Giovanni Bovio – Mazzini

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GIUSEPPE MAZZINI

POVERO, CONTRISTATO, SCHERNITO SOGNATORE

TOLLERA

QUESTI ONORI POSTUMI

I SOLI CONSENTITI DAL DESTINO

AI MAESTRI.

Giovanni Bovio
LA RAGIONE DEL LIBRO

Nella vasta mente di Giovanni Bovio balenò un giorno una triade di sapienza, di amore e di libertà: e questa triade, circonfusa di luce, seguì per tutta la vita il filosofo nelle diverse trasformazioni del pensiero ed esercitò una continua influenza sull’opera sua. La triade assume figura umana in Socrate, in Cristo, in Mazzini. Il maestro vedeva e misurava la varietà della grandezza delle tre figure e delle rivoluzioni che avevano iniziato; ma in tutte e tre considerava specialmente l’influenza esercitata dai tre banditori di verità che l’insegnamento confermarono col sacrificio.
Giovinetto ancora, quando gli sorrideva la musa, cantava di Socrate, il filosofo debellatore della superba ipocrisia di falsi dotti: e più tardi lo presentava sulle scene, negli ultimi anni della vita, in un dramma degno, per il dialogo, del maestro condannato a bere la letale cicuta. Il dramma sostituì il discorso già pensato: e lo stesso fenomeno evolutivo dell’intelletto fece credere a Bovio che fosse più efficace la forma rappresentativa anche per Cristo, la cui dottrina ci ricordò nella pura essenza sua colla Festa di Purim che svolge i principî fondamentali dell’amore, della fratellanza, del perdono. E siccome Cristo era il Verbo, così il filosofo-poeta non ne portò la figura materiale sulle scene, che pur sono piene di lui, ma lo fece manifesto solamente colla parola.
Di Mazzini invece doveva fare il discorso. La vicinanza dei tempi nulla permette alla fantasia e rende inevitabile la discussione. Già Bovio aveva scritto e parlato più volte dell’apostolo dell’idea; ma la vedova di lui, signora Bianca Bovio, nel cercare fra le carte lasciate dal defunto, scoperse il manoscritto del discorso che intendeva fare – terzo, dopo quelli su Socrate e su Cristo – e del quale si ignorava l’esistenza. In questo discorso Mazzini è presentato nei tempi e nelle opere non colla adulazione del panegirico, ma colla superiorità di una mente ragionatrice che s’eleva al disopra della cieca venerazione tradizionale.
Noi, che abbiamo i capelli bianchi, amiamo Mazzini perchè fu il nostro primo educatore; e quante lagrime di tenerezza, di amore, di ira e di speranza non ci fece versare! Sulle sue pagine si palpita ancora e si sogna: è il grande maestro della legge del dovere, che fa innamorare del sacrificio. Si comprende come affascinati dalle parole del grande, i discepoli, spregiatori degli agi e dei piaceri della vita, andassero lieti, nel nome di un’idea, incontro alla morte: si comprendono le congiure intessute fra cento pericoli, gli eroismi nelle carceri, davanti ai patiboli e sui campi aperti di battaglia dei giovani cresciuti alla sua parola, diventati confessori della fede d’Italia.
Bovio assorge alle più vaste concezioni egli esamina Mazzini nelle fondamenta della sua dottrina. Il genovese sorto alla vita operosa dopo la morte di Napoleone che fu il prototipo dell’individualismo, parlò di un altro principio che governò metà del secolo scorso e governerà l’avvenire, quello della azione collettiva: “L’epoca degli individui è sfumata: siamo all’èra dei principî.” Al disopra dell’individuo s’inalza l’idea: e l’idea è oggi compresa dalla massa che la vede dinanzi a sè, a guisa dell’antica colonna di fuoco, come guida sicura attraverso le tenebre e le incertezze della via.
Il 22 giugno di questo anno 1905 compiono i cento anni dalla nascita di Giuseppe Mazzini. Trentatrè anni fa moriva in Pisa, celato sotto altro nome, perchè a lui che aveva tanto operato, scritto, sofferto per l’Italia, era vietato il suolo della patria. I tempi fecero camminar le idee: ed oggi anche i rappresentanti della monarchia rendono omaggio al repubblicano e i ministri prescrivono i suoi libri nelle scuole per la dottrina morale che in essi si contiene e per la forma nobilmente italiana. Si avverò quel che scriveva il poeta Uberti, che Mazzini vivo fu perseguitato, e dopo morto

….. vider le genti al Sofo alzarsi
Simulacri a rimorsi e a tarda gloria,
E in lor passaggio i secoli inchinarsi
Alla memoria.

La signora Bianca Bovio pensò: “Quest’opera che trovai fra le carte ove Giovanni, da gran signore delle idee, disseminava le sue impressioni, deve servire a un duplice scopo: il primo di onorare il mio estinto in Mazzini, nell’anno che l’Italia celebra il centenario del Maestro – l’altro di raccogliere quelle poche migliaia di lire che son necessarie ad erigere un marmoreo ricordo alla memoria del mio diletto morto gloriosamente povero.”
E questa è la ragione del libro: quello che un alto ingegno scrisse, il cuore d’una donna oggi pubblica. In queste pagine ci appaiono due grandi morti che stanno degnamente insieme nel Pantheon italiano per integrità di vita e per virtù di pensiero, perchè se l’uno risvegliò l’Italia dormiente nella schiavitù e la chiamò all’onore di nazione, l’altro la mantenne, coll’esempio e colla parola, nella via dell’ideale, salvandola dalla corruzione: entrambi sono stati fondatori di una scuola che diede uomini forti e liberi.

