Emilio Salgari – Attraverso l’Atlantico in pallone – TXT

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Capitolo 1
Una sorpresa alla polizia canadese

“Hurrah!” urlano diecimila voci.
“Evviva il Washington!”
“Hurrah per Mister Kelly!”
“Mille dollari a chi ci tiene!” grida una voce.
“Siete pazzo Paddy?… Li perderete: ve lo assicuro io.”
“Duecento sterline!…” grida un’altra voce.
“Chi ci tiene?”
“Su chi scommettete?”
“Sulla riuscita della traversata!”
“Ecco un altro pazzo! Avete molte sterline da gettare in mare, Mister Holliday!”
“Le vincerò: Kelly attraverserà l’oceano e scenderà in Inghilterra.”
“No, in Spagna”, grida un altro.
“In Spagna o in Inghilterra, poco importa. Chi ci tiene a duecento sterline?”
“Le perderete, il suo pallone scoppierà.”
“E andrà a finire in fondo all’oceano.”
“Kelly è un pazzo!”
“Kelly è stanco di vivere!”
“No: è un coraggioso! Hurrah per Kelly! Viva il Washington!”
“Mille dollari che Kelly morrà affogato.”
“Duemila che il suo aerostato scoppierà sulle nostre teste.”
“Cento sterline che Kelly si fracasserà sulla spiaggia.”
“Mille che attraverserà l’oceano!”
“Accettate?”
“Sì…!”
“No… siete pazzi!”
“Hurrah per Kelly!”
Questi dialoghi, queste grida, queste scommesse, le une più stravaganti delle altre, si incrociano in tutti i sensi, si fanno ovunque. Yankee, canadesi, inglesi scommettono: con pari furore, sterline e dollari corrono dappertutto, mentre la folla si agita, si urta, si spinge, si schiaccia contro un grande recinto, rovesciando i policemen. che non sono più in grado di trattenerla, malgrado non risparmino i colpi di mazza, che grandinano sui più impazienti con sordo rumore.
Dalle prime epoche della sua scoperta, mai si era veduta tanta gente radunata sulle spiagge dell’Isola Brettone. Da tre giorni, battelli a vapore, barche a vela, scialuppe e lance rovesciavano su quelle sponde americane del Maine, del New Hampshire, del Vermont. del Massachusetts, del Delaware, del Maryland, del Connecticut e dello stato di New York, francesi e inglesi del Basso e dell’Alto Canada e dell’Isola di Terranova.
La piccola città di Sidney, capoluogo dell’Isola Brettone, era stata invasa dai primi arrivati: gli altri, malgrado la stagione fosse tutt’altro che mite, si erano accampati all’aperto, sotto tende improvvisate con coperte d’ogni specie, con vele, con stuoie, decisi a non andarsene prima di aver veduto ciò che li aveva attratti su quelle spiagge quasi inospitali.
Che cosa aveva potuto radunare colà, in sì breve tempo, quelle venticinque o trentamila persone? Una notizia emozionante, portata da tutte le linee telegrafiche del Canada e degli Stati Uniti dell’Unione.
Un uomo – un audace, secondo alcuni; un pazzo che era stanco di vivere e spendere milioni, secondo altri – aveva annunciato che stava per tentare la traversata dell’Oceano Atlantico in pallone! Non ci voleva di più per far accorrere all’Isola Brettone gli Americani e gli Inglesi, gli uni grandi amatori di spettacoli mirabolanti, gli altri grandi ammiratori delle audacie scientifiche.
Il nome dell’aeronauta che stava per tentare quella temeraria impresa, era noto negli Stati Settentrionali dell’Unione e nel Basso come nell’Alto Canada.
Ned Kelly, tale era il suo nome, era uno yankee puro sangue, nato a New Port, nel Connecticut. Ricco a milioni, solo al mondo, ardito, amante delle scienze, ingegnere di fama, da parecchi anni si era dato allo studio dell’aeronautica. Si diceva che volesse trovare il mezzo di dirigere i palloni: anzi aveva fatto parecchie ascensioni, recando seco degli apparecchi di sua invenzione, ma, a quanto pareva, con poca riuscita. Aveva quindi abbandonato quegli attrezzi, più di peso che di utilità, e si diceva che si fosse dato allo studio delle correnti aeree, volendo tentare un grande viaggio.
Si sapeva che da parecchi mesi faceva delle ascensioni sulle coste della Nuova Scozia e dell’Isola Brettone con un pallone frenato; poi egli era improvvisamente partito per New York, assentandosi per varie settimane.
Nei primi di aprile del 1878 il telegrafo annunciava che Ned Kelly avrebbe tentato la traversata dell’Oceano Atlantico, con un pallone di nuovo modello. Quella notizia commosse profondamente americani e canadesi.
Gli scienziati dei due paesi s’affrettarono a chiamare quell’audace impresa un suicidio; i giornali si divisero in due campi, l’uno a favore dell’ingegnere, l’altro contro; il pubblico, salvo poche eccezioni, chiamò quel tentativo una pazzia!… Pazzia, o suicidio, o buona riuscita, le persone meglio munite di denaro s’imbarcarono in massa chi sui piroscafi, chi sui velieri, chi sulle lance, e si portarono all’Isola Brettone. Tutti volevano assistere alla partenza della spedizione, quantunque i più fossero convinti di veder scoppiare quel nuovo pallone appena si fosse alzato e altri di assistere all’agonia dell’aeronauta e dei suoi compagni, se ne avesse trovati, perché non dubitavano che si sarebbero tutti annegati in mezzo all’ampio oceano.
Mentre gli aiutanti dell’ingegnere si preparavano a gonfiare l’aerostato, la cui enorme massa occupava una gran parte dell’immenso recinto costruito sulla spiaggia, a tre miglia da Sidney, e a disporre i sacchi di zavorra, le casse dei viveri, i barili d’acqua, le gomene, le ancore, ecc., gli americani, gli inglesi e i canadesi, seguendo la loro passione, scommettevano con furore. I più giocavano contro la riuscita dell’impresa: ma taluni, che forse avevano una grande fiducia nell’ingegnere o nel suo pallone, puntavano in suo favore, eccitando la più alta sorpresa o la più clamorosa ilarità.
A un tratto un grido echeggia:
“Silenzio!…”
Le urla, le risa, le discussioni cessano come per incanto, gli occhi di quei tremila spettatori si fissano in mezzo al vasto recinto, dove si stendono due enormi tubi, le cui estremità si prolungano da una parte verso un caseggiato, dove si fabbrica l’idrogeno, e dall’altra scompaiono sotto due enormi cumuli di seta, che cominciano ad agitarsi, come se sotto di loro s’introducesse una rapida corrente d’aria.
Un grido immenso scoppia da ogni parte: è un grido di stupore, che si converte subito in esclamazioni d’ogni genere e in discussioni animate. I dialoghi s’incrociano ancora da ogni parte.
“Chi ha mai visto un pallone di quel genere?…”
“Un pallone!… Ma sono due i palloni!…”
“A me sembrano due pelli di balena!”
“Che Kelly abbia trovato il modo di dirigere gli aerostati?…”
“L’ingegnere ci farà perdere le scommesse.”
“A vantaggio nostro che abbiamo scommesso per lui!…”
“By God!”
“Sapristi!”
“Hurrah!, Hurrah!”
Un alto grido scoppia da tutte le parti, e una carica di applausi frenetici rimbomba, coprendo i muggiti delle onde, che si frangono con furore contro la spiaggia, e le grida degli aiutanti.
Quei due ammassi di seta si sono distesi sotto la spinta dell’idrogeno che s’ingolfa attraverso i tubi, e le forme che assumono strappano a tutti grida di meraviglia. Non sono i soliti palloni, che sembrano fiaschi rovesciati: sono due fusi immensi, lunghi quasi quaranta metri, con un diametro di quindici al centro, che si alzano lentamente con un leggero ondeggiamento, tendendo le corde che gli aiutanti, in numero di trenta, tengono con mani robuste.
Al di sotto di quei due fusi, che rammentano le forme dei sigari avana, appeso a una lunga asta che occupa il centro dello spazio lasciato dai due aerostati, ma a una distanza di tre metri dal loro lato inferiore, si agita una specie di battello, lungo trenta piedi, già carico d’una infinità di oggetti, di pacchi, di sacchetti, di botti, di casse, ma costruito d’un metallo leggero e che si direbbe argento. Ancora pochi minuti e quell’immensa macchina spiccherà il volo sopra i flutti muggenti dell’Atlantico.
L’emozione degli spettatori è al colmo. Ognuno dimentica le scommesse e tiene gli occhi fissi su quei due palloni, che sempre più si gonfiano, mentre gli aiutanti eseguono delle manovre misteriose con certe pompe. Si direbbe che iniettino, nell’interno dei due aerostati, un gas speciale o qualche cosa di simile.
Ma quell’emozione prende enormi proporzioni quando si vede apparire l’ardito aeronauta, uscito allora dal caseggiato dove si fabbrica l’idrogeno.
E un bell’uomo sui trentacinque anni, di statura alta, slanciato, con la fronte spaziosa, gli occhi neri e lampeggianti, i lineamenti energici. Indossa un semplice costume di lana bianca ed è seguito da un giovane negro di diciotto o vent’anni, vestito come lui.
Un “hurrah” immenso scoppia: gli spettatori agitano pazzamente i berretti, i cappelli, i fazzoletti.
“Viva Kelly!”
“Viva il Washington!”
“Hurrah…Hurrah!…”
L’ingegnere, giunto in mezzo al recinto, fa spiegare sulla poppa di quell’imbarcazione argentea che deve servirgli da navicella, la bandiera stellata degli Stati dell’Unione, provocando da parte dei suoi compatrioti entusiastici evviva, poi con rapido sguardo esamina il suo magnifico apparecchio aereo, e volgendosi verso il pubblico, dopo aver reclamato con un gesto energico il più assoluto silenzio, dice: “Ho cercato, ma invano, un terzo compagno che mi segua in questo grande viaggio aereo attraverso l’oceano. Se qualcuno di voi si sente il coraggio di salire sul mio Washington, offro un posto.”
Un silenzio glaciale accoglie le parole dell’aeronauta: l’entusiasmo s’è estinto ad un tratto. Gli spettatori si guardano in viso l’un l’altro; ma nessuno emette un sì. Applaudire quel coraggioso, sta bene; ma accompagnarlo, seguirlo sull’oceano su quella macchina capricciosa in balia del vento, per perire forse nei flutti, è un altro affare!
Nessuno si sente in vena di morire per la scienza.
Kelly attende un minuto, poi balza nella navicella, seguito dal giovane negro, gridando: “Pronti al comando!…”
Ad un tratto un uomo si slancia attraverso la massa del pubblico, aprendosi il passo con spinte irresistibili, balza sopra il recinto e si precipita verso l’ingegnere, gridando: “Cercate un compagno: eccomi!”
La folla per un momento raffreddata, si riscalda come per incanto chi è quel giovanotto che osa affrontare la morte? Nessuno lo sa; ma deve essere un coraggioso, e gli audaci sono e devono essere ammirati. Gli “hurrah” prendono proporzioni tali da assordare; gli applausi scoppiano dovunque, tutti agitano i cappelli e i fazzoletti, tutti urlano, si agitano, si dimenano come ossessi.
Ma d’improvviso, mentre l’ingegnere sta per dare il comando di “Via tutti!” e i suoi trenta aiutanti stanno per abbandonare le funi, si odono delle grida di rabbia: “È lui!”, “Addosso, policemen,” “Prendiamolo!”, “Fermate!… Fermate!” Quindici o venti policemen, guidati da alcuni capi, si precipitano nel recinto, correndo verso il pallone, ma ormai è troppo tardi. Il vascello aereo, libero, s’innalza maestosamente, trasportando con sé l’ingegnere, il suo negro e quello sconosciuto, giunto all’ultimo momento.
“Scendete!” gridano i policemen, che sembrano furiosi. Uno di loro con un salto si aggrappa a una fune pendente dalla navicella; ma il vascello aereo, che deve avere una potenza ascensionale immensa, lo trascina con sé.
Il pubblico scoppia in una clamorosa risata. Lo sconosciuto però, che pare si aspettasse un simile colpo di scena, si curva sul bordo della navicella e taglia la fune con un rapido colpo di coltello, facendo capitombolare sconciamente l’agente di polizia, e rovescia sul capo degli altri un sacco di zavorra, accecandoli. Una guardia estrae il revolver e lo punta in alto; ma il pubblico, che s’è riversato nel recinto come una fiumana, glielo strappa di mano, per tema che guasti quella meravigliosa nave aerea. Un ultimo immenso grido riecheggia: “Hurrah! Hurrah per Kelly! Viva il Washington!”
I due palloni erano allora tanto alti che già parevano due sigari: si videro per alcuni istanti rasentare un grande nuvolone che si estendeva sopra l’oceano, poi sparire verso il nord, in direzione di Terranova.
Quasi contemporaneamente una rapida nave a vapore, un incrociatore della Real Marina, usciva precipitosamente da Sidney e si slanciava sulle tracce degli aeronauti.

Capitolo 2

Il Feniano

Kelly aveva tutto osservato: aveva udito le grida di rabbia dei policemen e le intimazioni di scendere, aveva visto il brusco ma fortunatamente troppo tardo assalto e la fulminea manovra dello sconosciuto: ma per il momento non aveva creduto conveniente interrompere la sua partenza e aprire le valvole per tornare a terra. Avrebbe potuto sbarazzarsi di quell’individuo, di quel compagno giunto proprio all’ultimo momento, più tardi, se non fosse stato degno di seguirlo in quel pericoloso viaggio attraverso l’immenso oceano. Non si era occupato quindi di lui e aveva rivolto tutta l’attenzione al suo vascello aereo, al suo superbo Washington, come l’aveva battezzato, il quale continuava ad innalzarsi nello spazio.
L’isola impiccioliva rapidamente sotto di lui, di mano in mano che la distanza cresceva. Gli spettatori sembravano una piccola macchia nera; Sidney una macchia biancastra irregolare; le navi ancorate nel porto piccoli punti scuri; l’isola aveva le dimensioni di un giornale tagliato capricciosamente dalle forbici di un bambino.
A nord si scorgeva Terranova col suo grande banco, cosparso di puntini neri, che dovevano essere le navi occupate alla pesca dei merluzzi; verso l’ovest si disegnavano nettamente le coste della Nuova Scozia e più oltre quelle del New Brunswick, e verso il sud si distinguevano confusamente quelle del Maine, che si perdevano verso il New Hampshire.
Di tratto in tratto si udivano da terra dei sordi rumori che parevano applausi e delle detonazioni. Dopo pochi minuti tutto tacque, e un silenzio profondo regnò nelle alte regioni dell’aria.
Il Washington era ormai salito a 3500 metri e, raggiunta la cosiddetta zona d’equilibrio, filava verso il nord-est, in direzione di Terranova, con un lieve dondolio e con una velocità di trentasei miglia all’ora.
“Tutto va bene,” mormorò l’ingegnere. “Se Dio ci protegge, anche questa grande traversata si compirà.”
Abbandonò il bordo della navicella e guardò i suoi due compagni. Il negro, rannicchiato in un angolo, si teneva strettamente aggrappato alle corde delle casse che ingombravano la poppa di quella specie di imbarcazione: i suoi grandi occhi, che parevano di porcellana, manifestavano un inesprimibile terrore e la sua tinta, da nera era diventata grigia. Se fosse stata bianca, sarebbe stata pallida, anzi livida.
Lo sconosciuto invece pareva tranquillissimo, come se si trovasse in una imbarcazione ondeggiante sul mare. Ora guardava l’oceano che rumoreggiava giù in fondo, distendendosi verso l’est a perdita d’occhio, ora l’Isola Brettone, che era diventata un punto bruno, ed ora alzava il capo, esaminando con un certo stupore i due immensi palloni fusiformi che si libravano maestosamente in mezzo all’atmosfera.
Quello sconosciuto, che doveva essere dotato d’un sangue freddo straordinario e di un coraggio a tutta prova per mostrarsi così tranquillo a 3500 metri d’altezza, era un giovane di venticinque o ventisei anni, alto, biondo, magro, tutto nervi, con due occhioni azzurri, due baffetti appena nascenti, di aspetto simpatico e distinto. Indossava un costume da marinaio; ma si comprendeva a prima vista che non doveva essere il suo vestito abituale, poiché le sue mani non erano callose, né il suo viso portava le tracce dei morsi dei venti, dell’aria marina, del sole. Chi poteva essere? Ecco quello che si chiedeva l’ingegnere. Si avvicinò al giovanotto, che continuava a guardare ora i due palloni ora l’oceano e, battendogli familiarmente sulle spalle, gli chiese: “Ebbene, che cosa ne dite?..”
Lo sconosciuto a quella domanda si volse verso l’ingegnere e rispose con voce tranquilla: “Io dico che scenderemo in Europa.”
“Lo credete?”
“Sì, Signor Kelly, e compiango sinceramente quelli che hanno scommesso contro la riuscita di questo grandioso viaggio.”
“E fate conto di tenermi compagnia?”
“A meno che non mi obblighiate a fare un salto nell’oceano! Sarebbe una caduta un pò lunga; ma infine, se fosse proprio necessario per la vostra salvezza, disponete pure liberamente della mia pelle.”
“Scherzate?”
“No, parola d’onore.”
“Avete dell’audacia!” esclamò Kelly con stupore. “Voi non dovete essere un volgare briccone.”
“Un briccone… e che cosa vi ha fatto supporre questo?”
“Avete dimenticato i policemen?”
“Ah sì!” esclamò lo sconosciuto, scoppiando in una grande risata. “Pochi secondi di ritardo e mi avrebbero preso.”
“Pare che abbiate dei conti da regolare con la polizia britannica: comprenderete che…”
Lo sconosciuto impallidì leggermente, poi disse con triste accento: “È vero: voi avete il diritto di credermi un malfattore e come tale indegno di seguirvi in questo grande viaggio.”
“No, ma…”
“Al vostro posto questo sospetto mi sarebbe filtrato nel cervello, Mister Kelly, e avrei obbligato lo sconosciuto a spiegarsi o ad andarsene. Mi spiegherò; poi se mi crederete indegno di tenervi compagnia e di dividere con voi i pericoli di questo grande viaggio mi getterò a capofitto nell’oceano.”
“Per uccidervi? Dimenticate che ci troviamo a 3500 metri d’altezza!”
“Bah! La morte non mi fa paura. Il mio delitto è quello di aver troppo amato la terra dei miei avi, la mia patria, la mia Irlanda.”
“Siete un feniano?(1)”
“Sì, Mister Kelly, sono uno dei capi di quella lega che mira alla emancipazione dell’Irlanda dall’oppressione dell’Inghilterra e che, all’ombra della bandiera stellata del vostro paese, ha dichiarato una guerra di sterminio alla potenza inglese, la quale tiene schiava la mia povera patria; di quella lega che al tempo della guerra di secessione sparse tanto sangue per i vostri compatrioti dell’Unione. Voi sapete la guerra atroce che le polizie inglese e canadese muovono alla lega per distruggerla. Io, capo dei feniani del Basso Canada, segnalato come uno dei più pericolosi e dei più audaci, quindici giorni or sono, venivo sorpreso di notte e arrestato come complice dell’assassinio di uno sceriffo, trovato ucciso con due colpi di rivoltella sul qual di Quebec… Questo delitto, attribuito a torto ai feniani, poiché vi giuro che nessuno della lega lo compì, avrebbe dovuto mandarmi a passeggiare all’altro mondo senza colpa; ma i miei amici trovarono il modo di farmi evadere. Sapendo che le autorità mi avevano condannato a piroettare nell’aria con una corda al collo, travestito da marinaio scesi il San Lorenzo e sbarcai all’Isola Brettone, in attesa d una nave in rotta per l’Europa. Appresi della vostra partenza per le regioni dell’aria e avendo udito che cercavate un compagno, decisi di seguirvi, certo che gl’inglesi, che non avrebbero mancato di visitare scrupolosamente le navi transatlantiche, non mi avrebbero inseguito per aria; e avete veduto che i policemen sono rimasti a terra. Questo è il mio delitto: ora giudicatemi voi.”
“Ma voi siete il feniano Harry O’Donnell!” esclamò l’ingegnere.
“In persona, Mister Kelly.”
“Sono ben felice di avervi salvato, O’Donnell, e sono doppiamente felice d’aver un compagno della vostra specie.”
“Grazie, Mister Kelly,” disse il feniano, stringendo calorosamente la mano che l’aeronauta gli porgeva. “Speriamo che gli inglesi non ci raggiungano.”
“Raggiungerci? E in qual modo, O’Donnell?”
“Ho veduto una nave, un incrociatore inglese uscire da Sidney e filare verso Terranova a tutto vapore, pochi minuti dopo la nostra partenza.”
“E voi credete…?”
“Che ci dia la caccia.”
“Credere che uno steamer possa gareggiare con il pallone è una pazzia, amico mio. In poche ore il vostro incrociatore rimarrà indietro di due o trecento miglia.”
“Ma non siamo quasi immobili?” chiese l’irlandese con stupore.
“Filiamo con una velocità di trentasei miglia all’ora.”
“Ma io non sento alcun movimento e nemmeno un lieve soffio; se il pallone camminasse con una velocità di trentasei miglia all’ora, si dovrebbe provare una forte corrente d’aria. Guardate, Mister Kelly: la bandiera è immobile e il fumo della mia sigaretta non si disperde che lentamente.”
“E che cosa proverebbe ciò?”
“Che dobbiamo essere immobili, o poco meno.”
“V’ingannate, O’Donnell, o potete accertarcene guardando l’Isola Brettone, che ormai è appena visibile, mentre Terranova ingrandisce a vista d’occhio.”
“Infatti è vero.”
“Noi non possiamo accorgerci della marcia del nostro vascello aereo, perché i palloni non hanno moto proprio. È la massa d’aria che li tiene prigionieri, ed essa cammina: ecco il motivo della nostra apparente immobilità.
Anche se il vento fosse più forte, noi non ci accorgeremmo della sua rapidità e ci sembrerebbe di essere sempre immobili.”
“Ciò è strano!” esclamò l’irlandese. “Io ho sempre creduto il contrario.”
“E i più lo credono; anzi, taluni pretesi aeronauti hanno perfino immaginato di dotare i palloni di vele, credendo di poter aumentare la loro velocità.”
“Mentre le vele rimarrebbero assolutamente inerti.”
“Precisamente.”
“E non potrebbe nemmeno influire la maggiore o minore grandezza dei palloni sulla rapidità?”
“Nemmeno: sia piccolo o grande, il pallone filerà sempre con la velocità del vento e niente più.”
“E credete voi di riuscire ad attraversare l’Atlantico e di discendere sulle coste europee?”
“Lo spero, O’Donnell. Dispongo di tali mezzi che mi permettono di mantenermi in aria per parecchi giorni, anzi alcune settimane. Ho a lungo studiato questo grandioso viaggio aereo, ho tutto calcolato con precisione matematica, mi sono preparato a tutto e ho fatto degli studi profondi sulla direzione delle correnti aeree che si spingono verso il levante.
Se avessi voluto intraprendere la traversata dell’oceano, avrei dovuto caricarmi di tale massa di carbone per la macchina da farlo ricadere subito, e sono tornato al vecchio sistema dei palloni liberi, che finora ritengo sia ancora da preferirsi. È vero che ho introdotto nel mio vascello aereo dei grandi miglioramenti ma, come vedete, è sempre un pallone senza moto proprio, senza macchine e senza eliche, affidato solamente alle correnti aeree.
Dapprima avevo cercato di costruire un pallone dirigibile, dotandolo di moto proprio; ma mi sono convinto che, coi mezzi attuali di cui dispone la scienza, sarebbe stata un’utopia e ho rinunciato.
È bensì vero che ero riuscito a costruire una piccola macchina a vapore che metteva in movimento due grandi eliche, le quali mi permettevano di lottare contro il vento, quando questo soffiava con velocità moderata, e ad inventare un timone che mi dava adito a dirigere l’aerostato; ma ciò poteva servire soltanto per un viaggio di breve durata.
Andremo direttamente in Europa? Io lo spero. Ma se la grande corrente che va a levante, e che io ho scoperto, dovesse deviare nel mezzo dell’oceano e spingerci altrove, ho pensato a trovare il mezzo di mantenerci a lungo in aria e spero di esserci riuscito.
Se tutto va bene, se un uragano non fa scoppiare i palloni, e un fulmine non ce li incenerisce, io calcolo di toccare le sponde dell’Europa fra sei giorni o forse anche meno.”
“Quale distanza corre fra l’isola Brettone e le prime coste europee?”
“Circa tremila miglia. Ho scelto appositamente l’Isola Brettone, che si può considerare come un lembo di terraferma, data la sua vicinanza alla Nuova Scozia, e che è la più prossima alle coste europee.
Avrei potuto partire dalla Groenlandia, che dista dalle spiagge della Norvegia solo ottocento miglia; ma avrebbero detto; forse che io non ero partito dall’America, quantunque i geografi di tutte le nazioni considerino quel gran deserto di ghiaccio come terra americana.”
“Ma non vi è altro punto più prossimo?”
“No, poiché scendendo più a sud le distanze crescono, allargandosi l’oceano. Tra la Florida e il Marocco abbiamo già una larghezza di tremilaseicento miglia; fra Rio della Piata e il Capo di Buona Speranza sono altrettante.”
“Ma fra il Capo di San Rocco e la costa africana non si restringe l’oceano?”
“È vero, O’Donnell, poiché là l’Atlantico è largo solo milleseicento miglia; ma noi avremo incontrato le grandi calme e i venti che da levante soffiano costantemente verso ponente; e anche se fossimo riusciti ad attraversare l’oceano, saremmo caduti sulle coste inospitali della Sierra Leone, forse fra le mani dei feroci abitanti del Dahomey e degli Ascianti.”
“Ma siete certo che i venti ci spingano verso oriente?”
“Proprio certo, no; ma io so che al di là di Terranova i venti ordinariamente soffiano verso il nord-est.”
“Ma allora finiremo in Manda o in Norvegia,” disse l’irlandese.
“Ma credete che non vi siano altre correnti sopra quelle che vi ho accennato? Io spero di trovarne qualcuna che mi faccia piegare verso l’oriente. Bisogna però non illudersi, O’Donnell, ed essere preparati a tutto, anche a ritornare in America. Siamo in balia delle correnti aeree: possono spingerci direttamente in Europa, come possono trascinarci verso le gelide regioni del nord, o a quelle ardenti dell’equatore; possono prepararci una discesa trionfale sulle spiagge o dell’Inghilterra, o del Portogallo, o della Spagnia, o… la morte. La nostra vita è nelle mani di Dio e dei venti.”
“Sono preparato a tutto, Mister Kelly,” disse l’irlandese. “Ero condannato a morte, e tutti i giorni che vivrò ancora saranno guadagnati. Nel caso in cui fosse necessario, per salvezza vostra e dell’aerostato, ve lo dissi già, disponete liberamente della mia pelle.”
“Grazie, O’Donnell,” disse l’aeronauta, sorridendo. “Cercherò di risparmiarla finché lo potrò e mi limiterò a gettare la zavorra che qui abbonda. Porto con me un peso enorme, che mi permetterà di mantenermi in aria lungo tempo.”
“Quanti chilogrammi ? ”
“Tutto compreso, noi, la scialuppa, le armi, le provviste, le funi, ecc., tocchiamo i 2600 chilogrammi.”
“Tale forza hanno i vostri palloni!”
“La loro forza ascensionale è di 1,20 chili per metro cubo d’idrogeno, essendo questo di qualità superiore agli altri, che non sollevano ordinariamente più di 1,18 chili. Ora facciamo l’inventario dei nostri progetti; poi, in attesa di giungere sopra Terranova, se vorrete, vi spiegherò il sistema che ho adottato per i miei aerostati.”

Capitolo 3

Il pallone di Mister Kelly

L’imbarcazione che serviva da navicella conteneva una tale quantità di oggetti, da sorprendere qualunque persona, anche se fosse stato un aeronauta. Dispersi un pò alla rinfusa si vedevano casse, cassette, barilotti, coperte, tende, gomene, cilindri di metallo, coni bizzarri che sembravano imbuti, armi, una specie di pompa, ancore, barometri, termometri, remi, vele, cannocchiali, manichelle e infiniti altri oggetti di ogni genere.
L’ingegnere si levò dalla tasca un piccolo libro coperto di cifre e di parole e riscontrò, con cura estrema, i numeri impressi su tutti quegli oggetti. “Bravo, Simone!” disse rivolgendosi verso il negro, che continuava a battere i denti e a sgranare i suoi grandi occhi spaventati. “Vedo che non hai dimenticato nulla.”
“Malgrado la sua paura!” disse l’irlandese. “Per San Patrick mio patrono, mi pare che il vostro servitore sia stato preso da una grande tremarella!”
“Si abituerà, O’Donnell,” rispose l’Ingegnere. “È la prima volta che si trova su un pallone libero.”
“Suppongo però che abbiate già fatto qualche ascensione.”
“Sì, ma su un pallone frenato. Facciamo l’inventario di ciò che possediamo e cerchiamo di mettere un pò d’ordine nella nostra navicella.?
“Nella scialuppa, volete dire”.
“Infatti, è una vera imbarcazione, leggerissima. ma solida a tutta prova, e ci sarà di grande utilità nel caso che i nostri palloni dovessero cadere in mezzo all’oceano.”
“Ma quale metallo avete adoperato per costruirla? Si direbbe che sia una barra d’argento.”
“Ho impiegato uno dei metalli più leggeri, ma nello stesso tempo dei più solidi: l’alluminio. È un metallo che oggi è poco usato, ma che è destinato ad avere un grande avvenire. Ecco la nota delle nostre ricchezze: quattro barili di alluminio contenenti 330 litri d’acqua, 340 chili, due casse di biscotti, 200 chili: sei casse di carni conservate e conserve alimentari, 200 chili: cioccolato, bottiglie di liquori, due fucili, tre rivoltelle, munizioni, una scure, due coltelli, 90 chili; bussole, termometri, barometri, un sestante del punto, matite, carta e piccoli oggetti, 24 chili; piccola farmacia, 4 chili; tende, coperte, vestiti, una vela per la scialuppa, albero e remi, 36 chili; tre ancore, una da terra e due da mare, due piccioni messaggeri, 26 chili.”
“Tre ancore!” esclamò O’Donnell. “V’ingannate: io non ne vedo che una.”
“No, amico mio: ne possediamo tre. Quella che vedete lì e che ha la solita forma, è una: le altre due sono quei coni di alluminio che somigliano a imbuti.”
“Non vi comprendo.”
“Basta immergere uno di questi coni in mare, e subito si rovescia, si riempie d’acqua, e la resistenza che oppone basta, se non a fermare del tutto i miei palloni, almeno a rallentare assai la loro marcia.”
“Avete pensato a tutto, Mister Kelly.”
“Lo spero,” rispose l’ingegnere. “Una pompa premente, 8 chili…”
“Una pompa! Che cosa volete farne?”
“Per mantenere sempre gonfi i due palloncini.”
“Ma quali?”
“Quelli che stanno dentro nei due grandi palloni contenenti l’idrogeno. Mi spiegherò meglio più tardi. Dieci cilindri di idrogeno compresso, 24 chili…”
“Per cosa farne?”
“Per i miei aerostati. Comprenderete che io dovevo cercare il mezzo per mantenermi in aria il maggior tempo possibile, e ho immagazzinato in quei cilindri, mediante una pompa speciale di mia invenzione, ben quattrocento metri cubi di idrogeno.”
“E non scoppieranno i tubi?”
“No: almeno lo spero. Peso del battello, 72 chili; peso delle funi, 100 chili; peso dei nostri corpi… Quanto pesate?”
“Sessanta chilogrammi.”
“185 chili fra tutti e tre. Peso dei due aerostati, 602 chili; zavorra e altri piccoli oggetti, 758… Totale 2600. Va bene, O’Donnell?”
“È esatto,” rispose l’irlandese.
“Dunque noi possiamo disporre di quasi 800 chilogrammi di zavorra: un bel peso, in fede mia, ma necessario”
“Una cosa però non ho veduto, fra i tanti oggetti che ingombrano la scialuppa.”
“E quale?”
“Una cucina.”
“Oh, ghiottone! Mi ero dimenticato di avvertirvi, prima che saliste nella mia navicella, che sareste stato costretto a nutrirvi esclusivamente di cibi freddi.”
“Non era necessario: freddi o caldi, poco m’importa. Ho fatto l’osservazione non per me, ma per voi.”
“La cucina portatile è stata la prima cosa che ho eliminato dalla lista dei miei oggetti. Sopra il nostro capo vi è una specie di polveriera, e una scintilla basterebbe a farla scoppiare. L’idrogeno s’infiamma facilmente; ed ecco il motivo per cui ho rinunciato ad accendere il fuoco per tutta la durata del viaggio.”
“E proibito fumare, dunque.”
“No, vedete anzi che tengo anch’io una provvista di sigarette: ma alla prima fuga di gas vi consiglio di gettare nell’oceano, e senza ritardo, il vostro sigaro.”
“Non mancherò di farlo, Mister Kelly. Ora mi spiegherete il vostro sistema di palloni.”
“Bastano poche parole. Come vedete, i miei due palloni hanno la forma di due grandi fusi, lunghi ventotto metri ciascuno, del diametro di 9,20 metri al centro, più acuminati dinanzi che di dietro e del volume totale di 2120 metri cubi, ossia di 1060 ciascuno. Ho preferito questa forma, perché si presta meglio: se fossero stati due palloni ordinari gli urti fra di loro sarebbero stati frequenti, e per la loro rotondità sarei stato obbligato a tenere ad una distanza troppo grande la mia navicella.
Sembrano uniti; ma le loro maglie sono indipendenti l’una dall’altra, e con pochi colpi di coltello possono separarli. Se uno si guastasse, potrei facilmente lasciarlo cadere in mare senza lunghe manovre e farmi reggere dall’altro, gettando la mia provvista di zavorra e gli oggetti meno necessari. Entrambi sono muniti di due valvole: una situata in alto, detta di manovra, serve per la discesa; e per ottenere ciò, basta dare uno strappo a questo due corde fissate a poppa della navicella; l’altra, detta di sicurezza, è automatica, e serve a dar sfogo all’idrogeno quando si dilata per il troppo calore del sole. Senza di questa si potrebbe correre il pericolo di veder scoppiare i nostri palloni.
Quando raggiungeremo dei climi più caldi, vi toccherà sovente di sentire un acuto odore di gas. Sarà una perdita grave, ma necessaria per la nostra salvezza. Ma nei miei due palloni ho voluto introdurre un grande miglioramento, che è stato già studiato e anche adoperato, credo, da taluni aeronauti europei, e con risultati soddisfacenti, io ho avuto la massima cura nella scelta del tessuto di seta dei miei palloni e nella vernice interna ed esterna che doveva spalmarli; ma, come voi sapete, il gas fugge sempre anche attraverso i tessuti più impermeabili, e dopo un certo tempo l’aerostato perde la sua forza ascensionale, ricade e forma delle grandi pieghe, entro le quali s’ingolfa il vento, producendo talvolta delle lacerazioni. Io spero che col tessuto da me fatto appositamente fabbricare e verniciare, la perdita dell’idrogeno sarà minima, tanto più che i miei palloni, invece di essere semplici, hanno doppia coperta. Tuttavia fra otto o dieci giorni si sarebbero manifestate delle pieghe che sarebbero diventate assai pericolose, data la forma speciale del mio vascello aereo. Per ovviare a questo grave inconveniente e mantenere la superficie dei miei aerostati sempre tesa, ho posto in mezzo ad essi due piccoli palloni gonfi d’aria, introdotta con la pompa premente che avete veduto. Quando i due fusi perdono l’idrogeno, io gonfio sempre più i miei due piccoli palloncini i quali, aumentando il loro volume, costringeranno la superficie dei primi a rimanere sempre tesa.”
“Benissimo, Mister Kelly; ma quando i due palloncini saranno completamente gonfi, come farete ad aumentare il loro volume? Allora non potrete più evitare le pieghe che si manifesteranno nei due grandi aerostati.”
“Non ho portato con me i dieci cilindri di idrogeno compresso? Voi vedete che tutti e quattro i palloni, all’estremità inferiore, o, meglio, nel loro punto centrale, hanno quattro tubi che si prolungano fino a noi. Adatto i cilindri alle maniche dei due fusi e v’inietto dentro i miei 400 metri cubi di gas.”
“Per San Patrick, mio protettore! Voi avete pensato ad ogni cosa!” esclamò l’irlandese.
“Lo spero, O’Donnell; ma questo non è tutto. Se i due grandi aerostati perdessero poco idrogeno e il gonfiamento ad aria dei palloncini fosse sufficiente a mantenerli tesi, io potrei accrescere la forza ascensionale del mio vascello aereo, iniettando i miei 400 metri cubi di idrogeno nei secondi”
“Eliminando l’aria?”
“Sì. All’una sostituisco l’altro”
“E se tutto ciò non bastasse e il nostro vascello dopo un certo numero di giorni cadesse? Chissà, i venti possono spingerci lontano, sull’ampio oceano.”
“Ho pensato anche a questo, O’Donnell. Ho preso con me tre lunghe guide-ropes o meglio, tre funi moderatrici, del peso complessivo di 70 chili e d’ineguale lunghezza. Se il mio vascello si abbassa (e ciò avverrà senza dubbio tutte le notti, poiché con lo scemare del calore l’idrogeno si restringe, diminuendo considerevolmente la forza ascensionale), io lascio pendere le mie tre funi. Immergendosi, esse perdono una parte del loro peso specifico e alleggeriscono i palloni d’un peso non piccolo. Non bastano? Senza sacrificare la zavorra, calo i miei barili d’acqua, che sono chiusi ermeticamente nei loro recipienti di alluminio, e mi scarico due o trecento chilogrammi. Un’ora di sole basta a dilatare l’idrogeno e noi, a giorno fatto, risaliamo in alto, portando con noi i nostri barili e le nostre guide-ropes, sacrificando forse poche decine di chilogrammi di zavorra.”
“E se ancora ciò non bastasse e i nostri palloni scendessero per mancanza d’idrogeno?”
“Mi resta la scialuppa. Da aeronauti diverremo marinai e cercheremo di raggiungere la costa più vicina, o di incontrare qualche nave.”
“Ma voi avete eliminato tutti i pericoli.”
“Tutti no, O’Donnell. Un uragano può lacerarci i palloni, o un fulmine incendiarli, e noi precipitare in fondo all’oceano.”
“Speriamo di scendere sani e salvi in Europa, Mister Kelly.”
“Confidiamo in Dio e nel nostro Washington. Simone, versaci un bicchiere di whisky. Quassù fa freddo assai, e una sorsata di liquore ci farà bene e forse ci eviterà un raffreddore.”
Il negro non si mosse: sempre rannicchiato a poppa della scialuppa, con gli occhi strabuzzati, la pelle bigia, le mani convulsivamente strette attorno alle funi, pareva inebetito dallo spavento. Cercò di rispondere alla domanda del padrone; ma il solo rumore che gli uscì dalle labbra contratte fu uno stridìo di denti.
“Orsù, poltrone,” disse l’ingegnere. “Hai paura di precipitare nell’oceano? Bel compagno che ho scelto.”
“Ho… ho… paura massa (padrone)..” balbettò il negro con voce rotta.
L’irlandese proruppe in una fragorosa risata. “Siete comico, mastro Simone,” disse. “Non sareste stato voi di certo a tenere allegra compagnia al vostro padrone. Con vostro permesso, Mister Kelly, metto le zampe io sulla vostra cantina.”
L’irlandese che conservava il suo inalterabile buon umore, stappò una bottiglia e riempì tre bicchieri. “Hurrah per il Washington” gridò. Stava per accostare il bicchiere alle labbra, dopo aver toccato quello dell’ingegnere, quando un’acuta detonazione risuonò sotto l’aerostato. “Per San Patrick!” urlò, “cosa scoppia?”
“Una granata,” rispose Kelly, con voce tranquilla.
“Pare che agli inglesi prema assai di catturarvi. Bah! sarà polvere sprecata!”

