo della lentezza della mia guarigione. Aggiunsi che capivo che, appena sarei stata bene, avrei dovuto andarmene di casa, e quanto all’idea di sposare suo fratello, mi ripugnava il solo pensiero dopo quel che c’era stato fra noi, e poteva star certo che suo fratello non l’avrei più nemmeno visto. Se lui infrangeva tutti i voti, i giuramenti, le promesse che m’aveva fatto, la cosa riguardava lui, la sua coscienza e il suo onore; ma non avrebbe mai potuto dire che io, convinta da lui a considerarmi sua moglie e a lasciarmi come moglie adoperare, non ero stata fedele a lui, qualunque cosa fosse lui per me, come una moglie deve.
Lui aveva cominciato a replicare, aveva già detto che gli dispiaceva che io non volessi persuadermi, e stava per dire altro quando sentì la sorella arrivare. La sentii anch’io, ma riuscii a infilare ancora due parole, che cioè non mi sarei mai fatta persuadere ad amare un fratello e a sposare l’altro. Lui scosse la testa e disse: “Allora sono rovinato”, con un tono molto compreso di sè.
In quel momento entrò la sorella e gli disse che non era riuscita a trovare il flauto. “Bene,” dice allora lui allegramente, “questa mia pigrizia proprio non va.” Si alza e va lui a cercarlo, ma ritorna senza; e non perchè non l’avesse trovato, ma perchè aveva la testa un po’ distratta e nessuna voglia di suonare; lo scopo per cui aveva mandato via la sorella, inoltre, l’aveva già raggiunto; l’occasione per parlarmi era tutto quel che voleva, e l’aveva ottenuta, sia pure senza troppa soddisfazione.
Grande fu, invece, la soddisfazione mia d’avergli detto chiaro e tondo, con tutta libertà, il mio pensiero, come ho narrato; anche se non funzionò come io volevo, nel senso cioè di tenermi più stretto lui, tolse tuttavia a lui la possibilità di lasciarmi se non a patto di perdere anche l’onore e rinnegare la sua parola di gentiluomo: che cioè, come tante volte aveva promesso, non mi avrebbe lasciato mai, mi avrebbe sposato appena entrava in possesso dei suoi averi.
Non trascorsero che poche settimane, e io mi rimisi a girare per casa e stavo meglio; ma restavo malinconica, silenziosa, tetra, in disparte; ciò stupiva la famiglia intera, eccetto lui che ne conosceva il motivo. Tuttavia passò molto tempo prima che lui mostrasse di accorgersene, e io che, come lui, non avevo nessuna voglia di aprir bocca, mi comportavo in modo rispettoso nei suoi confronti, ma evitavo di rivolgergli anche una sola parola della minima importanza. Come ero preparata a vedermi mettere da un giorno all’altro fuori di casa, per l’antipatia che mi aveva procurato da parte loro l’altra storia, di cui io non avevo colpa, così ero preparata pure a non sentir più parlare di quel signorino, dopo tutti i suoi giuramenti e le sue solenni promesse, ma ad esser abbandonata alla mia rovina.
Alla fine fui io stessa a compiere in famiglia il primo passo per il mio allontanamento. Un giorno che ero rimasta a parlar seriamente con la vecchia signora della mia situazione al mondo e del fatto che la malattia mi aveva lasciato un peso sul cuore e io non ero più la stessa di prima, la vecchia disse: “Io temo, Betty, che quel che ti dissi a proposito di mio figlio t’abbia impressionata, e che per questo tu sia malinconica. Vuoi, per piacere, se non c’è nulla che non sia per bene, farmi capire come stanno le cose tra voi? Robin, quando gliene parlo, risponde solo con giri di parole e sciocchezze.”
“Sinceramente, signora,” dico io, “le cose stanno non come io vorrei, ma vi dirò tutta la verità, qualunque sorte debba toccarmi. Più volte il signorino Robert mi ha domandato di sposarlo, cosa che io non avevo motivo d’aspettarmi, data la mia misera condizione sociale; ma io gli ho sempre detto di no, forse in modo anche più reciso di quel che dovevo permettermi, dato il rispetto che devo ad ogni membro della vostra famiglia; ma,” dissi, “signora, mai potrei giungere a dimenticare i miei obblighi nei confronti vostri e della vostra famiglia intera, osando consentire a cosa che io so dispiacervi; e questo fu il discorso che feci a lui, dicendogli chiaramente che non avrei mai accettato quell’idea a meno di avere il consenso vostro e quello di suo padre, poichè non mi è possibile sciogliermi dagli obblighi che ho nei vostri confronti.”
È mai possibile, Betty?” dice la vecchia signora. “Dunque sei stata molto più giusta tu di quel che siamo stati noi con te. Io ti vedevo come una trappola per mio figlio, e per questa paura, volevo chiederti di andartene. Ma non te ne avevo ancora parlato perchè mi pareva che tu non stessi completamente bene, temevo di angustiarti troppo o addirittura di farti ammalare di nuovo. Noi tutti, infatti, abbiamo ancora un gran rispetto per te, anche senza poter per questo accettare la rovina di mio figlio. Ma, se le cose stanno come tu dici, ci siamo tutti sbagliati di grosso.”
Per la verità di quanto ho detto, signora,” dico io, “vi rinvio a vostro figlio. Se lui vorrà essere giusto con me, dovrà raccontarvi i fatti come ve li ho raccontati io.”
La vecchia va subito dalle figlie, e racconta tutta la storia come l’avevo raccontata io. Loro, figuratevelo, restarono sbalordite, come io del resto mi aspettavo. Una disse che non l’avrebbe mai immaginato; un’altra che Robin era uno sciocco; la terza che non credeva nemmeno una parola, e scommetteva che Robin l’avrebbe raccontata in tutt’altro modo. Ma la vecchia, decisa com’era ad andare fino in fondo prima che io avessi la minima occasione di informare suo figlio di quanto era avvenuto, prese anche la decisione di parlare immediatamente col figlio, e lo mandò perciò a chiamare, perchè lui era andato a casa di un avvocato, in città, per un affare di poco conto; alla chiamata, lui accorse immediatamente.
Appena fu giunto in loro presenza, poichè erano ancora tutte riunite, “Siediti Robin,” dice la vecchia, “devo parlarti di alcune cose.”
Di buon grado,” dice Robin, con l’aria divertita. “Spero che si tratti di una buona moglie, perchè in questa materia io sono un disastro.”
“Che vuoi dire questo?” dice la madre. “Non hai già deciso di sposare la Betty?”
“Sì, signora mamma,” dice Robin, “ma c’è qualcuno che ha posto il veto.”
“Porre il veto!” dice la madre. “Chi può essere?”
“Proprio la Betty in persona,” dice Robin.
È proprio così?” dice la madre. “Tu le hai dunque fatto la tua domanda?”
“Sì, certamente, signora mamma,” Robin dice. “Cinque volte sono andato all’assalto in piena regola, da quando s’è ammalata, e sono stato sconfitto; la puledra è ostinata al punto che non si arrenderà se non a una condizione per la quale io non posso prendere nessun impegno.”
“Spiegati,” dice la madre, “perchè io non ti capisco. Sono molto meravigliata e spero che tu non parli sul serio.”
“Ma, signora mamma,” dice lui, “il caso è per me abbastanza chiaro, si spiega da solo. Lei non mi vuole, così dice. Non è chiaro? Io lo trovo chiaro, e neanche tanto piacevole.”
“Bene, ma,” dice la madre, “tu parli di una condizione per la quale non puoi prendere impegno. Che cosa vuole lei, una sistemazione? Dovrebbe toccarle in proporzione alla dote; ma quali beni di fortuna porta lei?”
“Quanto a doni di fortuna,” Robin dice, “è molto ricca. A me bastano. Ma il fatto è che io non sono in grado di rispondere alla condizione che lei mi pone, e lei, senza questo, è decisa a non accettarmi.”
S’intromisero le sorelle. “Signora mamma,” dice la seconda sorella, “è impossibile parlare sul serio con lui. Non dà mai una risposta diretta a nulla. Farete meglio a lasciarlo stare e a non parlargliene più. Sapete bene come togliergli quella ragazza di torno se pensate che ci sia sotto qualcosa.”
Robin s’irritò un po’ per l’aggressività della sorella, tuttavia si mantenne calmo con lei, conservando anche le buone maniere. “Vi sono, signora mamma, due tipi di persone,” disse rivolgendosi alla madre, “con le quali è inutile discutere: il savio e lo sciocco. Ma è troppo chiedermi che io mi batta contemporaneamente contro tutti e due.”
Allora mise bocca la sorella minore. “Noi dunque dovremmo essere così sciocche,” dice, “secondo mio fratello, da credere che lui ha chiesto sul serio alla Betty di sposarlo e lei gli ha detto di no.”
“Risponderò senza rispondere, come Salomone insegna,” il fratello rispose. “Quando vostro fratello ha detto a vostra madre di aver fatto la sua domanda non meno di cinque volte e di aver sempre ricevuto un diniego, non compete alla sorella minore domandare se è vero, quando la madre non lo ha fatto.”
“Ma vedi che la mamma non ha capito,” dice la sorella.
“Non è la stessa cosa,” dice Robin, “volere che io mi spieghi meglio o dire che non mi si crede.”
“Ma allora, figlio,” dice la vecchia, “se sei disposto a metterci a parte del segreto, qual è la terribile condizione?”
“Sì, signora mamma,” dice Robin, “l’avrei già fatto, se queste seccatrici non mi avessero importunato con le loro interruzioni. La condizione è che io convinca mio padre e mia madre a dare il loro consenso, senza di che lei giura sulla propria testa che non mi vorrà nemmeno vedere. Si tratta di una condizione, come dicevo, della quale devo supporre che non potrò mai garantire l’adempimento. Spero che ora le mie impazienti sorelle abbiano avuto la risposta e arrossiscano un po’. Se anche così non fosse, io non avrò altro da dire finchè non ne saprò io stesso di più.”
Tutte restarono meravigliate a quella risposta; la madre, per quel che le avevo detto io, un po’ meno. Le figlie se ne stettero zitte per un pezzo; ma la madre, commossa, disse: “Ecco, io lo sapevo già, ma non riuscivo a crederci. Ma se le cose stanno così, allora siamo noi che abbiamo avuto torto con la Betty, e lei si è comportata meglio di quel che mi sarei mai aspettata.”
“Certo,” dice la sorella maggiore, “se le cose stanno così, lei ha agito in modo davvero molto bello.”
“Riconosco,” dice la madre, “che lei non ha avuto nessuna colpa se vostro fratello è stato così sciocco da invaghirsi di lei. Ma l’avergli così risposto rivela un rispetto, per vostro padre e per me, superiore ad ogni mia immaginazione. E io d’ora in poi terrò quella ragazza in migliore considerazione.”
“Ma io no,” dice Robin, “a meno che tu mi dia il tuo consenso.”
“Ci penserò,” dice la madre. “Ti assicuro che, se non vi fossero altri impedimenti, questa sua condotta potrebbe molto servire a farmi avvicinare al consenso.”
Io vorrei che ci arrivassi, fin lì, e oltre,” dice Robin. “Se tu ti dessi pensiero di far di me un uomo felice quanto te ne sei data di far di me un uomo ricco, acconsentiresti subito.”
“Ma Robin,” dice di nuovo la madre, “parli davvero sul serio? Davvero non ne puoi più di sposarla come vuoi farci credere?”
In verità, signora mamma,” dice Robin, “è duro che tu ancora metta in dubbio la mia parola, dopo tutto quello che ho detto. Io non ho detto che la sposerò. Come potrei deciderlo io, quando sai che non posso sposarla senza il vostro consenso? Per di più, io non sono affatto costretto a sposarmi. Ma una cosa dico, e parlo sul serio, io farò il possibile per non sposare mai nessun’altra; regolatevi, per quel che riguarda me. O la Betty o nessuna, ecco il problema; e la scelta fra le due soluzioni potrà essere compiuta, signora mamma, nel tuo cuore, purchè, s’intende, non abbiano colà diritto di voto le mie spiritose sorelle.”
Tutto ciò fu terribile per me, perchè la madre incominciò a cedere, e Robin la spingeva dove voleva lui. La vecchia si consigliò, inoltre, col figlio maggiore, e questi si servì di tutte le possibili ragioni per convincerla a dare il consenso, citando l’amore appassionato che il fratello nutriva per me e il riguardo generoso che io avevo mostrato nei confronti della famiglia rifiutando il mio vantaggio per un così bel motivo d’onore, e mille altre cose. Quanto al padre, era un uomo che si affannava ad occuparsi di affari pubblici e di far soldi, non era quasi mai in casa, badava solo all’indirizzo generale, ma cose del genere le lasciava alla moglie.
Vi è facile capire che ormai, convinti loro di avere scoperto il mistero e di sapere perfettamente come stavano le cose, non era nè difficile nè pericoloso per il fratello maggiore, che nessuno sospettava di nulla, venirmi a trovare più liberamente di prima. Anzi, fu la madre a chiedergli, proprio come lui voleva, d’esser lui a parlare con la Betty. “Può darsi, figliolo,” dice, “che tu riesca a veder la cosa più a fondo di me e a capire se lei è stata davvero così ostinata sul no come Robin dice.” Era il meglio che gli poteva toccare, l’idea di venire a parlare con me come se lo facesse per cedere alle insistenze della madre. Lei mi condusse da lui nella propria stanza, mi disse che suo figlio aveva qualcosa da dirmi per suo desiderio, mi chiese di essere assolutamente sincera con lui, poi ci lasciò soli, e lui andò a chiuderle la porta dietro.