CARLO ROMUSSI.
MAZZINI

Non ignoro che a molti parrà singolare stranezza questo parlare di Mazzini immediatamente dopo Socrate e Cristo, i due primi più solenni e più rifermati maestri di civiltà; ma penso che quelli che verranno dopo di noi, considerata tutta a parte a parte la dottrina e la vita dell’uomo, dopo Socrate e Cristo nella storia lo allogheranno terzo non di valore, ma di tempo. E per sostenere dimostrativamente così difficile e nuovo assunto e farlo passare nel convincimento non solo degl’Italiani ma di que’ stranieri che con amore umano guardano il procedere di tutt’i popoli nella vita del mondo, devo ragionare di Mazzini non di fuga, come per cagioni subitanee mi occorse altre due volte, ma con animo riposato e con occhio intensamente rivolto alla dottrina e alla storia. Spero, e l’opera non tradirà la speranza, che così facendo n’esca intera la grande figura del nuovo Apostolo, che fu più grande dell’Italia e pari all’umanità: intera, sicchè ciascuno ne vegga la Verità e la contraddizione, la grandezza e l’errore e nel medesimo errore la grandezza. Di uomo liberissimo oso parlare liberamente innanzi alla sua scuola, giacchè Egli è stato e poteva essere il solo de’ grandi uomini moderni che ha lasciato dopo di sè una scuola d’uomini forti, anche in ciò comparabile a que’ due fondatori di due scuole di fortissimi, dietro alle quali stavano due civiltà. E liberamente parlo anche innanzi ai suoi nemici che nemmeno sull’urna depongono l’ira, perchè ne’ dilettanti di Stato, di libertà e di lettere la voce di Lui mette ancora sgomento, e perchè molti sono ancora gl’interessi che attaccati tenacemente alle reliquie del medioevo, resistono al vero che gli sperde o trasmuta. Nè si placano ancora i fautori del rivolgimento sociale, i quali, per necessità dolorosa de’ tempi, troppo duramente da lui giudicati duramente lo giudicarono; ed ora aspettano da giorni non lontani la composizione del fraterno dissidio. E a queste difficoltà non lievi, aggiunta quell’altra e suprema che fece dire a Mazzini: “Se la mia fede poggiasse nel Vero, dirà il futuro”, si vede che difficile oltre modo, per il tempo, per le passioni di parte, e sopra tutto per le condizioni della stampa in Italia, è parlare di Mazzini: e pure se ne deve, perchè dal giudizio che si darà di Lui dipende la soluzione delle questioni più cocenti, più contrariamente agitate, più inerenti alla nostra esistenza individuale, domestica, civile, politica, nazionale, cosmica: dipende, in ultimo, la soluzione del problema economico, che è l’ubi consistam dell’età nostra. E mi terrei avventuroso, se i suoi discepoli e i suoi nemici e quelli che a me sono avversi per antagonismo di sistemi, volessero leggermi con animo dimentico di me e tutto inteso ai principî ch’io fermo e alle conclusioni che ne derivo: fortuna poco sperabile in questo cadere di tempi tra questa gente. E non si è detto moltissimo di Lui? Niente, a me pare che pareggi l’argomento per le ragioni sopra discorse e per altre spiegabili meglio dal tempo. Ed entriamo dunque in questo ragionamento come in foresta vergine.
Socrate intimò allo Stato greco la protesta umana; morì cittadino, ma trascinò lo Stato dietro il suo feretro. Il sacello inalzato a Socrate, dissi, consacra la prima deificazione istintiva dell’uomo fatta dall’espiazione civica. Cristo venne e seppe di venire nella pienezza de’ tempi per mettere la scure alle radici, cioè per contrapporre un evo ad un altro, al cittadino l’individuo; il quale comincia nell’eremita e finisce nella brutalità dell’egoismo odierno, comincia nella superba continenza del deserto e finisce nelle usure civili onde il capitale tormenta il lavoro. E Mazzini, che da’ più liberi fu salutato Apostolo e profeta di nuova Idea, si rese conto strettissimo del suo tempo e della sua missione? Mantenne sempre conformi pensiero ed azioni, o talora difformi per necessità impreveduta, per deviamento di logica, o per debolezza di volere? Lasciamo che risponda egli stesso a queste domande fondamentali che sono le premesse al nostro discorso; ed egli è uomo che non deve mendicare la risposta, avendola meditata quarant’anni. Sin da quando fondava la Giovane Italia scriveva queste parole: “E chi siam noi, perchè abbiamo a calcolare i nostri discorsi dalle conseguenze personali? L’epoca degl’individui è sfumata. Siamo all’èra de’ principî.” Egli dunque sin dal 1831 si fa nunzio di un terzo evo; araldo e non improvvisatore, dice netto che l’individualismo cristiano tramonta e che sopra l’individuo s’alza un’idea. Scrive appresso che bisogna consacrarsi interamente alla SANTA CAUSA di questa IDEA; e del resto avvenga che può, perchè l’uomo il quale si slancia nella crociata dell’umanità senz’aver dato un addio ai calcoli, ai conforti, a tutte quante te gioje della vita, non ha missione? V’è dunque un’èra nuova, v’è una missione: l’una determinata da un principio, l’altra da una consacrazione. A chi spetta la missione? Ei risponde: “Chi scrive codeste linee ha disperato, tranne un affetto, della vita contemplata individualmente, e per questo ei si sente più forte nella predicazione del pensiero rigeneratore.” Dunque egli si è consacrato: la missione spetta al nunzio dell’Idea. E fin qui troviamo in Mazzini ciò che in Socrate ed in Cristo: la compenetrazione del principio con la missione, il connubio del pensiero coll’azione: e questa compenetrazione costituisce la totalità etica senza cui non v’è grandezza d’uomo e assai meno grandezza di fondatori. E pure la grandezza di Socrate non è quella di Cristo, perchè tra i due non essendovi medesimezza di principio, non v’è parità di missione, di fine, di vita, di sacrifizio: Socrate muore come i difensori delle Termopili, pro sanctis patriae legibus; l’altro tradidit sese pro nobis, ma per noi individui, non greci nè latini: l’una è grandezza civile, l’altra è sommità individuale. In che la grandezza di Mazzini differisce dalle due prime?
Differire deve, perchè i tempi non si ripetono e per conseguenza nè i principî, nè i fini, nè i sacrifizî, nè i fondatori. E questa differenza di principio non dev’essere semplicemente annunciata, ma determinata, non dev’essere un nescio quid che sfugge di continuo alla prova dell’azione, al travaglio della vita, al moto della storia; ma deve avere gravità di polpe e d’ossa; cioè lineamenti suoi, forma sua, sua visibile sembianza, se vuol entrare nella fede, nella associazione, nella lotta durevole. E non basta niente che la differenza sia posta filosoficamente o con precisione di logica formale, ma dev’essere storica, eco d’alto e crescente bisogno di popoli, espressione di fremito sordo che non riposa in nessun giorno e in nessun luogo, esponente di tendenze comuni più pullulanti dove più compresse; deve insomma avere con sè la pienezza dei tempi. E questa è appunto la differenza tra gli utopisti e i fondatori di civiltà: quelli conoscono le determinazioni logiche, questi le determinazioni storiche; quelli sono talora precursori buoni o cattivi, questi sono maestri; gli uni possono essere di numero indefinito, gli altri sono strettamente numerati. Ne seguita che non basta dire l’Idea: è rumore di voce; ma si ha da sapere se questa idea sia eleatica, pitagorica, socratica, aristotelica, cristiana, mistica, nominale, hegeliana, o se sia nuova Idea; e più monta sapere se porti con sè quella pienezza di storia che le dia battesimo e la faccia rapidamente diffusiva, battagliera, suscitatrice insistente, fatale, sì che nel medesimo tempo sia meno ajutata dall’opera buona de’ credenti che dagli errori e dalle scelleratezze de’ nemici.
La sintesi di questi due lati, di questi due frammenti del vero, del filosofico e dello storico, è strettamente compendiata da Mazzini in questa proposizione: Oggi, i popoli hanno sete di logica. Oggi, vuol dire ch’egli ha guardato, non inventato, sorge interprete non utopista; logica, vuol dire che alla prova rovinosa dell’ecletismo dottrinario bisogna animosamente sostituire un principio determinato e stare alle conclusioni; sete, vuol dire bisogno ardentissimo, indomabile sino a che si estingua o nell’acqua o nel sangue. Quindi la necessità di differenziare il suo principio da qualunque altro de’ dottrinari contemporanei, dottoreggianti sull’oggi e ciechi sul domani, da qualunque altro principio posto dagli antichi fondatori, derivarne quante conseguenze si possono dalla logica di un uomo e le rimanenti commettere alla logica de’ popoli.
Questa logica di cui i popoli hanno sete e di cui ai popoli ei commette gran parte non può essere la logica semplicemente formale degli scolastici, quella del medioevo, la quale sollecita del solo processo, cioè della necessità illativa, prendeva ciecamente la premessa fondamentale dell’autorità. Questa era logica servile, ecclesiastica e forense, dommatica e arbitraria, astratta e unilaterale e però disdetta sempre dalla natura e dalla storia; perchè la necessità non dev’essere soltanto illativa ma iniziale e deve dimorare non solo nella illazione ma nel principio. Dunque la logica di cui parla Mazzini non è quella che avvezzava a belare i panegirici, e a conchiudere che tre persone fanno una, e che Dio si transunstanzia ad ogni bisbiglio di chierico, ed altre cose procedenti dalla mezza necessità; ma è necessità piena, necessità bilaterale, di forma e di sostanza, d’illazione e di principio; insomma è logica razionale non formale. Il moto delle scienze e della storia lo aveva condotto a tal punto; ed egli parlando di logica, intende innanzi tutto investigazione di principio: le conseguenze verrebbero di lor piede l’una dopo l’altra: ma l’animo innanzi tutto, sopratutto nella determinazione del principio. Egli ha sempre innanzi alla mente, come stella polare del suo cammino, un articolo della Convenzione nazionale, che a lui parve grido ellittico e pieno di tutto il tempo nuovo: Un principe, et des conséquences, voilà tout; e ne conchiuse che il Machiavelli giustamente giudicasse dannosissime certe vie del mezzo.
Com’ei procederà in questa investigazione differenziale del principio del nuovo tempo, per tradurre in formula il fremito de’ popoli? Il tempo è uno, è continuo, e non può essere inteso davvero che complessivamente. Nessun giorno si ripete, ma ogni giorno s’integra nell’altro e tutt’i giorni si condensano e spiegano in un punto. Perciò come una è la natura, una è tutta la storia del genere umano: la differenza tra la storia naturale e la civile è questa, che l’una è basamento all’altra. In questa infinita unità del processo storico si ha da intendere il vecchio e il nuovo, e dentro la natura de’ principî che furono si ha da trovare la necessità del principio che dev’essere.
Ed ecco Mazzini sulla gran Bibbia dell’umanità, la storia, a spiare la favilla nel cenere doloso, nella morte il problema della vita, nelle conseguenze del passato il principio dell’avvenire. Egli dunque abbraccia la storia non con la freddezza paziente dell’erudito, non con la curiosità vanitosa del dottore, ma col furore presago onde l’Omero de’ Sepolcri abbraccia ed interroga le urne degli eroi sepolti. Da quelli amplessi fecondi usciva la giovane Grecia e potrebbe uscirne la Giovane Italia. Il punto sta al modo onde si interroga la Storia. E v’ha forse più modi di interrogarla?
Mille modi; e ciascuno vi trova quel principio, quella conclusione, quella formula che cerca; stimando risposta della storia l’eco della propria voce. Alcuno disse che la storia è bilingue; io dico ch’è assolutamente poliglotta ed ha la sua sillaba di grazia per tutti: ha una parola di cortigianeria per il Duca di Modena, una d’incitamento per Garibaldi; alla scuola di Lojola promette l’immobilità del sillabo, alla scuola di Cattaneo l’avvenimento della federazione; promette Roma al papa, Roma a Cesare, Roma al popolo; è guelfa, ghibellina, repubblicana, cattolica, atea nella stessa pagina, talora nell’istesso periodo. A chi teme dà un secolo d’indugio; a chi spera un istante. Chi vi legge i ricorsi, chi l’andare fatale e diritto; chi i misfatti impuniti, chi la legge di espiazione. Ai più pare una donna indifferente in mezzo a molti uccisi. Pare insomma che la Pizia filippizzò una volta, e la Storia, più vilmente assentatrice, filippizza sempre. Ma è la storia arrendevole agli interroganti, o gli uomini volgari sono incorreggibili adulatori di sè stessi?
Mazzini intese che nella storia era possibile l’investigazione del principio e che la storia vuol essere interrogata, per rispondere vergine, a un sol modo, cioè secondo la sua legge intrinseca. Non ignorava che l’uomo, per decreto della sua natura psicologica, è un Mida ostinato, il solo animale che trasforma tutto ciò che tocca, talvolta in oro, più spesso in ferro per farsene catene; che l’uomo aveva creato Iddio nello specchio, non Dio l’uomo nell’Eden; che aveva in persone trasformato astri, piante, pietre, etere, forze; che aveva infine vestito delle sue passioni la scienza e la storia e tiratene quelle risposte che lo avevano fatto illuso e infelice. Il cristianesimo cadendo, per cedere in tempo al razionalismo, portava seco gli ultimi miti, le smunte personificazioni d’una fede che muore, e allontanandosi dalla vita vedeva leggi severe e algebriche occupare le abitazioni e gli uffici delle anime, degli angeli, delle fate, de’ mani e de’ santi. Così alla provvidenza storica subentrava la legge storica, ai capricci degli Alessandri, de’ Cesari, de’ Gregorî subentrava la necessità degli eventi, ai creatori dei fatti la logica de’ fatti. E Mazzini imparò dal secolo che se v’è una geometria della natura, vi dev’essere un disegno della storia; che però non a caso Vico era venuto dopo Galileo, e che il fatto muto per sè, parla e svela il suo principio e la sua conclusione, quando sia interrogato secondo la sua legge.
“Dunque la Bibbia dell’umanità interrogata da Mazzini non è quella che si muove secondo il corruccio di Jehova, ma secondo la legge intima delle cose. Non secundum ordinem Melchisedech, sed rerum natura.
“La logica dunque de’ fondatori è nella Storia, la Storia nell’ordine, l’ordine nella Legge intima delle cose.”
Qual’è dunque la Legge storica?
Questa domanda, sebbene l’uomo se l’abbia fatta decisivamente da meglio che due secoli, mette paura ancora, perchè l’ultima domanda che l’uomo può fare a sè stesso è questa, che implica tutto il destino umano. È l’ultima domanda, perchè la si può fare quando a tutti i miti sopravviene la logica de’ fatti, la quale premette l’apparecchio e l’assetto di tutte le altre scienze. Implica il destino umano perchè questa legge dice se nascemmo alla servitù perpetua o fummo destinati ad una libertà riparatrice; se dopo di noi v’è la federazione delle genti o la santa alleanza aperta o soppiatta, se infine il sacrifizio de’ generosi sia ditirambico o profetico. E mette paura, perchè annodare tutt’i fatti degli uomini, disciplinare i rivolgimenti, ordinare l’emigrazioni e i travasamenti, correggere e fissare epoche, nomi, luoghi, chiamare infine i Napoleoni, i Tamerlani, i Carli nel giro delle cose civili come abbiam chiamato le comete nel giro della natura, è qualcosa che mette sgomento, ne’ più audaci e somiglia piuttosto al furore del profeta che alla ragione dello scienziato.
E non di meno la Legge v’è, e bisogna determinarla. Mazzini non aveva intendimenti d’investigare le determinazioni finali, i caratteri ultimi di questa Legge, perchè nè egli voleva scrivere una filosofia della storia, nè i fondatori possono essere sistematori; ma voleva di slancio afferrare un carattere principale e quasi evidente della Legge per derivarne le conclusioni applicabili al secolo. E ragionò in questa guisa:
“Il caso e l’arbitrio che sono stati espulsi dalle cose della natura non possono rimanere nelle cose degli uomini, perchè l’ordine è universale, e in ogni cosa dobbiamo trovare principî e conclusioni. L’esame storico, fatto con animo sereno, al caso ed all’arbitrio nelle cose civili sostituisce la logica. Dato un primo errore, la necessità conduce al fondo del male; dato un buon inizio, rimane sempre aperta la via del bene. Perchè tutt’i tentativi di rivoluzione italiana tornarono fino a quest’oggi in nulla? Nè codardi siamo noi, nè mancano elementi rivoluzionarî; ma l’inizio fu falsato sempre per difetto di genio direttivo, cioè di principio schietto e determinato in capo al movimento. Questo seguito di principî e di conseguenze costituisce la catena storica, non la catena sorda degli stoici, nè il vasto anello del Vico, ma la catena progressiva, perchè le illazioni, anche quando dolorose e terribili, devono avere questo di bene, che sforzano le premesse a correggersi e a purgarsi d’ogni elemento falso e sovrapposto. Dunque non v’è caso storico, v’è processo storico e la sua legge è il progresso. Il progresso è l’intimità della mente, della scienza della storia: è l’essenza dell’uomo. È dunque irresistibile: i volenti conduce, i non volenti trascina, i resistenti stritola.
