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Giambattista Vico – Principj di scienza nuova d’intorno alla comune natura delle nazioni, in questa terza impressione. Dal medesimo Autore in un gran numero di luoghi. Corretta, Schiarita, e notabilmente Accresciuta.

IDEA DELL’OPERA

SPIEGAZIONE

DELLA DIPINTURA PROPOSTA AL FRONTISPIZIO

CHE SERVE PER L’INTRODUZIONE DELL’OPERA.

Quale Cebete tebano fece delle morali, tale noi qui diamo a vedere una Tavola delle cose civili, la quale serva al leggitore per concepire l’idea di quest’opera avanti di leggerla, e per ridurla più facilmente a memoria, con tal aiuto che gli somministri la fantasia, dopo di averla letta.

La donna con le tempie alate che sovrasta al globo mondano, o sia al mondo della natura, è la metafisica, ché tanto suona il suo nome. Il triangolo luminoso con ivi dentro un occhio veggente egli è Iddio con l’aspetto della sua provvedenza, per lo qual aspetto la metafisica in atto di estatica il contempla sopra l’ordine delle cose naturali, per lo quale finora l’hanno contemplato i filosofi; perch’ella, in quest’opera, più in suso innalzandosi, contempla in Dio il mondo delle menti umane, ch’è ‘l mondo metafisico, per dimostrarne la provvedenza nel mondo degli animi umani, ch’è ‘l mondo civile, o sia il mondo delle nazioni; il quale, come da suoi elementi, è formato da tutte quelle cose le quali la dipintura qui rappresenta co’ geroglifici che spone in mostra al di sotto. Perciò il globo, o sia il mondo fisico ovvero naturale, in una sola parte egli dall’altare vien sostenuto; perché i filosofi, infin ad ora, avendo contemplato la divina provvedenza per lo sol ordine naturale, ne hanno solamente dimostrato una parte, per la quale a Dio, come a Mente signora libera ed assoluta della natura (perocché, col suo eterno consiglio, ci ha dato naturalmente l’essere, e naturalmente lo ci conserva), si danno dagli uomini l’adorazioni co’ sagrifici ed altri divini onori; ma nol contemplarono già per la parte ch’era più propia degli uomini, la natura de’ quali ha questa principale propietà: d’essere socievoli. Alla qual Iddio provvedendo, ha così ordinate e disposte le cose umane, che gli uomini, caduti dall’intiera giustizia per lo peccato originale, intendendo di fare quasi sempre tutto il diverso e, sovente ancora, tutto il contrario – onde, per servir all’utilità, vivessero in solitudine da fiere bestie, – per quelle stesse loro diverse e contrarie vie, essi dall’utilità medesima sien tratti da uomini a vivere con giustizia e conservarsi in società, e sì a celebrare la loro natura socievole: la quale, nell’opera, si dimostrerà essere la vera civil natura dell’uomo, e sì esservi diritto in natura. La qual condotta della provvedenza divina è una delle cose che principalmente s’occupa questa Scienza di ragionare; ond’ella, per tal aspetto, vien ad essere una teologia civile ragionata della provvedenza divina.

Nella fascia del zodiaco che cinge il globo mondano, più che gli altri, compariscono in maestà o, come dicono, in prospettiva i soli due segni di Lione e di Vergine, per significare che questa Scienza ne’ suoi princìpi contempla primieramente Ercole (poiché si truova ogni nazione gentile antica narrarne uno, che la fondò); e ‘l contempla dalla maggior sua fatiga, che fu quella con la qual uccise il lione, il quale, vomitando fiamme, incendiò la selva nemea, della cui spoglia adorno, Ercole fu innalzato alle stelle (il qual lione qui si truova essere stata la gran selva antica della terra, a cui Ercole, il quale si truova essere stato il carattere degli eroi politici, i quali dovettero venire innanzi agli eroi delle guerre, diede il fuoco e la ridusse a coltura); – e per dar altresì il principio de’ tempi, il quale, appo i greci (da’ quali abbiamo tutto ciò ch’abbiamo dell’antichità gentilesche), incominciarono dalle olimpiadi co’ giuochi olimpici, de’ quali pur ci si narra essere stato Ercole il fondatore (i quali giuochi dovettero incominciar da’ nemei, introdutti per festeggiare la vittoria d’Ercole riportata dell’ucciso lione); e sì i tempi de’ greci cominciarono da che tra loro incominciò la coltivazione de’ campi. E la Vergine, che da’ poeti venne descritta agli astronomi andar coronata di spighe, vuol dire che la storia greca cominciò dall’età dell’oro, ch’i poeti apertamente narrano essere stata la prima età del lor mondo, nella quale, per lunga scorsa di secoli, gli anni si noverarono con le messi del grano, il quale si truova essere stato il primo oro del mondo; alla qual età dell’oro de’ greci risponde a livello l’età di Saturno per li latini, detto a «satis», da’ seminati. Nella qual età dell’oro pur ci dissero fedelmente i poeti che gli dèi in terra praticavano con gli eroi: perché dentro si mostrerà ch’i primi uomini del gentilesimo, semplici e rozzi, per forte inganno di robustissime fantasie, tutte ingombre da spaventose superstizioni, credettero veramente veder in terra gli dèi; e poscia si truoverà ch’egualmente, per uniformità d’idee, senza saper nulla gli uni degli altri, appo gli orientali, egizi, greci e latini, furono da terra innalzati gli dèi all’erranti e gli eroi alle stelle fisse. E così, da Saturno, ch’è Chrónos a’ greci (e chrónos è il tempo ai medesimi), si danno altri princìpi alla cronologia o sia alla dottrina de’ tempi.

Né dee sembrarti sconcezza che l’altare sta sotto e sostiene il globo. Perché truoverassi che i primi altari del mondo s’alzarono da’ gentili nel primo ciel de’ poeti; i quali, nelle loro favole, fedelmente ci trammandarono il Cielo avere in terra regnato sopra degli uomini ed aver lasciato de’ grandi benefìci al gener umano, nel tempo ch’i primi uomini, come fanciulli del nascente gener umano, credettero che ‘l cielo non fusse più in suso dell’alture de’ monti (come tuttavia or i fanciulli il credono di poco più alto de’ tetti delle lor case); – che poi, vieppiù spiegandosi le menti greche, fu innalzato sulle cime degli altissimi monti, come d’Olimpo, dove Omero narra a’ suoi tempi starsi gli dèi; – e finalmente alzossi sopra le sfere, come or ci dimostra l’astronomia, e l’Olimpo si alzò sopra il cielo stellato. Ove, insiememente, l’altare, portato in cielo, vi forma un segno celeste; e ‘l fuoco, che vi è sopra, passò nella casa vicina, come tu vedi qui, del Lione (il quale, come testé si è avvisato, fu la selva nemea, a cui Ercole diede il fuoco per ridurla a coltura); e ne fu alzata, in trofeo d’Ercole, la spoglia del lione alle stelle.

Il raggio della divina provvedenza, ch’alluma un gioiello convesso di che adorna il petto la metafisica, dinota il cuor terso e puro che qui la metafisica dev’avere, non lordo né sporcato da superbia di spirito o da viltà di corporali piaceri; col primo de’ quali Zenone diede il fato, col secondo Epicuro diede il caso, ed entrambi perciò niegarono la provvedenza divina. Oltracciò, dinota che la cognizione di Dio non termini in essolei, perch’ella privatamente s’illumini dell’intellettuali, e quindi regoli le sue sole morali cose, siccome finor han fatto i filosofi; lo che si sarebbe significato con un gioiello piano. Ma convesso, ove il raggio si rifrange e risparge al di fuori, perché la metafisica conosca Dio provvedente nelle cose morali pubbliche, o sia ne’ costumi civili, co’ quali sono provenute al mondo e si conservan le nazioni.

Lo stesso raggio si risparge da petto della metafisica nella statua d’Omero, primo autore della gentilità che ci sia pervenuto, perché, in forza della metafisica (la quale si è fatta da capo sopra una storia dell’idee umane, da che cominciaron tal’uomini a umanamente pensare), si è da noi finalmente disceso nelle menti balorde de’ primi fondatori delle nazioni gentili, tutti robustissimi sensi e vastissime fantasie; e – per questo istesso che non avevan altro che la sola facultà, e pur tutta stordita e stupida, di poter usare l’umana mente e ragione – da quelli che se ne sono finor pensati si truovano tutti contrari, nonché diversi, i princìpi della poesia dentro i finora, per quest’istesse cagioni, nascosti principi della sapienza poetica, o sia la scienza de’ poeti teologi, la quale senza contrasto fu la prima sapienza del mondo per gli gentili. E la statua d’Omero sopra una rovinosa base vuol dire la discoverta del vero Omero (che nella Scienza nuova la prima volta stampata si era da noi sentita ma non intesa, e in questi libri, riflettuta, pienamente si è dimostrata); il quale, non saputosi finora, ci ha tenuto nascoste le cose vere del tempo favoloso delle nazioni, e molto più le già da tutti disperate a sapersi del tempo oscuro, e ‘n conseguenza le prime vere origini delle cose del tempo storico: che sono gli tre tempi del mondo, che Marco Terenzio Varrone ci lasciò scritto (lo più dotto scrittore delle romane antichità) nella sua grand’opera intitolata Rerum divinarum et humanarum, che si è perduta.

Oltracciò, qui si accenna che ‘n quest’opera, con una nuova arte critica, che finor ha mancato, entrando nella ricerca del vero sopra gli autori delle nazioni medesime (nelle quali deono correre assai più di mille anni per potervi provvenir gli scrittori d’intorno ai quali la critica si è finor occupata), qui la filosofia si pone ad esaminare la filologia (o sia la dottrina di tutte le cose le quali dipendono dall’umano arbitrio, come sono tutte le storie delle lingue, de’ costumi e de’ fatti così della pace come della guerra de’ popoli), la quale, per la di lei deplorata oscurezza delle cagioni e quasi infinita varietà degli effetti, ha ella avuto quasi un orrore di ragionarne; e la riduce in forma di scienza, col discovrirvi il disegno di una storia ideal eterna, sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni: talché, per quest’altro principale suo aspetto, viene questa Scienza ad esser una filosofia dell’autorità. Imperciocché, in forza d’altri princìpi qui scoverti di mitologia, che vanno di séguito agli altri princìpi qui ritruovati della poesia, si dimostra le favole essere state vere e severe istorie de’ costumi delle antichissime genti di Grecia, e, primieramente, che quelle degli dèi furon istorie de’ tempi che gli uomini della più rozza umanità gentilesca credettero tutte le cose necessarie o utili al gener umano essere deitadi; della qual poesia furon autori i primi popoli, che si truovano essere stati tutti di poeti teologi, i quali, senza dubbio, ci si narrano aver fondato le nazioni gentili con le favole degli dèi. E quivi, co’ princìpi di questa nuov’arte critica, si va meditando a quali determinati tempi e particolari occasioni di umane necessità o utilità, avvertiti da’ primi uomini del gentilesimo, eglino, con ispaventose religioni, le quali essi stessi si finsero e si credettero, fantasticarono prima tali e poi tali dèi; la qual teogonia naturale, o sia generazione degli dèi, fatta naturalmente nelle menti di tai primi uomini, ne dia una cronologia ragionata della storia poetica degli dèi. Le favole eroiche furono storie vere degli eroi e de’ lor eroici costumi, i quali si ritruovano aver fiorito in tutte le nazioni nel tempo della loro barbarie; sicché i due poemi d’Omero si truovano essere due grandi tesori di discoverte del diritto naturale delle genti greche ancor barbare. Il qual tempo si determina nell’opera aver durato tra’ greci infino a quello d’Erodoto, detto padre della greca storia, i cui libri sono ripieni la più parte di favole e lo stile ritiene moltissimo dell’omerico; nella qual possessione si sono mantenuti tutti gli storici che sono venuti appresso, i quali usano una frase mezza tra la poetica e la volgare. Ma Tucidide, primo severo e grave storico della Grecia, sul principio de’ suoi racconti professa che, fin al tempo di suo padre (ch’era quello di Erodoto, il qual era vecchio quando esso era fanciullo), i greci, nonché delle straniere (le quali, a riserba delle romane, noi abbiamo tutte da’ greci), eglino non seppero nulla affatto dell’antichità loro propie: che sono le dense tenebre, le quali la dipintura spiega nel fondo, dalle quali, al lume del raggio della provvedenza divina dalla metafisica risparso in Omero, escono alla luce tutti i geroglifici, che significano i princìpi conosciuti solamente finor per gli effetti di questo mondo di nazioni.

Tra questi la maggior comparsa vi fa un altare, perché ‘l mondo civile cominciò appo tutti i popoli con le religioni, come dianzi si è divisato alquanto, e più se ne diviserà quindi a poco.

Sull’altare, a man destra, il primo a comparire è un lituo, o sia verga, con la quale gli àuguri prendevan gli augùri ed osservavan gli auspìci; il quale vuol dar ad intendere la divinazione, dalla qual appo i gentili tutti incominciarono le prime divine cose. Perché, per l’attributo della di lui provvedenza, così vera appo gli ebrei – i quali credevano Dio esser una Mente infinita e, ‘n conseguenza, che vede tutti i tempi in un punto d’eternità; onde Iddio (o esso, o per gli angioli che sono menti, o per gli profeti de’ quali parlava Iddio alle menti) egli avvisava le cose avvenire al suo popolo, – come immaginata appresso i gentili – i quali fantasticarono i corpi esser dèi, che perciò con segni sensibili avvisassero le cose avvenire alle genti, – fu universalmente da tutto il gener umano dato alla natura di Dio il nome di «divinità» da un’idea medesima, la quale i latini dissero «divinari» «avvisar l’avvenire»; ma con questa fondamentale diversità che si è detta, dalla quale dipendono tutte l’altre (che da questa Scienza si dimostrano) essenziali differenze tra ‘l diritto natural degli ebrei e ‘l diritto natural delle genti, che i romani giureconsulti diffinirono essere stato con essi umani costumi dalla divina provvedenza ordinato. Laonde ad un colpo, con sì fatto lituo, si accenna il principio della storia universal gentilesca, la quale, con pruove fisiche e filologiche, si dimostra aver avuto il suo cominciamento dal diluvio universale: dopo il quale, a capo di due secoli, il Cielo (come pure la storia favolosa il racconta) regnò in terra e fece de’ molti e grandi benefìci al gener umano, e, per uniformità d’idee tra gli orientali, egizi, greci, latini ed altre nazioni gentili, sursero egualmente le religioni di tanti Giovi. Perché, a capo di tanto tempo dopo il diluvio, si pruova che dovette fulminare e tuonare il cielo, e da’ fulmini e tuoni, ciascuna del suo Giove, incominciarono a prendere tai nazioni gli auspìci (la qual moltiplicità di Giovi, onde gli egizi dicevano il loro Giove Ammone essere lo più antico di tutti, ha fatto finora maraviglia a’ filologi); e con le medesime pruove se ne dimostra l’antichità della religion degli ebrei sopra quelle con le quali si fondaron le genti, e quindi la verità della cristiana.

Sullo stesso altare, appresso il lituo, si vede l’acqua e ‘l fuoco, e l’acqua contenuta dentro un urciuolo; perché, per cagione della divinazione, appresso i gentili provennero i sacrifiZ da quel comune loro costume ch’i latini dicevano «procurare auspicia», o sia sagrificare per ben intender gli augùri a fin di ben eseguire i divini avvisi, ovvero comandi di Giove. E queste sono le divine cose appresso i gentili, dalle quali provvennero poscia loro tutte le cose umane.

La prima delle quali furon i matrimoni, significati dalla fiaccola accesa al fuoco sopra esso altare ed appoggiata all’urciuolo; i quali, come tutti i politici vi convengono, sono il seminario delle famiglie, come le famiglie lo sono delle repubbliche. E, per ciò dinotare, la fiaccola, quantunque sia geroglifico di cosa umana, è allogata sull’altare tra l’acqua e ‘l fuoco, che sono geroglifici di cerimonie divine; appunto come i romani antichi celebrarono «aqua et igni» le nozze, perché queste due cose comuni (e, prima del fuoco, l’acqua perenne, come cosa più necessaria alla vita) dappoi s’intese che, per divino consiglio, avevano menato gli uomini a viver in società.

La seconda delle cose umane, per la quale a’ latini, da «humando», «seppellire», prima e propiamente vien detta «humanitas», sono le seppolture, le quali sono rappresentate da un’urna ceneraria, riposta in disparte dentro le selve, la qual addita le seppolture essersi ritruovate fin dal tempo che l’umana generazione mangiava poma l’estate, ghiande l’inverno. Ed è nell’urna iscritto «D. M.», che vuol dire: «All’anime buone de’ seppelliti»; il qual motto divisa il comun consentimento di tutto il gener umano in quel placito, dimostrato vero poi da Platone, che le anime umane non muoiano co’ loro corpi, ma che sieno immortali.

Tal urna accenna altresì l’origine tra’ gentili medesimi della divisione de’ campi, nella quale si deon andar a truovare l’origini della distinzione delle città e de’ popoli e alfin delle nazioni. Perché truoverassi che le razze, prima di Cam, poi di Giafet e finalmente di Sem, elleno, senza la religione del loro padre Noè, ch’avevano rinniegata (la qual sola, nello stato ch’era allor di natura, poteva, co’ matrimoni, tenergli in società di famiglie) – essendosi sperdute, con un errore o sia divagamento ferino, dentro la gran selva di questa terra, per inseguire le schive e ritrose donne, per campar dalle fiere (delle quali doveva la grande antica selva abbondare), e, sì sbandati, per truovare pascolo ed acqua, e, per tutto ciò, a capo di lunga età essendo andate in uno stato di bestie, – quivi, a certe occasioni dalla divina provvedenza ordinate (che da questa Scienza si meditano e si ritruovano), scosse e destate da un terribile spavento d’una da essi stessi finta e creduta divinità del Cielo e di Giove, finalmente se ne ristarono alquanti e si nascosero in certi luoghi; ove, fermi con certe donne, per lo timore dell’appresa divinità, al coverto, coi congiugnimenti carnali religiosi e pudichi, celebrarono i matrimoni e fecero certi figliuoli, e così fondarono le famiglie. E, con lo star quivi fermi lunga stagione e con le seppolture degli antenati, si ritruovarono aver ivi fondati e divisi i primi domìni della terra, i cui signori ne furon detti «giganti» (ché tanto suona tal voce in greco quanto «figliuoli della terra», cioè discendenti da’ seppelliti), e quindi se ne riputarono nobili, estimando, in quel primo stato di cose umane, con giuste idee, la nobiltà dall’essere stati umanamente eglino generati col timore della divinità; dalla qual maniera di umanamente generare e non altronde, come provvenne, così fu detta l’«umana generazione», dalla quale le case diramate in più così fatte famiglie, per cotal generazione, se ne dissero le prime «genti». Dal qual punto di tempo antichissimo, siccome ne incomincia la materia, così s’incomincia qui la dottrina del diritto natural delle genti, ch’è altro principal aspetto con cui si dee guardar questa Scienza. Or tai giganti, con ragioni come fisiche così morali, oltre l’autorità dell’istorie, si truovano essere stati di sformate forze e stature: le quali cagioni non essendo cadute ne’ credenti del vero Dio, criatore del mondo e del principe di tutto l’uman genere Adamo, gli ebrei, fin dal principio del mondo, furono di giusta corporatura. Così – dopo il primo d’intorno alla provvedenza divina, e ‘l secondo il qual è de’ matrimoni solenni – l’universal credenza dell’immortalità dell’anima, che cominciò con le seppolture, egli è il terzo degli tre princìpi, sopra i quali questa Scienza ragiona d’intorno all’origini di tutte l’innumerabili varie diverse cose che tratta.

Dalle selve ov’è riposta l’urna s’avvanza in fuori un aratro, il qual divisa ch’i padri delle prime genti furono i primi forti della storia; onde si truovano gli Ercoli fondatori delle prime nazioni gentili che si sono mentovati di sopra (de’ quali Varrone noverò ben quaranta, e gli egizi dicevano che il loro era lo più antico di tutti), perché tali Ercoli domarono le prime terre del mondo e le ridussero alla coltura. Onde i primi padri delle nazioni gentili – ch’erano giusti per la creduta pietà di osservare gli auspìci, che credevano divini comandi di Giove (dal quale, appo i latini chiamato Ious, ne fu anticamente detto «ious» il gius, che poi, contratto, si disse «ius»; onde la giustizia appo tutte le nazioni s’insegna naturalmente con la pietà); erano prudenti co’ sagrifizi fatti per proccurar o sia ben intender gli auspìci, e sì ben consigliarsi di ciò che per comandi di Giove dovevan operar nella vita; erano temperati co’ matrimoni – furono, come qui s’accenna, anco forti. Quinci si danno altri princìpi alla moral filosofia, onde la sapienza riposta de’ filosofi debba cospirare con la sapienza volgare de’ legislatori; per gli quali princìpi tutte le virtù mettano le loro radici nella pietà e nella religione, per le quali sole son efficaci ad operar le virtù, e ‘n conseguenza de’ quali gli uomini si debbano proporre per bene tutto ciò che Dio vuole. Si danno altri princìpi alla dottrina iconomica, onde i figliuoli, mentre sono in potestà de’ lor padri, si deono stimare essere nello stato delle famiglie, e, ‘n conseguenza, non sono in altro da formarsi e fermarsi, in tutti i loro studi, che nella pietà e nella religione; e, quando non son ancor capaci d’intender repubblica e leggi, vi riveriscano e temano i padri come vivi simolacri di Dio; onde si truovino poi naturalmente disposti a seguire la religione de’ loro padri ed a difender la patria, che conserva lor le famiglie, e, così, ad ubbidir alle leggi, ordinate alla conservazione della religione e della patria (siccome la provvedenza divina ordinò le cose umane con tal eterno consiglio: che prima si fondassero le famiglie con le religioni, sopra le quali poi avevan da surgere le repubbliche con le leggi).

L’aratro appoggia con certa maestà il manico in faccia all’altare, per darci ad intendere che le terre arate furono i primi altari della gentilità; e per dinotar altresì la superiorità di natura la quale credevano avere gli eroi sopra i loro soci (i quali, quindi a poco, vedremo significarsici dal timone, che si vede in atto d’inchinarsi presso al zoccolo dell’altare); nella qual superiorità di natura si mostrerà ch’essi eroi riponevano la ragione, la scienza e quindi l’amministrazione ch’essi avevano delle cose divine, o sia de’ divini auspìci.

L’aratro scuopre la sola punta del dente e ne nasconde la curvatura (che, prima d’intendersi l’uso del ferro, dovett’esser un legno curvo ben duro, che potesse fender le terre ed ararle) – la qual curvatura da’ latini fu detta «urbs», ond’è l’antico «urbum», «curvo» – per significare che le prime città, le quali tutte si fondarono in campi colti, sursero con lo stare le famiglie lunga età ben ritirate e nascoste tra’ sagri orrori de’ boschi religiosi, i quali si truovano appo tutte le nazioni gentili antiche e, con l’idea comune a tutte, si dissero dalle genti latine «luci», ch’erano «terre bruciate dentro il chiuso de’ boschi», i quali sono condennati da Mosè a doversi bruciar anch’essi ovunque il popolo di Dio stendesse le sue conquiste. E ciò per consiglio della provvedenza divina, acciocché gli già venuti all’umanità non si confondessero di nuovo co’ vagabondi, rimasti nella nefaria comunione sì delle cose sì delle donne.

Si vede al lato destro del medesimo altare un timone, il qual significa l’origine della trasmigrazione de’ popoli fatta per mezzo della navigazione. E, per ciò che sembra inchinarsi a piè dell’altare, significa gli antenati di coloro che furono poi gli autori delle trasmigrazioni medesime: i quali furono dapprima uomini empi, che non conoscevano niuna divinità; nefari, ché, per non esser tra loro distinti i parentadi co’ matrimoni, giacevano sovente i figliuoli con le madri, i padri con le figliuole; e finalmente, perché, come fiere bestie, non intendevano società in mezzo ad essa infame comunion delle cose, tutti soli e quindi deboli e finalmente miseri ed infelici, perché bisognosi di tutti i beni che fan d’uopo per conservare con sicurezza la vita. Essi, con la fuga de’ propi mali, sperimentati nelle risse ch’essa ferina comunità produceva, per loro scampo e salvezza, ricorsero alle terre colte da’ pii, casti, forti ed anco potenti, siccome coloro ch’erano già uniti in società di famiglie. Dalle quali terre si truoveranno le città essere state dette «are» dappertutto il mondo antico della gentilità: che dovetter essere i primi altari delle nazioni gentili, sopra i quali il primo fuoco il qual vi si accese fu quello che fu dato alle selve per isboscarle e ridurle a coltura, e la prima acqua fu quella delle fontane perenni, ch’abbisognarono acciocché coloro ch’avevano da fondare l’umanità non più, per truovar acqua, divagassero in uno ferino errore, anzi dentro circoscritte terre stassero fermi ben lunga età, onde si disavvezzassero dallo andar vagabondi. E, perché questi altari si truovan essere stati i primi asili del mondo (i quali Livio generalmente diffinisce «vetus urbes condentium consilium», come dentro l’asilo aperto nel Luco ci è narrato aver Romolo fondato Roma), quindi le prime città quasi tutte si disser «are». Tal minor discoverta, con quest’altra maggiore: che appo i greci (da’ quali, come si è sopra detto, abbiamo tutto ciò ch’abbiamo dell’antichità gentilesche) la prima Tracia o Scizia (o sia il primo Settentrione), la prima Asia e la prima India (o sia il primo Oriente), la prima Mauritania o Libia (o sia il primo Mezzodì) e la prima Europa o prima Esperia (o sia il primo Occidente) e, con queste, il primo Oceano, nacquero tutte dentro essa Grecia; e che poi i greci, ch’uscirono per lo mondo, dalla somiglianza de’ siti diedero sì fatti nomi alle di lui quattro parti ed all’oceano che ‘l cinge; – tali discoverte diciamo dar altri princìpi alla geografia, i quali, come gli altri princìpi accennati darsi alla cronologia (che son i due occhi della storia), bisognavano per leggere la storia ideal eterna che sopra si è mentovata.

A questi altari, adunque, gli empi-vagabondi-deboli, inseguiti alla vita da’ più robusti, essendo ricorsi, i pii-forti v’uccisero i violenti e vi riceverono in protezione i deboli, i quali, perché altro non vi avevano portato che la sola vita, ricevettero in qualità di famoli, con somministrar loro i mezzi di sostentare la vita; da’ quali famoli principalmente si dissero le famiglie, i quali furono gli abbozzi degli schiavi, che poi vennero appresso con le cattività nelle guerre. Quinci, come da un tronco più rami, escono l’origini degli asili, come si è veduto; – l’origine delle famiglie, sulle quali poi sursero le città, come spiegherassi più sotto; – l’origine di celebrarsi le città, che fu per viver sicuri gli uomini dagl’ingiusti violenti; – l’origine delle giurisdizioni da esercitarsi dentro i propi territori; – l’origine di stender gl’imperi, che si fa con usar giustizia, fortezza e magnanimità, che sono le virtù più luminose de’ prìncipi e degli Stati; – l’origine dell’armi gentilizie, delle quali i primi campi d’armi si truovano questi primi campi da semina; – l’origine della fama, dalla quale tai famoli furon detti, e della gloria, che eternalmente è riposta in giovar il gener umano; – l’origini della nobiltà vera, che naturalmente nasce dall’esercizio delle morali virtù; – l’origine del vero eroismo, ch’è di domar superbi e soccorrere a’ pericolanti (nel qual eroismo il romano avvanzò tutti i popoli della terra, e ne divenne signor del mondo); – le origini, finalmente, della guerra e della pace, e che la guerra cominciò al mondo per la propia difesa, nella quale consiste la virtù vera della fortezza. Ed in tutte queste origini si scuopre disegnata la pianta eterna delle repubbliche, sulla quale gli Stati, quantunque acquistati con violenza e con froda, per durare, debbon fermarsi; come, allo ‘ncontro, gli acquistati con queste origini virtuose, poscia, con la froda e con la forza rovinano. E cotal pianta di repubbliche è fondata sopra i due princìpi eterni di questo mondo di nazioni, che sono la mente e ‘l corpo degli uomini che le compongono. Imperocché – costando gli uomini di queste due parti, delle quali una è nobile, che, come tale, dovrebbe comandare, e l’altra vile, la qual dovrebbe servire; e, per la corrotta natura umana, senza l’aiuto della filosofia (la quale non può soccorrere ch’a pochissimi), non potendo l’universale degli uomini far sì che privatamente la mente di ciascheduno comandasse, e non servisse, al suo corpo – la divina provvedenza ordinò talmente le cose umane con quest’ordine eterno: che, nelle repubbliche, quelli che usano la mente vi comandino e quelli che usano il corpo v’ubbidiscano.

Il timone s’inchina a piè dell’altare, perché tali famoli, siccome uomini senza dèi, non avevano la comunione delle cose divine e, ‘n conseguenza delle quali, nemmeno la comunità delle cose umane insieme co’ nobili, e principalmente la ragione di celebrare nozze solenni, ch’i latini dissero «connubium», delle quali la maggior solennità era riposta negli auspìci, per gli qual i nobili si riputavano esser d’origine divina e tenevano quelli essere d’origine bestiale, siccome generati da’ nefari concubiti. Nella qual differenza di natura più nobile si truova, egualmente tra gli egizi, greci e latini, che consisteva un creduto natural eroismo, il quale troppo spiegatamente ci vien narrato dalla storia romana antica.

Finalmente il timone è in lontananza dall’aratro, ch’in faccia dell’altare gli si mostra infesto e minaccevole con la punta, perché i famoli, non avendo parte, come si è divisato, nel dominio de’ terreni, che tutti eran in signoria de’ nobili, ristucchi di dover servire sempre a’ signori, dopo lunga età finalmente faccendone la pretensione e perciò ammutinati, si rivoltarono contro gli eroi in sì fatte contese agrarie, che si truoveranno assai più antiche e di gran lunga diverse da quelle che si leggono sopra la storia romana ultima. E quivi molti capi d’esse caterve di famoli, sollevate e vinte da’ lor eroi (come spesso i villani d’Egitto lo furono da’ sacerdoti, all’osservare di Pier Cuneo, De republica hebræorum), per non esser oppressi e truovare scampo e salvezza, con quelli delle loro fazioni, si commisero alla fortuna del mare ed andarono a truovar terre vacue per gli lidi del Mediterraneo, verso occidente, ch’a que’ tempi non era abitato nelle marine. Ch’è l’origine della trasmigrazione de’ popoli già dalla religione umanati, fatta da Oriente, da Egitto, e dall’Oriente sopra tutti dalla Fenicia, come, per le stesse cagioni, avvenne de’ greci appresso. In cotal guisa, non le innondazioni de’ popoli, che per mare non posson farsi; – non la gelosia di conservare gli acquisti lontani con le colonie conosciute, perché dall’Oriente, da Egitto, da Grecia non si legge essersi nell’Occidente alcun imperio disteso; – non la cagione de’ traffichi, perché l’Occidente in tali tempi si truova non essere stato ancora sulle marine abitato; – ma il diritto eroico fece la necessità a sì fatte brigate d’uomini di tali nazioni d’abbandonare le propie terre, le quali, naturalmente, senonsé per qualche estrema necessità s’abbandonano. E con sì fatte colonie, le quali perciò saranno appellate «eroiche oltramarine», propagossi il gener umano, anco per mare, nel resto del nostro mondo; siccome con l’error ferino, lunga età innanzi, vi si era propagato per terra.

Esce più in fuori, innanzi l’aratro, una tavola con iscrittovi un alfabeto latino antico (che, come narra Tacito, fu somigliante all’antico greco) e, più sotto, l’alfabeto ultimo che ci restò. Egli dinota l’origine delle lingue e delle lettere che sono dette volgari, che si truovano essere venute lunga stagione dopo fondate le nazioni, ed assai più tardi quella delle lettere che delle lingue; e, per ciò significare, la tavola giace sopra un rottame di colonna d’ordine corintiaco, assai moderno tra gli ordini dell’architettura.

Giace la tavola molto dapresso all’aratro e lontana assai dal timone, per significare l’origine delle lingue natie, le quali si formarono prima ciascuna nelle propie lor terre, ove finalmente si ritruovarono a sorte, fermati dal loro divagamento ferino, gli autori delle nazioni, che si erano, come sopra si è detto, sparsi e dispersi per la gran selva della terra; con le quali lingue natie, lunga età dopo, si mescolarono le lingue orientali o egiziache o greche, con la trasmigrazione de’ popoli fatta nelle marine del Mediterraneo e dell’Oceano che si è sopra accennata. E qui si danno altri princìpi d’etimologia (e se ne fanno spessissimi saggi per tutta l’opera), per gli quali si distinguono l’origini delle voci natie da quelle che sono d’origini indubitate straniere, con tal importante diversità: che l’etimologie delle lingue natie sieno istorie di cose significate da esse voci su quest’ordine naturale d’idee, che prima furono le selve, poi i campi colti e i tuguri, appresso le picciole case e le ville, quindi le città, finalmente l’accademie e i filosofi (sopra il qual ordine ne devono dalle prime lor origini camminar i progressi); e l’etimologie delle lingue straniere sieno mere storie di voci le quali una lingua abbia ricevute da un’altra.

La tavola mostra i soli princìpi degli alfabeti e giace rimpetto alla statua d’Omero, perché le lettere, come delle greche si ha dalle greche tradizioni, non si ritruovarono tutte a un tempo; ed è necessario ch’almeno tutte non si fussero ritruovate nel tempo d’Omero, che si dimostra non aver lasciato scritto niuno de’ suoi poemi. Ma dell’origine delle lingue natie si dà un avviso più distinto qui appresso.

Finalmente, nel piano più illuminato di tutti, perché vi si espongono i geroglifici significanti le cose umane più conosciute, in capricciosa acconcezza l’ingegnoso pittore fa comparire un fascio romano, una spada ed una borsa appoggiate al fascio, una bilancia e ‘l caduceo di Mercurio.

De’ quali geroglifici il primo è ‘l fascio, perché i primi imperi civili sursero sull’unione delle paterne potestadi de’ padri, i quali, tra’ gentili, erano sappienti in divinità d’auspìci, sacerdoti per proccurargli (o sia ben intendergli) co’ sacrifizi, re, e certamente monarchi, i quali comandavano ciò che credevano volesser gli dèi con gli auspìci, e ‘n conseguenza non ad altri soggetti ch’a Dio. Così egli è un fascio di litui, che si truovano i primi scettri del mondo. Tai padri, nelle turbolenze agrarie di sopra dette, per resistere alle caterve de’ famoli sollevati contro essoloro, furono naturalmente menati ad unirsi e chiudersi ne’ primi ordini di senati regnanti (o senati di tanti re famigliari) sotto certi loro capi-ordini, che si truovano essere stati i primi re delle città eroiche, i quali pur ci narra, quantunque troppo oscuramente, la storia antica che, nel primo mondo de’ popoli, si criavano gli re per natura, de’ quali qui si medita e se ne truova la guisa. Or tai senati regnanti, per contentare le sollevate caterve de’ famoli e ridurle all’ubbidienza, accordarono loro una legge agraria, che si truova essere stata la prima di tutte le leggi civili che nacque al mondo; e, naturalmente, de’ famoli, con tal legge ridutti, si composero le prime plebi delle città. L’accordato da’ nobili a tai plebei fu il dominio naturale de’ campi, restando il civile appo essi nobili, i quali soli furono i cittadini delle città eroiche, e ne surse il dominio eminente appo essi ordini, che furono le prime civili potestà, o sieno potestà sovrane de’ popoli; le quali tutte e tre queste spezie di domìni si formarono e si distinsero col nascere di esse repubbliche, le quali, da per tutte le nazioni, con un’idea spiegata in favellari diversi, si truovano essere state dette «repubbliche erculee», ovvero di cureti, ossia di armati in pubblica ragunanza. E quindi si schiariscono i princìpi del famoso «ius quiritium», che gl’interpetri della romana ragione han creduto esser propio de’ cittadini romani, perché negli ultimi tempi tale lo era; ma ne’ tempi antichi romani si truova essere stato diritto naturale di tutte le genti eroiche. E quindi sgorgano, come da un gran fonte più fiumi, l’origine delle città, che sursero sopra le famiglie non sol de’ figliuoli ma anco de’ famoli (onde si truovarono naturalmente fondate sopra due comuni: uno di nobili che vi comandassero, altro di plebei ch’ubbidissero; delle quali due parti si compone tutta la polizia, o sia la ragione de’ civili governi); le quali prime città, sopra le famiglie sol di figliuoli, si dimostra che non potevano, né tali né di niuna sorta, affatto nascer nel mondo; – l’origini degl’imperi pubblici, che nacquero dall’unione degl’imperi privati paterni-sovrani nello stato delle famiglie; – l’origini della guerra e della pace, onde tutte le repubbliche nacquero con la mossa dell’armi, e poi si composero con le leggi; della qual natura di cose umane restò questa eterna propietà: che le guerre si fanno perché i popoli vivano sicuri in pace; – l’origini de’ feudi, perché con una spezie di feudi rustici i plebei s’assoggettirono a’ nobili, e con un’altra di feudi nobili, ovvero armati, i nobili, ch’eran sovrani nelle loro famiglie, s’assoggettirono alla maggiore sovranità de’ lor ordini eroici; e si ritruova che sopra i feudi sono sempre surti al mondo i reami de’ tempi barbari, e se ne schiarisce la storia de’ nuovi reami d’Europa, surti ne’ tempi barbari ultimi, i quali ci sono riusciti più oscuri de’ tempi barbari primi che Varrone diceva. Perché tai primi campi da’ nobili furon dati a’ plebei col peso di pagarne loro la «decima» che fu detta «d’Ercole» appresso i greci, ovvero «censo» (che si truova quello da Servio Tullio ordinato a’ romani), ovvero «tributo», il quale portava anco l’obbligazione di servir a propie spese i plebei a’ nobili nelle guerre, come pur ben si legge apertamente nella storia romana antica. E quivi si scuopre l’origine del censo, che poi restò pianta delle repubbliche popolari; la qual ricerca ci ha costo la maggior fatiga di tutte sulle cose romane, in ritruovare la guisa come in questo si cangiò il censo di Servio Tullio, che si truoverà essere stato la pianta delle antiche repubbliche aristocratiche; lo che ha fatto cadere tutti in errore di credere Servio Tullio aver ordinato il censo della libertà popolare.

Dallo stesso principio esce l’origine de’ commerzi, che, ‘n cotal guisa qual abbiam detto, cominciarono di beni stabili col cominciare d’esse città, che si dissero «commerzi» da questa prima mercede che nacque al mondo, la quale gli eroi, con tali campi, diedero a’ famoli sotto la legge ch’abbiam detto di dover questi ad essoloro servire; – l’origine degli erari, che si abbozzarono col nascere delle repubbliche, e poi i propiamente detti da «æs æris», in senso di «danaio», s’intesero con la necessità di somministrare dal pubblico il danaio a’ plebei nelle guerre; – l’origine delle colonie, che si truovano caterve, prima di contadini che servivano agli eroi per lo sostentamento della lor vita, poi di vassalli che ne coltivavano per sé i campi sotto i reali e personali pesi già divisati; le quali si appelleranno «colonie eroiche mediterranee», a differenza delle oltramarine già sopra dette; – e, finalmente, l’origini delle repubbliche, le quali nacquero al mondo di forma severissima aristocratica, nelle quali i plebei non avevano niuna parte di diritto civile. E quindi si ritruova il romano essere stato regno aristocratico, il quale cadde sotto la tirannia di Tarquinio Superbo, il quale avea fatto pessimo governo de’ nobili e spento quasi tutto il senato; ché Giunio Bruto, il quale nel fatto di Lugrezia afferrò l’occasione di commuovere la plebe contro i Tarquini e, avendo liberato Roma dalla tirannide, ristabilì il senato e riordinò la repubblica sopra i suoi princìpi e, per un re a vita, con due consoli annali, non introdusse la popolare, ma vi raffermò la libertà signorile. La qual si truova che visse fin alla legge Publilia, con la quale Publilio Filone dittatore, detto perciò «popolare», dichiarò la repubblica romana esser divenuta popolare di stato, e spirò finalmente con la legge Petelia, la quale liberò affatto la plebe dal diritto feudale rustico del carcere privato, ch’avevano i nobili sopra i plebei debitori: sulle quali due leggi, che contengono i due maggiori punti della storia romana, non si è punto riflettuto né da’ politici né da’ giureconsulti né dagl’interpetri eruditi della romana ragione, per la favola della legge delle XII Tavole venuta da Atene libera per ordinar in Roma la libertà popolare, la quale queste due leggi dichiarano essersi ordinata in casa co’ suoi naturali costumi (la qual favola si è scoverta ne’ Princìpi del Diritto universale, usciti molti anni fa dalle stampe). Laonde, perché le leggi si deono interpetrare acconciamente agli stati delle repubbliche, da sì fatti princìpi di governo romano si danno altri princìpi alla romana giurisprudenza.

La spada che s’appoggia al fascio dinota che ‘l diritto eroico fu diritto della forza, ma prevenuta dalla religione, la qual sola può tener in ufizio la forza e l’armi ove non ancora si sono ritruovate (o, ritruovate, non hanno più luogo) le leggi giudiziarie; il qual diritto è quell’appunto d’Achille, ch’è l’eroe cantato da Omero a’ popoli della Grecia in esemplo dell’eroica virtù, il qual riponeva tutta la ragione nell’armi. E qui si scuopre l’origine de’ duelli; i quali, come certamente si celebrarono ne’ tempi barbari ultimi, così egli si truova essersi praticati ne’ tempi barbari primi, ne’ quali non erano ancor i potenti addimesticati di vendicare tra loro le offese e i torti con le leggi giudiziarie, e si esercitavano con certi giudizi divini, ne’ quali protestavano Dio testimone e si richiamavano a Dio giudice dell’offesa, e dalla fortuna, qual fusse mai, dell’abbattimento ne ossequiavano con tanta riverenza la dicisione che, se essa parte oltraggiata vi cadesse mai vinta, riputavasi rea. Alto consiglio della provvedenza divina, acciocché, in tempi barbari e fieri ne’ quali non s’intendeva ragione, la stimassero dall’avere propizio o contrario Dio, onde da tali guerre private non si seminassero guerre ch’andassero a spegnere finalmente il gener umano; il quale natural senso barbaro non può in altro rifondersi che nel concetto innato c’hanno gli uomini di essa provvedenza divina, con la quale si devono conformare, ove vedano opprimersi i buoni e prosperarsi gli scellerati. Per le quali cagioni tutte funne il duello creduto una spezie di purgazione divina; onde, quanto oggi, in questa umanità, la quale con le leggi ha ordinato i giudizi criminali e civili, sono vietati, tanto ne’ tempi barbari furono creduti necessari i duelli. In tal guisa ne’ duelli, o sieno guerre private, si truova l’origine delle guerre pubbliche, che le faccino le civili potestà, non ad altri soggette ch’a Dio, perché Iddio le diffinisca con la fortuna delle vittorie, perché ‘l gener umano riposasse sulla certezza degli Stati civili: ch’è ‘l principio della «giustizia esterna», che dicesi, delle guerre.

La borsa pur sopra il fascio dimostra ch’i commerzi i quali si celebrano con danaio non cominciarono che tardi – dopo fondati già gl’imperi civili; – talché la moneta coniata non si legge in niuno de’ due poemi d’Omero. Lo stesso geroglifico accenna l’origine di esse monete coniate, la qual si truova provvenire da quelle dell’armi gentilizie, le quali si scuoprono (come sopra se n’è alquanto accennato de’ primieri campi d’armi) aver significato diritti e ragioni di nobiltà appartenenti più ad una famiglia che ad altra; onde poi nacque l’origine dell’imprese pubbliche, o sien insegne de’ popoli, le quali poi s’innalberarono nell’insegne militari (e se ne serve, come di parole mute, la militar disciplina), e finalmente diedero l’impronto per tutti i popoli alle monete. E qui si danno altri princìpi alla scienza delle medaglie, e quindi altri alla scienza, che dicono, del blasone; ch’è uno degli tre luoghi de’ quali ci truoviamo soddisfatti della Scienza nuova la prima volta stampata.

La bilancia dopo la borsa dà a divedere che, dopo i governi aristocratici, che furono governi eroici, vennero i governi umani, di spezie prima popolari; ne’ qual’ i popoli, perché avevano già finalmente inteso la natura ragionevole (ch’è la vera natura umana) esser uguale in tutti, da sì fatta ugualità naturale (per le cagioni che si meditano nella storia ideal eterna e si rincontrano appuntino nella romana) trassero gli eroi, tratto tratto, all’egualità civile nelle repubbliche popolari; la quale ci è significata dalla bilancia, perché, come dicevano i greci, nelle repubbliche popolari tutto corre a sorte o bilancia. Ma finalmente, non potendo i popoli liberi mantenersi in civile egualità con le leggi per le fazioni de’ potenti, e andando a perdersi con le guerre civili, avvenne naturalmente che, per esser salvi, con una legge regia naturale la qual si truova comune a tutti i popoli di tutti i tempi in tali Stati popolari corrotti (perché la legge regia civile, che dicesi comandata dal popolo romano per legittimare la romana monarchia nella persona d’Augusto, ella ne’ Princìpi del Diritto universale si dimostra esser una favola, la quale, con la favola ivi dimostrata della legge delle XII Tavole venuta da Atene, sono due luoghi per li quali stimiamo non avere scritto inutilmente quell’opera), con tal legge o più tosto costume naturale delle genti umane, vanno a ripararsi sotto le monarchie, ch’è l’altra spezie degli umani governi. Talché queste due forme ultime de’ governi, che sono umani, nella presente umanità si scambiano vicendevolmente tra loro; ma niuna delle due passano per natura in istati aristocratici, ch’i soli nobili vi comandino e tutti gli altri vi ubbidiscano; onde son oggi rimaste al mondo tanto rade le repubbliche de’ nobili: in Germania, Norimberga; in Dalmazia, Ragugia; in Italia, Vinegia, Genova e Lucca. Perché queste sono le tre spezie degli Stati che la divina provvedenza, con essi naturali costumi delle nazioni, ha fatto nascere al mondo, e con quest’ordine naturale succedono l’una all’altra; perché altre per provvedenza umana di queste tre mescolate, perché essa natura delle nazioni non le sopporta, da Tacito (che vidde gli effetti soli delle cagioni che qui si accennano e dentro ampiamente si ragionano) son diffinite che «sono più da lodarsi che da potersi mai conseguire, e, se per sorta ve n’hanno, non sono punto durevoli». Per la qual discoverta si danno altri princìpi alla dottrina politica, non sol diversi ma affatto contrari a quelli che se ne sono immaginati finora.

Il caduceo è l’ultimo de’ geroglifici, per farci avvertiti ch’i primi popoli, ne’ tempi lor eroici ne’ quali regnava il diritto natural della forza, si guardavano tra loro da perpetui nimici, con continove rube e corseggi (e come, ne’ tempi barbari primi, gli eroi si recavano a titolo d’onore d’esser chiamati ladroni, così, a’ tempi barbari ritornati, d’esser i potenti detti corsali), perché, essendo le guerre eterne tra loro, non bisognava intimarle; ma, venuti poi i governi umani, o popolari o monarchici, dal diritto delle genti umane furon introdutti gli araldi ch’intimasser le guerre, e s’incominciarono a finire l’ostilità con le paci. E ciò per alto consiglio della provvedenza divina, perché, ne’ tempi della loro barbarie, le nazioni che novelle al mondo dovevano germogliare si stassero circoscritte dentro i loro confini, né, essendo feroci e indomite, uscissero quindi a sterminarsi tra essolor con le guerre; ma poi che, con lo stesso tempo, fussero cresciute e si truovassero insiememente addimesticate, e perciò fatte comportevoli de’ costumi l’une dall’altre, indi fusse facile a’ popoli vincitori di risparmiare la vita a’ vinti con le giuste leggi delle vittorie.

Così questa Nuova Scienza, o sia la metafisica, al lume della provvedenza divina meditando la comune natura delle nazioni, avendo scoverte tali origini delle divine ed umane cose tralle nazioni gentili, ne stabilisce un sistema del diritto natural delle genti, che procede con somma egualità e costanza per le tre età che gli egizi ci lasciaron detto aver camminato per tutto il tempo del mondo corso loro dinanzi, cioè: l’età degli dèi, nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi, e ogni cosa essere lor comandata con gli auspìci e con gli oracoli, che sono le più vecchie cose della storia profana; – l’età degli eroi, nella quale dappertutto essi regnarono in repubbliche aristocratiche, per una certa da essi riputata differenza di superior natura a quella de’ lor plebei; – e finalmente l’età degli uomini, nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana, e perciò vi si celebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchie, le quali entrambe sono forme di governi umani, come poco sopra si è detto.

Convenevolmente a tali tre sorte di natura e governi, si parlarono tre spezie di lingue, che compongono il vocabolario di questa Scienza: la prima, nel tempo delle famiglie, che gli uomini gentili si erano di fresco ricevuti all’umanità; la qual si truova essere stata una lingua muta per cenni o corpi ch’avessero naturali rapporti all’idee ch’essi volevan significare; – la seconda si parlò per imprese eroiche, o sia per simiglianze, comparazioni, immagini, metafore e naturali descrizioni, che fanno il maggior corpo della lingua eroica, che si truova essersi parlata nel tempo che regnaron gli eroi; – la terza fu la lingua umana per voci convenute da’ popoli, della quale sono assoluti signori i popoli, propia delle repubbliche popolari e degli Stati monarchici, perché i popoli dieno i sensi alle leggi, a’ quali debbano stare con la plebe anco i nobili; onde, appo tutte le nazioni, portate le leggi in lingue volgari, la scienza delle leggi esce di mano a’ nobili, delle quali, innanzi, come di cosa sagra, appo tutte si truova che ne conservavano una lingua segreta i nobili, i quali, pur da per tutte, si truova che furono sacerdoti: ch’è la ragion natural dell’arcano delle leggi appo i patrizi romani, finché vi surse la libertà popolare. Queste sono appunto le tre lingue che pur gli egizi dissero essersi parlate innanzi nel loro mondo, corrispondenti a livello, così nel numero come nell’ordine, alle tre età che nel loro mondo erano corse loro dinanzi: la geroglifica, ovvero sagra o segreta, per atti muti, convenevole alle religioni, alle quali più importa osservarle che favellarne; – la simbolica, o per somiglianze, qual testé abbiam veduto essere stata l’eroica; – e finalmente la pistolare, o sia volgare, che serviva loro per gli usi volgari della lor vita. Le quali tre lingue si truovano tra’ caldei, sciti, egizi, germani e tutte le altre nazioni gentili antiche; quantunque la scrittura geroglifica più si conservò tra gli egizi, perché più lungo tempo che le altre furono chiusi a tutte le nazioni straniere (per la stessa cagione onde si è truovata durare tuttavia tra’ chinesi), e quindi si forma una dimostrazione d’esser vana la lor immaginata lontanissima antichità.

