Emilio Salgari – Capitan Tempesta – TXT

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CAPITOLO I

Una partita a “Zara”

– Sette!…
– Cinque!
– Undici!
– Quattro!
– Zara!…
– Corpo di trentamila scimitarre turche! Che fortuna avete voi, signor Perpignano! Sono ottanta zecchini che mi guadagnate in due sere. Ciò non può durare! Preferisco una palla di colubrina in corpo e per di più una palla di quei cani di miscredenti. Almeno non mi scorticherebbero dopo presa Famagosta.
– Se la prenderanno, capitano Laczinki.
– Ne dubitate, signor Perpignano?
– Sì, almeno per ora. Finchè abbiamo gli schiavoni, Famagosta non verrà presa. La Repubblica Veneta sa scegliere i suoi soldati.
– Non sono polacchi.
– Capitano, non offendete i soldati dalmati.
– Non ne ho avuto alcuna intenzione, tuttavia se qui vi fossero dei miei compatrioti…
Un mormorio minaccioso che si levò intorno ai due giuocatori, misto ad un tintinnio di spade nervosamente agitate, indusse il capitano Laczinki ad interrompere la frase.
– Uh! – disse, cambiando tono e abbozzando un sorriso. – Sapete bene, valorosi schiavoni, che io amo scherzare. Sono quattro mesi che combattiamo insieme contro quei cani di miscredenti, che hanno giurato di levarci di dosso la pelle e so quanto valete. Dunque, signor Perpignano, giacchè i turchi ci lasciano un po’ tranquilli, riprendiamo la partita? Ho ancora una ventina di zecchini che passeggiano nelle mie tasche.
Quasi a smentire il capitano, si udì in quel momento rombare cupamente il cannone.
– Ah! Mascalzoni! Nemmeno alla notte ci lasciano tranquilli – riprese il loquace polacco. – Bah! Avrò tempo sufficiente per perdere o vincere ancora qualche decina di zecchini. È vero, signor Perpignano?
– Quando vorrete, capitano.
– Mescolate i dadi.
– Nove! gridò Perpignano, facendo rotolare i dadi sullo sgabello che serviva ai due avversari da tavolo da giuoco.
– Tre!
– Undici!
– Sette!
– Zara!
Una bestemmia sfuggì dalle labbra dello sfortunato capitano, mentre intorno a lui scoppiavano delle risate, subito represse.
– Per la barba di Maometto! esclamò il polacco, gettando sullo sgabello due zecchini. – Avete fatto qualche patto col diavolo, signor Perpignano.
– Niente affatto. Sono troppo buon cristiano.
– Qualcuno deve avervi insegnato un colpo di mano e scommetterei la mia testa contro la barba d’un turco che quel qualcuno è Capitan Tempesta.
– Giuoco sovente con quel valoroso gentiluomo, ma non mi ha mai insegnato alcun colpo di mano.
– Gentiluomo! Hum! – fece il capitano con una certa acredine.
– Non lo credete tale?
– Hum! Hum! Chi sa chi veramente sia?
– È pur sempre un giovane gentile e d’un coraggio straordinario.
– Un giovane!…
– Che cosa vorreste dire, capitano?
– Se non fosse veramente un giovane?
– Non ha certo vent’anni.
– Non mi capite, ma lasciamo andare Capitan Tempesta ed i turchi e riprendiamo il giuoco. Non voglio battermi domani colle tasche vuote. Come potrei pagare Caronte, senza aver in tasca un misero zecchino? Per varcare lo Stige si deve pagare, mio caro signore.
– Sicchè, siete ben certo di andare all’inferno – disse il signor Perpignano, ridendo.
– Può darsi, – rispose il capitano, prendendo quasi con collera il bossolo e agitando i dadi. – Orsù, due zecchini ancora.
Questa scena avveniva sotto una immensa tenda, poco dissimile da quelle che usano oggidì i saltimbanchi e che serviva ad un tempo da caserma e da cantina, a giudicarlo dai numerosi materassi disposti all’ingiro e dai barili accumulati dietro un rozzo banco su cui stava seduto il proprietario della baracca, centellinando una caraffa piena di vino di Cipro.
Sotto una lampada di Murano, che pendeva dal palo centrale reggente la tenda, stavano i due giuocatori intorno ai quali si erano raggruppati una quindicina di schiavoni, soldati mercenari, che la Repubblica Veneta levava dalle sue colonie dalmate, per mandarli a difendere i suoi possessi del levante, minacciati continuamente dalle formidabili scimitarre dei turchi.
Il capitano Laczinki era un omaccio largo e grosso, con braccia muscolose, la capigliatura ispida come quella d’un porcospino e biondastra, con due baffi enormi, che rassomigliavano a denti di morsa, il naso rosso d’un bevitore impenitente e gli occhi piccoli, mobilissimi. Nei tratti del viso, nelle mosse, nel modo di parlare s’indovinava in lui, anche di primo acchito, il capitano di ventura e lo spadaccino di professione.
Il signor Perpignano era invece tutto l’opposto e assai più giovane del polacco, che doveva toccare già la quarantina. Era il vero tipo del veneto, piuttosto alto, un po’ smilzo, pur essendo vigoroso, con capelli e occhi neri e la pelle del viso un po’ pallida.
Mentre il primo indossava una pesante corazza e portava al cinturone uno spadone, il secondo indossava l’elegante costume veneziano usato in quell’epoca: casacca ricamata che gli scendeva fino al di sotto delle anche, calzoni a maglia, a righe di diversi colori e scarpettine ed in testa il tocco azzurro adorno d’una penna di fagiano.
Più che un guerriero sembrava un paggio del doge veneziano anche per l’armamento che consisteva in una leggera spada ed in un pugnaletto.
La partita si era nuovamente impegnata con un certo accanimento d’ambo le parti e con molto interesse dei soldati schiavoni che, come abbiamo detto, avevano formato circolo intorno allo sgabello che serviva da tavolo da giuoco, mentre in lontananza rombava sempre cupamente, ad intervalli, il cannone, facendo vacillare la fiamma della lampada.
Nessuno però sembrava facesse gran caso a quelle detonazioni, nemmeno il taverniere, il quale continuava a centellinare il dolcissimo e delizioso vino di Cipro.
Già il capitano aveva perduto, non senza molte bestemmie, un’altra mezza dozzina di zecchini, quando un lembo della tenda si sollevò ed un nuovo personaggio, che era avvolto in un gran mantello nero e che aveva l’elmetto adorno di tre piume azzurre, entrò, dicendo con voce un po’ ironica:
– Toh! Qui si giuoca mentre i turchi cercano di demolire il bastione di San Marco e le mine scoppiano senza posa. Che i miei uomini prendano le armi e mi seguano. Là sta il pericolo.
Mentre gli schiavoni, udendo quel comando, raccoglievano le alabarde, le mazze di ferro e gli spadoni a due mani, che avevano accumulati in un angolo della tenda, il polacco ch’era già di pessimo umore per la fuga continua dei suoi zecchini, che passavano nelle tasche del suo fortunato avversario, aveva alzato vivamente la testa, fissando con uno sguardo corrucciato il nuovo venuto.
– Ah! Il Capitan Tempesta! – esclamò con un leggero tono beffardo. – Potevate difendere voi solo il bastione di San Marco, senza venire a guastarci la partita. Famagosta non cadrà già questa notte.
Capitan Tempesta, con una mossa rapida si era sbarazzato del mantello, lasciandolo cadere a terra, mettendo una mano sul fianco e l’altra sull’impugnatura della spada che gli pendeva dalla cintura.
Era un giovane bellissimo, anzi troppo bello per essere un guerriero, un po’ alto, snello, di forme eleganti, con due occhi nerissimi che parevano due carbonchi, una bocca da fanciulla con dei dentini superbi, la pelle leggermente bruna che tradiva il tipo meridionale e la capigliatura lunga e corvina. Nell’insieme sembrava più una graziosissima fanciulla che un capitano di ventura. Anche il suo costume era elegantissimo e soprattutto accurato, quantunque i continui assalti dei turchi non dovessero lasciargli troppo tempo per occuparsi della sua toletta.
Indossava una armatura d’acciaio completa, con un piccolo scudo in mezzo al petto, dove si vedevano incise tre stelle sormontate da una corona ducale, aveva speroni dorati alle scarpe, e alla cintura, di seta azzurra, mirabilmente ricamata, una spada sottilissima, coll’impugnatura d’argento, simile a quella usata dai francesi di quell’epoca.
– Che cosa volete dire con quelle parole, capitano Laczinki? chiese, con una voce armoniosa che contrastava stranamente con quella grossa e ruvida del polacco, senza levare la mano dalla guardia della spada.
– Che i turchi potevano aspettare domani rispose l’avventuriero, alzando le spalle. – D’altronde siamo ancora abbastanza forti per ricacciarli a Costantinopoli o nei loro maledetti deserti dell’Arabia.
– Non scambiate le carte in mano, signor Laczinki disse il giovane. – Vivaddio. Alludevate a me, poco fa, e non ai miscredenti.
– Voi od i turchi, per me è tutt’uno rispose brutalmente il polacco che era ancora di cattivo umore, forse in causa della sfortuna che lo aveva perseguitato quella sera con tanta ostinazione.
Il signor Perpignano, che era un caldo ammiratore di Capitan Tempesta, sotto i cui ordini combatteva, mise mano alla spada e fece atto di slanciarsi contro il polacco, quando il giovane, che aveva conservato un ammirabile sangue freddo, con una brusca mossa lo trattenne, dicendogli:
– I difensori di Famagosta sono troppo preziosi per uccidersi fra di loro. Se il capitano Laczinki cerca di attaccare lite con me, per sfogarsi delle perdite subite questa sera o perchè dubiti del mio valore, come ho già udito a raccontare…
– Io! – esclamò il polacco, alzandosi. – Per la barba di Maometto! Quelli che vi hanno narrato ciò sono dei miserabili, che io ucciderò come cani idrofobi, quantunque…
– Continuate – disse Capitan Tempesta, con calma impressionante.
– Io dubiti del vostro coraggio, – rispose il polacco. – Siete troppo giovane, mio caro, per godere la fama di celebre guerriero, e poi…
– Terminate, – disse Capitan Tempesta con un risolino ironico e fermando con un gesto imperioso il signor Perpignano che per la seconda volta aveva messo mano alla spada. – Siete molto divertente, signor mio.
Il polacco percosse lo sgabello, che fino allora gli era servito da tavolo, con tale violenza, da spezzarlo.
– Per San Stanislao protettore della Polonia! gridò, rialzando con un moto nervoso i suoi folti baffi, spioventi come quelli dei cinesi. – Mi burlate, Capitan Tempesta? Ditemelo francamente!
– Eh, dovreste esservene accorto, mi pare rispose il giovane, sempre beffardo.
– Vi credete ben forte e ben abile spadaccino per scherzare con un vecchio orso polacco, fanciullo, se… siete veramente un fanciullo perchè ho su ciò i miei dubbi.
Il giovane era diventato livido ed una cupa fiamma gli era balenata negli occhi profondi e nerissimi.
– Da quattro mesi combatto sulle trincee e sui bastioni, ammirato dai miei guerrieri e da tutti gli assediati; disse dopo un breve silenzio, – e voi mi chiamate e mi trattate da fanciullo? Voi, rodomonte, non avete ucciso tanti turchi quanti ne ho ammazzati io, mi capite, avventuriero?
Fu il polacco che questa volta impallidì.
– Avventuriero al pari di voi! – urlò.
– No, perchè ho una corona ducale sulla mia cotta.
– Ne metterò una reale sulla mia corazza – rispose il polacco, ridendo. – Comunque sia, duca o… duchessa, non avreste il coraggio di affrontare la mia spada.
– Duca, vi ho detto, – gridò il giovane e bellissimo capitano. – Questo lo spiegheremo fra noi.
Gli schiavoni che si erano schierati dietro Capitan Tempesta, avevano dato di piglio alle alabarde ed avevano fatto un passo avanti, come per gettarsi sul polacco e farlo a pezzi.
Perfino il proprietario della baracca era balzato giù dal banco e aveva afferrato un barilotto vuoto, pronto a scagliarlo addosso all’imprudente avventuriero, ma Capitan Tempesta, come aveva poco prima frenato il signor Perpignano, con un gesto che non ammetteva replica aveva fatto deporre le armi ai suoi guerrieri.
– Voi dubitate del mio coraggio? disse col suo accento leggermente ironico. – Tutti i giorni un turco, giovane e senza dubbio valorosissimo, si spinge sotto le mura della nostra città e sfida i più abili spadaccini a misurarsi con lui ad armi bianche. Domani non mancherà di mostrarsi. Vi sentite voi il coraggio di affrontarlo? Io sì!
– Me lo mangerò in un sol boccone rispose il polacco. – Non ho paura dei turchi, io! Non sono nè un veneziano, nè un dalmata. Quelli non valgono i tartari russi.
– A domani.
– Che Belzebù mi porti all’inferno se mancherò.
– Ci sarò anch’io.
– Chi lo affronterà prima?
– Come vorrete.
– Essendo più vecchio sarò io che lo sfiderò; poi vi proverete voi, Capitan Tempesta.
– Sia, se così vi aggrada. Almeno non si dirà che i difensori di Famagosta si uccidono fra di loro.
– E sarà più prudente disse il polacco, sogghignando. – La spada di Laczinki salverà capra e cavoli e toglierà un assediante di più all’esercito di Mustafà.
Capitan Tempesta prese il mantello che uno dei suoi schiavoni gli porgeva, se lo gettò sulle spalle, ed uscì dalla tenda, dicendo ai suoi uomini:
– Al bastione di San Marco. È là che i turchi lavorano colle mine e che il pericolo è maggiore.
Uscì, senza guardare il suo rivale, seguito dal signor Perpignano e dagli schiavoni, che oltre le alabarde erano armati di pesanti fucili a miccia.
Il polacco era rimasto nella tenda e, non sapendo più contro chi sfogare il suo malumore, se la prendeva col disgraziato sgabello fracassandolo interamente a pugni ed a calci, nonostante le proteste del proprietario della baracca.
Il drappello degli schiavoni, comandato da Capitan Tempesta e dal signor Perpignano, che aveva nella compagnia il grado di tenente, si diresse verso i bastioni, passando attraverso stradicciuole strettissime fiancheggiate da case a due piani.
La notte era oscurissima, essendo tutte le finestre chiuse e mancando i fanali. Una pioggerella sottile sottile cadeva insistente e noiosa mentre un vento caldissimo, snervante, proveniente dai deserti della Libia, soffiava ad intervalli, sibilando sinistramente fra le tegole delle abitazioni.
Il cannone rombava con maggior frequenza di prima, e di quando in quando una di quelle grosse e pesantissime palle di pietra, usate in quell’epoca come proiettili, passava sibilando in aria, lasciandosi dietro una striscia di scintille e cadeva con sordo fragore su qualche tetto, sfondandolo e mettendo lo scompiglio fra le persone che occupavano le stanze.
– Brutta notte disse il signor Perpignano, che camminava a fianco di Capitan Tempesta, il quale si era avvolto interamente nel suo ampio ferraiuolo. – I turchi non potevano sceglierne una migliore per tentare l’attacco del bastione di San Marco.
– Sarà uno sforzo inutile, almeno per ora rispose il giovane capitano. – L’ora terribile della caduta di Famagosta non è ancora suonata.
– Ma non tarderà a giungere, signore, se la Repubblica non si affretta a soccorrerci.
– Non contiamo che sul valore delle nostre spade e sarà meglio, signor Perpignano. La Serenissima è troppo occupata in questo momento a difendere le sue colonie della Dalmazia, e le galere turche battono le acque dell’Arcipelago e del Mar Jonio, pronte ad affondare quelle veneziane che muovessero in nostro aiuto.
– Allora verrà il giorno in cui saremo costretti ad arrenderci.
– Ed a lasciarci massacrare, perchè so che il Sultano ha dato ordine di passarci tutti a fil di spada, per punirci della nostra lunga resistenza.
– Canaglia! Noi forse saremo morti e non assisteremo a quell’orrenda strage, capitano disse il signor Perpignano con un sospiro. – Poveri abitanti! Sarebbe meglio che si lasciassero seppellire tutti sotto le rovine della loro disgraziata città.
– Tacete, tenente, – disse Capitan Tempesta. – Sento una profonda angoscia, nel pensare al momento in cui quelle belve, sbucate dai deserti infuocati dell’Arabia, si rovesceranno su Famagosta, assetate di sangue peggio delle tigri.
Il drappello era allora uscito dalle viuzze della città sbucando su una larga strada, chiusa da una parte dalle case e dall’altra da un alto bastione privo quasi del tutto dei merli, e su cui fiammeggiavano parecchie torce.
A quella luce rossastra si scorgevano parecchi uomini coperti di ferro, che s’affaccendavano intorno ad alcune colubrine. Di quando in quando un lampo balenava rompendo bruscamente le tenebre, seguito da una detonazione.
Dietro gli artiglieri, delle lunghe file di donne, alcune riccamente vestite, ed altre stracciate, s’avanzavano silenziosamente reggendo a fatica dei sacchi che vuotavano al di sopra dei merli, sfidando impavide le palle degli assedianti.
Erano le valorose donne di Famagosta che rinforzavano il bastione, incessantemente minato dal nemico, colle macerie delle loro case distrutte dalle bombe degli infedeli.

CAPITOLO II

L’assedio di Famagosta

L’anno 1570 era cominciato nefasto per la Repubblica Veneta, la più grande e formidabile nemica della potenza turca. Già da qualche tempo il ruggito del Leone di San Marco si era affievolito ed a Negroponte prima, in Dalmazia e poi nelle isole dell’Arcipelago greco aveva ricevute le prime ferite, nonostante gli eroici sforzi dei figli della laguna.
Selim II, il potentissimo Sultano di Costantinopoli, assisosi saldamente sul Bosforo, rintuzzate le armi degli ungheresi e degli austriaci, ributtati nella Piccola Russia gli ortodossi, padrone dell’Egitto, di Tripoli, di Tunisi, dell’Algeria e del Marocco e di mezzo Mediterraneo, non attendeva che il momento opportuno per strappare per sempre ai figli del leone di San Marco, i loro ultimi possessi d’oriente.
Sicuro della ferocia e del fanatismo dei suoi guerrieri e fortissimo ormai sul mare, non gli fu difficile trovare un pretesto per romperla coi veneziani, che già cominciavano a dare qualche segno di decadenza.
La cessione dell’isola di Cipro alla Repubblica, fatta da Caterina Cornaro, fu la scintilla che diede fuoco alle polveri.
Il Sultano, temendo pei suoi possessi dell’Asia Minore, forte della sua potenza, impose senz’altro ai veneziani di sgombrare l’isola, incolpandoli di dare ricetto a corsari Ponentani che armavano galere a danno dei fedeli della Mezzaluna.
Come era da prevedersi, il Senato veneziano aveva sdegnosamente respinto il messaggio inviato dal barbaro discendente del Profeta ed aveva raccolte le forze disperse in Oriente ed in Dalmazia, preparandosi animosamente alla guerra.
Cipro non contava in quell’epoca che cinque città: Nicosia, Famagosta, Baffo, Arines e Lamisso; ma solamente le due prime si trovavano in istato di opporre una qualche resistenza, essendo fornite di torri e bastioni.
Furono quindi mandati ordini di rinforzarle il meglio possibile e di formare un vasto campo trincerato a Lamisso per raccogliere le truppe venete, che erano già in viaggio sotto il comando di Girolamo Zane e di richiamare prontamente da Candia la flotta, che era guidata da Marco Quirini, uno dei più abili marinai che avesse in quel tempo la Repubblica.
La guerra era stata appena dichiarata, quando gli aiuti mandati dal Senato sbarcarono sani e salvi a Lamisso, sotto la protezione delle galee del Quirini.
Si componevano quelle forze di ottomila fanti fra veneti e schiavoni, di duemila e cinquecento cavalieri e di molta artiglieria. A difesa dell’isola non vi erano allora che diecimila fanti, fra alabardieri e archibugieri, quattrocento schiavoni dalmati e cinquecento stradioti a cavallo, ma si erano aggiunti numerosi abitanti, fra i quali molti nobili veneziani che non sdegnavano di esercitare il commercio.
Avendo appreso che i turchi erano di già sbarcati in falangi immense, al comando del Gran vizir Mustafà, che godeva fama di essere il più abile ed anche il più crudele dei generalissimi turchi, i veneziani, divise le loro forze in due corpi, si erano affrettati a chiudersi in Nicosia ed in Famagosta, risoluti ad attendere dietro a quei saldi bastioni l’urto poderoso delle orde nemiche.
Nicolò Dandolo, col vescovo Francesco Contarini, aveva assunto la difesa della prima; Astorre Baglione, con Bragadino, Lorenzo Tiepolo, ed il capitano albanese Manoli Spilotto, si erano incaricati di tener duro nella seconda fino all’arrivo di nuovi rinforzi che la Repubblica aveva solennemente promessi.
Mustafà, che aveva forze imponenti, sette od otto volte superiori a quelle dei veneziani, fu ben presto, quasi senza combattimento, sotto le mura di Nicosia, che voleva espugnare per la prima, parendogli che quella piazza dovesse offrire la maggior resistenza.
Un assalto furibondo dato ai bastioni di Podacataro, di Costanzo, di Tripoli e di Davile, andò a vuoto, anzi riuscì disastroso agli infedeli, perchè avendo il tenente Cesare Piovene insieme al conte Roca fatta una improvvisa sortita alla testa di numerose compagnie, inflisse loro gravissime perdite.
Il 9 settembre 1570 Mustafà ritorna però alla carica ed al sorgere dell’alba spinge le sue innumerevoli orde all’assalto del bastione Costanzo, riuscendo ad impadronirsene dopo una mischia ferocissima.
I veneziani, vedendosi ormai perduti, avviarono trattative di resa, alla condizione che si accordasse a tutti salva la vita.
Acconsentì il malfido vizir: invece, non appena le sue orde ebbero occupata la città, scordando la promessa fatta, ordinava freddamente la strage generale dei prodi difensori e della popolazione che li aveva aiutati.
L’eroico Dandolo fu il primo a essere immolato e ventimila persone furono massacrate, trasformando la disgraziata città in un immenso cimitero.
Solo venti nobili veneziani, dai quali il crudele vizir sperava dei vistosi riscatti e le più belle donne e fanciulle di Nicosia furono risparmiate, e queste per essere inviate schiave a Costantinopoli.
Le orde islamite, imbaldanzite da quella facile vittoria, si erano subito volte verso Famagosta colla speranza di prenderla in breve d’assalto. Baglione e Bragadino però non erano rimasti colle mani alla cintola e in quel frattempo avevano rinforzate le difese per resistere fino all’arrivo dei rinforzi veneti.
Il 19 luglio del 1571, le sterminate orde turche comparivano dinanzi alla città, cominciandone l’assedio e l’indomani ne tentavano l’assalto, ma, come prima a Nicosia, venivano ributtate nei loro accampamenti, con grande strage.
Il 30 luglio, dopo un continuo bombardamento ed un incessante scoppiare di mine per indebolire le torri e i bastioni, per la seconda volta Mustafà aveva guidato all’attacco le sue truppe ed il valore dei guerrieri veneti aveva ancora trionfato. Tutti gli abitanti erano corsi alla difesa, comprese le donne, le quali tenacemente avevano combattuto a fianco dei forti guerrieri della Repubblica, niente atterrite dalle urla selvagge degli assalitori, nè dalle loro formidabili scimitarre, nè dal tuonare tremendo delle artiglierie.
Nell’ottobre gli assediati, che già erano riusciti, con frequenti sortite, a tenere a distanza i turchi, ricevevano i promessi soccorsi consistenti in mille e quattrocento fanti, comandati da Luigi Martinengo e in sedici cannoni.
Era ben poca cosa per una città assediata da più di sessantamila nemici, tuttavia quell’aumento di truppe era giovato assai a rialzare lo spirito degli assediati già molto depresso, ed a indurli a resistere con maggior vigoria.
Disgraziatamente i viveri e le munizioni scemavano a vista d’occhio ed il bombardamento dei turchi non lasciava un istante di tregua ai veneziani. La città era ormai un ammasso di rovine e ben poche case si reggevano ancora in piedi.
Per di più, pochi giorni dopo giungeva a Cipro Alì pascià, grande ammiraglio della flotta turca, con una squadra di ben cento galee, montate da altri quarantamila guerrieri.
Famagosta ormai era stretta da tutte le parti da un cerchio di fuoco e di ferro, che nessuna forza umana avrebbe potuto ormai più spezzare. Le cose erano a questo punto, quando accadde il fatto narrato nel capitolo precedente.
***
Gli schiavoni, appena giunti sul bastione, gettate le alabarde che erano affatto inutili in quel momento, si erano subito appostati dietro ai pochi merli che ancora esistevano, armando i loro pesanti moschettoni e soffiando vigorosamente sulle micce, mentre gli artiglieri, quasi tutti marinai delle galere venete, continuavano a far tuonare le loro colubrine.
Capitan Tempesta, nonostante le prudenti raccomandazioni del suo tenente, s’era spinto fino sull’orlo del bastione, tenendosi riparato dietro un merlo semimozzo che ad ogni colpo di colubrina a poco a poco si sgretolava.
Nella pianura tenebrosa che si estendeva dinanzi alla disgraziata città, votata ormai ad una fine miseranda, si vedevano brillare qua e là dei punti luminosi, poi dei lampi accompagnati da formidabili detonazioni, e dai sibili rauchi delle grosse palle di pietra.
I turchi, sempre più inferociti dalla lunga resistenza opposta dalla piccola guarnigione veneta, stavano scavando nuove trincee per assalire più da vicino il bastione, che quantunque semidiroccato, non accennava ancora a sfasciarsi mercè l’enorme massa di materiali che le valorose donne rovesciavano ogni notte nei fossati per rinforzarlo.
Di tratto in tratto degli uomini audaci, che avevano fatto volontariamente sacrificio della loro vita per guadagnarsi con maggior sicurezza il meraviglioso paradiso del Profeta, salivano carponi la scarpa del bastione e, approfittando della notte tenebrosa, preparavano mine per rovesciare quella massiccia muraglia che i cannoni non erano capaci di sfondare.
Gli schiavoni, che avevano buoni occhi, non li risparmiavano e molti ne fulminavano coi loro moschettoni, ma altri fanatici, punto atterriti, li sostituivano subito e delle esplosioni tremende, che scuotevano perfino le colubrine piazzate dietro i pochi merli, si succedevano, diroccando ora un angolo ed ora uno sperone od il margine del profondo fossato.
Le donne di Famagosta però erano là, pronte a gettare sassi e corbe colme di terra, onde riempire le buche aperte da quegli scoppi; sempre impassibili, sempre risolute, docili al comando dei prodi difensori, guardando serenamente le palle infuocate che solcavano l’aria e che nel cadere si spezzavano in mille frantumi, essendo per la maggior parte di pietra.
Capitan Tempesta, muto, impassibile, guardava i fuochi che illuminavano l’immenso campo turco. Che cosa cercava di scoprire? Lui solo probabilmente lo sapeva.
Ad un tratto si sentì urtare un gomito, mentre una voce gli sussurrava agli orecchi, in un pessimo dialetto napoletano:
– Eccomi, padrona.
Il giovane si era voltato vivamente, colla fronte aggrottata, poi ad un tratto un grido a malapena frenato gli sfuggì:
– Tu, El-Kadur?
– Sì, padrona.
– Taci! Non chiamarmi così. Nessuno deve sapere chi io veramente sia.
– Hai ragione, signora… signore.
– Ancora? Vieni!
Afferrò l’uomo che aveva pronunciato quelle parole, e lo trasse, tenendolo sempre stretto per un braccio, giù dal bastione conducendolo in una casamatta, che era illuminata da una torcia e che in quel momento era deserta.
Quell’individuo, che il giovine capitano non aveva ancora lasciato, era un uomo alto e magrissimo, colla pelle assai abbronzata, i lineamenti duri, il naso affilato e gli occhi piccoli e nerissimi. Vestiva come i beduini dei deserti arabi, teneva sulle spalle un ampio mantello di lana oscura, con cappuccio adorno d’un fiocco rosso e sul capo portava un turbante bianco e verde. Dalla cintura o meglio dalla fascia rossa, che gli stringeva i fianchi, si vedevano uscire i calci di due lunghe pistole, di forma quasi quadra, come quelle usate dagli algerini e dai marocchini, e l’impugnatura d’un jatagan.
– Dunque? – chiese Capitan Tempesta, quasi con violenza, mentre i suoi occhi s’illuminavano d’un lampo strano.
– Il visconte Le Hussière è sempre vivo rispose El-Kadur. – L’ho saputo da uno dei capitani del vizir.
– Che ti abbia ingannato? chiese il giovane capitano, con voce tremula.
– No, signora.
– Non chiamarmi signora, te lo dissi già.
– Qui non vi è nessuno che possa ascoltarci.
– E dove l’hanno condotto? Lo sai, El-Kadur?
L’arabo fece un gesto desolato.
– No, signora, non ho ancora potuto saperlo; tuttavia non dispero. Sono diventato l’amico d’un comandante che, quantunque mussulmano, beve Cipro a barili, infischiandosene del Corano e del Profeta, e una sera od un’altra riuscirò a carpirgli il segreto. Ve lo giuro, padrona.
Capitan Tempesta o meglio la capitana – giacchè non era un uomo – si era lasciata cadere sull’affusto d’un cannone, prendendosi la testa fra le mani. Due lagrime le scendevano sul suo bel viso, che in quel momento era diventato pallidissimo.
L’arabo, ritto dinanzi a lei, col mantello stretto intorno all’agile corpo, la guardava con profonda commozione. Il suo viso duro e selvaggio tradiva un’angoscia inesprimibile.
– Potessi, signora, col mio sangue ridarti la tranquillità e la felicità, sarei ben lieto disse, dopo un momento di silenzio.
– Lo so che tu mi sei devoto, El-Kadur – rispose Capitan Tempesta.
– Fino alla morte, signora, sarò lo schiavo più fedele.
– Non schiavo, amico.
Gli occhi nerissimi dell’arabo si illuminarono d’un lampo intenso, diventando quasi fosforescenti.
– Io ho rinnegato senza rimpianti la mia stolta religione, disse, dopo un altro breve silenzio – e non ho mai dimenticato che il duca d’Eboli, tuo padre, mi strappò, quand’ero fanciullo, al mio crudele padrone che tutti i giorni mi batteva a sangue. Che cosa devo fare ora?
Capitan Tempesta non rispose. Pareva che seguisse un pensiero profondo che evocava in lui dei dolorosi ricordi, a giudicarlo dall’espressione angosciosa del suo bel viso.
– Sarebbe stato meglio che io non avessi mai veduta Venezia, quella sirena incantatrice dell’Adriatico e che non avessi mai lasciate le azzurre acque del golfo di Napoli… disse ad un tratto, come parlando fra sè. – Il mio cuore non soffrirebbe ora così atrocemente.
Ah quella notte deliziosa sul Canal Grande, fra i marmorei palazzi dei nobili veneti! La rivedo come fosse ieri, e quando vi penso sento scorrermi nelle vene un fremito che prima non avevo mai provato.
Egli era là, dinanzi a me, bello come un dio della guerra, seduto sulla prora della gondola e mi guardava sorridendo e mi rivolgeva delle frasi deliziose, che mi scendevano in fondo al cuore come una musica celeste. Per me aveva dimenticato le preoccupazioni che in tutti suscitavano le tragiche notizie giuntemi quel giorno e che avevano fatto impallidire perfino i vecchi del Senato, del Consiglio e lo stesso Doge.
Eppure sapeva che l’avevano scelto a venire qui a misurarsi coll’esercito sterminato degli infedeli; sapeva che qui forse la morte lo attendeva per falciargli la sua giovine e brillante esistenza, eppur sorrideva, ammaliato dai miei occhi.
Che cosa ne faranno di lui questi mostri? Lo faranno morire lentamente fra i più atroci martirî? È impossibile che lo tengano solamente prigioniero: egli che era diventato il terrore dei pascià, egli che aveva inflitto tante sanguinose sconfitte a queste orde barbariche, a questi lupi sbucati dai deserti dell’Arabia.
Povero e valoroso Le Hussière!
– L’ami molto dunque? disse l’arabo che l’aveva ascoltata in silenzio, senza staccarle di dosso gli occhi.
– Se l’amo! – esclamò la giovane duchessa, con voce appassionata. – Amo come le donne del tuo paese.
– Forse di più ancora, signora – rispose El-Kadur, soffocando un nuovo sospiro. – Un’altra donna non avrebbe fatto quello che facesti tu, non avrebbe lasciato il bel palazzo di Napoli, non si sarebbe vestita da uomo, non avrebbe assoldato coi propri denari una compagnia e non sarebbe venuta qui a rinchiudersi in questa città assediata da centomila infedeli, a sfidarvi la morte.
– Potevo io restare tranquilla in patria, quando io sapevo che egli era qui e che correva un così grave pericolo?
– E non pensi, signora, che un giorno i turchi riusciranno a superare i bastioni e che si rovesceranno sulla città assetati di sangue e di stragi? Chi ti salverà quel giorno?
– Siamo tutti nelle mani di Dio, – disse la duchessa, con voce rassegnata. – D’altronde se Le Hussière venisse ucciso, io non sopravviverei, El-Kadur.
Uno spasimo aveva fatto fremere la pelle abbronzata dell’arabo.
– Signora, disse, alzandosi – che cosa devo fare? È necessario che io approfitti delle tenebre per tornare al campo dei turchi.
– Cercare sempre per sapere ove lo hanno condotto disse la duchessa. – Dovunque si trovi, noi andremo a salvarlo, El-Kadur.
– Domani notte sarò qui.
– Se sarò ancora viva disse la giovane.
– Che cosa dici, padrona! – esclamò l’arabo, con accento spaventato.
– Mi sono impegnata in una avventura che potrebbe finir male. Chi è quel giovane turco che tutti i giorni viene a sfidare i capitani cristiani?
– Muley-el-Kadel, figlio del pascià di Damasco. Perchè questa domanda, padrona?
– Perchè domani andrò a misurarmi con lui.
– Tu! – esclamò l’arabo, col viso trasfigurato. – Tu, signora? Questa notte andrò a ucciderlo nella sua tenda onde non venga a sfidare i capitani di Famagosta.
– Oh! Non temere, El-Kadur. Mio padre era la prima lama di Napoli ed ha fatto di me una spadaccina, che può tener testa anche alle spade dei più famosi capitani del Gran Turco.
– Chi vi costringe a misurarvi con quell’infedele?
– Il capitano Laczinki.
– Quel cane d’un polacco, che pare nutra verso di te un segreto rancore? Agli occhi d’un figlio del deserto nulla sfugge ed avevo indovinato in lui il tuo nemico.
– Sì, il polacco.
El-Kadur aveva fatto un salto innanzi, mandando un ruggito da belva, mentre il suo viso assumeva una espressione così feroce e selvaggia che colpì la giovine duchessa.
– Dove si trova ora quell’uomo? – chiese con voce strozzata.
– Che cosa vorresti fare, El-Kadur? chiese la capitana con voce dolce.
L’arabo, con un gesto rapido si levò dalla fascia l’jatagan, facendo scintillare la lucente lama alla luce della lampada.
– Questo acciaio questa notte berrà sangue polacco, – disse, con voce cupa. – Quell’uomo non vedrà alzarsi il sole di domani, così la sfida non avrà più luogo.
– Tu non lo farai gli rispose la capitana, con voce ferma. – Si direbbe che Capitan Tempesta ha avuto paura e che ha fatto assassinare il polacco. No, El-Kadur, tu lo lascerai vivere.
– E dovrò io vedere la mia padrona, misurarsi in un combattimento mortale con quel turco? chiese l’arabo con selvaggio accento. – Potrei io vederla cadere morente sotto i colpi di scimitarra di quell’infedele? La vita di El-Kadur è tua, fino all’ultima stilla di sangue, padrona, ed i guerrieri della mia tribù sanno morire in difesa dei loro signori.
– Capitan Tempesta deve mostrare a tutti che non ha paura dei turchi, – rispose la duchessa. – È necessario, per allontanare qualsiasi sospetto sul mio vero essere.
– Lo ucciderò, padrona, – rispose l’arabo con voce sibilante.
– Te lo proibisco.
– No, signora.
– Te lo comando: obbedisci, – disse la duchessa.
L’arabo piegò il capo e qualche cosa d’umido apparve sotto le sue palpebre.
– È vero disse – sono uno schiavo e debbo obbedire.
Capitan Tempesta gli si avvicinò e, posandogli su una spalla la sua bianca mano, gli disse con voce raddolcita:
– Non schiavo: sei mio amico.
– Grazie, signora, rispose El-Kadur – farò quello che vorrai, ma ti giuro che se il turco ti atterra, io gli brucerò le cervella. Lascia almeno che il tuo fedele servo ti vendichi, nel caso che ti succedesse qualche disgrazia. Che cosa varrebbe la mia vita senza di te?
– Farai quello che meglio crederai, mio povero El-Kadur. Va’, parti prima che sorga l’alba. Se tu tardassi non potresti più raggiungere il campo degli infedeli.
– Ti obbedisco, signora. Io saprò presto dove hanno condotto il signor Le Hussière, te lo prometto.
Uscirono dalla casamatta e risalirono sul bastione, dove le colubrine ed i moschettoni continuavano a tuonare con crescente fracasso, rispondendo vigorosamente alle artiglierie dei turchi, colpo per colpo, onde impedire che minassero le mura, semicadenti, della sfortunata città.
Capitan Tempesta si avvicinò al signor Perpignano che dirigeva il fuoco dei moschettieri e gli disse:
– Fate sospendere per qualche minuto il fuoco. El-Kadur deve ritornare ai campi turchi.
– Nient’altro, signora? chiese il veneziano.
– No, ma non chiamatemi che Capitan Tempesta. Non siete che in tre soli a sapere ch’io sia; voi, Erizzo ed El-Kadur. Silenzio: potrebbero udirvi.
– Perdonatemi, capitano.
– Fate cessare il fuoco per un solo minuto. Non sarà già la rovina di Famagosta.
La duchessa non comandava più come una donna, bensì come un vecchio capitano, incanutito sui campi di battaglia, con frasi secche ed incisive, che non ammettevano alcuna replica.
Il signor Perpignano passò l’ordine agli artiglieri e agli archibugieri, mentre l’arabo, approfittando di quella momentanea tregua, si spingeva fino all’orlo del bastione accompagnato da Capitan Tempesta.
– Guàrdati dal turco, signora le sussurrò prima di scavalcare la merlatura. – Se morrai tu, morrà anche il povero schiavo, dopo averti però vendicata.
– Non temere, amico rispose la duchessa. – Conosco la terribile scuola della spada, meglio di tutti i capitani rinchiusi in Famagosta. Addio, va’, te l’ordino.
L’arabo, per la terza volta, represse un sospiro, più lungo forse degli altri due, s’aggrappò alle pietre sporgenti e scomparve nell’oscurità.
– Quanta affezione in quell’uomo, mormorò Capitan Tempesta – e forse quanto amore segreto. Povero El-Kadur! Era meglio che tu fossi rimasto per sempre nei deserti del tuo paese.
Ritornò lentamente indietro, mettendosi al riparo d’un merlo, continuando le grosse palle di pietra dei turchi a cadere sul bastione e si assise su un cumulo di sassi, appoggiando il mento e le mani sul pomo della sua spada.
Intanto le detonazioni si succedevano alle detonazioni, Artiglieri ed archibugieri coprivano la tenebrosa pianura di ferro e di piombo o di uragani di mitraglia, per fermare gli audaci minatori islamici, che si avanzavano con un coraggio più unico che raro, sfidando intrepidamente i tiri dei veneziani e degli schiavoni.
Una voce lo trasse dalle sue meditazioni.
– Sicchè, ancora nulla, capitano?
Era il signor Perpignano che si era avvicinato, dopo d’aver dato il comando agli schiavoni di non far risparmio di munizioni.
– No – rispose Capitan Tempesta.
– Sapete almeno se egli sia vivo?
– El-Kadur mi ha detto che Le Hussière è sempre prigioniero.
– E di chi?
– Lo ignoro ancora.
– Mi sembra strano che quei terribili combattenti, che non accordano quasi mai quartiere, lo abbiano risparmiato.
– È quello che penso anch’io, – rispose Capitan Tempesta – e forse è quello che mi rode più il cuore.
– Che cosa temete, capitano?
– Non lo so, eppure il cuore delle donne che amano difficilmente s’inganna.
– Non vi comprendo.
Invece di rispondere alla domanda, Capitan Tempesta si alzò, dicendo:
– L’alba fra poco spunterà ed il turco verrà sotto le mura a lanciare la sua sfida. Andiamo a prepararci al combattimento. O tornerò vittoriosa o rimarrò morta e le mie angosce saranno finite.
– Signora, – disse il tenente – accordatemi la grazia di combattere il turco. Se anche soccombessi, nessuno mi piangerebbe giacchè sono l’ultimo discendente dei conti di Perpignano.
– No, tenente.
– Il turco vi ucciderà.
Un sorriso sdegnoso sfiorò le belle labbra della fiera duchessa.
– Se io non fossi stata così forte e risoluta, Gastone Le Hussière non mi avrebbe amata – disse. – Io mostrerò ai turchi ed ai comandanti veneti come sa battersi Capitan Tempesta. Addio, signor Perpignano. Non dimenticherò mai nè El-Kadur, nè il mio prode tenente.
S’avvolse tranquillamente nel suo ferraiuolo, posò la sinistra sulla spada con un gesto superbo e scese dal bastione, mentre le artiglierie degli assediati e degli assedianti tuonavano con crescente furore, illuminando, di quando in quando, sinistramente la notte.

CAPITOLO III

Il Leone di Damasco.

L’alba incominciava a sorgere, illuminando le pianure di Famagosta cosparse di rovine fumanti. Il cannone non era stato zitto un sol momento quella notte e tuonava ancora, ripercuotendosi contro le vecchie case della città assediata ed entro le strette viuzze già quasi tutte ostruite da macerie.
L’immenso campo delle orde turche a poco a poco si scopriva. Miriadi e miriadi di tende coprivano l’orizzonte, alcune altissime a tinte svariate, ma sempre smaglianti, sormontate da aste con una mezzaluna sulla cima e una coda di cavallo sotto ed altre più piccole.
In mezzo a quel caos, giganteggiava quella altissima e vastissima del vizir, il comandante in capo del formidabile esercito, tutta in seta rossa, collo stendardo verde del Profeta spiegato sulla cima, quello stendardo che bastava da solo a fanatizzare gli infedeli ed a renderli formidabili e furibondi come i leoni dei deserti arabi.
Miriadi d’uomini, chi a piedi e chi a cavallo, si agitavano sul margine dell’accampamento, facendo scintillare ai primi raggi del sole le loro armature, i loro elmetti e le loro scimitarre. Guatavano con occhi sanguinosi Famagosta, meravigliandosi che quel nido di cristiani non fosse ancora stato espugnato dopo il furioso bombardamento della notte.
Capitan Tempesta, che era tornato, dopo aver avvertito il comandante della piazza della sfida corsa fra lui ed il polacco, guardava l’accampamento dal vano di due merli sfuggiti miracolosamente alle enormi palle di pietra, che avevano coperto il bastione di rottami e di schegge.
A pochi passi, il polacco, aiutato dal suo scudiero, si faceva stringere la corazza, sagrando incessantemente perchè non la trovava mai sufficientemente a posto. Era un po’ pallido e non pareva molto tranquillo, quantunque, dobbiamo dirlo a onor suo, non fosse già la prima volta che si misurava cogli infedeli.
Il signor Perpignano, aiutato da uno schiavone, teneva invece per le briglie due splendidi cavalli di razza incrociata italiana ed araba, osservando di quando in quando minutamente le cinghie e mormorando fra sè:
– Certe volte una correggia troppo allentata può compromettere la vita d’un uomo.
Il cannoneggiamento era cessato da una parte e dall’altra. Nel campo nemico si udivano le voci dei muezzin a recitare la preghiera mattutina, che terminava sempre con una incitazione a sterminare i giaurri, ossia i cani cristiani; sugli spalti di Famagosta i veneziani facevano colazione con un po’ d’olive e qualche pezzo di pane quasi immangiabile, poichè le provviste erano diventate ormai così scarse, ed i poveri abitanti, per non morire di fame, si vedevano costretti a cibarsi di erbe cotte e di cuoio bollito.
La preghiera dei muezzin era appena terminata, quando si vide un cavaliere turco lasciare il campo e spingersi al galoppo verso le mura di Famagosta e più precisamente verso il bastione di San Marco, seguito da un soldato che reggeva un’asta portante, al di sotto della mezzaluna e della coda di cavallo, un fazzoletto di seta bianca.
Era un bel giovane di ventiquattro o venticinque anni, dalla pelle bianca, i baffi neri, lo sguardo vivo e ardente, e vestito superbamente. Attorno al cimiero aveva una pezzuola di seta rossa, arrotolata come in forma di turbante e sulla cima una lunga penna di struzzo bianca; il petto l’aveva racchiuso in una corazza lucentissima arabescata ed argentata, ai polsi portava bracciali d’acciaio e sulle spalle un lungo mantello bianco infioccato, con una larga striscia azzurra all’estremità inferiore.
I calzoni, pure di seta, erano invece ampi, alla turca e calzava stivaletti di marocchino che sparivano quasi tutti entro le larghe staffe di acciaio brunito.
Teneva in pugno una scimitarra e nella fascia che gli stringeva le reni portava un jatagan leggero, colla lama lievemente curva.
Quando giunse a trecento passi dal bastione, fece segno al suo scudiero di piantare in terra l’asta come per segnalare agli assediati che si presentava sotto la protezione della bandiera bianca e dopo d’aver fatto caracollare per qualche minuto, con maestria impareggiabile, il suo magnifico cavallo arabo, tutto bianco, con una criniera lunghissima adorna di nastri e di fiocchi, gridò con voce maschia:
– Muley-el-Kadel, figlio del pascià di Damasco, sfida per la terza volta i capitani cristiani, ad armi bianche. Se non accettano ancora io li tratterò da vili sciacalli, indegni di combattere contro i forti guerrieri della Mezzaluna.
Vengano dunque a misurarsi, uno alla volta, se hanno nelle vene del vero sangue.
Muley-el-Kadel aspetta.
Il capitano Laczinki, che finalmente si era accomodata la corazza, si fece innanzi, salì sull’orlo del bastione e con un vocione che parve il muggito di un toro rispose, sguainando nel medesimo tempo, con un gesto tragico il suo spadone:
– Muley-el-Kadel non tornerà a sfidare i capitani cristiani, perchè fra cinque minuti io lo inchioderò sul suo cavallo come una scimmia. Siamo in due che abbiamo giurato di farti la pelle, cane d’un miscredente.
– Che vengano,- rispose il turco, continuando a far caracollare il suo bianco cavallo, come per dimostrare quale abile cavaliere egli fosse, – e si misurino con me uno alla volta.
– Siamo pronti tuonò il polacco.
Poi, volgendosi verso Capitan Tempesta, che stava per salire sul proprio destriero, gli disse con una certa ironia che non isfuggì alla giovine duchessa:
– È vero che noi lo uccideremo?
– Sì, – rispose freddamente la capitana.
– Giuochiamo prima a chi tocca affrontare quel mascalzone.
– Come volete, capitano.
– Ho ancora uno zecchino in tasca: testa o croce?
– Scegliete voi.
– Preferisco la testa: sarà un buon augurio per me, pessimo pel turco. A chi toccherà la croce sarà colui che si misurerà con quel cane.
– Gettate.
Il polacco lanciò in aria lo zecchino e mandò una bestemmia.
– Croce, – disse – giuocate voi.
Capitan Tempesta prese la moneta ed a sua volta la lanciò.
– Testa disse colla sua solita voce fredda. – Tocca a voi, capitano, affrontare pel primo il figlio del pascià di Damasco.
– Lo infilerò come un gufo rispose il polacco, – Se io sbaglierò, spero che voi mi vendicherete per l’onore dei capitani di Famagosta e della cristianità, quantunque dubiti assai del vostro coraggio e del vostro braccio.
– Ah! Davvero? esclamò Capitan Tempesta, con accento beffardo.
– Non mi fido che della mia spada.
– Ed io della mia: andiamo.
Il polacco montò sul suo cavallo, la saracinesca del bastione fu alzata per ordine del comandante degli artiglieri, ed i due valorosi uscirono, galoppando per la pianura.
Tutti i difensori di Famagosta e anche gli abitanti, già avvertiti che due capitani cristiani avevano deciso di raccogliere la sfida del turco, si erano affollati sulle diroccate mura, ansiosi di assistere a quel tragico duello.
Le donne pregavano a mezza voce, invocando dalla Madonna la vittoria per i due campioni cristiani, mentre i guerrieri veneziani e schiavoni alzavano i loro elmetti ed i loro morioni di ferro sulle punte delle spade e delle alabarde, gridando a piena voce:
– Datele al turco!
– Mostrate all’infedele il valore delle spade dei capitani veneti!
– Infilzate quel prepotente!
– Viva Capitan Tempesta!
– Viva il capitano Laczinki!
– Portateci la testa dell’infedele! Viva Venezia! Viva i figli della Repubblica!
La giovane duchessa e il polacco cavalcavano l’uno presso l’altro, muovendo verso il figlio del pascià di Damasco, che li aspettava a pié fermo, provando il filo della sua scimitarra.
La prima serbava un sangue freddo ed una calma assolutamente meravigliosa in una donna. Il capitano di ventura, invece, malgrado le sue rodomontate, pareva più inquieto che mai e sagrava contro il cavallo che non gli pareva troppo ben bardato, nonostante le cure minuziose del signor Perpignano, nè sufficientemente scaldato con della biada per cimentarsi in un simile combattimento.
– Sono sicuro che questo stupido animale mi giuocherà qualche brutto tiro, nel momento in cui infilerò il turco come un gufo. Che cosa ne dite, Capitan Tempesta?
– Che mi sembra che il vostro cavallo si comporti come un vero destriero di battaglia rispose la giovine.
– Voi non ve ne intendete di cavalli; non siete un polacco.
– Può darsi rispose asciuttamente la duchessa. – Io m’intendo meglio di colpi di spada.
– Uhm! Se io non vi sbarazzassi di quella testa di legno, non so come ve la cavereste. Tuttavia farò il possibile per mandarlo all’altro mondo, per salvare, insieme alla vostra, la mia pelle, tenendoci a conservarmela il più che mi sarà possibile.
– Ah! fece semplicemente la duchessa.
– Se però mi ferirà solamente…
– Allora?…
– Mi farò islamita e diverrò un capitano turco. Per quegli imbecilli basta rinnegare la Croce e per mio conto rinnegherei anche la mia patria, pur di continuare a menar le mani e giuocare zecchini.
– Bel capitano della cristianità! disse Capitan Tempesta, gettandogli uno sguardo pieno di disprezzo.
– Sono un uomo di ventura, io e battermi per la Croce o per Maometto è tutt’uno. La mia coscienza non ci soffrirebbe affatto, – disse il polacco cinicamente, sbozzando un sorriso. – Non è così per voi, è vero, signora?
– Avete detto? chiese Capitan Tempesta, frenando il cavallo e aggrottando le sopracciglia.
– Signora ribattè il polacco. – Vivaddio, non sono un imbecille come tutti gli altri, per non essermi accorto che questo famoso Capitan Tempesta è un capitano in gonnelle.
Volevo appunto impegnare un duello con voi per squarciarvi con un buon colpo di spada, sia pure senza ferirvi, la vostra cotta d’acciaio e mostrare agli altri quale realmente siete, mia signora. Allora sì che avrebbero riso.
– O pianto? chiese la giovane duchessa con voce sibilante. – Io so uccidere e forse meglio di voi.
– Uh! Una donna?
– Ebbene, giacchè avete indovinato il mio segreto, capitano Laczinki, se il turco non vi ucciderà, dopo la tenzone noi daremo alle genti di Famagosta un altro spettacolo.
– Quale?
– Quello di due capitani cristiani che si batteranno fra di loro, come due mortali nemici rispose freddamente la duchessa.
– Sia pure, ma vi prometto, da parte mia, che essendo voi una donna, cercherò di farvi il minor male che mi sarà possibile. Mi basterà squarciarvi la cotta d’acciaio.
– Ed io farò il possibile per trafiggervi la gola, affinchè non possiate più mai divulgare il segreto sul mio vero essere e che appartiene a me sola.
– Riprenderemo più tardi questa conversazione, signora, giacchè il turco sembra impazientirsi.
Poi, dopo un momento di esitazione, aggiunse, con un sospiro:
– Eppure sarei stato felice di dare il mio nome ad una donna così audace.
La duchessa non si degnò nemmeno di rispondere e trattenne il cavallo.
Il figlio del pascià di Damasco non si trovava che a dieci passi da loro e osservava attentamente i due capitani, come per giudicare la loro forza.
– Chi è il primo che si misurerà col giovane Leone di Damasco? – chiese.
– L’Orso delle Foreste della Polonia rispose Laczinki. – Se tu hai le unghie lunghe e robuste come le belve che abitano i deserti o le selve del tuo paese, io ho la forza poderosa dei plantigradi delle mie paludi. Ti taglierò in due con un sol colpo del mio spadone.
Parve che il turco trovasse lo scherzo di suo gusto, perchè proruppe in una risata, quindi alzando la scimitarra ed estraendo colla sinistra l’jatagan che portava alla cintura disse:
– Le mie armi vi aspettano: vedremo se il vecchio Orso della Polonia avrà ragione del giovane Leone di Damasco.
Più di centomila occhi erano fissi sui due combattenti, perchè anche le immense falangi degli infedeli si erano radunate sul margine del campo, ansiose di veder la fine di quel duello cavalleresco.
Il polacco strinse colla sinistra le briglie del suo destriero, mentre il giovane turco si metteva fra i denti le sue, avendo le mani impedite, ed i due rivali si guardarono per alcuni istanti fissi, come se avessero cercato di ipnotizzarsi a vicenda.
– Giacchè il Leone non attacca, assalirà l’Orso disse finalmente il capitano Laczinki, facendo colla spada tre o quattro mulinelli. – Non mi piace aspettare troppo.
Spronò vivamente il cavallo, strappandogli un nitrito di dolore e s’avventò sul turco che lo aspettava, fermo come una rupe, coprendosi il petto e la testa colla ricurva scimitarra e con il jatagan.
Appena però si vide piombare addosso l’avventuriero, con una semplice pressione delle ginocchia fece fare al suo bianco arabo uno scarto improvviso e avventò un colpo di scimitarra così terribile che guai se avesse colto l’avversario.
Il polacco, che forse si aspettava quella sorpresa, fu pronto a parare con rapidità meravigliosa e lo incalzò subito, vibrando stoccate su stoccate.
I due cavalieri lottavano con pari bravura, coprendo nel medesimo tempo le teste dei loro destrieri, per non trovarsi, da un momento all’altro, scavalcati.
Il capitano di ventura assaliva impetuosamente, con ferocia, sagrando come era sua abitudine, per spaventare o per lo meno impressionare il turco e giurando che l’avrebbe spàccato in due come un semplice ranocchio.
La sua spada batteva con furore la scimitarra, cercando di spezzarla e qualche volta toccava la corazza; ma anche Muley-el-Kadel non risparmiava le botte ed a sua volta la sua arma scrosciava su quella dell’avversario, facendo sprizzare scintille.
Gli spettatori, di quando in quando, prorompevano in altissime grida, per incoraggiare i combattenti.
– Sotto, capitano Laczinki! gridavano dagli spalti i guerrieri veneti, quando vedevano il turco indietreggiare sotto i furibondi attacchi dell’avventuriero.
– Ammazza il giaurro! – urlavano dal canto loro le sterminate falangi degli infedeli, quando Muley a sua volta incalzava, facendo fare al suo arabo dei salti da gazzella.
Capitan Tempesta rimaneva silenzioso, immobile sul suo cavallo. Seguiva attentamente le botte e le parate, studiando soprattutto il giuoco del giovane leone di Damasco, per poterlo sorprendere nel caso che fosse stato costretto a misurarsi con lui.
Allieva di suo padre, che godeva fama di essere stata la prima lama di Napoli, città che in quei tempi contava i più famosi spadaccini e che aveva una scuola stimata da tutta l’Europa, si sentiva in grado di affrontare fermamente il turco, e di vincerlo, senza correre troppi rischi.
Intanto il duello continuava fra i due campioni, con maggior rabbia. Il polacco che contava sulla propria forza più che sulla propria abilità, accortosi finalmente che il Leone di Damasco possedeva dei muscoli d’acciaio d’una resistenza incredibile, tentò una delle tante botte segrete che s’insegnavano in quei tempi.
Fu la sua perdita. Il turco, che forse non la ignorava, fu lesto alla parata e rispose con un colpo di scimitarra così fulmineo che il disgraziato avventuriero non fu in tempo di parare. La lama lo colpì al di sopra della corazza, toccandolo alla parte destra del collo e producendogli una larga ferita.
– Il Leone ha vinto l’Orso! urlò il turco mentre centomila voci salutavano quella inaspettata vittoria con un clamore assordante.
Il polacco si era lasciata sfuggire la spada. Stette un momento ritto sulla sella, portandosi una mano alla ferita, come per arrestare il sangue che gli sfuggiva in gran copia, arrossandogli la corazza, poi rovinò pesantemente al suolo con un cupo fragor di ferraccio, rimanendo steso ed immobile accanto al cavallo che si era subito fermato.
Capitan Tempesta non aveva battuto ciglio. Levò la spada e mosse incontro al vincitore dicendogli freddamente:
– A noi due ora, signore.
Il turco guardò la giovane duchessa, con un misto di stupore e di simpatia, poi disse:
– Voi! Un fanciullo!
– Che vi darà da fare, signore. Volete riposarvi qualche istante?
– Non vi è bisogno. Mi sbrigherò presto con voi. Siete troppo debole per misurarvi col Leone di Damasco.
– Sarà pesante la spada rispose la duchessa. – Guardatevi: vi uccido!
– Sareste voi un lioncello più pericoloso dell’Orso della Polonia?
– Può darsi.
– Ditemi almeno prima il vostro nome.
– Mi chiamano Capitan Tempesta.
– Non giunge nuovo ai miei orecchi, – disse Muley-el-Kadel.
– Ed ai miei nemmeno il vostro.
– Siete un prode.
– Non lo so. Guardatevi: vi attacco.
– Vi aspetto, quantunque mi rincresca uccidere un così bel fanciullo, che ha tanta lealtà e tanta audacia.
– Vi dico di guardarvi dalla punta della mia spada. Per San Marco.
– Pel Profeta!
La duchessa, che oltre ad essere una spadaccina formidabile, era pure una amazzone impareggiabile, allentò le briglie del suo cavallo e caricò risolutamente, colla spada in linea, passando come un uragano accanto al turco.
Nel momento in cui questi si preparava a coprirsi colla scimitarra gli vibrò una stoccata in direzione della gola, onde non smussare la spada contro la corazza.
Muley-el-Kadel, che già stava in guardia, parò rapidamente, ma non interamente. La spada della intrepida fanciulla, rialzata bruscamente, lo colpì nel cimiero, il quale gli fu levato di colpo e gettato a dieci passi di distanza.
– Ecco una stoccata magnifica disse il Leone di Damasco, stupito da quella botta fulminea. – Questo fanciullo vale meglio dell’Orso della Polonia.
Capitan Tempesta continuò la sua corsa per una ventina di metri, poi, facendo fare al suo cavallo un rapido volteggio, tornò contro il turco colla spada sempre in linea, pronta a colpire.
Gli passò a sinistra, parando un colpo di scimitarra e si mise a volteggiargli intorno, spronando sempre il cavallo per imprimergli maggior velocità.
Muley-el-Kadel, sorpreso da quella manovra, aveva un gran da fare a tener fronte a quell’agile nemico. Il suo cavallo arabo, semistordito, girava sulle zampe deretane, inalberandosi, onde poter far fronte a quello del giovane capitano che pareva avesse il fuoco nel ventre.
I turchi ed i cristiani prorompevano in altissime grida, incoraggiando i loro campioni.
– Addosso, Capitan Tempesta!
– Viva il difensore della Croce.
– Uccidi il giaurro!
– Allah! Allah!
La duchessa, che conservava sempre una calma meravigliosa, a poco a poco si stringeva addosso al turco, I suoi grandi occhi neri mandavano lampi ed il suo viso si coloriva di roseo. Le sue labbra vermiglie fremevano e le sue narici si dilatavano, come aspirassero l’odore acre della polvere.
I giri diventavano sempre più stretti, mentre il cavallo arabo del turco, girando sempre su se stesso, si esauriva rapidamente.
– Badate, Muley-el-Kadel! gridò ad un tratto.
Aveva appena terminato l’avvertimento, quando la sua spada colpì il turco sotto l’ascella destra, là dove la corazza non riparava più il petto.
Muley-el-Kadel aveva mandato un grido di rabbia ed insieme di dolore, mentre fra le orde barbare s’alzava un muggito formidabile, simile al fragore che produce la marea della Manica in una notte d’uragano.
Sugli spalti di Famagosta invece, i guerrieri veneti sventolavano le bandiere ed i fazzoletti ed alzavano sulle picche e sulle alabarde i loro elmi, urlando a squarciagola:
– Viva il nostro giovane capitano! Laczinki è vendicato!
La duchessa, invece di piombare sul ferito e di finirlo come ne avrebbe avuto il diritto, aveva arrestato il cavallo, guardando con un misto di orgoglio e di compassione il giovane Leone di Damasco che faceva sforzi supremi per mantenersi in sella.
– Vi dichiarate vinto? – chiese, facendo avanzare il cavallo. Muley-el-Kadel fece atto di alzare la scimitarra per riprendere la lotta, quando le forze improvvisamente gli vennero meno.
Vacillò, s’aggrappò alla criniera del cavallo, poi cadde come era caduto il polacco, con un cupo fragore di ferraglia.
– Uccidetelo! urlarono i guerrieri di Famagosta – Nessuna compassione per quel cane, Capitan Tempesta!
La duchessa scese da cavallo, tenendo in mano la spada, la cui punta era insanguinata e s’avvicinò al turco che si era alzato sulle ginocchia.
– Vi ho vinto, – disse.
– Uccidetemi rispose Muley-el-Kadel. – È vostro diritto.
– Capitan Tempesta non uccide chi non può difendersi rispose la duchessa. – Siete un valoroso e vi dono la vita.
– Non credevo che i cristiani fossero così buoni rispose il Leone di Damasco, con voce fioca. – Grazie: non mi dimenticherò mai della generosità di Capitan Tempesta.
– Addio, signore e vi auguro di guarire presto.
La duchessa stava per dirigersi verso il proprio cavallo, quando delle urla selvagge la fermarono.
– Morte al giaurro! – urlavano parecchie voci.
Otto o dieci cavalieri turchi giungevano a corsa sfrenata, colle scimitarre alzate, per piombare addosso a Capitan Tempesta e vendicare la sconfitta del Leone di Damasco.
Un grand’urlo di furore si era alzato fra i cristiani di Famagosta:
– Vili! Traditori!
Muley-el-Kadel, con uno sforzo supremo, si era alzato, pallido, ma cogli occhi fiammeggianti d’ira.
– Miserabili! tuonò, rivolgendosi verso i suoi compatrioti. – Che cosa fate? Fermatevi o domani vi farò impalare tutti, come indegni di appartenere a guerrieri leali e valorosi.
I cavalieri si erano arrestati, confusi e spaventati. In quel momento due colpi di colubrina rimbombarono sul bastione di San Marco e un nembo di mitraglia li colpì, gettandone a terra sette insieme ai loro cavalli.
I superstiti si erano affrettati a volgere le spalle, fuggendo a gran corsa verso il campo turco, fra i fischi e le risate dei loro compagni, che non approvavano quell’intervento improvviso.
– Ecco la lezione che vi meritavate disse il Leone di Damasco, mentre il suo scudiero lo sorreggeva.
Le artiglierie turche non avevano risposto ai due colpi di colubrina dei cristiani.
Capitan Tempesta, che aveva ancora la spada in mano, risoluto a vendere cara la vita, fece a Muley-el-Kadel un cenno d’addio con la sinistra, rimontò sul suo cavallo e s’allontanò verso Famagosta, mentre i guerrieri cristiani lo salutavano con un vero uragano d’applausi.
Nel momento in cui si allontanava, il polacco che non era morto, sollevò lentamente la testa e lo seguì collo sguardo, mormorando:
– Spero che ci rivedremo, fanciulla.
A Muley-el-Kadel non era sfuggita quella mossa.
– Costui non è morto disse al suo scudiero, – Ha l’anima incavigliata dunque, l’Orso della Polonia?
– Devo finirlo? chiese lo scudiero.
– Conducimi presso di lui.
Appoggiandosi al soldato e comprimendosi con una mano la ferita che sanguinava abbondantemente, s’appressò al capitano.
– Volete finirmi? chiese Laczinki con voce rantolante. – Ormai sono vostro correligionario… perchè ho rinnegato la croce. Uccidereste un mussulmano.
– Vi farò curare rispose il Leone di Damasco.
– È quello che volevo mormorò fra sè l’avventuriero. – Ah! Capitan Tempesta, me la pagherai!

