Federico De Roberto – Ermanno Reali

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La discussione, quella sera, come tutte le volte che nessun profano veniva a turbare il libero corso delle nostre grandiose fantasmagorie, aveva finito per aggirarsi intorno al problema del destino, alla misteriosa potenza che regola le azioni umane e che, attirandoci con magnifiche lusinghe, ci precipita nella più profonda ed incurabile miseria. Tutti convenivano nel considerare la felicità come una chimera; però, mentre qualcuno sosteneva che il dolore è condizione fatale dell’esistenza; che, qualunque cosa gli uomini facciano, esso si trova alla fine di tutto, qualche altro affermava che se noi non siamo sodisfatti è quasi sempre perchè cerchiamo la nostra sodisfazione dove non possiamo trovarla.
Allora, il ricordo di una tragica storia fu evocato in sostegno di quest’ultima tesi, secondo la quale la felicità sarebbe impossibile relativamente, per effetto d’un errore d’indirizzo, e non in un senso disperatamente assoluto.
Ma, poichè l’errore è universale ed eterno; poichè, ammessa l’esistenza della felicità, tutti la proseguono per vie che se ne discostano, non potrebbe darsi che le due tesi apparentemente distinte si fondessero in una, e che fosse un assai magro conforto quello derivante dalla fede in qualche cosa che nessuno consegue?…

I.

Ermanno Raeli era rimasto orfano a ventun anno. Figlio di un siciliano e d’una tedesca, i tratti caratteristici delle due razze si mostravano curiosamente commisti nella sua persona e nella sua personalità. I suoi grandi occhi azzurri, d’una purissima trasparenza cristallina, facevano uno strano contrasto coi capelli di un nero intenso, profondo, notturno, di un nero come difficilmente si vede l’uguale; sulla carnagione pallida del suo viso fiorivano le labbra un po’ grosse, sporgenti, vivide, delle vere labbra di arabo; alla fisonomia espressiva, dai mobili lineamenti, su cui si leggeva nettamente il pensiero, si opponeva una voce fredda, rara, povera d’intonazioni; e con una statura piuttosto piccola e forte, il suo incesso era lento, incerto, quasi vagante. Tutt’insieme, senza che egli potesse chiamarsi bello nel senso volgare della parola, spirava una grande simpatia ed un grande interesse; vederlo una volta bastava per non dimenticarlo più.
Ma la persona morale pagava caramente i vantaggi che l’individuo fisico doveva alla curiosa mescolanza delle due razze. Per quanto diversi, i due tipi avevano pur dovuto fondersi e riplasmarsi in un unico stampo; i due temperamenti persistevano intatti e divisi nella nuova coscienza, esponendola a un dissidio continuo e irrimediabile. Egli aveva come un doppio io, sentiva in due modi diversi, vagheggiava due opposti ideali, e al momento dell’azione non riusciva a decidersi. Si potrebbero riferire molti sintomi di tale complicazione psichica; basterà qualcuno per tutti. Bambino, egli aveva appreso dalla viva voce del padre e della madre l’italiano e il tedesco; più tardi, ne aveva fatto uno studio regolare, riuscendo a conoscerli entrambi; ma non era intanto padrone nè dell’uno nè dell’altro. Nella sua conversazione non c’erano di quelle frasi, di quelle espressioni, di quei modi di dire che sono come la notazione permanente delle idee e dei sentimenti di tutto un popolo. Pochissime volte accadeva di sentirgli citar dei proverbii; intendo i proverbii che corrono sulle bocche dei popolani e dei contadini, in cui si riassume la filosofia d’una razza, non quelli ogni giorno ripetuti nei discorsi convenzionali ed incolori delle classi più colte. Di qui, una difficoltà di rendere con evidenza molte impressioni, di definire precisamente molte idee, e sopratutto una mancanza di carattere, di significazione nel suo dire. Da un’altra parte, la mezza padronanza che egli aveva delle due lingue, lo metteva spesso in un grave imbarazzo; le due espressioni diverse, i due diversi giri di frase gli si presentavano contemporaneamente, in modo che spesso il suo italiano aveva un sapore tutto tedesco e il suo tedesco un’andatura assolutamente italiana. Questo faceva sorridere la gente; egli ne soffriva. In mezzo a un discorso, gli accadeva talvolta di arrestarsi, interdetto; cercando, esaurendosi in tentativi infruttuosi per esprimere chiaramente, non solo agli altri, ma anche a sè stesso ciò che egli pensava in un modo vago, indeterminato, si potrebbe dire algebrico. E a quel modo che, spesso, in una circostanza sollecitante all’azione, egli non sapeva risolversi per un partito, spesso ancora, dovendo tradurre il proprio pensiero, non riusciva a concretarlo in una formola esatta. Ma, se le alternative a cui era esposto dalla duplicità della sua natura riuscivano a ritardare i suoi atti mantenendolo in una specie di libertà d’indifferenza: allorquando l’equilibrio si rompeva egli portava nella risoluzione una foga che era come la rivincita della volontà lungamente compressa; talchè la contradizione non era soltanto in lui nella qualità delle tendenze, tra l’idealismo sognatore e il misticismo fantastico che gli venivano dalla madre e il senso del reale, la vivace energia dell’indole paterna, ma anche nella dinamica morale, tra l’atonia e i parossismi di cui subiva l’avvicendarsi.
Queste sterilizzanti contradizioni iniziali furono(1) ben tosto esasperate dalla sua educazione intellettuale. Amato in un modo esclusivo dai suoi, e specialmente dalla madre, che aveva come la divinazione della sua irrequieta debolezza, non fu neppure discussa l’idea di metterlo in collegio, e i riguardi dovuti alla sua salute, malferma e cagionevole fino alla adolescenza, contribuirono ad accrescere e forse ad esagerare la naturale indulgenza dei genitori. Poi sopravvenne la malattia della signora Raeli, lunga, penosa, per la quale tutta la famiglia dovè peregrinare in cerca di cieli miti e di acque salutari, che non giovarono a nulla; poi i lunghi giorni passati nello stupore e nel cordoglio, con l’imagine della morta vagante per la casa silenziosa; poi ancora il colpo di fulmine che portò via il padre; talchè, nell’età in cui egli entrava, solo, nella vita, Ermanno Raeli aveva appena una superficiale ed imparaticcia cultura. Ma a quelle stesse circostanze che avevano impedito alla sua mente di agguerrirsi alla disciplina di studii seri, egli doveva una grande esperienza sentimentale. A ciascun lutto che gli aveva allagata l’anima di nerezza, egli s’era ripiegato su sè stesso, aveva misurata la vanità degli affidamenti umani, apprezzata tutta la dolorosa precarietà dell’esistenza ed angosciosamente domandata una soluzione all’enimma della Vita. Così, quando s’accorse della propria ignoranza e si diede febbrilmente a ripararvi, intraprese ogni genere di studii, ma abbracciò di preferenza quelli dai quali si riprometteva una risposta ai quesiti che gli stavano a cuore.
Nella biblioteca che egli veniva formando, le opere filosofiche tennero ben presto il primo posto. Per sua stessa confessione, nessun romanzo gli aveva destato tanto interesse, nessun libro era stato da lui letto con tanta ansiosa avidità, come l’Etica, la Fenomenologia dello spirito, la Critica della ragione pura, il Mondo come rappresentazione e come volontà o la Filosofia dell’Incosciente. Al pari del Taine, egli avrebbe potuto dire: “Ho letto Hegel, tutti i giorni, durante un anno intero, in provincia; è probabile che non riceverò mai più delle impressioni eguali a quelle che egli mi ha procurate.”
Era stata un’esaltazione senza misura; egli aveva dimenticato il mondo circostante e sè stesso, per immedesimarsi, per confondersi nello spirito dei suoi autori, affascinato dalla grandiosità degli orizzonti che essi gli avevano schiusi. A quella luce di spirito, egli si vide rivelato ai proprii occhi; le tendenze alla contemplazione, all’astrazione, che gli venivano dall’indole materna, presero uno straordinario sviluppo, e la sua vocazione parve fermamente stabilita: egli avrebbe dedicate tutte le forze del suo ingegno allo studio della natura umana e dei fini dell’universo. Una grande disillusione lo aspettava…
Il pensiero è come quei farmaci potenti, modificatori salutari ma terribili veleni ad un tempo, che solo una lenta e graduale assuefazione è capace di rendere tollerabili. Se l’erpetico che si sottopone alla cura arsenicale assorbisse per la prima volta la dose a cui arriva in capo a qualche mese di progressivo accrescimento, gli effetti più disastrosi sarebbero a temersi. Qualche cosa di simile avvenne in Ermanno Raeli, a quell’improvvisa iniziazione filosofica. I metodi scolastici, contro i quali si rivolgono critiche frequenti ed acerbe, hanno questo di buono, che preparano e disciplinano. Un’accorta ginnastica intellettuale permette di arrivare, senza sensibile sforzo, alle concezioni più ardue; i principii imbevuti, si può dire, col latte non si abiurano mai completamente e permettono di superare la crise di scetticismo che presto o tardi scoppia nelle giovani coscienze. In Ermanno, la mancanza d’un’adeguata e razionale preparazione; l’aver cominciato a studiar tardi, da solo e tutto in una volta, con l’aggravante di una naturale tendenza ad esaurire ogni ordine di idee, a spingere fino agli ultimi limiti l’analisi, produssero una vera ubbriacatura, uno stordimento morboso, ed una conseguente incapacità ad arrestarsi ad una conclusione concreta… L’opera degli umili maestri non è così appariscente come quella degli oracoli dello spirito, il cui verbo essi spiegano e commentano; ma è forse più utile; poichè, in mezzo al laberinto dei sistemi contradittorii essi offrono una guida ed un appoggio. Imbevuto tutt’ad un tratto di questi sistemi; ammettendo, a volta a volta, la legittimità di ciascuno; confuso ed impotente però dinanzi al dissidio scoppiante fra l’uno e l’altro, Ermanno, che aveva cominciato con l’ansietà, finì con la saturazione e con il disgusto. Egli aveva avuta l’ambizione di trovare una personale soluzione al problema dell’esistenza; ma, a misura che approfondiva le proprie indagini, a misura che accumulava i materiali coi quali costruire, egli si accorgeva della loro irriducibile eterogeneità. Dapertutto vedeva contrasti ed antinomie; a ben guardarci, non si scopriva forse che tutto aveva un lato di vero, ma che tutto aveva ancora un lato di falso? A che cosa credere allora?… A tutto ed a niente… In questa conclusione d’un pirronismo progredito e sapiente, pessimistica malgrado l’apparente facilità di contentatura che essa suppone, egli si era finalmente ridotto. L’incapacità di rispondere ai problemi che egli s’era proposto: ecco l’unica risposta che era riuscito a trovare…
Fu verso quel tempo che io lo conobbi. Scrivevo allora, qualche volta, in una rassegna letteraria messa su da giovani con grandi speranze e poi miseramente scomparsa. Un giorno mi capitò fra mano un saggio, senza nome di autore, intitolato Filosofia del subbiettivo. Lo sfogliai, non lo nascondo, con un sentimento ostile; ma dovetti tosto ricredermi. Le idee non erano molto(2) connesse, la forma riusciva penosa a furia di tormentature e di contorsioni, la lingua era zeppa di neologismi e di frasi tolte di peso dal tedesco; ma dietro tutto ciò si sentiva il pensiero e l’erudizione. In breve, l’idea dell’autore era questa: l’unico campo del nostro studio, l’unico oggetto che noi abbiamo a nostra portata, siamo noi stessi; il mondo non è che un miraggio della nostra coscienza: non corriamo dunque dietro all’illusione, afferriamoci alla realtà, penetriamo nei recessi più intimi dell’io e seguiamovi l’elaborazione di tutti i concetti a cui, prestando dapprima una autonomia puramente formale, crediamo più tardi come a realità esteriori e indipendenti.
Scrissi un articolo su quel saggio, non discutendo le idee dell’autore, ma riesponendole in poche parole e dimostrando tutta la simpatia che quello spirito così serio m’aveva destata. Qualche giorno dopo, ricevetti la visita di Ermanno Raeli. Me ne ricordo come se fosse ieri. Mi trovavo all’ufficio della rassegna, in un chiaro pomeriggio di settembre, e quando Ermanno comparve sull’uscio dove si proiettava la luce irrompente dall’aperta finestra, non vidi che i suoi occhi, quegli occhi intensamente turchini, un vero spiraglio di cielo purissimo. Egli veniva a ringraziarmi dell’attenzione accordata al suo opuscolo e della simpatia colla quale avevo penetrato i suoi intendimenti, mentre sarebbe stato molto più facile – soggiunse – e molto più tentatore il combatterli.
Un’istintiva affinità, uno di quegl’impulsi di cui non riesciamo a darci ragione, ma a cui non possiamo sottrarci, mi portava verso di lui. Gli ripetei quanto pensavo del suo lavoro, e a poco a poco la conversazione si annodò. La sua voce era un po’ monotona, l’accento quasi cupo, ma in fondo a quell’apparente freddezza s’indovinava una grande sincerità, una confidenza assoluta. Uscimmo insieme e non ricordo più quali vie tenemmo. La folla era scomparsa ai nostri occhi, ingolfati come eravamo in piena metafisica, lontani da ogni realtà che non fosse ideale, felici di comprenderci interamente ed ansiosi di leggere sempre più addentro in noi stessi.
Come il sole declinava, ci trovammo al Giardino Inglese, a quell’ora quasi deserto. Sedemmo sopra un banco assaporando la dolcezza del riposo, dell’ombra, del silenzio, in quel luogo… Poi si riprese a discorrere, ma a salti, con delle pause in cui ciascuno seguiva per suo conto un filo di idee svolgentesi da una parola buttata lì, spesso a caso. Gli parlai di letteratura e gli chiesi se non avesse nulla composto. Mi risposo di no. Non stimava degna d’aspirazione che la poesia, “la grande arte,” ma lo spirito di critica gli dimostrava ch’essa era morta, o per lo meno spostata; gl’impediva di tentare di conseguirla. Ciò nondimeno, ammirava i poeti francesi contemporanei, nei quali trovava una squisita finitezza di forma e un’assoluta modernità di contenuto. Preferiva a tutti il Baudelaire, del quale sapeva a memoria moltissimi componimenti, e con voce leggermente tremante e curiosamente cadenzata, recitò le Armonie della Sera:

Voici venir les temps où vibrant sur sa tige
Chaque fleur s’évapore ainsi qu’un encensoir…

Quel richiamo alla primavera mentre la brezza vespertina faceva rabbrividire il fogliame dei platani che incominciava ad incresparsi d’oro, quella precoce tristezza d’accento in un giovane che s’affacciava appena alla vita, formavano dei contrasti così intimi e dolorosi che io sentii, mio malgrado, stringermi il cuore. “Ci rivedremo?” gli chiesi, quando fummo per separarci. “Al mio ritorno,” rispose; “parto domani per Napoli.”
Qualche tempo dopo egli mi confessò che quella partenza era stata un pretesto per evitarmi. L’impressione lasciatagli da quella comunione spirituale era stata così forte, il piacere risentito così raro e delicato, che egli aveva avuto paura di sciuparne il ricordo nella indifferenza o nell’impaccio di un nuovo incontro. Se per un raffinato istinto di civetteria egli avesse voluto rafforzare la seduzione esercitata sul mio spirito, nessun artifizio gli sarebbe meglio riuscito. Pensai a lui, continuamente; ricordando certi segni caratteristici, ero sicuro di essermi imbattuto in un tipo eccezionale, la cui eccezionalità consisteva nello incontro molto raro di certe tendenze isolatamente frequenti – per ciò stesso interessante a studiare. Fu quindi con raddoppiata simpatia che io lo rividi e che potei controllare l’esattezza delle mie induzioni. A poco a poco, riuscii a conquistare la sua intimità, a leggere in quell’anima ed a comprendere il suo modo d’essere e di sentire.
Ciò che egli aveva detto, sulle intenzioni poetiche di cui si sentiva pieno e sulla inattitudine all’esecuzione, aveva particolarmente attirata la mia attenzione; quando lo ebbi conosciuto, potei studiare a fondo quel caso curioso d’impotenza artistica. La visione era in lui di una potenza straordinaria, l’emozione che ne risentiva finiva per essere puerile a furia d’intensità; soltanto, quando tentava di rivestir d’una forma il suo concetto, egli sentiva talmente l’inevitabile disproporzione, da provarne una vera vergogna. Tutti gli artisti, i più forti, i più felici, conoscono questo pentimento di sfiducia dinanzi all’inconseguibile perfezione dell’ideale presente alla fantasia; avrebbe quindi potuto darsi che lo scontento di Ermanno dipendesse da una eccessiva scrupolosità di coscienza. Ma per grande che fosse la mia disposizione ad incoraggiarlo, fui costretto a riconoscere ch’egli aveva ragione di dubitare di sè.
Ricordo uno dei suoi poemetti più accarezzati: Le Tenebre. Esso era d’un’ispirazione molto fuor del comune. Al cadere d’un giorno, l’orizzonte appariva tutto sanguinoso, come se il sole fosse per morire svenato. Il mare era una pozza grumosa ed una pioggia di stille rossiccie fendeva il cielo silenziosamente. Poi la notte cadeva sulla faccia dell’abisso: una notte cieca, così profonda che l’orrore si impadroniva degli uomini e li cacciava, a turbe, sulle alture, dove aspettavano il primo raggio del nuovo giorno. Ma il tempo prefisso passava, e, in alto, in basso, da per tutto la spaventevole oscurità continuava a regnare. Gli uomini tentavano di vincerla, intorno alle loro dimore, con tutti i loro poveri mezzi; ma, questi non avevano più efficacia, le fiamme non irraggiavano più, erano delle macchie rossastre sul nero universale. Allora, quella disperata umanità formicolante nella notte senza fine, si rivelava quella che era originalmente: un branco animalesco cui l’istinto solo era norma; tutte le ipocrisie, tutte le menzogne cadevano; gli esseri si combattevano, si dilaniavano, si uccidevano: per ogni dove la forza bruta, la fame sorda, la rapina selvaggia…. E come, dopo un tempo immemorabile, un primo fioco barlume spuntava all’Oriente, tutti quegli esseri si buttavano a faccia a terra, e con le cresciute unghie si mettevano a scavare disperatamente, per nascondersi, per fuggire l’orribile luce… Questa visione apocalittica che dava i brividi a Ermanno, diventava, nelle sue terzine italiane, troppo scialba, troppo fredda, troppo paziente. Più egli vi lavorava, più il fantasma gli sfuggiva. Così, un altro componimento, molto più breve, La scatola di Norimberga, gli era stato suggerito dalla vista delle campagne etnee durante un’eruzione. Era un fanciullo che, cavando dalla sua scatola degli alberelli, delle casuccie verdi, delle siepi di cartone, una montagna di sughero, componeva un paesaggio accidentato, con dei piani, delle valli, dei paesetti. Poi, quando quella sua graziosissima natura era composta, vi nascondeva, qua e là, delle bricciche di pane, e la popolava di formiche che salivano e scendevano faticosamente in traccia del raro alimento. Poi, accendeva uno zolfanello e appiccava il fuoco a un lembo della carta; e il fuoco serpeggiava incenerendo gli alberi, investendo le case, mettendo lo scompiglio nel popolo dello formiche come impazzate. Poi finalmente dava un calcio al tavolo su cui il suo giuoco era disposto e mandava tutto per aria. Vi erano delle reminiscenze heiniane, un tentativo di umorismo in questi versi tedeschi; essi irritavano l’autore per la loro povertà. Egli avrebbe voluto fare dei capolavori; ma se anche ne avesse fatti, li avrebbe dichiarati delle miserie.

Dietro un olivo Venere la bionda
Sul berillo del ciel languida splende,
Piove dall’alto una pace profonda,
Il carbonar la sua catasta incende.

Piove dall’alto una pace profonda,
Un vel trapunto sul cielo si stende;
Della cicala tra l’oscura fronda
Solo il verso monotono s’intende.

Tra un nugolo di polvere la greggia
Si riduce all’ovile, i mandriani
Scagliano sassi a un branco che indietreggia;

Scodinzolando vigilano i cani
E nel clamore dei belati echeggia
Come un accento di lamenti umani.

Qualche volta, come in questa Sera, egli
raggiungeva una certa efficacia di forma; ma
era un disgusto che lo prendeva per il meschino
risultato di tanta energia, di tanta commozione
interiore…

Heine, gioconda larva innanzi a un teschio ròso,
Leopardi, eco triste, gemito lungo e stanco,
Baudelaire, erta sfinge con le catene al fianco,
Shelley, lampeggiamento sopra un mar tempestoso;

Quando, oppressa dal peso di mille ambascie, langue
L’anima e vi domanda un istante di pace,
È la vostra parola come morsa tenace
Che soffoca, che stringe fino al gocciar del sangue.

Quando mille punture sottili, dispietate,
Fan l’anima bersaglio, invece d’un usbergo
Son lancie i vostri detti, che dinanzi, da tergo,
Si conficcano ovunque, fitte ed avvelenate.

Quando l’esulcerata anima vi domanda
Una stilla soltanto d’un balsamo leniente,
Son le vostre parole pioggia d’olio bollente
Che stride, ed esacerba la piaga miseranda.

Sa tutto questo l’animo. Anch’esso il naufragato
Esperta ha l’amarezza delle azzurre distese,
Pure alla colma mano reca le labbra accese.
Così bevo io l’onda del canto disperato.

I soggetti dei versi di Ermanno Raeli, raccolti sotto il titolo generale di Flemme e Fiamme, erano molti e svariati; ma, cosa naturalmente notevole in un giovane, la passione ne era esclusa. E malgrado la nostra cresciuta amicizia, egli non mi aveva fatta nessuna confessione sentimentale. Questo avrebbe potuto spiegarsi col fatto che, nella sua vita ancor breve e semplicemente trascorsa, egli non aveva provato nulla che valesse la pena di essermi confessato – ma Ermanno evitava manifestamente ogni discorso che avesse rapporto a quel tema dell’amore anche in un modo generale ed astratto. Io rispettavo la sua riserva, ma non sapevo rendermene ragione. Quando, sulle prime, non ancora fatto accorto della sua ripugnanza, sceglievo quell’argomento, egli lasciava cadere la conversazione, divagava, mi sfuggiva; però, dietro quell’apparente indifferenza, io credevo sentire ch’egli avesse qualche cosa da dire. Che cosa?… Cercai per molto tempo, inutilmente, di appurarlo. In nessuna occasione riuscii; nè nella discussione delle opere dell’arte, che sono così sovente l’apoteosi dell’amore; nè negli incontri, in società, delle persone i cui romanzi erano sulle bocche di tutti. Compresi più tardi che una invincibile ritrosia, e come un vero ed istintivo pudore impediva ad Ermanno perfino di parlare delle cose del sesso. Tutta la sua vita era improntata d’un carattere di austerità: non sorpresi mai sulla sua bocca una parola cruda, non vidi mai nella sua libreria un libro frivolo; non lo trovai mai a teatro, al melodramma o alla commedia, dove la rappresentazione del sentimento è così immediata da acquistare tutta l’illusione della realtà.
Da che altro rifuggiva egli per indole se non dalla Realtà?…

II.