“La legge è posta. Ma se il progresso non è la catena sorda, chiede la cooperazione de’ generosi contro i resistenti, cioè il sacrificio. Dunque la necessità del progresso non implica inerzia orientale o impeto musulmano, ma concorso cosciente dell’uomo, che operando si fa artefice di sè stesso e si costituisce auto-genetico. Affinchè però il sacrifizio non sia sterile o dannoso e dissomigli dall’ebrezza, dal delirio, dalla superstizione, dall’utopia, dalla vanità, bisogna sapere logicamente quello che il progresso consente e quello che no, perchè esso vuole apostoli non avventurieri, benefattori non utopisti, militi non settari, uomini insomma non fanatici. I declamatori, trasmodando, perdono le buone cause. Dunque perchè il sacrificio sia cosciente, umano, benefico, meritevole, sia un dovere compiuto non un cilicio imposto, bisogna pensatamente determinare le fasi del progresso e conchiudere quello che il secolo ci chiede e quello che non vuole. Così l’entusiasmo durevole viene dalla fede, la fede virile dalla persuasione, la persuasione vincitrice dalla mente.
“Quali furono le fasi del progresso? Così il cammino è diritto; la storia diventa un ampio sillogismo; la conclusione non potrà sfuggirci.
“Le fasi storiche sono quali e quante possono: non si può aggiungere, levare, sostituire, perchè sono le graduali posizioni dell’essere umano: però prima si presentano i varî e contrarî lati della figura umana, poi l’uomo intero; prima il comune, poi il singolo, infine la totalità; insomma il cittadino, l’individuo, l’uomo.
“L’uomo, al cominciar della storia, per cessare lo stato naturale, fu troppo cittadino e troppo lasciò di sè allo Stato, sino a quando le lotte per l’eguaglianza ruppero le disparità civili. Poi, per necessità di reazione, fu troppo individuo e troppo tolse di sè allo Stato, per sostituirsegli, sino a quando la rivoluzione dell’89 venne fieramente ad urtare le istituzioni tabescenti del medioevo. Rovinando il medioevo da ogni parte, e non potendosi rifare i periodi della storia, sorge alto il bisogno, immancabile la necessità di sostituire al cittadino e all’individuo l’uomo, che insieme è individuo e cittadino, e appartiene alla nazione ed alla umanità, alla città e al mondo, alla famiglia ed alla patria, a tutti e a sè. Lo Stato che risponde al cittadino è veramente oligarchico; quello che all’individuo è monarchico; quello che all’uomo è repubblicano. Dunque il passato ci potè presentare sembianza e nome di repubblica; ma la repubblica è dell’avvenire. Socrate fu genio e maestro del primo periodo; Cristo del secondo; Egli del terzo, perchè come Cristo e Socrate egli viene a interrogare non a sforzare lo spirito della storia, è interprete non utopista, piglia il battesimo dal popolo, non gitta stille dall’alto, e si sente maestro non precursore.”
Poche di queste parole voi troverete ne’ volumi di Mazzini, ma la mente di Mazzini è questa e non la si può intendere diversamente nel corso della storia, del pensiero, della civiltà. Questo è il suo sistema ideale, ridotto all’ultima sintesi, e a esplicarne meglio alcune parti veniamo all’applicazione dottrinale e pratica ch’egli fece de’ suoi principî al suo secolo. Seguitemi con amore in questo rapido itinerario del tempo nostro, acciocchè non dicano, come fanno, che l’intelletto del passato ci toglie la vista del presente, e l’ardore delle teorie ci mortifica il senso de’ fatti.
La lotta dichiarata ed effettuale dell’uomo contro l’individuo, che vuol dire della repubblica contro il principato, della ragione contro l’autorità, della scienza contro la chiesa, del merito contro il privilegio, del lavoro contro il capitale, del milite contro il soldato, della vita nuova insomma contro il medioevo comincia, senza dubio veruno, con la rivoluzione dell’89, la quale, perciò, non fu epica o nazionale, ma essenzialmente umana, non urto tra due popoli, due secoli, due potenze, ma tra due evi. Il contenuto umano è il carattere tipico di quella grande rivoluzione, la quale si riassume tutta nella semplice epigrafe: “Dichiarazione de’ diritti dell’UOMO.” Ma se quella rivoluzione radicale e tipica fu effettuale e occupò tanto spazio e tempo, dovette, di necessità, avere cause potenti, lungamente travagliose, incessanti, che elaborandola di secolo in secolo, la recarono allo scoppio della dichiarazione de’ dritti umani. Queste cause dovendosi cercare fuori della Francia, testimoniano che la rivoluzione fu poco francese e pochissimo fruttò alla Francia, che ne trasse pro meno degli altri popoli. La signoria femminea ed opulenta degli ultimi Luigi fu impulso occasionale non potenza effettrice della rivoluzione: chè anche l’Inghilterra avea mandato un Carlo al patibolo e l’altro a spasso, ma non per questo era venuta alla dichiarazione de’ dritti dell’uomo; e, mel consentano gli anglomani, deve aspettarla qualche anno ancora. Le cause volgari, appariscenti dell’immenso moto dell’89 sono i Luigi e i Filippi: le cause vere stanno di là, e vogliono essere spiate dentro il cammino del pensiero generatore della grande reazione al medioevo, la quale fu appunto la rivoluzione detta francese. Nè noi le vogliamo rubare questo nome, considerando che la Francia corre subitanea e balda agli effetti ed a’ moti, sebbene non sempre apparecchiata da cause intime e connaturate. Mazzini, considerando lungamente il carattere tipico di quella rivoluzione, il contenuto umano piuttosto che nazionale, la immensità morale e materiale del moto, il suo ripullulare ostinato quasi ad ogni decennio, la congiura permanente degli autocrati contro le reliquie di quella, l’esplosione francese e le cause straniere, fece a sè, per non perdere la dirittura del suo cammino, questa domanda: “Perchè quella repubblica non durò, nè ebbe tempo di correggersi, sopraffatta da molte reazioni esterne e domestiche, la prima dell’istesso Robespierre, la seconda di Bonaparte, la terza del 15, la quarta del 30, la quinta del 2 dicembre, la sesta della rurale?” Perchè, rispose, e la risposta fu divinamente vera, quella grande rivoluzione fu una grande contraddizione, della quale bisogna purgarla per rimetterla in via: contraddizione tra contenuto e forma o, diciamo più a modo di popolo, tra fine e mezzi: il contenuto fu umano, la forma individuale; il fine emergente da bisogni nuovi, i mezzi da formulario gualcito; il contenuto d’un evo, la forma d’un altro. Questa sproporzione tra l’intimo e la forma, questa contraddizione non può stare nell’effetto se non sta nelle cause, e nelle cause bisogna cercarla.
Le cause dove sono? Pensate che niente è imparare gli effetti, se si ignorano le cause. La rivoluzione prima di essere effettuale, sanguinaria, campale, dichiarativa de’ diritti, dovette essere lungamente e travagliosamente intellettiva; e però nel movimento dell’intelletto bisogna cercare le forze operose del moto. L’intelletto per cinque secoli protestante in forme varie e deduttive contro il medioevo fu denominato intelletto del Risorgimento. Dunque le cause del moto francese furono specialmente italiane: possono cercarsi fuori della Francia, non fuori della gente latina. Anello tra quel moto intellettivo italico ed il moto effettuale francese fu l’Enciclopedia. Ed ora esploriamo nel peccato delle cause il vizio dell’effetto.
Noi Italiani è omai tempo che si smetta dal frugare non so che antichissima sapienza italiana anteriore di assai alla sapienza socratica e dal favoleggiare un gran moto filosofico indigeno anteriore al pensiero greco. La critica lentamente consuma queste borie nazionali e c’insegna che noi, senza troppo pescare nell’aere perso, abbiamo obbligo di studiare un gran periodo intellettivo, il Risorgimento, che spazia per cinque secoli tra la protesta di Dante e quella di Mazzini. Il Risorgimento, che è tutto italiano d’origine, di fondo e di forma, non si ha da giudicare, come taluni leggermente fanno, una semplice reazione contro la Scolastica che era la filosofia cristiana europea; ma reazione in quanto esplicamento della Scolastica, ossia la consuma non contrapponendosi immediatamente, ma traducendola alle sue conclusioni finali. Dove i padri, i dottori, i canonisti, gli angelici, serafici, sottili, magni, mirabili ed altri si arrestavano cauti o sospettosi o storditi dall’assurdo tondo che si parava appresso alle loro premesse, lì i filosofi del Risorgimento tiravano giù animosamente e in nome della logica dicevano: Non solo si muove, ma si ha da muovere così. Se era scritto che cinque pesci potevano sfamare le turbe, un filosofo del Risorgimento sapeva conchiudere che innanzi a Dio questa era buona equazione: 5 = 5000. Se san Tommaso scriveva: “Dio è l’assolutamente infinito”, Cesalpino prima di Spinoza ne deduceva: “Dio è la sostanza universale.” Se san Tommaso diceva: “Dio è l’assoluta causa”, Bruno ne traeva: “La natura n’è l’assoluto effetto, è l’infinita genitura dell’infinito generante.” Una semplice conclusione muta il Teologismo in Naturalismo. Se poi la causa di Bruno da Mente diventa Forza, la Natura antropomorfica si trasforma in Fisica razionale e la Filosofia del Risorgimento diventa Razionalismo schietto. Ma per asseguire questa nuova trasformazione bisogna rivedere e superare le premesse ed entrare in un terzo periodo, nel periodo umano, che sarebbe impossibile, se il Risorgimento italiano non avesse consumato la Scolastica europea premendola e derivandola sino all’assurdo. Il Risorgimento dunque non è il mondo nuovo, non quella che Mazzini chiama èra de’ principî, cioè delle premesse corrette e razionali, ma è il transito dall’autorità alla scienza, dalla Scolastica al Razionalismo, dal medioevo al secolo nuovo, dall’assedio di Mézières, dalla notte di San Bartolomeo, dalle Dragonate alla rivoluzione francese, che ripigliando da Tacito la definizione de’ cristiani, chiamavali nemici del genere umano. Fu transito necessario e profittevole che per semplice via di conclusioni dette di secolo in secolo le seguenti proteste: la protesta biblica, l’ironica, la filologica, la politica, la filosofica, la geometrica, la storica, l’umana. Notiamole, chè l’una esce dall’altra, e da tutte l’Enciclopedia, e da queste la rivoluzione, e dalla rivoluzione Mazzini e l’avvenire.
La prima è di Dante e si compendia in questo discorso: “Il papa è Vicario di Cristo; dunque cristianamente non può cibare terra nè peltro; dunque se tocca peltro, impaganisce.” La premessa è indiscutibile; la protesta è nel dunque. Questo dunque di Dante diventò prova popolare di fatto nella novelletta del Boccaccio, dove terra e peltro son volti ad uso di carne, in cui trovasi rifermata nell’ira di Dante che accusa al popolo: Di questo ingrassa il porco Sant’Antonio. Il Boccaccio non allarga la conclusione di Dante, non vi aggiunge, ma tramuta nella prima ironia italiana lo scoppio d’ira del primo giudice universale. Dante è il maggior poeta, ma l’ironia è la maggiore saetta. La terza protesta è di Valla che, prestabilita l’impossibilità che terra e peltro al Papa vengano da Cristo o da Costantino, vindice del cristianesimo primitivo, scopre che gli venivano da Carlo Magno. Dunque la donazione è ingiusta. Dante la giudicava contro la morale, Valla contro il dritto: però Dante e Valla compiono la protesta etica. Sin qui il cristianesimo è autologo; la premessa è indiscutibile; dunque la critica è semplicemente formale, con cui il dogma cerca raddrizzarsi, e raddrizzandosi irrigidisce e muore. Alla protesta de’ secoli XIV e XV morale e giuridica di Dante e di Valla, segue nel secolo XVI la protesta politica di Machiavelli, formale anch’essa. “Il Papa tenendosi quello ch’è omai giudicato e provato ingiusto, e nol potendo però accrescere, è dunque nè troppo forte per fare l’Italia, nè troppo debole per patire che altri la faccia. È dunque il massimo nemico domestico che l’Italia possa patire; e se nol si toglie di mezzo non avremo patria.” La protesta politica di Machiavelli, esplicando e conchiudendo la protesta etica di Dante e di Valla, è il suggello alla dimostrazione della giustizia e necessità dello Stato laico. E con Machiavelli, chiudendosi in Italia la critica cristiana, comincia la divina, della quale autore e martire è il Nolano. La si può compendiare in questo ragionamento: “Cristo ha recato il monoteismo, simbolo della Monarchia sicut in cœlo et in terra. Se il Dio è uno in quanto è infinito, assoluto in quanto è uno, dunque compie tutto ed opera tutto. Dunque la Natura, la divina Anfitrite, è l’effetto pari all’infinita causa. Dunque non ha cominciamento, termine, figura: ogni punto dev’esserle centro e circonferenza.” Il di là è ito, il soprannaturale è assorbito dalla Natura, e il Teologismo cede il luogo al Naturalismo. Determinata la necessità della Natura, ne segue la necessità delle sue leggi. Galileo le geometrizza e le contrappone alla Inquisizione. Alla immobilità succede il moto, al miracolo la stabilità delle Leggi, a Giosuè il calcolo, ad Adamo creato in terra la possibilità di milioni di Adami negli infiniti mondi. Questa è la protesta geometrica di Galileo, conclusione della protesta filosofica, l’una e l’altra formali, perchè non discutono la premessa del monoteismo, ma la svolgono rigidamente sino alle conclusioni condannate da’ medesimi credenti nel principio. E dopo la geometria de’ moti naturali viene la geometria de’ moti umani, per via di conclusioni, perchè la Natura è infinita, e parte completiva n’è il genere umano. Così dopo il Naturalismo stava la Storiologia; Vico non premette altro che Galileo per mandare la prima protesta del secolo XVIII, la quale è storica, dopo le due del secolo XVII. Vico disse che viveva da straniero nella sua patria; ma io dico, non da straniero al moto della scienza dalla quale toglie quanto basta a dimostrare che “l’ordine delle idee deve procedere secondo l’ordine delle cose, e che l’ordine delle cose umane procedette che necessariamente prima furono le selve, dopo i tugurî, quindi i villaggi, appresso le città, finalmente le accademie”. In questo processo entravi la stabilità delle leggi, le quali alla provvidenza volgare sostituiscono la provvidenza naturale, che s’immedesima con la necessità. La protesta storica che proclama l’uomo artefice del suo destino è di valore inestimabile, ma in Vico rimane ancora formale, perchè la premessa monoteistica, il fondo teologico è indiscutibile. Questo fondo, questa premessa, questo quid obscurum viene finalmente assalito dall’Enciclopedia francese che col genio assimilatore e diffusivo nazionale, raccogliendo tutt’i corollarî del Risorgimento, tutte le proteste de’ secoli, le torce contro il presupposto teologico e grida che quando la natura non ha limite, e le leggi naturali sono necessarie, e necessarie le leggi del corso umano, Dio non è necessario. Il loro Cartesio, eco anch’esso del Risorgimento, traendo una illazione da una premessa scolastica circa l’onnipotenza di Dio, scrisse che Dio può operare l’assurdo. Dunque Dio è l’assurdo, conchiusero gli enciclopedisti e gli dettero il ben servito. Rimossa la premessa fondamentale di tutto il medioevo, tolto il fondo oscuro a cui la Cristianità non alzò tempio nè altare, l’Enciclopedia è naturalmente giudicata la protesta umana contro il medioevo. È giudicata, ed è; ma è protesta incompiuta; semplicemente formale, perchè Dio è levato di seggio da’ corollarî del risorgimento, dall’assurdo ond’era infermo da molti secoli, non da un’altra premessa, che occupando il luogo di Dio, costruisca un altro sistema, un altro determinato indirizzo scientifico, un’altra civiltà. Per difetto di questa premessa e di nuovo indirizzo scientifico l’Enciclopedia sentenzia e critica opponendo pregiudizî a pregiudizî, presupposti a presupposti, a criterî teologici criterî volgari, ad affermazioni mistiche opinioni individuali, che si divorano a vicenda come gli uomini della rivoluzione. Dio che è? Assurda invenzione di preti bugiardi; ecco come risponde l’Enciclopedista. E le religioni? Accorgimenti sottili della politica. E l’immortalità? Mercato di pubblicani sacri. Cristo? Un raggiratore. I riti e le leggi antiche? O astuzie di regno o reti al popolo. Dunque costoro alla Provvidenza sostituiscono l’Impostura, alle religioni l’artifizio, all’arbitrio il caso; e la stabilità delle leggi storiche, da essi riconosciuta, dov’è andata? Veggo solo che questa costruzione maligna della storia apre il varco alla maldicenza che sparge il sospetto sul bene e sul male, su’ martiri e su’ manigoldi, su’ demolitori e su’ fondatori di civiltà e termina dove crea un Cristo abietto ed un Giuda eroe. In questa medesima costruzione veggo l’odio destinato a rovesciare tutto il passato, a corrervi sopra e a seminarvi il sale.