CAPITOLO IV

La ferocia di Mustafà

Dopo quella sfida cavalleresca che aveva accresciuta la fama già ben salda di Capitan Tempesta, riconosciuta ormai da tutti come la prima lama di Famagosta, l’assedio della disgraziata città era stato ripreso da parte delle orde turche, ma con molto meno slancio di quello che i cristiani s’aspettavano.
Pareva che, dopo la sconfitta del Leone di Damasco, un profondo scoraggiamento si fosse impadronito degli assedianti. Il fatto era che non spingevano più gli attacchi coll’accanimento primiero e che il bombardamento languiva.
Il comandante supremo delle orde barbare, Mustafà, non si vedeva più, come nel passato, ispezionare ogni mattina, dopo la preghiera, le colonne d’assalto, nè mostrarsi fra le compagnie degli artiglieri per incoraggiarli colla sua presenza.
Perfino i clamori selvaggi, che finivano sempre in un ululato spaventoso, che suonava “morte e sterminio ai nemici della Mezzaluna” non echeggiavano più nell’immenso campo. Che più? Perfino le trombe rimanevano mute ed i timballi della cavalleria non facevano udire i loro rulli.
Pareva che qualcuno avesse imposto a quello sterminato esercito il silenzio più assoluto.
Invano i capitani cristiani cercavano di spiegare quel mistero. Eppure non era quella l’epoca del Ramadan, della quaresima turca, durante la quale gli adoratori del Profeta sospendono perfino le operazioni di guerra, per pregare ed imporsi lunghi digiuni.
Come non era possibile che il Gran vizir avesse comandato il silenzio, per non turbare la guarigione del giovane Leone di Damasco, che infine non era altro che il figlio d’un pascià.
Capitan Tempesta e il suo tenente aspettavano la spiegazione di questo fatto assolutamente straordinario da El-Kadur, l’unico forse che avrebbe potuto dire qualche cosa, ma l’arabo, dopo il colloquio di quella notte, non era più rientrato in Famagosta.
L’improvvisa inattività dei nemici non incoraggiava affatto gli assediati, pel motivo che i viveri scemavano tutti i giorni e che la fame si faceva sentire sempre più aspra, specialmente per gli abitanti i quali vedevano diminuire ogni giorno le loro provviste d’olio e di cuoio, l’unico loro nutrimento già da parecchie settimane.
Erano trascorsi così parecchi giorni, collo scambio di qualche raro colpo di colubrina da una parte e dall’altra, quando una notte che Capitan Tempesta e Perpignano erano di guardia sul bastione di San Marco, videro un’ombra arrampicarsi, coll’agilità d’un quadrumane, su per la scarpa semidiroccata dalle mine dei turchi.
– Sei tu, El-Kadur? chiese Capitan Tempesta, afferrando, per precauzione, un archibugio che stava appoggiato al parapetto e che aveva la miccia accesa.
– Sì, padrone rispose l’arabo. – Non fate fuoco.
Con un ultimo slancio s’aggrappò ad un merlo e balzò agilmente sul parapetto, cadendo dinanzi a Capitan Tempesta.
– Eravate inquieto della mia prolungata assenza, è vero, padrone? – chiese l’arabo.
– Temevo che ti avessero scoperto e ucciso, – rispose Capitan Tempesta.
– Non hanno alcun dubbio su di me, rassicuratevi, padrone, – disse l’arabo – quantunque il giorno in cui voi vi misuraste col Leone di Damasco m’avessero veduto armare le pistole per ucciderlo, nel caso che vi avesse ferita.
– Migliora?
– Muley-el-Kadel deve avere la pelle ben dura, padrone. Egli è già convalescente e fra un paio di giorni rimonterà a cavallo. Ah! Ho anche un’altra notizia importante da darvi e che vi stupirà assai.
– Quale?
– Che anche il polacco migliora rapidamente.
– Laczinki! esclamarono ad una voce il capitano ed il suo tenente.
– Sì, lui.
– Non è stato ucciso da quel colpo di scimitarra?
– No, padrone. Sembra che gli orsi delle foreste polacche abbiano le ossa solide.
– E non l’hanno finito?
– No, perchè ha rinnegata la croce abbracciando la fede del Profeta rispose El-Kadur. – Quell’avventuriero ha l’animo molto largo, a quanto pare, e adora tanto la Croce quanto la Mezzaluna.
– È un miserabile! – esclamò Perpignano, con indignazione. – Combattere contro di noi, i suoi fratelli d’arme!
– E appena guarito sarà nominato capitano dell’esercito turco aggiunse l’arabo. – Uno dei pascià gli ha promesso quel grado.
– Quell’uomo deve odiarmi mortalmente, senza che io gli abbia fatto mai nulla di male, se invece non mi…
– Che cosa, capitano? chiese il veneziano, vedendolo interrompersi bruscamente.
Capitan Tempesta, invece di rispondere, chiese all’arabo:
– Ancora nulla?
– Nulla, padrone, – rispose El-Kadur, facendo un gesto desolato. – Non so il perchè si mantiene ostinatamente il segreto sul luogo ove fu condotto il signore Le Hussière.
– Eppure è impossibile che tutti lo ignorino, – disse Capitan Tempesta, con un sospiro. – Che l’abbiano ucciso? Dio mio! Quale sospetto!
– No, padrona, sono certo che egli vive. Io credo che sia stato relegato in qualche castello della costa, colla speranza d’indurlo ad abbracciare la religione islamita.
Egli è un gran valoroso ed i turchi accolgono volentieri fra le loro file i valenti, di cui hanno molto bisogno per guidare le loro orde innumerevoli sì, ma indisciplinate.
Capitan Tempesta si era lasciato cadere su un mucchio di macerie, come se fosse stato colto da una improvvisa debolezza.
Perpignano e l’arabo lo guardavano, entrambi profondamente commossi.
– Che io non possa sapere più mai che cosa è avvenuto di lui? mormorò la giovane duchessa con un sordo singhiozzo.
– Non disperate, padrone disse l’arabo. – Non rinuncerò alle mie gite notturne, finchè non mi avranno detto dove lo hanno condotto. Saper che egli è vivo è già molto.
– Tu non ne hai le prove, mio buon El-Kadur.
– È vero, ma se l’avessero ucciso, al campo lo si saprebbe di certo.
– E perchè sono tanto riluttanti a dire dove si trova prigioniero?
– Questo non lo so, padrone.
Capitan Tempesta si era alzato.
– Sì, forse ho torto a disperare, – disse.
In quel momento un baccano spaventevole ruppe improvvisamente il silenzio della notte.
Nel campo turco si udivano squillare le trombe e rullare i timballi della cavalleria ed un vociare furioso e scoppi d’armi da fuoco.
Migliaia e migliaia di torce si erano accese come per incanto e correvano per la vasta pianura, raggruppandosi verso il centro del campo, dove giganteggiava la tenda del gran vizir, il comandante supremo delle orde.
Capitan Tempesta, Perpignano ed El-Kadur si erano accostati rapidamente al parapetto del bastione, mentre le trombe delle sentinelle cristiane suonavano a tutto fiato l’allarme ed i guerrieri veneti, che riposavano nelle casematte, afferravano le armi accorrendo sulle mura.
– Si preparano all’assalto generale, – disse Capitan Tempesta.
– No, padrone disse l’arabo, con voce tranquilla. – È una rivolta che scoppia nel campo turco e che era già preparata fino da stamane.
– Contro chi?
– Contro il gran vizir, Mustafà.
– Per quale motivo? – chiese Perpignano.
– Per costringerlo a riprendere vigorosamente l’assedio della città. Sono otto giorni che le truppe rimangono quasi inoperose e che rumoreggiano.
– Infatti tutti lo abbiamo notato, – disse Perpignano. – Forse che il Gran vizir è ammalato?
– Sembra anzi che stia benissimo. È il suo cuore che è incatenato.
– Che cosa vuoi dire, El-Kadur? – chiese Capitan Tempesta.
– Che una fanciulla cristiana della Canea, lo ha affascinato. Il vizir è innamorato e forse, dietro consiglio di quella beltà, vi ha accordato una lunga tregua.
– Possibile che gli occhi d’una donna possano esercitare tanta influenza su quel crudele capitano? – disse il tenente.
– Si dice che sia d’una bellezza meravigliosa. Tuttavia io non vorrei trovarmi al suo posto, perchè l’esercito intero reclama la sua morte considerandola come l’unico ostacolo alle operazioni di guerra.
– E credi tu che il vizir cederà dinanzi alla volontà dei suoi soldati? – chiese Capitan Tempesta.
– Vedrete che non oserà resistere rispose l’arabo. – Il sultano tiene delle spie al campo e, se venisse informato del malumore che regna fra i suoi guerrieri, non indugerebbe a regalare al comandante supremo un laccio di seta, e voi sapete che cosa significhi un simile dono: o appiccarsi o venire impalato.
– Povera fanciulla! – esclamò Capitan Tempesta, con voce commossa. – E dopo?
– Quando quell’adorabile candiotta non esisterà più, potete aspettarvi un assalto furibondo. Le orde islamite sono stanche della lunghezza di questo assedio e si rovesceranno su Famagosta, come un mare in tempesta e spazzeranno via ogni cosa.
– Saremo pronti a riceverle come si meritano, – disse Perpignano. – Le nostre spade e le nostre corazze sono solide ed i nostri cuori non tremano.
L’arabo scosse il capo, guardando con angoscia la duchessa, poi disse con un sospiro:
– Sono troppi.
– A meno che non prendano la città per sorpresa.
– Ci sarò sempre io per avvertirvi in tempo. Devo tornare al campo turco, padrone?
Capitan Tempesta non rispose.
Appoggiato al parapetto, ascoltava le vociferazioni spaventevoli degli assedianti e seguiva con uno sguardo inquieto le miriadi di torce che s’agitavano burrascosamente intorno all’alta tenda del gran vizir.
In mezzo a quel baccano assordante, che pareva il muggito d’un mare sconvolto dai venti, s’udivano ad intervalli migliaia di voci che urlavano:
– Morte alla schiava! Vogliamo la sua testa!
Poi i timballi, le trombe e gli spari coprivano quelle grida feroci e tutte quelle urla, che sfuggivano da centomila petti, si fondevano in un ruggito spaventevole, come se il campo degli infedeli fosse stato improvvisamente invaso da legioni e legioni di belve feroci, sbucate dai deserti africani ed asiatici.
– Debbo tornare, padrone? – tornò a chiedere l’arabo.
Capitan Tempesta si scosse e rispose:
– Sì, va, mio buon El-Kadur. Approfitta di questo istante di tregua e non stancarti nelle tue ricerche se vuoi vedermi felice.
Negli occhi del figlio del deserto passò come un’ombra d’infinita tristezza, poi disse, con accento rassegnato:
– Farò quello che vorrete, padrone, pur di veder le vostre belle labbra a sorridere e la vostra fronte serena.
Capitan Tempesta fece cenno al suo tenente di rimanere, poi accompagnò l’arabo verso il parapetto del bastione.
– Tu mi hai detto che il capitano Laczinki è ancora vivo, – disse.
– È vero, signora, nè pare che per ora abbia alcuna voglia di morire.
– Veglia su di lui.
– Che cosa temete, padrona, da quel rinnegato? – chiese l’arabo levandosi minaccioso in tutta la sua altezza.
– Sento in lui un nemico.
– Per quale motivo dovrebbe odiarvi?
– Egli ha scoperto che io sono una donna invece d’un uomo.
– Che vi ami invece? – chiese El-Kadur, mentre il suo volto si trasfigurava sotto un improvviso scoppio d’ira terribile.
– Chi lo sa, – rispose la duchessa. – Potrebbe odiarmi perchè la donna ha abbattuto il Leone di Damasco e potrebbe anche segretamente amarmi. Non è facile comprendere il cuore umano.
– Il visconte Le Hussière sì, ma quel polacco, no! – disse l’arabo con voce fremente.
– Supporresti che io amassi quell’avventuriero?
– Non lo crederei mai, signora, ma se così fosse… El-Kadur ha un jatagan nella cintura e lo immergerà tutto nel petto di quel rinnegato.
Si leggeva in quel momento sul viso del selvaggio figlio dell’Arabia una tale espressione di collera, che Capitan Tempesta ne fu impressionato. Vi era una disperazione intensa, terribile.
– Non temere, mio povero El-Kadur, – disse la duchessa. – O le Hussière o nessuno. Amo troppo quel valoroso.
L’arabo si portò una mano sul cuore, conficcandosi le unghie nella carne, come se avesse voluto soffocarne i battiti e chinò il capo, nascondendo il viso nell’alto colletto del suo mantello.
– Addio, signora, – disse dopo qualche istante. – Veglierò su quell’uomo nel quale sento anch’io un nemico della vostra felicità, ma veglierò come il leone spia la preda che agogna. Quando lo comanderete il povero schiavo ucciderà.
Poi, senza attendere la risposta della duchessa, balzò sul parapetto e si lasciò scivolare giù dalla scarpa, scomparendo rapidamente fra le tenebre.
La giovane duchessa era rimasta immobile, cercando di discernere attraverso le ombre della notte il taub del suo fedele schiavo.
– Come deve sanguinare il suo cuore! – mormorò. – Povero El-Kadur. Sarebbe stato meglio per te che mio padre non ti avesse liberato dal tuo crudele padrone.
Perpignano, vedendola sola, s’era fatto innanzi.
– Pare che i turchi si siano calmati, – le disse. – Che abbiano assassinata la cristiana? Quelle canaglie sono capaci di tutto: quando la collera li prende non rispettano nè donne, nè fanciulli.
– Purtroppo, – sospirò la duchessa.
Infatti le grida erano cessate nel campo turco e non si udivano più nè i timballi della cavalleria, nè gli squilli delle trombe. Si scorgevano invece sempre quelle miriadi di fiaccole radunarsi or qua ed or là, ed ora disperdersi per l’immenso campo in lunghissime file che formavano delle capricciose linee di fuoco, spiccanti vivamente fra la profonda oscurità della notte piovigginosa.
I capitani cristiani, accortisi che almeno per quel momento gli infedeli non avevano alcuna intenzione di muovere all’attacco della città, avevano rimandate le loro compagnie nelle casematte, non lasciando che delle forti guardie sui bastioni principali, specialmente intorno alle colubrine.
La notte, come già El-Kadur aveva predetto, passò senza allarmi e gli assediati poterono riposarsi tranquillamente.
Appena l’aurora comparve, fugando le ultime stelle, quattro cavalieri turchi che portavano sulle alabarde dei drappi di seta bianca e che erano preceduti da un trombettiere, si presentarono sotto il bastione di San Marco sulla cui piattaforma si radunavano ordinariamente i capitani cristiani, chiedendo ad alta voce un breve armistizio, onde farli assistere ad uno spettacolo straordinario, che, assicuravano, avrebbe dovuto influire assai sulle sorti della guerra.
Credendo che si trattasse di qualche nuova sfida, come succedeva di frequente, i comandanti veneti, che non volevano d’altronde irritare troppo quei barbari, che tenevano ormai nelle loro mani le sorti della disgraziata città, dopo un breve consiglio, acconsentirono, promettendo che non avrebbero aperto il fuoco prima del mezzodì.
Dieci minuti dopo che i cavalieri erano tornati al campo, gli assediati che si erano radunati sulle mura e sui bastioni, non fidandosi delle promesse di quei barbari, videro spiegarsi nella pianura le innumerevoli orde nemiche, sfilando per battaglioni, come in una grande rivista.
S’avanzavano prima gli artiglieri dalle vesti variopinte e gli ampi calzoni, seguiti da duecento colubrine trainate da superbi cavalli arabi impennacchiati e infioccati e con ricche gualdrappe rosse; poi s’avanzavano le compagnie dei giannizzeri, quei terribili guerrieri che formavano il nerbo dell’esercito turco, uomini che non avevano paura della morte e che una volta lanciati, nè spade, nè colubrine, nè moschetti potevano arrestare.
Poi si avanzavano gli albanesi, coi loro sfarzosi costumi, le sottanine bianche ed ampie ed i ricchi e vasti turbanti e le fasce riboccanti di pistoloni e di jatagan; gli irregolari dell’Asia Minore, armati di archibugi, di alabarde e perfino di balestre usate cent’anni prima, coperti di cotte d’acciaio scintillanti e forniti di ampi scudi che forse datavano dal tempo delle crociate ed infine immense colonne di cavalieri arabi ed egiziani, avvolti nei loro mantelli bianchi, abbelliti all’estremità da larghe righe rosse ed infioccati.
Al suono delle trombe ed al fragore dei timballi, lo sterminato esercito si schierò su varie colonne nella vasta pianura, formando un immenso semicerchio, i cui margini si perdevano all’orizzonte.
– Che vogliano spaventarci mostrando la potenza dei loro reggimenti? – chiese Perpignano a Capitan Tempesta, che guardava, non senza un fremito di terrore, sfilare quelle masse enormi.
– Non lo so rispose la giovane duchessa. – Qualche cosa però deve succedere.
Aveva appena pronunciate quelle parole, quando le trombe cessarono bruscamente di echeggiare ed i timballi diventarono muti.
Le colonne si aprirono dinanzi al bastione di San Marco e gli assediati videro avanzarsi il Gran vizir Mustafà, tutto coperto di ferro brunito, con un ampio turbante sormontato da un gran pennacchio, che scintillava come se fosse cosparso di diamanti.
Montava un cavallo arabo dal pelo bianco, dalla criniera lunghissima, bardato con lusso inaudito. Aveva un enorme ciuffo di magnifiche penne di struzzo fissato sulla testa, briglie larghe come usano oggidì i marocchini e i berberi, intagliate e dorate, una grande gualdrappa di velluto cremisi con frange d’oro che gli scendeva fino al garrese e le fonde delle pistole di velluto azzurro con due grandi mezzelune d’argento.
Lo seguiva un araldo con una lunga tromba ed uno stendardo di seta verde, poi veniva su una giumenta bianca una fanciulla, tutta avvolta in un lungo velo candidissimo, adorno di piccole stelle d’oro che impediva di poterla vedere in viso, quindi pascià e capitani, tutti risplendenti nelle loro corazze argentate e cavalieri superbamente vestiti, con turbanti giganteschi e sorreggenti delle aste sormontate dalla mezzaluna con sotto delle code di cavallo.
Il gran vizir, che procedeva al passo, trattenendo con mano ferma il suo ardente destriero, mentre teneva l’altra posata fieramente sull’anca, s’inoltrò fino a trecento metri dal bastione di San Marco, guardando fissi i capitani cristiani, affollati sugli spalti, poi snudò la sua scimitarra e si volse verso i suoi guerrieri, gridando con voce tuonante:
– Ecco come il vostro vizir spezza le sue catene!…
Con una improvvisa speronata fece fare al suo arabo un gran salto che lo portò presso la giumenta, si rizzò sulle corte e larghe staffe e con un terribile colpo della sua arma tagliò netto il collo della fanciulla, facendo volare lontano il capo, senza dubbio bellissimo.
Il corpo della decapitata si mantenne per alcuni secondi ritto sulla sella mentre i bianchi veli si coprivano di sangue, poi stramazzò al suolo, mentre un grand’urlo di raccapriccio s’alzava fra i cristiani.
Il gran vizir asciugò sulla gualdrappa del proprio cavallo la scimitarra, la ringuainò freddamente, poi tendendo il pugno chiuso verso Famagosta, gridò con voce terribile che parve uno scoppio di tuono:
– Ed ora, giaurri, pagherete pel sangue che ho sparso! Ci rivedremo questa notte!

CAPITOLO V

L’assalto di Famagosta.

La minaccia del gran vizir dei turchi aveva prodotto un profondo effetto sui capitani cristiani, i quali conoscevano l’audacia e la fermezza di quel formidabile guerriero, cui fino allora aveva sempre arriso la vittoria, nonostante l’estremo valore dei soldati veneti.
Certi di dover subire nella notte un assalto furioso, più tremendo di quanti ne avevano provati fino allora e conoscendo la loro debolezza, dopo che le mine avevano sconquassati i bastioni e le cinte, dietro consiglio del governatore avevano subito preso le disposizioni necessarie per far fronte al terribile pericolo che li minacciava.
I posti di guardia furono raddoppiati, soprattutto sulle torri a difesa dei profondi fossati, quantunque ormai questi fossero così ingombri di macerie da non poter più servire da ostacolo, e le colubrine furono piazzate nei punti più elevati onde battere e coprire di mitraglia gli assalitori.
Gli abitanti, già avvertiti, malgrado la loro estrema debolezza causata dai lunghi digiuni, non ignorando che se i turchi fossero riusciti a varcare le cinte, non sarebbero sfuggiti alle loro scimitarre, erano prontamente accorsi a rinforzare i bastioni più maltrattati colle macerie levate dalle loro abitazioni, già quasi tutte demolite da quel lungo assedio.
Una profonda angoscia si era impadronita di tutti. Sentivano per istinto che la fine di Famagosta era prossima e che una orribile strage stava per succedere.
L’esercito turco, venti volte superiore agli assediati, sicuro della sua strapotente forza, e della immensa superiorità delle sue artiglierie, stanco di quel lunghissimo assedio che lo stremava da mesi e mesi, doveva tentare uno di quei formidabili sforzi a cui nessuno può resistere: nè la saldezza dei cuori meglio corazzati contro la paura, nè il valore disperato, nè la fede incrollabile.
Durante la giornata, gli assedianti si mantennero tranquilli, limitandosi a sparare solo, di quando in quando, qualche colpo di colubrina, più per rettificare il tiro dei loro pezzi, che per danneggiare le opere di difesa degli assediati; però si vedeva nel loro campo un movimento insolito.
Gruppi di cavalieri partivano ad ogni istante dalle tende del Gran vizir e dei pascià, recandosi alle estreme ali dell’esercito per portare ordini e si scorgevano gli artiglieri trascinare i loro pezzi verso le trincee, mentre bande di minatori si disperdevano per la pianura strisciando come serpenti per non farsi mitragliare.
I capitani cristiani, Bragadino, Martinengo, Tiepolo e l’albanese Manoli Spilotto, dopo aver tenuto consiglio col governatore della piazza, Astorre Baglione, avevano deciso di prevenire l’assalto dei turchi con un furioso bombardamento, onde tener lontani i minatori ed impedire alle artiglierie turche di piazzarsi indisturbate nei punti migliori.
Ed infatti, appena scoccato il mezzodì, tutti i pezzi che guarnivano i bastioni e le torri aprirono tosto un fuoco infernale coprendo la pianura di ferro e di palle di pietra, mentre i più abili archibugieri, nascosti dietro i parapetti ed i merli, gareggiavano fra di loro nel freddare i minatori che s’avanzavano incessantemente, cercando di ripararsi dietro le ineguaglianze del suolo.
Quel rimbombo assordante durò fino al calar del sole, causando agli assedianti non poche perdite e smontando parecchie colubrine; poi, appena le tenebre furono fitte, squillarono le trombe d’allarme per far accorrere l’intera popolazione alla difesa delle cinte.
L’esercito turco si spiegava allora per la tenebrosa pianura, in masse enormi, pronto a tentare un assalto generale.
Suonavano pure le trombe turche e rullavano i timballi della cavalleria. Urla spaventevoli si alzavano di quando in quando, echeggiando sinistramente agli orecchi dei guerrieri veneti e si udivano, nei brevi momenti di silenzio, le grida dei muezzin che incoraggiavano e fanatizzavano i figli dell’Islam.
– Nel nome di Allah! Distruggete! Uccidete! Non vi è Dio fuor di Dio e Maometto è il suo Profeta!
La difesa dei cristiani si era concentrata sul bastione di San Marco, perchè sapevano che lo sforzo maggiore del nemico sarebbe stato volto verso quello, essendo la chiave di Famagosta.
I migliori capitani, fra i quali Tempesta, avevano radunate colà le loro compagnie e piazzate venti colubrine, scelte fra le più grosse.
Il fuoco di quelle numerose bocche, manovrate per lo più da marinai veneti, che godevano allora fama di essere valentissimi, doveva fare dei grandi vuoti fra le colonne turche che muovevano all’attacco, compatte, sfidando serenamente la morte.
Anche dalle torri gli assediati sparavano furiosamente, massacrando specialmente la cavalleria che galoppava in tutti i sensi, per avvolgere completamente la città ed impedire la fuga degli abitanti ormai condannati al macello.
Il fuoco era stato appena ripreso, quando El-Kadur, che aveva lasciato il campo turco prima che gli assedianti si muovessero, scalò il bastione presentandosi a Capitan Tempesta:
– Signora, – disse con un forte tremito nella voce, fissandolo con estrema ansietà. – Ecco, l’ora terribile sta per suonare per Famagosta. A meno d’un miracolo, domani la città sarà nelle mani degli infedeli.
– Siamo tutti pronti a morire, – rispose la duchessa con accento di rassegnazione. – E il signor Le Hussière?
– Lo salverà Iddio.
– Vi è forse ancora tempo per fuggire. Coperta dal mio mantello arabo potresti passare inosservata fra la confusione orribile che succederà fra poco.
– Sono un soldato della Croce, El-Kadur, – rispose la duchessa con fierezza. – Io non priverò Famagosta d’una spada che saprà fare il suo dovere.
– Pensa, signora, che domani forse non sarai più viva, perchè io so che il gran vizir ha ordinato di passare tutti a fil di spada.
– Sapremo morire da forti, – rispose la duchessa, soffocando un sospiro. – Se è scritto che nessuno di noi sopravviverà a questo memorando assedio, si compia il nostro destino.
– Non vuoi venire dunque, signora? – insistette El-Kadur.
– È impossibile: Capitan Tempesta non può disonorarsi dinanzi alla cristianità.
– Ebbene, padrona disse l’arabo con una specie di esaltazione, – Morrò anch’io al tuo fianco.
Poi aggiunse fra sè:
– La morte spegne tutto ed il povero schiavo riposerà tranquillo.
Intanto il cannoneggiamento era diventato terribile. Le duecento colubrine turche, una artiglieria formidabilissima per quei tempi, avevano aperto il fuoco a loro volta, tempestando con violenza inaudita i bastioni e le torri già semi-diroccate da tanti mesi d’assedio.
Palle di ferro e palle di pietra cadevano in gran numero sulle opere di difesa, facendo strage dei difensori, e scariche di moschetteria si succedevano senza posa. La tenebrosa pianura pareva un mare di fuoco ed il rimbombo era così spaventevole che i bastioni tremavano e si sgretolavano, rovinando nei fossati sottostanti.
I guerrieri veneti, quantunque oppressi da quella grandine micidialissima, non si scoraggiavano e aspettavano a pié fermo l’urto immane delle sterminate orde, che muovevano all’assalto con un vociare che pareva l’ululato di miriadi e miriadi di lupi famelici, bramosi di carne umana.
Tutti gli abitanti che potevano ancora reggere un’arme, erano accorsi sui bastioni armati di picche e di alabarde, di spadoni e di mazze, invasi da un pazzo furore, mentre le loro donne ed i fanciulli si rifugiavano, urlando e piangendo, nella chiesa principale, sotto una pioggia incessante di bombe che diroccavano le ultime case, come se là dentro fosse bastato il ruggito del morente Leone della Repubblica Veneta a trattenere gli adoratori della Mezzaluna e di Maometto.
Un frastuono orrendo copriva Famagosta, Le torri, smantellate dalle artiglierie nemiche, crollavano con immenso fragore, e le cinte si sfasciavano travolgendovi gli sfortunati difensori, mentre le schegge delle enormi palle di pietra volavano dovunque, mutilando guerrieri, donne e fanciulli.
Astorre Baglione, governatore generale, assisteva impassibile a quella strage, appoggiato alla sua spada, aspettando, col cuore stretto però da un’angoscia inesprimibile, l’urto supremo.
Ritto in mezzo ai suoi capitani, impartiva con voce tranquilla gli ordini, già rassegnato da lunga pezza al suo destino e pronto a sfidare la morte.
Sapeva che il vizir non lo avrebbe risparmiato, se fosse uscito vivo da quella lotta formidabile e guardava serenamente il pericolo che lo minacciava da tutte le parti, esempio ammirabile di gran capitano.
Le masse turche intanto, spalleggiate dalla formidabile artiglieria che batteva fieramente le cadenti mura di Famagosta, s’avanzavano sempre imperterrite, aizzate senza posa dalle urla dei muezzin.
– Uccidete! Sterminate! Il Profeta e Allah ve lo comandano!
I giannizzeri si erano messi alla testa e quei terribili soldati si spiegavano sempre più nella pianura, trascinando all’assalto gli albanesi e gli irregolari dell’Arabia e dell’Asia Minore.
I minatori che li precedevano, non perdevano il loro tempo. Approfittando della confusione e dell’oscurità, si spingevano con pazza temerità sotto i bastioni e sotto le torri e, non badando a saltare in aria, facevano scoppiare barili di polvere per aprire delle brecce che permettessero alla fanteria di spingersi all’assalto.
Era specialmente contro il bastione di San Marco che s’accanivano maggiormente, minandolo da tutte le parti. Spaventevoli detonazioni si succedevano senza tregua, sconquassando la rivestitura esterna e facendo crollare le merlature.
Ciononostante i pochi figli delle lagune venete e delle scogliere dalmate non cessavano il fuoco, decimando crudelmente le colonne degli infedeli, i quali seminavano la pianura di morti e di feriti.
Impavidi fra la pioggia di macigni, scaraventati in aria da quelle esplosioni e fra quel rovinio di pietre, le quali sfuggivano sotto i loro piedi ad ogni scossa, e fra quel tempestar continuo di frammenti di ferro e di proiettili, di fionde e di frecce incendiarie, scagliate dai balestrieri dell’Asia Minore, aspettavano sempre l’impeto delle scimitarre infedeli, dietro i loro scudi.
Il frastuono orrendo aumentava di minuto in minuto. Alle urla feroci dei mussulmani rispondevano in lontananza i pianti e le preghiere delle donne e le grida dei fanciulli. Nell’aria satura di fumo e di polvere risuonavano, fra il fragor dei bronzi tuonanti, le campane che chiamavano a raccolta gli abitanti, se ancora ve n’erano entro le case già fiammeggianti.
Le masse dei barbari s’avanzavano, lente, pesanti, possenti, continuando a svolgersi nella pianura. A migliaia e migliaia salivano, verso le scarpe dei bastioni, come una marea irrefrenabile, mentre le mine rombavano cupamente, lanciando fra le tenebre guizzi sinistri di luce sanguigna o sulfurea che subito si spegnevano.
– Allah! Pel Profeta! Morte ed esterminio ai giaurri! – ruggivano centomila voci, coprendo il rimbombo delle tuonanti artiglierie.
Già i giannizzeri erano giunti dinanzi al bastione di San Marco e si preparavano ad assalirlo, quando un lampo vivissimo ruppe le tenebre, seguito da uno scroscio spaventevole. Una mina che non aveva preso fuoco, incendiata da qualche frammento di pietra infuocata o da qualche freccia incendiaria, era scoppiata squarciando a metà la cinta.
Un nembo di macigni s’alzò per l’aria storpiando od uccidendo un gran numero di giannizzeri, le cui colonne si erano subito ripiegate confusamente e cadde anche sul bastione occupato dai guerrieri veneti. Capitan Tempesta che si trovava presso uno dei merli, pronto a contrastare il passo agli invasori alla testa dei suoi valorosi schiavoni, fu rovesciato di colpo da un macigno, che lo aveva colpito al lato destro della corazza.
El-Kadur, che stava qualche passo indietro, vedendo la sua signora lasciarsi sfuggire lo scudo e la spada e stramazzare al suolo, come se fosse stata fulminata, si era precipitato innanzi, mandando un grido di spavento e d’angoscia.
– L’hanno ucciso! L’hanno ucciso!
La sua voce si perdette fra il frastuono orrendo che soffocava perfino la voce possente delle artiglierie. I giannizzeri montavano in quel momento all’assalto con urla frenetiche e nessuno poteva occuparsi della disgraziata e valorosa giovane, nemmeno il signor Perpignano che già lavorava di spada alla testa degli schiavoni.
El-Kadur, fuori di sè, afferrò la padrona, se la serrò contro il petto e discese a precipizio giù dal bastione, avviandosi a corsa sfrenata verso la città, incurante delle palle e dei frammenti di pietra che grandinavano nelle vie e sui tetti delle case.
Dove fuggiva? Lui solo lo sapeva.
Seguì per cinque o seicento metri la cinta interna, poi si arrestò sotto una delle vecchie torri della città, la cui base era già stata rovinata dalle mine. Ammassi di macerie s’alzavano dovunque e sulla cima di quella massiccia costruzione tuonavano due colubrine.
El-Kadur s’arrampicò su quei massi accumulati confusamente, che ad ogni colpo di cannone franavano e s’introdusse in una stretta apertura che pareva menasse in una casamatta ormai abbandonata.
S’avanzò a tentoni, tenendosi sempre stretta la giovane duchessa, poi la depose a terra delicatamente.
– Anche se Famagosta cadesse questa notte, nessuno scoprirà il cadavere della mia padrona, – mormorò.
Brancolò per alcuni istanti fra le tenebre, poi estrasse dalla sua borsa un acciarino e un pezzo d’esca e fece cadere parecchie scintille finchè ottenne una fiammella.
– Non hanno vuotato la casamatta, – disse. – Troverò l’occorrente.
Si diresse verso un angolo dove si scorgevano confusamente delle casse e dei barili ammonticchiati alla rinfusa, frugò per qualche secondo e levò una torcia che subito accese.
Si trovava in una specie di sotterraneo, scavato alla base del torrione e che pareva avesse prima servito di deposito alla guarnigione dell’attiguo bastione. Infatti, oltre le casse ed i barili contenenti armi e munizioni, vi erano dei materassi, delle coperte, delle giare contenenti forse dell’olio o del vino o più probabilmente delle olive, che costituivano ormai quasi l’unico nutrimento degli assediati.
L’arabo, senza preoccuparsi dei colpi di colubrina che echeggiavano sopra la sua testa e che si ripercuotevano nella casamatta con un rombo assordante, piantò la torcia in un crepaccio del suolo e depose la duchessa su un materasso.
– È impossibile che sia morta singhiozzò. – No, una signora così bella e così valorosa non può morire.
Levò il mantello che avvolgeva la duchessa e guardò la corazza. Verso il lato destro si vedeva una profonda ammaccatura, con un buco nel mezzo da cui usciva un filo di sangue. La scheggia di pietra o forse di ferro, lanciata con inaudita violenza, aveva spezzato perfino l’acciaio. Slacciò con infinite precauzioni la corazza e scorse subito, un po’ sotto la spalla, una ferita profonda che sanguinava abbondantemente.
– Purchè non sia entrato nelle carni qualche frammento del proiettile, la mia padrona non morrà, – mormorò l’arabo. – Il colpo deve essere stato però violentissimo.
Stracciò il manto della duchessa che era di lana finissima e leggera, facendo delle bende, sollevò parecchie giare che erano coperte e trovatane una piena d’olio vi bagnò uno straccio. Fasciò delicatamente la ferita per arrestare il sangue, poi soffiò a più riprese, a tutta forza, sul volto di Capitan Tempesta per farlo tornare in sè.
– Sei tu, mio fedele El-Kadur? chiese ad un tratto la duchessa, aprendo gli occhi e fissandoli sull’arabo.
La sua voce era fioca ed il suo bel viso pallidissimo, bianco come un cencio di bucato.
– Vive! La mia padrona vive! – esclamò l’arabo – Ah! Signora, ti avevo creduta morta.
– Che cos’è avvenuto, El-Kadur? – riprese la duchessa, – Non ricordo più nulla… dove siamo… chi spara presso di noi? Non odi questi rombi che mi pare mi spezzino la testa?
– Siamo in una casamatta, signora, al sicuro dalle palle dei turchi.
– I turchi! esclamò la giovane, tentando di alzarsi a sedere, mentre i suoi occhi s’illuminavano – I turchi! È caduta Famagosta?
– Non ancora, signora.
– Ed io sono qui mentre gli altri si fanno uccidere?…
– Sei ferita.
– È vero… provo un dolore acuto qui… mi hanno colpito con una palla o con un colpo di spada? Non mi rammento più nulla.
– È stata una scheggia di pietra che ti ha spezzata la corazza.
– Dio, che frastuono!
– I turchi montano all’assalto.
La duchessa si era fatta maggiormente pallida.
– È perduta la città? chiese con angoscia.
– Non lo so, signora, ma io non lo credo. Odo le colubrine del bastione di San Marco a tuonare sempre.
– El-Kadur, va’ a vedere che cosa succede.
– E tu, signora? Come posso lasciarti sola?
– Tu sei più utile sulle mura che qui.
– Non oso, padrona, abbandonarti.
– Va, – disse la duchessa con un gesto imperioso. – Va o io mi levo e, dovessi morire a mezza via, lascerò questo rifugio. È il momento terribile in cui tutti i soldati della Croce combattono e tu hai rinnegato la fede del Profeta e sei cristiano al pari di me. Va, El-Kadur, lo voglio e uccidi anche tu gli infedeli, i nemici della nostra religione.
L’arabo abbassò il capo, esitò un momento guardando la duchessa cogli occhi umidi, poi, estratto il jatagan, si slanciò fuori, mormorando:
– Che il Dio dei cristiani mi protegga per salvare la mia padrona.

CAPITOLO VI

Una notte di sangue

Mentre l’arabo si dirigeva correndo verso il bastione di San Marco tenendosi rasente le case per non essere colpito dalle palle che cadevano sempre fitte sulla città, sprofondando nei tetti e abbattendo, col loro peso, i piani inferiori, le orde turche che erano già riuscite a varcare la pianura nonostante il fuoco intenso dei cristiani, avevano cominciato l’attacco generale.
Famagosta era ormai tutta avvolta in un cerchio di fuoco e di ferro, che si stringeva sempre più, lentamente certo, ma sicuramente.
Lo sforzo supremo era diretto contro il bastione di San Marco, nondimeno anche le torri e le cinte erano assalite vigorosamente da enormi masse di combattenti che sfidavano sorridendo la morte.
I giannizzeri, quantunque avessero subìto perdite enormi, coprendo la pianura dei loro cadaveri, si erano spinti finalmente sotto il formidabile bastione che le mine avevano in parte squarciato ed erano già venuti all’arma bianca, assalendo con impeto irrefrenabile le compagnie degli schiavoni e dei candiotti che lo difendevano, mentre gli albanesi, gli irregolari dell’Asia Minore, ed i selvaggi figli dell’Arabia, tentavano di dare la scalata alle torri e di espugnarle.
Salivano i miscredenti colla furia di tigri affamate, arrampicandosi come scimmie su per l’erta scarpa e le macerie, coll’jatagan stretto fra i denti e le scimitarre in mano, coprendosi coi loro scudi di ferro adorni di code di cavallo e d’una mezzaluna d’argento.
La mitraglia che li colpiva in pieno, quasi a bruciapelo, sgominava di quando in quando le loro file, poi i superstiti passavano impavidi sui morti e sui moribondi e stringevano subito le file, urlando a squarciagola:
– Uccidete! Sterminate! Il Profeta lo vuole.
Ed i formidabili giannizzeri, tutti vecchi veterani che avevano provato il valore delle spade venete a Cipro ed a Negroponte e sulle coste dalmate, salivano col sorriso sulle labbra, sorrisi di belve affamate e assetate di sangue cristiano, credendo nel loro cieco fanatismo di scorgere fra il lampo degli acciai nemici i visi bellissimi delle urì del paradiso promesso dal Profeta. Che importava a loro la morte se le fanciulle del cielo aspettavano colle loro candide braccia i baldi guerrieri che morivano eroicamente sul campo di battaglia in difesa della Mezzaluna? Forse che Maometto non l’aveva promesso? E s’avanzavano sempre, con lena furibonda, strepitando ferocemente, agitando forsennatamente le scimitarre fiammeggianti, mentre dietro di loro la pianura si copriva di fumo e le artiglierie tuonavano senza un momento di tregua, coprendo Famagosta di ferro e di palle di pietra incandescenti.
I cristiani però tenevano testa all’impeto di quelle masse enormi. Incoraggiati dalla presenza del governatore, la cui voce tuonava senza che il rombo delle artiglierie riuscissero a soffocarla, opponevano una resistenza ammirabile.
Stretti sul bastione, formavano una muraglia di ferro che le scimitarre degli infedeli non riuscivano a sfondare. Picchiavano tremendamente colle mazze, sfondando gli scudi degli assalitori o fracassando elmetti e cimieri; calavano gran colpi di spada, spaccando teste e troncando braccia; foravano colle alabarde e colle picche e moschettavano a bruciapelo, mentre le colubrine seminavano la morte con scariche di mitraglia.
Era una lotta titanica, gigantesca, che empiva di terrore tanto gli assaliti quanto gli assalitori.
Intanto anche sugli altri bastioni ed intorno alle torri si combatteva con rabbia estrema e con egual strage. Gli albanesi e gli irregolari dell’Asia Minore, resi furibondi dall’ostinata resistenza che opponevano gli assediati e dalle immense perdite subìte, tentavano con sforzi disperati di superare le cinte, appoggiandovi un numero infinito di scale che venivano quasi sempre rovesciate nei fossati con tutti quelli che vi erano sopra.
Anche da quella parte la strage era così immensa che le scarpate grondavano sangue, come se migliaia di buoi venissero macellati sopra le merlature. I turchi cadevano a drappelli interi, massacrati dai moschetti, dalle spade e dalle picche, ma altri subito subentravano e ritentavano gli attacchi con cieca ostinazione.
S’accanivano specialmente contro le torri, sulle cui piattaforme le colubrine venete sparavano senza perdere un istante ed era là che subivano le maggiori perdite. Quei vecchi ed altissimi edifici non erano facili ad espugnarsi, poichè opponevano una resistenza meravigliosa alle mine ed agli arieti.
Si smantellavano i rivestimenti esterni, ma quelli interni non cedevano facilmente, tanto quelle torri erano state solidamente costruite dagli ingegneri della Repubblica Veneta.
Di tratto in tratto, i cristiani, disperando ormai delle proprie difese, decisi a morire colle armi in mano, piuttosto di lasciarsi trucidare più tardi freddamente, smantellavano colle loro mazze e colle scuri le merlature, facendo piovere sugli assalitori ammassi di macerie che ne storpiavano un gran numero.
Mentre su tutti i punti della città, soldati e abitanti gareggiavano in valore, risoluti a tutto tentare pur di infliggere al crudele nemico perdite enormi, fra quell’orrendo frastuono di bronzi tuonanti e di urla di moribondi e di combattenti, fra quel cupo fragor di spade e di mazze percuotenti scudi e armature, fra lo scoppiar fragoroso delle mine, squillavano sempre per l’aria fumante, le campane delle chiese e dalle strette viuzze, s’alzavano le preghiere delle donne singhiozzanti, imploranti San Marco, il protettore della Repubblica Veneta.
Quando El-Kadur, sfuggito miracolosamente alle palle di pietra che grandinavano sulla città, lasciando dietro delle strisce di fuoco come fossero bolidi, giunse al bastione principale, contro cui s’accanivano i giannizzeri, la lotta aveva preso proporzioni terribili.
Le piccole falangi cristiane, oppresse dagli assalti incalzanti degli infedeli, decimate dal fuoco delle pesanti colubrine piazzate nella pianura, affrante da quella battaglia che durava già da tre ore, cominciavano a dare indietro.
Combattevano ormai dietro a cumuli di morti che avevano formato dinanzi a loro una nuova trincea. Tutto il bastione era coperto di guerrieri boccheggianti, che gli jatagan degli infedeli s’affrettavano a finire, spaccando loro la gola; di scudi, di elmi, di picche, di alabarde, di spade e di colubrine ormai smontate.
Il governatore, pallidissimo, senza elmetto, colla cotta di maglia in più punti spaccata dalle armi dei turchi, circondato dai suoi capitani, ben pochi perchè i più erano caduti, cercava di riorganizzare le bande dei marinai veneti e degli schiavoni, per tentare una nuova e più disperata difesa.
Dietro al bastione si estendeva una vasta piattaforma riparata da un muricciolo, una specie di rotonda che serviva alle esercitazioni dei guerrieri e che aveva ai due lati dei piccoli ridotti.
Il governatore, vedendo che ormai il bastione era perduto, aveva dato l’ordine di ritirare in quel luogo le colubrine che erano ancora servibili e di fare impeto sui turchi che già salivano la scarpata esterna.
– Cerchiamo di resistere fino a domani, ragazzi! – aveva gridato il valoroso Baglione. – Avremo sempre tempo per arrenderci.
Gli schiavoni ed i marinai, quantunque crudelmente decimati da quella lotta sanguinosissima, nonostante la pioggia di palle, avevano messe in salvo otto o dieci colubrine, armando rapidamente i ridotti, mentre i guerrieri cercavano di trattenere per qualche istante gli infedeli, combattendo sopra la cinta del bastione e rovesciando giù per la scarpa i merli che ancora rimanevano ritti.
In quel momento El-Kadur comparve. Vedendo il signor Perpignano che stava per riordinare la compagnia di Capitan Tempesta, ridotta a meno della metà del suo effettivo, gli si avvicinò.
– Siamo perduti, è vero? – gli chiese l’arabo.
Il veneziano, vedendolo solo, aveva fatto un soprassalto.
– Ed il capitano? – chiese.
– Ferito, signore.
– Ti ho veduto portarlo via.
– Non temete, è in luogo sicuro e, se anche i turchi entrassero in Famagosta, non riuscirebbero a scoprirlo.
– Dove si trova?
– Nella casamatta della torre della Bragola, che è quasi interamente sepolta sotto le macerie. Se sfuggirete alla morte venite a trovarci.
– Non mancherò. Ecco il nemico: guardati, El-Kadur e non esporti troppo. Devi vivere per la salvezza del capitano.
I guerrieri veneti e gli schiavoni, oppressi dal numero strabocchevole del nemico e stanchi di uccidere, si ritiravano confusamente verso la rotonda, cercando di salvare se non tutti, almeno una parte dei loro feriti.
Il governatore di Famagosta aveva fortunatamente avuto il tempo di riorganizzare le proprie forze, che si erano accresciute di un certo numero di abitanti.
I giannizzeri, superata la scarpa che era coperta alla lettera di cadaveri, scavalcavano il parapetto urlando sempre:
– Morte ai giaurri! Uccidete! Sterminate!
Al lampeggiare delle artiglierie si vedevano i loro volti raggrinziti per la rabbia e gli occhi feroci, che avevano qualche cosa di fosforescente.
– A voi, artiglieri! – aveva gridato il governatore, dominando per un istante colla sua voce tuonante, le urla del nemico ed il fragore assordante dei bronzi.
Le colubrine avvampavano quasi nel medesimo istante, scuotendo il bastione dalla base alla cima e coprendo gli infedeli di mitraglia rovente.
Tutte le prime file di quei selvaggi guerrieri caddero sui parapetti, stecchite, fulminate da quella tempesta di ferro, ma subito altre si precipitarono all’assalto con foga sfrenata, per non lasciar tempo agli artiglieri di ricaricare i pezzi.
I guerrieri veneti e gli schiavoni che avevano avuto un momento di respiro, muovevano anche loro alla riscossa.
Coprendosi coi loro scudi: piombarono a loro volta addosso ai giannizzeri, impegnando una nuova e più furibonda lotta. I capitani erano con loro e li spronavano alla suprema difesa.
Scrosciavano le scimitarre e le spade sugli scudi e sulle armature, fracassando a poco a poco gli uni e schiodando le altre, tempestavano gli elmetti ed i cimieri, le mazze, rintronando le teste dei colpiti e le alabarde dalla larga punta si cacciavano con furore nelle carni, producendo spaventevoli e per sempre inguaribili ferite.
Quando fra i combattenti s’apriva un varco, le colubrine tuonavano uccidendo talvolta nemici e anche amici, mentre gli archibugieri, appollaiati sulla cima dei ridotti, mantenevano un fuoco intenso seminando la morte fra le colonne che scalavano le scarpate.
Più nulla però poteva ormai trattenere quelle masse sterminate che il gran vizir ed i pascià spingevano all’assalto di Famagosta. I forti guerrieri delle lagune venete, esausti da tanti mesi di assedio e dalle lunghe privazioni, cadevano a gruppi sul suolo ormai inzuppato del loro generoso sangue e spiravano col nome di San Marco sulle labbra, che gli jatagan turchi ferocemente soffocavano, squarciando le gole.
L’agonia di Famagosta era cominciata, preludio di strazi orrendi, che dovevano sollevare un grido immenso d’indignazione fra le nazioni cristiane della vecchia Europa.
L’Oriente uccideva l’Occidente; l’Asia sfidava la cristianità, facendo sventolare orgogliosamente, dinanzi ad essa, la verde bandiera del Profeta.
Dappertutto gli infedeli vincevano ormai. Le torri una ad una cadevano nelle mani dei barbari dell’Arabia e delle steppe asiatiche ed i vinti, morti o moribondi, venivano precipitati nei fossati ed i bastioni, ormai diroccati, venivano presi d’assalto.
Anche quello di San Marco non opponeva più che una debole resistenza. Gli schiavoni ed i veneti, ormai disorganizzati dalle furibonde cariche dei giannizzeri, cominciavano a sbandarsi. Più nessuno obbediva alla voce del governatore, nè a quella dei capitani.
I morti si accumulavano senza tregua. Al bastione di terra ormai demolito, era succeduto un bastione di carne umana e di ferraglie.
Una nube immensa, prodotta dal fumo delle artiglierie nemiche, s’abbatteva, come un velo funebre, su Famagosta, avvolgendola tutta.
Le campane non squillavano più e le preghiere delle donne, raccolte nelle chiese, si perdevano fra il vociare formidabile degli infedeli.
La marea montava, montava, marea umana ben più terribile di quella dell’oceano e pareva che avesse perfino il suo muggito sinistro.
I guerrieri asiatici avevano ormai scalate le mura e calavano, come corvi affamati, o meglio come avvoltoi, sopra la città.
I veneti, gli schiavoni, gli abitanti, che avevano partecipato alla difesa, fuggivano a corsa disperata attraverso le strette vie di Famagosta, cercando di nascondersi fra le macerie delle case, entro le cantine, nelle casematte, nelle chiese, spargendo il terrore colle loro grida di:
– Si salvi chi può! I turchi! I turchi!
I soldati che difendevano ancora le cinte e le torri, udendo quelle urla che annunciavano ormai la caduta della salda fortezza, temendo di venire presi alle spalle, a loro volta abbandonavano ogni difesa, rovesciandosi all’impazzata dietro le cinte.
Nondimeno qua e là, sulle piazze, dietro le case in rovina, sugli angoli delle viuzze, i veneti cercavano di opporre ancora qualche resistenza, per impedire ai turchi di giungere dinanzi alla vecchia chiesa, dedicata al protettore della Repubblica e ritardare la strage delle donne e dei fanciulli, che si erano rifugiati sotto le immense navate, aspettando rassegnati che le scimitarre degli infedeli compissero l’orrendo eccidio.
Quantunque sfiniti e per la maggior parte feriti, i valorosi figli della Regina dell’Adriatico facevano pagare ancora cara la vittoria al formidabile nemico.
Sapendosi ormai condannati alla strage, lottavano col furore che infonde la disperazione, assalendo con animo deciso le teste delle colonne e facendo strage di giannizzeri, d’albanesi, di irregolari e di arabi.
Sfortunatamente per loro la cavalleria era pure entrata in Famagosta, passando attraverso le brecce del bastione di San Marco ed irrompeva a galoppo sfrenato attraverso le strade, con clamori assordanti, spazzando dinanzi a loro quanti cercavano di opporsi.
Erano dodici reggimenti, montati da cavalieri arabi, che caricavano all’impazzata, sciabolando senza misericordia. Nessun corpo scelto, nè agguerrito avrebbe potuto far fronte a quei figli del deserto.
Alle quattro del mattino, quando le tenebre cominciavano a dileguarsi e la fitta nuvola di fumo a diradarsi, i giannizzeri che coll’aiuto della cavalleria avevano sgominate completamente tutte le difese, espugnando una ad una le poche case che ancora rimanevano in piedi, decapitando ferocemente quanti vi avevano trovati dentro, giungevano dinanzi alla vecchia chiesa di San Marco.
Il governatore di Famagosta, l’eroico Baglione, stava ritto sull’ultimo gradino, appoggiato fieramente alla spada gocciolante di sangue turco, circondato da un pugno di guerrieri, gli ultimi sfuggiti alla strage.
Era ancora senza cimiero e la sua maglia d’acciaio, lorda di sangue, cadeva a brandelli, ma nessuna ruga solcava la fronte ampia del condottiero veneto ed il suo sguardo appariva sereno.
I giannizzeri, che già lo avevano subito riconosciuto, si erano fermati e le loro grida selvagge si erano subito spente.
La calma straordinaria di quell’eroe, che per più mesi aveva tenuto in iscacco il più formidabile esercito che fino allora avessero radunato i sultani di Bisanzio e che col valore della sua spada aveva mandato nel paradiso del Profeta più di ventimila guerrieri della Mezzaluna, pareva che avesse calmato di colpo quelle furie assetate di sangue cristiano.
Un pascià, che portava sul suo cimiero scintillante tre penne verdi e che impugnava una larga scimitarra, impaziente di finirla con quel gruppo di giaurri, si era aperto il passo fra i giannizzeri, facendo caracollare insolentemente il suo cavallo.
– Offrite le vostre teste alle scimitarre dei miei uomini – gridò. – Voi siete vinti!
Un sorriso sdegnoso comparve sulle labbra del condottiero veneto, mentre un lampo terribile balenava nei suoi occhi.
– Uccidi dunque, giacchè hai fretta, – gli rispose, gettando la spada – ma bada che il Leone di San Marco non muore in Famagosta, e che un giorno il suo ruggito si farà udire entro le mura della vecchia Bisanzio.
Poi, tendendo la destra verso le porte della chiesa che erano tutte aperte, riprese:
– Là vi sono delle donne e dei fanciulli da massacrare. Non opporranno resistenza: disonorate, se volete, la fama dei guerrieri dell’Oriente. La storia vi giudicherà.
Il pascià era rimasto muto: le fiere parole del capitano dei veneti lo avevano colpito diritto al cuore e non trovava risposta da dare.
In quell’istante si udirono a squillare le trombe e rullar i timballi, e le file dei giannizzeri si aprirono precipitosamente addossandosi contro i muri delle case.
Era il Gran vizir che si avanzava coi suoi capitani e la guardia albanese.
Entrò nella piazza colla scimitarra snudata, ritto fieramente sul suo bellissimo cavallo infioccato, colla visiera alzata. Aveva la fronte aggrottata e un lampo crudele negli occhi neri e vividi. Attraversò le file dei giannizzeri, senza nemmeno degnare d’uno sguardo quei prodi che, sacrificandosi a migliaia e migliaia, gli avevano dato in mano Famagosta, poi accennando colla scimitarra il gruppo formato dai guerrieri veneti, disse alla sua guardia:
– Impadronitevi dei vinti.
Quindi, mentre il suo ordine veniva immediatamente eseguito, senza che gli ultimi superstiti delle compagnie venete opponessero resistenza, fece salire al suo cavallo i tre gradini ed entrò nella chiesa che scintillava di lumi, fermandosi in mezzo alla navata centrale colla sinistra posata fieramente sull’anca.
Le donne che si erano pigiate contro l’altare maggiore, tutte in ginocchio, stringendosi al petto i loro fanciulli, avevano mandato un immenso urlo di terrore, mentre un vecchio prete, forse l’unico sfuggito alla strage, alzava una croce come se con quella avesse voluto impressionare il crudele rappresentante del Gran Sultano di Bisanzio. Il momento era solenne, terribile. Bastava un segno perchè i giannizzeri che si erano già rovesciati attraverso le porte spalancate, si scagliassero su quelle misere e le scannassero a colpi di jatagan e di scimitarra.
Il gran vizir rimaneva silenzioso, fissando i suoi sguardi sulla croce che il sacerdote teneva sempre alta. Le donne singhiozzavano, i fanciulli strillavano ed i giannizzeri rumoreggiavano in fondo al tempio, impazienti di cominciare la strage.
Ad un tratto tutte quelle madri, come se una ispirazione divina le avesse colpite nel medesimo tempo, sollevarono fra le braccia i loro fanciulli e li mostrarono al Gran vizir, singhiozzando:
– Risparmia i nostri figli! Sono innocenti!
Il generalissimo degli islamiti abbassò la scimitarra che aveva già alzata per ordinare la carneficina, poi, volgendosi verso i suoi guerrieri, gridò con voce tuonante:
– Tutte costoro appartengono al Sultano! Guai a chi le tocca.
Era la grazia!

CAPITOLO VII

Nella casamatta

El-Kadur, quand’ebbe veduto che Famagosta era perduta e che più nessuna resistenza era ormai da tentarsi nelle viuzze della città, dopo la fuga degli schiavoni e la ritirata precipitosa dei guerrieri veneti, si era lanciato a corsa sfrenata lungo la via di circonvallazione per rifugiarsi nella casamatta della torre della Bragola, dove si sentiva più sicuro che in qualunque altro luogo.
I turchi, anche da quella parte, cominciavano già a superare le cinte e pugnavano ferocemente contro gli ultimi difensori, diventati ormai troppo deboli per poter rovesciare le scale che venivano appoggiate ai margini dei bastioni a centinaia e centinaia.
Prima che gli albanesi scendessero le scarpate interne e si rovesciassero a loro volta entro la città, come avevano già fatto i giannizzeri, l’arabo, che era agile e lesto come le antilopi dei deserti del suo paese, giunse dinanzi allo stretto passaggio e vi si cacciò dentro chiudendolo subito con quattro o cinque grossi massi, onde non si potesse scorgere dal di fuori la luce della torcia che era ancora accesa.
Il suo primo sguardo fu per la padrona.
La giovane duchessa, stesa sul materasso, era in preda ad un fortissimo delirio. Agitava le braccia come per respingere dei nemici, credendo forse di stringere ancora in mano la spada e di dare addosso ai turchi e dalle sue labbra uscivano, ad intervalli, delle frasi sconnesse.
– Là… date dentro… eccoli, salgono… le tigri dell’Arabia… ricordatevi di Nicosia… quanto sangue… quanti strazi… ecco Mustafà… fuoco su di lui… Le Hussière… la notte di Venezia… la gondola nera… sulla laguna… notte dolcissima… la luna scintilla sulla Salute… le cupole di San Marco… Sirena incantatrice… vale il golfo di Napoli… Cos’è questo rombo che si ripercuote nel mio cervello?… Ah! Sì, li vedo… salgono… il Leone di Damasco li guida… uccidono!
Un grido era sfuggito dalla bella bocca della duchessa, mentre i suoi lineamenti erano spaventosamente alterati da un’angoscia inesprimibile.
Si era alzata a sedere, puntando le mani, cogli occhi dilatati dal terrore, guardandosi intorno senza nulla vedere, poi si era nuovamente rovesciata sul materasso, richiudendoli. Una calma improvvisa era subentrata a quell’accesso di delirio. Non ansava più, il suo volto si era ricomposto e la sua bocca sorrideva. Un sonno profondissimo pareva che l’avesse colta.
L’arabo, seduto su un macigno, presso la fiaccola che lanciava di quando in quando dei bagliori sanguigni sulle nere ed umide pareti della casamatta, la guardava, tenendosi la testa stretta fra le mani ed i gomiti appoggiati sulle ginocchia.
Di quando in quando un profondo sospiro sollevava il suo petto ed i suoi sguardi, staccandosi dalla duchessa, guardavano nel vuoto come se cercasse qualche lontana visione.
Uno strano lampo brillava negli occhi del povero schiavo; la sua fronte, che non aveva ancora conosciute le rughe, si offuscava burrascosamente. Al di sotto delle palpebre due lagrime gli irrigavano le brune gote, scendendogli silenziosamente fino al mento.
– Gli anni sono passati, i vasti orizzonti luminosi, le dune di sabbia, le tende della tribù predatrice che mi ha rubato fanciullo a mia madre, le alte palme, i mehari galoppanti sul deserto sconfinato, sono stati dimenticati, ma rivedo ancora nella mia schiavitù dorata la mia dolce Laglan – mormorava.
– Povera fanciulla, rubata e chi sa in qual paese della nefasta Arabia ti trovi ora! Avevi gli occhi neri come la mia padrona, avevi il volto dolcissimo e le labbra così belle; io dormivo felice quando tu suonavi la mirimba, scordando le crudeli battiture del padrone! Ti rivedo, fanciulla, quando portavi al povero schiavo, quasi morente sotto le sferzate dei curbax di quel miserabile, l’acqua onde si dissetasse. Ti rivedo quando sulla spiaggia sabbiosa mi sorgevi dinanzi stillante acqua marina e ti riposavi all’ombra delle palme, felice di guardarmi! Tu sei scomparsa, forse sarai morta laggiù, sulle rive del Mar Rosso, che allietava coi mormorii delle sue eterne onde i nostri affetti, le speranze del nostro avvenire ed è sorta nel mio cuore un’altra donna più fatale di te.
Ricordo i tuoi occhi neri, che io fissavo ogni sera quando il sole tramontava sul mare ed i cammelli tornavano dal pascolo, ma lei ha la pelle bianca, mentre io l’ho nera e non è schiava come te. Eppure non sono un uomo anch’io? Non ero nato libero? Forse che mio padre non era un gran guerriero degli Amarzucki?
Si era alzato, comprimendosi con maggior forza la testa e rigettando dietro di sè l’ampio mantello, poi tornò a sedersi o meglio si lasciò cadere sul masso, come se quell’energia momentanea l’avesse abbandonato.
El-Kadur piangeva e quelle lagrime gli irrigavano il viso bruno.
– Sono uno schiavo, – disse con voce rauca – un cane fedele della mia signora, che solo la morte potrà rendere felice.
– Meglio sarebbe stato che una palla od una scimitarra dei miei antichi correligionari m’avesse squarciato il cuore… tutte le ansie, tutti i tormenti dello schiavo disprezzato, a quest’ora sarebbero finiti…
Si era bruscamente alzato avviandosi verso l’apertura, come se avesse preso una decisione disperata ed aveva cominciato a rimuovere i massi.
– Sì, – disse con accento quasi feroce. – Andrò a trovare Mustafà, gli dirò che anch’io quantunque abbia la pelle nera e sia un arabo, sono un credente della Croce e non della Mezzaluna, che io ho molte volte traditi i turchi e mi farà decapitare.
Fra un’ora dormirò il sonno eterno anch’io, come dormono a quest’ora migliaia di prodi guerrieri e tutto sarà finito.
Un gemito che sfuggì dalle labbra della duchessa, lo arrestò, facendolo sussultare.
Si volse, passandosi una mano sulla fronte ardente.
La torcia stava per spegnersi e mandava qualche guizzo che si rifletteva sul bellissimo e pallido viso della duchessa.
Le tenebre stavano per invadere la casamatta, che non aveva più alcuna comunicazione col di fuori. Quell’oscurità fece sull’arabo una paurosa impressione.
– Quale delitto stavo per commettere io, andando a cercare la morte? E la mia padrona? Vile che sono, io l’abbandonavo qui, sola, ferita, senza soccorsi… io che sono il suo schiavo, il suo fedele El-Kadur! Ero pazzo, ero un miserabile!
Si era avvicinato in punta di piedi alla duchessa. Dormiva ancora, coi lunghi capelli neri sparsi intorno al viso marmoreo, le braccia tese come se stringessero la formidabile spada di Capitan Tempesta ed il pugnale.
Il suo respiro era regolare, ma il suo cervello doveva essere turbato da qualche sogno, perchè di quando in quando la fronte si rannuvolava e le sue labbra s’increspavano.
Ad un tratto un nome le sfuggì dalla bocca.
– El-Kadur… mio fido amico… salvami…
Un lampo di gioia sconfinata era brillato negli occhi neri e profondi del figlio dei deserti arabi.
– Mi sogna, – mormorò, con un sordo singhiozzo. – Mi chiede di salvarla! Ed io stavo per abbandonarla e lasciarla morire! Ah! Mia signora! L’arabo, lo schiavo vostro morrà, ma vi strapperà dai pericoli che v’insidiano.
Quell’esplosione di gioia fu però di breve durata, perchè un altro nome era uscito dalle labbra della duchessa.
– Le Hussière… dove sei tu… quando ti rivedrò?
Un nuovo singhiozzo aveva lacerato il petto dell’arabo.
– Pensa a lui, – disse, senza però che nella sua voce si sentisse alcuna vibrazione di rancore. – L’ama… e non è uno schiavo… Sono pazzo…
Andò a ricollocare a posto i massi, accese una nuova torcia, essendovene parecchie nella casamatta, poi tornò a sedersi accanto alla duchessa, reggendosi la testa colle mani.
Pareva che non udisse più nulla: nè il rombo delle ultime cannonate, che venivano sparate sulla cima delle torri non ancora conquistate, nè il vociare furioso dei turchi ormai irrompenti al disopra dei bastioni.
Che importava a lui ormai che Famagosta fosse caduta e che l’orribile strage fosse cominciata, quando la sua padrona non correva più pericolo alcuno?
Guardava fisso innanzi a sè, vagamente, seguendo chissà quali visioni. Forse il suo pensiero ricorreva alla sua prima giovinezza, quando, fanciullo, galoppava pei deserti luminosi ed ardenti dell’Arabia, sui rapidi mehari, non schiavo ancora. E ripensava forse alla notte tremenda in cui una tribù nemica aveva assalito, nel colmo delle tenebre, le tende di suo padre e dopo d’aver sgozzati i guerrieri che le difendevano, l’avevano tratto brutalmente su un rapido corsiero per far di lui, figlio d’un capo già potente, un miserabile schiavo.
Forse pensava alla piccola Laglan, la sua compagna di miserie e di martirî, che gli aveva fatto battere per la prima volta il cuore e che nella sua ardente fantasia d’orientale, somigliava, salvo il colore della sua pelle, alla duchessa d’Eboli sua padrona.
Le ore passavano ed El-Kadur non si muoveva. La giovane, non più in preda al delirio, dormiva profondamente.
Passarono così parecchie ore. Le grida ed il rombo dei cannoni degli artiglieri non si udivano più; solo di quando in quando echeggiavano pochi colpi d’archibugio, seguiti da uno scoppio d’urla feroci e che poco dopo si spegnevano bruscamente.
– Dalli al giaurro! Dàlli! Dàlli! – Quel giaurro doveva essere qualche povero abitante della disgraziata città o qualche soldato veneto scovato fra le rovine delle case e che senz’altro veniva moschettato come un cane idrofobo dai crudeli giannizzeri di Mustafà, non ancora sazi di sangue cristiano, nonostante l’immane strage commessa.
Un debole gemito strappò ad un tratto El-Kadur dalla sua immobilità e dalle sue fantasticherie.
L’arabo si era nuovamente alzato, accostandosi alla giovane duchessa, la quale aveva riaperto gli occhi e si sforzava di alzarsi.
– Sei tu, mio fedele El-Kadur? – chiese la ferita, con voce debole, cercando di sorridergli.
– Veglio su di te, padrona, da molte ore, – rispose l’arabo. – Non alzarti, non vi è bisogno e poi pel momento nessun pericolo ci minaccia. Come stai?
– Sono debole assai, El-Kadur, – rispose la duchessa con un sospiro – e chissà quando potrò impugnare la spada.
– Non sarebbe di alcuna utilità in questo momento.
– È tutto finito, dunque? chiese la giovane, mentre un profondo dolore le alterava il bel viso.
– Tutto.
– E gli abitanti?
– Forse sterminati, come lo furono quelli di Nicosia. Mustafà non perdona a coloro che per tanti mesi lo tennero valorosamente in iscacco. Quello non è un guerriero: è una tigre, signora.
– E dei capitani che cosa sarà avvenuto?
– Non te lo saprei dire.
– Che siano stati uccisi anche essi?
L’arabo crollò il capo senza rispondere.
– Dimmelo, El-Kadur insistette la duchessa. – Che Mustafà si sia vendicato anche su Baglione, su Bragadino, su Tiepolo, su Spilotto e sugli altri?
– Dubito che li abbia risparmiati, signora.
– Non potresti in qualche modo assicurartene? Tu puoi, pel colore della tua pelle e pel costume che indossi, aggirarti senza pericolo dentro e fuori Famagosta.
– Non oserei uscire di qui in pieno giorno, per non esporti ad una morte sicura. Qualcuno potrebbe vedermi smuovere le macerie che otturano il passaggio, sospettare che qui vi sia nascosto qualche tesoro ed impormi di farlo entrare. Aspettiamo questa sera, signora. La prudenza non è mai troppa, coi turchi.
– Ed il mio tenente? L’hai visto cadere morto, tu?
– Quando io ho lasciato il bastione di San Marco era ancora vivo, anzi gli ho detto che tu ti trovavi al sicuro in questa casamatta.
– Allora vi è qualche speranza che egli venga a raggiungerci.
– Se è sfuggito alle scimitarre dei turchi, – rispose El-Kadur. – Permetti che visiti la tua ferita? Nel mio paese si sa medicare meglio che in altri luoghi.
– È inutile, El-Kadur, – rispose la duchessa. – Lascia che si rimargini da sè. Non è così grave come credi.
Sono debole solamente per la perdita del sangue; dammi da bere: la sete mi divora.
– Non posso darti nemmeno una goccia d’acqua, signora; qui non vi sono che delle giare colme di vino di Cipro e di olive.
– Dammi del Cipro, almeno.
L’arabo s’alzò, levò il pesante coperchio di pietra che copriva una enorme giara, ossia uno di quegli immensi vasi somiglianti agli orci, usati dai levantini ed immerse un bicchiere di cuoio, offrendolo poi alla giovane la quale lo vuotò d’un fiato.
– Questo ti calmerà la febbre, – disse l’arabo. – Vale meglio dell’acqua corrotta dei pozzi della città.
La duchessa, appena bevuto, tornò a coricarsi, appoggiando il capo ad una mano, mentre l’arabo piantava la torcia dietro l’angolo d’un muro onde non si potesse scorgere al di fuori, attraverso le fessure dei massi, la luce.
– Come finiremo noi, El-Kadur? – chiese la duchessa dopo alcuni minuti di silenzio. – Credi tu che noi riusciremo a lasciare, inosservati, Famagosta per andare in cerca di Le Hussière?
L’arabo provò un rapido trasalimento, poi disse con voce tetra:
– Lascia il signor visconte per ora, padrona, e pensiamo a salvarci.
– Ti ho chiesto se lo potremo noi?
– Forse, coll’aiuto d’un uomo, il solo che abbia fra tante migliaia di turchi, un cuore generoso e cavalleresco.
– Chi può essere costui? chiese la duchessa, guardandolo fisso.
– Il Leone di Damasco.
– Muley-el-Kadel?
– Sì, padrona.
– L’uomo che io ho vinto?
– Ma a cui hai donata la vita, mentre avresti potuto ucciderlo senza che nessuno, nemmeno i turchi, avessero avuto a che dire. Egli è forse l’unico uomo che rimprovera al gran vizir le sue febbri di sangue cristiano.
– Se egli sapesse che è una donna che lo ha scavalcato e ferito…
– Ragione di più per ammirarti, signora.
– E che cosa vorresti fare?
– Recarmi dal Leone di Damasco ed esporgli le nostre condizioni. Io sono certo che quel forte e leale guerriero non ti tradirà, anzi e poi… chissà, potrebbe darti qualche preziosa informazione sul luogo ove è stato condotto il visconte.
– Tu crederesti a tanta generosità da parte d’un turco?
– Sì, signora rispose l’arabo con voce ferma.
– Lo conosci, Muley-el-Kadel?
– Ho avuto occasione di avvicinarlo una sera, assieme a quel capitano turco che io ubriacavo colla speranza di carpirgli delle informazioni sul conto del signor Le Hussière.
– Sicchè speri che ti accolga?
– Non ne dubito. Ricorrerò, nel caso che fosse necessario, ad uno stratagemma.
– A quale?
– Permetti che non te lo dica per ora, padrona.
– E se invece ti uccidesse come un traditore? – chiese la duchessa.
L’arabo fece un gesto vago, poi mormorò fra sè:
– Il povero schiavo avrebbe finito di soffrire.
Poi aggiunse, a voce alta:
– Ripòsati, signora. C’è tempo a questa sera.
La duchessa obbedì dolcemente al consiglio dell’arabo, ma passarono molte ore prima che riuscisse a chiudere gli occhi.
El-Kadur, per non affaticarla con dei discorsi, si era gettato bocconi dietro i macigni accumulati dietro l’apertura, tendendo attentamente gli orecchi ai rumori esterni.
In lontananza udivasi di quando in quando a squillare le trombe ed alzarsi dei clamori assordanti. I turchi, accampati intorno alle mura, dovevano festeggiare la loro vittoria che assicurava ormai al Sultano il dominio di Cipro.
Entro la città continuavano gli spari degli archibugi. Si fucilavano gli ultimi superstiti che quei crudeli andavano scovando fra le rovine delle case o si eseguivano delle fantasie guerresche? El-Kadur non avrebbe potuto dirlo.
Quando si alzò, la notte era calata e la duchessa, indebolita dalla perdita di sangue, era tornata ad addormentarsi.
L’arabo s’accostò al materasso e guardò a lungo la padrona, ascoltando il suo lieve respiro.
– Quanto è bella, – mormorò con voce rotta. – Povero schiavo! Meglio sarebbe che tu fossi morto sotto il bastone del tuo primo padrone. Avresti sofferto meno.
Si passò una mano sulla fronte che era madida di sudore, riattizzò la torcia, esaminò le sue pistole versando nello scodellino un po’ di polvere ed allungando le micce, si assicurò alla cintura il jatagan e si diresse verso l’apertura, mormorando:
– Andiamo dal Leone di Damasco.
Ad un tratto s’arrestò, rattenendo il respiro. Gli era parso di udire un lieve rumore provenire dall’esterno.
– Che qualche turco abbia scoperto il nostro rifugio? si chiese, rabbrividendo. Estrasse una pistola, accese alla fiaccola la miccia e s’accostò cautamente all’apertura, tenendo l’arma nascosta dietro il dorso, onde non si scorgessero le scintille. Udì subito un sasso staccarsi e rotolare giù, attraverso le macerie, poi un lieve rumore che pareva prodotto dal franare d’un po’ di terra.
– Chi può essere? – si domandò per la seconda volta l’arabo. – Se è un turco non lo lascerò entrare: lo fredderò con una palla nel cranio.
Si stese dietro ai sassi, come un leone in agguato, pronto a scagliarsi sulla preda, tormentando col dito il grilletto della pistola.
Il rumore continuava e altri sassi si staccavano. Colui che cercava di raggiungere l’entrata doveva salire con grande precauzione. Voleva sorprendere i rifugiati, credendoli immersi nel sonno oppure invece d’un turco era un disgraziato cristiano che sapeva esservi colà una casamatta?
Quel sospetto era entrato nel cervello dell’arabo.
– Aspettiamo a far fuoco, – mormorò. – Potrei ammazzare un amico invece d’un nemico.
L’uomo saliva sempre. In breve giunse dinanzi all’apertura e cominciò a smuovere i sassi, sempre con precauzione.
Ad un tratto una testa apparve.
El-Kadur puntò rapidamente la pistola, dicendo:
– Chi sei? Parla o faccio fuoco!
– Fermati, El-Kadur: sono Perpignano.