Io ebbi la chiave dell’enimma e gli ultimi veli che mi nascondevano l’anima di Ermanno si sollevarono a poco a poco, quando il mio giovane amico, sul finire dell’inverno del 188* intraprese un lungo viaggio attraverso l’Europa. Padrone assoluto di sè, bramoso di veder nuovi paesi e nuove genti, egli si era lungamente negato il conseguimento del suo desiderio, ponendovi come patto l’acquisto di una soda cultura. Spesso, dopo lunghe giornate di indefesso lavoro nel suo piccolo studio dalle pareti nascoste dietro gli scaffali, al grande tavolo su cui stavano accatastati, a portata di mano, ogni sorta di dizionarii, egli usciva in fretta e correva al porto, lasciando rinfrescar la sua fronte infiammata dalla cogitazione, bevendo a larghe boccate i balsamici effluvii del mare. Là, oltre quella distesa monotona, erano i paesi vagheggiati, le grandi capitali della civiltà, i centri donde parte e dove affluisce il pensiero dei popoli. Nessuno al mondo avrebbe potuto impedirgli di salire a bordo del primo vapore in partenza e di compiere la sua aspirazione; ma egli giudicava che non era ancor tempo; e tanto indugiò, e mise tanta coscienza nell’arricchire la mente di cognizioni prima di girare pel mondo, che l’ansia dei primi anni sbollì e le impressioni ripercosse in quel cervello troppo affaticato non ebbero nulla dell’aspettata vivacità. Il suo viaggio fu una serie di disillusioni; gli stilò dinanzi una processione di belle vedute: piazze, corsi, monumenti, giardini, che egli guardava come dietro a un vetro di cosmorama; le imagini si sovrapposero alle imagini, si confusero, finirono per stancarlo. Egli dovette mescolarsi alla folla che aborriva; la sua personalità si smarrì, si annullò quasi nella varia vastità degli ambienti, e il viaggiatore disingannato finì per rimpiangere le ore di silenziosa meditazione della sua vita di Palermo.
Da questo stato d’indifferenza un po’ stanca egli uscì una volta, a San Remo, dinanzi al sepolcro della madre; ma, compiuto quel pietoso pellegrinaggio, egli proseguì la sua via, senza desiderii, vagabondando, arrestandosi una settimana in un luogo ignorato, torcendo cammino secondo la disposizione dello spirito, la fisonomia dei luoghi o il colore del cielo. Verso i primi d’aprile era a Parigi. M’avvertì del suo arrivo mandandomi un giornale; poi nulla più, per quindici giorni. La prima lettera che ricevetti era datata in questo modo: Dalla Tebaide, 16 aprile…. “Che cosa supponi tu,” mi scriveva, “che io sia venuto a fare qui? Passo il mio tempo nei Musei, più spesso nelle Biblioteche. Sono stato dai principali librai ed ho la stanza ingombra di novità. Ieri fui al Collegio di Francia, al corso del Renan. Già lo avevo visto, ti ricordi, al tempo del Congresso degli Scienziati; egli non è apprezzabilmente mutato. Lo sentissi! Un buon piccolo parroco di villaggio che espone la dottrina ai villici; nessuna oratoria maestà, un’aria bonhomme, delle comuni e spesso familiari espressioni. Una inglese, grassa, bionda, cogli occhiali, certo una authoress, si guardava intorno, scandalizzata, malgrado la sua nordica flemma. Ma che disinvoltura! Sempre la stessa aria di un giocoliere che trasformi una palla in un fazzoletto, il fazzoletto in un soldo, il soldo in una chiave e che all’ultimo faccia tutto sparire. Leggi questo piccolo periodo colto a volo; si tratta della data del Levitico. “Ah! je fais bien mes compliments à ceux qui sont sûrs de ces choses-là! Le mieux est de rien affirmer, ou bien de changer d’avis de temps en temps. Comme ça, on a des chances d’avoir été ou moins une fois dans le vrai!…” Non è tutto l’uomo in questo giudizio?…”
Da quel tempo le lettere seguirono alle lettere, tutte datate ad un modo: Dalla Tebaide!… Dalla Tebaide! Ma lì, malgrado la sua indifferenza, egli aveva pur dovuto esser fatto segno di tentazioni d’ogni sorta! Come sarebbe uscito dalla lotta?… Inaspettatamente, la domanda che io mi rivolgevo ebbe una risposta. “Iersera,” diceva Ermanno in una sua lunga lettera, “il vago spirito di tentazione che qui serpeggia per ogni parte, ha preso una forma. La lotta non è stata lunga, nè la vittoria contrastata. Io ho evitata la Bestia; conosco quello che essa può darmi…” E da quel momento, ora a mezze frasi e ad allusioni, ora in lunghi passaggi di autobiografia, egli mi venne rivelando il secreto fino a quel momento così bene nascosto. “Hai tu notato,” mi scriveva, “la cura da me posta nell’evitare ogni occasione di rivelarti la mia concezione dell’amore? Egli è che le circostanze in cui io la costrussi non sono molto allegre. Da tutto il fondo del mio essere sale un tale disgusto al ricordarle, ed un ribrezzo così freddo mi passa per il corpo, che tu avresti rinunciato a sodisfare la tua curiosità per risparmiarmi una tanto penosa sensazione. Ma un giorno o l’altro non ti debbo io una confessione completa?
“…Dopo tutto, io ho forse torto di pensare che il mio caso sia estremamente raro e meritevole di storia. Io avrò conosciuto pochi uomini, ma una naturale attitudine all’osservare, a notare i minuti fatti, i fuggevoli segni, gl’indizii incerti a cui ordinariamente non si guarda su, ha slargato il campo della mia esperienza. M’inganno dunque se io dico che la gran parte di noi ha subita la mortale profanazione dei sogni più intimamente accarezzati? Sai tu dirmi in quali condizioni di raccapriciante cinismo ci è rivelato il mistero nascosto in fondo a quello che si è convenuto di chiamare l’amore?…”
“…Qui, i chroniqueurs, a proposito dell’ultimo romanzo di Zola, rimettono sul tappeto il vecchio tema del naturalismo. Alcuni gridano allo scandalo, hanno l’aria di chiedere al procuratore della Repubblica di sequestrare il volume e di processare l’autore. Io vorrei soltanto sapere se tutta questa gente è sincera; che cosa va a fare quando, dopo aver fulminato in nome della morale offesa, depone la penna ed esce sul boulevard?… Io non difendo il naturalismo; non mi occupo di sapere se dei limiti, e quali, debbano imporsi all’artistica rappresentazione del vero. Non mi preme tanto del fatto letterario, se non come segno dello stato psicologico di cui è una produzione. E quale è questo stato? Una violenta, e quando ancora si voglia brutale reazione contro le convenzionali menzogne, le raffinate ipocrisie di cui ogni giorno siamo testimoni. Coi piedi striscianti nel fango, con lo sguardo nell’infinito dei cieli, l’uomo s’aggira dentro una primordiale contradizione, e per una fatale vicenda, il magnificamento del basso provoca il magnificamento dell’alto, e viceversa. Gli esaltati, ebri, sognanti romantici hanno per mezzo secolo celebrata l’apoteosi dell’anima umana, gonfii di sublimi speranze, di indefinite aspettazioni. Essi hanno costrutto un ideale tipo di uomini nobili, magnanimi, eroici; hanno vista la vita dal lato più seducente. Ma la medaglia ha il suo rovescio, e troppo a lungo fu ripetuta la parte dell’angelo per non accorgersi che le ali erano di cera dorata. Più d’un Icaro, affidatosi ad esse per spiccare i suoi voli, sentì che si struggevano al sole e precipitò miseramente. Ancora contasi dalla caduta, non vuoi tu che rovesciassero la loro collera sugli autori dell’inganno e, perchè altri non ne fosse più vittima, che gridassero loro: Bugiardi?… Eccoli chinarsi nel fango, raccattare tutte le miserie, sfoggiare tutti i cenci, denudare tutte le piaghe, e con una brutalità di accento per entro alla quale echeggia una profonda amarezza, esclamare: “Questo è il Nume, adorate!…”
“Ciascuno di noi presume di conoscere sè stesso; ma non sorgono talvolta, dall’inesplorato fondo dell’io, delle tendenze, degl’impeti, dei desiderii, delle imagini, delle idee che ci stupiscono per la loro eterogeneità, come se non potessero appartenere alla coscienza che noi siamo avvezzi a scrutare? Tu mi dirai che io piglio le mosse un po’ da lontano per dirti che questo pomeriggio sono stato di una tristezza nera, soffocante, e che avrei voluto essere molte migliaia di miglia lontano da qui. La ragione? Nessuna, o molte. Non avevo detto una parola da parecchi giorni; io parlo un rotto francese e non amo di stringere nuove e temporanee conoscenze. L’atmosfera era dolce, il cielo radioso, il bosco straordinariamente popolato da una folla elegante, gioconda. Avevo soltanto letto poco prima i giornali, e tutte le cronache narravano la semplice e tragica storia del suicidio d’un giovane, quasi un ragazzo, ripescato nella Senna ed esposto alla Morgue. L’imagine del morto, che io non avevo visto, mi perseguitava, e dinanzi alla clemenza del cielo, alla pienezza della vita, io pensavo ostinatamente al dramma scoppiato in quel cuore, alla lotta ignorata, all’oscura sconfitta sull’alto del ponte, in fondo all’onda travolgente….. Poi, quando quell’ossessione cessò, in mezzo all’ultima animazione della folla che si disponeva a lasciar la passeggiata, mi sentii come travolgere anch’io sotto un’ondata fredda ed opaca. In quel momento compresi che non mi sarebbe molto costato il fare come quel povero ragazzo.
“…Assolutamente, le mie lettere non sono punto gaie; ma egli è che questo viaggio è stato finora una completa disillusione. Io temo d’essere incapace a provare ancora un’emozione un po’ viva. Per fortuna tu mi conosci e non crederai che io inclini verso quella cosa detestabile che qui chiamano pose. Se c’è niente che abbia virtù di farmi sorridere, questo è il pathos romantico; e del resto, oggi, esso sarebbe anche un poco fuori di moda. Non è più il tempo in cui Alfredo de Musset, visitando un podere di Ulrico Guttinguer, esclamava, come segno d’una eccelsa ammirazione: “Ah! quel bon endroit pour se tuer!…” Oggi la vita, anche pei poeti, va presa in un altro senso; ed è forse appunto perchè io non ho uno scopo pratico e immediato da proseguire, un obbiettivo verso il quale concentrare tutte le mie attività, che sono in preda a questo malessere. Ma, senza posa e con l’accento della più grande sincerità, io vedo il mio avvenire infinitamente triste. Nella vita del pensiero, ho provate le prime vertigini della follia, in cospetto del nero senza fine del destino e della fondamentale impotenza umana; nella vita pratica nulla mi arresta, e la vita del sentimento mi è interdetta: troppo brutale, troppo violenta è stata la disillusione sofferta; troppo angosciosa è stata l’esperienza della vergogna, della nausea che precedono e seguono lo spasimo di un istante; troppo amaro mi è rimasto sulle labbra il sapore dei baci comprati, troppo spaventevole è stata la visione delle torture a cui sono condannate(3) le tragiche vittime della nostra superba civiltà sociale, troppo acuto mi ha perseguitato il rimorso della contaminazione subita – e commessa – poichè la miseria è egualmente profonda da una parte e dall’altra nelle coppie accanite sopra i letti rischiosi…
“…Qui non si parla ora che del nuovo dramma di Alessandro Dumas. Io ti dirò una cosa che forse non crederai: non ho letta la sua Dame aux Camélias. Dirò meglio: non l’ho finita di leggere. Questa cosa rimonta – vediamo – ad otto anni fa. Già la prima malinconia del volgersi indietro e di misurare il tempo trascorso scende più spesso sopra di noiIo ero nel periodo lirico della vita: breve quanto tu vuoi, l’ho attraversato ancor io. Fu una delle poche volte che andai a teatro, una sera che si rappresentava la Signora dalle Camelie. Non ricordo più come si chiamassero gli attori; certo non dovevano avere una grande reputazione, perchè non li ho più intesi nominare; ma fosse il loro ingegno mal conosciuto, od una speciale sovraeccitazione, o non so che cosa altro, tutto il pubblico fu trascinato all’entusiasmo da una rappresentazione così appassionata, così umanamente vera, da dare l’illusione della vita. Io uscii dal teatro ebro, alla lettera. I personaggi mi stavano ancora dinanzi: io li vedevo, io li udivo; Margherita meglio di ogni altro, immortalmente adorabile. Io non pensavo all’attrice, non davo un corpo alla spirituale Figura; ma io l’amavo, intensamente, sentivo di non poter amar altro che leiIl giorno dopo comprai il romanzo, e andai a cominciarne la lettura, subito, al Giardino Inglese, sotto l’ombra che tu conosci, nel silenzio. La mia mano tremava nel voltare le pagine; ed a misura che avanzavo, il mio cuore batteva più forte, e la Figura mi sorrideva, più adorabile; e come un timore di profanare il mio sentimento, di togliere alla Figura la sua divina idealità cominciò a nascere in me; e il terrore del poi, della vaga angoscia all’approssimarsi della fine, e dello sbalordimento dopo voltata l’ultima pagina, sorse e si fece così gigante, che io chiusi il libro a un tratto, andai a riporlo a casa, e non l’ho più riaperto. A Palermo, io l’ho quasi a portata di mano; nelle mie ricerche in libreria, gli occhi mi corrono sempre a quel volume; ma non vi ho letto nè vi leggerò più…
“…La tentazione mi circonda, mi assedia da ogni parte, sotto tutte le forme. Talvolta temo di non poter durare a resisterle. Penso alla voluttà del rilassamento dei miei nervi troppo tesi, della frescura di una mano passante sulla mia fronte, della morbidezza che le mie braccia stringerebbero… A che cosa mi avrà servito questa mia virtù? Ed è virtù quello che cento persone su cento, a occhi chiusi, deriderebbero? Perchè ostinarmi a non fare ciò che fanno tutti gli altri, semplicemente?…
“… Più mi guardo attorno, più mi rendo padrone del meccanismo sociale, e più il problema dell’amore m’appare complesso e formidabile. Non passa giorno che qui non scoppii, come un tumore, uno scandalo; che delle piaghe non si mettano a nudo, che delle vittime non siano immolate. Passa la folla, elegante, allegra, felice: e il dramma o la tragedia covano nel profondo dei cuori. Ah! il problema è grave, e tutto, nella vita, dipende dalla soluzione che gli si dà: la pace, l’onore, la salute del corpo e dello spirito… Il grande commediografo ha ben ragione di studiarne, nelle sue geniali creazioni, tutti gli aspetti, ed io non vedo perchè sorridere di un’arte che prosegua degli alti e nobili fini. Ma, disgraziatamente, le sue soluzioni, come le nostre, come quelle di tutti, non sono esenti da lamentabili effetti. Il danno è ovunque!… Quelli che più mi rattristano, sono gli adolescenti dalle gentili e quasi muliebri figure. Io non conosco nulla di più angoscioso del contrasto fra la purissima idealità a cui si dedicano tutte le forze dell’anima, e la vergogna in cui si precipita e il brago in cui si affonda. A che cosa valgono dunque i propositi più nobili, le aspirazioni più alte, gli slanci più generosi, se un fiato pestilenziale ammorberà l’anima e ne soffocherà il verginale profumo?… Quando io discendo ad esplorare questi dolorosi secreti, quando io rimescolo il fondo disgustoso del ricordo, quando lo spettro orribile della profanazione mi si presenta dinanzi come il giorno che mi afferrò con le sue viscide mani; allora s’agguerrisce il mio spirito ed oppone più salde barriere alle traditrici lusinghe. Io proseguo intanto fra le rinunzie il mio vago pellegrinaggio(4) perchè, se un premio pur anche l’avvenire mi riserva, lavato, purificato, io possa riesserne degno…”

III.

Fu il contrario che avvenne.
Ermanno Raeli aveva lasciato Parigi e si era recato in Germania. Gli premeva di vivere per qualche tempo in mezzo ad un popolo col quale si sentiva legato per origine e per educazione, di sentir parlare la lingua di sua madre, di attingere direttamente alle sorgenti di quella filosofia di cui il suo spirito si era nutrito. Aveva già compilato un programma di studii e di ricerche, si faceva anticipatamente una festa di innalzarsi alle più ardue cime della meditazione, di vivere ancora più esclusivamente nel mondo delle idee, quando questa realtà lo avvinse con le sue più salde catene.
Fu a Vienna, uno di quei giorni “che il fondo inesplorato della coscienza ribolle sordamente, e come la terra freme per tutti i germi che vi stanno sepolti e tendono all’aria ed alla luce, così un oscuro lavorìo di crescenza si compie nel nostro essere.” Al concerto di Strauss, mentre il suo cuore si gonfiava “di rancori, di rimpianti, di aspirazioni indefiniti al ritmo incalzante d’un walzer che pareva un inno di tripudio universale,” egli incontrò colei che chiamò col simbolico nome di Sfinge… Ahimè, quanto poco enimmatica era la creatura nella quale egli s’era imbattuto, e come bisognava essere inesperti della vita per trovare un sapor di mistero là dove non era che una troppo ovvia verità!..
I giovani avvezzi a pensare con la propria testa ed a foggiarsi delle idee sopra ogni cosa prima ancora di conoscere nulla, sanno quel particolar genere di smarrimento che si prova dinanzi ai fatti in aperto contrasto con le persuasioni stimate più salde. Uno smarrimento di questo genere, ma intenso fino all’angoscia, fu quello provato da Ermanno dinanzi a quella donna che prima gli sorrise.
Le sue scettiche disposizioni dell’animo erano effetto di teorie, di concetti nominali, piuttosto che dell’esperienza; egli credeva morto il suo cuore, quand’esso invece non aveva ancora palpitato. L’iniziamento alle relazioni dei sessi nelle condizioni di disgusto in cui era avvenuto, gli aveva procurato una grande sfiducia; ma era stato il bisogno di una mancata correzione sentimentale che glie ne aveva fatto esagerare le proporzioni. Il giorno che egli fu messo in presenza di una seduzione come quella della signora Woiwosky, il suo sconforto si disperse. Non che egli non avesse resistito; ma la sua resistenza era dipesa soltanto dalla propria naturale irresolutezza, dalla tendenza a troppo considerare, dal contrasto perenne tra il pensiero e l’azione.
Il primo, l’istintivo sentimento che la donna gl’incuteva era una specie di vaga paura: egli si sentiva dinanzi ad un essere diverso, sconosciuto e per ciò stesso formidabile. L’apprensione era così forte, che egli non osava fissarne l’oggetto; ma a questo contribuiva ancora il suo particolare bisogno di rifugio nella contemplazione ideale. Egli non guardava le donne accanto alle quali si trovava talvolta; ne riceveva un’impressione d’assieme che elaborava nel profondo della mente, spendendovi intorno tutte le ricchezze dell’imaginazione. L’impressione del reale era per lui un punto d’appoggio per dar la scalata ai fantastici mondi; quando ne ridiscendeva, si sentiva oppresso come fuori dell’atmosfera necessaria al mantenimento della vita. Tutte le donne erano per questo(5) belle in qualche modo ai suoi occhi, poichè tutte gli davano la spinta ad una raffigurazione perfetta; tutte erano indegne perchè nessuna poteva rispondere completamente alla perfezione intravista. Quando incontrò la Woiwosky, si produsse il consueto fenomeno. Egli non osò guardarla, apprese del suo fascino appena quel tanto bastevole ad una idealizzazione suprema, si saturò di seduzione pensata; ma quando l’operazione inversa stava per prodursi, qualcosa di nuovo sopravvenne a produrre un risultato diverso.
Fra quei due, le parti si erano presto completamente invertite: la donna aveva anticipato il compimento dell’aspirazione che, timido, ombroso, indeciso, Ermanno non confessava nettamente neanche a sè stesso. Egli aveva come la sorda coscienza dei pericoli a cui andava incontro, della menomazione che avrebbe subita scendendo delle vette di quella sua solitudine. Ma la seduzione era irresistibile; il bisogno d’affetto, la sete dell’amore si erano in lui subitamente sviluppati e fatti impellenti; e ad un tratto egli si era abbandonato a quella dolcezza nuova, rifacendosi delle sue titubanze e delle sue esitazioni con quell’impeto che era da prevedersi.
Quando si ricordano i pensieri, i sentimenti, i concetti che si avevano un tempo e si paragonano ai nuovi che la diversa realtà conseguita suggerisce, par d’essere un tutt’altro individuo, tanto il passato è inconciliabile col presente. La rivoluzione operatasi nella sua esistenza aveva dato ad Ermanno Raeli questo sentimento, in fondo attristante, anche quando la mutazione avviene o si crede che avvenga in meglio. Dove egli aveva visto tutto nero, la luce più gioconda irraggiava; dove egli aveva di tutto disperato, la speranza, qualche cosa di più, la realità, gli sorrideva. Aveva creduto che i suoi giorni sarebbero scorsi fra gli studii più severi e difficili, e il mondo lo travolgeva nel turbine delle sue più potenti distrazioni. Aveva negato l’amore… e vi credeva? Oh, se credeva alle estasi divine del sentimento! Non viveva che di queste…
Il pericolo di simili reazioni interiori è che esse si compiono proporzionalmente all’azione iniziale, talchè ad un eccesso risponde un eccesso, senza che sia mai possibile una graduazione conveniente. Se Ermanno Raeli non fosse stato così profondamente scettico, non sarebbe divenuto così ciecamente fiducioso; se si fosse fatto un più equo giudizio delle cose e della vita, non avrebbe offerto il tesoro della sua verginità sentimentale alla prima donna incontrata per via.
La signora Woiwosky ne era degna? Ogni donna che accorda liberamente sè stessa all’amore d’un uomo è degna di quest’amore; la quistione che rimane aperta è di sapere che cosa l’uomo s’aspetta da lei. Non più giovanissima, vissuta in un ambiente dove i freni morali sono molto rallentati, avendo avuta per unica legge il suo proprio piacere, la signora Woiwosky non poteva dare ad Ermanno Raeli ciò che egli se ne riprometteva. Nel primo momento, come sempre, era stata la simpatia fisica che l’aveva vinta. Ordinariamente, la ignoranza del carattere reale della persona verso cui ci sentiamo spinti, è corretta dall’imaginazione che ce lo presenta quale lo desideriamo e che ci espone più tardi, dinanzi alla rivelazione di quello che è nel fatto, meglio a disinganni che a compiacenze. Per la signora Woiwosky, cotesto miraggio anticipato, che la realtà non avrebbe smentito, non era a temere – od a sperare; – e se ella fu meravigliata quando il carattere di Ermanno le si manifestò, la sua meraviglia fu del genere di quelle che si provano dinanzi alle cose strane e curiose. Quel giovane in cui ella aveva apprezzato il fascino personale, lo strano miscuglio di forza e di delicatezza, si trovava nello stesso tempo in anima delle più squisitamente sensibili. Era molto più che lei non domandasse!…
Preso dalle dolcezze della nuova vita, Ermanno aveva finito naturalmente per rimpiangere il tempo in cui non le aveva cercate; per ciò stesso, dinanzi alla felicità presente, egli non aveva l’agio di considerare come fosse venuta; tremava piuttosto che se ne andasse, e quasi le negava fede, tanto essa gli pareva grande, in questa condizione dell’animo, la facilità con cui la donna gli si era data non aveva il senso inquietante che avrebbe potuto avere per altri; diventava un titolo di più alla sua gratitudine. Tutto era per lui una ragione d’amarla, ed egli aveva delle incantevoli invenzioni di sentimento, una squisitezza di pensieri, una poesia d’espressione dinanzi alle quali l’altra, avvezza ad un mondo molto diverso, restava stupefatta, ma che sulle prime era disposta ad apprezzare in ragione stessa della loro rarità, benchè senza troppo capirle.
Da ambe le parti, l’equivoco fu delizioso; ma durò poco. Al completo abbandono dell’essere suo, Ermanno si veniva accorgendo che non era risposto con eguale effusione; che quella donna stretta al suo fianco era molto lontana da lui, più lontana che se migliaia di miglia li separassero… Come da un orlo indifeso, egli scorgeva un abisso spaventevole; ma la stessa enormità del pericolo gli procurava una specie di sicurezza. Sentiva che il disinganno gli sarebbe stato fatale, che aggiunto alle amarezze sofferte avrebbe avuto un’influenza decisiva su tutta la sua vita; e preso da una paura crescente dinanzi ai sintomi sempre più inquietanti che l’altra, già stanca di rappresentare una parte non sentita, non riesciva più a nascondere, cercava di persuadersi di aver visto male, di essersi ingannato, di diventar troppo esigente, di mancare d’esperienza… Se il fanciullo che chiude gli occhi dinanzi al pericolo crede di sottrarvisi, egli è che il pericolo in tanto esiste per lui in quanto ne ha la coscienza; con l’abolirne la percezione egli stima di averlo realmente abolito. Per le nature in cui l’imaginazione ha uno sviluppo esuberante, un simile fenomeno si riproduce frequentemente anche nell’età in cui la ragione potrebbe intervenire a far sentir la sua voce; ed Ermanno, che non poteva più illudersi, si sorprendeva talvolta a negar fede a ciò che avveniva.
Erano, sul principio, dei malintesi, futili in apparenza, a proposito di incidenti volgari: una parola interpretata in vario senso, un diverso modo di vedere, ma che intanto rivelavano la radicale impossibilità di una comprensione reciproca. Ciò nondimeno, Ermanno non poteva decidersi a rassegnarsi; e con l’inconfessato convincimento della inutilità dei suoi sforzi, cercava di leggere in fondo al cuore di quella Sfinge, nella lusinga di trovare qualche cosa a cui aggrapparsi. A misura che egli si faceva più insistente, la stanchezza della donna cresceva. Con una maggiore esperienza della vita, ella vedeva che era impossibile durarla, aspettava che egli stesso se ne sarebbe persuaso proponendole di separarsi con una buona stretta di mano, da persone di spirito. Dinanzi alla strana ostinazione di Ermanno, ella fu anche tentata di prendere l’iniziativa della separazione, dichiarandogli lealmente di voler riacquistare la propria libertà; un istintivo sentimento di rispetto per l’intuita superiorità di quell’anima la arrestò. Allora, i malintesi divennero più grandi, scoppiarono più frequenti, fin quando un giorno Ermanno Raeli vide compiersi una cosa abbominevole, che spense come un turbine l’ultima sua illusione. Quella donna che aveva appartenuto a lui, a cui egli aveva creduto come alla stessa Fede, si era data ad altri; semplicemente, freddamente, per capriccio, come gettava via dei guanti ancora freschi pei nuovi, ella lo aveva abbandonato per un altro… La súbita rivelazione di questa mostruosità diede una scossa terribile al suo spirito. Non crederla, era impossibile; ribellarvisi, era inutile: il fatto esisteva, brutale, violento. Tutte le dolcezze, tutte le promesse, quell’intima, quella lunga comunione: tutto era finito. Ogni legame era sciolto. Fra loro, dopo quello che erano stati l’uno per l’altro, nulla esisteva più di comune; essi erano ridiventati due estranei, come prima, più di prima… Un momento, egli fu tentato di andarsene da lei, di supplicarla, di scongiurarla, di riprenderla fra le sue braccia, di evocare gl’istanti volati, di rivelarle l’abisso che gli aveva scavato dinanzi, di fargliene misurare la profondità, di domandarle in ginocchio di stendergli una mano, di non farlo perdere, di non indurlo a negare, a bestemmiare la fede, l’amore… L’amore? E ad un tratto la mal repressa ribellione scoppiava dentro di lui. Era dunque quello l’amore? Quale disgusto!… In alto e in basso della scala sociale, brutalmente confessata o ipocritamente nascosta, venduta o concessa, non esisteva che la sodisfazione degl’istinti!… Egli non era stato amato, ma non aveva amato neppure. Riconosceva adesso la sua illusione, l’inganno in cui era caduto, il chimerico inseguimento di qualche cosa che era soltanto dentro di lui, nella sua imaginazione, e che mai, mai, avrebbe potuto afferrare…
Una crise violenta scoppiò nella sua coscienza. Come reazione voluta, accarezzata, con una sfrenata compiacenza, sostenuta dal fondo d’energia che era nella sua natura e che prendeva una rivincita, egli si buttò a capo fitto in una vita di pazzi piaceri e di amori malsani; trovò una specie di furibonda voluttà nel profanare, nel deridere, nel macchiare di fango i suoi assurdi ideali. Di quella crise fu per morire. Nondimeno, guarì; ma il suo sguardo serbò per sempre l’attonita immobilità di chi ha visto spalancargli la terra dinanzi; e una ruga precoce, indelebile traccia della tempesta, solcò la sua fronte.

