Giosuè Carducci – Poesie di Giosuè Carducci – 1850-1900

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JUVENILIA
(1850-1860)

Nec tantum ingenio quantum servire dolori
Cogor et aetatis tempora dura queri.
Hic mihi conteritur vitae modus, haec mea fama est:
Hinc capio nomen carminis ire mei

I.
PROLOGO

Ah per te [1] Orazio prèdica al vento!
Del patrio carcere non sei contento,
La chiave abomini grata a i pudichi,
Agogni a l’aere de’ luoghi aprichi.
E dove, o misero, dove n’andrai.
Dove un ricovero trovar potrai,
O de’ miei giovini lustri diletto,
O mio carissimo tenue libretto?
Non sai fastidio ch’ha de le rime
Questa de gli arcadi prole sublime?
Né de’ romantici ti vuol la fiera
Che siede a i salici libera schiera.
Tu, se tra’ lirici pur tenti il volo,
Poco, o mio tenero, t’ergi dal suolo;
Ed oggi innalzasi per nova via
Fin da’ suoi numeri l’economia,
Né omai piú reggono piedi né ale
Dietro la lirica universale.
Oggi ciclopica s’è fatta l’arte;
E Bronte e Sterope su per le carte
Con vene tumide, con occhi accesi
E con gli erculei muscoli tesi
A prova picchiano: Venere guata,
E gli rimescola la limonata:
Mentre il monocolo pastore etnese,
Succiando il femore d’un itacese,
Con urli orribili divelle un pino
E a le nereidi fa il mazzolino.
Deh, quanti, o misero, d’ispirazioni
Litri raccogliere puoi ne’ polmoni,
Quanti chilometri de l’infinito
Puoi tu percorrere con passo ardito,
Quanti ravvolgerti chili d’affetto
Giú ne lo stomaco puoi tu, libretto,
Da uscire a gloria tra le persone,
Senza pericolo d’indigestione?
Te con le tenui miche d’Orazio
Crebbe la pallida musa del Lazio,
A te quell’aere parve bastante
Che respirarono l’Ariosto e Dante:
Chiede il novissimo stadio altre bighe:
Libro, rincàsati, cansa le brighe.
Vedi? minacciano Cariddi e Scilla:
Ti preme Davide con la Sibilla.
D’amor tu chiacchieri, e questo va:
Ma non santifichi la voluttà,
Non metti a Venere lo scapolare,
Non fai gli adulteri sermoneggiare:
Onde, o me misero!, flebili e tristi
Già t’interdissero gli atei salmisti,
E il buon Petronio predicatore [2]
Che a sé convertami pregò il signore.
Vinca ei di Taide le ritrosie
Con un trar mistico d’avemarie,
E de la cantica nel pio latino
Le infiori i dialoghi de l’Aretino.
Al limpidissimo suon de l’argento
Dietro un davidico cento per cento
Alfio [3] gli sdruccioli deduca, e macro
Consoli il prossimo d’un inno sacro.
Per me invan prèdica ballonza e canta
Ebra l’Arcadia pur d’acqua santa,
Il sacro quindici refulse in vano
Per me: son reprobo piú di Claudiano,
E de’ Timotei e de’ Basilii
Provai già i moniti e i supercilii.
Ma quel Timoteo che a gli anni andati
In chiesa l’organo sonava a i frati,
E di serafica broda satollo
Al pan de gli angeli rizzava il collo,
Cantando monache e Filomene
Pien di libidine tetra le vene;
E quel Basilio biondo e ventenne
Che al sacro fulmine tingea le penne
Ne l’aromatico miel del Loiola,
Al sacro fulmine de la parola
Che da l’iberiche fiamme già mosse
E ne gli eretici sterpi percosse;
Oggi levatisi di ginocchione
Anche rinnegano la dea Ragione,
E sempre al solito mo’ tolleranti
Già già si cavano rugghiando i guanti,
Pronti a pur arderti, libretto mio,
Se in un avverbio c’entrasse dio.
Me al men, filosofi, non arderanno,
Come, teologi, volean l’altr’anno.
Ma chi, mal docile talpa infingarda,
Chi dal neofito furor mi guarda?
Quali su i ruderi de le memorie
Di laide maschere corsi e baldorie!
E sempre piangere plebe affamata,
E sempre ridere plebe indorata,
E basir tisica sotto le biche
La impronta logica de le formiche,
E de le favole, baie del nonno,
Schifi già i bamboli cascar di sonno
Io veggo; e torpido nel gran lavoro
Non canto e prèdico l’età de l’oro.
Chi dunque, indocile talpa infingarda,
Chi dal neofito furor mi guarda?
Gl’innocentissimi Nando e Poldino,
Che già l’immerito sermon latino
Stroppiaro in distici per nozze auguste,
Oggi rosseggiano come aliguste;
E l’eucaristico inno a Pio nono
Con lezion varia lusinga il trono
Di re Vittorio, da poi che aprile [4]
A qualche anonimo spirto civile
Squagliò la gelida crosta, e, spavento!,
Il prete attonito, nel sacramento
Lavando al pargolo le nuove chiome,
Sentiva d’Italo bociarsi il nome.
O infelicissimo libro, o sfatato,
O in man purissime mal capitato!
Crollando il rigido frigio berretto
Fatto su ‘l modulo che diè il prefetto,
Ei con iscandalo ti buttan là,
Come retrograda suipsità.
Rízzati e vàttene, ché il galateo
Non è neofito. Ma, se ad un reo
Fucci filologo fia che t’abbatta
Rimpiallacciatosi da Guccio Imbratta,
Che vomitarono le sagrestie
De’ galantuomini su per le vie,
Che ne le tuniche di pergamena
Tra la medicea ferrea catena
Tremano i codici quand’ei li guata
E dal liburnio remo invocata
La man lor applica, se a te vicino
Ei sbiechi il livido occhio porcino,
– Deh, Fucci, – gridagli – mercede imploro;
Non vesto, vedimi, d’argento e d’oro,
Non son de gli ordini privilegiati
Vuoi de’ rarissimi vuoi de’ citati,
Non ne i cataloghi cercato appaio,
Non c’è da vendermi che al salumaio.
A queste pagine di poco affare
Le man dottissime non abbassare. –
Oh, s’ei la granfia distenda a vuoto,
Appicca, o povero libro, il tuo vóto:
Ché a grandi e piccoli ei non perdona;
Ogni, anche minima, preda gli è buona.
Chiese, postriboli, caffè, spedali
Le sue sentirono unghie fatali,
Da quando ei l’abile man giovinetta
Da l’elemosine ne la cassetta
Imberbe chierico con occhio pio
Erudía, l’obolo rubando a Dio,
E i doni a l’umile Vergine apposti
Per lui fumavano fusi in arrosti.
D’altro non dubito: se bene ancora
Lui la chiarissima viltade adora,
Trason ridicolo che incarna e avanza
L’idea platonica de l’ignoranza,
Forte co’ deboli, debol co’ i forti,
Prode a trafiggere gli uomini morti,
Prode a nascondersi, ferendo il tergo,
Di birri e ipocriti sotto l’usbergo,
Tal ch’io non credomi maggior ribaldo
Redasse l’anima del Maramaldo.
Fuggi, o mio povero libro da bene,
Il ceffo orribile, le mani oscene,
L’invidia rabida d’ogni opra buona
Che tutta gli agita la rea persona.
Fuggi…. No: sorgigli diritto in faccia,
La mia ripetigli vecchia minaccia,
Con fronte impavida, con voce intiera:
Fucci filologo, frusta e galera.
Poi, se la fulgida ira s’alléni,
Vola a i dolcissimi colli tirreni,
Ove dal facile giogo difese
In contro a borea d’ombra cortese
Svarian le candide magion pe’ clivi
Tra vigne e glauche selve d’olivi.
Ivi di limpida luce piú viva
Riveste l’etere la sacra riva;
E il sole arridere come ad amiche
Pare a le splendide colline antiche,
Quando, partendosi, la favolosa
Cima fesulea tinge di rosa.
De la virginea certa saetta
Ove ancor timido Mugnone affretta [5]
Ad Arno e misero par che lamenti
I mal concessigli abbracciamenti,
Tra il fiume e d’arido monte le spalle
Il pian riducesi in poca valle,
E in mezzo a’ nitidi cólti un’ascosa
Da placidi alberi magion riposa.
Ivi, o mio tenue libro, al Chiarini
Chiedi pe’ profughi geni latini,
Chiedi l’ospizio. Vedi: ei la porta
Già t’apre, ed ilare ti riconforta.
Ei di barbarica pelle odorata
Presto la tunica t’avrà comprata,
Cui solchi d’aurei fregi un lavoro
E i lembi nitidi sien tutti ad oro.
O mio carissimo già poverello,
Come or sei splendido, come sei bello!
T’invidia il tenero padre lontano,
Fucci filologo stende la mano.
Ma tu non avido di mutar loco
A l’aure estranee fídati poco;
Ama de l’ospite ama il ricetto,
O mio carissimo tenue libretto.

II.
A G. C.

IN FRONTE A UNA RACCOLTA DI RIME
PUBBLICATA NEL MDCCCLVII

Forse avverrà, se destro il fato assente
Vóto che surga pio di sen mortale,
Giuseppe, e s’a piú ferma età non mènte
Il prometter di questa audace e frale,

Che in piú libero cielo aderga l’ale,
D’amor, di sdegno e di pietà possente,
Questo verso, che fioco or passa quale
Eco notturna per vallea silente:

Pur caro a me, che del rio viver lasso,
Ma ogn’or di voi, sacre sorelle, amante
Lo inscrivo qui come in funereo sasso:

Pago se alcun dirà – Tra ‘l vulgo errante
Che il bel nome latino ha volto in basso
Fede ei teneva al buon Virgilio e a Dante -.

LIBRO I

III.

Peregrino del ciel, garrulo a volo
Tu fuggi innanzi a le stagion nembose,
E vedi il Nilo e nostre itale rose,
Né muti stanza perché muti polo:

Se pur de le lontane amate cose
Cape ne’ vostri angusti petti il duolo,
Né mai flutto inframesso o pingue suolo
Oblio del primo nido in cor ti pose;

Quando l’ala soffermi a’ poggi lieti
Che digradano al mar da l’Apennino
Bianchi di marmi e bruni d’oliveti,

Una casa a la valle ed un giardino
Cerca, e, se ‘l nuovo possessor no ‘l vieti,
Salutali in mio nome, o peregrino.

IV.

Tu, mesta peregrina, il dolce nido
Lasci e de l’aer nostro il novo gelo:
T’invita più benigno ardor di cielo
E primavera di straniero lido.

E me lasci che tristi ore divido
Pur co ‘l dolore onde i lassi occhi velo.
Tornerà tempo che senz’ombra o velo
Si porga l’aer nostro a te piú fido.

Allor candidi soli; allor fiorente
Il colle e il piano; allor tutto d’amore
Ti riconsiglierà soavemente.

Né allor ti sovverrai l’uman dolore
Di che si piange or qui. Non acconsente
Al pianto, e oblia, de’ fortunati il cuore.

V.

Sí crudelmente fero è quel flagello
Onde me già del breve correr lasso
Il disinganno sferza a ciascun passo,
Che fine io chiamo al reo cammin l’avello;

E tra forme gentili e nel piú bello
Aprir de’ floridi anni io l’occhio abbasso,
Quasi cercando oltre la terra il passo
A l’inamabil cieco ultimo ostello.

Ma di speme atteggiato e di dolore
Mi sofferma un sembiante; e lacrimoso
Pur in me guarda, e pio tace. Furore

Quinci ed amor nel petto procelloso
Surgono a gran tenzone; e vince amore:
Ond’io fremendo e sospirando poso.

VI.

Questa è l’altera giovinetta bella
Che tragge seco onesta leggiadria:
Beltade orna di gloria la sua via,
E l’addimostra per propria angiolella.

I’ ho veduto Amor che la servia
Umilemente de le sue quadrella;
Sentit’ho gire per salute ad ella
L’alma ferita che dal cor si svia.

E chiama pur pietà nel suo conspetto,
Fin che quel riso onde s’allegra amore
Benignamente l’umile raccoglia.

Allor la vita esulta entro nel core,
E il cor si leva e la tristezza spoglia
Illuminato nel sereno aspetto. [6]

VII.

O nova angela mia senz’ala a fianco,
Certo dal loco ove bellezza è pura
L’intelligenza tua vestí figura
Di pargoletta donna in velo bianco;

E qui venisti al secol rio, che stanco
Del bello adoperar piú nel mar dura,
Per drizzar me fuor de la vita scura
Voglioso dietro le tue scorte e franco.

E ben forse avverrà ch’agile e scarco
Io prema ancor le tue vestigia sante
Con l’alma teco in un desio congiunta;

Se di tanto mi degna il Primo Amante,
Che, mentre io tenga del mortale incarco,
L’ale tue d’òr non mettan fuor la punta. [7]

VIII.

Profonda, solitaria, immensa notte;
Visibil sonno del divin creato
Su le montagne già dal fulmin rotte,
Su le terre che l’uomo ha seminato;

Alte da i casti lumi ombre interrotte;
Cielo vasto, pacifico, stellato;
Lucide forme belle, al vostro fato,
Equabilmente, arcanamente, addotte;

Luna, e tu che i sereni e freddi argenti
Antica peregrina a i petti mesti
Ed a’ lieti dispensi indifferenti;

Che misteri, che orror, dite, son questi?
Che siam, povera razza de i viventi?…
Ma tu, bruta quïete, immobil resti.

IX.

Candidi soli e riso di tramonti,
Mormoreggiar di selve brune a’ venti
Con sussurrio di fredde acque cadenti
Giú per li verdi tramiti de’ monti,

Ed Espero che roseo sormonti
Nel profondo seren de’ firmamenti,
E chiara luna che i sentier tacenti
Inalbi e scherzi entro laghetti e fonti,

Questo m’era ne’ vóti. Or miei desiri
Pace ebber qui tra fiumi e tra montagne
De le secure muse in compagnia:

Pace: se non che te ne’ miei sospiri
Chiamo, te che da noi ti discompagne,
E il caro aspetto de la donna mia.

X.

Bella è la donna mia se volge i neri
Di soave languore occhi lucenti,
E, ricercando il vinto cor, le ardenti
Vi rinforza d’amor voglie e pensieri.

Piú bella è la mia donna allor che alteri
Gli leva o gira nel conceder lenti,
E, minacciando pur, chiede ch’io tenti
La dolce guerra e la vittoria speri.

Cosa di cielo è la mia donna allora
Che il roseo collo piega e il vago riso
A i baci porge e quei d’ambrosia irrora.

Oh, che d’ogni mortal cura diviso,
Sopra quel sen, tra quegli amplessi io mora!
Né v’invidio, o beati, il paradiso.

XI.

A questi dí prima io la vidi. Uscía
A pena il fior di sua stagion novella,
E la persona pargoletta e bella
Era tutta d’amore un’armonia.

Vereconda su ‘l labro la fioría
L’ingenua grazia e la gentil favella:
Come in chiare acque albor lontan di stella
Ridea l’alma ne gli occhi e trasparía.

Tale io la vidi. Or con desio supremo
Lei per questo nefando aere smarrita
Pur cerco e invoco; e sol mi sento, e tremo;

Ché spento è al tutto ogni buon lume, e vita
Già m’abbandona, e son quasi a l’estremo.
Luce de gli anni miei, dove se’ gita?

XII.

Quella cura che ogn’or dentro mi piagne
Desta dal lume in duo begli occhi ardente,
Me co ‘l giorno invernale ove il torrente
Scoscende e ne le avverse alpi si fragne

Seco rapisce. E te, che ti scompagne
Dal mio già fermo petto, o confidente
Virtude onde fuggii la vulgar gente,
Penso per erma via d’aspre montagne.

Ma vince de le alpestri onde il fragore
Quell’una voce sua: suoi cari accenti
Sona l’aura selvaggia. E in van nel core

Sdegno e ragion contrasta. Io miro a’ venti
Lente ondeggiar le nere chiome e amore
Folgorar ne’ superbi occhi ridenti.

XIII.

E tu pur riedi, amore; e tu l’irosa
Anima invadi, e fiero ivi t’accampi,
E i desueti spirti e il cor che posa
Lunga già s’ebbe or fiedi e scuoti e avvampi.

Io te fuggo per selve aspre e per campi:
Ma vive alta nel petto, e sanguinosa
Stride la piaga; e il mio duol grida: e cosa
Mortal non è che di tua man mi scampi.

O degni affetti, o studi almi! In servaggio
Duro vi piango e in basso errore, ov’io
Caddi e giacqui co ‘l vulgo, e non mi levo:

Ché pur mi preme di quegli occhi il raggio,
Di quei cari e superbi occhi ond’io bevo
Lenti incendi e furor lungo ed oblio. [8]

XIV.

Nè mai levò sí neri occhi lucenti
Saffo i preghi cantando a Citerea,
Quando nel petto e per le vene ardenti
A lei sí come nembo amor scendea;

Né désti mai sí molli chiome a’ venti,
Corinna, tu sovra l’arena elea,
Quando sotto le corde auree gementi
Fremeati il seno e a te Grecia tacea:

Sí come or questa giovinetta bella
Tremanti di desio gli umidi rai
E del crin la fulgente onda raccoglie,

In quel che dolce guarda, e la favella,
Qual tra le rose aura d’april, discioglie:
Onde ardo, e posa non avrò piú mai.

XV.

Deh, chi mi torna a voi, cime tirrene
Onde Fiesole al pian sorride e mira?
Deh, chi mi posa sotto l’ombre amene
Ove un rio piange e molle il vento spira?

Oh, viva io là fuor di timore e spene,
Lontan rugghiando de’ miei fati l’ira!
L’erbe il ciel l’onde ivi d’amor son piene,
E ne l’aure odorate amor sospira.

A te il suolo beato eterni fiori
Sommetterebbe, Egeria; e d’ombre sante
Proteggerebbe un lauro i nostri amori.

Ivi queto morrei. Tu al sol levante
Mi comporresti l’urna in tra gli allori,
L’ombra chiamando del poeta amante.

XVI.

E degno è ben, però ch’a te potei,
Lasso!, chinar l’ingegno integro eretto,
S’ora in gioco tu volgi, e lieto obietto
L’ire, o donna, ti sono e i dolor miei.

Io quel dí che mie voglie a te credei
Pur vagheggiando accuso; e strappo e getto
Tua terribile imagine dal petto
In van: tu meco, erinni mia tu sei.

Ahi donna! ne le miti aure è il sorriso
Di primavera, e il sole è radïante,
E il verde pian del lume aureo s’allegra.

A me di noia, a me d’orror sembiante
È quant’io veggo; e, se nel ciel m’affiso,
De la mia cura e il divo ciel s’annegra.

XVII.

Cara benda che in van mi contendesti
Nera il candido sen d’Egeria mia,
Spoglia già glorïosa, or ne’ dí mesti
De le gioie che fûr memoria pia:

Tu sol di tanto amore oggi mi resti,
E l’inganno mio dolce anche pería;
Ond’io te stringo al nudo petto, e questi
Freddi baci t’imprimo. Ahi, ma la ria

Fiamma pur vive e pur divampa orrenda
E tu su ‘l cor, tu su ‘l mio cor ti stai
Quasi face d’inferno, o lieve benda.

Deh, perisci tu ancor. Né sia piú mai
Cosa che a questa offesa anima apprenda
Com’io di donna a servitú piegai.

XVIII.

E tu, venuto a’ belli anni ridenti
Quando a la vita il cor piú si disserra.
Contendi al fato il prode animo, e in terra
Poni le membra di vigor fiorenti.

Ahi, ahi fratello mio! Deh, quanta guerra
Di mesti affetti e di pensier frementi
Te su gli occhi de’ tuoi dolci parenti
Spingeva ad affrettar pace sotterra!

Or teco posa il tuo dolor. Né il viso
Piú de la madre e non la donna cara
O il fratel giovinetto o il padre pio,

Né i verdi campi vedrai piú; né il riso
Del ciel, né questa luce… ahi luce amara!
Vale, vale in eterno, o fratel mio.

XIX.

Te gridi vil quei che piegò la scema
Alma sotto ogni danno ed a l’ostile
Possa adulò, pago a cessar l’estrema
Liberatrice d’ogni cor gentile:

Te gridi vile il mondo, il mondo vile
Che muor di febbre su le piume, e trema,
Pur franto da la lunga età senile,
In conspetto a la sacra ora suprema.

Ben te, o fratel, di ricordanza pia
Proseguirà qual cor senta i funesti
Regni del fato e il viver nostro orrendo,

Te che di sangue spazïosa via
A l’indignato spirito schiudesti,
Giovinetto a la morte sorridendo.

XX.

E voi, se fia che l’imminente possa
Deprechiate e del fato empio le guerre,
Voi non avrete a cui regger si possa
Vostra vecchiezza quando orba si atterre.

Soli del figliuol vostro in su la fossa
Quel dí che i dolorosi occhi vi serre
Aspetterete. O forse no. Son l’ossa
Sparse de’ nostri per diverse terre.

Oh, che il dí vostro d’atre nubi pieno
Non tramonti in procella! oh, che il diletto
Capo si posi ad un fidato seno!

Io chiamo invano al mio paterno tetto,
E cresce il tedio e gioventú vien meno.
Deh, chi mi torna, o buoni, al vostro petto?

XXI.

O cara al pensier mio terra gentile
Ch’a la pura sorgendo aria azzurrina
D’alto vagheggi regnatrice umíle
Il pian che largo al biondo Arno dichina:

Tu ridi allegra al ciel che di simíle
Gioia t’arride e al tuo favor s’inchina;
A te dolci aure, a te perenne aprile
Veston di verde il campo e la collina.

E a te da questo inverno reo la mente
Ed il cuor lasso mio tendono a volo:
Tu tieni l’uno e l’altro mio parente

Co ‘l fratel che mi avanza, e del tuo suolo
Abbracci quel ch’io non baciai morente:
In te tutto è il mio bene: io qui son solo.

XXII.

Qui, dove irato a gli anni tuoi novelli
Sedesti a ragionar co ‘l tuo dolore,
Veggo a’ tepidi sol questi arboscelli,
Che tu vedevi, rilevarsi in fiore.

Tu non ti levi, o fratel mio. D’amore
Cantan su la tua fossa erma gli uccelli:
Tu amor non senti; e di sereno ardore
Piú non scintilleran gli occhi tuoi belli.

Ed in festa venir qui ti vid’io
Oggi fa l’anno; e il dire anco mi sona
E ancor m’arride il tuo sorriso pio.

Come quel giorno, il borgo oggi risona
E si rallegra del risorto iddio,
Ma terra copre tua gentil persona.

XXIII.

Non son quell’io che già d’amiche cene
Destai la gioia tra’ bicchier spumanti.
Torpe la mente irrigidita, e piene
D’amaro tedio stan l’ore cessanti.

Ira è che il viver mio fero sostiene
Sol una, e il cor con sue tede fumanti
M’arde e depreda. O miei verd’anni, o spene
Mia che mi giaci, ahi già sfiorita, innanti!

Anche del caro imaginar la brama
Al tempo m’abbandona; e resta, immane
Muto fantasma, intorno a me, la vita.

Ma un’ombra io sento che il mio nome chiama,
E duolsi a me che sola ella rimane,
E di là da le quete onde m’invita.

LIBRO II

XXIV.
INVOCAZIONE

Se te già tolsi con incerta mano
Da latin ramo onde ancor Febo spira,
Caro a le Grazie or tu sonami, o lira,
Carme toscano.

Canora amica, o le falangi astate
Ferocemente confortasse in guerra,
O riposasse ne la franca terra,
Al lesbio vate

Tu gli dicevi e Cipride ed Amore
E giovin sempre di Semèle il figlio
E ‘l crin di Lico e de l’arcato ciglio
L’ampio fulgore.

Or io ti scoto. A me sorride il puro
Genio di Flacco: a’ divinati allori
E de le ninfe a’ radïanti cori
Movo securo.

O cara a Giove ed a re Febo, insigne
Di cittadine mura adornamento,
Rispondi al vóto; e sperda il tuo concento
L’alme maligne.

XXV.
A O. T. T.

Caro a le vergini d’Ascra e di belle
Mortali vergini cura e diletto,
O a me di mutua fede costretto
Da eguali stelle,

Ottavio: i codici d’aurea favella
Dove il tuo spendesi tempo migliore,
Che da te chieggono novo splendore,
Vita piú bella,

Poni: ed i lirici metri, che apprese
A me la duplice musa di Flacco,
Qui tra le candide gioie di Bacco
Odi cortese.

Avvi cui ‘l torbido Gradivo arride,
Ed ama il rapido baglior d’elmetti
Ne l’aer livida che da’ moschetti
Divisa stride,

E via tra l’orride membra che sparte
Incèstan d’ampia strage il sentiero
Urta il fulmineo baio destriero
Furia di Marte;

Poi lunge a’ fulgidi campi ed a’ valli,
Nel sen d’ingenua sposa che agogna
Notturni gaudii, feroce ei sogna
Trombe e timballi.

Con altri l’àlacre fame de l’oro
Ascende vigile la prora, e anela
Le infami insidie drizza e la vela
Al lido moro.

Per essa il nauta ride i furori
D’euro che gl’ispidi flutti cavalca,
E con la cupida mente egli calca
Rischi e terrori:

In vano l’orrido crin sanguinante
Infesto Oríone pe ‘l ciel distende
Ed il terribile di fiamma accende
Brando strisciante:

Bianca di naufraghe ossa minaccia
La riva squallida: dal patrio lido
La figlia chiamalo con lungo strido
Pallida in faccia.

Ed altri docile guerrier d’amore
In tra le pafie rose vivaci
De le virginee lutte co’ baci
Desta il furore;

E sopra un niveo petto, di glorie
La fronte carica, stanco a le prove,
Depone; ed agita, posando, nove
Pugne e vittorie.

E me le libere Muse nel casto
Seno raccolgano, me loro amante
Le dee proteggano del vulgo errante
Dal vano fasto.

Me non contamini venduta lode,
Non premio sordido d’util perfidia:
Vinca io con semplice petto l’invidia,
Vinca la frode.

Ed oh se un tenue spirto l’argiva
Camena infondami! se a me ne’ lieti
Fantasmi lucidi de’ suoi poeti
Grecia riviva!

Non io l’Apolline cimbro inchinai,
Io tósco e memore de l’are attèe;
Né di barbariche tazze circèe
Ebro saltai.

Ottavio, al libero genio romano
Libiam noi liberi qui nel gentile
Terren d’Etruria: lunge il servile
Gregge profano.

XXVI.
CANTO DI PRIMAVERA

Qual sovra la profonda
Pace del glauco pelago
Uscí Venere, e l’onda
Accese e l’aer e l’isole,
Quando al ciel le divine
Luci alzò raccogliendo il molle crine;

Primavera beata
Su le pianure italiche
Sorride. Ogni creata
Cosa in vista rallegrasi:
Scherza con l’aura e il fiore
E vola nel sereno etere Amore.

Entro la chiusa stanza
Medita Amore, trovalo
In fragorosa danza
La giovinetta; ed íntegra
Cede a’ futuri affanni
L’inconsapevol cuore e i candidi anni.

D’ebrïetà possente
Sale dal suol che vegeta
Un senso: al cor fremente
Il mondo antico vestesi
Di novi incanti, e a’ petti
Novi palpiti chiede e novi affetti.

Transvolar le serene
Forme de’ sogni improvvido
L’uom ricontempla: arene
E deserto il ricingono:
La falsa imago anelo
Lui tragge ove piú stride il verno e il gelo.

Tal, se l’alta marina
Ara e l’insonne Atlantico,
Vede, allor che ruina
La notte solitaria,
L’elvezio infermo il rio
Alpin ne l’onde salse, e del natio

Monte le vacche quete
Pender da i verdi pascoli,
E tra l’ombre segrete
Un’aspettante vergine
Cantar, molle la guancia;
Vede, ed in contro a lei nel mar si lancia.

Che sopra gli si chiude
Muto. O soavi imagini,
Pur d’ogni senso nude;
O d’inconsulti palpiti
Desío profondo arcano;
Ultima gioventú del cuore umano!

Questa che deludete
Misera prole, o perfidi,
Quanto ha di voi pur sete!
E vi saluta reduci
Insieme al riso alterno
Onde s’attempa il vol de l’orbe eterno.

Culto tra i feri studi
Sacro un giorno a’ romulidi,
E di solenni ludi
Empiea sonante l’isola
Che il Tebro ad Ostia in faccia
Lieta di paschi e di roseti abbraccia.

Dal dí che il mese adduce
De la marina Venere
Sino a la terza luce
Già sorta a gl’incunabuli
Di Quirin, la gioconda
Festa correa per la fiorita sponda.

E qui belle traéno
A’ rosei tabernacoli
Donzellette cui ‘l seno
Tra i bianchi lin moveasi
Intatto anche a gli amori.
Sotto gli astri roranti e a’ miti ardori

Del sole i verginali
Carmi intorno volavano,
Mentre il piacer da l’ali
Stillava ingenuo nèttare
E Terpsicore dea
Invisibil co ‘l suon danze movea.

“La sposa ecco di Tereo
Canta tra i verdi rami,
Né par che omai del barbaro
Marito si richiami:
Piú scorte note a lei
Amore insegna e piú soavi omei.

Canta: e noi mute, o vergini,
L’udiamo. Oh quando fia
Che venga e me pur susciti
La primavera mia,
E rondine io diventi
Che l’allegra canzon commette a’ venti?

Già voluttade l’aere
Empie di rosei lampi:
Sentono i campi Venere,
Amor nacque ne i campi:
Effuso dal terreno
Lui raccolse la dea nel latteo seno.

E lo nudrîr le lacrime
D’odorati arboscelli,
E lo addormiro i gemiti
De l’aure e de’ ruscelli,
E lo educaro i molli
Baci de’ fiori in su gli aperti colli.

L’umor che gli astri piangono
Per la notte serena
Sottil corre a la nubile
Rosa di vena in vena,
Onde al zefiro sposo
Sciolga il peplo domani e il sen pomposo.

Di Cipri ella da l’ícore
Nata d’Amor tra i baci
Tien gemme e fiamme e porpore,
O Ciel, da le tue faci;
E conoscente figlia
A le tue nozze il talamo invermiglia,

Allor che da le pendule
Nubi la maritale
Pioggia a la Terra cupida
Discende in grembo, ed ale
Nel vasto corpo i vasti
Feti che tu, Ciel genitor, creasti.

Dal sangue tuo l’oceano
Tra selve di coralli,
Tra le caterve cerule
E i bipedi cavalli,
A i liti almi del lume
Vener produsse avvolta in bianche spume.

Ed ella or del suo spirito
Le menti arde e le vene,
Del nuovo anno l’imperio
Procreatrice tiene,
Ed aria e terra e mare
Soave riconsiglia a sempre amare.

Da i boschi, o delia vergine,
Cedi per oggi: noi
Invia la diva placide
Nunzie de’ voler suoi:
Non macchi, ahimè!, ferina
Strage la selva il dí ch’ella è reina.

Essa a le ninfe il mirteo
Bosco d’entrare impone:
Amore a quelle aggiugnesi,
Ma l’armi pria depone.
Francate, o ninfe, il core:
Posto ha giú l’armi, è ferïato Amore.

La madre il volle, pavida
No il picciolin rubello
Altrui ferisca improvvido.
Ma pur Cupido è bello.
Guardate, o ninfe, il core:
È tutto in armi, anche se nudo, Amore.

Con lui fermò nel Lazio
De’ lari idei l’esiglio,
E una laurente vergine
La dea concesse al figlio
D’Anchise; e quindi a Marte,
Sbigottita orfanella in chiome sparte,

Di Vesta ella dal tempio
Traea la sacerdote:
Onde il gran padre Romolo
E Cesare nipote;
Onde i Ramni e i Quiriti,
E tu, o Roma, signora in tutti i liti.”

Beate! e i lieti cori
Non rompea lituo barbaro,
Né i verecondi amori
Turbava allora il fremito
Che dal cuore ne preme
La tradita d’Italia ultima speme.

Nel sangue nostro i nostri
Campi ringiovaniscono;
E quando lento i chiostri
Del verde pian d’Insubria
Apre l’aratro e frange,
Su l’ossa rivelate un padre piange.

Non biondeggia superba
Da’ nostri solchi Cerere,
Ma lei calpesta acerba
L’ugna de’ rei quadrupedi;
E tu, vento sereno,
Scaldi a’ tiranni osceni amor nel seno.

Oh quando fia che d’armi
E monte e piano fremano
A’ rai del sol, e i carmi
Del trïonfo ridestino
Co’ suon del prisco orgoglio
I numi addormentati in Campidoglio?

Te allor, cinti la chioma
De l’arbuscel di Venere,
Canterem, madre Roma;
Te del cui santo nascere
Il lieto april s’onora,
Te de la nostra gente arcana Flora. [9]

XXVII.
A FEBO APOLLINE

De la quadriga eterea
Agitator sovrano,
Sferza i focosi alipedi,
Bellissimo Titano.

Te pur, de l’ugna indocile
Stancando il balzo eoo,
Chiamaro in van ne’ vigili
Nitriti Eto e Piroo,

Quando la bella Orcamide
Ti palpitò su ‘l core
E gli achemenii talami
Chiuse ridendo Amore.

E a noi con l’alma Venere
Facile Amor si mostra,
E noi gli amplessi affrettano
De la fanciulla nostra.

In vano, in van la rigida
Madrigna a me la niega;
Amor che tutto supera,
Amor che tutto piega,

Vuol, fausto iddio, commetterla
Ne le mie mani e vuole
I nostri amor congiungere,
Te declinato, o Sole.

Ed ella omai le tacite
Cure nel petto anelo
Volge, e te guarda. Oh giungati
Il caro sguardo in cielo!

Dolce fiammeggian l’umide
Luci nel vano immote:
Siede pallor lievissimo
In su le rosee gote.

Ecco, presente Venere
Ne l’anima pudica
Regna, e il pensier virgineo
Con forza empia affatica.

Cotal forse aggiravasi
Ne la stanza odïosa Del
giovinetto Piramo
L’inaugurata sposa,

E in cor pensava i gaudii
Al fido orror commessi
Ed i furtivi talami
E i raddoppiati amplessi:

In tanto Amor gemeane,
De’ preparati lutti
Già fatalmente prèsago
E de’ mutati frutti.

Ma le dolenti imagini
Si portin gli euri in mare:
Diciam parole prospere:
Benigno Amor ne appare.

Oh sperar lungo e timido,
Oh d’angosciose notti
False quïeti, oh torbidi
Sogni dal pianto rotti!

Mercé, mercé! pur compiesi
Il dolce e fier desio,
Pur debbo al fine io stringerla
Su questo petto mio!

Ah no che sen piú candido
Endimïon non strinse
Quando notturna Venere
La schiva dea gli scinse!

Io ardo. Amore infuria
Nel fulminato petto;
E corro, e guardo, ed Espero
Gridando in cielo affretto.

Pietà, divino Apolline!
Spingi i destrier celesti,
Le inerti Ore sollecita;
Ruina… A che t’arresti?

E ancor rattieni il cocchio
In su l’estrema curva?
E ancor l’ancella undecima
Lenta su ‘l fren s’incurva?

Male io sperai te facile
Al suon di mie querele,
Sempre a gli amanti infausto,
Sempre in amor crudele!

Clizia oceania vergine
Per te conversa in fiore
Ancor mutata sèrbati
Il non mutato amore.

Imprecò già Coronide
Per te al disciolto cinto:
Amícle un giorno e Táigeta
Pianser per te Giacinto.

Ma e tu d’amor gl’imperii,
Tu, petto immansueto,
Durasti; e i greggi a pascere
Pur ti ritenne Admeto.

Te solitari attesero
I templi ermi del cielo,
Né piú muggía da gli aditi
La religion di Delo.

Giacea de’ tori indocili
Dal vago piè calcato
L’arco divino argenteo
In abbandon su ‘l prato.

Né bastò l’arte medica
Verso la cura nova:
Ahi, sol di furie e lacrime
Il nostro Iddio si giova.

Né tra le dita ambrosie
Piú ti splendea la lira,
Quella onde al padre caddero
Sovente i fuochi e l’ira.

E che? l’avena rustica
Dal labbro tuo risona,
O figlio de l’Egioco,
O figlio di Latona?

Tu d’amor gemi, ed orride
Co ‘l muggito diverso
Rompon le vacche tessale
La dotta voce e il verso.

Fama è però che memore
Tu de l’incendio antico
A gli amorosi giovini
Nume ti porgi amico.

E i vóti a te salirono
Del buon Cerinto grati,
Quando immaturi pressero
L’egra Sulpizia i fati:

Tu al bel corpo le mediche
Mani applicar godesti,
Tu al giovinetto cupido
Integra lei rendesti.

E giorno fu che in trepida
Cura Tibullo ardea:
Varia di amori il candido
Vate Neera angea.

Gemeva egli le vigili
Piume stancando in vano:
Ma in piena luce videti
Il cavalier romano.

Pe ‘l lungo collo eburneo
Intonsi i crin fluire
Vide e stillar la mirtea
Chioma rugiade assire.

Qual de la luna in placido
Sereno, era il candore:
Era nel corpo niveo
Di porpora il colore,

Come al settembre tingonsi
Bianche méle fragranti,
Come fanciulle intrecciano
I gigli a li amaranti.

– Soffri, dicesti: ad Albio
Serbata è pur Neera:
Tendi le braccia a i superi
Con molta prece, e spera. –

E anch’io pregai: di lacrime
Io gli abbracciati altari
Sparsi: e non furo i superi
A me di grazia avari.

Non io lamento perfida
La mia fanciulla, escluso
Non io gli aspri fastidii
De la superba accuso;

Né de le mense eteree
Vuo’ che ti prenda oblio,
Ed entri, almo Latoide,
Quest’umil tetto mio.

Mi dolgo io ben che tardisi
A le mie gioie l’ora
Dal corso tuo che a Nereo
Par non accenni ancora.

Dolgomi…. Ahi folle! inutili
Querele io spando: errore
Al cor m’induce il memore
Libetrico furore.

Te da le valli tessale,
Te da l’egea marina
Vedea de’ vati ellenici
La fantasia divina,

Giovine iddio bellissimo
Pe’ i cieli ermi sorgente:
Ignei tu avevi alipedi,
Carro di fiamma ardente;

E intorno ti danzavano
Ne la serena spera
Le ventiquattro vergini
Fósca e vermiglia schiera.

Né vivi tu? né giunseti
Del vecchio Omero il verso?
E Proclo in van chiamavati
Amor de l’universo?

Il vero inesorabile
Di fredda ombra covrío
Te larva d’altri secoli,
Nume de’ greci e mio.

Or dove il cocchio e l’aurea
Giovanil chioma e’ rai?
Tu bruta mole sfolgori
Di muto fuoco, e stai.

Ahi! da le terre ausonie
Tutti fuggîr li dèi:
In vasta solitudine,
O Musa mia, tu sei.

In vano, o ionia vergine,
Canti, ed evochi Omero:
Surge, e minaccia squallido
Da’ suoi deserti il vero.

Vale, o Titano Apolline,
Re del volubil anno!
Or solitario avanzami
Amore, ultimo inganno.

Andiam: de la mia Delia
Ne gli atti e nel sorriso
Le Grazie a me si mostrino
Quai le mirò Cefiso;

E pèra il grave secolo
Che vita mi spegnea,
Che agghiaccia il canto ellenico
Ne l’anima febea! [10]

XXVIII.
A DIANA TRIVIA

Tu cui reina il cieco Erebo tiene
E Arcadia in terra cacciatrice t’ama,
Ma in ciel de l’Ore il biondo stuol ti chiama
Bella Selene;

Ora che i bianchi corridor del lento
Freno tu tempri e regni su la diva
Notte, m’ascolta; se da noi t’arriva
Prego o lamento.

Non tra quest’ombre io la vendetta affretto
Già meditata; il casto raggio odiando,
Non io prorompo a invadere co ‘l brando
Cognato petto.

Io amo: e Cintia, l’espugnata al fine
Cintia superba, a novi amor si rende;
E, dubitosa, del notturno scende
Orto al confine.

Che tu nel carro de la luna stai
Intemerata come il ciel cui reggi,
Che dea severa te d’amor le leggi
Non piegâr mai,

Cantano i vati: ma non sempre varia
De’ prometídi su le brevi paci
Vegli, ma in terra ti detragge a i baci
Giovin di Caria.

Allor l’ambrosia i tuoi cavalli erranti
Pascono, l’aere alto silenzio ingombra,
E te lodando mesconsi per l’ombra
Sacra gli amanti.

Or, bella diva, or vela il tuo splendore:
Corri pe’ templi aerei tacente:
Me Amor precede, e rompe la cedente
Tenebra Amore.

Tu passi e splendi: sotto il vivo raggio
Ride il giardino in ogni lato aperto:
Io tra li sguardi curïosi incerto
Fermo il vïaggio.

Ah falsa dea! va’ su’ misteri orrendi
De’ druidi a correr sanguinosa, ascolta
L’emonie voci, e da le maghe svolta
Ne l’orgie scendi.

E già scendesti da l’argentea biga
Ostie d’umani e d’ospiti a mirare
Su l’aspra riva cui l’aquilonare
Flutto castiga:

Piú rea che quando il fior del disonesto
Eburneo corpo abbandonasti a Pane,
Calda d’amore a le donate lane,
Fredda pe ‘l resto.

Oh ben ti tolse il gran senno odïerno
E biga e soglio! Un vano idolo or sei;
E anch’io ti spregio, e torno a’ patrii dèi
Vate moderno. [11]

XXIX.
BRINDISI

Beviam, se non ci arridano
Le sacre Muse indarno,
Ora che artoa caligine
Preme i laureti d’Arno.

Gema e ne l’astro pallido
Stanchi le inferme ciglia
La scelerata astemia
Romantica famiglia:

A noi progenie italica
Ridan gli dèi del Lazio,
La madre de gli Eneadi
E l’armonia d’Orazio.

M’inganno? o un’aura lirica
Intorno a me s’aggira?
Flacco, io ti sento: oh, al memore
Convivio assisti e spira!

Or che percuote l’ungaro
Destrier la valle ocnea,
E freme il lituo retico
Dove Maron nascea;

Or che l’efòd levitico
La diva Roma oscura,
E altier di Brenno il milite
La sacra via misura;

Qui cupe tazze vuotansi
Secondo il patrio rito,
Ben che sia lunge l’arbitro
Del libero convito.

Flacco, il tuo bello Apolline
Fuggí dal suol latino
Cedendo innanzi a Teutate
Ed a l’informe Odino,

La musa a noi da gelide
Alpi tedesche or suona,
Turba un vil gregge i nitidi
Lavacri d’Elicona:

Noi pochi e puri (il secolo
Sieci, se vuol, nemico)
Libiamo a Febo Apolline
E al santo carme antico.

Lenti, e che state? or s’alzino
Colme le tazze al vóto.
A le decenti Cariti,
Ecco, tre nappi io vuoto.

Sacro a’ sapienti è il numero
De i nappi tre: ma nove
A noi ne chieggon l’impari
Figliuole ascree di Giove.

Né san le dive offendersi
Del temperato bere,
Né tu discordi, o Libero,
Da le virtú severe.

Anch’ei la tazza intrepido
Catone al servo chiese,
Poi ripensando a Cesare
Il roman ferro prese:

E, in quel che Bruto vigila
Su le platonie carte,
Cassio tra’ lieti cecubi
Gl’idi aspettò di Marte. [12]

XXX.
VÓTO

Agitatrice de le forti selve,
Amor di Giove e di Latona vanto,
Diva da l’arco, cui de l’Erimanto
Temon le belve:

S’io per te dómo il fulminante orgoglio
Del reo cignale su quel nero monte,
Io questo pino da l’aerea fronte
Sacrar ti voglio.

Diran dal tronco le mascelle appese
Con tale scritta le sudate prove:
A la dea prole di Latona e Giove
Delio lunese.

XXXI.
A NEERA

L’olmo e la verde sposa
Vedi in florido amplesso accolti e stretti:
Vedi a l’ilice annosa
Attorcersi i corimbi giovinetti.

Deh! se del roseo braccio
Cosí, bianca Neera, m’avvincessi,
E tra ‘l soave laccio
Il capo stanco io nel tuo sen ponessi,

Un lungo amore insieme
Giugnendo l’alme ognor, dolcezza mia,
Non altra gioia o speme,
Non altro a desiar lo spirto avria.

Non me non me dal fiore
Del caro labbro, fin di tutte brame,
Svegliar potria sopore,
Non cura di lieo, non dura fame.

Allor noi senza duolo
Il fato colga; innamorati spirti
Noi tragga un legno solo,
Pallido Dite, a’ suoi secreti mirti.

Di ciel che mai non verna
La ferma ivi berremmo aura sincera,
Sotto i piè nostri eterna
Rinascendo co’ fior la primavera.

In tra i nobili eroi
Ivi a’ ben nati amor vivono ognora
L’eroine onde a noi
Mormora un suon d’esigua fama ancora,

E menan danze, e alterni
Canti giungono al suon d’alterna lira;
E su’ germogli eterni
Zefiro senza mutamento spira.

Scherza con l’ôra incerta
Di lauri un bosco; de le aulenti frondi
Sotto l’ombra conserta
Ridon le rose ed i giacinti biondi.

A l’ombre pie d’intorno,
Non da rigidi imperi esercitato,
Sotto il purpureo giorno
Germina splende e olezza il suol beato.

Solinga ombra amorosa
Ivi oblia Saffo la leucadia pietra,
E pur languida posa
La tenue fronte su la dotta cetra.

Siede Tibullo a l’ombra
Ove docil da’ colli un rio declina;
E di dolcezza ingombra
I sacri elisii l’armonia latina.

E noi, Neera, il canto
De’ morti udrem; noi sederem tra’ fiori
De l’asfodelo. Intanto
Mesciamo i dolci e fuggitivi amori. [13]

XXXII.
PRIMAVERA CINESE

Or sono i dí che zefiro
Tepido e lieve aleggia
E che la pioggia placida
I novi fior careggia.

Ora un mattino in floridi
Rami le gemme afforza,
Che timidette ruppero
Da la materna scorza.

Or a gli affetti sposansi
I facili pensieri
E impazïenti volano
In cantici leggeri,

Come la nebbia ch’umida
Gli archi del ponte gira,
Come quest’ombra tremula
Ad ogni aura che spira.

Oh misero a cui scemasi
De gli anni il bel tesoro
Mentre a la terra indocile
Chiede l’inutil oro!

La neve ch’empiea rigida
Tutto pur dianzi il cielo,
E i fior che lieti salgono
Dal fuggitivo gelo,

Son de la vita imagine
Fuggente, e in lei s’appaga
Tra i desiderii l’anima
E le memorie vaga.

Pace! Anche tu, bellissima
Colomba vïatrice
Che lamentando mormori
Da la natia pendice,

Se pïetosa il numero
De’ miei pensier richiedi,
Lascia il soave gemito
Ed al tuo nido riedi.

Pria conteransi i tumidi
Germi che il suolo or manda
E i fiori onde sí splendida
Quest’albero ha ghirlanda. [14]

XXXIII.
ALLA B. DIANA GIUNTINI

VENERATA IN SANTA MARIA A MONTE

Qui dove arride i fortunati clivi
Perenne aprile e l’aure molli odora
E ondeggian mèssi e placido d’olivi
Bosco s’infiora,

Quando pie voglie e be’ costumi onesti
Erano in pregio e cortesia fioriva
Le tósche terre, qui l’uman traesti
Tuo giorno, o diva.

E ti fûr vanto gli amorosi affanni
Onde nutristi a Dio la nova etate,
E fredda e sola ne l’ardor de gli anni
Virginitate:

Pur risplendeva oltre il mortal costume
La dia bellezza nel sereno viso,
E dolce ardea di giovinezza il lume
Nel tuo sorriso.

Te in luce aperta qui l’eteree menti
Consolâr prima di letizia arcana,
Poi te beata salutâr le genti,
Alma Dïana.

Onde a te dotta de l’uman dolore
Il nostro canto e prece d’inni ascende,
E, pieno l’anno, di votivo onore
L’ara ti splende.

A te l’industre opera cessa: posa
A te il travaglio de la vita e l’egra
Noia: si spande per le vie festosa
Turba e s’allegra.

Disciolto il bove mormora un muggito,
Esulta il gregge ne l’erboso piano,
E su l’aratro ancor dal solco attrito
Canta il villano.

Deh, sii presente: il tuo terren natale
A te s’adorna, ed al tuo piede in tanto
Gigli sommette e rose e l’immortale
Fior d’amaranto.

Deh, sii presente: e ne’ concilii santi
Se nostra dirti, o buona, anco ti giova,
Del gener tristo e de gli infermi erranti
Amor ti mova.

Odi le caste vergini: il lamento
De la canuta etade odi: e su ‘l pio
Vulgo com’aura di benigno vento
Spira da Dio.

Ruinan, vedi, a soffrir tutto audaci
Le menti umane in disperata guerra,
E de le furie le sanguigne faci
Corron la terra:

Odio e furore i torvi animi avvampa
E ciechi mena con la sua rapina
Ove pietade è in bando, ove s’accampa
L’ira divina:

Erra in ombra di morte e le vitali
Fiamme rifugge la mortal ragione,
E di pensieri ferve e di pugnali
Bieca tenzone.

Ma noi pio gregge a te su ‘l puro altare
Vóti mandiamo a cui pietà risponde:
Ragguarda, o buona, a’ figli, ed abbi care
Le nostre sponde.

Volgi sereno a questi campi il sole,
Benigna assisti a’ focolari aviti:
Multiplicata invochi te la prole
Co’ patrii riti.

Qui de le caste menti ama il governo:
Qui santa e madre al popol tuo ti mostra:
Né a danno irrompa qui possa d’inferno,
Te duce nostra. [15]

XXXIV.
A GIULIO

Non sempre aquario verna, né assidue
Nubi si addensano, piogge si versano
Malinconicamente
Sovra il piano squallente:

Non sempre l’arida chioma a le roveri
I torbid’impeti d’euro affaticano,
Né dura artico ghiaccio
A industri legni impaccio:

Ma tu, o che vespero levi la rosea
Face sull’ampio del ciel silenzio
O fugga al sol d’avanti
Mal gradito a gli amanti,

Tu sempre in flebili modi elegiaci,
Lamenti, o Giulio, la cara vergine
Che il fren de’ tuoi pensieri
Reggea con gli occhi neri.

Oh non continue querele e gemiti
Commise a’ dorici metri Simonide;
Né ogn’or gemé in Valchiusa
Nostra piú dolce musa,

Sí fra le memori tombe romulee
Destò l’italica speme, e del lauro
Di Gracco ornò la chioma
Al tribuno di Roma;

E anch’oggi splendidi gli sdegni vivono
Ne’ tardi secoli, spirano i fremiti
De le genti latine,
Ne le armonie divine.

Deh, se pur prèmeti desio di piangere,
Mira la patria; grave d’obbrobrio
Il nome italo mira;
E qui piangi e ti adira.

Mira: di barbaro lusso le rigide
Torri si vestono, dove già gl’integri
Petti e le forze e i gravi
Senni crebber de gli avi.

Qui dove i trivii d’urli e domestico
Marte e di fiaccole notturni ardevano
E insanguinò le spade
Gelosa libertade,

Di specchi fulgido ecco e di lampade
È il luogo, e gli ozii molce di un popolo
A cui diè il cielo in sorte
Noia pallida e morte.

Torpe degenere la plebe, e lurida
Ammira gli aurei splendori, ed invida
E vil con mano impronta
I duri Cresi affronta;

Lieta se a’ nobili tetti d’obbrobrio
Saliron avide le plebee vergini
A ricomprar le fami
De’ genitori infami.

No, di quel valido sangue, che spiriti
Gentili e rapida virtú ne gli animi
De’ parenti fluiva,
L’onda ahi piú non è viva.

Sacri a la pubblica salute, estranee
Minacce ed impeti di re fiaccarono:
Plebe altera, de’ grandi
Prostrâr l’orgoglio e i brandi.

Discese il ferreo baron da l’orride
Castella, e al popol vincente aggiuntosi
Con mano usa al crudele
Cenno trattò le tele.

Da le patrizie magioni al popolo,
Premio d’industria, benigna copia
Calò; di languid’oro
Non custodian tesoro

L’arche difficili. Crebbe a la patria
Larga di pubblici doni e di gloria
Ogni studio piú degno
E di mano e d’ingegno.

E pompe sursero di fòri e portici
Ed are a l’unico signor de’ liberi.
Né a gli ozi allor de’ vili
Servian l’arti civili;

Ma del magnanimo voler, da’ semplici
Cuor de gli artefici, sfidando i secoli,
Balzò con franco volo
Su l’attonito suolo

Di Flora il tempio; dove tra i memori
Padri fremerono d’assenso i giovini
A l’ira e a’ carmi austeri
Del gran padre Alighieri. [16]

XXXV.
ALLA LIBERTÀ

RILEGGENDO LE OPERE DI VITTORIO ALFIERI

Te non il canto che di tenue vena
Lene a gli orecchi mormora e deriva
Né sottil arte di servil camena
Lusinga, o diva.

Te giova il grido che le turbe assorda
E a l’armi incalza a l’armi in cuor cessanti,
Te le civili su la ferrea corda
Ire sonanti:

E sol tra i casi de la pugna orrendi
E flutti d’aste e fulminose spade
Nel vasto sangue popolar discendi,
O libertade.

Tal t’invocava su la terra attèa
Trasibul duro ne’ dubbiosi affanni,
E cadean ostie a la cecropia dea
Trenta tiranni:

Tal, sollevato il parricida acciaro,
Teste di regi consecrando a Dite,
Bruto e Virginio un dí ti revocaro
Diva quirite.

Ma quale inermi a te le mani porge
Di tra una plebe che percossa giace
Non del tuo viso l’alma luce ei scorge;
Ma senza pace

Assidua larva tu lo premi: ei vola
Tra le tue pugne co ‘l desio veloce,
E muto campo gli è il pensiero e sola
Arme la voce.

Tale il tuo nume nel gran cor portando
Correva Italia l’astigiano acerbo,
E trattò il verso come ferreo brando,
Vate superbo:

Te fra gli avelli sotto il ciel romano
Chiamava; e il nome giú per l’aer cieco
Cupo rendeva a lui dal vaticano
Vertice l’eco.

Tu l’implacato allór flutto d’Atlante
Rasserenavi de le die pupille:
Aspri deserti sotto le tue piante
Fiorian di ville.

Quindi crollando la corusca lancia
Saltasti in poppa a i legni di Luigi,
E ti scortaro i cavalier di Francia
Dentro Parigi.

Ma noi te in vano al tuo già sacro ostello
Desiderammo, triste itala prole:
Senza te mesto il cielo ed è men bello
Il nostro sole.

Torna, e ti splenda in man l’acciar tremendo
Quale tra i nembi ardente astro Orïone;
Deh torna, o dea, co ‘l bianco piè premendo
Mitre e corone.

LIBRO III

XXXVI.

Passa la nave mia, sola, tra il pianto
De gli alcïon, per l’acqua procellosa;
E la involge e la batte, e mai non posa,
De l’onde il tuon, de i folgori lo schianto.

Volgono al lido, ormai perduto, in tanto
Le memorie la faccia lacrimosa;
E vinte le speranze in faticosa
Vista s’abbatton sovra il remo infranto.

Ma dritto su la poppa il genio mio
Guarda il cielo ed il mare, e canta forte
De’ venti e de le antenne al cigolio:

– Voghiam, voghiamo, o disperate scorte,
Al nubiloso porto de ‘oblio,
A la scogliera bianca de la morte. –

XXXVII.

Che ti giovò su le fallaci carte
Sfiorar gli anni tuoi novi ed il natio
Vigore in su la cóte aspra de l’arte.
O troppo a questa amico e a te non pio?

Or qui te da la luce alma diparte
Dura quïete e sempiterno oblio:
O speranze d’onore al vento sparte!
O brama di saper che ti tradío!

Pèra chi al vero inesorato e a’ danni
Del vero addisse quella età migliore
Che piú pronta risponde a’ belli inganni!

Ch’ora non piangerei spento il fulgore
Gaio del tuo sembiante e i candidi anni
E de la cara vita il caro fiore.

XXXVIII.
A F. T.

Due voglie, anzi due furie, entro il cor mio
Seggon, Felice, e a me di me l’impero
E contendono e strappano: desio
Che di bellezza nacque, e vie piú altero

Di egregie cose amor. L’una con rio
Fuoco depreda il vinto petto: intero
Seco traggemi l’altra in parte ov’io
Fantasmi evoco e pur gràvami il vero.

Tale, schiavo di me, me ogn’or d’inganno
Nudro volente; e ‘l venen suo m’instilla
La cura che diversa entro mi strugge;

E corre intanto il ventunesim’anno,
E il solitario spirito sfavilla,
Ed ombra lenta i dí sterili adugge.

XXXIX.

Poi che mal questa sonnacchiosa etade
Di forti esempi a’ vivi suoi provvede,
Posa, o spirito mio; né acquistin fede
Mie fiacche rime a la comun viltade.

Lunge, canti d’amore: altro richiede
Quel novo ardor che tutto entro m’invade:
Io voglio tra rumor d’ire e di spade
Atroci alme rapir d’Alceo co ‘l piede.

Risorgerem poeti allor che sia
Scosso il torpore senza fine amaro,
E la patria virtú musa ne fia.

Tremante un re le attèe scene miraro
Ne’ carmi ancor, ma tinse Eschilo pria
Ne’ Medi fuggitivi il greco acciaro.

XL.
GIUSEPPE PARINI

Non io pe ‘l verso onde sentia lo stuolo
De l’ignavi potenti il grave morso,
Né pe ‘l canto superbo onde in suo corso
Tornasti la civil musa tu solo,

Non io fo vóti. Altera aquila al polo
Troppo ogni emulo ardire hai tu precorso;
Né da le forze mie spero soccorso,
Picciole forze a cosí largo volo.

Sol vuo’ di te la schiva anima, e il retto
Non domabile ingegno, e l’ira e il forte
Spregio pe’ vili, e la parola franca.

E voglio, e posso. Tu mi reggi e affranca:
Ché tu sai ben ch’io pe ‘l tuo fiero petto
Aspro vivere eleggo e oscura morte.

XLI.
PIETRO METASTASIO

No, non morranno, in fin che tempra umana
Non sia dal vizio o da barbarie doma,
Il tuo nobile Cato e la sovrana
Virtú del prigionier consol di Roma.

Io ben tutti gli allori a la tua chioma,
O degna d’altri giorni alma romana,
Dar voglio e al canto che soave doma
Tutte ree volontadi e il cor risana.

Scuola è la scena or d’ogni cosa ria,
Dove scherza il delitto e dove ardito
L’adulterio in gentil vista passeggia:

E a questi esempi il gener suo nodrito
Vuole e te mastro di virtude oblia
Il secoletto vil che cristianeggia.

XLII.
CARLO GOLDONI

O Terenzio de l’Adria, al cui pennello
Diè Italia serva i vindici colori,
Onde si parve a quanti frutti e fiori
Surga latino ingegno in suol rubello,

Vedi: pur là dove piú il retto e ‘l bello
Eccitar di sé dee pubblici amori,
Ivi ebra l’arte piú di rei furori
Tra sanguinose scede or va in bordello.

Riedi; e i goti ricaccia. A questa putta [17]
Strappa tu il culto oscen, rendi a le sparte
Chiome il tuo lauro che la fé sí bella.

Ma no; ch’oggi tu biasmo e onor la brutta
Schiera s’avrebbe. Oh per viltà novella
Quanto basso caduta italic’arte!

XLIII.
VITTORIO ALFIERI

– O de l’italo agon supremo atleta
Misurator, di questa setta imbelle,
Che stranïata il sacro allòr ti svelle,
Che vuol la santa bile irrequïeta?

E a qual miri sai tu splendida mèta
Ed a che fin drizzato abbian le stelle
Questa età che di ciance e di novelle
Per quanto ingozzi e piú e piú asseta? –

– Secolo ingrato, o figlio; e a viltà giunge,
Chi ben lo guardi senz’amore od ira,
Ogni passo che move per sua via:

E, dove al mal pensar viltà s’aggiunge,
Ivi non sente cor, mente non mira
Quant’alto salga la grandezza mia. –

XLIV.
VINCENZO MONTI

Quando fuor de la pronta anima scossa
Dal dio che per le vene a te fluía
T’usciva il canto rapido in sua possa
Come de l’Eridàn l’onda natia,

La sirena immortal, che guarda l’ossa
Di Maro, alzossi per l’equorea via,
E spirò da l’antica urna commossa
Di cetere e d’avene un’armonia.

Al lazio suon pe’ i curvi lidi errante
Come tuon rispondea che chiuso romba
Da Ravenna il toscan verso di Dante,

Rispondea di su ‘l Po l’epica tromba.
Tacesti; e tacquer le melodi sante,
Tacque di Maro e d’Alighier la tomba.

XLV.
ANCORA VINCENZO MONTI

Te non il sacro verso e non la resa
A’ primi fonti e a la natia drittura
Itala poesia, vate, assecura
Da la rea pèste ond’è l’Italia offesa.

Mente che il bene e il male austera pesa
E possente co’ tempi si misura
Perché negaro a te culto e natura,
O buona a’ vari effetti anima accesa?

Ch’or non udrei de’ bordellier Catoni
Pronta pur contro te la facil gola,
Pronti e de’ cortigian Bruti i polmoni.

Tu moristi in vecchiezza oscura e sola,
O poeta di Gracco e Mascheroni:
Costoro ingrassa la servil parola.

XLVI.
GIOVAN BATTISTA NICCOLINI

Tempo verrà che questa madre antica
A gli esempli che fûr levi la fronte
E nostre terre per virtú già conte
Tenga una gente di virtude amica.

Or tra’ due mari e da Pachino al monte
Sola un’oblivione i petti implíca,
Né questo molle cielo alma nodrica
Che a’ suoi padri o con sé mai si raffronte.

Che te laudassim noi, plebi assonnate
Tra un fiottar lento d’incresciosi carmi,
A te saría vergogna ed a noi danno.

O beati i nepoti! in mezzo a l’armi
Te di giorni miglior ben degno vate
Con Dante e con Vittorio invocheranno.

XLVII.
AD ANTONIO GUSSALLI

RACCOGLITORE DEGLI SCRITTI DI PIETRO GIORDANI

Qual tra le ingiurie di Fortuna e i danni
Il dí traesse di conforto nudi,
Pur preparando ne’ solinghi studi
Questa Italia novella a liberi anni,

Quel grande cui tremâr preti e tiranni
E d’ogni servitú gli eterni drudi
Quand’ei gli ozi turbò de’ tristi ludi
Cui dritto è forza e son ragion gl’inganni,

Narrasti, ospite egregio; e i degni accenti,
Che pietà di suo zel dritto infiammava,
Piú vivi spirti a l’amor santo dierci.

Oh degno ei ben che de le fiacche menti
L’oblio lui segua e de la turba prava
E il feroce oltre al rogo odio de’ cherci!

XLVIII.
A TERENZIO MAMIANI

Come basti virtú, perché suprema
Ira e furor d’ingegni e pellegrino
Regno piú in fondo il nome italo prema,
A contrastare il fato in cor latino,

Ben mostri or tu: che, mentre ignuda e scema
D’ogni loda e bel pregio a reo cammino
Torce la gente, in su l’etade estrema
Sofo e vate d’Italia e cittadino

Vero pur sorgi, come al secol bello
Quando al valor natio spazio era dato
D’addimostrarsi in generosi esempi.

O d’antica virtú gentile ostello
Petto latin, pur come suoli, al fato
Dura, e di te nostro difetto adempi.

XLIX.
IN SANTA CROCE

O grandi, o nati a le stagion felici
Di questa Italia ch’or suo verno mira.
A cui tanto spiraro i cieli amici
Che in voi fûr pari amor potenza ed ira;

In servitú che pur giova e s’ammira
Cresciuto a’ giorni di valor nemici,
In van de gli anni miei contro la dira
Oblivïon chieggo da voi gli auspici.

Al gener vostro ozio è la vita, scherno
Ogni virtude: in questi avelli or vive,
Qui solo, e in van, la patria nostra antiqua:

A i quali io siedo e fremo, a le mal vive
Genti imprecando, de l’etade obliqua
Dispregiator, ch’altro non posso, eterno.

L.
A UN CAVALLO

Viva, o prode corsiero! A te la palma,
A te del circo il pläudìr fremente!
L’uom che te bruta disse ignobil salma,
Per te lo giuro, a sé adulando ei mente.

Da quel corpo tuo bello oh come l’alma
Splendeva, a i premi ed a le mète ardente!
Or posi; e guardi in tua leggiadra calma
I vinti angli polledri alteramente.

E vinto avresti quei famosi tanto,
Quei che immortali Automedon giugnea
E sferzava il Pelide in ripa a Csanto.

Deh, ché non ferve a te l’arena elea,
E de l’uguale a’ dii Pindaro il canto
Ché non ti segue là su l’onda alfea?

LI.

Non vivo io, no. Dura quïete stanca,
L’ingegno, e ‘l sempre vaneggiar lo irrita
Indarno. Manca ogni ragion di vita,
Se libertade, ahi libertà!, ne manca.

Qui dischiusa dal cor parola franca
È con pavento e con ischerno udita,
E argomento di riso altrui si addita
Uom che per sé del vulgo esce e si affranca.

Or che mi val, se co ‘l pensier trascendo
Tra ‘l ceto de gli eroi fuor de’ neri anni
Te libertà, divina ombra, seguendo?

Vissuto io fossi a sterminar tiranni
Con voi, Roma ed Atene; e non garrendo,
Infermo augel ch’ebbe tarpati i vanni!

LII.
PER I FUNERALI D’UN GIOVANE

Se affetto altro mortal per te si cura,
Spirto gentil cui diamo il rito pio,
Pon dal ciel mente a questa vita oscura
Che già ti piacque e al bel nido natio

Vedi la patria come sua sventura
Di tua candida vita il fato rio
Piangere e ‘l fior de gli anni tuoi cui dura
Preme l’ombra di morte e il freddo oblio.

Quindi ne impetra tu, che a te simíle,
Dritta a l’oprar, modesta a la parola,
Cresca la bella gioventú virile,

E senta come a fatti egregi è scola
Anche una tomba cui pietà civile
E largo pianto popolar consola.

LIII.

Poi che l’itale sorti e la vergogna
Del rio servizio a quale animo altero
O d’ingegno o di mano il pregio agogna
Interrompono inique ogni sentiero,

Peso è la vita insopportabil fero
A chi virtude e libertà pur sogna.
Ond’io quasi de’ vili i premi or chero,
Se non che il genio mio tal mi rampogna:

– Oh, che pensi, che vuoi? spettacol degno
De i numi e di sublimi animi, uom forte
Pugnar piú sempre quanto piú constretto,

E ‘l fato lui d’ogn’ira sua far segno,
E lui soffrire ed aspettar la morte
Pur contro il mondo e contro i fati eretto. –

LIV.

E ch’io, perché lo schernir tuo m’incalza,
Vinto porga la man, turba molesta?
Non io son fiore a cui brev’aura è infesta,
Elce son io che a’ venti indura e s’alza.

Mitrata il crine e cinta i fianchi e scalza
Salmeggi itala musa; o, qual rubesta
Menade oscena a suon di corno desta,
Salti ed ululi pur di balza in balza.

Io, dispregiato e sol, de’ padri miei
Io l’urne sante abbraccio; e mi conforta
Riparar qui dove posar vorrei.

Manchi a me pur l’ignuda gloria, morta
Giaccia co ‘l corpo la memoria, a’ rei
Sia scherno il vuoto nome: oh che m’importa?

LV.
IN UN ALBO

Spirto gentil, che chiedi? Ormai l’altero
Sogno vanío per l’aure, e il mondo tace.
Cadde l’ellena dea; del mio pensiero
Madre, l’ellena dea per sempre giace.

Ahi, le pupille che nel sen d’Omero
Arser di poesia cotanta face,
Che de’ dardi cissèi tra ‘l nugol fero
Ridean superbe ad Eschilo pugnace!

Ahi, da la morte l’ultimo suggello
Ebber l’alme pupille! Altri deliro
Abbraccia il corpo ancor, gelido e bello:

Ne i secoli mutati ombra io m’aggiro,
E i novi templi guardo, e al vuoto ostello
De la ionica dea torno e sospiro.

LVI.
A N. F. P.

RISPOSTA [18]

Chi mi rimembra la speranza altera
Che giacque fulminata entro il mio core?
Te ragguardò con mite occhio d’amore
Su ‘l nascer tuo Melpomene severa.

Canta; e de gl’inni tuoi l’ala guerriera
A vol segua il risorto italo onore:
Canta; ed infondi a’ cor di quel valore
Che gli rapisca a piú sublime sfera.

Male co’ dí novelli ahi mal s’accorda
Alma che da’ sepolcri anche s’ispira,
E a lei risponder la camena è sorda.

Veggo il suo vel fuggente: e a la mia lira
Rompon, amico, omai l’ultima corda
Increscioso dispetto e steril’ira.

LIBRO IV

LVII.
LA SELVA PRIMITIVA

. . . . . . . . . . Fuggendo
Per la gran selva de la terra il nato
De la donna ululò già co’ leoni
A la preda cruenta; indi, con vitto
Ferin la vita propagando, incerti
Videsi intorno i figli; e lui, rendente
De la materia a le vicende eterne
L’immane salma, per lo gran deserto
Dilaceraro i lupi. E tu, febea
Lampade solitaria entro l’immenso
Radïante, non gemere le vite
Chine su l’opra del crescente pane,
Non danze d’imenei vedesti, e madri
Veglianti a studio de la culla, e curvi
De’ pii parenti a’ funerali i figli.
Ma quindi per lo pian stridea la roggia
Alluvïone de’ vulcani, intorno
Funereo lume coruscando; e sempre
Caligavan le cime ardue tonanti;
E l’oceàn muggiva; e in su l’azzurra
Alpe salian le nuvole fumanti
Da l’oceàno: päurosamente
Minacciavano al ciel roveri negre
Di vastissima ombra quinci; e a l’ombra
Con lupi urlanti e fere altre la prole
S’accogliea de gli umani. Al picciol uomo
E de la fulva leonessa a i parti
Uno era il nido: al fanciulletto atroce
Era sollazzo provocar li sdegni
De’ feri alunni, e le crescenti giube
E l’unghie e l’armi de la bocca orrende
Tentar con man pargoleggiante, e lieto
Via contendere a correre co’ pardi.
Ma de l’atro vulcan l’uomo e del fuoco,
De l’instancabil fuoco, egli temea;
E con rozzo stupor guatava il mare
Immenso. Anche fuggía l’urlo de’ venti
Signoreggiante ne’ boschi; e del tuono,
Che pe’ monti da l’aere ermo rimbomba,
Chiuso ne le spelonche isbigottiva.
E al suon de la procella, e a l’esultante
Per li templi de l’etra ira de’ nembi,
E al fulmine stridente, un tremor gelido
Per l’ossa ime gli corse; e s’atterrava,
E gemea. Lieto del superbo sole
Era, e pensoso il verno äere ammirava:
Ma piú seduto a lungo in verde zolla
Si compiacea de le verginee stelle. [19]

LVIII.
PROMETEO

Fama è che allor Prometeo, fuggendo
Le sedi auree d’olimpo e de le sfere
L’immortal suono, al nostro mondo errasse
Peregrino divin. Muto correa
Il sole almo e la luce
Per l’infinito oceano, e del mondo
L’ignota solitudine tacea:
Deserta s’accogliea
La greggia umana a l’ombra
De la gran selva de la terra: ed egli
Seco recava nel fatal cammino
Il rapito dal ciel fuoco divino.
Se non che dura a tergo
Gli si premea la Forza e la ferrata
Necessità: scuotea l’una i legami
De l’adamante eterno, e l’altra i chiovi
Con la imminente mano
Su la fronte stendea del gran Titano:
Mentre il Saturnio ne la rupe infame
Instigava del negro augel la fame.
Ma rinfiammò in Orfeo
L’inestinguibil foco, ed egli mosse
Il duro sasso de le umane menti
Citareggiando e le foreste aurite;
Fin che pittore de l’uman pensiero
Pari a’ numi ed al fato alzossi Omero.

LIX.
OMERO

. . . . . . Tra le morti e l’alte
Ruine de gli umani e lo sgomento
Viaggiando la Parca, il ferreo carro
Agitava la Forza; e lei reina
La Vittoria seguía con il compianto
De la terra e del cielo. Al doloroso
Genere allora sovvenian le Muse,
Care tra tutte gl’immortali e pie
Divinità. Correvate la terra
Imaginando e ricordando, e tempio
V’era l’uman pensiero, o pellegrine;
Quando voi nel sonante etra, ne l’ampio
De la luce splendor, ne la procella
Che divina scoscende e i cori prostra,
Prima Omero sentí. La mano ei porse
A la cetra, e lo sguardo al mar di molte
Isole verdi popolato, al cielo
Almo su la beata Eubèa raggiante,
E a voi tessali monti esercitati
Dal piè de gl’immortali. Ardea, fremea,
Trasumanato, il giovinetto; e mille
Di numi ombre e d’eroi nel faticato
Petto surgeano a domandargli il canto.

Ed ei pregò, la genitrice Terra
Molto adorando e il Cielo antico; e a’ suoi
Vóti secondo te chiamò che in alto
Hai sede e regni l’invernal Dodona,
Giove pelasgo. E voi spesso invocando,
Voi già prodotti in piú sereno giorno
Eroi figli de’ numi e di tiranni
Domatori e di mostri, e quei che forti
Furo e co’ forti combatteano, venne
Del re Pelide al tumulo. E sedeva [20]
Inneggiando, e chiamava – O crollatore
Terribile de l’asta, o d’immortali
Cavalli agitator, mòstrati al vate,
Uom nato de la diva. Un fatal canto,
Ecco, io medito a te; che n’abbian gloria
Ellade e Ftia regale e d’Eaco i figli,
Incremento di Giove. E, deh m’assenta
Questo voto la Parca! io ne la gloria
Tua de gli elleni il bel nome disperso
Raccoglierò poeta. Odo, la diva
Odo: e di te la grave ira mi canta.
O re Pelide, al tuo poeta mòstrati. –
Disse. E l’udia l’eroe; che da le belle
Isole fortunate, ove i concenti
De’ vati ascolta e quanto a’ numi è caro
Chi a la patria versò l’anima grande,
Venne; ed in sue divine armi lucente
Isfolgorava deïforme. Un sole
Eran armi e sembiante; e, come stella
Di Giove che in sereno aere declina,
Pioveagli su le spalle ampie il cimiero
Flutto di chiome equine. E Omero il vide
Attonito; né piú gli occhi d’Omero
Vider ne i campi d’Argo il dolce sole.

Né se ‘n pianse il poeta. Errò mendico
(E avea ne gli occhi la stupenda forma)
Il suol de i forti elleni; e le cittadi,
Opra di numi, ei non vedea; sí tutte
Di lor sedi erompean le achee cittadi
A l’incontro del vate. Un drappelletto
Di garzoni e fanciulle (avevan bianco
Il vestimento e lauri in pugno avvolti
De la mistica lana) intorno al vate
Stringeasi con amor: – Vieni, o poeta,
A i nostri numi; e i nostri avi ne canta –
E l’adducean per mano. Egli passava:
Gli ondeggiavan di popolo le strade;
E le madri accorreano, i pargoletti
Protendendo al poeta. Orava a’ numi
Ne l’entrar de le porte – O dii paterni
E o dee che avete la cittade in cura,
Deh guardatela molti anni a’ nepoti. –
Ne l’àgora sedea, curvo a la terra
Il capo venerando; e parea Giove
Quando ne l’arëopago discende
Da la reggia d’olimpo. Erangli intorno
In su l’aste di lunga ombra appoggiati
I prenci figli de gli eroi: diverso
E d’infanti e di femmine e di vegli
E di chiomati giovinetti un vulgo
Addensato co gli omeri attendea.
Stavan presenti i patrii numi: il cielo
Patrio rideva in suo diffuso lume
Allegrato del sol: riscintillando
In vista ardea la ionia onda famosa,
E biancheggiavan lunge i traci monti.

Ed Omero cantò. Cantò di un nume
Che in nube argentea chiuso ognora il petto
Assecura de’ giusti; e come il divo
Senno di Palla per cotanto mare
Di perigli e di morte al caro amplesso
Radducea di Penelope e a la vista
De la sua cilestrina isola Ulisse.
Anche, su ‘l capo a gli empi assidua l’ira
Minacciando ed il fato, a l’alme leggi
De l’umano consorzio e a la vendetta
Le deità d’averno addusse il vate
Proteggitrici forze: onde solenne
La ruina di Troia, e spirò il duolo
Dal tragico terrore e il miserando
Edippo da le attèe scene ed Oreste
Esagitaron l’anime cruente.

Ecco! gl’immoti e spenti occhi levando
Nel cielo e desïando il sol che vide
Le guerre sotto il sacro Ilio pugnate,
Di tutto il capo alzasi il veglio; e Grecia,
Senza moto e respiro, in lui riguarda.
Ecco! la man su l’apollinea cetera
Rapidissima batte, orride stridono
Le ionie corde, i volti impallidiscono.
E cantò del Tidide a tutta corsa
Disfrenante su’ Dardani la biga,
Dritto ei nel mezzo, e mena l’asta in volta:
Caggiono i corpi: infuriano nel sangue
I corridor fumanti: urla la morte
Dietro l’eroe: corron le furie innanzi
Lo spavento, la fuga. E te piantato
In su la nave, o re Telamoníde,
Cantò; come e del gran corpo e de l’asta
Grande e ben ventidue cubiti lunga
Reggei lo sforzo de la pugna, ed eri
Solo tu contro mille: a fronte urlavano,
Accorrenti, irrompenti, risplendenti
D’armi e di faci i Teucri: Ettor crollava
Con man la poppa: sovra èrati Apollo
E l’egida scotea: tonava il padre
Da l’olimpo su’ greci: affaticato
A te cadeva il braccio, e ti battea
Alto anelito i fianchi. – Oh viva, oh viva! –
Gridan l’anime achive asta con asta
Percotendo, e il clamor levan di guerra.
Balza il poeta; e la canizie santa
Scote e la fronte ampia serena, in vista
Nume veracemente. – Udite, o figli:
La gloria udite de la lega ellèna,
Achille ftio sangue di Giove. – E disse
Come d’un grido (gli splendea dal capo
Di Pallade la luce) isbigottí
Le dàrdane caterve; impauriti
Ricalcitraro orribili i cavalli,
Ed annitrendo sbaragliati i cocchi
Rapivano a le mura: e qual con Csanto
Fiume di Giove ei contrastasse; e come
Dopo la biga, a le difese mura
Intorno, egli il divin corpo di Ettorre
Tre volte orribilmente istrascicasse
Entro l’iliaca polve. Armi fremendo
E prenci e vulgo gridano il peàna:
Marte spiran gli sguardi: e tutti in cuore
Già calcavan nemici, e a le paterne
Are affiggean le belle armi votate.
Ma pio davan le argèe vergini un pianto
Su la morte di Ettorre: e chi a la cara
Patria e a le spose e a’ pargoletti imbelli
E a’ templi santi il suo sangue fea sacro,
Gioia avea de la morte: onde nel giorno
De le battaglie infurïò tra’ Medi
La virtú greca, e il nome Atene e l’ire
Commise del potente Eschilo al canto.

LX.
DANTE

Forti sembianze di novella vita
Circondâr la tua cuna,
O re del canto che piú alto mira.
Gentil virago ardita,
Quale non vider mai le argive sponde
Né le latine, e d’amor balda e d’ira,
A te venía la bella
Toscana libertade; e il pargoletto
Già magnanimo petto
Ti confortava de la sua mammella.
Tutta accesa ne’ raggi di sua sfera,
Mite insieme ed austera,
Venne la fede; e per un popoloso
Di visïoni e d’ombre oscuro lito
La porta ti mostrò de l’infinito.
Gemebondo e pensoso, e pur di rose
Ad altr’aura fiorite il crin splendente,
Con te si stette amore
Lunga stagione; e sí soavi cose
Ti parlò con le labbra vereconde,
E sí dolce ti entrò le vie del core,
Che niuno al par di te sentío d’amore.

Ma spesso ancor dal meditar solingo,
O giovinetto schivo,
Te scuotevan clamor fiero e tumulto
E furor di fratelli
Duellanti ad uccidersi. Stridenti
Per le vicine mura
Civili fiamme udisti; e donne udisti
Ferire a grida il ciel, che l’are e i letti
E i fuochi almi e le cune,
E tutto ciò che bello
Fe’ a gli occhi loro il maritale ostello,
Tutto scorgeano in ampio ardore involto,
E ruinare in armi esso marito
Da gli amplessi erompendo, e i giovinetti
Armi gridar, sdegno anelando e stragi.
E tu vedesti un furïar di spade
Cercanti a morte i petti,
E nel guerrier che cade
Minacciar viva la bestemmia e l’ira,
E in gran sangue confuse
Bionde teste e canute, e a libertade
Spettacolo di umane ostie esecrate
Dar le furie, e crollar la morte
Le immani torri e le ferrate porte.
Crebbe tra i feri obietti
L’italo ardito spirto;
E, al lungo odio civil pregando fine,
D’amor sí pure imagini e sí nove
Vide e ritrasse a l’ombra
D’un mirto giovinetto
Che le inchina adorando ogni intelletto.
Lui dal soave inganno
Destò voce di pianto
Sonando amara su ‘l materno fiume.
Ahi, dal turbine infranto
Giacque il bel mirto, e con aperte piume
La colomba d’amore ahi se n’è gita
Impetrando al suo volo aura piú pura.
Ei per entro l’oscura
Caligine de’ secoli ondeggiante
Rifuggí tra le antiche ombre famose,
Ch’ebbe sé in odio e le presenti cose,
Ed uscí, nel crepuscolo, gigante.
Ed ombra apparve ei stesso; ombra crucciosa,
Che ad una ad una interroga le tombe
Nel deserto, e le abbraccia ad una ad una;
Fin che dinanzi a lui tra le ruine
Barbariche e la polve
Fumò il vigor de le virtú latine,
E tutto quel che una ruina involve
Ferí l’aura silente
Di un grido alto e possente.
Ne l’alta visïone
Divin surse il poeta; e disdegnando
La triste Italia e per mancar d’obietto
Pargoleggiante il gran vigor natio,
Te salutò in desio,
Alma Italia novella,
Una d’armi di leggi e di favella. [21]
A riportar nel vero
Imagine cotanta, egli la vita
Che per lo mar de l’essere si volve
Cercò; d’entro la polve
E dal suon del passato il bene e il male
Trasse, vate fatale: e la sua voce
Come voce di Dio da’ sette colli
Tuonò su ‘l mondo, e tutti a sé d’intorno
I secoli evocò. Giudice e donno
In lor suo sguardo mise;
Ammirò e pianse, disdegnò e sorrise:
Poi li schierava ne l’eterno canto,
Piacendo pure a sé di poter tanto.

Ma questa umile aiuola
Ove si piange e s’odia,
E questo eterno inganno, e questa vana
Ombra ch’ha nome vita ed è sí bassa,
T’era in dispetto. Poi che il sacro verso
A tutto l’universo
Descrisse fondo, e il buon sofo gentile
Te mise dentro a le secrete cose,
Veder volesti come l’angel vede
Colà dove non è di nebbia velo,
Amar volesti come s’ama in cielo.
Su per le vie d’amore
Quest’umil creatura
Risospingendo innanzi al creatore,
Quetar volesti in quell’eterno vero
Che il grande amor ti dette e il gran pensiero.
Cesse Virgilio a tanto;
E tu, deserto e solo
Spirito uman, per entro il gran desio
Sommerso vaneggiavi, e dubitando
Tu disperavi: quando
Su l’angeliche penne
Al tuo dolor sovvenne
Quella ch’è amore e visïone e luce
Tra l’intelletto e ‘l vero:
Nomarla a me lingua mortal non lice;
Tu la dicesti, amando, Beatrice.
Cosí di sfera in sfera,
Tutto era melodia quello che udivi,
Tutto quel che vedevi era una luce,
E tutti quanti erano amore i sensi,
E lo spirto ed il verso un’armonia
Simile a quella che là su s’indía.

Deh, qual parveti allora
Quest’umil patria e qual de le partite
Città la lite (ahi come quella eterna
Che sempre trista fa la valle inferna!),
Quando novellamente
Di ciel disceso ne portavi il canto
Supremo, e tutto avevi il nume in fronte,
Come l’antico che scendea dal monte?
Innanzi a te, splendente
Pur anche nel fulgor del regno santo,
Balenò di vermiglia
Luce il campo feral di Montaperto,
E pe ‘l tristo deserto
De le crete maligne
Un fioco suon correa
Come sospir di battaglier morenti;
Cui lontan rispondea
Con un rumor di molto pianto umano
Di Campaldino il maledetto piano.
E tu dal mar toscano,
Rea Meloria, sorgesti;
E la gloria dicesti
De le nefande stragi, e da la nostra
Rabbia infamati i sassi ermi al Tirreno,
E ‘l grande equoreo seno
Incestato di sangue, e tristo il bello
Ligure lito di pisani esigli,
E nati solo al fratricidio i figli.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

LXI.
BEATRICE

La luminosa testa
Dritta al ciel sorridea,
E il collo si volgea – roseo fulgente.

La fronte splendïente,
Alta, serena, bella,
E la rosa novella – del suo viso

E il freschissimo riso
Di pura giovinezza
Mi svegliaron dolcezza – nova in cuore.

Ma di soave orrore
Tutto mi sbigottiva
De la persona diva – il portamento.

Ondeggiava co ‘l vento
A l’aere mattutina
La vesta cilestrina – e il bianco velo.

Cosí donna dal cielo
Mi passava d’avanti
Angelica in sembianti – e tutta accesa.

La mente mia sospesa
Pur a lei riguardava,
E l’alma quïetava – sospirando.

Poi dissi: == Or come, or quando
Fu la terra sí degna
Che tal d’amore insegna – in lei si posi?

Che padri avventurosi
Al secol ti donaro?
Che tempi di portaro – cosí bella?

Qual piú serena stella
Prima forma t’accolse?
Qual divo amor t’avvolse – del suo lume?

Ben fia l’uman costume
Volto a segno felice
Se di te beatrice – si ricrea. ==

== Non donna, io sono idea
Che a l’uomo il ciel propose
Quando de l’alte cose – ardean gli studi,

E i cuor non anche nudi
Di lor potenza ignita
Combattean con la vita – aspra e co ‘l vero,

E al valido pensiero
E a la balda speranza
Diêr l’armi di costanza – amor e fede.

Allor d’aerea sede
Tra quei gagliardi io venni,
Ed accesi e sostenni – le tenzoni,

E stretta a’ miei campioni
Fei ne l’amplesso forte
Bella parer la morte – e la disfatta.

Da i vaghi ingegni tratta
In versi ed in colori
Io vagai tra gli allori – in riva d’Arno.

Voi mi cercate indarno
Ne’ vostri angusti lari.
Non Bice Portinari, – io son l’idea. ==

LXII.
AGL’ITALIANI

Divinatrice d’altre genti indaghe
Barbari flutti la britanna prora
Là dove l’indo pelago colora
L’ultime plaghe:

Artici ghiacci a’ liberi navili
Vietino indarno i bene invasi mari,
E ‘l fero lito d’Orenoco impari
Culti civili:

Frema natura, e i combattuti arcani
Ceda a l’intenta chimica pupilla:
Fulminea voli elettrica scintilla
Per gli oceàni:

Umana industria in divo lume avvolta
Spezzi il mistero e le sognate porte,
E minacciando insultino a la morte
Galvani e Volta:

Che val, se in vizi pallidi feconda
Del lento morbo suo l’età si gode
E colpe antiche di moderna lode
Orna e circonda?

Odi sonare i facili profeti
Con larga bocca e Cristo ed evangelo
Odi rapiti in santo ardor di cielo
Sofi e poeti

Vaticinanti. – Da l’avita asprezza
Nel mitic’oro il docil tempo riede:
Del lauro antico degnamente erede
La giovinezza

Già de la patria medita l’onore:
Gli anni volanti interroga la speme:
Guatan placati al bello italo seme
Gloria e valore. –

Oh non di forza un secol guasto allieta
Sillogismo di mistica sofia,
Non clamor di tribuni e non follia
D’ebro poeta.

Putre fluisce, e ne le sue sorgive
Livida già la vita: da le prime
Cune l’inerzia noi caduche opprime
Genti mal vive.

Quando virtude con fuggente piuma
Sprezza la terra e chiede altro sentiero,
L’ardor del buono e lo splendor del vero
Rado s’alluma,

Languido il cor gli spirti suoi piú belli
Ammorza e stagna torbida la mente,
Speme si vela e disdegnosamente
Guarda a gli avelli.

O padri antichi, a’ vostri petti degno
Culto eran patria e libertà; verace
Vita agitava l’anima capace
E il forte ingegno.

Pii documenti di civil costume,
Opre gentili, e amore intellettivo
Del buon del vero del decente, e vivo
D’esempi lume

Vedeano i figli ne la sacra etate
De’ genitori e ne’ pudichi lari;
E sobri uscieno cittadini cari
Ne la cittate.

Crescean nel lieto strepito frequente
De le officine, gioventú severa,
Forte le membra, indomita ed intera
L’alma e la mente.

Durar nel ferro il giovin corpo altiero,
Vegliar le notti gelide, ed immoti
Prostrare a morte libera devoti
Marte straniero,

Fûr loro studi. Poi con man trattando,
Con trïonfale mano, e lane e sete,
Appesi a la domestica parete
L’asta ed il brando,

A le pie mogli dissero le dure
Fortune de le pugne, ulte le offese
Ne le barbare torme al pian distese,
E le paure

De le regie consorti e gli anelanti
Sogni su ‘l fato del signor. Pietose
De i dolori non suoi piangean le spose
Memori pianti.

Ma il figliuoletto, le domate squadre
Seco pensando ed il clamor di guerra,
Con occhio ingordo riguardò da terra
L’armi del padre;

E crebbe fero giovinetto, spene
Cara a la patria e forza di sua gente.
Bello di gioventù, d’armi lucente,
Ei viene, ei viene.

Suonano i campi sotto il gran cavallo
Che altero agita in corso onda di chiome:
Fuggon le schiere e pavide il suo nome
Gridan nel vallo.

Chi fia che tenti quel novel lione?
Morte de la sua vista esce e paura.
Ei passa, e pianta su le vinte mura
Il gonfalone.

