Giosuè Carducci – Congedo

Come tra ‘l gelo antico
S’affaccia la vïola e disasconde
Sua parvola beltà pur de l’odore;
Come a l’albergo amico
Co ‘l vento ch’apre le novelle fronde
La rondinella torna ed a l’amore;
Rifiorirmi nel core
Sento de i carmi e de gli error la fede;
Animoso già riede
De le imagini il vol, riede l’ardore
Su l’ingegno risorto; e il mondo in tanto
Chiede al mio petto ancor palpiti e canto.

Luce di poesia,
Luce d’amor che la mente saluti,
Su l’ali de la vita anco s’aderge
A te l’anima mia,
Ancor la nube de’ suoi giorni muti
Nel bel sereno tuo purga e deterge:
Al sol cosí che asperge
Lieto la stanza d’improvviso lume
Sorride da le piume
L’infermo e ‘l sitibondo occhio v’immerge
Sin che gli basta la pupilla stanca
A i color de la vita, e si rinfranca.

Quale nel cor mal vivo
Dolore io chiusi, poi che la minaccia
Del tuo sparir sostenni, e quante pene!
Tal del seguace rivo
A poco a poco inaridir la traccia
L’arabo vede tra le mute arene,
E sente entro le vene
L’arsura infurïar, e mira, ahi senso
Spaventoso ed immenso!,
Oltre il vol del pensiero e de la spene
Spazïare silente e fiammeggiante
Il ciel di sopra e ‘l gran deserto innante.

E giace, e il capo asconde
Nel manto, come a sé voglia coprire
La vista, che il circonda, de la morte:
E il vento le profonde
Sabbie rimove e ne le orrende spire
Par che sepolcro al corpo vivo apporte.
I figli e la consorte
Ei pensa, ch’escon de le patrie ville
Con vigili pupille
Del suo ritorno ad esplorar le scorte,
E in ogni suono, ch’a l’orecchio lasso
Vien, de’ noti cammelli odono il passo.

Or mi rilevo, o bella
Luce, ne’ raggi tuoi con quel desío
Ond’elitropio s’accompagna al sole.
Ma de l’età novella
Ove i dolci consorti ed ove il pio
Vólto e l’amico riso e le parole?
Come bell’arbor suole
Ch’è dal turbin percosso innanzi il verno,
Tu, mio fratello, eterno
Mio sospiro e dolor, cadesti. Sole,
Lungi al pianto del padre, or tien la fossa
Pur le speranze de l’amico e l’ossa.

O ad ogni bene accesa
Anima schiva, e tu lenta languisti
Da l’acre ver consunta e non ferita:
Tua gentilezza intesa
Al reo mondo non fu, ché la vestisti
Di sorriso e disdegno; e sei partita.
Con voi la miglior vita
Dileguossi, ahi per sempre!, anime care;
Qual di turbato mare
Tra i nembi sfugge e di splendor vestita
Par da l’occiduo sol la costa verde
A chi la muta con l’esilio e perde. [1]

Dunque, se i primi inganni,
M’abbandonaro inerme al tempo e al vero,
Musa, il divin tuo riso a me che vale?
Altri e fidenti vanni,
Altro e indomito al dubbio ingegno altero
Vorríasi a te seguir, bella immortale,
Quand’apri ardente l’ale
Vèr’ l’infinito che ti splende in vista:
A me l’anima è trista;
Perdesi l’inno mio nel vuoto, quale
Per gli silenzi de la notte arcana
Canto di peregrin che s’allontana.

Ma no: dovunque suona
In voce di dolor l’umano accento
Accuse in faccia del divin creato,
E a l’uom l’uom non perdona,
E l’ignominia del fraterno armento
È ludibrio di pochi, è rio mercato,
E con viso larvato
Di diritto la forza il campo tiene
E l’inganno d’oscene
Sacerdotali bende incamuffato,
Ivi gli amici nostri, ivi i fratelli.
Intuona, o musa mia, gl’inni novelli.

Addio, serena etate,
Che di forme e di suoni il cor s’appaga;
O primavera de la vita, addio!
Ad altri le beate
Visïoni e la gloria, e a l’ombra vaga
De’ boschetti posare appresso il rio,
E co ‘l queto desio
Far di sé specchio queto al mondo intero:
Noi per aspro sentiero
Amore ed odio incalza austero e pio,
A noi fra i tormentati or convien ire
Tesoreggiando le vendette e l’ire.

Musa, e non vedi quanto
Tuon di dolor s’accoglie e qual di sangue
Tinta di terra al ciel nube procede?
Di madri umane è pianto
Cui su l’esausta poppa il figlio langue;
Strido è di pargoletti, e del pan chiede:
È sospir di chi cede
Vinto e in mezzo a la grave opera cade,
Di vergin che onestade
Muta co ‘l vitto; e di chi piú non crede
E disperato nel delitto irrompe
È grido, o cielo, e i tuoi seren corrompe.

Che mormora quel gregge
Di beati a cui soli il ciel sorride
E fiorisce la terra e ondeggia il mare?
Di qual divina legge
S’arma egli dunque e che decreti incide
A schermir le crudeli opere avare?
Odo il tuono mugghiare
Su ne le nubi, e freddo il vento spira.
Del turbine ne l’ira
E tra i folgori è dolce, inni, volare.
L’umana libertà già move l’armi:
Risorgi, o musa, e trombe siano i carmi.

Canzon mia, che dicesti?
Troppo è gran vanto a sí debili tempre:
Torniam ne l’ombra a disperar per sempre.