Dopo l’abbattimento della premessa fondamentale, dopo l’esclusione di Dio non resta, a scacciare il medioevo, che la rivoluzione, ed era immancabile: l’azione è il corollario della Mente. Il pensiero aveva tutto compìto il processo di eliminazione e lasciava libero il campo all’azione, che dovea scoppiare immensa non a vendicare un anno di dolori, ma a compendiare cinque secoli di proteste. Il giudizio universale di Dante rinovellavasi nella rivoluzione, non per sentenza d’individuo ma di popolo, che nell’ora sua è re, giudice, testimone, carnefice.
Così abbiamo conosciuto la genesi della rivoluzione e nella genesi il peccato. La rivoluzione francese, corollario di tutto il moto del Risorgimento, è conclusione non principio, demolizione del passato non costruzione dell’avvenire, dichiarazione de’ dritti dell’uomo ed orgia finale degli individui: proclama il dritto e non dischiude un mondo etico; inalza la ragione e non vede ch’è l’Opinione; cerca l’uomo nuovo e trova l’antico individuo della selva. Perciò, devo ripeterlo, la grande rivoluzione fu grande contraddizione, cioè antinomìa tra contenuto e forma, intenzione e modi, fine e mezzi. A rendere più aperto, e giova alla ragione della storia, il nostro pensiero, consideriamo questa contraddizione dal lato etico e pratico.
Dentro la Scuola del Risorgimento nacque l’etica de’ Contrattualisti. A che si riduce la costoro famosa dottrina del contratto? È l’ultima celebrazione dell’individualismo: l’individuo che come eremita può tirarsi fuori dalla società, come cavaliere sovrapporsi allo Stato, come masnadiero contrapporsi, come duellatore assorbirlo, può come selvaggio con un atto di volere creare la società, darle assetto, disfarla. Servare potui; perdere an possim rogas? Dandole assetto, crea leggi, armi, religioni, Stato; cede insomma, come dicevamo, una parte dei suoi dritti a tutela de’ rimanenti. Le leggi storiche dunque erano creazione dell’individuo, come le leggi naturali erano creazione di Dio. Possono gl’individui nell’atto creativo della Società e delle sue forme, nella costruzione arbitraria della storia, volere unanimi, concordi tutti? Sarebbero numero non uomini, punti non persone. Tra il sì e il no prevale dunque il volere della maggioranza. Ma il volere come astratto volere, il sic volo pro ratione, il velle senza il nosse, insomma la volontà eslege, che per necessità mescola libito e licito, a che mena, come si chiama, che è? Si chiama ed è tirannia; e se la tirannia è delle maggioranze, si chiama oclocrazia, pessima delle tirannidi. L’orgia delle maggioranze reagenti al monarcato, il furore oclocratico che divora la vecchia oligarchia, ecco la rivoluzione, unigenita del Contratto sociale, figlio del moto del Risorgimento. La rivoluzione dunque cerca l’uomo e sfrena l’individuo: cerca la libertà della ragione e libera la licenza dell’opinione: tal è il processo del pensiero e de’ fatti, tal è il moto fatale della Storia. Venute su le plebi volenti e disvolenti, manipolatori del nuovo contratto i quali chiamavano repubblica la semplice decapitazione della monarchia, libertà la rovina degli ordini oligarchici, eguaglianza la parità geometrica, fratellanza la violenta escursione nel censo, bisognava trovare un regalo al loro arbitrio, affinchè l’Opinione che simulava la Ragione non trasmutasse gli uomini in lupi, suscitando bellum omnium contra omnes. Ecco impotente la dichiarazione de’ diritti dell’uomo, ecco la necessità di costruire qualcosa che simigliasse al dovere, al vincolo, al sacrificio, e fosse fondamento etico sicuro e fuori dell’opinione. Donde pigliarla, come? Costruire è sistemare, e i sistemi nè s’improvvisano, nè s’impongono alle moltitudini; e per questo l’abate Sieyès fu sfatato e sopraffatto dal primo console. Dunque la necessità tirava a pigliar qualche cosa dal passato per creare il limite al presente. Quando dalla scienza non si può, poichè l’Ideologia erasi esaurita nella rivoluzione, si piglia dall’ultimo rifugio, dalla Religione. Chi dovea tornare de’ Numi? Cristo no, perchè la rivoluzione era reazione contro il contenuto cristiano, contro il medioevo; dunque almeno Iddio, in linea di transazione, perchè più antico di Cristo, più universale, più umano. Robespierre è costretto dare il gambetto alla Dea Ragione, rivocare l’ostracismo dato a Dio e riportare nell’Assemblea la Causa causarum, accompagnata da un solo corollario, l’immortalità dell’anima. Dunque per l’impotenza della dichiarazione de’ dritti dell’uomo, per la necessità di creare il limite al presente, dal fondo istesso della rivoluzione pullula la reazione; dietro Dio sen viene il primo Console, e dopo il Console l’Imperatore e con lui qualche straccio di Carlo Magno e dopo Carlo la santa alleanza. Robespierre vedeva un solo corollario di Dio, l’immortalità, e i corollarî si addensavano e il seguito di Dio fu veduto tutto nel 1815.
Robespierre fu ucciso, Dio restò; l’anima di Robespierre morì in mano al boia, quella degli altri fu giudicata immortale, perchè la reazione non era in Robespierre ma nella rivoluzione istessa, non era un articolo dell’abate Sieyès ma una legge della storia, e doveva avere la sua evoluzione, il suo periodo, sul quale meditando Cambacérès, disse all’Imperatore, con alto accorgimento del vero, che la causa di Robespierre era stata giudicata ma non discussa. Noi avendola discussa e giudicata, possiamo entrare nella conoscenza del periodo di reazione dietro il quale sta la gran persona di Mazzini.
Dal bastone regio di Hobes sino alle maggioranze imperanti di Rousseau la scuola del contratto non avea liberato il Dritto dalla volontà o di uno o di pochi o di molti. La rivoluzione Francese venne a chiarire co’ fatti che questa posizione del Dritto era sempre tirannìa, la quale può essere monarchica, oligarchica, oclocratica. Nata la necessità di stabilire il Dritto in alcun che superiore alla volontà degli uomini, tosto Dio ricomparve nella Storia.
Ricomparve meno fazioso e meno tetro di prima, perchè un po’ d’insegnamento dalla Rivoluzione l’avea ricevuto e un poco d’eredità, suo malgrado, dalla Dea Ragione, che gli pose obbligo di consacrare tutte le forme della Storia, la reazione e la rivoluzione, i principi e il popolo, i cattolici e i protestanti, i principî estremi e il mezzo principio. Ricomparso come limite alla rivoluzione, tre forme poteva ricevere e se le assunse: Medicare la libertà inferma con la Chiesa, la libertà con lo Stato, la libertà con la libertà; cioè forma neoguelfa, neoghibellina, repubblicana. La prima forma che è la più retriva dovea scoppiare nella medesima terra dell’Enciclopedia e fu rappresentata e bandita da de Maistre: Dio e Chiesa, custode il boja; la seconda, che è mediativa, fu posta nel vecchio nido ghibellino da Hegel: Dio e Stato, vindice il boja; l’ultima da Mazzini, che avendo entro alla rivoluzione studiato due necessità, l’una di seppellire il medioevo, l’altra di crearsi il limite, pose la formula: Dio e popolo, custode la coscienza umana. La prima è formula cattolica, la seconda è protestante, la terza è umana. La Filosofia, l’arte, la politica pigliarono questo triplice indirizzo.
La formula di de Maistre esplicata da Bonald, da Müller Adamo, da Haller e da non pochi dotti abati italiani, costituì la scuola teologica, la setta neoguelfa, la quale per limite alla Dea Ragione intese il sillabo, per limite all’azione individuale le manette, e consacrando il bastone Hobesiano determinò il papa e il carnefice come i due poli della società umana. Il limite teologico significò compressione, tanto più dura, quanto più simulatrice di libertà. Così i teologi sillogizzarono, così operarono.
La scuola neoghibellina spostò il limite, non lo attenuò, lo spostò dalla Chiesa nello Stato, di clericale lo fece laico, di biblico lo rese metafisico, ma sempre autoritario e fuori del popolo. La reazione della scuola neoguelfa contro l’individuo piglia l’aspetto di panteismo religioso, la reazione della scuola neoghibellina è panteismo politico: per de Maistre, Dio rilevasi nella Chiesa infallibile; per Hegel, Dio si estrinseca nello Stato, il quale è il Dio presente, è l’universo spirituale in cui la ragione divina si è incarnata. Per de Maistre l’individuo caduto non si riabilita che per la Chiesa; per Hegel l’individuo non ha valore che per lo Stato. L’uno vuole lo Stato nella Chiesa; l’altro la Chiesa nello Stato: il panteismo dell’uno è orientale, dell’altro è greco: la setta neoguelfa è scuola teologica, la neoghibellina è metafisica: l’una troppo crede, l’altra troppo costruisce: l’una simulò sempre, l’altra sempre tradì le speranze e la buona fede de’ popoli.
In Francia la reazione contro la scuola teologica spazia tra il culto sistematico dell’umanità di Augusto Comte e l’anarchia di Proudhon. In Italia la reazione contro la scuola metafisica comincia con Romagnosi che afferma apertamente non esistere nel mondo delle nazioni veruna sovrumana potenza educatrice esteriore e visibile, e però l’incivilimento essere opera degli uomini.
Questa reazione positiva, però, per odio soverchio alla metafisica, ha ancora molta parte di negativo e dove ritenta la costruzione, cade, allora ed oggi, in metafisicherie cicliche, vaneggianti fuori della storia e fuori della vita.
Mazzini trovasi tra le due correnti retrive e la reazione positiva, tra la santa alleanza e la rivoluzione sopita non morta. Che cammino sarà il suo e con che mente si presenterà al secolo sospeso?
La domanda non la metto io, ma la fece egli a sè stesso: la cominciò nel carcere di Savona e la esplicò sino all’ultimo punto sul letto di Pisa. Seppe che il secolo non chiedeva agitatori, ma duce: chè di agitatori erano venuti assai, e v’era bisogno di un maestro. Scrisse che voleva tenersi lontano dalle leggi repressive e seminatrici di guerra implacabile, e dagli agitatori violenti, sofisti sovvertitori d’ogni ordine; e si presentò non come chi getta la bomba vicino al cocchio del re, ma come chi ha da sapere il cammino del secolo e il suo fatale andare nel secolo.
Stabilito il suo sistema storico, derivatane la Legge del progresso e la necessità di sostituire al cittadino e all’individuo l’uomo intero, ne conchiuse che lo Stato oligarchico e il monarchico erano esauriti nel processo della vita storica per cedere, di necessità, il campo allo Stato repubblicano; che però il limite neoguelfo e neoghibellino era semplice reazione al moto dell’89, era medioevo, era disdetto dalla Legge naturale del progresso, ed era dunque limite artificiale, lavorato da faccendieri purpurei sul tappeto verde e da spezzare, per conseguenza, alla prima occasione, al primo urto di popolo. Perciò tutt’i tentativi di mezze riforme, di transazioni, di accomodamenti, di Carbonari, di Massoni sarebbero tutti andati falliti, perchè andavano fuori della storia, fuori del popolo, fuori dell’uomo. Il Dio dunque che era tornato nella Storia non poteva nè essere distrutto, dopo la prova sciagurata della Dea Ragione, nè tornare indietro per disposarsi con la Chiesa o con lo Stato. Dovea dunque discendere nel popolo, consacrarlo, disposarsi ad esso, non dividersene mai: il popolo sarebbe diventato santo in Dio; Dio sarebbe diventato giusto nel popolo. Non dunque Dio e Chiesa, Dio e Stato, ma Dio e popolo, questa era la formula superstite al medioevo, la formula compendiativa della vita presente, la sola formula derivante dal processo delle idee e de’ fatti, delle dottrine e degli avvenimenti, del pensiero e dell’esperienza, da tutto insomma il cammino ascendente del cittadino e dell’individuo, che vogliono farsi uomo. La Formula di Mazzini è dunque principio d’un sistema, conclusione d’una storia. Mazzini dunque non dice col vecchio Dio: faciamus hominem, nè col vecchio cinico: hominem quaero: nè l’uno fece bene l’opera sua e si pentì, nè l’altro lo trovò; ma dice meglio: “Accompagnamo il sorger dell’uomo, vediamone la generazione dalla corruzione del cittadino e dell’individuo, e rendiamoci innanzi al secolo non inventori o artefici dell’umanità, ma interpreti e apostoli.”
L’Uomo, questo era e doveva essere il pensiero dominante di Mazzini, non certamente ignoto a molti pensatori del suo tempo, ma in Mazzini meglio determinato che negli altri e per questo appunto nel solo Mazzini fattosi incarnazione completa, cioè pensiero ed azione. Anche Hegel, anche i Sansimonisti celebrano l’umanismo, ma affogandolo in due opposte correnti. Hegel sa e scrive che nell’uomo si adempie il processo dello Spirito, ma l’incarnazione n’è lo Stato, che assorbendo l’uomo lo rifà semplice cittadino. Saint-Simon sostiene che nella coscienza dell’uomo Dio giunge alla coscienza di sè, ma un solo in ogni tempo n’è il privilegiato, che per ciò viene ad essere il pontefice sommo del genere umano non eleggibile da nessuno e venerabile a tutti. Le conseguenze dell’hegelismo furono neoghibelline, quelle del sansimonismo furono socialiste; però l’umanismo dell’uno a Mazzini parve retrivo, dell’altro paradossale.
E accanto all’hegelismo e al sansimonismo non fiorì un’altra dottrina dell’uomo e dello Stato, quella di Carlo Krause, la quale mezzanamente crebbe e ottenne seguaci in alcuni paesi e specialmente nel Belgio e nell’Italia? Non era dottrina durevole nè originale, per due ragioni, l’una derivante dall’altra: l’una che le premesse teoretiche della dottrina krausiana non costruiscono un proprio sistema e ricadono di leggieri nel sistema hegeliano; l’altra che ne attenua col sentimento le conseguenze, non le trasforma con la ragione. In fatti Krause non sa risolutamente andare oltre lo Stato regio, non sa vedere forma più libera e più umana dopo la costituzionale, nè religione più larga e rigeneratrice dopo il protestantesimo, e passionatamente come Hegel chiude l’avvenire del suo mondo filosofico nel raffinamento delle forme germaniche. Dopo il vasto sistema di Hegel, che ad alcuni parve Apocalisse d’un mondo nuovo e a me Ipercalissi di tutto il medioevo, la Germania ha copia e profondità di studi, non originalità di mente.
In Hegel, il cittadino, per reazione, si rialza a sopraffare l’individuo; in Saint-Simon, in Comte l’individuo per contrapposizione cerca disperdere il cittadino. In questa tenzone lo Stato oscilla tra il dispotismo e l’anarchia. In Mazzini finalmente il cittadino e l’individuo si collegano a costruire l’uomo, non lasciandone indietro parte veruna, e però considerandolo nell’umanità, nella nazione, nel municipio, nella famiglia, in sè.
L’umanità vuole essere mallevata dalla federazione degli Stati, la quale prima sarà di Stati Uniti europei, poi del mondo; la nazione dallo Stato che vuol essere repubblicano, acciocchè l’uomo sia artefice del suo destino e non perda la sua sovranità; il municipio dal comune autonomo, perchè nessuna terra produce se non fiorisce di libertà larghissima; la famiglia dal viro che si esplica, ritempra e santifica nella purità degli affetti domestici; l’individuo dalla sua ragione quando abbia asseguita l’equazione con sè medesima.
L’umanità mallevata dagli Stati Uniti del Mondo è l’ultimo termine a cui salirà la Storia, al quale non si perviene se non passando per le nazioni, le quali non trovano possibilità e assetto se non nella repubblica. Dunque il secolo nostro, ei conchiude, grida due cose innanzi tutto: Nazionalità e repubblica. Il programma è netto, non utopìa retriva o saltuaria, ma deduzione storica, nella quale il secolo dopo travagli non pochi troverà compimento. Ma da quale delle nazioni comincerà questo lavorio esemplare? Non da quelle compìte nella monarchia, ma da quelle dalla monarchia avversate e nelle quali la repubblica è tradizione. Non dunque dalla Francia o da nessun’altra delle nazioni europee, ma dall’Italia alla quale funesta è la Monarchia, gloriosa la tradizione repubblicana. Dunque dopo la Roma de’ Cesari e de’ Papi ha da venire la Roma del popolo. Dunque da Roma uscirà il grido di una terza Civiltà. Qui dunque non è sogno giobertiano di primato, chè queste borie spiacciono a Mazzini; ma è missione e dovere d’inizio.
A compire questo disegno della storia e questa intenzione della natura un grande ostacolo opponevasi ancora, l’Individualismo che aveva celebrato la Dea Ragione e che per opera della santa alleanza era diventato egoismo volgare, usurajo, stupefaciente, ebreo. Ecco l’ulcera maligna non sanabile da Vendite o Logge. Rimedio unico il Contraria contrariis: alla cupezza dell’egoismo opporre la dottrina del sacrifizio, alla trasmodanza della pretensione la santità dell’obbligo, sul Diritto insomma (com’era linguaggio delle scuole) rialzare il Dovere. Qui è il segreto della forza che condusse Mazzini dall’una parte a riconoscere la necessità d’integrare l’uomo, dall’altra a rialzare un poco il cittadino sull’individuo. Dunque la teorica del dovere di Mazzini non è finale, ma è mediativa, perchè persuade all’uomo non potere asseguire la sua pienezza di persona se non sacrificando parte di sè stesso.