CAPITOLO VIII

El-Kadur

Un momento dopo, il tenente di Capitan Tempesta, diroccata con un’ultima scossa la trincea di macigni, entrava nella casamatta, esponendosi alla luce della fiaccola.
Il disgraziato giovane era ridotto in uno stato miserando.
Aveva il capo fasciato con uno straccio lordo di sangue e di polvere, la cotta di maglia a brandelli, che gli cadeva da tutte le parti, gli stivaletti sbrindellati e per spada un troncone che non aveva che tre pollici di lama, macchiato di sangue anche quello fino all’impugnatura.
Il suo volto, in quelle dodici o quindici ore, era diventato così sparuto, come se avesse sofferto la fame per otto giorni.
– Voi, signore! – aveva esclamato l’arabo. – In quale stato vi rivedo!
– Ed il capitano? – chiese invece il tenente, con premura.
– Dorme tranquillo. Non svegliamolo, signor Perpignano. Ha molto bisogno di riposo. Guardatelo!
Il tenente stava per appressarsi alla duchessa, quando questa, destata dal rumore, aprì gli occhi.
– Voi, Perpignano! – esclamò, facendo un moto di gioia. – Come siete uscito vivo dalle mani dei turchi?
– Per un puro miracolo, Capitan Tempesta, – rispose il veneziano. – Se mi avessero però scoperto non mi avreste riveduto più di certo, poichè quanti fuggiaschi sono riusciti a scovare fra le macerie e nelle cantine delle case, altrettanti ne hanno macellati.
L’infame Mustafà non ha fatto grazia a nessuno.
– A nessuno! – esclamò la duchessa con indicibile angoscia. – Nemmeno ai capitani?
– Nemmeno a quelli, – rispose il tenente, frenando a stento un singhiozzo. – Il miserabile Vizir ha tagliato di sua mano l’orecchio destro al prode Bragadino e reciso un braccio, poi lo ha fatto scorticare vivo alla presenza dei giannizzeri.
La duchessa aveva mandato un grido d’orrore:
– Infami! Infami!
– Poi ha fatto decapitare Astorre Baglione, Martinengo, tagliare a pezzi il Tiepolo e Manoli Spilotto e gettare le loro povere carni in pasto ai cani.
– Mio Dio! esclamò la duchessa, coprendosi gli occhi come se cercasse di sfuggire a qualche spaventosa visione.
– E gli altri, signor tenente? – chiese El-Kadur.
– Tutti sterminati. Mustafà non ha risparmiato che le donne ed i bambini che manderà schiavi a Costantinopoli.
– Tutto è finito dunque per il Leone di San Marco? gemette la duchessa.
– La bandiera della Repubblica dell’Adriatico ha cessato per sempre di sventolare su Cipro.
– E nessuno più tenterà di vendicare una sì terribile disfatta?
– Le navi della Repubblica, Capitan Tempesta, daranno un giorno a queste tigri asiatiche quello che si meritano. Le galere di Venezia bagneranno l’Arcipelago di sangue turco, non temete. La Serenissima laverà l’onta e Selim II sconterà le inaudite crudeltà commesse dal suo gran vizir.
– Ma Famagosta è un cimitero.
– Un orrendo cimitero, Capitan Tempesta, – rispose il veneziano, con voce profondamente commossa. – Le vie sono piene di cadaveri e sulle mura sfasciate fanno orribile mostra le teste di coloro che l’abitarono e la difesero strenuamente.
– E voi, come siete sfuggito alle scimitarre del turco?
– Ve lo dissi già, per un vero miracolo. Quando ormai tutto era perduto ed i giannizzeri superavano i bastioni che nessuno più poteva difendere, ho seguito nella fuga i pochi superstiti che avevano fatto fronte agli assalitori sulla rotonda di San Marco.
– Fuggivo anch’io all’impazzata, senza sapere ove avrei potuto trovare un rifugio, ritenendomi perduto, quando una voce umana sorse fra le macerie d’una casa quasi completamente sfasciata.
– Qui, giovane! – m’avevano gridato. – Attraverso una inferriata, quasi sepolta da ammassi di macigni, vidi due uomini che mi facevano dei segnali disperati.
Vi era là la salvezza. Smossero le sbarre e mi trassero, o meglio mi portarono in una specie di cantina oscurissima, non potendo io, per le ferite e l’estrema stanchezza, reggermi quasi più in piedi.
– Chi erano quegli uomini generosi? chiese la duchessa.
– Due marinai della flotta veneziana che erano qui giunti coi rinforzi capitanati da Martinengo: un mastro ed un gabbiere.
– Dove sono ora?
– Sempre nascosti in quella tenebrosa cantina, avendo chiusa l’inferriata con dei massi affinchè i turchi non riescano a scoprire l’entrata.
– E come sapevate che io mi trovavo qui? – chiese la duchessa.
– Glielo avevo detto io, – disse El-Kadur.
– Sì ed io, anche in mezzo al furore della lotta, non mi ero dimenticato il numero di questa casamatta rispose Perpignano.
– Perchè non sono venuti anche i due marinai?
– Non l’hanno osato, capitano, e poi temevano di trovare questo rifugio già invaso dai giannizzeri di Mustafà.
– È lontana quella cantina?
– Appena trecento passi.
– Quegli uomini possono esserci di grande aiuto, signor Perpignano.
– Lo credo anch’io, duchessa rispose il veneziano, dandole forse per la prima volta il suo vero titolo di nobile donna.
La giovane rimase per qualche istante silenziosa, come se riflettesse profondamente, poi, volgendosi verso l’arabo che era sempre immobile presso di lui, gli chiese bruscamente:
– Sei sempre deciso?
– Sì, padrona rispose il figlio del deserto. – Solo quell’uomo potrà salvarci.
– E se ti ingannassi?
– Il Leone di Damasco non giungerebbe fino qui, signora, El-Kadur ha una pistola ed un jatagan nella sua fascia e saprà servirsene meglio d’un giannizzero di Mustafà.
La duchessa si era voltata verso il veneziano che la guardava con stupore, non potendo ancora comprendere in che cosa vi entrasse il turco, che era stato scavalcato dinanzi alle mura di Famagosta.
– Credete, signor Perpignano, che una fuga sia possibile senza che i turchi se ne avvedano? gli chiese.
– No, signora, – rispose il tenente. – La città è piena di giannizzeri non ancora sazi di sangue cristiano e intorno alla città vi sono non meno di cinquantamila asiatici, che vegliano onde nessuno possa allontanarsi.
– Va, El-Kadur, – disse la duchessa. – La nostra ultima speranza sta nelle mani del Leone di Damasco.
L’arabo spense la miccia della pistola, si assicurò che il jatagan scorresse facilmente nella guaina di pelle adorna di laminette d’argento, rialzò con un moto nervoso il cappuccio infioccato e s’avvolse nel suo largo mantello di lana, dicendo:
– Obbedisco, padrona.
S’avviò verso l’apertura, tenendo la testa china, quasi interamente nascosta sotto il cappuccio, poi si volse bruscamente e fissando sulla duchessa uno sguardo ardente, le disse con una profonda tristezza:
– Se io non tornerò più mai e la mia testa rimarrà nelle mani dei turchi, ti auguro, signora, di ritrovare presto il visconte Le Hussière e con lui riacquistare la felicità perduta.
L’ultima parola gli si era spenta in un sordo singhiozzo.
La duchessa d’Eboli si era alzata a sedere, tendendo la destra all’arabo.
Il selvaggio figlio del deserto tornò verso il lettuccio improvvisato, piegò un ginocchio a terra e depose sulla bianca mano un lungo bacio che fece alla giovane l’effetto d’un ferro rovente applicato sulla sua pelle.
– Va’, mio buon El-Kadur, – diss’ella con un sospiro.
L’arabo si era alzato di colpo cogli occhi fiammeggianti.
– O il Leone di Damasco ti salverà, padrona, o lo ucciderò, – disse con voce energica.
Levò rapidamente i massi e strisciò attraverso l’apertura, come una belva che esce dalla tana, mentre la duchessa mormorava:
– Povero El-Kadur! Quanta fedeltà e quanti tormenti nel tuo cuore!
L’arabo, appena fuori, si era lasciato scivolare giù dall’enorme massa di macerie che copriva tutta la base della torre e si era diretto là dove vedeva brillare dei falò giganteschi che indicavano il campo turco, improvvisato nel centro della città.
Non sapeva dove avesse preso alloggio il Leone di Damasco, ma trattandosi del figlio d’un pascià e d’uno dei più valorosi e più popolari guerrieri delle orde mussulmane, era sicuro di poterlo sapere subito.
Le vie di Famagosta erano immerse nell’oscurità, ritenendosi ormai i turchi pienamente sicuri da ogni sorpresa, dopo che avevano sterminata non solo l’eroica guarnigione, bensì anche gli abitanti atti ad impugnare le armi e lo scudo.
I suoi occhi però distinguevano senza fatica cumuli di cadaveri ancora insepolti, che torme di cani affamati dilaniavano ferocemente, per rimettersi dai lunghissimi digiuni sofferti in tanti mesi d’assedio.
El-Kadur, dopo essere sfuggito tre o quattro volte agli assalti di quelle bestie che sembravano idrofobe, prendendo i più feroci a colpi di jatagan, giunse ben presto sulla vasta piazza fronteggiante la vecchia chiesa di San Marco che riproduceva più modestamente però ed in minori proporzioni, quella famosa di Venezia.
Un centinaio di giannizzeri, armati fino ai denti, bivaccavano intorno ai fuochi, fumando e chiacchierando, mentre delle sentinelle vegliavano agli angoli della piazza e dinanzi ad alcune abitazioni sfuggite miracolosamente al fuoco infernale delle artiglierie mussulmane.
Un albanese che stava seduto sui gradini della chiesa, scorgendo l’arabo, gli puntò contro un moschettone la cui miccia bruciava, chiedendogli:
– Chi sei e dove vai?
– Vedi bene che io sono un arabo e non un cristiano, – rispose lo schiavo. – Sono un soldato di Hossein pascià.
– Che cosa vieni a fare qui?
– Ho da comunicare un ordine urgente al Leone di Damasco. Sai dirmi dove si trova alloggiato?
– Chi ti manda?
– Il mio pascià.
– Non so se Muley-el-Kadel sarà ancora sveglio.
– Sono appena le nove.
– È ancora sofferente, tuttavia vieni. Alloggia in una di queste case.
Spense la miccia del suo archibugio, si gettò l’arma a bandoliera e si diresse verso una casetta di meschina apparenza, le cui pareti erano state bucate in varii luoghi dalle bombe mussulmane e dinanzi alla quale vegliavano due schiavi negri di forme erculee e due enormi cani arabi.
– Svegliate il vostro padrone, se si è già coricato, – disse l’albanese ai due negri. – Vi è qui un messo di Hossein pascià che deve parlargli.
– Il padrone è ancora sveglio rispose uno dei due schiavi, dopo aver osservato sospettosamente l’arabo.
– Va’ dunque ad avvertirlo, – disse l’albanese. – Hossein è un pascià che non ischerza e che gode l’amicizia del gran vizir.
Lo schiavo entrò nella casa, mentre l’altro si poneva dinanzi alla porta coi due cani, e poco dopo ne usciva dicendo all’arabo:
– Seguimi: il padrone t’aspetta.
El-Kadur strinse sotto l’ampio mantello la guardia dello jatagan ed entrò risolutamente, deciso a tutto, anche ad assassinare il figlio del potente pascià di Damasco, in caso di pericolo.
Il turco lo aspettava in una stanzetta a pianterreno, ammobiliata meschinamente ed illuminata da una semplice torcia infissa in un fiasco di terracotta. Era ancora un po’ pallido per la ferita non ancora completamente cicatrizzata, ma sempre bellissimo, con quegli occhioni neri e profondi, degni di illuminare il volto di una urì del paradiso maomettano ed i baffettini elegantemente arricciati.
Quantunque ancora invalido, indossava una splendida cotta di acciaio, attraversata sotto i fianchi da una larga sciarpa di seta azzurra sorreggente la scimitarra ed un ricchissimo jatagan, coll’impugnatura d’oro adorna di turchesi.
– Chi sei tu? – chiese all’arabo, dopo d’aver fatto cenno al suo schiavo di lasciarli soli.
– Il mio nome non ti direbbe nulla, – rispose l’arabo. – Mi chiamo El-Kadur.
– Mi sembra d’averti veduto ancora.
– È probabile.
– È Hossein pascià che ti manda?
– No: ho mentito.
Muley-el-Kadel aveva fatto due passi indietro, mettendo rapidamente una mano sull’impugnatura della scimitarra, senza però sguainarla.
El-Kadur lo rassicurò con un gesto, dicendo subito:
– Non credere che io sia qui venuto per attentare alla tua vita.
– Allora perchè hai mentito?
– Perchè diversamente non mi avresti ricevuto.
– Quale motivo ti ha costretto a servirti del nome di Hossein pascià? Chi ti ha mandato?
– Una donna a cui devi la vita, – rispose El-Kadur con voce grave.
– Una donna! – esclamò il turco, facendo un gesto di stupore.
– Anzi, una gentildonna cristiana, appartenente alla più alta nobiltà italiana.
– Ed alla quale io debbo la vita!
– Sì, Muley-el-Kadel.
– Tu sei pazzo. Io non ho mai conosciuto alcuna gentildonna italiana, come nessuna femmina mi ha mai salvata la vita. Il Leone di Damasco può salvare sè stesso senza bisogno d’alcun aiuto.
– T’inganni, Muley-el-Kadel, – disse l’arabo, con voce calma. – Senza la generosità di quella donna tu non avresti assistito alla presa di Famagosta. La tua ferita non è ancora cicatrizzata.
– Ma di chi intendi parlare tu? Di quel giovane capitano che mi ha scavalcato?
– Sì, di Capitan Tempesta.
– Spiegati meglio.
– Quella era la gentildonna italiana che ti ha risparmiata la vita, mentre avrebbe potuto togliertela avendone il diritto.
– Che cosa dici tu! – esclamò il turco, arrossendo e poi impallidendo. – Quel capitano che si batteva come un dio della guerra era una donna! No! È impossibile! Non avrebbe potuto vincere ed atterrare il Leone di Damasco.
– Quella era la duchessa d’Eboli, nota fra i cristiani sotto il nome di Capitan Tempesta – disse El-Kadur.
La sorpresa di Muley-el-Kadel divenne tale che per parecchi istanti fu incapace di parlare.
– Una donna! – esclamò finalmente, con accento di dolore. – Il Leone di Damasco è disonorato e più non mi resta che infrangere la mia scimitarra.
– No, un prode come te non può spezzare la più valorosa lama dell’esercito turco, – disse l’arabo. – La donna che ti ha vinto è d’altronde la figlia del più formidabile spadaccino che abbia vantato Napoli.
– Non è lui che mi ha vinto, – rispose il turco, quasi con un singhiozzo. – Io, scavalcato da una donna! L’onore del Leone è per sempre perduto!
– Colei che ti ha ferito è una gentildonna, Muley-el-Kadel.
– Che mi avrà ben disprezzato.
– No, perchè è la tua avversaria che viene ora a far appello alla generosità del Leone di Damasco.
Un lampo balenò negli occhi del giovane turco.
– La mia nemica ha bisogno di me? Non è dunque morto Capitan Tempesta?
– È vivo, quantunque una scheggia di pietra l’abbia ferito.
– Dov’è? Voglio vederlo! – gridò Muley-el-KadeL.
– Per farla uccidere? La mia padrona è una cristiana.
– Chi sei tu?
– Il suo fedele schiavo.
– Ed è la duchessa che ti ha mandato da me?
– Sì.
– Per chiedermi che io l’aiuti a fuggire da Famagosta?
– E forse per qualche cosa d’altro ancora.
– Non correrà alcun pericolo durante la tua assenza?
– Non credo: il suo rifugio è sicuro e poi non è sola.
– Chi veglia su di lei?
– Il suo tenente.
Muley-el-Kadel tolse da una sedia un mantello di lana oscura, prese da una tavola due lunghe pistole coi calci intarsiati d’argento e di madreperla, e disse all’arabo:
– Conducimi dalla tua padrona.
El-Kadur lo guardò con diffidenza.
– Chi mi assicura, Muley-el-Kadel che non sia per tradirla?
Un vivo rossore imporporò le gote del turco.
– Tu diffidi di me? – chiese con accento indignato.
Poi riprese dopo un momento di silenzio:
– Hai ragione: ella è cristiana ed io sono un turco, un nemico della sua razza, ma sappi che io ho disapprovato le crudeltà commesse dal gran vizir, crudeltà che hanno disonorato per sempre le armi ottomane.
Io non so se tu, come arabo, sei un cristiano od un seguace del Profeta, ma tu certo devi conoscere il Corano e non devi ignorare che un turco non giura su quel libro sacro, dettato dalla penna di luce dell’arcangelo Gabriele, per un capriccio.
Noi troveremo presso qualche muezzin uno di quei libri ed io giurerò solennemente in tua presenza, di salvare la tua padrona alla quale debbo la vita. Lo vuoi?
– No, signore, – rispose l’arabo. – Ti credo senza che tu giuri. Sapevo che il Leone di Damasco sarebbe stato non meno generoso della duchessa d’Eboli mia padrona.
– Dove si trova?
– Nascosta in una casamatta.
– Ferita gravemente?
– No.
– Avete nulla da mangiare là dentro?
– Solo del vino di Cipro e delle olive.
Muley-el-Kadel batté le mani ed un momento dopo entravano i due schiavi negri.
Scambiò con loro alcune parole in una lingua sconosciuta ad El-Kadur, poi disse ad alta voce in arabo:
– Seguimi: questi uomini ci raggiungeranno.
Uscirono dalla casa, attraversarono la piazza senza che le sentinelle osassero fermarli e s’avviarono lentamente verso la torre, come due guerrieri incaricati di fare la ronda dietro le mura di circonvallazione.
Si erano allontanati dalla piazza di tre o quattrocento passi, quando furono raggiunti da due negri i quali portavano due ampi panieri e tenevano a guinzaglio i due alani arabi.
Un drappello di giannizzeri che frugava fra le macerie delle case colla speranza di trovarvi nascosto qualche cristiano, si provò a fermarli.
– Andatevene o vi faccio frustare come cani, – gridò Muley-el-Kadel. – Fate largo al Leone di Damasco. Non siete dunque ancora sazi di stragi?
Nessuno ebbe l’audacia di rispondere al figlio del potente pascià e si dileguarono subito a corsa furiosa, lasciando libero il passo.
Muley-el-Kadel si assicurò prima che non vi fosse alcuno intorno alla torre, poi seguì l’arabo attraverso le rovine, sempre accompagnato dai due schiavi e dai cani.
Appena si trovò nella casamatta, che era ancora illuminata dalla torcia, il turco si sbarazzò del mantello e dopo d’aver scambiato con Perpignano un cortese saluto, s’accostò rapidamente al lettuccio su cui si trovava la duchessa d’Eboli ancora sveglia.
– La donna che mi ha vinto? – esclamò con una certa commozione. – Vi ravviso, signora!
Si era curvato posando un ginocchio a terra, come un gentiluomo europeo, fissando i suoi occhi nerissimi in quelli della duchessa.
– Signora, – disse con nobiltà. – Non è un nemico quello che vi sta dinanzi: è un amico che ha avuto l’occasione di ammirare il vostro straordinario coraggio e che non serba alcun rancore di essere stato vinto da una giovane donna. Comandate: il Leone di Damasco è pronto a salvarvi ed a pagare il suo debito.

CAPITOLO IX

La generosità del Leone di Damasco

La duchessa d’Eboli, vedendo entrare il turco e accostarsi al suo lettuccio, si era alzata un po’, aiutata da Perpignano e lo aveva salutato con un adorabile sorriso.
– Voi! aveva esclamato.
– Non credevate che io, mussulmano, sarei venuto, è vero, valorosa signora? – chiese Muley-el-Kadel.
– Ne dubitavo, anzi ero ormai rassegnata a non vedere più mai tornare il mio fedele servo.
– Il figlio del pascià di Damasco non è un crudele come Mustafà ed i suoi giannizzeri; bravi soldati è vero, ma feroci come i leoni dell’Arabia. Non sono un selvaggio figlio delle steppe turchestane, nè dei deserti sabbiosi e non sono sempre vissuto alla corte del Sultano. La vostra Italia non mi è sconosciuta, signora.
– Voi avete visitato il mio paese? – chiese la duchessa con stupore.
– E ammirato Venezia e Napoli, – rispose il turco – ed ho imparato pure ad apprezzare la cortesia e la civiltà raffinata dei vostri compatrioti, che io altamente stimo.
– M’ero già accorta che voi dovevate essere un mussulmano diverso dagli altri rispose la duchessa.
– Da che cosa, signora?
– Dalle frasi minacciose lanciate contro quei sette od otto cavalieri che accorrevano slealmente a vendicarvi, dopo che io vi avevo lealmente vinto.
Sulla fronte del giovane Leone di Damasco passò come un’ombra ed un sospiro gli morì sulle labbra.
– E vinto dalla spada d’una donna, – disse con una certa amarezza.
– No, Muley-el-Kadel, da Capitan Tempesta, che anche fra i cristiani era noto come la migliore lama di Famagosta. Il Leone di Damasco nulla ha perduto nella sua valentia; d’altronde ne ha dato una prova scavalcando l’Orso delle Foreste Polacche, che era pur temuto per la vigoria del suo braccio.
La fronte del turco si era prontamente rasserenata, anzi un sorriso era comparso sulle sue labbra.
– Meglio essere ferito da una donna che da un uomo, aggiunse poi – Purchè i miei compatrioti ignorino per sempre chi era veramente Capitan Tempesta.
– Ve lo prometto, Muley-el-Kadel. Non vi erano che tre o quattro persone fra tutti i cristiani di Famagosta che sapessero essere io una donna ed a quest’ora saranno quasi tutti morti, giacchè Mustafà non ha risparmiato i vinti.
– Un crudele che ha disonorato, dinanzi all’intera cristianità, le armi mussulmane, – disse il giovane turco – e che forse lo stesso Selim, quantunque d’una generosità e d’una magnanimità dubbia, disapproverà.
I vinti avevano diritto all’ammirazione dei guerrieri dell’Islam.
Signora, voi avrete bisogno di qualche ristoro. I miei schiavi hanno portato cibi e vini generosi, che io sono ben lieto di offrirvi.
Poi mi direte che cosa potrò fare per voi. Sono a vostra disposizione e dovessi incorrere nell’ira di Mustafà, io salverò voi ed i vostri compagni.
Ad un suo cenno i due schiavi si erano accostati al lettuccio ed avevano aperto i canestri, levando alcune bottiglie polverose, della carne fredda, del pane biscotto, ed un vaso colmo di caffè, che era ancora tiepido e delle tazze.
– È tutto quello che io posso offrirvi per ora, – disse Muley-el-Kadel. – Nemmeno Mustafà ha di più sulla sua tavola, essendo anche noi a corto di viveri.
– Non speravo tanto, – rispose la duchessa, sorridendo – e vi ringrazio di aver avuto un così gentile pensiero. I miei amici devono essere affamati ben più di me.
Vuotò una tazza di caffè che Muley-el-Kadel le offriva, dopo d’avervi bagnato un biscotto, mentre il tenente e l’arabo si gettavano avidamente sulla carne fredda, essendo digiuni da più di ventiquattro ore.
– Signora, – disse Muley, alzandosi. – Che cosa posso fare dunque per voi?
– Condurci fuori di Famagosta rispose la duchessa.
– Desiderate tornare in Italia?
– No.
Muley-el-Kadel per la seconda volta fece un gesto di stupore.
– Volete rimanere in Cipro? – chiese, con uno strano accento che non suonava come un rincrescimento.
– Finchè avrò trovato l’uomo che amo e che è prigioniero vostro.
Un’altra ombra passò sulla fronte del giovane turco.
– Chi è costui? chiese.
– Il visconte Le Hussière disse la duchessa.
– Le Hussière! – mormorò Muley-el-Kadel, passandosi una mano sugli occhi come se cercasse di evocare qualche vecchio ricordo. – È uno dei pochi gentiluomini fatti prigionieri a Nicosia e che Mustafà ha risparmiati, è vero?
– Sì: lo avete conosciuto? – chiese la giovane con angoscia.
– Mi pare, – rispose Muley-el-Kadel. – Aspettate un po’: sì, era l’anima, la stella di Nicosia… un gran valoroso, un famoso capitano.
– Vorrei sapere dove l’hanno condotto e dove lo tengono prigioniero.
– Non sarà difficile potervelo dire. Qualcuno lo saprà di certo.
– Quei gentiluomini non sono stati condotti a Costantinopoli, è vero?
– Non credo rispose il Leone di Damasco. – Mi pare d’aver udito narrare che Mustafà aveva dei progetti particolari su quei capitani. Vorreste liberare anche lui, prima di lasciare Cipro?
– Sono venuta qui appositamente per strapparlo dalle mani dei vostri compatrioti.
– Avevo creduto che voi, signora e donna, avreste impugnate le armi per odio contro noi mussulmani.
– Vi siete ingannato, Muley-el-Kadel.
– E ne sono lietissimo, signora. Mi sarà impossibile sapere questa notte dove Mustafà abbia relegato il visconte, ma domani sera vi prometto di informarvi.
In quanti siete? Dovrò procurarvi dei costumi da turchi se vorrete lasciare Famagosta indisturbati. Tre soli?
– Cinque disse Perpignano. – Vi sono altri due poveri marinai della flotta veneta nascosti in una cantina e che se non vi rincresce desidererei strappare ad una morte sicura, dovendo io ad essi la mia vita.
– Io combatto i cristiani perchè sono un turco, ma non li odio, – rispose Muley-el-Kadel. – Fate in modo che domani sera si trovino qui.
– Grazie, signore. Ero certo che il Leone di Damasco sarebbe stato generoso, quanto è valoroso.
Il turco s’inchinò, sorridendo silenziosamente, baciò galantemente la mano che la duchessa gli porgeva e s’avviò verso l’uscita, dicendo:
– Giuro sul Corano che io manterrò la promessa fattavi, signora: a domani sera.
– Grazie, Muley-el-Kadel, – rispose la giovane, con voce commossa. – Quando tornerò nel mio paese dirò che anche fra i mussulmani ho trovato dei gentiluomini.
– E sarà un onore per l’esercito turco, – rispose il figlio del pascià. – Addio, signora, o meglio arrivederci.
El-Kadur spostò i macigni affinchè il turco, gli schiavi ed i cani potessero uscire, poi li ricollocò a posto.
– È a te, El-Kadur, che noi dovremo la nostra salvezza, – disse la duchessa – e che io dovrò forse la mia felicità.
L’arabo sospirò e non rispose.
– Signora, – disse Perpignano – avete completa fiducia nella generosità del Leone di Damasco?
– Assoluta, tenente, – rispose la duchessa. – Avreste qualche dubbio?
– Diffido dei turchi, io.
– Degli altri sì, di Muley-el-Kadel no. Che cosa ne dici, El-Kadur?
– Egli ha giurato sul Corano, – si limitò a rispondere l’arabo.
– Se dobbiamo ritenerci sicuri, andrò a cercare i due marinai, – disse il tenente. – Domani potrebbe essere troppo tardi, poichè i giannizzeri non cesseranno di frugare fra le macerie, finchè non saranno ben certi che non vive più un cristiano.
– Vi sono ronde per le vie? – chiese la duchessa all’arabo.
– I turchi dormono, padrona, – rispose El-Kadur – sono stanchi di massacrare cristiani, quei miserabili.
– Dammi il tuo jatagan e la pistola, El-Kadur, – disse il tenente. – La mia spada non può più servire.
L’arabo gli consegnò le armi e gli coprì le spalle coll’ampio mantello onde farlo sembrare un figlio del deserto.
– Addio, signora, – riprese il tenente. – Se non mi vedete ritornare, dite pure che i mussulmani mi hanno ucciso.
Si lasciò scivolare giù dalle macerie ed in meno d’un minuto si trovò alla base del torrione.
La notte era sempre buia e non si udivano altro che i latrati dei cani rimpinzati di carne umana fino a scoppiare.
Il tenente stava per cacciarsi in una viuzza fiancheggiata da casupole semidiroccate dalle bombe mussulmane, quando vide un uomo che indossava il costume pittoresco dei capitani giannizzeri, staccarsi bruscamente da un colonnato e sbarrargli risolutamente la via.
– Eh! Eh! – fece una voce ironica. – Dove si va dunque El-Kadur? Fa molto oscuro, ma i miei occhi vedono anche fra le tenebre.
Quelle parole erano state pronunciate non già in lingua turca bensì in un pessimo veneziano, con un marcato accento straniero.
– Chi sei tu? – chiese il tenente, facendo un salto indietro e aprendo il mantello onde essere più pronto a levare il jatagan.
– El-Kadur ammazza anche gli amici? – chiese il capitano dei giannizzeri, col medesimo accento beffardo. – Sei dunque sempre un selvaggio?
– T’inganni, – rispose il tenente. – Io non sono El-Kadur, bensì un egiziano.
– Avete dunque sacrificata la vostra fede per salvare anche voi la pelle, signor Perpignano? Meglio così: potremo riprendere le nostre partite a zara.
Il tenente si era lasciato sfuggire un grido.
– Il capitano Laczinki.
– No, Laczinki è morto, – rispose il polacco, poichè era veramente lui. – Mi chiamo oggi Jussif Hammada.
– Laczinki o Hammada siete sempre un rinnegato disse il tenente, con profondo disprezzo.
Una bestemmia irruppe dalle labbra del polacco, poi riprendendo immediatamente il suo tono mellifluo ed insieme beffardo, riprese:
– Rincresce a tutti perdere la pelle, mio caro tenente, e se non avessi accettato di diventare mussulmano, la mia testa non si troverebbe di certo ancora sulle mie spalle. Ma voi che cosa fate qui nella pelle di El-Kadur? Parola d’onore che prima di udire la vostra voce, vi avevo scambiato per l’arabo di Capitan Tempesta.
– Che cosa faccio qui? – disse il veneziano, imbarazzato a dare una risposta. – Nulla: passeggio sulle rovine di Famagosta.
– Scherzate?
– Può darsi.
– Passeggiare alle undici di notte in una città piena di turchi, i quali sarebbero ben contenti di farvi la pelle? Orsù, carte in tavola, tenente, e non diffidate di me. Il cuore non è ancora diventato del tutto mussulmano e per me il Profeta è la quintessenza degli imbroglioni e non credo ai suoi pretesi miracoli, nè al suo Corano.
– Sottovoce, capitano. Potrebbero udirvi.
– Siamo soli; i turchi dormono, i veri almeno. Dite un po’, che cosa è avvenuto di Capitan Tempesta?
– Non ne so nulla: suppongo che si sia fatto uccidere su qualche bastione.
– Non combatteva con voi?
– No, – rispose prudentemente il veneziano.
– Che cosa è venuto a fare allora in questi dintorni il Leone di Damasco? Io so che El-Kadur lo guidava, – disse il polacco, ridendo sguaiatamente. – Ecco, voi tornate a diffidare di me.
– Vi ripeto che io non so nulla nè di El-Kadur, nè di Capitan Tempesta.
– La capitanessa Tempesta, – corresse Laczinki.
– Che cosa dite?
– Là! Là! Credete che io non mi fossi accorto che era una fanciulla, invece d’un uomo? Corpo di centomila lupi! Che polso aveva quella donna e che coraggio! Sangue di Maometto! Vorrei saper anch’io maneggiare la spada come essa! Chi sarà stato il suo maestro?
– Io credo, capitano, che voi abbiate preso un granchio colossale.
– Sia pure, giacchè voi non volete credere a quello che io vi ho detto. Posso esservi utile in qualche cosa?
– Nessuno mi disturberà nella mia passeggiata.
– Badate che i turchi sono ancora accampati in grosso numero attorno a Famagosta e che se vi prendono potrebbero impalarvi.
– Mi guarderò da loro, capitano, – rispose il veneto.
– Nel caso molto probabile che vi toccasse qualche disgrazia non dimenticate che mi chiamo Jussif Hammada.
– Non mi scorderò questo nome.
– Buona fortuna, tenente.
Allungò la destra, ma il veneziano finse di non accorgersene e rialzato il cappuccio si allontanò, guardandosi alle spalle e tenendo il jatagan semisnudato.
Il polacco si era pure allontanato, brontolando e bestemmiando. Il tenente che non lo perdeva di vista, appena raggiunto l’angolo d’una vecchia torre che serviva come d’appoggio ad una umile chiesetta, si nascose dentro una porta il cui cancello di ferro giaceva al suolo, completamente sfasciato dalle mazze dei mussulmani.
– Voglio vedere se mi segue, – mormorò. – Un uomo che rinnega la fede non è più da stimarsi e poi quell’avventuriero covava un sordo rancore contro la duchessa. Diffidiamo di lui.
Non erano trascorsi due minuti quando vide riapparire il capitano. Brontolava ancora, tuttavia si avanzava in punta di piedi per timore che il veneziano, che supponeva avesse continuata la via, lo udisse.
Passò dinanzi alla porta senza fermarsi e scomparve ben presto in mezzo ad un viottolo tenebroso.
– Cercami pure, briccone, – disse il tenente.
Tornò rapidamente indietro e si gettò in mezzo ad un gruppo di catapecchie semi-sepolte fra le macerie, brancolando per parecchi minuti nel buio.
– Devono essere qui, – disse finalmente, scalando un muro semisfasciato.
Rimosse alcune pietre e mise allo scoperto una piccola inferriata contro le cui sbarre appoggiò il viso chiamando ripetutamente.
– Papà Stake! Papà Stake!
Dapprima nessuno rispose, poi dal fondo della cantina sorse una voce rauca, quasi cavernosa.
– Siete voi, tenente? Era tempo che giungeste. Vi credevo già decapitato ed impalato.
– Leva le sbarre, vecchio. E Simone, è vivo ancora?
– Solo a metà, tenente: si muore lentamente di fame e di paura qui dentro.
– Uscite subito: avrete fra poco un asilo più sicuro e da sfamarvi.
– Ecco due parole che rimettono il sangue in circolazione, – brontolò la voce rauca. – Accenderò venti ceri a San Marco e quattro nella chiesa di San Nicoleto. Su, Simone; sgranchisci le gambe, ragazzo mio, se vuoi stritolare qualche biscotto.
Le sbarre furono levate internamente e due uomini, uno vecchio e l’altro giovane, si issarono faticosamente fino all’orifizio dell’apertura.
– Seguitemi, papà Stake, – disse il tenente. – Nessuno ci minaccia.
– Per tutti i croati di Cattaro, ho le gambe deboli, signor tenente e mi pare che Simone non le abbia più leste di me.
– Con tutto quel digiuno disse il suo compagno.
– Cattivo marinaio, – disse il vecchio sforzandosi di sorridere.
– Su, venite prima che qualche ronda ci scopra comandò Perpignano.
– Quando si tratta di turchi è meglio scappare, tenente. Non mi piacerebbe affatto provare le delizie del palo.
– Allora gambe, papà Stake.
Lasciarono la casupola e si diressero, quasi correndo, verso la torre che si vedeva vagamente giganteggiare nell’ombra.
Scalarono rapidamente l’ammasso di macerie e Perpignano rovesciò i massi, facendo entrare i due marinai.
– Siamo noi, El-Kadur, – disse.
L’arabo aveva presa la torcia e si era messo ad osservare i due nuovi arrivati.
Papà Stake, un dalmato, almeno dal nome, era un bel vecchio sulla sessantina; aveva il volto rugoso e molto bruno, ombreggiato da una lunga barba bianca, gli occhi grigiastri ed ancora vividi, con un collo da toro ed un petto da atleta.
Malgrado l’età, doveva possedere ancora una tale forza muscolare da ridurre a mal partito anche due turchi, nel caso che gli fossero giunti sotto le sue mani callose.
L’altro invece era un giovanotto di forse vent’anni, alto, allampanato, cogli occhi nerissimi e i baffetti appena visibili. Appariva più disfatto e più emaciato del mastro, la cui robustezza pareva avesse opposto una formidabile resistenza alla fame ed alle continue angosce d’una morte imminente ed orribile.
Il vecchio, dopo d’aver subìto impassibile l’esame dell’arabo, vedendo la duchessa, si levò il berretto, dicendo:
– È il signor Capitan Tempesta! Ecco un valoroso che ha fatto bene a salvarsi dalle scimitarre turche.
– Tacete, papà Stake e date l’abbordaggio a queste provviste, – disse il tenente, spingendo verso i due affamati le ceste portate dagli schiavi di Muley-el-Kadel.
– Mangiate pure liberamente e bevete, – disse la duchessa. – I turchi penseranno a rinnovarle.
– Roba turca, – disse l’incorreggibile chiacchierone. – La divoreremo più volentieri, signor Capitano. Peccato che non veda qui la testa arrostita di Mustafà. Parola di papà Stake che l’avrei inghiottita in due bocconi, dovessi mettermi in corpo l’anima dannata di quel briccone di Maometto e delle sue quattro mogli per giunta. È vero, Simone, che anche tu mi avresti aiutato?
Il giovanotto non aveva tempo di rispondere. Si era messo a lavorare di mascelle come un pescecane a digiuno da un mese, alternando ai bocconi, dei bicchieri di vecchio vino di Cipro che parevano precipitare in un pozzo senza fondo.
– Vivaddio! Se la continui un po’ con tanta foga non lascerai un boccone al tuo mastro, marinaio, – disse il vecchio. – A me la mia parte!
La duchessa ed il tenente li guardavano sorridendo. Solo l’arabo rimaneva immobile come una statua di bronzo.
– Signor Capitan Tempesta, – disse il mastro, quando fu pieno da scoppiare. – Non troverò mai bastanti parole per ringraziarvi della vostra generosità…
Si era bruscamente interrotto spalancando i suoi occhi grigiastri e fissandoli sulla duchessa:
– Che papà Stake sia stato accecato dal fumo delle colubrine o che ci veda ancora poco bene?
– Che cosa volete dire, amico? chiese la gentildonna, ridendo.
– Quantunque io abbia più conoscenza colle gomene e col catrame che colle donne, io giurerei su tutti i pescecani dell’Adriatico che voi siete…
– Dormite, papà Stake, – disse Perpignano – e lasciate pure riposare la duchessa d’Eboli o, se vi piace meglio, Capitan Tempesta.
Il vecchio lupo di mare fece una buffa riverenza alla duchessa curvando a fatica il suo dorso di marsuino, levandosi nel medesimo tempo il berretto e andò a raggiungere il giovane marinaio borbottando:
– La consegna è di russare ed obbedisco al vincitore o meglio alla valorosa vincitrice della prima lama di quei luridi mussulmani.
Perpignano attese che avesse chiuso gli occhi, poi accostandosi alla duchessa, le disse:
– Signora, siamo spiati.
– Dai giannizzeri? – chiese la duchessa con apprensione.
– Dal capitano Laczinki.
La duchessa ebbe un brivido.
– Come? – esclamò. – Quell’uomo è ancora vivo? Non vi siete ingannato, Perpignano?
– No, signora: egli si è fatto mussulmano per salvare la pelle.
– Chi ve lo ha detto?
– Lui stesso.
– Lui!
– L’ho incontrato poco fa, mentre si aggirava in questi dintorni, avendo veduto poco prima Muley-el-Kadel assieme a El-Kadur.
– Che quell’uomo cerchi di conoscere il nostro rifugio per darci nelle mani di Mustafà?
– Da quell’avventuriero, signora, che ha già rinnegato la sua fede, possiamo attenderci qualunque brutta sorpresa. Se io avessi avuto una spada invece d’un jatagan, o la miccia della pistola accesa, vi giuro che non avrei esitato ad assalirlo. Egli mi ha seguito nascostamente…
– Fino qui? – chiese la duchessa.
– Oh, no, sono riuscito ad ingannarlo ed ignora il nostro rifugio.
– Perchè quell’uomo, che era un cristiano, ed ha combattuto valorosamente pel Leone di San Marco, mi odia?
– Forse perchè voi, donna, eravate più stimata e più eroica di lui ed avete vinto il Leone di Damasco.
– Che si sia accorto che io sono una donna? – chiese la duchessa.
– Non ho alcun dubbio su ciò, signora, – rispose Perpignano.
L’arabo, che si teneva ritto accanto al suo lettuccio, dalla parte opposta, senza aprire bocca, in quel momento intervenne.
– Signor Perpignano, – disse, col suo solito accento freddo e risoluto – credete voi che il capitano si aggiri ancora in questi dintorni?
– Può darsi, – rispose il veneziano.
– Sta bene: vado a ucciderlo. Sarà un nemico di meno ed un turco di meno.
– El-Kadur! gridò la duchessa. – Vuoi compromettere tutti?
– Quando sparo non sbaglio mai, padrona, e si fa presto ad accendere una miccia rispose il selvaggio figlio dell’Arabia.
– E la detonazione potrebbe attirare qualche ronda di giannizzeri e prenderti.
– Che importa a me della vita quando può essere di giovamento alla mia padrona? Non sono forse uno schiavo io?
– Potrebbero scoprire anche il nostro rifugio.
– L’assalirò con il jatagan e gli spezzerò la spada, – rispose El-Kadur, guardando la duchessa con due occhi fosforescenti. – Valgo bene un cristiano rinnegato, io: mio padre era un grande guerriero dell’Arabia ed io non sarò da meno di lui, padrona. Sono suo figlio.
Egli è morto da valoroso, colle armi in pugno, in difesa della sua tribù, perchè non potrei morire io in difesa della mia padrona, figlia dell’uomo che mi strappò dalla schiavitù?
L’arabo si era levato, gettandosi indietro l’ampio mantello che il tenente gli aveva restituito e alla luce fumosa e rossastra della torcia pareva che avesse assunto proporzioni gigantesche. La sua mano piccola e nervosa stringeva il jatagan, la cui lama lucentissima sprizzava lampi sinistri.
Il figlio del deserto sembrava tramutato in un leone ben più terribile di quello di Damasco.
– L’ucciderò, – ripeté con una specie di frenesia. – Egli è un rivale… del signor Le Hussière!
– Tu non uscirai di qui, – disse la duchessa con voce imperiosa. – Obbedisci!
El-Kadur aveva lasciato cadere a terra il jatagan.
– Obbedisci, mio fedele El-Kadur, – riprese la gentildonna con accento raddolcito. – Tu devi vegliare su di me.
A quelle parole, l’espressione feroce che alterava il volto dell’arabo era scomparsa come per incanto.
– Sì, padrona, io ero pazzo, – rispose, sedendosi lentamente su un masso. – Sono un imprudente!
Nell’angolo più oscuro si udì in quel momento la voce di papà Stake a borbottare:
– Corpo d’una balena! Che non sia possibile dormire in nessun luogo in Famagosta? Quei cani di turchi fanno sempre un fracasso indiavolato coi loro jatagan!

CAPITOLO X

L’orso della Polonia

L’indomani sera, dopo le dieci, Muley-el-Kadel, come aveva solennemente promesso, entrava nella casamatta, colle debite precauzioni, accompagnato non più da due schiavi negri, bensì da quattro, armati fino ai denti, e coperti da pesanti cotte di maglia, e portanti ognuno un voluminoso canestro.
El-Kadur che già attendeva dietro alla barricata di macigni, era stato pronto ad aprire il varco al piccolo drappello.
– Eccomi, signora, – disse il Leone di Damasco avanzandosi verso il lettuccio della duchessa. – Il giuramento fatto sul Corano io l’ho mantenuto e forse più di quello che speravate. Vi porto vestiti turchi, armi, notizie preziose e vi sono già sei cavalli, scelti fra i migliori del reggimento albanese.
– Non dubitavo, Muley-el-Kadel, che voi sareste stato leale e generoso, – rispose la giovane porgendogli la mano. – Il cuore d’una donna difficilmente si inganna.
Papà Stake, che stava vuotando col suo amico una bottiglia di vecchio vino di Cipro, recata la sera innanzi dagli schiavoni, credette opportuno di aggiungere per proprio conto:
– Non l’avrei mai creduto, eppure devo constatare che fra i turchi vi sono dei galantuomini. Ecco un prodigio assolutamente meraviglioso; sarebbe come se il vento di prora cambiasse improvvisamente soffiando di poppa!
– Muley-el-Kadel, – disse la duchessa, che non aveva prestato attenzione alle chiacchiere del vecchio mastro. – Non vi siete accorto che qualcuno vi abbia seguito?
Sul viso del turco apparì una improvvisa inquietudine.
– Perchè mi domandate ciò, signora? – chiese.
– Non avete incontrato nessuno sulla vostra via?
Il Leone di Damasco parve riflettere un momento, poi rispose:
– Ma sì… un capitano dei giannizzeri che mi pareva ubriaco.
– Era lui! – esclamò Perpignano.
– Chi, lui? – chiese il turco, guardandolo attentamente.
– L’orso delle foreste polacche, – disse la duchessa.
– Il capitano che io ho scavalcato con un colpo di scimitarra e che rinnegò la sua fede?
– Sì, – disse il veneziano.
– Quell’uomo avrebbe osato spiarmi? – chiese il Leone di Damasco, aggrottando la fronte.
– E forse cerca di perderci e di darci nelle mani di Mustafà, prima che possiamo lasciare Famagosta, – aggiunse il tenente.
Il turco ebbe un sorriso sprezzante.
– Muley-el-Kadel vale meglio d’un miserabile rinnegato, – disse. – Provi ad attraversarmi la via se l’osa.
Poi, cambiando tono e volgendosi verso la duchessa, disse:
– Voi volevate sapere dove i miei compatrioti hanno relegato il visconte Le Hussière, è vero?
– Sì, – disse la duchessa, alzandosi di colpo col viso animato da un vivo rossore.
– Io so dove si trova!
– Fuori di Cipro?
– No, nel castello d’Hussif, dove vi rimarrà fino alla conclusione della pace se la Repubblica di Venezia vorrà segnarla.
– Avete detto? – chiese la duchessa.
– Nel castello d’Hussif.
– Dove si trova?
– Nella baia di Suda.
– È guardato?
– Forse, ma non ve lo saprei dire.
– Come vi si potrebbe giungere?
– Per mare, signora.
– Potremo trovare qualche gagliotta?
– Ho pensato anche a questo, signora, – disse Muley-el-Kadel. – So a chi affidarvi.
– A dei turchi?
– Che sgombreranno subito, dietro mio ordine, la piccola nave, Purchè abbiate la precauzione di farvi credere mussulmani e non già cristiani. E poi a Suda troverete facilmente dei rinnegati, che non avranno nulla della fede nostra nel cuore, – aggiunse il Leone di Damasco con un sorriso – e che saranno ben felici di esservi utili.
Sappiamo quanto valgono coloro che abbracciano la nostra religione, che non possono sentire profondamente come noi.
Signora, potrete reggervi in sella?
– Lo spero, – rispose la duchessa, – La mia ferita non è così grave come sembrava dapprima.
– Vi consiglierei di partire questa notte stessa. I giannizzeri od il polacco rinnegato potrebbero scoprire il vostro rifugio e tutta la popolarità che godo fra l’esercito mussulmano non basterebbe a salvarvi.
– E come potremo noi attraversare le linee mussulmane che accampano ancora intorno a Famagosta? – chiese Perpignano.
– Vi accompagnerò io oltre le retroguardie turche, – rispose Muley-el-Kadel – e nessuno oserà fermarci. Basterà il mio nome per aprirvi il varco.
– Partiamo senza indugio, padrona – disse El-Kadur, curvandosi verso la duchessa. – Quel maledetto polacco mi fa paura.
– Aiutami, – rispose la gentildonna.
L’arabo ebbe un sussulto ed una breve esitazione, poi prese delicatamente fra le robuste braccia la giovane e la sollevò colla medesima facilità come se si fosse trattato d’un fanciullo.
– Saprò reggermi in sella, – disse la duchessa a Muley-el-Kadel, con un adorabile sorriso. – Forse che non sono Capitan Tempesta?
Il turco non rispose: la guardava con una specie di adorazione, fissandola negli occhi.
– Dove sono i cavalli? – riprese la duchessa.
– Alla base della torre, signora, guardati da un mio schiavo. Indossate i costumi turchi che vi ho fatti portare. Vestita così vi riconoscerebbero facilmente.
Aprì uno dei quattro panieri portati dagli schiavi e levò un costume albanese, ricchissimo, con bottoni d’oro, giubba corta con larghi alamari e doppie maniche pendenti di seta verde, sottanina bianca, vasta, a gran pieghe inamidate.
– Per voi, signora, – disse. – Capitan Tempesta diverrà un superbo capitano albanese, che farebbe girare le teste a tutte le donne dell’harem di Mustafà.
– Grazie, Muley-el-Kadel rispose la duchessa, mentre l’arabo le slacciava la cotta di maglia semispezzata dal frammento della palla di pietra.
Gli schiavi intanto avevano tolti dai panieri altre vesti di egiziani e di arabi pei due marinai e pel signor Perpignano, delle pistole ricchissime coi calci ad intarsi di madreperla e le canne rabescate e lunghissime e dei kandjar e degli jatagan d’acciaio finissimo che dovevano tagliare come rasoi.
– Per Bacco! – esclamò l’incorreggibile lupo di mare, che si era scelto un costume di mammalucco egiziano. – Io farò una superba figura e diverrò di colpo uno sceik beduino. Peccato che non abbia una tribù da comandare, ed un migliaio di cammelli…
– E centomila montoni disse Perpignano che stava indossando un vestito d’arnauto, elegantissimo e ricchissimo.
– No, signore, una cassa piena di zecchini come la posseggono quei fortunati predoni, nascosta nell’angolo più oscuro della loro tenda. Valgono meglio dei montoni, quei vecchi cofani.
– Diventate incontentabile, papà Stake, – disse la duchessa che finiva di abbigliarsi.
– Che cosa volete, signora, nel vedermi coperto da così bel vestito ricamato in oro, io che non ho portato in vita mia altro che il ruvido cappotto del marinaio, mi sento pungere dall’ambizione. Un po’ tardi a dire il vero, ma non sono ancora morto.
– Nelle fonde del tuo cavallo non troverai già un cofano, marinaio, però dei zecchini ve ne saranno, – disse Muley-el-Kadel, sorridendo.
– Allora, signore, invece di Leone di Damasco vi chiamerò, col vostro permesso, il Leone d’oro.
– Come vuoi, marinaio. Orsù, sbrighiamoci. A mezzanotte cambieranno le guardie alla saracinesca del bastione Erizzo e non amerei dare spiegazioni ai loro comandanti.
– Signora, siete pronta?
– Sì, Muley-el-Kadel, – rispose la duchessa.
– Approfittiamo.
Si misero le armi nelle cinture e preceduti dagli schiavi lasciarono il ridotto.
El-Kadur e Perpignano sorreggevano la duchessa, che era ancora un po’ debole per la ferita ricevuta.
Alla base del torrione li aspettava un altro schiavo negro, il quale teneva, raccolti per le briglie, dieci magnifici stalloni arabi, dal pelame candidissimo e le criniere lunghissime, bardati alla turca, ossia con staffe molto corte e larghe, ricche gualdrappe rosse ricamate in argento e selle leggère, ma comode.
Muley-el-Kadel s’accostò al più bello e aiutò la duchessa a salire in sella, dicendo:
– Correrà come il vento e nessuno potrà raggiungervi, signora. Di questo ne rispondo io. Nelle fonde troverete delle buone pistole e delle borse contenenti degli zecchini in buon numero.
– E come potrò io sdebitarmi con voi?
– Non pensate a questo, signora, – rispose il turco. – Mio padre è il più ricco pascià dell’Asia Minore e sarà ben lieto che io mi sia mostrato generoso verso colei o colui a cui devo la vita. La mia morte sarebbe stata forse anche la sua e nessuna ricchezza avrebbe potuto pagare l’una e l’altra.
In sella! Non abbiamo tempo da perdere aggiunse poi, rivolgendosi verso i due marinai, all’arabo e al tenente.
Tutti si affrettarono a obbedire al comando, compreso papà Stake il quale credette però opportuno dire:
– Inforchiamo questo pennone vivo e teniamoci saldi. Questi demoni di cavalli ci faranno rollare maledettamente come quando soffia lo sciroccale nel Quarnaro.
Stringi il parrocchetto, Simone, o andrai a piantare il capo in coperta.
– Via comandò Muley-el-Kadel.
Il negro che tratteneva i corsieri si ritrasse da una parte, ed i dieci cavalli partirono a galoppo serrato.
I quattro schiavi che avevano portate le vesti aprivano la marcia ed i due marinai la chiudevano. Perpignano ed il Leone di Damasco cavalcavano ai fianchi della duchessa, pronti a sorreggerla quantunque non sembrasse averne bisogno.
In pochi istanti attraversarono la parte meridionale della città che era quasi sgombra di turchi e giunsero dinanzi alla saracinesca del bastione Erizzo, che era guardato da un drappello di giannizzeri.
Un capitano si fece innanzi, gridando subito:
– Alt, o comando il fuoco!
Perpignano e la duchessa, udendo quella voce avevano trasalito, mentre El-Kadur con una mossa fulminea aveva sfoderato l’jatagan mandando un sordo ruggito.
– Laczinki! avevano esclamato nel medesimo tempo tutti e tre.
Muley-el-Kadel fece cenno alla duchessa ed ai suoi compagni di fermarsi, poi con una speronata fece fare al suo cavallo un salto immenso che lo portò dinanzi al polacco, il quale stava fermo in mezzo al ponte levatoio colla scimitarra sguainata.
Tre passi più indietro stavano, immobili come statue, dodici giannizzeri, colle micce degli archibugi già accese.
– Chi sei tu che osi chiudere a me il passo? chiese Muley, levandosi la scimitarra.
– Il comandante del bastione, almeno per questa notte rispose il polacco col suo solito accento un po’ beffardo.
– Sai chi sono io?
– Per Bacco! – esclamò l’avventuriero, massacrando la lingua turca. – Mi basterebbe la lunga cicatrice che mi adorna la gola per riconoscervi anche senza vedervi, signor Muley-el-Kadel figlio del pascià di Damasco.
– Che cosa vuoi dire?
– Vi sareste già scordato dell’orso delle foreste polacche che per poco non vi conciò per bene le ossa?
– Ah! Il rinnegato! – disse il Leone di Damasco con un certo disprezzo, che fece increspare il naso all’avventuriero.
– Ma forse ora più mussulmano e più credente di voi, – rispose insolentemente Laczinki.
– Che cosa vuoi ora che sai chi sono io?
– Per la distruzione della Croce! Impedirvi il passaggio fino all’alba, signor Muley-el-Kadel. Ho la consegna di non lasciar uscire nessuno da Famagosta e non sarà certo pei vostri begli occhi che mi esporrò al pericolo di fare l’ultima danza con un palo attraverso il corpo.
– Fa largo al Leone di Damasco! – gridò Muley con voce minacciosa. – L’ordine che hai ricevuto non riguarda il figlio del pascià di Damasco, cognato di Selim, il Gran Sultano.
– Foste voi anche Maometto, vi ripeto che senza una carta firmata da Mustafà, voi non passerete.
Poi rivolgendosi verso i giannizzeri immobili, comandò con voce tuonante:
– Stringete la fila e preparatevi a far fuoco.
Un lampo d’ira balenò negli sguardi di Muley-el-Kadel.
– Farete fuoco sul Leone di Damasco? – gridò tendendo il pugno verso i giannizzeri.
Quindi volgendosi a sua volta verso i suoi compagni, comandò con voce non meno tuonante di quella del capitano:
– Sguainate le scimitarre e carichiamo a fondo. Rispondo io di tutto.
Poi con una nuova speronata fece fare al cavallo un salto improvviso, spingendolo addosso al polacco così impetuosamente da farlo cadere al suolo, prima che avesse avuto il tempo di tirarsi da parte.
– Birbante! – urlò il capitano, che era capitombolato nel vicino fossato, – Fuoco, giannizzeri!
– Addosso! – gridò Muley-el-Kadel.
I dieci cavalieri si slanciarono sul ponte, colle scimitarre alzate, ma non ebbero occasione di servirsene, poichè i giannizzeri invece di far fuoco si erano ritirati precipitosamente lungo i parapetti presentando le armi e gridando ad una voce:
– Lunga vita al Leone di Damasco.
Il drappello attraversò la pustierla come un uragano e si slanciò nella campagna, mentre papà Stake, che si teneva strettamente aggrappato alla lunga criniera del suo cavallo, mormorava con visibile soddisfazione:
– Questo turco, pare impossibile, sembra veramente un bravo ragazzo. Non credevo che se ne potesse trovare uno fra quelle canaglie!
Muley-el-Kadel era sempre alla testa del gruppo e segnava la via. In lontananza si scorgevano i fuochi del campo turco, disseminati su una estensione immensa e si udiva di quando in quando qualche squillo di tromba.
Dinanzi invece non si vedevano altro che tenebre.
Il turco manovrò in modo da tenersi lontano dagli accampamenti, onde non venire nuovamente fermato e perdere inutilmente dell’altro tempo, poi si diresse risolutamente verso levante dove si distingueva vagamente, sul fosco orizzonte, un piccolo punto luminoso che si poteva confondere con una stella.
– Il faro di Suda? – chiese Perpignano.
– Sì, – rispose Muley-el-Kadel.
– Quando giungeremo sulla riva del mare?
– Con questi cavalli non ci metteremo più di un’ora e mezza.
È necessario che voi v’imbarchiate prima dell’alba, onde evitare noie e spiegazioni da parte delle autorità turche.
– Potremo trovare subito una nave? – chiese la duchessa.
– Ho pensato a tutto, signora, – rispose Muley-el-Kadel – Fino da ieri mattina ho mandato a Suda due miei uomini a noleggiare per voi una gagliotta. Quando giungeremo, tutto sarà pronto e non avrete che da far spiegare le vele.
– Quante attenzioni per noi!
– Pago il mio debito di riconoscenza verso di voi, signora, e nessuno sarà più lieto di me d’aver salvata la più bella e la più valorosa donna che io abbia finora conosciuta.
Stette un momento in silenzio, poi guardando la duchessa che gli cavalcava a fianco, aggiunse con una certa tristezza:
– Sarei stato ben felice di potervi accompagnare ed aiutarvi nella vostra impresa… ma fra noi e voi sta il Profeta ed io sono nato turco, mentre voi siete cristiana.
– Avete fatto già troppo per me, Muley-el-Kadel e non mi scorderò giammai della generosità del Leone di Damasco.
– Come nemmeno io di voi, – rispose il turco, quasi con un soffio di voce.
– Al vostro ritorno avrete delle noie da parte di Mustafà? – chiese la duchessa, che si trovava imbarazzata a continuare quel discorso.
– Mustafà non oserebbe alzare un dito sul figlio del pascià di Damasco. Non temete per me, signora.
Spronò nuovamente il cavallo, costringendolo ad accelerare la marcia. I cristiani e gli schiavi fecero altrettanto, precipitando la corsa attraverso quelle campagne desolate dalla terribile guerra, che da mesi tutto devastava, tramutando i preziosi vigneti del dolcissimo vino in lande sterpose.
Verso la una del mattino il drappello, che non si era arrestato un solo momento, giungeva presso un miserabile villaggio, formato da tre o quattro dozzine di catapecchie annidate alla rinfusa in fondo ad un piccolo seno entro cui irrompevano, con muggiti prolungati, le onde del Mediterraneo.
All’estremità d’un minuscolo promontorio s’innalzava un piccolo faro sulla cui cima brillava una grossa lanterna a luce fissa.
Due negri che parevano attendessero i cavalieri dinanzi le prime case del villaggio, erano sbucati da una tettoia quasi tutta sfondata dicendo:
– Alt!
– Sono il padrone, – aveva risposto subito Muley-el-Kadel, rattenendo di colpo il cavallo con una poderosa strappata che lo fece piegare fino quasi a terra. – È pronta la gagliotta?
– Sì, padrone rispose uno dei due negri.
– Chi la monta?
– Dodici rinnegati greci.
– Sanno che coloro che dovranno imbarcarsi sono cristiani?
– L’ho detto a tutti.
– E hanno acconsentito?
– Con piacere, padrone e si sono impegnati di obbedire ai cristiani.
– Guidateci.
I due negri attraversarono il villaggio che era oscuro e deserto, e condussero i cavalieri verso la lanterna dinanzi alla quale ondeggiava, scricchiolando, una nave di un centinaio di tonnellate, lunga e sottile, con due alberi muniti d’immense vele latine e cassero molto alto.
Una scialuppa montata da sei uomini, attendeva semiarenata sulla spiaggia.
– Il padrone, – disse uno dei due negri ai marinai, indicando Muley-el-Kadel che era già balzato a terra e che aiutava la duchessa a scendere dalla sella.
I sei uomini salutarono cortesemente, facendo un profondo inchino e togliendosi i fèz.
– Conduceteci a bordo, – disse Muley-el-Kadel. – Io sono l’uomo che ha noleggiata la nave.

