Federico De Roberto – I Viceré

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Parte prima

1

Giuseppe, dinanzi al portone, trastullava il suo bambino, cullandolo sulle braccia, mostrandogli lo scudo marmoreo infisso al sommo dell’arco, la rastrelliera inchiodata sul muro del vestibolo dove, ai tempi antichi, i lanzi del principe appendevano le alabarde, quando s’udì e crebbe rapidamente il rumore d’una carrozza arrivante a tutta carriera; e prima ancora che egli avesse il tempo di voltarsi, un legnetto sul quale pareva fosse nevicato, dalla tanta polvere, e il cui cavallo era tutto spumante di sudore, entrò nella corte con assordante fracasso. Dall’arco del secondo cortile affacciaronsi servi e famigli: Baldassarre, il maestro di casa, schiuse la vetrata della loggia del secondo piano intanto che Salvatore Cerra precipitavasi dalla carrozzella con una lettera in mano.
«Don Salvatore?… Che c’è?… Che novità!…»
Ma quegli fece col braccio un gesto disperato e salì le scale a quattro a quattro.
Giuseppe, col bambino ancora in collo, era rimasto intontito, non comprendendo; ma sua moglie, la moglie di Baldassarre, la lavandaia, una quantità d’altri servi già circondavano la carrozzella, si segnavano udendo il cocchiere narrare, interrottamente:
«La principessa… Morta d’un colpo… Stamattina, mentre lavavo la carrozza…»
«Gesù!… Gesù!…»
«Ordine d’attaccare… il signor Marco che correva su e giù… il Vicario e i vicini… appena il tempo di far la via…»
«Gesù! Gesù!… Ma come?… Se stava meglio? E il signor Marco?… Senza mandare avviso?»
«Che so io?… Io non ho visto niente; m’hanno chiamato… Iersera dice che stava bene…»
«E senza nessuno dei suoi figli!… In mano di estranei!… Malata, era malata; però, così a un tratto?»
Ma una vociata, dall’alto dello scalone, interruppe subitamente il cicaleccio:
«Pasquale!… Pasquale!…»
«Ehi, Baldassarre?»
«Un cavallo fresco, in un salto!…»
«Subito, corro…»
Intanto che cocchieri e famigli lavoravano a staccare il cavallo sudato e ansimante e ad attaccarne un altro, tutta la servitù s’era raccolta nel cortile, commentava la notizia, la comunicava agli scritturali dell’amministrazione che s’affacciavano dalle finestrelle del primo piano, o scendevano anch’essi giù addirittura.
«Che disgrazia!… Par di sognare!… Chi se l’aspettava, così?…»
E specialmente le donne lamentavano:
«Senza nessuno dei suoi figli!… Non aver tempo di chiamare i figli!…»
«Il portone?… Perché non chiudete il portone?» ingiunse Salemi, con la penna ancora all’orecchio.
Ma il portinaio, che aveva finalmente affidato alla moglie il piccolino e cominciava a capire qualcosa, guardava in giro i compagni:
«Ho da chiudere?… E don Baldassarre?»
«Sst!… Sst!…»
«Che c’è?»
I discorsi morirono ancora una volta, e tutti s’impalarono cavandosi i berretti ed abbassando le pipe, perché il principe in persona, tra Baldassarre e Salvatore, scendeva le scale. Non aveva neppure mutato di abito! Partiva con gli stessi panni di casa per arrivar più presto al capezzale della madre morta! Ed era bianco in viso come un foglio di carta, volgeva sguardi impazienti ai cocchieri non ancora pronti, intanto che dava sottovoce ordini a Baldassarre, il quale chinava il capo nudo e lucente ad ogni parola del padrone: «Eccellenza sì! Eccellenza sì!» E il cocchiere affibbiava ancora le cinghie che il padrone saltò nella carrozza, con Salvatore in serpe: Baldassarre, afferrato allo sportello, stava sempre ad udire gli ordini, seguiva correndo il legnetto fin oltre il portone per acchiappare le ultime raccomandazioni: «Eccellenza sì! Eccellenza sì!»
«Baldassarre!… Don Baldassarre!…» Tutti assediavano ora il maestro di casa; poiché, lasciata la carrozza che scappava di corsa, egli rientrava nel cortile: «Baldassarre, che è stato?… E ora che si fa?… Don Baldassarre, chiudere?…»
Ma egli aveva l’aria grave delle circostanze solenni, s’affrettava verso le scale, liberandosi dagli importuni con un gesto del braccio e un «Vengo!…» spazientito.
Il portone restava spalancato; tuttavia alcuni passanti, scorto lo straordinario movimento nel cortile, s’informavano col portinaio dell’accaduto; l’ebanista, il fornaio, il bettoliere e l’orologiaio che tenevano in affitto le botteghe di levante, venivano anch’essi a dare una capatina, a sentir la notizia della gran disgrazia, a commentare la repentina partenza del principe:
«E poi dicevano che il padrone non voleva bene alla madre!… Pareva Cristo sceso dalla croce, povero figlio!…»
Le donne pensavano alla signorina Lucrezia, alla principessa nuora: sapevano nulla, o avevano loro nascosto la notizia?… E Baldassarre, Baldassarre dove diamine aveva il capo, se non ordinava di chiudere ogni cosa?… Don Gaspare, il cocchiere maggiore, verde in viso come un aglio, si stringeva nelle spalle:
«Tutto a rovescio, qui dentro.»
Ma Pasqualino Riso, il secondo cocchiere, gli spiattellò chiaro e tondo.
«Non avrete il disturbo di restarci un pezzo!»
E l’altro, di rimando:
«Tu no, che hai fatto il ruffiano al tuo padrone!»
E Pasqualino, botta e risposta:
«E voi che lo faceste al contino!…»
Tanto che Salemi, il quale risaliva all’amministrazione, ammonì:
«Che è questa vergogna?»
Ma don Gaspare, a cui la certezza di perdere il posto toglieva il lume degli occhi, continuava:
«Quale vergogna?… Quella d’una casa dove madre e figli si soffrivano come il fumo negli occhi?…»
Molte voci finalmente ingiunsero:
«Silenzio, adesso!»
Però quelli che s’eran messi troppo apertamente con la principessa avevano il cuore piccino piccino, sicuri di ricevere il benservito dal figlio. Giuseppe, in quella confusione, non sapeva che fare: chiudere il portone per la morte della padrona era una cosa, in verità, che andava con i suoi piedi; ma perché mai don Baldassarre non dava l’ordine? Senza l’ordine di don Baldassarre non si poteva far nulla. Del resto, neppure gli scuri erano chiusi su al piano nobile; e poiché il tempo passava senza che l’ordine venisse, qualcuno cominciava ad accogliere un timore e una speranza, nella corte: se la padrona non fosse morta? «Chi ha detto che è morta?… Il cocchiere!… Ma non l’ha veduta!… Può aver capito male!…» Altri argomenti convalidavano la supposizione: il principe non sarebbe partito così a rotta di collo, se fosse morta, perché non avrebbe avuto nulla da fare lassù… E il dubbio cominciava a divenire per alcuni certezza: doveva esserci un malinteso, la principessa era soltanto in agonia, quando finalmente Baldassarre affacciossi dall’alto della loggia gridando:
«Giuseppe, il portone! Non hai chiuso il portone? Chiudete le finestre della stalla e delle scuderie… Dite che chiudano le botteghe. Chiudete tutto!»
«Non c’era fretta!» mormorò don Gaspare.
E come, spinto da Giuseppe, il portone girò finalmente sui cardini, i passanti cominciarono ad accrocchiarsi: «Chi è morta?… La principessa?… Al Belvedere?…» Giuseppe si stringeva nelle spalle, avendo perso del tutto la testa; ma domande e risposte s’incrociavano confusamente tra la folla: «Era in campagna?… Ammalata da quasi un anno… Sola?… Senza nessuno dei figli!…» I meglio informati spiegavano: «Non voleva nessuno vicino, fuorché l’amministratore… Non li poteva soffrire…» Un vecchio disse, scrollando il capo: «Razza di matti, questi Francalanza!»
I famigli, frattanto, sbarravano le finestre delle scuderie e delle rimesse; il fornaio, il bettoliere, l’ebanista e l’orologiaio accostavano anch’essi i loro usci. Un altro crocchio di curiosi radunati dinanzi al portone di servizio, rimasto ancora aperto, guardavano dentro alla corte dove c’era un confuso andirivieni di domestici; mentre dall’alto della loggia, come un capitano di bastimento, Baldassarre impartiva ordini sopra ordini:
«Pasqualino, dalla signora marchesa e ai Benedettini… ma da’ la notizia al signor marchese e a Padre don Blasco, hai capito?… non al Priore!… A te, Filippo: passa da donna Ferdinanda… Donna Vincenza? Dov’è donna Vincenza?… Prendete lo scialle e andate alla badia… parlate alla Madre Badessa perché prepari la monaca alla notizia… Un momento! Salite prima dalla principessa che ha da parlarvi… Salemi?… Giuseppe, ordine di lasciar passare i soli stretti parenti… È venuto Salemi?… Lasciate ogni cosa; il principe e il signor Marco v’aspettano lassù, che c’è bisogno d’aiuto. Natale, tu andrai da donna Graziella e dalla duchessa. Agostino, questi dispacci al telegrafo… e passa dal sarto…»
Secondo che ricevevano le commissioni, i servi uscivano, aprendosi la via in mezzo alla folla; passavano con l’aria affrettata di altrettanti aiutanti di campo tra i curiosi che annunziavano: «Vanno ad avvertire i parenti… i figli, i cognati, i nipoti, i cugini della morta…» Tutta la nobiltà sarebbe stata in lutto, tutti i portoni dei palazzi signorili, a quell’ora, si chiudevano o si socchiudevano, secondo il grado della parentela. E l’ebanista la spiegava:
«Sette figliuoli, possiamo contarli: il principe Giacomo e la signorina Lucrezia che è in casa con lui: due; il Priore di San Nicola e la monaca di San Placido: quattro; donna Chiara, maritata col marchese di Villardita: e cinque; il cavaliere Ferdinando che sta alla Pietra dell’Ovo: sei; e finalmente il contino Raimondo che ha la figlia del barone Palmi… Poi vengono i cognati, i quattro cognati: il duca d’Oragua, fratello del principe morto; Padre don Blasco, anch’egli monaco benedettino; il cavaliere don Eugenio e donna Ferdinanda la zitellona…»
Ogni volta che lo sportello si schiudeva per dar passaggio a qualche servo, i curiosi cercavano di guardare dentro il cortile; Giuseppe, spazientito, esclamava:
«Via di qua! Che diavolo volete? Aspettate i numeri del lotto?»
Ma la folla non si moveva, guardava per aria le finestre ora chiuse quasi aspettando l’apparizione della stampiglia coi numeri.
E la notizia correva di bocca in bocca come quella d’un pubblico avvenimento: «È morta donna Teresa Uzeda…» i popolani pronunziavano Auzeda, «la principessa di Francalanza… È morta stamani all’alba… C’era il principe suo figlio… No, è partito da un’ora.» L’ebanista frattanto, in mezzo a un cerchio di gente attenta come alla storia dei Reali di Francia, continuava a enumerare il resto della parentela: il duca don Mario Radalì, il pazzo, che aveva due figli maschi, Michele e Giovannino, da donna Caterina Bonello, e apparteneva al ramo collaterale dei Radalì-Uzeda; la signora donna Graziella, figlia d’una defunta sorella della principessa e moglie del cavaliere Carvano, cugina carnale perciò di tutti i figliuoli della morta; il barone Grazzeri, zio della principessa nuora, con tutta la parentela; e poi i parenti più lontani, gli affini, quasi tutta la nobiltà paesana: i Costante, i Raimonti, i Cùrcuma, i Cugnò… A un tratto s’interruppe per dire:
«To’! Guardate i lavapiatti che arrivano prima di tutti!»

Don Mariano Grispo e don Giacinto Costantino arrivavano, come ogni giorno all’ora della colazione, per far la corte al principe, e non sapevano niente: scorgendo la folla ed il portone chiuso, si fermarono di botto:
«Santa fede!… Buon Dio d’amore!…»
E a un tratto affrettarono il passo, entrarono interrogando costernati il portinaio che dava le prime notizie: «Non mi sembra vero!… Un fulmine a ciel sereno!…» Poi salirono per lo scalone con Baldassarre che risaliva anch’egli in quel punto dalla corte e faceva loro strada mormorando:
«Povera principessa!… Non poté superarla!… Il signor principe è subito partito.»
Traversando la fila delle anticamere dagli usci dorati ma quasi nude di mobili, don Giacinto esclamava a bassa voce, come in chiesa:
«È una gran disgrazia!… Per questa famiglia è una disgrazia più grande che non sarebbe per ogni altra…»
E piano anch’egli, don Mariano confermava, scrollando il capo:
«La testa che guidava tutti, che aggiustò la pericolante baracca!…»
Introdotti nella Sala Gialla, si fermarono dopo qualche passo, non distinguendo nulla pel buio; ma la voce della principessa Margherita li guidò:
«Don Mariano!… Don Giacinto!…»
«Principessa!… Signora mia!… Com’è stato?… E Lucrezia?… Consalvo?… La bambina?…»
Il principino, seduto sopra uno sgabello, con le gambe penzoloni, le dondolava ritmicamente, guardando per aria a bocca aperta; discosta, in un angolo di divano, Lucrezia stava ingrottata, con gli occhi asciutti.
«Ma com’è avvenuto, così a un tratto?» insisteva don Mariano.
E la principessa, aprendo le braccia:
«Non so… non capisco… È arrivato Salvatore dal Belvedere, con un biglietto del signor Marco… Lì, su quella tavola, guardate… Giacomino è partito subito.» A bassa voce, rivolta a don Mariano, intanto che l’altro leggeva il biglietto: «Lucrezia voleva andare anche lei,» aggiunse, «suo fratello ha detto di no… Che ci avrebbe fatto?»
«Confusione di più!… Il principe ha avuto ragione…»
«Niente!» annunziava frattanto don Giacinto, finito di leggere il biglietto. «Non spiega niente!… E hanno avvertito gli altri… hanno dispacciato?…»
«Io non so… Baldassarre…»
«Morire così, sola sola, senza un figlio, un parente!» esclamava don Mariano, non potendo darsi pace; ma don Giacinto:
«La colpa non è di questi qui, poveretti!… Essi hanno la coscienza tranquilla.»
«Se ci avesse voluti…» cominciò la principessa, timidamente, più piano di prima; ma poi, quasi impaurita, non finì la frase.
Don Mariano tirò un sospiro doloroso e andò a mettersi vicino alla signorina.
«Povera Lucrezia! Che disgrazia!… Avete ragione!… Ma fatevi animo!… Coraggio!…»
Ella che se ne stava a guardare per terra, battendo un piede, levò la testa con aria di stupore, quasi non comprendendo. Ma, come udivasi un frastuono di carrozze che entravano nel cortile, don Mariano e don Giacinto tornarono ad esclamare, a due:
«Che sciagura irreparabile!»
Arrivavano la marchesa Chiara col marito e la cugina Graziella:
«Lucrezia, la mamma!… Sorella!… Cugina!…»
Subito dopo entrò la zia Ferdinanda, a cui le donne baciarono le mani, mormorando:
«Eccellenza!… Ha sentito?…»
La zitellona, asciutta asciutta, scrollava il capo; Chiara abbracciava Lucrezia piangendo; il marchese salutava mestamente i lavapiatti; ma la più commossa era donna Graziella: «Non mi par vero!… Non volevo crederci!… Che si muore così?… E il povero Giacomo? Dice che è corso subito lassù?… Povero cugino!… Se almeno avesse potuto arrivare a chiuderle gli occhi!… Che dolore, non aver tempo di rivederla!…»
Udendo Chiara singhiozzare in seno alla sorella Lucrezia, esclamò: «Hai ragione, sfogati, poveretta! Mamma ce n’è una sola!…»
Ella pareva tanto addolorata della disgrazia dei cugini da dimenticare perfino che la morta era sorella della sua propria madre. Si profferiva alla principessa; le diceva, traendola in disparte:
«Hai bisogno di nulla?… Vuoi che ti dia una mano?… Come sta la mia figlioccia?… Che ha lasciato detto il cugino?…»
«Non so… Ha ordinato a Baldassarre il da fare…»
Baldassarre, infatti, andava su e giù, mandando ancora messi, ricevendo quelli che tornavano dall’aver eseguito le ambasciate. Tutti i parenti, ormai, erano avvertiti: soltanto il famiglio mandato ai Benedettini venne a dire che Padre don Lodovico stava per arrivare, ma che Padre don Blasco non era nel convento.
«Va’ dalla Sigaraia… a quest’ora sarà da lei… Corri, digli che è morta sua cognata…»
Don Lodovico arrivò con la carrozza di San Nicola; e nella Sala Gialla tutti s’alzarono all’apparire del Priore. Chiara e Lucrezia gli andarono incontro, gli presero ciascuna una mano, e la marchesa, cadendo in ginocchio, proruppe:
«Lodovico!… Lodovico!… La nostra povera mamma!»
Tacevano tutti, guardando quel gruppo: la cugina, con gli occhi rossi, mormorava:
«È una cosa che strazia l’anima!»
Il Priore, chinatosi sulla sorella, la rialzò senza guardarla in viso, e nel silenzio generale, rotto da brevi singhiozzi repressi, disse, alzando gli occhi asciutti al cielo:
«Il Signore l’ha chiamata a sé… Chiniamo la fronte ai decreti della Provvidenza divina…» e poiché Chiara voleva baciargli la mano, egli si schermì: «No, no, sorella mia…» e la strinse al petto, baciandola in fronte.
«Perché si nasce!…» esclamò dolorosamente don Giacinto all’orecchio di don Mariano; ma questi, scrollando il capo, si fece innanzi con piglio risoluto:
«Basta adesso, signori miei!… I morti son morti, e il pianto non li risuscita… Pensate alla vostra salute, adesso, che è l’importante…»
«Coraggio, poveretti!…» confermò la cugina Graziella, prendendo per mano le cugine, costringendole amorosamente a sedere; mentre il marchese baciava sua moglie in fronte, le asciugava gli occhi, le parlava all’orecchio, e donna Ferdinanda, poco portata alle scene patetiche, si metteva il principino sulle ginocchia.
Il biglietto del signor Marco passava di mano in mano; il Priore manifestava anch’egli l’intenzione di partire per il Belvedere, ma i lavapiatti protestarono.
«Per far che cosa?… Angustiarsi per niente?… Se si potesse dar aiuto…»
«Partirei io!» soggiunse la cugina.
«Aspettiamo, piuttosto,» propose il marchese. «Giacomo manderà certo a dire qualcosa…»
L’arrivo di un’altra carrozza fece infatti supporre che venisse qualcuno dal Belvedere. Era invece la duchessa Radalì. Poiché ella aveva il marito impazzato e non faceva visite a nessuno, il suo pronto accorrere intenerì più che mai la cugina, che la chiamava zia, quantunque non ci fosse parentela tra loro; ma il ritorno di donna Vincenza da San Placido segnò il colmo della commozione. La cameriera non trovava parole per esprimere il dolore della monaca, giungeva le mani dalla pietà:
«Figlia mia! Povera figlia!… Come una pazza, fa come una pazza!… E chiama: “Sorelle mie! Sorelle mie!…”»
Lucrezia piangeva anch’ella, adesso; Chiara disse tra i singhiozzi:
«Io vado alla badìa…»
«Vostra Eccellenza farà un’opera santa… Anche la Madre Badessa piangeva: “Povera principessa!… Degna serva di Dio!”»
La cugina s’offerse d’accompagnarla; ma poi, visto che la principessa non sapeva dove dar del capo:
«Resto piuttosto ad aiutar Margherita,» disse a Chiara; e questa s’alzò, mentre le raccomandavano: «Baciala per me… e per me… Dille che domani andrò a trovarla…» E don Giacinto chiamava: «Marchese, marchese!… accompagnate vostra moglie…»
In mezzo alla confusione, mentre la marchesa andava via col marito, spuntò finalmente don Blasco, col faccione sudato che luceva e il tricorno in capo. Entrò senza salutar nessuno, esclamando:
«L’avevo detto, eh?… Doveva finire così!…»
Non gli risposero. Il Priore, anzi, chinò gli occhi a terra quasi cercando qualcosa; donna Ferdinanda, per suo conto, pareva non essersi neppure accorta dell’arrivo del fratello. Il monaco si mise a passeggiare da un capo all’altro della sala, asciugandosi il sudore del collo e continuando a parlar solo:
«Che testa!… Che testa!… Fino all’ultimo!… Andare a crepare in mano di quell’imbroglione!… Io l’avevo profetato, ah?… Dov’è?… Non è venuto?… È lui il padrone, qui dentro!»
Poiché nessuno fiatava, la cugina credé d’osservare:
«Zio, in questo momento…»
«Che vuol dire, in questo momento?…» rispose il monaco, piccato. «È morta, Dio l’abbia in gloria!… Ma che s’ha da dire? Che ha fatto una gran cosa?… E Giacomo?… È andato?… È andato solo?… Perché non va nessun altro?… Ha proibito agli altri di andare?…»
«No, Eccellenza…» rispose timidamente la principessa. «È partito appena saputa la notizia.»
«Io volevo accompagnarlo…» disse Lucrezia; ma allora il Benedettino saltò su:
«Tu? Per far che cosa? Sempre voialtre femmine tra i piedi? Vi pare che sappiate sole aggiustare il mondo?… Dov’è Ferdinando?… Non è venuto ancora?»
Sopravvenivano in quel momento il cavaliere don Eugenio e don Cono Canalà, altro dei lavapiatti. Don Cono entrò in punta di piedi, quasi per paura di schiacciar qualcosa, e fermatosi dinanzi alla principessa esclamò, gestendo col braccio:
«Immensa iattura!… Catastrofe immensurabile!… La parola spira sul labbro…» mentre il cavaliere leggeva il biglietto del signor Marco.
Frattanto don Blasco, girando come un trottolone, soffermavasi dinanzi agli usci, guardava in fondo alla sfilata delle stanze, pareva fiutasse l’aria, borbottava: «Che fretta!… Che affezione!…» ed altre parole incomprensibili.
Nel crocchio dei parenti, ciascuno adesso diceva la sua: il Priore, a bassa voce, accanto alla duchessa ed alla zia Ferdinanda, parlava della «dolorosa ostinazione» della madre; ma tratto tratto, quasi pavido di far male discutendo anche rispettosamente la volontà della morta, s’interrompeva, chinava il capo; la cugina era inquieta per la mancanza di notizie dal Belvedere:
«Giacomo avrebbe potuto mandar qualcuno!…»
Per questo don Eugenio offrivasi di salir lassù, se gli facevano attaccare una carrozza; ma allora la principessa, imbarazzata, confusa, non sapendo che fare, osservò all’orecchio della cugina:
«Non so… forse può dispiacere a Giacomo…»
E donna Graziella intervenne:
«Aspettiamo un altro poco; forse il cugino tornerà egli stesso.»
Il Priore e la duchessa tornarono a domandare:
«Ferdinando? Non viene più?»
I lavapiatti corsero a interrogar Baldassarre; il maestro di casa rispose:
«Non ho mandato nessuno dal cavaliere, perché il signor principe m’ha detto che passava lui a chiamarlo.»
«Sarà andato anch’egli al Belvedere… Se no a quest’ora sarebbe qui.»
Per arrivare dalla Pietra dell’Ovo ci voleva a ogni modo del tempo; tornò infatti prima dalla badìa la marchesa, alla quale la sorella monaca aveva consegnato un abitino della Madonna perché lo mettessero indosso alla morta.
«Toccante tratto di pietà filiale!» sussurrò don Cono a don Eugenio.
Nessun altro parlava, in quei momenti di commozione; solamente la cugina, asciugandosi gli occhi rossi, propose all’orecchio della principessa:
«Io vorrei profittare di questo momento per indurre lo zio Blasco a far pace con la zia Ferdinanda e con Lodovico. Che ne dici, Margherita?»
«Come credi… se credi… fa’ tu…»
E la cugina andò in cerca del monaco. Non si trovava, era scomparso. Baldassarre, incaricato di rintracciarlo, lo scoperse in fondo alla casa, dinanzi all’uscio serrato che metteva nelle stanze della morta. Udendo rumor di passi, il monaco si voltò di botto:
«Chi è là?»
«Aspettano Vostra Paternità nella Sala Gialla.»
Il Benedettino tornò indietro, soffiando, e come la cugina, andandogli incontro con aria di mistero:
«Eccellenza,» gli disse, «venga ad abbracciare sua sorella… Lodovico le bacerà la mano…» egli le voltò le spalle, esclamando forte, in modo che lo udirono sino nella corte:
«Non facciamo pulcinellate.»
Donna Graziella si strinse nelle spalle, con un gesto di rassegnazione dolente.
E il monaco, scorto il marchese che era tornato con la moglie dalla badìa, l’andò ad afferrare per un braccio e lo trascinò nella Galleria dei ritratti:
«Che stai a far qui?… Perché non parti?… Quell’altro è scappato…»
«Per far che cosa, Eccellenza?»
«E sarai sempre minchione?… Quell’altro è scappato! A quest’ora fa scomparire ogni cosa!…»
«Eccellenza!…» protestò il nipote, scandalizzato.
Don Blasco lo guardò nel bianco degli occhi, quasi volesse mangiarselo. Ma, come passava in fretta e in furia Baldassarre, girò sui tacchi, tonando:
«Ah, no? E andate un poco a farvi friggere, tutti quanti!…»
Finito di dar ordini alla servitù, Baldassarre aveva adesso un altro gran da fare, poiché cominciavano a venire ambasciate dei parenti più lontani, degli amici, dei conoscenti che mandavano ad esprimere le loro condoglianze e a prender notizie dei superstiti. Il maestro di casa riceveva nell’anticamera dell’amministrazione le persone di riguardo, lasciando al portinaio i servitori; ma parecchi fra questi portavano i regali funebri: vassoi pieni di dolci, di forme di marmellata o di cioccolata, di frutta candite, di pan di Spagna, di bottiglie di moscato o di rosolio, e allora Baldassarre si faceva in quattro per riporre quella roba, e annunziare i doni ai padroni, e ringraziare i donatori, e dare udienza ai sopravvenienti. La cugina Graziella, con le chiavi delle credenze alla cintola, faceva da padrona di casa, per risparmiare la principessa; il cavaliere don Eugenio dava anch’egli una mano, e quantunque i lavapiatti che lavoravano come domestici protestassero: «Lasciate fare a noi», egli vuotava i vassoi da restituire, trasportava la roba nella sala da pranzo e tratto tratto si ficcava in tasca una manata di dolci.
Per la duchessa Radalì che era andata via, non potendo lasciare a lungo il marito solo, dieci altre visite erano sopravvenute: il barone Vita, il principe di Roccasciano, i Giliforte, i Grazzeri, don Carlo Carvano, marito della cugina. Secondo che la giornata s’inoltrava, lettere e biglietti di condoglianza piovevano da tutte le parti: l’Intendente mandava a esprimere il suo dolore per il lutto d’una famiglia devota al Re ed alla buona causa; Monsignor Vescovo associavasi al dolore dei suoi cari figli; dall’Orfanotrofio Uzeda, dall’Ospizio dei Vecchi, dagli altri istituti di beneficenza che i Francalanza avevano fondato o sussidiato, venivano i rettori, i cappellani, una quantità di tonache nere, oppure i poveri ospitati; ma questi non eran lasciati salire ed esprimevano il loro rammarico al portinaio o al sotto-cocchiere. Il comandante della guarnigione, il presidente della Gran Corte, tutte le autorità, tutta la città si condoleva con la famiglia. Gruppi di mendicanti aspettavano, con la speranza che avrebbero distribuito elemosine; molte persone domandavano con insistenza del signor Marco: udendo che ancora non era sceso dal Belvedere, alcuni andavano via per tornare più tardi; altri si mettevano a passeggiare su e giù dinanzi alla casa, aspettando d’acchiapparlo al varco, pazientemente.
I due cortili parevano una fiera, dalle tante carrozze allineate all’ombra: i cavalli, con le teste dentro le coffe, ruminavano raspando tratto tratto il selciato con l’unghia. Ad uno ad uno, poiché imbruniva, arrivavano i servitori dei parenti, aspettando i padroni; e la conversazione della servitù, animatissima, aggiravasi intorno all’avvenimento ed alle sue conseguenze. Le donne, vedendo quella gran confusione, quell’andirivieni di gente, quel succedersi d’ambasciate e di lettere, compiangevano vivamente la principessa nuora: «Povera signora! A quest’ora dev’essere sulle spine!…» Infatti, ella soffriva d’una specie di malattia nervosa per la quale non tollerava di star pigiata tra la gente, di toccar cose maneggiate da altri: fortunatamente la cugina era lì ad aiutarla. E alcuni facevano riflessioni filosofiche: «Se invece d’oggi la madre del principe fosse morta sei anni addietro, la cugina, adesso, invece di aiutar la padrona, sarebbe lei la padrona qui dentro.» Non era stato permesso dalla principessa vecchia, quel matrimonio, e il padrone aveva obbedito alla madre, sposando donna Margherita Grazzeri; però, bisognava dire la verità, la cugina s’era diportata benissimo: maritata col cavaliere Carvano, era rimasta affezionatissima alla zia che non l’aveva voluta per nuora, e aveva trattato come una vera sorella la moglie dell’antico suo innamorato. «E il principe? Forse che pare si rammenti d’averle voluto bene in un certo modo?…» Per tanto, molti lodavano l’opera della morta: ella aveva ben fatto ad opporsi a quel matrimonio, poiché i due antichi innamorati s’eran messo il cuore in pace. «Gran donna, la principessa! Basti dire che rifece la casa già fallita!» E tutti domandavano: «A chi lascerà?…» Ma come saperne nulla se non si era confidata mai con nessuno, neppure coi figli?… «Se ci fosse stato il contino Raimondo, però!…»
Allora i partigiani del principe, senza tanti riguardi: «La roba dovrebbe andare al padrone, se quella pazza non ne avrà fatta un’altra delle sue!…» Infatti non aveva potuto soffrire il primogenito, prediligendo il contino Raimondo; e il contino, quantunque chiamato e richiamato dalla madre che sentiva vicina la propria fine, non s’era mosso da Firenze!…
All’arrivo di fra’ Carmelo, spedito dall’Abate di San Nicola per aver notizie di don Lodovico e di don Blasco, il discorso prese un’altra piega. Fra’ Carmelo sapeva la via del palazzo dalle tante volte che ci aveva accompagnato don Lodovico novizio; e tutta la servitù lo conosceva e gli voleva bene, tant’era buono, con quel suo faccione che pareva scoppiare, grasso fin sulla nuca.
«Povera principessa!… Che gran disgrazia!»
Egli lodava la morta e rammentava i tempi del noviziato di Padre Lodovico, quando, conducendo a casa il ragazzo in permesso, le portava regalucci di frutta che la buona signora degnavasi di accettare.
«Alla mano con tutti!… Affezionata con tutti!… Povero Padre Lodovico! Deve aver pianto!»
Le donne esclamarono:
«Figuriamoci! Un santo come lui!…»
E fra’ Carmelo:
«Un vero santo! Non c’è monaci che gli possano stare a paragone. Non per nulla l’han fatto Priore a trent’anni!»
«Suo zio don Blasco non gli somiglia?…» disse improvvisamente il cocchiere maggiore, con una strizzatina d’occhi.
«È un’altra cosa. Tutti gli uomini possono esser formati a un modo?… Ma bravo anche lui!… Signore anche lui!…»
E giusto il discorso era a quel punto, quando un lontano rumore di carrozza con le sonagliere fece tacer tutti. Giuseppe, guardando dallo sportello, spalancò il portone: il carrozzino della mattina entrò a rotta di collo e ne scesero il principe e il signor Marco che teneva una valigia in mano, mentre tutti si scoprivano e dalla loggia del piano nobile affacciavasi don Blasco.
Il ritorno del capo della famiglia, nella Sala Gialla, produsse una nuova commozione: sospiri, singhiozzi, mute strette di mano. Il principe era sempre pallido e parlava a stento, con gesti larghi di sconforto:
«Troppo tardi!… Più nulla da fare!… Fino a iersera stava benissimo, mangiò anzi con appetito due uova e bevve una tazza di latte… All’alba di stamani, improvvisamente, chiamò e…» e tacque, quasi non potendo proseguire.
Il signor Marco, deposta la valigia, confermava:
«Impossibile prevedere questa catastrofe… Nel primo momento, speravo fosse soltanto una sincope… ma purtroppo la triste verità…» Chiara e la cugina piangevano; il Priore deplorava specialmente che nessun sacerdote l’avesse assistita negli ultimi istanti; ma il signor Marco assicurò che ella erasi confessata due giorni innanzi, che il Vicario Ragusa era arrivato in tempo a darle l’assoluzione; mentre il principe da canto suo riferiva:
«Abbiamo improvvisato una cappella ardente… tutti i fiori della villa… ne hanno mandati da ogni parte…»
«E Ferdinando?» domandò Chiara
«Non è venuto?… Ah!» Egli si battè a un tratto la fronte. «Dovevo passar io ad avvertirlo!… Me ne sono scordato!… Baldassarre!… Baldassarre!…»
Ma, sul più bello, don Blasco, il quale aveva tenuto d’occhio la valigia quasi ci fosse dentro roba di contrabbando, lo tirò per la manica, domandando: «E il testamento?»
Il principe, con un altro tono di voce, non più dolente, ma premuroso, pieno di scrupoli:
«Il signor Marco qui presente» rispose, «m’ha comunicato che le ultime volontà di nostra madre sono depositate presso il notaio Rubino. Noi aspetteremo, se credete, l’arrivo di Raimondo e dello zio duca… Frattanto, abbiamo suggellato tutto quel che s’è trovato, per renderne stretto conto, a suo tempo, a chi di ragione… Il signor Marco possiede però un documento che riguarda i funerali… Credo che di questo si debba dar subito lettura…»
E il signor Marco, tratto di tasca un foglio, lesse in mezzo a un profondo silenzio:
«In questo giorno, 19 maggio 1855, trovandomi sana di mente e non di corpo, io sottoscritta, Teresa Uzeda principessa di Francalanza, raccomando l’anima a Dio e dispongo quanto appresso. Il giorno che piacerà al Signore chiamarmi con sé, ordino che il mio corpo sia affidato ai Reverendi Padri Cappuccini affinché sia da essi imbalsamato e nella necropoli del loro cenobio custodito. Voglio che il funerale sia celebrato, con quel decoro che compete alla famiglia, nella chiesa dei detti Padri in segno della mia devozione alla Beata Ximena, nostra gloriosa parente, la cui salma nella loro chiesa si venera. Durante il funerale e dopo che il mio corpo sarà imbalsamato, voglio, ordino e comando che esso sia vestito della tonaca delle Religiose di San Placido, e che alla cintura mi sia messa la corona del Santissimo Rosario donatami dalla mia diletta figlia Suor Maria Crocifissa il giorno della sua monacazione, e che sul petto mi sia posto il crocifisso d’avorio, memoria del mio amato consorte principe Consalvo di Francalanza. In segno di particolare penitenza ed umiltà, espressamente impongo che il mio capo sia appoggiato sopra una semplice e nuda tegola: così voglio e non altrimenti. Per la necropoli dei Cappuccini ordino che si costruisca una cassa a cristalli, dentro alla quale sarà posto il mio corpo nel modo di cui sopra; essa avrà una serratura con tre chiavi delle quali una rimarrà a mio figlio Raimondo conte di Lumera, la seconda, in segno di speciale benevolenza pei servigi prestatimi, al signor Marco Roscitano, mio procuratore e amministratore generale, e la terza al reverendo Padre Guardiano di esso cenobio dei Cappuccini. Nel caso però che il detto signor Roscitano dovesse lasciare l’amministrazione della mia casa, ordino che la chiave passi all’altro mio figlio Lodovico, Priore nel monastero di San Nicola dell’Arena. Questa è la mia volontà e non altra.
Teresa Uzeda»

Il signor Marco, che s’era rispettosamente inchinato al passaggio relativo alla sua persona, abbassò il foglio; il principe disse guardando in giro gli astanti:
«Le volontà di nostra madre sono leggi per noi. Sarà fatto secondo ha prescritto.»
«In tutto e per tutto…» confermò il Priore, chinando il capo.
Don Blasco, che soffiava come un mantice, non aspettò neppure che l’adunanza si sciogliesse. Afferrato il marchese per un bottone del soprabito, esclamò:
«Sempre pulcinellate?… Fin all’ultimo?… Per far ridere la gente?…»
E il signor Marco era appena salito al primo piano, nelle stanze dell’amministrazione contigue al suo quartierino, per dare ai dipendenti gli ordini opportuni, che le persone venute a cercarlo si presentarono a lui. Il ceraiolo di San Francesco veniva a offrire cera di prima qualità, lavorata all’uso di Venezia, a sei tarì; il maestro Mascione portava una lettera dell’avvocato Spedalotti, il quale pregava il signor Marco di far eseguire la messa di requiem del giovane compositore; Brusa, il pittore, sollecitava l’appalto della decorazione pel funerale solenne della principessa…
«Come sapete che ci sarà un funerale solenne?»
«Per una signora come la principessa!»
«Ripassate domani…»
E Baldassarre chiamava:
«Signor Marco! Signor Marco!… Il principe!…»
Ma nuovi postulanti sopravvenivano. Nessuno l’aveva ancor detto, ma si sapeva che la principessa di Francalanza non poteva andare all’altro mondo senza una gran cerimonia, senza un gran scialacquo di quattrini, e ognuno sperava di guadagnarne. Raciti, il primo violino del Comunale, voleva offrire la messa funebre di suo figlio; saputo che Mascione aveva ottenuto una lettera di Spedalotti, era corso a sollecitare la raccomandazione più valevole del barone Vita; Santo Ferro, che aveva la manutenzione del giardino pubblico, sperava gli commettessero la camera ardente, e poiché Baldassarre, dal cortile, tornava a chiamare:
«Signor Marco! Signor Marco!… Il principe!…» il signor Marco si sbarazzò bruscamente dei postulanti:
«Ma andate al diavolo!… Ho altro da fare, adesso!»

Un formicaio, la chiesa dei Cappuccini nella mattina del sabato, che neppure il Giovedì Santo tanta gente traeva a visitarvi il Sepolcro. Tutta la notte era venuto dalla chiesa un frastuono di martelli, d’asce e di seghe, e le finestre erano state abbrunate fin dal giorno precedente. A buon’ora, dinanzi alla folla curiosa che gremiva la terrazza e le scalinate, avevano inchiodato sulla porta maggiore il drappellone di velluto nero con frange d’argento, sul quale leggevasi a caratteri d’oro:

PER L’ANIMA
DI
DONNA TERESA UZEDA E RISÀ
PRINCIPESSA DI FRANCALANZA
ESEQUIE

Verso sedici ore, don Carlo Canalà, col naso in aria, sotto la porta spiegava al principe di Roccasciano, tra le gomitate di quelli che entravano continuamente:
«Veda: all’esterno non giudicai conveniente… dilungarmi del soverchio.. Massima semplicità: per l’anima… esequie… Penso che nella sua concisione… per avventura…»
Ma gli urti, le pestate di piedi, le esclamazioni dei curiosi non gli consentivano di filare il discorso; la gente sbucava a torrenti da tutte le parti, sospingevasi in chiesa, calpestava i mendicanti venuti a mettersi accosto alle porte ed ai cancelli per far baiocchi.
«Sol esso il nome… onde i concetti, per avventura…»
Alla fine, don Cono si decise anch’egli ad entrare; ma, separato dal compagno, fu travolto, come un chicco di caffè nel macinino, dal turbine umano che per il troppo angusto passaggio s’ingolfava nella chiesa.
Essa era buia, pei veli delle finestre, pei manti neri che rivestivano le pareti e pendevano dalle arcate delle cappelle e si stendevano lungo il cornicione. Sopra una piattaforma alta sei o sette gradini dal pavimento e girata da una triplice fila di ceri, sorgeva il catafalco: una piramide tronca le cui quattro facce, tappezzate d’ellera e di mortella, portavano nel mezzo, disegnati a fiori freschi, quattro grandi scudi della casa di Francalanza. Al sommo della piramide, due angeli d’argento inginocchiati da una sola gamba aspettavano di reggere il feretro. Ad ogni angolo inferiore del catafalco, su tripodi d’argento, erano confitte quattro torce grosse quanto le stanghe, con uno scudo di cartone legato a mezz’asta; sei valletti con le livree del secolo XVIII, rosse, nere e dorate, impalati come statue, con le facce rase di fresco, reggevano ciascuno una delle antiche bandiere d’alleanza; dopo i valletti dodici prefiche, vestite di neri manti, coi capelli scarmigliati, stavano tutt’intorno al catafalco coi fazzoletti in mano, per asciugarsi le lacrime. Ma bisognava lavorar di gomiti, camminare sui piedi dei vicini, lasciarsi ammaccare le costole e pestare i calli e sudare una camicia prima d’arrivare a quell’apparato, intorno al quale una folla d’operai, di servi, di donnicciuole stava estatica ad ammirare, in attesa del corteo, il finto marmo della piattaforma, le urne di cartone scaglionate sui gradini, le lacrime di carta argentata gocciolanti dai veli neri: «Una galanteria!… Una cosa mai vista!… Per questo sono signoroni!… Lasciate fare a loro!… E dodici piangenti!… Neanche pel funerale del papa!… Ma il cadavere è già posto al colatoio per l’imbalsamazione.» E Vito Rosa, il barbiere del principe, spiegava: «Appena sceso dal Belvedere fu portato a palazzo e gli fecero girare gli appartamenti per l’ultima volta, come usano… Il cataletto era portato a spalla, senza stanghe… e tutta la parentela dietro, la servitù con le torce accese, come una processione!…» Le comari esclamavano: «E una tegola sotto il capo!… Che gli mancavano forse cuscini di velluto?… Anzi, questo è per maggior penitenza, con la tonaca di San Placido: non capite?»
Ma la gente incalzava alle spalle e i discorsi s’interrompevano, i primi arrivati dovevano cedere il posto, se ne andavano sotto il palco dell’orchestra, eretto a ridosso dell’organo, con quattro ordini di panche e i manichi dei contrabbassi che spuntavano dal più alto, ma ancora vuoto; o giravano dalla parte opposta, verso la cappella della Beata Uzeda, tutta splendente di lampade votive; e si fermavano, una volta fuor della ressa, a guardare l’altare scavato dove si vedeva, attraverso un vetro, la cassa antica rivestita di cuoio, che racchiudeva il corpo della santa donna; poi tentavano tornare verso il centro della chiesa per leggere le iscrizioni attaccate agli altri altari; ma la folla era adesso compatta come un muro. Don Cono Canalà, data un’occhiata all’apparato, aveva tentato tre o quattro volte, per conto suo, d’avvicinarsi a qualcuno degli epitaffi, ma non era riuscito a spingersi tanto innanzi da leggerli; e col capo rovesciato, il cappello ammaccato dai continui urtoni, i piedi pestati, la camicia in sudore, tangheggiava come una barca in mezzo alla tempesta. Con belle maniere, dicendo: «Di grazia!… La prego!… Mi scusi!…» arrivò finalmente a tiro della prima tabella, dove leggevasi:

SOTTO MULIEBRI SPOGLIE
CUORE GAGLIARDO PIETOSO
ANIMO ELETTO MUNIFICO
SPIRITO SVEGLIATO FECONDO
ONNINAMENTE DEGNA
DELLA MAGNANIMA STIRPE
CHE LA FE’ SUA

«Onninamente?….» disse il barone Carcaretta che si trovava a fianco di don Cono. «Che cosa significa?»
«Importa interamente, o vogliam dire del tutto… Onninamente degna della stirpe… Come le piace questo concetto?…»
«Eh, va bene; ma non capisco perché si divertano a pescar le parole difficili!»
«Veda…» spiegò allora don Cono, insinuante: «lo stile epigrafico tiene al sommo grado del nobile e del sostenuto… Io non potevo adoprare…»
«Ah, l’avete scritta voi?»
«Sissignore… ma non solo, veramente: di unita col cavaliere don Eugenio… Io ho curato sovra tutto la forma… Bramerei vedere le altre: temo non abbian preso un qualche abbaglio, in copiando…»
Ma la chiesa era talmente gremita che potevano appena fare due passi ogni quarto d’ora; e tutt’intorno la gente che non riusciva ad andare né avanti né indietro né a veder altro fuorché la cima della piramide, ingannava l’impazienza dell’attesa chiacchierando, dicendo vita, morte e miracoli della principessa: «Adesso i suoi figli potranno respirare! Li ha tenuti in un pugno di ferro…» «I suoi figli: quali?…» «Costrinse don Lodovico, il secondogenito, a farsi monaco mentre gli toccava il titolo di duca; la primogenita fu chiusa alla badìa!… Se campava ancora ci avrebbe messo anche l’altra!… Maritò Chiara perché questa non voleva maritarsi!… Tutto per amor d’un solo, del contino Raimondo…» «Ma il padre?…» «Il padre, ai suoi tempi, non contava più del due di briscola; la principessa teneva in un pugno lui e il suocero!…»
Però tutti riconoscevano che, se non fosse stata lei, a quell’ora non avrebbero avuto più niente. Ignorante, sì; ma accorta, calcolatrice!
«È vero che non sapeva leggere né scrivere?»
«Sapeva leggere soltanto nel libro delle devozioni e in quello dei conti!»
Frattanto don Cono avvicinavasi, a passo di formica, alla seconda iscrizione:

ORBATA
DEL TUO FIDO CONSORTE
NEL MORTALE VIAGGIO
VECE FACESTI
AL TUOI FIGLI
DEL PADRE LORO.

Prima ancora di scorgere i caratteri, don Cono che la sapeva a memoria, recitò l’epigrafe al barone, fermandosi un poco a ciascuna parola, più a lungo ad ogni capoverso, gestendo con la mano come se spruzzasse acqua benedetta, per sottolineare i passaggi salienti:
«Ignoro se approvate questo concetto: orbata… vece facesti…»
Ma nuove ondate della folla lo divisero la seconda volta dal compagno. Veniva ora dalla terrazza e dalle scalinate un vasto sussurro, perché i rintocchi del mortorio annunziavano finalmente la partenza del corteo dal palazzo.
Intorno alla casa Francalanza c’era sempre una fiera, per le tante carrozze aspettanti, pel tanto popolo fremente d’impazienza. Dal portone socchiuso vedevasi un’altra folla ragunata nei due cortili, uno sciame di servi con le livree nere che andavano e venivano, il maestro di casa senza cappello che s’affannava a dar ordini, la carrozza di gala a quattro cavalli che sarebbe servita da carro funebre. Quando finalmente le due pesanti imposte girarono sui cardini, tutte le teste si voltarono, tutte le persone s’alzarono sulle punte dei piedi. Veniva innanzi la fila dei frati Cappuccini con la croce, poi la carrozza funebre, dentro alla quale si vedeva il feretro di velluto rosso, fiancheggiata da tutta la servitù con le torce in mano; poi l’Ospizio Uzeda dei vecchi indigenti, tutti a testa nuda; poi le ragazze dell’Orfanotrofio coi veli azzurri pendenti fino a terra; poi tutte le carrozze di famiglia: altri due tiri a quattro, cinque tiri a due, e poi ancora un altro gruppo di gente: una quarantina d’uomini, la più parte barbuti, con le giubbe di velluto nero, anch’essi coi ceri in mano.
«Chi sono?… Di dove spuntano?…»
Erano i zolfai delle miniere dell’Oleastro chiamati apposta da Caltanissetta per l’accompagnamento della padrona: quest’ultimo accessorio finiva di sbalordire tutti quanti: ancora non s’era vista una cosa simile!… Ma gli equipaggi che s’avanzavano da ogni parte per mettersi in fila sbaragliavano la calca: tiri a quattro che venivano a prendere i primi posti, tiri a due che rinculavano scalpitando tra un fitto schioccar di fruste; e i curiosi, a rischio di lasciarsi pestare sotto i piedi delle bestie, li venivano riconoscendo dagli stemmi degli sportelli e anche dai cocchieri:
«Il duca Radalì… il principe di Roccasciano… il barone Grazzeri… i Cùrcuma… i Costante… non manca nessuno!…»
Di repente tutti si volsero a un lontano vocìo:
«Che è?… Che cos’è stato?… La carrozza di Trigona!… Il cocchiere non vuole andare in coda, gli altri non cedono il posto… Ha ragione!… Questi sono soprusi!…»
Il cocchiere del marchese Trigona, appunto, quantunque guidasse un trespolo tirato da due ronzinanti, non voleva mettersi in coda dove c’erano le carrozze dei non nobili più belle della sua. E Baldassarre, tutto in sudore per la fatica sostenuta nell’ordinare il corteo, nel far rispettare le precedenze, s’avanzava per dar ragione al cocchiere, aprendosi a stento il varco tra la folla, allungando ceffoni ai monelli che gli si mettevano fra i piedi, ingiungendo: «Largo!… largo!…» mentre una buona metà dell’accompagnamento s’era avviata.
Il mortorio sonato da tutte le chiese della città chiamava gente da ogni parte sul suo passaggio; ma specialmente il campanone della cattedrale sospingeva a frotte i curiosi. Sonava a morto solo pei nobili e i dottori, e il suo nton nton grave e solenne costava quattr’onze di moneta; talché la gente, udendo la gran voce di bronzo, diceva: «Se n’è andato qualche pezzo grosso!»
E ancora buon numero di carrozze, dopo quella di Trigona, aspettavano d’incamminarsi, che già la testa del corteo fermavasi ai Cappuccini.
Impossibile portare in chiesa la bara dalle scale. Non già che pesasse molto, ché anzi era vuota; ma la ressa, sulle scale, cresceva, nessuno poteva andare né avanti né indietro, solo il cannone avrebbe potuto far luogo. Bisognò girare la situazione, aprire un varco fra la turma che gremiva la salita del Santo Carcere e di San Domenico e portare il feretro dal convento e dalla sacrestia: trascorse quasi un’ora prima che fosse posto sul catafalco.
I sonatori avevano già preso posto sul palco e sfoderato i loro strumenti, i frati accendevano con le canne lunghe i ceri dell’altar maggiore. E i curiosi stipati nella chiesa, continuando a parlar della morta, si rivolgevano insistentemente una domanda e si proponevano una quistione: «Chi sarà l’erede?..» Nobili e plebei, ricchi e poveri, tutti volevano sapere che direbbe il testamento, come se la morta avesse potuto lasciar qualcosa a tutti i suoi concittadini. Aspettavano, al palazzo, l’arrivo del contino da Firenze e del duca da Palermo per leggere le ultime volontà della principessa; e le opinioni, nel pubblico, erano diametralmente opposte: alcuni sostenevano che tutto sarebbe andato al contino; ma, quantunque la defunta odiasse il primogenito, era proprio possibile che lo diseredasse? «Nossignore: tutto andrà al primogenito: è vero che non lo poteva soffrire, ma è il capo della casa, l’erede del principato!…»
Un nuovo pigia pigia troncò di botto ogni discorso, infittì la folla in fondo alla chiesa: entravano le orfanelle del Sacro Cuore con le vesti verdi e gli scialletti bianchi; Baldassarre, tutto vestito di nero, le dirigeva verso l’altar maggiore, ingiungendo:
«Largo, largo, signori miei!…»
Un bambino, mezzo soffocato tra la calca, si mise a strillare; un mendicante, riuscito ad entrare, inciampò contro un gradino d’altare e cadde per terra.

BENEFICENTE
COI DERELITTI
L’OBOLO DELLA CARITÀ
TI FIA RESO
CENTUPLICATO
CON L’ESPIATORIE PRECI

Don Cono declamava, a bassa voce, l’altra iscrizione al canonico Sortini che aveva pescato tra la folla:
«Conciliar l’invenzione del concetto con la venustà della forma: difficoltà precipua dello stile epigrafico… L’obolo… centuplicato… non so se mi appongo…»
Adesso l’altar maggiore era tutto una fiamma, dai tanti ceri; il movimento dei frati e dei sagrestani cresceva; sul palco della musica accordavano gli strumenti, un clarino sospirava, gli archetti stridevano, un contrabbasso borbottava; e Baldassarre, aiutato dai camerieri di tutta la parentela, vestiti di nero anch’essi, faceva disporre due file di sedie pei vecchi e le orfanelle: le sedie, tenute alte sulla folla, parevano navigare sul mar delle teste, e poiché sempre nuova gente entrava a furia, la ressa era terribile. I fiati, l’odor di moccolaia, il caldo della giornata facevano della piccola chiesa una bolgia; alcune donne erano già svenute, in due o tre punti si litigava fra chi voleva spingersi avanti e chi non voleva tirarsi indietro; ma nessuno si decideva ad andarsene; e negli angoli, lungo i muri, avanti agli altari, i curiosi, gli scioperati rifacevano la storia della morta e della famiglia, ne commentavano le stravaganze:
«La cassa con tre chiavi!… Sarà tanto più difficile tornare a questo mondo!… E la tonaca e il rosario!… Tanta penitenza con un funerale da regina!»
A voce più bassa le male lingue aggiungevano:
«Dopo l’allegra vita!…»
Accanto alla pila dell’acqua santa, in mezzo a un crocchio di nobilastri invidiosi e a corto di quattrini, don Casimiro Scaglisi annunziava:
«E il principe? Non sapete che ha fatto il principe? Quand’ebbe la notizia della morte della madre, scappò al Belvedere senza far chiudere il portone, per avere il tempo d’arrivar solo alla villa, e senza avvertir Ferdinando alla Pietra dell’Ovo…»
Alcuni protestarono: don Casimiro confermò:
«Se ve lo dico io!… Per aver tempo di maneggiarsi, di far sparire carte e denari!»
Tutt’intorno scrollavano il capo: don Casimiro parlava così per astio, giacché fin a tre giorni addietro era stato lavapiatti di casa Francalanza, ma fin da quando la principessa era andata in campagna, il principe non l’aveva più ricevuto, credendolo iettatore.
«Del resto, scusate,» gli facevano osservare, «che bisogno aveva mai il principe d’allontanare Ferdinando?»
«Sissignori, fa la vita del Robinson Crusoe alla Pietra dell’Ovo, non s’occupa d’affari e in famiglia lo chiamano il Babbeo, col soprannome messogli da sua madre. Ma che vuol dire? Babbeo o no, il principe non voleva nessuno dei suoi tra i piedi!… Vi dico che lo so di sicuro!»
Un altro osservò:
«Non parlate male di Ferdinando; con le sue manìe non fa male a nessuno; è il migliore di tutta la casata.»
«Tanto che non parrebbe dello stesso seme…» rispose don Casimiro.
«Sst, sst! Siamo in chiesa,» gl’ingiunsero.
«Passa don Cono.»
Don Cono adesso traversava la chiesa per leggere l’iscrizione posta sulla pila dell’acqua benedetta; come fu giunto vicino al crocchio, lo fermarono:
«Don Cono!… Don Cono!… Voi che avete la vista lunga; come dice lassù?»
E don Cono compitò:

IN QUESTO TEMPIO
OVE IL FRALE SI ACCOGLIE
DELLA BEATA UZEDA
CORROBORATE
FIENO LE PRECI
DALL’INTERCESSORA PARENTE

«Bellissimo! Bravo!… Bene l’intercessora…» esclamarono in coro; ma un «sst» prolungato passò di repente di bocca in bocca: il maestro Mascione, appollaiato in cima al palco dell’orchestra, aveva picchiato tre colpi sul leggìo; e le conversazioni morirono, tutte le teste si volsero verso i sonatori.
In mezzo all’attenzione generale don Casimiro urtò a un tratto col gomito i vicini, esclamando piano:
«Guardate! Guardate!»
Entrava in quel punto, protetto contro la folla dal servitore, il vecchio don Alessandro Tagliavia: nonostante l’età, reggeva ancora diritta l’alta persona e dominava la folla con la bella testa bianca e rosea, dagli occhi chiari com’acqua marina e dai baffi bionditi dal tabacco. Non potendo avanzare, guardava da lontano il catafalco, il palco della musica, le tabelle degli epitaffi; e intanto, nel silenzio fattosi come per incanto, l’orchestra intonava il preludio: un lungo gemito, suoni rotti in cadenza come da brevi singulti si diffondevano per la chiesa, e le piangenti riprendevano a lacrimare, mentre i monaci, dinanzi all’altare, cominciavano le genuflessioni. Molti capi si chinarono, al sordo vocìo sottentrò un raccoglimento profondo.
«Guardate!…» ripeté don Casimiro, nel gruppo accanto alla pila. «È venuto a dirle l’ultimo addio!»
Tutti avevano gli occhi fissi sul vecchio: il lavapiatti a spasso continuò, interrompendosi quando l’orchestra taceva:
«Ed io che me lo rammento piangere come un bambino… come un disperato… quando la morta lo lasciò per Felice Cùrcuma… dopo quello che c’era stato fra loro!…Adesso lei è a marcire al colatoio… Lui camperà vent’anni ancora: una salute di ferro…» A voce più bassa, mentre le trombe tratto tratto squillavano e le voci cantavano Requiem aeternam dona eis, aggiunse: «Ed ha la sua brava ragazza, in una villetta al Borgo… Tutte le sere le passa con lei!…»
Il vecchio tentava ancora di avvicinarsi ad una iscrizione; ma poiché, principiata la messa, nessuno più si moveva, tornò indietro. Giunto sulla porta della chiesa, colpendogli l’aria fresca la fronte, si calcò il cappello sulla testa che non era ancor fuori.
«Sic transit gloria mundi!…»
Però, passato il primo effetto della musica, le conversazioni andavano qua e là riappiccandosi; e Raciti, il primo violino del Comunale, borbottava in mezzo agli sconosciuti: «Bell’apparato, non c’è che dire; bella funzione!… La quistione è di sapere chi pagherà!»
Era furente, dopo che il signor Marco aveva preferito la messa di Mascione a quella di suo figlio; ma si consolava sparlando della casata: non c’era l’eguale per la stitichezza nel pagare; e Titta Caruso, il bollettinaio del teatro, ne sapeva qualcosa, costretto com’era ogni anno a far cento volte le scale del palazzo prima di vedersi pagato l’appalto del palchetto: oggi non c’era il principe, domani non c’era la principessa, un’altra volta mancava il signor Marco, poi erano tutti in campagna…
«Mio figlio Salvatore non voleva offrir loro la sua messa? Meglio sonarla gratis per le anime del Purgatorio; almeno se ne guadagna altrettanta salute all’anima!»
E voltò le spalle, furioso, per andarsene, mentre intonavano il Tuba mirum rubato al Palestrina!… Come lui, erano venuti in chiesa quanti eran corsi nei primi momenti al palazzo per offrire i loro servigi; ma i rimasti a mani vuote tiravano adesso in ballo le storie d’avarizia e d’intima spilorceria di quella famiglia il cui lusso era solo apparente: la principessa, una volta, non aveva fatto citare dinanzi al giudice il suo calzolaio perché le restituisse il prezzo di un paio di scarpe non riuscite di suo gradimento? E in cucina, il cuoco non aveva l’ordine di scolar l’olio rimasto nella padella dopo la frittura per riconsegnarlo alla padrona?
«Più sono ricchi, cotesti porci, più sono spilorci!…»
Un «zitti!» imperioso troncò le chiacchiere: l’orchestra intonava il Che dirò io misero? e la gente che stava attenta alla musica non voleva esser disturbata. Ma dopo un momento le conversazioni si riannodarono. In certi crocchi di liberali, vantavano il patriottismo del duca Gaspare, sottovoce, però, e guardandosi intorno per paura che qualche spia non udisse.
«Un colpo al cerchio e un altro alla botte!» esclamava don Casimiro accanto alla pila. «In questa casa chi fa il rivoluzionario e chi il borbonico; così sono certi di trovarsi bene, qualunque cosa avvenga! La ragazza Lucrezia non fa la liberale per amore di quello sciocco di Benedetto Giulente?…»
Il barone Carcaretta, unitosi ai maldicenti, protestò:
«Non daranno mai un’Uzeda a un Giulente!»
E don Casimiro:
«Per questo io dico che il Giulente è uno sciocco…»
«Silenzio, eccoli lì.»
Il giovanotto infatti entrava in quel momento insieme con suo zio don Lorenzo, il celebre liberale lavapiatti del duca.
«E così?» domandò don Casimiro, «quando la farete questa rivoluzione?»
«Non lo diremmo a voi, in ogni caso», rispose Benedetto sorridendo. Allora l’altro si rivolse allo zio:
«E il vostro amico, il duca? Gli muore la cognata, i suoi nipoti l’aspettano, e non parte subito? Che sta macchinando?»
«A voi che importa?»
«A me? Un fico secco! Io non faccio il lavapiatti a nessuno!»
«I lavapiatti» rispose don Lorenzo, «dovete sapere che io li ho tenuti sempre in cucina…»
«Silenzio!… Siamo in chiesa.»
La preghiera ieratica diceva giustamente: «Serbami un posto nel gregge.» Ma don Casimiro non voleva riconoscere che il dispiacere di non goder più dell’intimità degli Uzeda lo animava contro di loro.
«Bestioni!» esclamò, quando i due Giulente si allontanarono. «Mi diranno poi come finirà loro, con quei birbanti!»
Il principe di Roccasciano, che aveva girato per la chiesa sballottato dalla folla, fu sospinto in mezzo al gruppo; tutta la sua persona, così piccola e magra che pareva fatta in economia, esprimeva uno straordinario stupore:
«Signori miei, che funerale! che spesa!… Ci saranno per lo meno cent’onze di cera! E l’apparato! La messa cantata! Io vi so dire che per la felice memoria di mio padre spesi sessantotto onze e tredici tarì, e che feci? Niente!… Qui vi dico che si sono spese cent’onze di sole torce…»
«Sst… il Lux aeterna.»
Ad ogni passaggio della messa operavasi un rimescolamento nella folla: alcuni tentavano uscire, la più parte mutavan di posto, giravano intorno al catafalco, andavano a leggere le iscrizioni. Restava a don Cono da verificar l’ultima; don Casimiro gli si pose alle costole, seguito da parecchi della comitiva.

AHI DURA MORTE
IL PIANTO
D’UNA ILLUSTRE PROSAPIA
D’UN POPOLO INTERO
A DISARMARE IL TUO BRACCIO
NON VALSE

«Benissimo!» fece don Casimiro. «La prosapia è illustre: discende difilato dall’anche d’Anchise. Il popolo piange: non vedete le lacrime?» e mostrava quelle d’argento che frangiavano l’addobbo funebre. «Piangono anche le ragazze dell’Orfanotrofio… pensando che andranno a finir cameriere dell’illustre principe…»
«Parmi sconvenga…» obiettò don Cono.
«E v’accerto io che sono tutti disperati per bene che si vogliono in casa. Poh! Non possono stare un giorno senza abbracciarsi e baciarsi…»
«Parmi sconvenga…»
«Prudenza, signori miei… siamo in chiesa!»
Giusto, la ripresa del Dies irae assordava tutti; i frati erano scesi verso il catafalco, benedicendo; la musica intonava il Libera me, riprendeva le frasi del principio, implorava il Requiem. «È finito?… Se Dio vuole!» E un rimescolamento generale: chi era rimasto lontano dal catafalco e dalle iscrizioni vi si dirigeva; molti che non reggevansi più in piedi dalla stanchezza, s’avvicinavano alle porte; ma lì la confusione e la ressa ricominciavano più grandi; perché tutta la gente rimasta fuori, credendo che, finita la messa, fosse agevole entrare, s’affollava tumultuosamente, cozzando contro quelli che volevano uscire, travolgendo gli storpi, i ciechi e i mutilati che arrischiavano nuovamente di tender la mano ai passanti. «Adagio!… I piedi!… Che maniera!» e dominando quel vocìo veniva dalla piazza un incessante scalpitar di cavalli: le carrozze del corteo funebre che sfilavano una dopo l’altra andandosene.
Il principe di Roccasciano, affacciato dalla terrazza, le veniva numerando:
«Sette tiri a quattro, sessantatrè carrozze padronali, dodici di rimessa» disse, quando passò l’ultima. E fece il conto: «A dodici tarì l’una, tolte quelle di famiglia, sono trentaquattr’onze!…»
Allora l’onda degli spettatori cominciò a disperdersi. I poveri rimasti accoccolati lungo i muri poterono finalmente trascinarsi ai loro posti; ma oramai non passava più nessuno.

2.

Verso sera, mentre la servitù raccolta nel cortile commentava ancora la magnificenza del funerale, arrivò dalla via di Messina il conte Raimondo con la contessa Matilde. Baldassarre, udendo il tintinnìo delle sonagliere, si precipitò giù per lo scalone e arrivò allo sportello della corriera giusto nel momento che questa arrestavasi e che il padrone saltava giù.
«Chi c’è?» domandò il contino, troncando con voce breve le cerimonie di Baldassarre e mostrando le carrozze allineate nella corte.
«Visite pel signor principe, Eccellenza…» e subito il maestro di casa prese l’aspetto grave e triste conveniente alla circostanza luttuosa.
Il conte s’avviò per lo scalone senza curarsi della moglie né del bagaglio. Baldassarre, a capo chino, offerse il gomito alla signora contessa, ma ella smontò senza appoggiarsi. «Più bella che mai!» giudicavan le donne che le si appressavano rispettosamente, «quantunque un po’ dimagrata, in verità…» La moglie del portinaio osservò anche: «Pare più afflitta lei del contino… E con che dolce voce pregava che portassero su le valige e i sacchi da notte, e rispondeva al: “Benvenuta, Eccellenza!” dei servi, informandosi della loro salute, domandando a Giuseppe se il suo bambino stava bene e a donna Mena se la sua figliuola s’era maritata!…»
Su, nelle anticamere, il principe e Lucrezia vennero incontro al fratello ed alla cognata. Raimondo si lasciò baciare dalla sorella, e, stretta la mano che Giacomo gli tendeva, entrò nella Sala Gialla, zeppa di gente al pari della Rossa, poiché, tolto il divieto di lasciar salire i soli prossimi parenti, ora i cugini in quarto e in quinto grado, gli affini, gli amici venivano in processione a condolersi della gran disgrazia. Tutti, all’apparire della contessa Matilde, si levarono, ad eccezione di don Blasco e di donna Ferdinanda. Quest’ultima, quando la nipote le baciò la mano, borbottò un: «Ti saluto» freddo freddo; quanto a don Blasco, non le rispose neppure. Egli vociava, gesticolando:
«Vogliono il resto? Ah, vogliono il resto? Se vogliono il resto, non hanno da far altro che chiederlo!…»
L’incontro del Priore con Raimondo fu osservato da tutti: il Priore che stava seduto accanto a Monsignor Vescovo col Vicario e parecchi canonici, appena scorto il fratello s’alzò e gli aperse le braccia: Raimondo si lasciò abbracciare un’altra volta, ma quelle dimostrazioni d’affetto lo seccavano visibilmente. Poi il principe lo condusse via, e tutti ripresero i loro posti e i discorsi interrotti.
In un gruppo di pezzi grossi dove c’erano, fra gli altri, il presidente della Gran Corte, il generale e alcuni senatori municipali, don Blasco continuava a fiottare contro i rivoluzionari e i quarantottisti che minacciavano d’alzar la coda. Non era bastata loro la famosa lezione spiegata da Satriano? Volevano il resto? Sarebbero stati immediatamente serviti!
«Ma la colpa più grande credete forse che sia dei sanculotti o di quel ladro di Cavour? È di quei ruffiani che per la loro posizione dovrebbero sostenere il governo e invece si mettono coi morti di fame!»
Egli l’aveva principalmente col fratello duca che s’era fitto in capo di fare il liberalone, lui, il secondogenito del principe di Francalanza! Il marchese di Villardita approvava, chinando la testa, giudicando però che i rivoluzionari, con o senza l’aiuto dei signori, sarebbero rimasti cheti almeno per un altro mezzo secolo: la città portava ancora i segni della terribile repressione dell’aprile Quarantanove: non erano del tutto scomparse le tracce del fuoco e del saccheggio, e mezza popolazione piangeva i morti, i condannati all’ergastolo, gli esiliati.
Il Priore, tornato a sedere accanto a Monsignore, nel gruppo delle tonache nere, deplorava anch’egli, a bassa voce, l’iniquità dei tempi per via della legge piemontese contro le corporazioni religiose; e don Blasco, nel crocchio opposto:
«Adesso fanno la guerra senza denari! Rubando la Chiesa di Cristo! E quel celebre d’Azeglio? Avete letto il suo sproloquio?…»
Dalla parte delle donne la principessa se ne stava in un angolo, un po’ alla larga, per evitar contatti. Donna Ferdinanda, seduta vicino al principe di Roccasciano, parlava con lui d’affari, del raccolto, del prezzo delle derrate, mentre la principessa di Roccasciano raccontava alla baronessa Cùrcuma un suo sogno, la madre che le era apparsa con tre numeri in mano: 6, 39 e 70, sui quali avea giocato dodici tarì di nascosto del marito. Le ragazze Mortara e Costante, amiche di Lucrezia, parlavano d’abiti a quest’ultima, per divagarla, quantunque ella non desse loro ascolto e rispondesse a sproposito, com’era sua abitudine; ma la cugina Graziella teneva da sola animata la conversazione, rivolgendosi a tutti ed a ciascuno, passando da una sala all’altra chiacchierando d’abiti, di sarte, della Crimea, del Piemonte, della guerra, del colera. Stanca del viaggio, la contessa Matilde parlava poco, aspettando di ritirarsi nelle sue camere; don Cono, venuto a mettersele vicino, le recitava tutte le epigrafi da lui composte pel funerale: «M’è sovvenuto d’una variante; bramo il giudizio della contessa…» E il cavaliere don Eugenio giudicava povertà il lusso dei moderni funerali a paragone di quello di un tempo: «Nel 1692 fu perfino emanato un bando, in via di prammatica, per impedire l’eccedente sfarzo delle cerimonie mortuarie!»
Tutti s’alzarono al sopravvenire di donna Isabella Fersa con suo marito don Mario e con Padre Gerbini: il Benedettino reggeva galantemente sul braccio un velo della dama. Questa baciò tutte le Uzeda, fuorché la principessa, la quale, schivandosi, presentò: «Mia cognata Matilde…»
Donna Isabella strinse forte la mano alla contessa e le si mise a sedere a fianco, sospirando:
«Che grande disgrazia! Ma bisogna fare la volontà di Dio!… Siete stati a Firenze?… Anche noi ci fummo l’anno scorso; ma voialtri allora eravate a Milazzo… Una sola bambina finora?… Il conte aspetta un maschietto, naturalmente. Felice voi che avete una figlia: v’invidio, contessa, sapete…»
Padre Gerbini faceva intanto il giro delle signore, discorrendo a lungo con le più giovani e belle, dicendo loro cose galanti e proibite. Egli prendeva le morbide e bianche mani femminili, le teneva un poco fra le sue egualmente bianche e inanellate, poi le baciava. Vedendo rientrare il principe col fratello, lasciò le dame per condurre Raimondo dinanzi alla Fersa.
«Il conte di Lumera… donn’Isabella Fersa, la più bella dama del regno…»
«Non gli creda, dice a tutte così…» esclamò ella sorridendo. «Sono dolente di conoscerla,» riprese, con altro tono di voce e stringendogli la mano, «in questa triste circostanza…» Sospirò un poco, poi ricominciò: «Giusto, la contessa mi diceva che arrivate da Firenze…»
«Direttamente. Ci siamo fermati appena a Messina.»
«Per lasciar la bambina a vostro suocero. Avete fatto bene! Com’è questa Milazzo?»
«Non me ne parli.»
Per fortuna, egli ci stava il meno che poteva, sempre attirato a Firenze, dove aveva tante amicizie. Come egli citava i grandi nomi di Toscana, donna Isabella chinava ripetutamente il capo in atto affermativo: «I Morsini, sicuro… i Realmonte…»
La contessa volgeva supplici sguardi al marito, quasi per dirgli: «Portami via…» ma Raimondo non cessava di parlare del suo tema favorito. Fersa gli s’avvicinò un momento per stringergli la mano ed esprimergli il proprio rammarico.
«Tuo zio il duca arriva domani?»
«Così m’ha detto Giacomo.»
«E del testamento?»
«Non si sa nulla.»
Tra i discorsi di politica, di moda, di viaggi, quella domanda curiosa era sussurrata qua e là, e otteneva sempre la stessa risposta. Il presidente della Gran Corte, testimonio della consegna del testamento segreto fatta dalla principessa al notaio l’anno innanzi, non sapeva nulla intorno al contenuto della carta di cui aveva firmato la busta, e i figli della morta erano al buio peggio degli estranei. Forse, se Raimondo fosse venuto a tempo, quando sua madre lo aveva insistentemente chiamato, egli avrebbe saputo qualcosa; ma il conte, divertendosi a Firenze, aveva fatto orecchio da mercante, quasi non si trattasse dei suoi stessi interessi. Possibile, allora, che la principessa non si fosse confidata proprio a nessuno? a qualcuno dei cognati? a un uomo d’affari, almeno? Di botto don Blasco, lasciando in pace Cavour e la Russia:
«E allora, che sugo ci sarebbe stato?» esclamò. «Così fanno tutti coloro che ragionano, eh?… Ma in questa casa la logica era un’altra!… Nessuno doveva saper niente! tutto si doveva fare a loro capriccio; sempre chiusi, sempre misteriosi, come se fabbricassero moneta falsa!»
Il presidente scrollava il capo con bonomia, per acquietare il monaco focoso; ma questi proseguiva:
«Volete sapere che dirà il testamento? Domandatelo al confessore! Sissignori: al confessore!… Voi al confessore di che parlate? Dei peccati, eh? delle cose di coscienza?… Degli affari, naturalmente, incaricate gli avvocati, i notai, i parenti, sì o no?… Qui invece il confessore scriveva il testamento: forse il notaio impartiva l’assoluzione!»
Alcuni sorridevano a quelle sparate, e le supposizioni avevano libero corso. Il presidente era sicuro, checché si dicesse in contrario, che l’erede sarebbe stato il principe, con un forte legato al conte; e il generale confermava: «Sicuramente, l’erede del nome!» ma il barone Grazzeri scrollava il capo: «Se non andarono mai d’accordo?» Don Mario Fersa, infatti, piano al cavaliere Carvano, manifestava la sua opinione, secondo la quale l’erede sarebbe stato Raimondo. Forse il contegno di lui durante la malattia della madre, il costante rifiuto di venire a vederla, potevano avergli un poco nociuto; ma la predilezione dimostrata dalla principessa a quel figliuolo era stata troppo grande perché in un momento ne andassero dispersi gli effetti. «Non dimentichiamo,» rammentava il cavaliere Pezzino, «che la felice memoria non volle mai chiedere l’istituzione del maiorasco appunto per esser libera di fare a modo suo.» Dunque si sarebbe proprio visto questa enormità? Il capo della casa diseredato? erede Raimondo che non aveva figli maschi? diseredato il principe che aveva già nel piccolo Consalvo il successore?… I lavapiatti, come familiari della defunta, erano richiesti della loro opinione, ma essi che ne sapevano meno di tutti rispondevano evasivamente, per non far torto a nessuno. «E gli altri figli? Ferdinando? Le donne?…» La curiosità, benché contenuta ed espressa sotto voce, era vivissima. Il confessore, questo famoso Padre Camillo, non aveva parlato? «Non c’è, è a Roma da parecchi mesi; e anche ci fosse, non parlerebbe: è volpe fina…» E tutti gli sguardi si volgevano naturalmente a Giacomo ed a Raimondo. Questi chiacchierava ancora con donna Isabella, e pareva che il testamento materno fosse l’ultimo dei suoi pensieri, anzi che egli ignorasse perfino la morte della madre; il principe invece aveva un aspetto più grave del consueto, quale conveniva alla tristezza di quei giorni; egli riceveva con espressioni di gratitudine le reiterate condoglianze delle persone che si congedavano. Alcune di queste però non riuscivano a trovarlo, andavano via senza poterlo salutare; e i familiari si guardavano con la coda dell’occhio, comprendendo. Egli aveva una folle paura della iettatura, attribuiva a una gran quantità d’individui il funesto potere; stava sulle spine in loro presenza, evitava di salutarli, con le mani in tasca. Ma il presidente della Gran Corte, appena alzatosi, se lo vide vicino:
«Se lo zio arriverà domani, presidente, fisseremo per posdomani la lettura?»
«Quando credete, principe mio! Sono agli ordini vostri!…»
«Veramente…» aggiunse, abbassando la voce, «io non avrei tanta fretta… anzi mi parrebbe una sconvenienza verso la memoria di nostra madre… Ma sapete come succede quando si è in molti… quando bisogna dar conto a tanti…» E poiché suo fratello il Priore se ne andava anche lui, insieme col Vescovo, li avvertì entrambi, essendo Monsignore un altro dei testimoni.
«Fate, fate voialtri…» disse il Priore, disinteressato. «Che bisogno avete di me?»
Ma Giacomo protestò:
«No, no; che vuol dire! Bisogna fare le cose in regola, per soddisfazione di tutti…»
Siccome annottava, molti andavano via. Padre Gerbini, quantunque il Priore avesse dato l’esempio, restò ancora un poco a cicalare con le signore; poi se n’andò anche lui. Restò, sbraitando contro i rivoluzionari e la cognata morta, don Blasco, che rientrava sempre l’ultimo al convento.
Adesso i servi accendevano le lampade; e con le finestre chiuse, il calore diveniva intollerabile nella sala. La contessa si sentiva mancare e non vedeva più il marito che aveva seguito donna Isabella nella Sala Rossa a discorrere di Parigi. Ancora una volta aveva accanto lo zio Eugenio e don Cono, i quali continuavano a sviscerare le antiche cronache cittadine e citavano con linguaggio fiorito roba latina.
«I funeri di Carlo V furono celebrati a presenza del Viceré Uzeda…»
«La real cappella tolse luogo nel nostro Duomo, ove fu eretta un’altissima piramide ornata di busti e personaggi, fra i quali l’Italia, la Spagna, la Germania e l’India…»
«Per lo appunto; anzi la epigrafe suonava così:

India mæsta sedet Caroli post funera Quinti…»

«E il disvenamento del corsier favorito?»
«Pei funerali di nostro nonno, alla più corta! Quando morì il principe nostro nonno, si svenò il suo cavallo di coscia…»
«Uso barbarico anziché no. Il nobile corsiere rigava di sangue la via, finché cadeva spirando l’ultimo fia…»
A un tratto don Cono esclamò:
«Contessa, gran Dio!»
Tutti accorsero. Era pallida e fredda, con gli occhi rovesciati e le labbra dischiuse. Suo marito, accorso anche lui con donna Isabella, disse:
«Non è nulla… la fatica del viaggio…» E piano, quasi tra sé, mentre la portavano via: «Le solite smorfie!…»

Giorni di continue novità, quelli! Il domani, come s’aspettava, arrivò il duca. Mancava da cinque anni, e nel primo momento la servitù e gli stessi parenti quasi non lo riconobbero: quand’era partito per Palermo aveva un bel collare di barba alla borbonica, adesso invece s’era lasciato crescere il pizzo che dava un altro carattere alla sua fisonomia. Tutti i nipoti gli baciarono la mano; egli s’informò della disgrazia e si scusò per non esser venuto più presto; si scusò anche, pel disturbo che gli dava, col principe, il quale gli aveva fatto preparare al terzo piano le stanze da lui occupate nella casa paterna prima di lasciarla. Ma il nipote protestò:
«Vostra Eccellenza non mi disturba, mi aiuta… E in questo momento ho più bisogno dei suoi consigli…»
«Sai nulla?»
«Nulla!»
«Tua madre non avrà fatto, spero, una delle sue pazzie…»
«Quel che ha fatto mia madre sarà ben fatto!»
Fu così stabilita la lettura pel domani, a mezzogiorno, e il signor Marco ebbe ordine d’avvertire il notaio, il giudice e i testimoni perché si tenessero pronti. Intanto la notizia dell’arrivo del duca s’era subito diffusa per la città, e le prime visite gli furono annunziate che egli non s’era neppur riposato del viaggio. Venivano a cercarlo una quantità di persone che non si sapeva chi fossero: donna Ferdinanda, a udire i nomi annunziati da Baldassarre: Raspinato, Zappaglione, sgranava tanto d’occhi; don Blasco, da canto suo, soffiava come un mantice; ma il peggio fu verso sera, quando cominciò una vera processione «di tutti i sanculotti morti di fame», gridava il monaco al marchese, «che hanno scroccato o vogliono scroccar quattrini a quell’animale di mio fratello!» Mentre il duca dava udienza agli amici, l’Intendente Ramondino venne a far la sua visita di condoglianza al principe, il quale lo ricevé nella Sala Rossa, insieme col marchese di Villardita e don Blasco. Questi, dimenticando che a San Nicola stavano per serrare i portoni, fece una terribile sfuriata contro l’agitazione dei quarantottisti; ma il rappresentante del governo, stringendosi nelle spalle, pareva non desse importanza ai sintomi di cui si buccinava: in verità, a Palermo avevano arrestato qualche facinoroso; ma, al fresco, le teste calde si sarebbero subito calmate.
«Perché non fate venire altra truppa? Perché non date un esempio?… Il bastone ci vuole: sante nerbate!»
Il monaco pareva inferocito; ma il capo della provincia stringevasi nelle spalle: bastavano i soldati della guarnigione; non c’era paura di niente! Del resto, più che sulle baionette, il governo faceva assegnamento sull’influenza morale dei benpensanti… L’elogio era diretto al principe, che se lo prese; ma don Blasco girava gli occhi stralunati come se, avendo un boccone di traverso, facesse sforzi violenti per inghiottirlo del tutto o vomitarlo.
«E il testamento della felice memoria?» disse l’Intendente, curioso anche lui come tutta la città.
«Sarà aperto domani…»
Entrò a un tratto il duca che strinse la mano all’Intendente e gli si mise a sedere a fianco. Allora don Blasco s’alzò rumorosamente per andar via. E nell’anticamera, al marchese che lo accompagnava:
«Capisci?» gridò. «Tutto il giorno coi sanculotti e adesso si strofina all’autorità! Son cose che mi rivoltano lo stomaco!… In questa casa non metterò più piede!»
Anche donna Ferdinanda, nella stanza di lavoro della principessa, dov’era raccolto tutto il resto della famiglia e alcuni lavapiatti, fiottava contro il fedifrago; ma quando Baldassarre annunziò, sull’uscio, credendo che il duca fosse lì:
«Don Lorenzo Giulente e suo nipote cercano del signor duca…»
«Non se ne può più!» proruppe la zitellona arrossendo fin nel bianco degli occhi. «È uno scandalo! Dovrebbe pensarci la polizia!»
Don Mariano, con aria costernata, esclamò:
«Adesso anche il ragazzo!… È una cosa veramente dispiacevole!… Passi lo zio, che è morto di fame; ma il nipote?…»
«Il nipote?» incalzò la zitellona. «Voi non sapete che la volpe, quando non poté arrivare all’uva, disse che era acerba?»
Lucrezia, impallidita, teneva gli occhi bassi, strappando la frangia della poltrona; il principino Consalvo, seduto vicino alla zia, domandò:
«Perché l’uva?»
«Perché?… Perché pretendevano il consenso reale all’istituzione del maiorasco! E non avendolo ottenuto si sono buttati coi sanculotti!… Il consenso reale!… Come se non ci fosse un certo articolo 948 nel Codice civile che canta chiaro!» E sempre rivolta al ragazzo, il quale la guardava con gli occhi sgranati, recitò, gestendo con un dito e cantilenando: «Potrà domandarsene l’istituzione (del maiorasco) da quegl’individui i di cui nomi trovansi inscritti sia nel Libro d’oro sia negli altri registri di nobiltà, da tutti coloro che sono nell’attuale legittimo possesso di titoli per concessione in qualunque tempo avvenuta, e finalmente da quelle persone che appartengono a famiglie di conosciuta NO-BIL-TÀ nel Regno delle Due Sicilie…»
«Io credo che i Giulente sono nobili,» disse Lucrezia, prima che la zia finisse e senza alzare gli occhi.
«Io credo invece che sono ignobili,» ribattè secco donna Ferdinanda. «Se possedevano documenti da far valere, avrebbero ottenuto l’approvazione reale.»
«Nobili di Siracusa…» cominciò don Mariano.
«O Siracusa o Caropepe, se avevano i titoli non gli avrebbero negata l’iscrizione nel Libro rosso!»
«Il Libro rosso è chiuso dal 1813,» annunziò don Eugenio col tono di chi dà una notizia grave.
Lucrezia era rimasta a capo chino, guardando per terra. Quando la zia poté credere d’averla ridotta al silenzio, la ragazza riprese:
«I Giulente sono nobili di toga.»
Un risolino fine fine della zitellona le rispose:
«Gli asini credono che la nobiltà di toga sia paragonabile a quella di spada!… Che differenza passava tra i sei giudici del Real Patrimonio, don Mariano? I tre di cappacorta erano nobili… nobili! e i tre di cappalunga, giurisperiti… GIURISPERITI!… Adesso sapete com’è?… Tutti i mastri notai si credono altrettanti principi!… Un tempo c’erano i baroni da dieci scudi, oggi ci sono quelli da dieci baiocchi…»
Allora la ragazza s’alzò e andò via. Donna Ferdinanda continuava a sorridere finemente, guardando la contessa Matilde.
Frattanto il signor Marco faceva disporre ogni cosa nella Galleria dei ritratti per la lettura del testamento. Il principe era stato un poco esitante sulla scelta del luogo dove compiere la cerimonia: la Sala Rossa, discretamente addobbata, capiva poca gente: il Salone dei lampadari, vastissimo, non aveva altri mobili fuorché le lampade antiche pendenti dalla volta e gli specchi incastrati nelle pareti; la Galleria, invece, conciliava la grandezza con la sontuosità, perché era vasta come due saloni messi in fila, e arredata di divani e sgabelli e mensole e tripodi dorati, e finalmente più degna, per le generazioni d’avi pendenti in effige dai muri, della solennità che radunava i nipoti. Nel mezzo di quella specie di grande corridoio, l’amministratore generale fece disporre una gran tavola coperta da un antico tappeto e provveduta d’un monumentale calamaio d’argento. Intorno alla tavola dodici seggioloni a bracciuoli aspettavano i testimoni e gl’interessati: quello del principe, più alto, volgeva la spalliera al grande ritratto centrale del Viceré Lopez Ximenes de Uzeda, a cavallo e in atto di frenare la bestia con la sinistra e d’appuntar l’indice destro al suolo come dicendo: «Qui comando io!…» Torno torno, in alto e in basso, quanto la parete era lunga, quant’erano larghi i vani tra finestra e finestra nella parete di contro, una moltitudine d’antenati: uomini e donne, monaci e guerrieri, vescovi e dottori, dame e badesse, ambasciatori e viceré, di faccia, di profilo e di tre quarti; vestiti d’acciaio, di velluto, d’ermellino; col capo coronato d’alloro, o chiuso negli elmi, o coperto dai cappucci; con scettri e libri e bacoli e spade e fiori e mazze e ventagli in mano.
Il giorno stabilito, prima del notaio, del giudice e dei testimoni e d’ogni altro parente, spuntò don Blasco, rodendosi le unghie. Entrato che fu, si mise a girare per la casa ficcando gli occhi dappertutto, con le orecchie erte come un gatto, con le narici aperte quasi a fiutare la preda. Subito dopo apparve donna Ferdinanda; e la servitù, giù nella corte, osservava che i cognati della morta, pei quali il testamento non aveva nessun interesse, erano più impazienti di conoscerlo che gli stessi figliuoli. Ma ormai la curiosità di tutti era divenuta insofferente e quasi nervosa: i lavapiatti, sopraggiungendo per aiutare il principe al ricevimento, scambiavano esclamazioni: «Oramai ci siamo! Fra qualche mezz’ora!…» Il Priore venne con Monsignor Vescovo, riprotestando che la propria presenza era inutile; il principe ripeté che voleva tutti. Il giudice col notaio Rubino arrivò nello stesso tempo che il marchese con la moglie e don Eugenio. Poi il presidente della Gran Corte col principe di Roccasciano, altri testimoni; poi la cugina Graziella col marito, poi ancora la duchessa Radalì, poi i parenti più lontani, i Grazzeri, i Costante, poi l’ultimo testimonio, il marchese Motta: ma Ferdinando non si vedeva ancora. E don Blasco, pigliando pel bottone del soprabito il marchese, gli diceva:
«Scommettiamo che hanno dimenticato un’altra volta d’avvertirlo?» L’attesa fu penosa. Nessuno parlava più del testamento, ma tutti gli sguardi erano rivolti alla cartella del notaio. I più indifferenti, tuttavia, parevano il conte Raimondo che chiacchierava con le signore e il principe che parlava col presidente d’una causa relativa alla dote della moglie. Mentre il fratello minore, però, saltava da un discorso all’altro con grande disinvoltura, il principe faceva lunghe pause, durante le quali i suoi occhi si fissavano, corrugati, e un pensiero molesto gli velava la fronte.
Quando finalmente Ferdinando spuntò, stralunato, assonnato, come caduto dalle nuvole, fu uno scandalo: mentre perfino la servitù era già vestita di nero, egli portava ancora l’abito di colore, e a don Blasco il quale gli diceva: «Che diavolo hai fatto?» rispondeva, balbettando: «Scusate… scusate… non ci pensavo più…»
All’invito del principe, passarono tutti nella Galleria: il principe, il duca, il conte, il marchese, il cavaliere, il signor Marco, il giudice col notaio e i quattro testimoni presero posto alla tavola; gli altri sederono sui divani tutt’intorno: la principessa appartata in un angolo; donna Ferdinanda con Chiara e la cugina Graziella da una parte; Lucrezia con la duchessa e la contessa Matilde da un’altra: il Priore, seduto sopra uno sgabello, incrociò le mani in grembo e alzò gli sguardi al soffitto con moto di rassegnata indifferenza; don Blasco, appoggiato in piedi allo stipite della finestra centrale, dominava l’adunanza come uno spettatore diffidente dinanzi a una prova di prestigio.
«Vostra Eccellenza permette?» domandò il notaio, e ad un gesto d’assenso del principe cavò dalla cartella un plico sul quale tutti gli occhi si fermarono. Accertata l’incolumità dei suggelli, riscontrate le firme, egli aprì la busta e ne tolse un quadernetto di due o tre fogli. Dopo un breve scambio di cerimonie col giudice, questi, in mezzo a un religioso silenzio, cominciò finalmente la lettura:
«Io, Teresa Uzeda nata Risà, principessa di Francalanza e Mirabella, vedova di Consalvo VII, principe di Francalanza e Mirabella, duca d’Oragua, conte della Venerata e di Lumera, barone della Motta Reale, Gibilfemi ed Alcamuro, signore delle terre di Bugliarello, Malfermo, Martorana e Caltasipala, cameriere di S. M. il Re (che Dio sempre feliciti).
In questo giorno 19 di marzo dell’anno di grazia 1854, sentendomi sana di mente ma non di corpo, raccomando l’anima mia a Nostro Signore Gesù Cristo, alla Beata Vergine Maria ed a tutti i gloriosi Santi del Paradiso e dispongo quanto segue:
I miei amati figli non ignorano che nel giorno in cui entrai in casa Francalanza ed assunsi l’amministrazione del patrimonio, tali e tante passività oberavano la sostanza del mio consorte, che essa poteva considerarsi, anzi era effettivamente distrutta ed alla vigilia di venire smembrata tra i molteplici suoi creditori. Spinta pertanto dall’affetto materno che mi spronava a sacrificarmi pel bene dei miei figli amatissimi, io mi accinsi fin da quel giorno all’opera del riscatto, la quale è durata quanto tutta la mia vita. Assistita dai consigli prudenti di ottimi amici e parenti, coadiuvata dall’opera intelligente del signor Marco Roscitano, mio amministratore e procuratore generale, con l’aiuto della Divina Provvidenza alla quale ne rendo tutte le grazie del mio cuore, io oggi mi trovo di avere non solamente salvata ma anche accresciuta la sostanza della casa…»
Il signor Marco, al passaggio che lo riguardava, aveva chinato rispettosamente il capo. Don Blasco, sempre in piedi, mutò posto: lasciata la finestra si mise dietro al giudice, in modo non solamente da udir meglio ma da verificare con l’occhio la fedeltà della lettura. Il principe teneva le braccia incrociate sul petto e il capo un po’ chino; Raimondo batteva un piede, guardando per aria, seccato.
«Di tutta questa sostanza io sono l’unica e sola donna e padrona, sì per la parte che rappresenta la mia dote in essa investita, sì perché il rimanente è frutto dei miei capitali parafernali e dell’opera mia, come ne fa ampia e piena fede il testamento del benamato mio sposo Consalvo VII, il quale dice così…»
Il giudice sostò un momento per osservare:
«Credo che possiamo saltare questo passo…»
«Infatti… È inutile,» risposero parecchie voci.
Il principe invece, sciolte le braccia, protestò, guardando in giro:
«No, no, io desidero che le cose si facciano in piena regola… Leggete tutto, di grazia.»
«…il quale dice così: “Sul punto di rendere a Dio l’anima mia, non avendo nulla da lasciare ai miei figli, perché, come essi un giorno sapranno, il nostro patrimonio avito fu distrutto in seguito a disgrazie di famiglia, lascio ad essi un prezioso consiglio: di obbedir sempre alla loro madre e mia diletta sposa, Teresa Uzeda, principessa di Francalanza, la quale, come si è finora sempre ispirata al bene della nostra casa, così continuerà per l’avvenire a non avere altra mira fuorché quella di assicurare, col lustro della famiglia, l’avvenire dei nostri figli benamati. Faccia il Signore che ella sia ad essi conservata per mille anni ancora, e il giorno che all’Onnipotente piacerà ridarmela compagna nella vita migliore, seguano i miei figli fedelmente le sue volontà come quelle che non potranno esser dirette se non al loro bene ed alla loro fortuna.”
«I miei cari figli, adunque,» continuava la testatrice «non potranno dare miglior prova della loro affezione e rispetto verso la memoria del padre loro e mia, se non scrupolosamente rispettando le disposizioni che io sono per dettare e i desideri che esprimerò.
Io nomino pertanto…» tutti gli occhi si fermarono sul lettore, don Blasco chinossi ancora un poco per meglio vedere lo scritto, «eredi universali…» e le labbra del principe ebbero a un tratto un’impercettibile contrazione «di tutti i miei beni, esclusi quelli che intendo siano distribuiti nel modo qui appresso indicato, i miei due figli Giacomo XIV principe di Francalanza e Raimondo conte di Lumera…»
Il giudice fece una breve pausa, durante la quale il Vescovo e il presidente scrollarono il capo, guardandosi, in atto di stupore approvativo. Il principe, incrociate di nuovo le braccia, aveva ripreso l’atteggiamento da sfinge; soltanto era un poco pallido; Raimondo pareva non accorgersi dei sorrisi di congratulazione che gli rivolgevano; donna Ferdinanda, con le labbra cucite, passava a rassegna i progenitori pendenti dalle pareti.
«Intendo però,» riprese il lettore, «che nella divisione tra i due fratelli suddetti restino assegnati al principe Giacomo i feudi della famiglia Uzeda da me riscattati, e spettino a Raimondo conte di Lumera le proprietà di casa Risà e quelle che in progresso di tempo furono da me acquistate. Il palazzo avito toccherà al primogenito; ma mio figlio Raimondo avrà l’uso, vita natural durante, del quartiere di mezzogiorno e annesso servizio di stalla e scuderia.»
Con ripetuti cenni del capo, il presidente e Monsignore continuavano ad esprimere la loro approvazione; si udì anche il marchese mormorare: «Giustissimo.» La cugina, ammutolita pel quarto d’ora, girava rapidamente gli sguardi dall’uno all’altro, come non sapendo che pesci pigliare. La lettura continuava:
«Usando successivamente del mio diritto di fare la divisione agli altri miei figli legittimari, e volendo dare a ciascuno di essi una prova della mia particolare affezione, assegno a ciascuno di essi, in compenso dei diritti di legittima, altrettanti legati superiori alla quota che loro spetterebbe per legge, nel modo qui appresso descritto.
Eccettuo innanzi tutto quelli entrati in religione, pei quali richiamo confermo e completo le disposizioni da me prese al tempo della loro professione, e cioè:
Primo: in favore del mio diletto figlio Lodovico, in religione Padre Benedetto della Congregazione Cassinese, decano nel convento di San Nicola dell’Arena in Catania, la dotazione di onze 36 (dico trentasei) annue, assegnategli con atto del 12 novembre 1844.
Secondo: in favore di mia figlia primogenita Angiolina, in religione Suor Maria Crocifissa, monaca nella badìa di San Placido in Catania, come segno di particolare soddisfazione e gradimento per l’obbedienza osservata nel contentare il mio desiderio di vederla abbracciare lo stato monastico, completo la mia disposizione del 7 marzo 1852, ordinando che si prelevi dalla massa dei beni la somma di onze 2000 (due mila), valore del fondo denominato la Timpa, posto nel Bosco etneo, contrada Belvedere, ordinando che coi frutti di esso immobile siano celebrate tre messe quotidiane dentro la chiesa della predetta badìa di San Placido, e precisamente nell’altare del Crocifisso, dovendo tale celebrazione aver principio in seguito alla morte della predetta mia figlia Suor Maria Crocifissa, e intendendo che durante vita della stessa i frutti si debbano da lei percepire, a titolo di livello, vitaliziamente. Cessando di vivere essa mia figlia, ordino che l’amministrazione resti affidata alla Madre Badessa, pro tempore, della prefata badìa, alla quale superiora intendo che resti conferita la facoltà di eleggere i sacerdoti celebranti, e non ad altri.
Venendo poi agli altri miei figli per eseguire la divisione legittimaria, lascio al mio benamato Ferdinando…» e Ferdinando, che era stato a seguire il volo delle mosche, si voltò finalmente verso il lettore, «la piena ed assoluta proprietà del latifondo denominato le Ghiande, situato in contrada Pietra dell’Ovo, territorio di Catania, perché conosco l’affezione particolare che egli porta a questa terra da me concessagli in affitto con atto del 2 marzo 1847. E perché detto mio figlio abbia una prova speciale del mio affetto materno, intendo che gli siano condonati, come infatti gli condono, tutti gli arretrati della rendita da lui dovutami su detto latifondo in virtù dell’atto sopracitato, a qualunque somma essi arretrati siano per ascendere al momento dell’aperta successione.»
Testimoni e lavapiatti, con gesti e sguardi e sommesse parole, esprimevano una sempre crescente ammirazione.
«Restano così le mie due care figlie Chiara, marchesa di Villardita, e Lucrezia; a ciascuna delle quali, affinché esse lascino la proprietà immobiliare ai loro fratelli e miei eredi, voglio che sia pagata, sempre a titolo di legittima, la somma di 10.000 (dico diecimila) onze…» quasi tutti adesso si voltarono verso le donne con espressione di compiacimento, «tre anni dopo l’aperta successione e con gli interessi, dal giorno dell’apertura, del cinque per cento; restando naturalmente inteso che mia figlia Chiara debba conferire la sua dotazione di duecento onze annuali di cui ai suoi capitoli matrimoniali. Inoltre come prova di gradimento per le nozze da lei contratte con mio genero il marchese Federico Riolo di Villardita, le lascio tutte le gioie da me portate in casa Uzeda, che si troveranno a parte inventariate e descritte; intendo che quelle avite di casa Francalanza, da me riscattate dalle mani dei creditori, restino, durante vita della mia diletta figlia Lucrezia, a quest’ultima; ma poiché essa ben conosce che lo stato maritale non è confacente né alla salute né al carattere di lei, voglio che ella ne goda a titolo di semplice depositaria, e che alla sua morte vengano divise in eguali porzioni tra il principe Giacomo e il conte Raimondo miei eredi universali come sopra.
Provvisto in tal modo all’avvenire dei miei figli amatissimi, passo all’assegnazione delle seguenti elemosine e legati pii da pagarsi dai miei eredi summentovati, e cioè:
A Monsignor Reverendissimo il Vescovo Patti, onze cinquecento, una volta tanto, perché le distribuisca ai poveri della città o perché ne faccia celebrare altrettante messe a sacerdoti bisognosi della diocesi, secondo stimerà conveniente nella sua alta prudenza…»
Monsignore si mise a scrollare il capo, a dimostrazione di gratitudine, di ammirazione, di rimpianto, di modestia ad un tempo; ma soprattutto d’ammirazione secondo che il giudice leggeva le pietose disposizioni dei paragrafi seguenti: «Alla cappella della Beata Ximena Uzeda, nella chiesa dei Cappuccini in Catania, onze cinquanta annuali, per una lampada perpetua ed una messa ebdomadaria da celebrarsi pel riposo dell’anima mia. Alla chiesa dei Padri Domenicani in Catania, onze venti annue per elemosina e celebrazione di altra messa ebdomadaria come sopra. Alla chiesa di Santa Maria delle Grazie in Paternò onze venti come sopra. Ed alla chiesa del monastero di Santa Maria del Santo Lume al Belvedere, onze venti come sopra.
Spetterà inoltre ai miei eredi osservare l’istituzione dei seguenti legati, in favore dei creati che mi hanno fedelmente servita ed assistita durante il corso delle mie infermità, e cioè:
Eccettuo innanzi tutto il mio amministratore e procuratore generale signor Marco Roscitano, i cui eccellenti servigi non potendo essere paragonati a quelli d’un servo, non sono da compensare con moneta.» Il signor Marco era diventato rosso come un pomodoro: o per le lusinghiere parole, o perché non gli toccava altro che parole. «Lascio a lui pertanto gli oggetti d’oro, le tabacchiere, spille ed orologi pervenutimi dall’eredità di mio zio materno il cavaliere Risà, il cui elenco si troverà fra le mie carte; e faccio obbligo di coscienza ai miei eredi di continuare ad avvalersi dell’opera sua, non potendo essi trovare persona che meglio di lui conosca lo stato del patrimonio e delle liti pendenti, e che possa spendere maggior interesse per il loro meglio.» Il principe pareva sempre non udire, con le braccia conserte e lo sguardo cieco. «Tra i creati, lascio al mio cameriere Salvatore Cerra due tarì al giorno, vitaliziamente; altrettanti alla mia cameriera Anna Lauro. La somma di onze cento si paghi, una volta tanto, al mio maestro di casa Baldassarre Crimi, e di onze cinquanta al cocchiere maggiore Gaspare Gambino, e di onze trenta al cuoco Salvatore Briguccia.
Come piccoli ricordi ai miei amici destino inoltre:
L’orologio grande con miniature e brillanti del fu mio consorte, al principe Giuseppe di Roccasciano; la carabina del fu mio suocero a don Giacinto Costantino; il bastone col pomo d’oro cesellato a don Cono Canalà; i tre anelli di smeraldo a ciascuno dei tre testimoni del presente testamento solenne, escluso il principe di Roccasciano suddetto.
Indistintamente poi a tutti i miei congiunti: cognati, nipoti, cugini, ecc., si paghino onze dieci ciascuno per le spese del corrotto.
Fatto al Belvedere, scritto da persona di mia confidenza sotto la mia dettatura, da me letto, approvato e firmato.

Teresa Uzeda di Francalanza»

Già qualche minuto prima che il giudice abbassasse il foglio, don Blasco, lasciando la spalliera, aveva dato segno che la lettura stava per finire; e agli ultimi passi i gesti approvativi ed ammirativi, le scrollate di capo di ringraziamento erano stati generali; ma appena la voce del lettore si spense, il silenzio fu, per un istante, così profondo che si sarebbe sentito volare una mosca. A un tratto il principe, spinta indietro la sua seggiola:
«Grazie a voi, signori ed amici; grazie di cuore…» cominciò, ma non finì; ché i testimoni, alzatisi anch’essi, lo circondarono, stringendogli le mani, stringendo le mani a Raimondo, rallegrandosi con tutti:
«Non c’era veramente bisogno della lettura!… Si sapeva bene che la felice memoria non avrebbe… Un modello di testamento!… Che saggezza! Che testa!…»
Monsignore, specialmente, approvava:
«Non ha dimenticato nessuno! Tutti possono essere contenti…»
E Ferdinando, Chiara, Lucrezia, tutti e tutte ricevevano la loro parte di congratulazioni mentre il notaio e il giudice compivano le formalità del verbale. Ma don Blasco, che appena finita la lettura aveva ripreso a rodersi le unghie con più fame di prima, gironzolando intorno intorno come un calabrone, acchiappò Ferdinando mentre il presidente gli stringeva la mano e lo trasse nel vano di una finestra:
«Spogliati! Spogliati! Siete stati spogliati! Spogliati come in un bosco!… Rifiutate il testamento, domandate quel che vi tocca!»
«Perché?» disse il giovane, attonito.
«Perché?» proruppe don Blasco guardandolo nel bianco degli occhi, quasi volesse mangiarselo vivo, quasi non potesse entrargli in mente l’idea di una sciocchezza come quella del nipote, d’una ingenuità tanto balorda. «Per questo!» e giù una mala parola da far arrossire gli antenati dipinti; poi, voltate le spalle a quel pezzo di babbeo, corse dietro al marchese:
«Rovinati, spogliati, messi nel sacco!» gli spiattellava, ficcandogli quasi le dita negli occhi. «Divisione legittimaria? E come fa i conti?… Se accettate cotesto testamento, siete gli ultimi…» e giù un’altra mala parola. «I conti ve li faccio io, in quattro e quattr’otto! E per te la collazione dell’assegno che non avesti! E neppure una parola sul legato di Caltagirone! Dichiara che rifiuti, seduta stante!»
Il marchese, sbalordito da quella furia, balbettò:
«Eccellenza, veramente…»
«Che veramente e falsamente mi vai…? O credi che a me ne entri qualche cosa?… Io dico pel vostro interesse, bestia che sei!»
«Parlerò a mia moglie…» rispose il marchese; ma allora il monaco, guardatolo un momento fisso, lo mandò a carte quarantotto come quell’altro babbaccio, e si diresse verso la marchesa.
Questa era con tutte le altre signore che facevano cerchio a donna Ferdinanda: la zitellona non esprimeva il proprio parere, non rispondeva al cicaleccio degli astanti: «Il giusto!… Tutti trattati bene!… Un modello di testamento…» E la cugina Graziella alla principessa: «Le male lingue volevano dire che la zia avesse diseredato tuo marito! Come se il bene che voleva a Raimondo potesse impedirle di riconoscere in Giacomo il capo della casa, l’erede del titolo!» La duchessa Radalì, invece, con aria tra stupita e costernata, confessava a don Mariano: «Non l’avrei mai creduto! Eredi tutti e due? E allora la primogenitura dove se ne va? Le case hanno proprio da finire?…» Ma la principessa, imbarazzatissima, non osava rispondere, non lasciava con gli occhi il principe. Questi, nel gruppo degli uomini che non cessavano di ripetere: «Che saggezza! Che previdenza!» dichiarava con voce grave: «Ciò che ha fatto nostra madre è ben fatto…» mentre il Priore ripeteva a Monsignore: «La volontà della felice memoria sarà certo legge per tutti…» e solo Raimondo pareva stufo dei rallegramenti, insofferente delle strette di mano congratulatorie. Ma già Baldassarre, spalancato l’uscio di fondo, entrava seguito da due camerieri che reggevano due grandi vassoi di gramolate e di paste e di biscotti. Il principe cominciò a servire i testimoni; il maestro di casa si diresse dalla parte delle signore.
«Rubati del vostro! Spogliati! Ridotti in camicia!» diceva frattanto don Blasco alla nipote Chiara che era riuscito ad agguantare. «Per favorire quello scapestrato che neppur si diede la pena di venirla a vedere prima che crepasse! E quell’altra villana ch’è venuta a ficcarsi qui dentro!» Il monaco fulminava di sguardi rabbiosi la contessa Matilde. «Vi lascerete rubare così? Qui bisogna agire subito, spiattellare chiaro e tondo che rifiutate il testamento, che chiedete quel che vi viene…»
«Io non so, zio…»
«Come non sai?»
«Parlerò a Federico…» Allora il monaco uscì fuori dei gangheri:
«E andate un poco a farvi più che benedire, tu, Federico, tutti quanti siete, compreso io, più bestia di tutti che me ne prendo!… Qui!» ordinò a Baldassarre che andava a servire la contessa, e presa una gramolata, la bevve d’un sorso, per temperar la bile che gli saliva alla gola.
Suo fratello don Eugenio, zitto zitto, si ficcava a pugni nelle tasche paste e biscotti, ne masticava a due palmenti, ci beveva su bicchieri di Marsala, non acqua inzuccherata, come uno che non è certo di far colazione. Ciò nonostante badava ad approvare con grandi scrollate di capo Monsignor Vescovo, il quale, vedendo che il Priore don Lodovico rifiutava di rinfrescarsi a motivo che era vigilia, dichiarava al presidente: «Un angelo! Tutto quel che è interesse mondano non l’ha mai toccato! Vivo esempio di virtù evangelica…» e il presidente, con la bocca piena: «Famiglia esemplare!» confermava; «dello stampo antico!… Dove mettete quell’eccellente principe?» E il principe, finalmente, ridottosi in un vano di finestra con lo zio duca:
«Ha udito Vostra Eccellenza?» gli diceva con riso amaro.
«Quel che pareva impossibile è vero!… La mia famiglia è rovinata!…»
«Non credevo neppur io!» esclamava il duca. «Che gli avrebbe fatto una posizione privilegiata tra i legittimari, sì; ma coerede?»
«E perfino il quartiere qui in casa!… per farmi un’onta! La casa dei nostri maggiori ha da servire ai Palmi!…»
«Dev’esser contenta la Palmi!» diceva ora la cugina Graziella alla duchessa. «Suo marito coerede!… Il povero Giacomo costretto a dividere col fratello!… A me dispiace per quest’intrusa, che metterà ancora un altro poco di superbia…»
Pesavano sulla contessa Matilde gli sguardi irosi o severi di don Blasco, della cugina, del principe. Tutte le volte che Baldassarre s’era diretto a lei per servirla, qualcuno aveva fatto cenno al maestro di casa di servire un’altra o un altro. E adesso rimaneva lei soltanto; ma donna Ferdinanda, fatto venire il principino Consalvo, se lo mise a sedere sulle ginocchia e chiamò:
«Qui, Baldassarre…»

3.