Capitolo 4

La caccia al Washington

In quel momento l’aerostato si librava quasi sopra San Paolo, piccola isola che è situata fra quella Brettone e Terranova, mantenendosi a un’altezza di 3500 metri.
Il vento, che era lentamente scemato, lo trascinava verso il nord-est con una velocità di ventidue miglia all’ora, tendendo a spingerlo verso la grande isola dei merluzzi, che si delineava distintamente con le sue numerose baie, i suoi laghi, le sue colline e i suoi boschi.
All’ovest si vedeva l’isola d’Anticosti, la cui forma allungata si stendeva a mò di immenso cetaceo; più vicino appariva il gruppo delle isole Maddalene, che occupano quasi il centro del grande golfo di san Lorenzo; al sud-ovest l’isola frastagliata del Principe Edoardo e al sud quella del Capo Brettone, che sembrava un gancio, e al nord le due isolette francesi di Miquelon e di S. Pierre, situate dinanzi alla profonda baia di Placentia, che s’ingolfa entro Terranova. Fra queste due isole e quella di San Paolo, i due aeronauti scorsero un legno a vapore, che sembrava grande come una scialuppa e che pareva venisse dalla baia sopraccennata. Un nuvolone di fumo biancastro si alzava ancora a prua, disperdendosi lentamente.
“Ecco chi ci bombarda,” disse l’ingegnere.
“Quella nave?”
“Sì.”
“Che sia quella uscita da Sidney?”
“Oibò! Sarà ancora lontana quella: forse è quel punto nero perduto in mezzo al golfo.”
“Ma chi può aver avvertito quel legno che ci prende a colpi di cannone?”
“Il telegrafo, amico mio. Avranno annunciato da Sidney la vostra fuga in pallone alle autorità di San Giovanni o di Harbour-Grace, e queste hanno lanciato qualche incrociatore o qualche stazionario del grande banco di merluzzi contro di noi.”
“Che ci credano tutti e due feniani?”
“Mi crederanno vostro complice.”
“E si rovina o si tenta di rovinare un sì magnifico vascello aereo?”
“Gli inglesi sono testardi. O’Donnell, e non indietreggiano dinanzi ad alcuna cosa, pur di riuscire nei loro progetti; ma fortunatamente siamo su un vascello che non ha rivali e fila a tale velocità da infischiarsene di tutti gli incrociatori del mondo e delle loro artiglierie.”
“Non giungeranno fino a noi le palle?”
“Non lo credo e poi ho tanta zavorra da metterci fuori di portata. Ah, ah…”
Un lampo era balenato sulla prua del legno cacciatore, e una nuvola di fumo aveva avvolto l’albero di bompresso. Un fischio acuto attraversò gli strati d’aria inferiori poi, a circa seicento metri sotto la navicella, scoppiò qualcosa con grande fracasso.
“E una granata di buon calibro” disse l’ingegnere. “Diavolo! Hanno dei cannoni di lunga portata quei dannati inglesi; ma siamo ancora troppo lontani, miei cari, e consumerete inutilmente le vostre cariche.”
“Signor Kelly,” disse O’Donnell con una certa emozione, “io non vorrei con la mia presenza, crearvi degli imbarazzi.”
“Che cosa volete dire?”
“Di lasciarmi scendere e di liberarvi della mia pericolosa compagnia.”
“Per favi impiccare?”
“Bah, era il destino!”
“Siete pazzo, O’Donnell?”
“No, ve lo dico sul serio.”
“E credete che io intenda privarmi della vostra compagnia? Siete mio ospite e non lascerete la mia nave aerea se non quando saremo giunti in una terra dove non correrete alcun pericolo. ”
“Ma io posso crearvi dei seri guai e compromettere forse il vostro grandioso viaggio. Non vedete cosa ci regalano questi signori inglesi? Ci daranno una caccia spietata attraverso l’Atlantico, c’inseguiranno a cannonate senza pietà. Per me poco importa; ma per voi, per il vostro pallone…”
“Avete finito?” chiese l’ingegnere. “Correte come un treno diretto lanciato attraverso la grande linea del Pacifico. Basta, per centomila diavoli! Lasciate che gli inglesi consumino polvere e palle, lasciateli correre attraverso l’oceano a consumare carbone e tempo: io me ne rido di loro e vi condurrò in salvo, dovessi impiegare la forza. Ci dichiarano guerra? L’accetteremo e vedremo chi uscirà con le costole rotte. Guardate: la nave che ci bombardava è ormai un punto nero, e la sfido a raggiungerci.”
“Grazie, Mister Kelly,” disse l’irlandese con voce commossa, stringendogli la mano. “Vi sono debitore della vita.”
“Orsù,” disse l’ingegnere, “non se ne parli più, e vuotiamo un altro sorso. Il freddo cresce di passo in passo che ci avviciniamo a Terranova, e se non lo combattiamo ci procureremo dei malanni.”
Mentre così discorrevano, il vascello aereo, che si manteneva sempre a quella grande altezza, filava maestosamente sopra il golfo di San Lorenzo, avvicinandosi alla grande isola, che pareva gli corresse incontro. Una calma perfetta sembrava regnasse attorno agli aeronauti: diciamo sembrava poiché, in realtà, l’aria era turbata, precipitandosi verso il nord-est con velocità crescente. Appena appena si avvertiva un leggero ondulamento della navicella, tanto erano ben equilibrati i due aerostati e così solidamente uniti: si sarebbe detto che formassero un corpo solo. Alle due detonazioni era succeduto un profondo silenzio, che faceva una certa impressione sugli animi dell’irlandese e del negro Simone specialmente, il quale non si era ancora rimesso dal suo terrore. A quell’altezza non si udivano più né i muggiti delle onde, che pure si vedevano coperte di candida spuma, né le grida degli immensi stormi di gabbiani e di procellarie che si vedevano volteggiare al di sopra del golfo.
Quantunque il sole fosse alto, essendo le undici antimeridiane, un freddo acuto regnava in quelle alte regioni e i tre aeronauti, sebbene si trovassero a soli 3500 metri, provavano una certa oppressione al petto e una certa difficoltà nella respirazione, a causa della rarefazione dell’aria. O’Donnell, che cominciava a battere i denti, si accorse che il termometro segnava due gradi sotto lo zero. “Diamine,” esclamò, “fa un bel freddo per essere al 24 d’aprile” Guardò giù: ad una grande distanza, verso il sud, si vedeva l’incrociatore che li aveva bombardati; ma era ormai tanto piccolo, che rassomigliava a una ciabatta. Una nuvola di fumo nerissimo lo avvolgeva, e ciò indicava come forzasse la sua macchina per tener dietro all’aerostato, che sempre più si allontanava. A sinistra si scorgevano le due isole francesi di Miquelin e di S. Pierre, attorno alle quali navigavano flottiglie di wargas, o di dorès, piccole imbarcazioni adoperate per la pesca con le lenze; al nord, proprio dinanzi al pallone, s’estendeva la baia di Placentia occupata da un buon numero di velieri e piroscafi. Aguzzando gli occhi verso l’est, al di qua delle sponde orientali dell’isola, gli parve di scorgere una quantità immensa di punti neri, appena visibili sulla cupa superficie dell’oceano.
“Cosa sono?” chiese, volgendosi verso l’ingegnere che gli stava accanto.
“Battelli e bastimenti intenti a pescare merluzzi sul grande banco.”
“Ah!” esclamò O’Donnell. “Come mi piacerebbe assistere a quella pesca!”
“Se il vento non cambia, passeremo sopra il banco. La corrente ci farà tagliare Terranova da sud-ovest al nord-est, e ci spingerà sull’oceano in quella direzione.”
“E potremo distinguere le diverse fasi della pesca?”
“Sì, purché non soffi il poudrin.”
“Che cos’è questo poudrin?”
“E un ventaccio freddo, che produce tormente di neve e che porta con sé dei nebbioni bianchi, talmente densi da non lasciar scorgere un oggetto qualsiasi a pochi metri di distanza. Soffia sovente sopra il grande banco, e allora causa numerose disgrazie fra i pescatori, poiché i piccoli battelli da pesca, i cosiddetti dorès, malgrado i continui segnali delle navi da guerra e delle navi a vela, si smarriscono e molto spesso si allontanano in mezzo all’oceano, dove le onde li inghiottono. Ogni anno centinaia di quei piccoli canotti non tornano più alle navi alle quali appartengono.”
“Ditemi, Mister Kelly: cosa sono quei quadri bianchi che scorgo sulle rive di Miquelon e di S. Pierre, e sui quali vedo agitarsi dei punti neri che debbono essere uomini”
“Sono graves”
“Ne so quanto prima,” disse O’Donnell.
“Allora vi dirò che sono tratti di terreno accuratamente coperti di pietre arenarie e divisi in grandi quadrati da canaletti destinati allo scolo delle acque; ma quelle pietre sono disposte di modo che l’aria vi possa circolare liberamente. E quegli uomini sono graviers, occupati a preparare le graves.”
“Ma che cosa sono quelle graves”
“Sono destinate a ricevere i merluzzi per l’essiccazione. Tutti i proprietari delle graves hanno una cura estrema nel preparare quei terreni, poiché, se sono trascurati, possono influire assai sulla conservazione dei pesci.”
“E i graviers chi sono?”
“Sarebbe un pò difficile dirlo. A udir loro, sono tutti figli di buone famiglie; a parer mio, sono lavoranti luridi e cenciosi. Non sono né marinai, né pescatori, quantunque pretendano di essere l’uno e l’altro, e sono occupati nello sbarco del sale necessario alla conservazione dei merluzzi e nella preparazione delle graves. Si reclutano ordinariamente nei più miserabili villaggi della Brettagna, si alloggiano in grandi truppe nei magazzini costruiti intorno alle graves sotto la direzione di un mastro, e terminata la stagione delle pesche, si rimandano in patria. Essendo per lo più economi, ritornano sempre al villaggio natio con un discreto gruzzolo di denaro. Sulle coste orientali di Terranova vedrete centinaia di quelle graves e migliaia di graviers”
“II merluzzo ha bisogno di molte preparazioni prima di essere messo in commercio?”
“Il merluzzo secco richiede delle cure speciali: non così quello detto merluzzo verde, ch’è il più costoso, ma il più spiccio a essere preparato e anche il più gustoso. Il verde, appena pescato, viene semplicemente salato, senza seccarlo. Lo si chiude in barili con strati di sale, e dopo poche settimane lo si può mangiare, sia in America che in Europa. Quello secco, invece, lo si lascia in sale tre soli giorni per sbarazzarlo di tutto il sangue e dell’acqua che contiene, poi si porta sulle graves e lo si espone al sole. Quando ha preso tre soli, operazione che richiede la più accurata sorveglianza, poiché il troppo calore o la troppa umidità delle nebbie possono guastarlo, lo si depone in modo che l’aria lo lambisca in tutta la sua superficie. Quaranta giorni dopo, quando cioè i merluzzi sono giunti, come dicono i pescatori, al loro decimo sole, si accumulano gli uni sopra gli altri, formando delle grandi cataste alte parecchi metri. Di giorno queste cataste si lasciano esposte al sole e all’aria; ma di notte si coprono con una immensa tela impermeabile, per proteggerli dall’umidità. Al sessantesimo giorno si scelgono i merluzzi perfettamente secchi e si pongono subito in commercio. Se ve ne sono di umidi, si tornano a mettere sulla grave a stagionarsi e a prendere un altro sole.”
“Terra!” esclamò O’Donnell, che aveva girato uno sguardo al basso. L’ingegnere diede uno sguardo alla bussola.
“Direzione nord-est,” disse. “Prima di sera avremo attraversato Terranova e ci libreremo sopra il grande banco da pesca.”

Capitolo 5

La pesca dei merluzzi

Terranova, Newfoundland, è una delle maggiori isole dell’America settentrionale e, si può dire senza tema di esagerazione, è quella che offre maggiori ricchezze di tutte, non solo per le sue acque, che sono immensamente ricche di pesci, fra i quali primeggiano i merluzzi e le aringhe. E situata di fronte al Labrador, dalla cui terra è separata dallo stretto di Belle Isole, fra il 46° e il 51° e 46′ di latitudine nord e il 54° 5l’ e 62° di longitudine ovest. La sua superficie, che tocca gli 85.000 chilometri quadrati, è assai irregolare, frastagliata da penisole molto pronunciate, da un grande numero di baie, da piccoli porti, da cale e insenature, entro i quali possono comodamente ripararsi le navi, essendovi dovunque acqua profonda.
Notevolissime per la loro estensione e sicurezza sono le baie di Placentia, di Fortuna e di Santa Maria al sud, di Nostra Donna e Bianca a settentrione; di Concezione, Trinità e Buonavista a oriente; di San Giovanni, delle Isole di San Giorgio all’occidente, tutte popolate da pescatori, i quali sono oltre 100.000.
L’interno di Terranova è per lo più piano: verso l’occidente, però, l’isola presenta parecchie catene di colline. Ha numerosi laghi, parecchi fiumi, ma di poca importanza, grandi selve, ricche di selvaggina, di caribù e di volpi, e parecchie città. La capitale dell’isola è San Giovanni, situata in una baia posta al sud-est, con un porto di difficile accesso, essendo l’imboccatura assai stretta. Vengono poi Harbour-Grace, situata sulla costa occidentale della baia Concezione, poi Carbonier, Porto Trinità e Placentia.
Quest’isola fu una delle prime scoperte, anzi taluni affermano che lo sia stata ancor prima che il grande Colombo toccasse le isole del Golfo del Messico. I più, però, e con ragione, ritengono che Giovanni Caboto, che intraprese quell’audace spedizione per conto dell’Inghilterra, l’abbia scoperta nel l497, cioè cinque anni più tardi dell’approdo di Colombo alle Antille. Malgrado la sua scoperta risalga a un’epoca così avanzata, Terranova rimase quasi abbandonata e la sua colonizzazione non iniziò che nel 1623 con lord Baltimore.
L’aerostato spinto da un freddo vento di sud-ovest, filava sopra quella lunga e sottile penisola che racchiude, verso occidente, la baia Placentia, dirigendo verso quella di Trinità. Da quell’altezza l’isola era interamente visibile in tutti i suoi punti, anche i più lontani. Era come un’immensa carta geografica, spiegata sotto gli occhi degli arditi aeronauti. Grandi boschi di larici, di betulle, di pini e frassini apparivano qua e là, come pure parecchi villaggi, situati lungo le spiagge della baia. Si vedevano i pescatori scendere precipitosamente a terra e gli abitanti uscire in fretta dalle capanne ad ammirare il vascello aereo, che filava maestosamente sopra le loro teste e si udivano di quando in quando dei clamori e anche qualche detonazione.
“Diavolo!” esclamò l’irlandese, che non amava il silenzio. “Ci prendono per aquile? Fortunatamente siamo molto alti e le loro palle non arriveranno fino a noi.”
“Crederanno di salutarci,” rispose Kelly.
“Che siano indiani?”
“Gli indiani di Terranova sono morti tutti e da parecchi anni.”
“Li hanno distrutti?”
“La civiltà dei bianchi è fatale alle razze di colore. Dove si introduce, distrugge.”
“Vi erano delle tribù all’epoca della scoperta?”
“Sì, e non poche, a quanto sembra, ma scomparvero presto. L’ultima fu quella dei Micmac.”
“Erano proprio dei barbari?”
“No, anzi si scoprirono in loro notevoli principi di civiltà, che dimostravano che, in tempi antichi, avevano avuto contatti con gli uomini bianchi.”
“In tempi anteriori alla scoperta dell’isola?” chiese O’Donnell con sorpresa.
“Sì, amico mio.”
“Ma l’isola fu scoperta solo nel 1497! Chi poteva averla visitata prima di Caboto?”
“Voi mettete in campo un’autentica questione, che ha fatto versare torrenti d’inchiostro agli storici europei.”
“E quale mai?”
“Che l’America settentrionale sia stata visitata dagli europei cinque secoli prima delle scoperte di Colombo e di Caboto.”
“Ma da chi?”
“Dagli scoto-irlandesi e dai norvegesi.”
“Questa è bella!”
“Sembra che prima del 1000 parecchi audaci marinai scoto-irlandesi, spinti o dall’istinto dell’emigrazione o dal desiderio di conquista, siano sbarcati su queste isole e sulle coste del Canada, fondando degli insediamenti e introducendo fra le tribù primitive la religione cristiana. Infatti, si sa che quando i norvegesi, dopo aver scoperto l’Islanda e la Groenlandia, sbarcarono su queste coste, trovarono tracce evidenti del cristianesimo.”
“Ma che sia proprio vero che i norvegesi siano sbarcati in queste regioni?”
“Le tradizioni leggendarie che la Saga nordica ha trasmesso fino a noi, accennano alle spedizioni dei norvegesi e degli scoto-irlandesi, e ormai si è certi che qui fondarono parecchi insediamenti, specialmente nella Nuova Scozia e nel Nuovo Brunswick.”
“Ma che cosa accadde delle loro colonie? Perché non si spinsero verso il sud, alla conquista delle regioni più miti e più ricche?”
“Ecco quello che si ignora. Di quelle colonie non rimasero che le tracce, sono state distrutte dai selvaggi o qualche terribile malattia ha spento quei primi coloni? Ciò però non toglie alcun merito alle grandi scoperte di Colombo e di Caboto, perché furono loro a far conoscere all’Europa un altro immenso continente, la cui esistenza era stata messa in dubbio e…”
“Che cosa?”
“Non vi sembra che il freddo stia improvvisamente aumentando. O’Donnell?”
‘”Al punto che batto i detti, ingegnere.”
“Ascoltate!”
Entrambi tesero le orecchie e udirono in aria dei leggeri crepitii. Pareva che dei corpuscoli urtassero la superficie degli aerostati. Kelly guardò in alto e vide brillare, ai raggi leggermente tiepidi del sole, delle pagliuzze di ghiaccio che si tenevano sospese in aria. “Comprendo da cosa deriva questo brusco abbassamento della temperatura,” disse, “attraversiamo uno strato di sottili ghiaccioli. Brutto segno: porterà una nevicata.”
“Tò!” esclamò O’Donnell. “Non vi sembra che ci stiamo abbassando?”
“Infatti è vero. Questo freddo repentino tende a restringere l’idrogeno, ma appena saremo usciti da questo strato, il sole tornerà a dilatarlo e noi a salire.” Il vascello aereo si abbassava lentamente, ma doveva essere cosa di breve durata. Ben presto il barometro avvertì gli aeronauti che i trovavano a 3000 metri di altezza, mentre prima si erano sempre tenuti a 3500. Quell’abbassamento permise di osservare meglio la grande isola che si stendeva sotto di loro. Si distinguevano perfettamente le abitazioni sparse sul bordo delle grandi boscaglie, gli abitanti che cercavano di correre dietro all’aerostato, credendolo forse un gigantesco uccello di nuovo genere, data la sua forma così differente dai soliti palloni, e si udivano nettamente le loro grida di stupore.
Alle tre pomeridiane O’Donnell e l’ingegnere scorsero, come annidata sulle sponde di una baia, San Giovanni, la capitale dell’isola. Per alcuni istanti poterono vedere il palazzo dell’assemblea, la dogana, le fortificazioni e le numerose graves che si estendevano per lungo tratto fuori dalla città, poi non videro più che una massa biancastra poiché il vento li spingeva verso nord, ossia in direzione delle baie di Trinità e Bonavista. Alle tre e quaranta minuti si libravano sopra il capo Fuels, avvistando l’isola del Fuoco, e pochi minuti più tardi l’aerostato abbandonava l’isola, filando sopra l’oceano Atlantico, le cui onde si urtavano con profondi muggiti, coprendosi d’un immenso manto di candida spuma.”
“Addio terra!” esclamò O’Donnell. “D’ora innanzi non vedremo che acqua.”
“Purché il vento non cambi direzione,” disse l’ingegnere. “Potrebbe spingerci verso il nord e fors’anche ricondurci verso l’America.”
“Dove ci porta ora?”
“Diritti al grande banco. Non vedete laggiù, verso l’est, quei punti neri? Sono le navi occupate nella pesca ai merluzzi.”
“E lontano però il grande banco”
“Vi giungeremo fra un paio d ore, se la nostra velocità, che è ora di quaranta miglia, non diminuisce.”
“Si pescano dappertutto i merluzzi, intorno all’isola?”
“Sì, specialmente quando i pesci cominciano a lasciare il banco per cercare un altro cibo. In primavera i merluzzi si radunano in grandi masse nei dogger-banks delle coste di Islanda, nei fiorden della Norvegia e nei golfi dell’Irlanda, poi si dirigono tutti insieme verso Terranova. È in questa stagione che dalle coste della Norvegia, della Francia, dell’Inghilterra e dell’Olanda partono vere flottiglie di pescatori, i quali, cosa sorprendente davvero, qui vengono senza bisogno di carte e di strumenti necessari a fare il punto, seguendo, direi quasi, una traccia secolare. Si calcolano fino a seimila navi che tutti gli anni vengono impiegate nella pesca del prezioso pesce.”
“Devono pescarne una quantità immensa.”
“Dai 35 ai 40 milioni.”
“E chi per primo s’accorse della riunione dei merluzzi su questo grande banco?”
“Caboto lo aveva notato; poi un altro ardito navigatore italiano, il fiorentino Giovanni da Verrazzano, che prese possesso di Terranova nel 1525 in nome di Francesco I re di Francia e che poco dopo cadde sotto le lance e le scuri degli indigeni; poi Cartier, lo scopritore del fiume San Lorenzo.”
“Si pescano anche nel San Lorenzo?”
“No, i merluzzi non penetrano mai nei fiumi, anzi si tengono lontani dalle foci.”
“Terminata la stagione sul grande banco, si radunano altrove?”
“No, si disperdono, scompaiono e non si vedono più per il resto dell’anno. Si ignora dove vadano a svernare durante la stagione fredda, ma pare che si tengano in acque assai profonde. Ma ecco le prime barche da pesca, O’Donnell, aprite bene gli occhi, e non vi dispiacerà di aver fatto una volata sopra il grande banco di Terranova.

Capitolo 6

Attraverso il banco di Terranova

Il grande banco di Terranova, che deve la sua celebrità alla pesca del merluzzo, è situato fra il 40° 57′ e il 50° 17’ di latitudine nord e il 46° e il 50° di longitudine ovest. La sua lunghezza è di 900 chilometri; la sua larghezza è varia, avendo una forma irregolare, che in certi punti tocca i 300 chilometri.
È un banco immenso, sabbioso; ma la sua profondità permette il passaggio delle navi quasi dappertutto. È là che al principio della primavera, specialmente dopo l’arrivo delle immense bande di godillons, uccelli del mare che seguono i merluzzi nelle loro emigrazioni, si radunano a migliaia le navi da pesca, cercando di occupare i migliori posti e specialmente lo spazio interposto fra i paralleli 44° e 46° che è il preferito dai pesci migratori.
Né i pesanti e densissimi nebbioni prodotti dalle acque tiepide del Gulf-stream con l’incontro della fredda corrente polare e degli icebergs o monti di ghiaccio galleggianti, staccatisi dalle terre artiche, né l’irrompere di quelle enormi masse di ghiaccio, del peso di parecchie migliaia di tonnellate, attraverso il grande banco, né i soffi tremendi del poudrin che solleva enormi ondate, trattengono quelle migliaia di pescatori, i quali si inoltrano arditamente sul banco, gareggiando fra loro per riempire più presto le loro navi del prezioso pesce, che frutterà a loro dei grandi benefizi.
Tutti già conoscono il merluzzo, ma allo stato secco e decapitato.
È dotato di una voracità fenomenale, al par del luccio d’acqua dolce, e si nutre di crostacei, di molluschi e di pesci.
Ha tre pinne sul dorso, due anali e una piccola caudale, tagliata in forma quadrata. Il suo muso è grosso, ottuso, munito sotto la sinfisi di un barbiglio carnoso di forma conica; i suoi occhi sono grandi, il corpo svelto, coperto di piccole scaglie aderenti; il suo colore è verdognolo e giallastro sopra, argenteo sotto.
Essendo così vorace, la sua presa è facile, poiché si getta senza esitare sulle lenze dei pescatori, inghiottendo gli ami assieme alla preda che vi è attaccata.
Le lenze che vengono adoperate nella pesca sono funicelle solidissime, del diametro di metri 0,027, della lunghezza di 100 metri, o di 150 e anche l60, munite di cordicelle più sottili, terminanti in ami di ferro dolce o d’acciaio, i quali portano o pezzi di aringa, o di cappellano o di cornuto.
Queste lenze sono trattenute verticalmente da pezzetti di piombo, del peso da quattro a sei grammi. Si calcola che ogni pescatore, con tempo favorevole, prenda in una giornata dai duecentocinquanta ai trecentocinquanta merluzzi!
Quando l’aerostato, spinto dal vento del sud-ovest, giunse sul banco, i pescatori erano in piena attività.
Fin dove arrivava lo sguardo, bricks, brigantini, golette, orche, cutters rotolavano furiosamente sotto le larghe onde dell’Atlantico e dappertutto si vedevano miriadi di dorès, quei piccoli battelli incaricati del ritiro delle lenze e delle prede, montati ognuno da due uomini vestiti di abiti di tela incatramata o cerata e di un lungo grembiule che sale fino al loro collo.
Un attività febbrile regnava dappertutto, fra un baccano assordante che saliva fino agli aeronauti.
Gli uomini delle piccole imbarcazioni ritiravano, con celerità fantastica, le lunghe lenze, staccavano i merluzzi, che pendevano da una specie di uncino detto èlan-gueur, li sventravano per estrarne gli intestini, che servavano da esca per le lenze, e strappavano loro la lingua, che ponevano con somma cura nelle tasche dei loro grandi grembiuli e in una borsa appesa alla cintura. Quelle lingue non si raccolgono per ricavarne qualche profitto: servono solamente per regolare i conti col proprietario della nave da pesca, il quale alla sera fa ritirare tutte le lingue per sapere quanti merluzzi ha raccolto durante la giornata ognuno dei suoi uomini.
Sui ponti dei vari battelli il lavoro ferveva con non minore attività.
I capitani, i padroni, i mastri, ritti dinanzi a delle tavole, tagliavano le teste ai merluzzi portati a bordo dei legni dai pescatori dei piccoli canotti e raccoglievano i fegati e le uova, che deponevano entro grandi canestri, mentre i loro aiutanti, gli habilleurs, strappavano la spina dorsale e pulivano l’interno, gettando poi tutti quei pesci nella stiva, dove altri uomini erano incaricati di sottoporli al primo sale. Da quei fegati, che i pescatori radunano in grandi quantità, si estrae quel miracoloso olio che ha acquistato grande rinomanza. Già da tempo antichissimo gli inglesi, gli olandesi ed i norvegesi avevano scoperto in quell’olio delle proprietà miracolose; ma per lo più lo adoperavano contro i reumatismi articolari con buon successo. Oggi invece viene usato come ricostituente, e tutti ormai conoscono la sua efficacia straordinaria. Quello che si estrae dai merluzzi che si pesano sul banco di Terranova viene considerato il migliore, perché è più ricco di sostanze grasse e quindi più efficace come ricostituente.
Dal grande banco s’innalzava fino all’aerostato un puzzo nauseante di pesce, d’olio, un fumo nero e pesante, eruttato dalle numerose navi da guerra di tutte le nazioni, scaglionate fra quegli innumerevoli battelli da pesca, ed al nord, al sud, all’est e all’ovest si udiva un frastuono impossibile a descriversi: fischi di macchine, spari di petrieri che richiamavano a bordo i canotti, tocchi di campane, suoni di trombette, un grido, un chiamarsi continuo, un vociare in tutte le lingue.
All’apparire dell’aerostato, il quale filava maestosamente sopra il banco, subentrò un profondo silenzio. Tutti quei pescatori dimenticarono per alcuni istanti le lenze ed i merluzzi, guardando quel meraviglioso vascello che il vento spingeva sopra i muggenti flutti dell’oceano. Tutti quegli uomini parevano stupiti da quella improvvisa apparizione. Avevano indovinato di che cosa si trattasse, o la scambiavano, come gli abitanti di Terranova, per un immenso uccello di nuova specie? A quel silenzio successe ben presto un clamore assordante: hurrah immensi echeggiarono da un capo all’altro del grande banco, si agitavano i berretti, si ammainavano le bandiere tre volte in segno di saluto, si suonavano furiosamente le campane e le trombette, e si sparavano i petrieri, come quando le pesanti nebbie piombano repentinamente sulle flottiglie.
I legni da guerra, i cui equipaggi avevano subito compreso di cosa si trattasse e che forse avevano avuto sentore dell’ardita spedizione del Mister Kelly, scaricavano i loro pezzi, mentre i marinai, arrampicatisi sui pennoni, salutavano gli intrepidi aeronauti con formidabili hurrah.
“Grazie!” gridò l’ingegnere, vivamente commosso, mentre sventolava la bandiera degli Stati dell’Unione e O’Donnell scaricava le due carabine.
Ma la loro comparsa fu rapida, il vento spingeva l’aerostato sopra l’oceano con la velocità di sessanta miglia all’ora, in pochi minuti passò sopra quelle lunghe file di navi e di canotti e si allontanò verso il nord-est.
“Per San Patrick! “esclamò l’irlandese. “Vi confesso. Mister Kelly, che quell’inattesa accoglienza mi ha scombussolato.”
“E io vi dico che non sono meno commosso di voi, O’Donnell” rispose l’ingegnere.
“Che questi pescatori conoscessero già il vostro progetto?”
“È probabile, perché negli Stati Uniti e nel Canada ne hanno parlato a lungo, e quelli di Terranova ne saranno stati informati.”
“Comunque sia, quella dimostrazione d’affetto è stata commovente, ingegnere. Non mi ha permesso di seguire attentamente la pesca dei merluzzi.”
“Ne sapete già abbastanza, su quella pesca.”
“Sì, grazie alla Vostra erudizione. Quale direzione teniamo?”
“Sempre quella di nord-est, cioè della mia corrente.”
“E non incontreremo più terre, d’ora innanzi?”
“Nessuna fino sulle coste d’Europa.”
“Diavolo! Ciò produce un certo effetto, Mister Kelly.”
“Lo manderete giù assieme a quattro bocconi e a una bottiglia di vecchio vino di Spagna.”
“Credo che abbiate ragione” rispose l’irlandese, sorridendo.
“Un buon bicchiere di vino scaccia meglio di qualunque altra cosa le emozioni, anzi, vi confesso che questo freddo mi ha messo indosso un certo appetito.”
“Sono sette ore che non abbiamo messo sotto i denti una briciola di biscotto. Ehi! Simone, preparaci qualche cosa.”
“È fiato sprecato, Mister Kelly. Il vostro negro mi pare che sia sempre mezzo morto di paura. Evidentemente i viaggi aerei non sono fatti per i negri.”
L’irlandese aveva ragione. Il servitore dell’ingegnere non si era ancora mosso dal posto che occupava e continuava a tenersi strettamente aggrappato alle corde gettando in giro degli sguardi smarriti.
“Orsù, poltrone” disse l’ingegnere. “Quale strana paura ti ha invaso?”
“Temo di cadere, massa” rispose il negro balbettando.
“Forse cadiamo noi?”
“Io sono negro, e voi…”
“Siamo bianchi” disse O’Donnell, scoppiando in una fragorosa risata. “Che gli uomini della nostra razza portino nel ventre un magazzino d’idrogeno? Che sia proprio così, signor discendente di Cam?”
Il negro cercò di sorridere a quelle parole ma, invece, le sue grosse e tumide labbra si contorsero orribilmente, senza riuscirvi. Quel povero diavolo fece però uno sforzo supremo per alzarsi; ma ricadde pesantemente, come se avesse le gambe rotte, emettendo un grido di spavento.
Quell’altezza produceva su di lui un senso di invincibile paura; quel vuoto lo atterriva e gli faceva girare la testa.
“Rimani là” disse O’Donnell. “M’incarico io del servizio di bordo, poltrone.”
In un batter d’occhio aprì una cassa, ne tolse una scatola di carne arrostita, un’altra di acciughe, dei biscotti, una bottiglia, bicchieri e posate, e preparò la tavola, che era sostituita da una panchina del battello.
“Quando desiderate, Mister Kelly” disse con la sua più bella voce.
L’ingegnere, che stava esaminando i suoi strumenti, si affrettò a rispondere all’appello, ed i due aeronauti, che cominciavano a provare i morsi della fame intaccarono con molto appetito le vivande, senza dimenticare il negro, il quale fece molto onore al pasto, specialmente alla bottiglia, malgrado la sua grande paura.
Terminata la cena, l’ingegnere e l’irlandese accesero le sigarette, poi volsero uno sguardo verso l’ovest.
Il grande banco era scomparso sotto l’orizzonte, e l’aerostato filava sull’immensa distesa dell’Atlantico, i cui muggiti salivano fino alla navicella.
L’irlandese, malgrado la sua audacia, impallidì leggermente. Ormai non dovevano contare più sulle loro forze e sul loro vascello aereo, poiché la sola immensità li circondava e in caso di catastrofe nessun uomo sarebbe accorso in loro aiuto.
Quasi contemporaneamente il sole tramontò e le tenebre piombarono bruscamente sull’oceano avvolgendo l’aerostato.

Capitolo 7

In mezzo all’Atlantico

L’Oceano Atlantico, che gli arditi aeronauti stavano per attraversare, è il più noto ed il più frequentato di tutti, quantunque sia stato interamente percorso solamente dopo la scoperta dell’America.
La sua esistenza era già nota agli antichi; ma fino al quindicesimo secolo, anzi più tardi, se ne ignoravano i confini. Oggi si conoscono esattamente la sua superficie, che è stata calcolata di 79.721.274 chilometri quadrati, la sua lunghezza che tocca dal nord al sud i 13.335 chilometri e le sue maggiori larghezze, che variano fra i 3500 e i 3600 chilometri, ed anche le sue profondità.
Anticamente si credeva che il fondo degli oceani, date le loro immense estensioni, fossero dappertutto uguale. Gli scandagli eseguiti con grandi fatiche, ma con molte cure, dalle navi da guerra delle nazioni europee ed americane hanno invece dimostrato che quei fondi hanno pianure, montagne ed abissi come tutti i continenti.
L’Atlantico specialmente non ha un fondo regolare: tutt’altro. Generalmente le valli di questo oceano diventano più profonde di mano in mano che si allontanano dai continenti; ma esso ha dei pianori che conservano la loro profondità per parecchie centinaia di miglia, anzi per delle migliaia. La parte centrale del bacino settentrionale, per esempio, è un immenso pianoro di forma irregolare, che si mantiene a circa 2000 braccia sotto la superficie delle acque e si alza lentamente verso le Azzorre, che possono chiamarsi il punto culminante, e verso le Isole Britanniche, le quali si trovano appoggiate sopra un banco che ha solo cento braccia di profondità; il che giustamente fa supporre che quel banco, o piattaforma, non sia altro che una parte sommersa dell’Europa. Ma se l’Atlantico ha grandi pianori che si mantengono a una costante profondità, ha più baratri immensi, spaventevoli, sia nel bacino settentrionale sia in quello meridionale. Fra le Isole Britanniche e l’Islanda ne fu misurato uno che diede una larghezza di 1200 miglia e una profondità di tre chilometri; a 130 chilometri da Porto Rico, un altro diede 8341 metri; un terzo a 0° 11, di latitudine sud, verso il Capo Verde, diede 7370 metri; un quarto, fra Madera e le Canarie, diede 5000 metri, e un quinto, fra le Azzorre e la costa del Portogallo, altrettanti.
Quale terribile fine per gli aeronauti, se l’aerostato fosse scoppiato bruscamente o si fosse lacerato sopra uno di quegli immensi baratri!
Fortunatamente quel magnifico vascello aereo, fabbricato dall’ingegnere con cura strema, dotato di uria forza ascensionale così potente ed equilibrato come era, si comportava quanto e forse meglio di un vascello galleggiante sull’acqua. Spinto dal vento, che si manteneva costantemente favorevole, soffiando sempre dal sud-ovest, si librava ancora alla stessa altezza: però fra breve avrebbe dovuto abbassarsi a causa del restringimento dell’idrogeno, che è molto sensibile ai cambiamenti di temperatura.
L’oceano aveva assunto una tinta cupa, e non si udivano che i suoi brontolii. Pareva che sotto l’aerostato si stendesse un immenso velo nerastro, o meglio uno strato di veli, il quale lasciasse trasparire, di quando in quando, dei vaghi riflessi, dovuti alle incerte luci degli astri.
L’aria era di una purezza ammirabile, d’una trasparenza cristallina, ed in alto scintillavano a milione le stelle, le quali parevano seguissero il corso del vascello volante. All’orizzonte, una tinta lievemente argentea annunciava il prossimo spuntare dell’astro notturno e si rifletteva sulle lontane acque dell’oceano, che prendevano, in quella direzione, una tinta madreperlacea d’un effetto ammirabile, veduta da quell’altezza. O’Donnell, sorpreso e stupito, guardava quella scena senza parlare, curvo sulla poppa del battello d’alluminio; Kelly continuava le sue osservazioni e guardava particolarmente i suoi barometri per rendersi conto della discesa dell’aerostato; il negro Simone, più che mai spaventato, batteva i denti per il freddo, che diventava acuto, e per il terrore, tenendosi sempre aggrappato, con la forza della disperazione, alle corde di sostegno.
“Tremila metri” disse ad un tratto l’ingegnere.
“E scendiamo ancora?”
“Sempre.”
“Che il nostro peso sia soverchio?”
“No: è l’idrogeno che si restringe per il freddo.”
“Che sfugga invece da qualche apertura?”
“Sentite odore di gas?”
“No.”
“Tutto dunque va bene.”
“Ma fino a quando scenderemo?”
“Lo sapremo più tardi.”
“Finiremo per toccare l’oceano?”
“Forse nelle notti seguenti; ma ora no: la forza ascensionale del nostro aerostato è per ora troppo potente. Oh! Oh!”
“Cosa avete?”
L’ingegnere non rispose. I suoi occhi si erano fissati sulle due bussole, e la sua fronte si era corrugata.
“Che la corrente da me studiata, e che soffiava costantemente dal sud-ovest verso il nord-est, finisca qui?” mormorò. “Ciò sarebbe grave.”
“Ma che cosa avete?” insistette l’irlandese. “Ho da darvi una seria comunicazione, O’Donnell.” rispose l’ingegnere. “Noi abbiamo virato di bordo, come dicono i marinai.”
“E cosa importa?”
“Voi sapete dove ci spingerà ora il vento?”
“Io no.”
“Intanto ci riconduce verso l’America.”
“In direzione del banco!”
“No: verso il nord-ovest, dritti allo stretto di Davis, fra la Groenlandia ed il Labrador.”
“Brutta scoperta, in fede mia! Cosa pensate di fare? Mi spiacerebbe assai ritornare nel Canada.”
“Se ci trovassimo vicini alla superficie dell’oceano, getterei le mie ancore: ma siamo tanto alti che tutte le nostre funi riunite non toccherebbero l’acqua.”
“E non ci si può abbassare di più?”
“Sì, ma dovremmo sacrificare una parte del nostro gas, e capirete che per noi è troppo prezioso per lasciarlo fuggire.”
“A quale distanza ci troviamo dal banco di Terranova”
“A centosettanta miglia.”
“E ritorniamo?”
“Con una velocità di sessanta miglia all’ora. Continuando in questa nuova direzione, avvisteremo il Labrador fra quattro o cinque ore.”
“Dannato vento! Speriamo che cambi. Mister Kelly, quantunque non mi dispiaccia di andare al polo invece che in Europa. Sarebbe una magnifica scoperta.”
“Che per il momento lascio ad altri, O’Donnell, non avendo portato con me vesti adatte a quei terribili freddi, né una cucina portatile per farci qualche bevanda calda. Se il vento ci spinge in quella direzione, scenderemo alla prima terra e riprenderemo il tentativo più tardi, su un’altra costa.”
“Mi spiacerebbe assai.”
“E anche a me. Speriamo però che la corrente si ristabilisca col levar del sole.”
“Che la vostra corrente si mantenga a 3500 metri?”
“Può essere che al di sotto di quell’altezza ne esista un’altra, quella che ora ci porta al nord-ovest.”
“Gettiamo zavorra e innalziamoci.”
“Sarebbe una grande imprudenza, O’Donnell: ci priveremmo di un peso che più tardi potrebbe esserci di estrema necessità, e quando il sole dilaterà il nostro idrogeno, noi saliremmo a tale altezza da non poter resistere. A 8000 metri la rarefazione dell’aria è mortale, o poco meno; a 9000 nessuno di noi resisterebbe.”
“Lasciamo dunque che il vento ci porti al nord-ovest, e domani vedremo.”
“Continuiamo a scendere?”
“Sì,” rispose l’ingegnere. “E da questa discesa spero assai di fermare l’aerostato. Eccoci già a 2500 metri, e non ci arrestiamo ancora: l’idrogeno si raffredda rapidamente: tanto meglio!”
Infatti il pallone, o meglio i due palloni, a causa dell’umidità della notte, che li rendeva più pesanti, e del freddo acuto che restringeva l’idrogeno, calava a vista d’occhio, facendo dei bruschi salti. Si arrestava un momento, poi scendeva, come se le sue forze venissero improvvisamente meno e l’idrogeno perdesse la sua potenza ascensionale, poi tornava a fermarsi per riprendere, qualche minuto dopo, le sue ricadute.
O’Donnell, quantunque avesse grande fiducia in quel vascello aereo e nel suo inventore, cominciava a diventare inquieto. In quanto a quel poltrone di Simone, ad ogni ricaduta mandava sordi gemiti e guardava con occhi smarriti la cupa superficie dell’oceano, che si avvicinava rapidamente. Quel povero diavolo si riteneva ormai perduto ed aspettava, con inesprimibile angoscia, il momento in cui l’aerostato sarebbe stato inghiottito.
L’ingegnere invece era tranquillo, anzi benediceva in cuor suo quell’umidità e quel freddo, che gli permettevano di gettare le sue ancore e arrestare quella marcia verso regioni affatto opposte a quelle che sperava di raggiungere.
Alle 9 di sera l’aerostato non era che a mille metri dall’oceano. Si udivano distintamente i sordi muggiti delle cupe ondate, e si distingueva nettamente la spuma che le copriva.
Alle 10 era a 500 e alle 11 e un quarto a 300. La discesa si arrestò: l’equilibrio si era ristabilito.
“Giù le ancore” disse l’ingegnere.
“Avremo funi sufficienti?” chiese O’Donnell, respirando liberamente.
“Unendo le tre funi delle guide-ropes e tutte le altre, ne avremo a esuberanza.”
“Non scenderà più l’aerostato?”
“Non credo: anzi lo alleggeriremo d’un peso notevole e lo costringeremo, per di più, a fermarsi. Aiutatemi, O’Donnell.”
I due grandi coni d’alluminio, della capacità totale di quattrocentosessanta litri, vennero trasportati uno a prua e l’altro a poppa e legati alle lunghe corde, che erano state rapidamente annodate.
L’ingegnere e l’irlandese, aiutati da Simone che si era finalmente deciso a muoversi, calarono nell’oceano i due grandi coni, i quali tosto si capovolsero, riempiendosi d’acqua.
L’aerostato scaricato di quel peso, tese subito le due corde e interruppe bruscamente la sua fuga verso il nord-ovest. I due immensi fusi virarono di bordo e si piegarono verso la direzione del vento; ma i due coni tennero fermo, opponendo una resistenza incredibile.
Per alcuni istanti il vascello aereo rimase perfettamente immobile; poi il vento, che urtava con violenza le sue immense superfici, si diede a trascinarlo nella direzione primitiva. Ma la velocità della marcia era minima: l’ingegnere constatò che l’aerostato percorreva a mala pena tre miglia all’ora.
“Questo risultato sorpassa le mie previsioni” disse. “In una sola ora di buon vento possiamo riguadagnare ciò che perdiamo in otto o dieci ore di marcia contraria. Volete ora un consiglio, O’Donnell?”
“Parlate, Mister Kelly.”
“Avvolgetevi in una grossa coperta di lana e dormite, finché Simone veglia. Non corriamo alcun pericolo e possiamo chiudere gli occhi in attesa del nostro quarto di guardia.”
“Mi terrete compagnia?”
“Fino alla mezzanotte. Alle quattro del mattino voi mi sostituirete.”
“Non domando di più. Buona notte, Mister Kelly, e se vi occorre qualche cosa, tiratemi le gambe senza riguardo, o fatemele tirare da Simone.”
I due aeronauti si avvolsero nelle loro coperte per ripararsi dall’umidità e dal freddo della notte e s’addormentarono profondamente, mentre il Washington filava lentamente verso nord-ovest, trascinando le due ancore, che fendevano le onde con sordi fragori.
A mezzanotte Simone, che a poco a poco riprendeva coraggio e che non aveva osato chiudere gli occhi per tema di svegliarsi in fondo all’oceano, chiamò l’ingegnere.
“Nulla di nuovo?”chiese questi al negro.
“Nulla, massa” rispose l’interrogato.
“Andiamo sempre verso il nord-ovest?”
“Sì.”
“Va a dormire, e non fare brutti sogni.”
Si sedette a poppa del battello, accese una sigaretta e gettò uno sguardo sull’oceano, che brontolava a meno di 250 metri di distanza, mentre il raffreddamento dell’idrogeno continuava con l’abbassarsi della temperatura notturna.
Nessun lume si scorgeva sulla nera superficie dell’Atlantico.
Solo all’orizzonte le acque riflettevano il primo quarto della luna, tingendosi di una luce biancastra, e la luce rossastra od azzurrognola delle stelle prossime al tramonto.
Il silenzio era solamente rotto dal fragore prodotto dalle ancore, che cercavano di opporre resistenza al vento, il quale spingeva l’aerostato e dai brontolii sordi delle onde.
Alzò il capo e vide i due immensi fusi dondolarsi lentamente con le punte volte verso il nord-ovest. Il vento produceva dello pieghe sulla loro superficie, ingolfandosi nella seta; ma era debole e non poteva produrre alcun guasto. L’ingegnere avrebbe potuto eliminarle, gonfiando i due palloncini con la piccola pompa premente, ma non essendovi alcun pericolo, sarebbe stata una fatica vana. Più tardi, il calore solare si sarebbe incaricato di rendere lisce quelle superfici.
L’ingegnere continuò a fumare tranquillamente, dolcemente cullato dalla navicella, che il vento faceva oscillare, in attesa di venire sostituito dall’irlandese, il quale russava sonoramente sotto un banco, strettamente avvolto nella sua coperta di lana.
Già verso l’oriente una luce incerta cominciava ad apparire, tingendo il cielo di riflessi madreperlacei e facendo impallidire gli astri, quando l’ingegnere fu bruscamente strappato dalle sue meditazioni da un lontano muggito, che pareva si avvicinasse rapidamente.
Si alzò e guardò sotto di sé; ma nulla scorse sulla nera superficie dell’oceano. Girò intorno lo sguardo e vide, verso l’ovest, tre punti luminosi solcare l’orizzonte con fantastica celerità.
“Uno steamer,” mormorò “una nave che va in Europa, o che si dirige verso gli stabilimenti della baia di Hudson.”
Ad un tratto mandò un grido. Una fiamma rossa era balenata fra quei tre punti luminosi, seguita poco dopo da una detonazione, e un proiettile era passato, fischiando, fra i due aerostati, ricadendo in mare con un sordo tonfo.