A questo esquilibrio etico, a questa prevalenza del Dovere sul Dritto (postulato di quel tempo), egli collegò la dottrina della vita futura e di Dio. Ai civili sacrifici, agli eroici olocausti non poteva seguire la morte intera dell’uomo: il principio morale di rimunerazione ne sarebbe irreparabilmente offeso. Sacrifizio, vita futura, Iddio si collegano. L’argomento teologico di Mazzini dissomiglia dunque da quello di Kant: l’uno risale a Dio per via eroica, l’altro per la vecchia via volgare e scolastica.
Dio e popolo è dunque a Mazzini formula iniziale e completiva, la prima e l’ultima parola del sistema, protologica e teleologica. Dio santifica il popolo, il popolo torna a Dio. Al Gesù della Compagnia si oppone questo Dio che fa la redenzione della plebe. Gioberti accettò la formula e la rinnegò.
La Giovane Italia meditata nel carcere di Savona, organizzata in Marsiglia, sperimentata la prima volta in Roma il 49, è appunto la coscienza spiegata dalla terza Roma. Famoso è questo nome della Giovane Italia che dura e durerà ne’ secoli. Molti l’ebbero e l’hanno come segnale di sovversione; moltissimi come grido profetico. Che cosa è davvero la Giovane Italia?
Contro la Santa alleanza, le Vendite, le Logge, le transazioni, il dottrinarismo neoguelfo e neoghibellino, la Giovane Italia è la connessione del progresso col dovere, dell’educazione coll’insurrezione, dell’unità con la repubblica, del Popolo con Dio. Il progresso mena al dovere; il dovere è educatore, l’educazione è emancipatrice ed insurrezionale; l’insurrezione soltanto può instaurare l’unità; l’unità riabilita la tradizione repubblicana; la repubblica rialza la dignità del popolo; il popolo riafferma il disegno di Dio nella Storia. Dio, propiziatore dell’opera, è la parola completiva della mente e della storia, nel cui nome è santa l’Italia; santi i martiri della causa Italiana; santi i doveri che ci legano alla patria, ai fratelli, alla madre, ai figli; santo l’odio inviato contro il male e l’usurpazione; santo il rossore di chi innanzi allo straniero si vede senza patria e senza bandiera; santo il fremito presago della libertà futura, la memoria che consacra la passata grandezza; santa la coscienza non arrendevole all’abiezione presente, non irriverente alle lacrime delle madri italiane pe’ figli morti sul palco, nelle prigioni, in esilio, non chiusa alla miseria de’ milioni. Dio eterna il dovere e lo suggella col motto Ora e sempre.
Fu sincero credente Mazzini? Dubitarne è fare la più grande ingiuria al più grande degli uomini moderni, perchè il Dio di Mazzini non è opportuno, non intruso, non venuto qua o là di furto nel sistema come l’arca nel campo di Saulle o come il vecchio Dio biblico nella infinita natura di Bruno, non indifferente a questa o a quella forma della vita come nel cattolicesimo elastico di Gioberti e de’ seguaci; ma è parola iniziale e finale, è fondo immobile di tutto il processo mazziniano, è fede invitta nella quale l’Apostolo vive e muore.
Que’ sette articoli monumentali della Giovane Italia, che valgono cinquanta volte il libro di Niccolò Spedalieri e la Dichiarazione de’ diritti dell’uomo, sono la sintesi perfetta di tutta la dottrina di Mazzini, della quale la repubblica romana del 49 fu il primo ed onorato esperimento. L’Apostolo giurò, primo, quello Statuto e sfidò i nemici a citare un sol fatto, a provare ch’ Egli avesse mai falsato quel giuramento. Taluni accettarono la sfida e citarono due fatti di alto rilievo che sono due documenti della storia italiana: la lettera di Mazzini a Carlo Alberto nel 1831, l’altra a Pio IX nel 1847. Nella prima si mostra neoghibellino, nella seconda neoguelfo; e nella prima un precursore di Cavour, nella seconda un seguace di Gioberti. E così, davvero, pajono le cose osservate con facilità volgare; ma al filosofo quelle due lettere non sono due violazioni del giuramento, sì bene due contraddizioni nell’essenza della dottrina. Ed ecco spontanea la necessità di cominciare l’esame della teorica di Mazzini.
Noi esortiamo amici e nemici, discepoli ed avversarî del sommo italiano, moderati e preti, conservatori e internazionalisti, a seguirci in questo esame con animo riposato e senza troppa accensione di parte, considerando che qui non ha luogo una discussione filosofica in servigio della dialettica e della ideologia, ma una critica che risponde del destino storico e del programma nel quale, dopo contesa di forme e di sangue, le genti troveranno riposo.
Mazzini, come gli altri due fondatori di civiltà, non viene a speculare circa i sommi principî teoretici per cavarne a fil di logica le conseguenze che governano la natura e la storia; non è sistematore di un ordine di conoscenze, ma intimatore di una vita nuova che abbonda e freme nell’anima rinascente de’ popoli; non è filosofo, nel senso volgare della parola, ma sale più alto, è Apostolo. Afferra la formula ch’esprime il sentimento universale, ne preme i corollarî immediati, la bandisce, la santifica con la consacrazione della sua vita e de’ migliori, e a chi verrà ne trasmette la giustificazione sistematica. Chi vuol trovare Mazzini non lo cerchi dunque nell’Ontologia, nella Logica, in questa o quella parte della Estetica, della Fisica, dell’Economia, ma nell’Etica propriamente, e nemmeno sistemata, ma compendiata in ammirevole sintesi di poche, supreme, universali, soprastanti verità. Qual’è l’Etica di Mazzini? Non quella del cittadino, nè dell’individuo, ma dell’uomo. L’uomo gli si presenta intero, evidente, inevitabile dopo le fasi storiche dell’individuo e del cittadino; gli si presenta sacro nell’autonomia individuale, inviolabile nella famiglia, libero nel comune legato alla nazione, nella nazione legata all’umanità. L’uomo è sacro; nessun uomo è irresponsabile. Una persona sacra e irresponsabile è dunque un privilegio, un artifizio che debbesi estinguere. Dunque questa di Mazzini non è l’Etica civile, non monastica, ma umana.
L’esquilibrio de’ due elementi che costituiscono l’uomo, la prevalenza civile e il sacrifizio dell’individuo al cittadino non è essenziale nella dottrina di Mazzini, com’era in Hegel, ma solamente mediativo ed ordinato all’istesso integramento dell’uomo. Viene a dire che l’uomo non può integrarsi se non menomandosi: questo è il segreto del divenire artefice di sè. Accanto al sacrifizio v’è l’immortalità; nell’immortalità v’è Dio. Come formula iniziale, il Dio di Mazzini è chiamato dalla storia, dalla tradizione; come formula conclusiva è chiamato dalla dottrina, dall’immolazione spontanea che l’individuo deve fare di sè al cittadino per costruire l’uomo.
Il ritorno di Dio, di necessità, riporta nell’Etica mazziniana alcune parti teologiche dell’Etica scolastica, le quali, già combattute e spente dalla filosofia del risorgimento, non possono rivivere e durare nell’Etica del secolo XIX. Fra le altre queste due che le assommano tutte:
1.° La vita dell’individuo come delle nazioni ha un fine buono in sè da conseguire con mezzi buoni in sè;
2.° Il fine delle nazioni si assegue nella storia, dell’individuo fuori della storia.
Dunque (questo era il corollario) tutta la teorica della finalità del Machiavelli fu rea, e però giovò alla ipocrisia gesuitica e monarchica.
Possono questi due apotemmi teologici resistere alla critica di tutto il nostro tempo e costituire il basamento durevole dell’Etica umana che trova in Mazzini l’Apostolo più libero, più tenace, più operoso? Il sospetto altrui contristò gli ultimi anni del santo vecchio; ma la critica vera non è fatta per distruggere la sommità de’ grandissimi, sì per compirla, levandone le parti che non possono passare alla posterità.
Due sono le tesi che stanno a fondamento di tutta l’Etica umana:
1.° Le azioni degli uomini hanno in sè bontà o malizia, o rispetto al loro fine?
2.° Il fine qual’è?
Quanto alla prima, l’Etica scolastica che considerava il principio di finalità e gli altri così detti assiomi sotto forma unilaterale, qualificava in sè le opere degli uomini, giudicandole buone o ree in disparte dal fine.
Così come separava la causa dall’effetto, la sostanza da’ modi, la ragione efficiente dagli avvenimenti, l’infinito dal finito, la mente dalla materia, la libertà dalla necessità, la provvidenza dalla Legge, la morale dal dritto, il pensiero dall’azione, l’amore dall’odio, la forza dal moto, separava del pari il mezzo dal fine, e senza rispetto di qualità e di proporzione al fine qualificava il mezzo, come senza rispetto alla natura e quantità de’ moti e degli effetti determinava le forze e le cause. Quest’Etica che separava la terra dal cielo, etica monastica, separatista, unilaterale, risultava dalla Logica formale, che considerava la necessità dei rapporti da un lato solo e violava la dialettica degli assiomi. Se ne conchiudeva che l’omicidio, la ferita, la menzogna, l’odio, l’amore, lo sdegno e via dicendo erano giudicabili in sè, in sè buoni o rei, e si stabilivano i precetti. Non uccidere, non odiare, ama ogni uomo come te, ed altre massime astratte alle quali l’uomo nè prestò mai l’assenso, nè conformerà mai la vita. V’è la distanza della contraddizione tra l’uomo e quelle massime, le quali possono formare l’ipocrita, il frate, non l’uomo la cui azione debb’essere pensiero, l’atto debb’essere mente, la fede infine debb’essere ragione. Dov’è l’uomo che odiando la tirannìa non aborra il tiranno? Dov’è chi disprezzando l’ipocrisia non disprezzi l’ipocrita? L’odio agli effetti pessimi si riversa contro le cause; e chi odia la servitù non può perdonare a Dionigi. Dunque l’amor di tutti è una violazione del principio di causalità. Dunque l’amor vero si connette coll’odio, e chi viene mandato dall’Amore giunge armato di scure. E se le azioni sono qualificabili in sè, in disparte dal fine, senza rapporto teleologico, perchè la menzogna di Pilade che sè chiama Oreste innanzi ad Egisto pare eroica, la menzogna di Olindo che si dice reo di colpa non sua pare magnanima, e le menzogne del padre Rodin ghermitore d’eredità pajono contennende? Perchè Macbeth non può nell’Oceano lavare una macchietta di sangue e Garibaldi monda le sue mani in uno spruzzo d’acqua? La risposta viene da sè, viene spontanea sulle labbra di tutto il genere umano, viene, spezza i rattenti dell’Etica scolastica e riabilita il vero. Pilade, Olindo, Garibaldi sono purificati dal Fine; Rodin, Macbeth sono condannati dal fine.
Dunque la Finalità determina e qualifica gli atti umani. Questo è il basamento razionale dell’Etica umana: chi non vuole intenderlo non ha nè mente filosofica, nè virtù d’uomo di Stato; e se vuole repubblica, la cerchi tra zoccoli.
Ma il fine qualificatore qual’è? Se ogni fine giustifica, la finalità è lojolesca; se un sol fine vale, la buona ragione fu e rimane di Machiavelli, la cui grandezza consiste nell’integramento del principio di finalità. La teorica della finalità dunque non è da esaminare con troppa disinvoltura e con criterî volgari; che dopo molte accuse fatte al Machiavelli il secolo XIX vuol tornarvi sopra con esame più sincero e più riguardoso.
Se ogni fine giustifica, la questione è semplicemente spostata non risoluta, perchè non trovasi più criterio qualificatore delle azioni. Dunque determina la natura delle azioni il fine ultimo posto dalla Storia come destino e termine del cammino umano. Il termine ultimo delle cose è l’equazione del soggetto coll’essenza, perchè nessuna cosa nasce uguale a sè, e tutte tendono ad uguagliarsi. La equazione dell’uomo colla sua essenza costituisce l’autonomia della Ragione in cui consiste appunto la Libertà. Dunque il fine storico, supremo, unico è però qualificatore de’ fatti umani, il fine che costituisce la gravitazione storica è la Libertà, a cui traggon da ogni parte i pesi, ed a cui gli eroi conducono gli uomini per via diretta e i tiranni per via obbliqua.
Mazzini intese il Fine della Storia, e in questo superò l’Etica scolastica; ma pensò qualificare i mezzi in disparte dal fine, e in questa parte rimase scolastico. La dottrina di Machiavelli che intuiva e determinava tutto il principio di finalità fu presto giudicata da Mazzini in queste parole: “Ciò ch’altri chiamava teorica di Machiavelli non era per me che Storia e Storia d’un periodo di corruttela e decadimento che bisognava sotterrar nel passato.” Il pregiudizio dura ancora e non pochi sono uomini valenti che condannano e praticano codesta fatale teorica del Machiavelli. Forse adoperò male il Machiavelli a esortare un Borgia, un duca d’Urbino, un Giovanni dalle Bande nere a ricomporre l’Italia? Forse sognò a voler una Italia ricomposta a nazione prima che il pensiero del risorgimento si compisse nella rivoluzione francese? Vagheggiò insomma una stupenda utopia saltuaria da contrapporre alle utopie classiche di Dante, di Petrarca e di Cola e all’utopia cristiana di Savonarola? Tutto questo sarà, come si dice, sogno, utopia saltuaria, desiderio di speculatore; ma l’errore cade nell’applicazione, nella superficiale interpretazione della Storia contemporanea e non può menomare la teorica della finalità che afferma, posto il buon fine, il mezzo pigliare forma e qualità da quello. Nè gli uomini, che hanno mandato storico, possono adoperare altrimenti. Garibaldi fu e morrà repubblicano più di tutti quelli che nol dicono tale, ma lì a Marsala spiegò bandiera non sua per ricomporre le membra della patria. Mazzini, apostolo dell’idea repubblicana che è l’idea umana, vista quella bandiera scrisse nè apostata nè ribelle, perchè l’Italia si rialzasse ad unità. I pedanti, gli ascetici e i contemplatori accusino; il mondo loda, perchè così operando furono fattori di civiltà ed eroi. Camminiamo verso il Fine anche sul corpo de’ fratelli, sul petto della madre, sull’ossa de’ figli e degli avi: il Fine santifica. Ecco la legge, ecco il grido della Storia.
E Mazzini scrisse due famose lettere, una a Carlo Alberto, l’altra a Pio IX. Nell’una trovi reminiscenze dantesche, nell’altra della donna da Siena. Che sono quelle due lettere? Machiavelli aborrito riappare tra verso e verso a ripigliare la sua ragione e dice: “Chi ama il re, chi ama il Papa; non faranno l’Italia; saranno svelati e porteranno nella loro rovina gli ultimi inganni ghibellini e guelfi; rimarrà il concetto repubblicano. Io chiamai Borgia, non venne; ma rimase il concetto italiano.” Quelle due lettere stanno documento eterno a rifermare il principio di finalità di Machiavelli, che a tutti s’impone, non da tutti inteso. E chi impedì a Mazzini l’intellezione piena e sincera di quel principio? Dio.
Non v’accigliate, discepoli antichi e militanti di Mazzini, Egli fece critica profonda, in poche parole, a Cristo; il secolo la fa a lui: e rimarranno grandissimi. Se la critica, andando sino al fondo dell’Etica mazziniana, trova Iddio, bisogna che lo superi e vada innanzi. Dio, ritornando nell’Etica di Mazzini, riportò seco inevitabilmente quella porzione di evo medio, di scolastica, di decalogo, di massime astratte, d’amori teologici o sopraumani, di sacramenti inviolabili, che non sono separabili dal concetto divino e guastano la vista intera del principio di finalità. Mazzini vide il fine della Storia, vide che a conseguirlo chiedevasi tutto l’essere umano come pensiero ed azione: come pensiero, Mazzini vide il fine e smarrì il mezzo; come azione superò il pensiero. Mazzini pensatore, dopo il cittadino e l’individuo, vide l’uomo, nell’uomo libero il fine della storia, nell’asseguimento della libertà l’abolizione del privilegio castale, individuale e monarchico, in codesto lavorìo d’insorgimento e costruzione la missione del secolo XIX, e inalzò, ad ogni occasione e con ogni forma d’attività, il popolo a insorgere e costruirsi; ma il mezzo non lo vuol preso dal medesimo secolo onde piglia il fine; gli basta che gli venga significato dall’etica del Passavanti, dell’Aquinate, del Serafico. Mazzini milite supera questi scrupoli, queste peritanze tra claustrali e cavalleresche, obbedisce al secolo e dal secolo prende quei mezzi che corrono più dirittamente al fine: però scrive al Re, scrive al Papa, gl’invita a farsi italiani e lo scrittore serba intero l’animo repubblicano.
Dunque l’Etica di Mazzini è assolutamente umana quanto al fine, è teologica ancora rispetto al mezzo. Questa contraddizione dottrinale tra fine e mezzo, tra moto e forza, è conseguenza della contraddizione chiusa nella famosa formula: DIO E POPOLO.
Dio e popolo sono dunque una contraddizione ne’ termini? Sì, questa è la verità: la famosa formula è un’altra rivoluzione ed un’altra contraddizione. Il Dio reduce nella Santa alleanza può vivere ancora nella Chiesa, può moversi nello Stato regio, ma arrivato al popolo si consuma: può essere neoguelfo e neoghibellino, ma non gli resta potenza per farsi repubblicano. Il Deus processus giunge allo Stato di Hegel, alla Chiesa di de Maistre, ma nell’atto di consacrare il popolo sconsacra sè medesimo e compie il deicidio finale. Diciamo insomma alla libera e fuor di metafora che la gente deicida non è questa o quella, ma è il popolo in quanto si alza alla coscienza della sua umanità. Dio è complemento necessario al cittadino e all’individuo e soverchio all’uomo.
PER MAZZINI
(Napoli, marzo 1892)

