Franco Sacchetti – Maestro Gabbadeo da Prato è condotto a Firenze, per avviarsi dopo la morte del maestro Dino, il quale venuto, gl’interviene che guardando uno orinale a cavallo, e ‘l cavallo aombrando, corre a suo mal grado insino alla porta al Prato, ed egli non lasciò mai l’orinale

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Maestro Dino del Garbo fu in que’ tempi il piú famoso medico, non che di Firenza, ma di tutta la Italia, il quale finendo i dí suoi, essendo passato di questa vita, molti medici d’attorno, sentendo la sua morte, corsono a Firenze, e tali che, non che sapesseno medicina, non arebbon saputo trovare il polso alle gualchiere. E fra gli altri era in questi tempi in Prato un medico antico e assai grosso di quella scienza, il quale sempre portava una foggia altissima, con un becchetto corto da lato, e largo che vi serebbe entrato mezzo staio di grano, e con due batoli dinanzi che pareano due sugnacci di porco affumicati. Ed essendo costui in Prato e poco guadagnando di suo mestiero, uno suo amico gli disse:
– Maestro Gabbadeo, voi dovete sapere ch’egli è morto a Firenze il maestro Dino, il quale, mentre che vivea, niuno vostro pari vi potea guadagnare niente; ora per quello che io ho sentito, ciascuno corre là, e credo che un vostro pari farebbe là tutto il bene del mondo; e stando voi qui, vi starete sempre tra due soldi e ventiquattro danari, e non si conoscerebbe la vostra virtú.
Di che maestro Gabbadeo, udito l’amico suo, gli disse:
– Io veggo certo che tu mi di’ il mio bene, e quello che serebbe l’onor mio; ma io non potrei durare alla spesa, però che mi converrebbe tenere un ronzino e uno fante, e converrebbemi renovare li miei vestimenti e le mie fodere di vai, le quali in questo castello sono ancora assai orrevoli.
E questi suoi ornamenti, non ragionando de’ panni lani, ma vai e foderi, erano sí pelati che non è niun pellicciaio che avesse potuto conoscere di che bestie fusson fatte quelle pelli.
L’amico, che avea pur voglia ch’egli andasse a Firenze a pigliar corso, gli disse:
– E’ non si vuol stare a lellare, anzi si vuol pigliare partito, innanzi che gli altri piglino luogo prima di voi; però che sapete che la vostra è un’arte, che quando una famiglia si comincia a medicare da un medico, rade volte lo mutano mai, e la spesa non fia come voi immaginate; però che del cavallo che voi terrete, se torrete un poltracchiello, in che spendiate otto in dieci fiorini, ne raddoppierete i danari in meno d’un anno; però che i vostri pari gli scorgono bene, che tutto ‘l dí gli menano in qua e ‘n là, e poi riescano i migliori cavalli, e i piú sicuri che si scorgano.
E ‘l medico, senza udire piú, dice all’amico:
– Or ecco, io ne voglio consiglio con la donna mia, e se me ne consiglierà, subito piglierò partito.
E di subito con gran festa se ne va alla donna sua, ove molto lietamente gli raccontò il consiglio gli dava l’amico suo. La donna volontorosa che ‘l marito uscisse di mendicume, dice:
– Marito mio, chi ti consiglia di questo non ti vuol male; non istate a badea; pigliàtene partito il piú tosto che potete; e io ci voglio mettere un orlo di vaio che io ho alla mia guarnacca celestra; e se non basterà, torrò anco i manicottoli, e con quello t’acconcerò i batoli de’ vostri tabarri, e leveronne quei pelati, che vi sono.
E brievemente cosí fu fatto. E acconce le sue robe per questa forma, accattò uno ronzino, e venne a Firenze in casa un suo pratese che vi stava; e dettogli la faccenda, il menò, addobbato il meglio che poté, a Santa Maria della Tromba; e là a una bottega di speziale cominciò a fare residenza; e avendo informato l’amico suo di volere uno poltracchiello, gliene fu menato uno ch’era d’Ormannozzo del Bianco Deti, il quale sempre si dilettava di scorgere puledri; e comprollo fiorini dieci a termine d’uno mese; e mandatolo a casa, la seguente mattina, accattato una posolatura tutta dorata, salí sul detto poltracchio e giunse in mercato vecchio alla bottega dello speziale. E stando ivi alquanto a cavallo, gli fu posto un orinale in mano, il quale era d’una donna inferma che stava in Torcicoda, la quale s’era cominciata a medicare da lui. Avendo tratto l’orinale della cassa il maestro Gabbadeo, e stando sul poltracchio attento a procurare l’orina, uno portatore venía di rincontro con uno porco in capo; come il poltracchio vede il detto porco, comincia a soffiare e averne paura per sí fatta forma che comincia a fuggire. Il medico, non lasciando l’orinale, s’ingegnava di ritenere il cavallo. Lo speziale e la gente d’attorno gridavano:
– Ritenete, ritenete.