CAPITOLO XI

A bordo della gagliotta

Quel veliero che il generoso turco metteva a disposizione della duchessa di Eboli, onde potesse giungere al castello d’Hussif ove trovavasi prigioniero il visconte francese, era una bella gagliotta mercantile, navi usate in quell’epoca dai naviganti dell’Arcipelago greco, presa probabilmente dai turchi i quali esercitavano una vera pirateria nei mari del levante.
Come abbiamo detto, non stazzava più d’un centinaio di tonnellate, nondimeno era una vera nave da corsa a giudicare dallo sviluppo straordinario delle sue vele e dalle sue forme svelte e portava un armamento considerevole per essere di così piccola mole, avendo due colubrine in coperta, e altre quattro dietro i sabordi di babordo e di tribordo. Già tutti i velieri che percorrevano allora il Mediterraneo, diventato il meno sicuro di tutti, dopo l’accrescersi della potenza turca, nemica spietata della cristianità e d’ogni commercio, erano più o meno armati onde poter resistere ai corsari mussulmani che salpano senza tregua dai porti dell’Asia Minore, dell’Egitto, della Tripolitania, di Tunisi, dell’Algeria e del Marocco.
Papà Stake, appena messo i piedi sulla tolda e dato uno sguardo all’alberatura ed ai rinnegati greci che formavano l’equipaggio, si era mostrato soddisfatto della sua ispezione.
– Scafo a prova di colubrine, velatura magnifica, marinai dell’Arcipelago nei cui cuori non deve essere ancora entrata la luce di quel brigante di Maometto, armamento perfetto: possiamo riderci anche delle galere di quel buffone di Alì Pascià. Ti sembra, Simone?
– Buona veliera, – si accontentò di rispondere il giovane marinaio. – Sì, faremo correre Alì, se vorrà acciuffarci.
Muley-el-Kadel si era avanzato verso l’equipaggio che si era schierato dinanzi all’albero maestro.
– Chi comanda qui?
– Io, signore, – rispose un marinaio dalla lunga barba nera e dall’aspetto energico. – Il padrone ha affidato a me la direzione.
– Cederai il comando a quest’uomo, – rispose il turco, indicando papà Stake. – E avrai cinquanta zecchini di regalo.
– Sono ai vostri ordini, signore. Il padrone mi ha ordinato di obbedire a colui che si chiama il Leone di Damasco.
– Sono io.
Il greco fece un profondo inchino.
– Queste persone son cristiane continuò, – il turco. – Tu dovrai obbedire a loro come se parlassero e comandassero per mia bocca. Io assumo tutte le responsabilità di ciò che può accadere, trattandosi d’una spedizione che potrà essere pericolosa.
– Sta bene, signore.
– Ti avverto inoltre che tu risponderai colla testa della tua fedeltà e che se tentassi di nuocere in qualche modo a queste persone, saprei io farti ritrovare e punire.
– Ero un cristiano prima.
– Appunto per questo ti ho fatto scegliere, non avendo io, come turco, nessuna fiducia nella vostra conversione, ma non intendo perciò farvene rimprovero. Ti chiami?
– Nikola Stradioto.
– Lo terrò a mente, – disse Muley-el-Kadel.
– Corpo d’una balena! – mormorò papà Stake che aveva assistito al colloquio. – Se io fossi Mustafà nominerei subito questo turco grande ammiraglio della flotta mussulmana. Comanda come un capitano e parla come un libro stampato. Per essere un turco è meraviglioso! Questo non ha la testa di legno.
Muley-el-Kadel si era voltato verso la duchessa e presala per una mano l’aveva condotta verso prora, dicendole con un mesto sorriso:
– La mia missione è finita, signora, e la nostra partita è chiusa. Io ritorno il nemico dei cristiani e voi quello dei turchi…
– Non dite questo, Muley-el-Kadel, – disse la giovane interrompendolo – perchè se voi non vi siete scordato di aver avuto da me la vita salva, io, non scorderò giammai la vostra generosità.
– Un altro uomo al mio posto avrebbe fatto altrettanto.
– No: Mustafà non si sarebbe dimenticato di essere innanzi a tutto mussulmano.
– Il vizir è una tigre, mentre io sono il Leone di Damasco, – rispose il turco con orgoglio.
Poi, cambiando bruscamente tono, riprese:
– Io non so, signora, come finirà la vostra avventura, nè so come voi, donna, per quanto forte e fiera, potrete liberare il signor Le Hussière.
– Temo che voi andiate incontro a dei gravi pericoli, ora che tutta l’isola è nelle mani dei miei compatrioti, i quali terranno gli occhi aperti su ogni straniero, per tema che sia un cristiano.
Lascio a voi il mio schiavo Ben-Tael, un uomo fedele e valoroso non meno di El-Kadur. Se vi trovaste un giorno in pericolo, mandatemelo e tutto quello ch’io potrò fare per la vostra salvezza, lo giuro sul Corano, signora, che io lo tenterò.
– Poco fa mi avete detto, Muley, che tornavate nemico dei cristiani.
– Non indagate il mio pensiero, signora, – rispose il giovane, mentre un rapido rossore gli imporporava la fronte – Capitan Tempesta non lascerà così presto il mio cuore…
– O la duchessa d’Eboli? – chiese la giovane con una certa malizia.
Il figlio del pascià non osò rispondere. Stette parecchi istanti come immerso in un profondo e forse tormentoso pensiero, poi, tendendo bruscamente la mano alla duchessa, le disse:
– Addio, signora, ma non per sempre. Spero un giorno, prima che lasciate l’isola per tornare nella vostra patria, d’incontrarvi.
Abbassò il capo, strinse dapprima la piccola mano della gentildonna, poi la baciò forse troppo a lungo, mormorando:
– Allah lo vuole.
Poi, senza volgersi, scese rapidamente la scala di corda e balzò nella scialuppa che l’aspettava sotto il tribordo della gagliotta.
La duchessa non si era mossa, tuttavia sembrava pensierosa. Quando finalmente si volse, la scialuppa era già giunta a terra.
Fece qualche passo per dirigersi verso poppa, dove papà Stake e Nikola Stradioto aspettavano i suoi ordini, e si trovò dinanzi l’arabo il quale la fissava con due occhi pieni d’infinita tristezza.
– Che cosa vuoi, El-Kadur? – gli chiese.
– Dobbiamo salpare le àncore? – chiese l’arabo con una voce che tremava.
– Sì, partiremo subito.
– Meglio così.
– Che cosa vuoi dire?
– Che i turchi sono più pericolosi dei cristiani e che dobbiamo tenerci lontani da loro, signora. E soprattutto sono pericolosi… i leoni turchi.
– Forse hai ragione, – rispose la duchessa, scuotendo però la testa con un moto di stizza.
Si diresse verso l’albero maestro e disse a papà Stake che stava conversando col comandante greco:
– Salpate le àncore e spiegate le vele. È meglio che prima dell’alba noi siamo lontani da qui.
– Pronti alla manovra! – comandò il vecchio mastro della Repubblica Veneta, con una magnifica voce di capitano. – Lesti, squali dell’Arcipelago!
I marinai sciolsero le immense vele latine che erano state imbrogliate lungo gli alberi, allargarono le scotte, poi fecero agire l’argano, spingendo a tutta forza le aspe per strappare dal fondo le àncore.
Quella manovra fu eseguita in pochi minuti. La gagliotta, i cui fiocchi cominciavano a gonfiarsi, girò lentamente su se stessa, poi si piegò leggermente sul babordo e filò diritta verso l’uscita della rada, rasentando delle alte scogliere tagliate a picco.
Stava per passare dinanzi alla lanterna, situata su un’alta rupe che cadeva a piombo sul mare, quando la duchessa, alzando gli occhi, scorse, fermo ed immobile sull’orlo del ciglione, un uomo a cavallo. La luce della lampada si rifletteva sulla sua cotta di acciaio che gli racchiudeva il petto e sul cimiero coperto in parte dal turbante, facendo scintillare il metallo.
– Muley-el-Kadel! – mormorò trasalendo.
Il Leone di Damasco, come avesse indovinato che la gentildonna si fosse già accorta della sua presenza, le fece colla mano destra un gesto di addio.
Quasi nel medesimo istante si udì papà Stake gridare:
– Che cosa fai, arabo?
– Uccido il turco rispose una voce che la duchessa riconobbe subito.
La giovane si era voltata di scatto.
– El-Kadur; – esclamò. – Quale pazzia stai per commettere?
– Lo uccido onde voi, padrona, non gli dobbiate più alcuna riconoscenza.
L’arabo teneva in mano una lunga pistola e l’aveva puntata verso il Leone di Damasco, che rimaneva sempre immobile sul margine della rupe, ritto fieramente sul suo cavallo.
L’abisso stava sotto di lui e se una palla lo avesse raggiunto, nessuno lo avrebbe salvato.
– Spegni la miccia della tua pistola! – gridò la duchessa.
L’arabo esitò. Una terribile espressione d’odio e di ferocia alterava il suo viso.
– Lasciate che lo uccida, padrona, – disse. – È un nemico della Croce.
– Giù quell’arma: obbedisci!
El-Kadur piegò la testa, poi con un moto rapido scagliò in mare l’arma, dicendo:
– Obbedisco, padrona.
Poi si allontanò a lenti passi verso prora, sedendosi su un mucchio di cordami e si nascose il viso fra le ampie pieghe del suo mantello bianco.
– È impazzito quel selvaggio, signora, – disse papà Stake, volgendosi verso la duchessa. – Uccidere quel brav’uomo! Si è dimenticato di già, quel pezzo di pan bigio, che senza quel turco noi tireremmo a quest’ora l’ultimo fiato sulla punta d’un palo? Quanta poca riconoscenza c’è in quei briganti dell’Arabia!
– Non badateci, mastro, – rispose la duchessa. – El-Kadur è sempre stato un po’ bizzarro. Mettetevi al timone ed aprite gli occhi. Vi potrebbe essere fuori del porto qualche galera di Alì pascià.
– Con questa nave non dobbiamo preoccuparci di quelle pesantissime veliere, signora: ne rispondo io.
Ohe! Allargate ancora le scotte! Su, squali dell’Arcipelago! Desidero passare una buona nottata.
La duchessa si era voltata nuovamente verso la lanterna già lontana due o trecento passi e scorse ancora, alla luce del fanale, la figura immobile di Muley-el-Kadel, giganteggiante nell’ombra.
– Peccato che sia un turco e che sia giunto dopo Le Hussière, – mormorò.
In quel momento la gagliotta, che cominciava ad aumentare la corsa di passo in passo che s’appressava all’uscita della rada, girò dietro le ultime scogliere ed il Leone di Damasco non fu più visibile.
Al di fuori frescava una forte brezza che veniva da levante, la quale corrugava la superficie del Mediterraneo sollevando qua e là qualche ondata, che s’infrangeva cupamente contro i fianchi della gagliotta.
Papà Stake e Simone si erano collocati accanto alla ribolla e guidavano la leggera nave, mentre Perpignano esaminava, da conoscitore profondo, le colubrine del cassero.
La duchessa, appoggiata alla murata di babordo, in un abbandono strano, guardava sempre verso la lanterna, la cui luce brillava spiccatamente fra le fitte tenebre.
La gagliotta si comportava da buona veliera, e rimontava leggera le ondate, aumentando di velocità, man mano che si allontanava da terra. Allontanatasi d’un paio di miglia onde non correre il pericolo di dare dentro a qualche scogliera, essendovene molte intorno all’isola di Cipro, piegò verso tramontana onde raggiungere il castello d’Hussif.
– Signore, – disse Nikola Stradioto, accostandosi rispettosamente alla duchessa. – È da voi solo che devo prendere gli ordini.
– Sì rispose la gentildonna.
– Volete approdare al castello di giorno o di notte?
– Quando vi potremo giungere?
– Il vento è buono e fra dieci ore noi getteremo le àncore nella rada d’Hussif.
– Sapete che si trovino colà dei prigionieri cristiani?
– Così si dice.
– E che fra costoro vi sia anche un gentiluomo francese?
– Può darsi, signore.
– Chiamatemi pure signora, essendo io una donna.
Il greco non fece alcun gesto di sorpresa. Evidentemente era stato avvertito o da papà Stake o dagli schiavi di Muley-el-Kadel che avevano noleggiato la nave.
– Come volete, signora, – disse.
– Conoscete quel castello?
– Sì, essendo stato colà tre settimane come prigioniero.
– Chi comanda ad Hussif?
– La nipote di Alì pascià.
– Dell’ammiraglio turco! – esclamò la duchessa.
– Sì, signora.
– Che donna è?
– Bellissima e molto energica: anzi, si dice che sia anche molto crudele verso i prigionieri cristiani. Mi ha affamato per sei giorni continui, per una mala risposta che le detti e mi fece somministrare una tale bastonatura che ne porto ancora le tracce quantunque siano trascorsi già sette mesi.
– Povero Le Hussière! – mormorò la duchessa, che non potè frenare un brivido di angoscia. – Come avrà potuto sottomettersi lui così fiero e così intollerante d’ogni giogo?
Stette qualche istante pensierosa, poi riprese:
– Potremo noi entrare nel castello, fingendoci mussulmani mandati in missione da Muley-el-Kadel?
– Giuochereste una carta pericolosissima, signora, – rispose il greco, scuotendo la testa – tuttavia non credo che si possa escogitare qualche altro motivo per mettere i piedi in quella rocca.
– Vi potremo giungere senza fare cattivi incontri?
– Ecco il difficile, signora, – disse il greco. – È probabile che nella rada vi sia qualche nave del pascià e che il suo comandante ci arresti per sapere chi siamo, da dove giungiamo e molte altre cose ancora.
– È lontano il castello dal mare?
– Qualche miglio, signora.
– Se vi sarà la nave che voi temete, l’assaliremo e la espugneremo, – rispose la duchessa, con accento risoluto. – Siamo decisi a tutto e credo che anche voi non rifiuterete di vendicarvi dei maltrattamenti fattivi subire dai turchi, se vi si offrisse l’occasione.
– Potete contare su di noi, – rispose il greco, – Il rinnegato è peggio dello schiavo, disprezzato e mal veduto dai turchi, e oggetto di scherno pei cristiani e, per mio conto, preferirei la morte piuttosto che continuare questa vita infame, pur di non cadere invendicato.
Da quando, per salvarmi dal palo o dai crudeli trattamenti, io ho rinnegato la Croce, più nessuno mi ha mai stretto la mano, eppure questa mano ha ucciso più di venti mussulmani a Negroponte ed a Candia.
Vi era nella voce del greco un tale accento di dolore, che la duchessa ne fu profondamente commossa. Macchinalmente gli porse la destra dicendo:
– Stringete quella che vi offre Capitan Tempesta.
Il rinnegato aveva fatto un soprassalto.
– Capitan Tempesta! – esclamò, mentre i suoi occhi s’inumidivano. – Voi siete l’eroe che ha atterrato il Leone di Damasco! Voi… una donna!
– Sono io, – rispose la duchessa.
Il greco le aveva afferrato la mano, baciandogliela.
– Torno cristiano e uomo libero! – esclamò, – Signora, potete disporre della mia vita.
– Che cercherò anzi di risparmiare, Nikola, – rispose la duchessa. – Sono troppi i cristiani morti in questa disgraziata guerra, per sacrificarne degli altri.
In quel momento s’avvicinò papà Stake, dondolandosi, come un vecchio orso, sulle massicce gambe.
– Vi è un curioso che passeggia sul mare, – disse.
– Che cosa volete dire, papà Stake? – chiese la duchessa.
– Ho scorto poco fa, due punti luminosi brillare all’orizzonte, – rispose il mastro.
– Siamo già nelle acque di Hussif, – disse il greco. – Che qualche nave del pascià incroci dinanzi la rada?
Saltò sulla murata, aggrappandosi ad un paterazzo e guardò a lungo verso tramontana.
– Sì, – disse poi, – Vi è una nave che veleggia dinanzi alla rada. Che qualcuno abbia avvertito la nipote del pascià delle nostre intenzioni?
– Solo Muley-el-Kadel le conosce e non credo che quell’uomo sia capace di tradirci, dopo d’aver dimostrata tanta generosità rispose la duchessa.
– Dall’altezza dei fanali, che cosa vi sembra? – chiese papà Stake, rivolgendosi verso il greco.
– Siamo ancora troppo lontani per poter giudicare con qualche probabilità, – rispose Nikola. – Tuttavia non credo che si tratti d’una galera.
– Che cosa intendete di fare? – chiese la duchessa.
– Continuare la nostra rotta. La nostra gagliotta è una veliera che fila col vento e che non si lascerà raggiungere. Se vedremo che vi è qualche pericolo, vireremo di bordo e ci getteremo al largo.
– Per precauzione farò caricare le colubrine, – disse Perpignano, che si era qualche momento prima accostato al gruppo, – Avete qualche artigliere a bordo per aiutarmi?
– Sono tutti soldati questi rinnegati, – disse il greco – e sanno adoperare tanto l’archibugio quanto il cannone, avendo tutti combattuto a Negroponte, a Rodi e a Candia coi veneziani. Seguitemi sul cassero: lassù potremo veder meglio.
– Io intanto, con El-Kadur, farò preparare le armi, – disse la duchessa. – È meglio essere pronti.
La gagliotta, abilmente guidata da Nikola, il quale aveva ripresa la ribolla del timone, che fino allora aveva tenuta Simone, continuò la sua corsa verso la rada formata da una penisoletta di forma semicircolare, la quale protendevasi molto innanzi sul mare.
Sull’orizzonte si profilavano vagamente delle alte montagne.
Papà Stake fissava sempre gli sguardi sui due fanali, i quali parevano che fossero diventati immobili, come se quella nave, dopo una breve scorreria al largo, avesse gettate le àncore presso la costa.
– Sono troppo bassi, – disse ad un tratto. – Non può essere una galera quella: scommetterei uno zecchino contro un fez turco. Nikola, fate spegnere i nostri fanali.
– Stanno coprendoli con un pezzo di vela.
– Entreremo nella rada? – chiese la duchessa.
– Cerchiamo prima di vedere con chi abbiamo da fare, signora, – rispose il greco. – Accostate lentamente, papà Stake.
Il mastro stava per dare il comando di stringere il vento, quando un lampo balenò in direzione della rada, seguito da una detonazione.
Papà Stake, Perpignano e Nikola ascoltarono attentamente, ma non udirono il fischio ben noto del proiettile.
– C’invitano ad allontanarci, – disse papà Stake. – Siamo già stati scoperti.
– Ed io ho veduto con quale nave avremo fra poco da fare, – disse il greco.
– Una galera?
– No, mastro, uno sciabecco che forse non avrà a bordo più di una dozzina di turchi.
– Buona occasione per darci dentro, – disse papà Stake. – Credete Nikola che quegli uomini ci lasceranno sbarcare?
– Hum? Io dubito. Vorranno prima sapere chi noi siamo e dovremo subire dei lunghi e pericolosissimi interrogatori.
– Che cosa proporreste? chiese la duchessa.
– Di abbordarla di sorpresa colle nostre due scialuppe e d’impadronircene, – rispose il greco risolutamente.
– Saremo in forze bastanti?
– Lasceremo qui due soli uomini, signora. Saranno sufficienti per guardare la gagliotta. Fingiamo di obbedire all’intimazione e di tornare al largo.
La nave virò subito di bordo, mentre i marinai scoprivano per qualche istante i fanali, e si diresse verso la punta del promontorio, per far credere ai turchi dello sciabecco che non avevano alcun desiderio di esporsi al tiro delle colubrine.
Appena però la gagliotta fu di là della punta, si mise in panna e le due scialuppe che aveva a bordo furono messe in acqua. Tutti erano già pronti. Avevano archibugi, pistole ed armi bianche.
– A voi, papà Stake, il comando della prima, con me, Perpignano, El-Kadur e sei uomini disse la duchessa. – A voi, Nikola, quello della seconda con quattro marinai. Abbordiamo di sorpresa e non facciamo fuoco se non quando saremo sotto lo sciabecco.
Scesero nelle imbarcazioni e s’allontanarono in silenzio, muovendo a forza di remi verso la rada, risoluti ad impadronirsi della nave avversaria.

CAPITOLO XII

L’attacco dello sciabecco

Dopo quel colpo di colubrina, l’equipaggio dello sciabecco non aveva più dato segno di vita.
Gli uomini di guardia, convinti che quello sparo in bianco fosse bastato per far cambiare rotta alla gagliotta, dovevano essersi ricaricati sulle vele calate in coperta, riprendendo la fumata così inopportunamente interrotta.
Le due scialuppe, lontane un paio di gomene l’una dall’altra, dovendo abbordare i turchi da due parti, s’avanzavano sempre silenziose, manovrando i remi con estrema prudenza.
Papà Stake, ritto sul banco di poppa, a fianco della duchessa, scrutava attentamente le tenebre.
– È strana! – esclamò ad un tratto. – Non scorgo più i fanali dello sciabecco.
– Ed infatti non vi sono che tenebre profonde dinanzi a noi, – rispose la duchessa.
– Signor tenente, voi che siete a prora, distinguete i fanali?
– No, – rispose Perpignano.
– Eppure non ci sono altre scogliere dinanzi a noi, – borbottò il mastro. – Che quei maledetti turchi, invece di lasciarsi sorprendere, cerchino di sorprendere noi?
È bensì vero che è più facile che noi vediamo a tempo lo sciabecco, che gli uomini di guardia scoprano le nostre scialuppe.
Vediamo se Nikola ci segue sempre.
Si volse aguzzando gli sguardi in direzione della penisoletta. Una sottile linea oscura scivolava silenziosamente sui flutti, a meno di una gomena.
Intorno scintillavano lievemente dei punti luminosi come se i remi percuotessero delle acque sature di molluschi fosforescenti.
– Che le nottiluche ci tradiscano? – si chiese papà Stake, con accento inquieto. – Anche i molluschi del Mediterraneo sono diventati gli alleati di Maometto e dei suoi credenti.
Poi, alzando un po’ la voce, aggiunse:
– Avanti sempre, giovanotti. Quando saremo entro la rada vedremo se quegli squali del malanno aspettano noi o se hanno spenti i fanali per dormire più saporitamente.
La scialuppa, che si era momentaneamente arrestata, lasciandosi cullare dalle larghe ondate del Mediterraneo, onde permettere al vecchio mastro di compiere meglio le sue osservazioni, riprese la marcia inoltrandosi lentamente nella piccola rada d’Hussif.
– Papà Stake, – disse la duchessa – se noi riuscissimo a sbarcare inosservati non sarebbe forse meglio?
– I turchi non tarderebbero allora a scoprire la gagliotta ed essendo certo in numero maggiore, non tarderebbero a catturarla. Quale resistenza potrebbero opporre i due greci che abbiamo lasciato a bordo?
– È vero.
– E poi a noi è necessario avere sempre sottomano una nave. Se il colpo riesce non dobbiamo fermarci qui, sulle coste di Cipro, nemmeno un’ora.
Si corre il pericolo di farci impalare e quella morte, ve lo giuro, non mi sorride affatto. Ho veduto una volta un povero rinnegato subirla e quei due giorni di spaventevole agonia mi hanno fatto una tale impressione che non la scorderò più mai, dovessi vivere mille anni come le balene.
– Sicuro, si dice che sia il più atroce supplizio che i turchi abbiano inventato.
– Sentirsi cacciare attraverso il corpo un piuolo puntito, a colpi di martelletto e issarsi in aria come un uccello messo allo spiedo non deve essere cosa piacevole, signora.
– Aggiungete che il martirizzato può vivere anche tre giorni e che quei cani di turchi, per aumentare le sue sofferenze, gli spalmano il corpo di miele, affinchè le mosche e le api lo tormentino maggiormente.
– Crudeli!
– Sono delle vere canaglie, signora, degne di Maometto.
– Non era così cattivo, quello.
– No, era un cane tignoso, – rispose il mastro. – Alt! Giovanotti!
– Che cosa c’è, papà Stake? – chiese Perpignano, passando a poppa.
– Lo sciabecco non è che a due gomene.
– E ci fermiamo?
– Aspettiamo Nikola. Se al momento buono il suo aiuto manca, possiamo fare una pessima frittata. Non deve essere lontano.
Lasciò la barra del timone, guardò un momento dietro di sè e mandò un fischio sommesso.
Un sibilo rispose poco dopo.
– Aspettiamolo, – disse il mastro. – Nikola ha capito che abbiamo bisogno di lui.
La scialuppa del greco, che s’avanzava lentissima, affinchè l’equipaggio dello sciabecco non udisse il rumore dei remi, quantunque la risacca fosse violentissima e si rompesse con molto fragore sulla spiaggia e sugli scoglietti, indugiò non poco a raggiungere quella di papà Stake.
– Perchè questa sosta? – chiese Nikola.
– Per centomila squali, i turchi hanno spento i fanali, – rispose il mastro – ed io non ho gli occhi di un gatto.
– Me ne sono accorto anch’io e mi sembra che sia una fortuna per noi, – disse il greco. – Li sorprenderemo più facilmente. Lo vedete lo sciabecco?
– Sì, vagamente.
– Corriamo addosso alla nave dunque.
– Volevo però sapere dove l’abborderete.
– Sotto la poppa.
– E noi a prora allora, Purchè la veda. Pare che anche le tenebre, oltre le nottiluche, si siano alleate a quei cani di mussulmani.
– Aprite un po’ più gli occhi, papà Stake.
– Perdinci! Sono spalancati come due porte.
– Apriteli maggiormente.
– Mi provvederete poi un paio d’occhiali grandi come la cupola di S. Sofia.
– Orsù, vi muovete?
– Siamo pronti rispose il mastro.
– Diritto alla prora.
– E voi sotto la poppa. Prenderemo i turchi fra due fuochi.
– Badate alle scogliere.
– Cercherò di evitarle, – rispose papà Stake. – L’orecchio mio è fino e sa distinguere il frangersi dell’onda.
– Addio, signori e preparate le armi concluse Nikola.
La sua scialuppa virò di bordo e scomparve quasi subito fra le tenebre.
– Ecco un greco che ha del buon sangue nelle vene, – mormorò papà Stake. – Se un giorno diverrò ammiraglio lo nominerò capitano di galera. Avanti, ragazzi!
L’imbarcazione riprese la marcia, sempre con prudenza, muovendo verso la massa oscura che pareva sonnecchiasse in mezzo alla piccola rada.
Pareva proprio che i turchi, dopo il colpo di colubrina, si fossero nuovamente addormentati, poichè non si udiva alcuna voce levarsi dal ponte dello sciabecco. Solo il timone, smosso dalla risacca, di quando in quando cigolava sui cardini corrosi dalla salsedine del mare.
Papà Stake tendeva sempre gli orecchi, ascoltando il fragore delle onde le quali si frangevano con furore su una moltitudine di scoglietti aguzzi come pettini, balzando e rimbalzando con estrema violenza.
Guidare la scialuppa, che era piuttosto pesante, in mezzo a quegli ostacoli che il mastro a malapena discerneva, non era cosa facile.
Nondimeno aveva già percorsa un’altra gomena, quando una sorda esclamazione sfuggì dalle labbra del mastro.
– Che cosa avete, papà Stake? – chiese la duchessa.
– Non vedete quel punto luminoso che oscilla fra le onde?
– Qualche pesce fosforescente?
– No, signora.
– Che cos’è dunque?
– Si direbbe una tavoletta, un guscio, qualche cosa di simile insomma, con un pezzo di candela dentro.
– Accesa da chi?
– Dai turchi senza dubbio, signora.
– Che cosa significa?
– Che quei cani cercano di scoprirci. Non sarò però io così stupido d’accostarmi a quella luce per far scorgere la scialuppa e ricevere una palla di colubrina per saluto.
I furbi vegliano e forse si sono immaginati che noi tentiamo qualche colpo di testa.
– Che Maometto li ispiri? Ahuff! Quel cialtrone non può essere capace di tanto. Ragazzi, sotto! Ci siamo! Pronti all’abbordaggio!
La duchessa, El-Kadur e Perpignano avevano estratti i jatagan e le scimitarre.
Non erano che a trenta passi dalla minuscola nave e nessuno degli uomini di guardia pareva che si fosse ancora accorto della presenza delle due imbarcazioni.
Papà Stake spinse innanzi velocissimamente la scialuppa, poi con un rapido colpo di barra la fece appoggiare contro il tribordo dello sciabecco. Aggrapparsi alla murata, scavalcarla con un solo slancio e balzare sulla tolda, fu l’affare d’un solo istante.
Un uomo che stava appoggiato all’argano, vedendo apparire d’improvviso quello sconosciuto, si era gettato innanzi, urlando:
– All’armi!
Il pugno di ferro del mastro, una vera mazza, gli piombò sul cranio con sordo rumore.
Il turco dello sciabecco era caduto come fulminato, ma il suo grido d’allarme era stato udito.
Il comandante che si trovava sul casseretto si precipitò fuori, colla scimitarra in pugno.
– Cane d’un mussulmano! – gridò freddamente il mastro, puntandogli rapidamente una pistola, che aveva già la miccia accesa. – Ti avverto che se opponi resistenza ti ammazzo come una lepre. Giù quell’arma!
Il comandante dello sciabecco, un giovane turco che pareva non avesse più di venticinque anni, era rimasto tanto stupito da quella improvvisa invasione e da quella minaccia, che stette per qualche istante muto.
Intanto Capitan Tempesta, Perpignano, El-Kadur ed i greci, lasciati i remi ed impugnati gli archibugi, avevano approfittato di quel momento di esitazione per invadere lo sciabecco e puntare le armi sull’equipaggio, che usciva in quel momento, vociando e bestemmiando, dalla cameretta di prora.
Capitan Tempesta si era gettato subito sul comandante, colla scimitarra alzata, pronto a vibrargli un colpo mortale.
– Avete udito quello che ha detto quest’uomo? – gridò.
– Chi siete voi? chiese finalmente il turco.
Invece di rispondere, la duchessa si volse verso Perpignano, dicendogli:
– Fate fronte all’equipaggio e se non getta le armi, fate fuoco.
Poi, guardando fisso il comandante e salutandolo ironicamente, gli disse:
Io sono un capitano cristiano e v’intimo di arrendervi, se volete salvare la vita vostra e quella del vostro equipaggio.
– Dei cristiani! – gridò il turco, cercando di sottrarsi alla pistola di papà Stake con un salto indietro.
Il mastro però, che aveva gli occhi a tutto, fu lesto ad agguantarlo per la casacca, dicendogli:
– No, amico, non la fa nemmeno Maometto ad un vecchio squalo di mare par mio. Se cerchi di scappare ti regalo un certo confettino duro che ti manderà fra le uri del tuo paradiso, se sarai capace di trovarle.
– E credete che un turco si arrenda ai cristiani! – urlò il comandante del piccolo veliero. – Sgombrate o vi farò frustare come cani!
– E da chi? – chiese la duchessa.
– Da Alì pascià.
– È lontano.
– Domani potrebbe esser qui.
– Basta, chiacchierone! – gridò papà Stake. – Non siamo già venuti qui per discorrere con te, testa di legno. Abbiamo ben altro da fare noi. Ti arrendi sì o no.
Il turco, con una mossa improvvisa sfuggì alla stretta del mastro e cercò di estrarre la scimitarra, ma cadde fra le braccia di El-Kadur il quale lo strinse in modo tale di strappargli un urlo di dolore.
– Bravo arabo! – disse papà Stake, ridendo.
– A me, marinai! – gridò il turco. – Uccidete questi cristiani! Il Profeta lo vuole!
I dieci turchi che formavano l’equipaggio dello sciabecco stavano per rovesciarsi addosso ai greci comandati da Perpignano ed impegnare una lotta disperata, quando udirono dietro alle loro spalle una voce che gridava:
– Adagio, amici! Ci siamo anche noi, pronti a farvi la pelle e non siamo mussulmani oggi!
Era Nikola che irrompeva sul castello di prora, spalleggiato dai suoi uomini che s’arrampicavano lestamente sulle trinche del bompresso.
I turchi, vedendosi dinanzi i greci di Perpignano che stavano per fucilarli a brucia-pelo e alle spalle quei nuovi nemici, che forse credevano molto numerosi, si erano arrestati.
– Giù le armi, canaglia! gridò il greco, avanzandosi colla scimitarra alzata ed una pistola colla miccia accesa. – Se volete morire non avete che da fare un passo solo! Avanti voi e preparatevi a spazzare questi banditi.
Frattanto il comandante del piccolo veliero era stato rovesciato violentemente sulla tolda ed El-Kadur gli aveva posto sopra un ginocchio, puntandogli un jatagan alla gola.
– Padrona, – disse l’arabo. – Devo finirlo?
– I prigionieri possono essere sempre utili e valgono meglio vivi che morti, – disse papà Stake. – È vero, signora?
– Avete ragione, mastro, – rispose la duchessa.
– Ti arrendi, dunque? – chiese l’arabo al turco.
– Alì pascià saprà vendicarmi, – rispose il comandante del veliero, lasciando cadere la scimitarra.
– Sì, se ti lasceremo il tempo di avvertirlo, – disse papà Stake. – E ciò sarà un po’ difficile.
– Oh! Pagherete più tardi questo tradimento.
– Ti aspetteremo nell’Adriatico o meglio nella laguna veneta. C’è il canale Orfano che aspetta dei turchi con una pietra al collo.
– Insomma, che cosa volete fare di me? – urlò il turco.
– Pel momento tenervi prigioniero, – rispose la duchessa. – Se fossimo mussulmani, a quest’ora non sareste più vivo e nemmeno i vostri marinai respirerebbero. Ringraziate quindi il vostro Profeta che noi siamo cristiani e voi turchi.
El-Kadur, lega quest’uomo e portalo nella camera di prora.
– E voi, tenente, – disse papà Stake – legate quei pagani con cento braccia di canapo impeciato.
L’equipaggio turco, vedendosi preso fra due fuochi, aveva gettate le armi, comprendendo che una lotta sarebbe riuscita disastrosa.
I greci si erano subito avventati sui prigionieri, prendendoli a pugni ed a calci e chissà se avrebbero lasciate intatte le orecchie dei loro secolari nemici, senza l’intervento di Perpignano e la presenza della duchessa.
Ben presto, furono legati e trascinati, assieme al loro comandante, nella cameretta di prora, mettendo dinanzi al boccaporto due marinai armati d’archibugi e di scimitarre.
– Signora, – disse Nikola, avanzandosi verso la duchessa. – La rada è ormai libera e possiamo scendere senza essere disturbati.
Se volete imbarcarvi, all’alba noi saremo dinanzi al castello d’Hussif.
– Per Bacco bacone, – disse papà Stake. – Non credevo che il nostro primo tentativo riuscisse così facile e senza sparare nemmeno un colpo di pistola. Il più difficile sarà il secondo.
– Forse meno di quello che credete, – rispose la duchessa, – Noi ci presenteremo come messi di Muley-el-Kadel, incaricati d’una qualche missione per la nipote del pascià. Forse che non abbiamo l’aspetto di turchi?
– Ma voi non parlate la loro lingua, signora.
– Mi farò credere un arabo. Non ve ne sono pochi nell’esercito di Mustafà! El-Kadur mi ha insegnato la lingua araba.
– Ecco un’idea portentosa, che non sarebbe mai spuntata nel mio cervello di pesce-cane, – disse papà Stake.
– Un superbo arabo, signora. Non ne ho mai veduto, uno simile, nè uno così bello!… Eh! Non so che cosa dire, ma se non fossi così vecchio, vi giuro che la mia testa chissà a quest’ora dove frullerebbe.
El-Kadur gli lanciò uno sguardo feroce, che non fece però nè caldo nè freddo al vecchio marinaio, mentre la duchessa sorrideva a quell’uscita del lupo di mare.
– Imbarchiamoci, – disse Nikola.
– E questo naviglio? – chiese la duchessa.
– I nostri due uomini lo condurranno verso la gagliotta, signora. Basterà una vela per raggiungere i loro compagni, così saranno in quattro a vegliare sui turchi che sono ormai senz’armi. Papà Stake, andiamo e anche voi, signora.
– Chi ci guiderà al castello? – chiese il mastro.
– Io, – rispose Nikola. – D’altronde l’alba non sarà molto lontana.
Diede ai due greci, che erano di guardia dinanzi alla camera di prua, alcuni ordini, poi rinnegati e cristiani ridiscesero nelle due scialuppe.
– Alla spiaggia, – gridò Nikola. – Ormai non abbiamo più nulla da temere e, se verrà Alì pascià, giungerà sempre troppo tardi.
Le due scialuppe si scostarono dallo sciabecco che stava per muoversi, avendo i due uomini di guardia sciolta una vela, e si diressero verso la costa contro cui rompevansi i cavalloni con molta violenza, frescando il vento da ponente.
Quello di papà Stake superò l’ultimo tratto, senza aver dato dentro ai numerosi scoglietti che si moltiplicavano dinanzi la prora e andò ad arenarsi sul lido sabbioso.
Al rumore prodotto dai remi che venivano deposti sui banchi, uno stormo di uccelli marini si alzò, fuggendo a destra e a sinistra, e scomparendo fra le tenebre.
– Buon segno, – disse papà Stake, fregandosi le mani. – Se qui vi fossero dei turchi, questi volatili non si sarebbero addormentati sulla spiaggia.
– Sbarcate, – disse Nikola, la cui scialuppa si era pure arenata.
La duchessa, Perpignano, El-Kadur e gli altri scesero sulla spiaggia dopo essersi armati degli archibugi.
Nikola, che li aveva già preceduti, si era arrampicato su una rupe ed osservava attentamente la pianura che si estendeva dinanzi a lui e che pareva molto accidentata e cosparsa di grossi alberi.
Non si scorgeva alcun lume a brillare fra le tenebre, nè abbasso, nè sulle colline rocciose che s’innalzavano all’estremità della rada. Si udivano invece in lontananza i latrati d’un cane.
– Nessuno veglia da queste parti, – disse il greco, quando fu nuovamente sulla spiaggia.
– Quando potremo giungere al castello? – chiese la duchessa.
– Tra un paio d’ore, – rispose Nikola.
– Dovremo aspettare l’alba?
– È inutile, signora. Conosco la via che ho percorso più di mille volte, portando sulle spalle un quintale di granoturco come uno schiavo e anche trottando sotto i colpi di frusta degli aguzzini. L’esistenza era terribile, allora.
– Partiamo?
– Sì, se non siete stanca.
– Avanti e silenzio.
Il drappello si mise in marcia superando le dune di sabbia e scese nella tenebrosa pianura, preceduto dal greco il quale pareva che avesse gli occhi dei gatti.
– Che diavolo d’uomo! – borbottava papà Stake, urtando il gomito di Simone che gli camminava a fianco. – Questi greci sono davvero ammirabili, quando hanno da prendersi qualche rivincita sui turchi. Ed io che li credevo fabbricati di mollica di pane di Mogliano!
– Sì, brava gente, – rispose laconicamente il giovane marinaio, che era tutt’altro che loquace.
La duchessa e Perpignano intanto discorrevano sottovoce con Nikola, onde preparare il loro piano e mettersi completamente d’accordo per evitare il pericolo di commettere qualche imprudenza che avrebbero certamente pagata colla morte e chissà quanto atroce.
– Per voi tutti io sono Hamid, figlio del governatore di Medina, conoscendo io benissimo l’arabo, – concluse la duchessa – amico intimo di Muley-el-Kadel. Ben-Tael, lo schiavo del generoso giovane sarà incaricato di provare che io sono realmente un mussulmano ed un valoroso capitano.
– E non comprometterete il Leone di Damasco? – chiese Nikola.
– Mi ha detto di servirmi in qualunque occasione del suo nome e ne approfitterò, – rispose la duchessa. – Lasciate che parli io sola alla nipote di Alì pascià.
– Sì, signora, – dissero Nikola e Perpignano.
– Avvertite i nostri uomini. Dobbiamo evitare la minima imprudenza.
– Ci va di mezzo un palo, – disse il greco. – La nipote del pascià è bella, ma, come vi dissi, gode fama di non essere meno crudele di suo zio, quando si tratta di cristiani.
– Mi proverò ad ammansire quella giovane tigre, – disse la duchessa, che pareva seguisse un fuggevole pensiero. – Ho una grande fiducia nella riuscita del nostro progetto, per quanto possa sembrare eccessivamente audace.
Il greco si arrestò un momento per meglio orientarsi, essendo le tenebre sempre fittissime, poi il drappello riprese la marcia attraverso a burroncelli coperti di sterpi che rendevano il cammino assai malagevole.
Soprattutto, papà Stake brontolava continuamente contro le accidentalità del terreno.
– E poi vi sono degli imbecilli che affermano che si passeggia bene sulla crosta terrestre, – borbottava. – Quelli non hanno mai calcata la tolda d’una galera, nè hanno mai provate le delizie del rollìo e del beccheggio. Alla malora Cipro, i turchi ed i ciprioti!
Verso le cinque le tenebre cominciarono a diradarsi.
– Vedete, signora? – chiese Nikola, tendendo la mano verso una collina dirupata sulla cui cima giganteggiava confusamente una grossa costruzione.
– Il castello d’Hussif? – chiese la duchessa.
– Sì, signora.
– Povero Le Hussière! Sarà nei sotterranei d’una di quelle tristi torri.
– E bene incatenato, anche. La nipote di Alì non è troppo ospitale coi rinchiusi della torre.

CAPITOLO XIII

Il castello d’Hussif

Il castello d’Hussif era una delle rocche più formidabili che i veneziani avessero costruito per conto della regina Caterina Comaro, allo scopo di sorvegliare una buona parte della costa occidentale di Cipro dalle incessanti scorrerie dei corsari egiziani e turchi, padroni di tutto il Mediterraneo occidentale(1).
Era stato eretto su una collinetta dominante il mare, in un punto ove la rupe cadeva a picco, e l’avevano munito di torri massicce armate d’un buon numero di bocche da fuoco.
Quel baluardo aveva opposto una lunga e tenace resistenza ai turchi di Mustafà e chissà quanto avrebbero potuto prolungare la resistenza, senza il concorso di Alì pascià e delle sue cento galere.
La rocca, assalita poderosamente dalla parte del mare, bersagliata notte e giorno da più di ottocento colubrine, aveva dovuto finalmente cedere sotto l’assalto di cinquantamila marinai e la guarnigione, come solevano fare quei crudeli guerrieri della Mezzaluna, era stata passata a fil di spada.
Riattata alla meglio, giacchè i suoi bastioni avevano lungamente sofferto da quel formidabile bombardamento, che aveva esaurite le polveriere della imponente flotta, era stata affidata alla nipote del pascià, donna giovane ed a quanto si diceva bellissima, audace e coraggiosa e soprattutto implacabile nemica dei cristiani come il grande ammiraglio di Selim.
La duchessa, scorgendo il castello che i primi chiarori dell’alba facevano spiccare vivamente sulla cima del gigantesco dirupo, aveva provato suo malgrado una stretta al cuore. Avrebbe trovato il signor Le Hussière, il suo fidanzato, ancora vivo o la cattiva turca lo aveva fatto morire di stenti e di maltrattamenti?
El-Kadur, che pareva avesse indovinato il pensiero che tormentava la sua padrona, si era accostato alla giovane donna, la quale si era fermata sull’orlo d’un burroncello per osservare meglio la rocca.
– Tu pensi al visconte, è vero, padrona? – le chiese.
– Sì, El-Kadur, – rispose la duchessa, con accento triste.
– Temi che la nipote del pascià te l’abbia ucciso?
– Come fai tu ad indovinare i miei pensieri?
– Lo schiavo si abitua a prevedere i desideri del suo padrone, – rispose l’arabo con una certa amarezza.
– Credi tu che sia vivo ancora?
– Non l’avrebbero risparmiato dopo la presa di Nicosia. Se l’hanno condotto qui, vuol dire che i turchi hanno capito che il visconte valeva una somma. Avanti, signora: fra poco verremo scoperti dalla guarnigione della rocca.
Si erano impegnati su uno stretto sentiero, scavato nella viva roccia, costeggiante il mare, un sentiero che pochi uomini, e anche malamente armati, avrebbero potuto difendere contro un esercito.
Al di sotto s’apriva l’abisso, in fondo a cui muggivano cupamente, con strani fragori, le onde del Mediterraneo.
Nikola vi si era avventurato risolutamente, dopo d’aver pregato la duchessa di tenersi bene addosso alla parete e di non guardare troppo il mare onde non venire colta dalle vertigini.
Dopo essersi inoltrati per dieci minuti, senza aver incontrata alcuna sentinella, ritenendosi i turchi ormaì troppo sicuri per temere un assalto da parte dei cristiani, già quasi tutti sterminati, per prendere delle precauzioni, i greci ed i loro compagni si trovarono improvvisamente dinanzi ad una vastissima piattaforma sulla quale giganteggiava il massiccio castello.
Un turco che vegliava su di una delle torri, scorgendo quel gruppo armato, aveva subito gridato:
– Allarmi!
Un gruppo di giannizzeri, comandato da un capitano della marina ottomana, si era tosto avanzato sul ponte che attraversava il fossato, scavato intorno al castello.
– Siamo amici, – disse Nikola, che parlava correttamente il turco e anche l’arabo, facendo cenno ai giannizzeri di abbassare gli archibugi.
– Da dove venite? – chiese il capitano, senza ringuainare la scimitarra.
– Da Famagosta.
– Che cosa desiderate?
– Siamo incaricati di scortare il capitano Hamid, figlio del pascià di Medina.
– Dov’è?
– Eccomi, – disse la duchessa, facendosi innanzi ed in buona lingua araba che aveva ben appresa da El-Kadur.
Il turco la guardò attentamente, non celando un certo stupore, poi la salutò colla scimitarra, dicendo:
– Il Profeta conceda mille anni di felicità a te e a tuo padre. Haradja, la nipote di Alì pascià sarà felice di ospitarti. Seguimi, signore.
– Potranno venire i miei uomini?
– Sono tutti turchi?
– Sì.
– Saranno anche essi ospiti di Haradja. Ne prendo l’impegno io.
Fece cenno ai giannizzeri di fare largo e condusse il drappello nel cortile d’onore della rocca, che era circondato da vasti porticati di stile arabo, con bei colonnati di pietra ancora in ottimo stato, quantunque le palle della flotta turca avessero dovuto cadere in buon numero anche colà, come lo dimostravano le profonde buche, non ancora riempite, che si scorgevano nel terreno.
Il turco fece sedere la duchessa su un ricco tappeto, che occupava tutto l’angolo del porticato, facendo segno alla scorta di disporsi fuori delle colonne, all’ombra d’una grande palma che stendeva le sue pittoresche foglie piumate su un largo tratto.
Subito quattro schiavi negri erano accorsi portando chi dei cuscini di seta, chi dei vassoi d’argento con chicchere colme di moka fumante e gelati e dolci.
La duchessa, che conosceva le abitudini degli orientali, vuotò una tazzina di caffè, assaggiò un piccolo pasticcio, poi, compiuta quella formalità, si sedette su un cuscino, dicendo al turco che aspettava di essere interrogato:
– Dov’è la nipote del pascià? Dorme ancora?
– Haradja è abituata, ad alzarsi prima dei suoi guerrieri, – rispose il turco. – Quando la quarta scolta annuncia l’alba è sempre in piedi.
– Perchè non la fai chiamare, ora che sai chi io sono?
– Non si trova qui in questo momento, – rispose il capitano che parlava, oltre la sua lingua natia, anche l’arabo. – È partita un’ora fa per andare a sorvegliare i cristiani che ella impiega nella pesca delle sanguisughe. I molti ammalati di Famagosta ne hanno urgente bisogno ed il sangue cristiano sembra che sia molto gradito da quelle bestioline.
– Che cosa dici? – chiese la duchessa, facendosi pallida. – Haradja impiega i prigionieri cristiani nella pesca delle sanguisughe!
– Non vi sono più abitanti in questa regione. Doveva mandare i suoi soldati a farsi a poco a poco dissanguare? rispose il turco. – Chi avrebbe allora difesa la rocca se i veneziani avessero mandata in queste acque qualche flotta?
È meglio che muoiano i cristiani, che d’altronde per noi sono di grande impiccio e che forse mai saranno in grado di pagare delle grosse taglie.
– Voi li farete morire a poco a poco! – esclamò la duchessa, che faceva sforzi prodigiosi per non dare libero sfogo alla sua indignazione.
– Certo che finiranno per lasciarci la pelle, – rispose il turco, con noncuranza. – Haradja non lascia loro sufficiente riposo, affinchè il sangue levato dalle sanguisughe abbia il tempo di rinnovarsi nei loro corpi.
– A me, quantunque nemico acerrimo dei cristiani, sembra che ciò sia una crudeltà inaudita che non fa troppo onore ad una donna.
– Che cosa vuoi, signore, la nipote del pascià la pensa così, e siccome è lei che qui comanda, non è permesso a nessuno fare delle osservazioni, nemmeno a me.
– Quanti prigionieri avete qui?
– Una ventina.
– Giunti da Nicosia?
– Sì: appartenevano a quel presidio e credo che siano tutti nobili.
– Li conosci per nome?
– Alcuni sì.
– Vi è fra costoro un capitano che si chiama Le Hussière? – chiese la duchessa con voce trepidante.
– Le Hussière! – mormorò il turco – Oh! Sì, un gentiluomo francese ai servigi della Repubblica Veneta… Sì, è anche lui alla pesca delle sanguisughe.
La duchessa si era morse le labbra per trattenere il grido che stava per proromperle dal petto. Si terse con un moto nervoso alcune stille di sudore freddo che le bagnavano il viso, poi dopo qualche istante di silenzio, necessario perchè riacquistasse la calma primiera, disse:
– È per quel gentiluomo che io sono venuto.
– Si vorrebbe liberarlo?
– Sono incaricato di condurlo a Famagosta.
– Chi ti ha dato questo ordine, signore?
– Muley-el-Kadel.
– Il Leone di Damasco! – esclamò il capitano, facendo un gesto di stupore. – Come può, quel prode fra i prodi, interessarsi di Le Hussière?
– Io lo ignoro.
– Non so però, signore, se la nipote del pascià vorrà cederglielo. Credo che ci tenga molto ai suoi prigionieri e poi Muley-el-Kadel dovrà pagare un buon riscatto.
– Il Leone di Damasco è abbastanza ricco per pagare la libertà d’un prigioniero.
– So che suo padre è uno dei più grandi personaggi dell’impero, cognato del Sultano e quindi padrone di tesori incalcolabili.
– Quando tornerà la nipote di Alì? Io non posso fermarmi a lungo qui, avendo molte cose da sbrigare a Famagosta e un’altra missione da compiere per conto di Mustafà.
Il turco stette un po’ pensieroso, poi rispose:
– Vuoi che ti accompagni agli stagni morti? Là vedrai Haradja e anche il prigioniero.
– Sono lontani?
– Appena una mezz’ora di cavallo. Abbiamo dei buoni corsieri arabi qui e ne metterò a disposizione tua e della scorta.
– Accetto, – disse la duchessa.
– Vado a scegliere i migliori ed a farli insellare, – disse il turco alzandosi. – Fra pochi minuti, signore, noi lasceremo la rocca.
Appena si fu allontanato per dare gli ordini necessari, Nikola e Perpignano si erano subito avvicinati alla duchessa, la quale sembrava accasciata.
– È qui dunque il visconte? – chiese il veneziano.
– Sì, – rispose la giovane – e chissà in quale miserando stato noi lo troveremo.
– Perchè, signora? – chiese il greco.
– Lo hanno mandato, insieme agli altri prigionieri, a pescare le sanguisughe negli stagni morti.
– Canaglie! – borbottò il greco, facendosi oscuro in viso.
– Forse che è molto faticosa quella pesca? – chiese Perpignano.
– Dite terribile, signore. Io ne so qualche cosa, essendo stato per alcuni giorni agli stagni morti. Dopo un mese gli uomini sono completamente sfiniti, anemici e febbricitanti e non possono più reggersi in piedi. I loro corpi poi sono tutti una piaga.
– Possibile che la nipote del pascià abbia mandato un gentiluomo come il signor Le Hussière a morire fra le sanguisughe! esclamò Perpignano, inorridito.
– Il capitano turco me lo ha confermato, – rispose la duchessa, soffocando un singhiozzo.
– Ma noi lo strapperemo a quella esistenza atroce! – esclamò il veneziano. – Siamo tutti pronti a qualunque sbaraglio, anche a tentare l’espugnazione di questa rocca, è vero Nikola?
Il greco scosse il capo.
– Vi devono essere molti turchi qui, – disse poi. – Non ricorriamo alla violenza o nessuno di noi tornerà vivo alla rada d’Hussif.
– So che cosa devo fare, – rispose la duchessa, che pareva avesse riacquistata la sua meravigliosa energia. – Lotterò colla figlia del pascià e vedremo se vincerà la donna turca o quella italiana. Il Leone di Damasco ci protegge, non dimentichiamolo e quel valoroso non si scorderà le sue promesse.
Dei nitriti vigorosi ed uno scalpitar di ferri sulle pietre del cortile d’onore interruppero la loro conversazione. Il capitano turco si avanzava seguito da numerosi schiavi, i quali conducevano per le briglie un grosso gruppo di bellissimi cavalli dalle teste piccole, le criniere lunghissime e le zampe sottili e nervose.
– Sono ai tuoi ordini, signore, – disse il turco, rivolgendosi alla duchessa. – A mezzodì, all’ora della preghiera, noi potremo essere di ritorno per la colazione. Ho spedito già un messo ad Haradja per annunciarle la tua visita da parte di Muley-el-Kadel e sarai ricevuto cogli onori spettanti alla tua alta posizione. Sarà ben felice di ricevere un messo del Leone di Damasco.
– Lo conosce?
Uno strano sorriso comparve sulle labbra del turco.
– Se lo conosce! – disse poi a mezza voce. – Credo che quando pensa a lui Haradja non dorma e diventi più cattiva.
– L’amerebbe forse?
– Così si dice.
– E lui?
– Sembra che non pensi affatto alla nipote del pascià.
– Ah! – fece la duchessa.
– A cavallo, signore. – Troveremo i cristiani al lavoro e sarà uno spettacolo bellissimo veder quei miserabili sgambettare nelle acque pantanose, sotto i morsi delle mignatte. Haradja ha avuto una splendida idea che a me non sarebbe di certo mai venuta.
– Ed a me ne verrebbe un’altra migliore, – borbottò papà Stake, che conosceva abbastanza la lingua turca per comprenderla. – Quella di serrarti le mie mani intorno al collo e di farti uscire un palmo di lingua, brutta carogna!
Un momento dopo i cavalieri lasciavano il castello, preceduti dal turco, scendendo verso l’interno dell’isola.

CAPITOLO XIV

I cristiani alla pesca delle sanguisughe

Quando i cavalieri lasciarono l’altura su cui sorgeva la rocca e raggiunsero le terre basse, formate da pianure ondulate, sulle quali non crescevano che pochi gruppi di palmizi e di fichi d’india altissimi, con enormi spatole spinose, il sole era già ben alto.
Anche quel tratto di paese, quantunque lontano da Famagosta, mostrava le tracce del passaggio dei turchi, quei terribili devastatori che non lasciavano dietro di loro altro che rovine e cadaveri.
Le fattorie che un giorno dovevano essere state numerose in quel luogo e anche fiorenti, essendo sempre stata l’isola feracissima, erano scomparse o tutt’al più mostravano qualche miserando avanzo: qualche muro annerito dalle fiamme e dal fumo, qualche tettoia sgangherata che si reggeva per un miracolo d’equilibrio, qualche lembo di campagna coltivata a vigneti.
Il capitano turco fingeva di nulla vedere, ma nulla sfuggiva agli sguardi dei cristiani e soprattutto a quelli di papà Stake. Il brav’uomo, senza preoccuparsi se il mussulmano potesse udirlo, non cessava di brontolare.
– Briganti! Hanno distrutto tutto: persone e cose. Quando verrà per questi cani l’ora della punizione? Bah! La Repubblica non lascerà invendicate tante vittime. Se così non avvenisse mi farò turco anch’io allora.
Dopo una mezz’ora di galoppo furioso, poichè i cavalli scelti dal turco erano dei veri arabi, il drappello si trovò quasi improvvisamente in una bassura, dove si scorgevano dei numerosi stagni di dimensioni piuttosto vaste e coperti da folti canneti dalle foglie giallastre, che tradivano la presenza della febbre celata in mezzo alle radici decomposte ed al fango del fondo.
Sulle rive d’una di quelle piccole paludi, alcuni uomini seminudi s’aggiravano, armati di lunghi bastoni, occupati, a quanto pareva, a rimescolare la melma ed a smuovere i canneti.
– Ecco i primi pescatori di sanguisughe, signore, – disse il turco, rallentando lo slancio del suo cavallo.
– Sono quelli i prigionieri di Nicosia? – chiese la duchessa, facendo uno sforzo supremo per non tradire la profonda emozione che l’angosciava.
– No, sono degli schiavi epiroti, costoro, – rispose il capitano. – Non vedi che sono guardati da soli quattro giannizzeri?
Vieni a vedere come lavorano quegli uomini, così ti formerai un’idea sul modo con cui lavorano i cristiani di Nicosia e come li tratta la nipote del Pascià. Non è un mestiere troppo piacevole, te lo assicuro, e per mio conto preferirei morire magari sulla punta d’un palo o meglio ancora con un laccio di seta attorno al collo.
La duchessa non rispose: si sentiva il cuore stretto da un’angoscia inesprimibile, pensando che Le Hussière, il suo fidanzato, in quel momento subiva i martirî orrendi di quei disgraziati epiroti, sfruttati così inumanamente dalla crudele nipote del Pascià.
Il capitano spinse il cavallo verso una tettoia formata di canne, sotto la quale quattro brutti ceffi di soldati, colle fasce riboccanti di pistoloni e di jatagan, stavano preparandosi il caffè e diede loro ordine di far subito lavorare gli schiavi per mostrare al figlio del governatore di Medina come si esercitava la pesca delle mignatte.
I giannizzeri piantarono le tazze e dopo d’aver presentate le armi all’alto personaggio che si degnava di visitare gli stagni morti, con un fischio fecero uscire da un’altra tettoia una decina e mezza d’uomini, che all’apparire del drappello avevano abbandonata la riva.
Un grido d’orrore era subito sfuggito dalle labbra dei cristiani, mentre il capitano prorompeva invece in una risata sgangherata, dicendo poi, con crudele cinismo:
– Come sono buffi! I cani avranno ben poco da rosicchiare, quando questi miserabili avranno finito di raccogliere mignatte. Si vede che non si mantengono con polpe di polli i pescatori degli stagni morti!
Lo spettacolo che offrivano quei disgraziati epiroti era così orribile da far fremere perfino papà Stake, il quale ne aveva pure veduti ben altri, nella sua lunga vita di marinaio.
Erano tutti spaventosamente sparuti, magri tanto da mostrare tutte le costole e le tibie. Le loro gambe, che non avevano più ormai che la pelle e pochi muscoli, apparivano coperte da piaghe sanguinolenti prodotte dai morsi delle sanguisughe.
I loro occhi erano velati come quelli dei moribondi e le palpebre purulente pareva che non le alzassero che con grande fatica.
Un tremito continuo scuoteva quei miserabili, come se una febbre incessante li divorasse.
– Questi uomini stanno per morire! – esclamò la duchessa, facendo un gesto d’orrore.
Il turco alzò le spalle.
– Sono schiavi cristiani, – disse poi con noncuranza. – Morti non valgono nulla; vivi possono servire ancora a qualche cosa: mi sembra che Haradja abbia avuto una buona idea. Che cosa volevate che ne facesse? Mantenerli a sue spese? Almeno così rendono e bene.
– Qualche misero zecchino, – disse Nikola, che faceva degli sforzi prodigiosi per non balzare addosso al turco e tagliargli la gola con un buon colpo di jatagan.
– Quattro e qualche volta cinque al giorno, – rispose il capitano. – Ti pare che sia poco?
– La nipote del pascià non può aver bisogno d’una simile somma e farebbe meglio a mostrarsi più umana verso questi disgraziati, – disse la duchessa, con voce fremente.
– Haradja ama molto il denaro, signor Hamid. Suvvia, giannizzeri, fateli lavorare. Non abbiamo tempo da perdere.
I soldati s’armarono di nodosi randelli e li levarono minacciosamente, gridando agli epiroti che guardavano, come istupiditi, i cavalieri:
– In acqua, bricconi! Vi siete abbastanza riposati e se non lavorate bene, questa sera non avrete acquavite.
I miseri piegarono la testa con rassegnazione e scesero fra le canne dello stagno, non senza aver prima un po’ esitato e si misero a rimescolare il fondo fangoso con dei bastoni.
La pesca delle mignatte si opera nel modo elementare tramandatoci dagli antichi greci e persiani, i quali sono ancora i migliori pescatori, avendo nei loro paesi molte paludi abitate da miriadi di quelle crudeli eppur così utili bestioline.
Sono sempre gli uomini che servono da esca, offrendo le loro gambe ai morsi dolorosi delle abitatrici degli stagni fangosi e puzzolenti, trasudanti dalle loro canne le terribili febbri palustri.
Anche oggidì il sistema non è cambiato nè in Grecia, nè in Persia, nè a Candia, nè a Cipro, luoghi ove quella strana industria è sempre fiorente.
Si capisce che non sono più schiavi che esercitano quel pericoloso mestiere, che a poco a poco li ridurrà degli scheletri, che nè l’acquavite, nè le orge continue rimetteranno mai in gambe e tanto meno in polpe.
Non sono nemmeno greci e nemmeno persiani. I pescatori odierni appartengono a quella classe di spostati, piovuti da tutti i paesi dell’Europa, che a poco a poco hanno inondato le città del levante, facendo tutti i mestieri possibili e vivendo come possono.
Sono dei veri miserabili, dei viziosi, che non hanno che un solo desiderio: quello di ubriacarsi e di guadagnare quanto più possono a detrimento della loro salute.
Quando comincia la vera stagione della pesca, giungono agli stagni, improvvisano delle miserabili capanne formate di vimini e si mettono alacremente al lavoro. Quelli che hanno qualche soldo ancora, si provvedono di qualche vecchio cavallo il quale serve meglio da esca che le gambe tutt’altro che grasse dei pescatori.
Povere bestie che non dureranno più di tre o quattro settimane, perchè nessuno si occuperà di loro per rimetterli in forze.
Le cacciano a furia di legnate nelle acque fangose, là dove le mignatte si tengono attaccate in gran numero ai gambi delle canne e ve le trattengono a forza finchè le loro zampe, il ventre, i fianchi ne sono coperti.
Quando la loro pelle non forma altro che uno strato viscido, nero, ributtante, si tolgono dall’acqua. Si sbarazzano delle voraci bestioline, che vengono collocate con cura entro barilotti traforati e semipieni di giunchi abbondantemente bagnati, poi si lasciano un po’ in libertà, onde riacquistino un momento di forza, poi l’atroce supplizio ricomincia finchè il povero animale, completamente sfinito, o s’annega nello stagno o cade al suolo per non rialzarsi più.
Gli uomini invece, come abbiamo detto, offrono le loro gambe. Rimangono immersi fino a che non sono coperte di mignatte, resistendo eroicamente ai dolorosi morsi, poi salgono la riva e si sbarazzano frettolosamente delle bestioline onde non li dissanguino troppo.
Alla sera quei miserabili sono così sfiniti, da non potersi reggere sulle gambe, nè da essere in grado di prepararsi da mangiare. L’acquavite od altre bevande spiritose, assorbite in quantità prodigiose, danno però loro una forza fittizia sufficiente per riprendere all’indomani il loro pericoloso mestiere.
I guadagni, piuttosto lauti, permettono loro di abbandonarsi a orge d’alcools, poichè un buon pescatore non chiude la sua giornata senza avere in tasca venti o venticinque lire.
Quando però la stagione, che dura ordinariamente tre mesi, finisce, quei poveri pescatori sono ridotti in uno stato che desta raccapriccio a chi li vede.
Non sono uomini, sono ombre, coi nasi affilati, gli occhi infossati, i dorsi ischeletriti, le gambe senza carne, coperti di piaghe e magri come se fossero diventati trasparenti.
Persino la loro voce non ha più nulla di umano. È un sibilo rauco che si stenta a comprendere e la febbre chissà per quanti mesi farà tremare e sussultare i loro poveri corpi.
E nondimeno, malgrado tante sofferenze, malgrado tante torture, all’apertura della nuova stagione si vedranno ritornare sulle rive dei melmosi stagni e riprendere il loro lugubre mestiere che li spegnerà forse prima dei quarant’anni…
Gli epiroti, al grido minaccioso dei giannizzeri o meglio delle curve che descrivevano in aria i nodosi bastoni, si erano gettati nello stagno, senza osar nemmeno di protestare contro quella crudele ingiunzione, tanto erano ormai deboli per l’immensa quantità di sangue perduto.
Erano in quindici, eppure non avrebbero potuto tentare nessuna resistenza contro quei quattro giannizzeri, quantunque fossero tutti armati di solidi bastoni che, dato il numero, avrebbero potuto avere facilmente il sopravvento sugli jatagan e fors’anche sulle pistole, dal tiro molto problematico, dei loro guardiani.
Delle grida e dei gemiti sommessi sfuggiti a quei disgraziati, avvertirono ben tosto la duchessa ed i suoi compagni che le sanguisughe cominciavano a mordere le gambe, succhiando avidamente il poco sangue che ancora trovavano.
Un pescatore, che doveva averne già un bel numero attaccate ai suoi polpacci, tentò di risalire la sponda non potendo più resistere ai crudeli morsi, quando un giannizzero gli piombò addosso, facendo fischiare il suo bastone e urlandogli contro:
– Non ancora, cane. Aspetta di essere ben coperto. Non sei carne di Maometto, tu!
Papà Stake che era disceso da cavallo per meglio osservare la pesca, senza pensare che quell’atto poteva tradirlo, con una mossa rapida era piombato sul crudele turco, gridandogli:
– Canaglia! Non vedi che non può resistere? Vuoi che ti getti nello stagno? Sei un brigante che non avresti compassione nemmeno d’un cane!
Il mussulmano, non abituato certo a quel linguaggio, si era voltato guardando con stupore quell’uomo che teneva il pugno alzato come se volesse accopparlo.
– È un cristiano costui! gli disse.
– Ed io che sono più turco di te, ti dico che se non lo lasci tornare alla riva ti getto in mezzo alle mignatte e che non ti lascerò uscire finchè non sarai dissanguato completamente! – urlò papà Stake, afferrandolo pel colletto. – Mi hai capito, brigante? Tu disonori Maometto e tutti i suoi seguaci!
– Che cosa fai? – gridò il capitano, rivolgendosi al mastro.
– Lo strangolo, – rispose papà Stake, stringendo ambo le mani attorno al collo del giannizzero.
– Comando io qui, in mancanza d’Haradja, la nipote del Pascià.
La duchessa si era rizzata sulle staffe guardando cogli occhi fiammeggianti il capitano.
– Da’ ordine che quei miseri si ritirino! – gridò con voce fremente. – Sono il figlio del Pascià di Medina e valgo meglio di te e della tua padrona! Mi hai compreso! Vinco il Leone di Damasco e vincere anche te sarebbe per me un giuoco da fanciulli! Obbedisci!
Il capitano, udendo il tono risoluto ed imperioso del giovane, il quale aveva già portata la destra all’impugnatura della scimitarra, facendogli comprendere che era pronto a levarla dal fodero e, spaventato dall’aspetto risoluto della numerosa scorta, si era affrettato a gridare ai giannizzeri:
– Lasciate che i pescatori tornino alle loro capanne. Oggi è giorno di riposo per festeggiare la visita di Hamid, figlio del pascià di Medina.
I quattro soldati, abituati ad obbedire ai grandi personaggi dell’impero, gettarono i loro randelli e lasciarono libero il passo ai pescatori.
La duchessa cacciò una mano in una fonda della sella che il Leone di Damasco aveva fatta riempire di zecchini e levato un pugno di monete le gettò al suolo, dicendo con voce altezzosa:
– Che quest’oggi si dia a quegli uomini doppia razione di acquavite e pasto abbondante, più uno zecchino per ciascuno.
Se voi non mi obbedirete, al mio ritorno vi farò tagliare gli orecchi. Mi avete capito? Il resto sarà per voi!
Poi, dopo d’aver fatto ai pescatori, che la guardavano come inebetiti, un amichevole gesto d’addio, spronò il cavallo, dicendo al capitano che pareva spaventato:
– Conducimi dalla nipote del Pascià. Desidero vederla subito.
– Mille diavoli scatenati! – borbottò papà Stake. – Questa signora è un vero prodigio!
Io non sarei mai riuscito a farmi obbedire così, nemmeno se fossi diventato grande ammiraglio dell’armata turca! Non finirò mai di ammirare abbastanza lo spirito di questa donna!
I cavalieri avevano ripresa la corsa, passando fra ampi stagni coperti di folti canneti che non dovevano essere stati ancora sfruttati, a giudicarlo dal tremolìo che subivano le acque fangose. Legioni e legioni di sanguisughe dovevano trovarsi ancora là dentro, in attesa che qualche magro cavallo o le gambe ischeletrite dei pescatori andassero ad offrirsi alle loro bocche.
Non erano trascorsi dieci minuti, quando il capitano, che si era nuovamente messo alla testa del drappello, additò alla duchessa che lo seguiva da vicino, una magnifica ed ampia tenda di seta rossa, eretta sulla riva d’un vasto bacino, sulla cui cima si vedevano ondeggiare, alla brezza mattutina, tre code di cavallo sormontate da mezzelune che parevano d’argento.
– Che cos’è? – chiese la giovane.
– La tenda della nipote di Alì pascià – rispose il capitano.
– Ama soggiornare qui?
– Qualche volta, per sorvegliare il lavoro dei cristiani e divertirsi dei loro spasimi.
– E quella donna spererebbe di farsi amare dal Leone di Damasco, che è l’uomo più generoso dell’esercito turco! disse la duchessa con disprezzo.
– Almeno lo spera.
– Un leone non diverrà mai sposo d’una tigre!
– Non avevo mai pensato a questa verità; – disse il turco che pareva fosse stato colpito da quell’osservazione. – Se lo dici tu, che sei amico di Muley-el-Kadel, temo che Haradja lo aspetti un bel po’. Io, veramente, non ci avevo mai pensato. Ci siamo! Preparati ad incontrarti colla nipote del pascià.
Costeggiarono la palude e si arrestarono dinanzi alla sontuosa tenda, intorno alla quale si rizzavano delle miserabili capannucce guardate da una trentina di arabi e di guerrieri dell’Asia Minore, armati fino ai denti.
– Vieni, signore, – disse il capitano. – Haradja starà sorbendo il caffè e fumando il suo scibouk, essendo abituata ad infischiarsi degli editti di Selim. Ella non teme che le venga tagliato il naso.
– Introducimi, – gli disse risoluta la duchessa, balzando a terra.
Il capitano fece cenno ai quattro arabi, che vegliavano dinanzi alla tenda colle scimitarre sguainate, di scostarsi e si cacciò sotto il padiglione dicendo:
– Signora, vi è qui un messo di Muley-el-Kadel.
– Avanti, – rispose una voce che aveva qualche cosa di metallico e di duro. – Sia data larga ospitalità agli amici del prode ed invincibile Leone di Damasco!