I.

SONO io dinanzi al re? Così domanda a Filippo II il grande Inquisitore, vecchio come il dogma, cieco come il mistero, inesorabile come la predestinazione.
Se vero è quell’inquisitore, vero è di contro a lui il marchese di Posa, le due voci di un dialogo eterno, perchè due lati dell’anima collettiva, onde si fa la storia. La critica dei pedanti contro Schiller cade.
Se un prete chiede al re il capo di qualcuno, bisogna che quel capo abbia pensato e osato dire al re ciò che allora al popolo si poteva. E se oggi l’anima di quel re riappare in un imperatore, tosto il pensiero del signor di Posa riarde nei Wirchow, ne’ Reymond du Bois, negli uomini della scienza, e il dialogo si continua.
Può parerti leggendario quel Bruto di fronte a Tarquinio; ma la storia sottentra ed alza Traseo Peto di contro a Nerone. La leggenda e la storia consuonano. Savonarola di fronte ad Alessandro VI è una catastrofe; ma Lutero, poco dopo, contro Leone X, è una vittoria. La catastrofe preparava il trionfo, e cospirano.
Quando mai questo dialogo fu interrotto? quando un despota fu così assoluto e sicuro che nessuna voce umana lo turbasse? o fu mai perduta del tutto quella voce?
A memoria dei vostri padri, Napoleone primo – veramente primo ed unico – con lo sguardo del trionfatore ammutoliva re e popoli. Nato di sè – sintesi della nuova rivoluzione e dello antico impero – portava sulla fronte la ragione o della monarchia universale o di finire alga secca sopra uno scoglio. Pareva il solo uomo che potesse chiudere in un monologo il dialogo della storia, e che nessuno potesse dirgli: Su quella frontiera è il tuo limite. E pure, ne’ comizi lionesi, gli viene innanzi un italiano inerme e in nome delle alte tradizioni gli dice che la storia e i destini dell’umanità non pativano che la parola fosse di un solo.
Carlo Botta, sopprimendo la voce di quell’italiano, non intese che era voce della storia, più che non quelle degl’Imperatori e dei capitani. Ma l’esule moriente a Sant’ Elena dovè riudirla e riprendere all’ultima ora un dialogo che aveva stimato rotto da ventitrè anni di cannone.
Ah sì – odo – ben poteva continuarsi sopra uno scoglio arso, perduto nell’oceano, nel delirio di un uomo finito prima che morto, quando la santa alleanza avevalo troncato in Europa, e segnatamente in Italia.
Troncato? Esaminiamo.
Sono io dinanzi al re? domanda il vecchio inquisitore, non tanto perchè ei si creda cieco, quanto perchè se innanzi al re c’è lui, come ci starebbe altri? e come Filippo sarebbe re, se altri ci stesse? Questa è la logica dell’inquisitore: il monologo. Ma appunto perchè c’è lui, altri ci dev’essere. Questa è la logica della storia: il dialogo. E Filippo, poteva rispondergli: “Forse io non sarei re, se altri, o frate, qui stesse, oltre te; ma certo, se quell’altro non fosse, tu non saresti inquisitore. Il tuo ufficio omicida indica due voci: puoi percuotere, non estinguere.”
La santa alleanza, condannata dalla legge di continuità a consacrare alcuni principî della rivoluzione, non poteva respingere il secolo al di là di Filippo II e del grande inquisitore. Se da una parte c’era il babbo austriaco e re e duchi e preti che, spartendosi il paese, lo tosavano di seconda mano, c’era dall’altra, sparsa per ogni terra d’Italia, una famiglia di pensatori, che dal 1815 al 48, preparando il risorgimento nazionale, davano da pensar davvero.
Romagnosi, poi Galluppi, imprimendo alla speculazione una impronta nazionale, non schiva del pensiero europeo, cospiravano – inconsci talvolta – coi letterati e cogli artisti ad alimentare un pensiero pensato, cioè impaziente di giogo. Lo ajutavano gli scienziati – sospetti o perseguitati – da L. Galvano a Macedonio Melloni.
Quando quel pensiero arrivò a farsi teologico-politico, cioè a penetrare negli abati, diruppe irrefrenabile.
E tre furono i celebri abati di quella generazione di predaratori, e furono latini, uno francese, due italiani, glorificati e perseguitati, alti nel pensiero e nel costume, morti l’uno a distanza di un anno dall’altro, prima Gioberti, poi Rosmini e Lamennais.
Sentirono Dio nelle cose della società e della storia: lo sentirono, lo portarono, n’empirono le scuole e commossero i popoli. Ma non ai popoli indicarono le riforme, bensì tra supplici e fieri, le domandarono ai potenti – specialmente i due italiani – e l’inganno loro pagarono di persona.
Bisognava un uomo che sottraesse Dio alla Chiesa, allo Stato, e lo mettesse in mezzo al popolo. Il dialogo, dunque, non poteva continuarsi tra Mazzini e il grande inquisitore. Questi era morto.
Il dialogo vero e reale, il dialogo storico non poteva continuarsi più tra il dogma e la riforma, ma era quest’altro: se la riforma vera dovesse muovere dall’alto o dal fondo, se esser concessione di potenti o rivendicazione di popolo, e da che parte stesse Dio, cioè il Vero, la legge della ragione e del mondo.
Questo dialogo in Italia fu fatto e non è stato ancora conchiuso; fu terribile di parole veementi e di effetti quando gloriosi e quando lagrimevoli; fu tra Gioberti e Mazzini, cioè tra il filosofo della parte moderata e il pensatore della democrazia.
Non è conchiuso ancora, ho detto, e le due voci si odono tuttora, come il suono lontano delle armi guelfe e ghibelline ai tempi di Petrarca; e poichè in quel dialogo è lo spirito storico ancora irresoluto di quella e di questa generazione, ei conviene conoscerlo tutto nei dialoganti, nelle loro parole e nei fatti.