IV.

Quando Ermanno Raeli tornò a Palermo, dopo parecchi anni di assenza, la sua vita riprese a scorrere sola, monotona, come una volta. Nessuno, o ben pochi, sospettavano ciò che era avvenuto nell’animo suo; a giudicarne dai suoi atti, nulla sembrava mutato in lui; la sua tristezza, il suo mutismo, la sua avversione pel mondo erano antichi. Agli occhi degli indifferenti, Ermanno non aveva nulla di particolarmente interessante: era un giovane dovizioso, di buona nascita, molto intelligente, ma incerto ancora della via da seguire, e forse per ciò stesso dall’aria un poco eccentrica.
Fra le rare persone la cui compagnia egli talvolta non disdegnava, il conte Giulio di Verdara occupava il primo posto. Era un carattere, nelle sue manifestazioni esteriori, perfettamente opposto a quello di lui; ma, sotto al sorriso canzonatore che gli errava sulle labbra, dietro le professioni di scetticismo egoistico, si nascondeva un gran fondo di bontà e di rettitudine. Avviatosi per la carriera diplomatica, l’aveva sul più bello lasciata, come se la riserva e la finzione imposte repugnassero a quello spirito franco malgrado l’apparente contradizione fra le teorie professate e la pratica. Datosi ad operazioni di grande commercio, egli sosteneva per esempio che l’onestà era una blague, che il primo istinto dell’uomo era quello della frode e della rapina; ciò non impediva intanto che egli fosse onesto fino allo scrupolo, e buono fino a danneggiare i proprii interessi quando v’era un interesse altrui da risparmiare.
Giulio di Verdara ed Ermanno Raeli, intendendosi nel fondo, soffrivano la loro diversità esteriore; ma i loro incontri, per la stessa natura delle loro tendenze, non erano frequenti. Il conte aveva preso moglie durante l’assenza di Ermanno; questi, nella sua avversione a conoscere nuova gente, aveva evitato una presentazione spesso proposta. Doveva però ben tosto avvenire una circostanza da metterlo nell’impossibilità di dare indietro.
Dalla sua peregrinazione per i musei di Europa, egli aveva portato un gusto per le cose dell’arte, e lasciata da un canto la filosofia, si era messo attorno ad uno studio sulla scuola siciliana di pittura, e specialmente sul Monrealese. La figura di questo artista forte, originale, precorritore del proprio tempo e di tanto superiore alla sua fama, lo aveva subitamente sedotto. Aveva fatto il giro dell’isola per vederne tutte le opere, ed a Palermo, quando lasciava il suo grazioso pianterreno del Corso Alberto Amedeo, passava le sue giornate fra la Biblioteca comunale e il Museo nazionale, attorno agli scritti su Pietro Novelli ed alle pitture di lui.
Un giorno che egli era appunto per recarsi al Museo, il conte di Verdara gli fece pervenire un biglietto nel leggere il quale Ermanno non potè frenare un movimento di contrarietà. “Mio caro,” scriveva il conte, col suo abituale tono disinvolto e scherzoso, “mi piove sul capo un’amica di mia moglie, alla quale bisogna fare gli onori della città. Io che mi ricordo quant’era seccante Cicerone a scuola, vorrei salvarle, mia moglie e l’amica, dai ciceroni di piazza. E quanto a me, la mia ignoranza è tale, che non so se il Monrealese è di Partinico. Poichè tu sai dunque i Filippini a memoria, sarai così amabile da trovarviti oggi all’una? Grazie e scusa.” Ad un invito motivato in quel modo, Ermanno non poteva sottrarsi, ma fu con un fastidio mal nascosto che egli s’incamminò. Però, quando fu giunto all’Olivella, appena entrato nel primo cortile, dimenticò completamente quel malumore e la sua causa. Al pensiero aborrente dall’attuale realtà, i ricordi e le evocazioni dei mondi sepolti sono un grato rifugio. Fra quelle antiche rovine Ermanno ritrovava, se non la gaiezza, almeno una compiacente serenità. Il Tritone del cinquecento, in groppa al delfino guizzante, distendeva in alto le braccia ad imboccare la involucrata buccina. Tutt’intorno: le iscrizioni greche, arabiche e medievali; le porte intagliate dell’antico ospedale, i sarcofaghi, le stele ed ogni sorta di marmi logori e scuri. In quel silenzio, in quella solitudine, quelle pietre mutilate si animavano agli occhi di Ermanno, ridicevano antiche storie di splendori e di miserie, attestavano con la loro sola presenza la fatale nullità delle umane vicende; però, la conferma che le cose esteriori danno ai nostri concetti più tristi non è per sè stessa una specie di strana ma profonda sodisfazione?.. L’attrattiva d’una grande poesia era per lui in quei ruderi da cui ordinariamente si rifugge attristati ed oppressi; le voci delle generazioni tramontate riecheggiavano ancora lì in mezzo, ed era come se le iscrizioni non fossero scolpite nella fredda pietra, ma sussurrate da qualche voce, dai morti dei vuoti sarcofaghi…
/# “Ti sei allontanato da quanto in vita era agli occhi tuoi più caro; hai lasciato il mondo e non ritornerai.
“Finchè Iddio non ridesti le sue creature. Nessuno spera vederti e pur tu stai vicino.
Il tuo viso ogni dì si logora ed ogni notte: l’amor tuo non si svela e pur tu ami.
“Scenda sopra di te la pace di Dio, finchè sorga in Oriente il sole, finchè tremoli una vettina sugli alti rami dell’arak.” #/
Questi versetti d’un frammento d’iscrizione araba furono i primi che Ermanno Raeli spiegò quando, all’arrivo di Giulio di Verdara e delle signore, la comitiva cominciò il suo giro. La contessa Rosalia di Verdara poteva avere, a quel tempo, poco più di trent’anni. Alta, slanciata e flessuosa come un ramo di palma, bruna dalla carnagione leggermente dorata, dagli occhi vivi e profondi, ella riuniva la simpatia del più puro tipo siciliano all’eleganza e allo spirito di una parigina. Tutto in lei rivelava la gran signora di razza, l’agevole sicurezza di sè, la padronanza che esercitava dintorno, la distinzione del tratto, il modo di dire le cose più indifferenti. Appena suo marito ebbe pronunziato il nome di Ermanno, districato il braccio dal mantello che ricopriva l’abito di velluto e gros grain mordoré, chinando amabilmente il capo su cui portava una capottina analoga, guernita di un grosso colibri bianco, ella gli aveva stesa la mano: “Io già la conosco, di nome, come un buon amico di Giulio…” ed a sua volta lo aveva presentato alla sua giovane compagna: “La signorina Massimiliana di Charmory…” All’inchino di Ermanno questa aveva risposto con una breve mossa del capo; poi la visita era incominciata.
Intanto che si girava sotto i portici e che Giulio di Verdara scherzava sulle cose spiegate e sullo spiegatore, la contessa, leggermente intimidita dallo scuro ambiente, prestava alla sua nuova conoscenza un’attenzione tra curiosa ed inquieta; ma la signorina di Charmory pareva interessarsi soltanto a quel che vedeva. Era un tipo di bellezza perfettamente contrario. Con un personaggio egualmente slanciato, ma più piccolo, la signorina di Charmory aveva la carnagione bianca, i capelli d’un biondo cinereo e gli occhi ceruli d’una settentrionale. Sotto il suo costume ad ampie pieghe di vigogna azzurra con risvolte di faille della stessa tinta, il suo corpo s’indovinava appena; e solo la vita sottile e le braccia perfette si modellavano. Il guanto rovesciato al principio del pugno lasciava vedere la giuntura della mano, agile, nivea, solcata dagli esili filetti azzurri delle vene, e sotto l’ombra del cappellino rotondo a larghe falde con un’ala rossa, risaltavano i delicatissimi lineamenti, la levigatezza marmorea delle tempie, la magrezza sana delle guancie, la freschezza rosea delle labbra sbocciate sul pallore del viso, la grazia del mento che pareva fosse stato accarezzato dal pollice compiacente d’uno scultore. Ella aveva un modo di atteggiarsi, con le braccia pendenti non lungo i fianchi, ma un poco sul dinanzi del corpo, con le palme delle mani appena rivolte in fuori, che ricordava certe figure di Elette della scuola preraffaellesca. La espressione degli occhi larghi, nuotanti come in un fluido e quasi perduti dietro una visione errabonda, completava quel tipo di bellezza nordica, ma pertanto non fredda. Accanto alla contessa di Verdara essa acquistava risalto – e ne dava. Una era la grazia capricciosa, la simpatia vivace, la spigliata fantasia; l’altra era lo stesso candore, la stessa purezza fatta persona. Così com’erano, la loro gioventù, la loro freschezza, la loro eleganza formavano un contrasto deciso con la vecchiezza cadente dell’ambiente pel quale si aggiravano. Nulla era fatto per impressionare più di quelle figure di donne adorne di tutte le ricercatezze dell’ultima moda, fra gli scomposti avanzi di tempi remotissimi; l’efflusso odoroso che esse si lasciavano dietro, nell’atmosfera leggermente ammuffita del Museo; il suono argentino delle loro voci, nel silenzio dei corridoi; la vivacità dei loro movimenti, nella rigidezza cadaverica dei vecchiumi polverosi ed allineati… Ermanno comprendeva quelle due figure nella sua attenzione per gli oggetti circostanti, come se il Museo si fosse, da un giorno all’altro, arricchito di due nuovi oggetti; notava il contrasto, ma con lo stesso disinteresse personale, col quale giudicava le differenze passanti fra due quadri di scuola diversa… Egli continuava a guidarle e a dare le sue spiegazioni, malgrado gli epigrammi del conte, che facendo spesso sorridere la comitiva, contribuivano a sciogliere l’inevitabile freddezza di un primo incontro. A misura che la visita proseguiva, la curiosità con cui la contessa guardava intorno fra quelle tristi rovine si faceva sempre più allarmata; ma la signorina di Charmory pareva dimostrare un più grande interesse, rivelando nei suoi giudizii e nelle sue stesse domande una intelligenza dell’arte e della storia. “E i quadri del Monrealese?..” aveva chiesto, con la sua voce d’un’armonia sommessa, quasi lontana, quando, esaurito il giro delle gallerie e delle stanze del primo piano si stava per passare al piano superiore. “Vi saremo a momenti,” rispose Ermanno, con una visibile compiacenza per quell’interesse dimostrato verso il suo artista favorito; e intanto che la contessa si attardava un poco dinanzi al trittico del Van Eyck, il capolavoro del Museo nazionale, egli rappresentava alla signorina di Charmory le qualità che distinguono la pittura di Pietro Novelli. “Una freschezza di tavolozza, uno scrupolo di verità spinto talvolta a qualche eccesso, una preferenza per le proporzioni grandiose, un’intensità d’espressione nella figura umana: questi mi sembrano i suoi caratteri più salienti…” La signorina di Charmory lo aveva ascoltato senza guardarlo, chinando di tratto in tratto il capo. “Non lo chiamano il Raffaello di Sicilia?” chiese, quando Ermanno ebbe finito. “A torto, quanto allo stile; a ragione, quanto al valore…” E dinanzi al ritratto dell’artista – una figura scarna, dagli occhi espressivi, dalla piccola barba a punta spiccante sul bianco d’un grande collare alla spagnuola – egli s’era fermato un poco. “È stato l’ultimo dei grandi pittori siciliani; Antonello da Messina fu il primo. La storia della nostra pittura si riassume in questi due nomi. Di Antonello il Monrealese non ha però la fama. Gli nocque forse l’esser vissuto sempre nella sua isola, il non aver potuto allargare il campo dei proprii studii. Ed è morto giovane ancora, pure in questo simile a Raffaello…” Ermanno parlava pianamente, fissando il ritratto con una specie d’involontaria emozione. Con la forza della simpatia che egli metteva in tutte le cose, era in certo modo come se egli rivivesse la vita dell’antico artista, come se egli soffrisse un poco delle sofferenze che supponeva provate da lui; e, in fondo, quel destino abortito, quell’ingegno potenzialmente forte ma non espresso del tutto malgrado l’assiduo proseguimento di uno scopo preciso, non offriva dei punti di contatto col suo? Era dunque un interesse quasi personale che egli metteva nel parlare di lui, nel rimpiangerne la sorte; però, pentito di essersi lasciato trascinare, tacque ad un tratto. Dopo un istante di silenzio e quasi seguendo il filo di quel pensiero, la signorina di Charmory disse:

“Muor giovane colui che al cielo è caro…”

Ermanno fissò un momento lo sguardo su di lei. La citazione di quel verso in bocca ad una fanciulla, d’una straniera, non era certo una cosa molto comune; meno comune era l’aria di serietà triste con la quale ella era entrata nel suo modo di vedere… “Amici miei,” esclamò ad un tratto la contessa di Verdara, “voi siete funebri! Il signor Raeli ha trovato una collaboratrice in Maxette!… Per me, dichiaro umilmente che cotesto Monrealese ha un’aria molto antipatica!” – “Ammesso che sia lui!” disse Giulio di Verdara; “il Van Eyck non è poi certo che sia del Van Eyck!” – “Non si attribuisce al Mabuse?” chiese la signorina di Charmory evitando lo sguardo di Ermanno, cui la domanda pareva nondimeno diretta. “Se non è del Cornelissen…” rispose quest’ultimo. “O fatemi il piacere!..” esclamò allora la contessa, stringendosi un poco nelle spalle, con un moto graziosissimo. “E quell’attacca-panni, di che secolo è?..” disse a sua volta il conte, con una grande impassibilità, fermandosi dinanzi al gabinetto della Direzione e mostrando l’oggetto in quistione.
La visita al Museo finiva così, tra la finta serietà di Giulio, i sorrisi della moglie e il crescente turbamento di Ermanno. Dinanzi al portone, dove la sua victoria stazionava, la signora di Verdara rinnovava ad Ermanno i ringraziamenti per l’amabilità che egli aveva avuta. “Si ricordi,” soggiunse con intenzione, “che io sono in casa tutti i mercoledì… Ma già, lei è tanto severo con noi povere donne!.. Che cosa le abbiamo fatto?.. Ad ogni modo, se i quadri la interessano, le mie buone amiche sostengono che io mi dipingo! E grazie, ancora…” Ermanno, un poco confuso da quelle parole, dal tono leggermente sarcastico col quale erano state pronunziate, le porse la mano per aiutarla a salire in carrozza; e, come fu la volta della signorina di Charmory, questa s’inchinò un poco dinanzi a lui, ma senza accettare l’appoggio ch’egli le offriva. Il legno era già scomparso in fondo alla via Bara, che Ermanno, fermo sul marciapiedi, lo cercava ancora cogli occhi.

V.