Or tòsco a i figli è il prepotente canto
E il docil guizzo de’ seguaci moti
Onde vergogna passerà a i nepoti
D’Ellsler il vanto.

Vile ed infame chi annebbiò il pudico
Fior de’ tuoi sensi ne’ frementi balli,
O giovinetta, e stimolò de’ falli
Il germe antico!

E maledetta la procace nota
Ch’alto ti scuote il bel virgineo petto
E che nel foco del segreto affetto
Tinge la gota!

Gioite, o padri; e a l’alma ed a la mente
Galliche fole di peccar mezzane
Ésca porgete. Da le carte insane
Surga sapiente,

Surga e proceda l’erudita e bella
Vostra Lucrezia a gl’itali mariti,
Pura accrescendo a i sacri rami aviti
Fronda novella.

Ma non di tal vasello uscía l’antico
Guerrier, che, a sciolte redini, feroce,
Premea de l’asta infensa e de la voce
Te, Federico.

O di cor peregrina e di favella
E di vesti e di vizi, o in odio a’ numi
E a gli avi ed a la patria, or che presumi,
Stirpe rubella?

Sgombra di te la sacra terra; o in fondo
Putrida giaci dal tuo morbo sfatta,
E i vanti posa e la superbia matta,
Favola al mondo.

Oh, poi ch’avverso è il fato ed a noi giova
L’oblio perenne e i gravi pesi e l’onte,
Rompa su d’oltre mare e d’oltre monte
Barbarie nova!

Frughin de gli avi ne le tombe sante
Con le spade ne’ figli insanguinate,
E calpestin le sacre al vento date
Ossa di Dante!

LXIII.
A ENRICO PAZZI

QUANDO SCOLPIVA IL BUSTO DI VITTORIO ALFIERI E ALTRI D’ALTRI ILLUSTRI UOMINI

Perché sdegno di fati
E l’ozio reo che nostre voglie ha piene
Vie piú ti prema, italo sangue, in basso,
Né tu ti volga o guati,
Peregrin tardo e vuoto d’ogni spene,
A le glorie che son sovra il tuo passo;
Non è senza gl’iddii se teco in basso
Luogo ancor non ruina
Ogni antica virtú: ché in te sormonta
Viltade sí ch’ogni speranza è gioco.
Oh, se pur sotto a’ gravi pesi e a l’onta
Sfavilla ancor di quel leggiadro foco
Che tutta corse un dí terra latina,
Vostra mercé, petti gentili, dove
Or fa nostro valor l’ultime prove.
E te a la bella schiera
Il fortissimo amor fece consorte
Che oprando hai mostro per sí nove guise.
Deh chi potea la fiera
E grande imago vendicar da morte,
Di noi da ignavia rea menti conquise?
Te, certo, te l’ombra divina arrise;
Sí ch’eguale al subietto
Tua virtú si levò. D’amor, d’iroso
Amor vampò su l’alta impresa il core.
Come cred’io che al ciglio lacrimoso
E a l’occhio ardente ed a l’ansar del petto
Si paresse il magnanimo furore!
Ché nulla, o prode, è di tua man la bella
Lode verso il pensier che in te favella.

O caro, a cui possente
Spirò pietà di questa madre antica
E a l’opra degna carità suase!
Vedi la nova gente
Come a’ parenti suoi fatta è nemica
E deserta di sua luce rimase.
Rea servitú gli antichi spirti rase
Da’ cor difformi; e omai
A noi disnaturar fatti siam pronti,
Come turbo d’usanza avvien che spiri.
Ahi scesa giú de’ mal vietati monti
Pèste diversa che le menti aggiri;
Per te vita n’è spenta. E nostri guai
Cresce la vana gioventú superba
Che tutti i frutti suoi consuma in erba.

Alto è d’amor consiglio
Ritornare al primier rito civile
Quel che di tanta gloria oggi ci avanza,
Sí che dal turpe esiglio
Ripigli l’arte il suo cammin, gentile
Confortatrice a l’itala speranza.
Deh, per questa valente abbian possanza
Indurre a’ cor vergogna
Le imagini de’ grandi in cui s’aduna
Quantunque è del buon seme a’ tempi nostri.
Ben procurasti contro rea fortuna,
Se le dive sembianze or sí ne mostri,
Ch’esciam del sonno, ove nostr’alma agogna
Disdegnando e fremendo. È degno affetto
Ira, sol ira, in servo italo petto.

Vittorio, e s’or ne pari
Tu qui veracemente e quel tuo sdegno
Che sol del ricordar ne fa sgomenti,
Qual fia l’anima pari
A tanta vista e ‘l ben creato ingegno
Che sé da l’ira tempri e da’ lamenti?
Lunge, lunge di qua, spiriti lenti!
Ch’ove gli affetti erranti
Fioca dan luce, ed a l’ardir sublime
Che contrasta il destino uom non s’allegra;
Ove contente a la quïete ed ime
Giaccion le menti, e scherno ahi scherno a l’egra
Gioventute è il desio del raro e i pianti
De la virtude e l’ire; ivi alta l’ombra
Di morte incombe e i cuor disfatti ingombra.

Tu ‘l sai, che nostra terra,
Errando del tuo sdegno in compagnia,
Del sacro suon di libertade empiesti;
Quando venuto in guerra
Di re, di plebi e di tua stirpe ria
Tanto pe ‘l patrio ciel grido mettesti:
Pur si stierono i lenti. Or piú funesti,
O spirito cortese,
Ne si girano i fati; e nulla aíta
Veggo a mia gente che tra via pur cade.
Dunque sempre smarrita
Fia dal suo corso? e in noi sempre viltade
Suo soverchio userà? fien d’ozio offese
Nostre menti in eterno? e veramente
Persa è la tempra di ciascun valente?

Chi provvede al difetto
Ch’è pur da noi? chi noi d’oblio ravvolti
Di pur rinnovellare or ne fa dono?
Ecco un sacro intelletto
Ascoso dir, te figurando – I volti
Drizzate al ver: sorga il valor ch’è prono.
Costui che novamente io vi ridóno
Alzi il cor de’ sommersi;
E chi muta co ‘l vento e nome e lato
Sgridi; e punga i ritrosi, e i lenti scota;
Sí che tornin le menti al proprio stato.
Nostra compianta fama e la rimota
Età ve ‘n priega, e questi onde a gli avversi
Chiaro fu come in su gli estremi giorni
L’itala possa sovra sé ritorni.

Pietoso! E chi d’uguali
Laudi te, o buono, adornerà, che prove
Sí degne mostri onde a ben far c’incore?
Segui: a’ tuoi liberali
Studi è fin meraviglia, e di lei move
Ogni bel senso onde piú l’uom s’onore.
Per lei, l’atra quïete e le brevi ore
Terrene e le fatate
Pene indignando, a’ vagheggiati inganni
Corre nostr’alma con novelle piume,
E maggior se ne fa. Deh, siegui; e gli anni
Tuoi belli ozio non vinca e rio costume,
Cara nostra speranza; e d’onorate
Opre giovando questa patria, al vile
Sopor contrasti l’ardir tuo gentile.

LXIV.
LAUDA SPIRITUALE

Togliete, umana gente,
Togliete via le porte:
Io veggo a voi venirsene un potente
Che mena gloria ed ha vinto la morte.

Non sorge innanzi a lui suon di paura,
Non compianto di turba dolorosa:
Sí fagli festa tutta la natura
Adorna in vista di novella sposa.
Date il lauro immortal, date la rosa,
Fanciulle, in suo cammino,
Con la bianchezza del fior gelsomino.

Ecco, ei viene il re forte incoronato
Con segno di vittoria in mezzo a nui:
Fuggon dal volto suo morte e peccato,
Movon pace e salute ad un con lui.
Viene il signor che de’ ribelli sui
In sé portò la pena,
E ne ricomperò con la sua vena.

Ei ne si fece nel dolor consorte,
E tolse i nostri pesi e tolse l’onte:
Stiè nera intorno a lui l’ombra di morte,
Né volse il padre al chiamar suo la fronte;
Quel dí che rimirando al sacro monte
Uscîr de’ sepolcreti
I santi d’Israele ed i profeti.

Egli è l’Isacco del buon tempo antico
Che porge al ferro il bel collo gentile,
E guarda il percussor con volto amico,
E gli si atterra semplice ed umíle:
Né il tien pietà del suo fior giovenile
Né de la fine amara
Né de gli amplessi de la madre Sara.

Ed or la morte sua testimoniando
Qui seco trae la diva umanitade,
Tutto di gioia intorno irradïando
Sí come sole ch’ogni nebbia rade;
E gli alberghi del pianto e le contrade
Ove mortale è il lume
Ei conforta del suo presente nume.

A lui ne’ regni de la sua vittoria
Reggia s’estolle d’artificio mira:
Cingelo come nube la sua gloria,
E molto amore angelico lo gira.
Voli dal loco ove il dolor sospira
E vive morte e regna,
Voli il mio canto a lui che sí ne degna:

E gli appresenti il duol de la sua gente
Che dal ben dilungata al ben desia,
Come cerva per sete a rio corrente,
Come augel preso a l’aëre natia.
Ei da la spera che piú in lui s’indía
Mandi benigno un raggio
A chi piú affanna ed erra in suo vïaggio.

Levate, umana gente,
Levate su le voglie
E i petti casti a questo re clemente
Che quale a lui si volga in fede accoglie.

LXV.
ALLA MEMORIA DI D. C.

MORTOSI DI FERRO IL IV NOVEMBRE MDCCCLVII

Te, fratel, piango, e piango de la bruna
Tua giornata l’occaso, che seduto
Ne le stanze paterne al cor piú sento.
Lenta sale pe ‘l freddo aere la luna,
E largamente il cielo inalba, e il muto
Colle riveste e ‘l nudo pian d’argento:
Per li verdi oliveti infuria il vento
Profondo, e intorno ogni animal si tace.
Nel riso e nel tepor di primavera,
Tristo cor mio, qual era
Di questi luoghi la serena pace!
Qual fu a vederlo con ardor virile
Ruotare in breve giro agil destriero
E disserrarlo per l’aperto campo!
Gli occhi suoi mesti allor metteano un lampo,
Correa co’ freschi venti il suo pensiero
De l’anno e de l’età nel dolce aprile;
Qualche sguardo il seguia, qualche gentile
Saluto; e forse ombra invocata i rotti
Sogni allietava a le virginee notti.

Lasso! ma in groppa gli sedea la cura
Negra, e stridea la visïon di morte
Pur circa lui con fredda ombra volante;
E per i lieti campi a la pianura
E i monti aprici e la foresta forte
Istimolava il destriero anelante.
Poi là seduto ove di fósche piante
Lunga si protendea l’ombra, tacendo
La terra e l’azzurrino aër d’intorno,
Co ‘l bello estivo giorno
Che roseo nel ponente iva morendo
Pianse l’error suo vago che a l’etade
L’abbandonava; e l’anima inquïeta
Desïando fermò ne le supreme
Paci anzi tempo. O giovinetto, e speme
Niuna a te avanza altro che morte? pièta
De gli anni tuoi da le funeree strade
Non ti richiama? ahi, ahi, né caritade
De’ pii parenti ti favella al core,
Né ride al fuggitivo animo amore?

Pietà, speranza, amor, tu con feroce
Voglia dal cuor che mercé pur chiamava
(Deh quanta doglia fu la tua!) schiantasti;
E, atteso e fermo a la funerea voce
Che il disinganno a l’anima ululava
Qual vento a notte per deserti vasti,
Refugio a la fatale ira invocasti
Unico il ferro. Oh, a chi nel raggio aurato
Vegga maligne ombre vaganti e vuoto
Il divo cielo e immoto
Su ‘l capo faticoso urgere il fato
Che al dolore a la pena al male addice
Lui de la vita incurïoso e ignaro,
Qua giú che resta omai? Ne l’innocente
Mano il ferro adattando e lungamente
Meditando amoroso il colpo amaro,
Ti sacrasti a la morte. E di felice
Vita fioría natura, e la pendice
Suonava a’ canti e ridea ‘l piano al sole,
Quando dicesti l’ultime parole.

– A me luce non piú, non piú ‘l tuo riso,
O aureo sole. Io vïolento i fati
Ecco sforzo, e rifuggo ombra sotterra.
O altissima quïete ove diviso
Poserò d’ogni cura, o interminati
Silenzi e pace dopo vana guerra!
Pur se’ gioconda a rimirare, o terra!
Pur bello, o sol, sei tu! Natura in festa
Come a rege a te s’orna; e d’un concento
Ineffabile io sento
Spirar le selve, che ‘l tuo lume desta
Dolce fulgente. E tu, tu gli amorosi
Congressi illustri e la fraterna clade
Miri ed aiuti, imperturbato, eguale?
Ed or m’arridi in fronte, e su ‘l letale
Ferro che a me volente il petto invade
Serenamente il vivo raggio posi.
Lusinghi tu de’ primi anni gli ascosi
Ricordi, e di gioir versi il desio
In questo petto morituro mio?

Oh cari tempi ch’io te coruscante
Vedea su ‘l mare; e fremea vasta l’onda
Riscintillando, e bianco ardeva il cielo!
Né aspetto d’uomo od opra umana avante
Erami: ed io per entro la profonda
Luce correva a l’alta vista anelo:
Meco era l’error mio che un roseo velo
Induceva a le cose. Oh, chi l’ha tolto
A me? chi m’ha l’infausta vita appreso?
Entro il mio sangue steso
Me in freddo orror per la mia man disciolto
Reduce, o sol, vedrai. Fumi in conspetto
Di lei ch’è al gener nostro empia madrigna
Il sangue giovenil: contaminando
De’ miei parenti il viso, esso il nefando
Vivere attesti; e, lunge a la maligna
Forza ch’a le sue man del mondo ha stretto
Il fren, su l’ale de la morte eretto
Fugga lo spirto ove non piú si pate
E di man di tiranni a libertate.

Grave durar la vita ed a baldanza
De i duri umani, io non codardo? e quello
Che largo a’ bruti e libero propose
Natura, a l’uom chiedere in vano? A stanza
Sí vil chi mi dannò?… Del mio novello
Tempo il vigile tedio atre angosciose
L’ore misura, e le future cose,
Tanto ch’a imaginar disdegno e tremo,
M’affrontan mute orribilmente in vista.
O lassa anima trista,
O giovinezza mia stanca, morremo.
Qual peregrin che va per nova via
Tra genti liete ei mesto, e quelle intorno
Agitan festa, ragguarda egli e passa
Pur dolorando, e meraviglia lassa
Di suoi sembianti, onde al cader del giorno
Di lui sospira alcuna anima pia;
Tale io passo al mio fin, tale a la mia
Mèta son giunto. A me chi guarda? a cui
Del mio passar dorrà?… Che monta? Io fui. [22] –

Disse: e geloso custodí nel core,
Nel cor vivente ei custodí la morte,
Come di cara donna il primo detto:
E non domestic’uso e non amore
Ne la deliberata anima forte
Valse l’orma a spiar del diro affetto.
Come, ahi come a te il cor bastò, l’aspetto
Come ti resse, che non tinto e bianco
Del futuro destino e non in tristi
Sembianti ma venisti
Nel conspetto de’ tuoi securo e franco?
Certo, fero garzon, certo evitasti
Il riso ne’ materni occhi tremante;
E solitario ne la notte inferna
Rifuggíasi il tuo sguardo. Ecco, e l’interna
Larva già fuor di te sorge e d’avante
Sgombra le care viste e i pensier casti.
Ma dal suol che di tue vene bagnasti
La mente aborre, e teco dolorosa
Ne la pace postrema si riposa.

Salve: o che piú sereno aër tu miri
Poi che di Lete infuso a le bell’acque
Dal rio dormente i dolci oblii bevesti,
O ver che giovinetta ombra t’aggiri
Tra i magnanimi antichi a cui non spiacque
I giorni ricusare ignavi e mesti,
O che tu vaghi ancor sotto i celesti
Templi solingo ed a me intorno voli
Entro quest’aura che gemendo spira,
Salve, o fratello, e mira
I tristi giorni miei come van soli.
Ben io vivrò; ché a me l’anima avvinta
Di piú tenace creta ha la natura,
E officio forse e carità il suade:
Ma, se dal cor profondo unqua mi cade
La dolce imagin tua triste e secura,
Giaccia la vita mia d’infamia cinta.
Sii meco eterno; e nel tuo sangue tinta
Del verso vibrerò l’alta saetta
A far del mondo reo dolce vendetta.

LXVI.
A G. B. NICCOLINI

QUANDO PUBBLICÒ IL “MARIO”
SETT. MDCCCLVIII

Quando l’aspro fratel di Cinegira
Ne la sonante scena
Trasse vestita d’ardue forme l’ira
Che propugnò la libertade ellèna,
Marte, che lui spingea tra i dardi avversi
Su gl’incalzati Persi,
Spirò guerra; e fremean guerra, ascoltando,
Quei che operaro in Salamina il brando.

E tu vedesti, o diva Atene, i padri
De’ guerrier trionfati
Nel futuro dolor pensosi ed adri
Gemer da’ figli deprecando i fati,
Neri presàgi ombrar con fóschi vanni
Le sale de’ tiranni,
E da la mira visïon percossa
Svegliar ne l’urne ombre di regi Atossa.

Quinci il sepolto Dario a l’aure uscía
Da la livida sponda,
E nel pianto de’ servi il rege udía
La vittoria de’ liberi seconda;
Udía ne’ passi de la fuga volto
Il figlio imbelle e stolto,
E sonar alto da l’egea marina
Il fragor de la persica ruina.

Deh, che fremito errò di petto in petto
Quando il cacciato Serse,
Gentil città d’Armodio, in tuo conspetto
Narrò gli ancisi prenci e le riverse
Caterve e rotti di sua forza i nervi,
E a gli ululanti servi
Mostrò campate a l’infinita clade
Sol la faretra e sua regal viltade!

Tale a la prole achea gli ozi felici
Di canti Eschilo ornava,
Se l’Egeo, detestata onda a’ nemici,
Altier de’ vinti re lui rimandava.
Ma pria tra la falange ispida e vasta
Infurïò con l’asta;
E, come de l’Olimpo aquila o d’Ato
Piomba tra ‘l folgorar del cielo, armato

Cotal su i mille e mille egli irrompea
Fuga spargendo e morte;
Fera coppia fraterna, al fianco avea
L’atroce Cinegira e Aminia il forte.
Né de le tibie flebili o del canto
Ozio si fece e vanto;
Ma dal funereo sasso ei Maratone
Ricorda, e tace le febee corone.

Fu pugna e sfida contro i fati ardita,
Fu clamor di trofei
D’Eschilo l’arte; e sgorga da la vita
E refluisce vita a’ petti achei.
Non dispetto infingardo o steril ira
Né solitudin dira
Cinge il vate; ma luce ampia ma polve
E frequenza di popolo l’avvolve.

Te, vate nostro, a’ rei secoli dato
Quando vita n’è spenta,
Te premea reluttante il grave fato
Giú nel silenzio a l’aër putre e lenta.
Te, non furor di libera coorte
Che consacra a la morte
Con quel de’ regi il capo suo, né grido
Di vittoria che introna il patrio lido,

Ma lamentar di giovini cadenti
Su la terra pugnata
E tra i cavalli barbari accorrenti
Cupo fremir di libertà calcata,
Spirava. E in te nostr’ultimo dolore
Alcun vendicatore
S’ebbe, e de gli oppressori al gener vario
Procida minacciasti, Arnaldo e Mario.

Or d’onde, o sacro veglio, è in te possanza
Tal che di vivi sdegni
Armi antiche memorie e la speranza
A noi disfatte e mute anime insegni?
Dunque l’eterna mente ancora è pia
A questa patria mia,
Che pur tu duri in contro al fato ostile
Cantor d’Italia a la stagion servile?

E quando piú da peregrino impero
L’alta regina è stretta,
Tu affatichi il senile estro e il pensiero
Dietro l’imago de la gran vendetta?
Ben venga Mario che del gener reo
Porta il roman trofeo
E nel cor de’ romulëi nepoti
Aderge le speranze e infiamma i vóti!

Ché, se il figliuol d’Euforïon traea
Melpomene pensosa
Ad inneggiar la libertade achea
Sedente su lo scudo e glorïosa,
Non è lode minor, s’io ben riguardo,
Or che l’uso codardo
Fuor de la vita i sacri ingegni serra,
Al men co’l verso guerreggiar la guerra.

Or, poi ch’altro n’è tolto, or guerra indíca
Da’ teatri la musa;
Gitti il flauto dolente, e la lorica
Stringa, ed a l’aste dia la man già usa.
Quinci altera virtú ne’ nuovi petti
Bevano i giovinetti:
Qui la virile età l’ardir prepari,
E che sia patria l’util plebe impari.

E a te, che in vecchie membra alma possente
I tardi ozi ne scuoti,
Qual serba premio, o buon, l’età presente?
Quale i figli crescenti ed i nepoti?
O petto di virtude albergo saldo,
O man che scrisse Arnaldo,
Chi a’ miei baci vi porge? una corona
A questo bianco capo oh chi la dona?

Ben io nel gaudio d’un futuro giorno,
Che il ciel mi disasconde,
Veggo popolo molto a un marmo intorno
Incoronarlo di civili fronde:
Quel giorno appo una tomba, italo vate,
Da l’alpi al fin serrate
A le verdi tornando etrusche valli,
Scalpiteranno gl’itali cavalli.

LXVII.
MAGGIO E NOVEMBRE

I.

Ove sei, ché di Delfo in van ti chieggo
A’ fatidici lauri e tace Delo,
O re de’ canti e de la luce? Eterna
La giovinezza avesti, ed il piú bello
Eri de’ numi. A te serenatore
De’ templi ermi de l’etra ardea la danza
De le titanie vergini, e Anfitrite
Sorridea, dal divin talamo il capo
E le braccia porgendo. A te i mortali
Venian con preci ed inni, o re Agïeo
Da la cetera d’oro, allor che Licia
T’accogliea ne’ suoi giochi e i patarei
Dumeti impressi dal sereno piede
Fiorian di primavera, e quando in core
Amor prendeati di tuffar la bionda
Chioma, stupor d’Olimpo, entro il bel Csanto
O ver ne la pudica onda castalia.
Allor non lutto innanzi a te; ma danze
E di ninfe e d’egípani, ma bianche
Fronti di lauro inghirlandate, e vesti
Tirie ondeanti mollemente, e fiori
Che salivano a nembi, e amor soavi
Di verginelle candide: a le valli
De’ flauti il suon scendea come un sospiro.

II.

Allor che i fiori e l’onde aveano spirto
E d’amore e di duol, quando nel fiato
De’ zefiri esultanti a primavera
Per le brune convalli o ne’ mirteti
Di Citera e di Cnido almo alïava
Il divin bacio d’Afrodite; errando
Del lamentoso Egeo lungo la riva,
Amorosa fanciulla, e i cieli e il mare
E il molto fior de’ campi lacrimosa
Mirando, e sospirando, invocò Saffo
La deità di Venere; e presente
Annunziò il nume un fremito diffuso
Per la selva odorata. Essa la diva,
Con le dita d’ambrosia, essa da gli occhi
Tergea de la mortal giovine il pianto;
E dolce un canto le imparava: un dolce
Canto che ripetuto, ahi con un molto
Ansar del petto e scintillar de gli occhi,
De i neri occhi d’amore, e un batter forte
De la man su le corde, iscolorava
Le fanciulle di Lesbo; entro l’affiso
Sguardo venendo l’alma e ne’ socchiusi
Labbri a libar le voluttà promesse.

III.

Ma or né Cipri a l’egre anime accorre
Su ‘l carro tratto da gli augei, né Febo
La cetera del duol raffrenatrice
Agita in vetta a i luminosi colli.
Or solinghe le cure, or la quïete
È inerte e bruna; e sovra i monti e al piano
E nel cielo e ne i cori il verno regna.
O d’april nuvoletta, o ne l’aurora
Luce d’amor che di cotanto riso
L’avvenir m’irraggiavi, io te ripenso,
Fanciulletta d’un tempo. Oh quando i luoghi
Rividi sacri da la tua presenza,
E l’aëre spirai che di tua voce
Le molli melodie vibrava a i sensi,
L’aër che dolce che voluttuoso
La persona gentil circonfluia,
Oh, ti rividi ancor! trasfigurata,
Qual l’amor mio ti fece, una suprema
Volta al seno ti strinsi. Ahi, nel mutato
Petto agghiacciar sentii la vita; e insieme
Da le braccia l’imago esil vanía
Fusa per l’aure di novembre. Al core
Le man portai; che, quinci dal crescente
Flutto de le memorie assorto e quindi
Fulminato dal ver, battea l’estremo
Irrevocabil palpito d’amore.
Amore, addio, supremo inganno! addio,
O pargoletto mentitor gentile!
In van t’adopri: in questo cuor, ch’io creda,
Né pio né con soave impeto a forza
Rientrerai. Ma cara a me ne gli anni
Sarai memoria, ed onorata; e quando
Dal pensiero evocata al sentimento
La tua larva risorga, un canto, o amore,
Avrò ancora per te. Tal, se la luna
Da le selve appennine aurea si svolve
E su ‘l toscano pelago vïaggia
Solitaria, rifulgono al chiarore
Bianco le nude arene, e lo sfrondato
Bosco porge i suoi rami e si rallegra:
Guata le scintillanti onde il nocchiero,
Guata la fredda alta quïete, e canta.

LXVIII.
I VÓTI

Che prega il vate, il libero
Vate che prega e vuole,
Adorno in veste candida,
Vòlto al nascente sole;
Mentre Gliceria unanime,
Cui le Grazie educaro al mite amor,
Con pia cura a i domestici
Numi il votivo altare ombra di fior?

Che a gli agi suoi rinnovino
Ben cento solchi i duri
Giovenchi? o ver che fervida
Vendemmia gli maturi
Dove tepe la ligure
Maremma e verna il suo paterno mar [23]
E dove gli avi improvvidi
Né un avel di famiglia a lui lasciâr?

Altri il crociato orgoglio
Tra un aureo vulgo estolla,
E i vili ozi gli prosperi
La mal redata zolla.
A me sorrida un tenue
Lare e l’italo bacco empia il bicchier
Tra gli amici che liberi
Assentano fremendo al carme auster.

Non io vorrò che facili
Pieghin le orecchie altiere
I grandi al carezzevole
Suon de le mie preghiere:
Non io libare a l’aureo
Pluto da la febea tazza vorrò,
E non le muse indocili
Fra i lusingati prandi inebrierò.

Prego: de’ serti lirici
Se me la patria Serra
Degno produsse; e il fremito
Del mar tósco, e la terra
Dove in gran solitudine
L’ombra di Populonia e il nome sta,
Aspro garzone crebbero
Me tra i fantasmi de l’antica età;

Prego: a la sacra Italia
Suoni il mio carme, e fiero
Surga ne l’ira, vindice
Del romuleo pensiero.
Che se ne’ campi memori
De la clade che ancora ulta non fu
Scenda a pugnar con impeto
D’odio maturo l’itala virtú,

In me, non nato a molcere
Con serva man la lira,
Di tua grand’alma un’aura,
Possente Alceo, respira;
Allor che su la ferrea
Corda battendo con la man viril
Guatavi altero immobile
De l’aste il flutto e il vasto impeto ostil.

Rapía la nota eolia
La giovenil coorte,
Che de le spose immemore
Ruinava a la morte.
E tu cantavi l’isole
De’ beati ove il forte Ercol migrò
E dove aspetta Teseo
Chi la cara a la patria alma versò. [24]

Ma il fior del sangue ellenico
A te d’intorno ardenti
Co’ peàna premevano
I tiranni fuggenti;
Poi ne la danza pirrica
Scudo a scudo battendo e piè con piè
Incoronâr le patere
Sopra la morte di Mirsilo re. [25]

O sacri tempi! o liberi
Vati correnti in guerra,
Poi tra le danze e i calici
Cantanti su la terra
Salvata! Oggi una pallida
Nube di tedio e terra e ciel coprí,
E il carme è voce inutile
E il vate un’ombra de gli antichi dí.

Dunque posiam. Ma l’ozio
Muto non sia né vile;
Sí trascorrendo liberi
Per la stagion servile
Mediteremo i cantici
De le memori glorie e del disir,
Come già i padri italici,
Li sdegni e i ferri esercitando, udîr.

Salve, o mia patria! Ed arida
Stia questa lingua viva,
Se di te mai dimentico
Son dov’io pensi o scriva.
Tuo, santa patria, è l’impeto
Che sale a i carmi da l’acceso cor
E l’acre tedio e il fulgido
Telo de l’ira e l’elegia d’amor.

Folle censore e stupido
Cantor di vecchie fole
Me chiami pure, o Italia,
La tua diversa prole:
Adulator di trepidi
Liberti e vili sofi io non sarò.
Che se nel reo servizio
Precipitar co ‘l vulgo anch’io dovrò,

Su ‘l corpo mio Gliceria
Sparga le care chiome
E ne le insonni tenebre
Chiami il mio vuoto nome,
Immaturo compongami
Del fratel generoso entro l’avel
La madre, ed orbo vagoli
Il padre infermo entro il deserto ostel.

LIBRO V
LXIX.

A UN POETA DI MONTAGNA

Nascesti dentro d’un secchion da latte,
E a scrivere imparasti in una bótte,
Accordando le rime irte ed astratte
A lo scoppiar de le castagne cotte.

A quelle rime strampalate e matte
Sentironsi a bociare asini e bòtte,
Le secchie vomitaron lor ricotte,
E i tegami pugnâr con le pignatte.

Allora crocitando un solreutte,
Salisti in Pindo pien di boria il petto;
Ma Febo ti legnò come un Margutte.

Tu montato in arcion d’un somaretto,
Ti preparavi a le future lutte,
Con un orso scudiero al fianco stretto:

E d’uno scaldaletto
Difeso, urtasti di tutta baldanza,
Ma il ciuco ti buttò senza creanza,

– Per legge d’eguaglianza,
Ragliandoti su ‘l muso a ritornelli,
Bestie non portan bestie; e siam fratelli. –

LXX.
A UN GEOMETRA

Dimmi, triangoluzzo mio squadrato,
Che al mondo se’ de gli animali rari,
Furono prima i ciuchi o i somari?
E quel tuo capo è un circolo o un quadrato?

Anco: il cervel, se fior te n’è restato,
È isoscelo o scaleno o ha lati pari?
Se’ tu l’ambasciador de’ calendari,
O un parallelogrammo battezzato?

Buona gente, i’ vi prego che pigliate
Questo bambolon mio ch’ha di molt’anni
E che ‘l mettete a nanna e lo cullate.

Tenetel chiuso, ch’egli è un barbagianni,
E non fa che sciupar vie lastricate,
Mangiar del pane e consumar de’ panni.

E quando fuor d’affanni
Averà messo il dente del giudizio,
Fate sonare a la ragion l’uffizio.

O bello sposalizio
Che vogliam fare come piú non s’usa,
Accoppiandolo a monna Ipotenusa!

E’ mi dice la Musa
Che di questi rettangoli appaiati
Nasceran di be’ circoli quadrati.

LXXI.
A UN FILOSOFO

Se sant’Antonio vi mantenga sano
E vi rischiari l’antropologia
Né spengan le zanzare il lume a mano
Che vi diè il Pestalozza in cortesia,

Seguite adagio adagio e piano piano,
Caro Mirtillo mio, per questa via:
Ché l’individualismo è luterano
E il volere esser noi pedanteria.

Voi sbancate i copisti e gli scrivani,
Voi vendete il sistema a bariglioni,
Con la modestia pia de’ ciarlatani.

Venitela a vedere, o berrettoni,
L’opera bella de le vostre mani
Fatta ad imagin de’ . . . . . . .

Oh i leggiadri sermoni!
Oh la filosofia vaghetta e pura
Che larga a un tempo e stretta è di natura!

Se la mano vi dura
E se Dio vi mantien sane le dita,
Mirtillo mio, farem buona riuscita.

Siete una calamita
Che v’attirate i pezzi badïali,
Come faceva Orfeo de gli animali.

Pria che la ruota cali,
Pigliate i raggi, e con novel vigore
Scappateci ad un tratto professore.

Ché noi v’amiam di cuore,
E, pur che vi leviate quattro passi,
Vi mandiamo anche ne’ paesi bassi.

LXXII.
AI POETI

O arcadi e romantici fratelli
Ne la castroneria che insiem vi lega,
Deh finite, per dio, la trista bega,
E sturate il forame de’ cervelli.

Del vostro pianto crescono i ruscelli
E i fiumi e i laghi sí che l’alpe annega,
E stanco è il Gusto a batter chiavistelli
A questa vostra misera bottega.

Sentite in confidenza: i lepri e i ghiri
Son lepri e ghiri, e non son mai leoni:
Né Byron si rimpasta co’ deliri,

Né Shakespeare si rifà co’ farfalloni,
Né si fabbrica Schiller co’ sospiri,
Né Cristi e sagrestie fanno il Manzoni.

Dopo tanti sermoni,
O baironiani, o cristïani, o ebrei,
Ed o voi che credete ne gli dèi,

Lasciate i piagnistei;
E, se piú al mondo non avete spene,
Fatevi un po’ il servizio d’Origene.

LXXIII.
ANCORA AI POETI

O arcadi o romantici fratelli
D’impertinenza e di castroneria,
Che è questo che vi frulla in fantasia
D’impecorirci i cuori ed i cervelli?

Ladre tantaferate e ritornelli
Udimmo troppe, e fu gran cortesia
Non cacciarvi a pedate dietrovia,
Buffoni, arcibuffoni e menestrelli.

Buffoni, arcibuffoni, ite in bordello
Con vostri salmi e vostre trenodie
Che d’eretico sanno e di monello.

Voi bestemmiate come genti pie
Co ‘l reliquario in man, sotto un mantello
Accoppiando le Taide e le Marie.

Dite le litanie,
E non ci ricantate tuttavia
Con stil francioso e di tedescheria

Italia Italia mia!
Or via, che Dante e Niccolò s’inchina
A questa bella Italia parigina!

Andate a la berlina,
Ché de le nostre terre italïane
Stalle faceste di bestiacce strane.

Torrei prima il gran cane
Od un muftí, che niun de’ vostri eroi,
O i magni italianon che siete voi.

Piú perniciosi a noi
Che un battaglion tra svizzeri e croati
E trentamila inquisitori frati.

Patriotti garbati,
Smettete la commedia e gli spauracchi,
Ché noi siam tutti stracchi stracchi stracchi.

Armatevi di tacchi,
Mettete a le zampette i barbacani:
Voi siete tutti nani nani nani.

E per noi italïani,
Se non trovate un diavol che v’impenni,
Voi siete tutti menni menni menni.

Se pria non vi scotenni
Cotesta frega di far poesia,
Ne le risaie de la Lombardia

Vogliam farvi una stia;
E vi ci chiuderemo; e per becchime
V’inghebbieremo de le vostre rime.

Se vi salvi il lattime,
Vi daremo a mangiar de le ballate,
Dicendovi – Buon prò, oche infreddate. –

Ma deh non ci scappate,
Che vi racchiapperemo; e i refrattari
Saran costretti di compor lunari

In versi settenari
Al lume de la luna e per la bruna
Notte sopra la tacita laguna.

Cosí farem fortuna,
Battendo la gran cassa a i vostri ardori
Lo Spettatore di tutti i colori.

LXXIV.
A SCUSA D’UN FRANCESISMO SCAPPATO NEL PRECEDENTE SONETTO

Deh balii de la lingua, affeddiddio
Che questo a punto a punto è il vostro caso,
E voi potete pur darmi di naso
Menando gran rumor del fatto mio.

Guardivi sant’Anton come rimaso
D’un franciosismo al laccio or sono anch’io;
E chancher venga al nemico di Dio
Che pria la rima n’arrecò in Parnaso.

Ch’io veggio correr fuora a gran baldanza,
Pur me ammiccando con un risolino,
Molti linguisti di molta importanza.

E’ vanno per consigli a l’Ugolino.
Deh, statevi per Dio: de l’ignoranza
Da per me mi chiarisco, e mi v’inchino.

Or dal vostro cammino
Qua voltatevi voi primi, aramei
Che studiate la lingua in su’ caldei,

Indïani e giudei;
E voi che fate i be’ vocabolisti,
E voi che rivedete i trecentisti

Né mai gli avete visti,
E voi che siete sí gran barbassori
Che pur al Gello appuntate gli errori.

Tra i magni espositori
Non manchi qui con le scritture sue
Quel ser cotal che fu suocero al bue.

Ora stommi in tra due,
S’anche m’abbia a chiamar quelli autoroni
Che il Leopardi affastellano e il Manzoni

Per entro i lor prosoni.
Deh sí, venite tutti a schiere a schiere:
Che al corpo non vuo’ dir del miserere

Mi farete piacere.
Ne le brache mettetemi le mani,
Levate via la pulce, e andate sani.

LXXV.
ALLA MUSA ODIERNISSIMA

O monna tu, ch’io non so qual tu sia
Tanto se’ in vista difformata e strana,
Monna Clio, monna Ascrea, monna befana,
O monna dal malan che Dio ti dia;

A la croce di Dio, tu se’. . . . .
Se t’acconci a chi vuole in su la via;
E se ne mente la mitologia
Che giurò su ‘l candor di tua sottana.

Poi che ti presti ogni or’ mattina e sera
A tutte voglie d’ogni razza ingordi,
Tornata di regina in paltoniera;

O sciagurata, fa che ti ricordi
A chi tu fosti ed a chi se’ mogliera
Onde per te mi fremono i precordi.

Anime al ben concordi
Già ti levar d’ogni bel pregio in cima:
Or ti preme ciascun, ciascun t’adima.

Non si può dir per rima
Quanto sia cattivello e piccolino
Questo gentame ch’ora t’ha domíno.

Qual vien ruttando il vino
Sovra il tuo petto; e l’anima imbriaca
Urla l’idillio, a la canzon si placa.

Qui Geremia s’indraca,
E i cembali sonando in colombaia
Vagisce la bestemmia, il pianto abbaia.

Un altro, ecco, si sdraia
Nel verso sciolto, e ci fa un voltolone,
Come somaro dentro il polverone.

Ben venga il bambolone
Che non iscompagnato ancor dal latte
Bela, e pur con Melpomene combatte.

In van la si dibatte
Tra le man del piccino: ella n’è stracca,
Ed ei rimesta le tragedie a macca.

Il cherichetto insacca
Pur nel tuo tempio, e sa di sagrestia
E di mòccoli spenti e d’eresia:

Con lirica bugia
Gorgoglia l’inno, e struggesi di frega
Meditando il bordello e la bottega.

Ve’ colui che si frega
A l’epopeia, e, perché troppo è lunga,
La concia sí, che al suo termine giunga.

Come par che la punga
E la cincischi sí che il sangue spicci!
E poi le aggiusta il parruccone a ricci.

Al fin par che s’appicci
Il divin corpo al corpicciuol digiuno,
E camminando son né due né uno.

Iscarmigliato e bruno
Or si fa oltre Gracco: il pecorino
Cuor gli tentenna come il personcino.

Da l’eliso divino
Inchínati a costui, nonno Catone,
Ch’ha sempre in bocca una rivoluzione.

È un repubblicanone
Che ingozza prima la sua libbra buona
Di mazzinïanissima prosona,

Poi tuona e tuona e tuona.
A udir quell’omaccino armipotente
Isbigottisce la povera gente,

E dice: Veramente
Cotestui studia per le invenzïoni
Di verseggiar le bombarde e i cannoni.

In decasillaboni
Egli squaderna co’ profeti santi
Ippopotami neri e lïonfanti,

E sopravi giganti
Che vanno armati di monti e montagne
A imbottar nebbia per queste campagne:

Ma poi grugnisce e piagne,
Quando tornato al cristïan suo cuore
S’inginocchia davanti al confessore.

Deh quanto è gran dolore
Del tristo punto ove condotta sei
O tósca Musa già cara a gli dèi,

Da questi uomini rei
Che ad ogni voglia lor buona o non buona
Adoperano pur la tua persona.

Non che rotta la zona,
E’ t’han diserto i piú gentili arredi:
E infantocciata come tu ti vedi,

Dal capo in fino a’ piedi,
Ti mandano accattando in su ‘l sentiero.
Ov’è il regal paludamento altiero?

Or se’ tu da dovero
Che a l’universo descrivesti fondo
E fosti prima poesia del mondo?

Or è questo il giocondo
E nobil sen dal quale a’ dí piú tardi
Si nutriva il gran cor del Leopardi?

Ah no! tu di codardi
Se’ madre e sposa: or ti conosco io tutta,
O barattiera svergognata putta.

Deh via, sudicia e brutta,
Lascia, via, di menar tanto fracasso;
Uccella a’ barbagianni, e statti in chiasso.

LXXVI.
PIETRO FANFANI E LE POSTILLE

Pietro Fanfani sta ne le postille
E le postille stanno nel Fanfani:
In principio eran sole le postille,
Poi le postille fecero il Fanfani.

E il Fanfani in persona è le postille,
Le postille in idea sono il Fanfani:
Dice Fanfani chi dice postille
Dice postille chi dice Fanfani.

Oh nuova cosa veder le postille
Vestir panni e mangiar con il Fanfani,
E il Fanfani pensar con le postille.

Tutte le cose che pensa il Fanfani
O vuole o ama o fa le son postille;
E le postille son sempre il Fanfani.

E poi che nel Fanfani
Sono cervello e cuore una postilla,
L’angel custode può spassarsi in villa.

LXXVII.
IL BURCHIELLO AI LINGUAIOLI

Il soldan de gli accenti a solatío
Giva su per Mugnone in vista fiera.
Calandrin gli dicea con buona cera
– Togli de l’elitropia o fratel mio. –

Cantavan l’oche per quella riviera
– Pígliati i paperotti, e va’ con Dio -;
Gli gridavano i ghiozzi – Addio, addio -:
Sconcordavano i granchi a schiera a schiera.

Grande onor fecegli anche un pappagallo
Declinando proverbi a le brigate
Di sur un arbor di sambuco giallo;

Ed in rime dicea sue pappolate,
Ma le Grazie gli diedero un cavallo,
E con le gazzere ei si rese frate.

Di farfalle acconciate
Con passerotti lessi a gran diletto
Una bertuccia faceva il guazzetto;

E di quel suo brodetto
Die’ bere piú d’un tratto al Nardi e al Gello,
Che per ammenda tolsergli il cappello

Dove tenea ‘l cervello,
E diederlo a beccare a un fottivento
Che dopo il pasto si morí di stento.

Or ecco un gran concento
Di fischi e bussi pauroso e strano:
E’ vengono i pedanti a mano a mano,

E pigliano il soldano
E la bertuccia e il pappagal babbione,
E spettacol ne fanno entro un gabbione,

Dicendo a le persone
– O buona gente, venite a la mostra:
Questi son gli occhi de la lingua nostra.

LXXVIII.
A MESSERINO

S’indraca Messerin contro i pedanti,
E del Monti pur ciancia e del Manzoni.
O pecoraio, contastú i caproni?
Quanti piedi han dirieto e corna avanti?

Questo servo de’ servi de’ menanti,
Spazzaturaio di composizioni,
Piglia del campo anch’egli e fa sermoni
E se l’allaccia tra’ filosofanti.

Or credi tu de la viltà natia
Esserti scosso per tuffar le mani
Dentro l’inchiostro d’una stamperia?

Va fíccati in un cèsso o datti a’ cani!
Che se tu me ‘l chiedessi in cortesia
Pur ginocchione e con giunte le mani

Per lo dio de’ cristiani,
Un calcio mio non ti vorrei donare;
E ragghia a posta tua se sai ragghiare.

Gli scudi che vuoi dare
Per far dietro a’ pedanti il buggerio,
Se fussin soldi loderesti Iddio.

Omicciattolo mio,
Vuoi farla da leone, e se’ asinello
Che mai si vide il piú pulito e bello.

Mettetegli il corbello,
Carcatelo di ciarpe e di letame,
E co ‘l baston cacciategli la fame.

LXXIX.
SUR UN CANONICO CHE LESSE UN DISCORSO DI PEDAGOGIA [26]

Udite, udite il molto reverendo
Sopra la educazione de’ figliuoli.
E’ si vuol, quand’han messo i lattaiuoli,
Cominciar la grammatica esponendo;

E quelli duri a modo di piuoli
Tutta in latin la vengan ripetendo.
Che se il ragazzo dice – I’ non la intendo, –
È da pigliar de’ nerbi o ver querciuoli,

E picchiatelo forte a nodo a nodo,
E chiamatel furfante a tutto pasto:
A un bisogno, e’ c’è il martello e ‘l chiodo

Per crocifigger chi l’avesse guasto.
Questo de l’insegnar cristiano è il modo,
Cosí il fanciullo vien saputo e casto.

Ma deh prima il catasto
Insegnategli e la negromanzia,
Che non la storia e la geografia.

Questa è una cosa ria,
Questo è razionalismo di quel fino:
Contentisi il ragazzo al Bellarmino.

Oh che giovin divino,
Se di nulla mai chieggavi ragione
Credendo tutto a tutte le persone!

E creda anche al forcone
Di Satanasso o ver di Lucibello
E a le penne de l’agnol Gabriello,

Ed a lo spiritello
O spiritelli che vengano a schiere
E al dïavolo grande e a le versiere,

E che le fattucchiere
Piglin forme di cagne o vuoi di gatte,
Ed a tant’altre autorità sí fatte.

E cosí si combatte
In prò de’ nostri italïani vecchi,
E questo è il classicismo di parecchi!

O bónzi, o mozzorecchi,
Voi fiorirete i ginnasi e’ licei
D’Ecceomi e Barabbi e Zebedei.

LXXX.
A BAMBOLONE

Se Dio ti guardi sino a befania
Cosí fresco grassoccio e badïale
Ed a risparmio del pepe e del sale
Da viver anche sant’Anton ti dia,

Or dinne, Bambolone, in cortesia:
Se’ tu tozzone o porti pivïale?
Ha’ tu studiato di negromanzia?
Se’ turcimanno o cozzone o sensale?

Quando tu mostri fuora il tuo faccione
E l’occhio picciolino e quella fessa
Che tieni ov’han la bocca le persone,

Dice la gente – È egli ora da messa?
Ècci oggi a la Nunziata processione?
Ehi, sagrestano! – Ma quel dir poi cessa,

Quando una filatessa
Sciogli di citazion greche e latine
Che l’una e l’altra si pigliano al crine.

A fe’ tu trinci fine
L’apotegma ed il colon e lo scolio,
E l’assïoma bei come il rosolio.

Sembri il padre Nizolio
Che fe’ di Marco Tullio anatomia,
Sembri il sultan de la filologia.

Ma di filosofia
Tu n’hai piene le sacca anzi le balle:
Dice la gente che mai non ti falle.

N’hai sempre in su le spalle,
E ne le brache, e fin dentro gli usatti,
E la vendi al minuto e la baratti.

Oh come sono matti,
I’ volevo dir nuovi e peregrini,
I discorsi che fai, grandi e piccini!

Gli arabi ed i latini,
I francesi i geloni ed i caldei
E irochesi e ottentotti ed aramei,

Gli svizzeri e gli ebrei,
Ed i russi ed i prussi ed i borussi,
Gli hai su le dita come tu ci fussi.

Anche hai giocato a frussi
Con Salomone, e facei l’altalena
Con Licurgo quand’ei murava Atena.

O testona ripiena
D’ogni gran cosa, grossa soda e dura,
Tu hai gran naturale, anzi natura.

Or dài or dài la stura
A quelle fantasie che in rime hai mésse,
Ma risprangale prima ove son fesse.

Calate le brachesse,
Baraballo t’aspetta in Elicona
E vuol dare al tuo crin la sua corona.

E tutto il monte suona
– O Bambolone, vienne a questo stallo,
Vienne tra il Carafulla e Baraballo! –

LXXXI.
AL BEATO GIOVANNI DELLA PACE [27]

Oggimai che ritornati
Son di moda e stinchi ed ossa
E né pure gl’impiccati
Son sicuri ne la fossa,
Anche a voi la quiete spiace,
Fra’ Giovanni de la Pace?

Bravo Nanni, la persona
Rilevata su bel bello,
Una santa pedatona
Voi menaste ne l’avello
E gridaste – Giuraddio!
S’è cosí, ci sono anch’io.

Su da bravo, Cosimino! [28]
Vieni fuor con la brigata,
Metti in pronto il baldacchino,
E facciam la passeggiata.
Era tanto che giacevo!
È tornato il medio evo! –

Ma da vero ma da vero
Che n’avete ogni ragione.
Ecco il presule ed il clero
A menarvi in processione,
O soldato trïonfante
De la chiesa militante.

Viva pur Sandro Manzoni!
Quant’è mai che s’arrabatta
Co’ filosofi nebbioni
E gli storici a ciabatta!
Acqua santa a piena mano,
Tutto il secolo è cristiano.

Libertà, indipendenza,
Paganissima utopia,
Offendevan la decenza
De la santa teoria,
Ora stabile e fondata
Su l’Europa incatenata.

Guarda mo’, Castelbriante!
La tua Francia torna a Dio:
Bonaparte è novo Atlante
A la cattedra di Pio:
Fan da Svizzeri a San Piero
I nipoti di Voltèro.

Cristo par sia riportato
Fra’ bagagli di Radeschi,
Su l’altare appuntellato
Da le picche de’ Tedeschi.
Convertí la baionetta
Questa terra maledetta.

Questa terra, che del nostro
Sangue e pianto è molle ancora,
Brontolando un paternostro
Su zappiamo a la buon’ora,
Per trovare ossa di santi
O di frati zoccolanti.

Vo’ veder, se l’uso tiene,
Cristianissima Parigi,
Abbigliar le Maddalene
Co ‘l soggólo e in panni bigi,
E mandarle a’ lupanari
Con in petto i reliquari.

Che t’importa, o razza sfatta,
De le cose di quaggiú?
Un fermaglio a la cravatta
Con un osso di Gesú:
Una formola d’usura
Con un passo di Scrittura!

Che volete? Il Cristianesimo
È un romanzo che fa chiasso.
Ci scordammo del battesimo,
Ma cantiamo co ‘l compasso
Com’un’aria di Lucia
Paternostro e avemaria.

Presto dunque il reliquario,
E ben venga il santo novo!
Tra i compari del lunario
Anche lui si faccia il covo,
Avvocato e servigiale
De la pace universale.

Bel vedervi, fra’ Giovanni,
Ritto ritto su l’altare,
E briachi per gli scanni
I canonici a russare,
E i devoti bisbiglianti
Di cambiali e di contanti,

E le belle penitenti
Mentre cantan litania
Affittar nuovi serventi
Per l’entrata in sagrestia,
Invocando la Madonna
Quando s’alzano la gonna.

LIBRO VI

LXXXII.
A VITTORIO EMANUELE

Non perché da’ Sabaudi a la marina
Stendi lo scettro de l’avito impero
Su ‘l Po regale e il Tanaro sonante,
Non perché a’ cenni tuoi leva ed inchina
Il subalpino popolo guerriero
I liberi vessilli a te davante;
Ma perché figlio amante
Sei de l’antica madre in ch’io mi vanto,
Al tuo conspetto il pianto
Di costei reco, onde su l’empie squadre
Già spronasti il cavallo a lato al padre.

Or drizza il guardo a valle; or vedi, o sire!
Dal pian cui parte l’Eridàno e irriga,
De la grande cacciata glorïoso;
Da le lagune ove il sublime ardire
La strana signoria lenta castiga,
Onde il vecchio leon freme cruccioso;
Dal prisco suol famoso
Che sacro ha il nome piú fra Tebro ed Arno;
E dove Liri e Sarno
A bestial tirannia nutron le prede;
Tende le braccia Italia e pietà chiede.

Pietà de la gran donna, o cavaliere,
O rege, o figlio! In forza altrui condotta
Questa dolente il suo Cesare chiama:
Mille stannole attorno ombre severe
Ch’han la persona di piú punte rotta
E guardan pure in te con muta brama.
Cotal già sovra Rama
Suonava il pianto di Rachel cattiva,
Che de’ suoi figli priva,
Poi ch’eran morti, non volea conforto,
In fin che Giuda a la vendetta è sorto.

Attendi, attendi. Un suon profondo e lento
Rimugge da la valle e in alto spira,
E si fa tuono che a l’intorno romba:
Par d’acque molte rumoreggiamento,
Quando il bosco al vicin nembo s’adira
E il vorticoso Borea giú piomba.
Non è rumor di tomba:
È l’itala minaccia a lo straniero;
È fremito guerriero,
Che cresce co ‘l romor de le procelle,
E i regi e l’armi avvolve e i troni svelle;

È grido atroce di calcata plebe
Che sorge contro la ragion de’ forti
E il pio sdegno e le sante ire raguna.
A te commette le paterne glebe,
A te le invendicate ossa de’ morti,
A te i vóti e la speme e la fortuna,
E i talami e la cuna
De’ pargoletti e il maternal desío.
Deh non cresca, per dio,
Sotto i regni di barbaro soldato
Chi d’italica donna italo è nato!

Corser due lustri che cruenta al suolo
Gittando Alberto l’itala corona
Ostia sé diede a l’ira alta de’ cieli:
Rinnovellata a la ragion del duolo
Crebbe altra gente, e l’itala matrona
Incanutí sotto i funerei veli.
Deh! quante volte aneli
Dal cozio sasso protendean lo sguardo
Su ‘l bel terren lombardo
Gli esuli mesti, rimembrando in vano
La pia casa paterna e il dolce piano.

E presso al freddo focolar sedea
Barbaro sgherro, a i padri antichi in faccia
Esplorando il dolor l’ansia la speme:
Vile! e a le mute lacrime irridea;
E co ‘l ferro e lo scherno e la minaccia,
Vile!, l’ira premea che inerme freme.
Or non piú, no! l’estreme
Battaglie affretta la lombarda prole:
Scintillan sotto il sole
Gli sdegni aperti, e gran fiamma seconda:
Torma servile i nostri campi inonda.

Io chieggo a te, de l’itale contrade
Cavaliere scettrato, a te, buon figlio
Del magnanimo Alberto: Or che piú cessi?
Che fanno in val di Po straniere spade?
E quei che Alberto spinsero a l’esiglio
E a morte inconsolata, or non son essi?
Tra oppressori ed oppressi
Non pace mai, ma guerra guerra guerra!
Armi freme la terra,
Armi i vecchi le donne i figli imbelli,
Armi i templi e le case, armi gli avelli.

Ma pace a te, se nieghi a’ tuoi scettrati,
Stirpe d’Arminio, il braccio, e te consigli
Con libertà che i popoli compose.
Noi non venimmo del bel Reno armati
A predar le riviere, e non i figli
Strappammo al sen de le tue bionde spose:
A l’ire generose
Sorride Libertà, l’auspice dea
Che su’ Franchi spingea
La negra caccia del tuo fier Lutzove
Con suon d’inni e di spade a l’ardue prove.

Pietà vi stringa, o popoli, del duolo
Ond’è sacra l’Italia e de la speme
Che le disperse sue genti nutríca:
Non invidiate che su ‘l patrio suolo,
Suolo che ancor del nostro sangue geme,
Raccolga i figli suoi la madre antica.
Deh, per dio, non si dica
Quest’obbrobrio di voi! de’ nostri danni
Patteggiar co’ tiranni!
Iloti novi, su pe’ i nostri liti,
Volerne servi e miseri e partiti!

Attendete e guardate. Il petto è questo
D’Italia madre, il petto ove attingeste
Onda di civiltà perenne e viva:
L’han macchiato Neroni empi d’incesto,
L’han solcato di piaghe disoneste,
E il sangue ne gittâr per ogni riva.
Egra giace e mal viva
La Cibele d’Europa: a lei d’intorno
Nel novissimo giorno
Stanno i suoi figli, in contro a’ fati oscuri
Di feroce pietà forti e securi.

Che se nel cor de’ popoli consorti
Misericordia tace, e se ne’ petti
De’ regi stagna un vergognoso oblio;
Pe ‘l supremo desir de’ nostri morti,
Pe ‘l tacito pregar de’ pargoletti,
O Italiani, o fratelli, o popol mio,
Leviam! Giudichi Iddio
La causa nostra a l’universo in faccia.
E tu, Vittorio, abbraccia
L’italica bandiera; il serto scaglia
Oltre Po, nel terren de la battaglia.

Loco è ‘n Superga, ov’ha misteri orrendi
La religion di morte, ove aspettando
Posan gli atavi re dentro gli avelli:
Ivi sali, o signor: la spada prendi
Di Carlo Alberto, e i tuoi padri evocando
Batti lo scudo de gli Emmanuelli.
A quel suon, di novelli
Fremiti il ciel d’Italia ecco rintrona:
Come nube che tuona
E nel rovente folgore scoscende,
Lungo clamor da l’alpi al mar si stende.

Vapor di sangue orribilmente sale
Da la fatal Novara, e l’aere invade
E fuma atro su ‘l mare e vela il monte:
Ecco rabbia di guerra alta immortale,
E strepitar d’incalzantisi spade,
E a le vendette correre Piemonte.
Di rossa luce a fronte
Già balena Custoza, e già la guerra
Corre l’insubre terra;
E rompono feroci ogni dimora
Brescia e Milano a gridar mora mora.

Ma il leon di San Marco alza la testa,
E sovra i mille orribile s’avventa
Tra ferro e fuoco ed urla alte e terrore.
Tende l’orecchio, il suon de la tempesta
Napoli attinge; e già spezzò la lenta
Sbarra e le strambe del regal timore.
Generoso furore
Rapisce i prodi ne l’usate prove:
De l’ire antiche e nove
Freme Palermo, e da la sua ruina
Anche si drizza a battagliar Messina.

Né tu men presto la codarda soma,
Che ne la strage tua fu colorita,
Da te scuoti, o roman popolo altero.
Al folgorar de la novella Roma
Già tra l’are s’appiatta il re levita,
E ritorna a trattar suo ministero.
Tu fra tanto il cimiero
Vesti di Marte e la visiera abbassi,
E la grand’asta squassi,
Ricercando il nemico. E teco agogna
Tedesco sangue la viril Bologna.

E noi da gl’indignati ozi riscuote
Noi tósche genti la funerea voce
De i giovinetti in Montanara estinti:
Quando ne le frequenti aule percuote,
Taccion le danze, e in un desio feroce
Taccion i vólti di pallor dipinti.
O campi insubri tinti
Del sangue nostro, ancor nel dí supremo,
Ancor vi rivedremo,
D’ostie ferite e trïonfali canti
A placar le fraterne ombre aspettanti.

Su dunque, suona a l’ultima riscossa,
Re sabaudo, le trombe, e giú dal monte
Saettando la guerra urta il destriero.
Sia del tuo brando il lampo e la percossa
Lume di vita a la gran donna in fronte
E fulmine di Dio su lo straniero.
Vantator menzognero,
De l’armi nostre e de la gran vendetta
Senta l’orrenda stretta;
E troppo Italia ancor gli sembri forte,
Quando ne’ lurchi avventerà la morte.

In van le scuri e le catene, in vano
Fûr gli ozi e l’ombre di cocolle e stole:
Sangue latin viltà, no, non impara.
O plebi di Bologna e di Milano,
A cui per libertà morir non duole!
O Goito, o Pastrengo, o Montanara!
O cara Brescia, o cara
Venezia! deh come tu suoni acerba
A chi le piaghe serba
Di Mestre e vide per la notte nera
Tutta affocata folgorar Marghèra.

Itali esempi fûr nel Barberino
Venti giovani contro a Francia tutta
Rotti di venti colpi il seno invitto:
Son nostri Rosaroll, il Morosino,
Poerio, e su la mole arsa e distrutta
Medici solo orribilmente dritto.
Questo è roman conflitto,
Pugnato sempre e rinnovato ognora,
Fin che il Cimbro dimora
Nel suol di Mario, e dal carinzio chiostro
Alarico depreda il terren nostro.

Ma te Mario novel le ocnèe convalli
Ben sentiranno, ne l’immensa clade
Splendenti al cielo di piú bei colori.
Esultano al passar de’ tuoi cavalli
L’ossa fraterne, e a le vittrici spade
Il suolo di Maron cresce gli allori.
Consacra i rei signori
Debite inferie a i santi aviti Mani:
Poi su’ colli italiani
L’ombra adora di Roma, e il vóto augusto
Sciogli di Giulio e di Traian su ‘l busto.

LXXXIII.
IN SANTA CROCE

XXIX MAGGIO MDCCCLIX

Non carmi, non ghirlande, e non concento
Di salmi a l’ombre de’ guerrier si doni:
Grecia ne l’aspro dí de le tenzoni
Diede inferie di sangue a’ suoi trecento.

O sacre a morte libere legioni,
Qui venite di morte al monumento;
Qui profferite orribil giuramento,
Che nel conspetto del Signor risuoni.

Pe ‘l sangue de gli eroi, pe’ franti petti
De’ vegliardi, pe ‘l duol che si disserra
Da le piaghe di madri e pargoletti,

Guerra a’ tedeschi, immensa eterna guerra,
Tanto che niun rivegga i patrii tetti
E tomba a tutti sia l’itala terra.

LXXXIV.
ANCHE IN SANTA CROCE

Quali, quali, al tuonar de’ feri accenti
Forme s’accalcan per lo sacro loco?
Assistete, spirate, ecco io v’invoco,
O martiri, o fraterne ombre frementi:

E voi caduti sotto il ferro e il foco,
E voi sotto il flagel schiacciati e spenti,
E voi sparte dal piombo anime ardenti,
E qual de’ ceppi uscí livido e fioco.

Conturbate i sepolcri, scoperchiate
Le tombe, e nel conspetto de l’Eterno
Il pianto e il sangue del martirio alzate.

Non ci lasciar di Satana in governo:
L’inferno contro te l’armi ha levate,
Ed in Austria, Signor, tutto è l’inferno.

LXXXV.
GLI AUSTRIACI IN PIEMONTE

E molti e armati e di ferocia immani
Batter misere plebi; e ne le vite
Ne gli aver ne l’onor mettere ardite
Le sanguinose e non pugnanti mani;

Poi, le prede gittando in van rapite,
Al suon de l’armi prime i noti piani
Ricercar ne la fuga, ed a i lontani
Presidii erger le fronti isbigottite:

Queste son le tue pugne, oste gagliarda.
Ma intatta sorge la regal Torino,
E su ‘l libero mar Genova guarda.

Riparate, predoni, oltre Ticino;
Ché ben per la fremente aura lombarda
Vi segue il ferro ed il valor latino.

LXXXVI.
A GIUSEPPE GARIBALDI

Te là di Roma su i fumanti spaldi
Alte sorgendo ne la notte oscura
Plaudian pugnante per l’eterne mura
L’ombre de’ Curzi e Deci, o Garibaldi.

A te de’ petti giovanili e baldi
Sfrenar l’impeto è gioia; a te ventura
Percuoter cento i mille, e la sicura
Morte con amorosi animi saldi

Abbracciar là sopra il nemico estinto.
Or tu primo a spezzar nostre ritorte
Corri, sol del tuo nome armato e cinto.

Vola tra i gaudi del periglio, o forte:
Vegga il mondo che mai non fosti vinto
Né le virtú romane anco son morte.

LXXXVII.
MONTEBELLO

Non son, barbaro, qui le inermi genti
Onde facil menar preda ti giova:
Son forti mille; e teco ardono in prova
Mescersi, d’armi e di valor potenti.

Son gl’itali manipoli irrompenti:
Questo che fere, il ferro è de la nova
Gente; e com’e’ s’incarna avido e trova
L’austriache vite, barbaro, tu il senti.

Superbo, e sotto la sabauda lancia
Curvi le spalle? prode, e sí restio
Se’ tu dal ferro e cosí pronto a ciancia?

T’urta e rompe e disperde, o ladron rio,
Italia a fronte; e a tergo poi ti lancia
La vendetta de’ popoli e di Dio.

LXXXVIII.
PALESTRO

Italia, il gregge de’ tuoi re, straniero
Gregge, tra le tedesche aste dormia;
O ver dal sonno pauroso il fero
Tendea gli artigli e sangue tuo sitía.

Or tessi il roman lauro al re guerriero
Che per te pugna e vince, Italia mia:
Ei milite ei tribuno ei condottiero
Ti sórse, ed egli imperador ti sia.

Competitore oh qual sarà che scenda,
Quando tu del guerriero al crin sudato
Ponendo, o Italia, la cesarea benda

Dirai: Su le paterne ossa giurato
Questi ha il mio scampo: questi entro l’orrenda
Pugna il suo sangue, italo sangue, ha dato?

LXXXIX.
MAGENTA

Gli attese al passo; poi di nubi avvolta
Del Cesare cirnèo l’ombra si mosse,
E disgombrando la caligin folta
Alzò il grido di guerra, e il ciel si scosse.

Già fuoco e ferro orribilmente in volta
Percuote i lurchi come turbin fosse,
E l’antica vendetta entro la molta
Strage l’ali battea torbide e rosse.

Or via, cessate l’inegual conflitto;
Ché quinci servitú feroce e muta,
Quindi pugna de i popoli il diritto.

Cade l’austriaca sorte: e te saluta,
Pian di Magenta, il civil mondo afflitto:
L’avversaria del bene è in te caduta.

XC.
MODENA E BOLOGNA

Al suon che lieto pe ‘l diverso lido
Empie tra i monti e ‘l mar l’italo seno,
Sgombra, o straniero, i tuoi presidî: infido
Sotto i barbari piè crolla il terreno.

Or chi pria leverà d’Italia il grido
Spezzando il vario, infame, antico freno?
Di martiri e d’eroi famoso nido,
Voi Modena e Bologna. Oh al dí sereno

Di libertà cresciute anime altere
Tra i ceppi sanguinanti e gli egri esigli
E gli orrendi martòri in prigion nere,

Voi ne’ tedeschi e ne’ papali artigli
Chi piú mai renderà, poi che un volere
Raccoglie al fin de la gran madre i figli?

XCI.
SAN MARTINO

Chi del German di doppia oste maggiore
Là il barbarico nembo urta e sostiene?
Chi sovra mucchi di morenti muore
Sorriso in volto di letizia e spene?

Qual d’ira e di virtú divin furore
Su quel colle a le prove ultime viene?
Chi ricaccia il gagliardo assalitore,
E terribil lo folgora a le schiene?

Sei tu, sei tu, latin sangue gentile,
Che ne i pugnati campi su la dóma
Austria risorgi in tua ragion civile,

Ed a l’Europa gridi – Oh, chi mi noma
Servo mai piú? fine a l’oltraggio vile!
Rendimi il serto di mia madre Roma. –

XCII.
PER LE STRAGI DI PERUGIA

Non piú di frodi la codarda rabbia
Pasce Roma nefanda in suo bordello;
Sangue sitisce, e con enfiate labbia
A’ cattolici lupi apre il cancello;

E gli sfrena su i popoli, e la sabbia
Intinge di lascivia e di macello:
E perché il mondo piú temenza n’abbia,
Capitano dà Cristo al reo drappello;

Cristo di libertade insegnatore;
Cristo che a Pietro fe’ ripor la spada,
Che uccider non vuol, perdona e muore.

Fulmina, Dio, la micidial masnada;
E l’adultera antica e il peccatore
Ne l’inferno onde uscí per sempre cada.

XCIII.
ALLA CROCE DI SAVOIA

Già levata ne gli spaldi
De’ castelli subalpini,
Tra le selve ardue de’ pini
Ondeggianti a l’aquilon;
De’ marchesi austeri e baldi
Fiammeggiante ne i brocchieri,
Quando i ferrei cavalieri
Ruinaro a la tenzon;

Come bella, o argentea Croce,
Splendi a gli occhi e arridi a’ cuori
Su ‘l palagio de’ Priori
Ne la libera città;
Dove il secolo feroce,
Posta giú l’únnica asprezza,
Rivestí di gentilezza
La romana libertà!

Vero è ben: qui non sorgesti
A l’omaggio de i vassalli,
Giú squillando per le valli
L’alto cenno del signor;
Né tornei ferir vedesti
Né d’amore adunar corti,
E lodar le belle e i forti
Non udisti il trovator.

Una plebe di potenti
Qui giurossi al franco stato,
E il barone spodestato
Si raccolse tra gli artier,
Quando sursero portenti
Da le sete e da le lane,
E le logge popolane
Vider Giano e l’Alighier. [29]

Ma la luce che a te intorno
Novamente arde e sfavilla,
E da Susa fino a Scilla
Trae le nostre anime a te,
Nel desio d’un piú bel giorno
Che, cessati i duri esigli,
La gran madre unisca i figli
Sotto il nome del tuo re;

Quella luce tra gli orrori
De l’Italica sventura
Queste tombe e queste mura
A i dí novi la serbâr.
Tal su l’urne de’ maggiori
A la tarda etrusca prole
La favilla alma del sole
I sepolcri tramandâr.

Qui Alighier nel santo petto [30]
Accogliendo pria quel raggio
Te nel triplice vïaggio,
Nova Italia, ricercò:
Tutto in faccia al gran concetto
Gli fremeva il cor presago,
E, di Roma l’alta imago
Abbracciando, poetò.

Qui ne l’aule del senato,
Qui de’ rei nel duro ostello,
Doloroso Machiavello [31]
Maturava il pio desir;
E a la forza ed al peccato,
Che l’Italia egra tenea,
Chiese aiuto a l’alta idea
E de l’opera l’ardir.

Infelice! a la sua gente
Si volgeva altro destino,
E il buon Decio fiorentino [32]
La grand’anima gittò.
Ma il pensier del sapïente
Ed il sangue del guerriero
Sovra il capo a lo straniero
Le viventi ire eternò.

E fu primo Burlamacchi, [33]
Dato a morte e pur non vinto,
Contro il fato e Carlo Quinto
Il futuro ad attestar.
Poi da’ petti inermi e fiacchi
Rifuggí l’altera idea
Fra le tombe, onde solea
Ferri e ceppi rallegrar. [34]

Or, desio de’ nostri morti,
De’ viventi amore e gioia,
Bianca Croce di Savoia,
Tu sorridi al nostro ciel.
Gloria a te, da che a’ tuoi forti
Filiberto aprí la strada
E su i barbari la spada
Levò Carlo Emmanuel! [35]

Gloria a te quando nel grido
D’una plebe combattente
Tra le patrie armi lucente
Te un magnanimo portò;
E per tutto il nostro lido
Fin de l’Adria a la riviera
Da le torri di Peschiera
La vittoria folgorò! [36]

Sacra a noi, te non avvolse
La ruina di Novara:
Piú terribile e piú cara
Di memorie e di virtú,
Risorgesti: e un rege accolse
In te l’italo destino,
Quando ruppe a San Martino
La stagion di servitú.

Chi l’ha detto che fremente
Di terrore e di corruccio
Qui su’l popol di Ferruccio
Un d’Asburgo regnerà?
Su, stringetevi, o possente
Gioventú de le legioni!
Su, risorgi, o Pier Capponi;
Tocca i bronzi a libertà!

Il combattere fia gioia,
Fia ‘l morire a noi vittoria:
Pugnerà con noi la gloria
Ed il nome de i maggior.
E tu, Croce di Savoia,
Tu fra l’armi e su le mura
Spargerai fuga e paura
In tra i barbari signor.

Noi, progenie non indegna
Di magnanimi maggiori,
Noi con l’armi e con i cuori
Ci aduniamo intorno a te.
Dio ti salvi, o cara insegna,
Nostro amore e nostra gioia!
Bianca Croce di Savoia,
Dio ti salvi! e salvi il re!

VARIANTE CANTATA
DELLA “CROCE DI SAVOIA” [37]

Come bella, o argentea Croce,
Splendi a gli occhi e arridi a’ cuori
Su ‘l palagio de’ Priori
Ne la libera città;
Dove il secolo feroce,
Posta giú l’únnica asprezza
Rivestí di gentilezza
La romana libertà!

A Vittorio i nostri carmi
Ne le piazze popolose,
De’ figliuoli e de le spose
Consacriamo a lui l’amor,
E lo strepito de l’armi
E il furor de’ fieri petti
E la folgor de i moschetti
In presenza a gli oppressor.

Il combattere fia gioia,
Fia ‘l morire a noi vittoria:
Pugnerà con noi la gloria
Ed il nome de i maggior.
Ma te, o Croce di Savoia,
Altra gente invoca e aspetta:
A chiamar la gran vendetta
Sorge un grido di dolor.

È Venezia. In riva al mare
Siede, guarda, e al ciel si duole;
E conforto aver non vuole,
Perché figli piú non ha.
Oh qua l’armi! e a fulminare
Torna, o re, nel tuo sentiero:
Dove regna lo straniero,
Va’, ti mostra, e fuggirà.

Noi, progenie non indegna
Di magnanimi maggiori,
Noi con l’armi e con i cuori
Ci aduniamo intorno a te.
Dio ti salvi, o cara insegna,
Nostro amore e nostra gioia!
Bianca Croce di Savoia,
Dio ti salvi! e salvi il re!

XCIV.
BRINDISI [38]

Evoe, Lieo: tu gli animi
Apri, e la speme accendi.
Evoe, Lieo: ne’ calici
Fuma, gorgoglia e splendi.

Tenti le noie assidue
Co’ vin d’ogni terreno
E l’irrompente nausea
Freni con l’acre Reno

Chi ne le cene pallide
Cambia le genti e merca
E da i traditi popoli
Oro ed infamia cerca:

A noi conforti l’anime
Pur contro a’ fati pronte
Il vin de’ colli italici
Ove regnò Tarconte. [39]

Un morbo rio cui niegano
Le mie camene il nome
Pasce le membra d’Àmpelo [40]
E le fiorenti chiome,

Ed ei sparso di rigido
Livor la bella faccia
Al tuo gran nume supplica
Pur con le inferme braccia.

In van: tu sdegni, o Libero,
Che a’ temperati ardori
La dolce per i barbari
De l’uve ambra s’indori;

E, quando il marte austriaco
Su’ colli tuoi gavazza,
Tu sfrondi i lieti pampini,
Tu frangi al suol la tazza.

Nato al sorriso limpido
De le pelasghe forme,
I tetri ceffi abomini
E le ferine torme.

Deh risorridi e fausto
A la vendemmia scendi;
Ne i bicchier nostri, o Libero,
Fuma, gorgoglia e splendi.

Ne’ clivi ove piú prospero
Il sacro arbusto alligna
Non piú stranier quadrupede
Ti pesterà la vigna,

Non de l’ottobre splendido
Tra i balli e le canzoni
Mescerà lituo retico
I detestati suoni.

Il re teban di vincoli
Strinse il tuo fido stuolo:
Tu sorridesti, e inutili
Caddero i ferri al suolo.

D’estranei re da’ vincoli
Italia or si sprigiona:
Ridi, o vendemmia; o Libero,
Il mio bicchier corona.

Torni a’ suoi covi squallidi
La sconsolata prole.
Di putri nebbie fumiga
La terra in odio al sole,

Che a pena guarda i poveri
Campi e i maligni colli,
Cui nieghi, o padre Libero,
L’onor de’ tuoi rampolli.

Ivi i giacenti spiriti
D’amari succhi asperga
E oblii ne’ sonni torbidi
De’ suoi signor la verga.

A noi tu serbi i vividi
Estri e gli ardor giocondi,
Di civil fiamma, o Libero,
A noi tu i cuori inondi;

Tu caro a lui che a’ teutoni
Indisse i lunghi affanni
Ed al cantor lesbiaco
Spavento de’ tiranni. [41]

XCV.
LA SCOMUNICA

I fratelli a i fratelli e i padri a i figli
Chiama Roma inimici, e guerra chiede:
Per vive membra crepitar le tede,
Dritti fra nere croci acciar vermigli,

E fra stupri ed oltraggi e sangue e prede
Rapito Cristo da rabbiosi artigli
Delitti a consacrar, con erti cigli
Di tra l’orgie dormite ella già vede.

Già leva il maggior prete in bianche stole
Tra la sua turba imbestïata e scempia
La man benedicente e le parole.

Nefandi! oh venga dí che sangue v’empia
Sí che v’affoghi, e sia quel che a voi cóle
Da i sen forati e da la rotta tempia.

XCVI.
VOCE DEI PRETI

E tu pur di viltà scuola e d’inganni
Fosti, o asil de gli oppressi, o tempio; quando,
I fratelli e la patria e Dio negando,
L’interprete di Dio stiè co’ tiranni.

Empio! e al ciel si lodò de i nostri affanni,
E benedisse a gli oppressori il brando,
E a l’inferno sacrò qual sé levando
Scotea dal capo del servaggio i danni.

Pronta a gl’imperi d’ogni vil feroce
E a le lusinghe del vietato acquisto,
A Dio mentí de’ vati suoi la voce.

Ahi giorno sovra gli altri infame e tristo,
Quando vessil di servitú la Croce
E campion di tiranni apparve Cristo!

XCVII.
VOCE DI DIO

Voce di Dio nel tempio or ecco tuona,
– Una sembianza avete ed un linguaggio.
Vostra è la patria che il Signor vi dona,
Cui ride il ciel co ‘l piú soave raggio.

Via del sire stranier l’armato oltraggio!
Via la favella che diversa suona!
Cui vi strappa de’ vostri avi il retaggio,
Cui vi tragge a servir, Dio non perdona:

Dio che accende la vita entro gli avelli,
Che incontro a gli oppressor tra’ folgor vola
In compagnia de’ Macabei fratelli. –

Salve, o voce di Dio! questa è parola
Che di te scende, e a’ secoli novelli
Rende lo spirto del Savonarola.

XCVIII.
IL PLEBISCITO

Leva le tende, e stimola
La fuga de i cavalli;
Torna a le pigre valli
Che il verno scolorò!

Via! su le torri italiche
L’antico astro s’accende:
Leva, o stranier, le tende!
Il regno tuo cessò.

Amor de’ nostri martiri,
De i savi e de’ poeti,
Da i santi sepolcreti
La nuova Italia uscí:

Uscí fiera viragine
De le battaglie al suono,
E la procella e ‘l tuono
Su ‘l capo a lei ruggí.

Levò lo sguardo; e splendida
Su ‘l combattuto lido
Mandò a’ suoi figli un grido
Tra l’alpe infida e ‘l mar:

E di ridesti popoli
Fremon le valli e i monti,
E su l’erette fronti
Un sangue e un’alma appar.

Già piú non grava a i liberi
Viltà di cor le ciglia:
Siam l’itala famiglia
Cui Roma il segno diè.

La forte Emilia abbracciasi
A la gentil Toscana:
Legnano e Gavinana
Sola una patria or è.

L’ombre de’ padri sorgono
Raggianti in su gli avelli;
Il sangue de’ fratelli
Da’ campi al ciel fumò.

Già sotto il piede austriaco
Bolle lampeggia e splende:
Leva, o stranier, le tende:
Il regno tuo cessò.

Piena di fati un’aura
Da i roman colli move;
La terra e il ciel commove
Le tombe e le città.

In ogni zolla, o barbaro,
A te una pugna attesta
L’antica età ridesta
Con la novella età.

Vedi: Crescenzio i tumuli
Schiude nel suol latino:
Levato in piè Arduino
Incalza il nuovo Otton.

T’incalza il sasso ligure,
La siciliana squilla;
E Procida e Balilla
Accende la tenzon.

Ecco: Ferruccio l’impeto
Ed il furor prepara:
Lo stuol di Montanara
Intorno a lui si tien.

Ne i dolor lunghi pallido
Ecco il sabaudo Alberto:
Gittato ha il manto e ‘l serto,
Sol con la spada ei vien.

A’ varchi infidi cacciano
I tuoi destrieri aneli
Poerio con Mameli,
Manara e Rossarol.

Nero vestiti affrontano
Te del Carroccio i forti.
Tornano i nostri morti.
Tornano a’ rai del sol.

De i vecchi e nuovi martiri
La voce si diffonde,
E un grido sol risponde
L’Arno la Dora il Po.

Sola una mente e un’anima
Tutta l’Italia accende:
Leva, o stranier, le tende!
Il regno tuo cessò.

E tu, signor de’ liberi,
Re de l’Italia armato,
Ne i vóti del senato,
Ne ‘l grido popolar,

Sorgi, Vittorio: a l’ultima
Gloria de’ regi ascendi;
Al popolo distendi
La mano, ed a l’acciar.

T’accomandiamo i pubblici
Diritti e le fortune,
I talami e le cune,
Le tombe de’ maggior:

Vieni, invocato gaudio
A i tardi occhi de’ padri,
Speranza de le madri,
De’ baldi figli amor.

Vieni: anche i nostri parvoli
A fausti dí crescenti
Te con i dubbi accenti
Chiaman d’Italia re.

Assai splendesti folgore
Ne’ sanguinosi campi,
E de la pugna i lampi
Arsero intorno a te.

Vieni, guerriero e principe,
Tra ‘l popolar desio:
Teco è l’Italia e Dio:
Chi contro te starà?

Dio pose te segnacolo
D’una fatal vendetta:
Teco l’Italia affretta
A la promessa età.

Straniero, a le tue vergini
Gran lutto allor sovrasta:
Gitta la spada e l’asta;
Dio gli oppressor fiaccò.

De la vendetta il fulmine
Già l’ale infiamma, e scende.
Leva, o stranier, le tende!
Il regno tuo cessò.

XCIX.
IN SANTA CROCE

IV GIUGNO MDCCCLX.

Tre fra i ricordi e le speranze e il pianto
Sorgon forme nel tempio alte e stupende.
Verde quasi smeraldo ha l’una il manto,
E il ferro e l’occhio verso l’Adria intende.

Come folgor di Dio, da l’altro canto
Roggio il secondo cherubin s’accende;
E mira in val di Tebro; e al pastor santo
Tremano in capo per terror le bende.

Bianco siccome neve in alpi intatte
È il terzo; e va, de’ martiri colomba,
Dove Sicilia bella arde e combatte.

Ma grida a gli altri: – Allor che la mia tromba
Canti le tirannesche ire disfatte,
Tu su Venezia e tu su Roma piomba. –

C.
SICILIA E LA RIVOLUZIONE

Da le vette de l’Etna fumanti
Ben ti levi, o facella di guerra:
Su le tombe de’ vecchi giganti
Come bella e terribil sei tu!
Oh, trasvola! per l’itala terra
Corri, ed empi d’incendio ogni lido!
Uno il core, uno il patto, uno il grido:
Né stranier, né oppressori mai piú!

O seduti negli aulici scanni,
A che i patti mentite e la pace?
Solo è pace tra servi e tiranni
Quando morte la lite finí:
Ma il nemico su ‘l campo non giace,
Né lasciò da la man sanguinante
La catena che in saldo adamante
Nel silenzio de’ secoli ordí.

Come il turpe avvoltoio ripara,
Franto l’ali dal turbine, al covo,
E ne l’ozio inquïeto prepara
Pur li artigli la fame ed il vol;
Vergognando il pericolo novo
La barbarie le forze rintégra
Ne le insidie la speme rallegra,
Pria gli spirti, quindi occupa il suol.

Or su via! Fin che il truce signore
Tien sol una de l’itale glebe
E de’ regi custodi il terrore
Tra l’Italia e l’Italia interpon;
Fin che d’Austria e Boemia la plebe
Si disseta di Mincio e di Brenta,
E il cavallo de l’Istro s’avventa
Dove al passo confini non son;

Fino al dí, verdi retiche vette,
Che su voi splenda l’asta latina;
Sciagurato chi pace promette,
Chi la mano a la spada non ha!
Presto in armi! l’antica rapina
Ceda innanzi a l’eterno diritto!
Come Amazzoni ardenti al conflitto,
Presto in armi le cento città!

O Milan, la tua pingue pianura
Crebbe pur de le bianche lor ossa,
E i destrieri sferzò la paura
Quando inerme il tuo popol ruggí:
O Milano, a la terza riscossa
Gitta l’ultima sfida, e t’affretta;
Il drappel de la morte t’aspetta, [42]
Ch’è risorto al novissimo dí.

Bello il sangue che ancor su la gonna
Tua ducale rosseggia e sfavilla!
Non forbirlo, o de’ Liguri donna;
Odi, a vespro Palermo sonò!
Pittamuli, Carbone, Balilla
Scalzi corran da Prè da Portoria,
Sotto il nobile segno de i Doria,
Dietro il sasso che i mille cacciò.

Dove sono, o Bologna, i possenti,
I guerrier de la tua Montagnola?
Quei che incontro a’ metalli roventi
Volan come fanciulle a danzar?
Non piú fren di levitica stola
Al furor de le sacre tenzoni!
Spingi in caccia i tuoi torvi leoni!
Senti il cenno per l’aure squillar!

O del Mella viragine forte,
Batti pur su le incudi sonanti,
Stringi pur in arnesi di morte
Del tuo ferro il domato rigor;
Ma rammenta i tuoi pargoli infranti
Su le soglie, i tuoi vecchi scannati,
Ed i petti materni frugati
Da le spade, e l’irriso dolor.

O Firenze, tua libera prole
Dorme tutta ne’ templi de’ padri
O su’ monti ove l’ultimo sole
Il tuo Decio cadendo attestò?
Odo un gemito lungo di madri
Volto al Mincio ed al memore piano
Gli occhi avvalla riscosso il Germano
Da le torri vegliate, e tremò:

Ché un clamor d’irrompente battaglia
Sorge ancor da la trista pianura,
E le azzurre sue luci abbarbaglia
D’incalzanti coorti il fulgor.
A la cinta de l’ispide mura
Su correte, o progenie di forti!
Qui la muta legione de’ morti
Qui vi chiama, ed il conscio furor.

Chi è costui che cavalca glorioso
In tra i lampi del ferro e del foco,
Bello come nel ciel procelloso
Il sereno Orïone compar?
Ei si noma, e a’ suoi cento diêr loco
Le migliaia da i re congiurate:
Ei si noma, e città folgorate
Su le ardenti ruine pugnâr.

Come tuono di nube disserra
Ei li sdegni che Italia raguna:
Ei percuote d’un piede la terra,
E la terra germoglia guerrier.
Garibaldi!… Da l’erma laguna
Leva il capo, o Venezia dolente:
Tu raccogli, o de l’itala gente
Madre Roma, lo scettro e l’imper.

Su, da’ monti Carpazi a la Drava,
Da la Bosnia a le tessale cime,
Dove geme la Vistola schiava,
Dove suona di pianti il Balcan!
Su, d’amore nel vampo sublime
Scoppin l’ire de l’alme segrete!
Genti oppresse, sorgete, sorgete!
Ne la pugna vi date la man!

Da li scogli che frangon l’Egeo,
Da le rupi ove l’aquile han covo,
O fratelli di Grecia, al Pireo!
Contro l’Asia Temistocle è qui.
Serbo, attendi! su ‘l pian di Cossovo
Grande l’ombra di Lazaro s’alza;
Marco prence da l’antro fuor balza,
E il pezzato destriero annitrí. [43]

Strappa omai de’ Corvini la lancia
Da le sale paterne, o Magiaro;
Su ‘l tuo nero cavallo ti slancia
A le pugne de i liberi dí.
In fra ‘l gregge che misero e raro
L’asburghese predon t’ha lasciato,
Perché piangi, o fratello Croato,
Il figliuol che in Italia morí?

In quell’uno che tutti ci fiede,
Che si pasce del sangue di tutti,
Di giustizia d’amore di fede
Tutti armati leviamoci su.
E tu, fine de gli odii e de i lutti,
Ardi, o face di guerra, ogni lido!
Uno il cuore, uno il patto, uno il grido:
Né stranier né oppressori mai piú.

LICENZA

Io di poveri fior ghirlanda sono,
Ed Enotrio a le dee m’appese in dono,

Qui l’arte deponendo e il van desio:
Altri chieda la gloria, ed ei l’oblio.

NOTE [A “JUVENILIA”]

PROLOGO

[1] Al libro [1866]

[2] Petronio è quel del Satyricon divenuto dopo il 1815 scrittore di romanzetti mistici e d’omelie erotiche.

[3] Alfio è l’usuraio del II degli Epodi: al tempo di Orazio faceva idilli campestri, dal 1815 al ’59 compose di molti inni sacri in settenari e in isciolti: oggigiorno credo faccia anche delle poesie sociali.

[4] Le altre figure, o figuri, sono studi ideali dal vero, per cosí dire, della società toscana poco avanti e poco dopo il 27 aprile 1859, cui si allude al v. 107.

[5] Per l’allusione mitologica su ‘l Mugnone, chi non se ne ricordasse vegga il Ninfale fiesolano. A chi poi gli rimprovera l’acerbezza giambica di alcuni di questi versi, come sconveniente alla civiltà odierna, Enotrio, veneratore degli antichi, ricorda quel di C. Trebonio a Cicerone, Famil., lib. XII: In quibus versiculis si tibi quibusdam verbis eythyrremonésteros videbor, turpitudo personae eius in quam liberius invehimur nos vindicabit: ignosces etiam iracundiae nostrae, quae iusta est in eiusmodi et homines et cives. E canticchia quei versi di Lucilio:
Virtus, id dare quod re ipsa debetur honori,
Hostem esse atque inimicum hominum morumque malorum,
Contra defensorem hominum morumque bonorum.

LIBRO I.

[6] A imitazione delle rime dei secoli XIII e XIV.

[7] Come il precedente. Il Primo Amante del v. 12 è detto platonicamente, come già dal Tasso nella canzone alla Pietà:
Ei accesa di zelo
Scaldi gli alati amori
Di nuovo e dolce foco e ‘l primo amante.

[8] In questo sonetto la seconda quartina non corrisponde nell’abitudine delle rime alla prima; ma non è licenza mia, sí maniera antica che piacque al Petrarca (v. il sonetto Soleano i miei pensier soavemente). Libertà in arte quanta ce n’entra: ma di quelle libertà che scusano l’ignoranza l’impotenza o la trascuraggine, no.

LIBRO II.

[9] È una specie d’idillio lirico, nel quale per le rappresentazioni della natura volle tornarsi alle forme del politeismo classico, e ai sentimenti della natura volle mescolarsi le ire nazionali del presente d’allora. Il canto messo in bocca alle fanciulle romane festeggianti la primavera nell’isoletta del Tevere [strofe 14-27] è imitazione o riduzione del Pervigilium Veneris. Chi volesse saper di piú su ‘l luogo l’occasione e i modi di quella festa, cerchi il proemio del Wernsdorf a quell’idillio (Poetae latini minores, II).

[10] Per Cerinto e Sulpizia vedi il libro IV delle Elegie di Tibullo.

[11] È una variazione su l’idillio VIII di Mosco, su l’elegia VII di Lod. Ariosto O ne’ miei danni… , su le stanze di Ph. Desportes Nuict jalouse nuict… e su la canz. VIII, p. 1, di T. Tasso Chi di mordaci…

[12] Di Cassio sappiamo da Plutarco, nella vita di Bruto, che era epicureo e buon compagno.

