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Giovanni Morelli – Un sogno

M
E n’entrai nel mio letto, e fattomi il segno della croce, m’acconciai per dormire, e non si tosto diliberato il riposo, credo certo l’invidioso nimico afflitto nella mia orazione, avendo pe’ miei peccati parte occupata la mia libertà, assalendomi durissimamente, mi cominciò a combattere, e a molestare, mettendomi moltissime cose nella mente, volea mostrare la mia fusse istata una orazione e.fatica indarno operata, e che l’anima fusse un niente, o un poco di fiato, che né bene, né male potea sentire, se non come cosa impassibile, che non vede, né sente, né è da caldo, o da freddo, o da alcuna passione, o d’alcun diletto oppressata, e con questo il bene e ‘l male era quello che nel mondo s’acquistava, e che in questo io era ignorante, perocché mai me n’avea saputo dare, che dalla fortuna io ero stato molto oppressato, e che in tutto m’era contraria, e che a questo non era altro rimedio, se non disperarsi contro ad essa in questo mondo, che s’ella ti toglie cento fiorini, rubane altrettanti, s’ella ti dà infermità, quando tu se’ sano, fa’ che ogni legge per te sia rotta, e contenta ogni tua voglia, e spregia ogni altra cosa. E queste cose intraversandomi pel capo, mi fece dare mille volte per lo letto, e da quelli pensieri, come da vani, e cattivi volendomi partire, non era signore di potere, onde raccomandandomi spesso a Dio, quando il ragguardava, mi parea tutto di riavermi, e quello fuoco alleggerava, ma questo era nulla; che subito, come il fuoco torna alla stoppa, così in mesi riaccendea il cattivo pensiero, e dopo il molto molestarmi, parendomi conoscer chiaro era il nemico per inducermi a peccato e a errore, e di ciò parendomi essere sicuro, preso confidanza di me, disposi di volere seguire d’intendere quello che nell’animo mio o nella mia memoria era appresentato e fermo, e attento cominciai a bell’agio a pensare, e come i’ fui così disposto, tutti quelli offuscamenti si partirono, e solo rimasi a pensare, in quanta fortuna i’ era vivuto infimo dal dì della mia natività, e che mai una ora di perfetto bene avea avuta, e che se alcuna me ne parea avere avuta, ch’ella non era vera, ma che tutto era istato per darmi più dolore e più tormento, ed io più seguitando la fantasia, mi parea nell’animo dire: dimostrami, come questo sia vero; allora fattosi la fantasia del Dimonio molto dalla lunga, parendo, che per più larghezza, e per molta efficace ragione, volesse assai cose ricordarmi, così alla mente cominciò a rappresentarmi: Giovanni, tu se’ in tutto abbandonato dalla prospera ventura, e mai non avesti, o avrai nel mondo intero contentamento, e che questo sia vero tu lo puoi molto bene immaginare e vedere assai prestamente. Ma perché tu ne sii ben chiaro, i’ mi farò dalla prima radice; tu nascesti, e per allora tu fosti dotato l’ultimo di tuo padre che da vivere fosse, che non fu piccola disgrazia al mondo. Appresso tu rimanesti sanza padre nel terzo anno, e nel quarto fusti abbandonato dalla crudele madre, e in questi tempi fusti ispogliato assai del tuo avere, il quale con fatica e sollecitudine dal tuo padre fu acquistato, e nel detto anno tu fosti oppressato da infermità, la quale ultimamente ti tolse quello che meritamente ti fu da principio conceduto, e nel quinto tu fosti dato alla sollecitudine e fatica del mondo, comecchè virtuosa, cioè alla bottega, alla quale, allo imparare, alla sommissione del maestro e alle molte busse e spaventi e paure, tu per molti anni stesti in questa passione, e oltre alla detta sommissione e passione, nel sesto tu fosti raddoppiato in tre doppi delle crudeli gravezze del Comune, e da più parti, da più modi, e persone, eri indovutamente rubato nel tuo avere, e sustanzie, e nel settimo tu fosti accompagnato da’ infermità grave lunga, la quale ti tolse