La contessa Rosalia di Verdara abitava un elegante villino in fondo a quella strada della Libertà che è stata così rapidamente popolata di costruzioni graziose. La fabbrica era condotta su quella maniera arabo-normanno-sicula che, malgrado la mescolanza di tanti elementi, si considera come uno stile a parte, tanto essa è caratteristica di tutto un felice periodo di civiltà. Internamente, la leggiadra fantasia della padrona di casa aveva messo da per tutto la sua impronta. Linee spezzate, capricciose, ma armonizzanti nella loro apparente confusione; delle concessioni intelligenti al gusto modernissimo per il bibelot antico od esotico, una ricchezza sobria di stoffe e di mobili, una larga parte fatta all’arte contemporanea: erano questi i caratteri che davano un aspetto particolare alle sale della contessa.
Bisognava che ella fosse vista in quell’ambiente suo proprio, perchè si potesse giudicarla al suo giusto valore. Aveva una di quelle fisonomie mutabilissime che da un istante all’altro sono capaci di produrre un’impressione diversa. Analizzata a parte a parte e minutamente, non sarebbe parsa bella; ma vista in casa sua, con l’indefinibile adattamento dell’espressione all’ambiente, nelle tolette di ricevimento o meglio ancora negli abiti da camera delle visite più confidenziali, l’irregolarità dei suoi tratti sembrava più simpatica e geniale, la sua grazia più squisita, il suo spirito più brillante ed acuto.
Quel mercoledì seguente alla visita del Museo, la contessa avrebbe dato qualche cosa per dividere cotesta sicurezza. La forza dell’interesse personale è tanta, e il timore di non poterne conseguire la soddisfazione nasce e s’ingigantisce così facilmente, che le cose sulle quali si è fatto più grande e sicuro assegnamento, si vedono messe in forse ad un tratto. Un interesse ancora secreto e quasi incosciente persuadeva Rosalia di Verdara ad assicurarsi della propria seduzione; ma, più aveva bisogno di contar su di essa, più ne dubitava. Qualcuna delle sue amiche che si seguivano nel suo salottino le aveva detto, in un abbraccio affettuoso che era anche un mezzo di esaminar da vicino la qualità del velluto del suo abito nero a tablier e quille di jais, dal corpetto alla Watteau, e il gusto dei gioielli portati da lei: “Tu sei oggi un amore!” ma quegli elogi fatti con una grande espansione non la rassicuravano punto; più valore avrebbero avuto se fossero stati pronunziati a mezza voce, con quello stento che in simili casi è un sintomo di sincerità.
Ermanno Raeli sarebbe venuto da lei? Questa era la domanda che ella si rivolgeva. E perchè la possibilità di quella visita le toglieva un poco della padronanza di sè?… In quei giorni, la figura del giovane le era più d’una volta tornata alla memoria. Ella non riusciva a spiegarsi quella specie di enimma vivente, quell’uomo nella pienezza della vita che si teneva in una rigida clausura, che proseguiva delle aride cose quando tutto gli avrebbe sorriso dintorno… O meglio, ella credeva di spiegarselo: era forse una ricerca di originalità, la soluzione da lui data al problema che occupa la mente degli uomini: rendersi interessanti!.. Ma, nello stesso tempo che si applaudiva della sua chiaroveggenza per cui era messa sulle difese, si dava una fuggevole occhiata al grande specchio decorato che stava disposto vicino al suo seggiolone favorito… Nessuna, intanto, di quelle visitatrici avrebbe potuto sorprendere nulla della leggiera preoccupazione in cui ella si trovava. In mezzo alla gente, la contessa aveva tutto il suo brio, tutto il suo spirito più fresco e più vivo; da sola animava il piccolo mondo raccolto intorno a lei, mettendo le sue conoscenze in relazione tra loro con garbo facile e accorto, creando dei piccoli gruppi che di tanto in tanto faceva abilmente concorrere alla conversazione generale, interessando le persone col parlare a ciascuno di ciò che poteva riuscir più gradito, dimostrando sopra ogni cosa la grande virtù del sapere ascoltare. Soltanto, ogni volta che il domestico sollevava la cortina, annunziando una nuova visita, ella porgeva attento orecchio al nome pronunziato. Ma andando incontro alle amiche, stendendo la mano dal suo posto agli uomini, ella non dimostrava preferenze: egualmente affettuosi erano i sorrisi ed egualmente cordiali gli shake-hands scambiati. Nondimeno, annunziatasi la signorina di Charmory, nessuno si era stupito vedendola alzarsi vivamente, andarle incontro e baciarla con effusione. Erano quasi due sorelle; avevano fatto conoscenza a Parigi, dove Giulio di Verdara era stato alcun tempo addetto d’ambasciata; e come Massimiliana era giunta a Palermo, la contessa l’aveva accolta a braccia aperte. A Palermo, la signorina di Charmory era venuta con suo zio, il visconte d’Archenval, che da qualche anno conduceva per tutte le stazioni climatiche d’Europa la propria moglie, affetta da una malattia incurabile. La zia di Massimiliana era figlia del duca Gastone di Précourt, che non era venuto in Sicilia. Forse per le lunghe sofferenze della viscontessa, o forse ancora per le inveterate abitudini di un cosmopolitismo errabondo, questa famiglia pareva un poco disorganizzata. Il duca se ne stava lontano, ed era già molto se di tanto in tanto chiedeva, con un secco telegramma, notizie della salute della figliuola. Il visconte si era subito fatto presentare ai circoli, dove passava le sue giornate e le sue notti ai tavolini ed ai bigliardi, giuocando disperatamente. Vero tipo di viveur, già sciupato a quarant’anni, egli era diventato subito l’idolo di una certa società di eleganti, di giuocatori, di clubmen, che ne avevano fatto il loro modello e ne studiavano attentamente i modi di fare, di vestirsi e di discorrere. Al passeggio, lo si vedeva sugli stages di questo o di quel signore, guidare con polso fermo e con occhio esperto un four in hand; a teatro, la sua testa da cameo, incorniciata di capelli ancora biondastri che parevano incipriati, si affacciava un poco per volta da tutti i palchi dell’aristocrazia, e non v’era festa, o cerimonia, o partita di piacere, a cui egli mancasse. Con l’abitudine di questa vita, è facile supporre che alla morte di sua sorella vedova di Charmory, l’assumere su di sè l’educazione di Massimiliana, rimasta povera e sola, non dovesse costargli molto. Tenerla, fino a quando era possibile, in collegio; lasciarla poi in compagnia della moglie: questa era stata la soluzione che egli aveva trovata; soluzione tanto più facile, quanto la reciproca compagnia che le due donne si facevano lasciava lui più libero e meno responsabile.
Però, a giudicarne dalla loro vita di Palermo, i legami fra le due fanciulle – quantunque maritata, la viscontessa d’Archenval aveva tutta l’aria di una ragazza – non parevano molto intimi. La signorina di Charmory era quasi sempre con la contessa, in giro per la città, nei dintorni, o più semplicemente a pranzo, a teatro; mentre la zia usciva di rado, sola, nella carrozza di rimessa che era ogni giorno a sua disposizione, e passava il suo tempo nel raccoglimento un po’ da ospedale dell’Hôtel des Palmes. Quel giorno appunto la signorina di Charmory, entrando nel salotto della contessa, diceva all’amica che la zia l’aveva lasciata al cancello, non fidandosi di sostenere una conversazione. Da ogni parte, allora, delle esclamazioni di compianto si levavano; tutti però erano sicuri che il clima di Sicilia avrebbe fatto un miracolo restituendo la salute a quella povera e buona signora.
La conversazione si era fatta generale, la contessa di Verdara parlava a bassa voce con la sua giovane amica che si teneva vicina; quando il domestico, sopravvenendo, annunziò ad un tratto Ermanno Raeli. Nell’attenzione generale con cui gli astanti si erano rivolti verso l’uscio, il piccolo sussulto che la contessa non era riuscita a frenare passò inosservato. Tutti conoscevano, in quella società, o personalmente o per fama, Ermanno Raeli; nessuno si sarebbe aspettato però di vederlo arrivare lì in mezzo. Lo si sapeva un solitario, un contemplativo, un filosofo rifuggente dal consorzio degli uomini; non lo si era mai visto in quel mondo di cui la sua nascita gli avrebbe dischiuse le porte. Nel concetto dei più, Ermanno era uno spirito superiore; ma, come il riconoscimento della più evidente superiorità non è mai senza qualche riserva, che si risolve in fondo nell’attribuire un’altra superiorità a sè stessi, gli eleganti raccolti nel salotto della signora di Verdara aspettavano l’entrata di Ermanno Raeli per coglierlo in fallo almeno nella scienza del mondo.
Essi furono disillusi completamente. La naturale riservatezza dell’indole, il lungo soggiorno in paesi stranieri che da una parte la aveva accresciuta, dandogli dall’altra la pratica delle forme, facevano di Ermanno, in società, una personalità fuori del comune; con una correttezza inappuntabile, egli si manteneva estraneo ad ogni partito od influenza. Passato il primo momento di attesa; visto che egli si presentava come ogni altro, che sosteneva fermamente gli sguardi indagatori fissati su di lui, che non veniva a discorrere di filosofia o di estetica in una adunanza di signore, ma che prestava un eguale ascolto a tutto ciò che si diceva, mettendo di tratto in tratto nel discorso una sua qualche frase sobria ed originale, i curiosi, disingannati, lasciarono di osservarlo.
Anch’egli, in quel momento, ricuperava una relativa liberdi spirito. Uscendo, il giorno della visita, dal Museo nazionale, lasciata la contessa e la sua giovane amica, egli si era sentito in preda a una profonda e indefinibile agitazione. In ogni stato dell’animo, la coscienza è in ragione inversa della intensità; più un’impressione è potente, meno si può rendersene conto. L’impressione che quell’incontro, dapprima indifferente, aveva finito per produrre in Ermanno, era stato troppo forte perchè egli potesse aver cognizione di ciò che si operava in lui, e sceverare il timore dal piacere, lo stupore dall’attesa… La sua mente non era occupata se non da imagini: le figure supremamente graziose delle due donne con le quali egli aveva passata un’ora di intellettuale intimità. Durante tutto il tempo che era seguito, egli aveva rivissuta continuamente quell’ora, con la stessa intensità della prima volta, e quelle imagini così profondamente impresse avevano finito per obbiettivarsi, popolando, in una specie di allucinazione, la solitudine del suo quartierino, apparendo fra mezzo al verde un poco passato del suo giardino, seguendolo nel suo studio e mettendoglisi innanzi a intrattenerlo con muti sorrisi quando egli tentava di occuparsi. Una rivoluzione si era operata dentro di lui, egli aveva trascorsi quei giorni in una specie di fluttuazione ideale, incapace com’era a resistere o ad abbandonarsi agl’impulsi di cui non si rendeva ragione. Quel pomeriggio stesso, era stato inconsciamente, quasi automaticamente, che egli aveva ordinato al cocchiere di dirigersi verso Porta Macqueda; egli non aveva per nulla deciso di recarsi dalla contessa, si proponeva di voltare indietro appena giunto dinanzi alla sua villa, o di passar oltre. Com’era avvenuto dunque che dinanzi al cancello egli avesse fatto fermare la carrozza?… Quando noi crediamo di essere più indifferenti, e liberi di apprenderci a un partito piuttosto che all’altro, cerchiamo dunque d’ingannarci da noi stessi, ed il nostro partito è già preso irrevocabilmente? O nei momenti decisivi qualche cosa sorge dal fondo dell’incosciente per sospingerci in una certa via, come un’improvvisa corrente magnetica la quale sorga a distogliere dalla sua naturale orientazione l’ago calamitato?… La successione dei sentimenti, per Ermanno, era stata rapidissima. Appena uscito dalla sua incertezza, appena messo piede a terra, una specie d’ambascia erasi impadronita di lui, un terrore di andare incontro a qualche cosa d’arcano, un pentimento della sua risoluzione, e una tentazione imperiosa di tornare indietro. Se fosse stato possibile, se il portiere non gli fosse venuto incontro cavandosi rispettosamente il berretto, egli avrebbe obbedito a quella tentazione. Nitidamente, egli aveva scorto il motivo della sua paura: la possibilità che in casa della contessa si trovasse la signorina di Charmory. Fino a quel momento, le figure delle due donne gli si erano presentate insieme al ricordo, la sua attenzione si era portata, od aveva creduto portarsi indifferentemente sull’una e sull’altra. Ora, uno sdoppiamento si operava; poichè, sul punto di trovarsi in presenza della signora di Verdara il suo spirito restava tranquillo; mentre la sola idea che la signorina di Charmory potesse essere presso l’amica, lo gettava in un turbamento profondo…
Prima di entrare nel salotto, la confusione delle sue idee era pervenuta al massimo grado. Entrato, scorta la giovane straniera, presentati i suoi saluti, l’agitazione si era venuta sedando per dar luogo ad una sensazione sempre più profonda di sollievo, di benessere, di confidenza, di serenità deliziosa. Quella sensazione si accresceva, perveniva al suo massimo grado quando, sul tardi, andati via i visitatori indifferenti, egli era rimasto solo con le due donne. “Rieccoci dunque insieme i touristes dell’altra volta!” aveva esclamato, sorridendogli e prendendo fra le sue una mano dell’amica, la contessa Rosalia. “Maxette deve ancora veder tutto di Palermo,” riprese ella, “e la mia ignoranza mi atterrisce. Per fortuna, abbiamo nel signor Raeli la più intelligente e la più amabile delle guide…” Ermanno si era inclinato, ringraziando; ma la signora di Verdara continuò: “Non creda che si sbarazzerà presto di noi! La sequestriamo addirittura; non è vero, Maxette? La colpa è anche un po’ sua; se non fosse stato così compiacente, non sarremmo adesso tentate di abusare di lei!” Allora, col suo leggiero accento straniero che era una grazia di più, la signorina di Charmory aveva soggiunto: “Il signore è stato veramente assai gentile…” Nell’ambiente grazioso e raccolto, accanto alle due giovani che si tenevano per mano e gli dicevano delle cose lusinghiere, Ermanno si difendeva debolmente contro la dolcezza dell’ora. Il giorno tramontava; un cielo d’ametista si scorgeva dall’alto delle finestre, che ad un ordine della contessa furono chiuse, mentre le lampade dai cappucci rosei ed azzurri venivano accese. L’aria d’intimità si faceva più grande e la conversazione diveniva più espansiva. Ermanno proponeva alle due amabili interlocutrici un itinerario di visite e di escursioni; ad ogni allusione che faceva intorno alle antichità dell’arte, la contessa chinava un poco il capo, vergognosamente, confessando la propria ignoranza; mentre la signorina di Charmory dimostrava una perfetta conoscenza del paese che era venuta a visitare. “Ha letto l’Amari?… Ha letto il Di Marzo?…” le chiedeva Ermanno, ed ella rispondeva di sì. La conversazione di lei era fatta, più che d’altro, di risposte; ma non era evidentemente la timidità che la faceva tacere, che la lasciava come assorta in un pensiero recondito. Ermanno si sorprendeva invece di tratto in tratto a parlare con una facilità della quale si stupiva pel primo. Dalle antichità di Palermo e della Sicilia, il discorso era passato alle questioni dell’arte contemporanea, ed in tutto la signorina di Charmory manifestava delle opinioni profonde, che quasi sempre corrispondevano con le sue. Talvolta, egli sentiva di essere d’un altro parere, e non era per lui un soggetto di minor meraviglia l’accorgersi di sviluppare gli argomenti favorevoli alle teorie contrarie alle proprie. Era l’antico dilettantismo critico che rinasceva, la naturale disposizione ad ammettere tutto e a tutto legittimare, o una conversione temporanea, compiutasi sotto l’impero della seduzione che si esercitava su di lui?… Egli non aveva l’agio di pensare a tutto questo, nel delizioso infiacchimento della volontà che lo aveva guadagnato a poco a poco e che gli aveva impedito di congedarsi malgrado l’avanzarsi dell’ora.
Prendendo parte alla conversazione, la contessa serviva il the ai suoi amici, e ad un tratto sopravvenne Giulio di Verdara. “Ci sei capitato!” esclamò, con un risolino, nello scorgere Ermanno; poi, rivoltosi alla signorina Massimiliana: “È lei,” aggiunse, “che ha avuta la virtù di apprivoiser l’amico mio!” La contessa reclamava allora la sua parte di merito. “In verità, ci siamo messe in due ad abusare della sua cortesia!…” e come Ermanno cercava di protestare, il conte lo interrompeva, dicendo che le sue proteste erano inutili: non le credeva! Egli sviluppava questa teoria: che nel consorzio così detto civile tutto è posa, tutto è corvée. Non era una corvée quella della signorina di Charmory, di starlo a sentire? Non era una corvée quella di Ermanno, che avrebbe voluto essere a casa, a scrivere un capitolo della sua storia dell’arte?.. Versato allora sollecitamente il the in un’altra tazza, la contessa era venuta a presentarla al marito: “E questa è la corvée mia, di offrirti un the che non meriti!…” Allora, rivolgendosi agli altri come per invocare la loro testimonianza: “Vedete?” riprese immediatamente Giulio, “ecco una decozione medicinale che si è convenuto di trovare deliziosa. Bisogna sorbirla, perchè è chic. Quando io vi dicevo!…”
Un grazioso sorriso era spuntato sulle labbra abitualmente serie della signorina di Charmory, e fu pel suo contagio, più che per la simpatia di quella piccola scena tra marito e moglie, che Ermanno aveva sorriso anch’egli. Ma, al rumore di una carrozza che si avvicinava e che veniva ad arrestarsi dinanzi alla villa, fatto uno sforzo su di sè stesso, egli si alzò. “Si salva?…” esclamava la contessa. “Ha ragione! chissà quante ne sentirebbe!…” Poi, stringendogli la mano: “Badi che io tengo a tutte le sue promesse…” E mentre Giulio di Verdara insisteva nel suo scherzo, la signorina di Charmory stringeva anch’essa un poco, con la sua mano guantata, la mano del giovane.

VI.

La prima impressione provata da Ermanno Raeli quando egli uscì dalla villa del conte di Verdara, fu di stupore. Abituati gli occhi alla luce delle lampade, aveva creduto che fosse già notte; invece l’ultimo crepuscolo illuminava ancora il cielo. Sulle masse del verde che a quell’ora pareva quasi nero, un chiaror d’oro faceva intravedere dei vaghi contorni; i lumi erano già accesi e brillavano con fiamme larghe e gialle: le stelle cominciavano a luccicare e una quiete grandiosa regnava nel viale deserto. Camminando con gli sguardi all’alto, Ermanno aveva appena cansata una carrozza chiusa che si muoveva al passo dinanzi alla villa. In quel momento, egli sentiva nascere dentro diuna specie di lirico slancio, come se nell’aria dolce, nel cielo purissimo, nelle masse quiete del verde qualche cosa cantasse. La muta armonia del tramonto, dell’adorabile mistica ora in cui, come a lenti giri, la luce sembra ascendere le cerule scale degli spazii infiniti, si riecheggiava in lui; tutto l’essere suo vibrava come in un’ebbrezza. Il ricordo dell’inquietudine, dell’angoscia per le quali era passato, si dileguava, s’inabissava in quel muto incanto. Era della figura, era della voce, era dello sguardo della signorina di Charmory che egli si sentiva deliziosamente pieno; era come una emanazione di lei che raddoppiava a quell’ora ogni sua facoltà vitale. Lo spettacolo del tramonto si svolgeva nel cielo, ma nulla rassomigliava al primo romper dell’alba quanto l’ultimo anelito del giorno, ed il chiarore d’un’alba spirituale si accendeva adesso in lui. Procedendo verso la città, egli fissava lo sguardo al cielo orientale, che si tingeva ancora d’un fioco riverbero, come per la promessa del nuovo giorno; e in quell’esteriore vicenda della luce e dell’ombra egli vedeva un simbolo dell’intima vicenda della gioia e della tristezza. Dopo l’agonia d’un tramonto e la nerezza fredda di una lunga notte polare, tornava il sole ad investirlo dei suoi raggi. Cercar di negarlo era adesso possibile?…
La confessione che noi spesso ci facciamo dell’incapacità a spiegare quel che succede dentro di noi, non è quasi mai sincera; essa esprime tutt’al più la volontà di riconoscere ciò che nel nostro intimo sappiamo con la precisione più grande. In presenza di qualche cosa che sul principio può non avere una spiegazione, l’imaginazione percorre rapidamente tutta la serie dei possibili e sa ben presto a che cosa tenersene. L’irresolutezza di Ermanno nei primi giorni, l’esitazione ad attribuire alla contessa di Verdara od a Massimiliana il suo nuovo turbamento, erano state volute; fin dal primo istante, fin da quando la giovane straniera aveva mostrato di dividere il suo pensiero, pronunziando il profondo verso di Menandro, egli s’era sentito scuotere fino all’intime fibre, aveva sentito iniziarsi la misteriosa operazione di cui adesso vedeva gli effetti, nell’esaltamento a cui era in preda. Ed una domanda tornava con invasante frequenza al suo spirito: come poteva ciò essere accaduto? Non era egli divenuto tetragono alle seduzioni fallaci? non sapeva quel che esse costavano? non aveva giurato a sè stesso di non ricadere mai più nell’abisso antico?.. Ah! egli era che malgrado gli amari disinganni, malgrado la mortale repressione, lo slancio dell’anima non era vinto; e come prima, più di prima, dalla solitudine in cui l’aveva costretta, nella rinunzia che le aveva imposta, essa anelava alla comunione… Dunque, amava già egli la signorina di Charmory? Il sì veemente che stava per salirgli alle labbra si spense prima d’esser formulato. In quello stesso momento, una carrozza sopravvenente lo avanzava, e voltandosi a guardarvi dentro egli aveva scorto, alla luce crepuscolare, il vago profilo della giovanetta. Come una mera apparizione, essa si dileguava verso la rumoreggiante città, dandogli la sensazione d’un distacco fatale… E la città, il mondo, la folla aborrita afferrava anche lui, gli rumoreggiava dintorno, pareva ricordargli che egli era sua preda…
Quando egli fu arrivato a casa sua, l’esaltazione era caduta in un grande sconforto. Ciò ch’egli sentiva, era di trovarsi in una disposizione di spirito dalla quale sarebbe stato in suo potere il passare alla passione, solo ch’egli avesse voluto; ma era appunto tale volontà che egli si risolveva in quell’ora a non avere. In una rapida intuizione, aveva misurata tutta la distanza che separava lui, vecchio di spirito, sfiduciato, ammalato, da quella creatura gentile, all’alba della vita, ignara degli abissi di miseria nei quali egli era caduto. Egli sentiva di non poter dire: io l’amo; ma di poter dire piuttosto: io l’amerei… In questa differenza grammaticale stava il secreto di tutta la sua vita. Una condizione era posta alla sua felicità: non avere avuta quella triste esperienza del mondo e di sè. E come questo non ora possibile, egli non aveva il dritto di domandare ciò di cui non era degno. Sedurre quella fanciulla, ottenerne l’amore con la promessa del suo, sarebbe stata una profanazione, un crimine inescusabile… Il cielo, nella sera saliente, si era fatto d’un azzurro tenero, d’una sfumatura infinitamente delicata, e lo scintillio degli astri era vivido e profondo. I fiori del suo piccolo giardino profumavano la mite aura autunnale. Squisito come la tinta di quel cielo, come il profumo di quei fiori, era il sogno che egli aveva visto balenare un istante; ciò che la ragione comandava era che restasse eternamente un sogno…
La risoluzione che Ermanno Raeli aveva presa quella sera domandava, come principale condizione, che egli non vedesse la signorina di Charmory. Invece, le promesse fatte alla contessa di Verdara, delle quali questa aveva chiesto l’adempimento, lo misero di nuovo, fin da qualche giorno dopo, in presenza di Massimiliana. Erano delle visite alle chiese ed ai monumenti, escursioni a Monreale, a Solanto, per tutti i dintorni più pittoreschi; delle lunghe trottate alle falde di Monte Pellegrino, durante le quali l’intimità fra i varii componenti della comitiva si stringeva naturalmente sempre di più. Le rare volte che la viscontessa d’Archenval si sentiva un poco meglio, ella prendeva parte a quelle gite, non abbandonando però quasi mai la sua carrozza. Di poco maggiore della nipote, aveva un aspetto più fanciullesco, a causa principalmente della malattia che l’aveva avvizzita, accasciata e quasi rimpiccolita. Era di una magrezza straordinaria; dei vuoti le si scavavano sotto gli occhi stanchi, le mani erano ridotte d’una bianchezza e di una fragilità come di cera, ed un brivido di freddo le serpeggiava sempre pel corpo, malgrado le pelliccie ed i plaids sotto ai quali si seppelliva, ed i soavi tepori del sole siciliano. Il visconte, attirato dalla sua passione per il giuoco, lasciava quasi sempre sole la moglie e la nipote, e Giulio di Verdara accompagnava anche raramente la contessa. Egli dichiarava di non comprendere nulla alle così dette bellezze dell’arte, quantunque poi gli artisti nell’imbarazzo conoscessero per prova la sua generosità. In tutto egli era così; sotto un sorriso inalterabile, sotto le teorie graziosamente scettiche, nascondeva una grande bontà, e se qualcuno credeva di prenderlo in contradizione, scoprendo qualcuna delle sue buone azioni, egli rispondeva che anche quelle erano delle blagues e delle corvées.
Accanto alla signorina di Charmory i propositi di Ermanno si erano, per via di continue transazioni, fiaccati. Fermo nel proposito di non far nulla che potesse dimostrare alla giovanetta il sentimento destato in lui, egli rimaneva estatico dinanzi alla sua grazia, alla sua delicatezza, alla sua seduzione tutta spirituale, come di creatura estranea al mondo sensibile. Col suo corpo esile, appena accennato sotto le vesti severe, con la sua andatura un poco incerta, come di sonnambula ignara del proprio cammino, ella pareva non aver presa sulla terra. Nella conversazione, non si interessava agli avvenimenti comuni della vita, a quei soggetti futili che formano il repertorio quotidiano dei salotti; la sua parola era scelta e rara. E l’occhio si perdeva continuamente dietro qualche cosa che ella soltanto poteva vedere. Cosa strana, della quale non era possibile accorgersi sulle prime: la signorina di Charmory non fissava mai i proprii sguardi su quelli dei suoi interlocutori. Nel più vivo d’una conversazione, od anche dinanzi ai più pittoreschi paesaggi, come quelli che le si svolgevano dinanzi nelle sue corse per la Conca d’Oro, il suo sguardo assumeva talvolta una fissità più grande; e argomenti di discussione o accidenti di natura, tutto pareva sparisse per lei.
Ermanno si saturava del suo fascino sottile e misterioso; ora, la sua risoluzione, sempre più indebolita, si era modificata: egli voleva amare Massimiliana, d’un amore inconfessato, che doveva essere tormento, ma anche delizia indicibile. Nel silenzio della campagna, quando la piccola comitiva degli escursionisti sostava un poco, egli porgeva l’orecchio ai deboli ed incerti rumori prodotti dall’aliare del vento, dalla caduta delle ultime foglie, dal sommesso ronzìo degl’insetti. Nella solitudine, come tutto taceva dentro di lui, egli si chinava ad ascoltare il flebile concerto del germinante amore. Erano delle voci fioche, sussurri indistinti, bisbigli carezzanti; era un nome, sempre lo stesso, ripetuto pianissimo, ma incessantemente, con una eguale intonazione di preghiera, di devozione, di umiltà, di speranza… Allora, dinanzi alla visione d’un avvenire più lieto, tutta la sua antica tristezza si ridestava, e il sentimento era così forte, che egli sentiva come un’amarezza salirgli alla gola. Aveva avuta la tentazione di scrivere dei versi su di ciò, e ideato già un componimento che avrebbe dovuto intitolarsi Il Calice; ma non gli era mai accaduto di apprezzare come allora la verità del giudizio che fa dell’arte un esercizio di giuoco, un’attività fittizia incompatibile con l’impeto delle impressioni reali. Così, quando la contessa di Verdara gli ebbe chiesto di scrivere qualche verso nel suo album, egli era stato nel più grande degl’imbarazzi. Farsi pregare gli sembrava un’ostentazione; e da un’altra parte quel componimento che gli frullava per il capo era troppo chiaro: una specie di confessione che tutti avrebbero compresa. Poi, a tutto questo s’aggiungeva, più secreto e più profondo, il sentimento del ridicolo che quello strano poeta trovava nella poesia… Se gli uomini hanno un bisogno di elevazione, se tutto ciò che esce dalla miseria di ogni giorno ha un prezzo ai loro occhi, volentieri essi dileggiano coloro che conseguono le cose rare e che si costituiscono una superiorità di eccezione. Il nome di poeta, suprema ambizione dei cuori sensibili, finisce così per essere sinonimo di stravagante, e l’ammirazione per chi ci procura dei momenti di puro gaudio spirituale si complica d’un certo compatimento beffardo. È una delle infinite contradizioni umane di cui pochi s’accorgono, ma che uno spirito critico come quello di Ermanno doveva avvertire fino alla sofferenza. Poeta, egli aveva quasi vergogna di sentirsi chiamare con questo nome, si sentiva a disagio allo stesso modo che se si fosse trovato un giorno per le vie vestito della bianca tunica dei secoli antichi, con una cetra fra le mani e il capo incoronato d’alloro… Alle cortesi insistenze della contessa, egli aveva finalmente risposto adoperando un piccolo artifizio: finse d’aver voltato dal tedesco di Steiblig – un nome di sua invenzione – quel sonetto del Calice che trascrisse nell’album della signora di Verdara firmandolo: Ermanno Raeli, traduttore:

Versato avea nel calice del cuore
La vita ogni amarezza: il corrosivo
Pianto, il Rimorso sordo accusatore,
La Nostalgia d’un cielo fuggitivo.

Ma come in uno strato inferiore
A fiocco a fiocco sempre l’adustivo
Fecciume scende, e il torbido liquore
Riede col tempo al suo nitor nativo,

Così del cuore il fiel pesantemente
Si raccolse nel fondo inesplorato
E ristagnò la calma vitrescente.