Però qui si danno gli schiariti princìpi come delle lingue così delle lettere, d’intorno alle quali ha finora la filologia disperato, e se ne darà un saggio delle stravaganti e mostruose oppenioni che se ne sono finor avute. L’infelice cagione di tal effetto si osserverà ch’i filologi han creduto nelle nazioni esser nate prima le lingue, dappoi le lettere; quando (com’abbiamo qui leggiermente accennato e pienamente si pruoverà in questi libri) nacquero esse gemelle e caminarono del pari, in tutte e tre le loro spezie, le lettere con le lingue. E tai princìpi si rincontrano appuntino nelle cagioni della lingua latina, ritruovate nella Scienza nuova stampata la prima volta – ch’è l’altro luogo degli tre onde di quel libro non ci pentiamo; – per le quali ragionate cagioni si sono fatte tante discoverte dell’istoria, governo e diritto romano antico, come in questi libri potrai, o leggitore, a mille pruove osservare. Al qual esemplo, gli eruditi delle lingue orientali, greca e, tralle presenti, particolarmente della tedesca, ch’è lingua madre, potranno fare discoverte d’antichità fuori d’ogni loro e nostra aspettazione.

Principio di tal’origini e di lingue e di lettere si truova essere stato ch’i primi popoli della gentilità, per una dimostrata necessità di natura, furon poeti, i quali parlarono per caratteri poetici; la qual discoverta, ch’è la chiave maestra di questa Scienza, ci ha costo la ricerca ostinata di quasi tutta la nostra vita letteraria, perocché tal natura poetica di tai primi uomini, in queste nostre ingentilite nature, egli è affatto impossibile immaginare e a gran pena ci è permesso d’intendere. Tali caratteri si truovano essere stati certi generi fantastici (ovvero immagini, per lo più di sostanze animate o di dèi o d’eroi, formate dalla lor fantasia), ai quali riducevano tutte le spezie o tutti i particolari a ciascun genere appartenenti; appunto come le favole de’ tempi umani, quali sono quelle della commedia ultima, sono i generi intelligibili, ovvero ragionati dalla moral filosofia, de’ quali i poeti comici formano generi fantastici (ch’altro non sono l’idee ottime degli uomini in ciascun suo genere), che sono i personaggi delle commedie. Quindi sì fatti caratteri divini o eroici si truovano essere state favole, ovvero favelle vere; e se ne scuoprono l’allegorie, contenenti sensi non già analoghi ma univoci, non filosofici ma istorici di tali tempi de’ popoli della Grecia. Di più, perché tali generi (che sono, nella lor essenza, le favole) erano formati da fantasie robustissime, come d’uomini di debolissimo raziocinio, se ne scuoprono le vere sentenze poetiche, che debbon essere sentimenti vestiti di grandissime passioni, e perciò piene di sublimità e risveglianti la maraviglia. Inoltre, i fonti di tutta la locuzion poetica si truovano questi due, cioè povertà di parlari e necessità di spiegarsi e di farsi intendere; da’ quali proviene l’evidenza della favella eroica, che immediatamente succedette alla favella mutola per atti o corpi ch’avessero naturali rapporti all’idee che si volevan significare, la quale ne’ tempi divini si era parlata. E finalmente, per tal necessario natural corso di cose umane, le lingue, appo gli assiri, siri, fenici, egizi, greci e latini, si truovano aver cominciato da versi eroici, indi passati in giambici, che finalmente si fermarono nella prosa; e se ne dà la certezza alla storia degli antichi poeti, e si rende la ragione perché nella lingua tedesca, particolarmente nella Slesia, provincia tutta di contadini, nascono naturalmente verseggiatori, e nella lingua spagnuola, francese ed italiana i primi autori scrissero in versi.

Da sì fatte tre lingue si compone il vocabolario mentale, da dar le propie significazioni a tutte le lingue articolate diverse, e se ne fa uso qui sempre, ove bisogna. E nella Scienza nuova la prima volta stampata se ne fa un pieno saggio particolare, ove se ne dà essa idea: che dall’eterne propietà de’ padri, che noi, in forza di questa Scienza, meditammo aver quelli avuto nello stato delle famiglie e delle prime eroiche città nel tempo che si formaron le lingue, se ne truovano le significazioni propie in quindeci lingue diverse, così morte come viventi, nelle quali furono, ove da una ove da un’altra propietà, diversamente appellati (ch’è ‘l terzo luogo nel quale ci compiacciamo di quel libro di già stampato). Un tal lessico si truova esser necessario per sapere la lingua con cui parla la storia ideal eterna, sulla quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni, e per potere con iscienza arrecare l’autorità da confermare ciò che si ragiona in diritto natural delle genti, e quindi in ogni giurisprudenza particolare.

Con tali tre lingue – propie di tali tre età, nelle quali si celebrarono tre spezie di governi, conformi a tre spezie di nature civili, che cangiano nel corso che fanno le nazioni – si truova aver camminato con lo stess’ordine, in ciascun suo tempo, un’acconcia giurisprudenza.

Delle quali si truova la prima essere stata una teologia mistica, che si celebrò nel tempo ch’a’ gentili comandavano i dèi; della quale furono sappienti i poeti teologi (che si dicono aver fondato l’umanità gentilesca), ch’interpetravano i misteri degli oracoli, i quali da per tutte le nazioni risposero in versi. Quindi si truova nelle favole essere stati nascosti i misteri di sì fatta sapienza volgare; e si medita così nelle cagioni onde poi i filosofi ebbero tanto disiderio di conseguire la sapienza degli antichi, come nelle occasioni ch’essi filosofi n’ebbero di destarsi a meditare altissime cose in filosofia e nelle comodità d’intrudere nelle favole la loro sapienza riposta. La seconda si truova essere stata la giurisprudenza eroica, tutta scrupolosità di parole (della quale si truova essere stato prudente Ulisse), la quale guardava quella che da’ giureconsulti romani fu detta «æquitas civilis» e noi diciamo «ragion di Stato», per la quale, con le loro corte idee, estimarono appartenersi loro naturalmente quello diritto, ch’era ciò, quanto e quale si fusse con le parole spiegato; come pur tuttavia si può osservare ne’ contadini ed altri uomini rozzi, i quali, in contese di parole e di sentimenti, ostinatamente dicono la lor ragione star per essi nelle parole. E ciò, per consiglio della provvedenza divina, acciocché gli uomini gentili, non essendo ancor capaci d’universali, quali debbon esser le buone leggi, da essa particolarità delle loro parole fussero tratti ad osservare le leggi universalmente; e se per cotal equità in alcun caso riuscivan le leggi non solo dure ma anco crudeli, naturalmente il sopportavano, perché naturalmente tale stimavano essere il loro diritto. Oltreché, gli vi attirava ad osservarle un sommo privato interesse, che si truova aver avuto gli eroi medesimato con quello delle loro patrie, delle quali essi soli erano cittadini; onde non dubitavano, per la salvezza delle lor patrie, consagrare sé e le loro famiglie alla volontà delle leggi, le quali, con la salvezza comune delle loro patrie, mantenevano loro salvi certi privati regni monarchici sopra le loro famiglie. Altronde, tal privato grande interesse, congionto col sommo orgoglio propio de’ tempi barbari, formava loro la natura eroica, dalla quale uscirono tante eroiche azioni per la salvezza delle lor patrie. Con le quali eroiche azioni si componghino l’insopportabil superbia, la profonda avarizia e la spietata crudeltà con la quale i patrizi romani antichi trattavano gl’infelici plebei, come apertamente si leggono sulla storia romana nel tempo che lo stesso Livio dice essere stata l’età della romana virtù e della più fiorente finor sognata romana libertà popolare; e truoverassi che tal pubblica virtù non fu altro che un buon uso che la provvedenza faceva di sì gravi, laidi e fieri vizi privati, perché si conservassero le città ne’ tempi che le menti degli uomini, essendo particolarissime, non potevano naturalmente intendere ben comune. Per lo che si danno altri princìpi per dimostrare l’argomento che tratta sant’Agostino, De virtute romanorum, e si dilegua l’oppinione che da’ dotti finor si è avuta dell’eroismo de’ primi popoli. Sì fatta civil equità si truova naturalmente celebrata dalle nazioni eroiche così in pace come in guerra (e se n’arrecano luminosissimi esempli così della storia barbara prima come dell’ultima); e da’ romani essersi praticata privatamente finché fu quella repubblica aristocratica, che si truova esserlo stata fin a’ tempi delle leggi Publilia e Petelia, ne’ quali si celebrò tutta sulla legge delle XII Tavole.

L’ultima giurisprudenza fu dell’equità naturale, che regna naturalmente nelle repubbliche libere, ove i popoli, per un bene particolare di ciascheduno, ch’è eguale in tutti, senza intenderlo, sono portati a comandar leggi universali, e perciò naturalmente le disiderano benignamente pieghevoli inverso l’ultime circostanze de’ fatti che dimandano l’ugual utilità; ch’è l’«æquum bonum», subbietto della giurisprudenza romana ultima, la quale da’ tempi di Cicerone si era incominciata a rivoltare all’editto del pretore romano. È ella ancora, e forse anco più, connaturale alle monarchie, nelle qual’i monarchi hanno avvezzati i sudditi ad attendere alle loro private utilità, avendosi essi preso la cura di tutte le cose pubbliche, e vogliono tutte le nazioni soggette uguagliate tra lor con le leggi, perché tutte sieno egualmente interessate allo Stato. Onde Adriano imperadore riformò tutto il diritto naturale eroico romano col diritto naturale umano delle provincie, e comandò che la giurisprudenza si celebrasse sull’Editto perpetuo, che da Salvio Giuliano fu composto quasi tutto d’editti provinciali.

Ora – per raccogliere tutti i primi elementi di questo mondo di nazioni da’ geroglifici che gli significano – il lituo, l’acqua e ‘l fuoco sopra l’altare, l’urna ceneraria dentro le selve, l’aratro che s’appoggia all’altare e ‘l timone prostrato a piè dell’altare, significano la divinazione, i sagrifizi, le famiglie prima de’ figliuoli, le seppolture, la coltivazione de’ campi e la division de’ medesimi, gli asili, le famiglie appresso de’ famoli, le prime contese agrarie, e quindi le prime colonie eroiche mediterranee e, ‘n difetto di queste, l’oltramarine e, con queste, le prime trasmigrazioni de’ popoli, esser avvenute tutte nell’età degli dèi degli egizi, che, non sappiendo o traccurando, «tempo oscuro» chiamò Varrone, come si è sopra avvisato; – il fascio significa le prime repubbliche eroiche, la distinzione degli tre domini (cioè naturale, civile e sovrano), i primi imperi civili, le prime alleanze ineguali accordate con la prima legge agraria, per la quale si composero esse prime città sopra feudi rustici de’ plebei, che furono suffeudi di feudi nobili degli eroi, ch’essendo sovrani, divennero soggetti a maggior sovranità di essi ordini eroici regnanti; – la spada che s’appoggia al fascio significa le guerre pubbliche che si fanno da esse città, incominciate da rube innanzi e corseggi (perché i duelli, ovvero guerre private, dovettero nascere molto prima, come qui sarà dimostrato, dentro lo stato d’esse famiglie); – la borsa significa divise di nobiltà o insegne gentilizie passate in medaglie, che furono le prime insegne de’ popoli, che quindi passarono in insegne militari e finalmente in monete, ch’accennano i commerzi di cose anco mobili con danaio (perché i commerzi di robe stabili, con prezzi naturali di frutti e fatighe, avevan innanzi cominciato fin da’ tempi divini con la prima legge agraria, sulla quale nacquero le repubbliche); – la bilancia significa le leggi d’ugualità, che sono propiamente le leggi; – e finalmente il caduceo significa le guerre pubbliche intimate, che si terminano con le paci. Tutti i quali geroglifici sono lontani dall’altare, perché sono tutte cose civili de’ tempi ne’ quali andarono tratto tratto a svanire le false religioni, incominciando dalle contese eroiche agrarie, le quali diedero il nome all’età degli eroi degli egizi, che «tempo favoloso» chiamò Varrone. La tavola degli alfabeti è posta in mezzo a’ geroglifici divini ed umani, perché le false religioni incominciaron a svanir con le lettere, dalle quali ebbero il principio le filosofie; a differenza della vera, ch’è la nostra cristiana, la quale dalle più sublimi filosofie, cioè dalla platonica e dalla peripatetica (in quanto con la platonica si conforma), anco umanamente ci è confermata. Laonde tutta l’idea di quest’opera si può chiudere in questa somma. Le tenebre nel fondo della dipintura sono la materia di questa Scienza, incerta, informe, oscura, che si propone nella Tavola cronologica e nelle a lei scritte Annotazioni. Il raggio del quale la divina provvedenza alluma il petto alla metafisica sono le Dignità, le Diffinizioni e i Postulati, che questa Scienza si prende per Elementi di ragionar i Princìpi co’ quali si stabilisce e ‘l Metodo con cui si conduce: le quali cose tutte son contenute nel libro primo. Il raggio che da petto alla metafisica si risparge nella statua d’Omero è la luce propia che si dà alla Sapienza poetica nel libro secondo, dond’è il vero Omero schiarito nel libro terzo. Dalla Discoverta del vero Omero vengono poste in chiaro tutte le cose che compongono questo mondo di nazioni, dalle lor origini progredendo secondo l’ordine col quale al lume del vero Omero n’escono i geroglifici: ch’è il Corso delle nazioni, che si ragiona nel libro quarto; e, pervenute finalmente a’ piedi della statua d’Omero, con lo stess’ordine ricominciando, ricorrono: lo che si ragiona nel quinto ed ultimo libro.

E alla fin fine, per restrignere l’idea dell’opera in una somma brievissima, tutta la figura rappresenta gli tre mondi secondo l’ordine col quale le menti umane della gentilità da terra si sono al cielo levate. Tutti i geroglifici che si vedono in terra dinotano il mondo delle nazioni, al quale prima di tutt’altra cosa applicarono gli uomini. Il globo ch’è in mezzo rappresenta il mondo della natura, il quale poi osservarono i fisici. I geroglifici che vi sono al di sopra significano il mondo delle menti e di Dio, il quale finalmente contemplarono i metafisici.

TABELLA:

EBREI: Diluvio universale ANNI DEL MONDO: 1656

CALDEI: Zoroaste o regno de’ Caldei (VII) ANNI DEL MONDO 1756

EGIZI: Dinastie in Egitto GRECI: Deucalione (XI)

EBREI Chiamata d’Abramo EGIZI: Mercurio Trimegisto il vecchio ovvero età degli dei d’Egitto (XII) GRECI: Età dell’oro, ovvero età degli dei di Grecia (XIII)

GRECI: Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote di Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti (XIV) ANNI DEL MONDO 2082

GRECI: Cecrope egizio mena dodici colonie nell’Attica, delle quali poi Teseo compose Atene (XV)

GRECI: Cadmo fenice fonda Tebe in Beozia, ed introduce in Grecia le lettere volgari (XVI) ANNI DEL MONDO 2448

EBREI: Iddio dà la legge scritta a Mosè ROMANI: Sarturno, ovvero l’età degli dei del Lazio (XVII) ANNI DEL MONDO 2491

EGIZI: Mercurio Trimegisto il giovane ovvero età degli eroi d’Egitto (XVII) GRECI: Danao caccia gl’Inachidi dal regno d’Argo (XIX). Pelope frigio regna nel Peloponneso ANNI DEL MONDO 2553

GRECI: Eraclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l’età degli eroi. Cureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, che vi fanno regni di sacerdoti (XX) ROMANI: Aborigini ANNI DEL MONDO 2682

CALDEI: Nino regna con gli assiri ANNI DEL MONDO 2737

FENICI: Didone da Tiro va a fondare Cartagine (XXI)

FENICI: Tiro celebre per la navigazione e per le colonie GRECI: Minosse re di Creta, primo legislatore delle genti e primo corsale dell’Egeo. ANNI DEL MONDO 2752

GRECI: Orfeo, e con essolui l’età de’ poeti teologi (XXII). Ercole, con cui è al colmo il tempo eroico di Grecia (XXIII) ROMANI: Arcadi

CALDEI: Sancuniate scrive storie in lettere volgari (XXIV) GRECI: Giasone dà principio alle guerre navali con quella di Ponto. Teseo fonda Atene e vi ordina l’Areopago ROMANI: Ercole appo Evandro nel Lazio, ovvero età degli eroi d’Italia ANNI DEL MONDO: 2800

GRECI: Guerra troiana (XXV) ANNI DEL MONDO 2820

GRECI: Errori degli eroi, ed in ispezie d’Ulisse e di Enea

ROMANI: Regno d’Alba ANNI DEL MONDO: 2830

EBREI: Regno di Saulle ANNI DEL MONDO 2909

EGIZI: Sesotride regna in Tebe (XXVI) GRECI: Colonie greche in Asia, in Sicilia, in Italia (XXVII) ANNI DEL MONDO: 2949

GRECI: Ligurco dà le leggi a’ Lacedemoni ANNI DEL MONDO: 3120

GRECI: Giuochi olimpici, prima ordinati da Ercole poi intermessi e restituiti da Isifilo (XXVIII) ANNI DEL MONDO: 3223

ROMANI: Fondazione di Roma (XXIX) ANNI DI ROMA: 1

GRECI: Omero, il quale venne che non si eran ancor truovate le lettere volgari, e ‘l quale non vidde l’Egitto (XXX) ROMANI: Numa re. ANNI DEL MONDO: 3290 ANNI DI ROMA: 37

EGIZI: Psammetico apre l’Egitto a’ soli greci di Inia e di Caria (XXXI) GRECI: Esopo, moral filosofo volgare (XXXII) ANNI DEL MONDO: 3334

GRECI: Sette savi di Grecia: de’ quali uno, Solone, ordina la libertà popolare d’Atene: l’altro, Talete Milesio, dà incominciamento alla filosofia con la fisica (XXXIII) ANNI DEL MONDO: 3406

CALDEI: Ciro regna in Assiria co’ persiani GRECI: Pittagora, cui vivo dice Livio che nemmeno il nome potè sapersi in Roma (XXXIV) ROMA: Servio Tullio re (XXXV) ANNI DEL MONDO: 3468 ANNI DI ROMA: 225

GRECI: I Pisistratidi tiranni cacciati da Atene ANNI DEL MONDO: 3491

ROMANI: I Tarquini tiranni cacciati da Roma ANNI DEL MONDO: 3499 ANNI DI ROMA: 245

GRECI: Esiodo (XXXVI) Erodoto, Ippocrate (XXXVII) ANNI DEL MONDO: 3500

SCITI: Idantura re di Scizia (XXXVIII) GRECI: Guerra peloponnesiaca. Tucidide, il qual scrive che fin a suo padre i greci non seppero nulla delle antichità loro proprie; onde si diede a scrivere di cotal guerra (XXXIX) ANNI DEL MONDO: 3530

GRECI: Socrate dà principio alla filosofia morale ragionata. Platone fiorisce nella metafisica. Atene sfolgora di tutte l’arti della più colta umanità (XL). ROMANI: Legge delle XII Tavole. ANNI DEL MONDO: 3553 ANNI DI ROMA: 303

GRECIA: Senofonte, con portar l’armi greche nelle viscere della Persia, è ‘l primo a sapere con qualche certezza le cose persiane (XLI) ANNI DEL MONDO: 3583 ANNI DI ROMA: 333

ROMANI: Legge Pubilia (XLII) ANNI DEL MONDO: 3658 ANNI DI ROMA: 416

GRECI: Alessandro Magno rovescia nella Macedonia la monarchia persiana; ed Aristotile, che vi si porta in persona, osserva ch’i greci innanzi avevano detto favole delle cose dell’Oriente ANNI DEL MONDO: 3660

ROMANI: Legge Petelia (XLIII). ANNI DEL MONDO: 3661 ANNI DI ROMA: 419

ROMANI: Guerra di Taranto, ove s’incomincian a conoscer tra loro i latini co’ greci (XLIV) ANNI DEL MONDO: 3708 ANNI DI ROMA: 489

ROMANI: Guerra cartaginese seconda, da cui incomincia la storia certa romana a Livio, il qual pur professa non saperne tre massime circostanze (XLV) ANNI DEL MONDO: 3849 ANNI DI ROMA: 552

LIBRO PRIMO

DELLO STABILIMENTO DE’ PRINCÌPI.

ANNOTAZIONI ALLA TAVOLA CRONOLOGICA NELLE QUALI SI FA L’APPARECCHIO DELLE MATERIE.

I

[Tavola cronologica, descritta sopra le tre epoche de’ tempi degli egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età: degli dèi, degli eroi e degli uomini ]

Questa Tavola cronologica spone in comparsa il mondo delle nazioni antiche, il quale dal diluvio universale girasi dagli ebrei per gli caldei, sciti, fenici, egizi, greci e romani fin alla loro guerra seconda cartaginese. E vi compariscono uomini o fatti romorosissimi, determinati in certi tempi o in certi luoghi dalla comune de’ dotti, i quali uomini o fatti o non furono ne’ tempi o ne’ luoghi ne’ quali sono stati comunemente determinati, non furon affatto nel mondo; e da lunghe densissime tenebre, ove giaciuti erano seppelliti, v’escon uomini insigni e fatti rilevantissimi, da’ quali e co’ quali son avvenuti grandissimi momenti di cose umane. Lo che tutto si dimostra in queste Annotazioni, per dar ad intendere quanto l’umanità delle nazioni abbia incerti a sconci o difettuosi o vani i princìpi.

Di più, ella si propone tutta contraria al Canone cronico egiziaco, ebraico e greco di Giovanni Marshamo, ove vuol provare che gli egizi nella polizia e nella religione precedettero a tutte le nazioni del mondo, e che i di loro riti sagri ed ordinamenti civili, trasportati ad altri popoli, con qualche emendazione si ricevettero dagli ebrei. Nella qual oppenione il seguitò lo Spencero nella dissertazione De Urim et Thummim, ove oppina che gl’israeliti avessero apparato dagli egizi tutta la scienza delle divine cose per mezzo della sagra Cabbala. Finalmente al Marshamo acclamò l’Ornio nell’Antichità della barbaresca filosofia, ove, nel libro intitolato Chaldaicus, scrive che Mosè, addottrinato nella scienza delle divine cose dagli egizi, l’avesse portate nelle sue leggi agli ebrei. Surse allo ‘ncontro Ermanno Witzio, nell’opera intitolata Ægyptiaca sive de ægyptiacorum sacrorum cum hebraicis collatione, e stima che ‘l primo autor gentile, che n’abbia dato le prime certe notizie degli egizi, egli sia stato Dion Cassio, il quale fiorì sotto Marco Antonino filosofo. Di che può essere confutato con gli Annali di Tacito, ove narra che Germanico, passato nell’Oriente, quindi portossi in Egitto per vedere l’antichità famose di Tebe, e quivi da un di quei sacerdoti si fece spiegare i geroglifici iscritti in alcune moli, il quale, vaneggiando, gli riferì che que’ caratteri conservavano le memorie della sterminata potenza ch’ebbe il loro re Ramse nell’Affrica, nell’Oriente e fino nell’Asia Minore, eguale alla potenza romana di quelli tempi, che fu grandissima: il qual luogo, perché gli era contrario, forse il Witzio si tacque.

Ma, certamente, cotanto sterminata antichità non fruttò molto di sapienza riposta agli egizi mediterranei. Imperciocché ne’ tempi di Clemente l’alessandrino, com’esso narra negli Stromati, andavano attorno i loro libri detti «sacerdotali» al numero di quarantadue, i quali in filosofia ed astronomia contenevano de’ grandissimi errori, de’ quali Cheremone, maestro di san Dionigi areopagita, sovente è messo in favola da Strabone; – le cose della medicina si truovano da Galeno ne’ libri de medicina mercuriali essere manifeste ciance e mere imposture; – la morale era dissoluta, la quale, nonché tollerate o lecite, faceva oneste le meretrici; – la teologia era piena di superstizioni, prestigi e stregonerie. E la magnificenza delle loro moli e piramidi poté ben esser parto della barbarie, la quale si comporta col grande: però la scoltura e la fonderia egiziaca s’accusano ancor oggi essere state rozzissime. Perché la dilicatezza è frutto delle filosofie; onde la Grecia, che fu la nazion de’ filosofi, sola sfolgorò di tutte le belle arti ch’abbia giammai truovato l’ingegno umano: pittura, scoltura, fonderia, arte d’intagliare, le quali sono dilicatissime, perché debbon astrarre le superficie da’ corpi ch’imitano.

Innalzò alle stelle cotal antica sapienza degli egizi la fondatavi sul mare da Alessandro Magno Alessandria, la qual, unendo l’acutezza affricana con la dilicatezza greca, vi produsse chiarissimi filosofi in divinità, per li quali ella pervenne in tanto splendore d’alto divin sapere che ‘l Museo alessandrino funne poi celebrato quanto unitamente erano stat’innanzi l’Accademia, il Liceo, la Stoa e ‘l Cinosargi in Atene; e funne detta «la madre delle scienze» Alessandria e, per cotanta eccellenza, fu appellata da’ greci Pólis come Aùstu Atene, «Urbs» Roma. Quindi provenne Maneto, o sia Manetone, sommo pontefice egizio, il quale trasportò tutta la storia egiziaca ad una sublime teologia naturale, appunto come i greci filosofi avevano fatto innanzi delle lor favole, quali qui truoverassi esser state le lor antichissime storie; onde s’intenda lo stesso esser avvenuto delle favole greche che de’ geroglifici egizi.

Con tanto fasto d’alto sapere, la nazione, di sua natura boriosa (che ne furono motteggiati «gloriæ animalia»), in una città ch’era un grand’emporio del Mediterraneo e, per lo Mar Rosso, dell’Oceano e dell’Indie (tra gli cui costumi vituperevoli da Tacito, in un luogo d’oro, si narra questo: «novarum religionum avida»), tra per la pregiudicata oppenione della loro sformata antichità, la quale vanamente vantavano sopra tutte l’altre nazioni del mondo, e quindi d’aver signoreggiato anticamente ad una gran parte del mondo; e perché non sapevano la guisa come tra gentili, senza ch’i popoli sapessero nulla gli uni degli altri, divisamente nacquero idee uniformi degli dèi e degli eroi (lo che dentro appieno sarà dimostro), tutte le false divinitadi, ch’essi dalle nazioni che vi concorrevano per gli marittimi traffichi udivano essere sparse per lo resto del mondo, credettero esser uscite dal lor Egitto, e che ‘l loro Giove Ammone fusse lo più antico di tutti (de’ quali ogni nazione gentile n’ebbe uno), e che gli Ercoli di tutte l’altre nazioni (de’ quali Varrone giunse a noverare quaranta) avessero preso il nome dal lor Ercole egizio, come l’uno e l’altro ci vien narrato da Tacito. E, con tutto ciò che Diodoro sicolo, il quale visse a’ tempi d’Augusto, gli adorni di troppo vantaggiosi giudizi, non dà agli egizi maggior antichità che di duemila anni; e i di lui giudizi sono rovesciati da Giacomo Cappello nella sua Storia sagra ed egiziaca, che gli stima tali quali Senofonte aveva innanzi attaccati a Ciro e (noi aggiugniamo) Platone sovente finge de’ persiani. Tutto ciò, finalmente, d’intorno alla vanità dell’altissima antica sapienza egiziaca si conferma con l’impostura del Pimandro smaltito per dottrina ermetica, il quale si scuopre dal Casaubuono non contenere dottrina più antica di quella de’ platonici spiegata con la medesima frase, nel rimanente giudicata dal Salmasio per una disordinata e mal composta raccolta di cose.

Fece agli egizi la falsa oppenione di cotanta lor antichità questa propietà della mente umana – d’esser indiffinita, – per la quale, delle cose che non sa, ella sovente crede sformatamente più di quello che son in fatti esse cose. Perciò gli egizi furon in ciò somiglianti a’ chinesi, i quali crebbero in tanto gran nazione chiusi a tutte le nazioni straniere, come gli egizi lo erano stati fino a Psammetico e gli sciti fin ad Idantura, da’ quali è volgar tradizione che furono vinti gli egizi in pregio d’antichità. La qual volgar tradizione è necessario ch’avesse avuto indi motivo onde incomincia la storia universale profana, la qual, appresso Giustino, come antiprincìpi propone innanzi alla monarchia degli assiri due potentissimi re, Tanai scita e Sesostride egizio, i quali finor han fatto comparire il mondo molto più antico di quel ch’è in fatti; e che per l’Oriente prima Tanai fusse ito con un grandissimo esercito a soggiogare l’Egitto, il qual è per natura difficilissimo a penetrarsi con l’armi, e che poi Sesostride con altrettante forze si fusse portato a soggiogare la Scizia, la qual visse sconosciuta ad essi persiani (ch’avevano stesa la loro monarchia sopra quella de’ medi, suoi confinanti) fin a’ tempi di Dario detto «maggiore», il qual intimò al di lei re Idantura la guerra; il qual si truova cotanto barbaro a’ tempi dell’umanissima Persia, che gli risponde con cinque parole reali di cinque corpi, che non seppe nemmeno scrivere per geroglifici. E questi due potentissimi re attraversano con due grandissimi eserciti l’Asia, e non la fanno provincia o di Scizia o d’Egitto, e la lasciano in tanta libertà ch’ivi poi surse la prima monarchia delle quattro più famose del mondo, che fu quella d’Assiria!

Perciò, forse, in cotal contesa d’antichità non mancarono d’entrar in mezzo i caldei, pur nazione mediterranea e, come dimostreremo, più antica dell’altre due, i quali vanamente vantavano di conservare le osservazioni astronomiche di ben ventiottomila anni: che forse diede il motivo a Flavio Giuseppe ebreo di credere con errore l’osservazioni avantidiluviane descritte nelle due colonne, una di marmo ed un’altra di mattoni, innalzate incontro a’ due diluvi, e d’aver esso veduta nella Siria quella di marmo. Tanto importava alle nazioni antiche di conservare le memorie astronomiche, il qual senso fu morto affatto tralle nazioni che loro vennero appresso! Onde tal colonna è da riporsi nel museo della credulità.

Ma così i chinesi si sono trovati scriver per geroglifici, come anticamente gli egizi e, più degli egizi, gli sciti, i quali nemmeno gli sapevano scrivere. E, non avendo per molte migliaia d’anni avuto commerzio con altre nazioni dalle quali potesser esser informati della vera antichità del mondo, com’uomo, che dormendo sia chiuso in un’oscura picciolissima stanza, nell’orror delle tenebre la crede certamente molto maggiore di quello che con mani la toccherà; così, nel buio della loro cronologia, han fatto i chinesi e gli egizi e, con entrambi, i caldei. Pure, benché il padre Michel di Ruggiero, gesuita, affermi d’aver esso letti libri stampati innanzi la venuta di Gesù Cristo; e benché il padre Martini, pur gesuita, nella sua Storia chinese narri una grandissima antichità di Confucio, la qual ha indotti molti nell’ateismo, al riferire di Martino Scoockio in Demonstratione Diluvii universalis, onde Isacco Pereyro, autore della Storia preadamitica, forse perciò abbandonò la fede catolica, e quindi scrisse che ‘l diluvio si sparse sopra la terra de’ soli ebrei: però Niccolò Trigaulzio, meglio del Ruggieri e del Martini informato, nella sua Christiana expeditione apud Sinas scrive la stampa appo i chinesi essersi truovata non più che da due secoli innanzi degli europei, e Confucio aver fiorito non più che cinquecento anni innanzi di Gesù Cristo. E la filosofia confuciana, conforme a’ libri sacerdotali egiziaci, nelle poche cose naturali ella è rozza e goffa, e quasi tutta si rivolge ad una volgar morale, o sia moral comandata a que’ popoli con le leggi.

Da sì fatto ragionamento d’intorno alla vana oppenione ch’avevano della lor antichità queste gentili nazioni, e sopra tutte gli egizi, doveva cominciare tutto lo scibile gentilesco, tra per sapere con iscienza quest’importante principio: – dove e quando egli ebbe i suoi primi incominciamenti nel mondo, – e per assistere con ragioni anco umane a tutto il credibile cristiano, il quale tutto incomincia da ciò: che ‘l primo popolo del mondo fu egli l’ebreo, di cui fu principe Adamo, il quale fu criato dal vero Dio con la criazione del mondo. E che la prima scienza da doversi apparare sia la mitologia, ovvero l’interpetrazion delle favole (perché, come si vedrà, tutte le storie gentilesche hanno favolosi i princìpi), e che le favole furono le prime storie delle nazioni gentili. E con sì fatto metodo rinvenire i princìpi come delle nazioni così delle scienze, le quali da esse nazioni son uscite e non altrimente: come per tutta quest’opera sarà dimostro ch’alle pubbliche necessità o utilità de’ popoli elleno hanno avuto i lor incominciamenti, e poi, con applicarvi la riflessione acuti particolari uomini, si sono perfezionate. E quindi cominciar debbe la storia universale, che tutti i dotti dicono mancare ne’ suoi princìpi.

E, per ciò fare, l’antichità degli egizi in ciò grandemente ci gioverà, che ne serbarono due grandi rottami non meno maravigliosi delle loro piramidi, che sono queste due grandi verità filologiche. Delle quali una è narrata da Erodoto: ch’essi tutto il tempo del mondo ch’era corso loro dinanzi riducevano a tre età: la prima degli dèi, la seconda degli eroi e la terza degli uomini. L’altra è che, con corrispondente numero ed ordine, per tutto tal tempo si erano parlate tre lingue: la prima geroglifica ovvero per caratteri sagri, la seconda simbolica o per caratteri eroici, la terza pistolare o per caratteri convenuti da’ popoli, al riferire dello Scheffero, De philosophia italica. La qual divisione de’ tempi egli è necessario che Marco Terenzio Varrone – perch’egli, per la sua sterminata erudizione, meritò l’elogio con cui fu detto il «dottissimo de’ romani» ne’ tempi loro più illuminati, che furon quelli di Cicerone – dobbiam dire, non già ch’egli non seppe seguire, ma che non volle; perché, forse, intese della romana ciò che, per questi princìpi, si truoverà vero di tutte le nazioni antiche, cioè che tutte le divine ed umane cose romane erano native del Lazio: onde si studiò dar loro tutte latine origini nella sua gran opera Rerum divinarum et humanarum, della quale l’ingiuria del tempo ci ha privi (tanto Varrone credette alla favola della legge delle XII Tavole venuta da Atene in Roma!), e divise tutti i tempi del mondo in tre, cioè: tempo oscuro, ch’è l’età degli dèi; quindi tempo favoloso, ch’è l’età degli eroi; e finalmente tempo istorico, ch’è l’età degli uomini che dicevano gli egizi.

Oltracciò, l’antichità degli egizi gioveracci con due boriose memorie, di quella boria delle nazioni, le quali osserva Diodoro sicolo che, o barbare o umane si fussero, ciascheduna si è tenuta la più antica di tutte e serbare le sue memorie fin dal principio del mondo; lo che vedremo essere stato privilegio de’ soli ebrei. Delle quali due boriose memorie una osservammo esser quella che ‘l loro Giove Ammone era il più vecchio di tutti gli altri del mondo, l’altra che tutti gli altri Ercoli dell’altre nazioni avevano preso il nome dal loro Ercole egizio: cioè ch’appo tutte prima corse l’età degli dèi, re de’ quali appo tutte fu creduto esser Giove; e poscia l’età degli eroi, che si tenevano esser figliuoli degli dèi, il massimo de’ quali fu creduto esser Ercole.

II

[Ebrei ]

S’innalza la prima colonna agli ebrei, i quali, per gravissime autorità di Flavio Giuseppe ebreo e di Lattanzio Firmiano ch’appresso s’arrecheranno, vissero sconosciuti a tutte le nazioni gentili. E pur essi contavano giusta la ragione de’ tempi corsi del mondo, oggi dagli più severi critici ricevuta per vera, secondo il calcolo di Filone giudeo; la qual se varia da quel d’Eusebio, il divario non è che di mille e cinquecento anni, ch’è brievissimo spazio di tempo a petto di quanto l’alterarono i caldei, gli sciti, gli egizi e, fin al dì d’oggi, i chinesi. Che dev’esser un invitto argomento che gli ebrei furono il primo popolo del nostro mondo ed hanno serbato con verità le loro memorie nella storia sagra fin dal principio del mondo.

III

[Caldei ]

Si pianta la seconda colonna a’ caldei, tra perché in geografia si mostra in Assiria essere stata la monarchia più mediterranea di tutto il mondo abitabile, e perché in quest’opera si dimostra che si popolarono prima le nazioni mediterranee, dappoi le marittime. E certamente i caldei furono i primi sappienti della gentilità, il principe de’ quali dalla comune de’ filologi è ricevuto Zoroaste caldeo. E senza veruno scrupolo la storia universale prende principio dalla monarchia degli assiri, la quale aveva dovuto incominciar a formarsi dalla gente caldea; dalla quale, cresciuta in un grandissimo corpo, dovette passare nella nazion degli assiri sotto di Nino, il quale vi dovette fondare tal monarchia, non già con gente menata colà da fuori, ma nata dentro essa Caldea medesima, con la qual egli spense il nome caldeo e vi produsse l’assirio: che dovetter esser i plebei di quella nazione, con le forze de’ quali Nino vi surse monarca, come in quest’opera tal civile costume di quasi tutte, come si ha certamente della romana, vien dimostrato. Ed essa storia pur ci racconta che fu Zoroaste ucciso da Nino; lo che truoveremo esser stato detto, con lingua eroica, in senso che ‘l regno, il qual era stato aristocratico de’ caldei (de’ quali era stato carattere eroico Zoroaste), fu rovesciato per mezzo della libertà popolare da’ plebei di tal gente, i quali ne’ tempi eroici si vedranno essere stati altra nazione da’ nobili, e che col favore di tal nazione Nino vi si fusse stabilito monarca. Altrimente, se non istanno così queste cose, n’uscirebbe questo mostro di cronologia nella storia assiriaca; che nella vita d’un sol uomo, di Zoroaste, da vagabondi eslegi si fusse la Caldea portata a tanta grandezza d’imperio che Nino vi fondò una grandissima monarchia. Senza i quali princìpi, avendoci Nino dato il primo incominciamento della storia universale, ci ha fatto finor sembrare la monarchia dell’Assiria, come una ranocchia in una pioggia d’està, esser nata tutta ad un tratto.

IV

[Sciti ]

Si fonda la terza colonna agli sciti, i quali vinsero gli egizi in contesa d’antichità, come testé l’hacci narrato una tradizione volgare.

V

[Fenici ]

La quarta colonna si stabilisce a’ fenici innanzi degli egizi, ai quali i fenici, da’ caldei, portarono la pratica del quadrante e la scienza dell’elevazione del polo, di che è volgare tradizione; e appresso dimostraremo che portarono anco i volgari caratteri.

VI

[Egizi ]

Per tutte le cose sopra qui ragionate, quelli egizi che nel suo Canone vuol il Marshamo essere stati gli più antichi di tutte le nazioni, meritano il quinto luogo su questa Tavola cronologica.

VII

[Zoroaste, o regno de’ caldei. – Anni del mondo 1756 ]

Zoroaste si truova in quest’opera essere stato un carattere poetico di fondatori di popoli in Oriente, onde se ne truovano tanti sparsi per quella gran parte del mondo quanti sono gli Ercoli per l’altra opposta dell’Occidente; e forse gli Ercoli, i quali con l’aspetto degli occidentali osservò Varrone anco in Asia (come il tirio, il fenicio), dovettero agli orientali essere Zoroasti. Ma la boria de’ dotti, i quali ciò ch’essi sanno vogliono che sia antico quanto ch’è il mondo, ne ha fatto un uomo particolare ricolmo d’altissima sapienza riposta e gli ha attaccato gli oracoli della filosofia, i quali non ismaltiscono altro che per vecchia una troppo nuova dottrina, ch’è quella de’ pittagorici e de’ platonici. Ma tal boria de’ dotti non si fermò qui, ché gonfiò più col fingerne anco la succession delle scuole per le nazioni: che Zoroaste addottrinò Beroso, per la Caldea; Beroso, Mercurio Trimegisto, per l’Egitto; Mercurio Trimegisto, Atlante, per l’Etiopia; Atlante, Orfeo, per la Tracia; e che, finalmente, Orfeo fermò la sua scuola in Grecia. Ma quindi a poco si vedrà quanto furono facili questi lunghi viaggi per le prime nazioni, le quali, per la loro fresca selvaggia origine, dappertutto vivevano sconosciute alle loro medesime confinanti, e non si conobbero tra loro che con l’occasion delle guerre o per cagione de’ traffichi.

Ma de’ caldei gli stessi filologi, sbalorditi dalle varie volgari tradizioni che ne hanno essi raccolte, non sanno s’eglino fussero stati particolari uomini o intiere famiglie o tutto un popolo o nazione. Le quali dubbiezze tutte si solveranno con questi princìpi: che prima furono particolari uomini, dipoi intiere famiglie, appresso tutto un popolo e finalmente una gran nazione, sulla quale si fondò la monarchia dell’Assiria; e ‘l lor sapere fu prima in volgare divinità (con la qual indovinavano l’avvenire dal tragitto delle stelle cadenti la notte) e poi in astrologia giudiziaria, com’a’ latini l’astrologo giudiziario restò detto «chaldæus».

VIII

[Giapeto, dal quale provvengon i giganti – Anni del mondo 1856 ]

I quali, con istorie fisiche truovate dentro le greche favole, e pruove come fisiche così morali tratte da dentro l’istorie civili, si dimostreranno essere stati in natura appo tutte le prime nazioni gentili.

IX

[Nebrod, o confusione delle lingue. – Anni del mondo 1856 ]

La quale avvenne in una maniera miracolosa, onde all’istante si formarono tante favelle diverse. Per la qual confusione di lingue vogliono i Padri che si venne tratto tratto a perdere la purità della lingua santa avantidiluviana. Lo che si deve intendere delle lingue de’ popoli d’Oriente, tra’ quali Sem propagò il gener umano. Ma delle nazioni di tutto il restante mondo altrimente dovette andar la bisogna. Perocché le razze di Cam e Giafet dovettero disperdersi per la gran selva di questa terra con un error ferino di dugento anni; e così, raminghi e soli, dovettero produrre i figliuoli, con una ferina educazione, nudi d’ogni umano costume e privi d’ogni umana favella, e sì in uno stato di bruti animali. E tanto tempo appunto vi bisognò correre, che la terra, disseccata dall’umidore dell’universale diluvio, potesse mandar in aria delle esalazioni secche a potervisi ingenerare de’ fulmini, da’ quali gli uomini storditi e spaventati si abbandonassero alle false religioni di tanti Giovi, che Varrone giunse a noverarne quaranta e gli egizi dicevano il loro Giove Ammone essere lo più antico di tutti. E si diedero ad una spezie di divinazione d’indovinar l’avvenire da’ tuoni e da’ fulmini e da’ voli dell’aquile, che credevano essere uccelli di Giove. Ma appo gli orientali nacque una spezie di divinazione più dilicata dall’osservare i moti de’ pianeti e gli aspetti degli astri: onde il primo sapiente della gentilità si celebra Zoroaste, che ‘l Bocarto vuol detto «contemplatore degli astri». E, siccome tra gli orientali nacque la prima volgar sapienza, così tra essi surse la prima monarchia, che fu quella d’Assiria.

Per sì fatto ragionamento vengono a rovinare tutti gli etimologi ultimi, che vogliono rapportare tutte le lingue del mondo all’origini dell’orientali; quando tutte le nazioni provenute da Cam e Giafet si fondarono prima le lingue natie dentro terra, e poi, calate al mare, cominciarono a praticar co’ fenici, che furono celebri ne’ lidi del Mediterraneo e dell’Oceano per la navigazione e per le colonie. Come nella Scienza nuova la prima volta stampata l’abbiam dimostro nelle origini della lingua latina, e, ad esempio della latina, doversi lo stesso intendere dell’altre tutte.

X

[Un de’ quali [giganti], Prometeo, ruba il fuoco dal sole. – Anni del mondo 1856 ]

Da questa favola si scorge il Cielo avere regnato in terra, quando fu creduto tant’alto quanto le cime de’ monti, come ve n’ha la volgare tradizione, che narra anco aver lasciato de’ molti e grandi benefizi al gener umano.

XI

[Deucalione ]

Al cui tempo Temi, o sia la giustizia divina, aveva un templo sopra il monte Parnaso; e ch’ella giudicava in terra le cose degli uomini.

XII

[Mercurio Trimegisto il vecchio, ovvero età degli dèi d’Egitto ]

Questo è ‘l Mercurio, ch’al riferire di Cicerone, De natura deorum, fu dagli egizi detto «Theut» (dal quale a’ greci fusse provenuto theós), il quale truovò le lettere e le leggi agli egizi, e questi (per lo Marshamo) l’avesser insegnate all’altre nazioni del mondo. Però i greci non iscrissero le loro leggi co’ geroglifici, ma con le lettere volgari, che finora si è oppinato aver loro portato Cadmo dalla Fenicia, delle quali, come vedrassi, non si servirono per settecento anni e più appresso. Dentro il qual tempo venne Omero, che in niuno de’ suoi poemi nomina nómos (ch’osservò il Feizio nell’Omeriche antichità), e lasciò i suoi poemi alla memoria de’ suoi rapsòdi, perché al di lui tempo le lettere volgari non si erano ancor truovate, come risolutamente Flavio Giuseffo ebreo il sostiene contro Appione, greco gramatico. E pure, dopo Omero, le lettere greche uscirono tanto diverse dalle fenicie.

Ma queste sono minori difficultà a petto di quelle: come le nazioni, senza le leggi, possano truovarsi di già fondate? e come dentro esso Egitto, innanzi di tal Mercurio, si erano già fondate le dinastie? Quasi fussero d’essenza delle leggi le lettere, e sì non fussero leggi quelle di Sparta, ove per legge d’esso Ligurgo erano proibiti saper di lettera! Quasi non vi avesse potuto essere quest’ordine in natura civile: – di concepire a voce le leggi e pur a voce di pubblicarle, – e non si truovassero di fatto appo Omero due sorte d’adunanze: una detta bulé segreta, dove si adunavano gli eroi per consultar a voce le leggi; ed un’altra detta agorá, pubblica, nella quale pur a voce le pubblicavano! Quasi, finalmente, la provvedenza non avesse provveduto a questa umana necessità: che, per la mancanza delle lettere, tutte le nazioni nella loro barbarie si fondassero prima con le consuetudini e, ingentilite, poi si governassero con le leggi! Siccome nella barbarie ricorsa i primi diritti delle nazioni novelle d’Europa sono nati con le consuetudini, delle quali tutte le più antiche son le feudali; lo che si dee ricordare per ciò ch’appresso diremo: ch’i feudi sono state le prime sorgive di tutti i diritti che vennero appresso appo tutte le nazioni così antiche come moderne, e quindi il diritto natural delle genti, non già con leggi, ma con essi costumi umani essersi stabilito.

Ora, per ciò ch’attiensi a questo gran momento della cristiana religione: – che Mosè non abbia apparato dagli egizi la sublime teologia degli ebrei, – sembra fortemente ostare la cronologia, la qual alloga Mosè dopo di questo Mercurio Trimegisto. Ma tal difficultà, oltre alle ragioni con le quali sopra si è combattuta, ella si vince affatto per questi princìpi, fermati in un luogo veramente d’oro di Giamblico, De mysteriis ægyptiorum, dove dice che gli egizi tutti i loro ritruovati necessari o utili alla vita umana civile riferivano a questo loro Mercurio; talché egli dee essere stato, non un particolare uomo ricco di sapienza riposta che fu poi consagrato dio, ma un carattere poetico de’ primi uomini dell’Egitto sappienti di sapienza volgare, che vi fondarono prima le famiglie e poi i popoli che finalmente composero quella gran nazione. E per questo stesso luogo arrecato testé di Giamblico, perché gli egizi costino con la loro divisione delle tre età degli dèi, degli eroi e degli uomini, e questo Trimegisto fu loro dio, perciò nella vita di tal Mercurio dee correre tutta l’età degli dèi degli egizi.

XIII

[Età dell’oro, ovvero età degli dèi di Grecia ]

Una delle cui particolarità la storia favolosa ci narra: che gli dèi praticavano in terra con gli uomini. E, per dar certezza a’ princìpi della cronologia, meditiamo in quest’opera una teogonia naturale, o sia generazione degli dèi, fatta naturalmente nelle fantasie de’ greci a certe occasioni di umane necessità o utilità, ch’avvertirono essere state loro soccorse o somministrate ne’ tempi del primo mondo fanciullo, sorpreso da spaventosissime religioni: che tutto ciò che gli uomini o vedevano o immaginavano o anco essi stessi facevano, apprendevano essere divinità. E, de’ famosi dodici dèi delle genti che furon dette «maggiori», o sieno dèi consagrati dagli uomini nel tempo delle famiglie, faccendo dodici minute epoche, con una cronologia ragionata della storia poetica si determina all’età degli dèi la durata di novecento anni; onde si danno i princìpi alla storia universale profana.