il tempo dilettevole della tua puerizia, l’ottavo il maestro in casa di dì, e di notte, suggetto alla sua correzione, la quale, comecché utile, ma dispiacevole all’età puerile, il nono da infermità molestato, di vajuolo per due volte oppressato, che l’ultima ti condusse ad estremità di morte, e ‘l decimo, e undecemo correndo sotto la sommissione del maestro, la quale molto più aspra, che al dì d’oggi non s’usa, mi parea che fusse, e nel dodecimo sagliendo, da corruzione d’aria assaltato, di Firenze in Romagna fui nelle ceste trasportato, e in Frullì ridotto, sotto il governo di Simone Ispini istetti non sanza gran disavvantaggio di me e de’ miei fratelli e sirocchie, e ivi infermato e gravemente da febbri assalito, più tempo istetti avvelenato e malcontento, e ultimamente guarito, e nel detto anno soprastando da morte pestilenziale ti fu tolto il secondo padre, Matteo di Moro Quaratesi, il quale te e i tuoi per suoi figliuoli riputando, con quella diligenza governava, per la quale tu perdesti la metà del tuo, e tutto ‘l suo valsente, del quale, come a figliuoli, lasciò in tutto erede, e quella redità a voi con poca difesa in tutto rubata, vi fé tristi, non tanto per la valuta di essa, quanto per la villa dilettevole, nella quale eri allevato, o ne’ tempi dilettevoli accresciuto, e dove ti solevi, come giovane, della villa dilettare, così mutando agiere contradio, ti cominciò a dispiacere, e se bene consideri, eri ne’ tempi più dilettevoli alla natura, e tenuto già in pensieri de’ tuoi fatti, tutto giorno veggendo, e sentendo andarli male, ti porgeva assai fatica d’animo, e volendo esercitarli a riparare, il non potere, e ‘l non sapere, e ‘l pur volere, ti dava molto tormento… Fra gli anni quindici infino ai venti, i’ non conobbi punto di riposo, molestato da più oltraggi, e timori, la sirocchia maggiore, e maritata, io l’ebbi a maritare; l’altra tua vesti gran prestanze, la guerra del Duca era già principiata, noi savamo oltraggiati da i parenti nostri congiunti, da’ vicini per astio; infermasti d’una maledetta infermità, durò un anno, tu venisti a noia a te medesimo, a chi ti governava, e a chi ti conosceva, e guarito di quella infermità, te ne prese un’altra peggiore, ma non da te conosciuta, e questa fu, che tu t’innamorasti troppo perfettamente di quella, che a te diè molti tormenti, e molto bene e onore ti tolse, e molto tempo per lei perdesti, e ultimamente avuta per tua isposa, come desideravi, per più pena darti, ti fu negata, e data ad altri, della qual cosa tu fusti dolente a morte, e non conoscesti ti fu ventura. E ne’ ventuno anni tu avesti a combattere colle prestanze, e nel riparare alla posta o al pagare o a’ gravamenti, o nel vendere i tuoi migliori poderi e cose, e in questo ninferno, e nel rimutare più gonfaloni e più case per vicinanze, tu se ‘nsino a trentacinque vivuto, e ancora duri la tua malaventura; tu hai perduto il tuo in Comune, tu l’hai perduto ne’ tuoi cattivi parenti, tu se’ sanza danari, sanza parenti, sanza onori di comune, tu non vedi via ad averli mai, e non hai chi te ne conforti o te n’ajuti: tu ti se’ imparentato con chi ti può nuocere, e non giovare, tu rifiutasti quelli che ti doveano giovare e onorare; del bene, che ti fu mostrato per eredità di tuo padre, tu non ne godesti mai un quattrino, tu l’avesti per tuo dolore, e non per tuo diletto; tu hai avuto a’ dì tuoi sedici infermità mortali, tu non avesti mai una buona novella, e se tu n’hai avuta niuna, che ti sia paruta buona, ella è stata per tuo dolore; la migliore ti paresse mai avere, fu quando della tua donna acquistasti il primo figliuolo, e questa t’è rinvertita nel maggiore dolore, e nel maggiore tormento, che tu avessi mai. Tu l’avesti maschio per farti bene crepare il cuore, tu l’avesti intendente, e vispo, e sano, acciocché con più pena fussi dalla perdita