CAPITOLO XV

La nipote d’Alì Pascià

La duchessa, quantunque col cuore trepidante, era entrata risolutamente nella ricchissima tenda, mentre il capitano, diventato improvvisamente assai ossequioso le alzava un lembo facendole un profondo inchino.
Una donna giovane e bellissima, stava ritta nel mezzo, con una mano appoggiata alla spalliera d’un divanetto scintillante di ricami d’oro.
Era una figura alta, slanciata, con occhi nerissimi che risaltavano vivamente sotto le bellissime sopracciglia meravigliosamente delineate, la bocca piccola dalle labbra rosse come ciliege mature, i capelli lunghi d’una tinta che aveva i riflessi delle ali dei corvi e la tinta della pelle leggermente abbronzata.
Aveva però in tutto l’insieme di tratti del viso, quantunque d’una purezza quasi greca, qualche cosa di duro e di energico che tradivano la donna che godeva fama di essere crudele ed inflessibile, la donna più abituata a comandare ed imperiosamente, che ad obbedire.
Come le grandi dame turche di quell’epoca, portava dei superbi calzoni larghi, imbottiti internamente in modo che le gambe non potevano trasparire, in seta bianca ricamata in oro; un giubbettino di seta verde con larghi bordi d’argento e bottoni formati da grosse perle d’un valore inestimabile ed ai fianchi un’alta fascia di velluto rosso, annodata sul davanti, con lunghe code che scendevano fino a toccare le piccole scarpe a punta rialzata, di pelle rossa con ornamenti d’oro.
Nessun gioiello nè agli orecchi, nè ai polsi; invece, passata nella fascia, teneva una piccola scimitarra coll’impugnatura d’oro incrostata di zaffiri e di smeraldi e la guaina d’argento con passanti di madreperla.
Vedendo entrare la duchessa, vestita nel pittoresco costume albanese, col viso pallidissimo che faceva doppiamente risaltare la vivacità degli occhi e la bellezza della nera capigliatura, un grido d’ammirazione era sfuggito, involontariamente forse, alla nipote del grande ammiraglio.
– Ah! Il bel capitano!
Poi, rimettendosi prontamente e facendo un gesto come di stizza per essersi lasciata uscire dalla bocca quella frase, disse con una ruvidezza un po’ studiata:
– Che cosa vuoi, effendi?(2)
– Ora te lo dirò, cadindyick(3) – rispose la duchessa, facendo un profondo inchino.
– Cadindyick! – esclamò Haradja, mentre uno scoppio di risa ironiche le irrompeva dalle labbra. – Questo titolo, serbalo, mio bel capitano, per le donne che s’invecchiano negli harem dorati e profumati e non già per la nipote di Alì Pascià.
– Sono arabo e non turco, – rispose la duchessa.
– Ah! Sei arabo! – esclamò la turca. – Sono tutti così belli i giovani del tuo paese, effendi? io credevo che gli arabi fossero tutt’altro che così piacevoli. Quelli che io ho veduto a bordo delle galere di mio zio, il grande ammiraglio, non somigliavano affatto a te. Chi sei tu dunque?
– Il figlio del pascià di Medina, – rispose la duchessa imperturbabile, avendo compreso perfettamente ciò che diceva Haradja la quale aveva parlato in lingua araba.
– Ah! – fece la nipote del pascià, sbozzando un sorriso, – È sempre in Arabia tuo padre?
– Lo conosceresti per caso, signora?
– No, quantunque abbia passati molti anni della mia infanzia sulle rive del Mar Rosso. Oggi non navigo che sul Mediterraneo. Chi ti manda, effendi?
– Muley-el-Kadel.
Un impercettibile trasalimento aveva fatto correre come un fremito sul viso della nipote del grande ammiraglio.
– Che cosa vuole da me? – chiese poi, aggrottando leggermente la fronte.
– Mi ha qui mandato per pregarti di cedergli uno dei cristiani fatti prigionieri a Nicosia.
– Un cristiano! – esclamò Haradja, facendo un gesto di stupore. – Chi è?
– Il visconte Gastone Le Hussière, – rispose la duchessa, con un leggero tremito nella voce.
– Quel francese ai servigi della Repubblica Veneta?
– Sì, signora.
– Per quale motivo il Leone di Damasco s’interessa di quel cane di giaurro?
– Lo ignoro.
– La sua fede di buon seguace di Maometto si sarebbe per caso scossa?
– Non lo credo.
– L’ho trovato troppo generoso, il Leone di Damasco.
– Puoi dire cavalleresco.
– In un turco non va, – rispose asciuttamente la nipote del pascià. – Che cosa vorrà farne di quell’uomo, mio bel capitano?
– Non te lo saprei dire, tuttavia sospetto che lo si voglia mandare come ambasciatore a Venezia.
– Chi lo manderà?
– Mustafà, io credo.
– Il gran vizir ignora dunque che quel cristiano appartiene a mio zio? – chiese Haradja quasi con collera.
– Mustafà è il supremo comandante dell’armata turca, signora, e tutto quello che fa è approvato dal Sultano.
– Che importa a me del gran vizir, – disse la nipote del pascià, alzando le spalle. – Comando io qui e non già lui.
– Sicchè rifiuteresti, signora?
Invece di rispondere, Haradja batté le mani. Due schiavi negri entrarono tosto, inginocchiandosi dinanzi a lei.
– Avete nulla da offrire a questo effendi? – chiese loro, senza degnarsi di guardarli.
– Dello youghurth(4) padrona, – rispose uno dei due.
– Portate, vili schiavi.
Quindi, rivolgendosi nuovamente verso la duchessa, con un sorriso amabile, le disse:
– Qui tutto manca, ma ti offrirò al castello migliore ospitalità, mio bel capitano. Oh! Non mi fuggirai troppo presto, spero.
Quindi, diventando bruscamente seria, sdraiandosi mollemente, in una posa seducentissima sul divanetto, con una mano sotto la nuca, immersa nei suoi lunghi capelli neri, chiese:
– Che cosa fa Muley-el-Kadel al campo di Famagosta?
– Si riposa e cerca di guarire della ferita ricevuta, – rispose la duchessa.
Haradja era balzata in piedi come una leonessa ferita, dardeggiando sulla giovane uno sguardo di fuoco.
– Ferito! – esclamò, – Da chi?
– Da un capitano cristiano.
– Quando?
– Giorni sono.
– In un assalto?
– No, in un duello.
– Lui! L’invincibile Leone di Damasco! La prima e la più formidabile lama dell’armata! Oh! È impossibile!
– Ciò che ti dico è vero, signora.
– E da un cristiano?
– Da un giovane capitano.
– Era un dio della guerra quel giovane?
– Forte di certo, signora.
– Ah! Come avrei voluto vederlo! – esclamò Haradja col viso acceso.
– Era un cane d’un cristiano, signora.
– Cristiano o turco, quello doveva essere un grande eroe, un semidio!
La duchessa ebbe un indefinibile sorriso ironico, che sfuggì alla nipote del grande ammiraglio.
Fra le due donne successe un lungo silenzio. Haradja, immobile in mezzo alla tenda tormentava nervosamente l’impugnatura della sua scimitarra ed i suoi occhi, che avevano in quel momento un cupo lampo, erano fissi su un enorme leone che era disegnato su uno splendido tappeto di Rabat, il quale copriva tutto il suolo.
– Vinto! – mormorò come parlando fra sè. – Lui, l’invincibile Leone di Damasco! Vi è dunque in Cipro un uomo più forte e più valente di lui? Il Leone! Solo una tigre avrebbe potuto abbatterlo! Chi sarà costui? Oh! Come vorrei conoscerlo!
– Ti ho detto che chi ha atterrato Muley-el-Kadel è stato un cristiano disse la duchessa.
Haradja alzò le spalle con un gesto di dispetto.
– La fede! La Croce o l’Islam che importa alla donna? Non ha nulla a che fare col cuore.
– Forse hai ragione rispose la duchessa.
Haradja alzò gli occhi fissandoli sulla duchessa e dopo d’averla contemplata per parecchi istanti, le chiese a bruciapelo:
– E tu, sei un eroe, mio bel capitano?
La duchessa, presa alla sprovvista, rimase un momento muta, poi disse:
– Se tu, signora, nel tuo castello, hai degli spadaccini di vaglia, puoi dir loro che si provino con me, due contro uno solo e li abbatterò. Quando vorrai!
– Anche Metiub?
– Chi è costui?
– La migliore lama della flotta.
– Venga.
– Vorresti tu, effendi, rivaleggiare anche con Muley-el-Kadel? – chiese Haradja con stupore.
– Si provino tutti.
– Ma Muley è tuo amico.
– È vero, signora.
– Ti sei mai misurato con lui?
– No.
– Ti vedrò questa sera alla prova, effendi. Io non amo che i valorosi che sanno vincere ed uccidere.
– Quando me l’ordinerai, signora, ti mostrerò come si batte il figlio del Pascià di Medina.
Haradja tornò a guardarlo, mormorando fra sè:
– Bello e prode? Più prode o più bello? Lo vedremo.
In quel momento i due schiavi erano entrati portando su un vassoio d’oro due recipienti d’argento, finemente cesellati, pieni di yougurth.
– Accetta questo pel momento, effendi, – disse la nipote del pascià – mentre dò l’ordine di preparare il mio cavallo. Tu sei mio ospite e all’hisar(5) saprò trattarti diversamente. La tua compagnia mi piace e rimarrai qualche giorno con me.
– E Muley-el-Kadel?
– Quello aspetterà, – rispose Haradja, con un po’ di noncuranza.
– Ti ho detto che è forse Mustafà che ha dato l’ordine di condurre a Famagosta il visconte.
– Aspetterà anche lui. Non sono abituata a ricevere ordini da nessuno, nemmeno dal Sultano. Cipro non è Costantinopoli; il Mediterraneo non è il Bosforo. Vili schiavi, preparate il mio arabo.
– Una domanda ancora, signora, – disse la duchessa.
– Parla pure, effendi.
– Non potrei io vedere il visconte?
– Non è qui, – rispose Haradja. – L’ho mandato stamane a perlustrare uno stagno un po’ lontano, dove mi hanno detto che le sanguisughe abbondano.
– Ed incaricherai lui della pesca? chiese la duchessa, frenando a malapena un gesto d’orrore.
– No, dirigerà solamente il lavoro. Mustafà e Muley-el-Kadel non lo troveranno troppo deteriorato.
Quel gentiluomo mi ha interessato più degli altri, quantunque sia anche lui un cane d’un cristiano. E poi lui può pagare forse un bel riscatto e per la gente ricca anche la nipote del grande ammiraglio ha qualche riguardo.
Spicciati, mio bel capitano. Si sta meglio al castello che fra queste paludi pestifere.
La duchessa vuotò la coppa del latte cagliato, guardando un po’ beffardamente, di soppiatto, la nipote del Pascià, poi quand’ebbe finito, disse:
– Quando vorrai partire, signora, io sono pronto. Le donne non si fanno attendere, dicono i gentiluomini occidentali.
Haradja parve che fermasse il suo pensiero su quella frase, poichè chiese:
– Avresti viaggiato attraverso i paesi dei cristiani, tu?
– Sì, signora: mio padre ha voluto farmi conoscere la Spagna, la Francia e anche la bella Italia.
– A quale scopo?
– Perchè mi perfezionassi nel maneggio delle armi.
– Sicchè tu saresti capace di batterti ad armi diritte, se si presentasse l’occasione.
– Anzi, valgono meglio delle scimitarre turche, a mio giudizio, – rispose la duchessa.
– Bada! Metiub è un gran maestro d’armi e la spada italiana o francese o la scimitarra turca non lo spaventano.
– Chissà, signora.
– Sei ben sicuro del tuo polso, effendi! Eppure sei molto giovane!
– Che cosa importa? – rispose la duchessa. – È l’arte ed il braccio sicuro che valgono e non la gioventù.
– Ti vedrò questa sera contro Metiub, effendi.
– Non avrò paura di lui.
– La prima e la più formidabile, lama della flotta!
– Me lo hai detto, – rispose la duchessa col suo sorriso fra il bonario ed il beffardo. – Ci misureremo, signora, se ciò ti potrà far piacere.
– Ci tengo a conoscere le migliori lame dell’armata mussulmana. Kafir!
– Signora, – rispose uno dei due schiavi rientrando.
– Il mio cavallo?
– È già pronto.
– Capitano, la colazione ci aspetta al castello d’Hussif.
– Sono ai tuoi ordini, – rispose la duchessa, inchinandosi dinanzi alla terribile turca. – Ed il visconte Le Hussière?
– Ci raggiungerà domani rispose Haradja. – Ci tengo alle sanguisughe dei miei stagni.
Vi è qui una grande ricchezza da sfruttare, che i ciprioti non avevano compresa.
Strana cosa! Si direbbe che quelle bestioline amano meglio il sangue cristiano piuttosto che quello mussulmano! Che sia più delicato?
– Può darsi, – rispose la duchessa, lanciando sulla nipote del pascià uno sguardo cupo.
– Mio bel capitano, partiamo!
Uscirono dalla tenda. Uno schiavo, negro anche quello, teneva per le briglie un cavallo arabo tutto bianco, con una lunga gualdrappa rossa ricamata in oro ed un pennacchio sulla testa, tempestato di piccoli diamanti.
– Il mio destriero di battaglia, – disse Haradja. – Me lo hanno mandato da Gebel Schamar e credo che sia il più veloce che si trovi in Cipro.
Lo amo più d’un arabo e tu che sei pure arabo, sai meglio di me che i tuoi compatrioti dànno il primo posto, nel loro cuore, al cavallo ed il secondo alla moglie. Che sia proprio vero, capitano?
– Sì, signora, – rispose la duchessa.
– Strani uomini gli arabi! Eppure si dice che le belle donne non manchino nel loro paese. Il Profeta non doveva essere di cattivo gusto. Ah! Dimmi come ti chiami?
– Hamid.
– E poi?
– Eleonora.
– Eleonora! – esclamò la nipote del grande ammiraglio. – Che cosa significa questo nome?
– Non te lo saprei dire.
– Non è nè arabo, nè turco, mi sembra.
– Pare anche a me rispose la duchessa con fine ironia.
– Che sia cristiano?
– Lo ignoro.
– Eleonora! Quale strano capriccio o quale bizzarra fantasia ha indotto tuo padre ad importelo? Comunque sia, è bello e sonoro! Sali sul tuo cavallo, Hamid Eleonora. A mezzodì saremo al castello d’Hussif.
La nipote del pascià montò in sella del suo arabo, senza che nessuno l’aiutasse, con l’agilità e la sveltezza d’una vera cavallerizza, poi allentò le briglie, gridando:
– Seguimi! Al mio fianco, bel capitano! Faremo correre la tua scorta!

CAPITOLO XVI

Le bizzarrie d’Haradja

Il drappello era partito a corsa sfrenata, avendo Haradja lanciato il suo arabo, tormentandolo con dei leggeri colpi di mano ed aizzandolo con delle grida selvagge.
Pareva che quella strana donna provasse una vera ebbrezza in quella corsa furiosa, che forse le ricordava le bordate delle galere di suo zio e il fischio furibondo dei venti del Mediterraneo.
Nè i soprassalti improvvisi del suo destriero, costretto a superare talvolta dei crepacci, nè le scosse, la muovevano o la impressionavano. Si manteneva ritta in sella come se il suo corpo formasse un essere solo con quello del cavallo.
Col volto animato, gli occhi neri ardenti, la capigliatura lunghissima svolazzante, spingeva senza posa il suo arabo, respirando a pieni polmoni l’aria e gridando, fra uno strappo delle briglie ed una carezza rude sulla folta criniera del destriero:
– Aizza il tuo cavallo, mio capitano! Un arabo non può rimanere indietro!
La duchessa che cavalcava superbamente, forse meglio d’un uomo, faceva fare al suo animale degli sforzi prodigiosi per mantenerlo a fianco di quello che montava la nipote del Pascià.
La scorta invece, a poco a poco, rimaneva indietro, allungandosi sempre più, nonostante le grida ed i colpi di sperone dati senza misericordia ai poveri animali.
Solamente il capitano turco e Perpignano riuscivano a tenersi vicini alle due donne.
Quella corsa infernale durò venti minuti e non cessò che sul piazzale del castello.
La duchessa, dopo d’aver fatto fare al suo cavallo un volteggio fulmineo per arrestarlo, era balzata a terra per aiutare Haradja a scendere, ma questa l’arrestò con un gesto imperioso, dicendo poi:
– La nipote di Alì pascià scende da cavallo e monta all’arrembaggio senza aver bisogno nè di scudieri, nè di marinai.
Saltò agilmente a terra, senza servirsi delle staffe e volgendosi verso la duchessa le disse con un sorriso provocante:
– Mio bel capitano, sei mio ospite nel mio castello ed ogni tuo desiderio sarà per me un ordine.
– Troppo gentile, signora: cercherò di non abusare troppo della tua ospitalità.
– Anzi: esigo che ne abusi, – rispose Haradja.
– Allora non sarò più io che comando, – disse la duchessa, ridendo.
La nipote del grande ammiraglio parve che pensasse un momento su quella risposta, poi disse pur ella ridendo:
– Hai ragione, capitano. Cominciavo invece io a dare dei comandi. È una pessima abitudine; ma che cosa vuoi? Sono sempre stata abituata a dare degli ordini e mai a riceverne. Sèguimi, la colazione è pronta, perchè odo il muezzin ad intonare la preghiera del mezzodì.
Poi, facendo un gesto colla destra ed alzando impercettibilmente le spalle, aggiunse a mezza voce:
– Il Profeta si accontenterà delle preghiere del suo sacerdote. Dio è grande e può fare a meno delle nostre, almeno per un giorno.
– Che specie di donna è questa? – mormorò la duchessa che l’aveva udita. – Feroce contro i cristiani, perchè non sono mussulmani, e se ne ride della religione del Profeta e d’Allah. È un enigma? Stiamo in guardia, Capitan Tempesta!
Haradja abbandonò i due cavalli a due palafrenieri, che erano usciti dal castello correndo, raccomandò loro la scorta, poi, prendendo familiarmente la duchessa per una mano, attraversò il cortile, salì uno scalone ed entrò in una vasta sala dinanzi alla cui porta vegliavano due arabi avvolti in lunghi mantelli di lana bianca, con grandi fiocchi rossi ai cappucci e colle scimitarre snudate in mano.
– È pronta la colazione? – chiese Haradja, senza nemmeno guardarli in viso.
– Sì, signora, – risposero i due guardiani, inchinandosi fino a terra.
La sala era, come tutte quelle turche, assai elegante, quantunque ammobiliata semplicemente, non essendovi nè grandi tavole nè mobili massicci scolpiti.
Pochi divani di seta fiorata a vivaci colori, molte tende, molti tappeti scintillanti di ricami d’oro e d’argento, delle mensole leggerissime agli angoli e panoplie d’armi disposte artisticamente sulle pareti, appartenenti a tutti i paesi dell’Europa e dell’Asia, essendovi archibugi grossi dalla canna lunghissima senza arabeschi nè intarsi sui calci, archibugi turchi e persiani, superbi per dorature e sculture, scimitarre, jatagan, spade francesi e italiane, pugnali, “misericordie” ecc.
Nel mezzo vi era una tavola elegantemente imbandita, con una tovaglia di seta gialla a grandi fiori bianchi, piatti d’argento meravigliosamente scolpiti e bicchieri e bicchierini e vasi di cristallo di Murano.
– Siedi, mio bel capitano, – disse Haradja, accomodandosi su una poltroncina di broccato antico. – Faremo colazione soli, così potremo discorrere liberamente senz’essere disturbati.
– Non preoccuparti, effendi, della tua scorta. Avrà trattamento scelto, e non potrà lagnarsi dell’ospitalità ricevuta nel castello d’Hussif, avendo dei cuochi abili e dei provveditori che mi portano ciò che vi è di meglio a Costantinopoli e nelle isole dell’Arcipelago.
Ah! Sei giunto anzi in un buon momento. Ti farò assaggiare i pesci miracolosi di Baloukla.
– Di Baloukla! – esclamò la duchessa – Che pesci sono?
– Come! Non conosci quella leggenda?
– Niente affatto, signora.
– Allora te la racconterò mentre li assaggeremo, effendi.
– Che strana creatura, – mormorò la duchessa.
Haradja prese dalla tavola un martelletto d’argento e batté un colpo su una campana d’oro.
Tosto una tenda che nascondeva una porta si alzò e quattro schiavi negri si avanzarono, recando una quantità di piatti d’argento contenenti dei minuscoli pasticcini dolci, dei pasticcini profumati con diverse essenze e che piacciono così tanto alle donne mussulmane.
– Ti stuzzicheranno l’appetito, – disse Haradja alla duchessa. – I famosi pesci giungeranno poi.
La gentildonna ne assaggiò alcuni, lodandone la squisitezza, poi entrarono altri due schiavi portando su un piatto d’oro una dozzina di pesci colle scaglie dorate e che, particolare strano, avevano tutti una grossa macchia nera sul fianco destro.
– Ecco un piatto raro, che sono felice di offrirti, effendi, – disse Haradja. – Credo che nemmeno Selim, il nostro Sultano, ne mangi sovente, essendo i mollah eccessivamente avari nel cederli. Mi costano assai: anzi credo che l’oro pesi molto meno di questi abitanti delle vasche del monastero di Baloukla.
– Un monastero che non conosco, non avendo mai guerreggiato fuori dell’Arabia e dell’Asia Minore.
– Assaggiali prima, – disse Haradja, porgendo alla duchessa un coltello dalla lama dorata.
La gentildonna ne squarciò uno e si mise a mangiare.
– Squisito, signora disse poi. – Nel Mar Rosso non vi sono pesci così eccellenti.
– Sfido io!… I monaci non li vendono a tutti, preferendo mangiarseli loro rispose Haradja, sorridendo. – Ora comprendo perchè li vendano così cari! Tuttavia non rimpiango affatto il denaro speso, trattandosi di offrirti un piatto degno dei Sultani di Costantinopoli. Chi direbbe che questi pesci un giorno sono saltati da soli fuori dalla padella?
– Questi pesci! – esclamò la duchessa.
– I loro avi, – rispose Haradja.
– Che cosa mi racconti, signora?
– Una storia autenticissima, effendi. Si racconta dunque, – riprese Haradja senza interrompere il pasto – che Maometto II, il nostro Grande Sultano, aveva deciso di assalire Costantinopoli in un giorno fissato.
– Il 29 maggio del 1453, – disse la duchessa.
– Conosci molto bene le epoche, mio bel capitano. Saresti anche molto istruito?
– Molto poco, signora. Ti prego di continuare.
– Allora, giacchè sai che cosa è accaduto nei tempi passati, non ignorerai che i greci di Costantino XIV, soprannominato Dracosès e che doveva essere l’ultimo dei Paleologhi, aveva organizzata una poderosa difesa dopo d’aver fatto pubblica penitenza nella chiesa di Santa Sofia.
– Sì, ho udito raccontare ciò dai vecchi incaricati d’istruirmi, – disse la duchessa.
– Le truppe di Maometto, che avevano giurato d’impadronirsi a qualunque costo della vecchia Bisanzio e di formare della chiesa di Santa Sofia la più superba moschea dell’Oriente, ai primi chiarori dell’alba si erano slanciate furiosamente all’assalto, espugnando con valore più che sovrumano le torri, nonostante la difesa accanita che opponevano i guerrieri del Paleologo.
Vedendosi finalmente i greci sopraffatti dalle armi dei nostri impavidi soldati, i quali s’avanzavano senza tregua, noncuranti degli uragani di frecce che venivano scagliate contro di loro, un soldato fu incaricato di recarsi nei conventi, onde avvertire quei sacerdoti della caduta della città.
In uno di quelli, chiamato il convento di Baloukla, stavano cucinando dei pesci d’una razza speciale, molto apprezzati per la delicatezza delle loro carni, che quei monaci allevavano in certe piscine.
– Il cuciniere che stava per levare dalla padella colma d’olio bollente alcuni di quelli, udendo la notizia recata dal soldato, alzò le spalle, parendogli impossibile che i mussulmani fossero riusciti ad impadronirsi della città, poi si mise a gridare:
– Se ciò che si dice è vero vorrei vedere questi pesci, già fritti, saltare a terra e nuotare. Diversamente non credo a ciò che ha detto quell’uomo.
Aveva appena pronunciate quelle parole, quando, fra lo stupore generale di tutti i presenti, si videro quei pesci balzare fuori dalla padella, ritornare immediatamente vivi e mettersi a guizzare sul lucido pavimento.
La notizia di quel miracolo non tardò a giungere agli orecchi di Maometto e, credendo di vedere in quello un segno della potenza del Profeta, fece ricercare quei pesci e avendoli ritrovati ancora vivi, li fece mettere in una vasca del suo palazzo.
E questi sarebbero i discendenti di quelli? – chiese la duchessa.
– Sì, effendi: guardali bene e vedrai che tutti hanno una macchia nera al lato sinistro.
Sarebbe come la loro marca di fabbrica.
Credi tu che quel miracolo straordinario sia veramente accaduto?
– Ho i miei dubbi, signora.
– Ed io non ci credo affatto, – disse Haradja che rideva allegramente. – Il Profeta doveva avere ben altro da fare quel giorno, per occuparsi dei pesci del convento di Baloukla. Comunque sia, non negherai che sono veramente eccellenti.
– Squisiti, – rispose la duchessa, che guardava con crescente meraviglia, osservando quella donna che pareva si deridesse perfino del Profeta e che anzi, cosa inaudita in una turca, si divertisse a canzonarlo.
Ai pesci seguirono altri piatti, tutti serviti in tondi d’oro o d’argento, poi delle frutta deliziose dell’Egitto e della Tripolitania, dei dolciumi fortemente profumati, quindi uno schiavo servì del vero moka, che anche la duchessa gustò moltissimo, essendo il caffè piuttosto raro in quell’epoca e solo usato dai grandi signori turchi, costando quasi a peso d’oro.
Haradja non aveva cessato di chiacchierare con molto brio, provocando sovente delle risa, poi quando le chicchere furono portate via, si fece recare un ricchissimo cofanetto d’argento, meravigliosamente cesellato e adorno di pietre preziose di molto valore e levò due piccoli rotoli bianchi offrendone uno alla duchessa.
– Che cosa sono? – chiese questa, osservandoli con curiosità.
– Si fumano, perchè sotto questa leggera carta vi è del tabacco. Non ne hai mai vedute nel tuo paese, effendi?
– No, signora.
– Non fumano in Arabia?
– Sì, alcuni usano la pipa, ma di nascosto, onde non correre il pericolo di farsi tagliare le labbra od il naso. Sai che Selim ha proibito l’uso del tabacco e che ha dato ordini severissimi contro coloro che ne fanno uso.
Haradja proruppe in uno scoppio di risa.
– E tu credi che io abbia paura di Selim? Lui è a Costantinopoli ed io sono qui. Mandi i suoi giudici a condannarmi e vedrà come li tratterò io. Ho dei pali piantati sulla cima delle Torri e quelle genti potrebbero servire benissimo da mostra-vento.
Fuma liberamente, mio bel capitano. Ci troverai piacere ad inebriarti un po’ con questo fumo dolcissimo e profumato.
Accese la sigaretta – le prime che si cominciavano a fabbricare allora – aspirò una boccata di fumo, che poi lasciò sfuggire lentamente attraverso le sue belle labbra, rosse come corallo, appena socchiuse, quindi riprese:
– Selim! Un sultano indolente, che per evitare ogni fatica, si fa condurre in lettiga attraverso i giardini del suo serraglio e che non possiede altra forza, che quella di ordinare continuamente dei massacri per compiacere le belle del suo harem.
Oh! Non somiglia certo a Maometto II, nè a Solimano. Se non avesse due grandi capitani come Mustafà e mio zio Alì, Cipro sarebbe ancora nelle mani dei veneziani e forse le galere della Repubblica minaccerebbero nuovamente Costantinopoli.
– Eppure ho udito raccontare, signora, che anche a te non spiacciono le stragi.
– Io sono una donna, effendi.
– Non ti comprendo rispose la duchessa.
– Nell’Arabia che cosa fanno le tue donne?
– Si occupano a preparare il pranzo ai mariti ed accudire le tende ed i cammelli.
– Sicchè hanno delle distrazioni, – disse Haradja, che continuava a fumare placidamente la sigaretta con studiata lentezza.
– È vero, signora.
– E le donne turche quali distrazioni hanno? Rinchiuse nei loro harem, lontane dai rumori della città, quasi sepolte vive, si stancano ben presto e dei profumi e delle danze delle schiave e dei racconti delle vecchie. Una noia profonda si impadronisce di loro ed un prepotente bisogno di emozioni forti, siano pure crudeli, le prende.
Sentono allora il bisogno di vedere degli esseri umani soffrire, sognano sangue e stragi e diventano cattive.
Io ho passata la mia gioventù nell’harem di mio zio. Potevo diventare diversa dalle altre donne turche?
D’altronde, tutte si rassomigliano, siano turche o cristiane.
– Oh! – fece la duchessa, con un energico gesto di diniego.
– Ascoltami, effendi: una sera una giovine e bellissima cristiana, appena sedicenne, giocava sulle rive del Mediterraneo, assieme ad una delle sue governanti.
Ad un tratto dalle scogliere vicine sbucano, ratti come gazzelle, dei pirati turchi, e sfidando le frecce dei guardiani del vicino castello, trucidano la governante e rapiscono la fanciulla.
Non era una turca quella, bensì una cristiana, anzi una nobile italiana.
La portano, malgrado le sue lagrime e le sue preghiere, a Costantinopoli e la offrono come schiava ai provveditori di Solimano.
Quella bellezza colpisce il Sultano e ne fa la sua sposa favorita.
La fanciulla dimentica la sua patria, la sua religione, suo padre, che forse la piangeva ancora, e non tarda a venire colta da quella noia profonda, che non è una malattia esclusiva delle donne turche.
Quella cristiana diventò un mostro di crudeltà. Allorché s’accorse di essere invidiata pel fasto inaudito che ella amava sfoggiare, non visse che per far eseguire condanne di morte.
Le favorite del suo sposo, padrone e signore ad un tempo, furono da lei fatte strangolare dai lacci di seta dei muti e gettate di notte nel Bosforo: nemmeno le Figlie di Solimano ebbero grazia dinanzi a quella tigre in gonnelle e furono di notte gettate nel Mar Nero, rinchiuse in un sacco di pelle insieme ad un gallo e ad un gatto, onde la loro agonia fosse più tormentosa.
Che più? Fu col sorriso sulle labbra che fece strozzare le figlie maggiori del Sultano, sotto la stessa tenda di lui, trovandosi egli in quell’epoca al campo: e fu pure ridendo che tentò di avvelenare il giovane erede al trono, offrendogli un piatto di frutta candite.
Era quella donna turca o cristiana? Dimmelo, effendi!
– Come si chiamava?
– Kourremsultana.
– Roxelana, vuoi dire.
– Sì, la chiamavano anche così, – disse Haradja.
– Forse l’aria che si respira sul Bosforo l’aveva avvelenata, – rispose la duchessa.
– Può essere vero. Ah!
– Che cosa vuoi, signora?
– Mi ero scordata d’una cosa assai interessante.
– Quale?
– Tu sei l’amico del Leone di Damasco.
– Te lo dissi.
– Aggiungesti anzi che quel formidabile guerriero non ti avrebbe fatto paura, è vero, effendi?
– Mi sembra, – rispose la duchessa che si teneva in guardia, non riuscendo a sapere dove quella strana creatura andasse a finire, nè a che cosa mirasse.
– Vedi, effendi, qualche volta, dopo aver pranzato, mi sento prendere anch’io da quella noia sanguinaria che coglieva così sovente Kourremsultana. Io sono turca, quindi ho più ragione che quella Sultana.
– Non ti comprendo, signora, – disse la duchessa.
– Vorrei vederti, effendi, misurare col capitano Metiub, che si vanta di essere il migliore spadaccino della squadra di mio zio.
– Se lo vuoi, signora, – rispose la duchessa, aggrottando lievemente la fronte.
Poi mormorò fra sè:
– Fa pagare un po’ cari i suoi pranzi, questa donna. Che ci voglia sempre qualche morto per prepararle l’appetito per la cena?
Haradja si era alzata e accostandosi ad una panoplia piena d’armi, disse:
– Guarda, effendi, qui ci sono tutte le specie d’armi che un guerriero come te può desiderare: scimitarre, jatagan, kangiar persiani, lame diritte di Francia e d’Italia e pugnali. Il mio capitano sa adoperarle tutte: quindi non avrai che da scegliere quella che meglio ti conviene.
– Per meglio dimostrare la maestria d’uno spadaccino è più acconcia la spada dalla lama diritta, – disse la duchessa.
– Metiub sa maneggiare la scimitarra come la spada, – disse Haradja, quasi con trascuranza.
Ad un tratto parve però che avesse un lampo di pentimento. S’avvicinò alla duchessa e guardandola fissa le chiese:
– Mio bel capitano, dimmelo francamente, sei proprio sicuro di te? Mi rincrescerebbe vederti cadere, così bello e così giovane, morente ai miei piedi.
– Hamid Eleonora non teme nessuno, – rispose fieramente la duchessa. – Chiama il tuo capitano d’armi.
Haradja batté un martelletto d’argento su un disco di bronzo che pendeva da una mensola e volgendosi verso lo schiavo che era accorso, gli disse freddamente:
– Dite al capitano Metiub che l’aspetto qui, per vederlo giuocare la sua vita.

CAPITOLO XVII

Cristiano contro turco

Pochi momenti dopo il capitano turco, quello stesso che aveva condotto la duchessa e la scorta agli stagni morti, entrava nella sala con una cert’aria spavalda chiedendo:
– Mi hai chiamato, signora?
– Sì, ho bisogno di te, – rispose Haradja, accendendo una seconda sigaretta e sdraiandosi mollemente su uno dei divani che circondavano la stanza. – Sono annoiata.
– Malgrado la compagnia di questo giovane guerriero? – chiese il turco con un po’ d’ironia. – Che cosa posso fare per distrarti, signora? Vuoi che armi una scialuppa per fare una gita in mare?
– No.
– Che faccia danzare, a colpi di frusta, le tue schiave?
– Non ci trovo più gusto.
– Che i lottatori indiani sì strappino la pelle a colpi di nuki-kakusti?
– Forse, più tardi.
– Allora, parla, signora.
– Voglio accertarmi se tu sei sempre la migliore lama dell’armata mussulmana.
– Bisognerebbe che tu mi gettassi fra i piedi il Leone di Damasco, che si dice sia il più formidabile spadaccino dell’esercito. Vuoi che lo mandi a chiamare, signora?
– È troppo lontano e poi non verrebbe da me.
– Pel Profeta! Vuoi che mi misuri colle muraglie, padrona? Se ciò può distrarti, sia: spezzerò una ventina di lame, scelte fra le migliori.
– Vi è qui qualcuno che ti darà da fare, Metiub, – rispose Haradja.
– Chi? – domandò il turco, guardandosi intorno con stupore.
Haradja, con un gesto della mano gli indicò la duchessa, che si teneva ritta accanto alla tavola, come se la cosa non la riguardasse affatto.
Il turco fece un gesto di collera.
– È quel fanciullo che tu, signora, lanci contro di me? – chiese con indignazione.
– Io un fanciullo! – esclamò la duchessa, con ironia. – Pare, capitano, che tu ti sia di già scordato che io sono il figlio del pascià di Medina.
– Potrai aver forse ragione, effendi, – disse il turco. – Mi sembra tuttavia che la padrona avrebbe potuto trovare qualche altro avversario più solido, per misurarsi con me.
– Tu non mi hai ancora provato, capitano.
Il turco si volse verso Haradja che continuava a fumare, guardando ora l’uno ed ora l’altro con vivo interesse:
– Vuoi la sua morte? – le chiese. – Bada, padrona, che trattandosi del figlio d’un possente personaggio, potresti avere dei fastidi da parte di Mustafà.
– Non ti ho chiesto nessun consiglio, Metiub, – disse la nipote del grande ammiraglio. – Fa’ quello che ti ho ordinato e nient’altro.
– Io ucciderò l’effendi al primo attacco.
– Non ti chiedo tanto, – rispose Haradja. – A te, mio giovane capitano: scegli la spada che meglio ti conviene.
Mentre la duchessa s’accostava ad una delle quattro panoplie che ornavano la sala, Haradja fece al turco un segno imperioso, onde si accostasse al divano.
– Che cosa vuoi, signora? – chiese il capitano che pareva un po’ incollerito.
– Bada: una sola goccia di sangue! Se tu me lo uccidi non vedrai domani a sera a tramontare il sole.
Metiub curvò il capo, frenando a stento un gesto di stizza e spinse da una parte la tavola onde aver maggior campo.
La duchessa intanto aveva scelte tre spade italiane, lunghe, diritte colla lama piatta e la guardia solida e le provava, facendole incurvare. Non sembrava affatto preoccupata, anzi mormorava con un sorriso:
– Ciò forse frutterà la liberazione di Le Hussière. Un buon colpo di cartoccio ed il giuoco sarà fatto.
Non è possibile che questi turchi conoscano quella botta segreta della scuola napoletana e che mio padre mi ha insegnato così bene. Anche se si copre, lo toccherò dal basso all’alto.
Quando ritornò verso il centro della sala, il turco, che non l’aveva perduta di vista un solo istante, si era pure armato d’una spada eguale, quantunque avrebbe desiderato meglio avere in pugno una scimitarra.
– Mi stupisce, effendi, come tu, arabo, sappia adoperare queste armi di cui si servono solamente i cristiani.
– Ti dirò allora, capitano, che il mio maestro d’armi era un rinnegato cristiano, – rispose la duchessa. – Con queste lame si prova, meglio che colle curve scimitarre, l’abilità degli spadaccini. D’altronde un valente capitano dovrebbe saper adoperare anche quelle dei giaurri.
– Tu parli meglio del Profeta, effendi disse Haradja, accendendo la terza sigaretta. – Se io fossi Selim, ti nominerei gran maestro d’armi del Serraglio.
La duchessa, che cominciava a trovare la turca un po’ troppo esigente ed un po’ troppo capricciosa e che faceva pagare la sua ospitalità troppo cara, rispose con un leggero sorriso.
– Sei pronto, Metiub? – chiese la nipote del pascià.
– Sì, – rispose semplicemente il turco, che provava l’elasticità della sua spada. – Ecco una lama che ha sete di sangue, – aggiunse, poi: – quando vorrai, effendi.
La duchessa prese posto in mezzo alla sala, dicendo con voce un po’ beffarda:
– Anche la lama del figlio del pascià di Medina si lagna di essere rimasta troppo tempo inoperosa e troppo all’asciutto.
– Desidererebbe qualche goccia del mio sangue? – chiese il turco non meno ironico.
– Può darsi.
– Io spero che questo suo desiderio non si realizzerà, almeno per questa volta e che finirà per arrugginirsi sulla panoplia. Sei pronto, effendi?
La duchessa, invece di rispondere si mise in guardia scoprendosi tutta, avendo abbassata la spada con una parata di seconda.
– Eh! Eh! – fece il turco. – Si direbbe effendi che hai molta fiducia nella tua abilità. Ecco una guardia che io, maestro d’armi, non prenderei trattandosi d’aver di fronte un avversario di cui non conosco la forza. No, effendi: ti scopri troppo.
– Non preoccuparti di me, – rispose la duchessa. – Non ho l’abitudine di assaggiare chi mi sta di fronte.
– Allora prendi questa, effendi, – gridò il turco esasperato, andando a fondo con rapidità fulminea.
La duchessa, senza fare un passo indietro, parò non meno rapidamente, poi s’allungò. La punta della sua spada lacerò la casacca di seta dell’avversario all’altezza del cuore, senza però affondarsi nelle carni.
Un grido di stupore era sfuggito a Metiub.
– Pel Profeta! esclamò. – Questo fanciullo sarebbe un prodigio?
Haradja, non meno sorpresa per l’esattezza meravigliosa di quella stoccata erasi bruscamente alzata, gettando via la sigaretta.
– Metiub, – disse. – Sembra che tu abbia trovato chi ti getta da cavallo. Eppure poco fa dicevi che il tuo avversario era un fanciullo.
Il turco aveva mandato un vero ruggito.
– Lo ucciderò fra poco, – disse coi denti stretti. – Se mi…
Uno sguardo minaccioso di Haradja gli troncò la parola.
– Ricordati, – gli disse poi. – Avanti, mio bel capitano! Tu vali il famoso Leone di Damasco.
La duchessa si era riposta in guardia, minacciando il turco d’un attacco di terza. Stette un momento immobile, poi assalì l’avversario con tale violenza da costringerlo a rompere e fare un salto indietro.
– Bravo, effendi! – gridò Haradja, che fissava la duchessa cogli occhi ardenti. – Sotto, mio bel capitano!
Metiub non era però uomo da lasciarsi abbattere facilmente e tornava alla riscossa coll’impeto d’una belva feroce.
Per due o tre minuti i due avversari si scambiarono delle stoccate, parandole con abilità straordinaria, poichè anche il turco era davvero uno spadaccino di vaglia, poi la duchessa a sua volta ruppe, saltando indietro.
– Ah! Sei stanco finalmente, effendi! – gridò il turco, preparandosi ad incalzarla.
Haradja era diventata pallida ed aveva alzata la mano per arrestare il turco quando, con sua sorpresa, vide la duchessa curvarsi rapidamente verso terra, mentre spostava il piede sinistro.
Metiub attaccava in quel momento a fondo, con urlo selvaggio.
La lama della duchessa scintillò sotto il petto dell’avversario, mentre tutta la persona dell’abile spadaccina si gettava quasi al suolo, appoggiando la mano sinistra sul pavimento.
– A te il colpo del cartoccio! – gridò la gentildonna. – Paralo!
Metiub aveva mandato un grido di dolore. La punta della spada gli era entrata nel petto non profondamente, perchè la duchessa aveva trattenuto a tempo il colpo.
– Toccato, Metiub! – gridò Haradja, battendo le mani. – Ecco come si batte il bel capitano!
Il turco aveva allungata la spada per prendersi una rapida rivincita, ma la duchessa si era già rialzata. Con una battuta di quarta gli legò il ferro e glielo fece saltare di mano, lasciandolo inerme.
– Chiedi grazia! gridò la gentildonna mettendogli la punta della lama sotto la gola.
– No: uccidimi! – rantolò il turco.
– Finiscilo, effendi, – disse Haradja. – La vita di quell’uomo ti appartiene.
La duchessa invece di avanzare, fece due passi indietro, poi gettò a terra la spada, dicendo:
– No: Hamid Eleonora non è abituato a finire i vinti!
– La mia ferita non è grave, effendi, – disse il turco – e potrei riprendermi una rivincita, se lo permetti.
– Non lo vorrò io, – disse Haradja. – Basta così.
Poi, dopo d’aver guardato a lungo la duchessa, mormorò:
– Bello, forte e generoso: questo giovane vale più del Leone di Damasco.
Poi s’accostò ai due avversarii che si tenevano ritti l’uno di fronte all’altro e indicando a Metiub la porta, gli disse:
– Va’ a curarti.
– Fammi uccidere, signora.
– Tu sei sempre un valoroso, – disse Haradja, con voce un po’ raddolcita. – Rimarrai egualmente la lama più formidabile della flotta e gli uomini come te sono troppo preziosi per noi.
Il turco chinò la testa e uscì, tenendosi una mano sul petto per arrestare il sangue che cominciava ad inzuppargli la verde casacca di seta. Quando fu sulla soglia alzò con un moto rabbioso la ricca e pesante tenda di broccato e, rivolgendosi verso la duchessa che lo seguiva collo sguardo, gli disse:
– Spero che tu, effendi, quand’io sarò guarito, mi permetterai la rivincita.
– Quando vorrai, – rispose freddamente Capitan Tempesta.
– Effendi, – disse Haradja, quando il turco fu uscito. – Chi ti ha insegnato ad adoperare la spada così bene?
– Te lo dissi: un rinnegato cristiano che mio padre teneva ai suoi servigi rispose la duchessa.
– Che cosa avrai pensato della mia stravagante idea di farti misurare col mio capitano d’armi?
– Bah, nulla! Un semplice capriccio di donna turca, – rispose la duchessa, affettando una certa noncuranza.
– Un capriccio di donna cattiva, – disse Haradja – perchè poteva costarti la vita, effendi. Mi perdoni?
– Quattro colpi di spada? Non ne vale la pena, signora.
Haradja stette un momento come immersa in un profondo pensiero, poi disse:
– La mia noia è passata: ora tocca a me divertirti. Scendiamo nel cortile. I miei lottatori indiani sono già stati avvertiti e ci aspettano.
– Tu hai anche degli schiavi indiani?
– Me li ha regalati mio zio, onde non mi annoiassi troppo nel castello d’Hussif. Vieni, mio prode capitano.
Scesero lo scalone e passarono nello spazioso cortile, dove in quelle poche ore erano stati improvvisati due palchi nei quali avevano preso posto già i compagni della duchessa e parecchi ufficiali appartenenti alla guarnigione del castello, mentre le terrazze superiori si erano gremite di schiave e di schiavi.
In mezzo al cortile, sulle cui pietre era stata sparsa della sabbia, due uomini di alta statura, di forme erculee, col capo rasato e la pelle abbronzata con certe indefinibili sfumature giallastre e coperti d’un semplice gonnellino di seta bianca, stavano immobili, l’uno di fronte all’altro, in atteggiamento fiero.
Nella mano destra tenevano, strettamente impugnati, due strani arnesi che coprivano interamente le loro dita e che erano muniti di punte di ferro lunghe un buon pollice.
Haradja condusse la duchessa verso due comode poltrone, collocate su uno splendido tappeto persiano e le fece cenno di accomodarsi, poi, levando da una borsetta un vezzo di perle, che doveva essere di molto valore, lo gettò a quattro o cinque passi da sè, dicendo:
– Questo sarà il regalo che spetterà al vincitore.
I due lottatori avevano allungato il collo, fissando cogli occhi ardenti quel gioiello, che per loro poteva costituire una piccola fortuna.
– Come si combatteranno quegli uomini? – chiese la duchessa, che non riusciva a comprendere come sarebbero riusciti ad abbattersi.
– Non vedi, effendi, che cosa tengono in pugno?
– Delle punte di ferro.
– I nuki-kakusti dei lottatori indiani, – rispose Haradja. – Sono strumenti terribili che straziano atrocemente le carni e che sovente uccidono.
– E tu, signora, li lascerai massacrarsi?
– Forse che io non li pago appositamente perchè mi distraggano? – rispose Haradja. – E poi mio zio non me li ha già regalati per mantenerli inoperosi.
– Mi sembra una crudeltà.
La nipote del pascià alzò le spalle, poi aggiunse:
– Anche quelli sono degli infedeli.
Poi, senza attendere altre osservazioni, Haradja battè le mani, mentre gli spettatori interrompevano il loro chiacchierio.
I due indiani, a quel segnale si erano collocati l’uno di fronte all’altro, mandando un grido acutissimo, selvaggio, probabilmente il loro grido di guerra.
Haradja si era curvata innanzi per non perdere nulla di quello spettacolo sanguinoso. Il suo volto si era improvvisamente acceso d’un vivo rossore, i suoi occhi erano diventati ardenti e le sue narici pareva che fremessero, come quelle d’una tigre quando fiuta il sangue delle sue vittime.
La duchessa, che l’osservava, fu vivamente impressionata dall’aspetto crudele, che in quel momento traspariva su quel volto.
– Questa donna è dunque un demonio! – si chiese. – Io non riuscirò mai a conoscere la sua anima.
I due indiani, dopo d’aver mandato quel grido, si erano allontanati di tre passi, squadrandosi cogli sguardi, poi si precipitarono l’uno addosso all’altro, coprendosi il petto col braccio sinistro, onde difendere almeno il cuore contro quelle terribili punte.
Non era che una finta per misurare le loro forze e provare la loro agilità.
Tornarono ad allontanarsi di qualche metro, spiccarono quattro o cinque salti onde le membra potessero sviluppare tutta l’elasticità, poi tornarono a scagliarsi addosso, impegnando un pugilato terribile.
Erano però degni l’uno dell’altro, a giudicarli dalla rapidità con cui si sottraevano ai colpi.
Haradja li incoraggiava con qualche grido:
– Sì! Bravi! Addosso ancora!
I due indiani si guardavano però bene dal cadere sulle punte di ferro. Si gettavano ora a destra e ora a manca per evitare i colpi, balzavano ora innanzi ed ora indietro, si curvavano bruscamente, poi scattavano come se avessero delle molle sotto i piedi.
Gli spettatori non fiatavano più e seguivano attentamente cogli occhi le mosse fulminee dei lottatori. Anche la duchessa, suo malgrado, s’interessava di quello strano pugilato, che prima d’allora non aveva mai veduto.
Per un quarto d’ora i due indiani si tennero reciprocamente a bada, poi si urtarono con grande impeto avventandosi colpi furiosi.
Non erano trascorsi cinque secondi che uno dei due piombava pesantemente al suolo. Il pugno di ferro lo aveva colpito in pieno cranio e le punte erano penetrate profondamente nella scatola ossea uccidendolo sul colpo.
Il vincitore aveva posato un piede sul caduto, lanciando per la terza volta il suo grido di guerra. Non era però uscito nemmeno lui incolume da quella terribile lotta.
La pelle della sua fronte gli pendeva a brandelli; aveva il braccio sinistro ricoperto di sangue ed una larga ferita sul petto.
– Raccogli il vezzo di perle disse Haradja. – Tu lo hai ben guadagnato e ti proclamo un valoroso.
L’indiano ebbe un mesto sorriso, raccattò il gioiello e dopo d’aver dato un lungo sguardo al morto, contro cui nessun odio l’aveva spinto, s’allontanò a lenti passi, lasciando dietro di sè una striscia di sangue e scomparve sotto il porticato.
– Ti sei divertito, effendi? – chiese Haradja, volgendosi verso la duchessa.
Eleonora rimase qualche istante muta, poi, scuotendo il capo, rispose:
– Preferisco la guerra: almeno là si trovano di fronte delle persone appartenenti ad altre razze ed altre religioni e che forse mai si sono conosciute.
– Io sono una donna e poi, pel momento non ho nulla da fare, – rispose Haradja. – Anch’io preferisco assistere ad un abbordaggio, ma, qui, rinchiusa in questo castello che nessuno minaccia, che cosa vuoi che faccia, effendi?
– Forse hai ragione, – disse la duchessa, che non sapeva trovare altra risposta.
– Vieni, effendi, non voglio offrirti altri di questi spettacoli, essendomi accorta che tu non li gradisci molto. Faremo una passeggiata sulle terrazze del castello, così potrai farti un’idea della robustezza e delle difese di questa rocca, la cui conquista fu lunga e difficile. Mio zio lasciò intorno ai fossati non meno di dodicimila marinai.
– Sono ai tuoi ordini, signora.
La turca fece un gesto d’impazienza.
– Signora, sempre signora! – esclamò quasi con collera. – Non sei già tu, effendi, un semplice soldato, bensì il figlio d’un pascià. Chiamami Haradja.
– Come vuoi, – rispose la duchessa, con un sottile sorriso.
– Vieni dunque.
Lasciarono il cortile e risalirono lo scalone fino all’altezza delle vaste terrazze, che si estendevano dietro le merlature del castello, poi la turca entrò in una delle torri, invitando la duchessa a seguirla.
– Di lassù, – disse – godremo un superbo panorama e potremo parlare senza essere uditi.
S’inerpicarono su una gradinata strettissima, dove non poteva passare che una sola persona per volta e, dopo una faticosa ascensione, si trovarono sul terrazzino superiore, chiuso tutto intorno da solide merlature, dietro le quali erano poste due colubrine che portavano, sulla culatta, il Leone di San Marco.
– Guarda, effendi, – disse Haradja. – Si domina la campagna e anche il mare. Dalle torri dell’harem del Sultano non si vede così lungi.

CAPITOLO XVIII

Storie di sangue

Un panorama superbo s’offriva dinanzi agli occhi della duchessa, essendo quella torre la più alta del castello.
A ponente si estendeva il Mediterraneo, azzurro e terso come uno specchio, solcato qua e là da piccole macchie, che sembravano farfalloni; a mezzodì ed a settentrione le coste dirupate e pittoresche dell’isola, con minuscoli promontori e lunghe file di scogliere, con piccole baie e profonde spaccature, che rassomigliavano ai famosi fiordi della Norvegia; ad oriente invece la pianura cipriota tutta verdeggiante, limitata ad una grande distanza da alte catene di montagne che smarrivansi sul limpido orizzonte.
Su una di quelle piccole baie, la duchessa aveva subito scorta la gagliotta e lo sciabecco, ormeggiate a brevissima distanza l’una dall’altra.
Anche gli occhi d’Haradja si erano subito fissati sui due velieri.
– È quella la tua nave, effendi? – chiese alla duchessa, indicando la gagliotta.
– Sì, signora.
– Haradja, ti ho detto.
– Sì, Haradja.
– Come suona bene il mio nome sulle tue labbra! – disse la turca, passandosi una mano sulla fronte, come per nascondere una impercettibile ruga che l’aveva solcata.
Guardò la duchessa per qualche istante, poi riprese:
– Hai fretta di partire?
– Vorrei condurre presto al Leone di Damasco il visconte Le Hussière. Mustafà potrebbe irritarsi se io tardassi.
– Ah! Sì, è vero, tu sei venuto per quel cristiano, – disse la turca. – Quasi non me ne ricordavo più. E se glielo mandassi, scortato da Metiub? Mi sembra che sarebbe la medesima cosa.
– Tu sai, Haradja, che Mustafà vuole essere obbedito e se non conducessi io il visconte potrei attirarmi la sua collera e cadere in disgrazia.
– Tu non sei un povero capitano; sei un figlio d’un pascià.
– Mio padre mi ha ordinato di obbedire al gran vizir, il quale mi ha preso sotto la sua protezione.
Haradja si appoggiò al parapetto, coi gomiti puntati e la bella testa fra le mani e rimase a lungo silenziosa, cogli occhi fissi sull’immensa superficie del Mediterraneo. Anche la duchessa taceva, cercando d’indovinare il pensiero che tormentava quella strana donna.
Ad un tratto Haradja si scosse e si volse verso la duchessa con un impeto improvviso. Aveva gli occhi accesi e la fronte aggrottata.
– Avresti tu paura, Hamid, a misurarti col Leone di Damasco? – le chiese con accento selvaggio che tradiva un imminente scoppio di collera.
– Che cosa vorresti dire, Haradja? – chiese la duchessa stupita.
– Rispondi alla domanda, Hamid, – disse la turca. – Saresti capace di tener testa, in un duello, al Leone di Damasco?
– Spererei.
– È tuo amico intimo?
– Sì, Haradja.
– Che cosa importa? – disse la turca coi denti stretti. – Anche le più salde amicizie talvolta s’infrangono e non sarebbe la prima volta che due colleghi diventano, anche per un nonnulla o per una rivalità d’amore, due accaniti nemici.
– Non ti comprendo, Haradja, – disse la duchessa, impressionata dall’improvvisa esaltazione che aveva colta la turca.
– Mi capirai meglio questa sera, dopo cena, mio bel capitano. La liberazione di quel cristiano sta tutta lì e se Mustafà crederà di strappare a me i prigionieri fatti da mio zio, avrà da fare con me. Venga ad assalirmi qui, se l’osa! Il Pascià vale forse più del gran vizir e la flotta vale più dell’esercito. Si provi!
Haradja si era raddrizzata, colle braccia strette sul petto, gli occhi sfavillanti, fremente d’ira.
– Si provi! – ripeté con voce sibilante.
Poi, cambiando bruscamente tono e ritornando improvvisamente gaia e sorridente, riprese:
– Vieni, mio bel capitano. Riprenderemo questo discorso dopo la cena. Le mie tempeste sono eguali a quelle che imperversano sul Mediterraneo: brevi ma terribili, poi la bonaccia ritorna.
Facciamo il giro delle terrazze. Ti mostrerò in quale punto i marinai di mio zio hanno dato l’abbordaggio alla rocca.
Ogni traccia di collera era scomparsa sul viso della turca. I suoi occhi, altrettanto belli quanto quelli della duchessa, avevano perduta la loro cupa fiamma e la sua fronte si era rasserenata, come se un colpo di vento avesse scacciate lontane le nubi che l’oscuravano.
Diede un ultimo sguardo al mare, che scintillava sotto i raggi del sole volgente già al tramonto e scese la scaletta della torre, giungendo sulle terrazze che correvano intorno alle massicce muraglie del castello, difese da solide merlature, per la maggior parte mutilate ancora.
Numerose colubrine, quasi tutte veneziane, vi si trovavano colle nere gole volte, parte verso il mare e parte verso le pianure cipriote e lungo i parapetti si vedevano delle alte piramidi di palle di ferro e di pietra.
Haradja fece percorrere alla duchessa quasi tutte le terrazze, dalle quali si dominava pure un immenso tratto di paese e s’arrestò dinanzi ad una vecchia torre quadrata, che sembrava fosse stata spaccata in tutta la sua lunghezza da qualche gigantesca scure maneggiata da un titano.
– È da questa parte che i marinai del grande ammiraglio sono entrati nella rocca, – disse. – Io ero a bordo della galera di mio zio ed ho potuto seguire distintamente tutte le fasi di quel terribile combattimento.
– Ah! – fece la duchessa. – Vi eri anche tu, Haradja.
– La nipote del pascià non poteva già rimanersene inoperosa fra le mura d’un harem. Ero io che comandavo quella galera.
– Tu?
– Ti stupisci, effendi?
– Sai guidare dunque una nave?
– Come uno dei piloti del pascià, – rispose la turca. – Credi tu che io non abbia corseggiato il Mediterraneo? Ho catturato non poche navi cristiane e sono montata all’arrembaggio insieme ai miei marinai. Tu dunque ignori, effendi, che mio padre era un corsaro del Mar Rosso. Probabilmente ne avrai udito a parlare.
– Non so come si chiamasse.
– Ramaib.
– Mi pare.
– Che finì tragicamente.
– Non te lo saprei dire, Haradja.
– Ti racconterò tutto ciò questa sera. Fanno così gli arabi, è vero?
– Passano delle notti intere a udire i vecchi del paese, – rispose la duchessa.
Proseguirono la passeggiata intorno alle terrazze, salendo sulle torri, poi quando il sole scomparve sotto l’orizzonte, ridiscesero nella sala da pranzo che era stata illuminata con quattro bellissime lampade di cristallo, delle fabbriche di Murano, sostenenti un gran numero di candele.
La tavola era stata già preparata ed abbellita con grossi mazzi di fiori che tramandavano un profumo acuto ed inebriante.
Come al mattino nessuno era stato invitato. All’orgogliosa nipote del pascià non piaceva probabilmente concedere alcuna confidenza ai suoi capitani.
Come il pranzo, la cena fu sontuosissima e, cosa incredibile, innaffiata da vecchie bottiglie di vino di Cipro, nonostante il severo divieto del Profeta di far uso di liquidi fermentati.
– Se beve il Sultano, che è il capo dei credenti, posso assaggiare anch’io del vino, – aveva risposto la turca ad una osservazione fattale dalla duchessa, alla quale premeva mostrarsi un vero mussulmano per tema di tradirsi. – Il Profeta doveva essere di cattivo gusto per accontentarsi di latte di cammella diluito con acqua.
E si era messa a bere il dolcissimo vino, ridendosene allegramente di Maometto e della sua proibizione. Pareva però che in quella specie di liquore cercasse un eccitamento, poichè ogni volta che vedeva il fondo d’un bicchiere, tornava a versarne, incitando “il bel capitano” a fare altrettanto.
– Il Profeta non ha tempo di occuparsi di noi, – diceva, ridendo. – Bevi, Hamid: questo vino fa bene e mette un certo fuoco nelle vene che l’acqua non può spegnere. Vale l’hascis!
Quando però la cena fu terminata ed ebbe accesa, dopo il caffè, la sigaretta, Haradja era diventata improvvisamente seria. Pareva che una profonda preoccupazione tormentasse il suo animo.
Si era vivamente alzata, passeggiando nervosamente per la sala e soffermandosi di quando in quando dinanzi alle panoplie d’armi.
La duchessa ebbe per un momento il sospetto che meditasse qualche altro duello con qualche altro capitano del suo presidio, per distrarsi dalla pericolosa “noia turca” ma si rassicurò tosto quando la vide coricarsi su uno dei divani, facendole cenno di sederlesi accanto, su un lungo cuscino di seta posato sul tappeto e su cui stava un cofanetto d’argento pieno di dolciumi che dovevano contenere certamente dell’hascis.
– Mio padre, – disse – era un gran corsaro e fu l’ideale degli individui della sua specie, perchè nessuno mai poté rivaleggiare con lui sia in crudeltà, sia in generosità.
Ero allora una bambina, eppure, mi pare di vederlo ancora, uscire coi suoi vascelli, col viso fosco, la lunga barba svolazzante, e la cintura piena d’armi.
Aveva per me e per mio fratello un affetto profondo, ma guai se noi non l’avessimo obbedito. Sarebbe stato capace di ucciderci, come freddamente uccideva tutti i marinai che osavano resistergli.
Il Mar Rosso si poteva dire che era suo, perchè nemmeno le galere del Sultano, quelle di Solimano, avrebbero potuto contendergli la padronanza di quel vasto bacino rinchiuso fra l’Africa e l’Arabia.
Era un uomo terribile che faceva paura anche a me, quantunque tutte le volte che partiva per le sue crociere o ritornava, mi abbracciasse e mi baciasse. Si era formato un equipaggio che non temeva nè il Profeta, nè Allah, nè il diavolo e con quello devastava tutte le coste, da Suez allo stretto di Bab-el-Mandeb.
La sua crudeltà era leggendaria. Nessun marinaio, preso vivo, trovava grazia presso di lui e veniva gettato inesorabilmente in mare colle braccia e colle gambe legate, onde impedirgli di salvarsi a nuoto.
Mai parlava ai suoi uomini, nè loro permetteva la più lieve familiarità. Era però generoso e distribuiva a tutti imparzialmente la loro parte di bottino.
D’altronde il grande segreto del fascino che esercitava sui suoi marinai, consisteva innanzi tutto nel suo valore straordinario, che lo faceva sembrare un semidio del mare, poi in una eloquenza selvaggia che gli suggeriva, nei più tremendi e sanguinosi abbordaggi, delle frasi sonore ed energiche che inebriavano i suoi uomini più che non facesse l’acre odore della polvere.
Mio fratello, che era più anziano di me, lo accompagnava sovente nelle sue corse, e guai se nei momenti di maggior pericolo avesse dimostrata la più lieve esitazione! Mio padre non era uomo da perdonare nemmeno a chi aveva nelle vene il suo stesso sangue.
Un giorno mio fratello, che era appena uscito dall’adolescenza, dopo un furioso combattimento contro una galera portoghese, assai più grossa e meglio armata della sua, fu costretto a lasciare la preda e salvarsi in un porto dell’Arabia, per non far massacrare inutilmente i suoi uomini.
Quando comparve dinanzi a mio padre, cogli abiti a brandelli, la scimitarra insanguinata, ma senza ferite, invece di una parola d’incoraggiamento, si udì urlare sul viso:
– Cane! Vile! E tu osi tornare dinanzi a me senza una macchia di sangue sul petto! Gettate in mare questo miserabile.
Mio padre era inesorabile con tutti, e nonostante le mie lagrime, lo fece imbarcare su un sambuco e gettare in acqua ad una grande distanza dalla costa.
Fortunatamente coloro che erano stati incaricati di compiere quella triste missione, non osarono legare le gambe e le braccia a mio fratello, Sicchè quel bravo giovane, che era un fortissimo nuotatore, poté ancora raggiungere la costa e salvarsi.
Passarono parecchi anni senza che mio fratello desse sue notizie; quando mio padre seppe che era vivo, lo fece tornare al suo castello e si riconciliò con lui. Poche settimane dopo Osman – così si chiamava il giovane – moriva da valoroso, sul ponte della sua nave, respingendo vittoriosamente il nemico.
– E tuo padre? – chiese la duchessa.
– Lo seguì alcuni mesi più tardi nella tomba, in un modo tragico.
Aveva assalito un villaggio dove sapeva trovarsi un greco ricchissimo, che possedeva innumerevoli mandrie di cammelli.
Mio padre aveva forzata la casa ed era entrato nella stanza dove il greco, in compagnia di sua moglie giovane e bellissima e di qualche servo, si difendeva disperatamente a colpi di archibugio e di jatagan.
Sicuro di vincerlo facilmente, non aveva preso con sè che pochi uomini, mentre gli altri si occupavano del bottino che era immenso.
Il greco infatti fu ucciso. Mio padre si gettò allora contro la donna colla scimitarra alzata, giacchè non risparmiava nessuno, ma vedendola tutta in lagrime e tocco forse anche dalla sua bellezza, aveva avuto un momento di esitazione.
Quell’istante doveva riuscirgli fatale, perchè la giovane, raccolta prontamente una pistola che aveva la miccia ancora accesa, gliela scaricò addosso a bruciapelo.
Cadde e non fu rialzato che morto. La palla gli aveva attraversato il cuore.
– E la donna fu risparmiata? – chiese la duchessa.
– Non lo so, – rispose Haradja.
Riaccese una sigaretta, vuotò un altro bicchiere di vino di Cipro, poi tornò a sdraiarsi sul divano, posando una mano sui bruni capelli del giovane capitano.
– Fui raccolta e adottata da mio zio, il pascià, che riempiva allora delle sue eroiche gesta il Mediterraneo, combattendo strenuamente contro i veneziani e i genovesi.
Fui dapprima relegata in un harem, essendo giovanissima, poi, vedendo mio zio che deperivo, m’imbarcò sulla nave ammiraglia. Aveva compreso che io ero una donna d’azione e m’insegnò a governare ed a dirigere le navi.
Si erano ridestati in me allora gli istinti di mio padre. Avevo nelle vene il sangue d’un pirata e quantunque donna, ne provavo tutti gli stimoli feroci. Divenni in breve il braccio destro di mio zio, seguendolo nelle sue crociere nel Mediterraneo e rivaleggiando con lui in audacia e, non lo nego, in crudeltà.
Fui io che un giorno, avendo abbordata una galera maltese, feci legare i superstiti alle àncore, affondandole in mare; fui io a sterminare quasi tutta la popolazione di Scio che si era ribellata al giogo mussulmano… Scio! Meglio sarebbe stato che io non avessi mai posati i piedi su quella terra!
Haradja si era violentemente alzata, col viso alterato da una collera intensa, cogli occhi scintillanti, le nari frementi.
Aspirò a lungo l’aria profumata della sala, tenendosi strette fra le mani le tempie, poi gettandosi indietro, con un moto violento, i lunghi capelli che le si erano sciolti e scagliando a terra il vezzo di perle che l’adornavano, riprese con voce sorda:
– Combattevo fra le truppe di terra che appoggiavano gli uomini della flotta. Non avevo mai veduto, prima di allora, un giovane più bello, più forte, più prode.
Pareva un dio della guerra! Dove maggiore era il pericolo la sua scimitarra ed il suo cimiero scintillavano e non vi erano nè colubrine, nè archibugi che lo arrestassero. Egli se ne rideva della morte e la sfidava sereno e tranquillo, come se il Profeta gli avesse dato qualche talismano meraviglioso per renderlo invulnerabile.
L’amai! L’amai intensamente ed egli non mi comprese o meglio non volle comprendermi. L’amore era una parola vuota per lui: non aveva sete che di gloria.
Eppure quante notti insonni, quante disperazioni, io provai per lui.
Non lo rividi che molto tempo dopo, sotto le mura di Famagosta. Le tempeste del Mediterraneo e la lontananza non avevano spento il fuoco che mi consumava il cuore.
Gli parlai: rimase impassibile; lo guardai intensamente negli occhi e non arrossì, non trasalì.
Eppure sa che io l’amo, o meglio sa che io l’amavo e non si curò, nè si cura di me. Sembra che io sia per lui una di quelle donne che non valgono la pena di guardarle. Io! Haradja, la nipote del grande ammiraglio! L’odio! L’odio! Ed ora voglio la sua vita!
Da quegli occhi fiammeggianti erano sgorgate due lagrime ardenti. La fiera nipote del pascià, la donna crudele e sanguinaria, piangeva.
La duchessa, stupita da quell’improvviso scoppio di disperazione, la guardava, senza riuscire a comprendere chi potesse essere quell’uomo che aveva colpito in mezzo al cuore, e così profondamente, quella donna che sembrava non avesse potuto amare nessun uomo.
– Haradja, – disse, un po’ commossa dalla disperazione intensa che traspariva sul volto della turca. – Di chi vuoi parlare? Chi è quel grande guerriero che non ha compreso il tuo amore?
– Chi? Chi?… – gridò Haradja. – Tu lo ucciderai, è vero?
– Ma chi?
– Lui.
– Lui?… Non so chi sia.
Haradja s’avvicinò alla duchessa e, posandole le mani sulle spalle, le disse con accento selvaggio:
– Chi ha vinto Metiub, che è la prima lama della flotta del pascià, può vincere anche la più formidabile scimitarra dell’esercito mussulmano.
– Non riesco ancora a comprenderti, Haradja.
– Vuoi, effendi, il cristiano?
– Sì, perchè sono stato qui mandato per liberarlo e condurlo a Mustafà.
– Io te lo cedo, ma a te solo, a due condizioni.
– Quali? – chiese la duchessa.
– Che tu provochi, innanzi tutto, il Leone di Damasco e che tu lo uccida.
Un grido di sorpresa era sfuggito dalle labbra della duchessa.
– Io uccidere Muley-el-Kadel! – esclamò.
– Sì, lo voglio.
– Tu sai, Haradja, che è mio amico: te lo dissi già.
La turca alzò le spalle, poi con un sorriso sdegnoso chiese:
– Avresti paura, effendi?
– Hamid Eleonora non teme nessuna spada o scimitarra mussulmana. Mi hai veduto alla prova.
– Allora lo ucciderai, – disse la turca.
– Quale motivo potrò trovare per rompere la nostra vecchia amicizia e misurarmi con lui?
– Quale? Ad un uomo non possono mancare dei pretesti e tanto meno ad un guerriero, – disse Haradja, con un riso stridulo.
– Io devo della riconoscenza a Muley-el-Kadel.
– Di quale specie? Sono pronta a pagarla.
– Nessuna ricchezza lo potrebbe.
– Della riconoscenza, – disse Haradja, con accento beffardo. – Parola vuota, che mio padre non ammetteva. O la liberazione del cristiano e la morte, con un colpo di spada o di scimitarra, del Leone di Damasco o nulla: scegli, effendi, Haradja è implacabile.
– Mi hai detto che vi è un’altra condizione disse la duchessa.
– Il tuo ritorno dopo aver consegnato il cristiano.
– Ci tieni, Haradja?
– Sì; ti accordo un minuto per rispondermi.
La duchessa era rimasta silenziosa. La turca, dopo d’aver vuotato un altro bicchiere di Cipro, era tornata a sdraiarsi sul divano tenendo gli sguardi fissi sul giovane capitano.
– Esiti? – chiese ad un tratto.
– No, – rispose risolutamente la duchessa.
– Lo ucciderai?
– Mi proverò, a meno che il Leone di Damasco non uccida invece me.
Una profonda ansietà pareva che si fosse impadronita della turca.
– Ma io non voglio che tu muoia! – gridò. – Vorresti spegnere anche tu il palpito che fa fremere il mio cuore? Siete dunque tutti leoni feroci voialtri uomini?
Se non vi fosse stato il pericolo di tradirsi e se non avesse avuto dinanzi una donna capace di qualunque atroce vendetta, la duchessa non avrebbe frenato uno scoppio di risa.
Era però troppo pericoloso scherzare colla nipote del pascià e si guardò bene dal manifestare il suo pensiero e di lasciar libero sfogo alla sua ilarità.
– Accetto le tue condizioni, – disse la duchessa, dopo aver meditato.
– Tornerai? – chiese Haradja con uno scatto impetuoso.
– Sì.
– Dopo d’aver però ucciso il Leone di Damasco, è vero?
– Lo ucciderò, se lo vuoi.
– Se lo voglio! Non vi è nulla di più bello, nè di apprezzato nella donna turca che la vendetta.
Un sorriso impercettibile fu la risposta della duchessa.
Haradja si era nuovamente alzata.
– Domani, – disse – il visconte cristiano sarà qui.
La duchessa ebbe un sussulto ed un rapido rossore le colorì le gote.
– Ho già mandato, poco fa, un messo agli stagni morti, affinchè il prigioniero sia qui inviato sotto buona scorta.
– Grazie, Haradja, – disse Eleonora, soffocando un sospiro.
– Va’ a riposarti, effendi: è tardi ed io ho forse abusato troppo. Devi essere stanco dopo tante emozioni. Va’, mio bel capitano: Haradja penserà, questa notte, a te.
Prese il martelletto d’argento e percosse il disco metallico.
Due schiavi subito entrarono.
– Conducete questo effendi nella stanza che gli ho destinata disse la turca. – A domani, Hamid.
La duchessa baciò galantemente la mano che la turca le porgeva e uscì, preceduta dai due schiavi che tenevano in mano due torce.