[13] Traduzione o imitazione dal Basium II di Giovanni Secondo.

[14] Fatta veramente su ‘l motivo d’antico poeta cinese, Kaokiti; il cui canto può vedersi tradotto nella Storia universale di Cesare Cantù (Letteratura, vol. I, pag. 372: Torino, Pomba, 1841).

[15] È una santa proteggitrice, come chi dicesse una indigete, della terra di Santa Maria a monte nel Valdarno inferiore; ove nacque nel 1187 da un Giuntini cavaliere e da una Ghisilieri di Bologna e morí nel 1231.

[16] Per gli ultimi versi ognun ricorda che la Commedia di Dante fu alcuna volta letta al popolo in Santa Maria del fiore.

LIBRO III.

[17] Accenna alle parole del Voltaire: Vorrei intitolare le vostre commedie L’Italia liberata dai Goti [lett. a C. G., 24 sett. 1760].

[18] È risposta per le stesse rime a un sonetto che mi fu indirizzato nel 1856 e che fu stampato in un volume di Liriche [Pisa, Nistri, 1862], ove sono di bei pezzi poetici. Ecco il sonetto:
Carducci, è suono d’armonia guerriera
Quel che ti freme ne l’ardente core,
Che pur le dolci fantasie d’amore
Veste di forma rigida e severa.

La tua forte e sdegnosa anima altera
Sprezza di schiavi e di liberti onore;
E d’acheo piena e di latin valore
Cerca nel ciel di Dante la sua sfera.

Che se ‘l tuo canto a l’età non s’accorda,
Pensa che il fiacco solo in lei s’ispira
Da che al verbo de’ forti è fatta sorda.

Di miglior tempo degno, a la tua lira
Non tôr, Carducci, non aggiunger corda,
Ma sii qual fosti; e rendi carmi ed ira.
Corde, d’allora in poi, alla mia lira, io non ne ho tolte; e, se alcuna ne ho aggiunta, è di quelle che Sparta non avrebbe comandato di togliere.

LIBRO IV.

[19] Questi versi e gli altri intitolati Omero sono frammenti di un carme che ne’ primi anni meditavo su la poesia greca. E li ristampo, sebbene frammenti, perché sovra essi si fermò piú benigno lo sguardo di F. D. Guerrazzi: i linguaioli mi motteggiavano, ed ei giudicò che in questi versi specialmente io mi mostrava sí alunno del Foscolo, ma come Achille che imparava a tender l’arco da Chirone (Rivista contemporanea del 1858). So bene d’esser rimasto inferiore al paragone e al vóto:
Quamquam o! — sed superent quibus hoc, Neptune, dedisti.

[20] La venuta di Omero al tumulo di Achille e l’apparizione dell’eroe e l’acciecamento del poeta furono prima immaginati da A. Poliziano nell’Ambra, v. 260 e segg.; ma d’altra guisa.

[21] Questo stava bene dirlo nel 1854; ma che Dante pensasse all’unità d’Italia, oggi, studiati un po’ meglio i tempi l’uomo e il poema, non lo direi piú né pure in un ditirambo. Le son novelle che oramai bisogna lasciarle a quei che sudano a lusingare il veltro.

[22] Nelle prime sei stanze si accenna ai Persiani d’Eschilo, e in fine della sesta all’epitafio che leggesi nell’antica vita del poeta: Questo monumento ricuopre Eschilo d’Euforione ateniese, perito nella fertil di grano Gela. Del suo inclito valore ti dirà il sacro campo di Maratona e il denso-capigliato Medo che ‘l sa per pruova.

[6] Come è detto da Persio, VI: Mihi nunc ligus hora Intepet hibernatque meum mare. Persio era etrusco: ma il paese dalla Magra all’Arno fu detto piú d’una volta ligure, specialmente dai greci.

[24] è una rimembranza del glorioso scolio ateniese: Carissimo Armodio, no tu mai non moristi: ma nelle isole de’ beati dicono che tu sei, ov’è il piè-veloce Achille e dicono anche il tidide Diomede.

[25] Si accenna al frammento di Alceo serbatoci da Ateneo, X: Or conviene inebriarsi e di forza bere, da poi che morto è Mirsilo.

LIBRO V.

[26] Fu stampato la prima volta non so piú in qual numero del Momo di Firenze nel 1858, con la seguente missiva:
Colui che ti scrive trovossi un bel giorno a sentir recitare in una academia di questo mondo una diceria, non ti potrei dire quanto dotta e assennata e cristiana, sopra la educazione de’ figliuoli. E come a lui piacque sempre la costumanza di quei sapientissimi Greci, che i comandamenti della religione e le leggi civili e i precetti della moral filosofia mettevano in versi, e gli cantavano per le cene e gli scolpivano in capo alle vie, affinché per tal maniera restassero meglio impressi nelle menti de’ loro paesani; cosí volle far egli, per quanto poteva, di quella diceria; ch’e’ tiene per santissima cosa, riboccante tutta da capo a fondo di religione e di civiltà e di morale. E recolla in versi; e la dà a te; che, se ti piace, tu la mandi fuora, cosí compendiata e fatta piú dilettosa ed agevole a ritenere, a processione per la stampa.
Dio ti salvi, Momo da bene.

[27] Fu stampato nella Domenica del Fracassa, anno III, n. 2, 10 gennaio 1886, con questo avviso di Giuseppe Chiarini:
In nota ad un mio scritto sul Carducci, io pubblicai nel 1869 alcune strofe di un Inno sacro ch’egli scrisse nel 1855, quando era scolare a Pisa. Il Carducci stesso ne pubblicò qualche altra strofa nelle note alla prima edizione delle sue poesie fatta dal Barbèra nel 1871. Ma la intera poesia, ch’è una satira religiosa e civile per quei tempi audacissima, rimase finora inedita. Rovistando alcune carte, m’è ora venuto alle mani l’originale di quell’Inno, e lo pubblico, certo di far cosa grata ai nostri lettori: lo pubblico con le parole colle quali il Carducci mi mandava la poesia, parole che ne spiegano l’origine. “Da un pezzo in qua (due anni mi pare) è venuta la mania di riscavare i vecchi santi e di metterne su de’ nuovi, ultimo guizzo dell’idea cristiana-romantica. A questi giorni, e precisamente dopo trattata e firmata la pace di Parigi, hanno trovato un frate del secolo XIII che appunto ha nome Giovanni della Pace, venerato in Pisa nei secoli passati. Hanno stabilito di riscavarlo, metterlo in onoranza nel domo, portarlo a processione. Io ho scritto questo inno sacro”.

[28] L’arcivescovo di Pisa card. Cosimo Corsi.

LIBRO VI.

[29] Giano della Bella fiorentino, benché uscito di antica e nobil famiglia, prese le parti del popolo contro i nobili e grandi; e, venuto ad esser priore nel 1292, riformò lo stato e ridusse il governo nelle mani del popolo. Di che nacquero invidie e odii contro di lui, e il popolo traeva a difenderlo; ma e’ non patí che il nome suo divenisse segno di cittadine discordie, e di sua volontà si bandí da Firenze nel 1294.

[30] Dante Alighieri, nato in Firenze l’anno 1265, morto in Ravenna nel 1321, il piú gran poeta de’ tempi cristiani, fu primo a nettamente pensare e procurare efficacemente con le scritture e i consigli l’unità d’Italia nella lingua, nei pensieri e costumi, nelle leggi e nel governo, sotto il reggimento d’un principe. Ma egli concepiva l’unità italiana solo col risorgimento dell’impero romano, per lo che allargavasi a certe astrazioni di monarchia universale, che non fanno al caso nostro: per altro è da osservare che quel che Dante pensò, un altro italiano, Napoleone I, tentò a modo suo di mettere in effetto. Belle e degnamente riferibili al Re eletto sono le parole con le quali il gran poeta annunziava la venuta d’un redentore d’Italia nella Epistola ai re, magistrati e popoli d’Italia [traduzione di P. Fraticelli].

[31] Nicolò Machiavelli, cittadino fiorentino e segretario della Repubblica, nato nel 1469 e morto nel 1527, voleva la indipendenza e unità d’Italia acquistata con le armi nazionali e assicurata sotto un principe nazionale potente. Vagheggiò questo principe prima in Cesare Borgia detto il Valentino, poi in Lorenzo de’ Medici duca d’Urbino; i quali, usciti di ree famiglie ambidue, erano ambidue nefandi per tradimenti e violenze e vizii di diversa maniera: e Dio non vuole che le opere grandi e belle si compiano per mezzo di bassi e brutti istrumenti. Paiono profezia della mirabil concordia, con la quale gl’Italiani d’oggi vollero e vogliono per re loro Vittorio Emanuele, le parole del Machiavelli nel capo ultimo del Principe.

[32] Quale italiano non conosce il nome e i fatti di Francesco Ferrucci, nato in Firenze il 14 agosto 1489 e morto a Gavinana il 2 agosto 1530 in difesa della libertà di Firenze, e, si può dire, d’Italia, contro le armi di Carlo V imperatore e di Clemente VII papa?

[33] Francesco Burlamacchi, artefice lucchese e gonfaloniere della Repubblica di Lucca nel 1546, aveva concepito il magnanimo e per i tempi che allora correvano non mal fondato divisamento di ritogliere i male acquistati dominii agli stranieri e il temporale al papa e riunire l’Italia sotto reggimenti repubblicani, incominciando dal chiamare a libertà le città toscane e romagnole di fresco assoggettate, poi per tutta l’Italia propagando l’incendio. Per ciò s’intese con gli Strozzi e con altri fuorusciti fiorentini e senesi; ed era per dar mano all’opera, quando scoperto per vile malignità d’un Pezzini fu con la tortura disaminato dagli stessi anziani della sua Repubblica; e quindi dato in mano a Ferrante Gonzaga, che lo richiedeva in nome dell’imperatore, fu nella cittadella di Milano nuovamente torturato e in fine decapitato. Il Governo della Toscana ha decretato che in alcuna delle piazze di Lucca gli si ponga una statua come a primo martire dell’unità italiana.

[34] Il Burlamacchi può considerarsi come l’ultimo dei grandi uomini italiani delle età repubblicane; ché, dopo, al predominio straniero si accompagnò una quasi universale corruttela, e lo smarrimento d’ogni spirito generoso nel popolo d’Italia. Vero è che alcuni amarono e procurarono sempre l’indipendenza e l’unità della patria; e molti furono i tentativi a ciò dopo il 1789, e piú molti dopo il 1815; ma ebbero per fine la galera, il carcere duro, la mannaia.

[35] Dio provvide che nei bassi tempi della nostra servitú regnasse al settentrione dell’Italia una forte e pura famiglia di principi italiani. — Emanuele Filiberto I duca di Savoia, generalissimo delle armi spagnole in Fiandra, nel 1557 vinse sopra i Francesi la battaglia di San Quintino; onde nella pace di Castel Cambresí, che a quella battaglia successe, riacquistò i suoi dominii di Savoia e Piemonte, tenuti per ventiquattro anni da’ Francesi, e gli afforzò d’armi e di leggi: con ciò fondando la grandezza di casa Savoia, anche preparò all’Italia nel Piemonte un futuro vendicatore della sua libertà. — Il figliuolo di Filiberto, Carlo Emanuele I, messo dalla Spagna al bando dell’impero, perché si preparava a sostenere con le armi i suoi diritti di successione al Monferrato, rispose rimandando il toson d’oro: intimatogli dal governatore di Milano che obbedisse, rispose avanzando l’esercito e chiamando i principi e popoli d’Italia alla riscossa contro il dominio straniero: per due volte fece la guerra contro Spaguoli ed Austriaci, nel 1614 e ’15, nel 1616 e ’17. Fu dai primi uomini d’Italia acclamato liberatore della patria.

[36] Carlo Alberto I, di Savoia-Carignano, dopo rinnovato il Piemonte con sapienti riforme e afforzato di disciplina e d’armi il bello e florido esercito, aspettava il suo astro, aspettava cioè l’occasione di romperla con l’Austria, che gli fu data dalle cinque giornate di Milano (18-22 marzo 1848): ond’egli il 23 passò il Ticino, sovrapposto lo scudo di Savoia alla bandiera tricolore italiana; e battuto il 30 aprile il generale d’Aspre a Pastrengo, e nel 30 maggio il maresciallo Radetzky a Goito, ebbe in quest’ultimo giorno la fortezza di Peschiera a patti. Non è del nostro proposito il narrare come riuscisse male quella guerra incominciata con tanto lieti auspicii: accenneremo nome Carlo Alberto battuto a Novara nel 23 marzo 1849 abdicasse pe ‘l figlio Vittorio Emanuele II, e andasse a morire nell’esiglio in Oporto di Portogallo. Dal Senato del Regno fu con decreto aggiunta al nome di lui l’appellazione di MAGNANIMO.

[37] Cantato la sera del 4 decembre 1859 al Teatro Pagliano, con grande accompagnamento di coro, dalla signora Marietta Piccolomini in occasione dell’Accademia a vantaggio della soscrizione per i fucili promossa da Giuseppe Garibaldi, e a richiesta universale ripetuto tre volte. Altre strofe del canto stesso erano già state messe in musica pur dal maestro Carlo Romani ed eseguite nel r. Teatro degli Intrepidi in Firenze la sera del 27 novembre 1859.

[38] Un po’ incivile con gli austriaci, ma bisogna ricordare i tempi: del resto né pur gli austriaci erano civilissimi con noi.

[39]Tarconte è l’eroe mitico degli etruschi fondatore di città.

[40] Àmpelo diè il nome greco alla vite: di lui Ovidio, Fast., III, 409:
Ampelon intonsum satyro nymphaque creatum
Fertur in ismariis Bacchus amasse iugis.
Su ‘l coperchio d’un sarcofago del Museo Pio Clementino vedesi figurato nel trionfo di Bacco in un carro tirato da tigri cui guida un Amorino sonando la lira. La sua storia è il piú bell’episodio delle Dionisiache di Nonno.

[41] Si accenna a Mario, che vecchio beveva anche troppo, e ad Alceo, de’ cui pochi frammenti parecchi son sacri al vino e a’ bicchieri.

[42] Occorre dire che accenno alla Compagnia della morte, la quale combatté a Legnano intorno al Carroccio? e della quale il Berchet, Fantasie, III,
Dio fu nosco. Al drappel de la Morte,
Alla foga dei carri falcati
Ei fu guida…

[43] Su ‘l piano di Cossovo fu combattuta il 15 giugno del 1389 la battaglia tra Serbi e Turchi ove cadde tra migliaia di prodi Lazaro re di Serbia e la nazione, e che è omericamente celebrata nei canti popolari serbi, al cui paragone si vede bene la gran miseria che sono certe altre poesie popolari. Quei canti narrano anche i grandi e gli ameni fatti di Marco Kraglievich (principe), l’Achille e il Rinaldo serbico. “Visse censessant’anni; second’altri trecento. Altri imagina che dopo l’ultima battaglia si ritraesse in una caverna, quando vide la canna del primo moschetto. Dio a lui pregante diè un sonno che non si romperà se non quando gli cadrà da sé la spada dal fodero. Si sente talvolta il suo cavallo nitrire; e la spada è già mezza fuori”: cosí il signor Boné nella versione di Nicolò Tommasèo, traduttore e illustratore degno della poesia illirica.

LEVIA GRAVIA

(1861-1871)

I.
CONGEDO

Come tra ‘l gelo antico
S’affaccia la vïola e disasconde
Sua parvola beltà pur de l’odore;
Come a l’albergo amico
Co ‘l vento ch’apre le novelle fronde
La rondinella torna ed a l’amore;
Rifiorirmi nel core
Sento de i carmi e de gli error la fede;
Animoso già riede
De le imagini il vol, riede l’ardore
Su l’ingegno risorto; e il mondo in tanto
Chiede al mio petto ancor palpiti e canto.

Luce di poesia,
Luce d’amor che la mente saluti,
Su l’ali de la vita anco s’aderge
A te l’anima mia,
Ancor la nube de’ suoi giorni muti
Nel bel sereno tuo purga e deterge:
Al sol cosí che asperge
Lieto la stanza d’improvviso lume
Sorride da le piume
L’infermo e ‘l sitibondo occhio v’immerge
Sin che gli basta la pupilla stanca
A i color de la vita, e si rinfranca.

Quale nel cor mal vivo
Dolore io chiusi, poi che la minaccia
Del tuo sparir sostenni, e quante pene!
Tal del seguace rivo
A poco a poco inaridir la traccia
L’arabo vede tra le mute arene,
E sente entro le vene
L’arsura infurïar, e mira, ahi senso
Spaventoso ed immenso!,
Oltre il vol del pensiero e de la spene
Spazïare silente e fiammeggiante
Il ciel di sopra e ‘l gran deserto innante.

E giace, e il capo asconde
Nel manto, come a sé voglia coprire
La vista, che il circonda, de la morte:
E il vento le profonde
Sabbie rimove e ne le orrende spire
Par che sepolcro al corpo vivo apporte.
I figli e la consorte
Ei pensa, ch’escon de le patrie ville
Con vigili pupille
Del suo ritorno ad esplorar le scorte,
E in ogni suono, ch’a l’orecchio lasso
Vien, de’ noti cammelli odono il passo.

Or mi rilevo, o bella
Luce, ne’ raggi tuoi con quel desío
Ond’elitropio s’accompagna al sole.
Ma de l’età novella
Ove i dolci consorti ed ove il pio
Vólto e l’amico riso e le parole?
Come bell’arbor suole
Ch’è dal turbin percosso innanzi il verno,
Tu, mio fratello, eterno
Mio sospiro e dolor, cadesti. Sole,
Lungi al pianto del padre, or tien la fossa
Pur le speranze de l’amico e l’ossa.

O ad ogni bene accesa
Anima schiva, e tu lenta languisti
Da l’acre ver consunta e non ferita:
Tua gentilezza intesa
Al reo mondo non fu, ché la vestisti
Di sorriso e disdegno; e sei partita.
Con voi la miglior vita
Dileguossi, ahi per sempre!, anime care;
Qual di turbato mare
Tra i nembi sfugge e di splendor vestita
Par da l’occiduo sol la costa verde
A chi la muta con l’esilio e perde. [1]

Dunque, se i primi inganni,
M’abbandonaro inerme al tempo e al vero,
Musa, il divin tuo riso a me che vale?
Altri e fidenti vanni,
Altro e indomito al dubbio ingegno altero
Vorríasi a te seguir, bella immortale,
Quand’apri ardente l’ale
Vèr’ l’infinito che ti splende in vista:
A me l’anima è trista;
Perdesi l’inno mio nel vuoto, quale
Per gli silenzi de la notte arcana
Canto di peregrin che s’allontana.

Ma no: dovunque suona
In voce di dolor l’umano accento
Accuse in faccia del divin creato,
E a l’uom l’uom non perdona,
E l’ignominia del fraterno armento
È ludibrio di pochi, è rio mercato,
E con viso larvato
Di diritto la forza il campo tiene
E l’inganno d’oscene
Sacerdotali bende incamuffato,
Ivi gli amici nostri, ivi i fratelli.
Intuona, o musa mia, gl’inni novelli.

Addio, serena etate,
Che di forme e di suoni il cor s’appaga;
O primavera de la vita, addio!
Ad altri le beate
Visïoni e la gloria, e a l’ombra vaga
De’ boschetti posare appresso il rio,
E co ‘l queto desio
Far di sé specchio queto al mondo intero:
Noi per aspro sentiero
Amore ed odio incalza austero e pio,
A noi fra i tormentati or convien ire
Tesoreggiando le vendette e l’ire.

Musa, e non vedi quanto
Tuon di dolor s’accoglie e qual di sangue
Tinta di terra al ciel nube procede?
Di madri umane è pianto
Cui su l’esausta poppa il figlio langue;
Strido è di pargoletti, e del pan chiede:
È sospir di chi cede
Vinto e in mezzo a la grave opera cade,
Di vergin che onestade
Muta co ‘l vitto; e di chi piú non crede
E disperato nel delitto irrompe
È grido, o cielo, e i tuoi seren corrompe.

Che mormora quel gregge
Di beati a cui soli il ciel sorride
E fiorisce la terra e ondeggia il mare?
Di qual divina legge
S’arma egli dunque e che decreti incide
A schermir le crudeli opere avare?
Odo il tuono mugghiare
Su ne le nubi, e freddo il vento spira.
Del turbine ne l’ira
E tra i folgori è dolce, inni, volare.
L’umana libertà già move l’armi:
Risorgi, o musa, e trombe siano i carmi.

Canzon mia, che dicesti?
Troppo è gran vanto a sí debili tempre:
Torniam ne l’ombra a disperar per sempre.

LIBRO I

II.
IN UN ALBO

Ancor mi ride ne la fantasia
L’onesto sguardo, o giovinette, e il viso
E de le vostre inchine fronti il riso;
E ad altri dí la mente si dísvía
Quando m’apparve amor cosa celeste
E con sospir strisciare odo una veste
Bianca tra i fiori al lume de la luna,
Mesco mormorii dolci a l’aria bruna.

Povero peregrino in chiusa valle,
Timido de la notte erma tra i sassi,
Se leva gli occhi su del monte a i passi
Ond’è calato e vede le sue spalle
Ancor vestite dei soave raggio,
Pensa il principio del lontan viaggio
E del luogo natio la primavera
Ed il foco paterno in su la sera.

Al sole al verde a gli amorosi vènti,
A le dolci armonie pe ‘l mondo sparte
Sospira il cuor; ma la bufera in parte
Mi respinge ove infuriano i viventi
Odî e amor di mill’anni e da le tombe
Sorgono accenti d’ira e suon di trombe.
Non uditeli voi, ma pure e liete
De la fugace rosa il fior cogliete.

III.
PER NOZZE B. E T.

IN PISA

Chi me de’ canti ornai memore in vano
Poi che dal nido mio giacqui diviso,
Chi me al ciel patrio e de gli amici al viso
Rende toscano,

Dove piú largo ne’ bei piani a l’onda
Laborïosa il freno Arno concede
E di trïonfi solitari vede
Grave la sponda?

Vola il pensiero trepitando e posa
A una nota magione or tutta in festa.
Piange la madre e i bianchi veli appresta:
Ecco la sposa.

Seco il garzone a cui l’intimo affetto
Traluce e ride su la faccia pura
E ne l’eloquio l’anima secura
E il savio petto.

Oh a me del vin cui piú sottil maturi
Tósca vendemmia per le aeree cime
Versate, amici. Io dal bicchier le rime
Chieggo e li augúri.

E d’Alice dirò la chioma bruna,
La tenue fronte e i lunghi sguardi e lenti,
Come in queta d’april notte pioventi
Raggi di luna.

IV.
PER VAL D’ARNO

Né vi riveggo mai, toscani colli,
Colli toscani ove il mio canto nacque
Sotto i limpidi soli e tra le molli
Ombre de’ lauri a’ mormorii de l’acque,

Che dal lago del cor non mi rampolli
Il pianto. Ogni memoria altra si tacque
Da quando in te, che piú ridi e t’estolli,
Colle funesto, il fratel mio si giacque.

Oh che dolce sperar già ne sostenne!
Come da quella età che non rinverde
Volammo a l’avvenir con franche penne!

Tra ignavi studi il tempo or mi si perde
Nel dispetto e l’oblio ma lui ventenne
Copre la negra terra e l’erba verde.

V.
F. PETRARCA

Se, porto de’ pensier torbidi e fóschi,
Ridesse un campicello al desir mio
Con poca selva e il lento andar d’un rio
A l’aër dolce de’ miei colli tóschi,

Vorrei, là in parte ove il garrir de’ loschi
Mevi non salga e regni alto l’oblio,
Pórti un’ara con puro animo e pio
Ne la verde caligine de’ boschi.

Ivi del sol con gli ultimi splendori
Ridirei tua canzon tra erbose sponde
A l’onde a l’aure a i vaghi augelli a i fiori:

Gemerebber piú dolci e l’aure e l’onde,
Piú puri al sole i fior darian gli odori,
Cantando un usignol tra fronde e fronde.

VI.
IN MORTE DI PIETRO THOUAR

(GIUGNO 1861)

Me da la turba, che d’ossequio avaro
Pasce i mal chiusi orgogli
A qual piú sorga d’util fama chiaro,
Tu, solitaria musa, a vol ritogli:
Ma, dove del suo riso
Virtú soave irradïando veste
Bei costumi, alti sensi, opre modeste,
Ivi teco io m’affiso,
Teco m’esalto ed a l’aspetto santo
Rompe da la commossa anima il canto.

E già cercai con desïoso amore
Questo savio gentile,
E i pensieri affinai ne lo splendore
Che mite diffondea sua vita umile.
Nel suo povero tetto
Me inesperto egli accolse, e ad una ad una
Del reo mondo le piaghe e di fortuna
E ‘l non mai domo affetto
Al vero al buon m’aperse: in su la pura
Fronte gli sorridea l’alma secura.

Ahi, con duol mi rimembra il punto quando
L’ultimo amplesso tolsi,
E da la buona imago, sospirando,
Confuso di tristezza, il piè rivolsi!
Redía, su ‘l volto amico
Insazïato ancor l’occhio redía,
Qual di figliuolo che per lunga via
Si mette, e al padre antico
Guarda, pensoso del lontan ritorno,
Ne la fredd’ombra de l’occiduo giorno.

Pur rivederlo a sue bell’opre atteso
Mi promettea speranza,
E ne gli onesti ragionari acceso
Di fede avvalorarmi e di costanza.
In van: per sempre è muto
Quel di semplice eloquio inclito fabro,
Quel mite ardente intemerato labro;
E l’occhio, ahi quell’arguto
Da le assidue vigilie occhio conquiso,
Piú non si leva a’ dolci alunni in viso.

E voi vivete, o titolati Gracchi,
E voi con doppia lingua
Ben provvedenti Bruti a’ cor vigliacchi,
E voi Caton cui libertade impingua.
V’approdaron, civili
Rosci, il tragico stile e l’alte spoglie!
Ma in van mentite, o istrïon, le voglie
Oblique e l’opre vili
Sott’esso il fasto de l’eretto ciglio,
Famosi oggetti al popolar bisbiglio.

Ei per le vie, che non de gli aurei cocchi
Ma suonan di frequente
Opera industre, oh quante volte gli occhi
A sé traea del volgo reverente!
Uscíano in suo cammino
I vecchi salutando, ed a la prole
Con ischietti d’amor cenni e parole
Segnavanlo e al vicino:
Or di lui forse in su la stanca sera
Pensan con un sospiro e una preghiera.

Non un pensier, ch’io creda, a lui concede
Il vulgo che beato
Con largo fasto e misera mercede
Ne pagava i precetti e il mal sudato
Tempo ingombrògli. Umano
De gli anni nuovi educatore, ahi cruda
Volge l’età pur sempre, e de l’ignuda
Virtú l’esempio è in vano:
Povero fior d’atra palude in riva
Muor né d’olezzi il grave aër ravviva.

VII.
ALLA LOUISA GRACE BARTOLINI

A te, sciolto da’ languidi
Tedi lo spirto, e anelo
Del vital aere al fremito
Ed a l’effuso cielo,
Sorge: dal cuor rimormora
L’aura de’ canti, inclita donna, a te;

A cui ne’ tócchi rapidi
D’animator pennello
E ne’ frenati numeri
La memore del bello
Idea sorride e tenero
Senso e del bene l’operosa fè.

O desta a i forti palpiti
Che viltà preme in noi,
Nata a i concilii splendidi
De i vati e de gli eroi,
Salve, Eloisa, armonica
D’altre genti figliuola e d’altre età!

Perché tra i vecchi popoli
Venisti e a gli anni tardi,
Quando gli eroi si assoldano,
Spengonsi i vati e i bardi,
E si scelera l’ultimo
De l’oscurato ciel raggio, beltà?

Altr’aer ed altro secolo
L’attèa Corinna accolse;
E, quando ella da’ rosei
Labbri il canto devolse,
Tutto pendeva un popolo
Da l’ardente fanciulla affisa al ciel.

Fremea sotto la cetera
L’onda alterna del petto:
Da le forme virginee
Ineffabil diletto
Spirava: ma le lacrime
Splendido a’ folgoranti occhi eran vel.

Stupían mirando i príncipi
E i figli de gli Achei
Poggiati a’ colli madidi
De’ corridori elei:
Cantava l’alta vergine
La sua patria, i suoi dèi, la libertà.

Ed oblïoso Pindaro
De la ceduta palma
Parea per gli occhi effondere
Il sorriso de l’alma,
Rimembrando Eleuteria
Che tra i popoli salvi inneggia e va.

Ma ben, come da súbita
Procella esercitate,
Le selve atre germaniche
Suonâr, se a l’adunate
Plebi i cruenti oracoli
Apria Velleda e de le pugne il dí. [2]

Tra l’erme ombre de’ larici,
Da la luna e dal vento
Rotte, la vergin pallida
In nero vestimento
Alta levossi, a gli omeri
Lenta il crin biondo onde null’uom gioí.

E cantò guerre, orribili
Guerre; e a la cena immonda
Convitò i lupi e l’aquile;
E tepefatta l’onda
De’ freddi fiumi scendere
Vide tarda fra i corpi al negro mar.

Lungo andò allor per l’aere
Rombo da i tócchi scudi:
Precipitâr da’ plaustri
Le madri, e con l’ignudi
Petti la pugna accesero
O ululando le marse aste affrontâr. [3]

Ahi, dov’è pompa inutile
Al vivere civile
La donna, ivi non ornasi
Il costume virile
Di forza e verecondia,
E turpe incombe a’ gravi spirti amor.

Ma tu, Eloisa, l’agile
Estro di Suli a i monti
Invia, dove piú gelide
Mormoran l’aure e i fonti,
E molce i petti liberi
Canto d’augelli e balsamo di fior;

E dinne la bellissima
Sposa d’eroi Zavella,
Che pur con l’ugna stringesi
Il nato a la mammella,
Con l’altra mano fulmina
L’oste premente e gli orridi bassà. [4]

De le polone femmine
Ridinne i canti amari,
Che di lor vene tingono
I supplicati altari
O chieggono a la Vistola
Tra cotanta di spade impunità

Gli spenti figli. O candido
Stuolo, lamenta e muori,
In fin che basta il ferreo
Tempo de gli oppressori,
E pur cadendo mormora
– No, che la patria mia morta non è. –

Già la rivolta affrettasi
Fosca di villa in villa,
Turbina il vento ed agita
L’animatrice squilla,
E il nuovo carme a’ liberi
Popoli suona su i caduti re.

VIII.
PER RACCOLTA IN MORTE DI RICCA E BELLA SIGNORA

Sparsa la faccia bianca
De la fuggente vita,
Con la persona stanca
Abbandonarsi a l’ultima partita
Lei che sposa virginea
Pur or ne arrise di beato amor;

Sentir com’angue gelida
E questa e quella mano;
Gli occhi mirar che vitrei
Orribilmente nuotano nel vano
Forse in cerca de i pargoli
A lo sguardo nascosi ahi non al cor,

De i pargoli che muti
Intorno al letto stanno
Rigando i volti arguti
Di lacrimette, ed il perché non sanno,
E come sogno i fervidi
Baci materni penseranno un dí;

E intorno l’ombra stendersi
De la morte odïosa,
Mentre pur su ‘l cadavere
Si lamenta con Dio la madre annosa
Ch’abbia a compor ne l’ultima
Pace chi a premer gli occhi suoi nutrí;

Deh quanta pièta!E pure
Dolori altri secreti
Conosco, altre sventure,
Che di solenni lacrime a’ poeti
Non chieggon pompa. Apritevi,
De la miseria antri nefandi, a me.

E tu che in quelle fetide
Paglie mal sai celare
La nudità che informasi
Da l’ossa attratte e orribile si pare
Tra i pochi cenci luridi,
Forma dolente umana, oh qual tu se’?

Il secco occhio splendente
Con le pupille ignave,
Il sudor che di lente
Righe solca le tempia oscure e cave
E rappreso su l’umida
Fronte il cinereo mal piovente crin,

E quel vermiglio lurido
Ne le saglienti gote,
Quel faticoso anelito
Da l’osseo petto cui la tosse scuote
Acre profonda ed arida,
Quel sangue de la bocca in sui confin,

Annunzian, fere scorte,
La grande ora suprema.
Al passo de la morte
Niun la prepara? e niuno è che qui gema?
Ecco: un parvol si strascica
Su quelle paglie, e chiede pur del pan;

E un infante co ‘l rabido
Vagito de la fame
Contende, ansa, travagliasi
Co ‘l viso macro, con le dita grame,
Intorno de l’esausta
Poppa. Ella guarda, e a sé lo stringe in van.

Lente cadon le braccia,
Il guardo le si vela,
E pia morte la faccia
De gli affamati suoi figli le cela.
Devoti essi a la livida
Colpa ed al vorator morbo son già.

L’uomo, doman, che tolsela
Vergin bella e pudica,
Su ‘l deforme cadavere
Darà un guardo tornando a la fatica
Usata. Ozio di piangere,
Dritto d’amare il misero non ha.

IX.
PER NOZZE IN PRIMAVERA

Or che un agil di vite innovatore
Da la materia spirito s’esplíca,
E sona d’imenei la selva antica,
E su la terra il ciel folgora amore,

Cedi al sacro disio, de l’amatore
Va’ ne gli amplessi, o vergine pudica:
Natura vi consiglia e l’ora amica,
De la fugace età cogliete il fiore.

Né v’offenda il pensier che men gradita
Stagion sottentra a questo riso alterno
Del giovin anno che a goder ne invita:

Ne’ cuor gentili amor vampeggia eterno,
Come infuso pe ‘l globo a lui dà vita
Il perenne ed antico ardore interno.

X.
PER LE NOZZE DI UN GEOLOGO

[PROF. G. C.]

O scrutator del sotterraneo mondo,
Cui mal pugna natura e mal si cela,
Che a gli amor tuoi nel talamo profondo
Sua virginal bellezza arrende e svela;

In questo de’ viventi aër giocondo
Leva gli occhi una volta e l’alma anela:
Qui sorriderti vedi un verecondo
Viso, e la madre a te l’adorna e vela.

E qui saprai se piú potente insegni
Amore il varco a’ chiusi incendi etnei
O piú soave in cuor di donna regni.

Riconfortato poi, dal sen di lei
Torna a giungere ancor, né se ne sdegni,
Con la sacra natura altri imenei.

XI.
L’ANTICA POESIA TOSCANA

[NELLE NOZZE DI I. D. L.]

Su le piazze pe’ campi e ne’ verzieri
D’amor tra i ludi e le tenzon civili
Crebbi; e adulta cercai templi e misteri,
Scuole pensose ed agitati esilî.

Or dove son le donne alte e gentili,
I franchi cittadini e’ cavalieri?
Dove le rose de’ giocondi aprili?
Dove le querce de’ castelli neri?

Povera e sola a la magion felice
Ecco ne vengo, ove m’ invidi un pio
Amor che mi restava, o incantatrice.

Apri, fanciulla ; ché se tempo rio
Or mi si volge, i’ vidi già Beatrice:
Apri: la tosca poesia son io.

XII.
SCIENZA AMORE E FORZA

[PER LE NOZZE DI P. S. FILOSOFO
AL FRATELLO DELLA SPOSA UFFICIALE]

Ecco, al caro garzon che la inanella
Move la tósca vergine pudica,
A cui nel riso de la fronte bella
Raggia il fulgor di Beatrice antica:

Ed ei dal suol che il ionio mar flagella
Ultimo e accesi i monti e i cuor nutrica
Qui venne, e lo scorgea l’ardua facella
Onde Vico fugò l’ombra inimica.

Tale, ove i cuor fe’ tirannia sí scarsi,
Vola or da i fin de l’itala contrada
Sapïenza ed amore ad abbracciarsi.

Che se rea forza s’interpone e bada,
Ben tra i canti e tra i fiori a l’aura sparsi
Anche, o Giorgio, fiammeggia oggi una spada.

XIII.
LE NOZZE
(FESTA DI GIOVANI E DI FANCIULLE)

I DUE CORI

Ne la stagion che il ciel co’ le feconde
Piogge nel grembo de la madre antica
Scende e l’eterna amica
Co’ vegetanti palpiti risponde,
E gemiti e sospiri e arcani accenti
Volan su’ molli venti
E la festa e il clamor de gl’imenei
Nel canto è de gli augei;

Quando, de le foreste al lento giorno,
Accennando del vertice ondeggiante,
Fremon d’amor le piante,
E un fresco effluvio va su l’aure intorno;
Quando al sol nuovo di pudico ardore
Dal verde letto fuore
S’invermiglia la rosa, ed il suo duolo
Canta a lei l’usignuolo;

Su la tepida sera e con la stanca
Luna che sorge e va tra gli odorati
Vapor benigna e i prati
Arsi rintégra e i verdi monti imbianca,
Tu a l’opre de la vita a le tue leggi
La giovin coppia reggi
E guida, o sacra, o veneranda, o pura
Madre e diva, natura.

PRIMO SEMICORO DI GIOVANI

Qual nel roseo mattin lene si solve
Lucida visïone e come stella
Di sua bianca facella
Segna cadendo a l’alta notte il velo,

La fanciulla trasvola. Oh chi del cielo
La pace e il riso ne’ begli occhi infuse?
Chi tanta circonfuse
Gloria di raggi a la gentil persona?

Tenebra e gelo, ov’ella n’abbandona,
Contragge l’aer e i cuor, ma seco adduce
L’ardore ella e la luce,
E sotto il bianco piè fiorisce aprile;

E l’aure e l’acque e i fior con voce umíle
Mormoran di sommessi amor richiami,
E piú dolce tra i rami
Corre la melodia di primavera.

Quasi canzon lontana in su la sera
Ne i lidi antichi de la patria udita
Onde fu la partita
Grave e n’arride in cor dolce il ritorno,

Suona la voce sua. Ben venga il giorno
Che di novelli sensi una vaghezza
Colori sua bellezza,
Come il sol primo adolescente fiore,

E là si svegli dove or dorme amore.

SECONDO SEMICORO DI GIOVANI

Allor risponde ad ogni offesa – amore –
Dante con viso d’umiltà vestito;
E ne l’alto infinito
Come in sua region s’affisa e mira;

Ed un rombo di bianche ali l’aggira;
E pur tra il fumo de l’italiche ire
Scender vede e salire,
Quasi pioggia di manna, angeli al cielo.

Allor contempla il Buonarroti anelo,
E sovra il marmo combattuto posa
Lento la man rugosa
Dinanzi al folgorar di due pupille.

Ma tu, Sanzio gentil, tante faville
Giungi a’ tuoi chiusi ed immortali ardori,
Quante pe’ bei colori
Chiedi a la terra e al ciel forme divine.

Ahi troppo amico di tua morte! al fine,
Come arboscel che d’una rupe orrenda
Avido si protenda
A ber la luce e il sol, tu langui e spiri.

Tale, ove pieghi de’ begli occhi i giri
Costei cui donna il vulgo e Beatrice
Chiama il poeta, indíce
Lor fati a l’alme, e sovra l’arte regna,

Di bellezza e d’amor vivente insegna.

I DUE CORI

Cosí pronta e leggera
Per tempeste di mari
La rondinella a i cari
Liti e al suo nido affretta,
Ché il ciel mite l’aspetta – e primavera,

Come voli tra’ fiori
Tu al cupido marito;
E tal cervo ferito
Tende a montano rivo,
Qual ei tutto giulivo – a i dati amori.

Tu togli, amor possente,
La vergine al suo tetto,
Tu lei togli a l’aspetto
E al bacio lacrimato
De l’uno e l’altro amato – suo parente;

A novo ostel la guidi,
Ad altre cure e sante;
E al consecrato amante
Lei timida e vogliosa
Doni moglie, e pietosa – amica fidi:

Onde poi si rinnova
La socïal famiglia;
Dove, se amor consiglia
Al vero al buono al retto,
Virtú fiorisce e affetto – in bella prova.

Fanciulla, or t’abbi in core
Pur tra’ pensier piú cari,
Che de’ pudichi lari
In te posa la fede,
Che del costume siede – in te il valore.

Tu lasci i primi gigli,
E cambi a piú gentile
Questo tuo stato umíle;
E il saprai quando intorno
Ti fioriranno un giorno – i dolci figli.

PRIMO SEMICORO DI FANCIULLE

Qual chi de l’esser suo toccò la cima
Tranquilla e glorïosa ella ne viene:
Diffuso ha per le gene
E ne la fronte di letizia il lume.

Attende; e poi, qual con le aperte piume
Colomba al pigolar de la covata,
Ella corre beata
E d’amor radïante a un picciol letto.

Denuda, o vereconda, il casto petto:
Dischiudi, o bella, il tuo piú santo riso:
Il pargoletto affiso
Ne la tua vista i novi affetti impari.

A te co ‘l riso egli risponda, i cari
Occhi parlino a te. Sveglia co ‘l senso
Nel picciol cor l’immenso
Intendimento de la vita umana.

O de le semplicette alme sovrana,
O pia de’ novi cuori informatrice,
La steril Beatrice [5]
Ceda a te, fior d’ogni terrena cosa.

Talamo e cuna è l’ara tua: l’ascosa
Corrispondenza è quivi, onde si cria
Quell’eterna armonia
Che de’ petti domati in fondo aggiunge

E la famiglia a la città congiunge.

SECONDO SEMICORO DI FANCIULLE

Allor, perché da le sue case lunga
Voli di servitude il dí nefando,
Cade l’eroe pugnando,
E ne la luce de i cantor rivive;

E contro l’Asia, che di forme achive
Ornar vuole a’ tiranni il gineceo,
Suona su per l’Egeo
Il peana e la sacra ira d’Atene.

Sorge de i re contro le voglie oscene
Il gran giuro di Bruto, e su le spoglie
De la pudica moglie
Libertate a la lor fuga sorride.

Tremi le squille ancora e l’omicide
Sicule furie qual porrà la mano
Dominatore strano
Su le donne de’ vinti, o le vendette

De i secreti pugnali. A noi permette
Altri l’età miglior vóti e speranze,
Se de le molli usanze
Vinca le oblique insidie íntegra l’alma.

Or vienne, o giovinetta: or, palma a palma
Stretta co ‘l tuo fedele, entra d’amore
Nel tempio: ma il pudore
Che la vergin tingea de la sua rosa

Non si scompagni da la nova sposa.

I DUE CORI

O te felice, o sopra
Il nostro infermo stato
Te cara al ciel! beato
Il letto de’ tuoi amori,
S’ombra de’ propri fiori – avvien che ‘l copra.

Ma in cor ti sieda impresso
Ch’ogni piacer piú caro
Ti tornerà in amaro
Senza i baci e gli accenti
De’ pargoli innocenti – e il puro amplesso.

Ahi, la non degna sposa
Ch’odia di madre il nome
Stolta e crudele! Come
Talento reo la sprona,
A danze si abbandona – furïosa;

E in tanto, o empia!, langue
Su mercenario petto
Il caro pargoletto,
E d’altrui baci impara
Disconoscenza amara – del suo sangue.

Ma, quando di restia
Vecchiezza il corpo offeso
Sente de gli anni il peso,
A lei non per soave
Cura figlial men grave – è l’età ria.

Muore; e non di sua prole
Il pianto e il bacio estremo
Non il vale supremo
La misera conforta:
Questo natura porta – ed il ciel vuole.

Ma tu piú saggia il fiore
D’ogni piacer ritrova
In questa cura nova.
Cosí nel bel disio
Ti benedica Iddio – t’arrida amore.

XIV.
POETI DI PARTE BIANCA [6]

– Duro, marchese, allor che de la vita
L’arco piega e il pensiero in su le bianche
Urne de’ padri si raccoglie intorno
A i templi noti, oh duro allor, marchese
Malaspina, lasciar la patria! A cui
Rida nel core e ne le forti membra
La giovinezza, è un’avventura, un gioco
De la vita che s’apre a nuovi casi,
Con l’esilio mutar le dolci soglie
De la magion de’ padri suoi. Ma io
Non vedrò piú da l’Apparita al piano
La mia città fiorente; ahi lasso, e lunghi
Corron due lustri omai che aspetto e piango!
Come serena tra le negre torri
S’inalza e quanto già de l’aër piglia
Santa Maria del fiore! Io la mirava
Da’ lieti colli ove lasciai me stesso,
E tutta a gli occhi s’affacciava l’alma,
Allor che il magno imperador s’assise
A Firenze con l’oste. Ed io ‘l seguiva,
E rividi la mia villa diserta
Da Carlo di Valese; e i luoghi usati
Io non conobbi piú, né me conobbe
La nuova gente. Ora il cortese il giusto
Il magnanimo Arrigo è morto; e giace
Tutta con lui de gli esuli la speme. –

Tal parlava Sennuccio, un de gli usciti
Cittadin bianchi di Firenze, in rima
Dicitore leggiadro; e fósco in tanto
Battea la ròcca di Mulazzo il nembo,
E la tristezza del morente autunno
Umida e grigia empiea le vaste sale
Di Franceschino Malaspina. Acuta
Guaiva a’ tuoni una levriera, e il capo
Arguto distendea, l’occhio vibrando
Dardeggiante e le orecchie erte, a le verdi
Gonne de l’alta marchesana. A lei
D’ambo i lati sedean donne e donzelle,
Fior di beltà, fior di guerresche altiere
Ghibelline prosapie. E di rincontro
Ardendo in mezzo d’odorata selva
Il focolar, tu dritto in piedi tutta
Ergei la testa su i minor baroni,
Caro a gli esuli e a’ vati, o Malaspina.
Posava in pugno al cavaliere un bello
Astor maniero, e, quando varia al vento
Saltellante la grandine picchiava
Le vetrate e imbiancava il fuggitivo
Balen le appese a’ muri armi corusche,
Ei l’ale dibatteva, il serpentino
Collo snodando, e uno stridor mettea
Rauco di gioia: ardeagli nel grifagno
Occhio l’amor de le apuane cime
Natie, libere: ardea, nobile augello,
In tra i folgori a vol tendere su’ nembi.
E fiso un paggio lo guatava, a’ piedi
Seduto del signor: fuggíasi anch’esso
In su l’ale de’ venti co ‘l desio
Fuor de la sala, e valicava i monti
Da l’insana procella esercitati
E le selve grondanti, e tra ‘l tonante
Romor de le lontane acque lo scroscio
Del fiume ei distinguea cui siede a specchio
La capanna di sua madre vassalla.

Ma non al paggio né a l’astor, trastullo
De gli ozi suoi, volgeva occhio il barone,
Sí atteso egli pendea da la soave
Loquela di Sennuccio, e sí ‘l tenea
D’un compagno di lui l’alta sembianza,
Di Gualfredo Ubaldini. E, poi che tacque
Sennuccio, il pro’ marchese incominciava:
– Deh come par che il cielo anco s’attristi
E pianga di Toscana in su le soglie,
Quando un poeta si dilunga! O cieca
E diserta Firenze, or che ti resta
Altro che frati e bottegai! Le vie
De l’esiglio fioriscono d’allori
A’ poeti raminghi, e loro è d’ombre
E di corone larga ogni cittade
Ogni castello. Oh, quando abbiavi il dolce
Paese di Provenza e voi ristori
Cortesia di signor beltà di donne,
Non v’incresca, per dio, di questa Italia
Vedova trista, ch’ognor piú dimagra
E di buoni e di ben. Ma, se spiacente
Il castel di Mulazzo e ‘l castellano
A voi non parve, se mercé d’amore
Vinca l’ambascia de la dura via,
Non vorrete, Sennuccio, or consolarne
D’un amoroso canto? – E pur tacendo
Il marchese chiedeva: un mormorio
D’assenso di preghiere e d’aspettanza
Levossi intorno. S’inchinò il poeta,
E – Tristi – disse – fian le rime, quali
Nostra fortuna le richiede e ‘l tempo. –
Disse: e intonava pïetoso il canto.

Amor mi sforza di dover cantare
E lamentare – in questa ballatetta.
Angela venne de la terza spera
Qui dove l’aer verna, e chiuse il volo:
Poi, tutta accesa in quella luce nera
Che arde là sovra del nostro polo,
In vista umana patía noia e duolo
Conversando tra noi quest’angeletta.

Ove spirava l’aüra gentile,
Súbito amore possedea quel loco:
Ivi ridea novellamente aprile
E vampava ne l’aere un dolce foco:
Ma distringeva i cuori a poco a poco
Quasi una pena, e dolce era la stretta.

Ognun diceva – Ov’ella gli occhi gira,
Ed ivi tosto ogni virtú è fiorita,
Cade ogni mal volere e fugge l’ira,
E dolce s’incomincia a far la vita:
A lei d’intorno a gran diletto unita
La gente per valer sua voce aspetta. –

A piú alto sperar n’era argomento
Il riso bel ch’io non saprei ridire.
Io conto il ver: la voce era un concento
Di lontane armonie, di strane lire,
E retro la memoria facea gire
Ad una vita che ne fu disdetta.

Miracolo a veder sua gran vaghezza
Facea del cielo ragionare altrui.
– Ecco, io vi mostro di quella dolcezza
Che tutto adempie il regno d’ond’io fui –
Queste parole eran ne gli occhi sui;
Pur chini li tenea la verginetta.

Mi fe’ pensoso di paura forte
Il portamento suo celestïale.
M’indusser gli occhi a desïar la morte
Ne la lor pace che non è mortale:
Ma poi, temendo non mettesse l’ale,
Dissi, com’uom in cui desir s’affretta:

– Se ben si pare a le fattezze tue,
Tu fusti nata in cielo a l’armonia;
E mi fai rimembrar Psiche qual fue
Quando sposa d’Amor tra i numi uscía.
Tardi ritorna a la spera natia!
Donami ch’io t’adori, o forma eletta! –

Cosí le dissi ne’ sospiri. Ed ella
De gli occhi suoi levar mi fece dono,
Ahi quanto vagamente! E ne la bella
Vista divenni altr’uom da quel ch’io sono:
Visibilmente Amor, come in suo trono,
Luceva in fronte a questa pargoletta.

– Piacer che move de la mia persona
Conforti anco per poco i pensier tui;
Ch’i’ sento quel signor che la mi dona
Che a sé mi sforza; e cosa i’ son da lui:
Non fa per me di questi luoghi bui
La stanza, e poco vostro amor mi alletta. –

Cotal suonò di quella onesta e vaga
La voce pia ch’ella imparò dal cielo,
Gli occhi belli avvallando; e di sé paga
L’alma raggiò desio fuor di suo velo:
Tutta ella ardea di pïetoso zelo
Qual peregrino cui ‘l tornar diletta.

Ahi me, la noia del dolente esiglio
Quest’angeletta mia presto ebbe stanca!
E venne meno come novo giglio
Cui ‘l ciel fallisce e ‘l vento fresco manca.
Ella posò come persona stanca,
E poi se ne partí, la giovinetta.

Partissi, e si partiro una con lei
Amor e poesia dal nostro mondo.
Da indi in qua cercaron gli occhi miei
Per giocondezza, e nulla è lor giocondo:
Sollazzo e festa per me giace in fondo:
Sol chiamo il nome de la mia diletta.

Ahi lasso! e, quando la stagion novella
Rallegra i cori e fa pensar d’amore,
Vien ne la mente mia la donna bella
Che mi fu tolta; ond’io vivo in dolore.
Chiamo il suo nome, e mi risponde il core:
Lasso, che cerchi? altrove ella è perfetta.

Cosí cantò Sennuccio: e gran pietate
De le donne gentili i petti strinse;
E dolorosa un’ombra in su le fronti
De’ guerrieri abbronzate errava, come
Se un gran fato presente a ogn’un toccasse
Le menti; e raro il favellar s’accese
Su l’oscura ed estrema ora del magno
Arrigo. – Al morto imperator conceda
Dio, la sua pace: a lui gloria ne’ canti,
Imperator de le toscane rime,
Dante darà: noi la vendetta. Ancora
Su le torri pisane ondeggia al vento
Il sacro segno, ed Uguccione intorno
Fior di prodi v’accoglie e di speranze.
Lombardia freme; e un cavalier novello,
Sprezzator di riposo e di perigli,
Leva tra i due mastin l’aquila invitta.
Se Dio n’aiuti, rivedrem, Sennuccio,
De’ guelfi il tergo; rivedrem le belle,
Che ne disser piagnendo il lungo addio,
Facce d’amore. Oh, di Mugel selvoso
Ne le dolci castella una m’aspetta;
E di memorie io vivo e di speranza.
Liete rime troviam. Reca, o fanciullo,
Qua la mandòla; se di Cino usata
E di Dante a gli accordi, essa e la bella
Marchesa Malaspina il canto accolga. –
Cosí disse Gualfredo. A lui l’azzurro
Occhio splendea come l’acciar de l’else;
E su ‘l verde mantel di sotto al tòcco
Bianco e vermiglio gli piovea la bionda
Giovenil capelliera a mo’ di nube
Aurea che attinge da l’occiduo sole
Le tue valli non tócche, ermo Apennino.

D’un molle riso gli assentí la dama
Donnescamente; e recò destro il paggio
La dipinta mandòla. In su le quattro
Fila correan del cavalier le dita,
Piane, lente, soavi; e poi di tratto
Rapide flagellando risonaro.
Come pioggia d’aprile a la campagna,
Che bacia i fiori e su le larghe fronde
Crepita; ride tra le nubi il sole
E ne le gocce pendole si frange;
Getta odore la terra; l’ali bagna
La passeretta, al ciel levasi e trilla:
Tal di Gualfredo il suono era ed il canto.
Chi renderlo potrebbe oggi che fede
Non tien la lingua a l’abondante core?

Luce d’amore che ‘l mio cor saluta
E intelligenza e vita entro vi cria
Move dal riso de la donna mia.

I’ dico che giacea l’anima stanca
In su la soglia de la vita nova,
Qual peregrino a cui la forza manca
E vento greve il batte e fredda piova,
Che vinto cade, e lontan pur gli giova
Mirar la terra dolce che il nutría.

Cosí l’anima trista si smarriva
Abbandonata de la sua virtute,
E il caro tempo giovenil fuggiva,
E tutte cose intorno erano mute:
Ma a confortarla di fresca virtute
Una beata visïon venía.

Fanciulla io vidi di gentil bellezza
Creata con desio nel paradiso:
Luceva la sua gaia giovinezza
Nel piacimento del sereno viso,
E tutta la persona era un sorriso
E ogni atto ed ogni accento un’armonia.

La bruna luce de’ begli occhi onesti
E la dolcezza del guardo d’amore
Svegliò gli spirti che dormiano, e questi
Gridaron forte su ‘l distrutto core;
Che levò e disse – L’anima che more
Ne le tue man commetto, angela pia.

Vedi la vita mia com’ella è forte,
Come ha già da vicin l’ultime strida.
O donna, io giaccio in signoria di morte,
E la poca virtute omai si sfida;
Se non che uno splendor novo l’affida
Ch’or mi s’offerse, e di tua vista uscia. –

Ella nel suon de i dolorosi accenti
Rivolse gli occhi de la sua mercede,
E co’ guardi tenaci umidi e lenti
Diemmi d’amore intendimento e fede:
Quindi un novo desio nel cor mi siede,
Quanto mutato, oh dio!, da quel di pria.

Ché Amore io vidi ne l’aperto giorno
Glorïar come re ch’è trïonfante,
E gioia e luce e chiaritade intorno
Ed una pace che non ha sembiante:
Egli si pose in quelle luci sante,
Com’angel contemplando arde e s’indía.

Da indi in qua sonare odo per l’etra
Una soave melodia novella,
Come da ignoti elisi aura di cetra,
Come armonia di piú felice stella;
E sempre questa creatura bella
D’amor mi parla ne la fantasia.

D’amor mi parla ogni creata cosa,
E il cielo aperto e la foresta bruna,
E la verde campagna dilettosa,
E gli silenzi de la bianca luna;
E d’ogni aspetto in cor mi si rauna
Un’alta voluttà che mi disvia.

Cotal si ruppe quel gelato smalto
In che il cuor si chiudea per fatal danno:
Quindi d’amarla in me stesso m’esalto,
Quindi per gloria e per virtú m’affanno,
Che se durasse il mio vitale inganno,
Altro lo spirto mio non chiederia.

Lungi io me ‘n vo. Ma per paese strano,
Per vaga donna o per gentil signore,
Non fia che scordi il bel sembiante umano
Non fia che scordi il mio solingo amore,
La terra dove s’apre il bianco fiore,
Dove regna virtude e cortesia.

Deh la rivegga! E il riso desïato
Ogni nero pensier del cor mi cacci;
E, quando sienmi contro il mondo e il fato,
Mi trabocchi nel seno ella e m’abbracci.
Ben io constretto in que’ soavi lacci
Torrò sicuro ogni fortuna ria.

Cosí cantò Gualfredo: e da i vermigli
Labbri de le fanciulle a lui volaro
I desideri e i baci, qual da’ fiori
Belle, carche di miele, api ronzanti.

XV.
A P. E.

IN MORTE DI MARIA SUA MOGLIE

I tiranni cui Nemesi divelle
Tornano in pietre di sí reo livore
Ch’ogni piè gli urti; e chi servo ebbe il core
Fango divien ch’ogni orma rinnovelle.

Ma le donne gentili oneste e belle
Che un solingo arse in terra unico amore
Solvonsi in aere, e del mattin su l’ore
Raggiano il puro ciel, virginee stelle.

Ivi è Maria: e, se per l’alta calma
Vien che rotando a lei l’orbe si mostri
Piccioletto e di sangue atro e di pianto,

Del lungo sguardo che tu amasti tanto
Fende ella il fumo de’ peccati nostri
Te ricercando, Piero, e la vostr’Alma.

LIBRO II

XVI.
PER LA PROCLAMAZIONE DEL REGNO D’ITALIA

Suono di trasvolanti
Ale e tremor di luminose forme
I sereni del ciel deserti empiea,
E da le caliganti
Isole al mar che sotto Pola dorme
Una stupenda visïon splendea,
Quel dí che di Palestro il cavaliero
Coronossi del bello italo impero.

Veníano giovinette
Anime a coro, e ardea la nova etate
Nel segno del martír piú radïosa;
Nel puro lume erette
Venían fronti pensose, incoronate
Di secura canizie glorïosa;
Sacerdoti e guerrieri, ed inspirati
Sofi ed artisti, e contemplanti vati.

Tuoi figli, Italia. E il giorno
Che ‘l tuo nome attestâr, non di frequente
Popolo gli cerchiava onda solenne.
Duro silenzio intorno,
E il ceffo del carnefice imminente,
E l’atro coruscar de la bipenne.
Chinârsi: e te cercò l’occhio smarrito
Tra ‘l dileguar del mondo e l’infinito.

Quei le livide note
Mostran del laccio, a quei solco vermiglio
Vïaggia il collo e ‘l fero taglio attesta:
Chi da l’occhiaie vòte
Tabe distilla, e chi tra ciglio e ciglio
Franta dal piombo ha la superba testa.
Ma come sol levante or lampeggiando
Splende ogni piaga; e procedon cantando.

– Sei tu, sei tu, che al forte
Sposo poggiata da gli avelli oscuri,
Reina di virtude, il soglio premi?
Oh sei tu, cui la morte
Trionfi maturava e i morituri
Salutâr lieti ne’ sospiri estremi?
Salutaro immortal come la bella
Che t’irraggia la fronte esperia stella?

O surta ne gli amari
Tramiti de l’esilio, o de’ sepulti
Tra l’urne in sospettose ombre nudrita;
Chi nel dolor t’è pari?
Chi ne la gloria? A’ barbari tumulti
Nel sol de le battaglie a pena uscita,
Tu pugni e vinci, t’addimostri e regni,
E novo ordin di tempi al mondo insegni.

Madre e signora nostra,
Idea de’ sapïenti, amor de’ vati,
E sommo premio a chi per te moría,
Il tuo cinto s’inostra
Nel sangue de gli eroi che Dio t’ha dati,
Verde ride il tuo velo a la giulía
Primavera d’amore, ondeggia bianco
Il regal manto da l’augusto fianco.

Te non furor di brando
Non di coperte industrie avvolgimento
Serena rilevò ne l’alto stato;
Ma fede che inneggiando
Sorvola a i roghi, ma speme che al lento
Ceppo s’invola co ‘l pensiero alato,
Ma carità che di piú forte stampa
Segna l’ordin civile e al bene avvampa.

Da lacrimosa etade
Non chiede il regno tuo titol bugiardo
Che bestemmiando Dio da Dio si dice,
Quando le poche spade
Mieteano i molti, ed il terror codardo,
Partite anime e terre, ebbe tutrice
Del delitto la forza: un fiero o stolto
Su gli scudi barbarici soffolto.

Tu de l’eterno dritto
Vendicatrice e de le nove genti
Araldo, Italia, il Campidoglio ascendi.
Tuoni il romano editto
Con altra voce, e a’ popoli gementi
Ne l’ ombra de la morte, Italia, splendi.
Accorran teco a la suprema guerra
Gli schiavi sparsi su l’oppressa terra.

XVII.
IN MORTE DI G. B. NICCOLINI

Fra terra e ciel su l’Aventin famoso
Secreto un tempio de’ mortali al guardo
D’altro e purpureo lume adorno splende:
Lí non caliga il fumo sanguinoso
Di Vatican, cede il clamor bugiardo
Al silenzio che tutto il luogo prende:
Però ch’eterno il tuo foco s’accende
Ivi, italica Vesta, e l’aura e il seme
De gli spiriti magni, e le faville
Onde a le nostre ville
Inesausta d’onor la vampa freme
E petti incende a mille
E i civili dettati illustra e i carmi
E folgora i tiranni e move l’armi.

Qui lo spirto erse il vol: qui festeggiando
Lo circonfuse di piú fiamme un lume
Che avean di roteanti astri sembianza,
E cinselo e girossi; e armonizzando
Alta e soave oltre l’uman costume
Voce sonò da la beata danza.
– Al loco onde si parte ogni possanza
Che l’italica vita informa e inizia
Tornasti, o vate, e a l’immortal dimora.
Vedi! Chi pria s’infiora
In questa luce, di martir primizia
Surse ne l’ultim’ora
Di Roma, e a lei seren l’alma e la fede
E a le gotiche verghe il corpo diede.

Boezio egli è, di cui fu culto il nome
D’inni e votivo grido in su ‘l Ticino
Mentre Italia premea scitico verno.
Ecco di fregio consolar le chiome
Cinto chi volle il bel nome latino
Trarre al teutono impero e al duro scherno,
Ecco Crescenzio! E al Campidoglio eterno
Su’ vestigi di gloria anche splendenti
Roma drizzai pur io: ma, il rogo asceso
Da religion acceso,
Lasciai di libertade in fra le genti
L’alto desir conteso:
Però ch’io che d’amor piú in te mi scaldo,
O spirito fraterno, io sono Arnaldo. –

Folgoraron d’un riso, e in un amplesso
D’ardor congiunte le due luci dive
Disser parole sol da loro intese:
Di lor gaudio parea godere anch’esso
L’alto concilio, e ‘n ruote piú giulive
La benedetta danza si raccese.
Fiameggiò nuovo spirito, e riprese:
– Io ‘l bel desire e la tua fede questi
Raccolse, ed, ahi, de’ re chercuti l’ira.
Ma inneggiando a la pira
La fé sorvola; e a’ popoli ridèsti,
Rotto l’avello, spira
Da l’ossa nostre l’immortal parola.
Io fui ‘l tribuno, ed ei Savonarola.

Maggior de’ tempi e de l’obliquo fato,
Degno a cui il cielo altra piú vasta lode
Che seguir morte e l’alta idea donasse,
Questo è ‘l fulgore del lucchese Arato,
Ultimo che a le vostre occidue prode
La fuggitiva libertà raggiasse.
. . . . . . . . . . . . . .

XVIII.
NEI PRIMI GIORNI DEL MDCCCLXI

A i campi che verdeggiano
Piú lieti al ciel da la straniera clade
Splendi, nov’anno; esultino
Nude ne’ raggi tuoi l’itale spade.

A te le braccia e l’animo
De la Narenta da l’irriguo piano
E di Cettigna indomita
Dal pinifero vertice montano

Leva il Serbo; ma ‘l vindice
Acciar non pone, che pur or gioiva
Percotendo a l’osmanico
Furore il tergo obbrobrïoso in Piva.

Te chiama il figlio d’Ellade
Sovra le tombe de’ suoi padri eretto;
E acceso de la memore
Speranza e d’ira l’innovato petto

Guarda a le rupi tessale
Onde Orfeo scese e il re de’ prodi Achille,
A l’Egeo sacro, a l’isole
Radïanti d’omeriche faville;

Guarda, e i fraterni vincoli
Rompe e l’oblique bavare dimore.
Preme, ancor preme i barbari
Di Riga il canto e di Bozzàri il core.

In vano in van la tunica
Del profeta guerrier tu spieghi a’ venti,
A turpe gregge l’alacre
Fé d’Alí chiedi in van, re de i credenti.

Ben tre fïate l’invido
Timor de’ regi ti campò da morte:
Lèvati omai, del Bosforo
L’onde ritenta e le asïane porte.

Lungi da noi la putrida
Stirpe cui regna il fato, e a l’infelice
Servaggio ed a l’immobile
Ozio e a le tombe, preda ignava, addice.

Ma non fia già che il limpido
Sol riconforti ed Elle argentea lavi
Te falso Tito sarmata,
Te glorïato redentor di schiavi.

Perché là su la Vistola
Tutta una plebe a Dio grida e si duole,
E il ferro entro le fauci
Tronca l’inerme priego e le parole?

Perché le madri accusano
Fioche ne’ pianti i siberiani esigli
E a la terra e a l’oceano
Chieggon le sparse, ohimè, tombe de’ figli?

Bella ed austera vindice
Su i larghi mar cammina alta una dea:
Arde di amore il nubilo
Ciel da’ suoi lumi e ‘l pigro suol ricrea.

Ratta piú che il fulmineo
Piè de’ polledri ucrani, eccola! l’asta
In contro a lei da l’ispido
Tuo cosacco vibrata, o Czar, non basta.

È la dea che l’iberica
Donna sgomenta: in van s’abbraccia a l’ara
La peccatrice, e i lugubri
Odi rattizza e i fochi atri prepara.

È la dea cui discredere
Di Federico la progenie estrema
Osa e dal ciel ripetere
Lo scettro e il percussor ferro e ‘l diadema:

Ma Dio non tempra, o misero,
Serti a i re; forza a le sue plebi infonde,
E ‘l vasto grido suscita
Che di terror gli eserciti confonde.

È la dea che de’ vigili
Occhi circonda il sir de’ Franchi, e aspetta;
E a noi mostra i romulei
Colli e il mar d’Adria e l’ultima vendetta.

E tu ne la man parvola,
Sí come verghe in tenue fascio unite,
Tu vuoi di sette popoli
Stringere, Asburgo, le discordi vite?

La colpa antica ingenera
Error novi e la pena: informe attende
Ella, e il giusto giudicio
Provocato da gli avi in te distende.

E d’Arad e di Mantova
Si scoverchiano orribili le tombe:
S’affaccia a l’Alpi retiche
Lo spettro di Capeto e al soglio incombe.

Astieni, astien la vergine
Man da la scure e da i lavacri orrendi,
E intemerata a i popoli
Che si drizzan a te, libertà, splendi.

Fuma a’ tuoi piè la folgore,
Nunzia su le tue vie va la procella,
Ma ne gli sguardi tremola
Lume gentil di mattutina stella.

Deh non voler che vïoli
Regia prora del tuo Franklin i flutti:
Il sangue al fin di Bròuno
Vendica, o giusta, e del servaggio i lutti.

Pianta le insegne italiche
Di Roma tua su i mal vietati spaldi,
Guida tonando a l’Adige
La secura virtú di Garibaldi.

E poi ne torna l’utile
Pace e a gli aratri l’oblïato onore,
L’arti che a te fioriscono
E de’ commerci aviti il lieto ardore.

A te cori di vergini
E di garzoni inghirlandati ogni anno
Ricondurrà; le tremole
Facce de’ padri a te sorrideranno.

E un tuo vate, la ferrea
D’Alceo corda quetata, in su le glebe
Dal pio travaglio floride
Leverà il canto a la fraterna plebe.

XIX.
PER LA SPEDIZIONE DEL MESSICO

O albergo di tiranni, o prigion fella
Di plebi oppresse lacerate e smorte,
Fucina di servaggio ove ritorte
Ad ogni gente tirannia martella;

Chiama, Europa, a’ tuoi segni anco la morte,
Altre d’uomini vite, empia, macella,
Sí ch’a i liti da te franchi la bella
Tua libertà vizi e catene apporte.

Ancella Francia ad ogni reo potere,
Spagna feroce, ed Anglia mercantesca
A novelli trionfi empion le schiere.

A un affamato règolo nov’esca
Offron d’anime e terre. O imprese altere,
Fin che di sua viltade al mondo incresca!

XX.
ANCHE PER LA STESSA

Timor, pudore, o de l’avito orgoglio
Spirito alcun ritragge gli altri: ei resta,
Ei consuma da sol l’inclita gesta,
Solo prepara il disonesto spoglio.

Ei, che guatò ladron notturno al soglio
Tra i romani cadaveri la testa
Lento rizzando, or con novel rigoglio
Sente l’antica fame entro ridesta.

E cerca oltre la franca onda d’Atlante
Repubbliche altre ch’ei soffoghi e spenga,
Di libertade insidïoso amante;

Traccia altri armenti che in sua tana ei tenga,
Caco imperial. Deh, Libertade, errante
Alcide, quando fia che tu sorvenga!

XXI.
ROMA O MORTE [7]

. . . . . . . . . . . . . .
Qual voce da i fatali
Tuoi colli, o Roma, un sacro eco rintona
D’editto consolar sopra le genti?
I sepolti immortali
Luminosi di tutta la persona
Che sorgono a chiamar da i monumenti?
O madre alma, o parenti
Del popol nostro, in su ‘l bimare lido,
Ovunque il sol d’itala vita accende
A’ petti una scintilla,
Ogni man chiede l’armi al vostro grido,
Ogni cuor batte procelloso, splende
Di lacrime e furore ogni pupilla,
E gloria e morte ogni desio sfavilla.
L’udí pria l’aspettante
Di Caprera leon: con un ruggito
Fiutando la battaglia alzò la testa,
E saltò fuor. Le sante
Ombre accorrendo al dittator romito
Lo circondâr con rombo di tempesta.
E già l’inclita gesta
Prende ogni mente giovanil: chiamare
Novellamente pare
Giú da Marsala un lieto suon di tromba
Sparso a gl’itali venti.
I pii vecchi lasciâr, le donne care;
E te Roma cercando od una tomba,
Tentan con man le piaghe ancora ardenti
Sotto il saio vermiglio, e van fidenti.
. . . . . . . . . . . . .

XXII
DOPO ASPROMONTE

Fuggon, ahi fuggon rapidi
Gl’irrevocabili anni!
E sempre schiavi fremere,
Sempre insultar tiranni,

Ovunque il guardo e l’animo
Interrogando invio,
Odomi intorno; ed armasi
Pur d’odio il canto mio.

Sperai, sperai che, il ferreo
Tempo de l’ire vòlto,
Io libero tra i liberi,
A liete mense accolto,

Potrei ne’ vóti unanimi
Seguir con l’inno alato
L’ascensïon de’ popoli
Su per le vie del fato.

Tal salutando Armodio [8]
Incoronar le cene
Solea tornata a civica
Egualitade Atene:

Fremean gli aerei portici
Al canto, e Salamina
Rosea del sole occiduo
Ridea da la marina:

Pensoso udia Trasibulo,
E nel bel fior de gli anni
La fronte radïavagli,
Minaccia de’ tiranni.

Oh, ancor nel mirto ascondere
Convien le spade: ancora
L’antico e il nuovo obbrobrio
Ci fiede e ci addolora.

O libertà, sollecita
Speme de’ padri e nostra.
Sangue di nuovi martiri
Il tuo bel velo inostra;

Né da te gl’inni movono
Dove Rattazzi impera
E geme in ceppi il vindice
Trasibul di Caprera.

Oh de l’eroe, del povero
Ferito al carcer muto
Portate, o venti italici,
Il mio primier saluto.

Evviva a te, magnanimo
Ribelle! a la tua fronte
Piú sacri lauri crebbero
Le selve d’Aspromonte.

Spada il tuo nome (o improvvido,
Ei non ti fu lorica),
Tu solo ardisti insorgere
Contro l’Europa antica.

Chi vinse te? Deh, cessino
I vanti disonesti:
Te vinse amor di patria
E nel cader vincesti.

Evviva a te, magnanimo
Ribelle e precursore!
Il culto a te de’ posteri,
Con te d’Italia è il cuore!

Io bevo al dí che fausto
L’eterna Roma schiuda,
Non a’ Seiani ignobili,
A i Tigellini, a i Giuda,

Sí a libertà che vindice
De l’umano pensiero
Spezzi la falsa cattedra
Del successor di Piero.

Io bevo al dí che tingere
Al masnadier di Francia
Dee di tremante e luteo
Pallor l’oscena guancia.

Ferma, o pugnal che in Cesare
Festi al regnar divieto,
O scure a cui mal docile
S’inginocchiò Capeto!

Sacro è costui: segnavalo
Co ‘l dito suo divino
La libertà: risparmisi
L’imperïal Caino.

Viva; e un urlar di vittime
Da i gorghi de la Senna
E da le fosse putride
De la feral Caienna

Lo insegua: e, spettri lividi
Con gli spioventi crini,
– Sii maledetto – gridingli
Mameli e Morosini.

– Sii maledetto – e d’odio
Con inesauste brame
I fratricidi il premano
Onde Aspromonte è infame.

Viva: insignito gli omeri
De la casacca gialla,
Al piè, che due repubbliche
Schiacciò, la ferrea palla,

Di sua vecchiezza ignobile
Contamini Tolone
Ove la prima folgore
Scagliò Napoleone.

Ahi, grave è l’odio e sterile,
Stanco il mio cuor de l’ire:
Splendi e m’arridi, o candida
Luce de l’avvenire!

Arridi! i nostri parvoli
Che a te veder son nati
Io t’accomando: ei vivano
Del raggio tuo beati.

A terra i serti e l’infule!
In pezzi, o inique spade!
Sole nel mondo regnino
Giustizia e libertade!

O dee, ne la perpetua
Ombra si chiuderanno
Quest’occhi, e il vostro imperio
In van ricercheranno.

O dee, ma, quando cómpiansi
L’età vaticinate,
Di vostra gloria un alito
Su l’avel mio mandate.

Io ‘l sentirò: superstite
A i fati è amor: e vive
Esulteran le ceneri
Del vostro vate, o dive.

Or distruggiam. De i secoli
Lo strato è su ‘l pensiero:
O pochi e forti, a l’opera,
Ché ne i profondi è il vero.

Odio di dèi Prometeo
Arridi a’ figli tuoi.
Solcati ancor dal fulmine,
Pur l’avvenir siam noi.

XXIII
CARNEVALE

VOCE DAI PALAZZI

E tu, se d’echeggianti
Valli, o borea, dal grembo, o errando in selva
Di pin canora, o stretto in chiostri orrendi,
Voce d’umani pianti
E sibilo di tibie e de la belva
Ferita il rugghio in mille suoni rendi,
Borea, mi piaci. E te, solingo verno,
Là su quell’alpe volentieri io scerno.

Una caligin bianca
Empie l’aër dormente, e si confonde
Co ‘l pian nevato a l’orizzonte estremo.
Tenue rosseggia e stanca
Del sol la ruota, e tra i vapor s’asconde,
Com’occhio uman di sue palpèbre scemo.
E non augel, non aura in tra le piante,
Non canto di fanciulla o vïandante;

Ma il cigolar de’ rami
Sotto il peso ineguale affaticati
E del gel che si fende il suono arguto.
Canti Arcadia e richiami
Zefiro e sua dolce famiglia a i prati:
Me questo di natura altiero e muto
Orror piú giova. Deh risveglia, Eurilla,
Nel sopito carbon lieta favilla;

Ed in me la serena
Faccia converti e ‘l lampeggiar del riso
Che primavera ove si volga adduce.
A la sonante scena
Poi ne attendono i palchi, ove dal viso
De le accolte bellezze ardore e luce
E da le chiome e da gl’inserti fiori
Spira l’april che rinnovella odori.

VOCE DAI TUGURI

Oh se co ‘l vivo sangue [9]
Del mio cor ristorare io vi potessi,
Gelide membra del figliuolo mio!
Ma inerte il cor mi langue,
E irrigiditi cadono gli amplessi,
E sordo l’uomo ed è tropp’alto Iddio.
O poverello mio, la lacrimosa
Gota a la gota di tua madre posa.

Non de la madre al seno
Il tuo fratel posò: lenta, su ‘l varco
Presse gli estremi aliti suoi la neve.
Da l’opra dura, pieno
Il dí, seguiva sotto iniquo carco
I crudeli signor co ‘l passo breve;
E co’ l’uom congiurava a fargli guerra
L’aere implacato e la difficil terra.

Il nevischio battea
Per i laceri panni il faticoso;
E cadde, e sanguinando in van risorse.
La fame ahi gli emungea
L’ultime forze, e al fin su ‘l doloroso
Passo lo vinse; e pia la morte accorse:
Poi cadavero informe e dissepolto
Lo ritornâr sotto il materno volto.

Ahimè, con miglior legge
Ripara a schermo da la gelid’aura
Aquila in rupe e belva antica in lustre,
Ed un covil protegge
Tepido i sonni ed il vigor restaura
A i can satolli entro il palagio illustre
Qui presso, dove de l’amor piú forte,
Figlio de l’uomo, te mena il gelo a morte.

VOCE DALLE SALE

Mescete, or via mescete
La vendemmia che il Ren vecchia conserva
Di sue cento castella incoronato.
Gorgogli con le liete
Spume a lo sguardo e giú nel sen ci ferva
Quel che il sol ne’ tuoi colli ha maturato
Cui ben Giovanna a l’Anglo un dí contese,
O di vini e d’eroi Francia cortese.

Poi ne rapisca in giro
La turbinosa danza. Oh di pompose
E bionde e nere chiome ondeggiamenti,
Oh infocato respiro
Che al tuo si mesce, oh disvelate rose;
Oh accorti a fulminare occhi fuggenti;
Mentre per mille suoni a tempra insieme
L’acuta voluttà sospira e geme!

Dolce sfiorar co ‘l labro
Le accese guance, e stringer mano a mano
E del seno su ‘l sen le vive nevi,
E di sua sorte fabro
Ne l’orecchio deporre il caro arcano
De le sorrise parolette brevi,
E meditar cingendo il fianco a lei
De l’espugnata forma indi i trofei.

Che se di nostre feste
Scorra su l’util plebe il beneficio
E civil carità prenda augumento;
Mercé nostra, il celeste,
Che bene e mal partí, saldo giudicio
Ha di bella pietade alleggiamento.
Noi del nostro gioir, beata prole,
Rallegriam l’universo a par del sole.

VOCE DALLE SOFFITTE

Mancava il pan, mancava
L’opra sottile a reggere la vita;
E al freddo focolar sedea tremando,
E muta mi guardava,
Pallida mi guardava e sbigottita,
La madre: e un lungo giorno iva passando
Che perseguiami quel silenzio e ‘l guardo,
Quand’io lassa discesi a passo tardo.

Piovea per la brumale
Nebbia lividi raggi alta la luna
In su ‘l trivio fangoso, e dispariva
Dietro le nubi: tale
Di giovinezza il lume in su la bruna
Mia vita mesto fra i dolor fuggiva.
E la man tesi: e vidimi in conspetto
Osceni ghigni; e in cor mi scese un detto

Immane. Ahi, ma piú immane
Me, o superbi, premea la lunga fame
E il guardo e il viso de la madre antica.
Tornai: recai del pane:
Ma tacean del digiuno in me le brame,
Ma sollevare i gravi occhi a fatica
Sostenni; o madre, e nel tuo sen la fronte
Ascosi e del segreto animo l’onte.

Addio, d’un santo amore
Fantasie lacrimate, e voi compagne
Di questa infelicissima fanciulla! [10]
A voi rida il candore
Del vel che la pia madre adorna e piagne,
E ‘l pensier ch’erra a studio d’una culla.
Io derelitta io scompagnata seguo
Pur la traccia de l’ombre e mi dileguo.

VOCE DI SOTTERRA

Taci, o fanciulla mesta;
Taci, o dolente madre, e l’affamato
Pargol raccheta ne la notte bruna.
Fiammeggia, ecco, la festa
Da’ vetri del palagio, ove il beato
De la libera patria ordin s’aduna,
E magistrati e militi tra’ suoni
E dotti ed usurier mesce e baroni.

De’ tuoi begli anni il fiore,
O fanciulla, intristí, chiedendo in vano
L’aer e l’amor ch’ogni animal desía;
Ma ride in quel bagliore
Di séte e d’òr, che con la bianca mano
La marchesa raccoglie e va giulía
In danza. Or pianga e aspetti pur, che importa?
La prostituzïone a la tua porta.

Quel che ne la pupilla
Del figliuol tuo gelò supremo pianto
Che tu non rasciugasti, o madre trista,
Gemma s’è fatto e brilla
Tra ‘l nero crin de la banchiera. E intanto
Il leggiadro e soave economista
A lei che ride con la rosea bocca
Sentenze e baci dissertando scocca.

Gioite, trïonfate,
O felici, o potenti, o larve! E quando
Il sol nuovo la plebe a l’opre caccia,
Uscite e dispiegate,
Pur la mal digerita orgia ruttando,
Le vostre pompe a’ suoi digiuni in faccia;
E non sognate il dí ch’a l’auree porte
Batta la fame in compagnia di morte.

XXIV
PER LA RIVOLUZIONE DI GRECIA

Dunque presente nume ancor visiti,
Sacra Eleuteria, la terra d’Ellade,
Che già d’armi e di canti
E d’altari fumanti – ardeva a te?

E là, dal vecchio Pireo, da l’isola
Che la tua gesta racconta a i secoli,
De la fuga tremante
Tu ancor l’amaro istante – insegni a i re?

Ah viva, oh viva! Dovunque i popoli
Tu a l’armi accendi tu i troni dissipi,
Ivi è la musa mia,
De l’agil fantasia – su l’ale io son.

Deh come lieto tra il Sunio e l’isole
Care ad Omero care ad Apolline
L’azzurro Egeo mareggia,
Su cui passeggia – de’ gran fatti il suon!

Infrenin regi le genti barbare,
Grecia li fuga. Veggo Demostene
Su ‘l bavarico esiglio
Il torvo sopracciglio – dispianar.

Ombra contenta ricerca ei l’àgora
Che già ferveva fremeva urtavasi
De la sua voce al suono
Sí come al tuono – il nereggiante mar.

Da poi che il brando nel mirto ascosero
Armodio e il prode fratello unanime
Non mai dí piú giocondo
Per Atene su ‘l biondo – Imetto uscí.

Udite… È un altro fanciullo barbaro
Che Atene accatta rege. Nasconditi,
Musa: ritorna in pianto
D’Armodio il canto – a questi ignavi dí.

XXV.
BRINDISI [11]

Se già sotto l’ale
Del nero cappello
Nel vin Cromüello
Cercava il signor,

Ne’ colmi bicchieri
Ricerco pur io
Men fiero un iddio,
Ricerco l’amor.

Evviva, o fratelli,
Evviva la vigna,
Il suolo ove alligna,
L’umor ch’ella dà!

A l’ombra de’ tralci,
Cui ‘l sol lieto ride,
L’industria s’asside
E la libertà.

O ver se fiorita
Ne gli orti d’Atene
Protesse le cene
Del vecchio Platon,

O se lussureggia
Nel suolo ove ardito
Co ‘l nero infinito
Fu Vico in tenzon,

O dove tra i colli
De l’Arno giocondi
S’aprí de’ tre mondi
La via spirital,

O se del suo succo
Piú puro e leggero
Scaldò di Voltèro
Il riso immortal,

Evviva la vigna
Che l’arti raccoglie,
Che il gelo discioglie
Di barbare età!

Anch’io nel suo sangue
Ricerco il signore,
Ricerco l’amore
E la libertà.

I re congiurati
Or meditan guerra,
E schiava la terra
Ne gli odi insaní.

O prole d’Arminio,
Pur io ti saluto,
Io prole di Bruto;
E bevo a quel dí

Che, su le ruine
De’ trenta tuoi sogli
Deposti li orgogli
D’un evo incivil,

La man tu ci stenda
Da l’alpe gelata,
La man non piú armata
Del ferro servil,

Ma sí del cristallo
Che Praga lavora
E il vino colora
Del limpido Ren.

Risplenda su l’urne
De’ vostri riposi,
O padri ringhiosi,
Quel giorno seren:

Risplenda: ne’ vóti
A l’itala mano
Francata Murano
La tazza darà.

Su l’alpe arridendo
Le avverse contrade
La dea libertade
Quei vóti accorrà.

XXVI.
NEL SESTO CENTENARIO DI DANTE

I.

Io ‘l vidi. Su l’avello iscoverchiato
Erto l’imperïal vate levosse:
Allor la sua marina Adria commosse,
E tremò de l’Italia il manco lato.

Qual vapor mattutino ei nel purgato
Etera surto a l’Apennino mosse:
Drizzò lo sguardo a valle, e poi calosse
Come nembo di lampi incoronato.

Sentîr l’arcana deità presente
Le plebi de’ mortali e sbigottita [12]
Nel conspetto di lui tacque ogni mente:

Ma fuor de l’arche antiche al sole uscita
De’ savi e de’ guerrier la morta gente
Salutò la grand’anima redíta.

II.

Ella ove incurva il ciel piú alto l’arco
Fermossi, e ‘l viso a la città distese.
Mirò l’itale insegne, e l’occhio carco
Di lacrime in un riso almo si accese.

Ma, come d’atro velo ombrate e offese
Vide, Quirin, la tua, la tua, San Marco,
De l’immortale amore al sen raccese
Sentí le punte, e ruppe a l’ira il varco.

– Ahi, serva Italia, di dolore ostello!
Ancor la lupa t’impedisce, e doma
Gli spirti tuoi domestico flagello.

Mal rechi a l’Arno la mal carca soma:
Non questo è il nido del latino augello:
Su, ribelli, e spergiuri, a Roma, a Roma. –

III.

Disse, e movea. Come ne’ turbin torti
Groppo di nubi rapide su’ venti,
De’ magnanimi eroi di vita spenti
Seguian l’ombre partite in due coorti.

Gli uni, in pruove di guerra anime forti,
Scendean sinistri vèr’ le adriache genti:
Oh, quando i vivi a te salvar son lenti,
Sacra Italia, per te pugnino i morti!

Gli altri, a filosofar menti divine,
Dietro il poeta che splendea primiero
Le famose attingean rive latine.

Quel che avvenne, non so: ma tosto, io spero,
Rifiorita d’onor su le ruine
Roma libera fia da l’adultèro.

XXVII.
CURTATONE E MONTANARA [13]

Di Maro il fiume e ‘l verde pian, che tanta
Mal vendicata, ahimè, virtú rinserra,
Sonerà vostre lodi, o sacra, o santa
Primavera d’eroi de la mia terra.

Non l’Arno piú. Di regi ostri s’ammanta
La città del Ferrucci e a voi fa guerra;
Da i servi fasti il vostro culto schianta;
De gli avi il tempio a voi contende e serra.

O di martiri vulgo, anime ignude,
Fuora!… Troppo gran peso a la memoria
E la vostra gentil plebea virtude.

Posate in grembo de l’ultrice istoria:
Qui ogni cosa ruina in servitude;
Qui de’ felici è tutto, anche la gloria.

XXVIII.
ROMA [14]

Date al vento le chiome, isfavillanti
Gli occhi glauchi, del sen nuda il candore,
Salti su ‘l cocchio; e l’impeto e il terrore
Van con fremito anelo a te d’avanti.

L’ombra del tuo cimier l’aure tremanti,
Come di ferrugigno astro il bagliore,
Trasvola; e de le tue ruote al fragore
Segue la polve de gl’imperi infranti.

Tale, o Roma, vedean le genti dome
La imagin tua ne’ lor terrori antichi:
Oggi una mitra a le regali chiome,

Oggi un rosario che la man t’implíchi
Darti vorrien per sempre. Oh ancor del nome
Spauri il mondo e i secoli affatichi!

XXIX.
PER IL TRASPORTO DELLE RELIQUIE DI UGO FOSCOLO IN SANTA CROCE
(24 giugno 1871)

Raggia di luce un riso
Da i marmi che d’argiva anima infusi
Vivono dèi ne le medicee sale,
Un fremito improviso
Corre lungo i severi archi dischiusi
De l’alta Santa Croce, or che immortale
De’ numi e de’ poeti a le serene
Sedi il molto aspettato Ugo riviene.

O vate che nel canto [15]
La bellezza e la morte e di Mimnermo
Il senso al pianto del Petrarca annodi,
Vieni e posa nel santo
Luogo di gloria, nel solenne ed ermo
Tempio de’ padri: al tumulo custodi
Son qui l’itale muse, e la divina
Venere arride in vetta a la collina.

Di rose e laüreti
Ella ti adorna con eterne feste
Le note a l’Alighier contrade austere,
E i colli e gli oliveti,
Che il tuo verso di luce anco riveste,
Come la luna, a le odorate sere
Che forse nel desio de la tua lira
Da Bellosguardo il rusignol sospira.

Chi a le libere muse
Puro si addisse e per l’augusto vero
Spregiò vulghi e tiranni e ‘l fato a prova,
Chi al popol suo dischiuse
Dal cor profondo e da l’ingegno altero
L’onda e la luce de la vita nova,
Ben posa qui da la mortal fatica
A l’ombra de la grande Italia antica.

Vivi tu, conscio spirto,
Forse, e da i verdi elisi, ove te Dante
Per mano addusse al gran veglio smirnèo
E tra l’ombroso mirto
Saffo ti ride e in gioventú raggiante
Teco d’armi e d’amor favella Alceo,
Rivóli ombra placata, e de’ nipoti
Ascolti il lacrimoso inno ed i vóti?

O ver nudo pensiero
Vivi ne l’universa alma che solve,
Rinnovellando ognor, le forme antiche?
E noi, te di severo
Culto onorando ne la muta polve,
Questa diva onoriamo umana Psiche
Che i secoli, varcando, adempie e schiara
Pietra a i servi le tombe, a noi son ara.

Ma di Carrara i monti
Marmo non dan che paghi la ferita
Del poeta e i dolori ignoti e soli,
O belle ardite fronti
Ove s’impenna il sogno or de la vita,
Se quindi a voi gentil desio non voli,
Gentil desio di glorie e di dolori:
O gioventú d’Italia, in alto i cori!