tormentato, tu gli volesti bene, e mai di tuo bene nol facesti contento, tu non lo trattavi come figliuolo, ma come estrano, tu non volesti dargli una ora di riposo, tu non gli mostrasti mai un buono viso, tu non lo baciasti mai una volta, che buon gli paresse, tu lo macerasti alla bottega e colle molte e spesse e aspre battiture, e ultimamente malato a morte non conoscesti dovea morire per non ti fare contento di farlo acconciare con Domeneddio, comecché picciolo e iscusato fusse, ed acciocché una parola in memoria di te, l’anima sua, ed esso la tua dovesse contentare. Tu lo vedesti morire negli scuri, aspri e crudeli tormenti, e mai gli vedesti aver requie un’ora di sedici, che gli durò l’infermità. Tu l’hai perduto, e mai più al mondo il rivedrai, per memoria di quello tu starai sempre in pena è in tormento degli altri. – E queste cose e molt’altre dolorose e cattive rappresentandomi e riducendomi a memoria, di poco meno, che per por fine a tante avversità, i’ non corsi in disperazione;, ma voltomi al Crocifisso, e a lui raccomandatomi e riguardato il suo tormento, che d’infinita afflizione fu, presi conforto.de’ miei, istimandogli niente a rispetto di quella acerba passione, e dipoi immaginai, e conobbi non era solo, ma che quasi tutti, o in un modo, o in un altro, erano passionati, il perché preso riposo nell’animo m’addormentai, e dormito per ispazio d’una ora molto fiso, e sanza alcuno impaccio, allentato il sonno in parte, credo per ispirazione d’Iddio, e de’ suoi divoti Santi Giovanni Batista, Santo Antonio,.e Santo Benedetto, e Santo Francesco, e Santa Caterina, a i quali sempre ho portata ispeziale divozione, e ne’ quai ho avuta ferma isperanza di salute, così addormentato m’apparve in visione l’infrascritte cose, cioè: e’ mi parea essere ito per prendere ispasso, e diporto a Settimello, e quivi volendo e non potendo trarmi del capo l’immagine del mio figliuolo, pure esercitandomi a ispegnerla della mente, mi parea partire dal detto luogo, e andare per lo monte verso Montemorello, e volendo coll’occhio e col pensiero e coll’atto pensare ad altre cose, e così nelle buone come nelle avverse, niente operava, ma tutto il contrario mi parea m’avvenisse, cioè, che quanto più volea dimenticare, tanto più fortemente le sue immagini, i suoi modi, le sue parole, le sue avversità, le sue fatiche, i miei rimproveri contro a lui, le mie minacce, il mio poco contentano, il mio istrarmi da esso, l’avere io preso poco o niente di consolazione in lui, o a lui poca o niente appresentatagli di me, tutte queste cose come mi occorreano alla mente, e molte più crudeli, nelle quali molto m’attristava, e andando velocemente verso il monte, né avveggendomi dell’ora o della via o dove io m’andassi per molti pensieri e rappresentazioni del mio figliuolo, andava perduto ogni vero sentimento, e qui mi ricordava quando l’ora e ‘l punto e ‘l dove e come esso da me fu ingenerato, quanta consolazione fu a me, e alla sua madre. Appresso i movimenti suoi nel ventre della madre, da me diligentemente sotto la mano considerato, aspettando con sommo desiderio la sua natività: e dipoi nato, ed essendo maschio, e intero, e bene proporzionato, quant’allegrezza, quanto gaudio me ne parve ricevere; e dipoi allevandosi di bene in meglio, tanto contentamento, tanto piacere delle sue parole puerili, piacevoli nel cospetto di tutti, amorevole verso di me padre, e della sua madre, sapute, e mirabili alla sua puerizia, e dipoi crescendo la persona, molto più lo intendimento suo, e’ sapea parlare nell’ambasciata, e sapeva bene rispondere a ciò, che era richiesto, e’ sapea leggere e scrivere doppiamente a quello si richiedea a lui, e’ sapea orare a Dio con tutte orazioni, e laudi; e così ricordandomi d’ogni atto di virtù o di bene, nel quale esso risplendea, non potendo più la carne l’amaritudine sostenere, mi