XIV

[Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote di Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti. – Anni del mondo 2082 ]

Da quest’Elleno i greci natii si disser «elleni»; ma i greci d’Italia si dissero «graii»; e la loro terra Graikía, onde «græci» vennero detti a’ latini. Tanto i greci d’Italia seppero il nome della nazion greca principe, che fu quella oltramare, ond’essi erano venuti colonie in Italia! Perché tal voce Graikía non si truova appresso greco scrittore, come osserva Giovanni Palmerio nella Descrizion della Grecia.

XV

[Cecrope egizio mena dodici colonie nell’Attica, delle quali poi Teseo compose Atene ]

Ma Strabone stima che l’Attica, per l’asprezza delle sue terre, non poteva invitare stranieri che vi venissero ad abitare, per pruovare che ‘l dialetto attico è de’ primi tra gli altri natii di Grecia.

XVI

[Cadmo fenice fonda Tebe in Beozia, ed introduce in Grecia le lettere volgari. – Anni del mondo 2448 ]

E vi porrò le lettere fenicie: onde Beozia, fin dalla sua fondazione letterata, doveva essere la più ingegnosa di tutte l’altre nazioni di Grecia; ma produsse uomini di menti tanto balorde che passò in proverbio «beoto» per uomo d’ottuso ingegno.

XVII

[Saturno, ovvero l’età degli dèi del Lazio. – Anni del mondo 2491 ]

Questa è l’età degli dèi che comincia alle nazioni del Lazio, corrispondente nelle propietà all’età dell’oro de’ greci, a’ quali il primo oro si ritruoverà per la nostra mitologia essere stato il frumento, con le cui raccolte per lunghi secoli le prime nazioni numerarono gli anni. E Saturno da’ latini fu detto a «satis», da’ seminati, e si dice Chrónos da’ greci, appo i quali chrónos è il tempo, da cui vien detta essa «cronologia».

XVIII

[Mercurio Trimegisto il giovine, o età degli eroi d’Egitto. Anni del mondo 2553 ]

Questo Mercurio il giovine dev’essere carattere poetico dell’età degli eroi degli egizi. La qual a’ greci non succedé che dopo novecento anni, per gli quali va a finire l’età degli dèi di Grecia; ma agli egizi corre per un padre, figlio e nipote. A tal anacronismo nella storia egiziaca osservammo uno somigliante nella storia assiriaca nella persona di Zoroaste.

XIX

[Danao egizio caccia gl’Inachidi dal regno d’Argo. Anni del mondo 2553 ]

Queste successioni reali sono gran canoni di cronologia: come Danao occupa il regno d’Argo, signoreggiato innanzi da nove re della casa d’Inaco, per gli quali dovevano correre trecento anni (per la regola de’ cronologi), come presso a cinquecento per gli quattordici re latini che regnarono in Alba.

Ma Tucidide dice che ne’ tempi eroici gli re si cacciavano tutto giorno di sedia l’un l’altro; come Amulio caccia Numitore dal regno d’Alba, e Romolo ne caccia Amulio e rimettevi Numitore. Lo che avveniva tra per la ferocia de’ tempi, e perch’erano smurate l’eroiche città, né eran in uso ancor le fortezze, come dentro si rincontra de’ tempi barbari ritornati.

XX

[Eraclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l’età degli eroi. – Cureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, che vi fanno regni di sacerdoti. – Anni del mondo 2682 ]

Questi due grandi rottami d’antichità si osservano da Dionigi Petavio gittati dentro la greca storia avanti il tempo eroico de’ greci. E sono sparsi per tutta Grecia gli Eraclidi, o sieno i figliuoli d’Ercole, più di cento anni innanzi di provenirvi Ercole loro padre, il quale, per propagarli in tanta generazione, doveva esser nato molti secoli prima.

XXI

[Didone da Tiro va a fondar Cartagine ]

La quale noi poniamo nel fine del tempo eroico de’ fenici, e sì, cacciata da Tiro perché vinta in contesa eroica, com’ella il professa d’esserne uscita per l’odio del suo cognato. Tal moltitudine d’uomini tirii con frase eroica fu detta «femmina», perché di deboli e vinti.

XXII

[Orfeo, e con essolui l’età de’ poeti teologi ]

Quest’Orfeo, che riduce le fiere di Grecia all’umanità, si truova esser un vasto covile di mille mostri. Viene da Tracia, patria di fieri Marti, non d’umani filosofi, perché furono, per tutto il tempo appresso, cotanto barbari ch’Androzione filosofo tolse Orfeo dal numero de’ sappienti solamente per ciò che fusse nato egli in Tracia. E, ne’ di lei princìpi, ne uscì tanto dotto di greca lingua che vi compose in versi di maravigliosissima poesia, con la quale addimestica i barbari per gli orecchi; i quali, composti già in nazioni, non furono ritenuti dagli occhi di non dar fuoco alle città piene di maraviglie. E truova i greci ancor fiere bestie; a’ quali Deucalione, da un mille anni innanzi, aveva insegnato la pietà col riverire e temere la giustizia divina, col cui timore, innanzi al di lei templo posto sopra il monte Parnaso (che fu poi la stanza delle muse e d’Apollo, che sono lo dio e l’arti dell’umanità), insieme con Pirra sua moglie, entrambi co’ capi velati (cioè col pudore del concubito umano, volendo significare col matrimonio), le pietre ch’erano loro dinanzi i piedi (cioè gli stupidi della vita innanzi ferina), gittandole dietro le spalle, fanno divenir uomini (cioè con l’ordine della disciplina iconomica, nello stato delle famiglie); – Elleno, da settecento anni innanzi, aveva associati con la lingua e v’aveva sparso per tre suoi figliuoli tre dialetti; – la casa d’Inaco dimostrava esservi da trecento anni innanzi fondati i regni e scorrervi le successioni reali. Viene finalmente Orfeo ad insegnarvi l’umanità; e, da un tempo che la truova tanto selvaggia, porta la Grecia a tanto lustro di nazione ch’esso è compagno di Giasone nell’impresa navale del vello d’oro (quando la navale e la nautica sono gli ultimi ritruovati de’ popoli), e vi s’accompagna con Castore e Polluce, fratelli d’Elena, per cui fu fatta la tanto romorosa guerra di Troia. E, nella vita d’un sol uomo, tante civili cose fatte, alle quali appena basta la scorsa di ben mill’anni! Tal mostro di cronologia sulla storia greca nella persona d’Orfeo è somigliante agli altri due osservati sopra: uno sulla storia assiriaca nella persona di Zoroaste, ed un altro sull’egiziaca in quelle de’ due Mercuri. Per tutto ciò, forse, Cicerone, De natura deorum, sospettò ch’un tal Orfeo non fusse giammai stato nel mondo.

A queste grandissime difficultà cronologiche s’aggiungono non minori altre morali e politiche: che Orfeo fonda l’umanità della Grecia sopra esempli d’un Giove adultero, d’una Giunione nimica a morte della virtù degli Ercoli, d’una casta Diana che solecita gli addormentati Endimioni di notte, d’un Apollo che risponde oracoli ed infesta fin alla morte le pudiche donzelle Dafni, d’un Marte che, come non bastasse agli dèi di commettere adultèri in terra, gli trasporta fin dentro il mare con Venere. Né tale sfrenata libidine degli dèi si contenta de’ vietati concubiti con le donne: arde Giove di nefandi amori per Ganimede; né pur qui si ferma: eccede finalmente alla bestiale, e Giove, trasformato in cigno, giace con Leda: la qual libidine, esercitata negli uomini e nelle bestie, fece assolutamente l’infame nefas del mondo eslege. Tanti dèi e dèe nel cielo non contraggono matrimoni; ed uno ve n’ha, di Giove con Giunone, ed è sterile; né solamente sterile, ma anco pieno d’atroci risse; talché Giove appicca in aria la pudica gelosa moglie, ed esso partorisce Minerva dal capo; ed infine, se Saturno fa figliuoli, gli si divora. I quali esempli, e potenti esempli divini (contengansi pure cotali favole tutta la sapienza riposta, disiderata da Platone infino a’ nostri tempi da Bacone di Verulamio, De sapientia veterum), come suonano, dissolverebbero i popoli più costumati e gl’istigherebbero ad imbrutirsi in esse fiere d’Orfeo: tanto sono acconci e valevoli a ridurre gli uomini da bestie fiere all’umanità! Della qual riprensione è una particella quella che degli dèi della gentilità fa sant’Agostino nella Città di Dio, per questo motivo dell’Eunuco di Terenzio: che ‘l Cherea, scandalezzato da una dipintura di Giove ch’in pioggia d’oro si giace con Danae, prende quell’ardire, che non aveva avuto, di violare la schiava, della quale pur era impazzato d’un violentissimo amore.

Ma questi duri scogli di mitologia si schiveranno co’ princìpi di questa Scienza, la quale dimostrerà che tali favole, ne’ loro princìpi, furono tutte vere e severe e degne di fondatori di nazioni, e che poi, con lungo volger degli anni, da una parte oscurandosene i significati, e dall’altra col cangiar de’ costumi che da severi divennero dissoluti, perché gli uomini per consolarne le lor coscienze volevano peccare con l’autorità degli dèi, passarono ne’ laidi significati co’ quali sonoci pervenute. L’aspre tempeste cronologiche ci saranno rasserenate dalla discoverta de’ caratteri poetici, un de’ quali fu Orfeo, guardato per l’aspetto di poeta teologo, il quale con le favole, nel primo loro significato, fondò prima e poi raffermò l’umanità della Grecia. Il quale carattere spiccò più che mai nell’eroiche contese co’ plebei delle greche città; ond’in tal età si distinsero i poeti teologi, com’esso Orfeo, Lino, Museo, Anfione, il quale de’ sassi semoventi (de’ balordi plebei) innalzò le mura di Tebe, che Cadmo aveva da trecento anni innanzi fondata; appunto come Appio, nipote del decemviro, circa altrettanto tempo dalla fondazione di Roma, col cantar alla plebe la forza degli dèi negli auspìci, della quale avevano la scienza i patrizi, ferma lo stato eroico a’ romani. Dalle quali eroiche contese ebbe nome il secolo eroico.

XXIII

[Ercole, con cui è al colmo il tempo eroico di Grecia ]

Le stesse difficultà ricorrono in Ercole, preso per un uom vero, compagno di Giasone nella spedizione di Colco; quando egli non sia, come si truoverà, carattere eroico di fondatore di popoli per l’aspetto delle fatighe.

XXIV

[Sancuniate scrive storie in lettere volgari. – Anni del mondo 2800 ]

Detto anco Sancunazione, chiamato «lo storico della verità» (al riferire di Clemente alessandrino negli Stromati), il quale scrisse in caratteri volgari la storia fenicia, mentre gli egizi e gli sciti, come abbiam veduto, scrivevano per geroglifici, come si sono truovati scrivere fin al dì d’oggi i chinesi, i quali non meno degli sciti ed egizi vantano una mostruosa antichità, perché al buio del loro chiuso, non praticando con altre nazioni, non videro la vera luce de’ tempi. E Sancuniate scrisse in caratteri fenici volgari, mentre le lettere volgari non si erano ancor truovate tra’ greci, come sopra si è detto.

XXV

[Guerra troiana. – Anni del mondo 2820 ]

La quale, com’è narrata da Omero, avveduti critici giudicano non essersi fatta nel mondo; e i Ditti cretesi e i Dareti frigi, che la scrissero in prosa come storici del lor tempo, da’ medesimi critici sono mandati a conservarsi nella libraria dell’impostura.

XXVI

[Sesostride regna in Tebe. – Anni del mondo 2949 ]

Il quale ridusse sotto il suo imperio le tre altre dinastie dell’Egitto; che si truova esser il re Ramse che ‘l sacerdote egizio narra a Germanico appresso Tacito.

XXVII

[Colonie greche in Asia, in Sicilia, in Italia. Anni del mondo 2949 ]

Questa è una delle pochissime cose nelle quali non seguiamo l’autorità d’essa cronologia, forzati da una prepotente cagione. Onde poniamo le colonie de’ greci menate in Italia ed in Sicilia da cento anni dopo la guerra troiana, e sì da un trecento anni innanzi al tempo ove l’han poste i cronologi, cioè vicino a’ tempi ne’ quali i cronologi pongono gli errori degli eroi, come di Menelao, di Enea, d’Antenore, di Diomede e d’Ulisse. Né dee recare ciò maraviglia, quando essi variano di quattrocensessant’anni d’intorno al tempo d’Omero, ch’è ‘l più vicino autore a sì fatte cose de’ greci. Perché la magnificenza e dilicatezza di Siragosa a’ tempi delle guerre cartaginesi non avevano che invidiare a quelle d’Atene medesima; quando nell’isole più tardi che ne’ continenti s’introducono la morbidezza e lo splendor de’ costumi, e, ne’ di lui tempi, Cotrone fa compassione a Livio del suo poco numero d’abitatori, la quale aveva abitato innanzi più millioni.

XXVIII

[Giuochi olimpici, prima ordinati da Ercole, poi intermessi, e restituiti da Isifilo. – Anni del mondo 3223 ]

Perché si truova che da Ercole si noveravano gli anni con le raccolte; da Isifilo in poi, col corso del sole, per gli segni del zodiaco: onde da questi incomincia il tempo certo de’ greci.

XXIX

[Fondazione di Roma. – Anni di Roma 1 ]

Ma, qual sole le nebbie, così sgombra tutte le magnifiche oppenioni che finora si sono avute de’ princìpi di Roma, e di tutte l’altre città che sono state capitali di famosissime nazioni, un luogo d’oro di Varrone (appo sant’Agostino nella Città di Dio): ch’ella sotto gli re, che vi regnarono da dugencinquant’anni, manomise da più di venti popoli, e non distese più di venti miglia l’imperio.

XXX

[Omero, il quale venne in tempo che non si eran ancor truovate le lettere volgari, e ‘l quale non vidde l’Egitto. Anni del mondo 3290, di Roma 35 ]

Del qual primo lume di Grecia ci ha lasciato al buio la greca storia d’intorno alle principali sue parti, cioè geografia e cronologia, poiché non ci è giunto nulla di certo né della di lui patria né dell’età. Il quale nel terzo di questi libri si truoverà tutt’altro da quello ch’è stato finor creduto. Ma, qualunque egli sia stato, non vide certamente l’Egitto; il quale nell’Odissea narra che l’isola ov’è il faro or d’Alessandria fosse lontana da terraferma quanto una nave scarica, con rovaio in poppa, potesse veleggiar un intiero giorno. Né vide la Fenicia; ove narra l’isola di Calipso, detta Ogigia, esser tanto lontana che Mercurio dio, e dio alato, difficilissimamente vi giunse, come se da Grecia, dove sul monte Olimpo egli nell’Iliade canta starsi gli dèi, fusse la distanza che vi è dal nostro mondo in America. Talché, se i greci a’ tempi d’Omero avessero trafficato in Fenicia ed Egitto, egli n’arebbe perduto il credito a tutti e due i suoi poemi.

XXXI

[Psammetico apre l’Egitto a’ soli greci di Ionia e di Caria. Anni del mondo 3334 ]

Onde da Psammetico comincia Erodoto a raccontar cose più accertare degli egizi. E ciò conferma che Omero non vide l’Egitto; e le tante notizie, ch’egli narra e di Egitto e d’altri paesi del mondo, o sono cose e fatti dentro essa Grecia, come si dimostrerà nella Geografia poetica; o sono tradizioni, alterate col lungo tempo, de’ fenici, egizi, frigi, ch’avevano menate le loro colonie tra’ greci; o sono novelle de’ viaggiatori fenici, che da molto innanzi a’ tempi d’Omero mercantavano nelle marine di Grecia.

XXXII

[Esopo, moral filosofo volgare. – Anni del mondo 3334 ]

Nella Logica poetica si truoverà Esopo non essere stato un particolar uomo in natura, ma un genere fantastico, ovvero un carattere poetico de’ soci ovvero famoli degli eroi, i quali certamente furon innanzi a’ sette saggi di Grecia.

XXXIII

[Sette savi di Grecia; de’ quali uno, Solone, ordina la libertà popolare d’Atene; l’altro, Talete milesio, dà incominciamento alla filosofia con la fisica. – Anni del mondo 3406 ]

E cominciò da un principio troppo sciapito – dall’acqua, – forse perché aveva osservato con l’acqua crescer le zucche.

XXXIV

[Pittagora, di cui vivo dice Livio che nemmeno il nome poté sapersi in Roma. – Anni del mondo 3468, di Roma 225 ]

Ch’esso Livio pone a’ tempi di Servio Tullio (tanto ebbe per vero che Pittagora fosse stato maestro di Numa in divinità!); e ne’ medesimi tempi di Servio Tullio, che sono presso a dugento anni dopo di Numa, dice che ‘n quelli tempi barbari dell’Italia mediterranea fosse stato impossibile, nonché esso Pittagora, il di lui nome, per tanti popoli di lingue e costumi diversi, avesse potuto da Cotrone giugnere a Roma. Onde s’intenda quanto furono spediti e facili tanti lunghi viaggi d’esso Pittagora in Tracia dagli scolari d’Orfeo, da’ maghi nella Persia, da’ caldei in Babillonia, da’ ginnosofisti nell’India; quindi, nel ritorno, da’ sacerdoti in Egitto e, quanto è larga l’Affrica attraversando, dagli scolari d’Atlante nella Mauritania; e di là, rivalicando il mare, da’ druidi nella Gallia; ed indi fusse ritornato, ricco della sapienza barbaresca che dice l’Ornio, nella sua patria: da quelle barbare nazioni, alle quali, lunga età innanzi, Ercole tebano con uccider mostri e tiranni era andato per lo mondo disseminando l’umanità; ed alle quali medesime, lunga età dopo, essi greci vantavano d’averla insegnata, ma non con tanto profitto che pure non restassero barbare. Tanto ha di serioso e grave la succession delle scuole della filosofia barbaresca che dice l’Ornio, alquanto più sopra accennata, alla quale la boria de’ dotti ha cotanto applaudito!

Che hassi a dire se fa necessità qui l’autorità di Lattanzio, che risolutamente niega Pittagora essere stato discepolo d’Isaia? La qual autorità si rende gravissima per un luogo di Giuseffo ebreo nell’Antichità giudaiche, che pruova gli ebrei, a’ tempi di Omero e di Pittagora, aver vivuto sconosciuti ad esse vicine loro mediterranee, nonché all’oltramarine lontanissime nazioni. Perché a Tolomeo Filadelfo, che si maravigliava perché delle leggi mosaiche né poeta né storico alcuno avesse fatto veruna menzione giammai, Demetrio ebreo rispose essere stati puniti miracolosamente da Dio alcuni che attentato avevano di narrarle a’ gentili, come Teopompo che ne fu privato del senno, e Teodette che lo fu della vista. Quindi esso Giuseffo confessa generosamente questa lor oscurezza, e ne rende queste cagioni: «Noi – dic’egli – non abitiamo sulle marine, né ci dilettiamo di mercantare e per cagione di traffichi praticare con gli stranieri». Sul qual costume Lattanzio riflette essere stato ciò consiglio della provvedenza divina, acciocché coi commerzi gentileschi non si profanasse la religione del vero Dio; nel qual detto egli è Lattanzio seguito da Pier Cuneo, De republica hebræorum. Tutto ciò si ferma con una confession pubblica d’essi ebrei, i quali per la versione de’ Settanta facevan ogni anno un solenne digiuno nel dì otto di tebet, ovvero dicembre; perocché, quando ella uscì, tre giorni di tenebre furon per tutto il mondo, come sui libri rabbinici l’osservarono il Casaubuono nell’Esercitazioni sopra gli Annali del Baronio, il Buxtorfio nella Sinagoga giudaica e l’Ottingero nel Tesoro filologico. E perché i giudei grecanti, dett’«ellenisti», tra’ quali fu Aristea, detto capo di essa versione, le attribuivano una divina autorità, i giudei gerosolomitani gli odiavano mortalmente.

Ma per la natura di queste cose civili [è da reputare impossibile] che, per confini vietati anco dagli umanissimi egizi (i quali furono così inospitali a’ greci lunga età dopo ch’avevano aperto loro l’Egitto, ch’erano vietati d’usar pentola, schidone, coltello ed anco carne tagliata col coltello che fusse greco), per cammini aspri ed infesti, senza alcuna comunanza di lingue, tra gli ebrei, che solevano motteggiarsi da’ gentili ch’allo straniero assetato non additassero il fonte, i profeti avessero profanato la loro sagra dottrina a’ stranieri, uomini nuovi e ad essolor sconosciuti, la quale in tutte le nazioni del mondo i sacerdoti custodivano arcana al volgo delle loro medesime plebi, ond’ella ha avuto appo tutte il nome di «sagra», ch’è tanto dire quanto «segreta». E ne risulta una pruova più luminosa per la verità della cristiana religione: che Pittagora, che Platone, in forza di umana sublimissima scienza, si fussero alquanto alzati alla cognizione delle divine verità, delle quali gli ebrei erano stati addottrinati dal vero Dio; e, al contrario, ne nasce una grave confutazione dell’errore de’ mitologi ultimi, i quali credono che le favole sieno storie sagre, corrotte dalle nazioni gentili e sopra tutti da’ greci. E, benché gli egizi praticarono con gli ebrei nella loro cattività, però, per un costume comune de’ primi popoli, che qui dentro sarà dimostro, di tener i vinti per uomini senza dèi, eglino della religione e storia ebraica fecero anzi beffe che conto; i quali, come narra il sagro Genesi, sovente per ischerno domandavano agli ebrei perché lo Dio ch’essi adoravano non veniva a liberargli dalle lor mani.

XXXV

[Servio Tullio re. – Anni del mondo 3468, di Roma 225 ]

Il quale, con comun errore, è stato finor creduto d’aver ordinato in Roma il censo pianta della libertà popolare, il quale dentro si truoverà essere stato censo pianta di libertà signorile. Il qual errore va di concerto con quell’altro onde si è pur creduto finora che, ne’ tempi ne’ quali il debitor ammalato doveva comparire sull’asinello o dentro la carriuola innanzi al pretore, Tarquinio Prisco avesse ordinato l’insegne, le toghe, le divise e le sedie d’avolio (de’ denti di quelli elefanti che, perché i romani avevano veduto la prima volta in Lucania nella guerra con Pirro, dissero «boves lucas») e finalmente i cocchi d’oro da trionfare; nella quale splendida comparsa rifulse la romana maestà ne’ tempi della repubblica popolare più luminosa.

XXXVI

[Esiodo. – Anni del mondo 3500 ]

Per le pruove che si faranno d’intorno al tempo che fra i greci si truovò la scrittura volgare, poniamo Esiodo circa i tempi d’Erodoto e alquanto innanzi; il quale da’ cronologi con troppo risoluta franchezza si pone trent’anni innanzi d’Omero, della cui età variano quattrocensessant’anni gli autori. Oltreché, Porfirio (appresso Suida) e Velleo Patercolo voglion ch’Omero avesse di gran tempo preceduto ad Esiodo. E ‘l treppiedi ch’Esiodo consagrò in Elicona ad Apollo, con iscrittovi ch’esso aveva vinto Omero nel canto, quantunque il riconosca Varrone (appresso Aulo Gellio), egli è da conservarsi nel museo dell’impostura, perché fu una di quelle che fanno tuttavia a’ nostri tempi i falsatori delle medaglie per ritrarne con tal frode molto guadagno.

XXXVII

[Erodoto, Ippocrate. – Anni del mondo 3500 ]

Egli è Ippocrate posto da’ cronologi nel tempo de’ sette savi della Grecia. Ma, tra perché la di lui vita è troppo tinta di favole (ch’è raccontato figliuolo d’Eusculapio e nipote d’Apollo), e perch’è certo autore d’opere scritte in prosa con volgari caratteri, perciò egli è qui posto circa i tempi d’Erodoto, il qual egualmente e scrisse in prosa con volgari caratteri e tessé la sua storia quasi tutta di favole.

XXXVIII

[Idantura re di Scizia. – Anni del mondo 3530 ]

Il quale a Dario il maggiore, che gli aveva intimato la guerra, risponde con cinque parole reali (le quali, come dentro si mostrerà, i primi popoli dovettero usare prima che le vocali e, finalmente, le scritte); le quali parole reali furono una ranocchia, un topo, un uccello, un dente d’aratro ed un arco da saettare. Dentro, con tutta naturalezza e propietà se ne spiegheranno i significati; e c’incresce rapportare ciò che san Cirillo alessandrino riferisce del consiglio che Dario tenne su tal risposta, che da se stesso accusa le ridevoli interpetrazioni che le diedero i consiglieri. E questo è re di quelli sciti i quali vinsero gli egizi in contesa d’antichità, ch’a tali tempi sì bassi non sapevano nemmeno scrivere per geroglifici! Talché Idantura dovett’essere un degli re chinesi, che, fin a pochi secoli fa chiusi a tutto il rimanente del mondo, vantano vanamente un’antichità maggiore di quella del mondo e, ‘n tanta lunghezza di tempi, si sono truovati scrivere ancora per geroglifici, e, quantunque per la gran mollezza del cielo abbiano dilicatissimi ingegni, co’ quali fanno tanti a maraviglia dilicati lavori, però non sanno ancora dar l’ombre nella pittura, sopra le quali risaltar possano i lumi; onde, non avendo sporti né addentrati, la loro pittura è goffissima. E le statuette, ch’indi ci vengon di porcellana, gli ci accusano egualmente rozzi quanto lo furono gli egizi nella fonderia; ond’è da stimarsi che, come ora i chinesi, così furono rozzi gli egizi nella pittura.

Di questi sciti è quell’Anacarsi, autore degli oracoli scitici, come Zoroaste lo fu de’ caldaici; che dovettero dapprima esser oracoli d’indovini, che poi per la boria de’ dotti passarono in oracoli di filosofi. Se dagli iperborei della Scizia presente, o da altra nata anticamente dentro essa Grecia, sieno venuti a’ greci i due più famosi oracoli del gentilesimo, il delfico e ‘l dodoneo, come il credette Erodoto e, dopo lui, Pindaro e Ferenico, seguiti da Cicerone, De natura deorum, onde forse Anacarsi fu gridato famoso autore d’oracoli e fu noverato tra gli antichissimi dèi fatidici, si vedrà nella Geografia poetica. Vaglia, per ora intendere quanto la Scizia fusse stata dotta in sapienza riposta, che gli sciti ficcavano un coltello in terra e l’adoravan per dio, perché con quello giustificassero l’uccisioni ch’avevan essi da fare; dalla qual fiera religione uscirono le tante virtù morali e civili narrate da Diodoro sicolo, Giustino, Plinio, e innalzate con le lodi al cielo da Orazio. Laonde Abari, volendo ordinare la Scizia con le leggi di Grecia, funne ucciso da Cadvido, suo fratello. Tanto egli profittò nella filosofia barbaresca dell’Ornio, che non intese da sé le leggi valevoli di addimesticare una gente barbara ad un’umana civiltà, e dovette appararle da’ greci! Ch’è lo stesso, appunto, de’ greci in rapporto degli sciti, che poco fa abbiam detto de’ medesimi a riguardo degli egizi: che, per la vanità di dar al loro sapere romorose origini d’antichità forastiera, meritarono con verità la riprensione ch’essi stessi sognarono d’aver fatta il sacerdote egizio a Solone (riferita da Crizia, appresso Platone in uno degli Alcibiadi): ch’i greci fussero sempre fanciulli. Laonde hassi a dire che per cotal boria i greci, a riguardo degli sciti e degli egizi, quanto essi guadagnarono di vanagloria, tanto perderono di vero merito.

XXXIX

[Guerra peloponnesiaca. Tucidide, il qual scrive che fin a suo padre i greci non seppero nulla delle antichità loro propie, onde si diede a scrivere di cotal guerra. – Anni del mondo 3530 ]

Il qual era giovinetto nel tempo ch’era Erodoto vecchio, che gli poteva esser padre, e visse nel tempo più luminoso di Grecia, che fu quello della guerra peloponnesiaca, di cui fu contemporaneo, e perciò, per iscrivere cose vere, ne scrisse la storia; da cui fu detto ch’i greci fin al tempo di suo padre, ch’era quello d’Erodoto, non seppero nulla dell’antichità loro propie. Che hassi a stimare delle cose straniere che essi narrano, e quanto essi ne narrano tanto noi sappiamo dell’antichità gentilesche barbare? Che hassi a stimare, fin alle guerre cartaginesi, delle cose antiche di que’ romani che fin a que’ tempi non avevan ad altro atteso ch’all’agricoltura ed al mestiero dell’armi, quando Tucidide stabilisce questa verità de’ suoi greci, che provennero tanto prestamente filosofi? Se non, forse, vogliam dire ch’essi romani n’avesser avuto un particolar privilegio da Dio.

XL

[Socrate dà principio alla filosofia morale ragionata. Platone fiorisce nella metafisica. Atene sfolgora di tutte l’arti della più colta umanità ]

Nel qual tempo da Atene si porta in Roma la legge delle XII Tavole, tanto incivile, rozza, inumana, crudele e fiera quanto ne’ Princìpi del Diritto universale sta dimostrata.

XLI

[Senofonte, con portar l’armi greche nelle viscere della Persia, è ‘l primo a sapere con qualche certezza le cose persiane. Anni del mondo 3583, di Roma 333 ]

Come osserva san Girolamo, Sopra Daniello. E dopo che, per l’utilità de’ commerzi, avevano cominciato i greci sotto Psammetico a sapere le cose di Egitto (onde da quel tempo Erodoto incomincia a scrivere cose più accertate degli egizi), da Senofonte la prima volta, per la necessità delle guerre, cominciaron a saper i greci cose più accertare de’ persiani; de’ quali pure Aristotile, portatovisi con Alessandro magno, scrive che, innanzi, da’ greci se n’erano dette favole, come si accenna in questa Tavola cronologica. In cotal guisa cominciaron i greci ad avere certa contezza delle cose straniere.

XLII

[Legge Publilia. – Anni del mondo 3658, di Roma 416 ]

Questa legge fu comandata negli anni di Roma CCCCXVI, e contiene un punto massimo d’istoria romana, ché con questa legge si dichiarò la romana repubblica mutata di stato da aristocratica in popolare; onde Publilio Filone, che ne fu autore, ne fu detto «dittator popolare». E non si è avvertita, perché non si è saputo intendere il di lei linguaggio. Lo che appresso sarà da noi ad evidenza dimostrato di fatto: basta qui che ne diamo un’idea per ipotesi.

Giacque sconosciuta questa e la seguente legge Petelia, ch’è d’ugual importanza che la Publilia, per queste tre parole non diffinite: «popolo», «regno» e «libertà», per le quali si è con comun errore creduto che ‘l popolo romano fin da’ tempi di Romolo fusse stato di cittadini come nobili così plebei, che ‘l romano fusse stato regno monarchico, e che la ordinatavi da Bruto fusse stata libertà popolare. E queste tre voci non diffinite han fatto cader in errore tutti i critici, storici, politici e giureconsulti, perché da niuna delle presenti poterono far idea delle repubbliche eroiche, le quali furono d’una forma aristocratica severissima e quindi a tutto cielo diverse da queste de’ nostri tempi.

Romolo dentro l’asilo aperto nel luco egli fondò Roma sopra le clientele, le quali furono protezioni nelle quali i padri di famiglia tenevano i rifuggiti all’asilo in qualità di contadini giornalieri, che non avevano niun privilegio di cittadino, e sì niuna parte di civil libertà; e, perché v’erano rifuggiti per aver salva la vita, i padri proteggevano loro la libertà naturale col tenergli partitamente divisi in coltivar i di loro campi, de’ quali così dovette comporsi il fondo pubblico del territorio romano, come di essi padri Romolo compose il senato.

Appresso, Servio Tullio vi ordinò il censo, con permettere a’ giornalieri il dominio bonitario de’ campi ch’erano propi de’ padri, i quali essi coltivassero per sé, sotto il peso del censo, con l’obbligo di servir loro a propie spese nelle guerre, conforme, di fatto, i plebei ad essi patrizi servirono dentro cotesta finor sognata libertà popolare. La qual legge di Servio Tullio fu la prima legge agraria del mondo, ordinatrice del censo pianta delle repubbliche eroiche, ovvero antichissime aristocrazie di tutte le nazioni.

Dappoi, Giunio Bruto, con la discacciata de’ tiranni Tarquini, restituì la romana repubblica a’ suoi princìpi, e, con ordinarvi i consoli, quasi due re aristocratici annali (come Cicerone gli appella nelle sue Leggi) invece di uno re a vita, vi riordinò la libertà de’ signori da’ lor tiranni, non già la libertà del popolo da’ signori. Ma, i nobili mal serbando l’agraria di Servio a’ plebei, questi si criarono i tribuni della plebe, e gli si fecero giurare dalla nobiltà, i quali difendessero alla plebe tal parte di natural libertà del dominio bonitario de’ campi: siccome perciò, disiderando i plebei riportarne da’ nobili il dominio civile, i tribuni della plebe cacciarono da Roma Marcio Coriolano, per aver detto ch’i plebei andassero a zappare, cioè che, poiché non eran contenti dell’agraria di Servio Tullio e volevano un’agraria più piena e più ferma, si riducessero a’ giornalieri di Romolo. Altrimente, che stolto fasto de’ plebei sdegnare l’agricoltura, la quale certamente sappiamo che si recavano ad onore esercitar essi nobili? e per sì lieve cagione accendere sì crudel guerra, che Marcio, per vendicarsi dell’esiglio, era venuto a rovinar Roma, senonsé le pietose lagrime della madre e della moglie l’avessero distolto dall’empia impresa?

Per tutto ciò, pur seguitando i nobili a ritogliere i campi a’ plebei poi che quelli gli avevano coltivati, né avendo questi azion civile da vendicargli, quivi i tribuni della plebe fecero la pretensione della legge delle XII Tavole (dalla quale, come ne’ Princìpi del Diritto universale si è dimostrato, non si dispose altro affare che questo), con la qual legge i nobili permisero il dominio quiritario de’ campi a’ plebei; il qual dominio civile, per diritto natural delle genti, permettesi agli stranieri. E questa fu la seconda legge agraria dell’antiche nazioni.

Quindi – accorti i plebei che non potevan essi trammandar ab intestato i campi a’ loro congionti, perché non avevano suità, agnazioni, gentilità (per le quali ragioni correvano allora le successioni legittime), perché non celebravano matrimoni solenni, e nemmeno ne potevano disponere in testamento, perché non avevano privilegio di cittadini – fecero la pretensione de’ connubi de’ nobili, o sia della ragione di contrarre nozze solenni (ché tanto suona «connubium»), la cui maggior solennità erano gli auspìci, ch’erano propi de’ nobili (i quali auspìci furono il gran fonte di tutto il diritto romano, privato e pubblico); e sì fu da’ padri comunicata a’ plebei la ragion delle nozze, le quali, per la diffinizione di Modestino giureconsulto, essendo «omnis divini et humani iuris communicatio», ch’altro non è la cittadinanza, dieder essi a’ plebei il privilegio di cittadini. Quindi, secondo la serie degli umani disidèri, ne riportarono i plebei da’ padri comunicate tutte le dipendenze degli auspìci ch’erano di ragion privata, come patria potestà, suità, agnazioni, gentilità e, per questi diritti, le successioni legittime, i testamenti e le tutele. Dipoi ne pretesero le dipendenze di ragion pubblica, e prima ne riportarono comunicati gl’imperi coi consolati, e finalmente i sacerdozi e i ponteficati e, con questi, la scienza ancor delle leggi.

In cotal guisa i tribuni della plebe, sulla pianta sopra la qual erano stati criati di proteggerle la libertà naturale, tratto tratto si condussero a farle conseguire tutta la libertà civile. E ‘l censo ordinato da Servio Tullio – con disponersi dappoi che non più si pagasse privatamente a’ nobili, ma all’erario, perché l’erario somministrasse le spese nelle guerre a’ plebei, – da pianta di libertà signorile, andò da se stesso, naturalmente, a formar il censo pianta della libertà popolare; di che dentro truoverassi la guisa.

Con uguali passi i medesimi tribuni s’avanzarono nella potestà di comandare le leggi. Perché le due leggi Orazia ed Ortensia non poterono accordar alla plebe ch’i di lei plebisciti obbligassero tutto il popolo senonsé nelle due particolari emergenze, per la prima delle quali la plebe si era ritirata nell’Aventino gli anni di Roma CCCIV, nel qual tempo, come qui si è detto per ipotesi e dentro mostrerassi di fatto, i plebei non erano ancor cittadini; e per la seconda ritirossi nel Gianicolo gli anni CCCLXVII, quando la plebe ancora contendeva con la nobiltà di comunicarlesi il consolato. Ma, sulla pianta delle suddette due leggi, la plebe finalmente si avanzò a comandare leggi universali: per lo che dovetter avvenire in Roma de’ grandi movimenti e rivolte; onde fu bisogno di criare Publilio Filone dittatore, il quale non si criava se non negli ultimi pericoli della repubblica, siccome in questo, ch’ella era caduta in un tanto grande disordine di nudrire dentro il suo corpo due potestà somme legislatrici, senza essere di nulla distinte né di tempi né di materie né di territori, con le quali doveva prestamente andare in una certa rovina. Quindi Filone, per rimediare a tanto civil malore, ordinò che ciò che la plebe avesse co’ plebisciti comandato ne’ comizi tributi, «omnes quirites teneret», obbligasse tutto il popolo ne’ comizi centuriati, ne’ quali «omnes quirites» si ragunavano (perché i romani non si appellavano «quirites» che nelle pubbliche ragunanze, né «quirites» nel numero del meno si disse in volgar sermone latino giammai); con la qual formola Filone volle dire che non si potessero ordinar leggi le quali fussero a’ plebisciti contrarie. Per tutto ciò – essendo già, per leggi nelle quali essi nobili erano convenuti, la plebe in tutto e per tutto uguagliata alla nobiltà; e per quest’ultimo tentativo, al quale i nobili non potevano resistere senza rovinar la repubblica, ella era divenuta superiore alla nobiltà, ché senza l’autorità del senato comandava leggi generali a tutto il popolo; e sì essendo già naturalmente la romana repubblica divenuta libera popolare; – Filone, con questa legge, tale la dichiarò e ne fu detto «dittator popolare».

In conformità di tal cangiata natura, le diede due ordinamenti, che si contengono negli altri due capi della legge Publilia. Il primo fu che l’autorità del senato, la qual era stata autorità di signori, per la quale, di ciò che ‘l popolo avesse disposto prima, «deinde patres fierent autores» (talché le criazioni de’ consoli, l’ordinazioni delle leggi, fatte dal popolo per lo innanzi, erano state pubbliche testimonianze di merito e domande pubbliche di ragione), questo dittatore ordinò ch’indi in poi fussero i padri autori al popolo, ch’era già sovrano libero, «in incertum comitiorum eventum», come tutori del popolo, signor del romano imperio; che, se volesse comandare le leggi, le comandasse secondo la formola portata a lui dal senato, altrimente si servisse del suo sovrano arbitrio e l’«antiquasse» (cioè dichiarasse di non voler novità); talché tutto ciò ch’indi in poi ordinasse il senato d’intorno a’ pubblici affari, fussero o istruzioni da esso date al popolo, o commessioni del popolo date a lui. Restava finalmente che, perché il censo, per tutto il tempo innanzi, essendo stato l’erario de’ nobili, i soli nobili se n’erano criati censori: poi che egli per cotal legge divenne patrimonio di tutto il popolo, ordinasse Filone nel terzo capo che si comunicasse alla plebe ancor la censura, il qual maestrato solo restava da comunicarsi alla plebe.

Se sopra quest’ipotesi si legga quindi innanzi la storia romana, a mille pruove si truoverà che vi reggono tutte le cose che narra, le quali, per le tre voci non diffinite anzidette, non hanno né alcun fondamento comune, né tra loro alcun convenevole rapporto particolare; onde quest’ipotesi perciò si dovrebbe ricever per vera. Ma, se ben si considera, questa non è tanto ipotesi quanto una verità meditata in idea, che poi con l’autorità truoverassi di fatto. E – posto ciò che Livio dice generalmente: gli asili essere stati «vetus urbes condentium consilium», come Romolo entro l’asilo aperto nel luco egli fondò la romana – ne dà l’istoria di tutte l’altre città del mondo de’ tempi finora disperati a sapersi. Lo che è un saggio d’una storia ideal eterna (la quale dentro si medita e si ritruova), sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni.

XLIII

[Legge Petelia. – Anni del mondo 3661, di Roma 419 ]

Quest’altra legge fu comandata negli anni di Roma CCCCXIX, detta de nexu (e, sì, tre anni dopo la Publilia), da’ consoli Caio Petelio e Lucio Papirio Mugilano; e contiene un altro punto massimo di cose romane, poiché con quella si rillasciò a’ plebei la ragion feudale d’essere vassalli ligi de’ nobili per cagion di debiti, per gli quali quelli tenevano questi, sovente tutta la vita, a lavorare per essi nelle loro private prigioni. Ma restò al senato il sovrano dominio ch’esso aveva sopra i fondi dell’imperio romano, ch’era già passato nel popolo, e per lo senato consulto che chiamavano «ultimo», finché la romana fu repubblica libera, se ‘l mantenne con la forza dell’armi; onde, quante volte il popolo ne volle disponere con le leggi agrarie de’ Gracchi, tante il senato armò i consoli, i quali dichiararono rubelli ed uccisero i tribuni della plebe che n’erano stati gli autori. Il quale grand’effetto non può altrove reggere che sopra una ragione di feudi sovrani soggetti a maggiore sovranità; la qual ragione ci vien confermata con un luogo di Cicerone in una Catilinaria, dove afferma che Tiberio Gracco con la legge agraria guastava lo stato della repubblica, e che con ragione da Publio Scipione Nasica ne fu ammazzato, per lo diritto dettato nella formola con la qual il consolo armava il popolo contro gli autori di cotal legge: «Qui rempublicam salvam velit consulem sequatur».

XLIV

[Guerra di Taranto, ove s’incomincian a conoscer tra loro i latini co’ greci. – Anni del mondo, 3708, di Roma 489 ]

La cui cagione fu ch’i tarantini maltrattarono le navi romane ch’approdavano al loro lido e gli ambasciadori altresì, perché, per dirla con Floro, essi si scusavano che «qui essent aut unde venirent ignorabant». Tanto tra loro, quantunque dentro brievi continenti, si conoscevano i primi popoli!

XLV

[Guerra cartaginese seconda, da cui comincia la storia certa romana a Livio, il qual pur professa non saperne tre massime circostanze. – Anni del mondo 3849, di Roma 552 ]

Della qual guerra pur Livio – il quale si era professato dalla seconda guerra cartaginese scrivere la storia romana con alquanto più di certezza, promettendo di scrivere una guerra la più memorabile di quante mai si fecero da’ romani, e, ‘n conseguenza di cotanta incomparabil grandezza, ne debbono, come di tutte più romorose, esser più certe le memorie che scrive – non ne seppe, ed apertamente dice di non sapere, tre gravissime circostanze. La prima, sotto quali consoli, dopo aver espugnato Sagunto, avesse Annibale preso dalla Spagna il cammino verso l’Italia. La seconda, per quali Alpi vi giunse, se per le Cozie o l’Appennine. La terza, con quante forze; di che truova negli antichi annali tanto divario, ch’altri avevano lasciato scritto seimila cavalieri e ventimila pedoni, altri ventimila di quelli e ottantamila di questi.

[Conclusione]

Per lo che tutto ragionato in queste Annotazioni, si vede che quanto ci è giunto dell’antiche nazioni gentili, fin a’ tempi diterminati su questa Tavola, egli è tutto incertissimo. Onde noi in tutto ciò siamo entrati come in cose dette «nullius», delle quali è quella regola di ragione che «occupanti conceduntur», e perciò non crediamo d’offendere il diritto di niuno se ne ragioneremo spesso diversamente ed alle volte tutto il contrario all’oppenioni che finora si hanno avute d’intorno a’ principi dell’umanità delle nazioni. E, con far ciò, gli ridurremo a princìpi di scienza, per gli quali ai fatti della storia certa si rendano le loro primiere origini, sulle quali reggano e per le quali tra essoloro convengano; i quali finora non sembrano aver alcun fondamento comune né alcuna perpetuità di séguito né alcuna coerenza tra lor medesimi.

II

DEGLI ELEMENTI.

Per dar forma adunque alle materie qui innanzi apparecchiate sulla Tavola cronologica, proponiamo ora qui i seguenti assiomi o degnità così filosofiche come filologiche, alcune poche, ragionevoli e discrete domande, con alquante schiarite diffinizioni; le quali, come per lo corpo animato il sangue, così deono per entro scorrervi ed animarla in tutto ciò che questa Scienza ragiona della comune natura delle nazioni.

I

L’uomo, per l’indiffinita natura della mente umana, ove questa si rovesci nell’ignoranza, egli fa sé regola dell’universo.

Questa degnità è la cagione di que’ due comuni costumi umani: uno che «fama crescit eundo», l’altro che «minuit præsentia famam», la qual, avendo fatto un cammino lunghissimo quanto è dal principio del mondo, è stata la sorgiva perenne di tutte le magnifiche oppenioni che si sono finor avute delle sconosciute da noi lontanissime antichità, per tal proprietà della mente umana avvertita da Tacito nella Vita d’Agricola con quel motto: «Omne ignotum pro magnifico est».

II

È altra propietà della mente umana ch’ove gli uomini delle cose lontane e non conosciute non possono fare niuna idea, le stimano dalle cose loro conosciute e presenti.

Questa degnità addita il fonte inesausto di tutti gli errori presi dall’intiere nazioni e da tutt’i dotti d’intorno a’ princìpi dell’umanità; perocché da’ loro tempi illuminati, colti e magnifici, ne’ quali cominciarono quelle ad avvertirle, questi a ragionarle, hanno estimato l’origini dell’umanità, le quali dovettero per natura essere picciole, rozze, oscurissime.

A questo genere sono da richiamarsi due spezie di borie che si sono sopra accennate: una delle nazioni un’altra de’ dotti.

III

Della boria delle nazioni udimmo quell’aureo detto di Diodoro sicolo: che le nazioni, o greche o barbare, abbiano avuto tal boria: d’aver esse prima di tutte l’altre ritruovati i comodi della vita umana e conservar le memorie delle loro cose fin dal principio del mondo.

Questa degnità dilegua ad un fiato la vanagloria de’ caldei, sciti, egizi, chinesi, d’aver essi i primi fondato l’umanità dell’antico mondo. Ma Flavio Giuseffo ebreo ne purga la sua nazione, con quella confessione magnanima ch’abbiamo sopra udito: che gli ebrei avevano vivuto nascosti a tutti i gentili; e la sagra storia ci accerta l’età del mondo essere quasi giovine a petto della vecchiezza che ne credettero i caldei, gli sciti, gli egizi e fin al dì d’oggi i chinesi. Lo che è una gran pruova della verità della storia sagra.

IV

A tal boria di nazioni s’aggiugne qui la boria de’ dotti, i quali, ciò ch’essi sanno, vogliono che sia antico quanto che ‘l mondo.

Questa degnità dilegua tutte le oppinioni de’ dotti d’intorno alla sapienza innarrivabile degli antichi; convince d’impostura gli oracoli di Zoroaste caldeo, d’Anacarsi scita, che non ci son pervenuti, il Pimandro di Mercurio Trimegisto, gli orfici (o sieno versi d’Orfeo), il Carme aureo di Pittagora, come tutti gli più scorti critici vi convengono; e riprende d’importunità tutti i sensi mistici dati da’ dotti a’ geroglifici egizi e l’allegorie filosofiche date alle greche favole.

V

La filosofia, per giovar al gener umano, dee sollevar e reggere l’uomo caduto e debole, non convellergli la natura né abbandonarlo nella sua corrozione.

Questa degnità allontana dalla scuola di questa Scienza gli stoici, i quali vogliono l’ammortimento de’ sensi, e gli epicurei, che ne fanno regola, ed entrambi niegano la provvedenza, quelli faccendosi strascinare dal fato, questi abbandonandosi al caso, e i secondi oppinando che muoiano l’anime umane coi corpi, i quali entrambi si dovrebbero dire «filosofi monastici o solitari». E vi ammette i filosofi politici, e principalmente i platonici, i quali convengono con tutti i legislatori in questi tre principali punti: che si dia provvedenza divina, che si debbano moderare l’umane passioni e farne umane virtù, e che l’anime umane sien immortali. E, ‘n conseguenza, questa degnità ne darà gli tre princìpi di questa Scienza.

VI

La filosofia considera l’uomo quale dev’essere, e sì non può fruttare ch’a pochissimi, che vogliono vivere nella repubblica di Platone, non rovesciarsi nella feccia di Romolo.

VII

La legislazione considera l’uomo qual è, per farne buoni usi nell’umana società; come della ferocia, dell’avarizia, dell’ambizione, che sono gli tre vizi che portano a travverso tutto il gener umano, ne fa la milizia, la mercatanzia e la corte, e sì la fortezza, l’opulenza e la sapienza delle repubbliche; e di questi tre grandi vizi, i quali certamente distruggerebbero l’umana generazione sopra la terra, ne fa la civile felicità.

Questa degnità pruova esservi provvedenza divina e che ella sia una divina mente legislatrice, la quale delle passioni degli uomini, tutti attenuti alle loro private utilità, per le quali viverebbono da fiere bestie dentro le solitudini, ne ha fatto gli ordini civili per gli quali vivano in umana società.

VIII

Le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano.

Questa degnità sola, poiché ‘l gener umano, da che si ha memoria del mondo, ha vivuto e vive comportevolmente in società, ella determina la gran disputa, della quale i migliori filosofi e i morali teologi ancora contendono con Carneade scettico e con Epicuro (né Grozio l’ha pur inchiovata): se vi sia diritto in natura, o se l’umana natura sia socievole, che suonano la medesima cosa.

