Franco Sacchetti – Messer Giletto di Spagna dona uno piacevole asino a messer Bernabò, e Michelozzo da Firenze, avvisandosi il detto signore essere vago d’asini, gliene manda due coverti di scarlatto, de’ quali gli è fatto poco onore, con molte nuove cose che per quello dono ne seguirono

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Uno cavaliere di Spagna il quale avea nome messer Giletto, andando o venendo dal Sepolcro, arrivò a Melano, e avea con seco un asino, il piú piacevol bestiuolo che fosse mai: e’ si rizzava in ponta di piè di drieto come uno catellino francesco, e dicendo alcuna parola il cavaliere, egli andava ritto in piede quasi ballando; e quando messer Giletto dicea che cantasse, elli ragghiava piú stranamente che tutti gli altri asini; e brievemente e’ facea un tomo quasi come una persona, e molte altre cose molto strane a natura d’asino.
Essendo in Melano il detto cavaliero andò a vicitare messer Bernabò, e fecesi menare il sopradetto asino dirieto: e giunto che fu dinanzi a lui e fatta reverenzia, veggendo venire il signore questo asino, subito ebbe gli occhi a quello, dicendo:
– E di cui è quell’asino?
Disse lo cavaliero che gli era presso:
– Signore, egli è mio; ed è il piú piacevole bestiuolo che fosse mai.
L’asino era molto d’arnese dorato ben fornito; di che messer Bernabò udendo il cavaliere e veggendo l’asino, li parve che fosse o che dovesse essere quello che messer Giletto dicea; e tirossi in uno chiostro e puosesi a sedere col detto cavaliere allato. E giugnendo l’asino, dice il cavaliere:
– Signore, volete voi vedere una nuova cosa di questo asino?
Messer Bernabò, che avea vaghezza di nuove cose, dice al cavaliere:
– Io ve ne prego.
Era per avventura quivi presso uno Fiorentino che avea nome Michelozzo, il quale vide tutti li giuochi che questo asino fece, e ancora vide che messer Bernabò, veggendolo, scoppiava delle risa; e messer Giletto che in fine, veggendo che ‘l signore ne avea diletto, gli disse:
– Signor mio, io non ho maggior fatto da donare alla vostra signoria; s’egli è di vostro piacere, a me serà grandissima grazia, non ch’io lasci questo asino a voi, però che la vostra signoria non richiede sí vil cosa, ma che io il lasci a questi vostri famigli, acciò che n’abbiano alcuna volta diletto.
Messer Bernabò disse che l’accettava graziosamente; e in quel dí medesimo il signore donò a messer Giletto un ricco palafreno che valea piú di cento fiorini; e fattogli ancora grande onore si partí, e andò a suo viaggio.
Michelozzo, che tutto avea veduto, ancora pigliando commiato dal signore, in quelli dí si tornò a Firenze; e venutoli uno pensiero assai sformato, che se potesse trovare due belli asini, mandandogli per sua parte al signore, poter venire grandemente nella sua grazia; e subito mandò in Campagna e in terra di Roma cercando di due. Nella fine ne trovò due bellissimi, li quali li costorono fiorini quaranta.
E venuti li detti asini a lui a Firenze, mandò per uno banderaio volendo sapere quanto scarlatto avea a levare per covertarli; e saputo che l’ebbe, subito il detto panno ebbe levato; e rimandato per lo banderaio, fece tagliare le due coverte magnifiche e grandi, che non ch’altro ma li loro orecchi coprivano; e fecevi mettere, com’è d’usanza, nella testiera e nel petto, e da lato l’arma de’ Visconti, e appiè di quelle la sua.
E messo ogni cosa in punto con uno fante e uno paggio a cavallo, e uno a piede che innanzi a loro guidava li detti asini, cosí covertati li mandò al signore detto. Ed essendo veduta questa maraviglia per Firenze, come spesso si corre a vedere, l’uno domandava e l’altro domandava:
– O che è questo?
Il famiglio rispondea:
– Sono due asini che Michelozzo manda a messer Bernabò.
Chi stringea le mascelle e chi le spalle: e chi dicea:
– O è fatto messer Bernabò vetturale?
E chi dicea:
– Ha egli andare ricogliendo la spazzatura?