Capitolo 8

Le grandi ascensioni

Al grido dell’ingegnere e alla detonazione, O’Donnell e il negro, svegliatisi bruscamente, erano balzati in piedi, credendo che l’aerostato fosse scoppiato e che la navicella precipitasse fra le spumanti onde dell’Atlantico.
“Gran Dio!” esclamò l’irlandese. “Che cosa succede, Mister Kelly?”
“Alle ancore e senza perdere tempo!” disse l’ingegnere.
“Precipitiamo?”
“No: ci prendono a cannonate”
“Ancora?”
“Silenzio: afferrate il gherlino che scorre sulle guide-ropes e rovesciate il cono di prua, mentre io rovescio quello di poppa, e tu, Simone, preparati a gettare un sacco di zavorra. Presto, o una palla attraverserà qualche pallone.”
L’irlandese, che aveva compreso il pericolo gravissimo che correvano, afferrò la funicella che scendeva assieme alla corda-guida e che si univa all’estremità del cono, e operò una trazione energica, mentre l’ingegnere, dal canto suo, faceva altrettanto. Le due ancore si rovesciarono, scaricandosi dei quattrocento litri che contenevano: peso enorme, che l’aerostato non sarebbe stato capace di sollevare, se non gettando altrettanta zavorra.
Il Washington, alleggerito da quel peso considerevole, fece un brusco salto in aria, rovesciando i tre aeronauti, che non avevano avuto il tempo di aggrapparsi alle corde. Quasi nello stesso momento un colpo di cannone tuonò sull’oceano, e un obice passò, fischiando, a tre soli metri dalla murata di babordo della navicella, scoppiando seicento passi più innanzi.
“Canaglie!” urlò O’Donnell. “Se avessi una dozzina di granate, vorrei rasare la vostra nave come un pontone.”
L’aerostato continuava a salire con grande rapidità. Passò i mille metri, poi i duemila, e si arrestò ai duemilatrecento. Urla di furore echeggiarono sull’oceano, seguite da tre detonazioni e da un vivo fuoco di moschetteria; ma ormai il pallone era fuori di portata, e né le palle dei cannoni, né quelle delle carabine lo potevano raggiungere.
“Auff!” esclamò l’irlandese, asciugandosi il freddo sudore che gli imperlava la fronte. “Cinque minuti di ritardo e noi eravamo perduti! Vedete, Mister Kelly, a qual pericolo vi esponete per colpa mia?”
“Un viaggio senza emozioni che cosa sarebbe?” disse l’ingegnere. “Per Bacco! Quegli inglesi sono bene accaniti contro di noi! Ma si stancheranno presto.”
“Che specie di nave hanno mai, per averci raggiunti ancora?”
“Una nave che fila quindici o sedici nodi all’ora.”
“Ma noi abbiamo filato più di loro.”
“Ma il vento ci ha respinti verso le coste americane. Se la corrente non avesse cambiato direzione, a quest’ora quella nave sarebbe così lontana da perdere ogni speranza di raggiungerci. Ci ha incontrati per pura combinazione.”
“Fortunatamente l’avete scorta per tempo. Ci insegue ancora?”
“Vedo laggiù i suoi fanali di posizione; ma sono già assai lontani.”
“Andiamo ancora verso il nord-ovest?”
“…Ma…No: abbiamo ritrovato la nostra corrente e navighiamo verso il nord-est!”
“Verso l’Europa!”
“Sì, O’Donnell. Ricomincio a sperare.”
L’aerostato, innalzatosi per lo scaricamento di quei cinquanta chilogrammi di zavorra, aveva infatti ritrovato quella grande corrente aerea che l’ingegnere aveva scoperta, e che pareva soffiasse costante verso il nord-est. Mentre l’attenzione degli aeronauti era volta alla nave da guerra, i due immensi fusi avevano virato di bordo, ed ora fuggivano nella prima direzione con una velocità di sessanta miglia all’ora, avanzando in quell’enorme distesa di acqua, che si tingeva dei primi chiarori dell’alba. La nave da guerra, impotente a lottare con la velocità straordinaria dei due aerostati, aveva cessato il suo cannoneggiamento. In pochi minuti era diventata un punto oscuro che appena si distingueva sulla superficie dell’Atlantico. Fra poco anche i suoi fanali dovevano scomparire.
Il sole, intanto, stava per alzarsi sull’orizzonte orientale. La luce bianca era diventata rosea, gli astri impallidivano rapidamente, confondendosi fra quelle prime ondate rosseggianti; poi il primo raggio sorse improvvisamente là dove l’oceano sembrava unirsi col cielo, e l’acqua scintillò, cospargendosi di pagliuzze d’oro di un effetto superbo, mentre la superficie dei palloni si imporporava. Le ultime tenebre scomparvero sotto quella brusca invasione dei raggi: gli astri sembrarono fondersi istantaneamente, e le acque ripresero la loro tinta verdastra, smeraldina, alternata a strati di un azzurro profondo.
L’ingegnere esaminò l’orizzonte per vedere se qualche nave era in vista, o se si scorgeva, verso il nord-est, qualche terra. L’Oceano era deserto, e nessuna isola o continente si vedeva in alcuna direzione.
Solamente degli uccelli marini volteggiavano sopra l’azzurra superficie, precipitando di quando in quando fra le onde per impadronirsi dei pesci che osavano mostrarsi.
Si vedevano numerose procellarie, quei funebri uccelli delle tempeste, che s’incontrano sotto tutte le latitudini, qualche fregata dal fulmineo volo e parecchie coppie di alcioni. Di tratto in tratto si vedevano pure balzare fuori dalle onde, volare per venti o trenta metri e poi ricadere, centinaia di quegli strani pesci, detti dattilotteri o pesci volanti, alcuni lunghi un buon piede, bruttissimi, di colore bruno rossastro, le natatoie nere, con in capo una specie di casco irto di pungiglioni, ed altri lunghi appena venti centimetri e con la pelle azzurro-argentea. S’alzavano da varie parti, s’incrociavano in tutti i sensi, facevano sforzi prodigiosi per mantenersi in aria, ma ricadevano appena si disseccavano le loro natatoie.
Senza dubbio, quei disgraziati abitanti dell’oceano erano assaliti da altri pesci più potenti e più voraci.
“È una disgrazia il non avere più una rete” disse O’Donnell.
“Mangerei volentieri un arrosto di pesci per colazione.”
“Vi dimenticate che siamo a tremila metri e che non abbiamo una cucina, ghiottone?” chiese l’ingegnere.
“Avete ragione, Mister Kelly. Mi dimenticavo che non abbiamo del fuoco e che, anche avendone, sarebbe pericoloso accenderlo. Ma, per mille diavoli, vi sono delle migliaia di pesci laggiù.”
“Vi sorprende forse?”
“No, perché io so che i pesci sono molto prolifici e che depongono centinaia di nova.”
“Anche migliaia, e qualcuno anche milioni.”
“Suppongo che saranno le aringhe le più feconde. So che nelle baie della mia patria si radunano in banchi immensi.”
“Vi ingannate, perché le aringhe in media non danno che tremila uova.”
“Vi sembra poco?”
“E cosa direste dei merluzzi che ne depongono sette milioni?”
“Per Giove!”
“E del pesce lira, che ne depone dai venti ai trenta?”
“Trenta milioni di uova!” esclamò O’Donnell. “‘Quale famiglia deve uscire da una coppia di quei pesci!”
“Si ritiene che siano i più prolifici di tutti. Ve n’è però uno che per le sue dimensioni meschine può calcolarsi più fecondo dei pesci lira: è pleuronectes flexus, il quale è piccolo, somigliante alla così detta passera di mare e può dare fino a un milione e mezzo di uova.”
Mentre così chiacchieravano e il negro preparava la colazione che sostituiva il caffè, che non figurava fra le loro provviste per mancanza della cucina, il Washington, che galleggiava in mezzo a un mare di luce, cominciava a salire verso le alte regioni dell’atmosfera.
Già le sue pieghe erano scomparse a poco a poco e le sue superfici si erano stese sotto lo sforzo dell’idrogeno che il calore solare dilatava, aumentando considerevolmente la sua forza ascensionale, che diventava ora maggiore a causa di quel getto di zavorra.
Alle dieci era già salito a 3600 metri e non si era ancora fermato. O’Donnell, che non si era ancora accorto di nulla, ma che sentiva aumentare il freddo, il quale toccava già quasi lo zero, si guardò attorno, credendo che l’aerostato fosse entrato in qualche nube di ghiaccioli; ma l’atmosfera era d’una limpidezza ammirabile.
“Dove siamo?” chiese. “Ci siamo avvicinati, a nostra insaputa, alle regioni polari?”
“No: filiamo sempre verso il nord-est, seguendo il 48° parallelo” rispose l’ingegnere. “Questo abbassamento di temperatura deriva dalla nostra elevazione. Guardate il barometro: siamo già a 3700 metri.”
“Che il pallone voglia scappare nella luna?”
“Si fermerà. Non dubitate.”
“Più si sale, più aumenta il freddo?”
“Sì e l’aria diventa talmente rarefatta da uccidere gli imprudenti che osano salire troppo in alto.”
“E per quali cause?”
“Per la diminuzione della tensione dell’ossigeno, che a quelle altezze non penetra più nel sangue e di conseguenza nei tessuti in quantità sufficiente a mantenere le combustioni vitali nel loro stato di energia normale. All’altezza in cui ci troviamo, già il vostro polso deve avere ottanta battiti al minuto, e dovete provare un principio di nausea.”
“Infatti provo un certo malessere, Mister Kelly.”
“Se la salita continuerà, il vostro ventre comincerà a gonfiarsi, sentirete la faccia in congestione e proverete anche qualche vertigine. Più su vi è la morte, ma noi non toccheremo quella zona mortale.”
“Lo spero, Mister Kelly, se non per me, per voi. Ditemi: vi sono stati degli aeronauti che hanno osato spingersi fino a quella zona?”
“Sì e alcuni non sono più ridiscesi vivi. I primi che si slanciarono arditamente negli spazi celesti per verificare fino a quale altezza l’aria era respirabile per l’uomo, furono Robertson e Lhoêst, i quali nel 1803 riuscirono a raggiungere, a quanto sembra, i 7000 metri. Si disse allora che a Robertson era gonfiata la testa a tal segno da non potersi più mettere il cappello; ma io la ritengo una frottola.
Nel 1804 Gay-Lussac tocca pure 7000; prova nausee, vertigini e un principio di soffocamento; ma ridiscende vivo. Darral e Bixio nel 1850 toccarono anche loro i 7000 metri. Nel 1850 Gaisher e Coxwell affermarono di aver raggiunto i 10.000 metri. Il primo svenne; ma il secondo, quantunque non potesse far uso delle mani perché il freddo intenso gliele aveva assiderate, riusciva ad afferrare coi denti la corda della valvola di sfogo, obbligando il pallone a ridiscendere.
Io però sono d’opinione che non abbiano raggiunto quell’altezza, e così pensano pure molti aeronauti. Se si fossero spinti tanto in alto, non sarebbero ritornati a terra vivi.
La più drammatica e più terribile ascensione fu quella dello Zenith, che costò la vita a due giovani e audaci aeronauti, a Croce-Spinelli, un italiano naturalizzato francese, ed a Silvel. Già nel 1874, incoraggiati e aiutati dalla Società Francese di Navigazione Aerea, avevano fatto una prima ascensione, raggiungendo i 7300 metri. Il 15 Aprile 1875 partivano sull’aerostato lo Zenith, in compagnia di Tissandier, un aeronauta che aveva eseguito già oltre venti ascensioni. L’aerostato, continuamente scaricato dalla zavorra che portava, s’innalzava rapidamente verso le solitudini gelate delle grandi altezze. Il freddo li intirizzì, le nausee sopravvennero, le vertigini li colsero; ma continuarono intrepidamente a salire. A 8000 metri Croce-Spinelli e Silvel, malgrado respirassero di frequente l’ossigeno che avevano portato con loro, caddero; ma Tissandier resiste ancora e continuò le sue osservazioni. A 8600 metri lo Zenith s’arrestò, poi ridiscese; ma portava con sé due cadaveri: Croce-Spinelli e Silvel erano morti! Che cosa ne dite, O’Donnell?”
L’irlandese, che fino ad allora gli stava seduto a sinistra, a cavalcioni d’una panchina del battello, non diede alcuna risposta. L’ingegnere si volse verso di lui e lo vide accasciato su se stesso, come se fosse stato improvvisamente colto da uno svenimento, o da un sonno irresistibile.
Guardò a poppa e vide il negro Simone che pareva pure addormentato.
“Diavolo!” esclamò. “Dove ci troviamo?”
Gettò uno sguardo sul barometro: segnava 4300 metri. “È troppo,” mormorò. “Ancora poche centinaia di metri più in alto, e questi uomini, non abituati alle ascensioni, dormiranno per sempre. Afferrò le due corde che mettevano capo alle valvole di sfogo e diede uno strappo. Tosto in alto si udirono degli scoppiettii e all’intorno si sparse un acuto odore di idrogeno.
“Basta,” disse mezzo minuto dopo. “È troppo prezioso per consumarlo.” Il Washington, benché appena salassato, discendeva lentamente nelle regioni più respirabili. In dieci minuti toccò i 3600 metri e colà giunto arrestò la sua discesa. O’Donnell aprì gli occhi, sbadigliando come un orso che non dorme da una settimana.
“Che vi pare della disgraziata sorte toccata a Croce-Spinelli e a Silvel?” gli chiese Kelly, con un sorriso leggermente malizioso.
“Silvel! Croce-Spinelli!…” esclamò O’Donnell, guardando l’ingegnere con due occhi strabuzzati. “Ma siete uno stregone voi, che indovinate i miei sogni?”
“Avete sognato, O’Donnell?”
“Sì, di palloni, di ascensioni di un certo Tissandier e… Ma perché ridete?”
“Perché non avete sognato nulla di tutto ciò, ma l’avete udito dalla mie labbra e vi siete addormentato mentre io vi narravo quella drammatica ascensione.”
“Mi sono addormentato, io!”
“Sì, O’Donnell, ma per effetto dell’altezza del Washington e Simone, che comincia solamente ora ad aprire gli occhi, vi teneva compagnia. Come vi sentite?”
“Benissimo: anzi ho una fame da lupo.”
“Buon segno,” disse Kelly, ridendo. “Con la discesa scompaiono repentinamente i disturbi pericolosi cagionati dalle eccessive altezze.”
“Dev’essere così, signor Ned; ma si vede che le ascensioni non sono fatte per me, né per Simone. Che ne dici, negrotto mio?”
Il negro si limitò a sbadigliare in tal modo da correre il pericolo di slogarsi le mascelle, mostrando due file di denti da fare invidia a un coccodrillo dell’Africa equatoriale.

Capitolo 9

Trascinati verso l’equatore

Durante quella seconda giornata il Washington continuò a filare verso il nord-est, ma tendendo a prendere una direzione decisiva verso l’est, seguendo il 48° parallelo.
Pareva che la grande corrente d’aria studiata dall’ingegnere che si manteneva fra i 3000 e i 4000 metri, avesse la stabilità costante dei venti alisei, i quali soffiano fra le coste d’Africa e d’America, ma in direzione contraria. Ne avrebbe avuto anche la durata? Ecco quello che l’ingegnere non sapeva: però sperava molto. L’oceano si manteneva sempre deserto. Solamente gli uccelli marini lo solcavano, ma tenendosi sempre assai lontani dal pallone, che forse scambiavano per qualche mostro di nuova specie. Un grande albatros, le cui ali spiegate misuravano due metri e mezzo, spinto dalla curiosità, s’alzò fino agli aerostati, descrivendovi attorno due giri; e l’ingegnere, che temeva il robusto becco di quel volatile, che poteva lacerare con somma facilità la seta, lo mise in fuga con un colpo di rivoltella.
Di quando in quando, dalla superficie dell’oceano si vedevano emergere le teste di voraci pescecani, senza dubbio attirati dall’ombra immensa che l’aerostato proiettava sulle acque. Quei mostri, che misuravano perfino undici metri, mostravano le loro immense bocche irte di formidabili denti e capaci di contenere un uomo intero ripiegato, e mandavano rauchi sospiri, che facevano impallidire quel poltrone di Simone.
Verso le quattro pomeridiane, quando meno ci pensavano, la corrente aerea, che fino allora si era mantenuta rapida, spingendoli innanzi con la velocità di quarantadue miglia all’ora, bruscamente si ruppe, o meglio si divise in due, una che tendeva a rimontare verso il nord, l’altra che scendeva verso il sud-est. Il pallone, dopo essere rimasto alcuni minuti quasi immobile, ritornò indietro, come fosse respinto da un’altra corrente che soffiava dall’est, poi fu preso da quella che scendeva verso le regioni calde e trascinato in quella direzione con una velocità di sessanta miglia all’ora.
“Abbiamo virato di bordo?” chiese O’Donnell all’ingegnere, che aveva la fronte aggrottata.
“Sì,” rispose questi, incrociando le braccia.
“E andiamo…?”
“Per ora scendiamo verso il tropico; ma poi…?”
“Non andremo a cadere sulle coste africane?”
“Chi vi dice che questa corrente non cambi? Se ci porta fino ai venti alisei, noi torneremo verso l’America, poiché soffiano da levante a ponente.”
“È una cosa grave, Mister Kelly.”
“Lo so.”
“Sperate in un cambiamento?”
“Spero.”
“Non si può tentare nulla per cambiare direzione?”
“Che cosa volete tentare se non abbiamo direzione propria, né moto proprio? Dobbiamo lasciarci portare dalle correnti e finire dove esse vorranno.”
“C’è pericolo che ci trascinino per l’Atlantico fino all’esaurimento del nostro gas.”
“È possibile anche questo, O’Donnell. Fortunatamente noi possediamo la scialuppa, e l’oceano non c’inghiottirà!”
“Che pensate di fare ora?”
“Nulla, fuorché di lanciare i miei due piccioni messaggeri.”
“A quale scopo?”
“Ah! Non vi ho ancora detto che alcuni miei amici attendono mie notizie per mettersi in mare e venire, all’uopo, in mio soccorso. Hanno noleggiato un battello a vapore e si tengono pronti a salpare. Apprendendo che noi andiamo verso il sud-est, metteranno la prora in quella direzione per raccoglierci, se fossimo costretti a salvarci nella scialuppa.”
“Avete pensato a tutto, Mister Kelly.”
“Il vento poteva spingermi verso l’Atlantico meridionale o verso il Polo Nord, mettendomi in grave imbarazzo. Un pallone, per quanto ben costruito, non rimane in aria delle settimane, e il Washington poteva vuotarsi prima di toccare terra e io cadere in mezzo all’oceano e forse senza viveri.”
“Giungeranno fino all’Isola Brettone i vostri piccioni?”
“Distiamo in linea retta circa ottocento miglia: possono quindi, se non cadono sotto i colpi degli uccelli da preda, giungervi in meno di tredici o quattordici ore, calcolando la loro velocità media di sessanta miglia all’ora.”
“Non si stancheranno?”
“Hanno fatto delle traversate ben più lunghe i colombi messaggeri.”
“È un mezzo di comunicazione ammirabile, Mister Kelly, che fa molto onore a colui che per primo se ne servì.”
“È un mezzo antichissimo, O’Donnell.”
“Antichissimo? Io lo credevo affatto moderno.”
“Vi basti sapere che si servivano dei piccioni messaggeri gli antichi greci. I ginnasti e i lottatori che prendevano parte ai giochi olimpici, adoperavano i piccioni per avvertire i lontani parenti e amici delle loro vittorie. Si sa che Anacreonte, il quale visse cinquecentotrent’anni prima dell’era volgare, lasciò scritto che ai suoi tempi gli ateniesi si servivano dei piccioni per corrispondere coi paesi lontani. Anche i romani nelle guerre, e specialmente negli assedi, ne fecero uso.”
“In mancanza del telegrafo e delle ferrovie adoperavano le ali dei volatili. Gli antichi non erano poi tanto indietro quanto si dice.”
“Coi piccioni fu anche istituito un servizio regolare di posta; e questo avvenne in Oriente, sotto il califfo Mustafà fra il 1170 e il 1180. Venivano adoperati dei colombi della razza di Bagdad. Ma il merito di aver introdotto un vero servizio postale, sotto la direzione di veri maestri di posta, spetta al potente sultano Nur Eddin fra il 1146 e il 1174. Si dice che quei volatili fossero così pregiati, che si pagavano perfino mille denari. Quel servizio postale durò fino al 1258, cioè fino alla distruzione di Bagdad per opera dei Mongoli. In Egitto invece la posta coi piccioni durò fino al 1500.”
“E in Europa, quando venne introdotta?”
“Nei primi anni di questo secolo, per opera specialmente dei grandi banchieri. Si istituì un servizio postale regolare tra Parigi, Bruxelles e Anversa e un altro tra Londra, Anversa e Colonia. In quest’ultimo tragitto i colombi messaggeri impiegavano tutt’al più sei ore. Tale metodo durò fino all’introduzione delle ferrovie, poi fu dimenticato: si continuò tuttavia ad allevare i piccioni messaggeri, e nella guerra del 1870-71 tra la Francia e la Germania questi volatili resero grandi servigi. Fu col loro mezzo e coi palloni che Parigi, assediata dal nemico, poté corrispondere con le truppe dell’Ovest. Ora quasi tutti gli eserciti europei hanno dei piccioni viaggiatori.”
“E voi sperate di dare notizie ai vostri amici con quelli che avete?”
“Sì, se giungeranno all’isola senza venire presi dagli albatros o da qualche altro uccello di rapina. Affrettiamoci, O’Donnell: ogni minuto che passa ci allontaniamo vieppiù dall’Isola Brettone.”
Aprirono con precauzione la gabbia e trassero i due piccioni, ai quali l’ingegnere legò, sotto le ali, due biglietti accuratamente arrotolati e sui quali aveva già precedentemente scritto un riassunto delle vicende toccate all’aerostato e notato la sua direzione. Ciò fatto, li lasciarono liberi. I due piccioni, che non dovevano trovarsi a loro agio a quell’altezza, s’abbassarono precipitosamente verso la superficie dell’oceano, e giunti a circa seicento metri si misero a descrivere parecchi giri concentrici, come se fossero indecisi sulla direzione che dovevano prendere. Ad un tratto partirono di comune accordo verso il nord-est, con estrema rapidità. Alcune procellarie e alcuni alcioni si precipitarono verso di loro, attratti forse dalla curiosità; ma rimasero subito indietro. Per alcuni istanti, sullo sfondo azzurro cupo dell’oceano, si videro spiccare quei due punti bianchi, che rimpicciolivano rapidamente, poi sparvero verso il lontano orizzonte, confondendosi con le tenebre che cominciavano a calare.
“Buon viaggio, gentili messaggeri!” gridò O’Donnell. “Quanto v’invidio le vostre ali!”
“E anch’io, O’Donnell!” disse l’ingegnere. “Se avessi le loro ali, filerei verso l’Europa, mentre invece chissà dove andranno a terminare.”
“Vediamo, Mister Kelly: quanti giorni credete che si sosterranno i vostri palloni?”
“È impossibile precisarlo: tutto dipende dalle circostanze e dalla impermeabilità più o meno esatta della nostra seta. Se tutto va bene, gettando la nostra zavorra, che ha un peso considerevole, ed adoperando il mio idrogeno compresso nei cilindri, io spero i sorreggermi una dozzina e forse più di giorni.”
“In dodici giorni possiamo percorrere una distanza immensa e toccare qualche terra.”
“Ma crederete che questa corrente d’aria si mantenga regolare? Può spezzarsi, un’altra corrente spingerci verso l’ovest, una terza più tardi verso l’est, un’altra al sud, una quinta al nord, e via di questo passo. Noi possiamo errare innanzi e indietro, a destra e a sinistra, attraverso l’immenso oceano, fino all’esaurimento del nostro gas e senza aver incontrato una terra. Finché la corrente del nord-est si manteneva costante, io speravo di giungere in Europa in pochi giorni: ora siamo in balìa dei venti e nelle mani di Dio.”
“La prospettiva non è bella. Mister Kelly: ma nel caso che la nostra situazione diventasse disperata e che l’aerostato si abbassasse per non più rialzarsi, getteremmo l’ultima riserva. Sessanta chilogrammi sono qualche cosa, per un pallone.”
“Di quale riserva intendete parlare?”
“Della mia, Mister Kelly. Per Bacco! Spiccherò un bel salto e voi risalirete.”
“Siete pazzo, O’Donnell. Non avremo bisogno di ricorrere a un sì terribile espediente. Ci rimane la scialuppa, e quella può portarci tutti, comodamente, alla costa più vicina. Orsù, bando ai tristi pensieri e mettiamoci a tavola.”
Mentre divoravano la cena, l’aerostato ricominciava la discesa. La notte era calata, abbassando bruscamente la temperatura, e l’idrogeno si condensava con pari rapidità. Alle nove il Washington da 3500 metri era disceso a soli 400. Colà una nuova corrente d’aria, che soffiava radendo la superficie dell’oceano, lo avvolse e lo trascinò verso il sud con una velocità di trenta chilometri all’ora. L’ingegnere che temeva di venire trascinato nell’Atlantico meridionale ad incrociare i venti alisei, fece gettare le ancore. Come la prima sera, Simone montò il primo quarto di guardia. Alla mezzanotte lo sostituì O’Donnell, e alle tre del mattino l’ingegnere gli diede il cambio. Il Washington filava lentamente verso il sud, con un leggero dondolamento, e di quando in quando si abbassava di parecchi metri, rimontando quasi subito. I due coni, trascinati, opponevano sempre una forte resistenza.
Verso le cinque, mentre l’ingegnere stava accendendo una sigaretta, l’aerostato provò una scossa così brusca da rovesciare alcuni barili e parecchi altri oggetti. Il battello si era inclinato verso prua, e i due immensi fusi si erano abbassati di parecchi metri, risalendo poscia lentamente.
“Che cosa accade?” si chiese il Mister Kelly, al colmo dello stupore. “Se non ci trovassimo in pieno oceano direi che il battello ha urtato, ma contro che cosa?” Guardò attorno e non vide nessun ostacolo. L’atmosfera sola circondava il vascello aereo. Alzò il capo e s’accorse che i due palloni erano immobili; sentiva la brezza mattutina sibilare attraverso i cordami.
“Cosa può averci arrestati?” si domandò, maggiormente stupito. “Che i due coni si siano arenati su qualche banco situato a fior d’acqua?” Stava per spiegare la carta dell’Atlantico settentrionale, al fine di accertarsi se in quella latitudine e longitudine segnalasse qualche scoglio o qualche banco, quando una seconda scossa, più violenta della prima, lo atterrò. L’inclinazione della scialuppa verso prua fu tale, che O’Donnell e il negro Simone rotolarono l’uno addosso all’altro.
“By God! “esclamò l’irlandese, sbarazzandosi precipitosamente della coperta di lana che lo copriva. “Si cade?”
“Massa!…massa! Aiuto!” si mise a strillare Simone, il quale credeva che il pallone precipitasse nell’oceano.
“Il caso è strano!” esclamò l’ingegnere, che si era prontamente rialzato. “Se le mie ancore fossero munite di punte, si potrebbe supporre che qualche pescecane avesse addentato qualche braccio; ma sono coni lisci.”
“Un pescecane?” chiese O’Donnell. “Siamo presi a rimorchio, Mister Kelly?”
“No, poiché siamo perfettamente immobili.”
“Che cosa accade dunque?”
“Ecco quello che cerco di spiegare, ma invano, O’Donnell.”
“Diamine! che qualcuno si sia aggrappato ai coni?”
“Chi mai?”
“Non vedete alcuna nave?”
“No, non vedo che l’oceano.”
Un’altra scossa fece inclinare i due aerostati verso la prua. Non vi era più da dubitare. Qualche mostro aggrappatosi al cono che era stato calato a prora del battello cercava di trascinare con sé il Washington, il quale, però, data la sua forza eccezionale, non cedeva, tornando sempre al precedente livello. Quelle scosse potevano causare qualche grave danno: o guastare la seta dei due fusi, o spezzare le funi, o disarticolare la scialuppa. I tre aeronauti afferrarono la guide-rope di prua e operarono una energica trazione, ma il mostro che imprimeva all’aerostato quelle scosse doveva essere estremamente pesante e dotato di una forza eccezionale, poiché non abbandonò il cono.
“Ma in che modo è rimasto aggrappato?” chiese O Domiell. “Che qualche pescecane di gran mole lo abbia inghiottito?”
“Un pescecane non può avere tale gola da assorbire un cono che contiene duecento trenta litri.”
“Sarà una balena.”
“Nemmeno, poiché la balena ha il canale tanto stretto da non poter inghiottire dei pesci più grossi del nostro braccio.”
“Sarà un capodoglio. So che quei cetacei hanno delle gole enormi.”
“A quest’ora ci avrebbe trascinati sottacqua o avrebbe troncato la fune.”
“Ma quale mostro volete che sia?”
“Non lo so.”
“Che cosa decidete di fare? Tagliare la corda e abbandonare l’ancora?”
“Sarebbe una grande imprudenza perdere uno dei nostri coni. Manderò Simone a vedere.”
“Lui!… quel pauroso!… Con il vostro permesso, andrò a vedere io, Mister Kelly.”
“Ci sono trecentocinquanta metri da discendere, e voi non potete tentare una così pericolosa impresa, O’Donnell. Simone è agile come una scimmia delle foreste africane e può toccare il cono senza stancarsi.”
“Ma come salirà poi?”
“Lo solleveremo noi fino alla navicella, ritirando la fune. Orsù, Simone, prendi una rivoltella e và a vedere che cosa accade laggiù.”

Capitolo 10

Un polipo gigante

Contrariamente alle previsioni di O’Donnell, il negro non si fece ripetere due volte l’ordine ricevuto dal padrone. Una paura ben più tremenda, quella cioè di veder precipitare il pallone nell’oceano, aveva soffocato l’altra, oppure quel ragazzo, che finora non aveva dato prove di coraggio, almeno dinanzi all’irlandese, possedeva dell’audacia nei momenti estremi?
Comunque sia, il negro accettò senza esitare la proposta di andare a liberare l’ancora, lasciandosi scivolare per quella fune, che si allungava per 350 metri. Si passò nella cintola la rivoltella che l’ingegnere gli porgeva, strinse con ambo le mani la guide-rope, incrociò le gambe e cominciò quella pericolosa discesa, che solo un africano o un marinaio poteva tentare con buona riuscita.
“Bada a tenerti stretto e fermati a riposare sui nodi che incontrerai,” gli disse l’ingegnere.
“Sì, massa” rispose il negro, con voce però malferma.
“Se scorgi qualche pericolo, fermati sull’ultimo nodo e carica la rivoltella”
“Sì,” rispose ancora Simone.
O’Donnell e l’ingegnere, curvi sulla prua, in preda a una viva ansietà, seguivano con gli occhi l’africano; il quale continuava a discendere senza però guardare all’intorno, forse per tema di venir preso dalle vertigini. Di quando in quando il mostro, che si teneva ostinatamente attaccato al cono, imprimeva all’aerostato delle brusche scosse, obbligando il negro ad arrestarsi e gli altri due a tenersi aggrappati alle funi di sostegno per non venire sbalzati fuori dalla scialuppa. Invano l’ingegnere aguzzava gli occhi per riconoscere a quale specie il mostro appartenesse. La distanza era troppo grande, e poi esso si manteneva sotto l’acqua che, ancora cupa a causa della semi-oscurità, nulla lasciava trasparire. Si vedeva però attorno al cono di prua, a spumeggiare e ad alzarsi, come se quel misterioso abitante dell’oceano si dibattesse e facesse degli sforzi prodigiosi per attirare a sé l’aerostato.
Simone intanto continuava a lasciarsi scivolare lungo le guide-ropes, fermandosi solo pochi istanti ogni volta che sotto i piedi incontrava un nodo.
“Vedi nulla?” chiedeva allora l’ingegnere.
Il negro non rispose. Aggrappato convulsamente alla fune, guardava sotto di sé senza muoversi, né aprire le labbra. Cercava di distinguere il mostro, o la paura l’aveva paralizzato?
“Simone!” gridò l’ingegnere.
“Aiu…to…, mas…sa!” si udì gridare.
La voce del negro era strozzata e il suo accento era improntato del più profondo terrore. Che cosa aveva veduto? Senza dubbio un mostro spaventevole, perché il disgraziato pareva inebetito.
Ad un tratto si vide l’acqua agitarsi burrascosamente attorno alla fune e si videro sette o otto braccia smisurate allungarsi verso il negro, il quale emetteva gemiti strazianti.
“Scarica la rivoltella!” tuonò l’ingegnere, che era diventato pallido.
Il negro non era in grado di muoversi: la paura lo aveva paralizzato, e impiegava le sue ultime forze per stringere la fune tra le mani e le ginocchia.
“A me,” disse O’Donnell.
Il coraggioso irlandese, armatosi della seconda rivoltella e di una scure, afferrò la guide-rope, superò il bordo del battello e si spinse fuori; ma l’ingegnere lo trattenne violentemente.
“Disgraziato, che cosa fate?” gridò.
“Vado a soccorrerlo, Mister Kelly,” rispose l’irlandese.
“E come salirete poi?”
“È affar mio.” E si lasciò andare con velocità vertiginosa, dopo aver passato il proprio berretto attorno alla fune per non rovinarsi le mani. In dieci secondi egli si trovò addosso al negro, il quale gettava urla strozzate, strabuzzando gli occhi, come se fosse improvvisamente impazzito.
“Tieniti fermo,” gli disse O’Donnell “Bada che se cadi, sei perduto.” Lo circondò con un braccio per sorreggerlo, poi guardò sotto di sé. Solo allora comprese che la paura orribile che aveva invaso il povero giovanotto, non era senza motivi.
Là, sommerso a metà, un mostro enorme di colore biancastro, fusiforme, con una testa arrotondata, munita d’una specie di becco somigliante a quello dei pappagalli e armato di otto braccia lunghe almeno bei metri e coronate di ventose, lo fissava con due grandi occhi, piatti e dai glauchi colori.
Quel mostro, che doveva pesare due tonnellate, stringeva con due braccia il cono che serviva da ancora e con le altre cercava di afferrare il negro. O’Donnell, quantunque si sentisse come affascinato da quei grandi e orribili occhi e un fremito fortissimo lo avesse preso, non abbandonò il negro, anzi lo strinse con suprema energia, poi con la mano sinistra, rimastagli libera, scaricò uno dopo l’altro i sei colpi della rivoltella nella bocca del mostro.
Il polipo gigante lasciò andare il cono e scaricò sui due disgraziati aeronauti un torrente di liquido nero, che puzzava di muschio, inondandoli dalla testa ai piedi.
“Puah!” fece l’irlandese, scuotendosi di dosso quella specie d’inchiostro.
Il negro invece emise un urlo così acuto, da far temere che stesse per abbandonare la fune.
“Ohè, saldo in gambe!” gridò O’Donnell. “Vuoi cadere fra le braccia del polipo? Mille bombe…! La faccenda diventa seria!” Guardò giù e mandò un lungo sospiro di sollievo, non scorgendo più l’orribile mostro. Senza dubbio era stato ferito o ucciso dalle sei pallottole e si era inabissato negli immensi baratri dell’oceano.
“Era tempo!” mormorò O’Donnell. “Se avesse continuato ancora un po’ a scuotere la corda, ci avrebbe fatto fare uri bel capitombolo.”
“O’Donnell!” gridò l’ingegnere, che dall’alto della navicella aveva seguito con angoscia inesprimibile quella scena.
“Presente, Mister Kelly” rispose l’irlandese, che aveva sentito riacquistato il suo solito buon umore.
“L’ancora è libera?”
“Sì.”
“Siete feriti?”
“No, ringraziando Iddio; ma quel dannato mostro ci ha profumati con una certa materia che si direbbe inchiostro, o qualcosa di simile. I caimani non puzzerebbero più di noi, ve l’assicuro.”
“Era un cefalopodo?”
“Lo credo.”
“L’avevo sospettato. Fate salire Simone, poi tireremo su voi.”
“Ma se è mezzo morto di paura! Temo anzi di vederlo svenire da un momento all’altro.”
Ed era proprio vero. Pareva che il negro fosse diventato ebete per lo spavento provato. La sua pelle era grigia, cioè pallidissimo; dalle sue labbra uscivano parole tronche e senza senso, e i suoi occhi, stravolti, parevano fissi su di un punto immaginario e si illuminavano di quando in quando di certi lampi, simili a quelli che animano gli occhi dei pazzi.
“Ehi, Simone!” disse O’Donnell. “Su, per Bacco! Coraggio! Vuoi rimanere qui fino a domani?”
Il negro rispose con uno scroscio di risa; ma era uno di quegli scrosci che invece di mettere allegri fanno male.
“Che sia diventato pazzo per la paura?” si chiese l’irlandese, impallidendo. “Non ci mancherebbe che questo per peggiorare la nostra situazione.”
“Ebbene?” chiese l’ingegnere. “Affrettatevi, che l’idrogeno comincia a dilatarsi.”
“Mister Kelly,” disse O’Donnell, “io temo che il vostro servo deliri. Ride come un negro ubriaco o pazzo, e se l’abbandono sono certo che cada in mare.”
“Provate a scuoterlo.”
“È inutile: è un uomo mezzo morto. Mandatemi una corda con cui legarlo per bene, e poi cercherò di risalire io.”
“Ma vi sono trecentocinquanta metri.”
“Riposando sui nodi, spero di raggiungervi. Affrettatevi, che le mie forze se ne vanno.”
“Attento alla testa!” L’ingegnere circondò le guide-ropes di una fune e la lasciò scorrere: O’Donnell fu lesto ad afferrarla prima che gli precipitasse sulla testa.
“Non muoverti, Simone.” disse.
Gli passò la corda sotto le ascelle più volte, poi attorno alle gambe, legandolo solidamente alla guide-rope. Quando fu certo di averlo assicurato in modo da impedirgli di cadere, anche se uno svenimento lo avesse colto, stringendo le mani e le ginocchia attorno alla fune, si mise a salire.
La via era lunga; ma l’irlandese possedeva dei muscoli di ferro e un’agilità pari a quella del negro. Si riposò alcuni minuti sul primo nodo, poi raggiunse il secondo, che era lontano quindici metri, poi il terzo, quindi gli altri, impiegando quasi un’ora.
L’ingegnere, appena lo vide sotto la navicella, lo afferrò tra le braccia e, facendo uno sforzo erculeo, lo trasse a bordo.
“Auff!” esclamò O’Donnell. lasciandosi cadere di peso su una cassa. “Non no posso più, Mister Kelly. Se vi fossero stati altri venti metri, sarei caduto in fondo all’oceano.”
“Un marinaio non avrebbe fatto di più, mio bravo amico,” disse l’ingegnere, porgendogli una bottiglia di whisky.
“Grazie, Mister Kelly.” rispose l’irlandese dopo aver ingollato parecchi sorsi.
“E Simone?”
“È sempre in fondo alla corda. Non si muoverà: l’ho legato come un salame. Temo che la paura gli abbia sconvolto il cervello.”
“Lo credete, O’Donnell?” chiose l’ingegnere, con emozione.
“Temo: mi guardava in modo da farmi venire i brividi.”
“Affrettiamoci a issarlo, allora…Chi avrebbe sospettato che quel negro fosse così pauroso? Eppure mi aveva dato qualche prova di coraggio.”
“Questo viaggio lo ha scombussolato.”
“Tuttavia, quando gli feci la proposta di seguirmi, egli accettò con grande gioia. Mi spiacerebbe assai avergli causato una disgrazia simile.”
“Sarà forse una esaltazione momentanea, causata dalla paura. Vi assicuro però che quel mostro faceva venire la pelle d’oca anche a me, per non dire che mi gelava il sangue. Per Giove e Saturno! Che occhi! Non li dimenticherò mai, dovessi vivere mille anni! Orsù, issiamo quel povero Simone.”