CAPITOLO XIX

Il visconte Le Hussiére

Disceso lo scalone, i due schiavi si erano arrestati dinanzi ad una delle stanze a pianterreno, che prospettavano il grande cortile, invitando la duchessa ad entrare.
Nel momento in cui stava per varcare la soglia e passare sotto la pesante tenda di broccato che i negri tenevano sollevata, udì dietro di sè una voce ben nota a chiamare:
– Effendi!
La duchessa si era subito voltata, mentre i due schiavi mettevano mano ai jatagan che portavano nelle larghe fasce di seta azzurra, avendo forse ricevuto l’ordine dalla loro padrona di vegliare sulla sicurezza dell’ospite.
– Ah! Sei tu, El-Kadur? – aveva chiesto Eleonora, vedendo l’arabo avanzarsi attraverso i colonnati.
Poi, scorgendo i jatagan e già alzati, disse ai due schiavi, con tono imperioso:
– Fermatevi: quell’uomo è il mio fedele servo ed ha l’abitudine di dormire dinanzi alla mia porta. Andate: non ho nulla da temere.
– La padrona ha ordinato di vegliare su di te, effendi osò timidamente osservare uno dei due schiavi.
– Non ne ho bisogno, – rispose la duchessa. – Io rispondo per voi. Lasciatemi solo.
I due negri s’inchinarono fino a terra e risalirono lo scalone.
– Che cosa vuoi, El-Kadur? – chiese Eleonora, quando i passi degli schiavi si spensero.
– Vengo a chiedere i tuoi ordini, padrona, – rispose l’arabo. – Nikola Stradioto è impaziente di sapere che cosa deve fare.
– Nulla, per ora, – rispose la duchessa. – Potrebbe tuttavia mandare qualcuno alla gagliotta onde avvertire i marinai di tenersi pronti per salpare domani.
– Per dove? – chiese ansiosamente l’arabo.
– Per l’Italia.
– Lasceremo dunque Cipro?
– Domani il visconte Le Hussière sarà libero e la mia missione sarà finita.
– Il padrone libero?
– Sì, El-Kadur.
L’arabo si contrasse, come se una scarica di archibugi lo avesse improvvisamente colpito e piegò il capo sul petto.
– Il padrone libero! – mormorò. – Libero!
Uno spasimo supremo aveva alterato il suo viso.
– Tutto è finito, – disse poi fra sè – El-Kadur non assisterà alla felicità della sua padrona.
Aveva estratto rapidamente il jatagan che portava alla cintura, rivolgendo la punta verso il suo petto. Eleonora, che non lo perdeva di vista, aveva scorto quell’atto.
– Che cosa fai, El-Kadur? – gli chiese con accento imperioso.
– Osservavo, padrona, se il filo di quest’arma era abbastanza temprato per uccidere un turco rispose l’arabo.
– Quale turco?
– Eh! Prima di lasciare Cipro voglio portare con me la pelle d’un miscredente! – rispose l’arabo, con un sorriso stridulo. – Coprirò con quella il mio scudo di battaglia!
– Tu non dici il vero, El-Kadur, – disse la duchessa. – Vi è nei tuoi sguardi una fiamma troppo cupa.
– Voglio uccidere un uomo, padrona. Poi Mustafà ammazzerà me, ma che cosa importa? Sopprimerà un semplice schiavo!
Vi era una tale profonda amarezza nelle parole di El-Kadur che la duchessa si sentì fremere.
– È una pazzia quella che sogni? – gli chiese.
– Può darsi.
– Il nome dell’uomo che vorresti uccidere?
– Non lo posso, signora.
– Lo voglio!
– Muley-el-Kadel.
– Il generoso mussulmano che mi ha salvato? È così che ricompensate, voi arabi, coloro che vi strappano da una morte sicura? Siete iene o sciacalli? Leoni no, di certo!
El-Kadur aveva curvato il capo senza rispondere. Un sordo singhiozzo aveva lacerato il suo petto.
– Parla, – disse la duchessa.
L’arabo gettò violentemente indietro il mantellone bianco, poi rispose con profonda amarezza:
– Un giorno, tuo padre, mi promise la libertà. Morì ed io rimasi, come un cane fedele, nella tua casa.
Dovevo vegliare sulla figlia e nessun pericolo, nemmeno la morte più orrenda, mi trattenne dal seguirti su questa isola maledetta.
La mia missione io l’ho compiuta: domani tu ed il signor visconte, liberi, felici, spiegherete le vele pel vostro bel paese e non avrete più bisogno di me.
Signora, lascia che il povero arabo segua il suo triste destino. Il Profeta non mi aveva creato perchè io fossi contento.
Non ho che un solo desiderio: cercare la morte, per quanto possa essere crudele, giacchè il vile mussulmano non è generoso. Lasciami uccidere quell’uomo, padrona; l’uomo che ha posato su di te i suoi occhi e che segretamente ti ama; e non dimenticare che tu sei cristiana. La vita del povero schiavo almeno avrà servito a qualche cosa: a sopprimere un rivale del padrone.
La duchessa si era accostata rapidamente all’arabo, che si era raccolto in un angolo della stanza, come una belva in agguato.
– Dunque tu credi? – gli chiese.
– El-Kadur vede, osserva e non s’inganna, – rispose l’arabo. – Di Haradja non mi occupo. Quella donna è folle, come sono pazze tutte le donne turche. È il Leone di Damasco che m’inquieta…
– Perchè, El-Kadur?
– Perchè lo schiavo ha letto nel cuore della sua padrona.
– Che! Una cristiana che ama un cristiano non potrà giammai amare un turco, un nemico della nostra razza!
L’arabo fece un gesto largo, poi rispose:
– Il destino delle genti è nelle mani di Allah! Spezzalo, padrona, se puoi.
– Dio non è Maometto: la sua potenza è infinitamente superiore a quella del Profeta. Ti sei ingannato, El-Kadur, – disse Eleonora.
– No, padrona, gli occhi del mussulmano ti hanno sfiorato il cuore.
– Ma non l’hanno toccato ancora. Come potresti tu ammettere che io, donna, avessi lasciata l’Italia e gli agi della vita per indossare delle vesti maschili e gettarmi entro Famagosta e misurarmi contro un nemico crudele e spietato, che non risparmia il cristiano, se il mio cuore non l’avessi dato tutto al visconte? Quale altra donna avrebbe osato tanto? Dimmelo, El-Kadur.
Ho amato intensamente il signor Le Hussière e non saranno gli occhi del Leone di Damasco che me lo faranno dimenticare.
– Eppure, – disse l’arabo, socchiudendo le palpebre – vedo attraverso il tuo cammino un uomo che non è il visconte.
– Fantasie.
– No, padrona; egli porta il turbante intorno al cimiero e la sua spada è ricurva.
– Follìe, – disse la duchessa, la quale però appariva molto turbata.
– L’arabo non s’ingannerà, padrona: lo vedrai. Il turco vincerà il cristiano.
– Tu sei pazzo, El-Kadur. Eleonora non tradisce l’uomo che pel primo l’ha amata.
– Vedo buio intorno a te, padrona.
– Basta, El-Kadur.
– Sia pure, padrona.
La duchessa si era messa a passeggiare per la stanza, in preda ad una vivissima agitazione.
L’arabo, sempre immobile, come una statua di bronzo, pareva che studiasse profondamente il viso della giovane donna, che andava alterandosi.
– Dove sono il signor Perpignano e Nikola Stradioto? – chiese ad un tratto la duchessa, fermandosi.
– Sono alloggiati in una sala del cortile assieme ai marinai e allo schiavo di Muley-el-Kadel.
– È necessario che tu li avverta che domani noi riprenderemo il mare. Hanno saputo nulla della decisione d’Haradja?
– No, padrona.
– Sarà cosa prudente mandare qualcuno alla gagliotta onde quei due greci raddoppino la sorveglianza. Se qualche turco fugge nessuno di noi uscirebbe vivo dalle mani di Haradja. Conosco ormai troppo bene la crudeltà di quella donna. Ah!
– Che cos’hai, padrona? chiese l’arabo.
– E lo sciabecco?
– Ci pensavo anch’io in questo momento. Se la nipote del pascià ci seguisse fino alla baia, quale spiegazione potremmo noi dare sulla misteriosa scomparsa dell’equipaggio turco?
– Noi stavamo per perderci scioccamente tutti disse Eleonora, che si era fatta pallida. – Sono più che certa che Haradja ci accompagnerà e forse con una buona scorta. Non vi sono sentinelle nel cortile?
– No, padrona.
– Va’ a chiamarmi Nikola. Bisogna che qualcuno questa notte lasci il castello e si rechi senza indugio alla rada. Lo sciabecco deve sparire, se vogliamo salvarci.
El-Kadur socchiuse adagio, senza far rumore, la porta e guardò nel cortile e sotto le arcate.
– Sembra che tutti si siano ritirati, – disse poi. – Non vedo alcun uomo. D’altronde che cosa potrebbe temere questa rocca, ora che il Leone di San Marco non rugge più?
– Conduci qui Nikola.
L’arabo scomparve silenziosamente sotto le arcate.
Qualche minuto dopo il rinnegato greco, che non doveva essersi ancora coricato, si trovava dinanzi alla duchessa.
– Sapete già di che cosa si tratta, Nikola? – gli chiese Eleonora.
– Sì, il vostro schiavo me lo ha detto.
– Che cosa ne pensate?
– Che lo sciabecco deve assolutamente scomparire, – rispose il greco. – Lo faremo rimorchiare in alto mare ed affondare. Così si potrà far credere alla nipote del pascià od ai suoi capitani che ha salpato le àncore per compiere qualche esplorazione lungo le rive.
– Chi andrà ad avvertire i vostri uomini?
– Ho un marinaio svelto, agile come una scimmia e coraggioso, – rispose Nikola. – S’incaricherà lui di recarsi alla rada.
– E come potrà uscire dal castello? Vi saranno certamente dei giannizzeri a guardia del ponte levatoio.
– Non sarà da quella parte che passerà, signora. Vi sono parecchie bocche da cannoniere al di sopra del fossato e Olao non si troverà imbarazzato a sgusciar fuori. Rispondo io per lui.
– Darete ordine d’affondare lo sciabecco?
– Non possiamo farne a meno; d’altronde quel piccolo veliero non ci sarebbe d’alcuna utilità.
Riposate tranquilla, signora, e non preoccupatevi. Fra cinque minuti il mio marinaio sarà fuori della rocca. Buona notte.
Appena il greco fu uscito, la duchessa chiuse e sprangò la porta e si gettò sul letto senza spogliarsi, mormorando:
– Domani finalmente lo rivedrò. Dio, proteggici.
Nessun avvenimento turbò il sonno della guarnigione della rocca. Olao doveva essersi allontanato, senza attirare l’attenzione delle sentinelle vigilanti sui merli delle torri, perchè nessun grido d’allarme aveva rotto il silenzio della notte.
Quando ai primi albori la duchessa uscì sotto i chioschi, due schiavi l’attendevano al di fuori, mentre in mezzo al cortile, sotto una tenda, la sua scorta stava sorseggiando il caffè e chiacchierando animatamente.
– La padrona ti aspetta, effendi, – disse uno degli schiavi alla duchessa.
– È giunto il cristiano? – chiese Eleonora con voce trepidante.
– Lo ignoro, effendi; qualcuno però deve essere entrato nella rocca questa notte, avendo udito a scorrere le catene del ponte levatoio.
– Attendetemi un momento. Devo dare alcuni ordini ai miei uomini.
Attraversò il cortile e si diresse verso i rinnegati. Nikola e Perpignano, vedendola avvicinarsi si erano frettolosamente alzati, muovendole incontro.
– È partito il vostro marinaio? chiese a mezza voce al greco, dopo d’aver stretta la mano al veneziano.
– A quest’ora lo sciabecco sarà in fondo al mare, – rispose Nikola, – Ho veduto io stesso Olao passare attraverso la cannoniera e lasciarsi cadere nel fossato e non ho udito alcuna sentinella dare l’allarme.
– Ed il visconte? chiese Perpignano.
– Pare che sia già qui rispose la duchessa.
– Sicchè, fra poco lo vedrete.
– Certo.
– E non avete pensato, signora, al pericolo a cui state per esporvi?
– A quale, Perpignano?
– Che egli possa subito riconoscervi e che un grido, sia pure involontario, vi tradisca.
La duchessa era diventata bianca come un cencio di bucato. L’osservazione del veneziano l’aveva atterrita.
Poteva darsi che il francese, vedendosela dinanzi, dopo tanti mesi di separazione, non potesse frenare un grido, un moto, uno scatto. Che cosa sarebbe successo allora?
– Ho paura, – disse la duchessa. – Se si potesse avvertirlo?
– Lasciate pensare a me, signora, – disse il greco. – Appartengo alla vostra scorta e come tale posso ben vedere il prigioniero.
Qui si hanno molte attenzioni per noi e ci trattano come ospiti graditi. Posso quindi approfittare delle buone disposizioni di questi cani di turchi.
– Andate pure dalla nipote del pascià e lasciate fare a me. Conosco i mussulmani, io.
– Lo avvertirete, Nikola?
– Lo metterò in guardia, signora.
– Conto su di voi. Vi è maggior pericolo che della presenza dello sciabecco.
– Lo so, signora. Vi è troppa gente qui per impegnare la lotta. Ho saputo che vi sono quattrocento combattenti fra marinai e giannizzeri.
– Preparatevi a partire.
– Quando darete l’ordine, duchessa, – disse Perpignano – noi saremo pronti a qualunque sbaraglio. È vero, Nikola?
– Sì, Purchè le nostre armi bevano sangue mussulmano, – rispose il greco.
Eleonora fece loro un gesto d’addio e raggiunse i due schiavi che l’aspettavano sui primi gradini dello scalone.
– Vi seguo, – disse.
Salì al piano superiore ed entrò, non senza una profonda apprensione, nella sala dove aveva già pranzato e cenato.
Haradja, più bella che mai, vestita in seta rosa e coi calzoncini larghi in seta azzurra, l’aspettava dinanzi alla tavola sulla quale fumava il moka.
Aveva, intrecciate fra i capelli neri, delle perle superbe e portava agli orecchi dei pendenti formati da diamanti e da zaffiri grossi come nocciole ed ai piedi delle scarpettine di marocchino ricamate in oro, con pietre preziose e la punta molto rialzata.
In testa aveva un turbantino di seta rossa con pizzi di Murano di gran valore e su un braccio un ampio mantello di lana bianca leggerissima, con ricami d’argento molto larghi.
– Il cristiano è giunto questa notte, – disse, appena la duchessa le comparve dinanzi. – Ci aspetta fuori dal castello.
Eleonora ebbe un sussulto, ma si guardò bene dal tradire l’emozione interna.
– Viene dagli stagni morti? – chiese, fingendo di mostrarsi noncurante.
– Sì.
– È sofferente forse?
– L’aria pestifera di quelle acque stagnanti non fa bene a nessuno, – rispose Haradja. – Bevi, mio bel capitano, e non occuparti di quell’infedele.
Il clima dolce di Venezia, se è vero che Mustafà lo manderà a respirare le molli brezze dell’Adriatico, lo rimetterà presto in salute. Vuoi partire subito?
– Sì, Haradja, se non hai nulla di contrario.
– Non è del cristiano che mi preoccupo disse la nipote del grande ammiraglio, guardandola fissa. – È la tua compagnia che questa sera mi mancherà. Dolce serata che non dimenticherò mai! Mi pareva di non essere più in questo triste castello d’Hussif! Ma tu tornerai presto, è vero effendi? – chiese poi, con impeto. – Tu me l’hai promesso.
– Sì, se il Leone di Damasco non mi ucciderà.
– Uccidere te! No, non è possibile! – esclamò Haradja.
Poi, dopo un momento d’angosciosa esitazione, disse, come parlando fra se stessa:
– Che la vendetta possa essermi fatale?…
Scosse la testa con una mossa brusca, poi, posando una mano sul braccio destro di Eleonora, riprese:
– No, il Leone di Damasco non potrà mai vincerti, effendi. Questo braccio io l’ho veduto alla prova e se ha vinto la prima lama della flotta, abbatterà anche quella di Muley-el-Kadel.
Tu che sei il più giovane di tutti, sei ormai il più formidabile spadaccino dell’armata mussulmana e m’incarico io di farlo sapere anche al Sultano.
Poi, tornando seria, quasi triste, chiese con un sospiro a malapena represso:
– Non mi dimenticherai, è vero, effendi, e tornerai qui presto.
– Lo spero rispose Eleonora.
– Me lo hai promesso.
– Ma tu sai, Haradja, che la vita umana è nelle mani di Allah e del Profeta.
– Allah e Maometto non saranno così crudeli di sopprimere una così giovane e rigogliosa esistenza.
Le uri del paradiso ti aspetteranno più tardi. Vuoi che partiamo? Vedo che tu sei impaziente di lasciarmi.
– No, di compiere il mio dovere, Haradja: io sono un soldato e Mustafà è il mio supremo comandante.
– Hai ragione, Hamid: devi obbedire innanzi tutto. Orsù, partiamo. I cavalli e la mia scorta a quest’ora devono essere pronti.
Si gettò indosso un ampio mantello di lana finissima, con una larga bordatura d’argento, alzò il cappuccio infioccato coprendosi la testa e parte del viso e discese lo scalone, seguita dalla duchessa e preceduta dai due arabi che stavano sempre di guardia dinanzi alla porta della sala.

CAPITOLO XX

Il tradimento del polacco

Sul piazzale del castello, al di là del ponte levatoio, due schiere di cavalieri stavano immobili, aspettando la nipote del pascià ed il figlio del Pascià di Medina.
Una era composta dei rinnegati greci, Perpignano, El-Kadur, papà Stake ed il suo giovine marinaio; l’altra di due dozzine di giannizzeri armati fino ai denti e colle micce degli archibugi accese.
Fra i due gruppi, montato su un cavallo nero, stava un uomo sulla trentina, di statura piuttosto alta, col viso pallido ed emaciato, con lunghi baffi bruni e occhi neri, ma molto infossati. Invece d’avere indosso delle vesti smaglianti, ricamate d’oro o d’argento, come solevano portare i turchi di quell’epoca, non aveva che una ruvida casacca di panno oscuro e ampi calzoni e sul capo un fez semisdrucito col fiocco che aveva perduto la sua tinta fiammeggiante.
I suoi sguardi, che brillavano intensamente, si erano subito fissati sulla duchessa, mentre un tremito convulso aveva fatto sussultare tutto il suo corpo. Nessun grido gli era sfuggito; anzi, per tema che qualche parola gli uscisse, si era stretto le labbra coi denti, facendole sanguinare.
Eleonora, che l’aveva notato subito, era diventata dapprima livida, poi un improvviso rossore le aveva colorite le gote; come se tutto il sangue le fosse improvvisamente affluito alla testa.
– Ecco il cristiano, – disse Haradja, indicandoglielo. – Lo avevi mai visto prima?
– No, – rispose la duchessa, facendo uno sforzo supremo per apparire calma.
– È un po’ febbricitante, mi hanno detto. Già, le arie degli stagni morti non sono molto salubri, – disse Haradja con noncuranza. – Un po’ d’aria marina gli farà bene e giungerà a Famagosta in non troppe cattive condizioni.
Penserai tu, effendi, a curarlo meglio che puoi, onde non faccia troppa cattiva figura e che si dica che io tratto troppo crudelmente i prigionieri cristiani.
– Te lo prometto, – rispose Eleonora, con voce un po’ sorda.
Due cavalli riccamente bardati e che dovevano avere il fuoco nelle vene, vennero condotti dinanzi alle due donne, le quali s’affrettarono a salire.
– Badate al cristiano! – gridò Haradja ai giannizzeri, – Le vostre teste risponderanno per lui.
Otto turchi si misero intorno al visconte, poi i due drappelli, preceduti da Haradja e dalla duchessa, partirono al galoppo, dirigendosi verso la rada.
La scorta di Eleonora chiudeva la marcia, lasciando uno spazio d’una cinquantina di metri fra sè e la retroguardia dei giannizzeri.
Perpignano e Nikola erano alla testa del secondo gruppo.
– Che tutto finisca davvero bene? – disse il veneziano al greco. – Mi sembra impossibile che noi possiamo avere tanta fortuna.
– Se Belzebù non ci mette le corna, io spero che il giuoco sarà pienamente riuscito, – rispose il greco. – Lo sciabecco ormai si troverà in fondo al mare.
– Che la scomparsa di quel veliero non susciti qualche sospetto nell’anima della nipote del pascià?
– Non lo credo. Noi non possiamo rispondere delle mosse dell’equipaggio turco.
– Fra un paio d’ore noi prenderemo il largo; che la nipote del pascià ci prenda, se sarà capace.
– Navi in questi dintorni non mi pare che ve ne siano e la squadra del pascià deve trovarsi sempre nella baia di Nicosia.
Che cosa ne dite del signor Le Hussière?
– Ho ammirato il suo sangue freddo. Temevo che vedendo la duchessa non riuscisse a frenare un grido di gioia, d’altronde naturalissimo. Deve essere stata una grande sorpresa per lui. L’avevate avvertito?
– El-Kadur con una mezza parola l’aveva messo in guardia.
– La nipote del pascià ha ben abusato del visconte. Scommetterei che lo ha fatto servire da esca alle sanguisughe, al pari degli altri.
– Haradja è sempre stata crudele; io lo so per prova, essendo stato nelle sue mani per tre mesi, – rispose Nikola. – Quella ha ben poco da perdere in confronto alle tigri e se non avesse condotto con sè questi giannizzeri, non l’avrei lasciata certo ritornare al castello, senza averle cacciata nel petto una buona palla di piombo, per vendicare i poveri cristiani che tratta così crudelmente.
– Non commettete imprudenze, Nikola, – disse Perpignano. – I giannizzeri sono più forti di noi e potremmo perdere tutto.
– Lo so e per questo mi asterrò da qualsiasi atto e non darò fuoco alla miccia delle mie pistole, quantunque provi una rabbia furiosa di gettarmi su quei cani e di farli a pezzi a colpi di jatagan. Ho troppo sofferto come cristiano e come rinnegato.
– Vi è la duchessa di mezzo.
– Una spada che vale meglio di tutte le nostre riunite. Ho saputo che ha vinto e disarmato perfino Metiub.
– E anche il Leone di Damasco, Nikola, tuttavia noi dobbiamo rimanere tranquilli.
– Sì, per precauzione. Non conviene guastare le uova ora che sono ben collocate nel paniere.
Le due scorte nel frattempo continuavano a galoppare, non già sullo stretto sentiero che costeggiava il mare, accessibile solamente ai pedoni, bensì su una larga via tracciata sulla cima di quell’ammonticchiamento di rupi e di scogliere che formavano il promontorio, estendentesi, in forma di semicerchio, dinanzi alla baia d’Hussif.
Nè Haradja, nè Eleonora parlavano. Sembravano entrambe assai preoccupate e pensierose.
Solamente l’ultima, di quando in quando, certa di non essere veduta dalla turca, volgeva la testa indietro per lanciare sul visconte un rapido sguardo, come per rassicurarlo e pregarlo di non tradirsi.
Il francese che pareva lo aspettasse, rispondeva con un sorriso. Verso le sette del mattino le due scorte, che non avevano rallentato nemmeno un momento, scendevano le ultime alture per raggiungere le spiagge della rada.
– Ecco laggiù la mia nave disse la duchessa, indicando alla turca la gagliotta che si trovava ancorata ad una sola gomena dalla riva, colle vele semimbrogliate.
– To’! – esclamò Haradja. – Come mai non si scorge il mio sciabecco? Devi averlo veduto tu, Hamid, quando sei giunto qui.
– Sì, vi era, – rispose la duchessa. – Un piccolo veliero montato da qualche dozzina d’uomini, è vero?
– Era ancorato nella rada?
– Anzi, i suoi uomini volevano impedirci di sbarcare.
– Stupidi! Non sanno distinguere gli amici dai nemici, quegli scopatori del Mediterraneo.
– È sempre meglio essere diffidenti, Haradja.
– Quanti uomini hai lasciato a guardia del tuo legno?
– Tre.
– L’assenza dello sciabecco m’inquieta, – disse Haradja, aggrottando la fronte. – Che sia avvenuto qualche cosa di grave lungo la costa?
– Che cosa temi, Haradja?
– I veneziani non mancano di galere, – rispose la turca.
– Che cosa potrebbero fare o tentare ora che su tutte le città dell’isola sventola trionfante la bandiera del Profeta e che i cristiani sono stati interamente distrutti?
– I tuoi uomini mi sapranno ben dire qualche cosa.
– Lo spero, Haradja.
Scesero verso la spiaggia e la turca per la prima balzò d’arcione, senza più occuparsi del suo cavallo.
Tutti gli altri avevano messo piede a terra, mentre dalla gagliotta si staccava una scialuppa montata dai due marinai lasciati a guardia del veliero e da Olao.
– Vi era uno sciabecco qui, – disse Haradja, quand’ebbero preso terra.
– È vero, signora, – rispose colui che durante la notte aveva lasciato il castello. – Ha spiegato stamane le vele, dicendoci che andava a perlustrare le coste.
– Avete veduto nessuna galera nemica veleggiare all’orizzonte?
– Ieri sera, prima del tramonto, una nave si è mostrata al sud, puntando verso l’isola. È probabile che lo sciabecco abbia preso il largo per accertarsi se era turca o cristiana.
– Allora tornerà presto, – disse Haradja. – Imbarcate innanzitutto il cristiano e legatelo bene nel frapponte o meglio chiudetelo in qualche cabina, mettendo una sentinella dinanzi alla porta.
– Ne rispondo io, signora, – disse Nikola.
Il visconte, che si manteneva freddo e tranquillo, guardando solo di quando in quando e di sfuggita Eleonora, entrò nella scialuppa scortato da papà Stake, da Simone e da quattro greci.
– Hamid, – disse Haradja, accostandosi alla duchessa che seguiva cogli sguardi l’imbarcazione – ecco il momento della separazione. Non dimenticare, effendi, che io ti aspetto con impazienza e che conto sul tuo braccio per vendicarmi di Muley-el-Kadel.
Se tu lo vorrai, ti farò nominare governatore del castello d’Hussif dal Sultano, coll’appoggio di mio zio, ti farò avere onori e gradi quanti vorrai. Tu sarai un giorno il pascià più potente dell’impero mussulmano. Mi hai compreso, mio bel capitano? Haradja aspetterà il tuo ritorno pensando sempre a te.
– Tu sei troppo buona, signora, – rispose la duchessa.
– No, signora, Haradja ti ho detto di chiamarmi.
– È vero: in questo momento me n’ero scordato.
– Addio, Hamid, – disse la turca, porgendole la destra e dandole una stretta vigorosa. – I miei occhi ti seguiranno sul mare.
– Ed il mio cuore batterà per te, Haradja, – rispose la duchessa con sottile ironia. – Quando avrò ucciso il Leone di Damasco mi vedrai tornare.
La scialuppa che aveva condotto sulla gagliotta il visconte Le Hussière era tornata, seguita da un caïcco.
Eleonora balzò nella prima con Perpignano, El-Kadur, Ben-Tael, lo schiavo di Muley-el-Kadel, ed alcuni greci e prese subito il largo, mentre gli altri s’imbarcavano sul secondo.
Haradja, appoggiata al suo cavallo che teneva per le briglie, la seguiva cogli sguardi. Una nube di tristezza si era diffusa sul bel viso della crudele donna.
I rinnegati, che erano rimasti a bordo, avevano già spiegate le vele e stavano salpando l’àncora grossa che era affondata a prora.
Papà Stake, appena messo piede sulla coperta, aveva ripreso il comando, gridando:
– Lesti, ragazzi! La brezza dal nord-est e fileremo come pescicani! Che ci diano la caccia coi loro arabi puro sangue, se ne sono capaci. Ah! La bella burla! Ah! La bella burla! Ne riderò per un bel po’!
L’àncora, coll’aiuto dei greci sopraggiunti, era stata subito strappata.
La gagliotta, le cui vele latine si erano subito gonfiate, indietreggiò d’una decina di passi, poi girò lentamente su se stessa, sotto l’azione del timone, maneggiato dalle robuste braccia di Nikola e s’avanzò dolcemente verso l’uscita della rada.
– T’aspetto, Hamid! – gridò un’ultima volta Haradja.
La duchessa fece un saluto agitando il fazzoletto, mentre uno scoppio di risa le usciva dalle labbra, coperto subito dalla voce grossa di papà Stake che urlava:
– Stringete le scotte, ragazzi! Ai turchi l’abbiamo fatta!
Haradja attese che la gagliotta avesse superato il promontorio, poi salì sul suo cavallo arabo e riprese al passo la via del castello, seguita dai suoi giannizzeri.
Una profonda ruga solcava la sua fronte e, pur allontanandosi dalla spiaggia, di quando in quando arrestava il suo cavallo per guardare verso il Mediterraneo. La gagliotta, che il vento spingeva rapidamente al largo non era però più visibile, navigando al di là del promontorio.
Giunta sulla via ripida, spronò furiosamente il suo arabo, spingendolo a corsa sfrenata.
Mezz’ora dopo giungeva sul piazzale del castello. La scorta, che non era riuscita a tenerle dietro, era rimasta lontana.
Stava per passare, a gran galoppo, sul ponte levatoio, quando dalla via che conduceva agli stagni morti, vide sbucare improvvisamente un capitano dei giannizzeri, alto, grosso, con lunghi baffi neri, che montava un bellissimo cavallo baio coperto di schiuma.
Haradja si era fermata, mentre i giannizzeri che erano di guardia sotto la torre, udendo quel galoppo, accorrevano cogli archibugi già muniti di micce accese.
– Alt! Signora! – aveva gridato il cavaliere, facendo fare al suo destriero un fulmineo volteggio per arrestarlo in piena volata. – Sareste voi, per caso, la nipote del grande ammiraglio Alì Pascià?
– Chi sei? – gli chiese Haradja, aggrottando la fronte e squadrandolo poco benignamente.
– Come vedete, un capitano dei giannizzeri, – rispose il cavaliere – e vengo difilato dal campo di Famagosta.
Giuraddio! Sono sette ore che cavalco il mio bravo Kaeser e deve essere rattrappito o poco meno.
– Io sono la nipote del grande ammiraglio, – rispose Haradja.
– Ecco una bella fortuna. Temevo che non foste al castello. Ci sono ancora i cristiani?
– Eh! Capitano, mi pare che tu m’interroghi, – disse Haradja un po’ piccata. – Non sono già un ufficiale qualsiasi di Mustafà, io.
– Perdonate, signora, ma io ho fretta, – rispose il cavaliere. – Siamo tutti così, noi.
– Noi! Chi sei?
– Una volta ero un cristiano polacco; ora sono un turco seguace fedele del Profeta.
– Ah! Un rinnegato, – disse Haradja con un certo disprezzo.
– Si può pentirsi, signora, di essere stato un credente della croce, – rispose il cavaliere con voce rude. – Comunque sia, oggi sono un turco e sono venuto qui per rendervi un prezioso servigio.
– Di quale specie?
– Vi ho chiesto se i cristiani sono ancora qui.
– Quali?
– Quelli che sono venuti a trovarvi per liberare un certo visconte Le Hussière.
– I cristiani! – esclamò Haradja, impallidendo.
– Me lo immaginavo che si sarebbero spacciati per turchi.
– Chi sei tu?
– Mi chiamavano il capitano Laczinki, quand’ero cristiano, – rispose il polacco. – Ora porto un nome turco che già voi non avrete mai udito risuonare ai vostri orecchi. Vi sono tanti capitani mussulmani che è impossibile ricordarli tutti, anche alla nipote del grande ammiraglio. Sono ancora qui? Rispondete, signora.
– Che io sia stata mistificata? – gridò Haradja, con uno scoppio d’ira tremenda. – Hamid…
– Ah, si! Hamid! Era questo il nome che aveva assunto Capitan Tempesta!
– Capitan Tempesta!
– Signora, – disse il polacco, vedendo sopraggiungere i giannizzeri di scorta. – Mi sembra che questo non sia il luogo opportuno per fare delle confidenze.
– Hai ragione, – disse Haradja che impallidiva a vista d’occhio. – Seguimi!
Attraversarono il cortile, scesero da cavallo ed entrarono insieme in un salotto pianterreno, ammobiliato con eleganza tutta orientale.
– Parla, – gli disse Haradja con voce fremente, dopo d’aver chiusa impetuosamente la porta. – Tu mi dicevi che Hamid è un cristiano?
– È il famoso Capitan Tempesta, che dinanzi a Famagosta abbattè, in un duello magnifico, il Leone di Damasco che si era spinto sotto le mura della città assediata, sfidando le migliori lame dei cristiani.
– Hamid ha vinto il Leone? – esclamò Haradja.
– E lo ha anche ferito, signora, – rispose il polacco. – Avrebbe anzi potuto ucciderlo; invece preferì donargli la vita.
– Sicchè non è vero che quel giovane cristiano sia amico di Muley: ha mentito.
– Tutt’altro, signora: il turco ed il cristiano non sono più avversari, anzi, vi dirò che fu il primo che salvò il secondo, quando Mustafà, entrato in Famagosta ordinò la strage generale dei difensori della povera piazza.
– Hamid un cristiano! – mormorò a più riprese Haradja, che appariva pensierosa.
Ad un tratto alzò le spalle dicendo:
– Turco o seguace della Croce poco importa. È sempre bello, fiero e generoso ed il Profeta non deve entrare nei cuori nè degli uni, nè degli altri.
Il polacco ebbe un sogghigno.
– Bello o bella, signora, – disse, con un risolino sardonico.
La nipote del grande ammiraglio aveva guardato il polacco quasi con terrore.
– Che cosa vuoi dire tu, capitano? – chiese con voce tremante.
– Vi chiedo, signora, se è bello o bella, fiero o fiera, generoso o generosa, – rispose il polacco con sottile sarcasmo. – Potreste esservi ingannata sul vero essere di Capitan Tempesta.
– Tu dici!… – gridò Haradja, mentre il sangue le affluiva al viso imporporandole le gote.
– Tu dici? – ripeté, afferrando il capitano per un braccio e scuotendolo furiosamente.
– Che quel bell’Hamid o quel bel Capitan Tempesta si chiama invece Eleonora duchessa d’Eboli.
– Una donna!
– Sì, una donna.
Haradja aveva mandato un urlo come di belva ferita a morte e si era portata ambo le mani sul cuore.
Stette immobile per parecchi istanti, cogli occhi dilatati, pallidissima, poi ebbe uno scoppio d’ira tremenda.
– Giuocata! Ingannata! Derisa!
Aprì impetuosamente la porta e gridò:
– Metiub!
Il mussulmano, che stava fumando in un angolo del cortile, sdraiato su un tappeto, fu pronto ad accorrere.
Vedendo Haradja col viso alterato, gli occhi fiammeggianti, la schiuma alle labbra, credette che il polacco l’avesse offesa e allungò la destra per afferrarlo pel collo, mentre colla sinistra si levava il jatagan che portava alla cintura.
– No, questo, – disse Haradja. – Dov’è la tua galera?
– Sempre all’àncora entro la rada di Doz.
– Parti subito col mio miglior cavallo, fa’ spiegare le vele e da’ la caccia alla gagliotta che ha condotto qui quell’Hamid… Sono cristiani… e… hanno ingannato tutti… corri, parti e portami Hamid, vivo, m’intendi, Metiub, vivo lo voglio.
– Va bene, signora, – rispose il turco. – Prima che il sole tramonti la mia Namaz avrà catturata la gagliotta ed io avrò vendicato il colpo di spada che quell’impertinente ragazzo mi ha dato.

CAPITOLO XXI

Viva la Capitana!

Mentre il capitano turco e il rinnegato polacco cavalcavano furiosamente verso la spiaggia, onde catturare i fuggiaschi, la gagliotta, spinta da una fresca brezza navigava rapidamente verso il sud onde raggiungere, prima di lasciare definitivamente l’isola, la baia di Suda.
La duchessa aveva già deciso di rivedere un’ultima volta il Leone di Damasco, a cui doveva la propria vita e la liberazione del visconte e poi doveva rimettergli la nave e cercarne un’altra, quantunque i greci avessero esposto il loro desiderio di accompagnarla in Italia dove avrebbero avuto l’occasione di prendere imbarco su qualche veliero o di arruolarsi in qualche compagnia di ventura.
Appena la gagliotta ebbe superato il promontorio, mettendosi al coperto degli sguardi dei giannizzeri e della castellana, la duchessa era scesa precipitosamente nel quadro dove il visconte, con un’ansietà facilmente immaginabile, l’aspettava.
Due grida erano subito echeggiate nel piccolo salotto:
– Eleonora!
– Gastone!
Il visconte aveva preso fra le mani il bello e fine viso della duchessa e lo guardava cogli occhi ardenti, resi più fiammeggianti dalla febbre che torturava quel povero corpo semidissanguato dai morsi delle avide sanguisughe.
– Io avevo saputo che voi, Eleonora, eravate giunta in Cipro – disse il visconte. – Ed è stata la speranza di potervi un giorno rivedere che mi ha sorretto e che mi ha incoraggiato a subire, senza cedere, le orribili miserie fattemi provare dai vili mussulmani.
– Voi lo sapevate, Gastone! – esclamò la duchessa.
– Sì, le gesta di Capitan Tempesta erano giunte fino a Hussif o meglio fino agli stagni morti.
– Ma come?
– Mi aveva parlato di Capitan Tempesta un cristiano fatto prigioniero dai turchi durante una sortita degli assediati e datomi per compagno nella pesca delle sanguisughe.
Dalla descrizione che mi aveva dato sul vostro volto e soprattutto dalla presenza di El-Kadur, io avevo subito supposto che quel capitano, che tutti i cristiani di Famagosta ammiravano, foste voi.
Quel giorno, credetemi Eleonora, fui lì lì per impazzire per la gioia. Voi in Famagosta! Mai più lieta notizia poteva giovare all’animo mio, scoraggiato da tante umiliazioni e da tanta sofferenza.
– Vedervi finalmente libero, qui, dinanzi a me, dopo tante paure e tanti orrori… non si direbbe un sogno, visconte?
– Sì, e sono fiero di dovere a voi, alla vostra audacia, al valore del vostro braccio, la mia libertà.
– Ho fatto ciò che qualunque altra donna avrebbe potuto e dovuto tentare e null’altro, mio Gastone.
– No, – disse il visconte con vivacità. – Solo una duchessa d’Eboli poteva possedere tanto coraggio. Nessuna altra avrebbe osato venire qui, in questo covo di tigri e di leoni che mette lo sgomento anche nei più forti cuori dei guerrieri cristiani, mia Eleonora.
– Credete che io non abbia saputo che voi avete vinto perfino la prima lama dell’esercito mussulmano?
– Come voi lo sapete, Gastone?
– Il soldato che m’informò della presenza vostra e di El-Kadur, mi raccontò anche del vostro duello.
– Una inezia, – disse la duchessa, sorridendo.
– Che spaventava i capitani cristiani rispose il visconte.
– I quali non avevano avuto la fortuna di aver imparato il maneggio della spada sotto la direzione del miglior tiratore di Napoli – disse la duchessa scherzando. – Quella vittoria la debbo a mio padre.
– Ed al vostro coraggio, Eleonora.
– Bah! Non parliamone più, Gastone. Vi farò anzi conoscere fra poco il mio avversario.
– Chi? Il Leone di Damasco? – chiese Le Hussière con sorpresa.
– Andiamo da lui, essendo sua la nave. Io debbo la mia salvezza al Leone di Damasco. Senza il suo aiuto non sarei uscita viva da Famagosta.
– Non ci tradirà? – chiese il visconte, che pareva preoccupato.
– No, è troppo generoso e poi se io gli devo la mia salvezza, egli mi deve la vita.
– Lo so: lo avete risparmiato, mentre avreste potuto ucciderlo. Tuttavia io non mi fiderei di quel turco.
– Non temete, Gastone: quello è un mussulmano diverso dagli altri.
– Poi salperemo subito per l’Italia, è vero, Eleonora?
– Sì, Gastone. Ormai più nulla abbiamo da fare a Cipro. La Repubblica ha abbandonata l’isola al suo destino, nè si sente per ora più in caso di ritentarne la conquista.
Andremo a Napoli e là vivremo felici e dimenticheremo le sofferenze passate.
Il dolce clima del golfo vi rimetterà presto dalle torture infami fattevi subire da quella crudele Haradja.
Saliamo sul ponte, Gastone: io non sarò pienamente tranquilla finchè non rivedremo le coste italiche.
– Quale altro pericolo ci può minacciare, Eleonora? – chiese il visconte.
– Non sono tranquilla, Gastone, – ripeté la duchessa. – Temo qualche vendetta da parte di Haradja. Quella donna è crudele ed energica e può contare sulle galere di suo zio.
– Mi hanno detto che la squadra mussulmana è sempre ancorata nel porto di Nicosia, – disse il visconte. – Prima che giunga qui noi saremo ben lontani.
– Noi non ci fermeremo che il tempo appena necessario per noleggiare una nave e veleggeremo subito nel Mediterraneo verso l’Occidente.
– Saliamo, Eleonora: l’aria del mare mi farà meglio che quella mefitica degli stagni morti.
La prese per mano e la condusse sulla tolda.
La gagliotta era già lontana dalla rada e scivolava leggera leggera sulle acque azzurre del Mediterraneo, dirigendosi verso il sud.
Le coste di Cipro, molto dirupate in quel luogo e tagliate da piccoli fiords, si delineavano a sette od otto gomene.
– Come andiamo, papà Stake? – chiese la duchessa al vecchio marinaio che s’avvicinava col berretto in mano.
– Benissimo, signora: la gagliotta va meglio d’una galera. Il signor visconte è soddisfatto del nostro colpo di testa?
– Dammi la mano, marinaio, – rispose il signor Le Hussière.
– È troppo onore, signor visconte, – disse papà Stake, che sembrava assai imbarazzato.
– Stringi senza timore: sono due mani cristiane che s’incontrano.
– E leali, signore, – disse l’orso marino, afferrando la destra che il visconte gli porgeva – e sempre pronte a dare addosso a quei porci mussulmani. Huff! Non so perchè il buon Dio abbia messo al mondo quelle bestie rabbiose!
Vorrei affogarle tutte, – riprese il marinaio grattandosi furiosamente la punta del naso – e farle divorare dai pescicani… no, dai granchi di mare!
Una voce lo interruppe:
– Buon giorno, padrone.
– Ah! Il pezzo di pan bigio, – mormorò papà Stake, vedendo l’arabo rizzarsi dietro il visconte. – Hum! Che aria da funerale ha quel selvaggio.
El-Kadur si era accostato silenziosamente al visconte. Il suo volto non sembrava davvero troppo allegro ed i suoi occhi nerissimi erano umidi.
– Tu, mio bravo El-Kadur! – esclamò il visconte. – Quanto sono felice di vederti!…
– Ed io non meno di te, signor visconte, – rispose l’arabo, sforzandosi di dare al suo viso un’espressione gioconda, – Ero più che certo che noi saremmo riusciti a strapparti dalla schiavitù. Ecco, ora sei felice, signore.
– Sì, immensamente felice, – rispose il visconte. – Spero che ormai i mussulmani non mi divideranno più mai dalla donna che amo.
Uno spasimo intenso, indescrivibile, alterò il viso dell’arabo, ma ebbe la durata d’un lampo. La duchessa che l’osservava attentamente, lo aveva però notato.
– Signore, – disse – tu ora non hai più bisogno dei miei servigi. Il mio compito è ormai finito e vorrei chiederti una grazia che la padrona mi ha rifiutata.
– Quale? – chiese il visconte un po’ sorpreso.
– Di non ricondurmi in Italia.
– El-Kadur! – disse la duchessa con accento imperioso.
– Il povero schiavo vorrebbe ritornare nel suo paese, – riprese l’arabo, fingendo di non aver udito il grido della sua padrona. – La mia vita sta forse per tramontare, poichè mi sento sfinito e immensamente stanco e vorrei tornarmene laggiù.
Sogno tutte le notti gli sconfinati deserti dell’Arabia, i verdi palmizi dalle foglie piumate, le tende nereggianti sulle aride, eppur così belle pianure, baciate dal sol bruciante e lambite dalle onde del Mar Rosso.
Noi, figli delle regioni ardenti, abbiamo la vita breve e quando sentiamo giungere la morte non abbiamo che due soli desideri: un letto di sabbia e l’ombra d’una delle nostre piante.
Prega la donna che ami che dia la libertà al povero schiavo.
– Sicchè tu, El-Kadur, vorresti lasciarci? – chiese la duchessa.
– Sì, se me lo consenti.
– Perchè tu, allevato a fianco della mia fidanzata, suo protettore e sua guida, vorresti lasciarci, El-Kadur? – chiese il visconte. – Napoli vale meglio dell’Arabia: il palazzo dei duchi d’Eboli meglio della tenda. Parla.
L’arabo aveva socchiusi gli occhi. La duchessa, che aveva già ormai capito quale segreta fiamma divorava il cuore del selvaggio figlio dei deserti, lo guardava fisso.
– Lo vuoi, El-Kadur? – gli chiese.
– Sì, padrona, – rispose l’arabo con voce sorda.
– E non rimpiangerai la tua signora? Tu che sei stato il suo compagno di infanzia?
– Dio è grande.
– Quando avremo lasciato Cipro tu sarai libero, mio fedele El-Kadur.
– Grazie, padrona, – rispose l’arabo.
Non aggiunse nessuna altra parola, s’avvolse strettamente nel suo mantellone ed andò a sedersi a prora, mentre il visconte e la duchessa salutavano i marinai che facevano ala sul loro passaggio.
Papà Stake insieme a Nikola era tornato ad avvicinarsi a loro.
– Signora, – disse – vi siete dimenticata dell’equipaggio dello sciabecco?
– Dei marinai turchi? rispose Eleonora.
– Quei cani rognosi sono sempre rinchiusi e ben legati nella sentina della gagliotta e siccome potrebbero costituire per noi un grave pericolo, vengo a chiedervi che cosa dobbiamo fare di loro.
– Che cosa ci consigliereste? – chiese la duchessa, rivolgendosi ad entrambi.
– Io li annegherei colle zampe e le braccia ben legate, – rispose papà Stake senza esitare.
– Ed io li appiccherei ai pennoni aggiunse il greco.
– Costoro non hanno combattuto contro di noi, – disse la duchessa. – Nulla ci hanno fatto di male.
– Sono dei turchi, signora.
– È vero, papà Stake ed è perciò che noi, cristiani, dobbiamo mostrarci generosi, è vero, Gastone?
Il visconte approvò con un gesto.
– Allora dovremo sbarcare quei furfanti? – chiese il lupo di mare, un po’ contrariato da quella generosità che trovava inopportuna. – Se noi ci fossimo trovati nelle loro zampe scommetterei il mio berretto contro un pezzo di canapo che i pescicani a quest’ora avrebbero fatta un’abbondante scorpacciata di carne umana.
– Tu potrai avere ragioni da vendere, ma io, come donna, non posso permettere che si assassinino a sangue freddo quei prigionieri.
Il marinaio crollò il capo come un uomo niente affatto contento, poi riprese:
– Mi dimenticavo di dirvi una cosa, signora. I marinai che hanno affondato lo sciabecco hanno trovato nella stiva di quel legno due grosse casse che sembra fossero destinate alla castellana d’Hussif.
– Le hai fatte aprire?
– Sì e vi ho trovato degli splendidi vestiti da donna turca. Devo farle portare nel quadro? Mi sembra che non abbiate ormai più bisogno d’indossare un costume maschile, ora che il signor visconte è qui, pronto a difendervi. Spetta a noi uomini, servirvi di scudo coi nostri petti.
– Mi sorride l’idea di diventare una dama mussulmana, – rispose la duchessa. – Capitan Tempesta ed Hamid non hanno più ragione di sussistere.
– Sareste più attraente, Eleonora, – disse il visconte – e non fareste più girar la testa alle donne. So che Haradja si era pazzamente innamorata di voi, credendovi in buona fede un principe mussulmano.
– Un idillio che mi avrebbe fatto ridere assai, se voi non foste stato prigioniero, – rispose la duchessa. – Se ella avesse saputo la verità, chissà come mi avrebbe fatto pagare caro quell’inganno.
– Non sareste certo uscita viva dalle unghie di quella jena.
– Spero che ormai non mi vedrà più, a meno che non venga a cercarmi a Napoli od a Venezia.
– E ciò sarà un po’ difficile, signora, – disse papà Stake, che era subito ritornato, dopo d’aver dato ordine ad alcuni marinai di portare nel quadro lecasse destinate ad Haradja – quantunque non siamo ancora tanto lontani da poterci ritenere al sicuro dalle sue grinfie.
– Nessuno può averla informata che io sono una donna.
– Eh! Chissà, signora. I traditori non mancano mai.
– Diventate pessimista, papà Stake?
– Oh, no, signora; vorrei tuttavia essere già in vista delle coste dell’Italia, o per lo meno della Sicilia, mentre i capricci di questa brezza m’inquietano. Tende a scemare ed ho timore che una calma improvvisa ci arresti qui.
– Siamo già lontani da Hussif, – disse il visconte.
– Una ventina di miglia, signore; ben poca cosa.
– Nessun pericolo ci minaccia.
– Finora no.
– Allora fate preparare la colazione, papà Stake.
– Mentre io vado a saccheggiare le casse della mia fidanzata, – disse la duchessa ridendo.
Gastone attese che fosse scomparsa per la scaletta che metteva nel piccolo quadro, poi prendendo il vecchio marinaio per un braccio e traendolo verso prora, gli chiese con una certa apprensione:
– Ditemi, mastro, temete qualche cosa?
– No, signor visconte; un inseguimento da parte dei marinai turchi mi sembra, almeno per ora, improbabile, avendo già noi affondato lo sciabecco. Ma forse è appunto la scomparsa di quel piccolo veliero che potrebbe far nascere qualche sospetto nell’animo di Haradja. Quella donna è troppo furba.
– Potrà supporre che sia naufragato.
– Hum! Con un mare così tranquillo!
– Siete certo di non aver veduto altre navi nei dintorni d’Hussif?
– La costa, signore, io non l’ho visitata che per un brevissimo tratto. Io non vi potrei affermare se in qualche seno od in qualche canale potesse celarsi qualche altro veliero.
– Siamo bene armati?
– Quattro colubrine giù nel frapponte. Archibugi, spade e scuri non mancano nell’armeria e anche le munizioni non difettano. Uno sciabecco non potrebbe farci paura.
Avrebbe cattivo giuoco contro di noi se volesse inseguirci e tentare l’abbordaggio, – disse il vecchio marinaio. – Questa gagliotta è robusta e buona veliera e non potrebbe soccombere che contro una galera.
– E non credo che ve ne siano qui, – rispose il visconte.
– A meno che non ne venga qualcuna dal largo, in tale caso non ci rimarrebbe che gettarci sulla costa, ciò che io farei senza esitare. Ah! Ecco la signora! Per tutti i leoni della Repubblica! Ecco una turca che farebbe girare la testa a tutti i pascià mussulmani e anche al Sultano!
La duchessa era ricomparsa in coperta, più bella di prima: nessuno l’aveva mai veduta vestita da donna, eccettuati Le Hussière e Perpignano che l’avevano ammirata a Venezia colle vesti femminili.
Fra le tolette destinate ad Haradja aveva scelto un ricchissimo costume più georgiano che mussulmano che faceva risaltare meglio la sua bruna bellezza, i suoi occhi nerissimi ed i suoi lunghi capelli corvini.
Indossava un elegantissimo coulidjè, quella corta giubba di broccato rosso ricamato in oro, a crespe, colle maniche che scendono al di sotto del gomito e che sul davanti lasciano vedere la pirahen, ossia la camicia di seta bianca usata dalle georgiane e dalle persiane; larghi pantaloni pure di broccato di seta tempestati di piccole perle disposte a disegni, scendenti fino al collo del piede; piccole babbucce di marocchino rosso, a ricami d’argento, colla punta sottile e rialzata; ai fianchi una fascia alta, di seta azzurra, che toccava gli orli inferiori del coulidjè.
Sui capelli, divisi in un gran numero di trecce, con due soli graziosi riccioli scendenti ai lati del viso fino al petto, aveva messo un turbantino colla calotta rossa, circondato da un velo bianco. Le Hussière si era fermato dinanzi a lei, guardandola con ammirazione profonda; papà Stake invece, che pareva fosse improvvisamente impazzito, aveva gettato in aria il suo berretto urlando a squarciagola:
– Viva la nostra capitana!
Un gran grido partito da tutte le bocche vi aveva risposto:
– Viva la capitana!
Era appena cessato, quando un’imprecazione violenta risuonò.
Tutti si erano voltati verso poppa.
Nikola Stradioto era là sul cassero, curvo innanzi come una fiera pronta a spiccare lo slancio, col viso alterato, gli sguardi fissi verso settentrione e le pugna tese.
– Ehi, Nikola, sei diventato matto? Che cosa ti piglia per venire a guastare il nostro entusiasmo?
– Per la Croce! – urlò il greco, con voce rauca. – Tre vele doppiano laggiù, al largo, il promontorio d’Hussif! Se non è una galera della Serenissima sarà una turca, maledetta! Guardatevi da quel falco rapace.

CAPITOLO XXII

L’abbordaggio della galera

Il grido del rinnegato greco aveva spento di colpo l’entusiasmo sollevato fra l’equipaggio dalla improvvisa comparsa della bellissima capitana.
– Altro che secchia d’acqua gelata! – aveva esclamato papà Stake, digrignando i denti gialli. – Questo è un colpo di bombarda!
Il visconte era diventato pallido ed aveva lanciato sulla duchessa, che si era pure fatta smorta in viso, uno sguardo angoscioso.
– Tre vele! – aveva poscia gridato, volgendosi verso Nikola, che si riparava gli occhi con ambo le mani. – Non v’ingannereste voi?
– No, signor visconte – riprese il greco, – Ho troppo buoni occhi per non distinguere una galera da uno sciabecco o da una gagliotta. Ha virato in questo momento al largo della punta d’Hussif e giurerei che corre su di noi.
– Corpo… d’un’àncora spezzata, – brontolò papà Stake, la cui fronte si era abbuiata. – Che quella dannata turca si sia finalmente accorta che noi non avevamo nulla da fare con quel briccone di Maometto? Vediamo un po’: ho gli occhi ancora buoni io!…
Attraversò più rapidamente che poté la tolda e salì la scala che conduceva sul cassero, seguito da Le Hussière, dalla duchessa, da Perpignano e da El-Kadur.
– Vediamo se tu hai sognato, Nikola, – disse, avanzandosi verso la murata poppiera. – Mi sembra impossibile che quei cani di mussulmani ci siano già alle costole.
Che naso hanno adunque costoro per fiutare i cristiani a così grande distanza?
Sarebbero per caso dei cani eccellenti per cercare i tartufi?
Sempre brontolando, come già era suo costume, s’avvicinò al greco che teneva tesa la destra verso il settentrione.
– Dove sono quelle vele? – chiese.
– Guarda, – rispose il greco laconicamente.
– Ventre d’un pescecane! – esclamò il vecchio marinaio. – Pare impossibile! Tre vele! Non può essere che una galera.
– Veneziana o turca? – chiese il visconte, con apprensione.
– Non ho delle lenti dinanzi agli occhi, signor visconte, – rispose il vecchio. – E poi, anche con uno di quei tubi non potrei certo discernere la bandiera che sventola sulla cima della maestra ad una così grande distanza.
– Non credi che sia veneziana? – chiese la duchessa.
– Uh! – fece il mastro, crollando la testa. – Che cosa potrebbe venire a fare qui una galera della Serenissima, ora che Cipro è tutta in mano ai turchi?
– Allora è turca?
– È più probabile, signora.
– E ci lasceremo raggiungere ed affondare? – chiese il visconte.
– Non ci rimarrebbe che di gettarsi alla costa, – disse Nikola Stradioto, avanzandosi. – Disgraziatamente la brezza è cessata.
– Mentre la costa è lontana, – disse papà Stake. – Per superare le quindici miglia che ci separano, con questa calma, ci vorrebbero almeno otto ore.
– Decidete, mastro, – disse Le Hussière. – Perchè quella nave trova vento?
– Naviga al largo, signore, al di fuori dei promontori. Dalla tinta oscura dell’acqua mi pare che laggiù il venticello non sia cessato.
– Gettiamoci anche noi verso ponente.
– Ci allontaneremo dalle spiagge.
– Abbiamo colubrine ed archibugi e siamo in buon numero e risoluti, a quanto mi sembra.
– Pronti a morire piuttosto che tornare schiavi, – disse Nikola. – Disponete interamente dei miei uomini, signore.
– Che cosa ne dite, Eleonora? – chiese il visconte. – Capitan Tempesta può dare un prezioso consiglio.
– Al largo, papà Stake, – rispose la duchessa. – Noi non sappiamo ancora se quella nave sia amica o nemica e se vedremo di aver dinanzi dei mussulmani torneremo alla costa. Vi pare, papà Stake?
– Vivaddio! – esclamò il mastro. – L’ho sempre detto io che voi meritereste d’essere nominata grande ammiraglio!
Un marinaio navigato non avrebbe parlato meglio di voi, signora.
Allentate le scotte, giovanotti, e viriamo un po’ a ponente. La brezza soffia laggiù e la gagliotta non è una tartaruga di palude.
Non ci hanno già raggiunti e poi abbiamo cannoni e palle da regalare.
Alla manovra, e tutte le armi da fuoco e bianche in coperta!
Mentre alcuni rinnegati, sotto la condotta di Perpignano, che come abbiamo detto se ne intendeva di artiglierie, caricavano dapprima e mettevano in batteria le quattro colubrine onde essere pronti a salutare con una bordata i nemici, altri si slanciavano alle manovre onde spingere la gagliotta nella zona battuta dalla brezza.
Non era impresa facile, trovandosi il veliero troppo sotto la costa, che era difesa dai venti da una serie di promontori altissimi, tuttavia un po’ colle vele e molto coi remi, dopo una mezz’ora riuscirono ad allontanarla e spingerla verso il largo, tanto da poter approfittare un po’ di quella brezza, quantunque soffiasse molto leggermente ed anche assai irregolarmente.
Il visconte e la duchessa intanto avevano seguito ansiosamente cogli sguardi la rotta della galera, la quale essendo molto più lontana dai promontorî, poteva maggiormente approfittare di quel venticello.
Non era più possibile ingannarsi sulla via che seguiva quel grosso veliero. La sua prora era puntata diritta sulla gagliotta e faceva forza di vele per raggiungerla.
Essendo ancora molto lontana, non si poteva sapere se fosse veneziana o turca; era però più probabile che portasse sulla cima dell’albero maestro la bandiera verde del Profeta colla mezzaluna, piuttosto che quella della Serenissima col Leone di San Marco.
– Che ci raggiunga? – aveva chiesto la duchessa al visconte, la cui fronte si oscurava.
– Lo temo, – rispose Gastone.
– Potremo resistere noi ad un abbordaggio?
– Una gagliotta non può reggere contro una galera.
– Sicchè verremo catturati, – disse Eleonora con angoscia.
– Non ci hanno ancora raggiunti. Quel papà Stake mi sembra un bravo marinaio e non si lascerà facilmente prendere.
In quell’istante udirono dietro di loro una voce dire:
– Signora: avete dimenticato che ho ricevuto l’ordine dal mio padrone di vegliare su di voi?
La duchessa si era voltata vivamente. Ben-Tael, lo schiavo del Leone di Damasco, le stava dinanzi.
– Che cosa vuoi? – chiese la duchessa.
– Il mio padrone mi ha detto che, nel caso che voi, signora, vi foste trovata in pericolo, andassi subito ad avvertirlo e mi sembra che il pericolo ci sia in questo momento.
– Credi anche tu che quella nave sia mussulmana?
– Sono salito poco fa fino sulle crocette del maestro e sono ormai convinto che al di sopra di quelle vele sventoli la bandiera del Profeta. Anche lo scafo, troppo alto, non è simile a quello delle galere della Repubblica.
– E che cosa vorresti fare?
– Chiedervi il permesso di raggiungere la costa e di recarmi dal mio padrone, prima che io venga fatto prigioniero assieme a voi.
– Siamo lontani sette od otto miglia.
Lo schiavo ebbe un sorriso.
– Ben-Tael è un nuotatore che ha ben pochi rivali, – disse poi – e che non ha paura degli squali.
– Noi però non siamo ancora certi di venire raggiunti da quella galera, – disse la duchessa. – Guarda: la nostra gagliotta fila benissimo in questo momento.
– È vero, signora, tuttavia è meglio prendere delle precauzioni.
La duchessa interrogò collo sguardo il visconte.
– Possiamo contare sulla protezione del Leone di Damasco? – chiese Gastone.
– Lo credo fermamente, – rispose Eleonora. – Egli si è dimostrato troppo riconoscente di avergli io risparmiata la vita.
– Allora se vuoi, va’ pure, – disse Le Hussière, volgendosi verso lo schiavo. – Se noi vedremo di non poter sfuggire alla galera ci getteremo alla costa ed in qualche luogo potrai trovarci.
– Verso quella di Suda, – aggiunse la duchessa. – È quella la nostra rada di rifugio, tu lo sai.
– Sì, signora. Vi aspetterò colà, – rispose lo schiavo.
Si strinse la fascia che gli girava intorno ai fianchi, si assicurò bene il jatagan, lasciò cadere il mantellone, rimanendo quasi nudo, poi d’un salto varcò la murata scomparendo sott’acqua.
– Per centomila squali! Un uomo in mare! – urlò papà Stake. – Vira sul posto!
– Lascia andare, papà Stake, – disse la duchessa. – È lo schiavo di Muley-el-Kadel che se ne va.
– Ha paura, quel gaglioffo, dei suoi compatrioti? Appena torna a galla lo prendo a colpi d’archibugio.
– Se ne va col mio permesso: non occuparti di lui. E la galera?
– Che l’inferno la danni e che quel cane di Maometto crepi di colèra! – gridò il vecchio marinaio che pareva furioso. – Si direbbe che quella nave ha una riserva di vento nella sua stiva.
– Guadagna? – domandò Le Hussière.
– Sì, signor visconte. La brezza soffia più forte laggiù che qui, a quanto mi pare.
– Turco! Turco! – gridò in quel momento una voce che scendeva dalla coffa dell’albero maestro.
– San Marco ed il suo leone ci proteggano, – disse papà Stake, gettandosi via, con un pugno, il berretto. – Già ne avevo la certezza anche prima.
– Che cosa farete, mastro? – chiese il visconte.
– Stringiamo verso la costa e cerchiamo di raggiungere la rada di Suda, – rispose il marinaio.
– È tutto quello che possiamo tentare, – disse Nikola Stradioto, che si era in quel momento accostato. – Dubito però che la galera ci conceda il tempo necessario per arrivarci.
– Cammina molto più rapidamente di noi e fra dieci minuti saremo sotto il suo fuoco.
– Lascia le scotte e pronti a virare, – comandò papà Stake, volgendosi verso i greci. – Cambia i fiocchi!
La gagliotta che prima s’avanzava verso ponente, tornò a levante.
Disgraziatamente il vento era sempre debolissimo sotto la costa e non molto favorevole. La galera invece, che veleggiava al largo, nella zona battuta dalla brezza, guadagnava sempre.
In meno di dieci minuti si trovò quasi all’altezza della gagliotta e sparò la sua prima cannonata a sola polvere, invitando i fuggiaschi a fermarsi ed a mostrare la loro bandiera.
– Eccoci fritti! – esclamò papà Stake, strappandosi un ciuffo di capelli. Prima di tre quarti d’ora, con questa calma dannata, non potremo toccare la spiaggia. Signor visconte, signora e voi tutti, prepariamoci alla resistenza.
– Eleonora, nella batteria col signor Perpignano, – disse Gastone. – Là sarai meglio al riparo che qui.
– E voi? – chiese la duchessa, guardandolo con angoscia.
– Il mio posto è in coperta con Nikola, El-Kadur e papà Stake. Per ora i turchi non verranno all’abbordaggio, quindi la vostra formidabile spada non è necessaria.
Presto, Eleonora: si preparano a scatenarci addosso qualche bordata. Confidiamo in Dio e nel nostro valore.
Poi, vedendo che la coraggiosa donna esitava, la prese per una mano e la condusse, con dolce violenza, nella batteria, dove Perpignano, con sette rinnegati, si preparava a far tuonare le colubrine.
– Non esponetevi, Gastone, – disse la duchessa, stringendogli le mani attorno al collo. – Pensate che vi amo.
– Mi guarderò dalle palle turche rispose il visconte con un sorriso. – Siamo vecchi amici con quelle e come mi hanno risparmiato sugli spalti di Nicosia, si terranno anche ora lontane da me. Non temete, Eleonora.
– Eppure ho dei tristi presentimenti.
– Tutti, anche i più valorosi, ne hanno al principiare d’un combattimento. Voi lo sapete quanto e forse meglio di me, Eleonora, che avete assistito all’assedio e alle stragi di Famagosta.
Un secondo colpo di cannone, seguito subito da uno schianto e da una bestemmia lanciata da Nikola, l’interruppe.
– Il mio posto è in coperta, – disse il visconte, separandosi bruscamente dalla duchessa. – La mia presenza è necessaria.
– Andate, mio valoroso.
Gastone Le Hussière, sfoderò la spada e salì rapidamente la scaletta, mentre Perpignano gridava ai rinnegati:
– Pronti per la bordata!
Quando Le Hussière giunse in coperta, la galera non era che a ottocento passi e si sforzava di tagliare la via alla gagliotta, veleggiando parallelamente alla costa.
Avendo l’alberatura molto più alta, i suoi contropappafichi ricevevano ancora vento sufficiente per sospingere la nave, sorpassando le piccole alture dei promontori, mentre la povera gagliotta non riceveva che qualche rado soffio.
La prima cannonata dei mussulmani, dopo quella in bianco, non era andata perduta. La palla, ben diretta, aveva smussata l’estremità del pennone della vela latina di trinchetto, la quale, cadendo in coperta, per poco non aveva accoppato o per lo meno ferito gravemente il greco.
Dopo quel primo messaggero di ferro, la galera si era messa attraverso il vento mostrando i suoi dieci sabordi di babordo, dai quali uscivano le gole nere di altrettante colubrine.
Era la mussulmana una grossa nave, dal castello di prora altissimo e col largo cassero più alto ancora, d’un tonnellaggio sei volte almeno superiore a quello della gagliotta, con immense vele latine al di sotto delle coffe e vele quadre al di sopra.
Un gran numero di guerrieri, colle corazze e gli elmetti, occupava i due ponti, armati di scimitarre e di picche, in attesa del momento opportuno per montare all’arrembaggio.
– Mastro, – disse il visconte, accostandosi a papà Stake che teneva il timone. – Potremo noi raggiungere la costa prima che le artiglierie turche ci colino a fondo?
– Bisognerebbe chiederlo a Maometto, signor visconte, – rispose il marinaio. – Ma è probabile che quel cane rognoso sia diventato muto e anche sordo in questo momento. Che il diavolo lo affoghi in una vasca piena di zolfo liquefatto almeno!
Un altro colpo di cannone rimbombò in quel momento sulla galera e l’alberetto del maestro, tagliato un po’ sopra la crocetta, precipitò con fracasso in coperta.
Nel medesimo istante si udì giù dalla batteria il tenente Perpignano a gridare:
– Fuoco!
Le quattro colubrine, che erano state portate tutte a tribordo, avvamparono quasi nel medesimo tempo, foracchiando le vele della galera, facendo saltare parte della murata prodiera e sfracellando non pochi archibugieri.
– Perdinci! – esclamò papà Stake. – Ecco una bordata che vale una bottiglia di Cipro, no, anzi un barile. Bevete il sangue dei vostri guerrieri, cani!
I mussulmani, non indugiarono a rispondere con tutti i loro pezzi di babordo. Dieci detonazioni rimbombarono una dietro l’altra, con un crescendo spaventevole, tempestando con palle di pietra e palle di ferro la povera gagliotta, esposta sempre al fuoco, per la scarsità del vento.
La murata di tribordo fu portata via quasi tutta d’un pezzo assieme a due greci che erano stati fulminati da due schegge di pietra; il casotto di poppa fu sconquassato e scoperchiato e parecchie palle si sprofondarono nei madieri e nei corbetti, attraversando la stiva da parte a parte.
– Questo si chiama un uragano di fuoco, – disse papà Stake, che era sfuggito miracolosamente a quella spaventevole bordata. – Un altro come questo e spazzerà via anche noi.
Il visconte si era precipitato verso il boccaporto che metteva nella batteria chiedendo ad alta voce:
– Nessun ferito?
– No, – rispose Perpignano. – Fuoco, ragazzi!
Le sue ultime parole furono coperte dal rimbombo delle quattro colubrine.
La galera, che si era nuovamente accostata, si prese una tremenda fiancata che la fece poggiare violentemente sul tribordo, mentre una delle quattro palle spezzava il cassero che era pieno d’armati, tracciando sul suo passaggio un solco sanguinoso. Urla feroci s’alzarono fra i mussulmani, seguite da furiose scariche d’archibugi.
Le Hussière, El-Kadur e gli altri che si trovavano sulla tolda, si erano pure armati di fucili e dopo essersi raccolti dietro una barricata che avevano frettolosamente formata fra l’albero di trinchetto e quello maestro, con casse, barili e cumuli di cordami, avevano a loro volta aperto il fuoco, tirando sul castello di prora e sul cassero.
Papà Stake e Nikola intanto si sforzavano di spingere la gagliotta sotto la costa, tuttavia ben presto s’avvidero che ogni manovra sarebbe riuscita inutile, poichè di gomena in gomena che guadagnavano, il vento diventava sempre più debole, ostacolato dall’altezza dei promontorî.
La galera invece guadagnava sempre, cercando di venire all’abbordaggio. Avendo un equipaggio sei o sette volte più numeroso, non poteva riuscire difficile vincere i pochi difensori della gagliotta.
Intanto i colpi di cannone e le scariche degli archibugi si succedevano con crescente fracasso. Gli artiglieri della gagliotta, sotto la direzione di Perpignano, un puntatore meraviglioso, facevano prodigi, senza però riuscire a spuntarla sulle venti colubrine dei mussulmani.
Dopo un quarto d’ora, l’albero di trinchetto della gagliotta, spaccato un po’ sotto la coffa, rovinava in coperta con immenso fracasso, tutto ingombrando colle sue vele e coi suoi cordami e coprendo totalmente la barricata.
Il visconte si era appena sbarazzato dei cordami e stava per balzare fuori gridando: – Tutti sul ponte! – Ci abbordano! – quando una palla d’archibugio lo colpì in mezzo al petto, facendolo cadere al suolo.
– Oh! Mia Eleonora! – ebbe appena il tempo di gridare.
El-Kadur e Nikola che l’avevano veduto a stramazzare dinanzi alla barricata si erano slanciati su di lui, mentre papà Stake fuori di sè urlava:
– Hanno ferito il visconte!
Quel grido si era propagato nella batteria. Il tenente Perpignano e la duchessa, pallidi, angosciati, si erano slanciati su per la scaletta mentre i rinnegati, comprendendo che ormai era inutile prolungare la resistenza, cessavano il fuoco.
La duchessa si era gettata sul visconte.
– Mio Gastone! – aveva gridato, mentre le lagrime le sgorgavano dagli occhi.
Il signor Le Hussière, che era sorretto da El-Kadur e dal greco, le sorrise:
– Una semplice ferita, – disse. – Non spaventatevi, Eleonora. Una palla… qui… in mezzo al petto… passata forse…
Non potè più proseguire. Un tremito convulso lo prese, sbarrò gli occhi fissandoli sulla duchessa, impallidì spaventosamente, poi s’abbandonò fra le braccia di El-Kadur e di Nikola.
Eleonora aveva mandato un grido terribile, poi si era eretta verso la galera che stava già per abbordare la gagliotta, mostrando il pugno chiuso:
– Infami! – urlò. – Me lo avete ucciso!
Raccolse la spada lasciata cadere dal visconte e si scagliò su per la scala del cassero, gridando come una belva inferocita:
– A me, miei prodi! Sterminiamo quei miserabili, moriamo tutti!
El-Kadur, che aveva affidato a Nikola il signor Le Hussière, l’aveva
prontamente raggiunta.
– Padrona, – le disse. – Che cosa fai? Il signor visconte non è che ferito. Perchè vai a cercare la morte, mentre può guarire?
– Ritìrati e lasciami morire!
– No: io sono incaricato di vegliare su di te, padrona. Tuo padre ti ha affidato a me. Guarda: i turchi hanno pure cessato il fuoco e Metiub ci fa cenno d’arrenderci.
– Metiub! – esclamò la duchessa. – Il capitano d’Haradja! Siamo perduti!
Poi, presa da un improvviso accasciamento, lasciò cadere la spada, e s’abbandonò su un cumulo di cordami, coprendosi il viso fra le mani. Dei sordi singhiozzi le sfuggivano dalle labbra.
La galera intanto aveva abbordata la gagliotta presso la poppa, mentre i marinai mussulmani gettavano dei grossi parabordi per attutire l’urto e lanciavano nel medesimo tempo i grappini d’arrembaggio fra le sartie e le griselle dell’albero maestro.
Metiub, che indossava una corazza scintillante e che aveva in testa un pesante morione di bronzo, colla visiera alzata, fu il primo a balzare sul cassero della gagliotta, seguito subito da una dozzina di mussulmani coperti di ferro al pari di lui e armati di lunghe pistole colle micce accese e scimitarre dalle larghe lame.
– Ben felice di rivederti, signora, – disse con voce beffarda, indirizzandosi alla duchessa, – Sei una donna ammirabile e mi piaci assai più sotto queste vesti, che con quelle che indossavi al castello. Sicchè eri la figlia del pascià di Medina e non già il figlio. Peccato per Haradja.
La duchessa, udendo quelle parole piene di sarcasmo, era balzata in piedi come una leonessa, stringendo la spada che poco prima aveva lasciata cadere.
– Miserabile! – gridò. – Ti ho ferito una volta dinanzi alla nipote di Alì Pascià ed ora ti ucciderò.
Tieni testa a questa donna cristiana tu che ti vanti di essere la più formidabile lama dell’armata mussulmana. Pròvati con me, se l’osi!
Il turco aveva fatto rapidamente due passi indietro, strappando dalla mano d’uno dei suoi marinai una pistola.
– Hai paura e cerchi di assassinarmi con una palla! – gridò la duchessa, che pareva in preda ad una terribile esaltazione. – È colla spada che io ti attacco. Mostra la tua cavalleria, turco! Io sono donna e tu sei uomo!
Un sordo mormorio si era alzato fra i marinai che circondavano il capitano, un mormorio che non era certo una approvazione per la condotta del luogotente di Haradja.
La bellezza e l’audacia della duchessa si era imposta anche a quei feroci discendenti del Profeta.
Un ufficiale aveva stretto il polso di Metiub, impedendogli di far fuoco sulla valorosa donna, dicendogli:
– Questa cristiana appartiene ad Haradja e tu non puoi ucciderla.
Il capitano non aveva opposto resistenza e s’era lasciato disarmare.
– A Hussif noi salderemo i nostri conti, signora, – disse, mentre un vivo rossore gli coloriva le gote. – Non è questo il momento di scambiarci dei colpi di spada o di scimitarra.
– Contro chi ha vinto il Leone di Damasco e te, – disse la duchessa.
– Una donna! esclamarono i turchi con stupore.
– Sì, io che sono una donna, ho atterrato entrambi! – gridò Eleonora.
Poi gettando via la spada quasi con disprezzo, aggiunse:
– Fa di me quello che vuoi, ora.
Il turco era rimasto incerto, oscillante fra l’ammirazione profonda, immensa che gli destava quella donna ed un odio intenso per la triste figura che faceva in quel momento, dinanzi al suo equipaggio.
– Siete mia prigioniera, – disse finalmente. – Io devo condurvi al castello d’Hussif.
– Legami dunque, – rispose la duchessa con ironia.
– Non ho ricevuto quest’ordine. Vi sono delle cabine sulla mia galera.
– E dei miei compagni che cosa intendi fare?
– Penserà Haradja.
– Ed un po’ anch’io, – disse in quel momento un uomo vestito da capitano dei giannizzeri, aprendosi il passo fra i marinai.