– O io fo boto a Dio, – dicono li piú, – che questa è cosí ordinata pazzia, come si facesse mai -; e molte altre cose come dicono le piú volte e’ populi.
Quando gli asini con li loro famigli furono fuori della porta a San Gallo, le coverte furono levate loro da dosso, e messe in una valigia; e giunti a Bologna, prima che entrassono nella terra feciono mettere loro le coverte; ed entrati per la terra, diceano li Bolognesi:
– E che son questi?
Chi credea che fossono corsieri da palio, e chi ronzini; poi, veggendo quello ch’egli erano, l’uno dicea all’altro:
– In fé di Dio e’ sono asini -; e domandavono il famiglio: – E che vuol dir questo?
E quelli dicea:
– Sono due asini, che uno gentiluomo di Fiorenza presenta al signore di Melano.
E mentre che domandavono, l’uno cominciò a ragghiare. Dicono alcuni:
– In fé di Dio voi gli dovea mandare in una gabbia, poiché cantano cosí bene.
Giugnendo all’albergo di Felice Ammannati, or quivi furono le domande e quivi le risa.
– Che è questo? – dice Felice e molti altri. E ‘l famiglio rispondea.
– O vatti con Dio! – dicea ciascuno, – che questa è delle gran novità che si vedesse mai, che a cosí gran signore sia presentato due asini.
E mentre che erano guatati nel ridotto dell’albergo, l’uno comincia a spetezzare e fare lo sterco. Dice Felice:
– Disse Michelozzo che voi presentasse queste peta e questo sterco a me?
E voltosi al famiglio disse:
– Abbiate cura a una cosa, che quando voi gli appresentate al signore ch’e’ non ispetezzassino a questo modo, però che voi potreste esser pagati e del lume e de’ dadi.
Dice il famiglio:
– Noi faremo ben sí che la cosa andrà bene, e ‘l signore sa bene che gli asini cagano.
Felice, e tutti i Fiorentini che v’erano, e Bolognesi non si poteano ricredere di questo cosí nuovo dono; e poi che gli asini si furono partiti, piú d’uno mese n’ebbono che dire. E abbreviando la novella, la quale serebbe molto lunga; quello che parve a quelli di Modana, però che per ogni terra gli asini con le coverte e con l’arma faceano la mostra; quello che diceano li Reggiani; e ‘l miracolo che questo parve a Parma, a Piacenza e a Lodi; e quello che per le dette terre si disse, e come la parve loro nuova cosa, non si direbbe in uno mese.
Giunti a Melano, or quivi fu il correre del populo a vedere: “E che è? e che è?” ciascuno si strignea e potevano mal dire quello che averebbono voluto. Giunti alla corte del signore, e ‘l famiglio degli asini dice al portinaio, come per parte di Michelozzo viene a presentare alcun dono al signore. Il portinaio vede per lo sportello questi due asini coverti; va al signore e diceli la cosa, e ancora piú, che dice che gli par vedere che siano due asini coverti di scarlatto. Come il signore ode costui, tutto si mutò in vista e dice:
– Va’, di’ che venga.
Il famiglio andò al signore e spuose l’ambasciata e ‘l dono che per parte di Michelozzo gli appresentava. E ‘l signore udito che l’ebbe, disse:
– Dirai a Michelozzo che m’incresce che mi presenti li suoi compagni e che sia rimaso cosí solo -; e licenzòlli; e mandò per uno che tutte le some del signore conducea, il quale avea nome Bergamino da Crema; e dice: – Va’, ricevi quelli asini e togli quelle veste, e fa’ tagliare subito una gonnella a te e una per uno a quegli altri che vanno con li muli e con gli asini, portando le mie saline; e lo scudo ch’elle hanno, ciascuno n’abbia uno dirieto e uno dinanzi, e quel di Michelozzo dappiè; e a quelli che gli hanno menati di’ che aspettino la risposta.
