Giosuè Carducci – Sicilia e la rivoluzione

Da le vette de l’Etna fumanti
Ben ti levi, o facella di guerra:
Su le tombe de’ vecchi giganti
Come bella e terribil sei tu!
Oh, trasvola! per l’itala terra
Corri, ed empi d’incendio ogni lido!
Uno il core, uno il patto, uno il grido:
Né stranier, né oppressori mai piú!

O seduti negli aulici scanni,
A che i patti mentite e la pace?
Solo è pace tra servi e tiranni
Quando morte la lite finí:
Ma il nemico su ‘l campo non giace,
Né lasciò da la man sanguinante
La catena che in saldo adamante
Nel silenzio de’ secoli ordí.

Come il turpe avvoltoio ripara,
Franto l’ali dal turbine, al covo,
E ne l’ozio inquïeto prepara
Pur li artigli la fame ed il vol;
Vergognando il pericolo novo
La barbarie le forze rintégra
Ne le insidie la speme rallegra,
Pria gli spirti, quindi occupa il suol.

Or su via! Fin che il truce signore
Tien sol una de l’itale glebe
E de’ regi custodi il terrore
Tra l’Italia e l’Italia interpon;
Fin che d’Austria e Boemia la plebe
Si disseta di Mincio e di Brenta,
E il cavallo de l’Istro s’avventa
Dove al passo confini non son;

Fino al dí, verdi retiche vette,
Che su voi splenda l’asta latina;
Sciagurato chi pace promette,
Chi la mano a la spada non ha!
Presto in armi! l’antica rapina
Ceda innanzi a l’eterno diritto!
Come Amazzoni ardenti al conflitto,
Presto in armi le cento città!

O Milan, la tua pingue pianura
Crebbe pur de le bianche lor ossa,
E i destrieri sferzò la paura
Quando inerme il tuo popol ruggí:
O Milano, a la terza riscossa
Gitta l’ultima sfida, e t’affretta;
Il drappel de la morte t’aspetta,
Ch’è risorto al novissimo dí.

Bello il sangue che ancor su la gonna
Tua ducale rosseggia e sfavilla!
Non forbirlo, o de’ Liguri donna;
Odi, a vespro Palermo sonò!
Pittamuli, Carbone, Balilla
Scalzi corran da Prè da Portoria,
Sotto il nobile segno de i Doria,
Dietro il sasso che i mille cacciò.

Dove sono, o Bologna, i possenti,
I guerrier de la tua Montagnola?
Quei che incontro a’ metalli roventi
Volan come fanciulle a danzar?
Non piú fren di levitica stola
Al furor de le sacre tenzoni!
Spingi in caccia i tuoi torvi leoni!
Senti il cenno per l’aure squillar!

O del Mella viragine forte,
Batti pur su le incudi sonanti,
Stringi pur in arnesi di morte
Del tuo ferro il domato rigor;
Ma rammenta i tuoi pargoli infranti
Su le soglie, i tuoi vecchi scannati,
Ed i petti materni frugati
Da le spade, e l’irriso dolor.

O Firenze, tua libera prole
Dorme tutta ne’ templi de’ padri
O su’ monti ove l’ultimo sole
Il tuo Decio cadendo attestò?
Odo un gemito lungo di madri
Volto al Mincio ed al memore piano
Gli occhi avvalla riscosso il Germano
Da le torri vegliate, e tremò:

Ché un clamor d’irrompente battaglia
Sorge ancor da la trista pianura,
E le azzurre sue luci abbarbaglia
D’incalzanti coorti il fulgor.
A la cinta de l’ispide mura
Su correte, o progenie di forti!
Qui la muta legione de’ morti
Qui vi chiama, ed il conscio furor.

Chi è costui che cavalca glorioso
In tra i lampi del ferro e del foco,
Bello come nel ciel procelloso
Il sereno Orïone compar?
Ei si noma, e a’ suoi cento diêr loco
Le migliaia da i re congiurate:
Ei si noma, e città folgorate
Su le ardenti ruine pugnâr.

Come tuono di nube disserra
Ei li sdegni che Italia raguna:
Ei percuote d’un piede la terra,
E la terra germoglia guerrier.
Garibaldi!… Da l’erma laguna
Leva il capo, o Venezia dolente:
Tu raccogli, o de l’itala gente
Madre Roma, lo scettro e l’imper.

Su, da’ monti Carpazi a la Drava,
Da la Bosnia a le tessale cime,
Dove geme la Vistola schiava,
Dove suona di pianti il Balcan!
Su, d’amore nel vampo sublime
Scoppin l’ire de l’alme segrete!
Genti oppresse, sorgete, sorgete!
Ne la pugna vi date la man!

Da li scogli che frangon l’Egeo,
Da le rupi ove l’aquile han covo,
O fratelli di Grecia, al Pireo!
Contro l’Asia Temistocle è qui.
Serbo, attendi! su ‘l pian di Cossovo
Grande l’ombra di Lazaro s’alza;
Marco prence da l’antro fuor balza,
E il pezzato destriero annitrí.

Strappa omai de’ Corvini la lancia
Da le sale paterne, o Magiaro;
Su ‘l tuo nero cavallo ti slancia
A le pugne de i liberi dí.
In fra ‘l gregge che misero e raro
L’asburghese predon t’ha lasciato,
Perché piangi, o fratello Croato,
Il figliuol che in Italia morí?

In quell’uno che tutti ci fiede,
Che si pasce del sangue di tutti,
Di giustizia d’amore di fede
Tutti armati leviamoci su.
E tu, fine de gli odii e de i lutti,
Ardi, o face di guerra, ogni lido!
Uno il cuore, uno il patto, uno il grido:
Né stranier né oppressori mai piú.

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