Questa medesima degnità, congionta con la settima e ‘l di lei corollario, pruova che l’uomo abbia libero arbitrio, però debole, di fare delle passioni virtù; ma che da Dio è aiutato naturalmente con la divina provvedenza, e soprannaturalmente dalla divina grazia.

IX

Gli uomini che non sanno il vero delle cose proccurano d’attenersi al certo, perché, non potendo soddisfare l’intelletto con la scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza.

X

La filosofia contempla la ragione, onde viene la scienza del vero; la filologia osserva l’autorità dell’umano arbitrio, onde viene la coscienza del certo.

Questa degnità per la seconda parte diffinisce i filologi essere tutti i gramatici, istorici, critici, che son occupati d’intorno alla cognizione delle lingue e de’ fatti de’ popoli, così in casa, come sono i costumi e le leggi, come fuori, quali sono le guerre, le paci, l’alleanze, i viaggi, i commerzi.

Questa medesima degnità dimostra aver mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con l’autorità de’ filologi, come i filologi che non curarono d’avverare le loro autorità con la ragion de’ filosofi; lo che se avessero fatto, sarebbero stati più utili alle repubbliche e ci avrebbero prevenuto nel meditar questa Scienza.

XI

L’umano arbitrio, di sua natura incertissimo, egli si accerta e determina col senso comune degli uomini d’intorno alle umane necessità o utilità, che son i due fonti del diritto naturale delle genti.

XII

Il senso comune è un giudizio senz’alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il gener umano.

Questa degnità con la seguente diffinizione ne darà una nuova arte critica sopra essi autori delle nazioni, tralle quali devono correre assai più di mille anni per provenirvi gli scrittori, sopra i quali finora si è occupata la critica.

XIII

Idee uniformi nate appo intieri popoli tra essoloro non conosciuti debbon avere un motivo comune di vero.

Questa degnità è un gran principio, che stabilisce il senso comune del gener umano esser il criterio insegnato alle nazioni dalla provvedenza divina per diffinire il certo d’intorno al diritto natural delle genti, del quale le nazioni si accertano con intendere l’unità sostanziali di cotal diritto, nelle quali con diverse modificazioni tutte convengono. Ond’esce il dizionario mentale, da dar l’origini a tutte le lingue articolate diverse, col quale sta conceputa la storia ideal eterna che ne dia le storie in tempo di tutte le nazioni; del qual dizionario e della qual istoria si proporranno appresso le degnità loro propie.

Questa stessa degnità rovescia tutte l’idee che si sono finor avute d’intorno al diritto natural delle genti, il quale si è creduto esser uscito da una prima nazione da cui l’altre l’avessero ricevuto; al qual errore diedero lo scandalo gli egizi e i greci, i quali vanamente vantavano d’aver essi disseminata l’umanità per lo mondo: il qual error certamente dovette far venire la legge delle XII Tavole da’ greci a’ romani. Ma, in cotal guisa, egli sarebbe un diritto civile comunicato ad altri popoli per umano provvedimento, e non già un diritto con essi costumi umani naturalmente dalla divina provvidenza ordinato in tutte le nazioni. Questo sarà uno de’ perpetui lavori che si farà in questi libri: in dimostrare che ‘l diritto natural delle genti nacque privatamente appo i popoli senza sapere nulla gli uni degli altri; e che poi, con l’occasioni di guerre, ambasciarie, allianze, commerzi, si riconobbe comune a tutto il gener umano.

XIV

Natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascon le cose.

XV

Le propietà inseparabili da’ subbietti devon essere produtte dalla modificazione o guisa con che le cose son nate; per lo che esse ci posson avverare tale e non altra essere la natura o nascimento di esse cose.

XVI

Le tradizioni volgari devon avere avuto pubblici motivi di vero, onde nacquero e si conservarono da intieri popoli per lunghi spazi di tempi.

Questo sarà altro grande lavoro di questa Scienza: di ritruovarne i motivi del vero, il quale, col volger degli anni e col cangiare delle lingue e costumi, ci pervenne ricoverto di falso.

XVII

I parlari volgari debbon esser i testimoni più gravi degli antichi costumi de’ popoli, che si celebrarono nel tempo ch’essi si formaron le lingue.

XVIII

Lingua di nazione antica, che si è conservata regnante finché pervenne al suo compimento, dev’esser un gran testimone de’ costumi de’ primi tempi del mondo.

Questa degnità ne assicura che le pruove filologiche del diritto naturale delle genti (del quale, senza contrasto, sappientissima sopra tutte l’altre del mondo fu la romana) tratte da’ parlari latini sieno gravissime. Per la stessa ragione potranno far il medesimo i dotti della lingua tedesca, che ritiene questa stessa propietà della lingua romana antica.

XIX

Se la legge delle XII Tavole furono costumi delle genti del Lazio, incominciativisi a celebrare fin dall’età di Saturno, altrove sempre andanti e da’ romani fissi nel bronzo e religiosamente custoditi dalla romana giurisprudenza, ella è un gran testimone dell’antico diritto naturale delle genti del Lazio.

Ciò si è da noi dimostro esser vero di fatto, da ben molti anni fa, ne’ Princìpi del Diritto universale; lo che più illuminato si vedrà in questi libri.

XX

Se i poemi d’Omero sono storie civili degli antichi costumi greci, saranno due grandi tesori del diritto naturale delle genti di Grecia.

Questa degnità ora qui si suppone: dentro sarà dimostrata di fatto.

XXI

I greci filosofi affrettarono il natural corso che far doveva la loro nazione, col provenirvi essendo ancor cruda la lor barbarie, onde passarono immediatamente ad una somma dilicatezza, e nello stesso tempo serbaronv’intiere le loro storie favolose così divine com’eroiche; ove i romani, i quali ne’ lor costumi caminarono con giusto passo, affatto perderono di veduta la loro storia degli dèi (onde l’«età degli dèi», che gli egizi dicevano, Varrone chiama «tempo oscuro» d’essi romani), e conservarono con favella volgare la storia eroica che si stende da Romolo fino alle leggi Publilia e Petelia, che si truoverà una perpetua mitologia storica dell’età degli eroi di Grecia.

Questa natura di cose umane civili ci si conferma nella nazione francese, nella quale perché di mezzo alla barbarie del mille e cento s’aprì la famosa scuola parigina, dove il celebre maestro delle sentenze Piero Lombardo si diede ad insegnare di sottilissima teologia scolastica, vi restò come un poema omerico la storia di Turpino vescovo di Parigi, piena di tutte le favole degli eroi di Francia che si dissero «i paladini», delle quali s’empieron appresso tanti romanzi e poemi. E, per tal immaturo passaggio dalla barbarie alle scienze più sottili, la francese restonne una lingua dilicatissima, talché, di tutte le viventi, sembra avere restituito a’ nostri tempi l’atticismo de’ greci e più ch’ogni altra è buona a ragionar delle scienze, come la greca; e come a’ greci così a’ francesi restarono tanti dittonghi, che sono propi di lingua barbara, dura ancor e difficile a comporre le consonanti con le vocali. In confermazione di ciò ch’abbiamo detto di tutte e due queste lingue, aggiugniamo l’osservazione che tuttavia si può fare ne’ giovani, i quali, nell’età nella qual è robusta la memoria, vivida la fantasia e focoso l’ingegno – ch’eserciterebbero con frutto con lo studio delle lingue e della geometria lineare, senza domare con tali esercizi cotal acerbezza di menti contratta dal corpo, che si potrebbe dire la barbarie degl’intelletti, – passando ancor crudi agli studi troppo assottigliati di critica metafisica e d’algebra, divengono per tutta la vita affilatissimi nella loro maniera di pensare e si rendono inabili ad ogni grande lavoro.

Ma, col più meditare quest’opera, ritruovammo altra cagione di tal effetto, la qual forse è più propia: che Romolo fondò Roma in mezzo ad altre più antiche città del Lazio, e fondolla con aprirvi l’asilo, che Livio diffinisce generalmente «vetus urbes condentium consilium», perché, durando ancora le violenze, egli naturalmente ordinò la romana sulla pianta sulla quale si erano fondate le prime città del mondo. Laonde, da tali stessi princìpi progredendo i romani costumi, in tempi che le lingue volgari del Lazio avevano fatto di molti avvanzi, dovette avvenire che le cose civili romane, le qual’i popoli greci avevano spiegato con lingua eroica, essi spiegarono con lingua volgare; onde la storia romana antica si truoverà essere una perpetua mitologia della storia eroica de’ greci. E questa dev’essere la cagione perché i romani furono gli eroi del mondo: perocché Roma manomise l’altre città del Lazio, quindi l’Italia e per ultimo il mondo, essendo tra’ romani giovine l’eroismo; mentre tra gli altri popoli del Lazio, da’ quali, vinti, provenne tutta la romana grandezza, aveva dovuto incominciar a invecchiarsi.

XXII

È necessario che vi sia nella natura delle cose umane una lingua mentale comune a tutte le nazioni, la quale uniformemente intenda la sostanza delle cose agibili nell’umana vita socievole, e la spieghi con tante diverse modificazioni per quanti diversi aspetti possan aver esse cose; siccome lo sperimentiamo vero ne’ proverbi, che sono massime di sapienza volgare, l’istesse in sostanza intese da tutte le nazioni antiche e moderne, quante elleno sono, per tanti diversi aspetti significate.

Questa lingua è propia di questa Scienza, col lume della quale se i dotti delle lingue v’attenderanno, potranno formar un vocabolario mentale comune a tutte le lingue articolate diverse, morte e viventi, di cui abbiamo dato un saggio particolare nella Scienza nuova la prima volta stampata, ove abbiamo provato i nomi de’ primi padri di famiglia, in un gran numero di lingue morte e viventi, dati loro per le diverse propietà ch’ebbero nello stato delle famiglie e delle prime repubbliche, nel qual tempo le nazioni si formaron le lingue. Del qual vocabolario noi, per quanto ci permette la nostra scarsa erudizione, facciamo qui uso in tutte le cose che ragioniamo.

Di tutte l’anzidette proposizioni, la prima, seconda, terza e quarta ne danno i fondamenti delle confutazioni di tutto ciò che si è finor oppinato d’intorno a’ princìpi dell’umanità, le quali si prendono dalle inverisimiglianze, assurdi, contradizioni, impossibilità di cotali oppenioni. Le seguenti, dalla quinta fin alla decimaquinta, le quali ne danno i fondamenti del vero, serviranno a meditare questo mondo di nazioni nella sua idea eterna, per quella propietà di ciascuna scienza, avvertita da Aristotile, che «scientia debet esse de universalibus et æternis». L’ultime, dalla decimaquinta fin alla ventesimaseconda, le quali ne daranno i fondamenti del certo, si adopreranno a veder in fatti questo mondo di nazioni quale l’abbiamo meditato in idea, giusta il metodo di filosofare più accertato di Francesco Bacone signor di Verulamio, dalle naturali, sulle quali esso lavorò il libro Cogitata visa, trasportato all’umane cose civili.

Le proposizioni finora proposte sono generali e stabiliscono questa Scienza per tutto; le seguenti sono particolari, che la stabiliscono partitamente nelle diverse materie che tratta.

XXIII

La storia sagra è più antica di tutte le più antiche profane che ci son pervenute, perché narra tanto spiegatamente e per lungo tratto di più di ottocento anni lo stato di natura sotto de’ patriarchi, o sia lo stato delle famiglie, sopra le quali tutti i politici convengono che poi sursero i popoli e le città; del quale stato la storia profana ce ne ha o nulla o poco e assai confusamente narrato.

Questa degnità pruova la verità della storia sagra contro la boria delle nazioni che sopra ci ha detto Diodoro sicolo, perocché gli ebrei han conservato tanto spiegatamente le loro memorie fin dal principio del mondo.

XXIV

La religion ebraica fu fondata dal vero Dio sul divieto della divinazione, sulla quale sursero tutte le nazioni gentili.

Questa degnità è una delle principali cagioni per le quali tutto il mondo delle nazioni antiche si divise tra ebrei e genti.

XXV

Il diluvio universale si dimostra non già per le pruove filologiche di Martino Scoockio, le quali sono troppo leggieri; né per l’astrologiche di Piero cardinale d’Alliac, seguìto da Giampico della Mirandola, le quali sono troppo incerte, anzi false, rigredendo sopra le Tavole alfonsine, confutate dagli ebrei ed ora da’ cristiani, i quali, disappruovato il calcolo d’Eusebio e di Beda, sieguon oggi quello di Filone giudeo: ma si dimostra con istorie fisiche osservate dentro le favole, come nelle degnità qui appresso si scorgerà.

XXVI

I giganti furon in natura di vasti corpi, quali in piedi dell’America, nel paese detto de los patacones, dicono viaggiatori essersi truovati goffi e fierissimi. E, lasciate le vane o sconce o false ragioni che ne hanno arrecato i filosofi, raccolte e seguite dal Cassanione, De gigantibus, se n’arrecano le cagioni, parte fisiche e parte morali, osservate da Giulio Cesare e da Cornelio Tacito ove narrano della gigantesca statura degli antichi germani; e, da noi considerate, si compongono sulla ferina educazion de’ fanciulli.

XXVII

La storia greca, dalla qual abbiamo tutto ciò ch’abbiamo (dalla romana in fuori) di tutte l’altre antichità gentilesche, ella dal diluvio e da’ giganti prende i princìpi.

Queste due degnità mettono in comparsa tutto il primo gener umano diviso in due spezie: una di giganti, altra d’uomini di giusta corporatura; quelli gentili, questi ebrei (la qual differenza non può essere nata altronde che dalla ferina educazione di quelli e dall’umana di questi); e, ‘n conseguenza, che gli ebrei ebbero altra origine da quella c’hanno avuto tutti i gentili.

XXVIII

Ci sono pur giunti due gran rottami dell’egiziache antichità, che si sono sopra osservati. De’ quali uno è che gli egizi riducevano tutto il tempo del mondo scorso loro dinanzi a tre età, che furono: età degli dèi, età degli eroi ed età degli uomini. L’altro, che per tutte queste tre età si fussero parlate tre lingue, nell’ordine corrispondenti a dette tre età, che furono: la lingua geroglifica ovvero sagra, la lingua simbolica o per somiglianze, qual è l’eroica, e la pistolare o sia volgare degli uomini, per segni convenuti da comunicare le volgari bisogne della lor vita.

XXIX

Omero, in cinque luoghi di tutti e due i suoi poemi che si rapporteranno dentro, mentova una lingua più antica della sua, che certamente fu lingua eroica, e la chiama «lingua degli dèi».

XXX

Varrone ebbe la diligenza di raccogliere trentamila nomi di dèi (ché tanti pure ne noverano i greci), i quali nomi si rapportavano ad altrettante bisogne della vita o naturale o morale o iconomica o finalmente civile de’ primi tempi.

Queste tre degnità stabiliscono che ‘l mondo de’ popoli dappertutto cominciò dalle religioni: che sarà il primo degli tre princìpi di questa Scienza.

XXXI

Ove i popoli son infieriti con le armi, talché non vi abbiano più luogo l’umane leggi, l’unico potente mezzo di ridurgli è la religione.

Questa degnità stabilisce che nello stato eslege la provvedenza divina diede principio a’ fieri e violenti di condursi all’umanità ed ordinarvi le nazioni, con risvegliar in essi un’idea confusa della divinità, ch’essi per la lor ignoranza attribuirono a cui ella non conveniva; e così, con lo spavento di tal immaginata divinità, si cominciarono a rimettere in qualche ordine.

Tal principio di cose, tra i suoi «fieri e violenti», non seppe vedere Tommaso Obbes, perché ne andò a truovar i princìpi errando col «caso» del suo Epicuro; onde, con quanto magnanimo sforzo, con altrettanto infelice evento, credette d’accrescere la greca filosofia di questa gran parte, della quale certamente aveva mancato (come riferisce Giorgio Paschio, De eruditis huius sæculi inventis), di considerar l’uomo in tutta la società del gener umano. Né Obbes l’arebbe altrimente pensato, se non gliene avesse dato il motivo la cristiana religione, la quale inverso tutto il gener umano, nonché la giustizia, comanda la carità. E quindi incomincia a confutarsi Polibio di quel falso suo detto: che, se fussero al mondo filosofi, non farebber uopo religioni; ché, se non fussero al mondo repubbliche, le quali non posson esser nate senza religioni, non sarebbero al mondo filosofi.

XXXII

Gli uomini ignoranti delle naturali cagioni che producon le cose, ove non le possono spiegare nemmeno per cose simili, essi danno alle cose la loro propia natura, come il volgo, per esemplo, dice la calamita esser innamorata del ferro.

Questa degnità è una particella della prima: che la mente umana, per la sua indiffinita natura, ove si rovesci nell’ignoranza, essa fa sé regola dell’universo d’intorno a tutto quello che ignora.

XXXIII

La fisica degl’ignoranti è una volgar metafisica, con la quale rendono le cagioni delle cose ch’ignorano alla volontà di Dio, senza considerare i mezzi de’ quali la volontà divina si serve.

XXXIV

Vera propietà di natura umana è quella avvertita da Tacito, ove disse «mobiles ad superstitionem perculsæ semel mentes»: ch’una volta che gli uomini sono sorpresi da una spaventosa superstizione, a quella richiamano tutto ciò ch’essi immaginano, vedono ed anche fanno.

XXXV

La maraviglia è figliuola dell’ignoranza; e quanto l’effetto ammirato è più grande, tanto più a proporzione cresce la maraviglia.

XXXVI

La fantasia tanto è più robusta quanto è più debole il raziocinio.

XXXVII

Il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione, ed è propietà de’ fanciulli di prender cose inanimate tra mani e, trastullandosi, favellarvi come se fussero, quelle, persone vive.

Questa degnità filologico-filosofica ne appruova che gli uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti.

XXXVIII

È un luogo d’oro di Lattanzio Firmiano quello ove ragiona dell’origini dell’idolatria, dicendo: «Rudes initio homines deos appellarunt sive ob miraculum virtutis (hoc vere putabant rudes adhuc et simplices); sive, ut fieri solet, in admirationem præsentis potentiæ; sive ob beneficia, quibus erant ad humanitatem compositi».

XXXIX

La curiosità, propietà connaturale dell’uomo, figliuola dell’ignoranza, che partorisce la scienza, all’aprire che fa della nostra mente la maraviglia, porta questo costume: ch’ove osserva straordinario effetto in natura, come cometa, parelio o stella di mezzodì, subito domanda che tal cosa voglia dire o significare.

XL

Le streghe, nel tempo stesso che sono ricolme di spaventose superstizioni, sono sommamente fiere ed immani; talché, se bisogna per solennizzare le loro stregonerie, esse uccidono spietatamente e fanno in brani amabilissimi innocenti bambini.

Tutte queste proposizioni, dalla ventesimottava incominciando fin alla trentesimottava, ne scuoprono i princìpi della poesia divina o sia della teologia poetica; dalla trentesimaprima, ne danno i princìpi dell’idolatria; dalla trentesimanona, i princìpi della divinazione; e la quarantesima finalmente ne dà con sanguinose religioni i princìpi de’ sagrifizi, che da’ primi crudi fierissimi uomini incominciarono con voti e vittime umane. Le quali, come si ha da Plauto, restarono a’ latini volgarmente dette «Saturni hostiæ», e furono i sagrifizi di Moloc appresso i fenici, i quali passavano per mezzo alle fiamme i bambini consegrati a quella falsa divinità; delle quali consegrazioni si serbarono alquante nella legge delle XII Tavole. Le quali cose, come danno il diritto senso a quel motto:

Primos in orbe deos fecit timor

– che le false religioni non nacquero da impostura d’altrui, ma da propia credulità; – così l’infelice voto e sagrifizio che fece Agamennone della pia figliuola Ifigenia, a cui empiamente Lucrezio acclama:

Tantum relligio potuit suadere malorum!,

rivolgono in consiglio della provvedenza. Ché tanto vi voleva per addimesticare i figliuoli de’ polifemi e ridurgli all’umanità degli Aristidi e de’ Socrati, de’ Leli e degli Scipioni affricani.

XLI

Si domanda, e la domanda è discreta, che per più centinaia d’anni la terra, insoppata dall’umidore dell’universale diluvio, non abbia mandato esalazioni secche, o sieno materie ignite, in aria, a ingenerarvisi i fulmini.

XLII

Giove fulmina ed atterra i giganti, ed ogni nazione gentile n’ebbe uno.

Questa degnità contiene la storia fisica che ci han conservato le favole: che fu il diluvio universale sopra tutta la terra.

Questa stessa degnità, con l’antecedente postulato, ne dee determinare che dentro tal lunghissimo corso d’anni le razze empie degli tre figliuoli di Noè fussero andate in uno stato ferino, e con un ferino divagamento si fussero sparse e disperse per la gran selva della terra, e con l’educazione ferina vi fussero provenuti e ritruovati giganti nel tempo che la prima volta fulminò il cielo dopo il diluvio.

XLIII

Ogni nazione gentile ebbe un suo Ercole, il quale fu figliuolo di Giove; e Varrone, dottissimo dell’antichità, ne giunse a noverare quaranta.

Questa degnità è ‘l principio dell’eroismo de’ primi popoli, nato da una falsa oppenione: gli eroi provenir da divina origine.

Questa stessa degnità con l’antecedente, che ne danno prima tanti Giovi, dappoi tanti Ercole tralle nazioni gentili – oltreché ne dimostrano che non si poterono fondare senza religione né ingrandire senza virtù, essendono elle ne’ lor incominciamenti selvagge e chiuse, e perciò non sappiendo nulla l’una dell’altra, per la degnità che «idee uniformi, nate tra popoli sconosciuti, debbon aver un motivo comune di vero», – ne danno di più questo gran principio: che le prime favole dovettero contenere verità civili, e perciò essere state le storie de’ primi popoli.

XLIV

I primi sappienti del mondo greco furon i poeti teologi, i quali senza dubbio fioriron innanzi agli eroici, siccome Giove fu padre d’Ercole.

Questa degnità con le altre due antecedenti stabiliscono che tutte le nazioni gentili, poiché tutte ebbero i loro Giovi, i lor Ercoli, furono ne’ loro incominciamenti poetiche; e che prima tra loro nacque la poesia divina: dopo, l’eroica.

XLV

Gli uomini sono naturalmente portati a conservar le memorie delle leggi e degli ordini che gli tengono dentro la loro società.

XLVI

Tutte le storie barbare hanno favolosi princìpi.

Tutte queste degnità, dalla quarantesimaseconda, ne danno il principio della nostra mitologia istorica.

XLVII

La mente umana è naturalmente portata a dilettarsi dell’uniforme.

Questa degnità, a proposito delle favole, si conferma dal costume c’ha il volgo, il quale degli uomini nell’una o nell’altra parte famosi, posti in tali o tali circostanze, per ciò che loro in tale stato conviene, ne finge acconce favole. Le quali sono verità d’idea in conformità del merito di coloro de’ quali il volgo le finge; e in tanto sono false talor in fatti, in quanto al merito di quelli non sia dato ciò di che essi son degni. Talché, se bene vi si rifletta, il vero poetico è un vero metafisico, a petto del quale il vero fisico, che non vi si conforma, dee tenersi a luogo di falso. Dallo che esce questa importante considerazione in ragion poetica: che ‘l vero capitano di guerra, per esemplo, è ‘l Goffredo che finge Torquato Tasso; e tutti i capitani che non si conformano in tutto e per tutto a Goffredo, essi non sono veri capitani di guerra.

XLVIII

È natura de’ fanciulli che con l’idee e nomi degli uomini, femmine, cose che la prima volta hanno conosciuto, da esse e con essi dappoi apprendono e nominano tutti gli uomini, femmine, cose c’hanno con le prime alcuna somiglianza o rapporto.

XLIX

È un luogo d’oro quel di Giamblico, De mysteriis ægyptiorum, sopra arrecato, che gli egizi tutti i ritruovati utili o necessari alla vita umana richiamavano a Mercurio Trimegisto.

Cotal detto, assistito dalla degnità precedente, rovescerà a questo divino filosofo tutti i sensi di sublime teologia naturale ch’esso stesso ha dato a’ misteri degli egizi.

E queste tre degnità ne danno il principio de’ caratteri poetici, i quali costituiscono l’essenza delle favole. E la prima dimostra la natural inchinazione del volgo di fingerle, e fingerle con decoro. La seconda dimostra ch’i primi uomini, come fanciulli del gener umano, non essendo capaci di formar i generi intelligibili delle cose, ebbero naturale necessità di fingersi i caratteri poetici, che sono generi o universali fantastici, da ridurvi come a certi modelli, o pure ritratti ideali, tutte le spezie particolari a ciascun suo genere simiglianti; per la qual simiglianza, le antiche favole non potevano fingersi che con decoro. Appunto come gli egizi tutti i loro ritruovati utili o necessari al gener umano, che sono particolari effetti di sapienza civile, riducevano al genere del «sappiente civile», da essi fantasticato Mercurio Trimegisto, perché non sapevano astrarre il gener intelligibile di «sappiente civile», e molto meno la forma di civile sapienza della quale furono sappienti cotal’egizi. Tanto gli egizi, nel tempo ch’arricchivan il mondo de’ ritruovati o necessari o utili al gener umano, furon essi filosofi e s’intendevano di universali, o sia di generi intelligibili!

E quest’ultima degnità, in séguito dell’antecedenti, è ‘l principio delle vere allegorie poetiche, che alle favole davano significati univoci, non analogi, di diversi particolari compresi sotto i loro generi poetici: le quali perciò si dissero «diversiloquia», cioè parlari comprendenti in un general concetto diverse spezie di uomini o fatti o cose.

L

Ne’ fanciulli è vigorosissima la memoria; quindi vivida all’eccesso la fantasia, ch’altro non è che memoria o dilatata o composta.

Questa degnità è ‘l principio dell’evidenza dell’immagini poetiche che dovette formare il primo mondo fanciullo.

LI

In ogni facultà uomini, i quali non vi hanno la natura, vi riescono con ostinato studio dell’arte; ma in poesia è affatto niegato di riuscire con l’arte chiunque non vi ha la natura.

Questa degnità dimostra che, poiché la poesia fondò l’umanità gentilesca, dalla quale e non altronde dovetter uscire tutte le arti, i primi poeti furono per natura.

LII

I fanciulli vagliono potentemente nell’imitare, perché osserviamo per lo più trastullarsi in assembrare ciò che son capaci d’apprendere.

Questa degnità dimostra che ‘l mondo fanciullo fu di nazioni poetiche, non essendo altro la poesia che imitazione.

E questa degnità daranne il principio di ciò: che tutte l’arti del necessario, utile, comodo e ‘n buona parte anco dell’umano piacere si ritruovarono ne’ secoli poetici innanzi di venir i filosofi, perché l’arti non sono altro ch’imitazioni della natura e poesie in un certo modo reali.

LIII

Gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura.

Questa degnità è ‘l principio delle sentenze poetiche, che sono formate con sensi di passioni e d’affetti, a differenza delle sentenze filosofiche, che si formano dalla riflessione con raziocinî: onde queste più s’appressano al vero quanto più s’innalzano agli universali, e quelle sono più certe quanto più s’appropriano a’ particolari.

LIV

Gli uomini le cose dubbie ovvero oscure, che lor appartengono, naturalmente interpetrano secondo le loro nature e quindi uscite passioni e costumi.

Questa degnità è un gran canone della nostra mitologia, per lo quale le favole, trovate da’ primi uomini selvaggi e crudi tutte severe, convenevolmente alla fondazione delle nazioni che venivano dalla feroce libertà bestiale, poi, col lungo volger degli anni e cangiar de’ costumi, furon impropiate, alterate, oscurate ne’ tempi dissoluti e corrotti anco innanzi d’Omero. Perché agli uomini greci importava la religione, temendo di non avere gli dèi così contrari a’ loro voti come contrari eran a’ loro costumi, attaccarono i loro costumi agli dèi, e diedero sconci, laidi, oscenissimi sensi alle favole.

LV

È un aureo luogo quello d’Eusebio (dal suo particolare della sapienza degli egizi innalzato a quella di tutti gli altri gentili) ove dice: «Primam ægyptiorum theologiam mere historiam fuisse fabulis interpolatam; quarum quum postea puderet posteros, sensim coeperunt mysticos iis significatus affingere». Come fece Maneto, o sia Manetone, sommo pontefice egizio, che trasportò tutta la storia egiziaca ad una sublime teologia naturale, come pur sopra si è detto.

Queste due degnità sono due grandi pruove della nostra mitologia istorica, e sono insiememente due grandi turbini per confondere l’oppenioni della sapienza innarrivabile degli antichi, come due grandi fondamenti della verità della religion cristiana, la quale nella sagra storia non ha ella narrazioni da vergognarsene.

LVI

I primi autori tra gli orientali, egizi, greci e latini e, nella barbarie ricorsa, i primi scrittori nelle nuove lingue d’Europa si truovano essere stati poeti.

LVII

I mutoli si spiegano per atti o corpi c’hanno naturali rapporti all’idee ch’essi vogliono significare.

Questa degnità è ‘l principio del parlar naturale, che congetturò Platone nel Cratilo, e, dopo di lui, Giamblico, De mysteriis ægyptiorum, essersi una volta parlato nel mondo. Co’ quali sono gli stoici ed Origene, Contra Celso; e, perché ‘l dissero indovinando, ebbero contrari Aristotile nella Perì ermeneia e Galeno, De decretis Hippocratis et Platonis: della qual disputa ragiona Publio Nigidio appresso Aulo Gellio. Alla qual favella naturale dovette succedere la locuzion poetica per immagini, somiglianze, comparazioni e naturali propietà.

LVIII

I mutoli mandan fuori i suoni informi cantando, e gli scilinguati pur cantando spediscono la lingua a prononziare.

LIX

Gli uomini sfogano le grandi passioni dando nel canto, come si sperimenta ne’ sommamente addolorati e allegri.

Queste due degnità supposte [danno a congetturare]che gli autori delle nazioni gentili [poich’]eran andat’in uno stato ferino di bestie mute; e che, per quest’istesso balordi, non si fussero risentiti ch’a spinte di violentissime passioni – dovettero formare le prime loro lingue cantando.

LX

Le lingue debbon aver incominciato da voci monosillabe; come, nella presente copia di parlari articolati ne’ quali nascon ora, i fanciulli, quantunque abbiano mollissime le fibbre dell’istrumento necessario ad articolare la favella, da tali voci incominciano.

LXI

Il verso eroico è lo più antico di tutti e lo spondaico il più tardo, e dentro si truoverà il verso eroico esser nato spondaico.

LXII

Il verso giambico è ‘l più somigliante alla prosa, e ‘l giambo è «piede presto», come vien diffinito da Orazio.

Queste due degnità ultime danno a congetturare che andarono con pari passi a spedirsi e l’idee e le lingue.

Tutte queste degnità, dalla quarantesimasettima incominciando, insieme con le sopra proposte per princìpi di tutte l’altre, compiono tutta la ragion poetica nelle sue parti, che sono: la favola, il costume e suo decoro, la sentenza, la locuzione e la di lei evidenza, l’allegoria, il canto e per ultimo il verso. E le sette ultime convincon altresì che fu prima il parlar in verso e poi il parlar in prosa appo tutte le nazioni.

LXIII

La mente umana è inchinata naturalmente co’ sensi a vedersi fuori nel corpo, e con molta difficultà per mezzo della riflessione ad intendere se medesima.

Questa degnità ne dà l’universal principio d’etimologia in tutte le lingue, nelle qual’i vocaboli sono trasportati da’ corpi e dalle propietà de’ corpi a significare le cose della mente e dell’animo.

LXIV

L’ordine dell’idee dee procedere secondo l’ordine delle cose.

LXV

L’ordine delle cose umane procedette: che prima furono le selve, dopo i tuguri, quindi i villaggi, appresso le città, finalmente l’accademie.

Questa degnità è un gran principio d’etimologia: che secondo questa serie di cose umane si debbano narrare le storie delle voci delle lingue natie, come osserviamo nella lingua latina quasi tutto il corpo delle sue voci aver origini selvagge e contadinesche. Come, per cagion d’esemplo, «lex», che dapprima dovett’essere «raccolta di ghiande», da cui crediamo detta «ilex», quasi «illex», l’elce (come certamente «aquilex» è ‘l raccoglitore dell’acque), perché l’elce produce la ghianda, alla quale s’uniscono i porci. Dappoi «lex» fu «raccolta di legumi», dalla quale questi furon detti «legumina». Appresso, nel tempo che le lettere volgari non si eran ancor truovate con le quali fussero scritte le leggi, per necessità di natura civile «lex» dovett’essere «raccolta di cittadini», o sia il pubblico parlamento; onde la presenza del popolo era la legge che solennizzava i testamenti che si facevano «calatis comitiis». Finalmente il raccoglier lettere e farne com’un fascio in ciascuna parola fu detto «legere».

LXVI

Gli uomini prima sentono il necessario, dipoi badano all’utile, appresso avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano del piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrappazzar le sostanze.

LXVII

La natura de’ popoli prima è cruda, dipoi severa, quindi benigna, appresso dilicata, finalmente dissoluta.

LXVIII

Nel gener umano prima surgono immani e goffi, qual’i Polifemi; poi magnanimi ed orgogliosi, quali gli Achilli; quindi valorosi e giusti, quali gli Aristidi, gli Scipioni affricani; più a noi gli appariscenti con grand’immagini di virtù che s’accompagnano con grandi vizi, ch’appo il volgo fanno strepito di vera gloria, quali gli Alessandri e i Cesari; più oltre i tristi riflessivi, qual’i Tiberi; finalmente i furiosi dissoluti e sfacciati, qual’i Caligoli, i Neroni, i Domiziani.

Questa degnità dimostra che i primi abbisognarono per ubbidire l’uomo all’uomo nello stato delle famiglie, e disporlo ad ubbidir alle leggi nello stato ch’aveva a venire delle città; i secondi, che naturalmente non cedevano a’ loro pari, per istabilire sulle famiglie le repubbliche di forma aristocratica; i terzi per aprirvi la strada alla libertà popolare; i quarti per introdurvi le monarchie; i quinti per istabilirle; i sesti per rovesciarle.

E questa con l’antecedenti degnità danno una parte de’ princìpi della storia ideal eterna, sulla quale corrono in tempo tutte le nazioni ne’ loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini.

LXIX

I governi debbon essere conformi alla natura degli uomini governati.

Questa degnità dimostra che per natura di cose umane civili la scuola pubblica de’ principi è la morale de’ popoli.

LXX

Si conceda ciò che non ripugna in natura e qui poi truoverassi vero di fatto: che dallo stato nefario del mondo eslege si ritirarono prima alquanti pochi più robusti, che fondarono le famiglie, con le quali e per le quali ridussero i campi a coltura; e gli altri molti lunga età dopo se ne ritirarono, rifuggendo alle terre colte di questi padri.

LXXI

I natii costumi, e sopra tutto quello della natural libertà, non si cangiano tutti ad un tratto, ma per gradi e con lungo tempo.

LXXII

Posto che le nazioni tutte cominciarono da un culto di una qualche divinità, i padri nello stato delle famiglie dovetter esser i sappienti in divinità d’auspìci, i sacerdoti che sagrificavano per proccurargli o sia ben intendergli, e gli re che portavano le divine leggi alle loro famiglie.

LXXIII

È volgar tradizione che i primi i quali governarono il mondo furono re.

LXXIV

È altra volgar tradizione ch’i primi re si criavano per natura i più degni.

LXXV

È volgar tradizione ancora ch’i primi re furono sappienti, onde Platone con vano voto disiderava questi antichissimi tempi ne’ quali o i filosofi regnavano o filosofavano i re.

Tutte queste degnità dimostrano che nelle persone de’ primi padri andarono uniti sapienza, sacerdozio e regno, e ‘l regno e ‘l sacerdozio erano dipendenze della sapienza, non già riposta di filosofi, ma volgare di legislatori. E perciò, dappoi, in tutte le nazioni i sacerdoti andarono coronati.

LXXVI

È volgar tradizione che la prima forma di governo al mondo fusse ella stata monarchica.

LXXVII

Ma la degnità sessantesimasettima con l’altre seguenti, e ‘n particolare col corollario della sessantesimanona, ne danno che i padri nello stato delle famiglie dovettero esercitare un imperio monarchico, solamente soggetto a Dio, così nelle persone come negli acquisti de’ lor figliuoli e molto più de’ famoli che si erano rifuggiti alle loro terre, e sì che essi furono i primi monarchi del mondo de’ quali la storia sagra hassi da intendere ove gli appella «patriarchi», cioè «padri principi». Il qual diritto monarchico fu loro serbato dalla legge delle XII Tavole per tutti i tempi della romana repubblica: «Patrifamilias ius vitæ et necis in liberos esto»; di che è conseguenza: «Quicquid filius acquirit, patri acquirit».

LXXVIII

Le famiglie non posson essere state dette, con propietà d’origine, altronde che da questi famoli de’ padri nello stato allor di natura.

LXXIX

I primi soci, che propiamente sono compagni per fine di comunicare tra loro l’utilità, non posson al mondo immaginarsi né intendersi innanzi di questi rifuggiti per aver salva la vita da’ primi padri anzidetti e, ricevuti per la lor vita, obbligati a sostentarla con coltivare i campi di tali padri.

Tali si truovano i veri soci degli eroi, che poi furono i plebei dell’eroiche città, e finalmente le provincie de’ popoli principi.

LXXX

Gli uomini vengono naturalmente alla ragione de’ benefizi, ove scorgano o ritenerne o ritrarne buona e gran parte d’utilità, che son i benefizi che si possono sperare nella vita civile.

LXXXI

È propietà de’ forti gli acquisti fatti con virtù non rillasciare per infingardaggine, ma, o per necessità o per utilità, rimetterne a poco a poco e quanto meno essi possono.

Da queste due degnità sgorgano le sorgive perenni de’ feudi, i quali con romana eleganza si dicono «beneficia».

LXXXII

Tutte le nazioni antiche si truovano sparse di clienti e di clientele, che non si possono più acconciamente intendere che per vassalli e per feudi, né da’ feudisti eruditi si truovano più acconce voci romane per ispiegarsi che «clientes» e «clientelæ».

Queste tre ultime degnità con dodici precedenti, dalla settantesima incominciando, ne scuoprono i princìpi delle repubbliche, nate da una qualche grande necessità (che dentro si determina) a’ padri di famiglia fatta da’ famoli, per la quale andarono da se stesse naturalmente a formarsi aristocratiche. Perocché i padri si unirono in ordini per resister a’ famoli ammutinati contro essoloro; e, così uniti, per far contenti essi famoli e ridurgli all’ubbidienza, concedettero loro una spezie di feudi rustici; ed essi si truovaron assoggettiti i loro sovrani imperi famigliari (che non si posson intendere che sulla ragione di feudi nobili) all’imperio sovrano civile de’ lor ordini regnanti medesimi; e i capi ordini se ne dissero «re», i quali, più animosi, dovettero lor far capo nelle rivolte de’ famoli. Tal origine delle città se fusse data per ipotesi (che dentro si ritruova di fatto), ella, per la sua naturalezza e semplicità e per l’infinito numero degli effetti civili che sopra, come a lor propia cagione, vi reggono, dee fare necessità di esser ricevuta per vera. Perché in altra guisa non si può al mondo intendere come delle potestà famigliari si formò la potestà civile e de’ patrimoni privati il patrimonio pubblico, e come truovossi apparecchiata la materia alle repubbliche d’un ordine di pochi che vi comandi e della moltitudine de’ plebei la qual v’ubbidisca: che sono le due parti che compiono il subbietto della politica. La qual generazione degli Stati civili, con le famiglie sol di figliuoli, si dimostrerà dentro essere stata impossibile.

LXXXIII

Questa legge d’intorno a’ campi si stabilisce la prima agraria del mondo; né per natura si può immaginar o intendere un’altra che possa essere più ristretta.

Questa legge agraria distinse gli tre domìni, che posson esser di natura civile, appo tre spezie di persone: il bonitario, appo i plebei; il quiritario, conservato con l’armi e, ‘n conseguenza, nobile, appo i padri; e l’eminente, appo esso ordine, ch’è la Signoria, o sia la sovrana potestà, nelle repubbliche aristocratiche.

LXXXIV

È un luogo d’oro d’Aristotile ne’ Libri politici ove, nella divisione delle repubbliche, novera i regni eroici, ne’ quali gli re in casa ministravan le leggi, fuori amministravan le guerre, ed erano capi della religione.

Questa degnità cade tutta a livello ne’ due regni eroici di Teseo e di Romolo, come di quello si può osservar in Plutarco nella di lui Vita, e di questo sulla storia romana, con supplire la storia greca con la romana, ove Tullo Ostilio ministra la legge nell’accusa d’Orazio. E gli re romani erano ancora re delle cose sagre, detti «reges sacrorum»; onde, cacciati gli re da Roma, per la certezza delle cerimonie divine ne criavano uno che si dicesse «rex sacrorum», ch’era il capo de’ feciali o sia degli araldi.

LXXXV

È pur luogo d’oro d’Aristotile ne’ medesimi libri, ove riferisce che l’antiche repubbliche non avevano leggi da punire l’offese ed ammendar i torti privati; e dice tal costume esser de’ popoli barbari, perché i popoli per ciò ne’ lor incominciamenti sono barbari perché non sono addimesticati ancor con le leggi.

Questa degnità dimostra la necessità de’ duelli e delle ripresaglie ne’ tempi barbari, perché in tali tempi mancano le leggi giudiziarie.

LXXXVI

È pur aureo negli stessi libri d’Aristotile quel luogo ove dice che nell’antiche repubbliche i nobili giuravano d’esser eterni nemici della plebe.

Questa degnità ne spiega la cagione de’ superbi, avari e crudeli costumi de’ nobili sopra i plebei, ch’apertamente si leggono sulla storia romana antica: che, dentro essa finor sognata libertà popolare, lungo tempo angariarono i plebei di servir loro a propie spese nelle guerre, gli anniegavano in un mar d’usure, che non potendo quelli meschini poi soddisfare, gli tenevano chiusi tutta la vita nelle loro private prigioni, per pagargliele co’ lavori e fatighe, e quivi con maniera tirannica gli battevano a spalle nude con le verghe come vilissimi schiavi.

LXXXVII

Le repubbliche aristocratiche sono rattenutissime di venir alle guerre per non agguerrire la moltitudine de’ plebei.

Questa degnità è ‘l principio della giustizia dell’armi romane fin alle guerre cartaginesi.

LXXXVIII

Le repubbliche aristocratiche conservano le ricchezze dentro l’ordine de’ nobili, perché conferiscono alla potenza di esso ordine.

Questa degnità è ‘l principio della clemenza romana nelle vittorie, che toglievano a’ vinti le sole armi e, sotto la legge di comportevol tributo, rillasciavano il dominio bonitario di tutto. Ch’è la cagione per che i padri resistettero sempre all’agrarie de’ Gracchi: perché non volevano arricchire la plebe.

LXXXIX

L’onore è ‘l più nobile stimolo del valor militare.

XC

I popoli debbon eroicamente portarsi in guerra, se esercitano gare di onore tra lor in pace, altri per conservarglisi, altri per farsi merito di conseguirgli.

Questa degnità è un principio dell’eroismo romano dalla discacciata de’ tiranni fin alle guerre cartaginesi, dentro il qual tempo i nobili naturalmente si consagravano per la salvezza della lor patria, con la quale avevano salvi tutti gli onori civili dentro il lor ordine, e i plebei facevano delle segnalatissime imprese per appruovarsi meritevoli degli onori de’ nobili.

XCI

Le gare, ch’esercitano gli ordini nelle città, d’uguagliarsi con giustizia sono lo più potente mezzo d’ingrandir le repubbliche.

Questo è l’altro principio dell’eroismo romano, assistito da tre pubbliche virtù: dalla magnanimità della plebe di volere le ragioni civili comunicate ad essolei con le leggi de’ padri, dalla fortezza de’ padri nel custodirle dentro il lor ordine e dalla sapienza de’ giureconsulti nell’interpetrarle e condurne fil filo l’utilità a’ nuovi casi che domandavano la ragione. Che sono le tre cagioni propie onde si distinse al mondo la giurisprudenza romana.

Tutte queste degnità, dalla otantesimaquarta incominciando, espongono nel suo giusto aspetto la storia romana antica: le seguenti tre vi si adoprano in parte.

XCII

I deboli vogliono le leggi; i potenti le ricusano; gli ambiziosi, per farsi séguito, le promuovono; i principi, per uguagliar i potenti co’ deboli, le proteggono.

Questa degnità, per la prima e seconda parte, è la fiaccola delle contese eroiche nelle repubbliche aristocratiche, nelle qual’i nobili vogliono appo l’ordine arcane tutte le leggi, perché dipendano dal lor arbitrio e le ministrino con la mano regia: che sono le tre cagioni ch’arreca Pomponio giureconsulto, ove narra che la plebe romana desidera la legge delle XII Tavole, con quel motto che l’erano gravi «ius latens, incertum et manus regia». Ed è la cagione della ritrosia ch’avevano i padri di dargliele, dicendo «mores patrios servandos, leges ferri non oportere», come riferisce Dionigi d’Alicarnasso, che fu meglio informato che Tito Livio delle cose romane (perché le scrisse istrutto delle notizie di Marco Terenzio Varrone, il qual fu acclamato «il dottissimo de’ romani»), e in questa circostanza è per diametro opposto a Livio, che narra intorno a ciò: i nobili, per dirla con lui, «desideria plebis non aspernari». Onde, per questa ed altre maggiori contrarietà osservate ne’ Princìpi del Diritto universale, essendo cotanto tra lor opposti i primi autori che scrissero di cotal favola da presso a cinquecento anni dopo, meglio sarà di non credere a niun degli due. Tanto più che ne’ medesimi tempi non la credettero né esso Varrone, il quale nella grande opera Rerum divinarum et humanarum diede origini tutte natie del Lazio a tutte le cose divine ed umane d’essi romani; né Cicerone, il qual in presenza di Quinto Muzio Scevola, principe de’ giureconsulti della sua età, fa dire a Marco Crasso oratore che la sapienza de’ decemviri di gran lunga superava quella di Dragone e di Solone, che diedero le leggi agli ateniesi, e quella di Ligurgo, che diedele agli spartani: ch’è lo stesso che la legge delle XII Tavole non era né da Sparta né da Atene venuta in Roma. E crediamo in ciò apporci al vero: che non per altro Cicerone fece intervenire Q. Muzio in quella sola prima giornata che – essendo al suo tempo cotal favola troppo ricevuta tra’ letterati, nata dalla boria de’ dotti di dare origini sappientissime al sapere ch’essi professavano (lo che s’intende da quelle parole che ‘l medesimo Crasso dice: «Fremant omnes: dicam quod sentio») – perché non potessero opporgli ch’un oratore parlasse della storia del diritto romano, che si appartiene saper da’ giureconsulti (essendo allora queste due professioni tra lor divise); se Crasso avesse d’intorno a ciò detto falso, Muzio ne l’avrebbe certamente ripreso, siccome, al riferir di Pomponio, riprese Servio Sulpizio, ch’interviene in questi stessi ragionamenti, dicendogli «turpe esse patricio viro ius, in quo versaretur ignorare».

Ma, più che Cicerone e Varrone, ci dà Polibio un invitto argomento di non credere né a Dionigi né a Livio, il quale senza contrasto seppe più di politica di questi due e fiorì da dugento anni più vicino a’ decemviri che questi due. Egli (nel libro sesto, al numero quarto e molti appresso, dell’edizione di Giacomo Gronovio) a piè fermo si pone a contemplare la costituzione delle repubbliche libere più famose de’ tempi suoi, ed osserva la romana esser diversa da quelle d’Atene e di Sparta e, più che di Sparta, esserlo da quella d’Atene, dalla quale, più che da Sparta, i pareggiatori del gius attico col romano vogliono esser venute le leggi per ordinarvi la libertà popolare già innanzi fondata da Bruto. Ma osserva, al contrario, somiglianti tra loro la romana e la cartaginese, la quale niuno mai si è sognato essere stata ordinata libera con le leggi di Grecia; lo che è tanto vero ch’in Cartagine era espressa legge che vietava a’ cartaginesi sapere di greca lettera. Ed uno scrittore sappientissimo di repubbliche non fa sopra ciò questa cotanto naturale e cotanto ovvia riflessione, e non ne investiga la cagion della differenza: – Le repubbliche romana ed ateniese, diverse, ordinate con le medesime leggi; e le repubbliche romana e cartaginese, simili, ordinate con leggi diverse? – Laonde, per assolverlo d’un’oscitanza sì dissoluta, è necessaria cosa a dirsi che nell’età di Polibio non era ancor nata in Roma cotesta favola delle leggi greche venute da Atene ad ordinarvi il governo libero popolare.

Questa stessa degnità, per la terza parte, apre la via agli ambiziosi nelle repubbliche popolari di portarsi alla monarchia, col secondare tal disiderio natural della plebe, che, non intendendo universali, d’ogni particolare vuol una legge. Onde Silla, capoparte di nobiltà, vinto Mario, capoparte di plebe, riordinando lo Stato popolare con governo aristocratico, rimediò alla moltitudine delle leggi con le «quistioni perpetue».

E questa degnità medesima per l’ultima parte è la ragione arcana perché, da Augusto incominciando, i romani prìncipi fecero innumerevoli leggi di ragion privata, e perché i sovrani e le potenze d’Europa dappertutto, ne’ loro Stati reali e nelle repubbliche libere, ricevettero il Corpo del diritto civile romano e quello del diritto canonico.

XCIII

Poiché la porta degli onori nelle repubbliche popolari tutta si è con le leggi aperta alla moltitudine avara che vi comanda, non resta altro in pace che contendervi di potenza non già con le leggi ma con le armi, e per la potenza comandare leggi per arricchire, quali in Roma furon l’agrarie de’ Gracchi; onde provengono nello stesso tempo guerre civili in casa ed ingiuste fuori.

