> Franco Sacchetti – Uno giovene di Genova, avendo menata moglie, non possendo cosí le prime notti giacere con lei, preso sdegno se ne va in Caffa, e stato là piú di due anni, ritorna a casa con piú denari che non portò, avendolo la moglie aspettato a bell’agio a casa il padre | classicistranieri.com

Franco Sacchetti – Uno giovene di Genova, avendo menata moglie, non possendo cosí le prime notti giacere con lei, preso sdegno se ne va in Caffa, e stato là piú di due anni, ritorna a casa con piú denari che non portò, avendolo la moglie aspettato a bell’agio a casa il padre

Uno giovene degli Spinoli di Genova, non è gran tempo, tolse per moglie una gentil giovene genovese, la quale piú tempo gli era piaciuta; e presa la dota, essendo una domenica la giovene andata a marito, ed essendo le nozze di Genova di quest’usanza, ch’elle durano quattro dí, e sempre si balla e canta, mai non vi si proffera né vino, né confetti (però che dicono che, profferendo il vino e’ confetti, è uno accommiatare altrui), e l’ultimo dí la sposa giace col marito e non prima; essendo venuta questa giovene, e ‘l marito, avendo vaghezza d’essere con lei, pregò le donne che dovesse loro piacere ch’elli giacesse la domenica sera con lei. Qui non fu mai modo che acconsentito fosse di rompere questa usanza. Passossi quel dí, e seguendo il lunedí, e ‘l giovane piú infiammava, e cominciò a dire:
– Io voglio al tutto istasera giacere con la mia mogliera.
Le donne e gli altri dissono non volere al tutto che la loro usanza si rompesse. E ‘l martedí ancora il simile volea: niente ci fu mai modo. Venuto il mercoledí, che l’usanza dava di giacere con la sposa, lo giovane sdegnato, avendo veduta una nave che era per far vela per andare in Caffa, ebbe uno suo famiglio, e impuosegli segreto che di quello che facesse non dovesse ad alcuno appalesare; e fatto alcuno suo fardello di robe e d’altre cose opportune, e tolti fiorini mille dugento, tra della dota e altri, andò sulla detta nave, la quale con prospero vento subito fu dilungata. Le nozze continuando li loro balli e suoni appressandosi la sera, le donne e gli altri non veggendo il giovane, forte si maravigliavano, dicendo:
– Che può esser questo, che costui, che a quest’altre sere è stato cosí volonteroso, istasera, quando è il tempo d’essere con la sua donna com’elli desiderava, non si truova?
Domanda di qua, cerca di là, il bell’amico non si trovava, che forse otto miglia o piú era di lunge. La brigata e’ parenti stavano tutti smemorati, e forse la donna novella che avea perduto il marito prima che l’avesse avuto. Brievemente, ella si coricò al modo che l’altre. L’altro dí non s’ebbe altro a fare che cercare, domandare e aspettare. Aspetta il corbo! ché quanto piú aspettavono l’amico, piú si dilungava. E stando per alquanti dí, ritornata la donna a casa sanza avere consumato il matrimonio, s’e’ parenti stavano dolorosi non è da domandare; però che aveano dato una dota di fiorini mille, e riaveano in tal forma la giovane a casa, che non poteano sapere se l’era vedova o maritata.
Alla per fine dolendosi un dí alcuno suo parente su la piazza di San Lorenzo di questo caso, uno padrone d’una nave, la quale pochi dí nel porto di Genova, tornando d’Alessandria, avea scaricato, e avea nome messer Gian Fighon, essendo presente a questa doglienza, dice:
– Per lo sangue de De’, che io lo vidi, essendo al porto, salire su la tal nave che andò in Caffa, che serà andà su quella nave.
Questo suo parente udendo costui, e domandandolo da lui a sé distesamente, ebbe per certo ciò essere vero; e ritruova tutto il parentado e dice ciò ch’egli ha udito. Di che se ne vanno a casa dello sposo smarrito, e cercano de’ suoi panni, e non trovando né quelli, né ‘l famiglio, dicono per certo costui avere fatto mal viaggio per la sposa, ed ebbonlo tutti per fermo; e mandando lettere e domandando se alcuno tornava di quel paese, stettono ben otto mesi che non ne sentirono novella.
