Franco Sacchetti – Il vescovo Guido d’Arezzo fa dipignere a Bonamico alcuna storia, la quale essendo spinto da una bertuccia la notte quello che ‘l dí dipignea, le nuove cose che ne seguirono

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Sempre fu che tra’ dipintori si sono trovati di nuovi uomeni e infra gli altri, secondo che ho udito, fu uno dipintore fiorentino, il quale ebbe nome Bonamico, che per soprannome fu chiamato Buffalmacco, e fu al tempo di Giotto e fu grandissimo maestro. Costui, per essere buono artista della sua arte, fu chiamato dal vescovo Guido d’Arezzo a dipingere una sua cappella, quando il detto vescovo era signore d’Arezzo: di che il detto Bonamico andò al detto vescovo e convennesi con lui. E dato ordine il come e ‘l quando, il detto Bonamico cominciò a dipignere. Ed essendo nel principio dipinti certi Santi, ed essendo lasciato il dipignere verso il sabato sera, una bertuccia, ovvero piú tosto un grande bertuccione, il quale era del detto vescovo, avendo veduto gli atti e’ modi del dipintore quando era sul ponte, e avendo veduto mescolare i colori e trassinare gli alberelli e votarvi l’uova dentro, e recarsi i pennelli in mano e fregarli su per lo muro, ogni cosa avendo compreso, per far male, come tutte fanno; e con questo, perch’ella era molto rea e da far danno, il vescovo gli facea portare legato a un piede una palla di legno; con tutto questo la domenica, quando tutta la gente desinava, questa bertuccia andò alla cappella, e su per una colonna del ponte appiccandosi, salí sul ponte del dipintore; e salita sul ponte, recandosi gli alberelli per le mani e rovesciando l’uno nell’altro e l’uova schiacciando e tramestando, cominciò a pigliare i pennelli e fiutandoli e intignendoli e stropicciandoli su le figure fatte, fu tutt’uno. Tanto che in picciolo spazio di tempo le figure furono tutte imbrattate, e’ colori e gli alberelli volti sottosopra e rovesciati e guasti.
Essendo el lunedí mattina venuto Buonamico al suo lavorío per compiere quello che avea tolto a dipignere, e veduto gli alberelli de’ suoi colori quale a giacere e quale sottosopra, e’ pennelli tutti gittati qua e là, e le figure tutte imbrattate e guaste, subito pensò che qualche Aretino, per invidia o per altro l’avessono fatto; e andossene al vescovo, dicendo ciò ch’egli avea dipinto esserli stato guasto. Il vescovo di ciò isdegnato, disse:
– Buonamico, va’ e rifa’ quello che è stato guasto; e quando l’hai rifatto, io ti darò sei fanti co’ falcioni, che voglio ch’egli stiano in guato con teco nel tal luogo nascosi, e qualunche vi viene, non abbiamo alcuna misericordia, che lo taglino a pezzi.
Disse Buonamico:
– Io andrò e racconcerò le figure piú tosto che potrò, e fatto che ciò fia, io ve lo verrò a dire, e potrassi fare quello che di ciò dite.
E cosí deliberato, Buonamico rifece, si può dire, la seconda volta le dette dipinture; e fatte che l’ebbe, disse al vescovo a che punto la cosa era. Di che il vescovo subito trovò sei fanti armati co’ falcioni, a’ quali impose che fussono con Buonamico in certo luogo riposti presso alle dette figure; e se alcuno vi venisse a disfarle, subito il mettessono al taglio de’ ferri.
E cosí fu fatto, che Buonamico e’ sei fanti co’ falcioni si missono in guato a vedere chi venisse a guastare le dette dipinture. E stati per alquanto spazio, ed egli sentirono alcuno rotolare per la chiesa; subito s’avvisorono che fussono quelli che venissono a spignere le figure; e questo rotolare era il bertuccione con la palla legata a’ piedi. Il quale subito accostatosi alla colonna del ponte, fu salito sul palchetto dove Buonamico dipignea; e tramestando a uno a uno tutti gli alberelli, e mettendo l’uno nell’altro e pigliando l’uova e rovesciandole e fiutando, presi i pennelli e ora con l’uno e ora con l’altro, stropicciandoli al muro, ogni cosa ebbe imbrattata.
Buonamico, veggendo questo, ridette e scoppiava a un punto; e voltosi a’ fanti de’ falcioni, dice:
– E’ non ci bisognano falcioni, voi vi potete andare con Dio; la cosa è spacciata, ché la bertuccia del vescovo dipigne a un modo e ‘l vescovo vuole che si dipinga a un altro; andatevi a disarmare.