Tornò a me, mi prese fra le braccia e mi baciò con molta tenerezza, ma disse che aveva un lungo discorso da farmi, e che eravamo ormai giunti al punto critico, io dovevo scegliere per la vita tra la felicità e la sventura; le cose erano andate ormai così avanti che, se io non accondiscendevo al suo desiderio, era la rovina di tutti e due. Poi mi raccontò tutta la scena che s’era svolta fra Robin, come lo chiamava, le sorelle, la madre e lui, e che ho già detto. “E adesso, ragazza cara,” dice, “pensa che cosa significa sposare un gentiluomo di buona famiglia, in floride condizioni economiche, col consenso di tutti i parenti, e godere di quello che il mondo può offrirti; e che cosa significa, al contrario, precipitare al livello di una donna che si è rovinata la reputazione; pensa anche che, pur restandoti io amico in segreto per tutta la vita, tuttavia io sarò sempre sospettato, tu non avrai il coraggio di vedermi, nè io il coraggio di venire con te.”
Non mi dette il tempo di replicare, e così proseguì: “Quel che c’è stato fra noi, bambina, se tutti e due siamo d’accordo, si può seppellire e dimenticare. Io sarò sempre tuo amico sincero, senza mirare ad una più stretta intimità con te, dal momento che diventi mia sorella. Ci potrà sempre essere tra noi ogni rapporto che onestamente ci piacerà, senza doverci rimproverare a vicenda di averne sprecata l’occasione. Io ti supplico di riflettere; di non essere nemica della tua salvezza e della tua fortuna; e, per convincerti della mia sincerità,” aggiunse, “ecco, ti regalo cinquecento sterline in contanti, a titolo di riparazione per le libertà che mi presi con te e che ricorderemo come un momento di follia della nostra vita, del quale speriamo di poterci pentire.”
Disse tutto ciò con accenti tanto più commoventi di quel che io so trovare, e con una forza di persuasione tanto più grande di quel che io so riferire, che una cosa sola io lascio da immaginare a chi legge questo racconto, e cioè in che modo lui, rimasto a intrattenermi per un’ora e mezzo con quella conversazione, seppe rispondere a tutte le mie obbiezioni e sostenere il suo punto di vista con tutti gli argomenti dei quali dispongono l’ingegno e la fantasia dell’uomo.
Devo comunque dire che di tutti i suoi discorsi nessuno mi aveva fatto troppa impressione nè mi aveva indotto a riflettere sulla faccenda, finchè alla fine lui non m’ebbe detto con tutta chiarezza che, se io mi opponevo, lui mai più si sarebbe rimesso con me nella posizione in cui eravamo stati prima; benchè mi amasse sempre tanto, e gli piacessi sempre come prima, tuttavia il sentimento dell’onore non l’aveva abbandonato al punto da consentirgli di coricarsi con la donna che suo fratello corteggiava e voleva sposare; se lui ora era costretto a congedarsi da me con un mio rifiuto a quel riguardo, ogni sua possibilità di aiutarmi si riduceva alla sua precedente promessa di mantenermi, e io non dovevo meravigliarmi se lui era costretto a dirmi che non si sarebbe potuto più permettere di vedermi. Quello, da lui, non me l’aspettassi più.
Io accolsi l’ultima parte con segni di stupore e turbamento, e dovetti fare uno sforzo per non svenire, perchè in verità è difficile immaginare quanto perdutamente io lo amassi. Lui si accorse del mio turbamento. Mi implorò di riflettere seriamente, mi assicurò che era quello l’unico modo di salvare il nostro affetto reciproco; potevamo, con quella sistemazione, volerci bene come amici, con tutto il cuore, e restar legati da un rapporto amoroso immacolato, senza scrupolo nostro nè sospetto altrui; lui avrebbe sempre riconosciuto quanta felicità mi doveva, per tutta la vita mi sarebbe rimasto debitore, e avrebbe pagato quel debito fino all’ultimo respiro. Così mi rese, insomma, prigioniera del dubbio; da una parte, vedevo bene i pericoli, raffigurati con tutta chiarezza, e me li ingigantiva il pensiero di quel che sarebbe accaduto di me, gettata per il mondo come una puttana scacciata e nulla più, perchè era proprio così, e abbandonata a me stessa, con minime risorse, senza amici e senza conoscenze al mondo, via da quella città, dove certo non potevo pretendere di rimanere. Tutto questo mi terrorizzava, e lui non perdeva occasione per dipingermi a fosche tinte il quadro. Dall’altra parte, non mancava di mostrarmi in tutti i modi la vita facile e ricca che potevo fare.
A tutto quel che io gli obbiettavo, richiamandomi ai sentimenti e alle promesse di un tempo, lui rispose dicendomi che ci trovavamo ora nella necessità di prendere decisioni diverse; quanto alle sue promesse di matrimonio, disse, era stata la realtà delle cose a toglierle di mezzo con la prospettiva per me di diventare moglie di suo fratello prima che giungesse il tempo al quale le sue promesse si riferivano.
Tanto fece per farmelo capire che, in poche parole, io non capii più nulla. Lui sconfisse tutte le mie argomentazioni, e io cominciai ad accorgermi che mi trovavo di fronte a un pericolo al quale non avevo pensato prima, cioè di essere abbandonata da tutti e due, e lasciata sola al mondo a sbrigarmela da me.
Questo, unito alle sue insistenze, mi indusse alla fine a dire di sì, con tale riluttanza tuttavia, che si doveva vedere benissimo che mi lasciavo trascinare all’altare come un orso al palo. Avevo inoltre, per parte mia, qualche motivo di preoccuparmi; per il caso che il mio novello sposo, nei confronti del quale a dir la verità non provavo il minimo slancio d’affetto, si rivelasse pratico al punto da lamentarsi di me a proposito di un’altra cosa, la prima volta che saremmo andati a letto insieme. Ma pensò il fratello maggiore, e non so se lo fece di proposito oppure no, a farlo bere molto prima che venisse a letto, e così io ebbi la soddisfazione di avere come compagno di letto un ubriaco per la mia prima notte di nozze. Come vi riuscì io non lo so, ma mi convinsi che doveva aver deliberatamente escogitato quel trucco per impedire al fratello di rendersi conto della differenza che passa fra una ragazza e una donna maritata; quello, del resto, non ne aveva mai saputo nulla, e non se ne dette mai pensiero.
Devo tornare un momento dov’ero rimasta. Sistemata me, il fratello maggiore affrontò subito il problema di sistemare la madre, e non s’arrese finchè non l’ebbe convinta a dare il suo consenso e a non occuparsi del resto, senza nemmeno informare il marito se non con una lettera; lei consentiva così alle nostre nozze in forma privata, e avrebbe poi pensato lei a sistemare le cose col padre.
Lui potè allora darsi vanto col fratello minore, contandogli che gran servizio gli aveva reso e come aveva indotto la madre a dare il suo consenso, anche se, per dir la verità, il servizio l’aveva reso più a se stesso che a lui. Ma lo imbrogliò proprio per bene, e si fece ringraziare come amico fedele per aver scaricato la sua puttana fra le braccia del fratello. Tanto completamente l’egoismo mette al bando ogni specie di sentimento, tanto facilmente l’uomo, per non correre rischi, rinunzia all’onore, alla rettitudine e persino allo spirito cristiano.
Devo tornare ora al fratello Robin, come lo chiamavamo sempre, che quand’ebbe, come si è visto, il consenso della madre, venne da me con la grande notizia e mi raccontò tutta la storia, con così manifesta ingenuità che io, lo confesso, mi dolsi d’essere strumento di un imbroglio ai danni di un uomo tanto onesto. Ma non v’era rimedio. Lui mi prendeva, e io, pur non avendo altro modo di oppormi, non potevo tuttavia dirgli che ero la puttana di suo fratello. Così a poco a poco mi lasciai convincere, con sua grande soddisfazione, e finì che ci sposammo.
Il pudore mi impedisce di svelare i segreti del letto di nozze, ma non poteva andar meglio, per la mia condizione, di come andò, con mio marito che, come si è già detto, aveva bevuto tanto, quando venne a letto, che la mattina dopo non riusciva a ricordarsi se aveva avuto o no quella certa discussione con me, e io fui costretta a dirgli di sì, benchè in realtà non fosse vero, in modo da esser certa che non facesse indagini su altro.
Avrebbe poco a che fare con la storia che narro addentrarmi in altri particolari su quella famiglia, o su di me, per i cinque anni che vissi con mio marito, quando avrò detto che ebbi da lui due bambini e che in capo a cinque anni, morì. Era stato per me un ottimo marito davvero, eravamo vissuti bene insieme; ma, poichè lui non aveva avuto gran che dai suoi, e nel poco tempo che era vissuto non aveva fatto gran fortuna, io mi trovai in condizioni non troppo prospere, e senza che il matrimonio mi avesse messa a posto. Avevo, in realtà, conservato i titoli, per un valore di cinquecento sterline, che il fratello maggiore mi aveva dato per convincermi a sposare suo fratello; e questi, col denaro che lui mi aveva dato prima e con altrettanto quasi che ebbi da mio marito, fecero di me una vedova con qualcosa come milleduecento sterline in tasca.
I miei due figli mi furono per fortuna tolti di mano dal padre e dalla madre di mio marito; e questo fu, comunque, tutto quello che ebbero dalla Betty.
Confesso che non fui adeguatamente colpita dalla perdita di mio marito, nè in verità posso dire di averlo amato mai come sarebbe stato mio dovere e come sarebbe stato giusto in rapporto al trattamento che lui mi usò, perchè era l’uomo più affettuoso, gentile, allegro che una donna possa desiderare; ma suo fratello, che avevo sempre davanti agli occhi, almeno finchè restammo in provincia, era per me una tentazione continua, e io non riuscivo mai a stare a letto con mio marito senza desiderare di stare fra le braccia del fratello; e, benchè il fratello, dopo le mie nozze, non mi rivolgesse mai nessuna attenzione di quel genere e si portasse invece proprio da bravo fratello, io però non riuscivo a essere così con lui; insomma, commisi ogni giorno adulterio e incesto con lui, col pensiero, la quale era senz’altro una bella porcheria, della quale io ero colpevole come se l’avessi fatta realmente.
Prima della morte di mio marito, il fratello maggiore si sposò, e noi, che intanto ci eravamo trasferiti a Londra, ricevemmo dalla vecchia signora una lettera che ci invitava al matrimonio. Mio marito andò, ma io finsi di non stare bene e di non sentirmi di affrontare il viaggio, e così restai a casa; non potevo, infatti, sopportare la vista di un’altra donna che se lo prendeva, anche se sapevo di non poterlo avere io mai più.
Adesso ero, come ho detto, rimasta sola al mondo, e poichè ero ancora giovane e molto bella, come dicevano tutti e come vi assicuro che anch’io mi sapevo, con una fortuna passabile in tasca, non erano poche le arie che mi davo. Fui corteggiata da diversi rispettabili commercianti e con particolare calore da uno, un mercante di lini, a casa del quale avevo preso alloggio dopo la morte di mio marito perchè conoscevo sua sorella. Lì ebbi ogni libertà e ogni occasione di divertirmi in compagnia di chi volevo, perchè la sorella del mio padrone di casa era una delle creature più matte e più allegre, e non così schiava della sua virtù come io in un primo tempo avevo creduto. Lei mi fece entrare nel mondo dell’allegra compagnia e fece anche venire in casa diverse persone, gente cui voleva fare una cortesia, a conoscere la bella vedova: così le piaceva chiamarmi, e quello diventò in breve tempo il mio soprannome per tutti. Ora, poichè notorietà e stravaganza vanno a braccetto, io ero festeggiata in modo bellissimo, avevo una quantità di ammiratori, e certi volevano farsi chiamare innamorati. Ma da nessuno di loro ebbi una sola proposta seria. Lo scopo al quale tutti quanti miravano mi era troppo chiaro perchè io mi lasciassi tirare ancora in tranelli del genere. Ora per me la situazione s’era rovesciata. Ero io che avevo i soldi in tasca, e niente da dire a quelli lì. Ero stata imbrogliata una volta, al gioco che si chiama amore, ma la partita era finita. Ora ero decisa a maritarmi e basta, e a maritarmi bene o niente.
Mi piaceva, in verità, la compagnia degli uomini allegri e intelligenti, degli uomini belli e galanti, e stavo spesso con uomini così, e anche con altri; ma con l’esperienza mi accorsi che gli uomini più brillanti andavano sempre a parare verso le idee più squallide; s’intende, squallide rispetto a quel che avevo in mente io. D’altra parte, quelli che arrivavano con le proposte migliori erano le persone più squallide e antipatiche del mondo. Io non avevo nulla contro i mercanti, ma volevo un mercante che, almeno, fosse anche un po’ signore; un marito che, se gli saltava in mente di condurmi in società o a una festa, sapesse portar la spada e aver l’aria del signore come tutti gli altri; non volevo uno col segno dei lacci del grembiule sulla giacca, o il segno del cappello sulla parrucca; non volevo uno di quelli che sembrano aggrappati alla spada, quando gli capita di averne una, e sanno soltanto portare a spasso con il loro contegno l’immagine del mestiere che fanno.
Bene, alla fine trovai quella creatura anfibia, quell’essere fra terra e acqua che è un mercante gentiluomo. E, a giusto castigo della mia follia, fui presa proprio nella trappola che, posso dire, m’ero preparata da me. Dico questo perchè nessuno mi trasse in inganno, lo ammetto, fu mio lo sbaglio.
Era anche lui un mercante di tessuti; la mia amica, infatti, aveva cercato di combinare tra me e suo fratello, ma quando s’era arrivati al dunque, era saltato fuori che, a quel che pareva, non si trattava di diventarne la moglie ma l’amante. E io rimasi ferma all’idea che una donna non ha bisogno di fare la mantenuta se ha i soldi per mantenersi da sola.