parea, sendo già dilungato ben due miglia da casa, porre a sedere: e quivi piangendo, pensava alla amaritudine di sua infermità, e di tutti i dì, e ore, e punti, e dolori, e parole; e atti pietosi, e ultimamente perduto il suo vero sentimento, lume e parlare, abbandonando la pura anima quel corpicciuolo, dando a quella la paterna benedizione, e raccomandandola al vero creatore, ritorcendo la cruda morte tutti i suoi membri, addolorato di mai più vederlo, l’abbandonai, e in questi oscuri pensieri attristandomi, guardando verso Montemorello mi stava; e stando così, si divisò il mio pensiero a Dio, e considerando la vita de’ servi d’Iddio, mi venia mezzo pensiero d’ire la sera a starmi con que’ romiti abitano nel monte, e questo pensando, mi dava dolcezza alla mente, e quasi istimava andando ricevere molta consolazione la notte in quel luogo, e dipoi istimava la via lunga, l’esser già valico vespro, l’esser solo, e il paese iscuro, e in questo dal sì, e ‘l no era combattuto; ma pure l’animo era disposto a voler seguitare la buona disposizione, e così stando per ispazio di mezz’ora riguardando verso il monte, mi pareva vedere iscendere uno uccello, e venire in giù verso di me, e questo era di grandezza come uno pappagallo; le penne sue erano tutte bianchissime, e nel collo, nel petto, e nell’alie erano lustranti, e adorne di compassi d’oro, e aveva questo uccello gli occhi di colore e similitudine di fuoco, e ‘l becco parea tutto d’oro, e le gambe e i piedi erano verdissimi, e pareami che si posasse per via su uno ulivo, e ivi cantò in verso tanto dolce, e tanto soave, che parea delle cose del Paradiso, e somma allegrezza e conforto mi diè. Io era di lunga da lui una gittata di mano, e pareami essere in uno iscoperto luogo isterile, e sanza frutto. Partimi quivi, e appressandomi a lui, mi parve venire appié d’un frutto, e quivi abbracciando il pedale e stando dopo esso riguardava questo uccello, aspettando che esso s’appressasse verso me, o che esso cantasse un altro versetto, e così istando, ed e’ si partì dell’ulivo, iscendendo del monte, e posesi sopra un ginepro, cioè fra i rami nel mezzo del cesto, che era grande, e quivi saltando di ramo in ramo, mi parve beccasse tre coccole, e dipoi cantò un verso molto più ungo che ‘l primo, ma non tanto dolce, né tanto piacevole, e cantato che egli ebbe, ed io mi volli più accostare, e partendomi da questo luogo, vidi avea abbracciato un fico, e sanza aver riguardo ad alcuna cosa venni a un altro frutto, e fatto il simile aspettava di vedere e di udire più innanzi, ed ecco di verso il fossato due porci, una troia, e a piè del ginepro coperse il porco la troja, e allora ed e’ si partì dal ginepro, e venne in su un cesto di mortina che erra appié dell’albero ove era, e stato un poco guardando esso me, e’ fece un verso di grandezza quanto il primo, ma tanto quanto il primo fu dolce e soave, tanto e molto più fu questo amaro, e ispaventevole in tanto che io mi turai gli orecchi, e cantato ovvero dolorato che esso ebbe, ed e’ col becco si mordeva i piedi e quelli insanguinava, il perché io non potendo sofferire tanto martoro in lui, gli volsi le reni e dipoi nivoltomi non lo rividi più… Passando più avanti per lo monte ito già per ispazio di mezzo miglio, ed io riguardandomi d’intorno, che era già quasi notte, ed io vidi poco innanzi risplendere due lumi, che quasi pareano due stelle tanto risplendeano, il perché io mi avviai verso questo isplendore, e quanto più mi appressava tanto più d’odore e di dolcezza sentiva, e venuto dov’era questo lume, ed io m’inginocchiava, e pregava Iddio mi facesse chiaro che questo fusse, e fatto l’orazione e proposto in me seguire la via d’Iddio, giusto mio potere, mi parve qui si levasse dagli occhi un velo, il perché lo splendore fu tanto, che io abbagliai; e chiusi gli occhi, e volendo pure vedere, non