Da quel giorno, don Blasco non ebbe più pace. A lui come a lui, che l’eredità andasse spartita in un modo piuttosto che in un altro, importava meno d’un fico secco; ma fin da quando egli era entrato al convento, non avendo più affari propri, la sua costante preoccupazione era stata di ficcare il naso in quelli degli altri.
Ragazzo, egli aveva visto i bei tempi di casa Uzeda, quando suo padre, il principe Giacomo XIII, spendeva e spandeva regalmente, con venti cavalli in istalla, uno sciame di servitori e un’intera corte di lavapiatti che prendevano posto alla tavola imbandita giorno e notte. Allora, il futuro Cassinese non aveva udito altri discorsi fuorché quelli delle straordinarie ricchezze di suo padre, dei grandi feudi che possedeva, delle rendite che riscoteva da mezza Sicilia; e glien’era naturalmente venuta una smania di godimenti, un’ingordigia di piaceri che ancora non sapeva precisare egli stesso; quando un bel giorno fu messo al noviziato di San Nicola e poi costretto a pronunziare i voti. Tutte quelle ricchezze erano del fratello primogenito: a lui non toccava altro che la dotazione di trentasei onze l’anno indispensabile per entrare nella ricca e nobile badìa!… Si scialava, veramente, a San Nicola, forse meglio che in casa Francalanza. Il convento, immenso, sontuoso, era agguagliato ai palazzi reali, a segno che c’eran le catene distese dinanzi al portone; e le rendite di cui godeva, circa settantamila onze l’anno, bastavano appena ad una cinquantina tra monaci, fratelli e novizi. Ma il lauto trattamento e l’allegra vita e la quasi assoluta libertà di fare quel che gli piaceva, non dissiparono dal cuore del monaco il cruccio per la violenza patita; tanto più che gli altri fratelli cadetti, il secondogenito Gaspare duca d’Oragua e lo stesso Eugenio, restavano al secolo, con pochi quattrini, in verità, ma con la possibilità di procacciarsene; liberi del tutto, a ogni modo, e padroni di vestirsi secondo la moda, non costretti a portar la tonaca che pesava a don Blasco più che a un servo la livrea. L’acrimonia del Benedettino, il suo dolore per le perdute ricchezze, la sua invidia contro i fratelli, il suo rancore contro il padre, si sfogarono quindi con l’esercizio quotidiano d’una censura acerba e inesorabile su tutta la parentela. Egli ebbe tanto più campo di sfogarsi quanto che, venuti i nodi al pettine, distrutta in poco tempo la fortuna del padre, il principino Consalvo VII fu ammogliato a quella Teresa Risà che entrò a far da padrona in casa Uzeda. Secondo le tradizioni di famiglia, premendo d’assicurare la continuazione del ramo primogenito e più, in quelle speciali circostanze, di ristorare le sconquassate finanze con una grossa dote, Consalvo fu accasato a diciannove anni, quando don Blasco non aveva ancora pronunziato i voti; ma fin da quel momento il novizio concepì contro la cognata una particolare avversione che cominciò a manifestarsi più tardi, ad ogni momento, per tutto ciò che ella fece e che non fece.
Il barone di Risà di Niscemi, padre della sposa, era venuto a Catania dall’interno dell’isola per dar marito alle due uniche sue figliuole, alle quali, da principio, voleva spartire egualmente le sue grandi ricchezze; ma quando la maggiore, Teresa, fu proposta al principe di Mirabella, futuro principe di Francalanza, gli Uzeda gli fecero intendere che, quantunque falliti, essi non avrebbero dato Consalvo VII alla figlia d’un semplice barone contadino, se costei non avesse colmato coi quattrini la distanza che la separava da un discendente dei Viceré. Tanto il barone che la ragazza riconobbero che questo era giusto; però, dando il padre quattrocentomila onze, cioè quasi tutto a Teresa e spogliando la minore Filomena che trovò poi per caso da maritarsi col cavaliere Vita e restò sempre in freddo con la sorella, pretese, d’accordo con la figliuola, che il matrimonio fosse contratto col regime della comunione dei beni e che a lei toccasse dirigere la baracca. Aveva quasi trent’anni, la promessa; dieci più di Consalvo VII, essendo nata nel 1795, e non avendo potuto trovare per molto tempo un partito conveniente; il suo carattere, già forte, s’era inasprito nella lunga attesa del matrimonio, e dalla grande ricchezza, dalla potenza quasi feudale esercitata dal padre nel paesetto nativo le veniva un bisogno di comando, d’autorità, di supremazia che ella volle esercitare nella sua nuova casa. Il principe Giacomo XIII dovette piegarsi a quelle dure condizioni per evitare il fallimento e la liquidazione; e così tanto suo figlio quanto egli stesso furono costretti a lasciar le redini in mano alla moglie e nuora. Donna Teresa salvò infatti la casa, ma vi esercitò un potere tirannico al quale si piegarono tutti, dal primo all’ultimo, fuorché don Blasco. Senza paura né di Dio né del diavolo, il monaco la fece costante bersaglio della sua più violenta opposizione. Se ella restrinse certe spese, la accusò di disonorar la famiglia con la sua tirchieria; se continuò a spendere in altre cose come prima, le rinfacciò di volerla portare all’ultima rovina; ascoltando gli altrui consigli, ella fu una bestia incapace di pensare col proprio cervello; se fece da sé, restò più bestia di prima, accoppiando la presunzione alla bestialità. I quattrini che aveva portato in dote che erano? Una miseria! Quando quella miseria puntellò e fortificò la pericolante baracca, divenne il prezzo col quale ella comprò il titolo di principessa. La sua nobiltà era della quinta bussola, non solo incapace di stare a paragone con quella sublime degli Uzeda, ma neppur degna d’uno dei loro lavapiatti, di quei nobilucci morti di fame che vivevano facendo quasi da servitori ai gran signori. Ella non poté ordinare un abito alla sarta, né comprare un cappellino o un paio di guanti, senza che il monaco criticasse l’occasione della spesa, la qualità dell’oggetto e la scelta del negozio. Ma don Blasco non risparmiava neppure gli altri parenti; non il padre, che aveva prima ingoiato un patrimonio e adesso era ridotto a vivere dell’elemosina della nuora, non il fratello che aveva lasciato portare i calzoni alla moglie, mentre egli portava invece… «Santa prudenza! santa prudenza! aiutami tu!…» esclamava allora, tappandosi violentemente la bocca, dicendone più con quelle reticenze che non con un lungo discorso, confermando in tal modo le ciarle sparse sul conto della cognata, spiattellando poi in tutte sillabe il nome che conveniva a costei quando, morti i due principi padre e figlio nello stesso anno, la principessa restò sola, e molto più libera di prima, che era stata liberissima.
Ella lo lasciava cantare. Le grida del monaco non le potevano impedire di fare in tutto e per tutto quel che le pareva e piaceva. E don Blasco si dannava l’anima, vedendo le sue stravaganze e le sue pazzie. Il primogenito, in tutte le case di questo mondo, è il prediletto, va bene? Lì, invece, era odiato! Chi era il preferito? Il terzogenito! Da secoli e secoli, il titolo di conte di Lumera era appartenuto, con tutti gli altri, al capo della casa: adesso, per puro capriccio, per una pazzia furiosa, toccava a quel Raimondo che era stato educato come un «porco»! E il secondogenito, a cui neppure il Re avrebbe potuto togliere il suo titolo vitalizio di duca d’Oragua, era invece chiuso a San Nicola!…
La storia di don Lodovico rassomigliava molto a quella di don Blasco, con questa differenza, tuttavia: che mentre don Blasco era cadetto del cadetto, Lodovico aveva dinanzi a sé soltanto il principe, e come duca d’Oragua avrebbe potuto sperare, se non dalla madre, almeno da qualche zio i quattrini occorrenti a portar con decoro quel titolo. Poiché era inteso che un altro Uzeda, in questa generazione, doveva entrare a San Nicola, la ragione e la tradizione designavano il terzogenito, Raimondo; ma donna Teresa, per far passare la propria volontà su tutte le leggi umane e divine, invertì l’ordine naturale, e avendo preso a proteggere Raimondo sopra gli altri fratelli, lo lasciò al secolo facendolo conte, e cominciò invece a lavorare perché il duchino Lodovico sentisse la vocazione. Nessuno, quindi, poté dare al ragazzo, in presenza di lei, il titolo che gli spettava; fin dalla puerizia egli fu vestito della nera tonaca benedettina; come balocchi non ebbe altro che altarini, piccole pissidi e aspersori e ogni altra sorta di oggetti sacri. Quando la mamma gli domandava: «Tu che vuoi divenire?» il bambino fu avvezzo a rispondere: «Monaco di San Nicola.» A questa risposta gli toccavano carezze e promesse di carlini, di svaghi, di passeggiate in carrozza; se talvolta egli osava rispondere: «Non so…» donna Teresa gli pizzicottava il braccio tanto forte da farlo piangere finché gli strappava la risposta obbligata. Il confessore di lei, frattanto, il Domenicano Padre Camillo, lavorava a quel risultato educando il ragazzo alla cieca obbedienza clericale, mortificandone in ogni modo i sensi e la fantasia, dandogli la paura dell’Inferno, facendogli intravedere le letizie del Paradiso. Per meglio riuscire nell’intento, la principessa non mise presto il ragazzo al noviziato: lo tenne in casa fino ai quindici anni. Erano i tempi delle rigide economie, dei creditori affollati nelle stanze dell’amministrazione, dei debiti estinti a poco a poco; talché, dove don Blasco aveva udito parlare continuamente dei tesori che in parte erano colati sotto i suoi propri occhi, Lodovico non intese se non querimonie, minacce di gente che rivoleva il suo, l’eterno ritornello della madre esagerante a bello studio quelle strettezze: «Siamo rovinati! Non c’è come fare! Non ci resterà più nulla!» E mentre al palazzo Francalanza la principessa lavorava di lesina e prodigava le più efficaci dimostrazioni della miseria in cui erano ridotti, raccogliendo fiammiferi spenti per riaccenderli dall’altro capo, rivendendo le sue vesti smesse prima di farsene una nuova; ella poi descriveva a Lodovico il monastero dei Benedettini come un luogo di eterna delizia, dove la vita passava, senza cure dell’oggi e senza paure del domani, tra lauti conviti, sontuose cerimonie, gaie conversazioni e scampagnate gioconde. E quando finalmente Lodovico entrò novizio a San Nicola poté riconoscere che la madre aveva detto la verità, perché il corno dell’abbondanza pareva rovesciarsi continuamente sul monastero e la vita vi scorreva facile e lieta. Il giovane che usciva dalla ferrea tutela della principessa e del confessore, apprezzava più specialmente la libertà, la quasi licenza che vedeva regnar nel convento; talché egli si persuase della convenienza, stillatagli fin da bambino, di entrare in quell’Ordine. Tuttavia, prima di pronunziare i voti, esitò un momento, comprendendo sul punto di compierlo la gravezza del sacrificio che gl’imponevano, fatto accorto da don Blasco dei raggiri materni; ma, oltre che egli non prestava molta fede al monaco, del quale conosceva l’implacabile critica, quella stessa terribile severità della madre alla quale egli era impaziente di sfuggire lo fece rinunziare, spaventato, ad ogni tentativo di aperta ribellione
Padre don Lodovico s’accorse del giuoco di cui era stato vittima troppo tardi, quando vide che le miserie lamentate dalla madre erano mentite, e che il posto a cui lo avevano costretto a rinunziare toccava al fratello Raimondo. Ma non era più tempo di tornare indietro: lo scapolare e la cocolla gli sarebbero pesati sulle spalle fino alla morte. La ribellione, lo sdegno e l’odio scatenatisi nell’animo suo furono tanto più violenti di quelli provati dallo zio, quanto meno egli era capace, per il lungo abito della finzione e della mortificazione, di sfogarsi a parole come don Blasco. Nulla trapelò dei sentimenti che gli ribollivano in cuore: egli restò dinanzi alla madre riverente e sommesso come prima, prodigò dimostrazioni d’affetto veramente fraterno a quel Raimondo che godeva del posto usurpato; confermò, con una vita esemplare, la vocazione per lo stato monastico. Mentre don Blasco, grossolano, ignorante, avido di godimenti materiali, gozzovigliava coi peggiori monaci, giocava al lotto come un disperato per arricchire e portava tanto di coltello sotto i panni; don Lodovico, più fine, più istruito e soprattutto più accorto, più padrone di sé, fu additato come raro esempio di virtù ascetiche, come arca di dottrina teologica. Mentre lo zio, per vendicarsi del perduto potere mondano, pretendeva spadroneggiare nel convento, vociando contro l’Abate e il Priore e i Decani e i Cellerari, bestemmiando San Nicola e San Benedetto e tutti i loro celesti compagni, il nipote parve mettere ogni cura nel farsi da parte, non nutrire altra ambizione fuorché quella di studiare… In cuor suo egli smaniava di prender la rivincita. Poiché si trovava per sempre chiuso là dentro, voleva arrivare, presto, prima d’ogni altro, ai gradi supremi. Ai Benedettini, infatti, c’era un regno da conquistare: l’Abate era una potenza, aveva non so quanti titoli feudali, un patrimonio favoloso da amministrare: le antiche Costituzioni di Sicilia gli davano il diritto di sedere tra i Pari del Regno! Don Lodovico volle pervenire a quel posto nel più breve tempo possibile; compresa qual era la via da tenere, non se ne discostò d’una linea: nessuno poté mai rimproverargli il più piccolo trascorso, nessuno lo poté mai trascinare nei tanti partiti in cui si dividevano i monaci: appartato, quasi sempre chiuso in biblioteca, si guadagnava simpatie con l’umiltà del contegno, con l’obbedienza prestata ai maggiori ed anche agli eguali, con la stretta osservanza della Regola, con la fama di dottrina in brev’ora acquistata. Così era stato eletto Decano a ventisette anni; ma, portato in palma di mano dall’Abate e da quasi tutti i monaci, egli si attirò l’odio più acre e violento dello zio. Assetato di potere, don Blasco voleva anch’egli esser Priore ed Abate; ma la vita scandalosa, il carattere violento, l’ignoranza supina gli rendevano, se non impossibile, per lo meno difficilissimo l’appagamento di quell’ambizione, tanto che non prima di quarant’anni era stato Decano; veder dunque a quel posto il nipote «col guscio ancora in… capo» lo fece uscir fuori dalla grazia di Dio. E la lotta tremenda scoppiò alla morte del Priore Raimo, nei primi di quell’anno 1855. Che uno degli Uzeda, i cui antenati erano stati tanto benemeriti del convento, dovesse occupare la carica vacante, era fuori contestazione; ma don Blasco pretendeva lui la dignità, né credeva che quel «gesuita» del nipote potesse sognarsi di contrastargliela: quando seppe che quel «porco» gli faceva la concorrenza e ardiva mettersi di fronte allo zio, mancò poco non gli pigliasse un accidente. Ciò che gli uscì di bocca contro Lodovico fu cosa da attirare i fulmini sulla cupola di San Nicola e da incenerire il convento con tutti i suoi abitanti; il meno che gli disse fu «ruffiano del Capitolo, vuotapitali dell’Abate e figlio di non so chi…» Don Lodovico lo lasciò dire, edificando l’intero monastero con l’umiltà opposta alla violenta aggressione dello zio. Era troppo sicuro del fatto suo: l’elezione di don Blasco, il quale aveva seminato figliuoli in tutto il quartiere e manteneva tre o quattro ganze, fra cui la famosa Sigaraia, ed era tanto ignorante e prepotente, giudicavasi da tutti impossibile: sul nipote aveva il solo vantaggio dell’età, ma questo non era tale da compensare tutti i suoi enormi difetti. A maggioranza strabocchevole fu eletto don Lodovico; da quel giorno don Blasco diventò una bestia contro quel «porco gesuita» e quella «…», quella «…» della principessa, alla quale fece naturalmente una nuova, più grave, imperdonabile colpa del calcio assestatogli da quel «gesuita porco».
Né gli altri nipoti che il monaco adesso difendeva in odio alla morta, eccitandoli a rifiutare il testamento, avevano goduto mai le sue buone grazie. Bastava già che fossero figli di colei ch’egli considerava come sua personale nemica; ma poi, ai suoi occhi, avevan torti particolari tutti quanti, a cominciar da Chiara e da suo marito.
La gran colpa di quest’ultimo consisteva nell’esser stato scelto dalla principessa come genero e d’aver voluto bene a Chiara nonostante l’avversione dimostratagli dalla ragazza; anzi appunto per ciò don Blasco ci aveva sguazzato, potendo scagliarsi a un tempo contro di lui che voleva «ficcarsi per forza» in casa Uzeda, contro la principessa che voleva «violentare» la figlia e contro la nipote «sciocca e pazza tanto» da rifiutare un partito «come quello!…» Resistendo alla madre, Chiara veramente avrebbe dovuto riscuoter lodi e incoraggiamenti dallo zio monaco; ma don Blasco era fatto così, che quando qualcuno gli dava ragione egli mutava opinione per dargli torto. Il fidanzamento era stato perciò tutt’una guerra violenta fra cognato e cognata, tra zio e nipote ed anche tra madre e figlia, giacché la principessa ne aveva fatto anche qui una delle sue.
Per lei, come per tutti i capi delle grandi famiglie, i figliuoli desiderabili ed amabili non potevano essere se non maschi: le femmine non sapevano far altro che mangiare a ufo e portar via parte della roba di casa, se andavano a marito. Questa idea salica, molto ben radicata nel suo cervello, ammetteva veramente qualche eccezione — ella stessa, per esempio — ma verso la prole era la sola che la guidasse. Fra gli stessi maschi, tuttavia, ella non ne aveva considerati due egualmente. In vita, aveva quasi odiato il primogenito e idolatrato Raimondo; ma l’odiato era l’erede del titolo, il futuro capo della casa; e il preferito, nonostante il sacrificio di Lodovico, un semplice cadetto: pertanto ella aveva messo d’accordo il rispetto alla tradizione feudale e la soddisfazione della sua personale volontà deliberando, senza dirne nulla, di dividere le sue ricchezze ai due fratelli, cioè defraudando il primogenito, che avrebbe dovuto aver tutto, e favorendo l’altro che non avrebbe dovuto aver nulla. Degli altri due, Lodovico era stato quasi soppresso per dar posto a Raimondo, mentre Ferdinando aveva potuto vivere fin ad un certo punto libero e a modo suo. Verso le donne, invece, ella aveva nutrito un più profondo e uniforme sentimento di repulsione e quasi di sprezzo, lavorando a impedire che «rubassero» i fratelli. Angiolina, la maggiore, era stata condannata alla vita claustrale fin dalla nascita, per una colpa imperdonabile commessa nel venire al mondo. Dopo un anno di matrimonio, donna Teresa era vicina a partorire: aspettava un maschio, il primogenito, il principino di Mirabella, il futuro principe di Francalanza: ella non solo l’aspettava, ma non ammetteva che non venisse. Nacque invece una femmina: la madre non le perdonò più. Fin da quando la tolse dalle fasce la vestì da monachella: la bambina non parlava ancora che fu portata ogni giorno alla badìa di San Placido: a sei anni fu chiusa lì dentro «per educazione», a sedici la mite e semplice creatura, ignara del mondo, soggiogata dalla volontà materna e dagli stessi impenetrabili muri del monastero, si sentì realmente chiamata a Dio: in tal modo morì Angiolina Uzeda e restò Suor Maria Crocifissa.
Chiara, venuta subito dopo e rimasta in casa, aveva provato peggio il rigore materno; né la principessa l’aveva lasciata al secolo per paura del biasimo con cui la gente avrebbe considerato il sacrifizio di due figliole; bensì per esercitare ella stessa sulla ragazza una vigilanza e un’autorità più severa e più forte di quella che la Badessa esercita in una badìa. «Ma da una pazza come mia cognata,» soleva dire don Blasco, «e da una bestia come mio fratello, che cosa doveva venir fuori? Una bestiona arcipazza, naturalmente!» E che s’era visto, infatti? S’era visto che fin a quando la madre l’aveva tenuta in un pugno di ferro, questa figliuola aveva sempre chinato il capo, rispettosa e obbediente; il giorno poi che la principessa, trovato quello stupido del marchese di Villardita il quale s’offriva di sposare la giovane per niente, s’era persuasa di maritarla, ella aveva detto di no, di no, di no: cose veramente dell’altro mondo!… Il marchese, vista la ragazza di tanto in tanto, sotto lo scialle, in chiesa, se n’era innamorato, e la principessa, risolutissima a dargli la figliuola, lo aveva ammesso in casa; ma, scoraggiato dalla fredda accoglienza e dalle ostinate repulse di Chiara, persuaso da parenti ed amici che faceva una pazzia a sposar per forza chi non lo voleva, egli si sarebbe ritirato in buon ordine, se donna Teresa, che quando pigliava partito neppure il diavolo la faceva andar indietro, non gli avesse ingiunto di rimanere al suo posto. Così, quand’egli rivedeva la ragazza, seduta in un angolo, a capo chino, col fazzoletto in mano, aveva voglia di mettersi a piangere anche lui, «quel vitello», diceva don Blasco, «tanto tenero di cuore da innamorarsi del faccione lungo di mia nipote!» Chiara, infatti, non era una bellezza, e la madre, dapprima per dissuaderla dal matrimonio, poi per indurla ad accettare quel partito, le ripeteva tutti i santi giorni: «Che non ti guardi allo specchio? Non vedi quanto sei brutta? Chi vuoi che ti pigli?…», ma Chiara, di rimando: «Nessuno, tanto meglio! Se Vostra Eccellenza non voleva maritarmi? Mi lasci stare in casa!…» Di prima impressione come tutti gli Uzeda, Chiara non aveva voluto sentirne di quel promesso, per l’unica e sola ragione che era un poco pingue; ma, una volta preso quel partito, la cocciutaggine, ereditaria negli Uzeda molto più che l’impressionabilità, era stata la più potente ragione della resistenza opposta alla madre: fino all’ultimo momento, pertinace, ostinata, inflessibile, aveva detto che mai, mai, mai avrebbe sposato quella mezza botte, e inutilmente i fratelli, gli zii, il Padre confessore le avevano spiegato che, se non era magro, il marchese possedeva un cuor d’oro, e che la sposava senza dote pel bene che le voleva, e che in casa di lui sarebbe stata da regina perché era solo e straricco, e che se lasciavasi sfuggire quel partito, la madre poteva tornare alla prima idea di non maritarla, di lasciarla invecchiar zitellona: coi piedi al muro, ella aveva sempre risposto di no, di no e poi di no. La principessa dapprima le aveva tolto la parola, poi l’aveva strapazzata come una serva, poi l’aveva chiusa a chiave in un camerino buio, senza vesti, con poco cibo; poi l’aveva cominciata a picchiare con le mani nocchiute che facevano male, giurando di lasciarla morir etica, se non si piegava. E al marchese il quale, preso dagli scrupoli, veniva a restituirle la sua parola: «Nossignore,» diceva: «ha da sposarti, perché così voglio. Se lei è degli Uzeda, io sono dei Risà! E vedrai che cangerà!…» Ella sapeva com’eran fatti, tutti quegli Uzeda; quando s’incaponivano in un’idea, neanche a spaccargli la testa li potevan rimuovere; erano dei Viceré, la loro volontà doveva far legge! Ma da un giorno all’altro, quando uno meno se l’aspettava, senza perché, cangiavano di botto; dove prima dicevano bianco, affermavano poi nero; mentre prima volevano ammazzare una persona, questa diventava poi il loro migliore amico… Fino all’ultimo momento, Chiara non aveva mutato: dinanzi all’altare, con due campieri a fianco, due facce brigantesche scovate apposta dalla madre per incuterle spavento, era svenuta, e solo il prete di buona volontà aveva udito il «sì»; ma il domani delle nozze, quando la famiglia andò a far visita agli sposi, o non li trovarono abbracciati che si tenevano per mano?… «Cose da far trasecolare!» gridava don Blasco. La gente di servizio, i famigliari, gli amici, scherzarono un pezzo tra loro sul mezzo che il marchese aveva adoperato per addomesticar la moglie: fatto sta che Chiara da quel giorno fu tutt’una cosa col marito, fino al punto che egli non poté tardare un quarto d’ora a rincasare senza che ella gli mandasse dietro tutta la servitù, fino ad essere gelosa dei suoi pensieri. E non ebbe più, in tutte le circostanze piccole e grandi, altra opinione che quella del marito; prima di dare una risposta, se le domandavano qualcosa, lo interrogava cogli occhi quasi temendo di non dire ciò che egli stesso pensava; il suo unico e grande dolore era quello di non avere un figliuolo da lui, dopo tre anni di matrimonio, dopo avere annunziato quattro o cinque volte, per troppa fretta, la propria gravidanza; ma anche così dimostrava il bene che voleva al suo Federico.
La principessa glielo aveva dato per molte ragioni. Prima di tutto le era nata, dopo i quattro maschi, una terza figlia, quindi ella aveva ragionato o «sragionato», a giudizio di don Blasco, così: delle tre, la prima monaca, la seconda a marito, l’ultima in casa. Ora il marchese, innamorato della ragazza, prometteva non solo di prenderla senza dote, ma di prestarsi anche ad una piccola commedia. Se fermo proposito della madre era che la sostanza della casa non fosse intaccata dalle femmine, il suo orgoglio di principessa di Francalanza non poteva consentire che la gente vantasse la generosità del genero nel prendersi Chiara senza un baiocco, quasi togliendola all’ospizio delle trovatelle. Pertanto, nei capitoli matrimoniali ella aveva costituito alla figlia una rendita di dugent’onze annue: così diceva l’atto registrato dal notaio Rubino e così sapevano tutti; ma poi il marchese le aveva rilasciato un’àpoca, accusando ricevuta dell’intero capitale di quattromila onze, delle quali non aveva visto neppure tre denari!
Ora don Blasco, il quale s’era già messo contro al marchese pel matrimonio con Chiara, e contro Chiara per la repentina conversione dall’odio all’amore verso il marito, aveva fatto un torto estremo ad entrambi della finzione a cui s’eran prestati per obbedire a quella pazza da legare della cognata. Un altro torto più grosso, forse imperdonabile, essi avevano commesso non facendo valere i loro diritti all’eredità paterna. Infatti, secondo il Benedettino, la casa Uzeda non era interamente distrutta quando c’era entrata donna Teresa; e ad ogni modo, siccome le rendite delle proprietà erano state riscosse anche nei tempi peggiori, bisognava che la principessa le conteggiasse, potendo dare a bere solo ai gonzi che esse fossero servite alle spese del mantenimento quotidiano. Avevano aiutato, invece, a pagare i debiti e a salvar le proprietà; erano quindi confuse nel patrimonio ricostruito e andavano ascritte all’attivo del principe Consalvo VII. Costui, da quell’imbecille che era sempre stato, aveva potuto coronare la sua corta e stupida vita con quel pulcinellesco testamento, impostogli e dettatogli dalla moglie, col quale dichiarando distrutto il suo patrimonio per disgrazie di famiglia, «la grazia delle disgrazie!», lasciava ai figli, «cose, cose da far recere i cani!…», l’affetto della madre; i figli, però, se non erano più imbecilli del padre, dovevano chiedere i conti, fino all’ultimo tornese. Il monaco era per questo andato assiduamente dietro ai nipoti, fuorché a Raimondo, al quale non rivolgeva la parola da anni ed anni per la ragione che era stato il beniamino della madre, incitandoli a farsi valere; ma nessuno, vivendo la principessa, aveva osato fiatare; ed egli li aveva a malincorpo scusati, attesa la soggezione a cui erano stati avvezzi da colei; ma quel marchese che le era soltanto genero, che non doveva quindi temerla, che era stato giuntato una prima volta nell’affare dei capitoli, fu per don Blasco l’ultimo dei minchioni non risolvendosi a parlar forte; e perché poi? di grazia, perché? Perché dichiarava d’aver sposato Chiara pel bene che le voleva, non per i quattrini che potevano venirgli!… La collera del monaco fu tale da procurargli uno stravaso di bile; ma, col tempo, egli s’era acchetato, aspettando la morte della cognata per riscendere in campo. Crepata costei, finalmente, e aperto quel bestiale testamento, il furioso Cassinese dimenticava adesso le bestialità di Federico e di Chiara per dar loro un nuovo assalto, per deciderli a muoversi. La morta, invece di dichiarare «onestamente» quant’era la parte del marito e dividerla «equamente» a tutti i figli, disponeva invece dell’intero patrimonio come di cosa propria! Non contenta di ciò, defraudava i legittimari fingendo di assegnar loro una quota superiore alla legale, dando loro in realtà «quattro grani»! Chiara, specialmente, era spogliata «come in un bosco», giacché il testamento non diceva parola del legato del canonico Risà. Questo era un altro pasticcio combinato tempo addietro da donna Teresa. Tra gli altri argomenti per vincere la resistenza di Chiara e indurla al matrimonio col marchese, ella aveva ricorso a quello dei quattrini e, per non sciogliere i cordoni della propria borsa, tirato in ballo un suo zio, il canonico Risà di Caltagirone, il quale prometteva un legato di cinquemila onze a favore della pronipote se la ragazza avesse sposato il marchese di Villardita. Nell’atto era intervenuta donna Teresa per garantire l’assegno, a condizione che la somma si trovasse realmente nel patrimonio del canonico, il quale prometteva di lasciare ogni cosa a lei. Invece, due anni avanti il canonico era morto, dividendo la roba tra una sua perpetua e la principessa, e costei s’era allora rifiutata di riconoscere il patto stabilito: né il marchese, per rispetto, per disinteresse, aveva pensato di chiederne l’esecuzione. Don Blasco, adesso, poiché neppure nel testamento la cognata s’era rammentata di quel suo obbligo, poiché ella aveva combinato «con arte infernale» anche l’altra gherminella delle quattromila onze che Chiara non aveva ricevute e che doveva intanto conferire come se le avesse prese, andava tutti i giorni dal marchese per istigarlo contro la morta e gli eredi, incitandolo a reclamare: 1. la divisione legale; 2. l’assegno matrimoniale con tutti gli interessi arretrati; 3. la parte che veniva a Chiara dal padre; 4. il legato del canonico; dimostrandogli in quattro e quattr’otto che non le diecimila onze assegnate nel testamento, ma tre volte tante gliene venivano per lo meno. Il marchese, pure ascoltandolo, chinando il capo a tutto quel che diceva il monaco, perché con quel Benedettino benedetto la discussione era impossibile, esprimeva alla moglie il desiderio di non dar l’esempio di una lite in famiglia, d’aspettare quel che avrebbero fatto gli altri; e Chiara consentiva in queste come in tutte le altre opinioni del marito; in cuor suo dava però ragione allo zio, voleva che le attribuissero ciò che le toccava, perché, gareggiando d’affetto con Federico, le doleva che egli dovesse sostener da solo il peso della casa; ma il marchese, da canto suo, protestava: «Io t’ho presa per te e non per i tuoi denari! Anche se tu non avessi nulla, non m’importerebbe… Del resto, non vuol dire che rinunzieremo ai nostri diritti. Lasciamo prima fare a Lucrezia e a Ferdinando; io non voglio essere il primo a intentare una causa alla tua famiglia…»
Quel disinteresse, quel rispetto da lui dimostrato verso casa Uzeda, accrescevano la devozione e l’ammirazione di Chiara, la facevano uniformare ai suoi desideri con tanto maggior zelo, quanto che, giusto in quei giorni, votatasi per consiglio della Badessa di San Placido al miracoloso San Francesco di Paola, ella aveva di nuovo la speranza d’essere incinta. Così, per difendere il marito da quella mosca cavallina di don Blasco, teneva fronte lei stessa allo zio, gli diceva:
«Sì, va bene; Vostra Eccellenza ha ragione, parla per amor nostro; ma il rispetto alla volontà di nostra madre…»
«Tua madre era una bestia,» gridava il monaco, «più di te!… Qual è stata la volontà di tua madre? Quella di rovinarvi tutti per amore di Raimondo e per odio di Giacomo! Pazza tu e lei! Manata di pazzi tutti quanti!…» E montando più in bestia per le moine che marito e moglie si facevano tutto il giorno, specialmente all’ora del desinare, quando si servivano reciprocamente come in piena luna di miele e s’imbeccavano al pari di due colombi, il monaco scoppiava: «Io non so veramente chi è più bestia, fra voi due!..»
Tanto che una volta Chiara, presolo a parte, protestò:
«Vostra Eccellenza mi dica quel che le piace, ma non tocchi Federico. Non tollero che se ne parli male»
«Che tolleri e talleri mi vai contando?» proruppe il monaco di rimando. «O credi che la gente abbia dimenticato che prima non lo volevi neanche per cacio bacato e minacciavi piuttosto di lasciarti morire che sposar quel cocomero?…»
Così la nipote voltò le spalle allo zio; questi mandò a farsi friggere la nipote e non mise più piede in casa di lei, dandosi ad altissima voce del triplice minchione per lo stupido interesse portato verso quel paio di animali. Ma erano giuramenti da marinaio; egli non poteva rassegnarsi a star zitto, gli coceva troppo che la volontà della morta si compisse: e allora, aspettando un’occasione per tornare alla carica contro quelle bestie, cominciò a prendersela con Ferdinando.

A qualunque ora andasse a cercarlo, lassù, alla Pietra dell’Ovo, lo trovava, sempre solo, con la pialla o con la sega o con la zappa in mano, intento a lavorar da stipettaio o da giardiniere, in maniche di camicia, come un operaio o un contadino. Da bambino era stato così, Ferdinando: taciturno, timido, mezzo selvaggio per la mala grazia con cui lo aveva trattato sua madre, costretto a svagarsi da solo, come meglio poteva, poiché non gli toccava il regalo del più povero balocco. Era cresciuto quasi da sé, ingegnandosi a procacciarsi quel che gli bisognava, a cavarsi d’impiccio. Quando gli altri andavano a spasso, egli restava in casa, a sfasciar scatole di legno o di cartone per farne teatrini o altarini o casucce che regalava poi a chi glieli chiedeva, a Lucrezia specialmente, per la quale, come per una compagna di destino, sentiva molta affezione; e se talvolta lo cercavano perché c’eran visite, perché qualche parente voleva vederlo, egli scappava, si rintanava in certi pertugi dove nessuno riusciva a trovarlo, o si rifugiava nella bottega dell’orologiaio, suo grande amico, dal quale facevasi insegnar l’arte. Un giorno, per San Ferdinando, don Cono Canalà gli regalò il Robinson Crusoe; egli lo divorò da cima a fondo e restò sbalordito dalla lettura come da una rivelazione. Da quel momento la sua selvatichezza s’accrebbe; il suo unico e costante desiderio fu quello di naufragare in un’isola deserta e di provveder da sé al proprio sostentamento. Cominciò allora a fare esperimenti di coltura nel giardino e nella terrazza del palazzo, e gli venne il gusto della campagna, che la principessa assecondò. Gli aveva messo il soprannome di Babbeo per quelle sue sciocche manìe; ma comprendendo che favorivano i propri piani gli abbandonò, alla Pietra dell’Ovo, prima la brulla chiusa delle ginestre e dei fichi d’India, poi col tempo, maturando il suo piano della generale spogliazione a favore del primogenito e di Raimondo, tutto il podere, stipulando però un contratto in piena regola, col quale il figliuolo obbligavasi di pagarle cinquecent’onze l’anno sui frutti del fondo, restando a lui tutto il di più. Il contratto per donna Teresa fu un affare: innanzi tutto ella risparmiò le trentasei onze annue del fattore, giacché Ferdinando andò subito subito a stabilirsi lì per coltivare da sé l’isola che aveva acquistata; e poi assicurossi una rendita che il podere non dava. Il Babbeo faceva assegnamento sulle bonifiche per pagare le cinquecent’onze alla madre e restar padrone dell’avanzo; infatti, appena entrato in possesso, cominciò a dissodare, a scavar pozzi, a strappar mandorli per piantar limoni, a sbarbicar la vigna per ripiantarci i mandorli, a sbizzarrirsi in una parola come aveva sognato. Il suo piacere, veramente, sarebbe stato più grande se avesse potuto far tutto da solo; ma costretto a chiamar zappatori e giardinieri, egli stesso lavorava con loro, a strappar erbacce, a portar via corbelli di sassi, a rimondar alberi, facendo anche da falegname, da muratore e da decoratore, perché una delle sue prime occupazioni era stata quella d’ingrandire ed abbellire la vecchia casa del fattore. Egli era felice facendo la vita dell’eroe che gli aveva acceso la fantasia, come se veramente fosse in un’isola deserta, a mille miglia dal mondo. Dormiva sopra una specie di cuccetta da marinaio, costruiva da sé tavole e seggiole, e la casa pareva un arsenale dalla tanta roba che v’era sparsa; seghe, pialle, trapani, pulegge, zappe, picconi; e poi un assortimento di assi e di travi, e sacchi di farina per fare il pane, provviste di polvere, una scansìa di libri, tutta la roba che un naufrago può salvare dalla nave prima che questa si sfasci.
Fin dal primo anno, però, egli non aveva potuto pagare interamente la rendita promessa alla madre; restò a dargliene una buona metà che la principessa notò regolarmente a suo debito. Poi, a furia di mutar colture, di porre in atto le novità di cui udiva parlare o che leggeva nei trattati d’agricoltura o che speculava da sé, il frutto del podere gli si venne sempre più assottigliando tra mano. Colpa dei mercenari, diceva, che non eseguivano bene i suoi ordini, o dello scombussolamento delle stagioni; ma la madre lo canzonava, a posta, per incaponirlo in quella sua manìa, e vi riesciva a meraviglia. E il frutto delle Ghiande scemava sempre più, non arrivava neppure alle cent’onze, nonostante che ad esclusione degli strumenti e di qualche libro egli non spendesse nulla per sé e mangiasse frugalmente i prodotti dell’orto e della caccia e le rare volte che compariva al palazzo scandalizzasse perfino i servi, tanto era stracciato e unto e goffo nei panni vecchi di anni ed anni. Ma la principessa, deridendolo, lo lasciava fare, e segnava una dopo l’altra nel libro dell’avere tutte le somme che ogni anno egli le dava in meno. Esse formavano già un discreto capitale che il Babbeo non sapeva dove prendere; il suo continuo timore era perciò che la madre, stanca di non vedersi pagata, gli togliesse di mano il podere; e infatti la principessa più d’una volta lo aveva minacciato di questo. Il colpo maestro di costei, nel testamento, fu dunque l’assegnazione delle Ghiande a Ferdinando. Per lui quella proprietà valeva più d’un feudo; a scambiarla per tutta l’eredità dei fratelli maggiori temeva di rimetterci. Come se non bastasse, c’era anche il condono degli arretrati che sommavano ormai a mille e cinquecento onze; talché, al colmo della soddisfazione, egli si credette trattato benissimo, oltre ogni speranza, e a don Blasco, il quale gli si metteva alle costole per indurlo a ribellarsi:
«Come?» diceva, candidamente, lasciando di piallare o di rimondare. «Non è abbastanza quello che ho avuto?»
«Ma ti tocca il triplo, per lo meno! Sei stato truffato con tutti gli altri! Ti tocca, in rate eguali con tutti gli altri, la parte di tuo padre, che è il momento di rivendicare! E non sai che Giacomo non ti mandò neppure a chiamare, il giorno della morte di tua madre?»
«Non è possibile!» rispondeva Ferdinando, scandalizzato. «E perché, poi?»
«Per far sparire carte e valori! Scappò lassù, si mise a rovistolare tutta la villa: le cose si risanno! E poi ha fatto la commedia dei suggelli. Te ne accorgerai all’atto dell’inventario, anima vergine!»
Il monaco smaniava dall’impazienza per quest’inventario; ma il principe invece pareva non avere fretta di conoscere quel che c’era in casa, non parlava d’affari a nessuno dei fratelli e delle sorelle, neppure al coerede Raimondo, il quale da parte sua pensava a tutto, fuorché a chiedergliene conto. Nonostante il lutto, stava sempre fuori casa, al Casino dei Nobili, a ragionar di Firenze coi vecchi amici, a far la sua partita o a giudicare gli equipaggi che sfilavano nell’ora del passeggio. E don Blasco intronava le orecchie di Ferdinando di invettive contro il fratello. Era «uno scandalo, una mancanza di rispetto alla morta calda ancora», la condotta di quello scapestrato che badava unicamente a spassarsi, che non era venuto a «chiuder gli occhi alla madre», neppure per amor dei quattrini che ella gli voleva dare brevi manu, «rubandoli agli altri!…» Ora il giorno che, cominciato finalmente l’inventario, risultò che in cassa c’erano soltanto cinque onze e due tarì di contanti, e un titolo di rendita di cento ducati, il monaco corse alle Ghiande come impazzito.
«Hai visto? Hai visto? Hai visto?… Che ti dicevo? Cinque onze! Tua madre non ne teneva mai meno di mille! E la rendita, la rendita! Fino a cinquemila ducati li sapevo io!… Capisci adesso! Hai visto come v’ha rubati il suo caro fratello? Quel ladro del signor Marco gli ha tenuto il sacco! Rubati! Rubati! Se non gridate, se non vi fate sentire, siete degni che vi sputino in viso.»
Non la finiva più, dimostrando al nipote, intontito dalle grida, la nuova magagna. Perché mai, dunque, Giacomo lasciava al suo posto il signor Marco, mentre aveva già cacciato via tutti i servi protetti dalla madre, il cocchiere maggiore, il cuoco, tutti coloro ai quali ella aveva lasciato qualcosa? Quel «porco» del signor Marco, l’«anima dannata» della defunta, avrebbe dovuto esser preso «a calci nel preterito» appena la sua protettrice aveva chiuso gli occhi; invece perché mai, dopo due mesi, era ancora in servizio? Appunto perché, appena morta la padrona antica, s’era buttato «vigliaccamente» ai piedi del padrone nuovo, gli aveva consegnato ogni cosa, gli aveva lasciato «rubare» i valori che andavano «a tutti» o per lo meno «al coerede!…»
E quella bestia di Ferdinando che faceva l’ingenuo, che non voleva credere a tante porcherie e si dichiarava grato alla madre pel condono delle mille e cinquecent’onze! Quasi che quello strozzato contratto tra madre e figlio non fosse stato immorale, quasi che la principessa non avesse a bella posta stabilito un canone superiore al frutto del podere per meglio impaniar quell’allocco!… Tuttavia, a furia di predicargli che gli toccava di più, che avrebbe potuto essere ricco più del doppio, più del triplo, il monaco sarebbe forse riuscito a scuotere il nipote se, come parlando male del marito a Chiara, non avesse commesso anche con Ferdinando una grave imprudenza. Rifiutando il testamento, chiedendo la divisione legale, Ferdinando temeva che le Ghiande andassero in mano ad altri, o che, per lo meno, egli dovesse spartirle coi fratelli; don Blasco, che gli dimostrava la possibilità di tenerle tutte per sé, un giorno gli cantò:
«E finalmente se perderai questo fondo, ne acquisterai in cambio un altro che varrà centomila volte più!…»
«Eccellenza no,» rispose Ferdinando; «come questo non ce n’è altri in casa nostra…»
«Le Ghiande?» scoppiò allora il monaco. «Una terra che si chiamava le Ghiande? Buona veramente a buttarci una mandra di maiali? E che ci vengono, fuorché le ghiande? Ora specialmente che hai finito di rovinarla con le tue speculazioni pazzesche?»
Ferdinando, a sentirsi così buttar giù la terra e l’opera propria, ammutolì e arrossì come un pomodoro; poi, ricuperata la voce, dichiarò:
«Eccellenza, sa come dice il proverbio? Ne sa più un pazzo in casa propria che un savio nell’altrui!»
Allora il monaco, eruttata una buona quantità di male parole contro quel malcreato, non rifece più la via del suo «porcile» e si ridusse a porre l’assedio intorno a Lucrezia. L’aveva serbata per l’ultima, poiché, se nutriva un’antipatia istintiva contro tutti i nipoti, era specialmente furioso contro questa qui.
Come Chiara e Ferdinando, Lucrezia non ricordava una carezza della madre; ma dove Chiara aveva avuto da principio agli occhi del monaco il merito relativo della resistenza opposta alla principessa nell’affare del matrimonio, e Ferdinando quello d’essere andato via di casa, la nipote più piccola non aveva altro che torti, uno più capitale dell’altro. Sotto la sferza di donna Teresa, trattata con particolare durezza per esser nata quando costei non aspettava più altri figli, considerata come un’intrusa venuta a rubare parte della roba già destinata ai due maschi, Lucrezia era cresciuta come «una marmotta», diceva il Benedettino: tarda, taciturna, selvatica come Ferdinando, e sempre così distratta che le sue risposte erano oggetto di risa per tutti fuorché per lo zio Blasco che se la mangiava viva.
Asservendo e maltrattando la figlia, la principessa non dimenticava tuttavia lo scopo principale da raggiungere: cioè di lasciarla zitellona in casa. Perciò ella dimostrava assiduamente, quotidianamente a Lucrezia che il matrimonio non era fatto per lei; prima di tutto per la cattiva salute — e invece la ragazza stava benissimo; poi perché così voleva il bene della casa — e le additava l’esempio di donna Ferdinanda; poi perché, senza quattrini, non avrebbe potuto mai trovare un partito conveniente — e l’eccezione del marchese Federico confermava la regola; e finalmente perché, quasi tutto questo non bastasse, era anche brutta — e qui diceva la verità. Quando la vedeva allo specchio, o le rare volte che la ragazza assisteva alle visite che venivano per la madre, costei esclamava: «Ma come sei brutta, figlia mia!… Che disgrazia avere una figlia così brutta, è vero?» L’argomento più persuasivo era nondimeno quello della povertà: la roba apparteneva «ai maschi»; quando i fattori le portavano sacchi di quattrini, ella diceva a Lucrezia: «Vedi questi? Sono tutti dei maschi…» e se la ragazza alzava gli occhi alle mappe dei feudi appese nelle anticamere, la madre ripeteva: «Che guardi? Sono le proprietà dei maschi!» Quando il discorso, presente la figlia, cadeva sui matrimoni, donna Teresa ammoniva: «Di che parlate dinanzi alle ragazze?» e a quattr’occhi le diceva che pensare al matrimonio era peccato mortale, da confessarsene: e il confessore, Padre Camillo, confermava in queste idee Lucrezia; poi la principessa ricominciava, fino alla sazietà: «Tu del resto non hai niente, devi restare in casa per forza: chi ti vorrà sposare senza denari?» Quanto a Chiara, era stata un’altra cosa: si era trovato uno che la prendeva con la sola camicia, perché la sapeva savia, timorata di Dio, obbediente alla madre. E addolcendo la pillola, la principessa si lasciava scappare di tanto in tanto: «Se anche tu sarai come tua sorella, poi ti compenserò altrimenti.»
Così era cresciuta Lucrezia: costantemente mortificata e umiliata, segregata dal mondo più che nella badìa, invisa ai fratelli maggiori ed agli stessi zii, tiranneggiata un poco anche da Chiara che per avere cinque anni più di lei faceva la grande; unicamente voluta bene e protetta da Ferdinando, col carattere del quale s’accordava molto il suo. Il Babbeo aveva già da badare a se stesso, non godendo troppe grazie in famiglia; ma dimostrava come poteva a Lucrezia il bene che le voleva. Maggiore appena d’un anno, egli giocò con lei, le diede i balocchi da lui stesso costruiti; più tardi, quando egli ebbe qualche nozione di lettere, quando apprese da sé a disegnare, a far minuti lavorucci, comunicò la sua scienza alla sorella per la quale non si faceva la spesa d’un maestro. Del resto la compagnia e la protezione di Ferdinando non fu la sola di cui godé Lucrezia: ella ebbe anche quella di donna Vanna, una delle cameriere; e la principessa, sempre all’erta, non vide il pericolo che correva da questa parte.
La servitù, in casa Francalanza, era pagata poco e avvezza a tremare dinanzi alla padrona; nondimeno raramente qualcuno andava via se non era congedato, perché tutti trovavano il mezzo di rifarsi moralmente e materialmente del cattivo trattamento. Il mezzo consisteva nel parteggiare segretamente per qualcuno dei figli o dei cognati contro la padrona, nel fomentare le ribellioni, nel far la spia: per questo v’erano altrettanti partiti, nel cortile, quante teste presumevano, su nel palazzo, di fare a modo proprio. Donna Vanna era dunque del partito delle «signorine»: come dapprima aveva incoraggiato la disperata resistenza di Chiara al matrimonio impostole, così più tardi venne narrando a Lucrezia la storia della sorella per dimostrarle le durezze e le strambità della madre; e le mise in testa che anche lei doveva maritarsi, e le diede la coscienza dei suoi diritti e delle sue qualità. Non era vero che ella fosse povera: la principessa poteva disporre solamente della metà della propria sostanza: l’altra metà andava egualmente divisa fra tutti i figli: «S’ha da fare così per forza, perché è scritto nella legge: perciò questa parte si chiama legittima…» E Lucrezia l’ascoltava a bocca aperta, cercando di comprendere. Ella comprendeva più facilmente le adulazioni della cameriera che trovava recondite bellezze nella persona della padroncina, quando la vestiva o la pettinava: «Com’è ben formata Vostra Eccellenza!… Sembra una palma!… E queste trecce! Corde di bastimento!» Poi concludeva: «Ha da trovarsi uno che se la godrà!…»
Così accadde che, quando i Giulente vennero a star di casa dirimpetto al palazzo dei Francalanza, donna Vanna disse alla signorina: «Vostra Eccellenza ha visto il signorino Benedetto? Guardi che bel ragazzo!» Ella si mise a osservarlo dalla finestra, e fu del parere della cameriera. «Vostra Eccellenza non s’è accorta come la guarda?» Lucrezia si fece rossa più d’un papavero, e da quel giorno i suoi occhi andarono spesso al balcone del giovanotto. Però, finché la principessa ebbe buona salute, la cosa non uscì da questi termini e nessuno la sospettò. Un brutto giorno donna Teresa, già malandata, si svegliò con un doloretto al fianco, del quale sulle prime non si curò, ma che un anno dopo doveva condurla al sepolcro. Quando la malattia della padrona aggravossi, e specialmente quando, per mutar d’aria, ella se ne andò al Belvedere, sola, giacché Raimondo, il beniamino, stava a Firenze e gli altri figliuoli erano qual più qual meno tutti aborriti, allora, più libera, donna Vanna favorì meglio l’amore della signorina; parlò al giovanotto, portò da una parte all’altra dapprima saluti, poi ambasciate e finalmente biglietti. In famiglia se ne accorsero, e tutti si scatenarono contro Lucrezia.
I Giulente, venuti circa un secolo addietro a Catania da Siracusa, appartenevano a una casta equivoca, non più «mezzo ceto» cioè borghesia, ma non ancora nobiltà vera e propria. Nobili si credevano e si vantavano; ma questa loro persuasione non riuscivano a trasfondere negli altri. Da parecchie generazioni s’erano venuti imparentando con famiglie della vera «mastra antica», ma avevano dovuto scegliere quelle ridotte a corto di quattrini, perché una ragazza nobile e ricca ad un tempo non avrebbe mai sposato un Giulente. Per giocare a pari coi baroni autentici avevano adottato tutti gli usi baronali: uno solo tra loro, il primogenito, poteva prender moglie; gli altri dovevano restar scapoli. L’abolizione del fedecommesso li aveva rallegrati, poiché in casa loro non c’era: istituito il maiorasco, avevano tentato di ottenerlo, senza riuscirvi. Nondimeno tutto era andato egualmente al primogenito: don Paolo, il padre di Benedetto, era ricchissimo, mentre don Lorenzo non possedeva un baiocco: per questo, forse, trescava coi rivoluzionari. Benedetto, un po’ per l’esempio dello zio, un po’ pel soffio dei nuovi tempi, faceva anch’egli il liberale; teneva moltissimo alla sua nascita, ma combattendo la bigotteria della nobiltà — quando la volpe non arriva all’uva! gridava la zitellona — e per questi suoi sentimenti, quantunque tutta la sostanza del padre dovesse un giorno spettargli, studiava per prendere la laurea d’avvocato. Quindi l’ira di don Blasco contro la nipote che s’arrischiava di fare all’amore senza chieder permesso a lui; e con chi? Con un Giulente, un liberale, un avvocato!
Ora, dopo la lettura del testamento, dopo le difficoltà opposte da Chiara, dal marchese e da Ferdinando alle sue sobillazioni, il monaco si rivolse a Lucrezia. Aveva maggiore speranza di riuscire con lei poiché, per l’amore di Giulente, ella aveva interesse a ribellarsi alla famiglia; è vero che gli toccava pel momento secondare o per lo meno fingere d’ignorare l’amoretto della nipote; ma pur di complottare e di metter zeppe e di farsi valere, don Blasco passava sopra a maggiori difficoltà. Egli cominciò dunque a dimostrare a Lucrezia il torto ricevuto, le ragioni da addurre, il furto di Giacomo appena morta la madre; e le rifece i conti e la stimolò a mettersi d’accordo con Ferdinando, sull’animo del quale ella sola poteva, per contrastar poi, uniti, al fratello maggiore.
Lucrezia, che all’opposizione dei parenti s’era impennata, come ogni Uzeda dinanzi alla contraddizione, ed aveva giurato a donna Vanna che avrebbe sposato Giulente a qualunque costo; udendo adesso il monaco parlarle dei suoi diritti, dimostrarle che ella era più ricca di quanto credeva, istigarla a far valere la propria volontà, gli dava ascolto, diffidente, tuttavia, sospettosa di qualche raggiro. La notte prendeva consigli dalla cameriera; e poiché donna Vanna la confortava a seguire il monaco, ella riconosceva, sì, che sua madre l’aveva messa in mezzo, come tutti gli altri, a profitto di due soli, e chinava il capo agli argomenti che don Blasco le ripeteva; ma sul punto d’impegnarsi a dire il fatto suo a Giacomo, la paura l’arretrava. Era cresciuta con l’idea che egli fosse d’una pasta diversa, d’una natura più fine; mentre tutti i fratelli e le sorelle si davano del tu fra loro, al primogenito toccava del voi; e il principe che l’aveva sempre tenuta a distanza, guardandola d’alto in basso, adesso, dopo la lettura del testamento, mostravasi ancora più chiuso con tutti, ma specialmente con lei. Preparata a sostener la lotta per amore di Giulente, ella voleva riserbare le sue forze pel momento buono, non sciuparle per uno scopo che le pareva secondario. Benedetto le aveva fatto sapere che, appena laureato, voleva dire fra un paio di anni, avrebbe chiesto la sua mano; e che il duca d’Oragua, tanto amico di suo zio Lorenzo, li avrebbe sicuramente sostenuti; ma che frattanto bisognava aver pazienza e prudenza, studiare di non accrescere l’animosità degli Uzeda. Consultato intorno alla quistione del testamento, egli confermava il consiglio di non far nulla contro il principe; parte per le ragioni antiche, parte per non parere ingordo della maggiore dote di lei. «Vede Vostra Eccellenza?» commentava la cameriera, udendo queste lettere che la padroncina le comunicava. «Vede Vostra Eccellenza quant’è buono? Vuol bene a Vostra Eccellenza, non ai quattrini! Un altro che avesse uccellato alla dote, che cosa avrebbe risposto? “Facciamo la lite!”» Egli era veramente un buon giovane, studioso, un po’ esaltato, infiammato dalle dottrine liberali dello zio, bruciante d’amore per l’Italia: scrivendo alla ragazza le diceva che le sue passioni erano tre: lei, la madre e la patria che bisognava redimere.
Così anche Lucrezia, dopo aver dato ascolto alle istigazioni di don Blasco, non faceva nulla di quel che voleva lo zio: anzi, una volta che costui fu più insistente, ella rispose:
«Perché non parla Vostra Eccellenza con Giacomo?»
Il monaco, a quest’uscita, diventò paonazzo e parve sul punto di soffocare.
«Ho da parlar io, ah, bestia? ah, bestiona? Vi piacerebbe, bestioni, prender la castagna con la zampa del gatto? Ah, volevate che parlassi io!… E che cavolo vi pare che me n’importi, in fin dei conti, se vi spoglia, se vi mangia tutti quanti, brancata di pazzi, di gesuiti e d’imbecilli, oh?…»

Parlare a Giacomo, prendere le parti di quei nipoti contro quell’altro, era veramente impossibile a don Blasco. Egli si sarebbe così impegnato definitivamente, avrebbe preso realmente un partito, non avrebbe potuto più dar torto a chi prima aveva dato ragione, e viceversa; e questo era per lui un bisogno. Così per esempio il principe, solo fra tutta la «mala razza» (come il Benedettino chiamava i suoi nei momenti d’esasperazione, cioè quasi sempre), gli era stato dinanzi obbediente e sommesso, gli aveva dato ragione nella lotta contro la principessa; ora don Blasco, in cambio, gli rivoltava i fratelli e le sorelle. Ma il monaco non credeva di far male, così; scettico e diffidente, sapeva che Giacomo s’era messo con lui non già per affezione o per rispetto, ma per semplice tornaconto.
Il principe Giacomo, infatti, aveva obbedito a sue proprie ragioni. Quasi non potesse perdonargli di non esser venuto a tempo, quand’ella l’aspettava e lo voleva, la principessa non aveva fatto festa al primogenito dei maschi, il quale aveva anche messo in pericolo, nascendo, la vita di lei. Invece di volergli tanto più bene quanto più lo aveva desiderato e quanto più le costava, donna Teresa gliene aveva voluto tanto meno. Alla nascita di Lodovico era rimasta ancora indifferente e crucciata; le sue viscere materne s’erano improvvisamente commosse per Raimondo. Così, mentre tutti gli altri parenti che non eran «pazzi» come lei, o che eran pazzi altrimenti, avevano dato a Giacomo l’idea che egli fosse da più di tutti come primogenito, come erede del titolo, la principessa aveva riposto tutto il suo affetto, un affetto cieco, esclusivo, irragionevole, sopra Raimondo. E la protezione della madre era molto più efficace di quella del padre e degli zii; perché, mentre costoro davano a Giacomo, avido di quattrini, ingordo d’autorità, soltanto vane parole, Raimondo era colmato di regali, otteneva ragione su tutti, faceva legge dei propri capricci. Così cominciarono le risse tra i due fratelli, e Raimondo, più piccolo, ne toccò; ma quando la principessa si vide dinanzi in lacrime il suo protetto, Giacomo assaggiò le terribili mani di lei che lasciavano i lividi dove cadevano. Il ragazzo s’ostinò un pezzo, fino a mutar la freddezza della madre in odio deciso; poi, accortosi di sbagliar via, mutò tattica, divenne infinto, fece da spia a don Blasco, gustò il piacere della vendetta nel vedere Raimondo picchiato dal monaco in odio alla cognata. Ma furono soddisfazioni mediocri e di corta durata: con gli anni la principessa chiuse a San Nicola il secondogenito, diede a Raimondo il titolo di conte; avara, anzi spilorcia, largheggiò soltanto col beniamino; Giacomo non ebbe mai un baiocco, e i suoi abiti cadevano a brandelli quando l’altro pareva un figurino. Se Raimondo esprimeva un’opinione, subito era secondato, o per lo meno non deriso; Giacomo non potè disporre di nulla. Uno dei suoi più lunghi desideri era stato quello di far atto di padrone, in casa, riadattando a modo suo il palazzo: la madre non gli permise di muovere una seggiola. Ella stessa aveva lavorato a mutar l’architettura dell’edificio, il quale pareva composto di quattro o cinque diversi pezzi di fabbrica messi insieme, poiché ognuno degli antenati s’era sbizzarrito a chiuder qui finestre per forare più là balconi, a innalzare piani da una parte per smantellarli dall’altra, a mutare, a pezzo a pezzo, la tinta dell’intonaco e il disegno del cornicione. Dentro, il disordine era maggiore: porte murate, scale che non portavano a nessuna parte, stanze divise in due da tramezzi, muri buttati a terra per fare di due stanze una: i «pazzi», come don Blasco chiamava anche i suoi maggiori, avevano uno dopo l’altro fatto e disfatto a modo loro. Il più grande rimescolamento era stato quello operato da suo padre, il principe Giacomo XIII, quando costui non sapeva come buttar via i quattrini; e quella «testa di zucca» di donna Teresa, invece di pensare all’economia, non s’era divertita a sciuparne degli altri in altre bislacche novità?… Giacomo voleva anch’egli ritoccare la pianta della casa, ma la madre non gli lasciò neanche attaccare un chiodo; e il Benedettino andava in bestia specialmente per questo; che il figliuolo sempre contrariato era tutto sua madre: autoritario, cupido, duro, almanacchista come lei; mentre quella papera preferiva Raimondo che non conosceva il valore del denaro, sperperava tutto quel che aveva, non s’intendeva d’affari, amava e cercava unicamente gli svaghi e i piaceri!… I due fratelli, quantunque avessero la stess’aria di famiglia, non si rassomigliavano neppure fisicamente: Raimondo era bellissimo, Giacomo più che brutto. Nella Galleria dei ritratti si potevano riscontrare i due tipi. Tra i progenitori più lontani c’era quella mescolanza di forza e di grazia che formava la bellezza del contino; a poco a poco, col passare dei secoli, i lineamenti cominciavano ad alterarsi, i volti s’allungavano, i nasi sporgevano, il colorito diveniva più oscuro; un’estrema pinguedine come quella di don Blasco, o un’estrema magrezza come quella di don Eugenio, deturpava i personaggi. Fra le donne l’alterazione era più manifesta: Chiara e Lucrezia, quantunque fresche e giovani entrambe, erano disavvenenti, quasi non parevano donne; la zia Ferdinanda, sotto panni mascolini, sarebbe parsa qualcosa di mezzo tra l’usuraio e il sagrestano; ed altrettante figure maschilmente dure spiccavano fra i ritratti femminili di più fresca data; mentre, negli antichi, le strane acconciature e gli stravaganti costumi, gli strozzanti collari alla fiamminga che mettevano le teste come sopra un bacino, le vesti abbondanti che chiudevano il corpo come scaglie di testuggine, non riuscivano a nascondere la sveltezza elegante delle forme né ad alterare la purezza fine dei lineamenti. Tratto tratto, fra le generazioni più vicine, in mezzo alle figure imbastardite, se ne vedeva tuttavia qualcuna che rammentava le primitive; così, per una specie di reviviscenza delle vecchie cellule del nobile sangue, Raimondo rassomigliava al più puro tipo antico. Ridevano gli occhi alla principessa, quando lo vedeva, grazioso ed elegante, guidare, montare a cavallo, tirare di scherma; al primogenito invece dava altrettanti soprannomi quanti difetti trovava nella sua persona: l’Orso che balla, per la goffaggine; Pulcinella, per il lungo naso; il Nano, per la corta statura.
Così l’astio di Giacomo contro la madre e il fratello si manteneva sempre vivo; esso crebbe a dismisura quando donna Teresa colmò lo staio, dando moglie a Raimondo. La tradizione di famiglia, mantenuta fino al 1812 dall’istituzione del fedecommesso, stabiliva che nessuno fuorché il primogenito prendesse moglie; e infatti, nella generazione precedente, né il duca né don Eugenio s’erano accasati; ma la principessa, come sempre, s’infischiò delle regole e pensò di trovare un partito a Raimondo prima ancora che a Giacomo. Morendo lei e lasciando ad entrambi la sua sostanza, la condizione dei due fratelli sarebbe stata eguale; ma in vita, non volendo ella spogliarsi di nulla, Giacomo, che doveva necessariamente ammogliarsi per tramandare il principato, si sarebbe arricchito con la dote della moglie, mentre Raimondo, restando scapolo, non avrebbe avuto nulla. Persuasa quindi della necessità di dar moglie anche al beniamino, ella esitò nondimeno molto tempo prima di attuare la sua risoluzione, e non già perché sentisse scrupolo d’infrangere la tradizione, di creare nell’albero genealogico degli Uzeda un ramo storto che avrebbe fatto concorrenza al diritto; ma per la stessa passione ispiratale dal giovane: all’idea che un’altra donna gli sarebbe vissuta notte e giorno a fianco, una sorda gelosia la struggeva. Per questo, il giorno che finalmente si decise, non soffrì di dargli nessuna delle ragazze della città e neppure della provincia; ma cominciò invece a cercargli un partito a Messina, a Palermo, più lontano ancora, nel continente, con certi suoi criteri particolari, uno dei quali era che la sposa fosse orfana di madre. Cercò parecchi anni e nessuna la contentò. Alla fine, per mezzo d’un monaco benedettino compagno di don Blasco, Padre Dilenna di Milazzo, fermò la sua scelta sulla figlia del barone Palmi, cugina del Cassinese. Tuttavia, parendo troppo a lei stessa che Raimondo prendesse moglie prima di Giacomo, il quale a venticinque anni era ancora scapolo, caso unico nella storia della famiglia, provvide ad ammogliare i due fratelli nello stesso tempo, e destinò al primogenito la figlia del marchese Grazzeri.
Le liti scoppiate in quell’occasione furono straordinarie. Se il rancore di Giacomo per il matrimonio del fratello divenne più cocente, vedendo egli prepararsi accanto alla propria un’altra progenie di Uzeda che gli avrebbe sottratto parte delle sue sostanze, non fu meno grande il rancore pel matrimonio suo proprio. Violento, avido e arido com’era, egli aveva amoreggiato colla cugina Graziella, figlia della sorella della madre, e s’era messo in testa di sposarla, quantunque la dote di lei fosse infinitamente più scarsa di quella della Grazzeri; ma la principessa, un poco appunto per questa considerazione della maggiore ricchezza, un poco perché non era mai andata d’accordo con la sorella, anzi l’aveva sempre tenuta lontana da sé, e soprattutto pel gusto di contrariare l’inclinazione del figliuolo, lo sforzò invece a sposar la Grazzeri.
Giacomo non era più ragazzo, da obbedire alla madre per paura di castighi o di busse; ella aveva però un’arma più potente in mano, essendo padrona dei quattrini e potendo minacciare di diseredarlo. «Neppure un grano!…» gli diceva, freddamente, facendo scattar l’unghia del pollice contro i denti; «non avrai neppure un grano!…» e la poca simpatia dimostrata a quel figliuolo e la passione per Raimondo e il matrimonio imminente di quest’ultimo confermavano la minaccia, facevano sospettare che ella l’avrebbe compiuta. Il principe, che fino a quel punto non era riuscito interamente ad adottar la politica della finzione, dopo quest’ultimo e violento contrasto le s’inchinò, rassegnato e devoto, le prestò una obbedienza scrupolosa e cieca anche nelle cose inutili e ridicole, non parlò più se non d’amor fraterno, d’unione, di rispetto ai maggiori. Dentro, si rodeva; ed aspettando di cogliere il frutto di quella condotta, esercitava il proprio tirannico impero e faceva pesare il suo cruccio unicamente sulla moglie. Dal primo giorno del matrimonio questa fu trattata peggio d’una serva; non che volontà, non poté esprimere neppure opinioni; il principe l’addestrò ad obbedirgli a un semplice muover di sguardi; quando ella ebbe bisogno di comperare una matassa di cotone o un palmo di nastro, le convenne chiedere a lui i baiocchi occorrenti — e in dote gli aveva portato centomila onze. La sua missione fu quella di dare un erede al marito, di perpetuare la razza dei Viceré; compitala, ella fu considerata come una bocca inutile, peggio d’un lavapiatti; perché i lavapiatti facevano almeno la corte alla famiglia, all’occorrenza davano una mano al maestro di casa; mentre donna Margherita non sapeva far nulla e non pensava ad altro fuorché ad evitar contatti e vicinanze, con la manìa della nettezza e l’incubo dei contagi. Era del resto una creatura mite, senza volontà, cera molle che il principe plasmò a suo talento. In odio al figlio, non per amore che le portasse, la principessa suocera pigliò più d’una volta le sue difese; allora ella sofferse maggiormente, perché Giacomo, arrendendosi in apparenza, le faceva poi scontare più duramente quella protezione.
Se il matrimonio del principe andò tanto male, quello di Raimondo andò molto peggio. Giacomo non voleva la Grazzeri, amando la cugina; Raimondo invece non voleva nessuna, era deciso a non ammogliarsi. Le moine e le preferenze usategli dalla madre avevano destato in lui appetiti insaziabili di piaceri e di libertà; ma la protezione della principessa pesava quasi quanto la sua avversione, tanto ella era dispotica in tutto. Il suo protetto doveva fare quel che voleva lei, pagarle con una obbedienza più rassegnata i privilegi che ella gli accordava; né questi privilegi, straordinari a paragone della soggezione in cui erano tenuti gli altri figli, bastavano a Raimondo: svegliavano invece le sue voglie senza arrivare a soddisfarle. A lui solo, per esempio, toccavano quattrini da buttar via a suo capriccio; ma la principessa donava per lambicco; e il giovane che spendeva continuamente per gli abiti, per le donne, e avea fra l’altre la passione del giuoco, sciupava in una notte quel che la madre gli dava in un anno. Solo a lui, anche, era stato consentito di arrivare sino a Firenze, ma quella rapida corsa. mettendo in corpo al giovanotto la manìa dei viaggi, dei lunghi soggiorni nei paesi più belli e più ricchi, non poté esser seguìta da altre Quindi, benché trattati in modo tanto diverso, entrambi i fratelli aspettavano con eguale impazienza la morte della madre: Giacomo per esercitare la propria autorità di capo della casa, per vendicarsi dei maltrattamenti sofferti, per afferrare la roba; Raimondo per saldare i debiti nascostamente contratti, per buttar via i quattrini nella soddisfazione delle proprie voglie, per appagare il più grande desiderio che lo struggeva: andar via dalla Sicilia, veder Milano e Torino, vivere a Firenze o a Parigi.
Al primo annunzio del matrimonio egli si ribellò dunque apertamente alla madre, poiché solo fra tutti poteva dirle in faccia: «Non voglio!» Il matrimonio era la catena al collo, la schiavitù, la rinunzia alla vita che egli sognava: a nessun patto poteva accettarlo. Ma la principessa, che verso gli altri figli adoperava i più acri sarcasmi, le imposizioni più dure e le minacce estreme, tenne a lui il linguaggio della persuasione. Voleva egli divertirsi, aver molti quattrini da spendere, far quello che gli piaceva? La dote gli avrebbe subito permesso ogni cosa! Quella gelosa che si adattava a dargli moglie per necessità, e non voleva la nuora del paese e gli andava invece a cercare un partito lontano, non poteva ammettere che suo figlio amasse quest’altra donna, che le fosse fedele, che le si credesse legato sul serio. «Stupido che sei!» gli diceva dunque. «Sposala per adesso; poi, se ti secca, la pianterai!» E solamente quel linguaggio e quegli argomenti indussero il giovane a dir di sì, persuadendolo che a quel modo egli sarebbe stato subito ricco e si sarebbe nello stesso tempo sottratto all’opprimente protezione della madre.
Don Blasco, al matrimonio di Giacomo, aveva fatto cose dell’altro mondo e vomitato gli ultimi vituperi sul nipote che s’era ficcato in testa di sposare la cugina Graziella, la figlia d’un’altra Risà! e sulla cognata che gli dava invece «per forza» una Grazzeri! Ma a coronare l’opera mancava proprio il matrimonio di Raimondo!… Ammogliare un altro figliuolo? Creare una seconda famiglia? Venir meno alle tradizioni della casa? C’era esempio d’una pazzia più furiosa?… Don Blasco non badava alla contraddizione fra quel rispetto che pretendeva portassero alle tradizioni, ed il proprio insaziabile rancore per esser stato sacrificato alle tradizioni medesime: pur di fare l’opposizione, pur di sfogarsi in qualche modo, egli saltava ostacoli molto più grandi. E quel che più specialmente l’offendeva, nel matrimonio di Raimondo, era la scelta della sposa. Fra tanti partiti che le erano offerti, quale aveva preferito sua cognata? Quello proposto da Padre Dilenna, nemico personale di don Blasco!
Lassù, ai Benedettini, fra le molte fazioni in cui si dividevano i monaci, le più accanite eran le politiche: ora don Blasco era borbonico sfegatato e Padre Dilenna, al Quarantotto, aveva fatto galloria con gli altri liberali per la cacciata di Ferdinando II. L’anno dopo, don Blasco aveva ottenuto la rivincita; ma Dilenna gli fece più tardi mangiar l’aglio quando, in previsione della vacanza del priorato, sostenne Lodovico Uzeda, mentre don Blasco in persona aspirava a quell’ufficio! Sceglier dunque per Raimondo la moglie proposta dal Dilenna, anzi la sua propria cugina, era veramente un po’ troppo. Tutte le cose che don Blasco fece e disse, al palazzo, le seggiole che rovesciò, i pugni che lasciò cadere sui mobili, le male parole e le bestemmie che gli usciron di bocca, non si potrebbero ridire; tanto che la principessa, mentre prima lo aveva lasciato gridare, opponendogli una resistenza passiva, gli spiattellò finalmente sul muso che, in casa propria, ella aveva sempre fatto quel che le era piaciuto; e che lo stesso suo marito non s’era mai arrischiato di dirle una parola più forte d’un’altra: «Sapete dunque che c’è? Fatemi il famosissimo piacere di non venirci più!» Don Blasco, botta e risposta: «Mi dite voi di non venirci? E non sapete che io vi ho fatto un altissimo onore tutte le volte che sono entrato in questa bottega? E non sapete che di voi e di tutti i vostri me ne importa meno di quattordici paia di…? Ma andate un poco a farvi più che… tutti quanti siete, e maledetti siano i piedi d’asino e di porco che mi ci portarono!» Egli andò poi a dir cose, contro la cognata, fra i monaci amici, da far cascare il monastero, e non mise piede per più di un anno al palazzo struggendosi però di non poter più gridare, cadendone quasi ammalato; talché, alla nascita del principino Consalvo VIII, quando Giacomo, tutto spirante pace ed amore, propose alla madre ed ottenne che s’invitasse lo zio alla festa del battesimo, il Cassinese riapparve in casa della cognata, per ricominciare, dopo un breve periodo di calma apparente, a gridar peggio di prima.

La principessa aveva dunque sostenuto, per accasar Raimondo, una lotta ora sorda, ora violenta non solo sul primogenito e con don Blasco, ma con lo stesso figlio di cui voleva assicurare l’avvenire, e perfino con se stessa. Ella ebbe in quell’occasione un altro nemico, e non meno terribile: donna Ferdinanda.
La zitellona contava allora trentotto anni, ma ne dimostrava cinquanta; né in età più fresca aveva mai posseduto le grazie del suo sesso. Destinata a restar nubile per non portar via nulla del patrimonio riserbato al fratello principe, ella sarebbe stata forse rinchiusa, per precauzione, in un monastero, se la sua bruttezza e più la naturale sincera avversione allo stato maritale non avessero assicurato i suoi parenti meglio della clausura contro i pericoli della tentazione. Non era parsa mai donna, né di corpo né d’anima. Quando, bambina, le sue compagne parlavano di vesti e di svaghi, ella enumerava i feudi di casa Francalanza; non comprendeva il valore delle stoffe, dei nastri, degli oggetti di moda, ma sapeva, come un sensale, il prezzo dei frumenti, dei vini e dei legumi; aveva sulla punta delle dita tutto il complicato sistema di misurazione dei solidi, dei liquidi e delle monete; sapeva quanti tarì, quanti carlini e quanti grani entrano in un’onza; in quanti tùmoli si divide una salma di frumento o di terreno, quanti rotoli e quanti coppi formano un cafisso d’olio… A quel modo che, fisicamente, gli Uzeda si dividevano in due grandi categorie di belli e di brutti, così al morale essi erano o sfrenatamente amanti dei piaceri e dissipatori come il principe Giacomo XIII e il contino Raimondo; o interessati, avari, spilorci, capaci di vender l’anima per un baiocco, come il principe Giacomo XIV e donna Ferdinanda. Costei aveva avuto dal padre una miseria, il così detto piatto, cioè tanto da assicurare il vitto quotidiano, la magra provvisione, durante il fedecommesso, dei cadetti e delle donne. Con quella miseria, donna Ferdinanda aveva giurato d’arrivare alla ricchezza. Tutti i suoi pensieri d’ogni giorno e d’ogni notte furono diretti a tradurre in atto il suo sogno. Appena in possesso di quelle miserabili sessant’onze annuali, ella cominciò a negoziarle, a darle in prestito contro pegno od ipoteca, secondo la solvibilità del debitore, scontando effetti cambiari, facendo anticipazioni sopra valori o sopra merci: ogni sorta d’operazioni bancarie da ghetto, poiché l’esiguità della sua rendita l’obbligava a contrattare con poveri diavoli, minuti industriali, mercantini, capimastri, rigattieri, vinai e perfino coi servi di casa. Ella non toccava un baiocco del capitale, arrischiava solo i frutti, cioè li raddoppiava, li triplicava, tanto genio degli affari aveva naturalmente, tanto era accorta, e dura, inesorabile quando si trattava di riavere i suoi quattrini e gli interessi, che pretendeva fin all’ultimo grano, sorda a preghiere ed a pianti di donne e di fanciulli; e più esperta, più cavillosa d’un patrocinatore, se le toccava ricorrere alla giustizia. Tanto era avara, anche; giacché non spendeva per sé più dei due tarì al giorno che passava alla principessa in cambio del vitto e del servizio che questa le assicurava: quanto all’alloggio, le avevano lasciato la cameruccia al terzo piano, sotto i tetti, che aveva occupata da bambina, e per vestirsi ricomprava le robe smesse dalla cognata. Così, a poco a poco, aveva esteso la cerchia dei suoi affari e formato un gruzzoletto che circolava tra persone di maggior levatura, negozianti in grosso, speculatori ragguardevoli, proprietari in imbarazzo. Allora, secondo che la sua sostanza venne crescendo, nacque una sorda gelosia nell’animo della principessa e di don Blasco contro la cognata e la sorella. Con metodi diversi, donna Ferdinanda lavorava al conseguimento d’uno scopo simile a quello di donna Teresa. Costei voleva salvare ed accrescere la fortuna degli Uzeda, quella aveva l’ambizione di crearne una di sana pianta. Ora, partendo donna Ferdinanda dal nulla, la sua gloria sarebbe stata maggiore, avrebbe offuscato quella di donna Teresa: di qui la sorda antipatia della principessa, i sarcasmi coi quali punzecchiava l’avarizia della cognata; giacché la propria era naturalmente legittima ed ammirabile. Quanto a don Blasco, il dolore da lui provato nel dover rinunziare al mondo s’inacerbiva tutte le volte che qualcuno dei parenti acquistava fama, potenza e quattrini: vedendo dunque la sorella far quello che egli stesso avrebbe fatto, se fosse rimasto al secolo, e riuscire oltre ogni previsione, rapidamente, il sangue gli ribolliva, l’umore gli s’inaspriva, l’invidia lo avvelenava. Donna Ferdinanda parve insensibile ai sarcasmi ed alle asprezze della cognata e del fratello. Le conveniva, pel momento, tacere, giacché era e voleva continuare ad esser ospite della principessa, finché i propri quattrini sarebbero stati tanti da permetterle di avere una casa propria. Parenti e amici la consigliavano ogni giorno di togliere quel suo peculio dalla circolazione troppo pericolosa, di acquistarne piuttosto solidi immobili; ella scrollava il capo, affermava che i suoi denari non correvano rischio di sorta, perché solo «chi presta senza pegno perde i denari, l’amico e l’ingegno»; in realtà ella aspettava d’aver tanto da poter fare una compra ragguardevole. Nel ’42, dieci anni dopo d’essere entrata in possesso del suo magro piatto, stupì tutta la parentela acquistando all’asta pubblica per cinquemila onze il fondo del Carrubo, bel pezzo di terra che ne valeva dieci; fortunata, cioè accorta anche in questo: nell’aver saputo cogliere la magnifica occasione. Era noto a tutti che possedeva un capitaletto, nessuno immaginava che in dieci anni avesse messo insieme una piccola sostanza. Cognata e fratello furono più mordenti di prima, specialmente vedendo che ella non spendeva per sé un carlino di più: ella lasciò dire, continuando a speculare con le quattrocent’onze di rendita che adesso possedeva. Le faceva fruttare quanto più poteva, non ne perdeva un grano, e quando le cambiali scadevano, il notaio, il sensale o il patrocinatore venivano a portarle il suo avere in tanti bei pezzi di colonnati lucenti e sonanti. Patrocinatore, notaio e sensale erano i suoi amici. Fra la gente che frequentava il palazzo Francalanza ella sceglieva, per tirarseli a fianco, i più destri, i più prudenti, quelli che avevano come lei l’intelligenza e la passione degli affari, dai quali poteva sperare informazioni e suggerimenti. E il principe di Roccasciano, gran signore da quanto gli Uzeda, ma con pochi quattrini che s’era proposto di moltiplicare e che moltiplicava infatti, pazientemente, prudentemente, senza la spilorceria e le durezze di lei, era il suo consigliere preferito. Nel ’49, quando meno l’aspettava, le si presentò l’occasione di comprar la casa. Ella aveva dato certe mille onze al cavaliere Calasaro, il cui figliuolo, complicato nella rivoluzione, era stato costretto a prendere le vie dell’esilio. Il padre, spogliatosi ed esaurito tutto il suo credito per non fargli mancare nulla, non poté, alla scadenza, soddisfare donna Ferdinanda. Costei, fiutando il vento, volle esser pagata subito subito, e minacciò la espropriazione e lanciò la prima citazione. Il debitore venne a gettarlesi ai piedi, con le mani in testa, perché gli evitasse l’ultima rovina, e le offrì, tra le sue proprietà, quella che più le piaceva. Donna Ferdinanda le buttò per terra, piene com’erano d’iscrizioni, capaci di attirarle addosso un diluvio di carta bollata, e poiché l’altro insisteva, e le offriva la casa netta d’ipoteche, la zitellona torse il grifo, dicendo: «Se ne può parlare.» Ma ella pretendeva di averla per le sue mille e cent’onze, capitale, interesse e spese, senza metter fuori un carlino di più, mentre il proprietario la stimava duemila onze, per lo meno, e pretendeva il resto. La cosa andò a monte; donna Ferdinanda spinse avanti la procedura. L’altro, con l’acqua alla gola, spremuto dal figliuolo che da Torino chiedeva sempre quattrini, vessato dal governo per motivo del giovane esiliato, chinò finalmente il capo. «Almeno faccia lei le spese dell’atto,» le mandò a dire; ma donna Ferdinanda: «Mille e cent’onze: ho una parola sola!» Così ella ebbe la casa. Era piccola, naturalmente, per quel prezzo: due botteghe fiancheggianti il portone, e un piano solo, sopra, con un balcone grande e due piccoli, nella facciata; ma aveva un valore inestimabile agli occhi di donna Ferdinanda; era posta ai Crociferi, che era il vecchio quartiere della nobiltà cittadina, ed essa stessa era una casa nobile, appartenendo da tempo ai Calasaro, signori della «mastra antica».
Oltre quella dei quattrini, la zitellona aveva infatti la passione della vanità nobiliare. Tutti gli Uzeda erano gloriosi della magnifica origine della loro schiatta; donna Ferdinanda ne era ammalata. Quando ella parlava di «don Ramon de Uzeda y de Zuellos, que fue señor de Esterel», e venne di Spagna col Re Pietro d’Aragona a «fondarsi» in Sicilia; quando enumerava tutti i suoi antenati e discendenti «promossi ai sommi carichi del Regno»: don Jaime I «che servì al Re don Ferdinando, figlio dell’imperator don Alfonso, contra ai mori di Cordova nel campo di Calatrava»; Gagliardetto, «caballero de mucha qualitad»; Attardo, «cavaliero spiritoso, ed armigero»; il grande Consalvo «Vicario della Reina Bianca»; il grandissimo Lopez Ximenes «Viceré dell’invitto Carlo V»; allora i suoi occhietti lucevano più dei carlini di nuovo conio, le sue guance magre e scialbe s’accendevano. Indifferente a tutto fuorché ai suoi quattrini, incapace di commoversi per qualunque avvenimento o lieto o triste, ella s’appassionava unicamente alle memorie dei fasti degli antenati. V’era in casa, ai tempi di suo nonno, una bella libreria; ma, quando il principe Giacomo XIII cominciò a navigare in cattive acque, fu venduta prima di tutto; ella salvò una copia del famoso Mugnòs, Teatro genologico di Sicilia, dove il capitolo «della famiglia de Vzeda» era il più lungo, occupando non meno di trenta grandi pagine. E quelle pagine secche e ingiallite, esalanti il tanfo delle vecchie carte, stampate con caratteri sgraziati ed oscuri, con ortografia fantastica; quella enfatica e bolsa prosa siculo-spagnola secentesca era la sua lettura prediletta, l’unico pascolo della sua immaginazione; il suo romanzo, il vangelo che le serviva a riconoscere gli eletti tra la turba, i veri nobili tra la plebe degli ignobili e la «gramigna» dei nobili falsi. «Chiaramente per tutti gli Hifpani genologifti fi fcorge, coi suoi felici fucceffi e con le occasioni debbite, qvale vna delle più antiche e fublimi famiglie delli regni di Valenza e d’Aragona la famiglia Vzeda, e per tvtto è uolgato effer ella fiffatamente cognominata dal nome, di vna fva terra detta la baronia di Vzeda, qvale alcanzò da qvei Re, in ricompenfo dei fvoi feruigi et indi coi Trionfi della militia nel Svpremo Cielo delle glorie militari peruenne.» Questo stile era d’una suprema eleganza, d’una straordinaria magnificenza per donna Ferdinanda, la quale leggeva letteralmente uolgato, peruenne e faceva già troppo, poiché essendo una «porcheria» per le donne della sua casta, al principio del secolo, sapere di lettere, ella aveva appreso a legger da sé, pei bisogni delle sue speculazioni.
Ora, con questo infatuamento della zitellona per la propria eccelsa origine e per l’istituzione della nobiltà in generale, la principessa pensò di dar per moglie a Raimondo, chi? Una Palmi di Milazzo, la figliuola d’un barone «da dieci scudi» del quale il Mugnòs non faceva e non poteva fare la più lontana menzione! Gloriavasi, questo «barone» Palmi, di certi privilegi di centocinquant’anni addietro; ma che erano centocinquant’anni paragonati ai secoli di nobiltà degli Uzeda? Senza contare che di questi privilegi non parlava neppure il marchese di Villabianca, autore fiorito nientemeno che un secolo dopo il Mugnòs!… La principessa, a cui la nobiltà stava a cuore, se non quanto a donna Ferdinanda, certo moltissimo, aveva giudicato invece sufficienti e fors’anche soverchi quei centocinquant’anni dei Palmi, giusto perché, volendo che la moglie del suo Raimondo fosse sottomessa dinanzi al beniamino come una schiava dinanzi al padrone, e che egli potesse trattarla d’alto in basso e farne quel che gli piaceva, aveva perfino pensato un momento di sceglier per lui l’umile figliuola di qualche ricco fattore… Il dissidio fu quindi violento. Già donna Ferdinanda, acquistato lo stabile dei Calasaro, era andata via dal palazzo Francalanza e aveva messo casa, continuando a squartar lo zero ma pagandosi il lusso della carrozza. I legni erano due vecchi trespoli comprati per pochi ducati ma decorati dello stemma di casa Uzeda; i cavalli, due magre bestie a cui ella dava in pasto un po’ di paglia del Carrubo, un pugno di crusca e la verdura marcita. Il cocchiere, oltre al servizio della stalla e della scuderia, faceva da cuoco e da staffiere. I sarcasmi della principessa eran divenuti, per tutto questo, naturalmente più aspri; e adesso la zitellona teneva fronte alla cognata. Ricca com’era di quattrini e come si credeva di senno, donna Ferdinanda pretendeva che le facessero la corte e la tenessero da conto; mentre prima, stando insieme coi parenti, era rimasta indifferente ai loro affari, voleva ora, lontana, ficcare anche lei il naso in tutte le quistioni di famiglia. Invece, la principessa non tollerava né protezione né imposizioni; quindi liti ogni giorno. Da un’altra parte don Blasco, esasperato per la fortuna della sorella, perdette il lume degli occhi vedendo costei fargli la concorrenza nella sua parte di critico minuto e di giudice infallibile; la zitellona, viceversa, gli disse il fatto suo per la vita scandalosa che conduceva; e un giorno, a proposito d’una certa balia da prendere per il principino, siccome a donna Ferdinanda il latte di costei pareva sospetto, mentre don Blasco lo dichiarava di prima qualità — le male lingue dicevano che aveva ragione di conoscerlo — fratello e sorella vennero quasi alle mani: chetàti a fatica dal nipote Giacomo, non si parlarono mai più. Il più strano era che, non parlandosi mai, evitandosi come la peste, essi soli, in quella casa, vedevano le cose a un modo e in tutto esprimevano eguali opinioni. Come don Blasco aveva gettato fuoco e fiamme contro il matrimonio di Raimondo, così donna Ferdinanda era divenuta una vipera. Non solamente quella bestia della cognata proteggeva il terzogenito in odio all’erede del titolo, non solamente si metteva sotto i piedi la «legge» che voleva la continuazione del solo ramo diretto; ma gli dava in moglie, chi, Signore Iddio? Una Palmi di Milazzo!… Palmi? Donna Ferdinanda non la chiamò mai con questo nome; ma ora Palma, ora Palmo, e le diede come arma parlante ora la mezza canna, che conta appunto quattro palmi, con la quale i rivenduglioli misurano la cotonina; ora due palme di piedi, che tra quella gente dovevano esser villosi, da quei contadini che erano. Le due cognate, a furia di sarcasmi e di liti, per poco non si strapparono i capelli; come don Blasco, la zitellona non mise più piede in casa Francalanza; ma, come il fratello, non soffrendo di starne a lungo lontana, ci tornò alla prima occasione.

E solamente gli altri due cognati, il duca Gaspare e il cavaliere don Eugenio, non avevano dato tanti fastidi a donna Teresa.
Il Cavaliere don Eugenio, al tempo di quelle lotte, non era in Sicilia. Destinato sulle prime ad entrare anche lui ai Benedettini come il fratello don Blasco, s’era salvato adducendo la propria inclinazione al mestiere delle armi. Fu la prima menzogna che disse, per evitare il convento: non poteva sentirsi chiamato ad un mestiere quasi sconosciuto in Sicilia, dove, come non c’era coscrizione e tra i popolani correva il motto: «meglio porco che soldato», così neppure la nobiltà si dava alla milizia. Ma don Eugenio voleva anch’egli esser libero e guadagnarsi un posto nel mondo. Rimasto al Noviziato di San Nicola per educazione fin quasi a diciott’anni, se ne andò a Napoli all’uscir dal monastero, e fu ascritto alla nobile compagnia delle Reali Guardie del Corpo, certo di salir subito ai primi gradi. Dopo dieci anni era appena sotto-brigadiere. Infatuato come tutti gli Uzeda della sua nobiltà, aveva guardato d’alto in basso i compagni ed anche un poco i superiori, vantando, oltre i sublimi natali, sterminate ricchezze; invece, al momento di mostrarle coi fatti, i giovani signori napolitani mettevano fuori i quattrini, mentre il vanaglorioso cadetto siciliano si ritraeva o, peggio, faceva debiti che poi non pagava. Trattato da millantatore, fu posto quasi al bando dai compagni; e del resto egli stesso, riconoscendo di non aver raggiunto lo scopo, quantunque ai parenti scrivesse che il magro successo era da attribuire all’invidia ed all’ingiustizia, risolse un bel giorno di dar le dimissioni. Restò tuttavia a Napoli, donde annunziava che le case più ricche e nobili gli erano aperte come la sua propria, e che il duca Tale ed il principe Talaltro gli volevano dare in moglie le figliuole; nessuno di quei matrimoni, continuamente spacciati come certissimi, si combinava mai. Frattanto, abbruciato di quattrini, egli aveva chiesto un impiego a Corte; e nonostante i precedenti poco promettenti, pure, per ragioni politiche, premendo ai Borboni di tenersi amiche le grandi famiglie siciliane, egli fu nominato Gentiluomo di Camera, con esercizio. Nel 1852, inaspettato ospite, tornò a casa. Diceva d’esser passato dal servizio attivo all’onorario perché il clima di Napoli non gli conferiva; una certa voce sorda parlò invece di cose poco pulite combinate con un fornitore di Casa reale… Da Napoli, l’ex Guardia del Corpo e Gentiluomo di Camera tornò con una nuova vocazione: l’archeologia, la numismatica e l’arti belle. Portò con sé una quantità di rottami provenienti, diceva, da Pompei, da Ercolano, da Pesto, e rappresentanti un valore grandissimo; tante tele da farne la velatura d’un vascello, «tutte dei più famosi autori: Raffaello, Tiziano, Tintoretto»; ricolmò di quella roba il quartierino che aveva preso in affitto — perché la principessa non volle saperne di riammetterlo in casa — e cominciò a far commercio d’antichità. Giacomo era ammogliato da due anni, ed aveva già l’aspettato primogenito; Raimondo stava a Firenze con la moglie, dove era loro nata una bambina.
Neppure il duca Gaspare s’era trovato in casa, al tempo dei matrimoni; ma, benché da lontano, fu l’unico che approvasse l’opera della cognata, attirandosi naturalmente per quell’approvazione, e più per il motivo che gliela dettava, i fulmini di donna Ferdinanda e di don Blasco. Questa ragione era d’indole tutta politica. Il barone Palmi, padre di Matilde, liberale d’antica data, aveva preso alla rivoluzione del Quarantotto una parte così attiva che, dopo la restaurazione, colpito da una condanna capitale, s’era rifugiato a Malta, e senza specialissime protezioni e solenni impegni di non cominciar da capo, quell’esilio, invece di pochi mesi, sarebbe durato quanto la sua vita. Nondimeno, graziato ed ammonito, egli ricominciò a dirigere nel suo paese e in quasi tutta la Sicilia il movimento contro il regime borbonico. Ora queste sue opinioni politiche e questa sua autorità nell’ancor vivo partito liberale furono le ragioni per cui il duca vide bene il matrimonio della figliuola di lui con Raimondo.
Fino al Quarantotto, il duca, come tutti gli Uzeda, era stato borbonico per la pelle. Ma quantunque, come secondogenito e duca d’Oragua, avesse avuto qualcosa di più del magro piatto ed alcuni zii materni avessero contribuito ad impinguare il suo appannaggio, pure egli aveva un’invidia del primogenito e una smania d’arricchire e di farsi valere nel mondo più grande di quella dei fratelli, giacché la sua dotazione svegliava ma non appagava i suoi appetiti. Mentre era durato il fedecommesso, i cadetti avevano sopportato con discreta rassegnazione il loro stato miserabile, non potendo dar di cozzo contro la legge; ora che i primogeniti erano preferiti per un’idea che al soffio dei nuovi tempi pareva pregiudizio, l’invidia li rodeva. Per questo sentimento che aveva fatto di don Blasco un energumeno, e alimentato la cupidigia di don Eugenio, il duca aveva dato ascolto alle lusinghe dei rivoluzionari, ai quali premeva di trarre dalla loro un personaggio importante come il duca d’Oragua, secondogenito del principe di Francalanza. Egli non cessò per altro dal far la consueta corte all’Intendente, a fine di prepararsi un paracadute nel caso di possibili rovesci; associossi al Gabinetto di lettura, covo dei liberali, senza lasciare il Casino dei Nobili, quartier generale dei puri, e insomma si destreggiò in modo da navigar tra due acque. Al primo scoppio della rivoluzione, la paura fu più forte: dichiarando ai suoi nuovi amici che il moto era impreparato, inopportuno, destinato immancabilmente a fallire, mentre la gente s’armava e si batteva egli se la batté in campagna, e fece sapere ai capi del partito regio che aspettava la fine di quella «carnevalata». Però la «carnevalata» promise di durare; i soldati napolitani sgombrarono la Sicilia, e quantunque s’annunziasse ogni giorno il loro ritorno, non se n’ebbe più né nuova né vecchia, e il governo provvisorio si venne ordinando. Il duca, visto che non ne andava la pelle, tornò in città, porse orecchio alle lusinghe del partito trionfante che, per averlo dalla sua, gli prometteva tutto quel che desiderava. Egli stette ancora a vedere, tirò in lungo, consigliò prudenza, allegò il bene del paese, le insidie, i possibili pericoli, dando così un colpo al cerchio e un altro alla botte. Corto di vista e presuntuoso per giunta, proprio mentre le cose volgevano fatalmente al peggio, giudicò di potersi ormai gettare in braccio ai liberali. Stava già per abbruciare i suoi vascelli e già assaporava i primi frutti del favor popolare, quando un bel giorno il principe di Satriano sbarcò a Messina con dodicimila uomini per rimettere le cose al posto di prima. Il duca si stimò perduto, e la nuova, più grande tremarella gli fece commettere uno sproposito di cui più tardi ebbe a pentirsi: mentre la città s’apparecchiava alla resistenza, egli firmò con altri borbonici fedeli e liberali traditori una carta in cui s’invocava la pronta restaurazione del potere legittimo. Ai primi d’aprile, le compagnie della milizia siciliana che presidiavano Taormina sgombrarono all’apparire dei regi e ritornarono a Catania; il 7 Satriano entrò in città dopo un sanguinoso combattimento. Tutti gli Uzeda erano scappati alla Piana, il duca s’era barricato alla Pietra dell’Ovo perché era opinione generale che i napolitani si sarebbero presentati dalla parte opposta, cioé dalla via di Messina. Invece, essi spuntarono dalla strada del Bosco etneo, prendendo, dopo brevi zuffe, i posti della Ravanusa e della Barriera. Ora, giunto all’altezza della Pietra dell’Ovo, il generale borbonico entrò col suo stato maggiore nel podere degli Uzeda, dove il duca lo accolse come un padrone, come un salvatore, come un Dio, mentre i cannoni spazzavano la via Etnea, e le truppe regie, assalite alla Porta d’Aci dal disperato battaglione dei corsi, decimate a colpi di coltello, nell’ora triste del crepuscolo, da quel manipolo che si sentiva perduto, inferocivano e distruggevano fin all’ultimo quei mille uomini e sfogavano l’ira sulla inerme città… Amico di Satriano, protetto dalla firma posta a quell’atto di sottomissione che tra i liberali andò infamato col nome di Libro nero, protetto ancora più dal suo proprio nome, perché era impossibile che un Uzeda avesse potuto dire sul serio mettendosi coi rivoluzionari, il duca non solo non soffrì molestie di sorta nella reazione, ma fu anzi accarezzato. Invece, un sordo fermento si destò contro di lui nel partito dei vinti. Gli apponevano quella firma odiosa, ma più le accoglienze fatte a Satriano alla Pietra dell’Ovo. L’affare della firma era conosciuto da pochi, dai capi; la storia della Pietra dell’Ovo si diffuse tra i gregari e corse in mezzo al popolo; ciascuno v’aggiunse un po’ di frangia, arrivarono a narrare che mentre la città agonizzava, il duca guardava lo spettacolo col cannocchiale di Satriano; che all’entrata del conquistatore della città gli aveva cavalcato al fianco. Don Lorenzo Giulente, rimastogli amico, ebbe un bel difenderlo, smentire le esagerazioni, asserire che il duca, solo ed inerme, non poteva mandare indietro il generale seguito da un intero esercito: gli animi amareggiati dal disinganno chiedevano un capro espiatorio; e come Mieroslawski, il polacco comandante della polizia, era stato accusato di tradimento, così il rancore popolare si rovesciò sul duca, quantunque mille più di lui lo meritassero perché di lui più colpevoli. In fin dei conti, egli non aveva preso né gradi, né stipendi, né appalti dalla rivoluzione: era stato a vedere, aspettandone la riuscita; mentre tanti altri, dopo aver fatto gazzarra e il mangia-mangia, si buttavano ai piedi dell’Intendente e salutavano col cappello fino a terra nominando Sua Maestà Ferdinando II «che Dio sempre feliciti!» Questo voleva dire il duca, in propria difesa; questo diceva Giulente; ma cantavano ai sordi, e il duca si vedeva segnato a dito, bollato col nome di traditore, insultato e fin minacciato da lettere anonime. Un giorno l’amico don Lorenzo gli consigliò di partire: solo la lontananza e il tempo potevano avere virtù di far sbollire quell’odio. Il duca non se lo fece dire due volte, e andò a Palermo. Lì, il partito d’azione, vinto egualmente, era tuttavia meno depresso: le speranze non erano morte o cominciavano a risorgere. Passata la paura che le ultime vicende gli avevano messa in corpo, rinatagli in cuore l’ambizione inappagata e mortificata, il duca prestò di nuovo orecchio alle sollecitazioni dei liberali, anche per dimostrare ai suoi cari concittadini che non meritava il loro disprezzo. E quantunque non s’allontanasse dalla consueta prudenza, e andasse ai conciliaboli rivoluzionari come ai ricevimenti del Luogotenente generale del Re, e tornasse insomma, con più prudenza, al giuoco di prima, arrivò tuttavia a Catania la voce che egli era nei comitati d’azione e in corrispondenza con gli emigrati, e che dava quattrini per la buona causa e che soccorreva i patriotti perseguitati. Oltre la voce, arrivarono anche i quattrini che egli mandava ai comitati locali, comprendendo finalmente che quella era la buona via; che uno come lui, senza fede e senza coraggio, non poteva far valere altri titoli se non i denari sonanti. E frattanto gli animi placati vedevano meglio, riconoscevano i maggiori colpevoli, rivolgevano contro costoro l’odio col quale avevano prima perseguitato il duca. Infine venne il matrimonio di Raimondo con la Palmi ad assicurargli nuove grazie. Egli aveva conosciuto il barone a Palermo, per mezzo degli agitatori che questi veniva a trovare da Milazzo, in barba alle autorità e col pretesto degli affari. Quando il duca seppe del matrimonio divisato dalla principessa, s’affrettò quindi non solamente ad approvarlo, ma anche ad offrirsi come mediatore, facendo valere l’amicizia che lo legava al barone. Egli sentiva che quell’alleanza del proprio nipote con la figlia dell’antico liberale non poteva se non favorirlo, aiutarlo a riacquistar credito presso la parte che aveva tradita. Quanto alla principessa, borbonica come tutti gli Uzeda, il liberalismo dei Palmi piuttosto che un ostacolo fu una ragione di più che le fece combinare quel matrimonio. Prima di tutto ella era borbonica d’istinto, ma non s’occupava di politica avendo altro da fare; poi, come le era piaciuto che la sposa non potesse vantare una eccelsa nobiltà, così vedeva bene che la famiglia di lei fosse perseguitata dal governo, affinché Raimondo potesse meglio imporsi, in tutti i modi, alla famiglia ed alla moglie.
Per le nozze del nipote, il duca tornò in patria. Erano passati appena due anni dai fatti che gli avevano valso l’odio dei suoi concittadini e già egli poté vedere gli effetti della lontananza e della sua nuova politica e dell’amicizia col barone Palmi e dell’adesione al matrimonio di Raimondo. Mentre don Blasco e donna Ferdinanda, in guerra a morte con la principessa, se la prendevano anche con lui per l’appoggio prestato alla cognata e per la politica che gli dettava quel contegno, e al colmo della rabbia lo vituperavano e per poco non lo denunziavano alle autorità pel suo liberalismo, e poi ne ridevano e quasi gli gettavano in faccia il tradimento del 1849, la firma del Libro nero, l’amicizia di Satriano; mentre suo fratello e sua sorella facevano ciò, molti di coloro che gli avevano tolto il saluto lo avvicinarono e gli strinsero la mano; altre paci furono facilmente suggellate per mezzo di Giulente; nessuno parve più rammentare le storie passate. Nondimeno, il duca ripartì, se ne tornò a Palermo, un poco perché aveva preso gusto a starci, ma anche per confermare quelle buone disposizioni.
Tornato in patria, adesso, per la morte della cognata, egli era accolto quasi in trionfo, la gente traeva a lui in processione. Non solo nessuno parlava più dei fatti del 1849, vecchi di sei anni; non solo egli era considerato come una delle speranze del partito; ma il lungo soggiorno alla capitale, la frequentazione dei maggiori uomini palermitani gli conferivano improvvisamente fama di grande dottrina. Egli citava le opinioni di Tizio e di Filano, celebri patriotti «amici miei» — come don Eugenio aveva per amici i più gran signori napolitani —; infarciva i suoi discorsi di citazioni erudite di seconda e di terza mano; riesponeva a modo suo, quasi pensate da lui, le teorie economiche e politiche di cui aveva avuto qualche sentore nelle conversazioni di Palermo: e la gente gli stava dinanzi a bocca aperta. Il patriotta, è vero, riceveva visite dall’Intendente e le restituiva, e non aveva scrupolo di mostrarsi in compagnia dei più ferventi borbonici; ma ciò non gli era posto più a debito: bisognava fingere con l’autorità per non destarne i sospetti, per comprenderne il giuoco. Egli dava quattrini, non lasciava andare a mani vuote chi gli chiedeva soccorsi. Don Blasco e donna Ferdinanda lo vituperavano pertanto, ciascuno da canto suo, con più grande violenza di prima; egli li lasciava cantare, seguitava a giocare sulla carta della libertà come il monaco sopra i numeri del lotto e la zitellona sul credito della gente.
Come in politica si teneva bene con tutti, così in casa non parteggiava più per uno che per l’altro. Vedeva l’armeggio di don Blasco per sollevare i nipoti defraudati, sapeva le ragioni che militavano per essi; ma vedeva ancora la ciera accigliata del principe, udiva le sue amare lagnanze pel «tradimento» che gli aveva fatto la madre: perciò stava al bivio, dava ragione un po’ a tutti: al principe che gli offriva ospitalità e lo trattava con deferenza, a Lucrezia che amando e sposando il nipote del cospiratore Giulente, lo avrebbe aiutato ad entrar meglio nelle grazie dei liberali.

4.

«Oggi non si mangia?»
Il principino moriva di fame. Da un pezzo l’ora del desinare non arrivava mai: un po’ mancava il duca, un po’ Raimondo, un po’ lo stesso principe; quel giorno eran fuori tutti e tre, più Lucrezia e Matilde. E il ragazzo era la disperazione di tutta la casa: correva su e giù dalla cucina alla scuderia, dalle stalle al giardino, inquietava la servitù vecchia e nuova intenta al lavoro. Come don Blasco aveva annunziato al Babbeo, tutti i servi protetti dalla principessa erano stati mandati via da Giacomo; invece i diseredati, quelli che per aver favorito il figliuolo avevano meritato l’avversione della madre, erano stati da costui riconfermati nel loro posto. Due sole eccezioni aveva fatto il principe: una a favore di Baldassarre e l’altra del signor Marco. Baldassarre, figliuolo d’una antica cameriera, allevato al palazzo e assunto giovanissimo all’ufficio di maestro di casa, sapeva fin da bambino il debole della famiglia, le rivalità, le avversioni e le manìe; aveva perciò badato esclusivamente al proprio servizio lodando tutti i padroni checché facessero o dicessero, tenendo in riga i suoi dipendenti che osavano mormorare dell’uno o dell’altro. Pertanto madre e figlio l’avevano ben visto entrambi, e il legato della principessa non gli procurava il congedo del principe. Quanto al signor Marco, lancia spezzata della morta, molti si meravigliavano che il figlio, da due mesi capo della casa, non se ne fosse ancora sbarazzato. Veramente, fin da quando la principessa era caduta inferma, l’amministratore aveva mutato tattica, prendendo con le buone il padrone nella previsione di doverlo presto servire; morta la madre, se non gli aveva proprio lasciato rubare il numerario, come diceva don Blasco, gli si umiliava certamente in tutti modi. Del resto, un procuratore come lui, che conosceva la casa da quindici anni, che sapeva le condizioni delle proprietà e lo stato delle liti, non si poteva surrogare da un momento all’altro.
«Non si mangia più?… Che fate?… Voglio vedere!… Perché non allestite?… A me!»
In cucina, tolto di mano a Luciano, il credenziere, un coltello che questi stava nettando, il principino continuò egli stesso l’operazione.
«Vostra Eccellenza, che fa mai!…» Il nuovo cuoco, monsù Martino, non sapeva come prenderlo. «Se ne vada di sopra, ci lasci lavorare.»
«Lèvati di torno! Voglio far io!»
Bisognava lasciarlo fare. Se lo contrariavano, diventava una furia: digrignava i denti, gridava come un ossesso, rovesciava quanto gli capitava fra le mani. In verità il principe educava severamente il figliuolo, non gliene passava nessuna liscia; ma, da un’altra parte, non scherzava neppure con le persone di servizio se queste, messe con le spalle al muro e perduta la pazienza, rispondevano male al padroncino. E giusto adesso, dopo la morte della principessa, il posto di cuoco, in casa Francalanza, era divenuto più importante di prima. Giacomo dava punti alla madre quanto a diffidenza e a vigilanza: teneva tutte le provviste sotto chiave, voleva conto delle cose più miserabili, degli avanzi, delle croste di pane; ma insomma la spesa giornaliera, non contando l’aumento per gli ospiti, era considerevole e il trattamento più lauto: mangiavano adesso quattro piatti; mentre ai tempi della madre se ne facevano tre per lei e per don Raimondo: gli altri dovevano contentarsi, nei giorni ordinari, d’una minestra e d’un po’ di carne o di pesce. Anche quando Giacomo era diventato ricco della dote della moglie, la principessa, facendosi dare dal figlio la sua parte di spesa, aveva continuato a ordinare a modo suo, e il principe, fedele al proposito di mostrarlesi obbediente, era rimasto zitto. Così pure egli non aveva potuto eseguire nel palazzo le modificazioni da lungo tempo disegnate; morta donna Teresa, prese finalmente le redini della casa, metteva ora ogni cosa sossopra. S’udivano fino in cucina i colpi di piccone dei muratori, il cigolìo delle carrucole con le quali issavano i materiali dalla corte al piano di sopra; e i guatteri, occupati ad affettar patate e a sbatter uova, scambiavano fra loro osservazioni su quei lavori:
«Levano la scala dell’amministrazione per guadagnare spazio…»
«Io non avrei chiuso un pezzo della terrazza.»
«Il padrone però deve dar conto a suo fratello, essendo eredi tutt’e due.»
«Ma il palazzo è del principe! Il contino ha un solo quartiere…»
Il principino adesso non perdeva una parola del discorso.
«Il contino scapperà subito fuori via… Non è fatto per star qui…»
Il lavoro delle salse li faceva tacere tratto tratto. Luciano, con una strizzatina d’occhio, disse dopo un pezzo al compagno:
«Ricomincia, eh?»
«Lascialo fare! Quello è un vero signore!»
E Luciano chinò il capo, in segno d’approvazione ammirativa. Erano tutti pel conte, in cucina, come nelle anticamere, come nelle scuderie; perché il padrone giovane non rassomigliava al maggiore, tanto era dolce di comando e largo di mano.
«Signore davvero, di modi e di pensieri. Non come l’amico…»
«L’amico è volpe vecchia… com’era l’amica…»
«Che dite?» domandò il principino.
«Niente, Eccellenza!» rispose il cuoco; e vòlto ai dipendenti: «Lavorate!» ingiunse, «senza tante ciarle…»
«Ah, non vuoi dirmelo?»
«Ma che cosa, Eccellenza, se parlano così, a vanvera?»
«Ah, non vuoi dirmelo?»
A un tratto, udendo la carrozza che entrava nel cortile, Consalvo scappò a vedere.
Tornavano finalmente le zie Lucrezia e Matilde andate alla badìa di San Placido. Il ragazzo, dimenticati la cucina e il cuoco, corse a raggiungerle di sopra, nella camera della madre, per vedere se gli portavano nulla.
La contessa Matilde gli diede infatti un cartoccio di dolci; ma la zia Lucrezia neppure gli badò, con tanta animazione teneva un discorso alla principessa:
«Piangeva, capisci!… Abbiamo voluto parlare con la Badessa, che ci ha confermato ogni cosa; è vero, Matilde?… Che modo è questo!… Le messe per nostra madre…»
«Sst…»
La principessa fece un segno alla cognata di tacere, per riguardo del ragazzo.
«Mamma, oggi non si mangia più?…» domandò costui.
«Se tuo padre non è ancora venuto!… Va’, va’ a vedere se arriva.»
Il principino comprese che lo mandavano via. A sei anni, era curioso più di don Blasco. I maneggi dello zio monaco, il continuo complottare che si faceva in quella casa, avevano destato di buon’ora la sua attenzione: dopo la morte della nonna, s’accorgeva, dal contegno dei parenti, dai discorsi dei servi, che l’avevano con suo padre, chi per una ragione e chi per un’altra, ma che nessuno ardiva prendersela direttamente con lui. Egli comprendeva tante altre cose: che la zia Ferdinanda non poteva soffrire la zia Matilde; che tra questa e suo marito c’erano dissapori: comprendeva e taceva, fingendo di non accorgersi di nulla, per non incorrere nella collera di nessuno. Infatti, lo zio don Blasco dava solenni scappellotti, la zia Lucrezia giocava anche lei a pizzicargli il braccio, specialmente quando egli andava a rovistarle la camera; ma specialmente suo padre, sempre burbero, gliene dava, alle volte, di quelle che radevano il pelo. Pertanto egli non se la diceva molto con lui, mentre invece non poteva stare lontano dalla mamma. Donna Ferdinanda, veramente, gli usava molte preferenze; ma nessuno come la principessa scusava i difetti del monello. Rabbrividendo, cadendo in convulsione se qualcuno le si metteva troppo dappresso, ella vinceva la manìa dell’isolamento soltanto per amore dei figli, si stringeva al petto e baciava furiosamente il suo Consalvo anche quanto non era troppo netto, e con tanto maggior impeto quando più si difendeva da ogni altro contatto. Da un pezzo, nata la sorellina Teresa, le carezze non erano tutte per lui; nondimeno, solo la principessa riusciva ad ottenere qualche cosa da Consalvo con le buone, per amore.
«Va’, va’ a vedere se il babbo è tornato…»
Il principe Giacomo rientrava in quel momento. Aveva una ciera più aggrottata del solito, e neppure salutò, entrando; Lucrezia ammutolì, alla sua vista. Egli domandò se il duca era rincasato, e udendo che no, diede ordine che servissero in tavola appena giunto lo zio. Poi se ne andò a chiudersi nel suo scrittoio col signor Marco. Consalvo restò un poco senza saper che fare, esitando tra il ritorno in cucina e una visita ai manovali. Invece, visto che la zia Lucrezia riprendeva a parlare con la mamma, salì nella camera di lei. Gli aveva proibito di entrarci perché adesso studiava il disegno d’acquarello e non voleva toccate le sue cose, specialmente pel pericolo che scoprissero le lettere di Benedetto Giulente; invece, i pezzi di colore, i piattelli da stemperare, i pennelli, la gomma, facevano gola al ragazzo. E nessuna raccomandazione o minaccia serviva a Lucrezia; se reclamava, le toccavano soprammercato i rimproveri del fratello diventato intrattabile dopo la lettura del testamento; talché il monello, quando carpiva l’occasione, faceva man bassa in camera della zia. Salito dunque lassù, a quell’ora che era sicuro di non essere sorpreso, il principino cominciò a rovistare sul tavolino, in mezzo ai disegni, nella cartiera, nel comodino. Dov’erano nascoste le cose del disegno? Forse nelle cassette più alte di quell’armadio, dov’egli non arrivava. Intanto, dal cortile, s’udì la campana che annunziava l’arrivo del duca. Egli continuò a guardarsi intorno, a cercare febbrilmente sotto il letto, sotto l’armadio, nella specchiera. Questa era una piccola tavola ricoperta di tela ricamata: sollevatone un lembo, apparve la cassetta. Lì dentro, in mezzo ai vecchi pettini, a scatole vuote di pasta di mandorle, c’era un fascio di carte annodate con un nastro rosso. Consalvo disfece il nodo e sciorinò le lettere. Improvvisamente Lucrezia apparve sull’uscio.
«Ah!…» gridò, e slanciarsi sul nipote ed allungargli un ceffone fu tutt’uno.
Il ragazzo cacciò uno strillo così acuto, come se lo stessero scannando.
«T’ho detto mille volte di non toccare le cose mie! Non è possibile serbare più nulla! Sono ridotta come se fossi in piazza…»
Accorse Vanna, la cameriera, agli urli disperati, ma aveva appena cominciato: «Signorina… lo lasci andare…» che apparve il principe.
«E per questo alzi le mani sul bambino?»
«Se non posso essere ubbidita!… Se non sono padrona di serbare uno spillo!…»
Egli sollevò Consalvo da terra, lo prese per mano e disse, lentamente, guardandola bene in viso:
«Un’altra volta, se t’arrischi di toccare mio figlio, ti piglio a schiaffi; hai capito?»
Ella rimase un momento come stordita. Visto uscire il fratello, corse a un tratto alla porta, la chiuse sbattendola violentemente e non rispose più a nessuno dei servi che venivano a chiamarla pel desinare. Dové salire il duca a scongiurarla di aprirgli; alle raccomandazioni, alle ammonizioni dello zio, finalmente proruppe:
«E che pazienza! Sono due mesi che mi tratta così!… Perché l’ha con me? Pel testamento di nostra madre? Fa’ così per giocar di prima? Ha dunque ragione lo zio don Blasco?… Ha sentito, ha sentito Vostra Eccellenza, che ha fatto adesso?»
«Che ha fatto?»
«Non vuol riconoscere il legato alla badìa di San Placido!… Abbiamo trovato Angiolina che piangeva e la Badessa che gettava fuoco e fiamme!… Vuol far lui tutte le carte, e ci tratta poi così, d’alto in basso, per avvilirci tutti quanti…»
«Piano!… Basta, per ora…» il duca tornava a raccomandarsi, per amor della pace. «Basta!… Vieni a desinare, per ora… Ti prometto che poi gli parlerò io…»