Così mi conservai onesta non per i miei principi ma per il mio orgoglio, non per la mia virtù ma per i miei soldi; anche se, come poi si vide, dovetti riflettere che meglio sarebbe stato farmi vendere dalla mia amica a suo fratello anzichè vendermi da me, come feci, a un mercante che era in una volta sola avventuriero, gentiluomo, bottegaio e pezzente.
Ma, per la voglia che avevo di un signore, io mi avviai alla rovina nel modo più stupido che una donna può trovare. Infatti, il mio nuovo marito, capitato d’un tratto su un mucchio di soldi, si buttò in un tale mare di spese che tutto quel che avevo io, e che aveva lui prima di sposarmi, se pure si può dire che qualcosa avesse, non sarebbe stato abbastanza per durare nemmeno un anno.
Lui, per circa tre mesi, fu tutto preso di me, e quel che ne ricavavo io era il piacere di vedere spendere per me tutto quel denaro mio, e bisogna dire che facevo anch’io del mio meglio per spenderlo.
“Senti, mia cara,” mi dice lui un giorno, “andiamo a fare un viaggio di una settimana in campagna?”
“Oh, mio caro,” dico io, “dove vuoi andare?”
“Non m’importa dove,” lui dice, “ma voglio fare le cose in grande per una settimana. Andremo a Oxford,”, dice.
“Come “andremo”?”, dico io. “Io non so andare a cavallo, e per andarci in carrozza è troppo lontano.”
“Lontano?” dice lui. “Non ci sono posti lontani, per una carrozza a sei cavalli. Se sei con me, devi viaggiare come una duchessa.”
“Mio caro,” dico io, “è una cosa da pazzi, ma se tu ne hai voglia, per me va bene.”
Così, il giorno stabilito, avemmo una ricca carrozza, magnifici cavalli, cocchiere, postiglione, due servitori con belle livree, un valletto a cavallo e, su un altro cavallo, un paggio con la piuma sul cappello. I servitori chiamavano Milord mio marito, e lo stesso facevano, come potete figurarvi, i tavernieri, e io ero Suo Onore la Duchessa, e così andammo fino a Oxford e fu un gran bel viaggio; perchè, bisogna dirlo, non c’era pezzente al mondo capace di fare il signore meglio di mio marito. Vedemmo tutte le cose importanti di Oxford, parlammo con due o tre professori dei collegi della possibilità di far entrare all’università un nostro giovane nipote, che era stato affidato alle cure di Sua Signoria, e al quale loro avrebbero potuto far da tutori. Ci divertimmo a prendere in giro molti altri poveri studenti, dando loro la speranza di diventare perlomeno cappellani di Sua Signoria, o di avere un collare; e così, facendo le cose veramente in grande, almeno in fatto di spese, proseguimmo per Northampton e, infine, tornammo a casa dopo una dozzina di giorni di peregrinazioni, al ritmo di novantatrè sterline di spesa al giorno.
La vanità per un uomo di mondo è tutto. Mio marito era bravissimo in una cosa, nel non badare a spese. E siccome la sua storia, come potete capire, ha ben poco a che fare con la mia, vi basterà sapere che in poco più di due anni fece fallimento e non riuscì a chiedere asilo alla Zecca, ma fu chiuso nel carcere provvisorio. Era stato arrestato per un affare troppo grosso per lui, tanto che non potè dare la cauzione. Così mi mandò a dire di andarlo a trovare.
Per me non fu affatto una sorpresa, da tempo avevo previsto che sarebbe andato tutto a catafascio e mi ero preoccupata di metter da parte quel che potevo, benchè non fosse molto, per me. Ma lui, quando mi mandò a chiamare, si comportò molto meglio di quanto mi sarei aspettata. Mi disse chiaro e tondo che aveva fatto delle pazzie, gli seccava che l’avessero pescato perchè poteva pensarci prima. Ora capiva che non poteva farcela più, perciò voleva che io andassi a casa e portassi via di notte e mettessi al sicuro tutto quel che c’era di valore. Mi disse inoltre che, se riuscivo a ricavare fra le cento e le duecento sterline vendendo merci che erano nel negozio, le prendessi pure. “Solo,” dice, “a me non far sapere niente, nè che cosa prendi nè dove lo porti. Quanto a me,” dice, “sono deciso a uscire di qua e scomparire. Se non saprai più nulla di me, mia cara,” dice, “io ti auguro ogni bene. Mi dispiace solo del male che ti ho fatto.” Mi disse altre cose davvero molto belle salutandomi; era, come vi ho detto, un vero signore, e fu quello tutto il benefizio che io ebbi dal fatto che era un signore; mi trattò stupendamente e con ogni riguardo in ogni momento, fino all’ultimo di quei momenti; ma spese tutto quel che io possedevo e a me, come solo mezzo di sussistenza, lasciò da derubare i creditori.
Io mi regolai tuttavia, siatene pur certi, come lui mi aveva istruito. Dopo essermi così congedata da lui non lo rividi mai più, perchè trovò il modo quella notte o la notte dopo di fuggire dal carcere provvisorio e di passare in Francia, e ai creditori non restò che sgambettargli dietro come poterono. Come fece non so, perchè tutto quel che mi risulta è che lui arrivò a casa alle tre di notte, fece portare alla Zecca tutte le merci che restavano e chiudere il negozio; racimolato tutto il denaro che potè, fuggì, come ho già detto, in Francia, donde ricevetti un paio di lettere sue, e basta.
Io non lo vidi quando arrivò a casa, perchè, siccome lui mi aveva già dato tutte le istruzioni e io non avevo perso tempo, non avevo nessuna ragione di tornare a casa, visto che sapevo che rischiavo solo di essere pescata dai creditori; una denuncia per bancarotta era stata subito inoltrata, infatti, e potevano farmi fermare dagli ufficiali giudiziari. Ma mio marito, dopo essere tanto destramente evaso dal carcere saltando alla disperata da quel tetto sul tetto di una casa vicina, e poi saltando giù da quello, ed erano almeno due piani eppure non servirono a fargli rompere il collo, arrivò a casa e se ne andò con la roba prima che arrivassero i creditori a prenderla; prima, cioè, che riuscissero a ottenere il mandato e a far sequestrare la roba dagli uscieri.
Mio marito fu così civile con me, perchè insisto nel dire che era proprio un signore, che nella prima lettera che mi scrisse dalla Francia mi disse dove aveva impegnato per trenta sterline venti pezze di tela d’Olanda fine, che ne potevano valere più di novanta, e accluse la bolletta e un ordine scritto per ritirarle pagando la somma, cosa che io feci, riuscendo a ricavarne più di cento sterline, con l’accortezza di tagliar la tela in pezze e venderla a famiglie private, quando se ne presentò l’occasione.
Con tutto questo, però, e con quel che avevo messo al sicuro prima, io mi resi conto, considerando ogni cosa, che la mia situazione era molto cambiata, e la mia fortuna molto scemata. Infatti, contando la tela d’Olanda, e una partita di mussolina fine che avevo portato via prima, qualche pezzo d’argenteria e poche altre cose, riuscivo a malapena a radunare cinquecento sterline. E la mia condizione era molto bizzarra, perchè sebbene non avessi figli (ne avevo avuto uno dal mercante gentiluomo, ma era sottoterra) pure ero una strana vedova; avevo marito e non l’avevo, e non potevo pretendere di maritarmi di nuovo, benchè sapessi che mio marito, fosse vissuto ancora cinquant’anni, non sarebbe mai più potuto tornare in Inghilterra. Così mi era precluso il matrimonio, qualunque domanda potessi ricevere, e non avevo nemmeno un amico col quale consigliarmi nella situazione in cui mi trovavo, nessuno al quale osassi confidare il segreto della mia condizione perchè, se gli ufficiali giudiziari venivano a sapere dov’ero, mi prendevano, mi interrogavano sotto giuramento e mi portavano via tutto quel che ero riuscita a mettere da parte.
Con tali preoccupazioni, la prima cosa che feci fu di allontanarmi dalle mie conoscenze e prendere un altro nome. Lo feci nel modo migliore, andai anche a registrarmi alla Zecca, presi alloggio in una zona molto appartata, mi vestii da vedova e mi feci chiamare signora Flanders.
Lì mi tenni nascosta, comunque, e sebbene le mie nuove conoscenze non sapessero nulla di me, ben presto mi trovai con un mucchio di gente intorno. O che le donne son rare fra il tipo di gente che frequenta di solito quei luoghi, o che una certa consolazione alle miserie del luogo è più ricercata che in altre occasioni, certo è che io presto scopersi che una donna simpatica è molto apprezzata colà, tra i figli del dolore; e quelli che erano in cerca di soldi per pagare la mezza corona per sterlina ai creditori e facevano debiti per pranzare all’insegna del Toro, tuttavia i soldi per la cena li trovavano, se gli piaceva la donna.
Io mi comportai tuttavia con prudenza, anche se incominciavo, come quell’amica di Lord Rochester che accettava la sua compagnia ma non gli permetteva di andare più in là, ad avere la nomea della puttana, senza averne l’utile; giunta a questo risultato, stanca del luogo e anche della gente che c’era, cominciai a pensare di andarmene.
Fu invero materia di curiosa riflessione per me vedere uomini che, travolti da circostanze intricate, ridotti al più basso livello della rovina, con famiglie che erano oggetto del loro spavento e della carità altrui, pure, finchè avevano un soldo, e anche quando non ne avevano più, facevano ogni sforzo per annegare il loro dolore nel vizio; accumulando sul proprio capo altre colpe, tentando di dimenticare le cose di prima, che invece sarebbe stato il momento di ricordare, affaticandosi a trovare nuovi motivi di pentimento e continuando a commettere, come rimedio ai peccati di prima, altri peccati.
Ma io non ho la stoffa per predicare. Quegli uomini erano troppo corrotti, persino per me. C’era nel loro modo di peccare qualcosa di terribile e di assurdo, perchè la loro era in sostanza una violenza commessa contro se stessi. Non agivano solo contro coscienza, ma anche contro natura. Violentavano il proprio carattere per seppellire i pensieri cui la loro condizione li conduceva di continuo; e la cosa più facile era accorgersi dei sospiri che interrompevano le loro canzoni, e del pallore e dell’angoscia che gli apparivano in volto, a dispetto del sorriso che si sforzavano di ostentare; a volte, anzi, la verità gli usciva di bocca, quando avevano detto addio ai loro soldi in cambio di un lurido convegno o di un tristo abbraccio. Ne ho sentito più di uno voltarsi da parte, trarre un profondo sospiro, e lamentarsi, “Ma che razza di bestia sono! Bene, Betty mia cara, bevo alla tua salute, comunque,” e pensava alla moglie per bene, che magari non aveva mezza corona per sè e per i tre o quattro figli. La mattina dopo sono di nuovo a far penitenza; e magari la povera moglie in lacrime viene a cercarlo, e glinotizia di qualcosa che i creditori stanno per fare, o del fatto che lei e i figli sono sul punto d’essere cacciati di casa, o d’altre cose tremende. Ma quello, quando ci ha pensato e ripensato fino a uscirne matto, siccome non ha principi che lo reggano e non ha nulla nè dentro di lui nè al di sopra di lui che serva a confortarlo, ma vede solo buio da ogni parte, fugge di nuovo in cerca del medesimo sollievo, cioè bere e abbrutirsi; e ricadendo in compagnia di gente che è in quella stessa condizione commette di nuovo lo stesso misfatto, e così ogni giorno compie un altro passo sulla strada che lo conduce alla sua perdizione.
Io non ero ancora corrotta abbastanza per gente come quella. Al contrario, cominciai allora a riflettere seriamente su quel che dovevo fare, sul modo in cui stavano le cose per me e sulla strada migliore da prendere. Mi rendevo conto che non avevo amici, non un’amicizia nè una conoscenza al mondo; quel poco che m’era rimasto si dissipava a vista d’occhio, e, finito quello, non mi vedevo davanti che miseria e fame. Per queste considerazioni, piena di spavento per il luogo dove mi trovavo e per le prospettive terribili che mi vedevo davanti, decisi di andarmene.
Avevo fatto la conoscenza di una brava donna, molto morigerata, che era rimasta vedova come me, ma in circostanze migliori. Il marito era stato capitano di una nave mercantile e, avendo avuto la sfortuna di far naufragio al ritorno da un viaggio alle Indie Occidentali che, se gli fosse riuscito di tornar sano e salvo, sarebbe stato molto redditizio per lui, fu così mal ridotto dal danno subito da averne, pur salvandosi la vita, spezzato il cuore, e poco dopo morì. La vedova, perseguitata dai creditori, fu costretta a rifugiarsi alla Zecca. Riuscì in poco tempo a mettere a posto le cose, con l’aiuto di amici, e tornò in libertà. Quando si rese conto del fatto che io mi trovavo colà perchè volevo starmene appartata e non perchè fossi ricercata da nessuno, e che io ero del suo parere, o lei del mio, nel provare una giusta avversione per quei luoghi e quelle compagnie, mi invitò ad abitare a casa sua finchè non sarei riuscita a trovare il verso di sistemarmi secondo i miei desideri, al contempo dicendomi che in quella parte della città dove abitava lei c’erano dieci probabilità contro una che s’invaghisse di me un bravo capitano di nave e mi facesse la corte.