Questa degnità, per lo suo opposto, conferma per tutto il tempo innanzi de’ Gracchi il romano eroismo.

XCIV

La natural libertà è più feroce quanto i beni più a’ propi corpi son attaccati, e la civil servitù s’inceppa co’ beni di fortuna non necessari alla vita.

Questa degnità, per la prima parte, è altro principio del natural eroismo de’ primi popoli; per la seconda, ella è ‘l principio naturale delle monarchie.

XCV

Gli uomini prima amano d’uscir di suggezione e disiderano ugualità: ecco le plebi nelle repubbliche aristocratiche, le quali finalmente cangiano in popolari; dipoi si sforzano superare gli uguali: ecco le plebi nelle repubbliche popolari, corrotte in repubbliche di potenti; finalmente vogliono mettersi sotto le leggi: ecco l’anarchie, o repubbliche popolari sfrenate, delle quali non si dà piggiore tirannide, dove tanti son i tiranni quanti sono gli audaci e dissoluti delle città. E quivi le plebi, fatte accorte da’ propi mali, per truovarvi rimedio vanno a salvarsi sotto le monarchie; ch’è la legge regia naturale con la quale Tacito legittima la monarchia romana sotto di Augusto, «qui cuncta, bellis civilibus fessa, nomine “principis” sub imperium accepit».

XCVI

Dalla natia libertà eslege i nobili, quando sulle famiglie si composero le prime città, furono ritrosi ed a freno ed a peso: ecco le repubbliche aristocratiche nelle qual’i nobili son i signori; dappoi dalle plebi, cresciute in gran numero ed agguerrite, indutti a sofferire e leggi e pesi egualmente coi lor plebei: ecco i nobili nelle repubbliche popolari; finalmente, per aver salva la vita comoda, naturalmente inchinati alla suggezione d’un solo: ecco i nobili sotto le monarchie.

Queste due degnità con l’altre innanzi, dalla sessantesimasesta incominciando, sono i princìpi della storia ideal eterna la quale si è sopra detta.

XCVII

Si conceda ciò che ragion non offende, col dimandarsi che dopo il diluvio gli uomini prima abitarono sopra i monti, alquanto tempo appresso calarono alle pianure, dopo lunga età finalmente si assicurarono di condursi a’ lidi del mare.

XCVIII

Appresso Strabone è un luogo d’oro di Platone, che dice, dopo i particolari diluvi ogigio e deucalionio, aver gli uomini abitato nelle grotte sui monti, e gli riconosce ne’ Polifemi, ne’ quali altrove rincontra i primi padri di famiglia del mondo; dipoi, sulle falde, e gli avvisa in Dardano che fabbricò Pergamo, che divenne poi la ròcca di Troia; finalmente, nelle pianure, e gli scorge in Ilo, dal quale Troia fu portata nel piano vicino al mare e fu detta Ilio.

XCIX

È pur antica tradizione che Tiro prima fu fondata entro terra, e dipoi portata nel lido del mar Fenicio; com’è certa istoria indi essere stata tragittata in un’isola ivi da presso, quindi da Alessandro Magno riattaccata al suo continente.

L’antecedente postulato e le due degnità che gli vanno appresso ne scuoprono che prima si fondarono le nazioni mediterranee, dappoi le marittime. E ne danno un grand’argomento che dimostra l’antichità del popolo ebreo, che da Noè si fondò nella Mesopotamia, ch’è la terra più mediterranea del primo mondo abitabile, e sì fu l’antichissima di tutte le nazioni. Lo che vien confermato perché ivi fondossi la prima monarchia, che fu quella degli assiri, sopra la gente caldea, dalla qual eran usciti i primi sappienti del mondo, de’ quali fu principe Zoroaste.

C

Gli uomini non s’inducono ad abbandonar affatto le propie terre, che sono naturalmente care a’ natii, che per ultime necessità della vita; o di lasciarle a tempo che o per l’ingordigia d’arricchire co’ traffichi, o per gelosia di conservare gli acquisti.

Questa degnità è ‘l principio delle trasmigrazioni de’ popoli, fatte con le colonie eroiche marittime, con le innondazioni de’ barbari (delle quali sole scrisse Wolfango Lazio), con le colonie romane ultime conosciute e con le colonie degli europei nell’Indie.

E questa stessa degnità ci dimostra che le razze perdute degli tre figliuoli di Noè dovettero andar in un error bestiale, perché, col fuggire le fiere (delle quali la gran selva della terra doveva pur troppo abbondare) e coll’inseguire le schive e ritrose donne (ch’in tale stato selvaggio dovevan essere sommamente ritrose e schive), e poi per cercare pascolo ed acqua, si ritruovassero dispersi per tutta la terra nel tempo che fulminò la prima volta il cielo dopo il diluvio: onde ogni nazione gentile cominciò da un suo Giove. Perché, se avessero durato nell’umanità come il popolo di Dio vi durò, si sarebbero, come quello, ristati nell’Asia, che, tra per la vastità di quella gran parte del mondo e per la scarsezza allora degli uomini, non avevano niuna necessaria cagione d’abbandonare, quando non è natural costume ch’i paesi natii s’abbandonino per capriccio.

CI

I fenici furono i primi navigatori del mondo antico.

CII

Le nazioni nella loro barbarie sono impenetrabili, che si debbono irrompere da fuori con le guerre, o da dentro spontaneamente aprire agli stranieri per l’utilità de’ commerzi. Come Psammetico aprì l’Egitto a’ greci dell’Ionia e della Caria, i quali, dopo i fenici, dovetter essere celebri nella negoziazione marittima; onde, per le grandi ricchezze, nell’Ionia si fondò il templo di Giunione samia e nella Caria si alzò il mausoleo d’Artemisia, che furono due delle sette maraviglie del mondo: la gloria della qual negoziazione restò a quelli di Rodi, nella bocca del cui porto ergerono il gran colosso del Sole, ch’entrò nel numero delle maraviglie suddette. Così il Chinese, per l’utilità de’ commerzi, ha ultimamente aperto la China a’ nostri europei.

Queste tre degnità ne danno il principio d’un altro etimologico delle voci d’origine certa straniera, diverso da quello sopra detto delle voci natie. Ne può altresì dare la storia di nazioni dopo altre nazioni portatesi con colonie in terre straniere: come Napoli si disse dapprima Sirena con voce siriaca – ch’è argomento che i siri, ovvero fenici, vi avessero menato prima di tutti una colonia per cagione di traffichi; – dopo si disse Partenope con voce eroica greca, e finalmente con lingua greca volgare si disse Napoli – che sono pruove che vi fussero appresso passati i greci per aprirvi società di negozi: – ove dovette provenire una lingua mescolata di fenicia e di greca, della quale, più che della greca pura, si dice Tiberio imperadore essersi dilettato. Appunto come ne’ lidi di Taranto vi fu una colonia siriaca detta Siri, i cui abitatori erano chiamati «siriti», e poi da’ greci fu detta Polieo, e ne fu appellata Minerva «poliade», che ivi aveva un suo templo.

Questa degnità altresì dà i princìpi di scienza all’argomento di che scrisse il Giambullari: che la lingua toscana sia d’origine siriaca. La quale non poté provenire che dagli più antichi fenici, che furono i primi navigatori del mondo antico, come poco sopra n’abbiamo proposto una degnità; perché, appresso, tal gloria fu de’ greci della Caria e dell’Ionia, e restò per ultimo a’ rodiani.

CIII

Si domanda ciò ch’è necessario concedersi: che nel lido del Lazio fusse stata menata alcuna greca colonia, che poi, da’ romani vinta e distrutta, fusse restata seppellita nelle tenebre dell’antichità.

Se ciò non si concede, chiunque riflette e combina sopra l’antichità, è sbalordito dalla storia romana ove narra Ercole, Evandro, arcadi, frigi dentro del Lazio, Servio Tullio greco, Tarquinio Prisco figliuolo di Demarato corintio, Enea fondatore della gente romana. Certamente le lettere latine Tacito osserva somiglianti all’antiche greche, quando a’ tempi di Servio Tullio, per giudizio di Livio, non poterono i romani nemmeno udire il famoso nome di Pittagora, ch’insegnava nella sua celebratissima scuola in Cotrone, e non incominciaron a conoscersi co’ greci d’Italia che con l’occasione della guerra di Taranto, che portò appresso quella di Pirro co’ greci oltramare.

CIV

È un detto degno di considerazione quello di Dion Cassio: che la consuetudine è simile al re e la legge al tiranno; che deesi intendere della consuetudine ragionevole e della legge non animata da ragion naturale.

Questa degnità dagli effetti diffinisce altresì la gran disputa: «se vi sia diritto in natura o sia egli nell’oppenione degli uomini», la qual è la stessa che la proposta nel corollario dell’VIII: «se la natura umana sia socievole». Perché, il diritto natural delle genti essendo stato ordinato dalla consuetudine (la qual Dione dice comandare da re con piacere), non ordinato con legge (che Dion dice comandare da tiranno con forza), perocché egli è nato con essi costumi umani usciti dalla natura comune delle nazioni (ch’è ‘l subbietto adeguato di questa Scienza), e tal diritto conserva l’umana società; né essendovi cosa più naturale (perché non vi è cosa che piaccia più) che celebrare i naturali costumi: per tutto ciò la natura umana, dalla quale sono usciti tali costumi, ella è socievole.

Questa stessa degnità, con l’ottava e ‘l di lei corollario, dimostra che l’uomo non è ingiusto per natura assolutamente, ma per natura caduta e debole. E ‘n conseguenza dimostra il primo principio della cristiana religione, ch’è Adamo intiero, qual dovette nell’idea ottima essere stato criato da Dio. E quindi dimostra i catolici princìpi della grazia: ch’ella operi nell’uomo, ch’abbia la privazione, non la niegazione delle buon’opere, e sì ne abbia una potenza inefficace, e perciò sia efficace la grazia; che perciò non può stare senza il principio dell’arbitrio libero, il quale naturalmente è da Dio aiutato con la di lui provvedenza (come si è detto sopra, nel secondo corollario della medesima ottava), sulla quale la cristiana conviene con tutte l’altre religioni. Ch’era quello sopra di che Grozio, Seldeno, Pufendorfio dovevano, innanzi ogni altra cosa, fondar i loro sistemi e convenire coi romani giureconsulti, che diffiniscono il diritto natural delle genti essere stato dalla divina provvedenza ordinato.

CV

Il diritto natural delle genti è uscito coi costumi delle nazioni, tra loro conformi in un senso comune umano, senza alcuna riflessione e senza prender essemplo l’una dall’altra.

Questa degnità, col detto di Dione riferito nell’antecedente, stabilisce la provvedenza essere l’ordinatrice del diritto natural delle genti, perch’ella è la regina delle faccende degli uomini.

Questa stessa stabilisce la differenza del diritto natural degli ebrei, del diritto natural delle genti e diritto natural de’ filosofi. Perché le genti n’ebbero i soli ordinari aiuti dalla provvedenza; gli ebrei n’ebbero anco aiuti estraordinari dal vero Dio, per lo che tutto il mondo delle nazioni era da essi diviso tra ebrei e genti; e i filosofi il ragionano più perfetto di quello che ‘l costuman le genti, i quali non vennero che da un duemila anni dopo essersi fondate le genti. Per tutte le quali tre differenze non osservate, debbon cadere gli tre sistemi di Grozio, di Seldeno, di Pufendorfio.

CVI

Le dottrine debbono cominciare da quando cominciano le materie che trattano.

Questa degnità, allogata qui per la particolar materia del diritto natural delle genti, ella è universalmente usata in tutte le materie che qui si trattano; ond’era da proporsi tralle degnità generali: ma si è posta qui, perché in questa più che in ogni altra particolar materia fa vedere la sua verità e l’importanza di farne uso.

CVII

Le genti cominciarono prima delle città, e sono quelle che da’ latini si dissero «gentes maiores», o sia case nobili antiche, come quelle de’ padri de’ quali Romolo compose il senato e, col senato, la romana città: come, al contrario, si dissero «gentes minores» le case nobili nuove fondate dopo le città, come furono quelle de’ padri de’ quali Giunio Bruto, cacciati gli re, riempiè il senato, quasi esausto per le morti de’ senatori fatti morire da Tarquinio Superbo.

CVIII

Tale fu la divisione degli dèi: tra quelli delle genti maggiori, ovvero dèi consagrati dalle famiglie innanzi delle città, – i quali appo i greci e latini certamente (e qui pruoverassi appo i primi assiri ovvero caldei, fenici, egizi) furono dodici (il qual novero fu tanto famoso tra i greci che l’intendevano con la sola parola dódeka), e vanno confusamente raccolti in un distico latino riferito ne’ Princìpi del Diritto universale; i quali però qui, nel libro secondo, con una teogonia naturale, o sia generazione degli dèi naturalmente fatta nelle menti de’ greci, usciranno così ordinati: Giove, Giunone; Diana, Apollo; Vulcano, Saturno, Vesta; Marte, Venere; Minerva, Mercurio; Nettunno; – e gli dèi delle genti minori, ovvero dèi consegrati appresso dai popoli, come Romolo, il qual, morto, il popolo romano appellò dio Quirino.

Per queste tre degnità, gli tre sistemi di Grozio, di Seldeno, di Pufendorfio mancano ne loro princìpi, ch’incominciano dalle nazioni guardate tra loro nella società di tutto il gener umano, il quale, appo tutte le prime nazioni, come sarà qui dimostrato, cominciò dal tempo delle famiglie, sotto gli dèi delle genti dette «maggiori».

CIX

Gli uomini di corte idee stimano diritto quanto si è spiegato con le parole.

CX

È aurea la diffinizione ch’Ulpiano assegna dell’equità civile: ch’ella è «probabilis quædam ratio, non omnibus hominibus naturaliter cognita (com’è l’equità naturale), sed paucis tantum, qui, prudentia, usu, doctrina præditi, didicerunt quæ ad societatis humanæ conservationem sunt necessaria». La quale in bell’italiano si chiama «ragion di Stato».

CXI

Il certo delle leggi è un’oscurezza della ragione unicamente sostenuta dall’autorità, che le ci fa sperimentare dure nel praticarle, e siamo necessitati praticarle per lo di lor «certo», che in buon latino significa «particolarizzato» o, come le scuole dicono, «individuato»; nel qual senso «certum» e «commune», con troppa latina eleganza, son opposti tra loro.

Questa degnità, con le due seguenti diffinizioni, costituiscono il principio della ragion stretta, della qual è regola l’equità civile, al cui certo, o sia alla determinata particolarità delle cui parole, i barbari, d’idee particolari, naturalmente s’acquetano, e tale stimano il diritto che lor si debba. Onde ciò che in tali casi Ulpiano dice: «lex dura est, sed scripta est», tu diresti, con più bellezza latina e con maggior eleganza legale: «lex dura est, sed certa est».

CXII

Gli uomini intelligenti stimano diritto tutto ciò che detta essa uguale utilità delle cause.

CXIII

Il vero delle leggi è un certo lume e splendore di che ne illumina la ragion naturale; onde spesso i giureconsulti usan dire «verum est» per «æquum est».

Questa diffinizione come la centoundecimo sono proposizioni particolari per far le pruove nella particolar materia del diritto natural delle genti, uscite dalle due generali, nona e decima, che trattano del vero e del certo generalmente, per far le conchiusioni in tutte le materie che qui si trattano.

CXIV

L’equità naturale della ragion umana tutta spiegata è una pratica della sapienza nelle faccende dell’utilità, poiché «sapienza», nell’ampiezza sua, altro non è che scienza di far uso delle cose qual esse hanno in natura.

Questa degnità con l’altre due seguenti diffinizioni costituiscono il principio della ragion benigna, regolata dall’equità naturale, la qual è connaturale alle nazioni ingentilite; dalla quale scuola pubblica si dimostrerà esser usciti i filosofi.

Tutte queste sei ultime proposizioni fermano che la provvedenza fu l’ordinatrice del diritto natural delle genti, la qual permise che, poiché per lunga scorsa di secoli le nazioni avevano a vivere incapaci del vero e dell’equità naturale (la quale più rischiararono, appresso, i filosofi), esse si attenessero al certo ed all’equità civile, che scrupolosamente custodisce le parole degli ordini e delle leggi, e da queste fussero portate ad osservarle generalmente anco ne’ casi che riuscissero dure, perché si serbassero le nazioni.

E queste istesse sei proposizioni, sconosciute dagli tre principi della dottrina del diritto natural delle genti, fecero ch’essi, tutti e tre, errassero di concerto nello stabilirne i loro sistemi; perc’han creduto che l’equità naturale nella sua idea ottima fusse stata intesa dalle nazioni gentili fin da’ loro primi incominciamenti, senza riflettere che vi volle da un duemila anni perché in alcuna fussero provenuti i filosofi, e senza privilegiarvi un popolo con particolarità assistito dal vero Dio.

III

DE’ PRINCÌPI.

Ora, per fare sperienza se le proposizioni noverate finora per elementi di questa Scienza debbano dare la forma alle materie apparecchiate nel principio sulla Tavola cronologica, preghiamo il leggitore che rifletta a quanto si è scritto d’intorno a’ princìpi di qualunque materia di tutto lo scibile divino ed umano della gentilità, e combini se egli faccia sconcezza con esse proposizioni, o tutte o più o una; perché tanto si è con una quanto sarebbe con tutte, perché ogniuna di quelle fa acconcezza con tutte. Ché certamente egli, faccendo cotal confronto, s’accorgerà che sono tutti luoghi di confusa memoria, tutte immagini di mal regolata fantasia, e niun essere parto d’intendimento, il qual è stato trattenuto ozioso dalle due borie che nelle Degnità noverammo. Laonde, perché la boria delle nazioni, d’essere stata ogniuna la prima del mondo, ci disanima di ritruovare i princìpi di questa Scienza da’ filologi; altronde la boria de’ dotti, i quali vogliono ciò ch’essi sanno essere stato eminentemente inteso fin dal principio del mondo, ci dispera di ritruovargli da’ filosofi: quindi, per questa ricerca, si dee far conto come se non vi fussero libri nel mondo.

Ma, in tal densa notte di tenebre ond’è coverta la prima da noi lontanissima antichità, apparisce questo lume eterno, che non tramonta, di questa verità, la quale non si può a patto alcuno chiamar in dubbio; che questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritruovare i princìpi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana. Lo che, a chiunque vi rifletta, dee recar maraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studiarono di conseguire la scienza di questo mondo naturale, del quale, perché Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza; e traccurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo civile, del quale, perché l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la scienza gli uomini. Il quale stravagante effetto è provenuto da quella miseria, la qual avvertimmo nelle Degnità, della mente umana, la quale, restata immersa e seppellita nel corpo, è naturalmente inchinata a sentire le cose del corpo e dee usare troppo sforzo e fatiga per intendere se medesima, come l’occhio corporale che vede tutti gli obbietti fuori di sé ed ha dello specchio bisogno per vedere se stesso.

Or, poiché questo mondo di nazioni egli è stato fatto dagli uomini, vediamo in quali cose hanno con perpetuità convenuto e tuttavia vi convengono tutti gli uomini, perché tali cose ne potranno dare i princìpi universali ed eterni, quali devon essere d’ogni scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si conservano in nazioni.

Osserviamo tutte le nazioni così barbare come umane, quantunque, per immensi spazi di luoghi e tempi tra loro lontane, divisamente fondate, custodire questi tre umani costumi: che tutte hanno qualche religione, tutte contraggono matrimoni solenni, tutte seppelliscono i loro morti; né tra nazioni, quantunque selvagge e crude, si celebrano azioni umane con più ricercate cerimonie e più consagrate solennità che religioni, matrimoni e seppolture. Ché, per la degnità che «idee uniformi, nate tra popoli sconosciuti tra loro, debbon aver un principio comune di vero», dee essere stato dettato a tutte: che da queste tre cose incominciò appo tutte l’umanità, e per ciò si debbano santissimamente custodire da tutte perché ‘l mondo non s’infierisca e si rinselvi di nuovo. Perciò abbiamo presi questi tre costumi eterni ed universali per tre primi princìpi di questa Scienza.

Né ci accusino di falso il primo i moderni viaggiatori, i quali narrano che popoli del Brasile, di Cafra ed altre nazioni del mondo nuovo (e Antonio Arnaldo crede lo stesso degli abitatori dell’isole chiamate Antille) vivano in società senza alcuna cognizione di Dio; da’ quali forse persuaso, Bayle afferma nel Trattato delle comete che possano i popoli senza lume di Dio vivere con giustizia; che tanto non osò affermare Polibio, al cui detto da taluni s’acclama: che, se fussero al mondo filosofi, che ‘n forza della ragione non delle leggi vivessero con giustizia, al mondo non farebbero uopo religioni. Queste sono novelle di viaggiatori, che proccurano smaltimento a’ lor libri con mostruosi ragguagli. Certamente Andrea Rudigero nella sua Fisica magnificamente intitolata divina, che vuole che sia l’unica via di mezzo tra l’ateismo e la superstizione, egli da’ censori dell’università di Genevra (nella qual repubblica, come libera popolare, dee essere alquanto più di libertà nello scrivere) è di tal sentimento gravemente notato che «’l dica con troppo di sicurezza», ch’è lo stesso dire che con non poco d’audacia. Perché tutte le nazioni credono in una divinità provvedente, onde quattro e non più si hanno potuto truovare religioni primarie per tutta la scorsa de’ tempi e per tutta l’ampiezza di questo mondo civile: una degli ebrei, e quindi altra de’ cristiani, che credono nella divinità d’una mente infinita libera; la terza de’ gentili, che la credono di più dèi, immaginati composti di corpo e di mente libera, onde, quando vogliono significare la divinità che regge e conserva il mondo, dicono «deos immortales»; la quarta ed ultima de’ maomettani, che la credono d’un dio infinita mente libera in un infinito corpo, perché aspettano piaceri de’ sensi per premi nell’altra vita.

Niuna credette in un dio tutto corpo o pure in un dio tutto mente la quale non fusse libera. Quindi né gli epicurei, che non danno altro che corpo e, col corpo, il caso, né gli stoici, che danno Dio in infinito corpo infinita mente soggetta al fato (che sarebbero per tal parte gli spinosisti), poterono ragionare di repubblica né di leggi, e Benedetto Spinosa parla di repubblica come d’una società che fusse di mercadanti. Per lo che aveva la ragion Cicerone, il qual ad Attico, perch’egli era epicureo, diceva non poter esso con lui ragionar delle leggi, se quello non gli avesse conceduto che vi sia provvedenza divina. Tanto le due sètte stoica ed epicurea sono comportevoli con la romana giurisprudenza, la quale pone la provvedenza divina per principal suo principio!

L’oppenione poi ch’i concubiti, certi di fatto, d’uomini liberi con femmine libere senza solennità di matrimoni non contengano niuna naturale malizia, ella da tutte le nazioni del mondo è ripresa di falso con essi costumi umani, co’ quali tutte religiosamente celebrano i matrimoni e con essi diffiniscono che, ‘n grado benché rimesso, sia tal peccato di bestia. Perciocché, quanto è per tali genitori, non tenendogli congionti niun vincolo necessario di legge, essi vanno a disperdere i loro figliuoli naturali, i quali, potendosi i loro genitori ad ogni ora dividere, eglino, abbandonati da entrambi, deono giacer esposti per esser divorati da’ cani; e, se l’umanità o pubblica o privata non gli allevasse, dovrebbero crescere senza avere chi insegnasse loro religione, né lingua, né altro umano costume. Onde, quanto è per essi, di questo mondo di nazioni, di tante belle arti dell’umanità arricchito ed adorno, vanno a fare la grande antichissima selva per entro a cui divagavano con nefario ferino errore le brutte fiere d’Orfeo, delle qual’i figliuoli con le madri, i padri con le figliuole usavano la venere bestiale. Ch’è l’infame nefas del mondo eslege, che Socrate con ragioni fisiche poco propie voleva pruovare esser vietato dalla natura, essendo egli vietato dalla natura umana, perché tali concubiti appo tutte le nazioni sono naturalmente abborriti, né da talune furono praticati che nell’ultima loro corrozione, come da’ persiani.

Finalmente, quanto gran principio dell’umanità sieno le seppolture, s’immagini uno stato ferino nel quale restino inseppolti i cadaveri umani sopra la terra ad esser ésca de’ corvi e cani; ché certamente con questo bestiale costume dee andar di concerto quello d’esser incolti i campi nonché disabitate le città, e che gli uomini a guisa di porci anderebbono a mangiar le ghiande, còlte dentro il marciume de’ loro morti congionti. Onde a gran ragione le seppolture con quella espressione sublime «foedera generis humani» ci furono diffinite e, con minor grandezza, «humanitatis commercia» ci furono descritte da Tacito. Oltrecché, questo è un placito nel quale certamente son convenute tutte le nazioni gentili: che l’anime restassero sopra la terra inquiete ed andassero errando intorno a’ loro corpi inseppolti, e ‘n conseguenza che non muoiano co’ loro corpi, ma che sieno immortali. E che tale consentimento fusse ancora stato dell’antiche barbare, ce ne convincono i popoli di Guinea, come attesta Ugone Linschotano; di quei del Perù e del Messico, Acosta, De indicis; degli abitatori della Virginia, Tommaso Ariot; di quelli della Nuova Inghilterra, Riccardo Waitbornio; di quelli del regno di Sciam, Giuseffo Scultenio. Laonde Seneca conchiude: «Quum de immortalitate loquimur non leve momentum apud nos habet consensus hominum aut timentium inferos aut colentium: hac persuasione publica utor».

IV

DEL METODO.

Per lo intiero stabilimento de’ princìpi, i quali si sono presi di questa Scienza, ci rimane in questo primo libro di ragionare del metodo che debbe ella usare. Perché dovendo ella cominciare donde ne incominciò la materia, siccome si è proposto nelle Degnità, e sì avendo noi a ripeterla, per gli filologi, dalle pietre di Deucalione e Pirra, da’ sassi d’Anfione, dagli uomini nati o da’ solchi di Cadmo o dalla dura rovere di Virgilio e, per gli filosofi, dalle ranocchie d’Epicuro, dalle cicale di Obbes, da’ semplicioni di Grozio, da’ gittati in questo mondo senza niuna cura o aiuto di Dio di Pufendorfio, goffi e fieri quanto i giganti detti «los patacones», che dicono ritrovarsi presso lo stretto di Magaglianes, cioè da’ polifemi d’Omero, ne’ quali Platone riconosce i primi padri nello stato delle famiglie (questa scienza ci han dato de’ princìpi dell’umanità così i filologi come i filosofi!); – e dovendo noi incominciar a ragionarne da che quelli incominciaron a umanamente pensare; – e, nella loro immane fierezza e sfrenata libertà bestiale, non essendovi altro mezzo, per addimesticar quella ed infrenar questa, ch’uno spaventoso pensiero d’una qualche divinità, il cui timore, come si è detto nelle Degnità, è ‘l solo potente mezzo di ridurre in ufizio una libertà inferocita: – per rinvenire la guisa di tal primo pensiero umano nato nel mondo della gentilità, incontrammo l’aspre difficultà che ci han costo la ricerca di ben venti anni, e [dovemmo] discendere da queste nostre umane ingentilite nature a quelle affatto fiere ed immani, le quali ci è affatto niegato d’immaginare e solamente a gran pena ci è permesso d’intendere.

Per tutto ciò dobbiamo cominciare da una qualche cognizione di Dio, della quale non sieno privi gli uomini, quantunque selvaggi, fieri ed immani. Tal cognizione dimostriamo esser questa: che l’uomo, caduto nella disperazione di tutti i soccorsi della natura, disidera una cosa superiore che lo salvasse. Ma cosa superiore alla natura è Iddio, e questo è il lume ch’Iddio ha sparso sopra tutti gli uomini. Ciò si conferma con questo comune costume umano: che gli uomini libertini, invecchiando, perché si sentono mancare le forze naturali, divengono naturalmente religiosi.

Ma tali primi uomini, che furono poi i principi delle nazioni gentili, dovevano pensare a forti spinte di violentissime passioni, ch’è il pensare da bestie. Quindi dobbiamo andare da una volgar metafisica (la quale si è avvisata nelle Degnità, e truoveremo che fu la teologia de’ poeti), e da quelle ripetere il pensiero spaventoso d’una qualche divinità, ch’alle passioni bestiali di tal’uomini perduti pose modo e misura e le rendé passioni umane. Da cotal pensiero dovette nascere il conato, il qual è propio dell’umana volontà, di tener in freno i moti impressi alla mente dal corpo, per o affatto acquetargli, ch’è dell’uomo sappiente, o almeno dar loro altra direzione ad usi migliori, ch’è dell’uomo civile. Questo infrenar il moto de’ corpi certamente egli è un effetto della libertà dell’umano arbitrio, e sì della libera volontà, la qual è domicilio e stanza di tutte le virtù e, tralle altre, della giustizia, da cui informata la volontà è ‘l subbietto di tutto il giusto e di tutti i diritti che sono dettati dal giusto.

Perché dar conato a’ corpi tanto è quanto dar loro libertà di regolar i lor moti, quando i corpi tutti sono agenti necessari in natura; e que’ ch’i meccanici dicono «potenze», «forze», «conati» sono moti insensibili d’essi corpi, co’ quali essi o s’appressano, come volle la meccanica antica, a’ loro centri di gravità, o s’allontanano, come vuole la meccanica nuova, da’ loro centri del moto.

Ma gli uomini, per la loro corrotta natura, essendo tiranneggiati dall’amor propio, per lo quale non sieguono principalmente che la propia utilità; onde eglino, volendo tutto l’utile per sé e niuna parte per lo compagno, non posson essi porre in conato le passioni per indirizzarle a giustizia. Quindi stabiliamo: che l’uomo nello stato bestiale ama solamente la sua salvezza; presa moglie e fatti figliuoli, ama la sua salvezza con la salvezza delle famiglie; venuto a vita civile, ama la sua salvezza con la salvezza delle città; distesi gl’imperi sopra più popoli, ama la sua salvezza con la salvezza delle nazioni; unite le nazioni in guerre, paci, allianze, commerzi, ama la sua salvezza con la salvezza di tutto il gener umano: l’uomo in tutte queste circostanze ama principalmente l’utilità propia. Adunque, non da altri che dalla provvedenza divina deve esser tenuto dentro tali ordini a celebrare con giustizia la famigliare, la civile e finalmente l’umana società; per gli quali ordini, non potendo l’uomo conseguire ciò che vuole, almeno voglia conseguire ciò che dee dell’utilità: ch’è quel che dicesi «giusto». Onde quella che regola tutto il giusto degli uomini è la giustizia divina, la quale ci è ministrata dalla divina provvedenza per conservare l’umana società.

Perciò questa Scienza, per uno de’ suoi principali aspetti, dev’essere una teologia civile ragionata della provvedenza divina. La quale sembra aver mancato finora, perché i filosofi o l’hanno sconosciuta affatto, come gli stoici e gli epicurei, de’ quali questi dicono che un concorso cieco d’atomi agita, quelli che una sorda catena di cagioni e d’effetti strascina le faccende degli uomini; o l’hanno considerata solamente sull’ordine delle naturali cose, onde «teologia naturale» essi chiamano la metafisica, nella quale contemplano questo attributo di Dio, e ‘l confermano con l’ordine fisico che si osserva ne’ moti de’ corpi, come delle sfere, degli elementi, e nella cagion finale sopra l’altre naturali cose minori osservata. E pure sull’iconomia delle cose civili essi ne dovevano ragionare con tutta la propietà della voce, con la quale la provvedenza fu appellata «divinità» da «divinari», «indovinare», ovvero intendere o ‘l nascosto agli uomini, ch’è l’avvenire, o ‘l nascosto degli uomini, ch’è la coscienza; ed è quella che propiamente occupa la prima e principal parte del subbietto della giurisprudenza, che son le cose divine, dalle quali dipende l’altra che ‘l compie, che sono le cose umane. Laonde cotale Scienza dee essere una dimostrazione, per così dire, di fatto istorico della provvedenza, perché dee essere una storia degli ordini che quella, senza verun umano scorgimento o consiglio, e sovente contro essi proponimenti degli uomini, ha dato a questa gran città del gener umano, ché, quantunque questo mondo sia stato criato in tempo e particolare, però gli ordini ch’ella v’ha posto sono universali ed eterni. Per tutto ciò, entro la contemplazione di essa provvedenza infinita ed eterna questa Scienza ritruova certe divine pruove, con le quali si conferma e dimostra. Impercioché la provvedenza divina, avendo per sua ministra l’onnipotenza, vi debbe spiegar i suoi ordini per vie tanto facili quanto sono i naturali costumi umani; perc’ha per consigliera la sapienza infinita, quanto vi dispone debbe essere tutto ordine; perc’ha per suo fine la sua stessa immensa bontà, quanto vi ordina debb’esser indiritto a un bene sempre superiore a quello che si han proposto essi uomini.

Per tutto ciò, nella deplorata oscurità de’ princìpi e nell’innumerabile varietà de’ costumi delle nazioni, sopra un argomento divino che contiene tutte le cose umane, qui pruove non si possono più sublimi disiderare che queste istesse che ci daranno la naturalezza, l’ordine e ‘l fine, ch’è essa conservazione del gener umano. Le quali pruove vi riusciranno luminose e distinte, ove rifletteremo con quanta facilità le cose nascono ed a quali occasioni, che spesso da lontanissime parti, e talvolta tutte contrarie ai proponimenti degli uomini, vengono e vi si adagiano da se stesse; e tali pruove ne somministra l’onnipotenza. Combinarle e vederne l’ordine, a quali tempi e luoghi loro propi nascono le cose ora, che vi debbono nascer ora, e l’altre si differiscono nascer ne’ tempi e ne’ luoghi loro, nello che, all’avviso d’Orazio, consiste tutta la bellezza dell’ordine; e tali pruove ci apparecchia l’eterna sapienza. E finalmente considerare se siam capaci d’intendere se, a quelle occasioni, luoghi e tempi, potevano nascere altri benefìci divini, co’ quali, in tali o tali bisogni o malori degli uomini, si poteva condurre meglio a bene e conservare l’umana società; e tali pruove ne darà l’eterna bontà di Dio.

Onde la propia continua pruova che qui farassi sarà il combinar e riflettere se la nostra mente umana, nella serie de’ possibili la quale ci è permesso d’intendere, e per quanto ce n’è permesso, possa pensare o più o meno o altre cagioni di quelle ond’escono gli effetti di questo mondo civile. Lo che faccendo, il leggitore pruoverà un divin piacere, in questo corpo mortale, di contemplare nelle divine idee questo mondo di nazioni per tutta la distesa de’ loro luoghi, tempi e varietà; e truoverassi aver convinto di fatto gli epicurei che ‘l loro caso non può pazzamente divagare e farsi per ogni parte l’uscita, e gli stoici che la loro catena eterna delle cagioni, con la qual vogliono avvinto il mondo, ella penda dall’onnipotente, saggia e benigna volontà dell’Ottimo Massimo Dio.

Queste sublimi pruove teologiche naturali ci saran confermate con le seguenti spezie di pruove logiche: che, nel ragionare dell’origini delle cose divine ed umane della gentilità, se ne giugne a que’ primi oltre i quali è stolta curiosità di domandar altri primi, ch’è la propia caratteristica de’ princìpi; se ne spiegano le particolari guise del loro nascimento, che si appella «natura», ch’è la nota propissima della scienza; e finalmente si confermano con l’eterne propietà che conservano, le quali non posson altronde esser nate che da tali e non altri nascimenti, in tali tempi, luoghi e con tali guise, o sia da tali nature, come se ne sono proposte sopra due Degnità.

Per andar a truovare tali nature di cose umane procede questa Scienza con una severa analisi de’ pensieri umani d’intorno all’umane necessità o utilità della vita socievole, che sono i due fonti perenni del diritto natural delle genti, come pure nelle Degnità si è avvisato. Onde, per quest’altro principale suo aspetto, questa Scienza è una storia dell’umane idee, sulla quale sembra dover procedere la metafisica della mente umana; la qual regina delle scienze, per la Degnità che «le scienze debbono incominciare da che n’incominciò la materia», cominciò d’allora ch’i primi uomini cominciarono a umanamente pensare, non già da quando i filosofi cominciaron a riflettere sopra l’umane idee (come ultimamente n’è uscito alla luce un libricciuolo erudito e dotto col titolo Historia de ideis, che si conduce fin all’ultime controversie che ne hanno avuto i due primi ingegni di questa età, il Leibnizio e ‘l Newtone).

E per determinar i tempi e i luoghi a sì fatta istoria, cioè quando e dove essi umani pensieri nacquero, e sì accertarla con due sue propie cronologia e geografia, per dir così, metafisiche, questa Scienza usa un’arte critica, pur metafisica, sopra gli autori d’esse medesime nazioni, tralle quali debbono correre assai più di mille anni per potervi provenir gli scrittori, sopra i quali la critica filologica si è finor occupata. E ‘l criterio di che si serve, per una Degnità sovraposta, è quello, insegnato dalla provvedenza divina, comune a tutte le nazioni; ch’è il senso comune d’esso gener umano, determinato dalla necessaria convenevolezza delle medesime umane cose, che fa tutta la bellezza di questo mondo civile. Quindi regna in questa Scienza questa spezie di pruove: che tali dovettero, debbono e dovranno andare le cose delle nazioni quali da questa Scienza son ragionate, posti tali ordini dalla provvedenza divina, fusse anco che dall’eternità nascessero di tempo in tempo mondi infiniti; lo che certamente è falso di fatto.

Onde questa Scienza viene nello stesso tempo a descrivere una storia ideal eterna, sopra la quale corron in tempo le storie di tutte le nazioni ne’ loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini. Anzi ci avvanziamo ad affermare ch’in tanto chi medita questa Scienza egli narri a se stesso questa storia ideal eterna, in quanto – essendo questo mondo di nazioni stato certamente fatto dagli uomini (ch’è ‘l primo principio indubitato che se n’è posto qui sopra), e perciò dovendosene ritruovare la guisa dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana – egli, in quella pruova «dovette, deve, dovrà», esso stesso sel faccia; perché, ove avvenga che chi fa le cose esso stesso le narri, ivi non può essere più certa l’istoria. Così questa Scienza procede appunto come la geometria, che, mentre sopra i suoi elementi il costruisce o ‘l contempla, essa stessa si faccia il mondo delle grandezze; ma con tanto più di realità quanta più ne hanno gli ordini d’intorno alle faccende degli uomini, che non ne hanno punti, linee, superficie e figure. E questo istesso è argomento che tali pruove sieno d’una spezie divina e che debbano, o leggitore, arrecarti un divin piacere, perocché in Dio il conoscer e ‘l fare è una medesima cosa.

Oltracciò, quando, per le diffinizioni del vero e del certo sopra proposte, gli uomini per lunga età non poteron esser capaci del vero e della ragione, ch’è ‘l fonte della giustizia interna, della quale si soddisfano gl’intelletti – la qual fu praticata dagli ebrei, ch’illuminati dal vero Dio erano proibiti dalla di lui divina legge di far anco pensieri meno che giusti, de’ quali niuno di tutti i legislatori mortali mai s’impacciò (perché gli ebrei credevano in un Dio tutto mente che spia nel cuor degli uomini, e i gentili credevano negli dèi composti di corpi e mente che nol potevano); e fu poi ragionata da’ filosofi, i quali non provennero che duemila anni dopo essersi le loro nazioni fondate; – frattanto si governassero col certo dell’autorità, cioè con lo stesso criterio ch’usa questa critica metafisica, il qual è ‘l senso comune d’esso gener umano (di cui si è la diffinizione sopra, negli Elementi, proposta), sopra il quale riposano le coscienze di tutte le nazioni. Talché, per quest’altro principale riguardo, questa Scienza vien ad essere una filosofia dell’autorità, ch’è ‘l fonte della «giustizia esterna» che dicono i morali teologi. Della qual autorità dovevano tener conto gli tre principi della dottrina d’intorno al diritto natural delle genti, e non di quella tratta da’ luoghi degli scrittori; della quale niuna contezza aver poterono gli scrittori, perché tal autorità regnò tralle nazioni assai più di mille anni innanzi di potervi provenir gli scrittori. Onde Grozio, più degli altri due come dotto così erudito, quasi in ogni particolar materia di tal dottrina combatte i romani giureconsulti; ma i colpi tutti cadono a vuoto, perché quelli stabilirono i loro princìpi del giusto sopra il certo dell’autorità del gener umano, non sopra l’autorità degli addottrinati.

Queste sono le pruove filosofiche ch’userà questa Scienza, e ‘n conseguenza quelle che per conseguirla son assolutamente necessarie. Le filologiche vi debbono tenere l’ultimo luogo, le quali tutte a questi generi si riducono.

Primo, che sulle cose le quali si meditano vi convengono le nostre mitologie, non isforzate e contorte, ma diritte, facili e naturali, che si vedranno essere istorie civili de’ primi popoli, i quali si truovano dappertutto essere stati naturalmente poeti.

Secondo, vi convengono le frasi eroiche, che vi si spiegano con tutta la verità de’ sentimenti e tutta la propietà dell’espressioni.

Terzo, che vi convengono l’etimologie delle lingue natie, che ne narrano le storie delle cose ch’esse voci significano, incominciando dalla propietà delle lor origini e prosieguendone i naturali progressi de’ lor trasporti secondo l’ordine dell’idee, sul quale dee procedere la storia delle lingue, come nelle Degnità sta premesso.

Quarto, vi si spiega il vocabolario mentale delle cose umane socievoli, sentite le stesse in sostanza da tutte le nazioni e per le diverse modificazioni spiegate con lingue diversamente, quale si è nelle Degnità divisato.

Quinto, vi si vaglia dal falso il vero in tutto ciò che per lungo tratto di secoli ce ne hanno custodito le volgari tradizioni, le quali, perocché sonosi per sì lunga età e da intieri popoli custodite, per una Degnità sopraposta debbon avere avuto un pubblico fondamento di vero.

Sesto, i grandi frantumi dell’antichità, inutili finor alla scienza perché erano giaciuti squallidi, tronchi e slogati, arrecano de’ grandi lumi, tersi, composti ed allogati ne’ luoghi loro.

Settimo ed ultimo, sopra tutte queste cose, come loro necessarie cagioni, vi reggono tutti gli effetti i quali ci narra la storia certa.

Le quali pruove filologiche servono per farci vedere di fatto le cose meditate in idea d’intorno a questo mondo di nazioni, secondo il metodo di filosofare del Verulamio, ch’è «cogitare videre»; ond’è che, per le pruove filosofiche innanzi fatte, le filologiche, le quali succedono appresso, vengono nello stesso tempo e ad aver confermata l’autorità loro con la ragione ed a confermare la ragione con la loro autorità.

Conchiudiamo tutto ciò che generalmente si è divisato d’intorno allo stabilimento de’ princìpi di questa Scienza: che, poiché i di lei princìpi sono provvedenza divina, moderazione di passioni co’ matrimoni e immortalità dell’anime umane con le seppolture; e ‘l criterio che usa è che ciò che si sente giusto da tutti o la maggior parte degli uomini debba essere la regola della vita socievole (ne’ quali princìpi e criterio conviene la sapienza volgare di tutti i legislatori e la sapienza riposta degli più riputati filosofi): questi deon esser i confini dell’umana ragione. E chiunque se ne voglia trar fuori, egli veda di non trarsi fuori da tutta l’umanità.

LIBRO SECONDO

DELLA SAPIENZA POETICA.

Per ciò che sopra si è detto nelle Degnità: che tutte le storie delle nazioni gentili hanno avuto favolosi princìpi, e che appo i greci (da’ quali abbiamo tutto ciò ch’abbiamo dell’antichità gentilesche) i primi sappienti furon i poeti teologi, e la natura delle cose che sono mai nate o fatte porta che sieno rozze le lor origini; tali e non altrimenti si deono stimare quelle della sapienza poetica. E la somma e sovrana stima con la qual è fin a noi pervenuta, ella è nata dalle due borie nelle Degnità divisate, una delle nazioni, l’altra de’ dotti, e più che da quella delle nazioni ella è nata dalla boria de’ dotti, per la quale come Manetone, sommo pontefice egizio, portò tutta la storia favolosa egiziaca ad una sublime teologia naturale, come dicemmo nelle Degnità, così i filosofi greci portarono la loro alla filosofia. Né già solamente per ciò – perché, come sopra pur vedemmo nelle Degnità, erano loro entrambe cotal’istorie pervenute laidissime, – ma per queste cinque altre cagioni.

La prima fu la riverenza della religione, perché con le favole furono le gentili nazioni dappertutto sulla religione fondate. La seconda fu il grande effetto indi seguìto di questo mondo civile, sì sappientemente ordinato che non poté esser effetto che d’una sovraumana sapienza. La terza furono l’occasioni che, come qui dentro vedremo, esse favole, assistite dalla venerazione della religione e dal credito di tanta sapienza, dieder a’ filosofi di porsi in ricerca e di meditare altissime cose in filosofia. La quarta furono le comodità, come pur qui dentro farem conoscere, di spiegar essi le sublimi da lor meditate cose in filosofia con l’espressioni che loro n’avevano per ventura lasciato i poeti. La quinta ed ultima, che val per tutte, per appruovar essi filosofi le cose da essolor meditate con l’autorità della religione e con la sapienza de’ poeti. Delle quali cinque cagioni le due prime contengono le lodi, l’ultima le testimonianze, che, dentro i lor errori medesimi, dissero i filosofi della sapienza divina, la quale ordinò questo mondo di nazioni; la terza e quarta sono inganni permessi dalla divina provvedenza ond’essi provenisser filosofi per intenderla e riconoscerla, qual ella è veramente, attributo del vero Dio.

E per tutto questo libro si mostrerà che quanto prima avevano sentito d’intorno alla sapienza volgare i poeti, tanto intesero poi d’intorno alla sapienza riposta i filosofi; talché si possono quelli dire essere stati il senso e questi l’intelletto del gener umano; di cui anco generalmente sia vero quello da Aristotile detto particolarmente di ciascun uomo: «Nihil est in intellectu quin prius fuerit in sensu», cioè che la mente umana non intenda cosa della quale non abbia avuto alcun motivo (ch’i metafisici d’oggi dicono «occasione») da’ sensi, la quale allora usa l’intelletto quando, da cosa che sente, raccoglie cosa che non cade sotto de’ sensi; lo che propiamente a’ latini vuol dir «intelligere».

1.

DELLA SAPIENZA GENERALMENTE.

Ora, innanzi di ragionare della sapienza poetica, ci fa mestieri di vedere generalmente che cosa sia essa sapienza. Ella è sapienza la facultà che comanda a tutte le discipline, dalle quali s’apprendono tutte le scienze e l’arti che compiono l’umanità. Platone diffinisce la sapienza esser la perfezionatrice dell’uomo. Egli è l’uomo non altro, nel propio esser d’uomo, che mente ed animo, o vogliam dire intelletto e volontà. La sapienza dee compier all’uomo entrambe queste due parti, e la seconda in séguito della prima, acciocché dalla mente il luminata con la cognizione delle cose altissime l’animo s’induca all’elezione delle cose ottime. Le cose altissime in quest’universo son quelle che s’intendono e si ragionan di Dio; le cose ottime son quelle che riguardano il bene di tutto il gener umano: quelle «divine» e queste si dicono «umane cose». Adunque la vera sapienza deve la cognizione delle divine cose insegnare per condurre a sommo bene le cose umane. Crediamo che Marco Terenzio Varrone, il quale meritò il titolo di «dottissimo de’ romani», su questa pianta avesse innalzata la sua grand’opera Rerum divinarum et humanarum, della quale l’ingiuria del tempo ci fa sentire la gran mancanza. Noi in questo libro ne trattiamo secondo la debolezza della nostra dottrina e scarsezza della nostra erudizione.

La sapienza tra’ gentili cominciò dalla musa, la qual è da Omero in un luogo d’oro dell’Odissea diffinita «scienza del bene e del male», la qual poi fu detta «divinazione»; sul cui natural divieto, perché di cosa naturalmente niegata agli uomini, Iddio fondò la vera religione agli ebrei, onde uscì la nostra de’ cristiani, come se n’è proposta una Degnità. Sicché la musa dovett’essere propiamente dapprima la scienza in divinità d’auspìci; la quale, come innanzi nelle Degnità si è detto (e più, appresso, se ne dirà), fu la sapienza volgare di tutte le nazioni di contemplare Dio per l’attributo della sua provvedenza, per la quale, da «divinari», la di lui essenza appellossi divinità. E di tal sapienza vedremo appresso essere stati sappienti i poeti teologi, i quali certamente fondarono l’umanità della Grecia; onde restò a’ latini dirsi professori di sapienza gli astrologhi giudiziari. Quindi sapienza fu poi detta d’uomini chiari per avvisi utili dati al gener umano, onde furono detti i sette sappienti della Grecia. Appresso sapienza s’avanzò a dirsi d’uomini ch’a bene de’ popoli e delle nazioni saggiamente ordinano repubbliche e le governano. Dappoi s’innoltrò la voce «sapienza» a significare la scienza delle divine cose naturali, qual è la metafisica, che perciò si chiama scienza divina, la quale, andando a conoscere la mente dell’uomo in Dio, per ciò che riconosce Dio fonte d’ogni vero, dee riconoscerlo regolator d’ogni bene; talché la metafisica dee essenzialmente adoperarsi a bene del gener umano, il quale si conserva sopra questo senso universale: che sia, la divinità, provvedente; onde forse Platone, che la dimostra, meritò il titolo di divino, e perciò quella che niega a Dio un tale e tanto attributo, anziché «sapienza», dee «stoltezza» appellarsi. Finalmente «sapienza» tra gli ebrei, e quindi tra noi cristiani, fu detta la scienza di cose eterne rivelate da Dio, la quale appo i toscani, per l’aspetto di scienza del vero bene e del vero male, forse funne detta, col suo primo vocabolo, «scienza in divinità».