Egli era nulla, che la levava quanto potea; e mai per questo il medico non lasciò l’orinale; ma diguazzandosi di qua e di là, tutta l’orina gli andò sul cappuccio e sul viso e su la roba, e alcune zaffate nella bocca, e con tutto ciò non lo lasciò mai. Correndo il cavallo già tra’ ferravecchi col detto medico, e con l’orinale in mano, andando lungo una bottega di ferrovecchio, ed essendo appiccato molte grattuge e romaiuoli e padelle e catene da fuoco, dà tra queste masserizie e tutte le fece cadere, e la foggia del cappuccio, essendo presa da una catena da fuoco, fece rimanere il cappuccio con tutto il vaio appiccato, che n’era ben fornito. E ‘l medico scappucciato col cavallo, che per lo romore de’ ferramenti caduti molto piú correva, sanza lasciare mai l’orinale, dàlla giuso da casa i Tornaquinci e giuso verso la porta del Prato, che mai non lo poté tenere.
E brievemente, e’ l’averebbe rimenato a Prato, se non ch’e’ gabellieri, veggendolo venire, chiusono la porta, e ivi ristette il cavallo. E’ gabellieri, veggendo questo medico senza cappuccio con l’orinale in mano, domandavono:
– Che vuol dir questo?
Il medico non potea appena favellare; poi raccolto lo spirito, disse a’ gabellieri ciò che intervenuto gli era; e per lo migliore insino a sera stette nella loro casellina; e accattato uno cappuccio, al tardi si ritornò a piede, facendo menare il poltracchio a mano a casa lo amico suo, là dove giunto, veggendolo l’amico pratese, dice:
– O che vuol dire questo? siete voi caduto?
E quelli disse di no, raccontando ciò che era stato. Dice l’amico:
– Voi aveste cattivo consiglio a comprare poltracchio, però ch’e’ vostri pari non conviene che abbiano a contendere co’ cavalli, ed è maraviglia come e’ non v’ha morto.
Dice il medico:
– Tu di’ vero; io credetti a un mio amico, che mi disse che io raddoppierei i denari, se io comprasse uno poltracchio.
Disse l’amico:
– Chi ve ne consigliò non fu vostro amico; però che essendo di tempo, come sete, non si fanno i poltracchi per voi.
– La cosa è pur qui, – dice il maestro Gabbadeo; – a’ rimedii: il cappuccio rimase appiccato a una catena da fuoco tra’ ferravecchi; io ti priego guardi s’ello si può riavere.
E l’amico disse di farlo. E la mattina per tempo va fra’ ferravecchi, e domanda dov’è il cappuccio che correndo quello cavallo era rimaso.
Fugli insegnato che era rimaso presso dalla Volta delle stelle. E andato là, trovò il fabbro che l’avea; e dicendogli la sventura, gli addomandò il cappuccio. Il fabbro dice:
– Io non so chi e’ si sia; a me pareva elli un pazzo; e’ m’ha rotto le padelle, e ciò che io aveva appiccato di fuori; – e mostra a costui il danno, e domandando la menda.
Di che l’amico s’accordò che de’ primi danari guadagnasse il medico, gli darebbe un fiorino; e riebbe il cappuccio, che non valea trenta soldi, e riportollo al maestro Gabbadeo dicendoli in che forma l’avea riaúto. Il medico sel mise in capo che ancora non era ben asciutto dell’orina; e quel dí medesimo cercò con Ormannozzo che si ritogliesse il suo poltracchiello, e che elli ne volea perdere due fiorini; e fu fatto. Poi comprò un ronzino vecchio per fiorini otto, il quale assai cattivamente il portava, e rassettatosi in una casetta, che tolse a pigione in Campo Corbolino, il meglio che poté s’avviò. E per dischiesta di medici, in poco tempo pagò il ronzino e mandò fiorini uno al fabbro; e con poca scienza, in sul ronzino vecchio, proccurando l’acque degli orinali, sanza versarlesi addosso, pochi anni avanzò ben fiorini secento, e poi si morí, portando el libro sul corpo suo nella bara, come se fosse stato Ipocras o Galieno.

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