Meglio le ingiurie e i danni
De la virtude in solitaria parte,
Che assidersi co’ i vili a regia mensa:
Meglio trascorrer gli anni
Ne l’ombra de l’oblio, che vender l’arte
A cui d’ignobil fama aure dispensa:
Meglio i nembi sfidare al monte in cima,
Che belar gregge ne la valle opima.

Co ‘l bello italo regno
Non crebber l’alme, e per piú largo cielo,
Qual farfalletta in cui formazion falla,
Svolazza il breve ingegno:
Giacquer gli eroi; sogghigna, e senza velo
La fronte oscena e la deforme spalla
Da la verga d’Ulisse illividite
Su ‘l tumulo d’Aiace erge Tersite.

Qual gittò fra le genti
Pensier l’Italia? in su l’antica fronte
Qual astro ride a l’avvenir d’amore?
Alte parole, e lenti
Umili fatti! Ahi, ahi; mal con le impronte
De le catene a i polsi e piú nel core,
Mal con la mente da l’ignavia doma,
Mal si risale il Campidoglio e Roma!

Patria di grandi e forti,
Il tuo fato qual è? Se tal risponde
A gli avi suoi tuttor questa mal viva
Gente, l’ossa de’ morti
A che gravar di marmi? Io l’onde a l’onde
Impreco avverse in su la doppia riva,
E da i ridesti in Apennin vulcani
Pioggia di fuoco a i nostri dolci piani.

NOTE [A “LEVIA GRAVIA”]

[1] Alla buona ed onorata memoria di G. T. Gargani, nato in Firenze il 12 febbraio 1834, morto in Faenza il 29 marzo 1862.

LIBRO I.

[2] “Ea virgo nationis bructerae late imperitabat; vetere apud germanos more, quo plerasque feminarum fatidicas, et augescente superstitione, arbitrantur deas. Tuncque Veledae auctoritas adolevit; nam prosperas germanis res et excidium legionum praedixerat”. Tacitus, Hist., IV, 61.

[3] “Memoriae proditur, quasdam acies, inclinatas iam et labentes, a feminis restitutas constantia precum et obiectu pectorum et monstrata cominus captivitate… Inesse quin etiam sanctum aliquid et providum putant; nec aut consilia earum adspernantur aut responsa negligunt. Vidimus sub divo Vespasiano Veledam diu apud plerosque numinis loco habitam. Sed et olim Auriniam et complures alias venerati sunt, non adulatione, nec tanquam facerent deas”. Tacitus, Germ., 8.

[4] Servono di dichiarazione questi versi d’un canto del popolo greco (trad. di N. Tommasèo): È Suli il celebre, Suli il celebrato; ove combattono piccoli bambini, donne e ragazze, ove combatte la Zavella colla spada alla mano, col bambino all’un braccio, col fucile nell’altro, colle cartuccie nel grembiule.

La Louisa Grace a cui è intitolata quest’ode, nata in Bristol nel 1818, morí in Pistoia il 3 maggio 1865. Quelli che solo abbian visto di lei le versioni dei canti di T. B. Macaulay e E. W. Longfellow e le Rime e prose pubblicate dopo la sua morte dal marito Franc. Bartolini (tipogr. dei successori Le Monnier, 1869 e 1870), non potrebbero ancora farsi un’idea giusta del suo ingegno, della dottrina in piú lingue e letterature e dell’ancor piú grande gentilezza e generosità dell’animo suo.

[5] Simbolo dell’amore poetico mistico del medio evo.

[6] E una specie d’idillio storico critico nel quale si volle rappresentare certe maniere e tendenze della poesia italiana su ‘l finire del sec. XIII. Scena, Mulazzo di Lunigiana, castello di Franceschino Malaspina ospite di Dante e de’ poeti toscani di parte bianca. Tempo, poco dopo la morte di Arrigo VII. De’ due poeti; l’uno è Sennuccio del Bene, fuoruscito fiorentino, che scrisse una canzone per la morte dell’imperatore indirizzata a punto al Malaspina, e che passò veramente in Provenza, ove morí vecchio e amico del Petrarca; l’altro è un immaginario cavaliere ghibellino delle famiglie feudali. E chi sa che nella ballata messa in bocca a Sennuccio e nei versi che a quella seguono non abbia qualche parte la teorica del Rossetti, pe ‘l quale la donna de’ poeti dei sec. XIII e XIV è l’idea imperiale e anche l’imperatore stesso?

LIBRO II.

[7] Questo frammento fu pubblicato nel Don Chisciotte di Bologna, 2 giugno 1883, con tale nota della Direzione: “Questi versi li ho rubati in casa del poeta, fra alcuni suoi manoscritti giovanili. Furto domestico, qualificato per la persona, sette anni di reclusione, se Giosuè mi denuncia! Ma per fortuna non lo farà. Oltre tutto, dopo Oberdank, non credo che egli abbia voglia di presentarsi al procuratore del re”.

[8] In questa e nelle tre seguenti strofe si accenna al glorioso scolio di Callistrato, che solevasi cantare dagli Ateniesi ne’ conviti, a onore degli eroi della libertà, Armodio e Aristogitone: incomincia: Entro un ramo di mirto la spada io vo’ portare, come Armodio e Aristogitone, quando il tiranno uccisero e a leggi uguali Atene fecero.

[9] Stavo appunto scrivendo questi versi (ne’ primi di febbraio del 1863), quando nella Gazzetta di Torino e nella Nazione di Firenze lessi di un fanciullo decenne, che lavorava ad opra di manovale e fu trovato una sera mezzo morto di freddo di fatica di fame in non so piú qual via di Torino. Ciò avverto per quelli che, volendo forse risparmiare per sé tutta la loro tenerezza, si abbandonano assai leggermente a condannare il sentimentalismo di certe questioni.

[10] È un verso di Giacomo Leopardi che allogatosi in questa strofa non mi è riuscito levarnelo per quanta fatica v’abbia durato intorno; tanto che, ripensatoci sopra, vidi bene che sarebbe stata cima di stoltezza, non che di villania, mettere fuori dell’uscio un verso di Giacomo Leopardi; e, ricordandomi quel che fu detto d’Omero, che era piú difficile togliere un verso a lui che la clava ad Ercole, ho fatto quasi il peccato di compiacermi dentro di me del furto commesso: di che, da buon cristiano, mi confesso e mi rendo in penitenza.

[11] Scritto avanti che si pensasse all’alleanza con la Prussia e a’ congressi della pace. La prima strofe allude a un fatterello del Cromwell come lo racconta nei Quatre Stuarts il visconte di Chateaubriand: Des saints le surprirent un jour occupé à boire: “Ils croient, dit-il à ses joyeux amis, que nous cherchons le Seigneur, et none cherchons un tire-bouchon”. Le tire-bouchon était tombé.

[12] Non fu vero. Le vecchie academie non ciarlarono né adularono mai tanto allegramente come i liberi italiani in quei giorni.

[13] Per la deliberazione presa a quei giorni dal Comune di Firenze di abolire la commemorazione dei morti nel combattimento di Curtatone e Montanara l’anno 1848 e di onorare solennemente soltanto il 28 di luglio e la memoria di Carlo Alberto, la prima e la piú nobile tra le vittime della rivoluzione italiana.

[14] Tale, o simigliante, è la imagine di Roma nelle medaglie; vedi anche Claudiano, In Prob. et Olybr. cons., v. 77 e segg.

[15] A certi lettori, anche non ignoranti, questi versi con in mezzo Mimnermo hanno fatto l’effetto dell’È? non è? Indovinati quel ch’egli è. Cotesti lettori abbiano, se vogliono averla, la pazienza di leggere nella Ist. della lett. greca di C. Ottofr. Müller il cap. X intitolato La poesia elegiaca e l’epigramma e in cotesto capitolo specialmente il ritratto di Mimnermo. Chi poi ha senso di poesia e sa un po’ di greco ripensi i frammenti dell’elegiaco smirneo, e del Foscolo certi luoghi delle Grazie e tutta l’ode all’amica risanata, massime
L’aurea beltate ond’ebbero
Ristoro unico a’ mali
Le nate a vaneggiar menti mortali…
e
Meste le Grazie mirino
Chi la beltà fugace
Ti membra, e il giorno dell’eterna pace.

Ma della poesia del Foscolo, della quale tanto più cresce in me l’ammirazione quanto piú veggo la materialità metafisica e dogmatica di certi critici affettare una quasi indifferenza o degnazione di occuparsene, bisognerebbe alfine parlare con piú sentimento e conoscenza d’arte e con meno declamazioni e preoccupazioni civili politiche e filosofiche.

A SATANA

A te, de l’essere
Principio immenso,
Materia e spirito,
Ragione e senso;

Mentre ne’ calici
Il vin scintilla
Sí come l’anima
Ne la pupilla;

Mentre sorridono
La terra e il sole
E si ricambiano
D’amor parole,

E corre un fremito
D’imene arcano
Da’ monti e palpita
Fecondo il piano;

A te disfrenasi
Il verso ardito,
Te invoco, o Satana,
Re del convito.

Via l’aspersorio,
Prete, e il tuo metro!
No, prete, Satana
Non torna in dietro!

Vedi: la ruggine
Rode a Michele
Il brando mistico,
Ed il fedele

Spennato arcangelo
Cade nel vano.
Ghiacciato è il fulmine
A Geova in mano.

Meteore pallide,
Pianeti spenti,
Piovono gli angeli
Da i firmamenti.

Ne la materia
Che mai non dorme,
Re de i fenomeni,
Re de le forme,

Sol vive Satana,
Ei tien l’impero
Nel lampo tremulo
D’un occhio nero,

O ver che languido
Sfugga e resista,
Od acre ed umido
Pròvochi, insista.

Brilla de’ grappoli
Nel lieto sangue,
Per cui la rapida
Gioia non langue,

Che la fuggevole
Vita ristora,
Che il dolor proroga,
Che amor ne incora.

Tu spiri, o Satana,
Nel verso mio,
Se dal sen rompemi
Sfidando il dio

De’ rei pontefici,
De’ re crüenti;
E come fulmine
Scuoti le menti.

A te, Agramainio,
Adone, Astarte,
E marmi vissero
E tele e carte,

Quando le ioniche
Aure serene
Beò la Venere
Anadiomene.

A te del Libano
Fremean le piante,
De l’alma Cipride
Risorto amante:

A te ferveano
Le danze e i cori,
A te i virginei
Candidi amori,

Tra le odorifere
Palme d’Idume,
Dove biancheggiano
Le ciprie spume.

Che val se barbaro
Il nazareno
Furor de l’agapi
Dal rito osceno

Con sacra fiaccola
I templi t’arse
E i segni argolici
A terra sparse?

Te accolse profugo
Tra gli dèi lari
La plebe memore
Ne i casolari.

Quindi un femineo
Sen palpitante
Empiendo, fervido
Nume ed amante,

La strega pallida
D’eterna cura
Volgi a soccorrere
L’egra natura.

Tu a l’occhio immobile
De l’alchimista,
Tu de l’indocile
Mago a la vista,

Del chiostro torpido
Oltre i cancelli,
Riveli i fulgidi
Cieli novelli.

A la Tebaide
Te ne le cose
Fuggendo, il monaco
Triste s’ascose.

O dal tuo tramite
Alma divisa,
Benigno è Satana;
Ecco Eloisa.

In van ti maceri
Ne l’aspro sacco:
Il verso ei mormora
Di Maro e Flacco

Tra la davidica
Nenia ed il pianto;
E, forme delfiche,
A te da canto,

Rosee ne l’orrida
Compagnia nera,
Mena Licoride,
Mena Glicera.

Ma d’altre imagini
D’età piú bella
Talor si popola
L’insonne cella.

Ei, da le pagine
Di Livio, ardenti
Tribuni, consoli,
Turbe frementi

Sveglia; e fantastico
D’italo orgoglio
Te spinge, o monaco,
Su ‘l Campidoglio.

E voi, che il rabido
Rogo non strusse,
Voci fatidiche,
Wicleff ed Husse,

A l’aura il vigile
Grido mandate:
S’innova il secolo,
Piena è l’etate.

E già già tremano
Mitre e corone:
Dal chiostro brontola
La ribellione,

E pugna e prèdica
Sotto la stola
Di fra’ Girolamo
Savonarola.

Gittò la tonaca
Martin Lutero;
Gitta i tuoi vincoli,
Uman pensiero,

E splendi e folgora
Di fiamme cinto;
Materia, inalzati;
Satana ha vinto.

Un bello e orribile
Mostro si sferra,
Corre gli oceani,
Corre la terra:

Corusco e fumido
Come i vulcani,
I monti supera,
Divora i piani;

Sorvola i baratri;
Poi si nasconde
Per antri incogniti,
Per vie profonde;

Ed esce; e indomito
Di lido in lido
Come di turbine
Manda il suo grido,

Come di turbine
L’alito spande:
Ei passa, o popoli,
Satana il grande.

Passa benefico
Di loco in loco
Su l’infrenabile
Carro del foco.

Salute, o Satana,
O ribellione,
O forza vindice
De la ragione!

Sacri a te salgano
Gl’incensi e i vóti!
Hai vinto il Geova
De i sacerdoti.

GIAMBI ED EPODI

(1867-1879)

PROLOGO

No, non son morto [1]. Dietro me cadavere
Lasciai la prima vita. Sopra i vólti
Che m’arrideano impallidîr le rose,
Moriro i sogni de la prima età.
I miei piú santi amori io gli ho sepolti,
Sepolti ho nel mio cuore i desii sterili.
Ad altri le ghirlande glorïose
E i tuoi premii divini, o Libertà.

O Lete, o Lete, la tua pia corrente
Sol dunque ne l’inferno o in eden è?
Fiorisce sol nel verso il pio nepente
Ond’Elena infondea le tazze a i re?
Io vo’ fuggir del turbine co ‘l volo
Dove una torre ruinata so:
Là come lupo ne la notte solo
Io co ‘l vento e co ‘l mare ululerò.

Ululerò le lugubri memorie
Che mi fasciano l’alma di dolore,
Ululerò gl’insonni accidïosi
Tedi che fuman da la guasta età,
Invidïando il rorido fulgore
De’ miei giovani sogni e i desii splendidi
De le infrante catene e gli animosi
Vostri richiami, o Gloria, o Libertà.

Tutto che questo mondo falso adora
Co ‘l verso audace lo schiaffeggerò:
Ei mi tese le frodi in su l’aurora,
A mezzogiorno io le calpesterò.
Che se i delúbri crollano e i tempietti
Ove l’ideal vostro, o vulghi, sta,
Che importa a me? Non fo madrigaletti
Che voi mitriate d’immortalità.

Oh, pria ch’io giaccia, altri e piú forti e fulgidi
Colpi da l’arco liberar vogl’io,
E su le penne de gli ardenti strali
Mandare io voglio il vampeggiante cor.
Chi sa che su dal ciel la Musa o Dio
Non l’accolga sanando e sovra il torpido
Padule de l’oblio non gli dia l’ali
Da rivolare a gli sperati amor?

Giugno 1871

LIBRO I

I.
AGLI AMICI DELLA VALLE TIBERINA

Pur da queste serene erme pendici
D’altra vita al rumor ritornerò;
Ma nel memore petto, o nuovi amici,
Un desio dolce e mesto io porterò.

Tua verde valle ed il bel colle aprico
Sempre, o Bulcian, mi pungerà d’amor;
Bulciano, albergo di baroni antico,
Or di libere menti e d’alti cor.

E tu che al cielo, Cerbaiol, riguardi
Discendendo da i balzi d’Apennin,
Come gigante che svegliato tardi
S’affretta in caccia e interroga il mattin,

Tu ancor m’arridi. E, quando a i freschi venti
Di su l’aride carte anelerà
L’anima stanca, a voi, poggi fiorenti,
Balze austere e felici, a voi verrà.

Fiume famoso il breve piano inonda;
Ama la vite i colli; e, a rimirar
Dolce, fra verdi querce ecco la bionda
Spiga in alto a l’alpestre aura ondeggiar.

De i vecchi prepotenti in su gli spaldi
Pasce la vacca e mira lenta al pian;
E de le torri, ostello di ribaldi,
Crebbe l’utile casa al pio villan.

Dove il bronzo de’ frati in su la sera
Solo rompeva, od accrescea, l’orror,
Croscia il mulino, suona la gualchiera
E la canzone del vendemmiator.

Coraggio, amici. Se di vive fonti
Córse, tócco dal santo, il balzo alpin, [2]
A voi saggi ed industri i patrii monti
Iscaturiscan di fumoso vin;

Del vin ch’edúca il forte suolo amico
Di ferro e zolfo con natia virtú:
Co ‘l quale io libo al padre Tebro antico,
Al Tebro tolto al fin di servitú.

Fiume d’Italia, a le tue sacre rive
Peregrin mossi con devoto amor
Il tuo nume adorando, e de le dive
Memorie l’ombra mi tremava in cor.

E pensai quando i tuoi clivi Tarconte [3]
Coronato pontefice salí,
E, fermo l’occhio nero a l’orizzonte,
Di leggi e d’armi il popol suo partí;

E quando la fatal prora d’Enea
Per tanto mar la foce tua cercò,
E l’aureo scudo de la madre dea
In su l’attonit’onde al sol raggiò;

E quando Furio e l’arator d’Arpino,
Imperador plebeo, tornava a te,
E coprivan l’altar capitolino
Spoglie di galli e di tedeschi re.

Fiume d’Italia, e tu l’origin traggi
Da questa Etruria ond’è ogni nostro onor;
Ma, dove nasci tra gli ombrosi faggi,
L’agnel ti salta e túrbati il pastor.

Meglio così, che tra marmoree sponde
Patir l’oltraggio de’ chercuti re,
E con l’orgoglio de le tumid’onde
L’orme lambire d’un crociato piè.

Volgon, fiume d’Italia, omai tropp’anni
Che la vergogna dura: or via, non piú.
Ecco, un grido io ti do – Morte a’ tiranni -;
Portalo, o fiume, a Ponte Milvio, tu.

Portal con suono ch’ogni suon confonda,
Portal con le procelle d’Apennin,
Portalo, o fiume; e un’eco ti risponda
Dal gran monte plebeo, da l’Aventin.

Tende l’orecchio Italia e il cenno aspetta:
Allor chi fia che la vorrà infrenar?
Cento schiere di prodi a la vendetta
Da le tue valli verran teco al mar.

Risplendi, o fausto giorno. Ahi, se piú tardi,
Romito e taumaturgo esser vorrò:
Da la faccia de’ rei figli codardi
Ne le tombe de’ padri io fuggirò.

Con l’arti vo’ che cielo o inferno insegna
Da questi monti il foco isprigionar,
E fiamme in vece d’acqua a Roma indegna,
Al Campidoglio vile io vo’ mandar.

Pieve Santo Stefano, 25 agosto 1867.

II.
MEMINISSE HORRET

Sbarrate la soglia, chiudete ogni varco,
Gittatemi intorno densissimo un vel!
D’orribile sogno mi preme l’incarco:
Ho visto di giallo rifulgere il ciel.

Un lezzo nefando d’avello e di fogna
Uscia dal palagio che a fronte ci sta:
Le vecchie campane sonavano a gogna
Di Piero Capponi per l’ampia città,

E giú da’ bei colli che a’ dí del cimento
Tonavan la morte su ‘l fulvo stranier
Un suon di letane scendea lento lento
E pallide torme dicean – Miserer -.

Con giunte le mani prostrato il Ferruccio
Al reo Maramaldo chiedeva mercè,
E Gian de la Bella levato il cappuccio
Mostrava lo schiaffo che Berto gli diè. [4]

E Dante Alighieri vestito da zanni
Laggiú in Santa Croce facea ‘l ciceron,
Diceva – Signori, badatevi a’ panni,
Entrate, signori: voi siete i padron.

Che importa se l’onta piú, meno, ci frutti?
Io sono poeta, né so mercantar.
Il ghetto d’Italia dischiuso è per tutti.
Al popol d’Italia chi un calcio vuol dar? –

E dietro una tomba vid’io Machiavello
De gli occhi ammiccare con un che passò
E dir sotto voce – Crin morbido e bello,
Sen largo ha mia madre; né dice mai no.

Son fòri fulgenti di dorie colonne
I talami aperti di sue voluttà:
Su ‘l gran Campidoglio si scigne le gonne
E nuda su l’urna di Scipio si dà.

Firenze, nei primi giorni di nov. del 1867.

III.
PER EDUARDO CORAZZINI

MORTO DELLE FERITE RICEVUTE NELLA CAMPAGNA ROMANA DEL MDCCCLXVII.

Dunque d’Europa nel servil destino
Tu il riso atroce e santo,
O di Ferney signore, e, cittadino
Tu di Ginevra, il pianto

Messaggeri invïaste, onde gioioso
Abbatté poi Parigi
E la nera Bastiglia e il radïoso
Scettro di san Luigi;

Dunque, tra ‘l ferro e ‘l fuoco, al piano, al monte,
Cantando in fieri accenti,
Co’ piedi scalzi e la vittoria in fronte
E le bandiere a’ venti,

Vide il mondo passar le tue legioni,
O repubblica altera,
E spazzare a sé innanzi altari e troni,
Come fior la bufera;

Perché, su via di sangue e di tenèbre
Smarriti i figli tuoi
E mutata ad un’upupa funèbre
L’aquila de gli eroi,

Là ne’ colli sabini, esercitati
Dal piè de l’immortale
Storia, tu distendessi i neri agguati,
Masnadiera papale,

E, lui servendo che mentisce Iddio,
Francia, a le madri annose
Tu spegnessi i figliuoli et il desio
Di lor vita a le spose,

E noi per te di pianto e di rossore
Macchiassimo la guancia,
Noi cresciuti al tuo libero splendore,
Noi che t’amammo, o Francia?

Ahi lasso! ma de’ tuoi monti a l’aprico
Aer e nel chiostro ameno
Piú non ti rivedrò, mio dolce amico,
Come al tempo sereno.

Per l’alpestre cammino io ti seguía;
E ‘l tuo fucil di certi
Colpi il silenzio ad or ad or fería
De’ valloni deserti.

L’alta Roma io cantava in riva al fiume
Famoso a l’universo:
E il can latrando a le cadenti piume
Rompeva a mezzo il verso,

O a te accennando usciva impazïente
Fuor de la macchia bruna;
Or raspa su la tua fossa recente,
E piagnesi a la luna.

Squallidi or sono i monti: ma l’aprile
Roseo nel ciel natio
Tornerà, che doveva una gentile
Ghirlanda al tuo desio:

E in vece condurrà l’allegra schiera
De gli augelli in amore
Su l’erba ch’alta andrà crescendo e nera
Dal tuo giovenil core.

Perché i bei colli di vendemmia lieti,
Perché lasciasti, amico,
Sfuggendo a’ pianti de l’amor segreti
Sur un volto pudico?

Perché la madre tua lasciasti? Oh, quando
A mensa ella sedea,
Il tuo loco guardava, e lacrimando
Il viso rivolgea.

Madre, perdona. A un cenno tuo la testa,
La balda testa ei piega;
Ma il suo duce prigion bandí la gesta,
E la gran Roma prega.

Egli su’ trïonfali archi diritta
Vide, nel ciel del Lazio,
Di Roma vide l’alta imago, afflitta
D’inverecondo strazio.

Ella che tien del nostro patto l’arca,
L’ara del nostro dritto;
Per cui Dante gemé, fremé il Petrarca,
E ‘l Machiavelli ha scritto;

Austera e pia ne la materna faccia
Con lagrimoso ciglio
Lo riguardava, e gli tendea le braccia,
E gli diceva: O figlio.

Ed ei, questo predone (ascolta, o greggia
Turpe di schiavi, ascolta),
Questo predon cui l’Apennin verdeggia
Di lieti paschi e folta

Mèsse, questo feroce a cui nel core
Ridea queto un desire,
Per lei lasciava il suo solingo amore,
Per lei corse a morire.

Ed or ne’ luoghi, ove fra sé ristretta
È la gente de i morti
Per forza, e chiama a Dio la gran vendetta
Che il mondo riconforti,

Or co’ i caduti là nel giugno ardente
De l’alta Roma a fronte
E co’ i caduti nel decembre algente
De’ martiri su ‘l monte [5]

Parla, e Nemesi al suo ferreo registro
Guarda con muto orrore,
Parla di lui, del Cesare sinistro,
Del bieco imperatore.

Le madri intanto accusano ne’ pianti
Del viver tardo i fati
E con le man che gli addormían lattanti
Compongon gli occhi a’ nati,

In vece di ghirlande le fanciulle
Vestonsi i neri panni,
Mancan le vite a le aspettanti culle…
Maledetti i tiranni!

Ma io per man torrommi questa madre
Vedova, questa sposa
Vedova; e, dove fra sue turbe ladre
Quel prete empio riposa,

E sogna d’armi e ad un selvaggio agguato
Pare che frema e rugga,
E su ‘l capo gli penzola inchiodato
Gesú perché non fugga,

Là me n’andrò, là sorgerò, per vie
A tutt’altri secrete,
Come una larva del supremo die
Lento, e dirògli – O prete,

Godi. Di larga strage il breve impero
Empisti e le tue brame.
Trionfa nel tuo splendido San Piero,
O vecchio prete infame.

Con le tremule palme al ciel levate
Canta – Osanna, Dio forte -:
L’organo manda per le volte aurate
Un rantolo di morte.

Quando al popol ti volgi, ed – Il Signore,
Mormori, sia con voi -,
Come adultera donna a l’amatore,
Guardi a gli sgherri tuoi.

Su le canne d’acciaio in mezzo a’ ceri
L’omicidio scintilla:
Tu ‘l vedi, e ‘l gaudio vela di sinceri
Pianti la tua pupilla.

China su ‘l pio mister che si consuma,
China il tuo viso tristo:
Di sangue, mira, il tuo calice fuma;
E non è quel di Cristo.

Ahi, d’italiche vene è sangue schietto,
Nobile sangue e caro!
E una stilla ve n’ha pur di quel petto
Che queste donne amâro;

Queste donne che diêro a’ tuoi decreti
Umile il cuor, l’orecchio
Prono; e pregaron anche in lor secreti
Per te, feroce vecchio!

Io, per le grige chiome de la madre
E per le chiome bionde
De la sposa che sciolte or sotto l’adre
Pieghe un sol vel confonde;

Io, per Gesú che a gli uccisor compianse;
Io, per le donne sante,
Maddalena che amò, Maria che pianse,
O vecchio sanguinante;

Te ch’oro e ferro e bronzo mendicando
Te ne vai per la terra,
Che gridi contro a la tua patria il bando
De l’universa guerra;

Te che il lor sangue chiedi con parole
Soavi a’ fidi tuoi,
Ed il sangue di chi re non ti vuole
Ferocemente vuoi;

Te da la pïetà che piange e prega,
Te da l’amor che liete
Le creature ne la vita lega,
Io scomunico, o prete;

Te pontefice fósco del mistero,
Vate di lutti e d’ire,
Io sacerdote de l’augusto vero,
Vate de l’avvenire.

19 gennaio 1868.

IV.
NEL VIGESIMO ANNIVERSARIO DELL’VIII AGOSTO MDCCCXLVIII.

Ma non cosí, quando superbo apriva
L’ali e ne’ raggi di vittoria adorno
Almo rise d’Italia in ogni riva
Il tuo gran giorno,

Ma non cosí sperai, Bologna, il canto
Recar votivo a l’urna de’ tuoi forti.
Oggi insegna la Musa iroso il pianto.
Fremono i morti

Abbandonati a’ retici dirupi,
Il verde Mincio flebile risponde;
E lunge ne gl’issèi pelaghi cupi
Rimugghian l’onde,

Se per l’azzurro ciel la gialla insegna
Passa a gl’itali zefiri ventando
E lieto lo stranier da poppa segna
Il sen nefando.

Ahi, come punto da mortifer angue,
Ahi, di veleno il cor ferve e ribolle!
Fumate ancor d’invendicato sangue,
Romane zolle!

O forti di Bologna, a voi la fuga
De’ nemici irraggiava il guardo estinto;
E, mentre posa ed il sudor s’asciuga,
– Abbiamo vinto –

Disse, chinato sopra il sen trafitto
Del compagno, il compagno. A le parole
Pallido ei rise, e su i cúbiti ritto
Salutò il sole

Occidente e l’Italia. E la mattina
Lo stranier, come lupo arduo che agogna,
Ululato avea su da la collina:
– Odi, o Bologna.

Le mie vittorïose aquile io voglio
Piantar dove moriva il tuo Zamboni
A i tre color pensando; e vo’ l’orgoglio
De’ tuoi garzoni

Pestar sí come il piè de’ miei cavalli
Pesta il fien de’ tuoi campi. A Dio gradito,
Empier di San Petronio io vo’ gli stalli
Del lor nitrito.

Vo’ il tuo vin pe’ miei prodi ed i sorrisi
De le donne: a la mia staffa prostrati
Ne la polvere io vo’ gli antichi visi
De’ tuoi magnati.

Odi, Bologna. Stride ampia la rossa
Ala del foco su’ miei passi: l’ira
Porto e il ferro ed il sal di Barbarossa:
Sermide mira -.

Lo stranier cosí disse. Ed un umíle
Dolor prostrò per l’alte case il gramo
Cuor de’ magnati. Ma la plebe vile
Gridò: Moriamo.

E tra ‘l fuoco e tra ‘l fumo e le faville
E ‘l grandinar de la rovente scaglia
Ti gittasti feroce in mezzo a i mille,
Santa canaglia. [6]

Chi pari a te, se ne le piazze antiche
De’ tuoi padri guerreggi? Al tuo furore,
Sí come solchi di mature spiche
Al mietitore,

Cedon le file; e via per l’aria accesa
La furia del rintocco ulula forte
Contro i tamburi e in vetta d’ogni chiesa
Canta la morte.

Da gli odi fiamma d’olocausti santi,
Da i vapori del sangue alito pio
Sale: o martire plebe, a te d’avanti
Folgora Dio.

Ecco, su’ corpi de’ mal noti eroi
Erge la patria i suoi color festiva;
Ed i vecchi e le donne e i figli tuoi
Gridano, Viva.

Il tuo sangue a la patria oggi: a la legge
Il sangue e il pan domani. E pur non fai
Tu leggi, o plebe, e, diredato gregge,
Patria non hai.

Ma quei che a te niegan la patria, quelli
Che per sangue e sudor ti dànno oltraggio,
Ne’ giorni del conflitto orridi e belli,
Quando al gran raggio

De l’estate si muore e incontro al rombo
De’ cannoni le picche ondanti vanno
E co’ le pietre si risponde al piombo,
Ove, ove stanno?

Oh qui non le tediose alme trastulla
De’ giuochi la vicenda e de le dame!
La santa Libertà non è fanciulla
Da poco rame;

Marchesa ella non è che in danza scocchi
Da’ tondeggianti membri agil diletto,
Il cui busto offre il seno ed offron gli occhi
Tremuli il letto:

Dura virago ell’è, dure domanda
Di perigli e d’amor pruove famose:
In mezzo al sangue de la sua ghirlanda
Crescon le rose.

Dormono ancora i fior dolce fiammanti
Ne’ bocci verdi; ma il soave e puro
April verrà. D’agosto ombre aspettanti,
Per voi lo giuro.

V.
IL CESARISMO

[LEGGENDO LA INTRODUZIONE ALLA VITA DI CESARE SCRITTA DA NAPOLEONE III].

I.

Giove ha Cesare in cura. Ei dal delitto
Svolge il diritto, e dal misfatto il fato.
Se un erario al bisogno è scassinato
O un cittadino per error trafitto,

Tutto si sanerà con un editto.
A sua gloria e per forza ei ci ha salvato.
Chi ebbe tenga, e quel ch’è stato è stato.
Nuovo ordine di cose in cielo è scritto -.

Cosí diceva, senator da ieri,
Il ladro fuggitivo servo Mena;
E la plebe a Labien sassi gittava.

Ma la legione undecima cantava:
– Trionfo! quattro nivei destrieri,
Divin trionfo, al divin Giulio infrena! –

II.

Quattro al dio Giulio, o dio Trionfo, infrena,
Come al buon Furio già, nivei cavalli:
Leghi al carro d’avorio aurea catena
L’Egitto e il Ponto e gli Africani e i Galli.

Gracco, la plebe tua straniere valli
Ari a un suo cenno; e tu curva la schiena,
Sangue Cornelio, e a’ senator da’ gialli
Crin la via mostra che a la curia mena.

Dittatore universo, anche la vaga
Lingua d’Ennio ei fermò [7]; l’anno ha costretto
Errante già per la siderea plaga.

Ma fra tant’inni il mondo ode su ‘l petto
Santo di Cato stridere la piaga
E scricchiolar di Nicomede il letto. [8]

settembre 1868.

VI.
PER GIUSEPPE MONTI E GAETANO TOGNETTI

MARTIRI DEL DIRITTO ITALIANO

I.

Torpido fra la nebbia ed increscioso
Esce su Roma il giorno:
Fiochi i suon de la vita, un pauroso
Silenzio è d’ogn’intorno.

Novembre sta del Vatican su gli orti
Come di piombo un velo:
Senza canti gli augei da’ tronchi morti
Fuggon pe ‘l morto cielo.

Fioccano d’un cader lento le fronde
Gialle, cineree, bianche;
E sotto il fioccar tristo che le asconde
Paion di vita stanche

Fin quelle, che d’etadi e genti sparte
Mirâr tanta ruina
In calma gioventú, forme de l’arte
Argolica e latina.

Il gran prete quel dí svegliossi allegro,
Guardò pe’ vaticani
Vetri dorati il cielo umido e negro,
E si fregò le mani.

Natura par che di deforme orrore
Tremi innanzi a la morte:
Ei sente de le piume anco il tepore
E dice – Ecco, io son forte.

Antecessor mio santo, anni parecchi
Corser da la tua gesta:
A te, Piero, bastarono gli orecchi;
Io taglierò la testa.

A questa volta son con noi le squadre,
Né Gesú ci scompiglia:
Egli è in collegio al Sacro Cuore, e il padre
Curci lo tiene in briglia.

Un forte vecchio io son; l’ardor de i belli
Anni in cuor mi ritrovo:
La scure che aprí ‘l cielo al Locatelli
Arrotatela a novo.

Sottil, lucida, acuta, in alto splenda
Ella come un’idea:
Bello il patibol sia: l’oro si spenda
Che mandò il Menabrea. [9]

I francesi, posato il Maometto
Del Voltèr da l’un canto,
Diano una man, per compiere il gibetto,
Al tribunal mio santo.

Si esponga il sacramento a San Niccola
Con le indulgenze usate, [10]
Ed in faccia a l’Italia mia figliuola
Due teste insanguinate -.

II.

E pur tu sei canuto: e pur la vita
Ti rifugge dal corpo inerte al cuor,
E dal cuore al cervel, come smarrita
Nube per l’alpi solvesi in vapor.

Deh, perdona a la vita! A l’un vent’anni
Schiudon, superbi araldi, l’avvenir;
E in sen, del carcer tuo pur tra gli affanni,
La speme gli fiorisce et il desir.

Crescean tre fanciulletti a l’altro intorno,
Come novelli del castagno al piè;
Or giaccion tristi, e nel morente giorno
La madre lor pensa tremando a te.

Oh, allor che del Giordano a i freschi rivi
Traea le turbe una gentil virtú
E ascese a le città liete d’ulivi
Giovin messia del popolo Gesú,

Non tremavan le madri; e Naim in festa
Vide la morte a un suo cenno fuggir
E la piangente vedovella onesta
Tra il figlio e Cristo i baci suoi partir.

Sorridean da i cilestri occhi profondi
I pargoletti al bel profeta umíl;
Ei lacrimando entro i lor ricci biondi
La mano ravvolgea pura e sottil.

Ma tu co ‘l pugno di peccati onusto
Calchi a terra quei capi, empio signor,
E sotto al sangue del paterno busto
De le tenere vite affoghi il fior.

Tu su gli occhi de i miseri parenti
(E son tremuli vegli al par di te)
Scavi le fosse a i figli ancor viventi,
Chierico sanguinoso e imbelle re.

Deh, prete, non sia ver che dal tuo nero
Antro niun salvo a l’aure pure uscí;
Polifemo cristian, deh non sia vero
Che tu nudri la morte in trenta dí.

Stringilo al petto, grida – Io del ciel messo
Sono a portar la pace, a benedir -,
E sentirai dal giovanile amplesso
Nuovo sangue a le tue vene fluir…

In sua mente crudel (volgonsi inani
Le lacrime ed i prieghi) egli si sta:
Come un fallo gittò gli affetti umani
Ei solitario ne l’antica età.

III.

Meglio cosí! Sangue de i morti, affretta
I rivi tuoi vermigli
E i fati; al ciel vapora, e di vendetta
Inebria i nostri figli.

Essi, nati a l’amore, a cui l’aurora
De l’avvenir sorride
Ne le limpide fronti, odiino ancora,
Come chi molto vide.

Mirate, udite, o avversi continenti,
O monti al ciel ribelli,
Isole e voi ne l’ocean fiorenti
Di boschi e di vascelli;

E tu che inciampi, faticosa ancella,
Europa, in su la via;
E tu che segui pe’ i gran mar la stella
Che al Penn si discovria;

E voi che sotto i furïosi raggi
Serpenti e re nutrite,
Africa ed Asia, immani, e voi selvaggi,
Voi, pelli colorite;

E tu, sole divino: ecco l’onesto
Veglio, rosso le mani
Di sangue e ‘l viso di salute: è questo
L’angel de gli Sciuani.

Ei, prima che il fatale esecutore
Lo spazzo abbia lavato,
Esce raggiante a delibar l’orrore
Del popolo indignato.

Ei, di demenza orribile percosso,
Com’ebbro il capo scuote,
E vorría pur vedere un po’ di rosso
Ne l’òr de le sue ruote.

Veglio! son pompe di ferocie vane
In che il tuo cor si esala,
E in van t’afforza a troncar teste umane
Quei che salvò i La Gala.

Due tu spegnesti; e a la chiamata pronti
Son mille, ancor piú mille.
I nostri padiglion splendon su i monti,
Ne’ piani e per le ville,

Dovunque s’apre un’alta vita umana
A la luce a l’amore:
Noi siam la sacra legïon tebana,
Veglio, che mai non muore.

Sparsa è la via di tombe, ma com’ara
Ogni tomba si mostra:
La memoria de i morti arde e rischiara
La grande opera nostra.

Savi, guerrier, poeti ed operai,
Tutti ci diam la mano:
Duro lavor ne gli anni, e lieve omai;
Minammo il Vaticano.

Splende la face, e il sangue pio l’avviva;
Splende siccome un sole:
Sospiri il vento, e su l’antica riva
Cadrà l’orrenda mole.

E tra i ruderi in fior la tiberina
Vergin di nere chiome
Al peregrin dirà: Son la ruina
D’un’onta senza nome.

30 novembre 1868.

VII.
HEU PUDOR!

I.
Mènte chi dice ch’ove il core avvampa
Secondi l’aura de l’acceso ingegno.
Avrei ben io d’infame eterna stampa
Segnato in fronte questo gregge indegno.

Feroce forse come il tuo m’accampa,
Dante padre, nel cuore odio e disdegno;
Ma chiusa rugge la vorace vampa
Me distruggendo, e mai non giunge al segno.

Altri laghi di pegola, addensata
Di serpenti di mostri e dimon duri
Altra e duplice bolgia avrei scavata;

E v’avrei co’ suoi monti e co’ suoi muri,
Come uno straccio lurido, gettata
Questa terra di Fucci e di Bonturi. [11]

II.

No. Vanni Fucci in faccia a Dio rubava
Con la bestemmia in bocca e in fronte il riso,
Ribadito di serpi egli squadrava
Da l’inferno le fiche al paradiso:

Il poco pan che del suo pianto lava
Ed è nel sangue de’ suoi figli intriso
Voi rubate a la patria, e poi con brava
Lingua sputate a lei virtú su ‘l viso.

Le case de’ nemici al sol lucente, [12]
Con la face a una man, ne l’altra i dardi,
Vanni Fucci cercò superbamente:

Voi, ne la chiusa notte, a passi tardi,
Ferite al canto; voi da l’aurea lente
Piccioletti ladruncoli bastardi.

III.

Da le tombe del pian che aprile infiora
E da i monti che batte il verno immite
E da quelle che il mar cuopre e colora,
Morti d’Italia, venite, venite!

Mirate, o morti: il sangue vostro irrora,
Ricadendo aureo nembo, a lor le vite;
Empie a’ lenoni il ventre e rincolora
Le rose a’ ludi de l’amor sfiorite.

Mirate, o morti: ei fûr che la vittoria
Vi contesero un giorno, e, candid’ossa,
Sol del martirio avvolge voi la gloria:

Ora di lor viltà ne l’ardua possa,
Ora sfidando i popoli e la storia,
Ora barattan su la vostra fossa.

1868-69.

VIII.
LE NOZZE DEL MARE

ALLORA E ORA.

Quando ritto il doge antico
Su l’antico bucentauro
L’anel d’oro dava al mar,
E vedeasi, al fiato amico
De la grande sposa cerula,
Il crin bianco svolazzar;

Sorrideva nel pensiero
Ne le fronti a’ padri tremuli
De’ forti anni la virtú,
E gittava un guardo altero,
Muta, a l’onde, al cielo, a l’isole,
La togata gioventú.

Ma rompea superbo un canto
Da l’ignudo petto ed ispido
De gli adusti remator,
Ch’oggi, vivono soltanto,
Tizïan, ne le tue tavole,
Ignorati vincitor.

Ei cantavano San Marco,
I Pisan, gli Zeni, i Dandoli,
Il maggior de i Morosin;
E pe’ i sen lunati ad arco
Lunghi gli echi minacciavano
Sino al Bosforo e a l’Eussin.

Ne la patria del Goldoni
Dopo il dramma lacrimevole
La commedia oggi si dà:
De i grandi avi i padiglioni
Son velari, onde una femmina
Il mar d’Adria impalmerà.

Le carezze fien modeste:
Consumare il matrimonio
I due sposi non potran:
Paraninfa, da Trieste
L’Austria ride; e i venti illirici
L’imeneo fischiando van.

Fate al Lido un po’ di chiasso
E su a bordo un po’ di musica!
Le signore hanno a danzar.
Ma, per dio, sonate basso:
Qualcheduno a Lissa infracida,
Che potrebbesi svegliar.

Bah! qui porgono la mano
Vaghe donne, a sprizzi fervidi
Lo sciampagna esulta qui.
Conte Carlo di Persano,
Oggi a festa i bronzi rombano:
Non mancate al lieto dí. [13]

luglio 1869.

IX.
VIA UGO BASSI

Quando porge la man Cesare a Piero,
Da quella stretta sangue umano stilla:
Quando il bacio si dan Chiesa e Impero,
Un astro di martirio in ciel sfavilla.

Ma nel cuor de le genti il chiuso vero
Con un guizzo d’amor risponde e brilla:
Ne la notte l’amor e nel mistero
Le folgori de l’ira dissigilla.

Di ghirlande votive or questa via
Nel solenne suo dí Bologna adombra
D’un prete sconsacrato a l’alma pia.

Ma lascia tu nel gran concilio sgombra,
Roma, una sedia: a te Bologna invia
Tra’ carnefici suoi del Bassi l’ombra. [14]

agosto 1869.

X.
ONOMASTICO

Ugo il poeta, allor che Italia in forse
Di vita ne’ servili ozi giacea,
Co ‘l verbo ardente il secolo percorse,
Scossel con l’ira che virtú ricrea.

Allor che Italia dal giaciglio sorse
Giovenilmente e libertà chiedea,
Lei lo zel d’Ugo martire precorse
E poi co ‘l sangue suggellò l’idea.

Ov’è dissidio tra il pensiero e l’opra
E larva la parola è del pensiero
E la parvenza a l’essere va sopra:

O giovinetto, il bel nome severo,
Tuo domestico vanto, la via scopra:
Intera libertà vuol l’uomo intero.

novembre 1870.

XI.
LA CONSULTA ARALDICA

Cercate pur se il pio siero che stagna
Nel cor d’un paolotto ignoto al dí,
Da i reni d’un ladron de l’Alemagna
Sangue cavalleresco un giorno uscí,

Se ne la tabe che da gli avi nacque
E strugge ai figli l’ultimo polmon
Vive la colpa d’una rea che piacque
Adultera latina al biondo Otton.

Deh dite: quante belve a cui le spade
Affondar ne la carne era virtú,
Quanti marchesi che assalian le strade,
Quanti mitrati che vendean Gesú,

Quanti storici gradi di peccato
Occorron dunque, dite in vostra fé,
Per poter la camicia di bucato
Porger la mane al dormiglioso re?

Per quante aule di barbari signori
Vigilate dal pubblico terror
Bisogna aver contaminato i cuori
Ed i ginocchi, e quante volte ancor

Rinnegata la misera latina
Patria e del suo comun le libertà,
Per poter di diritto a la regina
Tener la coda quando a messa va?

Oh non per questo dal fatal di Quarto
Lido il naviglio de i mille salpò,
Né Rosolino Pilo aveva sparto
Suo gentil sangue che vantava Angiò.

Ma voi da l’arche, voi da gli scaffali,
Invidïando a i vermi ombra e sopor,
Corna di cervi e teschi di cignali
Ed ugnoli d’arpie mettete fuor;

Ed a gli scheltri de le ree castella
Che foscheggian pe ‘l verde ermo Apennin,
Poi che l’austero e pio Gian de la Bella
Trasse i baroni a pettinare il lin

(E allora il pugno già contratto al brando
Ne l’opera plebea ben si spianò,
E su le labbra tumide il comando
In lusinga servile iscivolò),

A quegli scheltri voi chiedete ancora
Le targhe colorate e il pennoncel;
E vorreste veder l’antica aurora
Arrider mesta a un gotico bertel.

O dormenti nel giorno, il gallo canta,
Ferve il lavoro e cedon l’ombre al ver;
L’azzurro oltremarin di Terra santa
È bava di lumaca in suo sentier.

Rendete pur, rendete a i vecchi scudi
Il pallid’oro che l’ebreo raschiò
Ed a gli elmi le corna: io questi ludi
A la vecchiezza invidïar non so.

E aspettate cosí ne le supreme
Gran gale, o morituri, il funeral:
La Libertà tocca il tamburo, e insieme
Dileguan medio evo e carneval. [15]

ottobre 1869.

XII.
NOSTRI SANTI E NOSTRI MORTI

A i dí mesti d’autunno il prete canta
I morti in terra ed i suoi santi in ciel,
E muta il suon de’ bronzi, e l’are ammanta
Oggi di lieto e doman d’atro vel.

Noi d’un cuor solo e con un solo rito
A’ tuoi santi e a’ tuoi morti, o libertà,
Libiamo il vin del funeral convito,
Come la Grecia ne le antiche età.

Ahi, ma libando a’ glorïosi estinti
Ne i dí fausti la greca gioventú
Rammemorava i regi uccisi e i vinti,
E in Atene regnavi unica tu.

De’ nostri morti in su le fosse erbose
Pasce il crociato belga il suo destrier:
Il vostro sangue, o eroi, nudrí le rose
Di tiranni lascivi a l’origlier.

Da i monti al mar la bianca turba, eretta
In su le tombe, guarda, attende e sta:
Riposeranno il dí de la vendetta,
De la giustizia e de la libertà.

Faenza 1° novembre 1869.

XIII.
IN MORTE DI GIOVANNI CAJROLI

O Villagloria, da Cremera, quando
La luna i colli ammanta,
A te vengono i Fabi, ed ammirando
Parlan de’ tuoi settanta.

Tinto del proprio e del fraterno sangue
Giovanni, ultimo amore
De la madre, nel seno almo le langue,
Caro italico fiore.

Il capo omai da l’atra morte avvolto
Levasi; ed improvviso
Trema su ‘l bianco ed affilato volto
L’aleggiar d’un sorriso,

L’occhio ne l’infinito apresi, il fere
Da l’avvenire un raggio: [16]
Vede allegre sfilar armi e bandiere
Per un gran pian selvaggio,

E in mezzo il duce glorïoso: ondeggia
La luminosa chioma
A l’aure del trïonfo: il sol dardeggia
Laggiú in fondo su Roma.

Apri, Roma immortale, apri le porte
Al dolce eroe che muore:
Non mai, non mai ti consacrò la morte,
Roma, un piú nobil core.

Del cor suo dal bordel venda un fallito
Cetego la parola,
Eruttando che il tuo gran nome è un mito
Per le panche di scola:

Al divieto straniero adagi Ciacco
L’anima tributaria
Su l’altro lato, e dica – Io son vigliacco,
E poi c’è la mal’aria -:

Per te in seno a le madri, ecco, la morte
Divora altri figliuoli:
Apri, Roma immortale, apri le porte
A Giovan Caïroli.

Egli, ombra vigilante a i dí novelli,
Il tuo silenzio antico
Abiterà co’ Gracchi e co’ Marcelli
E co ‘l suo forte Enrico.

L’ali un dí spiegherà su ‘l Campidoglio
La libertà regina:
Groppello, allor da ogni ultimo scoglio
De la terra latina,

E giú da l’Alpi e giú da gli Apennini,
Garzoni e donne a schiera
Verranno a te, fiorite i lunghi crini
D’aulente primavera.

E con lor sarà un vate, radïoso
Ne la fronte divina,
Come Sofocle già nel glorïoso
Trofeo di Salamina:

Ei toccherà le corde, e de i fratelli
Dirà la santa gesta;
Né mai la canzon ionia a’ dí piú belli
Risonò come questa.

Groppello, a te co ‘l solitario canto
Nel mesto giorno io vegno,
E m’accompagna de l’Italia il pianto
E, nube atra, lo sdegno:

Nel mesto giorno che la quarta volta
Te visitò la Parca,
E sott’essa la tua funerea volta
Batte il martel su l’arca

Del giovinetto, la cui mite aurora
Empiva i clivi tuoi
Di roseo lume. Oh come sola è ora
La casa de gli eroi!

De le sue stanze pe ‘l deserto strano
S’incontran due viventi:
Tristi echi rende il sepolcreto vano
Sotto i lor passi lenti:

Avvalla il figlio de la madre in faccia
Il viso e gli occhi muti,
Che non rivegga in lui la cara traccia
De’ suoi quattro perduti.

O madre, o madre, a i dí de la speranza
Dal tuo grembo fecondo
Cinque valenti uscieno: ecco, t’avanza
Oggi quest’uno al mondo.

L’alma benigna nel sereno viso
Splendea di que’ gagliardi,
Come del sol di giugno il vasto riso
Sovra i laghi lombardi.

Ahi, ahi! de gli stranier tutte le spade
La carne tua gustaro!
Ahi, ahi! d’Italia tutte le contrade
Del cor tuo sanguinaro!

Qual cor fu il tuo, quando l’estremo spiro,
O madre de gli eroi,
Di lui ti rinnovò tutto il martíro
Di tutti i figli tuoi!

Or su le tombe taciturne siedi,
O donna de i dolori,
E i dí estremi volar sopra ti vedi
Come liberatori.

Qui cinque addur nuore dovevi a’ nati,
Madre gentile e altera;
Cara speme di prole a’ tuoi penati
Ed a la patria; e nera

Suoi segni stende per le avite stanze
La morte. Ma d’augúri
Rifulgon liete e suonano di danze
Le case de’ Bonturi.

Corre ivi a fiotti il vino, e sangue sembra;
L’orgia a le fami insulta;
De le adultere ignude in su le membra
La libidine esulta.

I barcollanti amori, in mal feconde
Scosse, d’obliqua prole
Seminan tutte queste serve sponde,
Ed oltraggiano il sole.

E il tradimento e la vigliaccheria,
Sí come cani in piazza,
Ivi s’accoppian anche: [17] ebra la ria
Ciurma intorno gavazza,

E i viva urla a l’Italia. Maledetta
Sii tu, mia patria antica,
Su cui l’onta de l’oggi e la vendetta
De i secoli s’abbica!

La pianta di virtú qui cresce ancora,
Ma per farsene strame
I muli tuoi: qui la vïola odora
Per divenir letame.

Oh, risvegliar che val l’ira de i forti,
Di Dante padre l’ira?
Solingo vate, in su l’urne de’ morti
Io vo’ spezzar la lira.

Accoglietemi, udite, o de gli eroi
Esercito gentile:
Triste novella io recherò fra voi:
La nostra patria è vile.

gennaio 1870.

XIV.
PER LE NOZZE DI CESARE PARENZO

– Superbo! e lui non tocca
Gentil senso d’amore:
Motto di rosea bocca
A lui non scende in core.
Ei per la via de gli anni
Tutt’i soavi inganni

Gittò, gittò la soma
De le memorie pie;
E con la mente doma
Da torve fantasie,
Solitario, aggrondato,
Va pe ‘l divin creato.

Amor covava in petto
Al buon veglio di Teo:
In lui l’ira e ‘l dispetto
Albergo e nido feo,
E la Furia pon l’ova,
E la Musa le cova;

E guizzan viperette
Da i sanguinosi vani,
E fischian su le vette
De’ versi orridi e strani,
E lingueggiano al sole
Tra rovi di parole. –

E pur (m’udite, o voi
Che un dí mi amaste) ancora
Dischiude i color suoi
E in mezzo al cor m’odora
Piú soave che pria
Il fior di poesia.

E ne vo’ far ghirlande
Per le fronti severe
Ove suoi raggi spande
L’onor et il dovere,
E per le fronti belle
Di pudiche donzelle.

O monti, o fiumi, o prati;
O amori integri e sani;
O affetti esercitati
Fra una schiatta d’umani
Alta gentile e pura;
O natura, o natura;

Da questo reo mercato
Di falsitadi, anelo
A voi, come piagato
Augello al proprio cielo
Dal fango ond’è implicata
L’ala al sereno usata.

Dolci sonate e molli
Aleggiate, o miei versi,
Qual d’Imetto da i colli
Di roseo lume aspersi
Mormoravan giulivi
Del bel Cefiso a i rivi

Gli sciami de le attèe
Api, ed allora inchino
Libava a le tre dee
Il tragico divino
Meditando i secreti
Di Colono oliveti.

Dolci sonate e puri
De la candida festa
Fra i domestici augúri:
Parenzo oggi a la onesta
Tua legge affida, o amore,
Il prode ingegno e il core.

E ride la donzella
A l’amator marito,
Lei che tacita e bella
L’attese, ed a l’ardito
Guerrier di nostra fede
Serbò questa mercede.

Oh dolce oblio profondo
De le lotte anelanti!
Oh divisi dal mondo
Susurri de gli amanti,
Che l’aura pia diffonde
Tra l’ombre e tra le fronde,

Ma in ciel par che gl’intenda
Espero amico lume
E soave risplenda
Con fraterno costume
A la fronte levata
De la fanciulla amata!

Se non che dietro rugge
La marea de la vita,
E l’anima che fugge
Chiama a la via smarrita:
In su l’aspro sentiero
Tornate, o sposi, e al vero.

Da i vostri amori, o prode
Gioventú di mia terra,
A la forza e a la frode
Esca perenne guerra,
Esca a l’italo sole
Una robusta prole;

E il sano occhio nel giorno
Del ver fisi giocondo,
E tutto a lei d’intorno
Rida libero il mondo.
Non è divino fato
Il dolore e il peccato.

A l’armi, a l’armi, o amore!
Tu puoi, tu sol, cotanto!
Se questa speme in core
Io porti, ancora il canto
Da l’anima ferita
Gitterò ne la vita;

E su ‘l ginocchio, come
Il gladiator tirreno,
Poggiato, io, fra le chiome
E nel rïarso seno
La fresc’aura sentendo,
Morirò combattendo.

4 giugno 1870.

RIPRESA

XV.
AVANTI! AVANTI!

I.

Avanti, avanti, o sauro destrier de la canzone!
L’aspra tua chioma porgimi, ch’io salti anche in arcione,
Indomito destrier.
A noi la polve a l’ansia del corso, e i rotti vènti,
E il lampo de le selici percosse, e de i torrenti
L’urlo solingo e fier.

I bei ginnetti italici han pettinati crini,
Le constellate e morbide aiuole de’ giardini
Sono il lor dolce agon:
Ivi essi caracollano in faccia a i loro amori,
La giuba a tempo fluttua vaga tra i nastri e i fiori
De le fanfare al suon;

E, se lungi la polvere scorgon del nostro corso,
Il picciol collo inarcano e masticando il morso
Par che rignino – Ohibò! –
Ma l’alfana che strascica su l’orlo de la via
Sotto gualdrappe e cingoli la lunga anatomia
D’un corpo che invecchiò,

Ripensando gli scalpiti de’ corteggi e le stalle
De’ tepid’ozi e l’adipe de la pasciuta valle,
Guarda con muto orror.
E noi corriamo a’ torridi soli, a’ cieli stellati,
Per note plaghe e incognite, quai cavalier fatati,
Dietro un velato amor.

Avanti, avanti, o sauro destrier, mio forte amico!
Non vedi tu le parie forme del tempo antico
Accennarne colà?
Non vedi tu d’Angelica ridente, o amico, il velo
Solcar come una candida nube l’estremo cielo?
Oh gloria, oh libertà!

II.

Ahi, da’ primi anni, o gloria, nascosi del mio cuore
Ne’ superbi silenzii il tuo superbo amore.
Le fronti alte del lauro nel pensoso splendor
Mi sfolgorâr da’ gelidi marmi nel petto un raggio,
Ed obliai le vergini danzanti al sol di maggio
E i lampi de’ bianchi omeri sotto le chiome d’òr.

E tutto ciò che facile allor prometton gli anni
Io ‘l diedi per un impeto lacrimoso d’affanni,
Per un amplesso aereo in faccia a l’avvenir.
O immane statua bronzea su dirupato monte,
Solo i grandi t’aggiungono, per declinar la fronte
Fredda su ‘l tuo fredd’omero e lassi ivi morir.

A piú frequente palpito di umani odii e d’amori
Meglio il petto m’accesero ne’ lor severi ardori
Ultime dee superstiti giustizia e libertà;
E uscir credeami italico vate a la nuova etade,
Le cui strofe al ciel vibrano come rugghianti spade,
E il canto, ala d’incendio, divora i boschi e va.

Ahi, lieve i duri muscoli sfiora la rima alata!
Co ‘l tuon de l’arma ferrea nel destro pugno arcata,
Gentil leopardo, lanciasi Camillo Demulèn, [18]
E cade la Bastiglia. Solo Danton dislaccia,
Per rivelarti a’ popoli, con le taurine braccia,
O repubblica vergine, l’amazonio tuo sen.

A noi le pugne inutili. Tu cadevi, o Mameli,
Con la pupilla cerula fisa e gli aperti cieli,
Tra un inno e una battaglia cadevi; e come un fior
Ti rideva da l’anima la fede, allor che il bello
E biondo capo languido chinavi, e te, fratello
Copria l’ombra siderea di Roma e i tre color;

Ed al fuggir de l’anima su la pallida faccia
Protendea la repubblica santa le aperte braccia
Diritta in fra i romulei colli e l’occiduo sol.
Ma io d’intorno premere veggo schiavi e tiranni,
Ma io su ‘l capo stridere m’odo fuggenti gli anni:
– Che mai canta, susurrano, costui torbido e sol?

Ei canta e culla i queruli mostri de la sua mente,
E quel che vive e s’agita nel mondo egli non sente -.
O popolo d’Italia, vita del mio pensier,
O popolo d’Italia, veccho titano ignavo,
Vile io ti dissi in faccia, tu mi gridasti: Bravo;
E de’ miei versi funebri t’incoroni il bicchier.

III.

Avanti, avanti, o indomito destrier de gl’inni alato!
Obliar vo’ nel rapido corso l’inerte fato,
I gravi e oscuri dí.
Ricordi tu, bel sauro, quando al tuo primo salto
I falchi salutarono augurando ne l’alto
E il bufolo muggí?

Ricordi tu le vedove piagge del mar toscano,
Ove china su ‘l nubilo inseminato piano
La torre feudal
Con lunga ombra di tedio da i colli arsicci e fóschi
Veglia de le rasenie cittadi in mezzo a’ boschi
Il sonno sepolcral,

Mentre tormenta languido sirocco gli assetati
Caprifichi che ondeggiano su i gran massi quadrati
Verdi tra il cielo e il mar,
Su i gran massi cui vigile il mercator tirreno
Saliva, le fenicie rosse vele nel seno
Azzurro ad aspettar?

Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera
Torre di Donoratico a la cui porta nera
Conte Ugolin bussò
Con lo scudo e con l’aquile a la Meloria infrante,
Il grand’elmo togliendosi da la fronte che Dante
Ne l’inferno ammirò?

Or (dolce a la memoria) una quercia su ‘l ponte
Levatoio verdeggia e bisbiglia, e del conte
Novella il cacciator
Quando al purpureo vespero su la bertesca infida
I falchetti famelici empiono il ciel di strida
E il can guarda al clamor.

Là tu crescesti, o sauro destrier de gl’inni, meco;
E la pietra pelasgica ed il tirreno speco
Fûro il mio solo altar;
E con me nel silenzio meridïan fulgente
I lucumoni e gli àuguri de la mia prima gente
Veniano a conversar.

E tu pascevi, o alivolo corridore, la biada
Che ne’ solchi de i secoli aperti con la spada
Dal console roman
Dante, etrusco pontefice redivivo, gettava;
Onde al cielo il tuo florido terzo maggio esultava,
Comune italïan,

Tra le germane faide e i salmi nazareni
Esultava nel libero lavoro e ne i sereni
Canti de’ mietitor.
Chi di quell’orzo pascesi, o nobile corsiero,
Ha forti nervi e muscoli, ha gentile ed intero
Nel sano petto il cor.

Dammi or dunque, apollinea fiera, l’alato dorso:
Ecco tutte le redini io ti libero al corso:
Corriam, fiera gentil.
Corriam de gli avversarii sovra le teste e i petti,
De’ mostri il sangue imporpori i tuoi ferrei garetti;
E a noi rida l’april,

L’april de’ colli italici vaghi di messi e fiori,
L’april santo de l’anima piena di nuovi amori,
L’aprile del pensier.
Voliam, sin che la folgore di Giove tra la rotta
Nube ci arda e purifichi, o che il torrente inghiotta
Cavallo e cavalier,

O ch’io discenda placido dal tuo stellante arcione,
Con l’occhio ancora gravido di luce e visïone,
Su ‘l toscano mio suol,
Ed al fraterno tumolo posi da la fatica,
Gustando tu il trifoglio da una bell’urna antica
Verso il morente sol.

ottobre 1872.

LIBRO II

XVI.
A CERTI CENSORI

No, le luci non ha di Maddalena
Molli e del pianger vaghe;
No, balsami non ha la mia Camena
Per le fetenti piaghe.

Né Cristi siete voi: per ogni fòro
L’anima vostra impura
Fornicò; se v’ha conci il reo lavoro,
Ci pensi la questura.

Ma Fulvia, in quel che la persona bella
Rileva su ‘l divano
Ravvïando al crin fulgido le anella
Con la tremante mano

E le pieghe a la vesta, tutta in viso
Vermiglia e di piacere
Spumante, con un guardo e con un riso
Ove tutta Citere

Lampeggia e a cui Laide erudita avria
Aggiudicato il mirto,
– Odio – dice – la triste poesia
Che rinnega lo spirto -.

E il buffon Mena, ch’empie d’inodora
Corruzïon la pancia
E via co ‘l guanto profumato sfiora
Gli schiaffi de la guancia,

Dice – A me giova tra un bicchier di Broglio
E l’altro metter l’ale.
Io mi sento meschino, e a cena voglio
Del soprannaturale

E de i tartufi…. Via, dopo l’arrosto
Fa bene un po’ d’azzurro:
Apri, poeta: il cielo, il cielo, a costo
Di pigliare un cimurro!

Nel cospetto del ciel l’ebrezza casca
Del senso riscaldato.
Il canto è fede -. E s’accarezza in tasca
Il soldo ruffianato.

Ecco Pomponio, a le cui false chiome
E al giallo adipe arguto,
Dolce Pimplea, tu splendi in vista come
Un grosso angel paffuto

Che ne le chiese del Gesú stuccate
Su le nubi s’adagia,
Su le nubi dorate e inargentate
Che paion di bambagia.

– Amore, amore! – ei sbuffa – il mondo nuota
Tutto nel latt’e miele:
Le rane come me lasciâr la mota
E le vipere il fiele.

Vero; un asino crepa a quando a quando
Di martirio o di fame:
Ma il listino a la borsa va montando
E a Pegaso lo strame.

Ho de’ valori pubblici, un’amante
Paölotta e un giornale
Del centro che mi paragona a Dante:
Io canto l’ideale.

Seguo l’arte che l’ali erge e dilata
A piú sublimi sfere:
Lungi le Muse de la barricata,
Le Grazie petroliere! –

Cosí le belle e i vati e i savi in coro
Mi vietano con gesto
Di drammatico orrore il sacro alloro….
Deh via, chi ve l’ha chiesto?

Quand’io salgo de’ secoli su ‘l monte
Triste in sembianti e solo,
Levan le strofe intorno a la mia fronte,
Siccome falchi, il volo.

Ed ogni strofe ha un’anima; ed a valle
Precipita e rimbomba,
Come fuga d’indomite cavalle,
Con la spada e la tromba;

E con la spada alto volando prostra
I mostri ed i giganti,
E con la tromba a la suprema giostra
Chiama i guerrier festanti.

Al passar de le aeree fanciulle
Fremon per tutti i campi
L’ossa de’ morti, e i tumoli a le culle
Mandan saluti e lampi.

E il giovinetto pallido, a cui cade
Su gli occhi umido un velo,
Sogna la morte per la libertade
In faccia al patrio cielo.

Avanti, avanti, o messaggere armate
Di fede e di valore!
Su l’ali vostre a piú felice etate
Lancio il mio vivo cuore.

A voi la vita mia: me ignota fossa
Accolga innanzi gli anni:
Pugnate voi contro ogni iniqua possa,
Contro tutti i tiranni!

19 decembre 1871.

XVII.
PER IL LXXVIII ANNIVERSARIO DALLA PROCLAMAZIONE DELLA REPUBBLICA FRANCESE

Sol di settembre, tu nel cielo stai
Come l’uom che i migliori anni finí
E guarda triste innanzi: i dolci rai
Tu stendi verso i nubilosi dí.

Mesto e sereno, limpido e profondo,
Per l’ampia terra il tuo sorriso va:
Tu maturi su i colli il vino, e al mondo
Riporti i fasti de la libertà.

Mescete, o amici, il vino. Il vin fremente
Scuota da i molli nervi ogni torpor,
Purghi le nubi de l’afflitta mente,
Affoghi il tedio accidïoso in cor.

Vino e ferro vogl’io come a’ begli anni
Alceo chiedea nel cantico immortal:
Il ferro per uccidere i tiranni,
Il vin per festeggiarne il funeral.

Ma il ferro e il bronzo è de’ tiranni in mano;
E Kant aguzza con la sua Ragion
Pura il fredd’ago del fucil prussiano,
Körner strascica il bavaro cannon.

Cavalca intorno a l’avel tuo, Voltèro,
Il diletto di Dio Guglielmo re,
Che porta sopra l’elmo il sacro impero,
Sotto l’usbergo la crociata fé,

E ne la man che in pace tra il sacrato
Calice ed il boccal pia tentennò
Porta l’acciar che feudal soldato
Ne le stragi badesi addottrinò,

E crolla eretta al ciel la bianca testa….
O repubblica antica, ov’è il tuo tuon?
Il cavallo del re, senti, ti pesta,
E dormi ne la tua polve, o Danton?

Mescete vino e oblio. La morta gente,
O epigoni, fra noi non torna piú!
Il turbin ne la voce e nel possente
Braccio egli avea la muscolar virtú

Del popol tutto. Oh, il dí piú non ritorna
Ch’ei tauro immane le strambe spezzò,
E mugghiò ne l’arena, e su le corna
I regi i preti e gli stranier portò!

Mescete vino, amici. E sprizzò allora
Da i cavi di Marat occhi un balen
Di riso; ei sollevò da l’antro fuora
La terribile fronte al dí seren.

Matura ei custodía nel sen profondo
L’onta di venti secoli e il terror:
Quanto di piú feroce e di piú immondo
Patîr le plebi a lui stagnava in cor.

Le stragi sotto il sol disseminate,
I martír d’ogni sesso e d’ogni età,
I corpi infranti e l’alme violate
E le stalle del conte d’Artoà,

Tutto ei sentia presente: il sanguinoso
Occhio rotava in quel vivente orror,
E chiedea con funèbre urlo angoscioso
Mille vendette ed un vendicator.

De l’odio e del dolor l’esperimento
Il cor gli ottuse e il senso gli acuí:
Ei fiutò come un cane il tradimento,
E come tigre ferita ruggí.

Ma quel che su da l’avvenir salía
D’orror fremito udí Massimilian,
E, come falciator per la sua via,
L’occhio ebbe al cielo ed al lavor la man.

De’ solchi pareggiati in su ‘l confino
Il turbine vi attende, o mietitor:
O mietitori fóschi del destino,
Non fornirete voi l’atro lavor.

Maledetto sia tu per ogni etade,
O del reo termidor decimo sol!
Tu sanguigno ti affacci, e fredda cade
La bionda testa di Saint-Just al suol.

Maledetto sia tu da quante sparte
Famiglie umane ancor piegansi a i re!
Tu suscitasti in Francia il Bonaparte,
Tu spegnesti ne i cor virtude e fé.

21 settembre 1870.

XVIII.
PER VINCENZO CALDESI

OTTO MESI DOPO LA SUA MORTE

Dormi, avvolto nel tuo mantel di gloria,
Dormi, Vincenzio mio:
De’ subdoli e de’ fiacchi oggi è l’istoria
E de i forti l’oblio.

Deh non conturbi te questo ronzare
Di menzogne e di vanti!
No, s’anco le tue zolle attraversare
Potessero i miei canti

E su ‘l disfatto cuor sonarti come
La favolosa tromba,
No, gridar non vorrei di Roma il nome
Su la tua sacra tomba.

Pur, se chino su ‘l tumolo romito
Io con gentile orgoglio
Dir potessi – Vincenzio, risalito
Abbiamo il Campidoglio -,

Tu scuoteresti via da le fredde ossa
Il torpor che vi stagna,
Tu salteresti su da la tua fossa,
O leon di Romagna,

Per rivederla ancor, Roma, a cui ‘l verbo
Di libertà gittasti,
Per difenderla ancor, Roma, a cui ‘l nerbo
De la vita sacrasti.

Dormi, povero morto. Ancor la soma
Ci grava del peccato:
Impronta Italia domandava Roma,
Bisanzio essi le han dato.

marzo 1871.

XIX.
FESTE ED OBLII

Urlate, saltate, menate gazzarra,
Rompete la sbarra – del muto dover;
Da ville e da borghi, da valli e pendici,
Plaudite a i felici – di oggi e di ier.

Su, vergini e spose, bramose, baccanti,
Spogliate l’Italia di lauri e di fior,
Coprite di serti, di sguardi fiammanti
Le glorie in parata de i nostri signor.

Deh come cavalca su gli omeri fieri
De’ baldi lancieri – la vostra virtú!
O sole di luglio, tra i marmi latini
A gli aurei spallini – lusinghi anche tu.

E mobili flutti di fanti e cavalli
Risuonan pe ‘l clivo su ‘l fòro latin,
E il canto superbo di trombe e timballi
Insulta i silenzi del sacro Aventin.

Ahi sola de’ vóti d’un dí la severa
Mia musa, o Caprera, – riparla con te,
E, sola e sdegnosa, de l’orgia romana,
Deserta Mentana, – ti chiede mercé.

Là il vino, la luce, la nota che freme,
Ne i nervi, nel sangue risveglian l’ardor:
Qui trema a la luna con l’aura che geme
Lo stelo riarso d’un povero fior.

E altrove la luna del raggio suo puro
Illumina il giuro – rïanima il sí,
Che mormora a un altro languente vezzosa
La vedova sposa – del morto ch’è qui,

O empie insolente la camera mesta
Svegliando a le cure del dubbio diman
La madre che in questo bel giorno di festa
In vano pe’ trivi chiedeva del pan.

2 Luglio 1871.

XX.
IO TRIUMPHE!

Dice Furio – Facciam largo a i Camilli
Che vengon dopo un anno.
Io de le trombe galliche a gli squilli
Ritorno, ei fuggiranno. –

E Mario – Spegner l’oste entro i confini
Patrii è barbara cosa.
Trïonfo a i nuovi imperador latini,
A i vinti di Custosa! –

E Duilio – Tre zattere di legno
Ed il valor romano
Bastava. Or fuggo: ci vuol troppo ingegno
A essere Persano. –

E Virginio – Che far? Non ho figliuole
Altre da dare agli Appi.
Questo mio ferro vecchio or niun lo vuole
Né men per cavatappi. –

E Tullio – L’orazion mia per costoro
È troppo larga o stretta.
Lasciamo a Stanislao Pasquale il fòro,
E il senato al Pancetta -.

E Tacito – O mie storie ispide e tese,
O mio duro latino,
Cediamo il posto a l’orvietan marchese
Al Bianchi e a Pasqualino. –

E Bruto – Via da questa plebe stolta!
Mi faria com’a un cane
Ne’ suoi circensi. Almeno ella una volta
Voleva ancora il pane! –

E Marc’Aurelio – Con questo po’ d’oro
Che avanza, io non son gonzo. [19]
Fuggiam, fuggiam, non aspettiam costoro,
O mio caval di bronzo -.

Cosí gli spirti magni entro il latino
Ciel, di lor fuga mesto.
Trïonfa la Suburra, urla Pasquino
– Viva l’Italia! io resto -.

2 Luglio 1871.

XXI.
VERSAGLIA

(NEL LXXIX ANNIVERSARIO DELLA REPUBBLICA FRANCESE).

Fu tempo, ed in Versaglia un proclamava:
– Mio quanto cresce in terra e guizza in mar
E in aër vola -. E il prete seguitava:
– Popolo, dice Dio: Tu non rubar -.

E i boschi verdi, e le argentine linfe
Ridenti in lago o trepide tra i fior,
E il tuo marmoreo popolo di ninfe,
Ed i palagi sfolgoranti d’òr,

Versaglia, sepper quanto in servitude
Quanto d’infame in signoria si può.
– Vo’ il tuo campo e la donna e la virtude
Tua – disse un uomo, e niun ripose: No.

Veniano i giovinetti e le donzelle
A inginocchiarsi con l’infamia in man,
E del suo bruto sangue un volgo imbelle
Murò il parco de’ cervi al re cristian.

Quand’ei dormia, poggiato a un bianco seno,
Co ‘l pugno a l’elsa e in su le teste il piè,
Tutta la Francia da l’Oceano al Reno
Era superba di vegliare il re.

Versaglia, e allor che da un macchiato letto
Ei procedeva a un addobbato altar,
Tu d’orgoglio fremevi, e di rispetto
Vedevi Europa innanzi a lui tremar.

Ei la gloria e il valore, egli le scuole
E l’armi, ei l’arte ed ei la verità,
Egli era tutto in tutti: egli era il sole
Che il mondo illustra, e non s’accorge e sta.

Se Dio lui sostenesse o s’ei sostenne
Dio, non fermaro i suoi sacri orator:
Lo sanno i vostri morti, o pie Cevenne,
Che non credevano al suo confessor.

Il re dal suo lascivo Occhio di bue
Guardava il mondo, piccolo al suo piè;
E Dio, mezzan de le nequizie sue,
Benedicea da l’aureo domo il re,

Benedicea le vïolette ascose
Nel velo virginal de la Vallier,
Benedicea le maritali rose
Nel petto de la Montespan altier,

Benedicea d’Engaddi i freschi gigli
Vedovi in seno de la Maintenon:
E d’un sorriso il re facea vermigli
I neri panni del fedele Aron.

L’ere da le sottane e da i cappelli
La corte e la cittade allor segnò;
Il popol, da le fami e da i flagelli;
Poi da la morte, quando si rizzò.

E il giorno venne: e ignoti, in un desio
Di veritade, con opposta fé,
Decapitaro, Emmanuel Kant, Iddio,
Massimiliano Robespierre, il re.

Oggi i due morti sovra il monumento
Co ‘l teschio in mano chiamano pietà,
Pregando, in nome l’un del sentimento,
L’altro nel nome de l’autorità.

E Versaglia a le due carogne infiora
L’ara ed il soglio de gli antichi dí…
Oh date pietre a sotterrarli ancora,
Nere macerie de le Tuglierí.

21 Settembre 1871.

XXII.
CANTO DELL’ITALIA CHE VA IN CAMPIDOGLIO

Zitte, zitte! Che è questo frastuono
Al lume de la luna?
Oche del Campidoglio, zitte! Io sono
L’Italia grande e una.

Vengo di notte perché il dottor Lanza
Teme i colpi di sole:
Ei vuol tener la debita osservanza
In certi passi, e vuole

Che non si sbracci in Roma da signore
Oltre certi cancelli:
Deh, non fate, oche mie, tanto rumore,
Che non senta Antonelli.

Fate piú chiasso voi, che i fondatori
De la prosa borghese,
Paulo il forte ed Edmondo da i languori
Il capitan cortese.

Qua, qua, qua. Che volete voi? Chiamate
Il fratel Bertoldino [20]
O Bernardino? Ei cova, ei ponza, il vate,
Lo stil nuovo latino.

S’ell’è per Brenno, o paperi, sprecata
È ormai la guardia. Brava
Io fui tanto e sottil, che sono entrata
Quand’egli se ne andava.

Sí, sí, portavo il sacco a gli zuavi
E battevo le mani
Ieri a’ Turcòs: oggi i miei bimbi gravi
Si vestono da ulani.

Al cappellino, o a l’elmo, in ginocchione
Sempre: ma lesta e scaltra
Scoto la polve di un’adorazione
Per cominciarne un’altra.

Cosí da piede a piè figlia di Roma
I miei baci io trascino,
E giú nel fango la turrita chioma
Con l’astro annesso inchino

Per raccattar quel che sventura o noia
Altrui mi lascia andare.
Cosí la eredità vecchia di Troia
Potei raccapezzare

A frusto a frusto, via tra una pedata
E l’altra, su bel bello:
Il sangue non è acqua; e m’ha educata
Nicolò Machiavello.

Ora, se date il passo a la gran madre,
Oche, io vo’ in Campidoglio.
Cittadino roman vo’ fare il padre
Cristoforo; e mi voglio

Cingere i lombi di valore, e forte
In rassegnazïone,
Oche, io voglio soffrir sino a la morte
Per la mia salvazione.

Voglio soffrire i Taicún e i Lami,
E il talamo e la culla
Aurea de’ muli, e le contate fami,
E i motti del Fanfulla. [21]

Vo’ alloggiar co ‘l possibile decoro
La gloria del Cialdini,
Cantar l’idillio de l’età de l’oro
Di Saturno Bombrini;

E vo’ l’umilità mia gualdrappare
Di stil manzonïano,
E recitar l’uffizio militare
D’Edmondo il capitano

Per non cader in tentazion. La prosa
Di Paulo Fambri, il grosso
Voltèr de le lagune, è spiritosa
Troppo per il mio dosso:

Gli analfabeti miei, che la lettura
Di poco han superato,
Preferiscon d’assai la dicitura
Piú svelta del cognato.

E cosí d’anno in anno, e di ministro
In ministro, io mi scarco
Del centro destro su ‘l centro sinistro,
E ‘l mio lunario sbarco:

Fin che il Sella un bel giorno, al fin del mese,
Dato un calcio a la cassa,
Venda a un lord archëologo inglese [22]
L’augusta mia carcassa.

12 nov. 1871.

XXIII.
GIUSEPPE MAZZINI

Qual da gli aridi scogli erma su ‘l mare
Genova sta, marmoreo gigante,
Tal, surto in bassi dí, su ‘l fluttuante
Secolo, ei grande, austero, immoto appare.

Da quelli scogli, onde Colombo infante
Nuovi pe ‘l mar vedea mondi spuntare,
Egli vide nel ciel crepuscolare
Co ‘l cuor di Gracco ed il pensier di Dante

La terza Italia; e con le luci fise
A lei trasse per mezzo un cimitero,
E un popol morto dietro a lui si mise.

Esule antico, al ciel mite e severo
Leva ora il volto che giammai non rise,
– Tu sol – pensando – o idëal, sei vero.-

11 febbraio 1872.

XXIV.
ALLA MORTE DI GIUSEPPE MAZZINI

Quando – Egli è morto – dissero,
Io, che qui sola eterna
Credo la morte, un fremito
Correr sentii l’interna
Vita ed al cuore assiderarmi un gel.
Immortal lui credeva. E gli occhi torbidi
Volsi, chiedendo e dubitando, al ciel.

Ei che d’Italia a l’anime
Fu quel ch’a i corpi il sole,
Del quale udiva io parvolo
Mirabili parole
Sí come d’un fatidico
Spirito tra il passato e l’avvenir,
Egli il cui nome appresermi
Con quel d’Italia, ei non potea morir.

Guardai. D’Italia stavano
Le ville i templi i fòri,
Da le sue torri a l’aure
Splendeano i tre colori,
Fremeano i fiumi i popoli
Ed i pensier con onda alterna, il sol
Rideva a l’alpi al doppio mare a l’isole
Come pur ieri…. Ed era morto ei sol.

Passato era de i secoli
Nel dí trasfigurante,
A i mondi onde riguardano
Camillo e Gracco e Dante,
Grandi ombre con immobili
Occhi di stelle a le fluenti età,
E riposa Cristoforo
Colombo e Galileo contempla e sta.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

12 marzo 1872.

XXV.
A UN HEINIANO D’ITALIA

Quando a i piaceri in mezzo od a i tormenti
Arrigo Heine crollava
La bionda chioma ed a i tedeschi venti
Le sue strofe gittava,

E le furie e le grazie de la prosa
Folli feroci e schiette
Ei liberava da la man nervosa
Qual gruppo di saette,

L’ombra del suo pensiero, ombra di morte,
Da i suon balzava fuora,
E con la scure in man battea le porte
Gridando – È l’ora, è l’ora! –

Dal viso del poeta atroce e bello
Pendea, ridendo, il dio
Thor, e chiedea, brandendo il gran martello,
– Ch’io picchi, o figliuol mio? –

Sotto il vento de’ cantici immortali
Piegavano croscianti
Le selve de le vecchie cattedrali
Con le lor guglie e i santi:

Rintoccava, da i culmini ondeggiando,
A morto ogni campana,
E Carlo Magno s’avvolgea tremando
Nel lenzuol d’Aquisgrana.

Quando toccate, o tisicuzzo, voi
Il chitarrin cortese,
Mugghian d’assenso tutti i serbatoi
Del mio dolce paese.

Le canzonette, assettatuzze e matte,
Ed isgrammaticate
Borghesemente, fan cagliare il latte
E tremar le giuncate.

Deh, come erra fantastico il belato
Vostro via per l’acerba
Primavera! O montone, al prato, al prato!
O agnello, a l’erba, a l’erba!

Il garofolo giallo e la vïola
Vi sorridon gl’inviti:
Ah ghiottoncello, a voi fanno piú gola
I cavoli fioriti?

Brucate, ruminate, meriggiate
E belate a i pastori;
E, se potete, i bei cornetti armate
Pe’ i lascivetti amori.

Con due scambietti poi l’ebete grifo
Ponete, oh voi beato!,
Su le ginocchia a Cloe, se non ha schifo
Del puzzo di castrato. [23]

giugno 1872.

XXVI.
PER IL QUINTO ANNIVERSARIO DELLA BATTAGLIA DI MENTANA

Ogni anno, allor che lugubre
L’ora de la sconfitta
Di Mentana su’ memori
Colli volando va,
I colli e i pian trasalgono
E fieramente dritta
Su i nomentani tumuli
La morta schiera sta.

Non son nefandi scheletri;
Sono alte forme e belle,
Cui roseo dal crepuscolo
Ondeggia intorno un vel:
Per le ferite ridono
Pie le virginee stelle,
Lievi a le chiome avvolgonsi
Le nuvole del ciel.

– Or che le madri gemono
Sovra gl’insonni letti,
Or che le spose sognano
Il nostro spento amor,
Noi rileviam dal Tartaro
I bianchi infranti petti,
Per salutarti, o Italia,
Per rivederti ancor.

Qual ne l’incerto tramite
Gittava il cavaliero
Il verde manto serico
De la sua donna al piè,
Per te gittammo l’anima
Ridenti al fato nero;
E tu pur vivi immemore
Di chi moría per te.

Ad altri, o dolce Italia,
Doni i sorrisi tuoi;
Ma i morti non obliano
Ciò che piú in vita amâr;
Ma Roma è nostra, i vindici
Del nome suo siam noi:
Voliam su ‘l Campidoglio,
Voliamo a trïonfar. –

Va come fósca nuvola
La morta compagnia,
E al suo passare un fremito
Gl’itali petti assal;
Ne le auree veglie tacciono
La luce e l’armonia,
E sordo il tuon rimormora
Su l’alto Quirinal.

Ma i cavalier d’industria,
Che a la città di Gracco
Trasser le pance nitide
E l’inclita viltà,
Dicon – Se il tempo brontola,
Finiam d’empire il sacco;
Poi venga anche il diluvio;
Sarà quel che sarà.

4 nov. 1872.

XXVII.
A MESSER CANTE GABRIELLI DA GUBBIO

PODESTÀ DI FIRENZE NEL MCCCI

Molto mi meraviglio, o messer Cante,
Podestà venerando e cavaliero,
Non v’abbia Italia ancor piantato intiero
In marmo di Carrara e dritto stante

Sur una piazza, ove al bel ceffo austero
Vostro passeggi il popolo d’avante,
O primo, o solo ispirator di Dante,
Quando ladro il dannaste e barattiero.

I ceppi per a lui la man tagliare
Voi tenevate presti; ei ne l’inferno
Scampò, gloria e vendetta a ricercare.

Spongon or birri e frati il suo quaderno,
E quel povero veltro ha un bel da fare
A cacciar per la chiesa e pe ‘l governo.

maggio 1874.

XXVIII.
LA SACRA DI ENRICO QUINTO

Quando cadono le foglie, quando emigrano gli augelli
E fiorite a’ cimiteri son le pietre de gli avelli,

Monta in sella Enrico quinto il delfin da’ capei grigi,
E cavalca a grande onore per la sacra di Parigi.

Van con lui tutt’i fedeli, van gli abbati ed i baroni:
Quanta festa di colori, di cimieri e di pennoni!

Monta Enrico un caval bianco, presso ha il bianco suo stendardo
Che coprí morenti in campo San Luigi e il pro’ Baiardo.

Viva il re! Ma il ciel di Francia non conosce il sacro segno;
E la seta vergognosa si ristringe intorno al legno.

Piú che mai su gli aurei gigli bigio il cielo e freddo appare:
Con la pace de gli scheltri stanno gli alberi a guardare;

E gli augelli, senza canto, senza rombo, tristi e neri,
Guizzan come frecce stanche tra i pennoni ed i cimieri.

Viva il re! Ma i lieti canti ne le trombe e ne le gole
Arrochiscono ed aggelano su le bocche le parole.

Arrochiscono; ed un rantolo faticoso d’agonia
Par che salga su da’ petti de l’allegra compagnia.

Cresce l’ombra de le nubi, si distende su la terra,
Ed un’umida tenèbra quel corteggio avvolge e serra.

Dan di sprone i cavalieri, i cavalli springan salti:
Sotto l’ugne percotenti suon non rendono i basalti.

Manca l’aria; e, come attratti i cavalli e le persone
Ne la plumbëa d’un sogno infinita regïone,

Arrembando ed arrancando per gli spazi sordi e bigi
Marcian con le immote insegne per entrar a San Dionigi.

Viva il re! Giú da i profondi sotterranei de la chiesa
Questa voce di saluto come un brontolo fu intesa:

E da l’ossa che in quei campi la repubblica disperse
Una nube di fumacchi si formava, e fuori emerse

Uno stuolo di fantasmi: donne, pargoli, vegliardi,
Conti, vescovi, marchesi, duchi, monache, bastardi;

Tutti principi del sangue: tronchi, mózzi, cincischiati,
I zendadi a fiordiligi stranamente avvoltolati.

Entro i teschi aguzzi e mondi che parean d’avorio fino
Luccicavano le occhiaie d’un sottil fuoco azzurrino.

Qual brandiva, salutando, un cappel bianco piumato,
Con un gracil moncherino che solo eragli avanzato;

Qual con una tibia sola disegnava un minuetto;
Qual con mezza una mascella digrignava un sorrisetto.

Tutt’a un tratto quel movente di maligni ossami stuolo
Scricchiolando e sgretolando si levò per l’aria a volo;

Ed intorno a l’orifiamma dispiegante i gigli gialli
Sgambettando e cianchettando intessea carole e balli,

Ed intorno a l’orifiamma sventolante i gigli d’oro
Sibilando e bofonchiando intonava questo coro.

– Ben ne venga il delfin grigio nel reame ove a’ Borboni
Né pur morte guarentisce fide o pie le sue magioni.

Passerem dal Ponte Nuovo. Venga a sciôr la sua promessa
Co ‘l re grande che Parigi guadagnò per una messa,

E nel marmo anche par senta co’ mustacchi intirizziti
Caldo il colpo e freddo il ghiaccio del pugnal de’ gesuiti.

Marceremo a Nostra Donna. Mitrïati e porporati
Tre arcivescovi i lor sonni per accoglierne han lasciati.

Su l’entrata sta solenne con l’asperges d’oro in pugno
Quel che tinse del suo sangue gli arsi lastrici di giugno.

In disparte ginocchioni veglia a dire le secrete
Quel che spento fu in sacrato per le mani d’un suo prete.

Benedice la corona del figliuol di San Luigi
Quel che giacque sotto il piombo del comune di Parigi.

Tristi cose. Al men tuo padre (son cortesi i giacobini)
Nel palchetto d’un teatro morí al suon de’ vïolini.

Coprí l’onda de l’orchestra la real confessïone,
Salí Cristo in sacramento tra le maschere al veglione.

Farem gala a quel teatro noi borbonica tregenda:
Da quel palco (Iddio ti salvi!) muove, o re, la tua leggenda. –

Cosí strilla sghignazzando via pe’l grigio aere la scorta.
Ma cavalca il quinto Enrico dritto e fermo in vèr’ la porta.

Su la porta di Parigi co ‘l bacile d’oro in mano
A l’omaggio de le chiavi sta parato un castellano.

Ei non guarda, non fa cenno di saluto, non procede:
Un’antica e fatal noia su le grosse membra siede.

Erto il capo e ‘l guardo teso, ma l’orgoglio non vi raggia:
Una tenue per il collo striscia rossa gli vïaggia.

Non pare ordine o collare che il re doni al suo fedele:
Non è quel di San Luigi, non è quel di San Michele.