Quindi si deon fare tre spezie di teologia, con più di verità di quelle che ne fece Varrone: una, teologia poetica, la qual fu de’ poeti teologi, che fu la teologia civile di tutte le nazioni gentili; un’altra, teologia naturale, ch’è quella de’ metafisici; e ‘n luogo della terza che ne pose Varrone, ch’è la poetica, la qual appo i gentili fu la stessa che la civile (la qual Varrone distinse dalla civile e dalla naturale, perocché, entrato nel volgare comun errore che dentro le favole si contenessero alti misteri di sublime filosofia, la credette mescolata dell’una dell’altra), poniamo per terza spezie la nostra teologia cristiana, mescolata di civile e di naturale e di altissima teologia rivelata, e tutte e tre tra loro congionte dalla contemplazione della provvedenza divina. La quale così condusse le cose umane che, dalla teologia poetica che le regolava a certi segni sensibili, creduti divini avvisi mandati agli uomini dagli dèi, per mezzo della teologia naturale, che dimostra la provvedenza per eterne ragioni che non cadono sotto i sensi, le nazioni si disponessero a ricevere la teologia rivelata in forza d’una fede sopranaturale, nonché a’ sensi, superiore ad esse umane ragioni.

2.

PROPOSIZIONE E PARTIZIONE DELLA SAPIENZA POETICA.

Ma, perché la metafisica è la scienza sublime, che ripartisce i certi loro subbietti a tutte le scienze che si dicono «subalterne»; e la sapienza degli antichi fu quella de’ poeti teologi, i quali senza contrasto furono i primi sappienti del gentilesimo, come si è nelle Degnità stabilito; e le origini delle cose tutte debbono per natura esser rozze: dobbiamo per tutto ciò dar incominciamento alla sapienza poetica da una rozza lor metafisica, dalla quale, come da un tronco, si diramino per un ramo la logica, la morale, l’iconomica e la politica, tutte poetiche; e per un altro ramo, tutte eziandio poetiche, la fisica, la qual sia stata madre della loro cosmografia, e quindi dell’astronomia, che ne dia accertate le due sue figliuole, che sono cronologia e geografia. E con ischiarite e distinte guise farem vedere come i fondatori dell’umanità gentilesca con la loro teologia naturale (o sia metafisica) s’immaginarono gli dèi, con la loro logica si truovarono le lingue, con la morale si generarono gli eroi, con l’iconomica si fondarono le famiglie, con la politica le città; come con la loro fisica si stabilirono i princìpi delle cose tutte divini, con la fisica particolare dell’uomo in un certo modo generarono se medesimi, con la loro cosmografia si finsero un lor universo tutto di dèi, con l’astronomia portarono da terra in cielo i pianeti e le costellazioni, con la cronologia diedero principio ai tempi, e con la geografia i greci, per cagion di esemplo, si descrissero il mondo dentro la loro Grecia.

Di tal maniera questa Scienza vien ad essere ad un fiato una storia dell’idee, costumi e fatti del gener umano. E da tutti e tre si vedranno uscir i princìpi della storia della natura umana, e questi esser i princìpi della storia universale, la quale sembra ancor mancare ne’ suoi princìpi.

3.

DEL DILUVIO UNIVERSALE E DE’ GIGANTI.

Gli autori dell’umanità gentilesca dovetter essere uomini delle razze di Cam, che molto prestamente, di Giafet, che alquanto dopo, e finalmente di Sem, ch’altri dopo altri tratto tratto rinnunziarono alla vera religione del loro comun padre Noè, la qual sola nello stato delle famiglie poteva tenergli in umana società con la società de’ matrimoni, e quindi di esse famiglie medesime. E perciò dovetter andar a dissolver i matrimoni e disperdere le famiglie coi concubiti incerti; e, con un ferino error divagando per la gran selva della terra – quella di Cam per l’Asia meridionale, per l’Egitto e ‘l rimanente dell’Affrica; quella di Giafet per l’Asia settentrionale, ch’è la Scizia, e di là per l’Europa; quella di Sem per tutta l’Asia di mezzo ad esso Oriente, – per campar dalle fiere, delle quali la gran selva ben doveva abbondare, e per inseguire le donne, ch’in tale stato dovevan esser selvagge, ritrose e schive, e sì sbandati per truovare pascolo ed acqua, le madri abbandonando i loro figliuoli, questi dovettero tratto tratto crescere senza udir voce umana nonché apprender uman costume, onde andarono in uno stato affatto bestiale e ferino. Nel quale le madri, come bestie, dovettero lattare solamente i bambini e lasciargli nudi rotolare dentro le fecce loro propie, ed appena spoppati abbandonargli per sempre; e questi – dovendosi rotolare dentro le loro fecce, le quali co’ sali nitri maravigliosamente ingrassano i campi; – e sforzarsi per penetrare la gran selva, che per lo fresco diluvio doveva esser foltissima, per gli quali sforzi dovevano dilatar altri muscoli per tenderne altri, onde i sali nitri in maggior copia s’insinuavano ne’ loro corpi; – e senza alcuno timore di dèi, di padri, di maestri, il qual assidera il più rigoglioso dell’età fanciullesca; – dovettero a dismisura ingrandire le carni e l’ossa, e crescere vigorosamente robusti, e sì provenire giganti. Ch’è la ferina educazione, ed in grado più fiera di quella nella quale, come nelle Degnità si è sopra avvisato, Cesare e Tacito rifondono la cagione della gigantesca statura degli antichi germani, onde fu quella de’ goti che dice Procopio, e qual oggi è quella de los patacones che si credono presso lo stretto di Magaglianes; d’intorno alla quale han detto tante inezie i filosofi in fisica, raccolte dal Cassanione che scrisse De gigantibus. De’ quali giganti si sono truovati e tuttavia si truovano, per lo più sopra i monti (la qual particolarità molto rileva per le cose ch’appresso se n’hanno a dire), i vasti teschi e le ossa d’una sformata grandezza, la quale poi con le volgari tradizioni si alterò all’eccesso, per ciò che a suo luogo diremo.

Di giganti così fatti fu sparsa la terra dopo il diluvio, poiché, come gli abbiamo veduti sulla storia favolosa de’ greci, così i filologi latini, senza avvedersene, gli ci hanno narrati sulla vecchia storia d’Italia, ov’essi dicono che gli antichissimi popoli dell’Italia detti «aborigini» si dissero autóchthones, che tanto suona quanto «figliuoli della Terra», ch’a’ greci e latini significano «nobili». E con tutta propietà i figliuoli della Terra da’ greci furon detti «giganti», onde madre de’ giganti dalle favole ci è narrata la Terra; ed autóchthones de’ greci si devono voltare in latino «indigenæ», che sono propiamente i natii d’una terra, siccome gli dèi natii d’un popolo o nazione si dissero «dii indigetes», quasi «inde geniti», ed oggi più speditamente si direbbono «ingeniti». Perocché la sillaba «de», qui, è una delle ridondanti delle prime lingue de’ popoli, le quali qui appresso ragioneremo; come ne giunsero de’ latini quella «induperator» per «imperator», e nelle leggi delle XII Tavole quella «endoiacito» per «iniicito» (onde forse rimasero dette «induciæ» gli armistizi, quasi «iniiciæ», perché debbon essere state così dette da «icere foedus», «far patto di pace»). Siccome, al nostro proposito, dagl’«indigeni», ch’or ragioniamo, restarono detti «ingenui», i quali, prima e propiamente, significarono «nobili» (onde restarono dette «artes ingenuæ», «arti nobili»), e finalmente restarono a significar «liberi» (ma pur «artes liberales» restaron a significar «arti nobili»), perché di soli nobili, come appresso sarà dimostro, si composero le prime città, nelle qual’i plebei furono schiavi o abbozzi di schiavi.

Gli stessi latini filologi osservano che tutti gli antichi popoli furon detti «aborigini», e la sagra storia ci narra esserne stati intieri popoli, che si dissero emmei e zanzummei, ch’i dotti della lingua santa spiegano «giganti», uno de’ quali fu Nebrot; e i giganti innanzi il diluvio la stessa storia sagra gli diffinisce «uomini forti, famosi, potenti del secolo». Perché gli ebrei, con la pulita educazione e col timore di Dio e de’ padri, durarono nella giusta statura, nella qual Iddio aveva criato Adamo, e Noè aveva procriato i suoi tre figliuoli; onde, forse in abbominazione di ciò, gli ebrei ebbero tante leggi cerimoniali, che s’appartenevano alla pulizia de’ lor corpi. E ne serbarono un gran vestigio i romani nel pubblico sagrifizio con cui credevano purgare la città da tutte le colpe de’ cittadini, il quale facevano con l’acqua e ‘l fuoco; con le quali due cose essi celebravano altresì le nozze solenni, e nella comunanza delle stesse due cose riponevano di più la cittadinanza, la cui privazione perciò dissero «interdictum aqua et igni»; e tal sagrifizio chiamavano «lustrum», che, perché dentro tanto tempo si ritornava a fare, significò lo spazio di cinque anni, come l’olimpiade a’ greci significò quel di quattro; e «lustrum» appo i medesimi significò «covile di fiere», ond’è «lustrari», che significa egualmente e «spiare» e «purgare», che dovette significar dapprima spiare sì fatti lustri e purgargli dalle fiere ivi dentro intanate; e «aqua lustralis» restò detta quella ch’abbisognava ne’ sagrifizi. E i romani, con più accorgimento forse che i greci, che incominciarono a noverare gli anni dal fuoco che attaccò Ercole alla selva nemea per seminarvi il frumento (ond’esso, come accennammo nell’Idea dell’opera e appieno vedremo appresso, ne fondò l’olimpiadi); con più accorgimento, diciamo, i romani dall’acqua delle sagre lavande cominciarono a noverare i tempi per lustri, perocché dall’acqua, la cui necessità s’intese prima del fuoco (come, nelle nozze e nell’interdetto, dissero prima «aqua» e poi «igni»), avesse incominciato l’umanità. E questa è l’origine delle sagre lavande che deono precedere a’ sagrifizi, il qual costume fu ed è comune di tutte le nazioni. Con tal pulizia de’ corpi e col timore degli dèi e de’ padri, il quale si troverà, e degli uni e degli altri, essere ne’ primi tempi stato spaventosissimo, avvenne che i giganti degradarono alle nostre giuste stature: il perché forse da politéia, ch’appo i greci vuol dir «governo civile», venne a latini detto «politus», «nettato» e «mondo».

Tal degradamento dovette durar a farsi fin a’ tempi umani delle nazioni, come il dimostravano le smisurate armi de’ vecchi eroi, le quali, insieme con l’ossa e i teschi degli antichi giganti, Augusto, al riferire di Suetonio, conservava nel suo museo. Quindi, come si è nelle Degnità divisato, di tutto il primo mondo degli uomini si devono fare due generi: cioè uno d’uomini di giusta corporatura, che furon i soli ebrei, e l’altro di giganti, che furono gli autori delle nazioni gentili; e de’ giganti fare due spezie: una de’ figliuoli della Terra, ovvero nobili, che diedero il nome all’età de’ giganti, con tutta la propietà di tal voce, come si è detto (e la sagra storia gli ci ha diffiniti «uomini forti, famosi, potenti del secolo»); l’altra, meno propiamente detta, degli altri giganti signoreggiati.

Il tempo di venire gli autori delle nazioni gentili in sì fatto stato si determina cento anni dal diluvio per la razza di Sem, e duecento per quelle di Giafet e di Cam, come sopra ve n’ha un postulato; e quindi a poco se n’arrecherà la storia fisica, narrataci bensì dalle greche favole, ma finora non avvertita, la quale nello stesso tempo ne darà un’altra storia fisica dell’universale diluvio.

I

METAFISICA POETICA.

1.

DELLA METAFISICA POETICA, CHE NE DÀ L’ORIGINI DELLA POESIA, DELL’IDOLATRIA, DELLA DIVINAZIONE E DE’ SAGRIFIZI.

Da sì fatti primi uomini, stupidi, insensati ed orribili bestioni, tutti i filosofi e filologi dovevan incominciar a ragionare la sapienza degli antichi gentili, cioè da’ giganti, testé presi nella loro propia significazione, de’ quali il padre Boulduc, De ecclesia ante Legem, dice che i nomi de’ giganti ne’ sagri libri significano «uomini pii, venerabili, illustri»; lo che non si può intendere che de’ giganti nobili, i quali con la divinazione fondarono le religioni a’ gentili e diedero il nome all’età de’ giganti. E dovevano incominciarla dalla metafisica, siccome quella che va a prendere le sue pruove non già da fuori ma da dentro le modificazioni della propia mente di chi la medita, dentro le quali, come sopra dicemmo, perché questo mondo di nazioni egli certamente è stato fatto dagli uomini, se ne dovevan andar a truovar i princìpi; e la natura umana, in quanto ella è comune con le bestie, porta seco questa propietà: ch’i sensi sieno le sole vie ond’ella conosce le cose.

Adunque la sapienza poetica, che fu la prima sapienza della gentilità, dovette incominciare da una metafisica, non ragionata ed astratta qual è questa or degli addottrinati, ma sentita ed immaginata quale dovett’essere di tai primi uomini, siccome quelli ch’erano di niuno raziocinio e tutti robusti sensi e vigorosissime fantasie, com’è stato nelle Degnità stabilito. Questa fu la loro propia poesia, la qual in essi fu una facultà loro connaturale (perch’erano di tali sensi e di sì fatte fantasie naturalmente forniti), nata da ignoranza di cagioni, la qual fu loro madre di maraviglia di tutte le cose, che quelli, ignoranti di tutte le cose, fortemente ammiravano, come si è accennato nelle Degnità. Tal poesia incominciò in essi divina, perché nello stesso tempo ch’essi immaginavano le cagioni delle cose, che sentivano ed ammiravano, essere dèi, come nelle Degnità il vedemmo con Lattanzio (ed ora il confermiamo con gli americani, i quali tutte le cose che superano la loro picciola capacità dicono esser dèi; a’ quali aggiugniamo i germani antichi, abitatori presso il mar Agghiacciato, de’ quali Tacito narra che dicevano d’udire la notte il Sole, che dall’occidente passava per mare nell’oriente, ed affermavano di vedere gli dèi: le quali rozzissime e semplicissime nazioni ci danno ad intendere molto più di questi autori della gentilità, de’ quali ora qui si ragiona); nello stesso tempo, diciamo, alle cose ammirate davano l’essere di sostanze dalla propia lor idea, ch’è appunto la natura de’ fanciulli, che, come se n’è proposta una degnità, osserviamo prendere tra mani cose inanimate e trastullarsi e favellarvi come fusser, quelle, persone vive.

In cotal guisa i primi uomini delle nazioni gentili, come fanciulli del nascente gener umano, quali gli abbiamo pur nelle Degnità divisato, dalla lor idea criavan essi le cose, ma con infinita differenza però dal criare che fa Iddio: perocché Iddio, nel suo purissimo intendimento, conosce e, conoscendole, cria le cose; essi, per la loro robusta ignoranza, il facevano in forza d’una corpolentissima fantasia, e, perch’era corpolentissima, il facevano con una maravigliosa sublimità, tal e tanta che perturbava all’eccesso essi medesimi che fingendo le si criavano, onde furon detti «poeti», che lo stesso in greco suona che «criatori». Che sono gli tre lavori che deve fare la poesia grande, cioè di ritruovare favole sublimi confacenti all’intendimento popolaresco, e che perturbi all’eccesso, per conseguir il fine, ch’ella si ha proposto, d’insegnar il volgo a virtuosamente operare, com’essi l’insegnarono a se medesimi; lo che or ora si mostrerà. E di questa natura di cose umane restò eterna propietà, spiegata con nobil espressione da Tacito: che vanamente gli uomini spaventati «fingunt simul creduntque».

Con tali nature si dovettero ritruovar i primi autori dell’umanità gentilesca quando – dugento anni dopo il diluvio per lo resto del mondo e cento nella Mesopotamia, come si è detto in un postulato (perché tanto di tempo v’abbisognò per ridursi la terra nello stato che, disseccata dall’umidore dell’universale innondazione, mandasse esalazioni secche, o sieno materie ignite, nell’aria ad ingenerarvisi i fulmini) – il cielo finalmente folgorò, tuonò con folgori e tuoni spaventosissimi, come dovett’avvenire per introdursi nell’aria la prima volta un’impressione sì violenta. Quivi pochi giganti, che dovetter esser gli più robusti, ch’erano dispersi per gli boschi posti sull’alture de’ monti, siccome le fiere più robuste ivi hanno i loro covili, eglino, spaventati ed attoniti dal grand’effetto di che non sapevano la cagione, alzarono gli occhi ed avvertirono il cielo. E perché in tal caso la natura della mente umana porta ch’ella attribuisca all’effetto la sua natura, come si è detto nelle Degnità, e la natura loro era, in tale stato, d’uomini tutti robuste forze di corpo, che, urlando, brontolando, spiegavano le loro violentissime passioni; si finsero il cielo esser un gran corpo animato, che per tal aspetto chiamarono Giove, il primo dio delle genti dette «maggiori», che col fischio de’ fulmini e col fragore de’ tuoni volesse dir loro qualche cosa; e sì incominciarono a celebrare la naturale curiosità, ch’è figliuola dell’ignoranza e madre della scienza, la qual partorisce, nell’aprire che fa della mente dell’uomo, la maraviglia, come tra gli Elementi ella sopra si è diffinita. La qual natura tuttavia dura ostinata nel volgo, ch’ove veggano o una qualche cometa o parelio o altra stravagante cosa in natura, e particolarmente nell’aspetto del cielo, subito danno nella curiosità e, tutti anziosi nella ricerca, domandano che quella tal cosa voglia significare, come se n’è data una Degnità; ed ove ammirano gli stupendi effetti della calamita col ferro, in questa stessa età di menti più scorte e benanco erudite dalle filosofie, escono colà: che la calamita abbia una simpatia occulta col ferro, e sì fanno di tutta la natura un vasto corpo animato che senta passioni ed affetti, conforme nelle Degnità anco si è divisato.

Ma, siccome ora (per la natura delle nostre umane menti, troppo ritirata da’ sensi nel medesimo volgo con le tante astrazioni di quante sono piene le lingue con tanti vocaboli astratti, e di troppo assottigliata con l’arte dello scrivere, e quasi spiritualezzata con la pratica de’ numeri, ché volgarmente sanno di conto e ragione) ci è naturalmente niegato di poter formare la vasta immagine di cotal donna che dicono «Natura simpatetica» (che mentre con la bocca dicono, non hanno nulla in lor mente, perocché la lor mente è dentro il falso, ch’è nulla, né sono soccorsi già dalla fantasia a poterne formare una falsa vastissima immagine); così ora ci è naturalmente niegato di poter entrare nella vasta immaginativa di que’ primi uomini, le menti de’ quali di nulla erano astratte, di nulla erano assottigliate, di nulla spiritualezzate, perch’erano tutte immerse ne’ sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite ne’ corpi: onde dicemmo sopra ch’or appena intender si può, affatto immaginar non si può, come pensassero i primi uomini che fondarono l’umanità gentilesca.

In tal guisa i primi poeti teologi si finsero la prima favola divina, la più grande di quante mai se ne finsero appresso, cioè Giove, re e padre degli uomini e degli dèi, ed in atto di fulminante; sì popolare, perturbante ed insegnativa, ch’essi stessi, che sel finsero, sel credettero e con ispaventose religioni, le quali appresso si mostreranno, il temettero, il riverirono e l’osservarono. E per quella propietà della mente umana che nelle Degnità udimmo avvertita da Tacito, tali uomini tutto ciò che vedevano, immaginavano ed anco essi stessi facevano, credettero esser Giove, ed a tutto l’universo di cui potevan esser capaci ed a tutte le parti dell’universo diedero l’essere di sostanza animata. Ch’è la storia civile di quel motto:

… Iovis omnia plena,

che poi Platone prese per l’etere, che penetra ed empie tutto; ma per gli poeti teologi, come quindi a poco vedremo, Giove non fu più alto della cima de’ monti. Quivi i primi uomini, che parlavan per cenni, dalla loro natura credettero i fulmini, i tuoni fussero cenni di Giove (onde poi da «nuo», «cennare» fu detta «numen» la «divina volontà», con una troppo sublime idea e degna da spiegare la maestà divina), che Giove comandasse co’ cenni, e tali cenni fussero parole reali, e che la natura fusse la lingua di Giove; la scienza della qual lingua credettero universalmente le genti essere la divinazione, la qual da’ greci ne fu detta «teologia», che vuol dire «scienza del parlar degli dèi». Così venne a Giove il temuto regno del fulmine, per lo qual egli è ‘l re degli uomini e degli dèi; e vennero i due titoli: uno di «ottimo», in significato di «fortissimo» (come a rovescio appo i primi latini «fortus» significò ciò che agli ultimi significa «bonus»), e l’altro di «massimo», dal di lui vasto corpo quant’egli è ‘l cielo. E da questo primo gran beneficio fatto al gener umano vennegli il titolo di «sotere» o di «salvadore», perché non gli fulminò (ch’è il primo degli tre princìpi ch’abbiamo preso di questa Scienza); e vennegli quel di «statore» o di «fermatore», perché fermò que’ pochi giganti dal loro ferino divagamento, onde poi divennero i principi delle genti. Lo che i filologi latini troppo ristrinsero al fatto: perocché Giove, invocato da Romolo, avesse fermato i romani che nella battaglia co’ sabini si erano messi in fuga.

Quindi tanti Giovi, che fanno maraviglia a’ filologi, perché ogni nazione gentile n’ebbe uno (de’ quali tutti, gli egizi, come si è sopra detto nelle Degnità, per la loro boria dicevano il loro Giove Ammone essere lo più antico), sono tante istorie fisiche conservateci dalle favole, che dimostravano essere stato universale il diluvio, come il promettemmo nelle Degnità.

Così, per ciò che si è detto nelle Degnità d’intorno a’ princìpi de’ caratteri poetici, Giove nacque in poesia naturalmente carattere divino, ovvero un universale fantastico, a cui riducevano tutte le cose degli auspìci tutte le antiche nazioni gentili, che tutte perciò dovetter essere per natura poetiche; che incominciarono la sapienza poetica da questa poetica metafisica di contemplare Dio per l’attributo della sua provvedenza; e se ne dissero «poeti teologi», ovvero sappienti che s’intendevano del parlar degli dèi conceputo con gli auspìci di Giove, e ne furono detti propiamente «divini», in senso d’«indovinatori», da «divinari», che propiamente è «indovinare» o «predire»: la quale scienza fu detta «musa», diffinitaci sopra da Omero essere la scienza del bene e del male, cioè la divinazione, sul cui divieto ordinò Iddio ad Adamo la sua vera religione, come nelle Degnità si è pur detto. Dalla qual mistica teologia i poeti da’ greci furono chiamati «mystæ», che Orazio con iscienza trasporta «interpetri degli dèi», che spiegavano i divini misteri degli auspìci e degli oracoli: nella quale scienza ogni nazione gentile ebbe una sua sibilla, delle quali ce ne sono mentovate pur dodici; e le sibille e gli oracoli sono le cose più antiche della gentilità.

Così con le cose tutte qui ragionate accorda quel d’Eusebio riferito nelle Degnità, ove ragiona de’ princìpi dell’idolatria: che la prima gente, semplice e rozza, si finse gli dèi «ob terrorem præsentis potentiæ». Così il timore fu quello che finse gli dèi nel mondo; ma, come si avvisò nelle Degnità, non fatto da altri ad altri uomini, ma da essi a se stessi. Con tal principio dell’idolatria si è dimostrato altresì il principio della divinazione, che nacquero al mondo ad un parto; a’ quali due princìpi va di séguito quello de’ sagrifizi, ch’essi facevano per «proccurare» o sia ben intender gli auspìci.

Tal generazione della poesia ci è finalmente confermata da questa sua eterna propietà: che la di lei propia materia è l’impossibile credibile, quanto egli è impossibile ch’i corpi sieno menti (e fu creduto che ‘l cielo tonante si fusse Giove); onde i poeti non altrove maggiormente si esercitano che nel cantare le maraviglie fatte dalle maghe per opera d’incantesimi: lo che è da rifondersi in un senso nascosto c’hanno le nazioni dell’onnipotenza di Dio, dal quale nasce quell’altro per lo quale tutti i popoli sono naturalmente portati a far infiniti onori alla divinità. E in cotal guisa i poeti fondarono le religioni a’ gentili.

E per tutte le finora qui ragionate cose si rovescia tutto ciò che dell’origine della poesia si è detto prima da Platone, poi da Aristotile, infin a’ nostri Patrizi, Scaligeri, Castelvetri; ritruovatosi che per difetto d’umano raziocinio nacque la poesia tanto sublime che per filosofie le quali vennero appresso, per arti e poetiche e critiche, anzi per queste istesse non provenne altra pari nonché maggiore: ond’è il privilegio per lo qual Omero è ‘l principe di tutti i sublimi poeti, che sono gli eroici, non meno per lo merito che per l’età. Per la quale discoverta de’ princìpi della poesia si è dileguata l’oppenione della sapienza innarrivabile degli antichi, cotanto disiderata di scuoprirsi da Platone infin a Bacone da Verulamio, De sapientia veterum, la quale fu sapienza volgare di legislatori che fondarono il gener umano, non già sapienza riposta di sommi e rari filosofi. Onde, come si è incominciato quinci a fare da Giove, si truoveranno tanto importuni tutti i sensi mistici d’altissima filosofia dati dai dotti alle greche favole ed a’ geroglifici egizi, quanto naturali usciranno i sensi storici che quelle e questi naturalmente dovevano contenere.

2.

COROLLARI D’INTORNO AGLI ASPETTI PRINCIPALI DI QUESTA SCIENZA.

I

Dal detto fino qui si raccoglie che la provvedenza divina, appresa per quel senso umano che potevano sentire uomini crudi, selvaggi e fieri, che ne’ disperati soccorsi della natura anco essi disiderano una cosa alla natura superiore che gli salvasse (ch’è ‘l primo principio sopra di cui noi sopra stabilimmo il metodo di questa Scienza), permise loro d’entrar nell’inganno di temere la falsa divinità di Giove, perché poteva fulminargli; e sì, dentro i nembi di quelle prime tempeste e al barlume di que’ lampi, videro questa gran verità: che la provvedenza divina sovraintenda alla salvezza di tutto il gener umano. Talché quindi questa scienza incomincia, per tal principal aspetto, ad essere una teologia civile ragionata della provvedenza, la quale cominciò dalla sapienza volgare de’ legislatori che fondarono le nazioni con contemplare Dio per l’attributo di provvedente, e si compiè con la sapienza riposta de’ filosofi che ‘l dimostrano con ragioni nella loro teologia naturale.

II

Quindi incomincia ancora una filosofia dell’autorità, ch’è altro principal aspetto c’ha questa Scienza, prendendo la voce «autorità» nel primo suo significato di «propietà», nel qual senso sempre è usata questa voce dalla legge delle XII Tavole; onde restaron «autori» detti in civil ragione romana coloro da’ quali abbiamo cagion di dominio, che tanto certamente viene da autós, «proprius» o «suus ipsius», che molti eruditi scrivono «autor» e «autoritas» non aspirati.

E l’autorità incominciò primieramente divina, con la quale la divinità appropiò a sé i pochi giganti ch’abbiamo detti, con propiamente atterrargli nel fondo e ne’ nascondigli delle grotte per sotto i monti; che sono l’anella di ferro con le quali restarono i giganti, per lo spavento del cielo e di Giove, incatenati alle terre dov’essi, al punto del primo fulminare del cielo, dispersi per sopra i monti, si ritruovavano: quali furono Tizio e Prometeo, incatenati ad un’alta rupe, a’ quali divorava il cuore un’aquila, cioè la religione degli auspìci di Giove; siccome gli «resi immobili per lo spavento» restarono con frase eroica detti a’ latini «terrore defixi», come appunto i pittori gli dipingono di mani e piedi incatenati con tali anella sotto de’ monti. Dalle quali anella si formò la gran catena, nella quale Dionigi Longino ammira la maggiore sublimità di tutte le favole omeriche: la qual catena Giove, per appruovare ch’esso è ‘l re degli uomini e degli dèi, propone che, se da una parte vi si attenessero tutti gli dèi e tutti gli uomini, esso solo dall’altra parte opposta gli strascinerebbesi tutti dietro; la qual catena se gli stoici vogliono che significhi la serie eterna delle cagioni con la quale il lor fato tenga cinto e legato il mondo, vedano ch’essi non vi restino avvolti, perché lo strascinamento degli uomini e degli dèi con sì fatta catena egli pende dall’arbitrio di esso Giove, ed essi vogliono Giove soggetto al fato.

Sì fatta autorità divina portò di séguito l’autorità umana, con tutta la sua eleganza filosofica di propietà d’umana natura, che non può essere tolta all’uomo nemmen da Dio senza distruggerlo: siccome in tal significato Terenzio disse: «voluptates proprias deorum», che la felicità di Dio non dipende da altri; ed Orazio disse «propriam virtutis laurum», che ‘l trionfo della virtù non può togliersi dall’invidia; e Cesare disse «propriam victoriam», che con errore Dionigi Petavio nota non esser detto latino, perché, pur con troppa latina eleganza, significa una vittoria che ‘l nimico non poteva togliergli dalle mani. Cotal autorità è il libero uso della volontà, essendo l’intelletto una potenza passiva soggetta alla verità: perché gli uomini da questo primo punto di tutte le cose umane incominciaron a celebrare la libertà dell’umano arbitrio di tener in freno i moti de’ corpi, per o quetargli affatto o dar loro migliore direzione (ch’è ‘l conato propio degli agenti liberi, come abbiam detto sopra nel Metodo); onde que’ giganti si ristettero dal vezzo bestiale d’andar vagando per la gran selva della terra e s’avvezzarono ad un costume, tutto contrario, di stare nascosti e fermi lunga età dentro le loro grotte.

A sì fatta autorità di natura umana seguì l’autorità di diritto naturale: che, con l’occupare e stare lungo tempo fermi nelle terre dove si erano nel tempo de’ primi fulmini per fortuna truovati, ne divennero signori per l’occupazione, con una lunga possessione, ch’è ‘l fonte di tutti i domìni del mondo. Onde questi sono que’

pauci quos æquus amavit

Iupiter,

che poi i filosofi trasportarono a coloro c’han sortito da Dio indoli buone per le scienze e per le virtù: ma il senso istorico di tal motto è che tra que’ nascondigli, in que’ fondi essi divennero i principi delle genti dette «maggiori», delle quali Giove si novera il primo dio, come si è nelle Degnità divisato; le quali, come si mostrerà appresso, furono case nobili antiche, diramate in molte famiglie, delle quali si composero i primi regni e le prime città. Di che restarono quelle bellissime frasi eroiche a’ latini: «condere gentes», «condere regna», «condere urbes»; «fundare gentes», «fundare regna», «fundare urbes».

Questa filosofia dell’autorità va di séguito alla teologia civile ragionata della provvedenza, perché, per le pruove teologiche di quella, questa, con le sue filosofiche, rischiara e distingue le filologiche (le quali tre spezie di pruove si sono tutte noverate nel Metodo), e d’intorno alle cose dell’oscurissima antichità delle nazioni riduce a certezza l’umano arbitrio, ch’è di sua natura incertissimo, come nelle Degnità si è avvisato. Ch’è tanto dire quanto riduce la filologia in forma di scienza.

III

Terzo principal aspetto è una storia d’umane idee, che, come testé si è veduto, incominciarono da idee divine con la contemplazione del cielo fatta con gli occhi del corpo: siccome nella scienza augurale si disse da’ romani «contemplari» l’osservare le parti del cielo donde venissero gli augùri o si osservassero gli auspìci, le quali regioni, descritte dagli àuguri co’ loro litui, si dicevano «templa coeli», onde dovettero venir a’ greci i primi theorémata e mathémata, «divine o sublimi cose da contemplarsi», che terminarono nelle cose astratte metafisiche e mattematiche. Ch’è la storia civile di quel motto:

A Iove principium musæ;

siccome da’ fulmini di Giove testé abbiam veduto incominciare la prima musa, che Omero ci diffinì «scienza del bene e del male»; dove poi venne troppo agiato a’ filosofi d’intrudervi quel placito: che «’l principio della sapienza sia la pietà». Talché la prima musa dovett’esser Urania, contemplatrice del cielo affin di prender gli augùri, che poi passò a significare l’astronomia, come si vedrà appresso. E come sopra si è partita la metafisica poetica in tutte le scienze subalterne, dalla stessa natura della lor madre, poetiche; così questa storia d’idee ne darà le rozze origini così delle scienze pratiche che costuman le nazioni, come delle scienze specolative le quali, ora còlte, son celebrate da’ dotti.

IV

Quarto aspetto è una critica filosofica, la qual nasce dalla istoria dell’idee anzidetta; e tal critica giudicherà il vero sopra gli autori delle nazioni medesime, nelle quali dee correre da assai più di mille anni per potervi provenir gli scrittori, che sono il subbietto di questa critica filologica. Tal critica filosofica, quindi incominciando da Giove, ne darà una teogonia naturale, o sia generazione degli dèi fatta naturalmente nelle menti degli autori della gentilità, che furono per natura poeti teologi; e i dodici dèi delle genti dette «maggiori», l’idee de’ quali da costoro si fantasticarono di tempo in tempo a certe loro umane necessità o utilità, si stabiliscono per dodici minute epoche, alle quali si ridurranno i tempi ne’ quali nacquero le favole. Onde tal teogonia naturale ne darà una cronologia ragionata della storia poetica almeno un novecento anni innanzi di avere, dopo il tempo eroico, i suoi primi incominciamenti la storia volgare.

V

Il quinto aspetto è una storia ideal eterna sopra la quale corrano in tempo le storie di tutte le nazioni, ch’ovunque da tempi selvaggi, feroci e fieri cominciano gli uomini ad addimesticarsi con le religioni, esse cominciano, procedono e finiscono con quelli gradi meditati in questo libro secondo, rincontrati nel libro quarto, ove tratteremo del corso che fanno le nazioni, e col ricorso delle cose umane, nel libro quinto.

VI

Il sesto è un sistema del diritto natural delle genti, dal quale col cominciar delle genti, dalle quali ne incomincia la materia per una delle degnità sopraposta, dovevano cominciar la dottrina ch’essi trattano gli tre suoi principi: Ugone Grozio, Giovanni Seldeno e Samuello Pufendorfio. I quali in ciò tutti e tre errarrono di concerto: incominciandola dalla metà in giù, cioè dagli ultimi tempi delle nazioni ingentillte (e quindi degli uomini illuminati dalla ragion naturale tutta spiegata), dalle quali son usciti i filosofi, che s’alzarono a meditare una perfetta idea di giustizia.

Primieramente Grozio, il quale, per lo stesso grand’affetto che porta alla verità, prescinde dalla provvedenza divina e professa che ‘l suo sistema regga precisa anco ogni cognizione di Dio. Onde tutte le riprensioni, ch’in un gran numero di materie fa contro i giureconsulti romani, loro non appartengono punto, siccome a quelli i quali, avendone posto per principio la provvedenza divina, intesero ragionare del diritto natural delle genti, non già di quello de’ filosofi e de’ morali teologi.

Dipoi il Seldeno la suppone, senza punto avvertire all’inospitalità de’ primi popoli, né alla divisione che ‘l popolo di Dio faceva, di tutto il mondo allor delle nazioni, tra ebrei e genti; – né a quello: che, perché gli ebrei avevano perduto di vista il loro diritto naturale nella schiavitù dell’Egitto, dovett’esso Dio riordinarlo loro con la Legge la qual diede a Mosè sopra il Sina; – né a quell’altro: che Iddio nella sua Legge vieta anco i pensieri meno che giusti, de’ quali niuno de’ legislatori mortali mai s’impacciò; – oltre all’origini bestiali, che qui si ragionano, di tutte le nazioni gentili. E se pretende d’averlo gli ebrei a’ gentili insegnato appresso, gli riesce impossibile a poterlo pruovare, per la confessione magnanima di Giuseffo assistita dalla grave riflessione di Lattanzio sopra arrecata, e per la nimistà che pur sopra osservammo aver avuto gli ebrei con le genti, la qual ancor ora conservano dissipati tra tutte le nazioni.

E finalmente Pufendorfio, che l’incomincia con un’ipotesi epicurea, che pone l’uomo gittato in questo mondo senza niun aiuto e cura di Dio. Di che essendone stato ripreso, quantunque con una particolar dissertazione se ne giustifichi, però senza il primo principio della provvedenza non può affatto aprir bocca a ragionare di diritto, come l’udimmo da Cicerone dirsi ad Attico, il qual era epicureo, dove gli ragionò delle leggi.

Per tutto ciò, noi da questo primo antichissimo punto di tutti i tempi incominciamo a ragionare di diritto, detto da’ latini «ius», contratto dall’antico «Ious»: dal momento che nacque in mente a’ principi delle genti l’idea di Giove. Nello che a maraviglia co’ latini convengono i greci, i quali per bella nostra ventura osserva Platone nel Cratilo che dapprima il gius dissero diaión, che tanto suona quanto «discurrens» o «permanens» (la qual origine filosofica vi è intrusa dallo stesso Platone, il quale con mitologia erudita prende Giove per l’etere che penetra e scorre tutto; ma l’origine istorica viene da esso Giove, che pur da’ greci fu detto Diós, onde vennero a’ latini «sub dio» egualmente e «sub Iove» per dir «a ciel aperto»), e che poi per leggiadria di favella avessero profferito díkaion. Laonde incominciamo a ragionare del diritto, che prima nacque divino, con la propietà con cui ne parlò la divinazione o sia scienza degli auspìci di Giove, che furono le cose divine con le quali le genti regolavano tutte le cose umane, ch’entrambe compiono alla giurisprudenza il di lei adeguato subbietto. E sì incominciamo a ragionare del diritto naturale dall’idea di essa provvedenza divina, con la quale nacque congenita l’idea di diritto; il quale, come dianzi se n’è meditata la guisa, si cominciò naturalmente ad osservare da’ principi delle genti propiamente dette e della spezie più antica, le quali si appellarono «genti maggiori», delle quali Giove fu il primo dio.

VII

Il settimo ed ultimo de’ principali aspetti c’ha questa Scienza è di princìpi della storia universale. La quale da questo primo momento di tutte le cose umane della gentilità incomincia con la prima età del mondo che dicevano gli egizi scorsa loro dinanzi, che fu l’età degli dèi: nella quale comincia il Cielo a regnar in terra e far agli uomini de’ grandi benefizi, come si ha nelle Degnità; comincia l’età dell’oro de’ greci, nella quale gli dèi praticavano in terra con gli uomini, come qui abbiamo veduto aver incominciato a fare Giove. Così i greci poeti da questa tal prima età del mondo ci hanno nelle loro favole fedelmente narrato l’universale diluvio e i giganti essere stati in natura, e sì ci hanno con verità narrato i princìpi della storia universale profana. Ma, non potendo poscia i vegnenti entrare nelle fantasie de’ primi uomini che fondarono il gentilesimo, per le quali sembrava loro di vedere gli dèi; – e non intesasi la propietà di tal voce «atterrare», ch’era «mandar sotterra»; – e perché i giganti, i quali vivevano nascosti nelle grotte sotto de’ monti, per le tradizioni appresso di genti sommamente credule furono alterati all’eccesso ed appresi ch’imponessero Olimpo, Pelio ed Ossa, gli uni sopra degli altri, per cacciare gli dèi (che i primi giganti empi non già combatterono, ma non avevano appreso finché Giove non fulminasse) dal cielo, innalzato appresso dalle menti greche vieppiù spiegate ad una sformata altezza, il quale a’ primi giganti fu la cima de’ monti, come appresso dimostreremo (la qual favola dovette fingersi dopo Omero e da altri esser stata nell’Odissea appiccata ad Omero, al cui tempo bastava che crollasse l’Olimpo solo per farne cadere gli dèi, che Omero nell’Iliade sempre narra allogati sulla cima del monte Olimpo): – per tutte queste cagioni ha finora mancato il principio e, per avere finor mancato la cronologia ragionata della storia poetica, ha mancato ancora la perpetuità della storia universale profana.

II

LOGICA POETICA.

1.

DELLA LOGICA POETICA

Or – perché quella ch’è metafisica in quanto contempla le cose per tutti i generi dell’essere, la stessa è logica in quanto considera le cose per tutti i generi di significarle – siccome la poesia è stata sopra da noi considerata per una metafisica poetica, per la quale i poeti teologi immaginarono i corpi essere per lo più divine sostanze, così la stessa poesia or si considera come logica poetica, per la qual le significa.

«Logica» vien detta dalla voce lógos, che prima e propiamente significò «favola», che si trasportò in italiano «favella» – e la favola da’ greci si disse anco mûthos, onde vien a’ latini «mutus», – la quale ne’ tempi mutoli nacque mentale, che in un luogo d’oro dice Strabone essere stata innanzi della vocale o sia dell’articolata: onde lógos significa e «idea» e «parola». E convenevolmente fu così dalla divina provvedenza ordinato in tali tempi religiosi, per quella eterna propietà: ch’alle religioni più importa meditarsi che favellarne; onde tal prima lingua ne’ primi tempi mutoli delle nazioni, come si è detto nelle Degnità, dovette cominciare con cenni o atti o corpi ch’avessero naturali rapporti all’idee: per lo che lógos o «verbum» significò anche «fatto» agli ebrei, ed a’ greci significò anche «cosa», come osserva Tommaso Gatachero, De instrumenti stylo. E pur mûthos ci giunse diffinita «vera narratio», o sia «parlar vero», che fu il «parlar naturale» che Platone prima e dappoi Giamblico dissero essersi parlato una volta nel mondo; i quali, come vedemmo nelle Degnità, perché ‘l dissero indovinando, avvenne che Platone e spese vana fatiga d’andarlo truovando nel Cratilo, e ne fu attaccato da Aristotile e da Galeno: perché cotal primo parlare, che fu de’ poeti teologi, non fu un parlare secondo la natura di esse cose (quale dovett’esser la lingua santa ritruovata da Adamo, a cui Iddio concedette la divina onomathesia ovvero imposizione de’ nomi alle cose secondo la natura di ciascheduna), ma fu un parlare fantastico per sostanze animate, la maggior parte immaginate divine.

Così Giove, Cibele o Berecintia, Nettunno, per cagione d’esempli, intesero e, dapprima mutoli additando, spiegarono esser esse sostanze del cielo, della terra, del mare, ch’essi immaginarono animate divinità, e perciò con verità di sensi gli credevano dèi: con le quali tre divinità, per ciò ch’abbiam sopra detto de’ caratteri poetici, spiegavano tutte le cose appartenenti al cielo, alla terra, al mare; e così con l’altre significavano le spezie dell’altre cose a ciascheduna divinità appartenenti, come tutti i fiori a Flora, tutte le frutte a Pomona. Lo che noi pur tuttavia facciamo, al contrario, delle cose dello spirito; come delle facultà della mente umana, delle passioni, delle virtù, de’ vizi, delle scienze, dell’arti, delle quali formiamo idee per lo più di donne, ed a quelle riduciamo tutte le cagioni, tutte le propietà e ‘nfine tutti gli effetti ch’a ciascuna appartengono: perché, ove vogliamo trarre fuori dall’intendimento cose spirituali, dobbiamo essere soccorsi dalla fantasia per poterle spiegare e, come pittori, fingerne umane immagini. Ma essi poeti teologi, non potendo far uso dell’intendimento, con uno più sublime lavoro tutto contrario, diedero sensi e passioni, come testé si è veduto, a’ corpi, e vastissimi corpi quanti sono cielo, terra, mare; che poi, impicciolendosi così vaste fantasie e invigorendo l’astrazioni, furono presi per piccioli loro segni. E la metonimia spose in comparsa di dottrina l’ignoranza di queste finor seppolte origini di cose umane: e Giove ne divenne sì picciolo e sì leggieri ch’è portato a volo da un’aquila; corre Nettunno sopra un dilicato cocchio per mare; e Cibele è assisa sopra un lione.

Quindi le mitologie devon essere state i propi parlari delle favole (ché tanto suona tal voce); talché, essendo le favole, come sopra si è dimostrato, generi fantastici, le mitologie devon essere state le loro propie allegorie. Il qual nome, come si è nelle Degnità osservato, ci venne diffinito «diversiloquium», in quanto, con identità non di proporzione ma, per dirla alla scolastica, di predicabilità, esse significano le diverse spezie o i diversi individui compresi sotto essi generi: tanto che devon avere una significazione univoca, comprendente una ragion comune alle loro spezie o individui (come d’Achille, un’idea di valore comune a tutti i forti; come d’Ulisse, un’idea di prudenza comune a tutti i saggi); talché sì fatte allegorie debbon essere l’etimologie de’ parlari poetici, che ne dassero le loro origini tutte univoche, come quelle de’ parlari volgari lo sono più spesso analoghe. E ce ne giunse pure la diffinizione d’essa voce «etimologia», che suona lo stesso che «veriloquium», siccome essa favola ci fu diffinita «vera narratio».

2.

COROLLARI D’INTORNO A’ TROPI, MOSTRI E TRASFORMAZIONI POETICHE.

I

Di questa logica poetica sono corollari tutti i primi tropi, de’ quali la più luminosa e, perché più luminosa, più necessaria e più spessa è la metafora, ch’allora è vieppiù lodata quando alle cose insensate ella dà senso e passione, per la metafisica sopra qui ragionata: ch’i primi poeti dieder a’ corpi l’essere di sostanze animate, sol di tanto capaci di quanto essi potevano, cioè di senso e di passione, e sì ne fecero le favole; talché ogni metafora sì fatta vien ad essere una picciola favoletta. Quindi se ne dà questa critica d’intorno al tempo che nacquero nelle lingue: che tutte le metafore portate con simiglianze prese da’ corpi a significare lavori di menti astratte debbon essere de’ tempi ne’ quali s’eran incominciate a dirozzar le filosofie. Lo che si dimostra da ciò: ch’in ogni lingua le voci ch’abbisognano all’arti colte ed alle scienze riposte hanno contadinesche le lor origini.

Quello è degno d’osservazione: che ‘n tutte le lingue la maggior parte dell’espressioni d’intorno a cose inanimate sono fatte con trasporti del corpo umano e delle sue parti e degli umani sensi e dell’umane passioni. Come «capo», per cima o principio; «fronte», «spalle», avanti e dietro; «occhi» delle viti e quelli che si dicono «lumi» ingredienti delle case; «bocca», ogni apertura; «labro», orlo di vaso o d’altro; «dente» d’aratro, di rastello, di serra, di pettine; «barbe», le radici; «lingua» di mare; «fauce» o foce di fiumi o monti; «collo» di terra; «braccio» di fiume; mano, per picciol numero; «seno» di mare, il golfo; fianchi e lati, i canti; «costiera» di mare; «cuore», per lo mezzo (ch’«umbilicus» dicesi da’ latini); «gamba» o «piede» di paesi, e «piede» per fine; «pianta» per base o sia fondamento; «carne», «ossa» di frutte; «vena» d’acqua, pietra, miniera; «sangue» della vite, il vino; «viscere» della terra; «ride» il cielo, il mare; «fischia il vento»; «mormora» l’onda; «geme» un corpo sotto un gran peso; e i contadini del Lazio dicevano «sitire agros», «laborare fructus», «luxuriari segetes»; e i nostri contadini «andar in amore le piante», «andar in pazzia le viti», «lagrimare gli orni»; ed altre che si possono raccogliere innumerabili in tutte le lingue. Lo che tutto va di séguito a quella degnità: che «l’uomo ignorante si fa regola dell’universo», siccome negli esempli arrecati egli di se stesso ha fatto un intiero mondo. Perché come la metafisica ragionata insegna che «homo intelligendo fit omnia», così questa metafisica fantasticata dimostra che «homo non intelligendo fit omnia»; e forse con più di verità detto questo che quello, perché l’uomo con l’intendere spiega la sua mente e comprende esse cose, ma col non intendere egli di sé fa esse cose e, col transformandovisi, lo diventa.

II

Per cotal medesima logica, parto di tal metafisica, dovettero i primi poeti dar i nomi alle cose dall’idee più particolari e sensibili; che sono i due fonti, questo della metonimia e quello della sineddoche. Perocché la metonimia degli autori per l’opere nacque perché gli autori erano più nominati che l’opere; quella de’ subbietti per le loro forme ed aggiunti nacque perché, come nelle Degnità abbiamo detto, non sapevano astrarre le forme e la qualità da’ subbietti; certamente quella delle cagioni per gli di lor effetti sono tante picciole favole, con le quali le cagioni s’immaginarono esser donne vestite de’ lor effetti, come sono la Povertà brutta, la Vecchiezza trista, la Morte pallida.

III

La sineddoche passò in trasporto poi con l’alzarsi i particolari agli universali o comporsi le parti con le altre con le quali facessero i lor intieri. Così «mortali» furono prima propiamente detti i soli uomini, che soli dovettero farsi sentire mortali. Il «capo», per l’«uomo» o per la «persona», ch’è tanto frequente in volgar latino, perché dentro le boscaglie vedevano di lontano il solo capo dell’uomo: la qual voce «uomo» è voce astratta, che comprende, come in un genere filosofico, il corpo e tutte le parti del corpo, la mente e tutte le facultà della mente, l’animo e tutti gli abiti dell’animo. Così dovette avvenire che «tignum» e «culmen» significarono con tutta propietà «travicello» e «paglia» nel tempo delle pagliare; poi, col lustro delle città, significarono tutta la materia e ‘l compimento degli edifici. Così «tectum» per l’intiera «casa», perché a’ primi tempi bastava per casa un coverto. Così «puppis» per la «nave», che, alta, è la prima a vedersi da’ terrazzani; come a’ tempi barbari ritornati si disse una «vela» per una «nave». Così «mucro» per la «spada», perché questa è voce astratta e come in un genere comprende pome, elsa, taglio e punta; ed essi sentirono la punta, che recava loro spavento. Così la materia per lo tutto formato, come il «ferro» per la «spada», perché non sapevano astrarre le forme dalla materia. Quel nastro di sineddoche e di metonimia:

Tertia messis erat

nacque senza dubbio da necessità di natura, perché dovette correre assai più di mille anni per nascere tralle nazioni questo vocabolo astronomico «anno»; siccome nel contado fiorentino tuttavia dicono «abbiamo tante volte mietuto» per dire «tanti anni». E quel gruppo di due sineddochi e d’una metonimia:

Post aliquot, mea regna videns, mirabor aristas

di troppo accusa l’infelicità de’ primi tempi villerecci a spiegarsi, ne’ quali dicevano «tante spighe», che sono particolari più delle messi, per dire «tanti anni», e, perch’era troppo infelice l’espressione, i gramatici v’hanno supposto troppo di arte.