Raimondo non era ancora rientrato quando tutta la famiglia, con l’assistenza di don Mariano, prese posto a tavola. Lucrezia aveva gli occhi ancora rossi, teneva il capo chino, non diceva una parola; ma il principe, fattosi improvvisamente sereno in vista, rivolgeva cortesie allo zio duca. Tutti i giorni così: dopo lunghe ore di mutria, di silenzi, di voltate di spalle al sopravvenire dei fratelli e delle sorelle e più della cognata Matilde, egli smetteva a tavola la ciera accigliata, per corteggiar lo zio. Non era la prima volta che il desinare cominciava senza Raimondo, e al malumore di Lucrezia faceva riscontro, quel giorno, un pensiero molesto sulla fronte di Matilde.
Non le facevano festa, in quella casa. Il principe, donna Ferdinanda, don Blasco, un po’ anche la cugina Graziella, dovevano trovare in lei colpe imperdonabili, se la punzecchiavano assiduamente, se la trattavano senza riguardi; ma ella perdonava le mancanze di riguardo e gli sgarbi fatti a lei; non soffriva quelli che toccavano a suo marito. Forse era questa la sua grande colpa: l’amore che portava a Raimondo!… Lo amava fin da quando lo aveva visto, da prima ancora; fin da quando, fidanzata per lettera a quel conte di Lumera del quale suo padre, superbo d’imparentarsi coi Viceré, le faceva lodi senza fine, ella aveva lavorato con la fantasia a rappresentarlo bello, nobile, generoso, cavalleresco come un eroe del Tasso o dell’Ariosto. E la realtà aveva superato le sue stesse immaginazioni; tanto era fine, lo sposo suo, e leggiadro, ed elegante, e splendido; ed ella che non aveva conosciuto da vicino altri uomini, che s’era nutrita unicamente di sogni, di poesia, di fantasia alta e pura, gli aveva dato tutta l’anima, per sempre; lo aveva amato ancora nei suoi cari e idolatrato nella figlia nàtale da lui. Ella non aveva altra idea della vita che quella espressa dalla vita sua propria, semplice e piana, tutta trascorsa in mezzo alla sorellina Carlotta, alla mamma loro, soave ed amara ricordanza, ed al padre, uomo di passioni estreme, amico o nemico fino alla morte degli altri uomini, ma cieco e folle d’amore per le sue figlie… Mentre ella adesso si voltava ogni tratto a guardar l’uscio della sala con l’ansiosa aspettativa dell’arrivo di Raimondo, la scena che aveva dinanzi le rammentava, con un effetto di vivo contrasto, un’altra indelebilmente fitta nella sua memoria. La sua memoria le rappresentava il desco familiare, nella grande stanza da pranzo della casa paterna, a Milazzo: la mamma, la sorella, ella stessa intenta ai racconti del padre, sorridenti con lui, con lui tristi o dolenti; il padre tutto loro, coi pensieri e con le opere; e un costante e quasi superstizioso rispetto per le antiche abitudini, e una pace patriarcale, un amore reciproco, una confidenza assoluta. Se ella si guardava ora intorno, che vedeva? La principessa timida e paurosa dinanzi al marito, il ragazzo tremante a un’occhiata del padre, ma superbo dell’umiliazione inflitta alla zia; Lucrezia e il fratello ancora freddi e sospettosi l’uno verso l’altra; il principe ostentante il buon umore col duca dopo una giornata d’accigliato silenzio… Ella neppure sospettava le passioni che dividevano quella famiglia, il giorno che vi era entrata come in un’altra famiglia sua propria: tanto più grande era stato il suo stupore, il suo dolore, nel vedere di che sordo astio la ripagavano. Giudicavano, certo, che fosse indegna di Raimondo perché a lui inferiore: e nessuno quanto lei stessa lo poneva tanto alto; ma non le aveva giovato sentirsi e farsi umile dinanzi a lui e ad essi: l’astio non s’era placato. Allora ella aveva cominciato a comprendere le particolari passioni che, oltre all’orgoglio, animavano ciascuno di quegli Uzeda duri e violenti… La madre di Raimondo, per idolatria del figlio era gelosa di lei: riuscita ad ammogliarlo, ad assicurargli la dote, aveva umiliato la nuora, facendole sentire fin dal primo giorno la sua mano di ferro perché, più d’ogni altro, ella stessa sommessa dinanzi al beniamino; ma la sommessione idolatra, il cieco affetto della sposa, togliendole ogni pretesto d’incrudelire su lei, mettendo nuova esca al fuoco della sorda gelosia materna, l’aveva resa implacabile. Il fratello maggiore, non perdonando a Raimondo i suoi privilegi, non potendo rassegnarsi alla concorrenza che la famiglia di lui faceva alla propria, rovesciava il suo rancore sulla cognata. Tutti gli altri erano stati senza pietà per l’intrusa, o in odio alla principessa che l’aveva voluta in quella casa o in odio a Raimondo che la madre proteggeva. Così ella s’era vista bersaglio di quei parenti ai quali era venuta con animo confidente e cuore affezionato; e lo scoprire che il loro astio era tanto acre contro di lei quanto contro Raimondo, invece di attenuare aveva inacerbito la sua pena; poiché perduta d’amore pel marito, ella soffriva e gioiva in lui e per lui… In quello stesso momento che il principe pareva non veder la cognata o, se volgevasi dalla sua parte, smessa a un tratto la ciera gioconda, le mostrava un viso contegnosamente chiuso, peggio che se fosse una estranea, ella non soffriva tanto di quell’ostentata freddezza, quanto della trascuranza da tutti dimostrata verso suo marito. Il desinare progrediva come se egli non dovesse venire più, nessuno chiedeva di lui. Lucrezia teneva ancora il capo chino sul desco, la principessa badava a suo figlio, il principe parlava dello stato delle campagne, dei prezzi delle derrate, dei pericoli del colera; il duca discuteva della guerra d’Oriente; e solamente un estraneo, don Mariano, diceva tratto tratto:
«E Raimondo?… Non si vede più!… Che gli è successo?»
Allora, come per virtù dell’eco, quella domanda si ripercoteva nel pensiero di lei: «Non si vede più!… Che gli è successo?…» Perché mai tardava tanto? Perché la lasciava sola tra quegli estranei indifferenti od ostili?
«I russi resistono ancora… un osso duro da rodere… Napoleone ne seppe qualcosa…»
Di nuovo assorta in pensieri più gravi e molesti, ella udiva brani di frasi, parole di cui non afferrava il senso. Da quanto tempo la lasciava sola, Raimondo! Da quanto, da quanto!… Ella rammentava assiduamente la prima pena che le aveva inflitta, tanto tempo addietro. Buono con lei nei primi tempi del matrimonio, durante il viaggio di nozze ed il soggiorno di Catania, appena giunto a Milazzo dove erano andati per affari, per vedere il padre e la sorella di lei, egli aveva dichiarato di non aver preso moglie per vivere in quella bicocca, per incappare nella tutela del suocero dopo essere uscito da quella della madre. Certo, ella non credeva che la vita nella sua cittadella natale potesse allettarlo molto; certo, lo avrebbe seguito dovunque gli sarebbe piaciuto condurla; nondimeno quel brusco giudizio intorno a cose e persone care al cuor suo le aveva procurato un senso d’angustia indimenticabile. Egli voleva lasciare per sempre la Sicilia, andarsene a vivere a Firenze; né la contraria volontà della madre gli era d’ostacolo; alla moglie, che per non discostarsi troppo dai suoi gliela rammentava esortandolo ad obbedirla, rispondeva bruscamente: «Lasciami fare a modo mio.» Ed ella, sì, aveva riconosciuto le sue ragioni. La Sicilia, la Toscana, qualunque parte del mondo dove sarebbero stati insieme felici, non doveva esser tutt’uno per lei? Il dispotico divieto della suocera poteva avere maggior peso per lei del desiderio del marito? E quel desiderio non era forse legittimo; il suo Raimondo non era chiamato a figurare in mezzo alla società più eletta di una grande città? Giovani e ricchi, non sarebbero stati dovunque segno dell’invidia di tutti?… Ed ella non aveva perseverato nei tentativi di resistenza anche per un’altra ragione, più grave. Raimondo, del quale perdonava, anzi voleva ignorare i modi un po’ bruschi, l’insofferenza della contraddizione, tutti i piccoli difetti di un figliuolo troppo vezzeggiato, si mostrava qual era anche col suocero. Il carattere di costui essendo pure molto forte, un dissenso poteva sorgere da un momento all’altro. Sulle prime, il barone aveva fatto una vera festa al genero, trattandolo quasi come la principessa, sedotto anche lui dalla grazia fine del giovane, inorgoglito dalla fortuna di essersi imparentato coi Francalanza; ma Raimondo aveva risposto a tante prevenzioni zelanti, a tante cure affettuose mostrandosi malcontento di tutto, in quella casa, ripeteva ogni quarto d’ora: «Come si fa a vivere qui?…» Il barone aveva da lui la procura per amministrare le proprietà date alla figlia, e in questa amministrazione intendeva seguire i criteri e i sistemi antichi, dei quali sapeva la bontà; Raimondo invece, per occupar gli ozi di Milazzo, quando non passava le intere giornate giocando al casino con gli scapati presto conosciuti, si faceva render conto dal suocero dei suoi provvedimenti, per biasimarli, per suggerir quelli che, a suo giudizio, bisognava adottare. In questa materia, egli dimostrava un’assoluta ignoranza degli affari, una stravaganza di concetti molto simile a quella del fratello Ferdinando: il barone ne rideva, egli se l’aveva a male. Le parti s’invertivano quando il barone gli chiedeva conto dell’impiego dei capitali dotali: allora egli biasimava certe operazioni bislacche del genero, e questi dichiarava al suocero che non ci capiva nulla. Spesso, in quei dibattiti, alle uscite vivaci di Raimondo il barone faceva un visibile sforzo per contenersi, per non dargli sulla voce; allora Matilde interveniva, mutava soggetto al discorso, componendo il lieve screzio coi sorrisi prodigati egualmente alle due persone che più amava al mondo. Il suo grande dolore fu perciò nell’accorgersi che, se voleva vederle in pace, le conveniva evitare che stessero a lungo insieme. Decisa così a secondare il desiderio del marito, ella lo aveva seguito a Firenze, ma quest’ultima risoluzione di Raimondo era stata causa della più viva opposizione del barone che voleva vicina la figlia e, giudicando troppo costosa la stabile dimora in una grande città, consigliava piuttosto brevi viaggi. Raimondo gli aveva risposto seccamente che quel consiglio era stupido, perché i viaggi appunto costano un occhio del capo; e lasciando in asso il suocero aveva dichiarato alla moglie, con brutte parole, troppo dure, ingiuste anche, di non voler più soffrire l’ingerenza di lui negli affari propri. Allora, per vincere l’opposizione del padre, ella aveva dovuto ricorrere all’espediente di cui s’era avvalsa tante volte, bambina: dirgli che il disegno di vivere un pezzo in Toscana era caro a lei stessa e pregarlo di farla contenta!…
«Quattrini e vite sprecate!… La guerra a tanta distanza…»
Mentre il duca continuava a sviscerare la questione d’Oriente ed a proporre combinazioni diplomatiche, tutti si volsero verso l’uscio d’entrata. La contessa sussultò, sperando che fosse suo marito; s’avanzava invece cerimoniosamente don Cono Canalà: «Sia pro a ciascuno!… Ma non veggio il contino?…» Così, così a Firenze, in una città dove, non che un parente, non aveva da principio neppure una conoscenza, ella era rimasta lunghissime ore, tanti e tanti giorni ad aspettarlo invano. Lì aveva pianto le sue prime lacrime, quando s’era vista trascurata; lì s’era nascosta per piangere, giacché egli o la derideva per quella «stupida» affezione, o dichiarava di non voler essere «seccato»… Avevano un modo radicalmente diverso d’intendere la vita: mentre ella metteva innanzi tutto l’affetto di suo marito e le gioie della famiglia, e non desiderava se non prolungare al fianco di Raimondo, sia pure in altri luoghi, l’ineffabile felicità domestica provata da fanciulla; il giovane viziato dalle preferenze della madre e finalmente uscito dalla sua ferrea tutela, aspirava unicamente ai liberi piaceri mondani. E per questo, dicendo a se stessa che egli aveva il diritto di divertirsi, che non faceva poi nulla di male, che i gusti delle persone sono naturalmente diversi, ella aveva represso il proprio dolore, si era persuasa del proprio torto. Quasi premio di questa sua rassegnazione, aveva finalmente provato le ineffabili gioie della maternità, e allora, come per incanto i tempi felici della luna di miele parve tornassero, tra perché Raimondo divenne veramente migliore, tra perché ella stessa, assorta in soavi pensieri, in cure minute, pose meno mente alla vita di lui. Al padre, che la raggiunse in quell’occasione, ella poté mostrare un viso raggiante di gioia; felice con lei, il barone dimenticò interamente le piccole liti avute col genero, tornò a volergli bene come ai primi tempi… Tutti aspettavano un maschio, tranne lei stessa che, se avesse osato contrastare i desideri altrui e far differenze tra i figli, avrebbe preferita una bambina. Una bambina nacque infatti, e quando si trattò di battezzarla, quantunque ella e il padre avessero desiderato chiamarla come la loro cara perduta, riconobbero tuttavia la convenienza di darle il nome della principessa. Rammentava forse più la madre felice i trattamenti sgraziati della suocera e della parentela? Quell’angioletto venuto a ristringere il nodo che la univa a Raimondo, a dissipare le nubi che minacciavano il suo bel cielo, non parlava unicamente di pace e d’amore?… Ahimè! Più presto che non credesse ella s’era accorta del proprio inganno. Già da quando erano venuti a Firenze, la suocera non le aveva più scritto, né risposto alle sue lettere, né accennato a lei nelle lettere che mandava al figliuolo. Il silenzio continuò durante la gravidanza, e dopo il parto comprese anche la bambina. Quando Teresina fu svezzata, Raimondo deliberò di fare una corsa in Sicilia; e da quel viaggio ella ripromettevasi la fine dell’incomprensibile rancore della principessa; invece, ella ricominciò a piangere allora… Donna Teresa Uzeda, non potendo prendersela con Raimondo per il trasferimento nella remota Toscana, ne aveva rovesciato la colpa sulla nuora; la sua gelosia e il suo odio si erano raddoppiati, le facevano una colpa perfino della nascita della bambina!… Come dimostrare a quella spietata il suo torto? Come persuaderla che suo figlio, contro il piacere di tutti, aveva voluto a forza fare quel che si era proposto? Ingenuamente, il barone non aveva detto che Raimondo era andato a Firenze per far piacere a Matilde?… Ella aveva così apprestato, senza saperlo, una nuova arma alla suocera; per ottenere l’accordo fra il marito ed il padre, aveva scatenato quella furia contro se stessa…
«La zia di Vostra Eccellenza!»
Annunziata dal maestro di casa, mentre il desinare stava per finire, entrava adesso donna Ferdinanda. Tranne il duca, tutti si levarono; la contessa con gli altri; ma la zitellona salutò tutti fuorché quest’ultima. Pochi minuti dopo sopravvenne don Blasco che per tutto saluto disse: «Ancora a tavola?» e non parve neppure accorgersi di Matilde… Che era mai, pensava ella, la ostentata trascuranza di costoro, a paragone della guerra mossale, anni addietro, dalla principessa? Non era bastato farsi da parte, non esprimere mai volontà, né desideri, né opinioni: l’odio aveva trovato sempre ragioni di sfogarsi. Esso riversavasi ancora contro l’innocente bambina che aveva il doppio torto d’appartenere al sesso disprezzato e d’esser nata da quella madre; e poiché, rassegnata personalmente a quei trattamenti, la madre sanguinava agli sgarbi fatti alla sua creatura, la principessa s’era messa a perseguitare con speciale accanimento la nipotina. Raimondo pareva non accorgersi di nulla, l’abbandonava più a lungo che a Firenze, non credendo di lasciarla sola poiché ella restava «in famiglia»; e il tormento di quella vita era divenuto in breve così acuto, che ella aveva sospirato il momento di tornarsene alla solitudine almeno tranquilla della sua casa di Firenze…
«Dov’è quell’altro?…» domandò di botto don Blasco, sbuffante alle elucubrazioni politiche del fratello duca.
«Quell’altro» doveva essere Raimondo; tutti lo compresero, rispondendo che non s’era visto, che forse era rimasto a desinare da qualche amico.
«Avrebbe potuto avvertire…» osservò il principe.
E quantunque quell’osservazione fatta con tono severo, senza riguardo per lei che era sua moglie, ferisse Matilde, un’altra voce ora le diceva: «È vero! Ha ragione!…» Ella stessa, tornata a Firenze, in quell’asilo che le era parso di pace e di felicità, non aveva forse pensato così, quando aspettando lungamente, di giorno e di notte, il ritorno di Raimondo che la lasciava ormai quasi sempre sola, s’era sentita struggere d’ambascia e di paura, non sapendo che cosa gli fosse accaduto, temendo sempre, con l’inferma immaginazione, pericoli e disgrazie? Suo marito, invece, non voleva renderle conto della propria vita, quasi fosse ancora scapolo, quasi ella non avesse nessun diritto su lui, quasi la loro bambina non esistesse! Quella figlia che doveva ancora più stringerli insieme, che per lo meno doveva essere, nel dolore, il gran rifugio della madre, non solo pareva non dir nulla al cuore di Raimondo, ma non bastava neppure a confortare lei stessa, poiché ella non poteva più scusare come nei primi tempi la condotta sempre più sfrenata del marito, poiché non ignorava più che egli la trascurava per altre donne, e poiché questa scoperta le faceva a un tratto sentire il coltello della gelosia… Ancora una volta, le passate sofferenze le erano parse nulla, paragonate a queste altre. Ella lo amava più che mai d’amore, per gli stessi difetti che gli aveva perdonati, per tutto quel che le costava; e le nuove, più brusche, più aperte dichiarazioni con le quali egli respingeva le preghiere di lei e derideva le sue lacrime e le faceva quasi una colpa dell’amor suo, la stringevano a lui sempre più. No, sua figlia non le bastava, la creaturina non poteva consolarla, nessuno al mondo poteva consolarla, ella doveva perfino nascondere le proprie torture al padre, scrivergli che era contenta e felice, perché egli non venisse a chieder conto a Raimondo di quella condotta, perché tra quei due uomini non scoppiasse la guerra!… E ancora una volta s’era messa a sperare nel ritorno in Sicilia; la terribile casa degli Uzeda le parve ancora una volta un’oasi, non avendovi almeno conosciuto il sospetto roditore come un verme. Quando da Catania scrissero a Raimondo di venir presto a casa, quando la stessa madre moribonda lo chiamò, ella fece di tutto per indurlo a partire ma vedendolo sordo alla voce della morente, sordo alle stesse ragioni dell’interesse, restare a Firenze, l’angoscia di lei s’era esacerbata, tanto aveva dovuto credere potenti le ragioni, i legami che lo trattenevano… Giusto in quei giorni le sue viscere avevano avuto un nuovo fremito; ella era madre un’altra volta — fredda, cattiva madre, se non tripudiava a quella scoperta; ma come avrebbe potuto gioirne, quando il padre della sua creatura le cagionava tanta tristezza; quando, all’annunzio della nuova paternità, egli restava indifferente e quasi fastidito come per una nuova molestia?… Repentinamente, giunto il dispaccio che annunziava la morte della principessa, erano partiti, ed ella aveva tratto liberamente il respiro, chiedendo perdono al Signore della gioia che provava per causa d’una morte; ma l’implacata avversione dei parenti l’affliggeva ancora una volta come prova della insospettata malvagità umana; e adesso che Raimondo, senza rispetto per la memoria della madre, faceva ciarlare tutta la città con la sua vita sbrigliata, ella domandava tra sé, con lungo sconforto: «Quando, dove avrò pace?…»
Il desinare era già finito e Lucrezia, la principessa e Consalvo s’erano già levati di tavola, quando Raimondo rientrò. Mostrava di esser molto allegro e d’aver buon appetito. Alla domanda del duca, rispose che gli amici lo avevano trattenuto, che non s’era accorto dell’ora tarda.
«Del resto, qui desinate spaventevolmente presto! Nei paesi civili non si va a tavola prima dell’ave!»
Il principe non rispose. Alzandosi da tavola mentre il fratello divorava la minestra serbata in caldo, disse al duca:
«Zio, vuol venire un momento con me?» e lo condusse nel suo scrittoio.
Stava di nuovo sull’intonato, come se dovesse stipulare un trattato. Chiuso a chiave l’uscio della stanza precedente, offerta una poltrona allo zio, egli stesso in piedi, cominciò:
«Vostra Eccellenza mi scusi se la disturbo dopo tavola, ma dovendo parlare di affari importanti e non volendo portarle via il suo tempo…»
«Ma che!…» fece il duca, interrompendo il preambolo. «Tu non mi disturbi affatto… Parla, parla pure…» e accese un sigaro.
«Vostra Eccellenza può vedere ogni giorno,» riprese il principe, «che vita fa Raimondo, e come, invece di darmi una mano a sistemar gli affari della successione, pensi a divertirsi lasciando tutto sulle mie spalle. Parlargli d’interessi è inutile: o non mi dà retta, o non capisce… o finge di non capire.»
Il duca approvava con un cenno del capo. Tra sé, giudicava veramente un po’ strane quelle lagnanze del nipote, che non avrebbe dovuto esser poi tanto scontento se il fratello non s’impacciava nelle quistioni dell’eredità e lo lasciava libero di fare a sua posta. E se Raimondo mostrava poca premura di partecipare agli affari, il fratello maggiore non ne aveva mostrata pochissima di renderne conto al coerede ed ai legatari? Non era forse quella la prima volta che egli teneva a qualcuno della famiglia un discorso di quel genere?
«Ora,» continuava frattanto Giacomo, «io credo prima di tutto conveniente, nell’interesse comune, che la divisione si faccia al più presto; in secondo luogo bisogna che tutti sappiano ciò che ho saputo in questi giorni io stesso…»
«Che cosa?»
«Una bella cosa!» esclamò, con un sorriso amarissimo. E dopo una breve pausa, quasi a preparar l’animo dello zio alla dolorosa notizia: «L’eredità di nostra madre è piena di debiti…»
Il duca si cavò il sigaro di bocca dallo stupore.
«Vostra Eccellenza non crede? E chi avrebbe potuto credere una cosa simile? Dopo che abbiamo sentito tanto lodare, da tutti, il modo ammirabile tenuto dalla felice memoria nel mettere in piano la nostra casa? Invece, c’è un baratro!… Fin all’altr’ieri, non sospettavo ancora nulla. È vero che nei primi giorni dopo la disgrazia ebbi avviso di alcuni piccoli effetti sottoscritti da nostra madre, i possessori dei quali, durante la malattia, avevano pazientato oltre la scadenza; ma credevo naturalmente che fossero infime somme, di quei debitucci che tutti, in certi momenti, anche i più facoltosi, hanno bisogno di contrarre. Potevo sospettare che invece sono migliaia e migliaia d’onze, e che ogni giorno spunta un nuovo creditore, e che se continua di questo passo, il meglio dell’eredità se n’andrà in fumo?…»
«Ma il signor Marco…»
«Il signor Marco,» riprese il principe senza dar tempo allo zio di compiere l’obiezione, «ne sapeva meno di me ed è più sbalordito di Vostra Eccellenza. Vostra Eccellenza sa bene che carattere avesse la felice memoria, e come facesse in tutto di suo capo, e si nascondesse non solamente da coloro che dovevano essere i suoi naturali confidenti, ma da quegli stessi nei quali aveva riposto fiducia… Il signor Marco non ha notato nel suo scadenziere neppure la decima parte delle somme di cui adesso siamo debitori. Io non so che pasticci ci sieno sotto. S’immagini che esistono effetti scaduti da tre, da quattro anni, e anche da cinque!… Le confesserò che, sul principio, ho temuto d’esser vittima, come tutti gli altri, d’una truffa spaventevole, d’aver a fare con un’associazione di falsari. Ho dovuto ricredermi: le firme sono lì, autentiche. Debbo dunque supporre che il sistema di ricorrere al credito, di cui la felice memoria faceva una colpa tanto grave a nostro nonno, non le dispiacesse poi troppo… E il peggio è di non poter sapere fin dove si estende il marcio! E questa è la famosa amministrazione di cui abbiamo sentito tante lodi… Ma dice che dei morti non si deve parlare… e basta!… Ora io ho voluto informare Vostra Eccellenza, prima di tutto perché era questo il mio dovere; secondariamente perché Vostra Eccellenza ne tenga parola a Raimondo. Se questi debiti hanno da pagarsi, e purtroppo c’è poca speranza del contrario, a ciascuno bisogna imputarne la sua parte. Io vorrei anche pregare Vostra Eccellenza di avvisare gli altri, perché sappiano che i loro legati saranno anch’essi gravati in proporzione…»
Il duca ricominciò a scrollare il capo, ma con espressione diversa. I legatari lagnavansi d’aver avuto troppo poco; adesso bisognava dir loro che avevano anche meno!
«Perché non parli loro tu stesso?» suggerì al nipote.
«Perché?» rispose il principe, col leggiero fastidio di chi ode rivolgersi una domanda oziosa. «E non sa Vostra Eccellenza come sono, qui in casa? Chiusi, sospettosi, diffidenti? Crede Vostra Eccellenza che io non mi sia accorto di certi maneggi, che non abbia udito certe accuse sorde sorde?… Pare che l’abbiano tutti con me, specialmente quella testa pazza di Lucrezia!… Anche oggi non ha fatto una scena?…»
«No, no…» interruppe il duca; «al contrario, t’assicuro. Si lagnava anzi del contrario, che tu l’abbia con lei, che non le parli mai…»
«Io? E perché dovrei averla con lei?… Non ho parlato molto in questi giorni, è vero: ma come vuole Vostra Eccellenza che avessi voglia di parlare, con queste belle notizie? Perché dovrei averla con lei, o con altri? Io ho pensato sempre ed ho detto che la cosa principale, nelle famiglie, è la pace, l’unione, l’accordo!… È colpa mia se questo non fu possibile finché visse nostra madre? Vostra Eccellenza sa come fui trattato… meglio, molto meglio non parlarne!… Adesso, quantunque io sia stato spogliato, mi hanno udito esprimere una sola lagnanza? Ho detto primo di tutti: la volontà di nostra madre sarà legge! Invece, che cosa s’è visto? Mutrie a destra e a sinistra, Raimondo che non vuole occuparsi d’affari quasi per punirmi d’avergli preso mezza eredità…»
«No, per spassarsi…» corresse il duca.
«Lo zio don Blasco,» proseguì il principe, quasi non udendo l’osservazione, «che ho sempre trattato con rispetto e deferenza, come tutti gli altri, istigare contro di me i legatari…»
«Quello è un pazzo!…»
«O gli altri, dica Vostra Eccellenza, sono forse savi? Che vogliono, che pretendono? Di che m’accusano? Perché non vengono a dire le loro ragioni? Lucrezia ha parlato oggi con Vostra Eccellenza; sentiamo: che ha detto?…»
Quantunque deciso a non mantenere la promessa fatta qualche ora prima alla nipote, il duca, costretto dalla domanda, rispose, con un sorrisetto, per temperare quel che vi poteva essere di poco gradito nelle sue parole:
«Tu ti lagni d’esser stato spogliato; e invece spogliati si credono essi…»
Il principe rispose, con un sorriso più amaro del primo:
«Proprio, eh?… E come, perché?»
«Perché avrebbero avuto meno di quel che gli spetta… perché c’è la parte di vostro padre…»
Giacomo s’accigliò un momento, poi proruppe, con mal contenuta violenza:
«Allora perché accettano il testamento? Perché non chiedono i conti? Mi faranno un piacere! Mi renderanno un servizio!»
«Tanto meglio, allora…»
«Che cosa credono che sia l’eredità di nostra madre? Facciamo i conti, sissignore; facciamoli domani, facciamoli oggi! Anzi, perché non si rivolgono ai magistrati?…»
«Che c’entra questo?»
«M’intentino una lite! Facciamo ciarlare il paese, diamo questo bell’esempio d’amor fraterno! Raimondo s’unisca a loro; mi accusino di aver carpito il testamento, ah! ah! ah!… Sono capaci di pensarlo! Conosco i miei polli, non dubiti! Questo è il frutto dell’educazione impartita qui dentro, degli esempi che hanno dato, della diffidenza e del gesuitismo eretti a sistema…»
Era veramente concitato, parlava violentemente, aveva perduto la solenne compostezza dell’esordio. Il duca, buttato via il sigaro spento, riprendeva a scrollare il capo, quasi riconoscendo che alla fine fine non poteva dargli torto per quelle ultime argomentazioni. Però, levatosi dalla poltrona, messa una mano sulla spalla del nipote:
«Càlmati, andiamo!» esclamò. «Non esageriamo né da una parte né dall’altra. La roba è lì…»
«Nessuno la tocca!»
«Essi vogliono fare i conti, tu sei pronto a darli…»
«Ora, all’istante!…»
«E dunque l’accordo è immancabile. Farete questi conti, vedrete se la divisione di vostra madre è giusta o no; accomoderete tutto con le buone.»
«Ora, all’istante!» ripeteva il principe seguendo lo zio che s’avviava. «Perché non hanno parlato prima? Non sono già lo Spirito Santo per potere indovinare ciò che mulinano nelle teste bislacche!»
«C’è tempo! c’è tempo!…» ripeteva il duca, conciliante, senza far notare al nipote la contraddizione in cui cadeva, avendo prima asserito di saper dei complotti. «Non la pigliare così calda! Parlerò con Raimondo, poi con gli altri; la roba è lì; vedrete che non ci saranno quistioni… A proposito,» esclamò, giunto all’uscio e voltandosi indietro, «che cosa è l’affare della badìa?»
«Qual affare?…» rispose il principe, stupito.
«Il legato delle messe… Le mille onze che non vuoi dare ad Angiolina…»
«Le mille onze? Io non voglio darle?…» esclamò allora Giacomo. «Ma non vede Vostra Eccellenza come sono tutti d’una razza, falsi e bugiardi? Io non le voglio dare? mentre invece il legato di nostra madre è nullo, perché importa l’istituzione d’un beneficio, e le istituzioni di beneficio non reggono quando manca l’approvazione sovrana?…»
Nella Sala Gialla don Blasco rodevasi le unghie, sapendo quella bestia del fratello in confabulazione col nipote e non potendo udire i loro discorsi. Dalla contrarietà, stronfiava, spasseggiava in lungo e in largo, non udiva neppure quel che dicevano intorno a lui.
Era arrivata la cugina Graziella, la quale cicalava con la principessa, con Lucrezia e con donna Ferdinanda; meno con Matilde, per mostrar di partecipare ai sentimenti degli Uzeda verso l’intrusa. Aveva creduto di poter entrare anche lei in casa Francalanza, la cugina; di prendersi anzi il primo posto, come moglie del principe Giacomo, ma l’opposizione della zia Teresa aveva trionfato di lei e del giovane. Invece che «principessa», s’era chiamata semplicemente «signora Carvano», ma quantunque il cugino, presa la moglie che la madre gli destinava, si fosse posto il cuore in pace e paresse perfino aver dimenticato che fra loro due c’erano state un tempo parole tenere, ella aveva continuato a fare all’amore, se non con lui, con la sua casa. C’era venuta assiduamente, aveva stretto amicizia con la principessa Margherita e indotto il marito a fare anche lui la corte agli Uzeda, e tenuto a battesimo Teresina e dimostrato in ogni modo e in tutte le occasioni che le antiche fallite speranze non potevano intepidire in lei l’affezione verso tutti i cugini. Durante la malattia e dopo la morte di donna Teresa, specialmente, donna Graziella era quasi diventata una persona della famiglia; tutti i giorni e tutte le sere a prender notizie, a prodigar conforti, a suggerir consigli, a rendersi utile con le parole e con le opere. La principessa non solo non aveva ragione di esserne gelosa, poiché Giacomo dimostrava tanta indifferenza verso la cugina che certe volte neppure le rivolgeva la parola e, smesso il tu, le dava del freddo voi; ma era perfino incapace di provare gelosia o qualunque altro sentimento per lei come per ogni persona, tanto la naturale indolenza e il bisogno d’isolamento e la soggezione in cui la teneva il marito la rendevano indifferente a tutto ed a tutti fuorché ai propri figli.
Quel pomeriggio appunto, dopo tavola, la balia era venuta a dirle che la bambina tossicchiava un poco; cosa da nulla, certo; ma ella se n’era inquietata, e la cugina, trovata quella dispiacevole novità, faceva sfoggio della sua scienza medica, consigliando la somministrazione di polveri e di decotti alla figlioccia, assicurando però che il male non era grave, sgridando nondimeno la balia che aveva dovuto lasciare il balcone aperto.
Raimondo, che d’ordinario scappava via appena finito di prendere un boccone, pareva volesse restare in casa, per suo piacere; e Matilde, tutta riconfortata, dimenticata a un tratto la tristezza di un’ora innanzi, lo seguiva con lo sguardo ridente. Era così fatta che una parola, un nulla la turbavano e la rassicuravano: e chiedeva tanto poco per essere felice! Se egli fosse stato sempre così, se avesse dedicato una parte del suo tempo alla famiglia, se avesse prodigato alla sua bambina le carezze che quella sera faceva al principino!… Questi, nel gruppo degli uomini, ripeteva le declinazioni al cavaliere don Eugenio, il quale s’era costituito suo maestro, tra gli applausi dei lavapiatti ad ogni risposta azzeccata; ma cominciando a confondersi, ad imbrogliarsi:
«E non lo tormentare più, povero bambino!» esclamò donna Ferdinanda. «Qui, con la zia! Ti rompono la testa con tutte queste storie, eh? Rispondi loro: “Debbo forse fare il mastro di penna?”»
Don Eugenio, udendo disprezzare le belle lettere, rispose:
«Bisogna studiare, invece!… L’uomo tanto più vale quanto più sa! E poi bisogna che tu faccia onore al nome che porti; tra i tuoi antenati c’è don Ferrante Uzeda, gloria siciliana!»
«Don Ferrante?» esclamò la zitellona. «Che fece don Ferrante?»
«Come, che fece? Tradusse Ovidio dal latino, commentò Plutarco, illustrò le antichità patrie: templi, monete, medaglie…»
«Aaah!… Aaah!…» Donna Ferdinanda era scoppiata in una risata che non finiva più, che si risolveva in spruzzi di saliva tutto in giro. Il cavaliere rimase a bocca aperta, don Cono non sapeva che viso fare.
«Aaah!… Aaah!…» continuava a ridere donna Ferdinanda. «Don Ferrante! Aaah!… Don Ferrante sai che fece?…» spiegò finalmente, rivolta al nipotino. «Teneva quattro mastri di penna, pagati a ragione di due tarì il giorno, i quali lavoravano per lui; quando essi avevano scritto i libri, don Ferrante ci faceva stampare su il proprio nome!… Aaah! Che sapesse leggere, ci ho i miei bravi dubbi!…»
Allora s’impegnò una gran discussione. Don Cono e il cavaliere sostenevano, a vicenda, che se l’antenato non aveva scritto materialmente le sue opere, ne aveva però dettato il contenuto; tanto è vero che le accademie di Palermo, Napoli e Roma lo avevano annoverato tra i loro soci; ma la zitellona interrompeva: «Fatemi il piacere!…» intanto che la cugina, scrollando il capo, affermava che, veramente, gli studi non erano stati il forte dell’antica nobiltà.
«Il forte?» esclamava la zitellona. «Ma fino ai miei tempi era vergogna imparare a leggere e scrivere! Studiava chi doveva farsi prete! Nostra madre non sapeva fare la propria firma…»
«Era forse una bella cosa?» obiettò don Eugenio.
«Non mi parlare anche tu del progresso!» saltò su donna Ferdinanda. «Il progresso importa che un ragazzo debba rompersi la testa sui libri come un mastro notaio! Ai miei tempi, i giovanotti imparavano la scherma, andavano a cavallo e a caccia, come avevano fatto i loro padri e i loro nonni!…»
E mentre don Mariano approvava, con un cenno del capo, la zitellona si mise a tesser l’elogio di suo nonno, il principe Consalvo VI, il più compito cavaliere dei suoi tempi. Aveva avuto una così grande passione pei cavalli, che, d’inverno, ogni anno, si faceva costruire un passaggio coperto in mezzo alla pubblica via, affinché i suoi nobili animali restassero sempre all’asciutto.
«E le altre persone potevano passarci?» domandò il principino.
«Potevano passarci quando non era l’ora della passeggiata del principe,» rispose donna Ferdinanda. «Se usciva lui, tutti si tiravano da parte!… Una volta che il capitano di giustizia con la carrozza propria ardì passar innanzi alla sua, sai che fece mio nonno? Lo aspettò al ritorno, ordinò al cocchiere di buttargli addosso i cavalli, gli fracassò il legno e gli pestò le costole!… Si facevano rispettare i signori, a quei tempi… non come ora, che dànno ragione agli scalzacani!…»
La botta era tirata al duca che rientrava in quel momento nella Sala Gialla insieme col principe. Don Blasco, interrotta finalmente la sua corsa, piantò gli occhi addosso al fratello e al nipote.
«Che diavolo hai fatto?» disse al principe.
«Nulla… avevo certe notizie da domandare allo zio…»
Sopravvennero in quel momento Chiara e il marchese. Lucrezia, ancora imbronciata, salutò freddamente la sorella; ma costei non s’accorgeva di nulla, nervosa com’era, tutta piena d’una secreta idea.
«Margherita,» sussurrò alla cognata, in confidenza, «questa volta credo sia per davvero!…» Erano quelli i sintomi? Poteva ingannarsi? Tante volte aveva sperato d’apporsi e festeggiato invano l’avvenimento, che adesso non ardiva più annunziare apertamente la gravidanza se non prima la vedeva confermata. Poi, lasciata la principessa, prese a parte Matilde e ricominciò a dirle: «La levatrice n’è certa! Tu che cosa provi?… Come ti sei accorta?…»
Matilde non l’udiva. Adesso che don Blasco non misurava più la sala da un’estremità all’altra, Raimondo aveva ricominciato l’armeggio dello zio monaco, non stava fermo un momento, chiedeva continuamente che ora fosse. Voleva andar fuori? Aspettava qualcuno? Ella era inquieta della sua inquietudine… Frattanto arrivavano nuove visite: la duchessa Radalì e il principe di Roccasciano, donna Isabella Fersa col marito. L’entrata di quest’ultima mise sottosopra la società: il principe, che ordinariamente non era molto galante con le signore, le andò incontro fino nell’anticamera; Raimondo anche lui l’ossequiò tra i primi. Ella portava, come sempre, un abito nuovo fiammante che Lucrezia esaminava ora con la coda dell’occhio, e la principessa, Chiara, tutte le altre, giudicavano a una voce elegantissimo.
«Manifattura di Firenze, è vero, donn’Isabella?» domandò Raimondo.
«Si vede che vostro marito se ne intende, contessa!» rispose ella indirettamente, volgendosi a Matilde.
Don Mariano parlava della parata della Regina, di cui quel giorno era il natalizio; Fersa del colera, della quarantena di dieci giorni decretata allora allora contro le provenienze da Malta, della fiera di Noto rimandata, del pericolo che correva un’altra volta la Sicilia; e il vocione di don Blasco rispondeva:
«Questa è l’impresa di Crimea! Il regalo dei fratelli piemontesi, capite?»
Il duca, quasi non comprendesse che l’allusione era diretta a lui, ripigliava il discorso della guerra interrotto a tavola, diceva che Cavour l’aveva sbagliata. La via era un’altra, raccogliersi, restarsene tranquilli, curare le piaghe del ’48. Con lo stato indebitato fin agli occhi, come poteva pensare a fare nuovi debiti? «È un principio d’economia politica…» e qui, col tono d’autorità portato da Palermo, un discorsone che faceva inghiottire botti di veleno a don Blasco, lardellato com’era di citazioni giornalistiche e parlamentari, infettato da teorie liberalesche. Il principe, udendo Fersa esprimere ancora una grande paura del colera, scrollava il capo:
«Se a Napoli hanno ordinato di spargerlo un’altra volta…»
Come credeva alla iettatura, era incrollabile nell’opinione che il colera fosse un malefizio, un espediente di governo inteso a sfollare le popolazioni, a incutere un salutare timore nei superstiti. Dinanzi allo zio duca, sapendolo dell’opinione contraria, più «progressista», cioè che la peste venisse per correnti atmosferiche, taceva prudentemente; ma con Fersa si sbottonava, derideva le quarantene e tutti gli altri amminnicoli fatti per darla a bere ai gonzi.
«Non date retta a queste malinconie!» diceva frattanto Raimondo a donn’Isabella, a fianco della quale s’era seduto. «Andrete alla serata di gala?»
«Sì, conte; abbiamo il palco.»
«Che rappresentano?» domandò la principessa.
«L’Elvira di Holbein e Un’eredità in Corsica di Dumanoir. Peccato che voi non possiate sentire Domeniconi, principessa. Che artista! E che compagnia!»
Anche don Eugenio rammaricavasi di non poter recarsi al Comunale, per far sapere che, in qualità di Gentiluomo di Camera, era stato invitato nei palchi dell’Intendente. Ma egli aveva da concludere un affare, quella sera: la vendita di certe terrecotte «importantissime», sulle quali avrebbe fatto un bel guadagno: aspettava anzi per questo il principe di Roccasciano, anche egli intenditore ed amatore di roba antica.
«S’ha un bel dire, quindicimila uomini,» perorava il duca da canto suo. «E se la guerra dura un altro anno? Altri due, altri tre anni? Bisognerà mandar nuove truppe, far nuove spese, accrescere il deficit…»
«A Messina aspettano l’arciduca Massimiliano.»
«Verrà anche da noi?»
Raimondo, a quella domanda di don Mariano, saltò su come morso da una vespa:
«E che volete che venga a fare? Per vedere l’elefante di piazza del Duomo? Voialtri vi siete fitto in capo che questa sia una città, e non volete capire che invece è un miserabile paesuccio ignorato nel resto del mondo. Donn’Isabella, dite voi: quando mai l’avete udito nominare, fuori?…»
«È vero, è vero!…»
Ella agitava con moto graziosamente indolente il ventaglio di madreperla e merletti, dando ragione a Raimondo contro il paese nativo; e la contessa Matilde non sapeva perché la vista di quella donna, le sue parole, i suoi gesti, le ispirassero una secreta antipatia. Forse perché l’udiva approvare il sentimento di Raimondo che ella perdonava al marito ma biasimava negli altri? Forse perché scorgeva in tutta la persona di lei, nella ricchezza immodesta degli abiti, nell’eleganza degli atteggiamenti, qualcosa di studiato e d’infinto? Forse perché tutti gli uomini le si mettevano intorno, perché ella li guardava in un certo modo, troppo ardito, quasi provocante? O perché, una volta al suo fianco, Raimondo non si moveva più, pareva non volesse più andar fuori, non aspettar più nessuno?…
Ingolfato nel suo tema prediletto, egli parlava adesso a vapore, enumerando tutti i vantaggi della vita nelle grandi città, interrompendosi tratto tratto per domandare a donn’Isabella: «È vero o no?» oppure: «Parlate voi che ci siete stata!…» ripigliando a descrivere la grande società, gli spettacoli sontuosi, i piaceri ricchi e signorili. E donna Isabella a chinare il capo, ad aggiungere argomenti:
«Quando vedremo, per esempio, le corse fra noi?»
Giusto in quel momento, don Giacinto entrò nella sala. Era così turbato in viso e si capiva così chiaramente che portava una cattiva notizia, che ognuno tacque.
«Non sapete?»
«Che cosa?… Parlate!…»
«Il colera è scoppiato a Siracusa!…»
Tutti lo circondarono:
«Come! Chi ve l’ha detto?»
«Mezz’ora fa, alla farmacia Dimenza… Notizia sicura, viene dall’Intendenza!… Colera di quello buono: fulminante!…»
Subito, come se l’annunziatore lo portasse addosso, la conversazione si sciolse in mezzo ai commenti spaventati, alle esclamazioni dolenti: Raimondo accompagnò giù alla carrozza donna Isabella dandole il braccio; don Blasco vociava, in mezzo alla scala, sotto il naso del duca che andava a verificar la cosa:
«Il regalo dei fratelli!… Ah, Radetzky, dove sei?… Ah, un altro Quarantanove!…»

5.

Ogni altro interesse cedé come per incanto dinanzi all’universale inquietudine per la salute pubblica, giacché della notizia portata da don Giacinto, sulle prime smentita, poi confermata, non fu possibile più dubitare quando, di lì a qualche giorno, non si parlò più di casi sospetti a Siracusa, ma del divampare del morbo a Noto. Il duca, deliberato di tornarsene a Palermo prima che le cose incalzassero e la via fosse chiusa, resisté ostinatamente agli inviti del principe, il quale s’apparecchiava a partire pel Belvedere all’annunzio del primo caso in città. L’anno innanzi, come nel ’37, gli Uzeda erano scappati alla loro villa sulle pendici della montagna, e poiché il colera non arrivava mai lassù, erano certi di liberarsene. Il principe, smessa a un tratto l’acredine, riparlava d’accordo e di unione, voleva tutti con lui al sicuro, tutti gli zii, tutti i fratelli. Quantunque non fosse tempo di trattar d’affari, nondimeno, per dimostrare al nipote d’aver preso a cuore i suoi interessi, il duca, prima di partire, riferì a Raimondo il discorso delle cambiali e lo esortò a mettersi d’accordo col fratello. Raimondo lo ascoltò distrattamente, e gli rispose quasi infastidito:
«Va bene, va bene; poi se ne parlerà…»
Anch’egli s’era mutato, ma al contrario di Giacomo, in peggio; era diventato nervoso, irascibile, verboso e di buon umore solo quando donna Isabella veniva al palazzo. I Fersa non sapevano ancora dove fuggire il colera: il principe consigliava loro di prendere in affitto una casa al Belvedere, per esser vicini; e a donna Isabella sorrideva molto quel partito, benché sua suocera preferisse rifugiarsi a Leonforte come l’altr’anno.
«Voi dove andrete?» domandava a Raimondo; e il giovane che le si trovava sempre a fianco:
«Dove andrete voi stessa!»
Ella chinava gli occhi, con una severa espressione di biasimo, quasi offesa.
«E vostra moglie? Vostra figlia?»
«Parliamo d’altro!»
Nonostante l’allarme cagionato dalla pestilenza, l’intrinsichezza delle due famiglie si strinse ancora più in quei giorni. Fersa, che era stato sempre lieto e superbo di venire al palazzo Francalanza, adesso godeva nell’esservi ricevuto con segni di particolare gradimento; non solo Raimondo, ma anche e forse più Giacomo dimostrava molto piacere in compagnia di lui e di donna Isabella: quando sua moglie andò fuori la prima volta, dopo il lutto, egli volle che facesse loro una visita; la contessa, per desiderio del marito, accompagnò la cognata.
Da sola, Matilde forse non sarebbe andata in casa di quella donna. Non voleva chiamare gelosia il sentimento che le ispirava: se Raimondo, galante con tutte, stava attorno a costei che tutti gli uomini accerchiavano, non era già meraviglia; ella stessa non ne riceveva continue proteste di calda amicizia?… Pure, tutte le volte che donna Isabella l’abbracciava e la baciava, ella doveva farsi forza per non sottrarsi a quella dimostrazione d’affetto. Non sapeva bene rendersi conto della repulsione quasi istintiva che provava ogni giorno più forte; quando tentava di spiegarla a se stessa, l’attribuiva più che ad altro alla radicale diversità del loro carattere; alla leggerezza, all’affettazione, alla mancanza di schiettezza che le pareva scorgere in lei. Non l’aveva anch’ella udita lagnarsi, a mezze parole, con allusioni velate, dei parenti del marito e dello stesso marito; mentre ella vedeva bene, quasi invidiandola, la devozione portatale da Fersa, e udiva ripetere che la suocera la trattava meglio d’una figliuola? Andata a farle visita in compagnia della principessa, non poté accertarsene coi propri occhi?
Donna Mara Fersa era una donna un po’ all’antica, senza ombra d’istruzione, poco fine d’educazione anche; ma molto accorta, e semplice, alla mano come una buona massaia. Aveva sperato d’ammogliare il figliuolo a modo suo; ma questi, andato una volta a Palermo e vista l’Isabella Pinto, orfana di padre e di madre, l’aveva chiesta su due piedi, innamoratissimo, allo zio materno dal quale era stata educata. Nobilissima, la Pinto; ma senza dote; aveva però ricevuto un’educazione oltremodo signorile in casa dello zio facoltoso. I Fersa, invece, benché ammessi tra i signori, nascevano mediocremente; donna Ferdinanda, estimatrice ed amica di donna Isabella, li chiamava Farsa — farsa tutta da ridere —; ma possedevano gran quantità di quattrini. Donna Mara, sulle prime, aveva tentato di opporsi a quel matrimonio; ma poiché suo figlio era cotto dell’Isabella, e questa pareva più cotta di lui, aveva finalmente consentito. Così la nuora palermitana, elegante, istruita e nobile, venne a mettere nella sua casa una rivoluzione, che ella sopportò con molta buona grazia, per amore del figlio, comprendendo di non potersi opporre ai gusti ed anche alle fantasie dei giovani. Donna Isabella, chiamandola «mamma», dimostrandole il rispetto che le doveva, pareva scontenta di lei, vergognosa della sua ignoranza e della sua semplicità. Era una cosa tanto sottile, che Matilde quasi incolpavasi di cattiveria, notandola: una specie di condiscendente compatimento verso le opinioni della suocera come per quelle di un bambino o d’un inferiore; una impercettibile esagerazione d’obbedienza, una cert’aria di sacrifizio che pareva volesse ispirare l’altrui compianto, ma che riusciva molto antipatica alla contessa.
Per altro, questa era sicura di non dover sopportare troppo a lungo la compagnia di lei. La necessità di sistemare gl’interessi poteva solo trattenere Raimondo in Sicilia, ma forse egli avrebbe affrettata la partenza per fuggire il colera. Già alle prime voci di pestilenza, inquieta per la lontananza del padre e della bambina, ella gli aveva domandato che volesse fare; ma suo marito non si era ancora deciso. L’anno innanzi, in Toscana, udendo le notizie delle stragi di Sicilia, del pazzo terrore che regnava nell’isola, dello scioglimento d’ogni civile consorzio, aveva espresso la propria soddisfazione per essere lontano dalla «selvaggia» terra natale, dove, diceva, non lo avrebbero sicuramente capitato in tempo d’epidemia; pertanto ella era quasi sicura che sarebbero presto passati nel continente, prendendo con loro la bambina per via. Raimondo invece pareva esitante; se la pigliava, sì, con la cattiva stella che lo aveva fatto cogliere dalla pestilenza nella trappola isolana, ma diceva di non potersi mettere in viaggio adesso che il male era scoppiato, anche per riguardo della gravidanza di lei. Frattanto il barone le scriveva da Milazzo di raggiungerlo lassù, poiché il colera veniva dal Mezzogiorno, e di far presto a lasciar Catania, di non dar tempo alla gente spaventata di sbarrar tutte le strade. Così, secondo che le notizie incalzavano, che le lettere del padre le facevano maggior premura, che il pericolo di restar divisa dalla sua bambina diveniva più grave, il cuore di lei si chiudeva, dal terrore, dall’ambascia, quasi ella fosse sul punto di perdere per sempre i suoi cari; allora esortava più caldamente Raimondo a prendere una decisione qualunque, ad andar subito via:
«Andiamo via!… Andiamo per adesso a casa mia! Non voglio lasciar sola Teresina… Saremo anche più lontani dal focolaio della peste…»
«Ho da chiudermi in un paesuccio di mare, in tempo di colera? Per crepare come un cane? Bisognerebbe che fossi impazzito! Scrivi piuttosto a tuo padre e a tua sorella di portar qui la bambina.»
Il barone invece tempestò, di risposta, che per niente avrebbe commesso quella sciocchezza, giacché il colera era alle porte di Catania, e ingiunse alla figlia di non perder tempo e anche di lasciar solo Raimondo se costui rifiutavasi di accompagnarla… Allora ella non seppe più che fare né chi ascoltare, smaniando all’idea di restar divisa dalla figlia e dal padre, non tollerando neppure d’abbandonare Raimondo, poiché non poteva vivere lontana né dall’uno né dagli altri, in quella triste stagione. Il giorno che il duca, fatte le valige, partì per Palermo, ella si vide perduta…
Fino all’ultimo momento il principe aveva insistito presso lo zio affinché venisse con lui al Belvedere; il duca aveva continuato a rifiutare, adducendo gli affari che lo chiamavano alla capitale, la maggior sicurezza che c’era lì.
«Non pensate a me,» disse ai nipoti; «io non correrò pericolo, mettetevi piuttosto in sicuro voialtri…»
«Vostra Eccellenza stia tranquillo anche per me; ho tutto pronto per andar via al primo allarme,» rispose Giacomo. Rivolto al fratello, al quale aveva già fatto un primo invito, ripeté, in presenza di Matilde:
«Se volete venire anche voi, mi farete piacere.»
Raimondo non rispose. Voleva dunque davvero restar diviso da sua figlia? Poteva così tranquillamente viverne lontano, nei terribili giorni che si preparavano? Matilde piangeva, scongiurandolo di non far questa cosa; egli le rispose, seccato:
«Non so ancora ciò che farò. A Milazzo non vado di sicuro.»
«Lasceremo dunque sola quella creatura? Se impediranno il transito, se non potremo più vederla?»
«Prima di tutto tua figlia non è abbandonata in mezzo a una via, ma sta col nonno e la zia. Poi se quella testa dura di tuo padre m’avesse ascoltato, a quest’ora l’avrebbe portata qui, e saremmo pronti ad andarcene tutti insieme al Belvedere, dove non c’è neppure l’ombra del pericolo… Insomma a Milazzo non vengo; già si parla di casi sospetti a Messina. Vattene sola, se vuoi.»
E tutti gli Uzeda, quasi godendo dell’ambascia di lei, quasi per non lasciarla scappare dalle loro unghie, approvavano, dicevano che oramai ciascuno doveva restar dov’era. E suo padre la rimproverava acremente di ostinazione e d’egoismo, mentre ella credeva d’impazzire, sognando tutte le notti sogni spaventosi di lente agonie, di separazioni senza ritorno, di spietate torture; piangendo come morta la sua bambina, l’altra creatura che s’agitava nelle sue viscere; vedendo suo padre e Raimondo avventarsi l’uno contro l’altro… E un giorno terribile come una notte d’incubo il principe venne a dire che il primo caso s’era manifestato in città, che le strade si chiudevano, che bisognava subito partire pel Belvedere, dove anche i Fersa sarebbero venuti…

La villa Francalanza, al Belvedere, era tuttavia nello stato in cui trovavasi tre mesi addietro, al momento della morte della principessa. Là si riunirono, con la rispettiva servitù, la famiglia del principe ed i suoi ospiti, cioè Chiara e il marchese, donna Ferdinanda, il cavaliere don Eugenio, Raimondo e sua moglie. Ferdinando non aveva voluto sentirne di lasciar le Ghiande: c’era rimasto pel colera dell’altr’anno, voleva restarci anche per quest’altro, dichiarando che nessun luogo offriva maggiori garanzie d’immunità. Don Blasco e il Priore don Lodovico erano già scappati, con tutti i monaci di San Nicola, a Nicolosi.
La villa degli Uzeda era tanto grande da capire un reggimento di soldati, non che gl’invitati del principe; ma come il palazzo in città, a furia di modificazioni e di successivi riadattamenti, pareva composta di parecchie fette di fabbriche accozzate a casaccio: non c’erano due finestre dello stesso disegno né due facciate dello stesso colore; la distribuzione interna pareva l’opera d’un pazzo, tante volte era stata mutata. Altrettanto avevano fatto dell’annesso podere. Un tempo, sotto il principe Giacomo XIII, questo era quasi tutto un giardino veramente signorile; amante dei fiori, il principe aveva sostenuto per essi una delle tante spese folli che erano state causa della sua rovina: aveva fatto scavare un pozzo per trovare l’acqua, a traverso le secolari lave del Mongibello, fino alla profondità di cento canne; lavoro tutto di braccia, di colpi di piccone, durato qualcosa come tre anni. Trovata finalmente l’acqua, che un bindolo tirava su, egli giudicò che la coltura della vigna poteva vantaggiosamente esser sostituita da quella degli agrumi: quindi sradicò, in quel tratto del podere non ancora trasformato in giardino, tutte quante le viti per piantare aranci e limoni. Così le spese sostenute da suo nonno per costruire il palmento e la cantina andarono perdute. Ma, venuta donna Teresa, ogni cosa fu messa nuovamente sossopra. I fiori essendo «robe che non si mangia», rose e gelsomini furono divelti, i pilastri ridotti a mattoni, la serra trasformata in istalla pei muli; e il vino avendo maggior prezzo degli agrumi, i bei piedi d’aranci e di limoni, tirati su con tanta fatica, furono sacrificati alle viti. Restò appena quattro palmi di giardino, tra il cancello e la casa, e tanti piedi d’agrumi quanti bastavano a far la limonata d’estate. Così tutte le somme buttate nel pozzo furon buttate nel pozzo davvero.
Ora, appena giunto, il principe ricominciava anche qui l’opera innovatrice iniziata al palazzo. Per verità, egli non toccava il podere, giudicando, come la madre, che le rose tisicuzze arrampicate sull’inferriata e sui muri della villa bastassero pel godimento della vista e dell’olfatto, e che i cavoli, le lattughe e le cipolle stessero molto meglio nelle antiche aiuole fiorite: ma, chiamati i manovali, ordinò che buttassero giù muri e dividessero stanze e condannassero porte e forassero nuove finestre. Era d’eccellente umore e trattava benissimo i suoi ospiti; faceva una corte devota alla zia Ferdinanda, usava molte cortesie al fratello ed alle sorelle, al cognato marchese ed alla stessa cognata Matilde; naturalmente, considerata la stagione, nessuno parlava d’affari. Molto più contenta di lui era Lucrezia, poiché i Giulente che in città non avevano casa propria, possedevano una delle più graziose ville del Belvedere, e venuto lassù con la famiglia alle prime voci del colera, Benedetto passava e spassava ad ogni ora del giorno dinanzi al cancello dei Francalanza. Contentone era anche il marchese, e Chiara non capiva nella pelle, poiché i sintomi della gravidanza si confermavano; marito e moglie s’angustiavano soltanto per non poter preparare il corredo del nascituro. La stessa donna Ferdinanda si mostrava più accostabile, addomesticata dall’ospitalità che il principe le accordava, contenta di poter risparmiare la spesa dell’affitto d’un villino, non quella del vitto, perché ciascuno degli ospiti ci stava a suo costo. Ma il più contento di tutti era il principino; mattina e sera nella vigna, nel giardinetto, a zappare, a trasportar terra, a costruire case di creta; poi, quand’era stanco di queste occupazioni, su a cavallo d’un asino o d’una mula a scorrazzare di qua e di là, e se il cameriere, o il fattore o le altre sue guide non lo lasciavano andare dove gli talentava, dava all’uomo le frustate che sarebbero toccate alla bestia. Solamente la vista del padre l’infrenava, perché il principe lo aveva educato a tremare a un’occhiata; ma tutti gli altri parenti lo lasciavano fare. La principessa lo contentava ad un cenno; la zia Ferdinanda contribuiva anche a viziarlo, come erede del principato; ma don Eugenio lo contristava, adesso, peggio che in città con le sue lezioni. Il ragazzo, quando stava attento, comprendeva tutto, però il difficile era appunto che stesse tranquillo. «Studia adesso, se no tuo padre ti metterà in collegio!» ammoniva lo zio; e infatti il principe aveva più d’una volta espresso l’intenzione di mandar via di casa il figliuolo, di metterlo o al collegio Cutelli fondato per educare la nobiltà «all’uso di Spagna», oppure al Noviziato dei Benedettini, dove i giovani che non volevano pronunziare i voti ricevevano un’educazione non meno nobile. Consalvo non voleva andare né all’uno né all’altro posto, e la minaccia era tale che egli si decideva a fare asteggiature e a recitare le declinazioni; in premio, don Eugenio lo conduceva con sé per le campagne di Mompileri, dove, pochi giorni dopo il suo arrivo al Belvedere, aveva cominciato a fare certe gite misteriose.
Circa due secoli prima, nel 1669, le lave dell’Etna avevano coperto, da quelle parti, un villaggetto chiamato Massa Annunziata del quale, più tardi, s’eran per caso trovate alcune vestigia. Ora don Eugenio, che dal commercio dei cocci non ricavava molti guadagni, aveva concepito, pensando sempre a un gran colpo capace di arricchirlo, il disegno d’iniziare una serie di scavi come quelli visti ad Ercolano e a Pompei, per discoprire il sepolto paesuccio ed arricchirsi con le monete e gli oggetti che avrebbe sicuramente rinvenuti. Il secreto era necessario, affinché altri non gli portasse via l’idea; perciò, solo o accompagnato dal ragazzo, che andava per conto suo a caccia di lucertole e di farfalle, il cavaliere gironzava nei campi di ginestre e di fichi d’India sotto Mompileri, con antichi libri in mano, orientandosi per mezzo dei campanili di Nicolosi e di Torre del Grifo, studiando la posizione, pigliando misure, a rischio di farsi accoppare come untore dai mulattieri e dai pecorai che lo scorgevano in quelle attitudini sospette. Ma non bastava mantenere il secreto sull’idea; bisognava anche spender molti quattrini per tradurla in atto. Un giorno perciò don Eugenio chiamò il principe in disparte e gli comunicò con gran mistero il suo disegno, chiedendogli di anticipargli le spese degli scavi.
«Vostra Eccellenza scherza, o dice davvero? Scavar la montagna, per trovar che cosa? Scodelle dell’altr’ieri e qualche pezzo di rame? Bisognerebbe esser matti!…»
Indirettamente, il principe dava del matto a lui stesso con quella risposta che non si sarebbe mai sognato di rivolgere al duca o a donna Ferdinanda. Ma don Eugenio, in famiglia, godeva poca considerazione per le stramberie commesse a Napoli e soprattutto per l’assoluta mancanza di quattrini… Il cavaliere non riparlò più della sua idea. Mutata via, deliberò di scrivere al governo perché facesse gli scavi a spese dell’erario e con la speranza che affidassero a lui la direzione. Il principino respirò liberamente, perché le lezioni furono interrotte: appena finito di desinare, don Eugenio si chiudeva in camera sua, a lavorare alla memoria, e non si vedeva più per tutta la sera, mentre gli altri chiacchieravano o giocavano. A poco a poco una società numerosa s’era venuta raccogliendo in casa del principe: tutti i signori rifugiati al Belvedere, tutti i personaggi ragguardevoli del luogo venivano alla villa Francalanza, dove, con un trattamento d’acqua e anice, il principe si faceva fare la corte. C’era mezza Catania, al Belvedere, e gli Uzeda, che in città erano molto severi, facevano adesso larghe concessioni, atteso il luogo e la stagione, ricevendo gente di minuscola od anche di nessuna nobiltà, tutti coloro che donna Ferdinanda derideva o disprezzava, dei quali storpiava i nomi o ai quali assegnava bislacche armi parlanti: gli Scilocca, che chiamava «Si loca»; i Maurigno che si facevano dare del «cavaliere» e che la zitellona chiamava «cavalieri a piedi»; i Mongiolino che, discendendo da fornaciai arricchiti, dovevano portare nello scudo tegoli e mattoni. Solo i Giulente, di quella casta dubbia, non venivano alla villa, per via del figliuolo; ma il principe, quando incontrava Benedetto, o suo padre, o suo zio, al casino pubblico, rivolgeva loro la parola molto affabilmente; e il giovane, che non aveva interrotto la corrispondenza con Lucrezia, le riferiva tutto contento quelle amabili dimostrazioni. Ma la gioia invece di scemare accresceva l’abituale distrazione della ragazza: ella chiedeva notizie ai vedovi della salute delle mogli defunte, scambiava le persone, non rammentava nulla; una sera fece ridere tutta la società domandando allo speziale del Belvedere che aveva una sorella in convento: «E vostra sorella monaca con chi è maritata?…»
Il tema obbligato di tutti i discorsi erano naturalmente le notizie della città dove il colera si diffondeva, lentamente però, senza divampare con la forza spaventosa dell’anno innanzi. Poi ciascuno dava notizie dei parenti e degli amici rifugiati qua e là pel Bosco etneo: la cugina Graziella, che era alla Zafferana, mandava biglietti o ambasciate coi carrettieri quasi tutti i giorni, per sapere come stavano i cugini, e dir loro come stava ella stessa e il marito, e salutarli caramente, e mandar regali di frutta e di vino; la duchessa Radalì Uzeda, dalla Tardaria, non scriveva, perché il duca, nel trambusto dell’improvvisa scappata, era diventato furioso. La pazzia, nel ramo dei Radalì, era una malattia di famiglia; il duca aveva dato nelle prime smanie tre anni innanzi, alla nascita del suo secondo figlio Giovannino. E la duchessa, fin da quel tempo, vistosi cadere sulle spalle il peso della casa, aveva rinunziato al mondo per tener luogo di padre ai figliuoli. Li voleva bene entrambi, ma le sue preferenze erano pel duchino Michele: non contenta dell’istituzione del maiorasco, lavorava a migliorare le proprietà, faceva una vita di economie e di sacrifizi per lasciarlo ancora più ricco. Ella non dava ombra a nessuno degli Uzeda; la stessa donna Ferdinanda, che si credeva la sola testa forte, l’approvava. Al Belvedere, nonostante il colera, la zitellona s’occupava d’affari, appartandosi con gli uomini che se ne intendevano, parlando di mutui, d’ipoteche, di crediti da poter accordare, di fallimenti da temere; e mentre il principe di Roccasciano esponeva alla speculatrice i piani laboriosi coi quali costruiva pazientemente e lentamente l’edifizio della propria fortuna, la principessa sua moglie, di nascosto da lui, si giocava con Raimondo e con altri appassionati delle carte tutto quel che aveva in tasca. Il principe Giacomo vedeva qualche volta giocare senza metter fuori un baiocco, ma il più del tempo discorreva con quelli del paese. Venivano a fargli la corte il medico, lo speziale, i possidenti più grossi, la gente la cui ciera gli andava a verso, perché quanti tra i familiari della madre gli parevano iettatori erano stati da lui messi fuori. Non mancavano il vicario, il canonico, tutte le sottane nere del villaggio. Come in città, la casa Uzeda era qui frequentata da tutto il clero regolare e secolare, per la sua fama di devozione, pel bene sempre fatto alla Chiesa. Il rifiuto del principe di riconoscere il legato alla badìa di San Placido non lo pregiudicava presso i Padri spirituali: in vita era umano che egli cercasse di tener per sé la più parte della roba; così pure aveva fatto sua madre; morendo, avrebbe poi largheggiato con la Chiesa per assicurarsi la salute dell’anima. Come capo della casa, egli aveva del resto la facoltà di nominare i sacerdoti celebranti in tutte le cappellanie e benefizi fondati dai suoi antenati; lì al Belvedere, specialmente, ce n’era uno molto pingue, quello del Sacro Lume. Un Silvio Uzeda, dolce di sale, vissuto un secolo e mezzo addietro, era stato sempre attorniato da preti e frati: i monaci del convento di Santa Maria del Sacro Lume l’avevano persuaso che la Madonna voleva sposarsi con lui. Ed egli non era entrato nei panni, dal contento. La tradizione narrava che avevano compito la cerimonia con tutte le formalità: lo sposo, dopo essersi confessato e comunicato, era stato condotto, in abito di gala, dinanzi alla statua di Maria Santissima, e il sacerdote gli aveva regolarmente domandato se era contento di sposarla. «Sì!…» aveva risposto l’Uzeda; poi la stessa domanda era stata fatta alla Regina del cielo; e per bocca del guardiano del convento, anche Ella aveva risposto sì. Poi s’erano scambiati gli anelli: la statua portava ancora al dito quello dello sposo, il quale aveva naturalmente lasciato alla consorte tutti i suoi beni. Una lunga lite ne era seguita, non avendo voluto gli eredi naturali riconoscere il testamento del matto; finalmente, per via di transazione, s’era istituita nel convento, con metà dei beni, una cappellania laicale, sulla quale gli Uzeda avevano esercitato il giuspatronato. Così tutti i monaci venivano la sera a fare la corte al principe, discutevano con lui gli affari del monastero. Tra tutta quella gente egli papeggiava, sputava tondo, ascoltato come un Dio; dimenticava il resto della società, le signore e le signorine che giocavano a tombola, o a spiegar sciarade, o combinavano escursioni per la montagna, e passavano il tempo così allegramente che, senza le notizie del colera e i paesani armati per tener lontani i tardi fuggiaschi, nessuno avrebbe pensato che quelli fossero tempi di pestilenza.
Solo la contessa Matilde, fra le comuni distrazioni, non riusciva a nascondere il proprio dolore. Ella era venuta via dalla città quasi fuori di sentimento, tanto forte era stata la prova a cui l’avevano messa. Con l’animo pieno di spavento e di rimorso, sul punto di partire per la campagna, aveva riconosciuto che la pena meno sopportabile non le veniva più dalla lontananza della sua bambina, ma dal tradimento di Raimondo. Come poteva più metterlo in dubbio? La verità non le si era improvvisamente svelata, all’annunzio che egli andava al Belvedere, dove andava la Fersa? Perché mai, tanto insofferente di vivere in Sicilia, s’era rifiutato a partire pel continente, se non perché voleva restare vicino a colei? E aveva finto di non sapersi decidere, per aspettare che si decidesse quell’altra; ed aveva mendicato pretesti, e accusato il suocero, e così bene temporeggiato che allo scoppio della pestilenza aveva fatto a modo suo!… Né in quelle finzioni, in quelle menzogne, ella vedeva più la conferma dei brutti lati del suo carattere; esse non l’accoravano perché egli ne era stato capace: solo il pensiero che le aveva adoperate per amor di quell’altra era il suo cruccio. Che non amasse la figlia, che fosse ingiusto verso il suocero e prepotente, capriccioso, sgraziato, non le faceva nulla: ella non voleva che fosse d’altri! A Firenze, la gelosia di lei non aveva avuto oggetto determinato, o aveva continuamente mutato d’oggetto, poiché egli faceva la corte a quante donne vedeva; ella stessa poi s’era fino ad un certo punto assicurata, giacché, galante a parole con le signore, la mutabilità e l’impazienza dei suoi desideri gli facevano preferire quell’altre, le donne che si pagano… Che vergognoso dolore era stato il suo nel vedersi ridotta al punto di doversene rallegrare! Eppure, ella invidiava ora le sofferenze passate, giudicando intollerabile l’idea di saperlo così pieno d’un’altra da abbandonar la figlia in quei terribili giorni per starle vicino! Poi il suo cruccio cresceva, misurando la rapidità con la quale egli progrediva nella via del tradimento. A Firenze aveva messo un certo pudore nelle sue tresche; s’era quasi studiato, a momenti, di farsele perdonare, tornando ad ora ad ora buono con lei; adesso sfrenavasi fino a costringerla d’essere spettatrice dell’infamia. Questo, soprattutto, la feriva: che potessero essere così tristi da darsi un simile convegno, sotto gli occhi di lei, mentre i cuori umani tremavano al pensiero della morte!… Che giorno, quello della fuga al Belvedere, per le vie arroventate dal sole, in mezzo a nugoli di polvere calda e soffocante! Ella era nella stessa carrozza con Chiara, Lucrezia e il marchese, e la vista delle cure che questi prodigava alla moglie faceva più acuto il suo dolore. Raimondo non s’era voluto metter con lei, l’aveva lasciata sola in quella corsa pei villaggi dove gente armata fermava ogni persona ed ogni veicolo, contrastando il passo; ma comprendeva ella nulla di tutto questo? Vedeva nulla sul suo cammino? Ella vedeva, con gli occhi della mente, Raimondo sorridente e felice a fianco di quella donna, come l’aveva visto in realtà tante volte senza che la sua nativa fiducia la insospettisse! Ora però tutte le cose che non aveva saputo spiegare acquistavano un senso evidente: le lunghe uscite di Raimondo, le sue attese impazienti, il piacere che gli si leggeva negli occhi appena entrava colei, lo stesso misterioso istinto di repulsione che quella donna le aveva ispirato fin dal primo momento… Come doveva esser falsa e malvagia, se le dava il tenero nome d’amica e l’abbracciava e la baciava mentre le portava via il marito? Egli stesso non era falso altrettanto? Quante menzogne! Aveva anch’addotto la gravidanza di lei per non lasciar la Sicilia, e non s’accorgeva d’attentare in quel modo alla vita della creatura che ella portava in grembo!… Che giorno terribile! Nella carrozza scottante come un forno, al cui sportello s’affacciavano visi sospettosi di contadini brutali, piena del nauseante odore della canfora che Chiara e Lucrezia tenevavano alle narici contro la mefite, ella sentiva mancarsi il respiro. Non sapeva dov’era, dove andava; voleva gridare al cocchiere, alle compagne di viaggio: «Tornate indietro!… Non voglio venire!»; affrontar suo marito, buttargli in faccia il tradimento, scongiurarlo di non condurla vicino a quella donna, di non farla morire, di salvare la creatura che s’agitava nelle sue viscere, di ridar la pace al suo cuore, l’aria al suo petto. Aveva perduto i sensi, infatti, prima d’arrivare al Belvedere, non rammentava più come e quando fosse entrata alla villa…
Lì era cominciata per lei una vita di trepidazione continua. Ad ogni istante aveva creduto di vedersi comparire dinanzi la Fersa: tutte le volte che Raimondo era andato fuori, aveva pensato: «Adesso è con lei…» e il non vederla, il non udirne parlare, accresceva il suo spavento, lo rendeva più oscuro, le procurava non sapeva ella stessa quali orribili sospetti di cospirazioni ordite da tutti a suo danno. Aveva trovato, sì, la forza incredibile di nascondere i suoi sentimenti per non insospettire il marito, per non dare buon giuoco ai nemici; ma il silenzio imposto a se stessa, rendendo più acuto il suo tormento, le aveva tolto il mezzo di saper nulla. Perché nessuno nominava quella donna? Perché non veniva alla villa, con tutti gli altri visitatori del principe? Dov’era andata a star di casa?… E intenta a vagliare le mille supposizioni paurose che l’inquieta fantasia le suggeriva, ella dimenticava il colera, quasi non pensava alla figlia lontana, quasi non s’accorgeva del silenzio di suo padre. Questi doveva volergliene, credere che avesse abbandonato la bambina per smania di divertirsi al Belvedere! Non le era accaduto sempre così, che tutto quanto aveva fatto contro voglia per obbedire agli altri, le era poi stato addebitato, da tutti, come capriccio e come colpa? Non era ella una di quelle creature disgraziate che non riuscivano a nulla di bene, destinate a spiacere ad ognuno? Però non piangeva: non pianse neppure quando, invece del padre, le scrisse la sorella Carlotta, per dirle che Teresina stava bene e che erano tutti al sicuro. Non pianse, ma si sentì vinta da una cupa tristezza che non riuscì a nascondere. Raimondo stesso se ne accorse; le domandò:
«Che scrive tua sorella?»
«Nulla… che stanno tutti bene, che non corrono pericolo…»
«Hai visto?… Quando io ti dicevo?…» e le voltò le spalle.
Erano passate due settimane dal loro arrivo e ancora non aveva udito parlare della Fersa. La sera di quel giorno, appena cominciò a venir gente, ella andò a chiudersi nella sua camera. Stava male, non solo di spirito, ma anche fisicamente; la lunga agitazione travagliava alla fine anche il suo corpo. Era da un pezzo buttata sul letto, con gli occhi e la mente fissi nelle tristi visioni del passato, nelle paurose previsioni dell’avvenire, quando fu picchiato all’uscio.
«Cognata?…» era la voce del principe. «Che fate? Perché non venite giù? C’è molta gente, stasera… si giuoca…»
Ella levossi, s’acconciò con mano tremante i capelli scomposti e discese. Certo, quell’altra era finalmente venuta! Certissimamente Raimondo le stava al fianco! La chiamavano per farla assistere a quello spettacolo e per goderne!… Guardò rapidamente nel salone zeppo: non c’era. Però, aveva appena preso posto accanto alle cognate, che la udì nominare: qualcuno diceva:
«…la villetta affittata a donna Isabella…»
«Un guscio di noce!» rispose un altro. «I Mongiolino ci stanno come le acciughe in un barile.»
Ella non comprendeva.
«Ma i Fersa dove se ne sono andati?»
Era proprio Raimondo che faceva questa domanda? Non sapeva dunque dov’era colei?
«Nella campagna di Leonforte; donna Mara ha preferito….»
Ella comprese a un tratto; la gola le si strinse convulsamente. Andata via senza dir nulla, traversò la casa con gli occhi gonfi e il cuore tumultuante; giunta nella sua camera, cadde ai piedi dell’imagine della Vergine, scoppiando in pianto dirotto; pianto di gioia, di gratitudine di rimorso anche: poiché ella aveva sospettato degli innocenti…
Le parve di tornare da morte a vita; coi sospetti, cessarono i dolori dell’anima e quelli del corpo; partecipò alla vita della famiglia, assaporò finalmente la dolcezza del riposo. Anche le notizie del colera non le davano timore pei cari lontani; dopo le stragi dell’anno innanzi la pestilenza pareva non trovasse più dove apprendersi, serpeggiava qua e là senza forza.
Alla villa Francalanza continuava la vita allegra; tutte le sere conversazione e giuoco. Raimondo era adesso il più assiduo alla tavola verde; quand’egli prendeva le carte, le poste aumentavano, il rischio cresceva. Molti s’alzavano, intendendo svagarsi e non lasciarvi la borsa; la principessa di Roccasciano, invece, non chiedeva di meglio, molte volte restava sola col conte a far la bazzica da dodici tarì. Si nascondeva dal marito, il quale, come tutti i parsimoniosi, biasimava ogni specie di giuoco: amici compiacenti stavano alle vedette per farle un segno appena egli s’avvicinava; allora ella e il suo complice facevano sparire i gettoni, interrompevano la partita e si lasciavano sorprendere intenti a una scopa innocente. Raimondo ci si spassava, incitava la principessa al giuoco forte, la tirava in una stanza fuori mano dove restavano più a lungo a contendersi i quattrini, mettendo poi in mezzo, con l’aiuto di tutta la società, il principe sospettoso. Matilde, sorridendo anche lei di quelle scene da commedia, giudicava tuttavia che suo marito facesse male a fomentare così il vizio della principessa; ma non le bastava il cuore di rimproverarlo, tanto la rinata fiducia la faceva indulgente. Purché egli non la tradisse, che le importava del resto? Tra le signore che venivano alla villa, Raimondo pareva non apprezzarne alcuna; stava poco in loro compagnia, si dava tutto al giuoco: il giorno al casino, la sera in casa. Non che biasimarlo, pertanto, ella avrebbe quasi voluto spingerlo in quella via che lo distoglieva da un’altra infinitamente più dolorosa. Il cuor suo lo avrebbe voluto senza nessun vizio, solo amante di lei, della famiglia, della casa; ma lo prendeva com’era, anzi come lo avevano fatto, giacché ella addebitava quel che trovava in lui di men bello alla soverchia indulgenza, al cieco amore della madre.
Lontano dalle carte, Raimondo s’annoiava. Se non poteva combinare una buona partita, smaniava contro la noia di quel villaggio, contro la conversazione dei villani, contro gli stupidi divertimenti della tombola e delle gite sugli asini. Ella poteva dirgli: «Con chi te ne lagni? Non volesti venirci tu stesso?» Però taceva, affinché egli non prendesse quelle parole come un rimprovero. Invece, vedendolo di cattivo umore, gli domandava dolcemente che avesse.
«Ho che mi secco, non lo sai?» le rispondeva.
«Che vuoi farci!… Quando il colera cesserà torneremo a Firenze… Perché non vai al casino?»
Egli non se lo faceva ripetere. A poco a poco, il giuoco diveniva indiavolato; nel giro di poche ore facevano differenze di centinaia d’onze. Nessuno, in casa, diceva nulla a Raimondo; il principe, già più alla mano con tutti, pareva studiarsi di non pesare per nulla sul fratello. Un giorno questi, poiché da Milazzo, per via del colera, tardavano a mandargli denari, gli chiese, in conto delle rendite ereditate, qualche centinaio d’onze: il principe mise la propria cassa a sua disposizione; egli tornò ad attingervi a più riprese. Naturalmente, se il colera non finiva, non si poteva far nulla per la sistemazione dell’eredità; nondimeno, il principe ne parlava adesso direttamente al coerede, gli comunicava i propri disegni. Avevano dato a intendere ai legatari che erano stati trattati male dalla madre, ma la dimostrazione del contrario sarebbe stata facile e pronta. Già, né Ferdinando né Chiara davano ascolto ai sobillatori; la stessa Lucrezia si sarebbe subito convinta del proprio torto. Quindi, per amore della pace, per mettere in chiaro ogni cosa, quantunque avessero ancora tanto tempo a pagar le sorelle, non era meglio togliersi al più presto quel peso di su le spalle? Avrebbero fatto un poco di economia per raccogliere le sedicimila onze occorrenti, giacché se Lucrezia doveva averne diecimila, a Chiara ne toccavano soltanto sei, dovendosi sottrarre le quattro da lei «avute» nel maritarsi. Prima, però, bisognava pagare i creditori, metter tutto in pulito. Frattanto, per guadagnar tempo, potevano intendersi loro due, circa la divisione. E a nessuno di quei ragionamenti del fratello, Raimondo trovava nulla da obiettare. «Va bene, va bene,» era la sua risposta.
In mezzo a questa pace, piombò un bel giorno don Blasco da Nicolosi, a cavallo a un gigantesco asino della Pantelleria. Scappato con tutto il convento, il monaco non aveva messo fuori neppure il naso, nelle prime settimane, per paura di prendere il colera con l’aria che respirava; ma visto che per la campagna prosperavano uomini e bestie, rassicuratosi sul pericolo del contagio, udito finalmente che al Belvedere facevano baldoria, non stette più alle mosse. Arrivò lì, fra colazione e desinare, annunziandosi con grandi vociate perché nessuno gli apriva il cancello; visto poi il principino che gli veniva incontro con una bacchetta in mano la quale spaventava la cavalcatura, gridò al ragazzo, come se volesse mangiarselo: «Vuoi star fermo, che il diavolo ti porti?» e entrò finalmente nella villa esclamando: «Non c’è nessuno, qui dentro?… Che stillate?…» Al principe che voleva baciargli la mano, spiattellò: «Lascia stare queste smorfie…» e senza salutar nessuno, lo prese pel bottone dell’abito, lo trasse in disparte e gli domandò a bruciapelo:
«È vero che tuo fratello si giuoca la camicia che ha indosso? Com’è che puoi permettere una cosa simile?»
«Vostra Eccellenza non conosce Raimondo?» rispose il principe, stringendosi nelle spalle. «Chi può dirgli nulla? Provi Vostra Eccellenza a dissuaderlo…»
«Io? Ah, io? A me importa un mazzo di cavoli di lui e degli altri! Questo è il frutto dell’educazione che gli hanno data! E quell’altra buona a nulla di sua moglie? Tutto il giorno a grattarsi la pancia piena? E tua sorella? E quei pazzi? E tuo figlio?…»
Non risparmiò nessuno: i discorsi di Chiara e del marchese relativi al corredo del nascituro gli fecero montare la mosca al naso, le notizie dei Giulente lo imbestialirono; ma quel che gli fece perdere il lume degli occhi fu la lettura del Giornale di Catania portato dal principe di Roccasciano nel pomeriggio, quando cominciarono a venire le prime visite. Subito dopo il bollettino del colera si leggeva in quel foglio: «La generosità dei nostri cospicui patrizi non poteva mancare, in tempi tanto calamitosi, di venire in soccorso della sventura. L’Illustrissimo don Gaspare Uzeda duca d’Oragua, benché lontano dai suoi concittadini, pure ha fatto tenere al nostro Senato la somma di ducati cento da distribuirsi in soccorso dei più bisognosi…» Cento ducati buttati via, per soccorrere i bisognosi? Dite piuttosto per fregola di popolarità! Cento ducati buttati a mare, quasi che quella bestia avesse molto da scialare? A furia di largizioni un bel giorno avrebbe battuto il… capo sul lastrone, come meritava la sua sciocchezza: bestia, bestione, tre volte bestionaccio!… Il monaco era talmente fuori della grazia di Dio, che quando Roccasciano gli chiese notizie di suo nipote don Lodovico, si voltò come una furia:
«Di che nipote m’andate nipotando?… Non li conosco!… Li rinnego tutti quanti!…» E preso anche quest’altro pel bottone della giacca, gli gridò all’orecchio: «Vedete un po’ quel che fanno?… Non sono tre mesi che han perduta la madre, e intanto se la spassano, senza un riguardo al mondo!…»
Qualche giorno dopo ci fu la visita del Priore. Arrivò in carrozza, riposato e sereno: salutò ed abbracciò tutti, volle entrare nella camera dov’era spirata la principessa, parlò della pestilenza attribuendola al corruccio del Signore per le nequizie dei tempi. Tutti lagnavansi dell’ostinata siccità, perché in tre mesi di torrida estate non era caduta una goccia d’acqua: egli riferì d’aver disposto un triduo, a Nicolosi, e una processione per impetrare la pioggia; altrettanto consigliò che facessero al Belvedere.
«Non bisogna stancarsi di pregare l’Altissimo. Solo la preghiera e la penitenza potranno indurre la Divina Clemenza a perdonare i peccatori.»
Poi annunziò che la cugina Radalì gli aveva scritto per avvertirlo che, appena cessato il colera, voleva mettere il secondogenito Giovannino al Noviziato: provvedimento lodevole poiché, col marito in quello stato, la povera duchessa non poteva badare all’educazione di entrambi i figliuoli. Il principe disse che anch’egli forse avrebbe fatto altrettanto per Consalvo. La principessa chinò gli sguardi a terra, non osando replicare, ma non potendo soffrire di esser divisa dal suo bambino.
Così zio e nipote tornarono a venire, soli, in giorni diversi, incapaci di stare insieme, come cani e gatti. Però tutti riconoscevano che la colpa era di don Blasco: don Lodovico, con la sua natura veramente angelica, non avrebbe chiesto di meglio che far la pace; quell’altro invece non gli perdonava ancora l’assunzione al priorato. Comunque, la scissura era dispiacevole: gli amici di casa, i frequentatori del convento ne parlavano con dolore. Non ne parlava affatto fra’ Carmelo, il quale venne anch’egli a far visita alla principessa ed a portarle le prime nocciuole e le prime castagne. Non voleva parlare della nimistà tra zio e nipote per amore della buona fama del convento, per rispetto ai Padri che, a suo giudizio, erano tutti buoni e bravi egualmente; ma in modo particolare per la venerazione che portava ai due Uzeda. Quei suoi sentimenti comprendevano tutta la parentela. Quando la principessa, in cambio della frutta che egli recava, gli faceva apprestare uno spuntino, il frate, sparecchiando rapidamente, esaltava la nobile casata, casata di signoroni come ce n’eran pochi. E la principessa gli voleva bene pel bene che egli dimostrava al piccolo Consalvo, per le carezze che gli faceva, per gli speciali regalucci che gli portava, singolarmente perché, narrandogli il Noviziato degli zii don Lodovico e don Blasco, gli diceva:
«Ce n’è stati tanti degli Uzeda, a San Nicola! Ma Vostra Eccellenza non l’avremo! Vostra Eccellenza è figliuolo unico, e non lo metteranno certamente al monastero!…»
Tutti i parenti, invece, tranne Chiara, che se avesse avuto un figliuolo se lo sarebbe cucito alla gonna, erano dell’opinione del principe, che per l’educazione e l’istruzione del ragazzo convenisse mandarlo fuori di casa. Don Blasco specialmente, alle monellate del pronipote, all’indulgenza della principessa, vociava: «Ma come cresce, cotesto squassaforche!… Che educazione è questa qui!…» Donna Ferdinanda, quantunque giudicasse soverchia ogni istruzione, pure riconosceva anche lei che mettere il ragazzo in un nobile istituto sarebbe stato secondo le tradizioni della casa: tanto il collegio Cutelli quanto il Noviziato benedettino avevano visto molti di quegli antenati di cui ella leggeva e spiegava al nipotino la storia. Quando Consalvo era stanco di molestare le persone e le bestie, se ne veniva infatti dalla zitellona e le diceva:
«Zia, vediamo gli stemmi?»
Gli stemmi erano l’opera del Mugnòs, illustrata con le armi delle famiglie di cui il testo ragionava; e donna Ferdinanda passava intere giornate leggendola e commentandola al nipotino.
Gli aveva già fatto un piccolo corso di grammatica araldica, spiegandogli che cosa volesse dire scudo partito e diviso, inquartato e soprattutto; mettendo il dito adunco sul rame che rappresentava quello di casa Uzeda gliene faceva ogni volta la descrizione perché la mandasse a memoria:
«Inquartato, al primo e al quarto partito, d’oro all’aquila nera, linguata e armata di rosso, e fusato d’azzurro e d’argento; al secondo e al terzo diviso, d’azzurro alla cometa d’argento e di nero al capriolo d’oro; sopra il tutto d’oro con quattro pali rossi che è d’Aragona; lo scudo contornato da sei bandiere d’alleanza.»
Poi gliene spiegava la formazione: la cometa voleva dire chiarezza di fama e di gloria; il capriolo rappresentava gli sproni del cavaliere. Lo stemma piccolo in mezzo al grande era quello dei Re aragonesi; gli Uzeda lo avevano ottenuto a poco a poco, non tutto in una volta: il primo palo al tempo di don Blasco II.
«Seruendo egli,» la zitellona leggeva nel suo testo, «all’inuitto Re don Giaime nella gverra ch’hebbe col conte Vguetto di Narbona e coi Mori nell’acquifto di Maiorca, non n’hebbe remvneratione uervna, perilche ritiratofi dal Real feruiggio fenne andò coi fvoi al fuo Stato, et iui uedendo che il Re mandaua vna groffa fomma di denari alla Reina, con dvcento caualieri fvoi uaffalli in un celato paffo fi pvofe, et agvatando i real carriaggi gli tolse i denari e quanto di fopra portauano, mandando a dire al Re ch’era lvi obbligato di pagar prima i feruiggi perfonali, e doppo fodiffar gli appetiti della Reina: ma fdegnatofi di qvefte attioni il Re moffe contra di Blafco graue gverra, che per l’interpofitione di molti baroni piaceuolmente fi disftaccò, et ottenne la baronia di Almeira nonché poteftà di poter imporre alle fve Arme vn palo roffo d’Aragona.» La zitellona gongolava, leggendo quella storia, e dopo averla letta la ripeteva al nipotino con linguaggio meno fiorito perché egli ne intendesse meglio il senso: «Bel Re, quello, eh? che si faceva servire dai suoi baroni e poi non voleva dar loro niente! Ma la pensata di don Blasco Uzeda non fu più bella? “Ah, non date niente a me che ho combattuto per voi, e pensate invece a mandar regali alla Regina? Aspettate che vi accomodo io!…”» La sua voce tremava di commozione nel ripetere la storia della rapina, e i suoi occhi furaci come quelli dell’antenato s’infiammavano della secolare cupidigia della vecchia razza spagnuola, dei Viceré che avevano spogliato la Sicilia.
«E gli altri pali?» domandava il principino, che pendeva dalle labbra della zia meglio che se gli raccontasse le fiabe di Betta Pelosa e della Mamma Draga.
La zitellona sfogliava rapidamente il libro e piombava sul passaggio cercato.
«A cagion di ciò auuenne ch’il predetto Gonzalo de Vzeda, effendo eccellente cacciatore, fv inuitato dal Re Carlo di andare a caccia nei bofchi fvoi, il qvale inuito fv dal Gonzalo accettato, e mentre ognvno fi procacciaua e’l Re medefmo di fegvire i Daini, Cinghiali, e Lepri, andò folo il Re appreffo vn groffo cinghiale, il quale aftvtamente fi trattenne nel corfo, ma perché il cauallo del Re fvriofamente di fopra gli correua, nel paffar impedito da quello, cafcò con tvtto il Re in vn fafcio per terra, il qvale reftò con vna gamba di fotto di cauallo, uedendo ciò il cinghiale, f’auuentò fopra il Re per vcciderlo, il qvale per non hauerfi potvto difbrigare fi difendeua folamente con vn pvgnale, e ne reftaua fenz’altro morto fi non che auuedvtofi da lvnge Gonzalo del pericolo del fuo Re, corfe per soccorrerlo, et al primo incontro vccife il cinghiale, e scendendo poi da cauallo, l’aivtò poi a forgere e’l fè montar fopra il fuo cauallo, e tvtta via il Re ringratiandolo e lodandolo il chiamò: “Bon figlio!” perilche fvrono poi fempre i fignori di Vzeda chiamati dai Regi Siciliani col titolo di confangvinei, e portarono fovra l’arme l’Arme Regia di Aragona con tutti i fuoi poteri, come in effetto al prefente fpiegano, dicendo anche il cronista madrileno: “Los feruicios de los Vzedas fveron tantos, y tan buenos que por merced de los Reyes de Aragona hazian la mefmas armas que ellos…”»
Chi poteva più arrestare donna Ferdinanda, una volta cominciato? Ella non aveva un uditore più attento del ragazzo, gli voleva bene appunto per questo, giacché gli altri parenti le prestavano un orecchio distratto, badavano alle loro «sciocchezze», o lavoravano ad offuscar lo splendore della casa, come quel volpone del duca amoreggiante coi repubblicani, come quella pazza da legare di Lucrezia che non voleva smetterla d’aspettare al balcone il passaggio del Giulente!…
Solo fra tutti don Eugenio, quando non lavorava alla memoria per disseppellire la nuova Pompei, assisteva alla lettura del Mugnòs, citava altri storici della famiglia. Allora fratello e sorella passavano a rassegna il lungo ordine di avi, recitavano la cronaca delle loro gesta, il secolare sforzo per afferrare e mantener la fortuna; i tradimenti, le ribellioni, le prepotenze, le liti continue che gli scrittori narravano velatamente, e che essi magnificavano. Artale di Uzeda, «giornalmente dal suo castello con i suoi armigeri uscendo, signoreggiava tutto il paese»; Giacomo, vissuto al tempo del Re Lodovico, «dominò Nicosia e ne fu alla perfine rimosso per i molti dazi che impose»; don Ferrante, «cognominato Sconza, che nel siculo idioma suona il medesimo che Guasta», perdé tutti i suoi feudi, «mercé l’inobbedienza che usò col suo Re; ne ottenne quindi il perdono, ma non per questo dimorò nella fedeltà, poiché per sue cagioni si discostò di bel nuovo della Regia obbedienza, e preso e condannato a morte ebbe per Grazia Sovrana salva la testa», don Filippo fu celebrato «pel valore che mostrò in favor del suo Re don Ferdinando contro al Re di Portogallo, di maniera, ch’essendo bandito della Corte per cagion d’omicidio, fu liberato e venne in Grazia del suo Re»; Giacomo V «perché aveva venduto suoi feudi a Errico di Chiaramonte, pretese poi ricuperargli dal poter di quello, e gli tentò lite»; Don Livio «si delettò di vendicarsi acerbamente degli oltraggi che gli furono fatti»; ecc. ecc. Questi erano, per donna Ferdinanda, atti di valore e prove d’accortezza. Né gli Uzeda avevano litigato coi sovrani e coi rivali soltanto, ma anche tra loro stessi: don Giuseppe, nel 1684, «si casò con donna Aldonza Alcarosso, colla quale procreò a don Giovanni e a don Errico, che per la morte dei loro padri innanzi l’avo pretesero succedergli negli Stati di quello e litigarono lungo numero d’anni innanzi la Regia Corte»; don Paolo ebbe «lunghe e criminose contese con suo padregno»; Consalvo, conte della Venerata «per la morte del padre fu spogliato dal suo zio, e per aver repudiato l’infertile moglie combatté alcuni anni con suo cognato»; Giacomo VI «cognominato Sciarra, che Rissa nel tosco idioma diremmo, non puoche differenze ebbe col padre». Consalvo III, «cognominato Testa di San Giovanni Battista, dolorò la fellonia dei figli che seguirono Federico conte di Luna, bastardo del Re Martino»; ma il più terribile di tutti fu il primo Viceré, il grande Lopez Ximenes, «che perdette l’animo dei suoi soggetti, per i vizi d’un figliuol naturale molto prepotente e di sciolti costumi: onde il padre, avendolo trovato reo et incorreggibile, con somma severità lo condannò a morte, sentenzia che si sarebbe eseguita, se il Re don Ferdinando, che ritrovavasi in Sicilia, non avesse ordinato che non si effettuisse…» Don Eugenio, di tanto in tanto, per edificazione del ragazzo, giudicava conveniente fare qualche dissertazione morale; donna Ferdinanda invece lodava tutto, ammirava tutto. Col tempo, con l’esercizio del potere, la razza battagliera erasi infiacchita: il secondo Viceré, sfidato a duello da un barone ribelle, «non puose prudentemente orecchio all’invito che questo sconsigliato giovane avevagli fatto»; la condotta dell’imbelle antenato, per la zitellona, era altrettanto lodevole quanto quella degli altri che avevano attaccato lite con tutti per niente. Ed a proposito di duelli, dove lasciare il famoso decreto di Lopez Ximenes?
«Aveva mandato bandi sopra bandi,» narrava la zitellona al nipotino, «per proibire le sfide; ma a chi diceva, al muro? Non gli davano retta! Ah, no? Allora fece una pensata; aspettò il primo duello, che fu tra Arrigo Ventimiglia conte di Geraci e Pietro Cardona conte di Golisano, e confiscò tutti i loro beni: glieli tolse, hai capito?»
«E chi se li prese?»
«Tornavano al Re,» spiegò don Eugenio; «ma poi la faccenda s’accomodò: Ventimiglia se ne andò fuori Regno, e Cardona regalò al Viceré il suo castello della Roccella, per ottener perdono…»
A furia di simili pensate, il Viceré venne però in uggia a tutto il mondo, tanto che il Parlamento mandò deputazioni in Spagna perché il sovrano lo rimovesse dal posto: opera dei baroni invidiosi e birbanti a giudizio della zitellona —, ma lui più fino di loro, che fece? Offrì al Re un dono di trentamila scudi, e così restò al suo posto; per poco, però. Era naturale che non lo potessero soffrire, giacché nessun altro aveva tanta potenza, tanta ricchezza e tanta nobiltà. C’erano stati prima molti altri governatori della Sicilia che tenevano il luogo del Re, ma si chiamavano Presidenti del Regno, o Viceré non proprietari, e dovevano consultare Sua Maestà prima di eleggere qualcuno alle cariche di Mastro Giustiziere, d’Ammiraglio, di Gran Siniscalco, ecc.; e non potevano dare feudi o burgensatici che oltrepassassero la rendita di onze duecento castigliane, né somme di denaro superiori a duemila fiorini di Firenze; era loro egualmente proibito di nominare i castellani di Palermo, Catania, Mozia, Malta, ecc., ecc., mentre l’Uzeda esercitava lo stesso preciso potere del Re, potendo, come diceva il rescritto: «emanar leggi durature a suo piacere, condonare la pena di morte, conferire dignità, far tutto ciò che avrebbe fatto lo stesso Re, esercitare tutti gli atti riserbati alla suprema regalìa ed alla regia dignità, ancorché avessero ricercato un mandato SPECIALE O SPECIALISSIMO…» Chi poteva dunque star loro a fronte? Che avevano da invidiare alle famiglie più nobili di Napoli e di Spagna? Si gloriavano perfino d’una santa in cielo: la Beata Ximena. Era vissuta tre secoli e mezzo addietro; maritata dal padre, per forza, al conte Guagliardetto, terribile nemico di Dio e degli uomini, aveva ottenuto la conversione del colpevole e compiuto grandi miracoli in vita e dopo morte: il suo corpo, portentosamente salvato dalla corruzione, conservavasi in una cappella della chiesa dei Cappuccini!… E come, sfogliando il volume per vedere gli altri stemmi, quelli dei Radalì, dei Torriani, il ragazzo domandava alla zia perché non c’era quello della zia Palmi, la zitellona rispondeva, secco secco: «Lo stampatore dimenticò di mettercelo; ma è così: suo padre che, con una zappa in mano, pianta un piede di palma…»

Verso la fine di settembre il colera crebbe d’intensità; il 25 il bollettino segnò trenta morti, ma si diceva che fossero più e che gl’infetti superassero il centinaio e che qualche caso sparso inquietasse le campagne. Ci fu una nuova scappata di gente; la vigilanza al Belvedere era continua perché non entrassero i fuggiti da luoghi sospetti: contadini e cittadini, armati di schioppi, carabine e pistole, facevano la guardia in tutte le vie che mettevano capo al paesello, esercitando una specie di polizia arbitraria e inappellabile; e poiché, ad ogni passaggio di fuggiaschi, avvenivano scene tra comiche e tragiche, Raimondo per vincer la noia — essendo il giuoco interrotto per quel nuovo spavento — gironzava spesso per i posti di guardia. Un giorno, saputosi che a Màscali c’era gente ammalata di colera, i carri e le carrozze provenienti di lì non furon lasciati passare. Mentre quelli del Belvedere intimavano il dietro-front con gli schioppi spianati, e gli emigranti facevano valere le loro ragioni, mostrando certificati, pregando, minacciando, gridando, Raimondo che se la godeva s’udì a un tratto chiamare: «Don Raimondo!… Contino! Contino!…» e guardatosi intorno vide due donne che dallo sportello d’una polverosa carrozza gli facevano cenni disperati.
«Donna Clorinda!… Voi qui?…»
Donna Clorinda era la vedova del notaio Limarra, famosa per l’allegria dimostrata in gioventù ed ora, nella maturità prossima al disfacimento, per la bellezza della figliuola Agatina, la quale, seguendo le orme della madre, aveva civettato, ragazza, con tutti i giovanotti che le si erano stropicciati alle gonne; maritata più tardi col patrocinatore Galano, gli procurava clienti d’ogni genere. Donna Clorinda, con un debole pei giovanotti nobili, era stata, più di dieci anni addietro, la prima conquista di Raimondo; lasciata la madre, egli aveva poi ruzzato con la figliuola, ma senza molto profitto, in verità, perché costei uccellava al marito; ammogliato egli stesso e andato via di Sicilia, le aveva perdute di vista. Adesso le due donne, ed anche il marito che se ne stava rannicchiato più morto che vivo in fondo alla carrozza, si mettevano sotto la sua protezione per ottenere un rifugio al Belvedere. Grazie a lui le lasciarono entrare; ma le difficoltà ricominciarono subito dopo, giacché, avendo i fuggiaschi invaso ogni buco, non c’erano in paese altro che le stalle dove poter mettere nuova gente. Nondimeno, per donna Clorinda e l’Agatina, che incontravano un nuovo amico ad ogni piè sospinto, tutto il Belvedere si mise in moto, finché trovarono loro due camerette terrene, un poco fuori mano, ma con un piccolo giardinetto. Appena stabilite, ridussero una di quelle scatole a salottino da ricevere, e cominciò subito l’andirivieni di tutta la colonia cittadina messa in rivoluzione da quell’arrivo. Donna Clorinda, che non s’arrendeva ancora, dava udienza a tutti; ma il posto accanto alla figliuola fu serbato a Raimondo. Per la libertà che regnava in quella casa, pel buon umore delle due donne, anche i rimasti a bocca asciutta ci venivano a passare la sera meglio che al casino, giocando, ciarlando, cantando. E Raimondo, smessa la noia, smessa la mutria, non rincasava più, si faceva ancora una volta aspettare lunghe e lunghe ore dalla moglie triste ed inquieta pel rinnovato pericolo della pestilenza, pei sospetti che quel repentino cambiamento rievocava, accorata più tardi dalle allusioni con le quali donna Ferdinanda, il principe, le stesse persone di servizio le rivelavano gli antichi amori del marito. Poteva ella credere alla nuova tresca con la figlia dell’antica amante? Non era questo un peccato mortale, una mostruosità che la mente di lei rifiutavasi di concepire? Non doveva ella credere, piuttosto, che l’astio dei parenti contro Raimondo e lei stessa ordisse l’accusa maligna?…
Bruscamente ritolta alla pace, ella tornava a struggersi, a lottare contro se stessa, contro i sospetti che la riassalivano non appena scacciati, a passar le lunghe notti autunnali tremando nell’attesa del ritorno di lui, a piangere per gli sgarbi coi quali egli rispondeva alle sue inquietudini.
«Perché resti fuori così tardi? Ho paura per la tua salute…»
«Non sono più libero di restar fuori quanto mi piace?»
«Sei libero, sì… Ma non andare in quella casa, tra quella gente che tuo fratello si vergogna di ricevere…»
«Dove vado? Tra quale gente? Io vado al casino; vuoi anche spiarmi?»
No, ella gli credeva, voleva e doveva credergli. Ma perché pesavano su lei gli sguardi tra ironici e compassionevoli di tutta la famiglia e della servitù? Perché il discorso moriva in bocca alle persone alle quali ella s’avvicinava?… Una notte, dopo quattro mesi di siccità, scoppiò un terribile temporale; il cielo scuro fu solcato da saette lucenti come spade, le strade si mutarono improvvisamente in fiumane limacciose, la grandine strosciò sulle vetrate e sui tetti. Ella che aveva sperato di veder tornare Raimondo ai primi accenni dell’uragano, aspettava ancora tremante di paura. Non una voce, non un rumore di passi. Il temporale cessò dopo un’ora, Raimondo non tornava ancora… Non gli altri maligni, ma egli stesso era bugiardo e incestuoso: poteva più dubitarne? Quella spudorata non l’aveva anche lei guardata arditamente in viso, in atto di sfida, quasi dicendole: «Sono più bella di te, perciò egli mi preferisce?…» Ed era vero: la sua gelosia era tanto più umiliata, quanto più ella riconosceva di non piacere a suo marito, ora specialmente che la gravidanza inoltrata la disformava. Ma aveva egli veramente giurato di attentare alla vita dell’essere che ella portava in grembo, infliggendole torture sopra torture, lasciandola così, nella notte oscura e tempestosa, con quello spasimo del peccato orribile, del nuovo tradimento, con l’anima piena di dolore e di vergogna e di spavento?… Egli rincasò a mezzanotte, fradicio intinto, con gli abiti talmente fangosi come se si fosse rotolato nella mota.
«Maria Santissima!…» esclamò ella, giungendo le mani. «Come ti sei conciato così?»
«Pioveva; sei sorda? Non hai sentito l’acqua?»
«Ma la pioggia è finita da un pezzo…»
«Mi son inzuppato prima!…» gridò quasi egli. «Ho da sentire anche te, adesso?»
Improvvisamente, ella ebbe conferma dei propri sospetti: rispondeva così quand’era colto in fallo, replicava con le violenze alla ragione; troncava la discussione coi gridi… Appoggiata la fronte a un vetro sul quale la nuova pioggia fine fine tirava umide righe, ella si mise a piangere silenziosamente. Il bene che gli voleva, l’obbedienza che gli prestava, la devozione sommessa di cui gli dava prova ogni giorno non bastavano, dunque: tutto era inutile, egli la sfuggiva, la tradiva, per chi?… E l’aveva costretta ad abbandonare la sua bambina e l’aveva esposta ai rimproveri di suo padre, per questo, per questo!… Un dolore sopra l’altro, sempre, sempre, anche adesso che ella avrebbe dovuto esser sacra per lui, perché i dolori potevano uccidere la creatura che stava per nascere!…
La voce di Raimondo, rauca, che chiamava il cameriere, la strappò all’alba di lì. S’era messo a letto, il ribrezzo della febbre gli faceva battere i denti. Allora ella asciugò le lacrime, corse ad assisterlo. Per tre giorni non lasciò un momento il suo capezzale, gli fece da infermiera e da cameriera, dimenticando la propria ambascia pel terrore che quel male degenerasse nella pestilenza influente, restando sola presso di lui quando, insospettiti, nessuno della famiglia volle più entrarci. Tremavano all’idea del contagio, avevano tutti paura di prenderlo. Raimondo più di tutti, nonostante le risate confortative del dottore, nonostante le assicurazioni di lei.
Guarito dell’infreddatura, egli non ebbe più nulla; però non era ancora del tutto ristabilito che pretese andar fuori.
«Fàllo per noi!» scongiurò Matilde, a mani giunte; «per nostra figlia! Non t’esporre a un altro malanno!…»
Non gli aveva detto nulla dei suoi sospetti, per non irritarlo mentr’era infermo, ma ora gli buttava le braccia al collo, gli diceva, guardandolo negli occhi, passandogli una mano sui capelli:
«Dove vuoi andare? Perché mi lasci? Resta con me!»
«Voglio far due passi; mi sento bene…» rispose, solleticato da quelle carezze, da quella sommessione di cane fedele.
«Li faremo insieme nella vigna. Non c’è bisogno di andar fuori, se è vero che mi vuoi bene… me sola!… e che non pensi ad altri…»
«A chi dovrei pensare?…» esclamò Raimondo, con un sorriso fatuo di compiacimento.
«A nessuna?… A nessuna?… A colei?»
«Ma a chi?»
«Alla Galano?…» quel nome le bruciava le labbra.
«Io?» rispose con tono di protesta. «Ma neanche per sogno!… Vorrei un po’ sapere chi ti mette in capo queste cose!»
«Nessuno! Le temo io, perché ti voglio bene, perché sono gelosa…»
Egli rideva di tutto cuore, rassicurandola.
«Ma no! Che ti salta in capo!… E poi, l’Agatina!… Una che è di tutti, di chi la vuole!…»
«È vero? È vero?… Allora, perché ci vai?»
«Ci vado perché mi diverto, perché è come andare al caffè, al circolo…»
«Allora, la sera che prendesti l’infreddatura…»
«M’inzuppai perché l’acqua mi colse alla Ravanusa; puoi domandarne, se non mi credi!»
Sì, ella gli avrebbe creduto, se la dolcezza con cui la trattava non fosse stata nuova, innegabile prova che aveva qualcosa da farsi perdonare… Ebbene, che le importava, se era per questo? Qualunque fosse il sentimento che gli dettava quelle parole, esse erano buone, la toglievano, almeno per poco, al suo cordoglio. E con l’anima che riaprivasi alla speranza, ella lo udiva proporle:
«Del resto, ora che il colera sta per finire, andremo via tutti. Quando avrò sistemato gli affari della divisione con Giacomo, ce ne torneremo a Firenze. Ma per ora, se vuoi, faremo una corsa a Milazzo. Partorirai a casa tua; ti piace?»

6.

«Abbas!… Abbas!…» disse il fratello portinaio, inchinandosi.
«Che significa?» domandò, allo zio Priore, Consalvo che il padre conduceva per mano.
«Vuol dire che l’Abate è in convento,» spiegò Sua Paternità.
Su per lo scalone reale, tutto di marmo, il ragazzo guardava le pareti decorate di grandi quadri a mezzo rilievo di stucco bianco sopra fondo azzurrognolo: San Nicola da Bari, il martirio di San Placido, il battesimo del Redentore, con sciami d’angeli in giro, corone, festoni e rami di palme sulla vòlta. Lo scalone sbucava nel corridoio di levante, dinanzi alla grande finestra che metteva nella terrazza del primo chiostro.
«È là,» disse il Priore, inchinandosi verso un’ombra nera che passava dietro i vetri.
L’Abate, dall’esterno, attaccò il viso al finestrone e riconosciuti i visitatori esclamò, gestendo:
«Apri, apri, Ludovì…»
Il Priore fece girare la spagnoletta e presa la mano del superiore la baciò rispettosamente; il principe e il principino seguirono l’esempio.
«Benedetti, figliuoli, benedetti!… Questo è dunque il nostro monachino? Oh, che bel monachino ne vogliamo fare!… Consalvo, eh?» domandò rivolto al principe; poi, al ragazzo: «Consalvo, tu sei contento di stare con noi, che?…»
«Rispondi!… Rispondi a Sua Paternità…»
Il ragazzo disse, guardandolo in viso:
«Sì.»
«Bravo!… Che bel ragazzo!… Che occhi!… Tu starai qui con lo zio, crescerai buono e santo come lui, che?…» e mise affabilmente una mano sulla spalla del Priore, il quale mormorò, arrossendo:
«Padre Abate!…»
Questi s’avviò, appoggiandosi al bastone. Il Priore gli stava alla destra, il principe alla sinistra: Consalvo era andato ad affacciarsi all’inferriata, guardava giù nel chiostro contornato da un portico che reggeva la terrazza superiore, pieno di statue, di vasche dove l’acqua cantava, di sedili distribuiti fra le aiuole simmetriche, con un padiglione in centro, di stile gotico, a quattro archi, la cui vòlta di lastre lucide faceva specchietto al sole. Il ragazzo curiosava ancora quando suo padre lo chiamò: la comitiva dirigevasi al quartiere dell’Abate, posto accanto a quello del Re, nel corridoio di mezzogiorno, dove ogni uscio era sormontato da grandi quadri rappresentanti le vite dei santi. Giunto dinanzi alla sua porta, l’Abate diede qualche ordine al cameriere, poi tutti si diressero al Noviziato, pel corridoio dell’Orologio lungo più di cento canne, il cui finestrone di fondo pareva piccolo, dall’opposta estremità, come un occhio di bue. Passarono dapprima accanto al secondo chiostro, il quale aveva il portico al primo piano e la terrazza al piano superiore come l’altro; anch’esso coltivato: tutt’un boschetto di aranci e di cedri dal fogliame scuro che i frutti d’oro punteggiavano. Poi si lasciarono dietro il Coro di notte dove sbucava un’altra scala, poi l’orologio; né il corridoio finiva ancora. L’Abate, tra il principe e il Priore, chiacchierava con una volubilità straordinaria, seminando il discorso di «che?…» aspirati ai quali non lasciava dare risposta. I fratelli che incontravano lungo il loro cammino si fermavano tre passi innanzi alla comitiva, chinavano il capo giungendo le mani sul petto al passaggio dei superiori. E sulla porta del Noviziato stava fra’ Carmelo, che scorto il ragazzo gli aprì le braccia con aria festosa, esclamando:
«C’è venuto!… C’è venuto!…»
Padre Raffaele Cùrcuma, il maestro dei novizi, venne incontro all’Abate, e gli fece strada fino alla sala delle lezioni dov’erano riuniti tutti i fanciulli, Giovannino Radalì fra gli altri, da sei mesi a San Nicola.
«Questo è il nostro nuovo monachino,» spiegava Sua Paternità. «Abbraccia il cuginetto!… La tua camera è pronta, or ora ci andremo. Adesso tu lascerai il tuo nome; ti chiamerai Serafino. Il tuo cuginetto si chiama Angelico, che?… Questo qui è Placido, questo Luigi…»
Erano frattanto arrivati due camerieri con vassoi pieni di dolci, ai quali i novizi facevano festa.
«Vedrai che è bello, qui,» diceva il maestro al nuovo arrivato, accarezzandolo. «Ti divertirai, con tanti compagni…»
Consalvo chinava il capo, lasciava che dicessero. La curiosità del primo momento gli era passata, sentiva adesso una gran voglia di piangere; nondimeno guardava tutti in viso, quasi in atto di sfida, per non darla vinta a suo padre che aveva per forza voluto ficcarlo lì dentro. E fra’ Carmelo era stupito della sua franchezza: tutti gli altri ragazzi, il primo giorno, avevano gli occhi rossi, dicevano che non volevano starci, piangevano immancabilmente quando il barbiere recideva le loro chiome, quando lasciavano gli abiti secolari per vestire la nera tonacella. Invece il principino, andato via suo padre dopo l’ultimo predicozzo, li lasciava fare, vedeva cadere i capelli sotto le cesoie senza dir nulla, indossava il saio come se l’avesse portato fin dalla nascita.
«Bravo!… Sempre così contento ha da starci!… Vedrà poi quanti giuochi, quanti spassi…»
Il ragazzo rispose, duramente:
«Io sono il principe di Francalanza; non sempre ci starò.»
«Sempre?… Chi l’ha detto?… Ci starà qualche anno, finché imparerà… Sempre ci stanno i suoi zii… Adesso, adesso andremo da Padre don Blasco…»
E presolo per mano, gli fece rifare la via tenuta al venire, fino alla camera del Decano, che era nel corridoio di mezzogiorno, col quadro di San Giovanni Boccadoro sull’uscio.
«Deo gratias?…»
«Chi è?» rispose il vocione del monaco.
L’uscio s’aperse un poco, ed egli comparve, in pantaloni e maniche di camicia, con la pipa in bocca, in mezzo alla camera sottosopra come un campo lavorato.
«Qui c’è il nipotino di Vostra Paternità, che viene a baciar la mano alla Paternità Vostra.»
«Ah, sei qui?» esclamò il monaco, nettandosi le labbra col rovescio d’una mano. «Va bene, tanto piacere!» aggiunse senza fargli neppure una carezza; poi, rivolgendosi al fratello: «Conducetelo a spasso nella Flora.»
Dopo tante grida contro l’ignoranza e la mala educazione del pronipote, il monaco era montato in bestia quando il principe aveva deciso di metterlo a San Nicola. Ce lo mettevano per educazione? Voleva dire che non erano buoni di educarlo in casa! Allora aveva ragione lui quando diceva che davano al ragazzo di begli esempi? Ma Giacomo voleva mettere il figlio a San Nicola anche per gli studi: come se gli Uzeda avessero mai saputo fare di più della loro firma! E poi ci voleva molto a dargli qualche maestro, se avevano la fregola di farne un letterato? I maestri, però, poco o molto, bisognava pagarli, e questo era il solo e vero motivo della deliberazione: risparmiare i baiocchi; perché ai Benedettini non solamente non si pagava nulla, ma le stesse famiglie degli scolari ci guadagnavano qualcosa!…
Le camere del Noviziato aprivano tutte in un giardino destinato unicamente al diporto dei ragazzi; non c’erano soltanto fiori, ma alberi fruttiferi, aranci, limoni, mandarini, albicocchi, nespoli del Giappone, e la mattina un pigolìo assordante di passeri svegliava i novizi prima ancora che fra’ Carmelo venisse a chiamarli per le divozioni che andavano a dire nella cappella. Finito di pregare tornavano tutti nelle loro camere, facevano una colazione frugale perché il pranzo era a mezzogiorno, e ripassavano le lezioni per trovarsi pronti all’arrivo dei lettori che insegnavan loro l’italiano, il latino e l’aritmetica, più la calligrafia e il canto corale, le domeniche. A terza, dopo le lezioni, c’era la messa, che scendevano ad ascoltare in chiesa; la più grande di Sicilia, tutta marmo e stucco, bianca e luminosa, con la cupola che sfondava il cielo e l’organo di Donato del Piano costato tredici anni di lavoro e diecimila onze di denari. Subito dopo la messa, i novizi andavano al refettorio, certe volte in quello grande insieme coi Padri, certe altre da soli, nel piccolo, secondo prescriveva la Regola; ma lo spasso cominciava più tardi, dopo il desinare, quando si sparpagliavano per il giardino, dove si mettevano a giocare a rimpiattino, alle bocce, ai castelletti, oppure zappavano o coltivavano ciascuno i propri alberi, oppure mandavano per aria aquilotti e palloni. Oltre il muro di cinta distendevasi un terreno incolto, tutto lava e sterpi, fino alla Flora — il giardino grande destinato al diporto dei monaci, dove i ragazzi andavano di tanto in tanto, a rincorrersi pei grandi viali — e il principino che aveva subito preso le abitudini del convento ed era il più diavolo di tutti, spesso arrampicavasi su quel muro, tentava di scavalcarlo e andarsene nella sciara; ma allora il Padre maestro e fra’ Carmelo ammonivano: «Di là non si passa!… Non t’arrischiare da quella parte che ci bazzicano gli spiriti: se t’afferrano ti portano via con loro…»
«Li hai visti tu, cotesti spiriti?» domandò una volta Consalvo a Giovannino Radalì.
«Io, no; ci vanno la notte, dicono.»
E la notte non potevano guardarci perché, dopo la passeggiata vespertina che facevano giù in città, e dopo la cena, rientravano per lo studio e per le preghiere della sera.
Fra’ Carmelo teneva loro compagnia, badava che non mancassero di nulla, e quando non c’era da fare, li svagava parlando dei novizi d’un tempo, che adesso erano monaci o alle case loro, narrando le storie antiche, il famoso furto della cera nella notte del Santo Chiodo; la rivoluzione del Quarantotto, quando San Nicola era servito di quartier generale a Mieroslawski; la venuta di Re Ferdinando e della Regina nel 1834; ma diffondendosi più che altro intorno alle vicende del monastero.
Nel primo principio non si sapeva bene chi lo avesse fondato, ma il 1136 certi santi Padri Benedettini s’eran ritirati, per meditare e far penitenza, nei boschi dell’Etna, e lì, coll’aiuto del conte Errico, avevano eretto il primo convento di San Leo. San Leo era uno dei tanti crateri spenti del Mongibello, tutto coperto di boschi e sei mesi dell’anno ammantato dalla neve; una vera solitudine adatta al santo scopo. In inverno la tramontana turbinava intorno al povero e rustico fabbricato, tagliava la faccia, scottava le mani, gelava ogni cosa: tanto che molti dei monaci s’eran buscate gravi malattie, non resistendo all’intemperie. Pertanto avevano ottenuto di poter mandare gl’infermi più giù, in un ospizio fabbricato nel bosco di San Nicola; e lì, come ci si stava meno a disagio, cominciarono ad andare anche parte dei monaci sani. A San Leo, intanto, oltre il freddo c’era un altro spavento, quando la montagna s’apriva, vomitando fuoco e cenere ardente: i terremoti sconquassavano la fabbrica, la lava distruggeva gli alberi e disseccava le cisterne, la cenere infocata bruciava ogni verdura. «Potevano sopportare tanti guai, i poveri Padri?» La meditazione stava bene, ma se il suolo mettevasi a ballar la tarantella, chi poteva più riconcentrarsi e pregare? La penitenza stava ancora meglio; ma bisognava pure evitare che, a furia di mortificazioni, i penitenti non se ne andassero difilato all’altro mondo prima d’aver purgato i loro falli. Per conseguenza, impetrarono ed ottennero di stabilirsi definitivamente a San Nicola, intorno al quale venne crescendo un paesetto che, dal Santo, si chiamò Nicolosi per l’appunto. Lì, il convento fu costruito con qualche comodo, più grande dell’antico, e i monaci vi restarono molti anni; però Nicolosi non scherzava neppur esso: la neve, se non per sei mesi, vi cadeva copiosa in inverno, e il freddo era ancora troppo pizzicante; tanto che gli ammalati bisognò mandarli in un altro ospizio fabbricato apposta più giù, alle porte di Catania; senza dire che i ladri infestavano quelle campagne. Veramente i monaci, che avevano fatto voto di povertà, non avrebbero dovuto temerli; perché «cento ladri», come dice il proverbio, «non possono spogliare un nudo»; ma Re, Regine, Viceré e baroni avevano cominciato a donar roba al convento; e a furia di raccoglier legati i Padri si trovavano possessori di un gran patrimonio. Ora, chi doveva godersi quelle ricchezze? i topi? Perciò nel 1550, i Benedettini pensarono di venirsene definitivamente in città, mettendo la prima pietra d’un magnifico edifizio alla presenza del Viceré Medinaceli. Certuni volevan dire che San Benedetto fosse crucciato perché i suoi figli avevano lasciato i boschi e s’erano accasati da signori in città: menzogna patente, poiché, finito che fu il convento, il glorioso fondatore dell’Ordine lo preservò dal fuoco del vulcano: la lava dei Monti Rossi, discesa fino a Catania, preciso in direzione del convento, giunta dinanzi ad esso girò dalla parte di ponente e andò a gettarsi in mare senza fargli alcun danno. È vero che nel 1693 il terremoto rovinò l’edificio dalle fondamenta; però il castigo, se mai, non fu inflitto ai soli Padri, ma a mezza Sicilia che se ne cascò come un castello di carte. E allora finalmente cominciarono la costruzione che adesso ammiravasi sopra un piano tanto grandioso che non si poté eseguir tutto: per portarne a compimento una metà, i lavori durarono fino al 1735. La ricchezza dei Padri era pervenuta al sommo: settantamila onze l’anno, e certi feudi erano così vasti, che nessuno ne aveva fatto il giro!
Quando parlava di queste cose, fra’ Carmelo non ismetteva più, perché egli aveva passato più di cinquant’anni fra quelle mura, e voleva bene a’ Padri, ai novizi, alle immagini della chiesa ed agli alberi della Flora, come se tutti fossero parte della sua famiglia. Conosceva i feudi, le tenute e i poderi meglio di tutti i Cellerari di campagna, ciascuno dei quali era preposto al governo d’una sola proprietà; e quando bisognava rammentar qualcosa, la data d’un avvenimento molto lontano, la misura d’un antico raccolto, tutti ricorrevano a lui.
Il principino era adesso la sua più grande affezione: egli se lo teneva vicino più che poteva, gli regalava dolci e balocchi, lo vantava all’Abate, al maestro dei novizi, agli zii ed a tutti. Il ragazzo, veramente, era troppo vivace, faceva il prepotente, attaccava lite coi compagni; fra’ Carmelo, paziente ed indulgente, sapeva scusarlo presso il maestro, se commetteva qualche monellata, e raccomandava prudenza agli altri fratelli se di queste monellate essi scontavan la pena.
«Bisogna lasciarli fare, i ragazzi; e poi sono signori, e a noi tocca obbedirli.»
I fratelli, infatti, erano addetti alle grosse bisogne, servivano i Padri al refettorio, mangiavano alla seconda tavola; e quando i monaci dicevano l’uffizio in Coro, essi recitavano in un cantone il solo rosario. Per entrar novizi e diventar monaci bisognava esser nobili, e fra’ Carmelo, fanatico di quelle cose quanto donna Ferdinanda, celebrava la nobiltà riunita a San Nicola. Vi si trovavano infatti i rappresentanti delle prime famiglie, non solo della Val di Noto, ma di tutta la Sicilia, perché in tutta la Sicilia c’era solo un altro convento di Cassinesi, a Palermo, e così inferiore in grandezza, ricchezza ed importanza, che mandavano lì da Catania i monaci stravaganti, per punizione. L’Abate era un gran signore napolitano, il secondogenito del duca di Cosenzano; da Monte Cassino era venuto anche il Padre Borgia, romano, di quella famiglia che aveva dato un Papa alla cristianità; e poi c’erano gli isolani, i Gerbini, che discendevano da Re Manfredi per via di donne; i Salvo, venuti in Sicilia con gli Svevi; i Toledo, i Requense, i Melina, i Currera spagnoli come gli Uzeda, i Cùrcuma e i Sagonti, di nobiltà longobarda; i Grazzeri, discesi di Germania; i Corvitini, fiamminghi; i Carvano, i Costante, francesi; gli Emanuele, appartenenti ad un ramo de’ Paleologhi, imperatori d’Oriente.
«Basta essere ai Benedettini, o monaco o novizio, per significare che uno è signore,» spiegava fra’ Carmelo al principino. «Qui entrano soltanto quelli delle prime case, come Vostra Paternità.»
Ai ragazzi toccava il «Vostro Paternità» e il «don» come ai monaci, e tutte le volte che un Padre o un novizio passava dinanzi ai fratelli questi dovevano inchinarsi, piegandosi in due, incrociando le braccia sul petto; e se erano seduti, alzarsi in piedi per salutare. C’era uno di questi fratelli, fra’ Liberato, vecchissimo, quasi centenario, non più buono a nulla, il quale usciva dalla sua camera per tremare al sole sopra una sedia a bracciuoli; un giorno il principino gli passò dinanzi e il vecchio non s’alzò. Allora il ragazzo riferì la cosa al maestro, il quale fece al fratello una lavata di capo coi fiocchi.
«È istolidito, poveretto,» disse fra’ Carmelo, scusandolo. «Quando ci facciamo vecchi, torniamo peggio di quand’eravamo bambini!»
Consalvo riceveva così le stesse lezioni che gli aveva fatte donna Ferdinanda, le digeriva meglio che non l’altre del latino e dell’aritmetica. Esse gli davano un’idea straordinaria di quel che valeva, ma gli procuravano anche di solenni scapaccioni dai compagni, specialmente dai maggiori d’età, pel disprezzo col quale li trattava. Michele Rocca si gloriava d’avere anche lui un Viceré tra gli antenati; ma Consalvo correggeva: «Viceré? Presidente del Regno!…» E l’altro: «No, Viceré…» E Consalvo: «No, Presidente…» finché Michelino, infuriato, gli si slanciava addosso. Allora, piuttosto che venire alle mani, egli gridava al soccorso e a fra’ Carmelo toccava comporre la lite. Ma ricominciava con gli altri, attaccava brighe sopra brighe.
Quasi tutte quelle famiglie baronali avevano un nomignolo spesso ingiurioso o avvilitivo, col quale erano conosciute in città più che col vero nome. I Fiammona si chiamavano i Caratelli, perché corpacciuti come mezze botti; i San Bernardo Piange le fave, allusione alla miseria in cui erano ridotti; i Currera Tignosi perché tutti con le teste calve come palle da bigliardo; i Salvo Mangia Saliva, altri peggio ancora. Il principino, a corto di argomenti, gridava ai compagni: «Oh, dei Pancia-di-crusca!… Oh, dei Cute-di-porco!…» e quelli, non potendogli rendere pane per focaccia, giacché il nomignolo degli Uzeda, i Viceré, diceva la loro antica potenza, se lo mettevano sotto, quando riuscivano ad agguantarlo, e lo pestavano bene. Fra’ Carmelo accorreva, con le mani in testa, per liberare il suo protetto e predicar la pace, l’amore reciproco, l’attenzione allo studio.
Durante le lezioni, quando si dava la pena di stare attento, Consalvo capiva tutto e raccoglieva lodi e premi; ma del resto non c’erano castighi, ché i maestri lettori, tutti preti di bassa estrazione, non osavano neppure dar dell’asino agli scolari. Il Priore, in segno di soddisfazione pei buoni rapporti del maestro, veniva a trovare qualche volta il nipote al Noviziato, portandogli regali di dolci e di libri sacri; don Blasco, al refettorio, gli dava qualche scappellotto, a modo di carezze; ma la prima volta che fra’ Carmelo lo condusse al palazzo, in permesso, per mezza giornata, tutta la famiglia, riunita per la circostanza, gli fece gran festa.
«Che bel monachino!… Che bel monachino!…»
La principessa, dolente di non averlo più con sé, ma rassegnata come sempre ai voleri del marito, se lo mangiava dai baci, l’abbracciava stretto stretto con tanta maggior forza quanto maggiore repulsione le ispiravano gli altri; donna Ferdinanda anche lei, venuta apposta al palazzo, gli prodigò molte carezze; Lucrezia, placatasi ormai che non correva più pericolo di vederselo in camera, gli diede confetti e biscotti; il principe, senza smettere l’abituale severità, lodò i figli obbedienti. Don Eugenio fece una predica intorno ai benefizi dell’istruzione; perfino lo zio Ferdinando scese dalle Ghiande per assistere a quella visita. Mancavano però la zia Chiara e il marchese: sicuri d’avere il tanto aspettato e desiderato figliuolo, un triste giorno la gravidanza era andata in fumo; essi portavano da quel momento il lutto della speranza perduta. C’era invece una bambina di sei anni che guardava il monachino con grandi occhi curiosi e una balia che teneva in braccio un lattante.
«Le tue cugine, figlie dello zio Raimondo,» spiegò la principessa.
«E la zia Matilde?»
«Sta poco bene…»
Ma donna Ferdinanda troncò quegli stupidi discorsi, e prese a interrogare il nipotino intorno ai compagni, alla vita del monastero, all’impiego della giornata, intanto che fra’ Carmelo tesseva l’elogio del ragazzo alla madre.
«Ti faresti monaco?» gli domandò il principe, per chiasso. «Ci staresti sempre, al convento?»
«Sì,» rispose egli, per non dargliela vinta. «È bello stare a San Nicola!…»
I monaci infatti facevano l’arte di Michelasso: mangiare, bere e andare a spasso. Levatisi, la mattina, scendevano a dire ciascuno la sua messa, giù nella chiesa, spesso a porte chiuse, per non esser disturbati dai fedeli; poi se ne andavano in camera, a prendere qualcosa, in attesa del pranzo, a cui lavoravano, nelle cucine spaziose come una caserma, non meno di otto cuochi, oltre gli sguatteri. Ogni giorno i cuochi ricevevano da Nicolosi quattro carichi di carbone di quercia, per tenere i fornelli sempre accesi, e solo per la frittura il Cellerario di cucina consegnava loro, ogni giorno, quattro vesciche di strutto, di due rotoli ciascuna, e due cafissi d’olio: roba che in casa del principe bastava per sei mesi. I calderoni e le graticole erano tanto grandi che ci si poteva bollire tutta una coscia di vitella e arrostire un pesce spada sano sano; sulla grattugia, due sguatteri, agguantata ciascuno mezza ruota di formaggio, stavano un’ora a spiallarvela; il ceppo era un tronco di quercia che due uomini non arrivavano ad abbracciare, ed ogni settimana un falegname, che riceveva quattro tarì e mezzo barile di vino per questo servizio, doveva segarne due dita, perché si riduceva inservibile, dal tanto trituzzare. In città, la cucina dei Benedettini era passata in proverbio; il timballo di maccheroni con la crosta di pasta frolla, le arancine di riso grosse ciascuna come un mellone, le olive imbottite, i crespelli melati erano piatti che nessun altro cuoco sapeva lavorare; e pei gelati, per lo spumone, per la cassata gelata, i Padri avevano chiamato apposta da Napoli don Tino, il giovane del caffè di Benvenuto. Di tutta quella roba se ne faceva poi tanta, che ne mandavano in regalo alle famiglie dei Padri e dei novizi, e i camerieri, rivendendo gli avanzi, ci ripigliavano giornalmente quando quattro e quando sei tarì ciascuno.
Essi rifacevano le camere ai monaci, portavano le loro ambasciate in città, li accompagnavano al Coro reggendo loro le cocolle, e li servivano in camera se le LL. PP. si sentivano male, o si seccavano di scendere al refettorio. Lì il servizio toccava ai fratelli: a mezzogiorno, quando tutti erano raccolti nell’immenso salone dalla vòlta dipinta a fresco, rischiarato da ventiquattro finestre grandi come portoni, il Lettore settimanario saliva sul pulpito e alla prima forchettata di maccheroni, dopo il Benedicite, si metteva a biascicare. Il giro della lettura cominciava dai più piccoli novizi fino ai monaci più vecchi, per ordine d’età; ma una volta arrivato ai Padri di fresca nomina, ricominciava per evitare quel fastidio ai grandi, i quali se ne stavano comodamente seduti dinanzi alle tavole disposte lungo i muri, sopra una specie di largo marciapiedi; l’Abate, nel centro del gran ferro di cavallo, aveva una tavola per sé. I fratelli portavano intanto attorno i piatti, a otto per volta, sopra un’asse chiamata «portiera» che reggevano a spalla. Distinguevansi i pranzi e i pranzetti, questi composti di cinque portate, quelli di sette, nelle solennità; e mentre dalle mense levavasi un confuso rumore fatto dell’acciottolio delle stoviglie e del gorgoglio delle bevande mesciute e del tintinnio delle argenterie, il Lettore biascicava, dall’alto del pulpito, la Regola di San Benedetto: «… 34° comandamento: non esser superbo; 35°: non dedito al vino; 36°: non gran mangiatore; 37°: non dormiglione; 38°: non pigro…»
La Regola, veramente, andava letta in latino; ma al principino e agli altri novizi, aspettando che la potessero comprendere in quella lingua, la spiegavano nella traduzione italiana, una volta il mese. San Benedetto, al capitolo della Misura dei cibi, aveva ordinato che per la refezione d’ogni giorno dovessero bastare due vivande cotte e una libbra di pane; «se hanno poi da cenare, il Cellerario serbi la terza parte di detta libbra per darla loro a cena»; ma questa era una delle tante «antichità» — come le chiamava fra’ Carmelo — della Regola. Potevano forse le Loro Paternità mangiare pane duro? E la sera il pane era della seconda infornata, caldo fumante come quello della mattina. La Regola diceva pure: «Ognuno poi s’astenga dal mangiare carne d’animali quadrupedi, eccetto gli deboli et infermi»; ma tutti i giorni compravano mezza vitella, oltre il pollame, le salsicce, i salami e il resto; e in quelli di magro il capo cuoco incettava, appena sbarcato, e prima ancora che arrivasse alla pescheria, il miglior pesce. Molte altre «antichità» c’erano veramente nella Regola: San Benedetto non distingueva Padri nobili e fratelli plebei, voleva che tutti facessero qualche lavoro manuale, comminava penitenze, scomuniche ed anche battiture ai monaci ed ai novizi che non adempissero il dover loro, diceva insomma un’altra quantità di coglionerie, come le chiamava più precisamente don Blasco. Articolo vino, il fondatore dell’Ordine prescriveva che un’emina al giorno dovesse bastare; «ma quelli ai quali Iddio dà la grazia di astenersene, sappiano d’averne a ricevere propria e particolare mercede». Le cantine di San Nicola erano però ben provvedute e meglio reputate, e se i monaci trincavano largamente, avevano ragione, perché il vino delle vigne del Cavaliere, di Bordonaro, della tenuta di San Basile, era capace di risuscitare i morti. Padre Currera, segnatamente, una delle più valenti forchette, si levava di tavola ogni giorno mezzo cotto, e quando tornava in camera, dimenando il pancione gravido, con gli occhietti lucenti dietro gli occhiali d’oro posati sul naso fiorito, dava altri baci al fiasco che teneva giorno e notte sotto il letto, al posto del pitale. Gli altri monaci, subito dopo tavola, se ne uscivano dal convento, si sparpagliavano pel quartiere popolato di famiglie, ciascuna delle quali aveva il suo Padre protettore. Padre Gerbini, la cui camera era piena di ventagli e d’ombrellini che le signore gli davano ad accomodare, cominciava il giro delle sue visite; Padre Galvagno se ne andava dalla baronessa Lisi, Padre Broggi dalla Caldara, altri da altre signore ed amiche. Tornavano all’ave, per entrare in chiesa, ma quelli che venivano un poco più tardi, o a cui doleva il capo, se ne salivano direttamente in camera; e non già per dormire, ché la sera, fino a tre ore di notte, quando si serravano i portoni, c’erano visite di parenti e d’amici, si teneva conversazione, molti Padri facevano la loro partita. Un tempo, anzi, per colpa di Padre Agatino Renda, giocatore indiavolato, c’era stato un giuoco d’inferno: in una sola sera Raimondo Uzeda aveva perduto cinquecent’onze, e più d’un padre di famiglia s’era rovinato; tanto che i superiori dell’Ordine, dopo aver chiuso un occhio su molte marachelle, avevano dovuto finalmente prendere qualche provvedimento. Era appunto allora venuto da Monte Cassino, in qualità di Abate, Padre Francesco Cosenzano, e per un po’ di tempo, con l’autorità della fresca nomina, aiutato dai buoni monaci, che non ne mancavano, quel bravo vecchietto era riuscito a infrenare i peggiori; ma, poi, coll’andare del tempo, zitti zitti, a poco a poco, questi erano tornati alle abitudini di prima: giuoco, gozzoviglie, il quartiere popolato di ganze, i bastardi ficcati nel convento in qualità di fratelli — dei Padri — nuovo genere di parentela! E i timidi tentativi di resistenza dell’Abate gli avevano scatenato contro un’opposizione violenta. Don Blasco fu dei più terribili. Egli aveva tre ganze, nel quartiere di San Nicola: donna Concetta, donna Rosa e donna Lucia la Sigaraia, con una mezza dozzina di figliuoli: e l’Abate lasciava correre, sebbene fosse uno scandalo che tutte quelle mogli e quei figliuoli della mano manca, anzi di nessuna mano, venissero a udir la santa messa recitata dallo stesso monaco. Poi, tutte le mattine, egli scendeva in cucina, ordinando che mandassero i migliori bocconi alle sue amiche, e i giorni di magro si metteva sul portone per aspettar l’arrivo dei cuochi col pesce, in mezzo al quale faceva la sua scelta, ordinando: «Taglia un rotolo di questa cernia e portalo a donna Lucia!» E l’Abate lasciava correre. Ma un giorno finalmente i nodi vennero al pettine, per causa di costei. Il convento possedeva una buona metà del quartiere in mezzo al quale sorgeva: i tre palazzotti della piazza semicircolare dinanzi alla chiesa e una quantità di case terrene tutt’intorno alle mura. Da queste fabbriche ricavava una magra rendita, perché parte erano affittate a prezzi di favore a vecchi fornitori o sagrestani ritirati, parte erano addirittura concesse come elemosina a povera gente, a famiglie nobili cadute in bassa fortuna. Ora don Blasco, con una particolare affezione per donna Lucia Garino, la Sigaraia, le aveva fatto concedere un bel quartierino di abitazione nel palazzotto di mezzogiorno e una bottega sottoposta dove suo marito teneva il negozio dei tabacchi. L’Abate, visto che questa donna Lucia non era né indigente né nobile decaduta e che non vantava altro titolo, per godersi la casa, fuorché l’amicizia scandalosa di don Blasco, mentre poi tanti e tanti poveri diavoli non sapevano dove dar del capo, pensò di ordinarle che o pagasse regolarmente l’affitto del quartiere e della bottega, oppure che sgomberasse. Don Blasco, a cui già il fare da moralista del nuovo Abate aveva dato ai nervi, tanto che non aspettava se non l’occasione per aprire il fuoco, a questa intimazione riferitagli dall’amica piangente diventò una bestia, salvo il santo battesimo, e fece cose dell’altro mondo, gridando pei corridoi del convento, sotto il muso dei Decani e dietro l’uscio dell’Abate, che se qualcuno avesse osato dar lo sfratto o pretendere un baiocco dalla Sigaraia, l’avrebbe avuto a far con lui. E disciplinata l’opposizione ancora incerta e tentennante, raccolto intorno a sé la schiuma del convento, i monaci che non potevano digerire le austere ammonizioni del superiore e la fine del giuoco e di tutti gli scandali, se prima era stato lo spavento del Capitolo, da quel giorno divenne un diavolo scatenato. Per amor della pace, il povero Abate dové rimangiarsi il suo provvedimento, ma l’Uzeda senior non si placò per questo, ché dove poté trovare argomento da suscitare mormorazioni e liti, non diede tregua al suo «nemico». Giusto, l’Abate, ammirato dei severi costumi e della scienza di don Lodovico, s’era messo a proteggerlo, fino a sostenerne poi l’elezione al priorato; perciò don Blasco, il quale voleva aver egli quel posto, accomunò il nipote e il superiore nell’odio feroce e inestinguibile.
C’erano stati sempre numerosi partiti, a San Nicola; perché, trattandosi d’amministrare un patrimonio grandissimo, e di maneggiare grossi sacchi di denaro, e di distribuire larghe elemosine, e di dar lavoro a tanta gente, e d’accordar case gratuite e posti non meno gratuiti al Noviziato, e d’esercitare insomma una notevole influenza in città e nei feudi, ciascuno ingegnavasi di tirar l’acqua al suo mulino; ma, al tempo dell’ammissione del principino, i contrasti erano quotidiani e violenti. L’Abate aveva, prima di tutto, i suoi partigiani; ma non tutti i buoni monaci erano per lui, non garbando a qualcuno che il supremo potere fosse in mano d’un forestiere. Don Blasco col suo codazzo cercava d’attirar costoro, gridando che bisognava mandare a casa sua quel «napolitano mangiamaccheroni»; ma, benché d’accordo su ciò, l’opposizione si divideva poi novamente, quando aveva da scegliere il successore. Non mancava il partito di quelli che dichiaravano non aver partito; e don Lodovico, modello del genere, tenendosi da parte, navigando sott’acqua, era riuscito ad agguantare il priorato. Parecchi sostenevano anzi che, in fin dei conti, egli era il solo meritevole d’aspirare alla dignità abaziale; ma allora suo zio, per evitare che quel «gianfottere» si ponesse in capo la mitra, quasi sosteneva l’Abate Cosenzano. Né lo stesso don Lodovico ammetteva che gli parlassero della promozione: se qualcuno gliela prediceva, protestava:
«L’Abate per ora è Sua Paternità ed a me tocca obbedirlo prima d’ogni altro.»
L’Abate in persona, stanco di quella galera, gli confidava di volersi ritirare per cedergli il posto: quando pure non avesse pensato a mettersi da canto, presto o tardi la morte non ci avrebbe pensato per lui? E il Priore:
«Vostra Paternità non parli di queste cose!… Sono cose che contristano il cuore d’un figlio devoto, Padre Reverendissimo.»
Il vecchio lo prendeva allora a suo confidente, si lagnava del poco rispetto dei monaci, dello scandalo che molti continuavano a dare con la loro vita libertina. Il Priore scrollava il capo, in atto dolente:
«Il glorioso nostro fondatore, Padre dei monaci, ci insegna qual è il rimedio contro gli errori dei traviati: l’orazione dei buoni, acciocché il Signore, che tutto può, dia salute agli infermi fratelli…»
Pertanto egli non riprendeva nessuno, non dava corso ai richiami che spesso venivano a fargli, lasciava che ognuno cocesse nel proprio brodo. Fra quella trentina di cristiani non c’era mai un momento di pace e di accordo. Se la quistione delle persone divideva il convento in un certo modo, i partiti erano poi scompigliati dalla politica che raggruppava i Padri in ordine tutto diverso. V’erano i liberali, quelli che al Quarantotto avevano parteggiato pel governo provvisorio e ospitato la rivoluzione in persona dei suoi soldati; e v’erano i borbonici, che i liberali chiamavano sorci. Don Blasco capitanava questi ultimi, in mezzo ai quali stavano molti amici del Priore; i liberali, che nelle quistioni d’ordine interno erano quasi tutti con l’Abate effettivo, borbonicissimo, obbedivano politicamente all’Abate onorario Ramira, quello del Quarantotto. Quindi, se spesso s’udivano le voci dei Padri che dicevano male parole ai fratelli e mandavano a quel paese i camerieri, gli strepiti salivano al cielo appena cominciavano le discussioni sugli avvenimenti pubblici, all’ombra dei portici o dinanzi al portone: liberali e borbonici quasi venivano alle mani, a proposito della fine della guerra di Crimea, del Congresso di Parigi, della parte che vi sosteneva il Piemonte. Don Blasco era violento contro quel «piemontese mangiapolenta» di Cavour e lo colmava d’improperi, rammentando la storia della rana e del bue, profetando che sarebbe scoppiato a furia di gonfiarsi come una vescica. Era più terribile ancora contro il sistema costituzionale di cui i liberali avevano l’uzzolo: esclamava che il miglior atto compiuto da Ferdinando II era stato il 15 maggio, quando aveva fatto prendere a baionettate «i buffoni e i ruffiani» di palazzo Gravina. E se i liberali dicevano che avrebbero dato il ben servito al Re un’altra volta, gridava:
«Lo manderete via voi altri, se mai; ché ve ne basta l’animo, con quei pancioni!»
E quando sentiva esaltare la bontà del giovane Re di Sardegna, alzava le braccia sul capo, scotendo le mani come alacce di pipistrello, con un gesto d’orrore disperato: «Passa Savoia!… Passa Savoia!…» Nel 1713 quando Vittorio Amedeo, assunto al trono di Sicilia, era venuto nell’isola, in pompa, traversandola da un capo all’altro, il passaggio del nuovo sovrano era stato seguito da una mala annata come da un pezzo non si rammentava l’eguale; e nelle popolazioni spaventate ed ammiserite era rimasto in proverbio quel detto: «Passa Savoia! Passa Savoia!…» come il sintomo d’una sciagura, d’un castigo di Dio.
«E volevano un altro dei loro, al Quarantotto, come se non fosse bastato il primo! Ci volevano ridurre peggio di quel Piemonte morto di fame che spoglia i conventi!…»
Anche tra i novizi v’erano partiti politici: i liberali, rivoluzionari, piemontesi; e i borbonici, napolitani, sorci; ma se fra i monaci i due campi disponevano di forze quasi eguali, qui i liberali erano in maggioranza.
«Sono tutti i morti di fame,» spiegava don Blasco al principino; «quelli che a casa loro non hanno di che mangiare, e qui disprezzano il ben di Dio e le lasagne che gli piovono in bocca bell’e condite!»
Questo non era vero del tutto, perché capitanava i novizi liberali Giovannino Radalì Uzeda, il quale apparteneva ad una famiglia che per nobiltà e ricchezza veniva subito dopo gli Uzeda del ramo diritto: quantunque secondogenito, se fosse rimasto al secolo gli sarebbe toccato il titolo vitalizio di barone. Ma il principino seguiva egualmente le opinioni degli zii don Blasco e donna Ferdinanda: amico e compagno di giuoco del cugino, era suo avversario in politica; e quando i rivoluzionari parlavano fra di loro, quando complottavano per sollevare il convento e scendere in piazza con una bandiera di carta tricolore, egli stava alle vedette e interrogava i più ingenui, e poi andava a ripetere le notizie allo zio, perché li denunziasse all’Abate; tanto che don Blasco ebbe presto in tutt’altra considerazione il pronipote.
«Questo gianfottere non è poi tanto minchione quanto pare… Sì, sì,» approvava, lodando lo spionaggio di Consalvo; «ascolta quel che dicono e poi vieni a riferirmelo.»
Anche tra i fratelli la politica metteva dissidi e nimistà; i più furbi, veramente, non s’impicciavano né di Cavour né di Del Carretto, e badavano a ingrassare le loro famiglie con le racimolature del monastero, ma parecchi parteggiavano o pel governo o per la rivoluzione. Uno specialmente, fra’ Cola, capo rivoluzionario, parlava sempre di ricominciar la giocata del Quarantotto; i novizi liberali gli facevano raccontare la storia di quel tempo; e quando egli li serviva, a tavola, quando versava in giro l’acqua od il vino dal gran boccale di cristallo che reggeva con la destra, faceva di nascosto, con l’indice e il medio della sinistra, il segno d’una forbice che taglia. Il principino domandò un giorno a Giovannino Radalì che volesse dire; il cugino rispose:
«Vuol dire che ai sorci bisogna tagliargli le code.»
Consalvo riferì la cosa allo zio, e fra’ Cola, in punizione, fu mandato alla casa di Licodia, in mezzo alla malaria. Fra’ Carmelo, pertanto, non s’occupava mai di politica e quando gli domandavano se era liberale o borbonico, faceva il segno della santa croce:
«Vi scongiuro per parte di Dio! So molto di queste cose! Queste sono opere del Nemico!»
Per lui non c’era altro mondo fuori di San Nicola, né altra potestà fuor di quella dell’Abate, del Priore e dei Decani. Bisognava sentirlo, quando enumerava tutti i diciotto titoli dell’Abate, quando nominava i Re, le Regine, i Principi reali, i Viceré, i baroni che avevano dotato il convento. Ogni domenica, in Capitolo, l’Abate leggeva la litania di quei reali o principeschi donatori, in suffragio delle cui anime andavano dette altrettante messe quotidiane; ma spesso ne recitavano una sola all’intenzione di tutti quanti: il ristoro dei morti era lo stesso, e i vivi non stavano a perdere tanto tempo.
In generale, i Padri avevano fretta di sbrigarsi, e intendevano fare il comodo loro. Per non scendere giù in chiesa, a mattutino, quando faceva freschetto, essi avevano ordinato, molti anni addietro, la costruzione di un altro Coro, chiamato Coro di notte, in mezzo al convento; ed anzi era costato parecchie migliaia d’onze, tutto di noce scolpito; ma adesso i Padri non si levavano neppur per andar lì, a due passi; restavano a covar le lenzuola fin a giorno chiaro, e il mattutino lo facevano recitare per loro conto ai Cappuccini, dietro pagamento. Viceversa poi, nelle grandi solennità religiose, a Natale, a Pasqua, per la festa del Santo Chiodo, tutti prendevano parte alle cerimonie la cui magnificenza sbalordiva la città.

