Franco Sacchetti – Ser Bonavere di Firenze, essendo richiesto a rogare un testamento e non trovando nel calamaio inchiostro, è chiamato un altro notaio a farlo; di che elli ne compera una ampolla, e portandola allato, si versa sopra una roba d’uno judice a palagio

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Nel popolo di Santo Brancazio di Firenze fu già uno notaio, il quale ebbe nome ser Buonavere; ed era uno uomo grande e grosso di sua persona e molto giallo, quasi impolminato e mal fatto, sí come fosse stato dirozzato col piccone; sempre con desiderio era piatitore e del quistionare a ritto e a torto giammai non finava: e con questo era sgovernato, che mai nel pennaiuolo che portava non avea né calamaio, né penna, né inchiostro. Se fosse stato richiesto, andando per una via, facesse un contratto, cercavasi el pennaiuolo e dicea avere lasciato il calamaio e la penna a casa per dimenticanza; e pertanto dicea andassono allo speziale e recassono il calamaio e ‘l foglio.
Avvenne per caso che un ricco uomo di quelle contrade, dopo lunga infirmità venendo a morte, volendo fare testamento subito, avendo i suoi parenti paura che non sopravvenisse la morte prima che lo potesse fare, facendosi alcuno di loro alla finestra, ebbono veduto questo ser Buonavere passar per la via; onde lo chiamò che andasse suso, e feceglisi incontro a mezza scala, dicendo che per Dio venisse a fare quel testamento, che era di gran bisogno. Ser Buonavere si cercò il pennaiuolo e disse non avere il calamaio, e subito disse andare per esso e cosí andò. Giunto a casa, penò ben un’ora a trovare il calamaio e a trovare una penna. Quelli, che voleano che ‘l buon uomo che moriva testasse, vedendo tanto stare ser Buonavere, avendo paura che l’infermo non morisse, andorono subito per ser Nigi da Santo Donato e a lui feciono fare il testamento.
E partitosi che fu, ser Buonavere, avendo penato a macerare i peli del calamaio buono spazio di tempo, giunse per fare il testamento. Fugli detto che era tanto stato che l’aveano fatto fare a ser Nigi; onde tutto scornato si tornò indrieto; e fra sé facendo grandissimo lamento della perdita che gli parea avere fatto, si pensò di fornirsi per grandissimo tempo d’inchiostro e di fogli e di penne e di pennaiuolo fornito, acciò che tal caso non potesse piú intervenire. E andatosene a uno speziale, comperò un quaderno di fogli e legandogli stretti, se gli misse nel carnaiuolo, e comperò un’ampolla con la cassa piena d’inchiostro, e appiccossela alla correggia; e comperò, non una penna, ma un mazzo di penne e penonne a temperare una gran brigata bene un dí; e in uno sacchettino di cuoio da tenere spezie se l’appiccò allato; e cosí fornito, disse:
– Or veggiamo s’io serò presto a fare un testamento come ser Nigi.
Essendo la cosa di ser Buonavere cosí ben fornita, avvenne caso, che egli andò a palagio del Podestà quel dí medesimo per dare una accezione a uno collaterale d’uno Podestà che c’era da Monte di Falco; il quale collaterale essendo vecchio, portava una berretta attorniata intorno intorno con pance di vaio tutte intere, ed era vestito d’un rosato di grana. E cosí sedendo al banco, il detto ser Buonavere giugne col fiaschettino allato e col foglio della accezione in mano e cacciatosi tra una gran calca che v’era, giunse dirimpetto al giudice; era avvocato dell’altra parte messer Cristofano de’ Ricci e ser Giovanni Fantoni procuratore; li quali, avendo veduto ser Buonavere con l’accezione, ficcansi tra la calca, e dovidendo le schiere giunsono al giudice, e ristretto ser Buonavere al giudice, ed eglino altresí, disse messer Cristofano:
– Che accezione e che pisgiagione? questa cosa si riciderà con le scuri.