Or d’uno sguardo la potenza sola
I recessi del cuore ha penetrato
E il gusto amaro mi ritorna in gola…

Malgrado il suo stratagemma, egli temeva sempre che l’allusione fosse afferrata; ma finì col rassicurarsi completamente. Giulio di Verdara gli aveva risparmiate le sue osservazioni, e la contessa pareva tanto caduta nell’inganno, che lo aveva cortesemente rimproverato di non avergli dato dei versi originali. Anche la signorina di Charmory li aveva letti; ma nulla faceva sospettare ch’ella avesse afferrato il vero senso di quelle parole. Il suo spirito sembrava sempre assente dalla circostante realtà; e, quanto ai suoi rapporti con Ermanno Raeli, Massimiliana non cercava nè sfuggiva la sua conversazione; quando s’impegnava, questa non era nè brillante nè varia; non verteva su fatti, ma sopra idee. Nella eleganza mondana d’un salotto alla moda, la giovane straniera metteva ancora un contrasto; la sua grazia pareva austera nella futilità dell’ambiente, ed ella era come un poco isolata da tutti. In questa specie di impenetrabilità, Ermanno aveva finito per fondare un pericoloso sofisma. Se egli era per la signorina di Charmory un indifferente, una conoscenza come tutte le altre, che ragione di temere avrebbe egli avuta?.. Egli non si diceva che quell’indifferenza ora considerata compiacentemente, avrebbe potuto presto o tardi formare nel suo intimo un soggetto di disperazione; che tutti i suoi voti sarebbero stati perchè si dissipasse; egli non voleva pensare all’avvenire; non domandava altro che l’estasi di quei giorni durasse. La voce profonda diceva di troncare sul nascere ogni speranza, di sottrarsi ad ogni lusinga; e talvolta egli si chiudeva per qualche giorno nella sua solitudine, cercava di riprendere le occupazioni di un tempo; ma tutto gli pareva ora inutile e vuoto. Con uno di quei rapidi voltafaccia così naturali in lui, non gli sembrava più possibile di vivere se non nell’intimità di altri esseri; ed era un affetto fraterno che lo aveva legato ai Verdara, come se fra essi gustasse per la prima volta, dopo la morte dei suoi, le gioie serene della famiglia.
Ma passare accanto a Massimiliana di Charmory in mezzo alla folla, e non accorgersi di nessuno, non sospettare neanche le altre esistenze; essere tutto all’incanto di una comunione spirituale, col vivo sentimento che essa avrebbe formato il più puro profumo della ricordanza: era una di quelle cose che lo riconciliavano con la vita. Questo, anche meno, gli bastava. Solo, lontano da lei, il ricordarla, il ricostruire tutte le frasi che ella aveva pronunziate, il raffigurarsela in tutti gli atteggiamenti che aveva presi, il chiudere gli occhi e pensare soltanto: “Ella esiste,” lo manteneva in uno stato di beatitudine, di fiducia così salda, che egli si sentiva diventato veramente un altr’uomo.

VII.

All’occhio d’un osservatore superficiale, nulla trapelava della inclinazione che Ermanno Raeli sentiva ogni giorno più grande per la signorina di Charmory; le persone che il cambiamento operatosi nella sua vita impressionava, avrebbero potuto egualmente sospettare che le sue assiduità fossero rivolte alla contessa di Verdara. E poichè il supremo disinteresse e l’interesse supremo tolgono egualmente l’opportunità della percezione, la contessa si era del tutto illusa sul conto dei sentimenti di Ermanno. Egli è che, malgrado la sua resistenza, ella aveva finito per amarlo…
Col suo spirito vivace, critico e polemista – se questa parola vale a definire la speciale qualità che consiste nel non arrendersi mai, nel trovar sempre qualche argomento o qualche partito per rispondere o per ripiegarsi – pronta a cogliere i contrarii aspetti delle cose e dal loro contrasto a farsene un equo concetto, Rosalia di Verdara era naturalmente difesa contro i colpi di testa, gli esaltamenti, le prime impressioni e le esagerazioni di ogni sorta. Se a questo si aggiunga un sentimento vivissimo dei proprii doveri e una sincera gratitudine per la costante fiducia dimostratale dal marito, si comprenderà facilmente come ella non potesse esser tentata dalle seduzioni che si erano un tempo spiegate contro di lei. Poi a tutto questo si era aggiunta una reputazione di scetticismo, di indifferenza, di impermeabilità, che aveva ancor essa contribuito a difenderla. In questa situazione di spirito, la prima impressione destatale da Ermanno era stata una specie di curiosità dinanzi a quella singolare figura di asceta giovane e distinto, di filosofo elegante, di siciliano mezzo tedesco, senza accento nella pronunzia e senza risoluzione nella vita. Quel tipo offriva molti lati alla critica mordace della contessa, ne offriva perfino troppi; ora, quando si trovano nello stesso tempo troppe cose capaci di fare impressione, vi è una grande probabilità perchè nessuna di esse ne faccia. Era quello che accadeva a Rosalia di Verdara. Ermanno Raeli era troppo curioso, usciva troppo dall’ordinario, perchè ella gli applicasse il suo ordinario sistema d’esame e si potrebbe dire di decomposizione. Rimaneva stupita. La serietà di Ermanno spegneva il suo riso; la tristezza che leggeva in lui disturbava la sua serenità. Tutto ciò finiva per contrariarla. Sul principio, aveva potuto sospettare un momento che Ermanno rappresentasse; ma presto aveva riconosciuta tutta l’assurdità di un simile sospetto. Da ogni suo atto, da ogni sua parola, non traspariva forse in lui una grande, un’assoluta sincerità; una sincerità che volentieri si sarebbe chiamata ingenua? Dalla stupefazione alla contrarietà, il sentimento della contessa aveva già fatto un passo, tanto più pericoloso quanto meno apparente. L’avrebbe egli dunque vinta su di lei? Non si sarebbe mai detto! E si era data ad attaccarlo. Aveva già perduta la padronanza di sè. I suoi piccoli attacchi si spuntavano contro la superiorità di Ermanno. Di questa superiorità, Rosalia si accorgeva ogni giorno di più; ella si accorgeva della bontà del cuore, della elevatezza della mente, della nobiltà dei sentimenti di colui che ella considerava come un naturale avversario. Un avversario molto strano, intanto; che la ricercava, che pareva dimenticare in presenza di lei la sua malinconia, che trascurava le sue ordinarie abitudini, che si riconciliava, dal momento che l’aveva conosciuta, con quel mondo dal quale pareva avesse fatto divorzio. Che quella trasformazione fosse opera propria? Ed i versi del Calice erano venuti in buon punto a confermarla nella propria lusinga:

Or d’uno sguardo la potenza sola
I recessi del cuore ha penetrato
E il gusto amaro mi ritorna in gola…

Ella non aveva creduto un solo momento alla traduzione dallo Steiblig; aveva subito compreso che quella era una confessione personale, di cui aveva riconosciuto in sè stessa l’oggetto. Ed erano dei sorrisi interiori che fiorivano in lei, una compiacenza intima in cui si cullava all’idea di avere addomesticato quel mezzo selvaggio, facendolo ricredere, aggiogandolo al proprio carro come un trofeo di vittoria… Intanto, ella si lasciava andare al piacere di quella intimità, godeva di tutti i vantaggi d’un’amicizia come quella di Ermanno, si abituava al suo modo di pensare; a poco a poco, inavvertitamente, lasciava che si operasse in se stessa quella metamorfosi che aveva ideato di promuovere in lui.
La lusinga della contessa era tanto più verosimile, in quanto che, se Ermanno non faceva nulla per dimostrare alla signorina di Charmory ciò ch’egli sentiva, questa si rivelava, nella intimità da cui era legata a Rosalia, sempre più estranea ad ogni interesse mondano. La sua malinconia, la sua riservatezza si erano fatte, a misura che il suo soggiorno in Sicilia si prolungava, più grandi; tanto grandi che i primi allarmi si erano destati nella contessa, col timore che quella crescente freddezza potesse dipendere da un principio di gelosia. Ma portata così ad osservare da vicino l’amica e la famiglia di lei, ella era ben presto arrivata a domandarsi piuttosto se qualche cosa di intimo, di secreto non si nascondesse fra quelle persone, sotto la disinvoltura ammanierata del visconte, la lenta agonia della moglie e la precoce e crescente tristezza di Massimiliana. Durante il suo soggiorno di Parigi, ella non aveva osservato nulla di simile. Certo, Massimiliana non era mai stata molto vivace; rimasta orfana e povera abbastanza tardi per misurare la profondità della propria disgrazia, raccolta da quello zio che credeva d’aver fatto tutto per lei quando l’aveva assicurata contro le difficoltà materiali dell’esistenza in cambio della libertà che la reciproca compagnia delle due donne gli consentiva; diventata in un certo modo infermiera della viscontessa, la cui salute cagionevole era fin da quel tempo alterata dai dispiaceri che il marito col giuoco, il padre con la galanteria, le procuravano, Massimiliana non aveva molti argomenti di gaiezza nel proprio animo e nell’ambiente in cui viveva. Ma dalla serietà di quel tempo, alla tetraggine che ora di tratto in tratto sorprendeva nei suoi lineamenti quasi disfatti, la distanza era molta. Più la contessa studiava quella famiglia, più le sue vaghe apprensioni crescevano. Talvolta, ella avrebbe voluto parlare a suo marito degli stranieri dell’Hôtel des Palmes, dirle i suoi sospetti, sentire ciò che egli stesso ne pensava; ma dacchè l’imagine di Ermanno Raeli le stava sempre dinanzi, qualche cosa le faceva morire sul labbro le confidenze che era sul punto di fare al marito. Ella non aveva certamente nulla da rimproverarsi, nè un atto, nè una parola, e non pensava alla possibilità che fra lei ed Ermanno vi fosse altro che quella affinità inconfessata, ma infinitamente dolce nella sua purezza. Ella non aveva amato d’amore il conte Giulio; glie l’avevano dato, ella lo aveva trovato avvenente nella sua figura di giovane militare in ritiro, malgrado alcune ciocche di capelli grigi sulle tempie, che dimostravano però come egli avesse vissuto e gli davano un’altra attrattiva. I loro caratteri allegri sopra un fondo di bontà si erano convenuti; da persone di spirito, non avevano domandato di più. La vita era trascorsa per loro facile e lieta, in una mutua libertà consentita dalla profonda fiducia reciproca. Di quella fiducia, la contessa contava bene di esser sempre degna. La coscienza della sua propria forza, l’esperienza della nobiltà d’animo di Ermanno, per cui l’amicizia era sacra, non le facevano nutrire nessuna preoccupazione per l’avvenire. Ciò che ella domandava, era che il giovane le stesse vicino, che si chiamassero col soave nome di amici, che fossero l’uno per l’altro quella specie di giudice invisibile, di genio tutelare, sempre presente nella coscienza e la tacita approvazione del quale si sollecita in tutti gli atti della vita, nei più importanti come nei più minuti… Le donne sono maestre in questa specie di accomodamenti, che permettono loro di abbandonarsi alle dolcezze del sentimento senza credere di mancare al proprio dovere; ma la contessa Rosalia aveva uno spirito troppo acuto per non sentire, dentro di sè, la sostanziale incompatibilità fra quelle tendenze. Era per questo che ella, malgrado volesse persuadersi di non far nulla di male, aveva perduta l’antica serenità dinanzi al marito, con una soggezione crescente che metteva una freddezza nei suoi rapporti con lui.
Da parte di Giulio di Verdara, nulla v’era di mutato nelle sue relazioni con la moglie; ed egli pareva tanto meno essersi accorto dei nuovi sentimenti nati nell’animo di lei, che spesso egli era il primo a parlarle di Ermanno Raeli con quel tono di leggiero persiflage sotto al quale soleva nascondere tutti i suoi affetti e tutte le sue opinioni. Fu dunque senza nessuna istigazione da parte della contessa, e quando il pensiero di lei si era già distolto dagli stranieri dell’Hôtel des Palmes, che Giulio di Verdara, tornando una sera dal circolo, rivelò a sua moglie una circostanza per cui si risvegliarono in lei gli antichi sospetti. “Che giuoco disperato!” aveva cominciato per esclamare il conte, ancora sotto la impressione di ciò che aveva visto. Nel giro di poche ore, d’Archenval aveva perduta e vinta una fortuna, e si era finalmente alzato dal suo posto con una perdita netta di quaranta mila lire… “Il suo sangue freddo,” soggiungeva Giulio di Verdara, “finisce per far male, specialmente quando si pensa…” Ma si era ad un tratto arrestato, con uno scrupolo di propagare una notizia riguardante l’onore d’un uomo al quale stringeva ogni giorno la mano. La curiosità della contessa si era intanto svegliata, ed allo sguardo interrogativo che aveva rivolto al marito, questi aveva ripreso: “A te, infine, posso dir tutto: il visconte non s’è ancora messo in regola con gli ultimi suoi debiti. Stasera ho sentito qualcuno che già comincia a mormorare…” Rosalia di Verdara ascoltava con attenzione quella confidenza che le dava la conferma delle irregolarità sospettate. Se quelle estremità a cui il visconte si riduceva spiegavano il dolore della signora d’Archenval, in che modo potevano determinare la cupa tristezza di Massimiliana? E perchè il padre della viscontessa non veniva a mettere con l’autorità sua un riparo alla rovina del genero?.. Ella teneva per sè tutte quelle domande: “E non pagherà?..” chiese soltanto al marito, perchè egli continuasse a manifestarle ciò che pensava. “Ma….” riprese il conte, con delle nuove reticenze, “io non so se debbo dirti… Ecco: l’altro ieri mi ha chiesto in prestito, per qualche giorno, una somma… Non ho saputo dir di no. Voleva firmarmi delle cambiali; dice che ha telegrafato a suo suocero. Pare che questo suo suocero invisibile rappresenti una specie di divina provvidenza…” Dopo qualche momento di silenzio, la contessa esclamò: “È una famiglia un poco strana,” riassumendo con quella parola il proprio pensiero. Il conte, che passeggiava per la stanza, soggiunse: “Lo credo anch’io… E forse non arriveremo a spiegarla. D’Archenval ha espresso l’intenzione di lasciar la Sicilia.” Dopo una piccola pausa, si fermò, e guardando sua moglie quasi per studiare l’effetto che le sue parole avrebbero prodotto in lei, continuò: “La partenza di Massimiliana lascerà, come si dice, un vuoto!…” La contessa, che quell’annunzio non lasciava indifferente, rispose: “Oh, certo; io le voglio molto bene, povera Maxette…” Ma il conte non le aveva dato il tempo di finire: “Non parlo di te!..” A quelle parole, che suo marito aveva pronunziate con una intonazione scherzosa, la contessa aveva alzato gli occhi su di lui. Repentinamente, un’inquietudine era sorta in lei; una inquietudine nel primo momento assai vaga, ma crescente con tale rapidità, che finiva per darle la sensazione d’una stretta al cuore. Ciò che ella ora temeva, era d’indovinare l’allusione di Giulio; ma l’ipotesi le era parsa così assurda, così repugnante, che con voce calma, quasi indifferente, ella gli domandò: “Di chi parli dunque?..” – “Ma di Raeli, per bacco!..”
Indifferente in apparenza, il conte si era accorto da un pezzo della simpatia di sua moglie per l’amico; ma se da una parte la stima che aveva per Rosalia e dall’altra la fatta scoperta dell’amore di Ermanno per Massimiliana, lo assicuravano contro ogni pericolo, egli metteva ora una specie di piacere un poco cattivo nel togliere alla donna ogni più lontana illusione. Era la prima volta che sua moglie gli aveva dato ragione di sospettare, e l’idea del pericolo lo aveva sul principio turbato un istante. Non aveva mostrato il suo turbamento come non mostrava nessun altro moto dell’animo; ma per una reazione frequente, la sicurezza riacquistata non lo faceva indulgente verso l’oggetto della passata preoccupazione. “Non hai tu visto come guarda Massimiliana?” diceva; “ci vuol poco a capire che si è messo in testa di esserne innamorato! E i tipi di quel genere non si smontano facilmente…” Con una mano afferrata al bracciuolo della poltrona, con l’altra strettamente increspata fino a conficcarsi le unghie nella palma, la contessa faceva degli sforzi su di sè stessa per non gridare al marito: “Taci!.. Tu non sai quel che dici!… È un’assurdità…” ma il conte proseguiva, scherzosamente impassibile: “Quando la vede, gli ridono gli occhi. O perchè avrebbe mutato gusti, genere di vita? Non ti sei accorta di nulla? Ma l’ha perfino scritto sul tuo album… Tutti dicono che finirà per domandarla in moglie…” – “Taci!… Non vedi che mi fai male?…” avrebbe ora voluto gridargli la contessa Rosalia, subitamente ridotta a riconoscere la verosimiglianza di ciò che quello asseriva; ella doveva invece frenarsi, nascondere il tumulto che le si scatenava nell’anima e che le preparava una notte d’angoscia… Era dunque vero? Ella non si era accorta che Ermanno Raeli amava la signorina di Charmory? Fino a che punto si era dunque lasciata prendere, se si era così grossolanamente ingannata? Era vero, sì… ella ricordava ora mille piccoli particolari, mille indizii minuti, il tono con cui Ermanno aveva detto una parola, la vivacità con la quale aveva difesa un’opinione di Massimiliana, l’irrequietezza manifestata quando non l’aveva trovata da leida lei che si era creduta l’oggetto di quelle attenzioni… Era vero; ma ella si ostinava a non crederlo, cercava di negare ogni valore a quei sintomi sui quali l’opinione di suo marito si era fondata, di persuadersi che Ermanno era troppo serio, troppo freddo, troppo superiore per innamorarsi così, di punto in bianco… Ed ella non si accorgeva neppure che quell’argomento si ritorceva contro di lei, che era egualmente inverosimile, per la stessa ragione, ch’egli amasse lei. A quella conclusione della fredda logica dinanzi alla quale bisognava che ella sacrificasse il suo sentimento egoistico, ella si acquetava più volentieri, per la specie di consolazione negativa che almeno le procurava: Ermanno non amava lei, ma non amava neppur l’altra; entrambe erano eguali… Allora, l’angoscia della contessa si faceva nuovamente più viva: no, non erano eguali! come avrebbe ella potuto lottare con Massimiliana? Ella era la moglie d’un altro; ella non poteva dargli ciò che non era più suo; amarlo era un delitto! Suo marito era un amico di lui; i più atroci rimorsi avrebbero funestato in entrambi ogni possibile gioia. Invece, Massimiliana… – ma, arrivata ad ammettere che niente avrebbe potuto opporsi alla felicità di quei due, un sordo dispetto le invadeva l’anima: ella non voleva che quella felicità si compisse!… Non era lei la stessa donna che, prima, quando la gelosia non le era entrata nell’anima, aveva rifiutato di pensare che i suoi rapporti con Ermanno avrebbero potuto modificarsi? Non si era ella proposto di combattere la tentazione, di non aver mai nulla da rimproverarsi? Bisognava dunque che la virtù e la colpa non avessero nulla di meritorio o di riprovevole, che fossero il risultato di circostanze felici o disgraziate, se ora, perduta la sicurezza che il cuore di Ermanno fosse suo, ella intravedeva la possibilità di passar sopra ad ogni ostacolo per acquistarlo?… Fuggire dunque con lui, abbandonar la sua casa, fargli tradire l’amico, tradire ella stessa: ecco ciò che avrebbe potuto… Non erano più forti, più allettatrici, più potenti le voluttà che ella poteva dargli, a petto delle ingenuità d’una passione da collegiali, come quella che Massimiliana poteva solo promettergli?… Poi ancora il corso dei suoi pensieri prendeva un’altra piega: ella si domandava che cosa aveva a temere da Massimiliana, così indifferente a tutto, così piena d’uno sconforto che si leggeva negli sguardi sdegnosi di fissarsi su qualcuno o su qualche cosa? Era probabile che ella rispondesse all’amore di Ermanno, il giorno che egli lo avrebbe manifestato? E quell’esistenza enimmatica della sua famiglia, la condotta del visconte, quella partenza improvvisa, non erano altrettante ragioni che dovevano rassicurarla?… Poi ancora ella dubitava di tutto, la sua fiducia svaniva, una specie di delirio s’impadroniva di lei durante quella notte insonne e agitata. Le sue idee si confondevano, le imagini perdevano la loro chiarezza; assopitasi un istante, un terror vago, come fra tenebre minacciose, la risvegliava di scatto… Col nuovo giorno, la sua decisione fu presa: ella stessa avrebbe fatto in modo da apprendere la verità, da strappare ad Ermanno una confessione. Come? Non lo sapeva ancora; sapeva soltanto che quell’incertezza era la morte.

VIII.