Le prime a cui assistette il principino furono quelle della Settimana Santa. Durante un mese la chiesa fu sossopra, per la costruzione del Sepolcro, in fondo alla navata di sinistra: chiusa da un grande impalcato, con le finestre sbarrate, tutta adorna di candelabri di cristallo splendenti come blocchi di diamanti, e di vasi col grano lasciato crescere al buio perché non prendesse colore, e popolata di statue rappresentanti la Sacra Famiglia e gli Apostoli, era veramente irriconoscibile. Il giovedì, a terza, tutto il monastero scese in chiesa, pel Pontificale, con l’Abate alla testa, a cui i novizi portavano il bacolo, la mitra e l’anello e i caudatari reggevano lo strascico. L’apparato era quello della Regina Bianca, tutto di drappo rosso ricamato d’oro, e sull’organo maestoso di Donato del Piano, tenori, bassi e baritoni scritturati a posta cantavano il Passio che la folla pigiata stava a sentire come al teatro. Dirimpetto al soglio dell’Abate, nei posti migliori, c’erano tutti gli Uzeda: il principe e il conte con le mogli, donna Ferdinanda, Lucrezia, Chiara col marito; i quali, scorto Consalvo, gli facevano segno col capo, sua madre e la zitellona specialmente, ammirando la sua cotta candida e insaldata a mille piegoline, lavoro speciale delle Suore di San Giuliano. S’udiva per tutta la chiesa, quando la voce potente dell’organo taceva, un ronzìo come d’alveare, un urtarsi di seggiole, lo stropiccìo dei passi; luccicavano i fucili e le sciabole dei soldati disposti dinanzi alle tre porte e lungo le navate per aprire il varco alla processione, più tardi. Intanto dodici poveri, rappresentanti i dodici Apostoli, erano entrati nel Coro; l’Abate, inginocchiato, lavava loro i piedi — seconda lavatura; essendo la prima già fatta in sagrestia affinché Sua Paternità per lavar quei piedi non s’insudiciasse le mani.
Un mormorìo venne in quel momento dal fondo della chiesa; Consalvo, dall’altare maggiore, si voltò e vide che lo zio Raimondo, lasciato il suo posto, si faceva largo tra la folla dirigendosi verso una signora. Era donna Isabella Fersa. Come tutte le altre dame, per la tristezza della Passione, vestiva di nero; ma il suo abito era così ricco, tanto guarnito di gale e di merletti, da parere un abito da ballo. Arrivata tardi, non trovava un buon posto; Raimondo, raggiuntala, le diede il braccio e la condusse, in mezzo a una doppia ala di curiosi, alla propria seggiola, accanto a quella di sua moglie. La contessa Matilde, che usciva quel giorno la prima volta dopo l’infermità, era tutta bianca in viso, e l’abito di lana nera contribuiva a farla parere ancora più pallida. Poi, giusto in quel punto Gesù moriva: la chiesa oscuravasi repentinamente, i fratelli rovesciavano i candelieri sugli altari, toglievan via le tovaglie bianche e le sostituivano con quelle violacee, avvolgevano d’un velo la croce; e i monaci anch’essi, lasciati i paramenti di festa, indossavano quelli del corrotto. Nella penombra, i ceri risplendevano con fiamma più viva, e il Santo Sepolcro era una raggiera, dalle tante torce, dalle tante lampade, dai tanti riflessi dei cristalli e degli ori. Donna Isabella guardava con l’occhialetto lo spettacolo, mentre il conte, chino su lei, le nominava ad uno ad uno i monaci e i novizi.
«Quello lì non è il vostro nipotino?… Che bel chierichetto, contessa!…»
Matilde fece col capo un gesto ambiguo. L’organo intonava il Miserere, e il canto doloroso era pieno di sospiri profondi, di lunghi lamenti che facevano echeggiare ogni angolo della chiesa scura, di schianti terribili per cui l’aria tremava, di gemiti lunghi come quelli del vento invernale. Pareva che il mondo dovesse finire, che non vi fosse speranza più per nessuno; Gesù era morto, era morto il Salvatore del mondo; e i monaci, a due a due, con l’Abate a capo, scendevano dall’abside, giravano per l’immensa chiesa tra due file di soldati che contenevano la folla e presentavano le armi capovolte; poi l’Abate deponeva l’Ostia al Sepolcro. Inginocchiata col capo sulla seggiola e il viso nascosto dal fazzoletto, la contessa singhiozzava pianamente; donna Isabella esclamava:
«Che effetto produce questa funzione!…»
Aveva anch’ella gli occhi un po’ arrossati, ma quando il conte le ridiede il braccio per condurla in sagrestia s’appoggiò a lui languidamente.
«Per legge, non potrei venire…» protestava. «Sono ammesse le sole famiglie…»
«Ma che!… Siete con noi! Diremo che siamo cugini…»
Nella sagrestia ai parenti dei monaci e dei novizi era offerto un lauto rinfresco: giravano i vassoi con le tazze di cioccolata fumante, con le gramolate e i dolci e il pan di Spagna. Consalvo, in mezzo alla mamma e a donna Isabella, riceveva carezze e complimenti pel modo esemplare col quale aveva preso parte alle funzioni; Padre Gerbini, senza avere ancora lasciato i paramenti mortuari, salutava le signore, le invitava per la cerimonia del domani.
E il venerdì gli Uzeda arrivarono coi Fersa; il conte dava il braccio a donna Isabella, che portava un altro abito nero, più galante del primo. I sagrestani avevano serbato loro gli stessi posti, facendovi la guardia in mezzo alla folla burrascosa. Ma i soldati la frenavano e quando l’organo accompagnava il canto lugubre delle Tre Ore d’agonia, il silenzio era profondo; solo Raimondo, seduto accanto a donna Isabella, le diceva all’orecchio cose che la facevano sorridere. Intanto l’Abate eseguiva la cerimonia della Deposizione della Croce: preso il Crocifisso velato, lo deponeva per terra, sopra uno dei gradini dell’altare, dove un cuscino di velluto, tutto trapunto d’oro, era preparato apposta. I monaci se ne andavano via, il Sepolcro restava un momento vuoto; a un tratto, mentre l’organo riprendeva più triste le sue lamentazioni, tutti riuscivano dalla sagrestia, in processione, a due a due, col Superiore alla testa; erano senza scarpe, coi piedi nelle calze di seta nera, per l’Adorazione della Croce. Inginocchiandosi a ogni passo, in mezzo alla siepe dei soldati, scendevano fino alla porta maggiore, risalivano fino all’altare, lì ad uno ad uno si buttavano per terra dinanzi al cuscino del Cristo morto e lo baciavano. La folla saliva sulle seggiole, per godersi meglio tutta la vista, donna Isabella e Raimondo si passavano il cannocchiale, intanto che la contessa, genuflessa, pregava piangendo. Alla fine della cerimonia, altro rinfresco in sagrestia; il principino, vezzeggiato da tutti, fece servire prima i suoi parenti: don Eugenio beveva cioccolata come fosse acqua, si ficcava in tasca i dolci che non poteva mangiare; ma la zia Matilde non prese nulla.
Il Sabato Santo, per la funzione della Resurrezione, Consalvo non la vide; lo zio Raimondo dava sempre il braccio alla signora Fersa.
7.

Ogni sera, al capezzale della bambina, tenendola per la manuccia fredda e bianca come di cera, senza fare alcun moto col braccio irrigidito per non destare la piccola dormiente, la contessa vegliava fino a tardi. A notte alta serravano i portoni e nella casa addormentata non s’udiva più alcun rumore; solo dallo stanzino attiguo veniva il lieve russare della balia accanto al letticciuolo di Teresina. Raimondo non rientrava. Sul comodino stavano schierate le bottiglie dei medicamenti, i vasetti di pomata, tutta la farmacia prescritta dal dottore per la povera malatuccia. Era erpete quell’infermità, dicevano; cattivo umore che si sfogava con eruzioni cutanee, con ingorghi di glandole: tutti sintomi rassicuranti, poiché volevan dire che l’organismo espelleva il principio morboso.
Ella s’era votata alla Madonna delle Grazie, le aveva promesso di vestire il suo abito fino alla guarigione di Lauretta; in cuor suo aveva chiesto un’altra grazia alla Madonna: di illuminare Raimondo, di ridestare il suo affetto di marito e di padre.
Fin da quando erano andati a Milazzo, secondo la promessa fattale al Belvedere dopo il colera, egli aveva ricominciato a smaniare, a mostrarsi infastidito e crucciato, a dichiarare che non poteva restare a lungo lontano da casa sua per gli affari della divisione. Ed ella s’era appena sgravata, stava ancora tra vita e morte dopo un parto difficilissimo, quando, addotta una chiamata del fratello, egli se ne partì. Rimase lontano pochi giorni, ma era la prima volta che l’abbandonava giusto nel momento che la compagnia e l’assistenza di lui le erano più necessarie. La nuova tristezza non giovò certamente a darle forza per vincer presto il male; ma un dolore più grande l’aspettava e i suoi presagi dovevano tutti avverarsi, poiché la creatura che ella aveva portata in grembo mentre il suo cuore agonizzava era venuta al mondo così debole e stremata e cagionevole che pareva da un momento all’altro dovesse mancare. Lunghi e lunghi mesi erano così passati, quasi un anno intero, senza che ella potesse lasciar la casa paterna e il capezzale della bambina: durante quell’anno Raimondo era andato e venuto, partito e ritornato parecchie volte, ed ella aveva a poco a poco fatta l’abitudine a quelle assenze, non potendo seguirlo né opporsi alle ragioni d’affari che le adduceva. Quando i medici ordinarono il mutamento di aria alla creatura convalescente, egli volle condurre tutti a Catania. Anche il barone lasciava Milazzo, andava a Palermo con l’altra figlia Carlotta; perciò Teresina, non potendo restar sola, venne col babbo. Non era parso vero a Matilde di vedere Raimondo premuroso per le figlie, ed ella aveva quasi benedetto le sue sofferenze, se per esse godeva di quella tregua; ma appena arrivata in casa degli Uzeda, aveva visto ricadere la sua figliuolina e Raimondo trascurarla, lasciarla sola in mezzo a quei «parenti» che la guardavano come prima di traverso e, cosa più dura al suo cuore di madre, la ferivano nelle sue bambine. Della più piccola deridevano le sofferenze e predicevano la morte; ma le maggiori ostilità erano contro Teresina. La bambina, vivace, curiosa, inquieta, commetteva spesso qualche monelleria, guastava qualche cosa nei suoi giuochi, gridava allegramente correndo per le stanze; allora la rimproveravano, la mandavano via; il principe diceva d’aver messo Consalvo ai Benedettini giusto per star tranquillo in casa, e invece gli disordinavano tutto, gli toccava udire strilli peggio di prima… Egli era più indulgente per la propria figlia, l’altra Teresina, e tutta la famiglia e gli stessi servi trattavano diversamente le due cuginette, dando il primo posto alla principessina. La stessa principessa Margherita, sola buona e dolce, non poteva nascondere la preferenza per la figliuola; e Matilde, benché riconoscesse che avevano ragione, soffriva di questa disparità di trattamento.
Teresina sua, a sei anni, era vana come una donnina: si guardava a lungo allo specchio, assisteva all’acconciarsi della mamma sgranando tanto d’occhi, andava matta pei nastri, per gli spilloni, per le pezze vecchie; e la zitellona se la prendeva con la civetteria di sua madre, scoteva la testa predicendo male dell’avvenire, faceva piangere la contessa a quella specie di malìa operata contro l’innocente. Incrudelivano su lei per un’altra ragione, adesso; perché il viaggio del barone a Palermo aveva lo scopo di combinare il matrimonio dell’altra figlia Carlotta. Pretendevano che questa non si maritasse, che ella s’opponesse ai disegni del padre, alla felicità della sorella, affinché tutta la sostanza paterna restasse un giorno a lei! E poiché simili calcoli non capivano nella sua mente, la guardavano in cagnesco, la martoriavano nelle sue bambine, quasi ella avesse loro portato via qualcosa…
Raimondo, in verità, non mostravasi per nulla crucciato dei disegni di matrimonio; ma ricominciava a trascurarla, scappava via subito dopo colazione, tornava al finire del desinare per andar fuori un’altra volta fino a notte tarda. A veder maltrattare le sue figlie, Matilde sentiva le lacrime salirle agli occhi; si chiudeva in camera con Teresina, la scongiurava di star buona, si studiava di trattenerla quanto più a lungo era possibile perché non tornasse di là; né quando Raimondo rincasava ella accusava i parenti di lui, per evitargli un dispiacere, perché non dicessero che veniva a seminar zizzania in famiglia: lo pregava soltanto di non lasciarla sempre sola… L’ostilità degli Uzeda verso di lei, i rimproveri e gli scherni rivolti alle sue creaturine, tutto le sarebbe parso nulla, se la gelosia non fosse tornata a roderla. Egli aveva ripreso a corteggiare la Fersa, andava a trovarla in casa, tutte le domeniche in chiesa s’incontravano alla stessa messa: ed ella non poteva più pregare, vedendosi dinanzi costei, comprendendo che egli non l’aveva dimenticata, che era di nuovo sedotto dalla sua eleganza, dalla languidezza dei suoi atteggiamenti, dai gesti studiatamente graziosi coi quali portavasi il fazzoletto profumato alle labbra, o agitava il ventaglio di piume, guardandosi attorno, o chinava il capo sul libro delle preghiere senza voltarne mai una pagina!… In chiesa! Nella casa di Dio!… Ella non poteva comprendere quella commedia, le pareva un continuo, enorme sacrilegio. E a San Nicola, per le cerimonie della Passione, era venuta con abiti di gala, come ad un allegro spettacolo, facendo voltar la gente con la sconvenienza del suo contegno!… Perché dunque Raimondo doveva metterle vicino costei, far notare anche lui alla gente un’assiduità che già dava argomento a mormorazioni?… Il giorno di Pasqua, piangendo di dolore e di tenerezza, ella s’era confessata con suo marito, al capezzale di quell’innocente: «Per questo giorno solenne, per amore di questa innocente, giurami che non mi farai più soffrire…» Ed egli le aveva domandato: «Che ti faccio? Di che mi accusi?…» «Mi lasci, trascuri le tue figlie, non pensi a noi, non ci vuoi più bene…» Scrollando il capo, Raimondo aveva esclamato: «Le tue solite fissazioni, le tue solite fantasie!… Ti trascuro? Come ti trascuro? Quando, perché, per chi ti dovrei trascurare?…» Per chi?… Per chi?… E con più calore egli aveva ripreso: «Sicuro, per chi? Ricominci, colla tua sciocca gelosia? Ti sei messa qualche altra fisima in testa?… Per donn’Isabella, eh?…» L’aveva nominata lui! «Ho capito! Perché le ho ceduto la mia sedia, perché l’ho invitata con noi!… Ma queste, cara mia, sono regole di buona creanza. Bisognava venire in questa bicocca miserabile per sentirsi rimproverare una cosa simile!…»
E in quell’estate del ’57 fu visto più assiduo coi Fersa; al teatro, dove andava tutte le sere, nella barcaccia, saliva spesso nel loro palco quand’era la loro volta d’abbonamento; li incontrava anche dalla zia Ferdinanda, dalla quale donna Isabella andava spessissimo; al Casino dei Nobili giocava quasi sempre col marito, dal quale si lasciava vincere ogni giorno. Quantunque potesse servirsi della carrozza del fratello, aveva comperato una magnifica pariglia di purosangue e un phaeton nuovo fiammante col quale andava dietro alla carrozza dei Fersa: alla Marina, quando c’era musica, scendeva, lasciando le redini al cocchiere, per mettersi al loro sportello e chiacchierare con donna Isabella, con la suocera e col marito. Vestiva con maggiore ricercatezza del solito, non stava mai in casa se non, come per una coincidenza tutta fortuita, quando essi venivano a far visita alla principessa. Il tema del suo discorso era continuamente Firenze, la vita delle grandi città, l’eleganza e la ricchezza degli altri paesi; egli si metteva vicino a donna Isabella, esclamando: «Voi sola mi capite!» quando se la prendeva con la sorte che l’aveva fatto nascere in quella bicocca e ve l’inchiodava, mentre non avrebbe voluto metterci i piedi, mai più: «Ma che proprio ho da lasciar qui l’ossa? Non credo! Non è possibile!…» E udendolo parlare a quel modo, Matilde chiedeva a se stessa perché, dunque, egli non andava via e non manteneva l’altra parte della promessa fattale un anno e mezzo addietro, quella di tornare alla loro casa fiorentina. Per gli affari, forse? Ma quantunque Raimondo non le tenesse discorso di queste cose, ella sapeva che della divisione non si parlava ancora e non si sarebbe parlato per un pezzo.
Prima il colera, poi lo strascico d’inquietudini che la pestilenza aveva lasciato, poi la partenza del fratello, erano state ragioni per le quali il principe non aveva parlato della divisione. Adesso quel nuovo lusso costava a Raimondo; egli chiedeva continuamente a Giacomo somministrazioni in denaro, e questi non gli faceva ripetere le richieste, dimostrando tuttavia che era ormai tempo di procedere alla sistemazione definitiva dell’eredità; ma a Raimondo tornava comodo prendere i quattrini senza stare a far conti, a citare i pagatori morosi, o ad impacciarsi in tutte le noie grosse e piccole dell’amministrazione. Quando il fratello gli esponeva un dubbio, o chiedeva il suo parere intorno alla proroga d’un affitto, alla conclusione d’una vendita, egli rispondeva: «Fa’ tu, fa’ come credi…» L’importante, per lui, era aver denari; alle volte, richiedendone con troppa frequenza, il principe gli diceva: «Veramente, i fattori non hanno ancora pagato; abbiamo avuto molte spese: però, se vuoi, posso anticiparti quel che ti bisogna…» ed egli prendeva i quattrini a titolo d’anticipo o di prestito. Non s’occupava insomma di nulla fuorché di spendere, con una cieca fiducia nel fratello, la quale faceva andare in bestia don Blasco. Già il monaco, saputo l’affare delle cambiali, aveva gettato fuoco e fiamme contro il principe, dichiarandolo capace di aver falsificato la firma della madre, perché «quella bestia di mia cognata era una testa di cavolo, sì, ma non al punto di piantar debiti da una parte e di serbar quattrini dall’altra». E aveva ricominciato ad aizzare gli altri nipoti contro «quell’imbroglione», spingendoli ad impugnare la validità di quegli effetti che chiamava «cavalli di ritorno» perché, se non erano falsi del tutto, dovevano essere vecchie cambiali ritirate dalla principessa, trovate da Giacomo tra le carte e rimesse a nuovo per la circostanza! Ma poiché quell’altre bestie di Chiara, del marchese, di Ferdinando, di Lucrezia facevano orecchio da mercante — come non si trattasse dei loro propri interessi! —, il monaco quasi quasi era stato sul punto di dimenticare l’antica avversione per Raimondo e di andare a svelargli le magagne del coerede e fratello, a gridargli: «Apri gli occhi, se no ti metterà nel sacco e ti mangerà!…» Vedendo ora che erano tutt’una cosa, si rodeva il fegato notte e giorno, e un ultimo fatto l’aveva inviperito e indotto a strepitare contro quei «pazzi e birbanti» al convento, nelle farmacie, anche per le pubbliche strade con la prima persona capitata. Alla zolfara dell’Oleastro gli Uzeda, scavando scavando, avevano oltrepassato, sotterra, il confine della proprietà superficiale: i proprietari limitrofi iniziavano quindi una lite. Raimondo, a cui l’apposizione d’una semplice firma in coda alle ricevute ed ai contratti già pesava, mostrò in quell’occasione al signor Marco, che veniva per fargli leggere gli atti della lite, il proprio fastidio per tutte quelle continue «seccature»; allora il signor Marco gli propose: «Vostra Eccellenza perché non fa una procura al signor principe? Così risparmierà tante noie e le cose anderanno anche più spedite, fin a quando, pagate le sorelle di Vostra Eccellenza, si procederà alla divisione…» Raimondo non se lo fece dire due volte e firmò subito l’atto col quale il principe ebbe mandato d’amministrare l’eredità in nome anche del coerede.
Ora Matilde, conosciuto l’accordo, aveva domandato a se stessa perché mai Raimondo restava ancora in Sicilia? Se non s’occupava più degli affari, qual altro interesse ve lo tratteneva? Ed ella ricominciava a struggersi di gelosia, vedendolo ancora una volta accanto a quella donna, non potendo soffrire di vederla trattare da amica mentre una voce interiore l’avvertiva di non fidarsene. Ammalata di cuore e d’imaginazione, con la sensibilità eccitata dai dolori continui, ella adesso credeva ai funesti presentimenti, temeva e sospettava di tutto. Nella felice ingenuità di altri tempi, avrebbe mai accolto il sospetto che il principe lasciasse libero Raimondo di fare quel che più gli piaceva e quasi secondasse i suoi vizi, e lo incitasse a giocare e gli procurasse le occasioni di veder quella donna, per distorglierlo dagli affari ed averne solo il maneggio? Un sospetto così tristo non le sarebbe neppure passato pel capo quando ella credeva tutti buoni e sinceri; adesso, spaventata degli altri e di se stessa, non riusciva a combatterlo… Come respingerlo, se il principe pareva mettere ogni impegno perché quella donna Isabella venisse al palazzo Francalanza, mentre la suocera di lei, donna Mara Fersa, cominciava a mostrare una specie di diffidenza per quelle relazioni divenute troppo intime?…
Donna Mara Fersa aveva tollerato molte cose alla nuora palermitana; la rivoluzione mèssale in casa, il mal nascosto compatimento col quale la trattava, i gusti costosi e le opinioni ardite; ma chiusi tutt’e due gli occhi quando ne soffriva lei stessa, non intendeva chiuderne neppure uno se era in giuoco suo figlio. L’amicizia degli Uzeda, sissignore, stava benissimo e le faceva anche tanto piacere: ma che Raimondo stesse sempre alle costole dell’Isabella, in casa propria o in quella di lei, in chiesa, in teatro ed al passeggio, forse usava a Firenze ed era una cosa elegante, di quelle che lei, educata al vecchio modo, non comprendeva; ma non le piaceva nient’affatto e non intendeva che continuasse. Senza addurne la ragione per non mettere il carro avanti ai buoi, aveva fatto capire al figlio ed alla nuora che, trattando da buoni amici gli Uzeda, non c’era poi bisogno che si spartissero il sonno. Ella predicava ai turchi: Mario Fersa era più che mai infatuato del principe e del conte, donna Isabella sempre insieme con la principessa, con Lucrezia e con donna Ferdinanda. Allora, vedendo inutili le proprie esortazioni, poco sofferente di sapersi disobbedita e inascoltata in una cosa che la nuora doveva intendere alla prima, donna Mara s’era mostrata, incapace di nascondere quel che aveva in corpo, inusitatamente acre ed ironica verso di lei, e nello stesso tempo aveva dichiarato al figliuolo il motivo delle proprie inquietudini. Tuttavia, per non precisar troppo, s’era mantenuta sulle generali, dicendo che quella vita in comune era pericolosa, che in casa Uzeda, oltre ai tanti uomini che vi bazzicavano, si trovavano due giovani come il principe e il conte accanto ai quali non istava bene che l’Isabella si lasciasse vedere continuamente… Suo figlio, però, non l’aveva lasciata finire: «Il principe? Raimondo? I miei migliori amici?…» E dall’indignazione passando al riso: «Sospettar di loro? Di due buoni padri di famiglia?…» Né le ragionate insistenze della madre ebbero altra risposta. Frattanto donna Isabella, al piglio severo, ai modi bruschi solitamente adottati dalla suocera, se prima aveva mostrato di stare in quella casa con una specie di prudente ma dolorosa rassegnazione, prendeva adesso decisamente l’attitudine d’una vera vittima. Con Raimondo, quando costui le diceva la noia, l’infelicità della vita di provincia, ella scrollava il capo, approvava, ma soggiungendo che si poteva star bene anche in una campagna o in un deserto, a patto di sentirsi circondati di premure e d’affetto… di vedersi intorno persone care… capaci di comprendervi e d’apprezzarvi… E donna Mara gonfiava, gonfiava, vedendo che niente riusciva, cercando un mezzo più energico per metter fine a quella «commedia». Fersa, per conto suo, continuava a non accorgersi di nulla, perché avrebbe negato la luce del giorno prima di sospettar della moglie e di Raimondo, col quale faceva vita insieme e stava tutto il giorno e tutte le sere a chiacchierare o a giocare al casino o nella barcaccia del Comunale. Egli era più che mai orgoglioso dell’amicizia che gli dimostrava il principe, dei lunghi discorsi che questi gli teneva, mentre Raimondo e donna Isabella discorrevano in un angolo; e cascava poi dalle nuvole quando la madre gli veniva a dire, bruscamente: «Andiamo via, che è tardi!…»
Ora un bel giorno Raimondo, andato a far visita in casa Fersa, e dopo aver visto donna Isabella dietro le vetrate, s’udì rispondere dalla cameriera che non c’era nessuno. Lì per lì, egli rimase; a un tratto fu per dare uno spintone alla porta ed entrare a viva forza; ma riuscito a stento a contenersi, scese le scale ed uscì nella via rosso in viso come per un colpo di sole. Subito aveva capito donde veniva la botta, essendosi già accorto della freddezza di donna Mara; e all’idea della contrarietà e dell’ostacolo, il sangue gli ribolliva nelle vene, gli saliva alla testa, gli faceva veder fosco… Fin a quel momento, egli aveva cercato la compagnia di donna Isabella perché gli pareva una delle poche signore con le quali poter discorrere, perché gli rammentava la società di fuori via, perché gli piaceva di persona, anche, ma non molto, non tanto da voltar l’animo alla sua conquista. Non l’idea di cagionare la rovina di lei, non l’amicizia del marito lo avevano distolto da questo proponimento; Fersa anzi, con la sua adorazione per la moglie e la cieca fiducia che dimostrava a lei ed a lui, gli pareva destinato alla solita disgrazia; e donna Isabella, con quel suo contegno da vittima, con l’istinto della civetteria che la dominava, con i suoi eterni discorsi sulle anime fatte per comprendersi, doveva provare troppa voglia d’esser compresa. Egli aveva sempre riso dell’amore, della passione, ed appunto perciò sua moglie lo seccava, perciò non aveva perseguito mai altro che il piacere comodo, pronto e sicuro; perciò la previsione delle noie che l’avventura con la Fersa avrebbe potuto cagionargli l’aveva indotto a non spingere troppo avanti le cose. Al Belvedere, pel colera, dove donna Isabella doveva venire e non era poi venuta, egli s’era quasi rallegrato del mancato ritrovo, divertendosi con l’Agatina Galano, quasi interamente dimenticando la lontana. Rivedutala, la tentazione era risorta, e allora i piagnistei di sua moglie l’avevano resa più forte; poi l’opposizione di donna Mara aveva messo nuova esca al fuoco. Era così fatto, che gli ostacoli lo eccitavano, lo rendevano smanioso e restìo come un puledro che senta il morso. Tuttavia s’era contenuto ancora, pensando all’avvenire, ai fastidi sicuri, ai pericoli possibili; ora, di repente, la consegna che gli vietava il passo in casa di lei gli metteva addosso una gran voglia di sfondare quell’uscio e di portar via quella donna. L’istinto sanguinario dei vecchi Uzeda predoni l’arrovellava; se avesse potuto, avrebbe fatto un eccesso come quell’avo che s’era buttato coi cavalli addosso al capitan di giustizia. Adesso, non tanto i tempi quanto le circostanze erano diverse; egli non poteva fare uno scandalo, gli conveniva piuttosto dissimulare, ricorrere alla politica ed all’astuzia… Appena arrivato a casa, scrisse all’amica per dirle che aveva compreso «gl’ingiusti sospetti» dei suoi parenti, per lagnarsi che «in quell’odioso paese» non fosse possibile stringere e mantenere «le relazioni d’amicizia». La lettera fu recapitata per mezzo di Pasqualino Riso, cocchiere del principe, il quale la diede al cocchiere di donna Isabella, che gli era compare. Donna Isabella rispose immediatamente, per la stessa via, querelandosi della «schiavitù» in cui era tenuta, della sospettosa «cattiveria» esercitata su lei, ringraziandolo frattanto dei suoi «delicati» sentimenti, dell’«amicizia» di cui le dava prova e che ella ricambiava «di tutto cuore»; scongiurandolo però di «rinunziare a rivederla» per non urtare la suscettibilità di «certe persone». Era lo stesso che dirgli: «Fate di tutto per trionfare della loro opposizione…» I due cocchieri compari tornarono a vedersi tutti i giorni, a riferire ambasciate verbali: Pasqualino, di piantone all’angolo di casa Fersa, correva al Casino dei Nobili ad avvertire il padrone, che aveva messo lì il suo quartier generale, delle uscite di donna Isabella: così egli la seguiva egualmente da per tutto. Del resto, l’avvicinava ancora alla carrozza e le faceva visita al teatro le rare volte che non c’era la suocera; perché, sordo agli ammonimenti materni, dolente degli ingiusti sospetti, il marito era con lui come prima, anzi gli faceva maggiori dimostrazioni di amicizia, quasi a scusarsi della condotta della madre, e veniva assiduamente al palazzo. Tutti gli Uzeda pareva si fossero data la voce per proteggere e secondare quei due. Mentre essi parlavano fra loro, in un angolo, il principe o donna Ferdinanda stavano a chiacchierare con Fersa, lo conducevano in un’altra stanza; la zitellona andava attorno con donna Isabella e quando incontrava il nipote si fermava per dargli l’agio di stare con l’amica; meglio, la invitava più spesso a casa e Raimondo non tardava a sopravvenire. Si vedevano anche dagli altri parenti dei Francalanza, dalla duchessa Radalì, dai Grazzeri, più spesso dalla cugina Graziella che era divenuta grande amica di donna Isabella. Tutti poi cospiravano per non lasciare accorgere di nulla la contessa; però, avvertita da una specie di senso divinatore, Matilde comprendeva che suo marito le sfuggiva; e dal dolore si struggeva in pianto. Ora che la sua bambina stava meglio, che ella avrebbe potuto respirare tranquilla, quel pensiero non le dava più pace. Ella sapeva che, a contrariarlo, Raimondo s’incaponiva peggio nei suoi capricci; che, se v’era un mezzo di ridurlo, questo consisteva nel lasciarlo fare di suo capo, ma come rassegnarsi a saperlo pieno di un’altra, a sentirsi un’altra volta guardata con occhio tra curioso e compassionevole da Lucrezia, dalla marchesa, dagli estranei, dai servi? E gli si stringeva al fianco timida e supplice, gli diceva la sua gelosia, lo scongiurava di non farla soffrire se era vero che non pensava a quella donna.
«Maledetto paese!» esclamava con voce concitata suo marito. «Chi è che inventa simili infamie? Sei stata tu stessa? Hai messo in piazza i tuoi sciocchi sospetti, di’ la verità?»
«Io?… Io?…»
«Vuoi rovinarla, vuoi farmi ammazzare da suo marito?»
E allora un altro terrore l’aveva agghiacciata: se anche Fersa si fosse accorto di qualche cosa? Se avesse voluto vendicarsi?… A un tratto, ella vedeva suo marito freddato in mezzo a una strada, con una palla in fronte, con un colpo di pugnale al fianco: tutte le volte che egli tardava a rincasare, giungeva le mani, si premeva il cuore, quasi udendo le grida delle persone di servizio atterrite all’improvviso arrivo del corpo esanime; e accarezzando le sue bambine piangeva come se già fossero orfanelle. Le coceva sopra ogni cosa di non potersi sfogare con nessuno, di non aver qualcuno che la confortasse almeno di una buona parola. Al padre non poteva dir nulla, e gli Uzeda tenevano il sacco a quell’altra; chi non spingeva fino a tanto il rancore contro l’intrusa, restava neutrale, non s’accorgeva neppure di lei.

Don Eugenio aveva già finito e spedito a Napoli la memoria su Massa Annunziata. Portava per titolo: «Intorno la convenienza — di essere intrapreso il discavo — della Sicola Pompei — ossivero Massa Annunziata —, vetusta terra mongibellese — sepolta nell’anno di grazia 1669 — dalle ignivome lave di quell’incendio vulcanico — con tutte le sue ricchezze che conteneva — memoria sommessa al Real Governo delle Due Sicilie — da don Eugenio Uzeda di Francalanza e Mirabella — Gentiluomo di Camera di Sua Maestà (con esercizio).» La sera, egli leggeva alla società la sua prosa, sulla brutta copia. C’erano espressioni di questo genere: «Quandocchesia nel 1669 tra le più terribili eruzioni la nostra vi cadendo annoverata… Dopoché appiacevolirono alquanto i tremuoti… A quale opera tuttosì in Pompei intentando si viene… Non mi s’impunti in superbia alle conghietture azzardarmi…» Erano il frutto di riforme grammaticali da lui studiate. Perché apostrofare soltanto gli articoli, i pronomi e le particelle? Egli scriveva: «Il flagell’ accuorav’ i naturali… La lav’ avanzavas’ incontr’ a quel borgo…» Per dar più scioltezza al discorso diceva: «ne continuando» invece di «continuandone» ed anche «gli proporre» invece di «proporgli…» Don Cono soltanto gli dava retta, discutendo se solenne dovesse scriversi con una o con due elle; tutti gli altri voltavano le spalle a quella bestia che, dopo aver perduto per la sua bestialità due impieghi, aspettava d’esser nominato direttore degli scavi! Don Blasco e donna Ferdinanda, fra gli altri, ma ciascuno per suo conto, glielo spiattellavano sul muso, senza riguardi: cantavano ai sordi però, ché il cavaliere era sicuro questa volta d’aver afferrato la fortuna pel ciuffo. Il marchese e Chiara, venendo tutti i giorni al palazzo, era preciso come se non ci fossero; perché, mentre la gente parlava d’una cosa e d’un’altra, essi ad altro non pensavano che alla prole. Ogni mese, in un certo periodo, Chiara pareva proprio nelle nuvole: non rispondeva alle domande che le facevano, o rispondeva a vanvera; poi traeva in disparte tutte le signore, una dopo l’altra, e sottoponeva loro all’orecchio certi suoi quesiti. Pertanto, quando don Blasco andava a casa di lei, aizzandola nuovamente contro il principe e Raimondo, non gli dava retta, con la testa scombussolata dalla continua ed intensa aspettazione. Ferdinando, da canto suo, lasciava più che mai cantare lo zio monaco. Felice d’essere assoluto padrone delle Ghiande, vi s’era sbizzarrito a modo suo; a poco a poco però il podere era caduto in rovina, ed egli se n’era accorto. Tutte le cose lette nei libri d’agricoltura aveva voluto provare: appurato, per esempio, che in ogni albero i rami possono fare da radici e le radici da rami, aveva preso a sperimentar la verità, schiantando gli aranci alti e rigogliosi per ripiantarli capovolti: ad uno ad uno tutti gli alberi erano morti. Nondimeno egli non si sarebbe deciso a smettere quelle sue speculazioni, se non ne avesse pensate altre di diverso genere. Fra i molti libri che comprava glien’erano capitati alle mani alcuni di meccanica; allora, rammentati gli antichi amori con l’orologiaio, aveva preso un fattore per lasciargli in balia il podere, e s’era messo a fabbricare ruote ed ingranaggi. Perché mai l’acqua nelle pompe aspiranti non andava mai più su di cinque canne? Per la pressione atmosferica. Non c’era mezzo di controbilanciarla? Ed aveva costruito un suo trabiccolo dove, per lavorar di manubrio, l’acqua, non che a cinque canne, non saliva neppure ad un pollice. La colpa fu tutta degli operai che non avevano capito i suoi ordini: egli si mise intorno ad un problema molto più vasto: il moto perpetuo… Di quel che avveniva in casa, in quel che operavano gli altri non s’impacciava, diradava sempre più le sue visite al palazzo; se non fosse stato per Lucrezia, non ci sarebbe andato mai. Sua sorella, però, se era occupata a far segnali a Benedetto Giulente, non scendeva giù in sala. L’amoreggiamento continuava più forte di prima, in ogni sua lettera il giovane le diceva che il tempo della domanda si veniva sempre approssimando, che fra un anno il loro voto si sarebbe compiuto. Lucrezia, quantunque non ci fosse più quel diavolo di Consalvo, pure, perché non le frugassero in mezzo alle sue cose, chiudeva a chiave la sua camera quando scendeva al piano di sotto, né il principe diceva nulla pel disordine che ne derivava.
Così, nessuno dei legatari s’occupava della divisione; e quanto a Raimondo, egli era più che mai intento alla bella vita e ad inseguire donna Isabella in terra, in cielo e in ogni luogo. Pasqualino Riso non faceva quasi più servizio, occupato com’era a spiar le mosse della signora, a portar lettere ed ambasciate. Gli altri servi ne erano perfino gelosi: il sottococchiere, specialmente, a cui toccava tutta la fatica, e Matteo il cameriere. Essi parlavano a denti stretti della fortuna capitata al compagno, non capivano come il principe continuasse a pagarlo precisamente come prima, lasciandolo a disposizione del fratello; e dal dispiacere quasi voltavano casacca, perché, mentre prima erano contrari alla contessa, adesso la compiangevano, dicevano che non meritava quel tradimento e quel trattamento…
L’acredine degli Uzeda contro la Palmi diveniva veramente troppo viva, esercitavasi specialmente sulle figlie, perché i mali tratti usati ad esse addoloravano la contessa più che quelli diretti personalmente a lei. V’erano giorni terribili, quando donna Ferdinanda alzava la mano su Teresina, che ella passava a piangere come una bambina, a bere le sue lacrime perché non cadessero sulle lettere che scriveva al padre per nascondergli il proprio dolore, per dargli a intendere che era felice…
Ai primi di settembre, avvicinandosi la villeggiatura, il barone giunse da Milazzo per vedere le nipotine e condurre tutti con sé nelle sue campagne, dov’era venuto anche il promesso di Carlotta: il matrimonio si sarebbe celebrato fra un anno. Il principe lo volle ospite al palazzo, anche gli altri che erano tanto duri per la figlia lo accolsero con un certo garbo, quasi per non lasciargli sospettare la mala grazia usata con lei… Né egli le lesse in viso i lunghi patimenti: superbo di quella parentela, della nobiltà di quella casa, s’affermava nell’idea d’aver assicurato la felicità di Matilde. Questa, all’arrivo del padre, all’annunzio che egli veniva per condurli via tutti, ricominciò a tremare per un’altra ragione: per l’antica paura che tra il padre e il marito scoppiasse la guerra. Raimondo non si sarebbe rifiutato di seguire il suocero?… Invece, improvvisamente, un raggio di sole brillò nella sua lunga tristezza: all’invito del barone Raimondo rispose ordinando i preparativi del viaggio. Era niente, quel consenso; non poteva rassicurarla, giacché in città nessuno sarebbe rimasto, in quella stagione, e la Fersa andava come gli altri anni a Leonforte; pure, nell’angustia a cui era ridotta, l’idea di andar via dalla casa degli Uzeda, di tornar da suo padre, per consenso e in compagnia di Raimondo, le faceva trarre liberamente il respiro.
Il principe invitò tutti al Belvedere. Lì però le cose non andavano molto lisce, e i primi a provocare i dissidi furono Chiara e il marchese Federico. Cominciando a perdere la speranza di quel figlio tanto aspettato, quasi vergognosi di aver annunziato ogni momento una gravidanza che non si confermava mai, marito e moglie erano ormai pieni d’una malinconia che a poco a poco diventava una specie d’irritabilità, d’izza latente e senza oggetto determinato. La marchesa, per suo conto particolare, non poteva rassegnarsi alla mancata maternità, se n’accusava come d’una colpa, e per farsi perdonare dal marito, se prima aspettava ogni sua parola come quella d’un oracolo, adesso preveniva i suoi giudizi, intuiva le sue volontà. Egli non aveva il tempo di voltarsi, per esempio, al soffio molesto spirante da una finestra aperta, che Chiara già gridava alle persone di servizio di chiudere ogni cosa, minacciando di cacciar via tutti al rinnovarsi della trascuraggine; in conversazione, quando qualcuno raccontava un fatto o manifestava un’idea, ella leggeva negli occhi al marito se la cosa non gli andava a verso, e allora ribatteva vivacemente prima che egli avesse ancora aperto bocca. Federico, per non esser da meno, si mostrava dello stesso umore di lei, e così tutte le liti che evitavano tra loro le attaccavano invece con gli altri. Ora l’inizio della guerra col principe, del quale erano ospiti, fu l’affare del legato alla badìa di San Placido. Ostinandosi Giacomo a considerarlo nullo per la mancanza dell’approvazione regia, la Madre Badessa aveva chiamato gli avvocati del monastero, i quali ad una voce dichiararono che le ragioni del principe non valevano un fico secco; che la principessa, buon’anima, non aveva niente affatto istituito un benefizio, ma lasciata un’eredità cum onere missarum; quindi che mancava assolutamente la necessità dell’approvazione regia, quindi che il principe doveva metter fuori le duemila onze; questi invece si incaponiva nell’altra interpretazione, e la povera Suor Crocifissa piangeva sera e mattina. In un momento di malumore, viste inutili le trattative amichevoli, la Badessa aveva confidato al marchese ed a Chiara un’altra birbonata del principe: donna Teresa, felice memoria, prima di partire pel Belvedere, donde non doveva più tornare, le aveva affidato, perché la custodisse nel tesoro della badìa e la consegnasse al signor Marco, il quale doveva poi darla a Raimondo, una cassetta piena di monete d’oro e d’oggetti preziosi: appena spirata la madre, Giacomo s’era presentato per ritirare il deposito; e poiché ella aveva opposto qualche difficoltà, era tornato col signor Marco, al quale non aveva potuto rifiutarlo…
Marito e moglie restarono un poco scandalizzati, ma non si sarebbero smossi, se la Badessa, per tirarli dalla sua, non avesse loro detto che il glorioso San Francesco di Paola non aveva più reso fecondo il loro matrimonio e che la prima gravidanza era andata in fumo perché essi lasciavano consumare il sacrilegio in danno della badìa. Con questa pulce nell’orecchio, si rivoltarono tutt’e due contro il principe, ma specialmente Chiara persuadeva il marito delle birbonate del fratello. Il marchese chinava il capo alle ragioni della moglie, e a poco a poco dalla fondazione delle messe e dal carpito deposito venivano alle altre quistioni dell’eredità: alla divisione arbitraria, al numerario sottratto, ai conti rifiutati, alla pretesa che la finta epoca dell’assegno facesse fede dell’avvenuto pagamento, a tutte le ragioni di don Blasco, il quale scendeva apposta da Nicolosi per soffiar nel bossolo. Fra sette mesi si sarebbero compiuti i tre anni dalla morte della madre dopo i quali le donne dovevano riscuotere la loro parte, che il principe, quantunque avesse promesso di pagare anticipatamente, teneva ancora per sé; bisognava dunque mettere presto in chiaro tutte quelle cose, stabilire ciò che veramente toccava loro. Ma reciprocamente persuasi che, se non reclamavano, Giacomo li avrebbe messi in mezzo, né la moglie né il marito osavano lagnarsi direttamente col fratello e cognato, tanto era forte l’istinto del rispetto verso il capo della casa. Chiara però volendo dimostrare il proprio zelo, si mise ad istigare Lucrezia, perché poi questa cercasse di trarre dalla sua anche Ferdinando: ella si chiudeva in camera con la sorella, o la tirava in un angolo, per dirle tutte le ragioni dello zio monaco, aggiungendo che lei, Lucrezia, era la più sacrificata di tutti, poiché, continuando la politica della madre, Giacomo non l’avrebbe maritata, o l’avrebbe maritata il più tardi possibile, per restar padrone d’amministrar la dote. Lucrezia, non comprendendo nulla degli affari, la lasciava dire, rispondeva: «La vedremo!… Ho da dire anch’io la mia!…» Non confidava alla sorella di voler bene a Benedetto Giulente, né avrebbe dato retta alle istigazioni di lei, come non ne aveva dato a quelle dello zio monaco, se il principe, accortosi di quei secreti conciliaboli, di quei tentativi di congiura fatti nella sua propria casa, mentre godevano della sua ospitalità, non avesse trattato più freddamente le sorelle e tolto il saluto a Giulente. Lucrezia, risaputolo e consultatasi con la cameriera, la quale disse che era tempo di farsi sentire se il principe si portava male anche col «signorino», aprì l’orecchio alle ragioni di Chiara. La sorda ostilità tra fratello e sorelle s’inasprì al ritorno dal Belvedere, quando Lucrezia cominciò a lagnarsi con Ferdinando, per farlo entrare nella lega. Allora entrò in scena Padre Camillo, il confessore.
Tornato da Roma dopo la morte della principessa, il Domenicano era rimasto, con stupore di tutti, confessore del principe come ai tempi della madre. Giacomo non solamente s’accostava al sacramento, ma chiamava in casa il padre spirituale, prendeva consiglio da lui come aveva fatto donna Teresa, e don Blasco fiottava contro «questo collotorto Gesuita» che, dopo aver fatto da spia alla madre, faceva da spia al figliuolo, ragione per cui «quel ladro» di Giacomo non lo aveva preso «a calci nel preterito». Ma Padre Camillo, tutto Gesù e Madonna, neppure udiva le diatribe del Cassinese; e presa un giorno a parte Lucrezia, le cominciò un lungo discorso per dirle che dichiararsi malcontenta del testamento materno era un peccato eguale a quello di disobbedire alla madre morta. La principessa, da madre saggia e giusta, aveva ripartita la sua sostanza «con la bilancia», perché al cuore di una madre tutti i figli dovevano essere «egualmente cari». Certo il principe e il conte avevano ottenuto una parte privilegiata; ma erano appunto il principe, cioè il capo della casa, l’erede del titolo, e il conte, cioè quell’altro dei figli maschi che aveva una famiglia da mantenere con lustro. Per gli altri, la sant’anima aveva fatto le parti eguali «fino all’ultimo baiocco». Le davano a intendere che avrebbe potuto aver terre, invece di moneta? Egli citò l’antichità, i testamenti dei defunti principi di Francalanza, l’istituzione fedecommissaria e la legge salica, portando ad esempio quel che era avvenuto nella generazione precedente. Donna Ferdinanda aveva forse avuto beni stabili? Adesso, sì, ne possedeva, ma perché, dotata di quello spirito di accorta prudenza che era tradizionale nella famiglia, aveva moltiplicato il capitale lasciatole dal padre, investendolo successivamente in case e poderi. C’era anzi di più: chi aveva preso moglie, fra tutti quei figli? Nessuno! Don Blasco, con vocazione «esemplare», aveva rinunziato agli adescamenti del mondo per professarsi. La primogenita si era chiusa a San Placido, né il duca e don Eugenio avevano preso moglie, né donna Ferdinanda marito. Perché? Perché essi si consideravano come semplici depositari della loro parte di sostanza! Nella presente generazione, la regola aveva avuto due eccezioni: il conte che aveva sposato donna Matilde, Chiara che era diventata marchesa di Villardita. Ma qui rifulgeva lo zelante amor materno della principessa. Non tutte le persone son fatte ad un modo, ciò che ad uno pare soverchio od inutile è ad altri conveniente; chi si contenta di uno stato e chi ne soffre. La buon’anima aveva compreso che per la felicità di Raimondo il matrimonio era necessario, quindi gli aveva dato moglie, senza badare a sacrifizi. Per Chiara, una propizia occasione erasi presentata, ed a fine d’assicurare la felicità di quella figlia la principessa le aveva perfino forzato la mano: adesso il tempo dimostrava da qual parte fosse stata la ragionevolezza! Quanto a lei, Lucrezia, Dio aveva permesso che sua madre morisse prima del tempo in cui avrebbe dovuto pensare all’avvenire di lei; ma, se questa era stata una gran disgrazia, non voleva poi dire che l’avvenire di lei non stesse a cuore al fratello maggiore. Era strano parlare a una ragazza di certe cose, ma la necessità lo stringeva. Certo il desiderio della santa memoria, desiderio ragionatissimo, fondato sopra argomenti positivi e non sopra capricci, era che ella restasse in casa, ma se, tutt’al contrario, ella avesse creduto pel proprio meglio di fare altrimenti, le davano forse a intendere che, volendo ella maritarsi, il principe le si sarebbe opposto? Quando si fosse presentata l’occasione di accasarla bene, col decoro conveniente al suo nome, il principe non l’avrebbe lasciata sfuggire. Ma bisognava aver fiducia in lui, esser sicura che egli non poteva desiderare altro che il bene della sorella, considerandosi investito d’una specie di tutela morale. E non dare l’esempio d’un dissidio funesto, che sarebbe stato di scandalo in questo mondo, e d’infinita amarezza alla sant’anima nel mondo di là.
Mentre il confessore teneva questo discorso a Lucrezia, il principe ne teneva un altro un poco diverso a donna Ferdinanda. La zitellona, pure vituperando i Giulente, s’era col tempo rassicurata sulle loro pretese; quella bestia del duca non essendo più lì a secondarle, ella credeva che l’amoreggiamento fosse finito del tutto. Invece un giorno che si parlava della responsabilità dei capi di famiglia quando in casa vi sono ragazze da marito, Giacomo disse alla zia che anche Lucrezia avrebbe dovuto un giorno o l’altro accasarsi, che da parte sua l’avrebbe lasciata libera di prendersi chi meglio le piaceva, tanto più che una scelta ella doveva averla già fatta… La zitellona si rivoltò come un aspide:
«Ha scelto? Ha scelto? E chi è che ha scelto?»
«Chi? Il solito Giulente…»
Ella diventò rossa in viso quasi fosse sul punto di soffocare.
«Ah sì… Ancora?… E tu l’hai lasciata fare?»
«Vostra Eccellenza sa bene come siamo tutti di casa,» rispose il principe, sorridendo. «Quando ci mettiamo qualcosa in capo, è difficile ridurci a mutar sentimento…»
«Ah, è difficile? Le farò veder io se è difficile o è facile!…»
Da quel momento la zitellona diventò una vipera con la nipote: le sgridate, per una ragione o per un pretesto qualunque, s’udivano fin giù nelle scuderie; le allusioni ironiche ai romanzetti fioccavano acri e pungenti, gl’insulti contro i Giulente si seguivano e non si rassomigliavano. Diceva cose enormi dei vicini, li accusava d’ogni porcheria e perfino di crimini. Non si contentava più di dire che erano ignobili, affermava che il nonno del vecchio Giulente aveva accumulato i primi quattrini facendo il bottinaio a Siracusa, suo figlio aveva rubato il Municipio, suo nipote il governo, tutte le donne erano state altrettante baldracche… Lucrezia la lasciava dire. Non capivano che più s’accanivano contro Giulente più ella pensava a lui, che ogni discorso diretto a distoglierla dal suo proposito glielo ribadiva in capo più saldo. «Sposerò Benedetto, o nessuno,» diceva alla cameriera, dopo quelle sfuriate. «Hanno voglia di gridare; quando sarà l’ora, lo sposerò.» Il principe intanto, dopo averle sciolto contro quel cane, la trattava meno duramente. Un giorno che la donna portava una lettera di Giulente alla padroncina, egli le tolse la carta di mano, ne lesse l’indirizzo, e gliela restituì. Donna Vanna corse dalla signorina per dirle, ansante: «Vostra Eccellenza stia di buon animo! Vuol dire che ci ha piacere, che finalmente s’è persuaso…» Egli aveva anche raggiunto lo scopo di rompere la lega tramata contro di lui, perché il marchese Federico, fanatico della nobiltà quanto gli Uzeda, udendo che la cognatina incaponivasi nel voler sposare Giulente, aveva dimostrato il proprio dispiacere per quel partito; allora sua moglie s’era schierata con la zia contro la sorella, dandole della stravagante, accusandola di pazzia. Lucrezia invece, sfogandosi con Vanna, rammentava le smanie, i pianti, gli svenimenti di Chiara quando l’avevano costretta a sposare il marchese: «E adesso si mette con quelli che vogliono costringere me! Non m’importa della sua opposizione! Una pazza di quella fatta! Una bandiera al vento! Ora è tutt’una cosa col marito che prima non poteva sentir nominare; domani cambierà un’altra volta: vedrai!…»

In mezzo a quella guerra, tornò Raimondo da Milazzo, senza la famiglia. Non s’occupò neppure un quarto d’ora della casa e dei parenti; appena arrivato si chiuse con Pasqualino, il domani fu visto seguire in chiesa la Fersa; le mormorazioni dei servi, dei curiosi, degli scioperati del Casino dei Nobili ricominciarono. Aveva detto a sua moglie che sarebbe rimasto lontano una settimana, per affari, ma dopo due mesi non le annunziava ancora il ritorno. Alle lettere di lei rispondeva chiedendo tempo, o non rispondeva affatto; in carnevale, Matilde lo raggiunse, accompagnata dal padre. Egli l’accolse con tre parole, pronunziate freddissimamente:
«Perché sei venuta?»
Aveva combinato una serie di divertimenti con gli amici che gli davano mano; il giovedì grasso, in un carro rappresentante un vascello dove tutti erano mascherati da marinai, passò e ripassò sotto la casa di donna Isabella, scagliando fiori e confetti per un quarto d’ora ogni volta contro i suoi balconi; il sabato, a una festa a contribuzione nelle sale del Palazzo Comunale ballò tutta la sera con lei; il lunedì ricominciò, al veglione del Comunale. E Matilde, lasciata sola dal padre che era andato a raggiungere le bambine, ripeteva tra sé quella domanda, le sole parole che egli aveva trovato per rispondere alla premura di lei: «Perché sono venuta?» Per assistere a questo!… Egli dunque continuava a fingere, a mentire, ad ingannarla; anzi, neppure se n’era data la pena! Appena arrivato a Milazzo, aveva smaniato come un pazzo contro la vita di quella spelonca, l’aveva torturata con lagnanze, con rimproveri, con un malcontento quotidiano, con un malumore di tutti i momenti, finché non era riuscito a scappare. Ma ingiustizie, sgarbi, violenze, gli avrebbe perdonato ogni cosa, tanto gli voleva ancora bene; gli perdonava perfino l’indifferenza con la quale trattava le sue figlie, le innocenti creature che erano sangue suo! Ma vederselo sfuggire, ma saperlo tutto d’un’altra, ma ritrovare sulla persona di lui il profumo degli abiti, delle mani, dei capelli di quell’altra; questo no, ella non poteva soffrirlo!
«Ah, ricominci? Sei dunque venuta per rompermi di nuovo la testa?» rispondeva egli ai suoi tentativi di rimostranze, ai suoi timidi rimproveri. «Perché non te ne sei rimasta con tuo padre, dunque?»
«Perché io debbo stare con te, perché il mio posto è al tuo fianco, e perché nemmeno tu devi lasciarmi!»
«E chi ti lascia? Se volessi lasciarti, ti pare che sarebbe troppo difficile? A quest’ora avrei già fatto fagotto, e me ne sarei andato a Firenze, a Parigi, o a casa del…»
«Andiamo via insieme! Perché non torniamo a Firenze? Abbiamo là la nostra casa…»
«Perché in questo momento ho qui da fare!»
«Se hai dato la procura a tuo fratello…»
«Ho dato la procura per gli affari ordinari dell’amministrazione; ora bisogna venire alla divisione e pagare le mie sorelle, perché compiscono tre anni dall’aperta successione: hai capito? O vuoi fatto il conto? Mia madre è morta nel maggio del ’55 e siamo nel marzo del ’58… Sono tre anni, sì o no? Vuoi saper altro?»
«Perché mi parli così? Che t’ho detto di male?»
«Nulla! Nulla! Nulla! Soltanto, ti pare che sia un bel gusto sentirsi rotto il capo ad ogni poco con questi sospetti continui?»
«No, no; non lo farò più… non ti dirò più niente…»
Sarebbe stato capace di porre in atto la sua minaccia, di abbandonarla, di abbandonar le sue figlie!… Gli nascondeva quindi il proprio dolore, vedendo che egli continuava peggio di prima, come se ogni rimostranza fosse stata invece un incitamento. Adesso dicevasi che anche Fersa aveva finalmente dato ascolto alla madre, aprendo gli occhi, facendo capire al conte che quelle assiduità non gli piacevano; e infatti non conduceva più sua moglie dagli Uzeda, né si vedeva più Raimondo avvicinare donna Isabella in pubblico; viceversa egli seguiva la carrozza dei Fersa con la propria da per tutto, quasi inseguendoli; e in chiesa, al teatro, le si piantava dirimpetto, senza più lasciarla con gli occhi.
Un giorno la cugina Graziella, venuta al palazzo a chieder del principe, si chiuse con lui per dirgli:
«Cugino, debbo tenervi un discorso molto grave…» Da molti anni, da quando Giacomo aveva preso moglie, si davano del voi. «Donna Mara Fersa mi ha fatto parlare da un’amica… per questa storia di Raimondo!»
«Quale storia?» domandò il principe, quasi non comprendendo.
«Non sapete quel che si dice?… Raimondo s’è messo in testa d’inquietare donna Isabella… e se ne accorge ognuno, per dire il fatto della verità…»
«Io non mi sono accorto di niente.»
«Non importa, cugino; ve lo dico io!… Ed è una cosa che non sta bene e che mi dispiace… Un tempo, s’incontravano spesso in casa mia, ed io li ricevevo a braccia aperte. Potevo sospettar niente di male? Altrimenti non mi sarei prestata ad una cosa simile! Raimondo è padre di famiglia, donna Isabella ha marito anche lei: che vogliono fare?… In casa Fersa c’è guerra scatenata tra suocera e nuora: bisognerebbe persuadere il cugino a farla finita, una buona volta.»
«E perché lo dite a me?» rispose Giacomo, stringendosi nelle spalle.
«Perché? Perché io non ho molta confidenza con Raimondo… e poi, sarebbe meglio che gli parlaste voi, che siete il capo della casa, e potete…»
«Sbagliate. Io non posso nulla: qui ciascuno fa a modo suo. Altro che capo! Persuadetevi che per poco non sono la coda!…»
La cugina tornava a invocare l’autorità del cugino, il principe a lagnarsi della mancanza d’accordo che c’era in quella famiglia, mentr’egli invece avrebbe voluto che tutti fossero uniti, affezionati l’uno con l’altro, disposti ad aiutarsi, a consigliarsi vicendevolmente.
«Volete che io parli a mio fratello? È capace di rispondermi: “Di che cosa ti mescoli?” E non sarebbe la prima risposta di questo genere… Cara cugina, voi sapete che teste quadre sono le nostre!… No, no, credete a me: sarebbe inutile, se non peggio.»
La cugina, a cui non pareva vero di poter mettere le mani in pasta, ricominciò quel discorso con la principessa.
«Dici davvero?…» esclamò donna Margherita, la quale non si era avvista mai di niente.
«Povera Matilde!… Non meritava questo trattamento!»
«È quel che dico io! Con una moglie tanto graziosa, non si capisce perché Raimondo cerchi distrazioni fuori casa… Ma la testa degli uomini: chi sa leggere in questo libro?… Mi dispiace quanto l’anima! Due famiglie disturbate, mentre avrebbero potuto vivere in pace ed armonia!… Basta, il cugino dovrebbe adesso persuadersi di lasciar quieta donna Isabella. Per me, non avrei difficoltà di dirglielo a viso aperto: non ho già paura che mi mangi! Ma sai bene: è vero che siamo cugini; ma che si potrebbe dire, che io cerco di mettere il naso negli affari altrui? che cerco di seminar zizzania? mentre sa Dio se mi dispiace, quanto l’anima!…»
La principessa scrollava il capo, sinceramente addolorata, tanto più che non poteva far nulla. Suo marito non le aveva ingiunto di badare ai casi propri, sotto pena di averla a far con lui?… E la cugina Graziella cominciò ad armeggiare intorno a Matilde, deliberata di dire ogni cosa a lei stessa. Non era la moglie? Chi più di lei poteva aver diritto di parlare a Raimondo e interesse a distoglierlo da quella tresca?… Riuscita una sera a capitarla sola nella Sala Rossa, cominciò a chiederle notizie del barone, e del matrimonio della sorella, e della salute delle bambine.
«Verranno qui, o andrete voi a raggiungerle?»
«Non so,» rispose Matilde, imbarazzata. «Non so che deciderà Raimondo.»
«Capisco!» rispose la cugina, sospirando. «Gli uomini vogliono far di loro capo… oggi una cosa, domani un’altra… Voi, naturalmente, vorreste andare al paese vostro, insieme con vostro padre. S’ha un bel dire, la famiglia del marito, sì, sì, sì, ma la propria non si dimentica mai! Anche il cugino dovrebbe persuadersi ad andar via di qui… sarebbe molto meglio… anche per lui…»
Matilde chinava il capo, evitando di guardarla, stringendo una mano con l’altra. La cugina continuò:
«Anche per lui… si leverebbe dalle tentazioni… penserebbe soltanto alla sua famiglia!… Avete ragione d’essere inquieta, capisco, poveretta… Non meritavate un simile trattamento… Ma voi dovreste dirglielo!.. Siete sua moglie, insomma, la madre dei suoi figli… Potete parlar alto… obbligarlo a finirla, una buona volta!…»
Con tutto il sangue alla fronte, la contessa aveva chiuso gli occhi; poi s’era sentita agghiacciare; a un tratto portò le mani al viso e ruppe in singhiozzi.
«Oh Signore!… Cugina!… Che avete?… Santo Dio!… Cugina, non fate così!…»
«Io!… Io!…» balbettava Matilde, con le labbra amaramente contorte dall’ambascia. «Io che piango da due anni… Io che non ho più figlie… Io che l’ho pregato come si prega Gesù!…»
«Bontà divina!… Avete ragione!… Ma zitta, non piangete così… Cugina mia, fatevi animo… Solo alla morte non c’è rimedio!… Del resto io non credo che ci sia stato nulla di male!… Chiacchiere della mala gente!… Raimondo è un po’ scapato; ma, questo? Non posso credere! La colpa, com’è vero Dio, è di quell’altra… Le piace farsi corteggiare un poco, ma dal conte di Lumera, figuriamoci! Pura vanità, statene certa e sicura! Ma non piangete!… Queste cose, santo Dio, mi fanno male… Una famiglia così bella, dove avrebbe potuto esserci la pace degli angeli, con due veri angioletti che sembrano scesi dal Paradiso!… Ma vostro marito deve saperlo; vedrete che capirà… Perché non chiamate vostro padre? Tocca a lui aiutarvi…»
Il barone, invece, le scriveva rimproverandole l’abbandono delle figlie, accusandola di voler più bene al marito che a quelle creature, chiamandola a casa per assistere al matrimonio della sorella. Ella tentò ancora nascondergli la tempesta scatenatasi su lei, la tortura a cui la poneva con quelle accuse; ma nell’autunno egli venne a trovarla, improvvisamente, solo.
«Che cosa succede? Sei ammalata? Che cos’ha tuo marito? Perché non m’hai scritto? Perché non sei venuta?»
Ella protestò che non accadeva nulla, che s’era sentita poco bene, che appunto per questo non aveva potuto andar da lui. L’imminenza d’una spiegazione tra suo padre e Raimondo l’atterriva; conoscendo il carattere prepotente, i modi sprezzanti di suo marito, e gli scatti d’ira di cui suo padre era capace, ella viveva con l’animo sospeso, dimenticava i suoi dolori per evitare uno scoppio, tanto più che il barone pareva non aver creduto alle sue proteste, mostrava un viso accigliato in quella casa che prima era stato superbo d’abitare. Adesso stava molto fuori, tornava con ciera più rannuvolata, non rivolgeva la parola a Raimondo. Una sera si chiuse in camera con lei e le disse:
«Mi vuoi dire finalmente quando la smetterai? Non negare, è inutile; so tutto…»
Ella tremava in tutta la persona, balbettando:
«Che sai? Io non capisco… non so nulla…»
«So che tuo marito fa una bella vita, ti dimostra un grande amore,» esclamò il barone con voce gravida di sorde minacce. «Ho ricevuto una lettera anonima; sono venuto per questo… La buona gente non manca!… Ma poiché tu non parli… poiché non ti confidi a tuo padre!… Adesso bisogna mettere le carte in tavola, hai capito?» e picchiò forte con una mano contro l’altra.
«Sì, sì, non t’inquietare…»
Non sapeva adesso donde le venisse quella calma sovrumana, quella forza di negare la cagione del suo lungo cordoglio:
«Non t’inquietare, babbo mio caro… non vedi come sono tranquilla?… Te lo giuro, non so nulla… Saranno calunnie… c’è tanta cattiva gente!… Un anonimo!… Prendi sul serio quel che scrive un anonimo?»
Il barone passeggiava per la camera facendo scoppiare l’indice contro il pollice, volgendo intorno accigliando gli sguardi.
«Tanto meglio!… Tanto meglio!… Ma qui bisogna finirla con questo andirivieni continuo! Bisogna decidersi a stare in un posto qualunque, ma stabilmente, a casa propria, coi figli, come tutti gli altri cristiani…»
«È quello che diciamo anche noi… Credi forse che non ne siamo persuasi?… Raimondo vuol tornare a Firenze; ci saremmo già se non fossero gli affari della divisione, il pagamento delle mie cognate…» E sorridendo soggiunse: «Ti pesano forse, le bambine?»
«Non far la stupida. Con me, sai, non ci riesci.»
Ella sentiva in ogni parola del padre, in quell’impeto a stento frenato, che egli aveva acquistato la certezza del tradimento di Raimondo, di qualche cosa di più grave ancora; e il cuore le si chiudeva, le si chiudeva, come in una morsa, e le forze l’abbandonavano, e un brivido ricominciava a correrle per tutta la persona. Trasalì a un tratto udendo Raimondo che picchiava all’uscio, chiamandoli.
«Che fate?» domandò loro entrando, guardandoli curiosamente.
«Nulla…»
«Nulla,» ripeté il barone. «Si parlava della decisione che dovete prendere… Vuoi continuare a star senza casa, a pagar quella di Firenze per tenerla chiusa?»
«Io?» rispose Raimondo, con tono stupito, come cascando dalle nuvole. «Io, se potessi,» proruppe, «a quest’ora sarei scappato anche a piedi da questo fetido paese. Ah, vi pare forse che ci stia per mio gusto, in mezzo a questi sciocchi, presuntuosi, ignoranti, pezzenti, invidiosi, maleducati?…»
Nessuno lo teneva, mai s’era scagliato con tanta violenza contro i propri concittadini; gestendo vivacemente, quasi gli contraddicessero, sfilava la litania delle recriminazioni, comprendeva nel proprio disgusto tutta la Sicilia, tutto il Napolitano, l’intera razza meridionale.
«Allora, quando hai deciso di partire?» interruppe secco il barone.
«Quando?…» ripeté Raimondo, guardandolo un momento. «Non sapete che sono incatenato dagli affari?»
«Gli affari, volendo, si sbrigano in otto giorni.»
Raimondo tacque un poco; poi esclamò, stringendosi nelle spalle: «Sbrigateli voi, se potete.»
Il barone fece per replicare, ma la parola vivace gli rimase in gola. Raimondo, magro, grazioso, elegante, dominava con gli sguardi sprezzanti, con l’espressione sottilmente ironica del viso bianco e delicato, la persona forte e vigorosa del suocero, dalle spalle quadrate, dai polsi nodosi, dalla faccia abbronzata. Si guardarono un istante, mentre Matilde, impallidita, batteva i denti, come per febbre; poi il barone guardò sua figlia, vide lo sguardo smarrito che gli volgeva, e allora chinato il capo, mormorò:
«Va bene… va bene… Procura soltanto di far presto… Fra giorni si marita mia figlia; vi aspetto…»
Ripartì il domani. Sul punto di andar via, disse a Matilde di tenersi pronta, risoluto com’era a condurla con sé, anche sola, per costringere il genero a raggiungerla. Ella chinò il capo, consentendo, gettandogli le braccia al collo dalla gratitudine, poiché comprendeva che s’era padroneggiato per amore di lei per risparmiarle il dolore d’una triste scena. Ma il barone era appena partito che Raimondo le disse:
«Sai che è curioso, tuo padre? Crede forse che tutti debbano fare a modo suo? O che io abbia sposato lui?… Agli affari di casa mia voglio pensare da me, capisci; e andare dove mi pare e piace, quando mi pare e piace!…»
Ella gli diede ragione, soggiogata come sempre dalla volontà di lui, allegando appena come scusa dell’assente il bene che voleva ad entrambi.
Andarono a Milazzo pel matrimonio di Carlotta; poi, partiti gli sposi e il barone per Palermo, tornarono a Catania, anzi al Belvedere, dov’erano tutti gli Uzeda. Lì ella ebbe qualche mese di tregua: i Fersa non c’erano, gli Uzeda parevano di nuovo rabboniti. Suo padre scriveva un po’ da Palermo, un po’ da Milazzo, un po’ da Messina; andò poi anche a Napoli; finalmente tornò nell’aprile, insieme col duca d’Oragua. Questi diceva d’esser venuto per affari, d’aver affrettata la partenza per viaggiare insieme col barone, ma parlava molto degli avvenimenti pubblici, della guerra di Lombardia, della malattia di Ferdinando II. Il barone pareva un altro, in compagnia del duca; l’intimità che s’era stretta fra loro due durante il viaggio l’aveva placato. Nondimeno ripeté alla figlia l’offerta di condurla via con sé; ma poiché Raimondo le aveva dichiarato che non poteva muoversi ancora, ella rispose:
«No, babbo… verremo tutti… presto, fra giorni.»

8.

In piedi, con le braccia levate, rosso come un pomodoro, don Blasco pareva volesse mangiarsi vivi i suoi contraddittori:
«E questo si chiama vincere, ah? Con l’aiuto dei più grossi, ah? Perché hanno chiamato aiuto, allora? Perché non si sono battuti da soli, se gli bastava l’animo? E questa la chiamate vittoria? In due contro uno?»
«Nossignore!» protestò Padre Rocca. «Erano ventimila di meno…» «Centosessantamila austriaci contro centoquarantamila alleati,» soggiunse Padre Dilenna.
«E i piemontesi si sono battuti da soli!…» affermò Padre Grazzeri.
«Come? Dove? Quando?» urlò don Blasco. «Che cosa m’andate battendo?…»
«Leggete i giornali, se non sapete!» fecero gli altri, a coro. Allora egli impallidì come per un’ingiuria mortale.
«Leggere i giornali?… Leggere i vostri giornali?» Balbettava, pareva cercasse le parole. «Ma dei vostri giornali io mi netto il fondamento!… Ah, no? non volete capire?… Me ne netto il fondamento, così…» e fece il gesto.
Il fratello portinaio mise il capo dietro il muro della scala; dalla terrazza affacciossi Padre Pedantoni per guardare giù nel portico dove s’accendeva la lite.
«Questo non si chiama rispondere!… A voi, dunque, chi dà le notizie?… Avete un servizio d’informazioni particolare, se non leggete i giornali?»
«Così!…» continuava a gestire don Blasco, fuori della grazia di Dio.
«A me parlate della vostra carta sporca? A me che vi farei legare tutti quanti, voi e chi l’introduce qui dentro?»
«Andate a denunziarci!… Ne sarete capace!…»
«Farei il mio dovere!»
«Fareste la spia!»
«A me?…»
Padre Massei, che se la godeva seduto sopra un sedile, esclamò a un tratto, vedendo il gesto con cui don Blasco sfibbiava la sua cintola di cuoio:
«Sst!… Sst!… Viene l’Abate…» ma don Blasco tonò. «Me n’infondo dell’Abate, del Priore e del Capitolo! Avanti, chi si sente da più! A me spia, manetta di carognuoli?…»
Vedendo che diceva sul serio, Padre Dilenna gli si fece incontro, rabbuiato in viso. Allora Pedantoni fu costretto a mettersi in mezzo, per dividerli:
«Andiamo, smettetela. È questo il modo?…»
Da un pezzo le discussioni finivano così, con le grida, gli insulti e le minacce. Don Blasco era diventato un energumeno dopo che i liberali rizzavano la cresta per via degli avvenimenti di Lombardia, della cacciata del Granduca da Firenze, dell’agitazione che propagavasi per tutta l’Italia. «Questa volta è per davvero! Son sonate le ventiquattro!…» dicevano, ed egli prima si scagliava contro Napoleone III, contro quel «figlio di non so chi» al quale non bastava la propria tigna e veniva a grattare quella degli altri: poi tonava che Francesco II li avrebbe costretti ad arar dritto: «Perché è ragazzo? Perché non c’è più suo padre?… Vi farà legare dal primo all’ultimo! La vedremo!…» Ma il suo più grande furore scoppiava quando i liberali, dopo aver profetato imminenti novità in Sicilia, dopo aver parlato di moti rivoluzionari già belli e pronti, gli adducevano in prova il ritorno di suo fratello, del duca di Oragua, da Palermo. «Quello lì in galera, legato mani e piedi; quell’imbecille, pazzo, brigante e traditore!…» Poi, ridendo di se stesso, lo vituperava altrimenti: «Lui, pericoloso? Quel pezzo di coniglio? Lui congiurare? È tornato per la squacquerella che ha addosso!… Palermo è buona per bagordarvi, ma in tempo di trambusti è meglio il proprio paese, tapparsi in casa propria, ficcarsi dentro un forno!… Se tutti i sanculotti sono come lui, Francesco regnerà altri cent’anni.»
Egli ripeteva quei discorsi fuori del convento, dinanzi agli estranei; dalla Sigaraia specialmente, dove andava tutti i giorni, uscendo dal refettorio. Donna Lucia, all’ora canonica, serrava la bottega e si metteva alla finestra per vederlo uscire dal portone del convento e infilare quello del palazzotto; allora gli andava incontro, fino a mezza scala, con le figlie e il marito. Le ragazze, che adesso avevano da dieci a dodici anni, erano tal e quale don Blasco: grasse e grosse come mezze botti; e gli baciavano la mano e gli davano del Vostra Eccellenza al pari di Garino, che si sbracciava per servirlo, per avanzargli la poltrona più comoda ed offrirgli i biscotti e il rosolio regalati dal monaco a spese di San Nicola. Quella era la visita pubblica che don Blasco faceva all’amica, perché poi ce n’era una seconda, quando Garino portava a spasso le ragazze, e i due restavano soli. Certe volte ce n’era una terza, nella tabaccheria. Oltre che il tabaccaio, Garino faceva il caffettiere e teneva due tavolini con sei chicchere per ciascuno, ad uso degli avventori, i quali erano la più parte spie e sbirri e sorci di polizia, giacché egli esercitava una terza professione, quella dell’orecchiante. Così, in mezzo a quel pubblico di fedeli, don Blasco si nettava la bocca contro i sanculotti in generale e il fratello in particolare, e apprendeva notizie di prima mano intorno ai movimenti dei traditori. Veramente, Garino protestava un gran rispetto pel duca d’Oragua, zio del principe di Francalanza, appartenente ad una delle prime famiglie del Regno; e a sentire i vituperi di don Blasco scrollava un poco il capo; ma, voltando pagina, Sua Paternità aveva poi tutti i torti? Il duca faceva male a frequentar troppo don Lorenzo Giulente, il quale era un liberale arrabbiato — naturalmente, non essendo signore! — e per mezzo del console inglese — la polizia sapeva ogni cosa! — faceva venire giornali, proclami e altra roba proibita; a don Lorenzo, anzi, avean fatto una visita domiciliare; ma dal duca non andavano, pel rispetto dovuto alla famiglia Uzeda… Questo appunto don Blasco non poteva soffrire: che egli godesse dell’immunità, che si parlasse di lui come d’un capo rivoluzionario senza che corresse rischi di sorta; voleva che lo trattassero come gli altri, che lo legassero più stretto degli altri. «Sono tutti cani arrabbiati! ci vuole il bastone! Ci vuole la museruola!» Garino scrollava il capo: l’Intendente Fitalia non avrebbe potuto permettere che si molestasse il duca d’Oragua, finché, beninteso, egli non si arrischiava troppo; ma questo era certo e sicuro: che un gran signore come lui aveva tutto da perdere e niente da guadagnare mettendosi coi «malpensanti» e gli arruffapopolo: il signor Intendente gliel’aveva detto a faccia a faccia!… Allora, udendo che suo fratello andava dal rappresentante del governo, don Blasco sfogava a un altro modo:
«Volpone! Camaleonte! Giubba rivolta!… Come possono fidarsene? È del partito di chi vince! Li giuoca tutti! Tradirebbe suo padre che lo creò!…»
E andando via dalla Sigaraia ripeteva quei discorsi in pubblico, nella farmacia di Timpa, che era il quartier generale dei fedeli, mentre in quella di Cardarella si davan convegno i rivoluzionari. Se qualcuno, scandalizzato dalla violenza del monaco, gli faceva osservare che non stava bene parlare in tal modo, agli estranei, del proprio fratello:
«Fratello?» protestava egli. «Io non ho fratelli! Non ho parenti! Non ho nessuno: com’ho da cantarvelo?…»
Si dava al diavolo, perché niente andava a modo suo, al palazzo. L’anno innanzi, al momento della scadenza del termine stabilito dalla principessa pel pagamento alle figlie, Chiara e Lucrezia non erano andate d’accordo; il marchese, biasimando l’amore della ragazza per Giulente, s’era riavvicinato al principe, il quale gli aveva fatto la corte, trattandolo con le molle d’oro, per propiziarselo. Ferdinando, intento a mettere insieme un museo di storia naturale alle Ghiande, non si era neppure informato di quel che avveniva; così, non solamente i legatari non avevano chiesto i conti, ma il principe, adducendo la mancanza di quattrini, aveva ottenuto dal marchese di poter ritardare il pagamento fino all’altr’anno. La scadenza era arrivata, e Giacomo non pagava ancora, scusandosi con le inquietudini pubbliche, col ristagno degli affari, con la scarsità del raccolto e l’impossibilità di venderlo. E don Blasco non si dava pace udendo che i nipoti, dimenticate le loro ragioni, accettavano perfino i continui ritardi, i pretesti furbeschi del principe. Quelle bestie di Federico e di sua moglie, specialmente, non davano più retta a nessuno, al settimo cielo per la speranza d’un figliuolo — come se dalla pancia di Chiara dovesse venir fuori il Messia! — e quel babbeo di Ferdinando riduceva il giardino un pestilente carnaio, preso a un tratto dalla smania d’imbalsamare animali — senza accorgersi che il più animale di tutti era lui stesso! Quell’altra sciagurata di Lucrezia, poi, viveva nelle nuvole, più stravagante di prima, e impallidiva quando nominavasi Giulente, lo sbarbatello petulante che anche lui discorreva di costituzione e di libertà! Finalmente c’era la quistione impegnata tra Raimondo, che non voleva muoversi, e sua moglie che voleva andar via: in odio all’intrusa don Blasco si schierava a favore del nipote aborrito.
«Partire? Per andare dove? A Firenze c’è il terremoto! Questi non sono tempi da lasciare il proprio paese!»
Raimondo adduceva la stessa ragione, e gli altri la ripetevano: Matilde sentiva ordirsi intorno un’altra congiura sempre più stretta; doveva adesso contentarsi di andare e venire da Milazzo ogni mese per veder le bambine, non potendo più reggere ai mali tratti che usavano loro quei parenti. Suo padre non l’aveva più con Raimondo, girava per la Sicilia col pretesto degli affari, ma per lavorare invece contro il governo: e don Blasco e donna Ferdinanda si divertivano a predire che un giorno o l’altro l’avrebbero buttato in galera, poiché quella predizione faceva piangere l’intrusa. Il duca, invece, parlava molto bene del barone, s’intratteneva a lungo con lui quando passava da Catania: adesso esaltava il genio di Cavour, i trionfi della sua politica; se gli rimproveravano le antiche critiche alla spedizione di Crimea, negava d’averne mai fatte; e giudicava che la via per la quale s’era posto Francesco II fosse sbagliata: l’alleanza bisognava farla col Piemonte, non con l’Austria, e concedere la costituzione, non inquietare i patriotti, perché Napoleone aveva parlato chiaro: l’Italia doveva esser libera dall’Alpi all’Adriatico…
A don Blasco veniva di vomitare, udendo queste cose, e s’arrovellava, non potendo prendersela direttamente col fratello maggiore; ma il giorno che arrivò la notizia della pace di Villafranca, per poco non gli prese un accidente, dall’esultanza. Lungo i corridoi di San Nicola, dinanzi ai monaci dell’altro partito che tenevano, mogi mogi, la coda fra le gambe, vociava, trionfante:
«Ah, il gran Cavour? Ah, il gran Piemonte? Dove sono adesso? Perché non continuano la guerra da soli? Dov’è andato l’Adriatico? Dov’è andato il Mar Tirreno? E quella bestia che sputava sentenza, empiendosi la bocca di NABBOLEONE! Napoleone aveva confidato proprio a lui quel che voleva fare! Credevano d’esserselo posto in tasca, Napoleone!…»
«O non l’avevate con lui perché non si grattava la sua tigna?»
«Come? Quando? So molto io!… La baldoria è finita!… Ma che Re, Francesco II? Ma che Re? Degno figlio di suo padre!…»
Se avessero fatto lui Re, non avrebbe messo più boria, non avrebbe guardato la gente da tant’alto. E si sgolava anche al palazzo, vedendo che il fratello scrollava il capo, udendogli sentenziare che l’ultima parola non era detta.
«Che ultima e che prima! Il gran CAVURRE ha fatto fagotto! I principi legittimi tornano tutti quanti! L’avete schiacciata male, non volete capirlo?»
Ogni giorno s’informava se il duca aveva ordinato i preparativi della partenza: quel fratello gli pesava come un sasso sullo stomaco, non vedeva l’ora che se ne tornasse a Palermo, quasi in città non potesse regnar pace se colui non se n’andava. Al convento, insultava quelli che osavano ancora contraddirgli, le discussioni minacciavano di finir male; lo stesso Abate aveva dovuto pregare i Padri Dilenna e Rocca di lasciarlo dire per evitare un guaio. Il Priore, invece, non s’occupava di tutte queste cose: nessuno sapeva in qual modo egli la pensasse. Se gli parlavano di politica, stava a udire, scrollava il capo, rispondeva: «Non sono affari che mi riguardano… Date a Cesare quel che è di Cesare…» Al Noviziato la lotta fra i due partiti s’era attizzata; il principino, a cui don Blasco dava l’imbeccata, prendeva anche lui l’aria di un trionfatore, dileggiava Giovannino Radalì, capo dei rivoluzionari, dandogli del «barone senza baronia» e del «figlio del pazzo». Il duca Radalì, infatti, era morto in un accesso di delirio furioso; la duchessa vedova aveva quindi stabilito che Giovannino, come secondogenito, pronunziasse i voti. E questo era un altro argomento col quale Consalvo schiacciava il cugino: «Io andrò via, e tu resterai sempre qui!…» Giovannino, che nonostante le diverse idee politiche gli voleva bene, sopportava un poco i suoi dileggi; ma, a volte, infuriava in malo modo: il sangue gli montava alla testa, gli occhi gli s’accendevano; scagliatosi sul cugino, se lo metteva sotto, malmenandolo, finché fra’ Carmelo accorreva, con le mani in testa:
«Per l’amor di Dio!… Che modo è questo?… Non potete star cheti? Pensate a divertirvi!»
Composte le liti, i ragazzi si divertivano, infatti. I due cugini morivano dalla voglia di fumare; Giovannino aveva ottenuto da fra’ Cola, in gran segreto, poca semente di tabacco, e l’aveva piantata in un angolo del giardino; cresceva rigogliosa, e presto ne avrebbe fatto sigari. Frattanto giocavano da mattina a sera, con pochi momenti di studio svogliato, con qualche ora di funzioni religiose.
Per la festa di Sant’Agata, in agosto, andarono a spasso tutti i giorni, assistettero alla processione del carro, all’oratorio cantato in piazza degli Studi, e con più piacere alle corse dei barberi, che Raimondo chiamava barbarie. Le facevano lungo la via del Corso, tra due siepi vive di curiosi, sui quali spesso i cavalli si gettavano, sparando calci ed ammaccando costole. I cavalli vincitori ripercorrevano poi la via al passo guidati dai palafrenieri che lanciavano tratto tratto un grido ai balconi:

Affacciatevi, principi e baroni,
Che sta passando il re degli animali!

E la folla: «Olé…» Consalvo stava attento al cerimoniale spagnolesco di quelle feste: il Senato della città, nella berlina di gala grande quanto una casa, preceduta da mazzieri e gonfalonieri e catapani che sonavano i tamburi, andava a prendere l’Intendente, il quale doveva farsi trovare sul portone: al senatore più giovane toccava mettere il piede sulla predella, in atto di scendere; ma allora il rappresentante del governo doveva avanzarsi con le braccia distese, per impedirgli di toccar terra. Erano le prerogative della città. Il Senato aveva avuto lunghe contese con le altre autorità circa il posto da occupare nella cattedrale, durante le grandi funzioni: per evitare liti ulteriori, s’era tracciata per terra una riga di marmo che nessuno poteva varcare.
Finita la festa di Sant’Agata, a San Nicola novizi e fratelli prepararono quella del Santo Chiodo, per cui ogni anno c’era grande aspettativa.

Il Re Martino, che la portava sempre al collo, aveva regalato quella reliquia ai monaci, nel 1393: era uno dei chiodi con un pezzetto del legno della croce sulla quale avevano suppliziato Gesù. Il 14 settembre la spera d’oro tutta gemmata dove serbavasi la sacra spoglia fu esposta all’adorazione dei fedeli, mentre l’Abate, circondato da tutti i Padri con la cocolla, celebrava, accompagnato dal grand’organo, il pontificale. Ma la vera festa fu quella della sera, quando la vasta piazza di San Nicola parve trasformata in un salone, dalle tante faci accese per ogni dove, dalle tante seggiole disposte per le signore che arrivavano in carrozza dalla Trinità e dai Crociferi, e venivano ad assistere alla processione. Questa usciva, a suon di banda e di campane, tra due file di soldati, dalla porta maestra della chiesa che pareva tutta una fiamma: l’Abate reggeva la spera, seguito da un lungo corteo che rientrava dopo compìto il giro della piazza: allora cominciavano i giuochi di fuoco, i razzi, le ruote, le fontane luminose, la gran macchina finale che mutava quattro volte di disegno e di colori e finiva col crepitare assordante d’un fuoco di fila mentre centinaia di serpenti luminosi si snodavano nell’aria scura… Il principino, accanto ai suoi parenti, non aveva tempo di dar retta a tutti, facendo gli onori di casa, giacché nella piazza e in tutto il quartiere la gente era ospite dei Benedettini. Tutta la città s’era riversata lassù: le signore con gli abiti estivi che portavano l’ultima volta, segnando quella solennità la fine della stagione. Donna Mara Fersa, con la nuora e i parenti di costei venuti da Palermo, stavano dalla parte opposta degli Uzeda; don Mario era in campagna. Adesso appena si salutavano, per l’occhio del mondo; a donna Isabella era stato proibito di andare più in casa di donna Ferdinanda o di altri parenti del conte; la gente, a poco a poco, aveva finito di chiacchierare su quel soggetto. Lo stesso Raimondo pareva essersi rassegnato; non lo vedevano più correre dietro alla signora, né costei litigava più con la suocera, né s’atteggiava a vittima come un tempo. Quella sera aveva un abito veramente sfarzoso, e tante gioie addosso, che tutti gli occhi si volgevano su lei. Quando la folla cominciò a diradarsi, Padre Gerbini, sempre galante, l’accompagnò alla carrozza; e come, giusto per combinazione, il cocchiere dei Fersa e quello del principe Francalanza avevano messo accanto i loro legni, Raimondo e il principe, nell’andar via, fecero una scappellata alle signore, alla quale risposero solo donna Isabella e lo zio palermitano.
Ora, il domani di quella festa, una notizia straordinaria, sbalorditiva, incredibile, corse di bocca in bocca per la città: donna Mara Fersa aveva cacciato di casa la nuora!… Era vero?… Non era possibile!… Se la sera innanzi erano state insieme a San Nicola?… E come? Perché? Quando tutto pareva finito?… Ma i bene informati dicevano che non era finito niente, e che la bomba era scoppiata giusto quella notte per l’assenza di don Mario. Donna Mara, dopo avere accompagnato i parenti della nuora all’albergo ed essere tornata a casa ed aver preso sonno, aveva udito rumore nella camera di donna Isabella: entrata da lei, l’aveva trovata mezzo nuda, con la finestra aperta e il cappello d’un uomo rotolato per terra. Se avesse fatto un momento più presto, li avrebbe colti sul fatto; ma dal balcone che dava sui tetti della scuderia, egli era scappato in un lampo. Senza bisogno di nominarlo, tutti comprendevano che egli era il conte… Bisognava vedere, aggiungevasi, donna Isabella, pallida come una morta, quando la suocera, con voce strozzata, le aveva gridato: «Esci di casa mia!…» Lì per lì, senza darle neanche tempo d’infilarsi un paio di scarpe, in pantofole come si trovava! Ella se n’era andata, con la cameriera che le teneva il sacco, all’albergo dove si trovava quel suo zio provvidenzialmente piovuto da Palermo. «E se non c’era? Dove l’avrebbe mandata? E don Mario, il marito?…»
Don Mario arrivò all’alba, a rotta di collo, mandato a chiamare con un espresso: il piangere che faceva! come un bambino!… Ne avea voluto del bene alla moglie! E allo stesso conte! Questo era stato lo sbaglio! Sua madre, no: l’amicizia degli Uzeda non le aveva dato alla testa; fin dal principio s’era accorta della piega che prendevano le cose. Se non fosse stata lei, il pasticcio sarebbe successo molto prima, Raimondo non avrebbe dovuto prender tante precauzioni. Egli rischiava infatti la vita, ogni volta. Quando Fersa andava in campagna, il conte entrava in casa di donna Isabella, avendo comperato tutte le persone di servizio: ma dal portone della stalla, che il cocchiere gli apriva, doveva salir sul tetto delle scuderie, scavalcarne la balconata e di lì entrare in camera dell’amica… Era stato un vero miracolo, se per tanto tempo non l’avevano sorpreso!… L’ultima notte, scappato senza cappello, gli sbirri di ronda l’avevano incontrato e stavano per arrestarlo; ma, conosciuto che era il conte Uzeda, l’avevano lasciato andare…
Gl’increduli, i curiosi, fecero capo alla polizia, ma lì furono mandati a spasso. E quel giorno stesso tutti videro il contino Raimondo al Casino dei Nobili dove giocò e chiacchierò del più e del meno, come di consueto. Possibile che sfidasse fino a questo punto l’opinione pubblica? O non era piuttosto da dubitare della storia che si narrava?.. Già correvano le versioni favorevoli a donna Isabella. Era levata, a mezzanotte? Non aveva sonno! La finestra aperta? Per il gran caldo. Il cappello per terra? Un vecchio cappello del cocchiere, il quale s’era divertito, nel pomeriggio, a buttarlo per aria!… Se tutte queste cose non s’erano messe in chiaro sul momento, bisognava incolpare quella furia di donna Mara. Non poteva soffrire la nuora, tutti sapevano come l’aveva maltrattata! Chi parlava del conte? Che c’entrava il conte? Chi l’aveva visto? Era a casa sua, si era raccolto subito dopo la processione del Santo Chiodo: il principe, la principessa, tutta la famiglia, tutti i servi potevano attestarlo! Forse perché aveva fatto qualche visita, tempo addietro, alla Fersa? Ma s’era allontanato subito, visto che prendevano in mala parte un’amicizia innocente! Aveva dunque ragione di non voler stare in quel paese, di ribellarsi contro la malignità dei propri concittadini!… E a poco a poco quelle voci acquistavano credito: dicevasi perfino che Fersa l’avesse con la madre, per non aver dato tempo all’accusata di provarsi innocente… Tutta la città discuteva, commentava, giudicava ogni notizia relativa al fatto, appassionandosi più che per una caduta di Regno. Chi parteggiava pel conte, protestando che un padre di famiglia come lui non si sarebbe messo a disturbare un’altra famiglia; chi lo giudicava capace di questo e d’altro, per soddisfare un capriccio. Scapolo, non aveva fatto una vitaccia? Ammogliato, non aveva fatto tanto soffrire la povera moglie? In quella circostanza, per buona sorte, ella era in casa di suo padre, a Milazzo.
Giusto, tre giorni dopo, i difensori di Raimondo trionfarono: egli partiva per Milazzo, raggiungeva la moglie e le figlie. Donna Isabella, da canto suo, era partita per Palermo con lo zio. Chi ardiva ancora affermare che ci fosse stato niente di male fra loro? Quella sconsigliata di donna Mara Fersa aveva fatta la frittata!… Gl’increduli andarono al palazzo Francalanza e all’albergo, per vedere se quelle partenze eran vere. Erano verissime: donna Isabella e Raimondo erano partiti, l’uno per Milazzo e l’altra per Palermo; il principe si apparecchiava ad andarsene al Belvedere; Fersa con la madre era già a Leonforte.

Durante la villeggiatura quei fatti furono il tema di ogni discorso.
A Nicolosi, tra i Padri Benedettini, se ne fece un gran parlare: Padre Gerbini, fra gli altri, sostenne a spada tratta l’innocenza di donna Isabella, forte del fatto che Raimondo, da Milazzo, era partito definitivamente per Firenze, dove tornava a domiciliarsi con la famiglia. Don Blasco però non aprì bocca su questo soggetto. Egli pareva avesse dimenticato tutti gli affari della parentela, occupato come era ad eruttar bestemmie all’annunzio delle novità pubbliche, dei voti delle Romagne e dell’Emilia per l’annessione al Piemonte, della dittatura di Farini, specialmente del trattato di Zurigo che gli dié materia da sbraitare durante tutto l’autunno e tutto l’inverno. Coi Padri del partito liberale impegnava novamente discussioni tempestose che minacciavano di non finir bene, a proposito del ritorno di Cavour al ministero, dei plebisciti dell’Italia centrale, di tutti i sintomi d’un mutamento radicale. Ma alla cessione di Nizza e della Savoia alla Francia gongolò come se le avessero date a lui; dopo l’abortito tentativo di sommossa del 4 aprile a Palermo, cantò vittoria, gridando:
«Ah, non vogliono capirla, ah! Fermi con le mani! Giuoco di mano, giuoco villano! Parlate, gridate, sbraitate finché vi pare, ma senza rompere nulla! Chi rompe paga, e neppure i cocci sono suoi!»
«Siete voi che non volete capirla! Non vedete che adesso non è più come al Quarantotto?»
«Eh? Ah? Oh? Non più? Di grazia, che c’è di nuovo?»
«C’è di nuovo che il Piemonte è forte… che la Francia sottomano l’aiuta… che l’Inghilterra… che Garibaldi…»
«Chi?… Quando?… La Francia? Bel servizio! Bell’aiuto!… Garibaldi? Chi è Garibaldi? Non lo conosco!…»
Imparò a conoscerlo il 13 maggio, quando scoppiò come una bomba la notizia dello sbarco di Marsala. Ma, contro al suo solito, egli non gridò, non disse male parole: alzò le spalle affermando che al primo colpo di fucile dei napolitani i «filibustieri» si sarebbero dispersi: i Murat, i Bandiera, i Pisacane informavano.
«La sonata è un’altra!» gli disse sul muso Padre Rocca, dopo lo scontro di Calatafimi.
Allora egli scoppiò:
«Ma razza di mangia a ufo che siete, dovete dirmi un poco perché fregate le mani? Avete vinto un terno al lotto? O credete che Garibaldi venga a crearvi Papi tutti quanti? Non capite, teste di corno, che avete tutto da perdere e niente da buscare?»
Non sapeva darsi pace; l’avanzarsi vittorioso dei garibaldini lo esasperava; la formazione di squadre di ribelli, il fermento che regnava in città e nelle campagne lo mettevano fuori di sé. Ma il suo furore rovesciavasi particolarmente sul duca, che prendeva decisamente posto coi rivoluzionari, fiutando già il cadavere. Il monaco diceva contro il fratello parole tali da far arrossire un lanciere, dava del traditore a tutte le autorità perché, invece di reprimere il movimento, aspettavano di vedere, grattandosi la pancia, se Garibaldi sarebbe entrato o no a Palermo.
«A Palermo? Lanza lo schiaccerà! C’è ventimila uomini a Palermo! Ma bisogna dare esempi! Rizzar la forca in piazza del Fortino!»
Invece, le squadre dei rivoltosi si riunivano tutt’intorno alla città, i liberali parlavano a voce alta, gli sbirri fingevano di non udire, i «benpensanti» erano costretti a nascondersi! E quella bestia del generale Clary, con tremila uomini sotto i suoi ordini, non usciva dal castello Ursino, non faceva piazza pulita, lasciava che il panico dei «benpensanti» crescesse. La notte del 27, in mezzo al malcelato tripudio dei rivoluzionari, arrivò la notizia dell’entrata di Garibaldi a Palermo; le squadre minacciavano di scendere in città per attaccare le truppe di Clary. Il duca invece raccomandava la calma, assicurava che i napolitani sarebbero andati via senza tirare un colpo. Quantunque egli assumesse un’aria importante e protettrice in famiglia, quasi potesse far la pioggia e il bel tempo, Giacomo ad ogni buon fine prese le disposizioni per mettersi al sicuro al Belvedere. Lucrezia, vedendo quei preparativi di partenza, smaniava all’idea di lasciare Giulente, il quale le scriveva: «L’ora del cimento sta per sonare; io correrò al posto dove il dovere mi chiama, col nome d’Italia ed il tuo sulle labbra!» Ma all’annunzio che, rotto ogni indugio, le squadre stavano per scendere in città, il principe andò a San Nicola per raccomandare il bambino all’Abate, al Priore e a don Blasco e, fatte attaccar le carrozze, partì con tutti i suoi, da Ferdinando in fuori, il quale né per pestilenze né per rivoluzioni lasciava le sue Ghiande. Allora il duca, per non restar solo nel palazzo deserto, se ne venne al convento, dove il nipote Priore gli dette una camera della foresteria. Don Blasco, vistolo lì dentro, parve uno spiritato; sulle prime non poté articolar parola; poi, corso fra i Padri della sua camarilla, vociferò:
«L’eroe! L’eroe! L’eroe! Quel grande eroe!… Quel fulmine di guerra!… S’è ficcato qui per la paura! Finta che a casa non c’è più nessuno! Gli treman le chiappe, invece!…»
Il convento infatti cominciava a popolarsi di paurosi, di preti fuggiaschi, di spie borboniche, di gente invisa ai liberali; lo stesso castello non era giudicato altrettanto sicuro. Pei novizi, quantunque alcuni di essi fossero stati portati via dai parenti inquieti, era una festa: tante facce nuove, un incessante andirivieni, la continua aspettativa di non si sapeva che cosa. I ragazzi liberali avean formato anch’essi la loro squadra, a similitudine di quelle accampate fuori la città: Giovannino Radalì la capitanava, maturando il piano di sollevare il convento, di scendere in piazza e di unirsi ai rivoltosi grandi. Mancavano però di bandiere, e col pretesto di apparare un altarino mandarono il cameriere a comprar carta variamente colorata. Il cameriere, con la bianca e la rossa, ne portò dell’azzurra invece della verde; quello sbaglio fu causa che si perdesse un giorno. Il principino, al quale naturalmente, nella sua qualità di sorcio, i rivoluzionari non avevano detto niente, subodorata nondimeno qualche cosa per aria, aveva deliberato di scoprir paese. Una circostanza straordinaria lo aiutò. Il tabacco piantato insieme col cugino era maturo; le foglie, strappate, poste da qualche giorno al sole, cominciavano già ad accartocciarsi; gli bastò arrotolarle con le mani per ottenerne tre o quattro sigari che Giovannino giudicò pronti ad esser fumati. Allora, nascosti insieme in un angolo del giardino, perché, tolta la politica, erano amici, dettero fuoco ai fiammiferi e cominciarono a tirare le prime boccate. Usciva un fumo acre, amaro, pestifero, che bruciava gli occhi e la gola; Giovannino, pallidissimo, respirava a stento, ma continuava a tirare poiché Consalvo dichiarava:
«Sono eccellenti!… Tutti tabacco vero!… Non ti piace?»
«Sì. Un bicchier d’acqua… Mi gira il capo…»
Improvvisamente si fece bianco come la carta, gli si rovesciarono gli occhi e cominciò a vaneggiare:
«Il maestro… acqua… le bandiere…»
Consalvo, sul quale il veleno agiva più lentamente, domandò:
«Quali bandiere?… Dove sono?…»
«Sotto il letto… la rivoluzione… Malannaggia!… Mi viene di vomitare…»
Il principino buttò il suo sigaro e rientrò. Sentiva un principio di nausea, aveva il piè malfermo, la vista un po’ annebbiata; ma si trascinò fino dal maestro:
«Han fatto le bandiere… per la rivoluzione… sotto il letto…»
«Chi?»
«Quelli… Giovannino… il complotto…»
La nausea saliva, saliva, gli stringeva la gola; le mani gli si diacciavano, ogni cosa gli girava intorno vorticosamente.
«Ma di che complotto parli?… Che hai?»
«Giovan… la ri…»
Stese le mani e cadde per terra come morto. Quando riacquistò i sensi si trovò a letto, con fra’ Carmelo che lo vegliava. La luce era fioca, non si capiva se fosse l’alba oppure il tramonto; né una voce né un rumor di passi nel convento; solo il cinguettìo dei passeri sugli aranci in fiore.
«Come si sente?» domandò il fratello, premurosamente.
«Bene… Che è successo? Che ora è?»
«Spunta adesso il sole!… Ci ha fatto una bella paura!… Non si rammenta?…»
Allora, confusamente, egli ripensò ai sigari, alla nausea, alla denunzia. Era dunque passata tutta una notte?… E Giovannino?
«Anche lui!… Adesso sta meglio… Il maestro ha frugato in tutte le camere, sotto i letti… ha trovato tante bandiere… Sua Paternità se l’è presa con me… So molto, io, di queste diavolerie!…»
I congiurati, vistisi scoperti, erano disperati, non comprendendo donde venisse il colpo. Ma Giovannino, ristabilito anche lui, s’alzava in quel momento e passava tra i compagni costernati:
«Com’è stato?… Sei stato tu?…»
«Io?… Ah, quel giuda di mio cugino!…» E il sangue gli montò al viso con un impeto selvaggio di collera, da vero «figlio del pazzo». «Aspetta! Aspetta!»
Appostati in attesa che Consalvo uscisse, lo circondarono nel giardino; Giovannino gli si fece incontro, domandandogli:
«Sei stato tu, pezzo di sbirro, che hai detto al maestro?…»
Consalvo capì. Pallido e tremante, cominciò a protestare…
«Maria Santissima!… Il maestro… Non sono stato…»
Ma il cerchio gli si strinse intorno:
«Negalo, anche?… Hai coraggio solo per mentire, sbirro schifoso? pezzo di boia?»
«Vi giuro…»
«Ah, spia fetente!…» e il primo pugno gli piovve sulle spalle. Tutti gli furono addosso, ed egli cominciò a gridare; ma nessuno poteva udir le sue grida, perché, a un tratto, a quell’ora insolita, tutte le campane di San Nicola si misero a stormeggiare formando un concerto così strano, che i ragazzi smisero di picchiare il delatore, guardandosi turbati. A un tratto Giovannino esclamò:
«La rivoluzione!…» e rientrò di corsa.
Le squadre erano finalmente scese in città, per dar l’attacco ai napolitani. Tutti i monaci erano tappati dentro; l’Abate aveva fatto serrare i portoni dopo che tutta una popolazione spaventata s’era venuta a rifugiare nel convento. Solo il campanile era rimasto aperto ai rivoltosi, i quali continuavano a sonare a stormo mentre s’udiva il rombo delle prime cannonate del castello Ursino.
Don Blasco, nonostante il coltello che portava sotto la tonaca, verde dalla bile e dalla paura, era venuto a rifugiarsi, insieme coi borbonici più sospettati, al Noviziato, come in un cantone più sicuro, dove, per via dei bambini, nessuno sarebbe entrato; nondimeno diceva ira di Dio di quel vigliacco di suo fratello che era rimasto dentro col pretesto dei portoni chiusi, ma complottando ancora con quell’altro «porco» di don Lorenzo Giulente.
«Perché non scende in piazza? Perché non va a battersi? Gli apro io stesso, se vuole!… Carogna! Traditore!…»
Il duca, in confabulazione con l’Abate e col nipote Priore, disapprovava invece l’attacco, riferiva il savio e prudente ultimatum del generale Clary:
«Clary mi disse ieri: “Aspettiamo quel che fa Garibaldi: se resta a Palermo, m’imbarco coi miei soldati e me ne vado; se no, avrete pazienza voialtri: resterò io.” Mi pare che dicesse bene! Che bisogno c’era d’attaccarlo?… Le sorti della Sicilia non si decidono qui!… Ma non vogliono ascoltarmi! Che posso farci? Io me ne lavo le mani…»
«Non vogliono ascoltarlo?» tempestava don Blasco. «Dopo che li ha scatenati?… E adesso fa il Gesuita? Per restar bene col Clary, se la ciurmaglia ha la peggio?…»
Il cannone tonava di rado; gente arrivata dalla Botte dell’Acqua, cercando rifugio, diceva che la mischia più forte era impegnata ai Quattro Cantoni, ma che del resto i ribelli tiravano sulle truppe alla spicciolata, nascosti dietro gli angoli delle case, o dalle terrazze. Le spie borboniche, pallide, esterrefatte, andavano ficcandosi nelle celle dei fratelli; Garino, venuto dei primi a chiudersi a San Nicola, s’attaccava alla tonaca di don Blasco e pareva più di là che di qua. Anche il principino stava al fianco dello zio, non osando neppure lagnarsi delle busse ricevute, mentre Giovannino Radalì e gli altri ragazzi liberali, attorniato fra’ Carmelo, gli dicevano:
«Adesso arriva Garibaldi!… Andremo tutti via!… Non ci torneremo più!…»
Prima di sera cessò lo scampanìo e il cannoneggiamento; don Blasco, andato a interrogare i passanti dai muri della Flora, tornò agitando le braccia e smascellandosi dalle risa:
«La gran rivoluzione è finita!… Sono usciti i lancieri, hanno nettato le strade!… Evviva!… Evviva!…»
La notizia venne confermata da tutte le parti, ma il duca, prudentemente, restò dentro pel momento. La gioia di don Blasco fu però di corta durata: il domani, avuti gli ordini da Napoli, Clary si preparò alla partenza e, consegnata la città a una Giunta provvisoria, s’imbarcò il giorno appresso con tutti i suoi soldati.