Al passar d’Enrico, ei muove a test’alta e regalmente;
Fende in mezzo il gran corteggio: ciascun vede e niun lo sente.

È a la staffa già d’Enrico; ma non piega ad atto umíle,
E tien dritto e fermo il collo mentre leva su il bacile.

– Ben ne venga mio nipote, l’ultim’uom de la famiglia!
Queste chiavi ch’io ti porgo fûr catene a la Bastiglia.

Tali al Tempio io le temprava -. Con l’offerta fa l’inchino
Ed il capo de l’offrente rotolava nel bacino;

Ed il capo di Luigi con l’immobile occhio estinto
Boccheggiante nel bacino riguardava Enrico quinto. [24]

Ott. 1874.

XXIX.
A PROPOSITO DEL PROCESSO FADDA

I.

Da i gradi alti del circo ammantellati
Di porpora, esse ritte
Ne i lunghi bissi, gli occhi dilatati,
Le pupille in giú fitte,

Abbassavano il pollice nervoso
De la mano gentile.
Ardea tra bianche nuvole estuoso
Il sol primaverile

Su le superbe, e ne la nera chioma
Mettea lampeggiamenti.
Fremea la lupa nutrice di Roma
Ne i lor piccoli denti,

Bianchi, affilati, tra le labbra rosse
Contratte in fiero ghigno.
Un selvatico odor su da le fosse
Vaporava maligno.

Era il sangue del mondo che fervea
Con lievito mortale,
Su cui provava già Nemesi dea
Al vol prossimo l’ale.

E le nipoti di Camilla, pria
Di cedere le mani
A i ferri, assaporavan l’agonia
De’ cerulei Germani.

II.

Voi sgretolate, o belle, i pasticcini
Tra il palco e la galera;
Ed intente a fornir di cittadini
La nuova italica èra,

Studiate, e gli occhi mobili dan guizzi
Di feroce ideale,
Gli abbracciamenti de’ cavallerizzi
Tra i colpi di pugnale;

E palpate con gli occhi abbracciatori
Le schiene ed i toraci,
Mentre rei gerghi tra sucidi odori
Testimonian su i baci.

Poi, se un puttin di marmo avvien che mostri
Qualcosellina al sole,
Protesterete con furor d’inchiostri,
Con fulmin di parole.

E pur ieri cullaste il figliuoletto
Tra i notturni fantasmi
Co ‘l piè male proteso fuor del letto
Ne gli adulteri spasmi.

Ma voi siete cristiane, o Maddalene!
Foste da’ preti a scuola.
Siete moderne! avete ne le vene
L’Aretino e il Loiola. [25]

ottobre 1879.

XXX.
IL CANTO DELL’AMORE

Oh bella a’ suoi be’ dí Rocca Paolina
Co’ baluardi lunghi e i sproni a sghembo!
La pensò Paol terzo una mattina
Tra il latin del messale e quel del Bembo.

– Quel gregge perugino in tra i burroni
Troppo volentier – disse – mi si svia.
Per ammonire, il padre eterno ha i tuoni
Io suo vicario avrò l’artiglieria.

Coelo tonantem canta Orazio, e Dio
Parla tra i nembi sovra l’aquilon.
Io dirò co’ i cannoni: O gregge mio,
Torna a i paschi d’Engaddi e di Saron.

Ma, poi che noi rinnovelliamo Augusto,
Odi, Sangallo: fammi tu un lavoro
Degno di Roma, degno del tuo gusto,
E del ponteficato nostro d’oro. –

Disse: e il Sangallo a la fortezza i fianchi
Arrotondò qual di fiorente sposa:
Gittolle attorno un vel di marmi bianchi,
Cinse di torri un serto a l’orgogliosa.

La cantò il Molza in distici latini;
E il paracleto ne la sua virtú
Con piú che sette doni a i perugini
In bombe e da’ mortai pioveva giú.

Ma il popolo è, ben lo sapete, un cane,
E i sassi addenta che non può scagliare,
E specialmente le sue ferree zane
Gode ne le fortezze esercitare;

E le sgretola; e poi lieto si stende
Latrando su le pietre ruinate,
Fin che si leva e a correr via riprende
Verso altri sassi ed altre bastonate.

Cosí fece in Perugia. Ove l’altera
Mole ingombrava di vasta ombra il suol
Or ride amore e ride primavera,
Ciancian le donne ed i fanciulli al sol.

E il sol nel radïante azzurro immenso
Fin de gli Abruzzi al biancheggiar lontano
Folgora, e con desío d’amor piú intenso
Ride a’ monti de l’Umbria e al verde piano.

Nel roseo lume placidi sorgenti
I monti si rincorrono tra loro,
Sin che sfumano in dolci ondeggiamenti
Entro i vapori di vïola e d’oro.

Forse, Italia, è la tua chioma fragrante
Nel talamo, tra’ due mari, seren,
Che sotto i baci de l’eterno amante
Ti freme effusa in lunghe anella al sen?

Io non so che si sia, ma di zaffiro
Sento ch’ogni pensiero oggi mi splende,
Sento per ogni vena irmi il sospiro
Che fra la terra e il ciel sale e discende.

Ogni aspetto novel con una scossa
D’antico affetto mi saluta il core,
E la mia lingua per sé stessa mossa
Dice a la terra e a al cielo, Amore, Amore.

Son io che il cielo abbraccio, o da l’interno
Mi riassorbe l’universo in sé?…
Ahi, fu una nota del poema eterno
Quel ch’io sentiva e picciol verso or è.

Da i vichi umbri che fóschi tra le gole
De l’Apennino s’amano appiattare;
Da le tirrene acròpoli che sole
Stan su i fioriti clivi a contemplare;

Da i campi onde tra l’armi e l’ossa arate
La sventura di Roma ancor minaccia;
Da le ròcche tedesche appollaiate
Sí come falchi a meditar la caccia;

Da i palagi del popol che sfidando
Surgon neri e turriti incontro a lor;
Da le chiese che al ciel lunghe levando
Marmoree braccia pregano il Signor;

Da i borghi che s’affrettan di salire
Allegri verso la cittade oscura,
Come villani ch’hanno da partire
Un buon raccolto dopo mietitura;

Da i conventi tra i borghi e le cittadi
Cupi sedenti al suon de le campane,
Come cucúli tra gli alberi radi
Cantanti noie ed allegrezze strane;

Da le vie, da le piazze glorïose,
Ove, come del maggio ilare a i dí
Boschi di querce e cespiti di rose,
La libera de’ padri arte fiorí;

Per le tenere verdi mèssi al piano,
Pe’ vigneti su l’erte arrampicati,
Pe’ laghi e’ fiumi argentei lontano,
Pe’ boschi sopra i vertici nevati,

Pe’ casolari al sol lieti fumanti
Tra stridor di mulini e di gualchiere,
Sale un cantico solo in mille canti,
Un inno in voce di mille preghiere:

– Salute, o genti umane affaticate!
Tutto trapassa e nulla può morir.
Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate.
Il mondo è bello e santo è l’avvenir. –

Che è che splende su da’ monti, e in faccia
Al sole appar come novella aurora?
Di questi monti per la rosea traccia
Passeggian dunque le madonne ancora?

Le madonne che vide il Perugino
Scender ne’ puri occasi de l’aprile,
E le braccia, adorando, in su ‘l bambino
Aprir con deità cosí gentile?

Ell’è un’altra madonna, ell’è un’idea
Fulgente di giustizia e di pietà:
Io benedico chi per lei cadea,
Io benedico chi per lei vivrà.

Che m’importa di preti e di tiranni?
Ei son piú vecchi de’ lor vecchi dèi.
Io maledissi al papa or son dieci anni,
Oggi co ‘l papa mi concilierei.

Povero vecchio, chi sa non l’assaglia
Una deserta volontà d’amare!
Forse ei ripensa la sua Sinigaglia
Sí bella a specchio de l’adriaco mare.

Aprite il Vaticano. Io piglio a braccio
Quel di sé stesso antico prigionier.
Vieni: a la libertà brindisi io faccio:
Cittadino Mastai, bevi un bicchier! [26]

1877.

NOTE [A “GIAMBI ED EPODI”]

PROLOGO.

[1]. Questi versi mi vennero fatti una mattina che in un giornaletto clericale di quelli che ragionevolmente e canonicamente mi facevano e fanno bu bu dietro per amore dell’inno a Satana, lessi la novella ch’io ero morto.

LIBRO PRIMO.

[2]. Si accenna alla fonte che secondo la leggenda san Francesco fece scaturire presso il santuario della Verna.

[3] Tarconte è il tipo mitico del re legislatore etrusco; e una tradizione popolare pone la sede del re d’Etruria presso il monte della Verna.

[4]. Non fu veramente uno schiaffo; ma qualcosa di meno e di peggio. Ecco il racconto dell’Ammirato (Istor. fior., IV in princ.): “Giano della Bella venuto a contesa dentro la chiesa di san Piero Scheraggio con Berto Frescobaldi cavaliere dei grandi, per certe ragioni che Berto volse a Giano occupar per forza, montò il Frescobaldi in tanto orgoglio contro quel della Bella, che, postagli la mano sul naso, disse ad alta voce che gliel taglierebbe, se avesse avuto cotanto ardimento di cozzar seco”.

[5] Il boulevard Montmartre, dove i colpi di fucile sanzionarono il colpo di stato del 2 decembre 1851. Ne’ versi anteriori si accenna ai caduti nell’assedio di Roma del 1849. Di questa nota, per avventura superflua, mi servirò per confessare che due versi del presente epodo
E su ‘l capo gli penzola inchiodato
Gesú perché non fugga,
e l’altro
O vecchio prete infame,
gli debbo a Vittore Hugo, che nella Nox in fronte ai Châtiments scrisse,
Sur une croix dressée au fond du sanctuaire
Jésus avait été cloué pour qu’ il restât,
e ne’ Châtiments stessi, I, 6,
Ton diacre est Trahison et ton sous-diacre est Vol;
Vends ton Dieu, vends ton âme!
Allons, coiffe ta mitre, allons, mets ton licol,
Chante, vieux prêtre infâme.
Dando a ristampare nel marzo del 1882 questi versi, credo non inutile far sapere qui in nota, come, ridotta in istrettezze non per sua colpa la nobile famiglia dei Corazzini di Pieve Santo Stefano, in vano due o tre volte raccomandai caldamente a un ministero, del quale era pure a capo Benedetto Cairoli, la vedova madre di Eduardo per una piccola pensione o un sussidio: non era provato che il figlio suo fosse morto dalle ferite ricevute in battaglia. Ciò può anche dimostrare la severità con la quale in Italia si osserva la legge.

[6] Anche questo verso può parere una rimembranza di due bellissimi di A. Barbier (La Curée),
La grande populace et la sainte canaille
Se ruaient à l’immortalité;
ma il fatto è ch’egli ha un’origine piú umile: me lo suggerí un deputato del Parlamento italiano, quando dello sciopero politico bolognese nel marzo del 1868 disse non esser popolo ma canaglia che tirava sassi. Al Barbier debbo il movimento della strofe 23, Marchesa ella non è ecc.: al Barbier scrisse, pur nella Curée,
C’est que la Liberté n’est pas une comtesse
Du noble faubourg Saint-Germain,
Une femme qu’ un eri fait tomber en faiblesse,
Qui met du blanc et du carmin.

[7] Alludo ai due libri De Analogia intitolati a Cicerone, coi quali Giulio Cesare intendeva dare con norme determinate una certa unità alla lingua romana traendola dall’incostanza dell’uso volgare.

[8] Svetonio ha tutto un capitolo intorno alla pudicizia di Cesare prostituita sotto (cosí traduce il Del Rosso, cavaliere gerosolimitano) al re Nicomede; e da quel capitolo sappiamo che Dolabella chiamava il futuro dittatore “la femmina che fa le corna alla regina di Bitinia” e “la sposa segreta della lettiga reale”; che Bibulo suo collega nel consolato diceva di lui, per addietro essersi egli innamorato dei re ed ora dei regni; e altre cose che non possono esser ridette qui. Ci basti il frammento di C. Licinio Calvo,
…. Bithynia quidquid
Et paedicator Caesaris unquam habuit,
e ciò che piú apertamente cantavano i legionari nel trionfo gallico,
Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem:
Ecce Caesar nunc triumphat, qui subegit Gallias;
Nicomedes non triumphat, qui subegit Caesarem.
Ecco: gli storici e i filosofi, i quali sonosi in questo secolo dei colpi di stato tanto sbracciati a dimostrare la necessità la moralità la santità della usurpazione di Cesare, dovrebbero anche dimostrarci l’estetica delle carezze sofferte sotto il re di Bitinia, e come a diventar imperatori e licenziarsi ai colpi di stato e al saccheggio degli erari sia una propedeutica provvidenziale quella dei letti o delle lettighe bitiniche. Può esser filosofia della storia anche cotesta: imperocché che cosa non è filosofia della storia oggigiorno?

[9] Pochi giorni prima del supplizio il ministero italiano aveva fatta pagare a Roma una rata del debito pontificio.

[10] Quando si eseguivano in Roma le condanne di morte, nella chiesa di San Niccola rimaneva esposto per ventiquattro ore il Santissimo Sacramento.

[11]
Ogni uom v’ è barattier fuor che Bonturo;
Del no, per li denar, vi si fa ita.
Dante, Inf., XXI, 41.
E Benvenuto da Imola annota: “Bonturus fuit baraterius, quia sagaciter docebat et versabat illud commune totum, ed dabat officia quibus volebat”.

[12] Vanni Fucci,
Ladro alla sagrestia de’ belli arredi,
E falsamente già fu apposto altrui,
Dante, Inf., XXIV, 138.
era anche, come Dante stesso lo chiama, uom già di sangue e di corrucci. L’autore delle Istorie pistolesi racconta, fra altre cose di lui, sotto l’anno 1300: “Allora Vanni Fucci con certi suoi compagni andaro dietro a quella casa e francamente colla balestra la combatterono, e col fuoco la vinsono; e messo lo fuoco dall’un lato, entraro dentro dall’altro. La gente che v’erano dentro cominciarono a fuggire, e costoro a seguire ferendogli e uccidendogli; la casa rubarono”.

[13] “Giovedí 22 luglio, tempo permettendo, avrà luogo il varo della corvetta Vettor Pisani. In tale circostanza, con squisitissimo tatto, il comandante Cerutti dispose che la solennità abbia a farsi con tutta la pompa possibile, celebrando, come in antico, lo sposalizio del mare, mediante anello, che, lavorato nell’Arsenale, sarà gettato alle onde da una delle nostre patrizie”. Rinnovamento di Venezia, 20 luglio 1869.

[14] In Bologna alla Via dei vetturini fu mutato il nome in Via Ugo Bassi nell’annuale dell’VIII agosto 1869, l’anno che fu convocato in Roma il Concilio ecumenico.

[15] La Consulta araldica fu instituita con r. decreto 10 ottobre 1869 in dieci articoli, per dar parere al Governo in materia di titoli gentilizi, stemmi ed altre pubbliche onorificenze.

[16] …. Le ultime sue parole riassumevano il suo sacrificio in un augurio alla patria, vaticinando a noi la rivendicazione di Roma. – Roma sarà nostra, io ve lo giuro – ripeté piú volte anche nel suo sublime delirio…. Andremo presto a Groppello. Là egli giace con gli altri tre martiri: e là è il tempio della nostra religione. BENEDETTO CAIROLI a Vinc. Caldesi, Belgirate, 20 settembre 1869.

[17] La imagine, che dispiacque ad alcuni miei amici, è presa da quel che H. Heine dice di Colonia, Deutschland, IV:
Dummheit und Bosheit buhlten hier
Gleich Hunden auf freier Gasse;
Die Enkelbrut erkennt man noch heut
An ihrem Glaubenshasse.
Il presente epodo fu intitolato all’onorevole Benedetto Cairoli con questa lettera (nella Riforma del 14 febbraio 1870):

Questo canto, già intermesso perché mi parve men riverente inframmettermi al solenne dolore vostro e della madre veneranda, l’ho ripreso oggi per ammonire, rammemorando la virtú de’ Cairoli, la gioventú della patria. E ve l’offro, o cittadino onorando, e vi prego di presentarlo alla gentil donna Cairoli, come segno della riverenza e gratitudine mia, d’italiano e d’uomo, alla gran famiglia che è uscita di lei, santa e romana donna. Fra tante miserie e vergogne che ne circondano, dovendo disprezzare e odiar molte cose, è pur dolce e di sollievo all’anima il poter dire ad alcuno, dal cuore aperto e profondo: Io vi ammiro, vi riverisco, vi amo.

Bologna, 11 febbraio.

Alla quale Benedetto Cairoli rispondeva con questa pubblicata nel Popolo di Bologna:
Groppello di Lomellina, 17 febbraio.
Non vi ringrazio: non oso esprimere il debito della gratitudine con una parola troppo profanata dall’uso, – vi dico soltanto che la povera madre vi benedice: è ricompensa degna di voi. Alla tomba dei nostri cari voi mandate omaggio di fiori che non perdono il profumo: versi che non muoiono e ricordano il dovere che fu la mèta del sacrificio. È santo l’apostolato del poeta quando completa quello del martire preparando il risveglio nazionale. Speriamo: la coscienza di un popolo può essere momentaneamente sedotta, corrotta mai fino all’oblio dell’onore, fino a tollerare nella rassegnazione di perpetuo letargo il vitupero dell’occupazione straniera che ci contende Roma. Chiudo con questo nome, che ispirava il vaticinio del nostro adorato Giovannino anche nell’ultima ora della sua agonia, e vi abbraccio con tutta l’anima.

RIPRESA.

[18] Su questo verso il sig. Luigi Étienne in una recensione delle mie poesie pubblicata nella Revue des deux mondes, t. III del 1874, osservava: “On sourit quand’on voit Camille Desmoulins devenu Demulèn”. Sorridere? e perché? il nome Desmoulins si pronunzia o no Demulèn? Ora, come questo nome mi cadde in fine d’un verso, e questo verso esigeva la rima e come non tutti gli italiani sono obbligati a sapere la pronunzia dei francesi, cosí io scrissi il nome del tribuno secondo lo dicono e non secondo lo scrivono i francesi, per evitare il caso che qualcuno de’ miei nazionali cercasse invano la consonanza fra Desmoulins e sen. Noi italiani del resto leggiamo i nomi del Petrarca del Machiavelli e del Guicciardini divenuti nella prosa francese Pétrarque, Machiavel, Guichardin, e non sorridiamo. Non sorridiamo né meno quando, avvenendoci nei versi d’un grande poeta al nome dell’Alighieri fatto rimare con flétri, ci tocca a leggerlo Alighierí con tanto di accento acuto che pare un chicchirichí:
Râler l’aieul flétri,
La fille aux yeux hagards de ses cheveux vêtue
Et l’enfant spectre au sein de la mère statue!
O Dante Alighieri!
V. Hugo, Châtiments, I, IX.
Ancora: il signor Etienne mi appone di scambiare le Parc-aux-Cerfs pour un parc et l’Oeil-de-boeuf pour la fenêtre d’un boudoir de Louis XV. Nella poesia intitolata Versaglia io ricordo e il Parc-aux-Cerfs e l’Oeil-de-boeuf, ma li ricordo proprio per quello che sono, e non riesco a capire come e da quali delle mie parole abbia il sig. Étienne potuto indovinare quel cambio. Ma queste son piccolezze; ed io, tutto che il sig. Étienne sia un po’ di cattivo umore con me e con le mie idee politiche e mi rifaccia la vita a modo suo con qualche smorfia di compassione e di protezione, debbo sapergli grado dell’aver tradotto con tanta fedeltà e grazia alcuni de’ miei versi che gli piacque inserire nel suo saggio.

LIBRO SECONDO.

[19] Alludo ai vestigi di doratura che si scorgono ancora nella statua di Marco Aurelio, e non all’oro monetato di Pio IX che potesse essere rimasto nelle tasche de’ sudditi suoi. Ai quali la liberazione di Roma, qualunque si fosse, non costò, tutt’ insieme, di molto: e, fosse costata anche piú, non sarebbe mai stata cara.

[20] Nelle Piacevoli e ridicolose semplicità di Bertoldino figliuolo del già astuto e accorto Bertoldo composte da Giulio Cesare Croce (Venezia, Usci, 1636) si legge come un giorno “Bertoldino torna a casa e vede l’oca che sta in un cesto grande a covare l’ova, e la fece levar su, e esso entrò nel detto cesto in atto di covare, et alla prima ruppe tutte l’ova con il podice, et erano ormai per nascere i pavarini” con quel che séguita. Ecco perché possono ritenersi per fratelli delle oche cosí Bertoldino come certi poeti i quali sonosi messi a covar l’ova della poesia popolare con effetti non diversi da quelli della covatura bertoldiniana. Del resto Bertoldo e Bertoldino sono due produzioni importantissime della vera letteratura popolare d’Italia e delle pochissime indigene. Le raccomando a’ poeti e a’ filologi novelli.

[21] Questo verso mi attirò dal Fanfulla (3 gennaio 1873) una specie di recensione di certo mio scritto su ‘l Centenario di L. A. Muratori, nella quale mi erano, fra le altre, attribuiti de’ versi su Vittore Hugo che io non ho mai scritti.
Aggiunta alla seconda edizione. “Del resto Fanfulla li citò [quei versi su V. H.] a dimostrare che in altri tempi il Carducci era stato fieramente avverso a Vittore Hugo, da lui oggi lodato e talora imitato. Se questo non si dimostra co’ sonetti apocrifi, si dimostra con altri scritti innumerevoli del Carducci, e mi basta”. Cosí il Fanfulla, rispondendo nel suo num. del 28 settembre 1873 alla noticina di sopra. Ecco: o che farebbe il Fanfulla, se io lo invitassi a citare quegli innumerevoli scritti?

[22] Avverto che questo è un verso fatto alla foggia di quel del Foscolo Antichissime ombre e brancolando e di altri italiani e latini. Io non amo per niente il verismo dei versi che non tornano.

[23] Vedi Confessioni e Battaglie [OPERE DI G. CARDUCCI, vol. IV], Bologna, Zanichelli, 1890, pag. 246 e segg.

[24] Questi versi furono composti su la fine dell’ottobre 1874, quando pareva imminente in Francia la restaurazione della monarchia tradizionale nella persona di Enrico Carlo Ferdinando d’Artois conte di Chambord salutato da’ suoi Enrico V. La nascita del “figlio del miracolo” fu cantata da due grandi poeti, Alfonso di Lamartine e Vittore Hugo. Né volli certo oltraggiarne la fine io, poeta “minorum gentium”. La visione feroce e grottesca della impossibilità d’una restaurazione borbonica mi venne dalle condizioni e circostanze politiche della Francia. Del resto io ho sempre creduto che il conte dì Chambord sostenne con dignità l’esilio, e ammirai l’animo veramente nobile dell’uomo nel rifiuto di sacrificare all’ambizione di essere re vano lui la bandiera per la quale e con la quale furono re da vero gli avi suoi: miracolo certo, piú che quello onde egli nacque, tra i giuocatori o meglio i bari di troni che usano in questo secolo. Suo padre, come tutti sanno, fu ferito di pugnale la sera del 13 febbraio 1820 mentre scendeva di carrozza per andare all’Opera, e morí la mattina di poi in un palco del teatro. Il visc. di Chateaubriand nei Mémoires sur la vie et la mort de S. A. R. le due de Berry scrive, lib. II, ch. V: “Lorsque le fils de France blessé avoit été porté dans le cabinet de la loge, le spectacle duroit encore. D’un côté on entendoit les sons de la musique, de l’autre les soupirs du prince exspirant; un rideau séparoit les folies du monde de la destruction d’un empire. Le prêtre qui apporta les saintes huiles traversa une foule de masques”.

[25] Ai dibattimenti delle Assise tenuti in Roma per l’assassinio del capitano G. Fadda, commesso da un cavallerizzo Cardinali, istigante e complice la Raffaella Saraceni moglie del capitano e amante del cavallerizzo, dal 20 settembre ai 21 ottobre 1879 assisteva tra la folla immensa un numero grandissimo di signore e signorine della migliore società, come si dice, romana.

[26] Fu pensato in Perugia nella piazza ove già sorgeva la Ròcca Paolina, distrutta dal popolo nel settembre del 1860.

INTERMEZZO

1.

Cuore, a che uccelli ne’ miei versi, come
Quella sgualdrina vecchia
Là su l’uscio, che al vento dà le chiome
Grige e al rumor l’orecchia?

Per questa sera il lume in van risplende
Da la finestra bassa:
Vecchia, rientra, e tira pur le tende,
Ché nessun merlo passa.

Ma tu ancor non sei stanco, o mio cuor vecchio,
O vecchio cuore umano,
Di civettar guardandoti a lo specchio
Falso del verso vano?

È un bel pezzo, sai tu?, dal cieco Omero,
Che tu se’ il caro cuore,
Ed è un bel pezzo pur che fai ‘l mestiero…,
Via…, di lusingatore,

E anche di metafora, matura
Per fin ne’ versi miei:
Di che cuor, se non fossi una figura,
Cuore, io ti strozzerei!

Ma, già che un tropo sei, come la cetra
La lira o il colascione
Su cui si può mandar Fillide a l’etra
O la riparazione,

E già che la metafora, regina
Di nascita e conquista,
È la sola gentil, salda, divina
Verità che sussista,

Io ti vo’ ballottar dentro un rovescio
Di strofe belle e brutte,
Che vadano a diritto ed a sghimbescio,
Metaforiche tutte,

Tutte senza orïente o tramontana,
Senza capo né coda,
Tanto che la sinistra italïana
Al paragon ne goda,

E tutte senza fine e senza scopo,
Come il mio tedio e il mio
Dispetto che cominciano da un tropo
Per naufragare in Dio.

2.

O numi, o eroi, che belli e fieri un giorno
Vi rompevate il grugno
L’un l’altro! o tori, e voi tra corno e corno
Abbattuti d’un pugno!

O terga rosolate e fumiganti
Lungo il divino Egeo!
Oggi noi siamo a dieta, e sempre avanti
Ci dan questo cibreo:

Questo cibreo del cuore, in verso e in prosa,
Co ‘l solito guazzetto
Di quella sua secrezïon muccosa
Che si chiama l’affetto.

Un dí, quando Parigi urlò protervo
Ne la reggia soletta
Come ansante canea che, preso il cervo,
I visceri ne aspetta,

Un buon beccaio rosso ed aitante
L’entragno d’un vitello
Infilò s’una picca; e gocciolante,
Con tanto di cartello

Ove “Cuor d’aristocrate” in grandioso
Caratter nero scrisse,
Se lo portava intorno glorïoso,
Con le pupille fisse.

Io, se potessi vincer la molestia
Del grasso e de lo schifo,
Vorrei pigliare il cuor di quella bestia
Che ha lungo e nero il grifo

E si distende seria nel pantano
Con estetica molta
Come fosse un poeta italïano
Entro una stanza sciolta:

Su ‘l lauro che piú lieto i rami spanda
Al dolce italo sole
Affigger lo vorrei, tra una ghirlanda
Di rose e di vïole,

Con la penna d’acciaio d’un cantore
Da la fronte ideale.
Venite, o buona gente: al cuore, al cuore,
Che al meno è di maiale!

3.

Quanto a me, cuore mio, batti pur su,
Ch’io ti do poco retta.
Ebbi una volta un pendolo a cucú
Dentro la sua cassetta;

E lo tenevo in camera; ma, quando
Mi rompeva insolente
sonni giovanili, io bestemmiando
Molto liricamente

Scaraventavo al vigile scortese
Due classici latini,
Seneca e Fedro, ristampa olandese
De gli in usum Delphini.

Strideva come protestando, e poi
Il pendolo taceva:
Io, ripigliato sonno, ancora voi,
Miei colli, rivedeva,

Miei dolci colli, ove tra’ lauri move
L’arte serena l’orme,
Ove Lionardo vide il sole e ove
Il mio fratello dorme.

Dorme anzi sera, e dorme a lungo e solo:
Aulisce il biancospino
Intorno al cimitero, e ferma il volo
Cantando un cardellino.

Ma poi svegliati, o confidente cuore,
Lavoravam di buono,
Ed al cucú pe ‘l fluttuar de l’ore
Rassettavamo il suono.

Questa è, vecchio mio cuor, la vecchia storia.
Far, disfare, rifare:
Per l’ozio, per la fame o per la gloria,
È tutto un lavorare.

È un lavorare faticoso e pazzo
Da pentirsene un giorno.
Ecco, a metterti in versi io mi strapazzo,
E non m’importa un corno

De le tue smorfie, o a la grand’arte pura
Vil muscolo nocivo;
Ma non so a quanti versi do la stura,
E vedrò dove arrivo.

4.

E canterò di voi, gente finita
Dal pathos ideale,
Che riduceste a clinica la vita
E il mondo a un ospitale.

S’alza il poeta a mezzodí, sbadiglia.
– Buon giorno, o cor mio lasso –
Se lo sdigiuna bene e se lo striglia,
E se lo mena a spasso.

Dice al sole e a gli uccelli, a l’erbe e a’ fiori
Che trova su ‘l sentiero:
– Mirate, o creature, il re de’ cuori,
Il mio cuore, il cuor vero.

Egli è tenero e duro, e dolce e forte,
Arïete ed agnello:
Come tortore tuba, e rugge a morte
Peggio d’un lioncello.

Vero è, santa natura, che il mio cuore
È un po’ delicatuzzo:
Ma io lo tiro su, povero amore,
A olio di merluzzo;

A olio di merluzzo, temperato
Con l’essenze odorose
Che mi mandan la sera co ‘l bucato
Le vergini e le spose;

Le vergini e le spose del giocondo
Italico giardino:
Però ch’io sono, e lo sa tutto il mondo,
Un poeta divino -.

Sbottonato cosí, scuote le chiome,
Guarda i fiori e la mèsse
E gli alberi e gli uccelli e il cielo, come
S’egli li proteggesse.

Due rospi intanto a l’orlo de la strada
Benefici e modesti
Seguitan liberando la contrada
Da gl’insetti molesti.

L’un dice – Ne l’età che molte e lente
Ci passâr su ‘l groppone
Vedestú mai, fratel mio pazïente,
Un tal fior di cialtrone? –

5.

Il poeta barcolla e ha il capo grosso:
L’ulcere del suo core
Ei mette in mostra, come un nastro rosso
De la legion d’onore.

– Quest’ulcera è al suo punto – ei dice – e questa
Mi dee nobilitare.
L’asinità de la vil gente onesta
Si sgroppi a lavorare.

Noi angeletti de’ liberi amori,
Noi liriche farfalle
Create a svolazzar su’ cavolfiori
E lambirne le palle,

Oggi al secol del ferro e del carbone
Mutati in calabroni
Con l’assenzio facciam la reazione,
E sputiamo i polmoni.

Cosí, feriti al cuor, figli de l’arte,
Siamo privilegiati:
Dal facchinaggio uman stiamo in disparte
Noi, sublimi ammalati.

Nostro lavoro è di portare in petto
La questïon sociale.
O contemplazïon del lazzaretto!
Datemi un serviziale….

Un serviziale rosso. Il contadino
Bea ne la maledetta
Risaia l’acqua marcia: io bevo il vino
Per far la sua vendetta.

Canti sol chi la voce ha cavernosa,
E pèste a la salute!
Fiutate qua, canaglia vigorosa,
Quest’ulcera che pute. –

Cosí urla, al mattin scialbo, su ‘l canto
D’una sudicia via;
E tosse e rece fuor del petto affranto
Vino, tabe, elegia;

E l’asino, che vien, de l’ortolano
Lo fiuta con dimesso
L’orecchio, e pensa – O idealismo umano,
Affógati in un cesso. –

6.

Io, per me, no, non sono un organetto
Che suoni a ogni portone
De i soliti ragazzi nel conspetto
La solita canzone.

Quando l’idea ne l’anima rovente
Si fonde con l’amore,
Divien fantasma, e a’ regni de la mente
Vola fendendo il core;

E la ferita stride aperta al vento,
Geme cruenta al sole:
Io non vi gitto le filacce drento
Di rime e di parole.

E vommene co ‘l mio cuor cosí fesso
Per questo viavai;
E il mio canto miglior sempre è quel desso,
Quel che non feci mai.

Questo cor, questa piaga e la filaccia
Vuoi dir, lettor mio buono,
Che di tropi barocchi anch’io vo a caccia
E che un poltrone io sono.

Il primo è da gaglioffi, ma il secondo
Un buon mestier mi pare.
Io non pretendo illuminare il mondo,
Né il buffon gli vo’ fare.

Or, l’una cosa o l’altra si propone
Chi scrive al tempo nostro.
Faccia chi vuol l’apostolo o il buffone;
Costa poco l’inchiostro,

E la parola meno, e l’onor nulla,
E la menzogna è il vero,
E tutto è falso. Oh via, che mai mi frulla
Adesso nel pensiero?

Io sento in me qualcosa di Nerone,
Ma piú puro e giocondo:
Non sangue o teste, io voglio, in conclusione,
Vo’ schiaffeggiare il mondo.

Detto fatto. Ogni strofe, alta, animosa,
Vola via senza guanti;
Ogni strofe è uno schiaffo a qualche cosa:
Avanti, avanti, avanti.

7.

Potessi pianger sur un campanile
Come il mio dolce Edmondo,
Sí che scendesse il pianto mio, gentile
Battesimo, su ‘l mondo!

Arido mondo, che non crede a nulla,
Né meno a le guanciate!
Per disperazïon fino Fanfulla
Mi s’è rifatto frate.

Fra’ cavalier gerosolimitano,
Monta Bucifalasso,
E contro ogni baron poco cristiano
Tiene, sfidando, il passo.

Pe ‘l medio evo il passo ei tiene, al ponte
De l’asino: cimiero,
Due belli orecchi d’asino la fronte
Ombrano al cavaliero.

Vóto di penitenza ond’ei racquista
La salita al Calvario:
Però che un tempo ei fu razionalista
E rivoluzionario.

Or ne lo scudo porta iscritto – Dio,
Il re, la donna mia –
Non senza qualche medievale e pio
Error di ortografia.

Ahi fra’ Fanfulla! non son piú quegli anni,
Sfiorí la primavera:
Non cantati piú cucúli, i barbagianni
Guardan la tua bandiera.

Non piú la gente cerca in Dio conforto,
O del diavol si accora:
Ahi, Pantalon de’ Bisognosi è morto,
Ed Arlecchino ancora.

I preti han guasta la Vergin divina
Per fin dentro le chiese:
Päol Ferrari diede a Colombina,
Pur troppo, il mal francese.

Quanto al re – frate mio, vi vengo schietto –
Questa è l’età de l’oro;
Quanto al re, l’hanno dato a Benedetto
E si ammiran tra loro.

8.

Va’, ditirambo mio triste e giocondo,
Vola dove ti frulla.
Nulla tu cerchi per l’immenso mondo,
E non ci trovi nulla.

Nuova terra altri chieda o nuovo polo
E lontani orizzonti:
Sol ch’ io potessi riposare il volo
Su’ miei paterni monti!

Al sol che tra le selve snelle mira
Co ‘l tremolar de’ raggi,
Nel suol molle di musco che respira
Desii di fior selvaggi,

Giacciono i sogni miei, fanciulli stanchi
Che s’ addormîr piangenti:
Cantan tra verdi faggi e marmi bianchi
I ruscelli e i torrenti.

Per quell’angol di terra, ecco io darei
Quale piú benedetto
Lembo di cielo occorra a’ versi miei
Quando faccio un sonetto;

E ci fare’ un sonnetto. A l’ombra amica
De le memori piante
Mi cullerebbe ne la strofe antica
La rima miagolante.

O gravi rime sbadiglianti in are,
O tenui rime in io,
Dite voi com’è dolce riposare
Su ‘l terreno natio.

I patrii sassi vi pungon le schiene
Con accoglienza onesta,
Ed i mosconi de le patrie arene
Vi fan dintorno festa.

Zu, zu, cari mosconi. Come stanno
Le vespe e i calabroni?
Ci fûr di molte vipere quest’anno
Giú pe’ patrii burroni?

E gli amici? e i parenti? Oh nuove goie!
Oh quanti fidi cuori!
Oh bel portare a spasso le sue noie
Tra cotanti sudori!

9.

Non contro te suoni maligno il verso,
Terra a cui non risposi
Amor già mai, cui sol vidi traverso
I sogni lacrimosi

De l’infanzia. O sedente al tirren lido,
Poggiata il fianco a i monti,
A dio, Versilia mia, ligure nido
Di longobardi conti!

Se da le donne tue maschia dolcezza
Tenne il mio tósco accento,
Io non voglio i tuoi marmi, o Serravezza,
Per il mio monumento.

Pe’l monumento che vo’ farmi vivo,
Lungi da la mia culla
Cerco altri marmi mentre penso e scrivo,
Che non costano nulla.

Altrui le glorie. O dïamante bianco
Entro gli azzurri egei,
Paro gentil dal cui marpesio fianco
Uscían d’Ellas gli dèi,

Tu, che tra Nasso ove Arïanna giacque
In seno al bello iddio,
E Delo errante dove Febo nacque
Nume de’ greci e mio,

Archiloco vedesti a i giambi ardenti
Sciôr fra i tuoi nembi il freno
E de’ tristi alcïoni in fra i lamenti
Ir l’elegia d’Eveno,

A me d’Italia Archiloco omai lasso
Ed Eveno migliore
Dona, Paro gentil, tanto di sasso
Ch’io v’intombi il mio cuore.

Questo cuore che amor mai non richiese
Se non forse a le idee
E che ferito tra le sue contese
Ora morir si dee,

Vo’ sotterrarlo e mi fia dolce pena
Ne l’opra affaticarmi:
O Paro, o Grecia, antichità serena,
Datemi i marmi e i carmi.

10.

Marmi di Paro in fulgidezza bianca
Splendenti a la marina,
Come la falce de la luna stanca
Nel ciel de la mattina;

Carmi di Lesbo sussurranti al vento
Su molte isole intorno,
Come d’Apollo il grande arco d’argento
Nel ciel di mezzogiorno;

Ricoprano il mio cuore irrigidito
Da i cristïani tufi,
Circondino il mio cuore istupidito
Da i romantici gufi.

Breve su ‘l morto ed ultima s’intoni
La canzone di doglia,
Mentre ne l’Odi Barbare deponi,
Musa, la fredda spoglia.

– Ahi Lino, ahi Lino! è il mio cuor trapassato.
Come te, ne l’estate:
Non giunse a la vendemmia: l’han sbranato
Molte cagne arrabbiate.

Ió Peàn, ió Peàn! ma e’ rivive
Di morte oltre i confini
Sott’altro ciel e in piú benigne rive:
Taccian tutti gli Elini. –

Sepolto or giace in cotest’urna paria
S’un travertin del Lazio:
Nel bianco un’orma di parïetaria
Segna l’antico strazio.

Intorno al fregio l’édera seguace
Co ‘l verde che non muore
Par che nel freddo de la nuova pace
Ombri l’antico ardore.

Tra ‘l sasso e l’urna una lucertoletta
Esce e s’affige al sole:
È la mia vecchia gioventú soletta
Che sogna e non si duole.

Ma dietro, in fondo, un bel teschio di morto
Ride il suo riso eterno:
A quei che vengon per recar conforto
Ride l’ultimo scherno.

NOTA [A “INTERMEZZO”]

Intermezzo o intermedio dicevano i cinquecentisti italiani un breve divertimento di canzonette e balletti figurati, dato tra l’uno atto e l’altro delle rappresentazioni drammatiche; e intermezzo metaforicamente chiamai io questa serie di rime che doveva nel mio pensiero segnare il passaggio dai Giambi ed Epodi alle Rime nuove e alle Odi Barbare. Per ciò che è cantato nel capitolo 2, professori e abati, verseggiatori manzoniani e spie libelliste, signore letterate e cocottes devote, mi vituperarono poeta del maiale: la calunnia, al solito, fu stupida, e non c’è altro che da commiserare la grossolanità della incultura letteraria, cotennosa in Italia anche nelle classi strigliate. È superfluo notare che le strofi 4 e 5 del capitolo 10 alludono ai canti di tristezza (???????, elini) e di allegrezza (????????, peani) del popolo greco, deploratorii quelli della morte d’un simbolico giovinetto Lino, celebrativi questi della efficacia gioiosa di Apollo: cfr. Ott. Müller, Storia della letter. greca, cap. III.

RIME NUOVE
(1861-1887)

I.

I.
ALLA RIMA

Ave, o rima! Con bell’arte
Su le carte
Te persegue il trovadore;
Ma tu brilli, tu scintilli,
Tu zampilli
Su del popolo dal cuore.

O scoccata tra due baci
Ne i rapaci
Volgimenti de la danza,
Come accordi ne’ due giri
Due sospiri,
Di memoria e di speranza!

Come lieta risonasti
Su da i vasti
Petti al vespero sereno,
Quando il piè de’ mietitori
In tre cori
Con tre note urtò il terreno!

Come orribile su’ vènti
De’ vincenti
Tu ruggisti le virtudi,
Mentre l’aste sanguinose
Fragorose
Percoteano i ferrei scudi!

Sgretolar sott’esso il brando
Di Rolando
Tu sentisti Roncisvalle,
E soffiando nel gran corno
Notte e giorno
Del gran nome empi la valle.

Poi t’afferri a la criniera
Irta e nera
Di Babieca che galoppa,
E del Cid tra i gonfaloni
Balda intoni
La romanza in su la groppa.

Poi del Rodano a la bella
Onda snella
Dài la chioma polverosa,
E disfidi i rusignoli
Dolci e soli
Ne i verzieri di Tolosa.

Ecco, in poppa del battello
Di Rudello
Tu d’amor la vela hai messa,
Ed il bacio del morente
Rechi ardente
Su le labbra a la contessa.

Torna, torna: ad altri liti
Altri inviti
Ti fa Dante austero e pio;
Ei con te scende a l’inferno
E l’eterno
Monte gira e vola a Dio.

Ave, o bella imperatrice,
O felice
Del latin metro reina!
Un ribelle ti saluta
Combattuta,
E a te libero s’inchina.

Cura e onor de’ padri miei,
Tu mi sei
Come lor sacra e diletta.
Ave, o rima: e dammi un fiore
Per l’amore,
E per l’odio una saetta.

II.
AL SONETTO

Breve e amplissimo carme, o lievemente
Co ‘l pensier volto a mondi altri migliori
L’Alighier ti profili o te co’ fiori
Colga il Petrarca lungo un rio corrente;

Te pur vestía de gli epici splendori
Prigion Torquato, e in aspre note e lente
Ti scolpia quella man che sí potente
Pugnò co’ marmi a trarne vita fuori:

A l’Eschil poi, che su l’Avon rinacque,
Tu, peregrin con l’arte a strania arena,
Fosti d’arcan dolori arcan richiamo;

L’anglo e ‘l lusiade Maro in te si piacque:
Ma Bavio che i gran versi urlando sfrena,
Bavio t’odia, o sonetto; ond’io piú t’amo.

III.
IL SONETTO

Dante il mover gli diè del cherubino
E d’aere azzurro e d’òr lo circonfuse:
Petrarca il pianto del suo cor, divino
Rio che pe’ versi mormora, gl’infuse.

La mantuana ambrosia e ‘l venosino
Miel gl’impetrò da le tiburti muse
Torquato; e come strale adamantino
Contra i servi e’ tiranni Alfier lo schiuse.

La nota Ugo gli diè de’ rusignoli
Sotto i ionii cipressi, e de l’acanto
Cinsel fiorito a’ suoi materni soli.

Sesto io no, ma postremo, estasi e pianto
E profumo, ira ed arte, a’ miei dí soli
Memore innovo ed a i sepolcri canto.

IV.
OMERO
I.

Non piú riso d’iddei la nebulosa
Cima d’Olimpo a gli occhi umani accende:
Biancheggian teschi per le rupi orrende,
E sopravi la nera aquila posa.

Né piú il sacro Scamandro al pian discende
Per le segnate vie: dov’ei riposa
Sotto il capo Sigeo l’onda oblïosa,
Di otmane torri il tuo bel mar s’offende.

Pur la novella etade, o veglio acheo,
Il cenno ancor de l’immortal Cronide
Stupisce e i passi de l’Enosigeo;

E trema, o vate, allor che d’omicide
Furie raggiante lungo il nero Egeo
Salta su ‘l carro il tuo divin Pelide.

V.
OMERO
II.

E forse da i selvaggi Urali a valle
Nova ruinerà barbara plebe,
Nova d’armi e di carri e di cavalle
Coprirà un’onda l’agenorea Tebe,

E cadrà Roma, e per deserto calle
Bagnerà il Tebro innominate glebe.
Ma tu, o poeta, sí com’Ercol dalle
Pire d’Eta fumanti al seno d’Ebe,

Risorgerai con giovanili tempre
Pur a l’amplesso de l’eterna idea
Che disvelata rise a te primiero.

E, s’Alpe ed Ato pria non si distempre,
A la riva latina ed a l’achea
Perenne splenderà co ‘l sole Omero.

VI.
OMERO
III.

E sempre a te co ‘l sole e la feconda
Primavera io ritorno ed a’ tuoi canti,
Veglio divin le cui tempia stellanti
Lume d’eterna gioventú circonda.

Dimmi le grotte di Calipso bionda,
De la figlia del Sol dimmi gl’incanti,
Nausicaa dimmi e del re padre i manti
Lietamente lavati a la bell’onda.

Dimmi….. Ah non dir. Di giudici cumei
Fatta è la terra un tribunale immondo,
E vili i regi e brutti son gli dèi:

E se tu ritornassi al nostro mondo,
Novo Glauco per te non troverei:
Niun ti darebbe un soldo, o vagabondo.

VII.
DI NOTTE

Pur ne l’ombra de’ tuoi lati velami
Gli umani tedi, o notte, ed i miei bassi
Crucci ravvolgi e sperdi: a te mi chiami,
E con te sola il mio cuor solo stassi.

Di quai d’ozio promesse adempi e sbrami
Gl’irrequïeti miei spiriti lassi?
E qual doni potenza a i pensier grami
Onde a l’eterno o al nulla errando vassi?

O diva notte, io non so già che sia
Questo pensoso e presago diletto
Ove l’ire e i dolor l’anima oblia:

Ma posa io trovo in te, qual pargoletto
Che singhiozza e s’addorme de la pia
Ava abbrunata su l’antico petto.

VIII.
COLLOQUI CON GLI ALBERI

Te che solinghe balze e mesti piani
Ombri, o quercia pensosa, io piú non amo,
Poi che cedesti al capo de gl’insani
Eversor di cittadi il mite ramo.

Né te, lauro infecondo, ammiro o bramo,
Che mènti e insulti, o che i tuoi verdi e strani
Orgogli accampi in mezzo al verno gramo
O in fronte a calvi imperador romani.

Amo te, vite, che tra bruni sassi
Pampinea ridi, ed a me pia maturi
Il sapïente de la vita oblio.

Ma piú onoro l’abete: ei fra quattr’assi,
Nitida bara, chiuda al fin li oscuri
Del mio pensier tumulti e il van desio.

IX.
IL BOVE

T’amo, o pio bove; e mite un sentimento
Di vigore e di pace al cor m’infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,

O che al giogo inchinandoti contento
L’agil opra de l’uom grave secondi:
Ei t’esorta e ti punge, e tu co ‘l lento
Giro de’ pazïenti occhi rispondi.

Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
Il mugghio nel sereno aër si perde;

E del grave occhio glauco entro l’austera
Dolcezza si rispecchia ampio e quïeto
Il divino del pian silenzio verde.

X.
VIRGILIO

Come, quando su’ campi arsi la pia
Luna imminente il gelo estivo infonde,
Mormora al bianco lume il rio tra via
Riscintillando tra le brevi sponde;

E il secreto usignuolo entro le fronde
Empie il vasto seren di melodia,
Ascolta il vïatore ed a le bionde
Chiome che amò ripensa, e il tempo oblia;

Ed orba madre, che doleasi in vano,
Da un avel gli occhi al ciel lucente gira
E in quel diffuso albor l’animo queta;

Ridono in tanto i monti e il mar lontano,
Tra i grandi arbor la fresca aura sospira;
Tale il tuo verso a me, divin poeta.

XI.
“FUNERE MERSIT ACERBO”

O tu che dormi là su la fiorita
Collina tósca, e ti sta il padre a canto;
Non hai tra l’erbe del sepolcro udita
Pur ora una gentil voce di pianto?

È il fanciulletto mio, che a la romita
Tua porta batte: ei che nel grande e santo
Nome te rinnovava, anch’ei la vita
Fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.

Ahi no! giocava per le pinte aiole,
E arriso pur di visïon leggiadre
L’ombra l’avvolse, ed a le fredde e sole

Vostre rive lo spinse. Oh, giú ne l’adre
Sedi accoglilo tu, ché al dolce sole
Ei volge il capo ed a chiamar la madre.

XII.
NOTTE D’INVERNO

Innanzi, innanzi. Per le foscheggianti
Coste la neve ugual luce e si stende,
E cede e stride sotto il piè: d’avanti
Vapora il sospir mio che l’aer fende.

Ogni altro tace. Corre tra le stanti
Nubi la luna su ‘l gran bianco e orrende
L’ombre disegna di quel pin che tende
Cruccioso al suolo informe i rami infranti,

Come pensier di morte desïosi.
Cingimi, o bruma, e gela de l’interno
Senso i frangenti che tempestan forti;

Ed emerge il pensier su quei marosi
Naufrago, ed al ciel grida: O notte, o inverno,
Che fanno giú ne le lor tombe i morti?

XIII.
FIESOLE

Su l’arce onde mirò Fiesole al basso,
Dov’or s’infiora la città di Silla,
Stagnar livido l’Arno, a lento passo
Richiama i francescani un suon di squilla.

Su le mura, dal rotto etrusco sasso
La lucertola figge la pupilla,
E un bosco di cipressi a i venti lasso
Ulula, e il vespro solitario brilla.

Ma dal clivo lunato a la pianura
Il campanil domina allegro, come
La risorta nel mille itala gente.

O Mino, e nel tuo marmo è la natura
Che de’ fanciulli a le ricciute chiome
Ride, vergine e madre eternamente.

XIV.
SAN GIORGIO DI DONATELLO

Siede novembre su le vie festanti
Ove il maggio s’aprí de’ miei pensieri,
E spettral ne la nebbia alza i giganti
Templi la tua città, Dante Alighieri.

Meglio cosí; ch’io non mi vegga avanti
Gli academici Lapi e i Bindi artieri:
Io vo’ vedere il cavalier de’ santi,
Il santo io vo’ veder de’ cavalieri.

Forza di gioventú lieta da’ marmi
Fiorente, ch’ogni loda a dietro lassi
D’achei scalpelli e di toscani carmi,

Degno, San Giorgio (oh con quest’occhi lassi
Il vedess’io), che innanzi a te ne l’armi
Un popolo d’eroi vincente passi.

XV.
SANTA MARIA DEGLI ANGELI

Frate Francesco, quanto d’aere abbraccia
Questa cupola bella del Vignola,
Dove incrociando a l’agonia le braccia
Nudo giacesti su la terra sola!

E luglio ferve e il canto d’amor vola
Nel pian laborïoso. Oh che una traccia
Diami il canto umbro de la tua parola,
L’umbro cielo mi dia de la tua faccia!

Su l’orizzonte del montan paese,
Nel mite solitario alto splendore,
Qual del tuo paradiso in su le porte,

Ti vegga io dritto con le braccia tese
Cantando a Dio – Laudato sia, Signore,
Per nostra corporal sorella morte! –

XVI.
DANTE

Dante, onde avvien che i vóti e la favella
Levo adorando al tuo fier simulacro,
E me su ‘l verso che ti fe’ già macro
Lascia il sol, trova ancor l’alba novella?

Per me Lucia non prega e non la bella
Matelda appresta il salutar lavacro,
E Beatrice con l’amante sacro
In vano sale a Dio di stella in stella.

Odio il tuo santo impero; e la corona
Divelto con la spada avrei di testa
Al tuo buon Federico in val d’Olona.

Son chiesa e impero una ruina mesta
Cui sorvola il tuo canto e al ciel risona:
Muor Giove, e l’inno del poeta resta.

XVII.
GIUSTIZIA DI POETA

Dante, il vicin mio grande, allor che errava
Pensoso peregrin la selva fiera,
Se in traditor se in ladri o in quale altra era
Gente di voglia niquitosa e prava

Dolce ei d’amor cantando s’incontrava,
L’acceso stral de la pupilla nera
Tra fibra e fibra a i miseri ficcava;
Poi con la man, con quella man leggera

Che ne la vita nova angeli pinse,
Sí gli abbrancava e gli bollava in viso
E gli gettava ne la morta gora.

L’onta de’ rei che secol non estinse
Fuma pe’ cerchi de l’inferno ancora;
E Dante guarda, su dal paradiso.

XVIII.
COMMENTANDO IL PETRARCA

Messer Francesco, a voi per pace io vegno
E a la vostra gentile amica bionda:
Terger vo’ l’alma irosa e ‘l torvo ingegno
A la dolce di Sorga e lucid’onda.

Ecco: un elce mi porge ombra e sostegno,
E seggo, e chiamo, a la romita sponda;
E voi venite, e un salutevol segno
Mi fa il coro gentil che vi circonda.

De le canzoni vostre è il dolce coro,
Cui da un cerchio di rose a pena doma
Va pe’ bei fianchi la cesarie d’oro

In riposo ondeggiante. Ahi, che la chioma
Scuote e ‘l musico labbro una di loro
Apre al grido ribelle: Italia e Roma.

XIX.
“HO IL CONSIGLIO A DISPETTO”

– Vaghe le nostre donne e i giovinetti
Son fieri e adorni: or via, diffondi, o vate,
Sovr’essi il coro de le strofe alate,
E spargi anche tu fiori e intreccia affetti.

Perché roggio è ‘l tuo verso, e tu ne’ petti
Semini spine? Oblia. T’apran le fate
Il giardin de l’incanto, e la beltate
I suoi sorrisi. Il mondo anche ha diletti. –

Or dite a Giovenal che si dibatte
Sotto la dea, ch’egli lo spasmo in riso
Muti e in gliconio l’esametro ansante;

E, quando avventa i suoi folgori Dante
Su da l’inferno e giú dal paradiso,
Addolciteli voi nel caff’e latte.

XX.
DIETRO UN RITRATTO DELL’ARIOSTO

Questa che a voi, donna gentil, ne viene
Imagin viva del divin lombardo
Ne l’ampia fronte e nel fiso occhio e tardo
Lo stupor de’ gran sogni anche ritiene.

Oh lui felice! il qual, poich’ebbe piene
Tutte del mondo suo lieto e gagliardo
Le carte, aprir piú non sostenne il guardo
Sotto povero ciel, su meste arene.

E piú felice ancor! ché non favore
Di prence e di vulgo aura ogn’or novella
Né di tëologal donna l’amore,

Ma premio a’ canti era una bocca bella,
Che del fronte febeo lenía l’ardore
Co’ baci, e quel fulgea come una stella.

XXI.
SOLE E AMORE

Lievi e bianche a la plaga occidentale
Van le nubi: a le vie ride e su ‘l fòro
Umido il cielo, ed a l’uman lavoro
Saluta il sol, benigno, trionfale.

Leva in roseo fulgor la cattedrale
Le mille guglie bianche e i santi d’oro,
Osannando irraggiata: intorno, il coro
Bruno de’ falchi agita i gridi e l’ale.

Tal, poi ch’amor co ‘l dolce riso via
Rase le nubi che gravârmi tanto,
Si rileva nel sol l’anima mia,

E molteplice a lei sorride il santo
Ideal de la vita: è un’armonia
Ogni pensiero, ed ogni senso un canto.

XXII.
MATTUTINO E NOTTURNO

Al mattin da la pioggia ecco deterso
In purità d’azzurro il ciel risplende,
E dal sole di maggio a l’universo
Il sorriso di Dio benigno scende;

Quando alacre da l’animo sommerso
L’ali innovate il mio pensiero stende,
E al sol de gli occhi tuoi rivola il verso
Come trillo di lodola che ascende.

Ma sento ardermi in cor la luce bruna
De le pupille in cui erra dolente
Il desio d’un ignoto estraneo lito,

Quando ammiro da i poggi ermi la luna
A la città marmorea tacente
Dir le malinconie de l’infinito.

XXIII.
“QUI REGNA AMORE”

Ove sei? de’ sereni occhi ridenti
A chi tempri il bel raggio, o donna mia?
E l’intima del cor tuo melodia
A chi armonizzi ne’ soavi accenti?

Siedi tra l’erbe e i fiori e a’ freschi venti
Dài la dolce e pensosa alma in balía?
O le membra concesso hai de la pia
Onda a gli amplessi di vigor frementi?

Oh, dovunque tu sei, voluttuosa
Se l’aura o l’onda con mormorio lento
Ti sfiora il viso o a’ bianchi omeri posa,

È l’amor mio che in ogni sentimento
Vive e ti cerca in ogni bella cosa
E ti cinge d’eterno abbracciamento.

XXIV.
VISIONE

Or ch’a i silenzi di cerulea sera
Tra fresco mormorio d’alberi e fiori
Ella siede, e in soavi aure ed odori
Freme la voluttà di primavera,

Tu di vetta a l’antica alpe severa
Tra i verdi a l’albor tuo tremuli orrori
La cerchi, o luna, e quella dolce e altera
Fronte del tuo piú vivo raggio irrori.

Tal forse, o greca dea, la pura fronte
Chinavi, in cuor d’Endimïon pensosa,
Su ‘l tuo grande sereno arco d’argento;

E i fiumi al bianco piè pe ‘l latmio monte,
Raggiati da la faccia luminosa,
Scendean d’amore a ragionar co ‘l vento.

XXV.
MITO E VERITÀ

Narran le istorie e cantano i poeti,
Cui diva nunzia Clio meglio ammaestra,
Mirabil cosa che d’Artú la destra
Oprò ne i campi di Bretagna lieti.

Spinse ei l’antenna del ferir maestra,
E sí ruppe a Mordrèc le due pareti
Del cuor, che i rai del sole irrequïeti
Risero per l’orribile finestra.

Meraviglia piú nova in me si vede:
Ché, strappando io la imagin bella e fiera
Dal mio cuore a cui viva ella si abbranca,

Il cuor mi strappo, e movo alacre il piede;
E per la piaga fumigante e nera
Ride il dispetto de l’anima franca.

XXVI.
IN RIVA AL MARE

Tirreno, anche il mio petto è un mar profondo,
E di tempeste, o grande, a te non cede:
L’anima mia rugge ne’ flutti, e a tondo
Suoi brevi lidi e il picciol cielo fiede.

Tra le sucide schiume anche da ‘l fondo
Stride la rena: e qua e là si vede
Qualche cetaceo stupido ed immondo
Boccheggiar ritto dietro immonde prede.

La ragion da le sue vedette algenti
Contempla e addita e conta ad una ad una
Onde e belve ed arene in van furenti:

Come su questa solitaria duna
L’ire tue negre a gli autunnali venti
Inutil lampa illumina la luna.

XXVII.
A UN ASINO

Oltre la siepe, o antico pazïente,
De l’odoroso biancospin fiorita,
Che guardi tra i sambuchi a l’orïente
Con l’accesa pupilla inumidita?

Che ragli al cielo dolorosamente?
Non dunque è amor che te, o gagliardo, invita?
Qual memoria flagella o qual fuggente
Speme risprona la tua stanca vita?

Pensi l’ardente Arabia e i padiglioni
Di Giob, ove crescesti emulo audace
E di corso e d’ardir con gli stalloni?

O scampar vuoi ne l’Ellade pugnace
Chiamando Omero che ti paragoni
Al telamonio resistente Aiace?

XXVIII.
AD UNA BAMBINA

Su la parvola tua fiera persona
Il mio pensier rammemorando posa,
Ed una visïon si disprigiona
Che mi dormí nel cuor gran tempo ascosa.

Quella in fulvi riflessi radïosa
Chioma che l’agil capo t’incorona
Parmi la selva di castagni ombrosa
Che là su l’apuane alpi tenzona

Co’ venti de l’aprile. Ivi ne l’armi
Vissero i forti padri, ivi la mia
Anima il mondo cominciò a sognare,

Mentre a le rupi ardue di bianchi marmi
Cerulo come l’occhio tuo fería
Il sorridente al sol ligure mare.

XXIX.
A MADAMIGELLA MARIA L.

O ne’ giorni tuoi mesti e lagrimanti
Volata fuor de la veduta mia,
Quale risalïente angelo in pianti,
Dolce lume di ciel, bionda Maria;

Dal bel paese ov’ebbe Laura i canti
Del mio poeta e la memoria pia
Or peregrina imagine d’avanti
Mi rifiorisci ne la fantasia:

Come nel serenato umido cielo
Giglio da l’improvviso verno affranto
Si rileva ondeggiando in su lo stelo,

E gli aurei stami ed il profumo e il vanto
Apre di sua beltà dal bianco velo
A’ rai del sole e de gli augelli al canto.

XXX.
MOMENTO EPICO

Addio, grassa Bologna! e voi di nera
Canape nel gran piano ondeggiamenti,
E voi pallidi in lunghe file a’ venti
Pioppi animati da l’estiva sera!

Ecco Ferrara l’epica. Leggera
La mole estense i merli alza ridenti,
E specchiando le nubi auree fuggenti
Canta del Po l’ondisona riviera.

O terre intorno a gli alti argini sole,
Ove pianser l’Eliadi; a voi discende
La tenebra odïata, e a me non duole.

A me ne l’ombre l’epopea distende
Le sue rosse ali, e su ‘l mio cuore il sole
De le immortali fantasie raccende.

XXXI.
MARTINO LUTERO

Due nemici ebbe, e l’uno e l’altro vinse,
Trent’anni battaglier, Martin Lutero;
L’uno il diavolo triste, e quello estinse
Tra le gioie del nappo e del saltero;

L’altro l’allegro papa, e contro spinse
A lui Cristo Gesú duro ed austero;
E di fortezza i lombi suoi precinse,
E di serenità l’alto pensiero.

– Nostra fortezza e spada nostra Iddio –
A lui d’intorno il popol suo cantava
Con l’inno ch’ei gli diè pien d’avvenire.

Pur, guardandosi a dietro, ei sospirava:
Signor, chiamami a te: stanco son io:
Pregar non posso senza maledire.

XXXII.
LA STAMPA E LA RIFORMA

Credo – diceasi; e, come fiere in lustre,
Sonnecchiando giacean nel chiostro nero
Codici immani, e il tardo augel palustre
Porgea la penna al fulmine del vero.

Penso – si disse; e dritta in piè l’industre
Arte diè di metallo ali al pensiero,
Ed ad ogni scoter d’ala uscía d’illustre
Guerra dal torchio il libro messaggero.

Ed esce e vola, e al monte e al pian ragiona
Il picciol libro; e in fier sassone metro
E latin l’alta sfida a Roma intona.

Vola; e per l’aere ancor da’ roghi tetro
Al Zuiderzée che lieto i lidi introna
Gitta di Carlo quinto e spada e scetro.

XXXIII.
ORA E SEMPRE

Ora -: e la mano il giovine nizzardo
Biondo con sfavillanti occhi porgea,
E come su la preda un lëopardo
Il suo pensiero a l’avvenir correa.

E sempre -: con la man fiso lo sguardo
L’austero genovese a lui rendea:
E su ‘l tumulto eroico il gagliardo
Lume discese de l’eterna idea.

Ne l’aër d’alte visïon sereno
Suona il verbo di fede, e si diffonde
Oltre i regni di morte e di fortuna.

Ora – dimanda per lo ciel Staglieno,
Sempre – Caprera in mezzo al mar risponde:
Grande su ‘l Pantheon vigila la luna.

XXXIV.
TRAVERSANDO LA MAREMMA TOSCANA

Dolce paese, onde portai conforme
L’abito fiero e lo sdegnoso canto
E il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,
Pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.

Ben riconosco in te le usate forme
Con gli occhi incerti tra ‘l sorriso e il pianto,
E in quelle seguo de’ miei sogni l’orme
Erranti dietro il giovenile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu invano;
E sempre corsi, e mai non giunsi il fine;
E dimani cadrò. Ma di lontano

Pace dicono al cuor le tue colline
Con le nebbie sfumanti e il verde piano
Ridente ne le pioggie mattutine.

XXXV.
DIETRO UN RITRATTO

Tal fui qual fremo in questa imagin viva,
Quand’era tutto sole il mio pensiero
E a prova tra le sirti aspre del vero
Ribalzava il mio verso e ribolliva.

Or m’avvolge la calma: un velo nero
Copre la terra che lontan fioriva,
Strillano augei palustri in su la riva:
E io poco piú amo e nulla spero.

Oh fantasie di gloria a terra sparte!
E tu Italia vincente e tu rubesta
Libertà coronata alto da l’arte!

Sopra il fango che sale or non mi resta
Che gittare il mio sdegno in vane carte
E dal palco mortale un dí la testa.

III.

XXXVI.
MATTINO ALPESTRE

Da l’orïente palpita
Il giorno, e i primi raggi
Scendon soavi a frangersi
Tra ‘l nereggiar de’ faggi.

Guizzan su ‘l fiume e ridono
Tra i mormorii de l’onde,
Come occhi d’una vergine
Che a nuovo amor risponde.

Scorron su ‘l monte; e s’anima
D’un riso anch’ei, ma tardo,
Come al giocar de i pargoli
La faccia d’un vegliardo.

Già son fulgore, e spandesi
Per la vallèa fiorita,
Come speranza giovine
In su l’aperta vita.

Ondeggia dal pian rorido
E si raccoglie e stende
Un velo di caligine
Che al sole argentea splende.

Floridi i colli emergono;
Ma le case e le piante
Come sogni traspaiono
Entro il vel biancheggiante.

Da i fumeggianti culmini
Tra i giuochi de la luce
Desio ne l’alto a querule
Coppie i palombi adduce.

Le terse ali riflettono
Il limpido splendore,
Passano lampi ed iridi.
Il ciel sorride amore.

XXXVII.
ROSA E FANCIULLA

Or che soave è il cielo e i dí son belli
E gemon l’aure e cantano gli augelli
Tu chini l’amorosa
Fronte, o vergine rosa.

Per te non fa che il prato ove nascesti
Tiranno solitario avvampi il sole,
Quando su’ campi da la falce mesti
La polverosa estate a lui si duole,
E nel meriggio le campagne sole
Assorda la cicala,
E impreca al giorno, che affannoso cala,
Dal risécco pantan la rana ascosa.

Súbito allor su’ non piú verdi colli
Sorge il turbine, e gran strepito mena,
Spazza gli ultimi fiori ed i rampolli.
E allaga i campi d’infelice arena;
E piú cresce l’arsura, e de l’amena
Ombra il conforto manca.
Tu fuggi a quella stanca
Ora, o vergine rosa.

Per te non fa ne’ giorni grigi e scarsi
Mirar la doglia de l’anno che muore,
Le foglie ad una ad una distaccarsi
E gemer sotto il piè del vïatore,
Sin che la nebbia del suo putre umore
Le macera o le avvolge
La fredda brezza e lenta le travolge
Giú ne l’informe valle ruinosa.

Allor le nubi che fuman su i monti,
Allor le pioggie lunghe e tristi al piano,
E l’alte ombre de’ gelidi tramonti,
Ed il triste desio del sol lontano,
E la bruma crescente a mano a mano,
E il gel che tutto serra.
Tu fuggi a tanta guerra,
O giovinetta rosa.

XXXVIII.
BRINDISI D’APRILE

Quando su l’elci nere
E i mandorli novelli
Tripudia de gli augelli
Il coro nuzïal,

E son le primavere
Per le colline apriche
Occhi di ninfe antiche
Che guardano il mortal,

E il sol d’un giovenile
Riso i verzier saluta
E pio sovra la muta
Landa s’inchina il ciel,

E il fiato de l’aprile
Move le biade in fiore
Come un sospir d’amore
Di nuova sposa il vel:

Sobbalza allor di palpiti,
Sente le sue ferite,
Il tronco de la vite,
De la fanciulla il cor;

Quella spira odorifere
Gemme a la fredda scheggia,
Questa desio lampeggia
Nel vergine rossor.

Allora a l’aer tepido
Tutto fermenta e langue,
Entro le vene il sangue,
Entro le botti il vin.

Tu senti de la patria,
Rosso prigion, desio:
E l’aura del natio
Colle sommove il tin.

Di pampini giuliva
La dolce vita è là,
Tu qui ne’ lacci… Oh viva,
Viva la libertà!

Andiamo, il prigioniere
Andiamo a liberar;
Facciamlo nel bicchiere
Rivivere e brillar,

Brillare al colle in vetta,
Brillare in faccia al sol:
Ribaci lui l’auretta,
Riveda egli il magliol.

E tu arridigli, o sole. Ei di te nacque
Ne’ dí che ad Opi t’infondevi in seno:
De i doni suoi la vita egra compiacque,
Come te ardente, come te sereno:
Quando tu disparisti, ed ei soggiacque
Prigion celeste in carcere terreno:
Bagna i tuoi raggi nel gentil vermiglio,
Bacia, sole immortal, bacia il tuo figlio.

Vermiglio questo; ma quell’altro è biondo
Come la chioma tua, lene Agïeo,
Come le ninfe che inseguivi al mondo
Su le rive felici di Peneo,
Allor che il ionio spirito giocondo
D’ogni splendida cosa iddio ti feo:
Ora le forme belle han tolto esiglio;
Bacia, sole immortal, bacia il tuo figlio.

Unico ei resta, o sole; ed io d’amore
Unico l’amo, o biondo siasi o nero.
Biondo, è la luce che da i nervi fuore
Sprizza del canto il creator pensiero;
Nero, è il buon sangue che di fondo al cuore
Ne i magnanimi fatti ondeggia altero:
Versa al biondo i tuoi raggi ed al vermiglio,
Bacia, sole immortal, bacia il tuo figlio.

XXXIX.
PRIMAVERA CLASSICA

Da i verdi umidi margini
La vïoletta odora,
Il mandorlo s’infiora,
Trillan gli augelli a vol.

Fresco ed azzurro l’aere
Sorride in tutti i seni:
Io chiedo a’ tuoi sereni
Occhi un piú caro sol.

Che importa a me de gli aliti
Di mammola non tócca?
Ne la tua dolce bocca
Freme un piú vivo fior.

Che importa a me del garrulo
Di fronde e augei concento?
Oh che divino accento
Ha su’ tuoi labbri amor!

Auliscan pur le rosee
Chiome de gli arboscelli:
L’onda de’ tuoi capelli,
Cara, disciogli tu.

M’asconda ella gl’inanimi
Fiori del giovin anno:
Essi ritorneranno.
Tu non ritorni piú.

XL.
AUTUNNO ROMANTICO

Di sereno adamàntino su ‘l vasto
Squallor d’autunno il cielo azzurro brilla,
Come di sua beltà nel conscio fasto
La tua fredda pupilla.

Come a te velo tenüe le membra
Nel risorger del tuo bel giorno a l’opre,
Nebbia la terra, che addormita sembra,
Argentëa ricopre.

Ed immoti per essa ergon le cime
Irte ed umide i grigi alberi muti,
Quai nel pensier cui la memoria opprime
I dolci anni perduti.

E via sovr’essi indifferente il sole,
Che al bel maggio rideva entro la folta
Fronda, ora fulge e non riscalda. O Jole,
Amiam l’ultima volta.

XLI.
IN MAGGIO

da H. HEINE ‘S Letzte Gedichte

Gli amici a cui dissi d’amor parole
Peggio m’han fatto ed ho spezzato il cuor:
Spezzato ho il cuor, ma là su alto il sole
Ride e saluta al mese de l’amor.

Primavera fiorisce: allegri cori
D’augelli empiono il bosco giovenil:
Virginee ridon le fanciulle e i fiori:
Oh come orribil sei, mondo gentil!

L’Òrco vogl’io: miglior le piaggie bige
Danno asilo a i dolenti: ivi non piú
Contrasto e scherno. Oh, meglio de la Stige
Errar su le notturne acque là giú.

Il triste mormorio de l’onde lente,
De le figlie di Stinfalo il gracchiar,
La canzon de l’Eumenidi stridente,
Il continuo di Cerbero latrar,

Son fiera cosa che al dolor s’accorda:
Di dolore ogni cosa ha vista e suon
Ove impera su l’ombre Ecate sorda
Ed eterno del pianto ulula il tuon.

Ma qua su come e di che duro oltraggio
E sole e rose a me fiedono il cuor!
M’insulta il ciel, l’azzurro ciel di maggio…
O mondo bello, tu sei pien d’orror!

XLII.
PIANTO ANTICO

L’albero a cui tendevi
La pargoletta mano,
Il verde melograno
Da’ bei vermigli fior,

Nel muto orto solingo
Rinverdí tutto or ora
E giugno lo ristora
Di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
Percossa e inaridita,
Tu de l’inutil vita
Estremo unico fior,

Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol piú ti rallegra
Né ti risveglia amor.

XLIII.
NOSTALGIA

Tra le nubi ecco il turchino
Cupo ed umido prevale:
Sale verso l’Apennino
Brontolando il temporale.
Oh se il turbine cortese
Sovra l’ala aquilonar
Mi volesse al bel paese
Di Toscana trasportar!

Non d’amici o di parenti
Là m’invita il cuore e il volto:
Chi m’arrise a i dí ridenti
Ora è savio od è sepolto.
Né di viti né d’ulivi
Bel desio mi chiama là:
Fuggirei da’ lieti clivi
Benedetti d’ubertà.

De le mie cittadi i vanti
E le solite canzoni
Fuggirei: vecchie ciancianti
A marmorëi balconi!
Dove raro ombreggia il bosco
Le maligne crete, e al pian
Di rei sugheri irto e fósco
I cavalli errando van,

Là in maremma ove fiorío
La mia triste primavera,
Là rivola il pensier mio
Con i tuoni e la bufera:
Là nel ciel nero librarmi
La mia patria a riguardar,
Poi co ‘l tuon vo’ sprofondarmi
Tra quei colli ed in quel mar.

XLIV.
TEDIO INVERNALE

Ma ci fu dunque un giorno
Su questa terra il sole?
Ci fûr rose e vïole,
Luce, sorriso, ardor?

Ma ci fu dunque un giorno
La dolce giovinezza,
La gloria e la bellezza,
Fede, virtude, amor?

Ciò forse avvenne a i tempi
D’Omero e di Valmichi:
Ma quei son tempi antichi,
Il sole or non è piú.

E questa ov’io m’avvolgo
Nebbia di verno immondo
È il cenere d’un mondo
Che forse un giorno fu.

XLV.
VIGNETTA

La stagion lieta e l’abito gentile
Ancor sorride a la memoria in cima
E il verde colle ov’io la vidi prima.

Brillava a l’aere e a l’acque il novo aprile,
Piegavan sotto il fiato di ponente
Le fronde a tremolar soavemente.

Ed ella per la tenera foresta
Bionda cantava al sole in bianca vesta.

XLVI.
LUNGI LUNGI

Da H. HEINE ‘S Lyrisches Intermezzo

Lungi, lungi, su l’ali del canto
Di qui lungi recare io ti vo’:
Là, ne i campi fioriti del santo
Gange, un luogo bellissimo io so.

Ivi rosso un giardino risplende
De la luna nel cheto chiaror:
Ivi il fiore del loto ti attende,
O soave sorella de i fior.

Le vïole bisbiglian vezzose,
Guardan gli astri su alto passar;
E tra loro si chinan le rose
Odorose novelle a contar.

Salta e vien la gazella, l’umano
Occhio volge, si ferma a sentir:
Cupa s’ode lontano lontano
L’onda sacra del Gange fluir.

Oh che sensi d’amore e di calma
Beveremo ne l’aure colà!
Sogneremo, seduti a una palma,
Lunghi sogni di felicità.

XLVII.
PANTEISMO

Io non lo dissi a voi, vigili stelle,
A te no ‘l dissi, onniveggente sol:
Il nome suo, fior de le cose belle,
Nel mio tacito petto echeggiò sol.

Pur l’una de le stelle a l’altra conta
Il mio secreto ne la notte bruna,
E ne sorride il sol, quando tramonta,
Ne’ suoi colloqui con la bianca luna.

Su i colli ombrosi e ne la piaggia lieta
Ogni arbusto ne parla ad ogni fior:
Cantan gli augelli a vol – Fósco poeta,
Ti apprese al fine i dolci sogni amor. –

Io mai no ‘l dissi: e con divin fragore
La terra e il ciel l’amato nome chiama,
E tra gli effluvi de le acacie in fiore
Mi mormora il gran tutto – Ella, ella t’ama. –

XLVIII.
PASSA LA NAVE MIA

Da H. HEINE’S Verschiedene.

Passa la nave mia con vele nere,
Con vele nere pe ‘l selvaggio mare.
Ho in petto una ferita di dolore,
Tu ti diverti a farla sanguinare.
È, come il vento, perfido il tuo core,
E sempre qua e là presto a voltare.
Passa la nave mia con vele nere,
Con vele nere pe ‘l selvaggio mare. [1]

XLIX.
ANACREONTICA ROMANTICA

Nel bel mese di maggio
Io sotterrai l’Amor
De’ nuovi soli al raggio
Sotto un’acacia in fior.

Le requie lamentose
Disser gli augelli in ciel,
E fu tra gigli e rose
Del picciol dio l’avel.

Fu tra le rose e i gigli
D’un molto amato sen:
I prati eran vermigli,
Rideva il ciel seren.

Una memoria mesta
Vi posi a vigilar:
Poteasi de la festa
Il morto contentar.

Ahi, ma la tomba è cuna
Al picciolo vampir!
Al lume de la luna
Vuol tutte notti uscir.

Vien, su le tempie ardenti
Co’ i vanni aperti sta;
Gli scuote lenti lenti,
E addormentar mi fa.

Susurra a l’alma stanca
Un’ombra ed un ruscel,
Ed una fronte bianca
Ride tra un nero vel.

Cosí, mentr’ei del mite
Sonno m’irriga e tien,
Morde con due ferite
L’umida tempia e ‘l sen.

Per quelle il rosso sangue
Tutto mi sugge Amor,
E vaneggiando langue
La vita al capo e al cuor.

Ma, perché piú non possa
Il reo vampiro uscir,
Dee su l’aperta fossa
Un prete benedir.

L’incanto allor si scioglie
E il morto in cener va;
Piú da vestirsi spoglie
Il dèmone non ha.

L’avello del tuo petto.
O donna, io l’aprirò:
Il morto piccioletto
Vedervi dentro io vo’;

Io vo’ che putre e mézzo
Polvere ei torni al fin:
Prete sarà il disprezzo
Ed acqua santa il vin.

L.
MAGGIOLATA

Maggio risveglia i nidi,
Maggio risveglia i cuori;
Porta le ortiche e i fiori,
I serpi e l’usignol.

Schiamazzano i fanciulli
In terra, e in ciel li augelli:
Le donne han ne i capelli
Rose, ne gli occhi il sol.

Tra colli prati e monti
Di fior tutto è una trama:
Canta germoglia ed ama
L’acqua la terra il ciel.

E a me germoglia in cuore
Di spine un bel boschetto;
Tre vipere ho nel petto
E un gufo entro il cervel.

LI.
SERENATA

Le stelle che vïaggiano su ‘l mare
Dicono – O bella luna, non dormire,
O bella luna, vògliti levare,
Ché noi vogliamo per lo mondo gire.
Vogliam fermarci su la camerella
Ove nel sonno sta nostra sorella,
Nostra sorella splendïente e bruna
Che un mago ci ha rapita, o madre luna. –

Di cima al colle rispondono i pini
E da la riva del fiume gli ontani:
– O stelle da’ begli occhi piccolini,
Deh perché fate quei discorsi vani?
Ella ci apparve il dí primo di maggio
Tra un lauro snello e un glorïoso faggio,
E dove ella sbocciò ninfa dal suolo
Cresce una rosa e canta un rusignolo. –

Poi che le stelle tramontan nel mare,
Al monte e al piano tace ogni rumore:
La terra buia una camera pare
Ove s’addorme al fin l’uman dolore.
Come breve è la notte, o bella mia!
Desto nel bosco l’uccellin già pia.
L’alba di maggio t’imbianca il verone,
E il saluto del mondo in cuor ti pone.

LII.
MATTINATA

Batte a la tua finestra, e dice, il sole:
– Lèvati, bella, ch’è tempo d’amare.
Io ti reco i desir de le vïole
E gl’inni de le rose al risvegliare.
Dal mio splendido regno a farti omaggio
Io ti meno valletti aprile e maggio
E il giovin anno che la fuga affrena
Su ‘l fior de la tua vaga età serena. –

Batte a la tua finestra, e dice, il vento:
– Per monti e piani ho vïaggiato tanto!
Sol uno de la terra oggi è il concento,
E de’ vivi e de’ morti un solo è il canto.
De’ nidi a i verdi boschi ecco il richiamo
– Il tempo torna: amiamo, amiamo, amiamo –
E il sospir de le tombe rinfiorate
– Il tempo passa: amate, amate, amate. –

Batte al tuo cor, ch’è un bel giardino in fiore,
Il mio pensiero, e dice: – Si può entrare?
Io sono un triste antico vïatore,
E sono stanco, e vorrei riposare.
Vorrei posar tra questi lieti mâi
Un ben sognando che non fu ancor mai:
Vorrei posare in questa gioia pia
Sognando un bene che già mai non fia. –

LIII.
DIPARTITA

Quando parto da voi, dolce signora,
Scura la terra e grigio il cielo appare,
Odo gufi cantar dentro e di fuora,
E gli alberi non restan di guardare.
Brulli, stupidi in vista e intirizziti,
Guardano a lungo come sbigottiti:
Guardan, crollano il capo e fuggon via,
E tornan sempre. Oh trista compagnia!

– O trista compagnia, che cosa vuoi? –
– Noi ti guardiamo perché morto sei.
Noi siam gli spettri de’ pensieri tuoi,
Noi siam gli spettri de’ pensier di lei.
Ier tra canti d’uccelli e tutti in fiore:
Oh come fugge la vita e l’amore!
Oggi ti accompagnamo al cimitero:
Oh come freddo e lungo è il tempo nero! –

LIV.
DISPERATA

Su ‘l caval de la Morte Amor cavalca
E traesi dietro catenato il cuore:
Ma il cuor s’annoia tra la serva calca
Sdegnoso di seguire il vil signore:
I lacci spezza e glie li gitta in faccia
Sorgendo con disdegno e con minaccia:
– Giú da la sella, Amor, poltrone iddio!
Io sol ti feci, e tu se’ schiavo mio.

Signor ti feci nel pensier mio vano,
Schiavo ti rendo nel pensier mio forte:
Tutte le briglie io voglio a la mia mano:
A me il nero cavallo de la Morte! –
E monta e sprona il cavaliere ardito
Salutando co ‘l cenno l’infinito.
E sotto il trotto del cavallo nero
Rimbomba il mondo come un cimitero.

LV.
BALLATA DOLOROSA

Una pallida faccia e un velo nero
Spesso mi fa pensoso de la morte;
Ma non in frotta io cerco le tue porte,
Quando piange il novembre, o cimitero.

Cimitero m’è il mondo allor che il sole
Ne la serenità di maggio splende
E l’aura fresca move l’acque e i rami,
E un desio dolce spiran le vïole
E ne le rose un dolce ardor s’accende
E gli uccelli tra ‘l verde fan richiami:
Quando piú par che tutto ‘l mondo s’ami
E le fanciulle in danza apron le braccia,
Veggo tra ‘l sole e me sola una faccia,
Pallida faccia velata di nero.

LVI.
DAVANTI UNA CATTEDRALE

Trionfa il sole, e inonda
La terra a lui devota:
Ignea ne l’aria immota
L’estate immensa sta.

Laghi di fiamma sotto
I dòmi azzurri inerte [2]
Paiono le deserte
Piazze de la città.

Là spunta una sudata
Fronte, ed è orribil cosa:
La luce vaporosa
La ingialla di pallor.

Dite: fa fresco a l’ombra
De le navate oscure,
Ne l’urne bianche e pure,
O teschi de i maggior?

LVII.
BRINDISI FUNEBRE

Su ‘l viso de l’amore
La rosa illanguidí,
Senza lasciarmi un fiore
La gioventú fuggí.

Lo stuol de l’ore danza
Lontano omai da me:
Con esse è la speranza,
L’illusïon, la fé.

Gli affetti alti ed intensi
Cui fu negato il fin,
I desidèri immensi
Irrisi dal destin,

Tutti nel mio pensiero
Tutti sepolti io gli ho;
E al fósco cimitero
Custode fósco io sto.

Ma i nervi ancora ho forti:
Beviam, beviamo ancor:
Beviam, beviamo a i morti;
Con essi sta il mio cuor.

Sotto la terra nera
Giaccion ad aspettar;
La dolce primavera
Forse li fa svegliar.

Senton de i freschi venti
L’alito ed il sospir,
Senton fra l’ossa algenti
La verde erba salir.

Lo senti il dolce aprile,
Il sol lo vedi tu?
O pargolo gentile,
Solo tu sei laggiú?

Dal suo lontano avello
Ti parla, o fanciullin,
Il bianco mio fratello
Dal bel castaneo crin?

Gli avi ne i giorni fóschi
Ti vengono a cullar,
L’uno da i colli tóschi,
L’altro dal tósco mar?

O sola e mesta al petto
La madre mia ti tien?
Riposa, o fanciulletto,
Sopra il fidato sen.

Beviamo. Ahi che nel cielo
Impallidisce il sol,
E mi circonda il gelo,
E si sprofonda il suol.

Come uno stuol di gufi
A vecchio monaster,
Tra gli umidicci tufi
Singhiozzano i pensier.

Per questo buio fondo
Chi è chi è che va?
Esiste ancora il mondo,
La gioia e la beltà?

Ne’ lucidi paesi
Ancora esiste amor?
Io giú tra’ morti scesi
Ed ho sepolto il cuor.

LVIII.
SAN MARTINO

La nebbia a gl’irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar

Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’esuli pensieri,
Nel vespero migrar.

LIX.
IN CARNIA

Su le cime de la Tenca
Per le fate è un bel danzar.
Un tappeto di smeraldo
Sotto al cielo il monte par.

Nel mattin perlato e freddo
De le stelle al muto albor
Snelle vengono le fate
Su moventi nubi d’òr.

Elle vengon con l’aurora
Di Germania ivi a danzar.
Treman l’ombre de gli abeti
Nere e verdi al trapassar.

De la But che irrompe e scroscia
Elle ridono al fragor,
E in quel vortice d’argento
Striscian via le chiome d’òr.

Freddo e nitido è il lavacro,
Ed il sole anche non par.
Su la vetta de la Tenca
Incominciano a danzar.

Bianche in vesta, rossi i veli,
I capelli nembi d’òr,
Che abbandonano ridenti
De gli zefiri a l’amor.

Poi con voce arguta e molle,
Sí che d’arpe un suono par,
Le sorelle de la Carnia
Incominciano a chiamar.

Tra il profumo de gli abeti
Ed il balsamo de i fior
Da le valli ascende il coro
Del mistero e de l’amor.

Su la rupe del Moscardo
È uno spirito a penar:
Sta con una clava immane
La montagna a sfracellar.

Quando vengono le fate,
Egli oblia l’aspro lavor;
E sospeso il mazzapicchio
Guarda e palpita d’amor.

Che le fate al travaglioso
Mai sorridano, non par:
Il selvaggio su la rupe
Si contenta di guardar,

E tal volta un cappel verde
Ei si mette per amor,
E d’un bel mantello rosso
Ei riveste il suo dolor.

Ahi, da tempo in su la Tenca
Niuna fata non appar:
Sol la But tra i verdi orrori
S’ode argentëa scrosciar,

E il dannato su ‘l Moscardo
Senza piú tregua d’amor
Notte e dí co ‘l mazzapicchio
Rompe il monte e il suo furor.

Ahi, le vaghe fantasie
Dal mio spirito esulâr,
E il torrente di memoria
Odo funebre mugghiar:

Niun fantasima di luce
Cala omai nel chiuso cuor,
E lo rompe a falda a falda
Il corruccio ed il dolor. [3]

LX.
VISIONE

Il sole tardo ne l’invernale
Ciel le caligini scialbe vincea,
E il verde tenero de la novale
Sotto gli sprazzi del sol ridea.

Correva l’onda del Po regale,
L’onda del nitido Mincio correa:
Apriva l’anima pensosa l’ale
Bianche de’ sogni verso un’idea.

E al cuor nel fiso mite fulgore
Di quella placida fata morgana
Rïaffacciavasi la prima età,

Senza memorie, senza dolore,
Pur come un’isola verde, lontana
Entro una pallida serenità.

IV.

LXI.
AD ALESSANDRO D’ANCONA

O de’ cognati e de i dispersi miti
Per la selva d’Europa indagatore,
Mentre tu nozze appresti e i dolci riti
Affretti in cuore,

Io, dove ride al sol da l’infinito
Rincrespamento del ceruleo seno
E al ciel con echi mille e al breve lito
Plaude il Tirreno,

E digradando giú dal colle aprico
Per biancheggiante di palagi traccia
La verde antica terra al glauco amico
Porge le braccia,

In queste di salute aure frementi
Terse le nebbie de lo spirto impure,
Dato il cuore a gli amici e date a i venti
Freschi le cure,

Anche una volta io qui libo a le dee
Che de la mente mia seggono in cima,
E t’accompagno le camene argee
Con la mia rima.

Non io tinger vorrei di dotta polve
A la sposa il vel bianco ed i pensieri
Né schiuder quei che un’età grossa involve
Grossi misteri.

Dannosa etade! Solitario mostro
La morte allor su ‘l cieco mondo incombe
Con mille aspetti, e l’uomo esce dal chiostro
Sol per le tombe.

Ne i boschi infuria e via per valli e gioghi
Una danza di forme atre e maligne
Ch’odiano il sole: l’orrida de’ roghi
Vampa le tigne.

Da l’aspre torri e dal cenobio muto,
Dal folto dòmo d’irti steli inserto,
Par che la vita l’ultimo saluto
Mandi al deserto.

Quindi l’accidia rea ch’anco inimica
La natura e lo spirto, ed impossente
L’uomo, che un sogno torbido affatica,
Aspira al niente.

L’ombra di morte e su da la marina
Di Teti il pianto fuor de le ftie ville
Seguia tra i carri e l’armi la divina
Forza d’Achille.

Ma ei pugnava i giorni, e, a la romita
Notte citareggiando in su l’egea
Riva, a Dite a le Muse ed a la vita
Breve indulgea.

Pigri terror de l’evo medio, prole
Negra de la barbarie e del mistero,
Torme pallide, via! Si leva il sole,
E canta Omero. [4]

LXII.
PRIMAVERE ELLENICHE

(I. EOLIA)

Lina, brumaio torbido inclina,
Ne l’aër gelido monta la sera:
E a me ne l’anima fiorisce, o Lina,
La primavera.