Era già arrivata la novena di Natale, e il tempo si manteneva d’una serenità e d’una mitezza primaverili. Nei giardini d’aranci della Conca d’Oro, tra il verde cupo del fogliame quasi metallico, i frutti cominciavano ad occhieggiar gaiamente; e lungo le vie, attorno alle nicchie delle imagini sacre, se ne vedevano dei festoni, delle ghirlande artisticamente disposti. La melodia lenta e dolce della cornamusa risuonava da tutte le parti, come ripercossa dall’eco, nelle case più umili, nei chiassuoli, lungo le strade, e metteva tutto intorno una festività ridente e composta, diceva le gioie della pace, la poesia del focolare.
Fuggendo la baraonda cittadina, con un bisogno di concentrazione nel movimento, Ermanno Raeli se ne andava a cavallo per la campagna, ora slanciandosi al trotto, ora proseguendo al passo secondo l’umore del suo svelto ed elegante animale o le folate dei proprii pensieri. Egli non sapeva quale via tenesse; non vedeva nulla dinanzi a sè, con lo sguardo fisso lontanamente, ad una visione gentile…. Gentile, sì, era il termine che le conveniva. Gentile era la serietà del suo spirito, gentile era l’espressione dei suoi lineamenti, gentile era in ogni suo atto, in ogni sua parola…. Così lontano da lei, con la sola sua imagine spiritualizzata dinanzi, egli si sentiva colmato d’una felicità interiore, d’un gaudio muto ed intraducibile. L’aria odorosa che respirava, il tepido sole che lo riscaldava, il verde e l’azzurro che sorridevano, tutto gli dava un profondo benessere… Da qualche tempo, restando accanto a lei, sfiorando la sua veste, respirando l’impercettibile profumo che emanava dalla sua persona, fissando il movimento delle sue labbra mentre ella parlava, egli si sentiva, suo malgrado, vinto da un indefinibile turbamento. Il profumo carnale del suo guanto, ch’egli aveva una volta raccolto, gli aveva procurato una specie di vertigine, un’ebbrezza così dolorosa, che aveva creduto di svenire…
Egli è che per Ermanno Raeli la signorina di Charmory era una pura Idea, armoniosa, impersonale ed intangibile; era lo stesso amore con tutto ciò che esso ha di immacolatamente spirituale. In lei, egli non aveva potuto vedere la donna. Ella passava, come un soffio; si pensa forse ad afferrare qualche cosa d’alato e d’incorporeo?… Un incontro rarissimo delle disposizioni del proprio spirito con le circostanze esteriori, aveva dato a questo sentimento di ideale idolatria una forza straordinaria. Ciò che egli conosceva fin là dell’amore, era l’intollerabile. Dalla prima profanazione fredda e brutale, ma almeno spoglia d’ogni illusione, all’esperienza della menzogna che come un corrosivo aveva profondamente intaccato il suo cuore, e alla febbrile compiacenza nel vizio che aveva finito di amareggiarlo, egli non aveva visto che uno spettacolo di degradazione continua. Uscito da quella miseria, egli s’era fatto estraneo al mondo, attingendo nel disgusto del ricordo e nell’inclinazione alla vita speculativa la forza di resistenza contro ogni nuova tentazione. Ma ciò ch’egli domandava, nell’intimità impenetrabile della propria coscienza, con tutto il fervore della sua contenuta aspirazione, e disperando di raggiungerla mai, era sempre l’indissolubile unione degli spiriti, l’intelligenza e la rispondenza delle anime. Ciò che gli bisognava era di comprendere e di esser compreso da un’altra creatura, di vivere in uno scambio di pensieri, di idee, di sentimenti, tutta la vita più intima dello spirito e del cuore, con la parola e con lo sguardo, in una confidenza assoluta. E subitamente la vista della signorina di Charmory gli aveva rivelato che quella felicità era possibile. Sì, egli lo riconosceva, lo diceva quasi materialmente, a mezze labbra, durante quella passeggiata mattinale, nel cospetto del più clemente cielo: egli amava Massimiliana, perchè ella era come l’aveva sognata; l’aveva amata unicamente fin dal primo momento che l’aveva vista ed ascoltata; intanto che ella aveva parlato, una voce interiore gli aveva detto: Eccola!… Quello che avrebbe dovuto fare, sarebbe stato questo: prenderla per mano, e andar via, dritto innanzi, cogli occhi al cielo dal quale ella scendeva… A sua volta, lo amava ella? Formidabile quistione, che egli non poteva risolvere perchè non osava approfondirla. Ella era veramente per lui qualche cosa di misterioso, di sacro: toccare un lembo della sua veste, la punta d’un suo dito, gli sarebbe parso un sacrilegio. Con la sua espressione nostalgicamente estranea al mondo circostante, con la sua figura vaporosamente leggiera, ella aveva dato forma al suo sogno, lo aveva prolungato nella realtà. Egli si era risvegliato il giorno in cui aveva incominciato a intravedere, dietro la spirituale figura, la creatura umana…
Ermanno(6) Raeli aveva un bell’essersi trasformato, la vita esteriore aveva ben potuto riprenderlo: il pensiero analitico restava sempre il modo principale della sua attività. E con un’angoscia crescente egli aveva visto rideterminarsi l’antica incompatibile dualità della sua natura, in presenza d’una sollecitazione così potente come quella alla quale egli si trovava ora esposto. Amando la signorina di Charmory, egli si sentiva struggere di tenerezza all’idea della sua solitudine, della mancanza d’un grande affetto che invigilasse costantemente su di lei, della sua stessa lontananza dalla patria, dal cielo che l’aveva vista nascere, dagli uomini che parlavano il suo stesso linguaggio. Darle tutto, esserle tutto: patria, famiglia, tutela; guidarla ed esserne guidato nello instabile mar della vita: quale superbo miraggio! Esso si dissipava, sempre, non appena contemplato un istante. La visione dei suoi antichi amori gli si ripresentava allo spirito con una precisione invasante, e dall’intimo essere suo saliva una muta ribellione contro la possibilità di vedere l’imagine di lei al posto delle altre, contro l’assimilazione di quell’amore agli antichi… Sotto l’impero di una violenta disillusione, egli aveva negato fede all’ideale, aveva creduto unicamente all’impeto cieco degl’istinti primitivi, aveva dissipate le ricchezze della fibra nelle stupide orgie; ma come i dannati baudeleriani, per l’operazione di un mistero vendicatore, egli anelava ora ai più alti cieli spirituali. L’idea della carezza fisica era per lui insoffribile; ciò che egli non poteva ammettere, era la macchia al liliale candore, l’offesa alla purezza della fronte adorata. Per questo egli tremava in presenza di lei, non osava guardare all’avvenire e si era quasi ridotto a fuggirla. Egli si faceva sdegno e ribrezzo, tutta la propria persona gli pareva attaccata da una lebbra mostruosa ed insanabile; non che fare un passo per accostarsi alla gente, egli doveva aver la virtù di condannarsi ad un isolamento perpetuo…
A poco a poco, ed a misura che la serie dei tristi pensieri si svolgeva, un’espressione di abbattimento scacciava in lui la serenità di poco prima. Il suo cavallo, scuotendo la testa fine ed intelligente, si cercava oramai dala sua via. Tutto al turbamento che gli guadagnava l’animo, Ermanno si domandava perchè non aveva conosciuto prima la signorina di Charmory, quando egli non era ancora precipitato in fondo a quell’abisso; o perchè, essendovisi oramai ridotto, aveva dovuto conoscerla; e come nessuna voce in lui rispondeva a quel disperato dilemma, egli alzò un poco gli occhi al cielo. Esso era sempre d’un azzurro senza macchia; ma in alto, allo zenith, fissandolo intensamente, l’azzurro diventava quasi nero, come se non potesse vincere l’eterna notte regnante negli spazii. Era una nerezza egualmente intensa che, nei sostrati del proprio pensiero, oltre alle seducenti e superficiali parvenze, Ermanno aveva scorto; e durante quella paurosa contemplazione, l’attività psichica s’era spenta in lui… Un rumore lontano, ancora sordo, lo ricondusse alla coscienza di sè. Era presso alla piccola borgata di Pallavicino; le due masse imponenti di Monte Pellegrino e del Castellaccio, con il prolungamento del Monolfi e del Gallo, si facevano fronte lasciando fra di loro una piccola valle gaia di verde. Per la via, passavano dei carri; e dei contadini, con l’ereditario rispetto verso i signori, si cavavano il berretto, incontrandolo. Ma come egli s’accorse d’una carrozza che s’avvicinava da Palermo, si ricompose subito, strinse le redini con mano salda e si rizzò sulla sella nell’attitudine di una persona tutta intenta a guidare pei buoni passi il proprio cavallo. Egli non voleva che dei curiosi, che degli indifferenti, sorprendessero la sua preoccupazione; il possibile incontro di visi conosciuti lo turbava anticipatamente, e più la subitanea e istintiva previsione di trovarsi dinanzi a lei… Rapidamente avvicinatasi con un insistente schioccar della frusta, la carrozza si arrestò a pochi passi da Ermanno. Il sangue aveva dato a questi un tuffo violento nello scorgere Giulio di Verdara che guidava il legno, dove stavano la contessa e le sue amiche dell’Hôtel des Palmes… “Buona passeggiata!” gli gridava il conte, salutandolo con la mano, “Saresti per caso in servizio di avanscoperta?…” – “Perchè?…” domandò il giovane che si era accostato alla carrozza, col cappello in mano, e salutava le signore. “Esploravi tutt’intorno come per sorprendere il nemico!…” – “E noi la facciamo prigioniero!.,.” aggiunse la contessa, invitandolo ad accompagnarli e rimproverandolo amabilmente per la sua lunga assenza, della quale egli si scusava con pretesti mediocri.
Ermanno si era messo a cavalcare dalla parte della viscontessa d’Archenval, alla quale, nelle poche volte che l’aveva incontrata, aveva dimostrata una simpatica premura. Le sue sofferenze, i rapporti che passavano fra lei e Massimiliana, gliela facevano considerare con raddoppiato interesse; e come la viscontessa aveva una volta dichiarata la sua passione per i fiori, egli gliene aveva mandato spesso interi canestri. La signora d’Archenval ricambiava cordialmente la sua simpatia, ed in quel momento stesso lo ringraziava, col sorriso un po’ triste d’inferma, dei suoi doni gentili. Ermanno fissava di tratto in tratto lo sguardo sulla signorina di Charmory, che gli stava di fronte. Ella spariva sotto un mantello-veste di panno grigio con striscie di petit gris, e girava un’occhiata distratte per il paesaggio. La viscontessa, sepolta fra le pelliccie e i plaids su cui teneva dei mazzi di fiori campestri, aveva le magre guancie soffuse d’un leggero incarnato e respirava con le labbra un poco dischiuse, battendo spesso le palpebre. La sua figura disfatta formava uno strano contrasto accanto alla contessa Rosalia, che portava un mantello di lontra foderato di raso rosso e un cappello a barca di feltro muschio, e che, piena di salute e di vivacità, era quasi sola a mantenere, dal suo posto, la conversazione con Ermanno, come consentivano il moto della carrozza e del cavallo.
Sfoggiando tutte le risorse del suo spirito, ella faceva uno sforzo dentro di sè perchè nessuno si accorgesse dell’agitazione dalla quale si sentiva dominata. Dopo una lunga e vana attesa, ella si vedeva finalmente Ermanno d’accanto; ma in condizioni tali che il porre ad effetto il proprio disegno non era possibile. Cercava nondimeno di trarre profitto della circostanza per osservare il contegno di lui in presenza di Massimiliana; ma nulla poteva in quel momento rivelarle ciò che ella aveva paura di scoprire. Ermanno guardava la signorina di Charmory come le altre sue vicine, ma pareva più presto occupato del suo cavallo, il quale, in vicinanza del legno, scuoteva la testa, recalcitrava, e non si chetava un poco se non quando il cavaliere prendeva ad accarezzarlo con la mano e a parlargli quasi all’orecchio.
Vi era una specie di amor proprio che consigliava alla contessa di spiegare tutta la sua più elegante disinvoltura dinanzi ad Ermanno, quasi perchè egli potesse, notandola, apprezzare il contrasto col mutismo triste di Massimiliana. Dall’alto del cocchio, facendo schioccare continuamente la sua frusta, Giulio di Verdara entrava da parte sua, con qualche rapida esclamazione, a pigliar parte alla conversazione. Come la carrozza fu giunta in vicinanza delle prime case di Pallavicino, moderò la sua corsa e vedendo che il cavallo di Ermanno ricominciava ad imbizzirsi: “Facciamo una cosa!” disse all’amico: “Lascialo montare a me, tu salirai in carrozza.”
Intanto che il conte ed Ermanno scendevano, il primo da cassetta, lasciando le redini al groom, e il secondo da cavallo, Rosalia di Verdara aveva chiesto alla signora d’Archenval se si fidava di fare due passi. “Mi proverò!..” aveva risposto la viscontessa, che il moto e l’aria dolce avevano animata, e le amiche erano anch’esse discese dal legno, di cui Ermanno aveva dischiuso lo sportello. Intanto che Giulio di Verdara si spingeva innanzi, al trotto del cavallo completamente rassicurato, la piccola comitiva si era messa in cammino, seguita a breve distanza dalla carrozza vuota. La contessa dava il braccio alla signora d’Archenval, e Massimiliana ed Ermanno si tenevano al loro fianco; ma ben tosto, per la lentezza con la quale la sofferente era costretta ad incedere, i due giovani si erano trovati inavvertitamente un poco innanzi. Tutta avvolta, nel suo mantello, con le braccia e le mani nascoste dentro di esso, la signorina di Charmory si perdeva fra quei larghi contorni e solo il suo profilo purissimo si disegnava sotto la toque d’una tinta scura. Restando solo per la prima volta con lei, una trepidazione crescente si era impadronita di Ermanno. Nel mentre qualche cosa di armonioso vibrava nell’animo suo all’imprevedibile fortuna di quell’incontro, egli avrebbe voluto esser lontano, tanto dolorosa finiva per essere l’emozione cagionatagli dalla vicinanza di Massimiliana. Poi, che cosa dirle, se non il sentimento che gli divampava dentro; di che cosa parlarle, se non dell’amor suo? Ma, al tempo stesso che egli si confermava nel proposito di non far nulla per dimostrarle ciò che provava, egli pensava alla difficoltà di trovar parole con le quali tradurre la propria emozione, con le quali dire a Massimiliana l’angosciosa delizia che la sua presenza gli procurava, l’esclusiva passione di cui egli era pieno. La stessa ipotesi d’una dichiarazione, d’una formula convenzionale da recitare, gli pareva inammissibile; e in quel tormento di sentirsi pieno d’un’idea e di non volerla e di non poterla esprimere, fu con voce velata dall’imbarazzo che, voltandosi indietro: “Povera signora!” egli disse, fermandosi un poco a guardare la viscontessa e la sua amica: “È sempre molto sofferente…” – “Sì,” rispose la signorina di Charmory; “che martirio non vederla sollevarsi mai…” E l’accento col quale ella parlava di quella fatale malattia era anch’esso stanco, quasi depresso e così estraneo alla realtà che Ermanno sentiva sedarsi a poco per volta la sua inquietudine. “Il clima di Sicilia non le ha dunque giovato?” – “Quasi nulla. Sono dei miglioramenti passeggeri, seguiti da sùbite ricadute…. Del resto,” aggiunse Massimiliana, con un accento di sfiducia, “che cosa può fare un’aria mite o un tepido sole?…” Ed aveva guardato un momento un mendicante(7), avvolto in miserabili cenci, cogli occhi luccicanti dalla febbre, che in quel punto della via, abbandonato sopra un mucchio di sassi, tendeva un braccio scarno e tremante ai passanti. Ermanno gli si era avvicinato, mettendogli in mano una moneta. “Certo, si soffre dovunque…” aveva detto, tornando a fianco della sua compagna. “Vi sono grandi miserie!…” soggiunse la signorina di Charmory, e un piccolo brivido come di freddo le era passato pel corpo.
Essi erano giunti dinnanzi alle prime case della borgatella; le contadine, ferme sugli usci, guardavano curiosamente la coppia; e una di esse, spingendo col gomito una compagna per richiamarne l’attenzione, aveva esclamato con tutta l’espressiva efficacia del dialetto: “Come è bella l’Inglese!…” Ermanno aveva visto l’atto e udite le parole. Vi era una grande lusinga per lui in quell’ingenuo giudizio, una intima lusinga che si traduceva nell’espressione ridente dello sguardo; e voltandosi a guardare Massimiliana, egli disse: “Ha sentito, signorina?… La prendono per una Inglese…” Massimiliana di Charmory sorrise lievemente. “Tutti gli stranieri sono Inglesi per questa buona gente!…” In quel punto, gli occhi le erano andati sopra un altarino scavato nel rustico muro che chiudeva un podere, e tutto ornato di frasche e di aranci, su cui erano sparsi dei piccoli fiocchi di candida bambagia. “Guardi,” diss’ella, arrestandosi un momento lì dinnanzi. “Che cosa significa?..” Ermanno, che aveva scorto quei fiocchi bianchi, oggetto dell’attenzione della sua compagna, rispose: “È per ricordare la neve caduta durante la notte del Natale…” Egli aveva pronunziate quelle parole con un leggiero turbamento. Conosceva da ragazzo l’uso tradizionale che in un paese dove l’inverno è una continua primavera, vuol ricordare intorno all’imagine del Salvatore l’ostilità degli elementi in mezzo alla quale egli venne al mondo; ma tutte le volte che scorgeva quel simbolo – e ciò non gli accadeva più da anni – non sapeva frenare uno slancio di tenera dolcezza, di commossa simpatia. “Come è gentile!…” esclamò la signorina di Charmory; ed era una commozione eguale alla sua che egli sentiva nell’accento di Massimiliana, che vedeva negli sguardi lucenti coi quali ella fissava l’imagine sacra. “È una nostalgia del cielo settentrionale, dei paesaggi nevosi, dalla terra sepolta sotto bianchi lenzuoli che si prova dinanzi a questo simbolo…” ed improvvisamente egli aveva cessato di parlare, pensando a sua madre, al paese lontano ove ella era nata, le cui nebulose visioni gli aveva trasmesse col sangue; pensando all’altro lontano paese che aveva visto nascere l’Eletta, verso il quale egli avrebbe tanto voluto avviarsi, al suo fianco… “È vero, la nostalgia del cielo settentrionale…” aveva detto la signorina di Charmory, e nel ripetere le stesse parole pronunciate da Ermanno, i suoi sguardi si erano incontrati con quelli di lui. Subitamente, anche la voce della fanciulla si era spenta. Tacquero, ma comunicando con lo stesso pensiero, vinti entrambi da uno smarrimento ineffabile, dal quale l’avvicinarsi più rapido della carrozza li trasse bruscamente…
Scorgendo dei sintomi di stanchezza nella signora d’Archenval, Rosalia di Verdara l’aveva fatta subito risalire in carrozza per raggiungere i due giovani lontani. Una sorda gelosia le era nata in cuore nel seguire le due figure di Massimiliana e di Ermanno procedenti l’uno a fianco dell’altra. Che cosa potevano dirsi? Se ella avesse potuto lasciar lì, in mezzo alla via, la viscontessa, raggiungerli senza esserne scorta e sorprendere lo loro parole!… Era però arrivata abbastanza a tempo per notare quella confusione degli sguardi che segue un rapido scambio di pensieri come l’agitazione delle onde dopo un colpo di vento, per scorgere l’imbarazzo dei due giovani ancora sotto l’impressione della loro muta intelligenza.
Come la carrozza s’era fermata, Ermanno aveva aperto lo sportello, offrendo la mano nuda alla signorina di Charmory per aiutarla a salire. Dopo un attimo di esitazione, ella vi aveva appoggiata la sua mano nuda; e come Giulio di Verdara, sopravvenuto di carriera, smontava e passava le redini a Ermanno, questi si congedava dalle signore e partiva al galoppo.

IX.