Don Lorenzo Giulente col nipote, saliti a San Nicola, invitarono il duca al Municipio, dove i migliori cittadini attendevano a disciplinare la rivoluzione. Già, partita la truppa, nella prima ebbrezza della liberazione, nel primo impeto della vendetta, torme di popolani avevano dato la caccia ad uno dei più tristi e odiati sorci di polizia, e uccisolo ne avevano portato in giro la testa. Tremava il cuore al duca, all’idea di lasciare il sicuro asilo del monastero e di scendere nella città in fermento; ma i due Giulente lo assicurarono che adesso tutto era cheto e che gli amici lo aspettavano. Così traversarono insieme le vie deserte peggio che in tempo di peste, con tutte le botteghe e le finestre sbarrate e un silenzio pauroso. Don Gaspare Uzeda, a dispetto delle assicurazioni dei Giulente, nonostante la prova della popolarità acquistata tra i liberali, temeva che qualcuno non gli rimproverasse il suo rimpiattamento a San Nicola, nel giorno dell’azione; che i rivoluzionari del Quarantotto non gli rammentassero le storie antiche; le gambe, pertanto, gli vagellavano nell’entrare al Municipio, nel traversar la corte piena di gente, nel salir su dove deliberavano; ma a poco a poco il sorriso gli spuntava sulle labbra pallide e chiuse, il sangue tornava a circolargli liberamente nelle vene, poiché da tutte le parti lo salutavano rispettosamente o cordialmente: i popolani s’inchinavano, gli amici stringevangli la mano, esclamando: «Finalmente!… Ci siamo!… Non abbiamo più padroni!… Adesso finalmente i padroni siamo noi!…» La cosa più urgente era l’ordinamento d’una qualunque forza pubblica, d’una milizia civica che prestasse servizio sino alla formazione della Guardia nazionale. Occorrevano quattrini per l’armamento della milizia e della Guardia: aperta una sottoscrizione per raccogliere i primi fondi, il duca offerse trecent’onze. Nessuno aveva dato tanto, la cifra produsse grande effetto; quando la riunione si sciolse, parecchie dozzine di persone riaccompagnarono don Gaspare a San Nicola.
Il domani mattina egli aggiunse altre cent’onze per l’acquisto delle munizioni. Il favore universale gli crebbe intorno. Mancava lavoro, poiché la città era tuttavia un deserto: egli non lasciò andare a mani vuote nessuno di quelli che gli si rivolsero per sussidio. Preso coraggio, andò tutti i giorni al Gabinetto di lettura, dove i liberali commentavano con tripudio le notizie dei progressi della rivoluzione; si mise a capo delle dimostrazioni che andavano a prendere la musica dell’Ospizio di Beneficenza e al suono dell’inno garibaldino giravano per la città. A poco a poco, sempre più rassicurato, quasi domiciliossi al Municipio, dove chiedevano i suoi consigli. Mentre tutti parlavano di libertà e d’eguaglianza, nessuno pensava a prendere un provvedimento che dimostrasse al popolo come i tempi fossero cangiati e i privilegi distrutti e tutti i cittadini veramente ed assolutamente uguali. Egli propose e fece decretare l’abolizione del pane sopraffino. Allora diventò un grand’uomo.
Don Blasco, rimpiattato al convento, schiumava: non tanto, forse, per la rovina del suo partito e pel trionfo dell’eresia, quanto per sapere suo fratello considerato a un tratto come uno degli eroi della libertà: il Governatore non faceva nulla senza del duca, lo metteva in tutte le commissioni, un codazzo d’ammiratori lo accompagnava al palazzo Francalanza, che egli aveva fatto riaprire e riabitava perché la chiusura non s’imputasse al borbonismo della famiglia: e la gente minuta, gli operai, tutti quelli che non sapevano che cosa sarebbe successo, convertivansi al nuovo partito udendo che un gran signore come il duca d’Oragua, uno dei Francalanza, ne faceva parte: le dimostrazioni patriottiche, di giorno e di notte, con musiche e fiaccole e bandiere si succedevano sotto il palazzo come sotto le case dei vecchi liberali, di quelli che erano stati in galera o tornavano dall’esilio. Adesso tutti parlavano in piazza, dai balconi, per eccitare il popolo, o per discutere il da fare nei circoli che si venivano costituendo; ma il duca, incapace di dire due parole di seguito in pubblico, atterrito dall’idea di dover parlare dinanzi alla folla, scendeva giù a incontrarla al portone, se la cavava gridando con essa: «Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele! Viva la libertà!…» conducendo al caffè i volontari garibaldini, pagando loro gelati, sigari e liquori. Formata la Guardia nazionale, lo fecero maggiore: tutti i giorni egli mandava ai corpi di guardia bottiglioni di vino, focacce, pacchi di sigari, regali di ogni genere. E la sua fama cresceva, cresceva; nelle dimostrazioni il grido di «Viva Oracqua» — come pronunziavano i più — era altrettanto frequente quanto «Viva Garibaldi» o «Vittorio Emanuele!…» Queste enormità ridussero don Blasco a un cupo silenzio, più terribile delle grida; il monaco non era però alla fine delle prove. I forusciti, i briganti che s’arrolavano per seguire l’anticristo dove furono alloggiati? A San Nicola!…
All’annunzio che la colonna di Nino Bixio e di Menotti Garibaldi sarebbe giunta a Catania, il Governatore aveva mandato un ufficio all’Abate comunicandogli di aver disposto che i soldati della libertà fossero ospitati nel convento dei Padri Benedettini. L’Abate, borbonico fino alle ciglia, voleva fare qualche difficoltà; ma il Priore don Lodovico lo persuase che non era il caso di opporsi. Il 27 luglio la Guardia nazionale andò incontro, fuori le porte, alla colonna che entrò in città fra un uragano d’applausi; e i volontari s’acquartierarono a San Nicola, nei corridoi del primo piano e in quello dell’Orologio: la paglia sparsa per terra, le rastrelliere, i fucili, le giberne, le baionette, le canne di pipa ridussero il convento un assedio. Per andare al refettorio, don Blasco doveva traversare due volte il giorno quell’inferno; egli passava muto, pallido, fremente, mentre i soldati gridavano evviva al Priore don Lodovico che faceva distribuire vino e focacce! Tutto il giorno, giù nei cortili esterni, essi eseguivano esercizi; Bixio stava a invigilare con un frustino in mano, accarezzando tratto tratto le spalle dei più restii. «In nome della libertà! In odio all’antica tirannide!..» facevano osservare i Padri sorci a don Blasco; ma questi neanche rispondeva, pareva non interessarsi più a nulla, come alla vigilia del finimondo.
Bixio e Menotti erano alloggiati alla foresteria; l’Abate li evitava, ma il Priore, per prudenza — diceva — usava agli ospiti tutti i riguardi, s’informava premurosamente se avevano bisogno di nulla, metteva la Flora a disposizione del figlio dell’anticristo, che passava i suoi momenti d’ozio coltivando rose. Un giorno, tra i novizi che erano scemati di numero perché molte famiglie avevano ritirato i loro ragazzi in quel trambusto, vi fu grande aspettativa: Menotti veniva da loro. Giovannino Radalì, Pedantoni, tutti i liberali lo guardarono con gli occhi spalancati, come uno piovuto dalla luna, senza saper dire una parola, mentre egli li accarezzava. Ma, nel giardino, Giovannino corse a cogliere la più bella rosa e gliel’offerse, chiamandolo: «Generale!…» Consalvo se ne stette in disparte, aggrottato come lo zio don Blasco, con la coda tra le gambe.
«Adesso non fai più il sorcio?» gli dissero i compagni quando Menotti andò via. «Hai paura che ti taglino la coda?»
Egli non rispose. Suo padre, rassicurato sull’andamento della cosa pubblica, scese un giorno a trovarlo.
«Non ci voglio più stare,» gli disse il ragazzo; «tanti se ne sono andati…»
«Voglio?…» rispose il principe, con voce dura. «Chi t’ha insegnato a dire voglio?… Per ora hai da star qui!»
E il duca non solo approvò quella decisione, ma indusse il nipote a tornarsene definitivamente con la famiglia in città, giacché non c’era pericolo di sorta, e quell’ostinata lontananza, quelle dimostrazioni di paura potevano esser prese in mala parte dal popolo. Arrivarono tutti dopo qualche giorno, il marchese e la marchesa soli e gongolanti nella loro carrozza che andava al passo, per riguardo della gravidanza di Chiara finalmente confermata ed arrivata al sesto mese; Lucrezia che metteva il capo ogni minuto allo sportello quando i posti di guardia facevano sostare la vettura, parendole di riconoscere Giulente in ogni soldato.
Ma Benedetto non era più in Sicilia. Nei primi giorni aveva aiutato lo zio Lorenzo e il duca a ordinare la rivoluzione, arringando il popolo, parlando nei circoli con una eloquenza che tutti ammiravano, scrivendo articoli nell’Italia risorta, fondata dallo zio per propugnare l’annessione al Piemonte; poi, nonostante l’opposizione del padre e della madre, s’era ingaggiato garibaldino, nel reggimento delle Guide, ed era partito pel continente. Arrivando in città, Lucrezia trovò una lettera del giovane, il quale le annunziava che andava a raggiungere Garibaldi per compiere il proprio dovere verso la patria e le raccomandava di non piangerlo se gli fosse toccata la grande sorte di morire per l’Italia. Ella cominciò a leggere tutti i giornali e tutti i bollettini per sapere che cosa avveniva di lui, ma ne capì meno di prima, incapace di farsi un’idea intorno alle mosse dell’esercito meridionale. Don Blasco, all’arrivo dei parenti, eruttò finalmente la bile accumulata in tre mesi. Ogni giorno, venendo al palazzo, vomitava improperi contro il fratello, colmava di male parole lo stesso principe perché permetteva che dal balcone di centro sventolasse l’aborrito tricolore, che mettessero fuori i lumi per festeggiare le vittorie dei «briganti». Il principe si faceva tutto umile, gli dava ragione, esclamava: «Che posso farci? È mio zio! Posso mandarlo via?» Ma si guardava bene di fare rimostranze al duca, troppo lieto che la popolarità del gran patriotta garantisse anche lui, la sua persona e la sua casa. Però dava un colpo al cerchio e uno alla botte; parlava contro il duca a don Blasco, contro don Blasco al duca, sicuro di non essere scoperto, poiché quei due s’evitavano come la peste. Gli toccava poi tenere a bada anche donna Ferdinanda, la quale era diventata una versiera, dopo la caduta del governo legittimo, e ne invocava il ritorno e andava fino a promettere una lampada a Santa Barbara perché questa saettasse tutti i suoi fulmini contro i traditori. Chiedeva che il principino fosse tolto dal convento infestato dai rivoluzionari; ingiungeva al nipotino, quando costui veniva a casa in permesso: «Non t’arrischiar di parlare con quei nemici di Dio o non ti guarderò più in faccia!» Consalvo le rispondeva: «Eccellenza sì!» come al duca quando costui, tutt’al contrario, gli diceva «Che bei soldati, i garibaldini?…» Dolevano ancora le spalle al ragazzo, dalle busse toccate per lo spionaggio; e adesso egli faceva come vedeva fare allo zio Priore, che godeva la fiducia dell’Abate borbonico di tre cotte, e intanto era portato in palma di mano dai rivoluzionari… Che importava al principino di borbonici e di savoiardi? Egli voleva andar via dal Noviziato; perciò serbava un segreto rancore contro il padre che non l’aveva contentato. Del resto, con tutta la rivoluzione e la libertà e Vittorio Emanuele e l’abolizione del pane sopraffino, a San Nicola non si scherzava, articolo privilegi. Giusto in quei giorni i Giulente avevano raccomandato all’Abate un giovanetto, loro lontano parente, rimasto orfano a Siracusa e venuto a Catania per farsi Benedettino. Era tutto il contrario del cugino Benedetto, questo Luigi; non solo avversava la rivoluzione; ma aveva, col timor di Dio, una grande vocazione per lo stato monastico. E l’Abate, ritenendo provata la nobiltà della famiglia, l’aveva preso a proteggere e fatto entrare al Noviziato. Lì, i nobili compagni, senza distinzione di partito, se ne prendevano giuoco, lo beffavano, gliene facevano di tutti i colori, giudicandolo indegno di stare fra loro; e tra i monaci gli stessi liberali torcevano il muso: Vittorio Emanuele andava bene; l’annessione e la costituzione meglio ancora; ma rinunziare ai loro privilegi, fare d’ogni erba un fascio, questo era un po’ troppo!…

La quistione dell’annessione, del miglior modo di votarla, appassionava in quel momento la pubblica opinione: alcuni volevano affidarne il mandato ad un’assemblea da eleggere, altri predicavano il suffragio diretto. Ogni giorno, col Governatore della città, e con don Lorenzo Giulente e i capi liberali, il duca sosteneva il plebiscito: «Il popolo dev’essere lasciato libero di pronunziarsi. Si tratta delle sue sorti! Vedete come han fatto nel resto d’Italia!…» Questo consiglio, mentre accresceva a mille doppi la sua popolarità, gli scatenava addosso più violento l’odio di don Blasco e di donna Ferdinanda, la critica dello stesso don Eugenio. Il cavaliere, adesso, perduta la speranza degli scavi di Massa Annunziata, aveva concepito un nuovo disegno: farsi nominare professore all’Università. Non v’erano stati parecchi signori pubblici lettori? L’impiego era decoroso e nobile; la cattedra di storia, specialmente, gli faceva gola. Le sue conoscenze archeologiche, l’opuscolo sulla Pompei Sicola, erano buoni titoli: per averne ancora di migliori, egli scriveva una Istoria cronologica dei Viceré Uzeda, luogotenenti dei Regi Aragonesi nella Trinacria. Come Gentiluomo di Camera, non si lasciava molto vedere; ma certo che la rivoluzione sarebbe stata schiacciata da un momento all’altro, anche lui se la prendeva col duca.
«Chi parla di popolo! Se tornassero i Viceré dall’altro mondo! Se sentissero di queste eresie, se vedessero un loro pronipote unirsi alla ciurmaglia!…»
Don Cono, don Giacinto, don Mariano, tutti i lavapiatti scrollavano il capo, addolorati anch’essi da quel tralignamento; però tentavano placare il giusto sdegno dei puri, giudicando il liberalismo del duca un liberalismo di parata, una necessità politica del momento; era impossibile che, in cuor suo, il figlio del principe di Francalanza, uno di quegli Uzeda che dovevano tutto alle legittime dinastie, potesse godere dell’anarchia e dell’usurpazione!
«Tanto peggio!» urlava don Blasco. «Capirei un fedifrago risoluto, che avesse il coraggio del tradimento! Ma se tornano i napolitani, colui andrà a baciar loro il preterito!… Vedrete, quando torneranno!…»
Ma non tornavano. Arrivavano invece, una dopo l’altra, le notizie della partenza di Francesco II da Napoli, dell’ingresso trionfale di Garibaldi, dell’avanzarsi dei piemontesi incontro ai volontari. Al Belvedere, dove il principe tornò alla fine di settembre, per la villeggiatura, Lucrezia lesse i bollettini della battaglia del Volturno che portavano Benedetto Giulente tra i feriti. Ella non pianse, ma si chiuse in camera rifiutando il cibo, sorda ai conforti di Vanna la quale le prometteva che avrebbe cercato di aver notizie dalla famiglia di lui. Il Governatore però s’era già rivolto ai comandanti, al direttore dell’ospedale militare di Napoli; e la risposta, prima che sui bollettini, fu resa di pubblica ragione in un manifesto affissato al Municipio. Il volontario Giulente era ferito d’arma bianca alla coscia destra e si trovava nell’ospedale di Caserta; il suo stato era soddisfacente e la guarigione assicurata.
Egli arrivò quindici giorni dopo, la vigilia del plebiscito, con altri volontari siciliani reduci dal Volturno: lo zio Lorenzo, il duca di Oragua, il Governatore e la Guardia nazionale andarono loro incontro. Il giovane s’appoggiava a un bastone e sventolava il fazzoletto con la sinistra, rispondeva agli evviva della folla. Suo padre e sua madre piangevano, dalla commozione: il duca, facendo loro dolce violenza, prese il ferito nella propria carrozza che s’avviò al Municipio fra un’onda di popolo acclamante. Dal balcone del palazzo di città, gremito di guardie nazionali, di reduci, di patriotti, di cittadini ragguardevoli, Benedetto girò uno sguardo sulla piazza dove non sarebbe cascato un grano di miglio, poi levò la sinistra. La sua fama d’oratore era già stabilita; tacquero a quel gesto.
«Cittadini!» cominciò con voce chiara e ferma. «Noi non possiamo e non dobbiamo ringraziarvi di questa trionfale accoglienza, sapendo come i vostri applausi non siano diretti alle nostre persone, ma all’idea generosa e sublime che guidò il Dittatore da Quarto a Marsala.» Scoppiò un uragano d’applausi in mezzo al quale la voce dell’oratore si perdé. «…sogno di Dante e Machiavelli, sospiro di Petrarca e Leopardi, palpito di venti secoli… ad essa, alla gran patria comune… alla nazione risorta… all’Italia una… gli evviva, gli applausi, il trionfo…» Ad ogni periodo, un gran clamore veniva su dalla piazza; la gente pigiata nel balcone sventolava i fazzoletti, il duca esclamava all’orecchio dei vicini: «Come parla bene!… Che giovane d’ingegno!…»
«Noi abbiamo fatto il dover nostro,» continuava l’oratore, «come voi il vostro. Non poche gocce di sangue, ma la vita stessa avremmo voluto immolare alla gran causa… degni d’invidia, non di rimpianto, sono quelli che poteron dire morendo: “Alma terra natia, la vita che mi desti ecco ti rendo…” Onore ai forti che caddero!… A voi toccò ufficio non meno superbo: dare all’Europa ammirata l’esempio d’un popolo che, spezzate le sue catene, lasciato in balìa di se stesso, già mostrasi degno di quelle libere istituzioni che furono suo secolare retaggio… che un potere aborrito e spergiuro osò cancellare… ma che splenderanno di più vivido raggio!… Cittadini! Applaudite voi stessi… applaudite i vostri reggitori… applaudite questi guerrieri fratelli che, dolenti di non poter pugnare con noi, tutelarono i vostri focolari… applaudite questo insigne patrizio che alle glorie dell’avito blasone accoppia quelle del patriottismo più puro…» Egli additava alla folla il duca maestoso e marziale nella divisa di maggiore. Ma questi, all’idea di dover rispondere, si sentì a un tratto serrar la gola, vide a un tratto la piazza trasformata in un mare terribile, vorticoso e ululante, le cui ondate saettavano sguardi; e lo spasimo della paura fu tale ch’egli dovette afferrarsi alla balaustrata. Però Giulente riprendeva, nella stretta finale, tra applausi assordanti: «Cittadini! Prodigioso è il cammino da noi fatto in cinque mesi; ma un ultimo passo ci resta… L’entusiasmo dal quale vi veggo animati mi dà guanto che sarà fatto… Il sole di domani saluti la Sicilia unita per sempre alla monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele!»

Già i sì colossali erano tracciati sui muri, sugli usci, per terra; al portone del palazzo il duca ne aveva fatto scrivere uno gigantesco, col gesso; e il domani, in città, nelle campagne, frotte di persone li portavano al cappello, stampati su cartellini di ogni grandezza e d’ogni colore. Donna Ferdinanda, al Belvedere, scorgendo i contadini che, per non saper leggere, avevano messo le schede sottosopra, esclamava:
«Is! Is!» e pronunziando chis, chis, che è la voce con la quale si mandan via i gatti, commentava: «Ma non dicono sì, dicono is, chis, chis! Fuori, chis!…»
Lucrezia gonfiava, eccitata dalle notizie del trionfo di Giulente, impaziente di tornare in città per rivederlo, irritata dagli sconvenienti motteggi della zia.
Il principe aveva fatto tracciare anche lui un gran sì sul muro della villa, per precauzione, e la folla dei contadini scioperati, giù in istrada, batteva le mani, gridava: «Viva il principe di Francalanza!…» mentre, dentro, don Eugenio dimostrava, con la storia alla mano, che la Sicilia era una nazione e l’Italia un’altra; e donna Ferdinanda sgolavasi:
«Ah, se torna Francesco!»
«Zia, non tornerà…» esclamò alla fine Lucrezia.
Allora la zitellona parve volesse mangiarsela viva.
«Anche tu, scioccona e bestiaccia? Sentite chi parla adesso! E non lo sai il nome che porti, pazza bestiona? Credi anche tu agli eroismi di questi rifiuti di galera? o dei bardassa sguaiati e ciarloni?»
La botta era tirata a Giulente; Lucrezia s’alzò e andò via sbattendo gli usci. Ma il furore di donna Ferdinanda passò il segno quando, fattasi alla finestra ad uno scoppio più nutrito di applausi, vide passare i novizi Benedettini, che venivano da Nicolosi a cavallo agli asini, tutti con gran sì ai tricorni. Cominciò a gridare così forte contro quel vituperio, che il principe accorse:
«Zia, per carità, vuol farci ammazzare?»
«È stato quel Gesuita di Lodovico!…» fiottava la zitellona, coi denti stretti, quasi per mordere. «Anche i ragazzi! Anche Consalvo!» E come il principino salì un momento a salutare i suoi, ella gli strappò quel cartellino e lo fece in mille pezzi: «Così!…»

9.

«Bello!… Bello!… E questi bavagli, sono graziosi!… Le calzettine, le scarpette: avete pensato a tutto!»
La cugina Graziella esaminava, capo per capo, sotto gli occhi di Chiara e del marchese, il corredo del nascituro: sei grandi ceste piene di tanta roba da bastare a un intero ospizio di lattanti; e trovava parole d’ammirazione per tutte le fasce, per tutte le cuffie, per tutti i corpettini: ma ogni tanto si fermava, tirando forte il respiro, passandosi la lingua sulle labbra, gravida anche lei di qualche cosa che voleva dire, ma che né il marchese né Chiara si decidevano a domandarle.
«E le vesticciuole, non l’avete viste ancora? Guardate, guardate!»
«Oh, che bella cosa!… Dove hai trovato questi merletti?… Belle tutte, belle!… Ma più la bianca coi nastri celesti! Un amore!… Lucrezia ci ha lavorato?»
«No, nessuno: ho voluto far tutto con le mie mani.»
«Ce n’è spesi quattrini, eh?… Il Signore possa benedirveli!… Avete aspettato un bel pezzo, ora la vostra felicità è assicurata!… Vi volete tanto bene!… Per me, mi gode l’animo quando vedo le famiglie tanto affiatate!… Così vorrei che anche Lucrezia fosse contenta… Voialtri non sapete?»
«Che cosa?»
Ella abbassò un poco la voce per dire, con aria di mistero:
«Giulente l’ha chiesta allo zio duca!»
Ma Chiara continuò a piegare la biancheria sulle ginocchia, quasi non avesse udito o non avesse compreso che si parlava di sua sorella: e solo il marchese domandò, distrattamente, riponendo con bell’ordine la roba nelle ceste:
«Chi ve l’ha detto?»
Allora la cugina sfilò la corona:
«Me l’ha detto mio marito, iersera: certo e sicuro com’è certo che siamo qui! La domanda è stata fatta da don Lorenzo, amichevolmente. Il duca vuol esser deputato, e il giovanotto sostiene la sua elezione scrivendo nell’Italia risorta, e discorrendo ogni sera al Circolo Nazionale in favore di lui, perché ha già preso la laurea d’avvocato. Quelli della Nazione Italiana gli oppongono l’avvocato Bernardelli, perché è stato in galera; non par vero, a che siamo ridotti!… Ma Giulente si batte come un leone… pel futuro zio… mi capite?… Lucrezia non entra nei panni, dalla contentezza; però gli zii don Blasco, donna Ferdinanda e don Eugenio le daranno da fare… e il cugino Giacomo anche… Un Giulente sposare un’Uzeda? Ci voleva la rivoluzione, il mondo sottosopra, perché si vedesse una cosa simile! Lo zio duca, mi dispiace, ha perduta la testa, dacché s’è messo nella politica; hanno ragione i suoi fratelli!… Voi che cosa ne dite?»
Chiara continuava a maneggiare la bella roba, bianca, fine e odorosa, del nascituro; e il marchese, temendo che quei movimenti, a lungo andare, potessero affaticarla, le disse:
«Basta, adesso… lascia fare a me… Che cosa ne dico, cugina? Non dico niente: sono cose che non mi riguardano. Mio cognato è padrone di dare sua sorella a chi gli pare… Io non mi mescolo negli affari altrui.»
«Se Lucrezia lo vuole,» rincarò Chiara, «se lo prenda! In fin dei conti, dobbiamo sposarlo noi?» domandò ridendo a Federico.
«Sicuro!… Io, cara cugina, sapete se ho sempre rispettato la famiglia di mia moglie. Se essi dicono di sì, e Lucrezia è contenta! Per conto mio, ringrazio il Signore che finalmente mi sta concedendo una gran consolazione; del resto, facciano quel che vogliono…»
E la cugina restò con tanto di naso, avendo fatto assegnamento sopra uno scoppio d’indignazione; ma, torta la bocca quasi per inghiottire un boccone amaro, esclamò:
«Certamente! Sono cose che riguardano la sua coscienza!… E anche Lucrezia! Contenta lei!… È quel che dico anch’io!…»
Da quei due non c’era da cavar nient’altro, fuori del mondo com’erano per via della nascita del figliuolo ormai prossima: la cugina, che per trascorrer di tempo non dimenticava di mostrare il suo interesse per gli Uzeda, corse difilato in casa del principe. Sul portone, una comitiva di dieci o dodici individui, fra i quali c’erano i due Giulente, zio e nipote, cercavano del duca. Ella si fermò, sorridendo a don Lorenzo e a Benedetto, facendo loro segno con la mano per chiamarli.
«Che ordite, in tanti rivoluzionari? Volete dar fuoco al palazzo?»
«Veniamo ad offrire la candidatura al signor duca,» rispose don Lorenzo, «in nome delle società patriottiche.»
«Bravo! Mi rallegro della scelta!…»
E la commissione stava per salire dal grande scalone quando Baldassarre, spuntato dal secondo cortile, e fatta strada a donna Graziella, avvertì: «Nossignori!… Favoriscano da questa parte…»
Il principe, infatti, approvando il liberalismo dello zio e godendo dei vantaggi della sua popolarità, non aveva potuto permettere che tutti gli scalzacani dai quali era circondato entrassero nel nobile quartiere della Sala Rossa e Gialla: aveva quindi destinato due stanze dell’amministrazione, a destra dell’entrata, perché il duca vi ricevesse anche i lustrastivali, se così gli era a grado. Mentre i delegati giravano dunque dalla parte delle stalle, donna Graziella saliva pomposamente il sontuoso scalone ed era introdotta presso la principessa. Il principe, in compagnia della moglie, gridava qualche cosa, quando, all’apparir della cugina, tacque subitamente.
«Non sapete che ci sono visite?» disse costei, entrando. «La commissione delle società… per offrire la candidatura al duca… Una bella commedia, giacché tutto fu combinato prima… E solo i Giulente, di persone conosciute; tutto il resto, certe facce!…»
«Mio zio è padrone di ricevere chi vuole,» rispose il principe. «Adesso i tempi sono mutati, e non si posson fare tante difficoltà… È quel che dicevo anche a mia moglie…» E voltati i tacchi, stava per andarsene, quando la voce di donna Ferdinanda, che sopravveniva, lo fece fermare. La zitellona, più gialla del solito, sudava fiele, con una ciera arcigna e dura da mettere spavento.
«Dunque è vero?» domandò a denti stretti, senza neppure accorgersi di donna Graziella.
«Me l’ha detto lui stesso,» rispose il principe. «Dinanzi alla cugina possiamo parlare… Gli pare una cosa bellissima, un partito vantaggioso, un terno al lotto…»
«E tu non gli hai detto nulla, tu?»
«Io? Gli ho detto che dovrebbe tornare nostra madre dall’altro mondo, per sentire una cosa simile! Per vedere ciò che succede in questa casa! in qual modo si rispettano le sue volontà!… Questo gli ho detto; ma è lo stesso che dirlo al muro… Vostra Eccellenza sa come siamo fatti, in famiglia… Ma la colpa non è dello zio… Se Lucrezia non avesse dato retta a quel bardassa, crede Vostra Eccellenza che le cose sarebbero arrivate a tanto? I Giulente sono stati sempre presuntuosi, hanno avuto sempre la smania di giocare a pari con tutti; ma un’idea simile non sarebbe loro passata pel capo, senza la stramberia di mia sorella…»
La principessa non fiatava, donna Graziella non parlava neppur lei, ma guardando ora il principe ora donna Ferdinanda scrollava il capo, come per dire che era così, proprio così. La zitellona si mordicchiava le labbra sottili, torcendo il grifo, fiutando l’aria con le narici dischiuse.
«Se mia sorella non fosse stravagante,» continuava il principe, «non penserebbe a maritarsi, con quella salute; non darebbe retta a quel rompicollo che le dice di volerle bene per vanità, facendo il repubblicano; e rispetterebbe invece i consigli di nostra madre, non darebbe motivo di dispiacere a noi, non si preparerebbe tanti guai… Perché, speriamo pure che si ravveda e lo zio muti opinione; ma se questo matrimonio dovesse farsi, la prima sacrificata sarebbe lei!… Crede di trovare in casa di quella gente quel che ha nella propria? Crede che potranno andare d’accordo, con tanta diversità d’educazione e di…»
A un tratto comparve Lucrezia. Il principe tacque come per incanto; la principessa si fece ancora più piccola sulla sua poltrona, la cugina spalancò meglio gli occhi e l’orecchie.
«Buon giorno, zia…» cominciò la ragazza; ma donna Ferdinanda, levatasi da sedere e presala per mano, le disse brevemente: «Vieni con me.»
Passò di là e chiuse l’uscio. La cugina, che le aveva accompagnate con gli occhi, quando si voltò vide che il principe era scomparso da un’altra parte. Allora, rimasta sola con la principessa, cominciò a dimenarsi sulla sua seggiola. Sarebbe andata ad origliare, se avesse potuto, se avesse osato farne proposta; invece le toccava contenersi e chiacchierare, mentre udivasi tratto tratto la voce di donna Ferdinanda alzarsi tanto che le parole arrivavano intere: «Voglio? Voglio?… Prima creperai!… L’avvocato?… Crepa, piuttosto!…»
«Santo Dio, mi dispiace!… È una cosa, cugina…»
«La vedremo, ti dico!…» gridava donna Ferdinanda; subito dopo la voce si spense; la cugina riprese:
«Lucrezia dovrebbe pensare… dare ascolto a chi parla pel suo…»
«Non vuoi sentirla, bestiaccia?…» Queste parole furono gridate così forte, che la cugina e la principessa tesero tutt’e due le orecchie. Passò qualche minuto di silenzio profondo; di botto, s’udì il rumore d’una seggiola rovesciata e subito dopo quello secco e brusco di un violento ceffone. La principessa levossi in piedi, giungendo le mani; la cugina corse all’uscio ad origliare. Più nulla: né voci, né pianto. Donna Ferdinanda ricomparve sola e venne a sedersi tranquillamente vicino alla nipote, stirandosi la palma della mano arrossata. Parlò del più e del meno, volle sapere che cosa avevano a desinare e domandò notizie di Teresina, che giusto quel giorno era a San Placido, dalla zia Crocifissa. Poi si alzò per andarsene; la cugina l’accompagnò.
Intanto giù nell’amministrazione i delegati delle società, ammessi in presenza del duca, erano stati da costui invitati a sedersi in giro; Giulente nipote, prendendo a parlare in qualità d’oratore, diceva:
«Signor duca, in nome dei sodalizi patriottici il Circolo Nazionale, L’Unione Civica, la Lega Operaia, il Riscatto Italiano, i Figli della Nazione, dei quali le presento le rappresentanze… veniamo a compiere il mandato affidatoci, di pregarla affinché ella accetti la candidatura al Parlamento italiano. Il paese ben conosce di chiederle un sacrifizio, e un sacrifizio non lieve; ma il patriottismo di cui ella ha dato tante e sì splendide prove ci dà guanto che anche una volta vorrà rispondere all’appello del paese…»
I tre o quattro popolani tenevano il cappello con tutt’e due le mani, stretto come se qualcuno volesse portarlo loro via; Giulente zio guardava per terra. Il duca, finito il discorsetto del giovane, rispose, cercando le parole una dopo l’altra, con voce strozzata:
«Cittadini, son confuso… e vi ringrazio, veramente… Sono stato felice… orgoglioso anzi direi… di aver potuto contribuire, come ho potuto, al riscatto nazionale… e alla grand’opera dell’unificazione della nazione… Ma, veramente, ciò che voi mi domandate… è superiore alle mie povere forze… È un mandato… Permettete!…» soggiunse con altro tono di voce, vedendo far gesti di diniego, «che non saprei come disimpegnarlo… al quale è d’uopo attitudini speciali che io non possiedo… E non vi mancheranno patriotti che assai meglio di me… potranno rispondere agli interessi… della tutela degli interessi… del nostro paese!»
«Perdoni!» riprese il giovanotto. «Noi apprezziamo il delicato sentimento che le fa dire così: la sua modestia non le poteva dettare diversa risposta. Ma della capacità di lei dev’essere giudice, perdoni!, lo stesso paese. Se ella avesse altre ragioni per rifiutare, ragioni private o di affari, noi c’inchineremmo, non potendo permettere che il suo sacrificio vada troppo oltre. Ma se l’unica obiezione consiste nella sua incapacità, ci permetta di dirle che non tocca a lei riconoscere se è capace o pur no!»
Tacendo Giulente, il sarto Bellia, dei Figli della Nazione, disse:
«Duca, l’operaio vuole a Vostra Eccellenza… Ci sono tanti che brigano il voto, ma non ci abbiamo fiducia. Vogliamo un buon patriotta e un signore come Vostra Eccellenza…»
Allora, rivolto ai compagni, Giulente zio disse, con tono di bonarietà scherzosa, accarezzandosi la barba:
«Non abbiate paura: il duca vuol farsi pregare…»
«Farmi pregare?» esclamò il candidato, ridendo. «Mi prendete forse per un dilettante di pianoforte?»
Tutti sorrisero e il ghiaccio si ruppe. Smessi la dignità grave e il linguaggio fiorito dell’ambasceria, ognuno disse la sua, in dialetto, alla buona, per indurre il duca ad accettare. Sul nome di lui si sarebbero messi d’accordo; in caso di rifiuto, i voti si sarebbero sperperati sopra tre o quattro persone; e poiché era quella la prima elezione alla quale chiamavasi il paese, bisognava che essa riuscisse l’affermazione unanime della volontà del collegio. Questo risultato non poteva ottenersi se non per mezzo dell’accettazione del duca; dinanzi a lui tutti gli altri si sarebbero ritirati; il suo rifiuto avrebbe fatto pullulare altre ambizioncelle di patriotti dell’ultim’ora. A quell’insistenza, il duca esclamava:
«Signori miei… mi confondete!… Siete troppo buoni… Non so che rispondere!…»
«Risponda sì… accetti! Ci vuol tanto?… Se lo vogliamo!»
«Ma io non sono adatto… Sento tutta la responsabilità del mandato… Non si scherza! Altro è dare qualche consiglio in Municipio, confortato da tutti voi; altro è sedere tra i rappresentanti del Parlamento!»
«Signori miei,» fece a un tratto Giulente zio, mettendo fine al cortese contrasto. «Sapete che vi dico? La nostra commissione è compita: il duca sa qual è il desiderio di tutti; per ora egli non ci dice né sì né no; lasciamo che ci dorma sopra: domani, dopo domani, quando avrà ben ponderato, quando si sarà consigliato con i suoi amici, ci darà una risposta, e speriamo che sarà la desiderata…»
«Ecco! Grazie, così…» rispose il duca. «Benissimo; vi prometto che ci penserò, che farò il possibile… Ma intanto grazie a tutti! Ringraziate per me le società; verrò poi io stesso a fare il mio dovere!…»
Egli li trattenne ancora, discorrendo delle notizie del giorno, interessandosi alla cosa pubblica, toccando di sfuggita i provvedimenti che bisognava reclamare dal governo di Torino pel bene del paese, per il migliore assestamento del nuovo regime. Prese da un cassetto della scrivania una scatola di sigari: sigari d’Avana, color d’oro, dolci e profumati, e ne fece larga distribuzione, stringendo la mano a tutti, ma più forte ai due Giulente. Il domani, l’Italia risorta portava un articolo di fondo di Benedetto sulle imminenti elezioni, nel quale era detto: «Due soltanto i criteri ai quali possono ispirarsi i votanti: l’intemerato patriottismo che sia arra dell’italianità dell’eletto e la cospicuità sociale che gli permetta di svolgere la propria missione con l’indipendenza che dà guanto di disinteresse e di sincerità. Ora allorquando il paese ha la fortuna di possedere un Uomo che risponde al nome di duca GASPARE UZEDA D’ORAGUA, noi crediamo che ogni discussione si riduca un fuor d’opera, e che tutti i voti dei cittadini, giustamente gelosi del bene pubblico, debbano concentrarsi sul nome dell’illustre patrizio!»
La gran maggioranza del collegio era per lui e nel coro degli adepti le voci discordi rimanevano soffocate. I più infervorati erano i popolani, gli operai, la Guardia nazionale, la gente spicciola che non godeva del voto, ma trascinava con sé i votanti. Se qualcuno tentava addurre argomenti contro quella candidatura, era subito ridotto al silenzio. Gli Uzeda erano tutti borbonici fin sopra i capelli? Tanto maggior merito da parte del duca nell’aver abbracciato a dispetto della parentela la fede liberale! Al Quarantotto egli non aveva preso un partito? Ma non aveva tradito, come tant’altri!… Però quelle voci parevano ridotte al silenzio, e risorgevano a un tratto più insistenti. Fin dall’estate, fin da quando i napolitani erano andati via, di tanto in tanto si trovavano attaccati alle cantonate o circolavano pei caffè e le farmacie certi fogli anonimi dove si leggevano brutte notizie, giudizi inquietanti, oscure minacce; questa roba era divenuta più rara, ma adesso ricominciava a circolare e conteneva, oltre che funesti pronostici sull’avvenire della rivoluzione, allusioni maligne contro le persone più in veduta, e specialmente contro il duca. Erano poche parole, in forma dubitativa o interrogativa, ma trovavasi sempre qualcuno che le spiegava. Che cosa aveva fatto il Patriotta nella giornata del 31 maggio? S’era nascosto a San Nicola, diceva il commento. E il cannocchiale del Quarantotto? Quello col quale s’era goduto l’attacco e l’incendio, attorniato dai soldati di Ferdinando II! E le visite all’Intendente? Per trovarsi dalla parte del manico, se alla rivoluzione toccavano colpi di granata…
Il duca, a cui i Giulente avevano tenuti nascosti quegli attacchi, ordinando perfino alle guardie nazionali di non presentare al maggiore quei manifesti quando li spiccicavano dai muri, cominciò a chiederne notizie, insistette per leggerli. Impallidì un poco vedendo il suo nome, percorrendo rapidamente le frasi in cui si parlava di lui; ma non disse nulla.
«E non poter sapere da qual mano vengono!» esclamava Benedetto. «Non poter dare una buona lezione a questi vigliacchi!»
«Che possiamo farci!» rispose allora l’offeso. «Sono i piccoli inconvenienti delle rivoluzioni e della libertà. Ma la libertà corregge se stessa… Non ve ne date pensiero…»
Però, appena quei due se ne furono andati, egli si mise il cappello in capo e salì difilato a San Nicola, dove chiese del Priore don Lodovico.
«Guarda che tuo zio,» gli disse tranquillamente, «giuoca a un brutto giuoco. I cartelli anonimi vengono da lui e dalla sua comarca. Che egli se la prenda con me, non m’importa; mi giova, anzi, procurandomi maggiori simpatie; ma se continua a prendersela con tutti, a sparger sospetti e notizie bugiarde, potrà toccargli qualche dispiacere. Te l’avverto, perché tu che gli stai vicino glielo faccia sapere. A lungo andare tutto si scopre… Badi!»
Il priore non ne fiatò con don Blasco, ma riferì ogni cosa all’Abate perché questi ne tenesse parola con qualcuno degli amici del monaco. Padre Galvagno fu incaricato della commissione; all’udire quel discorso, don Blasco mutò di colore.
«Dite a me?» esclamò. «Siete impazziti, voi e chi vi manda. Dovete sapere che se io ho da dire ciò che sento, lo dico sul muso a chi si sia, occorrendo anche a Francesco II, che Dio sempre feliciti!» e fece un inchino profondo. «Figuratevi un po’ se ho paura di questa manetta di briganti e carognuoli e…» e qui ricominciò a sfilare una litania più terribile delle solite.
Ma i cartelli anonimi divennero da quel giorno più rari, e a poco a poco cessarono. Il monaco, a cui la bile quasi schizzava dagli occhi, sfogavasi in casa del principe — quando il duca non c’era — dicendo cose enormi contro il fratello, insultandolo, infamandolo, rovesciandogli addosso epiteti di novissimo conio, a petto ai quali quelli scambiati tra facchini e donne di mal affare erano complimenti e zuccherini. E la sua rabbia aveva un bersaglio più vicino e più diretto nella nipote Lucrezia. Questa vipera osava ancora pensare a quella carogna! L’avevano allevata perché li mordesse tutti quanti, insozzando il nome degli Uzeda, facendone ludibrio, sposando quella carogna!
«Ah, razza putrida e schifosa! Ah, porco Viceré che la creasti!… Meglio sarebbe stato…» (mettere al mondo soltanto bastardi, era l’idea espressa dalle turpi parole) «piuttosto che generare questo nipotame sozzo e puzzolente!…»

Furono quelli i giorni più tremendi per Lucrezia. Erano tutti scatenati contro di lei: o non le rivolgevano la parola, o la colmavano d’improperi; donna Ferdinanda l’afferrava pel braccio dandole pizzicotti che portavano via la pelle; don Blasco un giorno per miracolo non se la messe sotto. Pallida e muta, ella lasciava passare la tempesta, chinava gli occhi, non piangeva, non si lagnava, non si confidava a nessuno, non chiedeva aiuto allo zio duca che sapeva amico di Benedetto e fautore del matrimonio, non diceva una parola dei suoi tormenti a Ferdinando che veniva al palazzo unicamente per lei, lasciando in asso le sue bestie imbalsamate e da imbalsamare. Soltanto quando si chiudeva in camera con Vanna, per avere le lettere del giovane, le diceva, con un sorriso freddo, a fior di labbro: «È inutile! Lo sposerò!…»
Egli, frattanto, continuava a propugnare l’elezione del duca, con la parola in mezzo ai circoli, con gli scritti nell’Italia risorta e nelle stampe volanti intitolate: Chi è il duca d’Oragua, Un patrizio patriotta, e via discorrendo. «Fin dal 1848 l’insigne gentiluomo schierossi contro il governo del Re Bomba, tanto maggiore il suo merito in quanto egli non aveva da rimproverargli torti fatti a lui o ai suoi, ma al popolo intero… Nel lungo periodo di preparazione noi lo vediamo a Palermo, intrinseco dei più chiari patriotti portare il contributo della sua attività e delle sue sostanze alla causa nazionale. Ai primordi del movimento liberatore, corre in patria, poiché egli vuol parte dei dolori e delle gioie dei suoi amati concittadini. Qui è largo del suo prezioso ausilio ai liberali, e fa sentire ai rappresentanti dell’esecrato borbone la voce che ormai lo condanna. Egli versa il suo contributo per la formazione delle squadre volontarie, sussidia quanti liberali perseguitati soffrono nell’indigenza. Ritirati gli sgherri di Francesco, accorre tra i primi a regolare il governo della città, si ascrive tra le file della nazionale milizia, palladio di libertà; acquista per essa divise, munizioni e non pochi brandi. Apre la sua casa avita a Bixio ed a Menotti, rende ai liberatori gli onori della città. Sollecitato a rappresentare il primo collegio al Parlamento, modestamente declina l’offerta, volendo esser primo ai sacrifici, ultimo agli onori. Ma il paese lo vuole. La sorella Palermo ce lo invidia. E chi porta il nome di DUCA D’ORAGUA non può sottrarsi alla volontà del paese. Egli sarà il nostro deputato!»
Il duca, da canto suo, riparlava al principe del matrimonio di Lucrezia, tesseva l’elogio del giovane, asseriva che era un partito da non lasciar sfuggire, perché i Giulente avevano quel solo figliuolo al quale sarebbero andate tutte le loro sostanze.
«Conviene anche per un’altra ragione,» spiegava al nipote, «che non baderanno alla dote…»
«Che ci badino o no, che cosa m’importa?» rispondeva il principe. «Lucrezia ha quello che ha; Vostra Eccellenza crede che io glielo voglia negare?»
«Chi ha detto questo? Dico che si contentano di quello che ha…»
«Sono affari che non mi riguardano. Sarebbe curioso che io impedissi a mia sorella di fare quel che le aggrada, alla sua età! La volontà di nostra madre forse poteva essere che restasse in casa; ma nostra madre è all’altro mondo; e quando pure vivesse…»
Egli insisteva spesso su questo tono, ripeteva che sua sorella era libera di prendersi Giulente, ma le parole gli cascavano di bocca, troncava a mezzo il discorso, come se avesse dell’altro da dire, e tacesse poi per prudenza, per convenienza, per non parere ostinato. Tanto che il duca un giorno gli domandò:
«Ma parla chiaro! Sei contrario a questo matrimonio?»
«Io?… Quando è approvato da Vostra Eccellenza!…»
«Giulente non ti piace?»
«Ha da piacere a me?… È un buon giovane; basta saperlo amico di Vostra Eccellenza… Discretamente agiato, anche… Io non ho i pregiudizi della zia Ferdinanda e di don Blasco; i tempi oggi sono mutati… Vostra Eccellenza si persuada pure che se Lucrezia crede di poter essere felice con lui, io non mi opporrò… Però è giusto che neppur lei mi cerchi lite!»
«Perché dovrebbe cercartela?…»
«Perché?… Perché?… Vostra Eccellenza non sa nulla, era a Palermo in quel tempo!…» E allora gli confidò i dispiaceri che la sorella gli aveva dati, complottando con Chiara, col marchese, con Ferdinando, accampando diritti, interpretando a modo suo la legge, accusandolo perfino di volerla spogliare con tutti gli altri. «Adesso, se va a marito, bisognerà finirla con tutta questa storia… E Vostra Eccellenza vedrà che cominceranno da capo!»
«Nossignore!» rispose il duca, fermamente. «Il matrimonio si farà, ma prendo impegno che tu non sarai molestato.»
Già Padre Camillo aveva tenuto un simile discorso alla ragazza. Aveva cominciato a dirle che quell’unione era avversata da tutti, in famiglia, non perché presumevano che restasse zitella — quantunque!… benché!… — ma per la ragione che non era un partito conveniente. La considerazione della nascita aveva certo la sua importanza; non tanto per se stessa quanto per quella della educazione, dei principi morali e religiosi che implicava. Giulente era forse un buon giovane — non voleva infamarlo, senza conoscerlo — ma professava dottrine pericolose, parteggiava pei nemici dell’ordine sociale, del potere legittimo, della Santa Chiesa; e non si contentava di far ciò a parole, ma veniva agli atti. E una Uzeda, una nipote della Beata Ximena, una figlia del principe di Francalanza, avrebbe sposato costui? Come era possibile che s’intendessero? L’amore, l’accordo poteva regnare fra loro? E poi, lasciamo star questo, ma Giulente, benché facoltoso, l’avrebbe mantenuta con quel lusso al quale era stata avvezza? Aveva idee ed abitudini signorili?… Dunque, la famiglia non si opponeva per puro capriccio, ma per ragioni valide e gravi. Però, dice, ella stessa doveva esser miglior giudice di tutto questo: poteva forse sentirsi animata da tanto amore da andare incontro anche ai disagi materiali dell’esistenza, da sperare di poter convertire il giovane. Opera meritoria, zelo encomiabile; ma la quistione principale, unica, era che senza l’approvazione, il beneplacito, la benedizione di quelli che rappresentavano le felici memorie di suo padre e di sua madre non poteva sperar pace e prosperità.
Lucrezia non aveva risposto una sillaba.
«Che cosa vogliono,» disse, quando il confessore tacque, «per lasciarmelo sposare? Dicano ciò che vogliono; farò come vorranno.»
«Ne ero sicuro!» esclamò il Domenicano con accento di gioioso trionfo. «Ero certo che una buona ragazza come te non avrebbe risposto altrimenti. E il principe, che ti vuol bene, ti sosterrà! Mettetevi d’accordo, siate sempre uniti: questo è il vostro interesse reciproco e la consolazione di chi vi guarda di lassù.»
Così, quando il duca, che non aveva ancora parlato con la nipote della domanda di Giulente, gliela partecipò e le disse nel tempo stesso che Giacomo desiderava, prima che gli si desse una risposta, sistemare le quistioni d’interesse, Lucrezia si dichiarò pronta. Il principe, che aveva tenuto molte conferenze col signor Marco ed era stato molti giorni chiuso nello scrittoio, venne fuori a chiedere, anche a nome del fratello coerede, che fosse presa come base la divisione fatta dalla madre, dimostrandone con gran lusso di documenti e di cifre la giustezza; dimostrando altresì che la parte del padre non era mai esistita fuorché nella fantasia dello zio don Blasco. Esistevano però le cambiali che egli aveva pagato; sua sorella doveva dunque sostenere la sua parte in proporzione del legato: a conti fatti, non le toccavan più di ottomila onze. Lucrezia accettò questa somma. Il testamento materno prescriveva poi che il principe dovesse pagarle gli interessi al cinque per cento; ma nei cinque anni trascorsi dalla morte della madre non aveva egli mantenuto la sorella, di tutto punto, dandole casa, vitto, servizio, abiti, uso della carrozza, ecc., ecc.? Doveva egli sostenere del proprio queste spese? Se sua sorella fosse stata in bisogno, certo egli l’avrebbe raccolta in casa per l’affetto che le portava, ricordandosi che era dello stesso sangue. Ma ella aveva la sua roba: non era dunque giusto né ella stessa poteva accettare che per cinque anni il fratello l’avesse mantenuta. Rifatto il conto, gli interessi delle ottomila onze rappresentavano appunto le spese del mantenimento; dunque non le toccava altro che il capitale. Lucrezia disse ancora di sì. Tutto parve così stabilito, ma all’ultimo momento il principe mise allo zio duca una nuova condizione:
«Io voglio regolare anche la situazione degli altri legittimari. Avevano tutti ragione, o hanno torto tutti: non pare a Vostra Eccellenza logico e giusto? Giacché dobbiamo metter mano alla carta bollata, bisogna uscirne in una sola volta. Ne parli Vostra Eccellenza agli altri e li metta d’accordo.»
Chiara e il marchese non avevano le stesse ragioni per chinare il capo ai patti del principe, ma il momento era propizio per tentar d’indurre anche questi altri ad una transazione, giacché non vivevano se non dell’attesa del figlio, e la gioia di cui l’imminenza dell’avvenimento li colmava era tale che li disponeva a passar sopra ad ogni altro interesse. Perciò quando il duca riferì loro che Lucrezia si maritava ed aveva concluso la transazione, approvarono, giudicando soltanto che l’affare degli interessi trattenuti come compenso delle spese di mantenimento faceva poco onore al principe. Contenta lei, del resto, contenti tutti.
«Adesso dovete aggiustarvi anche voialtri!…» aggiunse il duca, col tono d’affettuosa imposizione consentitogli non tanto dalla qualità di zio, quanto dall’avere accettato di tenere al fonte battesimale il nascituro.
Il marchese, scambiata un’occhiata con la moglie, rispose:
«Se Vostra Eccellenza vuole così…»
«Il conto di Chiara è naturalmente lo stesso di quello di Lucrezia; ma per lei non c’è la quistione degli interessi, e Giacomo li pagherà fino all’ultimo.»
«Io ho preso la mia cara Chiara pel bene che le voglio, e non pei quattrini…» e, chinatosi sulla moglie, Federico la baciò in fronte.
«Ma il legato dello zio canonico? L’assegno matrimoniale?» rammentò ella, per non lasciar sopraffare il generoso marito.
«Giacomo non intende riconoscerli, e non so se ha ragione o torto… Ma ormai bisogna uscirne! A voi, per ora, qualche migliaio d’onze non fa niente; io le compenserò, a suo tempo, al mio figlioccio!…»
Così fu concluso, con giubilo immenso del marito e della moglie. Restava Ferdinando, dal quale il principe voleva le duemila onze della quota di debiti. Sull’animo del Babbeo Lucrezia sola poteva; ella però, invece di parlare col fratello, si mise a letto, rifiutando di vedere gente, accusando sofferenze misteriose. Il Babbeo, saputa la malattia della sorella, venne a trovarla, tutti i giorni; ma Lucrezia pareva l’avesse specialmente con lui. La cameriera le aveva detto ed ella stessa s’era accorta che Giacomo la strozzava; ma, per vincerla contro i parenti, sarebbe passata sopra a ben altro. Adesso ella sentiva il male che preparava al fratello minore, il solo che le volesse bene, inducendolo a spogliarsi d’un poco della magra eredità, la più magra di tutte le porzioni; ma nella sua testa le parti s’invertivano: il torto era di Ferdinando che non s’interessava a lei, che non le domandava che cosa avesse, che non rimoveva l’ultimo ostacolo alla conclusione del matrimonio. Ferdinando invece non sapeva nulla di nulla, e restò a bocca aperta quando il duca, per cavare una buona volta i piedi da quel pecoreccio, gli riferì ogni cosa.
«È venuto un buon partito a tua sorella… Benedetto Giulente, sai, quel giovane tanto intelligente, che si è fatto tanto onore…»
«Ah, sì? Va bene, ci ho piacere…»
«Ma naturalmente Giacomo vuol prima sistemare gl’interessi, concludere la divisione rimasta per aria. Lucrezia s’è accordata, Chiara anche lei; però tuo fratello vuol definire la pendenza con te, una volta che è la stessa quistione… Questa è la malattia di Lucrezia…»
«E perché non me n’ha parlato prima?»
Egli accorse al capezzale dell’inferma, per dirle:
«Stupida! T’affliggi per questo? Lo zio mi ha narrato ogni cosa… Se t’accordi tu, non ho ragione di accordarmi anch’io? Bisognava dirlo subito! Sei contenta così?…»

Il giorno dell’elezione era vicino; i due Giulente, ma più specialmente Benedetto, avevano scovato gli elettori, compiuto tutte le formalità dell’iscrizione; mattina e sera veniva gente a trovare il duca per dichiarargli che avrebbero votato per lui: i Giulente non mancavano mai. La vigilia della votazione, mentre appunto il candidato dava udienza ai suoi fautori, il cameriere del marchese venne di corsa a chiamare il principe e la principessa, perché Chiara era sul punto di partorire. Quando Giacomo e Margherita arrivarono in casa di lei, trovarono Federico che smaniava come un pazzo, dall’ansietà, non potendo assistere la sofferente, chiamando però a ogni tratto la cameriera, la cugina Graziella o una delle tre levatrici che si davano il cambio al letto della partoriente. Il principe restò con lui e la principessa entrò nella camera di Chiara. Nonostante il travaglio del parto, costei aveva un’aria beata, sorrideva tra due contorcimenti, raccomandava che rassicurassero suo marito.
«Ditegli che non soffro… Va’ tu stessa, Margherita… Ah!… Poveretto… è sulle spine…»
Il suo desiderio di tanti anni, il suo voto più ardente, era dunque sul punto d’esser conseguito! I dolori s’attutivano, a quest’idea; ella non soffriva quasi più pensando all’ambascia del marito… Quando la principessa tornò in camera, la levatrice esclamava:
«Ci siamo!… Ci siamo!…»
«Presenta la testa?» domandò la cugina, che reggeva per le ascelle la marchesa in preda all’ultima crisi.
«Non so… Coraggio, signora marchesa… Che è?…»
A un tratto le levatrici impallidirono, vedendo disperse le speranze di ricchi regali: dall’alvo sanguinoso veniva fuori un pezzo di carne informe, una cosa innominabile, un pesce col becco, un uccello spiumato; quel mostro senza sesso aveva un occhio solo, tre specie di zampe, ed era ancor vivo.
«Gesù! Gesù! Gesù!»
Chiara, per fortuna, aveva perduto i sensi appena liberata, la principessa che s’era aggirata per la camera senza toccar nulla, incapace di dare aiuto alla partoriente, voltava adesso il capo, dal disgusto prodottole da quella vista; e le levatrici, la cugina, la cameriera si guardavano costernate, esclamando:
«E chi vuol dare la notizia al marito!»
Giusto il marchese, non udendo più nulla, chiamava:
«Cugina!… Donn’Agata!… Come va?… Cugina!… Non viene nessuno?»
Fu donna Graziella quella che dovette andargli incontro a prepararlo al brutto colpo:
«Cugino, di buon animo!… Chiara è liberata…»
«È maschio?… È femmina?… Cugina!… Perché non parlate?»
«Fatevi animo!… Il Signore non ha voluto… Chiara sta bene; questo è l’importante…»
Il principe, entrato a vedere l’aborto il cui unico occhio erasi spento, tentò d’impedire al cognato smaniante l’entrata nella camera della moglie; ma non vi riuscì. Dinanzi al mostro che le levatrici costernate avevano deposto sopra un mucchio di panni, il marchese restò di sasso, portando le mani ai capelli. Frattanto sua moglie tornava in sensi, guardava in giro gli astanti. «Federico!… È maschio?…» furon le prime parole che spiccicò.
«Stia zitta!» ingiunsero a una voce le donne, mettendosi dinanzi all’aborto per impedire che lo scorgesse. «Non le dite nulla per ora…»
«Federico!» chiamava ancora la puerpera.
«Chiara!… Come stai?» esclamò il marchese, accorrendo. «Hai sofferto molto? Soffri ancora?»
«No, nulla… Nostro figlio?»
«Chiara, confortati! È una femminetta…» annunziò la cugina, accorrendo. «Che importa!… È tanto bellina!»
«Peccato!…» sospirò ella. «Sei dolente per questo?» domandò poi al marito, vedendone la ciera buia.
«Ma no, no!… Tutti i figliuoli sono cari lo stesso…»
«E dov’è?… Portatela qui…» fece ella, con un nuovo sospiro.
In quello stesso punto la cameriera, dietro ordine della principessa, portava via il feto avvolto in un panno, cercando di non farsi scorgere.
«È lì!…» esclamò Chiara. «Voglio vederla…»
Allora una grande confusione ammutolì tutti quanti. Federico, accarezzandole le mani, baciandola in fronte, le disse
«Coraggio, figlia mia!… Fàtti coraggio… Vedi che anch’io mi rassegno! Il Signore non volle…»
«È morta?» domandò ella, impallidendo.
«No… è nata morta… Coraggio, poveretta!… Purché tu stia bene… il resto è nulla: sia fatta la volontà di Dio.»
«Voglio vederla.»
Tutti la circondarono, insistendo per dissuaderla da quel proposito: giacché era morta! Perché angustiarsi a quella vista! Bisognava che ella s’avesse riguardo; l’importante adesso era la salute di lei!
«Voglio vederla,» ripeté seccamente.
Bisognò contentarla. Non pianse, non provò raccapriccio nell’esaminare quell’abominio; disse al marito:
«Era tuo figlio!…»
E ordinò che non lo portassero via, pel momento. Arrivarono frattanto gli altri parenti, don Eugenio, donna Ferdinanda, la duchessa Radalì, i cugini del marchese; tutti si condolevano, ma auguravano miglior fortuna per la prossima volta. Arrivò anche il duca, verso sera, a fare i suoi convenevoli; ma restò poco, poichè i Giulente lo aspettavano giù, per riferirgli le ultime notizie intorno alle disposizioni del collegio: Benedetto pareva Garibaldi quando disse a Bixio: «Nino, domani a Palermo!…»
Il domani infatti egli corse su e giù per le sezioni, per le case dei votanti, sollecitando la formazione dei seggi, interpretando la legge che riusciva nuova a tutti, incitando la gente a deporre nell’urna il nome d’Oragua. Frattanto in casa di Chiara, quasi in segno di protesta contro quell’ultima pazzia del duca, s’erano riuniti tutti gli Uzeda borbonici, ad eccezione di don Blasco il quale, dopo la transazione dei nipoti, la conclusione del matrimonio di Lucrezia e la candidatura del fratello, pareva veramente impazzito. La marchesa stava discretamente in salute e sopportava anche con sufficiente rassegnazione la sua disgrazia; il marchese non lasciava il capezzale della puerpera e si chinava a parlarle all’orecchio: nessuno dei due ascoltava i motti feroci di donna Ferdinanda contro il fratello, i ragionamenti storico-critici che il cavaliere teneva al principino, venuto anche lui a far visita alla zia col Priore e fra’ Carmelo. Chiara aveva mandato a chiamare Ferdinando, e lo aspettava con viva impazienza: quando egli apparve se lo fece venire accanto e gli parlò piano, lungamente. Poi chiamò la cameriera e, cavato di sotto al guanciale un mazzo di chiavi, glielo diede, ordinandole in mezzo al frastuono della conversazione:
«Sai la boccia dello strutto, nel riposto?… la grande?… Prendila, vuotala e nettala bene… Ma bene mi raccomando! Se c’è acqua calda è meglio.»
Pronta che fu la boccia, Ferdinando andò a vederla.
«Va bene,» disse; «adesso occorre lo spirito.»
La marchesa ordinò che andassero a comprarlo; e allora in mezzo al cerchio dei parenti stupefatti, fu recato il feto, giallo come di cera, che Ferdinando lavò, asciugò e introdusse poi nella boccia dove versò lo spirito e adattò il tappo.
«C’è un po’ di sego?… di creta?…»
«Ho il mio cerotto, se ti serve…» disse il marchese.
E del cerotto che appestava la camera Ferdinando spalmò l’incastratura del tappo, perché non entrasse aria nel recipiente. La marchesa seguiva attentamente l’operazione; Consalvo, con gli occhi spalancati, guardava quel pezzo di grasso diguazzante nello spirito; a un tratto disse a don Lodovico:
«Zio, non pare la capra del museo?»
Al museo dei Benedettini c’era infatti un altro aborto animalesco, un otricciuolo con le zampe, una vescica sconciamente membrificata; ma il parto di Chiara era più orribile. Don Lodovico non rispose; fatta una breve visita alla sorella, andò via. Anche gli altri a poco a poco se ne andarono, lasciando Chiara sola col marito a guardar soddisfatta quel pezzo anatomico, il prodotto più fresco della razza dei Viceré. Premeva al principe di tornare dallo zio duca e, per fargli cosa grata, prese con sé il figliuolo, quantunque fosse l’ora che il ragazzo doveva tornare al convento. La famiglia era appena arrivata al palazzo, che s’udirono di lontano suoni confusi: battimani, grida, squilli di tromba e colpi di gran cassa. Una dimostrazione di cittadini d’ogni classe con bandiere e musica, capitanata dai Giulente, veniva ad acclamare il primo deputato del collegio, l’insigne patriotta. Il portinaio, vedendo arrivare quella turba vociferante, fece per chiudere il portone; ma Baldassarre, mandato giù dal duca, gli ingiunse di lasciarlo spalancato. La folla gridava: «Viva il duca di Oragua! Viva il nostro deputato!» mentre la banda sonava l’inno di Garibaldi e alcuni monelli, animati dalla musica, facevano capriole. I Giulente, il sindaco, altri otto o dieci cittadini più ragguardevoli parlamentavano con Baldassarre, volendo salire a complimentare l’eletto del popolo; poiché il duca si trovava su nella Sala Gialla, il maestro di casa ve li accompagnò: Benedetto Giulente, appena entrato, vide Lucrezia accanto alla principessa, ancora col cappellino in capo. Il duca, fattosi incontro ai cittadini, strinse la mano a tutti, prodigando ringraziamenti, mentre dalla via veniva il frastuono delle grida e degli applausi, e il principe, visto nel crocchio un iettatore impallidiva mormorando: «Salute a noi! Salute a noi!» Fu il nuovo eletto, pertanto, quello che presentò Giulente alle nipoti. Il giovane s’inchinò, esclamando raggiante:
«Signora principessa, signorina, sono felice e superbo di presentar loro la prima volta i miei omaggi in questo fausto giorno che è di festa per la loro casa come per tutto il paese…»
«Viva Oragua!… Fuori il duca!… Viva il deputato!» urlavano giù.
E Benedetto, quasi fosse già in casa sua, spalancò il balcone. Allora il duca impallidì peggio del nipote: egli doveva adesso parlare alla folla, aprire finalmente il becco, dire qualcosa. Stringendosi a Benedetto, balbettava:
«Che cosa?… Che debbo dire?… Aiutami tu, mi confondo…»
«Dica che ringrazia il popolo della lusinghiera dimostrazione… che sente la responsabilità del mandato, ma che consacrerà tutte le sue forze ad adempierlo… animato dalla fiducia, sorretto…» Ma poiché le grida raddoppiavano, egli lo spinse verso il balcone.
Appena il deputato apparve, un clamore più alto levossi dalla via formicolante di teste; salutavano coi cappelli, coi fazzoletti, con le bandiere, vociando: «Evviva! Evviva!…» Giallo come un morto, afferrato alla ringhiera con tutte e due le mani, con la vista ottenebrata, immobile in tutta la persona, l’Onorevole cominciò:
«Cittadini…»
Ma la voce si perdeva nel tumulto vasto e incessante, nel coro assordante degli applausi; l’atteggiamento del deputato non faceva capire che egli volesse discorrere. Benedetto alzò un braccio; come per incanto ottenne silenzio.
«Cittadini!» cominciò il giovanotto; «in nome di voi tutti, in nome del popolo sovrano, ho comunicato all’illustre patriotta…» «Evviva Oracqua!… Evviva il duca!…» «la splendida, l’unanime affermazione dell’intero collegio… Alle tante prove d’abnegazione da lui date al paese…» «Evviva! Evviva!…» «il duca d’Oragua aggiunge quest’altra: di obbedire ancora una volta alla volontà del paese e di rappresentarci in quell’angusto consesso dove per la prima volta concorreranno i figli…»
Ma non poté finire quel periodo. Le acclamazioni, i battimani soffocavano le sue parole; gridavano: «Viva l’unità italiana! Viva Vittorio Emanuele! Viva Oracqua! Viva Garibaldi!…» Altri aggiungevano: «Viva Giulente! Viva il ferito del Volturno!…»
«Lo slancio da cui vi vedo animati,» egli proseguiva, «è la più bella conferma del responso dell’urna… di quell’urna donde ancora una volta esce la libera… la sovrana volontà d’un popolo divenuto padrone di sé… Cittadini! Il 18 febbraio 1861, tra i rappresentanti della nazione risorta noi avremo la somma ventura di veder sedere il duca d’Oragua. Viva il nostro deputato!… Viva l’Italia!…»
Uno scroscio finale d’applausi rintronò e la folla cominciò a rimescolarsi. Una seconda volta, con voce strozzata, senza un gesto, senza un moto, il duca aveva cominciato: «Cittadini…» ma giù non udivano, non comprendevano ch’egli fosse per parlare. Allora, voltatosi verso le persone che gremivano il balcone, egli disse:
«Volevo aggiungere due parole… ma se ne vanno… Possiamo rientrare…»
Sorrideva, traendo liberamente il respiro, come liberato da un incubo, stringendo la mano a tutti, ma più forte a Benedetto, quasi volesse spezzargliela.
«Grazie!… Grazie!… Non dimenticherò mai questo giorno…»
Guidò il giovane nella stanza attigua perché prendesse congedo dalle signore, accompagnò tutti fino alla scale. Quando rientrò, il principe, liberato anche lui dall’incubo della iettatura, ricominciò a complimentarlo, additandolo come esempio al figliuolo:
«Vedi? Vedi quanto rispettano lo zio? Come tutto il paese è per lui?»
Il ragazzo, stordito un poco dal baccano, domandò:
«Che cosa vuol dire deputato?»
«Deputati,» spiegò il padre, «sono quelli che fanno le leggi nel Parlamento.»
«Non le fa il Re?»
«Il Re e i deputati assieme. Il Re può badare a tutto? E vedi lo zio come fa onore alla famiglia? Quando c’erano i Viceré, i nostri erano Viceré; adesso che abbiamo il Parlamento, lo zio è deputato!…»

Parte seconda

1.

Quando in città si seppe che il conte Raimondo era piovuto da Firenze in casa Uzeda, ospite inatteso, solo, senza bagagli, con una sacca nella quale aveva ficcato appena la poca biancheria occorrente in viaggio, fu un sussurro generale, uno scambio di commenti, di supposizioni, di domande curiose ed insistenti come per un grave avvenimento pubblico. La prima notizia corsa di bocca in bocca diceva che il contino aveva abbandonato la moglie per separarsene definitivamente. I bene informati sapevano che donna Isabella Fersa, da Palermo, se n’era andata a Firenze, dopo la rivoluzione. Questo solo fatto non bastava a spiegar tante cose? Era dubbio soltanto se l’amica avesse raggiunto il contino di sua propria iniziativa o d’accordo con lui. Dicevano alcuni che ella era andata nel continente per divertirsi, senza pensare più all’Uzeda; ma perché sceglier proprio la città dov’egli stava? Lei come lei aveva oramai ben poco da perdere. Poteva forse sperare d’essere ripresa dal marito, dopo due anni di separazione? Vivendo la suocera, non era possibile; don Mario poteva commettere la debolezza di perdonare, tanto più che voleva ancora bene alla moglie e la piangeva giorno e notte peggio che se fosse morta; ma la madre vegliava per lui. Donna Isabella, dunque, non arrischiava più nulla, anzi, non potendo resistere alle tentazioni, così giovane com’era, piuttosto che procurarsi nuovi amici le conveniva tornare col primo: l’unico errore le sarebbe stato così più facilmente rimesso… Ma per Raimondo la cosa era diversa. C’erano i figli di mezzo, due innocenti creature!… E la buona gente compiangeva la contessa, così mite, così dolce, così devota al marito e condannata intanto — che cosa è il mondo! — ad una vita d’angustie.
La servitù, al palazzo Francalanza, non discorreva d’altro, dimenticava perfino il fidanzamento di Benedetto Giulente con la signorina Lucrezia. Quest’avvenimento, benché previsto e discusso da tanto tempo, aveva già provocato un risveglio dei partiti in cui i famigliari del principe eran divisi; e mentre Giuseppe, il portinaio, si scappellava inchinandosi all’arrivo del fidanzato come se rincasasse il padrone in carne ed ossa, Pasqualino Riso non si toccava neppure il berretto, da sotto l’arco del secondo cortile dove stava a prendere il sole, e a mala pena degnavasi d’abbassar la pipa e di voltarsi di fianco se gli veniva di tirare uno scaracchio. Solo Baldassarre serbava la sua bella imparzialità, badando esclusivamente al servizio e trattando il promesso della signorina come lo vedeva trattato dal principe: con grande compitezza ma senza confidenza. «I padroni sono padroni,» diceva il maestro di casa; e se udiva il basso servitorame discutere con troppo calore della scelta della padroncina, rimandava i famigli alla stalla e gli sguatteri in cucina. «È forse tua sorella, animale?» Che cosa avevano essi da vedere se donna Ferdinanda e don Blasco, sempre d’accordo quantunque non si potessero tollerare, non venivano più al palazzo, disapprovando il matrimonio? Faceva veramente un certo effetto anche a lui, Baldassarre, che una degli Uzeda dovesse sposare un avvocato: ma il giovanotto aveva studiato per suo piacere, non già per esercitare la professione. E quantunque non fosse della costola d’Adamo, pure aveva l’educazione dei signori, dava dell’Eccellenza al padre e alla madre; quand’era entrato in casa della promessa aveva regalato alla servitù quel che si deve. Forse i suoi parenti non erano molto fini; ma gli sposi non dovevano fare tutta una casa con loro. Per tutte queste ragioni, Baldassarre non poteva permettere che i suoi dipendenti cicalassero; ma le chiacchiere non finivano mai, e soltanto l’arrivo del contino le avviò sopra un altro soggetto. Che il padroncino Raimondo non fosse venuto per affari, come certuni volevano dare a intendere, era certo e sicuro agli occhi della servitù: se fosse venuto per affari avrebbe portato almeno una valigia, non già quella sacca con due camicie e due paia di calze e di mutande; né avrebbe avuto quella brutta ciera, lui che era sempre di buon umore, lontano dalla moglie! Gli affari, se mai, li aveva col principe suo fratello, e invece se ne andava tutti i giorni dalla zia donna Ferdinanda, quella che era servita di coperchio, nei primi tempi dell’amicizia con la Fersa. E donna Ferdinanda diceva chiaro a tutti la sua opinione: allo stato delle cose, attesa l’incompatibilità dei caratteri tra marito e moglie, non c’era da far altro che separarsi, da buoni amici: mettere le ragazze in collegio, maritarle al più presto, e del rimanente ciascuno per la sua vita.
Il principe, invece, non parlava al fratello né della moglie né delle bambine, neppure per chiedergli se eran vive o morte. Raimondo, per conto suo, pareva avesse lasciato la lingua a casa o, se diceva qualcosa, parlava del più e del meno, con aria distratta, impacciandosi meno che mai di quel che avveniva in famiglia. Dell’accordo dei legatari, del matrimonio di Lucrezia non aveva fiatato, come fossero cose che non lo riguardassero punto, o intorno alle quali egli avesse già manifestato la propria opinione. E appena appena s’accorse di Giulente, del futuro cognato.
Lucrezia trionfava: Benedetto veniva tutte le sere a farle la corte; fra sei mesi sarebbe stato suo marito. Della transazione strozzata, del sacrifizio fatto per proprio conto e quasi imposto agli altri, non si rammentava neppure. Il giovane, articolo interesse, quasi non l’aveva lasciata dire, poiché voleva lei e non la dote, poiché a quel patto s’era ottenuto il consenso del principe. Tuttavia questo consenso era così freddo che pareva strappato per forza; senza contare che don Blasco e donna Ferdinanda non venivano più al palazzo, che lo stesso don Eugenio faceva il viso dell’arme al futuro nipote. Ma più i parenti si mostravano contrari al matrimonio, maggiori dimostrazioni d’affetto ella faceva a Benedetto: «Non dar loro retta: sono tutti pazzi! Senza ragione ti odiano, senza ragione un bel giorno faranno pace!…» E gli narrava le loro pazzie, gli suggeriva il modo come disarmarli, come prenderli dal loro debole. Il giovane non aveva bisogno dei suoi consigli, giacché poneva ogni studio nel farsi accettare dai futuri parenti, sapendo che, se avrebbe potuto fare un matrimonio migliore quanto a interesse, non ne avrebbe potuto fare uno migliore quanto a nobiltà. E i Giulente avevano la manìa d’essere nobili o per lo meno nobilitati dalla lunga serie di magistrati avuti in casa: il loro più grande cruccio era per la mancata istituzione del maggiorasco. Pertanto custodivano gelosamente i diplomi e i ritratti di tutti i dottori, giudici e presidenti dai quali discendevano, e si vantavano per le nobili alleanze contratte, specialmente nelle ultime generazioni. Così agli occhi della gente che non andava troppo pel sottile erano considerati come nobili; come a nobili senza titolo davano loro del cavaliere; ma i puri li tenevano a una certa distanza. In queste condizioni il matrimonio di Benedetto con la sorella del principe di Francalanza era una fortuna, e come tale la consideravano don Paolo e donna Eleonora sua moglie. Dall’orgoglio d’essere riusciti a combinarlo, non s’accorgevano neanche della freddezza e dell’ostilità degli Uzeda, o l’attribuivano al liberalismo di Benedetto: il giovane, vano com’essi, ma meno accecato, la notava, e lavorava a vincerla. S’era subito accaparrata la simpatia della principessa, evitando di darle la mano e lodandole la bellezza e la grazia di Teresina. Non molto difficile fu la conquista di don Eugenio, che da principio affettava di non accorgersi di lui. Il giovine, indettato da Lucrezia, gli si mise a parlare di cose storiche e artistiche, dei Viceré Uzeda, ascoltando a bocca aperta le sentenze del cavaliere; poi lo pregò di fargli vedere le sue collezioni d’arte e si profuse in elogi alla vista di tutti i cocci e di tutte le tele imbrattate, pasteggiando a superlativi dinanzi ai Tiziano ed ai Tintoretto, che dichiarò superiori a tutti i quadri degli stessi autori conservati nel museo di Napoli. Venuto Raimondo, però, Benedetto si trovava spesso tra due fuochi, perché don Eugenio e don Cono magnificavano le glorie cittadine, i patrii monumenti, e Raimondo interrompeva il suo mutismo solo per denigrarli. Giulente dava un colpo al cerchio ed un altro alla botte, non sapendo come prenderli, giacché non andavano mai d’accordo. Pur d’ammirare i forestieri, Raimondo quasi disprezzava la nobiltà della sua casa; don Eugenio invece lavorava assiduamente alla sua Istoria cronologica. Non parendogli che questo titolo sonasse abbastanza, lo aveva mutato in quello di Discettazione Istorico-cronologica; ma poiché don Cono sosteneva che discettazione non equivaleva a dissertazione, tra i due s’erano impegnate discussioni molto più lunghe e vivaci che non intorno al modo di scrivere solenne, se con una o con due elle. Richiesto del suo parere, Benedetto pensò un poco non al vocabolario, ma alla freddezza che gli dimostravano, alla guerra dichiaratagli dal monaco e dalla zitellona.
«Credo che siano sinonimi…» rispose.
«Avete capito, testa dura?» disse allora don Eugenio trionfante a don Cono. «V’arrendete finalmente?…»
Il principe, dal canto suo, giovavasi del futuro cognato in altro modo. Il codice sardo aveva sostituito, nel maggio 1861, quello napolitano, e giudici, avvocati e litiganti ammattivano sulla nuova legge. Benedetto, un po’ per amore allo studio, un po’ per zelo patriottico, lo aveva sviscerato col suo maestro; e allora, discorrendo di questo e di quello, il principe induceva il giovanotto a istituire confronti fra i due testi, a indicarne le differenze e le concordanze; certe volte, con l’aria di parlare in tesi generale, di casi immaginari o senza interesse, gli prendeva vere consultazioni legali. Un giorno gli domandò che cosa pensava circa il legato della badia. Giulente, quantunque credesse il contrario, gli rispose che il caso era dubbio, che la nullità di quella istituzione potevasi benissimo sostenere… Per ingraziarsi tutti quegli Uzeda egli ne secondava e incoraggiava le pretese; ma, dall’orgoglio di frequentar la loro casa, dalla superbia di imparentarsi con essi, accettava quella parte, sposava sinceramente le cause dei futuri parenti: la Discettazione del cavaliere gli pareva un’opera veramente utile; le ragioni del principe veramente plausibili. Vanità aristocratiche del padre e infatuamento liberale dello zio si davano la mano in lui; talché, gloriandosi di discendere dal Mastro Razionale Giolenti, sosteneva, a proposito dell’elezione del duca d’Oragua, che il governo del paese doveva esser preso da «noi»: cioè da «un’aristocrazia capace, come la inglese, d’intendere e di soddisfare i bisogni della nazione…» Ma, a quelle uscite, egli perdeva il cammino fatto: il principe e il cavaliere non sorridevano tanto di sprezzo per le teorie liberali quanto per udire quel «noi» in bocca sua, nel vedere un Giulente prender sul serio la propria nobiltà. Quando il giovine parlava dei suoi passati, degli onori che avevano ottenuti, delle tradizioni signorili della propria casa, dello stemma di famiglia, il principe si lisciava la barba, don Eugenio guardava per aria, la principessa chinava gli occhi, i lavapiatti ammiccavano fra loro, la stessa Lucrezia, a quel subito gelo diffuso per l’aria, si veniva rannuvolando, mentre approvava con un gesto del capo, ma senza fiatare.
Una sera egli rammentò il canonico Giulente, fiorito nel secolo scorso, celebre per certe opere di diritto ecclesiastico, specialmente pel grande trattato Del matrimonio. Raimondo, presente, pareva interessarsi a quel discorso.
«Nuova è la trattazione,» diceva Benedetto, «del capitolo sugli impedimenti, impedienti e dirimenti. Ho avuto per le mani molte opere sul soggetto; ma lo sviluppo, la ricchezza di testi e di commenti di questa sono davvero ammirabili.»
«Sì, sì…» confermò per quella volta il cavaliere; «l’ho letta anch’io.»
«Come hai detto?» domandò Raimondo. «Impedimenti?…»
«Impedimenti e dirimenti.»
«Impedimento impediente però,» fece osservare don Eugenio, «mi pare la stessa cosa.»
«Eccellenza sì,» egli dava già dell’Eccellenza al futuro zio; «ma dicesi impediente per distinguerlo da dirimente; in altre parole: ostacoli che impediscono la celebrazione e ostacoli…»
«Permetti!» interruppe il Gentiluomo di Camera. «Impedimento che impedisce è una bella stramberia! L’impedimento può forse favorire?»
Benedetto ripigliò, con molta pazienza, la dimostrazione; ma il cavaliere ribatteva, cocciuto, che la «dizione» era sbagliata, né tacque se non quando Raimondo esclamò, seccato:
«Ma zio, lo vada dire ai canonisti! Se questa è l’espressione legale! E i dirimenti,» domandò a Giulente, «quali sono?»
«Gli impedimenti dirimenti sono quelli che annullano il matrimonio quando è già contratto.»
«Cioè?»
«Eh!… Se ne contano più d’una dozzina… anzi quattordici, precisamente. Prima erano dodici, poi il Concilio di Trento li aumentò di due… Studiai queste cose tempo addietro; oggi, se mai,» aggiunse voltandosi verso Lucrezia, «piuttosto che gl’impedimenti dovrei studiare le ragioni del sacramento magno…»
«Il Sacramento?…» fece Lucrezia che era già nelle nuvole. «È esposto alla cattedrale.»
Tutti sorrisero, e per quella sera il discorso restò lì. Ma qualche giorno dopo Raimondo ridomandò curiosamente al futuro cognato: «E così, non hai rammentato quali sono gli impedimenti dirimenti?»
«Sì… ma non tutti,» rispose Benedetto che in presenza della promessa non voleva spiegar certe cose. E li disse in latino: «Error, conditio, votum, cognatio, crimen…»
«Basta! Basta! È inutile, non capisco…» E gli voltò le spalle.
Però, prima d’andar via, Benedetto lo chiamò da parte:
«Non potevo spiegarmi dinanzi alle donne. Gli impedimenti sono questi.» E li enumerò e li spiegò tutti, in italiano.

Qualche giorno dopo quel discorso vi fu un gran ciarlare tra la servitù, giù nella corte: correva in paese la voce che il duca stesse per tornare da Torino, unicamente allo scopo d’accomodare l’imbroglio del contino. Baldassarre, al quale domandavano se la notizia era vera, si stringeva nelle spalle: «So molto, io! Avanzate nulla dal duca, che l’aspettate?…» Ma la notizia era vera: la ripetevano Giulente, suo zio don Lorenzo, tutti gli amici politici del deputato, e anzi parlavasi d’andargli incontro, se veniva per via di terra, e di preparargli una dimostrazione. Egli giunse per via di mare e non era solo: il barone Palmi, nominato senatore dopo la rivoluzione, lo accompagnava. Questi, invece che al palazzo, come le altre volte, scese all’albergo. La cosa parve molto grave. Voleva dunque dire che tutto era rotto fra il contino e sua moglie? Che si trattava già di separazione? Ma allora, il duca? Perché tornava anche lui?…
In città l’arrivo del deputato mise una rivoluzione, e subito cominciarono a piovere visite per lui: prima di tutti don Lorenzo Giulente col nipote, poi alcune autorità, le rappresentanze di parecchie società politiche; poi una quantità di cittadini d’ogni classe, pezzi grossi, antichi amici e nuovi patriotti che venivano a salutare l’Onorevole, a ringraziarlo delle grandi cose fatte a Torino e, mentre c’erano, a chieder notizia degli affaretti particolari che gli avevano raccomandati. Come al tempo dell’elezione egli riceveva giù, nelle stanze dell’amministrazione, e ringraziava dei ringraziamenti, s’ammantava di modestia; ma, alle domande degli ammiratori, descriveva le sedute del Parlamento, la visita a Vittorio Emanuele e al «povero» Cavour, la vita politica della capitale; e tutti stavano intenti a udirlo. Non aveva aperto bocca, in Parlamento, neppure per dir sì o no; ma in sala l’uditorio non lo spaventava, composto com’era di gente più o meno familiare che gli stava dinanzi in atto deferente; ed egli assaporava il suo trionfo, loquace quanto una pica vecchia, senza neppur avvertire la fatica del viaggio. Cavour gli aveva promesso mare e monti: che peccato che il gran ministro fosse morto! Ma il governo era egualmente ben disposto verso la Sicilia: presto avrebbe messo mano a ferrovie, a porti, a grandi opere pubbliche. Per vegliare al mantenimento delle promesse, in quei giorni egli non avrebbe dovuto lasciare la capitale; ma era dovuto venire in fretta e in furia per certi gravi affari di famiglia… per sistemare certe faccende… Non si sbottonava, ma tutti comprendevano lo stesso. Le visite si seguirono fino a sera; quelli che volevano parlargli da solo a solo non si movevano, parevano decisi di restare a dormire con lui. Quando ne ebbe abbastanza, egli fece un segno a don Lorenzo, e questi condusse via tutti.
Ma l’Onorevole non andò a letto. Raimondo, avvertito da Baldassarre che lo zio voleva parlargli, lo aspettava impaziente, smanioso, nella sua camera.
«Che cosa vuoi fare?» cominciò il duca, senza tanti preamboli.
«A proposito di che?» rispose il nipote, quasi non comprendesse.
«A proposito di tua moglie e della tua famiglia!… Tuo suocero è qui non sai?»
«Io non so nulla.»
«Dopo che sei scappato via come un fuggiasco! Dopo che non ti sei fatto vivo per due mesi! Adesso mi par tempo che questa storia finisca…» Egli parlava con tono grave d’autorità, passeggiando per la camera con le mani incrociate sul dorso; Raimondo, sedutosi, guardava per terra, come un ragazzo intimidito dalla minaccia d’una lavata di capo.
«Che hai da dire contro tua moglie?» domandò a un tratto don Gasparre, fermandoglisi dinanzi.
«Io? Nulla…»
«Lo sapevo bene! Volevo sentirne la conferma dalla stessa tua bocca. Perché, dico, solo se avessi avuto da lagnarti di Matilde si potrebbe spiegare la tua condotta! Allora, come mai l’hai lasciata?»
«Io non l’ho lasciata.»
«Come? Sei qui da due mesi, non le hai scritto un rigo, non ti sei curato di nessuno dei tuoi, quasi non esistessero; e dici…»
«Sono venuto qui perché avevo da fare. Non posso star cucito alla gonna di mia moglie, insomma.» E lo guardò in faccia.
«Va bene; qui non si parla di star cucito!» rispose il duca. «Ma uno che parte per affari, per isvago, per una ragione qualunque, non va via come te ne sei andato tu, non lascia la casa per l’albergo.»
«Non è vero!»
«Me l’ha detto tuo suocero… l’ho sentito ripetere da tutti…»
«È falso!» ripeté il nipote con voce forte e un poco stridente. Allora il duca batté in ritirata.
«Sarà falso, tanto meglio… Del resto non è questo l’importante… Il fatto è fatto… adesso si tratta di pensare all’avvenire. Se non è vero che hai lasciato tua moglie, non dovresti avere difficoltà di riunirti con lei!»
«Non ne ho,» rispose Raimondo, rialzandosi.
Lo zio restò un momento a guardarlo, quasi non fosse sicuro di aver udito bene, poi ripeté:
«Sei pronto a riprenderla?»
«Sono pronto a tutto, purché smettano questa commedia.»
«Meglio ancora!… Vuol dire che esageravano, che m’hanno informato male… Tanto meglio!… Domani tuo suocero può venire?»
«Venga domani, venga quando gli pare! Vorrei piuttosto sapere perché ha fatto la buffonata di scendere all’albergo? Poteva restarsene al suo paese, invece di fare questa sciocca commedia, invece di dar da ciarlare alle persone con una condotta da pulcinella.» Egli parlava adesso duramente, a denti stretti; con gli occhi rossi; e il duca, cambiato tono anche lui, esclamava, secondando il nipote:
«Questo è vero… tu hai ragione… L’ho messo in croce per dissuaderlo!… Ma quel santo cristiano è fatto a un certo modo… Del resto non importa: diremo che non voleva dare impaccio a Giacomo… si troverà una ragione… E tu, comprendi che bisogna pigliare gli uomini come sono, che bisogna avere un po’ di politica nel mondo… Divertiti,» aggiunse con un sorrisetto allusivo; «ma senza dar nell’occhio, salvando le apparenze. È già increscioso che sia successo un primo guaio…»
«Vostra Eccellenza ha da dirmi altro?» domandò Raimondo, interrompendolo bruscamente. «Se non ha da dirmi altro, buona notte.»
Il domani, verso mezzogiorno, quando s’aspettava il barone, che la carrozza di casa era andata a prendere, piovve donna Ferdinanda. Erano oltre sei mesi che non saliva più le scale del palazzo, dal giorno che c’era entrato Giulente. Fin all’ultimo momento ella aveva sperato d’impedire che la mostruosità si compisse; ma poiché Lucrezia non sentiva più gli schiaffi né i pizzicotti, quasi fosse divenuta di stucco, e Giacomo si difendeva gettando la colpa sullo zio duca, sul Babbeo e sulla stessa sorella, la zitellona era finalmente andata via facendo sbattere tutti gli usci, gridando: «Riderà bene chi riderà l’ultimo!» e appena giunta a casa, chiamati la cameriera, il cocchiere e il mozzo di stalla, aveva tratto dall’armadio un foglio di carta e lo aveva fatto in mille pezzi: «Neppure un soldo, così!…» Ella pretendeva che i nipoti le portassero obbedienza e le stessero sottomessi per via dei quattrini che, non avendo figliuoli, avrebbe loro lasciati; la distruzione del testamento, in presenza della servitù, era la pena della loro ribellione… Il principe, sulle prime, era stato zitto, per lasciar passare la tempesta, poi aveva mandato dalla zia fra’ Carmelo col figliuolo perché la vista del nipotino prediletto placasse quella furia, poi era andato egli stesso a trovarla, a prendersi addosso, umile e muto, la pioggia di rimproveri rovesciata dalla zitellona. E a poco a poco, pel bisogno di sentirsi far la corte, per non poter rinunziare a ingerirsi nelle faccende dei nipoti, ella s’era venuta placando, ma senza andar da loro: la casa dei suoi maggiori era profanata, contaminata dalla presenza di quel pezzente, di quel bandito, di quell’assassino che chiamavasi Benedetto Giulente, avvocato, AVVOCATO! Neppur l’arrivo di Raimondo l’aveva rimossa dal suo proposito; del resto il nipote era venuto da lei assiduamente a prendere i suoi consigli. In odio alla Palma, per distruggere quel matrimonio stretto contro il suo piacere, ella aveva spinto il giovane alla rottura definitiva. Come Giulente, la Palma macchiava la casa degli Uzeda: ella non voleva che ci rimettesse piede. E difendeva donna Isabella contro le accuse di cui l’udiva fare oggetto: anche lei era stata sacrificata con quell’ignobile Farsa, farsa tutta da ridere: niente di più naturale che quel matrimonio tanto male assortito fosse finito peggio: se avessero dato la Pinto a Raimondo, allora sì!… A un tratto, una sopra l’altra le avevano portato le due notizie dell’arrivo del duca e del barone e dell’imminente riconciliazione tra suocero e genero. Raimondo non s’era fatto vivo; l’avvenimento stava per compiersi ad insaputa di lei! Allora, il tempo di far attaccare, e subito al palazzo… Quando ella entrò nella Sala Gialla c’erano il principe e la principessa, don Eugenio, il duca, Lucrezia col promesso, Chiara col marchese, e Raimondo che passeggiava come un leone in gabbia. Benedetto Giulente, appena la vide entrare, s’alzò rispettosamente: ella gli passò dinanzi come se fosse uno dei mobili sparsi per la sala; non rispose al saluto di nessuno tranne a quello di Raimondo che trasse in disparte verso una finestra.
«Vecchia pazza!» disse Lucrezia al fidanzato, avvampando subitamente in viso.
Egli scrollò il capo con un sorriso d’indulgenza; ma il duca si avvicinò alla coppia, quasi a compensarla della sgarberia della sorella.
«Il barone dovrebbe esser qui,» disse guardando l’orologio. «Sarei andato io stesso a prenderlo se non avessi temuto di dare troppa importanza a una cosa che non dovrebbe averne nessuna…»
«Vostra Eccellenza ha fatto benissimo,» rispose Benedetto. «Le ciarle sarebbero state più lunghe… Non per questo,» aggiunse, «è minore il merito di Vostra Eccellenza per aver ricondotto la pace in una famiglia che…»
«Piccoli malintesi! I giovani hanno le teste calde!» esclamò con un sorriso tra di modestia e di compatimento l’Onorevole.
Raimondo aveva finito intanto di parlare con la zia e ricominciava a passeggiare su e giù: era verde in viso e si morsicchiava i baffi, torcendo le labbra, con le mani in tasca.
Donna Ferdinanda adesso sedeva accanto alla marchesa, la quale era al settimo cielo per essere incinta di sette mesi. Dopo due disgraziate gravidanze passate ad ascoltare ogni prescrizione di medici, ogni consiglio di levatrici e ogni opinione di femminucce, aveva finalmente mutato sistema di punto in bianco, facendo a modo suo in tutto e per tutto, andando fuori in carrozza e a piedi, salendo e scendendo scale, trangugiando tutte le miscele che immaginava dovessero giovarle. Ella dichiarava alla cognata di non esser mai stata così bene come ora: «Quegli asini! Quegli impostori!… E le levatrici?… L’altro giorno non ebbe l’ardire di venir da me, donn’Anna? La presi per le spalle e le dissi: “Cara donn’Anna, tre mesi dopo che avrò partorito se volete venire a trovarmi mi farete tanto piacere; ma per adesso andatevene che non ho bisogno di voi!…”» Tutt’intorno gli altri parlavano piano, come nella camera d’un ammalato, ma al rumore di una carrozza che entrava nel cortile ogni discorso cessò. Il duca passò nell’anticamera per andare incontro all’amico; si vide comparire invece dinanzi la cugina Graziella.
«Come sta Vostra Eccellenza? Ho saputo del suo arrivo ed ho detto: andiamo subito a baciar le mani allo zio. Mio marito voleva venire anche lui; ma l’hanno chiamato di fretta al tribunale per una causa seccantissima. Verrà più tardi a fare il suo dovere…»
Raimondo, vedendola spuntare, soffiò più forte, e andò a dire concitato allo zio:
«Quest’altra pettegola, adesso? Ha da esserci tutta la città?… Non vede Vostra Eccellenza che scena ridicola?…»
«Pazienza!… Pazienza!…» cominciò il duca; ma già un’altra carrozza entrava nel cortile. Egli ripassò di là e poco dopo comparve insieme col senatore. Questi era pallidissimo, si vedeva sotto le guance il movimento delle mascelle nervosamente contratte.
«Raimondo,» esclamò il deputato disinvolto, e conciliante; «c’è qui tuo suocero…»
Il conte s’era fermato. Senza cavar le mani di tasca fece col capo un breve gesto di saluto e disse:
«Come sta?»
Palmi rispose:
«Bene; stai bene?» E salutò in giro gli astanti. Nessuno fiatava, gli sguardi si volgevano tutti sul barone. Anche le mani gli tremavano un poco, e non guardava in viso il genero.
«Accomodatevi, don Gaetano!» riprese il duca, prendendolo pel braccio e facendogli amichevole violenza. Palmi allora sedette tra la principessa e la marchesa; donna Ferdinanda s’impettì, affondando il mento nel collo come un gallinaccio.
«Matilde sta bene?» domandò la principessa.
«Bene, grazie.»
«Le bambine?»
«Benissimo.»
Raimondo, ritto in mezzo alla sala, si guardava la destra, facendo scattare l’unghia del pollice contro tutte le altre. Il duca tossicchiò un poco, come per un principio di raucedine; poi gli domandò:
«Tu quando raggiungeresti tua moglie?»
Egli rispose secco e breve:
«Anche domani.»
«Matilde però la vogliamo un poco qui,» soggiunse lo zio, guardando gli altri parenti, quasi a chiedere il loro assenso; ma nessuno disse nulla. «Allora,» continuò, «potreste fare così: tu andrai a prenderla e poi ve ne verrete tutti insieme. Che ne dite, barone?»
«Come credete,» rispose Palmi.
A un tratto s’udì per la terza volta una carrozza che entrava nel cortile e tutti gli occhi si volsero verso l’uscio d’entrata. Chi poteva essere? Ferdinando? La duchessa?…
Spuntò don Blasco.
Il monaco, come la sorella, non metteva piede al palazzo dal giorno del fidanzamento di Lucrezia; come donna Ferdinanda, ne aveva scagliato la colpa sul principe, ed era rimasto talmente sordo ad ogni giustificazione, che quest’ultimo s’era finalmente seccato d’insistere, non avendo da sperarne eredità come dall’altra. Allora, vistosi solo senza poter occuparsi degli affari della parentela, costretto a udirne le notizie di seconda o di terza mano, per mezzo del marchese Federico o degli estranei, il monaco s’era sentito perso. Le brighe del convento l’occupavano fino a un certo punto; le grida e le bestemmie contro i liberali, quantunque raddoppiate dopo la sistemazione del nuovo ordine di cose, non gli bastavano, non avevano gusto se egli non le proferiva tra i suoi, nello stesso luogo dov’erasi compito il trionfo di quel rinnegato del fratello, dove quel cialtrone di Giulente doveva vomitare le sue eresie. Così, sbuffante e smaniante, più di una volta era stato sul punto d’andarsene dal principe; ma, giunto a mezza via, s’era pentito, non aveva voluto dare al nipote la soddisfazione di cedere pel primo. All’annunzio dell’arrivo del duca e del barone, della pace che si doveva celebrare tra suocero e genero, non era stato più alle mosse.
Il principe gli andò incontro a baciargli la mano. Lucrezia e Giulente, seduti accanto, erano i più vicini all’uscio d’entrata; e il giovanotto s’alzò, come aveva fatto per la zitellona, al passaggio del monaco; ma questi tirò dritto verso il centro della sala. Al secondo affronto, Lucrezia si fece più rossa, e costrinse il promesso a sedere.
«La pagheranno, sai!» disse, «la pagheranno!… Se mi vedranno più in questa casa!… Se t’arrischierai di guardarli più in viso!…»
Il duca parve non accorgersi dell’arrivo del fratello. Per animare la conversazione languente, e vincere la freddezza da cui tutti erano impacciati, e rendersi utile, la cugina aveva cominciato a chiedergli notizie del suo viaggio attraverso l’Italia; e il deputato parlava a vapore:
«La baraonda di Napoli, eh? Che paesone! Pareva che tolta la Corte, i ministeri, tutto il movimento della capitale, dovesse spopolarsi, ridursi come una città di provincia; invece cresce ogni giorno, è più animata di prima. Anche Torino è piena di vita, però in modo diverso…»
«In modo diverso…» ripeté il barone, con tono di condiscendenza. come per non restare in silenzio.
«È vero che somiglia a Catania?» domandò il marchese.
Raimondo sciolse lo scilinguagnolo per dire, con sottile ironia:
«Tal e quale, sai! Due gocce d’acqua…»
«Le strade dice che son tagliate allo stesso modo…»
«Ma sì! Ma sì!… Anzi diciamola tutta: Torino è più brutta, più piccola, più povera, più sporca…»
Allora Chiara saltò su in difesa del marito:
«Questa smania di dir sempre male del proprio paese non l’ho mai capita.»
«Scusa,» protestò il duca. «Qui nessuno ne dice male.»
«Lo stesso paragone è impossibile,» disse Benedetto, conciliante.
Donna Ferdinanda alzò lentamente gli sguardi per volgerli dalla parte donde veniva la voce; ma, giunta a mezza strada, li diresse alla parte opposta, alla finestra dove don Blasco udiva dal nipote le notizie dell’accaduto.
«Dice che raggiungerà sua moglie e che poi se ne torneranno qui. È stato lo zio duca quello che ha combinato ogni cosa. Per me, facciano quel che vogliono. Ma vedrà che ricominceranno. Vorrei sbagliare, ma siamo ancora al principio…»
«Quella bestia perché ci s’è messo? Non ha abbastanza tigna in capo? Ha da ficcare dovunque il naso? Ma il perché lo so io, il perché… lo so io, il perché!…»
E stava per continuare, per vuotare il sacco, quando entrò Baldassarre, grave e dignitoso come la solennità richiedeva.
«Eccellenza,» disse al duca, «ci sono le rappresentanze delle società che chiedono d’ossequiare Vostra Eccellenza.»
Il deputato non ebbe tempo di rispondere che il barone s’alzò:
«Duca, fate pure, vi lascio libero.»
«Ma no, restate!… Un momento, e torno subito…»
«Ho qualche cosa da sbrigare anch’io; grazie!»
«Verrete almeno a pranzo con noi?»
«Grazie; parto oggi stesso; ho fissato uno straordinario.»
Fu inutile insistere; il barone opponeva un rifiuto cortese, ma freddo. Salutò tutt’in giro e andò via accompagnato dal duca che scendeva giù a ricevere i suoi elettori, mentre Raimondo s’avviava da parte sua alle proprie stanze. E i tre non erano scomparsi, che nella Sala Gialla cominciò un mormorio generale.
«Che maniera di stare in casa della gente!» esclamò donna Ferdinanda. «Non ha detto dieci parole in mezz’ora!» rincarò la cugina. «Che cosa aveva? che gli hanno fatto?» E il marchese: «Quando si è di quell’umore non si va in casa delle persone!…» «E come faceva il sostenuto!» aggiunse sua moglie.
Benedetto Giulente, dal suo posto, osservò:
«Quella partenza pare un pretesto… per rifiutare…»
Allora, senza rivolgersi al giovanotto, ma quasi rispondendo all’idea da lui annunziata, don Blasco tonò:
«La bestia, l’imbecille e il buffone in questo caso è chi invita!»
Benedetto, quantunque il monaco non lo guardasse, fece col capo un gesto tra d’assenso a ciò che quegli diceva, tra di scusa per l’insistenza del duca.
«Pareva concedesse una grazia speciale, onorandoci della sua presenza!» continuava frattanto donna Ferdinanda. «Come se non si fosse trattato d’interessi suoi! Come se la colpa di ciò che è successo non fosse sua! E quella bestia che lo prega per giunta e che gli dà ragione! Per renderlo più presuntuoso ed arrogante!…»
Benedetto, che le stava seduto quasi di faccia, badava a chinare il capo con un gesto continuo ed eguale, come un automa, e poiché la cugina cicalava piano con Chiara, e don Blasco, tirato pel bottone del soprabito il marchese, sfogava con lui, e il principe se ne stava quatto quatto, e la principessa più quatta di lui, quel gesto d’assenso e d’approvazione attirò alla lunga gli sguardi della zitellona.
«Mentre la ragione sta dalla parte di Raimondo,» continuava ella, «che giustamente non vuole lo spionaggio in casa, che non può tollerare la continua ingerenza del suocero in tutti i piccoli affari di casa propria…»
Vedendosi guardato due o tre volte, Benedetto, mentre continuava ad approvare col capo, confermò:
«Il barone ha veramente un carattere troppo difficile…»
Donna Ferdinanda non gli rispose, anche perché in quel momento il marchese s’alzava, e Chiara con lui; ma, andando via insieme coi nipoti, fece un breve cenno del capo per rispondere al nuovo e più profondo e più rispettoso saluto del giovanotto.

Intanto il duca, giù nell’amministrazione, riceveva i delegati dei sodalizi e una gran quantità di elettori influenti e una vera processione d’ammiratori di ogni condizione che venivano a fargli atto di omaggio. La stessa scena della sera prima, ma più grandiosa; a poco a poco tutta la città sfilava dinanzi al deputato; per due persone che andavano via, quattro ne sopravvenivano; e non essendoci più posto da sedere, tutti restavano in piedi, coi cappelli in mano, aspettando i saluti che il duca veniva distribuendo in giro. Alcuni oratori improvvisati, persone che egli non conosceva neppure, parlavano a nome dei compagni, affermavano in risposta alle sue espressioni di modestia che il paese non avrebbe mai dimenticato ciò che doveva al signor duca. Tutti gli altri, a bocca aperta, badavano a raccogliere religiosamente le parole dell’Onorevole; il quale, cessati i complimenti, ragionava della cosa pubblica, prometteva la Venezia, aveva Roma in tasca, assicurava insieme col politico il risorgimento morale, agricolo, industriale e commerciale del paese. «Questo era il programma di Cavour. Che testa! Ragionava della Sicilia come se ci fosse nato; sapeva il prezzo dei nostri frumenti e dei nostri zolfi meglio di un sensale di piazza…» Il governo gli aveva promesso una quantità di provvedimenti per l’isola, giacché bisognava pensare a tutto: dall’educazione della gioventù al lavoro per gli operai. A poco alla volta, con la concordia e la pace, la prosperità pubblica e privata sarebbe stata raggiunta. Egli la faceva quasi toccar con mano, e le persone venute per sapere che ne era delle loro domande d’un posticino, o d’un sussidio, o d’una pensione, andavano via portandolo alle stelle come se avesse colmato loro le tasche, spargendo per la città la nuova della riconciliazione avvenuta tra il conte e sua moglie: opera e merito del duca, il quale aveva fatto il sacrificio di lasciar la capitale in un momento come quello per indurre il nipote alla ragione. Non s’udivano se non esclamazioni di lode all’indirizzo del deputato; dal cortile del palazzo al Gabinetto di lettura, tutti ad una voce giudicavano che in questa occasione egli aveva fatto opera buona e doverosa; solamente don Blasco, nella farmacia borbonica, gridava come un ossesso:
«Ah, gli credete?… Perché credete che l’ha fatto? Per dar soddisfazione alla canaglia! Perché si dica che difende la morale!… E per un’altra ragione ancora…per ingraziarsi quell’altro cialtrone amico dei mangiapolenta!… Il sonatore dei miei sonagli!… Il barone con sette paia di effe…»

2.

Quando la contessa Matilde tornò, dopo due anni di lontananza, tra i parenti del marito, essi medesimi, alla prima, non la riconobbero. Se era stata sempre pallida e magra, adesso era scialba e scarnita; il petto le si affondava come se qualche male lento e spietato la rodesse, le spalle le s’incurvavano come per il peso degli anni, e gli occhi incavati, accerchiati di livido, lucenti di febbre, dicevano lo strazio di un pensiero cocente, d’una cura affannosa, d’una paura mortale.
«Povera Matilde! Sei stata male?» le domandò la principessa, a dispetto delle ingiunzioni del marito, il quale le proibiva di avere opinioni.
«Un poco…» rispose la cognata, scrollando il capo, con un sorriso dolce e triste. «Adesso è passato…»
Infatti, ella si sentiva rinascere. Suo padre non aveva voluto né accompagnarla in quella casa, né permetterle di condurvi le bambine; eppure, dimenticando quanto vi aveva sofferto, ella vi entrava con un senso di sollievo e quasi di fiducia. La tempesta recente era stata così forte e dura, che ella pensava anzi con un senso di rammarico al tempo degli antichi dolori; li aveva giudicati intollerabili e non sapeva di quanto sarebbero cresciuti, a poco a poco, ma costantemente, fino a contenderle la stessa speranza d’un qualunque ritorno alla pace. Come le si era chiuso il cuore ai primi disinganni, nel vedere che l’amor suo non bastava a Raimondo, che egli pensava diversamente da lei, che faceva consistere la felicità in cose senza valore per lei! Eppure egli non l’aveva tradita, allora! Ma erano venuti i tradimenti, ed ella li aveva perdonati poiché tutti gli uomini ne commettono, le dicevano; poiché ella soltanto ne soffriva, silenziosamente, in fondo all’anima. Che cosa avrebbe potuto fare, del resto? Che aveva potuto fare dinanzi al pericolo più grave, alla minaccia terribile? Lasciarlo? Egli stesso l’aveva abbandonata!… Quando ella ripensava a quei due anni trascorsi in Toscana, a tutto ciò che aveva sofferto vedendo prepararsi e non potendo impedire l’ultima rovina, ella provava veramente come un bisogno di inginocchiarsi e di ringraziare il Signore, tanto miracoloso le pareva il ravvedimento di Raimondo. Poteva adesso sperare che durasse? Quante volte egli non era parso rinsavito, ed aveva poi fatto peggio? Due anni addietro, prima che scoppiasse lo scandalo in casa di Fersa, ella non aveva creduto che tutto fosse finito per lei? Alla notizia che quella donna era stata scacciata dalla suocera, ella aveva compreso la commedia della rottura rappresentata da lei e da Raimondo, e preveduto con lucidità straordinaria quel che poi era accaduto… Nondimeno, la partenza pel continente l’aveva illusa ancora una volta; la lontananza, il tempo, gli svaghi mondani dei quali era sempre avido, non avrebbero distrutto nel cuore di Raimondo il ricordo di quell’altra? Ma colei doveva aver giurato di rubarglielo, ad ogni costo, se lo aveva raggiunto a Firenze, se erasi mostrata a lui da lontano, da vicino, per le vie, in società, tentandolo ovunque, dinanzi a lei stessa! Ella non accusava più Raimondo, non sospettava che fosse d’intesa con quell’altra, che avesse finto di fuggirla per ritrovarla più sicuramente. I suoi sospetti, le sue accuse gelose cadevano su quella donna soltanto, a Raimondo ella non rivolgeva se non preghiere indulgenti, l’umile scongiuro di evitarle nuovi dolori. Egli s’infuriava, negava come altre volte, la incolpava di volergli creare imbarazzi e pericoli, la riduceva al silenzio con le tristi parole che ancora le risonavano all’orecchio: «Quella donna è l’ultimo dei miei pensieri; ma se non la finite di vessarmi, farò qualche pazzia, vedrete!» Ella non sapeva ancora fino a qual punto fosse sincero…
Il capriccio di Raimondo per donna Isabella, in verità, s’era sedato appena soddisfatto; il chiasso della separazione, la paura di trovarsi qualche grossa responsabilità materiale sulle spalle, avevano gettato molt’acqua sul fuoco dei suoi desideri. A Firenze, dove s’eran dato convegno, aveva deliberato di spezzare in un modo qualunque la catena da cui si sentiva avvincere, poiché egli aspirava alla vita allegra e varia, libera, principalmente. Ma, per la notizia del dramma domestico di cui era stato l’eroe, egli si vide posto più in alto nella stima degli scapati amici di Toscana, del cui giudizio faceva più conto che d’ogni altra cosa; la conquista d’una signora autentica come la Fersa gli procurava i sorrisi di compiacimento un po’ invidiosi dei rompicolli che prendeva a modello. E donna Isabella gli divenne pertanto meno indifferente; ma la gelosia della moglie finì di stringere quel vincolo nel punto che egli stava per giudicarlo increscioso. Tutte le volte che Matilde gli rivolgeva una supplichevole rimostranza, egli credeva suo dovere, come per una specie di compenso, di fare maggiori dimostrazioni di affetto all’amica; più sommessamente sua moglie lo pregava di non trascurarla, più smaniosamente egli andava via di casa. Ella sapeva com’era fatto, com’era intollerante di ogni ostacolo, d’ogni contrasto, delle stesse osservazioni; ma poteva forse tacere, fingere d’ignorare quel che avveniva? Poteva soffrire, senza neanche piangere, ch’egli la lasciasse sola, lunghi giorni, lunghissime notti, che trascurasse le sue figlie per andarsene con quell’altra, per mostrarsi pubblicamente in compagnia di lei, per condurre i propri amici nella casa di lei come in un’altra casa sua propria?… E il giorno che s’era sfogata non contro di lui, ma contro quell’altra, Raimondo le aveva ingiunto di tacere, con la voce grossa, con gli sguardi cattivi, alzando la mano… Quella triste scena era avvenuta la vigilia del giorno che suo padre, diretto a Torino, doveva passare da Firenze. Il terrore di spingere l’uno contro l’altro quei due uomini l’aveva costretta a tacere; e poiché suo padre, ricominciando a sospettare di Raimondo, aveva mutato a un tratto, con la violenza abituale, l’antica affezione verso il genero in freddezza diffidente e vigile, ella aveva dovuto bere le proprie lacrime, cancellarne le tracce, mostrarsi allegra, per impedire che quei due si scagliassero l’uno contro l’altro. Così ella s’era consunta, soffrendo in silenzio, inghiottendo amaro sopra amaro, invocando dal Signore tanta forza da poter continuare a fingere, a illudersi, a credere che nessun serio pericolo la minacciasse.
Ma era già troppo tardi. Tutto ciò che, nella sua gelosia, la moglie gli veniva dicendo contro l’amante, spingeva Raimondo sempre più nelle braccia di quest’ultima; poiché Matilde gliene parlava male, voleva dire che era invece la prima delle donne. Quest’idea si conficcava tanto più saldamente nella sua testa, quanto che donna Isabella, da suo canto, non gli diceva mezza parola contro la contessa; e si lagnava appena, discretamente, dell’odio che si vedeva portato. «Quando m’incontra, mi volta le spalle… Sparla di me… Che cosa le ho fatto?» Oppure gli proponeva di rompere e di lasciarsi, si offeriva in sacrifizi per assicurargli la pace della famiglia: «Non t’inquietare di me!… Me ne andrò, vivrò sola, come vorrà Dio… Andrò a buttarmi ai piedi di mio marito; forse mi perdonerà…» Allora, di rimando, egli s’ostinava a far cose che ella stessa non avrebbe volute; se prima non aveva nascosto quell’amicizia, ora l’ostentava; se prima stava poco in casa, adesso restava settimane intere senza metterci piede, senza veder le sue figlie; ed al teatro prendeva posto nel palco dell’amica, dal principio alla fine dello spettacolo; ed al passeggio, se era con amici, non rispondeva al saluto di sua moglie, quando s’incontravano: mentre la contessa lacrimava in fondo alla sua carrozza, egli andava a piantarsi allo sportello di quella di Isabella.
A Livorno, in principio dell’estate, lo scandalo era cresciuto talmente, che alcuni buoni amici di Raimondo, il conte Rossi fra gli altri, suo padrone di casa, l’avevano consigliato d’esser meno imprudente. Matilde, il cui cuore sanguinava da tanto tempo, fu in quei giorni straziata da un altro dolore: Lauretta, che era sempre cagionevole, appena lasciato Firenze cadde inferma. Una notte che la sua bambina vaneggiava, in preda alla febbre, ella restò in piedi fino all’alba, vegliandola, impaurita dal rapido aggravarsi del male, aspettando ansiosamente il ritorno di Raimondo. A giorno, egli rincasò. Doveva esser ebbro. Solo perché, rotta dal dolore e dalla fatica, turbata fieramente dalla malattia della bambina, atterrita dal pericolo che la povera creatura correva, ella osò dirgli: «Ma che vita è la tua!…» egli le piantò in viso gli occhi foschi, strinse il pugno ed uscì in una sconcia bestemmia… Che disse poi? Che fece? Ella non sapeva. Rammentava soltanto che, riavutasi dallo stordimento, Stefana, la sua cameriera, le aveva detto che il padrone era andato via, con lo stesso abito di società col quale era rientrato, portandosi soltanto una sacca, dove aveva buttato pochi effetti alla lesta; rammentava d’essersi sentita struggere, non potendo corrergli dietro, non potendo lasciare la sua poveretta agonizzante; d’aver mandato Stefana a Firenze, credendo che egli se ne fosse tornato lì; d’aver saputo il giorno seguente che, cercato rifugio in un albergo della stessa Livorno, egli s’era imbarcato per la Sicilia…
Il barone arrivò da Torino come un fulmine, prima che ella gli avesse dato notizia dell’accaduto. Allora un altro tormento s’aggiunse ai tanti che la straziavano. Il rancore di suo padre contro il genero scoppiò a un tratto, terribile. «È andato via? Meglio così!» aveva detto nel primo momento; ma poiché ella si scioglieva in lacrime, non sapendo come fare, vedendo distrutta la propria esistenza, un violento moto di collera gli cacciò tutto il sangue alla testa: «E lo piangi, anche?… Lo vorresti difendere?… Saresti capace di corrergli dietro?…» Impaurita, giungendo le mani per disarmarlo, ella addusse, tra i singhiozzi: «E le mie figlie?… Le mie orfanelle?…» Ma con impeto più selvaggio, egli proruppe: «Ah, il suo amor paterno?… Il bene che ha voluto alle sue creature?… Il sangue avvelenato a quella innocente?…» e con un fiotto di parole crude, minacciose, frementi, le disse la vita indegna di lui, ciò che ella non sapeva ancora, ciò che egli stesso non aveva saputo per tanto tempo, addormentato dalla vanità, dal folle orgoglio d’essersi imparentato con uno dei Viceré. «Vuoi dunque pregarlo per giunta?… Vuoi ch’io vada a chiedergli scusa per te, per me, per quelle innocenti?… Non ti basta, sciocca che sei, l’esperienza di dieci anni?… Vuoi ricominciare a tremargli dinanzi?… Credi ch’io non sappia quel che hai sofferto?…» E come ella scrollava le spalle, rabbrividendo, egli gridò: «Non te ne importa?… Saresti capace di volergli bene ancora?…»
Sì, era vero. Ella non piangeva per l’avvenire delle sue bambine, non si sdegnava al ricordo delle proprie torture; se le aveva patite in silenzio, se aveva accusato soltanto la rivale, se non aveva mai trovato una parola di rimprovero per Raimondo, l’unica ragione consisteva nel bene che gli portava… «Dopo quel che t’ha fatto?… Non hai dunque capito che non l’ha mai ricambiato, il tuo bene? Che non chiede di meglio se non sbarazzarsi di te?… Sciocca che sei, gli vuoi dunque il bene del cane che lecca la mano che lo ha battuto?…» Sì, sì, così! il bene del cane per il padrone, la devozione d’uno schiavo per l’essere di un’altra razza, più forte, più alta, più rara. Sì, la sommessione del cane per il padrone; poiché, anche dopo l’onta estrema che le aveva inflitto, nonostante la rivelazione brutale, nonostante il legittimo sdegno del padre, ella pensava di non poter vivere lontana da Raimondo, di non poterlo lasciare a quell’altra…
Passarono così per lei lunghi, eterni giorni d’intima ambascia; il barone la trattava con ostentata freddezza, pareva non accorgersi delle sue lacrime; ella nondimeno aspettava, affrettava coi voti più ardenti qualcosa: non il ritorno di Raimondo, che sarebbe stato una gioia troppo grande, ma una sua lettera, almeno, di pentimento, o l’intromissione di qualcuno dei suoi… La bambina s’era rimessa; ai piedi della Madonna ella implorava il perdono d’un pensiero abominevole; se Lauretta fosse ricaduta, avrebbero potuto chiamarlo…
S’ammalò invece ella stessa. Vedendola piangere anche nella febbre, il barone proruppe, col tono acre che prendeva cedendo: «Non vuoi dunque finirla? Bisogna anche dargli questa soddisfazione, di pregarlo per giunta? Bada però!…» soggiunse con voce minacciosa: «Dal giorno che tornerete insieme, fa’ conto che io non ci sia più!… Scegli tra noi due: non t’imaginare che io possa aver più nulla di comune con lui!…» Povero babbo! Burbero, rigido, violento con tutti, egli aveva sempre ceduto dinanzi alle sue figlie, studiandosi di fare la voce grossa, mettendo patti che la violenza del carattere gli dettava, ma che l’inesauribile bontà del cuore non gli permetteva, alla lunga, di mantenere. Scrisse così al duca, andò insieme con lui a raggiungere Raimondo dopo averla accompagnata a Milazzo, e glielo ricondusse.
Non v’era stata, tra lei e suo marito, neppure una parola relativa al passato; nell’atto che egli le tornava vicino, avrebbe ella potuto rammentargli i suoi torti? Da parte sua egli non le chiese perdono, non le disse una buona parola; le venne incontro indifferente come se l’avesse lasciata il giorno innanzi. Né ella sperava più di questo. Il suo bel sogno d’amore e di felicità s’era a poco a poco, di giorno in giorno, dileguato: adesso, rassegnata alle tristezze della realtà, ella non chiedeva altro che quiete. Purché Raimondo volesse bene alle sue creature, purché non le abbandonasse un’altra volta, ella era disposta a sopportare ogni cosa…
In casa del principe, adesso, dov’eran venuti pel matrimonio di Lucrezia, lasciando a Milazzo le bambine, i parenti di lui la trattavano meglio. La sposa, che pareva non capire nei panni per l’imminenza del matrimonio, le prodigava dimostrazioni d’affetto, non si lasciava giudicare da nessuno fuorché da lei nella scelta degli abiti e degli ultimi oggetti del corredo; la principessa, sempre timida e mite, le dimostrava più di prima la propria simpatia; quanto a don Blasco e a donna Ferdinanda, che avevano ripreso a venire tutti i giorni al palazzo, parevano anch’essi un poco placati, perché invece di punzecchiarla non le badavano affatto. Che le importava! Erano così; bisognava prenderli com’erano. Purché Raimondo non la lasciasse un’altra volta! purché quei giorni tremendi dell’abbandono non ritornassero! Quasi quasi ella rassegnavasi alla lontananza delle sue bambine!… La compagnia della nipotina Teresa gliela rendeva più tollerabile. Come somigliava a Teresa sua, la figlia del principe! La stessa bellezza fine e bionda, la stessa grazia, la stessa dolcezza della voce e dello sguardo. Anche i caratteri, in fondo, si rassomigliavano, quantunque la sua bambina dimostrasse una vivacità quasi irrequieta, mentre la cuginetta era più tranquilla ed obbediente. Ma quanta parte non aveva in questo risultato l’autorità del padre? Mentre Raimondo non si curava di sua figlia, la vigilanza di Giacomo pesava fin troppo sulla principessina; egli l’educava a mortificare i suoi desideri, a reprimere le sue volontà; la faceva restare intere giornate tra le monache di San Placido perché s’avvezzasse all’obbedienza e alla disciplina monastica. Povera piccina! Tutte le volte che la mettevano nella ruota per farla passare dentro alla badìa, oltre il muro impenetrabile che segregava le suore dal mondo, tendeva le braccia alla sua mamma ed alle zie con un senso di paura negli occhi spalancati; ma la principessa che aveva gli ordini del marito, pel quale la bambina era una specie di muta ambasciatrice incaricata di sedare il malcontento della Badessa e della sorella Crocifissa, persuadeva la figlia a star buona, a non temere, e la piccina diceva di sì, di sì, mandando baci alla sua mamma mentre la ruota girava, la chiudeva nello spessore del muro, la passava dall’altra parte, nello stanzone freddo e grigio con un grande Cristo nero e sanguinante che prendeva un’intera parete. La mamma, le monache, tutte e tutti lodavano la saggezza di cui dava prova; per meritare quelle lodi, per non dispiacere al suo babbo, ella faceva quel che volevano. La contessa giudicava che, in fondo, nonostante l’apparente vivacità, anche Teresa sua era buona e dolce. Lauretta non era più tranquilla e ubbidiente della stessa cugina? E pensando ai suoi cari angioletti, ella affrettava col desiderio il matrimonio di Lucrezia, poiché dopo li avrebbe raggiunti.