Capitolo 11

Il transatlantico

Il negro, che doveva essere in preda ad un furioso accesso di delirio, aveva aperto le mani e penzolava dall’ultimo nodo della guide-rope, trattenuto dalle corde strette dell’irlandese.
Il disgraziato agitava pazzamente le braccia e le gambe, emetteva grida strozzate, e di quando in quando agli orecchi dei due aeronauti giungevano degli scoppi di risa.
L’ingegnere diede uno strappo alla funicella, rovesciando il cono, poi, unendo la sua forza all’irlandese, si mise a issare la guide-rope issando il negro che continuava a dibattersi.
Non era una cosa facile tirarlo su, assieme ai trecentocinquanta metri di fune, che da soli formavano un considerevole peso: però, riposando di quando in quando, dopo una buona mezz’ora riuscirono nella faticosa impresa.
O’Donnell fu pronto ad afferrare Simone ed a trarlo nella navicella, malgrado si dibattesse come un forsennato.
Appena gettò uno sguardo su quel disgraziato delirante, un grido di dolore gli sfuggì dalle labbra. La corta e ricciuta capigliatura del negro, che mezz’ora prima era ancora nera, era diventata bianca come la neve.
“Guardate gli effetti della paura, Mister Kelly” disse l’irlandese.
“Povero Simone! esclamò. Chissà quale terribile impressione gli ha prodotto quel malaugurato cefalopodo!”
“E non ritorneranno più neri i suoi capelli?”
“No.”
“E un caso stranissimo.”
“Ma non raro: rammento che Maria Antonietta, la disgraziata regina di Francia, divenne anch’essa canuta in una sola notte.”
‘”Ma…. guardate che occhi ha questo ragazzo! Si direbbe che è impazzito!”
“Dio non lo voglia, O’Donnell. Sarebbe una disgrazia terribile che presto o tardi potrebbe causarci dei gravi imbarazzi, nella situazione in cui ci troviamo. Proviamo a dargli un calmante forse il suo accesso, dopo una dormita, passerà.”
Simone, appena giunto nella navicella, era caduto fra le braccia dell’irlandese, come se le forze gli fossero improvvisamente mancate. Dalle sue labbra però uscivano grida rauche, le sue membra tremavano, i suoi occhi manifestavano sempre un vivo terrore e di quando in quando mandavano strani lampi.
L’ingegnere gli aprì a forza i denti e gli versò in gola un calmante, mescolato ad una dose d’oppio. Allora, a poco a poco, le grida cessarono, il tremito divenne meno forte; poi il negro chiuse gli occhi e cadde in un profondo sonno.
Fu disteso su un materasso, e per maggior precauzione i due gli imprigionarono le gambe, temendo che, in accesso di delirio, si precipitasse nell’oceano, e lo portarono a prua, per averlo sempre sotto gli occhi.
“Speriamo che si risvegli calmo” disse l’ingegnere. “Issiamo l’altro cono, O’Donnell: l’idrogeno si dilata e, se non ci innalziamo, sfuggirà per la valvola di sicurezza.”
In pochi minuti quella manovra fu eseguita, e l’aerostato, libero di quel peso, s’innalzò lentamente fino a quattrocento metri verso sud-est con una velocità di quindici miglia all’ora.
“Scendiamo ancora verso i climi caldi?” chiese O’Donnell
“Purtroppo” rispose l’ingegnere.
“Vedo però delle nubi. Che portino un cambiamento nella corrente?”
“È possibile. O’Donnell. Un uragano, lo desidererei ardentemente.”
“E non correremo pericolo?”
“Quale?”
“Un fulmine potrebbe colpirci e farci scoppiare i palloni.”
“Si evita.”
“In quale modo? Avete piantato dei parafulmini sui vostri aerostati?”
“No, ma basta innalzarsi sopra le nubi: operazione che sarebbe facilissima, con la zavorra che possediamo, ma che non è necessaria, potendo i nostri palloni in breve salire ad una grande altezza. Le nubi non si radunano che di rado oltre i mille o millecinquecento metri.”
“Allora noi assisteremmo ad una pioggia venuta dall’alto.”
“Con accompagnamento, di lampi, tuoni e scariche elettriche, ma per noi inoffensive.”
“Non mi spiacerebbe assistere ad un simile spettacolo. Accenna ad un cambiamento il barometro?”
“Fin da ieri sera, O’Donnell. Ma ritornando al mostro che per poco non ci trascinava nell’oceano, avete osservato che la nostra àncora è stata schiacciata?”
“Dal polipo gigante?”
“Senza dubbio. Doveva avere delle dimensioni enormi.”
“Doveva pesare almeno duemila chilogrammi, Mister Kelly. Io non ho mai veduto un mostro simile, né più brutto di quello. Se aveste veduto che occhi! Io credetti di venire affascinato e di cadere nella sua bocca. Che avesse scambiato la nostra àncora per qualche pesce?”
“È probabile”.
“Sono comuni quei cefalopodi?”
“Sono anzi molto rari e s’incontrano difficilmente. Si è messa in dubbio per lungo tempo la loro esistenza: ma gli scienziati hanno dovuto arrendersi, dopo che la nave a vapore Alecto ne incontrò uno mostruoso presso le Canarie, impadronendosi di un tentacolo, che si conserva ancora, credo, a Santa Croce di Teneriffa.”
“In un’opera di Sonini ho letto che taluni hanno delle dimensioni tali da abbracciare un vascello. Che sia vero?”
“Io ne dubito assai, O’Donnell, quantunque le leggende nordiche parlino di mostri immensi. Olaus Magnus, vescovo di Upsala, pretende d’aver veduto, nel XVI secolo, un mostro così enorme che era lungo un miglio e che somigliava più ad un’isola che a un pesce: un altro prelato scandinavo scrisse pure di aver scambiato un altro mostro per una roccia e di avervi innalzato sopra un altare, celebrandovi la messa, senza che quell’enorme polipo, o cetaceo che fosse, si tuffasse. Pontoppidan pretende che uno di questi mostri avesse tali dimensioni da farvi manovrare sopra nientemeno che un reggimento di cavalleria!”
“Diavolo! Era una piazza d’armi?”
“Gli scienziati hanno negato l’esistenza di quei colossali kraken : così li chiamavano i polipi nordici. Plinio, lo storico e naturalista romano, fa menzione di un mostro pescato sulle coste di Spagna ai suoi tempi e che pesava trecentocinquanta chilogrammi, con delle braccia lunghe dieci metri e la testa grossa come un barile; mentre quello che ho veduto dall’equipaggio dell’Alecto nel 1801 aveva il corpo lungo dai cinque ai sei metri e un peso di circa duemila chilogrammi.”
“Molti altri se ne sono veduti, ma di dimensioni più piccole. Nelle isole dell’Oceano Pacifico, specialmente alle Hawai, se ne pescano moltissimi che hanno il corpo lungo due metri.”
“Quello che si è aggrappato alla nostra àncora avrebbe potuto trascinarci sott’acqua?”
“Se aveva un peso di duemila chilogrammi, poteva farci scendere. Fortunatamente possediamo delle scuri, e avremmo tagliato senza fatica la fune, abbandonando l’ancora. Tò! Un vascello! Guardate là verso il nord.”
L’irlandese guardò nella direzione indicata, e là dove l’oceano pareva confondersi con l’orizzonte vide un grosso punto nero, sormontato da due pennacchi di fumo. Pareva che si dirigesse verso l’ovest.
“Sarà un transatlantico europeo che va in America” disse l’ingegnere.
“Che si diriga verso di noi?”
“È probabile. L’incontro d’un aerostato in pieno oceano è una cosa che non si è mai veduta, e l’equipaggio ci crederà forse dei disgraziati spinti qui contro la nostra volontà.”
“Mi pare, che abbia modificato la rotta, Mister Kelly” disse l’irlandese, che aveva preso un cannocchiale, puntandolo sullo steamer. “Non mi spiacerebbe andare a bere un bicchiere di Bordeaux su quel legno.”
“Disgraziatamente non possiamo discendere, O’Donnell” disse l’ingegnere. “Bisognerebbe aprire le valvole e lasciare sfuggire una certa quantità di gas; e questo è troppo prezioso per noi.”
Il transatlantico, che doveva aver scorto il vascello aereo, il quale si librava in un’atmosfera purissima, aveva modificato subito la sua rotta e si dirigeva verso gli aeronauti per portare a loro soccorso. Senza dubbio il suo equipaggio credeva che fossero stati spinti sull’oceano da qualche uragano, e accorreva per raccoglierli.
“Approfitteremo per dare notizie ai nostri amici d’America” disse l’ingegnere, strappando alcuni foglietti dal suo libricino e coprendolo di una calligrafia fitta.
Lo steamer ingrandiva a vista d’occhio. Era uno di quei superbi transatlantici che dalle coste dell’Europa si recano in America e viceversa, compiendo il viaggio in una dozzina di giorni e anche meno.
Misurava quasi cento metri, portava quattro alberi e due ciminiere, le quali vomitavano torrenti di fumo misto a scorie. Il ponte era pieno di passeggeri, i quali seguivano ansiosamente la rotta dell’aerostato. Le loro grida, data la calma che regnava sull’oceano, giungevano distintamente agli orecchi degli aeronauti.
In capo a mezz’ora lo steamer che filava verso l’ovest, fu quasi sotto al Washington trecento voci s’alzarono, gridando: “Scendete! Scendete!”
L’ingegnere si curvò sulla prua della navicella, agitando la bandiera degli Stati dell’Unione e gridando:
“Buon viaggio! Andiamo in Europa!”
Lo sentirono. Un “hurrah” immenso s’alzò dal transatlantico, e quei trecento passeggeri si misero a sventolare i fazzoletti, mentre il capitano faceva ammainare tre volte la bandiera in segno di saluto.
“Desiderate qualche soccorso?” chiese il comandante, imboccando il portavoce.
“Grazie, signore” rispose l’ingegnere: “abbiamo il necessario. Vi prego solo d’incaricarvi della mia posta.”
Aveva avvolto le lettere in un astuccio di tela e le aveva poi richiuse in una scatola di latta. Gettò il pacco, che cadde in mare a venti braccia dallo steamer.
Una scialuppa fu calata dalla gru di babordo assieme a due marinai, i quali s’impadronirono della scatola, ritornando a bordo.
“Buon viaggio!” gridarono i passeggeri affollati sulla tolda.
“Grazie, signori” rispose l’ingegnere, vivamente commosso.
Poi, mentre un nuovo e più formidabile “hurrah” salutava gli intrepidi, il transatlantico riprese la rotta, filando verso l’ovest. Per alcuni minuti si videro i passeggeri sventolare entusiasticamente i loro fazzoletti e si udirono le loro grida, poi, avendo l’aerostato ripreso la sua marcia ascensionale a causa della dilatazione dell’idrogeno, lo steamer impicciolì rapidamente, e tutte quelle voci si cambiarono in un lontano sussurrio.
“Dove andrà quello steamer?” chiese O’Donnell che non era meno commosso dell’ingegnere.
“A Boston, è probabile” rispose Kelly. “Almeno lo suppongo dalla sua direzione o dal nostro incrocio in queste latitudini.”
“Vi confesso, Mister Kelly, che ho provato una forte emozione in questo incontro. Mi è parso d’aver trovato un lembo dell’America o dell’Europa.”
“Vi credo, O’Donnell”
Intanto l’aerostato continuava a salire, riscaldandosi l’aria: superò dapprima i mille metri, poi i duemila: ma giunto ai duemila cinquanta si arrestò.
L’ingegnere che pareva in preda ad una certa agitazione e che non staccava gli occhi dal barometro, corrugò più volte la fronte e represse un sospiro. La forza ascensionale del Washington cominciava a diminuire e non raggiungeva più la grande elevazione di prima.
Il gas sfuggiva attraverso i pori della seta quantunque questa fosse stata tessuta con la massima cura. Se la grande corrente si fosse mantenuta stabile come il primo giorno, spingendoli verso l’Europa, l’ingegnere non si sarebbe inquietato, possedendo ancora quattrocento metri cubi d’idrogeno immagazzinato nei cilindri e circa settecento chilogrammi di zavorra da gettare; ma ora che l’aerostato veniva trascinato verso l’equatore, per esser poi forse respinto verso le coste americane dagli alisei, o verso l’Atlantico meridionale, la cosa era diversa, e quella grande traversata cominciava a diventare assai problematica.
Tuttavia non disperò, e nulla disse per non impressionare il suo compagno. Confidava sempre sui grandi mezzi che aveva ancora disponibili.
L’aerostato, dopo aver raggiunto i 2500 metri, si mise a filare verso sud-est con maggior velocità di prima, avendo incontrato una corrente più fresca. Ora si avanzava a 700 metri per minuto primo, avvicinandosi sempre più al tropico del Cancro.
L’oceano, dopo la scomparsa del transatlantico, era ridivenuto deserto. Perfino gli uccelli marini erano scomparsi. Però di quando in quando si vedeva apparire a fior d’acqua qualche pesce-cane, e si vide anche un pesce martello di dimensioni ragguardevoli.
Essendo il sole assai ardente, O’Donnell tese sopra il battello una tenda, per riparare anche il negro, il quale continuava a dormire profondamente.
A mezzodì l’ingegnere fece il punto e constatò che l’aerostato si trovava a 36° 7′ di lat. nord e a 32° 5′ di long. ovest.
“Dove ci troviamo?” chiese O’Donnell.
“Sui paralleli della Virginia,” rispose Kelly.
“Tanto siamo discesi?”
“Purtroppo.”
“A quale distanza dalle coste americane?”
“A 1250 miglia, in linea retta: ma dovete tener conto della curva rientrante che il continente descrive dal Capo della Nuova Scozia al Capo Hatteras.”
“E dall’Isola Brettone!”
“In linea retta distano 800 miglia.
“Abbiamo percorso un bel tratto. Mister Kelly, in poco più di due giorni.”
“Non dico di no. O’Donnell. Disgraziatamente, questa marcia così rapida non ci ha avvicinati all’Europa, anzi ci ha allontanati”
“Se l’aerostato seguisse il nostro parallelo senza deviare, dove andrebbe a terminare?”
“Nei pressi dello stretto di Gibilterra.”
“Entrerebbe allora nel Mediterraneo?”
“Sì: ma invece il vento continua a spingerci verso il sud-est e ci porterà quindi sulle coste dell’Africa.
“Ebbene, cadremo in Africa invece che in Europa. L’Atlantico l’avremo ugualmente attraversato.”
“È vero: ma possiamo cadere su di una costa deserta o in mezzo a qualche tribù di selvaggi.”
“Bella occasione per farci credere figli del cielo e farci nominare sceicchi di qualche grande tribù.”
“Zitto!”
“Che succede?”
“Simone si sveglia.”

Capitolo 12

L’uragano

Difatti, il povero negro stava per aprire gli occhi. Aveva respinto la coperta di lana che O’Donnell gli aveva gettato addosso e cercava di liberarsi le gambe dai legami.
Si alzò a sedere con una brusca mossa e girò all’intorno uno sguardo smarrito, fissandolo poi sull’ingegnere e, quindi, sull’irlandese. Il suo volto nero, che contrastava vivamente col bianco dei suoi ricciuti capelli, tradiva ancora un profondo terrore, e le sue labbra non avevano riacquistato colore.
“Dove sono?” chiese, con voce rauca e tremula.
“Simone, amico mio,” disse l’ingegnere, “non riconosci più i tuoi amici?”
Il negro lo guardò senza rispondere, poi, passandosi una mano sulla fronte, sembrò evocare qualche lontano ricordo.
“Simone, tranquillizzati” riprese l’ingegnere. “Non vi era motivo di spaventarsi tanto.”
“Ah!” esclamò il negro. “Mi ricordo quegli occhi…oh! che orribili occhi!”
Un tremito convulso lo riprese a quel ricordo, e i suoi denti stridettero.
“Calmati, Simone” disse O’Donnell. “Che diamine! Tanta paura per un polipo gigante? Prendi questo bicchiere di whisky e mandalo giù, figliolo mio.”
Il negro afferrò il bicchiere che l’irlandese gli porgeva e lo vuotò d’un fiato, poi domandò:
“È morto il mostro?”
“L’ho ucciso” rispose O’Donnell.
“E quegli occhi? Dove sono quegli occhi?”
“Ventre di foca!” esclamò O’Donnell. “Vuoi che me li sia messi in tasca?”
“Mi fanno paura, li vedo ancora dinanzi a me, mi fissano sempre. Che orrida luce mandano!”
“Signor Kelly, temo che il suo cervello sia malato.”
“Quando l’impressione di terrore sarà cessata, forse si calmerà” rispose l’ingegnere. “Sorvegliamolo però, O’Donnell: in un momento di eccitazione, quel povero giovanotto può commettere qualche pazzia.”
“Temete che salti in mare?”
“No, ma…..” disse l’ingegnere, esitando.
“Mi mettete dei sospetti, Mister Kelly.”
“E quali?”
“Che Simone sia diventato pazzo.”
“Non lo credo: ma non vi nascondo che sono assai inquieto per il suo stato. Povero giovane! Se avessi saputo che non era un uomo adatto a prendere parte a questo viaggio irto di pericoli, l’avrei lasciato a terra: ma io lo credevo ormai abituato ai viaggi aerei, dopo avergli fatto fare più di ottanta ascensioni sul pallone frenato. Orsù, non disperiamo: forse si calmerà!”
L’ingegnere però cominciava a dubitare. Il negro pareva tranquillo, è vero, ma i suoi sguardi erano sempre smarriti ed avevano di quando in quando certi lampi, come quelli che si vedono negli occhi dei pazzi.
Si era coricato sulle casse e rimaneva immobile, immerso in chissà quali tetri pensieri; pareva che non si rammentasse più di trovarsi sul vascello aereo e nemmeno di essere in compagnia del suo padrone e di O’Donnell. Però dai trasalimenti che agitavano le sue labbra si indovinava che egli era ancora in preda a un terribile spavento e che pensava sempre agli occhi smisurati del polipo gigante.
Il Washington intanto continuava a filare sopra l’immenso oceano. Il sole, che cominciava a diventare assai caldo, aveva dilatato completamente l’idrogeno, innalzando l’aerostato di altri duecento metri.
Il vento si manteneva stabile e sempre fresco e trascinava il vascello aereo nella stessa direzione del giorno innanzi, cioè verso il sud-est. Però da certi indizi, s’indovinava che doveva fra non molto subire qualche violenza.
Qua e là, perduti nell’immensità celeste, si vedevano parecchi cirri, e si sa che quelle nubi portano un cambiamento nelle direzioni e nelle velocità dei venti. Anche ad oriente si vedevano salire nubi biancastre, opaline che indicavano come in quella regione soffiasse una corrente contraria.
“La perturbazione atmosferica si avvicina,” disse l’ingegnere a O’Donnell, “e temo che l’incontro violento delle correnti d’aria produca qualche uragano. Siamo vicini a una regione che si è acquistata una ben triste celebrità.”
“A quale regione?”
“Le Antille e le Lucaie non sono lontane, O’Donnell.”
“Vi è la fabbrica dei cicloni in quelle isole? chiese l’irlandese.
“Sì” rispose l’ingegnere ridendo. “Non vi è forse regione più battuta dagli uragani che quella. Quelle ricche e splendide isole ogni qualche tempo subiscono danni immensi a causa delle trombe che vanno a rompersi sulle loro coste. Vi basti sapere che colà il vento raggiunse più volte una velocità di 45 metri per minuto secondo.”
“Quale urto deve produrre!”
“A simili correnti non resistono le case più solide.”
“Quelle disgraziate isole devono subire spaventevoli devastazioni, Mister Kelly.”
“Ve ne citerò alcune per darvi un’idea di quegli uragani. Nel 1825 un ciclone si rovesciò sulla Guadalupa, devastando completamente piantagioni di zucchero e di caffè, atterrando le abitazioni, anzi rasandole al suolo. Un grande fabbricato di pietra, appena costruito, fu rovesciato in gran parte, e le tegole venivano trascinate via con tale impeto, che talune attraversarono perfino delle porte da parte a parte!”
“Quello era vento!”
“Quarantacinque anni prima, un altro uragano aveva atterrato interamente Savanala-Marry, città situata sulla costa occidentale della Giamaica. mandando a picco quattro navi che si trovano nella baia e rovinandone altre tre. Alla Martinica invece fu così terribile, essendovisi unito uno spaventevole maremoto, che uccise novemila persone, seppellì circa mille infermi sotto le rovine dell’ospitale di Fort-de-France, atterrò la cattedrale, sette chiese e rovesciò centinaia di case, mentre il mare, alzatosi otto metri sul livello ordinario, d’un sol colpo spazzava via centocinquanta fabbricati.”
“Che tremendi disastri!” esclamò O’Donnell.
“Ma questo non è ancora tutto. Una flotta composta di cinquanta navi mercantili di due fregate, sorpresa dall’uragano nei pressi della Martinica, fu inghiottita dal mare, e soli sette barconi riuscivano a salvarsi. Dei cinquemila uomini che montavano quelle navi, ben pochi riuscirono ad approdare. A Santo Stefano altre ventisette navi furono fracassate contro la costa; alla Dominica tutte le abitazioni intorno al porto furono demolite; all’isola S. Vincenzo, di seicento case che formavano la cittadella di Kingston, solo quattordici rimasero in piedi, e il mare lanciò sulle spiagge banchi di corallo strappati dal fondo; a Santa Lucia infierì più tremendo, poiché atterrò tutte le abitazioni uccise fra i rottami seimila persone, distrusse il forte, e il mare sollevò dei grossi cannoni che erano situati su di un bastione alto trentacinque metri!
Durante quel cataclisma furono osservati dei fenomeni elettrici bizzarri. Si videro dei fulmini globulari in grande numero, e tutte le costruzioni metalliche furono distrutte o contorte o lacerate in modo incredibile.”
“Se si cogliesse un simile ciclone, il nostro Washington non resisterebbe.”
“Lo credo, O’Donnell. Anche innalzandoci, la spinta del vento sarebbe tale da lacerare i nostri palloni come fossero di carta. Fortunatamente simili uragani sono rari.”
“To’!” esclamò O’Donnell, che da qualche istante guardava verso l’est. “Che cosa si vede laggiù, Mister Kelly?”
L’ingegnere guardò nella direzione indicata e vide, a circa duemila metri, dinanzi all’aerostato, una zona color verde pallido, sospesa a circa duemiladuecento metri.
“E una nube trasparente che si mostra a noi orizzontalmente” disse.
“Si direbbe un grosso velo.”
“Il vento ci spinge sopra di essa. La osserveremo dall’alto.”
L’aerostato marciava precisamente nella direzione della nube. In pochi minuti vi fu sopra, essendo più alto di circa trecento metri. Tosto il colore verdastro scomparve, e i due aeronauti scorsero solamente una lunga distesa di nebbia leggerissima, che permetteva di discernere sotto di essa l’oceano. L’ombra immensa dei due palloni appena si distingueva su quella zona vaporosa, tanto era trasparente.
Al di là però di quella nebbia il Washington s’imbatté in una grande nuvola, o meglio in parecchi banchi di fitti vapori, disposti in strati dello spessore di ben oltre duecento metri sovrapposti gli uni su gli altri e separati da un breve spazio d’aria.
Gli aeronauti si trovarono avvolti in una semioscurità e provarono un’acuta sensazione di freddo assai umido.
In pochi istanti le loro vesti furono bagnate, e l’aerostato, diventato più pesante per quella umidità, s’abbassò bruscamente, attraversando strati inferiori.
“Precipitiamo?” chiese O’Donnell, mentre Simone, che pareva si fosse accorto della caduta del Washington, s’era rapidamente alzato, gettando uno sguardo strabuzzato.
“Ci fermeremo e più tardi risaliremo” rispose l’ingegnere.
“Senza gettare zavorra?”
“S’incaricherà il sole di asciugarvi. Badate a Simone, O’Donnell”
“Non lo perdo d’occhio.”
Il Washington attraversò successivamente tre strati di densa nebbia e si arrestò a circa ottocento metri dall’oceano. Colà l’atmosfera era sgombra di nubi e raggi del sole, cadendo un po’ orizzontalmente, erano caldissimi.
Un’ora dopo l’aerostato risaliva fra le nubi; ma poco dopo tornava a ricadere a causa della umidità che lo rendeva sempre pesante. Essendo vicino al tramonto e sapendo che il pallone sarebbe egualmente ricaduto per il condensarsi dell’idrogeno, l’ingegnere non volle privarsi di parte della zavorra, che ora diventava più preziosa che mai.
Alle nove la notte scese con rapidità quasi fulminea, non essendovi presso i tropici che un brevissimo crepuscolo, e l’aerostato poco dopo ricominciava la discesa, mentre la seta dei due immensi fusi formava, specialmente alle due estremità, delle pieghe considerevoli.
L’ingegnere, vedendo il cielo coprirsi rapidamente di nubi e temendo che l’uragano già annunciato dal barometro scoppiasse durante la notte, non indugiò a prendere tulle le precauzioni necessarie per non trovarsi impreparato. Fece mettere per la prima volta in opera la pompa premente per riempire più che poteva i due palloncini d’aria, onde mantenessero tesa la superficie dei due grandi fusi, eliminando le pieghe del tessuto, che potevano diventare pericolose con un vento impetuoso. Sotto la violenta pressione della pompa, i due palloncini si gonfiarono tanto quasi da scoppiare, comprimendo l’idrogeno dei due fusi, il quale rioccupò gli spazi lasciati poco prima liberi dal condensamento. Se quell’aria non aumentava la forza ascensionale, manteneva però tesa la superficie della seta, la quale in tal modo non offriva presa al vento, né formava borse entro le quali potesse introdursi e produrre degli strappi.
Non si limitò a questo. Fece preparare due cilindri di idrogeno compresso sotto le manichelle dei fusi, che erano state saldamente legate a poppa della navicella, e disporre la zavorra lungo i bordi per essere più pronti a gettarla in mare al primo pericolo. Mentre erano occupati in questi preparativi le nubi avevano invaso la volta celeste, stendendosi sopra l’aerostato e facendo scomparire le stelle. Una profonda oscurità avvolgeva l’oceano e il Washington, oscurità che pareva diventasse di momento in momento più densa e paurosa.
Il vento aveva fatto un brusco salto, piegando verso il sud-est, e la sua velocità era notevolmente accresciuta, toccando i sedici metri per minuto secondo. Non aveva ancora raggiunto la rapidità che acquista nelle tempeste, che è di metri 22,5 per minuto secondo, di 27 nelle grandi tempeste, di 36 negli uragani e di 45 nei terribili cicloni, ma non doveva tardare a diventare più violento.
Lo si udiva fischiare talora attraverso le corde e le maglie delle reti e lo si sentiva imprimere delle scosse ai due grandi fusi, i quali campeggiavano come se si trovassero sulle onde del mare, facendo oscillare la navicella. Però sembrava che una calma assoluta regnasse intorno agli aeronauti, poiché, filando col vento e con pari velocità, raramente provavano gli effetti di quei soffi impetuosi.
Sotto, invece, si udiva l’oceano muggire sordamente a meno di quattrocento metri. Di quando in quando, su quell’immensa distesa color d’inchiostro, si vedevano fugaci bagliori, prodotti senza dubbio da un principio di fosforescenza.
Simone, ogni volta che udiva quei minacciosi brontolii e quei cozzi furiosi delle grande ondate, trasaliva e fissava i suoi grandi occhi sul padrone, mentre delle parole rotte gli uscivano dalle labbra contratte.
Alle dieci O’Donnell, essendosi aggrappato ad un filo di rame che rinforzava una corda di sostegno, con una grande sorpresa vide scoccare una scintilla e provò alla mano una puntura.
“Per Giove e Saturno!” esclamò “Che cosa è questa?”
“Brutto segno” rispose l’ingegnere “Bisogna sacrificare della zavorra e innalzarci.”
“Perché, Mister Kelly?”
“Ciò indica che l’aria è satura di elettricità e che fra poco cadranno parecchi fulmini. Saliamo, O’Donnell, prima che uno colpisca i nostri aerostati.”
“Quanta zavorra dobbiamo gettare?”
“Cinquanta chilogrammi basteranno.”
O’Donnell afferrò un sacco e lo precipitò nell’oceano.
Quasi nel medesimo istante un lampo abbagliante ruppe le tenebre e un sordo tuono echeggiò fra le tempestose nubi, perdendosi nei lontani orizzonti con un lungo rullo.

Capitolo 13

L’Atlantide

Il Washington, scaricato di quel peso considerevole, risaliva rapidamente verso le masse di vapori, che ingombravano la volta celeste. I muggiti dell’Atlantico, che il vento sollevava in enormi ondate, diventavano più fiochi via via che l’aerostato s’allontanava.
In pochi minuti gli aeronauti superarono la distanza che li separava dalle nubi e si trovarono avvolti, da un istante all’altro, fra una fitta nebbia carica di umidità, che pareva aprirsi a stento dinanzi all’aerostato. La temperatura scese bruscamente a 4° sopra zero, e un’oscurità intensa avvolse l’ingegnere, O’Donnell ed il negro.
Attraverso quei vapori, che dovevano avere uno spessore enorme, si vedevano di quando in quando guizzare dei rapidi bagliori che tosto scomparivano, e alcune fiammelle azzurre, i fuochi di Sant’Elmo, vennero a posarsi sui bordi della navicella ed a danzare sulle maglie della rete.
Simone, atterrito, emise un urlo acuto e balzò bruscamente in piedi con gli occhi smarriti, i capelli arruffati, il viso stravolto; ma O’Donnell gli si era messo a fianco e, afferratolo strettamente per le braccia, lo costrinse a sedersi.
“Non spaventarti, Simone” gli disse. “Attraversiamo le nubi, e quei fuochi non bruciano nessuno.”
L’aerostato in due minuti attraversò la massa di vapori e s’innalzò attraverso l’atmosfera pura, dove in alto scintillavano le stelle, e all’orizzonte brillava la luna, versando sugli aeronauti i suoi azzurrini raggi d’una dolcezza infinita.
Al disotto si vedevano le nubi accavallarsi confusamente sotto la spinta furiosa del vento, e nel loro seno guizzavano linee di fuoco. Di quando in quando dei tuoni formidabili irrompevano da quelle masse nebbiose e si propagavano con incredibile intensità attraverso le profondità incommensurabili della volta celeste.
Dell’oceano non vi era più traccia alcuna; anzi si sarebbe detto che la terra era scomparsa e che l’aerostato fosse uscito dalla sua orbita, per fuggire verso la luna.
In quelle alte regioni, il vento, non più frenato da alcun ostacolo, né contrariato da alcuna corrente, correva con velocità incredibile, trascinando con sé non più verso il sud-sud-est, ma verso l’est, spingendolo lungo il 32° parallelo.
“Finalmente” esclamò l’ingegnere. “Era tempo che il vento ci trascinasse verso l’oriente! Se si mantiene così in poche ore attraverseremo un grande tratto.”
“Con quale rapidità avanziamo?” chiese O’Donnell.
“Con la velocità delle grandi tempeste, cioè in ragione di novant’otto chilometri all’ora.”
“Altro che ferrovie!”
“Deve infuriare una tremenda tempesta sull’Atlantico” disse l’ingegnere.
“Compiango le navi che si trovano in pieno oceano, Mister Kelly.”
“Forse qualcuna non toccherà le sponde dell’Europa o dell’America.”
“Mentre noi non corriamo alcun pericolo.”
“Quassù, a 3500 metri d’altezza, no: ma se il nostro aerostato si fosse trovato esausto d’idrogeno e senza zavorra, nessuno di noi si sarebbe salvato. Udite che tuoni e guardate quante folgori solcano quelle nubi cariche di elettricità.”
“Il nostro Washington sarebbe stato fulminato.”
“Prima d’ogni altra cosa, O’Donnell. Essendo il più vicino alle nubi, avrebbe ricevuta le prime scariche.”
“Uccide sempre sul colpo la folgore, Mister Kelly?”
“No, O’Donnell: altre volte invece fa dei pessimi scherzi, ma che non sono mortali. Ora si limita a incenerire le vesti della persona senza recare alcun dolore: ora fonde o distrugge le monete, senza toccare il borsellino che la persona tiene in tasca, o scalza di colpo un viandante lasciandogli gli stivali. Si sono osservati in proposito, dei fenomeni bizzarri, inesplicabili. Si sono vedute delle persone uccise dal fulmine, ma che dopo colpite conservavano le carni fresche, come se fossero ancora vive: delle altre, invece, che le avevano completamente consumate.”
“Sono assai capricciosi i fulmini, Mister Kelly!”
“Molto, caro amico. Il signor Neal, per esempio, ha veduto un disgraziato, a cui un fulmine aveva consumato le mani fino alle ossa, lasciandogli intatti i guanti.”
“È strano!”
“Altri hanno veduto delle persone alle quali i fulmini avevano lacerato o distrutto le vesti senza offendere la pelle del corpo, ed altre, invece, che avevano la pelle bruciata e le vesti intatte. Howard, anzi asserisce d’aver veduto un contadino a cui un fulmine aveva scucito gli abiti e gli stivali, ma così bene che pareva opera d’un sarto o d’un calzolaio. Il dottor Gualtiero di Chaubry, invece, ebbe la barba rasa da un fulmine e non gli spuntò più.”
“Ci sono quindi dei fulmini barbieri!”
“Un altro fu privato interamente del pelo che cresceva sul corpo, e i peli furono trovati incrostati e aggrovigliati attorno ai suoi polpacci.”
“Quello era un fulmine rasoio di tempra eccezionale!”
“Sì, burlone; ma vi sono i fulmini incisori. Un soldato, toccato da un fulmine, ebbe riprodotte su di una coscia tre foglie, che non scomparvero più, e io so che una signora, in Svizzera, ebbe disegnato un fiore sulla gamba sinistra. Dei fenomeni bizzarri furono osservati durante il terribile ciclone che il 19 agosto 1870 rovinò la città di S. Claudio nel Giura. Gli alberi colpiti dalle folgori divennero rossi; moltissime serrature furono guastate, perfino negli appartamenti ben chiusi; numerose porte furono private delle loro ferramenta, ed entro case che non erano state colpite dalle scariche elettriche si trovarono delle chiavi contorte entro i cassetti, e perfino a dei mobili strappate tutte le viti.”
“Sono cose che spaventano, Mister Kelly.”
“Vi credo O’Donnell. Fortunatamente noi siamo fuori della portata delle folgori.”
Intanto l’uragano si scatenava con estrema violenza sotto l’aerostato.
Il vento sconvolgeva le nubi, che s’alzavano qua e là come un oceano in tempesta, si laceravano, si pigiavano, roteavano, ora bianche con riflessi di madreperla, ora rosse come se nel loro seno avvampasse un fuoco immenso, ora nere come se tutto d’un tratto si rovesciasse su di loro un mare d’inchiostro o di bitume. Sibili acuti, stridii prolungati, scrosci formidabili, ora secchi e brevi, ora interminabili, uscivano da quelle masse, che l’uragano trasportava sulle sue possenti ali, e tutti quei fragori si perdevano in alto e abbasso, formando un cupo rimbombo. Talvolta, quando quei tuoni tacevano, s’udiva sotto le nubi un lontano muggito: era l’oceano che prendeva parte a quella terribile gara degli elementi scatenati.
L’aerostato che si manteneva a 3600 metri, divorava lo spazio con fantastica rapidità, in balìa delle correnti aeree, quantunque sembrasse immobile o quasi. La corrente che prima lo spingeva verso l’est si era spezzata, forse a causa dell’incontro con un’altra che aveva diversa direzione, e deviava sovente, ora piegando verso il sud, ora riprendendo la direzione precedente.
I due immensi fusi subivano di tratto delle scosse, e quando il vento cambiava, s’inclinavano verso prua, imprimendo alla navicella delle brusche oscillazioni.
Nessuno osava dormire. La paura che l’aerostato s’abbassasse, per causa del condensamento dell’idrogeno o d’un strappo, e che entrasse fra quelli nubi tempestose e sature di elettricità, li teneva svegli. Infine Simone, malgrado quei tuoni, si assopì fra due casse. Ma il suo sonno era agitato: di quando in quando trabalzava, agitava pazzamente le braccia, apriva i grandi occhi e dalle sue labbra uscivano delle grida rauche che tradivano sempre un profondo terrore. Quel disgraziato, se non era pazzo, poco ci mancava: il suo cervello doveva aver riportato un perturbamento pericoloso, dopo l’incontro del polipo gigante.
Alle due del mattino, l’aerostato si trovò quasi improvvisamente sopra l’oceano. Le masse di vapore colà cessavano e pareva che sfuggissero per il sud, forse spinte da un’altra corrente aerea.
Per alcuni minuti si vide quell’immenso accatastamento di nubi ondeggiare fra cielo e mare, fra il balenare dei lampi, poi scomparve sul fosco orizzonte. I fragori cessarono rapidamente, si udì ancora come un lontano rullìo, poi i muggiti dell’oceano soffocarono la voce dell’elettricità.
Giù, in fondo, si vedeva confusamente l’Atlantico, che i pallidi raggi dell’astro notturno illuminavano. Appariva come un immenso velo d’una tinta indefinibile, fra l’azzurro cupo e il marrone, sbattuto, agitato da poderosi colpi di vento. A intervalli si scorgevano degli spazi, delle linee biancastre che si muovevano rapidamente e che subito scomparivano. Doveva essere la spuma che incoronava enormi ondate.
O’Donnell, che osservava tutto, additò all’ingegnere una nave che fuggiva verso il sud, con la velatura ridotta. La si vedeva salire faticosamente gli enormi cavalloni, sprofondare negli avvallamenti, rimontare, poi discendere e quasi scomparire fra la spuma. Per alcuni istanti si scorsero i suoi fanali di posizione, che brillavano come due punti luminosi, uno rosso e l’altro verde, poi più nulla.
L’aerostato, spinto dal vento, che aveva ora un impulso di ottanta chilometri all’ora, s’allontanava, lasciando indietro tutto. Nessuna nave, nessun incrociatore, dotato delle più potenti macchine poteva gareggiare con esso.
Alle tre l’irlandese, che si ostinava a rimanere sveglio quantunque ogni pericolo fosse ormai cessato, essendo il cielo purissimo, sgombro d’ogni nube, segnalò un vivo chiarore che appariva sull’oceano, verso il nord-est.
“Un’isola forse?” chiese all’ingegnere, che aveva afferrato un cannocchiale.
“Una terra qui? E impossibile, O’Donnell” rispose Kelly.
“Le Azzorre non sono sulla nostra rotta?”
“No: sono più al nord, e poi sono ancora assai lontane.”
“Possono essere le Canarie, Mister Kelly?”
“Nemmeno, O’Donnell. Sono più lontane delle Azzorre.”
“Possono essere quelle del Capo Verde.”
“Malgrado la nostra rapida corsa, devono distare ancora di qualche migliaio e più di miglia; e poi credo che l’uragano ci abbia spinti verso il sud.”
“Ma qual cosa supponete che sia dunque?”
“La distanza è troppa e l’oscurità fitta, per discernere qualche cosa; ma io temo che sia un incendio.”
“Un incendio!? Dove?”
“Forse di una nave.”
“Per San Patrick! Una nave brucia in mezzo all’uragano! Una nave che brucia in mezzo all’uragano! Quale terribile situazione per l’equipaggio!”
“Potrebbe pur essere qualche vulcano, O’Donnell.”
“Un vulcano in mezzo all’Atlantico! Che cosa dite, Mister Kelly?”
“E perché no, amico mio?”
“Se dite che siamo lontani da tutte le isole, dove volete che posi questo vulcano? Sulle onde forse?”
“Sul fondo dell’oceano.”
“Ma, che io sappia, nessun vulcano fu segnalato in mezzo all’Atlantico.”
“Ebbene, che importa? Non può essere sorto da un momento all’altro, forse in questa notte? Credete voi che il fondo dell’Atlantico sia tranquillo? No, O’Donnell: s’agita sovente la sotto la spinta dei fuochi interni, subisce talora delle modificazioni, s’alza o s’abbassa, e nel 1811 formò perfino un’isola vulcanica nei pressi delle Azzorre, al largo di San Michele.”
“Un’isola!”
“Sì, quella chiamata Sabrina, che si elevò sull’oceano per trecento metri, ma che poi fu demolita dai flutti. Un’altra pure ne emerse in quei paraggi dopo una abbondante eruzione di vapori, di fumo e di fuoco, durante un terremoto; ma subito scomparve.”
“Vi sono quindi delle isole vulcaniche in quest’oceano?”
“Forse che le Azzorre, le Canarie, Ascensione, S. Elena e Tristan da Cunha non sono di origine vulcanica?”
“Anche le Bermude?”
“No, O’Donnell: quelle sono state formate dai coralli.”
“Se, come mi dite, il fondo dell’Atlantico subisce delle modificazioni e s’agita, si può prestare fede agli antichi scrittori circa la scomparsa dell’Atlantide.”
“E perché no?”
“Ma credete che sia realmente esistito quel continente? E, prima di tutto, che cos’era quest’Atlantide di cui ho udito vagamente parlare?”
“Un’isola immensa, grande, secondo gli antichi, come la Libia e l’Asia minore riunite, e che si estendeva al di qua delle Colonne d’Ercole, ossia dello Stretto di Gibilterra, e che altre isole minori congiungevano ad un continente.
Tutti gli scrittori antichi ne fanno parola, e ciò fa supporre che sia realmente esistita o che esista tutt’ora.”
“Che esista? Dove mai, Mister Kelly?”
“Ve lo dirò poi. Omero nella sua Odissea l’accenna; Esiodo nella sua Teogonia, Euripide nei suoi drammi, Solone nella grande epopea da lui ideata, Platone, Strabone e anche Plinio ne parlarono.
Sembra che gli Atlantidi giungessero nel Mediterraneo, spinti dal desiderio di altre conquiste e che cercassero di sottoporre al loro dominio la Grecia; ma sarebbero stati respinti dai primitivi Ateniesi. Avrebbero però invaso parte del Mediterraneo, l’Egitto, l’Africa settentrionale e le coste della Tirrenia, ossia dell’attuale Italia e alcune parti dell’opposto continente.
Si dice che in quella grande occasione regnasse una potente schiatta di re e che numerose tribù la occupassero. In una certa epoca, però, dopo violenti terremoti e diluvi, l’isola sarebbe stata inghiottita con tutti i suoi abitanti. Anche i cartaginesi fanno menzione di un’isola deliziosa: anzi avevano deciso di andare ad occuparla, nel caso che un disastro avesse distrutto la loro repubblica.”
“Ma in quale modo venne inghiottita?”
“Si sono date diverse spiegazioni. Alcuni credono a causa di un tremendo terremoto; altri, fra i quali Bory de Saint-Vincent e Mantelle, due eminenti scienziati, credono che sia stata subissata dall’irrompere nell’oceano delle acque di un grande lago salato dell’Africa, forse quello del Sahara, che sembrerebbe il letto d’un antico mare.”
“Io però la penso diversamente, O’Donnell; e credo che l’Atlantide esista ancora. Sarà o sembrerà una enormità, ma io ritengo che gli antichi fossero, in fatto di cognizioni geografiche, ben più innanzi degli europei del 1400 e anche del 1500. Si dice che quell’isola si estendeva al di là delle Colonne d’Ercole e che numerose altre isole più piccole la univano ad un continente. Ebbene, gettate uno sguardo sulla carta del nostro globo. Che cosa vedete all’occidente dell’Europa?”
“L’America” disse O’Donnell. che prestava grande attenzione alle parole dell’ingegnere.
“E dopo, l’America?
“Ma possibile!”
“Aspettate: che cosa vedete?””
“Le innumerevoli isole dell’Oceano Pacifico?”
“E poi?”
“Il grande continente asiatico-europeo!” esclamò O’Donnell.
“Io dunque concludo che l’Atlantide degli antichi era l’attuale America, che le isole che la univano all’opposto continente sono quelle dell’Oceano Pacifico e che quell’opposto continente è quello asiatico-europeo, il solo che gli antichi greci potevano conoscere.”
“Dunque gli antichi conoscevano la rotondità del globo.”
“Sì, O’Donnell: io ne sono convinto e affermo che essi conoscevano la nostra Terra meglio che gli europei del 1400.”
“Ma quei terremoti e quei diluvi, quelle terre subissate?”
“Quei terremoti, quel grande cataclisma può essere avvenuto, può avere inghiottito qualche isola, come può, invece, aver fatto sorgere le Azzorre e le Canarie, che sono, come ho già detto, d’origine vulcanica. Chissà? Forse gli antichi navigatori, spaventati da quel cataclisma, non ardirono più avventurarsi sull’Atlantico, e l’America rientrò nel buio e fu dimenticata fino all’epoca in cui Colombo e Caboto e via via gli altri grandi navigatori la fecero ancora conoscere alle popolazioni europee.”