Aveva bisogno di correre, di fuggire, preso da una paura intollerabile, non fidandosi di sostenere un istante di più la vista di Massimiliana, temendo che nel prolungarsi di quell’incontro tutto sarebbe stato detto fra loro. Che cosa era dunque avvenuto? Nulla: uno sguardo, la ripetizione di una parola, un silenzio, un turbamento… nulla; ma le loro anime si erano intese; in quell’istante, egli aveva avuto il sentimento di penetrare nel pensiero di Massimiliana, di occuparlo tutto di sè, di essere unito a lei così intimamente come non era possibile più… Come era avvenuto?.. Egli ricostruiva la scena, rapidamente, dall’incontro con la carrozza di Giulio fino alla sosta dinanzi al rustico altare, e ciò che sopra tutto lo colpiva era la semplicità dell’avvenimento, la facilità con cui in pochi minuti i suoi rapporti con la signorina di Charmory avevano fatto un passo che per tanto tempo egli aveva creduto impossibile. Naturalmente, senza nessuna sollecitazione da parte sua, qualche cosa era successo che metteva fra loro come una intesa, che nessun altro sapeva e che non si sarebbe potuto dimenticare. Già quando egli aveva offerto l’appoggio della propria mano alla fanciulla, ella era stata(8) un momento esitante; poi s’era decisa ad appoggiarvisi: una piccola cosa, senza dubbio; ma la prima volta che l’aveva incontrata, al Museo, ella non glie l’aveva accordata; e non erano forse le piccole cose che egli poteva gustare, incapace come era a guardare in faccia ad una più grande felicità?.. No, egli non si fidava di affrettare una spiegazione finale, non aveva il coraggio di pensare al poi, a quel che sarebbe accaduto di loro quando non avrebbero avuto più nulla da dirsi… e intanto egli cercava nella propria mano l’inpercettibile traccia lasciatavi da quella di Massimiliana, e sferzava il proprio cavallo con una ebbrezza crescente… Egli l’amava! l’amava! e avrebbe voluto che il tempo non scorresse più, e che quell’istante di purissima gioia, di emozione ineffabile, quell’unico istante in cui il miraggio, la parvenza, l’illusione secretamente nutrita cominciavano a prendere consistenza, a rivelarsi possibili, si arrestasse, prolungandosi eternamente… La stagione dell’anno che al suo spirito complicato più sorrideva, non era la primavera, la fioritura pomposa di cui egli sentiva la caducità, l’esplosione della vita in cui i germi letali già operavano la loro sinistra bisogna; erano i giorni che il primissimo verde metteva i suoi tenui ricami sul primo fresco celeste. Quell’incanto era scevro d’ogni amaro miscuglio; uscendo dalla bruma assiderata, non restava luogo nel cuore che alla sicura speranza, e la visione del tramonto si perdeva dietro a quella delle lunghe promesse. Di quella stagione spirituale egli aveva ora l’annunzio, ma come dinanzi al prestigioso conseguimento, per opera di qualche potenza soprannaturale, di un voto pazzo di grandezza e di felicità, il trepido smarrimento era in lui più forte del gaudio… Che fare, che dire, quale contegno assumere, in che modo esternare ciò che egli stesso non riusciva a definirsi?.. Ogni ragionamento era abolito, egli non aveva l’agio di riflettere; sentiva solo la necessità di isolarsi, quasi di fuggire quell’emozione che egli portava con sè, e che durava oltre quell’ora. Ma, lontano da Massimiliana, scomparso il pericolo di dover prendere una risoluzione, lo spirito restava libero di contemplare e di sognare. Ora egli non si arrestava agli ostacoli prima temuti, si sentiva come purificato dall’attenzione della fanciulla, come fatto più degno, e non più solo, non più libero di guidarsi a proprio talento. Aveva egli il diritto d’infrangere la delicata catena che stava per legarli reciprocamente? Fin quando egli era stato solo a spasimare, aveva potuto fare ditutto lo strazio possibile, ma se anche Massimiliana avrebbe adesso sofferto con lui?..
Egli era ancora sotto l’impero di questi sentimenti quando, ricordatosi, alcuni giorni dopo, dei cortesi rimproveri della contessa, si recò a visitarla. Trovarsi in sua presenza, gli procurava sempre un sereno piacere; la contessa era la sola amica, quasi una sorella di Massimiliana; era, in certo modo, qualche cosa di lei.
Vedendo entrare Ermanno nel suo boudoir, la signora di Verdara aveva leggermente sussultato; ma, scambiati i saluti, la sua conversazione con un’amica che le stava vicina aveva ripreso con una vivacità più grande. Ella parlava continuamente, saltando da uno ad un altro soggetto, rivolgendosi poco verso il giovane, prodigando un cara continuo alla sua compagna, come per indurla a non andar via. Sul punto di trovarsi da sola a solo con lui, il coraggio l’abbandonava. Nei giorni trascorsi dall’ultimo incontro, ella aveva molto pensato ed ogni lusinga era caduta per lei. L’imbarazzo sorpreso fra i due giovani quand’ella li aveva raggiunti, la fuga di Ermanno, lo sguardo col quale Massimiliana lo aveva un poco seguito, l’espressione di profondo raccoglimento che le si era dipinta sul viso, non le permettevano più di dubitare che i due giovani si amassero. Eppure, ella aveva aspettato ansiosamente, volendo avere da lui stesso la conferma delle sue apprensioni, volendo sapere fino a che punto fossero giunti… ma nell’ora d’affrontare la prova, una strana esitazione s’impadroniva di lei; avrebbe voluto differirla, si persuadeva che erano preferibili le beate illusioni alla crudele certezza… Con una stretta al cuore ella vide quindi alzarsi l’amica, che accompagnò fino all’anticamera. Però, quel momento di solitudine era bastato a farle riacquistare la padronanza di sè stessa; guardatasi un istante allo specchio, aveva gettata indietro la testa, irrigidendosi contro il pericolo; e rientrata nel salotto dove Ermanno l’aspettava in piedi: “Dunque?…” esclamò, con una espressione indefinibile, abbandonandosi un poco sul divano e fissando un enimmatico sguardo sul giovane. “Eccomi venuto a fare onorevole ammenda!” rispose questi, inchinandosi. “Ho meritato i suoi rimproveri; sia così generosa da perdonarmi…”
La contessa aveva un poco socchiusi gli occhi, immobile nell’angolo del divano, facendo soltanto girare col pollice l’anellino passato al dito più piccolo. Poi, scossa un poco la testa: “No, non la rimprovero,” disse, “non ne avrei il diritto… tanto più che lei, lo so bene, preferisce la solitudine, i suoi studii… E trovo, dopo tutto, che ha ben ragione! Questo mondo dal quale siamo circondati non vale il più piccolo dei sacrifizii che noi gli facciamo…” Suo malgrado, un tono leggermente amaro dava a quelle parole un secondo senso; però, nel timore di lasciarsi scorgere, ella accoglieva adesso con un sorriso più franco il laborioso complimento che Ermanno veniva svolgendo: “Il mondo astrattamente preso, sì; ma lei converrà meco nell’ammettere che il mondo collettivo risulta di tanti piccoli mondi presi insieme, in qualcuno dei quali noi possiamo trovare il nostro proprio simile, vuol dire chi divide le nostre idee, i nostri gusti, le nostre tendenze…” – “Un’astronomia morale, allora?” interruppe la contessa, sorridendo. “Con questo,” replicò Ermanno, “che non occorrono telescopii; le scoperte si fanno ad occhio nudo…”
La signora di Verdara chinò il capo, in atto che poteva parere di adesione a quel modo di vedere, un ringraziamento pel complimento che vi si racchiudeva, o anche il desiderio di mutar discorso. Ella sentiva che era molto più difficile di quanto non avesse pensato il disporre le cose in modo da strappare una confessione ad Ermanno; ma tale difficoltà l’agguerriva, le faceva sostenere con la consueta sicurezza i rischi di quella conversazione. “A parte questa comunicazione… interplanetaria,” riprese, disponendosi meglio nel suo soffice cantuccio, “il così detto consorzio civile non lo seduce punto?” – “Poco, per lo meno…” rispose l’altro, ma aggiungendo tosto, come una protesta: “Io non vorrei, intanto, che lei mi credesse un fatuo…” La contessa Rosalia fece dei segni di denegazione. “Bisognerebbe non conoscerla… Un tempo, viaggiò?..” – “E tornai completamente ricreduto sul conto di questa specie di distrazioni. Ho finito, guardi, per farmi una filosofia mia propria: trovo che il più saggio è di lasciarsi vivere, senza volontà…” – “È già averne una il non volerne avere…”
La contessa tacque un istante, quasi per godere della momentanea superiorità che la sua puntata le dava. Ermanno, inchinatosi, aveva detto, con un discreto sorriso: “Toccato!” trovando in quelle parole dell’amica un’allusione al proprio stato d’animo, alla dolcezza di cui si sentiva pieno, intanto che con un’ipocrisia della quale si rimproverava secretamente, parlava d’indifferenza e di rassegnazione… “Ha visto i d’Archenval?” chiese ad un tratto la contessa, fissandolo. “No, dall’altro giorno che siamo stati insieme.” – “Povera viscontessa!” esclamò la signora di Verdara, guardandosi una mano e riprendendo a far girare l’anellino. “Come fossero poche le sue sofferenze, bisognava che suo marito le desse sempre nuovi motivi di dolore…” Ermanno, il cui interesse era tutto concentrato sugli stranieri dell’Hôtel des Palmes, chiese allora con una certa vivacità: “In che modo?..”
Troppo preoccupata per trovare daun artifizio da indurre il giovane a rivelare i proprii sentimenti, la contessa Rosalia si era ricordata a tempo della conversazione avuta col marito. Non era stato all’annunzio della probabile partenza del visconte, che Giulio le aveva fatto nascere i primi dubbii, nella previsione del dolore che la lontananza di Massimiliana avrebbe prodotto in Ermanno? Questa dunque era la riprova migliore e più semplice: all’annunzio di quella partenza Ermanno non avrebbe saputo più padroneggiarsi… Ma, a misura che il momento di mettere in atto il suo disegno si avvicinava, ella sentiva rinascere più forte il proprio imbarazzo. Era la repugnanza di fingere, era la paura di sentire un’amara conferma, era sopra tutto l’intuizione del tormento che avrebbe inflitto ad Ermanno. Egli stava lì, presso di lei, pieno di confidenza, in una intimità dolce, aprendole il proprio pensiero, dandole la prova desiderata di apprezzare la sua amicizia sopra ogni altra; ed ella, freddamente, studiatamente, si sarebbe servita di mezzi inquisitorii per strappargli il suo secreto? L’amore non era dunque principalmente, prima di tutto, tutela della persona amata, cura gelosa di risparmiarla, sacrifizio del proprio interesse all’interesse altrui?.. Poi, che cosa sperava ella? che cosa poteva dargli ed ottenere da lui?.. Quante volte non si era fatta disperatamente quella domanda! La coscienza della perduta sua libertà, degli ostacoli materiali e morali attraverso ai quali avrebbe dovuto passare, si faceva in quel momento più viva; ma, nello stesso tempo, con la certezza della propria inferiorità dinnanzi a Massimiliana, rinasceva la sua gelosia, cadevano i suoi scrupoli, si dissipava la sua ingenua fiducia nella possibilità della sincera amicizia fra l’uomo e la donna… Risolutamente ella quindi rispose: “Il visconte fa un giuoco d’inferno… Ha perduto finora qualche cosa come ottantamila lire, e non ha pagato i suoi debiti…”
Ermanno s’era lasciato sfuggire un moto di stupore. Egli sapeva che d’Archenval era un giuocatore appassionato; non sospettava però che fosse arrivato fino a quel punto, e i vincoli che univano Massimiliana al visconte erano troppo stretti, perchè egli non fosse dolorosamente colpito da quella notizia. “Non ha pagato!..” ripetè; ma, dopo una breve reticenza, aggiunse prontamente: “Il visconte è un gentiluomo; farà onore alla sua parola!” – “Certo!” riprese la contessa; “nessuno ne dubita; ma la perdita non è indifferente e se crescesse… Credo che, per questo, i nostri amici lasceranno presto Palermo…” – “Lasceranno Palermo?…” E le due parole gli erano sfuggite, rapidissime, in un sussulto istintivo di tutta la persona, mentre con le mani contratte egli stringeva il suo cappello fin quasi a piegarlo…
La contessa, che aveva pronunziata l’ultima frase lentamente, quasi tremando, ma studiando, senza averne l’aria, l’espressione di Ermanno, aggiunse con uno stento più grande dopo l’atto sfuggitogli: “Credo anzi che sia una decisione già presa…” Era uno stupore doloroso, una fissità esterrefatta nello sguardo, una sospensione del respiro sulle labbra semiaperte, che si scorgevano in Ermanno; era la conferma fatale, era la certezza che il suo pensiero, il suo cuore, tutto l’essere suo dipendeva oramai da Massimiliana, che la sua vita era indissolubilmente legata a quella di lei, che nulla, null’altro esisteva per lui… Rosalia di Verdara aveva sentito tutto il sangue affluirle con violenza al cuore, le mani aggelarlesi; ed il suo proprio dolore si raddoppiava col rimorso, con la compassione per l’angoscia infinita che infliggeva ad Ermanno. “Le rincresce?..” trovò ancora la forza di aggiungere, stringendo una mano con l’altra. E come egli restava muto, anelante: “È dunque vero… che ama Massimiliana?…”
Era stata lei a dirlo per la prima! Passandosi automaticamente una mano sulla fronte, Ermanno si era finalmente scosso, dicendo, come in sogno, a frasi spezzate e lente: “Oh! signora contessa… Io non lo credevo ancora… cercavo d’illudermi… non volevo crederlo!.. Ma l’idea di perderla… Io le ho mentito, guardi, affermandole poc’anzi di non sperare più nulla, di non aver volontà… Io non potrei, io non posso più vivere senza di lei!…” Egli era stupito del suono della sua voce fattasi a poco a poco animata, con la strana sensazione di uno sdoppiamento interiore, come se l’uomo che parlava a quel modo, che rivelava finalmente la sua passione, che la precisava con parole irrevocabili, non fosse e non potesse essere quello stesso che ascoltava quelle parole. Egli non possedeva più la poca liberdi spirito che la sua natura gli consentiva, era spinto incosciamente da una forza tanto più potente quanto più a lungo compressa; non poteva scorgere la decomposizione che si era fatta nei lineamenti della donna a misura che egli era venuto(9) confessando tutto quel che aveva nell’animo…
E il tormento della contessa era diventato ineffabile. Ella si vedeva dinanzi colui che aveva fatto battere più forte il suo cuore, l’uomo che ella aveva amato, in secreto, come un essere superiore; quell’uomo era chinato verso di lei, con un’espressione supremamente appassionata, nello sguardo, nella voce; dalle sue labbra uscivano parole infiammate… e quelle parole, il fuoco di quella passione, erano per un’altra; egli dichiarava a lei, che era vissuta della sua vita, di non poter vivere senza quell’altra… Era uno spasimo così acuto, che finiva per diventare una specie di voluttà, era una compiacenza ammalata che ella sentiva nascere dentro di sè, di vuotare fino in fondo l’amaro calice, di misurare tutta la profondità della propria disperazione… “Dunque…” riprese, con voce che si studiava invano di parer ferma, ma il cui tremito sfuggiva all’uomo troppo occupato di sè, “dunque, non le ha detto ancora nulla?..” – “Come avrei potuto?” riprese allora Ermanno, rapidamente, quasi ansioso di dir tutto e presto, “come avrei potuto, se io stesso non volevo credere a me stesso? se io non mi credevo degno di lei? se io non ardivo neppure sognare che ella si fosse accorta(10) di me?…” – “E invece?” insisteva la contessa, col feroce bisogno di torturarsi. “Io non so… non posso sapere che cosa pensi di me la signorina di Charmory… So questo… che il pensiero di perderla…” – “Perchè non la sposa?”
Era ancor lei che formulava per la prima quella conclusione imposta dalla logica delle cose; ella ancora che preveniva il pensiero di Ermanno!… A misura che ascoltava la confessione di lui, che le si faceva manifesta l’intensità di quell’amore, ella si sentiva divenire estranea a lui, vedeva abolirsi ogni più ipotetico diritto sull’uomo che amava. Egli non poteva vivere senza la signorina di Charmory, Massimiliana era perfettamente libera di sè; in nome di che cosa poteva ella dunque opporsi alla loro felicità? Tutti i ragionamenti suggeriti dall’amor proprio, tutti i sofismi sostenuti dall’egoismo, cadevano dinanzi a quella persuasione; ella non poteva esser più nulla per Ermanno; era scartata, messa in disparte, annichilita; ma, nel tempo che riconosceva la ragionevolezza di tutto ciò, ella aveva la sensazione d’un peso enorme che gravasse sul suo cuore e che lo stritolasse, lentissimamente…
“Perchè…. infatti….” rispondeva frattanto Ermanno, cercando le parole, “perchè io non ho la forza, il coraggio necessario a parlare, a risolvermi, a credere in me stesso… ma perchè sento pure che se ogni speranza dovesse essermi tolta, io non so che cosa avverrebbe di me…” Un fosco lampo si era acceso nel suo sguardo, mentre egli si prendeva la fronte in una mano. “Mi perdoni, signora contessa!..” riprese dopo un istante, “mi perdoni se io non mi sono saputo frenare, se le ho parlato troppo di me… È che la mia esistenza è molto triste! che ho sofferto tanto! che non ho nessuno a cui confidarmi!..” Rosalia di Verdara aveva sentito passarsi un brivido di commozione per tutto il corpo, intanto che l’altro, con voce rotta, le diceva tutta la solitudine della sua vita, i suoi precoci dolori, le lotte del suo spirito ammalato, la sfiducia da cui si era sentito sempre più vincere, fino al desiderio di sparire, di rientrare nel nulla; e il raggio di speranza che era ad un tratto brillato, il nuovo soffio di vita che gli aveva allargato ad un tratto il petto oppresso, quando aveva cominciato a conoscere la signorina di Charmory. La commozione della contessa si faceva amaramente tenera; ella vedeva che quell’amore era necessario ad Ermanno come la luce, come l’aria, e che sarebbe stato ucciderlo il contrariarlo. Chi poteva dunque volere il suo male?.. Era il suo diritto di vivere, di esser felice dopo una miseria spirituale la cui esistenza ella non sospettava neppure, la cui rivelazione erale causa di un turbamento profondo. Tutta presa dalla pietà, la gran leva del cuore muliebre, ella sentiva spegnersi, soffocarsi, estinguersi la voce che reclamava per leiin nome del suo amore trascurato, neppure scorto, e colpevole, ed impossibile – con un bisogno crescente di devozione e di sacrifizio, rassegnata all’idea della felicità di lui per opera d’un’altra, ma volendo contribuire al suo conseguimento perchè quello era anche l’unico modo di attaccarsi ad Ermanno, di partecipare alla sua vita, di aver qualche dritto su lui… “L’idea di doverla perdere” continuava il giovane, nella foga della sua confessione, “la possibilità della sua partenza, non mi s’affacciava allo spirito; io vivevo nella tranquilla sicurezza di essere presso di lei, contento di poterla vedere, di poterle parlare, quando avessi voluto… Ed ella parte! ed io non so, mio Dio!…” Come egli s’interrompeva, riprendendosi la testa nella mano: “Io non credo” disse la contessa, con voce ferma, “che lei sia indifferente a Massimiliana…” Facendosi allora più vicino alla sua compagna, pendendo dalle sue labbra, nell’attesa d’una confidenza fattale dalla fanciulla: “Come lo sa?” chiese egli, vivacemente. “Me ne sono accorta…” – “Oh! signora contessa!..”
Con un gesto appassionato, Ermanno le aveva preso una mano. Egli la stringeva con la stessa forza del naufrago che s’afferra ad una tavola, in mezzo al mare. Non era ella la sola amica, la sorella di Massimiliana? Era una sorella anche per lui; per la prima, si era a lei confidato… Egli non pensava più alla stranezza della situazione, non sapeva più come aveva trovata la risoluzione necessaria a parlare; o meglio, lo sapeva fin troppo, nel pericolo ancora soprastantegli di perdere Massimiliana… Egli sapeva però che bisognava uscire da quel limbo d’angoscia, e che per uscire da quel limbo un soccorso impensato gli s’offeriva… “Oh! signora contessa… lei che le vuol bene come una sorella, vorrà domandarle se è vero?… dirle tutto quello che io non saprei… che non potrei dirle ancora io stesso?…”
Nella penombra del salottino, la contessa aveva chiuso gli occhi, abbandonando la sua mano nella mano calda e fremente di Ermanno. Ad un tratto, l’aveva svincolata, alzandosi. “Sì… vedrò… alla prima occasione…”
Egli non si era accorto del suo pallore mortale, del tremito delle sue labbra; non si era neanche accorto che lo congedava. Mentre la contessa cercava istintivamente un appoggio con una mano, egli le stringeva ancora l’altra, dicendo confuse parole di fervida gratitudine e di trepida speranza.

X.

Il quartiere occupato dalla famiglia d’Archenval all’Hôtel des Palmes si componeva di quattro stanze: le camere della viscontessa e della signorina di Charmory, contigue; un salotto intermedio che serviva anche di stanza da pranzo, e la camera del visconte, dal lato opposto. L’ammalata si levava tardi, quando il sole era già alto, e intorno al tocco passava nel salotto, tutte le volte che se ne sentiva la forza(11), per la colezione. Erano delle sedute per lo più silenziose; la viscontessa reggeva di rado alla fatica di una conversazione; suo marito aveva sempre un’ansia febbrile di far presto e d’uscire; e quanto a Massimiliana, il suo spirito vagava lontano, ella tornava presto alla solitudine della sua camera, dove nulla veniva a disturbare il suo bisogno di raccoglimento, o scendeva nella serra, con un libro in mano, nelle ore in cui il luogo era deserto. Un’intesa, del resto, pareva esser corsa fra gli altri per rispettare la volontà della giovanetta, ed era soltanto quando il male della viscontessa si faceva più grave, che Massimiliana restava a lungo accanto alla zia, compiendo, con una abnegazione assoluta, il suo pietoso ufficio di suora di carità.
A questa enimmatica condizione di cose pensava la contessa Rosalia di Verdara, intanto che la sua carrozza, alcuni giorni dopo la visita di Ermanno Raeli, la trasportava verso l’Hôtel des Palmes. Che cosa andava ella a farvi? Un sorriso fra d’incredulità e di rassegnazione, di scetticismo e di pietà le si disegnava sulle labbra mentre ella si rivolgeva quella domanda. Come stranamente il suo martirio si compiva! Toccava a lei, a lei stessa, di apprestarne lo strumento… Ella non era stramazzata a terra, quando Ermanno l’aveva lasciata; non aveva smarrito i sensi o la ragione, non aveva gridato o pianto: era rimasta immobile, cogli occhi fissi nell’ombra saliente, con l’unica sensazione di un vuoto immenso fattosele intorno, di una solitudine sconfinata in mezzo alla quale era da quel tempo in poi condannata ad aggirarsi… finchè suo marito era sopravvenuto, a infliggerle i suoi insoffribili scherzi per quel romantico amore dell’oscurità… Ella viveva da quel giorno in uno stordimento così completo, da non trovare la forza di ribellarsi alla parte che si era richiesta da lei – che lei stessa aveva pensato di assumersi. Ella andava ora a compirla, trovando infine che non v’era nulla che non fosse giusto… Non era lei quasi una sorella di Massimiliana? Non era lei la sola amica a cui Ermanno avesse fatto la confidenza dell’amor suo? Era giusto, infine, che ella favorisse gli amori dei due giovani! che contribuisse ad affrettare la loro felicità!.. era quasi il suo dovere, se era una sorella, una amica!.. aveva quasi avuto torto a non offrirsi prima ella stessa!.. Il suo muto sorriso si faceva più amaro, gli occhi arrossiti le si gonfiavano un poco… Era giusto! Poteva ella aver nulla contro Massimiliana? Era un furto quello che la signorina di Charmory commetteva verso di lei, se il cuore di Ermanno non era, non era mai stato suo?.. Ella non aveva nessun diritto su di nessuno; potevano aver bisogno di lei in quei primi momenti, perchè riuscissero a intendersi; nessuno se ne sarebbe poi curato…
Degli istinti di ribellione, a momenti, le facevano corruscare lo sguardo, deridere il suo buon movimento, stupido come tutti i buoni movimenti; poi, vinta dalla ingrata realtà, si lasciava andare alla forza della corrente. Essi si sarebbero intesi senza di lei; un amore come quello di Ermanno avrebbe presto o tardi trionfato di ogni esitazione; quale ostacolo avrebbe potuto frapporsi?.. Quale?.. E lo spirito della contessa si perdeva dietro a strane induzioni, ad ipotesi assurde, dinnanzi all’enimma che le era parso d’intravedere nell’esistenza di Massimiliana. A quell’ora, la malattia della viscontessa, la lontananza di suo padre, la sregolata condotta del visconte e sopra tutto la misteriosa tristezza della fanciulla, la freddezza osservata nei suoi rapporti coi parenti: tutto prendeva per lei una più profonda significazione. Su quei sintomi, ella imaginava non sapeva ella stessa quali difficoltà, che complicazioni, dalle quali i voti di Ermanno avrebbero potuto essere attraversati. Si compiaceva dunque nella previsione del dolore di lui? non si era dunque rassegnata, aspettava ancora qualche cosa?..
Scendendo dalla sua carrozza, entrando nell’albergo, la contessa aveva bandito dal suo spirito tutte le larve, tutte le preoccupazioni che lo popolavano, agguerrendosi contro la prossima prova. Giusto, la viscontessa d’Archenval riposava quel giorno sopra una sedia lunga, in una fase improvvisa di peggioramento; talchè, dopo essere stata un poco accanto a lei, come l’inferma si assopiva, Rosalia di Verdara potè passare con Massimiliana nella camera di quest’ultima. Anche la signorina di Charmory pareva sofferente, la sua carnagione era d’una tinta malaticcia e gli occhi cerchiati di nero avevano un’espressione d’abbattimento. “Finirete per ammalarvi anche voi, mia povera Maxette!” le aveva detto l’amica, amorevolmente rimproverandola di trascurarsi troppo per curare la zia. “No, io sono molto forte…” rispose la signorina di Charmory; “non mi credete?..” soggiunse, con una reticenza, come se avesse cercato di dare una dimostrazione della sua forza e si fosse ad un tratto pentita. “La vostra partenza è dunque necessariamente rimandata?” chiese però subito la contessa. “Non saremmo partiti egualmente, anche senza questa ricaduta…”
Massimiliana aveva data quella risposta con un tono così evidente di contrarietà, che Rosalia di Verdara notò: “Come lo dite! parrebbe che vi rincresca di restare con noi!..” Ma allora, mormorando qualche parola di affettuosa protesta, la signorina di Charmory aveva passato un braccio attorno alla vita della contessa, chinando un poco la testa sulla spalla di lei. “Il soggiorno di Palermo non vi è dunque gradito?” insisteva ancora l’altra, intanto che prendeva una mano della giovanetta. “Se debbo dirvi tutto il mio pensiero, no…” rispose costei, “o almeno non più. In questa nostra vita instabile, le attrattive di ogni nuovo soggiorno finiscono presto; e non si sta volentieri a lungo dove non si è poi certi di restare…” Massimiliana diceva quelle cose con voce bassa, con un tono di stanchezza, scrollando un poco il capo, e tutta la persona esprimeva una debolezza vinta, un abbandono rassegnato e definitivo. “Così, se voi doveste restare per sempre a Palermo, non direste altrettanto?..” chiese ancora la contessa, esaminando attentamente la fisonomia dell’amica. La signorina di Charmory la guardò a sua volta con un inquieto stupore. Stringendole allora la mano con più forza che la situazione non richiedesse, Rosalia di Verdara cominciò finalmente: “Ebbene, Maxette… voi sapete se a mia volta l’amicizia che ho per voi sia grande, se io desidero sapervi felice. È per questo ch’io vengo oggi a fare presso di voi un passo che, in altre circostanze, avrebbe potuto meravigliarvi…” L’ansia della contessa nel pronunziare quelle parole trovava solo un riscontro in quella con cui la signorina di Charmory ne aspettava la spiegazione… “Non avete dunque notato, mia cara Maxette…” continuava la signora di Verdara, “l’impressione da voi prodotta su… qualcuno che vi sta intorno? Il vostro cuore non vi dice nulla per… questa persona, e non formate voi un voto nel compimento del quale avreste assicurato l’avvenire più lieto?..”
Massimiliana di Charmory si era tratta un poco indietro ed il pallore del suo viso era cresciuto. “Io non so, signora… io non ho nulla notato…” balbettava, contenendo il respiro, con le ciglia abbassate. “Ma la vostra emozione parla per voi!..” esclamò la contessa. “Non siete dunque sincera, Maxette?..” Ad un tratto, il viso della fanciulla si era fatto di porpora, ed i suoi occhi, fissatisi un momento sull’amica, si abbassarono dinnanzi allo sguardo fermo di lei. “Vedete…” riprendeva brevemente quest’ultima, a cui la specie di affermazione letta in quell’imbarazzo dava nuova energia e come un’impazienza di uscire da quell’umiliazione di tutta sè stessa: “Vedete, il signor Raeli vi ama… e dipende solo da voi… che egli faccia presso la vostra famiglia…” Non ebbe il tempo di finire, di trovar le parole da completare il proprio pensiero, che Massimiliana, levandosi in piedi: “Sono molto onorata,” rispose con accento risoluto, “della domanda del signor Raeli; ma non posso accettarla. Vi prego, mia buona amica, di riferirgli questo rifiuto, che non ha nulla di sfavorevole per lui…”
Le ultime parole erano state pronunziate a stento; la voce veniva mancando alla signorina di Charmory, e ad un tratto, ricadendo sul divano, ella aveva cominciato ad ansimare affannosamente, tutta la sua persona era stata scossa da un brivido nervoso come per l’invasione della febbre. “Maxette… Maxette, bambina mia!…” aveva esclamato la contessa, chinandosi premurosamente su di lei, tentando di sollevarla, di sedare quella scossa inattesa.
Se vi è per ogni persona nello stato di calma sicura una punta di crudele compiacenza dinnanzi allo spettacolo dell’ambascia altrui, la contessa di Verdara doveva trovare tanto più giusto che Massimiliana soffrisse, quanto più aveva sofferto lei stessa. Nondimeno, chinata sulla sua giovane amica, le prodigava dolci parole, carezze materne, senza osare di riconoscere quanta parte aveva in quella sua pietà l’egoistica gioia per il rifiuto della fanciulla. “Maxette…” le ripeteva, tenendola amorevolmente abbracciata, “Maxette, ascoltatemi… perchè vi turbate così? Non ve l’ho già detto?.. Tutto dipende da voi; se voi non vorrete, non sarà… Chi potrà forzarvi ad accettare l’offerta di un uomo che non amate?..” Allora soltanto, nascosto il viso tra le mani, Massimiliana era scoppiata in pianto.
Nello stesso tempo che sosteneva la giovanetta, la contessa si guardava intorno, confusa. Ella sentiva tutta l’eloquenza di quel pianto, di quell’unica risposta, ma non arrivava a comprenderne il significato. Allora, se lo amava, che cosa volevano dire le sue parole e perchè si disperava a quel modo?.. In mezzo ai singulti, abbandonata fra le braccia dell’amica, Massimiliana rispondeva: “Non posso… non posso… Mio Dio, dovevo prevederlo!.. Io non ho nulla, voi lo sapete… vivo di elemosina, della carità che mi fanno,..” ma l’accento con cui ella insisteva nel rifiuto non era eguale a quello con cui ne dava la ragione. Ragione o pretesto? Poteva quella essere una difficoltà da arrestare Raeli? Egli era ricco per due… “No,” ripeteva ostinatamente la giovanetta; “io sono una straniera… bisognerà che io parta… debbo partire… ditegli che partirò!..” E una convulsione l’aveva fatta ricadere.
Lo spettacolo di quel dolore si faceva attristante. Rosalia di Verdara aveva dimenticato il proprio interesse che si giuocava in quella partita, per darsi tutta alle cure che lo stato della sua giovane amica richiedeva. Ella sentiva che nessuno di quei pretesti reggeva, comprendeva che sarebbe bastato insistere ancora un poco, perchè Massimiliana le dicesse tutto, le svelasse il secreto che la soffocava; ma la sua lealtà, la sua coscienza l’ammonivano, le dicevano che profittare della debolezza, del dolore di quella creatura per strapparle una confessione della quale avrebbe potuto giovarsi, sarebbe stata una indegnità. Se Massimiliana avesse parlato… ma la signorina di Charmory le si irrigidiva tra le braccia, pareva sul punto di perdere i sensi. “No, è impossibile…” mormorava ancora, “io dovevo prevedere questo momento fatale…” – “Maxette, mia povera Maxette… fatevi animo!..” riprendeva allora Rosalia di Verdara; “sono qua io!.. contate su di me, se avete bisogno d’un aiuto, se avete bisogno d’un appoggio…” Sì, sì, l’altra accennava di sì, passandosi macchinalmente una mano sulla fronte… “Ebbene, innanzi tutto rimettetevi. La domanda per la quale io sono venuta, facciamo conto che non ve l’abbia partecipata. Guadagneremo del tempo. Voi avrete del tempo per considerarla attentamente, per maturare una decisione… Sta bene?.. E se potrò esservi utile… se i miei consigli…”
Ad un tratto, un gemito s’era sentito dall’altra camera; la contessa aveva pòrto l’orecchio, e passata di là, scorgendo la signora d’Archenval svenuta sopra una sedia accanto all’uscio di comunicazione, aveva chiamato: “Maxette, vostra zia!…” La signorina di Charmory, rapidamente ricomponendosi ed asciugate le sue lacrime, era accorsa mettendosi accanto alla tramortita e scostando con un gesto di preghiera l’amica. Ma come Rosalia di Verdara aveva fatto per avvicinarsi al bottone del campanello, per chiamare qualcuno, l’altra aveva scongiurato: “No, di grazia… non occorre…”
Respirando dei sali, sotto l’azione di bagnature fredde sulla fronte e sulle labbra, la sofferente si era scossa dal suo letargo; poi, battute un poco le palpebre, aveva spalancato gli occhi, e scorta Massimiliana curva su di lei, l’aveva stretta acon una forza che non si sarebbe sospettata in quel miserabile corpo stremato dal male. Si sentiva una specie di singulto rauco, di querela soffocata ma così lacerante, che la contessa di Verdara ne era rimasta turbata ed oppressa. Ella era nello stesso tempo piena d’imbarazzo, presentendo un secreto fra le due donne, persuasa che nessuna intimità poteva giustificare una sua più lunga presenza. Appena dunque Massimiliana si staccò dalla stretta della zia, ella si avvicinò alle amiche, mormorando un pretesto per ritirarsi. Prese la mano della viscontessa d’Archenval: era di una freddezza cadaverica. Massimiliana, terribilmente pallida, con le labbra quasi scomparse, le porse una mano che scottava; e tenendola a quel modo, la accompagnò fino al salotto.
Non diceva nulla, col respiro quasi spento, la testa china, gli sguardi fissi. E tutt’in una volta, come Rosalia di Verdara, fermandosi innanzi all’uscio, aveva fatto per abbracciarla, ella si era scostata un poco dall’amica, portando le mani alla bocca, come per soffocare il suono delle sue parole. “Ebbene… è una pazzia!.. bisogna, intendete? che tutto finisca!..” – “Massimiliana!” tentò d’interrompere la contessa, spaventata dall’espressione della giovanetta. Ma l’altra, abbassando ancora di più il tono della sua voce e accennando con la mano alla stanza vicina: “Zitta!..” scongiurò; “lasciatemi… Voi non sapete!.. Più tardi… più tardi!..”