IV

L’ironia certamente non poté cominciare che da’ tempi della riflessione, perch’ella è formata dal falso in forza d’una riflessione che prende maschera di verità. E qui esce un gran principio di cose umane, che conferma l’origine della poesia qui scoverta: che i primi uomini della gentilità essendo stati semplicissimi quanto fanciulli, i quali per natura son veritieri, le prime favole non poterono fingere nulla di falso; per lo che dovettero necessariamente essere, quali sopra ci vennero diffinite, vere narrazioni.

V

Per tutto ciò si è dimostrato che tutti i tropi (che tutti si riducono a questi quattro), i quali si sono finora creduti ingegnosi ritruovati degli scrittori, sono stati necessari modi di spiegarsi [di] tutte le prime nazioni poetiche, e nella lor origine aver avuto tutta la loro natia propietà: ma, poi che, col più spiegarsi la mente umana, si ritruovarono le voci che significano forme astratte, o generi comprendenti le loro spezie, o componenti le parti co’ loro intieri, tai parlari delle prime nazioni sono divenuti trasporti. E quindi s’incomincian a convellere que’ due comuni errori de’ gramatici: che ‘l parlare de’ prosatori è propio, impropio quel de’ poeti; e che prima fu il parlare da prosa, dopoi del verso.

VI

I mostri e le trasformazioni poetiche provennero per necessità di tal prima natura umana, qual abbiamo dimostrato nelle Degnità che non potevan astrarre le forme o le propietà da’ subbietti; onde con la lor logica dovettero comporre i subbietti per comporre esse forme, o distrugger un subbietto per dividere la di lui forma primiera dalla forma contraria introduttavi. Tal composizione d’idee fece i mostri poetici: come in ragion romana, all’osservare di Antonio Fabro nella Giurisprudenza papinianea, si dicon «mostri» i parti nati da meretrice, perc’hanno natura d’uomini, insieme, e propietà di bestie a esser nati da’ vagabondi o sieno incerti concubiti; i quali truoveremo esser i mostri i quali la legge delle XII Tavole (nati da donna onesta senza la solennità delle nozze) comandava che si gittassero in Tevere.

VII

La distinzione dell’idee fece le metamorfosi: come, fralle altre conservateci dalla giurisprudenza antica, anco i romani nelle loro frasi eroiche ne lasciarono quella «fundum fieri» per «autorem fieri», perché, come il fondo sostiene il podere o il suolo e ciò ch’è quivi seminato o piantato o edificato, così l’appruovatore sostiene l’atto, il quale senza la di lui appruovagione rovinerebbe, perché l’approvatore, da semovente ch’egli è, prende forma contraria di cosa stabile.

3.

COROLLARI D’INTORNO AL PARLARE PER CARATTERI POETICI DELLE PRIME NAZIONI.

La favella poetica, com’abbiamo in forza di questa logica poetica meditato, scorse per così lungo tratto dentro il tempo istorico, come i grandi rapidi fiumi si spargono molto dentro il mare e serbano dolci l’acque portatevi con la violenza del corso; per quello che Giamblico ci disse sopra nelle Degnità: che gli egizi tutti i loro ritruovati utili alla vita umana riferirono a Mercurio Trimegisto; il cui detto confermammo con quell’altra Degnità: ch’«i fanciulli con l’idee e nomi d’uomini, femmine, cose, c’hanno la prima volta vedute, apprendono ed appellano tutti gli uomini, femmine, cose appresso, c’hanno con le prime alcuna simiglianza o rapporto», e che questo era il naturale gran fonte de’ caratteri poetici, co’ quali naturalmente pensarono e parlarono i primi popoli. Alla qual natura di cose umane se avesse Giamblico riflettuto e vi avesse combinato tal costume ch’egli stesso riferisce degli antichi egizi, dicemmo nelle Degnità che certamente esso ne’ misteri della sapienza volgare degli egizi non arebbe a forza intruso i sublimi misteri della sua sapienza platonica.

Ora, per tale natura de’ fanciulli e per tal costume de’ primi egizi, diciamo che la favella poetica, in forza d’essi caratteri poetici, ne può dare molte ed importanti discoverte d’intorno all’antichità.

I

Che Solone dovett’esser alcuno uomo sappiente di sapienza volgare, il quale fusse capoparte di plebe ne’ primi tempi ch’Atene era repubblica aristocratica. Lo che la storia greca pur conservò ove narra che dapprima Atene fu occupata dagli ottimati – ch’è quello che noi in questi libri dimostreremo universalmente di tutte le repubbliche eroiche, nelle quali gli eroi, ovvero nobili, per una certa loro natura creduta di divina origine, per la quale dicevano essere loro propi gli dèi, e ‘n conseguenza propi loro gli auspìci degli dèi, in forza de’ quali chiudevano dentro i lor ordini tutti i diritti pubblici e privati dell’eroiche città, ed a’ plebei, che credevano essere d’origine bestiale, e ‘n conseguenza esser uomini senza dèi e perciò senza auspìci, concedevano i soli usi della natural libertà (ch’è un gran principio di cose che si ragioneranno per quasi tutta quest’opera) – e che tal Solone avesse ammonito i plebei ch’essi riflettessero a se medesimi e riconoscessero essere d’ugual natura umana co’ nobili, e ‘n conseguenza che dovevan esser con quelli uguagliati in civil diritto. Se non, pure, tal Solone furon essi plebei ateniesi, per questo aspetto considerati.

Perché anco i romani antichi arebbono dovuto aver un tal Solone fra loro; tra’ quali i plebei, nelle contese eroiche co’ nobili, come apertamente lo ci narra la storia romana antica, dicevano: i padri, de’ quali Romolo aveva composto il senato (da’ quali essi patrizi erano provenuti), «non esse coelo demissos», cioè che non avevano cotale divina origine ch’essi vantavano e che Giove era a tutti eguale. Ch’è la storia civile di quel motto

… Iupiter omnibus æquus,

dove poi intrusero i dotti quel placito: che le menti son tutte eguali e che prendono diversità dalla diversa organizzazione de’ corpi e dalla diversa educazione civile. Con la quale riflessione i plebei romani incominciaron ad adeguare co’ patrizi la civil libertà, fino che affatto cangiarono la romana repubblica da aristocratica in popolare, come l’abbiamo divisato per ipotesi nelle Annotazioni alla Tavola cronologica, ove ragionammo in idea della legge Publilia, e ‘l faremo vedere di fatto, nonché della romana, essere ciò avvenuto di tutte l’altre antiche repubbliche, e con ragioni ed autorità dimostreremo che universalmente, da tal riflessione di Solone principiando, le plebi de’ popoli vi cangiarono le repubbliche da aristocratiche in popolari.

Quindi Solone fu fatto autore di quel celebre motto «Nosce te ipsum», il quale, per la grande civile utilità ch’aveva arrecato al popolo ateniese, fu iscritto per tutti i luoghi pubblici di quella città; e poi gli addottrinati il vollero detto per un grande avviso, quanto infatti lo è, d’intorno alle metafisiche ed alle morali cose, e funne tenuto Solone per sappiente di sapienza riposta e fatto principe de’ sette saggi di Grecia. In cotal guisa, perché da tal riflessione incominciarono in Atene tutti gli ordini e tutte le leggi che formano una repubblica democratica, perciò, per questa maniera di pensare per caratteri poetici de’ primi popoli, tali ordini e tali leggi, come dagli egizi tutti i ritruovati utili alla vita umana civile a Mercurio Trimegisto, furon tutti dagli ateniesi richiamati a Solone.

II

Così dovetter a Romolo esser attribuite tutte le leggi d’intorno agli ordini.

III

A Numa, tante d’intorno alle cose sagre ed alle divine cerimonie, nelle quali poi comparve ne’ tempi suoi più pomposi la romana religione.

IV

A Tullo Ostilio, tutte le leggi ed ordini della militar disciplina.

V

A Servio Tullio, il censo, ch’è il fondamento delle repubbliche democratiche, ed altre leggi in gran numero d’intorno alla popolar libertà, talché da Tacito vien acclamato «præcipuus sanctor legum». Perché, come dimostreremo, il censo di Servio Tullio fu pianta delle repubbliche aristocratiche, col qual i plebei riportarono da’ nobili il dominio bonitario de’ campi, per cagion del quale si criarono poi i tribuni della plebe per difender loro questa parte di natural libertà, i quali poi, tratto tratto, fecero loro conseguire tutta la libertà civile; e così il censo di Servio Tullio, perché indi ne incominciarono l’occasioni e le mosse, diventò censo pianta della romana repubblica popolare, come si è ragionato nell’annotazione alla legge Publilia per via d’ipotesi, e dentro si dimostrerà essere stato vero di fatto.

VI

A Tarquinio Prisco, tutte l’insegne e divise, con le quali poscia a’ tempi più luminosi di Roma risplendette la maestà dell’imperio romano.

VII

Così dovettero affiggersi alle XII Tavole moltissime leggi che dentro dimostreremo essere state comandate ne’ tempi appresso; e (come si è appieno dimostrato ne’ Princìpi del Diritto universale), perché la legge del dominio quiritario da’ nobili accomunato a’ plebei fu la prima legge scritta in pubblica tavola (per la quale unicamente furono criati i decemviri), per cotal aspetto di popolar libertà tutte le leggi che uguagliarono la libertà e si scrissero dappoi in pubbliche tavole furono rapportate a’ decemviri. Siane pur qui una dimostrazione il lusso greco de’ funerali, che i decemviri non dovettero insegnarlo a’ romani col proibirlo, ma dopoché i romani l’avevano ricevuto; lo che non poté avvenire se non dopo le guerre co’ tarantini e con Pirro, nelle quali s’incominciarono a conoscer co’ greci; e quindi è che Cicerone osserva tal legge portata in latino con le stesse parole con le quali era stata conceputa in Atene.

VIII

Così Dragone, autore delle leggi scritte col sangue nel tempo che la greca storia, come sopra si è detto, ci narra ch’Atene era occupata dagli ottimati: che fu, come vedremo appresso, nel tempo dell’aristocrazie eroiche, nel quale la stessa greca storia racconta che gli Eraclidi erano sparsi per tutta Grecia, anco nell’Attica, come sopra il proponemmo nella Tavola cronologica, i quali finalmente restarono nel Peloponneso e fermarono il loro regno in Isparta, la quale truoveremo essere stata certamente repubblica aristocratica. E cotal Dragone dovett’esser una di quelle serpi della Gorgone inchiovata allo scudo di Perseo, che si truoverà significare l’imperio delle leggi, il quale scudo con le spaventose pene insassiva coloro che ‘l riguardavano, siccome nella storia sagra, perché tali leggi erano essi esemplari castighi, si dicono «leges sanguinis», e di tale scudo armossi Minerva, la quale fu detta Athenã, come sarà più appieno spiegato appresso; e appo i chinesi, i quali tuttavia scrivono per geroglifici (che dee far maraviglia una tal maniera poetica di pensare e spiegarsi tra queste due e per tempi e per luoghi lontanissime nazioni), un dragone è l’insegna dell’imperio civile. Perché di tal Dragone non si ha altra cosa da tutta la greca storia.

IX

Questa istessa discoverta de’ caratteri poetici ci conferma Esopo ben posto innanzi a’ sette saggi di Grecia, come il promettemmo nelle Note alla Tavola cronologica di farlo in questo luogo vedere. Perché tal filologica verità ci è confermata da questa storia d’umane idee: ch’i sette saggi furon ammirati dall’incominciar essi a dare precetti di morale o di civil dottrina per massime, come quel celebre di Solone (il quale ne fu il principe): «Nosce te ipsum», che sopra abbiam veduto essere prima stato un precetto di dottrina civile, poi trasportato alla metafisica e alla morale. Ma Esopo aveva innanzi dati tali avvisi per somiglianze, delle quali più innanzi i poeti si eran serviti per ispiegarsi; e l’ordine dell’umane idee è d’osservare le cose simili, prima per ispiegarsi, dappoi per pruovare, e ciò prima con l’esemplo che si contenta d’una sola, finalmente con l’induzione che ne ha bisogno di più: onde Socrate, padre di tutte le sètte de’ filosofi, introdusse la dialettica con l’induzione, che poi compiè Aristotile col sillogismo, che non regge senza un universale. Ma alle menti corte basta arrecarsi un luogo dal somigliante per essere persuase; come con una favola, alla fatta di quelle ch’aveva truovato Esopo, il buono Menenio Agrippa ridusse la plebe romana sollevata all’ubbidienza.

Ch’Esopo sia stato un carattere poetico de’ soci ovvero famoli degli eroi, con uno spirito d’indovino lo ci discuopre il ben costumato Fedro in un prologo delle sue Favole:

Nunc fabularum cur sit inventum genus,

Brevi docebo. Servitus obnoxia,

Quia, quæ volebat non audebat dicere,

Affectus proprios in fabellas transtulit.

Æsopi illius semita feci viam,

come la favola della società lionina evidentemente lo ci conferma: perché i plebei erano detti «soci» dell’eroiche città, come nelle Degnità si è avvisato, e venivano a parte delle fatighe e pericoli nelle guerre, ma non delle prede e delle conquiste. Per ciò Esopo fu detto «servo», perché i plebei, come appresso sarà dimostro, erano famoli degli eroi. E ci fu narrato brutto, perché la bellezza civile era stimata dal nascere da’ matrimoni solenni, che contraevano i soli eroi, com’anco appresso si mostrerà: appunto come fu egli brutto Tersite, che dev’essere carattere de’ plebei che servivano agli eroi nella guerra troiana, ed è da Ulisse battuto con lo scettro di Agamennone, come gli antichi plebei romani a spalle nude erano battuti da’ nobili con le verghe, «regium in morem», al narrar di Sallustio appo sant’Agostino nella Città di Dio, finché la legge Porzia allontanò le verghe dalle spalle romane,

Tali avvisi, adunque, utili al viver civile libero, dovetter esser sensi che nudrivano le plebi dell’eroiche città, dettati dalla ragion naturale: de’ quali plebei per tal aspetto ne fu fatto carattere poetico Esopo, al quale poi furon attaccate le favole d’intorno alla morale filosofia; e ne fu fatto Esopo il primo morale filosofo nella stessa guisa che Solone fu fatto sappiente, ch’ordinò con le leggi la repubblica libera ateniese. E perch’Esopo diede tali avvisi per favole, fu fatto prevenire a Solone che gli diede per massime. Tali favole si dovettero prima concepire in versi eroici, come poi v’ha tradizione che furono concepute in versi giambici, co’ quali noi qui appresso truoveremo aver parlato le genti greche in mezzo il verso eroico e la prosa, nella quale finalmente scritte ci sono giunte.

X

In cotal guisa a’ primi autori della sapienza volgare furono rapportati i ritruovati appresso della sapienza riposta; e i Zoroasti in Oriente, i Trimegisti in Egitto, gli Orfei in Grecia, i Pittagori nell’Italia, di legislatori prima, furono poi finalmente creduti filosofi, come Confucio oggi lo è nella China. Perché certamente i pittagorici nella Magna Grecia, come dentro si mostrerà, si dissero in significato di «nobili», che, avendo attentato di ridurre tutte le loro repubbliche da popolari in aristocratiche, tutti furono spenti. E ‘l Carme aureo di Pittagora sopra lo si è dimostrato esser un’impostura, come gli Oracoli di Zoroaste, il Pimandro del Trimegisto, gli Orfici o i versi d’Orfeo; né di Pittagora ad essi antichi venne scritto alcuno libro d’intorno a filosofia, e Filolao fu il primo pittagorico il qual ne scrisse, all’osservare dello Scheffero, De philosophia italica.

4.

COROLLARI D’INTORNO ALL’ORIGINI DELLE LINGUE E DELLE LETTERE; E, QUIVI DENTRO, L’ORIGINI DE’ GEROGLIFICI, DELLE LEGGI, DE’ NOMI, DELL’INSEGNE GENTILIZIE, DELLE MEDAGLIE, DELLE MONETE; E QUINDI DELLA PRIMA LINGUA E LETTERATURA DEL DIRITTO NATURAL DELLE GENTI.

Ora dalla teologia de’ poeti o sia dalla metafisica poetica, per mezzo della indi nata poetica logica, andiamo a scuoprire l’origine delle lingue e delle lettere, d’intorno alle quali sono tante l’oppenioni quanti sono i dotti che n’hanno scritto. Talché Gerardo Giovanni Vossio nella Gramatica dice: «De literarum inventione multi multa congerunt, et fuse et confuse, ut ab iis incertus magis abeas quam veneras dudum». Ed Ermanno Ugone, De origine scribendi, osserva: «Nulla alia res est, in qua plures magisque pugnantes sententiæ reperiantur atque hæc tractatio de literarum et scriptionis origine. Quantæ sententiarum pugnæ! Quid credas? quid non credas?». Onde Bernardo da Melinckrot, De arte typographica, seguìto in ciò da Ingewaldo Elingio, De historia linguæ græcæ, per l’incomprendevolità della guisa, disse essere ritruovato divino.

Ma la difficultà della guisa fu fatta da tutti i dotti per ciò: ch’essi stimarono cose separate l’origini delle lettere dall’origini delle lingue, le quali erano per natura congionte; e ‘l dovevan pur avvertire dalle voci «gramatica» e «caratteri». Dalla rima, ché «gramatica» si diffinisce «arte di parlare» e grámmata sono le lettere, talché sarebbe a diffinirsi «arte di scrivere», qual Aristotile la diffinì e qual infatti ella dapprima nacque, come qui si dimostrerà che tutte le nazioni prima parlarono scrivendo, come quelle che furon dapprima mutole. Dipoi «caratteri» voglion dire «idee», «forme», «modelli», e certamente furono innanzi que’ de’ poeti che quelli de’ suoni articolati, come Giuseffo vigorosamente sostiene, contro Appione greco gramatico, che a’ tempi d’Omero non si erano ancor truovate le lettere dette «volgari». Oltracciò, se tali lettere fussero forme de’ suoni articolati e non segni a placito, dovrebbero appo tutte le nazioni esser uniformi, com’essi suoni articolati son uniformi appo tutte. Per tal guisa disperata a sapersi non si è saputo il pensare delle prime nazioni per caratteri poetici né ‘l parlare per favole né lo scrivere per geroglifici: che dovevan esser i princìpi, che di lor natura han da esser certissimi, così della filosofia per l’umane idee, come della filologia per l’umane voci.

In sì fatto ragionamento dovendo noi qui entrare, daremo un picciol saggio delle tante oppenioni che se ne sono avute, o incerte o leggeri o sconce o boriose o ridevoli, le quali, perocché sono tante e tali, si debbono tralasciare di riferirsi. Il saggio sia questo: che, perocché a’ tempi barbari ritornati la Scandinavia, ovvero Scanzia, per la boria delle nazioni fu detta «vagina gentium» e fu creduta la madre di tutte l’altre del mondo, per la boria de’ dotti furono d’oppenione Giovanni ed Olao Magni ch’i loro goti avessero conservate le lettere fin dal principio del mondo, divinamente ritruovate da Adamo; del qual sogno si risero tutti i dotti. Ma non pertanto si ristò di seguirgli e d’avanzargli Giovanni Goropio Becano, che la sua lingua cimbrica, la quale non molto si discosta dalla sassonica, fa egli venire dal paradiso terrestre e che sia la madre di tutte l’altre; della qual oppenione fecero le favole Giuseppe Giusto Scaligero, Giovanni Camerario, Cristoforo Brecmanno e Martino Scoockio. E pure tal boria più gonfiò e ruppe in quella d’Olao Rudbechio nella sua opera intitolata Atlantica, che vuole le lettere greche esser nate dalle rune, e che queste sien le fenicie rivolte, le quali Cadmo rendette nell’ordine e nel suono simili all’ebraiche, e finalmente i greci l’avessero dirizzate e tornate col regolo e col compasso; e, perché il ritruovatore tra essi è detto Mercurouman, vuole che ‘l Mercurio che ritruovò le lettere agli egizi sia stato goto. Cotanta licenza d’oppinare d’intorno all’origini delle lettere deve far accorto il leggitore a ricevere queste cose che noi ne diremo, non solo con indifferenza di vedere che arrechino in mezzo di nuovo, ma con attenzione di meditarvi e prenderle, quali debbon essere, per princìpi di tutto l’umano e divino sapere della gentilità.

Perché da questi princìpi: di concepir i primi uomini della gentilità l’idee delle cose per caratteri fantastici di sostanze animate, e, mutoli, di spiegarsi con atti o corpi ch’avessero naturali rapporti all’idee (quanto, per esemplo, lo hanno l’atto di tre volte falciare o tre spighe per significare «tre anni»), e sì spiegarsi con lingua che naturalmente significasse, che Platone e Giamblico dicevano essersi una volta parlata nel mondo (che deve essere stata l’antichissima lingua atlantica, la quale eruditi vogliono che spiegasse l’idee per la natura delle cose, o sia per le loro naturali propietà): da questi princìpi, diciamo, tutti i filosofi e tutti i filologi dovevan incominciar a trattare dell’origini delle lingue e delle lettere. Delle quali due cose, per natura, com’abbiam detto, congionte, han trattato divisamente, onde loro è riuscita tanto difficile la ricerca dell’origini delle lettere, ch’involgeva egual difficultà quanto quella delle lingue, delle quali essi o nulla o assai poco han curato.

Sul cominciarne adunque il ragionamento, poniamo per primo principio quella filologica Degnità: che gli egizi narravano, per tutta la scorsa del loro mondo innanzi, essersi parlate tre lingue, corrispondenti nel numero e nell’ordine alle tre età scorse pur innanzi nel loro mondo: degli dèi, degli eroi e degli uomini; e dicevano la prima lingua essere stata geroglifica o sia sagra ovvero divina; la seconda, simbolica o per segni o sia per imprese eroiche; la terza pistolare per comunicare i lontani tra loro i presenti bisogni della lor vita. Delle quali tre lingue v’hanno due luoghi d’oro appo Omero nell’Iliade, per gli quali apertamente si veggono i greci convenir in ciò con gli egizi. De’ quali uno è dove narra che Nestore visse tre vite d’uomini diversilingui: talché Nestore dee essere stato un carattere eroico della cronologia stabilita per le tre lingue corrispondenti alle tre età degli egizi; onde tanto dovette significare quel motto: «vivere gli anni di Nestore» quanto «vivere gli anni del mondo». L’altro è dove Enea racconta ad Achille che uomini diversilingui cominciaron ad abitar Ilio, dopoché Troia fu portata a’ lidi del mare e Pergamo ne divenne la ròcca. Con tal primo principio congiugniamo quella tradizione, pur degli egizi, che ‘l loro Theut o Mercurio ritruovò e le leggi e le lettere.

A queste verità aggruppiamo quell’altre: ch’appo i greci i «nomi» significarono lo stesso che «caratteri», da’ quali i padri della Chiesa presero con promiscuo uso quelle due espressioni, ove ne ragionano de divinis characteribus e de divinis nominibus. E «nomen» e «definitio» significano la stessa cosa, ove in rettorica si dice «quæstio nominis», con la qual si cerca la diffinizione del fatto; e la nomenclatura de’ morbi è in medicina quella parte che diffinisce la natura di essi. Appo i romani i «nomi» significarono prima e propiamente «case diramate in molte famiglie». E che i primi greci avessero anch’essi avuto i «nomi» in sì fatto significato, il dimostrano i patronimici, che significano «nomi di padri», de’ quali tanto spesso fanno uso i poeti, e più di tutti il primo di tutti Omero (appunto come i patrizi romani da un tribuno della plebe, appo Livio, son diffiniti «qui possunt nomine ciere patrem», «che possano usare il casato de’ loro padri»), i quali patronimici poi si sperderono nella libertà popolare di tutta la restante Grecia, e dagli Eraclidi si serbarono in Isparta, repubblica aristocratica. E in ragion romana «nomen» significa «diritto». Con somigliante suono appo i greci nómos significa «legge» e da nómos viene nómisma, come avverte Aristotile, che vuole dire «moneta»; ed etimologi vogliono che da nómos venga detto a’ latini «numus». Appo i francesi «loy» significa «legge» ed «aloy» vuol dire «moneta»; e da’ barbari ritornati fu detto «canone» così la legge ecclesiastica come ciò che dall’enfiteuticario si paga al padrone del fondo datogli in enfiteusi. Per la quale uniformità di pensare i latini forse dissero «ius» il diritto e ‘l grasso delle vittime ch’era dovuto a Giove, che dapprima si disse Ious, donde poi derivarono i genitivi «Iovis» e «iuris» (lo che si è sopra accennato); come, appresso gli ebrei, delle tre parti che facevano dell’ostia pacifica, il grasso veniva in quella dovuta a Dio, che bruciavasi sull’altare. I latini dissero «prædia», quali dovettero dirsi prima i rustici che gli urbani, perocché, come appresso farem vedere, le prime terre colte furono le prime prede del mondo; onde il primo domare fu di terre sì fatte, le quali perciò in antica ragion romana si dissero «manucaptæ» (dalle quali restò detto «manceps» l’obbligato all’erario in roba stabile); e nelle romane leggi restaron dette «iura prædiorum» le servitù che si dicon «reali», che si costituiscono in robe stabili. E tali terre dette «manucaptæ» dovettero dapprima essere e dirsi «mancipia», di che certamente dee intendersi la legge delle XII Tavole nel capo «Qui nexum faciet mancipiumque», cioè «chi farà la consegna del nodo, e con quella consegnerà il podere»; onde, con la stessa mente degli antichi latini, gl’italiani appellarono «poderi», perché acquistati con forza. E si convince da ciò che i barbari ritornati dissero «presas terrarum» i campi co’ loro termini; gli spagnuoli chiamano «prendas» l’imprese forti; gl’italiani appellano «imprese» l’armi gentilizie, e dicono «termini» in significazion di «parole» (che restò in dialettica scolastica), e l’armi gentilizie chiamano altresì «insegne», onde agli stessi viene il verbo «insegnare»: come Omero, al cui tempo non si erano ancor truovate le lettere dette «volgari», la lettera di Preto ad Euria contro Bellerofonte dice essere stata scritta «per sémata», «per segni».

Con queste cose tutte facciano il cumolo queste ultime tre incontrastate verità: la prima, che, dimostrato le prime nazioni gentili tutte essere state mutole ne’ loro incominciamenti, dovettero spiegarsi per atti o corpi che avessero naturali rapporti alle loro idee; la seconda, che con segni dovettero assicurarsi de’ confini de’ lor poderi ed avere perpetue testimonianze de’ lor diritti; la terza, che tutte si sono truovate usare monete. Tutte queste verità ne daranno qui le origini delle lingue e delle lettere e, quivi dentro, quelle de’ geroglifici, delle leggi, de’ nomi, dell’imprese gentilizie, delle medaglie, delle monete e della lingua e scrittura con la quale parlò e scrisse il primo diritto natural delle genti.

E per istabilire di tutto ciò più fermamente i princìpi, è qui da convellersi quella falsa oppenione ch’i geroglifici furono ritruovati di filosofi per nascondervi dentro i misteri d’alta sapienza riposta, come han creduto degli egizi. Perché fu comune naturale necessità di tutte le prime nazioni di parlare con gerogllfici (di che sopra si è proposta una degnità); come nell’Affrica l’abbiamo già degli egizi, a’ quali con Eliodoro, Delle cose dell’Etiopia, aggiugniamo gli etiopi, i quali si servirono per geroglifici degli strumenti di tutte l’arti fabbrili. Nell’Oriente lo stesso dovett’essere de’ caratteri magici de’ caldei. Nel settentrione dell’Asia abbiamo sopra veduto che Idantura, re degli sciti, ne’ tempi assai tardi (posta la loro sformata antichità, nella quale avevano vinto essi egizi, che si vantavano essere gli antichissimi di tutte le nazioni), con cinque parole reali risponde a Dario il maggiore che gli aveva intimato la guerra; che furono una ranocchia, un topo, un uccello, un dente d’aratro ed un arco da saettare. La ranocchia significava ch’esso era nato dalla terra della Scizia, come dalla terra nascono, piovendo l’està, le ranocchie, e sì esser figliuolo di quella terra. Il topo significava esso, come topo, dov’era nato aversi fatto la casa, cioè aversi fondato la gente. L’uccello significava aver ivi esso gli auspìci, cioè, come vedremo appresso, che non era ad altri soggetto ch’a Dio. L’aratro significava aver esso ridutte quelle terre a coltura, e sì averle dome e fatte sue con la forza. E finalmente l’arco da saettare significava ch’esso aveva nella Scizia il sommo imperio dell’armi, da doverla e poterla difendere, La qual spiegazione così naturale e necessaria si componga con le ridevoli ch’appresso san Cirillo lor danno i consiglieri di Dario, e pruoverà ad evidenza generalmente che finora non si è saputo il propio e vero uso de’ geroglifici che celebrarono i primi popoli, col combinare le interpetrazioni de’ consiglieri di Dario date a’ geroglifici scitici con le lontane, raggirate e contorte c’han dato i dotti a’ geroglifici egizi. De’ latini non ci lasciò la storia romana privi di qualche tradizione nella risposta eroica muta che Tarquinio superbo manda al figliuolo in Gabi, col farsi vedere al messaggiero troncar capi di papaveri con la bacchetta che teneva tra mani; lo che è stato creduto fatto per superbia, ove bisognava tutta la confidenza. Nel settentrione d’Europa osserva Tacito, ove ne scrive i costumi, ch’i germani antichi non sapevano «literarum secreta», cioè che non sapevano scriver i loro geroglifici; lo che dovette durare fin a’ tempi di Federico suevo, anzi fin a quelli di Ridolfo d’Austria, da che incominciarono a scriver diplomi in iscrittura volgar tedesca. Nel settentrione della Francia vi fu un parlar geroglifico, detto «rebus de Picardie», che dovett’essere, come nella Germania, un parlar con le cose, cioè co’ geroglifici d’Idantura. Fino nell’ultima Tule e nell’ultima di lei parte, in Iscozia, narra Ettore Boezio nella Storia della Scozia quella nazione anticamente aver scritto con geroglifici. Nell’Indie occidentali i messicani furono ritruovati scriver per geroglifici, e Giovanni di Laet nella sua Descrizione della Nuova India descrive i geroglifici degl’indiani essere diversi capi d’animali, piante, fiori, frutte, e per gli loro ceppi distinguere le famiglie; ch’è lo stesso uso appunto c’hanno l’armi gentilizie nel mondo nostro. Nell’Indie orientali i chinesi tuttavia scrivono per geroglifici.

Così è sventata cotal boria de’ dotti che vennero appresso (che tanto non osò gonfiare quella de’ boriosissimi egizi): che gli altri sappienti del mondo avessero appreso da essi di nascondere la loro sapienza riposta sotto de’ geroglifici.

Posti tali princìpi di logica poetica e dileguata tal boria de’ dotti, ritorniamo alle tre lingue degli egizi. Nella prima delle quali, ch’è quella degli dèi, come si è avvisato nelle Degnità, per gli greci vi conviene Omero, che in cinque luoghi di tutti e due i suoi poemi fa menzione d’una lingua più antica della sua, la qual è certamente lingua eroica, e la chiama «lingua degli dèi». Tre luoghi sono nell’Iliade: il primo ove narra «Briareo» dirsi dagli dèi, «Egeone» dagli uomini; il secondo, ove racconta d’un uccello, che gli dèi chiamano chalkída, gli uomini kúmindin; il terzo, che ‘l fiume di Troia gli dèi «Xanto», gli uomini chiamano «Scamandro». Nell’Odissea sono due: uno, che gli dèi chiamano planktás pétras

«Scilla e Cariddi» che dicon gli uomini; l’altro, ove Mercurio dà ad Ulisse un segreto contro le stregonerie di Circe, che dagli dèi è appellato môlu ed è affatto niegato agli uomini di sapere. D’intorno a’ quali luoghi Platone dice molte cose, ma vanamente; talché poi Dion Crisostomo ne calogna Omero d’impostura, ch’esso intendesse la lingua degli dèi, ch’è naturalmente niegato agli uomini. Ma dubitiamo che non forse in questi luoghi d’Omero si debbano gli «dèi» intendere per gli «eroi», i quali, come poco appresso si mostrerà, si presero il nome di «dèi» sopra i plebei delle loro città, ch’essi chiamavan «uomini» (come a’ tempi barbari ritornati i vassalli si dissero «homines», che osserva con maraviglia Ottomano), e i grandi signori (come nella barbarie ricorsa) facevano gloria di avere maravigliosi segreti di medicina; e così queste non sien altro che differenze di parlari nobili e di parlari volgari. Però, senza alcun dubbio, per gli latini vi si adoperò Varrone, il quale, come nelle Degnità si è avvisato, ebbe la diligenza di raccogliere trentamila dèi, che dovettero bastare per un copioso vocabolario divino, da spiegare le genti del Lazio tutte le loro bisogne umane, ch’in que’ tempi semplici e parchi dovetter esser pochissime, perch’erano le sole necessarie alla vita. Anco i greci ne numerarono trentamila, come nelle Degnità pur si è detto, i quali d’ogni sasso, d’ogni fonte o ruscello, d’ogni pianta, d’ogni scoglio fecero deitadi, nel qual numero sono le driadi, l’amadriadi, l’oreadi, le napee; appunto come gli americani ogni cosa che supera la loro picciola capacità fanno dèi. Talché le favole divine de’ latini e de’ greci dovetter essere i veri primi geroglifici, o caratteri sagri o divini, degli egizi.

Il secondo parlare, che risponde all’età degli eroi, dissero gli egizi essersi parlato per simboli, a’ quali sono da ridursi l’imprese eroiche, che dovetter essere le somiglianze mute che da Omero si dicono sémata (i segni co’ quali scrivevan gli eroi); e ‘n conseguenza dovetter essere metafore o immagini o somiglianze o comparazioni, che poi, con lingua articolata, fanno tutta la suppellettile della favella poetica. Perché certamente Omero, per una risoluta niegazione di Giuseffo ebreo che non ci sia venuto scrittore più antico di lui, egli vien ad essere il primo autor della lingua greca, e, avendo noi da’ greci tutto ciò che di essa n’è giunto, fu il primo autore di tutta la gentilità. Appo i latini le prime memorie della loro lingua son i frammenti de’ Carmi saliari, e ‘l primo scrittore che ce n’è stato narrato è Livio Andronico poeta. E dal ricorso della barbarie d’Europa, essendovi rinnate altre lingue, la prima lingua degli spagnuoli fu quella che dicono «di romanzo» e, ‘n conseguenza, di poesia eroica (perché i romanzieri furon i poeti eroici de’ tempi barbari ritornati); in Francia, il primo scrittore in volgar francese fu Arnaldo Daniel Pacca, il primo di tutti i provenzali poeti, che fiorì nell’XI secolo; e finalmente i primi scrittori in Italia furon rimatori fiorentini e siciliani.

Il parlare pistolare degli egizi, convenuto a spiegare le bisogne della presente comun vita tra gli lontani, dee esser nato dal volgo d’un popolo principe dell’Egitto, che dovett’esser quello di Tebe (il cui re, Ramse, come si è sopra detto, distese l’imperio sopra tutta quella gran nazione), perché per gli egizi corrisponda questa lingua all’età degli «uomini», quali si dicevano le plebi de’ popoli eroici a differenza de’ lor eroi, come si è sopra detto. E dee concepirsi esser provenuto da libera loro convenzione, per questa eterna propietà: ch’è diritto de’ popoli il parlare e lo scriver volgare; onde Claudio imperadore avendo ritruovato tre altre lettere ch’abbisognavano alla lingua latina, il popolo romano non le volle ricevere, come gl’italiani non han ricevuto le ritruovate da Giorgio Trissino, che si sentono mancare all’italiana favella.

Tali parlari pistolari, o sieno volgari, degli egizi si dovettero scrivere con lettere parimente volgari, le quali si truovano somiglianti alle volgari fenicie; ond’è necessario che gli uni l’avessero ricevute dagli altri. Coloro che oppinano gli egizi essere stati i primi ritruovatori di tutte le cose necessarie o utili all’umana società, in conseguenza di ciò debbon dire che gli egizi l’avessero insegnate a’ fenici. Ma Clemente alessandrino, il quale dovett’esser informato meglio ch’ogni altro qualunque autore delle cose di Egitto, narra che Sancunazione o Sancuniate fenice (il quale nella Tavola cronologica sta allogato nell’età degli eroi di Grecia) avesse scritto in lettere volgari la storia fenicia, e sì il propone come primo autore della gentilità ch’abbia scritto in volgari caratteri; per lo qual luogo hassi a dire ch’i fenici, i quali certamente furono il primo popolo mercatante del mondo, per cagione di traffichi entrati in Egitto, v’abbiano portato le lettere loro volgari. Ma, senza alcun uopo d’argomenti e di congetture, la volgare tradizione ci accerta ch’essi fenici portarono le lettere in Grecia; sulla qual tradizione riflette Cornelio Tacito che le vi portarono come ritrovate da sé le lettere ritruovate da altri, che intende le geroglifiche egizie. Ma, perché la volgar tradizione abbia alcun fondamento di vero (come abbiamo universalmente pruovato tutte doverlo avere), diciamo che vi portarono le geroglifiche ricevute da altri, che non poteron essere ch’i caratteri mattematici o figure geometriche ch’essi ricevute avevano da’ caldei (i quali senza contrasto furono i primi mattematici e spezialmente i primi astronomi delle nazioni; onde Zoroaste caldeo, detto così perché «osservatore degli astri», come vuole il Bocharto, fu il primo sappiente del gentilesimo), e se ne servirono per forme di numeri nelle loro mercatanzie, per cagion delle quali molto innanzi d’Omero praticavano nelle marine di Grecia. Lo che ad evidenza si pruova da essi poemi d’Omero, e spezialmente dall’Odissea, perché a’ tempi d’Omero Gioseffo vigorosamente sostiene contro Appione greco gramatico che le lettere volgari non si erano ancor truovate tra’ greci. I quali, con sommo pregio d’ingegno, nel quale certamente avvanzarono tutte le nazioni, trasportarono poi tai forme geometriche alle forme de’ suoni articolati diversi, e con somma bellezza ne formarono i volgari caratteri delle lettere; le quali poscia si presero da’ latini, ch’il medesimo Tacito osserva essere state somiglianti all’antichissime greche. Di che gravissima pruova è quella ch’i greci per lunga età, e fin agli ultimi loro tempi i latini, usarono lettere maiuscole per scriver numeri; che dev’esser ciò che Demarato corintio e Carmenta, moglie d’Evandro arcade, abbiano insegnato le lettere alli latini, come spiegheremo appresso che furono colonie greche, oltramarine e mediterranee, dedotte anticamente nel Lazio.

punto vale ciò che molti eruditi contendono: – le lettere volgari dagli ebrei esser venute a’ greci, perocché l’appellazione di esse lettere si osserva quasi la stessa appo degli uni e degli altri, – essendo più ragionevole che gli ebrei avessero imitata tal appellazione da’ greci che questi da quelli. Perché dal tempo ch’Alessandro Magno conquistò l’imperio dell’Oriente (che dopo la di lui morte si divisero i di lui capitani) tutti convengono che ‘l sermon greco si sparse per tutto l’Oriente e l’Egitto; e, convenendo ancor tutti che la gramatica s’introdusse assai tardi tra essi ebrei, necessaria cosa è ch’i letterati ebrei appellassero le lettere ebraiche con l’appellazione de’ greci. Oltrecché, essendo gli elementi semplicissimi per natura, dovettero dapprima i greci battere semplicissimi i suoni delle lettere, che per quest’aspetto si dovettero dire «elementi»; siccome seguitarono a batterle i latini colla stessa gravità (con che conservarono le forme delle lettere somiglianti all’antichissime greche): laonde fu d’uopo dire che tal appellazione di lettere con voci composte fussesi tardi introdotta tra essi, e più tardi da’ greci si fusse in Oriente portata agli ebrei.

Per le quali cose ragionate si dilegua l’oppenion di coloro che vogliono Cecrope egizio aver portato le lettere volgari a’ greci. Perché l’altra di coloro che stimano che Cadmo fenice le vi abbia portato da Egitto perocché fondò in Grecia una città col nome di Tebe, capitale della maggior dinastia degli egizi, si solverà appresso co’ princìpi della Geografia poetica, per gli quali truoverassi ch’i greci, portatisi in Egitto, per una qualche simiglianza colla loro Tebe natia avessero quella capitale d’Egitto così chiamata. E finalmente s’intende perché avveduti critici, come riferisce l’autor anonimo inglese nell’Incertezza delle scienze, giudicano che per la sua troppa antichità cotal Sancuniate non mai sia stato nel mondo. Onde noi, per non tôrlo affatto dal mondo, stimiamo doversi porre a’ tempi più bassi, e certamente dopo d’Omero; e per serbare maggior antichità a’ fenici sopra de’ greci d’intorno all’invenzion delle lettere che si dicon «volgari» (con la giusta proporzione, però, di quanto i greci furono più ingegnosi d’essi fenici), si ha a dire che Sancuniate sia stato alquanto innanzi d’Erodoto (il quale fu detto «padre della storia de’ greci», la quale scrisse con favella volgare), per quello che Sancuniate fu detto lo «storico della verità», cioè scrittore del tempo istorico che Varrone dice nella sua divisione de’ tempi: dal qual tempo, per la divisione delle tre lingue degli egizi, corrispondente alla divisione delle tre età del mondo scorse loro dinnanzi, essi parlarono con lingua pistolare, scritta con volgari caratteri.

Or, siccome la lingua eroica ovvero poetica si fondò dagli eroi, così le lingue volgari sono state introdutte dal volgo, che noi dentro ritruoveremo essere state le plebi de’ popoli eroici: le quali lingue propiamente da’ latini furono dette «vernaculæ», che non potevan introdurre quelli «vernæ» che i gramatici diffiniscono «servi nati in casa dagli schiavi che si facevano in guerra», i quali naturalmente apprendono le lingue de’ popoli dov’essi nascono. Ma dentro si truoverà ch’i primi e propiamente detti «vernæ» furon i famoli degli eroi nello stato delle famiglie, da’ quali poi si compose il volgo delle prime plebi dell’eroiche città, e furono gli abbozzi degli schiavi, che finalmente dalle città si fecero con le guerre. E tutto ciò si conferma con le due lingue che dice Omero, una degli dèi, altra degli uomini, che noi qui sopra spiegammo «lingua eroica» e «lingua volgare», e quindi a poco lo spiegheremo vieppiù.

Ma delle lingue volgari egli è stato ricevuto con troppo di buona fede da tutti i filologi ch’elleno significassero a placito, perch’esse, per queste lor origini naturali, debbon aver significato naturalmente, lo che è facile osservare nella lingua volgar latina (la qual è più eroica della greca volgare, e perciò più robusta quanto quella è più dilicata), che quasi tutte le voci ha formate per trasporti di nature o per propietà naturali o per effetti sensibili; e generalmente la metafora fa il maggior corpo delle lingue appo tutte le nazioni. Ma i gramatici, abbattutisi in gran numero di vocaboli che danno idee confuse e indistinte di cose, non sappiendone le origini, che le dovettero dapprima formare luminose e distinte, per dar pace alla loro ignoranza, stabilirono universalmente la massima che le voci umane articolate significano a placito, e vi trassero Aristotile con Galeno ed altri filosofi, e gli armarono contro Platone e Giamblico, come abbiam detto.

Ma pur rimane la grandissima difficultà: come, quanti sono i popoli, tante sono le lingue volgari diverse? La qual per isciogliere, è qui da stabilirsi questa gran verità: che, come certamente i popoli per la diversità de’ climi han sortito varie diverse nature, onde sono usciti tanti costumi diversi; così dalle loro diverse nature e costumi sono nate altrettante diverse lingue: talché, per la medesima diversità delle loro nature, siccome han guardato le stesse utilità o necessità della vita umana con aspetti diversi, onde sono uscite tante per lo più diverse ed alle volte tra lor contrarie costumanze di nazioni; così e non altrimente son uscite in tante lingue, quant’esse sono, diverse. Lo che si conferma ad evidenza co’ proverbi, che sono massime di vita umana, le stesse in sostanza, spiegate con tanti diversi aspetti quante sono state e sono le nazioni, come nelle Degnità si è avvisato. Quindi le stesse origini eroiche, conservate in accorcio dentro i parlari volgari, han fatto ciò che reca tanta maraviglia a’ critici biblici: ch’i nomi degli stessi re, nella storia sagra detti d’una maniera, si leggono d’un’altra nella profana; perché l’una per avventura [considerò] gli uomini per lo riguardo dell’aspetto, della potenza; l’altra per quello de’ costumi, dell’imprese o altro che fusse stato: come tuttavia osserviamo le città d’Ungheria altrimente appellarsi dagli ungheri, altrimente da’ greci, altrimente da’ tedeschi, altrimente da’ turchi. E la lingua tedesca, ch’è lingua eroica vivente, ella trasforma quasi tutti i nomi delle lingue straniere nelle sue propie natie; lo che dobbiam congetturare aver fatto i latini e i greci ove ragionano di tante cose barbare con bell’aria greca e latina: la qual dee essere la cagione dell’oscurezza che s’incontra nell’antica geografia e nella storia naturale de’ fossili, delle piante e degli animali. Perciò da noi in quest’opera la prima volta stampata si è meditata un’Idea d’un dizionario mentale da dare le significazioni a tutte le lingue articolate diverse, riducendole tutte a certe unità d’idee in sostanza, che, con varie modificazioni guardate da’ popoli, hanno da quelli avuto vari diversi vocaboli; del quale tuttavia facciamo uso nel ragionar questa Scienza. E ne diemmo un pienissimo saggio nel capo IV, dove facemmo vedere i padri di famiglia, per quindeci aspetti diversi osservati nello stato delle famiglie e delle prime repubbliche, nel tempo che si dovettero formare le lingue (del qual tempo sono gravissimi gli argomenti d’intorno alle cose i quali si prendono dalle natie significazioni delle parole, come se n’è proposta una degnità), essere stati appellati con altrettanti diversi vocaboli da quindeci nazioni antiche e moderne; il qual luogo è uno degli tre per gli quali non ci pentiamo di quel libro stampato. Il qual Dizionario ragiona per altra via l’argomento che tratta Tommaso Hayne nella dissertazione De linguarum cognatione e nell’altre De linguis in genere e Variarum linguarum harmonia. Da tutto lo che si raccoglie questo corollario: che quanto le lingue sono più ricche di tali parlari eroici accorciati tanto sono più belle, e per ciò più belle perché son più evidenti, e perché più evidenti sono più veraci e più fide; e, al contrario, quanto sono più affollate di voci di tali nascoste origini sono meno dilettevoli, perché oscure e confuse, e perciò più soggette ad inganni ed errori. Lo che dev’essere delle lingue formate col mescolamento di molte barbare, delle quali non ci è venuta la storia delle loro origini e de’ loro trasporti.

Ora, per entrare nella difficilissima guisa della formazione di tutte e tre queste spezie e di lingue e di lettere, è da stabilirsi questo principio: che, come dallo stesso tempo cominciarono gli dèi, gli eroi e gli uomini (perch’eran pur uomini quelli che fantasticaron gli dèi e credevano la loro natura eroica mescolata di quella degli dèi e di quella degli uomini), così nello stesso tempo cominciarono tali tre lingue (intendendo sempre andar loro del pari le lettere); però con queste tre grandissime differenze: che la lingua degli dèi fu quasi tutta muta, pochissima articolata; la lingua degli eroi, mescolata egualmente e di articolata e di muta, e ‘n conseguenza di parlari volgari e di caratteri eroici co’ quali scrivevano gli eroi, che sémata dice Omero; la lingua degli uomini, quasi tutta articolata e pochissima muta, perocché non vi ha lingua volgare cotanto copiosa ove non sieno più le cose che le sue voci. Quindi fu necessario che la lingua eroica nel suo principio fusse sommamente scomposta; ch’è un gran fonte dell’oscurità delle favole. Di che sia esemplo insigne quella di Cadmo: egli uccide la gran serpe, ne semina i denti, da’ solchi nascono uomini armati, gitta una gran pietra tra loro, questi a morte combattono, e finalmente esso Cadmo si cangia in serpe. Cotanto fu ingegnoso quel Cadmo il qual portò le lettere a’ greci, di cui fu trammandata questa favola, che, come la spiegheremo appresso, contiene più centinaia d’anni di storia poetica!

In séguito del già detto, nello stesso tempo che si formò il carattere divino di Giove, che fu il primo di tutt’i pensieri umani della gentilità, incominciò parimente a formarsi la lingua articolata con l’onomatopea, con la quale tuttavia osserviamo spiegarsi felicemente i fanciulli. Ed esso Giove fu da’ latini, dal fragor del tuono, detto dapprima «Ious»; dal fischio del fulmine da’ greci fu detto Zéus; dal suono che dà il fuoco ove brucia, dagli orientali dovett’essere detto «Ur», onde venne «Urim», la potenza del fuoco; dalla quale stessa origine dovett’a’ greci venir detto uranós il cielo, ed a’ latini il verbo «uro», «bruciare»; a’ quali, dallo stesso fischio del fulmine, dovette venire «cel», uno de’ monosillabi d’Ausonio, ma con prononziarlo con la «ç» degli spagnuoli, perché costi l’argutezza del medesimo Ausonio, ove di Venere così bisquitta:

Nata salo, suscepta solo, patre edita coelo.