Capitolo 14

Le calme tropicali

Alle cinque del mattino i raggi del sole invasero bruscamente lo spazio, illuminando l’oceano fino agli estremi limiti dell’orizzonte. Quasi contemporaneamente, il forte vento che spingeva l’aerostato verso l’est scemò grado a grado, e parve che la corrente si spezzasse, o si disperdesse, come se avesse trovato un ostacolo.
Veniva forse respinta dai venti alisei, che soffiano da levante a ponente, partendo dalle coste del Portogallo e dalla Spagna, e terminando nell’America centrale? L’ingegnere, che temeva d’essere stato trascinato dall’uragano molto al sud, lo supponeva.
Se ciò era vero, per il Washington si preparava un brutto momento, poiché poteva venire afferrato da una grande corrente e ricondotto verso le coste americane, senza che gli arditi aeronauti avessero potuto opporvisi in modo alcuno.
“A mezzodì faremo il punto e sapremo dove ci troviamo” disse Kelly ad O’Donnell che lo interrogava. “Speriamo di non essere discesi tanto al sud.”
Il caldo però cresceva di mano in mano che il sole si alzava sull’orizzonte, e questo era un indizio certo che l’aerostato era stato condotto nelle regioni ardenti del tropico del Cancro. Alle nove il termometro già toccava i 32° Rèaumur ed accennava ad alzarsi ancora.
O’Donnell, abituato ai climi freddi del Canada, cominciava a soffrire assai ed aveva disteso la tenda per difendersi dai morsi di quel sole, diventato così bruscamente insopportabile. Il solo Simone, da vero negro, pareva che si trovasse benissimo in quella temperatura elevata: anzi sembrava che si fosse persino calmato, poiché ora se ne stava silenzioso, non aveva più gli sguardi smarriti, né il suo viso manifestava l’impressione paurosa di prima.
Alle dieci il pallone era quasi immobile. Una calma assoluta regnava sopra l’oceano, il quale, col cessare del vento, era ridiventato tranquillo e terso come una immensa lastra azzurra.
“Ci troviamo nelle regioni tropicali” disse l’ingegnere che da qualche minuto osservava la superficie dell’Atlantico.
“Da che cosa lo arguite?” chiese O’Donnell.
“Vedete laggiù volare quegli uccelli?”
L’irlandese si curvò sul bordo della navicella e col cannocchiale vide alcuni volatili dalle penne bianche e nere, le ali forcute, la coda fornita di due lunghe penne, i quali si precipitavano di quando in quando sui flutti con estrema rapidità, per pescare i pesci che guizzano alla superficie.
“Che uccelli sono?” chiese.
“Fetonti, o, come li chiamano i marinai, paglie in coda. Questa specie non si allontana mai dai tropici.”
“Ma come si trovano qui, a una così grande distanza da terra?”
“Sono uccelli dal volo potente e possono in poche ore attraversare incredibili distanze. Chissà? Forse hanno i loro nidi alle Azzorre, o alle Canarie, o alle isole del Capo Verde.”
“Dove ci troviamo noi dunque?”
“Lo sapremo fra un’ora e mezzo. O’Donnell. Il mezzodì non è lontano.”
Durante quell’ora e mezzo il Washington non guadagnò più di dieci miglia: il calore invece aumentò sempre più, toccando i 35 gradi. Se a quell’altezza di 3800 metri era così elevato, quale non doveva essere presso la superficie dell’oceano? Colà il termometro doveva segnare i 40 gradi, se non di più.
A mezzodì preciso, l’ingegnere fece il punto. Fatto rapidamente il calcolo, dopo le osservazione dell’ottante constatò che il Washington si trovava a 17° 15′ di longitudine ovest, ed a 24° 39′ di latitudine nord.
“Siamo a poche miglia dal tropico” diss’egli. “I fetonti non mi avevano ingannato.”
“Dobbiamo aver percorso una distanza immensa da ieri a stamane” disse O’Donnell. “Ieri ci trovavamo a…”
“A 32° 54′ di longitudine e a 30° 7′ di latitudine” disse l’ingegnere.
“Dunque noi abbiamo percorso in ventiquattr’ore?”
“Circa mille miglia verso il sud-est.”
“Sfido qualunque vascello a varcare uno spazio in così breve tempo. Se il vento ci spingesse sempre in tale direzione dove ci trascinerebbe?”
“Verso le isole del Capo Verde.”
“E se ci portasse all’est?”
“Sulle coste del deserto di Sahara.”
“Dove andiamo ora?”
“All’est.”
“Ma gli alisei in questa regione, Mister Kelly?”
“Non sono lontani, e se scendiamo poche decine di leghe verso il sud, li incontreremo. Sapete dove temo di trovarmi?”
“Non lo saprei.”
“Nella zona delle calme del Cancro.”
“Brutta scoperta. Mister Kelly.”
“Terribile, O’Donnell, poiché queste calme possono tenerci immobili, o quasi, per parecchi giorni e forse per delle settimane. Il nostro aerostato ha, si può dire le ore contate e cadrà in pieno oceano.”
“Ma abbiamo la navicella.”
“È vero; ma le nostre provviste sono limitate, e soprattutto l’acqua comincia a scemare rapidamente, con questo calore intenso.”
“Diavolo! La cosa è più seria di quanto credessi, Mister Kelly. Tuttavia non disperiamo: chissà che questa calma si rompa ben presto e il vento ci sospinga sulle coste africane.”
Quella calma che li imprigionava non accennava a cambiarsi. Pareva che le correnti aeree si fossero disperse, o che il calore solare le avesse assorbite, poiché non soffiava il più leggero alito di vento, né in alto, né presso la superficie dell’oceano, che era liscia come un cristallo. Solo il caldo aumentava in modo inquietante, facendo rapidamente svaporare la provvista di acqua racchiusa nei barili di alluminio. Per colmo di sventura, l’idrogeno sfuggiva attraverso i pori della seta. Si era guastata la vernice in qualche punto, a causa dell’umidità depositata sugli aerostati dalle nubi, o si scioglieva invece per l’estremo calore? Forse per un motivo, o per l’altro, la forza ascensionale del Washington era scemata, e verso le punte estreme dei due immensi fusi tornavano a disegnarsi delle pieghe. Da tremilaseicento metri, in otto ore, era disceso di quasi cinquecento. Se non avessero gettato quel sacco di zavorra, sarebbe forse disceso di altri mille.
L’ingegnere tuttavia non si sgomentava, possedeva ancora i suoi quattrocento metri cubi di idrogeno e circa seicentocinquanta chili di zavorra, o con questi mezzi calcolava di mantenere in aria il suo aerostato parecchi giorni ancora. Scomparso il sole, la discesa del Washington si accentuò e divenne ben presto assai rapida, abbassandosi la temperatura di parecchi gradi in pochi quarti d’ora. Alle dieci non era che a duecento metri dalla superficie dell’oceano. Prevedendo un’altra caduta e volendo risparmiare la zavorra più che poteva, l’ingegnere fece gettare la guide-rope unitamente ai due coni e all’àncora a branchi.
Poiché gli oggetti immersi in acqua perdevano una parte del loro peso specifico, con tale manovra si scaricava l’aerostato di un peso non disprezzabile. Infatti, il Washington malgrado la temperatura continuasse a scemare, arrestò la sua discesa, mantenendo i suoi duecento metri.
Quella prima notte, passata fra le calme del tropico, fu tranquilla. L’aerostato rimase perfettamente immobile, lasciando agio agli aeronauti di riposare comodamente. L’ingegnere però, che dormiva con un solo occhio, fu svegliato più volte dai balzi dei pesce-cani, i quali si erano radunati in parecchi sotto il Washington urtando più volte i due coni e l’ancorotto. All’alba il sole apparve all’orizzonte bruscamente, fugando le tenebre, e la temperatura, che era scesa a 28 gradi, salì quasi istantaneamente a 34 gradi. Il Washington parve che si svegliasse di colpo e s’innalzò lentamente nell’aria, ma quasi a malincuore. stentatamente. Quegli uomini, quella zavorra, quel battello e tutti gli oggetti che conteneva, cominciavano a diventare pesanti per le sue forze, che a poco a poco s’indebolivano, pari a quelle d’un ferito che perde lentamente il proprio sangue.
Tuttavia risali fino a settecento metri, e toccata quell’altezza, incontrò una debole corrente d’aria che si dirigeva verso l’est, ma con una leggera deviazione verso il sud-est.
“Hum!” fece O’Donnell, che si era svegliato. “Siamo un po’ ammalati, Mister Kelly. Le forze del vostro valoroso Washington se ne vanno, e bisognerà rinvigorirle.”
“Lo credo, O’Donnell.” rispose l’ingegnere. “Se questa calma continua, non so che accadrà di noi.”
“A che velocità ci spostiamo?”
“Appena sette miglia all’ora.”
“Diavolo! Il nostro Washington è diventato una lumaca! Ditemi, Mister Kelly: vi sono stati degli aeronauti che sono precipitati in mare coi loro palloni?”
“Molti, come ve ne sono stati molti che si sono schiacciati contro terra.”
“La lista dei naufragi aerei deve essere immensamente lunga, Mister Kelly.”
“Meno di quello che si crede, O’Donnell, e le catastrofi avvenute si devono quasi sempre alle imprudenze degli aeronauti. Si calcola che siano state fatte, dalla scoperta dei palloni, più di ventimila ascensioni, e le disgrazie non superano forse il centinaio.”
“Devono però essere state tremende!”
“Questo è vero. O’Donnell, poiché quando un pallone scoppia o precipita, nessuna manovra può salvare l’aeronauta.”
“Chi sono stati i primi a fare quel terribile capitombolo?”
“Pilâtre, il rivale di Blanchard, e il suo compagno Romain, furono le prime vittime della scienza aerostatica. Si erano innalzati da Boulogne il 15 giugno del 1785, per tentare la traversata della Manica e scendere in Inghilterra, con un pallone munito di un fornello, il quale doveva mantenere il gas continuamente dilatato, introducendo una corrente d’aria calda in una specie di tubo. Volendo innalzarsi di più, invece di spegnere il fornello, lo attivarono, e il pallone scoppiò con un rimbombo formidabile. I due disgraziati piombarono a terra, sfracellandosi in mezzo a un bosco, a circa quattro chilometri dalla città, accanto a una torre che esiste ancora. Pilâtre fu ucciso sul colpo: il suo compagno respirò alcuni minuti, poi morì, senza aver pronunciato una parola. Una modesta colonna, situata all’estremità d’una prateria, ricorda la tragica fine di quelle prime vittime dell’aerostatica. Zambeccari, ardito aeronauta italiano, che diede un grande impulso all’aerostatica, fu un’altra vittima. Sfuggito miracolosamente alla morte in pieno Adriatico, sul quale il vento lo aveva trascinato dopo essersi innalzato da Bologna il 21 Ottobre 1804, alcuni anni più tardi morì bruciato sotto gli occhi della moglie, dei figli e d’un numero immenso di spettatori, essendosi rovesciata la lampada che serviva a dilatare il gas. Il suo corpo fu trovato carbonizzato.”
“Quale orribile fine!” esclamò O’Donnell, rabbrividendo.
“Nel 1802 Olivari s’innalzò con una semplice mongolfiera di carta: il suo pallone prese fuoco, e quell’audace precipitò al suolo, sfracellandosi.”
“E aveva avuto l’audacia di salire con un pallone di carta?”
“Sì, O’Donnell, ma simili audacie si chiamano pazzie. Il 7 Aprile 1806 Momesent s’innalzò con un pallone fornito d’una tavola invece di una navicella, per renderlo più leggero. L’aeronauta perdette l’equilibrio e andò a schiantarsi nei fossati della città di Lilla, scavandosi da se stesso una tomba nella sabbia.”
“Che capitombolo!”
“Il 17 Luglio 1812 Bittorf salì con una mongolfiera di carta e morì come Olivari, vittima della sua imprudenza. Più tardi precipitarono i fratelli Brachet, che alla navicella avevano sostituito un contrappeso. Non avendo potuto rallentare la discesa del pallone, si sfracellarono contro terra. Il 6 Luglio 1819 è una donna che cade vittima della sua audacia, la prima che avesse osato lanciarsi nelle alte regioni dell’aria. È la signora Blanchard: piombò sul tetto di una casa a Parigi e rimase uccisa.”
“Povera signora!”
“Dimenticavo La Mountain un imprudente alzatosi il 4 Luglio 1874 con una mongolfiera a Jone, nel Michigan. Invece di imprigionare il pallone nella rete, come si usò sempre, aveva avuto la disgraziata idea di racchiuderlo fra delle funi non arretate: queste si ravvicinarono le une alle altre, la mongolfiera uscì e lo sventurato aeronauta precipitò insieme alla navicella e alle corde penzolanti, schiacciandosi su di un campo, sotto gli occhi di migliaia di spettatori terrorizzati.
Dimenticavo Durof, innalzatosi il 31 Agosto 1874 a Calais assieme alla sua giovane moglie. Fu questo uno dei più drammatici naufragi aerei. Il suo aerostato, che si chiamava Tricolore, venne trascinato sull’oceano e dopo dodici ore cadde fra le onde. Marito e moglie, aggrappati al cerchio, lottarono disperatamente fra i marosi che cercavano di strapparli dal cerchio e d’inghiottirli, finché la giovane donna svenne. Suo marito la sostenne e non lasciò il cerchio. Una nave li scorse, gettò in acqua un canotto ed ebbe la fortuna di salvarli!
L’ultima catastrofe fu quella dello Zenith il pallone montato da Croce-Spinelli, Silvel e Tissandier. Voi sapete che solo quest’ultimo si salvò.”
“E un’ecatombe di aeronauti. Mister Kelly.”
“V’ingannate, O’Donnell. Forse, in ventimila viaggi fatti dalle navi, le vittime inghiottite dagli oceani sono più numerose.”
“E dite che queste catastrofi si devono alle imprudenze degli aeronauti?”
“Sì, ma talvolta anche degli spettatori, del popolo che assiste alle ascensioni e che non tiene conto dei pericoli ai quali vanno incontro gli aeronauti. Fu il popolo che costringe Zambeccari a fare l’ascensione del 21 Ottobre 1804 a Bologna. L’aeronauta non voleva partire, essendo il vento sfavorevole; ma fu beffeggiato, chiamato codardo, ed egli partì con due compagni, Andreoli e Grassetti, senza aver preso cibo, con il fiele sulle labbra, con la disperazione nell’anima: trascinati sopra l’Adriatico, furono salvati per miracolo da un bastimento. Nel 1812, il 21 Settembre, quello stesso popolo bolognese lo forzò ad affrettare l’ascensione: il pallone s’incendiò e il disgraziato morì bruciato vivo. Ad Arban toccò una sorte consimile, a causa del popolo triestino, che l’8 Settembre 1846 lo costrinse con ingiurie e minacce a innalzarsi malgrado il vento contrario, senza corda-guida, senza un’ancora, e venne raccolto morente in mezzo all’Adriatico. Ma quell’uomo era predestinato a venire inghiottito dal mare. Infatti, alcuni anni più tardi s’innalzava a Barcellona e…”
L’ingegnere non proseguì, si era girato verso l’est e i suoi occhi parevano fissi su qualche cosa.
“Scorgete qualche nave?” gli chiese O’Donnell.
“Non so che cosa sia, ma vedo laggiù un punto nero, che mi sembra immobile.”

Capitolo15

La nave dei morti

Verso l’est, a una grande distanza, un punto nero spiccava nettamente sulla tranquilla superficie dell’Atlantico e sembrava perfettamente immobile. Non poteva essere un uccello, né una barca, poiché a tale distanza né l’uno né l’altra sarebbero stati visibili, né un pescecane di grandi dimensioni, poiché non sarebbe rimasto immobile, né un vascello, poiché su quel punto nero non si scorgevano né un pennacchio di fumo, che si sarebbe facilmente riconosciuto, né delle vele.
“Che cosa può essere?” si chiese O’Donnell, fissando con grande attenzione quella macchia nera che si trovava proprio sulla direzione dell’aerostato.
“Forse un cetaceo che dorme tranquillamente a fior d’acqua, o che è stato ucciso” disse l’ingegnere.
“Una balena qui, in questi climi caldi?”
“No, O’Donnell: le balene non abbandonano quasi mai i mari freddi: ma i capidogli si trovano dovunque, anche sotto l’equatore.”
“Vediamo” disse l’irlandese, prendendo il cannocchiale puntandolo in direzione della macchia nera.
Guardò per parecchi minuti con estrema attenzione, poi abbassò lo strumento. La più viva sorpresa era dipinta sul suo viso.
“Non è un cetaceo” disse.
“Che cosa è dunque?” chiese l’ingegnere.
“L’avanzo di un disastro marittimo, Mister Kelly.”
“Un rottame?”
“Sì, una nave senz’alberi, coricata sul tribordo e senza equipaggio.”
“Un veliero.”
“Senza dubbio perché non scorgo la ciminiera della macchina.”
“Sarà stato abbandonato dal suo equipaggio.”
“Abbandonato! No, Mister Kelly.”
“Come lo sapete?”
“Ho veduto sospese alle gru di babordo e di tribordo quattro imbarcazioni.”
“È impossibile, O’Donnell!”
“Guardate, Mister Kelly.”
L’ingegnere prese a sua volta il cannocchiale e guardò.
“Avete ragione” disse poi. “Le scialuppe sono a posto.”
“Che l’equipaggio si sia salvato su di una zattera?”
“Avrebbe portato con sé anche le imbarcazioni, che sono sempre preferibili a una zattera che veleggia male e che una tempesta può facilmente sfasciare.”
“Che l’equipaggio sia stato raccolto da qualche nave?”
“Potrebbe essere; ma perché la nave salvatrice avrebbe lasciato le imbarcazioni, che hanno un certo valore?”
“Sarei curioso di chiarire questo mistero, Mister Kelly.”
“Lo chiariremo, O’Donnell. Il vento ci spinge proprio diritti su quella nave, e prima di sera noi l’abborderemo.”
“Purché il vento non cambi.”
“Sono deciso ad abbassarmi ed a gettare le mie àncore. Forse su quella nave possiamo trovare dell’acqua e riempire i nostri barilotti, che si stanno svuotando con una rapidità che mi spaventa. È molto se ne abbiamo centocinquanta litri.”
“In trenta ore il sole ci ha assorbito più di quaranta litri!” esclamò O’Donnell. “Se questa calma ci tiene imprigionati quattro o cinque giorni ancora, noi saremo alle prese con la sete.”
“Vedete che è necessario abbordare quella nave.”
“Se vi passeremo solamente vicini, io sono deciso a calarmi in acqua, Mister Kelly, e a rimorchiare il pallone.”
“Ed io a sacrificare un po’ d’idrogeno.”
Perdurando la calma, l’aerostato si avvicinava alla nave con estrema lentezza, essendovi appena appena un soffio d’aria, e non sempre continuo. Era molto se i due fusi percorrevano uno spazio di cinque o sei chilometri all’ora, mentre quel rottame si trovava lontano trenta e anche più.
A mezzodì anche quel leggerissimo alito di vento venne a mancare, e il Washington rimase immobile a ventidue o ventiquattro chilometri di distanza. Però verso le tre, quando il gran calore, che aveva raggiunto la spaventevole cifra di 42°, cominciò a scemare, s’alzò una brezza mi po’ fresca, che lo spinse con la velocità di otto chilometri all’ora.
Fortunatamente non aveva cambiato direzione, e il Washington continuava ad abbassarsi. In un altro momento quella discesa sarebbe stata rimpianta dagli aeronauti: ora invece la benedicevano, poiché permetteva loro di abbordare il rottame senza sacrificare l’idrogeno. Alle quattro pomeridiane l’oceano non era che a centocinquanta metri e la nave a soli dieci chilometri.
A così breve distanza, con l’aiuto del cannocchiale, l’ingegnere e l’irlandese potevano scorgerla nettamente.
Era un veliero della portata di forse milleduecento tonnellate, di forme svelte, dipinto di nero. I suoi alberi pareva fossero stati tagliati rasente la coperta, poiché non si vedevano che due corti tronconi; qua e là, disperse a prua e a poppa, pennoni, lembi di vele e cordami. Dalle barcacce di babordo e di tribordo si vedevano pendere in acqua i paterazzi, le sartie e le griselle.
Quella nave, che doveva essere stata attrezzata a brick o a brigantino, era inclinata sul babordo. Pareva che il suo carico si fosse improvvisamente spostato, forse durante qualche grande tempesta.
Sul ponte non si scorgeva persona alcuna: però si vedeva correre da prua a poppa una forma nera che non si poteva ancora ben distinguere.
“Che sia qualche animale?” chiese O’Donnell.
“Sarà forse un cane” rispose l’ingegnere.
“Abbandonato dell’equipaggio?”
“Certamente.”
“Allora il disastro deve essere recente: se risalisse a qualche settimana, quel povero animale sarebbe già morto di fame.”
“Lo credo anch’io.”
Alle cinque il Washington si trovava a soli tre chilometri dalla nave. Il venticello lo spingeva proprio sopra di essa.
L’ingegnere fece attaccare l’ancorotto a patte alle guide-rope e calò quasi a fior d acqua: per maggior precauzione fece calare anche i due coni, per fermare prontamente l’aerostato, se il vento lo avesse sospinto al largo.
Alle cinque e un quarto il Washington si trovava a poche decine di passi dal rottame, il quale era immobile come un cadavere abbandonato in mezzo ad un bacino d’acqua tranquilla. Sul ponte, un cane enorme, dal pelame nero, guardava con due occhi ardenti il pallone che s’avvicinava, facendo udire dei sordi brontolii.
“Attento all’àncora. O’Donnell” gridò l’ingegnere.
“Fila dritta sulla baraccia di babordo e prenderà fra le sartie pendenti o le gru delle imbarcazioni” rispose l’irlandese.
Il Washington si trovava proprio sopra la nave. Ad un tratto provò una forte scossa, i due grandi fusi s’abbassarono bruscamente, poi virarono su di loro e rimasero immobili. L’àncora, guidata dal braccio dell’irlandese, aveva preso, fissandosi fra le sartie e le griselle pendenti della barcaccia poppiera di babordo.
Il cane, un enorme molosso, s’avventò rabbioso verso l’àncora, emettendo minacciosi ululati.
“Diavolo!” esclamò O’Donnell. “Sarà un po’ difficile ammansire quel guardiano! Se la prenderà coi nostri polpacci, Mister Kelly.”
“Lo uccideremo, O’Donnell. Ma…”
“Che cosa?”
“Non sentite delle pestifere esalazioni salire fino a noi?”
“Per mille merluzzi! E odore di morti questo!” esclamò l’irlandese, impallidendo.
Ed era vero. Da quel vascello abbandonato sull’oceano, senza alberi, senza vele, semirovesciato, preda sicura del primo uragano, saliva un tanfo di carne corrotta che appestava l’aria. Si sarebbe detto che portava un carico di cadaveri: come un sinistro cimitero galleggiante!”
L’ingegnere e O’Donnell, entrambi in preda a grand’emozione, cercavano di discernere qualcosa attraverso il boccaporto maestro, che era spalancato come la bocca d’una tenebrosa voragine, ma invano.
“Gran Dio!” esclamò l’irlandese. “Quale lugubre scoperta abbiamo fatta! Che sia questo il vascello fantasma dell’olandese maledetto, o la nave-feretro?”
“Siete coraggioso, O’Donnell?” chiese l’ingegnere.
“Lo credo” rispose l’irlandese.
“Allora seguitemi!”
“E Simone?”
“Rimarrà a guardia dell’aerostato. Un altro spavento lo farebbe impazzire.”
“Non fidatevi, Mister Kelly. Guardate i suoi occhi e il suo viso.”
L’ingegnere si volse verso il negro e lo vide curvo sul bordo della scialuppa, con gli occhi fissi sulla nave; ma quegli occhi tradivano una paura orribile, e il volto era diventato grigio, cioè pallidissimo.
“Simone!” disse l’ingegnere.
Il negro non rispose e non abbandonò la sua posa. Pareva che cercasse d’indovinare la causa di quelle esalazioni pestifere, che salivano fino all’aerostato, a ondate.
“Simone,” ripetè “cosa fai?”
Questa volta il negro alzò il capo e guardò il padrone con due occhi smarriti.
“Dei morti?” chiese, battendo i denti. “Io paura.”
“Ma quali morti, pauroso?”
“Là! Là!” balbettò il negro, rabbrividendo e indicando il boccaporto. “È la nave dei morti!”
“Tu sogni, Simone”
“No” disse l’africano con strana energia.
“Rimanete a guardia del Washington Mister Kelly” disse l’irlandese. “Quel povero pazzo può farci un brutto scherzo.”
“Quale?”
“Può tagliare la fune e lasciarci su quella nave del malanno.”
“Rimanete qui voi, O’Donnell. Scenderò io.”
“Ma laggiù vi è un carnaio, signore, e un cane idrofobo.”
“Non ho paura. Rimanete a guardia di Simone e, se vi sarà bisogno d’aiuto mi raggiungerete.”
“Ah no, signore. Voi siete il capitano qui e non dovete abbandonare l’aerostato ed esporvi a dei pericoli.”
Poi, prima che l’ingegnere pensasse a opporsi, il bravo irlandese superò il bordo della scialuppa, s’aggrappò alla fune e si lasciò scivolare.
“Badate al cane” gridò l’ingegnere.
“Ho la rivoltella” rispose O’Donnell.
Di mano in mano che scendeva, il puzzo diventava così orribile che si sentiva asfissiare. Gli pareva di scendere in una immensa fossa di cadaveri putrefatti.
Giunto all’ultimo nodo, si fermò e guardò sotto di sé. L’enorme molosso stava presso all’ancora e lo guardava con due occhi che mettevano paura, mandando dei sordi brontolii. Aveva il pelo arruffato, la coda penzoloni e delle lunghe bave alla bocca.
“È idrofobo!” esclamò O’Donnell che si sentì correre un brivido per le ossa. “Bel guardiano a questa nave dei morti!”
Impugnò la rivoltella con la mano destra, mentre con la sinistra si teneva aggrappato alla fune, e scaricò quattro colpi contro quel cagnaccio, il quale stramazzò sul ponte della nave.
“È morto?” gli chiese l’ingegnere, dall’alto.
“Lo credo” rispose O’Donnell. “Se si rialza ho altri due colpi.”
Si lasciò andare e cadde sulla tolda.
“Corna di cervo!” esclamò. “Che profumi! Ma che cos’è accaduto qui? Che l’equipaggio si sia scannato?”
S’avvicinò al cane e vedendolo ancora agitarsi lo fulminò con una quinta palla in un orecchio; vincendo la ripugnanza che lo invadeva e coprendosi il naso con una pezzuola, avanzò verso il boccaporto maestro, che era, come si disse, aperto.
Guardò in quella voragine e vide che era semipiena di botti accatastate confusamente le une sulle altre e addossate alle pareti di bordo. In mezzo ad esse, scorse il cadavere di un marinaio in piena putrefazione.
“Non può essere quello solo che manda queste pestifere esalazioni” mormorò.
Si diresse verso il quadro di poppa, e sulla ruota del timone lesse queste parole: Benito Juarez. Vera Cruz.
“È una nave messicana” gridò, volgendosi verso l’ingegnere, che lo guardava con ansietà.
“Vi sono dei morti?” chiese l’ingegnere.
“Ho veduto un solo marinaio; ma temo che nel quadro e nella camera di prua ve ne siano ben altri, dalla puzza orribile che qui si sente.”
“Udite nessun rumore, nessun gemito?”
“Regna un silenzio di tomba. Mister Kelly. Qui devono essere tutti morti, e forse da qualche settimana.”
“Temo un grave pericolo, O’Donnell.”
“Bah! I morti non si muovono.”
“Ma avvelenano, uccidono.”
“Ho la pelle dura” rispose l’irlandese, che forse non aveva compreso l’allusione dell’ingegnere.
Senza aggiungere parola, scese coraggiosamente la scaletta che metteva nel quadro, malgrado la puzza orrenda che ne usciva.
La sua assenza fu breve. L’ingegnere lo vide risalire rapidamente, coi capelli irti, il viso sconvolto, pallido come un cadavere, e precipitarsi verso l’ancora, che con un colpo di mano staccò dai paterazzi e dalle griselle.
“Fuggiamo, Mister Kelly, fuggiamo!” gridò con accento di terrore.
S’aggrappò alla guide-rope e, senza rispondere all’ingegnere per non perdere tempo, si mise a salire facendo sforzi sovrumani per far più presto che poteva. In un minuto superò la distanza e si issò sulla scialuppa, ripetendo con voce atterrita:
“Fuggiamo, Mister Kelly, fuggiamo!”
“Ma che cosa avete veduto, O’Donnell?” chiese l’ingegnere. “Siete pallido e sconvolto.”
“Ho… che forse noi, che abbiamo respirato… quei miasmi,… siamo perduti.”
“È scoppiata una epidemia su quella nave?”
“Sì, e forse la più tremenda: la febbre gialla!”
“Fuggiamo” ripeté l’ingegnere, il quale, nonostante il suo coraggio, aveva provato un brivido.
Rovesciarono i coni, che mantenevano il pallone prigioniero, e gettarono un sacco di zavorra.
L’aerostato, scaricato di quel peso, s’innalzò rapidamente, fuggendo dalle mortali esalazioni che irrompevano da quel cimitero galleggiante.

Capitolo 16

Un salto nell’oceano

Se tremendi sono il colera e la peste, la febbre gialla, questa epidemia puramente americana, che si verifica negli altri continenti, ma è limitata ai paesi racchiusi fra i tropici e, per lo più, a quelli situati presso l’oceano Atlantico, si è acquistata essa pure una triste fama, che non è inferiore a quella delle altre epidemie che infieriscono in Asia, dilatandosi verso l’Europa.
Combattendola efficacemente, talvolta si riesce a domarla, ma non sempre accade così, e tutti gli anni, durante la stagione calda, essa miete un buon numero di vittime fra le popolazioni ispano-americane. Qualche volta distrugge completamente gli abitanti di una città, né vale la fuga a salvare quelli che cercano di sottrarsi al male.
È una cosa strana, ma si direbbe che questo male sia portato per i viaggi transoceanici e che se la prenda con gli uomini di mare più che con quelli di terra. Infatti le navi che lasciano i porti dell’America del Sud o di quella Centrale, del Messico specialmente, durante la stagione della febbre gialla portano quasi sempre con loro i germi, i quali non tardano a svilupparsi anche in mare aperto, anche a mille miglia dalla costa infetta.
È la morte in casa, o meglio la morte in una prigione, poiché l’equipaggio non ha mezzo alcuno per sfuggire le prime persone attaccate dal male. È costretto a respirare quell’aria mortale, e ad avere sotto gli occhi i moribondi.
Se è una nave a vapore, che possiede ordinariamente un medico e una farmacia e che si muove a grande velocità, il male si può combattere e anche vincere, ma se si tratta di una nave a vela, è altra cosa. La febbre continuerà le sue stragi finché non troverà un clima inadatto al suo espandersi o avrà distrutto l’ultimo uomo.
Mancando di medici e molto spesso di medicine, imprigionati talvolta sotto le ardenti calme dei tropici e dell’equatore, gli equipaggi non possono lottare e cadono l’un dopo l’altro. Questo doveva essere toccato al veliero messicano abbordato dall’aerostato in pieno Atlantico. La febbre gialla doveva essere scoppiata a bordo, forse quando il brigantino o brick che fosse, si era trovato prigioniero nella zona delle calme del Cancro, e gli uomini che vi sono imbarcati, senza un medico e probabilmente senza medicine, erano morti l’uno dopo l’altro. Poi una tempesta aveva sorpreso la nave e aveva compiuto l’opera di distruzione cominciata dal morbo.
Quali conseguenze dovevano derivare dal contatto degli aeronauti con la nave dei morti? Sarebbero sfuggiti immuni, quantunque avessero respirato per un quarto d’ora le esalazioni pestifere di quel carnaio in putrefazione, cariche senza dubbio dei germi della febbre, o il male doveva fare la sua comparsa sul vascello aereo?
Ecco quello che si chiedeva con angoscia l’ingegnere, il quale non ignorava la potenza mortale del vomito prieto.
“Sarebbe stato meglio che il vento ci avesse trascinati cento miglia più a sud” disse “Erano molti i morti, O’Donnell?”
“Lo ignoro, non li contai, poiché mi parve che la febbre mi entrasse in corpo e che i miei intestini si rivoltassero, sotto i primi sintomi del terribile vomito, che mi prenda, Mister Kelly? Io non ho paura della morte, ma temo per voi, poiché se scoppiasse in questa scialuppa, nessuno di noi rimarrebbe vivo.”
“Provate nulla?”
“Nulla finora.”
“Al primo indizio, alla prima nausea, avvertitemi. Prontamente combattuta può essere vinta anche la febbre gialla.”
“Non mancherò di farlo, Mister Kelly.” disse O’Donnell, sforzandosi di sorridere.
“Procureremo di mantenerci sempre alti” disse l’ingegnere.
“Perché?”
“Per avere una temperatura più fresca. La febbre non alligna che nei climi caldi e scompare prontamente quando ci si allontana.”
Un grido strano rauco echeggiò in quel mentre dietro di loro. Si volsero e videro il negro che si era alzato in piedi, tenendosi aggrappato all’asta della bandiera. Il disgraziato pareva in preda ad un altro accesso di terrore, i suoi lineamenti erano alterati, gli occhi roteavano e i denti stridevano.
“Che cos’hai, Simone?” gli chiese l’ingegnere.
Il negro aprì le labbra come per lasciar uscire una frase, ma stette muto, fissando sull’ingegnere due occhi che facevano paura.
“Quale nuovo terrore turba il tuo cervello?”
“È proprio pazzo, Mister Kelly” disse O’Donnell.
Simone stette parecchi minuti immobile, guardando sempre fisso il suo padrone, poi articolò queste due parole: “II vo…mi…to priet…to!…”
“Ha compreso tutto” disse l’irlandese.
“Sì ora lo assale la paura della febbre gialla” rispose l’ingegnere. “Il suo cervello è guasto, e temo che non guarirà più.”
“Dannato polipo!”
“Il vo…mi…to pri…eto…” ripetè il negro. Poi scoppiò in una risata convulsa, stralunando gli occhi ; quindi, come se avesse esaurito tutte le sue forze in quel riso, ricadde sul suo materasso stringendosi il capo fra le mani contratte, e parve che si assopisse.
“Per centomila merluzzi!” esclamò O’Donnell. “Mi sembra, Mister Kelly, che la nostra situazione cominci a diventare poco allegra. Attorno a noi una calma assoluta che ci tiene inchiodati fra quest’atmosfera infuocata, i palloni che cominciano a perdere le forze, un pazzo che ci dà assai da fare, forse la febbre gialla che ci insidia, e l’acqua che scema a vista d’occhio. Diavolo! Che cosa ci deve toccare di peggio?”
“È vero, O’Donnell” rispose Kelly sospirando. “La fortuna che prima ci proteggeva ci ha ora abbandonati, ma siamo uomini dotati di una certa dose di energia, e lotteremo fino all’estremo delle nostro forze.”
“Quanti giorni rimarremo ancora in aria?”
“Coi mezzi di cui disponiamo e che ci rimangono quasi intatti, non avendo gettato finora che cento chilogrammi di zavorra, io calcolo di prolungare la vita del Washington di altri sette o otto giorni.”
“È impossibile che in tanto tempo non riusciamo ad attraversare quest’oceano. In dodici ore sole abbiamo percorso circa mille miglia: in sette giorni, procedendo anche lentamente, possiamo ben varcare la distanza che ci separa dalle coste africane.”
“Ma le calme dei Tropici durano talvolta delle settimane.”
“Diavolo!”
“E un altro pericolo ci minaccia: la mancanza d’acqua. Durante la giornata di ieri la nostra provvista è scemata di altri venticinque o trenta litri.”
“Che salasso! E non si vede una nube! Il barometro segna qualche prossimo cambiamento di tempo?”
“No, O’Donnell; indica calma perfetta.”
“Confidiamo in Dio e nel nostro coraggio.” L’irlandese dopo queste parole si sdraiò presso Simone e s’immerse in profondi pensieri, mentre l’ingegnere si sedeva a prua della scialuppa con gli sguardi volti verso l’est.
Il Washington che era risalito di duemila metri, s’avanzava lentamente verso oriente, trasportato da un filo d’aria che soffiava irregolarmente. Era molto se riusciva a percorrere sette otto miglia all’ora. L’Atlantico era sempre deserto. Non si scorgeva che la nave dei morti, la cui massa nera spiccava nettamente sulla tinta azzurra dell’acqua. Perfino i fetonti, gli uccelli del Tropico, erano scomparsi, e non si udivano più le loro grida, che rallegravano l’animo degli aeronauti. In quella sterminata distesa d’acqua e nelle profondità incommensurabili della volta celeste regnava un silenzio assoluto, un silenzio di tomba, che impressionava l’irlandese e l’ingegnere, accrescendo la loro tristezza.
A mezzodì il termometro segnava 39° di calore; all’una toccò i 40° e alle due i 43°. L’aria era diventata tanto ardente, che agli aeronauti sembrava di respirare quella che esce da un gigantesco forno appena viene aperto. Quale salasso doveva fare quel calore intenso nella loro provvista d’acqua, che era già tanto scarsa! Alle tre il pallone cominciò a discendere lentamente. Fu una vera fortuna però, poiché a milleottocento metri incontrò una corrente d’aria più fresca, la quale lo trascinò verso l’est con la velocità di dodici o tredici miglia all’ora. Un’ora dopo, i due aeronauti, che si erano messi in osservazione sul dinanzi della scialuppa, scorsero una leggera nube che si estendeva verso l’est, a circa tre chilometri dal Washington e che pareva si dirigesse verso il sud.
Se si potesse entrare fra quella nebbia, si troverebbe un po’ di frescura?” chiese l’irlandese.
“Ne dubito, O’Donnell,” rispose l’ingegnere. E poi siamo più alti di almeno quattrocento metri.”
“Che quella nube indichi un cambiamento di tempo?”
“Forse, ma quel cambiamento può essere molto lontano.”
Alle cinque il Washington che faceva sempre le sue dieci miglia all’ora, si librava su quelle nebbie. Esse formavano dei grandi cumuli, sospesi a varie altezze e separati gli uni dagli altri da spazi considerevoli.
I due aeronauti, quando si trovarono sopra a quei banchi, assistettero a un fenomeno sorprendente. L’ombra dei due immensi fusi, proiettata su quelle nebbie apparve circondata da un’aureola coi sette colori dell’iride, la quale cambiava, ad ogni istante, dimensione e forma. Ora si allargava immensamente, avvolgendo l’ombra intera dei due grandi fusi, che pareva immersa in un cerchio di luce dagli splendidi colori; ora rimpiccioliva e impallidiva; poi si rompeva, si ricostituiva e cingeva solamente l’ombra dell’uno o dell’altro fuso o della sola navicella.
Alle otto, nel momento in cui il sole precipitava sotto l’orizzonte, l’aerostato entrò in una nuova corrente d’aria, che scendeva dal nord. La temperatura si abbassò bruscamente, come se quella corrente fosse prima passata sopra una regione assai fredda. In dieci soli minuti il termometro, caso veramente strano, si abbassò di 24°! L’idrogeno si condensò rapidamente, e il Washington non discese, precipitò, come se volesse cadere nell’oceano. Si arrestava alcuni minuti, poi scendeva di colpo di tre o quattrocento metri, poi tornava ad arrestarsi, indi ricadeva di altrettanti.
O’Donnell aveva preparato un sacco di zavorra per fermarlo a tempo, ma non ne ebbe bisogno, poiché l’aerostato, giunto a duecento metri dalla superfìcie dell’oceano, riprese il suo equilibrio.
“Si respira!” esclamò O’Donnell. “Era tempo che questo calore d’inferno si mitigasse. Se fosse continuato ancora tre giorni, ci avrebbe disseccati. Ma a che cosa si deve questo brusco abbassamento di temperatura?”
“Forse a qualche grande uragano che si è scatenato nelle regioni settentrionali.” rispose l’ingegnere. “Non durerà molto, O’Donnell e domani tornerà a fare caldo.”
“Lo credete?”
“Sì, questa corrente non tarderà a scaldarsi sotto questi climi ardenti”
“Che il pallone scenda ancora? ”
“Non lo credo; tuttavia veglieremo a turni.”
Cenarono con un po’ di carne conservata e una scatola di tonno, misurandosi l’acqua. Poi O’Donnell si sdraiò presso Simone, che continuava a russare, mentre l’ingegnere vegliava, seduto sul suo materasso, che si trovava a prua.
Durante quel primo quarto d’ora di guardia non accadde nulla. Solamente il pallone, il cui idrogeno continuava a condensarsi perché la corrente d’aria restava sempre fredda, discese ancora di oltre cento metri.
A mezzanotte O’Donnell rilevò l’ingegnere. Diede uno sguardo intorno, un altro all’oceano, che brontolava a soli trenta metri di distanza, poi si sedette a prua, fumando una sigaretta.
Erano già trascorse le due ore, e cominciava a socchiudere gli occhi invitato dal leggero dondolamento dell’aerostato, quando tutto ad un tratto la navicella subì una scossa violenta. Si volse rapidamente e ritto sulla poppa vide il negro, coi capelli irti, gli occhi luccicanti come quelli degli animali notturni, le braccia in aria.
“Simone!” esclamò “Che cosa fai?”
Il pazzo emise un grido rauco: “II mostro!… il mostro!” esclamò con voce strozzata.
L’irlandese si avventò su di lui, ma era troppo tardi. Il povero pazzo preso chissà da quale terrore, fece atto di fuggire e mise i piedi nel vuoto.
O’Donnell emise un grido: “Mister Kelly!”
Poi mentre il pallone, scaricato del peso di Simone, s’innalzava, egli, senza badare al pericolo che stava per affrontare, si precipitò nell’oceano dietro al pazzo.
L’ingegnere, svegliato di soprassalto, udì due gridi e due tonfi, poi più nulla. L’aerostato, bruscamente alleggerito di quei due corpi, che pesavano centoquaranta chilogrammi, trascinava Kelly con rapidità vertiginosa attraverso le alte regioni dell’atmosfera!