Io accettai l’offerta, restai con lei la metà di un anno, e vi sarei rimasta anche più a lungo, ma in quel frattempo quello che lei aveva prospettato per me accadde invece a lei, e si sposò con ottima convenienza. Ma, se prosperavano le fortune altrui, le mie erano invece in declino, e io non trovai praticamente nessuno, meno un paio di nostromi e gente simile, ma i capitani, in genere, erano di due tipi. 1° Quelli che, disponendo di un buon lavoro, cioè di una nuova nave, non intendevano sposarsi se non trovavano la convenienza, cioè una bella dote. 2° Quelli che, disoccupati, cercavano una moglie che li aiutasse a farsi la nave. Voglio dire: 1°, una moglie con soldi che li ponesse in grado di prendere, come si dice, una buona quota della nave, in modo da incoraggiare altri proprietari a entrare nell’affare; oppure, 2°, una moglie senza soldi ma con amici che si occupassero di navi, che fosse in grado di piazzare il giovane su una buona nave, il che per loro vale quanto una dote. Ma nè l’uno nè l’altro era il caso mio, e così io parevo destinata a non trovar nessuno che mi comprasse.
Una cosa imparai presto con l’esperienza, e cioè che riguardo al matrimonio la situazione era mutata, e io non dovevo aspettarmi di avere a Londra quel che avevo avuto in provincia. Qui i matrimoni erano il risultato di un calcolo inteso ad accumulare interessi e a far concludere affari, e l’amore non c’entrava per nulla, o c’entrava assai poco.
Come aveva detto la mia cognata di Colchester, bellezza, intelligenza, maniere, spirito, portamento, educazione, virtù, devozione e ogni altro pregio fisico e morale non erano per nulla una raccomandazione; solo i soldi rendevano desiderabile una donna; gli uomini si sceglievano l’amante a loro gusto e piacimento, e a una puttana si chiedeva d’esser bella, ben fatta, di faccia graziosa e portamento garbato; ma in fatto di moglie non c’era deformità che togliesse la voglia, non c’erano difetti capaci di far mutare scelta. L’unica cosa era il denaro. La dote non era mai nè storpia nè mostruosa, i soldi eran sempre belli, comunque fosse la moglie.
D’altra parte, siccome il mercato in fatto di uomini offriva poco, io scoprii che le donne avevano perso il privilegio di dire di no. Era ormai una fortuna per una donna sentirsi fare la domanda, e se una giovane aveva tanta superbia da rifiutare, non le capitava mai più l’occasione di dir di no una seconda volta, e tanto meno di riparare a quel passo falso e accettare quel che aveva mostrato di respingere. Gli uomini avevano una tal scelta dovunque, che ben triste era la condizione delle donne. Gli uomini non dovevano far altro che bussare ad ogni porta: se uno si vedeva respinto da una casa era certo di essere accettato nella casa vicina.
Osservai, inoltre, che gli uomini non si facevano scrupolo di gettarsi avanti e andare, come si dice, a caccia di dote, anche quando non possedevano loro nulla per pretenderlo, nè qualità per meritarlo. Ne ebbi l’esempio con una giovane che abitava in una casa vicina alla mia, con la quale avevo fatto conoscenza. Costei fu corteggiata da un giovane capitano, e, poichè le sue sostanze ammontavano a quasi duemila sterline, chiese ai vicini qualche informazione sulla situazione di lui, sulla sua moralità e sulle sue finanze. E lui, la prima volta che venne a farle visita, le disse chiaro e tondo che se l’era avuta molto a male e che non le avrebbe più dato il disturbo delle sue visite. Io lo seppi, e, poichè avevo fatto la conoscenza di quella donna, andai a trovarla per sentire. Lei si buttò a parlarne a fondo con me, mettendo a nudo con tutta libertà quel che aveva in petto. Io compresi che, per quanto lei sentisse d’essere stata trattata male, tuttavia non era nemmeno capace di ritenersi offesa, e più di tutto le bruciava di perderlo, e specialmente che se lo pigliasse un’altra meno ricca di lei.
Io le feci coraggio di fronte a una tale mascalzonata, così la definii. Le dissi che io, per quanto umile al mondo, avrei respinto la pretesa di un uomo d’essere accettato da me sulla scorta delle sue parole soltanto, senza facoltà di prendere informazioni su quel che possedeva e quel che era. Le dissi anche che, siccome lei aveva abbastanza del suo, non aveva bisogno di piegarsi al disastroso andazzo dei tempi. Era già troppo che gli uomini offendessero noi donne che non avevamo il denaro necessario a farci prendere in considerazione; ma se lei tollerava di lasciar passare un simile affronto senza tenersi offesa, abbassava il suo prezzo per sempre, si procurava il biasimo delle donne di ogni parte della città. Una donna non deve mai perdere l’occasione di vendicarsi di un uomo che l’ha trattata male, e non mancava il modo di umiliare un tipo come quello, o altrimenti le donne erano destinate irrimediabilmente a diventare le creature più infelici del mondo.
Vidi che lei era molto contenta delle mie parole. Mi disse con decisione che sarebbe stata lieta di far sapere a quel tale che lei s’era offesa a buon diritto, o per ricondurlo a sè o per prendersi la soddisfazione di rendere pubblica il più possibile la sua vendetta. Io le dissi che, se mi dava retta, io potevo darle il modo di realizzare entrambi i suoi desideri e mi impegnavo a ricondurre quell’uomo davanti alla sua porta a implorare di entrare. Lei fece un sorriso e mi lasciò ben presto capire che, se lui veniva a battere alla sua porta, lei non era in fondo offesa al punto da tenerlo lì troppo tempo ad aspettare.
Ascoltò comunque con la massima buona volontà i consigli che le davo. Così le dissi che la prima cosa che doveva fare era rimetter le cose a posto, e cioè, siccome molti le avevano detto che lui aveva raccontato alle donne d’essere stato lui a lasciar lei, e si era preso il vantaggio di essere stato lui a dire di no, lei doveva ora spargere bene fra le donne la voce (e non doveva esserle difficile in un ambiente come quello dove vivevamo, così amante delle chiacchiere e dei pettegolezzi) che era stata lei a prendere informazioni sulle condizioni di lui ed era venuta a sapere che le sue sostanze non erano pari a quel che lui andava dicendo. “Fai girar la voce, signora mia,” dico, “che hai saputo con certezza che lui non era l’uomo che credevi, e che hai pensato che non era prudente metterti con lui; hai saputo che era un cattivo carattere, che si vantava d’aver molte volte trattato male le donne, che era molto corrotto moralmente, eccetera.” L’ultima cosa era, in parte, vera; ma ciò nonostante non mi parve di accorgermi che quel motivo le piacesse meno.
Come glielo ficcai in testa, lei ci si dedicò subito. Immediatamente si dette da fare per trovare gli strumenti, e non fu una ricerca difficile, bastò raccontare la storia per filo e per segno a un paio di pettegole del vicinato per farla diventare la chiacchiera dell’ora del tè in tutta quella zona della città, e io mi ci imbattevo dovunque mi recassi in visita. Per di più, poichè si sapeva che io conoscevo la giovane in questione, veniva molto spesso chiesto il mio parere, e io confermavo tutto calcando opportunamente la mano e dipingendo a fosche tinte il carattere di quel tale; ma poi, come una specie di informazione segreta di cui le altre pettegole non potevano essere al corrente, aggiungevo per esempio che lui si trovava in un frangente molto brutto; aveva bisogno di molto denaro per garantire la sua quota presso i padroni della nave di cui era al comando; la sua parte ancora non era stata pagata, e se non veniva pagata al più presto, i padroni lo avrebbero cacciato dalla nave e il comando sarebbe passato al suo ufficiale in seconda, il quale si era offerto di acquistare la quota che il capitano aveva promesso di rilevare.
Aggiungevo, perchè confesso che mi divertivo ad accanirmi contro quel briccone, come lo chiamavo, di aver sentito dire anche che aveva una moglie vivente a Plymouth e un’altra nelle Indie Occidentali, cosa che tutti sapevano esser tutt’altro che rara con quella specie di gentiluomini.
La cosa funzionò come noi volevamo, perchè per qualche tempo la giovane della casa vicina, la quale aveva il padre e la madre che si occupavano di lei e dei suoi beni, fu chiusa in casa, e il padre proibì a quel tale di presentarsi. Anche in un’altra casa dove lui bussò, la donna ebbe il coraggio, per strano che fosse, di dirgli di no; e lui non potè più fare nessun tentativo senza sentirsi rimproverare la sua arroganza e la pretesa che aveva di vietare alle donne di informarsi su di lui, e così via.
Bene, a quel punto incominciò ad accorgersi del suo sbaglio, e poichè aveva contro tutte le donne di qua dal fiume se ne andò a Ratcliff e riuscì ad avvicinare colà alcune signore; ma per quanto anche lì le donne, com’era regola di quei tempi, avessero una gran voglia di essere chieste in moglie, tuttavia la sua fama passò l’acqua insieme a lui, e di là lui si trovò ad esser considerato più o meno come sulla nostra riva. Così, pur fra diverse possibilità di prendere moglie, non gliene capitò nessuna con una donna che possedesse un bel patrimonio, come a lui sarebbe servito.
Ma non fu tutto. La giovane combinò un’altra cosa per suo conto, molto ingegnosa. Fece venire un giovane gentiluomo che conosceva e che era in realtà un uomo sposato, a farle visita due o tre volte per settimana, con una gran bella carrozza e splendide livree; e i suoi genitori e anch’io fummo pronti a spargere dappertutto la voce che quel signore veniva per farle la corte, era uomo da un migliaio di sterline l’anno, s’era innamorato di lei, e lei adesso sarebbe andata ad abitare da sua zia in città perchè era scomodo per quel signore venire a trovarla in carrozza a Redriff, dove la strada era così brutta e stretta.
Questo ebbe effetto immediato. Tutti risero del capitano, che fu lì lì per impiccarsi. Tentò in ogni modo possibile di arrivare di nuovo a lei, le scrisse le lettere più appassionate del mondo, chiedendo perdono per la sua sconsideratezza di prima; infine, dopo molte insistenze, ottenne licenza di venire a farle di nuovo una visita per mondare, così disse, la propria reputazione.
In quell’incontro, lei si prese su di lui vendetta piena. Gli disse infatti che si chiedeva per chi l’aveva presa lui, se pensava che lei potesse concludere con un uomo qualunque, senza prima informarsi sulle sue condizioni, un contratto importante come il matrimonio; se lui pensava che lei avesse una tale smania di farsi mettere l’anello al dito da ridursi nella stessa condizione in cui poteva darsi si trovasse qualcuna delle sue vicine, al punto cioè da mettersi col primo cristiano che si presentava, ebbene, si era sbagliato. In poche parole, o era davvero un cattivo figuro, o era molto mal giudicato da chi lo conosceva; e se lui non era in grado di chiarire alcuni punti per i quali lei s’era sentita in diritto di offendersi, altro non aveva da dirgli se non che sapeva badare da sola a difendere il proprio interesse e che poteva dargli la soddisfazione di apprendere che lei non aveva nessuna paura di dire di no, nè a lui nè a chiunque altro.
Con ciò gli disse quello che della sua situazione aveva sentito dire, o meglio lei stessa aveva messo in giro col mio aiuto; il fatto che lui non aveva pagato la quota che gli toccava della nave di cui era al comando; la decisione dei suoi padroni di togliergli il comando e di mettere al suo posto il secondo; lo scandalo nato intorno alla sua moralità; il rimprovero che gli si faceva di andare con donnacce; la moglie che aveva a Plymouth, quella che aveva nelle Indie Occidentali, e così via. Gli domandò infine se lui poteva negare che lei aveva tutte le ragioni, se non venivano smentite quelle notizie, per respingerlo e al tempo stesso per insistere nel domandare soddisfazione su questioni di quella importanza.
Lui fu così sconvolto dal discorso di lei che non riuscì a rispondere una sola parola, e lei fu quasi sul punto di credere, vedendo il suo turbamento, che fosse tutto vero, anche se invece sapeva benissimo che era stata proprio lei l’origine di tutte quelle voci.
Passato qualche istante, lui si riprese un po’, e da quel momento diventò nel farle la corte il più umile, il più modesto, il più devoto degli uomini.
Lei proseguì molto bene la recita. Gli domandò se la giudicava tanto in cattive acque da poter tollerare un simile modo di fare ed essere costretta a subirlo, o se non vedeva invece che a lei non mancavano certo persone che si facessero avanti più di lui perchè trovavano che ne valesse la pena; e alludeva così al gentiluomo che lei stessa aveva chiamato, con impostura, a farle visita.
Con quei trucchi lo portò a sottomettersi ad ogni controllo possibile per accontentarla, sia sulla sua situazione che sul suo comportamento. Lui le portò prove inconfutabili che aveva pagato la sua parte della nave; le portò un attestato dei suoi padroni che le voci di una loro intenzione di togliere lui dal comando per sostituirlo con il secondo erano false e infondate; insomma divenne esattamente il contrario di quel che era prima.
Io la convinsi così che, se gli uomini si facevano forti del proprio sesso in tema di matrimonio, fondandosi sull’idea che v’era ampiamente da scegliere e che le donne non potevano far le difficili, lo si doveva soltanto al fatto che alle donne mancava il coraggio di puntare i piedi e fare il loro gioco; cioè, secondo il mio Lord Rochester