II.

Gioberti filosofo, letterato, politico, artista – non so quale più – parve e fu gran che, uomo superiore di certo, ma non fu il genio. Non fu e talvolta non lo intese, guardandolo ora attraverso le forme classiche, ora attraverso il dogma cattolico.
Polemista formidabile, ora compose nella sua dialettica termini contrarî, ora mescolò termini contraddittori. E per questo magistero appunto, governato da una legge ch’ei chiamò di gradazione, fu e resta il filosofo della parte moderata, di quella che promuove le riforme, seconda le innovazioni, ma per gradi lenti, quasi intoccabili, tacite, pedetentim, come le consigliava Bacone, e le vuole dall’alto, più come concessioni e favori che come rivendicazioni.
Di questa gradazione, che oggi direbbero evoluzione politica, egli traccia il metodo, indicando prima le riforme, poi la costituzione, appresso la lega, ultima forse l’unità. “Tutte queste parti – egli dice – e l’ordine loro, non erano arbitrarie, ma insieme connesse logicamente… Facevano, per così dire, una dialettica, la quale fraintesa dagli uni per error di mente, e guasta dagli altri per animo fazioso, venne meno alla pruova dal primo istante che fu mutata in una sofistica.”
Momenti di questa dialettica potevano essere le federazioni, ma non quelle di Cattaneo e di Ferrari; anche l’unità, ma non quella di Mazzini. Le differenze restavano profonde negli intenti, nelle forme, ne’ metodi.
Le innovazioni – osserva Mazzini – non vennero mai dall’alto o – se mai – vennero false e fugaci. Chi le dà, le toglie. Per essere effettuali e durevoli debbono salire dal fondo.
E salgono per gradi – dai comuni alle nazioni e da queste all’umanità – perchè stima falsi gl’intermezzi ed equamente graduabile l’espansione della libertà.
Questo in genere. Quanto all’Italia, non può risorgere che ad unità e da Roma. Col Papa no; e non c’è che una sola idea, la democratica. Senza Roma c’è Italia, e senza questa idea non c’è Roma.
Per qualunque altra via a Roma si giunge minori ed ospiti.
Fermiamoci. Sono, dunque, due uomini-programmi. Noi a distanza d’una generazione da quelli, possiamo giudicare avverate molte previsioni di Gioberti circa l’egemonia piemontese e l’avvenire di Casa Savoja, e molte previsioni di Mazzini circa l’unità e la condizione della nostra dimora in Roma. Cattaneo toccò nicchiante il limitare della camera unitaria; Ferrari morì due volte in Senato, entrando ed uscendone; la gran lotta ideale continuavasi insoluta tra due profeti – uno morto esule a Parigi esortando i municipali a farsi italiani, l’altro morto esule in patria, dopo aver veduto, pensoso e triste, la monarchia in Roma. L’uno non vide l’unità, l’altro non vide la repubblica. Ma la lotta vera, il gran sottinteso del nostro dialogo politico è come fu posto da quei due. Di mezzo ci sono sfumature, gradazioni, opportunismi e volteggiamenti, coalizioni e confusioni; ma le due idee sono ancor quelle, intorno a quelle si tende a rifare i partiti politici, fuori di quelle c’è la continuazione delle nostre illusioni in una lotta infeconda, personale e faziosa, vergognosa per chi vince e chi perde.
Bisogna decidersi. Ma bisogna, dopo aver veduto i due uomini, ricordare i fieri termini del loro dialogo e la risposta dei fatti.

III.

Gioberti, il filosofo della parte moderata, il profeta della monarchia, il metodista dell’evoluzione politica, l’equilibratore dei dogmi con la libertà, più affettava disprezzo verso Mazzini quanto più sentiva l’idea mazziniana esser la sola che gli si contrapponeva. Le altre non più appartenevano al suo tempo.
E perchè il disprezzo? Perchè tanta irreverenza di parole contro l’autorità dei fatti, confessati grandi dall’istesso censore?
L’ho detto: Gioberti non sempre interpretava il genio. Abate e filosofo, qualche cosa gli mancava per essere libero, molto per esser cattolico. Vedeva, in politica, Mazzini attraverso i gesuiti, come, in filosofia, Cartesio attraverso Lutero: tutta una sintesi fantastica.
Nè il disprezzo era tutto sincero: rasentava l’odio che dissimulava anch’esso quando un presagio e quando una paura.
Ora notiamo il contrasto tra le parole e i fatti.
Sono non poche le pagine nelle quali egli destina Mazzini e i puritani nella storia a un luogo privilegiato d’infamia.
Certo, sarà la Caina. Ma la pagina precipua è dove parlando degl’individui che dettero l’ultimo trabocco alle speranze del risorgimento esce a dire proprio così: “Rispetto agl’individui bisogna distinguere i principi da’ privati. Tra quelli, errarono e nocquero principalmente Ferdinando II, Pio IX, Carlo Alberto… Fra i privati che parteciparono al reggimento delle cose, tre uomini conferirono più di tutti a manometterlo, cioè il Bozzelli, il Mazzini e il Pinelli: il primo e l’ultimo nei due estremi d’Italia e come principi de’ municipali; il secondo nel mezzo e come capo de’ Puritani… Come il Pinelli recò ai comuni interessi maggior diffalco del Bozzelli, così il Mazzini, non meno ambizioso, ostinato e insufficiente di entrambi, si lasciò ogni altro addietro nella schiera onorata dei guastalarte: e merita il titolo non pure di sviatore, ma di nemico e annullator principale del nostro risorgimento.”
Come se fosse poco, aggiunge le aggravanze, che omettiamo.
Dunque due triadi, una di principi, l’altra di privati, e annullatore principale del risorgimento Mazzini: tanto che Ferdinando di Napoli avrebbe potuto dire come il Camicione dei Pazzi:

Ed aspetto Mazzin che mi scagioni!

A tanto può trasmodare il pregiudizio politico? Ma quell’annullatore principale vuol parere una ingiuria ed indica, per contrario, la sola antitesi vera dell’idea giobertiana. L’altro se ne accorse, la rilevò, e rispose: “Quando i moderati acclamavano a Gioberti come al primo pensatore, e al più potente filosofo che avesse l’Italia, preparavano ai posteri la giusta misura della loro mente e dell’ideale filosofico che veneravano.
“No; Gioberti, il gran sacerdote della setta, non era filosofo; e l’essere egli stato generalmente riconosciuto siccome tale dimostrerà a quali poveri termini fossero ridotti in Italia gli studi filosofici. La filosofia è un’affermazione dell’individualità fra una sintesi religiosa che cade, e un’altra che sorge; è una coscienza del mondo presente illuminata dai raggi di un mondo futuro; è un criterio determinato di vero fondato sulla universale tradizione del passato e tendente con un metodo egualmente determinato a indagar l’avvenire. Gioberti non ebbe vero l’intelletto di tradizione nè intuizione – oggi nessuno vorrà negarlo – dell’epoca che va maturandosi. L’uomo che esordì dalle dottrine di Giordano Bruno per sommergersi in un concetto neo-guelfo di primato italiano per mezzo del papato – che salutò d’entusiasmo la formola Dio e Popolo per rinnegarla poi a profitto d’un cattolicismo rintonacato – che dopo d’aver fulminata dall’altezza d’una coscienza filosofica gli artificî del gesuitismo, li adottò cardini dei suoi disegni, appena entrato sull’arena della politica pratica – che viaggiò di città in città, pellegrino crucciato d’una monarchia da lui sprezzata, adulando a ciascuna da Pontremoli a Milano, come a prima città d’Italia – che diceva a me nel 1847 in Parigi – “Io so che differiamo in fatti di religione; ma Dio buono! il mio cattolicesimo è tanto elastico che potete inserirvi ciò che volete” – non fu nè filosofo nè credente. Ingegno facile, rapido, trasmutabile, fornito d’una erudizione copiosa ma di seconda mano e non derivata dalle sorgenti, capace di eloquenza, ma di parole più che di cose, fervido d’imaginazione più che di cuore, non ambizioso nè cupido di potere o d’agi, ma vano e irritabile e intollerante d’ogni opposizione; Gioberti soggiacque per impazienza di successo e per indole naturalmente eccitabile agli impulsi esterni, agli avvenimenti che si sottentravano e vi accomodò, scendendo dalle serene, immutate regioni della filosofia, le sue facoltà. Non diresse, riflesse. E da che il periodo era, come io dissi, guasto d’immoralità, non cercò di vincerla, vi si adattò.
“Ei fu inconsciamente con Balbo e Azeglio, tra i primi corruttori della giovane generazione. Mentre Balbo insegnò la rassegnazione della scuola cattolica e seminò lo sconforto nelle forze collettive del paese – mentre Azeglio pose in core alle classi medie della nazione il materialismo veneratore servile dei fatti, e i germi d’un militarismo pericoloso – Gioberti rivestì di sembianze filosofiche l’immorale dottrina dell’opportunità, e mascherò da idea l’irriverenza alle idee.
“E fu primo – biasimo assai più grave – che introducesse nel campo della libertà l’arme atroce della calunnia politica e l’insana accusa di settatori dell’Austria contro repubblicani e dissenzienti dal concetto del regno del nord, dalle fusioni imposte, dalle guerre che rispettavano il Trentino e Trieste e da ogni idea che non fosse sua…”

IV.

Non sono carezze – pare – che quegli uomini si mutuavano. Ma le loro parole più gonfiavano d’ira e toglievano calore dall’invettiva, e più facevano, come oggi direbbero in lingua scolastica, soggettivo il dialogo. Non l’ho dissepolto per ricantare, in ritardo, ire omèriche, bensì perchè a noi tocca restituirlo all’oggettività storica. I due alla vigilia di grandi fatti europei si incontrarono la prima volta a Parigi, parlarono d’Italia, d’Europa, di religione, di filosofia civile. Poniamo che dopo Novara e dopo la caduta della repubblica romana si siano incontrati una seconda volta, e guardandosi negli occhi abbiano ripreso il dialogo interrotto dalla rivoluzione, dalla reazione e dal colpo di stato, da Mazzini presentito e da Gioberti no.
Poniamo, e non ne parlo a caso, che le loro parole siano state raccolte da Giorgio Pallavicino. Quali quelle parole sarebbero uscite non sotto l’iperbole dell’ira, ma sotto la terribile logica delle comuni sventure?
Trasportatevi, per un istante, dalla lotta contemporanea dei piccoli successi alla lotta ideale tra due uomini che non appajono ogni giorno nè in ogni generazione, e dal linguaggio delle persone al linguaggio delle idee.
Vi troverete innanzi a due de’ quali uno sarà il filosofo di una scuola, e l’altro il genio che passa sulle scuole e guarda verso l’uomo.
– Ebbene, abate Gioberti, confortati uno Tommaso da Kempis. Pio e Carlo Alberto vennero meno e i municipali impoltriti nelle regioni mostrano non aver inteso nè la lega nè l’unità. Non resta che una sola bandiera che tu abbandonasti dopo averla salutata, scrivendo sotto il pseudonimo di Demofilo: “Noi ci stringeremo alla vostra bandiera e grideremo: Dio e il popolo, e studieremo di propugnar questo grido.” E poi?
– Poi fu chiaro che Dio e Popolo eravate voi, che sottentravate alle leggi delle cose. La repubblica nella sede del pontefice tra due reami secolari e antichi principati minori, in mezzo ad un popolo ancora acclamante a Pio IX e al re del Piemonte! Improvvisare un popolo e farti Dio – questo era la repubblica!
– Questo?… Non fu peccato a Giovio aver due penne, se tu, che altro scrivi ed altro parli, hai due lingue. Io leggo: “‘eroica difesa (della repubblica romana) rese ammirabile il nuovo governo eziandio a coloro che prima lo vedevano di mal occhio; e lo splendore de’ fatti più recenti cancellò la memoria dei precedenti. L’estinzione di ogni ordine libero, e la incrudelita tirannia pretesca fecero desiderar la repubblica, la quale sopravvive nel cuore del popolo, come il culto dei generosi che diedero per essa il sangue e la vita.”
Hai tu scritto così?
– Così.
– E c’era così popolo e virtù di popolo. E leggo: “Ora gli istituti che sorsero nell’affetto e nella meraviglia sogliono per ordinario risorgere; e nei tempi che corrono la rinascita delle repubbliche è forse meno difficile che quella dei regni.” Parli tu od io?
– Parlerò. Conchiudi.
– Conchiudo, raccogliendo in uno quelli che tu prefinisci i tre principali problemi dell’età nostra e mettendovi io il nome. – Tu scrivi nel primo volume del tuo Rinnovamento che il mondo civile è in uno stato violento che non può durare, e s’incammina a nuove rivoluzioni più vaste, più fondamentali e forse più terribili delle passate”; e nel secondo scrivi che questa tendenza minacciosa ha per fine “tre idee e tre desideri, cioè la maggioranza del pensiero, la costituzione delle nazionalità, e la redenzione delle plebi”. È vero. Ora se chiami patrie indipendenti la costituzione delle nazionalità, questione sociale la redenzione delle plebi, e repubblica il governo de’ migliori per pensiero e virtù, hai un nome solo: “repubblica sociale”, hai un corollario solo: “l’umanità libera”.
Tu noti gli elementi; io li raccolgo e li nomino. Gli insulti che volgi a me colpiscono quella che hai chiamato maggioranza del pensiero.
– Dunque, repubblica sociale, patrie federate e via. Questi ed altri fini potrei concederti più radicali di questi, come li desiderano quelli, rispetto ai quali, tu, Mazzini, un giorno potresti sembrare retrogrado e formalista. Ma te vivente, o Mazzini, retrogrado e formalista, con amarezza tua grande chiameranno gli uomini nuovi, venendoti l’ingiuria non da me, bensì da chi ti avanza nell’utopia! E perchè? Ti manca il segreto degli uomini politici, il metodo, in cui tutta la politica consiste. Ond’ io ne’ libri, che tu ricordi a tuo pro, dissi che non ne’ fini consiste la politica, ma nell’opportunità e coerenza.
La legge del primo e del poi che nelle cose naturali e nelle civili è legge di gradazione, nel genio politico è colpo d’occhio tra mezzi e fine. L’umanità libera? – Verrà, se mai, dopo le nazioni federate. Queste pure, bensì dopo le repubbliche. Ma prima delle repubbliche sono inevitabili come il destino le monarchie rappresentative.
Tu, negli scritti tuoi, vai gridando, preparazione, preparazione, e nell’opera sostituisci il salto. Perciò il pensier vostro o puritani, è dialettico, la vostra azione è sofistica; ed io, dividendomi da voi, mi strinsi alle cose. – Tu mi opponi il fine, io i mezzi; tu l’ideale, io la politica; e chiamo tra noi due giudice un ventennio: qualcosa di nuovo entrerà in Roma, ma non sarà la repubblica.
E sarà minore di Roma. Tu, chiarita impossibile la lega o la federazione, sei passato all’unità. Ti resta ancora un passo, e vi ti spingerà il dissidio tra l’idea di Roma ed una dinastia. Innanzi a questa contraddizione cadrà il tuo rinnovamento, e resterà viva l’idea che in Roma al potere universale del papa può succedere soltanto un’altra sovranità essenzialmente universale. E da Roma si farà il giudizio tra il profeta della monarchia e quello del popolo.

V.