In lume roseo, vedi, il nivale
Fedriade vertice sorge e sfavilla, [5]
E di Castalia l’onda vocale
Mormora e brilla.

Delfo a’ suoi tripodi chiaro sonanti
Rivoca Apolline co’ nuovi soli,
Con i virginei peana e i canti
De’ rusignoli.

Da gl’iperborei lidi al pio suolo
Ei riede, a’ lauri dal pigro gelo:
Due cigni il traggono candidi a volo:
Sorride il cielo.

Al capo ha l’aurea benda di Giove,
Ma nel crin florido l’aura sospira
E con un tremito d’amor gli move
In man la lira.

D’intorno girano come in leggera
Danza le Cicladi patria del nume,
Da lungi plaudono Cipro e Citera
Con bianche spume.

E un lieve il séguita pe ‘l grande Egeo
Legno, a purpuree vele, canoro:
Armato règgelo per l’onde Alceo
Dal plettro d’oro.

Saffo dal candido petto anelante
A l’aura ambrosia che dal dio vola,
Dal riso morbido, da l’ondeggiante
Crin di vïola, [6]

In mezzo assidesi. Lina, quïeti
I remi pendono: sali il naviglio.
Io, de gli eolii sacri poeti
Ultimo figlio,

Io meco traggoti per l’aure achive:
Odi le cetere tinnir: montiamo:
Fuggiam le occidue macchiate rive,
Dimentichiamo.

LXIII.

PRIMAVERE ELLENICHE
(II. DORICA)

Sai tu l’isola bella, a le cui rive
Manda il Ionio i fragranti ultimi baci,
Nel cui sereno mar Galatea vive
E su’ monti Aci?

De l’ombroso pelasgo Èrice in vetta
Eterna ride ivi Afrodite e impera,
E freme tutt’amor la benedetta
Da lei costiera.

Amor fremono, amore, e colli e prati,
Quando la Ennea da’ raddolciti inferni
Torna co ‘l fior de’ solchi a i lacrimati
Occhi materni.

Amore, amor, susurran l’acque; e Alfeo
Chiama ne’ verdi talami Aretusa
A i noti amplessi ed al concento acheo
L’itala musa.

Amore, amore, de’ poeti a i canti
Ricantan le cittadi, e via pe’ fòri
Dorïesi prorompono baccanti
Con cetre e fiori.

Ma non di Siracusa o d’Agrigento
Chied’io le torri: quivi immenso ondeggia
L’inno tebano ed ombrano ben cento
Palme la reggia.

La valle ov’è che i bei Nèbrodi monti
Solitaria coronano di pini,
Ove Dafni pastor dicea tra i fonti
Carmi divini?

– Oh di Pèlope re tenere il suolo,
Oh non m’avvenga, o d’aurei talenti
Gran copia, e non de l’agil piede a volo
Vincere i venti!

Io vo’ da questa rupe erma cantare,
Te fra le braccia avendo e via lontano
Calar vedendo l’agne bianche al mare
Sicilïano. – [7]

Cantava il dorio giovine felice,
E tacean gli usignoli. A quella riva,
O chiusa in un bel vel di Beatrice
Anima argiva,

Ti rapirò nel verso; e tra i sereni
Ozi de le campagne a mezzo il giorno,
Tacendo e rifulgendo in tutti i seni
Ciel, mare, intorno,

Io per te sveglierò da i colli aprichi
Le Driadi bionde sovra il piè leggero
E ammiranti a le tue forme gli antichi
Numi d’Omero.

Muoiono gli altri dèi: di Grecia i numi
Non sanno occaso; ei dormon ne’ materni
Tronchi e ne’ fiori, sopra i monti i fiumi
I mari eterni.

A Cristo in faccia irrigidí ne i marmi
Il puro fior di lor bellezze ignude:
Ne i carmi, o Lina, spira sol ne i carmi
Lor gioventude;

E, se gli evòca d’una bella il viso
Innamorato o d’un poeta il core,
Da la santa natura ei con un riso
Lampeggian fuore.

Ecco danzan le Driadi, e – Qual etade –
Chieggon le Oreadi – ti portò sí bella?
Da quali vieni ignote a noi contrade,
Dolce sorella?

Mesta cura a te siede in fra le stelle
De gli occhi. Forse ti ferí Ciprigna?
Crudel nume è Afrodite ed a le belle
Forme maligna.

Sola tra voi mortali Elena argèa
Di nepente a gli eroi le tazze infuse;
Ma noi sappiam quanti misteri Gea
Nel sen racchiuse.

Noi coglierem per te balsami arcani
Cui lacrimâr le trasformate vite,
E le perle che lunge a i duri umani
Nudre Anfitrite.

Noi coglierem per te fiori animati,
Esperti de la gioia e de l’affanno:
Ei le storie d’amor de’ tempi andati
Ti ridiranno;

Ti ridiranno il gemer de la rosa
Che di desio su ‘l tuo bel petto manca,
E gl’inni, nel tuo crin, de la fastosa
Sorella bianca.

Poi nosco ti addurrem ne le fulgenti
De l’ametista grotte e del cristallo,
Ove eterno le forme e gli elementi
Temprano un ballo.

T’immergerem ne i fiumi ove il concento
De’ cigni i cori de le Naidi aduna:
Su l’acque i fianchi tremolan d’argento
Come la luna.

Ti leverem su i gioghi al ciel vicini
Che Zeus, il padre, piú benigno mira,
Ove d’Apollo freme entro i divini
Templi la lira.

Ivi, raccolta ne le aulenti sale
Nostre, al bell’Ila ti farem consorte,
Ila che noi rapimmo a la brumale
Ombra di morte. –

Ahi, da che tramontò la vostra etate
Vola il dolor su le terrene culle!
Questo raggio d’amor no ‘l m’invidiate,
Greche fanciulle.

La cura ignota che il bel sen le morde
Io tergerò co ‘l puro mèle ascreo,
L’addormirò co’ le tebane corde.
Se fossi Alceo,

La persona gentil ne lo spirtale
Fulgor de gl’inni irradïar vorrei,
Cingerle il molle crin co’ l’immortale
Fior de gli dèi,

E, mentre nel giacinto il braccio folce
E del mio lauro la protegge un ramo,
Chino su ‘l cuore mormorarle – O dolce
Signora, io v’amo. –

LXIV.
PRIMAVERE ELLENICHE

(III. ALESSANDRINA)

Gelido il vento pe’ lunghi e candidi
Intercolonnii fería, su tumuli
Di garzonetti e spose
Rabbrividian le rose

Sotto la pioggia, che, lenta, assidua,
Sottil, da un grigio cielo di maggio
Battea con faticoso
Metro il piano fangoso;

Quando, percossa d’un lieve tremito,
Ella il bel velo d’intorno a gli omeri
Raccolto al seno avvinse
E tutta a me si strinse:

Voluttuosa ne l’atto languido
Tra i gotici archi, quale tra’ larici
Gentil palma volgente
Al nativo orïente.

Guardò serena per entro i lugubri
Luoghi di morte; levò la tenue
Fronte, pallida e bella,
Tra le floride anella

Che a l’agil collo scendendo incaute
Tutta di molle fulgor la irradiano:
E piovvemi nel cuore
Sguardi e accenti d’amore

Lunghi, soavi, profondi: eolia
Cetra non rese piú dolci gemiti
Mai né sí molli spirti
Di Lesbo un dí tra i mirti.

Su i muti intanto marmi la serica
Vesta strisciava con legger sibilo,
Spargeanmi al viso i venti
Le sue chiome fluenti.

Non mai le tombe sí belle apparvero
A me ne i primi sogni di gloria.
Oh amor, solenne e forte
Come il suggel di morte!

Oh delibato fra i sospir trepidi
Su i cari labri fiore de l’anima
E intraviste ne’ baci
Interminate paci!

Oh favolosi prati d’Elisio,
Pieni di cetre, ai ludi eroici
E del purpureo raggio
Di non fallace maggio,

Ove in disparte bisbigliando errano
(Né patto umano né destin ferreo
L’un da l’altra divelle)
I poeti e le belle!

LXV.
UNA RAMA D’ALLORO

Io son, Dafne, la tua greca sorella,
Che vergin bionda su ‘l Peneo fuggía
E verdeggiai pur ieri arbore snella
Per l’Appia via.

Tra i cippi e i negri ruderi soletta
Sotto il ciel triste io memore sognava
D’un tumulo ignorato in su la vetta,
E riguardava.

Guardava i colli ceruli del Lazio,
E a l’aura che da Tivoli traea
Inchinandomi i fulgidi d’Orazio
Carmi dicea.

Mi udivano gli uccelli, e saltellanti
Per l’aer freddo su i nudati rami
A le rose ed al maggio e al sole e a i canti
Facean richiami.

Ahi sempre infesti a me i poeti fûro!
M’invidiò Enotrio a’ sassi antichi e pii,
E tra le mani del poeta duro
Inaridii.

Avvolta in serto, oh, foss’io stata ombrella
A la tua fronte! su la chioma nera
Come esultato avrei, dolce sorella,
Io verde e altera!

E ne la lingua che tra noi s’intende,
China a l’orecchio puro e delicato,
Gli elleni amori e l’itale leggende
T’avrei cantato.

L’occhio tuo mesto a le fraterne note
Sorriso avrebbe con ardor gentile,
E rifiorito de le molli gote
Saría l’aprile. [8]

V.

LXVI.
RIMEMBRANZE DI SCUOLA

Era il giugno maturo, era un bel giorno
Del vital messidoro, e tutta nozze
Ne gli amori del sole ardea la terra.
Igneo torrente dilagava il sole
Pe’ deserti del cielo incandescenti,
E al suo divino riso il mar ridea.
Non rideva io fanciullo: il nero prete
Con voce chioccia bestemmiava Io amo,
Ed un fastidio era il suo viso: intanto
A la finestra de la scuola ardito
S’affacciava un ciliegio, e co’ i vermigli
Frutti allegro ammiccava e arcane storie
Bisbigliava con l’aura. Onde, obliato
Il prete e de le coniugazïoni
In su la gialla pagina le file
Quai di formiche ne la creta grigia,
Io tutto desïoso liberava
Gli occhi e i pensier per la finestra, quindi
I monti e il cielo e quinci la lontana
Curva del mare a contemplar. Gli uccelli
Si mescean ne la luce armonizzando
Con mille cori: a i pigolanti nidi
Parlar, custodi pii, gli alberi antichi
Pareano e gli arbuscelli a le ronzanti
Api ed i fiori sospirare al bacio
De le farfalle; e steli ed erbe e arene
Formicolavan d’indistinti amori
E di vite anelanti a mille a mille
Per ogni istante. E li accigliati monti
Ed i colli sereni e le ondeggianti
Mèssi tra i boschi ed i vigneti bionde,
E fin l’orrida macchia ed il roveto
E la palude livida, pareano
Godere eterna gioventú nel sole.
Quando, come non so, quasi dal fonte
D’essa la vita rampollommi in cuore
Il pensier de la morte, e con la morte
L’informe niente; e d’un sol tratto, quello
Infinito sentir di tutto al nulla
Sentire io comparando, e me veggendo
Corporalmente ne la negra terra
Freddo, immobile, muto, e fuor gli augelli
Cantare allegri e gli alberi stormire
E trascorrere i fiumi ed i viventi
Ricrearsi nel sol caldo irrigati
De la divina luce, io tutto e pieno
L’intendimento de la morte accolsi;
E sbigottii veracemente. Anch’oggi
Quel fanciullesco imaginar risale
Ne la memoria mia; quindi, sí come
Gitto di gelid’acqua, al cor mi piomba.

LXVII.
IDILLIO DI MAGGIO

Maggio, idillio di Dante e Beatrice,
Che di tentazïoni
Le vie, d’acacie infiori la pendice,
Le case di mosconi:

Maggio, che sovra l’ossa ed i carcami
Rose educhi e vïole,
Ed al postribol de la vita chiami
Divin lenone il sole:

Con le dolci memorie e i cari affanni,
Maggio, da me che vuoi?
Le sono storie omai di tremil’anni;
Vecchio maggio, m’annoi!

Va’, molli sonni reca e sussurranti
Ombre a pastori e cani,
A Maria fiori e litanie, briganti
De l’arsa Puglia a i piani:

Va’ da maggesi e da nidi e da fronde
Ti cantin selve e prati,
E ti bestemmi chi ne l’ossa asconde
Di Venere i peccati:

A questo tuo, che fra cortili e mura
M’irride, etico raggio,
Io tempro una canzon forte e sicura,
E te la gitto, o maggio.

Lo so: roseo fra’ tuoi molli vapori
Espero in ciel ridea,
E tra le prime stelle e i primi fiori
Ella uscí come dea.

De le vïole onde avea colmo il grembo
Gittommi; e il volto ascose,
E fuggí. Sento il suo ceruleo lembo
Sibiliar tra le rose

Ancora: ancor su la sua testa bella
Soavemente inchina
Vedo tremar dal puro ciel la stella,
La stella vespertina.

E da la valle un fremito salía,
Un nembo inebrïante;
E correa per i colli un’armonia;
Ed io pensava, o Dante,

A te, quando t’arrise un verecondo
Viso tra i bianchi veli,
E tu sentivi piovere su ‘l mondo
Amor da tutti i cieli.

– Come al sol novo un desio di vïola
S’apre il mio cuore a te.
La costoletta mi ritorna a gola:
Fa’ venire il caffè. –

Cosí diceami un giorno de i cortesi
Ippocàstani al rezzo.
Deh, quante dinastie di re cinesi
Passaro in questo mezzo?

Or son quell’io? e questo è quel mio cuore,
Questo che in sen mi batte,
Qual procellosa l’ala del condore
Su l’alte selve intatte?

Oh come solo il mio pensiero è bello
Ne la sua forza pura!
Oh come scolorisce in faccia a quello
Questa vecchia natura!

Oh come è gretta questa mascherata
Di rose e di vïole!
Questa volta del ciel come è serrata!
Come sei smorto, o sole!

LXVIII.
IDILLIO MAREMMANO

Co ‘l raggio de l’april nuovo che inonda
Roseo la stanza tu sorridi ancora
Improvvisa al mio cuore, o Maria bionda;

E il cuor che t’obliò, dopo tant’ora
Di tumulti ozïosi in te riposa,
O amor mio primo, o d’amor dolce aurora.

Ove sei? senza nozze e sospirosa
Non passasti già tu; certo il natio
Borgo ti accoglie lieta madre e sposa;

Ché il fianco baldanzoso ed il restio
Seno a i freni del vel promettean troppa
Gioia d’amplessi al marital desio.

Forti figli pendean da la tua poppa
Certo, ed or baldi un tuo sguardo cercando
Al mal domo caval saltano in groppa.

Com’eri bella, o giovinetta, quando
Tra l’ondeggiar de’ lunghi solchi uscivi
Un tuo serto di fiori in man recando,

Alta e ridente, e sotto i cigli vivi
Di selvatico fuoco lampeggiante
Grande e profondo l’occhio azzurro aprivi!

Come ‘l cíano seren tra ‘l biondeggiante
Òr de le spiche, tra la chioma flava
Fioria quell’occhio azzurro; e a te d’avante

La grande estate, e intorno, fiammeggiava;
Sparso tra’ verdi rami il sol ridea
Del melogran, che rosso scintillava.

Al tuo passar, siccome a la sua dea,
Il bel pavon l’occhiuta coda apria
Guardando, e un rauco grido a te mettea.

Oh come fredda indi la vita mia,
Come oscura e incresciosa è trapassata!
Meglio era sposar te, bionda Maria!

Meglio ir tracciando per la sconsolata
Boscaglia al piano il bufolo disperso,
Che salta fra la macchia e sosta e guata,

Che sudar dietro al piccioletto verso!
Meglio oprando oblïar, senza indagarlo;
Questo enorme mister de l’universo!

Or freddo, assiduo, del pensiero il tarlo
Mi trafora il cervello, ond’io dolente
Misere cose scrivo e tristi parlo.

Guasti i muscoli e il cuor da la rea mente,
Corrose l’ossa dal malor civile,
Mi divincolo in van rabbiosamente.

Oh lunghe al vento sussurranti file
De’ pioppi! oh a le bell’ombre in su ‘l sacrato
Ne i dí solenni rustico sedile,

Onde bruno si mira il piano arato
E verdi quindi i colli e quindi il mare
Sparso di vele, e il campo santo è a lato!

Oh dolce tra gli eguali il novellare
Su ‘l quïeto meriggio, e a le rigenti
Sere accogliersi intorno al focolare!

Oh miglior gloria, a i figliuoletti intenti
Narrar le forti prove e le sudate
Cacce ed i perigliosi avvolgimenti

Ed a dito segnar le profondate
Oblique piaghe nel cignal supino,
Che perseguir con frottole rimate

I vigliacchi d’Italia e Trissottino. [9]

LXIX.
CLASSICISMO E ROMANTICISMO

Benigno è il sol; de gli uomini al lavoro
Soccorre e allegro l’ama:
Per lui curva la vasta mèsse d’oro
Freme e la falce chiama.

Egli alto ride al vomero che splende
In tra le brune zolle
Umido, mentre il bue lento discende
Il risolcato colle.

Sotto il velo de’ pampini i gemmanti
Grappoli infiamma e indora,
E a gli ebri de l’autunno ultimi canti
Mesto sorride ancora.

Egli de la città fra i neri tetti
Un suo raggio disvia,
E a la fanciulla va che i giovinetti
Dí nel lavoro oblia,

E una canzon di primavera e amore
Le consiglia; a lei balza
Il petto, e ne la luce il canto e il cuore,
Come lodola, inalza.

Ma tu, luna, abbellir godi co ‘l raggio
Le ruine ed i lutti;
Maturar nel fantastico vïaggio
Non sai né fior né frutti.

Dove la fame al buio s’addormenta,
Tu per le impóste vane
Entri e la svegli, a ciò che il freddo senta
E pensi a la dimane.

Poi su le guglie gotiche ti adorni
Di lattëi languori,
E civetti a’ poeti perdigiorni
E a’ disutili amori.

Poi scendi in camposanto: ivi rinfreschi
Pomposa il lume stanco,
E vieni in gara con le tibie e i teschi
Di baglior freddo e bianco.

Odio la faccia tua stupida e tonda,
L’inamidata cotta,
Monacella lasciva ed infeconda,
Celeste paölotta.

LXX.
VENDETTE DELLA LUNA

Te, certo, te, quando la veglia bruna
Lenti adduceva i sogni a la tua culla,
Te certo riguardò la bianca luna,
Bianca fanciulla. [10]

A te scese la dea ne la sua stanca
Serenitade e con i freddi baci
China al tuo viso – O fanciulletta bianca, –
Disse – mi piaci. –

E al fatal guardo, ove or s’annega e perde
L’anima mia, piovea lene il gentile
Tremolar del suo lume entro una verde
Notte d’aprile.

Ti deponea tra i labbri la querela
De l’usignuolo al frondeggiante maggio,
Quando la selva odora e argentea vela
Nube il suo raggio;

E del languor niveo fulgente, ond’ella
Ride a l’Aurora da le rosee braccia,
Ti diffondeva la persona bella,
La bella faccia:

Onde a’ cari occhi tuoi, dal cui profondo
Tutto lampeggia quel che ama e piace,
Nel roseo tempo che sorride il mondo
Io chiesi pace:

Pace al tuo riso, ove fiorisce pura
La voluttà che nel mio spirto dorme,
E che promesso m’ha l’alma natura
Per mille forme.

Ahi, ma la tua marmorea bellezza
Mi sugge l’alma, e il senso de la vita
M’annebbia; e pur ne libo una dolcezza
Strana, infinita;

Com’uom che va sotto la luna estiva
Tra verdi susurranti alberi al piano;
Che in fantastica luce arde la riva
Presso e lontano,

Ed ei sente un desio d’ignoti amori
Una lenta dolcezza al cuor gravare,
E perdersi vorria tra i muti albori
E dileguare.

LXXI.

Da la qual par ch’una stella si muova.
GUIDO CAVALCANTI

Era un giorno di festa, e luglio ardea
Basso in un’afa di nuvole bianche:
Ne la chiesa lombarda il dí scendea
Per le bifore giallo in su le panche.
Da la porta arcuata, che i leoni
Millenni di granito ama carcar,
Il rumor de la piazza e le canzoni
E i muggiti veniano in fra gli altar.

La messa era cantata, ed i boati
De l’organo chiamavano il Signore.
In fondo de la chiesa due soldati
Guardavan fisi ne l’altar maggiore.
Tra quella festa di candele accese,
Tra quella pompa di broccati e d’òr,
Ei pensavan la chiesa del paese
Nel mese di Maria piena di fior.

Sotto la volta d’una bruna arcata,
In tra due rosse colonnette snelle,
Stava la bella donna inginocchiata,
Giunte le mani, senza guanti, belle.
Umido a la piumata ombra del nero
Cappello il nero sguardo luccicò,
E in un lampo di fede il suo mistero
Quel fior di giovinezza a Dio mandò.

Io vidi, come un dí Guido vedea,
Uscir da quei levati occhi una stella,
E da i labbri, che a pena ella movea,
Un’alata figura d’angelella.
La stella tremolando un lume pio
Sorridea, sorridea, non so a che;
Salía la supplicante angela a Dio
Chiamando in atti – Signor mio, mercé.

Si volse il prete a dire: Ite. Potente
Ruppe il sole a le nubi sormontando,
E incoronò d’un’iride scendente
La bella donna che sorgea pregando.
Corse tra le figure bizantine
Vermiglio un riso come di pudor;
Ma la Madonna le pupille chine
Tenea su ‘l figlio, e mormorava – Amor.

LXXII.
DAVANTI SAN GUIDO

I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardâr.

Mi riconobbero, e – Ben torni omai –
Bisbigliaron vèr’ me co ‘l capo chino –
Perché non scendi? perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.

Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d’una volta: oh, non facean già male!

Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido cosí?
Le passere la sera intreccian voli
A noi d’intorno ancora. Oh resta qui! –

– Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d’un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei –
Guardando io rispondeva – oh di che cuore!

Ma, cipressetti miei, lasciatem’ire:
Or non è piú quel tempo e quell’età.
Se voi sapeste!… via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.

E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú;
Non son piú, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro piú.

E massime a le piante. – Un mormorio
Pe’ dubitanti vertici ondeggiò,
E il dí cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.

Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe’ parole:
– Ben lo sappiamo: un pover uomo tu se’.

Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir.

A le querce ed a noi qui puoi contare
L’umana tua tristezza e il vostro duol.
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol!

E come questo occaso è pien di voli,
Com’è allegro de’ passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;

I rei fantasmi che da’ fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.

Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l’ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l’ardente pian,

Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co ‘l lor bianco velo;

E Pan l’eterno che su l’erme alture
A quell’ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà. –

Ed io – Lontano, oltre Apennin, m’aspetta
La Tittí – rispondea -; lasciatem’ire.
È la Tittí come una passeretta,
Ma non ha penne per il suo vestire.

E mangia altro che bacche di cipresso;
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio, cipressi! addio, dolce mio piano! –

– Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta? –
E fuggíano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va.

Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giú de’ cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia:

La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l’ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch’è sí sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,

Canora discendea, co ‘l mesto accento
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Piena di forza e di soavità.

O nonna, o nonna! deh com’era bella
Quand’ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest’uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!

– Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:

Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare. –

Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio cosí.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,

Sotto questi cipressi, ove non spero,
Ove non penso di posarmi piú:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su.

Ansimando fuggía la vaporiera
Mentr’io cosí piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
E a brucar serio e lento seguitò. [11]

LXXIII.
NOTTE DI MAGGIO

Non mai seren di piú tranquilla notte
Fu salutato dalle vaghe stelle
In riva di correnti e lucid’onde;
E tremolava rorida su ‘l verde,
Rompendo l’ombre che scendean da’ colli,
L’antica, errante, solitaria luna.

Candida, vereconda, austera luna:
Che vapori e tepor per l’alta notte
Salíano a te da gli arborati colli!
Parea che in gara a le virginee stelle
Si svegliasser le ninfe in mezzo il verde,
E un soave susurro era ne l’onde.

Non tale un navigar d’oblio per l’onde
Ebbero amanti mai sotto la luna,
Qual io disamorato entro il bel verde:
Ché solo a i buoni splender quella notte
Pareami, e da gli avelli e da le stelle
Spirti amici vagar vidi su i colli.

O voi dormenti ne i materni colli,
E voi d’umili tombe a presso l’onde
Guardanti in cielo trapassar le stelle;
Voi sotto il fiso raggio de la luna
Rividi io popolar la cheta notte,
Lievi strisciando su ‘l commosso verde.

Deh, quanta parte de l’età mia verde
Rivissi in cima a i luminosi colli,
E vinta al basso rifuggía la notte!
Quando una forma verso me su l’onde,
Disegnata nel lume de la luna,
Vidi, e per gli occhi le ridean le stelle.

Ricorditi: mi disse. Allor le stelle
Furon velate, e corse ombra su ‘l verde:
E di súbito in ciel tacque la luna;
Acuti lai suonarono pe’ colli;
Ed io soletto su le flebili onde
Di sepolcro sentii fredda la notte.

Quando la notte è fitta piú di stelle,
A me giova appo l’onde entro il bel verde
Mirar su i colli la sedente luna.

LXXIV.
ALL’AUTORE DEL “MAGO”

O Severino, de’ tuoi canti il nido,
Il covo de’ tuoi sogni io ben lo so.
Ondeggiante di canape è l’infido
Piano che sfugge al curvo Reno e al Po.

Da gli scopeti de la bassa landa
Pigro il pizzaccherin si rizza a volo: [12]
Con gli strilli di chi mercé dimanda
Levasi de le arzàgole lo stuolo,

Stampando l’ombra su per l’acqua lenta
Ove l’anguilla maturando sta.
Oh desio di canzoni, oh sonnolenta
Smania di sogni ne l’immensità!

Oh largo su gli alti argini del fiume
Risplender rosso de l’estiva sera!
Oh palpitante de la luna al lume
Tenero verdeggiar di primavera!

Quando i pioppi contemplano le stelle
Innamorati con lungo sospir,
Ed un lontano suon di romanelle [13]
Viene da’ canapai lento a morir!

Allor che agosto cada, o Severino,
E chiamin l’acqua le rane canore,
Noi tornerem poeti a l’Alberino,
Tutti solinghi in bei pensier d’amore;

Ed a’ tuoi pioppi ne le notti chete
Noi chiederem con desïosa fé:
– O alti pioppi che tutto vedete,
Ditene dunque: Biancofiore ov’è?

Siede in riva a un bel fiume? o il colle varca
Tessendo al capo un cerchio agil di fiori?
O dentro una sestina del Petrarca
Beata ride i nostri vani amori? –

VI.

LXXV.
I DUE TITANI

PROMETEO

L’avvoltoio, o fratello, il cuor mi lania
Con piaghe eterne e nuove:
Pazïente fratel di Mauritania,
Maledetto sia Giove!

ATLANTE

Ed a me il ciel d’astri e di dèi fervente
Gli ómeri grava e il petto:
O di Scizia fratel mio sapïente,
Giove sia maledetto!

PROMETEO

Intorno a questo capo ove signore
Siede il pensiero eterno,
Intorno al sen che alberga tanto amore,
Stride perpetuo verno.

ATLANTE

Libica estate a me le membra incende.
Io brucio: questa pietra
Del granito, che tienmi, al sol si fende
Con un tinnir di cetra.

PROMETEO

In che peccai? La luce, etereo dono,
Arrisi in cuore e in volto
A l’uom: fatto ei l’avea triste e al suol prono,
Il re d’Olimpo stolto.

ATLANTE

Vil tiranno! dieci anni a faccia a faccia
Gli stetti contro in guerra:
Vòlto in bruto, ei fuggí da le mie braccia
Tremando per la terra.

PROMETEO

Ma io so ch’ei morrà, né per preghiere
Gli apro de i fati il velo:
Ond’ei del fulmin tutto dí mi fere,
Il vigliacco del cielo.

ATLANTE

Pomi a me crescon, di sue mense invidia:
L’Esperidi ognor deste
Guàrdanli a me: oh in vano ei me gl’insidia,
Il ghiottone celeste.

PROMETEO

Da lo scitico mare in lunghi manti
Le azzurre Oceanine
A me surgono, e d’inni e di compianti
Mi ghirlandano il crine.

ATLANTE

E a me danzando vengono amorose
Le Pleiadi, fiorenti
Mie figliuole, d’eroi feconde spose,
Madri d’inclite genti.

PROMETEO

Ferma Ïo la fatal fuga d’avante
A me, la fera faccia
Volgendo: io canto a la divina errante
La gloria ch’è in sua traccia.

ATLANTE

Cirene a me ne l’odorata sera
Spande le trecce belle,
E pie traverso quella chioma nera
Mi ridono le stelle.

Come opposta s’incontra la corrente
Che da’ due poli move,
Te il forte ad una voce e il sapïente
Maledicono, o Giove.

LXXVI.
LA LEGGENDA DI TEODORICO

Su ‘l castello di Verona
Batte il sole a mezzogiorno,
Da la Chiusa al pian rintrona
Solitario un suon di corno,
Mormorando per l’aprico
Verde il grande Adige va;
Ed il re Teodorico
Vecchio e triste al bagno sta. [14]

Pensa il dí che a Tulna ei venne
Di Crimilde nel conspetto
E il cozzar di mille antenne
Ne la sala del banchetto,
Quando il ferro d’Ildebrando
Su la donna si calò
E dal funere nefando
Egli solo ritornò.

Guarda il sole sfolgorante
E il chiaro Adige che corre,
Guarda un falco roteante
Sovra i merli de la torre;
Guarda i monti da cui scese
La sua forte gioventú,
Ed il bel verde paese
Che da lui conquiso fu.

Il gridar d’un damigello
Risonò fuor de la chiostra:
– Sire, un cervo mai sí bello
Non si vide a l’età nostra.
Egli ha i piè d’acciaro a smalto,
Ha le corna tutte d’òr. –
Fuor de l’acque diede un salto
Il vegliardo cacciator.

– I miei cani, il mio morello,
Il mio spiedo – egli chiedea;
E il lenzuol quasi un mantello
A le membra si avvolgea.
I donzelli ivano. In tanto
Il bel cervo disparí,
E d’un tratto al re da canto
Un corsier nero nitrí.

Nero come un corbo vecchio,
E ne gli occhi avea carboni.
Era pronto l’apparecchio,
Ed il re balzò in arcioni.
Ma i suoi veltri ebber timore
E si misero a guair,
E guardarono il signore
E no ‘l vollero seguir.

In quel mezzo il caval nero
Spiccò via come uno strale,
E lontan d’ogni sentiero
Ora scende e ora sale:
Via e via e via e via,
Valli e monti esso varcò.
Il re scendere vorría,
Ma staccar non se ne può.

Il piú vecchio ed il piú fido
Lo seguia de’ suoi scudieri,
E mettea d’angoscia un grido
Per gl’incogniti sentieri:
– O gentil re de gli Amali,
Ti seguii ne’ tuoi bei dí,
Ti seguii tra lance e strali,
Ma non corsi mai cosí.

Teodorico di Verona,
Dove vai tanto di fretta?
Tornerem, sacra corona,
A la casa che ci aspetta? –
– Mala bestia è questa mia,
Mal cavallo mi toccò:
Sol la Vergine Maria
Sa quand’io ritornerò. –

Altre cure su nel cielo
Ha la Vergine Maria:
Sotto il grande azzurro velo
Ella i martiri covría,
Ella i martiri accoglieva
De la patria e de la fé;
E terribile scendeva
Dio su ‘l capo al goto re.

Via e via su balzi e grotte
Va il cavallo al fren ribelle:
Ei s’immerge ne la notte,
Ei s’aderge in vèr’ le stelle.
Ecco, il dorso d’Apennino
Fra le tenebre scompar,
E nel pallido mattino
Mugghia a basso il tósco mar.

Ecco Lipari, la reggia
Di Vulcano ardua che fuma
E tra i bòmbiti lampeggia
De l’ardor che la consuma:
Quivi giunto il caval nero
Contro il ciel forte springò
Annitrendo; e il cavaliero
Nel cratere inabissò.

Ma dal calabro confine
Che mai sorge in vetta al monte?
Non è il sole, è un bianco crine;
Non è il sole, è un’ampia fronte
Sanguinosa, in un sorriso
Di martirio e di splendor:
Di Boezio è il santo viso,
Del romano senator.

LXXVII.
IL COMUNE RUSTICO

O che tra faggi e abeti erma su i campi
Smeraldini la fredda orma si stampi
Al sole del mattin puro e leggero,
O che foscheggi immobile nel giorno
Morente su le sparse ville intorno
A la chiesa che prega o al cimitero

Che tace, o noci de la Carnia, addio!
Erra tra i vostri rami il pensier mio
Sognando l’ombre d’un tempo che fu.
Non paure di morti ed in congreghe
Diavoli goffi con bizzarre streghe,
Ma del comun la rustica virtú

Accampata a l’opaca ampia frescura
Veggo ne la stagion de la pastura
Dopo la messa il giorno de la festa.
Il consol dice, e poste ha pria le mani
Sopra i santi segnacoli cristiani:
– Ecco, io parto fra voi quella foresta

D’abeti e pini ove al confin nereggia.
E voi trarrete la mugghiante greggia
E la belante a quelle cime là.
E voi, se l’unno o se lo slavo invade,
Eccovi, o figli, l’aste, ecco le spade,
Morrete per la nostra libertà. –

Un fremito d’orgoglio empieva i petti,
Ergea le bionde teste; e de gli eletti
In su le fronti il sol grande feriva.
Ma le donne piangenti sotto i veli
Invocavan la madre alma de’ cieli.
Con la man tesa il console seguiva:

– Questo, al nome di Cristo e di Maria,
Ordino e voglio che nel popol sia. –
A man levata il popol dicea, Sí.
E le rosse giovenche di su ‘l prato
Vedean passare il piccolo senato,
Brillando su gli abeti il mezzodí.

LXXVIII.
SU I CAMPI DI MARENGO

LA NOTTE DEL SABATO SANTO 1175

Su i campi di Marengo batte la luna; fósco
Tra la Bormida e il Tanaro s’agita e mugge un bosco;
Un bosco d’alabarde, d’uomini e di cavalli,
Che fuggon d’Alessandria da i mal tentati valli.

D’alti fuochi Alessandria giú giú da l’Apennino
Illumina la fuga del Cesar ghibellino: [15]
I fuochi de la lega rispondon da Tortona,
E un canto di vittoria ne la pia notte suona:

– Stretto è il leon di Svevia entro i latini acciari:
Ditelo, o fuochi, a i monti, a i colli, a i piani, a i mari.
Diman Cristo risorge: de la romana prole
Quanta novella gloria vedrai dimani, o sole! –

Ode, e, poggiato il capo su l’alta spada, il sire
Canuto d’Hohenzollern pensa tra sé – Morire
Per man di mercatanti che cinsero pur ieri
A i lor mal pingui ventri l’acciar de’ cavalieri! –

E il vescovo di Spira, a cui cento convalli
Empion le botti e cento canonici gli stalli,
Mugola – O belle torri de la mia cattedrale,
Chi vi canterà messa la notte di natale? –

E il conte palatino Ditpoldo, a cui la bionda
Chioma per l’agil collo rose e ligustri inonda,
Pensa – Dal Reno il canto de gli elfi per la bruna
Notte va: Tecla sogna al lume de la luna. –

E dice il magontino arcivescovo – A canto
De la mazza ferrata io porto l’olio santo:
Ce n’è per tutti. Oh almeno foste de l’alpe a’ varchi,
Miei poveri muletti d’italo argento carchi! –

E il conte del Tirolo – Figliuol mio, te domane
Saluterà de l’Alpi il sole ed il mio cane:
Tuoi l’uno e l’altro: io, cervo sorpreso da i villani,
Cadrò sgozzato in questi grigi lombardi piani. –

Solo, a piedi, nel mezzo del campo, al corridore
Suo presso, riguardava nel ciel l’imperatore:
Passavano le stelle su ‘l grigio capo; nera
Dietro garria co ‘l vento l’imperïal bandiera.

A’ fianchi, di Boemia e di Polonia i regi
Scettro e spada reggevano, del santo impero i fregi.
Quando stanche languirono le stelle, e rosseggianti
Ne l’alba parean l’Alpi, Cesare disse – Avanti!

A cavallo, o fedeli! Tu, Wittelsbach, dispiega
Il sacro segno in faccia de la lombarda lega.
Tu intima, o araldo: Passa l’imperator romano,
Del divo Giulio erede, successor di Traiano. –

Deh come allegri e rapidi si sparsero gli squilli
De le trombe teutoniche fra il Tanaro ed il Po,
Quando in cospetto a l’aquila gli animi ed i vessilli
D’Italia s’inchinarono e Cesare passò!

LXXIX.
FAIDA DI COMUNE

Manda a Cuosa in val di Serchio,
Pisa manda ambasciatori:
Del comun di santa Zita
Ivi aspettano i signori. [16]

Ecco vien Bonturo Dati,
Mastro in far baratterie:
Ecco Cino ed ecco Pecchio,
Che spazzarono le vie:

Ecco il Feccia ed ecco il Truglia,
Detti ancor bocche di luccio:
Il miglior di tutti è Nello,
Merciaiuol popolaruccio.

Tutti a nuovo in bell’arnese,
Co ‘l mazzocchio e con la spada:
Il fruscío de le lor séte
Empie tutta la contrada.

Il fruscío de le lor séte
Chiama il popolo a raccolta:
Gran dispregio han su le ciglia:
Parlan tutti in una volta.

Ma Banduccio di Buonconte,
Grave d’anni e piú di gloria
(Tre ferite ebbe di punta,
Due di mazza a la Meloria),

Stando a capo de i pisani,
Come vecchio e maggior deve,
Fatto pria cenno d’onore,
Cosí disse onesto e breve:

– Vincitori sí, ma stanchi
Di contese e cristïani,
Noi veniamo a segnar pace
Co’ lucchesi, noi pisani.

Render Buti, Avane, Asciano,
Prometteste: or ce li date.
E viviam, fratelli, in pace,
Se viviamo in libertate. –

Qui Bonturo si fa innanzi
Tra i lucchesi ambasciatori
Di tre passi, e parla adorno
Con retorici colori.

– Bel castello è Avane, e corte
Fu de i re d’Italia un giorno.
Vi si sente a mezza notte
Pe’ querceti un suon di corno.

Vi si sente a mezza notte
La real caccia stormire,
Dietro ad una lepre nera
Un caval nero annitrire.

Perché Astolfo longobardo
D’una lepre ebbe contesa
Con l’abate Sighinulfo,
Qual de’ due l’avesse presa:

Onde il re venuto in ira
Trasse in faccia al santo abate
Una mazza, e tutte gli ebbe
Le mascelle sgretolate.

Gran ricordi, e, come a seggio
Di marchese, a Lucca grati.
Pure Avane ed i suoi boschi
Noi vogliam che vi sian dati.

Brutto borgo è Buti: a valle
Tra le rocce grige e ignude
Il Riomagno brontolando
Va di Bientina al palude.

Ma su alto oh come belli
D’ubertà ridono i clivi,
Ma su alto oh come lieti
Ne l’april svarian gli ulivi!

Bacchian li uomini le rame,
Le fanciulle fan corona,
E di canti la collina
E di canti il pian risona,

Mentre pregni d’abondanza
Ispumeggiano i frantoi
Scricchiolando. Il ricco Buti
Noi cediam, pisani, a voi.

Ma d’Asciano in van pensate:
Quando a voi lo conquistammo,
Su le torri del castello
Quattro specchi ci murammo,

A ciò che le vostre donne,
Quando uscite a dameggiare,
Negli specchi dei lucchesi
Le si possan vagheggiare. –

E qui surse tra i lucchesi
Uno sconcio suon di risa.
A i pugnali sotto i panni
Miser mano quei di Pisa.

Ma Banduccio di Buonconte
Con un cenno di comando
Frenò l’ire, e, su i lucchesi
Fieramente riguardando,

– Otto giorni – disse, e tese
Contro Lucca avea le mani, –
E vedrete quali specchi
Han le donne de i pisani. –

Sette giorni: e a Pisa, in ponte,
Tra gli albor crepuscolari,
Era accesa una candela
Di sol dodici denari.

Stava presso la candela,
Tremolante nel bagliore,
Co’ pennoni del comune
A cavallo un banditore.

E sonava a piú riprese
De la tromba, e urlava forte:
– Viva il popolo di Pisa
A la vita ed a la morte!

Cittadini di palagio,
Mercatanti e buoni artieri;
E voi conti di Maremma
Da i selvatici manieri;

Voi di Corsica visconti,
Voi marchesi de’ confini;
Voi che re siete in Sardegna
Ed in Pisa cittadini;

Voi che in volta dal levante
Maïnaste or or la vela:
Pria che arrossi la Verruca
E si spenga la candela,

Fuori porta del Parlascio,
Su, correte arditamente!
Su, su, popolo di Pisa,
Cavalieri e buona gente!

Fuori porta del Parlascio,
Con gran cuore, a lancia e spada!
Uguccion de la Faggiola
Messo ha in punto la masnada.

Tutto ferro l’ampio busto,
Ed il grande capo ignudo,
Sta su ‘l grande caval bianco
E imbracciato ha il grande scudo,

Che ben quattro partigiane
Regge, e, come fosser ceci,
De’ lucchesi i verrettoni
Regge infitti a dieci a dieci. –

Cosí grida il banditore,
E la gente accorre armata.
Va co ‘l sole di novembre,
Va la fiera cavalcata.

Va per grige irsute stoppie
Da la brina inargentate,
Va per languidi oliveti,
Va per vigne dispogliate.

Forte odora per le ville
La vendemmia già matura:
Ahi, quest’anno san Martino
Dà la mala svinatura!

O lucchesi, il vostro santo
Non è piú, mi par, con voi.
Il pisan cacciasi avanti
Contadini e carri e buoi,

E battendo ed uccidendo
Corre il misero paese;
Fugge innanzi a quella furia,
Fugge il popolo lucchese.

Cosí giunge a San Friano
La feroce cavalcata.
Lucca dietro le sue torri
Teme l’ultima giornata.

I pisani oltre le mura
Gittan faci e verrettoni.
– Togli su, pantera druda,
Togli su questi bocconi.

Tali specchi, o Lucca bella,
Pisa manda a le tue donne. –
E rizzaron su la porta
Due lunghissime colonne;

E due specchi in vetta in vetta,
Grandi e grossi come bótti,
V’appiccarono: ed intorno
Menan balli e dicon motti.

Ma Tigrin de la Sassetta,
Faccia ed anima cattiva,
Trasse a corsa pe’ capelli
Un lucchese che fuggiva,

E la spada per le reni
Una volta e due gli fisse;
Tinse il dito entro quel sangue,
Su la porta cosí scrisse:

– Manda a te, Bonturo Dati,
Che i lucchesi hai consigliati,
Da la porta a San Friano
Questo saluto il popolo pisano. –

LXXX.
NINNA NANNA DI CARLO V.

In Brusselle, a l’ostel, sola soletta,
Di tre giovini sposi vedovetta,
Sta Margherita d’Austria; e s’affretta
Una camicia bianca ad agucchiare.

A lei da canto il nipotino in culla
Con un magro levriero si trastulla:
Ha le mascelle a guisa di maciulla,
Cascante il labbro sotto; e infermo pare.

Di maligna caligine velate
Intorno a lui si volgono tre fate,
E del mal di tre secoli beate
Tessono intorno a lui questo cantare.

– Salve, o fanciul da la faccia cagnazza:
Salve, o figliuol di Giovanna la pazza:
Salve, o pollone de la mista razza
Che dee la terra cristiana aduggiare. [17]

La discordia de i sangui per tre rivi
E il bulicame de i pensier cattivi
E l’accidia de gl’impeti mal vivi
Sale nel tuo cervello a fermentare. –

Poi l’una: – Io son la furia di Borgogna
Che nulla attinge e tutto il mondo agogna.
Io trassi il Temerario con vergogna
Nel toro d’Uri indomito a cozzare.

E boccon giacque, corpo dispogliato,
Tra i ghiacciuoli d’un lago innominato.
Questo l’augurio il simbolo ed il fato
Che lo tuo regno segua in terra e in mare. –

– La vertigine io son – quell’altra dice –
Che tragge Max di pendice in pendice
Per l’alpe del Tirolo: e l’infelice,
Seguendo me, dismenta l’accattare.

Hallalí, hallalí, gente d’Habsburgo! [18]
Ad una caccia eterna io con te surgo;
Poi nel sangue de i popoli mi purgo,
E nel tuo, dal travaglio del cacciare. –

– Ed io son la pazzia – la terza fata
Dice -, e son de la morte innamorata:
La bara per il talamo ho scambiata,
E sol nel cataletto io posso amare.

Non odi tu Giovanna che si lagna?
T’aspetto a Yust. Vuo’, sotto il ciel di Spagna,
Perché la razza tua meco rimanga,
Il mostruoso Escurïal murare. –

Poi tutt’e tre – Nel cuor tuo brabanzone
Il mezzogiorno ed il settentrïone
Saran con torbid’impeti a tenzone,
Per poi in calma livida fiaccare.

O primo ereditario imperatore,
O primo d’Eüropa accentratore,
Su ‘l vecchio tempo che libero muore
Vien’ la rete dinastica a gettare.

Su ‘l nuovo tempo che libero nasce,
A cui Lutero dislaccia le fasce
E di midolla di pensier lo pasce,
Vien’ la rete ecclesiastica a gettare.

E tu, Margotta, cucitrice ardita,
Che in fretta meni su e giú le dita,
La camicia di Nesso è ancor finita?
Presto! vogliam l’Europa imbavagliare. –

LXXXI.
A VITTORE HUGO

(XXVII FEBBRAIO MDCCCLXXXI).

Da i monti sorridenti nel sole mattutino
Scende l’epos d’Omero, che va fiume divino
Popolato di cigni pe ‘l verde asiaco pian.
Sorge aspra la tragedia d’Eschilo nel fatale
Orror, fuma e lampeggia, e freme e tuona, quale
Sovra il mar di Sicilia per la notte un vulcan.

L’ode olimpia di Pindaro, aquila trïonfale,
Distende altera e placida il remeggio de l’ale
Nel fulgente meriggio su i fòri e le città.
Tra quei libri di canti, nel mio studio, o Vittore,
La tua canuta effige, piegata nel dolore
La profetica testa su la man destra, sta.

Pensi i figli o la patria? pensi il dolore umano?
Non so; ma quando, o vate, raccolgo in quell’arcano
Dolore gli occhi e il cuor,
Scordo i miei danni antichi, scordo il recente danno,
E rammemoro gli anni che fûro e che saranno
E ciò che mai non muor.

Colsi per l’Appia via sur un tumulo ignoto
E posi a la tua fronte, segnacol del mio vóto,
Un ramuscel d’allòr.
Poeta, a te il trionfo su la forza e su ‘l fato!
Poeta, co ‘l lucente piede tu hai calcato
Impero e imperator!

Chi novera a te gli anni? che cosa è a te la vita?
Tu di Gallia e di Francia sei l’anima infinita,
Che al tuo gran cuor s’accolse per i secoli a vol.
In te l’urlo de’ nembi su la britanna duna,
E i sogni de’ normanni piani al lume di luna,
E l’ardor del granito di Pirene erto al sol.

In te la vendemmiante sanità borgognona,
Il genio di Provenza che armonie greche suona,
L’estro che Marna e Senna gallico limitò.
Tu vedevi i tettòsagi carri al grand’Ilio intorno, [19]
Udivi in Roncisvalle del franco Orlando il corno,
Ragionavi a Goffredo a Baiardo a Marceau.

Come quercia druidica sta il tuo fatal lavoro.
Biancovestite muse taglian con falce d’oro
Del sacro visco il fior.
Da’ soleggiati rami pendon l’armi de gli avi,
Pendon l’arpe de’ bardi; ma l’usignol ne’ cavi
Scudi canta d’amor.

Danzan le figlie a l’ombra, del maggio tra i susurri,
E i fanciulletti guardan con i grandi occhi azzurri,
Sparsi i capelli d’òr;
Però ch’ardua la vetta si perde ne la sera,
E vi passa per entro co’ lampi e la bufera
Il dio vendicator.

Poeta, su ‘l tuo capo sospeso ho il tricolore
Che da le spiaggie d’Istria da l’acqua di Salvore
La fedele di Roma, Trieste, mi mandò.
Poeta, la Vittoria di Brescia a te d’avante
Ne la parete dice – Qual nome e qual fiammante
Anno nel sempiterno clipeo descriverò? –

Passan le glorie come fiamme di cimiteri,
Come scenari vecchi crollan regni ed imperi:
Sereno e fiero arcangelo move il tuo verso e va.
Canta a la nuova prole, o vegliardo divino,
Il carme secolare del popolo latino;
Canta al mondo aspettante, Giustizia e Libertà.

VII.

ÇA IRA

LXXXII.

Lieto su i colli di Borgogna splende
E in val di Marna a le vendemmie il sole:
Il riposato suol piccardo attende
L’aratro che l’inviti a nuova prole. [20]

Ma il falcetto su l’uve iroso scende
Come una scure, e par che sangue cóle:
Nel rosso vespro l’arator protende
L’occhio vago a le terre inculte e sole,

Ed il pungolo vibra in su i mugghianti
Quasi che l’asta palleggiasse, e afferra
La stiva urlando: Avanti, Francia, avanti!

Stride l’aratro in solchi aspri: la terra
Fuma: l’aria oscurata è di montanti
Fantasimi che cercano la guerra.

LXXXIII.

Son de la terra faticosa i figli
Che armati salgon le ideali cime,
Gli azzurri cavalier bianchi e vermigli
Che dal suolo plebeo la Patria esprime.

E tu, Kleber, da gli arruffati cigli,
Leon ruggente ne le linee prime;
E tu via sfolgorante in tra i perigli,
Lampo di giovinezza, Hoche sublime.

Desaix che elegge a sé il dovere e dona
Altrui la gloria, e l’onda procellosa
Di Murat che s’abbatte a una corona;

E Marceau che a la morte radïosa
Puro i suoi ventisette anni abbandona
Come a le braccia d’arridente sposa.

LXXXIV.

Da le ree Tuglierí di Caterina
Ove Luigi inginocchiossi a i preti,
E a’ cavalier bretanni la regina
Partía sorrisi lacrime e segreti,

Tra l’afosa caligin vespertina
Sorge con atti né tristi né lieti
Una forma, ed il fuso attorce e china,
E con la rócca attinge alta i pianeti.

E fila e fila e fila. Tutte sere
Al lume de la luna e de le stelle
La vecchia fila, e non si stanca mai.

Brunswick appressa, e in fronte a le sue schiere
La forca; e ad impiccar questa ribelle
Genía di Francia ci vuol corda assai!

LXXXV.

L’un dopo l’altro i messi di sventura
Piovon come dal ciel. Longwy cadea.
E i fuggitivi da la resa oscura
S’affollan polverosi a l’Assemblea.

– Eravamo dispersi in su le mura:
A pena ogni due pezzi un uom s’avea:
Lavergne disparí ne la paura:
L’armi fallían. Che piú far si potea? –

– Morir – risponde l’Assemblea seduta.
Goccian per que’ rïarsi volti strane
Lacrime: e parton con la fronte bassa.

Grande in ciel l’ora del periglio passa,
Batte con l’ala a stormo le campane:
O popolo di Francia, aiuta, aiuta!

LXXXVI.

Udite, udite, o cittadini. Ieri
Verdun a l’inimico aprí le porte:
Le ignobili sue donne a i re stranieri
Dan fiori e fanno ad Artois la corte,

E propinando i vin bianchi e leggeri
Ballano con gli ulani e con le scorte.
Verdun, vile città di confettieri,
Dopo l’onta su te caschi la morte!

Ma Beaurepaire il vivere rifiuta
Oltre l’onore, e gitta ultima sfida
L’anima a i fati a l’avvenire e a noi.

La raccolgon dal ciel gli antichi eroi,
E la non nata ancor gente ci grida:
“O popolo di Francia, aiuta, aiuta!”

LXXXVII.

Su l’ostel di città stendardo nero [21]
– Indietro! – dice al sole ed a l’amore:
Romba il cannone, nel silenzio fiero,
Di minuto in minuto ammonitore.

Gruppo d’antiche statue severo
Sotto i nunzi incalzantisi con l’ore
Sembra il popolo: in tutti uno il pensiero
– Perché viva la patria, oggi si muore. –

In conspetto a Danton, pallido, enorme,
Furie di donne sfilano, cacciando
Gli scalzi figli sol di rabbia armati.

Marat vede ne l’aria oscure torme
D’uomini con pugnali erti passando,
E piove sangue donde son passati.

LXXXVIII.

Una bieca druidica visione
Su gli spiriti cala e gli tormenta:
Da le torri papali d’Avignone
Turbine di furor torbido venta.

O passïon degli Albigesi, o lenta
De gli Ugonotti nobil passïone,
Il vostro sangue bulica e fermenta
E i cuori inebria di perdizïone.

Ecco la pena e il tribunale orrendo
Che d’ombra immane il secol novo impronta!
Oh, sei la Francia tu, bianca ragazza

Che su ‘l tremulo padre alta sorgendo
A espïare e salvar bevi con pronta
Mano il sangue de’ tuoi da piena tazza?

LXXXIX.

Gemono i rivi e mormorano i venti
Freschi a la savoiarda alpe natia.
Qui suon di ferro, e di furore accenti:
– Signora di Lamballe, a l’Abbadia.-

E giacque, tra i capelli aurei fluenti,
Ignudo corpo in mezzo de la via;
E un parrucchier le membra anco tepenti
Con sanguinose mani allarga e spia.

– Come tenera e bianca, e come fina!
Un giglio il collo e tra mughetti pare
Garofano la bocca piccolina.

Su, co’ begli occhi del color del mare,
Su ricciutella, al Tempio! A la regina
Il buon dí de la morte andiamo a dare. –

XC.

Oh non mai re di Francia al suo levare
Tale di salutanti ebbe un drappello!
La fósca torre in quel tumulto pare
Sperso nel mezzodí notturno uccello.

Ivi su ‘l medio evo il secolare
Braccio discese di Filippo il Bello,
Ivi scende de l’ultimo Templare
Su l’ultimo Capeto oggi l’appello.

Ecco, mugge l’orribile corteo:
La fiera testa in su la picca ondeggia,
E batte a le finestre. Ed il re prono

Da le finestre de la trista reggia
Guarda il popolo, e a Dio chiede perdono
De la notte di San Bartolommeo.

XCI.

Al calpestío de’ barbari cavalli
Ne l’avel si svegliò dunque Baiardo?
E su le dolci orleanesi valli
La Pulcella rileva il suo stendardo?

Da l’Alta Sona e dal ventoso Gardo
Chi vien cantando a i mal costrutti valli
Sbarrati di tronchi alberi? È il gagliardo
Vercingetorix co’ suoi rossi Galli?

No: Dumouriez, la spia, nel cuor riscuote
Il genio di Condé: sopra la carta
Militare uno sguardo acceso lancia,

Ed una fila di colline ignote
Additando – Ecco – dice -, o nuova Sparta,
Le felici Termopile di Francia. –

XCII.

Su i colli de le Argonne alza il mattino
Brumoso, accidïoso e lutolento.
Il tricolor bagnato in su ‘l mulino
Di Valmy chiede in vano il sole, e il vento.

Sta, sta, bianco mugnaio. Oggi il destino
Per l’avvenire macina l’evento,
E l’esercito scalzo cittadino
Dà co ‘l sangue a la ruota il movimento.

– Viva la patria – Kellermann, levata
La spada in tra i cannoni, urla, serrate
De’ sanculotti l’epiche colonne.

La marsigliese tra la cannonata
Sorvola, arcangel de la nova etate,
Le profonde foreste de le Argonne.

XCIII.

Marciate, o de la patria incliti figli,
De i cannoni e de’ canti a l’armonia:
Il giorno de la gloria oggi i vermigli
Vanni a la danza del valore apria.

Ingombra di paura e di scompigli
Al re di Prussia è del tornar la via:
Ricaccia gli emigrati a i vili esigli
La fame il freddo e la dissenteria.

Livido su quel gran lago di fango
Guizza il tramonto, i colli d’un modesto
Riso di sole attingono la gloria.

E da un gruppo d’oscuri esce Volfango
Goethe dicendo: Al mondo oggi da questo
Luogo incomincia la novella storia. [22]

VIII.

XCIV.
LA FIGLIA DEL RE DEGLI ELFI

da Stimmen der Völker di GOTTFR. V. HERDER

Cavalca sir Òluf la notte lontano
Per fare gl’inviti, ch’è sposo diman.
Or danzano gli elfi su ‘l bel verde piano:
La donna de gli elfi gli stende la man.

– Ben venga sir Òluf! Perché vuoi scappare?
Vien dentro nel cerchio: vien, balla con me. –
– Ballare non devo, non posso ballare:
È giorno di nozze dimani per me. –

– Se meco tu balli, scudiero gentile,
Due d’oro speroni donare io ti vo’,
Ed una camicia di seta, sottile,
Che al lume di luna mia madre imbiancò. –

– Ballare non posso, non devo ballare:
È giorno di nozze dimani per me. –
– Sir Òluf, ascolta: ti voglio donare
Un cumulo d’oro, se balli con me. –

– Il cumulo d’oro ben venga; ma poi
Ballare non posso, ché ho nozze diman. –
– Se meco, sir Òluf, ballare non vuoi,
Il morbo e il contagio ti accompagneran. –

E un colpo gli batte leggero su ‘l cuore:
Tal doglia sir Òluf piú mai non sentí.
Poi bianco il rialza su ‘l suo corridore:
– Ritorna a la sposa, ritorna cosí. –

E quando a la porta di casa egli venne,
Sua madre al vegnente guardò con terror:
– Ascolta, figliuolo: di’ su, che t’avvenne?
Perché cosí smorto? che è quel pallor? –

– Come esser non debbo sí pallido e smorto?
Nel regno de gli elfi m’avvenne d’entrar. –
– Figliuolo, la sposa sarà qui di corto:
Che devo a la sposa, figliuolo, contar? –

– Le di’ che a sollazzo cammino pe ‘l bosco
Con cane e cavallo, provandolo al fren. –
Ed ecco (il mattino tremava ancor fósco)
La sposa e l’allegro corteggio ne vien.

Recavano cibi, recavano vino.
– Ov’è il mio sir Òluf? lo sposo dov’è? –
– Usciva a sollazzo pe ‘l bosco vicino
Con cane e cavallo, verrà presto a te. –

La sposa una rossa cortina solleva,
E morto lí dietro sir Òluf giaceva.

XCV.
IL RE DI TULE

Dalle Ballate di W. GOETHE

Fedel sino a l’avello
Egli era in Tule un re:
Morí l’amor suo bello,
E un nappo d’òr gli diè.

Nulla ebbe caro ei tanto,
E sempre quel vuotò:
Ma gli sgorgava il pianto
Ognor ch’ei vi trincò.

Venuto a l’ultim’ore
Contò le sue città:
Diè tutto al successore,
Ma il nappo d’òr non già.

Ne l’aula de gli alteri
Suoi padri a banchettar
Sedé tra i cavalieri
Nel suo castello al mar.

Bevé de la gioconda
Vita l’estremo ardor,
E gittò il nappo a l’onda
Il vecchio bevitor.

Piombar lo vide, lento
Empiersi e sparir giú;
E giú gli cadde spento
L’occhio e non bevve piú.

XCVI.
I TRE CANTI

dalle Ballate di L. UHLAND

Re Sifrido tien corte. – Arpeggiatori,
Il piú bel canto qual di voi mi sa? –
E un giovinetto esce di schiera fuori
Snello: in man l’arpa, spada al fianco egli ha.

– Tre canti, o re, so io. Del primo è spento
Da tempo ogni ricordo entro il tuo cor:
Tu m’hai morto il fratello a tradimento;
Tu m’hai morto il fratello, o traditor.

L’altro canto una notte, e urlava forte
Il turbine, una notte ebbi a pensar:
Tu hai da pugnar meco a vita e morte,
A vita e morte hai meco da pugnar. –

E appoggia l’arpa al tavolo; e già fuore
Tratte han le spade arpeggiatore e re:
Pugnano a lungo con fiero fragore
Fin che cade ne l’alta sala il re.

– Or canto il terzo, il canto mio piú vago,
Né mai stanco a ridirlo mi farà.
Giace Sifrido re nel rosso lago
Del sangue suo, morto nel sangue sta. –

XCVII.
LA TOMBA NEL BUSENTO

Dalle Ballate di A. V. PLATEN

Cupi a notte canti suonano
Da Cosenza su ‘l Busento,
Cupo il fiume gli rimormora
Dal suo gorgo sonnolento.

Su e giú pe ‘l fiume passano
E ripassano ombre lente:
Alarico i Goti piangono,
Il gran morto di lor gente.

Ahi sí presto e da la patria
Cosí lungi avrà il riposo,
Mentre ancor bionda per gli ómeri
Va la chioma al poderoso!

Del Busento ecco si schierano
Su le sponde i Goti a pruova,
E dal corso usato il piegano
Dischiudendo una via nuova.

Dove l’onde pria muggivano,
Cavan, cavano la terra;
E profondo il corpo calano,
A cavallo, armato in guerra.

Lui di terra anche ricoprono
E gli arnesi d’òr lucenti:
De l’eroe crescan su l’umida
Fossa l’erbe de i torrenti!

Poi, ridotto a i noti tramiti,
Il Busento lasciò l’onde
Per l’antico letto valide
Spumeggiar tra le due sponde.

Cantò allora un coro d’uomini:
– Dormi, o re, ne la tua gloria!
Man romana mai non vïoli
La tua tomba e la memoria! –

Cantò, e lungo il canto udivasi
Per le schiere gote errare:
Recal tu, Busento rapido,
Recal tu da mare a mare.

XCVIII.
IL PASSO DI RONCISVALLE

Dallo spagnolo e dal portoghese [23]

– Fermi, fermi, cavalieri,
Ché il re mandavi a contar. –
E contarono e contarono,
Uno sol venne a mancar:
Era questi don Beltrano
Sí gagliardo a battagliar.
Là ne’ campi d’Alventosa
Tutti a dosso a lui serrâr:
Sol de’ monti al tristo passo
Lo poterono ammazzar.

Tiran sette volte a sorte
Chi dovesse irlo a cercar.
Su ‘l buon vecchio di suo padre
Tutt’e sette ricascâr:
Le tre fu la rea fortuna,
Quattro fu malvagità.
Volge la briglia al cavallo,
A l’amara cerca va:
Va la notte per la strada,
Per la selva il giorno va.

Vanne il vecchio e seco piange,
Cheto piange ne l’andar,
A i pastori dimandando
Se han veduto indi passar
Cavaliere d’armi bianche
Sur un sauro a cavalcar.
– Cavaliere d’armi bianche
Sur un sauro a cavalcar
Non vedemmo in queste parti,
Non vedemmo alcun passar. –

E cavalca via e cavalca
Fin che giunge a Roncisval.
Fra la strage va il vegliardo,
Fra la strage lento va:
Tanto volta e volta i morti
Che le braccia stracche n’ha:
Non ritrova quel che cerca,
E né meno il suo segnal:
I francesi vide tutti,
Ma non vide don Beltran.

Malediva, andando, il vino:
Malediva, andando, il pan,
Quel che mangia il saracino
E non quello del cristian.
Malediva arbor che nasce
Solo a i campi senza ugual,
Ché del ciel tutti gli uccelli
Vi si vengono a posar,
Né di rami né di foglie
Non lo lascian rallegrar.

Maledía cavalier ch’usi
Senza paggio cavalcar:
Se gli cade in via la lancia,
Non ha uno a raccattar;
Se gli cade in via lo sprone,
Non ha uno a ricalzar.
Malediva anche la donna
Che un sol figlio seppe far:
Se l’uccidono i nemici,
Non ha uno a vendicar.

A l’uscir del pian sabbioso,
D’una gola in su l’entrar,
Vide un moro a una bertesca
Solo e ritto a vigilar.
Gli parlò l’araba lingua,
Come quei che ben la sa:
– Moro, prègoti per Dio:
Moro, dimmi in verità:
Cavaliere d’armi bianche
Vedestú passar di qua?

Lo vedesti a notte bruna
O del gallo su ‘l cantar?
Ché se tu lo tieni preso,
Peso d’oro te ‘n vo’ dar:
Ché se tu lo tieni morto,
Rendimel per sotterrar;
Poi che corpo senza l’alma
Un denaro piú non val. –
– Dimmi, amico, il cavaliere
Dimmi tu, che segni ha? –

– Le sue armi sono bianche,
Ed è sauro il suo caval.
Ne la guancia destra ha un segno
Che un sparvier lasciato gli ha:
Lo beccò ch’era bambino,
E ne porta anche il segnal.
Su la punta de la lancia
Leva un candido zendal:
Ricamòglielo la dama
Tutto di punto real. –

– Questo cavaliere, amico,
In quel prato morto sta:
Ha le gambe dentro l’acqua,
Ne la rena il corpo egli ha.
Sette punte egli ha nel petto,
Non si sa qual piú mortal;
Ché per l’una gli entra il sole,
La luna per l’altra va,
Ne la piú piccola stavvi
L’avvoltoio a divorar. –

– Non do colpa al mio figliuolo,
Né vo’ a’ Mori colpa dar;
Do la colpa al suo cavallo,
Che no ‘l seppe ritornar. –
O miracol! chi ‘l direbbe,
Chi ‘l potrebbe raccontar?
Il cavallo mezzo morto
Cosí prese a favellar:
– Non mi dare a me la colpa,
Che no ‘l seppi ritornar.

Ben tre volte trassi a dietro
Per poterlo in salvo trar:
Tre mi diè di sprone e briglia
Pe ‘l desio di battagliar,
E tre apersemi le cigne,
Allargommi il pettoral:
A la terza caddi a terra
Con questa piaga mortal. –

XCIX.
GHERARDO E GAIETTA

Dalle Romanze in francese antico pubbl. da K. BARTSCH

Sabato sera in fin di settimana
Gaietta e Orior sua sorella germana
Van per mano a bagnarsi a la fontana.
Soffi il vento, crolli la rama:
Dolce dorme chi ben s’ama.

Scudier Gherardo vien da la quintana,
Scorta ha Gaietta sopra la fontana,
Tra le braccia la tien soave e piana.
Soffi il vento, crolli la rama:
Dolce dorme chi ben s’ama.

– Quando tu avrai tratto de l’acqua, Oriore,
Tórnati a dietro: io sto co ‘l mio signore,
Che ben m’ha presa, e co ‘l suo dritto amore. –
Soffi il vento, crolli la rama:
Dolce dorme chi ben s’ama.

Ora se ‘n va bianca e smarrita Oriore,
Piange de gli occhi, sospira del core,
Ché non rimena Gaia e n’ha dolore.
Soffi il vento, crolli la rama:
Dolce dorme chi ben s’ama.

– Lassa – Orior dice – ed in mal’ora nata!
Mia sorella lasciai ne la vallata;
Gherardo al suo paese l’ha menata. –
Soffi il vento, crolli la rama:
Dolce dorme chi ben s’ama.

Scudier Gherardo e a lui Gaia abbracciata
La via per la città han seguitata:
Come vi venne, tosto l’ha sposata.
Soffi il vento, crolli la rama:
Dolce dorme chi ben s’ama.

C.
LA LAVANDAIA DI SAN GIOVANNI

Dal Romancero Castellano

Mi levai per San Giovanni,
Ch’era il sole per levar:

Vidi, o madre, una fanciulla
Sola sola in riva al mar.

Lava, attorce, e in un rosaio
Stende i panni a rasciugar.

Mentre i panni il sol rasciuga,
La fanciulla canta al mar:

– Dove, l’amor mio, dove,
Dove l’anderò a cercar? –

Su dal mare, giú dal mare,
Va dicendo il suo cantar:

Pettin d’oro ha ne le mani,
La sua chioma a pettinar.

– Dimmi tu, bel marinaio,
Cosí Dio ti voglia aitar,

Se l’hai visto l’amor mio,
Se l’hai visto là passar. –

CI.
IL PELLEGRINO DAVANTI A SANT JUST

Dalle Ballate di A. V. PLATEN

È notte, e il nembo urla piú sempre e il vento.
Frati spagnoli, apritemi il convento.

Lasciatemi posar sino a i divini
Misteri e al suon de’ bronzi matutini.

Datemi allor quel che potete dare;
Date una bara ed uno scapolare,

Date una cella e la benedizione
A chi di mezzo mondo era padrone.

Questo capo a la chierca apparecchiato
Fu di molte corone incoronato.

Questo a le rozze lane ómero inchino
Levossi imperïal ne l’ermellino.

Or morto in vista pria che in cimitero
Ruino anch’io come l’antico impero.

CII.
CARLO I

Dal Romancero di H. HEINE

Cupo e solo, nel bosco, a la capanna
Del carbonaio, il re sedeva un dí:
A la culla sedea, la ninna nanna
Ei brontolava al pargolo cosí.

– Ninna nanna! Che cosa si rimescola
Ne la paglia? perché bela l’ovil?
Tu porti il segno in fronte, e ridi orribile
In mezzo al sonno, o bambolo gentil.

Il gatto è morto, ninna nanna! In fronte
Tu il segno porti: crescerai d’età,
E brandirai la scure, uom fatto: al monte
Treman le querce e ne la selva già.

Sparí del carbonar l’antica fede:
Del carbonaro il figlio, ecco, su vien:
Nel buon Dio, ninna nanna, ei piú non crede,
E nel re, ninna nanna, ancora men.

Il gatto è morto, e i topi allegramente
Ballan d’intorno: il dí lungi non è
Che diverremo favola a la gente,
Dio nel ciel, ninna nanna, e in terra io re.

Ahi mi cade il coraggio, e fuor di spene
Io mi sento malato ogni dí piú!
Ninna nanna, lo so, lo veggo bene:
Carbonaietto, il mio boia sei tu.

È ninna nanna a te l’oscuro e lento
Salmo di morte a me. Cresci a tagliar
Questi grigi cernecchi: al collo, ahi, sento
Il freddo de le forbici strisciar.

Ninna nanna! qualcosa ne la paglia
Si rimescola: il regno hai preso tu!
Or via dal vecchio tronco abbatti e scaglia
Questo mio capo: il gatto è morto: giú.

Ninna nanna! la paglia si rimescola,
Belan le capre ne lo stabbio pien,
Il gatto è morto e i topolini ballano.
Dormi, boietto mio, dormi per ben! –

CIII.
L’IMPERATORE DELLA CINA

Da Zeitgedichte di H. HEINE

Mio padre era un balordo astemio Cesare,
Un sornïone in trono:
Io bevo la mia zozza, ed un magnanimo
Imperatore io sono. [24]

Oh magica bevanda, indovinata
Dal mio paterno core!
Io bevo la mia zozza, e si dilata
La Cina tutta in fiore.

Il mio regno del centro apre e si spampana
Come un bocciuol di rosa.
Io quasi quasi un uom divento, e gravida
Si trova la mia sposa.

È una cuccagna! I moribondi in festa
Dànno calci a le bare:
Del mio Confucio imperïal la testa
Annaspa idee piú chiare.

A’ miei prodi soldati il pan di segala
Diventa mandorlato,
E gli straccioni de l’impero marciano
Tutti in seta e in broccato.

Quegli invalidi frolli, quelle ignude
Zucche de’ mandarini,
Ripigliano il vigor di gioventude
E scuotono i codini.

Compiuta è al fin la gran pagoda, mistico
Asil di fede e imago:
Già gli ultimi giudei vi si battezzano
E han l’ordine del drago.

Posa ogni senso di ribellïone,
E gridano i Mansciú:
– Noi non vogliam la costituzïone,
Noi vogliamo il kansciú,

Vogliam la verga! – Il medico di corte
Fa gli occhi spaventati.
Esculapio, io vo’ ber fino a la morte
Per il ben de’ miei stati.

E zozza ancora! e zozza ancora! un gócciolo
Ancor di questa manna!
Il mio popol, vedete, è in visibilio,
E canta Osanna osanna!

CIV.
I TESSITORI

Da Zeitgedichte di H. HEINE

Non han ne gli sbarrati occhi una lacrima,
Ma digrignano i denti e a’ telai stanno.
– Tessiam, Germania, il tuo lenzuolo funebre,
E tre maledizion l’ordito fanno.
Tessiam, tessiam, tessiamo!

Maledetto il buon Dio! Noi lo pregammo
Ne le misere fami, a i freddi inverni:
Lo pregammo, e sperammo, ed aspettammo:
Egli, il buon Dio, ci sazïò di scherni.
Tessiam, tessiam, tessiamo!

E maledetto il re! de i gentiluomini,
De i ricchi il re, che viscere non ha:
Ei ci ha spremuto infin l’ultimo pícciolo,
Or come cani mitragliar ci fa.
Tessiam, tessiam, tessiamo!

Maledetta la patria, ove alta solo
Cresce l’infamia e l’abominazione!
Ove ogni gentil fiore è pesto al suolo,
E i vermi ingrassa la corruzïone.
Tessiam, tessiam, tessiamo!

Vola la spola ed il telaio scricchiola,
Noi tessiamo affannosi e notte e dí:
Tessiam, vecchia Germania, il lenzuol funebre
Tuo, che di tre maledizion s’ordí.
Tessiam, tessiam, tessiamo!

IX.

CV.
CONGEDO

Il poeta, o vulgo sciocco,
Un pitocco
Non è già, che a l’altrui mensa
Via con lazzi turpi e matti
Porta i piatti
Ed il pan ruba in dispensa.

E né meno è un perdigiorno
Che va intorno
Dando il capo ne’ cantoni,
E co ‘l naso sempre a l’aria
Gli occhi svaria
Dietro gli angeli e i rondoni.

E né meno è un giardiniero
Che il sentiero
De la vita co ‘l letame
Utilizza, e cavolfiori
Pe’ signori
E vïole ha per le dame.

Il poeta è un grande artiere,
Che al mestiere
Fece i muscoli d’acciaio:
Capo ha fier, collo robusto,
Nudo il busto,
Duro il braccio, e l’occhio gaio.

Non a pena l’augel pia
E giulía
Ride l’alba a la collina,
Ei co ‘l mantice ridesta
Fiamma e festa
E lavor ne la fucina;

E la fiamma guizza e brilla
E sfavilla
E rosseggia balda audace,
E poi sibila e poi rugge
E poi fugge
Scoppiettando da la brace.

Che sia ciò, non lo so io;
Lo sa Dio
Che sorride al grande artiero.
Ne le fiamme cosí ardenti
Gli elementi
De l’amore e del pensiero

Egli gitta, e le memorie
E le glorie
De’ suoi padri e di sua gente.
Il passato e l’avvenire
A fluire
Va nel masso incandescente.

Ei l’afferra, e poi del maglio
Co ‘l travaglio
Ei lo doma su l’incude.
Picchia e canta. Il sole ascende,
E risplende
Su la fronte e l’opra rude.

Picchia. E per la libertade
Ecco spade,
Ecco scudi di fortezza:
Ecco serti di vittoria
Per la gloria,
E diademi a la bellezza.

Picchia. Ed ecco istorïati
A i penati
Tabernacoli ed al rito:
Ecco tripodi ed altari,
Ecco rari
Fregi e vasi pe ‘l convito.

Per sé il pover manuale
Fa uno strale
D’oro, e il lancia contro ‘l sole:
Guarda come in alto ascenda
E risplenda,
Guarda e gode, e piú non vuole.

NOTE [A “RIME NUOVE”]

[1] Di questa canzoncina di Enrico Heine, come di molte altre sue, tutto lo spirito è nel motivo fantastico e popolare. Il solo merito della mia versione, se merito alcuno può avere, è del metro e dello stil popolare vecchio italiano ripreso a rendere il romantico tedesco del secolo XIX.

[2] Dòmi azzurri ho detto le volte del cielo, con metafora che nella lingua francese non è rara. Balzac: “Le beau ciel d’Espagne étendait un dôme d’azur au-dessus de sa tête”. Vero è che per i francesi dôme è la cupola, ma e per noi la cupola è parte del dòmo.

[3] E una tradizione popolare, che prima la contessa Caterina Percoto raccolse nel libro delle sue Novelle; bel libro e forte, che rispecchia la forte bellezza e bontà del Friuli.

[4] Fu premessa a un frammento dell’Iliade tradotta da Ugo Foscolo, pubblicato per gratulare alle nozze del D’A. Nella strofe sesta si allude all’usanza dotta, se non fosse pedantesca, di pubblicare o ripubblicare in occasioni nuziali scritture del trecento, documenti o simili; utili certo a studiare, ma tutt’altro che opportune e graziose. Tant’è: per amore dell’utile male inteso il nostro secolo va ognora piú perdendo ogni gusto della decenza artistica.

[5] A molti il nivale Fedriade vertice suona ostico. Me ne dispiace: ma è questione di geografia. “Gli altipiani del Parnaso terminano dalla parte di sud in un precipizio alto 2000 piedi, che s’inalza a doppio picco chiamato Phaedriades, dalla apparenza sfavillante allora che il sole ci riflette”. Gugl. Smith, Manuale di geogr. ant. , lib. IV, cap. XX (trad. ital., Firenze, Barbèra, 1868).

[6] Da un frammento di Alceo: “Saffo dalle chiome di viola, sublime, dal dolce sorriso”. Ancora nelle strofe III-IV ho tentato di rifare un passaggio dell’inno di Alceo ad Apolline, il quale doveva essere stupendo, a giudicarne anche dalla prosa che ce lo conservò disciolto e scolorato. Cfr. Bergk, fragm. 2; Müller, St. d. left. gr., cap. XIII.

[7] str. VIII e IX. Ho tradotto dall’idillio VIII di Teocrito, vv. 53-56: “Non mi avvenga di possedere la terra di Pèlope né talenti d’oro né correre innanzi ai venti. Ma canterò su questa pietra tenendoti fra le braccia e vedendo tutto insieme il gregge pascere lungo il mar di Sicilia”.

[8] Questa ode fu mandata alla march. D. G. per accompagnamento d’un ramoscello d’alloro còlto su la Via Appia. Leggesi anche nel vol. III degli Scritti in prosa ed in versi di Achille Monti, editi a cura dei figli (Imola, 1885), come cosa di lui, tra le poesie inedite. Quel buono e compianto amico trascrisse di sua mano la ode dall’albo della signora, e la copia trovata senza nome tra i suoi fogli fu la cagione dell’errore.

[9] Chi non ricorda nell’atto III delle Femmes Savantes di G. B. Molière l’elegante Trissottin e il suo amico-inimico Vadius, due ritratti immortali dei letterati di consorteria e di cricca, e i loro amebei panegirici? Nei quali par di ascoltare e rileggere le lezioni, le recensioni, gli articoli, le citazioni o dedicatorie dei nostri professori, filosofi, storici, romanzieri, critici, rimatori e appendicisti officiali, grandi uomini tutti, come tutti sanno.

[10] Questo principio è imitato dal principio del XXXVII dei Petits poëmes en prose, intitolato Les bienfaits de la lune di Carlo Baudelaire che incomincia cosi: “La lune, qui est le caprice même, regarda par la fenêtre pendant que tu dormais dans ton berceau, et se dit: — Cette enfant me plait”. Solo il principio: il resto va a conto mio.

[11] A illustrare, come si dice e forse qui è proprio, questi versi, ecco il tratto d’un libro di Leopoldo Barboni, intitolato Giosuè Carducci e la Maremma (Livorno, Giusti, 1885), del qual libro vorrei dir bene se l’autore non dicesse troppo bene di me: a ogni modo gli sono grato pe ‘l fedele amore onde ritrae i paesaggi maremmani. “Segregato, rimpiattato due miglia in dentro alla nostra destra, tra i rami sfrondati dei gàttici e dei pioppi, si cominciava a veder Bólgheri… Un quarto d’ora fermavamo all’oratorio di San Guido. Il qual oratorio e il magnifico vialone omonimo che dalla via regia si slancia fino a Bólgheri per tre chilometri in circa in un rettilineo perfetto determinato da due ale di cipressi, si presenta benissimo al viaggiatore che corre su la strada ferrata Pisa-Roma”. Narrando poi d’una visita al signore del luogo Walfredo conte della Gherardesca, scrive riferendone le parole: “Ella veda: di que’ cipressi ve ne ha che hanno sofferto, e ci sarebbe bisogno atterrarli tutti e fare una piantata novella. Ma il Carducci gli ama, e però io gli rispetto. Toglierò, via via, i malandati, rimpiazzandoli con piante giovini; e cosi il vialone serberà la sua vera fisionomia oramai celebrata”. Grazie, signor conte; non per la celebrità, ma per l’amore.

[12] Pizzaccherino in Romagna e pizzaccheretto in Bologna chiamano il Beccaccino reale. “Conosciamo un altro uccello simile al suddetto [cioè alla beccaccia, di cui prima l’autore ha parlato], ma la metà piú piccolo: a Roma lo chiamano pizzarda, noi pizzaccheretto”: cosí un vecchio scrittore bolognese, Vincenzo Tanara, nel trattato “La caccia degli uccelli” pubblicato in Bologna, presso Romagnoli Dall’Acqua, 1886, dal mio buon amico dott. Alberto Bacchi della Lega, ch’è un’autorità cosí in cinegetica come in bibliografia.

[13] Romanelle dicono in Romagna i canti popolari su l’ispirazione e la intonazione dei rispetti toscani, ma composti di soli quattro endecasillabi.

[14] La facciata della basilica di San Zeno in Verona, è in basso e da’ due lati della porta d’ingresso, scompartita in quadri di marmo lucido istoriati. Sotto sei di que’ quadri a sinistra, che rappresentano la creazione dell’uomo e la cacciata dal paradiso terrestre, sono effigiate queste figure: in un primo ripartimento, un uomo a cavallo che va a caccia, in clamide, con staffe e corno alla bocca: sopra si legge,
O regem stultu petit infernale tribtu
mox. q. paratur equus que misit demon iniquus
exit aqua nadus pe
tit infera non reditu
rus.
In un secondo ripartimento due cani che inseguono un cervo, e questo è preso per le corna da un uomo nudo che stringe nella sinistra mano un venabulo: sopra è inscritto,
Nisus equus cervus cani huic
datur. hos dat auf. r. u. [avernus?]
Il primo re degli Ostrogoti in Italia è nell’antica poesia tedesca denominato Teodorico di Verona; ed entra nei Nibelunghi e da ultimo nei miti odinici del cacciatore demoniaco. La leggenda cattolica italiana, certo per quella breve tirannia che macchiò il fine del regno di lui, lo fa portato via dal diavolo e gittato dalle anime di Simmaco e del pontefice Giovanni nelle caldaie di Lipari. I miei versi raccolgono, o, come dicevano i commediografi romani, contaminano le due leggende, la germanica odinica, l’italiana cattolica.

[15] Soggetto di questa poesia è un fatto della sesta spedizione di Federico I in Italia, narrato e commentato dal Quinet in Les révolutions d’Italie, lib. I, cap. IV.

[16] Della favola il fondamento è storico; cfr. Cronaca di Pisa in Rer. ital. Script., X, 987; Albertino Mussato, De gest. italic. post Henricum VII, ivi stesso, X, 594-95. L’ultima stanza è quasi a lettera da versi d’allora; cfr. Cantilene e ballate, Pisa, Nistri, 1871, p. 31. Fin certi nomi e qualificativi furono suggeriti dalle rime d’un poeta lucchese, Pietro Faitinelli, dei primi trent’anni del sec. XIV, pubblicate da Leone Del Prete, a Bologna, per il Romagnoli, 1874, nella disp. CXXIX della Scelta di curiosità letterarie.

[17] Margherita d’Austria, la “buona cucitrice” come gloriavasi ella “di camice”, e la storia aggiunge di trattati, non fu propriamente vedovetta di tre mariti, perché il primo, Carlo VIII di Francia, non le fu piú voluto dare, dopo fidanzatala e fattala a ciò educare in Francia. È conosciuto l’epitaffio che in certa occasione ella compose per sé:

Ci gît Margot, la gente demoiselle
Qu’eut deux maris et si mourut pucelle.

Il resto è storia generale.

[18] Hallalí è grido di caccia nella lingua francese; oggi accolto, credo, anche nelle nobili cacce italiane; e può accogliersi, parmi, perché in fine non è altro che un composto d’interiezioni e di avverbi comuni alle due lingue.

[19] Il verso 22 allude alla conquista dell’Asia minore fatta nel 278 av. G. C. dai Galli, una cui tribú accampò su le rovine di Troia, e?? t?? p????’ ????? (Strab. XIII).

[20] Ça ira. Oggi è vezzo, non saprei se teorico, voler abbassare e impiccolire la rivoluzione francese: con tutto ciò il Settembre del 1792 resta pur sempre il momento piú epico della storia moderna. Impossibile mettere in versi quella storia, se non a brevi tratti: per ciò si elesse la forma del sonetto, che ne’ secoli XIII e XIV fu anche strofe.

[21] Ostel di città è un francesismo ragionevole. Di ostello per casa abondano gli esempi nella prosa antica: ma troppo erano ancora miste le correnti delle lingue romanze nel duecento e nel trecento, e con gli esempi del buon secolo si potrebbe francamente scrivere il piú bell’italiano infranciosato che sia negl’ ideali dei poltroni senza idee. Non mancano nella lingua poetica anche moderna: il Monti, Basv., I,

Invan si straccia il crin disperso e bianco
In su la soglia del deserto ostello;

non bene, della casa d’un villano: meglio il Manzoni, nel Natale,

……….ad Efrata
Vaticinato ostello,
Ascese un’alma vergine.

Per altro il Tommasèo nel Dizionario notò a ragione che ostello, in significato di albergo, casa, ecc. è “raro anche nel verso”. Ma il Davila, nella Storia delle guerre civili di Francia, III, 203, ha “il quale trasferendosi all’ostello (così chiamano i palagi dei principali signori) trovò….” E questo è il caso nostro. – Valga anche per l’ostel di Brusselle nella LXXX.

[22] “Diesmal sagte ich: Von hier und heute geht eine neue Epoche der Weltgeschichte aus, und ihr könnt sagen, ihr seid dabei gewesen”, Goethe, Campagne in Frankreich, 16 september.

[23] Meglio che traduzione, questa è ricomposizione epica di su diverse redazioni di romanze spagnole e portoghesi. Per le spagnole ebbi a vedere Depping, Romancero castellano, Leipzig, Brockhaus, 1844, II, 90; Wolf e Hoffmann, Primavera y fior de romances, Berlin, Ascher, 1856, II, 316-320; per le portoghesi, Hardung, Romanceiro portuguez, Leipzig, Brockhaus, 1877, I, 5. La verseggiatura è fedele al sistema della serie monoritma con le assonanze spagnole e con ottonari che non han sempre l’accento sulla terza, come ne facevano il Sacchetti, Lorenzo il Magnifico e fin l’elegantissimo Poliziano, e come ne fa tuttavia il popolo.

[24] Tutti sanno che questo imperatore della Cina è Federico Guglielmo IV, re di Prussia, fratello e predecessore di Guglielmo il vittorioso re e imperatore; che la gran pagoda è la cattedrale di Colonia e l’ordine del drago è l’ordine dell’aquila nera. Del resto, non reputo inutile avvertire alla licenza presami di rendere il vocabolo tedesco Schnaps, che non è proprio l’acquavite, con la parola popolare toscana zozza, che significa un miscuglio di liquori alcoolici di qualità inferiori.

ODI BARBARE

PRELUDIO

Odio l’usata poesia: concede
comoda al vulgo i flosci fianchi e senza
palpiti sotto i consueti amplessi
stendesi e dorme.

A me la strofe vigile, balzante
co ‘l plauso e ‘l piede ritmico ne’ cori:
per l’ala a volo io còlgola, si volge
ella e repugna.

Tal fra le strette d’amator silvano
torcesi un’evia su ‘l nevoso Edone:
piú belli i vezzi del fiorente petto
saltan compressi,

e baci e strilli su l’accesa bocca
mesconsi: ride la marmorea fronte
al sole, effuse in lunga onda le chiome
fremono a’ venti.

DELLE ODI BARBARE

LIBRO I.

Schlechten, gestümperten Versen genügt ein geringer Gehalt schon,
Während die edlere Form tiefe Gedanken bedarf:

Wollte man euer Geschwätz ausprägen zur sapphischen Ode,
Würde die Welt einsehn, dass es ein leeres Geschwätz.
AUGUST V. PLATEN.

IDEALE

Poi che un sereno vapor d’ambrosia
da la tua còppa diffuso avvolsemi,
o Ebe con passo di dea
trasvolata sorridendo via;

non piú del tempo l’ombra o de l’algide
cure su ‘l capo mi sento, sentomi,
o Ebe, l’ellenica vita
tranquilla ne le vene fluire.

E i ruinati giú pe ‘l declivio
de l’età mesta giorni risursero,
o Ebe, nel tuo dolce lume
agognanti di rinnovellare;

e i novelli anni da la caligine
volenterosi la fronte adergono,
o Ebe, al tuo raggio che sale
tremolando e roseo li saluta.

A gli uni e gli altri tu ridi, nitida
stella, da l’alto. Tale ne i gotici
delúbri, tra candide e nere
cuspidi rapide salïenti

con doppia al cielo fila marmorea,
sta su l’estremo pinnacol placida
la dolce fanciulla di Jesse
tutta avvolta di faville d’oro.

Le ville e il verde piano d’argentei
fiumi rigato contempla aerea,
le messi ondeggianti ne’ campi,
le raggianti sopra l’alpe nevi:

a lei d’intorno le nubi volano;
fuor de le nubi ride ella fulgida
a l’albe di maggio fiorenti,
a gli occasi di novembre mesti.

ALL’AURORA

Tu sali e baci, o dea, co ‘l roseo fiato le nubi,
baci de’ marmorëi templi le fosche cime.

Ti sente e con gelido fremito destasi il bosco,
spiccasi il falco a volo su con rapace gioia;

mentre ne l’umida foglia pispigliano garruli i nidi,
e grigio urla il gabbiano su ‘l vïolaceo mare.

Primi nel pian faticoso di te s’allegrano i fiumi
tremuli luccicando tra ‘l mormorar de’ pioppi:

corre da i paschi baldo vèr’ l’alte fluenti il poledro
sauro, dritto il chiomante capo, nitrendo a’ venti:

vigile da i tuguri risponde la forza de i cani
e di gagliardi mugghi tutta la valle suona.