CAPITOLO XXIII

Il patto col polacco

Udendo quella voce Perpignano, che si dibatteva contro sette od otto mussulmani, vigorosamente spalleggiato da papà Stake, il quale dispensava pugni con una generosità straordinaria, quantunque poco graditi dai nemici della croce, con un impeto improvviso si era fatto largo, slanciandosi verso il nuovo venuto.
– Rinnegato! – gli urlò sul viso. – Prendi!
Con un gesto fulmineo la sua mano aperta era piombata sul viso del capitano con un rumore secco, paragonabile ad un colpo di frusta.
Una bestemmia era sfuggita dalle labbra del percosso.
– Ah! gridò poi. – Mi hai riconosciuto? Ho molto piacere, ma questo schiaffo me lo pagherai, amico, e non saranno gli zecchini nè la zara che salderanno i conti.
– Laczinki! – aveva esclamato la duchessa, facendo un gesto di disprezzo e tirandosi indietro come se avesse avuto paura di venire toccata da quell’uomo.
– Sì, l’orso delle foreste polacche, – rispose il capitano, con un brutto sorriso. – Il cristiano ha dato un calcio alla Croce ed è diventato un fedele credente di Maometto.
– Vile rinnegato! – gridò Eleonora. – Tu disonori la cristianità.
– Ma in cambio mi sono acquistato le simpatie delle bellissime uri che popolano il paradiso di Maometto, – rispose il polacco, col suo solito accento beffardo.
– Finiamola, – disse Metiub, che cominciava a perdere la pazienza. – Traete questa donna in una cabina del quadro, portate il ferito nell’infermeria e cacciate gli altri nella sentina. Non è questo il momento di perdere tempo in chiacchiere inutili. Obbedite, marinai.
– E questo è il modo con cui i turchi ricompensano i galantuomini che risparmiano i prigionieri di guerra, – disse papà Stake che era stato ridotto ormai all’impotenza. – L’avevo detto io che sarebbe stato meglio regalarli ai pesci-cani.
– Che cosa intendi di dire, vecchio? – chiese Metiub. – Di quali prigionieri parli?
– Di quelli che si trovano nella cala della gagliotta e che noi abbiamo avuto il torto di risparmiare.
– Forse l’equipaggio dello sciabecco?
– Sì.
– Allora, per mostrarti che anche noi siamo generosi, non vi si metteranno i ferri, – disse il turco.
– Sì, Famagosta informi, – disse Perpignano.
– Io non c’ero – ribattè asciuttamente il mussulmano.
Poi volgendosi verso i suoi uomini, disse:
– Sbrigatevi: la brezza si leva fresca.
– Lasciate che il ferito lo portino i miei uomini, – disse la duchessa con voce imperiosa.
– Sia pure, – rispose il turco. – Fate largo voialtri.
Il signor Le Hussière era stato collocato su una tavola, coperta da uno straglio e quattro greci l’avevano sollevato, dopo che Nikola aveva arrestato alla meglio il sangue che colava abbondantemente dalla ferita.
Il povero visconte, già mezzo dissanguato dalle sanguisughe degli stagni morti ed indebolito dalle lunghe privazioni fattegli subire dalla crudele nipote del Pascià, non era più tornato in sè.
Pallido come un cadavere, cogli occhi chiusi, pareva che non desse più segno di vita.
La duchessa gli si era avvicinata. Non era meno smorta del fidanzato, pure più nessuna lagrima brillava sulle sue ciglia.
Dinanzi ai mussulmani che la guardavano attentamente, voleva mostrarsi sempre degna del nome che aveva portato a Famagosta. Capitan Tempesta, uomo o donna che fosse, non poteva apparire debole nemmeno dinanzi a quella terribile sciagura.
Prese fra le mani, delicatamente, la testa del ferito e depose sulla sua fronte un lungo bacio.
– Andate, mio valoroso, – gli sussurrò, come se lo svenuto potesse ancora udirla. – Eleonora ti vendicherà.
Poi aveva fatto un segno ai greci che reggevano la tavola.
Le file dei turchi si erano aperte.
I quattro greci, seguiti da Eleonora, da El-Kadur e da tutti gli altri che formavano l’equipaggio della gagliotta passarono sull’alto castello di prora della galera, essendo stato gettato un ponte volante.
Metiub ed il polacco si erano affrettati a raggiungerli, mentre parte dei loro uomini liberavano l’equipaggio dello sciabecco che si trovava nella cala, sempre solidamente incatenato.
– Portatelo nell’infermeria, – disse il luogotenente di Haradja. – E tu signora, seguimi.
– Perchè non mi lasci presso di lui? – chiese Eleonora. – Egli è il mio fidanzato.
– Non ho ricevuto ordini in proposito, – rispose Metiub. – Quando saremo giunti a Hussif, Haradja penserà.
– Lascia almeno che lo visiti prima che il sole tramonti e che la tua nave approdi nella baia.
– Se ciò può farti piacere, signora, te l’accordo. Quantunque tu mi abbia gravemente offeso dinanzi ai miei marinai e mi abbia vinto dinanzi alla nipote del pascià, sfatando la leggenda che nessuna lama, all’infuori di quella del Leone di Damasco, avrebbe potuto vincermi, io ti ammiro ancora.
La duchessa lo guardò con stupore, non credendo di trovare in quel mussulmano, che non doveva essere meno feroce dei suoi compatrioti, un lampo di generosità.
– Sì, ti ammiro, signora, – ripeté il turco, che pareva si fosse accorto della sorpresa della duchessa. – Prima di tutto sono un uomo d’armi e sia il mio avversario uomo o donna, turco o cristiano, io apprezzo i valorosi, forse più di Haradja e mi vanto di essermi misurato con chi ha pur vinto il Leone di Damasco.
– Sicchè tu mi lascerai vedere il visconte?
– Sì, questa sera.
– E lo farai curare?
– Come fosse mio fratello: ad una condizione però.
– Quale.
– Che tu m’insegni, signora, quella terribile botta segreta che io prima non avevo mai conosciuta e che mi atterrò, Per il Profeta! Se avessi voluto vincermi completamente a quest’ora io non sarei più qui a comandare questa galera. Io al tuo posto non sarei forse stato tanto generoso, specialmente dinanzi ad una donna come Haradja.
– Che cosa credi che farà di me la nipote del pascià?
– Non lo so, signora, – rispose il turco. – Haradja non si può conoscerla a fondo, quindi sarebbe impossibile indovinare i suoi pensieri. È capricciosa come i venti ed i cavalloni del Mediterraneo. Vieni: ho da prendere a rimorchio la gagliotta e molte cose ancora da fare.
La duchessa, quantunque avesse preferito passare nella corsìa dell’infermeria, seguì il turco scendendo nel quadro di poppa.
Attraversarono la sala da pranzo e Metiub si fermò dinanzi ad una cabina la cui porta era assai spessa.
– Entra, signora, e sta’ tranquilla, – disse il mussulmano. – Finchè rimarrai a bordo della mia galera non avrai nulla da temere.
– Non sarò tranquilla pel visconte.
– Il medico di bordo è a quest’ora al suo fianco e lo curerà come si trattasse di me.
Aprì la porta e la fece entrare in una comoda cabina, ammobiliata con lusso tutto orientale, poi s’affrettò a chiuderla, mentre due marinai, armati di scimitarra e di pistoloni scendevano nel corridoio.
– Che nessuno entri, – disse loro il comandante. – Per un solo uomo non vi è divieto: il capitano dei giannizzeri.
Quando risalì sul ponte, i marinai avevano già presa a rimorchio la gagliotta e la galera si era rimessa al vento, navigando lentamente verso il settentrione essendo la brezza sempre molto debole, almeno nelle vicinanze della costa.
Aveva appena dato alcune disposizioni ai suoi ufficiali ed ai mastri della ciurma, quando fu abbordato dal polacco che era uscito in quel momento dall’infermeria.
– Il ferito va malissimo, – gli disse. – L’estrazione della palla è impossibile e quel pezzo di piombo ha leso le parti nobili.
– Un polmone forse? – chiese il mussulmano, aggrottando la fronte.
– Ha attraversato il sinistro.
– Morrà dunque?
– Ma… – disse il polacco scuotendo il capo. – Un colpo di spada sarebbe stato meno pericoloso.
– Ciò m’inquieta, – disse il turco, dopo un breve silenzio. – Avevo promesso ad Haradja di riportarglieli tutti vivi.
– Bah! Un inciampo di meno rispose il polacco.
– Perchè dici questo, capitano?
– Seguivo in questo momento una mia idea. Dimmi, tu che conosci la nipote del pascià da molto tempo, che cosa se ne farà di Capitan Tempesta?
– Ecco una domanda che quella donna mi ha fatto poco fa, – disse il turco. – Va’ tu ad indovinare il carattere di quella capricciosa. Io non potrei risponderti.
– Che la uccida?
– Mi parve molto furibonda contro quella terribile spadaccina.
– Io non lo permetterò mai.
Il mussulmano ebbe un sorriso quasi di compassione.
– Tu, capitano, – disse poi. – Non sai dunque che Haradja, forte della protezione del grande ammiraglio se ne ride di Mustafà e occorrendo anche di Selim?
– Vivaddio! – gridò il polacco.
– Tu dimentichi di essere un mussulmano, – disse il turco ridendo.
– Per la barba del Profeta allora!
– Che cosa vuoi concludere?
– Che avendo io denunciata quella donna come una cristiana, dovrebbe spettare a me, – disse il polacco.
– Non so se Haradja l’intenderà così, capitano.
– Guai a lei se volesse ucciderla! – gridò Laczinki, con voce minacciosa.
– Eh! fece il turco, – guardandolo maliziosamente. – Tanto ti preme la vita di quella cristiana?
– Non sono obbligato a darti spiegazioni, capitano.
– Non sono necessarie.
– Dove si trova quella donna?
– Nella terza cabina di babordo.
– Bisogna che io la veda.
– Io non ho ricevuto l’ordine d’impedirtelo, – rispose Metiub. – Ti avverto solo che tu non puoi toccarla, nè usarle alcuna sgarbatezza.
– Che il diavolo t’impicchi, cane d’un turco, – brontolò fra sè il polacco, allontanandosi. – Siate maledetti tutti, Maometto compreso!
Scese assai di malumore la scaletta del quadro, fece cenno ai due marinai di allontanarsi, poi essendovi la chiave nella toppa, aprì la porta ed entrò nella cabina, dicendo:
– Permettete, signora.
La duchessa stava seduta su un piccolo divano, di fronte alla finestra che s’apriva sulla poppa della nave, al disotto del coronamento.
Aveva gli sguardi fissi sul mare e sembrava immersa in dolorosi pensieri, a giudicarlo dall’espressione del suo viso e da due lagrime che le brillavano, come due perle, sotto le lunghe ciglia.
– Signora, – ripetè il polacco, credendo di non essere stato udito a causa delle onde che si frangevano sotto il timone.
Nemmeno questa volta la duchessa si mosse.
– Per la barba del Profeta e di tutte quelle turche! – esclamò il capitano un po’ irato. – Vi ho chiamata ripetutamente e non sono un miserabile schiavo io!
La duchessa si scosse, si rizzò poi bruscamente con una mossa leonina, ergendosi fieramente dinanzi all’Orso della Polonia, cogli occhi fiammeggianti, il viso animato da un vivo rossore.
– No, non siete uno schiavo, – disse con voce fremente – siete un rinnegato! Un povero schiavo non avrebbe abbandonata la sua fede come avete fatto voi, capitano Laczinki.
– Maometto vale Gesù Cristo; l’Islam la Croce, almeno per un capitano di ventura, – rispose il polacco. – D’altronde voi non potete vedere ciò che pensa il mio cervello, nè quale fede abbia in cuore. E poi la pelle vale meglio d’una religione.
– E voi siete venuto qui, in questa Cipro, dove gli eroi sventurati combatterono, pur sapendosi votati ad una morte orribile, a sfoderare la vostra spada. Chi volevate difendere? Il Leone ruggente di San Marco o la Mezzaluna?
– A me bastava menar le mani come tutti i buoni capitani di ventura, signora. La fede! La patria! Parole vuote per noi. Lottare pei russi o pei germani, pei tartari o pei cinesi, pei mussulmani od i cristiani, od i buddisti che importa a me?
Ma io non sono venuto per discutere, signora duchessa. Lo potremo fare un’altra volta, in un momento migliore.
– Che cosa siete venuto a fare qui, signor Laczinki?
Il polacco, invece di rispondere aprì la porta e diede uno sguardo nel corridoio, onde assicurarsi che nessuno stava lì presso ad ascoltare, poi, dopo d’averla rinchiusa con precauzione si avvicinò alla duchessa che l’osservava non senza una certa inquietudine e disse:
– Sapete dove Metiub vi conduce?
– Al castello d’Hussif, – rispose Eleonora.
– O meglio da Haradja, la nipote del pascià.
– E così?
– Quale accoglienza vi farà quella donna che gode fama tristissima per l’implacabilità dei suoi odii e per le sue crudeltà?
– Non certo troppo cortese.
– Io vi posso dire che è furibonda contro di voi e che non vi perdonerà di averla così abilmente giuocata.
La duchessa gli piantò in viso uno sguardo acuto come la punta d’uno spillo.
– Ah! – disse con voce sorda. – Voi l’avete veduta dunque?
– Non ve lo nego.
– Per dirle che io non ero un uomo bensì una donna, è vero, signor avventuriero ed ex cristiano?
– Io non vi ho detto questo, – rispose il polacco, il quale però si tradiva colla sua aria imbarazzata.
– Mentite da vero rinnegato! – gridò la duchessa con ira. – Solo voi e pochi miei amici, incapaci di tradirmi però quelli, sapevano che io non ero un uomo.
– Voi non avete alcuna prova per accusarmi.
– La prova la vedo nei vostri occhi.
– Gli occhi spesso ingannano, e basta, vivaddio! Non fatemi uscire dai gangheri e lasciatemi finire. Io non sono entrato già qui come nemico, bensì come un amico, pronto a tutto tentare pur di salvarvi.
– Voi!
– Valgo ancora ben qualche cosa, signora? Anzi, quantunque io sia un rinnegato, godo maggior considerazione fra i mussulmani di quella che godevo fra i cristiani. La divisa che indosso ve lo dimostra.
– E siete venuto qui per salvarmi?
– Voi e anche gli altri.
– Anche il visconte?
Il polacco ebbe un istante di esitazione, poi disse:
– Sì, se lo vorrete e se riuscirà a guarire.
– Gran Dio! – esclamò la duchessa impallidendo. – La sua ferita sarebbe mortale?
– Mortale veramente no, molto grave sì, e non so se potrà cavarsela. Quei maledetti turchi adoperano del pessimo piombo che quando urta contro un osso si spacca.
La duchessa era ricaduta sul divano, coprendosi il viso colle mani e singhiozzando.
– Via, – disse il polacco – mi rincresce troppo veder piangere degli occhi così belli e poi un Capitan Tempesta non deve mostrarsi debole dinanzi a nessuno. D’altronde io non vi ho ancora detto che il medico di bordo lo abbia ormai condannato.
Ho veduto a guarire ben altre ferite io, quando combattevo contro i tartari russi.
– Forse avete ragione, – disse la duchessa, tergendosi le lagrime e rialzandosi.
– Dite, che cosa volete?
– Salvarvi tutti, vi ho detto.
– Vi sareste pentito d’aver abbandonata la Croce?
– Sì e no, – rispose il polacco, crollando il capo.
– E come potreste voi salvarci?
– È necessario che io impedisca, innanzi a tutto, che la galera giunga nella rada d’Hussif. Se ricadeste nelle mani di Haradja tutto sarebbe finito ed io non voglio, mi capite, che quella donna vi uccida.
– Che importerebbe a voi!
– Più di quello che credete, signora, – rispose il polacco, guardandola fissa.
– Spiegatevi meglio.
– Non mi avete ancora compreso?
– No.
– Salvando voi, mi espongo a dei gravissimi pericoli e nella mia qualità di rinnegato, se venissi sorpreso, non sfuggirei certo al palo.
– Certo, – disse la duchessa che lo ascoltava attentamente.
– Ho quindi il diritto di avere una ricompensa pel rischio a cui io mi espongo.
– Del denaro? Sono abbastanza ricca per pagarvi il prezzo che chiederete.
Il polacco fece una smorfia.
– Ai capitani di ventura basta una buona spada e la paga, per vivere, – disse poi. – Non chiedono di più e poi, se hanno bisogno di qualche zecchino se lo procurano nei saccheggi.
– Che cosa volete dunque? – chiese la duchessa, con angoscia.
– Che cosa?… – disse il polacco esitando. – La vostra mano.
– La… mia…
– Mano.
Lo stupore della duchessa fu tale che, per parecchi istanti, non trovò parola alcuna per rispondere.
– Scherzate, capitano, – disse finalmente facendo uno sforzo supremo per frenare la sua indignazione. – Ed il visconte Le Hussière?
– Si lascia.
– Mi amate, voi?
– Perdinci! Vi ho amata e anche odiata nell’istesso tempo: amata per la vostra bellezza, per la vostra audacia, per la vostra grazia e pel vostro nome: odiata perchè la vostra spada vinceva quella dell’orso della Polonia. Se accettate, questa sera la galera sarà in fiamme e non tornerà più a Hussif.
La duchessa era rimasta silenziosa, però i suoi occhi brillavano d’una viva fiamma.
– Accettate il patto? – chiese il capitano.
– Sì – rispose la duchessa. – Il visconte ormai è uomo finito, e badate, dovete salvarci tutti. Giuratelo.
– Sulla Croce e sulla Mezzaluna, – disse il polacco. – Datemi la vostra mano.
La duchessa abbandonò la sua, fremendo, in quella callosa dell’avventuriero.
– Questa sera la galera brucerà dalla stiva al pomo degli alberi, – disse il polacco. – Addio, mia dolce fidanzata: non avrete da lagnarvi di me.
Aprì la porta e uscì senza far rumore.
La duchessa era rimasta immobile, colla fronte pensierosa, gli occhi animati da un lampo terribile, le mani strette sul petto.
– Maledetto rinnegato! – esclamò finalmente. – Come ho giuocato Haradja giuocherò anche te. Io non ho giurato sulla Croce.

CAPITOLO XXIV

L’incendio della galera

Mentre nella cabina succedeva quella scena, papà Stake, chiuso nella sentina della galera, si sfogava a mandare al diavolo, nella luna, nel sole ed anche all’inferno, Maometto e tutti i suoi adoratori.
L’irascibile e ciarliero lupo di mare scoppiava come una bomba di pietra dei mussulmani.
– Presi! – gridava, picchiandosi ora la testa e tirandosi la rada e molto bianca barba. – Che la Croce e Dio ci abbiano dunque abbandonati?… È troppo! È ora che la fortuna dei turchi finisca! Così non la può durare o finirò per diventare anch’io un maledetto rinnegato. Che cosa ne dite, signor Perpignano?
Il tenente, che si trovava seduto presso El-Kadur, tenendosi il capo stretto fra le mani, non aveva creduto opportuno rispondere alle sfuriate del mastro.
– Corpo d’un pescecane sventrato, mangiato, divorato e arrostito di poi! Siete tutti morti voi?… Vi rassegnerete dunque a lasciarvi condurre al castello d’Hussif e farvi impalare su quelle aste di ferro che sorgono sulle torri? Io no, per centomila bombe di pietra o di ferro! Non ho nessuna voglia di finire la mia esistenza lassù, nè di lasciarmi scorticare come un asino vecchio.
– Ebbene, papà Stake, che cosa vorreste fare? – chiese il tenente, scuotendosi dall’accasciamento che lo aveva preso.
– Io! – esclamò papà Stake con accento feroce. – Butto all’aria la galera e tutti i furfanti che la montano, noi esclusi però.
– Fatelo dunque, – disse El-Kadur, con un po’ d’ironia.
– E che, pezzo di pan bigio, mi crederesti incapace di dar fuoco alle polveri? Tu non sei un veneziano, nè un dalmato e perciò ti compatisco.
– Sono un uomo che ne vale un altro e che a Famagosta si è fatto notare.
– Ed io forse no? – disse papà Stake, – Ho fatto saltare una torre nel momento in cui i turchi stavano per espugnarla, ed ho mandato tutti all’altro mondo: chi in paradiso, chi in purgatorio, chi all’inferno e chi a vedere le uri, a seconda dei loro peccatuzzi.
Credi tu, pezzo di pan bigio, che un marinaio valga meno d’un terragnuolo e anche sabbioso per soprappiù?
El-Kadur stava per rispondere e forse malamente, quando il signor Perpignano mise fine alla disputa, chiedendo all’irascibile mastro:
– Spiegatevi, papà Stake. Che cosa vorreste tentare?
– Mandare alla malora questa galera, prima che giunga nella baia d’Hussif, – rispose il lupo di mare.
– Anch’io lo vorrei, ma non saprei trovare il modo.
– Si cerca.
– Avete qualche idea?
– Io sì che l’avrei: disgraziatamente mi mancano gli utensili.
– Quali?
– Qualche scure, uno scalpello; qualche cosa insomma che possa servire a sabordare la cala.
– Sabordare?
– Aprire un buon buco per lasciar entrare l’acqua e mandare la galera a picco.
– Non abbiamo nemmeno un coltello, papà Stake.
– Purtroppo, signor Perpignano, – rispose il lupo di mare.
– Io avrei forse un’idea migliore, – disse in quel momento Nikola Stradioto che fino allora non aveva aperto bocca.
– Butta fuori, greco, – disse papà Stake. – Già i tuoi compatrioti godono fama di essere più furbi di tutti i levantini e di dar dei punti perfino agli smirnesi.
– I turchi mi hanno levate le armi e mi hanno lasciato l’acciarino e l’esca.
– Buono per accendere la pipa se avessi un po’ di tabacco, – disse il vecchio mastro.
– E anche per accendere una nave, – rispose il greco, serio.
Papà Stake aveva fatto un soprassalto.
– Lo dicevo io che i greci sono più furbi di tutti! – esclamò, dandosi un poderoso pugno sulla testa. – Il mio cervello vale quello d’un coniglio!
– Vorreste dar fuoco alla galera, Nikola? – chiese Perpignano.
– Sì, signore; sarebbe l’unico mezzo per immobilizzarla.
Senza saperlo, il greco aveva avuto la medesima idea del polacco, l’unica d’altronde che potesse avere qualche riuscita, non potendo pensare, quei pochi uomini sprovvisti d’armi, ad impegnare una lotta disperata contro l’equipaggio turco che era dieci volte più numeroso.
– Che cosa ne pensate? – chiese Nikola, vedendo che tanto il vecchio marinaio quanto il tenente rimanevano silenziosi.
– Che noi ci arrostiremo poco allegramente, – disse finalmente Perpignano.
– Non è alla cala che io intendo dar fuoco, – disse il greco. – Forzeremo prima il boccaporto e andremo ad incendiare il deposito delle gomene e delle vele di ricambio. Riunendo i nostri sforzi potremo riuscire a sfondare la botola che è tarlata.
– E se di fuori, nel frapponte, vi fosse qualche sentinella? – chiese il tenente.
– Le si torce il collo, – disse papà Stake.
– Quando credete che giungeremo nella baia d’Hussif? – chiese Perpignano.
– Non prima di mezzanotte, – rispose Nikola. – La brezza non aumenterà prima del calar del sole. Conosco i venti che spirano su queste coste essendo stato parecchi anni pescatore di corallo in questo tratto di mare.
– E la duchessa? Ed il visconte? Potremo noi salvarli?
– La costa non è lontana, scialuppe ve ne sono a bordo e non avremo difficoltà a raggiungere l’isola. Penserà poi il Leone di Damasco a trarci d’impaccio. Il suo schiavo ormai deve averlo raggiunto.
– Ecco un uomo meraviglioso, – disse papà Stake. – Andiamo ad esaminare la botola e vediamo se con una buona spinta possiamo sfondarla.
Si erano alzati tutti e tre ed essendo la cala illuminata da un piccolo pertugio, non ebbero alcuna difficoltà a giungere al boccaporto che metteva nel frapponte.
Papà Stake vi aveva appena appoggiata la mano per provarne la resistenza, quando la botola improvvisamente s’aprì.
– Non era chiusa! esclamò stupito.
– Perchè ho levata io la verga di ferro, – rispose una voce.
Tre esclamazioni erano sfuggite contemporaneamente dalle labbra del marinaio, del tenente e del greco:
– Il rinnegato!
– Sì, il rinnegato, – disse il polacco col suo solito accento ironico – che viene da parte della duchessa per salvarvi.
Scese la stretta scaletta e si fermò dinanzi ai tre uomini che lo guardavano di traverso, più pronti a saltargli al collo e strozzarlo, che disposti a credere alle sue parole.
– Voi venite… per salvarci? – chiese papà Stake, mettendosi le mani ai fianchi. – Voi! Evvia, volete scherzare, signore? La burla potrebbe costarvi cara, vi avverto prima.
Il polacco alzò le spalle, poi volgendosi verso il tenente, gli disse:
– Dite ad uno dei vostri uomini di mettersi in osservazione presso la botola. Ciò che devo dirvi, i turchi devono ignorarlo; ci va di mezzo la mia pelle.
– Buona per fare i tamburi, – brontolò papà Stake. – Resisterebbe meglio di quella degli asini.
Il tenente fece segno ad El-Kadur di salire la scaletta, dicendogli:
– Se qualcuno s’accosta, avvertici subito.
L’arabo scomparve attraverso la botola senza fare alcun rumore.
– Parlate, capitano, – disse il tenente.
– Voi poco fa complottavate, è vero?
– Noi! – esclamò papà Stake inarcando le braccia.
– Vi ho uditi a parlare.
– È vero, discutevamo sulla luna o meglio ci chiedevamo se è vero che abbia un paio d’occhi, un naso ed una bocca.
– Non scherzate, marinaio, – disse il polacco, con stizza. – Questo non è il momento. Voi progettavate di dar fuoco alla galera.
– Siete uno stregone? – chiese il tenente.
– No: vi ho uditi, essendomi messo in ascolto dietro la tramezzata. Oh! Non spaventatevi per questo: l’idea vostra collima perfettamente colla mia.
– Come! Voi?…
– Io avevo pensato di dar fuoco alla nave e mi ero già accordato colla duchessa.
– Toh! – esclamò papà Stake. – È assolutamente straordinario questo caso. Come possono andare d’accordo il cervello d’un rinnegato e quello d’un greco cristiano?
Il polacco finse di non averlo udito e proseguì:
– So che voi avete un acciarino e dell’esca, è vero?
– Sì, – rispose Nikola.
– Voi cercavate di raggiungere il deposito delle vele di ricambio e dei pennoni.
– È vero, – disse Perpignano.
– Approvo pienamente il vostro progetto. Io questa notte scenderò e leverò la verga di ferro della botola.
– Adagio, signore, – disse il mastro che diffidava sempre. – Chi ci garantisce della vostra lealtà? Non ci tendereste, per caso, un agguato per farci massacrare dai turchi? Sono cose che potrebbero accadere.
– Non sarei venuto qui, – rispose il polacco. – E poi non ci sarebbe stato nulla di difficile a mescolare, fra i cibi che vi saranno fra poco portati, un po’ di veleno e mandarvi diritti all’altro mondo. E poi impegno la mia parola d’onore.
– Hum! – fece il mastro, allungando le labbra e socchiudendo gli occhi. – Quest’onore puzza troppo pel mio naso.
Anche questa volta il polacco finse di non udire l’atroce offesa.
– Dunque? – chiese, guardando Perpignano.
– Giacchè voi date la vostra parola di non tradirci, noi siamo pronti a qualunque sbaraglio, pur di salvare la duchessa ed il signor Le Hussière.
– Siamo d’accordo?
– Sì, capitano.
– Un momento, signore, – disse Nikola Stradioto, intervenendo. – È forte la brezza?
– No, la calma perdura e la galera non riesce a guadagnare due nodi all’ora.
– Sicchè giungeremo nella rada d’Hussif?
– Non prima di domani mattina, se il vento non aumenta.
– Quanto distiamo ora?
– Una quarantina di mîglia per lo meno rispose il polacco.
– Mi bastano queste informazioni.
– A te, ma non a me, – disse papà Stake. – Voglio sapere se vi sono sentinelle nel frapponte.
– Nessuna, – rispose il polacco.
– E dove si trova il deposito delle vele e degli attrezzi di ricambio?
– Sotto il quadro.
Il mastro fece un soprassalto.
– Non bruceremo la duchessa che si trova prigioniera in una delle cabine, se ho udito bene?
– A quell’ora Capitan Tempesta si troverà presso il signor Le Hussière. Ho tutto previsto e tutto calcolato.
Potete dar fuoco liberamente, senza alcun timore. Cercate d’ingannare il tempo meglio che potete e non dubitate che al momento opportuno la botola sarà aperta. Arrivederci presto nelle scialuppe della galera.
Il rinnegato volse le spalle ai tre uomini e risalì lentamente la scaletta, facendo scorrere sopra la botola l’asta di ferro.
– Signor tenente, – disse papà Stake, mentre El-Kadur ridiscendeva. – Vi fidate voi di quell’uomo?
– Mi pare che questa volta sia leale, – rispose Perpignano. – Chissà! Forse il pentimento è entrato in quell’animo…
– Nero, molto nero, – disse il vecchio marinaio, crollando la testa. – Vedremo! D’altronde, morire sotto le scimitarre dei turchi od in bocca ai pescicani mi pare che sia tutt’uno. Crac! E tutto è finito e buona notte alla compagnia e anche ai suonatori, come dicono da noi.
Mezz’ora dopo, due mozzi seguiti da quattro marinai armati di scimitarre e di pistoloni che avevano la miccia accesa, portavano ai prigionieri due cesti contenenti delle olive, del pane nero e un pezzo di carne salata.
Nè i greci, nè i compagni della duchessa scambiarono alcuna parola con quei brutti musi, che li guardavano con certi occhi truci da far venire la pelle d’oca perfino a papa Stake, quantunque questi non fosse molto impressionabile.
Quando i mussulmani se ne furono andati ed il pasto fu divorato, il tenente propose ai suoi uomini di schiacciare un sonnellino, essendovi ben poche probabilità di chiudere gli occhi dopo il tramonto del sole con quel progetto che stava maturandosi.
Si accomodarono alla meglio sui vecchi velacci semiammuffiti che ingombravano la cala ed invitati dal lieve rollìo della galera, non tardarono ad addormentarsi, nonostante le loro preoccupazioni.
Fu papà Stake che pel primo diede la sveglia dopo molte ore. Una profonda oscurità regnava nella cala, perchè nessuno sprazzo di luce penetrava dallo stretto pertugio.
– Perdinci! – esclamò il vecchio lupo di mare. – Abbiamo dormito come ghiri. È bensì vero che abbiamo passata una notte bianca dopo la nostra fuga. Ohe, in piedi, dormiglioni!
Perpignano, El-Kadur ed i greci si erano alzati sbadigliando.
– Già notte? – disse il tenente.
– Il sole deve essersi immerso da parecchie ore, – rispose papà Stake. – Orsù, non perdiamo tempo e vediamo se possiamo arrostire qualche miscredente.
– Siete pronti? chiese il tenente.
– Tutti risposero ad una voce i rinnegati.
– Andiamo!
A tentoni, tenendosi per le casacche, trovarono la scaletta e la salirono. Papà Stake era il primo, avendo assicurato di vederci benissimo anche se mancava una lanterna. Raggiunta la botola, la spinse violentemente e l’alzò senza che opponesse alcuna resistenza.
– Toh! – mormorò. – Che quel cane d’un polacco si sia veramente pentito? Il diavolo ha perduto un’anima.
Passò pel primo e scrutò attentamente le tenebre. Il frapponte pareva deserto e nessuna lampada brillava.
– Se i turchi vorranno farci fuoco addosso, sarà un po’ difficile che ci colgano, – mormorò.
Tese gli orecchi e ascoltò attentamente, mentre i greci, che si erano levate le scarpe per non fare rumore, gli si radunavano intorno.
– Nessuno? – chiese Perpignano sottovoce.
– Lasciatemi ascoltare, signore.
Sulla tolda si udivano i passi pesanti degli uomini di guardia, sul frapponte i puntali scricchiolavano sotto lo sforzo che faceva la galera nell’avanzare e dai sabordi giungevano, ad intervalli, i cupi muggiti dell’onda che si frangeva contro i bordi.
– Mi pare che nessuno si occupi di noi, – disse papà Stake. – Silenzio e mistero, come dicono nelle tragedie.
Tenetevi per mano e siate pronti a strangolare il primo turco che cerca di sbarrarci il passo. Una buona stretta però, in modo da farlo crepare senza che mandi un grido.
– Avanti, – disse Perpignano. – Forse la baia d’Hussif non è lontana.
– Non mettetemi indosso delle paure, signore, – disse il vecchio mastro. – Questo non è il buon momento.
Appoggiò verso babordo, finchè toccò la parete e cominciò ad avanzarsi con infinite precauzioni.
Perpignano, aggrappato alla sua casacca, lo seguiva, poi veniva Nikola e finalmente tutti gli altri che si tenevano per mano, per non perdersi nell’oscurità.
Pareva che papà Stake avesse veramente gli occhi d’un gatto, perchè evitava le colubrine disposte dietro ai sabordi senza mai incespicare, nè rompersi il naso.
Giunto all’estremità poppiera del frapponte, seguì la tramezzata che si estendeva sotto il quadro, cercando colle mani la porta che doveva mettere nel magazzino delle vele, delle gomene e degli attrezzi di ricambio.
Trovata una maniglia, l’afferrò e spinse. Una porta si aprì senza difficoltà.
– Il rinnegato ha mantenuto la promessa fattaci, – mormorò, respirando a lungo. – Questa è la volta che l’orso della Polonia muore.
Si volse verso i compagni, dicendo:
– Fermatevi qui, voi e datemi l’esca e l’acciarino.
– Eccola, mastro, – rispose Nikola.
– È ben asciutta l’esca?
– Prenderà fuoco subito.
– Benissimo: in mezzo minuto tutto sarà finito. Che nessuno si muova e che nessuno parli, soprattutto.
Prese i due oggetti e scivolò nel magazzino procedendo carponi, essendo il tavolato ingombro di casse, di gomene, di pennoni, di catene e di vele arrotolate, e quando fu bene innanzi accese l’esca.
– È tutto incatramato qui: che bel fuoco! Arrostirà anche la mezzaluna.
Vi era lì presso un barile pieno di pece. Il mastro raccolse alcune manate di canape, le incendiò e poi le lasciò cadere parte sui velacci e parte sulla pece.
Quando vide sprigionarsi dapprima una nuvola di fumo e poi brillare delle fiamme, si slanciò fuori dal magazzino urtando Nikola e Perpignano che stavano per raggiungerlo.
– Presto! – mormorò. – Nella cala! Fra mezz’ora tutta la galera sarà in fiamme!

CAPITOLO XXV

Al fuoco! Al fuoco!

Il sole era appena tramontato, quando Metiub, come aveva promesso, scese nella cabina della duchessa per condurla nell’infermeria, dove il visconte gemeva sotto i ferri del medico di bordo, il quale invano cercava di estrargli la palla.
La giovane signora, in preda a profonde angosce, poichè più nessuno si era fatto vedere durante la giornata per darle notizie del fidanzato, nemmeno Laczinki, forse per non suscitare sospetti, lo aspettava. Pareva che la sua straordinaria energia si fosse finalmente esaurita dopo tante terribili emozioni.
Vedendo entrare il turco si era alzata quasi con fatica, scrutando attentamente il viso di lui che appariva piuttosto oscuro.
– Dunque? – gli chiese con ansietà.
– Hussif non è ancora in vista, – rispose Metiub, che pareva fosse di cattivo umore. – La calma continua e la galera non avanza più di una testuggine. Non giungeremo alla rada prima di domani mattina e forse più tardi.
– Non vi chiedo d’Hussif, – disse la duchessa. – È la salute del visconte che m’interessa.
– Il medico non può dire ancora nulla, signora. La palla è sempre conficcata nelle carni e non la si potrà estrarre.
– Allora morrà! – esclamò Eleonora con spavento.
– Che cosa dici, signora? Anch’io a Nicosia ho ricevuto una palla di pistola nel costato destro: nessuno ha potuto levarmela, eppure sono ancora vivo e non mi dà alcuna noia. Quando si sarà stancata di passeggiare pel mio corpo, si presenterà a fior di pelle e le farò aprire la porta con un semplice taglio.
– Voi mi allargate il cuore.
– Non dico però che lo stato del visconte sia troppo buono. La ferita è sempre grave, signora, e non si rimarginerà facilmente.
– Posso vederlo?
– Te l’ho promesso, ma prima che giungiamo a Hussif tu m’insegnerai quel famoso colpo di spada. Ci tengo ad impararlo.
– Sì, però non ora; domani, prima di giungere a Hussif o dinanzi ad Haradja.
– Oh, non in presenza della nipote del Pascià – rispose vivamente il mussulmano. – Potrebbe mancare l’occasione più tardi.
– Cioè, vorreste dire che Haradja potrebbe uccidermi prima che vi abbia insegnata quella stoccata, – disse la duchessa, con amara ironia.
– Io non posso indovinare i pensieri di quella strana donna, – rispose Metiub. – Orsù, vieni, signora. La notte è calata.
Si tolse dal braccio un mantello di lana bianca, adorno d’una larga fascia rossa verso il fondo e di fiocchi di filo d’argento e lo gettò sulle spalle della duchessa, abbassandole il cappuccio fino sulla fronte.
– Andiamo, signora, – disse.
Uscirono dalla cabina e salirono in coperta. Pochi uomini vegliavano, dispersi lungo le murate di babordo e di tribordo, regnando in quel momento sul Mediterraneo una calma, simile a quelle che immobilizzano per settimane e settimane le navi che s’avventurano nelle zone intertropicali.
La duchessa però scorse subito un uomo avvolto in una lunga cappa di lana oscura, che stava appoggiato all’albero poppiero e che le fece un gesto d’addio colla mano.
Era il polacco.
Guidata da Metiub, attraversò tutta la tolda della galera e scese nella batteria che era stata illuminata con due lanterne, passando poi nella corsìa proviera riservata ai feriti.
Vi erano due dozzine di lettucci sospesi alle travature da corde, affinchè i malati non avessero a risentire troppo dei soprassalti della galera durante le forti ondate.
Su uno stava curvo un vecchio turco dalla lunga barba bianca, ed il volto incartapecorito e dalla tinta oscura come quella degli arabi.
– È là – disse Metiub, volgendosi verso la duchessa. – Ti aspetto in coperta, signora.
La duchessa s’avanzò verso il lettuccio presso cui ardeva una lampada appesa alla parete.
Il vecchio turco, che aveva udite le parole del comandante, si era affrettato a trarsi da parte.
Il visconte pareva assopito. Era sempre pallidissimo ed un sudore vischioso gli imperlava la fronte, mentre due semicerchi azzurro cupi si stendevano sotto i suoi occhi.
Il suo respiro era sibilante ed in fondo al petto si udiva un sordo gorgoglio, come se il sangue cercasse di prorompere attraverso le fasce della ferita.
– Muore? – chiese la duchessa, guardando il dottore che la osservava con viva attenzione.
La domanda, fatta in lingua araba, fu subito compresa.
– No, signora, – rispose il vecchio che parlava pure il dolce idioma dei figli del deserto. – Non aver timore, per ora almeno.
– Guarirà?
– È nelle mani di Allah.
– Se tu, sei veramente un tobib, dovresti saperlo.
– Maometto è grande, – si limitò a rispondere il medico.
– Gastone! – mormorò la duchessa con voce dolce. – Mio Gastone!
Il ferito, che forse si era appena assopito, aprì gli occhi ed un lampo di gioia sconfinata illuminò le sue pupille. Un leggero rossore colorì per qualche istante le sue gote, poi subito scomparve.
– Voi… Eleonora… – mormorò con voce semispenta. – Questa… palla… questa… palla…
– Non parlate, – disse il medico, con tono imperioso. – La ferita è grave.
– Tu lo salverai, è vero? – disse la duchessa. – Tu devi essere un bravo tobib.
– Oh, sì, – rispose il turco, lisciandosi nervosamente la bianca barba, – Questo signore non morrà.
Un pallido sorriso sfiorò le labbra del visconte, mentre stringeva i denti per trattenere un gemito.
– Non parlare, – disse il tobib, con voce secca, vedendo che stava per aprire la bocca. – Vuoi ucciderti?
– No, Gastone, non aprite la bocca, – disse Eleonora. – Ne va della vostra guarigione.
Il visconte non aprì le labbra: prese invece una mano della duchessa e la strinse febbrilmente.
– No, – mormorò. – No… non lo volete…
Socchiuse gli occhi per un momento, poi li riaprì, fissandoli intensamente sulla fidanzata.
– Che cosa volete, Gastone? – chiese la duchessa.
– Amatemi… – sospirò il visconte. – La morte… mi colga pure… vedervi… così… come quella notte… a Venezia…
– Non parlate, – disse per la terza volta il tobib. – Io devo rispondere colla mia testa della vostra guarigione.
In quel momento, un grido terribile s’alzò fra gli uomini di guardia che passeggiavano sulla tolda:
– Al fuoco! Al fuoco!
Il tobib aveva fatto un salto verso la porta, mentre la duchessa si precipitava verso la batteria, gridando a piena gola:
– Aiuto! La galera brucia!
Il polacco era comparso all’estremità della corsia.
– Non spaventatevi, signora, – le disse, accostandosele rapidamente. – Quando il pericolo diverrà grave io verrò a salvare voi ed il signor Le Hussière. Non muovetevi da qui e abbiate in me piena e assoluta fiducia. Vado a liberare i vostri marinai.
– Il visconte prima di tutti, ricordatevelo, – rispose la duchessa con voce minacciosa.
– Ho giurato disse il polacco – e mi premete troppo voi, per mancare alla mia promessa. Siate tranquilla: tutto finirà bene.
– Non potranno domare il fuoco?
Un sorriso ironico spuntò sulle labbra del polacco.
– Con quali pompe? – disse poi. – Ho pensato a tutto.
Ciò detto risalì rapidamente in coperta, dove regnava una grande confusione.
Tutta la guardia franca usciva dalla camera comune di prora, onde cooperare all’estinzione del fuoco che doveva essersi manifestato violentissimo, a giudicarlo dalle ondate di fumo denso e puzzolente, che irrompevano nel quadro del boccaporto di poppa che era aperto.
Il polacco si accostò a Metiub, il quale sagrava lanciando ordini a destra e a manca.
– Dov’è scoppiato il fuoco? gli chiese.
– Nel magazzino degli attrezzi di ricambio, a quanto pare, – rispose il turco che pareva furibondo.
– Chi può aver incendiato quel luogo?
– Chi… Chi… ! Quei cani di cristiani di certo.
– Tu perdi la testa, capitano. Sono rinchiusi nella cala che si trova a prora mentre il fuoco è scoppiato a poppa. Lascia anzi che vada a liberare quegli uomini e mandiamoli alle pompe. Le braccia non sono mai troppe in simili disastri.
– Hai ragione, capitano, – rispose Metiub. – Va’ a liberarli e facciamoli lavorare.
Era quello che desiderava il polacco, il quale temeva che i turchi s’accorgessero della mancanza della sbarra di ferro che aveva levata alla botola.
Mentre l’equipaggio, calmatosi alquanto, si disponeva a combattere vigorosamente l’incendio, il polacco scese nel frapponte e passò nella cala.
I greci, Perpignano, El-Kadur e papà Stake stavano radunati all’estremità della scaletta, ascoltando attentamente i rumori che provenivano dalla tolda.
– Salite! – gridò il polacco affacciandosi alla botola.
– Il fuoco? – chiese Perpignano che precedeva tutti.
– Avvampa terribile – rispose il polacco.
– E la mia padrona? – chiese El-Kadur, con ansietà.
– Non corre alcun pericolo; non preoccuparti.
– Voglio vederla disse l’arabo con energia.
– Va’ a raggiungerla, se vuoi e veglia anche tu su di lei. Si trova nell’infermeria. Sbrigatevi voialtri e guardatevi dal tradirvi.
Il drappello si slanciò nel frapponte, che era ormai invaso da un fumo densissimo fortemente impregnato di catrame e comparve in coperta.
– Alle pompe i cristiani! gridò Metiub appena li vide.
– Meno me, – disse Nikola avvicinandosi al polacco.
– Perchè tu no?
– Vi siete dimenticato della gagliotta, signore?
– Che cosa vuoi fare, Nikola? – chiese Perpignano che l’aveva udito.
– Aspetto che le scintille cadano su quel legno e lo incendino onde impedire ai turchi di salvarsi su quello e di condurci egualmente a Hussif.
– Tu sei un brav’uomo, – disse il polacco.
– Non preoccupatevi di me, ci ritroveremo sulla costa. Cinque miglia a nuoto non mi fanno paura. Al momento opportuno scomparirò.
– Alle pompe i cristiani! – urlò per la seconda volta Metiub. – Volete che vi faccia frustare?
I greci con Perpignano, papà Stake e Simone si affrettarono a obbedire, mentre invece Nikola, approfittando della confusione che regnava ormai sulla galera, tornava nel frapponte coll’idea probabilmente di calarsi in acqua da qualche sabordo e di raggiungere a nuoto la gagliotta.
Il fuoco, che aveva trovato un alimento formidabile nelle gomene incatramate, nei velacci e negli attrezzi di ricambio, in pochi minuti aveva preso proporzioni spaventose.
Il quadro ormai era tutto in fiamme e lunghe lingue ardenti sfuggivano attraverso i sabordi di poppa, investendo il fasciame.
I turchi, che pareva avessero perduta la testa, correvano all’impazzata qua e là, sordi ai sagrati di Metiub e degli ufficiali, invocando Allah ed il Profeta, invece di formare le catene coi buglioli.
I greci, guidati da papà Stake si erano slanciati verso le pompe, per non far nascere qualche sospetto, ma quando cominciarono a premere sulle aste, s’accorsero che dalle bocche di presa non usciva nemmeno una goccia d’acqua.
– Capitano, – disse papà Stake, fermando Metiub che gli passava accanto. – Le vostre pompe sono inservibili.
– Che cosa dici, cane d’un cristiano? – urlò il turco.
– Che, senza essere un cane, le vostre pompe non dànno acqua e ve lo dice un vecchio mastro della flotta veneziana.
– Se le ho fatte provare l’altro giorno!
– Non so che cosa dirvi: il fatto è che con queste non spegnerete mai l’incendio.
Metiub lanciò una bestemmia, che non dovette certo riuscir gradita nemmeno agli orecchi del Profeta.
– Visitate le manichelle! – gridò, volgendosi verso i suoi ufficiali che s’affannavano a formare le catene.
Due o tre uomini si mossero per eseguire l’ordine, ma tosto delle grida di terrore s’alzarono.
– Le manichelle sono tagliate! Siamo perduti!
Papà Stake guardò il polacco che era forse l’unico che in tanto trambusto conservasse una calma perfetta e lo vide sorridere sardonicamente.
– Ho capito, – borbottò il brav’uomo. – È stato lui a fare il colpo. Credevo prima che i più furbi fossero i greci; ed ora m’accorgo che hanno dei maestri fra i polacchi. Orsù, la galera se ne va ed è meglio sgombrarla.
Quantunque la notizia sparsasi che le pompe erano inservibili avesse sgomentato anche Metiub, pure l’equipaggio non aveva perduto la speranza di salvare la nave.
Delle catene si erano prontamente formate per passare più rapidamente i buglioli e l’acqua aveva cominciato a correre abbondantemente, dentro il quadro, dove l’incendio avvampava già terribilmente in causa dei barili di pece che ingombravano il sottostante magazzino.
Immense nuvole di fumo irrompevano dai boccaporti di poppa, avvolgendo l’alberature e getti di scintille s’innalzavano, minacciando di mettere fuoco alle vele che nessuno aveva pensato di far abbassare sul ponte.
I greci e papà Stake, per meglio ingannare i turchi e allontanare sempre più qualsiasi sospetto, facevano del loro meglio per versare acqua entro quella fornace, che non accennava ad estinguersi, affrontando coraggiosamente quel turbinio di scintille e quel fumo fetente che rovinava le gole. Ogni sforzo però era vano. Le fiamme continuavano a dilatarsi, minacciando di avvolgere fra le loro spire distruggitrici tutta la poppa del veliero.
Già guizzavano attraverso le tavole ormai consunte dell’alto cassero ed irrompevano attraverso gli ampi sabordi del quadro, facendo colare il catrame del fasciame e divorando i corbetti ed i bagli.
Il frapponte e le batterie erano ormai così piene di fumo che nessuno poteva più discendere. I puntali cadevano, uno ad uno, con fragore e la scassa dell’albero di mezzana aveva pure preso fuoco.
Metiub non aveva ancora perduta la speranza di poter conservare la sua bella galera; con saggia previdenza aveva subito fatta inondare la santabarbara onde le polveri non prendessero fuoco e mandassero tutti all’aria e per maggior precauzione aveva fatto mettere in acqua le scialuppe onde salvarsi sulla gagliotta che era sempre a rimorchio.
Quelle misure erano state prese appena a tempo, poichè mezz’ora dopo, nonostante gli sforzi energici dei mussulmani, le fiamme raggiungevano la polveriera. Ormai tutta la poppa avvampava e miriadi di scintille, spinte dalla brezza notturna, cadevano anche in gran numero sulla gagliotta, minacciando d’incendiare la sua alberatura.
Era quello che aspettava Nikola. Nessuno poteva sospettare di lui non essendo stata notata, fra la confusione che regnava a bordo della galera, la sua assenza. Aveva già disposto tutto per farla avvampare rapidamente, spargendo sotto il ponte catrame, pece e polvere da sparo.
Metiub, che ormai aveva compreso essere inutile ogni lotta contro il terribile elemento che divorava ingordamente ogni cosa, stava per dare il comando di abbandonare la nave e di salvarsi sulla gagliotta, quando delle grida di spavento echeggiarono sul ponte.
– Ha preso fuoco! Ha preso fuoco!
– Che cosa? – chiese il capitano Metiub, slanciandosi fra i vortici di fumo.
– La gagliotta ha preso fuoco!
– Ecco la fine, – disse il mussulmano con ira. – Allah così voleva ed era scritto!
Il fatalismo turco aveva spento subitamente quello scatto di rabbia.
Tuttavia non volle darsi ancora per vinto.
– Acqua, marinai! Acqua! Non dobbiamo perdere la galera che ci ha affidata la nipote del grande ammiraglio, – gridò con suprema energia, – Tutto non è ancora perduto.
Ci voleva ben altro che quell’acqua versata dai buglioli per spegnere quelle vampe che ormai minavano da tutte le parti la nave.
Nemmeno le pompe sarebbero state più sufficienti a domarlo, anche se fossero state in numero doppio.
Le fiamme si erano aperte un varco attraverso il tavolato del cassero già consunto, e alimentate dalla brezza che cominciava a soffiare con forza, s’abbattevano sulla tolda, in cortine orizzontali, che parevano tende ondeggianti agitate senza posa da una miriade di diavoletti.
Si udivano i legnami a crepitare e contorcersi. L’incendio dilagava, volava anzi, guadagnando sempre, divorando le travature di pini del Mar Nero già sature di resina.
Tutta la poppa della galera non era altro che una immensa fornace che vomitava come un vulcano, nuvoloni di fumo vermiglio, sulfureo, bianco e nero, che s’allungavano a perdita d’occhio ottenebrando e tingendo di colori sinistri il mare, le velature e gli uomini.
Un turbinìo furioso di scintille e di cenere copriva tutta la galera e le esplosioni che si succedevano per lo scoppio dei barili pieni di catrame e di pece, lanciavano una vera grandine di braci e di tizzoni ardenti che spazzavano il ponte come scariche di mitraglia, facendo indietreggiare turchi e cristiani.
– È finita, – disse papà Stake gettando via il bugliolo. – Se noi non ce ne andiamo, cuoceremo tutti come costolette in mezzo al catrame.
Il polacco che gli stava dietro lo interpellò:
– Lo credi proprio?
– È ora di scappare, capitano, – rispose il vecchio lupo di mare. – Se tardiamo ancora un po’, ci mancherà la tolda sotto i piedi e allora buona notte a tutti.
– Dov’è El-Kadur?
– Presso il visconte.
– Vado a occuparmi della duchessa e del ferito.
– Fate presto, signore: il catrame fra poco scorrerà sotto di noi.
Metiub in quel momento accorreva, seguito da parte dell’equipaggio.
– Ce ne andiamo dunque? – gli chiese il polacco fermandolo.
– La galera è perduta, – rispose il turco, facendo un gesto disperato.
– Tutti lo vedono.
– Guadagneremo la costa colle scialuppe.
– Ci staremo tutti?
– Lo spero. Andate a salvare la signora.
– Ci penso io, – rispose il polacco.
Attraversò di corsa la tolda e si precipitò nell’infermeria, mentre i turchi s’affollavano confusamente sulle murate per prendere posto nelle imbarcazioni.
El-Kadur stava per prendere fra le braccia il visconte, quando il polacco comparve.
– Occupati della tua padrona, – gli disse Laczinki. – Ci penso io al visconte; tobib, aiutami.
– Lasciamo la galera? – chiese la duchessa che pareva smarrita.
– Sì, signora, – rispose il rinnegato. – La tolda sta per cadere e gli alberi non si reggono più.
– E Perpignano, papà Stake?…
– Non so dove siano. C’è una confusione enorme lassù. Sbrighiamoci, signora, o non troveremo più posto nelle scialuppe.
Avvolse in una coperta il visconte, il quale era nuovamente svenuto, lo prese fra le robuste braccia e seguì la duchessa che El-Kadur traeva quasi a forza verso il frapponte, ingombro ormai di fumo e di fiamme.
Il vecchio medico li aveva già preceduti per preparare al ferito un posto su una delle scialuppe.

CAPITOLO XXVI

L’assassinio del visconte Le HUssière

Una confusione spaventevole regnava sulla tolda della galera. I marinai, appena Metiub aveva dato l’ordine di sgombrare e di salvarsi, si erano avventati contro le murate per giungere prima sulle imbarcazioni che erano state accostate sotto il tribordo del veliero e siccome tutti non potevano ad un tempo calarsi giù dai paranchi, avevano impegnata una lotta furibonda a pugni, a calci e anche a colpi di coltello.
Invano Metiub ed i suoi ufficiali avevano tentato di regolare la discesa nelle scialuppe. Più nessuno li ascoltava; la disciplina non regnava più a bordo della galera.
Papà Stake, che si era immaginato quello che doveva succedere e che voleva serbare ad ogni costo una scialuppa per la duchessa e pel signor Le Hussière, si era aggrappato ad un paranco e, spalleggiato da Perpignano, da Simone e dai greci, oppose una disperata resistenza.
– Lasciate questa barca alla signora, gaglioffi! – urlava. – Nessuno la prenderà! A me, signor Perpignano! Rompete i musi a questi birbanti!
Una banda di mussulmani si era rovesciata addosso ai greci ed ai veneziani, per impadronirsi della scialuppa, urlando ferocemente:
– Via di qui i giaurri! Buttiamoli in acqua!
Un turco si era gettato contro il mastro cercando di fargli lasciare il paranco. Papà Stake, senza nemmeno voltarsi, gli sferrò un calcio nel ventre e così terribile da farlo stramazzare sulla tolda mezzo accoppato.
Perpignano, trovata una scure appesa al bastingaggio, l’aveva alzata sulle teste degli altri, gridando minacciosamente:
– Indietro o vi spacco il cranio.
Anche i greci e Simone non rimanevano inoperosi. Tempestavano, con pugni e calci, i miscredenti ben lieti di approfittare di quella confusione per vendicarsi delle lunghe umiliazioni patite e come lavoravano! Metiub però, che ci teneva a salvare la duchessa, per imparare quel famoso colpo di spada, fu lesto ad intervenire, facendo sibilare la scimitarra sulle teste dei suoi marinai.
– Via di qua, miserabili! – tuonò, prendendo a piattonate i più vicini. – Devo ricondurre ad Haradja quella signora ed i cristiani e manterrò la promessa. Via o la mia lama berrà sangue mussulmano!
In quel momento la duchessa era comparsa sul ponte, con El-Kadur e seguita dal polacco e dal medico, i quali reggevano il visconte.
– Largo! – urlò l’arabo. – Prima la signora!
Mentre i greci e Perpignano, aiutati da Metiub, respingevano i turchi per aprire il passo alla duchessa, un drappello di marinai che cercavano di sottrarsi alla pioggia di tizzoni e di cenere che cadeva sulla tolda, si gettò fra i cristiani separandoli.
Il polacco, che non aveva ancora raggiunta la murata, fu travolto dai fuggiaschi e sospinto verso tribordo.
– Ecco il buon momento, – mormorò. – Maometto ed il diavolo mi aiutano.
Non scorgendo più nè la duchessa, nè i veneziani, nè i greci, che erano stretti contro la murata dai fuggiaschi, si volse verso il vecchio medico, dicendogli:
– Salvati e non pensare a me; ci penso io al ferito. Fa’ presto o non troverai posto nelle scialuppe.
Poi, sicuro di non essere osservato, passando sulla tolda nuvoloni di fumo scavalcò la murata di tribordo, e tenendo sempre stretto il visconte, che non aveva ancora ripresi i sensi, si lasciò cadere risolutamente in mare.
Sprofondò, sollevando un getto di spuma, e, quando ricomparve, era solo.
– Vadano a ripescarlo ora, – mormorò il miserabile. – D’altronde era ormai un uomo morto che nemmeno quell’imbecille di tobib avrebbe potuto salvare.
Quantunque indossasse una corazza piuttosto pesante ed avesse a fianco lo spadone polacco, si mise a nuotare vigorosamente lungo il bordo della galera, passando sotto la prora.
Cercava di raggiungere le scialuppe che si trovavano dall’altra parte e che forse in quel momento stavano per prendere il largo.
Un canotto montato da una mezza dozzina di mussulmani stava proprio allora staccandosi.
– A me, marinai! – gridò. – Non lasciate perire un capitano dei giannizzeri.
– Siamo già troppo carichi, – rispose una voce.
– Fermatevi, canaglie, o vi taglio gli orecchi. Ho ancora la spada al fianco!
– C’è un posto ancora, – disse un’altra voce. – Accosta, capitano. Il polacco, che doveva essere un buon nuotatore, con quattro bracciate raggiunse il canotto ed aiutato dai marinai fu levato dall’acqua.
– Dritti alla costa, – disse subito. – Avrete cinquanta piastre di regalo.
Si collocò a poppa, prese la barra del timone e la leggera imbarcazione prese subito il largo, dirigendosi verso l’isola che non era lontana più di cinque o sei miglia.
Passando accosto alla poppa, il polacco scorse la duchessa scendere lungo il paranco, sorretta da El-Kadur.
– Che gli altri brucino pure, – mormorò. – A me basta che si salvi lei. Voga! Non lasciamoci raggiungere o ci affonderanno.
La galera e la gagliotta bruciavano come due zolfanelli. Il fuoco, non più combattuto, guadagnava rapidamente, investendo le alberature.
Bruciavano ormai le vele ed i pennoni, coprendo le tolde di tizzoni fiammeggianti e di lembi di stracci infiammati.
Sulla tolda della nave da guerra la lotta continuava feroce, fra i turchi, i quali si disputavano accanitamente le scialuppe che ancora rimanevano e che non potevano bastare a tutti.
Di quando in quando degli uomini cadevano o forse venivano precipitati in mare ed urla spaventevoli s’alzavano in mezzo alle ondate di fumo e alle lingue di fuoco.
Quando il vento abbatteva quelle cortine fiammeggianti, si vedevano correre sulle murate, come spettri, illuminati da bagliori d’inferno, file di marinai che avevano le vesti infiammate.
Un vecchio mastro, dalla lunga barba bianca, ritto sulla crocetta dell’albero maestro che ardeva come una immane torcia, pallido come un cadavere, cogli occhi dilatati da una improvvisa pazzia e fissi sulle fiamme, gesticolava, ripetendo memorabili parole di Selim I:
– Ecco il soffio ardente delle mie vittime! Io sento che distruggerà l’Islam, il mio serraglio e me pure!
Il polacco, in piedi sull’ultimo banco di poppa, con una mano sulla barra del timone, guardava spaventato quella scena terribile, mentre i turchi arrancavano disperatamente.
La galera e la gagliotta erano ormai tutte in fiamme, dalla prora alla poppa, dalla cala alle crocette degli alberi.
I pennoni cadevano con immenso fracasso, storpiando od ammazzando coloro che erano ancora a bordo della grossa nave e che non si erano decisi a gettarsi in acqua; le murate cadevano, i vetri dei sabordi di poppa scoppiavano, i pezzi delle batterie rovinavano in mare attraverso i corbetti ed il fasciame ormai consunto ed in mezzo a quell’inferno, gli ultimi superstiti ululavano spaventosamente accrescendo l’orrore di quella notte.
Tutte le scialuppe, già cariche quasi da affondare, avevano preso frettolosamente il largo, senza preoccuparsi dei marinai che erano rimasti a bordo e che cadevano a drappelli, soffocati dal fumo o sotto una tempesta di tizzoni che piovevano dalle alberature.
Il polacco, che le osservava attentamente, aveva subito scorta quella montata dalla duchessa e dai cristiani ed un’altra sulla quale si era messo in salvo Metiub.
– Sarei stato più contento se quel maledetto turco fosse stato divorato da quelle fiammate – mormorò, aggrottando la fronte. – Quell’uomo può guastare i miei affari. Bah! Un buon colpo di pugnale dato a tradimento, nel mezzo delle spalle, sbarazza sovente gli importuni. E poi chissà, – aggiunse – potrei fare di lui un alleato prezioso e anche…
Una detonazione spaventevole che si ripercosse lungamente sul mare, spaventando gli equipaggi delle scialuppe lo interruppe.
Il deposito delle munizioni della gagliotta aveva preso fuoco ed era scoppiato, smembrando di colpo il piccolo veliero e facendo saltare l’alberatura.
Per alcuni istanti un fitto nuvolone coperse ogni cosa, anche la galera che era prossima, poi si vide lo scafo affondare rapidamente, colla prora in aria, che mostrava il suo bompresso a cui erano ancora appesi i fiocchi.
– L’altra non tarderà a seguirla, – borbottò il polacco. – Su, animo, marinai, date dentro ai remi. Fra mezz’ora saremo al sicuro sulla spiaggia.
I mussulmani che componevano l’equipaggio del canotto non avevano certo bisogno di essere incoraggiati.
Temendo di venire raggiunti dai loro compagni che si vedevano nuotare ancora in buon numero nelle acque della galera, arrancavano disperatamente tendendo i muscoli e puntando i piedi contro i banchi.
La leggera imbarcazione volava sulle onde, precedendo sempre tutte le altre, compresa quella montata dalla duchessa, quantunque i greci lavorassero vigorosamente per giungere a terra prima dei mussulmani, per cercare di darsela a gambe.
Verso le tre del mattino, nel momento in cui la galera stava per affondare, il polacco ed i marinai del canotto toccavano la spiaggia, in un luogo ove s’innalzavano a breve distanza delle alte rupi, che pareva non permettessero di attraversarle essendo tagliate quasi a picco.
– Prepariamoci a sostenere una parte terribile, – disse l’avventuriero, il quale, malgrado tutta la sua audacia, appariva pallidissimo. – Come la duchessa accoglierà la notizia della scomparsa del visconte? Mi crederà?
Le altre scialuppe stavano per arrivare a breve distanza le une dalle altre.
Quella della duchessa era sempre la prima; un’altra, montata da Metiub e da una dozzina e mezza di marinai, la seguiva da presso. Altre quattro, tutte molto cariche, venivano dopo.
– Se il mare le avesse inghiottite tutte, fuorché quella della duchessa, sarei stato più contento, – mormorò Laczinki. – Non so come nè quando potrò liberarmi da queste mignatte.
La scialuppa montata dai cristiani si arenò a venti passi. L’avventuriero fu pronto ad accorrere, assumendo un aspetto desolato e stringendosi addosso i panni che grondavano ancora acqua.
Eleonora, che era stata la prima a scendere, intuì una disgrazia perchè l’avventuriero la vide subito diventare smorta.
– Ed il visconte? – chiese, correndogli incontro.
– Come! – esclamò il polacco, fingendo la più alta maraviglia. – Non l’hanno calato nella vostra scialuppa?
– Chi?
– I due turchi ed il medico cui lo avevo affidato nel momento che quattro o cinque mascalzoni mi avevano assalito per strapparmelo di mano e gettarlo in mare.
– Dio! – esclamò la duchessa, portandosi una mano al cuore e vacillando. – Non era con voi?
– Sì, signora, ma ho dovuto difendermi per impedire a quei miserabili di ucciderlo e come vedete dallo stato miserando delle mie vesti, hanno avuto il sopravvento su di me e mi hanno gettato giù dalla galera.
– È morto allora! – urlò la disgraziata donna, cadendo fra le braccia di Perpignano, che era subito accorso con papà Stake.
– Aspettiamo le altre scialuppe, signora, – disse il polacco. – Forse l’avranno calato in quella montata da Metiub.
La duchessa non lo udiva più. La terribile notizia pareva che l’avesse uccisa sul colpo, poichè non dava ormai più segno di vita.
– La signora muore! – gridò Perpignano, spaventato.
– Non sarà che uno svenimento, – disse papà Stake. – Sfido io, con questa brutta nuova.
– Portatela nella scialuppa, presto, tenente; aiutatelo, El-Kadur.
L’arabo prese la duchessa, sollevandola come se fosse una bambina e corse verso l’imbarcazione, seguito dal veneziano.
Papà Stake era rimasto dinanzi al polacco, guardandolo con occhi che non promettevano nulla di buono.
– Udiamo, capitano, – gli disse coi denti stretti. – Dove avete lasciato il visconte?
– L’ho già detto, – rispose l’avventuriero. – Lo avevo affidato al medico ed a due marinai che mi erano devoti.
– E questo medico dov’è?
– Suppongo che si troverà in una delle quattro scialuppe che seguono quella di Metiub.
– Perchè l’avete abbandonato? El-Kadur mi ha detto che lo portavate voi, fra le vostre braccia.
– Alcuni fanatici si erano gettati su di me per strapparmelo dalle mani e gettarlo in mare. Tu, mastro e vecchio, devi ben sapere che i mussulmani odiano i cristiani.
– E che cosa avete fatto allora?
L’avventuriero aggrottò la fronte e posò la destra sulla guardia del suo spadone, con un gesto minaccioso.
– Sembra, mastro, che tu mi interroghi, come se ti avessero creato, d’un colpo solo, un giudice dell’inquisizione, – disse.
Papà Stake strinse le poderose mani, poi, fissando l’avventuriero, rispose con voce rauca:
– Mastro o giudice, io voglio sapere da voi, come è scomparso il signor Le Hussière e vivaddio dovete dirmelo.
Il polacco stava per mandarlo forse a casa del diavolo, poi, riflettendo, s’accorse subito che non gli tornava conto inimicarsi con quell’uomo e far nascere dei sospetti.
– Te l’ho già detto, mastro, – rispose. – D’altronde noi non siamo ancora sicuri che sia rimasto sulla galera o che l’abbiano assassinato.
Mi ricordo che, mentre mi gettavano in mare, udii il tobib gridare: Guai a chi tocca questo ferito: esso appartiene alla nipote del Pascià.
– Devo credervi?
– Non vedi che le mie vesti sono inzuppate d’acqua.
– Bene, aspetteremo le scialuppe.
– E se il visconte, nel trambusto fosse stato ucciso? – chiese il polacco.
– Cercherò l’assassino o gli assassini e avranno da fare con me. Papà Stake è vecchio, ma ha dei muscoli da rompere le costole anche ad un orso della Polonia.
L’avventuriero finse di non udirlo e volse verso la spiaggia, sulla quale stavano in quel momento sbarcando i naufraghi. Metiub giungeva in buon punto per sfuggire all’imbarazzante dialogo.
– Siete tutti salvi, voi, cristiani? – chiese, rivolgendosi al vecchio marinaio.
– Sì, tutti, meno uno, quello che più ci premeva rispose papà Stake.
– Chi manca? – chiese il turco con ansietà. – La signora forse?
– Il signor Le Hussière, – rispose il polacco.
Metiub aggrottò la fronte e fissò a lungo il rinnegato.
– Come! Non l’avevate voi fra le braccia? – chiese.
– È vero, ma i vostri uomini me lo hanno strappato, hanno gettato me in mare e probabilmente anche il ferito.
Un’imprecazione sfuggì dalle labbra del mussulmano.
– Li avete riconosciuti, capitano, quei marinai! – chiese. – Additatemeli e li faccio giustiziare subito.
– Non saprei ricordarli e non voglio correre il rischio di far uccidere degli innocenti. Non avevo il cervello a posto in quel momento, colla confusione che regnava sulla galera.
E poi non avrei avuto il tempo di guardarli un po’ attentamente, perchè fui sollevato da otto o dieci braccia e scaraventato sopra il bordo.
– Io avevo promesso ad Haradja di ricondurli vivi tutti e anche alla cristiana avevo data la mia parola che avrei salvato il signor Le Hussière.
Tuoni della Mecca! Eccomi in un bell’impiccio! Corro il pericolo di non imparare più mai quel famoso colpo di spada.
– Che cosa pensate di fare ora, capitano? – chiese il polacco.
– Di accamparci qui e di mandare degli uomini a Hussif per avere delle barche.
Il vecchio marinaio che aveva assistito al colloquio, ammiccò gli occhi guardando il polacco, poi volse le spalle e si allontanò mormorando:
– Sì, aspetta, imbecille d’un turco, di ricondurci dalla nipote del pascià. Non saremo così sciocchi di non alzar le vele o meglio i talloni e di correre dal Leone di Damasco. Penserà quel bravo giovane a levarci da tutti questi impicci.

