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Franco Sacchetti – Fazio da Pisa volendo astrologare e indovinare innanzi a molti valentri uomeni, da Franco Sacchetti è confuso per molte ragioni a lui assegnate per forma che non seppe mai rispondere

Nella città di Genova io scrittore trovandomi già fa piú anni, essendo nella piazza de’ mercatanti in uno gran cerchio di molti savi uomeni d’ogni paese, tra’ quali era messer Giovanni dell’Agnello e alcuno suo consorto e alcuni Fiorentini confinati da Firenze, e Lucchesi che non poteano stare a Lucca, e alcuno Sanese che non potea stare in Siena e ancora v’era certi Genovesi; quivi si cominciò a ragionare di quelle cose che spesso vanamente pascono quelli che sono fuori di casa loro, cioè di novelle, di bugie e di speranza, e in fine di astrologia; della quale sí efficacemente parlava uno uscito di Pisa che avea nome Fazio, dicendo pur che per molti segni del cielo comprendea che chiunque era uscito di casa sua fra quello anno vi dovea tornare, allegando ancora che per profezia questo vedea; e io contradicendo che delle cose che doveano venire né elli né altri ne potea esser certo; ed elli contrastando, parendogli essere Alfonso o Tolomeo, deridendo verso me, come egli avesse innanzi ciò che dovea venire, e io del presente non vedesse alcuna cosa. Onde io gli dissi:
– Fazio, tu se’ grandissimo astronomaco, ma in presenza di costoro rispondimi a ragione: qual è piú agevole a sapere, o le cose passate o quelle che debbono venire?
Dice Fazio:
– O chi nol sa? ché bene è smemorato chi non sa le cose che ha veduto adrieto; ma quelle che debbono venire non si sanno cosí agevolmente.
E io dissi:
– Or veggiamo come tu sai le passate che sono cosí agevoli: Deh, dimmi quello che tu facesti in cotal dí, or fa un anno.
E Fazio pensa. E io seguo:
– Or dimmi quello che facesti or fa sei mesi.
E quelli smemora.
– Rechiànla a somma: Che tempo fu or fa tre mesi?
E quelli pensa e guata, come uno tralunato.
E io dico:
– Non guatare; ove fusti tu già fa due mesi a questa ora?
E quelli si viene avvolgendo.
E io il piglio per lo mantello e dico:
– Sta’ fermo, guardami un poco: Qual navilio ci giunse già fa un mese? e quale si partí?
Eccoti costui quasi un uomo balordo. E io allora dico:
– Che guati? mangiasti tu in casa tua o in casa altrui oggi fa quindici dí?
E quelli dice:
– Aspetta un poco.
E io dico: – Che aspetta? io non voglio aspettare: Che facevi tu oggi fa otto dí a quest’ora?
E quelli:
– Dammi un poco di rispitto.
E io dico:
– Che rispitto si de’ dare a chi sa ciò che dee venire? Che mangiasti tu il quarto dí passato?
E quelli dice:
– Io tel dirò.
– O che nol di’?
E quelli dicea:
– Tu hai gran fretta.
E io rispondea:
– Che fretta? di’ tosto, di’ tosto: Che mangiasti iermattina? o che nol di’?
E quelli quasi al tutto ammutolòe. Veggendolo cosí smarrito, e io il piglio per il mantello e dico:
– Diece per uno ti metto che tu non sai se tu se’ desto o se tu sogni.
E quelli allora risponde:
– Alle guagnele, che ben mi starei, se io non sapessi che io non dormo.
– E io ti dico che tu non lo sai e non lo potresti mai provare.
– Come no? o non so io che io son desto?
E io rispondo:
– Sí ti pare a te; e anche a colui che sogna par cosí.
– Or bene, – dice il Pisano, – tu hai troppi sillogismi per lo capo.
– Io non so che sillogismi: io ti dico le cose naturali e vere; ma tu vai drieto al vento di Mongibello; e io ti voglio domandare d’un’altra cosa: Mangiastú mai delle nespole?
E ‘l Pisano dice:
– Sí mille volte.
– O tanto meglio! Quanti noccioli ha la nespola?
E quelli risponde:
– Non so io, ch’io non vi misi mai cura.
– E se questo non sai, ch’è sí grossa cosa, come saprai mai le cose del cielo? Or va’ piú oltre, – diss’io:
– Quant’anni se’ tu stato nella casa dove tu stai?
Colui disse:
– Sonvi stato sei anni e mesi.
– Quante volte hai salito e sceso la scala tua?
– Quando quattro, quando sei, e quando otto
– Or mi di’: Quanti scaglioni ha ella?
Dice il Pisano:
– Io te la do per vinta.
E io gli rispondo:
– Tu di’ ben vero che io l’ho vinta con ragione, e che tu e molti altri astronomachi con vostre fantasíe volete astrologare e indovinare, e tutti sete piú poveri che la cota, e io ho sempre udito dire: “Chi fosse indovino serebbe ricco”. Or guarda bello indovino che tu se’, e come la ricchezza è con teco!
E per certo cosí è, che tutti quelli che vanno tralunando, stando la notte su’ tetti come le gatte, hanno tanto gli occhi al cielo che perdono la terra, essendo sempre poveri in canna. Or cosí co’ miei nuovi argomenti confusi Fazio pisano. Essendo domandato da certi valentri uomeni se le ragioni con che io avea vinto Fazio avea trovato mai in alcun libro, e io dissi che sí, che io l’avea trovate in uno libro che io portava sempre meco, che avea nome il Cerbacone; ed eglino rimasono per contenti, facendosene gran maraviglia.

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