Donna che sia dalla rovina stretta
sugli uomini può sempre far vendetta.

Dopo ciò la giovane donna fece bene il suo gioco, al punto che, per quanto fosse decisa a sposarlo, e sposarlo fosse anzi il punto principale del suo piano, tuttavia fece diventar per lui la sua conquista la cosa più difficile del mondo. Lo fece senza alterigia e senza sussiego, ma con un metodo molto semplice. Girò la tavola e giocò lei con le carte di lui. Poichè lui aveva preteso, con arroganza, di porsi al di sopra di qualsiasi indagine e di considerare un affronto qualsiasi accertamento su di lui, lei lo attaccò proprio su quel punto, e, mentre riuscì da un lato a far accettare da lui sui suoi affari qualunque indagine, dall’altro gli chiuse ogni via per ficcare il naso nei suoi. A lui bastò ottenerla in moglie. Quanto a quel che lei possedeva, lei gli disse chiaro che, come lui conosceva la sua condizione, così era giusto che lei conoscesse quella di lui; e benchè fino a quel momento lui fosse della condizione di lei informato soltanto per sentito dire, tuttavia le aveva fatto così appassionate dichiarazioni che non poteva domandarle altro che la sua mano, e tutto il resto si sarebbe aggiustato come si usa fra gente che si ama. Insomma, lui non potè trovar modo di farle più nemmeno una domanda sul suo patrimonio, e lei di questo si giovò accortamente, poichè investì parte di quel che aveva, senza dirne niente a lui, in titoli, sui quali lui non poteva metter mano, e si limitò a farlo più che contento con il resto.
La verità è che lei stava molto bene, in fondo. Aveva, cioè, circa millequattrocento sterline in contanti, che dette a lui. Tutto l’altro lo tirò fuori dopo qualche tempo, come un suo provento personale, e lui dovette accettar la cosa come un grandissimo favore, perchè quel denaro, se pure non poteva mettervi sopra le mani, serviva però ad alleviargli il peso delle spese personali di lei. Devo aggiungere che, grazie a quel sistema, quel signore non solo diventò il più umile dei corteggiatori, prima del matrimonio, ma anche il più devoto dei mariti, dopo. Non posso qui far altro che mettere in guardia le donne dal collocarsi al di sotto del normale stato di moglie, che è già di per sè, mi si consenta di ammetterlo, piuttosto basso; in guardia, voglio dire, dal collocarsi al di sotto del proprio stato e preparare le future umiliazioni accettando in anticipo di essere offese dagli uomini, cosa di cui confesso che non vedo la necessità.
Questo racconto può servire, dunque, a far capire alle donne che il vantaggio non è tutto dall’altra parte, come pensano gli uomini. È vero che gli uomini non hanno rispetto a noi che l’imbarazzo della scelta, è vero che certe donne si avviliscono, si danno per nulla, sono una conquista facilissima e non sanno nemmeno aspettare d’essere chieste; ma se l’uomo trova una moglie che, per così dire, vale qualcosa, si può accorgere che non è facile da metter sotto. Quelle che così non sono appartengono a una categoria di persone che hanno, per chi se le piglia, tali e tanti difetti che servono a far preferire la donna quand’è difficile anzichè a incoraggiare l’uomo a insistere nella corte facile, come se potesse essere una moglie di valore quella che al primo colpo viene.
Nulla è più certo del fatto che la donna, con l’uomo, ci guadagna sempre a star sulle sue e a far sapere ai suoi pretesi spasimanti che non è disposta a farsi prendere in giro e che non ha paura di dire di no. Gli uomini, faccio notare, ci offendono sempre rinfacciandoci il numero delle donne; dicono che le guerre, i viaggi per mare, il commercio e altri accidenti si son portati via tanti uomini che non c’è proporzione numerica fra i sessi, e lo svantaggio è perciò tutto delle donne. Ma io non sarei poi troppo sicura del fatto che il numero delle donne sia così grande e quello degli uomini così piccolo; se mi hanno detto il vero, il vero svantaggio delle donne è una gran vergogna per gli uomini, e sta tutto qui, e qui soltanto: che i tempi, cioè, sono così corrotti, e il sesso maschile è così perverso che, insomma, il numero degli uomini con i quali una donna onesta potrebbe mettersi è davvero molto piccolo, e un uomo di cui una donna possa veramente fidarsi si trova solo una volta ogni tanto.
Ma anche da questo una sola è la conseguenza che deriva, e cioè che la donna dovrebbe esser più prudente. Come possiamo infatti conoscere la vera situazione dell’uomo che fa la sua domanda? Dire che una donna dovrebbe in tali occasioni essere più facile è come dire che dovremmo tanto più buttarci avanti quanto maggiore è il pericolo, e ciò, a mio modo di pensare, è assurdo. Al contrario, la donna ha diecimila volte più ragione di essere prudente e ritrosa, quanto più grande è il rischio di essere ingannata; volessero le donne tener conto di ciò, e recitar la parte di donne prudenti, scoprirebbero qualunque trappola che vien loro tesa; sono pochi, insomma, gli uomini la cui vita oggi riveli una vera personalità; se le donne indagheranno anche poco, faran presto a distinguere fra gli uomini e a regolarsi. Quanto alle donne che non trovano valga la pena di darsi pensiero della propria sicurezza, e per l’impazienza di mettersi a posto si pigliano, come si dice, il primo bravo cristiano che capita; alle donne, cioè, che si buttano nel matrimonio come cavalli nella battaglia, io posso dir solo che son donne per le quali bisogna pregare come si fa per la gente sciagurata e a me fanno l’impressione di chi rischia tutto il suo patrimonio in una lotteria dove per un premio solo ci sono migliaia di biglietti.
Nessun uomo di buon senso apprezzerà meno una donna perchè costei non si concede al primo assalto, o perchè non accetta la proposta senza indagare sul fisico e sul morale. Nel caso contrario, la giudicherebbe per forza la più debole creatura del mondo, tenuto conto di com’è oggi la media degli uomini. Avrebbe, insomma, una ben misera opinione della capacità, e addirittura della intelligenza, della donna che, disponendo di una carta sola in tutta la vita, la gioca subito e fa del matrimonio quello che è la morte, un salto nel buio.
Mi contenterei che il mio sesso si comportasse meglio in queste occasioni, le quali fra le tante della vita son quelle che, secondo me, ci danno oggi il cruccio più grave. È solo mancanza di coraggio, è solo paura di non maritarsi più, di finire nella spaventosa condizione della zitella, sulla quale avrei tutta una storia da raccontare. È questa, per me, la trappola in cui le donne cadono. Ma se riuscissero una volta a vincere quella paura e a regolarsi saggiamente, troverebbero certo che è più facile scongiurare quel pericolo col puntar i piedi, nell’occasione così essenziale per la loro felicità, anzichè col buttarsi via come fanno sempre. Se non si sposeranno in fretta come potrebbero in altro modo ottenere, avranno però il vantaggio di sposarsi meglio. Ci si sposa sempre troppo presto quando ci si piglia un cattivo marito, e non ci si sposa mai troppo tardi quando se ne piglia uno buono. In poche parole, non c’è donna che sapendoci fare non arrivi prima o poi, se non è deforme e se non è malfamata, a maritarsi tranquillamente; ma la donna che si butta a precipizio è perduta, mille contro una.
Ma vengo ora al caso mio, che era in quel tempo abbastanza bellino. La condizione nella quale mi trovavo faceva sì che una richiesta di matrimonio da parte di un buon marito fosse per me la cosa più necessaria al mondo, ma io mi accorsi presto che il modo migliore non era quello di esser di bocca facile e tener giù il prezzo. Presto si venne a sapere che la vedova non possedeva nulla, e questo fu il peggio che si potesse dir di me perchè cominciai a esser messa in disparte ogni volta che si parlava di matrimonio. Io ero bene educata, bella, intelligente, garbata e simpatica; ma tutte le qualità che, a torto o a ragione, io attribuivo a me stessa non servivano a nulla senza la moneta che ora valeva molto più della virtù. La vedova non ha soldi, dicevano.
Decisi perciò che, data la situazione in cui ero, mi era assolutamente indispensabile cambiare posizione sociale e fare una nuova apparizione in un posto dove non mi conoscessero, e addirittura presentarmi con un altro nome se era il caso.
Comunicai i miei pensieri alla mia intima amica, la moglie del capitano, che io avevo tanto lealmente aiutato nella sua vicenda con il capitano, e che era pronta ad aiutare nello stesso modo me in qualunque cosa io potessi volere. Non mi feci scrupolo di dirle apertamente le cose come stavano. La mia borsa era in ribasso, perchè al termine della mia ultima storia ero rimasta con meno di cinquecentoquaranta sterline, e ne avevo speso una parte. Avevo, comunque, circa quattrocentosessanta sterline, una certa quantità di vestiti molto belli, un orologio d’oro, alcuni gioielli, di valore però non straordinario, e trenta o quaranta sterline di stoffe di lino, delle quali non mi ero ancora disfatta.
La mia cara e fedele amica, la moglie del capitano, mi era tanto grata per l’aiuto che io le avevo dato nella storia di cui s’è detto che non solo nutriva per me una amicizia a tutta prova ma, spesso, conoscendo la mia situazione, mi faceva regali ogni volta che aveva del denaro per le mani, in misura tale che quasi era come se mi mantenesse lei, e io non spendevo nulla del mio. Alla fine fu lei a propormi una cosa poco bella, disse cioè che, poichè gli uomini, come noi avevamo constatato e come ho già detto, non si facevano scrupolo di presentarsi come persone che meritassero di prendere quello che una donna ha, anche se loro non avevano nulla da dare, era giusto trattarli nello stesso modo e, se possibile, imbrogliare gli imbroglioni.
La moglie del capitano mi mise, insomma, quell’idea in testa e mi disse che se mi lasciavo guidare da lei avrei certamente trovato un marito ricco senza dargli il modo di lamentarsi per quel che io non avevo. Io le dissi, com’era logico, che mi sarei messa completamente ai suoi ordini e che non avrei aperto bocca nè fatto un passo se non me lo diceva lei, sicura che sarebbe stata capace lei di cavarmi da qualsiasi impiccio nel quale mi dovesse cacciare, e lei rispose che me lo assicurava.
Il primo passo che lei mi fece compiere fu quello di chiamarla cugina, e di andare ad abitare a casa di certi suoi parenti in provincia, dove lei condusse il marito a farmi visita. Chiamandomi cugina, mise le cose in modo che lei e il marito insieme mi invitarono calorosamente ad andare a stare da loro in città, poichè abitavano ora in un posto diverso da quello di prima. Per seconda cosa, lei disse al marito che io avevo un patrimonio di almeno millecinquecento sterline e che grazie ad alcuni miei parenti avrei avuto molto di più.
Bastò che lei dicesse questo al marito; non vi fu bisogno di nulla da parte mia. Io dovetti solo starmene seduta ad attendere gli eventi, perchè in tutto il vicinato si sparse subito la voce che la giovane vedova del Capitano… era un ottimo partito, aveva almeno millecinquecento sterline e forse molto di più, l’aveva detto il capitano. Tutte le volte che lo chiedevano al capitano, lui non esitava ad affermarlo, anche se di tutta la storia sapeva solo quello che la moglie gli aveva detto. Non ci vedeva nulla di male, perchè ci credeva anche lui, visto che l’aveva saputo dalla moglie: tanto fragili sono le fondamenta sulle quali la gente si mette a costruire, quando crede che sia in gioco una fortuna. Grazie alla fama di quella ricchezza, io mi trovai felicemente circondata dagli ammiratori, ed ebbi da scegliere fra gli uomini, anche se loro dicono d’essere così pochi, il che conferma fra l’altro quel che ho detto prima. Così stando le cose, io, che dovevo giocare d’astuzia, non ebbi altro da fare che individuare fra loro l’uomo più adatto al caso mio: l’uomo, cioè, che più verosimilmente fosse disposto a fidarsi delle chiacchiere sulla mia ricchezza, senza indagare troppo sui particolari. Se non riuscivo a questo non riuscivo a nulla, perchè la mia situazione non consentiva troppe indagini.
Pescai il mio uomo senza troppa difficoltà, giudicando dal suo modo di farmi la corte. Lo lasciai buttarsi a dichiarare e a giurare che mi amava su ogni cosa al mondo e che gli bastava che io lo facessi felice; io sapevo che ciò si fondava sulla sua supposizione, anzi sulla sua certezza, che io fossi molto ricca, ma di questo non fui mai io a dirgli nemmeno una parola.
Quello era l’uomo per me, ma dovevo metterlo alla prova fino in fondo, per mia sicurezza. Se lui s’impuntava, io sapevo che ero giocata, come sapevo che era giocato lui se sposava me. Della sua ricchezza non mi facevo nessuno scrupolo, perchè sapevo che era per lui il mezzo per pigliarsi una parte della mia. Fingevo, perciò, in ogni occasione, di dubitare della sua sincerità, e gli dicevo che forse lui mi corteggiava solo per la mia ricchezza. Lui mi chiudeva la bocca con un diluvio di proteste, come quelle di cui ho detto, ma io fingevo ancora di dubitare.
Una mattina lui si toglie dal dito l’anello col diamante e scrive sul vetro della finestra della mia camera questo verso:

Sol d’amarti son felice

Io lessi e gli chiesi di darmi l’anello, col quale così scrissi sotto:

Ogni amante, ahimè, lo dice

Lui riprende l’anello e scrive un altro verso, così:

Gran ricchezza è la virtù

Io glielo chiesi di nuovo e scrissi sotto:

Sì, ma l’oro val di più

Lui diventò rosso come il fuoco accorgendosi che ero così svelta a rispondergli, e quasi con rabbia mi disse che mi avrebbe conquistata. Poi scrive:

T’amo, e dell’oro tuo non so che cosa fare

Io rischiai, come vedete, tutto sulla carta della poesia, perchè coraggiosamente scrissi sotto il suo ultimo verso:

Poverissima sono. Sentiam che te ne pare.

Era, quello, tristemente vero per me. Non so se lui mi credette o no. Penso di no. Mi venne comunque vicino, mi prese fra le braccia, e, baciandomi con impeto e incredibile trasporto, mi tenne stretta finchè mi chiese penna e inchiostro, poi disse che gli dava fastidio scrivere sul vetro e, preso un pezzo di carta, scrisse:

Con la tua povertà, tu sarai mia

Io presi la penna e scrissi immediatamente il seguito:

Ma tu speri ch’io dica una bugia

Lui mi disse che questo non era gentile, perchè non era vero, e che io lo costringevo a contraddirmi, cosa che era contraria alla buona educazione e al suo sentimento per me. Così, attirato da me senza che se ne accorgesse in quel gioco di verseggiare, lui mi pregò di non chiedergli di smettere. E scrive ancora:

Solo d’amore dobbiamo parlare

E io scrivo ancora:

È amore già sapersi sopportare.