Capitolo 17

Un dramma fra le onde

L’atto generoso ma irriflessivo del bravo irlandese, un vero atto da pazzo, poteva avere conseguenze incalcolabili tanto per gli uomini quanto per l’aerostato e compromettere gravemente quell’audace traversata.
Se l’irlandese avesse pensato, in quel supremo istante, che il Washington, scaricato di quel doppio peso, si sarebbe rapidamente innalzato a grande altezza, abbandonandoli tutt’e due in mezzo all’immenso oceano e rendendo assolutamente impossibile qualunque soccorso da parte dell’ingegnere, forse si sarebbe arrestato, abbandonando il povero negro alla sua sorte, ma era ormai troppo tardi per porvi rimedio.
Quei due uomini, a meno di un miracolo, erano condannati a morire. Presto o tardi, l’Atlantico li avrebbe inghiottiti e trascinati nei suoi immensi baratri. Piombato tra i flutti, trascinato a fondo dal proprio peso e quantunque stordito da quella caduta di oltre trenta metri, O’Donnell con un vigoroso colpo di tallone risalì in superficie. Guardò in aria, non vide che le stelle brillare sul fondo cupo del cielo. Del pallone nessuna traccia!
“Temo di aver commesso una grave pazzia, che forse mi costerà la pelle” mormorò sospirando. “Bah! Infine ero votato alla morte…! Consolato da questa riflessione, si mise a nuotare vigorosamente, girando lo sguardo. A pochi metri scorse qualche cosa di nero che si dibatteva a fior d’acqua.
“Simone!” gridò.
Una risata gli giunse alle orecchie.
“Il bagno non gli ha fatto bene.” disse O’Donnell. “Cerchiamo di salvarlo, poi accadrà quello che dovrà accadere”
Si diresse da quella parte e raggiunse il negro, che si dibatteva come il diavolo nella pila dell’acqua benedetta. L’istinto della conservazione sopravviveva nel pazzo? Bisognava crederlo, poiché quel giovanotto lottava contro l’acqua che cercava di affogarlo. L’irlandese con poche bracciate lo raggiunse e lo afferrò per le ascelle, dicendogli: “Non commettere delle imprudenze, se non vuoi che l’oceano ti inghiotta. Appoggiati alle mie spalle, amico mio: sono robusto e un forte nuotatore, e per qualche tempo potremo reggerci.”
Il pazzo, invece di obbedire, gli sfuggì, si volse rapidamente e lo afferrò per il collo, stringendolo in modo da togliergli il respiro, mentre gli rinserrava le gambe fra le proprie.
“Per mille corna di Belzebù, giù le zampe!” gridò l’irlandese, cercando di sottrarsi a quella terribile stretta. “Vuoi affogarmi?”
Il negro proruppe in uno scroscio di risa, e invece di abbandonarlo, gli si aggrappò addosso con suprema energia: era invaso da quella paura che più non ragiona e che invade le persone prossime ad affogare, o voleva trascinare il suo salvatore negli abissi marini? L’irlandese atterrito, pallido per l’emozione, cominciava a pentirsi di essersi precipitato in mare per salvare un pazzo. Cercò di liberarsi da quelle mani che lo strangolavano e da quelle gambe che paralizzavano i suoi movimenti, facendolo affondare, ma pareva che il negro possedesse, in quel momento, una forza straordinaria.
“Giù le zampe, Simone!” urlò con voce strozzata. “Giù, o…” La frase gli fu troncata da un’onda che lo coperse, riempiendogli la bocca d’acqua amara e salata. Sprofondò, ma con uno sforzo disperato riuscì a liberare le gambe e a rimontare alla superficie, trascinando seco il pazzo, che non voleva abbandonarlo.
“Lasciami!” rantolò.
Il negro continuò a stringere, facendo balzi disordinati per trascinarlo sott’acqua. Alzò il pugno e percosse quel disgraziato sul viso, ma inutilmente: quelle mani non lo abbandonavano, anzi gli conficcavano le unghie nel collo.
“Ah! Non vuoi lasciarmi?” disse l’irlandese. “Ebbene, muori tu solo!”
Allora, fra quell’oscurità, in mezzo a quelle onde che a volta a volta coprivano i due uomini, s’impegnò una lotta suprema. Il negro resisteva con disperata energia e faceva udire, di tratto in tratto, i suoi scoppi di risa; l’irlandese cercava di liberarsi da quelle strette mortali e lo tempestava di pugni per stordirlo, emettendo grida sempre più rauche, più strozzate. Scendevano, risalivano a galla, si rotolavano fra le onde, si mordevano, urlavano.
O’Donnell, già strozzato per tre quarti, si sentiva venir meno le forze, i suoi occhi non scorgevano più l’avversario se non attraverso una nebbia, e si sentiva trascinare negli abissi misteriosi dell’Atlantico, aperti sotto di lui. Con un supremo sforzo trascinò ancora il negro alla superficie, poi si lasciò andare nuovamente a picco. A un tratto si sentì urtare bruscamente e quasi strappare l’epidermide da un corpo ruvido, e gli parve di udire, fra le onde che lo inghiottivano, un grido orribile. Quasi subito sentì allentarsi la stretta e si trovò libero. Senza perdere tempo rimontò a galla, girando all’intorno uno sguardo smarrito. A tre passi vide sorgere bruscamente una forma nera, girare su se stessa un istante, poi sparire. Mandò un grido d’orrore: quella forma nera era un tronco umano, che pareva fosse stato tagliato a metà da una gigantesca forbice.
Allora si ricordò dell’urto, dello sfregamento e del grido udito sotto le onde e comprese tutto. Uno squalo aveva tagliato in due il disgraziato Simone.
L’irlandese era coraggioso: lo si è già visto alla prova, ma nel ritrovarsi da solo in mezzo all’oceano, forse spiato dai pesce-cani con dinanzi agli occhi l’orribile fine del negro, credette di impazzire per lo spavento. Rimase parecchi istanti immobile, come istupidito, livido, agghiacciato dal terrore, non osando fare il più lieve movimento per paura di attirare gli squali e raggrinzando le gambe, per timore di sentirsele mozzare da un istante all’altro. Una lontana detonazione, che pareva scendesse dal cielo, lo strappò da quell’immobilità, che a poco a poco lo trascinava sotto le onde. “Mister Kelly…” mormorò.
“Ah! Se sapesse in quale situazione mi trovo…!” Alzò gli occhi e guardò in aria, ma non riuscì a scorgere l’aerostato. Attese alcuni minuti in preda a una tremenda ansietà, poi verso il sud, a una distanza di due miglia vide brillare a grande altezza una striscia luminosa, poi udì un’altra lontana detonazione. “Vi comprendo,” disse, “mi segnalate la vostra direzione, ma non posso rispondervi e nemmeno raggiungervi. A quale altezza si troverà il Washington? Questo doppio capitombolo lo pagheremo forse caro.”
Abbassò gli occhi sul mare, e gli sembrò di vedere qualche cosa di nero agitarsi in mezzo alla spuma di un’onda. “Che cosa può essere?” si chiese. “Che Mister Kelly, nel momento che il pallone si alzava, ci abbia gettato degli oggetti galleggianti? Ho veduto dei salvagente fra le casse della scialuppa. Orsù, non debbo rimanere qui in eterno: se i pesce-cani mi spiano, possono tagliarmi in due anche qui.”
Rabbrividì a quel pensiero, pure si fece animo e si diresse, procurando di non far rumore, verso quell’oggetto che le onde trastullavano. In pochi istanti lo raggiunse e lo ghermì strettamente. “Non mi ero ingannato!” mormorò, respirando più liberamente. “Grazie, Mister Kelly, di aver pensato a me ! ”
L’oggetto che aveva afferrato era uno di quei grandi cerchi di sughero, avvolti in tela grossa e robusta e che le navi usano portare attaccati alle murate, per gettarli ai marinai o ai passeggeri che cadono accidentalmente in mare. Sorreggono comodamente una persona per quanto sia pesante, mantenendola a galla anche in mezzo alle più grandi ondate. Ma se l’ingegnere aveva pensato a dare un punto d’appoggio ai due naufraghi, non aveva dimenticato di fornirli di mezzi di difesa contro i formidabili assalti dei mostri marini. Infatti, O’Donnell trovò appesi al salvagente due lunghi e affilati coltelli, due di quei bowie-knives usati dagli americani del Nord.
“Se gli squali vorranno mangiarmi, avranno un osso duro da rodere.” disse l’irlandese, passandosi le armi nella cintola. “Orsù, in viaggio, e cerchiamo di seguire il pallone.” Si passò il salvagente sotto le ascelle e, meravigliosamente sorretto da quell’anello di sughero, si spinse verso il sud, gettando però degli sguardi inquieti sulle acque circostanti e fermandosi di tratto in tratto ad ascoltare se qualche mostro lo seguiva.
Le detonazioni erano cessate, ma ormai sapeva che l’aerostato si trovava verso il sud, e ciò gli bastava. Era certo che in quel momento l’ingegnere stava sacrificando il suo gas per discendere verso la superfìcie dell’oceano.
Aveva percorso circa seicento metri, quando vide verso il sud, ma quasi a fior d’acqua, balenare un lampo, e poco dopo intese una debole detonazione. “To’!” esclamò. “Che vi sia una nave laggiù, o che l’ingegnere sia già disceso?”
Si arrestò, guardando attentamente in quella direzione, e gli parve di distinguere, sul fondo azzurro del cielo, che cominciava a tingersi dei primi riflessi dell’aurora, una massa oscura sospesa a breve distanza dalla superficie dell’oceano. “Dev’essere il Washington” mormorò. “Quale salasso avrà dovuto fare ai palloni Mister Kelly per abbassarsi così presto! Fortunatamente c’è la riserva nei cilindri e la zavorra è ancora abbondante. Dannato polipo! E stato la causa di tutte le nostre disgrazie e della fine orribile del povero Simone. Per mille merluzzi! Sento gelarmi il sangue quando penso a quel tronco umano che ho visto sollevarsi sulle onde e quel…” S’arrestò bruscamente, girando intorno lo sguardo spaurito. Gli era sembrato di sentire un rauco sospiro e un tonfo sordo.
“Qualche pesce-cane?” mormorò battendo i denti. “Che sia destinato anch’io ad avere per tomba lo stomaco di uno squalo? Ventre di balena! C’è da impazzire, anche senza essere paurosi.” Stette in ascolto parecchi minuti, trattenendo perfino il respiro: ma non udì più nulla. Credendo di essersi ingannato, riprese le mosse verso il sud, nella cui direzione cominciava già a scorgere il Washington che pareva ancorato a breve distanza dalla superficie dell’oceano.
L’onda larga, investendolo e coprendolo di spuma, lo stancava, paralizzandogli le forze, che cominciavano ad esaurirsi. Si sentiva le estremità irrigidirsi a poco a poco e provava una grande oppressione al petto, che gli rendeva penoso il respiro. Tuttavia, la paura di venire assalito da qualche torma di squali affamati, lontano dall’aerostato, lo spingeva a tirare innanzi senza prendere riposo.
Il Washington spiccava ora nettamente sul fondo madreperlaceo dell’orizzonte, avvicinandosi rapidamente l’alba, ma pareva che la distanza non scemasse mai. Per maggior disgrazia, la paura invadeva poco a poco il disgraziato irlandese, il quale credeva di udire dietro di sé i rauchi sospiri dei mostri marini e temeva che s’avvicinassero sott’acqua. Allora ripiegava le gambe e si arrestava in preda a un’angoscia indescrivibile, impallidiva come un morto e, malgrado il freddo che quel bagno prolungato gli procurava, si sentiva scendere sulla fronte grosse gocce di sudore.
“Arriverò vivo al Washington o lascerò le mie gambe in quest’oceano?” si chiedeva ad ogni istante, con terribile perplessità. Alle cinque il sole apparve bruscamente sull’orizzonte, inondando l’oceano di raggi abbaglianti. O’Donnell respirò e salutò l’astro con un vero e proprio grido di gioia. “Almeno potrò vedere qualcosa e scorgere forse a tempo gli squali.” disse.
Guardò verso il sud. L’aerostato non era lontano che un miglio, e nella navicella scorgeva l’ingegnere, il quale alzava le braccia come per incoraggiarlo a fare presto. Raddoppiò gli sforzi e avanzò in quella direzione, respirando a grande fatica. Ma, percorsi tre o quattrocento metri, si arrestò con i capelli irti e il viso sconvolto da un’inesprimibile angoscia. A venti passi aveva scorto un punto nerastro emergere dalle onde e poi una larga pinna natatoria, che era subito scomparsa.
“Gran Dio!” esclamò. “Ecco il nemico!”
Abbandonò il salvagente, impugnò il bowie-knife e si tuffò. L’acqua era limpida, e si poteva scorgere, a grande profondità, un pesce di grosse dimensioni. Guardò a destra e a sinistra e vide una grande ombra che pareva s’immergesse venti o trenta metri più lontano. La seguì con gli occhi smarriti finché poté, poi tornò in superficie, aggrappandosi al salvagente. Non vide nulla. Aveva scambiato qualche grosso delfino con uno squalo, o lo squalo non l’aveva ancora visto? Si sa che questi terribili mostri, specialmente i tintoreas ci vedono assai male, e poteva darsi che il mostro che si trovava in quelle acque non avesse scorto la preda umana.
O’Donnell rimase parecchi minuti immobile, con gli orecchi tesi e gli occhi ben aperti, poi si decise a riprendere il faticoso esercizio. Comprendeva che ormai la sua salvezza non dipendeva che dalla sua rapidità, perché lo squalo non avrebbe tardato a scoprirlo. Fece un ultimo e disperato appello alle proprie forze e si spinse innanzi con la maggior velocità possibile, ma procurando, nello stesso tempo, di non far rumore. Alle sei non era che a cento passi dal Washington, il quale si trovava trattenuto dalle due àncore a soli sessanta metri dalla superficie dell’oceano.
L’ingegnere aveva calato le guide- ropes, alle cui estremità pendeva l’ancorotto a patte, che non era stato più staccato dopo l’abbordaggio con la nave dei morti.
“Coraggio, O’Donnell!” gli gridò Kelly. “Ancora uno sforzo e siete salvo.”
“Vengo, Mister Kelly.” rispose l’irlandese che era esausto.
“Ma dov’è Simone? È morto…?”
“Mor…to.” rispose O’Donnell, rabbrividendo.
“Forse che…”
L’ingegnere si era bruscamente interrotto, gettando un grido di terrore.

Capitolo 18

L’assalto dei pesce-cani

Udendo quel grido, che tradiva un terrore profondo, uscire dalle labbra di quell’uomo che non era così facile a impressionarsi, O’Donnell comprese subito che un tremendo pericolo lo minacciava.
Senza arrestarsi, volse il capo, e si sentì gelare il sangue e paralizzare le forze nello scorgere, a soli venti metri di distanza, tre enormi squali, lunghi non meno di dodici piedi, i quali muovevano dritto su di lui con potenti colpi di coda, mostrando le loro immense bocche semicircolari, irte di denti triangolari che si agitavano mercé la strana disposizione delle mascelle, come se già pregustassero quella succulenta preda.
I loro occhi, rotondi, con l’iride verde scura, e la pupilla azzurregnola, si erano già fissati sull’irlandese, il quale in quel supremo istante si sentiva come affascinato dalla luce strana che mandavano.
“O’Donnell” gridò l’ingegnere, con voce rotta dall’angoscia. “Fuggite!”
Quel grido strappò l’irlandese dalla sua immobilità. Comprese che un ritardo di pochi secondi era fatale, e, abbandonando l’anello di sughero, ma tenendo fra i denti il bowie-knife, si mise a nuotare con disperata energia verso la guide-rope.
I tre mostri, però, per niente spaventati dall’immensa ombra che i due palloni proiettavano sull’oceano e dalle grida dell’ingegnere, non si erano arrestati. L’irlandese li udiva dietro di sé percuotere furiosamente l’acqua con le loro possenti code, agitare le lunghe pinne triangolari e mandare dei rauchi sospiri che somigliavano al tuono udito ad una grande distanza. Malgrado facesse sforzi disperati, stava per essere raggiunto da quei mostri, che sono dotati di una muscolatura potente e che possiedono uno slancio straordinario.
Fortunatamente l’ingegnere stava per portargli soccorso. Comprendendo che O’Donnell sarebbe stato raggiunto prima di toccare la guide-rope, Kelly si era armato di una carabina a tiro rapido, di un winchester a dodici colpi, ed aveva aperto un fuoco infernale contro gli squali. Il primo, che si trovava a soli quindici metri dall’irlandese, colpito da parecchie palle, fece un balzo immenso, ricadde, dibattendosi furiosamente, poi si rovesciò, mostrando tutta intera la sua enorme bocca, che è situata sotto il muso, e la pelle del ventre, poi calò a picco, formando un piccolo risucchio. Gli altri due, vista la mala parata, s’arrestarono indecisi, poi si tuffarono di comune accordo. L’ingegnere, che li scorgeva benissimo attraverso l’acqua limpidissima, continuò il fuoco per impedir loro di giungere sotto le gambe dell’irlandese.
“In guardia, O’Donnell!” gridò, vedendo i due mostri nuotare verso l’irlandese.
“Sono salvo!” gridò il bravo giovanotto. “Presto. Mister Kelly, rovesciate i coni.”
Con un ultimo slancio, egli si era aggrappato alla guide-rope e con un ultimo sforzo si era issato sull’ancorotto, mettendosi a cavalcioni delle patte. Sfinito come era dalla fatica e per le terribili emozioni provate, non si sentiva, almeno per il momento, in grado di salire fino alla scialuppa. L’ingegnere, che vedeva avvicinarsi i due squali con fulminea velocità e che non ignorava che essi possiedono tale slancio da innalzarsi di parecchi metri sopra le onde, con una spinta rovesciò nell’oceano un sacco di zavorra del peso di sessanta chilogrammi, che aveva collocato sul bordo della scialuppa, poi con due furiose strappate capovolse i coni.
Il Washington, scarico di quel peso, s’innalzò rapidamente, nel momento stesso in cui i due squali giungevano a fior d’acqua, proprio sotto l’ancora. Vedendosi sfuggire la preda, con un potente colpo di coda si slanciarono fuori dai flutti con le bocche spalancate, credendo d’inghiottire d’un sol colpo ancorotto e uomo; ma era troppo tardi.
Il Washington che s’innalzava con estrema rapidità trascinando con sé l’irlandese, che si teneva aggrappato con estrema energia alla guide-rope fece perdere ai due feroci mostri ogni speranza: però rimasero in superficie, seguendo con sguardi ardenti la preda che fuggiva in aria.
Il vascello aereo salì fino a mille metri, nonostante il grande salasso fattogli dall’ingegnere per riguadagnare gli strati inferiori dopo la caduta dell’irlandese e del negro; rimase alcuni minuti immobile, come indeciso sulla via da prendere, poi una corrente lo spinse verso il sud-sud-est con una velocità di dodici miglia all’ora.
O’Donnell non lasciava la guide-rope ma non ardiva ancora risalire. Quell’immenso vuoto che lo circondava e quella spaventevole altezza che s’apriva sotto i suoi piedi fino alla superfìcie dell’oceano, lo atterrivano. Aveva per maggior precauzione chiuso gli occhi, temendo che lo cogliesse una vertigine.
“O’Donnell, mio coraggioso amico,” disse l’ingegnere “tenetevi saldo.”
“Non lascio la fune, Mister Kelly,” balbettò il giovanotto: “vi confesso, però che questo vuoto mi spaventa e che mi pare che la testa mi cominci a girare.”
“Avrete forza abbastanza per salire?”
“Lo spero, ma non ora. Sono sfinito ed ho le membra rattrappite.
“Prendete, amico mio.”
L’ingegnere calò fino a lui una bottiglia di whisky già sturata e una cintola di pelle.
“Bevete e legatevi alla guide-rope” disse.
‘”Grazie, Mister Kelly” riprese l’irlandese.
Si assicurò con la cintola per non cadere nel caso che lo cogliesse un capogiro per il forte liquore.
“Mi pare che le forze ritornino” disse dopo alcuni istanti. “Cercherò di raggiungervi, Mister Kelly.”
“Volete che apra le valvole e che ci abbassiamo?”
“No, Mister Kelly: avete sacrificato già troppo gas per raccogliermi. I nodi non sono lontani e mi riposerò”
“Non guardate l’abisso.”
“Chiuderò gli occhi.” Il coraggioso giovanotto sciolse la cintola, si issò, posando i piedi sulle patte dall’ancorotto, respirò alcuni istanti, poi cominciò quella pericolosa salita, adoperando i piedi, le mani e perfino i denti. Non osava guardarsi intorno, poiché si sentiva già prendere da un principio di vertigine, anche tenendo gli occhi chiusi: quell’immensità che si stendeva sotto di lui, lo attirava, lo affascinava.
L’ingegnere, più pallido forse di O’Donnell, seguiva ansiosamente, col cuore stretto d’angoscia, le mosse di lui e cercava di tener ferma la fune, che l’àncora faceva ondeggiare.

Capitolo 19

Il naufrago

Il Washington pareva aver incontrato una buona corrente aerea. Infatti, la sua velocità, che poche ore prima era di dieci o di dodici chilometri, aumentava di minuto in minuto, allontanandolo da quella pericolosa zona delle calme del Tropico e lo trascinava non più verso le regioni ardenti dell’equatore, ma verso climi più freschi, essendo cambiata la sua direzione.
Ora filava con una rapidità di 42 chilometri all’ora, tendendo ad avvicinarsi alle coste settentrionali dell’Africa e più precisamente a quelle dell’Impero marocchino o del gran deserto del Sahara. È vero che la distanza da superare era immensa poiché, secondo l’ultimo calcolo fatto dall’ingegnere avevano raggiunto appena il 21° meridiano, ma con l’aerostato si possono superare in sole dodici ore parecchie centinaia di miglia, anche con vento moderato.
“Se continuiamo così,” disse l’ingegnere all’irlandese, che aveva finito di mangiare e che ora fumava un’eccellente sigaretta, comodamente sdraiato a prua, “vi prometto di farvi vedere ben presto terra.”
“La costa africana?”
“Non ho questa pretesa, O’Donnell, ma se il vento si mantiene stabile, noi avvisteremo domani sera o dopodomani, le prime Canarie.”
“Siamo spinti verso quelle isole?”
“Sì.”
“Bella occasione per andare a vuotare una bottiglia di eccellente Madera.”
“Beone!”
“Quanto distiamo dal continente africano?”
“Circa 1400 miglia in linea retta, ma noi seguiamo ora una linea obliqua che raddoppierà la distanza”.
“Una miseria per il nostro pallone. Per Giove e Saturno, è stata una grande e meravigliosa invenzione quella dei palloni, Mister Kelly.”
“Lo credo, O’Donnell.”
“È ai fratelli Montgolfier che si deve il merito della scoperta?”
“Spetta a loro il merito di aver fatto librare il primo pallone, ma prima di essi altri valenti uomini avevano cercato di innalzarsi nelle alte regioni dell’aria, e forse non sono riusciti per il poco sviluppo raggiunto ai loro tempi dalla fisica e dalla meccanica. Come sempre, gli italiani, che furono alla testa di ogni scoperta, figurano tra i primi ed è uno dei loro grandi uomini, Leonardo da Vinci, che espresse la possibilità di mantenersi in aria. Francesco Lana, anche questi italiano, nel 1670, in una sua memoria pubblicata nella città di Brera, proponeva di fare il vuoto entro due solidissime lastre di rame assicurando che si sarebbero innalzate. Poi vengono gli inglesi, Cavendish nel 1766 dimostra che l’aria infiammabile è più leggera dell’atmosfera; Black nel 1767 asserisce che un pallone si sarebbe innalzato. L’onore di lanciare il primo spetta a un italiano, Cavalli, nel 1782, ma la sua scoperta viene soffocata dall’entusiasmo suscitata dai fratelli Giacomo e Giuseppe Montgolfìer i quali, il 5 giugno 1783, cioè un anno dopo, lanciano la prima mongolfiera ad aria calda.”
“Ma allora il merito di aver innalzato il primo pallone spetta a Cavalli e non ai fratelli Montgolfìer?”
”Sì O’Donnell, ma gli italiani hanno sempre avuto la disgrazia di non far valere i meriti delle loro invenzioni e di lasciarsele poi rubare dagli stranieri. Ai francesi spetta invece il merito di aver dato una grande spinta alla meravigliosa scoperta, e primi fra tutti figurano Blanchard e Pilâtre. Questo Blanchard, un astuto e audace normanno, pretendeva anzi di aver trovato il modo di dirigere i palloni.”
“Ma se questo modo non si è trovato nemmeno oggi!” esclamò O’Donnell.
“Eppure Blanchard diceva di averlo trovato e per dimostrarlo intraprese la traversata della Manica. Dotato di una certa immaginazione, munisce il suo pallone di una specie di parapioggia, la sua navicella di un timone e di remi che erano mossi da una manovella di sua invenzione, e fa le prime ascensioni, le quali naturalmente lo persuadono dell’inutilità dei suoi oggetti. Nondimeno assicura di aver ottenuto dei brillanti successi e il 7 gennaio 1785 s’innalza sulla roccia di Shakespeare, sulle rive inglesi della Manica, in compagnia del dottor Jeffrey, prendendo con sé un sacco di dispacci. Quella volta però al suo parapioggia aveva sostituito una specie di ventilatore, ripromettendosi di operare meraviglie. Il vento li spinge sopra la Manica, ma per errore di equilibrio, gli aeronauti sono costretti a gettare subito dieci sacchi di zavorra, poi gettano i viveri, le tappezzerie di seta della navicella, i loro mantelli e finalmente anche quel famoso ventilatore, i remi e il timone che essi sapevano essere di nessuna utilità, e discendono a Calais, dopo aver seguito semplicemente il filo del vento. Blanchard proclamò sfrontatamente di aver scoperto il modo di dirigere gli aerostati e il pubblico ebbe il torto di credergli. Gli abitanti di Calais gli conferirono la cittadinanza, quel Consiglio municipale acquistò ad alto prezzo il pallone che si conserva tuttora nel Museo di quella città, fu eretta una colonna in memoria di quella traversata e il re di Francia assegnò al furbo aeronauta una pensione annua di mille scudi. Quella semplice traversata bastò per rendere Blanchard celebre e in seguito milionario.”
“Che cosa saremmo diventati noi se avessimo annunciato ed eseguito, a quei tempi, la traversata dell’Atlantico?”
“Uomini immortali, O’Donnell,” disse l’ingegnere ridendo.
“E invece ci prendono a cannonate!”
“L’italiano Zambeccari, lo sventurato aeronauta che morì bruciato, un uomo intelligente e ardito, tiene uno dei primi posti tra i primi navigatori dell’aria, per le sue innumerevoli ascensioni e le sue scoperte. Egli diede ai palloni e alle mongolfiere esatte proporzioni, regolando la forza ascensionale degli uni e delle altre, e modificò notevolmente il sistema adottato da Pilâtre, sostituendo alla paglia, che questi bruciava nel camino per dilatare il gas, una lampada ad olio minerale, ed eliminando il tubo conduttore, avendo constatato la sua assoluta inutilità. Poi viene Robert, poi altri italiani, i Lunardi, gli Andreoli e tanti altri, che apportarono dei miglioramenti negli aerostati e si studiarono di cercarne, ma senza soddisfacenti risultati finora, la direzione.”
“Una domanda. Mister Kelly.”
“Parlate.”
“Se si costruisse un pallone immenso, di una forza ascensionale enorme, potrebbe giungere fino alla luna?”
“Avete intenzione di andarvi a stabilire sulla luna, O’Donnell?” chiese l’ingegnere, schiattando in una fragorosa risata. “Il vostro progetto sarebbe inattuabile, amico mio, perché pare che a una certa altezza l’idrogeno si tramuti in aria calda.”
“Per quale motivo?”
“I fisici non sono ancora riusciti a spiegare questo strano fenomeno. Io so che fu lanciato un pallone dotato di una certa forza ascensionale, privo della navicella e di aeronauti ma munito di strumenti atti a precisare e a conservare le altezze che doveva toccare. Quell’aerostato raggiunse i 20.000 metri, poi cadde precipitosamente, e quando fu ripreso si trovò che conteneva aria calda.”
“Allora rinuncio al mio progetto, Mister Kelly,” disse O’Donnell.
“Vi credo, tanto più che a 20.000 metri sareste morto congelato e asfissiato, senza vedere la luna ingrandita di un millimetro.”
Mentre così discorrevano, la notte era calata e l’aerostato aveva ripreso la sua discesa con una certa rapidità, trovandosi nel mezzo di una corrente di aria piuttosto fredda, quantunque non avesse abbandonato gli ardenti paraggi del tropico. Alle nove aveva già toccato i mille metri e non accennava ad arrestarsi; alle dieci, solo seicento metri lo dividevano dall’oceano. O’Donnell, che era assai stanco si coricò a poppa, mentre l’ingegnere si sedeva a prua fumando una sigaretta, in attesa che trascorresse il suo quarto di guardia. Il vento si manteneva sempre fresco, trasportando il Washington con la velocità di sedici miglia all’ora, ma aveva subito una notevole modificazione nella direzione poiché ora soffiava verso il nord.
Mister Kelly non si inquietava però, anzi si rallegrava quantunque non si avvicinasse alle coste africane. Egli sperava di raggiungere i paralleli europei e di trovare, più tardi, una corrente che lo spingesse verso la Spaglia o il Portogallo.
Verso le undici, volendo guardare i suoi strumenti per accertarsi dell’altitudine e della velocità del vento, accese una candela. Si era appena alzato per accostarsi alla murata di babordo, alla quale erano appesi gli strumenti, quando gli parve di udire echeggiare un grido. Sorpreso al massimo grado, guardò in alto, credendo che lo avesse emesso qualche grosso uccello marino, ma non vide nulla traversare il cielo stellato: guardò giù, ma nulla distinse sulla nera superficie dell’oceano.
“È strano,” esclamò. “Che qualche nave passi sotto di noi? Una nave! Ma si vedrebbero i fanali di posizione, mentre sull’oceano non scorgo alcun punto luminoso.”
Ascoltò alcuni minuti, tendendo gli orecchi e questa volta udì distintamente una voce umana che sbalzava dall’oceano.
“O’Donnell!” gridò.
L’irlandese che aveva il sonno leggero si svegliò bruscamente.
“Tocca il quarto?” chiese.
“Non ancora, ma volevo chiedervi se avete udito un grido.”
“No, Mister Kelly: dormivo come un ghiro.”
“Udite…”
Un grido come una chiamata disperata, era giunto ai loro orecchi. Pareva che venisse dal nord, cioè nella direzione in cui l’aerostato veniva spinto.
O’Donnell benché non fosse superstizioso mormorò:
“Che sia la voce del negro?… Si dice che i morti sull’oceano riappaiono.”
“Fole di marinai,” disse l’ingegnere.
“Ma chi supponete che sia? Qualche grosso pesce forse?”
“No: era un grido umano.”
“Zitto…”
“Ancora?”
Nelle tenebre si udì distintamente una voce argentina, una voce quasi da fanciullo, a gridare: “Help!… Help!”
Kelly e l’irlandese si curvarono sul bordo della scialuppa e scrutarono avidamente la nera distesa dell’Atlantico, sperando di scorgere qualche cosa, ma l’oscurità era troppo intensa.
“È un inglese!” esclamò O’Donnell.
“O un americano,” disse l’ingegnere.
“E mi parve la voce di un fanciullo.”
“Forse è un naufrago.”
“E lo lasceremo perire, Mister Kelly?”
“Ah no!” Fece con le mani una specie di portavoce e gridò con voce tonante: “Chi siete?”
“Un naufrago,” rispose la voce di prima.
“Siete solo?”
“Solo.”
“Potete mantenervi a galla fino all’alba?”
“Monto un canotto.”
“Siete un ragazzo?”
“Un mozzo.”
“Vi salveremo.”
“Grazie, buon signore!”
“Non perdiamo tempo, O’Donnell,” disse l’ingegnere. “Il vento ci trasporta con notevole difficoltà e non bisogna scendere fuori di vista.”
“Sacrificheremo dell’altro gas?”
“È necessario, O’Donnell. Fortunatamente l’idrogeno è condensato, e non ne perderemo molto per abbassarci di cinque o di seicento metri.”
Impugnò le due funicelle che pendevano dai due fusi e con uno strappo aprì le due valvole di sfogo. Tosto in alto udirono dei leggeri scoppiettii e si sparse intorno alla navicella un acuto odore d’idrogeno.
“Spegnete la candela,” disse l’ingegnere.
O’Donnell obbedì, poi calò le due àncore a cono per rallentare la discesa e frenare il pallone. Il Washington si abbassava con un largo dondolio, descrivendo di quando in quando dei giri concentrici.
“Basta,” disse l’ingegnere, lasciando andare le due funicelle.
Le due valvole si chiusero, ma l’aerostato continuò ad abbassarsi con notevole rapidità. I due coni e la guide-rope sommersero e tosto rallentarono la sua marcia discendente, mantenendolo a sessanta metri dalla superfìcie dell’oceano.
“Vedete nulla?” chiese O’Donnell all’ingegnere che aveva puntato un canocchiale da notte.
“Sì, mi pare di scorgere una piccola striscia nera scivolare sull’oceano.”
“È lontana?”
“Tre o quattro chilometri.”
“Allora fra poco il naufrago sarà qui. Come mai un ragazzo si trova perduto in mezzo all’Atlantico e solo?”
“Lo sapremo più tardi. Udite lo sbattere dei remi?”
“Mi pare di udire un lontano rumore. Ci vedrà quel mozzo ?”
“Accendete una torcia: gli servirà da faro.”
La sottile striscia nera avanzava sempre verso il pallone e si distingueva ormai senza bisogno di cannocchiale e si udiva anche nettamente lo sbattere dei remi. In capo a mezz’ora era lontana poche centinaia di metri, su di essa si scorgeva una forma umana di piccole dimensioni, la quale manovrava i remi con grande energia.
“Coraggio, giovanotto!” gridò Mister Kelly.
“Grazie signore,” rispose il naufrago.
In pochi minuti superò la distanza, abbandonò il canotto, si fermò alcuni istanti sul primo nodo della guide-rope per riposarsi, poi si arrampicò con l’agilità di un gatto e raggiunse la navicella.
O’Donnell lo afferrò per le braccia e lo depose nella scialuppa.
“Grazie,” ripeté il naufrago.
Poi, dopo aver girato lo sguardo ardente sulle casse e sui barili che ingombravano la scialuppa, mormorò: “Da bere!… Da bere, signori!… Muoio di sete!”

Capitolo 20

L’isola misteriosa

Quello sconosciuto raccolto solo, morente di sete in mezzo all’immenso oceano, poteva avere quindici anni. Era spaventosamente magro, di statura alta per la sua età, coi capelli biondi, gli occhi grandi, spalancati, di un azzurro profondo, i lineamenti energici ma alterati da una lunga serie di patimenti. Era molto se pesava quaranta chilogrammi, compresi gli stracci che avvolgevano le sue magre membra.
L’ingegnere e O’Donnell, vivamente commossi nel vedersi davanti quel ragazzo ridotto a pelle e ossa, s’affrettarono a portargli una bottiglia di vino e una tazza d’acqua.
Il mozzo respinse la prima ma vuotò tutto d’una fiato la tazza, ripetendo con un fil di voce: “Oh! datemene ancora, signori!…
“Bevi un sorso di questo vino, prima, povero ragazzo,” disse l’ingegnere, “dopo berrai quant’acqua vorrai.”
Il naufrago obbedì, poi vuotò un altro bicchiere d’acqua che l’irlandese gli porgeva. “Grazie, signori,” balbettò.
“Hai fame?” gli chiese l’ingegnere.
“Tanta, signore,” rispose il naufrago. “Sono tre settimane che vivo con un biscotto ogni ventiquattr’ore e tre giorni che il mio stomaco è vuoto.”
“Lo vedo dalla tua magrezza, povero ragazzo. Bagna per ora questi biscotti in un bicchiere di vino: una scorpacciata dopo tanti digiuni potrebbe esserti fatale.”
“Ah! Voi siete buoni, signori,” disse. “Non lo erano certamente quelli della zattera.”
“Di quale zattera intendi parlare?”
“Di quella che montava l’equipaggio.”
“Si è sfasciata?”
“No, signore.”
“Ma perché l’hai abbandonata?”
“Per non venire ucciso e divorato,” rispose il mozzo, battendo i denti per il terrore.
“Quale terribile dramma marino si è svolto in questi paraggi?” mormorò O’Donnell.
“Si è affondata la tua nave?” chiese Mister Kelly.
“Sì, è andata a picco tre settimane fa a milletrecento miglia dalle isole Canarie,” disse il mozzo. “Si chiamava Florida ed era salpata da Baltimora con un carico di bazzeccole, destinata ai porti della Sierra Leone. Una notte si aprì una falla sotto la ruota di prua e il brick cominciò a fare acqua in tale quantità da rendere inutile il lavoro delle pompe. Si misero in acqua le imbarcazioni, ma il caldo aveva disgiunto le tavole e affondarono tutte, eccetto il piccolo canotto che io montavo poco fa. Allora, mentre una parte dell’equipaggio manovrava le pompe, gli altri marinai improvvisarono una zattera. Non avevano ancora terminato di costruirla, che il brick affondò, trascinando con sé il capitano e il secondo di bordo. Nella confusione che accadde in quel supremo istante, furono dimenticati i viveri che erano stati accumulati sul ponte del legno affondante, e si poterono a grande stento salvare tre casse di biscotti e due barilotti d’acqua che ancora galleggiavano. Fu deciso di fare rotta verso l’est, per approdare alle isole Canarie o in qualche punto della costa africana, ma le calme ci sorpresero e rimanemmo lunghi giorni immobili sotto un calore spaventevole. L’acqua ben presto mancò, poi mancarono i biscotti, quantunque venissero misurati con grande parsimonia.
Io avevo notato che i marinai tenevano sovente gli occhi fissi su di me e che poi si radunavano, discutendo calorosamente, ma procurando sempre che la loro voce non giungesse fino a me. Mi nacque un sospetto orribile: che tramassero di uccidermi e poi pascersi delle mie carni. Cinque notti orsono, mentre fingevo di dormire, vidi avvicinarsi a me il mastro d’equipaggio, seguiti da due marinai e udii il primo dire: “È magro come un merluzzo secco: preferisco che la sorte decida.”
“No,” risposero i compagni. “Questo fanciullo sarà la prima vittima della fame. Perché attendere che muoia? Prima o dopo è tutt’uno e noi potremo forse salvarci.”
Poi si allontanarono dicendo: “A domani.”
“Miserabili,” esclamò O’Donnell. “Uccidere un ragazzo!”
“La fame non ragiona, amico mio,” disse l’ingegnere. “Continua, ragazzo.”
“Avevo messo in serbo alcuni biscotti e un mezzo litro d’acqua che avevo nascosto nel cavo di una trave, sotto il tavolato della coperta. Decisi di fuggire senza perdere tempo. Attesi che tutti dormissero, poi salii nel canotto che era ormeggiato a poppa della zattera, m’imbarcai portando con me le poche provviste e mi allontanai dirigendomi verso il sud. Arrancai disperatamente tutta la notte, e all’alba avevo percorso tanto cammino da non scorgere più la zattera. Due giorni dopo avevo consumato i miei viveri, ma continuai a remare, con la speranza di incontrare qualche nave in rotta dall’Europa all’America, finché, stremato di forze, morendo di sete e di fame, stramazzai in fondo al canotto. Mi ero rassegnato a morire, quando, aprendo gli occhi vidi brillare una luce e presso a questa disegnarsi una forma umana…”
“Ero io che avevo acceso una torcia,” disse l’ingegnere. “Devi essere rimasto assai sorpresero nel vedere un uomo in aria.”
“Sì, signore,” rispose il mozzo. “Credetti di sognare, ma avendo scoperto sopra di voi una grande massa nera che rifletteva qua e là i bagliori della torcia, quantunque la cosa mi sembrasse strana, indovinai subito che sopra di me passava un pallone e lancia il mio primo grido.”
“Sei americano?’ gli chiese Kelly.
“Sì, signore, sono virginiano, nato a Richmond e mi citiamo Walter Chidley.”
“Hai parenti a Richmond?”
“No, signore, sono solo al mondo e non li ho mai conosciuti.”
“Ti prendo come mio figlio.”
Gli occhi azzurri del povero mozzo si empirono di lacrime.
“Signore… signore.” balbettò. “Voi siete buono… e vi offro la mia vita.”
“Conservala, mio povero ragazzo,” disse l’ingegnere, commosso. “Benedico questo viaggio che mi ha fatto incontrare due buoni amici.”
“Grazie, Mister Kelly,” disse O’Donnell, stringendogli la mano che gli porgeva. “Questi due amici, come voi volete chiamarli, vi devono la vita.”
“E a voi forse devo la mia salvezza, O’Donnell. Senza di voi non so cosa sarebbe accaduto di me, in compagnia di quel disgraziato Simone.” Poi, volgendosi al mozzo:
“È al nord che si trova la zattera?” gli chiese.
“Lo credo, Mister Kelly.”
“Quanti uomini la montano?”
“Quando l’abbandonai si trovavano a bordo quattordici marinai, ma temo che ora non siano tutti vivi. Qualcuno sarà stato divorato.”
“Se la incontreremo cercheremo di aiutare quei disgraziati. Possiedo ancora dei viveri sufficienti per nutrirci un mese e spero di non aver bisogno di tanto per raggiungere la costa. Coricati su quel materasso, ragazzo mio e riposati: tu devi essere sfinito. Quando ti sveglierai potrai mangiare a piacimento.”
In quell’istante un urto violento fece oscillare fortemente la scialuppa e un nembo di spuma balzò sopra i bordi.
“Le onde!” esclamo O’Donnell, che si era curvato sull parapetto. “Tocchiamo la superficie dell’oceano.”
“Ci eravamo dimenticati di scaricare della zavorra,” disse l’ingegnere. “Questo ragazzo non pesa molto, ma gli aerostati non vogliono saperne di sopraccarichi.”
O’Donnell prese un sacco di zavorra di cinquanta chilogrammi e lo precipitò nell’oceano. Il Washington subito si rialzò, tendendo le corse delle àncore e la guide-rope.
“Vento da sud-ovest,” disse l’ingegnere, gettando uno sguardo sul mostra-vento appeso all’asta della bandiera e un altro alla bussola. “Partiamo!”
Rovesciarono i due coni e trassero a bordo la guide-rope. I due immensi fusi salirono lentamente e, raggiunti i quattrocento metri, si misero a filare verso il nord-est, in direzione delle Canarie.
Il mozzo, stremato dalle lunghe veglie e dai lunghi digiuni, si era coricato e dormiva tranquillamente sul materasso un tempo occupato dal disgraziato Simone; l’ingegnere, che aveva terminato il suo quarto di guardia, l’aveva imitato e O’Donnell si era collocato a prua, fumando. La notte era oscura assai. Uno strato di vapori, che a poco a poco si erano accumulati nelle profondità degli spazi celesti, intercettava completamente la debole luce degli astri. Giù, in fondo, l’oceano brontolava sordamente e si udivano le onde, sollevate dal vento che era diventato assai fresco, urtarsi e sfasciarsi. Di quando in quando, su quei flutti d’inchiostro si vedevano balenare dei punti luminosi che tosto scomparivano. Probabilmente erano pesce-cani, le bocche dei quali, di notte, diventano fosforescenti. Il Washington marciava con rapidità di venti chilometri all’ora, ma la sua direzione non era stabile. Sovente la corrente d’aria cambiava e lo spingeva ora verso il nord ora verso l’est e qualche volta lo ricacciava verso il sud. Alle dieci del mattino, però, la corrente del sud-ovest ebbe il sopravvento e trascinò l’aerostato verso il nord-nord-ovest, con una velocità superiore ai quaranta chilometri all’ora. Se continuava in quella direzione, gli aeronauti non dovevano tardare a scoprire qualche terra.
Alle quattro, mentre cominciava a disegnarsi verso oriente una bianca striscia di luce, una pioggia violenta si scatenò sull’oceano. I vapori che durante la notte si erano condensati sopra quella porzione dell’Atlantico, si scioglievano rapidamente.
Quei grossi goccioloni, cadendo sulla seta dei due palloni, producevano degli strani crepitii e rendevano pesante il vascello, il cui gas non aveva ancora cominciato a dilatarsi.
O’Donnell, che era sempre di quarto, s’accorse ben presto che scendeva verso l’oceano con notevole velocità. Dopo pochi minuti scorse le onde dell’Atlantico a sole quaranta braccia. Svegliò Mister Kelly e lo informò di quella rapida caduta.
“Gettiamo zavorra,” disse l’ingegnere.
“Ne abbiamo gettati altri cinquanta chilogrammi ieri sera, Mister Kelly,” disse l’irlandese.
“È necessario alleggerirci, O’Donnell”.
“Ma fra poco rimarremo senza, se continuiamo questo getto.”
“Abbiamo ancora trecento metri cubi d’idrogeno.”
“Vada la zavorra, dunque.”
Un altro sacco fu gettato. Il Washington s’innalzò con rapidità, attraverso lo strato nuvoloso, inzuppando uomini, coperte e materassi e si arrestò a milletrecento metri, filando sopra le masse vaporose. Lassù il vento soffiava gagliardo, mantenendo la direzione di nord-nord-est, con grande soddisfazione dell’ingegnere che sperava di risalire verso l’Europa, evitando la grande corrente dei venti alisei che potevano spingerlo nell’Atlantico centrale.
Alle otto del mattino, l’aerostato era salito di altri millecinquecento metri avendo cominciato il dilatamento dell’idrogeno a causa del calore solare che era ancora intenso, quantunque gli aeronauti si fossero allontanati assai dal Tropico del Cancro.
Alle dieci, O’Donnell, che stava seduto a prua discorrendo col mozzo, segnalò un grande transatlantico che filava verso l’occidente con una velocità di quarantadue chilometri all’ora e al basso, a circa ottocento metri dalla superficie dell’oceano, si estendevano ancora qua e là dei nuvoloni gravidi di pioggia, i quali erano separati da brevi distanze.
Alle undici, l’ingegnere che da parecchio tempo guardava ostinatamente verso l’est, mostrò a O’Donnell una specie di nebbia, ma che si alzava in forma di cono e che appariva a una grandissima distanza.
“Che cos’è?” chiese l’irlandese.
“Laggiù si estendono le isole Canarie,” rispose l’ingegnere.
“Le Canarie!” esclamò O’Donnell. “È impossibile, signore, che vi siamo giunti così presto!”
“Giunti? Vi è ancora un bel tratto di via da percorrere, amico mio.”
“Se si scorge una delle loro montagne, non devono essere molto lontane.”
“Ma quel picco che voi scorgete è quello di Teneriffa, il quale è tanto alto che lo si scorge dalla distanza di più di duecento chilometri.”
“Abbiamo del tempo per giungere a quell’arcipelago”
“Se mai lo toccheremo, poiché il vento ci spinge al largo di quelle isole.”
“Formano un gruppo considerevole, quelle terre?”
“Le isole sono cinque, la Gran Canaria, Palma, Lanzarate, Geneira, Ferro; poi vengono le isolette di Labos, Roqueta, Alegranza, Santa Giara e Graciosa, ma pare che un tempo fossero undici.”
“È scomparsa l’undicesima?”
“Così si dice.”
“Non si crede forse alla sua scomparsa?”
“Sì e no.”
“Spiegatevi meglio, Mister Kelly.”
“Allora vi dirò che le antiche cronache portoghesi fanno menzione di un’isola che si chiamava S. Bernardo. Si dice che alla prima metà del XV secolo, un vecchio marinaio si presentasse al re Enrico confidandogli di aver veduto nei pressi delle Canarie un’isola abitata da antichi portoghesi e sulla quale sorgevano sette opulente città con grandiosi palazzi. Narra ora la leggenda che un ricco cavagliere portoghese, certo Don Fernando de Ulmo, partisse con due caravelle armate a proprie spese, alla ricerca di quell’isola misteriosa che supponeva abitata da portoghesi fuggiti dalla patria durante l’invasione dei mori, cioè nell’VIII secolo. Fernando de Ulmo sarebbe partito, avrebbe sbarcato a S. Bernardo, splendidamente accolto da parte dei suoi compatrioti i quali lo avrebbero nominato loro adelantado. Ma ecco che comincia una storia meravigliosa e assai stravagante. La leggenda dice che, un secolo dopo, Fernando de Ulmo ritornava a Lisbona…”
“Cent’anni dopo?” chiese O’Donnell.
“Sì, ma è la leggenda che narra questo amico mio. Si fece conoscere, ma lo trattarono da pazzo: più nessuno si ricordava di lui e del suo viaggio all’isola delle sette opulente città, essendo i suoi amici e i suoi parenti morti da molti anni. Un vecchio, però, si rammentò di aver udito raccontare, nella sua gioventù, che un Ulmo era partito per le Canarie e condusse il navigatore presso una tomba dove era scolpito il suo ritratto, che gli somigliava assai, malgrado l’età. Ulmo ripartì per le Canarie per ritrovare la sua isola, ma era scomparsa. Morì poco dopo mentre sul promontorio di Palma cercava avidamente con gli sguardi le tracce di quella misteriosa terra, e fu sepolto nella cattedrale dell’isola.”
“Ma credete che sia realmente esistita quell’isola?”
“E perché no? Le Canarie sono di natura vulcanica e quell’isola può essere stata inghiottita durante qualche terribile commozione del fondo marino. Gli abitanti dell’arcipelago e i naviganti portoghesi e spagnuoli dicono che, di quando in quando, specie allorché i crateri di Teneriffa eruttano e il terremoto scuote le isole, quell’isola riappare a fior d’acqua per poi tornare a inabissarsi.”