Insoluto è ancora il dialogo, come quello dell’Eutifrone platonico, ed insoluto io l’ho lasciato. Ma, per questo appunto è il solo dialogo sincero che il paese fa ancora: il resto è alterco, che potrebb’essere consegnato a Goldoni, se non fosse interrotto dal gemito lungo di un coro invisibile.
I moderati non negano le luminose finalità della storia, ma si appellano al metodo, e – inconsapevoli talvolta – sono dialettici come Gioberti, che resta ancora il loro filosofo e pensatore, il profeta de’ loro successi. I democratici, quando vogliono confessare il contrasto tra l’idea di Roma e i nuovi moderatori e indicare un possibile equilibrio, rileggono le pagine di Mazzini.
Gli uni possono rinfrescare la dialettica giobertiana coll’evoluzione di Spencer, gli altri compiere l’ideale mazziniano con la critica di Marx, ma i due termini del dialogo quelli restano, e ciò che vi si caccia in mezzo riesce ad una successione di equivoci e di delusioni.
È per questo che que’ due i quali furono gli ultimi termini del dialogo nazionale, che ogni giorno più si vien risolvendo in Roma, que’ due furono gli ultimi artefici di stile. Dico di stile veramente, non di lingua; giacchè per eleganza, snellezza e perspicuità noi abbiamo scrittori egregi; ma dico che ben altro è lo stile: è una forte impronta personale, espressione di una idea dominante. Più risentito e italiano quello di Gioberti; più biblico e universale quello di Mazzini, secondo il concetto che ci si veniva formando di una letteratura europea. Imitatori successero e non emuli.
Ed ora che il mio pensiero si viene delineando e colorando, io vedo come alzarsi un dito in segno di dubbio. Si alzi, che il dubbio è nell’aria e vuol dire: L’altro termine del dialogo con Mazzini non potrebbe, invece di Gioberti, essere Carlo Marx appunto? Non è questa la nuova idea, già signora del campo? La contesa, la divina contesa, come la diceva Omero, non dovrebb’essere tra metodo e fine, cioè tra Gioberti e Mazzini, ma tra forma e sostanza, cioè tra Mazzini e Marx. La prima contesa è quasi esaurita, la seconda è nuova e invadente.
Due errori: l’uno, che la prima sia esaurita, quando è in via di prova, la quale, lontana ancora da una soluzione, vi consiglia quella perseveranza che è la longanimità del carattere; l’altro, che Marx abbia separato la sostanza dalla forma, quando, per contrario, tenacemente le connette nel disegno di una repubblica sociale.
Ora, finchè non si esce dal disegno di una repubblica democratica, qualunque sia la differenza di modi, si respira l’ideale mazziniano, come e per la medesima ragione, aristotelici furono san Tommaso ed Averrois, qualunque, secondo la razza, il genio e il tempo, sia la differenza tra il commento arabo e il latino.
Lunga dev’essere la gratitudine della democrazia verso Marx che coll’analisi scientifica del capitale svolse un lato precipuo del problema mazziniano, conducendolo a que’ termini ne’ quali tutto si fa chiaro il complesso dei mezzi ordinati al fine; ma si ricordi che i precursori non danno sistemi, e danno germi e faville, delle quali poche ancora sono state secondate dalla fiamma. Mazzini pose i germi, ma non presentò nè un sistema filosofico, nè letterario, nè politico, nè sociale. Ai discepoli suoi contemporanei – insigni davvero – mancò in una vita tempestosa il tempo e il modo di sistemare. Saffi, il più dotto di loro, svolse appena qualche frammento, nè i contemporanei lo potevano. Quando si parla di un gran mutamento civile e sociale, prima vengono i maestri, poi i sistematori.
La sola idea che può affacciarsi come un al di là da Mazzini e stabilirsi con un contrapposto nuovo è l’idea anarchica. Potrebbe questa costituire un nuovo termine del gran dialogo ma a due condizioni: che se ne veda la possibilità, e presenti una scuola, un partito, un organismo. Ma finchè sarà come un vago presentimento di un idillio futuro e si proporrà un fine conseguibile anche per altre vie e con altri mezzi, essa non può costituire il contrapposto dell’oggi. Dissi innanzi ai giudici, dissi sempre, ripeto oggi che essa non è reato e sarà discussa un giorno come tutte le utopie; che condannare gli anarchici è una prepotenza dei poteri costituiti ed un pericoloso eccesso di difesa; che nè secondo la politica, nè secondo le leggi converrebbe perseguitarli, e che prima di condannare l’utopia di quelli converrebbe condannare la mia: ma quell’utopia nella società presente non è ancora l’altro termine vivo nel dibattito, cioè della lotta tra due idee. Quando l’utopia nostra dopo contrasti non facili nè brevi, sarà tradotta in realtà, allora l’altro termine della discussione potrà essere quell’altra. Nè fuggiremo la discussione, l’abbiamo già presentita ed iniziata nella teorica dello Stato. È una discussione scientifica non un dialogo storico.
Il dialogo potrà cominciarsi quando l’anarchico vorrà intendere questa verità enunciata da Mazzini nella critica su Alfieri: “La libertà non può erigersi sopra un trofeo di pugnali.”

VI.

Fu impeccabile Mazzini? Nulla ha da vedere la critica in lui?
Il dialogo e già critico: l’uno dei termini lima l’altro e producono un terzo. È impossibile che anche la voce destinata a perdere non rappresenti, se è storica, un cumulo di fatti, di bisogni, di sentimenti che, sebbene meno universali e meno ideali, pur sono, come ho detto in principio, un lato dell’anima collettiva. Perciò i fortissimi sono altrettanto perseveranti e pugnaci che tolleranti, come è vero che gl’intolleranti mutano ad ogni stazione panni ed anima.
Onoriamo i grandi senza farli Dei, e non imitiamo i volghi settari che dopo averli amareggiati in vita, li pagano di necrologie pompose, che non valgono la severa lagrima di chi guarda il solo riposo consentito ai grandi benefattori.
C’è una parte in Mazzini assai bisognosa di svolgimento – la questione sociale; ed una parte oltrepassata – la questione religiosa.
Occorreva, a perfezionare la prima, un complesso largo di studi sul capitale, sulla terra e sugli istrumenti, sugli scambi e sull’istesso organismo sociale a cui doveva essere stimolo il complesso di bisogni nuovi, ed a cui non potevano bastare l’opera e la vita di un uomo, quando il problema più urgente si presentava piuttosto come nazionale che come sociale. E pure negli scritti di quell’uomo appajono alcune linee che accennano non in astratto alla redenzione delle plebi, come fa il suo avversario, ma tracciano i mezzi, specialmente nelle forze operaje consociate e nella proposta di un fondo nazionale sacro al riscatto della terra.
Rispetto poi alla quistione religiosa, occorrerebbe un volume perchè il Dio di Mazzini non è una esplosione sentimentale, un residuo di reminiscenze o un espediente politico, è tutto un risultato storico, di cui bisogna tenere gran conto.
Mazzini considerò la filosofia rispetto all’ufficio e al tempo. Ufficio gli parve quello di un rinnovamento sociale; il tempo, tra due religioni, l’una occidua, l’altra nascente.
Le religioni vivono di millenari e il filosofo non siede tra due secoli, l’uno contro l’altro armato, bensì tra due età. “La filosofia, egli scrive, è una affermazione dell’individualità fra una sintesi religiosa che cade e un’altra che sorge; è una coscienza del mondo presente illuminata dai raggi di un mondo futuro.”
È un concetto profondo della filosofia e delle religioni nella vita.
Ora, parendogli cadente quella specie di politeismo cattolico che non era più tanto una fede quanto un potere, vi sostituì l’unitarismo. Trasse Dio dalla Chiesa e dallo Stato, e lo pose nel popolo.
È progresso l’unitarismo o è ritorno? E l’unitarismo religioso non è la negazione del monismo filosofico?
Contro queste due domande non esiste la formola teologico-politica di Mazzini. Dei due termini un solo è sopravivente, il popolo.
Nondimeno, se non ne’ modi il concetto suo è vero nella sostanza: siamo tra una religione che cade e un’altra che nasce. Il monismo filosofico è una razionale religione della natura, senza bisogno di Dei e di soprannaturale. Dalla legge intima delle cose derivano la morale, il diritto, la virtù, il dovere dei giusti cimenti e de’ grandi sacrifici. Aristotele diceva che la filosofia avevagli insegnato a fare spontaneo ciò che gli altri facevano per paura delle leggi. L’uomo moderno dice che la filosofia gl’insegna a far libero ciò che gli altri fanno per paura di Dio.
Nessun messia ai dì nostri può scendere latore di una nuova religione, e se alle credenze scadenti non sottentra la scienza educatrice, si fa il vuoto. Ed è fede la scienza nata di pensiero, com’è vanità ed egoismo la scienza nata da imitazione. Da questa fede scientifica procedono tutt’i doveri da Mazzini indicati e professati, ai quali il soprannaturale fu suggello superfluo.
L’universalità del pensiero di Mazzini si tradusse nell’azione universale di Garibaldi: i due uomini universali dell’età nostra. Se voi credete che siano stati due uomini politici, nel senso corrente della parola, disingannatevi.

VII.

Si compie il ventennio e guardatelo a Pisa, nella casa Nathan, raccolto nel plaid in cui morì Carlo Cattaneo.
La sentenza di morte, il letto funereo dell’esule in patria, i discepoli che lo abbandonano, le questioni nuove che lo respingono, mentre la monarchia da una parte, i socialisti dall’altra lo combattono, il dover consegnare l’anima ad un Dio, che non essendo apparso in mezzo al popolo, non poteva esser vicino al suo letto, – tutto ciò, eccellente per le comuni perorazioni, non mi bisogna. Pulsate forte contro la lapide, che c’è di lui? Il monumento votatogli in Roma dal Parlamento non sorgerà. Non è la Roma sua. Che c’è di lui, veramente? Il solito pugno di cenere, se lo guardate attraverso un certo positivismo opportunista: i suoi scritti possono equivalere a quelli di Tommaso da Kempis, la sua vita a quella di Bonaventura da Bagnorea. Ma, guardato attraverso la successione storica delle idee e de’ fatti, è un fenomeno che rompe la generazione entro la quale Giuseppe Ferrari si sforzò a conficcarlo, ed emerge luminoso, evocato da’ dolori, dalle speranze, da’ nemici disacerbati dalla morte e da’ disinganni dei giovani non condannati dal calcolo a prematura vecchiezza.
Nulla resta di lui, sfrondato parola a parola: tutto vien vecchio, Dio, unità, repubblica, redenzione delle plebi e della terra, umanità: termini rosi dai secoli.
Molto vive di lui e vivrà, se abbracciate la sintesi di questi termini, il sistema del quale egli pose la pietra e ad altri trasmise il dovere e l’onore dell’edificio.
E nel sistema ciascun termine si svecchia e si trasforma: il Dio di Mazzini può farsi la semplice legge cosmo-sociale; l’unità diventa l’organismo nel più largo decentramento ed un grado per altre unità superiori; la repubblica non più aristocratica, non borghese, non classica nè medioevale, ma nuova e sociale; la redenzione delle plebi non più celestiale e futura, ma terrena e presente; l’umanità non una cosmopolitìa stoica o cristiana, bensì interfederale ed organica.
Tutto è vecchio, e nella espansione delle forme tutto rinvigorisce.
Vecchio è il mondo e ogni dì rinvigorisce sotto la penna del pensatore, che prima lo sottrae ai secoli e gli strappa un segreto, poi scrive: mundus adhuc juvenescit!
E ringiovanì il cristianesimo l’ultima volta sotto la penna di Dante, come un disegno dello Stato sotto quella di Machiavelli. Ringiovanì il sistema planetario sotto lo sguardo di Galilei, come la storia giudicata vecchia e sterile da Cartesio, ringiovanì sotto lo sguardo di Vico.
La Giovine Italia e poi La Giovine Europa palpitarono sotto la mano di Mazzini – sulla cui sepoltura l’umanità può scrivere: Qui ringiovanisce l’evo.
Noi siamo a questo, che ritorna il grido del vecchio Gian Giacomo: “La civiltà infradicia gli uomini”, il grido leopardiano “che il progresso accresce il nulla”, e il disperato rimedio di disfare le città e le famiglie per tornare alla coltura della terra. Perchè? se la pace è armata, se la guerra è di conquista, se la religione è atea come umiliante è la carità, se le alleanze sono insidiose e altrici d’ire terribili di gente senza lavoro, senza casa e senza terra, se tutto questo raffinato progresso di menzogne mena i poteri costituiti a premunirsi tremanti contro il ritorno annuo del primo giorno di un mese, sostituendo alle antiche maggiolate le sentenze de’ tribunali, – dunque?… Disfare, e ritornare a’ campi. E pur no! – Tanta scienza di pensatori, e tanti sacrifizî di popolo si opposero a queste menzogne per avanzare, non per tornare.
Dalla lapide di questo uomo, che fu pensiero e fu popolo, viene un monito che dice: il progresso compiendo, non distruggendo le forme che trova, fa la rigenerazione.
La gloria di quell’uomo è postuma tutta; però destinata ad aumento. Egli era forse tra’ contemporanei chi meglio poteva ripetere le parole di Schiller:

Cittadino io vivo
Tra color che verranno1
1 Non si è potuto in nessuna stampa o manoscritto trovare l’ultima parte di questo discorso che delineava per capitoli come si avesse a scrivere un libro su Mazzini, e per la quale appunto fu dato dalla casa Nathan all’oratore l’incarico di scriverlo. Egli vi pose mano e ne’ primi quattro capitoli illustrò i tempi e l’azione di Mazzini. Restano appena abbozzati gli altri capitoli ne’ quali espone e svolge il sistema mazziniano nella religione, nella politica, nell’etica, nell’economia, e nella critica letteraria.

Mazzini Giovanni Bovio

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