Lui prese questo per un complimento e depose le armi, vale a dire la penna. Ed era proprio un gran complimento, se lui avesse saputo il resto. Comunque, lui lo prese così. Giudicò, cioè, che io fossi disposta ad andare più in là, e per la verità io avevo le mie buone ragioni per farlo, perchè lui era il tipo più allegro e spiritoso che io avessi mai conosciuto, e spesso io riflettevo fra me che era doppiamente disonesto imbrogliare un uomo simile; ma a questo mi costringeva la necessità di trovare una sistemazione adatta alla mia condizione; e, in certo qual modo, il suo affetto per me e il suo buon carattere, mentre da una parte mi dissuadevano quasi dal proposito di fargli una cattiveria, d’altra parte mi facevano seriamente pensare che lui era in grado di sopportare la delusione meglio di uno di quei tipi collerici capaci di farsi notare solo per quel genere di slanci che servono soprattutto a rendere infelice una donna per tutta la vita.
Inoltre, sebbene io avessi tanto spesso celiato (così lui pensava) a proposito della mia povertà, tuttavia, quando lui avrebbe scoperto che era vero, si sarebbe trovata sbarrata ogni via di protesta, rendendosi conto che, per celia o sul serio, lui aveva dichiarato che mi avrebbe sposata senza darsi pensiero della mia dote, e io, per celia o sul serio, avevo dichiarato di essere poverissima. In poche parole, lo tenevo legato mani e piedi; e anche se avesse in seguito potuto dire che s’era ingannato, non avrebbe potuto mai dire che l’avevo imbrogliato io.
Dopo quel fatto lui mi stette ancora più dietro e io, accorgendomi che non correvo il rischio di perderlo, recitai con lui la parte della donna indifferente un po’ più a lungo di quanto, in altra situazione, la prudenza mi avrebbe consigliato. Ma calcolai quale vantaggio quella prudenza e quella indifferenza potevano darmi su di lui quando mi fossi trovata nella necessità di rivelargli le mie condizioni. Feci tutto nel modo più lento, perchè capii che da ciò lui poteva immaginare, com’era logico facesse, che io ero ancora più ricca, o più assennata, al punto da non voler correre rischi.
Un giorno che, parlando, eravamo arrivati molto vicini all’argomento, io mi presi la liberdi dirgli che in verità lui mi aveva fatto un vero regalo da innamorato, cioè mi aveva accettato senza indagare sulla mia ricchezza. Gli dissi che io l’avrei adeguatamente ricambiato, avrei cioè indagato a proposito dei suoi beni il minimo ragionevole, ma speravo che mi consentisse di fargli almeno qualche domanda, alle quali poteva rispondere o no, come gli pareva. Una di queste domande si riferiva alla vita che avremmo fatto, e dove avremmo abitato, poichè avevo sentito parlare di una grande piantagione in Virginia e del fatto che lui voleva andare a vivere là, e gli dissi che non mi andava troppo l’idea di essere deportata.
Lui, a quel discorso, prese spontaneamente a mettermi al corrente di tutti gli affari suoi, e mi raccontò in modo molto schietto e franco come stava, tanto che io mi resi conto che se la passava molto bene. Ma la maggior parte dei suoi averi consisteva in tre piantagioni che possedeva in Virginia e che, in linea di massima, gli davano una buona rendita, sulle trecento sterline l’anno; ma potevano darne quattro volte di più, se lui abitava sul posto. “Benissimo,” pensai io, “tu mi ci condurrai prestissimo, anche se non sarò io a parlartene per ora.”
Io feci molte celie sull’aria che doveva avere lui in Virginia; ma, sebbene mi accorgessi che era disposto a fare tutto quel che io desideravo, vidi tuttavia che non gradiva che io sottovalutassi le sue piantagioni, e perciò cambiai discorso. Gli dissi che avevo buone ragioni per non andare a vivere là, perchè, se le sue piantagioni valevano tanto, io non ero ricca abbastanza per un signore che aveva milleduecento sterline di rendita all’anno, come lui aveva detto.
Lui generosamente rispose che non mi aveva chiesto quali erano i miei beni; fin dall’inizio mi aveva detto che non l’avrebbe fatto, e avrebbe mantenuto la parola; ma quali che fossero, lui mi assicurò che non avrebbe mai preteso che io andassi in Virginia con lui, nè vi sarebbe andato lui da solo, a meno che io stessa l’avessi voluto e scelto da me.
Tutto ciò, potete figurarvelo, era quel che io volevo, e per la verità non mi sarebbe potuto accadere nulla di più gradito. Andai avanti come prima, con quella specie di indifferenza che spesso lo stupiva, ora più di prima, ma che era d’altra parte l’unico modo di farmi fare la corte da lui. Lo dico più di una volta proprio per chiarire alle donne che niente avvilisce più il nostro sesso e lo dispone ad essere maltrattato della mancanza del coraggio di mostrarsi indifferenti. Corressero le donne il rischio di perdere qualche volta un pretendente bellimbusto che si dà arie molto al di là dei suoi meriti, certo sarebbero prese meno alla leggera e avrebbero più corteggiatori. Gli avessi anche rivelato chiaro e tondo quale era la mia grande ricchezza, che io non avevo cinquecento sterline in tutto quando lui se ne aspettava millecinquecento, pure l’avevo preso così bene all’amo e l’avevo fatto ballare per tanto tempo che potevo star tranquilla che m’avrebbe sposata anche nelle condizioni peggiori. E in realtà fu per lui una sorpresa minore di quel che avrebbe potuto essere, quando seppe la verità, perchè siccome non poteva rivolgere il minimo biasimo a me, che avevo mantenuto fino all’ultimo la mia aria di indifferenza, non ebbe nulla da dire, se non che effettivamente aveva creduto che fosse di più, ma anche se era meno non si pentiva dell’affare fatto; gli dispiaceva solo perchè non avrebbe potuto mantenermi bene come era stata sua intenzione.
In breve, ci sposammo, e per parte mia, ve lo assicuro, lui anche come uomo valeva la pena di sposarlo. Era, infatti, l’uomo più spiritoso che mai una donna abbia avuto, anche se le sue condizioni non erano buone come io avevo immaginato, nè d’altra parte lui le migliorò troppo sposando me.
Sposati che fummo, dovetti con accortezza arrivare a dirgli quant’era modesto il mio capitale e a rivelargli che non c’era altro. Ma era necessario farlo, e perciò un giorno che eravamo soli colsi l’occasione di entrare direttamente in argomento e parlargliene.
“Mio caro,” dico, “siamo sposati da due settimane. Non è il caso che tu sappia se hai preso una moglie che possiede qualcosa o che non possiede nulla?”
“Quando vorrai tu, cara,” dice lui. “Io sono contento di avere la moglie che amo. Non ti ho neanche troppo seccata con questa storia,” dice.
È vero,” dico io, “ma io mi trovo in grande imbarazzo, e non so come fare.”
“Che c’è, mia cara?” dice lui.
“Ecco,” dico io, “è un po’ spiacevole per me, e più spiacevole ancora sarà per te. Mi hanno detto che il Capitano… (e feci il nome del marito della mia amica) ti ha detto che io ho molto più denaro di quanto io abbia mai preteso di avere, e io sono sicura di non avergli detto io di farlo.”
“Bene,” dice lui, “il Capitano… può avermelo detto, ma, con questo? Se tu non hai tanto, la cosa riguarda lui, ma tu non mi hai detto mai che l’avevi, e perciò io non posso prendermela con te nemmeno se non hai assolutamente niente.”
Questo è così giusto,” dico io, “e così generoso, che mi serve solo ad essere addolorata il doppio.”
“Meno hai, cara,” dice lui, “peggio è per tutti e due; ma io spero che il tuo dolore non sia causato dal timore che io diventi scortese con te, in mancanza di una dote. No, no. Se non possiedi niente, dimmelo chiaro, e subito. Potrò magari dire al capitano che mi ha imbrogliato, ma non potrò mai dire che mi hai imbrogliato tu. Non l’avevi scritto di tua mano che eri povera? Io avrei dovuto crederti.”
“Bene,” dico io, “mio caro, sono contenta che non riguarda me il fatto che sei stato tratto in inganno prima del matrimonio. Se d’ora in poi io dovessi ingannarti, nulla vi sarebbe di peggio. Che io sia povera è vero, ma non povera al punto da non aver nulla.” Così tiro fuori dei titoli di banca e glieli consegno, per un valore di circa centosessanta sterline. “Ecco qualcosa, caro,” dico, “e non è nemmeno tutto.”
Lo avevo condotto così vicino a non attendersi nulla, con quanto avevo detto prima, che il denaro, benchè la somma in sè fosse piccola, fu doppiamente gradito da lui. Ammise che era più di quel che si aspettava, ma disse che non dai miei discorsi lui s’era lasciato trarre in inganno: l’idea della mia ricchezza ai suoi occhi l’avevano data i miei bei vestiti, orologio d’oro, un paio di anelli con diamanti.
Lo lasciai accontentarsi di quelle centosessanta sterline un paio di giorni e poi, dopo esser stata fuori durante il giorno come fossi andata a prelevarle, gli portai a casa altre cento sterline in oro e gli dissi che ve n’erano per lui ancora alcune altre. In breve, in una settimana gli portai altre centottanta sterline, e pezze di lino per circa sessanta sterline, che gli raccontai d’essere stata costretta a prendere insieme con le cento sterline d’oro che gli avevo dato, come recupero di un credito di seicento sterline, il che faceva poco più di cinque scellini per sterlina, a dir molto.
“E adesso, mio caro,” gli dico, “mi dispiace di dirti che questo è tutto, e che ti ho consegnato tutti i miei averi.” Aggiunsi che, se la persona che aveva le mie seicento sterline non avesse approfittato di me, io sarei valsa adesso per lui mille sterline. Ma così era, io ero stata leale, non mi ero tenuta nulla per me, se ci fosse stato di più gliel’avrei dato.
Lui fu così conquistato dal modo e così contento per la somma, perchè aveva avuto una paura terribile che non vi fosse nulla del tutto, che accettò con molta gratitudine. E in tal modo io riuscii a compiere l’imbroglio di passare per ricca senza aver denaro, e di indurre con la frode un uomo a sposarmi per la finzione della mia ricchezza; azioni tutte che, ad ogni modo, io considero le più pericolose che una donna possa compiere, per le quali corre grandissimo rischio di trovarsi molto male in seguito.
Mio marito, per dire quel che è giusto, era un uomo d’indole molto buona, ma non era uno sciocco. Poichè s’accorgeva che le sue rendite non erano adeguate al tenor di vita che avrebbe voluto condurre se io gli avessi portato quanto lui si aspettava, e poichè era un po’ deluso dalle rendite che gli venivano dalle sue piantagioni in Virginia, manifestò diverse volte il suo proposito di andare ad abitare in Virginia, per vivere del suo; e spesso decantava il modo in cui si viveva laggiù, con poca spesa, nell’abbondanza, piacevolmente, e così via.
Io compresi subito il suo punto di vista, e una mattina lo affrontai con franchezza e gli dissi come la pensavo. Il suo patrimonio, dissi, non rendeva nulla, a quella distanza, a paragone di quel che poteva rendere se lui era sul posto. Io avevo in mente di andare ad abitare là. Aggiunsi che mi rendevo conto che, se lui era rimasto deluso dalla moglie perchè in un certo senso non avevo corrisposto alla sua aspettativa, non potevo fare a meno, per ripagarlo, di dirgli che ero dispostissima a trasferirmi a vivere in Virginia con lui.