Ma l’uom che tu svegli a oprar consumando la vita,
te giovinetta antica, te giovinetta eterna

ancor pensoso ammira, come già t’adoravan su ‘l monte
ritti fra i bianchi armenti i nobili Aria padri.

Ancor sovra l’ali del fresco mattino rivola
l’inno che a te su l’aste disser poggiati i padri.

– Pastorella del cielo, tu, frante a la suora gelosa
le stelle, rïadduci le rosse vacche in cielo.

Guidi le rosse vacche, guidi tu il candido armento
e le bionde cavalle care a i fratelli Asvini.

Come giovine donna che va da i lavacri a lo sposo
riflettendo ne gli occhi il desïato amore,

tu sorridendo lasci caderti i veli leggiadri
e le virginee forme scuopri serena a i cieli.

Affocata le guance, ansante dal candido petto,
corri al sovran de i mondi, al bel fiammante Suria,

e il giungi, e in arco distendi le rosee braccia al gagliardo
collo; ma tosto fuggi di quel tremendo i rai.

Allora gli Asvini gemelli, cavalieri del cielo,
rosea tremante accolgon te nel bel carro d’oro;

e volgi verso dove, misurato il cammino di gloria,
stanco ti cerchi il nume ne i mister de la sera.

Deh propizia trasvola – cosí t’invocavano i padri –
nel rosseggiante carro sopra le nostre case.

Arriva da le plaghe d’orïente con la fortuna,
con le fiorenti biade, con lo spumante latte;

ed in mezzo a’ vitelli danzando con floride chiome
molta prole t’adori, pastorella del cielo. –

Cosí cantavano gli Aria. Ma piàcqueti meglio l’Imetto
fresco di vénti rivi, che al ciel di timi odora:

piàcquerti su l’Imetto i lesti cacciatori mortali
prementi le rugiade co ‘l coturnato piede.

Inchinaronsi i cieli, un dolce chiarore vermiglio
ombrò la selva e il colle, quando scendesti, o dea.

Non tu scendesti, o dea: ma Cefalo attratto al tuo bacio
salía per l’aure lieve, bello come un bel dio.

Su gli amorosi venti salía, tra soavi fragranze,
tra le nozze de i fiori, tra gl’imenei de’ rivi.

La chioma d’oro lenta irriga il collo, a l’ómero bianco
con un cinto vermiglio sta la faretra d’oro.

Cadde l’arco su l’erbe; e Lèlapo immobil con erto
il fido arguto muso mira salire il sire.

Oh baci d’una dea fragranti tra la rugiada!
oh ambrosia de l’amore nel giovinetto mondo!

Ami tu anche, o dea? Ma il nostro genere è stanco;
mesto il tuo viso, o bella, su le cittadi appare.

Languon fiochi i fanali; rincasa, e né meno ti guarda,
una pallida torma che si credé gioire.

Sbatte l’operaio rabbioso le stridule impòste,
e maledice al giorno che rimena il servaggio.

Solo un amante forse che placida al sonno commise
la dolce donna, caldo de’ baci suoi le vene,

alacre affronta e lieto l’aure tue gelide e il viso:
– Portami – dice -, Aurora, su ‘l tuo corsier di fiamma!

ne i campi de le stelle mi porta, ond’io vegga la terra
tutta risorridente nel roseo lume tuo,

e vegga la mia donna davanti al sole che leva
sparsa le nere trecce giú pe ‘l rorido seno. –

NELL’ANNUALE DELLA FONDAZIONE DI ROMA

Te redimito di fior purpurei
april te vide su ‘l colle emergere
dal solco di Romolo torva
riguardante su i selvaggi piani:

te dopo tanta forza di secoli
aprile irraggia, sublime, massima,
e il sole e l’Italia saluta
te, Flora di nostra gente, o Roma.

Se al Campidoglio non piú la vergine
tacita sale dietro il pontefice,
né piú per Via Sacra il trionfo
piega i quattro candidi cavalli,

questa del Fòro tuo solitudine
ogni rumore vince, ogni gloria:
e tutto che al mondo è civile,
grande, augusto, egli è romano ancora.

Salve, dea Roma! Chi disconósceti
cerchiato ha il senno di fredda tenebra,
e a lui nel reo cuore germoglia
torpida la selva di barbarie.

Salve, dea Roma! Chinato a i ruderi
del Fòro, io seguo con dolci lacrime
e adoro i tuoi sparsi vestigi,
patria, diva, santa genitrice.

Son cittadino per te d’Italia,
per te poeta, madre de i popoli,
che desti il tuo spirito al mondo,
che Italia improntasti di tua gloria.

Ecco, a te questa, che tu di libere
genti facesti nome uno, Italia,
ritorna, e s’abbraccia al tuo petto,
affisa ne’ tuoi d’aquila occhi.

E tu dal colle fatal pe ‘l tacito
Fòro le braccia porgi marmoree,
a la figlia liberatrice
additando le colonne e gli archi:

gli archi che nuovi trionfi aspettano
non piú di regi, non piú di cesari,
e non di catene attorcenti
braccia umane sugli eburnei carri;

ma il tuo trionfo, popol d’Italia,
su l’età nera, su l’età barbara,
su i mostri onde tu con serena
giustizia farai franche le genti.

O Italia, o Roma! quel giorno, placido
tornerà il cielo su ‘l Fòro, e cantici
di gloria, di gloria, di gloria
correran per l’infinito azzurro.

DINANZI ALLE TERME DI CARACALLA

Corron tra ‘l Celio fósche e l’Aventino
le nubi: il vento dal pian tristo move
umido: in fondo stanno i monti albani
bianchi di neve.

A le cineree trecce alzato il velo
verde, nel libro una britanna cerca
queste minacce di romane mura
al cielo e al tempo.

Continui, densi, neri, crocidanti
versansi i corvi come fluttuando
contro i due muri ch’a piú ardua sfida
levansi enormi.

– Vecchi giganti, – par che insista irato
l’augure stormo – a che tentate il cielo? –
Grave per l’aure vien da Laterano
suon di campane.

Ed un ciociaro, nel mantello avvolto,
grave fischiando tra la folta barba,
passa e non guarda. Febbre, io qui t’invoco,
nume presente.

Se ti fûr cari i grandi occhi piangenti
e de le madri le protese braccia
te deprecanti, o dea, dal reclinato
capo de i figli:

se ti fu cara su ‘l Palazio eccelso
l’ara vetusta (ancor lambiva il Tebro
l’evandrio colle, e veleggiando a sera
tra ‘l Campidoglio

e l’Aventino il reduce quirite
guardava in alto la città quadrata
dal sole arrisa, e mormorava un lento
saturnio carme);

Febbre, m’ascolta. Gli uomini novelli
quinci respingi e lor picciole cose:
religïoso è questo orror: la dea
Roma qui dorme. [1]

Poggiata il capo al Palatino augusto,
tra ‘l Celio aperte e l’Aventin le braccia,
per la Capena i forti omeri stende
a l’Appia via.

ALLA VITTORIA

TRA LE ROVINE DEL TEMPIO DI VESPASIANO IN BRESCIA

Scuotesti, vergin divina, l’auspice
ala su gli elmi chini de i pèltasti,
poggiati il ginocchio a lo scudo,
aspettanti con l’aste protese?

o pur volasti davanti l’aquile,
davanti i flutti de’ marsi militi,
co ‘l miro fulgor respingendo
gli annitrenti cavalli de i Parti?

Raccolte or l’ali, sopra la galea
del vinto insisti fiera co ‘l poplite,
qual nome di vittorïoso
capitano su ‘l clipeo scrivendo?

È d’un arconte, che sovra i despoti
gloriò le sante leggi de’ liberi?
d’un consol, che il nome i confini
e il terror de l’impero distese?

Vorrei vederti su l’Alpi, splendida
fra le tempeste, bandir ne i secoli:
– O popoli, Italia qui giunse
vendicando il suo nome e il diritto -.

Ma Lidia in tanto de i fiori ch’èduca
mesti l’ottobre da le macerie
romane t’elegge un pio serto,
e, ponendol soave al tuo piede,

– Che dunque – dice – pensasti, o vergine
cara, là sotto ne la terra umida
tanti anni? sentisti i cavalli
d’Alemagna su ‘l greco tuo capo? –

– Sentii – risponde la diva, e folgora –
però ch’io sono la gloria ellenica,
io sono la forza del Lazio
traversante nel bronzo pe’ tempi.

Passâr l’etadi simili a i dodici
avvoltoi tristi che vide Romolo,
e sursi “O Italia” annunziando
“i sepolti son teco e i tuoi numi!”

Lieta del fato Brescia raccolsemi,
Brescia la forte, Brescia la ferrea,
Brescia leonessa d’Italia
beverata nel sangue nemico -.

ALLE FONTI DEL CLITUMNO

Ancor dal monte, che di fóschi ondeggia
frassini al vento mormoranti e lunge
per l’aure odora fresco di silvestri
salvie e di timi,

scendon nel vespero umido, o Clitumno,
a te le greggi: a te l’umbro fanciullo
la riluttante pecora ne l’onda
immerge, mentre

vèr’ lui dal seno de la madre adusta,
che scalza siede al casolare e canta,
una poppante volgesi e dal viso
tondo sorride:

pensoso il padre, di caprine pelli
l’anche ravvolto come i fauni antichi,
regge il dipinto plaustro e la forza
de’ bei giovenchi,

de’ bei giovenchi dal quadrato petto,
erti su ‘l capo le lunate corna,
dolci ne gli occhi, nivei, che il mite
Virgilio amava.

Oscure intanto fumano le nubi
su l’Apennino: grande, austera, verde
da le montagne digradanti in cerchio
l’Umbrïa guarda.

Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno! Sento in cuor l’antica
patria e aleggiarmi su l’accesa fronte
gl’itali iddii.

Chi l’ombre indusse del piangente salcio
su’ rivi sacri? ti rapisca il vento
de l’Apennino, o molle pianta, amore
d’umili tempi!

Qui pugni a’ verni e arcane istorie frema
co ‘l palpitante maggio ilice nera,
a cui d’allegra giovinezza il tronco
l’edera veste:

qui folti a torno l’emergente nume
stieno, giganti vigili, i cipressi;
e tu fra l’ombre, tu fatali canta
carmi, o Clitumno.

O testimone di tre imperi, dinne
come il grave umbro ne’ duelli atroce
cesse a l’astato velite e la forte
Etruria crebbe:

di’ come sovra le congiunte ville
dal superato Címino a gran passi
calò Gradivo poi, piantando i segni
fieri di Roma.

Ma tu placavi, indigete comune
italo nume, i vincitori a i vinti,
e, quando tonò il punico furore
dal Trasimeno,

per gli antri tuoi salí grido, e la torta
lo ripercosse buccina da i monti:
– O tu che pasci i buoi presso Mevania
caliginosa,

e tu che i proni colli ari a la sponda
del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti
sovra Spoleto verdi o ne la marzia
Todi fai nozze,

lascia il bue grasso tra le canne, lascia
il torel fulvo a mezzo solco, lascia
ne l’inclinata quercia il cuneo, lascia
la sposa a l’ara;

e corri, corri, corri! con la scure
corri e co’ dardi, con la clava e l’asta:
corri! minaccia gl’itali penati
Annibal diro. –

Deh come rise d’alma luce il sole
per questa chiostra di bei monti, quando
urlanti vide e ruinanti in fuga
l’alta Spoleto

i Mauri immani e i númidi cavalli
con mischia oscena, e, sovra loro, nembi
di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti
de la vittoria!

Tutto ora tace. Nel sereno gorgo
la tenue miro salïente vena:
trema, e d’un lieve pullular lo specchio
segna de l’acque.

Ride sepolta a l’imo una foresta
breve, e rameggia immobile: il diaspro
par che si mischi in flessuosi amori
con l’ametista,

e di zaffiro i fior paiono, ed hanno
de l’adamante rigido i riflessi,
e splendon freddi e chiamano a i silenzi
del verde fondo.

A piè de i monti e de le querce a l’ombra
co’ fiumi, o Italia, è de’ tuoi carmi il fonte.
Visser le ninfe, vissero: e un divino
talamo è questo.

Emergean lunghe ne’ fluenti veli
naiadi azzurre, e per la cheta sera
chiamavan alto le sorelle brune
da le montagne,

e danze sotto l’imminente luna
guidavan, liete ricantando in coro
di Giano eterno e quanto amor lo vinse
di Camesena.

Egli dal cielo, autoctona virago
ella: fu letto l’Apennino fumante:
velaro i nembi il grande amplesso, e nacque
l’itala gente.

Tutto ora tace, o vedovo Clitumno,
tutto: de’ vaghi tuoi delúbri un solo
t’avanza, e dentro pretestato nume
tu non vi siedi.

Non piú perfusi del tuo fiume sacro
menano i tori, vittime orgogliose,
trofei romani a i templi aviti: Roma
piú non trionfa.

Piú non trionfa, poi che un galileo
di rosse chiome il Campidoglio ascese,
gittolle in braccio una sua croce, e disse
– Portala, e servi -.

Fuggîr le ninfe a piangere ne’ fiumi
occulte e dentro i cortici materni,
od ululando dileguaron come
nuvole a i monti,

quando una strana compagnia, tra i bianchi
templi spogliati e i colonnati infranti,
procedé lenta, in neri sacchi avvolta,
litanïando,

e sovra i campi del lavoro umano
sonanti e i clivi memori d’impero
fece deserto, et il deserto disse
regno di Dio.

Strappâr le turbe a i santi aratri, a i vecchi
padri aspettanti, a le fiorenti mogli;
ovunque il divo sol benedicea,
maledicenti.

Maledicenti a l’opre de la vita
e de l’amore, ei deliraro atroci
congiugnimenti di dolor con Dio
su rupi e in grotte:

discesero ebri di dissolvimento
a le cittadi, e in ridde paurose
al crocefisso supplicarono, empi,
d’essere abietti.

Salve, o serena de l’Ilisso in riva,
o intera e dritta a i lidi almi del Tebro
anima umana; i fóschi dí passaro,
risorgi e regna.

E tu, pia madre di giovenchi, invitti
a franger glebe e rintegrar maggesi,
e d’annitrenti in guerra aspri polledri
Italia madre,

madre di biade e viti e leggi eterne
ed inclite arti a raddolcir la vita,
salve! a te i canti de l’antica lode
io rinnovello.

Plaudono i monti al carme e i boschi e l’acque
de l’Umbria verde: in faccia a noi fumando
ed anelando nuove industrie in corsa
fischia il vapore

ROMA

Roma, ne l’aer tuo lancio l’anima altera volante:
accogli, o Roma, e avvolgi l’anima mia di luce.

Non curïoso a te de le cose piccole io vengo:
chi le farfalle cerca sotto l’arco di Tito?

Che importa a me se l’irto spettral vinattier di Stradella
mesce in Montecitorio celie allobroghe e ambagi?

e se il lungi operoso tessitor di Biella s’impiglia,
ragno attirante in vano, dentro le reti sue?

Cingimi, o Roma, d’azzurro, di sole m’illumina, o Roma:
raggia divino il sole pe’ larghi azzurri tuoi.

Ei benedice al fósco Vaticano, al bel Quirinale,
al vecchio Capitolio santo fra le ruine;

e tu da i sette colli protendi, o Roma, le braccia
a l’amor che diffuso splende per l’aure chete.

Oh talamo grande, solitudini de la Campagna!
e tu Soratte grigio, testimone in eterno!

Monti d’Alba, cantate sorridenti l’epitalamio;
Tuscolo verde, canta; canta, irrigua Tivoli;

mentr’io dal Gianicolo ammiro l’imagin de l’urbe,
nave immensa lanciata vèr’ l’impero del mondo.

O nave che attingi con la poppa l’alto infinito
varca a’ misterïosi lidi l’anima mia.

Ne’ crepuscoli a sera di gemmeo candore fulgenti
tranquillamente lunghi su la Flaminia via,

l’ora suprema calando con tacita ala mi sfiori
la fronte, e ignoto io passi ne la serena pace;

passi a i concilii de l’ombre, rivegga li spiriti magni
de i padri conversanti lungh’esso il fiume sacro.

ALESSANDRIA

A GIUSEPPE REGALDI QUANDO PUBBLICÒ L'”EGITTO” [2]

Ne l’aula immensa di Lussor, su ‘l capo
roggio di Ramse il mistico serpente
sibilò ritto e ‘l vulture a sinistra
volò stridendo,

e da l’immenso serapeo di Memfi,
cui stanno a guardia sotto il sol candente
seicento sfingi nel granito argute,
Api muggío,

quando da i verdi immobili papiri
di Mareoti al livido deserto
sonò, tacendo l’aure intorno, questo
greco peana.

– Ecco, venimmo a salutarti, Egitto,
noi figli d’Elle, con le cetre e l’aste.
Tebe, dischiudi le tue cento porte
ad Alessandro.

Noi radduciamo a Giove Ammone un figlio
ch’ei riconosca; questo caro alunno
de la Tessaglia, questa bella e fiera
stirpe d’Achille.

Come odoroso laüreto ondeggia
a lui la chioma: la sua rosea guancia
par Tempe in fiore: ha ne’ grand’occhi il sole
ch’a Olimpia ride:

ha de l’Egeo la radïante in viso
pace diffusa; se non quanto, bianche
nuvole, i sogni passanvi di gloria
e poesia.

Ei de la Grecia a la vendetta balza
leon da l’aspra tessala falange,
sgomina carri ed elefanti, abbatte
satrapi e regi.

Salve, Alessandro, in pace e in guerra iddio!
A te la cetra fra le eburnee dita,
a te d’argento il fulgid’arco in pugno,
presente Apollo!

A te i colloqui di Stagira, i baci
a te co’ serti de le ionie donne,
a te la coppa di Lieo spumante,
a te l’Olimpo.

Lisippo in bronzo ed in colori Apelle
ti tragga eterno; ti sollevi Atene,
chete de’ torvi demagoghi l’ire,
al Partenone.

Noi ti seguiamo: il Nilo in vano occulta
i dogmi e il capo a la possanza nostra:
noi farem pace qui tra i numi e al mondo
luce comune.

E se ti piaccia aggiogar tigri e linci,
Bacco novello, noi verrem cantando,
te duce, in riva al sacro Gange i sacri
canti d’Omero -.

Tale il peana de gli achei sonava
E il giovin duce, liberato il biondo
capo da l’elmo, in fronte a la falange
guardava il mare.

Guardava il mare e l’isola di Faro
innanzi, a torno il libico deserto
interminato: dal sudato petto
l’aurea corazza

sciolse, e gittolla splendida nel piano:
– Come la mia macedone corazza
stia nel deserto e a’ barbari ed a gli anni
regga Alessandria -.

Disse; ed i solchi a le nascenti mura
ei disegnava per ottanta stadi,
bianco spargendo su le flave arene
fior di farina.

Tale il nipote del Pelíde estrusse
la sua cittade; e Faro, inclito nome
di luce al mondo, illuminò le vie
d’Africa e d’Asia.

E non il flutto del deserto urtante
e non la fuga de i barbarici anni
valse a domare quella balda figlia
del greco eroe.

Alacre, industre, a la sua terza vita
ella sorgea, sollecitando i fati,
qual la vedesti, o pellegrin poeta,
ammiratore,

quando fuggendo la incombente notte
di tirannia, pien d’inni il caldo ingegno
ivi chiedendo libertade e luce
a l’orïente,

e su le tombe di turbanti insculte
star la colonna di Pompeo vedesti
come la forza del pensier latino
su ‘l torbid’evo.

Deh, le speranze de l’Egitto e i vanti
nel tuo volume vivano, o poeta!
Oggi Tifone l’ire del deserto
agita e spira.

Sepolto Osiri, il latratore Anubi
morde a i calcagni la fuggente Europa,
e avanti chiama i bestïali numi
a le vendette.

Ahi vecchia Europa, che su ‘l mondo spargi
l’irrequïeta debolezza tua,
come la triste fisa a l’orïente
sfinge sorride!

IN UNA CHIESA GOTICA

Sorgono e in agili file dilungano
gl’immani ed ardui steli marmorei,
e ne la tenebra sacra somigliano
di giganti un esercito

che guerra mediti con l’invisibile:
le arcate salgono chete, si slanciano
quindi a vol rapide, poi si riabbracciano
prone per l’alto e pendule.

Ne la discordia cosí de gli uomini
di fra i barbarici tumulti salgono
a Dio gli aneliti di solinghe anime
che in lui si ricongiungono.

Io non Dio chieggovi, steli marmorei,
arcate aeree: tremo, ma vigile
al suon d’un cognito passo che piccolo
i solenni echi suscita.

È Lidia, e volgesi: lente nel volgersi
le chiome lucide mi si disegnano,
e amore e il pallido viso fuggevoli
tra il nero velo arridono.

Anch’ei, tra ‘l dubbio giorno d’un gotico
tempio avvolgendosi, l’Alighier, trepido
cercò l’imagine di Dio nel gemmeo
pallore d’una femina.

Sott’esso il candido vel, de la vergine
la fronte limpida fulgea ne l’estasi,
mentre fra nuvoli d’incenso fervide
le litanie salíano;

salían co’ murmuri molli, co’ fremiti
lieti salíano d’un vol di tortore,
e poi con l’ululo di turbe misere
che al ciel le braccia tendono.

Mandava l’organo pe’ cupi spazii
sospiri e strepiti: da l’arche candide
parea che l’anime de’ consanguinei
sotterra rispondessero.

Ma da le mitiche vette di Fiesole
tra le pie storie pe’ vetri roseo
guardava Apolline: su l’altar massimo
impallidíano i cerei.

E Dante ascendere tra inni d’angeli
la tósca vergine transfigurantesi
vedea, sentíasi sotto i piè ruggere
rossi d’inferno i baratri.

Non io le angeliche glorie né i dèmoni,
io veggo un fievole baglior che tremola
per l’umid’aere: freddo crepuscolo
fascia di tedio l’anima.

Addio, semitico nume! Continua
ne’ tuoi misterii la morte domina.
O inaccessibile re de gli spiriti,
tuoi templi il sole escludono.

Cruciato màrtire tu cruci gli uomini,
tu di tristizia l’aër contamini:
ma i cieli splendono, ma i campi ridono,
ma d’amore lampeggiano

gli occhi di Lidia. Vederti, o Lidia,
vorrei tra un candido coro di vergini
danzando cingere l’ara d’Apolline
alta ne’ rosei vesperi

raggiante in pario marmo tra i lauri,
versare anemoni da le man, gioia
da gli occhi fulgidi, dal labbro armonico
un inno di Bacchilide.

NELLA PIAZZA DI SAN PETRONIO

Surge nel chiaro inverno la fósca turrita Bologna,
e il colle sopra bianco di neve ride.

È l’ora soave che il sol morituro saluta
le torri e ‘l tempio, divo Petronio, tuo;

le torri i cui merli tant’ala di secolo lambe,
e del solenne tempio la solitaria cima.

Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla;
e l’aër come velo d’argento giace

su ‘l fòro, lieve sfumando a torno le moli
che levò cupe il braccio clipeato de gli avi.

Su gli alti fastigi s’indugia il sole guardando
con un sorriso languido di vïola,

che ne la bigia pietra nel fósco vermiglio mattone
par che risvegli l’anima de i secoli,

e un desio mesto pe ‘l rigido aëre sveglia
di rossi maggi, di calde aulenti sere,

quando le donne gentili danzavano in piazza
e co’ i re vinti i consoli tornavano.

Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
un desiderio vano de la bellezza antica.

LE DUE TORRI

ASINELLA

Io d’Italia dal cuor tra impeti d’inni balzai
quando l’Alpi di barbari snebbiarono
e su ‘l populeo Po pe ‘l verde paese i carrocci
tutte le trombe reduci suonavano.

GARISENDA

Memore sospirai sorgendo e la fronte io piegai
su le ruine e su le tombe. Irnerio
curvo tra i gran volumi sedeva e di Roma la grande
lento parlava al palvesato popolo.

ASINELLA

Bello di maggio il dí ch’io vidi su ‘l ponte di Reno
passar la gloria libera del popolo,
sangue di Svevia, e te chinare la bionda cervice
a l’ondeggiante rossa croce italica.

GARISENDA

Triste mese di maggio, che intorno al bel corpo d’Imelda
cozzâr le spade de i fratelli e corsero
lunghi quaranta giorni le furie civili crollando
tra ‘l vasto sangue l’ardue torri in polvere.

ASINELLA

Dante vid’io levar la giovine fronte a guardarci,
e, come su noi passano le nuvole,
vidi su lui passar fantasmi e fantasmi ed intorno
premergli tutti i secoli d’Italia.

GARISENDA

Sotto vidimi il papa venir con l’imperatore
l’un a l’altro impalmati; ed oh me misera,
in suo giudicio Dio non volle che io ruinassi
su Carlo quinto e su Clemente settimo!

FUORI ALLA CERTOSA DI BOLOGNA

Oh caro a quelli che escon da le bianche e tacite case
de i morti il sole! Giunge come il bacio d’un dio:

bacio di luce che inonda la terra, mentre alto ed immenso
cantano le cicale l’inno di messidoro.

Il piano somiglia un mare superbo di fremiti e d’onde:
ville, città, castelli emergono com’isole.

Slanciansi lunghe tra ‘l verde polveroso e i pioppi le strade:
varcano i ponti snelli con fughe d’archi il fiume.

E tutto è fiamma ed azzurro. Da l’alpe là giú di Verona
guardano solitarie due nuvolette bianche.

Delia, a voi zefiro spira dal colle pio de la Guardia
che incoronato scende da l’Apennino al piano,

v’agita il candido velo, e i ricci commove scorrenti
giú con le nere anella per la superba fronte.

Mentre domate i ribelli, gentil, con la mano, chinando
gli occhi onde tante gioie promette in vano Amore,

udite (a voi de le Muse lo spirito in cuore favella),
udite giú sotterra ciò che dicono i morti.

Dormono a’ piè qui del colle gli avi umbri che ruppero primi
a suon di scuri i sacri tuoi silenzi, Apennino:

dormon gli etruschi discesi co ‘l lituo con l’asta con fermi
gli occhi ne l’alto a’ verdi misterïosi clivi,

e i grandi celti rossastri correnti a lavarsi la strage
ne le fredde acque alpestri ch’ei salutavan Reno,

e l’alta stirpe di Roma, e il lungo-chiomato lombardo
ch’ultimo accampò sovra le rimboschite cime.

Dormon con gli ultimi nostri. Fiammeggia il meriggio su ‘l colle:
udite, o Delia, udite ciò che dicono i morti.

Dicono i morti – Beati, o voi passeggeri del colle
circonfusi da’ caldi raggi de l’aureo sole.

Fresche a voi mormoran l’acque pe ‘l florido clivo scendenti,
cantan gli uccelli al verde, cantan le foglie al vento.

A voi sorridono i fiori sempre nuovi sopra la terra:
a voi ridon le stelle, fiori eterni del cielo. –

Dicono i morti – Cogliete i fiori che passano anch’essi,
adorate le stelle che non passano mai.

Putridi squagliansi i serti d’intorno i nostri umidi teschi:
ponete rose a torno le chiome bionde e nere.

Freddo è qua giú: siamo soli. Oh amatevi al sole! Risplenda
su la vita che passa l’eternità d’amore. –

SU L’ADDA

Corri, tra’ rosei fuochi del vespero,
corri, Addua cerulo: Lidia su ‘l placido
fiume, e il tenero amore,
al sole occiduo naviga.

Ecco, ed il memore ponte dilungasi:
cede l’aereo de gli archi slancio,
e al liquido s’agguaglia
pian che allargasi e mormora.

Le mura dírute di Lodi fuggono
arrampicandosi nere al declivio
verde e al docile colle.
Addio, storia de gli uomini.

Quando il romuleo marte ed il barbaro
ruggîr ne’ ferrei cozzi, e qui vindice
la rabbia di Milano
arse in itali incendii,

tu ancor dal Lario verso l’Eridano
scendevi, o Addua, con desio placido,
con murmure solenne,
giú pe’ taciti pascoli.

Quando su ‘l dubbio ponte tra i folgori
passava il pallido còrso, recandosi
di due secoli il fato
ne l’esile man giovine,

tu il molto celtico sangue ed il teutono
lavavi, o Addua, via: su le tremule
acque il nitrico fumo
putrido disperdeasi.

Moríano gli ultimi tuon de la folgore
franca ne i concavi seni: volgeasi
da i limpidi lavacri
il bue candido, attonito.

Ov’è or l’aquila di Pompeo? l’aquila
ov’è de l’ispido sir di Soavia
e del pallido còrso?
Tu corri, o Addua cerulo.

Corri tra’ rosei fuochi del vespero,
corri, Addua cerulo: Lidia su ‘l placido
fiume, e il tenero amore,
al sole occiduo naviga.

Sotto l’olimpico riso de l’aere
la terra palpita: ogni onda accendesi
e trepida risalta
di fulgidi amor turgida.

Molle de’ giovani prati l’effluvio
va sopra l’umido pian: l’acque a’ margini
di gemiti e sorrisi
un suon morbido frangono.

E il legno scivola lieve: tra le uberi
sponde lo splendido fiume devolvesi:
trascorrono de’ campi
i grandi alberi, e accennano,

e giú da gli alberi, su da le floride
siepi, per l’auree strisce e le rosee,
s’inseguono gli augelli
e amore ilari mescono.

Corri tra’ rosei fuochi del vespero,
corri, Addua cerulo: Lidia su ‘l placido
fiume naviga, e amore
d’ambrosia irriga l’aure.

Tra’ pingui pascoli sotto il sole aureo
tu con l’Eridano scendi a confonderti:
precipita a l’occaso
il sole infaticabile.

O sole, o Addua corrente, l’anima
per un elisio dietro voi naviga:
ove ella e il mutuo amore,
o Lidia, perderannosi?

Non so; ma perdermi lungi da gli uomini
amo or di Lidia nel guardo languido,
ove nuotano ignoti
desiderii e misterii.

DA DESENZANO

A G.R.

Gino, che fai sotto i felsinei portici?
mediti come il gentil fiore de l’Ellade
d’Omero al canto e a lo scalpel di Fidia
lieto sorgesse nel mattin de i popoli?

Da l’Asinella gufi e nibbi stridono
invidïando e i cari studi rompono.
Fuggi, deh fuggi da coteste tenebre
e al tuo poeta, o dolce amico, vientene.

Vienne qui dove l’onda ampia del lidio
lago tra i monti azzurreggiando palpita:
vieni: con voce di faleuci chiàmati
Sirmio che ancor del suo signore allegrasi.

Vuole Manerba a te rasene istorie,
vuole Muníga attiche fole intessere,
mentre sui i merli barbari fantasimi
armi ed amori con il vento parlano.

Ascoltiam sotto anacreòntea pergola
o a la platonia verde ombra de’ platani,
freschi votando gl’innovati calici
che la Riviera del suo vino imporpora.

Dolce tra i vini udir lontane istorie
d’atavi, mentre il divo sol precipita
e le pie stelle sopra noi vïaggiano
e tra l’onde e le fronde l’aura mormora.

Essi che queste amene rive tennero
te, come noi, bel sole, un dí goderono,
o ti gittasser belve umane un fremito
da le lacustri palafitte, o agili

Veneti a l’onda le cavalle dessero
trepida e fredda nel mattino roseo,
o co ‘l terreno lituo segnassero
nel mezzogiorno le pietrose acropoli.

Gino, ove inteso a le vittorie retiche
o da le dacie glorïoso il milite
in vigil ozio l’aquile romulee
su ‘l lago affisse ricantando Cesare,

ivi in fremente selva Desiderio
agitò a caccia poi cignali e daini,
fermo il pensiero a la corona ferrea
fulgida in Roma per la via de’ Cesari.

Gino, ove il giambo di Catullo rapido
l’ala aprí sovra la distesa cerula,
Lesbia chiamando tra l’odor de’ lauri
con un saliente gemito per l’aere,

ivi il compianto di lombarde monache
salmodïando ascese vèr’ la candida
luna e la requie mormorò su i giovani
pallidi stesi sotto l’asta francica.

E calerem noi pur giú tra i fantasimi
cui né il sole veste di fulgor purpureo
né le pie stelle sovra il capo ridono
né de la vite il frutto i cuor letifica.

Duci e poeti allor, fronti sideree,
ne moveranno incontro, e – Di qual secolo
– dimanderanno – di qual triste secolo
a noi venite, pallida progenie?

A voi tra’ cigli torva cura infóscasi
e da l’angusto petto il cuore fumiga.
Noi ne la vita esercitammo il muscolo,
e discendemmo grandi ombre tra gl’inferi. –

Gino, qui sotto anacreòntea pergola
o a la platonia verde ombra de’ platani,
qui, tra i bicchieri che il vin fresco imporpora,
degna risposta meditiamo. Versasi

cerula notte sovra il piano argenteo,
move da Sirmio una canora imagine
giú via per l’onda che soave mormora
riscintillando e al curvo lido infrangesi.

SIRMIONE

Ecco: la verde Sirmio nel lucido lago sorride,
fiore de le penisole.

Il sol la guarda e vezzeggia: somiglia d’intorno il Benaco
una gran tazza argentea,

cui placido olivo per gli orli nitidi corre
misto a l’eterno lauro.

Questa raggiante coppa Italia madre protende,
alte le braccia, a i superi;

ed essi da i cieli cadere vi lasciano Sirmio,
gemma de le penisole.

Baldo, paterno monte, protegge la bella da l’alto
co ‘l sopracciglio torbido:

il Gu sembra un titano per lei caduto in battaglia,
supino e minaccevole.

Ma incontro le porge dal seno lunato a sinistra
Salò le braccia candide,

lieta come fanciulla che in danza entrando abbandona
le chiome e il velo a l’aure,

e ride e gitta fiori con le man piene, e di fiori
le esulta il capo giovine.

Garda là in fondo solleva la ròcca sua fósca
sovra lo specchio liquido,

cantando una saga d’antiche cittadi sepolte
e di regine barbare.

Ma qui, Lalage, donde per tanta pia gioia d’azzurro
tu mandi il guardo e l’anima,

qui Valerio Catullo, legato giú a’ nitidi sassi
il fasèlo bitinico,

sedeasi i lunghi giorni, e gli occhi di Lesbia ne l’onda
fosforescente e tremula,

e ‘l perfido riso di Lesbia e i multivoli ardori
vedea ne l’onda vitrea,

mentr’ella stancava pe’ neri angiporti le reni
a i nepoti di Romolo.

A lui da gli umidi fondi la ninfa del lago cantava:
– Vieni, o Quinto Valerio.

Qui ne le nostre grotte discende anche il sole, ma bianco
e mite come Cintia.

Qui de la vostra vita gli assidui tumulti un lontano
d’api susurro paiono,

e nel silenzio freddo le insanie e le trepide cure
in lento oblio si sciolgono.

Qui ‘l fresco, qui ‘l sonno, qui musiche leni ed i cori
de le cerule vergini,

mentr’Espero allunga la rosea face su l’acque
e i flutti al lido gemono. –

Ahi triste Amore! egli odia le Muse, e lascivo i poeti
frange o li spegne tragico.

Ma chi da gli occhi tuoi, che lunghe intentano guerre,
chi ne assicura, o Lalage?

Cogli a le pure Muse tre rami di lauro e di mirto,
e al Sole eterno li agita.

Non da Peschiera vedi natanti le schiere de’ cigni
giú per il Mincio argenteo?

da’ verdi paschi dove Bianore dorme non odi
la voce di Virgilio?

Volgiti, Lalage, e adora. Un grande severo s’affaccia
a la torre scaligera.

– Suso in Italia bella – sorridendo ei mormora, e guarda
l’acqua la terra e l’aere.

DAVANTI IL CASTEL VECCHIO DI VERONA

Tal mormoravi possente e rapido
sotto i romani ponti, o verde Adige,
brillando dal limpido gorgo,
la tua scorrente canzone al sole,

quando Odoacre dinanzi a l’impeto
di Teodorico cesse, e tra l’èrulo
eccidio passavan su i carri
diritte e bionde le donne amàle

entro la bella Verona, odinici
carmi intonando: raccolta al vescovo
intorno, l’italica plebe
sporgea la croce supplice a’ Goti.

Tale da i monti di neve rigidi,
ne la diffusa letizia argentea
del placido verno, o fuggente
infaticato, mormori e vai

sotto il merlato ponte scaligero,
tra nere moli, tra squallidi alberi,
a i colli sereni, a le torri,
onde abbrunate piangon le insegne

il ritornante giorno funereo
del primo eletto re da l’Italia
francata: tu, Adige, canti
la tua scorrente canzone al sole.

Anch’io, bel fiume, canto: e il mio cantico
nel picciol verso raccoglie i secoli,
e il cuore al pensiero balzando
segue la strofe che sorge e trema.

Ma la mia strofe vanirà torbida
ne gli anni: eterno poeta, o Adige,
tu ancor tra le sparse macerie
di questi colli turriti, quando

su le rovine de la basilica
di Zeno al sole sibili il còlubro,
ancor canterai nel deserto
i tedi insonni de l’infinito.

PER LA MORTE DI NAPOLEONE EUGENIO

Questo la inconscia zagaglia barbara
prostrò, spegnendo li occhi di fulgida
vita sorrisi da i fantasmi
fluttuanti ne l’azzurro immenso.

L’altro, di baci sazio in austriache
piume e sognante su l’albe gelide
le dïane e il rullo pugnace,
piegò come pallido giacinto.

Ambo a le madri lungi; e le morbide
chiome fiorenti di puerizia
pareano aspettare anche il solco
de la materna carezza. In vece

balzâr nel buio, giovinette anime,
senza conforti; né de la patria
l’eloquio seguivali al passo
co’ i suon de l’amore e de la gloria.

Non questo, o fósco figlio d’Ortensia,
non questo avevi promesso al parvolo:
gli pregasti in faccia a Parigi
lontani i fati del re di Roma.

Vittoria e pace da Sebastopoli
sopían co ‘l rombo de l’ali candide
il piccolo: Europa ammirava:
la Colonna splendea come un faro.

Ma di decembre, ma di brumaio
cruento è il fango, la nebbia è perfida:
non crescono arbusti a quell’aure,
o dan frutti di cenere e tòsco.

Oh solitaria casa d’Aiaccio,
cui verdi e grandi le querce ombreggiano
e i poggi coronan sereni
e davanti le risuona il mare!

Ivi Letizia, bel nome italico
che omai sventura suona ne i secoli,
fu sposa, fu madre felice,
ahi troppo breve stagione! ed ivi,

lanciata a i troni l’ultima folgore,
date concordi leggi tra i popoli,
dovevi, o consol, ritrarti
fra il mare e Dio cui tu credevi.

Domestica ombra Letizia or abita
la vuota casa; non lei di Cesare
il raggio precinse: la còrsa
madre visse fra le tombe e l’are.

Il suo fatale da gli occhi d’aquila,
le figlie come l’aurora splendide,
frementi speranze i nepoti,
tutti giacquer, tutti a lei lontano.

Sta ne la notte la còrsa Niobe.
sta su la porta donde al battesimo
le uscíano i figli, e le braccia
fiera tende su ‘l selvaggio mare:

e chiama, chiama, se da l’Americhe,
se di Britannia, se da l’arsa Africa
alcun di sua tragica prole
spinto da morte le approdi in seno.

A GIUSEPPE GARIBALDI

III NOVEMBRE MDCCCLXXX

Il dittatore, solo, a la lugubre
schiera d’avanti, ravvolto e tacito
cavalca: la terra ed il cielo
squallidi, plumbei, freddi intorno.

Del suo cavallo la pésta udivasi
guazzar nel fango: dietro s’udivano
passi in cadenza, ed i sospiri
de’ petti eroici ne la notte.

Ma da le zolle di strage livide,
ma da i cespugli di sangue roridi,
dovunque era un povero brano,
o madri italiche, de i cuor vostri,

salíano fiamme ch’astri parevano,
sorgeano voci ch’inni suonavano:
splendea Roma olimpica in fondo,
correa per l’aëre un peana.

– Surse in Mentana l’onta de i secoli
dal triste amplesso di Pietro e Cesare:
tu hai, Garibaldi, in Mentana
su Pietro e Cesare posto il piede.

O d’Aspromonte ribelle splendido,
o di Mentana superbo vindice,
vieni e narra Palermo e Roma
in Capitolïo a Camillo. –

Tale un’arcana voce di spiriti
correa solenne pe ‘l ciel d’Italia
quel dí che guairono i vili,
botoli timidi de la verga.

Oggi l’Italia t’adora. Invòcati
la nuova Roma novello Romolo:
tu ascendi, o divino: di morte
lunge i silenzii dal tuo capo.

Sopra il comune gorgo de l’anime
te rifulgente chiamano i secoli
a le altezze, al puro concilio
de i numi indigeti su la patria.

Tu ascendi. E Dante dice a Virgilio
– Mai non pensammo forma piú nobile
d’eroe -. Dice Livio, e sorride,
– È de la storia, o poeti.

De la civile storia d’Italia
è quest’audacia tenace ligure,
che posa nel giusto, ed a l’alto
mira, e s’irradia ne l’ideale -.

Gloria a te, padre. Nel torvo fremito
spira de l’Etna, spira ne’ turbini
de l’alpe il tuo cor di leone
incontro a’ barbari ed a’ tiranni.

Splende il soave tuo cor nel cerulo
riso del mare del ciel de i floridi
maggi diffuso su le tombe
su’ marmi memori de gli eroi.

SCOGLIO DI QUARTO

Breve ne l’onda placida avanzasi
striscia di sassi. Boschi di lauro
frondeggiano dietro spirando
effluvi e murmuri ne la sera.

Davanti, larga, nitida, candida
splende la luna: l’astro di Venere
sorridele presso e del suo
palpito lucido tinge il cielo.

Par che da questo nido pacifico
in picciol legno l’uom debba movere
secreto a colloqui d’amore
leni su i zefiri, la sua donna

fisa guatando l’astro di Venere.
Italia, Italia, donna de i secoli,
de’ vati e de’ martiri donna,
inclita vedova dolorosa,

quindi il tuo fido mosse cercandoti
pe’ mari. Al collo leonino avvoltosi
il puncio, la spada di Roma
alta su l’omero bilanciando,

stiè Garibaldi. Cheti venivano
a cinque a dieci, poi dileguavano,
drappelli oscuri, ne l’ombra,
i mille vindici del destino,

come pirati che a preda gissero;
ed a te occulti givano, Italia,
per te mendicando la morte
al cielo, al pelago, a i fratelli.

Superba ardeva di lumi e cantici
nel mar morenti lontano Genova
al vespro lunare dal suo
arco marmoreo di palagi.

Oh casa dove presago genio
a Pisacane segnava il transito
fatale, oh dimora onde Aroldo
sití l’eroico Missolungi!

Una corona di luce olimpica
cinse i fastigi bianchi in quel vespero
del cinque di maggio. Vittoria
fu il sacrificio, o poesia.

E tu ridevi, stella di Venere,
stella d’Italia, stella di Cesare:
non mai primavera piú sacra
d’animi italici illuminasti,

da quando ascese tacita il Tevere
d’Enea la prora d’avvenir gravida
e cadde Pallante appo i clivi
che sorger videro l’alta Roma.

SALUTO ITALICO

Molosso ringhia, o antichi versi italici,
ch’io co ‘l batter del dito seguo o richiamo i numeri

vostri dispersi, come api che al rauco
suon del percosso rame ronzando si raccolgono.

Ma voi volate dal mio cuor, com’aquile
giovinette dal nido alpestre a i primi zefiri.

Volate, e ansiosi interrogate il murmure
che giú per l’alpi giulie, che giú per l’alpi retiche

da i verdi fondi i fiumi a i venti mandano,
grave d’epici sdegni, fiero di canti eroici.

Passa come un sospir su ‘l Garda argenteo,
è pianto d’Aquileia su per le solitudini.

Odono i morti di Bezzecca, e attendono:
– Quando? – grida Bronzetti, fantasmi erto fra i nuvoli.

– Quando? – i vecchi fra sé mesti ripetono,
che un dí con nere chiome l’addio, Trento, ti dissero.

– Quando? – fremono i giovani che videro
pur ieri da San Giusto ridere glauco l’Adria.

Oh al bel mar di Trieste, a i poggi, a gli animi
volate co ‘l nuovo anno, antichi versi italici:

ne’ rai del sol che San Petronio imporpora
volate di San Giusto sovra i romani ruderi!

Salutate nel golfo Giustinopoli,
gemma de l’Istria, e il verde porto e il leon di Muggia;

salutate il divin riso de l’Adria
fin dove Pola i templi ostenta a Roma e a Cesare!

Poi presso l’urna, ove ancor tra’ due popoli
Winckelmann guarda, araldo de l’arti e de la gloria,

in faccia a lo stranier, che armato accampasi
su ‘l nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!

A UNA BOTTIGLIA DI VALTELLINA DEL 1848

E tu pendevi tralcio da i retici
balzi odorando florido al murmure
de’ fiumi da l’alpe volgenti
ceruli in fuga spume d’argento,

quando l’aprile d’itala gloria
dal Po rideva fino a lo Stelvio
e il popol latino si cinse
su l’Austria cingol di cavaliere.

E tu nel tino bollivi torbido
prigione, quando d’italo spasimo
ottobre fremeva e Chiavenna,
oh Rezia forte!, schierò a Vercea

sessanta ancora di morte libera
petti assetati: Hainau gli aspri animi
contenne e i cavalli de l’Istro
ispidi in vista de i tre colori.

Rezia, salute! di padri liberi
figlia ed a nuove glorie piú libera!
È bello al bel sole de l’alpi
mescere il nobil tuo vin cantando:

cantando i canti de i giorni italici,
quando a’ tuoi passi correano i popoli,
splendea tra le nevi la nostra
bandiera sopra l’austriaca fuga.

A i noti canti lievi ombre sorgono
quei che anelando vittoria caddero?
Sia gloria, o fratelli! Non anche,
l’opra del secol non anche è piena.

Ma ne i vegliardi vige il vostro animo.
il sangue vostro ferve ne i giovani:
o Italia, daremo in altre alpi
inclita a i venti la tua bandiera.

MIRAMAR

O Miramare, a le tue bianche torri
attediate per lo ciel piovorno [3]
fósche con volo di sinistri augelli
vengon le nubi.

O Miramare, contro i tuoi graniti
grige dal torvo pelago salendo
con un rimbrotto d’anime crucciose
battono l’onde.

Meste ne l’ombra de le nubi a’ golfi
stanno guardando le città turrite,
Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo, [4]
gemme del mare;

e tutte il mare spinge le mugghianti
collere a questo bastion di scogli
onde t’affacci a le due viste d’Adria,
rocca d’Absburgo;

e tona il cielo a Nabresina lungo
la ferrugigna costa, e di baleni
Trieste in fondo coronata il capo
leva tra’ nembi.

Deh come tutto sorridea quel dolce
mattin d’aprile, quando usciva il biondo
imperatore, con la bella donna,
a navigare!

A lui dal volto placida raggiava
la maschia possa de l’impero: l’occhio
de la sua donna cerulo e superbo
iva su ‘l mare.

Addio, castello pe’ felici giorni
nido d’amore costruito in vano!
Altra su gli ermi oceani rapisce
aura gli sposi.

Lascian le sale con accesa speme
istoriate di trionfi e incise
di sapïenza. Dante e Goethe al sire
parlano in vano

da le animose tavole: una sfinge
l’attrae con vista mobile su l’onde:
ei cede, e lascia aperto a mezzo il libro
del romanziero.

Oh non d’amore e d’avventura il canto
fia che l’accolga e suono di chitarre
là ne la Spagna de gli Aztechi! Quale
lunga su l’aure

vien da la trista punta di Salvore
nenia tra ‘l roco piangere de’ flutti?
Cantano i morti veneti o le vecchie
fate istrïane?

– Ahi! mal tu sali sopra il mare nostro,
figlio d’Absburgo, la fatal Novara. [5]
Teco l’Erinni sale oscura e al vento
apre la vela.

Vedi la sfinge tramutar sembiante
a te d’avanti perfida arretrando!
È il viso bianco di Giovanna pazza
contro tua moglie.

È il teschio mózzo contro te ghignante
d’Antonïetta. Con i putridi occhi
in te fermati è l’irta faccia gialla
di Montezuma.

Tra i boschi immani d’agavi non mai
mobili ad aura di benigno vento,
sta ne la sua piramide, vampante
livide fiamme

per la tenèbra tropicale, il dio
Huitzilopotli, che il tuo sangue fiuta,
e navigando il pelago co ‘l guardo
ulula – Vieni.

Quant’è che aspetto! La ferocia bianca
strussemi il regno ed i miei templi infranse:
vieni, devota vittima, o nepote
di Carlo quinto.

Non io gl’infami avoli tuoi di tabe
marcenti o arsi di regal furore;
te io voleva, io colgo te, rinato
fiore d’Absburgo;

e a la grand’alma di Guatimozino
regnante sotto il padiglion del sole
ti mando inferia, o puro, o forte, o bello
Massimiliano. –

ALLA REGINA D’ITALIA

XX NOV. MDCCCLXXVIII

Onde venisti? quali a noi secoli
sí mite e bella ti tramandarono?
fra i canti de’ sacri poeti
dove un giorno, o regina, ti vidi?

Ne le ardue ròcche, quando tingeasi
a i latin soli la fulva e cerula
Germania, e cozzavan nel verso
nuovo l’armi tra lampi d’amore?

Seguíano il cupo ritmo monotono
trascolorando le bionde vergini,
e al ciel co’ neri umidi occhi
impetravan mercé per la forza.

O ver ne i brevi dí che l’Italia
fu tutta un maggio, che tutto il popolo
era cavaliere? Il trionfo
d’Amor gía tra le case merlate

in su le piazze liete di candidi
marmi, di fiori, di sole; e – O nuvola
che in ombra d’amore trapassi, –
l’Alighieri cantava – sorridi! –

Come la bianca stella di Venere
ne l’april novo surge da’ vertici
de l’alpi, ed il placido raggio
su le nevi dorate frangendo

ride a la sola capanna povera,
ride a le valli d’ubertà floride,
e a l’ombra de’ pioppi risveglia
li usignoli e i colloqui d’amore:

fulgida e bionda ne l’adamàntina
luce del serto tu passi, e il popolo
superbo di te si compiace
qual di figlia che vada a l’altare;

con un sorriso misto di lacrime
la verginetta ti guarda, e trepida
le braccia porgendo ti dice
come a suora maggior: – Margherita! -.

E a te volando la strofe alcaica,
nata ne’ fieri tumulti libera,
tre volte ti gira la chioma
con la penna che sa le tempeste:

e, Salve, dice cantando, o inclita
a cui le Grazie corona cinsero,
a cui sí soave favella
la pietà ne la voce gentile!

Salve, o tu buona, sin che i fantasimi
di Raffaello ne’ puri vesperi
trasvolin d’Italia e tra’ lauri
la canzon del Petrarca sospiri!

COURMAYEUR

Conca in vivo smeraldo tra fóschi passaggi dischiusa,
o pia Courmayeur, ti saluto.
Te da la gran Giurassa da l’ardüa Grivola bella
il sole piú amabile arride.

Blandi misteri a te su’ boschi d’abeti imminente
la gelida luna diffonde,
mentre co ‘l fiso albor da gli ermi ghiacciai risveglia
fantasime ed ombre moventi.

Te la vergine Dora, che sa le sorgive de’ fonti
e sa de le genti le cune
cerula irriga, e canta; gli arcani ella canta de l’alpi,
e i carmi de’ popoli e l’armi.

De la valanga il tuon da l’orrida Brenva rintrona
e rotola giú per neri antri:
sta su ‘l verone in fior la vergine e tende lo sguardo,
e i verni passati ripensa.

Ma da’ pendenti prati di rosso papavero allegri
tra gli orzi e le segali bionde
spicca l’alauda il volo trillando l’aerea canzone:
io medito i carmi sereni.

Salve, o pia Courmayeur, che l’ultimo riso d’Italia
al piè del gigante de l’Alpi
rechi soave! te, datrice di posa e di canti,
io reco nel verso d’Italia.

Va su’ tuoi verdi prati l’ombría de le nubi fuggenti
e va su’ miei spirti la musa.
Amo al lucido e freddo mattin da’ tuoi sparsi casali
il fumo che ascende e s’avvolge

bigio al bianco vapor da l’are de’ monti smarrito
nel cielo divino. Si perde
l’anima in lento error: vien da le compiante memorie
e attinge l’eterne speranze.

IL LIUTO E LA LIRA

A MARGHERITA REGINA D’ITALIA

Quando la Donna Sabauda il fulgido
sguardo al lïuto reca e su ‘l memore
ministro d’eroici lai
la mano e l’inclita fronte piega,

commove un conscio spirito l’agili
corde e dal seno concavo mistico
la musa de’ tempi che furo
sale aspersa di faville d’oro;

e un coro e un canto di forme aeree,
quali già vide l’Alighier movere
ne’ giri d’armonica stanza, [6]
cinge l’italica Margherita.

“Io – dice l’una, cui la cesarie
inonda bionda gli omeri nivei
e gli occhi natanti nel lume
de l’estasi chiedono le sfere –

io son, regina, – dice – la nobile
Canzone; e a’ cieli volai da l’anima
di Dante, quand’egli nel maggio
angeli e spiriti lineava.

Io del Petrarca sovra le lacrime
passai tingendo d’azzurro l’aere
e accesi corone di stelle
in su l’aurea treccia d’Avignone.

Non mai piú alto sospiro d’anime
surse dal canto. Di te le laudi
a’ due leverò che l’Italia
poeti massimi rivelaro.”

“A me la terra piace – nel cantico
una seconda balzando applaude
con l’asta e lo scudo, e da l’elmo
fósca fugge a’ venti la criniera -.

Piace, se lampi d’acciaio solcano,
se ferrei nembi rompono l’aere
e cadon le insegne davanti
al flutto e a l’impeto de’ cavalli.

A cui la morte teme non ridono
le muse in cielo, quaggiú le vergini.
Avanti, Savoia! non anche
tutta désti la bandiera al vento.

La Sirventese sono. A me l’aquila
che da Superga rivola al Tevere
e i folgori stringe severa
dritta ne l’iride tricolore.”

“Ed io – la terza dice, di mammole
vïole un cerchio tessendo, e semplice
di rose e ligustri il sembiante
ombra sotto la castanea chioma –

la Pastorella sono. Di facili
amori e sdegni, danze e tripudii,
non piú rendo gli echi: una nube
va di tristizïa su la terra.

A te da’ verdi mugghianti pascoli,
da’ biondi campi, da le pomifere
colline, da’ boschi sonanti
di scuri e dal fumo de’ tuguri,

io reco il blando riso de’ parvoli,
di spose e figlie reco le lacrime
e i cenni de’ capi canuti
che ti salutano pïa madre”.

Tali, o Signora, forme e fantasimi
a voi d’intorno cantando volano
dal vago liuto: a la lira
io li do di Roma imperïante,

qui dove l’Alpi de le virginee
cime piú al sole diffusa raggiano
la bianca letizia da immenso
circolo, e cerula tra l’argento

per i tonanti varchi precipita
la Dora a valle cercando Italia,
e sceser vostri avi ferrati
con la spada e con la bianca croce.

Dal grande altare nival gli spiriti
del Montebianco sorgono attoniti,
a udire l’eloquio di Dante,
ne’ ritmi fulgidi di Venosa,

dopo cotanto strazio barbarico
ponendo verde sempre di gloria
il lauro di Livia a la fronte
de la Sabauda Margherita,

a voi, traverso l’onde de i secoli,
di due forti evi ricantar l’anima,
o figlia e regina del sacro
rinnovato popolo latino.

DELLE ODI BARBARE
LIBRO II

Musa latina, vieni meco a canzone novella:
Può nuova progenie il canto novello fare.
T. CAMPANELLA

CÈRILO

Non sotto ferrea punta che strida solcando maligna
dietro un pensier di noia l’aride carte bianche;

sotto l’adulto sole, nel palpito mosso da’ venti
pe’ larghi campi aprici, lungo un bel correr d’acque,

nasce il sospir de’ cuori che perdesi ne l’infinito,
nasce il dolce e pensoso fior de la melodia.

Qui brilla il maggio effuso ne l’aere odorato di rose,
brillano gli occhi vani, dormon ne’ petti i cuori:

dormono i cuor si drizzan le orecchie facili quando
la variopinta strilla nota de la Gioconda.

Oh de le Muse l’ara dal verde vertice bianco
su ‘l mare! Alcmane guida i virginei cori:

– Voglio con voi, fanciulle, volare, volare a la danza,
come il cèrilo vola tratto da le alcïoni:

vola con le alcïoni tra l’onde schiumanti in tempesta,
cèrilo purpureo nunzio di primavera -. [7]

FANTASIA

Tu parli; e, de la voce a la molle aura
lenta cedendo, si abbandona l’anima
del tuo parlar su l’onde carezzevoli,
e a strane plaghe naviga.

Naviga in un tepor di sole occiduo
ridente a le cerulee solitudini:
tra cielo e mar candidi augelli volano,
isole verdi passano,

e i templi su le cime ardui lampeggiano
di candor pario ne l’occaso roseo,
ed i cipressi de la riva fremono,
e i mirti densi odorano.

Erra lungi l’odor su le salse aure
e si mesce al cantar lento de’ nauti,
mentre una nave in vista al porto ammaina
le rosse vele placida.

Veggo fanciulle scender da l’acropoli
in ordin lungo; ed han bei pepli candidi,
serti hanno al capo, in man rami di lauro,
tendon le braccia e cantano.

Piantata l’asta in su l’arena patria,
a terra salta un uom ne l’armi splendido:
è forse Alceo da le battaglie reduce
a le vergini lesbie?

RUIT HORA

O desïata verde solitudine
lungi al rumor de gli uomini!
qui due con noi divini amici vengono,
vino ed amore, o Lidia.

Deh come ride nel cristallo nitido
Lieo, l’eterno giovine!
come ne gli occhi tuoi, fulgida Lidia,
trionfa amore e sbendasi!

Il sol traguarda basso ne la pergola,
e si rifrange roseo
nel mio bicchiere: aureo scintilla e tremola
fra le tue chiome, o Lidia.

Fra le tue nere chiome, o bianca Lidia,
langue una rosa pallida;
e una dolce a me in cuor tristezza súbita
tempra d’amor gl’incendii.

Dimmi: perché sotto il fiammante vespero
misterïosi gemiti
manda il mare là giú? quai canti, o Lidia,
tra lor quei pini cantano?

Vedi con che desio quei colli tendono
le braccia al sole occiduo:
cresce l’ombra e li fascia: ei par che chiedano
il bacio ultimo, o Lidia.

Io chiedo i baci tuoi, se l’ombra avvolgemi,
Lieo, dator di gioia:
io chiedo gli occhi tuoi, fulgida Lidia,
se Iperïon precipita.

E precipita l’ora. O bocca rosea,
schiuditi: o fior de l’anima,
o fior del desiderio, apri i tuoi calici:
o care braccia, apritevi.

ALLA STAZIONE IN UNA MATTINA D’AUTUNNO

Oh quei fanali come s’inseguono
accïdiosi là dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce su ‘l fango!

Flebile, acuta, stridula fischia
la vaporiera da presso. Plumbeo
il cielo e il mattino d’autunno
come un grande fantasma n’è intorno.

Dove e a che move questa, che affrettasi
a’ carri foschi, ravvolta e tacita
gente? a che ignoti dolori
o tormenti di speme lontana?

Tu pur pensosa, Lidia, la tessera
al secco taglio dài de la guardia,
e al tempo incalzante i begli anni
dài, gl’istanti gioiti e i ricordi.

Van lungo il nero convoglio e vengono
incappucciati di nero i vigili,
com’ombre; una fioca lanterna
hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei

freni tentati rendono un lugubre
rintócco lungo: di fondo a l’anima
un’eco di tedio risponde
doloroso, che spasimo pare.

E gli sportelli sbattuti al chiudere
paion oltraggi: scherno par l’ultimo
appello che rapido suona:
grossa scroscia su’ vetri la pioggia.

Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra; immane pe ‘l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio.

Va l’empio mostro; con traino orribile
sbattendo l’ale gli amor miei portasi.
Ahi, la bianca faccia e ‘l bel velo
salutando scompar ne la tenebra.

O viso dolce di pallor roseo,
o stellanti occhi di pace, o candida
tra’ floridi ricci inchinata
pura fronte con atto soave!

Fremea la vita nel tepid’aere,
fremea l’estate quando mi arrisero;
e il giovine sole di giugno
si piacea di baciar luminoso

in tra i riflessi del crin castanei
la molle guancia: come un’aureola
piú belli del sole i miei sogni
ricingean la persona gentile.

Sotto la pioggia, tra la caligine
torno ora, e ad esse vorrei confondermi;
barcollo com’ebro, e mi tócco,
non anch’io fossi dunque un fantasma.

Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l’anima!
io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre.

Meglio a chi ‘l senso smarrí de l’essere,
meglio quest’ombra, questa caligine:
io voglio io voglio adagiarmi
in un tedio che duri infinito.

MORS (NELL’EPIDEMIA DIFTERICA)

Quando a le nostre case la diva severa discende,
da lungi il rombo de la volante s’ode,

e l’ombra de l’ala che gelida gelida avanza
diffonde intorno lugubre silenzio.

Sotto la venïente ripiegano gli uomini il capo,
ma i sen feminei rompono in aneliti.

Tale de gli alti boschi, se luglio il turbine addensa,
non corre un fremito per le virenti cime:

immobili quasi per brivido gli alberi stanno,
e solo il rivo roco s’ode gemere.

Entra ella, e passa, e tócca; e senza pur volgersi atterra
gli arbusti lieti di lor rame giovani;

miete le bionde spiche, strappa anche i grappoli verdi,
coglie le spose pie, le verginette vaghe

ed i fanciulli: rosei tra l’ala nera ei le braccia
al sole a i giuochi tendono e sorridono.

Ahi tristi case dove tu innanzi a’ vólti de’ padri,
pallida muta diva, spegni le vite nuove!

Ivi non piú le stanze sonanti di risi e di festa
o di bisbigli, come nidi d’augelli a maggio:

ivi non piú il rumore de gli anni lieti crescenti,
non de gli amor le cure, non d’imeneo le danze:

invecchian ivi ne l’ombra i superstiti, al rombo
del tuo ritorno teso l’orecchio, o dea.

UNA SERA DI SAN PIETRO

Ricordo. Fulvo il sole tra i rossi vapori e le nubi
calde al mare scendeva, come un grande clipeo di rame
che in barbariche pugne corrusca ondeggiando poi cade.
Castiglioncello in alto fra mucchi di querce ridea
da le vetrate un folle vermiglio sogghigno di fata.
Ma io languido e triste (da poco avea scosso la febbre
maremmana, ed i nervi pesavanmi come di piombo)
guardava a la finestra. Le rondini rapide i voli
sgembi tessevan e ritessevano intorno le gronde,
e le passere brune strepíano al vespro maligno.
Brevi d’entro la macchia svariavano il piano ed i colli,
rasi a metà da la falce, in parte ancor mobili e biondi.
Via per i solchi grigi le stoppie fumavano accese:
or sí or no veniva su per le aure umide il canto
de’ mietitori, lungo, lontano, piangevole, stanco:
grave l’afa stringeva l’aër, la marina, le piante.
Io levai gli occhi al sole – O lume superbo del mondo,
tu su la vita guardi com’ebro ciclope da l’alto! –
Gracchiarono i pavoni schernendomi tra i melograni,
e un vipistrello sperso passommi radendo su ‘l capo.

PE ‘L CHIARONE DA CIVITAVECCHIA

LEGGENDO IL MARLOWE

Calvi, aggrondati, ricurvi, sí come becchini a la fossa
stan radi alberi in cerchio de la sucida riva.

Stendonsi livide l’acque in linea lunga che trema
sotto squallido cielo per la lugubre macchia.

Bevon le nubi dal mare con pendule trombe, ed il sole
piove sprazzi di riso torbido sovra i poggi.

I poggi sembrano capi di tignosi ne l’ospitale,
l’un fastidisce l’altro da’ finitimi letti.

Scattan su da un cespuglio co ‘l guizzo di frecce mancate
due neri uccelli: cala con pigre ruote un falco.

Corrono, mentr’io leggo Marlowe, le smunte cavalle
de la vettura: il sole scema, la pioggia freme.

Ed ecco a poco a poco la selva infóscasi orrenda,
la selva, o Dante, d’alberi e di spiriti,

dove tra piante strane tu strane ascoltasti querele,
dove troncasti il pruno ch’era Pier de la Vigna.

Io leggo ancora Marlowe. Del reo verso bieco, simíle
a sogno d’uomo cui molta birra gravi,

d’odii et incèsti e morti balzando tra forme angosciose
esala un vapor acre d’orrida tristizia,

che sale e fuma, e misto a l’aer maligno feconda
di mostri intorno le pendenti nuvole,

crocida in fondo a’ fossi, ferrugigno ghigna ne’ bronchi,
filtra con la pioggia per l’ossa stanche. Io tremo.

Ah quei pini che il vento che il mare curvaron tanti anni
paiono traer guai contro di me: – Che importa

– dicon – tendere a l’alto? che vale combatter? Che giova
amare? Il fato passa ed abbassa. – Ma tu,

tu sughero triste che a terra schiacciato rialzi
il capo, reo gobbo, bestemmïando Iddio,

perché mi tendi minaccioso le braccia tue torte?
che colpa ho io ne ‘l fato che ti danna?

E voi, lunghe nel mezzo del tetro recinto alberelle,
co’ rami spioventi, quasi canute chiome,

siete alberelle voi? siete le tre fiere sorelle
che aspettâr Macbeth su la fatale via?

Odo pauroso carme che voi bisbigliate co’ venti,
di rospi, di serpi, di sanguinanti cuori.

Guglielmo, re de’ poeti da l’ardüa fronte serena,
perché mi mandi lugubri messaggi?

Io non uccisi il sonno, ben gli altri a me spensero il cuore:
non cerco un regno, io solo chieggo al mondo l’oblio.

Oblio? no, vendetta. Cadaveri antichi, pensieri
che tutti una ferita mostrate aperta e tutti

a tradimento, su! su da ‘l cimitero del petto,
su date a’ venti i vostri veli funebri.

Qui raduniam consiglio, qui ne l’orribile spazzo,
a l’ombre ignave, su le mortifere acque.

Qui gonfia di serpi tra ‘l fior bianco e giallo la terra,
pregna di veleni qui primavera ride.

Rida ubriaco il verso di gioia maligna; com’angue,
strisci, si attorca, snodisi tra i sibili.

Volate, volate, canzoni vampire, cercando
i cuor che amammo: sangue per sangue sia.

Ma che? Disvelasi lunge superbo a veder l’Argentaro
lento scendendo nel Tirreno cerulo.

Il sole illustra le cime. Là in fondo sono i miei colli,
con la serena vista, con le memorie pie.

Ivi m’arrise fanciullo la diva sembianza d’Omero.
Via, tu, Marlowe, a l’acque! tu, selva infame, addio.

ALLA MENSA DELL’AMICO

Non mai dal ciel ch’io spirai parvolo
ridesti, o Sole, bel nume, splendido
a me, sí come oggi ch’effuso
t’amo per l’ampie vie di Livorno.

Non mai fervesti, Bromio, ne i calici
consolatore saggio e benevolo,
com’oggi ch’io libo a l’amico
pensando i varchi de l’Apennino.

O Sole, o Bromio, date che integri,
non senza amore, non senza cetera,
scendiamo a le placide ombre
– là dov’è Orazio – l’amico ed io.

Ma sorridete gli augurî a i parvoli
che, dolci fiori, la mensa adornano,
la pace a le madri, gli amori
a i baldi giovani e le glorie.

RAGIONI METRICHE

Rompeste voi ‘l Tevere a nuoto, Clelïa, come
l’antica vostra, o a noi nuova Rea Silvia uscite?

Scarso, o nipote di Rea, l’endecasillabo ha il passo
a misurare i clivi de le bellezze vostre:

solo co ‘l piè trïonfale l’eroico esametro puote
scander la vïa sacra de le lunate spalle.

Da l’arce capitolina del collo fidiaco molle
il pentametro pender, ghirlanda albana, deve.

Batta ne ‘l raggio de gli occhi, che fiero corusca sí come
tra i colli prenestrini dietro l’aurora il sole,

batta l’alcaica strofe trepidando l’ali, e si scaldi
a i forti amori: indietro, tu settenario vile.

Oh, su la chioma ondosa che simile a notte discende
pe ‘l crepuscolo pario de le doriche forme

(lasciate a le serve, nipote di Rea, gli ottonari)
corona aurea di stelle fulga l’asclepiadea.

FIGURINE VECCHIE

Qual da la madre battuto pargolo
od in proterva rissa mal domito
stanco s’addorme con le pugna
serrate e i cigli rannuvolati,

tal nel mio petto l’amore, o candida
Lalage, dorme: non sogna o invidia,
s’al roseo maggio erran giocando
gli altri felici pargoli al sole.

Oh no ‘l destare! l’udresti, o Lalage,
di torbid’ire fiedere l’aere
rompendo i giuochi a’ lieti eguali,
dio di battaglia per me l’amore.

SOLE D’INVERNO

Nel solitario verno de l’anima
spunta la dolce imagine,
e tócche frangonsi tosto le nuvole
de la tristezza e sfumano.

Già di cerulea gioia rinnovasi
ogni pensiero: fremere
sentomi d’intima vita gli spiriti:
il gelo inerte fendesi.

Già de’ fantasimi dal mobil vertice
spiccian gli affetti memori,
scendon con rivoli freschi di lacrime
giú per l’ombra del tedio.

Scendon con murmuri che a gli antri chiamano
echi d’amor superstiti
e con letizia d’acque che a’ margini
sonni di fiori svegliano.

Scendono, e in limpido fiume dilagano,
ove le rive e gli alberi
e i colli e il tremulo riso de l’aere
specchiasi vasto e placido.

Tu su la nubila cima de l’essere,
tu sali, o dolce imagine;
e sotto il candido raggio devolvere
miri il fiume de l’anima.

EGLE

Stanno nel grigio verno pur d’edra e di lauro vestite
ne l’Appia trista le ruïnose tombe.

Passan pe ‘l ciel turchino che stilla ancor da la pioggia
avanti al sole lucide nubi bianche.

Egle, levato il capo vèr’ quella serena promessa
di primavera, guarda le nubi e il sole.

Guarda; e innanzi a la bella sua fronte piú ancora che al sole
ridon le nubi sopra le tombe antiche.

“PRIMO VERE”

Ecco: di braccio al pigro verno sciogliesi
ed ancor trema nuda al rigid’aere
la primavera: il sol tra le sue lacrime
limpido brilla, o Lalage.

Da lor culle di neve i fior si svegliano
e curïosi al ciel gli occhietti levano:
in quelli sguardi vagola una tremula
ombra di sogno, o Lalage.

Nel sonno de l’inverno sotto il candido
lenzuolo de la neve i fior sognarono;
sognaron l’albe roride ed i tepidi
soli e il tuo viso, o Lalage.

Ne l’addormito spirito che sognano
i miei pensieri? A tua bellezza candida
perché mesta sorride tra le lacrime
la primavera, o Lalage?

“VERE NOVO”

Rompendo il sole tra i nuvoli bianchi a l’azzurro
sorride e chiama – O primavera, vieni! –

Tra i verzicanti poggi con mormorii placidi il fiume
ricanta a l’aura – O primavera, vieni! –

– O primavera, vieni! – ridice il poeta al suo cuore
e guarda gli occhi, Lalage pura, tuoi.

CANTO DI MARZO

Quale una incinta, su cui scende languida
languida l’ombra del sopore e l’occupa,
disciolta giace e palpita su ‘l talamo,
sospiri al labbro e rotti accenti vengono
e súbiti rossor la faccia corrono;

tale è la terra: l’ombra de le nuvole
passa a sprazzi su ‘l verde tra il sol pallido:
umido vento scuote i pèschi e i mandorli
bianco e rosso fioriti, ed i fior cadono:
spira da i pori de le glebe un cantico.

– O salïenti da’ marini pascoli
vacche del cielo, grige e bianche nuvole,
versate il latte da le mamme tumide
al piano e al colle che sorride e verzica,
a la selva che mette i primi palpiti -.

Cosí cantano i fior che si risvegliano:
cosí cantano i germi che si movono
e le radici che bramose stendonsi:
cosí da l’ossa de i sepolti cantano
i germi de la vita e de gli spiriti.

Ecco l’acqua che scroscia e il tuon che brontola:
porge il capo il vitel da la stalla umida,
la gallina scotendo l’ali strepita,
profondo nel verzier sospira il cúculo
ed i bambini sopra l’aia saltano.

Chinatevi al lavoro, o validi omeri;
schiudetevi a gli amori, o cuori giovani;
impennatevi a i sogni, ali de l’anime;
irrompete a la guerra, o desii torbidi:
ciò che fu torna e tornerà ne i secoli.

SALUTO D’AUTUNNO

Pe’ verdi colli, da’ cieli splendidi,
e ne’ fiorenti campi de l’anima,
Delia, a voi tutto è una festa
di primavera: lungi le tombe!

Voi dolce madre chiaman due parvole,
voi dolce suora le rose chiamano,
e il sol vi corona di lume,
divino amico, la bruna chioma.

Lungi le tombe! Lontana favola
per voi la morte! Salite il tramite
de gli anni, e con citara d’oro
Ebe serena v’accenna a l’alto.

Giú ne la valle, freddi dal turbine,
noi vi miriamo ridente ascendere;
e un raggio del vostro sorriso
frange le nebbie pigre a l’autunno.

SU MONTE MARIO

Solenni in vetta a Monte Mario stanno
nel luminoso cheto aere i cipressi,
e scorrer muto per i grigi campi
mirano il Tebro,

mirano al basso nel silenzio Roma
stendersi, e, in atto di pastor gigante
su grande armento vigile, davanti
sorger San Pietro.

Mescete in vetta al luminoso colle,
mescete, amici, il biondo vino, e il sole
vi si rinfranga: sorridete, o belle:
diman morremo.

Lalage, intatto a l’odorato bosco
lascia l’alloro che si gloria eterno,
o a te passando per la bruna chioma
splenda minore.

A me tra ‘l verso che pensoso vola
venga l’allegra coppa ed il soave
fior de la rosa che fugace il verno
consola e muore.

Diman morremo, come ier moriro
quelli che amammo: via da le memorie,
via da gli affetti, tenui ombre lievi
dilegueremo.

Morremo; e sempre faticosa intorno
de l’almo sole volgerà la terra,
mille sprizzando ad ogni istante vite
come scintille;

vite in cui nuovi fremeranno amori,
vite che a pugna nuove fremeranno,
e a nuovi numi canteranno gl’inni
de l’avvenire.

E voi non nati, a le cui man’ la face
verrà che scórse da le nostre, e voi
disparirete, radïose schiere,
ne l’infinito.

Addio, tu madre del pensier mio breve,
terra, e de l’alma fuggitiva! quanta
d’intorno al sole aggirerai perenne
gloria e dolore!

fin che ristretta sotto l’equatore
dietro i richiami del calor fuggente
l’estenuata prole abbia una sola
femina, un uomo,

che ritti in mezzo a’ ruderi de’ monti,
tra i morti boschi, lividi, con gli occhi
vitrei te veggan su l’immane ghiaccia,
sole, calare.

LA MADRE (GRUPPO DI ADRIANO CECIONI)

Lei certo l’alba che affretta rosea
al campo ancora grigio gli agricoli
mirava scalza co ‘l piè ratto
passar tra i roridi odor’ del fieno.

Curva su i biondi solchi i larghi omeri
udivan gli olmi bianchi di polvere
lei stornellante su ‘l meriggio
sfidar le rauche cicale a i poggi.

E quando alzava da l’opra il turgido
petto e la bruna faccia ed i riccioli
fulvi, i tuoi vespri, o Toscana,
coloraro ignei le balde forme.

Or forte madre palleggia il pargolo
forte; da i nudi seni già sazio
palleggialo alto, e ciancia dolce
con lui che a’ lucidi occhi materni

intende gli occhi fissi ed il piccolo
corpo tremante d’inquïetudine
e le cercanti dita: ride
la madre e slanciasi tutta amore.

A lei d’intorno ride il domestico
lavor, le biade tremule accennano
dal colle verde, il büe mugghia,
su l’aia il florido gallo canta.

Natura a i forti che per lei spregiano
le care a i vulghi, larve di gloria
cosí di sante visïoni
conforta l’anime, o Adrïano:

onde tu al marmo, severo artefice,
consegni un’alta speme de i secoli.
Quando il lavoro sarà lieto?
quando securo sarà l’amore?

quando una forte plebe di liberi
dirà guardando nel sole – Illumina
non ozi e guerre a i tiranni,
ma la giustizia pia del lavoro – ?

PER UN INSTITUTO DI CIECHI

Quando mirava Omero le fulgide a’ dardani campi
pugne, con gli occhi spenti ed immoti al cielo;

quando, levata in fredda caligin la fronte, vedeva
Milton passare su’ mondi vinti Dio;

l’alma del tutto in essi rompeva la inerte de’ sensi
bruma, e ne’ grandi spiriti il sole ardea.

Quando Tobia meschino del can riconobbe il latrato
e brancolando porse le bianche mani,

messa dal ciel sovvenne la santa pietà: Rafaele
biondo a’ lassi occhi rese il bel figlio e il lume.

Stanno ne l’ampia terra gli eroi del pensiero in disparte:
a Rafaele tende le braccia il mondo.

SOGNO D’ESTATE

Tra le battaglie, Omero, nel carme tuo sempre sonanti
la calda ora mi vinse: chinommisi il capo tra ‘l sonno
in riva di Scamandro, ma il cor mi fuggí su ‘l Tirreno.
Sognai, placide cose de’ miei novelli anni sognai.
Non piú libri: la stanza dal sole di luglio affocata,
rintronata da i carri rotolanti su ‘l ciottolato
de la città, slargossi: sorgeanmi intorno i miei colli,
cari selvaggi colli che il giovane april rifioría.
Scendeva per la piaggia con mormorii freschi un zampillo
pur divenendo rio: su ‘l rio passeggiava mia madre
florida ancor ne gli anni, traendosi un pargolo a mano
cui per le spalle bianche splendevano i riccioli d’oro.
Andava il fanciulletto con piccolo passo di gloria,
superbo de l’amore materno, percosso nel core
da quella festa immensa che l’alma natura intonava.
Però che le campane sonavano su dal castello
annunzïando Cristo tornante dimane a’ suoi cieli;
e su le cime e al piano, per l’aure, pe’ rami, per l’acque,
correa la melodia spiritale di primavera;
ed i pèschi ed i méli tutti eran fior bianchi e vermigli,
e fior’ gialli e turchini ridea tutta l’erba al di sotto,
ed il trifoglio rosso vestiva i declivii de’ prati,
e molli d’auree ginestre si paravano i colli,
e un’aura dolce movendo quei fiori e gli odori
veniva giú dal mare; nel mar quattro candide vele
andavano andavano cullandosi lente nel sole,
che mare e terra e cielo sfolgorante circonfondeva.
La giovine madre guardava beata nel sole.
Io guardavo la madre, guardava pensoso il fratello,
questo che or giace lungi su ‘l poggio d’Arno fiorito
quella che dorme presso ne l’erma solenne Certosa;
pensoso e dubitoso s’ancora ei spirassero l’aure
o ritornasser pii del dolor mio da una plaga
ove tra note forme rivivono gli anni felici.
Passâr le care imagini, disparvero lievi co ‘l sonno.
Lauretta empieva intanto di gioia canora le stanze,
Bice china al telaio seguía cheta l’opra de l’ago.

COLLI TOSCANI

Colli toscani e voi pacifiche selve d’olivi
a le cui ombre chete stetti in pensier d’amore,
tósca vendemmia e tu da’ grappi vermigli spumanti
in faccia al sole tra giocondi strepiti,

sole de’ giovini anni; ridete a la dolce fanciulla
che amor mi strappa e rende sposa al toscano cielo;
voi le ridete, e quella che sempre negaronmi i fati
pace d’affetti datele ne l’anima.

Colli, tacete, e voi non susurratele, olivi,
non dirle, o sol, per anche, tu onniveggente, pio,
ch’oltre quel monte giaccion lei forse aspettando, que’ miei
che visser tristi, che in dolor morirono.

Ella ammirando guarda la cima, tremarsi nel cuore
sente la vita e un lieve spirto sfiorar le chiome,
mentre l’aura montana, calando già il sole, d’intorno
al giovin capo le agita il vel candido.

PER LE NOZZE DI MIA FIGLIA

O nata quando su la mia povera
casa passava come uccel profugo
la speranza, e io disdegnoso
battea le porte de l’avvenire;

or che il piè saldo fermai su ‘l termine
cui combattendo valsi raggiungere
e rauchi squittiscon da torno
i pappagalli lusingatori;

tu mia colomba t’involi, trepida
il nuovo nido voli a contessere
oltre Apennino, nel nativo
aëre dolce de’ colli tóschi.

Va’ con l’amore, va’ con la gioia,
va’ con la fede candida. L’umide
pupille fise a vel fuggente,
la mia Camena tace e ripensa.

Ripensa i giorni quando tu parvola
coglievi fiori sotto le acacie,
ed ella reggendoti a mano
fantasmi e forme spïava in cielo.

Ripensa i giorni quando a la morbida
tua chioma intorno rogge strisciavano
le strofe contro a gli oligarchi
librate e al vulgo vile d’Italia.

E tu crescevi pensosa vergine,
quand’ella prese d’assalto intrepida
i clivi de l’arte e piantovvi
la sua bandiera garibaldina.

Riguarda, e pensa. De gli anni il tramite
teco fia dolce forse ritessere,
e risognare i cari sogni
nel blando riso de’ figli tuoi?

O forse meglio giova combattere
fino a che l’ora sacra richiamine?
Allora, o mia figlia, – nessuna
me Beatrice ne’ cieli attende –

allora al passo che Omero ellenico
e il cristïano Dante passarono
mi scorga il tuo sguardo soave,
la nota voce tua m’accompagni.

PRESSO L’URNA DI PERCY BYSSHE SHELLEY

Lalage, io so qual sogno ti sorge dal cuore profondo,
so quai perduti beni l’occhio tuo vago segue.

L’ora presente è in vano, non fa che percuotere e fugge;
sol nel passato è il bello, sol ne la morte è il vero.

Pone l’ardente Clio su ‘l monte de’ secoli il piede
agile, e canta, ed apre l’ali superbe al cielo.

Sotto di lei volante si scuopre ed illumina l’ampio
cimitero del mondo, ridele in faccia il sole

de l’età nova. O strofe, pensier de’ miei giovini anni,
volate omai secure verso gli antichi amori;

volate pe’ cieli, pe’ cieli sereni, a la bella
isola risplendente di fantasia ne’ mari.

Ivi poggiati a l’aste Sigfrido ed Achille alti e biondi
erran cantando lungo il risonante mare:

dà fiori a quello Ofelia sfuggita al pallido amante,
dal sacrificio a questo Ifïanassa viene.

Sotto una verde quercia Rolando con Ettore parla,
sfolgora Durendala d’oro e di gemme al sole:

mentre al florido petto richiamasi Andromache il figlio,
Alda la bella, immota, guarda il feroce sire.

Conta re Lear chiomato a Edippo errante sue pene,
con gli occhi incerti Edippo cerca la sfinge ancora:

la pia Cordelia chiama – Deh, candida Antigone, vieni!
vieni, o greca sorella! Cantiam la pace a i padri. –

Elena e Isotta vanno pensose per l’ombra de i mirti,
il vermiglio tramonto ride a le chiome d’oro:

Elena guarda l’onde: re Marco ad Isotta le braccia
apre, ed il biondo capo su la gran barba cade.

Con la regina scota su ‘l lido nel lume di luna
sta Clitennestra: tuffan le bianche braccia in mare,

e il mar rifugge gonfio di sangue fervido: il pianto
de le misere echeggia per lo scoglioso lido.

Oh lontana a le vie de i duri mortali travagli
isola de le belle, isola de gli eroi,

isola de’ poeti! Biancheggia l’oceano d’intorno,
volano uccelli strani per il purpureo cielo.

Passa crollando i lauri l’immensa sonante epopea
come turbin di maggio sopra ondeggianti piani;

o come quando Wagner possente mille anime intona
a i cantanti metalli; trema a gli umani il core.

Ah, ma non ivi alcuno de’ novi poeti mai surse,
se non tu forse, Shelley, spirito di titano

entro virginee forme: dal vivo complesso di Teti
Sofocle a volo tolse te fra gli eroici cori.

O cuor de’ cuori, sopra quest’urna che freddo ti chiude
adora e tepe e brilla la primavera in fiore.

O cuor de’ cuori, il sole divino padre ti avvolge
de’ suoi raggianti amori, povero muto cuore.

Fremono freschi i pini per l’aura grande di Roma:
tu dove sei, poeta del liberato mondo?

Tu dove sei? m’ascolti? Lo sguardo mio umido fugge
oltre l’aurelïana cerchia su ‘l mesto piano.

AVE (IN MORTE DI G.P.)

Or che le nevi premono,
lenzuol funereo, le terre e gli animi,
e de la vita il fremito
fioco per l’aura vernal disperdersi,

tu passi, o dolce spirito:
forse la nuvola ti accoglie pallida
là per le solitudini
del vespro e tenue teco dileguasi.

Noi, quando a’ soli tepidi
un desio languido ricerca l’anime
e co’ fiori che sbocciano
torna Persefone da gli occhi ceruli,

noi penseremo, o tenero,
a te non reduce. Sotto la candida
luna d’april trascorrere
vedrem la imagine cara accennandone.

NEVICATA

Lenta fiocca la neve pe ‘l cielo cinerëo: gridi,
suoni di vita piú non salgono da la città,

non d’erbaiola il grido o corrente rumore di carro,
non d’amor la canzone ilare e di gioventú.

Da la torre di piazza roche per l’aere le ore
gemon, come sospir d’un mondo lungi dal dí.

Picchiano uccelli raminghi a’ vetri appannati: gli amici
spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.

In breve, o cari, in breve – tu càlmati, indomito cuore –
giú al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò.

CONGEDO

A’ lor cantori diano i re fulgente
collana d’oro lungo il petto, i volghi
a’ lor giullari dian con roche strida
suono di mani.

Premio del verso che animoso vola
da le memorie a l’avvenire, io chiedo
colma una coppa a l’amicizia e il riso
de la bellezza.

Come ricordo d’un mattin d’aprile
puro è il sorriso de le belle, quando
l’età fugace chiudere s’affretta
il nono lustro;

e tra i bicchier che l’amistade infiora
vola serena imagine la morte,
come a te sotto i platani d’Ilisso,
divo Platone.

VERSIONI

TOMBE PRECOCI: DA FR. G. KLOPSTOCK

Ben vieni, o bell’astro d’argento,
compagno tacente a la notte.
Tu fuggi? oh rimanti, splendore pensoso!
Vedete? ei rimane: la nuvola va.

Piú bel d’una notte d’estate
è solo il mattino di maggio:
a lui la rugiada gocciando da i ricci
riluce, e vermiglio pe ‘l colle va su.

O cari, già il musco severo
a voi sopra i tumuli crebbe:
deh come felice vedeva io con voi
le notti d’argento, vermigli i bei dí!

NOTTE D’ESTATE: DA FR. G. KLOPSTOCK

Quando il tremulo splendore de la luna
si diffonde giú pe’ boschi, quando i fiori
e i molli aliti de i tigli
via pe ‘l fresco esalano,

il pensiero de le tombe come un’ombra
in me scende; né piú i fiori né piú i tigli
danno odore; tutto il bosco
è per me crepuscolo.

Queste gioie con voi, morti, m’ebbi un tempo;
come il fresco era e il profumo dolce intorno!
come bella eri, o natura,
in quell’albor tremulo!

LA TORRE DI NERONE: DA A. PLATEN

Narra la fama, e ancor n’ha orrore il popolo:
Nerone, indétto a la città l’incendio,
salí su quella torre a lo spettacolo
del rogo, allegro ed avido.

Correano al cenno suo gl’incendiarii,
baccanti in festa, e roteavan picei
serti di fiamma. Dritto su’ merli aurei
Neron tócca la cetera.

– Gloria – egli canta – al fuoco: a l’oro ei simile,
ei degno del Titan che al cielo tolselo:
l’augel di Giove il porta; ed il primo alito
egli accolse di Bromio.

Vieni, splendido nume: al crine i pampini,
molle danza su ‘l mondo anzi che in polvere
torni: di Roma qui raccogli il cenere
e nel tuo vino mescilo. –

ERO E LEANDRO: DA A. VON PLATEN

Ero l’amata muore, ne i flutti cercando la morte;
Saffo l’amante muore, morte chiedendo a i flutti.

Amore, iddio crudele, a te cadon vittime entrambe:
scorgile tu nel cheto reame di Persefone.

Ma di Leandro al petto conduci la vergin di Sesto,
guida al fiume di Lete la deserta di Lesbo.

LA LIRICA: DA A. PLATEN

A la materia l’anima s’appiglia,
polso del mondo è l’azïone; e a sorde
orecchie spesso versa i canti l’alta
lirica musa.

A tutti Omero s’apre e svarïati
gli arazzi de la favola dispiega,
l’autor del dramma trascinando i volghi
le scene eleva.

Ma il vol del sacro Pindaro, di Flacco
l’arte e, o Petrarca, il tuo librato verso,
lento ne i cuori imprimesi, e a la plebe
ardüo sfugge.

Grazia che pensa, non agevol ritmo
di canzoncine intorno la teletta:
non lieve sguardo penetra le loro
alme possenti.

Eterno vaga per le genti il nome,
ma raro ad essi spirito s’aggiunge
amico e pio che onori le gagliarde
menti profonde.

NOTE [A “ODI BARBARE”]

[1] Fu chi intese che questi versi augurassero la malaria ai buzzurri. Ohimè! Io intendevo imprecare alla speculazione edilizia che già minacciava i monumenti, accarezzata da quella trista amministrazione la quale educò il marciume che serpeggia a questi giorni nella capitale (4 febb. 1893).

[2] Fu composta negli ultimi giorni di luglio del 1882 (il tempo della composizione dà ragione del finale) per la pubblicazione del volume di Giuseppe Regaldi [Firenze, Le Monnier], dove le antichità e le novità dell’Egitto sono discorse con faconda copia di notizie.

[3] Mi tengo di aver rinnovato un bell’aggettivo dantesco dal verso 91 del XXV Purgatorio, se non che io invece di piorno vorrei poter leggere e senza esitazione scrivo piovorno che è la forma integra, come leggono il codice Poggiali e uno dell’ Archiginnasio di Bologna, e come parmi d’aver sentito dire alcuna volta in contado non so piú se di Toscana o di Romagna. Aer piovorno vale, nell’interpretazione del Buti, pieno di nuvoli acquosi: altro, in somma, da piovoso.