XI.

La contessa di Verdara, tra riluttante ed insistente, ma comprendendo di non dover chiedere di più, era scomparsa in fondo al corridoio; la signora d’Archenval, accasciata sul suo letto, con la faccia tra le mani, non dava alcun segno di vita – e Massimiliana restava tutta allo schianto che la tragica prova le aveva prodotto.
Vi è una specie di forza tutta negativa, particolare agli spiriti troppo provati dal dolore, la quale consiste, invece che nell’agire sulle circostanze esteriori, come fa la reale energia, nel resistere all’azione di queste medesime circostanze. Una forza di tal genere era quella che la signorina di Charmory aveva spiegata durante il prepararsi del dramma, e che era diventata sforzo doloroso durante il suo colloquio con la contessa. Prevista, affrettata, angosciosamente temuta, scoccava per lei l’ora immancabile in cui la sinistra fatalità della sua vita doveva essere rivelata, da lei stessa, a costo di tutta sè stessa!.. Come lungamente il suo silenzio l’aveva oppressa! ma come studiatamente aveva cercato di prolungarlo – e come il dovere di parlare le si era imposto ogni giorno, a tutti gl’istanti!.. Da quali terrori era stata invasa, ogni volta che aveva creduto di scorgere in quanti la circondavano un’attitudine di sospettosa attenzione! e che violenze aveva dovuto farsi per non gridare il suo secreto all’amica, poichè aveva già cominciato a tradirsi!.. Non aveva ella, infatti, confessato l’amor suo per Ermanno? Sì, ella aveva osato questo… e non aveva avuto il coraggio di compiere la confessione, di soggiungere che ella era indegna di quell’amore, che mai ella avrebbe potuto accostarsi all’altare!.. Ella aveva avuta questa viltà; ma questa viltà era anche l’unico suo sostegno, l’unica ragione, non di sperare, perchè la speranza era morta per lei, ma di resistere – in tale abisso di miseria ella agonizzava!.. Ed era poi tutta colpa o merito suo il silenzio così gelosamente mantenuto, o non vi erano piuttosto delle terribili cose sfuggenti ad ogni espressione, da non potersi tradurre in parole senza che il sangue s’agghiacciasse nelle vene e la ragione si smarrisse?
Erano state le parole che le erano mancate, ogni volta che la sorda voce della coscienza le aveva ingiunto di dir tutto; erano le parole che ella cercava adesso, seduta al suo tavolo, dinnanzi alla carta con l’intestazione azzurra dell’albergo, sulla quale ella scriveva alla contessa, perchè sentiva di non poter durare nel silenzio senza danni più grandi; perchè ella doveva confessarsi alla donna a cui Ermanno stesso si era confessato, e perchè l’espressione scritta le pareva meno repugnante al pensiero gelosamente pensato… Più nitidamente che mai, a quell’ora che ne subiva le orribili conseguenze, che stava per rivelarla ad un’altra creatura vivente, risorgeva in lei, con tutti i suoi particolari, la storia della sua giovinezza contaminata, della sua vita distrutta. Ella si rivedeva, triste ma rassegnata, nella casa dove era stata raccolta, all’uscir dal collegio, fra quelle persone che le facevano più sensibile la mancanza della famiglia: lo zio, pel quale la famiglia non esisteva; la viscontessa, buona ma travagliata da dolori fisici e morali per la sfrenata condotta del marito e del padre lontano. Ella aveva sentito vagamente parlare dei continui scandali provocati da costui, di famiglie rovinate, di duelli fatali, che lo avevano finalmente costretto ad allontanarsi da Parigi per ricominciare altrove, lasciando alla figlia pietosa e sensibile il rimorso del male ch’egli aveva fatto… Ed un giorno egli era giunto inaspettatamente fra loro. Stanco della sua lunga peregrinazione attraverso i centri della vita internazionale, il duca Gastone di Précourt era stato preso dalla nostalgia dei boulevards; ma, tornato a Parigi, aveva cominciato a frequentare la casa di sua figlia, riconoscendo con lei i suoi torti, facendo proposito di mutar vita, mutandola infatti, e passando il suo tempo in compagnia delle due donne, che trattava non da parenti, ma da amiche a cui si vuol riuscire gradito. La viscontessa si era tutta rallegrata di quella trasformazione, uno dei suoi più grandi motivi di dolore svaniva; ma il visconte, ricorrendo ora all’aiuto del suocero, che non glie lo negava mai, si era dato con maggior foga al suo vizio.
Ricordando tutte le lacrime che il duca aveva fatto versare alla figlia, un’istintiva avversione aveva sulle prime allontanata Massimiliana da quell’uomo, che nulla prendeva sul serio, la cui vita era trascorsa in un’ansiosa febbre di piaceri sempre rinnovati e mai sufficienti ad estinguerla. A poco a poco, però, e dinnanzi a quella specie di conversione che si operava in lui, la diffidenza della fanciulla si era sopita; e come avrebbe ella sospettato di lui, se mai una parola od uno sguardo aveva tradito il disegno che egli aveva concepito?
Il duca Gastone di Précourt era uno di quegli individui che circoscrivono ogni scopo e dirigono ogni attività alla conquista della donna. Vi è però una grande differenza fra un certo tipo di Don Juan che l’enimmatica sfinge femminile attira incessantemente, e che passa di tragica in tragica prova senza penetrarne il mistero – vittima, fino ad un certo punto, più che carnefice – ed il seduttore di mestiere, senza grandezza, senza simpatia, che non cerca se non il piacere e che in breve non lo trova più. Non vi era in lui nè elevatezza d’intelligenza, nè delicatezza di sentimento; egli era solo distinto nell’abito e nelle maniere, e grande unicamente nel modo di profondere il proprio danaro. La sua stessa fisonomia aveva qualche cosa che deponeva contro di lui; non già che si potesse dir brutto; lo si giudicava anzi un bell’uomo e nessuno lo avrebbe creduto padre d’una signora come la d’Archenval; ma il suo sguardo era duro, volontario, uno di quegli sguardi dinnanzi ai quali tutti gli altri si abbassano; e nel suo viso, nell’aggrinzamento frequente delle sopraciglia, nella mobilità delle narici, nell’acutezza del naso e del mento, vi era come un ricordo della classica espressione del fauno.
Vedere la signorina di Charmory e fissar su di lei il proprio desiderio imperioso, era stato tutt’uno. Ma egli aveva ben presto compreso come gli ordinari mezzi d’attacco, la seduzione sentimentale o la bassa corruzione, si sarebbero spuntati contro la diffidenza che aveva letta in Massimiliana, e più contro la serietà triste di quella fanciulla tanto diversa dalle altre. Così, egli si era guardato bene dal commetter l’errore di dirle una sola parola di dubbio senso; l’aveva trattata come una sorella, come una figlia… Era riuscito ad evitare la diffidenza della viscontessa col suo cangiamento di vita, aveva alimentata l’inclinazione del visconte pel giuoco… ed improvvisamente, violentemente, buttata via la sua maschera, senza neppur tentare di coonestare con l’impeto della passione l’iniquo attentato, egli aveva tratto profitto della forza dei suoi muscoli irrigiditi, della potenza magnetica degli sguardi penetranti… Il rauco grido di ribrezzo, di terrore, di raccapriccio che era uscito dalle labbra contratte di Massimiliana, lo aveva fatto avvertito che nulla più egli aveva da sperare; allora, aveva avuto l’accortezza di allontanarsi, di dileguarsi, immediatamente e per sempre…
Egli era scomparso, ma la sua imagine turpemente decomposta non si era cancellata più dagli occhi di Massimiliana. Più che il sentimento della contaminazione subita, era un vaneggiamento dinnanzi all’infamia commessa da quell’uomo che occupava il suo spirito. Ciò a cui ella si ribellava, era il fatto che una simile doppiezza, che tanta perversione, che una iniquità simile fossero possibili. La sua fede, la sua stessa ragione si erano scosse, nella lunga crise che aveva seguita la repentina rivelazione dell’orrore. La sua primitiva tristezza si era complicata d’una profonda misantropia; il suo stesso sistema nervoso si era scosso, esponendola a turbamenti gravi e frequenti.
Bisogna che lo sconforto sia infinitamente grande, che la disperazione non abbia confini, perchè l’anima vi si possa finalmente acquetare e trovarvi una specie di compiacenza al rovescio. Per la signorina di Charmory, l’estremo limite del dolore, della solitudine, dell’impotenza, di tutte le miserie dello spirito era stato raggiunto. Con un carattere più energico, più risoluto del suo, una ribellione sarebbe stata la conseguenza della violenza patita; debole, sfibrata dai primi dolori, le impotenti velleità di rivolta si erano domate in Massimiliana; tutto era finito per comporsi in un accasciamento stanco ed apatico. Ella aveva pensato di fuggire almeno da quella casa, di andarsene non importa dove, di scomparire dai vivi, di mendicare la vita poichè non aveva altre risorse… ed era rimasta. Come non aveva trovato nel suo miserabile corpo la forza di respingere quell’uomo, così non aveva trovato nell’anima vinta dalla sventura la forza di mettere in atto il suo proponimento.
Dapprima, ella aveva coinvolta la viscontessa nell’odio per il padre, quasi anch’ella fosse responsabile dell’infamia commessa da lui; poi anche il suo principio di odio era caduto. Non una parola s’era scambiata fra le due donne, ma la viscontessa aveva tutto saputo, ed era di dolore che ella moriva. Ogni volta che i suoi sguardi si arrestavano su di Massimiliana, una dolente pietà, una specie di rimorso per aver potuto contribuire a quella sciagura, vi si leggeva; la povera donna accusava sè stessa, trovava che era stata sua colpa il non aver vigilato; che, data l’indole del padre, ella avrebbe dovuto prevedere quel che era accaduto – ma nutrire un simile sospetto non sarebbe stato un altro delitto?.. Però, con tutti gli sforzi dei quali, nella sua lenta agonia, era capace, aveva tentato di confortare lo strazio della fanciulla.
Massimiliana aveva rifiutato quei conforti; ella non domandava la pietà di nessuno. Aveva trascinata la sua esistenza sopportando da sola, in silenzio, il peso del suo destino, comprendendo che nessuno poteva nulla per lei, cercando e trovando solo nello studio un sollievo efficace. Quando il rapido deperire della salute della viscontessa aveva reso necessario quel continuo peregrinaggio che era finito in Sicilia, Massimiliana aveva dapprima temuto il cambiamento di vita, come temeva tutto quello che la togliesse alla sua concentrazione; ma, nell’errare di luogo in luogo, il suo spirito si era un poco distratto; in quella mancanza di stabilità, in quel rapido cambiare di orizzonti e di ambienti, ella aveva cominciato a trovare un’intima convenienza con lo stato dell’animo suo, che a nulla oramai poteva afferrarsi… Allora, un’altra triste esperienza era venuta a confermarla nel suo sconforto: nella promiscuità, di quella vita instabile, nella facilità con cui i rapporti si creavano e si rompevano in quel mondo raccogliticcio popolante gli alberghi e le case di salute, i freni morali erano aboliti; ed ella aveva saputo, spettatrice riluttante, confidente disgustata, i compromessi delle flirtations, le vergogne dei falsi legami, le miserie degli intrighi quotidiani, tutte le sozzure di una società accozzata, senza casa, senza rispetto… Ah, di quel mondo miserabile ella era degna! In nome di che cosa avrebbe potuto farsene giudice? Non si sarebbe parlato di lei, a bassa voce, con dei sorrisi d’intelligenza, come si parlava di tante altre sciagurate?.. Esisteva un altro mondo per lei?..
Lasciando tratto tratto di scrivere, Massimiliana si prendeva la testa fra le mani, atterrita dalle visioni che le sfilavano dinnanzi. Un altro mondo esisteva! ed ella ne aveva adesso la rivelazione, per sentirne l’incauto ma per apprezzarne anche l’impenetrabilità!.. Il suo primo turbamento aveva preceduto l’incontro di Ermanno Raeli; si era prodotto allo stesso annunzio della partenza per Palermo. Ella sapeva di trovarvi Rosalia di Verdara, e l’idea di rivedere un’amica che aveva conosciuta prima, l’aveva sgominata. Con una muta e quasi fatidica stretta al cuore, ella aveva contemplata la terra di Sicilia, vaporosa all’orizzonte, dal bordo della nave che ve la trasportava, rapidissimamente; e poco tempo dopo il suo arrivo, la vaga minaccia aveva subito preso corpo… La prima volta che aveva incontrato Ermanno Raeli, durante la visita al Museo nazionale, ella aveva evitato di guardarlo, di stringere la sua mano…. ma non ostante il suo partito preso di sottrarsi a tutto ciò che potesse attaccarla al mondo, ella aveva pur dovuto avvertire il senso delle parole del giovane e l’espressione che le coloriva. Era stata come una rispondenza secreta, fatale, come l’imprevedibile incontro di due note tratte da strumenti diversi… Fin da quel primo istante, la visione del futuro a cui andava incontro le era balenata alla mente; ed ella aveva combattuto, a palmo a palmo, contro di sè stessa; poichè ella non aveva il diritto di amare, poichè non poteva essere amata… E come più conosceva la nobiltà, la bontà, la gentilezza, tutte le doti del cuore e dello spirito di quell’uomo, l’affinità della sua indole con la propria, più ella si agguerriva contro la passione nascente… o credeva d’agguerrirsi; perchè quelle ragioni di evitarla erano nello stesso tempo delle ragioni – le più potenti! – di farla gigante. Ella aveva anche sperato di illudersi sul significato della riserva di Ermanno, cercando di attribuirla a indifferenza, piuttosto che a timida e delicata discretezza… e nel risveglio di tutti i suoi dolori, aveva sperato di esser la sola a sacrificarsi…
Ora, l’inganno non era più permesso. Si era rotto il giorno che i loro sguardi eransi incontrati, come i loro pensieri, sotto la rustica imagine del Salvatore; si dissipava, svaniva dinnanzi alla rivelazione della contessa. Egli l’amava, le tendeva la mano leale, e non sapeva che la mano di lei era indegna di posarsi sulla sua! Una voce interiore la rimordeva, l’accusava di perfidia, poichè ella non aveva fatto nulla per evitare l’inganno, e delle vampe di vergogna le salivano al viso… Bisognava che tutto finisse, o sarebbe stata senza scusa; bisognava che essi ridiventassero estranei l’una all’altro, come prima e senza ritorno. Ma nel punto che quella necessità le s’imponeva, inevitabile, ella sentiva che qualche cosa le si spezzava nel petto. Ella non sapeva dove avrebbe trovata la forza di rassegnarsi a quella necessità, perchè anch’ella lo amava, perchè la sua lotta era stata inutile, perchè ad ogni giorno, ad ogni ora, ella si era sentita avvincere a lui; e le prove ne erano l’illusione che si era fatta, tutte le transazioni per le quali era arrivata a quel punto… Aveva creduto distogliere la propria attenzione da quel sentimento, aveva quasi perduta la coscienza del suo stato, e ad un tratto la più formidabile delle alternative le si presentava: o ingannare ancora quell’uomo che aveva riposto in lei la sua fede e diventare in certo modo complice di sè stessa, o spezzare col cuore di quell’uomo anche il suo proprio… Vi era un’altra soluzione? Poteva ella andare da lui, e rivelargli tutto, ed aspettare la sentenza che egli avrebbe pronunziata?.. E sarebbe poi stata una soluzione diversa, o non si sarebbe risolta in una delle due che più l’atterrivano? Vincere Ermanno con le proprie lacrime, con la confessione del proprio amore, non sarebbe stato ancora ingannarlo? Ma l’orribile verità non avrebbe piuttosto tutto distrutto?..
Ella teneva peril dilemma angoscioso, intanto che finiva di rivelar tutto all’amica e che, atterrita dalla propria risoluzione, sicura che un istante di esitazione avrebbe fatto sorgere il pentimento col corteo di nuove lusinghe, chiudeva la lettera senza osar di rileggerla…

XII.

Prima ancora che la lunga e scomposta lettera di Massimiliana, nelle cui frasi spezzate e contorte si traduceva lo spasimo della scrittrice, avesse rivelato il secreto dell’amica alla contessa, costei aveva già compreso il genere d’ostacolo da cui quella era stata arrestata. Poichè la giovanetta amava Raeli – e l’attitudine di lei non ammetteva alcun dubbio su questo – poichè ella non poteva cedere alla persuasione dell’amore, poichè la viscontessa aveva tradito il sentimento di dolorosa pietà che la nipote le ispirava, non vi era, per uno spirito femminile acuto come il suo, da esitar molto sulla natura di quel secreto, specialmente in presenza di tutti gli altri piccoli dati che la signora di Verdara era venuta mano mano accertando… La lettera di Massimiliana confermava e spiegava ora tutto più chiaramente; però, se il suo primo movimento di Rosalia era stato di compassione verso la giovanetta, ella cercava inutilmente di nascondersi che una specie di egoistica soddisfazione lo aveva seguito per quell’ostacolo sorto contro la felicità della rivale. Aveva avuto un bel persuadersi di non poter nulla sperare per sè, aveva potuto ben consentire di fare un passo che si risolveva nella mortificazione del suo proprio amore… ma una compiacenza di cui ella sentiva la malvagità, poichè tentava di negarla, sorgeva in lei dinnanzi alla rivelazione di Massimiliana. Prima che la sua coscienza le rimproverasse quel movimento, l’idea del dolore che Ermanno avrebbe provato lo aveva distrutto. Se il suo interesse le dimostrava che il riferire al giovane il contenuto di quella lettera era uno stretto dovere, se le ragioni dell’egoismo le consigliavano di servirsi di quell’arma che le era venuta in mano, la visione del male che quell’arma a doppio taglio avrebbe fatto l’arrestava ad un tratto. E mentre una sorda voce di gelosia le veniva dimostrando che ella non doveva nulla a Massimiliana, la naturale sua rettitudine le rappresentava come un’indegnità il trarre profitto per sè, pei suoi fini inconfessabili, della confidenza che un momento di terribile angoscia aveva strappato alla disgraziata…. Presto o tardi, i due giovani non si sarebbero direttamente spiegati? ed anche senza di ciò, era possibile che Ermanno non fosse messo alla lunga in sospetto, in modo da evitare a lei l’odiosità di un atto che poteva parere una denunzia?…
In quel contrasto interiore, ella non aveva trovato di meglio che allontanare il momento in cui avrebbe dovuto render conto della missione compiuta; nè, da parte sua, Ermanno pareva volerlo affrettare. Lo sforzo che egli era riuscito a fare su di sè stesso, rivelando alla contessa l’amor suo per Massimiliana, aveva esaurita la sua iniziativa. In quella risoluzione, che solo il pericolo di non veder più la signorina di Charmory aveva determinata, egli si era acquetato, aspettando in una calma relativa l’esito che avrebbero avute le pratiche dell’amica. Non si sentiva oramai più libero di sè, si vedeva in balìa di circostanze sulle quali non avrebbe potuto spiegare nessuna influenza, che avrebbero deciso della sua vita, irrevocabilmente. Tutti i suoi dubbii, le sue indecisioni, i suoi timori, i suoi scrupoli, le sue aspettazioni si confondevano insieme, come se una piena contro cui le sue braccia nulla potessero lo travolgesse verso una meta ignorata ma infallibile. La sensazione non aveva nulla di penoso; tormentatore era per lui tutto ciò che sollecitava un impulso decisivo; l’abbandono, l’attesa, non avevano nulla di repugnante al suo modo d’essere naturale.
In tale stato di spirito, egli non aveva fatto nulla per affrettare la risposta della contessa; ancora più avrebbe aspettato senza l’inquietudine che una lunga clausura di Massimiliana e della signora d’Archenval gli aveva fatto nutrire. Ma questa circostanza appunto aveva suggerito a Rosalia di Verdara un pretesto per evitare di prendere un partito. Come Ermanno aveva cominciato a chiederle un giorno notizie delle ospiti delle Palme, ella gli aveva risposto che nelle peggiorate condizioni di salute della viscontessa non era stato possibile veder da sola Massimiliana; ma che, per ciò stesso, la partenza dei d’Archenval restava indefinitamente rimandata. Questa certezza bastava ad Ermanno. Se la previsione d’un rifiuto era per lui così penosa che il suo stesso senso della vita ne restava menomato, l’idea del conseguimento del suo sogno lo riempiva di turbamento fino all’intime fibre. Per le nature contemplative, il tradursi in atto di ciò che si è vagheggiato idealmente, in secreto, senza confessarlo a sè stessi, si accompagna ordinariamente con un senso d’intimo sgomento, per l’esagerata coscienza della propria inettitudine dinnanzi alla realtà. Amando Massimiliana come non credeva possibile che si amasse di più al mondo, concentrando in lei tutta la poesia della vita, riconciliandosi per lei con quella vita della quale aveva disperato, le difficoltà materiali di un accordo, della domanda, di tutti gli atti, di tutte le pratiche necessarie al conseguimento del sogno, lo arrestavano, gli parevano insormontabili ostacoli. E col pensiero unicamente occupato da una imagine, egli non poteva essere indotto, come sperava la contessa, a concepir dei sospetti. Le più grandi come le più semplici scoperte sono il risultato dell’associazione delle idee; ma egli era troppo pieno di una, perchè restasse posto ad un’altra qualsiasi. Se avesse potuto notare l’imbarazzo di Rosalia di Verdara, la paura di Massimiliana, tutte le circostanze che avevano destato i sospetti della sua amica, anch’egli ne avrebbe cercata la causa; ma per uno spirito tutto in dentro come il suo, ed occupato da un unico oggetto, un tal senso d’osservazione era impossibile.
Massimiliana di Charmory aveva dovuto finalmente strapparsi al conforto del suo isolamento e ritrovarsi in presenza della contessa e di Ermanno. Se l’acuto della sua ambascia era passato, lo spirito e la stessa persona ne portavano ancora le traccie, nello stordimento a cui era in preda, nella sofferenza che la sua tinta emaciata tradiva. E neppur lei ave