CAPITOLO XXVII

Muley-el-Kadel alla riscossa

Ben- Tael, lo schiavo fedele di Muley-el-Kadel, non aveva perduto il suo tempo.
Essendo abilissimo nuotatore e trovandosi la gagliotta nel momento dell’abbordaggio, a meno di quattro miglia dalla costa, non aveva avuto troppe difficoltà a mettersi in salvo prima che la galera piombasse sui cristiani.
Nascosto dietro un’alta rupe, aveva assistito al furioso combattimento e alla cattura del piccolo veliero.
Certo ormai che i turchi riconducessero i cristiani da Haradja e che solo il suo padrone potesse salvarli, appena le due navi si erano rimesse alla vela verso il settentrione, lo schiavo, superate le rocce che lo dividevano dalle pianure interne dell’isola, si era lanciato a corsa disperata verso Famagosta, dove era sicuro di trovarlo.
L’arabo delle dune non è quello dell’interno. Al pari dell’abissino è un buon camminatore, usando pochissimo il mahari ossia quel cammello ad una sola gobba che può divorare sessanta ed anche settanta chilometri in dodici ore, accontentandosi d’un po’ di farina impastata, e di un po’ di fumo di buon tabacco: il caffè di quei bravi quadrupedi.
Allenato da lunga pezza, partì colla velocità d’un’antilope onde raggiungere al più presto il suo signore ed informarlo del triste esito della sua missione. Come tutti i negri dell’Arabia sapeva dirigersi per intuizione, al pari dei colombi viaggiatori, senza aver bisogno di bussola.
La via da percorrere era lunga, tuttavia Ben-Tael era sicuro di giungere molto presto a Famagosta, contando sulla solidità dei suoi garetti.
Passò tutta la notte sempre correndo, si riposò tre o quattro ore al mattino, in una fattoria risparmiata, chissà in sèguito a qual miracolo dalle orde furibonde di Mustafà, poi si rimise in viaggio facendo sforzi sovrumani per guadagnare miglia su miglia.
Nondimeno non fu che al cader del secondo giorno che poté finalmente scorgere le torri di Famagosta.
Era talmente sfinito da non poter più reggersi in piedi, non avendo mangiato che un po’ di pane nero e qualche manata di olive e non avendo dormito che sei ore su trent’otto.
La resistenza fenomenale della sua razza aveva però trionfato meravigliosamente e Ben-Tael non aveva chiesto di più al suo organismo.
Alle otto del mattino, nell’ora in cui le porte di Famagosta venivano aperte ai radi contadini incaricati di procurare quanto avevano di meglio allo sterminato esercito di Mustafà, Ben-Tael, coperto di polvere, di fango e bagnato ancora di sudore, entrava nella disgraziata città, ormai popolata da soli mussulmani dopo che tutti gli uomini erano stati barbaramente massacrati e le donne fatte schiave sulle navi del pascià ancorate in Nicosia, per essere condotte a Costantinopoli.
Le vie e le piazze anche dopo tanti giorni, erano ingombre di rovine ed occupate da reparti di mussulmani e da un numero infinito di cani, accorsi dalle campagne per divorare i cadaveri degli ultimi veneziani.
Il popolo conquistatore nulla aveva ancora fatto. Mustafà, pago di aver finalmente distrutti tutti i difensori dell’isola disgraziata, si riposava indolentemente, nè i suoi pascià facevano di meglio.
Famagosta non doveva più mai risorgere: tale era l’ordine di Selim e quei bravi mussulmani, ciechi istrumenti del Sultano, lasciavano che tutto crollasse intorno a loro: case, baluardi, torri, basiliche, tutto insomma che potesse ricordare qualche cosa del ruggente Leone di San Marco.
Ben-Tael, che non ignorava dove abitasse il suo signore, attraversò, sempre correndo, la città e si presentò dinanzi alla casetta che era guardata da un drappello di giannizzeri.
– Il mio padrone? – chiese subito, allontanando impetuosamente i soldati che volevano sbarrargli il passo. – Fate largo al suo servo devoto che aspetta impazientemente.
Udendo quelle parole, nessuno aveva osato fermarlo. Muley-el-Kadel, che stava cenando assieme ad un pascià suo amico, udendo quella voce si era affrettato ad accorrere sulla gradinata della casetta.
– Tu! – esclamò, vedendo lo schiavo. – Mi rechi una triste notizia, Ben-Tael?
– È vero, signore, – rispose lo schiavo. – I cristiani sono stati ripresi da una galera comandata da uno dei capitani di Haradja.
– Haradja! – gridò il Leone di Damasco, con ira. – Che io debba incontrare sempre sui miei passi quella tigre in gonnelle? Parla: spiegati!
Bastarono allo schiavo pochi minuti per informarlo di quanto era avvenuto dopo che si era imbarcato sulla gagliotta, senza dimenticare alcun particolare.
– Haradja non si smentisce, – disse il Leone di Damasco, quando ebbe ascoltato il racconto dello schiavo. – Sempre strana e sempre crudele! Dove credi tu Ben-Tael, che siano stati condotti i cristiani?
– Certo al castello d’Hussif, mio signore, – rispose lo schiavo.
– Da Metiub?
– Sì, padrone.
– Haradja mi restituirà la duchessa, – disse Muley-el-Kadel, con accento feroce. – Si guardi!… Il Leone di Damasco è abbastanza formidabile per vincere quella tigre.
– È terribile quella donna, signore! – disse lo schiavo.
Un sorriso di disprezzo comparve sulle labbra del fiero giovane.
– Vedremo, – disse – se sarà più formidabile Haradja o colui che si chiama il Leone di Damasco!
– Da’ ordine al mio aiutante di campo che si preparino trenta cavalli ed altrettanti uomini scelti fra i più valenti della mia compagnia.
Se Haradja vorrà opporsi ai miei voleri, avrà da fare con me. Mustafà è potente; il pascià è forse più potente ancora, ma Muley-el-Kadel è la prima lama dell’esercito mussulmano e gode troppa fama fra i guerrieri dell’Islam.
Sfido entrambi!
– Sicchè andremo al castello d’Hussif, padrone?
– E senza perdere tempo, – rispose Muley-el-Kadel. – Quella donna è capace di vendicarsi subito e noi dobbiamo giungere colà prima che arrivino i prigionieri.
In otto ore di galoppo sfrenato potremo giungere sotto le mura del castello.
– E Mustafà, padrone?
– Non saprà nulla per ora.
– Ma più tardi? Tu sai che cosa regala il Sultano a coloro che porgono aiuto ai cristiani.
– Sì, un cordone di seta affinchè si appicchino, – rispose Muley con un sorriso. – Non temere per me, mio fedele Ben-Tael. Il Leone di Damasco non si uccide che a colpi di spada e nessun mussulmano oserebbe misurarsi con me, nemmeno Metiub.
Va’ e che fra mezz’ora la scorta sia qui: scegli i migliori fra quelli che io ho condotto da Damasco, che sono devoti a mio padre ed a me fino alla morte.
Lo schiavo, che doveva possedere una resistenza meravigliosa per non riposarsi un momento, dopo così lunga marcia, uscì, correndo, mentre altri schiavi insellavano rapidamente il cavallo di battaglia del loro signore, che era annoverato fra i più veloci delle scuderie mussulmane dei pascià.
La mezz’ora non era ancora trascorsa che Ben-Tael si fermava dinanzi alla casetta, montando un bellissimo destriero tutto bianco. Lo seguivano trenta cavalieri damaschini, coperti di ferro e armati di lunghi moschettoni, di scimitarre dalla lama larghissima e di mazze d’acciaio, tutti begli uomini, di forme robuste e con lunghe barbe nere che davano loro un aspetto brigantesco.
– Eccoci, padrone, – disse, vedendo Muley-el-Kadel comparire sulla cima della gradinata. – Siamo pronti a partire ed a seguirti dovunque, anche all’inferno, se lo desidererai.
Il Leone di Damasco guardò attentamente i cavalieri, poi, soddisfatto da quell’esame, discese rapidamente e balzò in sella al suo cavallo di battaglia, che scalpitava e soffiava rumorosamente, impaziente di slanciarsi.
– Avanti, miei prodi! – gridò.
La truppa partì ventre a terra, dietro al fiero giovane ed a Ben-Tael che cavalcava al fianco del suo signore, conoscendo meglio d’ogni altro la via che conduceva al castello d’Hussif.
Attraversarono, senza che i giannizzeri di guardia osassero fermarli, uno dei bastioni della città e si gettarono sulla tenebrosa campagna, spronando furiosamente.
– Se i cavalli non cedono, ai primi albori noi saremo a Hussif, padrone, – disse Ben-Tael. – Vedremo come ci accoglierà Haradja.
– Non certo troppo bene rispose Muley.
Poi, dopo una pausa, disse:
– Eh! Chissà… può darsi invece che sia lieta di rivedermi. Tu sai che mi ha lungamente amato e che sperava di diventare la moglie del Leone di Damasco.
– Lo ha confessato anche alla duchessa.
– Haradja?
– Me lo disse in confidenza El-Kadur.
– E come si è espressa verso di me?
– Non troppo bene, a quanto seppi. Pare che ora vi odii più che amarvi.
– Lo vedremo rispose il giovane mussulmano, con un sorriso ironico. – È crudele, ma anche molto sensibile quella donna. Sprona, Ben-Tael: ho paura di giungere troppo tardi.
La scorta che era pure ben montata, seguiva da presso Muley e lo schiavo, però doveva spronare poderosamente, per non rimanere addietro ai due destrieri arabi, che pareva avessero il fuoco dentro le vene.
Alle due del mattino il drappello sostò una mezz’ora, dinanzi alle collinette che separavano le pianure dell’interno dagli stagni morti delle sanguisughe, onde non stremare completamente i cavalli, che fino a quel momento avevano galoppato con una furia infernale; poi ripresero la corsa, cacciandosi entro una gola strettissima che doveva sboccare nella pianura acquitrinosa.
Quando il cielo incominciò ad imbianchire, Ben-Tael mostrò al suo signore le alte torri d’Hussif che giganteggiavano sulla cima dell’enorme rupe dominante il mare.
– Fra mezz’ora o tre quarti d’ora ci saremo, padrone, – gli disse lo schiavo. – Rallentiamo un po’, essendo il sentiero che conduce lassù assai faticoso.
Avendo oltrepassati già gli stagni morti, che in quell’ora erano deserti, la scorta cominciò a salire le prime rupi, aizzando per l’ultima volta i cavalli che sembravano sfiniti.
Erano appena giunti sul piccolo altipiano su cui sorgeva l’imponente castello quando le scolte delle torri diedero l’allarme.
Pochi minuti dopo il ponte levatoio cadeva con gran fragore ed una turba di giannizzeri e di marinai, armati di moschettoni, occupava i margini dei fossati pronti a respingere i cavalieri.
Muley-el-Kadel fece fermare la scorta e s’avanzò solo verso quei soldati, che avevano già accese le micce e che pareva si preparassero a far fuoco.
– Sono il Leone di Damasco! – gridò, alzando la destra. – Andate ad avvertire la nipote di Alì pascià della mia venuta.
Un gran grido uscì da cento bocche, un gran grido di entusiasmo.
– Salute e lunga vita a Muley-el-Kadel!
Le file dei giannizzeri e dei marinai si erano subito sciolte per correre a salutare il famoso guerriero che, così giovane, si era già guadagnato tanto glorioso nome fra l’armata mussulmana.
– Dorme ancora, Haradja? – chiese Muley, quando le grida festose furono cessate.
– Sta alzandosi, signore, – rispose uno schiavo, accorrendo. – È già stata avvertita della tua presenza, signore.
– Fate largo dunque, – disse il giovane guerriero.
Fece cenno alla scorta di seguirlo e fece la sua entrata nel cortile d’onore dove parecchi capitani lo aspettavano.
Altri schiavi intanto accorrevano, portando dei vassoi pieni di chicchere di caffè e dei pasticcini da offrire al seguito.
Muley-el-Kadel aveva appena messo piede a terra e vuotata una tazza di eccellente moka, quando il maggiordomo del castello mosse incontro al guerriero dicendogli:
– La mia padrona ti aspetta, signore. Vuoi seguirmi?
– Solo?
– Sì, desidera vederti solo, – rispose il maggiordomo.
Muley si volse verso Ben-Tael che gli stava dietro e gli sussurrò agli orecchi:
– Che i miei uomini non disarmino. Tenetevi pronti a tutto.
Lo schiavo fece col capo un moto d’assentimento.
– Andiamo, precedimi, – disse Muley al maggiordomo.
Salirono il grande scalone e Muley fu introdotto nella medesima sala ove Haradja e la duchessa avevano pranzato insieme.
La nipote del pascià stava, come quella volta, appoggiata alla tavola, tutta chiusa in un’ampia vestaglia di seta bianca, con risvolti di damasco azzurro e ricami d’argento.
– Tu, Muley-el-Kadel; – gli chiese con voce lenta, un po’ velata, senza muoversi. – Non credevo di vederti mai rientrare in questo castello. Che cosa vieni a fare qui?
– A chiederti notizie di una donna cristiana che tu hai ospitata per alcuni giorni e che poi hai fatta inseguire dal tuo capitano.
Una cupa fiamma animò gli occhi d’Haradja, mentre il suo viso s’imporporava.
– Ah! Quella donna che si era presentata qui, vestita da capitano? – chiese la crudele mussulmana con un sorriso sardonico.
– Sì, quella, – disse Muley-el-Kadel con voce ferma.
– Ah! – fece per la seconda volta la nipote del grande ammiraglio.
– Dov’è? chiese il Leone di Damasco, con tono quasi minaccioso.
– Chi lo sa?…
– Non è qui?
– Se fosse giunta non so, Leone di Damasco, se tu l’avresti trovata viva.
– È dunque sempre crudele, Haradja?
– Sempre.
– Tu devi sapere ove si trova. Io ho saputo che la galera di Metiub ha raggiunta e abbordata la gagliotta montata dai cristiani.
Haradja ebbe un sussulto violento, come lo scatto d’una giovane fiera.
– L’ha presa! – gridò, rizzandosi di colpo, coi lineamenti alterati da una collera intensa. – Chi me la strapperà ora di mano?
– Io sono venuto perchè tu me la ceda, assieme ai cristiani che l’accompagnano.
– E tu, mussulmano… – gridò Haradja.
– Sì, proteggo costoro, – rispose Muley-el-Kadel, con voce fredda.
– E credi tu che, se Mustafà o Selim venissero informati di questo, chiuderebbero gli occhi?
– Comandino all’esercito di arrestarmi: sono l’idolo del campo e nessuno oserebbe porre le mani sul Leone di Damasco.
– Basterebbe un cordone di seta mandato da Costantinopoli, – disse Haradja.
– Costantinopoli è troppo lontana, – disse Muley, con voce beffarda.
– Vi sono delle galere abbastanza rapide ed in cinque o sei giorni quel cordone potrebbe giungere qui.
– Saresti capace di denunciarmi?
Haradja gli si accostò, mettendogli le mani sulle spalle e, dopo d’averlo fissato a lungo, con due occhi che parevano fossero diventati fosforescenti come quelli d’una tigre, gli disse con voce sibilante:
– Che cosa ne hai fatto tu del mio cuore, orgoglioso Leone di Damasco? Io so che tu me lo hai fatto a pezzi, dopo d’averlo incendiato coi tuoi occhi.
T’amavo, sai, Muley-el-Kadel, t’amavo immensamente, come solo sa amare una donna della mia razza e tu, la mia affezione l’hai disprezzata! Eppure io non ero una donna qualunque: ero la nipote del più grande ammiraglio che abbia avuto finora la flotta mussulmana e che tanti pascià si disputavano.
Le torture che io ho sofferto, non te le narro; io sola so quante notti insonni ho passate pensando a te, a quel baldo e giovane guerriero che riempiva delle sue gesta eroiche il campo dei mussulmani, e che avevo tante volte veduto galoppare in mezzo alle lance ed alle spade dei veneziani, fra il fuoco degli archibugi e delle colubrine, coll’invincibile scimitarra in pugno, bello e forte come il dio della guerra.
E tu vorresti ora, che questa Haradja che per te ha pianto, sai Muley-el-Kadel, ha pianto, ti desse nelle mani quella cristiana che si è risa di me e che tu ami?
Il Leone di Damasco fece col capo un gesto di diniego.
– Sì, l’ami! – gridò Haradja, fuori di sè. – Lo leggo nei tuoi occhi e poi, basta l’interesse che tu prendi per costei ed i pericoli che tu sfidi per salvarla, per confermarmelo. Quella maledetta cristiana ti ha morso il cuore! Negalo se l’osi!
– T’inganni, Haradja, – rispose Muley, con un accento però che non era molto persuasivo. – Quella donna valorosa che militava nel campo dei cristiani, sotto il nome di Capitan Tempesta, mi salvò la vita, e sarebbe stata un’onta pel Leone di Damasco, che gode fama di essere generoso, come quelli che infestano i deserti della nostra Arabia, a non proteggerla.
– Ma sì che l’ami! – ripetè la nipote del pascià, con voce furente.
Il Leone di Damasco incrociò le braccia sul petto, come in atto di sfida e, fissandola con calma, le disse:
– E se così fosse, Haradja?
– La cristiana è mia, si trova fra gli artigli di Metiub e non mi sfuggirà! Farò infilzare il suo capo, giacchè ha destato tante passioni, sulla più alta cima delle mie torri. Haradja lo giura sul Corano e tu sai se io sono donna da mantenere i giuramenti.
Il Leone di Damasco fece l’atto di estrarre la scimitarra, poi, prontamente frenandosi, rispose:
– Metiub non è ancora giunto: spero di poterlo arrestare prima che sbarchi.
– Lui! Ed i miei uomini non li conti? E la sua galera? Avresti per caso una squadra a tua disposizione per tentarlo?
– Vedrai di che sarà capace il Leone di Damasco. Addio, Haradja e per sempre.
Il giovane uscì a testa alta, un po’ pallido, ma risoluto.
– Guàrdati dal cordone di seta del Sultano! – gli gridò la nipote del pascià.
– Ordina pure che me lo regali, – disse Muley, senza voltarsi.
Stava per varcare la soglia, quando Haradja che lo seguiva cogli occhi scintillanti d’una gioia selvaggia, lo fermò con un grido.
Muley-el-Kadel si era subito arrestato, volgendosi di colpo colla destra sull’impugnatura della scimitarra, temendo qualche tradimento.
– Ah! Mi dimenticavo una cosa, – disse la nipote del pascià, la quale si era rapidamente accostata ad una panoplia dove erano disposte artisticamente molte armi appartenenti a diverse specie.
– Che cosa vuoi ancora, da me? – chiese il Leone di Damasco, che si teneva in guardia.
– Farti un regalo che ti sarà certamente caro.
– Di che cosa si tratta?
– Voglio darti la spada colla quale il bell’Hamid, o meglio Capitan Tempesta, mise fuori combattimento la più formidabile lama dell’armata mussulmana.
La unirai a quell’altra che scavalcò te, così avrai due bei ricordi della donna che tu ami.
Così dicendo aveva fatta scorrere una mano sulla parete coperta d’armi, arrestandola bruscamente su una piccola rosa di metallo dorato, che reggeva la parte superiore della panoplia.
Subito il suolo mancò sotto i piedi del Leone di Damasco.
Una tavola del pavimento si era bruscamente abbassata e Muley-el-Kadel era scomparso entro una specie di pozzo mandando un terribile urlo di furore, a cui aveva subito fatto eco uno scoppio di risa stridenti.
– Eccoti in mio potere, prode guerriero, – disse Haradja, con accento selvaggio, mentre la tavola risaliva rapidamente e riprendeva il suo posto. – Ah! Quanto sono ingegnosi quei veneziani! Ho perduto Hamid, ma ho guadagnato il Leone, questo vale l’altra.
Si curvò sul pavimento al di sopra della tavola, ascoltando attentamente. Attraverso il legno udiva sagrati e minacce: il Leone di Damasco pareva che non si trovasse troppo bene in fondo a quel pozzo, che doveva mettere probabilmente in qualche tenebroso sotterraneo del castello.
– Agli altri, ora, – disse finalmente Haradja, alzandosi.
Uscì, avviandosi verso la galleria che prospettava sul vastissimo cortile d’onore. La scorta del Leone di Damasco si trovava ancora là, radunata nel mezzo, cogli archibugi sul dinanzi delle selle, che fumavano avendo le micce accese e le scimitarre sguainate appese all’arcione.
– Trenta disse, dopo d’averli contati, aggrottando la fronte e facendo un segno di collera. – I miei giannizzeri son ben più numerosi, ma fidatevi di quegli uomini! Se i marinai di Metiub fossero qui, la cosa sarebbe ben più spiccia e questa sera tutte quelle teste ornerebbero deliziosamente le torri del mio castello.
Cerchiamo di guadagnare tempo. Metiub non deve essere molto lontano.

CAPITOLO XXVIII

Il tradimento d’Haradja

Tornò indietro, senza essersi fatta vedere dalla scorta e chiamò il maggiordomo, che attendeva i suoi ordini in una sala attigua a quella che Haradja usava ordinariamente per ricevere le persone di sua confidenza e cenare o pranzare in loro compagnia.
Il turco, un vecchio eunuco assai obeso e di statura quasi gigantesca, doveva aver già indovinato il pessimo tiro giuocato dalla sua padrona al Leone di Damasco, poichè, nel vederla entrare, si era permesso di sorriderle e di ammiccare furbescamente gli occhi.
– Il sotterraneo è sicuro? – chiese Haradja.
– Sì, padrona, – rispose l’eunuco, – Non ha che una sola uscita e quella è chiusa da una porta laminata in ferro, capace di resistere anche ad una colubrina.
– Va’ a chiamare il comandante dei giannizzeri ed intanto fa’ servire alla scorta di Muley-el-Kadel caffè, gelati e dolci e pregali di disarmare e di riposarsi, finchè il loro padrone avrà terminato di far colazione con me.
– Obbediranno?
– Ne dubiti?
– Ho veduto il Leone di Damasco sussurrare delle parole agli orecchi di quel negro, che sembra sia il comandante della scorta.
– Va’ e non occuparti d’altro. Al resto penso io. Attendo il capitano dei giannizzeri nella mia sala.
L’eunuco, quantunque fosse poco persuaso, discese lo scalone e comandò a parecchi schiavi, che l’aspettavano sulla soglia d’una stanza a pianterreno, di portare dei copiosi rinfreschi alla scorta, poi mosse risolutamente verso Ben-Tael che pareva s’impazientisse di non veder tornare il suo padrone.
– Prega i tuoi uomini di spegnere le micce dei loro archibugi e di scendere da cavallo, – gli disse. – Il Leone di Damasco sta pranzando colla mia padrona e non sarà fra voi prima di un’ora.
Ben-Tael fece un gesto di stupore.
– Il mio signore pranza colla nipote del pascià! È impossibile!
– E perchè? – chiese l’eunuco. – Che cosa vi trovi di strano? Forse che il Leone di Damasco non era un amico della mia padrona?
– Era, – disse Ben- Tael. – Ma non so se lo sia ancora e noi non siamo giunti in qualità veramente di amici.
Dirai quindi al mio signore che noi aspetteremo il suo ritorno rimanendo in sella.
– Haradja vi manda dei rinfreschi, – disse l’eunuco, accennando agli schiavi che s’avvicinavano portando dei larghi vassoi d’argento pieni di chicchere, di tazze e di tondi colmi di pasticcini d’ogni genere.
Ben-Tael lo guardò fisso negli occhi, come avesse cercato di leggergli qualche segreto pensiero, poi rispose, con accento risoluto:
– Noi non abbiamo bisogno di nulla. Ringrazierai però egualmente la tua signora della sua gentile attenzione a nostro riguardo.
– Rifiutate?
– Sì, – risposero asciuttamente gli uomini della scorta ad una voce.
– La mia padrona potrebbe offendersi.
– Il Leone di Damasco la tranquillizzerà, – disse Ben-Tael. – Noi dobbiamo obbedire ai suoi ordini e, finchè non verrà lui a dirci di accettare, non assaggeremo nulla.
– È troppo occupato per disturbarlo per una cosa così da poco.
– Aspetteremo.
L’eunuco, comprendendo che non sarebbe mai riuscito a smuovere il negro se ne andò assai di cattivo umore, temendo un brutto scoppio d’ira da parte della sua irascibile padrona.
La trovò infatti nella sala da pranzo che girava attorno alla tavola come una tigre in gabbia, col viso animato da una collera terribile e gli occhi fiammeggianti.
In un angolo, mogio mogio, stava il capitano dei giannizzeri che aveva mandato a chiamare.
– E tu, sei riuscito almeno? – chiese la nipote del pascià, volgendosi come una furia verso il povero eunuco.
– Quegli uomini hanno rifiutato non solo di assaggiare i tuoi pasticci ed i tuoi gelati, bensì anche di disarmare e di scendere da cavallo.
– Hanno qualche sospetto forse? – chiese Haradja, impetuosamente.
– Qualche cosa temono di certo, signora. Mi sembrano tutti turbati e assai stupiti che il loro signore abbia accondisceso a pranzare con te.
– E tu, capitano, non rispondi della fedeltà dei tuoi giannizzeri? – chiese Haradja, volgendosi al comandante del corpo di guardia.
– Si tratta del Leone di Damasco, signora, e dubito che essi si prestino a distruggere la sua scorta. Quel giovane è troppo popolare fra l’esercito mussulmano e sono certo che tutti i soldati si ribellerebbero, anche se tale ordine venisse dato dal gran Vizir Mustafà.
– Ebbene, distruggerò gli uni e gli altri! – gridò Haradja con esaltazione.
Poi, volgendosi verso l’eunuco:
– Chiama a raccolta tutti gli schiavi e gli arabi della mia scorta e fa occupare da loro le terrazze superiori e tu, capitano, va’ a disarmare i tuoi uomini giacchè non posso contare sulla loro fedeltà.
Staccò dalla parete una scimitarra da combattimento, levandosi quella leggera e ricchissima che portava più per ornamento che per altro, chiamò i due arabi che stavano di guardia nel corridoio e comandò loro di accendere le micce dei loro archibugi e di seguirla nel cortile.
La scorta di Muley-el-Kadel non si era mossa e all’estremità del cortile si trovavano radunati i giannizzeri del corpo di guardia del ponte levatoio. Avevano ancora le loro armi e discutevano animatamente col loro capitano.
Sulle terrazze dominanti il cortile una trentina di servi e di arabi avevano preso posto sui parapetti, armati di lunghi archibugi.
Ben-Tael, sicuro del valore dei suoi damaschini che aveva scelti con grande cura, aveva guardato senza paura Haradja, che s’avanzava verso di lui colla fronte aggrottata e la sinistra posata fieramente sulla guardia della scimitarra.
– Sei tu che comandi la scorta? – chiese al negro, con voce sprezzante.
– Sì, signora.
– Ma… io ti ho veduto ancora! Tu eri fra gli uomini di Hamid! È vero.
– Non lo nego.
– E osi presentarti ancora dinanzi a me, cane d’un negro! – gridò Haradja furibonda.
– Io devo obbedire agli ordini del mio padrone, signora, – rispose Ben-Tael, freddamente.
– Sei dunque uno schiavo di Muley?
– Sì.
– Scendi da cavallo e getta le tue armi.
– Non posso obbedirvi, signora: solo dal Leone di Damasco posso ricevere degli ordini.
– Miserabile! Sono la nipote del Pascià! Disarmate tutti o nessuno di voi uscirà vivo dal mio castello.
Nessuno dei trenta uomini si mosse, nè spense le micce degli archibugi, anzi, Ben-Tael che teneva in mano due pistole, aveva fatto atto di puntarle verso la castellana.
– Mi avete capito? – gridò Haradja, che per la prima volta si vedeva contrariata nei suoi comandi.
– Noi disarmeremo, signora, – disse Ben-Tael, – solo quando vedremo comparire qui il nostro signore. Che cosa ne avete fatto del figlio del potente Pascià di Damasco? Noi vogliamo saperlo.
– Tu lo vuoi?
– Sì, signora, – rispose lo schiavo alzando la voce, onde anche i giannizzeri che assistevano alla scena potessero udirlo. – Voi avete arrestato il Leone di Damasco e fors’anche lo avete ucciso!
Un mormorio minaccioso s’era alzato dalla scorta e fra tutti quegli uomini era passato come un fremito d’ira, a malapena represso.
– Conducete qui il Leone, signora! – gridò lo schiavo.
– Ah! Tu comandi a me? – disse Haradja, rossa di collera. – A me, giannizzeri! Disarmate questi uomini e mandateli a raggiungere, nei sotterranei del castello, Muley-el-Kadel.
Con suo immenso stupore anche i suoi uomini non si erano mossi, quantunque il loro capitano avesse gridato ripetutamente:
– Avanti! Obbedite!
– Vili! – gridò Haradja. – Vi farò impalare tutti!
Poi, alzando una mano verso i servi e gli arabi che stavano sulle terrazze, comandò:
– Fuoco! Spazzatemi questi traditori!
I trenta uomini della scorta, con una mossa simultanea avevano puntati gli archibugi verso le terrazze, facendo una scarica terribile, mentre Ben-Tael sparava le sue pistole sui due arabi che seguivano Haradja facendoli stramazzare moribondi sulle pietre del cortile.
Mentre servi e arabi, presi da un panico indescrivibile fuggivano all’impazzata attraverso le terrazze, lo schiavo, approfittando dello stupore di tutti, si era gettato giù da cavallo ed era piombato su Haradja afferrandola strettamente per una mano e puntandole contro il jatagan che si era levato dalla cintura.
– Signora, – le disse, mentre i suoi uomini ricaricavano precipitosamente gli archibugi – non vi farò alcun male Purchè diate ordine che si conduca qui subito Muley-el-KadeL. Se vi rifiutate, giuro sul Corano che vi ucciderò, qualunque cosa possa dopo accadere.
Haradja era rimasta muta ed immobile. Pareva che quell’atto audace avesse paralizzata la sua indomabile energia.
– Il Leone di Damasco o la morte, signora! – ripeté Ben-Tael, con voce ancor più minacciosa.
Haradja tentò con uno sforzo supremo di liberarsi da quella stretta senza potervi riuscire, possedendo lo schiavo di Muley-el-Kadel, sotto un’apparenza piuttosto gracile, una muscolatura di ferro.
– Non mi sfuggirete, signora, – le disse Ben-Tael. – È inutile che tentiate di resisterci e vi avverto anzi che noi siamo uomini da andare fino a fondo.
– A me, giannizzeri! – ripetè Haradja, con voce strozzata dal furore.
Anche questa volta i selvaggi e formidabili soldati del Sultano non alzarono le armi e non lasciarono il loro posto. Solamente il capitano si era slanciato innanzi per accorrere in suo aiuto e, fatti pochi passi, aveva dovuto subito fermarsi dinanzi a quattro archibugi che lo avevano preso di mira.
– Non avanzare, comandante, – aveva gridato un uomo della scorta, – o comando il fuoco!
Dinanzi a quella minaccia, il povero capitano non aveva più osato inoltrarsi. Haradja capì finalmente di non poter più contare sopra nessuno, nemmeno sugli arabi e sugli schiavi, i quali, dopo la prima scarica che aveva fatto parecchi vuoti nelle loro file, non avevano più il coraggio di mostrarsi sulle terrazze.
– Cedo alla violenza, – disse, coi denti stretti, saettando su Ben-Tael uno sguardo pieno d’odio. – Ricordati però che un giorno la nipote del pascià si vendicherà terribilmente di te e che non morrà contenta se prima non ti avrà fatta strappare di dosso la tua nera pelle.
– Quel giorno farete di me quello che vorrete, signora, – rispose lo schiavo. – Pel momento, se vi preme salvare la vostra, dovete far condurre qui, senza ritardo, il mio padrone e signore. Non vi accordo che cinque minuti di tempo.
Haradja si volse verso l’eunuco che gli stava a pochi passi, più morto che vivo per lo spavento.
– Conduci qui il Leone di Damasco, – gli disse.
– Quattro uomini lo seguano e lo uccidano se cerca d’ingannarci, – disse Ben-Tael, volgendosi verso la scorta.
Quattro cavalieri balzarono a terra e presero in mezzo il disgraziato eunuco, soffiandogli in faccia il fumo delle micce degli archibugi.
– Avanti e senza volgerti indietro, – gli disse uno dei damaschini, spingendolo ruvidamente, – e bada soprattutto alla tua testa che mi pare sia piuttosto pesante pel tuo collo.
Il pover’uomo, che tremava come una foglia, guidò i quattro uomini verso la base d’uno dei torrioni, aprì una porticina ferrata e scomparve colla scorta.
Ben-Tael aveva subito allentata la stretta, lasciando libera la nipote del grande ammiraglio, dicendole:
– Aspettate il ritorno del Leone di Damasco, mia signora. Forse avrà ancora qualche cosa da dirvi prima di lasciare il vostro castello.
Haradja si morse le labbra a sangue e non rispose.
Trascorsero alcuni minuti. I damaschini, sempre a cavallo, sorvegliavano attentamente le terrazze, pronti a sparare sugli arabi e sugli schiavi se avessero osato mostrarsi.
I giannizzeri guardavano ora la scorta del giovane Leone ed ora Haradja, senza aprire bocca, colle micce degli archibugi spente, decisi a quanto sembrava a nulla tentare contro il più popolare eroe dell’esercito mussulmano ed a sfidare la collera della loro padrona, senza darsene molto pensiero.
Ad un tratto i quattro damaschini apparvero, gridando:
– Salutate il Leone di Damasco!
Muley-el-Kadel era comparso dietro di loro tranquillo e sorridente.
Si fermò un momento, guardando i suoi uomini che agitavano festosamente i loro elmetti, lanciò su Haradja uno sguardo sprezzante, attraversò poi lentamente il cortile e salì sul suo cavallo, che Ben-Tael teneva per le briglie.
– Partiamo, – disse semplicemente.
La scorta gli si mise dietro e sfilò fra i giannizzeri che si erano affrettati ad aprire le file, gridando:
– Lunga vita al Leone di Damasco!
Muley-el-Kadel fece loro un gesto d’addio e attraversò il ponte levatoio.
Quando fu all’estremità del piccolo altipiano si volse e vide ferma in mezzo al ponte la nipote del Pascià che gli tendeva il pugno con un gesto minaccioso.
– Tigre! – mormorò il giovane. – Riprendimi ora se lo puoi.
E spronò il cavallo vivamente, raggiungendo in brevi istanti le pianure acquitrinose.
Solo là Muley-el-Kadel rallentò alquanto la corsa, per lasciarsi raggiungere da Ben-Tael che era rimasto indietro colla scorta.
– È necessario impedire che la galera di Metiub giunga a Hussif o la duchessa sarà perduta disse al fedele schiavo.
– E come faremo, signore? Non abbiamo navi sottomano.
– A Suda vi sono parecchie gagliotte prese ai greci e gran numero di rinnegati dell’Arcipelago e sono sia le une che gli altri sotto gli ordini del capitano Chitet, un uomo che mi deve molta riconoscenza e qualche cosa d’altro ancora.
Egli metterà tutto il suo naviglio a mia disposizione, senza sollevare alcuna difficoltà e vedremo se la galera di Metiub potrà resistere all’attacco di una mezza dozzina di quei velieri montati da gente risoluta come noi, e da rinnegati, certo ansiosi di menar le mani contro i miei compatrioti.
Vi è una via che costeggia il mare?
– Sì, padrone, ed è la più breve per giungere a Suda.
– La conosci?
– Come questa.
– Andiamo dunque a vedere il Mediterraneo – concluse Muley-el-Kadel. – Non si tratta che di far presto.
– In quattro ore noi saremo a Suda, se i cavalli non cadranno.
– Spero che resisteranno a questo ultimo sforzo.
Lasciarono la pianura acquitrinosa e piegarono verso ponente, dove una serie di collinette divideva la campagna dalle rive del Mediterraneo.
Trovata facilmente una gola attraverso quelle alture, scesero verso la spiaggia slanciandosi sulle dune, fra le quali gli isolani avevano aperto un sentiero che le sabbie, sollevate dai venti di scirocco e di ponente, avevano quasi interamente coperto.
Galoppavano da un paio d’ore, aizzando sempre i poveri animali che avanzavano penosamente, ansando e sbuffando, quando dietro una duna s’alzò un uomo seminudo, molto abbronzato, che gridò con voce stentorea:
– Ferma, Ben-Tael! Salute al Leone di Damasco!
Tutta la scorta si era fermata, sguainando le scimitarre, temendo che dietro le dune si tenessero celati altri uomini.
Ad un tratto un grido sfuggì allo schiavo di Muley-el-Kadel.
– Nikola Stradioto!
– Chi è costui? – chiese il Leone di Damasco.
– Un greco, quello che guidava la gagliotta e che ci condusse a Hussif.
– Come ti trovi qui tu? – chiese Muley, facendogli cenno di accostarglisi.
– Una domanda prima, signore. Dove andavate? In cerca della duchessa?
– Sì, e vengo in questo momento dal castello d’Hussif, credendo che fosse stata condotta colà.
– Si trova altrove, signore, e se non vi affrettate a correre in suo aiuto, non so se si salverà dalle zampe dell’avventuriero polacco.
Essi fuggono inseguiti dai marinai di Metiub.
– Che cosa mi racconti tu?
– La galera è stata incendiata da me e da papà Stake ed è affondata, non c’è quindi per ora pericolo che i cristiani vengano ricondotti a Hussif.
– E dov’è la duchessa? – chiese Muley con profonda emozione.
– Non molto lontana da qui.
– Vi è anche il visconte con lei?
– No, l’avventuriero polacco l’ha annegato. Io ho veduto quel miserabile lasciarsi cadere in fondo al mare e tornare a galla solo. Stavo per abbandonare la gagliotta ed io ho assistito all’assassinio di quel disgraziato gentiluomo.
– Sali dietro di me e guidaci, ma dimmi prima perchè ti trovavi qui.
– Mi avviavo verso il castello colla speranza di trovarvi, essendomi immaginato che Ben-Tael vi avrebbe condotto colà, non avendo egli potuto assistere al disastro della galera e…
Una scarica di archibugi, che risuonò in lontananza, dietro la linea delle colline, gli impedì di proseguire.
– Monta! – gridò Muley-el-Kadel, estraendo la scimitarra.
Poi, volgendosi verso i suoi uomini, comandò con voce tuonante:
– Alla carica e non risparmiate i soldati di Haradja. Il Leone di Damasco vi guida!

CAPITOLO XXIX

La morte del polacco

Quantunque la duchessa, già da quando aveva incontrato il visconte Le Hussière nel cortile del castello d’Hussif, si fosse un po’ rassegnata a perdere il fidanzato, che le lunghe privazioni ed i disagi d’una lunga campagna prima e la crudeltà d’Haradja, avevano ridotto in tristissime condizioni di salute e più ancora dopo la grave ferita toccatagli, apprendendone la morte aveva avuto un lungo svenimento, seguito da una disperata crisi di lagrime.
Per un momento papà Stake, El-Kadur e Perpignano, che la curavano amorosamente sotto una tenda improvvisata con una vela trovata in una delle scialuppe, avevano avuto il timore che perdesse la ragione.
Fortunatamente, ventiquattro ore dopo, la crisi era cessata ed una calma improvvisa era subentrata, permettendo alla duchessa di chiudere gli occhi e di addormentarsi.
Metiub, che pensava sempre a quel famoso colpo di spada e che temeva di non poterlo imparare mai più, dopo d’aver fatto improvvisare un accampamento fra le dune pei suoi sessanta uomini che erano riusciti a salvarsi, non aveva mancato di visitare parecchie volte la duchessa, spingendo la sua generosità fino a mettere a disposizione dei cristiani una parte dei viveri, che alcuni uomini previdenti, anche fra tutto quel trambusto, erano riusciti ad imbarcare.
Il polacco si era pure presentato sotto la tenda, ma gli sguardi poco rassicuranti di papà Stake ed il contegno sprezzante di Perpignano l’avevano consigliato a tenersi lontano. Il dubbio che potesse essere stato lui ad assassinare il visconte, si leggeva troppo chiaro sui volti oscuri di quei due uomini e l’avventuriero non desiderava, pel momento, avere questioni.
– Cadrà egualmente fra gli artigli dell’Orso, anche se voi veglierete su di lei, – si era detto il briccone, uscendo dalla tenda. – Fra poco faremo i conti anche con voi, miei poveri galli spennati e si era ben guardato dal farsi vedere fra le dune occupate dai cristiani.
Come abbiamo detto, dopo ventiquattro ore, la duchessa, calmatasi un po’, si era addormentata. Era appunto quel sonno riparatore che attendevano ansiosamente El-Kadur, Perpignano e papà Stake.
– Ecco il momento di deciderci, – disse il vecchio marinaio, – Una notte ancora perduta e noi andremo a girare come mostraventi sulle aste di ferro che s’innalzano sulle torri d’Hussif.
Io ho saputo che quest’oggi è giunto all’accampamento uno dei messi mandati da Metiub nei villaggi della costa e che ha recata la notizia che domani una gagliotta giungerà per raccoglierci.
– Sai questo? – disse Perpignano, spaventato.
– Me l’ha assicurato un mastro che avvicina Metiub.
– Allora bisogna decidersi prontamente, – disse El-Kadur.
– Non si tratta altro che di alzare i tacchi appena i turchi si saranno addormentati, – rispose papà Stake. – Io credo che la duchessa, con quattro o cinque ore di buon sonno sarà in grado di seguirci. Ha una fibra meravigliosa, più resistente di quella d’un capitano di ventura… Per San Marco! Ed il polacco? Non veglierà quel briccone?
– Ed io non ci sono?
– Che cosa vuoi dire, El-Kadur?
– Che un pugnale lo tengo nascosto sotto la mia fascia e che sarà pronto a spaccare il cuore di quel miserabile.
– Adagio, arabo del mio cuore, getta un po’ d’acqua nel tuo sangue ardente. Qui non siamo nel deserto e dobbiamo essere estremamente prudenti.
– Se ci sbarrasse la strada?
– Allora farai quello che meglio ti piacerà. Se però dormirà anche lui come un ghiro, lascialo in pace. Un giorno lo ritroveremo, spero e allora vi sarà anche il vecchio Stake a prestarti man forte.
– Concludiamo, – disse Perpignano. – Per che ora la fuga?
– Il più tardi possibile, tenente, onde lasciar tempo alla signora duchessa di rimettersi meglio dal terribile colpo ricevuto. E poi, alle tre o alle quattro si dorme più intensamente che alla mezzanotte.
– Dovremo procurarci almeno delle armi, perchè noi saremo indubbiamente inseguiti dopo l’alba osservò il tenente.
– I mussulmani hanno portato con loro un certo numero di pistole e di moschetti e anche delle scimitarre disse El-Kadur, – Sono nelle scialuppe ed a me non sarà difficile andare a rubarle quando tutti dormiranno.
– Tu sei un uomo prezioso, pezzo di pan bigio, – rispose papà Stake. – Se t’imbarcherai un giorno con me, ti nominerò di colpo quartiermastro, il che equivale quasi al grado di nostromo.
L’arabo scosse il capo sorridendo tristamente.
– El-Kadur non lascerà vivo Cipro, – disse poi.
– Che idee lugubri, – rispose papà Stake. – Io non ne ho mai avute! Orsù, gettiamoci intorno alla tenda e dormiamo con un solo occhio. Dobbiamo guardarci dal polacco.
– Veglierò io, – disse El-Kadur – riposatevi pure.
Perpignano e papà Stake uscirono, mentre l’arabo si accoccolava accanto alla duchessa, la quale dormiva tranquillamente.
I mussulmani si erano dispersi per le dune, scavandosi delle profonde buche nella sabbia, onde dormire più comodamente. Avevano divorata in fretta la loro magra razione, composta esclusivamente di biscotti e sapendo di non correre alcun pericolo da parte dei loro compatrioti, si erano sdraiati nei loro letti improvvisati.
Perpignano, papà Stake, Simone ed i rinnegati, avevano creduto opportuno d’imitarli, onde avere le gambe più leste per prendere il largo al momento opportuno.
Malgrado tutte le sue buone intenzioni, anche il vecchio marinaio si era addormentato e non con un solo occhio. Il povero vecchio non era meno stanco dei giovani, anzi aveva maggior bisogno di riposo di loro, malgrado la robustezza incredibile della sua fibra.
Dormiva da parecchie ore, quando fu bruscamente svegliato da una mano che lo scuoteva fortemente.
Aprì gli occhi e s’alzò a sedere, inarcando le braccia, pronto a tempestare di pugni l’importuno.
Vedendo El-Kadur si contenne.
– È l’ora?
– Tutti dormono rispose l’arabo.
– E la signora?
– È pronta a seguirci.
– E le armi?
– Ho preso due spade, quattro scimitarre e mezza dozzina di moschetti colle relative munizioni, più alcune pistole. Tutti avremo qualche arma per difenderci.
– Sei un brav’uomo, pezzo di pan bigio.
– Sbrigatevi, tutti i vostri compagni sono in piedi.
– Sono pronto: ed il polacco, dorme?
– Non l’ho veduto.
– Andiamo.
S’alzò e gettò uno sguardo all’intorno. Tutto il campo era immerso nell’oscurità e non si udiva rumore alcuno.
I turchi non meno stanchi degli altri, dormivano profondamente.
– Tutto va bene mormorò.
La duchessa si era già alzata e teneva in mano una delle due spade portate da El-Kadur. Pareva che avesse riacquistata tutta la terribile energia dell’antico Capitan Tempesta.
– Signora, – disse papà Stake – vi sentite in grado di seguirci?
– Sì, – rispose la duchessa. – Io torno la donna che combatteva a Famagosta.
Io devo salvarvi: venite, amici, e ricordatevi che noi siamo tutti cristiani e che quelli che ci stanno di fronte sono turchi, dei nemici della Repubblica di Venezia e del Leone di San Marco. Partiamo.
Tutti si erano armati ed erano pronti a qualsiasi cimento, preferendo morire colle armi in pugno, piuttosto che essere ricondotti a Hussif e finire fra i più atroci tormenti.
Camminando sulla punta dei piedi, per non far scricchiolare la sabbia delle dune, lasciarono la tenda, avviandosi verso la catena di colline che separava le pianure interne del lido. Già El-Kadur al mattino aveva esplorato quelle alture ed era riuscito a scoprire uno stretto passaggio che permetteva di oltrepassare senza difficoltà, quella linea di rocce che a prima vista erano sembrate inaccessibili.
Nell’accampamento improvvisato si udivano sempre i turchi a russare sonoramente entro le buche scavate nella sabbia.
La duchessa, che pareva avesse dimenticato in quel momento supremo perfino il disgraziato signor Le Hussière, precedeva il drappello, fiancheggiata da El-Kadur che era armato d’un moschettone la cui miccia fumava.
Raggiunsero così la base delle rocce, e non essendo stato dato alcun allarme, s’inoltrarono nello stretto passaggio scoperto dall’arabo.
Stavano per scomparire tutti entro le alte rocce tagliate a picco, quando un grido s’alzò nell’accampamento turco.
– All’armi! I cristiani fuggono!
Papà Stake aveva mandato un vero ruggito.
– Il polacco! Brigante d’un orso! Vegliava come i suoi congeneri. Gambe! Gambe! Fra poco avremo i turchi addosso!
Tutti si erano messi in corsa, mentre verso il lido si udivano grida furibonde e comandi precipitati.
– Presto! Presto! gridavano Perpignano ed il vecchio marinaio.
– Padrona, – disse El-Kadur volgendosi verso la duchessa. – Vuoi che ti porti? Tu sai che le mie braccia sono robuste.
– Non è necessario, – rispose Eleonora. – Capitan Tempesta ha riacquistate le sue forze. Avanti, miei prodi!
La stretta gola fu attraversata in un lampo ed il drappello scese verso le pianure dell’interno, correndo a tutta lena.
– Vedo laggiù una casa! – gridò El-Kadur, nel momento in cui il cielo si tingeva dei primi albori. – Cerchiamo di raggiungerla.
A mezzo miglio si scorgeva infatti vagamente, sul margine d’un vigneto devastato, una piccola fattoria col tetto coperto di stoppie.
– Rifugiamoci là dentro, – disse papà Stake. – Potremo opporre una lunga resistenza e anche…
Un grido assordante lo interruppe. I turchi avevano scoperta la stretta gola e scendevano le alture urlando. Metiub ed il polacco, furiosi di essere stati così abilmente giuocati, li capitanavano.
– Un ultimo sforzo! – gridò papà Stake. – Se cadiamo nelle loro mani ci faranno a pezzi e le nostre teste serviranno d’ornamento ai merli d’Hussif! Signora, siete stanca?
– Avanti, – rispose invece la duchessa.
Anche quel mezzo miglio fu superato e finalmente il drappello irruppe nella fattoria.
Era una casa non molto vasta, colle pareti assai massicce e che pareva fosse stata abbandonata da molto tempo dai suoi proprietari, se non erano stati invece massacrati dalle orde che Mustafà lanciava attraverso le campagne, per far ampie raccolte di teste di cristiani.
– Organizziamo subito la difesa, – disse Perpignano, dopo d’aver fatto una rapida ispezione alle quattro stanze fornite ognuna di due piccole finestre.
– Voi, signora, occupate le due camere superiori con papà Stake, Simone ed El-Kadur e prendete quattro moschetti.
Io rimango qui coi greci. Non sparate che a colpo sicuro e risparmiate, più che vi sarà possibile, le munizioni.
– E cerchiamo soprattutto di cacciare un’oncia di piombo nel cranio del polacco aggiunse papà Stake. – Non tiro male io e se mostra un pezzo solo del suo corpo è fritto e per sempre.
– Lesti! – comandò il tenente. – I mussulmani giungono.
Il drappello si divise e la duchessa coi suoi tre compagni occupò le due stanzette superiori, mettendosi dinanzi alle finestre colle micce dei moschettoni accese.
– Morte ai giaurri! Scanniamoli! Bruciamoli vivi nel loro covo.
Erano una sessantina, ma solamente tre o quattro erano armati di fucili e pochi avevano delle scimitarre e qualche scure.
Nondimeno erano sempre troppi, perchè i cristiani potessero avere la speranza di distruggerli.
Vedendo sporgere dalle finestre le lunghe canne degli archibugi, gli assalitori si erano fermati a tre o quattrocento passi, poi si erano gettati a terra, nascondendosi dietro i magri cespugli e dietro i massi che si trovavano in abbondanza intorno alla casa.
I greci avevano già aperto il fuoco, abbattendo due dei quattro fucilieri di Metiub che avevano tardato a nascondersi.
Anche papà Stake, vedendo un turco alzarsi dietro ad un cespuglio, aveva sparato mandandolo a tener compagnia alle bellissime uri del paradiso maomettano.
Gli assedianti, resi furiosi per quelle prime perdite, non tardarono a rispondere e per un paio d’ore fu un continuo scambio d’archibugiate con nessun svantaggio da parte degli assediati, che si trovavano ben riparati dietro le massicce muraglie della casa e che sparavano i loro colpi con molta prudenza.
Anche la duchessa, che aveva riacquistato il suo impareggiabile sangue freddo, aveva bruciate parecchie cariche abbattendo per suo conto tre o quattro uomini, essendo una destra bersagliera.
Così però non poteva durare a lungo. I turchi, che non avevano nessun desiderio di farsi fucilare a distanza come se fossero dei conigli, verso le dieci del mattino presero la decisione disperata di assaltare da tutte le parti la casa e di tentare una lotta corpo a corpo.
Furono infatti veduti a radunarsi, poi scagliarsi a corsa disperata, urlando sempre:
– Morte ai giaurri!
– Amici! – gridò la duchessa. – Ecco il momento terribile! Appena ci giungono sotto, mano alle spade ed alle scimitarre!
– E adoperiamo gli archibugi come mazze! – aggiunse papà Stake, che non perdeva un atomo della sua calma e del suo inalterabile buonumore. – Voglio fare una superba marmellata di carne turca e mandarla a cucinare nei forni dell’harem del Sultano.
I turchi attraversarono in un baleno lo spazio che li divideva dagli assediati e, quantunque esposti al fuoco dei moschettoni e delle pistole, che gettò a terra parecchi di loro, irruppero furiosamente entro la casa, che era priva della porta.
Perpignano ed i greci, dopo una breve lotta, sopraffatti dal numero, si ritrassero sulla scala moschettandoli a bruciapelo, poi misero mano alle scimitarre opponendo una resistenza accanita.
La duchessa ed i suoi compagni stavano per accorrere in aiuto del veneziano e dei greci, quando una parte del tetto formato di stoppie crollò e tre uomini caddero nella stanza attigua, impedendo così loro di raggiungere la scala.
La duchessa si era voltata e aveva mandato un urlo di rabbia.
– Voi, Laczinki!
– Che viene a riprendersi la sua preda, signora – disse il polacco col suo sorriso beffardo.
– Non mi avrete che morta!
In quel momento comparvero gli altri due. Erano Metiub che teneva in mano una pesante scimitarra d’abbordaggio ed uno dei suoi ufficiali.
– Occupati della donna tu, capitano! – gridò il comandante della galera. – Noi ce la sbrigheremo con costoro. Con quattro colpi saranno tutti a terra.
Il turco s’ingannava. Aveva dinanzi un buon spadaccino. El-Kadur ed i due marinai che avevano impugnati i moschettoni per le canne, servendosene come di mazze e decisi a tutto.
La duchessa si era precipitata addosso al polacco, incalzandolo vigorosamente colla spada e obbligandolo in tal modo ad accettare il combattimento.
Gli altri tre si erano buttati addosso a Metiub ed al suo sottotenente, mentre Perpignano ed i greci tenevano duro sulla scala, lottando vigorosamente contro il numero preponderante degli assalitori.
Fino dal primo attacco le sorti si erano mostrate poco favorevoli ai due turchi ed al polacco. I due primi, assaliti furiosamente dall’arabo e dai due marinai, che menavano colpi disperati coi calci dei moschettoni, avevano dovuto rifugiarsi in un angolo; il polacco, che quantunque abile spadaccino, non era in grado di tener testa a colei che aveva vinto il Leone di Damasco, aveva dovuto battere in ritirata verso la porta.
L’Orso delle foreste opponeva una resistenza terribile e, disperando ormai di poter aver viva la duchessa e di farne la sua sposa, invaso da una rabbia feroce, cercava di immergerle nel seno la punta del suo spadone.
Erano però sforzi vani. Sempre incalzato si trovò finalmente addosso alla parete e fu là che ricevette in direzione del cuore una tale stoccata che la lama della duchessa, dopo aver attraversato il petto del miserabile, si spezzò.
– Muori, rinnegato! – gridò la donna.
Il polacco allargò le braccia, fissando sulla sua avversaria uno sguardo terribile, poi stramazzò al suolo, rantolando:
– È finita!…
Quasi nel medesimo istante Metiub cadeva a sua volta col capo fracassato da un colpo d’archibugio menatogli da papà Stake, ed un momento dopo anche l’ufficiale, che era stato già toccato tre volte dalla scimitarra di El-Kadur, piombava a terra.
La duchessa accorreva in quel momento in loro aiuto.
– La faccenda è terminata, signora, – le disse papà Stake, gettando via l’archibugio e raccogliendo la scimitarra di Metiub. – Sono partiti pel paradiso ed a quest’ora le loro anime stanno conversando con le uri.
– Accorriamo in aiuto di Perpignano! – comandò la duchessa.
Stavano per dirigersi verso la scala, quando El-Kadur con un salto da tigre si gettò dinanzi ad Eleonora gridando:
– Guàrdati, padrona!
Nel medesimo momento un colpo di fuoco echeggiò e l’arabo s’accasciò su se stesso mandando un lungo gemito.
Quel colpo l’aveva sparato il polacco. Il miserabile non era ancora spirato ed avendo veduto presso di sè bruciare la miccia d’uno dei moschettoni, aveva accesa quella della pistola che teneva nella cintura e con uno sforzo supremo aveva fatto fuoco, sperando di uccidere la duchessa.
Mentre papà Stake e Simone si precipitavano sul traditore e lo finivano a colpi di scimitarra, la duchessa si era curvata sull’arabo il cui viso diventava rapidamente grigiastro.
– Mio povero El-Kadur! – gridò, singhiozzando e prendendogli il capo fra le mani.
– Muoio… padrona… il cuore… il cuore… – rispose lo schiavo con voce fioca. – Addio… padrona… sii felice…
– Ma no, non morrai!
L’arabo sorrise mestamente e fissò sulla duchessa i suoi occhi già velati dalla morte che s’avanzava.
– Addio… padrona… – ripetè. – Sono felice… d’averti salvata… Il mio… tormento… è finito… padrona… fammi morire… felice… un bacio… un bacio… al fedele tuo… schiavo…
Mentre papà Stake e Simone piangevano inginocchiati, la duchessa si chinò sul moribondo e accostò le sue labbra alla sua fronte.
El-Kadur ebbe un fremito, poi richiuse gli occhi e s’abbandonò.
Era spirato.

CONCLUSIONE.

Poco dopo la morte del povero e fedele schiavo, giungevano dinanzi alla casa, a galoppo sfrenato, Muley-el-Kadel e Nikola Stradioto, coi loro trenta cavalieri.
Udendo il fracasso prodotto da tutti quegli animali, i turchi, temendo una sorpresa, si erano precipitati confusamente fuori dalla stanza, lasciando sulla scala che non erano riusciti ad espugnare, non pochi morti e feriti.
Muley-el-Kadel, senza nemmeno mandare un grido d’avvertimento, li caricò all’impazzata, sciabolando a destra e a manca, mentre i suoi uomini facevano una scarica di archibugi.
Sulla porta si era affacciato Perpignano, il quale si preparava, spalleggiato dai greci, a prendere una vigorosa offensiva.
– Il Leone di Damasco! – esclamò il veneziano stupito. – E anche Nikola!
– Dov’è la duchessa? – chiese il turco, balzando a terra.
– Nelle stanze superiori.
Senza aspettare altra risposta, salì rapidamente la scala, seguito da Nikola ed irruppe nella prima camera.
La duchessa singhiozzava ancora, accanto al cadavere di El-Kadur.
– Viva! Viva! – gridò il Leone di Damasco, mentre un vivo rossore gli coloriva le gote.
– Voi, Muley! – esclamò Eleonora alzandosi.
– Giunto in buon punto per salvarvi e vendicarvi, signora. Dov’è Laczinki, l’assassino del signor Le Hussière?
– L’ho ucciso io in questo momento… ma… lui… l’assassino avete detto, Muley… – balbettò la duchessa.
– Sì, signora, – disse Nikola, facendosi innanzi. – L’ho veduto io da un sabordo della gagliotta, ad annegarlo.
La duchessa rimase un momento ritta, girando lentamente gli sguardi verso il cadavere del polacco, poi mandò un debole grido e cadde svenuta tra le braccia del Leone di Damasco…
***
Un quarto d’ora dopo, i cavalieri, dietro ai quali erano montati i veneziani ed i greci, abbandonavano quella casa, nel cui giardino attiguo avevano sepolto frettolosamente il povero arabo.
Muley-el-Kadel reggeva fra le proprie braccia la duchessa, la quale non era ancora tornata in sè.
I marinai della galera erano ormai scomparsi, fuggendo in tutte le direzioni.
A notte inoltrata il drappello giungeva nella borgata di Suda e la duchessa, in preda ad un terribile delirio, veniva ricoverata in una bella e comoda casetta, situata in riva al mare, appartenente at un rinnegato greco, armatore di parecchie gagliotte.
Per due settimane la valorosa donna lottò contro la morte, poi la sua fibra vigorosa trionfò. Durante tutto quel tempo il Leone di Damasco non aveva lasciata quella casetta.
D’altronde, nessuno era andato a disturbarli e poi i trenta cavalieri, i cristiani ed i rinnegati greci vegliavano giorno e notte sulle vie che conducevano al mare.
Un giorno però, quando la duchessa si era completamente ristabilita, un cavaliere turco che portava sulla cima della sua lancia un fazzoletto di seta bianca, comparve, chiedendo di parlare a Muley-el-Kadel.
Fu condotto alla casetta.
Staccò senza parlare, un piccolo cofano che portava dietro la sella e lo mise nelle mani del Leone di Damasco, che si era fatto pallidissimo, dicendogli semplicemente:
– Da parte di Selim, il nostro Sultano.
Poi ripartì a gran galoppo.
– Che cosa avete, Muley? – chiese la duchessa, che aveva assistito a quella scena.
– Guardate, – rispose il mussulmano, con voce turbata.
Aprì il cofanetto che era d’argento cesellato e le mostrò un elegante cordone di seta nera, che vi stava dentro.
Eleonora aveva mandato un grido d’orrore. Era il laccio che il Sultano regalava a coloro che erano caduti in disgrazia: un muto ordine d’appiccarsi.
– E tu, Muley? – chiese la duchessa, con estrema ansietà.
– La vita è troppo ridente al tuo fianco, perchè io obbedisca, – rispose il giovane Leone di Damasco. – Rinnego la religione dei miei padri e Maometto, ed abbraccio la tua.
Conducimi in Italia, Eleonora: io sono da questo momento cristiano e sai quanto ti amo…
***
La sera stessa, col favor delle tenebre, una gagliotta lasciava silenziosamente la rada di Suda facendo rotta per l’Italia.
Aveva a bordo la duchessa, Muley el-Kadel, Perpignano, i due marinai ed i rinnegati greci.

FINE.

INDICE

* I. Una partita a “Zara”
* II. L’assedio di Famagosta
* III. Il Leone di Damasco
* IV. La ferocia di Mustafà
* V. L’assalto di Famagosta
* VI. Una notte di sangue
* VII. Nella casamatta
* VIII. El-Kadur
* IX. La generosità del Leone di Damasco
* X. L’orso della Polonia
* XI. A bordo della gagliotta
* XII. L’attacco allo sciabecco
* XIII. Il castello d’Hussif
* XIV. I cristiani alla pesca delle sanguisughe
* XV. La nipote di Alì Pascià
* XVI. Le bizzarrìe d’Haradja
* XVII. Cristiano contro turco
* XVIII. Storie di sangue
* XIX. Il visconte Le Hussière
* XX. Il tradimento del polacco
* XXI. Viva la Capitana!
* XXII. L’abbordaggio della galera
* XXIII. Il patto del polacco
* XXIV. L’incendio della galera
* XXV. Al fuoco! Al fuoco!
* XXVI. L’assassinio del visconte Le Hussière
* XXVII. Muley-El-Kadel alla riscossa
* XXVIII. Il tradimento d’Haradja
* XXIX. La morte del polacco
* CONCLUSIONE

(1) Così nel testo. Più correttamente “Mediterraneo orientale” nell’edizione RCS, Milano 2002. [Nota per l’edizione elettronica “Manuzio”]
(2) Signore
(3) Madamigella
(4) Latte cagliato.
(5) Castello.

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