Alla fine tornando di Caffa uno Genovese degli Omellini, essendo domandato di questo fatto, disse avere il detto giovane lasciato in Caffa e che di poco su la tal nave era là giunto. Di che tutti e’ parenti, avendo questa cosa per certa, sollecitorono con lettere, quanto poterono, e massimamente il padre e’ fratelli di lei, che l’aveano data la dota e mandata al marito, e riaveansela in casa; e brievemente, e’ poterono assai mandare o scrivere che questo buon uomo tornasse, se non in capo d’anni due, mesi quattro e dí dodici, che di Caffa tornò a Genova con fiorini duemila. E quando a’ parenti fu detto, sallo Dio l’allegrezza e ‘l correre ad abbracciarlo, come è d’usanza de’ Genovesi. E chi dicea:
– O scattivao, ove seu stao? – e chi una cosa e chi un’altra dicendo.
Dice il giovane:
– Io vegno cozzí di Caffa.
Or pensate l’animo de’ Genovesi che disse questo giovane: “Io vegno cozzí di Caffa”, come fosse tornato da porto Alfino, ed egli era venuto trentacinque migliaia di miglia, che è de’ maggiori navicari che si faccia. Or in brieve, giunto costui, fu domandato, e che cosa l’avea dilungato tanto paese, avendo la novella sposa. E quelli rispose, non altro che ira o sdegno, dicendo il perché, e poi disse:
– E io sono or qui, e dico che, se la vostra o nostra usanza è buona di stare il quarto giorno prima che si dorma con la mogliera, e io dico che la mia che io ho cominciata a fare, è buona e ottima, però che sono stato molti piú dí che quattro. E perdonàme tutti quanti, ché io credo che ciò che è intervenuto sia stata grazia di Dio; però che io ebbi sempre voglia nella mia giovenezza, là dove ancora sono, d’andare in Caffa; ed essendo per questo sdegno o caso andato, io sono molto piú contento esservi andato prima che io giacesse con la mia mogliera, che poi, però che da molti savi Genovesi che sono stati in Francia ho udito dire che nella sala dello re è una dipintura di tre diverse maniere di genti, e a ciascuna è fatta con mano una figa: la prima è quella che toccherebbe a me; se io fosse giaciuto con la mia sposa e poi fussi andato in Caffa, mi serebbe là fatta la figa, però che dice ch’egli è molto folle chi toglie mogliera, e quando ha dormito con sé alquanto, partesi da lei, facendo gran viaggio da lungia, dicendo: “Chi toglie mogliera giovene e sta un poco con lei, e poi piú tempo si dilunga, è forte ingannato; però che mette il fuoco nel pagliaio, e poi si dilunga e non crede ch’egli arda”. La seconda (acciò che voi sappiate che io so come quella dipintura sta), è quando uno dee avere fiorini cento, o altra quantità da un altro, e ‘l debitore gliene vuole dare una parte, e quello gli fa un’altra figa.
E ‘l terzo è che, quando a uno è dato un gran segreto e quello il dice a un altro, dicendo e pregando che tenga segreto quello che non ha possuto tenere ello, e costui ha un’altra figa. Ora tornando a’ fatti nostri, io vi dico che io mi parti’ per isdegno, che tre sere non potei giacere con la mia mogliera; e questo feci mal volentieri e pur me ne incontra bene, che di fiorini mille dugento che io portai, io n’ho addutto duemila. E per la ragione della figa di Francia, io sono piú contento d’essere andato in Caffa prima che io fosse con lei, che dappoi. E perciò io vi dirò brievemente l’animo mio: poiché Dio m’ha ricondotto qui, se voi mi volete mandare la donna che dee essere mia, a casa, fate che la vi sia istasera; piú nozze non ho a fare; e s’ella non vi fia a buon’ora, come io sono andato in Caffa, cosí andrò al Dalí.
Come costoro udirono questo, tosto tosto s’avacciarono la sposa vi fu a mezza nona, e questo giovene lavorò il suo terreno che era fatto tanto maggese, come li piacque, e ristorò e’ tempi perduti il meglio che poteo, stando fermo con la sua moglie, sanza andare in molti viaggi.
Come che bene gli serebbe stato che in quel tempo che stette in Caffa un altro se l’avesse accaffato; e stavagli molto bene, non potendosi astenere un dí di quello che avea a usufruttare tutto il tempo della vita sua.

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