Tutto era pronto. Nella casa degli sposi, un quartiere adiacente a quello di don Paolo Giulente, ma separato, finivano di dare l’ultima mano alla sistemazione dei mobili; le cose erano fatte larghissimamente e con molto gusto. Il notaio di famiglia aveva già steso, in base alla transazione e sotto la dettatura del principe, i capitoli matrimoniali; Benedetto, per ingraziarsi il cognato, l’aveva lasciato fare, s’era contentato di cinquemila onze, pel momento, invece di ottomila, poiché il principe gli diceva di non aver pronta tutta la somma. A poco a poco, dal primo incontro col monaco e con la zitellona, egli era riuscito a farsi badare ogni giorno di più da quei due, continuando a chinare il capo come un burattino a tutto ciò che dicevano. Articolo politica, don Blasco e la sorella erano più arrabbiati di prima, vuotavano il sacco degli oltraggi e delle contumelie contro i liberali; e allora il giovanotto fingeva di non udire, si voltava dall’altra parte, lasciando che sfogassero, quasi quell’onda di male parole non si rovesciasse anche su lui; ma in tutte le altre circostanze, nel corso di ogni discussione, si schierava dalla loro parte, dava loro ragione ad ogni costo, in busca d’uno sguardo, d’un saluto, d’una parola. Giusto in quel torno, un debitore di donna Ferdinanda, un certo Calafoti, aveva dichiarato fallimento dando a intendere che la sua proprietà era parte venduta e parte ipotecata. La zitellona strillava come una gallina spennata viva contro quel ladro, contro il sensale che le aveva proposto l’affare, contro il principe di Roccasciano che lo aveva approvato; ma Benedetto, udito di che si trattava:
«Questo Calafoti lo conosco,» disse; «se Vostra Eccellenza vuole, io gli potrei parlare. Gli atti che adduce sono tutti nulli; con la minaccia di impugnarli lo faremo rigar diritto.»
Ella non si fece pregare per dargli il permesso richiestole; e dopo una settimana di corse e di trattative Benedetto le ottenne la cessione d’un’ipoteca privilegiata. In ricambio, donna Ferdinanda non venne al palazzo il giorno del matrimonio. Non ci venne neppure don Blasco. Gli affari, va bene; i discorsi, pure; ma approvare, con la loro presenza, l’alleanza d’un’Uzeda con l’affocato Giulente, questo poi no. Tranne di loro due, del resto, non mancò nessun altro della parentela, né al Municipio, la mattina, né alla cattedrale, la sera.
La marchesa Chiara accompagnò lo sposalizio per ogni dove. Era uscita di conti, ma seguitava ad andare su e giù e non aveva voluto chiamare nessuno. La sera degli sponsali, stanca del continuo andirivieni, ella s’era buttata a sedere, ansando, sopra una poltrona, accanto a donna Eleonora Giulente. Forse era la grande stanchezza, ma si sentiva veramente poco bene, provava sordi dolori e acute trafitture. Coi gomiti appuntati ai bracciali per tener libero ed erto il ventre, ella stringeva un poco le labbra ad ognuna di quelle rapide fitte, ma come il marito veniva tratto tratto a domandarle premurosamente che avesse:
«Nulla!» rispondeva; «sto benissimo,» perché non chiamassero la gente dell’arte.
Alzatasi, fece il giro delle sale. C’era una gran quantità d’invitati, tutta la parentela, tutta la nobiltà, e poi i nuovi amici del duca, le autorità, il sindaco, il prefetto che egli aveva voluti per dare risalto al carattere liberale dell’alleanza. E mentre la nobiltà borbonica se ne stava accrocchiata nel salone o nelle Sale Rossa e Gialla, il deputato teneva un circolo democratico nella Galleria dei ritratti, ricevendo i complimenti per quel bel matrimonio che era opera sua, discutendo degli affari pubblici. Don Paolo Giulente, poiché nelle sale nobili non trovava da appiccar discorso, se n’era venuto ad ascoltarlo, a bocca aperta, non capendo nella pelle dal piacere d’essere diventato parente del grand’uomo. Suo fratello don Lorenzo portava a spasso, per la circostanza, la cravatta verde di commendatore che l’amico deputato gli aveva fatto concedere dal governo di Torino insieme con certi grossi appalti: delle poste, dei trasporti militari. Anche una buona quantità dei postulanti spiccioli cominciavano a vedersi esauditi; l’onorevole aveva fatto accordare impieghi, sussidi, croci di San Maurizio ai patriotti del Quarantotto e del Sessanta, e riconoscere il diritto alla pensione dei vecchi impiegati della rivoluzione siciliana, e ammettere nell’esercito regolare i volontari garibaldini, e spingere la causa dei danneggiati dalle truppe borboniche i quali presentavano la nota del loro amor di patria; talché tutti quei suoi clienti soddisfatti o prossimi ad essere soddisfatti lo ascoltavano come un oracolo, superbi d’averlo amico e d’essere ammessi nella casa dei Viceré, di vedersi serviti dai camerieri con le livree fiammanti.
Baldassarre, in gran tenuta, girava alla testa della processione dei camerieri che reggevano i vassoi pieni di gelati, di spumoni, di gramolate e di dolci, e serviva la Galleria dopo le sale, ma con la stessa etichetta, seguendo l’esempio del principe che faceva a tutti lo stesso inchino; quantunque, per dire il fatto della verità, intorno a Sua Eccellenza il duca ci fossero certi tipi che non si sapeva di dove sbucassero: se prendevano il piattello del gelato, buttavano a terra il cucchiaino, o si rovesciavano addosso la gramolata tracannandola quasi fosse acqua fresca, o prendevano i dolci a manate come se non ne avessero mangiato mai prima di quella sera. E i Viceré che guardavano dall’alto delle pareti! Basta: a lui toccava eseguire gli ordini dei padroni!
Giusto la cugina Graziella, appartata in un crocchio con la duchessa Radalì e la principessa di Roccasciano, diceva al principino che, straordinariamente, per la circostanza del matrimonio della zia, aveva ottenuto il permesso di restar fuori la sera:
«Questo qui lo accaseremo noi, a suo tempo! Avremo da sceglier noi chi dovrà sposare!»
Non sapeva in qual modo significare alla Giulente che quel matrimonio si faceva per forza, contro il piacere della maggioranza della famiglia. Ma donna Eleonora non s’accorgeva di niente: seduta accanto alla principessa e alla contessa Matilde, sorrideva di beatitudine al passaggio degli sposi, in volto ai quali, specialmente a Lucrezia, leggevasi la gioia del trionfo. Del resto, se donna Ferdinanda e la cugina le facevano il viso dell’arme, la principessa le usava molte cortesie, la contessa Matilde prendeva parte alla sua felicità di madre; la stessa Chiara veniva a gettarsi nuovamente accanto a lei.
«Siete stanca, marchesa?»
«Io? No! Sto benissimo.» Le trafitture spesseggiavano, quasi le toglievano il respiro: ella sarebbe stata felice di partorire lì, su quel divano.
Ferdinando, infagottato nell’abito di società che metteva per la seconda volta in vita sua, girava attorno come un’anima in pena, non conoscendo nessuno, da tanti anni che faceva la vita del Robinson. Era venuto per far da testimonio alla sorella diletta ed aveva fretta che la cerimonia finisse presto per tornare alle Ghiande.
Quando Dio volle, il corteo, sceso giù per la scala d’onore e distribuito nelle carrozze, s’avviò alla cattedrale. La funzione celebrossi nella cappella privata del Vescovo, da Monsignore in persona: tutti gl’invitati con le torce in mano, gli sposi dinanzi all’altare sfolgorante e olezzante, donna Eleonora Giulente che piangeva come una fontana. «Una cosa commovente,» diceva piano il duca al prefetto che gli stava a fianco. A un tratto vi fu un rimescolìo: Chiara, non potendone più, s’era lasciata cadere sopra uno sgabello. Tutti la circondarono, ma ella li rassicurava con un sorriso: sorrideva perfino Monsignore, sapendola in istato interessante. Il marchese la trascinò in carrozza, mentre il resto della comitiva andava in casa dei Giulente, dove le cose eran fatte forse con più sontuosità che dal principe; un rinfresco che non finiva mai, i gelati che squagliavano nei vassoi per mancanza di consumatori; e finalmente gli sposi si misero in carrozza e se ne andarono al Belvedere.
Il domani mattina andarono lassù a trovarli, uno dopo l’altro, i Giulente marito e moglie, don Lorenzo e il duca, la principessa e perfino Chiara, fresca come una rosa; i dolori erano svaniti, ella aveva voluto a forza salire dalla sorella. Gli sposi non aspettavano più nessuno, quando, nel pomeriggio: drlin, drlin, un tintinnio di sonagliere, e la carrozza di donna Ferdinanda, tutta impolverata, si fermò dinanzi al cancello del villino. La zitellona, come se li avesse lasciati la sera precedente, come se fossero maritati da dieci anni, diede la mano da baciare alla nipote, e appena sedutasi disse a Benedetto:
«Bell’affare m’hai proposto! Gli altri creditori si oppongono alla cessione dell’ipoteca!»
Benedetto, dallo sbalordimento, non seppe lì per lì che rispondere; ma Lucrezia si voltò a lui dicendo:
«Non c’è modo di accordarli?»
«I creditori?… Sicuro… si possono accordare…» E frenando a stento un sorriso, esclamò: «Vostra Eccellenza non se ne inquieti. Il credito di Vostra Eccellenza era privilegiato. Li faremo stare a dovere, non dubiti!»
Il domani, donna Ferdinanda tornò col suo patrocinatore, perché Benedetto gli spiegasse bene il da fare; e tornò ancora il giorno appresso, e poi quell’altro, finché, per farla contenta, egli stesso riscese con la moglie in città a dipanare in persona la matassa. Dovevano passare un mesetto al Belvedere, e ci stettero così una settimana appena. Egli non se ne lagnava, contento della pace fatta con la zia, la quale, se li aveva cercati ogni giorno in campagna, venne mattina e sera a trovarli in città. Arrivava per tempo, quando i Giulente, padre e madre, non erano ancora passati dalla nuora, la quale restava a letto fino a tardi. Benedetto, in piedi col sole, dava gli ordini alle persone di servizio per la colazione e il desinare, curava che la moglie, levandosi, trovasse la casa ravviata, e tutto in ordine; e donna Ferdinanda, dopo aver discorso del proprio credito, cominciava a fare le sue osservazioni sulle faccende dei nipoti: se desinavano troppo tardi per seguire la moda italiana portata da quella bestia del duca; se il venerdì comperavano il pesce troppo caro, quando avrebbero potuto contentarsi, come lei, del baccalà; se davano alla cameriera tutto il trattamento invece della sola minestra come usava lei stessa in casa propria. E a poco a poco ficcava il naso in tutte le cose più minute, più intime: rivedeva i loro conti, esaminava la nota della lavandaia, criticava la compera degli strofinacci, dettava sentenze di economia domestica, biasimava il largo spendere di Benedetto dopo essersi opposta al matrimonio perché i Giulente erano «pezzenti». Benedetto non si stancava di quella vigilanza curiosa e minuziosa, in grazia della benevolenza di cui gli pareva prova; anzi, per ingraziarsela meglio, invitava la zia una volta la settimana a desinare e un’altra a colazione; ma la zitellona, che non si faceva molto pregare e che sfruttava in ogni modo i nipoti, esercitava con sempre maggiore autorità la sua critica, voleva essere ascoltata in tutto e per tutto; non potendo prendersela con Benedetto, il quale le stava dinanzi come un servitore, punzecchiava la nipote perché si levava tardi, perché fino a mezzogiorno restava discinta, coi capelli sulle spalle e i piedi nelle pantofole; tanto che finalmente questa disse a suo marito:
«Mi comincia a seccare, sai!»
Allora, per farle piacere, non importandole il broncio della zia, egli diradò gli inviti; ma quando credeva di mettersi a tavola solo con sua moglie, vedeva spuntare la zitellona, che Lucrezia aveva chiamata. Mutava facilmente opinione, Lucrezia, da un momento all’altro; e tutti la secondavano, non solo suo marito, ma anche il suocero e la suocera: la covavano con gli occhi come una cosa preziosa, la contentavano a un cenno, la servivano all’occorrenza. Così ella si alzava ogni giorno un poco più tardi, restava un paio d’ore senza far nulla, senza neppure lavarsi; vestita finalmente, se ne andava talvolta dalla sorella Chiara, che non era ancora partorita, avendo sbagliato i conti d’un mese; ma più spesso al palazzo, dove aveva giurato di non metter più piede, ma restava invece tanto che spesso suo marito doveva passare a rilevarla all’ora del desinare. Ci tornava anche la sera per prender parte alla solita conversazione; talché, tutto sommato, e tolte le ore del sonno, ella stava più nella casa paterna che nella maritale. I Giulente, del resto, giudicavano naturale che ella cercasse dei suoi parenti, né Benedetto pensava a rammentarle gli antichi propositi; quando, un bel giorno, offertosi come al solito di accompagnarla al palazzo, si udì rispondere: «M’hanno da tagliare tutt’e due le mani, se vado più in quella casa!»
«Che è stato? Che t’hanno fatto?…»
«Che m’hanno fatto? Leggi!»
Il principe aveva ritardato di settimana in settimana il pagamento delle ultime tremila onze; adesso finalmente mandava, per mezzo del signor Marco, in piego suggellato diretto a Benedetto, un nuovo conto. Lucrezia l’aveva aperto; c’era un passivo, dove figuravano le spese della festa di nozze: un totale di centoventicinque onze. Notati gli spumoni, i dolci, i pacchi di candele, l’olio delle lampade Carcel; ad ogni persona di servizio un’onza di regalo; dieci onze di fiori, dodici tarì di carrozze pagate a Baldassarre e persino quindici tarì di piatti rotti. Quando Giulente lesse quella nota, si mise a ridere di cuore, tanto gli parve buffa la grettezza spinta a tal segno; ma Lucrezia era furibonda contro il fratello.
«Che trovi da ridere? È una schifezza senza esempio!… Per questo ordinò le cose largamente!… Ma trent’onze di dolci, chi li ha mangiati? Cento rotoli di roba? E quelle quattro rose che mandò a cogliere al Belvedere? E i piatti rotti?…»
Quantunque suo marito cercasse di calmarla, dimostrandole che in fin dei conti il principe non era obbligato a spendere del proprio, ella non intendeva ragione, spiattellava il resto, ciò che prima aveva negato a se stessa:
«Non era obbligato? E il frutto della mia dote che s’è pappato per sei anni? misurandomi il pane? senza ch’io fossi padrona di comperarmi uno spillo?… E la transazione a cui m’obbligò, prendendomi per il collo, per consentire al nostro matrimonio? E Ferdinando spogliato con me?… Se lo guardo più in faccia, non sono più io!…»
Non andò più infatti al palazzo; ma il principe, da canto suo, non venne più da lei; alla moglie, che voleva far qualche visita alla cognata, ordinò rigorosamente di astenersene. La cugina Graziella, che a stento era stata a trovare una volta gli sposi, seguì l’esempio del capo della casa; talché Lucrezia cominciò a dire il fatto suo anche a quest’altra pettegola:
«Non vuol venire a casa mia? L’onore sarebbe stato tutto suo! Guardate un po’ questa boriosa che mia madre non fece valere un fico secco, darsi adesso il tono di non so chi! Credono di farmi dispiacere non venendo a casa mia? Non sanno che non cerco di meglio? Che non voglio veder più nessuno?»
Don Blasco, da canto suo, non aveva messo piede neppure una sola volta dagli sposi; e Lucrezia, dichiarandosene contenta, diceva anche tutte le pazzie e le porcherie del monaco. Ella l’aveva anche con la sorella Chiara, senza che questa le avesse fatto nulla, e la derideva per l’eterna gravidanza che non veniva a fine, quantunque giunta al decimo mese. Se la prendeva insomma con tutti, e alla contessa Matilde che la veniva a trovare come prima:
«Dillo tu,» diceva, «che razza di gente! Quante te n’han fatto vedere, ah? Quel birbante di tuo marito? Tutti quegli altri che gli hanno tenuto il sacco, quando egli andava dietro a quella?…»
Impallidendo, poi arrossendo a quei discorsi, Matilde tentava nondimeno di metter buone parole; ma l’altra rincarava:
«E li difendi, anche? Lasciali andare!… Tutti di una pasta!… Chi sa quante ne vedrai ancora, povera disgraziata!… Per me, ringrazio Dio d’essere uscita da quella galera!… Credono che io mi debba rinchinare?… M’importa assai di loro e delle loro visite!…»
Ora un giorno, rincasando, Benedetto, che per secondare la moglie, non già per sentimento proprio, aveva chinato il capo a quelle sfuriate, la trovò seduta accanto a don Blasco, al quale serviva biscotti e rosolio… Il monaco, non vedendo più Lucrezia al palazzo, saputo della rottura tra fratello e sorella, era apparso come una malombra dinanzi alla nipote. E Lucrezia, che aveva gettato fuoco e fiamme, s’era subito alzata per baciargli la mano: «Come sta Vostra Eccellenza?… Mio marito è andato fuori… Se Vostra Eccellenza si ferma un poco, non tarderà a venire…» E mentre lo aspettavano, il monaco s’era fatto raccontare tutto l’accaduto. Agli sfoghi di lei contro Giacomo e la cugina, egli pareva ingrassare nel seggiolone; ma non esprimeva il proprio parere, non si schierava né da una parte né dall’altra; scrollava il capo soltanto, per dar la corda alla narratrice. Arrivato Benedetto, che non credeva ai propri occhi, il monaco si lasciò baciar la mano dal nuovo nipote, chiacchierò di tutto un poco, mangiò un altro biscotto, ci bevve su un altro bicchierino, e andò via accompagnato dagli sposi fino al pianerottolo. Da quel giorno, Benedetto non se lo potè più levar di torno. Veniva continuamente, a ore diverse, quando meno se l’aspettavano; una strappata di campanello lo annunziava, brusca, forte, padronale; e una volta entrato, cominciava a girondolare come un trottolone, parlando di centomila cose, guardando in tutti gli angoli, frugando su tutti i mobili, leggendo tutte le carte, dicendo la sua sulle faccende dei nipoti peggio che donna Ferdinanda, ma andando via appena spuntava costei. Benedetto non era più padrone di casa propria, giacché nulla sfuggiva alla doppia critica della zitellona e del monaco; ma egli la soffriva allegramente, contento di vedersi oramai trattato da tutti gli Uzeda, solo dolente della freddezza sorta col principe per causa non propria. Ma ciò che faceva sua moglie era per lui sempre ben fatto, ed ella, che aveva preso al suo servizio Vanna, dalla quale era informata di tutto ciò che avveniva al palazzo, sfogava con lo zio Blasco contro il fratello, lo accusava di averla rubata, di aver rubato Chiara, di voler rubare adesso Raimondo:
«Lo spinge lui contro la moglie! Dicono che gli ha detto: “Che ci stai a fare qui?” Per metter legna sul fuoco! Deve avere il suo piano! Non è tipo da far nulla per nulla! E Raimondo parte con Matilde, per Milazzo, dice. Ma è troppo stupida, insomma, mia cognata! Io ho cercato di aprirle gli occhi perché mi fa pena. La cosa non finirà bene!… Non si sono consigliati con Benedetto sullo scioglimento del matrimonio?… Io gli ho detto di non mescolarsi in questi pasticci!…»
Ella non diceva che Benedetto, mandato a chiamare da donna Ferdinanda, in casa della quale Raimondo lo aspettava, lusingato da una confidenza delicatissima sopra un affare intimo, se aveva dapprima lottato con la propria coscienza, s’era a poco a poco lasciato vincere dall’onore che la zitellona gli faceva, mettendolo a parte d’un secreto di famiglia, sollecitando i consigli di un parente piuttosto che quelli d’un primo venuto. E questa idea aveva vinto i suoi scrupoli. Un estraneo, un azzeccagarbugli capace di tutto per amore di far quattrini, non sarebbe stato più da temere, non avrebbe consigliato di porre subito mano alla causa? Invece egli confidava di riuscire a metter pace fra marito e moglie; fino all’ultimo momento ce ne sarebbe stato il tempo. Poi, gli ostacoli enormi da superare finivano di rassicurarlo. Lo scioglimento d’un matrimonio era impresa difficilissima; ma donna Ferdinanda voleva scioglierne due: quello della Fersa e quello di Raimondo, e i motivi mancavano, mancavano perfino i pretesti, da una parte e dall’altra.
Che male commetteva egli dunque rienumerando i motivi necessari, dei quali il cognato gli aveva già chiesto una prima volta, e discutendo con la zitellona la via che si sarebbe dovuto tenere se qualcuno di quei motivi fosse realmente esistito? Non era una pura accademia, una specie di lezione di diritto canonico, come quella del suo antenato, che il cavaliere don Eugenio, Gentiluomo di Camera, aveva elogiato?… Nondimeno, una segreta soggezione lo impacciava dinanzi a Matilde, sentendosi già complice della trama ordita contro la poveretta. La contessa, però, mostravasi più serena e confidente che al tempo del suo arrivo in casa Uzeda; a poco a poco ella s’era lasciata vincere dalla speranza, vedendo che Raimondo non parlava più di tornare in Toscana, che le prometteva di condurla, subito dopo il parto di Chiara, a Milazzo per raggiungere le bambine e poi a Torino, dove il padre di lei, placatosi, li aspettava. Come suo padre aveva dimenticato i severi propositi contro Raimondo, anche Raimondo non poteva aver dimenticato l’amore di quell’altra?… Non finiva tutto, col tempo?…
E Chiara non partoriva. Il secondo nono mese stava per finire e il suo ventre non si sgonfiava. I dolori e le trafitture erano continui, oramai; ma, col coraggio dei maniaci, non ne diceva niente a nessuno, ostinata a voler sgravarsi senza aiuto di medici o di levatrici. Il guaio fu che, compiuto il decimo mese, ella non si liberava ancora. Certamente, aveva sbagliato il calcolo; ma, al marito, ai parenti che la esortavano a chiamare qualcuno:
«Non voglio nessuno!» rispondeva cocciuta, per partorire da sola.
«Questa è nuova!» gridava don Blasco, il quale voleva ficcare il naso anche nel ventre della nipote. «Una gravidanza di dieci mesi dove s’è vista? Meno male se durasse dodici, quanto l’asina che sei!»
Infatti, era cominciato l’undicesimo mese, secondo il primo calcolo. E una sera che ella non ne poteva più, che si sentiva morire e non riusciva a nascondere le proprie doglie, suo marito, spazientito per la prima volta dopo otto anni di matrimonio, gridò:
«Se qui non viene un dottore, mi prendo il cappello e me ne vado.»
Venne il dottor Lizio e si chiuse con la partoriente, mentre il marchese aspettava ansioso nel salotto, coi parenti. Udendo che il chirurgo schiudeva l’uscio e chiamava, corse a domandargli, trepidante:
«Dottore!… È sgravata?»
«Ma che sgravare e aggravare d’Egitto!» esclamò Lizio. «Vostra moglie ha una ciste all’ovaia grande come una casa. Un altro poco, ed era spacciata!…»

3.

A San Nicola, dopo la sistemazione del governo italiano, si faceva la stessa vita di prima, come al tempo dei napolitani; anzi era questo uno degli argomenti sfoderati dai liberali contro i sorci, durante le discussioni politiche che s’impegnavano continuamente all’ombra dei chiostri.
«Avete visto? A darvi ascolto doveva succedere il finimondo, dovevano mandare all’aria il convento, e invece è sempre ritto…»
Pel momento i monaci seguitavano a far l’arte del Michelasso. Il principino, crescendo, indiavolava. Prepotente coi fratelli, incuteva adesso un vero terrore ai camerieri, dai quali pretendeva le cose più proibite: coltelli arrotati per lavorar canne delle quali faceva, cerchiandole di fil di ferro, schioppi e pistole; polvere da sparo per caricare queste armi che gli potevano scoppiare, Dio liberi, tra le mani e accecarlo di tutt’e due gli occhi; razzi e tric-trac e altri fuochi artifiziati per cavarne la polvere, oppure zolfo, salnitro e carbone per farla da sé. Aveva una inclinazione istintiva e invincibile per la caccia: nel giardino, durante la ricreazione, non potendo far altro, tirava sassate agli uccelli, a costo di spaccar la testa a qualche compagno, o s’arrampicava sui muri per distruggere i nidi dei passeri a rischio di fiaccarsi il collo egli stesso. E quando i camerieri non lo contentavano, non gli procuravano le reti, il vischio, la polvere, li strapazzava, li denunziava al maestro per colpe inventate di pianta, li metteva a più dure prove buttando all’aria ogni cosa nella propria camera dopo che essi l’avevano rifatta… La smania di fumare non gli era neppure passata. Attribuendo alla cattiva preparazione del tabacco l’ubriacatura presa al tempo della rivoluzione, volle fumare sigari per davvero, e prese un’ubriacatura più terribile della prima. Scoperto anche questa volta, il maestro si decise a dargli un gran castigo, vietandogli di uscire per una settimana; ma poi la settimana fu ridotta a tre giorni, grazie all’avvicinarsi del Natale.
Ogni anno, per questa ricorrenza, ciascuno dei novizi doveva recitare una predica, e riceveva in premio un’onza di quattrini, quasi tredici lire della nuova moneta, più una scatola di cioccolata e due galletti vivi. La predica di Natale toccava quell’anno ’61 a Consalvo Uzeda: l’aveva scritta il Padre bibliotecario, che era letterato, perciò invece che nelle poche paginette degli altri anni, consisteva in un bel quadernetto. Egli che aveva una memoria di ferro e una faccia tosta a tutta prova aspettava la cerimonia con una tranquillità e una sicurezza ignote ai compagni, ai quali i regali costavano quindici giorni d’ansia e uno di vera paura. Il giorno della funzione, il Capitolo dove i monaci avevano già preso posto nei loro stalli fu invaso dalla consueta folla dei parenti maschi: le donne, per via della clausura, restavano accanto, nella sacrestia, della quale lasciavansi spalancate le porte. Tutti esclamarono piano: «Che bel ragazzo! Com’è franco e sicuro!» quando il principino, vestito della candida cotta piegolinata, salì sul pulpito, guardò tranquillamente la folla degli spettatori e spinse uno sguardo alla sacrestia rigirandosi tra le mani il rotoletto del manoscritto e tossicchiando un poco, prima di cominciare. Sotto lo stallo dell’Abate, in mezzo al principe, al duca d’Oragua, a Benedetto Giulente, don Eugenio diceva: «Guardate che padronanza! Se non pare un predicatore consumato!» Ma la stupefazione crebbe a dismisura quando il ragazzo, aperto il fascicolo e datavi un’occhiata, lo abbassò, recitando a memoria: «Reverendi Padri e fratelli dilettissimi, era una notte del più rigido verno, allorquando in una stalla di Nazaret…» e tirando poi via sino in fondo senza guardare neppure una volta lo scartafaccio, gestendo, facendo pause, cambiando il tono della voce come un oratore provetto, come un vecchio attore sul palcoscenico. Finito che ebbe, risceso che fu, per miracolo non lo soffocarono dagli abbracci, dai baci; la principessa aveva le lacrime agli occhi, donna Ferdinanda anche lei era commossa; ma, quantunque muta, l’ammirazione del deputato, al quale la sola idea della folla serrava la gola e annebbiava la vista, non era la meno profonda. «Che presenza di spirito! Che franchezza!…» e tutte le signore lo attiravano, l’abbracciavano, lo baciavano in viso: egli lasciava fare, restituiva i baci sulle guance fresche e profumate, torceva il muso dinanzi alle flosce e grinzose; e oltre ai regali del convento intascava le lire che gli davano gli zii. Il più contento, con tutto questo, era fra’ Carmelo: gli pareva d’essere l’autore di quel trionfo, d’aver diritto ad una parte degli applausi, delle congratulazioni, dei baci delle signore. Non aveva covato con gli occhi quel ragazzo nei cinque anni del noviziato? Non aveva vantato il suo ingegno, predetto la sua riuscita? I maestri si lagnavano perché non amava lo studio: doveva dunque fare il medico o l’avvocato o il teologo? Ai Benedettini ci stava per ricevere l’educazione conveniente alla sua nascita; poi sarebbe andato a casa sua a fare il principe di Francalanza!
E questo era il giorno che Consalvo aspettava; per l’impazienza di non vederlo arrivare, per farsi mandar via, egli sfrenavasi sempre più, metteva con le spalle al muro non più i fratelli e i camerieri, ma lo stesso maestro. Durante la rivoluzione e subito dopo, i Tignosi avevano tolto dal convento Michelino, i Cùrcuma Gasparino, i Cugnò Luigi; né altri novizi erano entrati, fuorché Camillo Giulente, giacché dicevasi che il governo avrebbe soppresso i conventi. Restavano soltanto coloro che le famiglie destinavano a professarsi, Giovannino Radalì, fra gli altri, il «figlio del pazzo». Morto suo padre, la duchessa, per amore del primogenito, destinava il secondo a farsi monaco. Ma Consalvo, che non doveva professarsi, voleva andar via, al più presto, subito; e invece suo padre, ogni volta che egli gli domandava: «Quando tornerò a casa?» rispondeva col solito suo fare secco e freddo che non ammetteva replica: «Ho da pensarci io!» E non ci pensava mai, e il ragazzo sentiva crescere l’avversione che quel padre rigido, del quale non rammentava una buona parola, gli aveva ispirata. Quando andava a casa in permesso, egli stava un momento con la mamma, poi se ne scendeva giù nella corte, passava in rivista i cavalli e le carrozze, domandava il nome di tutti gli arnesi delle scuderie; e la tonaca gli pesava, perché non gli permetteva di salire a cassetta e d’imparare a guidare. Aveva tempo di spassarsi, gli diceva Orazio, il nuovo cocchiere, poiché Pasqualino era partito per Firenze al servizio dello zio Raimondo; ma egli voleva spassarsi subito, sottrarsi alla tutela dei monaci, fare quel che gli piaceva. E all’idea di dover tornare nella prigione del convento, invidiava perfino le persone di servizio, il figlio di donna Vanna, Salvatore, che era entrato in casa Uzeda come mozzo di stalla, e passava tutto il santo giorno a cassetta, scarrozzando per la città. Consalvo lo invidiava e lo ammirava per le tante cose che sapeva, per le male parole che diceva liberamente; e fra’ Carmelo, sonata l’ora di ricondurlo al convento, doveva sgolarsi un bel pezzo prima di stanarlo dalla stalla o dalla scuderia.
«Che hai fatto?» gli domandavano la mamma e la zia.
«Nulla,» rispondeva, un po’ rosso in viso.
Era stato ad ascoltare i discorsi di Salvatore, che gli narrava le gesta di tanti Padri Benedettini:
«La notte se n’escono per andare a trovar le amiche, e certe volte le conducono con loro, nello stesso convento, avvolte nei ferraioli: il portinaio finge di capire che son uomini!… Vostra Eccellenza che c’è dentro non le ha mai viste?…»
Non aveva visto nulla, lui; e tutte quelle cose apprese in una volta lo stupivano e lo turbavano.
«Ma non è peccato?…»
«Eh!…» faceva il famiglio. «Se avessero cominciato essi! Hanno fatto sempre così, i monaci! I fratelli non sono quasi tutti figli dei vecchi Padri?»
«Anche fra’ Carmelo?»
«Fra’ Carmelo?… Fra’ Carmelo è un’altra cosa… È bastardo del bisnonno di Vostra Eccellenza, fratello spurio di don Blasco…»
«Perciò mio zio?»
«E Baldassarre anche lui… fratello bastardo del signor principe… Si sono spassati i signori Uzeda!… Poi, quando sarà grande, si divertirà anche Vostra Eccellenza!…»
Ah, come aspettava di crescere! Con quanta impazienza, con qual rancore verso il padre vedeva scorrere i giorni, le settimane, i mesi e gli anni, in quella prigione! Con qual animo udiva adesso le prediche severe dei monaci, dopo aver saputo la loro vita! Spesso discorreva di queste cose secrete con Giovannino, gli diceva quel che avrebbe fatto appena fuori del convento; e Giovannino stava a sentire con aria stralunata, quasi non capisse. Era così quel ragazzo, alle volte furioso come un diavolo, alle volte inerte come uno scemo. Voleva anche lui andar via dal convento, e dava, a giorni, in ismanie terribili; ma poi si persuadeva dei ragionamenti della duchessa sua madre, che i quattrini di casa erano tutti del fratello Michele, che a San Nicola sarebbe stato da signore, fra tanti altri signori, e si chetava, non pensava più a scapparsene, non invidiava la futura libertà di Consalvo.
Finita l’agitazione politica, era venuta meno una gran causa di risse al Noviziato e tra i Padri; ma questi avevano trovato un’altra ragione di battagliare. Le voci relative alla prossima soppressione dei conventi erano state confermate da Roma; non poteva passar molto che il governo degli usurpatori avrebbe messo le mani sui beni della Chiesa. Don Blasco s’era nettata la bocca contro i liberali, i fedifraghi, nemici di Dio e di loro stessi, che non avevano voluto dargli retta. Adesso però, più che gridare, bisognava prendere un partito in previsione di quell’avvenimento. A San Nicola s’era sempre speso allegramente tutta la rendita del convento, nella certezza che la cuccagna sarebbe durata sino alla fine dei secoli; ma col mondo sottosopra, col pericolo che il governo abolisse dabbero le corporazioni religiose, non era più conveniente moderare le spese, perché il più corto non rimanesse poi da piede? L’Abate, come sempre, aveva preso consiglio prima di tutto dal Priore. Padre don Lodovico, modestamente, non aveva voluto pronunziarsi: «Che posso dire a Vostra Paternità? L’avvenire è nelle mani di Dio. Dalla nequizia dei tempi c’è tutto da aspettarsi. I nemici della Chiesa son capaci di questo e d’altro. Non mi stupirei se ricominciassero le persecuzioni dell’infernale Ottantanove.» Egli era sincero nel suo livore contro il nuovo ordine di cose, che da principio aveva appoggiato per politica, per tenersi bene con la nuova potestà temporale. Ma la soppressione dei conventi distruggeva tutti i suoi sogni di rivincita, di predominio, d’onori. Che cosa gl’importava ora mai del bilancio di San Nicola, mentre pericolava tutto il proprio avvenire, il frutto di quindici anni di politica, mentre egli doveva pensare a una nuova via da battere, a un altro scopo verso il quale dirigere la propria attività? E quel poveromo dell’Abate insisteva per avere la sua opinione sulle miserie della spesa quotidiana! «Dimmi tu come debbo regolarmi! Che cosa faresti al mio posto?…» Un momento, don Lodovico provò la tentazione di levarselo dai piedi; ma, chinato il capo, con maggiore umiltà di prima, rispose: «Vostra Paternità è troppo buona! Le economie mi sembrano sempre lodevoli. Se il Signore non permetterà che i suoi servi siano messi alla prova, avremo qualche cosa di più da destinare alle opere buone…» Così l’Abate s’era pronunziato pel risparmio, d’accordo col Capitolo; ma i monaci non furono tutti d’un sentimento. Tra quelli che non credevano possibile la soppressione, tra gli altri che temevano di dover rinunziare al lusso di cui avevano sempre goduto, il partito delle economie trovava molti oppositori. In mezzo ai due campi don Blasco non voleva né tenere né scorticare, scaraventandosi a un tempo contro gli uni e gli altri. Combattere il sistema delle economie con la speranza che il governo non commetterebbe la spogliazione, egli oramai non poteva più, se questa spogliazione aveva prevista e rinfacciata ai traditori liberali; e del resto le economie destinate ad essere spartite tra i monaci in caso di scioglimento erano nel suo modo di vedere, poiché egli avrebbe avuto la propria parte, uscendo dal convento; però non voleva rinunziare allo scialo cui era avvezzo, e poi lo stesso fatto che questo partito era capitanato dall’Abate e dal nipote Priore e da tutti quelli del Capitolo faceva che egli si scagliasse contro di loro, chiamandoli «lerci straccioni», gridando: «Vadano a fare i locandieri o i bottegai! Si mettano a vender l’olio, il vino e il caciocavallo! A questo son buoni! Per questo mestiere sono nati!…» Udendo dall’altro canto i patriotti cullarsi nella certezza che il governo, in ogni caso, avrebbe pensato a loro, s’evacuava: «il governo vi butterà fuori a pedate e vi porgerà il sedere da baciare! Giuda vendé Cristo, ma n’ebbe almeno trenta denari. A voialtri toccheranno calci nel preterito per giunta!…»
In fondo, all’idea della spartizione dei quattrini, di possedere finalmente qualcosa di suo, era per le economie, pure combattendole. Del resto a San Nicola la spesa era grande non tanto per il valore delle cose acquistate, quanto pel modo regale di sperperare i quattrini, di compensare il più piccolo lavoro, di far godere ai primi venuti il ben di Dio accatastato nei sotterranei del convento. Con un certo ordine, lasciando che i cuochi rubassero un po’ meno di prima, che i fratelli destinati al governo dei feudi s’arricchissero in un tempo un poco più lungo del consueto, c’era da riporre, ogni anno, una somma che avrebbe fatto l’agiatezza di parecchie famiglie. Ma le case regalate ai protetti dei monaci, per esempio, non bisognava toccarle: don Blasco avrebbe voluto veder proprio questo, che avessero tolta la bottega e il quartierino alla Sigaraia! E né lui né gli altri volevano rinunziare ai loro diritti: spesato ed alloggiato, ciascun Padre aveva tre rotoli d’olio al mese, una soma di carbone, una salma di vino, tutta roba che andava a finire dalle amiche. Ora i risparmi stavano bene; ma ciascuno pretendeva il suo.
L’Abate, o di buona o di mala voglia, doveva lasciarli fare. Egli del resto chiudeva adesso un occhio, perché aveva da propiziarseli. Camillo Giulente, compiti vent’anni ed espressa la ferma decisione di pronunziare i voti, era passato al Noviziato formale. C’era stato bisogno di una votazione, per questo, e l’opposizione contro l’intruso, scatenatasi più violenta, aveva gridato e minacciato alto per impedire la sanzione dello scandalo. Ma l’Abate aveva insistito personalmente presso tutti i Padri, raccomandando quel ragazzo, facendo rilevare le sue eccellenti qualità, il profitto ricavato negli studi, la sua triste situazione di orfano povero. Ai capoccia aveva fatto parlare dal Vescovo e scrivere dai parenti, dalle persone che potevano esercitare qualche influenza sull’animo loro: così qualcuno s’era piegato, altri aveva dato una promessa in aria, e insomma nonostante le grida e i complotti, Giulente era stato ammesso, ma per pochi voti. La notizia aveva fatto chiasso: i nobili improvvisati, di fresca data, se ne erano rallegrati come di una fortuna loro propria, riconoscendo l’influsso dei nuovi tempi, l’azione spregiudicata dei Padri liberali; ma, tra i puri, lo scandalo durava ancora.
Adesso, passato l’anno di prova, innanzi che il novizio potesse pronunziare i voti, bisognava che il Capitolo rinnovasse lo scrutinio. L’Abate, quantunque sicuro del fatto suo, pure trattava tutti con le molle d’oro, s’affidava a don Lodovico, gli esponeva le nuove ragioni che dovevano indurre i monaci a dire di sì. Dopo un primo voto favorevole era mai possibile darne uno contrario, se durante tutto questo tempo il giovanotto era stato il vivente esempio del rispetto, dell’umiltà, dello zelo religioso? Del resto, se quel che si temeva dovesse realmente accadere, se il governo avesse soppresso i conventi, che fastidio poteva dare il nuovo monaco agli antichi? Era bene, anzi, nelle tristizie dei tempi, far vedere ai persecutori della Chiesa che lo stato monastico rispondeva a un vero bisogno sociale, se, col pericolo di non goderne più i vantaggi, i giovani chiedevano egualmente di sopportarne i pesi…
E l’Abate, assicurato da don Lodovico che tutto sarebbe andato a seconda, dormiva tra due guanciali. Arrivato il giorno della votazione e posta ai Padri la quistione se volevano fra loro il Giulente, trenta sopra trentadue votanti risposero no, e due soli consentirono.
«Per una volta che si ragiona!» esclamò don Blasco quasi sotto il naso di Sua Paternità.
Il complotto era stato preparato sottomano da un pezzo. Alla prima votazione una metà dei votanti s’eran lasciati piegare sapendo bene che quel voto non pregiudicava nulla, che bisognava poi tornar da capo; ma dovendo ora dir sul serio, nessuno aveva più esitato: borbonici e liberali, fautori e avversari dell’Abate, il partito delle economie e quello dello scialo, s’erano tutti accordati nell’opporsi all’ammissione tra i discendenti dei conquistatori del regno e dei Viceré di un pronipote di mastri notari come Giulente. Non importava loro della prossima o lontana fine della cuccagna, né dell’esempio da dare nell’interesse della religione; c’era innanzi tutto il principio di tener alto, «il bestiame da non confondere», come diceva don Blasco; se il giovane era orfano e povero, gli si sarebbe dato da dormire e da mangiare, come a uno di quei tanti parassiti che vivevano sul convento; ma permettere che rivestisse la nobile tonaca benedettina? Che gli si dicesse Vostra Paternità? Che sedesse alla loro mensa?…
E per tutta la clientela del convento corse un lungo sussurro di approvazione: così andava fatto, sin dal principio! Era una bella lezione data all’Abate!… Il giovanotto, dal dispiacere, dalla vergogna, restò un mese senza farsi vedere. Quando riapparve, pallido e con gli occhi rossi, non si seppe che cosa farne. Se i Padri non l’avevano voluto, non era più possibile rimandarlo tra i novizi, alla sua età e dopo quello scandalo, specialmente, che attirava sul povero diavolo le beffe e gli insulti del principino e dei suoi compagni. Così l’Abate dovette assegnargli una camera fuori mano, in fondo a un corridoio deserto; e Giulente, lasciato l’abito di San Benedetto per l’umile veste del prete, se ne stava tutto il giorno a studiare sui libri che il suo protettore gli faceva mandare dalla biblioteca. Al refettorio, né i Padri né i novizi volendolo con loro, egli mangiava alla seconda tavola, in compagnia dei fratelli di servizio… Don Lodovico esprimeva il proprio dolore all’Abate per questa persecuzione. Egli si era guardato bene dal far la propaganda della quale Sua Paternità l’aveva pregato, prima di tutto perché il suo proposito di neutralità glielo vietava, poi perché neppur lui voleva Giulente al convento. Nondimeno era stato il solo a votare il sì, per dimostrare al superiore la propria fedeltà, sicuro frattanto dell’unanime opposizione dei monaci. Dopo l’esito dello scrutinio, gettava la colpa sulla doppiezza dei Padri, che dopo tante promesse, all’ultimo momento, per uno «stupido» pregiudizio, s’eran disdetti… E così la baracca andava avanti, col solito armeggio dei partiti, con le solite discussioni più o meno burrascose, quando un bel giorno tutta la frateria fu messa a rumore da un avvenimento straordinario, come al tempo della rivoluzione.

Garibaldi era già in Sicilia a far gente, non si sapeva perché o, meglio, si sapeva benissimo: per andar contro il Papa. Al suo avanzarsi un mal represso fremito si levava tutt’intorno, per le città e le campagne, mentre le autorità si barcamenavano non sapendo a qual santo votarsi, e un po’ fingevano d’osteggiarlo, un po’ gli cedevano il passo. Quando egli si presentò dinanzi a Catania, la guarnigione che doveva arrestarlo aveva già sgomberato la città, e il prefetto scese al porto per imbarcarsi sopra un legno di guerra. E il Generale entrò coi suoi volontari tra due siepi vive di popolazione che applaudiva e gridava freneticamente, in mezzo a un delirio d’entusiasmo dinanzi al quale le stesse dimostrazioni del Sessanta parevano tiepide e scolorite. Da un balcone del circolo degli operai, dominando il corso gonfio di popolo come una fiumana, egli spiegava lo scopo della nuova impresa, gettava con la voce dolce il grido della nuova guerra: «O Roma, o morte!…» Poi, dove andò egli a porre il suo quartier generale? A San Nicola!
Le grida, il trambusto che ci furono lassù tra i monaci si lasciarono anch’essi molto indietro le dimostrazioni del Quarantotto e del Sessanta. Don Blasco divenne un energumeno; disse cose dei «piemontesi» che non fucilavano Garibaldi e di Garibaldi che non spazzava via i «piemontesi», da far turare le orecchie a un saracino. E la sua più viva speranza, la fede che lo sorreggeva, era quest’ultima: che i due partiti si sterminassero reciprocamente, che i briganti della Basilicata dessero l’ultimo crollo alla baracca, che succedesse così un cataclisma, il diluvio universale non più d’acqua ma di ferro e di fuoco perché il mondo risorgesse purificato dalle proprie ceneri. E i monaci liberaloni, «quei pezzi di scannapagnotte», osavano ancora batter le mani mentre la rivoluzione ordiva la finale rovina dell’ultimo rappresentante delle legittimità, del più augusto, del più sacro: il Santo Padre! Battevano le mani come gli arruffoni, come gli affamati in busca di un’offa, come i galeotti evasi di cui si componevano le nuove bande! E dimenavano i fianchi ingrassati a spese di San Nicola, e si fregavano le mani che la beata cuccagna permetteva loro di mantener bianche e lisce come quelle delle dame!
«Manetta di mangia a ufo che siete, avete forse vinto un terno al lotto? Non capite che più presto l’eresia trionferà, più presto vi butteranno in mezzo a una strada? Di che vi rallegrate, traditori più di Giuda? Non volete capire che avete tutto da perdere e niente da guadagnare?»
«E con questo?»
«Come con questo?»
«Ci piglieremo anche noi un po’ di libertà…»
Quando gli dettero quella risposta, il monaco impallidì poi tutto il sangue gli montò alla testa e gli occhi parvero sul punto di schizzare dalle orbite.
«Ah, sì; ve ne manca?» articolava. «Vi manca la libertà…? Siete chiusi in fondo a un carcere, poveri disgraziati?… Che libertà vi manca, d’ubriacarvi come tanti otri? di crepare dalla sazietà? di mantenere le vostre ciarpe?… Non lo sapete, no, come vi chiama la gente?…» E spiattellò loro in faccia l’epiteto popolare col quale erano designati da tutta la città: «Porci di Cristo!…»
In mezzo al baccano delle discussioni che minacciavano di finire a cinghiate, il povero Abate pareva un pulcino nella stoppa, non sapendo come fare, non volendo dar mano ad affrettar lo scempio dei buoni princìpi, ma non potendosi opporre alla venuta dei garibaldini. Pertanto s’afferrava al Priore, si metteva nelle sue mani, non lo lasciava più. Don Lodovico, lagnandosi delle tristizie dei tempi, invocando dal Signore la cessazione di quelle dure prove, prese le redini del convento e preparò il ricevimento di Garibaldi: ordinò che dessero aria al quartiere reale, che approntassero pagliericci e foraggi, che vuotassero le cantine e i riposti. Quando arrivò il Generale, gli andò incontro fino a piè dello scalone, accompagnò ai loro alloggi gli aiutanti e presiedé il pranzo delle camicie rosse, scusando l’Abate che una piccola indisposizione costringeva a letto.
Don Blasco, giallo come un limone, non potendo più gridare all’arrivo dei garibaldini, s’era tappato una seconda volta al Noviziato. Quasi tutti i ragazzi non c’erano più, ripresi dalle rispettive famiglie, che per paura dei torbidi si mettevano in salvo. Solo il principino, Giovannino Radalì e due o tre altri erano rimasti, mentre gli Uzeda erano scappati al Belvedere, tranne Ferdinando, chiuso come sempre alle Ghiande, e Lucrezia con Benedetto, il quale riprendeva il suo posto di combattimento in quei giorni agitati, tra le poche autorità e i rari notabili rimasti. Egli si sarebbe anzi arrolato, per far la nuova campagna con gli antichi commilitoni, senza il dovere di non abbandonar la moglie. Salito su al convento, il domani dell’arrivo di Garibaldi, andò ad ossequiare il Generale, che lo riconobbe subito, gli strinse la mano, e lo intrattenne un pezzo nonostante l’andirivieni delle commissioni, delle rappresentanze di ogni genere accorrenti incontro all’antico Dittatore. La incertezza e l’inquietudine, le speranze e i timori intorno a quel che sarebbe seguito erano universali. Quali disegni aveva Garibaldi? Quali ordini i rappresentanti dell’autorità? il conflitto, se mai, sarebbe scoppiato a Catania? Che cosa avrebbe fatto la Guardia nazionale?… Non si sapeva nulla; certuni dicevano che il governo fosse secretamente d’accordo con Garibaldi, che facesse finta d’osteggiarlo per l’occhio dei potentati. Benedetto, ripresa la pubblicazione dell’Italia risorta, sosteneva questa opinione, e il silenzio del duca d’Oragua, al quale aveva scritto lettere su lettere pregandolo di tornare in Sicilia, poiché la presenza di lui poteva divenire necessaria, lo induceva a confermarvisi. Aveva pertanto assicurato al Dittatore l’unanime consenso di tutto il paese. Congedandosi e sul punto di riscendere in città, si udì chiamare:
«Eccellenza!… Eccellenza!…» Era fra’ Carmelo che gli veniva dietro. All’orecchio, e con aria di mistero, quando l’ebbe raggiunto: «Suo zio don Blasco,» gli disse, «ha da parlarle…»
Rintanato nell’ultima stanza dell’ultimo corridoio del Noviziato, don Blasco volle sentire due volte la voce del nipote prima d’aprire. Serrato l’uscio sul muso del fratello:
«Sei dunque impazzito anche tu, pezzo di bestione?» disse a Benedetto.
Questi aveva appena domandato un perché timido e sommesso, che il monaco ricominciò, con nuova violenza:
«Come, perché? Hai il viso di domandarlo? Con la guerra civile che state per far scoppiare? La città bombardata? Le strade insanguinate? I galantuomini perseguitati?… E mi domandi perché?…»
«Non è colpa…»
«Non è colpa tua? Di chi, dunque? Mia, forse? Sicuro! Li ho scatenati io in persona! Conosco il solito giuoco! Gl’istigatori sono i galantuomini colpevoli di non transigere con la propria coscienza! Mi meraviglio che non son venuti ad arrestarmi!… Vengano, vengano pure!…» e pareva un leone, con gli occhi sfavillanti.
«Vostra Eccellenza si calmi…» balbettava Giulente.
«Ho da calmarmi, anche? Mentre il mio paese è minacciato dell’ultima rovina? Quando vedo una bestia della tua cubatura batter le mani con gli altri, invece di evitare quest’inferno?…»
«Ma in qual modo?»
«In qual modo? Facendoli andar via! Si scannino in campagna, sul mare, dove piace loro, non dentro una città come la nostra, dove i danni sarebbero incalcolabili, dove ne andrebber di mezzo le donne, i vecchi, i bambini, i galant… Vadano via a scannarsi dove gli piace; il mondo è grande!… Ecco in qual modo!…»
Giulente rimaneva perplesso, non osando contraddire allo zio, ma non volendo neppure disdirsi dopo mezz’ora.
«Ma come fare? Tutto il paese è pel Generale…»
«Tutto il paese? Prima di tutto, sei una bestia! Quale paese? I pazzi come te? E poi, quand’anche, ragione di più! Se il paese è per lui, se c’è entrato da trionfatore, che resta a farci? Fosse una piazzaforte, capirei; ma una città aperta ai quattro venti? Se ha da attaccar battaglia, vada altrove! Si porti chi vuole e ciò che vuole, e buon viaggio!…»
Il monaco, a poco a poco, s’era venuto placando, e aveva detto le ultime parole quasi col tono di ogni altro cristiano; ma appena Benedetto osservò:
«E chi lo persuaderà?»
«Ah, sangue di Maometto!» riprese col vocione di prima e un gesto furioso. «Parlo con una bestia o con un essere ragionevole? Chi l’ha da persuadere? Voialtri che gli state attorno! C’è una Guardia nazionale? C’è un’autorità qualunque? Tu, che cavolo sei? Capitano, buon cittadino, il diavolo che ti porta via? Tocca a voialtri parlar chiaro e tondo, dopo che i tuoi conigli piemontesi se la sono battuta, lasciandoci nel ballo! O credi forse che voglia impicciarmi con cotesti assassini, briganti, galeotti, ru…»
Al rumore di un passo risonante pel corridoio, don Blasco ammutolì come per incanto. Si gargarizzò quasi la gola gli prudesse, fece due passi per la camera, si fermò un momento a tender l’orecchio; poi, cessato il rumore, dichiarò:
«Se vuoi capirla, tanto meglio; se no, mettiti bene in testa che a me, come a me, importa un solennissimo cavolo di te, di Garibaldi, di Vittorio Emanuele, e di quanti siete…»
Giulente tornò a casa sua impensierito ed inquieto. Appena entrato in camera di sua moglie, vide Lucrezia seduta in un angolo, con gli sguardi a terra e gli occhi rossi.
«Che hai?… Che è stato?…»
«Nulla. Non ho nulla.»
«Ma tu hai pianto, Lucrezia! Parla! Dimmi che cos’hai!…»
Ella negava, senza guardarlo in faccia, con la bocca ostinatamente cucita, e se non era Vanna che sopravveniva, Benedetto non sarebbe riuscito a saper niente.
«La padrona non vuol restare in città,» dichiarò la cameriera. «Tutti i suoi parenti se ne sono andati, anche la povera gente si mette al sicuro, e lei sola ha da restare al pericolo?»
«Che pericolo?… Lucrezia, è per questo? Ma se non c’è pericolo di niente? Che temi? Non sono qua io? A me non faranno nulla, in nessun caso! Se ci fosse un pericolo anche lontano, ti lascerei qui? Andremo via se le cose si guastano; ho bisogno di promettertelo?…»
Dopo che ebbe parlato un quarto d’ora, ella articolò:
«Voglio andarmene dai miei parenti.»
«Ma santo Dio, perché? Stamattina eri così tranquilla! Che cosa è mai successo?»
Era successo questo: che la moglie di Orazio, il cocchiere del principe, aveva fatto una visita all’antica padroncina per annunziarle, col fiato ai denti, che scappava anche lei al Belvedere. «Eccellenza, qui non si può più stare. Oggi non sa che cosa è successo? I soldati piemontesi rimasti all’infermeria se ne andavano a raggiungere la truppa. Al Fortino, i garibaldini li vogliono fare prigionieri. Allora, Gesù e Maria, il tenente ordina baionetta in canna! E io che passavo con le creature!… Dallo spavento sto ancora tremando! Ho fatto un fagotto di quei quattro cenci, e stasera me ne vado…» Allora, se la moglie del cocchiere andava via, lei, la sorella del principe era da meno della moglie del cocchiere?… Quest’idea non era sorta improvvisamente nella sua testa. Lottando per sposare Giulente, ella aveva giurato di non aver più che fare con gli Uzeda; tutte le ragioni da loro addotte per denigrare Benedetto e la famiglia di lui l’avevano invece sempre più confermata nel suo proposito. Ma, trionfando delle opposizioni, ella aveva cominciato a rimuginare, nelle lunghe ore d’ozio e d’inerzia, gli antichi argomenti della zia Ferdinanda, di Giacomo, del confessore; la persuasione d’essere discesa, sposando Benedetto, aveva cozzato un pezzo con l’ostinazione antica; in rotta col fratello, il cruccio di non poter più entrare nella casa dei Viceré, di sentirsi quasi posta al bando dai parenti, l’aveva occupata a poco a poco, mentre ella continuava a prendersela con loro. Al principio delle inquietudini pubbliche, la fuga generale dei nobili e dei ricchi aveva colmato la misura, ed ora ella dimenticava ciò che aveva detto contro Giacomo, la freddezza sorta tra loro due, il fermo proposito di non piegarsi: voleva andare al Belvedere, se perfino la moglie del cocchiere c’era andata…
Giulente stava ancora cercando di persuaderla, quando arrivò la posta; in mezzo ai giornali c’era finalmente una lettera del duca. Il duca diceva di non aver più ricevuto sue lettere, in quei momenti di agitazione, che gliele facevano aspettare con impazienza. Le notizie di Sicilia gli avevano messo la febbre addosso, tanto che egli voleva subito far le valige; ma disgraziatamente era impedito da molte e gravi faccende, «tutte d’interesse del collegio e del paese». Del resto, se voleva trovarsi fra i propri concittadini, ciò era per avvertirli di non lasciarsi trascinare da Garibaldi. «Lo dico dunque a te che puoi farlo capire alle teste riscaldate, dove più insistente si cammina a nome del principio utopista, si corre sicuro al naufragio. Altronde il governo è deciso opporsi in tutti modi a simile aberrato. Ed io credo che fa benissimo anzi che ha perduto troppo tempo. Garibaldi dev’essere arrestato a forza; non si può permettere che una nazione di ventisette milioni sia messa in orgasmo da un uomo che ha meriti distinti, ma pare aver giurato di farli dimenticare con una condotta che…» e qui due facciate contro Garibaldi. «Perché poi, voltiamo la pagina, neppure il governo è libero, e non bisogna lusingarsi col non intervento; c’è la Francia che fa un caso del diavolo, Napoleone ha detto… l’Austria aspetta un pretesto… tutta l’Europa invigila…» e un altro foglietto di gravi considerazioni sulla politica internazionale. «Quindi ti raccomando di far comprendere queste verità agli amici, ed anche, anzi soprattutto, agli avversari. Bisogna evitare un serio disastro al nostro paese, e tutti bisognano persuadersi del pericolo della situazione. Pregoti di parlare e occorrendo scrivere in questo senso; anzi sono sicuro che nella tua accortezza ti sarai già messo all’attuazione.»
Per la terza volta in tre ore, qualcuno dei suoi parenti lo spingeva così nella via da cui egli ripugnava. Il duca scriveva, escandescenze a parte, come don Blasco parlava; il monaco borbonico era, in fondo, d’accordo col deputato liberale; e sua moglie, chiusa in camera, gli teneva il broncio, complottava con la cameriera per indurlo ad abbandonare il suo posto.
La sera, ad una tempestosa riunione del Circolo Nazionale, dove il partito garibaldino e il governativo erano venuti quasi alle mani, egli s’alzò per parlare. Nell’imbarazzo da cui era vinto, l’argomento suggerito da don Blasco gli parve il più opportuno. Nessuno poteva mettere in dubbio, disse, la sua devozione al Generale, né la coscienza gli permetteva di dare ragione a quelli che volevano schierarsi contro il liberatore della Sicilia; ma bisognava piuttosto dimostrargli, col dovuto rispetto, il pericolo a cui era esposta la città. Delle due l’una: o agiva d’accordo col governo, e allora non aveva nessun interesse di restare a Catania; o il governo gli si opponeva, e allora bisognava chiedere al suo cuore di evitare gli orrori della guerra civile ad una città popolosa e fiorente. E questo era proprio il caso, poiché il governo aveva deciso di opporglisi… Quel discorso scandalizzò i suoi antichi amici; ma, prendendoli a parte uno dopo l’altro quando l’assemblea fu sciolta senza nulla deliberare, egli li esortò a piegarsi, esponendo la verità nuda e cruda, le notizie dategli dal duca. «Perché non viene egli stesso, allora?» domandavano. «Che cosa sta a fare a Torino, mentre qui si balla?» Ed egli lo giustificava, annunziando che si sarebbe messo in viaggio al più presto possibile, ma che intanto bisognava mandare una commissione al Generale per indurlo a sgomberare…
La sua propaganda ottenne l’effetto desiderato. Sul partito ostile a Garibaldi s’erano accumulati molti sospetti, poiché i borbonici, i paurosi senza nessuna fede erano con esso; ora che un liberale provato consigliava non la resistenza, ma la rispettosa esposizione del pericolo, questo consiglio si faceva strada. Benedetto non ebbe tuttavia il coraggio di andare in persona dal Generale ad esporgli la sua nuova opinione; lasciò che andassero gli altri. Costretto a condurre sua moglie al Belvedere, se ne tornò solo in città, aspettando gli avvenimenti, scrivendo e telegrafando al duca per invitarlo a venire. Passarono alcuni giorni senza che la situazione mutasse. Garibaldi, dall’alto della cupola di San Nicola, scrutava spesso la linea dell’orizzonte, col cannocchiale spianato; o, curvo sulle carte, studiava i suoi piani, o riceveva la gente e le commissioni che venivano a trovarlo. Finalmente s’imbarcò con tutti i volontari, non si sapeva dove diretto, se in Grecia o in Albania; ma dopo la partenza, un lievito di scontento restò nella città, una sorda agitazione che le persone influenti e la stessa Guardia nazionale non riuscivano a sedare. Il movimento era adesso contro i signori, contro i ricchi; Giulente aveva arringato i tumultuanti, ma nessuno lo ascoltava più; e il duca gli scriveva ancora che non poteva venire, che stava poco bene, che i grandi calori gli avevano rovinato lo stomaco…
Un pomeriggio che don Blasco aveva arrischiato, per la prima volta, una visita alla Sigaraia, dove, ridiventato un energumeno, augurava il reciproco sterminio dei garibaldini e dei piemontesi, arrivò Garino, giallo come un morto:
«La rivoluzione!… La rivoluzione!… Bruciano il Casino dei Nobili…»
Infatti la dimostrazione era diventata sommossa, le fiamme consumavano il circolo dell’aristocrazia. Il monaco, manco a dirlo, tornò a sbarrarsi al convento, e non lo lasciò più se non quando la truppa regolare rioccupò la città. Ma l’eccitazione degli animi prodotta dall’avvenimento d’Aspromonte, le paure, i pericoli non parevano cessati, e il principe non si moveva dal Belvedere, e Giulente tornava a pregare il duca di farsi vivo, di venire a metter la pace nel paese. Il duca non venne; rispose ancora che i medici gli avevano vietato di tornare in Sicilia. «Sono disperato, non posso trovarmi fra voi come dovrei e vorrei, non solamente per tutto ciò che mi dici di Catania, ma anche per ciò che è avvenuto a Firenze…»
Benedetto non sapeva a che cosa alludesse; lì per lì non pensò neppure che Raimondo era in Toscana. Seppe qualche giorno dopo di che si trattava, quando arrivarono, insieme, il conte e donna Isabella Fersa, e scesero all’albergo, sempre insieme, come fossero marito e moglie.

4.

L’impressione prodotta da quell’avvenimento fu tale che tutt’a un tratto Garibaldi e Rattazzi, Roma ed Aspromonte passarono in seconda linea. Il conte Uzeda con donna Isabella! All’albergo insieme, quasi fossero due innamorati fuggiti di casa per forzar la mano alle famiglie! E la contessa? E il barone? Com’era successo il pasticcio? E come sarebbe andato a finire?
Pasqualino Riso, reduce da Firenze, col padrone, fu assediato di domande. Pareva un signore, Pasqualino: abito tagliato all’ultima moda, biancheria finissima, anelli alle dita, scarpe verniciate, ché se non era la faccia sbarbata, ognuno lo avrebbe preso per un cavaliere. E nelle portinerie, nelle stalle, nei caffè dei cocchieri, nelle anticamere della parentela, diede tutte le spiegazioni desiderate. Che il contino non potesse durarla a lungo con la moglie, egli l’aveva previsto da un pezzo, e tutti avevano potuto accorgersene l’anno innanzi, quando il signor don Raimondo era scappato lontano da quella donna che gli amareggiava l’esistenza. Lo sapevan tutti che egli voleva bene a donna Isabella; dunque la contessa, se fosse stata un’altra, che cosa avrebbe dovuto fare? Usar prudenza, per amore dei figli! Invece, nossignori: pianti, strepiti, accuse, minacce, suo padre sempre tra i piedi: bisognava esser fatti di stucco per resistervi! Ma quantunque la pazienza fosse scappata una prima volta al povero contino, pure egli aveva ceduto — tant’era vero che il torto non stava dalla sua parte! — dimenticando il passato, rassegnandosi a tornar con lei perché i figli ne andavan di mezzo. Gli uomini, si sa, non possono star sempre cuciti alle gonne delle mogli, e il contino non aveva fatto più di ciò che fanno tutti i mariti. Le donne accorte, quelle che hanno due dita di cervello, capiscono queste cose, chiudono un occhio e fanno la volontà di Dio. Invece, quella santa cristiana della contessina, dopo d’aver promesso d’essere ragionevole, aveva cominciato da capo; ma come? Peggio di prima! Suo marito non poteva pigliare un po’ d’aria che lei non gli facesse una scenata: se andava al Glubbo a trovar gli amici, a far quattro passi, subito i sospetti, i pianti ed i rimproveri. E gli strepiti per la passeggiata alle Cassine? il contino, che usciva a cavallo, ci trovava donna Isabella in carrozza e, naturale, si fermava a salutarla; giusto in quel punto: ciaff-ciaff, chi spuntava? La carrozza della padrona!… O buona donna, se questo le dispiaceva, perché non se ne andava al giardino dei Popoli, che non è meno bello?… E poi, con le bambine? Con quel diavoletto della maggiore che capiva tante cose come una donna fatta? Le bambine avrebbe dovuto lasciarle alla Missa inglese che il contino aveva preso appunto per questo!… La sera, poi, a casa, un inferno! E il povero contino: santa pazienza, aiutami tu!… La padrona, quando smetteva di andargli dietro, cominciava un’altra musica: chiusa in camera quindici giorni di fila, senza metter fuori la punta del naso, non ascoltando né ragioni né preghiere, senza riguardi per la bambina piccola che aveva bisogno di pigliar aria e non voleva andar fuori se la sua mamma restava in casa! E il conte: santa pazienza!… Ma questo sarebbe stato niente: finché era sua moglie quella che lo metteva con le spalle al muro, il padrone sopportava tutto in santa pace. Un bel giorno, che pensa di fare la contessa? Pensa di chiamare suo padre, di metterselo in casa e di scatenare una guerra tra suocero e genero!… Bisognava che fosse ammattita! Lei, fino a un certo punto, poteva mescolarsi nelle faccende del contino; ma suo padre? Chi era suo padre? Un estraneo, villano rivestito per giunta, e rompiscatole anche! Diciamo le cose come sono: prima di tutto gli mancava l’educazione: uno che aveva imparato alle figlie a dargli del tu! Istigato poi dalla contessa, era diventato una bestia, salvo sempre il santo battesimo, e il conte doveva sorbirsi le sue impertinenze, in casa propria! Un giorno, solo per aver detto che certi affari gli impedivano d’accompagnare la moglie al teatro, il barone villano ardì perfino minacciarlo col bastone! Santo Dio d’amore, era un po’ troppo! il contino non gli disse niente, altro che una parola: «Facchino!…» quella che ci voleva, e preso il cappello se n’andò, per sempre, stavolta. Chi poteva più consigliargli di tornare a perdonare? Le figlie, pazienza, sarebbero andate in collegio, o, se la padrona voleva tenerle con sé, il padrone gliele avrebbe anche lasciate… quantunque… quantunque… Perché il più curioso, signori miei, era questo: che la contessa, mentre faceva la gelosa, si divertiva anche lei in società! Non che fosse successo niente; in coscienza, questo non si poteva dire, né il padrone sarebbe restato con le mani a cintola, se mai! ma bisognava vedere che smania di andare ai balli, al teatro; che sfarzo di abiti quando riceveva tanti uomini, tanti scapoli, un certo conte Rossi, fra gli altri, il padrone di casa…
E la storia di Pasqualino passava di bocca in bocca, era ripetuta dai cocchieri ai famigli, dai guatteri ai cuochi, dai portinai agli affittacamere, ciascuno dei quali ci ricamava su qualcosa del proprio, finché, arrivando al gran pubblico, preparava l’opinione, guadagnava simpatie alla causa del conte. Molti però scrollavano il capo, non si lasciavano prendere; e a poco a poco, senza che si sapesse donde, da certe informazioni venute da Firenze e da Milazzo, da certe parole sfuggite allo stesso Pasqualino quando si trovava a quattr’occhi con gl’intimi, dopo aver bevuto, la verità cominciava a venire a galla.
Raimondo aveva giurato di romperla con sua moglie nel punto stesso che lo zio duca lo costringeva a riprenderla. Come tutte le volte che cercavano dissuaderlo da un proposito, egli s’era maggiormente incaponito. Lontano da Matilde e da donna Isabella, aveva goduto l’illusione di quella libertà che gli stava a cuore sopra ogni cosa; costretto a rinunziarvi, s’era promesso di riguadagnarla a qualunque costo, e la sua facile sottomissione ai consigli del duca non aveva avuto altro scopo che dimostrare, con la propria arrendevolezza, il torto della moglie, unico punto in cui la versione di Pasqualino non mentisse del tutto. L’ideale del suo padrone era di liberarsi della moglie e dell’amica ad un tempo; ma il conto era fatto senza l’oste, cioè senza donna Isabella. Fin dai primordi dell’amicizia con Raimondo, fin da quando, in casa del marito, ella resisteva alla corte del giovane, dimostrandogli simpatia ma opponendogli i doveri del proprio stato, gli aveva detto e ripetuto, con un rammarico che doveva dargli la prova dei suoi sentimenti per lui: «Se ci fossimo conosciuti prima, liberi entrambi! Come saremmo stati felici!…» E quelle parole alle quali egli non credeva lo gelavano, e più lo avrebbero gelato se le avesse credute espressione di un sentimento sincero: come il gran torto di sua moglie era il bene che gli voleva, la pretesa di averlo tutto per sé, di far tutt’uno con lui, torto egualmente grave sarebbe stata una simile pretesa da parte dell’amica. Tuttavia, impegnato a vincere le sue resistenze, anch’egli le aveva ripetuto: «Come saremmo stati felici!» e giurato che l’unico suo sogno era di vivere con lei, per lei. Dopo, aveva tentato di dare addietro; ma donna Isabella, perdutasi per lui, senza famiglia, senza protezione, non intendeva che le sfuggisse. Per ricondurre a sé quel tiepido amante, del quale aveva imparato a conoscere a proprie spese la conformazione, le era bastato addebitare la freddezza di lui all’opposizione dei parenti, alla volontà della moglie. Ognuna di queste allusioni era un colpo di sprone nei fianchi del giovane; impegnato a dimostrarle che era libero di fare ciò che voleva, egli faceva ciò che non voleva… E il martirio della contessa Matilde era ricominciato, più atroce di prima, accresciuto dal nuovo disinganno, dall’impossibilità di ricorrere al padre, non già perché ella credesse all’abbandono di cui l’aveva minacciata, ma per una specie d’impegno contratto dinanzi a se stessa di non confessare l’errore, per l’antica paura d’un urto tra quelle due nature violente… Suo padre, quand’ella si sentì più sola e perduta, la raggiunse. Il suo cieco amore per la figlia e il non meno cieco odio pel genero avevano reso vano il suo proponimento d’indifferenza; da lontano egli li seguiva di passo in passo, aspettando l’ora d’intervenire: e quando la misura fu colma apparve. E Pasqualino l’aveva proprio udito, il colloquio fra suocero e genero, la spiegazione definitiva avvenuta, dopo pochi giorni di calma apparente, giù nelle scuderie del palazzo Rossi, per impedire che Matilde, che le bambine udissero. Alle ingiunzioni sordamente minacciose del barone che gli diceva: «Non vuoi finirla? Non vuoi?» Raimondo aveva risposto col tono consueto di sprezzante superiorità: «Di che intendete parlare? Occupatevi di ciò che vi riguarda!…» Sì, di ciò che lo riguardava, rispondeva il barone, della pace di sua figlia che gli stava a cuore sopra ogni cosa, che voleva garantita a qualunque costo, a costo di portarsela via e di romperla per sempre… «E chi vi trattiene? Andatevene pure!» Era appiattato nella stalla, Pasqualino, lì accosto, e se udiva i padroni non poteva vederli; ma a quella risposta del contino, al breve silenzio da cui era stata seguita, aveva sentito un certo senso di freddo in pelle in pelle. «Sì, ce ne andremo… ma prima…» E allora Pasqualino accorse. Col sangue agli occhi, il pugno levato, il barone aveva già agguantato il genero; ma, senza il cocchiere gettatosi in mezzo, era bastato a Raimondo dire una sola parola: «Facchino!…» perché tutt’a un tratto il suocero lo lasciasse. Sicuro, l’aveva detta il conte quella parola, Pasqualino non lavorava di fantasia, riferendola: e bisognava aver veduto l’effetto prodotto sul barone! Quel pezzo d’uomo che con un soffio avrebbe buttato a terra il genero esile e sfiaccato, che lo avrebbe spezzato come una canna tra le mani grosse e villose, pareva diventato un ragazzo dinanzi al maestro: il contino Uzeda, il grazioso e frollo discendente dei Viceré fulminava il barone contadino con quella parola, con quell’insulto che diceva la distanza da cui erano separati il signore vizioso ma bene educato e il manesco villano ringentilito. Facchino, sì, approvava Pasqualino: tra persone d’una certa nascita le quistioni non vanno definite a pugni: e con quella parola appunto il conte rammentava al suocero l’onore fattogli sposando sua figlia; e se il barone restava immobile come una statua era perché subitamente riconosceva d’esser nel torto. La parentela con gli Uzeda non gli era parsa una fortuna? L’orgoglio d’essere entrato nella famiglia dei Viceré non l’aveva accecato al punto di non scorgere per tanti anni il sacrifizio della figlia? Un confuso e quasi istintivo sentimento della propria inferiorità dinanzi al genero non lo aveva impacciato ogni volta che, aperti gli occhi, s’era proposto di rinfacciargli la sua condotta, i suoi vizi, la sua durezza, il sangue avvelenato all’innocente bambina? Facchino, sì, egli meritava l’insulto se, lasciandosi trasportare dall’ira, aveva voluto definire la lite come tra cocchieri; e aveva riconosciuto di meritarlo, ad alta voce, dinanzi al genero, prima di voltargli le spalle. Perché infatti la scena non era finita in quel punto, aveva anzi avuto una codetta che Pasqualino narrava solo a quattr’occhi. «Io facchino… sì…» aveva balbettato il barone; «ma tu?…» E ad un tratto gli aveva buttato in faccia una parola che il cocchiere ripeteva, piano, all’orecchio delle persone… Raimondo lasciò allora immediatamente la sua casa, corse dall’amica, la costrinse a far le valige e la condusse seco in Sicilia.

Dovette costringerla, perché infatti donna Isabella non era ben sicura dell’opportunità di quel viaggio. Ella vedeva che Raimondo voleva condurla al suo paese per rompere clamorosamente e definitivamente coi Palmi; ma comprendeva pure che soltanto l’eccitazione dei contrasti sofferti e l’impeto dell’odio provocato dalla tempestosa spiegazione determinavano l’amico suo a quel passo, e non l’amore di lei; e sentiva anche che l’ostentazione della loro amicizia, laggiù, in una piccola città, le avrebbe fatto torto, che la morale più o meno sincera della provincia si sarebbe ribellata. Pure, essendo ormai tardi, non riuscendo con le sue osservazioni se non a eccitare maggiormente Raimondo, non restandole altro per trarlo a sé che fare assegnamento su queste eccitazioni, ella era venuta. Gli Uzeda, a ogni modo, sarebbero stati per lei.
Appena arrivata, infatti, donna Ferdinanda, che nonostante la mal sedata inquietudine pubblica era in città per una sua causa contro certi debitori morosi, venne a trovarli all’albergo, s’informò dell’accaduto, approvò la determinazione di Raimondo con una sola parola, ma molto espressiva: «Finalmente!…» C’erano in città anche Benedetto e Lucrezia che s’era poi fatto coraggio: Raimondo andò a trovarli il domani del suo arrivo. Lucrezia gli restituì la visita nella stessa serata, non curando l’opposizione del marito. Questi giudicava molto severamente la condotta del cognato e, se avesse osato, avrebbe impedito alla moglie di far quella visita; ma Lucrezia dichiarò che non vedeva nulla di male nel recarsi a trovare il proprio fratello: era forse obbligata a sapere che «accompagnava» una signora? E andarono all’albergo, dove Raimondo li ricevette solo; ma dopo un poco che discorrevano del viaggio e del tempo, egli s’accostò a picchiare all’uscio della camera accanto, e comparve donna Isabella, la quale strinse la mano a Giulente e baciò Lucrezia. Né presentazioni, né spiegazioni, né nulla. Benedetto, sulle prime, era imbarazzatissimo, non sapeva come trattare, con qual nome chiamare la Fersa; ma ella stessa diede il tono alla conversazione, parlando del più e del meno con molta disinvoltura, come tra vecchi amici, anzi come tra veri parenti. Pel momento erano all’albergo; ma non potevano naturalmente restarci. Raimondo aveva intenzione di prendere in affitto un quartiere in città; ella giudicava preferibile una villetta, anche per evitare le indiscrezioni della gente.
Giulente stava per dire che facevano bene, quando Lucrezia esclamò:
«Che c’entra la gente? Se vi nascondete, dirà che avete paura! Parliamo chiaro: vi saranno molti che faranno gli schifiltosi.» Donna Isabella chinò gli occhi. «Se cominciate voialtri a dar loro ragione, è finita!»
Raimondo non disse nulla, aspettando di veder Giacomo che era al Belvedere ed al quale nella mattina aveva spedito Pasqualino per avvertirlo del suo arrivo. Ma il cocchiere tornò con un’aria confusa e mortificata e non sapeva spiccicar parola «È venuto?» gli aveva detto il principe; «e che vuole?…» come ad uno che si presenti per chiedere quattrini. «Niente, Eccellenza… manda ad avvertire l’Eccellenza Vostra… desidera sapere quando tornerà in città Vostra Eccellenza…» Con lo stesso tono di voce il principe aveva risposto: «Comincio adesso la villeggiatura; tornerò a novembre…» e gli aveva voltato le spalle. Raimondo, alla narrazione della scena, si morse le labbra; donna Isabella esclamò:
«Che abbiamo fatto!… Tuo fratello ci disapprova!» Ed incolpando solo se stessa: «Ti ho messo in urto con la tua famiglia!…»
«La vedremo,» rispose brevemente Raimondo.
Le previsioni di lei si avveravano. I più, senza accogliere né rifiutare le scuse e le accuse relative al secondo e decisivo abbandono della famiglia, biasimavano Raimondo per il viaggio fatto insieme con l’amica, il soggiorno nell’albergo, l’unione apertamente confessata, quasi sfidando l’opinione pubblica. Egli poteva aver torto o ragione di lagnarsi della moglie; la passione per donna Isabella poteva scusarsi; però i moralisti, i padri di famiglia, le signore più o meno timorate volevan salve le apparenze; e quantunque ci fosse poca gente in città, pure quegli umori si manifestavano in certi freddi saluti rivolti a Raimondo, in certi ambigui discorsi di servitori. In campagna, nelle ville dove la notizia dello scandalo giungeva, tutti discutevano della condotta da tenere verso la coppia al ritorno in città. Molti dichiaravano che avrebbero troncato ogni rapporto; altri, più intimi, perciò più imbarazzati, facevano dipendere la loro risoluzione dal modo col quale si sarebbe comportata la famiglia. Ora l’improvvisa severità espressa dal principe a Pasqualino significava chiaro che egli ritirava loro a un tratto il suo appoggio. Dinanzi all’ostacolo Raimondo s’impennava, prendeva l’impegno di vincere; ma come donna Ferdinanda gli suggerì di andare personalmente da Giacomo, egli entrò in una sorda agitazione: era disposto a far tutto fuorché a pregare quel birbante che, dopo avergli dato mano, gli si schierava contro chi sa per qual fine, fuorché ad umiliarsi dinanzi a quel fratello dal quale per tanti anni, ai tempi della madre, s’era sentito odiato. Poi il pensiero delle dimostrazioni ostili che si preparavano a lui ed all’amica sua lo arrovellava, gli metteva un’altra smania nel sangue. E un giorno prese una carrozza e salì al Belvedere. Giacomo, vedendolo arrivare, gli disse, non nel dialetto familiare, ma in lingua:
«Buon giorno, come stai?» e senza stendergli la mano.
«Bene, e tu?» rispose Raimondo.
«Benissimo,» e il principe si lisciò la barba.
La principessa che si teneva accanto Teresina intenta a ricamare, rispose a monosillabi alle domande del cognato, sentendo pesarsi addosso lo sguardo del marito.
«Resterete ancora un pezzo?» domandò Raimondo, rosso come un papavero.
«Sì, fino a novembre. Te lo mandai a dire, credo.»
E lasciò di nuovo cadere il discorso. La bambina volgeva lo sguardo a quello zio di cui non rammentava bene le fattezze, che non l’accarezzava, che suo padre trattava come un estraneo.
«Volevo dirti una cosa,» riprese Raimondo esitante, quasi pauroso, e tanto più crucciato contro se stesso quanto più cresceva il suo impaccio. «Volevo domandarti se c’è qualche villetta da affittare… una casetta che faccia per me… non importa se piccola, purché pulita…»
Il principe parve cercare nella memoria.
«No,» rispose. «Tutto è preso, fin da quando passò Garibaldi.»
Raimondo, che si torceva i baffi nervosamente, insisté:
«Cercherò, ad ogni modo.»
E allora il fratello, con voce fredda, senza guardarlo:
«Cerca, se vuoi. È inutile, non ne troverai.»
Raimondo andò via pallido, muto e fremente. S’era umiliato per nulla! Colui gli dichiarava guerra! Non lo voleva vicino!…
Il principe, infatti, aveva spiattellato a tutta la parentela ed a tutte le conoscenze che non trovava parole per disapprovare la condotta di Raimondo. «È uno scandalo inaudito! Come non si vergogna? Ha il viso di tornarsene nel suo paese? Ma quando si vuol fare una di queste pazzie, bisogna nascondersi dove più lontano è possibile, dove non si è conosciuti, dove si può dare a intendere ciò che si vuole!» E alla zia, donna Ferdinanda, che salì un giorno a posta al Belvedere per intromettersi, per indurlo a far come lei:
«La nostra situazione è diversa,» rispose. «Vostra Eccellenza è padrona di pensare ciò che crede, di fare ciò che le piace: può anche prenderseli in casa, non avendo da render conto a nessuno. Io ho mia moglie e mia figlia alle quali non posso metter sotto gli occhi un simile scandalo.»
Diceva queste cose dinanzi alla principessa e alla bambina, e le insistenze della zitellona lo trovavano incrollabile nella sua indignazione. Anche Chiara disapprovava il fratello poiché Federico lo giudicava immorale; non si parla della cugina Graziella, la quale faceva da portavoce al principe. Tutte le parole di costui, per mezzo della zitellona stomacata, dei lavapiatti dolenti, del servidorame pettegolo, arrivavano all’orecchio di Raimondo, il quale fremeva, entrava in collere mute; ma allora donna Isabella con un sorriso triste:
«Vedi che non puoi durarla!» gli diceva. «Il meglio è che tu mi lasci! Non voglio costarti la pace della famiglia!»
Così egli che sentiva aggravarsi le conseguenze del suo passo falso, che in cuor suo malediceva l’ora e il punto in cui aveva posto mente a quella donna della quale era già stufo, per la quale aveva sofferto l’affronto di rinchinarsi al fratello, si stringeva più a lei, per puntiglio le si dava mani e piedi legati. Non la volevano ricevere? Egli le prometteva che avrebbe visto tutti ai suoi piedi. Parlavano male di lei? Le assicurava che sarebbe stata sua moglie.
Per aver altri parenti dalla sua, andò a cercare dello zio Eugenio. Il povero cavaliere era molto giù, il commercio dei vecchi cocci non rendeva più niente; e Vittorio Emanuele poteva forse dare una cattedra al Gentiluomo di Camera di Ferdinando II? Così egli aveva lasciato il quartierino dove stava da tanto tempo, s’era ridotto in due camerette più piccole, più fuori mano. Sempre in busca di quattrini, aveva fondato adesso l’Accademica dei quattro poeti, di cui era presidente, segretario, economo e tutto, e nominava a destra e a manca soci promotori, fondatori, protettori, effettivi, benemeriti, corrispondenti, onorari: ciascuno di questi riceveva un diploma, una medaglia di bronzo, lo statuto e una noticina di venti lire di spese; ma sovente la posta, invece del vaglia, gli portava indietro l’involto rifiutato. I parenti lo tenevano un poco a distanza, temendo richieste di quattrini; ma, vedendosi cercato da Raimondo, egli fiutò a un tratto il buon vento. Andò subito a trovare donna Isabella, si dichiarò per lei contro il principe, s’invitò tutti i giorni a colazione e a desinare. Aveva certi abiti che gli piangevano addosso e certe scarpe che, viceversa, gli ridevano ai piedi: pochi giorni dopo mise pelle nuova. Con l’abito fiammante, le camicie di bucato e le mani inguantate accompagnò donna Isabella tutte le volte che ella andò fuori, le fece da cavalier servente, perorò in pubblico e in privato la sua causa dandole della «nipote».
Anche Lucrezia, a dispetto del marito, si faceva vedere per le strade con lei, la sosteneva, si scagliava con violenza contro il fratello maggiore, spiegandone l’opposizione con un motivo semplicissimo. «Per la morale? Per farsi pagare il suo appoggio! Scommettiamo? Io non ho dovuto pagargli il suo consenso al mio matrimonio?»
«Lucrezia!…» avvertiva Benedetto.
«Che c’è? Non è forse vero? Non ho dovuto accettare la transazione strozzata per sposarti? È storia che tutti sanno! Adesso viene la tua volta,» e si volgeva a Raimondo. «Vedrete se sbaglio! Aveva ragione lo zio don Blasco, quando diceva… Oh, a proposito, perché non vai a fargli una visita? E a Lodovico? Quanti più saranno dalla tua, tanto meno varranno gli scrupoli di Giacomo. Andiamo insieme, v’accompagno io…»
E Raimondo rifece la via del Bosco, andò con la sorella e col cognato a Nicolosi, dove i Benedettini villeggiavano, a mendicar l’appoggio del fratello e dello zio monaco. Don Blasco era a giorno di tutto e, dimenticato a un tratto Garibaldi, non faceva altro, lassù, che gridare come indemoniato contro Raimondo che aveva fatto l’ultimo e più grande imbroglio; poi contro Giacomo, non meno imbroglione del fratello, verso il quale, dopo avergli tenuto il sacco, faceva adesso il puritano: perché? Per strozzarlo!… All’arrivo dei nipoti, dopo il refettorio, egli dormiva come un ghiro, quando fra’ Carmelo lo destò.
«Che c’è?» vociò. «Perché mi rompi il capo?»
«Vostra Paternità mi scusi; ci sono i parenti di Vostra Paternità.»
Egli venne fuori, e appena vide Raimondo aprì bene gli occhi ancora imbambolati. Come Lucrezia e Benedetto, Raimondo gli baciò la mano. Egli lasciò fare, borbottando:
«Che c’è? A quest’ora? Con questo sole?»
«Siamo venuti a fare una visita a Vostra Eccellenza,» spiegò Lucrezia per tutti. «La giornata non è tanto calda. Vostra Eccellenza sta bene? Sono due anni dacché non venivo più qui… E Lodovico?»
Fra’ Carmelo, costernato, venne a dire che Sua Paternità il Priore era in conferenza con l’Abate e che non poteva scendere giù pel momento. Raimondo impallidì: anche quest’altro gli dichiarava guerra; si mettevano tutti contro di lui!… Per questa ragione, quando Lucrezia, accordatasi con lo zio, propose di fare un giro pel giardino, egli disse brevemente:
«No, ho fretta di tornare. Andiamo via.»
Il domani mattina, all’albergo, egli non s’era ancora levato che il cameriere venne ad annunziargli:
«C’è lo zio di Vostra Eccellenza.»
E don Blasco apparve. Per la prima volta dacché viveva, Raimondo vedeva lo zio venirgli incontro, l’udiva domandargli, con voce quasi garbata: «Come stai…?» Non pareva vero al monaco, sentendo riprepararsi una gran lite, di poter rificcare il naso nelle faccende altrui.
C’era adesso da spingere l’uno contro l’altro i due fratelli, da dar mano a disfare un’altra opera della principessa defunta, il matrimonio di Raimondo: egli si sentiva invitato al suo giuoco.
Donna Isabella si mostrò in veste da camera, gli baciò la mano, dandogli dell’«Eccellenza», quasi fosse già suo zio; e il discorso si avviò sul da fare. Udendola ripetere che voleva nascondersi in campagna, il monaco saltò su:
«In campagna? Perché in campagna? Per la villeggiatura, va bene, fino a novembre; ma la casa in città bisogna prepararla! Avete paura della gente? Allora perché siete venuti? Questa è logica, mi pare!»
Il consiglio era di chieder subito i conti a Giacomo, di togliergli la procura e di iniziare la divisione: a quelle minacce il principe sarebbe subito venuto a più miti consigli. Ma proprio il domani della visita del monaco, scese il signor Marco dal Belvedere per dire al conte che il signor principe voleva restituirgli la procura e dargli i conti, una volta che era tornato in patria. Raimondo mandò via l’amministratore con un violento: «Ho capito; va bene!…» e un malumore terribile lo tenne a bocca chiusa per tutto un giorno. Donna Isabella, costernata, gli ripeteva: «Non vedi? Io ti porto disgrazia! Lasciami andare! Sarà di me quel che vorrà Dio…» E allora egli di rimando: «No; ho da vincer io!…»
Giusto Lucrezia, che oramai era tutta una cosa con la cognata della mano manca, fece una pensata:
«Giacché non potete stare sempre all’albergo, e ora è il tempo della villeggiatura, perché non ve ne andate alla Pietra dell’Ovo, da Ferdinando? Ha tanto posto; vi darà due camere. Starete con un parente e la cosa farà buon effetto.»
Tutti approvarono la proposta. Né Raimondo era ancora andato a trovar quel fratello, né Ferdinando sapeva che Raimondo era tornato: dalla tanta indifferenza, dalla tanta diversità di educazione, di gusti, di vita, erano diventati peggio che estranei, ciascuno ignorava l’esistenza dell’altro. Lucrezia, incaricatasi delle trattative, andò alle Ghiande. Non vedendo il Babbeo da molti mesi, rimase. Egli era dimagrato come dopo una lunga malattia, aveva gli occhi infossati, la barba incolta, la voce fioca, una malinconia più nera dell’abituale.
«Venga pure… è il padrone…» rispose alla sorella, senza esprimere nessuna meraviglia pel ritorno di Raimondo, per la richiesta dell’ospitalità.
«Ma, sai, ti debbo dire una cosa…» aggiunse Lucrezia. «Non è solo…»
«È con sua moglie?»
«Con sua moglie, sì… come se fosse sua moglie…»
E gli spiegò che aveva lasciato la Palmi e che viveva con la Fersa. Ferdinando stette ad ascoltarla guardando a destra ed a sinistra, quasi avesse smarrito qualcosa, poi ripeté:
«Va bene, va bene; digli che venga quando gli piace.»

Arrivati che furono alle Ghiande, Raimondo e donna Isabella vollero visitare la casa, il giardino e il podere, e profusero elogi per l’ottima coltivazione della vigna e pel magnifico aspetto del frutteto, approvarono la trasformazione delle colture, ammirarono ogni cosa. Ma le lodi non facevano più sul povero Babbeo l’effetto d’un tempo. Una trasformazione erasi compita nel suo spirito, le cose che prima lo allettavano adesso lo lasciavano indifferente, la vita di Robinson aveva perduto per lui ogni attrattiva, senza di che non avrebbe consentito a prendere altra gente in casa. Il fattore era adesso il vero padrone delle Ghiande, vi faceva quel che voleva, le coltivava a modo suo, ne intascava le rendite mostrando al cavaliere le bucce. Se talvolta, preso da uno scrupolo, gli chiedeva qualche ordine, Ferdinando rispondeva: «Lasciatemi stare! Non mi parlate di nulla! Per me è finita… Avrò sei mesi di vita, forse… Potete prepararmi il cataletto…»
La cosa era andata a questo modo: che il libraio, dal quale aveva comperato le opere d’agricoltura, di meccanica e di storia naturale, trovandosi una quantità di opuscoli di medicina d’ignoti autori, tesi di laurea di dottori asini, vecchi ricettari farmaceutici, fascicoli spaiati di enciclopedie anonime, tutta cartaccia che non si poteva vendere altrimenti che a peso, gliene propose un giorno l’acquisto dandogli a intendere che c’era dentro il fior fiore della dottrina. Egli la pagò salata, e si mise a leggere tutto. Allora la sua mente cominciò a turbarsi. La descrizione dei morbi, l’enumerazione dei sintomi, l’incertezza delle cure lo atterrirono: chiuso nella sua camera, col libro in una mano, egli si teneva l’altra sul cuore per verificarne il numero dei battiti, o si palpava dappertutto con lo spavento di scoprire i tumori, gli incordamenti, le infiammazioni di cui parlavano i medici. A poco a poco, per un colpo di tosse, per una digestione difficile, per un dolor di capo, per un leggiero prurito, per un formicolìo in pelle in pelle credette d’avere tutte le malattie; e quell’idea, ficcatasi nel suo cervello di solitario misantropo, aveva compìto una devastazione. La morte, per lui, era quistione di tempo; e giusto la paura di dover morire solo, il bisogno di vedersi dinanzi un viso amico lo aveva persuaso a prendere con sé il fratello.
Quando costui vide che non mangiava quasi nulla, che stava chiuso in camera, che certi giorni neppur si levava, cominciò a chiedergli che aveva, se si sentiva male; e sulle prime, quasi arrestato da una specie di pudore, egli si tenne sulle negative; messo alle strette, confessò. Aveva un catarro intestinale cronico, un’espansione della milza, una bronchite lenta; l’erpete gli serpeggiava nel sangue, il sistema glandolare gli s’era ingorgato. Come Raimondo rideva di quell’enumerazione, egli soggiunse, con voce triste e quasi con le lacrime agli occhi: «C’è poco da ridere, sai! Credi che siano fantasie? So io quel che soffro!…»
«Allora perché non chiami un medico?»
«Un medico? Che possono fare i medici? Al punto in cui sono ridotto?»
E non ci fu verso di persuaderlo. Allora entrò in scena donna Isabella. Invece di contrariare il maniaco, prese a secondarlo: riconobbe l’esistenza e la gravità delle sue malattie, l’inutilità delle prescrizioni mediche; però, se i dottori ci perdevano il latino, non poteva provare almeno qualcuno di quei rimedi empirici che certe volte fanno miracoli’
«Quand’ero ragazza anch’io ebbi un catarro intestinale lungo e ostinato più del vostro. Sapete come andò via? Con l’insalata di lattughe!»
E gliene fece preparare un piatto, come contorno d’una gran fetta d’arrosto sanguinolento. Ferdinando si mise a mangiare come Cristo all’ultima cena: non aveva fiducia nel risultato, era sicuro che quella roba avrebbe affrettato la sua fine.
«Adesso bisogna farci sopra una bella passeggiata!» e offertogli il braccio, come ad un povero convalescente, lo condusse a spasso pel giardino.
Non parve vero al malato, il domani, di svegliarsi vivo e con un certo appetito. L’insalata e l’arrosto, in poco tempo, fecero miracoli; ma restava da guarire il prurito al quale egli dava il nome di erpete.
«Per questo il rimedio è ancora più semplice: fate un bel bagno d’acqua dolce.»
Da mesi e mesi, egli non si lavava altro che la punta del naso e delle dita, due o tre volte la settimana, per paura di prendere una polmonite; così l’erpete andò via. Il latte, le uova, il moto, la nettezza lo ritornarono in vita, e dalla gratitudine verso donna Isabella gli spuntavano i lucciconi:
«Che donna! Che testa! Che intelligenza!»
Aveva ben poche amicizie, ma tutte le volte che si trovava con qualcuno cominciava a parlar di lei con tanta ammirazione, come fosse la donna più saggia e virtuosa, un angelo sceso dal cielo. Presa l’abitudine di muoversi, se ne andava dalla sorella Lucrezia, cercava la gente apposta per parlare di lei.
«Quanto bene vuole a Raimondo! Che cura ha della casa! Quel che ha fatto per me non si può ridire! Se non era lei, a quest’ora sarei morto e sepolto!»
Un giorno arrivò da Lucrezia mentre moglie e marito discutevano vivamente: al suo apparire essi tacquero.
«Di che parlavate?»
«Si parlava della situazione di Raimondo,» rispose sua sorella, decidendosi di metterlo a parte del secreto. «Non può durare a lungo così. Bisogna pensare a legittimarla, sciogliendo i matrimoni.»
Ella annunziava quel partito con la stessa semplicità con cui Raimondo e donna Ferdinanda lo avevano partecipato a lei. Chiedere ed ottenere il doppio annullamento di matrimonio era, per gli Uzeda, una cosa semplicissima: chi poteva negare ai Viceré ciò che essi volevano? La loro volontà non doveva esser legge per tutti? Non possedevano essi tutti i mezzi materiali e morali per vincere gli ostacoli e le resistenze? Avevano clientele dappertutto, tra i borbonici e i liberali, in sacrestia e in tribunale: i nobili erano con loro per solidarietà, gli ignobili per rispetto: ognuno doveva essere superbo e lieto di render loro servizio. Bisognava, per riuscire in questa impresa, esser bene indirizzati; perciò volevano l’opera di Benedetto. Come la prima volta che gliene avevano parlato, Benedetto titubava, arrestato dagli scrupoli, con la coscienza del male che gli facevano commettere, delle difficoltà enormi dell’impresa, del dispiacere che avrebbe fatto allo zio duca, tanto amico di Palmi; ma sua moglie insisteva a dimostrargli che gli scrupoli erano sciocchi, che anzi l’opera sarebbe stata meritoria.
«Se domani nasce un figlio? Sarà condannato a restare bastardo? Raimondo non riprende più sua moglie, certo com’è certa la morte. Allora? Meglio mettersi in regola con la legge e la società! Non dico bene?»
E Ferdinando, rivolto al cognato:
«Ne dubiti forse?… Ma come ragioni?… Dov’hai la testa?»
Benedetto tentava dimostrare che non ragionavano loro invece; che i figli già nati c’erano e che bisognava pensare a questi prima che ai nascituri, ma Lucrezia e Ferdinando gli davano sulla voce, tutt’e due insieme:
«C’è la famiglia della madre che pensa alle figlie! Nostro fratello le rinnegherà per questo?… E gl’interessi saranno regolati come vogliono i Palmi… Se i matrimoni sono sciolti di fatto, perché non scioglierli di diritto? Chi ci guadagna? La gente che ci fa sopra i suoi commenti!»
E questo era il pungolo di Raimondo. Quanto maggiori difficoltà aveva incontrato nella via per la quale s’era messo, tanto più s’era incaponito a persistervi: l’opposizione del fratello, le mormorazioni degli estranei, il biasimo quasi universale lo spingevano a vincer la partita in un modo imprevisto da tutti e da lui stesso. Egli non pensava più che la sua passione era stata quella della libertà, che donna Isabella, come moglie, gli sarebbe pesata più della moglie, e che gli pesava già come amante; impuntato, accecato dall’opposizione, dalla disapprovazione, dal biasimo, voleva trionfare degli avversari, sbaragliarli con un colpo di cui si sarebbe parlato un pezzo… Dicevano che l’impresa era disperata, che il doppio scioglimento non si sarebbe mai ottenuto, che donna Isabella era condannata a restare in una falsa posizione, bandita dalla società, dalla stessa casa del principe? Egli metteva i piedi al muro, deciso a spuntarla a qualunque costo, contro tutto e tutti. E Lucrezia, Ferdinando, donna Ferdinanda, don Blasco lo aiutavano ciascuno per conto e a modo proprio, congiuravano per vincere le ultime resistenze di Benedetto, che all’idea di contentare sua moglie, di cattivarsi la fiducia, la stima e la gratitudine dei parenti sentiva ammorzarsi a poco a poco i rimorsi.

Al principio dell’inverno, quando il principe tornò dalla villeggiatura, non si parlò d’altro che della rottura tra i due fratelli. Giacomo non solamente non salutò Raimondo, incontrandolo per via, ma non tollerò neppure che toccassero in sua presenza il tasto dei pasticci di lui. Per tanto tempo, mentre il fratello minore era stato in Toscana, o era andato e tornato di qua e di là, col capo all’amica, l’eredità era rimasta indivisa, e il principe l’aveva amministrata anche nell’interesse e per procura del coerede; adesso, per troncare ogni rapporto con lui, gli mandava il signor Marco a notificargli che rinunziava la procura e voleva subito dargli i conti e venire alla divisione. Quella trombetta della cugina Graziella annunziava a tutti queste cose, e dovunque si trovasse, tra parenti od amici o semplici conoscenze, approvava il cugino Giacomo, esprimeva il grande dispiacere che «a noi della famiglia» cagionava l’ostinazione di Raimondo. Come mai poteva egli del resto sperare di ottener l’intento? Dicevano che donna Isabella chiedesse lo scioglimento del matrimonio perché non era stato consumato! Ma a chi volevano darla a bere? Perché non c’erano figli? Non sapevano tutti che Fersa, giovanotto, avea corso la cavallina?… O forse speravano di poter sostenere, come dicevano certi altri, che donna Isabella era stata forzata a sposar Fersa, senza volerlo? Questa doveva essere fatica particolare del Giulente! «Guardate un po’ che immoralità! sostenere una causa condannata da tutti, che fa tanto dispiacere alla famiglia! È venuto a ficcarsi tra noi per metter guerre e liti, questo avvocato delle cause perse!…» Ma ella prevedeva un fiasco colossale. Già, cominciamo che il tribunale civile non era buono ad annullare un matrimonio contratto sotto il codice napolitano del 1819; bisognava rivolgersi alla Corte vescovile; ma qui cascava l’asino, perché Monsignor Vescovo, e il Vicario Coco e il canonico Russo e tutti i maggiorenti della Curia erano col principe contro il conte, giustamente, sapendo i torti di Raimondo e della Fersa, non potendo metter mano a sanzionare uno scandalo di quella fatta!…
D’altra parte i fautori del conte e di donna Isabella davano sicura la riuscita. L’impotenza di Fersa, la violenza patita da sua moglie erano affermate da una quantità di persone; ma specialmente Pasqualino sonava la campana per conto del suo padrone. Sissignori: il cavaliere Giulente, e non avvocato, studiava e dirigeva la causa del cognato, piuttosto che lasciarla in mano di qualche strascinafaccende di quelli da quattro il mazzo; ma del resto egli non aveva molto da faticare, perché il motivo della nullità del matrimonio di donna Isabella era chiaro e lampante. Lasciamo stare che Fersa non era precisamente un vulcano, come uomo; ma lo zio di lei l’avea costretta a prenderselo mettendole il coltello alla gola: altro che la storia della signorina Chiara! Almeno la principessa, sant’anima, avea cercato di prendere sua figlia con le buone, ricorrendo alle minacce soltanto all’ultimo, dopo due anni di persuasioni e di preghiere; ma lo zio di donna Isabella? Bastonate mattina e sera, fin dal primo momento che la ragazza aveva detto: «Meglio morta che sposar Fersa!» Come Pasqualino, tutta la servitù, la minuta clientela della famiglia era, nonostante l’opposizione del principe, favorevole al contino; questi, per accaparrarsi simpatie, non faceva più venire, come un tempo, le sue robe da Firenze o da Napoli, ma dava ogni genere di commissioni in città, e il sarto, il calzolaio, il cravattaio, onorati dai comandi del contino Uzeda, lo portavano al cielo, peroravano in favor suo, tenevano fronte agli scandalizzati. V’era gente che rammentava l’amore di donna Isabella per Fersa? Rispondevano adducendo infinite testimonianze contrarie: da Palermo sarebbero venuti tutti i servi di casa Pinto, pronti a giurar sul Vangelo che l’orfanella era stata picchiata di santa ragione dallo zio tutore, perché costui, senza badare che Fersa, se aveva quattrini, non nasceva bene, voleva darglielo per forza. Dicevano che queste testimonianze erano sospette, ottenute per via di quattrini? Enumeravano gli amici palermitani di casa Pinto, don Michele Broggi, il cavaliere Cutica, il notaio Rosa, tutti superiori al sospetto di corruzione, citati da donna Isabella perché attestassero le sevizie usatele, i rifiuti costanti da lei opposti. Che più? Lo stesso zio sarebbe venuto a confermare la violenza esercitata!… «E poi?» esclamava da suo canto la cugina. «Dopo che avranno sciolto questo matrimonio? Credono di poter riuscire a sciogliere quell’altro? Non sanno che cosa ha detto Palmi?» E narrava che quell’attaccabrighe di Giulente gli aveva scritto per ottenere che anche lui, il barone, consentisse allo scioglimento del matrimonio di sua figlia, testimoniando d’averla forzata a prendersi il conte Uzeda. Per amore della verità, spiegava che Giulente s’era dapprima rifiutato, parendogli una cosa proprio enorme, proponendo, se mai, di affidare questa missione al duca che era intimo del senatore. Ma sì, il duca aveva altro pel capo! Se ne stava a Torino, badando ai suoi affari, non voleva tornare in Sicilia per paura che la sua lontananza durante i turbamenti dell’anno precedente gli avesse fatto torto; e quando gli scrivevano dell’affare di Raimondo rispondeva che per nulla al mondo voleva mescolarvisi. Giulente, dunque, per contentar la moglie, il cognato e gli zii, aveva dovuto rassegnarsi a rivolgersi lui al barone. «Sapete quanto tempo ha impiegato a scrivere la lettera?» aggiungeva la cugina, informata di tutti i più piccoli particolari. «Una settimana! Ha stracciato una risma di carta! Sfido io! Come dire a un cristiano: consentite che il matrimonio di vostra figlia si sciolga, che le vostre nipoti restino senza padre!…» Ma la lettera, piena d’espressioni riguardose, di complimenti, di scuse, era partita: e Giulente aspettava ancora la risposta!… L’avrebbe aspettata un pezzo! Ché per mezzo di certe persone di Messina, la cugina sapeva quel che aveva detto il barone a un amico, stringendo il pugno: «Voglio piuttosto veder morire tutti quanti!…» Perché infatti la «povera Matilde», moribonda dai tanti dispiaceri, indifferente a tutto oramai, comprendendo che non c’era più alcun riparo, avrebbe anche contentato l’ultima pretesa del marito! il barone, invece, faceva certi giuramenti tremendi per dire che mai, mai, lui vivente, suo genero sarebbe riuscito a rompere il matrimonio: sapeva bene che era spezzato di fatto, ma voleva che Raimondo restasse incatenato per tutta la vita, che la Fersa non potesse prendere, dinanzi al mondo, il posto della propria figliuola…
Anche Pasqualino sapeva tutto questo; ma al cocchiere di donna Graziella, che, tenendo per la padrona, gli prediceva il fiasco del conte: «Un po’ per volta!» rispondeva. «Lasciate che si finisca la prima causa!… Quando la padrona sarà libera, penseremo a liberare anche il padrone!… Adesso non hanno a decidere i canonici, ma i giudici civili. Con la legge di Vittorio Emanuele, il matrimonio dinanzi alla Chiesa vale un fondello, e solo ha peso quello dinanzi al sindaco: abbasso Francesco II! Viva la libertà!…» Ma donna Ferdinanda, Lucrezia, tutti i sostenitori di Raimondo non si contentavano di una sentenza civile; volevano legittimare la situazione di Raimondo e di donna Isabella dinanzi agli uomini e a Dio. Pertanto Ferdinando, il quale era intimo del canonico Ravesa, pezzo grosso della Curia e proprietario d’una vigna attigua alle Ghiande, gli parlava tutti i giorni a favore del fratello, e don Blasco andava tutti i giorni dal Vicario Coco, intronandolo con le clamorose dimostrazioni della convenienza, della giustizia, della necessità di quell’annullamento di matrimoni: della stramberia, della prepotenza, della birbonaggine del principe che lo contrastava. Il pezzo più grosso da guadagnare era però Monsignor Vescovo; il quale adesso non faceva nulla senza l’approvazione del Priore don Lodovico. Questi, persuaso che l’abolizione delle comunità religiose era quistione di tempo, disinteressatosi di San Nicola, s’era rivolto al Vescovato dove la sua nascita, la sua reputazione d’intelligenza, di dottrina e di santità gli avevano spalancato le porte. In poco tempo, com’era già stato il braccio destro dell’Abate, era diventato il braccio destro del capo della diocesi: la prudenza dei suoi consigli, l’eccellenza della sua posizione, a cavaliere di tutti i partiti, lo avevano reso indispensabile in molte circostanze delicate, quando bisognava conciliarsi le nuove autorità politiche senza tradire le «legittime», salvar capra e cavoli, servir Cristo e Mammone. Ora, se egli avesse detto una parola a favore di Raimondo, il matrimonio di donna Isabella sarebbe stato annullato; ma a donna Ferdinanda, che gli si metteva alle costole per guadagnarlo alla causa della sua protetta, il Priore rispondeva ambiguamente, adducendo le difficoltà da superare, l’imbarazzo in cui lo mettevano.
«Sciogliere un matrimonio è una cosa grave… Vostra Eccellenza sa bene quanto la Chiesa sia giustamente contraria a pronunziare sentenze di questo genere, come vada coi calzari di piombo. Essa non può contentarsi di certe prove e di certe ragioni… Queste potevano forse bastare ai giudici secolari, la cui responsabilità non è impegnata dinanzi alla Maestà Divina. Mi duole moltissimo, in coscienza, di vedere Raimondo messo per una via falsa… Dopo questa causa ne verrà una seconda, lo scandalo è immenso… Io ho i miei doveri da compiere… La mia coscienza…»
«Coscienza?… Coscienza?…» Donna Ferdinanda, che stava a sentirlo a bocca chiusa e a denti stretti, una volta cantò: «Lasciala da parte la coscienza! Di’ piuttosto che non gli hai ancora perdonato d’aver preso il tuo posto e gliela vuoi far pagare, ora che l’hai nelle forbici!…»
Il Priore impallidì repentinamente, guardando un istante in viso la zia che lo guardava fisso anche lei, come se gli volesse leggere nell’anima. Poi chinò il capo e portò le braccia in croce sul petto:
«Vostra Eccellenza m’affligge crudelmente… Sa bene che le passioni del mondo sono straniere al mio cuore… che io amo mio fratello come rispetto Vostra Eccellenza!… Dica questo a Raimondo; mi fornisca l’occasione di darne la prova…»
Donna Ferdinanda andò pertanto da Raimondo per dirgli di recarsi personalmente dal fratello e di raccomandarglisi. Un momento, il giovane si ribellò. Era stanco di pregare e di umiliarsi, di far la corte a Ferdinando e a Giulente per guadagnarli alla sua causa, di imbeccare Pasqualino e gli altri portavoce. S’era già umiliato una volta dinanzi a Giacomo e non gli era valso nulla; s’era umiliato anche dinanzi a Lodovico, quando era andato a Nicolosi, e il fratello non s’era lasciato vedere. Adesso bisognava gettarsi ai piedi di cotesto Gesuita, chiedergli perdono del posto sottrattogli, implorarne col perdono la protezione e l’appoggio. Era troppo, non ne poteva più. Le mortificazioni dell’amor proprio gli cocevano più di tutte, gli facevano stringer le pugna e mordersi le dita e quasi spuntar le lacrime agli occhi… Ma giusto, finita la villeggiatura, tornati tutti in città, la parentela e la nobiltà si schieravan col principe contro di lui. La cugina Graziella andava dicendo dovunque che neppure la causa civile sarebbe andata avanti, che i giudici avrebbero essi fatto un processo per falsa testimonianza a chi avesse tentato di provare la mancanza del consenso; figuriamoci poi la causa ecclesiastica!
E una domenica donna Isabella, che era scesa in città per far certe compere, tornò alle Ghiande con gli occhi rossi.
«Che hai?» le domandò Raimondo, quasi bruscamente, quasi pronto a sfogare contro di lei, causa prima di tutto quello che gli accadeva.
«Nulla… Nulla…» e piangeva dirottamente.
Egli dovette alzar la voce per sapere il motivo di quel pianto. La sua amica aveva incontrato per via i Grazzeri e la cugina Graziella; la cugina s’era voltata dall’altra parte, Lucia e Agatina Grazzeri non avevano risposto al suo saluto, fingendo di non vederla… Il giorno dopo egli salì a San Nicola, cercando del Priore.
Lodovico lo ricevette a braccia aperte, lo ascoltò con attenzione benevola. Raimondo gli disse, un po’ pallido: «Ti prego d’aiutarmi…» Invocava il suo appoggio per uscire dalla falsa situazione in cui si trovava. Era urgente legittimarla per una potente e nuova ragione che nessuno ancora sapeva, che confidava a lui prima che ad ogni altro: donna Isabella era incinta… Con gli occhi quasi chiusi, il capo un poco piegato, le mani raccolte in grembo, il Priore pareva un confessore indulgente ed amico: non una contrazione del viso, non una dilatazione del petto svelava l’intima soddisfazione di vedersi finalmente dinanzi, sommesso e quasi supplice, il ladro che lo aveva spogliato, pel quale era stato bandito dalla famiglia e dal mondo.
«Tu puoi aiutarmi, mettere una buona parola…» continuava Raimondo, «far considerare che in fondo non si domanda se non giustizia… perché la volontà di Isabella fu violentata; trenta testimoni proveranno la verità…»
«Lo so! Lo so!…» rispose finalmente il Priore. «Io non t’avrei neppure ascoltato se non conoscessi che la religione sta dalla vostra parte!»
«Allora, posso fare assegnamento su te?»
«Certo, certo!… Ma c’è un’altra quistione… Nel caso presente, non si tratta tanto di giustizia astratta, quanto di prudenza mondana. Sicuramente, noi dobbiamo render conto solo a Dio delle nostre azioni, ma perché la nostra coscienza s’acquieti del tutto, non dobbiamo e non possiamo perder di mira l’effetto che i nostri giudizi sono capaci di produrre!… Ora, come vuoi che cotesto provvedimento sia stimato giusto, se nella nostra stessa famiglia, se il capo della nostra casa, non riconosce le tue ragioni e ti condanna con tanta severità?…»
«E se Giacomo si piega?» insisté Raimondo.
«Sarà un gran passo innanzi! Vedrai che l’opinione pubblica lo seguirà, che tutti quelli finora dichiaratisi tuoi avversari ti sosterranno concordi. Allora sarà molto più facile ottenere l’intento. Lo stesso Giacomo potrà giovarti presso i giudicanti molto meglio di me. Sai bene quali relazioni egli ha tra quanti circondano Monsignore… una sua parola varrà molto più della mia…»
E questa era la dimostrazione a cui voleva arrivare attraverso tante parole. L’affare di Raimondo, tutto quel pateracchio di matrimoni da sciogliere e da ristringere non gli piaceva: il biasimo sordo del gran pubblico gli era noto e lo metteva in guardia contro l’errore di sostenere una cattiva causa, il trionfo della quale, del resto, non gli avrebbe menomamente giovato…
Raimondo, tornando alle Ghiande, mandò a chiamare il signor Marco. Chiusi in camera tutt’e due, restarono pochi minuti a confabulare. L’amministratore tornò il domani e poi il giorno dopo, restando sempre più a lungo. Un pomeriggio Ferdinando era buttato sul letto a dormire, quando l’abbaiare dei cani lo destò di repente; il fattore già picchiava all’uscio.
«Eccellenza! Eccellenza!… C’è qui suo fratello… Il signor principe…»
Egli balzò in piedi, stropicciandosi gli occhi. Giacomo da lui? Adesso che c’era Raimondo? E se si fossero incontrati?…
«Vengo subito.. trattienilo tu… ma non dir nulla..»
«Come, Eccellenza?… Se i suoi fratelli stanno parlando insieme?… C’è anche la principessa…»
Sceso giù a precipizio per evitare qualche guaio, Ferdinando entrò nel salotto e trovò i fratelli e le cognate che chiacchieravano allegramente.
«Passavamo di qui,» gli disse il principe, «e abbiamo pensato di farvi una visita…»

Il domani, nella Sala Gialla, la cugina Graziella, venuta prima di colazione e trovata la principessa in compagnia di don Mariano, se la prendeva con più calore del solito contro Raimondo e l’amica sua; narrava i loro nuovi armeggi, le istanze fatte allo zio duca perché prestasse la sua autorità di deputato per ottenere lo scioglimento dei matrimoni, perché persuadesse il suo buon amico Palmi ad acconsentirvi. La principessa, sui carboni ardenti, si faceva di mille colori, alzava, abbassava e girava gli occhi, pareva invocare l’intervento di don Mariano, tossicchiando un poco voleva avvertire la cugina di non insistere; ma questa continuava con nuova lena:
«Almeno, avessero un po’ di pazienza! Si libereranno egualmente, perché la povera Matilde sta per morire… Pare che vogliano affrettare la sua fine!… Tutte queste notizie figuratevi che effetto le fanno!… Ma suo padre giura più terribilmente di prima che non acconsentirà mai a fare il comodo loro… Sua figlia lo scongiura di desistere perché anche a lui, quando arrivano di queste notizie, è come se gli pigliasse un colpo apoplettico… Veramente, è un po’ troppo!… Qui sotto c’è lo zampino della zia Ferdinanda!… Non credete giunto il punto di avvertirli che siano più prudenti?…»
La principessa non ebbe il tempo di rispondere, di nascondere il nuovo imbarazzo in cui quella domanda la gettava, quando Baldassarre, entrato senza far rumore, annunziò con la consueta sua bella serenità:
«Il signor conte e la signora contessa.»
La cugina restò di sale. Raimondo? La contessa? Quale contessa?… E donna Isabella apparve, andò incontro alla principessa che le veniva incontro, l’abbracciò e la baciò sulle due guance.
«Come stai, Margherita? Ero impaziente di restituirti la tua cara visita di ieri…»
Si davano del tu! La Fersa trovava modo di dire che Margherita era già stata da lei! E il principe sopravveniva, stringeva la mano a Raimondo, dicendo:
«Cognata e cugina, resterete a colazione con noi?…»

5.