Dentro le quali origini è da avvertirsi che, con la stessa sublimità dell’invenzione della favola di Giove, qual abbiamo sopra osservato, incomincia egualmente sublime la locuzion poetica con l’onomatopea, la quale certamente Dionigi Longino pone tra’ fonti del sublime, e l’avvertisce, appo Omero, nel suono che diede l’occhio di Polifemo, quando vi si ficcò la trave infuocata da Ulisse, che fece síz.

Seguitarono a formarsi le voci umane con l’interiezioni, che sono voci articolate all’émpito di passioni violente, che ‘n tutte le lingue son monosillabe. Onde non è fuori del verisimile che, da’ primi fulmini incominciata a destarsi negli uomini la maraviglia, nascesse la prima interiezione da quella di Giove, formata con la voce «pa!», e che poi restò raddoppiata «pape!», interiezione di maraviglia, onde poi nacque a Giove il titolo di «padre degli uomini e degli dèi», e quindi appresso che tutti gli dèi se ne dicessero «padri», e «madri» tutte le dèe; di che restaron a’ latini le voci «Iupiter», «Diespiter», «Marspiter», «Iuno genitrix»: la quale certamente le favole narranci essere stata sterile; ed osservammo, sopra, tanti altri dèi e dèe nel cielo non contrarre tra essolor matrimoni (perché Venere fu detta «concubina», non già «moglie» di Marte), e nulla di meno tutti appellavansi «padri» (di che vi hanno alcuni versi di Lucilio, riferiti nelle Note al Diritto universale). E si dissero «padri» nel senso nel quale «patrare» dovette significare dapprima il fare, ch’è propio di Dio, come vi conviene anco la lingua santa ch’in narrando la criazione del mondo, dice che nel settimo giorno Iddio riposò «ab opere quod patrarat». Quindi dev’essere stato detto «impetrare», che si disse quasi «impatrare», che nella scienza augurale si diceva «impetrire», ch’era «riportar il buon augurio», della cui origine dicono tante inezie i latini gramatici: lo che pruova che la prima interpetrazione fu delle leggi divine ordinate con gli auspìci, così detta quasi «interpatratio».

Or sì fatto divino titolo, per la natural ambizione dell’umana superbia, avendosi arrogato gli uomini potenti nello stato delle famiglie, essi si appellarono «padri» (lo che forse diede motivo alla volgar tradizione ch’i primi uomini potenti della terra si fecero adorare per dèi); ma, per la pietà dovuta ai numi, quelli i numi dissero «dèi», ed appresso anco, presosi gli uomini potenti delle prime città il nome di «dèi», per la stessa pietà i numi dissero «dèi immortali», a differenza dei «dèi mortali», ch’eran tali uomini. Ma in ciò si può avvertire la goffaggine di tai giganti, qual i viaggiatori narrano de los patacones: della quale vi ha un bel vestigio in latinità, lasciatoci nell’antiche voci «pipulum» e «pipare» nel significato di «querela» e di «querelarsi», che dovette venire dall’interiezione di lamento «pi, pi»; nel qual sentimento vogliono che «pipulum» appresso Plauto sia lo stesso che «obvagulatio» delle XII Tavole, la qual voce deve venir da «vagire», ch’è propio il piagnere de’ fanciulli. Talché è necessario dall’interiezione di spavento esser nata a’ greci la voce paián, incominciata da pái; di che vi ha appo essi un’aurea tradizione antichissima: ch’i greci, spaventati dal gran serpente detto Pitone, invocarono in loro soccorso Apollo con quelle voci: iò paiáv che prima tre volte batterono tarde, essendo illanguiditi dallo spavento, e poi, per lo giubilo perch’avevalo Apollo ucciso, gli acclamarono altrettante volte battendole preste, col dividere l’omega in due omicron, e ‘l dittongo ai in due sillabe. Onde nacque naturalmente il verso eroico prima spondaico e poi divenne dattilico, e ne restò quell’eterna propietà ch’egli in tutte l’altre sedi cede il luogo al dattilo, fuorché nell’ultima; e naturalmente nacque il canto, misurato dal verso eroico, agl’impeti di passioni violentissime, siccome tuttavia osserviamo nelle grandi passioni gli uomini dar nel canto e, sopra tutti, i sommamente afflitti ed allegri, come si è detto nelle Degnità. Lo che qui detto quindi a poco recherà molto uso ove ragioneremo dell’origini del canto e de’ versi.

S’innoltrarono a formar i pronomi, imperocché l’interiezioni sfogano le passioni propie, lo che si fa anco da soli, ma i pronomi servono per comunicare le nostre idee con altrui d’intorno a quelle cose che co’ nomi propi o noi non sappiamo appellare o altri non sappia intendere. E i pronomi, pur quasi tutti, in tutte le lingue la maggior parte son monosillabi; il primo de’ quali, o almeno tra’ primi, dovett’esser quello di che n’è rimasto quel luogo d’oro d’Ennio:

Aspice hoc sublime cadens, quem omnes invocant Iovem,

ov’è detto «hoc» invece di «coelum», e ne restò in volgar latino

Luciscit hoc iam

invece di «albescit coelum». E gli articoli dalla lor nascita hanno questa eterna propietà: d’andare innanzi a’ nomi a’ quali son attaccati.

Dopo si formarono le particelle, delle quali sono gran parte le preposizioni, che pure quasi in tutte le lingue son monosillabe; che conservano col nome questa eterna propietà: di andar innanzi a’ nomi che le domandano ed a’ verbi co’ quali vanno a comporsi.

Tratto tratto s’andarono formando i nomi; de’ quali nell’Origini della lingua latina, ritruovate in quest’opera la prima volta stampata, si novera una gran quantità nati dentro del Lazio, dalla vita d’essi latini selvaggia, per la contadinesca, infin alla prima civile, formati tutti monosillabi, che non han nulla d’origini forestiere, nemmeno greche, a riserba di quattro voci: bûs, sûs, mûs, séps, ch’a’ latini significa «siepe» e a’ greci «serpe». Il qual luogo è l’altro degli tre che stimiamo esser compiuti in quel libro, perch’egli può dar l’esemplo a’ dotti dell’altre lingue di doverne indagare l’origini con grandissimo frutto della repubblica letteraria; come certamente la lingua tedesca, ch’è lingua madre (perocché non vi entrarono mai a comandare nazioni straniere), ha monosillabe tutte le sue radici. Ed esser nati i nomi prima de’ verbi ci è appruovato da questa eterna propietà: che non regge orazione se non comincia da nome ch’espresso o taciuto la regga.

Finalmente gli autori delle lingue si formarono i verbi, come osserviamo i fanciulli spiegar nomi, particelle, e tacer i verbi. Perché i nomi destano idee che lasciano fermi vestigi; le particelle, che significano esse modificazioni, fanno il medesimo; ma i verbi significano moti, i quali portano l’innanzi e ‘l dopo, che sono misurati dall’indivisibile del presente, difficilissimo ad intendersi dagli stessi filosofi. Ed è un’osservazione fisica che di molto appruova ciò che diciamo, che tra noi vive un uomo onesto, tòcco da gravissima apoplessia, il quale mentova nomi e sì è affatto dimenticato de’ verbi. E pur i verbi che sono generi di tutti gli altri – quali sono «sum» dell’essere, al quale si riducono tutte l’essenze, ch’è tanto dire tutte le cose metafisiche; «sto» della quiete, «eo» del moto, a’ quali si riducono tutte le cose fisiche; «do», «dico» e «facio», a’ quali si riducono tutte le cose agibili, sien o morali o famigliari o finalmente civili – dovetter incominciare dagl’imperativi; perché nello stato delle famiglie, povero in sommo grado di lingua, i padri soli dovettero favellare e dar gli ordini a’ figliuoli ed a’ famoli, e questi, sotto i terribili imperi famigliari, quali poco appresso vedremo, con cieco ossequio dovevano tacendo eseguirne i comandi. I quali imperativi sono tutti monosillabi, quali ci son rimasti «es», «sta», «i», «da», «dic», «fac».

Questa generazione delle lingue è conforme a’ princìpi così dell’universale natura, per gli quali gli elementi delle cose tutte sono indivisibili, de’ quali esse cose si compongono e ne’ quali vanno a risolversi, come a quelli della natura particolare umana, per quella Degnità ch’«i fanciulli, nati in questa copia di lingue e c’hanno mollissime le fibbre dell’istromento da articolare le voci, le incominciano monosillabe»: che molto più si dee stimare de’ primi uomini delle genti, i quali l’avevano durissime, né avevano udito ancor voce umana. Di più ella ne dà l’ordine con cui nacquero le parti dell’orazione, e ‘n conseguenza le naturali cagioni della sintassi.

Le quali cose tutte sembrano più ragionevoli di quello che Giulio Cesare Scaligero e Francesco Sanzio ne han detto a proposito della lingua latina. Come se i popoli che si ritruovaron le lingue avessero prima dovuto andare a scuola d’Aristotile, coi cui princìpi ne hanno amendue ragionato!

V

COROLLARI D’INTORNO ALL’ORIGINI DELLA LOCUZION POETICA, DEGLI EPISODI, DEL TORNO, DEL NUMERO, DEL CANTO E DEL VERSO.

In cotal guisa si formò la lingua poetica per le nazioni, composta di caratteri divini ed eroici, dappoi spiegati con parlari volgari, e finalmente scritti con volgari caratteri. E nacque tutta da povertà di lingua e necessità di spiegarsi; lo che si dimostra con essi primi lumi della poetica locuzione, che sono l’ipotiposi, l’immagini, le somiglianze, le comparazioni, le metafore, le circoscrizioni, le frasi spieganti le cose per le loro naturali propietà, le descrizioni raccolte dagli effetti o più minuti o più risentiti, e finalmente per gli aggiunti enfatici ed anche oziosi.

Gli episodi sono nati da essa grossezza delle menti eroiche, che non sapevano sceverare il propio delle cose che facesse al loro proposito, come vediamo usargli naturalmente gl’idioti e sopra tutti le donne.

I torni nacquero dalla difficultà di dar i verbi al sermone, che, come abbiam veduto, furono gli ultimi a ritruovarsi; onde i greci, che furono più ingegnosi, essi tornarono il parlare men de’ latini, e i latini meno di quel che fanno i tedeschi.

Il numero prosaico fu inteso tardi dagli scrittori – nella greca lingua da Gorgia leontino e nella latina da Cicerone, – perocché innanzi, al riferire di Cicerone medesimo, avevano renduto numerose l’orazioni con certe misure poetiche; lo che servirà molto quindi a poco, ove ragioneremo dell’origini del canto e de’ versi.

Da tutto ciò sembra essersi dimostrato la locuzion poetica esser nata per necessità di natura umana prima della prosaica; come per necessità di natura umana nacquero, esse favole, universali fantastici, prima degli universali ragionati o sieno filosofici, i quali nacquero per mezzo di essi parlari prosaici. Perocché, essendo i poeti, innanzi, andati a formare la favella poetica con la composizione dell’idee particolari (come si è appieno qui dimostrato), da essa vennero poi i popoli a formare i parlari da prosa col contrarre in ciascheduna voce, come in un genere, le parti ch’aveva composte la favella poetica; e di quella frase poetica, per essemplo: «mi bolle il sangue nel cuore» (ch’è parlare per propietà naturale, eterno ed universale a tutto il gener umano), del sangue, del ribollimento e del cuore fecero una sola voce, com’un genere, che da’ greci fu detto stómachos, da’ latini «ira», dagl’italiani «collera». Con egual passo, de’ geroglifici e delle lettere eroiche si fecero poche lettere volgari, come generi da conformarvi innumerabili voci articolate diverse, per lo che vi abbisognò fior d’ingegno; co’ quali generi volgari, e di voci e di lettere, s’andarono a fare più spedite le menti de’ popoli ed a formarsi astrattive, onde poi vi poterono provenir i filosofi, i quali formaron i generi intelligibili. Lo che qui ragionato è una particella della storia dell’idee. Tanto l’origini delle lettere, per truovarsi, si dovevano ad un fiato trattare con l’origini delle lingue!

Del canto e del verso si sono proposte quelle Degnità: che, dimostrata l’origine degli uomini mutoli, dovettero dapprima, come fanno i mutoli, mandar fuori le vocali cantando; dipoi, come fanno gli scilinguati, dovettero pur cantando mandar fuori l’articolate di consonanti. Di tal primo canto de’ popoli fanno gran pruova i dittonghi ch’essi ci lasciarono nelle lingue, che dovettero dapprima esser assai più in numero; siccome i greci e i francesi, che passarono anzi tempo dall’età poetica alla volgare, ce n’han lasciato moltissimi, come nelle Degnità si è osservato. E la cagion si è che le vocali sono facili a formarsi ma le consonanti difficili; e perché si è dimostrato che tai primi uomini stupidi, per muoversi a profferire le voci, dovevano sentire passioni violentissime, le quali naturalmente si spiegano con altissima voce; e la natura porta ch’ove uomo alzi assai la voce, egli dia ne’ dittonghi e nel canto, come nelle Degnità si è accennato: onde poco sopra dimostrammo i primi uomini greci, nel tempo de’ loro dèi, aver formato il primo verso eroico spondaico col dittongo pái e pieno due volte più di vocali che consonanti.

Ancora tal primo canto de’ popoli nacque naturalmente dalla difficultà delle prime prononzie, la qual si dimostra come dalle cagioni così dagli effetti. Da quelle, perché tali uomini avevano formato di fibbre assai dure l’istrumento d’articolare le voci, e di voci essi ebbero pochissime; come al contrario i fanciulli, di fibbre mollissime, nati in questa somma copia di voci, si osservano con somma difficultà prononziare le consonanti (come nelle Degnità s’è pur detto), e i chinesi, che non hanno più che trecento voci articolate, che, variamente modificando, e nel suono e nel tempo, corrispondono, con la lingua volgare a’ loro cenventimila geroglifici, parlan essi cantando. Per gli effetti, si dimostra dagli accorciamenti delle voci, i quali s’osservano innumerabili nella poesia italiana (e nell’Origini della lingua latina n’abbiamo dimostro un gran numero, che dovettero nascere accorciate e poi essersi col tempo distese); ed al contrario da’ ridondamenti, perocché gli scilinguati da alcuna sillaba, alla quale sono più disposti di profferire cantando, prendon essi compenso di profferir quelle che loro riescono di difficil prononzia (come pure nelle Degnità sta proposto); onde appo noi nella mia età fu un eccellente musico di tenore con tal vizio di lingua: ch’ove non poteva profferir le parole, dava in un soavissimo canto e così le prononziava. Così certamente gli arabi cominciano quasi tutte le voci da «al»; ed affermano gli unni fussero stati così detti che le cominciassero tutte da «un». Finalmente si dimostra che le lingue incominciaron dal canto per ciò che testé abbiam detto: ch’innanzi di Gorgia e di Cicerone i greci e i latini prosatori usarono certi numeri quasi poetici, come a’ tempi barbari ritornati fecero i Padri della Chiesa latina (truoverassi il medesimo della greca), talché le loro prose sembrano cantilene.

Il primo verso (come abbiamo poco fa dimostrato di fatto che nacque) dovette nascere convenevole alla lingua ed all’età degli eroi, qual fu il verso eroico, il più grande di tutti gli altri e propio dell’eroica poesia; e nacque da passioni violentissime di spavento e di giubilo, come la poesia eroica non tratta che passioni perturbatissime. Però non nacque spondaico per lo gran timor del Pitone, come la volgar tradizione racconta; la qual perturbazione affretta l’idee e le voci più tosto che le ritarda, onde appo i latini «solicitus» e «festinans» significano «timoroso»: ma per la tardezza delle menti e difficultà delle lingue degli autori delle nazioni nacque prima, come abbiam dimostro, spondaico, di che si mantiene in possesso, che nell’ultima sede non lascia mai lo spondeo; dappoi, faccendosi più spedite e le menti e le lingue, v’ammise il dattilo; appresso, spedendosi entrambe vieppiù, nacque il giambico, il cui piede è detto «presto» da Orazio (come di tali origini si sono proposte due Degnità); finalmente, fattesi quelle speditissime, venne la prosa, la quale, come testé si è veduto, parla quasi per generi intelligibili; ed alla prosa il verso giambico s’appressa tanto, che spesso innavedutamente cadeva a’ prosatori scrivendo.

Così il canto s’andò ne’ versi affrettando co’ medesimi passi co’ quali si spedirono nelle nazioni e le lingue e l’idee, come anco nelle Degnità si è avvisato.

Tal filosofia ci è confermata dalla storia, la quale la più antica cosa che narra sono gli oracoli e le sibille, come nelle Degnità si è proposto; onde, per significare una cosa esser antichissima, vi era il detto: «quella essere più vecchia della sibilla»; e le sibille furono sparse per tutte le prime nazioni, delle quali ci sono pervenute pur dodici. Ed è volgar tradizione che le sibille cantarono in verso eroico, e gli oracoli per tutte le nazioni pur in verso eroico davano le risposte; onde tal verso da’ greci fu detto «pizio» dal loro famoso oracolo d’Apollo pizio (il qual dovette così appellarsi dall’ucciso serpente detto Pitone, onde noi sopra abbiam detto esser nato il primo verso spondaico), e da’ latini fu detto «verso saturnio», come ne accerta Festo; che dovette in Italia nascere nell’età di Saturno, che risponde all’età dell’oro de’ greci, nella quale Apollo, come gli altri dèi, praticava in terra con gli uomini. Ed Ennio, appo il medesimo Festo, dice che con tal verso i fauni rendevano i fati ovvero gli oracoli nell’Italia (che certamente tra’ greci, com’or si è detto, si rendevano in versi esametri); ma poi «versi saturni» restaron detti i giambici senari, forse perché così poi naturalmente si parlava in tai versi saturni giambici, come innanzi si era naturalmente parlato in versi saturni eroici.

Quantunque oggi dotti di lingua santa sien divisi in oppenioni diverse d’intorno alla poesia degli ebrei, s’ella è composta di metri o veramente di ritmi, però Gioseffo, Filone, Origene, Eusebio stanno a favore de’ metri, e per ciò che fa sommamente al nostro proposito san Girolamo vuole che ‘l libro di Giobbe, il qual è più antico di quei di Mosè, fusse stato tessuto in verso eroico da principio del III capo fin al principio del capo XLII.

Gli arabi, ignoranti di lettera, come riferisce l’autor anonimo dell’Incertezza delle scienze, conservarono la loro lingua con tener a memoria i loro poemi finattanto ch’innondarono le provincie orientali del greco imperio.

Gli egizi scrivevano le memorie de’ lor difonti nelle siringi, o colonne, in verso, dette da «sir», che vuol dire «canzona»; onde vien detta «Sirena», deità senza dubbio celebre per lo canto, nel qual Ovidio dice esser egualmente stata celebre che ‘n bellezza la ninfa detta Siringa: per la qual origine si deve lo stesso dire ch’avessero dapprima parlato in versi i siri e gli assiri.

Certamente i fondatori della greca umanità furon i poeti teologi, e furon essi eroi, e cantarono in verso eroico.

Vedemmo i primi autori della lingua latina essere stati i salii, che furon poeti sagri, da’ quali si hanno i frammenti de’ versi saliari, c’hanno un’aria di versi eroici, che sono le più antiche memorie della latina favella. Gli antichi trionfanti romani lasciarono le memorie de’ loro trionfi pur in aria di verso eroico, come Lucio Emilio Regillo quella:

Duello magno dirimendo, regibus subiugandis,

Acilio Glabrione quell’altra:

Fudit, fugat, prosternit maximas legiones,

ed altri altre.

I frammenti della legge delle XII Tavole, se bene vi si rifletta, nella più parte de’ suoi capi va[nno] a terminar in versi adonî, che sono ultimi ritagli di versi eroici; lo che Cicerone dovette imitare nelle sue Leggi, le quali così incominciano:

Deos caste adeunto.

Pietatem adhibento.

Onde, al riferire del medesimo, dovette venire quel costume romano: ch’i fanciulli, per dirla con le di lui parole, «tanquam necessarium carmen», andavano cantando essa legge; non altrimenti che Eliano narra che facevano i fanciulli cretesi. Perché certamente Cicerone, famoso ritruovatore del numero prosaico appresso i latini, come Gorgia leontino lo era stato tra’ greci (lo che sopra si è riflettuto), doveva schifare nella prosa, e prosa di sì grave argomento, nonché versi così sonori, anche i giambici (i quali tanto la prosa somigliano), da’ quali si guardò scrivendo anco lettere famigliari. Onde di tal spezie di verso bisogna che sieno vere quelle volgari tradizioni: delle quali la prima è appresso Platone, la qual dice che le leggi degli egizi furono poemi della dea Iside; la seconda è appresso Plutarco, la quale narra che Ligurgo diede agli spartani in verso le leggi, a’ quali con una particolar legge aveva proibito saper di lettera; la terza è appo Massimo tirio, la qual racconta Giove aver dato a Minosse le leggi in verso; la quarta ed ultima è riferita da Suida, che Dragone dettò in verso le leggi agli ateniesi, il quale pur volgarmente ci vien narrato averle scritte col sangue.

Ora, ritornando dalle leggi alle storie, riferisce Tacito ne’ Costumi de’ germani antichi che da quelli si conservavano conceputi in versi i princìpi della loro storia; e quivi Lipsio, nelle Annotazioni, riferisce il medesimo degli americani. Le quali autorità di due nazioni, delle quali la prima non fu conosciuta da altri popoli che tardi assai da’ romani, la seconda fu scoverta due secoli fa da’ nostri europei, ne danno un forte argomento di congetturare lo stesso di tutte l’altre barbare nazioni, così antiche come moderne; e, senza uopo di conghietture, de’ persiani tralle antiche, e de’ chinesi tralle nuovamente scoperte, si ha dagli autori che le prime loro storie scrissero in versi. E qui si facci questa importante riflessione: che, se i popoli si fondarono con le leggi, e le leggi appo tutti furono in versi dettate, e le prime cose de’ popoli pur in versi si conservarono; necessaria cosa è che tutti i primi popoli furono di poeti.

Ora – ripigliando il proposto argomento d’intorno all’origini del verso – al riferire di Festo, ancora le guerre cartaginesi furono da Nevio innanzi di Ennio scritte in verso eroico; e Livio Andronico, il primo scrittor latino, scrisse la Romanide, ch’era un poema eroico il quale conteneva gli annali degli antichi romani. Ne’ tempi barbari ritornati essi storici latini furon poeti eroici, come Guntero, Guglielmo pugliese ed altri. Abbiam veduto i primi scrittori nelle novelle lingue d’Europa essere stati verseggiatori; e nella Silesia, provincia quasi tutta di contadini, nascon poeti. E generalmente, perocché cotal lingua troppo intiere conserva le sue origini eroiche, questa è la cagione, di cui ignaro, Adamo Rochembergio afferma che le voci composte de’ greci si possono felicemente rendere in lingua tedesca, spezialmente in poesia; e ‘l Berneggero ne scrisse un catalogo, e poi si studiò d’arricchire Giorgio Cristoforo Peischero in Indice de græcæ et germanicæ linguæ analogia. Nella qual parte, di comporre le intiere voci tra loro, la lingua latina antica ne lasciò pur ben molte, delle quali, come di lor ragione, seguitarono a servirsi i poeti: perché dovett’essere propietà comune di tutte le prime lingue, le quali, come si è dimostrato, prima si fornirono di nomi, dappoi di verbi, e sì, per inopia di verbi, avesser unito essi nomi. Che devon esser i princìpi di ciò che scrisse il Morhofio in Disquisitionibus de germanica lingua et poesi. E questa sia una pruova dell’avviso che diemmo nelle Degnità: che, se i dotti della lingua tedesca attendano a truovarne l’origini per questi princìpi, vi faranno delle discoverte maravigliose.

Per le quali cose tutte qui ragionate sembra ad evidenza essersi confutato quel comun error de’ gramatici, i quali dicono la favella della prosa esser nata prima, e dopo quella del verso; e dentro l’origini della poesia, quali qui si sono scoverte, si son truovate l’origini delle lingue e l’origini delle lettere.

6.

GLI ALTRI COROLLARI LI QUALI SI SONO DA PRINCIPIO PROPOSTI.

I

Con tal primo nascere de’ caratteri e delle lingue nacque il gius, detto «ious» da’ latini, e dagli antichi greci diaión – che noi sopra spiegammo «celeste», detto da Diós; onde a’ latini vennero «sub dio» egualmente e «sub Iove» per dir «a ciel aperto» – e, come dice Platone nel Cratilo, che poi per leggiadria di favella fu detto díkaion. Perché universalmente da tutte le nazioni gentili fu osservato il cielo con l’aspetto di Giove, per riceverne le leggi ne’ di lui divini avvisi o comandi, che credevan esser gli auspìci; lo che dimostra tutte le nazioni esser nate sulla persuasione della provvedenza divina.

E, ‘ncominciandole a noverare, Giove a’ caldei fu ‘l cielo, in quanto era creduto dagli aspetti e moti delle stelle avvisar l’avvenire, e ne furon dette «astronomia» e «astrologia» le scienze quella delle leggi e questa del parlare degli astri, ma nel senso d’«astrologia giudiziaria», come «chaldæi» per «astrolaghi giudiziari» restarono detti nelle leggi romane.

A’ persiani egli fu Giove ben anco il cielo, in quanto si credeva significare le cose occulte agli uomini. Della qual scienza i sappienti se ne dissero «maghi», e restonne appellata «magia» così la permessa, ch’è la naturale delle forze occulte maravigliose della natura, come la vietata delle sopranaturali, nel qual senso restò «mago» detto per «istregone». E i maghi adoperavano la verga (che fu il lituo degli àuguri appo i romani) e descrivevano i cerchi degli astronomi; della qual verga e cerchi poi si sono serviti i maghi nelle loro stregonerie. Ed a’ persiani il cielo fu il templo di Giove, con la qual religione Ciro rovinava i templi fabbricati per la Grecia.

Agli egizi pur Giove fu ‘l cielo, in quanto si credeva influire nelle cose sublunari ed avvisar l’avvenire; onde credevano fissare gl’influssi celesti nel fondere a certi tempi l’immagini, ed ancor oggi conservano una volgar arte d’indovinare.

A’ greci fu anco Giove esso cielo, in quanto ne consideravano i teoremi e i matemi altre volte detti, che credevano cose divine o sublimi da contemplarsi con gli occhi del corpo e da osservarsi (in senso di «eseguirsi») come leggi di Giove; da’ quai matemi nelle leggi romane «mathematici» si dicono gli astrolaghi giudiziari.

De’ romani è famoso il sopra qui riferito verso di Ennio:

Aspice hoc sublime cadens, quem omnes invocant Iovem,

preso il pronome «hoc», come si è detto, in significato di «coelum»; ed a’ medesimi si dissero «templa coeli», che pur sopra si sono dette le regioni del cielo disegnate dagli àuguri per prender gli auspìci. E ne restò a’ latini «templum» per significare ogni luogo che da ogni parte ha libero e di nulla impedito il prospetto; ond’è «extemplo» in significato di «subito», e «neptunia templa» disse il mare, con maniera antica, Virgilio.

De’ germani antichi narra Tacito ch’adoravano i loro dèi entro luoghi sagri, che chiama «lucos et nemora», che dovetter essere selve rasate dentro il chiuso de’ boschi (del qual costume durò fatiga la Chiesa per dissavvezzargli, come si raccoglie da’ concili stanetense e bracarense nella Raccolta de’ decreti lasciataci dal Buchardo), ed ancor oggi se ne serbano in Lapponia e Livonia i vestigi.

De’ peruani si è truovato Iddio dirsi assolutamente «il Sublime», i cui templi sono, a ciel aperto, poggi ove si sale da due lati per altissime scale, nella qual altezza ripongono tutta la loro magnificenza. Onde dappertutto la magnificenza de’ templi or è riposta in una loro sformatissima altezza. La cima de’ quali troppo a nostro proposito si truova appresso Pausania dirsi ætós, che vuol dir «aquila»; perché si sboscavano le selve per aver il prospetto di contemplare donde venivano gli auspìci dell’aquile, che volan alto più di tutti gli uccelli. E forse quindi le cime ne furon dette «pinnæ templorum», donde poi dovettero dirsi «pinnæ murorum», perché sui confini di tali primi templi del mondo dopo s’alzarono le mura delle prime città, come appresso vedremo. E finalmente in architettura restaron dette «aquilæ» i «merli» ch’or diciamo degli edifici.

Ma gli ebrei adoravano il vero Altissimo, ch’è sopra il cielo, nel chiuso del tabernacolo; e Mosè, per dovunque stendeva il popolo di Dio le conquiste, ordinava che fussero bruciati i boschi sagri che dice Tacito, dentro i quali si chiudessero i «luci».

Onde si raccoglie che dappertutto le prime leggi furono le divine di Giove. Dalla qual antichità dev’essere provenuto nelle lingue di molte nazioni cristiane di prender «il cielo» per «Dio»: come noi italiani diciamo «voglia il cielo», «spero al cielo», nelle quali espressioni intendiamo «Dio»; lo stesso è usato dagli spagnuoli; e i francesi dicono «bleu» per l’«azzurro», e perché la voce «azzurro» è di cosa sensibile, dovetter intendere «bleu» per «lo cielo»; e quindi, come le nazioni gentili avevano inteso «il cielo» per «Giove», dovettero i francesi per «lo cielo» intendere «Dio» in quell’empia loro bestemmia «moure bleu!»per «muoia Iddio!», e tuttavia dicono «par bleu!» «per Dio!». E questo può esser un saggio del Vocabolario mentale proposto nelle Degnità, del quale sopra si è ragionato.

II

La certezza de’ domìni fece gran parte della necessità di ritrovar i «caratteri» e i «nomi» nella significazione natia di «case diramate in molte famiglie», che con la loro somma propietà si appellarono «genti». Così Mercurio Trimegisto, carattere poetico de’ primi fondatori degli egizi, quale l’abbiam dimostrato, ritruovò loro e le leggi e le lettere. Dal qual Mercurio, che fu altresì creduto dio delle mercatanzie, gl’italiani (la qual uniformità di pensare e spiegarsi, fin a’ nostri dì conservata, dee recar maraviglia) dicono «mercare» il contrasegnare con lettere o con imprese i bestiami o altre robe da mercantare, per distinguere ed accertarne i padroni.

III

Queste sono le prime origini dell’imprese gentilizie e quindi delle medaglie. Dalle qual’imprese, ritruovate prima per private e poi per pubbliche necessità, vennero per diletto l’imprese erudite, le quali, indovinando, dissero «eroiche», le quali bisogna animare co’ motti, perché hanno significazioni analoghe, ove l’imprese eroiche naturali lo erano per lo stesso difetto de’ motti e, sì, mutole parlavano; ond’erano in lor ragione l’imprese ottime, perché contenevano significazioni propie, quanto tre spighe o tre atti di falciare significavano naturalmente «tre anni». Dallo che venne «caratteri» e «nomi» convertirsi a vicenda tra loro, e «nomi» e «nature» significare lo stesso, come l’uno e l’altro sopra si è detto.

Or, faccendoci da capo all’imprese gentilizie, ne’ tempi barbari ritornati le nazioni ritornarono a divenir mutole di favella volgare: onde delle lingue italiana, francese, spagnuola o d’altre nazioni di quelli tempi non ci è giunta niuna notizia affatto, e le lingue latina e greca si sapevano solamente da’ sacerdoti; talché da’ francesi si diceva «clerc» in significazione di «letterato», ed allo ‘ncontro dagl’italiani, per un bel luogo di Dante, si diceva «laico» per dir «uomo che non sapeva di lettera». Anzi tra gli stessi sacerdoti regnò cotanta ignoranza, che si leggono scritture sottoscritte da’ vescovi col segno di croce, perché non sapevano scrivere i propi lor nomi; e i prelati dotti anco poco sapevano scrivere, come la diligenza del padre Mabillone nella sua opera De re diplomatica dà a veder intagliate in rame le sottoscrizioni de’ vescovi e arcivescovi agli atti de’ concili di que’ tempi barbari, le quali s’osservano scritte con lettere più informi e brutte di quelle che scrivono gli più indotti idioti oggidì. E pure tali prelati erano per lo più i cancellieri de’ reami d’Europa, quali restarono tre arcivescovi cancellieri dell’Imperio per tre lingue (ciascheduno per ciascheduna): tedesca, francese ed italiana; e da essi, per tal maniera di scrivere lettere con tali forme irregolari, dev’essere stata detta la «scrittura cancellaresca». Da sì fatta scarsezza per una legge inghilese fu ordinato che un reo di morte il quale sapesse di lettera, come eccellente in arte, egli non dovesse morire: da che forse poi la voce «letterato» si stese a significar «erudito».

Per la stessa inopia di scrittori, nelle case antiche non osserviamo parete ove non sia intagliata una qualche impresa. Altronde, da’ latini barbari fu detta «terræ presa» in podere co’ suoi confini, e dagl’italiani fu detto «podere» per la stessa idea onde da’ latini era stato detto «prædium»; perché le terre ridutte a coltura furono le prime prede del mondo, e furono i fondi detti «mancipia» dalla legge delle XII Tavole, e detti «prædes» e «mancipes» gli obbligati in roba stabile, principalmente all’erario, e «iura prædiorum» le servitù che si dicon «reali». Altronde dagli spagnoli fu detta «prenda» l’«impresa forte», perché le prime imprese forti del mondo furono di domare e ridurre a coltura le terre: che si truoverà essere la maggiore di tutte le fatighe d’Ercole. L’impresa, di nuovo, agl’italiani si disse «insegna» in concetto di «cosa significante» (onde agli stessi si venne detto «insegnare»); e si dice anco «divisa», perché l’insegne si ritruovarono per segni della prima division delle terre, ch’erano state innanzi, nell’usarle, a tutto il gener umano comuni; onde i termini, prima reali, di tali campi, poi dagli scolastici si presero per termini vocali, o sia per voci significative, che sono gli estremi delle proposizioni. Qual uso appunto di termini hanno appo gli americani, come si è veduto sopra, i geroglifici, per distinguere tra essolor le famiglie.

Da tutto ciò si conchiude che all’insegne la gran necessità di significare ne’ tempi delle nazioni mutole dovette esser fatta dalla certezza de’ domìni, le quali poi passarono in insegne pubbliche in pace; onde vennero le medaglie, le quali appresso, essendosi introdutte le guerre, si truovarono apparecchiate per l’insegne militari, le quali hanno il primiero uso de’ geroglifici, faccendosi per lo più le guerre fra nazioni di voci articolate diverse e ‘n conseguenza mute tra loro. Le quali cose tutte qui ragionate, a maraviglia ci si conferma esser vere da ciò: che, per uniformità d’idee, appo gli egizi, gli antichi toscani, romani e gl’inghilesi, che l’usano per fregio della lor arma reale, si formò questo geroglifico, appo tutti uniforme: un’aquila in cima ad uno scettro, ch’appo queste nazioni, tra loro per immensi spazi di terre e mari divise, dovette egualmente significare ch’i reami ebbero i loro incominciamenti da’ primi regni divini di Giove in forza de’ di lui auspìci. Finalmente, essendosi introdutti i commerzi con danaio coniato, si ritruovarono le medaglie apparecchiate per l’uso delle monete, le quali, dall’uso di esse medaglie, furon dette «monetæ» a «monendo» appresso i latini, come dall’insegne fu detto «insegnare» appresso gl’italiani. Così da nómos venne nómisma, lo che ci disse Aristotile; e indi ancor forse venne detto a’ latini «numus», ch’i migliori scrivono con un «m»; e i francesi dicono «loy» la legge ed «aloy» la moneta; i quali parlari non possono altronde essere provenuti che dalla «legge» o «diritto», significato con geroglifico, ch’è l’uso appunto delle medaglie. Tutto lo che a maraviglia si conferma dalle voci «ducato», detto a «ducendo», ch’è propio de’ capitani; «soldo» ond’è detto «soldato»; e «scudo», arma di difesa, ch’innanzi significò il fondamento dell’armi gentilizie, che dapprima fu la terra colta di ciascun padre nel tempo delle famiglie, come appresso sarà dimostro. Quindi devon aver luce le tante medaglie antiche, ove si vede o un altare, o un lituo, ch’era la verga degli àuguri con cui prendevan gli auspìci, come si è sopra detto, o un treppiedi, donde si rendevan gli oracoli, ond’e quel motto «dictum ex tripode», «detto d’oracolo».

Della qual sorta di medaglie dovetter esser l’ale, ch’i greci nelle loro favole attaccarono a tutti i corpi significanti ragioni d’eroi fondate negli auspìci. Come Idantura, tra gli geroglifici reali co’ quali rispose a Dario, mandò un uccello; e i patrizi romani, in tutte le contese eroiche le quali ebbero con la plebe (come apertamente si legge sulla storia romana), per conservarsi i loro diritti eroici, opponevano quella ragione: «auspicia esse sua». Appunto come nella barbarie ricorsa si osservano l’imprese nobili caricate d’elmi con cimieri che si adornano di pennacchi, e nell’Indie occidentali non si adornano di penne ch’i soli nobili.

IV

Così quello che fu detto «Ious», Giove, e, contratto, si disse «ius», prima d’ogni altro dovette significare il grascio delle vittime dovuto a Giove, conforme a ciò che se n’è sopra detto. Siccome nella barbarie ricorsa «canone» si disse e la legge ecclesiastica e ciò che paga l’enfiteuticario al padrone diretto, perocché forse le prime enfiteusi s’introdussero dagli ecclesiastici, che, non potendo essi coltivargli, davano i fondi delle chiese a coltivar ad altrui. Con le quali due cose qui dette convengono le due dette sopra: una de’ greci, appo i quali nómos significa la legge e nómisma la moneta; l’altra de’ francesi, i quali dicono «loy» la legge ed «aloy» la moneta. Alla stessa fatta e non altrimente, quel fu detto «Ious optimus» per «Giove fortissimo», che per la forza del fulmine diede principio all’autorità divina nella primiera sua significazione, che fu di «dominio», come sopra abbiam detto, perocché ogni cosa fusse di Giove.

Perché quel vero di metafisica ragionata d’intorno all’ubiquità di Dio, ch’era stato appreso con falso senso di metafisica poetica:… Iovis omnia plena, produsse l’autorità umana a quelli giganti ch’avevano occupato le prime terre vacue del mondo, nello stesso significato di «dominio», che ‘n ragion romana restò certamente detto «ius optimum»; ma nella sua significazione nativa, assai diversa da quella nella quale poi restò a’ tempi ultimi. Perocché nacque in significazione nella quale, in un luogo d’oro dell’orazioni, Cicerone il diffinisce «dominio di roba stabile, non soggetto a peso, non sol privato, ma anche pubblico», detto «ottimo» – estimandosi il diritto della forza, conforme ne’ primi tempi del mondo si truoverà – nello stesso significato di «fortissimo», perocché non fusse infievolito di niuno peso straniero. Il qual dominio dovett’essere de’ padri nello stato delle famiglie, e ‘n conseguenza il dominio naturale, che dovette nascere innanzi al civile; e, delle famiglie poi componendosi le città sopra tal dominio ottimo, che in greco si dice díkaion áriston, élleno nacquero di forma aristocratica, come appresso si truoverà. Dalla stessa origine, appo i latini, dette repubbliche d’ottimati si dissero anco «repubbliche di pochi», perché le componevano que’

… pauci quos æquus amavit

Iupiter.

E gli eroi nelle contese eroiche con le plebi sostenevano le loro ragioni eroiche con gli auspìci divini; e ne’ tempi muti le significavano con l’uccello d’Idantura, con le ale delle greche favole; e con lingua articolata finalmente i patrizi romani, dicendo «auspicia esse sua».

Perocché Giove co’ fulmini, de’ quali sono i maggiori auspìci, aveva atterrato o mandato sotterra entro le grotte de’ monti i primi giganti, e con atterrargli aveva loro dato la buona fortuna di divenire signori de’ fondi di quelle terre ove nascosti si ritruovaron fermati, e ne provennero signori nelle prime repubbliche; per lo qual dominio ogniuno di essi si diceva «fundus fieri» invece di «fieri auctor». E delle loro private autorità famigliari, dappoi unite, come appresso vedremo, se ne fece l’autorità civile ovvero pubblica de’ loro senati eroici regnanti, spiegata in quella medaglia (che si osserva sì frequente tra quelle delle repubbliche greche appo il Golzio) che rappresenta tre cosce umane le quali s’uniscono nel centro e con le piante de’ piedi ne sostengono la circonferenza; che significa il dominio de’ fondi di ciascun orbe o territorio o distretto di ciascuna repubblica, ch’or si chiama «dominio eminente», ed è significato col geroglifico d’un pomo ch’oggi sostengono le corone delle civili potenze, come appresso si spiegherà. Significato fortissimo col «tre» appunto, poiché i greci solevano usare i superlativi col numero del «tre», come parlan ora i francesi; con la qual sorta di parlare fu detto il fulmine trisulco di Giove, che solca fortissimamente l’aria (onde forse l’idea di «solcare» fu prima di quello in aria, dipoi in terra, e per ultimo in acqua); fu detto il tridente di Nettunno, che, come vedremo, fu un uncino fortissimo da addentare o sia afferrare le navi; e Cerbero detto trifauce, cioè d’una vastissima gola.

Le quali cose qui dette dell’imprese gentilizie sono da premettersi a ciò che de’ lor princìpi si è ragionato in quest’opera la prima volta stampata; ch’è ‘l terzo luogo di quel libro per lo quale non ci ‘ncresce per altro d’esser uscito alla luce.

V

In conseguenza di tutto ciò, da queste lettere e queste leggi che truovò Mercurio Trimegisto agli egizi, da questi «caratteri» e questi «nomi» de’ greci, da questi «nomi» che significano e «genti» e «diritti» a’ romani, gli tre principi della lor dottrina, Grozio, Seldeno, Pufendorfio, dovevan incominciar a parlare del diritto natural delle genti. E sì dovevano con intelligenza spiegarla co’ geroglifici e con le favole, che sono le medaglie de’ tempi ne’ quali si fondarono le nazioni gentili; e sì accertarne i costumi con una critica metafisica sopra essi autori delle nazioni, dalla quale doveva prendere i primi lumi questa critica filologica sopra degli scrittori, i quali non provennero che assai più di mille anni dopo essersi le nazioni fondate.

7.

ULTIMI COROLLARI D’INTORNO ALLA LOGICA DEGLI ADDOTTRINATI.

I

Per le cose ragionate finora in forza di questa logica poetica d’intorno all’origini delle lingue, si fa giustizia a’ primi di lor autori d’essere stati tenuti in tutti i tempi appresso per sappienti, perocché diedero i nomi alle cose con naturalezza e propietà; onde sopra vedemmo ch’appo i greci e latini «nomen» e «natura» significarono una medesima cosa.

II

Ch’i primi autori dell’umanità attesero ad una topica sensibile, con la quale univano le propietà o qualità o rapporti, per così dire, concreti degl’individui o delle spezie, e ne formavano i generi loro poetici.

III

Talché questa prima età del mondo si può dire con verità occupata d’intorno alla prima operazione della mente umana.

IV

E primieramente cominciò a dirozzare la topica, ch’è un’arte di ben regolare la prima operazione della nostra mente, insegnando i luoghi che si devono scorrer tutti per conoscer tutto quanto vi è nella cosa che si vuol bene ovvero tutta conoscere.

V

La provvedenza ben consigliò alle cose umane col promuovere nell’umane menti prima la topica che la critica, siccome prima è conoscere, poi giudicar delle cose. Perché la topica è la facultà di far le menti ingegnose, siccome la critica è di farle esatte; e in que’ primi tempi si avevano a ritruovare tutte le cose necessarie alla vita umana, e ‘l ritruovare è propietà dell’ingegno. Ed in effetto, chiunque vi rifletta, avvertirà che non solo le cose necessarie alla vita, ma l’utili, le comode, le piacevoli ed infino alle superflue del lusso, si erano già ritruovate nella Grecia innanzi di provenirvi i filosofi, come il farem vedere ove ragioneremo d’intorno all’età d’Omero. Di che abbiamo sopra proposto una Degnità: ch’«i fanciulli vagliono potentemente nell’imitare», e «la poesia non è che imitazione», e «le arti non sono che imitazioni della natura, e ‘n conseguenza poesie in un certo modo reali». Così i primi popoli, i quali furon i fanciulli del gener umano, fondarono prima il mondo dell’arti; poscia i filosofi, che vennero lunga età appresso, e ‘n conseguenza i vecchi delle nazioni, fondarono quel delle scienze: onde fu affatto compiuta l’umanità.

VI

Questa storia d’umane idee a maraviglia ci è confermata dalla storia di essa filosofia. Ché la prima maniera ch’usarono gli uomini di rozzamente filosofare fu l’autopsía o l’evidenza de’ sensi, della quale si servì poi Epicuro, che, come filosofo de’ sensi, era contento della isola sposizione delle cose all’evidenza de’ sensi, ne’ quali, come abbiam veduto nell’Origini della poesia, furono vividissime le prime nazioni poetiche. Dipoi venne Esopo, o i morali filosofi che diremmo «volgari» (che, come abbiam sopra detto, cominciò innanzi de’ sette savi della Grecia), il quale ragionò con l’esemplo, e, perché durava ancora l’età poetica, il prendeva da un qualche simile finto (con uno de’ quali il buono Menenio Agrippa ridusse la plebe romana sollevata all’ubbidienza); e tuttavia uno di sì fatti esempli, e molto più un esemplo vero, persuade il volgo ignorante assai meglio ch’ogni invitto raziocinio per massime. Appresso venne Socrate e introdusse la dialettica, con l’induzione di più cose certe ch’abbian rapporto alla cosa dubbia della quale si quistiona. Le medicine, per l’induzione dell’osservazioni, innanzi di Socrate avevano dato Ippocrate, principe di tutti i medici così per valore come per tempo, che meritò l’immortal elogio: «Nec fallit quenquam, nec falsus ab ullo est». Le mattematiche, per la via unitiva detta «sintetica», avevan a’ tempi di Platone fatto i loro maggiori progressi nella scuola italiana di Pittagora, come si può veder dal Timeo. Sicché, per questa via unitiva, a’ tempi di Socrate e di Platone sfolgorava Atene di tutte l’arti nelle quali può esser ammirato l’umano ingegno, così di poesia, d’eloquenza, di storia, come di musica, di fonderia, di pittura, di scoltura, d’architettura. Poi vennero Aristotile, che ‘nsegnò il sillogismo, il qual è un metodo che più tosto spiega gli universali ne’ loro particolari che unisce particolari per raccogliere universali; e Zenone col sorite, il quale risponde al metodo de’ moderni filosofanti, ch’assottiglia, non aguzza, gl’ingegni; e non fruttarono alcuna cosa più di rimarco a pro del gener umano. Onde a gran ragione il Verulamio, gran filosofo egualmente e politico, propone, commenda ed illustra l’induzione nel suo Organo; ed è seguito tuttavia dagl’inghilesi con gran frutto della sperimentale filosofia.

VII

Da questa storia d’umane idee si convincono ad evidenza del loro comun errore tutti coloro i quali, occupati dalla falsa comune oppenione della somma sapienza ch’ebber gli antichi, han creduto Minosse, primo legislator delle genti, Teseo agli ateniesi, Ligurgo agli spartani, Romolo ed altri romani re aver ordinato leggi universali. Perché l’antichissime leggi si osservano concepute comandando o vietando ad un solo, le quali poi correvan per tutti appresso (tanto i primi popoli eran incapaci d’universali); e pure non le concepivano senonsé fussero avvenuti i fatti che domandavanle. E la legge di Tullo Ostilio nell’accusa d’Orazio non è che la pena, la qual i duumviri per ciò criati dal re dettano contro l’inclito reo, e «lex horrendi carminis» è acclamata da Livio; talch’ella è una delle leggi che Dragone scrisse col sangue e «leges sanguinis» chiama la sagra storia. Perché la riflessione di Livio: che ‘l re non volle esso pubblicarla per non esser autore di giudizio sì tristo ed ingrato al popolo, ella è affatto ridevole, quando esso re ne prescrive la formola della condennagione a’ duumviri, per la quale questi non potevan assolver Orazio, neppure ritruovato innocente. Dove Livio affatto non si fa intendere, perch’esso non intese che ne’ senati eroici, quali ritruoveremo essere stati aristocratici, gli re non avevano altra potestà che di criare i duumviri in qualità di commessari, i quali giudicassero delle pubbliche accuse, e che i popoli delle città eroiche eran di soli nobili, a’ quali i rei condennati si richiamavano.

Ora, per ritornar al proposito, cotal legge di Tullo in fatti è uno di quelli che si dissero «exempla» in senso di «castighi esemplari», e dovetter esser i primi esempli ch’usò l’umana ragione (lo che conviene con quello ch’udimmo da Aristotile sopra, nelle Degnità: che «nelle repubbliche eroiche non vi erano leggi d’intorno a’ torti ed offese private»); e ‘n cotal guisa, prima furono gli esempli reali, dipoi gli esempli ragionati de’ quali si servono la logica e la rettorica. Ma, poi che furono intesi gli universali intelligibili, si riconobbe quella essenziale propietà della legge: – che debba esser universale, – e si stabilì quella massima in giurisprudenza: che «legibus, non exemplis, est iudicandum».

III

MORALE POETICA.

DELLA MORALE POETICA, E QUI DELL’ORIGINI DELLE VOLGARI VIRTU` INSEGNATE DALLA RELIGIONE CO’ MATRIMONI.

Siccome la metafisica de’ filosofi per mezzo dell’idea di Dio fa il primo suo lavoro, ch’è di schiarire la mente umana, ch’abbisogna alla logica perché con chiarezza e distinzione d’idee formi i suoi raziocini, con l’uso de’ quali ella scende a purgare il cuore dell’uomo con la morale; così la metafisica de’ poeti giganti, ch’avevano fatto guerra al cielo con l’ateismo, gli vinse col terrore di Giove, ch’appresero fulminante. E non meno che i corpi, egli atterrò le di loro menti, con fingersi tal idea sì s