Capitolo 21

Madera

Se la corrente che li spingeva ora con grande celerità verso nord-nord-est si manteneva costante, gli aeronauti, dopo tante pericolose avventure passate in quei pochi giorni dacché erravano sopra l’immenso oceano, potevano ancora sperare di raggiungere le coste europee e di sfuggire alla grande corrente dei venti alisei, che scende lungo le coste africane, piegando verso le coste americane all’altezza del Tropico del Cancro. Con una rapida marcia di quarantotto ore e fors’anche meno potevano attraversare la distanza che li separava dal primo parallelo europeo, che taglia dritto le colonne d’Ercole o meglio lo Stretto di Gibilterra. Per un vascello, forse pure dotato d’una macchina a vapore di grande forza, sarebbe stata una pazzia quella speranza, ma con il loro aerostato, che procedeva con la velocità del vento, quello spazio ancora immenso era cosa da poco. Bastava che quella velocità di quarantadue chilometri non diminuisse. Il Washington però, perdeva continuamente gas e non si manteneva a quell’altezza di 3000 metri che a grande fatica. Di quando in quando faceva delle brusche cadute, quantunque da poche ore fosse stato alleggerito di altri cinquanta chilogrammi di zavorra, e penava assai a riprendere il livello iniziale. Le estremità dei due fusi cominciavano a disegnare delle pieghe, che diventavano di ora in ora più considerevoli. E bensì vero che gli aeronauti possedevano trecentocinquanta chilogrammi di zavorra e trecento metri cubi di idrogeno, immagazzinati nei cilindri, tuttavia erano inquieti, perché il vento poteva improvvisamente cambiare ancora direzione e respingerli nell’Atlantico.
Alle quattro pomeridiane l’ingegnere vedendo che il Washington pur continuando la sua rapida marcia, scendeva a vista d’occhio, temendo che sotto quella corrente favorevole soffiassero gli alisei, si decise a rinvigorire i palloni, introducendo nelle loro manichette cinquanta metri cubi di idrogeno ciascuno. Quell’operazione, oltre a far sparire le pieghe, contribuì ad accelerare la marcia, poiché essendo l’aerostato salito a 3000 metri, aveva acquistato una maggiore velocità, dato che la corrente a quella considerevole altezza è più forte.
Verso le otto, un’ora prima che il sole tramontasse, l’ingegnere segnalava un gruppo di isole, che spiccava nettamente sul fondo ceruleo dell’oceano. Quelle isole erano il gruppo di Madera, diventato così celebre per la squisitezza dei suoi vini, che godono di una fama mondiale. Si compone di due terre: Madera propriamente detta, lunga 58 chilometri e larga 22, con i 161.000 abitanti, oriundi per la maggior parte portoghesi, con Funchal, capoluogo, popolata da 25.000 anime, situata sulla costa meridionale, e Porto Santo. Le altre sono semplici scogliere e si chiamano Desertas. Là si gode un’eterna primavera, e molti sono gli ammalati, specialmente i tisici, che vi si recano. Malgrado siano di natura vulcanica e l’acqua scarseggi, sono assai fertili e, oltre al vino, producono in abbondanza biade, patate, canna da zucchero, ma questi prodotti a poco a poco vengono abbandonati, essendo meno remunerativi delle viti. Danno altresì castagne del legno detto sangue di drago, e aranci, e l’oceano che le circonda è ricco di pesci, specialmente sardine, che si prendono in grande quantità.
La scoperta di queste isole, quantunque così vicine alle coste africane ed europee, si deve puramente al caso. È probabile che gli antichi fenici e i Cartaginesi, che visitarono le Canarie, le abbiano vedute molti e molti secoli prima, ma al pari di queste ultime rimasero ignote fino al 1344. Fu in quell’epoca che Roberto Macham, gentiluomo inglese, fu spinto dai venti sulle spiagge di Madera, mentre fuggiva su di una nave con alcuni amici e la figlia del duca di Dorset, che dal padre era stata costretta a sposare forzatamente un alto dignitario del regno, mentre essa aveva giurato eterno amore al giovane gentiluomo. La notizia della scoperta venne recata in Europa dai compagni di Macham, dopo che questi e la sua amante erano morti.
Gli aeronauti, senza bisogno di cannocchiali, distinguevano nettamente le due isole maggiori e le altre minori, essendo l’orizzonte limpidissimo. Quantunque fossero lontani oltre ottanta miglia, l’ingegnere additò ai suoi compagni il monte Ruino, che è il più elevato di tutti.
“È laggiù che si raccoglie quel vino squisito, Mister Kelly?” chiese l’irlandese.
“Sì, amico mio.”
“Ne producono molto quelle isole?”
“Quando le annate sono buone, quei vigneti danno circa 5000 pipe(2), ossia 2.685.000 litri. Nel 1852 quelle isole corsero il pericolo di perdere interamente i loro raccolti a causa della comparsa dell’oidium tuckeri, ma gli abitanti vi posero riparo piantando i vitigni americani.”
“Richiede delle cure speciali quel vino per riuscire così squisito?”
“Quasi nessuna, O’Donnell. Basta esporlo per qualche tempo a un’alta temperatura per renderlo più delizioso, e aggiungervi poi una certa dose di alcool, circa dieci litri in ogni pipa. Anticamente anzi, perché prendesse meglio il caldo, che non dev’essere inferiore ai 50°, s’imbarcavano le botti piene di madera e si trasportavano al di là dell’equatore, e su quelle botti gli inglesi, che hanno sempre esercitato l’esportazione di quel prezioso nettare, applicavano un cartellino su cui era scritto: “Twice passed the line” per indicare che aveva passato due volte la linea dell’equatore e che quindi era perfettamente stagionato.”
“Che sia il terreno che rende così buono quel vino?”
Così deve essere, e pare che la sua fertilità derivi da un terribile incendio che durò sette anni.”
“Ma chi lo accese?”
“I primi navigatori portoghesi: Zarco, Fechevra e Pestrello, per distruggere i grandi boschi che coprivano Madera. Quelle ceneri bastarono per concimare immensamente quei terreni.”
“E a chi venne in mente di piantare delle viti su quelle isole?”
“Ai portoghesi, che piantarono nel 1425 alcune talee fatte venire dall’isola di Cipro. In seguito ne piantarono altre di specie diversa, ottenendo così parecchi tipi di vino.”
“Ma non sono molti anni che questi vini sono diventati celebri.”
“Tutt’altro, caro amico. Fin dal 1445 il navigatore veneziano Ca’da Mosto li fece conoscere, vantandone le squisitezze, e Francesco I, re di Francia, che fu il primo che lo bevette in Europa e confermò la sua straordinaria bontà, rendendolo di colpo famoso.”
In quell’istante l’aerostato virò bruscamente di bordo, descrivendo mezzo giro su se stesso e imprimendo alla navicella un largo dondolìo.
“Cadiamo?” chiesero O’Donnell e il mozzo.
“No,” rispose l’ingegnere; “ma…”
“Cambia la corrente?”
L’ingegnere rispose con un gesto disperato. Si precipitò verso la bussola e impallidì. “Torniamo al sud!” esclamò con voce sorda.
“Al sud!” esclamò O’Donnell. “Si è rotta la corrente?”
“Peggio ancora.”
“Che avviene dunque?”
“Una cosa assai grave: i venti alisei ci hanno afferrato e ci respingono nell’Atlantico!”
“Per centomila corna di cervo!… Siamo perseguitati dal destino?”
Per parecchi minuti un cupo silenzio regnò sull’aerostato, che il vento trascinava con grande rapidità verso le regioni equatoriali. L’ingegnere e l’irlandese si sentivano vinti e si chiedevano con angoscia quale sorte doveva a loro serbare il destino, che pareva avesse giurato la loro perdita, dopo aver fatto balenare in loro la speranza di condurli verso le coste europee.
Se non sopraggiungeva un miracolo, la loro situazione si poteva considerare disperata. La grande corrente degli alisei, che fino ad allora avevano cercato di evitare, non li avrebbe più lasciati, e doveva respingerli in mezzo all’Atlantico, per poi gettarli sulle lontane coste dell’America centrale e forse su quelle del continente meridionale. Si sarebbero mantenuti in aria tanto tempo da riattraversare l’oceano? Non era possibile, coi mezzi limitati che ormai possedevano. Una caduta in mezzo all’Atlantico ora sembrava inevitabile, e quale disastro allora, privi quasi di acqua come erano!
L’ingegnere vinto dalla tristezza che lo invadeva, si era lasciato cadere a prora della scialuppa, con la testa stretta fra le mani; O’Donnell gettava sguardi disperati alle isole che sparivano a poco a poco fra le tenebre calanti rapidamente come un branco di corvi; il solo Walter, il povero mozzo raccolto morente sull’oceano, era tranquillo e pareva chiedersi il motivo della disperazione che accasciava i suoi salvatori.
“Mister O’Donnell,” mormorò timidamente, “è forse il peso della mia persona che ha prodotto il cambiamento di direzione dell’aerostato?”
“No, povero ragazzo,” disse l’irlandese, sforzandosi di sorridere. “È il vento che, invece di avvicinarci alle coste africane o europee, ci trascina verso l’America.”
“Non possiamo fermarci, gettando l’ancora, e attendere un vento più favorevole?”
“A quest’altezza è impossibile, Walter. Tutte le nostre funi riunite non giungerebbero a toccare la superficie dell’oceano. Più tardi, quando l’idrogeno si sarà condensato, cercheremo di fermarci.”
“Volete che annodi le funi?”
“Sì,” disse l’ingegnere scuotendosi. “Bisogna fermarci e non lasciarci trascinare in mezzo all’Atlantico.”
“Sperate in un cambiamento di vento, Mister Kelly?” chiese O’Donnell.
“Spero in un uragano.”
“Segna una vicina perturbazione il barometro?”
“L’ho notato stamane.”
“E romperà la grande corrente?”
“Lo spero, O’Donnell: se non sulla superficie dell’oceano, forse in alto, a tremila, quattromila, a seimila metri, o più sopra.”
“Possiamo abbassarci subito e gettare le àncore, sacrificando un po’ di gas?”
“Ora? Sarebbe un’imprudenza, amico mio, perdere dell’idrogeno, mentre forse il vento ci spingerà attraverso l’Atlantico invece di portarci verso l’Africa. Voglio conservare tutte le forze del Washington per cercare in alto una nuova corrente.”
“Ma scendiamo al sud con grande rapidità, Mister Kelly.”
“Non importa: l’Africa l’abbiamo alla nostra sinistra e per lungo tempo non l’abbandoneremo. Che approdiamo qui o più al sud, sulle coste del Sahara o della Senegambia o della Sierra Leone, cosa importa, ora che l’Europa ci sfugge? Quando il Washington si abbasserà, getteremo le àncore e attenderemo la burrasca per innalzarci più che potremo.”
“E se quell’uragano ci spingesse invece all’ovest?”
“Siamo nelle mani di Dio: accadrà ciò che Egli vorrà.”
“Ritenete che il Washington non possieda forze sufficienti per riattraversare l’Atlantico?”
“Lo dubito, O’Donnell. È vero che i venti, durante gli uragani, acquistano delle rapidità incredibili e che sole 1500 miglia separano le coste della Sierra Leone e il capo brasiliano di San Rocco, ma i nostri mezzi sono ormai scarsi, e cadremmo in mezzo all’oceano, a meno che qualche nave non ci raccogliesse.”
“To’! E i nostri amici, li abbiamo dimenticati? Chissà che non ci cerchino a quest’ora, se i piccioni messaggeri sono giunti all’Isola Brettone.
“Magra speranza, O’Donnell. L’Atlantico è immenso e i miei amici non possono sapere dove il vento ci ha spinto. Non dobbiamo contare che sulle nostre forze.”
“Ma mi sembra, Mister Kelly, che il nostro idrogeno si condensi molto lentamente questa sera. perché non abbiamo ancora cominciato la discesa.”
“Ci troviamo in una corrente d’aria assai calda, e il nostro Washington è stato rinvigorito poche ore fa, ma cadremo, O’Donnell, ve lo assicuro. Intanto annodiamo tutte le funi disponibili e prepariamoci a calare i nostri coni.”
Il Washington come aveva giustamente notato O’Donnell, non accennava a scendere, quantunque la temperatura si fosse abbassata di alcuni gradi. Si manteneva ancora a 2500 metri di altezza, filando verso il sud con una rapidità di ben sessantadue chilometri all’ora. Se quel vento non rallentava, il Washington doveva perdere l’intero vantaggio acquistato durante la giornata e ritrovarsi nei paraggi delle Canarie, che aveva lasciato verso le undici del mattino. Alle dieci però la discesa dell’aerostato cominciò, ma era assai lenta. Calava in ragione di trecento o trecentocinquanta metri all’ora, mentre invece la rapidità del vento aumentava. A mezzanotte l’ingegnere segnalò ai suoi compagni un punto luminoso, che si scorgeva verso l’est.
“Una nave?” chiese O’Donnell.
“No,” rispose Mister Kelly, che aveva puntato un cannocchiale in quella direzione. “È un bagliore lampeggiante, sarà il faro di Teneriffa o dell’isola del Ferro.”
“Di già alle Canarie? E la corsa aumenta!”
Alle tre del mattino l’aerostato si trovava a soli duecento metri dalla superficie dell’oceano. L’ingegnere fece gettare i due coni, che si riempirono subito d’acqua, immobilizzando il vascello aereo.
“Riposiamo,” disse poi. “Non corriamo alcun pericolo.”
I tre aeronauti, che avevano vegliato fino ad allora e che cadevano dal sonno, si coricarono sui loro materassi e si addormentarono profondamente, cullati dolcemente dalla grande corrente degli alisei.

Capitolo 22

La zattera dei naufraghi

Dormivano da due ore quando vennero bruscamente svegliati da urla acute, da spari e da alcune scosse violentissime che facevano sobbalzare l’imbarcazione, rovesciando i barili e le casse.
Sorpresi, non sapendo a che cosa attribuire quelle vociferazioni, che diventavano sempre più potenti, e quei colpi d’arma da fuoco, balzarono in piedi, precipitandosi verso i bordi della navicella.
Alle prime luci dell’alba, scorsero sotto di loro una grande massa oscura, che ancora non si poteva ben distinguere e sulla quale vedevano dimenarsi come ossessi parecchie forme umane.
“Una nave?” chiese O’Donnell.
“Ma no” rispose l’ingegnere. “Non vedo alcun albero.”
“La zattera! “esclamò il mozzo, impallidendo e rabbrividendo.
“Odo la voce di Mac-Canthy e di Niell!”
“Per mille fulmini!” urlò una voce ruvida. “Scendete, o facciamo fuoco!”
“Chi siete?” gridò l’ingegnere, facendo portavoce con le mani.
“Naufraghi!” urlarono dieci o dodici voci.
“E che cosa volete da noi?”
“Eh, per mille code di Belzebù!” tuonò una voce rauca.
“Qui si crepa di fame!”
“State tranquilli” disse l’ingegnere. “Appena farà un po’ chiaro cercheremo di soccorrervi.”
“Ah! Aspettate della luce, signor passeggero dell’aria!” ghignò quella voce. “Le mie budella non sono in grado di aspettare i vostri comodi, e nemmeno quelle dei miei compagni.”
“Gentile come un orso l’amico.” disse O’Donnell.
“È Mac-Canthy il più brutale dell’equipaggio, Mister O’Donnell” disse il mozzo. “Guardatevi da lui.”
“Dunque,” riprese il marinaio “Corpo di un vascello sventrato! Scendete, sì o no?”
“Ehi, quell’uomo!” gridò l’ingegnere “Ci prendete per dei negri, o per i vostri provveditori?”
“Negri o bianchi, noi ce ne infischiamo, e vi dico che giacché vi abbiamo incontrati, ci darete da mangiare. Non siamo cani noi, signor passeggero dell’aria.”
“Ed io vi dico che, se continuate su questo tono, taglio le funi e vi lascio senza una briciola di pane” ribatté Mister Kelly.
Quella minaccia produsse un grande effetto sui naufraghi e una furiosa reazione contro il ruvido marinaio.
“Chiudi il becco, corvo malaugurato!”gridarono alcuni.
“Abbasso Mac-Canthy! Signor aeronauta, abbiate compassione di noi che moriamo di fame! Non abbandonateci in nome di Dio!”
“Vi prometto di soccorrervi, ma lasciate andare le funi, o guasterete il mio pallone.”
“No, non ci sfuggirete, signore urlarono i naufraghi, con accento minaccioso.”
“Ve lo prometto, parola di yankee.”
“Siete un compatriota?… Viva l’America!”
L’alba si avvicinava rapidamente, facendo impallidire gli astri. Fra pochi minuti il sole doveva spuntare e versare i suoi ardenti raggi sull’oceano.
La zattera, poiché era proprio quella che il mozzo aveva abbandonata sei giorni prima, era ormai visibile.
Era un ammasso informe di legnami, di travi, di pennoni, di pezzi di fasciame, di tavole legate con cordami e catene, e sormontato da un troncone d’alberetto, da cui pendeva una vela stracciata.
Undici uomini montavano quella zattera, undici miserabili, coi volti bestiali, le membra ischeletrite dai lunghi digiuni, con le barbe arruffate e coperti di stracci Alcuni impugnavano delle scuri e due tenevano dei fucili; pareva che minacciassero il pallone, decisi a rovinarlo con una scarica, piuttosto di lasciarlo andare.
A prua di quello strano galleggiante, gli aeronauti scorsero, non senza un fremito d’orrore, gli avanzi di due scheletri umani gettati dietro a due barili sfondati. Non ci voleva molto a comprendere che quegli sciagurati, rosi dalla fame, si erano pasciuti delle carni di quelle due vittime.
“Orrore!” esclamò O’Donnell. “Questa è una seconda edizione del naufragio della Medusa…”
“La fame non discute, O’Donnell” disse l’ingegnere. “Orsù, cerchiamo di soccorrerli nel limite delle nostre forze.”
“Ci lasceranno liberi poi?”
“Taglieremo le funi.'”
“E le nostre àncore?”
“Piuttosto di farmi trascinare sulla zattera, preferisco sacrificarle.”
“Temo che quest’incontro ci porti sfortuna, Mister Kelly.”
L’ingegnere non rispose. Esaminò rapidamente la sua dispensa, scelse parecchie scatole di carne conservata, ammucchiò in una cassa qualche decina di chilogrammi di biscotti, vi unì dello zucchero e delle scatole di tonno.
“Caliamo questi viveri” disse. “Mettendosi a razione, quegli uomini possono vivere qualche giorno e guadagnare le Canarie, che non sono lontane.”
“Ma non abbiamo funi per calare questa cassa” disse O’Donnell.
“La faremo scorrere lungo una fune di un’ancora. Aiutatemi, amici.”
I naufraghi, comprendendo che il soccorso stava per giungere, avevano cessato le loro grida minacciose, ma non abbandonarono i due coni, che avevano tratti presso la zattera per impedire la fuga dell’aerostato.
Coi visi in aria, gli occhi fissi, non perdevano di vista una mossa degli aeronauti.
L’ingegnere e O’Donnell, legata la cassa attorno alla fune dell’ancora poppiera, la lasciarono andare gridando: “Attenti alle teste!”
La cassa filò lungo la fune e piombò sopra il cono. I naufraghi vi si precipitarono sopra urtandosi e respingendosi per essere i primi a metter le mani su quei viveri, la tirarono a bordo e con pochi colpi di scure la sfondarono. Ad un tratto un urlo di furore scoppiò fra quei disgraziati.
“E l’acqua!… Noi vogliamo dell’acqua!” urlarono, tenendo le mani raggrinzite verso gli aeronauti.
“Ne abbiamo appena per noi” disse l’ingegnere.
“Dateci la vostra acqua, canaglie!” tuonò Mac-Canthy.
“Ti schiaccio nel cranio una palla, brigante!” urlò O’Donnell. “La canaglia sarai tu!”
“A me amici!” gridò il marinaio. “Tiriamoli giù!”
“Sì, giù, giù, o dateci la vostra acqua!” urlarono i marinai furiosi.
L’ingegnere raccolse il winchester e lo armò risolutamente, mentre O’Donnell impugnava una scure, pronto a tagliare le funi.
“Il primo che tocca le àncore lo uccido come un cane!” tuonò Mister Kelly con tono minaccioso.
I naufraghi, lungi dal calmarsi a quella minaccia, inferocirono maggiormente: si precipitarono sulle funi e diedero una tale strappata, da abbassare l’aerostato di parecchi metri.
“Tagliate, O’Donnell!” gridò l’ingegnere.
L’irlandese con due colpi di scure assestati sui bordi della navicella, sui quali poggiavano le due funi, liberò l’aerostato, il quale fece un balzo in aria.
Vedendo fuggire e precipitare le funi, i naufraghi emisero urla feroci. I due uomini armati alzarono le armi e fecero fuoco.
Una palla passò fischiando rasente il bordo poppiero della navicella e si perdette altrove; l’altra non fu udita.
O’Donnell, furibondo, armò una carabina, e la puntò contro la zattera, ma l’ingegnere lo trattenne. “È inutile” disse. “Lasciateli: la fame e la sete non ragionano.”
“Sono canaglie, Mister Kelly, che non conoscono la riconoscenza. Avrei cacciato ben volentieri una palla nel corpo a quel brutale Mac-Canthy.”
“È lui che voleva mangiarmi”” disse il mozzo.
“Ma spero che sarà lui il mangiato, Walter” disse O’Donnell.
Il Washington intanto s’innalzava rapidamente, alleggerito com’era di quei duecento e più metri di funi e di coni. I naufraghi nondimeno continuavano le loro minacce e tiravano coi loro fucili, quantunque l’aerostato fosse ormai fuori portata. La loro rabbia parve che non avesse più limiti, dopo che si erano accorti della presenza di Walter, e si udiva la rauca voce di Mac-Canthy che urlava: “Scendi, cane di un mozzo!”
Vedendo il Washington dirigersi verso il sud, quegli uomini, che parevano diventati pazzi, si precipitarono sulla vela, che in un istante fu bracciata sul filo del vento, poi s’armarono di tavole e di pennoni, mettendosi ad arrancare con furore: però dovettero ben presto convincersi dell’inutilità dei loro sforzi. La distanza cresceva rapidamente, di secondo in secondo: le loro grida divennero fioche, poi non si udirono più; la zattera rimpicciolì a poco a poco e finalmente fu perduta di vista.
“Che l’oceano v’inghiotta, canaglie!” esclamò O’Donnell che era ancora esasperato. “Bel modo di ricompensarci dei viveri che abbiamo loro gettato.”
“Le privazioni li hanno resi feroci, O’Donnell disse l’ingegnere. “Nel loro caso noi, forse, ci saremmo condotti egualmente.”
“Che il diavolo se li porti! Ecco delle àncore perdute, che forse rimpiangeremo.”
“Questo é vero, O’Donnell, poiché ormai noi non possiamo più fermarci. Siamo in balìa dei venti.”
“Perdita grave e …” Si era arrestato col viso in aria, fiutando l’atmosfera. Ad un tratto impallidì ed emise una sorda imprecazione.
“Mister Kelly” disse con voce alterata “sentite odore di gas.”
“Sì, sì” disse l’ingegnere.
“Che una valvola si sia aperta o che… ?”
“Una valvola?… È impossibile. O’Donnell. Qualcuno ha guastato i nostri palloni.”
“Una palla di quelle canaglie, forse?”
Kelly, che non era meno agitato dell’irlandese, salì sull’asta che sosteneva la scialuppa, e ascoltò con profondo raccoglimento.
In alto, udì dei leggeri scoppiettii.
“Infami!” esclamò. “E io li ho soccorsi!”
Ridiscese in preda ad una sorda collera: se la zattera si fosse trovata ancora sotto il pallone, non avrebbe forse più trattenuto O’Donnell, che voleva rispondere alle palle di quei miserabili con la grossa carabina.
“Ebbene?” chiese l’irlandese con ansietà.
“L’idrogeno fugge” rispose l’ingegnere.
“Ci hanno traversato un pallone quei naufraghi?”
“Sì e forse tutti e due.”
“Sono ferite gravi?”
“Sì, O’Donnell, perché fra poco quei fori s’ingrandiranno, e noi cadremo sull’oceano.”
“Se provassimo a turarli? Non v’è qualche mezzo?”
“Sì, cucirli, ma chi salirà fino ai fusi?”
“Io, Mister Kelly.”
“No, Mister O’Donnell” disse il giovane Walter, “è affar mio.”
“Non avrai paura delle vertigini, ragazzo mio?” chiese l’ingegnere .
“Sono un mozzo, Mister Kelly.”
“Ma ci troviamo ad una spaventevole altezza, Walter: a 3300 metri.”
“Non avrò paura” rispose il ragazzo con voce ferma.
“Ma può scivolarti una mano o un piede e tu potresti piombare nell’oceano” disse O’Donnell.
“Lascia che vada io.”
“Voi siete troppo pesante, O’Donnell” disse l’ingegnere “e potete squilibrare il fuso. Preferisco che salga Walter, che non pesa molto.”
“Grazie, Mister Kelly” rispose il ragazzo.
L’ingegnere frugò in una delle casse ed estrasse del filo di seta, degli aghi e una scatoletta contenente una vernice assai densa e molto attaccaticcia, che mandava un acuto odore di resina. Consegnò quei diversi oggetti al mozzo, dicendogli: “Non perdete tempo, mio bravo ragazzo. Ogni minuto che passa è un metro cubo di gas che sfugge.”
Walter intascò gli oggetti, si levò le scarpe per non guastare la seta dei palloni e per essere più sicuro dei piedi, poi si aggrappò alle funi e s’arrampicò coraggiosamente sull’asta sostenente la scialuppa.
“Hai paura?” gli chiesero O’Donnell e l’ingegnere. “Se ti coglie un principio di vertigine, scendi.”
“Il vuoto non mi spaventa” rispose il ragazzo con voce ferma.
S’aggrappò alla rete e s’innalzò sopra quello spaventevole abisso aperto sotto i suoi piedi. Di maglia in maglia raggiunse il margine inferiore del fuso di tribordo e si issò sul suo fianco, cercando i buchi aperti dalla palla.
Il fuso, sotto quel peso aggrappato al suo fianco, si spostò, inclinandosi verso l’esterno, ma essendo solidamente legato all’altro non si rovesciò.
“Ci sei?” chiese l’ingegnere, che non scorgeva più il mozzo.
“Sì, Mister Kelly” rispose Walter.
“È un buco o uno strappo?”
“E uno strappo lungo sei centimetri; e ne vedo uno più lungo sull’altro fuso.”
“Puoi turare le ferite?”
“Lo spero, Mister Kelly.”
Il mozzo si mise subito all’opera. Le palle, invece di aver attraversato i fusi aprendo due fori, come dapprima l’ingegnere aveva sospettato, li aveva sfiorati di fianco, producendo però due strappi considerevoli, attraverso i quali il gas fuggiva con grande impeto, scoppiettando. Si potevano turare ma, prima che l’operazione fosse terminata, una parte considerevole di idrogeno doveva fuggire, compromettendo grandemente la stabilità del Washington il quale cominciava ad abbassarsi rapidamente, inclinandosi sul tribordo.
Walter, legatesi un fazzoletto sulla bocca e sul naso per non venire asfissiato dal gas che irrompeva attraverso l’apertura, si mise rapidamente al lavoro, mentre l’ingegnere e O’Donnell preparavano i cilindri contenenti l’idrogeno compresso per iniettarlo nelle manichette dei fusi.
Malgrado il mozzo cucisse rapidamente, il Washington si piegava sempre più e s’abbassava rapidamente, anzi precipitava. In cinque minuti era calato di 1500 metri e non si arrestava ancora.
L’ingegnere che vedeva avvicinarsi l’oceano con grande rapidità, aprì il primo cilindro e lanciò nel fuso riparato i primi quaranta litri di idrogeno. Il Washington si raddrizzò e la sua discesa si arrestò, anzi si mise a salire, dapprima lentamente, poi con una certa rapidità, finché raggiunse i 3200 metri.
Il mozzo aveva terminato la cucitura. La coprì con parecchie pennellate di vernice, si assicurò che non vi fossero altre aperture, poi ridiscese, passò altro fuso e ripeté l’operazione sulla seconda ferita, che era più grave dell’altra. Pareva fosse stata fatta con un proiettile tagliente.
“Hai finito?” gli chiese l’ingegnere.
“Sì, Mister Kelly.”
“Grazie, mio bravo ragazzo. Rinforziamo anche il secondo fuso.”
“Resisteranno le cuciture?” cinese O’Donnell.
“Non ho la pretesa che non lascino sfuggire il gas” disse l’ingegnere, “ma infine la perdita sarà minore e, forse, potremo sostenerci in aria qualche giorno ancora.
“E poi?… il vento ci spinge sempre al sud, Mister Kelly e la costa è lontana.”‘
L’ingegnere non rispose, ma emise un profondo sospiro.

Capitolo 23

Gli ultimi sforzi del Washington

La situazione degli aeronauti del Washington diventava di momento in momento più grave, e la riuscita della grandiosa traversata stava per naufragare, quando già stavano per avvistare al costa del continente africano.
Pareva proprio che la fatalità perseguitasse quegli audaci figli dell’aria. Afferrati dalla grande corrente degli alisei, che li trascinava verso il sud e che più tardi doveva respingerli nell’Atlantico centrale, appena toccato il 30° parallelo, potevano considerarsi come perduti.
Il Washington, già infiacchito dalla continua perdita di gas, che ora diventava più rapida a causa di quelle disgraziate palle, non doveva sorreggersi ancora molto. I suoi giorni, forse le sue ore di vita erano contate. Fra breve, consumata la poca zavorra che ancora restava e i pochi metri cubi d’idrogeno che possedevano nei cilindri, gli aeronauti sarebbero caduti in mezzo all’immenso Atlantico per non più sollevarsi. È bensì vero che possedevano la scialuppa, ma con quella scarsa provvista d’acqua si preparavano per loro tristi giorni.
E la corrente lungi dal calmarsi, aumentava rapidamente la corsa, come se fosse ansiosa di ricacciarli lontano da quelle coste da loro tanto sospirate e delle quali avevano scorto le prime isole! Quale ironia del destino!..
Il Washington filava alla velocità di sessantadue chilometri all’ora, mantenendosi ad una distanza di circa quattrocento chilometri dal continente africano. Alle otto aveva già raggiunto il 20° parallelo e correva in direzione delle Isole del Capo Verde, che dovevano fra breve comparire sull’orizzonte meridionale. Alle dieci l’ingegnere, che interrogava ansiosamente la superficie dell’oceano, le segnalò verso il sud-est. Apparivano come punti nebbiosi ma ingrandivano rapidamente, prendendo maggior consistenza.
Quelle isole si trovano a circa 500 chilometri dalla costa africana; esse sono quattordici ed hanno complessivamente una superfìcie di 43.385 chilometri quadrati e una popolazione di 70.000 anime, per la maggior parte negri. Sono isole di origine vulcanica, d’aspetto montuoso, coperte di boscaglie, il clima è caldissimo e poco salubre. Malgrado ciò, producono riso, granturco, banane, agrumi, poponi e anche dell’uva, che sotto quel clima bruciante matura due volte all’anno. La loro principale ricchezza consiste però nel sale, che gli abitanti ricavano in grande copia mediante l’evaporazione.
Se il Washington si fosse trovato sul filo delle isole, l’ingegnere si sarebbe affrettato a scendere piuttosto di lasciarsi trasportare in mezzo all’Atlantico, ma il vento lo spingeva fra esse e la costa africana, mantenendolo ad una distanza di oltre quaranta chilometri da Bonavista, che è l’isola più avanzata verso l’est.
Alle nove gli aeronauti distinguevano nettamente il monte Fogo, che s’innalza per 2982 metri sull’isola omonima, e con l’aiuto dei cannocchiali scorsero anche parecchi punti biancastri agitarsi sulle onde dell’oceano e dirigersi verso di loro.
“Che quegli abitanti ci abbiano visti?” disse O’Donnell.
“Lo credo” rispose l’ingegnere. “L’atmosfera è pura e il nostro Washington si può distinguere ad una grande distanza.”
“Che disgrazia il non poterci fermare!” disse O’Donnell, sospirando. “Saremmo certi di venire raccolti.”
“Non possediamo più le àncore, mio povero amico.”
“Dannati naufraghi! Ci è costato caro, ben caro l’averli aiutati!”
“E vero, O’Donnell, ma inutili sono i rimpianti.”
“Credete che quei naufraghi riescano a salvarsi?”
“Lo credo, avendoli incontrati a breve distanza dalle Canarie; e poi questo tratto d’oceano è frequentato dalle navi a vela che scendono fino alle isole del Capo Verde per approfittare degli alisei.”
“Potessimo incontrarne una anche noi!”
“Speriamo!”
“Continuando a scendere in questa direzione, non troveremo più alcuna terra?”
“Nessuna. Ma la nostra direzione non tarderà a cambiare, O’Donnell, e verremo spinti verso l’ovest.”
“Pure, Mister Kelly, mi sembra che il vento ci spinga invece verso l’est. Guardate il monte dell’isola Fogo, che pare si allontani sulla nostra destra.”
“By God!” esclamò l’ingegnere. “È vero.”
“Che qualche nuova corrente ci abbia presi?”
“Non lo credo, ma è un fatto, però, che noi ci avviciniamo alla costa africana, descrivendo una linea obliqua. Che l’aliseo vada ad urtare contro il Capo Verde, prima di piegare verso l’occidente? Sarebbe una bella fortuna, amico mio.”
“Se giungeremo in tempo ad avvistarla.”
“Perché?”
“Perché cadiamo, e rapidamente Mister Kelly.”
“Ancora!” esclamò l’ingegnere, con accento di dolore. Si chinò sul bordo della navicella e fece un gesto di rabbia. “Miserabili!” esclamò. “Quei naufraghi ci hanno rovinati.”
“Che si siano riaperti gli strappi?”
“Non credo, ma il gas sfugge attraverso le cuciture.”
“Volete, signore, che vada a spalmarle di vernice?” chiese il mozzo.
“È inutile, Walter: fra mezz’ora saremmo da capo. Rinforziamo i fusi col gas che ci rimane.”
“Quanta zavorra ci rimane da gettare?”
“Circa duecento chilogrammi. Aiutatemi, amici.”
“Una parola, Mister Kelly. Se si introducesse il gas nei palloncini interni, non si otterrebbe un effetto migliore e più durevole?”
“Avete ragione, O’Donnell. L’idea è buona e non so come mi sia sfuggita. Affrettiamoci, che l’oceano ci è vicino.”
Il Washington cadeva. Il suo gas, dopo tanti giorni. perdeva rapidamente la sua forza ascensionale, come un uomo che un lungo digiuno sfinisce.
Scendeva di minuto in minuto, descrivendo delle larghe oscillazioni e virando frequente di bordo.
Gli aeronauti che udivano sempre più distinti i muggiti delle onde, diedero prontamente mano alla manovra, che doveva essere l’ultima, perché dopo non doveva rimanere nella navicella più di un metro cubo d’idrogeno.
L’ingegnere, aiutato dai suoi amici, aprì le due manichette dei palloncini e lasciò sfuggire l’aria, provocando una nuova e più rapida caduta dei fusi e introdusse, invece di quella, l’idrogeno che ancora possedeva.
La forza ascensionale del Washington si manifestò bruscamente, come per incanto. L’aerostato, che si trovava già a soli venticinque o trenta metri dall’oceano, fece un balzo immenso nell’aria elevandosi a duemilacinquecento. Il lancio in mare della pompa premente, che non era più di nessuna utilità, ora che i palloncini interni non potevano più ricevere l’aria, e di alcune casse vuote, lo portò a 3000 metri.
Quel salto straordinario ebbe il vantaggio di far trovare una nuova corrente aerea, che spingeva diagonalmente, sopra gli alisei, in direzione della costa africana. La speranza, per un momento perduta, cominciò a rinascere nei cuori degli aeronauti.
La velocità di quella corrente era molto considerevole, più forte di quella che spirava anteriormente, poiché toccava i settanta chilometri all’ora.
Essendo lontani circa quattrocento chilometri dalla costa africana, potevano giungervi prima delle quattro pomeridiane.
“Come dormirei volentieri sotto un frondoso albero!” esclamò O’Donnell. “E forse questa sera potrò distendere le mie gambe sopra un soffice e fresco tappeto d’erba!”
“Se il vento non cambia direzione, noi ceneremo in Africa, O’Donnell” aggiunse l’ingegnere.
“E accenderemo un bel fuoco!”
“E fors’anche vi metteremo sopra un arrosto. La selvaggina abbonda in Africa”
“Mangerei una bistecca di leone, Mister Kelly. Ma dove cadremo?”
“Nella Senegambia, se manteniamo la rotta attuale.”
“C’è pericolo di venire massacrati dai negri?”
“No: quei negri sono sudditi francesi e non ardiranno toccarci.”
“Hurrah per la Senegambia, dunque!”
“Non ci siamo ancora.”
“Ci giungeremo, Mister Kelly: il cuore me lo dice.”
“Ma il cuore sovente s’inganna, O’Donnell.”
Intanto il Washington continuava la sua corsa verso la costa africana, mantenendo la diagonale che pareva dovesse passare nei pressi del Capo Verde. Per quanto il gas continuasse a sfuggire attraverso le cuciture, pure si manteneva a quella grande altezza mercé i due palloncini, che serbavano la forza ascensionale sempre a quel livello.
Alle due, O’Donnell, che puntava dì frequente il cannocchiale verso l’est, volendo scoprire la costa africana, segnalò delle macchie grigiastre che apparivano sulla superfìcie dell’oceano e verso il nord a una grande distanza.
“L’Africa!” esclamò con voce alterata dalla commozione.
“Di già?” chiese l’ingegnere.
Prese il cannocchiale che O’Donnell gli porgeva e guardò attentamente nella direzione indicata.
“Sì,” diss’egli “laggiù si stende il continente africano. Quella striscia che si vede al nord dev’essere il Capo Verde.”
“E quelle isole?” chiese O’Donnell. “Sono quelle che si stendono dinanzi alla foce del Gambia: Santa Maria e Sanguonar, ne sono certo.”
“Dunque noi ci troviamo ora?…”
“A 13° 30′ di latitudine e a 19° di longitudine.”
“Troveremo dei bianchi laggiù?”
“Sì, e numerosi. I francesi hanno parecchie fattorie sulle isole degli Elefanti, degli Ippopotami degli Uccelli e di Saffo, e una importantissima ad Albreda; e ne hanno pure gl’inglesi lungo il fiume, e posseggono una piccola colonia, quella di Bathurst, sull’isola di Santa Maria.”
“Mi spiacerebbe cadere nelle loro mani, Mister Kelly. Voi sapete che sono ricercato dalla polizia.”
“Cadremo su territorio francese o sulle terra del piccolo reame di Bar. Ecco la foce del fiume, chee comincia a disegnarsi nettamente. Fra venti minuti ci libreremo sopra le isole dell’estuario.”
“No, Mister Kelly.”
“Perché?”
“Mi pare che il vento abbia fatto un salto, come dicono i marinai.”
“Ma ci spinge sempre all’est.”
“No, Mister Kelly” disse O’Donnell con voce soffocata. “Pieghiamo verso il sud.”