«Il duca d’Oragua!… Il deputato, il patriotta!… Dov’è? Dov’è?… Eccolo lì!… È ingrassato!… Manca da quasi tre anni!… Viene da Torino?… Signor duca!… Eccellenza!…» E qui saluti ed inchini a destra e a sinistra, certuni che si tiravan da canto una decina di passi prima d’incontrarlo, e si scoprivano come al passaggio del Santissimo Sacramento: tutti che si voltavano a seguirlo un pezzo con gli occhi quand’era già passato. Pochi godevano il privilegio di poterlo accostare, di stringergli la mano, di chiedergli le sue notizie; pochissimi, gli eletti, potevano onorarsi d’accompagnarlo, di scortarlo, di mescolarsi al codazzo degli intimi ammiratori ed amici che lo seguivano su e giù, alla prefettura, al municipio, ai circoli. Ed egli teneva il centro della strada, quasi ne fosse il padrone, ascoltato devotamente da quanti gli stavano a fianco, aspettato da tutta una corte intenta a tessere e a ritessere le sue lodi quando, per un piccolo bisogno imperioso, egli s’accostava a un cantone. Al palazzo, lo stesso andirivieni d’un tempo: elettori, sollecitatori, delegazioni di società politiche che tornavano a ringraziarlo a voce, dopo averlo ringraziato per iscritto, del bene che aveva fatto al paese ed ai concittadini: grazie a lui, la prima ferrovia a cui s’era messo mano in Sicilia era quella da Catania a Messina, e il porto aveva numerosi approdi di piroscafi, e la città era stata dotata di numerose scuole, d’una ispezione forestale, d’un deposito di stalloni; e un istituto di credito, la Banca Meridionale, stava per sorgere; e il governo prometteva d’intraprendere una quantità d’opere pubbliche, di aiutare il municipio e la provincia; e i buoni liberali, i figli della rivoluzione, ottenevano a poco a poco quel che chiedevano: un posto, un sussidio, una croce.
La sua popolarità toccava l’apice. Alcuni, è vero, gli rimproveravano l’assenza durante i fatti del ’62, addebitandola alla paura, e tiravano in ballo le storie del Quarantotto, lo accusavano d’essersi finalmente rammentato del collegio adesso che, sciolta la Camera, voleva gli riconfermassero il mandato; ma questi mormoratori erano gli eterni malcontenti, i pochi repubblicani, qualche garibaldino sfegatato, tutta gente che non poteva perdonargli la sua iscrizione al partito conservatore. Nelle conversazioni politiche egli difendeva infatti a spada tratta la politica moderata, «ora che abbiamo fatto la rivoluzione e raggiunto lo scopo»; e celebrava l’azione prudente del governo, deplorava le intemperanze di Garibaldi, biasimava il malcontento contro la Convenzione di settembre, affermava che la lega dei buoni era necessaria per salvar la nazione dai nemici esterni ed interni. Più che nei primi tempi della deputazione, faceva colpo mentovando i suoi grandi amici politici: «Quando andai da Minghetti… Rattazzi mi disse… In casa del ministro…» Però non citava più il barone Palmi; se gli parlavano delle gesta del nipote Raimondo, faceva con le spalle e col capo un breve moto che poteva dir tutto, secondo l’umore dell’interrogato: approvazione, compatimento, biasimo. Ma oramai la situazione di Raimondo e di donna Isabella era legittima, e tutti i parenti, dopo l’esempio del principe, li trattavano come marito e moglie. In meno di sei mesi, la Corte vescovile, riconosciuto che il matrimonio era stato contratto per forza e con la paura, aveva liberato la Fersa.
Per quello di Raimondo con la Palmi c’era stato un poco più da fare. Da principio, aspettavano che il barone si decidesse anche lui a chiedere l’annullamento del matrimonio della figlia, asserendo di averla forzata a contrarlo; ma il barone, «testa di villan cocciuto», spiegava Pasqualino, aveva e avrebbe detto di no, fino al momento di tirar le cuoia, quantunque sua figlia — felice memoria — si fosse finalmente posto il cuore in pace, specialmente apprendendo che il primo matrimonio non esisteva più e che il conte aveva un figlio da legittimare. La signora donna Matilde — giustizia innanzi tutto! — nonostante le sue stravaganze era ragionevole in fondo, e sapendosi del resto malata, comprendendo che un po’ prima un po’ dopo il conte sarebbe rimasto libero, s’era persuasa di pregare il padre che consentisse allo scioglimento del matrimonio civile. Del religioso, no, perché aveva certi suoi scrupoli un po’ curiosi sulla santità del sacramento; ma basta! suo marito si sarebbe contentato dello scioglimento civile. I conti eran però fatti senza la mulaggine del barone villano, il quale giurava di voler prima morta la figliuola che consentire alla liberazione del genero!… Ah, no? E allora il contino aveva chiesto lui d’essere sciolto, adducendo che la madre lo aveva costretto a prendersi quella moglie!
Sapevano tutti che donna era stata la principessa, con quanta prepotenza s’era imposta ai figli. Non aveva violentato la volontà di Chiara, per darle il marchese di Villardita? Così aveva violentato quella di Raimondo per dargli la Palmi! Decine, centinaia di testimoni affermavano che il contino mai e poi mai aveva voluto prender moglie: prima di tutti la parentela, il principe, le sorelle, i cognati, gli zii, le cugine; poi gli amici, poi la servitù, poi tutta la città. Ma per ottenere lo scioglimento del matrimonio bisognava dimostrare che all’atto di pronunziare il sì che lo legava per sempre don Raimondo avesse provato un timor grave: e allora il cavaliere don Eugenio era venuto innanzi al magistrato per testimoniare che la principessa sua cognata aveva fatto accompagnare il figliuolo alla parrocchia da due campieri armati, i quali, se egli avesse risposto no, dovevano legarlo, buttarlo in fondo a una carrozza che stava ad aspettare vicino alla chiesa e portarlo in campagna per usargli le maggiori sevizie. Dai feudi di Mirabella erano venuti due campai a confermare la testimonianza, e il cocchiere l’avea suffragata per suo conto, e il sagrestano pure. Così il tribunale aveva fatto giustizia.
E certa gente — Pasqualino non se ne dava pace! — pretendeva che quelle testimonianze fossero false, che i campai fossero stati pagati, che don Raimondo avesse dato una bevuta di trecent’onze allo zio don Eugenio! Quasi che don Eugenio Uzeda di Francalanza, Gentiluomo di Camera di Sua Maestà Ferdinando II (senza esercizio perché Ferdinando non era più di questo mondo e i suoi discendenti avevano ricevuto il benservito) fosse capace di un’azione di questa fatta! Quasi che i giudici fossero gente da accettare deposizioni non vere! Altri volevano dare a intendere che, come uomo, il contino non poteva spaventarsi delle minacce, e che non s’era mai dato il caso d’un annullamento di matrimonio per costrizione della volontà dello sposo. Non s’era ancor dato, e adesso si dava: oh bella, che ci trovavano da ridire? Non ci aveva trovato da ridire neppure il barone Palmi, che non aveva preso parte alla causa! Le male lingue rincaravano che il barone aveva lasciato correre per amore della figlia, la quale era in fin di vita; ma Pasqualino, com’è vero Dio, certe cose neppur intendeva come potessero capire in mente umana! Che c’entrava la malattia della signora donna Matilde col silenzio del barone? Forse che a saper dissolto il matrimonio, la signora Matilde sarebbe guarita dalla contentezza? Era morta, invece — salut’a noi! — qualche mese dopo le giuste nozze del conte e di donna Isabella! Dunque il barone era rimasto zitto perché sapeva che il genero diceva la verità!
Subito dopo la pace col principe, Raimondo e donna Isabella s’erano riconciliati con una gran parte degli antichi oppositori; la cugina Graziella, specialmente, s’era messa a difenderli con maggior calore dello stesso Pasqualino, dimostrando che la passione è «cieca», che gli uomini «sono fatti di carne» e le donne pure, e che la colpa di tutto quel che si succedeva andava attribuita tutta alla leggerezza, «per non dir altro», della Palmi. Tuttavia, buona parte della nobiltà restava a fare il viso dell’arme a Raimondo ed all’amica; ma la cugina assicurava che a poco a poco tutti si sarebbero addomesticati, specialmente quando i tribunali avessero fatto giustizia, accordando i divorzi; e non contenta di dare assicurazioni, faceva propaganda, persuadeva i tentennanti, teneva fronte ai borbottoni.
Frattanto, ringraziato Ferdinando dell’ospitalità che gli aveva accordata, Raimondo s’era preso in affitto un quartiere nel palazzo Roccasciano e v’era andato a stare insieme con la futura moglie. Giacomo, il Priore, il duca avevano veramente consigliato loro di non farne nulla, di restar piuttosto alla Pietra dell’Ovo fino al giorno della loro legittima unione e poi andar via, a Napoli, a Milano, a Torino, in mezzo a gente nuova. Ma donna Isabella, a cui le schifiltose avevano fatto troppi affronti, voleva prendere la rivincita ed assaporare il trionfo. Raimondo, impegnato a spuntarla contro tutti e tutto, faceva ancora, suo malgrado, ciò che ella voleva. Fermo proposito di lui era d’andar via al più presto, non già per le ragioni di prudenza suggerite dai parenti, ma perché non ammetteva di poter vivere due giorni di seguito, senza una estrema necessità, nel paese nativo; poche parole dell’amica bastarono a dissuaderlo. I suoi parenti non consigliavano forse quel partito perché, nonostante la pace, avevano mediocre piacere di trattarla e preferivano saperla lontana? Non c’erano tuttavia tante persone che la salutavano freddamente, che evitavano di parlarle?… Ed egli cominciò a far spese pazze per metter su una casa, volle che il matrimonio si celebrasse con la massima pompa, quasi sfidando chi prima aveva sostenuto impossibile la riuscita della sua impresa. Fu una festa sontuosa alla quale molti di quelli che si erano ostinati nel biasimo sollecitarono il grande onore di poter assistere, e così donna Isabella assaporò la voluttà di vederseli ai piedi. Peccato che la cugina Graziella, la quale aveva tanto contribuito a quest’effetto, non potesse goderne anche lei, poiché suo marito, pochi giorni prima, aveva preso un raffreddore che pareva all’inizio una cosa da nulla, ma che giusto la notte degli sponsali degenerò in polmonite e tre giorni dopo lo ammazzò.
Tutti gli Uzeda furono da lei in quella dolorosa circostanza; il principe, specialmente, nonostante l’abituale freddezza, mostrò di prendere molta parte al dolore della cugina. Ella pareva veramente inconsolabile, raccontava a tutti piangendo la gran bontà del povero marito suo, il grande amore che gli aveva portato, l’irreparabile sciagura che quella morte era per lei. Soltanto la vista dei suoi «cari cugini», i conforti della «famiglia», lenivano il suo cordoglio: i «cugini», gli «zii» erano ormai i soli che le restavano. Ella mise per ogni dove i segni del corrotto, per poco non si tinse di nero la faccia, e durante un buon numero di mesi rifiutò ostinatamente di prender aria, neanche in carrozza chiusa, di sera. Ma la sua prima visita fu al palazzo del principe dove, a poco a poco, riprese l’abitudine di venire spesso a confortarsi. Si prendeva in braccio Teresina ed esclamava, con voce rotta: «Figlia mia! Figlia mia!… Se il Signore mi avesse concesso una figlia come te, non sarei rimasta sola al mondo!… Il Signore ti conservi sempre all’affetto di tua madre… Figlia! Figlia mia!…» tanto che la principessa Margherita, molto impressionabile, si metteva a piangere anche lei. Col tempo, nondimeno, quel grande dolore si calmò, divenne più composto, tale da consentirle di occuparsi delle cose mondane. Suo marito l’aveva lasciata erede universale d’una discreta sostanza, talché ella non aveva da inquietarsi per l’avvenire; piuttosto, non sapendo come disbrigare gli affari dell’eredità, rivolgevasi al cugino principe, il quale glieli metteva in piano. Pertanto ella veniva adesso tutti i giorni al palazzo, certi giorni più d’una volta; ma, quantunque non avesse affari, andava pure spesso da Lucrezia, dalla «zia» Ferdinanda e dalla «cugina» Isabella. In casa di costei tuttavia, a causa del lutto, non compariva il lunedì, giorno nel quale la contessa «riceveva».
Quest’uso di ricevere in un giorno determinato era una gran novità della quale si discorreva molto. Donna Isabella, che non s’appagava del trionfo d’una sola sera e voleva piegare le ultime ostinate oppositrici, l’aveva introdotto, riuscendo così a dare al suo salotto un tono speciale, un’importanza straordinaria, tale che le più restie brigavano finalmente l’onore di esservi ammesse. Talché, dopo appena tre anni che era venuta in una volgare camera d’albergo, moglie della mano manca, osteggiata da tutti, ella troneggiava in quell’inverno del ’65, autentica contessa di Lumera, fra una corte di ammiratori.
«Grazie! Grazie!…» diceva a Raimondo, gettandogli le braccia al collo e stringendolo a sé. «Tu l’hai voluto e ottenuto!… Grazie! Grazie!…»
Egli restava di marmo sotto quelle carezze. Vinta la partita, cessata la febbre che lo aveva animato contro le difficoltà, i contrasti e le opposizioni d’ogni genere, faceva il conto di quanto gli costava quel risultato. Confusamente, sordamente, poiché non poteva convenire di esser stato tanto cieco, sentiva d’aver lavorato a ribadirsi al collo una nuova e più pesante ed infrangibile catena, quando invece la sua personale aspirazione, il suo unico ardente desiderio sarebbe stato quello di liberarsi del tutto. Scontento, irrequieto, nervoso, frenavasi dinanzi alla gente; ma in casa, coi familiari, trovava nelle circostanze più futili un motivo di sfogarsi, di gridare, di maltrattare qualcuno; Pasqualino riceveva sulle spalle il fitto della gragnuola; donna Isabella sentiva la tempesta minacciare anche lei, ma la stornava a furia di sommessione, secondando sempre e comunque l’umore del marito.
Adesso, l’incosciente rancore di cui Raimondo era animato contro di sé rovesciavasi sui parenti; egli sapeva che in modo diverso, per diverse ragioni, incoraggiandolo o contraddicendolo, avevano contribuito al suo danno e, non potendo accusare se stesso, se la prendeva con quelli. Sua moglie, per evitare che egli pensasse ad altro, gli parlava male di tutti gli Uzeda. E la materia era inesauribile. Chiara, per esempio, che aveva fatto la scrupolosa quand’essi non erano uniti legittimamente, adesso dava da parlare a tutta la città per le cose vergognose che tollerava in casa sua. Con l’utero fradicio dopo l’estirpazione della ciste, non poteva più essere toccata dal marito, e di che si lagnava quella pazza? Forse della condizione in cui era ridotta? Del male che la minacciava sordamente? Nossignore: il suo gran dolore era di non poter servire a Federico! E comprendendo che questi, il quale non aveva niente di fradicio, anzi era sanissimo come una lasca, non poteva far quaresima tutto l’anno, che aveva pensato? Di scegliergli lei stessa certe fiorenti cameriere, una più bella dell’altra, e gliele metteva nel letto, e le trattava a zuccherini, quasi le serviva lei stessa invece di farsene servire!… «Son cose vergognose!… È pazza!…» esclamava donna Isabella, rammentando a Raimondo la storia del matrimonio di Chiara con quel marchese aborrito, la violenza che la principessa madre aveva dovuto farle. «E gli altri? E le altre?» Infatti, dove metter Lucrezia? La pazzia di costei era andata tutt’al rovescio: dopo aver fatto cose dell’altro mondo per sposare Giulente, adesso, a poco a poco, era arrivata quasi a disprezzarlo, gli dava dell’asino a tutto pasto, non poteva soffrire la sua politica che prima l’aveva accesa, gli diceva sul muso: «Ha pur da tornare Francesco II che vi legherà tutti quanti!…» E le speculazioni di don Eugenio? Costui, facendo pagare un occhio del capo al principe di Roccasciano cocci ed imbratti, li riprendeva per due baiocchi dalla moglie che, invasata dal demonio del giuoco, li sottraeva dagli scaffali… E la metamorfosi di Ferdinando? Pareva che la passione per le Ghiande non potesse finirgli mai: un bel giorno le aveva piantate, aveva lasciato in asso tutti gli esperimenti agricoli e meccanici e se n’era venuto a stare in città. Non mancava ai lunedì della cognata, andava tutte le sere al teatro, frequentava le donne e, per non metter più piede nel podere che gli era stato tanto a cuore, lasciava che il suo fattore gli rubasse gli occhi. «È pazzo?… Son pazzi?…» Donna Isabella non parlava d’altro, sapendo d’appagare il rancore di Raimondo. Egli l’aveva, sì, con tutti, ma il suo astio più grande era serbato al principe.
Giacomo non aveva prodotto solo un danno morale al fratello, gli aveva anche fatto pagar salato il suo appoggio. Nei momenti in cui era impegnato a spuntarla contro tutti, a trionfare degli immensi ostacoli di cui era irta l’impresa dello scioglimento dei matrimoni, Raimondo non aveva neppur calcolato quel che gli costava la pace col fratello maggiore; era tanto, allora, il suo impegno, che egli avrebbe forse consentito a cedere tutto quanto possedeva. Adesso che faceva il conto e tirava le somme, vedeva che Giacomo gli aveva preso un buon terzo del suo. Come a Lucrezia, aveva presentato a lui la nota dell’ospitalità accordatagli, una nota molto lunga perché comprendeva le spese fatte per la Palmi e le bambine; poi aveva tirato fuori le solite cambiali apparse dopo la morte della madre, addebitandogliene la metà; e nei conti della procura aveva dimostrato d’esser rimasto creditore di parecchie migliaia d’onze, per gl’interessi accumulati degli anticipi: così s’era preso i due fondi di Burgio e Burgitello. Ma la magagna più grossa era stata operata nella divisione, perché egli aveva messo, secondo gli conveniva, i prezzi alle terre, e tenuto per sé le migliori e le più vicine. In cambio di altre proprietà gli aveva ceduto rendite fradice, di difficile ed incerta riscossione, e non contento di tutto ciò gli aveva anche imposto di rinunziare all’uso del quartiere nel palazzo avito, a quella clausola del testamento materno che gli stava come un bruscolo negli occhi… Passata pertanto la foga della lotta, Raimondo era animato da un sordo astio contro di lui; ma donna Isabella, parlandogli male del fratello, non rammentava già queste cose, comprendendo che l’argomento era a due tagli e si poteva ritorcere contro di lei. Invece criticava il carattere prepotente del cognato, la sua severità verso la moglie, il suo disamore per tutti, la sua doppiezza con gli zii. Curiosa per indole, vigile per interesse, ella veniva scoprendo, adesso, in casa di lui, qualche cosa di nuovo che le dava buono in mano. «Hai visto?… Hai visto?…» diceva al marito tutte le volte che tornavano a casa dopo essere stati al palazzo. «E faceva il moralista anche lui! Bisognava sentirlo, quando predicava!… E quella stupida di Margherita che non s’accorge di nulla!…»

La principessa, infatti, non pareva notasse che da un pezzo la vedova cugina veniva a consolarsi «in famiglia» tutte le sante mattine che il Signore mandava e tutte le sante sere. Il principe s’occupava di metterle in ordine l’eredità, e perciò, avendo bisogno di parlarle, l’andava spesso a trovare per suo conto; certe volte la riconduceva con sé al palazzo. La sera ella restava fino all’ultimo nella Sala Gialla, dove la solita società si riuniva. Nessuno degli Uzeda, pel momento, vi mancava: il matrimonio di Raimondo pareva avesse ricondotto la pace in tutti gli animi. Il duca pontificava, aggiustava l’Europa in quattro e quattr’otto, le finanze italiane in men che non si dica, e Giulente stava a udirlo come il Messia, lasciandosi rimorchiare sempre più, disertando il suo partito per corteggiare lo zio, aspettando di prenderne il posto. Il duca, infatti, gli aveva detto: «Quando sarò stanco, lascerò a te il collegio»; e questa era la secreta brama di Benedetto: esser deputato, mettersi nella grande politica. Per dargli pazienza, il duca lo aveva fatto eleggere consigliere comunale, e discorreva con lui anche delle cose del Municipio, delle riforme da introdurvi. Quantunque il Parlamento fosse in piena sessione, egli non parlava d’andar via, occupato a sbrigare i suoi affari. Il patriottismo gli era costato: per sussidiare i perseguitati, per comperar fucili e cartucce, per offrire rinfreschi alla Guardia nazionale, aveva fatto qualche debituccio, ipotecata la sua magra proprietà: ora la rimetteva in ordine. Dove trovava i quattrini? Dicevano che spartisse negli appalti fatti accordare a Giulente zio; ma quei guadagni, quantunque grossi, non potevano bastare alle grandi operazioni che disegnava. Fondata la Banca Meridionale di Credito e di Depositi, aveva sottoscritto per cento azioni di mille lire l’una; è vero che non aveva versato se non un quarto; ma nello stesso tempo egli parlava d’una grande compagnia di navigazione a vapore, d’una società per la lavorazione degli zolfi, di un’altra pel taglio dei boschi etnei. Don Blasco e donna Ferdinanda, ciascuno per conto proprio, s’ingegnavano con ogni mezzo di appurare come facesse; fu il marchese Federico quello che li mise sulla buona strada.
Con le economie del suo largo reddito, il marchese faceva ogni anno qualche acquisto; ultimamente aveva comperato una villa al Belvedere, per stare a casa propria durante la villeggiatura, e gli era rimasta tuttavia una sommetta della quale non sapeva che fare. Era troppo esigua per comprare una proprietà; darla a mutuo non voleva; che cosa bisognava farne? «Acquistane rendita pubblica!» gli aveva consigliato il duca, spiegandogli i vantaggi dell’impiego, offrendogli di farla venire da Torino. «Vostra Eccellenza ne ha dunque comprata?» gli domandò il marchese. «Ne ho comprata, ne ho venduta… secondo i corsi… capisci bene…» poi, quasi pentito d’avergli fatto comprendere che ci aveva speculato su durante i cinque anni passati a Torino, col comodo delle notizie appurate nelle anticamere dei ministeri, aveva mutato discorso. Il marchese titubò un pezzo, un po’ per fedeltà al principio borbonico, molto più per paura di perdere i suoi quattrini, frutto e capitale, con l’idea che l’Italia fosse sempre sul punto non che di fallire, ma di andare a rotoli; finalmente un giorno, incontrato il duca che veniva a riscuotere le cedole del semestre scaduto, vistolo venir via con un bel rotolo di biglietti, si decise. E la sera che annunziò al palazzo l’acquisto, bisognò sentir don Blasco!
«Ah pezzo di pagliaccio! Anche tu? Con l’Italia anche tu? Sei impazzito anche tu?»
«Perché?» tentò rispondere il marchese. «Al Sessantasei, il capitale frutta il sette e mezzo per cento… Le cedole sono pagate puntualmente alla scadenza…»
Il monaco stava a sentirlo, spalancando tanto d’occhi, come aspettando di vedere fin dove sarebbero arrivate le enormità che quel bestione eruttava: alla fine scoppiò:
«Te ne netterai il fondamento, delle tue cedole!… Andrai a riscuoterle al lungo comodo, pezzo d’asino!…» E rivolto a Chiara, con le mani in capo: «Fallo interdire!… Ti vuol rovinare!… L’impiego al sette per cento!… Se non ne vogliono neppure in elemosina?…» Girando poi uno sguardo tutt’intorno, con amara ironia: «Impiego sicuro, signori miei!… Quando la rendita napoletana era al cento e dieci!… Un altro poco e scenderà al cinque la cartaccia sporca!… Allora con cinque lire di capitale, avremo cinque lire l’anno! Arricchiremo tutti quanti! Viva la cuccagna! Viva il gran Vittorio!»
Il duca, che stava in un angolo con Benedetto spiegandogli le proprie idee sull’avviamento della Banca Meridionale, che sotto la direzione di don Lorenzo Giulente doveva «venire all’aiuto dell’incremento industriale e commerciale» e «cooperare l’opera protettrice del governo», sorrise impercettibilmente, scrollando le spalle, alla sfuriata del fratello; Chiara, preso in disparte suo marito, gli disse:
«Non dar retta a quel pazzo!… Tu hai fatto benissimo: comprane dell’altra.» E dopo un poco lo condusse via, prima che la società si sciogliesse, come faceva da un pezzo, senza che si sapesse la ragione della sua gran fretta di tornare a casa.
La ragione era questa: che Rosa Schirano, la nuova cameriera da lei presa a Federico, un bel pezzo di ragazza della Piana, bianca e rossa al pari d’una mela, era incinta per opera del marchese; e invece di cacciarla via, ella non capiva in sé dal contento. Questa era anzi la secreta speranza che l’aveva indotta a metter tante fresche ragazze a fianco del marito; poiché voleva un figlio di lui e non era buona a farlo, s’accontentava di quello di un’altra, le pareva naturalissimo circondare di cure quest’altra che Federico aveva fecondata, e ne invidiava la sorte. Ella stessa le aveva strappato la confessione dell’errore, e la ragazza, impaurita e tremante, era rimasta, poiché la padrona, invece di buttarla giù dalle scale, le aveva detto: «Non t’inquietare; penserò io a tuo figlio!…» Da quel giorno Chiara non aveva avuto pensieri se non per la cameriera. Un certo senso di rispetto umano le aveva impedito di continuare a tenerla nelle proprie camere col ventre sempre più gonfio; ma giù nel cortile, nelle stanze che la moglie del cocchiere era stata costretta a cederle, la visitava tre o quattro volte il giorno, le mandava i migliori bocconi della sua tavola, la teneva nella bambagia.
Quando la cosa si riseppe, tutti i parenti, specialmente i fiutoni, don Blasco e donna Ferdinanda, cominciarono a fare un diavolìo, gridandole che dovesse cacciare a pedate quella ciarpa; ma Chiara, fingendo che Rosa avesse la tresca fuori di casa, la scusava, e dichiarava di non poterla veder soffrire. «Le tentazioni, per queste povere ragazze, sono tante!… Speriamo che la sposerà, chi è stato… Io so che cosa vuol dire gravidanza… Non ho il coraggio di buttarla in mezzo a una strada…» Ma il più bello era che il marchese si seccava e si vergognava anche un poco di quella paternità clandestina. Col marito, Chiara non aveva tenuto nessun discorso in proposito; ma quando la cugina Graziella si mise anche lei della partita, venendo a dirle di mandar via quella sgualdrina, ella si fece rossa, non sapendo lì per lì che rispondere; ma appena l’altra se ne andò, proruppe, rivolta a Federico:
«Sentila, adesso!… Io faccio quel che mi pare e piace, e tu solo hai il diritto di comandare, qui dentro!… Fa la scrupolosa, adesso, questa non so che cosa! Dopo che ruba Giacomo a sua moglie! Ci vuole la sciocchezza di mia cognata, per non accorgersi di nulla!…»
Veramente, più d’uno ne cominciava ora a mormorare, e tra la servitù delle due case correvano già certe occhiate d’intelligenza, si scambiavano certi commenti che facevano inghiottire a Baldassarre botti di veleno. Il signor principe non poteva dunque fare un atto di carità, sorvegliando l’amministrazione intricata della cugina, che già le lingue di vipera ci trovavano a ridire? Forse perché s’era parlato di matrimonio tanti anni addietro? Ma il padrone aveva fatto la volontà della principessa, sant’anima, e adesso pensava ai suoi figli, rispettava la moglie, aveva tutt’altro pel capo che le galanterie! Se avesse voluto andar dietro alla cugina, ne avrebbe avuto tanto tempo, senza aspettar la morte del marito, perché proprio quel buon diavolaccio del cavalier Carvano non era tipo da metter paura! Non vedevano del resto la principessa? Era la più interessata di tutti a sapere la verità; e se quelle ciarle maligne avessero avuto fondamento, se ne sarebbe rimasta così tranquilla?…
La principessa era più tranquilla che mai, sempre piena di obbedienza verso il marito, sempre aspettando gli ordini che egli le impartiva spesso con una sola guardata. La cugina a poco per volta quasi domiciliavasi a palazzo, dava ordini alle persone di servizio come le pagasse lei, esprimeva su tutti gli affari della casa la propria opinione, della quale il principe teneva più conto che non di quella della moglie; ma donna Margherita, invece di dolersene, respirava più liberamente perché Giacomo la lasciava quieta, non pretendeva ch’ella gli desse ragione in tutto e per tutto, e non la rimproverava se le cose non riuscivano poi com’ei voleva. Pertanto, se qualche giorno la vedova non veniva, ella la mandava a chiamare prima che il principe notasse l’assenza, e la tratteneva tutto il giorno in casa, le affidava Teresina, la trattava come una sorella. Quell’intrinsichezza le procurava un altro vantaggio grande, impagabile, risparmiandole l’orrore di toccar le chiavi, i mobili, gli oggetti. Quando bisognava metter fuori biancherie, o frugare negli armadi, o riporre qualche cosa nelle casse, la cugina faceva tutto lei, andava e veniva con le chiavi alla cintola per la casa, la metteva sossopra, al punto che in sua assenza non si trovava più nulla e bisognava mandare qualcuno a chiamarla.
«Almeno, levassero via la bambina!» diceva donna Isabella, scandalizzata, a Raimondo. «La fanno assistere a un bello spettacolo!…»
E don Blasco e donna Ferdinanda già cominciavano a fare anch’essi i loro commenti; ma quando Rosa Schirano partorì al marchese un bel figlio maschio, bianco e rosso, grosso e grasso, la nuova guerra tra gli Uzeda divenne generale.
Chiara, fuori dei panni dal piacere, riprese vicino a sé la cameriera, le cercò una balia, diede al piccolino tutto il corredo preparato un tempo pei suoi propri figli. Lo teneva mattina e sera in braccio, lo dava a baciare al marito dicendogli: «Guarda com’è bello!… Ti somiglia, eh?…» ma quand’era sola, faceva calare dall’alto dell’armadio la boccia polverosa col mostricciattolo partorito da lei, abbracciava con un solo sguardo l’orribile aborto giallo come il sego e il bambino paffuto che tirava pugni, e due lacrime le spuntavano sulle ciglia. «Sia fatta la volontà di Dio!…» Riposta la boccia, tutte le sue cure e tutti i suoi pensieri si rivolgevano al figlio di Rosa, al quale aveva persino messo il nome di Federico… Ma Giacomo diede della pazza alla sorella; Chiara, sentendosi pungere, si mise a cantare contro il fratello che teneva la ganza in casa e le affidava la figlia; Lucrezia, che aveva già fatto pace con Giacomo al tempo del matrimonio di Raimondo, voltò nuovamente casacca e accusò Giacomo, unicamente perché Benedetto consentiva con lui nel biasimare le stramberie della marchesa; donna Isabella, per distrarre Raimondo, che aveva un umore sempre più nero, rincarò la dose contro il principe, contro Chiara, contro Lucrezia; don Blasco e donna Ferdinanda soffiavano nel fuoco ciascuno per suo conto, ora formando leghe contro Chiara, ora contro Giacomo, ora contro la contessa; e tutti e tutte, giovani e vecchi, fratelli e sorelle, zii e nipoti, ricominciavano a buttarsi addosso, volta per volta, l’accusa di stravaganza, di ossessione e di pazzia. In mezzo ad essi, il Priore portava la sua serena indifferenza per tutte le cose di questo mondo, dopo aver fatto la corte a Monsignore e brigato col coadiutore, col Vicario e coi canonici; Ferdinando, elegantissimo, non parlava più d’altro che di abiti e di sarti forestieri; il duca, udendo tutti senza rispondere a nessuno, scambiava telegrammi coi sensali che giocavano in Borsa per conto suo, e badava a ordinare le sue banche e società; il cavaliere don Eugenio, lasciata in asso l’Accademia dei quattro poeti, si occupava unicamente d’un certo negozio di zolfi che pareva molto lucrativo — con le trecent’onze della falsa testimonianza, dicevano le male lingue — e la principessa era felice di tener per aria le mani bianche e lucide, preservandole da ogni contatto, adoperandole soltanto per abbracciare i suoi figli.
Teresa, adesso vicina ai dodici anni, formava il suo orgoglio, per la bellezza della persona e la bontà dell’animo. Mai un dispiacere da quella bambina; lo stesso principe, che a giorni pareva cercasse col lanternino i pretesti per andare in collera, non la coglieva mai in fallo. Bastava che le dicessero una volta: «Teresina, ciò dispiace a tuo padre», oppure: «Tuo padre vuole così», perché ella chinasse il capo senza fiatare. Per l’obbedienza esemplare, per la dolcezza del cuore, ella raccoglieva dovunque lodi e premi. Cresciuta negli anni, non la mettevano più nella ruota per farla passare tra le monache, a San Placido, ma la conducevano spesso al parlatorio della badìa. Ella che aveva frenato, piccolina, la paura di restar chiusa nello spessore del muro, e il terrore del crocifisso nero, preferiva anche ora, in cuor suo, le belle passeggiate all’aria aperta; ma poiché ai parenti faceva piacere che andasse dalla zia monaca, ella stessa sollecitava quelle visite dietro le grate. Ella passava per prove ancora più forti. La vigilia dei Defunti, tutti gli anni, la famiglia recavasi nelle catacombe dei Cappuccini, a visitare gli avanzi della principessa Teresa, per ordine del principe, il quale da canto suo restava in casa temendo che la vista dei morti gli portasse iettatura. La bambina tremava da capo a piedi. Che spavento, tutti quei morti pendenti dalle pareti, chiusi nelle casse, vestiti come in vita, con le scarpe ai piedi e i guanti alle mani; certuni con la bocca contorta come se urlassero dallo spasimo, altri che ridevano d’un riso sgangherato; la nonna, tutta nera in viso, nella bara di vetro, vestita da monaca, con la testa sopra una tegola e le mani aggrappate disperatamente a un crocifisso d’avorio!… Tremava tutta, la bambina, dallo spavento, dall’orrore, e la notte sognava tutti quei morti che le danzavano intorno; ma nascondeva il proprio spavento poiché il confessore le aveva detto che i poveri morti non possono far male, che è dovere visitarli, che bisogna continuamente pensare ad essi perché un giorno anche noi moriremo e andremo dinanzi al Giudice eterno. Quasi in tutte le chiese, del resto, ella aveva un senso di fredda paura; alla Madonna delle Grazie c’era una parete piena di doni votivi: gambe, teste, braccia, mammelle di cera sulle quali erano dipinte orribili piaghe paonazze; ai Cappuccini, nella cappella della Beata Ximena, vedevasi la bara dove custodivano il suo corpo. Dicevano che si conservasse così fresca, dopo secoli, come se fosse spirata da un’ora; ad ogni centenario della beatificazione scoperchiavano il feretro; ella pensava con terrore che fra dodici anni, nel 1876, sarebbe capitato il terzo centenario. Ma poiché faceva sempre forza a se stessa e niente traspariva delle sue paure, e la vedevano stare lunghe ore in quelle chiese, inginocchiata, pregante, tutti lodavano la sua pietà; alcuni dicevano perfino: «Cresce come la Beata; santa come lei!» E queste lodi, sì, l’inorgoglivano; per guadagnarsele sopportava tutto in pace. Anch’ella, come tutte le altre sue amichette, desiderava le belle vesti nuove, dai colori gai, dalle ricche guarnizioni, o le prime buccole, un anellino; ma suo padre diceva che queste cose guastano le ragazze; e invece di piangere e di gridare, come facevan tante, ella chinava il capo, confortata dalla sua mamma che le prometteva all’orecchio: «Vedrai, amorino mio, quando sarai grande!…»
Consalvo non aveva lo stesso carattere della sorella; tutt’al contrario; ma la principessa, scusandolo, lo esortava ad essere buono. Le esortazioni della mamma non davano molto frutto. Sperato invano di tornare a casa pei torbidi del Sessantadue, egli aveva visto passare gli anni uno dopo l’altro senza che il padre mantenesse la promessa di toglierlo dal Noviziato. Tutte le volte che era venuto al palazzo, il ragazzo l’aveva rammentata al principe; ma questi rispondeva invariabilmente: «Più tardi… in primavera… in autunno… non tocca a te pensarci!…» Così rodeva il freno, aspettando la primavera e l’autunno che lo ritrovavano ancora in quella prigione, smaniante, irrequieto, buttato a un tratto col partito dei liberali, nella speranza della soppressione dei conventi. Giovannino Radalì, che, durando la madre nel proposito di fargli pronunziare i voti, nutriva anche lui quest’unica speranza per tornare al secolo, lo aveva convertito; ma l’annunzio della soppressione somigliava alle promesse del principe: ripetute sempre, non si trovavano mai confermate dai fatti. Perciò, continuamente irritato dall’ostinazione del padre, pieno di invidia per quei compagni che ad uno ad uno se ne tornavano in famiglia a godersi la bella libertà, egli diventava il tormento dei maestri, dei fratelli, dei camerieri, di tutto il convento, e rifiutava anche di andare a casa, o, se vi andava, non salutava nessuno, non parlava, stava tutto il tempo della visita con tanto di muso. Ora che al palazzo non si rimoveva una seggiola senza il beneplacito della cugina, costei prestava mano forte al principe, giudicava che il ragazzo, pel momento, stava bene dov’era; gli diceva, con tono d’affetto materno, mentr’egli fremeva d’odio contro quest’altra: «Non dubitare; verrai via a suo tempo; per ora bisogna studiare… Vedi la mia figlioccia’! Anche lei va messa in collegio…»
La signorina Teresina in collegio?… Nella corte, tra la parentela, la notizia, appena risaputa, fu commentata in mille modi: «E perché?… Non sta bene in casa?… Il duca ha voluto così… E che c’entrava il duca?… No, è stato il principe… No, la cugina… La principessa piange da mattina a sera…» Ciascuno diceva la sua, qualcuno soffiava che forse la decisione era stata presa perché un giorno la signorina, entrata inavvertitamente nella Sala Rossa, aveva trovato il principe e la madrina in troppo intimo colloquio… Ma Baldassarre, col suo tono d’autorità che troncava tutte le chiacchiere, dava la versione schietta e genuina: tutte le grandi famiglie di Palermo e di Napoli, al giorno d’oggi, stillano di mettere le signorine in collegio, nei collegi a chic, dove imparano la lingua italiana e anche la francesa: il barone Cùrcuma ci aveva messo la sua ragazza, dunque la figlia del principe di Francalanza doveva andare anche lei in uno di quei collegi. Il signor duca conosceva che quello dell’Annunziata, a Firenze, era il più a chic di tutti, perché infatti costava più caro; e anche il signor don Raimondo e la contessa donna Isabella, che a Firenze c’erano stati di casa, dicevano altrettanto e approvavano che la principessina ricevesse l’educazione conveniente!…
Egli non diceva che donna Ferdinanda, alla notizia della decisione presa a sua insaputa, s’era scagliata con più violenza contro il principe e aveva perdonato a Chiara l’allevamento del bastardo per andare a sfogarsi con lei contro queste stupide novità dei collegi fiorentini, quando ai suoi tempi le ragazze nobili imparavano in famiglia a filar seta e non s’impinzavano di sciocchezze italiane e forestiere; non diceva che don Blasco girava per le case dei nipoti predicando la crociata contro le porcherie che si commettevano al palazzo… Pel Baldassarre, il principe era Dio, e tutto ciò che il padrone faceva era ben fatto. Rispettava anche gli altri parenti e perciò le voci di quelle guerre in famiglia lo contristavano positivamente; voleva che tutti andassero d’accordo per il buon nome, per il prestigio della casata. E negava i piccoli dissidi, scemava importanza ai grandi, imponeva silenzio al basso personale sempre con l’orecchie tese per acchiappare a volo qualche notizia piccante, attribuiva all’invidia delle altre case meno nobili e ricche le voci maligne che circolavano tra i servi. Esse non dovevano a nessun costo arrivare al padrone; se costui domandava perché il tale o tal altro guattero era stato congedato, egli trovava un buon pretesto, oppure diceva che era stato il signor Marco. Stimava pertanto l’amministratore, che era come lui geloso del buon nome della casa e pieno di rispetto verso il principe e di giusta severità verso i dipendenti.
Del resto, alla lunga, gl’invidiosi si stancavano di sparlare. Prima di tutto, alcuni dei parenti andarono via e perciò i motivi di lite scemarono. Il contino Raimondo un bel giorno, senza aver detto niente a nessuno, fece i bauli e se ne partì con la moglie per Palermo, lasciando a Pasqualino l’incarico di vendere la mobilia comperata un anno prima. Poi partì il duca diretto a Firenze e conducendo via anche la principessina Teresa, per metterla al collegio, com’erasi stabilito. La bambina, nel congedarsi, piangeva dirottamente dal dolore di lasciar la sua casa, di entrare nel collegio di Firenze, tanto lontano, dove neppure la domenica, neppur dietro a una grata, come a San Placido, avrebbe potuto vedere la sua cara mamma. La comare però le diceva:
«Non piangere così; non vedi che fai male a tua madre?…» e allora ella inghiottiva le sue lacrime, si ricomponeva. Il giorno della partenza, la principessa ebbe una convulsione di pianto, abbracciando furiosamente la figlia; e la stessa cugina aveva gli occhi rossi, ma faceva coraggio a tutti: «Teresina tornerà fra qualche anno; e poi ogni autunno l’andremo a trovare, è vero, Giacomo?… Verrò anch’io; sei contenta così?… Vedrai poi, quando tornerai istruita ed educata come si conviene, quanto tutte t’invidieranno!… Vedrai anche tu, Margherita, quanto sarai orgogliosa della mia figlioccia!…» La bambina allora chinò il capo, s’asciugò gli occhi, e disse alla sua mamma, seria e composta com’era sempre stata: «Non t’angustiare, mamma mia bella; ci scriveremo ogni giorno, ci rivedremo presto… Vedi che sono ragionevole?..» Un amore di figliuola, quella lì; vera razza dei Viceré!
Poi partì anche il cavaliere don Eugenio per Palermo. La ragione di questa partenza qui non si seppe molto bene. Il cavaliere aveva detto che certe grandi case palermitane lo avevano chiamato per associarlo in grandi e nuove speculazioni dove c’era da arricchire in poco tempo; ma le male lingue, che non tacciono mai, volevano dare a intendere che egli era scappato perché, mangiatisi i quattrini degli zolfi presi a credenza, contro cambiali che non poteva più pagare, correva rischio di prendersi qualche soma di sante legnate… Comunque andasse la cosa, fatto sta che, partite tutte queste persone, la pace tornò a regnare in famiglia. La cugina, affezionatissima, veniva giorno, sera e notte a tenere compagnia e a dare una mano alla principessa, che le era gratissima di tante attenzioni; venivano anche gli altri parenti, non più inviperiti come un tempo; gridavano, è vero, ogni tanto: don Blasco, per esempio, a motivo della soppressione dei conventi annunziata nel programma della nuova legislatura, o la signora donna Lucrezia contro il marito e i liberali; ma niente di positivo. Il principe, da canto suo, badava agli affari dell’amministrazione, ma senza più affaticarsi troppo, senza più tenere le interminabili sedute d’un tempo col signor Marco.

Ora un giorno, che fu giusto il 31 dicembre 1865, Baldassarre corse ad una chiamata del padrone il quale era nel proprio scrittoio in compagnia del notaio.
«Accompagna il notaio dal signor Marco e consegnagli questo biglietto,» gli disse il padrone.
«Eccellenza,» rispose Baldassarre, «è andato fuori mezz’ora addietro…»
«Va bene; metterai dunque il biglietto sul suo tavolino. E voi, notaio, mi farete il piacere d’aspettare un poco… Tu va’ a prendere un cartellino col si loca, di quelli delle botteghe; ce ne deve essere, nel magazzino… E attaccalo al balcone della sala del signor Marco.» Baldassarre, nonostante la sua abituale passività nell’obbedienza, restò un momento a guardar per aria. «Il si loca nel balcone della sala: hai capito?» ripeté il padrone che non amava dire due volte le cose.
«Subito, Eccellenza.»
Corso a prendere il cartellino, il maestro di casa salì a quattro a quattro le scale dell’amministrazione, entrò nel quartierino del signor Marco e, lasciato il biglietto sulla tavola, aperse la vetrata e si mise ad attaccar l’appigionasi. Non capiva bene che cosa significasse quell’ordine né quel che stesse per succedere; ma sentivasi inquieto. Giusto mentre finiva di legare la tavoletta, apparve, giù nella via, il signor Marco. Si fermò un istante a guardare in alto, poi cominciò a gesticolare, domandando al maestro di casa che diamine facesse, e Baldassarre gli rispondeva additando le finestre del padrone, per fargli intendere che obbediva ad un suo ordine. A un tratto il signor Marco si mise quasi a correre, e dopo pochi minuti gli arrivò dinanzi pallido e col fiato ai denti.
«Che fai? Perché il si loca? Chi diavolo t’ha detto?»
«Il principe, il signor principe.. c’è anzi una lettera… lì, sulla tavola…»
Leggendo il biglietto, le mani e le labbra tremavano al signor Marco, come se gli stesse per prendere un accidente; e Baldassarre, impaurito, si tirava un poco indietro, pronto a chiamare soccorso; quando, strappato malamente il foglio, l’altro gridò, con voce rotta:
«A me?… Il congedo?… Come a un guattero? L’ultimo del mese? Ladro schifoso! Principe porco!»
«Don Marco!…» balbettò Baldassarre, atterrito.
«A me il congedo?… E il notaio per la consegna?… Credeva forse che gli volessi portar via i suoi denari?… Quelli che ha rubati ai fratelli e alle sorelle?… O le sue carte? Le prove delle sue ruberie? Delle sue falsità? Ladro, ladro, ladrone! E più porco io che gli tenni mano!… Mi manda via perché non ha più da spogliare nessuno?…»
Con le mani in capo, Baldassarre scongiurava: «Don Marco!… Signor Marco!… per carità!… possono udirvi!…» ma l’altro, fuori della grazia di Dio, tremando dall’ira, buttava fuori quel che aveva in corpo contro il padrone e tutta la sua razza:
«Dieci anni! Dieci anni di studio per rubare i suoi parenti! quegli altri pazzi e furbi, scemi e birbanti!… E non mangiava, non beveva, non dormiva, studiando il modo di accalappiarli, facendo il moralista, fingendo l’affezione, il rispetto alle volontà di sua madre; pezzo di Gesuita più di quell’altro Sant’Ignazio del Priore, pezzo di porco più di quell’altro maiale di don Blasco! Ah, crede che la gente non sappia quant’è porco, con la ganza in casa, adesso che non ha più nessuno da rubare, con la ganza sotto gli occhi di sua moglie, sotto gli occhi di sua figlia, fino all’altr’ieri?…»
«Don Marco!» gridò Baldassarre, minaccioso finalmente anche lui, per tentar d’arrestare quella fiumana di male parole che i gesti disperati di preghiera e di paura non erano valsi a frenare. E il signor Marco lo guardò stralunato, quasi accorgendosi in quel punto della sua presenza.
«Mi meraviglio!» continuava il maestro di casa, fermo e contegnoso. «La volete finire, una buona volta?…»
Allora l’altro gli tirò sul muso un’amara sghignazzata.
«Zitto, tu! Prendi le parti di tuo fratello, bastardo?»
Giusto in quel momento comparve il notaio che saliva dal quartiere del principe:
«Signor Marco…» ma l’altro non lasciò dire:
«Venite per la consegna, eh?» riprese a tonare. «Che cosa volete che vi consegni? le carte false del vostro padrone? gli atti carpiti? le transazioni strozzate?… Ecco qui, prendete!…» E cominciò a buttare all’aria tutto ciò che si trovava sulla scrivania, sugli scaffali. «Temete che io li porti via? Non ne ho bisogno. Lo sanno tutti che razza d’imbroglione, di ladro e di falsario è il vostro principe! Voi lo sapete, che ha rubato la sorella monaca e la badia col cavillo dell’approvazione regia, e quell’altra pazza per consentire al suo matrimonio, e il Babbeo perché è babbeo e il contino per dargli mano a quelle altre vergogne!… Voi le sapete meglio di me tutte le trame che ha ordite, le cambiali vecchie pagate dalla madre, fatte ripagare due volte, prima ai legatari, poi al coerede; e i debiti supposti, la procura carpita…»
«Di grazia, signor Marco… un po’ di misura…»
«Misura? Sono misuratissimo, sono! O credete che mi dolga del posto perduto?… Ne troverò un altro, non dubitate!… E da per tutto sarò trattato meglio che tra questi arlecchini finti principi… Forse temevano che io li rubassi, eh? Che io m’arricchissi a spese loro?… Lo disse una volta, quel maiale del monaco: vi pare che non l’abbia risaputo?… Io che ci ho rimesso di sacca mia? perché se trovavano un centesimo mancante gridavano un mese durante!… Casa munifica, in verità, da poterci fare il nido!…» E spalancando gli armadi e le cassette riprendeva: «Qui!… Prendete, vi consegno ogni cosa!… Venite a guardare sotto il letto, se c’è il cantero!… Frugatemi addosso, se gli porto via qualche cosa… A voi, chiappate: sono le chiavi delle casse e degli armadi; ditegli che se le…» E le lasciò correre per terra. A un tratto, vide, nell’armadio spalancato, appesa a un uncino di rame dorato, quella della bara della principessa, l’unico regalo fattogli dalla defunta oltre le vecchie tabacchiere, dopo quasi trent’anni di servizi. Afferrarla e scaraventarla contro il muro, fu tutt’uno.
«E questa con l’altre…» gridò, con una mala parola da far arrossire la morta, laggiù, nelle catacombe dei Cappuccini.

6.

Per la via polverosa, sotto il cielo di fuoco, un’interminabile fila di carri colmi di masserizie: stridevano le ruote, tintinnavano i sonagli, e i carrettieri seduti sulle stanghe o appollaiati in cima al carico voltavano tratto tratto il capo, se uno scalpitar più frequente e un più vivace scampanellìo di sonagliere annunziavano il passaggio di qualche carrozza. Allora la fila dei carri serravasi sulla destra della via, e il legno passava, tra una nugola di polvere e lo schioccar delle fruste, mentre le facce spaventate dei fuggenti apparivano agli sportelli.
«Il castigo di Dio!… Tutta colpa dei nostri peccati!… Eran più di dieci anni che vivevamo tranquilli! Assassini del governo!…» La povera gente seguiva a piedi i carrettelli carichi di due magri sacconi e di quattro seggiole sciancate; e nelle brevi soste fatte per riprender fiato, per asciugar il sudore grondante dalle fronti terrose, scambiava commenti sulle notizie del colera, sull’origine della pestilenza, sulla fuga universale che spopolava la città. I più credevano al malefizio, al veleno sparso per ordine delle autorità; e si scagliavano contro gl’«italiani», untori quanto i borboni. Al Sessanta, i patriotti avevano dato a intendere che non ci sarebbe stato più colera, perché Vittorio non era nemico dei popoli come Ferdinando; e adesso, invece, si tornava da capo! Allora, perché s’era fatta la rivoluzione? Per veder circolare pezzi di carta sporca, invece delle belle monete d’oro e d’argento che almeno ricreavano la vista e l’udito, sotto l’altro governo? O per pagar la ricchezza mobile e la tassa di successione, inaudite invenzioni diaboliche dei nuovi ladri del Parlamento? Senza contare la leva, la più bella gioventù strappata alle famiglie, perita nella guerra, quando la Sicilia era stata sempre esente, per antico privilegio, dal tributo militare? Eran questi tutti i vantaggi dell’Italia una?… E i più scontenti, i più furiosi, esclamavano: «Bene han fatto i palermitani, a prendere i fucili!…» Ma la rivolta di Palermo era stata vinta, anzi la pestilenza, secondo i pochi che non credevano al veleno, veniva di lì, importata dai soldati accorsi a sedare l’insorta città… E sui monticelli di breccia disposti lungo la via, al filo d’ombra proiettata dai muri, dalla cui cresta sporgevano le pale spinose dei fichi d’India, i fuggenti sedevano un poco, discutendo di queste cose, mentre continuava la sfilata delle carrozze, dei carri e dei pedoni non ancora stanchi. Alcuni tra questi, i più poveri, avevano caricato tutta la loro roba sopra un asinello, e uomini, donne e bambini seguivano a piedi, con fagotti di cenci in capo, o sotto il braccio, o infilati ad un bastone, la bestia lenta e paziente. I conoscenti si fermavano, notizie e commenti erano scambiati anche tra sconosciuti, con la solidarietà del pericolo nella comune miseria. Le donne ripetevano ciò che avevano udito dire dai preti: il colera era la pena dei tempi peccaminosi: gli scomunicati non avevano fatto la guerra al Papa? La Chiesa non era perseguitata? E adesso, per colmar lo staio, c’era la legge che spogliava i conventi! La fine del mondo! L’anno calamitoso! Chi avrebbe creduto una cosa simile! Tanti poveri monaci buttati in mezzo a una via? I luoghi santi sconsacrati? Non c’è più dove arrivare!… Queste erano sciocchezze, giudicavano invece gli uomini. I monaci avevano assai scialato senza far nulla! Mangiavano a ufo! E i muri dei conventi, se avessero potuto parlare, ne avrebbero dette di belle. Era tempo che finisse la cuccagna! L’unica cosa fatta bene dal governo!… Però, tanti santi Padri, che ce n’erano, costretti a vivere con una lira al giorno! I Benedettini, per esempio, avevano di che scialare con una lira il giorno, dopo aver fatto la vita di tanti Re! «E i quattrini che si sono divisi?»
La notizia circolava da un pezzo, e certuni ne davano i particolari come se fossero stati presenti: le economie fatte negli ultimi anni, nella previsione della legge, erano state distribuite a tanto per uno: ogni monaco aveva preso nientemeno che quattromila onze di monete d’oro e d’argento. Poi s’eran spartita l’argenteria da tavola, tutta la roba di valore, e avvicinandosi il momento del congedo avevano venduto una gran quantità delle provviste accatastate nei magazzini: grandi botti di vino, grandi giare d’olio, gran sacchi di frumento e di legumi; altrettanti quattrini intascati — e nondimeno i magazzini parevano ancora colmi! «Han fatto bene! Dovevano forse lasciare anche la cassa ai ladri del governo?…» E le piccole carovane si rimettevano in marcia con le teste riscaldate all’idea dei milioni di milioni d’onze che avrebbe intascato Vittorio Emanuele vendendo i beni di San Nicola e di tutte le altre comunità… Molti mendicanti, profittando del gran passaggio di gente, tendevano la mano dal mucchio di sassi dove stavano sdraiati; i cenciosi bambini che li accompagnavano correvano dietro alle carrozze se da qualcuna di esse cadeva un soldino nella polvere dello stradale. E i pedoni riconoscevano i signori fuggenti, se ne ripetevano il nome, spaventati all’idea del vuoto della città: «il principe di Roccasciano!… La duchessa Radalì!… I Cùrcuma!… I Grazzeri!… Non resterà dunque nessuno?…»

Verso sera, quando l’ardore della giornata si temperò, tre carrozze padronali scappanti una dietro all’altra sollevarono una gran nuvola di polvere dalla città al Belvedere. Nella prima c’era il principe di Francalanza, donna Ferdinanda e la cugina Graziella, invitata alla villa perché non poteva andar sola alla Zafferana, e il principino Consalvo a cassetta, che brandiva trionfalmente la frusta, quantunque portasse ancora la tonaca benedettina perché suo padre s’era deciso a riprenderlo in casa proprio all’ultimo momento, quando i monaci s’eran dispersi e don Blasco e il Priore avevano anch’essi chiesto ospitalità al palazzo. Nella seconda carrozza stava la principessa, senza nessuno a fianco né dirimpetto e solo la cameriera nell’angolo opposto. Il contatto d’una spalla l’avrebbe fatta cadere in convulsione, perciò s’era dichiarata contentissima che il principe accompagnasse la cugina. L’altra carrozza era invece stipata: c’erano il marchese e Chiara, Rosa col bambino e finalmente don Blasco. Questi aveva rifiutato per la campagna l’ospitalità del principe e accettata quella del marchese, allo scopo d’evitare la sorella Ferdinanda; l’avversione non cedeva neppure dinanzi al pericolo del colera, gli faceva preferire la compagnia del bastardello. Il Priore, invece, era rimasto in città, al Vescovato, dove Monsignore lo aveva accolto a braccia aperte: tutte le preghiere e gli inviti dei parenti non erano valsi a farlo fuggire; il suo posto, diceva, era al capezzale degli infermi, accanto a Monsignore. Le maggiori insistenze gli erano venute dal principe, il quale sosteneva, come sempre, che in tutte le circostanze gravi e solenni la famiglia doveva tenersi unita; perciò gl’incresceva di lasciare in mezzo al pericolo qualcuno dei suoi. Che cosa si sarebbe detto? Che egli pensava solamente a se stesso?… Ma, come non era riuscito a rimuovere il Priore, così aveva fatto fiasco con Ferdinando, il quale, preso gusto alla vita cittadina, non voleva sentir parlare neppure di rifugiarsi alle Ghiande. Lucrezia era già partita nella mattina pel Belvedere col marito, il suocero e la suocera. Quanto allo zio duca, era a Firenze, vicino alla nipote Teresina, e poiché il colera non infieriva e non metteva tanto spavento quanto in Sicilia, così egli era e voleva che sua moglie fosse tranquilla. Al cavaliere don Eugenio, che se ne stava ancora a Palermo, nessuno pensava.
Ricominciò al Belvedere la vita allegra della villeggiatura, tanto più che l’allarme destato dalle prime notizie della pestilenza si dimostrò presto ingiustificato: in città c’era appena qualche caso sospetto di tanto in tanto. Il principino, lasciata finalmente la tonaca per gli abiti di tutti gli altri cristiani, cominciò a prendersi quegli spassi che aveva sognati. Prima di tutto, con uno schioppo vero, se ne andava a caccia sui monti dell’Elce o dell’Urna, a sterminare conigli, lepri, pernici ed anche passeri, se non trovava altro; poi faceva attaccare ogni giorno per imparare a guidare, e il suo calessino divenne in breve il terrore di chi girava per le vie di campagna: sempre addosso ai carri ed alle carrozze, lanciato a tutta corsa per lasciare indietro ogni altro veicolo a costo di ribaltare, di fracassarsi, d’ammazzare qualcuno. Quando non guidava, se ne stava nella scuderia a veder governare le bestie, a imparare il linguaggio speciale dei cocchieri, dei cozzoni e dei maniscalchi, a criticare gli animali degli altri signori rifugiati al Belvedere o nei dintorni, gli acquisti recenti di Tizio, gli equipaggi di Filano, e donna Ferdinanda, udendolo parlare con sempre maggior competenza intorno a tali nobili argomenti, s’inorgogliva ammirando: «Queste son le cose che devi imparare!…» Anche la principessa, sebbene piangesse ancora per la lontananza di Teresina, si mostrava orgogliosa dei progressi del figliuolo, ma più la cugina, che prodigava al giovanotto continue carezze, benché Consalvo non solamente non le rispondesse con eguale effusione, ma si studiasse anche di evitarla. Non l’aveva perdonata d’essersi opposta al suo più pronto ritorno nella casa paterna; e adesso, vedendola domiciliata lì come una persona della famiglia, prendere il posto della sua mamma, la sua antipatia cresceva. Donna Graziella, in verità, più che da ospite si diportava da padrona: bisognava vederla la sera, quando veniva gente, come faceva gli onori di casa, specialmente se la principessa sentivasi indisposta E questo accadeva spesso; senza soffrire precisamente di nulla, donna Margherita, dopo la partenza della figliuoletta, accusava un sordo malessere, dolori di capo, una certa difficoltà di digestione. E felice di poter evitare la folla, le vicinanze infette, le strette di mano contagiose, se ne andava a letto, mentre nel salone la gente conversava animatamente, giocava, scioglieva sciarade. Lucrezia, lasciando la villa Giulente, partecipava con la cugina alla direzione delle faccende domestiche. Lei che in casa propria non metteva un dito all’acqua fresca, veniva a darsi un gran da fare per la vanagloria di riprendere il proprio posto nella casa del fratello principe. Chiara tirava su a zuccherini il bastardello, lo vezzeggiava molto più del marchese, il quale provava sempre un certo disagio e una certa vergogna a riconoscere pubblicamente quella paternità, mentre sua moglie quasi se ne gloriava. Se la principessa, o donna Ferdinanda, o qualche altro parente non faceva buon viso al piccolino, ella mostravasi offesa ed era capace di non metter piede per una settimana alla villa, se le passava pel capo che qualcuno incominciasse a criticare quella specie di adozione. Viceversa, era adesso tutt’una cosa con lo zio Blasco, il quale, stando con lei, la approvava implicitamente.
Il monaco, alla notizia della legge che sopprimeva i conventi, durante gli ultimi tempi della vita claustrale e nei primi passati a casa del nipote, aveva fatto cose, cose dell’altro mondo: era parso veramente uno scatenato diavolone dell’Inferno. Le male parole di nuovo conio, le imprecazioni, le bestemmie eruttate contro il governo, a San Nicola, al palazzo, dalla Sigaraia, nelle farmacie borboniche e anche sulla pubblica via, non si poterono neppur noverare; i vituperi evacuati contro il fratello deputato, che aveva dato il suo voto alla legge, si lasciarono mille miglia lontano tutto quello che di più violento gli era mai uscito di bocca. Ma quasi la mostruosità compitasi fosse troppo grande, troppo stordente, egli si ridusse tosto ad un silenzio grave ed incagnato, dal quale non lo toglievano se non le voci, ripetute in sua presenza, della spartizione delle economie, delle quattromila onze toccate a ciascun Padre. Allora ricominciava a tonare: «Spartite sette paia di corna! Toccate quattromila teste di cavolo!… C’era un cavolo da spartire!… E se pure ci fosse stato qualcosa, nessuno avrebbe toccato niente! Per rendersi complici dei ladroni, ah? del rifiuto delle galere? del sublimato della briganteria?…» Egli parlava così dinanzi agli estranei, alla gente di poco affare, alle persone di servizio; in famiglia, tra gli intimi, confessava la spartizione, ma riduceva la sua quota a poche centinaia di onze, a due posate, a un paio di lenzuola, tanto da non restar sulla paglia. Da San Nicola era venuto via con due casse, delle quali non lasciava mai le chiavi; e il principe, in città, le aveva covate con gli occhi, quasi pesandole e fiutandole, con nuovo rispetto per quello zio che adesso possedeva qualcosa; ma tutto il suo studio per trovare il destro di guardar dentro alle casse era stato inutile, giacché il monaco si sprangava in camera, ogni qualvolta aveva da frugarvi.
Adesso, al Belvedere, anche Chiara e Federico parlavano spesso tra loro di questi famosi quattrini che doveva possedere don Blasco. Il marchese, temendo che li sciupasse con la Sigaraia, avrebbe voluto proporgli di metterli al sicuro, di comperarne altrettanta rendita se il monaco fosse stato un altro, se ogni semestre, avvicinandosi la scadenza delle cedole, don Blasco non l’avesse vessato, punzecchiato, tormentato, profetandogli il subisso di quel titolo. Il corso forzoso, la guerra, il colera, tutte le pubbliche calamità erano stati altrettanti argomenti di giubilo pel monaco, il quale si fregava ogni volta le mani, gridando al nipote: «Addio, la carta sporca! È fritto, il tuo governo! Tu non mi hai voluto ascoltare, ben ti sta!…» Ma il marchese incassava sempre la sua rendita il giorno stabilito, fino all’ultimo centesimo. Cessato del tutto il pericolo del colera, un giorno egli scese in città per qualche affare e per riscuotere il semestre; tornato al Belvedere e passeggiando, dopo pranzo, sulla terrazza, mentre Chiara giocava col bastardello, egli riferì allo zio l’impiego della sua giornata.
«Ho anche preso i quattrini delle cedole… adesso le pagano anticipatamente, per l’affare dell’aggio… A mandarle a Parigi si prenderebbero altrettanti pezzi di napoleoni. Io ho ordinato un’altra partita di cartelle… le divideremo con parecchi amici… perché oggi non c’è come impiegare il denaro…»
Voleva insistere a dimostrar la bontà dell’affare, ma tacque, perché don Blasco, fermatosi di botto, gli piantò gli occhi addosso, come sul punto di scoppiare.
«Potresti cedermene diecimila lire?»
Il marchese, sulle prime, credé d’aver udito male.
«Cederne?… Come?… A Vostra Eccellenza?…»
«Dico se puoi vendermi diecimila lire di cartelle, capisci o non capisci?»
«Ma credo… certo… Diecimila lire di capitale, s’intende?… Eccellenza sì; posso scrivere subito un’altra lettera, per maggior sicurezza, se Vostra Eccellenza le vuole…»
«Quando scriverai?»
«Domani stesso.»
«E verranno subito?»
«In un giro di posta.»
Il monaco gli voltò le spalle e s’allontanò un poco; poi tornato indietro, ripiantatoglisi dinanzi, riprese:
«Senti, giacché ci sei, fanne venire per ventimila lire.»
«Eccellenza sì; quanto vuole Vostra Eccellenza…»
E appena solo, il marchese corse dalla moglie, le disse col respiro rotto dallo sbalordimento:
«Non sai?… Non sai?… Lo zio vuol comprare della rendita! Ventimila lire di cartelle!… M’ha dato la commissione!… Non mi par vero! Mi par di sognare!…»
Chiara rispose, tranquillamente, con una scrollatina di spalle:
«Di che ti stupisci? Non sai che i miei parenti sono tutti pazzi?…»
Sottovoce, l’uno all’orecchio dell’altro, gli Uzeda riprendevano a darsi del matto. Non era matta Chiara che trattava la cameriera come una sorella e il bastardo di lei come un figlio suo proprio? Non era matta Lucrezia che maltrattava quel povero diavolo di Benedetto in tutti i modi? Che cos’era donna Ferdinanda, la quale, senza che gliene venisse nulla, si impacciava di tutti gli affari della parentela? E che dire del principe, il quale, dopo aver dimenticato per tanti anni la cugina, adesso si metteva con lei, sotto gli occhi del figlio?…
Qui consisteva forse il motivo che rendeva la Graziella sempre più antipatica a Consalvo: egli la contraddiceva in tutto e per tutto, dinanzi alle persone; evitava poi di restar solo in sua compagnia, affettava di trattarla come una intrusa quando le persone di servizio gli parlavano di lei. Questo era però l’unico sentimento che egli manifestava; del resto, stava in casa il meno possibile, montava a cavallo quando non usciva in carrozza, inforcava tutti gli asini dei contadini, teneva conversazione con tutti i carrettieri; il cuoco, dalla finestra della cucina, da cui si scorgeva il podere fino alla chiusa degli olivi, lo vedeva rincorrere le donne che venivano a cercare i fasci dei sarmenti vecchi. Con la moglie di massaro Rosario Farsatore, il fattore lo colse quasi sul fatto, un pomeriggio, nel pagliaio: egli non si mostrò per nulla turbato, e la cosa, venuta all’orecchio di donna Ferdinanda, lo rialzò nella stima della zitellona. Il principe finse di non saper nulla: pareva si fosse proposto di lasciarlo sbizzarrire, quasi a compensarlo degli ultimi anni che lo aveva tenuto a San Nicola.
«E fra’ Carmelo?» domandavano di tanto in tanto donna Ferdinanda, la principessa, Lucrezia. «Che n’è di fra’ Carmelo?…» ma il principino non sapeva né curavasi di sapere che fosse avvenuto del suo antico protettore. A San Nicola, quando aveva roso il freno, aspettando la legge di soppressione come l’unica via di salvezza, egli s’era divertito a tormentare il fratello predicendogli lo sbando dei monaci, la chiusura del convento; ma l’altro, scrollando il capo, sorrideva d’incredulità, non comprendeva come gli stessi Padri potessero credere a una cosa simile. Mandarli via? Vendere le proprietà? Parole, chiacchiere, queste d’ora come quelle d’un tempo! Chi avrebbe avuto tanto ardire? E la scomunica del Papa? la guerra delle potenze cattoliche? la rivoluzione di tutta la cristianità?… E nulla era riuscito a scuotere la sua sicurezza, né le notizie dei giornali, né i preparativi dello sgombero, né la partenza dei novizi. Dopo, Consalvo non aveva più avuto notizie di lui.
Una mattina, al Belvedere, mentre la famiglia si levava di tavola dopo colazione, Baldassarre venne ad annunziare:
«Eccellenza, c’è fra’ Carmelo.»
«Fra’ Carmelo!»
Nessuno riconobbe il fratello dal faccione bianco e roseo, dalla ciera gioviale, dal pancione arrotondato sotto la tonaca, nel personaggio che s’avanzò verso il principe, con le braccia levate:
«Me n’hanno cacciato!… Me n’hanno cacciato!…»
In qualche mese era dimagrato della metà, e sul viso giallo e floscio gli occhi un tempo ridenti avevano una strana espressione di inquietudine quasi paurosa.
«Eccellenza, me n’hanno cacciato!… Eccellenza, me n’hanno cacciato!…» e guardava tutti i signori, tutte le signore, quasi a provocare la dimostrazione del loro sdegno contro quella mostruosità. «Dunque era vero?… Ma che non s’ha da far nulla?… Voialtri che siete ascoltati?… Lascerete che quei scellerati rubino San Nicola, San Benedetto, tutti i santi del Paradiso?…»
«Che possiamo farci!…» esclamò Consalvo fregandosi le mani; e donna Ferdinanda aggiunse:
«Avete voluto il governo liberale? Godetene i frutti!»
«Io?… Io, Eccellenza?… Sapevo molto, io, di liberali e non liberali!… Io badavo agli affari miei!… Sessant’anni che c’ero dentro!… Nessuno aveva osato toccarlo, in tante rivoluzioni che ho viste: il Trentasette, il Quarantotto, il Sessanta…»
«Bel terno!…» fece il principino; e come Baldassarre venne a dirgli che il calesse era attaccato, si alzò, esclamando sotto il naso del fratello:
«Adesso c’è la legge, caro mio!…»
«Ma è giusta legge questa?… I beni della Chiesa?… Allora io me ne vengo in casa delle Vostre Eccellenze e mi piglio ogni cosa?… Si può fare una legge così?…» E raccontò confusamente ciò che era avvenuto all’atto dello spogliamento: «Quel delegato, per la consegna… L’Abate non volle esser presente, ed ha ben fatto: una simile vergogna!… E s’è coricato nel letto di Sua Paternità, lo straccione: cose da non credersi… Venne il Priore, e gli ha dato tutte le chiavi, Eccellenza: della chiesa, della sacrestia, dei magazzini, del museo, della biblioteca… E tutto venduto, sulla pubblica piazza: le tavole, le seggiole, i servizi, la lana, il vino, i letti, quasi fossero di nessuno!… E i candelieri del coro, quel ladro, credendoli d’oro, di notte non li portò via?… Lo legarono, gli altri ladri più di lui!… E non c’è più niente!… I soli muri!… Me n’hanno cacciato!… Me n’hanno cacciato!…»
La principessa cercava di confortarlo, con belle parole; il principe gli offrì da bere; ma egli rifiutò, riprese a narrare le stesse storie imbrogliandosi più di prima; poi se ne andò alla villa del marchese, da don Blasco, ricominciando:
«Ce n’hanno cacciato!… E Vostra Paternità non fa nulla?.. Il Priore suo nipote?… Monsignor Vescovo?… Perché non scrivono a Roma?… Ha da finir così?…»
Don Blasco, al quale il giorno prima era arrivata la rendita, tonò:
«Come vuoi che finisca?… Quando io gridavo a quei ruffiani: “Badate ai fatti vostri? Non scherzate col fuoco! Ci rimetterete il pane!…” mi davano del pazzo, è vero? E si confortavano con gli aglietti, le bestie, dicendo che il governo non li avrebbe toccati, che avrebbe passato loro una lauta pensione, se mai!… E i tuoi compagni che facevano anch’essi i sanculotti, quel porco di fra’ Cola che distribuiva bollettini ai novizi? Quell’altro collotorto di mio nipote che faceva salamelecchi a Bixio e a Garibaldi? Quell’asino con diciotto piedi dell’Abate che si grattava la tigna, e pareva un pulcino nella stoppa?… Adesso che volete? Se siete stati i vostri propri nemici?… Il governo è ladro, e doveva fare il suo mestiere di ladro: che meraviglia? La colpa è di quelle testacce di cavolo che lo aiutarono, che gli proposero: “Venite a rubarmi!…” e gli aprirono anzi le porte!… Non mi dissero, una volta, che volevano godersi un po’ di libertà? Se la godano tutta, adesso!… Nessuno gliela contrasta!…»
«E ce n’hanno cacciato!… Ce n’hanno cacciato!…»

Quando gli Uzeda tornarono in città, al principio dell’anno nuovo, una lettera del duca a Benedetto annunziò che la Camera sarebbe stata sciolta fra poco. Egli non si dava questa volta neppur la pena di venire, incaricava i suoi amici di lavorare per lui. Gli affari non gli consentivano di lasciar Firenze, e questi affari, in fin dei conti, erano più quelli degli elettori che i suoi propri. I suffragi dovevano quindi andare a lui, come al naturale, al legittimo rappresentante del paese; era assurdo supporre che qualcuno pensasse a contrastarglieli. Quanto a render conto del modo col quale aveva esercitato l’ufficio ed a spiegare le proprie convinzioni politiche ed a studiare i bisogni o ad ascoltare i voti del collegio, uno scambio di lettere con Giulente zio e nipote, con qualcuno dei pezzi grossi, bastò. I soliti malcontenti tornavano a fargli stupide accuse, tentavano un’altra volta di rivangare le vecchie storie; i repubblicani, i sinistri, gli rimproveravano il suo servilismo verso il governo, tentavano contrapporgli qualcuno dei loro; ma incontravano da per tutto forte resistenza, erano costretti a battere in ritirata. Un giornaletto satirico settimanale, il Ficcanaso, faceva ridere la gente, dicendo che l’onorevole d’Oragua aveva fatto alla Camera quanto Carlo in Francia senza neppure aprir bocca; ma il Pensiero italiano, successo all’Italia risorta, dichiarava che il Paese non sapeva che farsi dei chiacchieroni, e preferiva i cittadini intemerati che votavano senza ascoltare altra voce se non quella della propria coscienza. Esso non nominava mai il duca senza chiamarlo l’eminente patriotta, l’insigne patrizio, l’illustre deputato; e all’annunzio dello scioglimento della Camera ne cominciò il panegirico. Fra i tanti meriti del «cospicuo Cittadino» quello d’aver contribuito precipuamente all’istituzione della Banca Meridionale di Credito non era certo il più piccolo; e don Lorenzo Giulente, nel suo gabinetto di direttore, raccomandava alla gente che veniva a prender quattrini l’elezione del duca. «C’è bisogno di rammentarcelo?…» Ma, considerando la velleità d’opposizione, gli amici del deputato volevano ottenere una vittoria strepitosa; infatti gli misero insieme quasi trecento voti. Il duca, riconoscente, fece cadere sul collegio una nuova strabocchevole pioggia di croci di San Maurizio e Lazzaro; Benedetto ne ebbe una tra i primi, e la cosa non gli fece certo dispiacere, quantunque egli si stimasse cavaliere per nascita; ma dal giorno di quell’annunzio sua moglie non gli dette più requie: «Cavaliere!… Senti, cavaliere!… Che fai, cavaliere?… Cavaliere, vogliamo andar fuori?…» gli diceva a quattr’occhi e in presenza d’estranei, a proposito e a sproposito. E se c’erano altre persone, aggiungeva invariabilmente: «Perché adesso, non sapete? mio marito è cavaliere, sissignori: senza cavallo…»
La vera, la prima origine della durezza con la quale ella lo trattava da un pezzo era la persuasione finalmente radicatasi nel suo cervello che egli non fosse abbastanza nobile per lei. A poco a poco, giorno per giorno, aveva riconosciuto che i suoi parenti dicevano giusto quando denigravano i Giulente; e, dimenticate le accuse rivolte al principe, aveva fatto la pace, cedendo per la prima, affinché non si dicesse che gli Uzeda sdegnavano di trattarla. E quanto più Benedetto le stava dinanzi sommesso, tanto più ella riconosceva di avergli accordato una grazia speciale, sposandolo. Le opinioni liberali di lui, un tempo ammirate, adesso l’esasperavano come una prova di volgarità. I puri erano tutti borbonici; lo zio duca e qualche altro facevano i liberali perché ci speculavano su. Se il patriottismo avesse fruttato qualche cosa a suo marito, un grande onore o molti quattrini, meno male; ma quei principi da straccione professati senza costrutto dimostravano insieme la bassa origine e la sciocchezza di Benedetto. Adesso, per vantarsi di quel ciondolo, di quel titolo di cavaliere toccato agli ultimi scalzacani, bisognava sapersi discendenti da mastri notari! Benedetto ci rideva un poco, ma a malincuore, e una volta, anzi, da solo a sola, le disse:
«Potresti smetterlo, questo scherzo.»
«Scherzo? Che scherzo? T’hanno fatto cavaliere, sì o no? È verità o è menzogna?»
E per farsi un vanto del suo rigorismo, non contenta d’aver messo in ridicolo quella nomina, andava a dire dinanzi a donna Ferdinanda o a don Blasco:
«Del resto, egli non ha bisogno della croce! È già cavaliere di natura…»
Ma il più bello era che donna Ferdinanda, adesso, non le dava più retta, anzi parteggiava a viso aperto per Benedetto, il quale la serviva in quella stagione, per via della famosa legge sul corso forzoso. Con gli anni, quanto più il suo peculio era cresciuto, tanto più cupida ella era divenuta: adesso dava i danari al trenta, al quaranta per cento, gridando poi al ladro se qualche povero diavolo ritardava di qualche giorno il pagamento. Ora, della «carta sporca», come chiamava i biglietti di banca, ella non voleva sapere, non riconosceva altra moneta dai colonnati e dai dodici tarì in fuori; se i suoi debitori, alle scadenze, venivano a pagarle gl’interessi in tanti stracci, ella rifiutava di rinnovare il prestito, pretendeva sotto il colpo la restituzione del capitale, si faceva suggerire dal nipote avvocato il modo d’eludere la legge e d’obbligare la gente a pagare in argento sonante… Quanto a don Blasco, anch’egli aveva altre cose pel capo, e i Giulente cominciavano a entrare nelle sue grazie. Tornato dalla villeggiatura, s’era preso in affitto un quartierino verso la Trinità, per esser libero e restar vicino alla Sigaraia, come quand’era a San Nicola; ma gli bisognava frattanto ammobiliar la casetta. E vomitando maledizioni contro i «piemontesi» che lo avevano buttato in mezzo ad una via, con l’elemosina d’una lira e mezza il giorno, chiedeva qualcosa a ciascuno dei parenti: un divano al principe, un paio di poltrone al marchese, un armadio a Benedetto. Comprata un po’ di biancheria, la distribuì alle parenti perché gliela facessero cucire; cucita che fu, chiese qualche piccolo ricamo per giunta; e tutti si facevano un dovere di contentarlo, rivaleggiavano anzi nel rendergli quei servizi, se lo ingraziavano, adesso che aveva anch’egli il suo gruzzolo. Quanto avesse non si sapeva con precisione; ma alla scadenza del primo semestre della sua rendita, visto che le cedole eran pagate puntualmente — in carta, è vero, ma la carta correva come moneta — egli disse al marchese di fargli comperare altre diecimila lire di cartelle. E gridando contro il governo ladro teneva sotto il guanciale i suoi titoli.
Al principio dell’estate, benché la Camera fosse ancora aperta, arrivò il duca. Ricominciarono le solite dimostrazioni degli amici e degli ammiratori; egli saliva in cattedra con maggior sicumera di prima e commentava l’opera del Parlamento. La soppressione delle società religiose era il gran fatto dei tempi moderni; egli ne enumerava e dimostrava gli immensi vantaggi. Prima d’ogni cosa, i latifondi tolti alla manomorta avrebbero raddoppiato e migliorato i loro prodotti «a vantaggio dell’agricoltura, industria e commercio, sorgente precipua di ricchezza sociale»; in secondo luogo tutti, anche coloro che non avevano capitali, potevano diventar proprietari aggiudicandosi piccoli lotti da riscattare con lo stesso frutto della terra; finalmente il governo, con l’utile della vendita, avrebbe scemato le tasse «a sollievo della finanza pubblica e privata». Era come un’altra «legge agraria»: egli citava i romani, Servio Tullio; e la gente che non capiva batteva egualmente le mani, in attesa della cuccagna.
Egli frattanto si preparava a comperar qualche lotto — dicevano anzi che fosse venuto proprio per questo — e consigliava al principe, a Benedetto, al marchese di fare altrettanto. Quando don Blasco ne ebbe sentore, fece cose da pazzo:
«I beni della Chiesa, razza di miscredenti e di dannati? Volete dunque tenere il sacco ai ladri, ah? Non avete paura per l’altra vita? Che faccia una cosa simile quel farabutto», ormai non chiamava altrimenti il fratello deputato, «non è meraviglia, dopo che ha votato la ladreria. Nel più c’è il meno, e neppure Domineddio può cavarlo dal fuoco eterno! Ma voialtri! Guai a tutti! Fuoco dall’aria sui vostri capi! Arse l’anime!…»
Donna Ferdinanda, da canto suo, era contrarissima, per scrupolo religioso; e minacciava anche lei le pene infernali ai compratori dei beni della Chiesa; la principessa, che stava peggio in salute, appoggiava la zia; e un giorno venne il Priore al palazzo, a posta per distogliere i parenti dall’acquisto col linguaggio della persuasione evangelica.
«Non vi lasciate indurre in tentazione. Vi diranno che l’occasione è propizia per fare qualche guadagno materiale; ma la salute dell’anima è il sommo dei beni. Il Signore vi compenserà in altro modo, vi darà da un altro canto quello che ora rinunzierete…»
Il principe stava a sentire le due campane senza esprimere la propria opinione; il marchese però giudicava eccessivi gli scrupoli; e Chiara, per seguire il marito, non dava ascolto alle ammonizioni del confessore. Lucrezia, da canto suo, spingeva Benedetto a comprare, ad arricchirsi, poiché adesso lo credeva non solo ignobile, ma anche miserabile; uno che non possedeva neppure uno straccio di feudo, mentre in casa Francalanza ce n’erano sedici!…
Frattanto il Parlamento discuteva un’altra legge «a vantaggio dell’incremento pubblico e privato», come spiegava il duca, sebbene non andasse alla capitale: quella, cioè, relativa allo svincolo delle cappellanie e dei benefici laicali; e il principe, zitto zitto, cominciava a tener conferenze col notaro e col procuratore legale, preparava i suoi titoli per ottenere i beni di tutte le fondazioni degli antenati, specialmente della cappellania del Sacro Lume; quando un bel giorno don Blasco, che da un certo tempo non metteva piede al palazzo, vi piovve inaspettato.
«Badiamo, ohi! Se si svincola la cappellania, la roba va divisa fra tutti i consanguinei!»
«Vostra Eccellenza s’inganna,» rispose il principe. «I beni rientrano nel fedecommesso.»
«Che fedecommesso d’Egitto? Dov’è il fedecommesso? Sono quarant’anni che è finito, e i titoli li ho letti anch’io!»
«Ma il diritto di patronato è stato in mano mia.»
«Patronato? Quasi che si trattasse di un ente autonomo!» Don Blasco parlava adesso come un trattato di giurisprudenza. «È una semplice eredità cum onere missarum: hai da spiegarmi il latino? O torniamo coi cavilli che facesti alla badìa per non pagare il legato?… Alle corte, qui bisogna intendersi: se no comincio con un dichiaratorio, e poi ce la vedremo in tribunale!»
Il principe, vistosi scoperto, in un momento che la bile gli tornava a gola, esclamò:
«O Vostra Eccellenza non aveva vietato di toccare i beni della Chiesa?»
«Evviva la bestia!» proruppe il monaco. «Qui la Chiesa che ha da vedere? Le messe si faranno celebrare come prima, anzi meglio di prima! Tu volevi forse intascare le rendite senz’altro?»
Ma non ci fu tempo di approfondire la quistione e di concretar nulla, che una sera d’agosto, mentre al palazzo una folla d’invitati assisteva alla processione del carro di Sant’Agata, arrivò il duca giallo come un morto, annunziando:
«Il colera! il colera!… Un’altra volta!…»
Quello buono, adesso; la dose giusta finalmente trovata dagli untori; perché, Dio ne scampi, non erano passate ventiquattr’ore che già il morbo si dilatava. E che spavento per le vie di campagna, nuovamente percorse, giorno e notte, da torme di fuggiaschi; e che terrore, infinitamente più contagioso della peste, vinceva i più coraggiosi all’annunzio del rapido progredire del male, e li cacciava su, verso la montagna, nei paesi del Bosco, dove, con la consueta fiducia nell’immunità, l’affitto d’una casupola costava un occhio del capo!
Gli Uzeda erano arrivati al Belvedere poche ore dopo la notizia portata dal duca, e questi aveva preso posto nella prima carrozza, tanta tremarella aveva in corpo. La cugina Graziella era ancora una volta coi cugini: la sua presenza adesso diveniva tanto più necessaria quanto che la povera principessa andava peggio, e, o fosse la paura del colera o il disagio della fuga improvvisa, appena arrivata alla villa si mise a letto. Un po’ per questo, un po’ per la tristezza generale prodotta dal sapere le stragi che faceva in città la pestilenza, non più ricevimenti, non più giuochi, non più veglie. Il giorno passeggiavano nel podere; Consalvo, Benedetto e qualche altro s’arrischiavano per le vie, ma all’ave il principe voleva che tutti fossero in casa e faceva sprangare tutte le porte e tutti i cancelli; don Blasco, alla villa del marchese, si teneva prudentemente nella propria camera, e non andava neppure a litigare con Giacomo, anche per evitare la compagnia di quel «farabutto» del duca. Ma improvvisamente un brutto giorno la costernazione crebbe fuor di misura: la pestilenza era scoppiata al Belvedere; la serva di certa gente venuta tre giorni prima dalla città agonizzava; s’udiva la campanella del Viatico per le vie deserte come quelle d’un paese morto.
«Bisogna scappare!… Scappiamo! Subito!… Alla Viagrande, alla Zafferana…»
Lucrezia coi Giulente partì subito per Mascalucia. Il duca, più morto che vivo, avrebbe voluto andarsene sul pizzo d’Etna, per mettersi bene al sicuro; ma prevalse pel momento il partito del marchese, che diceva d’andare alla Viagrande, dov’erano quasi sicuri di trovare una casa capace di tutta la parentela. Bisognava però che qualcuno passasse innanzi per cercarla; e il duca s’offerse d’accompagnare il principe, non parendogli vero di battersela immediatamente. Giacomo disse alla moglie:
«Vuoi venire anche tu?»
La principessa, da alcuni giorni, aveva lo stomaco rovinato, non digeriva più, si trascinava penosamente dal letto alla poltrona; e appunto perciò tutti convennero che bisognava metterla in salvo prima degli altri. Marito e moglie partirono dunque subito con lo zio e Baldassarre; gli altri restarono a preparare i carri della roba, giacché questa volta, non andando in casa propria, bisognava portare letti, biancheria, tutte le cose d’uso giornaliero. Nella notte tornò il maestro di casa per avvertire che l’alloggio era trovato, e il domani all’alba tutti scapparono dal Belvedere dove il colera già divampava. La casa, alla Viagrande, s’era trovata grazie alle relazioni e ai quattrini del principe di Francalanza: nondimeno, era una catapecchia consistente in tre cameracce e due stanzini a pian terreno, povera abitazione d’un bottaio, dove i «Viceré» furono molto contenti di potersi ficcare. Grazie al nome di Uzeda, l’entrata in paese fu loro consentita, quantunque venissero da un luogo infetto; ma, una volta dentro, il principe, il duca, don Blasco cominciarono a gridare che non bisognava lasciar passare nessun altro, se non si voleva la rovina della Viagrande. Infatti l’epidemia decimava non solamente la popolazione rimasta in città, dove si contavano fino a trecento morti il giorno e non c’era più consorzio civile, nessuna autorità, né deputati, né consiglieri, né niente, ma diffondevasi per la prima volta con violenza straordinaria nel Bosco scampato a tutte le altre invasioni coleriche: era al Belvedere, a San Gregorio, a Gravina, alla Punta, guadagnava le case sparse, non risparmiava i casolari perduti in mezzo alle campagne; e non soltanto i poveri diavoli morivano, ma le persone facoltose, i signori che s’avevano ogni sorta di riguardi; talché la gente atterrita fuggiva da un paesuccio all’altro, come poteva, sui carri, a cavallo, a piedi; ma chi portava addosso il germe del male cadeva lungo gli stradali, si torceva nella polvere e moriva come un cane: i cadaveri insepolti, cotti dal torrido sole estivo, esalavano pestiferi miasmi, mettevano il colmo all’orrore; e i fuggiaschi che arrivavano sani e salvi ai luoghi ancora immuni erano accolti a schioppettate dai terrazzani atterriti; o, se riuscivano a trovare un rifugio, comunicavano ai sani la pestilenza. La siccità aggiungevasi a render disperate quelle tristi condizioni; tutte le cisterne erano asciutte, non si poteva far pulizia, c’era appena di che dissetarsi. Il principe, alla Viagrande, pagava una lira ogni brocca d’acqua; e la principessa pareva diventata un pozzo, tanta ne sciupava, tra per lavarsi ogni ora, in quelle stanze dai pavimenti e dai muri unti e dagli usci luridi, la cui sola vista le metteva i brividi, tra per la sete che la divorava. I dolori intestinali non la lasciavano più; a momenti pareva che avesse già i crampi del colera; tanto che il duca, atterrito, pensava di scapparsene più lontano; ma la paura di lui era fuor di luogo: quei dolori, quelle disposizioni al vomito, la principessa li soffriva da più di un anno, non con l’intensità di adesso, è vero, ma con lo stesso carattere. Il principe, assicurando lo zio, gli manifestava altri timori:
«Margherita non ha voluto mai chiamare un dottore… ma io ho una gran paura… m’hanno detto che forse ha un cancro allo stomaco…»
Ma il duca non gli dava retta; per adesso, aveva da pensare alla propria pelle, perché il colera poteva scoppiare da un momento all’altro alla Viagrande, anzi qualche allarme c’era già stato.
«Andiamo via!…» insisteva; «andiamo più lontano, al Milo, a Cassone, sulla montagna…» e quando finalmente il primo caso fu accertato in paese, mentre tutti ripetevano: «Andiamo via… scappiamo più lontano» egli aveva la cacaiola, dalla paura.
Questa volta le difficoltà per trovare una casa erano ancora più grandi. Il duca andò a cercarla dalle parti del Milo. Il principe si preparò a partire per Cassone.
«Vuoi venire anche tu?» ripeté alla moglie.
Ella aveva passato una notte orribile, senza sonno, tormentata dalla nausea e dal vomito; s’era levata a stento, pallida e disfatta così, che Chiara disse:
«No, lasciala… verrà quando avrai trovato la casa…»
Le stesse cameriere dissero che non era prudente esporla al disagio della ricerca, che meglio le conveniva partire quando si sapeva dove condurla; ma la cugina Graziella fu di contrario parere, udendo che i casi si moltiplicavano rapidamente nel villaggio.
«Io direi invece di allontanarla subito… nelle sue condizioni può opporre meno resistenza al contagio… una casa qualunque Giacomo ha pure da trovarla…»
Donna Ferdinanda era anche lei di questa opinione; ma Consalvo, stretto alla mamma, le diceva, piano:
«No, non andare per ora… è meglio qui… andremo poi tutti…»
Ella carezzava il giovanetto con la mano scarna e fredda, e guardava timidamente il marito, aspettando che egli stesso decidesse.
«Vuoi o non vuoi venire?» le domandò egli, con voce breve, col tono che prendeva quando le decisioni cominciavano a seccarlo; e la domanda, che aveva il suo senso letterale per tutti, ne acquistava un altro per la principessa che comprendeva le intenzioni e i gesti, che intuiva i sottintesi.
«No, t’accompagno…»
Sul punto di vederla andar via, il principino insisté:
«Mamma, resta… o prendimi con te,» e il giovanetto, ordinariamente allegro e spensierato, dimostrava adesso una specie d’inquietudine quasi paurosa.
«Non c’è posto per tutti!» rispose il principe, brusco; e la principessa abbracciò forte il figliuolo dicendogli:
«Resta… resta… domani saremo insieme…»
Si mise in carrozza accanto a suo marito tenendo un pezzo di canfora alle nari; Baldassarre montò in serpa e la carrozza partì.
Fino a sera, non s’ebbe più notizia di loro. A un’ora di notte arrivò un espresso mandato dal duca dal Milo, il quale avvertiva d’aver trovato uno stambugio dove c’era posto appena per lui; li lasciava quindi liberi di raggiungere Giacomo.
Alla Viagrande frattanto smaniavano, perché il panico cresceva contagiosamente. Già accusavano Giacomo d’essersi scordato di loro come quell’egoista del duca; già don Blasco parlava di mettersi a cavallo a un asino e di andarsene non importava dove, quando, all’alba del domani, arrivò Baldassarre, pallido, stravolto e tremante.
«Eccellenza!… Eccellenza!… La padrona, la signora principessa!… Attaccata di colera!… Spirata in tre ore!…»

7.

Al matrimonio del principe con la cugina Graziella, celebrato tre mesi dopo la cessazione dell’epidemia, solo i parenti e pochissimi intimi furono invitati: il vedovo era ancora in gramaglie e il chiasso d’una festa sarebbe stato inopportuno. Del resto il principe stesso spiegava che quel matrimonio era di semplice convenienza: tanto lui quanto la sposa avevano molti autunni sulle spalle, associavano quindi i loro destini senza nessuna delle fantasticherie giovanili, e solo per fare assegnamento sull’aiuto reciproco che si sarebbero prestato: la cugina aveva bisogno d’un uomo che tutelasse gli interessi di lei, che le ridesse una posizione in società, ed il principe trovava una nuova madre ai propri figliuoli. Quell’unione, prevista da alcuni, fin da quando la cattiva salute della principessa aveva fatto temere per la sua vita, aspettata poi da un giorno all’altro dopo la catastrofe affrettata dal colera, riscoteva perciò l’approvazione quasi universale: il confessore, il Vicario, tutti i preti che bazzicavano per la casa l’avevano giudicata conveniente e provvida. I preparativi della cerimonia nuziale furono molto modesti perché non i soli sposi erano in lutto: non c’era quasi famiglia, dopo quella terribile epidemia, che non piangesse qualche persona cara. Benedetto Giulente aveva perduto in un giorno il padre e la madre, a Mascalucia; la principessa di Roccasciano era rimasta vedova, alla duchessa Radalì era morto uno zio, il cavaliere Giovanni Artuso; ma questa disgrazia non era stata causa di grande dolore, poiché il cavaliere, ricchissimo e senza figli, aveva lasciato in casa Radalì tutta la sua sostanza: l’usufrutto alla duchessa, la proprietà a Giovannino che aveva tenuto a battesimo. Doleva piuttosto alla madre che l’eredità non fosse andata al primogenito, per amor del quale ella aveva sacrificato la propria vita. La soppressione dei conventi aveva già sconvolto tutti i suoi disegni, non potendo Giovannino professarsi più, e tornando al secolo; adesso l’eredità veniva a pareggiare la condizione dei due fratelli, cioè a diminuire quella del primogenito. Ella voleva bene ad entrambi, ma al duca, oltreché bene, portava anche una specie d’istintivo rispetto, come capo della casa, come erede e continuatore del nome e della potestà paterna. Perché la chiusura dei conventi e l’errore dello zio non disturbassero i piani di lei, bisognava che Giovannino non prendesse moglie: ella lavorava a questo scopo, lasciando il giovane libero di sbizzarrirsi a suo modo, secondando tutti i suoi gusti per la caccia, pei cavalli, per tutti i diporti, in modo che il giovane non fosse tentato di mutar vita.
Che donna Graziella avrebbe fatto da madre ai figli del principe, era frattanto fuori di dubbio. Baldassarre aveva riferito ai suoi dipendenti, e questi ripetevano dovunque, i particolari delle lettere scambiate tra la sposa e la principessina. La ragazza aveva saputo a Firenze la morte della mamma, e che pianto! che convulsioni! basti dire che la direttrice del collegio s’era messe le mani in capo, non sapendo come fare. Povera signorina, aveva pure ragione! Sola, lontana da casa sua «senza poterla abbracciare un’ultima volta! Mamma mia! Mamma mia!…» Bisognava leggerle, queste lettere; perché alla Santissima Annunziata le signorine ricevevano un’istruzione comi fo e la principessina otteneva sempre i primi premi, tanto era svegliata e studiosa. Ma finalmente, quando la madrina le mandò una ciocca di capelli della buon’anima, e il suo libro di preghiere, e il suo rosario, promettendole che il principe l’avrebbe ripresa più presto in casa e raccomandandole frattanto di non affliggerlo di più, poveretto, con quelle lettere, la padroncina si venne calmando a poco a poco: «Hai ragione, mia buona madrina; dimenticavo il dolore del povero babbo per pensare al mio solo; e ciò non è giusto…» E le lettere scritte al principe direttamente? «Non ti affliggere più, babbo mio; pensa come me che la santa mamma è in Paradiso, e di là ci guarda tutti, e veglia su noi, e vuole che ci consoliamo perché ella è tra i beati e noi tutti, con la grazia del Signore, un giorno la raggiungeremo…» Cosa veramente da strabiliare che una ragazza di quattordici anni scrivesse a questo modo!… E il principe le aveva dato allora la gran notizia: inconsolabile per la perdita di quella santa, egli l’avrebbe pianta fino all’ultimo giorno della propria vita; ma i figliuoli avevano bisogno di qualcuna che tenesse loro luogo di madre, e per quest’unico scopo egli accettava i consigli di tutti i parenti che lo persuadevano a riammogliarsi: sposava quindi la cugina che gli aveva dato tante prove d’affezione nella circostanza della «grande disgrazia», ed era la più adatta, nella sua qualità di parente, a compiere la delicata missione di seconda madre. La cugina, da suo canto, scrisse in coda sotto la dettatura del Padre confessore: «Mia cara figlia, da quel che t’ha detto tuo padre, tu comprendi che da ora innanzi ho più diritto di chiamarti con questo nome che il mio cuore t’ha sempre dato. La mia più grande ambizione è quella di renderti meno sensibile la mancanza della nostra santa, non di fartela dimenticare, che sarà sempre impossibile non solo a te ma a noi tutti. Stringendo ancora più i vincoli che già ci uniscono, io ti sarò sempre a fianco per vegliare su te e tuo fratello, come quella benedetta raccomandò al letto di morte. Sono impaziente di stringerti al mio cuore: se i tuoi studi non ti permetteranno di tornare per ora a casa, verremo noi a trovarti al più presto…» Passarono però molti giorni, senza che a questa lettera venisse risposta. Che cosa succedeva? La posta ne aveva fatta qualcuna delle sue? O la signorina stava poco bene? Oppure accoglieva male l’annunzio del matrimonio?… Baldassarre fece di tutto per dissipare quest’ultimo dubbio. Veramente egli lavorava del suo meglio per nascondere alla gente anche il malumore del principino, ma non ci riusciva, perché Consalvo, fin dal primo annunzio delle nozze, aveva preso posizione contro la futura madrigna e il padre. Naturalmente, aspettando lo sposalizio, la cugina non veniva più al palazzo, adesso che non c’era più nessuna signora che la ricevesse; ma il principe andava da lei e voleva che il figliuolo le facesse visita; tutto fiato perduto: il principino non ci sentiva da quell’orecchio, e quando incontrava la promessa del padre in casa dei parenti, la salutava appena, rispondeva con una freddezza mortificante alle effusioni di lei che gli dava del «figlio mio» a tutto andare, o addirittura la sfuggiva, lasciando intendere l’avversione che quella donna gl’ispirava. Il principe, con grande e comune stupore, pareva che non se ne accorgesse, e quasi avesse mutato carattere, quasi volesse ingraziarsi anche lui il figliuolo, largheggiava a quattrini, gli lasciava fare quel che voleva, gli comperava carrozzini e cavalli inglesi; ma Consalvo era freddo anche col padre, lo evitava, stava settimane intere lontano, in campagna, a caccia, tanto che a poco a poco si vedeva il principe gonfiare, gonfiare. Il maestro di casa, tanto amante della pace, se n’accorava, e lavorava a rabbonire il padroncino. Consalvo lo lasciava dire; a un certo punto gli rispondeva freddo freddo: «Non mi seccare. Bada al tuo servizio. Non mi seccare…» Giovanotti! Giovanotti! Bisogna aver pazienza con essi, lasciarli fare a modo loro, prima che mettano giudizio! Ma la principessina? Era possibile che anche lei si voltasse contro il padre e la madrigna? Una figliuola savia, obbediente, educate alla Santissima Annunziata?…
Dopo essersi fatta aspettare più d’una settimana, arrivò finalmente la risposta della signorina. «Caro babbo, cara mamma,» diceva, «non v’ho scritto più presto perché sono stata poco bene; una cosa da nulla, non v’inquietate; ora, grazie a Dio, posso dirvi con quanta gioia ho appreso ciò che fate per noi»: e così via per due pagine piene d’espressioni affettuose, fino alla chiusa che diceva: «Vostra affezionatissima e gratissima figlia, Teresa.» Scrisse anche al fratello, nello stesso senso; ma il principino, rispondendole, neppur nominò la madrigna, neppur fece un’allusione al prossimo matrimonio, come se mai ne avesse udito parlare. Due giorni prima della cerimonia, anzi, andò via con Giovannino Radalì ed altri amici, a caccia, dicendo che sarebbe rimasto fuori ventiquattr’ore; invece il giorno degli sponsali, quando il padre e la matrigna con gl’invitati andarono al Municipio, egli non era ancora arrivato. Non arrivò neppur la sera, quando gli sposi tornarono dalla chiesa: uno scandalo straordinario, la servitù che mormorava, i lavapiatti sulle spine, la sposa che sorrideva per forza, Lucrezia che ripeteva ogni quarto d’ora: «Ma Consalvo? Perché non lo mandate a chiamare?…» nonostante le avessero spiegato parecchie volte che il giovanotto era in campagna, alla Piana. Il principe, un poco pallido, diceva che doveva esser capitata qualche disgrazia alla comitiva; infatti nessuno dei compagni di Consalvo era ancora tornato, e la duchessa Radalì e il duca Michele, suo figlio, mandavano ogni mezz’ora a casa, inquieti per il loro Giovannino. La barca capovolta, al Biviere? La carrozza ribaltata? Un fucile, Dio liberi, scoppiato?… Donna Ferdinanda era invece tranquillissima, sapeva bene che il suo protetto aveva dovuto combinar la cosa per non assistere alla cerimonia nuziale; e in cuor suo lo approvava. Bella sciocchezza, da parte di Giacomo, quella di dar a intendere che si ammogliava per non lasciar senza madre i propri figli! I suoi figli non erano più bambini, da doverli allattare!… E poi, e poi, che grande autorità aveva esercitato su loro la madre! il principe non le aveva mai permesso d’attaccar loro un bottone! Adesso, invece, che si sarebbe visto? La pettegola cugina far da padrona in casa Francalanza!
La zitellona diceva queste cose, piano, all’orecchio di Chiara e di Lucrezia, le quali le ripetevano al marchese, a don Blasco; e tutti riconoscevano che Giacomo sposava Graziella unicamente perché, da giovane, s’era messo in capo di sposarla. La madre non aveva voluto, ed egli s’era piegato, allora, alla ferrea volontà di lei; pareva anzi aver dimenticato la propria, trattando la cugina freddamente, quasi non l’avesse pensata mai, badando solo agli affari; ma appena finito di accomodarli, egli s’era messo con l’antica innamorata, e ora, dopo tanti anni, non più giovane, con due figli grandi e grossi sulle spalle, il suo primo pensiero, appena libero, era quello di sposarla, vedova, invecchiata, imbruttita, pur di prendere la rivincita, pur di disfare l’opera della madre. Non l’aveva disfatta in un altro modo, eludendo le volontà che ella aveva manifestate nel testamento, spogliando i legatari e il coerede? E che restava oramai dell’opera della defunta? Raimondo non aveva anch’egli disfatto il matrimonio voluto da lei? Lucrezia che doveva restare in casa non s’era sposata?… «Strambi!… Cocciuti!… Pazzi!…» Così essi scambiavansi le stesse accuse; ma stavolta tutti erano stati d’accordo nel biasimare il principe, nel coalizzarsi contro di lui; ad eccezione del solo Priore. Gli interessi mondani, le lotte della famiglia lo lasciavano adesso molto più indifferente di prima, sul punto com’era di partire per Roma. Dopo la soppressione dei conventi tutti avevano riconosciuto, alla Curia, che il dotto e santo Cassinese doveva andare avanti in altro modo. Gli era stato offerto un vescovato, a sua scelta; ma egli, che mirava più alto, aveva chiesto di andare a Propaganda. E giusto in quei giorni, con la nomina di Vescovo in partibus, era stato chiamato alla grande Congregazione. Che gl’importava del matrimonio del fratello, del testamento della madre e di tutte le trame meschine che ordivano i suoi? A Roma egli era preceduto da una fama così chiara, da raccomandazioni tanto efficaci, che in poco tempo era sicuro di raggiungere, con la propria accortezza, i più alti gradi della gerarchia… Come a lui, lo scioglimento delle corporazioni religiose aveva dato a don Blasco altri desideri, altre ambizioni. Convertiti in bella rendita sul Gran Libro i quattrini portati via dal convento, il monaco aveva finalmente visto avverarsi il sogno della sua giovinezza: aver del suo, essere capitalista. Allora aveva quasi dimenticato l’odio contro il rivale nipote, non s’era più curato né di lui né degli altri. Ma l’appetito vien mangiando, dice il proverbio, e don Blasco non si contentava di quelle poche migliaia d’onze, voleva arricchire per davvero, studiava il modo di batter moneta. Pertanto voleva assaggiare i beni delle Cappellanie e dei Benefizi; e vedendo che Giacomo gli dava erba trastulla e nonostante le promesse iniziava la causa per conto proprio, era stato l’anima della lega ordita contro di lui, mettendo in opera il sistema da lui adoperato contro i fratelli. Chi la fa l’aspetta, dice un altro proverbio, e il principe, che s’era fatto pagare da Raimondo e da Lucrezia per dar loro il suo appoggio, aveva dovuto chiuder la bocca allo zio perché questi, che non aveva mai avuto peli sulla lingua, s’era messo a cantare che la faccenda della morte della principessa non era tanto liscia, e che aver costretto la «povera Margherita» a scappare a Cassone mentre stava così male ed aveva anzi i primi sintomi del colera era stato un voler sbarazzarsi di lei, dopo averle dettato un testamento nel quale s’era fatto lasciare ogni cosa, e niente ai figli; e che la freddezza di Consalvo non era poi senza ragioni, e che… e che… Allora il principe aveva riconosciuto i diritti della parentela alla spartizione dei beni, e tutti s’erano placati. Placati in apparenza, perché i rancori ribollivano sordamente. Giacomo non se la poteva prendere col monaco, per non disgustarselo, adesso che aveva quattrini, né, per la stessa ragione, con la zia Ferdinanda; tanto meno col duca alla cui autorità di deputato ricorreva per essere assistito contro il fisco rapace. Ma sfogava contro tutti gli altri, incagnato, una furia. L’agente delle tasse, specialmente, un certo Stravuso, era il suo incubo: oltre che di ingordo, costui aveva la fama di terribile iettatore, e il principe, pigliandosela con lui, non lo poteva neppur nominare dalla paura; non lo chiamava altrimenti che «Salut’a noi!» tenendo nel pugno un amuleto, un ignobile pezzo di ferro a foggia di mano che fa il segno delle corna.
«Che io parli con Salut’a noi?…» diceva allo zio, quella sera degli sponsali. «Fossi pazzo!… Fatelo andar via! Fatelo traslocare, cotesto ladro imboscato per spogliar la gente!… Non gli basta farmi pagare il venti per cento sugli svincoli, la doppia tassa di successione fra estranei! Ma se fossimo estranei non erediteremmo! I beni vengono a noi appunto perché i fondatori furono nostri antenati!»
Il duca, che portava al cielo le nuove leggi, gli consigliava di non lagnarsi: anche dedotto il venti per cento, il resto era tanto di guadagnato. L’importante in tutto questo, per il legislatore, era che tante proprietà e tante rendite fossero sottratte ai monaci e destinate ad impinguare la fortuna dei privati cittadini, quindi ad aumentare la pubblica prosperità. Perciò, aspettando di prender la sua parte nella divisione dei beni svincolati, egli era rimasto aggiudicatario del Carrubo e di Fontana Rossa, due feudi della badìa di San Giuliano, dei quali a giorni sarebbe entrato in possesso, e incitava il nipote a fare altrettanto, a scegliere qualche bel tenimento di terre da pagare a tanto l’anno con gli stessi frutti e da migliorare in modo da moltiplicarne il valore; ma il principe:
«Eccellenza, non posso. Il confessore non vuole. Me l’ha messo a scrupolo di coscienza; e giusto in questa circostanza solenne del mio matrimonio intendo rispettarlo. Ciò non vuol dire che Vostra Eccellenza abbia fatto male; ma i nostri casi sono diversi…»
Il duca lo guardò un poco nel bianco degli occhi, come per sincerarsi se diceva sul serio o se scherzava; poi uscì nella stessa obiezione che il principe aveva rivolta a don Blasco:
«O allora perché rivendichi i beni delle Cappellanie? Non sono della Chiesa anche quelli?»
«Eccellenza no,» rispose il principe. «La Chiesa ne era semplice amministratrice, secondo l’intenzione dei fondatori. Le sole rendite debbono essere convertite a scopi sacri, e di ciò siamo responsabili tutti…»
Mentre essi tenevano questi discorsi, l’assenza del principino continuava a far ciarlare gli altri parenti, di nascosto alla nuova principessa, la quale si mostrava sovrappensieri, temendo, come il marito, non fosse capitato un accidente al giovanotto, e parlava di spedir messi alla Piana per appurare che cos’era successo. Nonostante l’inquietudine, ella badava al servizio, dava ordini sottovoce a Baldassarre, insisteva perché gl’invitati riprendessero dolci e gelati, esercitando così per la prima volta l’ufficio di padrona di casa. Don Blasco non si facea pregar molto: adesso che a San Nicola c’era tanto di catenaccio, egli poteva far tardi quanto gli piaceva; e mentre masticava a due palmenti, utilizzava il suo tempo chiedendo informazioni alla gente sulle firme solvibili, giacché anch’egli s’era messo a dar quattrini in piazza. Di tanto in tanto s’avvicinava anche al crocchio d’uomini in mezzo al quale il duca, finito di discorrere col nipote, parlava delle pubbliche faccende. La quistione che impensieriva pel momento il deputato era quella del Municipio. Le cose vi andavano male, gli amici del grand’uomo lo pregavano con insistenza di prenderne le redini, di dare questa nuova prova di affetto al paese; ma egli dichiarava che non la volontà ma la forza gli faceva difetto. Era già deputato, consigliere comunale e provinciale, membro della Camera di commercio, del Comizio agrario, presidente del consiglio d’amministrazione della Banca di Credito, consigliere di sconto alla Banca Nazionale e al Banco di Sicilia e, come se non fosse abbastanza, lo mettevano in tutte le giunte di vigilanza, in tutte le commissioni di inchiesta. Ad ogni nuova nomina, egli protestava che era troppo, che non aveva tempo di grattarsi il capo, che bisognava dar luogo ad altri, ma dopo una lunga e cortese discussione doveva finalmente arrendersi alle insistenze degli amici. Gli avversari, i repubblicani, i malcontenti gridavano contro questo accentramento di tanti uffici in una stessa persona; e giusto il duca s’era fatto forte di tale ragione per rifiutare la sindacatura. Benedetto, dopo il gran dolore delle disgrazie sofferte, ricominciava allora ad occuparsi degli affari pubblici, e insisteva presso lo zio, gli ripeteva l’invito a nome del Consiglio comunale, adducendo la mancanza di persone capaci.
«Non mi darai a intendere,» rispose il deputato, «che io solo possa fare il sindaco! Perché non lo fai tu?»
«Perché io non ho i titoli di Vostra Eccellenza!»
«Dimmi che accetti, e fra quindici giorni avrai la nomina.»
Benedetto continuava a schermirsi, sorridendo, fingendo di non credere alla serietà dell’offerta; in cuor suo, egli non desiderava di meglio; ma una grande difficoltà lo arrestava: l’opposizione di sua moglie. Costei dimostravasi sempre più irascibile quando udiva parlare di cariche pubbliche, di uffici elettivi, di politica liberale; minacciava di far mandare ruzzoloni giù per le scale le persone che venivano a cercar di lui nella sua qualità di consigliere comunale o di presidente del Circolo Nazionale; di lacerare, prima che egli le leggesse, le carte indirizzate a suo marito. Se gli moveva tanta guerra per così poco, che avrebbe fatto sapendolo sindaco? E Benedetto, soggiogato dal timore, si schermiva contro le rinnovate offerte dello zio, il quale, come argomento irresistibile, riserbato per il colpo di grazia, gli diceva: «Il giorno che io mi ritirerò, troverai preparato il terreno…»
Mentre il deputato insisteva, e Lucrezia sparlava di suo marito con Chiara, e donna Ferdinanda sparlava del principe col marchese, e i lavapiatti facevano la corte alla nuova principessa, e don Blasco ciaramellava da un gruppo all’altro, s’udì il fracasso d’una carrozza che arrivava di carriera e tutti esclamarono:
«Consalvo!… Il principino!…»
Baldassarre erasi precipitato ad incontrarlo. Il giovanotto aveva l’abito in assetto e gli stivaloni puliti come sul punto di andar fuori; ma al maestro di casa che gli domandava ansiosamente che cosa fosse successo:
«Sono vivo per miracolo,» rispose.
Entrato nel salone, mentre tutti gli si affollavano intorno, cominciò a narrare la storia d’un accidente complicatissimo, il suo smarrimento nel Biviere, la fame sofferta per dodici ore, il naufragio della barca che lo portava. «Gesù!… Gesù!… Santo Dio d’amore!…» esclamavano tutt’intorno; la principessa, specialmente, ripeteva ogni momento:
«Ah, questa caccia!… Figlio mio!… Che paura!…», lo stesso principe mostrava di credere quella storia, e tutti, per prudenza, fingevano di rallegrarsi dello scampato pericolo; solo donna Ferdinanda increspava le labbra sottili ad un ironico sorriso, sapendo bene che il suo protetto non aveva corso pericolo di sorta… Benedetto, frattanto, riferiva sottovoce alla moglie l’offerta della sindacatura fattagli dallo zio e il proprio rifiuto. Lucrezia si voltò a guardarlo in faccia e gli disse sul muso:
«Sempre bestia sarai?»

Le era parso che quel titolo di sindaco avrebbe nobilitato in qualche modo il marito, conferendogli l’autorità, il lustro, l’importanza che non aveva; invece, dopo che il duca ottenne per Giulente la nomina, s’accorse che gli restava più Giulente di prima, una specie d’impiegato, un miserabile passacarte, un servitore del pubblico. E quando le diedero della sindachessa, arrossì come un papavero, quasi l’insultassero, quasi le intonazioni più complimentose fossero studiate e nascondessero un ironico dileggio. Ella non diede più quartiere a Benedetto; dopo averlo spinto ad accettar l’ufficio, gliene rinfacciò l’inutilità, le noie, i pericoli; se per la moltitudine degli affari egli tornava a casa più tardi del consueto, stanco, affamato, l’accoglieva con tanto di muso, gli faceva trovare la tavola mezza sparecchiata e il desinare freddo; se veniva gente a chieder del sindaco, ella gridava alla cameriera: «Non c’è! Non c’è nessuno! Mandate via cotesti seccatori!…» in modo che i seccatori udissero e che passasse loro la voglia di mai più tornarci; se Giulente, ciò nonostante, riceveva quella gente, per prudenza, per necessità, ella si metteva lo scialle in testa e se ne andava dalle parenti, o dalle amiche, e cominciava a sfogarsi:
«Non ci posso più reggere! Mi par d’impazzire! Che vita d’inferno! Se avessi saputo!…»
Secondo che le dimostravano il suo torto e l’affezione e il rispetto di cui Benedetto la circondava, la sua avversione cresceva: ella immaginavasi d’esser maltrattata, attribuiva al marito ogni specie di torti. Poiché i Giulente non avevano avuto concessione di feudi, lo giudicava miserabile; ma, non potendo ragionevolmente dare a intender questo, l’accusava d’avarizia. Egli la lasciava libera di spendere ciò che voleva ma, fittosi in capo che fosse avaro, la fissazione prendeva nel cervello di lei più consistenza di un fatto; e con l’aria d’una vittima rassegnata al suo destino, quasi piangendo, rifiutava di comperar nulla per sé, rinunziava agli abiti, ai cappelli, ai gioielli, andava attorno come una cameriera. Suo marito non riusciva a strapparle la spiegazione di quella sciatteria; ma al palazzo ella si nettava la bocca contro di lui, e se il principe o donna Ferdinanda le rammentavano che smania aveva avuto di sposarlo, se la prendeva con loro:
«Perché non mi apriste gli occhi? Che ne sapevo! Toccava a voialtri avvertirmi!»
«Oh! Oh! Hai dunque dimenticato tutto quello che facesti?»
«Che ne sapevo! Colpa vostra che non v’ostinaste a impedirmi di commettere una pazzia!»
E questa nuova idea le s’inchiodava talmente in testa, che sfogandosi coi primi venuti, lagnandosi della propria infelicità con gente a cui aveva parlato appena una volta, ella l’adduceva a propria discolpa:
«La mia famiglia m’ha fatto un tradimento. Questo marito non faceva per me: me l’hanno dato per forza… sono stata sacrificata!…»
Poi denigrava in altro modo Giulente, metteva in ridicolo il suo patriottismo, lo attribuiva all’ambizione o lo negava del tutto.
«Cotesto sciocco ha fatto il liberale per essere qualche cosa. Ma non è divenuto niente, ed ha fatto meno che niente. Il ferito del Volturno? Guardategli la coscia: l’ha più sana delle mie!»
Diceva spesso cose più enormi, senza pudore, un poco perché non ne comprendeva la sconvenienza, un poco perché credeva le fosse lecito tutto. Non si levava mai prima di mezzogiorno, e per due buone ore restava discinta, con una gonna sulla camicia, il collo e le braccia nudi, i piedi nudi, nelle pantofole; si mostrava così al cameriere ed al cuoco, era capace di ricevere anche qualche visita; e se Benedetto, presente, esclamava, giungendo le mani: «Ma Lucrezia? Per carità!…» ella lo guardava stupita, spalancando tanto d’occhi: «Che c’è? Sono visite di confidenza! Ho da mettermi gli abiti da ballo? Quelli che m’hai fatto venire da Parigi?…» E se egli le diceva di ordinarli pure, di spendere tutto quel che voleva, ella si stringeva nelle spalle: «Io? A che pro? Per qual Santo? Non vado più da nessuna parte, non conosco più nessuno della mia società! Risparmia, risparmia i tuoi quattrini!…»
Messo con le spalle al muro, egli perdeva talvolta la pazienza; allora ella minacciava d’andarsene via.
«Ah, la prendi su questo tono? Bada che ti pianto!… Non mi far saltare il ticchio d’andar via, perché altrimenti non mi tratterrai neppur con gli argani!… Sai come siamo noi Uzeda, quando ci mettiamo una cosa in testa! Raimondo ha posto il mondo sottosopra per piantar sua moglie e prenderne un’altra! Giacomo aveva giurato di sposar Graziella, ed ha fatto morire quella disgraziata prima del tempo…»
«Taci!… Che dici!…»
Egli sopportava pertanto le stramberie, i capricci, le contraddizioni, i rimproveri, le ironie di lei. Ma la sorda guerra della moglie non gli noceva meno della protezione dello zio duca. Questi, che oramai non andava più alla capitale, consacrava tutto il suo tempo ai propri affari, badava alle cose di campagna, migliorava le proprietà comprate dalla manomorta, speculava sugli appalti, si giovava del suo credito presso le amministrazioni pubbliche per rifarsi di quel che gli costava la rivoluzione. E con l’aria di consigliare Giulente, lo persuadeva a fare ciò che voleva. Ufficialmente, il sindaco era suo nipote; in fatto, era egli stesso. Non si rimuoveva una seggiola, al Municipio, senza la sua approvazione; ma specialmente nella nomina degli impiegati, nella concessione di lavori pubblici, nella distribuzione di incarichi gratuiti ma indirettamente o moralmente profittevoli, egli faceva prevalere la propria volontà, proteggeva i suoi fedeli, fossero anche inetti, metteva avanti la gente da cui poteva sperare qualcosa in cambio, non dava quartiere a quelli del partito avverso, qualunque titolo possedessero, da qualunque parte glieli raccomandassero. Aveva l’abilità di fingersi assolutamente disinteressato, di spingere il nipote a fare ciò che egli stesso voleva come se invece non gl’importasse nulla di nulla, e il Municipio diventava così, a costo di patenti ingiustizie, di manifeste violazioni della legge, un’agenzia elettorale, una fabbrica di clienti. Per rispetto e per soggezione, soprattutto per la speranza di raccogliere l’eredità politica dello zio, Benedetto non osava contrariarlo; se, per qualche fatto più grave degli altri, egli esitava un momento, il duca vinceva quegli scrupoli, o adducendogli le necessità della lotta politica, o impegnandosi a riparare più tardi, o facendogli semplicemente comprendere che, in fin dei conti, a quel posto l’aveva messo lui, perciò conveniva che facesse ciò che a lui piaceva. Per compenso, gli garantiva l’appoggio del governo e della prefettura, lo sosteneva in consiglio, tesseva i suoi elogi perfino in famiglia, tenendo fronte a Lucrezia, che lo vilipendeva dinanzi a tutti. Costei, per far la corte allo zio, rispondeva che un po’ di bene suo marito lo faceva solo quando seguiva i consigli di lui; viceversa, da sola a solo con Benedetto, gli rinfacciava la cieca obbedienza prestata al duca.
«Bestia! Sciocco! Stupido! Non capisci che ti spreme come un limone? Che vuol prendere la castagna dal fuoco senza scottarsi?… Almeno, sapessi farti dare la tua parte!»
E gli consigliava di mettersi nei loschi affari del deputato, di vendere la propria autorità, di farsi pagare gli atti che era in dovere di compiere; e ciò senza scrupoli, come una cosa naturalissima, come avevano fatto i Viceré al tempo della loro potenza. Così, un po’ per la moglie, un po’ per lo zio, Giulente commetteva ingiustizie d’ogni sorta rifiutandone il prezzo, metteva a rischio la sua bella riputazione di liberale disinteressato, di «ferito del Volturno». Ma l’ambizione lo accecava, egli voleva rappresentare una parte in politica, e il Parlamento era la mèta per la quale sopportava il Municipio. Poiché presto o tardi il duca si sarebbe ritirato, egli voleva sostituirlo; tutta la parentela uccellava i quattrini messi assieme dal deputato, egli aspirava all’eredità politica; il seggio alla Camera sarebbe stato la conferma, il riconoscimento del suo patriottismo, della sua capacità. Pertanto, il disprezzo di sua moglie cresceva: ella non capiva che si potesse esercitare un ufficio pubblico pel piacere di esercitarlo, senza specularci sopra, perdendoci il tempo, trascurando per esso ogni altra occupazione, non badando agli affari propri, non andando mai in campagna, lasciando fare ai castaldi e agli affittaiuoli. Quasi che potesse permettersi questo lusso! Quasi fosse il principino di Mirabella!…
Consalvo, sì, poteva fare e faceva quel che gli piaceva. Non solo egli non badava agli affari di casa — ché suo padre ci pensava per lui — ma non stava in casa se non per dormire — quando ci dormiva. Lasciata la camera che aveva occupata al ritorno dal convento, s’era accomodato un quartierino al primo piano, dalla parte del secondo cortile, sfondando muri, murando finestre, aprendo una nuova scala, disordinando ancora un altro poco la pianta del palazzo. Il principe l’aveva lasciato fare. Non contento di starsene così interamente segregato dal resto della famiglia, con persone di servizio esclusivamente addette alla sua persona, adesso desinava solo, dichiarando che le ore di suo padre non gli convenivano. E il principe si piegava anche a questo, con grande stupore di quanti conoscevano la sua prepotenza, il suo bisogno d’assoluto comando. Il giovanotto faceva la bella vita: cavalli, carrozze, caccia, scherma, giuoco ed il resto. Finito, dopo l’incendio del Sessantadue, il Casino dei Nobili, egli aveva fondato, insieme con qualche dozzina di compagni, un club che era la risurrezione più elegante e più ricca dell’antica istituzione: quantunque solo i nobili autentici vi fossero ammessi, Consalvo vi aveva ficcato due o tre giovanotti che non appartenevano alla casta, ma gli facevano da mezzani. Accordava la sua protezione e la sua amicizia solo a quelli che lo servivano, che lo ammiravano, che gli facevano la corte. Come al Noviziato, anche adesso derideva i meno nobili e meno ricchi di lui: un motivo di cruccio contro suo padre era appunto l’avarizia di costui che si lasciava prender la mano dai nuovi arricchiti. Il lusso esteriore degli Uzeda, che prima del Sessanta pareva straordinario, adesso cominciava ad esser agguagliato se non superato dalla gente rifatta, e mentre al palazzo i mobili di cinquant’anni addietro cadevano a pezzi e le livree del secolo passato servivano al pasto delle tignole, c’era gente che spendeva un occhio del capo a metter su case ed equipaggi col gusto moderno. Ma agli occhi del principe la vecchiaia dei mobili e delle livree era come un altro titolo di nobiltà; e se tutti tenevano adesso il guardaportone, mentre vent’anni addietro c’era in città solo quello di casa Uzeda, chi aveva nel vestibolo la rastrelliera?… Del resto, Consalvo lavorava per conto suo a distruggere gli effetti della spilorceria paterna. Quando, dall’alto di un break o d’uno stage, attillato negli abiti venuti apposta da Firenze, guidava come il più esperto cocchiere un tiro a quattro, fermandosi per far salire gli amici che incontrava lungo la via, avanzando poi tutti gli altri equipaggi, frustando come i suoi antenati i cocchieri che osavano contrastargli il passo, la gente si fermava ad ammirare, a ripetere il suo nome e il suo titolo con un senso d’alterezza, quasi un poco del suo lustro si riversasse su chi poteva salutarlo, su chi lo conosceva almeno di nome, sulla stessa città che gli aveva dato i natali. Se egli comperava o vendeva una pariglia di cavalli, se mandava via o riprendeva un servitore, se vinceva o se perdeva al giuoco, le notizie di questi avvenimenti facevano le spese delle conversazioni; la sua antipatia per la madrigna gli era ascritta generalmente a lode, spiegata com’era col rispetto da lui portato alla memoria della madre; tutti avevano interesse e premure di dargli moglie, e di tanto in tanto la voce d’un possibile matrimonio circolava per ogni dove, finché, ripetuta dinanzi a lui, lo faceva scoppiare in una risata. Per ora egli voleva divertirsi; ci sarebbe poi stato tempo ad incatenarsi. E le sue visite assidue a questa od a quella signora, i vistosi regali che faceva alle cantanti ed alle attrici spiegavano la sua risposta: tornavano per Pasqualino Riso i bei tempi del contino Raimondo: il padroncino gli faceva guadagnare il pane.
Le sue gesta avevano anche un altro campo, meno elegante, ma altrettanto famoso. Insieme con gli amici più scapestrati, aveva combinato una compagnia che era, la notte, il terrore di mezza città. Armati di stocchi, di rivoltelle o anche di semplici coltelli, portavano a spasso le ciarpe d’infima classe, cantando a squarciagola, spegnendo i fanali del gas, attaccando briga coi passanti, facendo aprire per forza, a furia di schiamazzi e di sassate ai vetri, le taverne e le case pubbliche, giocando al tocco o a briscola coi bertoni, ordinando cene che finivano con la rottura di tutte le stoviglie: i padroni li lasciavano sbizzarrire perché, se facevano danni, sapevano anche risarcirli. Certe volte, però, per capriccio, pel gusto di commettere un sopruso, per esercitare l’ereditaria prepotenza dei Viceré, il principino non voleva pagare lo scotto, o lo pagava a legnate; e, mentre profondeva i quattrini con le donne, era capace di portar via a certe povere diavole, per spasso, i pochi soldi che avevano in tasca — salvo a compensarle un’altra volta — lasciandole intanto piangenti o vomitanti un sacco di sozzure che lo facevano ridere a crepapelle.
Spesso scendeva con la sua comarca al porto, andava a far baccano nelle taverne dove i marinai inglesi s’ubriacavano come bruti: egli saliva sopra una tavola, prendeva la parola senza soggezione, predicava la Regola di San Benedetto, ripeteva le sentenze politiche dello zio duca e di Giulente; senza sapere una parola d’inglese teneva lunghi discorsi, serio serio, ai marinai foggiando per proprio uso e consumo una lingua che nessuno intendeva; la cosa spesso finiva con una partita di box e relative ammaccature di costole e rotture di stoviglie… Se lo avesse visto fra’ Carmelo! il fratello appariva di tanto in tanto al palazzo, sempre più magro e stralunato, per ricantare il consueto: «Me n’hanno cacciato!… Me n’hanno cacciato!…» Non gli strappavano di bocca nient’altro. Quando nelle sue escursioni notturne Consalvo andava dalle parti di San Nicola, lo incontrava immancabilmente, errante per le vie del quartiere come un’anima in pena o fermo a considerare la massa scura del convento; il principino, alterando la voce, gli dava la baia, lo chiamava: «Padre Priore!… Padre Abate!… Dove sono i porci di Cristo?…» tra le risa della comitiva.
Egli ne era l’anima, il capo riconosciuto e obbedito. Giovanni Radalì veniva spesso con lui; ma quantunque ora fosse libero, ricco e barone, non aveva l’umore costante: talvolta faceva pazzie straordinarie, talaltra frenava i compagni; più spesso, prendendo parte ai bagordi, aveva la ciera funebre, un riso falso. Di tanto in tanto scompariva, se ne andava ad Augusta, nelle terre lasciategli dallo zio, donde nessuno riusciva a scovarlo, se egli stesso, mutata fantasia, non si decideva a tornare. Allora Consalvo lo trascinava ai bagordi.
Una notte, per quistione di donne, la banda venne alle mani con una comitiva di popolani, di barbieri, di sensali; piovvero le legnate, luccicarono i coltelli, ma per buona sorte, sopravvenute le guardie, tutti scomparvero. I bastonati, i mariti canzonati, le vittime della loro prepotenza non osavano ricorrere: se qualcuno minacciava di querelarsi, la gente lo dissuadeva, considerando chi erano quei signori: il barone Radalì, il principino di Mirabella, il marchesino Cugnò! E la polizia, se ricorrevano ad essa, faceva accomodar la cosa: qualche biglietto di banca, e tutti lesti. Ma il prestigio di quei nomi era tale che pochi osavano lagnarsi; la più parte si stimavano onorati di competere con quei signori, li ammiravano, parlavano di loro col massimo rispetto. In carnevale, la mascherata favorita dei monelli, dei facchini, era quella del barone: sui calzoni a sbrendoli e sulle camicie rattoppate, un vecchio abito a coda di rondine, un enorme colletto di carta, una tuba di cartone alta quanto una canna di camino: andavano così a crocchi chiamandosi scambievolmente, ad alta voce, fra le risa dei passanti, col nome dei baroni per davvero: «Addio, Francalanza!… Radalì, come stai?… Andiamo al teatro, marchese!…»
Senza quei nobili l’operaio come avrebbe fatto? il loro lusso, i loro piaceri, le loro stesse pazzie erano altrettante occasioni perché la gente minuta lavorasse e buscasse qualcosa! E il principino spendeva e spandeva, regalmente, come se avesse le mani bucate. Suo padre gli pagava i cavalli e le carrozze, i fucili e i cani, e pei minuti piaceri gli passava cento lire il mese; ma Consalvo, alle volte, perdeva in una notte la pensione dell’anno intero; e il domani ricorreva a tutti gli usurai della città, i quali, contro la firma d’una cambialina, gli davano quel che voleva. Quanto ai parenti, essi o lo incoraggiavano a scialare, o non si occupavano di lui, o erano disarmati dalla sua politica, giacché egli sapeva prenderli pel loro verso, secondando le fisime di ciascuno. Solo Benedetto comprendeva che quella vita doveva costargli molto e sospettava qualcosa dei debiti; ma il giovanotto lo tirava dalla sua, sollecitandolo nella sua vanità di patriotta, di ferito del Volturno, di futuro deputato; e del resto se Benedetto manifestava le proprie paure alla moglie perché questa mettesse sull’avviso il principe:
«Di che ti mescoli?» saltava su Lucrezia. «Lascialo fare! Credi che mio nipote sia un pezzente, da non potersi permettere questo lusso? Può pagarli i suoi debiti, se mai!»
Donna Ferdinanda da canto suo andava in estasi per la riuscita del suo protetto e, dalla soddisfazione, gli regalava di tanto in tanto qualche biglietto da cinque lire che il giovanotto, dopo essersi profuso in ringraziamenti, lasciava come mancia al cameriere del Caffè di Sicilia. Il duca, ingolfato negli affari, aveva qualche sentore dei pasticci del pronipote, ma bastava a costui dargli del salvatore del paese, del grande statista o profetargli un posto al Ministero, perché il deputato si chetasse. Più tardi, per ingraziarsi meglio donna Ferdinanda, Consalvo le dava ragione se l’udiva gridare contro il fedifrago; e in questo era sincero, perché, senza mescolarsi nella politica, egli parteggiava pel governo assoluto, protettore dei signori, sciabolatore della canaglia. Questi sentimenti però non gl’impedivano di prender con le buone lo zio Giulente, al quale non dava tuttavia dell’Eccellenza, ma del semplice voi; e più tardi conveniva con la zia Lucrezia se costei lagnavasi di quella bestia del marito. Così, nonostante la freddezza col padre, seguiva l’esempio di lui, pigliando ciascuno pel suo verso, secondando le fissazioni di tutti gli Uzeda. La zia Chiara già parlava d’adottare il bastardo della cameriera: egli approvava questa risoluzione. Lo zio Ferdinando, credutosi affetto da tutte le malattie quando vendeva salute, adesso che deperiva visibilmente credeva invece d’esser sanissimo e non poteva soffrire che la gente gli consigliasse di chiamare un dottore: Consalvo si rallegrava con lui per l’ottima ciera… Quanto a don Blasco, da un pezzo non si faceva più vedere al palazzo. Dacché stava per casa sua, amministrando i propri capitali, la sua smania di criticar tutto e tutti in famiglia era finita: quando capitava tra i parenti, discorreva un poco del più e del meno e andava via presto. Per non star solo, in casa, s’era messo dentro la Sigaraia, suo marito e le sue figlie; talché ora, servito di tutto punto, non aveva più bisogno di nulla. E, da un certo tempo, era diventato addirittura irreperibile. «Che cosa fa lo zio?… Che cosa fa don Blasco?…» ma nessuno ne sapeva niente. Il principe, il marchese, Lucrezia, un po’ anche Benedetto, cercavano d’ingraziarselo, per via dei quattrini che doveva aver da parte; ma egli li sfuggiva tutti, e se li udiva alludere, sorridendo, alla sua ricchezza, ripigliava a vociare come un tempo: «Che ricchezze e povertà?… Che…» e giù male parole di nuovo conio.
Un bel giorno però Benedetto, leggendo sul foglio d’annunzi della prefettura l’elenco degli ultimi aggiudicatari dei beni ecclesiastici, trovò il nome di Matteo Garino.
«Non si chiama così il marito della Sigaraia?» domandò alla moglie.
«Credo… Perché?»
«Ha comprato il Cavaliere, una delle migliori terre dei Benedettini.»
Senza esitare un istante, Lucrezia esclamò:
«Garino? Questo è lo zio don Blasco che l’ha comprato!…»
Infatti di lì a poco la verità si seppe; Garino era il prestanome di don Blasco; questi aveva messo fuori i quattrini ed era già entrato in possesso del latifondo… Un monaco, un monaco benedettino, uno che aveva fatto voto di povertà, comprare una terra del suo stesso convento, calpestare in tal modo la legge divina?… Lo scandalo fu straordinario: donna Ferdinanda disse vituperi del fratello; il duca sorrise scetticamente, rammentando le furibonde minacce di dannazione eterna eruttate dal Cassinese; lo stesso principe, quantunque non volesse inimicarsi uno zio che comprava di tali poderi, scrollava il capo; e tutti i cattolici zelanti, i partigiani della Curia, i monaci a spasso, i borbonici un tempo amicissimi di don Blasco gli si misero contro; ma a chi gli riferiva le voci malevole egli gridava:
«Sissignore, il Cavaliere è stato comprato per mio conto: e poi? Chi ci trova da ridire? Mia sorella che ha fatto l’usuraia per cinquant’anni? Mio nipote che ha rubato tutti i suoi? Sono questi gli scrupolosi e i timorati?… Io non ho scrupoli di sorta! Se non avessi comprato io il Cavaliere, l’avrebbe preso un altro: al convento non restava di sicuro, per la buona ragione che il convento non c’è più!… Anzi, in mano mia, è come se fosse di San Nicola; a segno che ho fatto restaurare la cappella, e vi dico la messa tutti i giorni, quando salgo lassù: che se andava ad altri, a quest’ora l’avrebbero ridotta a uso di porcile!…»
La messa, veramente, egli la diceva di tanto in tanto, perché aveva molto da fare: dissodava la chiusa, strappava vecchie piante, scavava un pozzo, ingrandiva la fattoria trasformandola in casina di villeggiatura, spostava il muro di cinta arrotondando a modo suo i confini; doveva quindi stare con tanto d’occhi aperti sugli zappatori e sui muratori perché non lo rubassero. In campagna, per esser pronto ad esporsi all’acqua ed al vento, indossava una giacca corta da cacciatore e portava gli stivaloni fino a mezza gamba; tornato in città, smise la tonaca e lo scapolare, ma si compose un abito nero, da ministro protestante, col panciotto abbottonato fino in cima e il colletto clericale. Pertanto disapprovava quei due o tre antichi suoi compagni che s’erano spogliati del tutto, dandosi senza riguardo alla vita del secolo, come il sanculotto Padre Rocca; o quelli che, senza smetter l’abito, davano da ciarlare alla gente con la loro condotta, come Padre Agatino Renda che stava tutto il giorno in casa della vedova Roccasciano, giocando mattina e sera. Padre Gerbini se n’era andato a Parigi, dov’era stato creato rettore della Maddalena; altri, rimasti in città, facevano la vita dei preti; ma don Blasco proponeva a tutti se stesso come modello. Fra’ Carmelo, che, come dal principe, veniva spesso anche da lui, pareva non si fosse accorto del mutamento di Sua Paternità, e ripeteva con gesti disperati il suo eterno ritornello: «Me n’hanno cacciato!… Me n’hanno cacciato!…» Don Blasco gli dava qualche soldo e gli offriva da bere, confortandolo con belle parole; ma il maniaco, dopo bevuto, ragionava meno, cominciava a prendersela con gli indiavolati che avevano spogliato il convento:
«Assassini e ladri! Ladri e assassini! il più gran convento del Regno!… E quegli altri ladri che si son prese le sue proprietà! All’Inferno! All’Inferno, scomunicati…»
Una volta, delirante più del solito, si mise in ginocchio, declamando, con gran gesti di croce:
«In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo! Vi scongiuro per parte di Dio!… Restituite il maltolto a San Nicola!… Ladri!… Schifosi!… Siete cristiani o turchi?… Pensate all’anima! Fuoco d’inferno!…»
Don Blasco, perdendo finalmente la pazienza, lo prese per una spalla e lo spinse fuori:
«Va bene, va bene, abbiamo inteso.., ma per adesso vattene, che ho da fare…»
E sbattutogli l’uscio sul muso mentre sopravveniva donna Lucia:
«Comincia a rompermi la divozione, questo vecchio pazzo!… Se torna un’altra volta, buttatelo giù dalle scale, avete capito?…»

8.