[4] Per i luoghi dell’ Istria ricordati in questo verso e per la punta di Salvore [v. 45], son certo di far cosa grata ai lettori italiani rimandandoli a un libro molto buono, con rappresentazioni fotografiche ammirevoli, di Giuseppe Caprin, stampato in Trieste nel 1889, Marine istriane: libro che mi fa spesso tornare il pensiero, con desiderio sempre piú acceso, a quella bellissima e nobilissima regione, tutta romana e veneta, della gran patria italiana.

[5] Alcuni ricordi del castello di Miramar in questi versi han forse bisogno di schiarimento. Nella stanza di studio di Massimiliano, costruita in guisa che rassomigliasse la cabina della contrammiraglia Novara che lo trasportò al Messico, sono i ritratti di Dante e di Goethe presso il luogo ove l’arciduca sedeva a studiare; sta tutt’ ora aperta su’ l tavolino un’antica edizione, che parmi di ricordare assai rara e stampata ne’ Paesi bassi, di romanze castigliane. Nella sala maggiore sono incise piú sentenze latine: memorevoli, per il luogo e per l’uomo, queste: Si fortuna iuvat caveto tolli – Saepe sub dulci melle venena latent – Non ad astra mollis e terris via – Vivitur ingenio, caetera mortis erunt.

[6] Quest’ode, composta in Courmayeur, fu pensata in Roma, nell’occasione che il prof. Chilesotti l’8 maggio del 1889 nella sala Palestrina parlò della musica dei secoli XV e XVI, presente la Regina Margherita. Ivi, tra gli altri strumenti musicali, erano due liuti della Regina: la quale ebbe allora la gentile curiosità di conoscere l’arte del liuto e l’uso d’esso nella poesia italiana e provenzale.

[7] Il frammento d’ Alcmane, a cui fu inspirata la invocazione contenuta in questi versi, è benissimo illustrato dal prof. L. A. Michelangeli nella dotta raccolta ch’egli ha pubblicato (Bologna, Zanichelli, 1889) dei Frammenti della melica greca.

RIME E RITMI

ALLA SIGNORINA MARIA A.

O piccola Maria,
Di versi a te che importa?

Esce la poesia,
O piccola Maria,
Quando malinconia
Batte del cor la porta.

O piccola Maria,
Di versi a te che importa?

NEL CHIOSTRO DEL SANTO

Sí come fiocchi di fumo candido
tenui sfilando passan le nuvole
su l’aëree cupole, sovra
le fantastiche torri del Santo;

passan pe’l cielo turchino, limpido,
fresco di pioggia recente; sonito
di mondo lontano par l’eco
tra le arcate che abbraccian le tombe.

Tal su l’audacie de gli anni giovani
a me poeta passaro i cantici,
ed ora ne l’animo chiuso
solitaria ne mormora l’eco.

Sí come nubi, sí come cantici
fuggon l’etadi brevi de gli uomini:
dinanzi da gli occhi smarriti,
ombra informe, che vuol l’infinito?

JAUFRÉ RUDEL

Dal Libano trema e rosseggia
Su ‘l mare la fresca mattina:
Da Cipri avanzando veleggia
La nave crociata latina.
A poppa di febbre anelante
Sta il prence di Blaia, Rudello,
E cerca co ‘l guardo natante
Di Tripoli in alto il castello.

In vista a la spiaggia asïana
Risuona la nota canzone:
“Amore di terra lontana,
Per voi tutto il core mi duol.”
Il volo d’un grigio alcïone
Prosegue la dolce querela,
E sovra la candida vela
S’affligge di nuvoli il sol.

La nave ammaina, posando
Nel placido porto. Discende
Soletto e pensoso Bertrando,
La via per al colle egli prende.
Velato di funebre benda
Lo scudo di Blaia ha con sé:
Affretta al castel: – Melisenda
Contessa di Tripoli ov’è?

Io vengo messaggio d’amore,
Io vengo messaggio di morte:
Messaggio vengo io del signore
Di Blaia, Giaufredo Rudel.
Notizie di voi gli fûr porte,
V’amò vi cantò non veduta:
Ei viene e si muor. Vi saluta,
Signora, il poeta fedel. –

La dama guardò lo scudiero
A lungo, pensosa in sembianti:
Poi surse, adombrò d’un vel nero
La faccia con gli occhi stellanti:
– Scudier, – disse rapida – andiamo.
Ov’è che Giaufredo si muore?
Il primo al fedele richiamo
E l’ultimo motto d’amore. –

Giacea sotto un bel padiglione
Giaufredo al conspetto del mare:
In nota gentil di canzone
Levava il supremo desir.
– Signor che volesti creare
Per me questo amore lontano,
Deh fa cha a la dolce sua mano
Commetta l’estremo respir! –

Intanto co ‘l fido Bertrando
Veniva la donna invocata;
E l’ultima nota ascoltando
Pietosa risté su l’entrata:
Ma presto, con mano tremante
Il velo gittando, scoprì
La faccia; ed al misero amante
– Giaufredo, – ella disse – son qui. –

Voltossi, levossi co ‘l petto
Su i folti tappeti il signore,
E fiso al bellissimo aspetto
Con lungo sospiro guardò.
– Son questi i begli occhi che amore
Pensando promisemi un giorno?
È questa la fronte ove intorno
Il vago mio sogno volò? –

Sí come a la notte di maggio
La luna da i nuvoli fuora
Diffonde il suo candido raggio
Su ‘l mondo che vegeta e odora,
Tal quella serena bellezza
Apparve al rapito amatore,
Un’alta divina dolcezza
Stillando al morente nel cuore.

– Contessa, che è mai la vita?
È l’ombra d’un sogno fuggente.
La favola breve è finita,
Il vero immortale è l’amor.
Aprite le braccia al dolente.
Vi aspetto al novissimo bando.
Ed or, Melisenda, accomando
A un bacio lo spirto che muor. –

La donna su ‘l pallido amante
Chinossi recandolo al seno,
Tre volte la bocca tremante
Co ‘l bacio d’amore baciò,
E il sole da ‘l cielo sereno
Calando ridente ne l’onda
L’effusa di lei chioma bionda
Su ‘l morto poeta irraggiò.

IN UNA VILLA

O tra i placidi olivi, tra i cedri e le palme sedente
bella Arenzano al riso de la ligure piaggia;

operosa vecchiezza t’illustra, serena t’adorna
signoril grazia e il dolce di giovinezza lume;

facil corre in te l’ora tra liete aspettanze e ricordi
calmi, sí come l’aura tra la collina e il mare.

PIEMONTE

Su le dentate scintillanti vette
salta il camoscio, tuona la valanga
da’ ghiacci immani rotolando per le
selve scroscianti:

ma da i silenzi de l’effuso azzurro
esce nel sole l’aquila, e distende
in tarde ruote digradanti il nero
volo solenne.

Salve, Piemonte! A te con melodia
mesta da lungi risonante, come
gli epici canti del tuo popol bravo,
scendono i fiumi.

Scendon pieni, rapidi, gagliardi,
come i tuoi cento battaglioni, e a valle
cercan le deste a ragionar di gloria
ville e cittadi:

la vecchia Aosta di cesaree mura
ammantellata, che nel varco alpino
èleva sopra i barbari manieri
l’arco di Augusto:

Ivrea la bella che le rosse torri
specchia sognando a la cerulea Dora
nel largo seno, fósca intorno è l’ombra
di re Arduino:

Biella tra ‘l monte e il verdeggiar de’ piani
lieta guardante l’ubere convalle,
ch’armi ed aratri e a l’opera fumanti
camini ostenta:

Cuneo possente e pazïente, e al vago
declivio il dolce Mondoví ridente,
e l’esultante di castella e vigne
suol d’Aleramo;

e da Superga nel festante coro
de le grandi Alpi la regal Torino
incoronata di vittoria, ed Asti
repubblicana.

Fiere di strage gotica e de l’ira
di Federico, dal sonante fiume
ella, o Piemonte, ti donava il carme
novo d’Alfieri.

Venne quel grande, come il grande augello
ond’ebbe nome; e a l’umile paese
sopra volando, fulvo, irrequïeto,
– Italia, Italia –

egli gridava a’ dissueti orecchi,
a i pigri cuori, a gli animi giacenti:
– Italia, Italia – rispondeano l’urne
d’Arquà e Ravenna:

e sotto il volo scricchiolaron l’ossa
sé ricercanti lungo il cimitero
de la fatal penisola a vestirsi
d’ira e di ferro.

– Italia, Italia! – E il popolo de’ morti
surse cantando a chiedere la guerra;
e un re a la morte nel pallor del viso
sacro e nel cuore

trasse la spada. Oh anno de’ portenti,
oh primavera de la patria, oh giorni,
ultimi giorni del fiorente maggio,
oh trïonfante

suon de la prima italica vittoria
che mi percosse il cuor fanciullo! Ond’io
vate d’Italia a la stagion piú bella,
in grige chiome

oggi ti canto, o re de’ miei verd’anni,
re per tant’anni bestemmiato e pianto,
che via passasti con la spada in pugno
ed il cilicio

al cristian petto, italo Amleto. Sotto
il ferro e il fuoco del Piemonte, sotto
di Cuneo ‘l nerbo e l’impeto d’Aosta
sparve il nemico.

Languido il tuon de l’ultimo cannone
dietro la fuga austriaca moría:
il re a cavallo discendeva contra
il sol cadente:

a gli accorrenti cavalieri in mezzo,
di fumo e polve e di vittoria allegri,
trasse, ed, un foglio dispiegato, disse
resa Peschiera.

Oh qual da i petti, memori de gli avi,
alte ondeggiando le sabaude insegne,
surse fremente un solo grido: Viva
il re d’Italia!

Arse di gloria, rossa nel tramonto,
l’ampia distesa del lombardo piano;
palpitò il lago di Virgilio, come
velo di sposa

che s’apre al bacio del promesso amore:
pallido, dritto su l’arcione, immoto,
gli occhi fissava il re: vedeva l’ombra
del Trocadero.

E lo aspettava la brumal Novara
e a’ tristi errori mèta ultima Oporto.
Oh sola e cheta in mezzo de’ castagni
villa del Douro, [1]

che in faccia il grande Atlantico sonante
a i lati ha il fiume fresco di camelie,
e albergò ne la indifferente calma
tanto dolore!

Sfaceasi; e nel crepuscolo de i sensi
tra le due vite al re davanti corse
una miranda visïon: di Nizza
il marinaro [2]

biondo che dal Gianicolo spronava
contro l’oltraggio gallico: d’intorno
splendeagli, fiamma di piropo al sole,
l’italo sangue.

Su gli occhi spenti scese al re una stilla,
lenta errò l’ombra d’un sorriso. Allora
venne da l’alto un vol di spirti, e cinse
del re la morte.

Innanzi a tutti, o nobile Piemonte,
quei che a Sfacteria dorme e in Alessandria
diè a l’aure primo il tricolor, Santorre
di Santarosa.

E tutti insieme a Dio scortaron l’alma
di Carl’Alberto. – Eccoti il re, Signore,
che ne disperse, il re che ne percosse.
Ora, o Signore,

anch’egli è morto, come noi morimmo,
Dio, per l’Italia. Rendine la patria.
A i morti, a i vivi, pe ‘l fumante sangue
da tutt’i campi,

per il dolore che le regge agguaglia
a le capanne, per la gloria, Dio,
che fu ne gli anni, pe ‘l martirio, Dio,
che è ne l’ora,

a quella polve eroica fremente,
a quella luce angelica esultante,
rendi la patria, Dio; rendi l’Italia
a gl’italiani.

Ceresole reale, 27 luglio 1890

AD ANNIE

Batto a la chiusa imposta con un ramicello di fiori
glauchi ed azzurri, come i tuoi occhi, o Annie.

Vedi: il sole co ‘l riso d’un tremulo raggio ha baciato
la nube, e ha detto – Nuvola bianca, t’apri. –

Senti: il vento de l’alpe con fresco susurro saluta
la vela, e dice – Candida vela, vai. –

Mira: l’augel discende da l’umido cielo su ‘l pésco
in fiore, e trilla – Vermiglia pianta, odora. –

Scende da’ miei pensieri l’eterna dea poesia
su ‘l cuore, e grida – O vecchio cuore, batti. –

E docile il cuore ne’ tuoi grandi occhi di fata
s’affisa, e chiama – Dolce fanciulla, canta. –

A C. C. MANDANDOGLI POEMI DI BYRON

Carlo, su ‘l risonante adrïaco lido
A te viensene Aroldo il bel cantore;
Non quale ei drappeggiò con riso infido
Nel mantello di pari il suo dolore,

Ma quel raggiante di fatal valore
Surse d’un popol combattente al grido
Quando pensò raddur d’Alceo co ‘l cuore
L’aquila d’Alessandro al greco nido.

Quanti su quella bianca anglica fronte
Sogni passâr di gloria! Da l’Egeo
Sorridevan le sparse isole belle.

Ahi la Parca volò! Di monte in monte
Pianse la lira de l’antico Orfeo
E tramontaro in buio mar le stelle.

BICOCCA DI SAN GIACOMO [3]

Ecco il ridotto. Ancor non ha l’aratro
raso dal suolo l’opera di guerra.
Ecco le linee del tonante vallo
e le trincee.

Contra il nemico brulicante al piano
e lampeggiante da le valli in faccia
qui puntò Colli rapido mirando
le batterie.

Ecco le offese del nemico bronzo
ne la chiesetta, già sonante in coro
d’umili donne al vespero d’aprile
le litanie.

Dimani, Italia, passeran da l’Alpi
prodi seimili in faccia al re levando
l’armi e i ridenti in giovine baldanza
vólti riarsi.

Voi non vedrete, voi non sentirete,
prodi sepolti in queste verdi zolle,
quando tra questi clivi ruinava
la monarchia,

che Filiberto dirizzò, che sciolse
come polledra a l’aure annitrïente
via per l’Europa al corso il cuor di Carlo
Emmanuele.

Nobil teatro a l’inclita ruina
questo d’intorno. Sopra monti e valli
e su’ vaganti in lucidi meandri
fiumi e torrenti

passa l’istoria, operatrice eterna,
tela tessendo di sventure e glorie;
uman pensiero a’ novi casi audace
romperla creda.

E tuttavia silenzïosa fati
novi aggroppando ne la trama antica
tesse e ritesse l’ardua tessitrice
fra l’alpi e il mare.

Rapida va de’ secoli la spola.
Addio, tra i sparsi Liguri romano
termine Ceva e nuova d’Aleramo
forza feudale!

Oh, pria ch’Alasia al giovine lombardo
gli occhi volgesse innamoratamente
ceruli e a lui sciogliesse de la chioma
l’oro fluente,

povera vita e ricco amor chiedendo
a la spelonca d’Àrdena, lasciate
lungi le selve di Germania e il padre
imperatore,

là da quel varco, onde sfidando vibra
l’esile torre il Castellino, urlando
arabe torme dilagâr fin dove
Genova splende.

Sotto il falcato vol de le fischianti
al sol di maggio scimitarre azzurre
croci di Cristo ed aquile di Roma
cadean: le donne

tendono in vano a l’are di Maria
Vergin le mani, pallide, discinte,
via trascinate pe’ capelli a’ molti
letti de l’Islam.

Ma s’apre a i venti su per le castella
vigili lungo le selvose Langhe
la fida a Cristo e Cesare balzana
di Monferrato.

Nata d’amore e di valor cresciuta,
gente di pugne e di canzoni amica,
di lance e scudi infranti alta sonando
la sirventese,

deh come sparve luminosa, il cielo
consparso intorno di vermiglie stelle,
imperïal meteora d’Italia
in Orïente!

Dietro le vien co ‘l Po, con la sua bianca
croce, con gli anni, pur di villa in villa,
dritta, secura, riguardando innanzi,
un’altra gente.

Tra ciglia e ciglia sotto le visiere
balena il raggio del latin consiglio.
Quaranta duci; e l’aquila de l’Alpe
vola d’avanti.

Oh piú che ‘l Po gli aspetta, oh piú che il serto
di Berengario! A lor servon gli eventi
e le disfatte: gli emuli d’un giorno
pugnan per loro.

Chi è che cade e pare ascendere ombra
là da le Langhe nuvolose? O grigia
in mezzo a le due Bormide Cosseria,
croce di ferro!

Su le ruine del castello avito,
ultimo arnese or di riparo a i vinti
del re, tre giorni, senza vitto, senza
artiglieria,

contro al valor repubblicano in cerchio
battente a fiotti di rovente bronzo,
supremo fior de l’alber d’Aleramo,
stiè Del Carretto.

Su le ruine del castello avito,
giovine, bello, pallido, senz’ira,
ei maneggiava sopra i salïenti
la baionetta.

Scesero al morto cavaliere intorno
da l’erme torri nel ceruleo vespro
l’ombre de gli avi; ma non il compianto
de’ trovadori

ruppe i silenzi de la valle, un giorno
tutta sonante di liuti e gighe
dietro i canori peregrin dal colle
di Tenda al mare.

Altri messaggi ed altri messaggeri
manda or la Francia. Ride su l’eterne
nevi de l’Alpi l’iride levata
de i tre colori.

Di balza in balza, angel di guerra, vola
la marsigliese. Svegliansi al galoppo
de’ cavalieri d’Augereau gli ossami
liguri e celti.

E Bonaparte dice a’ suoi, da Monte
Zemolo uscendo al Tanaro sonante
– Soldati, Annibal superò quest’Alpi,
noi le girammo -.

Di greppo in greppo su ‘l cavallo bianco
saetta il còrso. Spiovongli le chiome
in doppia lista nere per l’adusto
pallido viso,

e neri gli occhi scintillando immoti
fóran dal fondo del pensier le cose.
Accenna. E come fulmine Massena
urta ed inonda,

ove Corsaglia al Tanaro si sposa
dal mezzo fiede Serurier, sinistro
batte Augereau. Gloria a’ tuoi forti, o ponte
di San Michele!

Avanza sotto il tricolor vessillo
l’egualitade, avanzano i plebei
duci che il sacro feudale impero
abbatteranno.

Ma qui si pugna per l’onor, si muore
qui per la patria. E ben risorge e vince
chi per la patria cade ne la santa
luce de l’armi.

Reca, Albertina, pur di guardia in guardia
il parvoletto Carignano. In lui
tócca la madre Rivoluzïone
per l’avvenire

l’ultimo capo dal vittorïoso
ramo di Carlo Emmanuele. Il serto
gitta oltre Po Vittorio, e dittatore
leva la spada.

E a te dimani, Umberto re, in conspetto
l’Alpi d’Italia schierano gli armati
figli a la guerra. Il popolo fidente
te guarda e loro.

Noi non vogliamo, o Re, predar le belle
rive straniere e spingere vagante
l’aquila nostra a gli ampi voli avvezza:
ma, se la guerra

l’Alpe minacci e su’ due mari tuoni,
alto, o fratelli, i cuori! alto le insegne
e le memorie! avanti, avanti, o Italia
nuova ed antica.

Settembre 1891

LA GUERRA

Cantano i miti – Fuse Prometeo
nel primigenio fango animandolo
la forza d’insano leone:
l’uomo levandosi ruggí guerra.

Dal rosso Adamo crebbe a l’esilio
il lavorante primo: soverchio
gli parve nel mondo un fratello:
truce rise su ‘l percosso Abele. –

Quindi gorgoglia sangue ne i secoli
la faticosa storia de gli uomini,
dal Pàrthenon grande a la tua
casa candida, Vashingtòno.

Su l’orso a terra steso rizzandosi
il troglodita brandí ne l’aere
la clava, da i muscoli al cuore
fervere sentendo la battaglia.

I feri figli giocando al vespero
nel sol rossastro luccicar videro
tra i massi cruenti la selce,
e l’acuirono per la strage.

Poi de le cose di fuor le imagini
calde riflesse nel mental fosforo
per mezzo l’april vaporante
ebri rapíangli, barcollando,

da i palafitti laghi, da i fumidi
antri scavati. Ahi, verzicarono
le biade, pria magre su ‘l colle,
nel lavacro de le vene umane.

Dal superato colle i superstiti
guardaro: i fiumi vasti, l’oceano
moltisono, le caliganti
alpi percossero di stupore

i petti aneli verso il dominio,
le menti accese del vago incognito.
Il pin fu gettato su l’onde,
da i cerchi di pietre in vetta al monte

tonaro i fóschi dèi de le patrie,
da i chiusi ostelli le donne risero:
e quindi la guerra perenne,
cavalla indomita, corse il mondo.

Pria che ‘l falcato ferro de l’arabo
profeta il culto suada a i popoli
de l’unico Allah solitario,
e intorno al sepolcro scoverchiato

del crocifisso ribelle a Ieova
arda il duello grave ne’ secoli
tra l’Asia e l’Europa, onde fulse
a gli ozi barbari luce e vita;

oh ben pria manda l’aurea Persepoli
gli adoratori del fuoco a gl’idoli
contro, onde sonò Maratone
inclita storia ne le genti,

e Zeus su ‘l trono de gli Achemenidi,
nume pelasgo d’Omero e Fidia,
ascese co ‘l bello Alessandro,
ed Aristotele meditava.

Dal Flavio Autari che il longobardico
destriero e l’asta spinge nel Ionio
sereno ridentegli dopo
lungo errare armato, al venturiere

che uscito a vista del Grande Oceano
cavalca l’onde nuove terribili
armato di spada e di scudo
pe ‘l regio imperio de la Spagna, [4]

una fatale sublime insania
per i deserti, verso gli oceani,
trae gli uomini l’un contro l’altro
co’ numi, co ‘l mistico avvenire,

con la scïenza. Su le Piramidi
il Bonaparte quaranta secoli
ben chiama. Colà dove mummie
dormono inutili Faraoni,

al musulmano solenne, al tacito
fellah curvato, tra sfere e circoli,
ei parla i diritti de l’uomo:
ondeggiano in alto i tre colori.

Oh, tra le mura che il fratricidio
cementò eterne, pace è vocabolo
mal certo. Dal sangue la Pace
solleva candida l’ali. Quando?
Bologna, 9 novembre 1891.

NICOLA PISANO

I.

Al sorriso d’april che da la tarda
Vetrata rompe e illumina la messa
Par che di greca leggiadria riarda
Il marmo funeral de la contessa.

Su la divota gente al suol dimessa
La voce va de l’organo gagliarda,
E sorge e tuona e mormora compressa,
E il sol dardeggia. E Nicolò riguarda.

Per la dischiusa porta la marina
Vedesi lungi tremolare, invia
Odori il vento, l’infiorato china

Mandorlo i rami. E tra la litania
Che invoca e prega, in umiltà divina
Da la gloria di Fedra esce Maria.

II.

È la chiamata de le afflitte genti
Sotto le spade barbare ne’ pianti,
L’aspettata da i popoli redenti
Ne i segni a la vittoria sventolanti.

È il fior d’Iesse che vinceva i lenti
Verni semiti, e i petali roranti
Di lacrimosa pieta apre a i portenti
Trasfigurato ne gli elleni incanti.

Oh di che mira passïon percossa
Stiè l’alma a lo scultor, quando montare
Dal greco avello de le tedesche ossa,

Benigna visïon che tutto ammalia
Il ciel d’intorno, ei vide su l’altare
La nova e santa Venere d’Italia!

III.

E da le spalle d’Ampelo a l’altare
Traversando fu visto Dïonisio
Maestoso ne l’atto con un riso
Di gioia spirital pontificare.

E da le forme di beltà preclare
Il verginal Ippolito diviso
Ecco i pulpiti sale, e dritto e fiso
Di sereno vigor simbolo appare.

Poi, quando il coro delle donne a l’ore
Del vespro in alto i canti e gli occhi ergea
De gl’incensi tra il morbido vapore,

Col vampeggiar de la mistica idea
Ne i seni a le feconde itale nuore
L’eroica bellezza discendea.

IV.

Da la foce de l’Arno e de le spente
Città d’Etruria da le sedi or liete
Di primavera, al vento d’orïente,
Navi di Pisa, sciogliete, sciogliete.

Come stuolo di cigni in onde chete
Avanti Febo suo signor movente,
Bianche l’azzurro Egeo soavemente,
Navi di Pisa, correte, correte.

Vien dal verde paese di Cibele
D’etesie mormoranti aure un conforto
Che fuga dietro sé tempo crudele;

E spirito novel di porto in porto
Aleggia e canta da le vostre vele
– O terra, o ciel, o mar, Pan è risorto -. [5]

CADORE

I.

Sei grande. Eterno co ‘l sole l’iride
de’ tuoi colori consola gli uomini,
sorride natura a l’idea
giovin perpetüa ne le tue

forme. Al baleno di quei fantasimi
roseo passante su ‘l torvo secolo
posava il tumulto del ferro,
ne l’alto guardavano le genti;

e quei che Roma corse e l’Italia,
struggitor freddo, fiammingo cesare,
sé stesso oblïava, i pennelli
chino a raccogliere dal tuo piede. [6]

Di’: sotto il peso de’ marmi austriaci,
in quel de’ Frari grigio silenzio,
antico tu dormi? o diffusa
anima erri tra i paterni monti,

qui dove il cielo te, fronte olimpia
cui d’alma vita ghirlandò un secolo,
il ciel tra le candide nubi
limpido cerulo bacia e ride?

Sei grande. E pure là da quel povero
marmo piú forte mi chiama e i cantici
antichi mi chiede quel baldo
viso di giovine disfidante.

Che è che sfidi, divino giovane?
la pugna, il fato, l’irrompente impeto
dei mille contr’uno disfidi,
anima eroica, Pietro Calvi.

Deh, fin che Piave pe’ verdi baratri
ne la perenne fuga de’ secoli
divalli a percuotere l’Adria
co’ ruderi de le nere selve,

che pini al vecchio San Marco diedero
turriti in guerra giú tra l’Echinadi,
e il sole calante le aguglie
tinga a le pallide dolomiti

sí che di rosa nel cheto vespero
le Marmarole care al Vecellio
rifulgan, palagio di sogni,
eliso di spiriti e di fate,

sempre, deh, sempre suoni terribile
ne i desideri da le memorie,
o Calvi, il tuo nome; e balzando
pallidi i giovini cerchin l’arme.

II.

Non te, Cadore, io canto su l’arcade avena che segua
de l’aure e l’acque il murmure:
te con l’eroico verso che segua il tuon de’ fucili
giú per le valli io celebro.

Oh due di maggio, quando, saltato su ‘l limite de la
strada al confine austriaco,
il capitano Calvi – fischiavan le palle d’intorno –
biondo, diritto, immobile,

leva in punta a la spada, pur fiso al nemico mirando,
il foglio e ‘l patto d’Udine,
e un fazzoletto rosso, segnale di guerra e sterminio,
con la sinistra sventola!

Pelmo a l’atto e Antelao da’ bianchi nuvoli il capo
grigio ne l’aere sciolgono,
come vecchi giganti che l’elmo chiomato scotendo
a la battaglia guardano.

Come scudi d’eroi che splendon nel canto de’ vati
a lo stupor de i secoli,
raggianti nel candore, di contro al sol che pe ‘l cielo
sale, i ghiacciai scintillano.

Sol de le antiche glorie, con quanto ardore tu abbracci
l’alpi ed i fiumi e gli uomini!
tu fra le zolle sotto le nere boscaglie d’abeti
visiti i morti e susciti.

– Nati su l’ossa nostre, ferite, figliuoli, ferite
sopra l’eterno barbaro:
da’ nevai che di sangue tingemmo crosciate, macigni,
valanghe, stritolatelo -.

Tale da monte a monte rimbomba la voce de’ morti
che a Rusecco pugnarono;
e via di villa in villa con fremito ogn’ora crescente
i venti la diffondono.

Afferran l’armi e a festa i giovani tizïaneschi
scendon cantando Italia:
stanno le donne a’ neri veroni di legno fioriti
di geranio e garofani.

Pieve che allegra siede tra’ colli arridenti e del Piave
ode basso lo strepito,
Auronzo bella al piano stendentesi lunga tra l’acque
sotto la fósca Ajàrnola,

e Lorenzago aprica tra i campi declivi che d’alto
la valle in mezzo domina,
e di borgate sparso nascose tra i pini e gli abeti
tutto il verde Comelico,

ed altre ville ed altre fra pascoli e selve ridenti
i figli e i padri mandano:
fucili impugnan, lance brandiscono e roncole: i corni
de i pastori rintronano.

Di tra gli altari viene l’antica bandiera che a Valle
vide altra fuga austriaca,
e accoglie i prodi: al nuovo sol rugge e a’ pericoli novi
il vecchio leon veneto.

Udite. Un suon lontano discende, approssima, sale,
corre, cresce, propagasi;
un suon che piange e chiama, che grida, che prega, che infuria,
insistente, terribile.

Che è? chiede il nemico venendo a l’abboccamento,
e pur con gli occhi interroga.
– Le campane del popol d’Italia sono: a la morte
vostra o a la nostra suonano -.

Ahi, Pietro Calvi, al piano te poi fra sett’anni la morte
da le fosse di Mantova
rapirà. Tu venisti cercandola, come a la sposa
celatamente un esule.

Quale già d’Austria l’armi, tal d’Austria la forca or ei guarda
sereno ed impassibile,
grato a l’ostil giudicio che milite il mandi a la sacra
legïon de gli spiriti.

Non mai piú nobil alma, non mai sprigionando lanciasti
a l’avvenir d’Italia,
Belfiore, oscura fossa d’austriache forche, fulgente,
Belfiore, ara di màrtiri.

Oh a chi d’Italia nato mai caggia dal core il tuo nome
frutti il talamo adultero
tal che il ributti a calci da i lari aviti nel fango
vecchio querulo ignobile!

e a chi la patria nega, nel cuor, nel cervello, nel sangue
sozza una forma brulichi
di suicidio, e da la bocca laida bestemmiatrice
un rospo verde palpiti!

III.

A te ritorna, sí come l’aquila
nel reluttante dragon sbramatasi
poggiando su l’ali pacate
a l’aereo nido torna e al sole,

a te ritorna, Cadore, il cantico
sacro a la patria. Lento nel pallido
candor de la giovine luna
stendesi il murmure de gli abeti

da te, carezza lunga su ‘l magico
sonno de l’acque. Di biondi parvoli
fioriscono a te le contrade,
e da le pendenti rupi il fieno

falcian cantando le fiere vergini
attorte in nere bende la fulvida
chioma; sfavillan di lampi
ceruli rapidi gli occhi: mentre

il carrettiere per le precipiti
vie tre cavalli regge ad un carico
di pino da lungi odorante,
e al cídolo ferve Perarolo, [7]

e tra le nebbie fumanti a’ vertici
tuona la caccia: cade il camoscio
a’ colpi sicuri, e il nemico,
quando la patria chiama, cade.

Io vo’ rapirti, Cadore, l’anima
di Pietro Calvi; per la penisola
io voglio su l’ali del canto
aralda mandarla. – Ahi mal ridesta,

ahi non son l’Alpi guancial propizio
a sonni e sogni perfidi, adulteri!
lèvati, finí la gazzarra:
lèvati, il marzïo gallo canta! –

Quando su l’Alpi risalga Mario
e guardi al doppio mare Duilio
placato, verremo, o Cadore,
l’anima a chiederti del Vecellio.

Nel Campidoglio di spoglie fulgido,
nel Campidoglio di leggi splendido,
ei pinga il trionfo d’Italia,
assunta novella tra le genti.

In piazza di Pieve del Cadore
e sul lago di Misurina
sett. 1892

CARLO GOLDONI

I.

A te, porgente su l’argenteo Sile
Le braccia a l’avo da l’opima cuna,
Ne la festante ilarità senile
Parve la vita accorrere con una

Marïonetta in mano. Al sol d’aprile
Te fuggente la logica importuna
Presago accolse il comico navile
Veleggiando la tacita laguna.

E Florindi e Lindori e Pantaloni
Fûr la famiglia tua: d’entro i suoi scialli
Rosaura ti dicea – Bon dí, putelo -.

Fumavan su la tolda i maccheroni,
Su l’albero le scimmie e i pappagalli
Garrían. Su l’Adria ridea grande il cielo.

II.

Fortuna e vita girano il lor vario
Stil. Quando Marte del suo ferreo stampo
Italia offusca e al tuon de’ bronzi e al lampo
Fa di battaglia le città scenario,

Tu, da le mani del ladron sicario
Tragedo uscendo con sereno scampo,
Conduci a mendicar di campo in campo
L’eroica cecità di Belisario.

Oh errante con la moglie entro gli oscuri
Guadi e i passi dubbiosi ed i tremanti
Perigli de la notte, ecco il mattino!

Dal mondo de la luna ecco Arlecchino
Al brigadier di Spagna, e in note e canti
Maria Teresa a gli Ussari e a’ Panduri.

III.

Ecco, e tra i palchi onde l’oligarchia
Sputa in platea, Venezia, ecco da questo
Povero allegro venturier modesto
A te la scena popolar si cria.

La commedia de l’arte si dormia
Ebra vecchiarda; ed ei con un suo gesto
Le spiccò su dal fianco disonesto
La giovinetta verità giulía.

Poi tra i Baffi accosciati ne’ bordelli
Ed i Farsetti lividi di leggío
Da le gondole trasse e da’ campielli

La sanità plebea…. Tutto vanío
Come uno stormo di migranti augelli
Senza gloria né pan. Venezia, addio!

IV.

Deh come grige pesano le brume
Su Lutezia che il verno discolora,
Mentre ancor de l’ottobre al dolce lume
Ride San Marco ed il Canal s’indora!

Ed ei pur di su ‘l memore volume
Al suo passato risorride ancora,
E la vita e la scena ed il costume
Di cordïal giocondità rinfiora.

Ahi, la tragedia, orribil visïone,
Al gran comico autor chiude l’etate!
Cadde: e Venezia non vide finire

Piagnucolando comme donna Cate,
E di palagio, come Pantalone
Dal reo Lelio cacciato, il doge uscire. [8]

A SCANDIANO

De la pronta stagion ne i dí piú tardi
Che le rose sfioriro e i laüreti,
Quando cavalleria cinge i codardi
E al valor civiltà mette divieti,

A te, Scandian, faro gentil che ardi
Ne l’immensa al pensiero epica Teti,
O rocca de’ Fogliani e de’ Boiardi,
Terra di sapïenti e di poeti,

Io vengo: a tergo mi lasciai la grama
Che il mondo dice poesia, lasciai
I deliri a cui par che dietro agogni

L’età malata. Io sento che mi chiama
De’ secoli la voce, e risognai
La verità dei grandi antichi sogni.

16 dicembre 1894

ALLA FIGLIA DI FRANCESCO CRISPI

X GENNAIO MDCCCXCV

Ma non sotto la stridula
Procella d’onte che non fûr piú mai,
Ma non, sicana vergine,
Tu la splendida fronte abbasserai.
Pria che su rosea traccia
Amor ti chiami, innalza, o bella figlia,
Innalza al padre in faccia
Gli occhi sereni e le stellanti ciglia.

Ei nel dolce monile
De le tue braccia al bianco capo intorno
Scordi il momento vile
E de la patria il tenebroso giorno.
Ne l’amoroso e pio folgoreggiare
De gli occhi il lui levati
L’ampio riso rivegga ei del suo mare
Ne’ dí pieni di fati;

Quando, novello Procida,
E piú vero e migliore [9], innanzi e indietro
Arava ei l’onda sicula:
Silenzio intorno, a lui su ‘l capo il tetro
De le borbonie scuri
Balenar ne i crepuscoli fiammanti;
In cuore i dí futuri,
Garibaldi e l’Italia: avanti, avanti!

O isola del sole,
O isola d’eroi madre, Sicilia,
Fausta accogli la prole
Di lui che la tirannica vigilia
T’accorciò. Seco venga a’ lidi tuoi
Fe’ d’opre alte e leggiadre,
O isola del sole, o tu d’eroi
Sicilia antica madre.

ALLA CITTÀ DI FERRARA

NEL XXV APRILE DEL MDCCCXCV

I.

Ferrara, su le strade che Ercole primo lanciava [10]
ad incontrar le Muse pellegrine arrivanti,
e allinearon elle gli emuli viali d’ottave
storïando la tomba di Merlino profeta,
come, o Ferrara, bello ne la splendida ora d’aprile
ama il memore sole tua solitaria pace!
Non passo i luminosi misteri vïola né voce
d’uomo: da i suburbani pioppi il tripudio corre
de gli uccelli su l’aura del pian lungi florido. Come
ne le scendenti spire de la conchiglia un’eco
d’antichi pianti, un suono di lungo sospiro profondo
dal grande oceano ond’ella strappata fu, permane;
cosí per le tue piazze dilette dal sole, o Ferrara,
il nuovo peregrino tende le orecchie e ode
da’ marmorei palagi su ‘l Po discendere lenta
processïone e canto d’un fantastico epos.

Chi è, chi è che viene? Con piangere dolce di flauti,
tra nuvola di cigni volanti da l’Eridano,
ecco il Tasso. Lampeggia, palazzo spirtal de’ dïamanti,
e tu, fatta ad accôrre sol poeti e duchesse,
o porta de’ Sacrati, sorridi nel florido arco!
d’Italia grande, antica, l’ultimo vate viene.
Ei fugge i colli dove monacale tedio il consunse,
ei chiede i luoghi dove gioventú gli sorrise.
Castello d’Este, in vano d’arpie vaticane fedato,
abbassa i ponti, leva l’aquila bianca. Ei torna.
Non Alfonso caduco gli mova a l’incontro, non mova
Leönora, matura vergine senz’amore;
ma Parisina ardente dal sangue natal di Francesca,
che del vago Tristano legge gli amori e l’armi;
ma, posando la destra su ‘l fido levrier, Leonello
verde vestito; parla di Cesare al Guarino.

II.

O dileguanti via su la marina
tra grigie arene e fise acque di stagni,
cui scarsa omai la quercia ombreggia e rado
il cignal fruga,

terre pensose in torvo aëre greve,
su cui perenne aleggia il mito e cova
leggende e canta a i secoli querele,
ditemi dove

rovescio, il crin spiovendogli, dal sole
mal carreggiato (e candide tendea
al mareggiante Eridano le braccia)
cadde Fetonte

ardendo, come per sereno cielo
stella volante che di lume un solco
traesi dietro: chiamano, ed in alto
miran le genti.

Ov’è che prone su ‘l fratel piangendo
l’Eliadi suore lacrimâr l’elettro,
e crebber pioppe, sibilando a’ venti
sciolte le chiome?

Ov’è che a lutto del fanciullo amato
lai lungi il re de’ Liguri levando
tra le populee meste fronde e l’ombra
de le sorelle

vecchiezza indusse di canute piume,
e abbandonata la dogliosa terra
seguí le belle sorridenti in cielo
stelle co ‘l canto?

Perpetuo quindi un gemito vagava
su la tristezza di Padusa immota
ne le fósche acque. I Liguri selvaggi
spingean le cimbe

lungo ululando in negre vesti, o sopra
i calvi dossi a l’isole emergenti
in solchi per il desolato lago
sedean cantando

lugubremente dove Argenta siede
oggi. Né ancora Dïomede avea
di delfic’oro e argivo onor vestita
d’Adria reina

Spina pelasga. Ahi nome vano or suona!
Sparí, del vespro visïone, in faccia
a la sorgente con in man la croce
ferrea Ferrara.

Salve, Ferrara! Dove stan le belle
torri d’Ateste e case d’Arïosti
eran paludi, e i Língoni coloni
davan le reti

al mare incerto e combattean la preda,
quando campati innanzi la ruina
del latrante Unno i Veneti e dal Fòro
giulio i Romani,

sí come i Liguri avi da le belve
ne le disperse stazïon lacustri,
qui confuggiro e ripararon l’alto
seme di Roma.

Salve, Ferrara, co ‘l tuo fato in pugno
ultima nata, creatura nova
de l’Apennin, del Po, del faticoso
dolore umano!

Poi che di sangue vínilo rinfusa
pugne cercando e libertà, trovasti
risse e tiranni, a l’orïente – O bianca
aquila, vieni! –

chiamasti. E venne. Ah ponte di Cassano,
ah rive d’Adda, quanto grido corse
l’aure lombarde, allor che su ‘l furore
d’Ezzelin domo

ringuainando placido la spada
Azzo Novello salutò con mano
la sventolante rossa croce per le
itale insegne!

D’allora un lume d’epopea corona
l’aquila d’Este; e quando ne le sale
le marchesane udian Isotta e i fieri
giovani Orlando,

un mesto suon di rapsodia veniva
giú d’Aquileia dal disfatto piano,
venía co ‘l Po, cantatagli da’ flutti
d’Ocno e di Manto,

l’itala antica melodia di Maro;
e le vïole de’ trovieri a un tratto
tacean; la dama sospirava, in alto
guardava il sire.

E a te, Ferrara, come già d’alpestre
sostanza i fiumi ti recâr tributo,
onde tu stesti nel gran piano e saldo
crebbe San Giorgio,

a te da i monti a te da le colline
d’Italia verdi profluí l’ingegno
e la bollente d’igneo vigore
materia umana.

A te gli Strozzi vennero da l’Arno
tósco parlando e ti cantâr latina;
e gli Arïosti da Bologna, accorta
gente di guerra

e di faccenda, che a stupor del mondo
diêr la sirena del volubil tono;
venne da Reggio la diletta a Febo
gente Boiarda;

e da gli Euganei vennero pensosi
Savonaroli, e da Verona bella,
la diva Grecia rivelando, umíle
venne il Guarino.

Onde stagione fu di gloria, e corse
con il tuo fiume, o fetontea Ferrara,
ampio, seren, perpetuo, sonante,
l’italo canto.

III.

Ahi ahi l’ora nefanda! Dal Tebro fiutando la preda
la lupa vaticana s’abbatte su l’Eridano.
De la bocca agognante con l’atra mefite ella fuga
turbato l’usignolo tra gli allori cantando.
D’Armida e di Rinaldo cantava: cantava Clorinda
con l’elmo e l’auree trecce, ed Erminia soave.
Salgono su per l’aere dal canto le imagini: bionde
malïarde sorprese dal lusingato amore:
vergini sospirose, che timide i ceruli sguardi
giran, chinando il viso pallido di desio.
Tutte fuggîr le belle davanti a la lupa, che tetra
digrigna i bianchi denti, mette ululati e avanza.
Tutti su’ grandi scudi velaro i guerrieri le croci,
e dileguâr fantasmi per le insorte tenèbre.
La lupa, con un guizzo del rabido artiglio la bianca
aquila ghermí al petto, la strazïò ne l’ale.

Maledetta sie tu, maledetta sempre, dovunque
gentilezza fiorisce, nobiltade apre il volo,
sii maledetta, o vecchia vaticana lupa cruenta,
maledetta da Dante, maledetta pe ‘l Tasso.
Tu lo spegnesti, tu; malata l’Italia traesti
co ‘l suo poeta a l’ombra perfida de’ cenobii.
Pallido, grigio, curvo, barcollante, al braccio il sostiene
un alto prete rosso di porpora e salute.
O Garibaldi, vieni! [11] L’espïazïone d’Italia
con la virtú d’Italia su questo colle adduci.
Corra nobile sangue d’Arganti e Tancredi novelli
risorti da Camillo per la Solima nostra.
Che Sant’Onofrio? È questa la vetta superba di Giano,
fortezza de’ Quiriti, cuna santa d’Italia:
onde io, Ferrara, madre de l’itale muse seconda,
questo vindice canto su ‘l nostro Po t’invio.

MEZZOGIORNO ALPINO

Nel gran cerchio de l’alpi, su ‘l granito
Squallido e scialbo, su’ ghiacciai candenti,
Regna sereno intenso ed infinito
Nol suo grande silenzio il mezzodí.

Pini ed abeti senza aura di venti
Si drizzano nel sol che gli penetra,
Sola garrisce in picciol suon di cetra
L’acqua che tenue tra i sassi fluí.

L’OSTESSA DI GABY

E verde e fósca l’alpe e limpido e fresco è il mattino,
e traverso gli abeti tremola d’oro il sole.
Cantan gli uccelli a prova, stormiscono le cascatelle,
precipita la scesa nel vallone di Niel.

Ecco le bianche case. La giovine ostessa a la soglia
ride, saluta e mesce lo scintillante vino.
Per le fórre de l’alpe trasvolan figure ch’io vidi
certo nel sogno d’una canzon d’arme e d’amori.

Gaby (Issime), 27 agosto 1895

ESEQUIE DELLA GUIDA E. R.

Spezzato il pugno che vibrò l’audace
Picca tra ghiaccio e ghiaccio, il domatore
De la montagna ne la bara giace.

Giú da la Saxe in funeral tenore
Scende e canta il corteo: dicono i preti
– La requie eterna dona a lui, Signore -,

– E la luce perpetua l’allieti –
Rispondono le donne: ondeggia al vento
Il vessil de la morte in fra gli abeti.

Or sí or no su rotte aure il lamento
Vien dal mortorio, or sí or no si vede
Scender tra’ boschi il coro grave e lento.

Esce in aperto, e al cimiter procede.
Posta la bara fra le croci, pria
Favella il prete: – Iddio t’abbia marcede,

Emilio, re della montagna: e pia
Avei l’alma, e ogni dí le tue preghiere
Ascendevano al grembo di Maria -.

Le donne sotto le gramaglie nere
Co ‘l viso in terra piangono a una volta
Sopra i figli caduti e da cadere.

A un tratto la caligine ravvolta
Intorno al Montebianco ecco si squaglia
E purga nel sereno aere disciolta:

Via tra lo sdrucio de la nuvolaglia
Erto, aguzzo, feroce si protende
E, mentre il ciel di sua minaccia taglia,

Il Dente del gigante al sol risplende.

Courmayeur, 28 agosto 1895.

LA MOGLIE DEL GIGANTE [12]

IL NETTUNO

Bianchi verni, estati ardenti,
Quante mai pesâr su me!
Trapassar maree di genti
Vidi e nuvole di re.

Bella mia, dal fondo algoso
Del mar nostro vieni su!
In te vuole il suo riposo
La mia bronzea gioventú.

LA SIRENA

Dal confin che il sol rallegra
Qual mai voce risonò?
Di quast’acque immense l’egra
Solitudin lascerò.

O tu azzurro il crine e il dosso
Bel cavallo, a me, a me!
Vo’ vedere il sole rosso
E la faccia del mio re.

IL NETTUNO

Il mio petto si confonde
Di lassezza e di desir.
Bella mia, per le glauche onde
Non ti sento anche salir?

Bella mia, quando in ciel dorme
La caligine lunar
Ne la veglia de le forme
Ci vogliamo disposar.

LA SIRENA

Ahi, mio re! l’informe eterno
Demogorgone non vuol,
E la tenebra d’inferno
Mi sorprende in faccia al sol.

Ahi, mio re! la tua carezza
Chiedo in van, son tratta giú;
E fu in van la mia bellezza
Com’è in van la tua virtú.

PER IL MONUMENTO DI DANTE A TRENTO

XIII SETT. MCCCXXI

Súbito scosso de le membra sue
Lo spirito volò: sovr’esso il mare,
Oltre la terra, al sacro monte fue.

A traverso il baglior crepuscolare
Vide, o gli parve riveder, la porta
Di san Pietro nel monte vaneggiare.

– Aprite – disse. – Coscïenza porta
Il mio volere, e tra i superbi io vegno,
Ben che la stanza mia qui sarà corta.

E passerò nel benedetto regno
A riveder le note forme sante,
Ché Dio e il canto mio me ne fa degno -.

Voce da l’alto gli rispose – Dante,
Ció che vedesti fu e non è: vanío
Con la tua visïon, mondo raggiante

Ne gl’inni umani de la vostra Clio:
Dal profondo universo unico regna
E solitario sopra i fati Dio.

Italia Dio in tua balía consegna
Sí che tu vegli spirito su lei
Mentre perfezïon di tempi vegna.

Va’, batti, caccia tutti falsi dèi,
Fin ch’egli seco ti richiami in alto
A ciò che novo paradiso crei -.

Cosí di tempi e genti in vario assalto
Dante si spazia da ben cinquecento
Anni de l’Alpi sul tremendo spalto.

Ed or s’è fermo, e par ch’aspetti, a Trento.

20 sett. 1896.

LA MIETITURA DEL TURCO

Atene, 14 giugno – I turchi incomincia-
rono a mietere in Tessaglia e continuano
a saccheggiare. (Disp. telegr.).

Il Turco miete. Eran le teste armene
Che ier cadean sotto il ricurvo acciar:
Ei le offeriva boccheggianti e oscene
A i pianti de l’Europa a imbalsamar.

Il Turco miete. In sangue la Tessaglia
Ch’ei non arava or or gli biondeggiò:
– Aia – diss’ei – m’è il campo di battaglia,
E frustando i giaurri io trebbierò -.

Il Turco miete. E al morbido tiranno
Manda il fior de l’elleniche beltà.
I monarchi di Cristo assisteranno
Bianchi eunuchi a l’arèm del Padiscià.

LA CHIESA DI POLENTA [13]

Agile e solo vien di colle in colle
quasi accennando l’ardüo cipresso.
Forse Francesca temprò qui li ardenti
occhi al sorriso?

Sta l’erta rupe, e non minaccia: in alto
guarda, e ripensa, il barcaiol, torcendo
l’ala de’ remi in fretta dal notturno
Adrïa: sopra

fuma il comignol del villan, che giallo
mesce frumento nel fervente rame
là dove torva l’aquila del vecchio
Guido covava.

Ombra d’un fiore è la beltà, su cui
bianca farfalla poesia volteggia:
eco di tromba che si perde a valle
è la potenza.

Fuga di tempi e barbari silenzi
vince e dal flutto de le cose emerge
sola, di luce a’ secoli affluenti
faro, l’idea.

Ecco la chiesa. E surse ella che ignoti
servi morian tra le romana plebe
quei che fûr poscia i Polentani e Dante
fecegli eterni.

Forse qui Dante inginocchiossi? L’alta
fronte che Dio mirò da presso chiusa
entro le palme, ei lacrimava il suo
bel San Giovanni;

e folgorante il sol rompea da’ vasti
boschi su ‘l mar. Del profugo a la mente
ospiti batton lucidi fantasmi
dal paradiso:

mentre, dal giro de’ brevi archi l’ala
candida schiusa verso l’orïente,
giubila il salmo In exitu cantando
Israel de Aegypto.

Itala gente da le molte vite,
dove che albeggi la tua notte e un’ombra
vagoli spersa de’ vecchi anni, vedi
ivi il poeta.

Ma su’ dischiusi tumuli per quelle
chiese prostesi in grigio sago i padri,
sparsi di turpe cenere le chiome
nere fluenti

al bizantino crocefisso, atroce
ne gli occhi bianchi livida magrezza,
chieser mercé de l’alta stirpe e de la
gloria di Roma.

Da i capitelli orride forme intruse
a le memorie di scapelli argivi,
sogni efferati e spasimi del bieco
settentrïone,

imbestïati degeneramenti
de l’orïente, al guizzo de la fioca
lampada, in turpe abbracciamento attorti,
zolfo ed inferno

goffi sputavan su la prosternata
gregge: di dietro al battistero un fulvo
picciol cornuto diavolo guardava
e subsannava. [14]

Fuori stridea per monti e piani il verno
de la barbarie. Rapido saetta
nero vascello, con i venti e un dio
ch’ulula a poppa,

fuoco saetta ed il furor d’Odino
su le arridenti di due mari a specchio
moli e cittadi a Enosigeo le braccia
bianche porgenti.

Ahi, ahi! Procella d’ispide polledre
àvare ed unne e cavalier tremendi
sfilano: dietro spigolando allegra
ride la morte.

Gesù, Gesù! Spalancano la tetra
bocca i sepolcri: a’ venti a’ nembi al sole
piangono rese anch’esse de’ beati
màrtiri l’ossa.

E quel che avanza il Vínilo barbuto,
ridiscendendo da i castelli immuni,
sparte – reliquie, cenere, deserto –
con l’alabarda.

Schiavi percossi e dispogliati, a voi
oggi la chiesa, patria, casa, tomba,
unica avanza: qui dimenticate,
qui non vedete.

E qui percossi e dispogliati anch’essi
i percussori e spogliatori un giorno
vengano. Come ne la spumeggiante
vendemmia il tino

ferve, e de’ colli italici la bianca
uva e la nera calpestata e franta
sé disfacendo il forte e redolente
vino matura;

qui, nel conspetto a Dio vendicatore
e perdonante, vincitori e vinti,
quei che al Signor pacificò, pregando,
Teodolinda,

quei che Gregorio invidïava a’ servi
ceppi tonando nel tuo verbo, o Roma,
memore forza e amor novo spiranti
fanno il Comune.

Salve, affacciata al tuo balcon di poggi
tra Bertinoro alto ridente e il dolce
pian cui sovrasta fino al mar Cesena
donna di prodi,

salve, chiesetta del mio canto! A questa
madre vegliarda, o tu rinnovellata
itala gente da le molte vite
rendi la voce

de la preghiera: la campana squilli
ammonitrice: il campanil risorto
canti di clivo in clivo a la campagna
Ave Maria.

Ave Maria! Quando su l’aure corre
l’umil saluto, i piccioli mortali
scovrono il capo, curvano la fronte
Dante ed Aroldo.

Una di flauti lenta melodia
passa invisibil fra la terra e il cielo:
spiriti forse che furon, che sono
e che saranno?

Un oblio lene de la faticosa
vita, un pensoso sospirar quïete,
una soave volontà di pianto
l’anima invade.

Taccion le fiere e gli uomini e le cose,
roseo ‘l tramonto ne l’azzurro sfuma,
mormoran gli alti vertici ondeggianti
Ave Maria.

luglio 1897.

SABATO SANTO
PER IL NATALIZIO DI M. G.

Che giovinezza nova, che lucidi giorni di gioia
per la cerula effusa chiarità de l’aprile

cantano le campane con onde e volate di suoni
da la città su’ poggi lontanamente verdi!

Da i superati inferni, redimito il crin di vittoria,
candido, radïante, Cristo risorge al cielo:

svolgesi da l’inverno il novello anno, e al suo fiore
già in presagio la messe già la vendemmia ride.

Ospite nova al mondo, son oggi vent’anni, Maria,
tu t’affacciasti; e i primi tuoi vagiti coverse

doppio il suon de le sciolte campane sonanti a la gloria:
ora e tu ne la gloria de l’età bella stai,

stai com’uno di questi arboscelli schietti d’aprile
che a l’aura dolce danno il bianco roseo fiore.

Volgasi intorno al capo tuo giovin, deh, l’augure suono
de le campane anc’oggi di primavera e pasqua!

cacci il verno ed il freddo, cacci l’odio tristo e l’accidia,
cacci tutte le forme de la discorde vita!

IN RIVA AL LYS

A S. F.

A piè del monte la cui neve è rosa
In su ‘l mattino candido e vermiglio,
Lucida, fresca, lieve, armonïosa
Traversa un’acqua ed ha nome dal giglio.

Io qui seggo, Ferrari, e la famosa
Riva d’Arno ripenso e il tuo consiglio;
E di por via la piccioletta prosa
E altamente cantar partito piglio.

Ma il Lys m’avvisa – Al nulla si confonde
Questo mio canto, e non se ne rammarca;
Pur di tanto maggior vena s’effonde. –

Ond’io, la fronte di superbia scarca,
Torno al mio cuore; e a’ monti a l’aure a l’onde
Ridico la canzon del tuo Petrarca.

Gressoney-la-Trinité, 8 agosto 1898.

ELEGIA DEL MONTE SPLUGA

No, forme non eran d’aer colorato né piante
garrule e mosse al vento: ninfe eran tutte e dee.

E quale iva salendo volubile e cerula come
velata emerse Teti da l’Egeo grande a Giove:

e qual balzava da la palpitante scorza de’ pini
rosea, l’agil donando florida chioma a l’aure:

e qual da la cintura d’in cima a’ ghiacci dïasprati
sciogliea, nastri d’argento, le cascatelle allegre.

Sola in vett’a un gran masso di quarzo brillante al meriggio
in disparte sedevi, Loreley pellegrina:

solcavi l’aurea chioma con l’aureo pettine, lunga
la chioma iva per l’alpe, vi ridea dentro il sole.

In un tempio a larghe ombre di larici acuti le Fate
stavan, occhi fiammanti ne la gemma de’ visi:

serti di quercia al crine su le nere clamidi nero,
scettri avean d’oro in mano: riguardavano me.

– Orco umano, che sali da’ piani fumanti di tedio,
noi la ti demmo: aveva gli occhi color del mare.

Or tu ne vieni solo. Che festi di nostra sorella?
l’hai divorata? – E fise riguardavan pur me.

– No, temibili Fate, no, soavi ninfe, lo giuro:
ella è volata fuori de la veduta mia.

Ma la sua forma vive, ma palpita l’alma sua vita
ne le mie vene, in cima de la mia mente siede.

Con la imagine sua dinanzi da gli occhi tuttora
che mi arde, con la voce che dentro il cor mi ammalia,

suono di primavera su ‘l tepido aprile dormente,
erro soletto il mondo, tutto di lei l’impronto.

Ecco, voi Fate e ninfe, paretemi, e siete, lei sola:
anzi in mia visïone v’ho creato io di lei.

Ma ella dove esiste? – Lamenti scoppiarono, e via
sparver le ninfe in aria, via sotterra le Fate.

E vidi su gli abeti danzar li scoiattoli, e udii
sprigionate co’ musi le marmotte fischiare.

E mi trovai soletta là dove perdevasi un piano
brullo tra calve rupi: quasi un anfiteatro

ove elementi un giorno lottarono e secoli. Or tace
tutto: da’ pigri stagni pigro si svolve un fiume:

erran cavalli magri su le magre acque: aconito,
perfido azzurro fiore, veste la grigia riva.

Spluga, 1-4 settembre 1898.

SANT’ABBONDIO

Nitido il cielo come in adamante
D’un lume del di là trasfuso fosse,
Scintillan le nevate alpi in sembiante
D’anime umane da l’amor percosse.

Sale da i casolari il fumo ondante
Bianco e turchino fra le piante mosse
Da lieve aura: il Madesimo cascante
Passa tra gli smeraldi. In vesti rosse

Traggono le alpigiane, Abbondio santo,
A la tua festa: ed è mite e giocondo
Di lor, del fiume e de gli abeti il canto.

Laggiú che ride de la valle in fondo?
Pace, mio cuor; pace, mio cuore. Oh tanto
Breve la vita ed è sí bello il mondo!

Madesimo, 1 settembre 1898.

ALLE VALCHIRIE

PER I FUNERALI DI ELISABETTA IMPERATRICE REGINA

Bionde Valchirie, a voi diletta sferzar de’ cavalli,
sovra i nembi natando, l’erte criniere al cielo.

Via dal lutto uniforme, dal piangere lento de i cherchi
rapite or voi, volanti, di Wittelsbach la donna.

Ahi quanto fato grava su l’alta tua casa crollante,
su la tua bianca testa quanto dolore, Absburgo!

Pace, o veglianti ne la caligin di Mantova e Arad
ombre, ed o scarmigliati fantasimi di donne!

Via, Valchirie, con voi la bionda qual voi di cavalli
agitatrice a riva piú cortese! là dove

sotto Corcira bella l’azzurro Jonio sospira
con suo ritmo pensoso verso gli aranci in fiore.

Sorge la bianca luna da’ monti d’Epiro ed allunga
sino a Leuca la face tremolante su ‘l mare.

Ivi l’aspetta Achille. Tergete, Valchirie, tergete
dal nobil petto l’orma del pugnale villano;

e tergete da l’alma, voi pie sanatrici divine,
il sogno spaventoso, lugubre, de l’impero,

Sveglisi ne’ freschi anni la pura vindelica rosa
a un dolce accordo novo di tinnïenti cetre.

Qual piú soave mai, la musa di Heine risuona:
chi da l’erma risponde Leucade, sospirando?

Tien la spirtale riva un’altra serena quïete
come d’elisio sotto la graziosa luna.

23 sett. 1898.

PRESSO UNA CERTOSA

Da quel verde, mestamente pertinace tra le foglie
Gialle e rosse de l’acacia, senza vento una si toglie:
E con fremito leggero
Par che passi un’anima.

Velo argenteo par la nebbia su ‘l ruscello che gorgoglia,
Tra la nebbia ne ‘l ruscello cade a perdersi la foglia.
Che sospira il cimitero,
Da’ cipressi, fievole?

Improvviso rompe il sole sopra l’umido mattino,
Navigando tra le bianche nubi l’aere azzurrino:
Si rallegra il bosco austero
Già de ‘l verno prèsago.

A me, prima che l’inverno stringa pur l’anima mia
Il tuo riso, o sacra luce, o divina poesia!
Il tuo canto, o padre Omero,
Pria che l’ombra avvolgami!

CONGEDO

Fior tricolore,
Tramontano le stelle in mezzo al mare
E si spengono i canti entro il mio core.

NOTE [A “RIME E RITMI”]

[1] La prima edizione leggeva Villa di Quinta. Mi fu detto che Quinta in Portogallo è appellazione comune di ogni villa. Veramente Carlo Alberto “abitava la villa d’Entre Quintas” (L. Cibrario, Ricordi d’una missione in Portogallo, capo III.)

[2] Di questi versi fu detto con goffa barbarie “essere una riabilitazione di Carlo Alberto a base di Garibaldi”. No: io leggevo nei giornali del 1849 che il re pigliava molto interesse ai fatti della difesa di Roma.

[3] È una frazione del comune di San Michele, in provincia di Cuneo, circondario di Mondoví: dove dinanzi a una chiesetta veggonsi ancora le tracce d’un ridotto ove fu combattuto il 16 aprile 1796. E tutto il paese è pieno di rimembranze di quella difesa e il paesaggio e pieno di memorie aleramiche e sabaude.

[4] Quando l’oltracotanza dell’ignoranza intollerante si sferrò su quest’ode, rea di non acclamazione, anche ci fu chi nel venturiero ravvisò Cristoforo Colombo. Oh! È Vasco Nunez de Balboa, a vista del Mar pacifico, nel settembre del 1513. – Non sarà inopportuno riferir anche qui le sentenze di Carlo Cattaneo messe in fronte alla prima edizione: “Per tutte queste passioni umane la guerra è perpetua sulla terra. Ma la guerra stessa colla conquista, colla schiavitú, colli esilii, colle colonie, colle alleanze pone in contatto fra loro le piú remote nazioni; fa nascere dalla loro mescolanza nuove stirpi e lingue e religioni e nuove nazioni piú civili, ossia piú largamente sociali; fonda il diritto delle genti, la società del genere umano, il mondo della filosofia”. (C. Cattaneo, Opere, Firenze, 1891, VI, 333).

[5] Cagione e mezzo al rinnovamento dell’arte scultoria fu lo studio e la diligenza messa da Nicola Pisano intorno al lavoro greco rappresentante la storia d’Ippolito e Fedra nel marmo che poi racchiuse il corpo della contessa Matilde ed era incassato in una delle muraglie laterali del domo di Pisa.

[6] Per gratitudine mia, se non per cenno ad altri, ricordo alcuni libri che discorrono dei combattimenti del 1848 in Cadore e d’altre piú cose cadorine. E prima: del prof. Ant. Ronzon, Calvi e i Cadorini (Tai del Cadore, 1875) e Rindemera, Scene del Cadore nel ’48 (Lodi, 1881); e del sig. Venanzio Donà, Guida del Cadore (Venezia, 1888): questi o videro o udirono dai presenti. Poi il sig. Ottone Brentari raccolse e rinnovò abondante nella sua Guida storico-alpina del Cadore (Bassano, 1886). A questi ultimi giorni il colonnello Gennaro Moreno ha raccontato, con intendimenti e dottrina militare, Calvi e la difesa del Cadore (Roma, Biblioteca minima popolare militare).

[7] Per dichiarazione al vocabolo cídolo ecco un passo dalla Storia del popolo cadorino compilata da GIUSEPPE CIANI (Padova, Sicca, 1856), parte prima, libro primo, pp. 11-13. Detto delle travi d’alberi lavorate e acconciate e nel maggio spinte nel Piave che le trasporta a Perarolo; séguita – “Ma non vi giungono sí presto: altre dall’impeto dell’onda gittate in sulle sabbie, altre dagli spessi e saldi massi, che sporgonsi dall’alveo, contenute. Il che or qua or là sempre quasi interviene, e la prima, che dando di cozzo ne’ massi si ferma, tronca il corso alle succedentisi; onde s’aggruppano, s’incavallano, s’ammonticellano, sí che per lungo tratto tu non iscorgi sui fiume che un’ incomposta tettoia. I paesani appellano serre questi inviluppi: a districarli accorronvi uomini in questa fatta di opere esercitati; ché non tanto il fiume, che solo vi basti. Questi uomini si chiamano Menadàs: cure loro le stesse che dei Dendrofori presso a’ Romani. Dipendenti da un capo, muniti di lunghe aste ferrate di uncini aguzzi o rampiconi, calano fra greppo e greppo, ove le serre e le sbandate in sulle sabbie; ricaccian queste nel fiume; uncinano, aggrappano, disviticchiano le rammassate, né si stanno che assembratele nel Cídolo. Un edifizio codesto a cavalliere del Piave presso a Perarolo: piantato su d’ambedue le ripe, l’estremità, sí da un lato che l’altro torcendosi, addentransi alquanto nel fiume; grosse travi le congiungono quivi insieme; congegnate a foggia di cancello, se all’acque, non concedono l’uscita alle taglie. Gli stessi che addusserle, da quella chiudenda l’estraggono; conoscitori delle marche onde s’improntano, avviante a’ segatoi eretti lunghesso il fiume, conforme è loro ordinato: quivi ammonticchianle a che s’asciughino: asciutte son date alle seghe; ridotte in tavole, sulle zattere traduconle pel fiume a Venezia, o lascianle per via ove i magazzini de’ proprietari”.

[8] Ricordare le Memorie di C. G.

[9] Nella copia che di mano dell’autore fu mandata alla sposa, onde la odicina fu riprodotta nel piú de’ giornali, la penna trascorse a scriver maggiore: quindi il lepido ripetío dei paperi: non bisogna invidiare ai paperi il verso a cui si riconoscono e si raccolgono. Del resto pel rispetto storico torna benissimo anche maggiore.

[10] In questi versi la storia di Ferrara, e anche la preistoria mitica e la conformazione geologica e psicologica della sua provincia e popolazione, è introdotta a rappresentare la preparazione e lo svolgimento della epopea che doveva illustrarla. A queste prove la poesia può forse ancora resistere. Il presente è del dramma, del romanzo, del giornale: il futuro è di Dio: il passato, il doloroso e glorioso passato, può essere tuttora della poesia, massime in una storia complessa di tanti elementi com’è l’italiana.

[11] O Garibaldi vieni. Questo appello parve a taluni importuno e volgare. No. Quando nel 1849 si trattò di calar giú le campane di Sant’ Onofrio per mandarle alla fonderia, Giuseppe Garibaldi ammoní: rispetto alle campane che sonarono all’agonia di Torquato Tasso.

[12] Cosí il popolo, poeta eterno quando non guasto da’ maestri, ha cominciato a chiamare la “Sirena” scolpita da Diego Sarti per la fontana della Montagnola [1896].

[13] La chiesa di San Donato in Polenta, ricordata già in un documento del 976, è costruzione del sec. VIII. Volevasi or fa pochi anni abbatterla al suolo per farne una nuova: se non che don Luigi Zattini, intelligente e amoroso arciprete, n’ebbe avvertito il cav. Antonio Santarelli ispettore degli scavi e monumenti nella provincia di Forlí. Il quale diè primo al pubblico notizie dell’antica chiesa (1890); e súbito appresso ne discorse ampiamente alla Deputazione storica romagnola Corrado Ricci. E della chiesa e della ròcca polentana che le sorgea vicino scrisse di nuovo il Ricci nell’Ultimo rifugio di Dante (1891), e una veduta ne ha inserito assai bella nel bellissimo Dante illustrato pubblicato in Milano da Ulr. Hoepli (1898). A instanza dell’arciprete Zattini, del cav. Santarelli, del conte Cilleni-Nepis ispettore delle scuole, del prof. Raffaello Zampa, il Comune e la Mensa vescovile di Bertinoro e la Provincia di Forlí cominciarono a pensare e provvedere pe’ restauri. Ricordo che nella seduta 20 dec. 1889 del Consiglio provinciale, venuta in discussione la spesa per la chiesa polentana, opponendo alcuno non doversi gittare denaro del pubblico per conservare chiese quando il meglio sarebbe buttar giú quelle anche in piedi, Aurelio Saffi, il nobilissimo mazziniano che presiedeva l’adunanza, parlò da quell’uomo culto e savio che era, e disse fra l’altro “Quale italiano non vorrà conservata e onorata una chiesa dove Dante pregò?” Allora tutti quei repubblicani votarono la spesa per San Donato di Polenta. Che fu dichiarato dal Governo monumento nazionale; e cominciarono i lavori de’ restauri; e vennero in aiuto alla spesa il Ministero dell’istruzione e quello dei culti; dei benefattori, come dicono, privati, ricordo la contessa Silvia Baroni Pasolini, il comm. Francesco Torraca, l’arcipr. Ricci di Consercole, i parochiani di Polenta e quel buon don Zattini che non ha poi molto grassa prebenda. Ristaurati furono il tetto, le navate destra e centrale, l’abside centrale, la cripta: rimane da restaurare l’abside a destra di chi entra e da ricostruire il campanile.
Da un articolo nel Cittadino di Cesena (13 giugno 1897) dell’avv. Nazzareno Trovanelli buon cittadino e buon letterato, di cui sono notevoli parecchie traduzioni dal Tennyson e dal Longfellow, riproduco qui, a schiarimento de’ miei versi, alcuni passi. – “Le colonne della chiesa, grosse, rotonde, a strati di mattoni e di conci, sono coronate da capitelli che formano la parte più importante e caratteristica dello storico monumento. – Sono – scrive il cav. Santarelli – scolpiti in pietra locale, alcuni cubiformi, altri a dadi, con facce smussate, variamente ornate con foglie convenzionali, disegni geometrici, intrecci bizzarri di tenie, figure grottesche di mostri e animali, a tutto rilievo molto basso e rude. – Certe figure, piuttosto di scimmiotti che d’uomini, una specie d’ippogrifo, un orribile granchio di mare, fermano specialmente l’attenzione”. – “Del castello non restano che laceri avanzi sui quali è addossata una squallida casa colonica. Fu Dante al Castello polentano? Pregò egli nella piccola chiesa? Nessun documento l’attesta, ma nulla lo rende inverosimile…. La leggenda, che qualche volta erra, ma talvolta integra e riassume la storia, lo crede; e vuole ancora che Francesca…. salisse quassú, e ad un cipresso che sorge solitario sopra uno di questi poggi e domina tutta la vallata intorno e si vede a grande distanza (forse sostituito ad altri ivi posti successivamente) si dà ancora la poetica intitolazione di cipresso di Francesca.”

[14] Osai fare italiano il verbo latino subsannare, che s’intende benissimo nella volgata versione della Bibbia: “Sprevit te et subsannavit te virgo filia Sion” (Reg. VI, XIX, 21]. Altri scrittori ecclesiastici l’usarono: Tertulliano, adv. Judaeos, XI; san Girolamo, epist. LX: ma l’ha anche Nemesiano, fragm. de aucup. , “et rauca subsannat voce magistri Consilium”. Il Forcellini interpreta beffeggiare, dileggiare “sanna irrideo”: e sanna “proprie est distortio vultus quae fit diductis labiis, ore hiante, corrugata facie et ostentatione dentium”; e l’hanno Giovenale, VI, 306 e Persio, I, 61. Il Tommaseo nel suo Dizionario della lingua italiana registra “Sossannare, far le boccacce”, dal volgarizzamento toscano e del trecento del Trattato contro l’avversità della fortuna di Arrigo da Settimello.
Il vecchio cipresso, che sorgeva dal colle di Conzano, fu colpito ed atterrato dal fulmine nel pomeriggio del 21 luglio 1897: un altro ne fu piantato nel luogo il 26 ottobre.

DELLA “CANZONE DI LEGNANO”

PARTE I
(1879)

IL PARLAMENTO

I.

Sta Federico imperatore in Como.
Ed ecco un messaggero entra in Milano
Da Porta Nova a briglie abbandonate.
“Popolo di Milano”, ei passa e chiede,
“Fatemi scorta al console Gherardo”.
Il consolo era in mezzo de la piazza,
E il messagger piegato in su l’arcione
Parlò brevi parole e spronò via.
Allor fe’ cenno il console Gherardo,
E squillaron le trombe a parlamento.

II.

Squillarono le trombe a parlamento:
Ché non anche risurto era il palagio
Su’ gran pilastri, né l’arengo v’era,
Né torre v’era, né a la torre in cima
La campana. Fra i ruderi che neri
Verdeggiavan di spine, fra le basse
Case di legno, ne la breve piazza
I milanesi tenner parlamento
Al sol di maggio. Da finestre e porte
Le donne riguardavano e i fanciulli.

III.

“Signori milanesi,” il consol dice,
“La primavera in fior mena tedeschi
Pur come d’uso. Fanno pasqua i lurchi
Ne le lor tane, e poi calano a valle.
Per l’Engadina due scomunicati
Arcivescovi trassero lo sforzo.
Trasse la bionda imperatrice al sire
Il cuor fido e un esercito novello.
Como è co’ i forti, e abbandonò la lega.”
Il popol grida: “L’esterminio a Como.”

IV.

“Signori milanesi,” il consol dice,
“L’imperator, fatto lo stuolo in Como,
Move l’oste a raggiungere il marchese
Di Monferrato ed i pavesi. Quale
Volete, o milanesi? od aspettare
Da l’argin novo riguardando in arme,
O mandar messi a Cesare, o affrontare
A lancia e spada il Barbarossa in campo?”
“A lancia e spada,” tona il parlamento,
“A lancia e spada, il Barbarossa, in campo.”

V.

Or si fa innanzi Alberto di Giussano.
Di ben tutta la spalla egli soverchia
Gli accolti in piedi al console d’intorno.
Ne la gran possa de la sua persona
Torreggia in mezzo al parlamento: ha in mano
La barbuta: la bruna capelliera
Il lato collo e l’ampie spalle inonda.
Batte il sol ne la chiara onesta faccia,
Ne le chiome e ne gli occhi risfavilla.
È la sua voce come tuon di maggio.

VI.

“Milanesi, fratelli, popol mio!
Vi sovvien” dice Alberto di Giussano
“Calen di marzo? I consoli sparuti
Cavalcarono a Lodi, e con le spade
Nude in mano gli giurâr l’obedïenza.
Cavalcammo trecento al quarto giorno,
Ed a i piedi, baciando, gli ponemmo
I nostri belli trentasei stendardi.
Mastro Guitelmo gli offerí le chiavi
Di Milano affamata. E non fu nulla.”

VII.

“Vi sovvien” dice Alberto di Giussano
“Il dí sesto di marzo? Ai piedi ei volle
Tutti i fanti ed il popolo e le insegne.
Gli abitanti venian de le tre porte,
Il carroccio venía parato a guerra;
Gran tratta poi di popolo, e le croci
Teneano in mano. Innanzi a lui le trombe
Del carroccio mandâr gli ultimi squilli,
Innanzi a lui l’antenna del carroccio
Inchinò il gonfalone. Ei toccò i lembi.”

VIII.

“Vi sovvien?” dice Alberto di Giussano:
“Vestiti i sacchi de la penitenza,
Co’ piedi scalzi, con le corde al collo,
Sparsi i capi di cenere, nel fango
C’inginocchiammo, e tendevam le braccia,
E chiamavam misericordia. Tutti
Lacrimavan, signori e cavalieri,
A lui d’intorno. Ei, dritto, in piedi, presso
Lo scudo imperïal, ci riguardava,
Muto, co ‘l suo diamantino sguardo.”

IX.

“Vi sovvien,” dice Alberto di Giussano,
“Che tornando a l’obbrobrio la dimane
Scorgemmo da la via l’imperatrice
Da i cancelli a guardarci? E pe’ i cancelli
Noi gittammo le croci a lei gridando:
– O bionda, o bella imperatrice, o fida,
O pia, mercé, mercé di nostre donne! –
Ella trassesi indietro. Egli c’impose
Porte e muro atterrar de le due cinte
Tanto ch’ei con schierata oste passasse.”

X.

“Vi sovvien?” dice Alberto di Giussano:
“Nove giorni aspettammo; e si partiro
L’arcivescovo i conti e i valvassori.
Venne al decimo il bando – Uscite, o tristi,
Con le donne co’ i figli e con le robe:
Otto giorni vi dà l’imperatore -.
E noi corremmo urlando a Sant’Ambrogio,
Ci abbracciammo a gli altari ed a i sepolcri,
Via da la chiesa, con le donne e i figli,
Via ci cacciaron come can tignosi.”

XI.

“Vi sovvien” dice Alberto di Giussano
“La domenica triste de gli ulivi?
Ahi passïon di Cristo e di Milano!
Da i quattro Corpi santi ad una ad una
Crosciar vedemmo le trecento torri
De la cerchia; ed al fin per la ruina
Polverosa ci apparvero le case
Spezzate, smozzicate, sgretolate:
Parean file di scheltri in cimitero.
Di sotto, l’ossa ardean de’ nostri morti.”

XII.

Cosí dicendo Alberto di Giussano
Con tutt’e due le man copríasi gli occhi,
E singhiozzava: in mezzo al parlamento
Singhiozzava e piangea come un fanciullo.
Ed allora per tutto il parlamento
Trascorse quasi un fremito di belve.
Da le porte le donne e da i veroni,
Pallide, scarmigliate, con le braccia
Tese e gli occhi sbarrati al parlamento,
Urlavano – Uccidete il Barbarossa. –

XIII.

“Or ecco,” dice Alberto di Giussano,
“Ecco, io non piango piú. Venne il dí nostro,
O milanesi, e vincere bisogna.
Ecco: io m’asciugo gli occhi, e a te guardando,
O bel sole di Dio, fo sacramento.
Diman da sera i nostri morti avranno
Una dolce novella in purgatorio:
E la rechi pur io!” Ma il popol dice:
“Fia meglio i messi imperïali.” Il sole
Ridea calando dietro il Resegone.

NOTA [ALLA “CANZONE DI LEGNANO”]

Dovrebbe essere inutile il dichiarare, che io, ripigliando in poesia l’argomento della battaglia di Legnano, non intesi venire pur da lontano a contrasto o a paragone con Giovanni Berchet e Terenzio Mamiani, poeti e scrittori nobilissimi che io stimo ed ammiro, e a’ cui alti ideali letterari la patria deve assai piú che non mostri accorgersi o ricordare la nuova generazione. Di questo breve poema, che presi a scrivere tre anni fa per amore del vero storico e della epopea medievale, pubblico ora una parte, almeno come protesta contro certe teoriche, le quali in nome della verità e della libertà vorrebbero condannare la poesia ai lavori forzati della descrizione a vita del reale odierno e chiuderle i territori della storia, della leggenda, del mito. Ma al poeta è lecito, se vuole e può, andare in Persia e in India non che in Grecia e nel medio evo: gl’ignoranti e gli svogliati hanno il diritto di non seguitarlo [1879].

APPENDICE

A GIULIO PERTICARI

Cantato nel Teatro del Rubicone in Savignano di Romagna la sera
del giorno 15 agosto 1871, anniversario della nascita.

O se tu genio presente
Qui fra’ tuoi respiri e vivi,
O se cerchi ombra silente
Il gran Tebro e i sette clivi,
Del tuo nido Compitano
Salve, o Giulio, eterno amor,
O del bel nome romano
Salve pio restitutor!

Quando a terra come armenti
Ci premea l’estrania soma,
Quando favola a le genti
Il retaggio era di Roma,
Tu gridasti – Odio ed oblio,
Popol mio, ti separâr:
Ma un sol nome Italia bella
Tuona e appella fra i due mar.

Dal Simeto sino al Varo
Solo un nome ti saluta
Ne l’eloquio altero e caro
Che passò per l’età muta,
Che de i padri su gli avelli
L’alma Roma ci lasciò:
Sacra Italia! Siam fratelli,
Sovra l’Arno e sovra il Po! –

Tu gridasti: ed or non tanto
Il tuo bel nido natio,
Ma, cessato il lungo pianto,
Ma raccolta in un desio,
Tutta Italia rediviva,
D’un affetto e d’un pensier
Te saluta anima diva
Co ‘l Petrarca e l’Alighier.

DAI ” CARMINA ” DI LODOVICO ARIOSTO

(Delle poesie latine edite e inedite di Ludovico Ariosto, Studi e ricerche
di G. C., Bologna, Zanichelli, 1875, pag. 138, ed ora anche in
Opere, vol. XV, pag. 193).

Va, rea vecchia, con questi carezzevoli
susurri tuoi, va, ingorda vecchia, al diavolo.
Assai la vostra fede, oh assai, m’è cognita,
se ben tardi. Ma tal non son che illudere
a la lunga mi lasci a le ree femmine
impunemente. Oh come, oh come increscemi
de le fallacie dove mi ritennero
pur tanto tempo; ed io credeva, misero,
l’amore concedesse a me sol unico
quei dolci frutti, ch’io poi con grandissima
vergogna mia compresi che si davano
a questo e a quello e a quello ed a qual siasi
vuol comprar con dannoso prezzo i fetidi
accoppiamenti di coteste adultere.
Or vedi tu come sfacciata pregami,
quasi che tutto il suo nefando vivere
io non sapessi. In dietro, o sporca femmina,
ruffiana, venditrice di libidini,
de gli amor miei prostitutrice lurida.
Oh come l’ira l’ugne mi sollecita
contro quella facciaccia! Oh come l’impeto
in quei bianchi cernecchi la man spingemi!
Impunita or ne andrà questa venefica?
No, che uno sfogo almen mi vo’ concedere;
e pria le scaverò quegli occhi torbidi,
poi mieterò quella lingua pettegola,
quella che m’ ha perduto e fatto misero
e ruinato ed a nulla ridottomi.
E voi mi ritenete, o amici perfidi?
Lasciatemi, per Dio! largo al giustissimo
furor! paghi costei le pene debite!
Ah, voi la favorite! e di commettere
non sapete un peccato inespiabile
aiutando quell’empia. Io stesso, io vidila
sovente a l’ombra di notte oscurissima
dissotterrar le benedette ceneri
ed evocar con diro carme l’anime
pallide da i silenzi interminabili.
Ell’è che gitta a i fanciullini il fascino.
Or su, le paghi tutte, e voi partitevi.
Ma, se per nulla i miei preghi vi movono,
vada la scellerata a tutti i diavoli:
non sempre avrà voi soccorrenti e prossimi.

DA FRIEDR. HÖLDERLIN

(Cronaca Bizantina, Roma, 16 settembre 1883)

Oh t’avessi a le molli ombre de’ platani
Ove scorre l’Ilisso in mezzo a i fior,
Ove in sogni di gloria ardeano i giovani,
Ove dolce attraea Socrate i cuor,

Ove Aspasia incedea bianca tra i mirti,
Ove de le fraterne gioie il tuon
Rimbombava da l’àgora, e a gli spirti
Paradisi creava il mio Platon,

Ove d’inni fioría la primavera,
Ove de’ canti la gentil virtú
Dal colle sacro a Pallade severa
Come piena d’april scendeva giú

E in un fulgore d’ideal beato
Come un sogno di dei venía l’età,
Oh t’ avess’io, diletto mio trovato
Oh trovato io t’avessi, amico, là!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Là, dove il mirto e un miglior sol corona
Anacreonte e Alceo, là giù vo’ gir!
Con i santi là giù di Maratona
Ne l’esil casa d’Hade io vo’ dormir!

La mia lacrima estrema, Ellade bella,
Scorra e risuoni il canto ultimo a te!
Alza le forci omai, fatal sorella,
Perché tutto co’ morti il mio cuor è.

PER LA SOSPENSIONE DEL “DON CHISCIOTTE,

(Don Chisciotte, Bologna, 12 luglio 1881)

Ebre di sole strillan le cicale,
Arse muse del luglio impolverato:
Tace Montecitorio e su ‘l piazzale
Giace come un onagro addormentato.
Agostin di Stradella, in su ‘l confino,
Guardïan de la bestia, a l’ombra sta,
Pensando a la sua barba, a lo scrutino
Di lista e al fresco che ritornerà.

Cavalier de l’idea, su la cui fronte,
Vaga il riso de’ sogni intimi e fieri,
Torna a gli errori su pe’l verde monte
Fra l’ombre de’ poeti e de’ guerrieri.
Fresco t’incontri il vin di qualche ostessa;
Quaggiù fa troppo caldo per l’onor:
Dulcinea non sa d’esser principessa,
Ma il vil Sancio è, per Dio, governator.

Quando la rondin parta e il merlo torni,
Torni fischiando a farsi istidionare,
Potrai vèr’ l’Asinella a i freschi giorni
Ronzinante e la lancia indirizzare.
Vedrai Ceri ingegnere e la facciata
Di san Petronio in ciel crepuscolar,
E la questura con una manata
Di manette aiutarti a scavalcar.

DA “GIULIO CESARE CORDARA”
IL GRECIZZANTE

(G. C., Storia del giorno, Bologna, Zanichelli, 1892, cap. IV, pag. 172)

. . . . . . . .. . . .Egregiamente
Tu parlerai se ad ogni passo ne le
Favole conte un ellenismo piova,
Ed una doppia e pur di greca stirpe
Vocetta nuova. Né oggimai più tonda
Ma ciclica per te sia la padella
Ed elliptico l’uovo e microcosmo
L’uomo; e a’ ruscelli ed a gli uccelli e a’ nembi
De’ poeti e a le selve de’ pittori
Titolo affiggerai sacro, parergon.
Oh se Pindaro in bocca alcuna volta
E Tucidide a te suoni e le pure
Nèfele d’Aristofane o d’Omero
La rapsodia divina! Quali rughe
Mirabonde vedrai, quali udirai
Voci di sofi – Oh greco dal ciel messo! –

Meno s’affigge con aperta bocca
La contadina, quando a lei pensosa
De la quartana del marito apprende
Affetto lui di lento emitriteo
il medico verboso e con ambage
Lungi filata attonita l’avvolge.

IL VATICINIO

O patria, O divûm domus Ilium, et inclyta bello
Moenïa dardanidùm!
Aenead. II. 241.

Mentre solcando d’Anfitrite i piani
Il frigio predatore
Di Laomedonte a’ lari empio traea
Varie di amor l’adultera ledea;
Scossa da un sacro orrore
E preda agli euri abbandonata il crine,
Su le patrie ruine
E l’incalzar di fati ancor lontani
Gemea gemea la mesta
Cassandra, e la funesta
Voce nunzia di mali ahi non creduti
Negli atrii ancor non muti
Del suon degl’imenei giva sciogliendo
A tal di sangue vaticinio orrendo

Deh! ripiega, pastor, le infami vele
De l’Atride a le braccia,
Deh! radduci costei. Ve’ qual di guerra
Nembo caliga su la nostra terra!
Già già lo scudo imbraccia
Gradivo e affuoca il siciliano brando:
E’n lui tutto versando
Il tartareo venen Furia crudele
Gli allaccia il grande usbergo.
Già su noi piomba: a tergo
Mugge de’ figli suoi lo stuolo audace;
E la sanguigna face
Alto levando, Aletto anguicrinita,
Ilio, le sacre tue rocche gli addita.

Oh! Qual di guerra ferve alto ululato:
Qual nitrir di destrieri,
Qual peregrino suon d’aspri metalli
Ti ferma, o Simoi, per le patrie valli!
E quel di Achei guerrieri
Quel diluvio che i nostri campi innonda
Che vuol? Qual fatto è sponda
Al danäo furor di dritto armato?
Ahi! Che su l’ilie porte
Semini strage e morte,
Divin ferro di Ftia di piaghe fabro:
E a l’assetato labro
Del fuggente al terror Troiano esangue
Meni, o patrio Scamandro, onda di sangue.

Chiuse il candor de’ membri in atro manto,
E su ‘l vergine petto,
Sospir d’amanti, il crine abbandonate,
perché danze e imenei da ‘l cor sgombrate?
Figlie di Troia, il tetto
Devoto e l’ara sorda Erinni tiene;
Ed a la Dea non viene,
Ch’Ilio in campo minaccia, il vostro pianto;
Né puote umana voce
Piegar de la feroce
Armipotente il crudo petto e l’ira.
O Dei! Come vi mira
Volgendo gli occhi in sanguinose rote,
E la gran lancia crolla e l’elmo scote!

E tu adultero vil solo, tra il lutto
De’ tuoi, dentro la vòta
Squallida reggia, a la tua druda in braccio,
Farai di rose al crin leggiadro impaccio?
Mentre su Priamo immota
La legge sta de l’inimico fato,
Nel talamo odorato
Scamperai, vil, de l’aste argive il flutto?
Secoli e genti, ei sia
De la prosapia mia
Rampollo senza gloria e senza vanti:
nè vate eterno canti
Come Nemesi ‘l colse, allor che al fine
Prostrò dentro ‘l suo sangue il molle crine.

Ombre de’ padri miei, voi da li avelli
Il destriero nemico
E dal sonno di morte, ah fia che deste!
E questi sacri penetrali e queste
Are ed il lauro antico
Che ad Apollo esorando abbraccio in vano,
Bagna il sangue troiano,
Di Priamo il sangue, il sangue de’ fratelli.
Tu cadi, Ilio divina:
E su la tua ruina
Tratta pe ‘l crin fra militar trofei,
O città de gli Dei,
Io grido a te: patria di Ettorre mio,
Patria di Priamo e de’ miei padri, a dio.

Ma perche squarci a l’atterrita mente,
Febo crudele, il velo
Che tanti mali mi ascondeva, e, trista!,
A l’orror mi togliea de l’empia vista?
Ecco: di fiamme il cielo
Cupamente a l’intorno arde e rosseggia:
Ampio già signoreggia
Il foro, e tutto avvolge Ilio cadente.
Dei crudeli, gioite:
È vinta la gran lite.
Perfido Giove e ingrato anch’ei non cura
D’Elettra sua le mura:
E ne’ decreti il Fato ha scritto come
Fu d’Ilio un giorno, or vota larva e nome.

E voi che cerchio fate a la funesta
Profetessa di mali,
Iliache donne, per le argée convalli
A gli Achivi fatali
Pascerete con molli archi i cavalli. –
Dicea Cassandra: e discioglieano intanto
Le vergini priamée d’amore un canto.

1850. 13 Febbraio. Firenze. – Ritoccata nel Marzo e Novembre 1852, in Firenze e in Celle.

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