E cosí, ficcandosi l’uno addosso all’altro, l’ampolla dello inchiostro si ruppe, e dello inchiostro la maggior parte andò su la cioppa del collaterale, e alcuno sprazzo su quella dello avvocato. E messer lo collaterale, veggendo questo e alzando il lembo, maravigliandosi, comincia a guardare intorno e chiama famigli che serrino la porta del palagio, sí che si truovi onde quello trementaio era venuto. Ser Buonavere, e veggendo e udendo, si mette la mano sotto: e cercando l’ampolla, la truova tutta spezzata e l’inchiostro avere ancora elli in gran parte addosso: subito esce tra uomo e uomo, e vassi con Dio. Il collaterale, essendo rimaso quasi da piede capo, e messer Cristofano in isprazzi, guardava l’uno l’altro, e quasi come usciti della memoria chi guardava l’uno e chi l’altro. E ‘l collaterale guardava le volte, se di lassú fosse venuto, e poi si volgea verso le mura; e non veggendo donde tal cosa uscisse, si volse verso la panca, guardandola di sopra, e poi chinando il capo, la guardò di sotto; e poi, scendendo gli scaglioni del banco, a uno a uno gli venne guardando; nella fine ogni cosa veduta, si cominciò a segnare per forma che quasi fu per uscire della memoria. Messer Cristofano e ser Giovanni, per avere migliore ragione del piato, dicevano:
– O messer lo collaterale, nol toccate, lasciatelo seccare.
Altri diceano:
– Cotesta roba v’è stata guasta.
Altri diceano:
– E’ pare uno annuvolato di quelli che si soleano portare.
E cosí guardando e dicendo ciascuno, il judice cominciò a sospettare; e volto il viso verso quelli, disse:
– E sapete chi ci sia stato quelli che mi ci ha vituperato?
Chi rispondea a un modo e chi a un altro. Tanto che ‘l judice, come uscito di sé, disse al cavaliero che facesse richiedere il cappellano che ponesse la dinunzia. E ‘l cavaliero, quasi ridendo, disse:
– E contro a cui la porrà, ché voi, a cui il caso è venuto addosso, non sapete chi? il meglio che potete fare è di guardare che alcuno non rechi al banco inchiostro; e la cioppa, che ci avete fatta nera da piede, fatecela mozzare; e perché ella sia piú corta, non fa forza, che parrete mezzo uomo d’arme.
Udendo tante ragioni il judice, e da ogni parte essendo quasi gabbato, prese il partito che ‘l cavaliero gli disse, e rimase vinto di questa cosa; e durò ben due mesi che al banco guardava ciascuno che vi venía, credendo che continuo gli fosse gittato inchiostro addosso; e di quello che tagliò da piede, fece calcetti e guanti, il meglio che poté. Messer Cristofano dall’altra parte scese gli scaglioni, e alzandosi i gheroni strignea la bocca per maraviglia, e ser Giovanni Fantoni con lui dicea:
– Per evangelia Christi, quod est magnum mirum .
E cosí ne smemororono parecchi in una mattina, senza che ser Buonavere non avea piú che un paio di calzacce bianche, e quelle, trovandosi a casa, trovò tutte spruzzate d’inchiostro che parea una tavola de’ fanciulli dell’abbaco. Ciascuno si lavò e riparo fece all’inchiostro il meglio che seppe; ma la medicina migliore fu il darsene pace; ché ben sarebbe stato meglio che ‘l detto ser Buonavere non fosse stato notaio, e se pur fu, andare avvisato e fornito con l’arte sua, come gli altri, che sono circunspetti, vanno. Però che, se ciò avesse fatto, averebbe fatto il testamento che gli serebbe valuto assai; non arebbe guasta la roba del collaterale, né quella di messer Cristofano; né non arebbe fatto uscire di sé il collaterale e gli altri che v’erano, e non s’averebbe versato l’inchiostro sul suo gonnellone, e su le calze che gli gittò peggiore ragione; e in fine non averebbe fatto spesa nella rotta ampolla, né in quello inchiostro che dentro v’era: come che l’aiutasse in gran parte la fortuna, ché se quello collaterale si fosse di lui avveduto, averebbe aúto a mendare le robe guaste e forse averebbe aúto peggio.
E cosí si rimase la cosa, rimanendo in questo quel proverbio che dice: “In cento anni e ‘n cento mesi torna l’acqua in suo’ paesi”. Cosí incontrò a ser Buonavere, che essendo andato gran tempo secco e sanza inchiostro, se ne puose poi tanto allato che ne tinse la corte d’uno Podestà.

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