Lui mi disse mille cose gentili perchè gli avevo fatto quella proposta. Mi disse che, anche se era deluso nell’aspettativa di un patrimonio, non era però deluso della moglie, e che io ero per lui tutto quel che una moglie può essere, e, considerando tutti i particolari, lui era in definitiva molto soddisfatto. Ma quella mia proposta era così gentile, che non sapeva come dirmelo.
Per farla breve, decidemmo di partire. Lui mi disse che possedeva là una gran bella casa, con ottimi mobili, e che sua madre ora viveva e abitava lì, con una sua sorella, ed erano quelli i soli parenti che aveva. Appena lui sarebbe arrivato là, sua madre sarebbe andata a vivere in un’altra casa, che era proprietà di lei e doveva restarlo fino alla sua morte per passare poi a lui. Così io avrei avuto una casa tutta per me. E io trovai poi che le cose stavano esattamente come lui mi aveva detto.
Caricammo, a bordo della nave che ci trasportava, una quantità di suppellettili di casa, tela e altre merci da vendere, e partimmo.
Dar conto del modo in cui si compì il nostro viaggio, che fu lungo e pieno di pericoli, non è cosa per me. Tutto quel che posso dire è che, dopo una terribile traversata, terrorizzati due volte da paurosi uragani e un’altra volta da una cosa peggiore, voglio dire da un pirata che venne a bordo e si prese tutte le nostre provviste; e la cosa più tremenda per me fu che avevano preso mio marito per portarselo via, ma a furia di suppliche si convinsero a lasciarlo; insomma, dopo tante cose terribili arrivammo a York River, in Virginia, e giunti alla nostra piantagione fummo accolti con indicibili manifestazioni di tenerezza e di affetto dalla madre di mio marito.
Abitammo tutti insieme, e mia suocera restò in casa dietro mia preghiera, perchè era una madre troppo gentile per separarsene. Anche mio marito continuò a esser lo stesso di prima, e io mi ritenevo la creatura più felice del mondo quando un avvenimento strano e incredibile pose fine a tutta quella felicità e fece della mia condizione la più intollerabile, se non la più sciagurata del mondo.
La mamma era una vecchia signora molto allegra e spiritosa. Posso chiamarla vecchia, perchè suo figlio aveva passato la trentina; devo dire che era simpatica, di buona compagnia, e mi faceva passare il tempo, specialmente raccontandomi un monte di storie divertenti sul paese dove eravamo e sulla gente.
Fra l’altro, mi disse spesso che la gran parte degli abitanti della colonia erano arrivati lì dall’Inghilterra in condizioni molto poco buone. In genere, erano di due specie: la prima, quelli che erano stati portati dai padroni delle navi per esser venduti come servitori. “Noi li chiamiamo così, cara,” dice, “ma è più esatto chiamarli schiavi.” L’altra, quelli che erano stati deportati da Newgate o da altre prigioni perchè dichiarati colpevoli di delinquenza pericolosa o di altri reati punibili con la pena di morte.
“Quando arrivano qui,” dice, “noi non facciamo nessuna differenza. Li comprano i piantatori e li fan lavorare tutti insieme nei campi finchè dura il tempo della loro pena. Quand’è passato,” dice, “li si incoraggia a diventar piantatori in proprio. C’è, infatti, un certo numero di jugeri di terra destinati a questo scopo dalla comunità. Quelli si mettono al lavoro, ripuliscono e curano la terra, e piantano per proprio conto tabacco e grano; e siccome i commercianti fan loro credito per gli attrezzi, i vestiti e gli altri bisogni, garantendosi sul futuro raccolto, quelli ogni anno coltivano un po’ di più dell’anno prima, e così possono comprare tutto quel che gli serve con il raccolto che deve venire.”
“Così, bambina,” dice, “più di un uccello uscito dalla gabbia di Newgate diventa un grand’uomo, e qui abbiamo,” continua, “diversi giudici di pace, ufficiali di polizia, magistrati, che hanno il marchio di fuoco sulla mano.”
Stava continuando quella parte del racconto quando la parte che in quel racconto aveva lei stessa la indusse a interrompersi e con disinvoltura mi confidò che apparteneva anche lei alla seconda categoria di quegli abitanti: era arrivata lì, detto chiaramente, perchè s’era spinta troppo oltre in una certa faccenda e l’avevano dichiarata delinquente. “Ed ecco il marchio, bambina,” dice; e, levandosi il guanto, “guarda,” dice, volta il palmo della mano, e mi mostra un bel braccio e una mano molto bella ma marcata in mezzo al palmo, come è prescritto in quei casi.
Il racconto era molto emozionante per me, ma la mamma sorridendo disse: “Non deve sembrarti strano, figlia. Ti ho detto che alcuni degli uomini migliori di questo paese hanno il marchio di fuoco sulla mano e non si vergognano di averlo. C’è il Sindaco…” dice, “che fu un famoso borsaiolo; c’è il Giudice Ba…r, che fu uno scassinatore di negozi; e tutti e due ebbero il marchio sulla mano. Potrei farti il nome di molti altri.”
Facevamo spesso conversazioni del genere, e lei mi dava molti esempi di quel tipo. Qualche tempo dopo, mentre lei mi stava raccontando la storia di uno che era stato deportato poche settimane prima, io presi a chiederle in modo confidenziale di raccontarmi qualcosa della sua storia, e lei lo fece con tutta sincerità e schiettezza: com’era capitata in mezzo alle cattive compagnie in gioventù a Londra, a causa del fatto che sua madre la mandava spesso a portare cibarie e altri soccorsi a una parente che era incarcerata a Newgate e si trovava in miserande condizioni, soffrendo la fame, e fu in seguito condannata all’impiccagione, ma poichè ebbe la proroga facendo ricorso per gravidanza finì col morire in carcere.
Qui mia suocera attaccò un lungo racconto sui costumi corrotti di quel luogo pauroso, che da solo rovinava più giovani di tutta la città fuori. “E poi, bambina,” dice mia madre, “tu forse ne sai poco o addirittura non ne hai mai sentito parlare; ma credimi,” dice, “noi tutti sappiamo che ha fatto più ladri e farabutti quel solo carcere di Newgate di tutte le bande e le società di malfattori della nazione; ed è quel luogo maledetto,” dice la mamma, “che popola per metà questa colonia.”
E continuò con la sua storia, così a lungo e in maniera così particolareggiata che io cominciai a sentirmi molto a disagio; ma quando si venne ad un particolare per cui era necessario che lei dicesse il suo nome, io ebbi l’impressione di sprofondare sotto terra. Lei si accorse che io ero fuori di me, mi chiese se non stavo bene, che cosa mi angustiava. Io le dissi che ero tanto turbata dalla dolorosa storia che lei mi aveva narrato e da tutte le cose terribili che lei aveva passato, che ero sopraffatta e la supplicavo di non parlarne più. “Ma, cara,” dice lei con molta gentilezza, “perchè queste cose devono farti tanta impressione? Sono trascorsi di prima che tu venissi al mondo, e a me ora non fanno nessuna impressione; anzi, vi ripenso con una certa soddisfazione, perchè furono il mezzo per farmi arrivare dove sono adesso.” Poi continuò a raccontarmi com’era stata fortunata di capitare in una brava famiglia, dove, portandosi lei bene ed essendo morta la padrona, il padrone la sposò; e lei ebbe da lui mio marito e una figlia; e con diligenza e buona amministrazione, dopo la morte del marito, aveva portato la piantagione al livello di adesso; sicchè gran parte del patrimonio era il suo, non del marito, dato che era vedova da più di sedici anni.
Questa parte della storia l’ascoltai con pochissima attenzione, perchè avevo soprattutto bisogno di ritirarmi e dare sfogo al mio dolore, come subito dopo feci. Giudichi chiunque quale dovette essere l’angoscia dell’animo mio quando giunsi a capire che certamente quella era mia madre, nè più nè meno, e io avevo già avuto due figli, ed ero incinta di un altro, da mio fratello, con il quale continuavo a coricarmi ogni sera.
Ero adesso la più infelice delle donne al mondo. Oh, non mi fosse stata mai raccontata quella storia, tutto sarebbe stato a posto. Non era stato un delitto essermi coricata con mio marito, quando del fatto che era mio consanguineo io non sapevo nulla.
Avevo ora un tal peso sul cuore che non mi riusciva più di dormire. Svelare il segreto, cosa che m’avrebbe dato un po’ di sollievo, non vedevo a che potesse servire; celarlo, tuttavia, appariva quasi impossibile. Anzi, ero certa che ne avrei parlato nel sonno, avrei detto tutto a mio marito anche senza volere. Se mi decidevo a parlare, il meno che dovevo attendermi era di perdere il marito, perchè era un uomo troppo per bene, troppo onesto, per restare mio marito dopo aver appreso che io ero sua sorella; cosicchè ero al colmo della perplessità.
Lascio a chiunque giudicare quali problemi avessi di fronte. Ero lontana dal mio paese natale, ad una distanza fantastica, insormontabile per un viaggio di ritorno. Vivevo molto bene, ma in una situazione di per sè intollerabile. Se mi fossi confessata a mia madre sarebbe stato difficile convincerla dei particolari, e non avevo modo di provarli. D’altra parte, se lei mi faceva qualche domanda o aveva qualche dubbio io ero perduta perchè un semplice accenno sarebbe bastato immediatamente a dividermi da mio marito, senza conquistarmi nè mia madre nè lui, che non mi sarebbe stato più nè marito nè fratello; così, suscitando insieme da un lato la meraviglia e dall’altro il dubbio, ero certa che mi sarei vista perduta.
Intanto, poichè ero fin troppo sicura del fatto, vivevo consapevolmente in pieno incesto e fornicazione, con tutta l’apparenza della moglie per bene. E benchè di ciò non mi impressionasse troppo la natura delittuosa, tuttavia l’atto aveva in sè qualcosa che ripugnava all’istinto e mi dava persino un senso di nausea per mio marito, poichè lui credeva d’essere questo per me.
Comunque, dopo ponderata riflessione, decisi che era assolutamente necessario tener nascosto tutto e non fare la minima rivelazione nè alla madre nè al marito. Vissi così nella peggiore sciagura immaginabile per altri tre anni, ma non ebbi altri figli.
Durante quel tempo mia madre aveva l’abitudine di farmi spesso altri racconti delle sue avventure di prima, e questo però non era piacevole per me. Infatti, da quello, benchè lei non me lo dicesse in parole chiare, potevo facilmente comprendere, unendo quel che avevo sentito dire io dai miei primi tutori, che lei in gioventù aveva fatto sia la puttana che la ladra; onestamente ammetto però che era vissuta tanto da pentirsi di tutte e due le cose e che era allora una donna molto pia, per bene e religiosa.
Bene, qualunque vita avesse fatto lei, certo è che io stavo facendo una vita poco piacevole. Vivevo infatti, come ho detto, nel tipo peggiore di fornicazione, e poichè non potevo attendermi nulla di buono, in realtà nulla di buono ne venne fuori, e la mia prosperità apparente crollò, e finì con miseria e rovina. Passò in verità del tempo prima che si giungesse a questo, perchè, per forza di non so che destino, tutto andò male per noi, da quel momento, e, quel che fu peggio, mio marito diventò stranamente diverso, intrattabile, geloso e sgarbato, e nemmeno io riuscivo a tollerare i suoi modi, perchè erano modi irragionevoli e ingiusti.