Capitolo 24

La costa africana

O’Donnell che da qualche minuto teneva gli occhi fissi sui grandi fusi, non s’ingannava. La corrente degli alisei aveva bruscamente cambiato direzione, piegando verso sud. La vicinanza delle catene dei monti che sorgono nell’interno della Senegambia, correndo parallelamente alla costa, obbligava quella corrente, giunta a quel punto, a deviare lungo le spiagge; oppure un’altra, proveniente dal settentrione, più rapida e più potente, l’aveva rotta? Comunque fosse, il fatto sta che il Washington ancora una volta veniva respinto da quelle coste e proprio nel momento che stava per toccarle.
“Innalziamoci!” disse l’ingegnere, con voce agitata. “Forse in alto possiamo ritrovare la corrente che ci trascinava all’est.”
“Gettiamo la zavorra?”
“Tutta, O’Donnell. Se ci lasciamo sfuggire quest’occasione siamo perduti.”
“Vada la zavorra dunque! Poi accadrà quello che Dio vorrà.”
Era forse una grande imprudenza privarsi di quel peso che più tardi poteva sollevarli, ma bisognava tentare di tutto per non perdere quelle coste che fuggivano come la Fata Morgana dei deserti africani. O’Donnell ed il mozzo afferrarono i sacelli e li precipitarono nell’oceano. Il Washington scaricato di quei centonovanta chilogrammi, s’alzò con rapidità fulminea. Gli aeronauti si sentirono come soffocare in quella vertiginosa ascensione, mentre attorno a loro la temperatura si abbassava bruscamente, diventando fredda, come se un crudo inverno fosse piombato su quelle regioni del sole. L’aerostato varcò i 3000 metri senza arrestarsi, poi i 4000, poi i 5000 e s’arrestò cento metri più sopra. Gli aeronauti trasportati quasi di colpo in quelle alte regioni, dove regna il cosiddetto “male della montagna”, caddero nel fondo della scialuppa, colpiti da uno stordimento generale e da un principio di asfissia. Si sentivano presi da nausee e da vertigini, la loro faccia era congestionata, il ventre gonfio mentre i polsi battevano febbrilmente e come volessero spezzarsi, mentre un freddo intenso li irrigidiva.
“Mister Kelly, dove siamo?” chiese O’Donnell con voce fioca. “Siamo stati trasportati fra i ghiacci della baia di Hudson?”
“Siamo a 5100 metri, in una regione dove l’ossigeno diminuisce la sua tensione, non penetrando più nel nostro sangue in quantità sufficiente.”
“Mi sento tutto scombussolato e provo delle nausee.”
“E anch’io,” disse il mozzo. “Si direbbe che mi assalga il mal di mare.”
“I nostri disturbi cesseranno presto poiché il Washington fra poco scenderà in regioni più respirabili.”
“Andiamo verso l’est, almeno. Mister Kelly?” chiese l’irlandese, facendo uno sforzo por sollevarsi.
“No!” rispose l’ingegnere coi denti stretti. “Siamo immobili.”
“Non c’è corrente ?”
“Nessuna.”
“Ne troveremo più sotto?”
“Lo sapremo più tardi.”
“Oh! che spettacolo! L’Africa è a due passi!…E quel fiume?”
“È il Gambia.”
“Si direbbe un gran nastro d’argento disteso su un tappeto verde.”
“Sì, un nastro di 1500 chilometri di lunghezza e largo 24 alla foce.”
“Che panorama, Mister Kelly! Vale la pena di sfidare le nausee per godere simile spettacolo.”
“Purché questo spettacolo non si muti per noi in un altro terribile.”
“Perché?”
“Scendiamo.”
“Ancora!… Decisamente il nostro pallone è diventato tisico.”
“Scherzate di fronte a una simile prospettiva?”
“Cerco di essere un po’ allegro all’ultimo istante, considerato che l’essere di cattivo umore non porterebbe alcun cambiamento.”
“Vi ammiro, O’Donnell.”
“Grazie, Mister Kelly.”
“Di che cosa?”
“Di avermi prolungato la vita fino ad oggi.”
“Ma forse fra poco io vi trascinerò con me laggiù.”
“Bah! Abbiamo la scialuppa.”
“È vero, e ora che ci penso, conto di servirmene.”
“Per toccare la costa?”
“L’avete detto.”
”Ecco una splendida idea che c’è sempre sfuggita. Quanto distiamo dal Gambia?”
“Forse quaranta miglia.”
“Una semplice passeggiata.”
“Sì, caro amico, se non troviamo più sotto una corrente che ci spinge verso terra, apriremo le valvole e caleremo sull’oceano.”
“Aspettiamo, dunque!”
Il Washington calava lentamente: il gas sfuggiva attraverso il tessuto e dalle lacerazioni; già le estremità dei due grandi fusi ricadevano, formando grandi pieghe. La costa africana non era lontana più di quaranta miglia e si distingueva ormai nettamente. Il Gambia, questa grande arteria che attraversa la parte inferiore (la superiore è la costa del Senegal) della regione conosciuta sotto il nome di Senegambia, appariva distintamente per un tratto immenso. Si vedevano i suoi affluenti di destra e di sinistra scorrere attraverso le folte boscaglie. Con l’aiuto del cannocchiale, si scorgevano perfino le lontane cascate del Barraconda, che si trovavano a 400 chilometri dalle foci e le isole degli Elefanti, degli Ippopotami, degli Uccelli, di Saffo.
Alle cinque, un clamore assordante e parecchi spari giunsero agli orecchi degli aeronauti. Si curvarono sui bordi della scialuppa e s’accorsero di essere sopra Bathurst, la principale borgata dell’isola di Santa Maria. Si scorgevano la chiesa, la scuola, le abitazioni dei negri e le fattorie inglesi e francesi. Numerosi punti neri popolavano le vie e si agitavano correndo ora da un lato ora dall’altro e dei lampi balenavano di qua e di là.
“È la popolazione che ci invita a scendere,” disse l’ingegnere.
“Scendiamo, Mister Kelly.”
“Vedo davanti al villaggio grossi punti neri, e quelli là sono navi.”
“E che importa?”
“Mi preme salvarvi. O’Donnell. Forse fra quelle navi si trova qualche stazionario inglese o qualche incrociatore e non vi lascerebbe scappare.”
“Volete che sappiano chi siamo?”
“Il nostro viaggio deve aver fatto molto rumore anche in Europa; la vostra fuga sarà stata notificata a tutti i consoli delle città delle coste europee e africane, e le navi da guerra saranno state a loro volta informate.”
“Lo credete?”
“So quanto sono cocciuti gli inglesi, amico mio. Sono certo che sono stati dati ordini severi per riprendervi nel caso che il pallone scendesse su uno dei loro territori o in vista d’una delle loro navi. L’Inghilterra, dovreste saperlo, non perdona ai feniani.”
“È vero, Mister Kelly, ma io non vorrei che, per salvare me, naufragaste in mezzo all’oceano.”
“Saprò regolarmi e cercherò di scendere lontano da quelle coste, ma non tanto da non poterle riafferrare.”
In quell’istante, l’aerostato si piegò verso sud-est e si mise a filare in quella direzione lentamente, allontanandosi dall’isola.
“Il vento!” esclamò O’Donnell.
“E spira in favore” disse l’ingegnere.
“Dio sia…” L’irlandese non finì. Una formidabile detonazione era echeggiata sull’oceano, soffocandogli la frase.
“Che cosa succede?” chiese impallidendo.
“Una nave a vapore!” gridò Walter.
Una nave si era staccata dall’isola e seguiva l’aerostato a tutto vapore.
“Che vengano in nostro aiuto?” chiese O’Donnell.
“In nostro aiuto?” esclamò l’ingegnere. “No, O’Donnell, quella nave ci dà la caccia per prenderci. Io non mi ero ingannato!”
“E una nave da guerra inglese?”
“Sì, vedo sul ponte le giacche rosse della fanteria marina.”
“Dunque voi credete?…”
“Che quella nave sappia già chi siamo noi e soprattutto chi siete voi.”
“È impossibile, signore!”
“E perché?”
“Non vi è un solo pallone nel mondo e chissà quanti altri hanno fatto delle ascensioni dopo la nostra partenza.”
“Ma il mio Washington ha una forma speciale e noi soli abbiamo tentato questa grande traversata.”
Un’altra detonazione echeggiò sull’oceano. L’ingegnere tese le orecchie ma non udì fischio di proiettile.
“È un colpo a salve,” disse. “Sapete che cosa significa per le genti di mare?”
“Un’intimidazione di fermarsi?”
“Sì, e per noi di scendere, sotto pena di venire cannoneggiati.”
“Era destino che io dovessi ricadere nelle loro mani,” disse O’Donnell con rassegnazione. “Mi prendano dunque.”
“Non vi hanno ancora in mano, O’Donnell.”
“Che cosa volete fare, Mister Kelly?”
“Salvarvi.”
“Ma non vedete che il pallone scende e che il vento ci porta con una velocità di appena dieci miglia l’ora? Fra pochi minuti quella nave sarà qui.”
“Sfido l’equipaggio a salire fino a noi.”
“Ma presto lo vedremo.”
“Non così presto.”
“Non abbiamo più zavorra da gettare.”
“Abbiamo i barili, i cilindri, le casse, le armi, le munizioni e in ultimo il battello. Ah! signori inglesi, non ci prenderete così facilmente.”
“Ma se ci prendono, vi arresteranno come mio complice.”
“Bah! Sono americano io, non sono loro suddito e non oseranno toccarmi.”
“Grazie, Mister Kelly,” esclamò O’Donnell con voce commossa. “Vi devo la vita.”
“Lanciate andare i ringraziamenti, mio buon amico, e prepariamoci a vuotare la scialuppa. È necessario, per salvarvi, toccare le coste africane e scendere assai lontano dalle rive.”
“Il vento ci spinge verso la costa?”
“Non direttamente, ma fra poche ore io spero di scendere fra i boschi dell’interno.”
Intanto la nave, che bruciava tonnellate di carbone per accrescere la sua velocità, si avvicinava molto rapidamente. Era un incrociatore della portata di mille o milleduecento tonnellate, attrezzato a goletta, assai lungo e stretto. A poppa, sul picco della randa, sventolava la bandiera inglese e sull’albero di maestra il grande nastro delle navi da guerra. Non era possibile ingannarsi sulle sue intenzioni, dopo quei due colpi a salve. Senza dubbio la partenza del Washington era stata segnalata a tutte le navi da guerra inglesi nei porti occidentali dell’Europa e dell’Africa. Ormai sapevano che il feniano O’Donnell era fuggito con l’ardito aeronauta e tutte dovevano aver ricevuto l’ordine di arrestarlo, prima che scendesse in qualche Stato.
Vedendo quel grande aerostato venire dall’ovest, il comandante della nave doveva aver sospettato d’avere a che fare col Washington il solo che doveva venire dalla parte dell’oceano, e si era prontamente messo in caccia, deciso forse di rovinarlo a colpi di cannone, prima che andasse a cadere in mezzo alle grandi foreste della Senegambia, su territorio francese e dove non avrebbe potuto lanciare i suoi uomini senza suscitare delle gravi complicazioni diplomatiche.
Il Washington cadeva. Non era più che a milleduecento metri dalla superficie dell’oceano e non s’arrestava.
Ormai gli aeronauti distinguevano nettamente l’equipaggio inglese schierato sulla tolda dell’incrociatore, gli ufficiali ritti sulla passerella di comando e il cannone di prua che aveva fatto fuoco.
“Affrettiamoci,” disse l’ingegnere. “Quegli uomini non scherzano e ci prenderanno a cannonate se s’accorgono che noi, invece di scendere, cerchiamo di innalzarci.”
In quell’istante una voce tuonante s’alzò sul ponte dell’incrociatore.
“Scendete!”
L’ingegnere non si degnò di rispondere e spiegò la sua bandiera dell’Unione.
“Scendete o facciamo fuoco!” ripete la voce.
“Ve lo dicevo, O’Donnell che quei volponi si sono accorti chi siamo e donde veniamo?” disse l’ingegnere.
Si curvò sulla poppa della scialuppa, imboccò un megafono e gridò: “Che desiderate?”
“Che scendiate,” rispose una voce tuonante.
“Con quale diritto?”
“Di nave da guerra.”
“Sono suddito dell’Unione Americana io, e non ho conti da rendere alle navi di S. M. Britannica.”
“Voi portate un suddito inglese: il condannato Harry O’Donnell.”
“Non lo conosco.”
“Scendete o facciamo fuoco.”
“Andate all’inferno!” urlò l’ingegnere furioso.
Poi, volgendosi verso O’Donnell, che conservava un sangue freddo ammirabile, e al mozzo disse rapidamente: “Gettate!”
L’irlandese e Walter a quel comando rovesciarono nell’oceano i cilindri, le casse, i barili, le vesti di ricambio, i materassi, le coperte, tutto quanto ingombrava la scialuppa. Sul ponte della nave s’alzò un clamore furioso, poi scoppiarono quindici o venti colpi di fucile, ma l’aerostato era già fuori di portata. Scaricati da quel peso, aveva fatto un salto immenso, toccando i 3700 metri.
“Buon viaggio!” gridò l’ingegnere ironicamente. “Spero di farvi correre!…”

Capitolo 25

L’inseguimento

La caccia al Washington cominciava. Gli inglesi, furiosi di vedersi sfuggire la preda, che credevano di tenere ormai in mano, avevano lanciato la loro nave a tutto vapore. Sapendo di non poter sbarcare su quelle coste, che appartenevano al Sultano di Bar, e perciò sotto il protettorato della Francia, si preparavano a far tuonare il cannone per far cadere l’aerostato in mare prima che toccasse terra. Fortunatamente per gli aeronauti, a quell’altezza il Washington aveva incontrato una corrente più rapida, che lo spingeva con una velocità di venti miglia all’ora, avvicinandolo alla costa, distante dodici o quindici miglia. Quella corrente fu la loro salvezza, perchè spingendoli con velocità superiore a quella della nave, permise a loro di mettersi fuori di portata dei colpi di cannone.
Gl’inglesi non potendo ottenere il rialzo necessario per lanciare i loro proiettili con il cannone di prua, avevano fatto per portare in coperta un mortaio, ma prima che questo fosse posto in batteria, l’aerostato aveva guadagnato uno spazio tale da far perdere loro ogni speranza di servirsi vantaggiosamente di quel pezzo. Si misero a sparare col cannone di prua, che doveva avere una lunga portata, ma le palle non giungevano tanto alte, non avendo il pezzo l’inclinazione necessaria. Ricadevano tutte nei pressi dell’aerostato, ma senza giungere sino a destinazione. Si misero a inseguirlo precipitando nei forni tonnellate di carbone per raggiungere la massima velocità. Se non potevano gareggiare con lui, non volevano perderlo di vista.
“Ci vogliono morti” disse l’ingegnere a O’Donnell. “Quei furfanti non rinunciano all’inseguimento, ma spero di sfuggire ai loro colpi di cannone.”
“Andiamo sempre a sud-est?”
“Sempre. Fra un paio d’ore ci libreremo fra le isole Bissagos e la costa.”
“Rimarremo in aria tanto?”
“Lo spero. Nel caso sono deciso a calare la scialuppa e a raggiungere la costa per mare. Ormai la traversata l’abbiamo compiuta, e gli abitanti di Bathrust e quella nave che ci dà la caccia, possono attestarlo.”
Intanto il Washington continuava a guadagnare metri sugli inseguitori, i quali rimanevano sempre più indietro malgrado la loro macchina funzionasse rabbiosamente.
Il vento, che si manteneva fra le diciotto e le venti miglia di velocità, lo spingeva parallelamente alla costa, ma sempre più avvicinandolo.
Gli aeronauti, coi cannocchiali, potevano scorgere gli abitanti delle borgate, che appartengono alla vigorosa e intraprendente razza mandinga, correre lungo la costa per seguire con gli sguardi, fin dove potevano, il pallone.
Alle sei il pallone cominciò a scendere: l’idrogeno sfuggiva rapidamente attraverso le cuciture fatte dal mozzo e che forse si erano riaperte sotto la spinta interna. Fortunatamente gli aeronauti avevano un vantaggio di otto miglia sull’incrociatore e le palle non potevano giungere sino a loro. Essendo però ancora lontani dalla costa, gettarono gli ultimi oggetti che possedevano, una parte delle munizioni, barometri, termometri, gli ultimi viveri e perfino la loro scarsa provvista d’acqua. Non conservarono che l’ancorotto, che era necessario per la discesa, una fune e le loro armi, delle quali non volevano disfarsi che all’ultimo momento. Il Washington si risollevò ancora, riacquistando i seicento metri che aveva perso.
“Se non possiamo approdare sulla costa, caleremo su una di quelle isole” disse l’ingegnere.
“Non ci prenderanno gl’inglesi?”
“Quando cadremo non ci scorgeranno più e non sapranno dove siamo atterrati.”
“Verremo ben accolti da quei negri?”
“Non lo so, O’Donnell. Le Bissagos sono isole ancora poco note.”
“Se vorranno farci una brutta accoglienza, venderemo cara la pelle!”
“Ricadiamo!” disse il mozzo.
“Povero Washington esclamò O’Donnell. “Si sgonfia rapidamente.”
“Temo che si siano riaperte le cuciture,” disse l’ingegnere. “Sento odore di gas. ”
“Si vede ancora la nave?”
“Sì. eccola laggiù che fuma come un vulcano, ma non può gareggiare con noi, quantunque il vento sia debolissimo.”
L’aerostato intanto continuava a scendere. Precipitava bruscamente di due o trecento metri per volta, come se le forze gli venissero improvvisamente meno, poi si arrestava, girando su se stesso, quindi ricadeva. E non vi era più nulla da gettare. Ben presto agli orecchi degli aeronauti giunse il fragore delle onde: l’oceano non era che a seicento metri, ma le isole Bissagos erano a pochi chilometri.
“Prepariamoci ad abbandonare il Washington” disse l’ingegnere con una certa emozione.
“Non lo salveremo dunque?” chiese O’Donnell, con dolore, “Io amo questo bravo pallone, che ci ha portati attraverso l’Atlantico.”
“È impossibile, O’Donnell. Le onde, che su queste coste sono assai violente, imprimeranno alla nostra scialuppa tali scosse da affondarla, se non la liberiamo dall’aerostato.”
“S’innalzerà solo, allora?”
“Sì. O’Donnell.”
“E dove cadrà?”
“Chi può dirlo? Forse assai lontano da qui, nell’interno della costa della Sierra Leone, o più oltre.”
“I negri lo crederanno la luna.”
“È probabile, O’Donnell, e chissà quanti preziosi talismani e feticci faranno con la seta.”
Il Washington s’abbassava bruscamente con estrema rapidità. Pareva che tutto ad un tratto fosse diventato estremamente pesante.
“Ecco quello che temevo” disse l’ingegnere. “Preparatevi a tagliare le funi!”
“Siamo pronti!” risposero O’Donnell e il mozzo.
“Gettatevi ad armacollo i fucili e mettete delle munizioni nelle tasche. Non si sa mai ciò che può accadere.”
Il Washington precipitava sempre descrivendo però una traiettoria obliqua anziché verticale, essendo un po’ sorretto dal vento. A quattrocento metri cadde dritto, rapidità vertiginosa.
“Tenetevi stretti alle funi” ebbe appena il tempo di gridare l’ingegnere.
La scialuppa non era che a pochi metri dall’oceano, i cui cavalloni muggivano sinistramente, come se fossero ansiosi d’inghiottire quell’immensa preda che cadeva dalle alte regioni dell’atmosfera. Ad un tratto gli aeronauti si trovarono fra le onde. La scialuppa, lasciata cadere così precipitosamente si era immersa, ed i marosi l’avevano coperta e rovesciata.
“Tagliate le corde!” gridò l’ingegnere.
“Affondiamo!” gridò O’Donnell. “La scialuppa è persa”
“Tagliate ed aggrappatevi alla rete. Forse risaliremo. O’Donnell e il mozzo, che non avevano perso il loro sangue freddo, con pochi colpi di coltello recisero le funi. La scialuppa, piena d’acqua com’era, calò a picco, ma gli aeronauti avevano avuto il tempo di aggrapparsi alla barra di sostegno.
Il Washington, alleggerito di quell’ultimo peso ebbe ancora la forza di risollevarsi a cinquecento metri, trasportando con sé l’ingegnere e i suoi compagni, che si erano seduti sull’asta stringendo con disperata energia le corde.
“È finita!” disse O’Donnell
“Tenetevi stretti, amici” disse l’ingegnere.
“Ricadremo in mare?”
“Lo temo, ma le isole sono a pochi passi da noi.”
Infatti, davanti a loro si stendevano le isole Bissagos. La più avanzata non distava che un miglio, e il vento spingeva l’aerostato verso di essa. Guardarono attentamente la spiaggia, ma non videro alcun abitante. Girando però lo sguardo verso l’ovest, scorsero un piccolo bastimento che veleggiava lungo le coste dell’isola, a una distanza di tre o quattro miglia.
“Un altro legno da guerra?” disse O’Donnell.
“No: è un piccolo veliero, un cutter mercantile.” Disse l’ingegnere. “Guardate: l’equipaggio vira di bordo e mette la prua verso le coste settentrionali dell’isola.”
“Che ci abbiano scorti?”
“Sì, O’Donnell, vengono in nostro aiuto.”
“Giungeranno in tempo?”
In lontananza si udirono alcune detonazioni; era l’equipaggio della piccola nave che avvertiva gli aeronauti di averli visti. O’Donnell scaricò la grossa carabina che aveva salvato dal naufragio, mentre l’ingegnere scaricava il suo revolver.
“Vengono,” disse Kelly, “ma quando giungeranno qui noi saremo già caduti.”
“Vedete la nave da guerra?” chiese O’Donnell.
“No” rispose l’ingegnere, che si trovava più in alto di tutti, essendosi aggrappato alle maglie.
“Nemmeno il fumo?”
“Mi pare di vedere laggiù come un sottile pennacchio.
“Tanto meglio. E quel piccolo legno cosa sarà?”
“Senza dubbio uno di quei legnetti che fanno il traffico delle coste per conto delle fattorie.”
“Speriamo che non sia inglese.”
“Probabilmente sarà francese o portoghese.
“Cadiamo” disse Walter.
“Non avrai paura, povero ragazzo?” chiese l’ingegnere.
“No, signore” rispose il mozzo con voce ferma.
“Procura di tenerti sempre vicino a me” disse O’Donnell.
“So nuotare, signore, e le onde non mi fanno paura.”
“Bravo ragazzo!”
“Attenzione!” gridò l’ingegnere.
Il pallone cadeva a mille passi dalla spiaggia della prima isola. Si arrestò ancora un momento, poi precipitò fra le onde come una palla di cannone, ma appena gli uomini furono immersi, si sollevò bruscamente, tendendo le funi.
“Tenetevi stretti!” gridò l’ingegnere. “Ci sorreggerà fino alla spiaggia.”
Il mare era agitato, le larghe ondate dell’Atlantico si frangevano contro quell’arcipelago di isole e isolotti e contro la costa africana, producendo quei furiosi flutti. I marosi si scagliavano rabbiosamente addosso agli aeronauti, quasi fossero bramosi di strapparli, li coprivano di spuma, li sbattevano in tutti i sensi assordandoli con lunghi muggiti. I due grandi fusi, che risentivano le scosse subite dai tre uomini, si abbassavano, poi si rialzavano, giravano su se stessi e si piegavano ora da un lato, ora dall’altro. Il vento, che s’ingolfava entro le loro pieghe, li trascinava però verso l’isola.
Ad un tratto, fra i muggiti delle onde echeggiò un grido. Quasi contemporaneamente O’Donnell e l’ingegnere si sentirono tratti bruscamente fuori dall’acqua e trascinati rapidamente in alto.
“Gran Dio!” esclamò O’Donnell, aggrappandosi prontamente alla rete. “Che cos’è accaduto?”
“Walter! Walter!” gridò l’ingegnere, mentre l’aerostato, scaricato di quel peso, s’innalzava ancora in aria.
Il mozzo, che le onde avevano strappato dall’asta alla quale era aggrappato, ricomparve fra la spuma nuotando vigorosamente e additò la spiaggia, lontana duecento metri.
Il Washington, malgrado fosse quasi mezzo vuoto e inzuppato d’acqua, fu trascinato sopra i grandi boschi che coprivano l’isola.
“Si salverà quel povero ragazzo?”
“Nuotava vigorosamente” risposero l’ingegnere. “Toccherà la spiaggia senza fatica.”
“Lo ritroveremo?”
“Lo cercheremo, O’Donnell. Cadiamo ancora.”
“Sui boschi?”
“Meglio così: attenueremo l’urto. State attento ad aggrapparvi ai rami.”
“Vedete il piccolo bastimento?”
“Sì, sta doppiando il capo settentrionale dell’isola.”
In quell’istante il sole scomparve all’orizzonte. Il Washington precipitava sopra i grandi boschi dell’isola.

Capitolo 26

Le isole Bissagos

L’arcipelago delle Bissagos forma un gruppo considerevole di isole, situato non di fronte al Gambia, come si vede generalmente nelle carte geografiche, ma tra la foce del Rio Grande e la costa della Sierra Leone e più precisamente fra il Capo Rosso e la Punta Verga.
Quantunque queste terre si trovino così vicino ai possedimenti francesi della Senegambia, sono pochissimo note, e ben pochi esploratori si sono avventurati su quelle coste che godono di pessima fama. Si sa che sono assai boscose e che sono abitate da una popolazione bellicosa e crudele, dai Bigiuga, guerrieri valentissimi, i quali si sono impadroniti delle isole fluviali, cacciando e sterminando i pacifici Biafri che prima le occupavano.
Come si vede, gli aeronauti del Washington stavano per cadere su di un isola assai pericolosa: però al momento né l’ingegnere né O’Donnell s’inquietavano. A loro bastava toccare terra prima di venire respinti nell’Atlantico dove avrebbero trovato la morte.
Come si disse, nel momento in cui il sole scomparve, il Washington cominciò a precipitare con grande velocità, come se tutto d’un colpo si fosse riempito di ferro. Fortunatamente, invece di cadere su di un terreno scoperto, piombava in mezzo a una fitta foresta, che alzava in aria dei rami giganteschi.
“Non abbiate paura, O’Donnell,” disse l’ingegnere. “I rami ci serviranno da paracadute.”
“Sono abituato ai capitomboli. Mister Kelly.” rispose l’irlandese.
“Vi raccomando di non lasciare la rete prima che io dia il segnale, o uno di noi sarà trascinato ancora in aria.”
L’aerostato cadeva sempre. La distanza scemava con rapidità spaventevole: pareva agli aeronauti che la foresta volasse loro incontro.
“Attenzione ai rami O’Donnell!” gridò l’ingegnere. “Badate di non farvi infilzare.”
Un istante dopo il Washington precipitava sulla cima del bosco. Trovando un punto d’appoggio, tentò di rialzarsi un’ultima volta, ma le maglie della rete s’impigliarono fra i rami, e fu trattenuto violentemente. Il vento però lo sbattè e lo trascinò per alcuni passi, sventrandolo contro le punte degli alberi.
Il gas sfuggì con lunghi crepitii attraverso le fenditure, la seta si sgonfiò rapidamente, e i due fusi si ripiegarono sui rami, pendendo fino a terra come due immensi stracci.
“Povero Washington” esclamò O’Donnell, con accento di dolore.
“È finita” rispose l’ingegnere con un sospiro.
“Scendiamo, Mister Kelly?”
“Siete ferito?”
“No, signore.”
“A terra, dunque.”
Si erano aggrappati ai rami di un albero di dimensioni colossali, un vecchio baobab. Scivolarono lungo i rami che s’incurvavano verso terra e si lasciarono cadere in mezzo ad alcuni fitti cespugli. Stavano per rialzarsi, quando si videro piombare addosso trenta o quaranta uomini di alta statura, color della liquirizia, coperti da pochi cenci e armati di lance e di fucili lunghissimi e di antico stampo. L’aggressione fu così rapida e inaspettata, che O’Donnell e l’ingegnere si trovarono ridotti all’impotenza prima di poter far uso delle loro armi.
“Che vuol dire?” chiese O’Donnell, furioso. “E così che si trattano le persone che cadono dal cielo, in queste isole? Giù le zampe, furfanti!”
I negri invece di obbedire strinsero più robustamente i due aeronauti, emettendo grida formidabili e sgambettando come scimmie che si divertano. Ridevano, si battevano il ventre, che risuonava come un tamburo, e parlavano senza arrestarsi, ripetendo sovente la parola: tubaba!
“Tubaba!” esclamò O’Donnell. “Che vuol dire? Voi capite qualche cosa, Mister Kelly?”
“No, O’Donnell, ma forse qualcuno conoscerà il francese, questi negri, di quando in quando, hanno dei contatti coi trafficanti della Senegambia.”
“Provate a interrogarli. Sarei curioso di sapere che intendono fare di noi.”
“Che cosa desiderate da noi?” chiese l’ingegnere, in francese.
Udendo quella domanda un grande negro, che portava al collo una scatola vuota di sardine di Nantes e sul capo un berretto sformato e stracciato che pareva essere appartenuto a qualche ufficiale di marina, rispose nella stessa lingua: “Vogliamo condurvi da Umpane.”
“Chi è questo Umpane?”
“Il re dell’isola.”
“Come si chiama quest’isola?’
“Orango.”
“Ci avete teso un agguato?”
“Vi abbiamo veduti cadere e siamo corsi qui per mangiare l’uccello che vi portava.”
L’ingegnere scoppiò in una risata.
“Va a mangiarlo il nostro uccello” disse.
“È fuggito? Non vedo che la sua pelle.”
“Sì, è fuggito dopo essersi sbarazzato della sua prima pelle” disse l’ingegnere sempre ridendo. “Dove andiamo ora?”
“Alla tabanca di Umpane.”
“Conduceteci da lui, dunque.”
Ad un comando del negro che pareva fosse il capo, il drappello si mise in marcia, circondando i due aeronauti, ai quali avevano preso le armi, e portando con sé le spoglie del pallone dopo averle fatte in lunghi pezzi. Aprendosi il passo fra i fitti cespugli che ingombravano il bosco, e girando e rigirando fra i tronchi giganteschi dei baobab, delle palme d’elais e dei manghi che crescevano sulle rive delle paludi, dopo mezz’ora giunsero dinanzi a un villaggio situato a breve distanza dalle sponde dell’oceano e composto di un centinaio di capanne più o meno vaste e di lunghi fabbricati che parevano magazzini. Udendo le grida del drappello, una folla di negri si precipitò fuori dalle capanne, recando dei rami accesi e circondando i prigionieri senza però, per il momento, manifestare intenzioni ostili. Le grida divennero così acute, che l’ingegnere e O’Donnell furono costretti a turarsi gli orecchi.
“Che concerto!” esclamò l’irlandese, più seccato che spaventato.
“Una banda di scimmie urlanti non farebbe di più.”
“Dov’è il re?” chiese l’ingegnere al negro dal berretto.
“Laggiù” rispose questi additando una grande capanna circolare, difesa da una palizzata di bambù e appoggiata a un boschetto di aranci.
“Conducimi da lui.”
Il negro e la sua scorta respinsero la folla con una grandine di legnate e condussero gli aeronauti verso la grande capanna. Il re, senza dubbio informato del loro arrivo, li aspettava sulla porta.
Era un brutto negro di trentacinque o trentott’anni, coi lineamenti feroci, gli occhi obliqui che tradivano la doppiezza dell’anima, il naso ricurvo come il becco d’un pappagallo e la carnagione d’un nero lucido perfetto. Portava ai fianchi un sottanino ornato di perle di vetro, di denti di animali selvaggi e di code di scimmie, alle gambe un paio di lunghi stivali sfondati, sul capo un vecchio cappello a cilindro, ammaccato e senza tesa, adorno di etichette, di scatole di sardine, e in mano un bastone da capomusica. In attesa degli stranieri, stava rosicchiando con visibile soddisfazione un pezzo di sapone profumato. Vedendo i due aeronauti, mosse loro incontro seguito da parecchi dignitari e da alcuni guerrieri armati di vecchi fucili, e li guardò per alcuni istanti con curiosità, poi interrogò il capo della truppa, il grande negro dal berretto. Vedendo che la conversazione si prolungava assai e non comprendendo che cosa dicessero, l’ingegnere si fece innanzi e domandò: “In conclusione, che desidera Sua Maestà negra?”
“Nulla per ora” rispose il negro dal berretto. “Domani il grande sacerdote deciderà della vostra sorte.”
“Che intendi dire? È la libertà incondizionata che noi reclamiamo, essendo uomini liberi; al tuo re nulla dobbiamo: ci lasci dunque andare per i fatti nostri.”
“Deciderà il grande sacerdote.”
“Me ne infischio del vostro sacerdote.”
“Bada, bianco, che tu sei straniero qui e che i Bigiuga sono potenti.”
In quell’istante dalla parte dell’oceano risuonò una detonazione, che pareva prodotta da un cannoncino. L’ingegnere e O’Donnell si volsero da quella parte, mentre i negri alzavano urla acute, e al pallido chiarore della luna, che allora si alzava all’orizzonte, videro approdare il cutter che s’era volto in soccorso del Washington mentre questo stava per precipitare nelle onde.
“Siamo salvi” gridò O’Donnell.
Una voce argentina, ma squillante, partì dalla piccola nave: “Mister Kelly!… Mister O’Donnell…”
“Walter!” esclamarono gli aeronauti.
Un uomo bianco armato di fucile e di rivoltelle, era sbarcato e muoveva rapidamente verso i negri, seguito dal mozzo e da otto negri armati di fucili a retrocarica.
“Indietro!” gridò in lingua portoghese. “Dov’è Umpane?”
I Bigiuga, che pareva lo conoscessero, fecero largo e l’uomo bianco avanzò verso gli aeronauti stupiti stendendo la mano e dicendo: “Sono felice di liberarvi da queste canaglie, Mister Kelly e Mister O’Donnell. Ora accomoderò ogni cosa.”
“Grazie, signore” risposero i due aeronauti, vivamente commossi e stringendogli la mano.
“So chi siete.” riprese lo sconosciuto “e donde venite, e lo sapevo prima che raccogliessi il vostro mozzo. L’ardita vostra impresa era conosciuta anche sulle coste africane.”
Poi mentre l’ingegnere e l’irlandese abbracciavano il mozzo lo sconosciuto si volse verso Umpane, dicendogli con voce brusca: “È così che tratti i miei amici? Bisognerà che mi decida a non approdare più alla tua isola e che vada a vendere altrove il mio arak e la mia polvere da sparo.”
“Ma questi nomini sono caduti dal cielo” disse il re, pure in portoghese, “Forse che ti apparteneva quel grande uccello?”
“Sì era mio” rispose il bianco con grande serietà.
“Allora ne manderai uno al tuo amico Umpane?”
“Nel mio prossimo viaggio te ne porterò uno.”
“E non fuggirà lasciandomi la pelle?”
“T’insegnerò il modo di impedirgli di fuggire. Ma tu devi consegnarmi questi due bianchi che sono miei amici.”
“Lo permetteranno le divinità dell’isola?”
“Interrogale.”
Ad un cenno del re si fece innanzi un vecchio negro, che si era affrettato a coprirsi con un pezzo di seta del Washington ornandolo di code di scimmie, di denti umani, di scaglie di testuggine e di perle di vetro. Alla cintola portava un coltellaccio, che pareva essere stato affilato di recente.
“Che cosa sta per succedere, signore?” chiese l’ingegnere al portoghese.
“Si sta per decapitare un disgraziato gallo, Mister Kelly” gli rispose.
“E che cosa ha a che fare un gallo con noi?”
“Questi superstiziosi negri pretendono che le divinità dell’isola risiedano nel corpo d’un gallo, e manifestino le loro intenzioni coi contorcimenti dell’innocente vittima. Se il gallo, nel dibattersi, cadrà dalla vostra parte, gli dei vi permetteranno di andarvene: se si allontana, allora sarà una faccenda seria. Fortunatamente conosco quel volpone di sacerdote e con un regalo farò in modo che le cose vadano bene.”
“Lo credete?”
“L’ho già fatto avvertire che riceverà una delle mie rivoltelle.”
In quell’istante fu recata la vittima. Era un grosso gallo tutto nero, che faceva sforzi disperati per liberarsi dalle mani di due alti dignitari che lo tiravano per le zampe e per la testa. Il grande sacerdote scambiò un rapido sguardo col portoghese, poi con un colpo di coltello decapitò la vittima, la quale andò proprio a cadere ai piedi dell’ingegnere e di O’Donnell.
“Le divinità li proteggono, Umpane” disse il sacerdote con accento solenne.
“Andate,” disse il re con un certo malumore. “Siete liberi. Ma trattengo le vostre armi e la pelle del grande uccello.”
“Te le lasciamo di cuore” disse il portoghese.
Poi mentre uno dei suoi uomini donava al grande sacerdote la rivoltella, disse: “Affrettiamoci signori. Quella canaglia di Umpane potrebbe pentirsi.”
I negri ad un cenno del re aprirono le file. e i due aeronauti, il portoghese, il mozzo e l’equipaggio si diressero rapidamente verso il Cutter e s’imbarcarono.
“Ti raccomando il grande uccello!” gridò Umpane.
“Tè lo manderò” rispose il portoghese ridendo. “Vedrai come sarà magnifico!…”
Le àncore vennero strappate dal fondo, la randa e la controranda vennero orientate, e il piccolo legno s’allontanò rapidamente dal pericoloso arcipelago, portando seco gli eroi di quel meraviglioso viaggio compiuto attraverso l’Oceano Atlantico.

Conclusione

Il portoghese che li aveva raccolti era il signor Antao Cabrera, proprietario di una fattoria situata in Monrovia, capitale della repubblica di Liberia, sulla costa della Sierra Leone. Aveva terminato il traffico con gli abitanti dell’arcipelago delle Bissagos, coi quali aveva frequenti relazioni, e stava per ritornare alla fattoria con un carico di arachidi.
La notizia della grande traversata dell’Atlantico era stata recata sulle coste della Sierra Leone dai giornali europei, giunti a Monrovia col postale che fa servizio costiero fra il Senegal e le colonie della Guinea. Il bravo portoghese, scorgendo quell’immenso pallone venire dall’oceano montato da tre uomini si era subito immaginato che fosse il Washington e si era affrettato a recarsi in soccorso dei naufraghi. Informato della caccia data all’aerostato dall’incrociatore inglese per catturare O’Donnell, il signor Cabrera s’impegnò a battere gli inglesi. Invece di rifugiarsi verso la costa africana o nei seni delle isole fluviali fece nascondere fra le arachidi gli aeronauti e veleggiò arditamente verso il sud. A mezzanotte, l’equipaggio segnalò l’incrociatore, che si avanzava a tutto vapore, lungo la costa. Lo lasciò avvicinare e quando lo vide a portata di voce fece sparare alcuni colpi di fucile per attirare l’attenzione degli ufficiali inglesi. Questi, comprendendo che il piccolo legno doveva far delle comunicazioni, si diresse verso di esso, chiedendo il motivo di quei segnali.
Il signor Cabrera s’affrettò a informarli di aver veduto, poche ore prima, un grande pallone, montato da tre uomini, librarsi sulle isole Bissagos, poi scomparire verso l’ovest, in pieno oceano. Gli inglesi, che non sapevano più dove cercarlo, caddero nel laccio e, non dubitando della buona fede del portoghese, misero la prua verso l’ovest, allontanandosi a tutto vapore. Liberatosi da quel pericolo vicino, il portoghese spiegò la vela più che poté e quarantadue ore dopo sbarcava gli aeronauti sani e salvi nel libero territorio della repubblica di Liberia, che è sotto la protezione degli Stati Uniti d’America.
Il telegrafo annunciò allora ai popoli d’Europa e d’America il grande avvenimento, coi più minuti particolari. Gli animi si commossero vivamente e Sua Maestà britannica, non meno commossa degli altri per le perigliose avventure toccate a quegli arditi aeronauti, che primi fra tutti avevano compiuto quella grande traversata, creduta prima impossibile, sottoscrisse la grazia per O’Donnell.
Tre settimane più tardi, gli amici dell’ingegnere, che già avevano ricevuto notizie dai colombi messaggeri e guadagnate immense somme, sbarcavano a Monrovia con un transatlantico appositamente noleggiato e riconducevano in patria il valoroso aeronauta assieme ai due amici.
Mister Kelly ha adottato il povero mozzo, raccolto morente di fame sull’immenso oceano, e il coraggioso O’Donnell. Si dice che egli progetti un altro ardito tentativo assieme ai suoi bravi compagni, e che faccia delle frequenti ascensioni nella sua principesca villa, situata sulle sponde meridionali dell’Ontario, a poche miglia dalle cascate del Niagara.
Si parla vagamente di un viaggio al Polo in pallone. Sarà vero? Non lo sappiamo, ma sembra che l’ardito ingegnere, interrogato in proposito, non abbia negato: vedremo.
(1) (Appartenente al partito irredentista clandestino irlandese Sinn Fein.)
(2) Botte bislunga per vini e liquori.

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