E cosí usciti del guato, venendo verso il ponte dov’era la bertuccia, subito la bertuccia si cominciò a inalberare, e fatto loro paura, pignendo il muso innanzi, cominciò a fuggire e andossi con Dio. Buonamico con li suoi masnadieri se n’andò al vescovo, dicendo:
– Padre mio, e’ non è di bisogno che voi mandiate per dipintore a Firenze, ché la vostra bertuccia vuole che le dipinture siano fatte a suo modo; e ancora ella sa sí ben dipignere che le mie dipinture ha corrette due volte. E però, se della mia fatica si viene alcuna cosa, vi prego me ‘l diate, e anderommi verso la città dond’io venni.
Il vescovo, udendo questo, benché male li paresse che la sua dipintura era cosí condotta, pur scoppiava delle risa, pensando a sí nuovo caso, dicendo:
– Buonamico, tante volte hai rifatte queste figure che ancora voglio che le rifacci; e per lo peggio che io potrò fare a questo bertuccione, io il farò mettere in una gabbia presso dove dipignerai, là dove vedrà dipignerti, e non potrà ispignere; e tanto vi starà che la dipintura fia dipinta di piú dí e ‘l ponte levato.
Buonamico ancora s’accordò a questo, e dato ordine del dipignere e fatto una gabbia alla grossa e messavi la bertuccia, fu tutt’uno. La quale, quando vedea dipignere, il muso e gli atti ch’ella facea furono cose incredibili; pur convenne ch’ella stesse contenta al quia . E dopo alcuni dí, compiuta la dipintura e levati i ponti, fu tratta di prigione; la quale piú dí vi tornò, per vedere se potesse fare la simile imbrattatura; e veggendo che ‘l ponte e ‘l salitoio piú non v’era, convenne che attendesse ad altro. E ‘l vescovo con Buonamico goderono piú dí di questa novità. E per ristorare il detto vescovo Buonamico, l’ebbe da parte, pregandolo gli dovesse fare nel suo palagio un’aguglia che paresse viva che fosse addosso a un leone e avesselo morto. Al quale Buonamico disse:
– Messer lo vescovo, io il farò; ma e’ conviene che io sia coperto attorno attorno di stuoie e che nessuna persona non mi veggia.
Il vescovo disse:
– Non che di stuoie, ma io la farò fare d’assi, sí che starà per forma che mai non serai veduto -; e cosí fece.
Buonamico trovati gli alberelli e’ colori, con l’altre masserizie entrò nella chiusa dove dovea dipignere; e quivi tutto per contrario cominciò a dipignere quello che ‘l vescovo gli avea imposto, facendo un fiero e gran leone addosso a una sbranata aguglia; e compiuto che l’ebbe, serrato tenendo quel chiuso dove l’avea dipinto, disse al vescovo gli mancavano alcuni colori e che avea bisogno alcuni serrami serrassino il chiuso dove dipignea, tanto che andasse e tornasse da Firenze.
Udito ciò il vescovo, fece dare ordine si serrasse e con chiavistello e con chiave, tanto che Buonamico tornasse da Firenze. E cosí Buonamico si partí e vennesene a Firenze; e ‘l vescovo, aspettando l’un dí e un altro, e Buonamico non tornando ad Arezzo, però che partito s’era, e avea compiuta la dipintura e con animo di non tornarvi piú, quando il vescovo fu stato piú dí e vide che Buonamico non tornava, comanda a certi famigli che vadano a spezzare l’asse del ponte e veggano quello che Buonamico ha dipinto. Di che alcuni andorono, e apersono e vidono la dipintura fatta; e ciò veduto, vanno al vescovo e dicono:
– La dipintura sta per forma che ‘l dipintore v’ha ben servito alla ‘ndreto.
– O come sta?
Fugli detto. E volendone esser certo, l’andò a vedere; e veduta che l’ebbe, venne in tanta ira che gli fece dar bando dell’avere e della persona, e insino a Firenze il mandò a minacciare. E Buonamico rispose a quelli che ‘l minacciava per sua parte:
– Di’ al vescovo che mi faccia il peggio che puote; ché se mi vorrà, converrà che mi mandi la mitera.
E cosí avendo veduto il vescovo i costumi di Buonamico e avendoli dato bando, ripensandosi poi, come savio signore, che ciò che Buonamico avea fatto, avea fatto bene e saviamente, lo ribandí e riconciliollo a sé; e mandando per lui spesse volte, mentre che visse lo trattò come suo intimo e fedele servidore. E cosí avviene spesse volte che gli uomeni da meno con diverse astuzie vincono quelli che sono da piú, e fannoseli benivoli quando piú attendano a nimicarli.