Una notte, mentre Lucrezia, a letto, russava profondamente, e Benedetto studiava a tavolino il bilancio comunale, una scampanellata improvvisa fece sussultare il marito e destò la moglie. Andato ad aprire, Benedetto si vide dinanzi il principino bianco in viso come un foglio di carta.
«Datemi da lavare,» disse allo zio, traendo dalla tasca della giacchetta la destra rossa di sangue.
«Consalvo!… Che è stato?… Che hai?…»
«Nulla, non gridare… Per aprire una finestra… ho rotto un vetro, mi sono tagliato… Datemi da lavare!… È una cosa da nulla…»
La ferita era invece profonda; cominciava dal dorso della mano, girava sotto la giuntura del pollice e finiva sul polso. Medicata con taffetà, doveva essersi riaperta, perché del fazzoletto che fasciava la mano non restava neppure un angolo bianco, e il sangue gocciolava, macchiando l’abito e la camicia.
«Non potevo andare a casa, conciato in questo modo…» spiegava il giovinotto, mentre teneva immersa la mano in una catinella, l’acqua della quale s’arrossava; ma ad un tratto, perduta la sicurezza che l’aveva fin lì sostenuto, cominciò a tremare, con la fronte madida di sudor freddo, girando intorno lo sguardo stravolto, dove Giulente leggeva adesso lo sbigottimento di un’improvvisa aggressione, la paura della morte intravista nel baleno d’una lama.
«Di’ la verità: com’è stato?…»
«Ancora?… La vetrata rotta, v’ho detto… Chiamate piuttosto Giovannino che m’accompagnò dal farmacista e aspetta giù…»
L’amico, più pallido di Consalvo, confermò la narrazione. La verità si seppe il domani. Da un pezzo Consalvo andava dietro alla figlia del barbiere del Belvedere, Gesualdo Marotta: una ragazza che si tirava su per pettinatrice e, quantunque girasse sempre per le vie, non dava retta a nessuno, con una gran paura dei fratelli poco disposti, articolo onore, a scherzare. Ma il principino, quando concepiva un capriccio, non si chetava se non dopo averlo soddisfatto; e, nonostante le preghiere, gli avvertimenti e le minacce dei Marotta, aveva messo in moto tutte le mezzane della città per vincere la resistenza della giovane e della famiglia, promettendo di toglierla dalle strade, da quel mestiere penoso e pericoloso; di metterle su una bella bottega di modista, assicurandole anche la clientela di tutte le sue parenti ed amiche. Tutto era stato inutile. Allora, vedendo che con le buone non otteneva nulla, egli fece un bel giorno rapire la ragazza e la tenne tre giorni con sé al Belvedere. I fratelli, per un certo tempo, stettero zitti, quasi fossero al buio; solo quella brutta notte, mentre il principino usciva dal Caffè di Sicilia, in compagnia di Giovannino Radalì, s’era sentito urtare e squarciare da una lama tagliente la mano distesa istintivamente per difendersi. «Ci rivedremo!…» aveva detto l’aggressore, scappando alle grida di Radalì.
Il principe non disse nulla quando vide il figliuolo con la mano fasciata: mostrò di credere alla storia della vetrata rotta e si mise a vegliarlo insieme con la principessa, la quale stette al capezzale di Consalvo premurosa ed inquieta come una vera madre. Il giovane dissimulava male il suo fastidio per quelle cure antipatiche e accoglieva come altrettanti liberatori gli amici che venivano a fargli visita mattina e sera. Il pericolo corso, il sangue perduto gli procuravano l’ammirazione di quei suoi compagni di bagordo; però, guarito, egli non mise il naso fuori dell’uscio. I Marotta avevano fatto sapere che erano pronti a ricominciare appena lo avrebbero rivisto, di notte o di giorno, e che la seconda volta non se la sarebbe cavata con una semplice graffiatura, e che, aspettando di farsi giustizia da loro, denunziavano intanto la cosa ai giudici. Tutti gli Uzeda, inquieti per la vita dell’erede del nome, ricorsero al duca: egli solo, con l’autorità che gli veniva dalla posizione politica, poteva ottenere dal prefetto, dal questore, dai magistrati che quei malviventi lasciassero quieto il giovanotto. Il duca, udito il fatto e quel che volevano da lui, invece di dar ragione al pronipote, fece inaspettatamente una gran sfuriata, tanto più strana quanto che non era nel suo carattere.
«Bene gli sta! Queste sono le conseguenze della sua vitaccia! E voialtri che non lo chiudete a chiave! Che vi rallegrate delle sue prodezze! Adesso che volete da me?»
Nessuno lo aveva mai visto così rabbuffato; un altro poco e pareva suo fratello don Blasco. La quistione era che i suoi avversari tentavano con accanimento un nuovo assalto alla sua reputazione e che l’imbroglio di Consalvo dava loro buono in mano. Il deputato non andava da due anni alla capitale, dimenticava interamente gli affari pubblici per badare ai propri. Che gran patriotta, eh? Di quanto disinteresse, di quanto amor patrio non dava prova? Quando aveva avuto da imbrogliare a Torino e a Firenze, se n’era stato sempre lontano, col pretesto degli affari pubblici, anche se la Camera era chiusa a catenaccio e il ministero disperso di qua e di là; pei fatti del Sessantadue nessuno lo aveva strappato da Torino; in patria era venuto solo per essere rieletto; l’ultima volta neppur s’era data questa pena, considerando il collegio come un feudo elettorale la cui proprietà nessuno poteva contrastargli; adesso che gli conveniva accomodare le sue faccende, avevano un bel discutere delle più gravi quistioni, in Parlamento: egli non si moveva. Ma quando pure ci fosse andato? Che cosa avrebbe fatto, lì dentro? Che cosa aveva fatto in otto anni di deputazione? Come un burattino, aveva alzato ed abbassato il capo, per dire sì o no, secondo gl’imbeccavano! E avesse una volta, una sola volta, aperto la bocca! Si scusava col dire che il pubblico lo sgomentava; ma la verità era che non aveva neppur l’ombra di un’idea in fondo alla zucca, che non sapeva scrivere un rigo senza fare sette spropositi; e credeva di poter nascondere la sua supina ignoranza con l’aria di presunzione e di sufficienza! E ad una bestia di quella cubatura affidavano tutti gli affari della città e della provincia, lasciavano dettar sentenze intorno a ogni sorta di quistioni: d’istruzione pubblica, di ingegneria, di musica, di marina!… Non contento di esercitare personalmente tanto potere, ficcava i suoi aderenti da per tutto perché facessero il suo giuoco: così Giulente zio aveva avuto la direzione della banca, così Giulente nipote era stato fatto sindaco!…
Tutte quelle accuse dei suoi nemici giravano per il paese, trovavano credito, erano una minaccia. Giulente prendeva le sue difese, ma adesso non lo ascoltavano più come un tempo; il discredito del deputato si estendeva un poco su lui. Gli davano dell’ipocrita perché pretendeva conservare le antiche amicizie mentre era diventato settario, l’esecutore delle partigianerie, delle ingiustizie del duca. Ipocrita soltanto? I più accaniti assicuravano che teneva anzi il sacco all’onorevole, perché qualcosa doveva entrargliene, perché spartivano gli illeciti profitti, il frutto dei loschi affari!… E, più di ogni altro argomento, questo dei guadagni del deputato aveva la virtù d’infiammare i suoi nemici. Delle cariche pubbliche s’era servito per accomodar le sue cose; i denari impiegati nella rivoluzione gli fruttavano il mille per cento! Così spiegavasi il suo patriottismo, la commedia della sua conversione alla libertà, mentre casa Uzeda era stata sempre covo di borbonici e di reazionari, mentre egli stesso, al Quarantotto, aveva goduto col cannocchiale, come al teatro, lo spettacolo della città agonizzante! Spiegavasi un poco con la paura, col bisogno di dar prova di liberalismo e di democrazia per non essere fucilato — e i gonzi s’eran lasciati prendere dalla famosa abolizione del pane di lusso, durata quindici giorni! — ma la cupidigia era stata più grande della paura; e certuni bene informati assicuravano che una volta, nei primi tempi del nuovo governo, egli aveva pronunziato una frase molto significativa. rivelatrice dell’ereditaria cupidigia viceregale, della rapacità degli antichi Uzeda: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…» Se non aveva pronunziato le parole, aveva certo messo in atto l’idea; perciò vantava l’eccellenza del nuovo regime, i benefici effetti del nuovo ordine di cose! Le leggi eran provvide quando gli giovavano; per esempio, la famosa soppressione delle comunità religiose! A dargli retta, i beni tolti alla Chiesa dovevano permettere di alleggerir le tasse, e far divenire tutti proprietari. Invece, le gravezze pubbliche crescevano sempre più, e chi aveva ottenuto quei beni? il duca d’Oragua, la gente più ricca, i capitalisti, tutti coloro che erano dalla parte del mestolo!…
L’opposizione al deputato si confondeva così, a poco a poco, nell’universale malcontento, nel disinganno succeduto alle speranze suscitate dalla mutazione politica. Prima, se le cose andavano male, se il commercio languiva, se i quattrini scarseggiavano, la colpa era tutta di Ferdinando II : bisognava mandar via i Borboni, far l’Italia una, perché di botto tutti nuotassero nell’oro. Adesso, dopo dieci anni di libertà, la gente non sapeva più come tirare innanzi. Avevano promesso il regno della giustizia e della moralità; e le parzialità, le birbonerie, le ladrerie continuavano come prima: i potenti e i prepotenti d’un tempo erano tuttavia al loro posto! Chi batteva la solfa, sotto l’antico governo? Gli Uzeda, i ricchi e i nobili loro pari, con tutte le relative clientele: quelli stessi che la battevano adesso!
Per combattere queste idee che facevansi strada e che nocevano anche a lui, Giulente le attribuiva all’invidia degli inetti, alla mala fede dei nemici, segnatamente alla propaganda dei suoi antichi amici rivoluzionari. Il gran torto del duca era quello di sostenere la causa dell’ordine, della moderazione, della prudenza! Se, invece di appoggiare il governo, si fosse gettato tra gli esaltati della sinistra, gli avrebbero battuto le mani! Ma predicava ai turchi; per essere ascoltato, per riscuotere approvazioni ed incoraggiamenti, non gli restava altro che rivolgersi ai partigiani del duca. Questi erano sempre numerosi, ma soprattutto più autorevoli, più influenti della folla anonima degli accusatori, tra la quale gli elettori si contavano sulla punta delle dita. Fedeli, anche; e sordi a quelle accuse, e tanto più ligi al deputato quanto che la sua caduta li avrebbe rovinati… Ora, in queste condizioni dell’opinione pubblica, il pasticcio del nipote dava molta noia a don Gaspare. Non già che gl’importasse del pericolo a cui il giovanotto era esposto: egli non provava le tenerezze di donna Ferdinanda o l’interesse degli altri parenti per l’erede del principato; né che temesse veramente di rimaner nella tromba a un prossimo scioglimento della Camera, di non poter continuare a spadroneggiare in paese; ma non voleva esser discusso, presumeva serbare intatto il prestigio dei primi tempi; e giusto per questo la sventataggine di Consalvo lo metteva in un bell’impiccio: poiché, dando mano ad un sopruso, perseguitando i parenti della ragazza rapita, avrebbe sollevato più forti clamori contro se stesso; mentre la rinunzia a difendere il nipote sarebbe stata attribuita appunto alla paura di attirarsi nuove opposizioni. Dopo avere esitato un poco fra i due partiti, facendo sentire a Consalvo il peso del proprio sdegno, ma difendendolo dinanzi agli estranei, egli si apprese al più audace. Il più facinoroso fratello della pettinatrice fu chiamato un giorno da un ispettore di polizia, il quale gli consigliò pel suo meglio di desistere dalle bravate, altrimenti lo avrebbero denunziato per l’ammonizione; nello stesso tempo i testimoni del ratto voltarono casacca, dichiararono invece che la giovane era andata liberamente alla villa Uzeda; e si trovarono poi due contadini che dissero di avercela veduta altre volte, e parecchi altri i quali affermarono che in paese si diceva non esser quella la prima scappata della ragazza. I parenti gridavano vendetta, ma i vicini li persuadevano a desistere, ad accomodarsi con le buone; il principino, quantunque le migliori testimonianze lo sollevassero da ogni responsabilità, pure, per evitar altre noie era pronto a sborsare tremila lire per la bottega di modista.
Ora un bel giorno, mentre s’aspettava da un momento all’altro la notizia che l’imbroglio, un po’ con le minacce, un po’ con le promesse era accomodato e che il giovanotto non correva più alcun pericolo, il principe, che non aveva ancora mosso un solo rimprovero al figliuolo entrò nella camera di quest’ultimo rosso in viso come un pomodoro spiegazzando un foglio di carta: «A te!… Che significa questa lettera?»
Si riferiva a un debito di seimila lire che Consalvo aveva garentito con una cambiale rinnovata parecchie volte di quattro in quattro mesi; il creditore, volendo esser soddisfatto e profittando della clausura del giovanotto, scriveva al padre avvertendolo della scadenza e invitandolo al pagamento.
Consalvo, nel primo momento, rimase; ma poiché suo padre, animato da quel silenzio, chiedeva spiegazioni gridando più forte, egli rispose freddo e calmo:
«Non c’è bisogno d’alzar la voce. Che cosa le hanno scritto?»
«Sai leggere, sì o no?» esclamò il padre, mettendogli il foglio sotto il naso.
Ma il principino si trasse vivamente indietro, come se fosse minacciato da un contatto impuro. Durante i lunghi giorni che aveva passati sopra una poltrona, tenendo il braccio appeso al collo, nell’inerzia forzata, con l’impossibilità di servirsi della mano destra, rabbrividendo alla vista del sangue che ancora trapelava dalla ferita e macchiava la fasciatura, a poco a poco s’era svegliato in lui ed era cresciuto e s’era fatto irresistibile lo stesso senso di ribrezzo che era stato il tormento di sua madre, la stessa repulsione per tutti i toccamenti, lo stesso schifo per le cose che gli altri avevano maneggiate, la stessa paura dei sudiciumi contagiosi. Come suo padre più gli s’avvicinava porgendo la lettera, più egli si scostava, con le mani dietro la schiena, per evitare di prenderla.
«Va bene… va bene…» diceva, schermendosi, e guardando di sbieco i caratteri; «ho visto… è don Antonio Sciacca.»
«Ah, don Antonio?» gridò il principe. «Dunque è vero? Non ti dài neppur la pena di fingere?… Ed hai il coraggio…»
Consalvo piantò a un tratto gli occhi negli occhi del padre, guardandolo fisso, con un’espressione dura, come di sfida, e lasciato improvvisamente il lei:
«Che cosa volete?…» gli disse. «Avevo bisogno di danari… Me ne date tanti!… Li ho presi: voi che ne avete li pagherete…»
Il principe pareva sul punto di cader fulminato. Rivolgendo al figliuolo uno sguardo non meno fisso né meno duro:
«Pagherò un cavolo… pagherò!…» articolava. «I miei quattrini?… Ti lascerò condannare e legare, bestione! Capisci, bestione?»
Più freddo di prima, Consalvo rispose:
«Va benissimo. Dunque non mi seccate…»
«Ah, ti secco?… Ti secco?…»
E di repente, come uno che riesce a vomitare dopo vani conati, cominciò a sfogarsi. Gonfiava da due anni, per due lunghi anni aveva consentito tutte le libertà al figliuolo; durante tutto quel tempo aveva compresso, soffocato, vinto l’imperioso bisogno che era in lui di comandare, di veder tutti piegare dinanzi alla propria volontà di capo della casa, di padrone, di arbitro assoluto del destino della famiglia; egli che aveva martoriato tutti i suoi, fatto di loro ciò che gli era piaciuto, s’era piegato a lasciar la briglia sul collo al figliuolo, a colui sul quale più legittimamente avrebbe potuto esercitare la propria potestà. Per due anni, fingendo la tolleranza, l’indulgenza, l’affezione, s’era arrovellato sordamente, covando l’antipatia e l’avversione contro Consalvo, ricambiando l’odio che si sentiva portato; adesso finalmente scoppiava. Finché s’era trattato della mala vita del giovane, della sua freddezza verso la madrigna, egli era riuscito a frenarsi; ora invece Consalvo lo feriva nel sentimento più forte di tutti gli altri, attentava non più alla sua autorità morale ma alla sua borsa. Il principe aveva lottato tutta la vita, fin dall’età della ragione, per accumulare nelle proprie mani quanto più denaro gli era stato possibile, per toglierlo alla madre, ai fratelli, alle sorelle, alla moglie; meglio che tutti gli altri Uzeda, egli era il rappresentante degli ingordi spagnuoli unicamente intenti ad arricchirsi, incapaci di comprendere una potenza, un valore, una virtù più grande di quella dei quattrini; e adesso che era riuscito nel proprio intento, che vedeva arrivato il tempo di godere serenamente il frutto delle lunghe e pazienti fatiche, ecco suo figlio cominciare a disporre di quella sostanza come di cosa propria! Se Consalvo gli avesse chiesto le seimila lire, egli le avrebbe date; ma l’idea del debito contratto, della cambiale firmata, degli interessi rilasciati anticipatamente agli usurai produceva una rivoluzione nella testa del padre, gli faceva vedere irreparabilmente pericolante la propria ricchezza, giacché quella cambiale non doveva esser sola, giacché la naturale inclinazione del figlio allo sperpero gli riusciva evidente, giacché quello sciagurato osava parlare alteramente, quasi non avesse fatto se non esercitare un diritto! E non voleva esser seccato per giunta! E rispondeva con quel tono a suo padre!
«Ah, ti farò veder io se ti secco! Come t’accomoderò!… Qui il padrone sono io: càcciati bene questa idea nel cervellaccio pazzo! Qui s’ha da far sempre, unicamente, in tutto e per tutto, la mia volontà! Perché sono stato troppo buono finora?… Ti farò veder io, pezzo d’imbecille!… E la gente, i miei parenti, tutto il paese che mi rinfaccia ad una voce la vitaccia di quest’animale! la vita delle taverne e dei lupanari!… Credi forse che non sappia le tue sporche prodezze?… Come non arrossisci dalla vergogna? Come non vai a nasconderti lontano dalle persone a modo? La dignità del tuo nome calpestata in compagnia dei più schifosi bagordieri! E non parlo dei denari scialacquati, buttati via come fossero sassi! Chi spende per capricci, per divertimenti pazzi quanto questa bestia?… E non basta lasciarlo fare, non dirgli nulla, metter mano tutti i giorni al portafogli!… E ardisce lagnarsi che non ha abbastanza! E invece di scusarsi, di chiedere perdono, vuol rifatto il resto! Oh, con chi credi di trattare, imbecille?… Io non pagherò un soldo! Ed è tempo d’intendersi, sai! Giacché ci siamo, una volta per tutte!… Qui bisogna mutar registro!… Fin a quando starai in casa mia, hai da fare quel che piace a me, comportarti come tra la gente civile!… Questa non è una locanda, da venirci solo per mangiare e dormire! Io non ti posso imporre l’affezione, e non m’importa che me ne voglia ma esigo il rispetto che m’è dovuto; il rispetto che devi a tua madre…»
Consalvo non aveva detto una sola parola, non aveva fatto un gesto durante la sfuriata del principe. Questi aveva un bell’arrestarsi, dopo un’interrogazione o una esclamazione, quasi per dargli il tempo di rispondere qualcosa, di giustificarsi: in piedi presso la finestra, il giovanotto guardava nel cortile di servizio le carrozze tirate fuori dalle rimesse e i famigli intenti a ripulirle: se fosse stato solo nel suo salottino non sarebbe rimasto più impassibile. Ma alle ultime parole del principe, si voltò lentamente.
«Mia madre?»
Aveva sul volto un’espressione indefinibile, di curiosità, di stupore, di dubbio, dominata da un sorriso tenuissimo, di soli occhi.
«Mia madre?… Mia madre è morta. Lei lo sa meglio di tutti.»
Il principe tacque, guardandolo. A un tratto s’udì un fruscio di gonne, e la principessa Graziella, avvertita dalla cameriera che aveva udito le voci, entrò:
«Che c’è? Che cosa avete?…»
Consalvo si mise le mani in tasca e senza dir nulla passò nella camera attigua. Il principe si lasciò condurre via dalla moglie.
Per molte settimane padre e figlio non scambiarono più una parola. L’affare del debito, risaputo dai parenti, divise in due campi la famiglia. Il duca, che non perdonava ancora al pronipote l’imbarazzo in cui l’aveva messo, sosteneva il principe, l’incitava a non cedere, a lasciar protestare la cambiale; Giulente anche lui giudicava necessario dare un po’ di paura al giovanotto, perché niente avrebbe poi potuto arrestarlo nella via dei debiti, se il principe decidevasi a pagare il primo; ma Lucrezia, pel gusto di contraddire al marito, per dare una lezione di munificenza a quel pezzente che giudicava tutti alla sua stregua, esclamava che Consalvo aveva il diritto di svagarsi; che seimila lire per il principe di Francalanza erano come dieci lire per Giulente, e che in casa Uzeda per nessuna ragione al mondo poteva darsi lo scandalo d’un protesto. Donna Ferdinanda, manco a dirlo, se la prendeva con l’avarizia del principe, che non dando abbastanza al figliuolo lo costringeva a ricorrere al credito, e Chiara dava un poco ragione agli uni e un poco agli altri, secondo l’umore di Federico. Quanto a don Blasco, che da un pezzo era diventato invisibile, un bel giorno venuto al palazzo, cominciò a prendersela non solo contro Consalvo pei debiti e per la condotta scandalosa, ma anche contro il principe e la principessa, alla cui debolezza attribuiva lo sfrenamento di Consalvo.
«La colpa è tutta vostra! Questo non è il modo d’educarlo! Pagargli i debiti? Alzargli la mangiatoia, bisogna!…» E, senza nominarla, si scagliò contro donna Ferdinanda, dandole della bestia a tutto spiano, perché coi vezzi che gli aveva fatti ella era l’origine prima della mala creanza del principino.
Donna Ferdinanda riseppe il discorso tenuto dal monaco nello stesso tempo che il suo sensale le dava una notizia strepitosa: don Blasco, non contento d’aver comprato la tenuta di San Nicola, aveva preso dal Demanio, giusto in quei giorni, una delle case appartenenti al convento: il palazzotto di mezzogiorno, l’antica abitazione della Sigaraia; armeggiando così bene, da farselo aggiudicare per un boccon di pane. Allora, apriti cielo.
«Anche la casa?» gridò la zitellona. «Io l’ho sempre detto che è un porco, un vero maiale! E fa la voce grossa con gli altri, dopo quello che ha sulla coscienza!… Che gli estranei comprino i beni del convento, si capisce: non hanno nessun obbligo; ma lui? che se non l’avessero fatto monaco sarebbe morto di fame? che s’è ingrassato a spese della comunità?…»
«O non era quello,» rincaravano nella farmacia di Timpa, «che voleva mangiarsi i liberi pensatori e bandire una nuova crociata addosso agli usurpatori scomunicati e ridare la roba loro al Papa ed a Francesco II?»
Ma a don Blasco importava adesso un fico secco se il Re chiamavasi Francesco o Vittorio; ché, entrato nella casa di San Nicola, ci stava da papa: le botteghe le aveva affittate a buoni patti, ed il primo piano anche, a un professore che dava lezioni nella scuola tecnica istituita nel convento. Scrupoli egli non ne provava; perché anzi, se tutti i monaci avessero imitato il suo esempio, accaparrando le proprietà del monastero invece di sciupare i quattrini che ne avevano portato via, i beni di San Nicola non sarebbero andati in mano di estranei. «Questo era il vero modo di riparare all’abolizione e non le vociate inutili e ridicole. Ricompràti i beni da tutti i monaci, l’avremmo fatta in barba al governo!»
Egli se la pigliava ancora con questo governo, specialmente per via delle tasse che gli faceva pagare; però, siccome i fedeli alla causa della reazione predicevano la fine della baldoria e il ritorno allo stato antico e la restituzione del maltolto alla Chiesa, il monaco protestava:
«Come, il maltolto? Io ho pagato il Cavaliere e la casa con bei quattrini sonanti; ho affrancato il censo, avete capito?… Me li hanno regalati, o li ho rubati, perché possano riprenderli?»
«Non dovevate comprarli, sapendone la provenienza! E arriverà il giorno della resa dei conti, del Dies irae: non dubitate!…»
«Chi? Che? Chi ha da venire?…» gridava allora il monaco. «Verrà un cavolo!»
«La mano di Dio arriva da per tutto!… Le vie della Provvidenza sono infinite!…»
Le liti ricominciavano ogni dopo pranzo: quei borbonici e clericali ricevevano certi fogliacci dove la fine della rivoluzione era data come certa ed imminente: gli articoli letti ad alta voce, ascoltati come il Vangelo, applauditi ad ogni periodo, facevano andare in bestia il Cassinese. Un giorno che la brigata, dopo una di quelle letture, gli diede addosso con maggior vivacità del solito, don Blasco s’alzò, fece un gesto molto espressivo, gridò un: «Andate a farvi!…» e se ne uscì per non metter più piede dallo speziale. Il pomeriggio, passando dinanzi alla bottega, affrettava il passo, guardando dritto dinanzi a sé, e se c’era gente seduta al limitare, traversava la strada, per passare dal marciapiede opposto. Egli non metteva neppur piede al palazzo, dove quell’usuraia della sorella gracidava anche lei contro i compratori dei beni ecclesiastici come se fossero altrettanti ladri, e dove quell’altro pezzo di Gesuita di Giacomo gli faceva la corte adesso che lo sapeva ricco, ma non dava torto alla zia.
«Vorrebbe che lasciassi a lui il Cavaliere!» gridava in casa alla Sigaraia, a Garino e alle figliuole. «A prenderlo da me, di seconda mano, non avrebbe scrupoli! Ma gli vorrò lasciare trentasette mazzi di cavoli, a cotesto Gesuita e ladro!»
La Sigaraia, Garino e le ragazze approvavano, rincaravano la dose, parlavan male al monaco di tutta la parentela, affinché egli lasciasse loro ogni cosa. E lo servivano come un Dio, si precipitavano ad un suo cenno, camminavano in punta di piedi quand’egli riposava, gli tenevano compagnia fino a tarda notte se non aveva sonno, lo accompagnavano al Cavaliere, gli lodavano le sue colture, le sue fabbriche, la riuscita di tutte le sue speculazioni.
Una di queste, però, era venuta corta al Cassinese. Il Cavaliere era attaccato, da levante, a un altro fondo del Demanio ancora invenduto, e la linea del confine, consistente in un’antica siepe di fichi d’India, in molti punti aveva soluzioni di continuità. Don Blasco, facendo costruire un bel muro sodo e alto, irto di rovi e di cocci di bottiglie, s’era appropriato qua e là molti ritagli di terra; a un certo angolo, dove non restavano più tracce della siepe, aveva annesso al Cavaliere un bel tratto dell’altro fondo. Ora la cosa, venuta in chiaro all’intendenza di finanza, gli aveva fatto piovere in casa certa carta bollata, per cui il monaco s’era messo a sbraitare come ai bei tempi contro i ladri italiani, e quasi quasi voleva riconciliarsi coi reazionari della farmacia.
«A me l’accusa d’usurpazione? Se la proprietà di San Nicola arrivava fino alle vigne? Vogliono insegnare a me qual era la proprietà del convento, cotesti ladri che hanno spogliato un regno?»
Garino aggiungeva il resto; ma poiché le chiacchiere non facevan andare indietro i reclami del Demanio, e una perizia avrebbe potuto legittimarli, l’ex confidente di polizia, vedendo che il monaco ci s’arrabbiava, gli disse un giorno:
«Vostra Eccellenza perché non ne dice una parola a suo fratello deputato?»
Don Blasco non rispose. Era già stato dal duca.
Da anni ed anni non rivolgeva più la parola al fratello, da un tempo più lungo ancora lo vituperava in pubblico e in privato; don Gaspare dunque rimase, vedendoselo apparire dinanzi. Il monaco entrò nello scrittoio del fratello col cappello in testa, come a casa propria; disse: «Ti saluto», col tono di chi vede una persona lasciata il giorno innanzi e si mise a sedere. Il duca, passato il primo momento di stupore, sorrise finemente, dicendogli con lo stesso tono: «Che abbiamo?» e il monaco entrò subito in argomento.
«Sai che ho comprato il Cavaliere da San Nicola? Non c’era più la linea del confine e feci alzare un muro. Per questo il Demanio m’accusa d’usurpazione!..»
Il duca continuava a sorridere in pelle in pelle, godendosela, e poiché il monaco taceva, credendo di non aver bisogno d’aggiunger altro, egli che voleva avere la soddisfazione di sentirsi richiedere d’aiuto da quell’arrabbiato che gli aveva mossa tanta guerra, fece:
«E…?»
«Non si potrebbe parlare a qualcuno?»
Non era precisamente quel che s’aspettava; ma il duca, in fondo, era un buon diavolo, non aveva il fiele del principe e del Priore, e se ne contentò.
«Va bene. Torna domani con le carte.»
Così, con immenso stupore di tutta la parentela, furon visti i due fratelli andare insieme su e giù per le scale dell’intendenza, della prefettura, del genio civile e del catasto. In pochi giorni la cosa fu avviata bene; ma il duca suggerì al Cassinese una soluzione più radicale:
«Perché non compri addirittura l’altro fondo?»
«E i danari?»
«I danari si trovano!»
Egli li prendeva dalle banche delle quali era amministratore: con essi speculava sui fondi pubblici, riscattava le proprietà prese dalla manomorta, ne comperava di nuove; adesso, per stare anche lui da sé, faceva fabbricare una grande e bella casa in via del Plebiscito… Per suo mezzo, don Blasco fu ammesso allo sconto alla Banca dei Depositi e Crediti, e una cambiale di venticinquemila lire del monaco passò. Il Cavaliere, ingrandito di quasi il doppio, divenne così una proprietà ragguardevolissima, «un vero feudo» diceva Garino, il quale adesso esaltava il duca, i suoi talenti, la potenza a cui aveva saputo arrivare: ma i ciarlatani della farmacia borbonica sbraitavano più di prima e profetavano imminente il giorno in cui don Blasco e gli altri sacrileghi avrebbero dovuto restituire il maltolto. Il monaco li lasciava cuocere nel loro brodo e non passava più nel tratto di strada dov’era la farmacia, ché solo a vederli da lontano gli facevano venir da recere. Però, alla lunga, la mancanza della conversazione gli pesava, e una domenica, incontrato per le scale il professore suo inquilino, lo invitò a venirlo a trovare.
Il professore diceva d’essere stato garibaldino, narrava il fatto d’Aspromonte, non parlava d’altro che di cospirazioni e minacciava anche lui il finimondo, ma solo nel caso che l’Italia non andasse a Roma.
«Voi dunque dite che questo governo durerà?» domandava don Blasco, trepidante.
«Se farà il suo dovere! Altrimenti lo manderemo all’aria come gli altri! Gli sbirri non ci spaventano! Abbiamo visto il fuoco. Sappiamo come si fanno le rivoluzioni!»
«C’è però gente che crede si possa tornare indietro…»
«Tornare indietro? Ma bisogna andare avanti, invece! integrare l’unità nazionale! smantellare l’ultima cittadella della teocrazia, l’ultimo baluardo dell’oscurantismo!… L’umanità non torna indietro! Abbiamo sepolto il Medio Evo! Lo Stato dev’essere laico e la Chiesa tornare alle sue origini, perché come disse quel grand’uomo di Gesù Cristo: “il mio regno non è di questo mondo!”»
La conversazione dell’inquilino, quantunque di tratto in tratto gli facesse passare qualche brivido per la schiena, piaceva moltissimo a don Blasco, e un giorno anzi, mentre passava dalla farmacia Cardarella, antico ritrovo di liberali, il professore, che era lì dentro a discutere calorosamente, lo chiamò. Parlavano delle soppresse corporazioni religiose, e il professore non voleva credere che le rendite di San Nicola toccassero certi anni il milione di lire.
«Sissignore,» confermò don Blasco. «Era il più ricco di Sicilia e forse di tutto l’ex regno.»
Allora il professore si scagliò contro i monaci, i preti, i parassiti d’una società che per buona sorte s’era finalmente «seduta sopra altre basi».
Da quel giorno don Blasco prese l’abitudine di frequentare la nuova farmacia. Vi bazzicavano i liberali più arrabbiati i quali gridavano contro il governo, come quegli altri retrogradi, ma per una ragione diversa: perché era un governo di conigli, di lacché della Francia, di lustrastivali di Napoleone III: perché perseguitava i patriotti veri e faceva il Gesuita nella questione romana. Gli rinfacciavano Aspromonte e Mentana; ma Roma doveva essere italiana a dispetto di tutti, o sarebbero scesi in piazza a ricominciar le schioppettate. «O Roma o morte!» vociferava il professore, il quale aveva sempre notizie di guerre e di moti rivoluzionari pronti a scoppiare, e don Blasco, tra le grida degli altri, sentenziava:
«Il Santo Padre dovrebbe pensarci a tempo, con le buone, e rammentarsi del Quarantotto; ché se allora non dava ascolto ai retrivi, oggi sarebbe il presidente rispettato della Confederazione italiana!»
«Con le buone?» gridava il professore. «Sante cannonate vogliono essere! il sangue di Monti e Tognetti è ancora fumante! Ci vuole il cannone per abbattere l’antro del fanatismo!»
Un giorno, entrò dal padron di casa con un’aria gloriosa e trionfante:
«Questa volta ci siamo! La guerra è pronta!»
Don Blasco, turbato dalla notizia, poiché temeva che d’una guerra fosse minacciata l’Italia, si rassicurò quando l’inquilino gli riferì che l’elezione d’un principe tedesco al trono di Spagna era considerata dalla Francia come un casus belli. «Il nostro dovere…» Ma, mentre spiegava il dovere dell’Italia, venne un servitore di casa Uzeda. Il principe mandava a chiedere notizie dello zio e nello stesso tempo l’avvertiva che Ferdinando stava molto male, e che era bene fargli una visita. Don Blasco, a cui premeva sopra ogni cosa udire il verbo del suo nuovo amico, rispose:
«Va bene, va bene; domani ci andrò…»

9.

Ferdinando deperiva da un anno. Nel viso emaciato, negli occhi gialli, nelle labbra bianche, gli si leggeva da un pezzo un malessere secreto, un’intima sofferenza; ma, come s’era creduto affetto da tutti i mali quando stava benissimo, così adesso che qualcosa si disfaceva nel suo organismo, se gli domandavano che avesse, rispondeva, seccato:
«Nulla! Che ho da avere? Volete che m’ammali apposta?»
E rispose una mala parola al principe il giorno che questi gli consigliò d’andarsene un poco alle Ghiande a respirare l’aria sana della campagna. Non voleva più sentire neppur nominare la sua terra. I libri che gli erano costati tanti quattrini s’impolveravano e tarmavano negli scaffali, gli strumenti s’arrugginivano e si rompevano; solo il podere prosperava, adesso che egli non sperimentava più novità. Incaponitosi a negare le sue sofferenze, i dolori di stomaco, i disturbi viscerali, li attribuiva a cause fantastiche: alla poca cottura del pane, allo spirare dello scirocco, al fresco della sera; ma egli cadeva in una tristezza lugubre, in una funebre ipocondria. Per lunghe e lunghe giornate non diceva una parola, non vedeva anima viva: chiuso nella sua camera, buttato sul letto, se ne stava immobile a seguire il volo delle mosche; quando la crisi passava, faceva grandi scorpacciate di roba indigeribile. Una notte d’estate, il cameriere spaventato da un vomito nerastro e da una diarrea sanguinolenta, mandò il figliuolo al palazzo, per avvertire la famiglia.
All’arrivo del principe e alla proposta di mandare a chiamare un medico, l’infermo gridò che non voleva nessuno, che s’era rimesso interamente. Ma adesso tutti comprendevano che il caso era grave. Lucrezia, la compagna della sua fanciullezza, ebbe un bell’insistere per dimostrargli la convenienza di una visita medica; egli minacciò di chiudersi in camera e di non ricevere più nessuno. Ma il suo polso scottava dalla febbre. Per vincere quell’ostinazione dovettero ricorrere a un artifizio, come con un fanciullo o con un pazzo: finsero che un ingegnere dovesse rilevar la pianta della casa e introdussero così un dottore in camera sua. Il dottore scrollò il capo: la condizione dell’ammalato era molto più grave che non credessero. A trentanove anni egli se ne moriva: il sangue vecchio e impoverito dei Viceré si corrompeva, non nutriva più le flaccide fibre. Per tentar di combattere la discrasi, una cura e una dieta severissima erano necessarie; ma il maniaco non ascoltava nessuno, tanto meno i parenti. Se essi insistevano, egli gridava: «Non la volete finire?» Fittosi in capo che stava benissimo, se coloro pretendevano per forza che fosse ammalato voleva dire che desideravano, che aspettavano la sua morte. Perché? Per raccogliere l’eredità! Egli confidava la cosa al cameriere; gli diceva, quando gli Uzeda andavano via:
«Credi che costoro vengano qui per amor mio? Vengono per la roba! Un’altra volta dirai loro che non ci sono.»
Ma la sua roba era già bell’e andata. Dapprima per le speculazioni stravaganti che avevano rovinato la terra, poi per le spese matte di libri e d’ordegni, più tardi per le ruberie del fattore; quand’egli non aveva voluto veder le Ghiande neppure da lontano, s’era messo a fare qualche debituccio. Senza stupirsene, senza indagarne la ragione, si vedeva attorno gente che gli offriva denaro, dentro una certa misura, beninteso. Ed egli firmava cambialine, e le cambialine andavano a finire in mano del principe, il quale, adocchiando le Ghiande e comprendendo che quel matto non avrebbe fatto testamento, se le accaparrava a quel modo. Il maniaco, incapace di calcolare a qual tasso prendeva quei quattrini, credendosi ancora padrone della roba, era persuaso che i parenti gli stessero attorno aspettando la sua morte: appena li vedeva apparire, pertanto, voltava loro le spalle tranne che al nipote Consalvo.
Il debito di costui era stato finalmente pagato, e tutti attribuivano a donna Ferdinanda la largizione. Ma la zitellona non aveva dato un soldo. Sarebbe crepata d’accidente se avesse dovuto metter fuori non seimila lire, ma seicento, ma sessanta!… I quattrini erano stati realmente sborsati dal principe, al quale, con una generosità che edificò tutti, la principessa Graziella persuase di perdonare il figliastro. Era mai possibile che la firma del principino di Mirabella fosse protestata? Lei vivente, questo non sarebbe accaduto; piuttosto, se Giacomo si fosse ostinato a dir di no, avrebbe pagato lei del suo! Per Consalvo, come anche per Teresina, ella sentiva l’affezione d’una vera madre, quantunque non lo avesse portato in grembo e il figliastro la ripagasse così male. «Ma che ci posso fare? Non si comanda al cuore! Basta, un giorno o l’altro egli s’accorgerà che non merito simile trattamento…» Così ella aveva indotto il principe a pagar la cambiale, ma aveva pure trovato l’espediente di far credere alla generosità della zitellona, perché Consalvo non facesse assegnamento in avvenire sulla debolezza paterna. Tra padre e figlio l’avversione era cresciuta frattanto di giorno in giorno; Consalvo, per sfuggire la compagnia del principe e per darsi contemporaneamente l’aria di un sacrificato, disertava la casa paterna; ma invece di andarsene con gli amici al caffè, al club, andava dallo zio, al quale portava i giornali e leggeva le notizie politiche. L’infermo s’appassionava moltissimo alla guerra minacciata, era quello anzi l’unico tema che avesse la virtù di sciogliergli la lingua. Don Blasco, venuto finalmente a visitare il nipote, discuteva anche lui con passione intorno a quel soggetto, ripetendo gli argomenti del professore; ma il duca assicurava che si trattava d’un falso allarme e che guerra non ci sarebbe stata, con un’aria così convinta come se Napoleone gliel’avesse confidato in gran secreto.
Scoppiò finalmente la notizia della dichiarazione, e il grand’uomo esclamò allora che Bismarck e Guglielmo dovevano aver perduto la testa. O scherzavano? Attaccar Napoleone? L’esercito francese, il primo del mondo, avrebbe sbaragliato, tritato, polverizzato il prussiano, e preso Berlino fra due settimane al più tardi!… Invece, arrivarono i telegrammi annunzianti le vittorie tedesche; e allora gli avversari del deputato ripresero a sbertarlo con maggior lena. Quella bestia con la prosopopea d’un Cavour redivivo non era neppur buono di capire le cose più evidenti; smentito dai fatti, ostinavasi nella sua sciocchezza, annunziava i nuovi piani dei francesi, la loro imminente rivincita, l’intervento delle potenze!… Ferdinando, dal fondo della poltrona che adesso non lasciava più perché le gambe non lo reggevano, stava a udire quei discorsi con tanta ansietà quasi ne dipendesse la sua salute. Tremante dalla febbre, con la fronte in fiamme, una nuova fissazione sconvolgeva il suo cervello esangue: quella delle vittorie napoleoniche che egli voleva a qualunque costo. Comprata una carta del Reno, passava le sue giornate a piantar spilloni in tutti i posti francesi e spille piccole nei prussiani: col bollettino della guerra alla mano, studiava le operazioni dei due eserciti, mutava di posto i segni secondo i mutamenti reali, e a misura che le spille s’avanzavano e gli spilloni retrocedevano, la sua malattia s’inaspriva. Con voce rauca, cavernosa, spiegava quel che i francesi avrebbero dovuto fare per riottenere le posizioni perdute: improvvisava piani strategici, disegnava ogni giorno parecchi teatri della guerra, disponeva a modo suo delle divisioni e dei reggimenti, esclamando: «Questo di qua va là, quello di là va qua…» finché, stanco, abbattuto, con le mani penzoloni e la testa rovesciata, chiudeva gli occhi e schiudeva la bocca quasi fosse sul punto di spirare.

Frattanto il duca, sentendo crescere l’opposizione e venirgli meno il terreno sotto i piedi, comprendendo la necessità di far qualche cosa per rialzare il proprio prestigio, preparava un colpo di mano. Le inquietudini della guerra accrescevano il malcontento comune, gli avversari del governo se ne giovavano per gridare e minacciare più forte. L’opposizione, che nei diversi partiti e nei diversi ordini sociali procedeva da diversi motivi e tendeva ad opposti scopi, s’accordava pel momento nel chiedere a una voce Roma. Come più la fortuna della Francia precipitava, le accuse di fiacchezza e di vigliaccheria al governo fioccavano da ogni parte; le minacce di prendergli la mano parevano dovessero tradursi in atto da un momento all’altro. Ora, mentre quasi tutti i soddisfatti tenevano a bada i malcontenti e consigliavano la prudenza e navigavano tra due acque, una sera il duca, che se n’era stato nelle sue terre, si recò al Circolo Nazionale dove battagliavasi giorno e notte, ed espresse senza esitazioni il suo pensiero: era venuto il momento d’agire! Se il governo si lasciava scappare quest’occasione, non avrebbe più avuto nessuna scusa agli occhi della nazione! Egli aveva sempre combattuto le impazienze del partito avanzato, perché, se erano generose, potevano far male al paese. Oggi però i tempi erano maturi, qualunque indugio sarebbe stato una colpa inescusabile. Se a Firenze non facevano il loro dovere, egli minacciava «di scendere in piazza con le carabine, come nel Sessanta».
«Ah, buffone!… Ah, vecchia volpe!…» esclamavano nel campo avversario; ma, a dispetto dei suoi denigratori, quelle opinioni francamente professate e ripetute ogni giorno a chi voleva e a chi non voleva udirle sostenevano il pericolante credito del duca. Benedetto Giulente era rimasto, udendole; poiché, prevedendo che lo zio avrebbe seguito fino all’ultimo la politica dei temporeggiatori, si era messo con quelli. Rimase ancora peggio quando il duca venne a trovarlo, dicendogli che bisognava ricominciare a pubblicare l’Italia risorta, per spingere il governo sulla via di Roma: i tempi erano maturi e a non secondare la corrente si rischiava d’esserne travolti.
Benedetto, quantunque spendesse tutto il suo tempo al Municipio, mise insieme una redazione d’impiegati comunali e di maestri elementari, e pubblicò il foglio. Lucrezia fece cose dell’altro mondo contro quella bestia che voleva Roma, ora, «quasi potesse mettersela in tasca o portarla a vendere alla fiera!» Ma gli infiammati articoli di Benedetto, il quale diceva che il duca era col popolo, pronto a partire per Firenze se i governanti non volevan udire la voce del paese, procuravano all’onorevole nuova aura di popolarità.
Il giorno che arrivò la notizia della lettera di Vittorio Emanuele al Papa, arrivò pure da Roma, inaspettato ospite, don Lodovico. Egli aveva dato appena una volta l’anno notizie di sé alla famiglia, tutto intento ai doveri del suo ufficio, alla preparazione della sua fortuna che oramai era avviata. In poco più di tre anni era già segretario a Propaganda ed Arcivescovo di Nicea; Pio IX aveva molta stima di lui. Al principe, che nel primo momento lo guardò come uno piovuto dalla luna, egli disse, con tono di dolce rimprovero:
«Ferdinando è in fin di vita, e mi scrivete appena che sta poco bene? Se non fosse stato per Monsignor Vescovo, non avrei saputo la verità!»
E andò a mettersi al capezzale del fratello infermo. Questi non lasciava più il letto; quando chiudeva gli occhi, il suo viso verde e affilato pareva d’un morto; ma rifiutava i rimedi con più ostinazione di prima. Come più il suo corpo si disfaceva, gli ultimi barlumi dell’offuscata ragione si spegnevano: adesso mandava a comprare ogni giorno dozzine e dozzine di scatoline di spilloni e risme di carta e pacchi di matite. Quella roba avrebbe dovuto servirgli per tracciar piani di campagna, per infigger segnali di piazzeforti, di accampamenti e di quartieri generali; ma egli dimenticava lo scopo degli acquisti e ne ordinava sempre nuovi e gridava e smaniava se non l’obbedivano. Con evangelica pazienza, con zelo indefesso, con ammirabile abnegazione, don Lodovico vegliava l’infermo, secondava le sue manie; e frattanto — Baldassarre ne era disperato — le male lingue andavano spargendo che egli era tornato in Sicilia non per amore del Babbeo, al quale non aveva mai pensato, ma per evitare di trovarsi a Roma in quei momenti critici, per poi prender consiglio dagli avvenimenti!…

Gli avvenimenti incalzavano. I soldati italiani avevano ricevuto l’ordine d’avanzarsi nello Stato romano. L’attesa delle notizie era febbrile; il duca, domiciliato alla prefettura, apriva i telegrammi del prefetto e andava poi a diffonderli, quasi li avesse ricevuti direttamente da Lanza.
«È arrivata la fine del mondo!» gridava la zitellona da Ferdinando presso al quale la famiglia adesso si riuniva, in una stanza lontana da quella del moribondo, che non voleva attorno nessuno. E il principe scrollava il capo, e la principessa Graziella si faceva il segno della croce, intanto che Monsignor don Lodovico mormorava, con gli occhi a terra:
«Bisogna perdonar loro, perché non sanno quel si fanno…»
Lucrezia pareva una vipera contro il marito, e nessuno parlava del duca, la cui condotta era una vergogna; ma donna Ferdinanda, incrollabile nella sua fede, si scagliava peggio che mai contro don Blasco, il quale andava anche lui predicando per le farmacie:
«Io l’ho sempre detto, Pio IX,» non gli dava più del Santo Padre, «doveva pensarci a tempo e a luogo, quando era l’arbitro della situazione. Adesso che vuole? Chi è causa del suo mal pianga se stesso!…»
E, fattosi socio del Gabinetto di lettura, ci andava tutti i giorni col professore per saper le notizie e assicurarsi contro il timore di dover restituire la roba di San Nicola; pertanto vociava contro i tiepidi, sosteneva a spada tratta il fratello, leggeva ad alta voce gli articoli di fuoco di Giulente, approvandoli, ammirandoli:
«Eh? Come scrive mio nipote! Questo si chiama scrivere!»
Ma la recente apostasia di don Blasco, l’antico tradimento del duca, non toglievano al resto degli Uzeda la stima dei puri; presso la Curia, specialmente, la loro condotta, la fedeltà prestata ai sani principi, la costante devozione alla buona causa li facevan considerare come figli prediletti. Un giorno, nonostante la tristizia dei tempi, Monsignor Vescovo si recò da Ferdinando per restituire la visita fattagli da don Lodovico, per avere notizie dell’infermo e consolare l’afflitta famiglia. Tutti andarono intorno al prelato e gli baciarono la mano; la principessa dalla commozione aveva le lagrime agli occhi.
«Che notizie del nostro caro ammalato?»
«Non va bene, Monsignore,» rispose Lodovico, sospirando di tristezza. «Abbiamo persino dovuto dispacciare a nostro fratello Raimondo…»
«Ma non ci ha da esser proprio rimedio?»
«Abbiamo provato tutto: l’acqua di Lourdes, le medaglie di Loreto…»
«Bene, bene… ma avete chiamato un dottore? Che farmaci gli avete dato?»
«Oramai!…» parve voler dire Lodovico, aprendo le braccia. «La vita del nostro povero fratello non è più nelle mani degli uomini…»
Egli non disse che Ferdinando era impazzito del tutto. La sorda diffidenza destatasi in lui contro i fratelli, il secreto sospetto che non gli aveva consentito di attribuire all’affezione le loro premure fastidiose, erano cresciuti di giorno in giorno e avevan invaso talmente il suo cervello, che non capiva più nessun’altra idea. Egli che per trentanove anni aveva dato prova di tanto disinteresse da meritar dalla madre il nome di Babbeo, da lasciarsi rubar da tutti, si rivelava a un tratto dei Viceré con quel sospetto buffo e pazzo, adesso che non aveva più nulla da lasciare. Come la sua fibra si infiacchiva e il suo cervello si scombuiava, il sospetto cresceva, finché diventò furiosa certezza all’arrivo del fratello Raimondo.
Il conte arrivò insieme con la moglie ed il figliuolo. Invecchiata di trent’anni, la povera donna Isabella; irriconoscibile come un giorno era stata irriconoscibile la Palmi. In quei cinque anni che erano stati fuori, a Palermo, a Milano, a Parigi, come il capriccio del marito aveva voluto, certe voci di tanto in tanto arrivate in Sicilia dicevano che ella pagasse amaramente il male fatto alla prima contessa; che Raimondo, stufo finalmente di quella donna, l’acquisto della quale gli costava assai caro, non potendo pensare ad infrangere la seconda catena scioccamente postasi al collo, avesse ricominciato a correre la cavallina molto peggio di prima, a portar le ganze fresche nel mutato letto coniugale, a maltrattare in ogni modo la nuova moglie, cui non giovava mostrar prudenza, pazienza, sommessione ed umiltà per schivar l’astio, il rancore, quasi l’odio del marito. Ma quantunque le voci non fossero incredibili, dato il carattere di Raimondo, non avevano trovato tuttavia molto credito, potendo esser messe in giro dagli invidiosi di donna Isabella, dai nemici del conte, dalle eterne male lingue. All’arrivo di Raimondo non fu possibile persistere nel dubbio. Egli scese all’albergo, come sette anni innanzi, quando aveva definitivamente abbandonata la prima famiglia; ma questa volta accompagnato da quattro o cinque tra governanti, bonnes e cameriere: giovani tutte, una più bella dell’altra, svizzere, lombarde, inglesi, un vero harem internazionale. Aveva una camera separata da quella della moglie, e quando i parenti andarono a fargli visita, udirono che dava a costei del voi, lessero in viso a donna Isabella le sofferenze espiatorie. Ella era mutata oltre che nelle fattezze anche nei modi: parlava adagio, evitava di guardare il marito, pareva timorosa di spiacergli perfino con la sola presenza. E Raimondo non nascondeva i propri sentimenti verso di lei: quel voi era già molto eloquente, ma egli affettava di non rivolgerle la parola, di non udire quel che ella diceva: quando andò a vedere il fratello infermo le disse, in presenza dei parenti:
«Non occorre che veniate anche voi.»
Ora il Babbeo, che non ragionava più, alla vista del fratello ebbe un assalto di manìa furiosa. Con gli occhi stravolti, coi capelli arruffati sul viso scarno e pauroso, si mise a gridare:
«Assassini! Assassini!… I prussiani!… Vogliono avvelenarmi!…»
Gridò così tutta la notte, delirante; ma, cessata la crisi, l’idea rimase fissa, incrollabile. E per paura del veleno, colla manìa della persecuzione, non schiuse più bocca: tutte le volte che gli si appressavano per dargli del cibo stringeva i denti, urlava, trovava nelle braccia, spaventosamente magre, la forza di respingere i tentativi di fargli ingoiare un sorso di brodo o di latte.
«Aiuto!… Bismarck! Assassino!…»
Lucrezia gli si metteva accanto, lo prendeva per mano, gli domandava:
«Ma di chi hai paura? Non ci riconosci?… Credi che ti voglia avvelenare io? O Giacomo? O Raimondo?…»
Il pazzo sorrideva d’incredulità, ma quando ritentavano di fargli prendere un boccone, per prolungargli di qualche giorno la vita, perché non morisse di fame, ricominciava a urlare: «Assassino!… Aiuto!… Assassino!…»
Una sera, mentre don Blasco stava per uscir di casa insieme col professore, il cocchiere del principe venne a dirgli, col fiato ai denti:
«Eccellenza, l’aspettano dal Cavaliere… Sono tutti lì… Portano il viatico al signorino Ferdinando…»
Il monaco aveva una gran fretta di andare al Gabinetto per sapere che c’era di nuovo. Le ultime notizie dicevano che le truppe italiane erano dinanzi a Roma; e se la curiosità universale era vivamente eccitata, don Blasco smaniava addirittura. Nondimeno, a quell’annunzio di morte, stava per rispondere che sarebbe subito andato, quando arrivò a precipizio un altro messo da parte del duca.
«Sua Eccellenza l’aspetta subito a casa… È affare urgentissimo…»
«Vengo.»
Il professore, declamando contro il tribunale del Sant’Uffizio, lo accompagnò fino alla nuova casa del duca, dove questi s’era domiciliato dal primo del mese. Giunto dinanzi al portone, il monaco chiese permesso al compagno, il quale restò ad aspettarlo passeggiando su e giù. Dopo due o tre minuti riapparve don Blasco, pallido in viso, correndo e agitando un pezzo di carta:
«È nostra!… È nostra!…»
«Chi?… Che cosa?…»
«Venite!…» esclamava il Cassinese allungando il passo e ansimando. «Al Gabinetto! Roma è nostra! La breccia è aperta!…»
«Come?… Aspettate!… Fatemi vedere…»
«Avanti!… Avanti!… Mio fratello ha ricevuto il dispaccio… Le truppe sono entrate… Andiamo al Gabinetto!…»
Piovve lì, tra la gente seduta sul marciapiede al fresco, come una bomba:
«È nostra! È nostra! È nostra!… Roma è nostra!…»
Tutti s’alzarono, circondandolo, parlando insieme, levando le braccia. Egli spiegava il pezzo di carta dove il duca aveva riadattato il telegramma ricevuto dal prefetto per togliergli il carattere ufficiale, mutando l’indirizzo per far credere che fosse venuto a lui; e la gente accorreva dal fondo delle sale, i passanti si fermavano, la folla ingrossava da un momento all’altro. Tutti volevano leggere la notizia, ma don Blasco non dava a nessuno il dispaccio che nella ressa correva pericolo d’essere stracciato in mille pezzi.
«Leggete!… Leggete!… Vogliamo sentirlo!…»
Salito allora sopra una seggiola, il monaco lesse col suo vocione: «Firenze, ore 5 pomeridiane: Onorevole d’Oragua, Catania. Oggi alle ore dieci antimeridiane, dopo cinque ore di cannoneggiamento, truppe nazionali aprirono breccia cinta di Porta Pia… Bandiera bianca alzata su Castel Sant’Angelo segnò fine ostilità… Nostre perdite venti morti, circa cento feriti…»
E un urlo si levò tutt’intorno. Ma don Blasco, dominando le urla, gridò:
«All’Ospizio… per la musica… Fermi!… Le bandiere…»
In un attimo tutte le bandiere del Gabinetto furono recate dai camerieri storditi dalle grida. Don Blasco ne agguantò una, s’aprì un varco tra la folla e vociò nuovamente:
«All’Ospizio!… All’Ospizio!…»
Per via, le grida di Viva l’Italia! Viva Roma! echeggiavano d’ogni intorno, la dimostrazione s’ingrossava; quelli che ignoravano ancora di che si trattasse gridavano per sapere che cos’era successo, e tutti rispondevano:
«La truppa ha preso Roma!… È venuto il dispaccio al deputato, al duca d’Oragua!…»
Quando la banda dell’Ospizio, riunita in fretta e in furia, cominciò sonare, il clamore divenne assordante. E mentre i sonatori e il capo musica domandavano:
«Da che parte?… Dove si va?…»
«Dal deputato…» risposero dieci, cento voci; «dal duca…»
Tutte le finestre illuminate, in casa dell’onorevole; una bandiera che pareva una vela di bastimento sventolante al balcone di mezzo, il deputato che in persona rispondeva salutando col fazzoletto alle grida di:
«Viva Roma capitale!… Viva Oragua!… Viva il deputato…»
A un tratto, mentre alcuni gridavano per ottener silenzio, aspettando un discorso d’occasione, il duca scomparve. Per evitare il pericolo di dover parlare, poiché Giulente non lo poteva aiutare essendo con la moglie al letto dell’agonizzante Ferdinando, egli scendeva incontro ai dimostranti, veniva a mescolarsi tra la folla.
«Evviva!… Evviva!… Alla prefettura!…»
E la marcia ricominciò. Don Blasco, con la bandiera a spall’arme, la tuba un poco di traverso, il colletto monacale madido di sudore, andava in mezzo alla dimostrazione a braccio del professore che lo aveva ripescato e non lo lasciava più.
«Fuori i lumi!…» gridavano i suoi seguaci a ogni passo, e applausi e fischi s’alternavano secondo che le finestre illuminavansi o restavano serrate e buie com’erano. Dinanzi a una bottega di merciaio, la fiumana dei manifestanti s’arrestò un momento: «Le torce!… Le torce a vento!…» E tutte quelle che si trovarono furono distribuite e accese immediatamente. La luce fosca, fumosa si rifletteva contro le case, illuminandole, strappando vivi bagliori ai vetri delle finestre; sul mare delle teste fazzoletti e cappelli s’agitavano; la banda eccitava l’entusiasmo sonando a tutto andare la marcia reale e l’inno di Garibaldi; e le grida echeggiavano più forte, più alte, più spesse intorno all’onorevole:
«Viva Roma!… Viva l’Italia!… Viva Oragua!…»
A un tratto la dimostrazione s’arrestò nuovamente come se qualcuno le contrastasse il passo, e un vario vocìo si levò:
«Ancora!… Avanti!… Abbasso!… Morte!… Chi è?… Che c’è?…»
Da un vicolo era sbucato un frate: alla vista della tonaca i dimostranti che andavano innanzi s’erano fermati e gridavano sul muso al malcapitato:
«Abbasso i preti!… Abbasso le tonache! Viva Roma nostra!…»
Il frate, livido in volto, con gli occhi spalancati, guardò un momento la folla minacciosa e urlante; di repente, alzò le braccia, gridando anche lui, scompostamente:
«Eh!… Eh!…»
«È il matto… lasciatelo andare!…» esclamarono alcuni; ma pochi udirono l’avvertimento, e la folla si mise in moto gridando:
«Morte ai preti!… Abbasso il temporale!… Abbasso!… Morte!…»
Don Blasco, allungato il collo, riconobbe fra’ Carmelo, un altro degli Uzeda ammattito, il bastardo che a dispetto della fede di battesimo si rivelava anch’egli della famiglia. E il professore, alla vista della tonaca, se era un energumeno, inferocì come un torello al rosso:
«Morte ai corvi!… Giù i tricorni: viva il pensiero laico!… Abbasso l’ultramontanismo!…»
Il pazzo, alla luce fantastica delle torce, continuava a gestire scompostamente, a gridare: «Eh!… Eh!…» senza riconoscere l’ex paternità di don Blasco, il quale, per non esser da meno del professore che gl’intronava le orecchie, vociava anche lui:
«Abbasso!… Morte!… Abbasso!»

Parte terza

1.

«Signore onorandissimo,
«L’origini nommenché l’istoria della patria nobiltà sapere, tornar’in mente non dev’a ciascuni, specie in ta’ tempi che la vengon stimando da sezzo, in quella vece che tuttosì dagli esteri ammirando si viene. Da ricapo narrarla, dopocché il Mugnos, il Villabianca ed altri famosi a sé recarono immortalità sbrancandone quel denso velo, chiarirsi potrebbe un fuor’opera; se quei valentuomini, per legge di natura, arrestati non fossers’ ai tempi che vissero. Ma, senzaché il proseguiment’insin’a nostri ultimi giorni, un altr’oggetto ne rischiara la convenienza; vogliam dir la rarezza di quell’oper’insigni, cui non a tutt’è dat’acquistare. Quind’è perciò, all’oggettocché tra le mani dell’universale una nuov’opera messa in giornata ne gisse, abbiam divisato dettarla. E attalché non ci s’imputi in superbia a tant’impres’azzardarci, non vogliamo far senza di porre qui bocca sulla scienza che dell’araldiche discipline noi succhiammo una col latte, sì come quelle ch’a discendente di non ultima, tra le sicole blasonate famiglie, famiglia, più convenissero. Lusingarci da indi possiamo che, la mercé d’uno studio indefesso, nommenché la paziente compulsione d’archivi importanti e zeppati di documenti solo noi dato esaminare, saracci dato fornire l’assunto come disse il Poeta, senza infamia sicuro, forse con lode.
«Comecché cultore d’istoric’istudii ed amante delle patrie glorie, Vostra Signoria Onorandissima, echeggiando al nostro proposito, negar non vorrane il suo ambito concorso; laonde viviamo fidenti della sua firma nella scheda dove le soscrizioni si ammozzolano. Bassa idea di guadagno non spronaci, laddiomercé not’essendo non averne poi uopo; nonperoddimanco onde coprire in parte le pure semplici spese, abbisognamo il suo appoggio. Delché dormiam’in guanciali.

SCHEDA DI SOSCRIZIONE ALL’OPERA

del cavaliere don Eugenio Uzeda dei principi di Francalanza e Mirabella, duchi d’Oragua, conti della Lumera, etc., etc.; già Gentiluomo di Camera (con esercizio) di Sua Maestà il Re Ferdinando II; medagliato dell’ordine ottomano del Nisciam-Ifitkar da Sua Altezza il Bey di Tunisi, membro di varie Accademie, etc., etc., intitolata:

L’ARALDO SICOLO

consistente nell’istoria documentata dell’origini, sort’e vicende delle Nobili Famiglie Siciliane da’ tempi più oscuri infino al giorno d’oggi: ben tre volumi, di cui il primo testo, il secondo alberi genealogici, il terzo stemmi. Usciranno una dispensa ogni mese. Prezzo d’ogni dispensa: lire due. Associazione all’opera completa, lire cinquanta. — N.B. Chi procura sei soscrizioni avrà diritto a pubblicare il proprio albero genealogico. Chi ne procura dodici avrà tuttosì lo stemma colorato.»
Questa circolare, diffusa a centinaia e centinaia di copie, provò ai concittadini del cavaliere don Eugenio che egli era ancora tra i vivi. Nessuna notizia di lui arrivava più da anni; sulle prime aveva scritto ai parenti chiedendo quattrini in prestito per grandi e sicure speculazioni; ma poiché gli rispondevano picche, aveva finalmente smesso. Che cosa avesse fatto tanto tempo, dove fosse stato, non seppe nessuno. Nessuno di quelli che andavano a Palermo lo vide mai, nessuno udì parlare di lui, e insomma l’ignoranza dei fatti suoi fu così grande, che molti avevano supposto fosse passato zitto zitto al mondo di là. La posta non aveva finito di distribuire il manifesto dell’Araldo sicolo, che arrivò l’autore in persona.
Mancava da tanti anni, ed era naturalmente invecchiato, toccando ormai la sessantina; ma stranamente imbruttito, anche, e quasi irriconoscibile. Sul viso dimagrito ed emaciato il naso sembrava essersi allungato, come una tromba, una proboscide, un’appendice flessibile atta a frugare in mezzo al letame; la caduta dei denti, affossando la bocca, aveva contribuito anch’essa a quell’apparente crescenza che dava a tutto il viso un aspetto basso, ignobile e quasi animalesco. Indosso, la sordidezza della camicia e dell’abito a coda, troppo lungo e troppo largo, con un panciotto che era stato bianco e l’untume del cappello che pareva sudasse dal troppo caldo, lo facevano prendere per un servitore di trattoria o per un bigliardiere di bisca; la gotta che gli tormentava i piedi lo costringeva ad un’andatura storta e strisciante. Prese alloggio in un albergo d’infimo ordine; ma alle prime persone alle quali si diede a conoscere — giacché nessuno lo riconosceva — egli disse che non aveva trovato camere disponibili al Grand Hotel e che, partito improvvisamente da Palermo, non aveva potuto portare con sé i bauli… i bàuli, come pronunziava.
La sua prima visita fu pel capo della famiglia; ma, giunto dinanzi al portone del palazzo, vide con stupore che era chiuso, col solo sportello aperto. Datosi a conoscere come zio del padrone al nuovo portinaio che lo squadrava da capo a piedi, sentì rispondersi che non c’era nessuno: né il principe, né la principessa, né Consalvo: partiti tutti: il signorino in viaggio da quasi un anno, i padroni per togliere dal collegio la signorina e farle vedere un po’ di mondo. Non bene persuaso, come uno avvezzo ad esser mandato via, il cavaliere alzava gli occhi alle finestre, pareva voler guardare a traverso i muri, quando s’udì salutare:
«Eccellenza?… Vostra Eccellenza qui?»
Era Pasqualino Riso, il cocchiere. Anche lui era andato giù, non sfoggiava gli abiti eleganti, gli anelli e le catene d’oro d’un tempo.
«Tutti partiti, Eccellenza… La casa è vuota!»
«Quando torneranno?»
«Non sappiamo, Eccellenza; forse per le vendemmie, i padroni…» «E il principino?»
«Ah, il principino non per ora…»
Don Eugenio, i cui occhietti luccicavano di curiosità sul viso affamato, s’accomodò sulla seggiola senza spalliera che il portinaio teneva dinanzi all’uscio del suo stanzino, domandando:
«Perché? Che c’è di nuovo?»
E a poco a poco, Pasqualino rivelò la verità. Il signorino non poteva più stare in casa, almeno per un certo tempo, a cagione dell’urto continuo col padre. Dai tanti dispiaceri, il signor principe era caduto ammalato. Quanto a don Consalvo, non si poteva dire che s’affliggesse tanto da farne una malattia, ma neanche lui doveva ingrassare a furia di dissapori e di diverbi; il meglio perciò era che se ne stesse un pezzo lontano… Così il principe avrebbe trovato tempo di placarsi, di persuadersi che, in fin dei conti, il figliuolo non aveva ammazzato nessuno! L’accusavano di non interessarsi alle faccende dell’amministrazione, di trattar male la madrigna? «Ma Vostra Eccellenza sa com’è fatto il signor principe: piuttosto che dare ad altri i registri dei conti o le chiavi della cassa, si lascerebbe tagliare tutt’e due le mani!… Alla principessa il signorino non vuol bene come una madre, questo è vero: madre però ce n’è una sola: dico bene, cavaliere? La madrigna basta che la rispetti; e rispettarla, la rispetta…» La ragione vera del dissenso era pertanto un’altra: che il signor principe non voleva metter fuori quattrini, e il principino invece spendeva da signore… Perciò il signorino aveva firmato qualche cambialetta; e ogni volta che i creditori ne presentavano una al signor principe, pareva, Dio ne scampi e liberi tutti quanti, che gli pigliasse un accidente secco. E voleva perfino farlo arrestare, come se una cosa simile potesse dirsi per puro semplice scherzo, in casa Francalanza!
Fatto un gesto d’indignazione, Pasqualino prese un’altra seggiola nel bugigattolo, e sedette accanto al cavaliere, il quale, scrollando gravemente il capo, trasse di tasca mezzo sigaro spento e chiese un cerino al cocchiere. «Allora, Vostra Eccellenza permette?…» E accesa la sua pipa riprese il filo del discorso. Per chi dunque aveva ammassato tante ricchezze, il signor principe? Per se stesso, no; giacché non ne godeva; per la figlia, neppure; perché, una volta maritata, la signorina Teresa avrebbe preso la sua dote e buona notte; dunque, pel figlio. Allora, perché tenerlo a corto di quattrini? Un giovanotto come il principino di Mirabella aveva bisogno di tante cose; doveva, per necessità, far tante spese!… Il padrone non lo capiva, lui che, giovane, era vissuto da monaco. «Ma siamo tutti fatti ad un modo?» E poi, i tempi erano mutati: i signori dovevano spendere, se volevano essere considerati; se no, il primo ciabattino arricchito si reputava da più di loro!… E nel rammarico di non poter più guadagnare come un tempo sulle spese intime del padroncino, Pasqualino qualificava arditamente di porcherie le lesinerie del principe: diceva che per una lira colui avrebbe rinnegato il figliuolo; lasciava intendere, per trarre dalla sua il cavaliere, che il capo della casa, se fosse stato un altro, avrebbe dovuto aiutare i parenti che non erano ricchi quanto lui… Don Eugenio, fumando e sputando, con le gambe magre da don Chisciotte accavalciate, chinava il capo, dava ragione al cocchiere, si dava ragione da sé: «Io l’avevo detto… così non poteva durare… mio nipote ha un certo modo!…»
Al fresco del vestibolo la conversazione si prolungava: padrone e servo discorrevano intimamente, da pari a pari, mescolando il fumo della pipa e del sigaro; anzi, quantunque Pasqualino non fosse elegante come un tempo, pure sembrava il padrone, e don Eugenio il creato. Il guardaportone, tra scandalizzato ed invidioso della confidenza che il cavaliere accordava al cocchiere, spasseggiava dignitosamente dinanzi all’entrata, con le mani sul dorso del soprabitone gallonato.
«Chi è quel pezzo di straccione?» gli domandavano i commessi dell’amministrazione, uscendo dopo il lavoro.
«Uno zio del signor principe, dice!»

E, tutto sommato, fu la miglior accoglienza che ebbe il povero don Eugenio. Il domani egli cominciò il giro dei parenti che erano in città: andò prima di tutti dal fratello don Blasco.
Il monaco pareva sul punto di scoppiare: il pancione gli s’era imbottito di lardo e la testa ingrossata; il mento si confondeva con la massa gelatinosa del collo. Non poteva muoversi, per l’enormezza della persona, per la fiacchezza delle gambe; e accanto a lui donna Lucia, la moglie di Garino, sembrava svelta e leggiera.
«Perché sei tornato?» disse al fratello, appena lo vide entrare ed a modo di saluto. Aveva infatti ricevuto la circolare dell’Araldo sicolo, e comprendendo da quella che l’autore doveva aver l’acqua alla gola metteva le mani avanti, per evitare richieste di sussidi.
«Sono venuto per poco,» rispose don Eugenio; «prima di tutto per rivedervi, e poi per fare associati all’opera di cui ti ho mandato il manifesto…»
E cominciò a enumerare gl’insigni sottoscrittori: Sua Altezza il Bey di Tunisi, i vizir della reggenza, i più gran signori palermitani; il principe d’Alì, il marchese di Lojacomo, il duca tale e il conte tal altro.
«E?…» fece il monaco, quasi per dire: «Perché vieni a contarmi queste storie?» senza neppur domandare al fratello: «Sei stato a Tunisi? Che sei stato a farci?»
«Ho pure le firme di venti municipi, di trenta società, di otto biblioteche. L’affare è magnifico. A conti fatti, dedotte le spese di stampa, carta, posta, etc. con le sole soscrizioni sinora raccolte il guadagno è assicurato. Ma debbo ancora girare mezza Sicilia per fare associati. Se arriveremo a trecento, resteranno diecimila lire nette.»
«E?…»
«Io ti vorrei proporre di stampare insieme il libro.»
Il monaco lo guardò fisso nel bianco degli occhi.
«Sei pazzo?»
«Perché? O non credi forse che ci sia da guadagnare? Ti faccio i conti in quattro e quattr’otto, ti faccio vedere le firme raccolte…»
«Non voglio veder niente! Credo benissimo e ti ringrazio tanto. Tieni per te le diecimila lire.»
Il cavaliere ebbe un bell’insistere, col tono persuasivo e insinuante d’un sensale o d’un mezzano, e un bello sgolarsi per dimostrare a luce meridiana l’eccellenza della sua proposta; don Blasco continuava a rifiutare, dapprima seccamente, poi alzando la voce, poi gridando perché quel seccatore gli si togliesse dai piedi.
«Allora… se non vuoi correre i rischi dell’affare… fammi un favore… I soscrittori non pagano anticipatamente; m’occorre una somma per cominciare la stampa. Prestami un migliaio di lire…»
«Non le ho.»
«Ti cederò le firme più sicure, le sceglierai tu stesso…»
«Non le ho.»
Il cavaliere non si scoraggiava neppure adesso. Ridusse la domanda da mille a ottocento e poi a cinquecento lire; poiché il monaco continuava a rispondere, cantilenando dall’impazienza: «Non le ho, non-ho-de-na-ri… come debbo dirtelo?…» don Eugenio concluse, pacatamente:
«Allora aspetterò finché sarai comodo… Non ho fretta: prima debbo compire la soscrizione… poi ti porterò a veder le schede, le domande, i manifesti…»
Sperando di riuscir meglio con la sorella, il cavaliere andò a rinnovare il tentativo con donna Ferdinanda. Asciutta e verde come un aglio, la zitellona pareva sfidare il tempo, gli anni le passavano addosso senza mutarla: ne aveva oramai sessantadue e non ne mostrava più di cinquanta. Solo le mani le si coprivano di rughe e si spolpavano e s’irruvidivano a contar denari, come a lavorare il ferro od a zappar la terra. Anche lei aveva ricevuto la circolare dell’Araldo sicolo: ma, vedendo il fratello, cominciò a chiedergli notizie della sua salute, di Palermo, delle persone che conosceva in quella città; ascoltando con interesse i discorsi interminabili del cavaliere che, incoraggiato da quelle buone disposizioni, nominava un mondo di persone colle quali era come «fratello», ne narrava i casi con tanto interesse come se fossero occorsi a lui in persona: «la separazione del duca Proti, tanto amico mio… quella pazza della baronessa non mi volle dar retta… io al principe l’avevo detto: caro Emanuele, pensaci bene…» Le chiacchiere tiravano in lungo, perché donna Ferdinanda gli dava la corda, ed il cavaliere non ne aveva neppur bisogno, felice di mentovare le sue grandi relazioni palermitane.
«E non sai la più bella notizia? La figlia della Palmi è sposa!»
«Sì? E con chi?»
«Col mio amico Memmo Duffredi, Duffredi di Casàura, il nipote di Ciccio Lojacomo: la prima nobiltà di Palermo e parecchi milioncini di proprietà…»
«Ma davvero?»
«Una gran fortuna per la ragazza! Quell’intrigante del barone ha combinato ogni cosa ed ha preso Memmo in trappola… Naturalmente, come parente, non potevo dir questo, altrimenti sarei andato da Ciccio per avvertirlo: “Tuo figlio può trovare un partito migliore…” E poi, quella ragazza ha un certo fare… Basta; io non ho parlato, tanto più che giusto quando si combinava la cosa, ero a Tunisi…»
«Ah, sei stato a Tunisi? E per fare che cosa?»
«Che cosa?… Niente!… Per diporto…» egli tossicchiava un poco, tuttavia, imbarazzato, quasi confuso. E poiché donna Ferdinanda continuava a fargli domande, per sapere se Tunisi era una bella città, quanto tempo c’era stato e via discorrendo, il cavaliere, quasi risolvendosi, disse finalmente:
«Ci fui anche per raccogliere soscrizioni alla mia opera, sai…»
«Opera?» fece la zitellona, con atto di meraviglia. «Qual opera?»
«Come, non hai ricevuto il manifesto?»
«Io non ho ricevuto niente…»
«L’Araldo sicolo?… la storia della nobiltà?…»
«Tu?… Tu stampi un’opera?… Ah! ah! ah!…»
E scoppiò in una di quelle sue rare risate che pungevano nel vivo. Don Eugenio, che aveva sostenuto imperterrito tutti i rifiuti del monaco, si sconcertò all’ilarità della sorella.
«Perché?» domandò, tentando di rialzare la propria dignità di cui donna Ferdinanda faceva ludibrio con quelle rise indecenti. «Non sono forse buono a scriverla, come tanti altri?…»
«Ah! ah! ah!..»
E la risata non finiva. Quando il vecchio spiegò che libro aveva scritto, essa divenne più fine, più ironica, più tagliente. Una storia della nobiltà dopo il Mugnòs e, il Villabianca? Per ficcarci dentro gli arricchiti che si facevano dare del cavaliere e del marchese? La nobiltà autentica era tutta scritta nei libri antichi!… E il cavaliere tentava almeno di dimostrare la bontà della speculazione: ma la zitellona non gli dava quartiere: guadagnare con la carta sporca? Per chi mai la carta sporca ha avuto valore, fuorché pei pizzicagnoli? E chi avrebbe comprato un libro di lui? Si sarebbero messi a ridere, come rideva lei! Le firme? Le avevano date per levarselo di torno! Bisognava vedere quanti avrebbero poi pagato!…
«Almeno, mi presti qualche centinaio di lire?»
«No, perché non me le restituiresti.»
E ogni altra insistenza fu inutile.
Andato a ripetere il tentativo dalla nipote Chiara, don Eugenio non poté neppure vederla: la cameriera gli disse che il marchese era fuori e la marchesa chiusa in camera col dolor di capo.
«Dille che c’è suo zio.»
«Vostra Eccellenza scusi; ma quando ha il dolor di capo, nessuno può parlare alla signora marchesa.»
E facendo il cavaliere un atto d’impazienza, la donna mormorò, guardandosi attorno:
«Eccellenza, c’è guai!»
«Che guai?»
«La marchesa… ma signor cavaliere, per carità, non mi faccia perdere il pane!… Pazza pel marito, è vero, Eccellenza? Tutt’una cosa; quello che voleva il signor marchese era legge per lei… Né il padrone ne abusava: d’amore e d’accordo in tutto e per tutto… Adesso? Adesso non c’è più pace, per quel figlio di… chi so io! Un diavolo dell’Inferno, Eccellenza; e la padrona, che non ci vede dagli occhi, dal tanto bene che gli vuole, lo lascia fare, lo difende contro il padrone… Litigano tutti i giorni, perché il signor marchese vorrebbe correggerlo, insegnargli l’educazione, obbligarlo a studiare; e invece la nipote di Vostra Eccellenza se la prende col padrone perché le maltratta il ragazzo… Ieri vennero alle grosse; non si parlano da ventiquattr’ore… Il signor marchese è uscito di casa all’alba… chi sa se torna!»
E, per quanto insistesse, don Eugenio non poté persuadere la cameriera ad affrontare il malumore della padrona portandole l’ambasciata.
Allora egli andò a battere alla porta dei Giulente. Arrivò da loro sull’annottare, dopo una giornata di corse. Benedetto non c’era e Lucrezia non si riconosceva più, tanto s’era trasformata ed imbruttita. Il corpo era diventato un sacco di carne, dove non si distinguevano piu né seno, né vita, né fianchi; il viso, dalla continua acrimonia che la animava, dall’inguaribile scontento della propria condizione, era divenuto duro, arcigno, inaspettatamente rassomigliante a quello del principe. E il primo discorso che tenne allo zio, rivedendolo dopo tanti anni, fu giusto contro Benedetto.
«Non c’è; non sta mai in casa. Adesso che non è più sindaco, s’è fatto nominare presidente del Consiglio provinciale. Per amor della patria, Vostra Eccellenza mi capisce!… Più invecchia, e più bestia diventa. È un pazzo! Ma la disgrazia è che fa impazzire anche me. Dopo vent’anni,» ella calcolava il tempo a modo suo, «un altro che non fosse tanto bestia avrebbe capito l’inutilità di fare il servitore a questo e a quello. Invece, pare l’uovo al fuoco: più sta e più indurisce! Vuol essere deputato; per che cosa, domando io? Dopo che sarà deputato. che cosa avrà buscato? A fare il sindaco ha guadagnato questo: che nessuno lo può vedere, neppur quelli ai quali ebbe la stupidaggine di rendere servizio! Bene gli sta!…»
Verso la propria famiglia ella aveva ancora quel misto d’astio, di invidia e di premura, secondo che il vanto di farne parte, il dolore d’averla lasciata o il sospetto d’esserne ripudiata predominavano nel suo cervello. Anche ora, parlando del viaggio del principe, ella ripeteva con insistenza che il fratello e la cognata le scrivevano ogni due giorni, e riferiva il contenuto delle loro lettere, annunziava il loro ritorno per l’autunno; poi cominciava a criticare ed a malignare:
«Hanno fatto bene a prender essi stessi Teresina dal collegio, e a farla viaggiare… Mia cognata è un’altra madre per questa figliastra!… Dal tanto amore, l’ha tenuta due anni più del bisogno in collegio, per farne una letterata. Graziella s’intende molto di letteratura!…»
Però, subito dopo soggiunse:
«Vostra Eccellenza non ha visto l’ultimo ritratto di Teresina?.. No?… Aspetti… vedrà che bellezza; me l’hanno mandato due mesi addietro… Di Consalvo però,» riprese dopo che ebbe mostrato il ritratto allo zio, «né nuova né vecchia… come se non fosse loro figlio anche lui… Senza le lettere che scrive alla zia, non sapremmo se è vivo o se è morto… Adesso dice che è a Parigi. È stato a Berlino, a Londra, a Vienna…»
Il cavaliere non l’udiva, rimuginando il discorso da tenerle. Appena la nipote fece una pausa, egli espose la speculazione ideata, che riuniva l’immancabile riuscita finanziaria alla nobiltà dello scopo. Ma Lucrezia:
«Storia della nobiltà?» replicò. «Dov’è più la nobiltà? Che storia vuole scrivere Vostra Eccellenza? Adesso sono in favore i lustrascarpe, non i nobili! Per esser considerati, bisogna venire dal niente! Scriva piuttosto la storia dei villani e dei mastri notari; in quella sì che c’è da guadagnare!…»

Imperturbabile, don Eugenio ricominciò il giorno seguente. Dai Radalì-Uzeda trovò il duca Michele e il barone Giovannino; la duchessa era fuori di casa. Michele, a venticinque anni, perdeva i capelli e pareva vecchio del doppio; Giovannino era invece più grazioso di prima, fine, elegante. Udita la richiesta del parente, entrambi risposero che solo la madre gli avrebbe potuto dare risposta. Il giorno dopo il cavaliere tornò a parlare con la duchessa, e questa cadde dalle nuvole:
«Io stampar libri? E come mai vi viene in testa una cosa simile? So molto di queste cose, io!»
E don Eugenio ci rimise le pedate.
Ma egli non si perdette d’animo. Dai lontani parenti passò agli amici, ai semplici conoscenti, alle persone che incontrava per istrada e che fermava col pretesto di rivederle e salutarle. Cominciava a riferire, come se le avesse avute direttamente, le notizie del principe e di Consalvo apprese da Lucrezia, s’addolorava per la lite fra padre e figliuolo, annunciava il ritorno della principessina, che diceva d’aver visto a Firenze: «una bellezza da sbalordire!…», e poi parlava del suo soggiorno di Palermo, descriveva l’appartamento di dieci stanze che aveva abitato sul Cassaro, drappeggiandosi maestosamente nell’abito lercio e sdrucito che diceva la miseria, la fame, le ignobili promiscuità; riferiva ancora il viaggio di Tunisi, l’onorificenza beilicale ma senza spiegare a qual titolo l’avesse ottenuta, che cosa avesse precisamente fatto alla corte di Sua Altezza; e quando aveva bene intontito la gente con tutti quei discorsi, domandava a bruciapelo:
«Avete ricevuto il mio manifesto?»
E riesponeva il concetto dell’opera, enumerava le adesioni ricevute: ogni volta, queste crescevano di numero: le firme dei privati salivano da duecento a trecento, a quattro, a cinquecento; quelle dei municipi sommavano a cinquanta, a settanta, a novanta; le biblioteche si moltiplicavano da un momento all’altro. Mille sottoscrittori erano già sicuri, un altro migliaio non potevano mancare. E offriva la compartecipazione, si restringeva all’anticipo, da ultimo dichiarava di contentarsi di dodici firme, di sei, anche di una. Per levarselo di torno la gente prometteva ambiguamente; ma egli prendeva nota dei nomi in un suo portafogli unto e squarciato, unicamente imbottito di circolari e di schede, delle quali faceva nuove distribuzioni, ficcandole in tasca a chi rifiutava col gesto, raccomandando di diffonderle, di riempirle al più presto… Dopo una giornata di lavoro, nel momento che stava per rientrare nell’albergo, incontrò Benedetto che ne usciva.
«Eccellenza!… Come sta?… Ero venuto a trovarla; mi dispiacque tanto, ieri, di non essere in casa…»
Un poco imbarazzato, don Eugenio lo invitò a salir su in camera. Una camera col pavimento affossato, due strisce di tela bianca a guisa di tendine dinanzi alla finestra, una catinella sopra una seggiola e una brocca per terra.
«Ho dovuto venir qui perché al Grand Hôtel era tutto pieno. Come si sta male in questa città! A Palermo avevo un appartamento di dodici stanze… bisognava vedere che scale!…»
E, nonostante il rifiuto oppostogli da Lucrezia, egli cavò di tasca le circolari ed entrò subito in materia.
«Tua moglie non t’ha detto?… Sono venuto per stampare la mia opera… Per ventimila lire non la cederei a nessuno… Ma non ho quattrini da cominciare la stampa. Vogliamo farla insieme? Spartiremo i guadagni, da buoni parenti ed amici.»
Giulente esitò un poco, poi domandò:
«Che ha detto Lucrezia?»
«Tua moglie? Ha detto di sì, solo che tu ti persuada della convenienza della cosa. Guarda un po’…» E non capendo nei panni dalla gioia d’aver trovato finalmente uno che non rifiutava, gli sciorinò dinanzi alcune schede con qualche firma.
«Va bene, va bene, giacché Lucrezia approva…»
«Se anche mutasse parere, in fin dei conti, potremmo fare a meno del suo consenso!…»
Benedetto esitò un poco, poi disse:
«Nossignore, è necessario… perché adesso i denari li tiene lei…»
«Come! I denari? Tu non puoi disporre di qualche migliaio di lire?»
«Eccellenza no… Gli affari pubblici mi portavano via molto tempo… Ho ceduto a lei l’amministrazione…»

2.

Il ritorno del principe, con lo zio duca, la moglie e la figlia, al principio dell’inverno, diede nuovo alimento alla pubblica curiosità. Aspettavano tutti di vedere in viso questa famosa principessina della cui bellezza si parlava tanto, ma quantunque l’esagerazione delle lodi anticipate avesse disposto la gente alla diffidenza, pure la realtà lasciò molto indietro ogni immaginazione. La bellezza bianca e bionda, fine, delicata, quasi vaporosa della fanciulla non aveva riscontri nella famiglia dei Viceré. La vecchia razza spagnuola mescolatasi nel corso dei secoli con gli elementi isolani, mezzo greci, mezzo saracini, era venuta a poco a poco perdendo di purezza e di nobiltà corporea: chi avrebbe potuto distinguere, per esempio, don Blasco da un fratacchione uscito da lavoratori della gleba, o donna Ferdinanda da una vecchia tessitrice? Ma come, nella generazione precedente, s’era vista l’eccezione del conte Raimondo, così adesso anche Teresa pareva fosse venuta fuori da una vecchia cellula intatta del puro sangue castigliano. Alta, magra di spalle, con una vita che le sue due mani quasi arrivavano ad accerchiare e che rendeva più vistosa la curva dei fianchi, Teresa possedeva una istintiva eleganza, una nobile grazia di portamento, ancora non del tutto liberata dall’impaccio della collegiale, fino a qualche mese addietro costretta nella goffa uniforme. Nei primi giorni, quando cominciò ad uscire in carrozza, accanto alla madrigna, la gente si fermava sui marciapiedi, l’aspettava al varco, dinanzi al portone del palazzo, per figgerle gli occhi addosso, a bocca aperta: ella pareva non accorgersi di quella curiosità indiscreta, non guardare anzi nessuno.
In casa, naturalmente, erano venute a trovarla prima di tutte le zie, e Lucrezia s’era quasi attaccata alle gonne della nipote, l’accompagnava per ogni dove, le dava consigli, non parendole vero di poter esercitare su qualcuno la sua smania d’autorità. La principessa la lasciava fare; ma a Chiara non restituì neppure la visita, per via del bastardello. Una ragazza come Teresa, appena uscita dal collegio, poteva andare in una casa dove c’erano di quei pasticci? Ella diceva a tutti, cameriere, parenti e conoscenze, con grandi gesti e torcimenti di sguardo: «Posso permettere che mia figlia sappia di queste cose, eh? Tanto peggio se Chiara se ne adonta.» E Chiara se ne adontò in malo modo. Aveva rotto con tutti i parenti, ormai, per amore del figlio della cameriera, il quale, guastato da tanti vizi, la comandava a bacchetta, le dava del tu, all’occorrenza le alzava le mani addosso. Ma ella lo lasciava fare, e se il marchese diceva mezza parola, grida, minacce, un inferno. Uditi gli scrupoli della cognata-cugina, si nettò la bocca contro di lei, tanto più che, per ordine di Giacomo, donna Graziella condusse Teresa a baciar la mano allo zio don Blasco. Dal monaco sì, che teneva la Sigaraia e le tre figlie in casa, e da lei no? «Sicuro, perché dal monaco aspettano l’eredità…»
Don Blasco, adesso, era un signore: oltre la casa e i due poderi, aveva messo di bei quattrini da canto; il principe gli faceva la corte per questo. Il Cassinese se la lasciava fare da lui come da Lucrezia e da Chiara; non andava più in casa di nessuno, non potendo più salire scale; ma dettava legge ai nipoti, se ne serviva in tutti i modi, e se qualcuno di costoro lo faceva andare in collera, egli cavava fuori, come donna Ferdinanda, un suo foglio di carta e lo stracciava in mille pezzi: «Neanche un soldo da me!…» La visita della nipote Teresa gli fece piacere; le figliuole non si lasciarono vedere, e la principessa spiegò alla ragazza che donna Lucia era «governante» dello zio.
Del resto, queste precauzioni erano inutili per Teresa. Ella non aveva curiosità sconvenienti, e quando comprendeva che le più grandi avevano da dirsi qualcosa, s’allontanava, andava ad ordinare la sua cameretta o a badare alle sue cosucce. Non era soltanto bella da far strabiliare, ma piena d’ingegno, istruita da dar punti a tanti uomini. Disegnava e dipingeva, parlava il francese e l’inglese come la sua propria lingua, sapeva far versi e comporre musica; e modesta, con questo, semplice, buona, affettuosa da non si dire. Rientrando nella casa dove, bambina, aveva lasciato la sua mamma, e adesso non la trovava più, avevano dovuto sorreggerla e i suoi occhi eran parsi due vive fonti, dal tanto pianto; ma il culto per la santa memoria non le impediva di rispettare e di amare il padre e la madrigna. E timorata di Dio, sempre con qualche libro di preghiere tra le mani, quando non lavorava ai suoi ricami, ai suoi disegni, alla sua musica: certi libri dorati, ricoperti di velluto o di pelle odorosa: mesi di Maria, coroncine della Beata Vergine, vite di Santi, pieni ad ogni pagina d’imagini divine, tutti premi riportati quand’era all’Annunziata.
Ma questi sentimenti pii, questo timor di Dio non le impedivano di amare, come conveniva ad una fanciulla della sua età, gli svaghi mondani, le eleganze della moda. Quando aveva da vestirsi per far visite o per riceverne, o per andare al passeggio o al teatro, ella s’indugiava come le altre, dinanzi allo specchio; e aveva un certo modo tutto suo di portare gli abitini più semplici che la faceva parer vestita come per andare a un ballo. Quando passavano dalla modista o dalla sarta, se dovevano sceglier stoffe o guarnizioni o minuti oggetti d’ornamento ella dava prova di gran gusto, scegliendo le cose più belle e più eleganti, persuadendo con buone maniere la zia Lucrezia, la quale, dacché teneva le chiavi della cassa, si faceva un abito ogni quindici giorni preferendo ogni volta quel che c’era di più disgraziato, ed imbronciandosi se non lodavano la sua scelta. Invece la principessa lasciava che la figliastra facesse a modo suo e scegliesse quel che le piaceva; anzi, si rimetteva a lei per le cose sue proprie. «Che gusto, quello della mia figliuola!… Che figliuola modello!…» La lodava specialmente per la dolcezza del carattere e la bontà del cuore; la baciava e l’abbracciava dinanzi a tutti, anche in conversazione; vegliava su lei come una vera mamma.
Era gelosa e scrupolosissima; non permetteva che oltre i libri di religione la figliastra leggesse cose capaci di guastarle la testa; né che, dinanzi alla giovane, tenessero certi discorsi, per paura che le stesse parole le contaminassero il pensiero. Stava perciò sulle spine quando la cognata Lucrezia narrava certe storie di concubinaggi, di separazioni coniugali, di nascite illegittime. Cominciava allora a tossire per dar sulla voce a quella stravagante malaccorta; e se la tosse non bastava, mutava discorso bruscamente, con un certo modo tutto suo, fatto apposta per richiamare l’attenzione sulle cose dalle quali voleva invece stornarla. Ma Lucrezia non si accorgeva di nulla; e non commetteva anzi la sconvenienza di dire spesso alla nipotina, a proposito ed a sproposito, ma più spesso quando si lagnava di Benedetto: «Bada a chi piglierai per marito»? Oppure: «Apri gli occhi, quando sarai maritata»? La principessa diventava di mille colori, alzava gli occhi al soffitto, facendo sforzi straordinari per contenersi, per non dire il fatto suo a quella matta a cui il Signore aveva fatto bene di non dar figlie, se intendeva così l’educazione delle ragazze. «Cognata!… Lucrezia!…» ma nulla serviva, tanto che una volta la principessa mise carte in tavola:
«Scusa, cugina; ma questi discorsi mi sembrano fuor di luogo. Teresa si mariterà quando sarà tempo, e ci penserà suo padre, non dubitare: a me non piace la moda d’oggi, di parlar di queste cose alle signorine…»
Teresa, con gli occhi bassi e le mani in grembo, pareva non ascoltare; Lucrezia ammutolì e andò via dopo un poco, senza salutar nessuno. Ma un altro parlava spesso di cose scabrose e la principessa doveva tenerlo in riga: il cavaliere don Eugenio. Appena saputo l’arrivo del fratello e del nipote, era corso da loro per ricominciare il discorso dell’Araldo sicolo. Il duca, senza le grida di don Blasco e le commedie di donna Ferdinanda, gli aveva risposto chiaro: «Coi libri, caro mio, nessuno ha mai fatto quattrini; tu ne farai meno degli altri perché non hai saputo far nulla mai. Se vuoi stampar l’opera, nessuno te lo impedisce; ma io non ho denari da buttar via in queste imprese.» Don Eugenio accettava a capo chino il predicozzo, come riconoscendo di meritarlo, ossequiente ed umile dinanzi a quell’imbroglione che sputava sentenze, e come s’era arricchito? a spese delle casse pubbliche, manipolando gli appalti, facendo ogni sorta d’imbrogli!… «Almeno,» don Eugenio insisteva, «farai comprare il libro alle biblioteche dello Stato? A te non costa nulla, sei tanto influente!… Basterà che tu dica una parola…» Il deputato ascoltava la lode a occhi socchiusi, beatamente. Infatti i bei giorni erano tornati per lui; dopo l’atteggiamento preso nella questione romana aveva rimesso il tallo; l’elezione del novembre Settanta era stata un altro trionfo. Sì, gli sarebbe bastato dire una parola per aiutare il fratello; tuttavia, alle insistenze di costui, rispondeva che avrebbe visto, che ci avrebbe pensato, preso da uno scrupolo: «Che cosa si potrà dire? Che mi giovo del mio credito per procurar favori alla mia famiglia?…»
Don Eugenio allora s’era rivolto al principe. Questi aveva negato sulle prime, come meglio aveva potuto, ma in fin dei conti gli riusciva difficile insistere in un rifiuto crudo crudo, poiché egli non aveva tanta confidenza con lo zio da mandarlo a spasso, e nemmeno poteva addurre ragionevolmente la mancanza di quattrini; perciò s’era lasciato strappar la promessa d’una anticipazione d’un par di migliaia di lire, aspettando a sborsarle che la sottoscrizione fosse a buon punto. Frattanto don Eugenio, allettato dalla promessa, veniva al palazzo quasi ogni sera, con grande mortificazione della principessa che non poteva soffrire la vista della famelica faccia e dei miserabili indumenti del cavaliere e stava poi sui carboni ardenti, come un’anima del Purgatorio, quando egli cominciava a raccontare tutti i fatti della società palermitana: «Sasà marita le sue figlie… La moglie di Cocò ne ha fatta un’altra delle sue… Il figlio di Nenè è scappato con una ballerina…» Cocò era il principe di Alì, Sasà il duca di Realcastro, Nenè il barone Mortara; e nessuno nominava qualche persona di Palermo senza che egli assicurasse d’essere con questa persona «come fratello…» Tutte le volte che descriveva il suo appartamento il numero delle stanze cresceva: adesso era arrivato a quindici e, non potendolo più ragionevolmente aumentare, aggiungeva: «oltre la stalla e la rimessa…» Il principe lo lasciava dire, ma gli faceva pagare l’attenzione prestatagli e la promessa dei quattrini, giovandosi di lui come di un servo, mandandolo di qua e di là a portar lettere od ambasciate, che gli affidava dandogli tuttavia, per un certo rispetto umano, dell’Eccellenza. Neppure lo metteva a giorno dei propri affari, né gli faceva confidenze di sorta; curioso, il cavaliere voleva sapere a chi pensavano di dare in moglie Teresa, che cosa faceva Consalvo, quando sarebbe tornato, ma non riusciva ad appurar nulla, specialmente circa il principino, il quale non scriveva se non a donna Ferdinanda. Le notizie del giovane, al palazzo, venivano per mezzo di Baldassarre, il quale ogni due giorni scriveva al signor principe per riferirgli minutamente la vita del padroncino. Quelle lettere facevano fare schiette risate a Teresina, scritte com’erano in una lingua fantastica, di particolare composizione del maestro di casa. «So Eccellenza sta bene e s’addiverte… Oggi abbiamo stato al Buà di Bologna, che ci era grande passeggio di carrozze e cavalli e signori e signore accavallo…» Il maestro di casa annunziava ogni giorno il programma del successivo: «Domani andiamo all’Ussaburgo… domani partiamo per Fontana Bu, vedere il palazzo reale…» ma donna Ferdinanda aspettava la narrazione d’una visita ben altrimenti importante: quella a Sua Maestà Francesco II. Prima che Consalvo partisse, ella gli aveva fatto un obbligo, quando sarebbe passato da Parigi, di «baciare la mano al Re», e appena saputo il nipote nella metropoli francese, gli aveva rammentato di mantener subito la promessa. Padre Gerbini, che a Parigi era cappellano della Maddalena e andava in casa di tutta la nobiltà legittimista, ed era ammesso, insieme con gli intimi, presso l’ex Re, aveva chiesto l’udienza pel giovanotto siciliano, facendo opportunamente valere la fede serbata dalla più gran parte degli Uzeda alla causa borbonica. In una lunga lettera, della quale donna Ferdinanda diede lettura in mezzo al circolo dei parenti, Consalvo riferiva l’accoglienza affettuosa dell’antico sovrano, la premura con la quale s’era informato di tutta la famiglia e il dono che gli aveva fatto, prima di congedarlo, dopo un lungo colloquio: il proprio ritratto con dedica autografa. «Sua Maestà la Regina» era sofferente, e perciò non aveva potuto riceverlo anche lei; ma il «Re», gli aveva detto che voleva rivederlo prima della sua partenza!… Venne anche la lettera di Baldassarre che riferiva la visita «a So Maistà Francisco secundo, inseme con So Paternità don Placito Gerbini. So Maistà abbia parlato a So Eccellenza della Siggilia e dei signori sigiliani che abbia conosciuto in Napoli e in Pariggi. So Eccellenza ci ha baciato le mani, e So Maistà gli arregalato il suo ritratto, dicendoci che ci deve tornare un’altra volta, per appresentarlo a So Maistà la Regina». Infatti prima che padrone e servo partissero da Parigi, tutt’e due annunziarono la seconda udienza, ma questa volta la lettera del maestro di casa al padrone conteneva un particolare del quale non era parola in quella di Consalvo alla zia. «So Maistà abbia fatto una grande festa a So Eccellenza, e quando ci abbia stretto la mano ci ha addomandato chi sa quando ci arrivedremo; e So Eccellenza mi ha contato So Paternità che ci abbia risposto: “Maistà, ci arrivedremo in Napoli, nel palazzo reale di Vostra Maistà!…”»

Da Parigi il giovanotto tornò finalmente in Italia, e fermatosi un poco a Torino e a Milano passò a Roma, che era l’ultima tappa del suo viaggio. Lì si fermò un pezzo; ma, dopo aver scritto un paio di lettere alla zia, non si fece più vivo. Donna Ferdinanda gli aveva anche raccomandato di «baciare il piede al Papa» e Baldassarre infatti, da principio, annunziava che «Monsignori don Lotovico» doveva condurre in Vaticano il nipote, ma poi non disse se la visita era stata fatta; anzi un giorno inaspettatamente, annunziò per telegrafo l’imminente ritorno. Aspettato alla stazione da donna Ferdinanda e da Teresa — perché il principe era rimasto ed aveva ordinato alla moglie di rimanere al palazzo —, Consalvo fece una specie d’ingresso trionfale, tra le persone di servizio e gl’impiegati dell’amministrazione schierati su due file, che ammiravano la bellissima ciera del signorino e gli davano il bentornato e si facevano in quattro per aiutare Baldassarre a scaricare la gran quantità di bauli, valige, portamantelli e cappelliere di cui era piena la carrozza e un carrozzino da nolo. Il principe, con aria tra dignitosa ed affabile, si fece trovare nella Sala Rossa e gli dette la mano a baciare; altrettanto fece la principessa, ma con maggiori dimostrazioni d’affettuosa premura: «Ti sei divertito?… Avesti buon tempo di mare?… C’è tutta la tua roba?… Le tue camere sono già pronte!…»
La stanchezza del viaggio, lo stordimento dell’arrivo spiegavano naturalmente la poca loquacità di Consalvo in quelle prime ore; infatti la sera, dopo aver mandato in camera del padre, della sorella e della madrigna una quantità di regali, egli cicalò moltissimo, riferì una quantità d’impressioni, narrò certi aneddoti comici su Baldassarre che, all’estero, sconoscendo le lingue, s’era spesso smarrito, aveva attaccato lite con gente alla quale diceva male parole siciliane; e una volta, anzi, a Vienna, aveva corso rischio di dormire al posto di guardia. Il giorno dopo continuò il discorso del viaggio, specialmente di Parigi; ma a poco a poco, e secondo che quell’argomento si esauriva, il giovanotto non prendeva più parte alla conversazione. Se la principessa narrava qualche cosa, o se il principe discorreva degli affari di casa, si contentava di stare a sentire e rispondeva qualche Eccellenza sì o qualche Eccellenza no di tanto in tanto. A tavola, col muso sul piatto, non guardava nessuno e spesso non pronunziava due parole una dopo l’altra. Il principe cominciava a soffiare e ammutoliva anche lui, facendo però certi versacci che non annunziavano niente di buono; la principessa alzava gli occhi al soffitto dalla costernazione, e Teresa, angustiata da quella freddezza, perdeva sin l’appetito. Levandosi di tavola, quando il figlio andava via:
«Cominciamo da capo!» sfogavasi il principe. «State a vedere che cominciamo da capo! Che gli hanno fatto, a cotesta bestia? S’è divertito più d’un anno a viaggiare, non gli è mancato niente, e mi ringrazia così, tenendomi il broncio, avvelenandomi tutti i giorni il desinare!…»
Né era da dire che quella bestia stesse muto per poca voglia di parlare; giacché, in presenza di estranei, non la finiva più di narrare le sue avventure di viaggio, le grandi cose che aveva viste, le novità di cui in Sicilia non v’era neppur sentore. Con Benedetto Giulente, specialmente, e con la gente più o meno mescolata nelle cose pubbliche, teneva certi discorsi stupefacenti in bocca sua, sull’ordinamento delle guardie di città, sulla manutenzione dei giardini, intorno ai sistemi d’inaffiamento delle vie o d’illuminazione dei teatri. Perché diamine s’occupava di quelle cose? Per far sapere che era stato fuori via?… Ma nossignore; non solo teneva discorsi diversi dagli usati, mutava anche sistema di vita. Riveduti appena gli antichi compagni di bagordo, non li aveva più cercati, anzi li evitava; la passione dei cavalli pareva gli fosse interamente passata; non scendeva più nelle stalle, non teneva conversazione coi cocchieri. Non più donne, non più giuoco; passava il suo tempo chiuso nella propria stanza, dove non si sapeva che diamine ordisse. Quando andava fuori, faceva frequenti visite allo zio duca, col quale parlava di cose serie, o si vedeva in compagnia di gente che prima soleva evitare come la peste: parrucconi, politicanti del Gabinetto di lettura, sorci di farmacie, persone occupanti pubbliche cariche, tutto il codazzo del deputato. La posta gli portava ogni giorno una quantità di giornali italiani e francesi, e il libraio, ogni settimana, gli mandava grossi pacchi di libri che egli stesso andava a scegliere e ad ordinare.
«Qual altra pazzia adesso gli salta in capo?» diceva il principe, con tono sempre più acre, alla moglie; ma questa:
«Di che ti lagni?» rispondeva, conciliante. «Non si riconosce più; pare davvero un altro: benedetto questo viaggio, se lo ha fatto cambiare di nero in bianco!»
Certi giorni, Consalvo non veniva a tavola; al cameriere che andava a chiamarlo rispondeva, dietro l’uscio, che aveva da fare; e allora il principe buttava via il tovagliolo, stringeva i denti, quasi scoppiava dinanzi ai lavapiatti che assistevano al pranzo. Teresa, a un segno della principessa, andava a cercare il fratello e insisteva tanto, con voce dolce, con persuasioni amorevoli, finché egli apriva.
«Perché non vieni? Sai che al babbo dispiace…»
«Perché ho da fare, sto scrivendo, non posso perdere il filo…»
«Lascia di scrivere, contentalo, fratellino!… Hai tanto tempo per studiare! Altrimenti, potrebbe parere che tu lo faccia apposta, che tu l’abbia con lui… o con la mamma…»
«Io non l’ho con nessuno. Vedi che sto scrivendo?…» infatti la scrivania era piena di carte e di libri aperti.
E quando finalmente veniva a tavola, il principe gonfiava, gonfiava, gonfiava, vedendo il figliuolo taciturno e ponzante come un nuovo Archimede.
«Mangerò solo, se debbo vedere quella faccia da funerale! Tutto il giorno quella faccia ingrugnita! È una iettatura! il cibo non mi fa buon sangue! Piglierò una malattia…»
Allora Teresa, come la sola capace d’esercitare un’influenza sull’animo del fratello, tornava da lui, gli prendeva le mani, lo scongiurava d’esser buono, gli parlava dei suoi doveri di figlio; e Consalvo la lasciava dire, muto ed immobile. Ma una volta che ella, fra gli altri argomenti, addusse quello della gratitudine che dovevano al padre e alla madrigna, egli rispose, con ironia fredda e tagliente:
«Molta, in verità… Mio padre m’ha voluto sempre bene, fin da quando mi tenne dieci anni chiuso al Noviziato, come ha tenuto in collegio sei anni te! Gli dobbiamo essere molto grati entrambi, perché non lasciò passare sei mesi dalla morte di nostra madre, che mise un’altra al posto di lei… Anche lei, dal Paradiso, deve essergli grata pel rispetto, per l’amore, per le cure di cui la circondò…»
«Taci! Taci!…» esclamò Teresa.
«Ho da tacere?… Lo sai dunque quel che fecero soffrire a quella poveretta?… Ma tu eri a Firenze, tu non puoi saper niente…»
«Taci, Consalvo!»
«Allora, che vuoi? Dimmi tu che debbo fare per contentarlo! Quando stavo tutto il giorno fuori casa, a divertirmi a modo mio, spendendo quattrini: nossignore, bisognava cambiar vita! Adesso che sto sempre dentro, a studiare, continua a rompermi la testa?»

Consalvo studiava economia politica, diritto costituzionale, scienza dell’amministrazione. La gente che non sapeva di che cosa s’occupava, ma che vedeva il radicale mutamento operatosi in lui, lo attribuiva al lungo viaggio, al senno che tutti i giovani, o presto o tardi, hanno pure da mettere. E il viaggio, infatti, era stato l’origine della conversione del principino, la sua grande lezione.
La lotta col padre lo aveva disgustato della sua casa ed anche del suo paese, dove la mancanza di quattrini e la pesante autorità paterna non gli consentivano di fare tutto ciò che voleva; pertanto egli aveva accettato con gioia d’andar via, di girare un poco il mondo; ma la prima impressione da lui provata, appena fuori di Sicilia, fu quella che proverebbe un vero Re in cammino per l’esilio. Il giorno prima, quantunque non potesse sbizzarrirsi a modo suo, era nondimeno un pezzo grosso, il pezzo più grosso del suo paese, dove tutta la gente, in alto e in basso, gli faceva di cappello e s’occupava di lui e delle cose sue; a un tratto egli si svegliava uno qualunque in mezzo alla folla che non gli badava. E se neppur egli avesse visto nessuno, meno male: ma le lettere di presentazione di cui era fornito lo avevano messo in rapporto, a Napoli, a Roma, a Firenze, a Torino, con altra gente, coi signori di lassù; e allora aveva compreso che c’eran pezzi grossi più grossi di lui. Il nome di principino di Mirabella aveva perduto la sua virtù, era diventato quello di un signore come ce n’erano a migliaia. Il lusso vero, e non quello mediocre di suo padre, il gusto fastoso, lo sfarzo elegante di cui non s’aveva idea in quell’angolo di Sicilia, fuori delle grandi vie del mondo, dov’egli era vissuto, lo costringevano a riconoscere la propria inferiorità. Al club di Catania erano quasi in famiglia ed egli troneggiava; a Napoli e a Firenze otteneva per favore un biglietto per pochi giorni; se fosse rimasto a lungo avrebbe dovuto esporsi ad una votazione, farsi raccomandare, correre, chi sa, il rischio d’essere respinto! Nella sua testa avveniva una rivoluzione. Soffrendo realmente nell’orgoglio, nella vanità di «Viceré» quando andava a fare qualche visita in certi palazzi grandi quattro volte l’avito, nei quali invece di botteghe da affittare c’erano gallerie vaste quanto musei, con dentro tesori d’arte, egli smise di frequentare le sue conoscenze, rinunziò a farne di nuove. Per affermare in qualche modo la propria ricchezza, buttava via i quattrini a carrozze di rimessa, o nei caffè, nei teatri, nei negozi dove comprava una quantità di cose inutili, col solo scopo di lasciare il suo indirizzo: principe di Mirabella, albergo tale… Il più caro della città. E meno male ancora a Napoli, dove le tradizioni d’uno spagnolismo in tutto eguale al siciliano gli facevano dare dell’Eccellenza dagli sconosciuti che gli si professavano servi; ma a Firenze, a Milano, gli toccava il semplice signore; e invano Baldassarre, che gli stava sempre a fianco, prodigava il Sua Eccellenza e il Voscenza paesano: la gente sorrideva o restava a bocca aperta alle espressioni stravaganti del maestro di casa.
Così, per evitare queste mortificazioni, il principino passò all’estero più presto del tempo stabilito. In paesi stranieri, la maggior ricchezza e autorità della gente della sua casta non lo feriva tanto, ma un altro impaccio lo aspettava: col suo povero e mal digerito francese, si sentì come fuori del mondo a Vienna, a Berlino, a Londra: a Parigi fece sorridere, come in Italia Baldassarre. Ma frattanto la Sicilia, il suo paese nativo, la sua casa dove la considerazione ed il primato d’un tempo lo aspettavano, erano divenuti per lui sempre più piccoli e meschini. Come rassegnarsi a tornare laggiù, dopo aver visto la gran vita nelle grandi città? E come tenere un posto mediocre in una capitale? Bisognava dunque essere il primo tra i primi!… E una volta entratagli in testa quest’idea, Consalvo si mise a considerare il modo di attuarla. Suo padre avrebbe consentito a lasciarlo andar via per sempre? La cosa era dubbia, ma immancabilmente, articolo quattrini, ne avrebbe assegnati il meno possibile; e con vincoli umilianti, come durante quel viaggio, tutte le spese del quale dovevano esser fatte personalmente dal maestro di casa! Vivendo il padre, egli non avrebbe dunque potuto conseguire il suo scopo; e il principe poteva vivere cent’anni, come tanti di quegli Uzeda che avevano il cuoio duro, se il vecchio sangue non si scomponeva prima del tempo… E Consalvo che, ragionando freddamente, mettendo a calcolo tutto, faceva i suoi conti sulla morte del padre come sopra un avvenimento necessario alla propria felicità, considerava anche un altro lato della quistione: l’insufficienza di tutta la sostanza paterna, il giorno in cui egli ne sarebbe stato unico padrone, a dargli le soddisfazioni che andava cercando. Grande laggiù, e anche da per tutto, per uno che non avesse voglie smodate, il patrimonio del principe di Francalanza era per Consalvo poco più che la mediocrità, a Roma. La morte del padre era dunque inutile; egli doveva cercare un altro mezzo. E lì alla capitale, quando vi passò di ritorno, egli lo trovò.
Lo zio duca, fra le altre lettere, gliene aveva date parecchie per i colleghi del Parlamento. All’andata, egli aveva visto un momento l’onorevole Mazzarini, giovane avvocato della provincia di Messina, il quale faceva la politica continuando ad esercitare la professione. Di ritorno, Consalvo pensava a tutti fuorché a costui, pel quale sentiva un profondo disprezzo di razza, quando una sera si vide accostato per via dall’onorevole. «Di nuovo a Roma, principino? Di ritorno, naturalmente? Ma perché non m’avete avvertito del vostro arrivo? Sarei venuto a trovarvi, m’avreste fatto tanto piacere! E vi siete divertito certamente, non c’è bisogno di domandarlo!» Colui parlava a vapore, gestendo, dandogli confidenzialmente del voi, mettendogli le mani addosso. E Consalvo, che alle dimostrazioni d’intimità restava freddissimo, si tirava indietro, schifando ogni contatto. L’onorevole però, quantunque accusasse un