Bergamino cosí fece, che ne andò nel chiostro, e tolse gli asini e misseli nella stalla, e quelle coverte mise in una sala; e ‘l dí medesimo mandò per uno sarto, e fece tagliare a sé e a tre altri quattro gonnelle di questo scarlatto, li quali erano tutti uomeni mulattieri e asinai della corte. E fatte le gonnelle e vestitisi, misono gli basti agli asini donati; e andando di fuori di Melano, e tornando carichi con biada, e ‘l Bergamino e gli altri drieto, erano domandati:
– Che cosa è questa? voi sete cosí vestiti di scarlatto, e con quest’arme, drieto a questi asini?
Dice Bergamino:
– Uno gentiluomo da Firenze che ha nome Michelozzo m’ha mandato questo dono di questi asini di scarlatto, e io n’ho vestiti me e costoro per suo amore.
E tutto ciò avea fatto come gli avea imposto il signore.
Fatto che ebbono cosí, e Bergamino fece fare una risposta a Michelozzo per lo cancelliere del signore, e per parte di lui com’elli avea ricevuti dua asini coperti di scarlatto, e che subito avea messo loro i basti, adoperandoli ne’ servigi del signore, li quali molto bene portavano le sue some; e ancora di quello scarlatto del quale avea vestiti gli asini se n’era vestito egli con tre altri asinai; e con l’arme del signore, e con la sua a basso per farli piú onore, piú dí cosí vestiti erano andati per Melano drieto a’ detti asini, facendo la mostra e dicendo chi ne gli avea mandati. E fatta la lettera con molte altre cose dettata, la fece serrare, dicendo appiede: “Bergamino da Crema castaldo della salmeria del magnifico signore di Melano, etc.”. E la soprascritta dicea: “Al mio fraello Michelozzo o vero Bambozzo de’ Bamboli da Fiorenza”. E tutta compiuta e sugellata, la diede al famiglio e disse:
– Ecco la risposta; ogni volta che tu vuoli, tu te ne puoi andare.
Questo famiglio volea pur parlare al signore, pensando forse d’aver danari per lo presentato dono; elle furono novelle che mai non poté andare a lui.
Di che si tornò a Firenze con la lettera di Bergamino; e giunto a Michelozzo gli la puose in mano; e cominciando a leggere la soprascritta, tutto venne meno. Aprendo la lettera legge chi la manda; e allora peggio che peggio. Letto che l’ebbe, si dà delle mani nelle mani, e chiama il famiglio e dice:
– A cui desti tu la lettera?
E quelli dice:
– A messer Bernabò.
– E che ti disse?
– Disse gl’increscea che voi rimaneste solo, e che voi gli aveste mandati quelli che erano vostri compagni.
– Chi ti dié questa lettera?
– Uno suo fante; e mai lui non pote’ piú vedere.
– Oimè! – dice Michelozzo, – tu m’hai disfatto, che so io chi sia Bergamino o Merdolino? escimi di casa, ché meco non starai tu mai piú.
Dice il famiglio:
– E l’andare e lo stare mio serà come voi vorrete; ma io vi dirò pur tanto che in ogni luogo era fatto beffa di noi; e se io vi dicesse ogni cosa che c’era detta, voi ve ne maravigliereste.
Michelozzo soffiava e dicea:
– E che t’era detto? o non si donò mai cosa alcuna a niuno signore?
Dicea il fante:
– Maisí, ma non asini.
Dice Michelozzo:
– Deh, morto sie tu a ghiado! se tu non foste stato meco quando quel cavaliere spagnuolo gli donò il suo, e che diresti tu?
Dice il fante:
– Quello fu un caso, e anco era un nuovo bestiuolo, e questo è un altro.
Disse Michelozzo:
– E’ valeva piú un piè di uno di questi, che tutto quello asino, che mi sono costati con le veste piú di cento fiorini.
Dice il fante:
– Li vostri erano da portar soma, e cosí alle some furono subito messi.
Dice Michelozzo:
– Ella è pur bene andata quando io mandava gli asini a messer Bernabò, e tu gli hai dati a Bergamino da Crema. Che diavol ho io a fare con Merdolino da Crema, che secondo la lettera dice che è asinaio? levamiti dinanzi, che ti nasca mille vermocani.
Il fante si partí, e in capo di due dí lo ritolse ben volentieri. E al detto Michelozzo venne poi una malattia che mai non parve sano, forse piú per malenconia che per altro difetto. E veramente e’ fu nuovo dono, ed egli ne fu trattato nuovamente e come si convenía.

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