potea tenergli aperti. Il perché un’altra volta di capo pregai Iddio mi facesse degno di veder questo santo lume, e allora, tramezzato a modo che un velo, vidi una donzella bianchissima, e’ suoi occhi rendeano splendore, e tenea in mano una palma, e dalla sinistra avea una ruota, colla quale mi parea avesse tutta dilacerata questa troja, la quale avea veduta, ed intorno ad essa vedea molti uccelli simili a quello, e tutti cantavano dolcissimi versi, e stando in questa dolcezza, desiderando di sapere quello che questa dimostrazione mi volesse certificare, mi parea nel cuore mio dire queste parole: Santissina Reina, come per tua benignità mi hai fatto degno vedere la eccellente gloria della tua chiara e lucida grandezza tanto soave e piena d’odore e di dolcezza, fammi partecipe di quella, intendendo parte di tanto misterio, acciocché Iddio mi corregga de’ miei peccati, usando parte delle tue infinite virtù. E questi pensieri proposti nel cuore mio vedea uno di quelli uccelli con grandissima festa farsi innanzi a questa Reina, e quasi tutta intorniandola con dolcissime boci, mi parea desiderasse, che ella il pigliasse; e poco istante questa Reina santa gli porse la mano, e questo, che parea uccello, le venne ai piedi, e divenuto ispirito, mi parea, che la sua mano se gli posasse sopra il capo. Era questo ispirito come un Angiolo bianco, e risplendea tutto a modo di raggi d’oro, e volgendosi esso verso me, mi parve mi facesse festa tutto pieno d’allegrezza, ed io assicurato, riguardando più efficacemente, perché lo splendore m’impedia, mi parve nella faccia il mio dolce figliuolo, per la salute del quale poco dinanzi faticato m’era, e per grande ismisurata letizia parea, che il cuore in corpo mi si struggesse d’abbracciarlo, e gridato forte: Figliuolo mio, Alberto mio, corsi per abbracciarlo, e facendomi più volte innanzi, non mi parei appressarmegli punto, ed esso parendo s’avvedesse, mi struggea, mi parve volesse dire: Abbiate pazienza, e non cercate lo impossibile; ed io allori soprastetti un poco sbigottito. Esso rivoltosi a quella santa, e sagratissima Vergine, quasi come se chiedesse licenza di parlarmi, ed essa acconsentito, si volse a me, e parea mi dicesse queste parole: Padre, prendete conforto ché i vostri prieghi hanno passati i Cieli, e venuti accetti dinanzi al cospetto del Nostro Signore Iddio; e per segno di ciò mi vedete qui a consolazione di voi: datevi pace, e sperate nella Divina Provvidenza, ed esso benignissimo Signore vi darà consolazione delle giuste, e oneste vostre domande; e fatto silenzio, mi parve rispondere: Figliuolo mio, ringrazia Iddio, che mi ha consolato di vederti, e in luogo di salute eterna dell’anima, e la santa e divota Vergine e Reina che da Gesù questa somma grazia m’ha impetrata, e loro priego ti diano licenza mi risponda e ammaestri alla mia domanda e a’ miei dubbi. Figliuolo, dimmi se io sono cagione d’averti tolto al mondo pe’ miei peccati, e dimmi se de’ tuoi fratelli sarò al mondo consolato, e se ispero di più averne. Ancora ti domando isperando nella virtù d’Iddio, non contraffacendo a i suoi comandamenti, se non come dipoi ti partisti da me ho fatto, se posso isperare mi presti buono istato al mondo, nell’avere e nell’onore del mio Comune; e utimamente se di questa vita mi debbo partire giovane, o vecchio; ed esso sorridendo rivolto all’uso primo a quella divota santa, rispose così: Padre del mio corpo, voi domandate assai cose, e Iddio umile e grazioso vi darà in parte contentamento al vostro conoscere; è piaciuto a Dio, per la salute dell’anima vostra, e della vostra famiglia, chiamarmi a sé. Il modo, e la forma è suta amara a tutti, e questo per lo nostro peccato. Sarà salute della vostra famiglia, e ancora di voi: pregherete Iddio vi guardi quelli avete acquistati, e voi abbiategli cari. Da Dio avete avute assai grazie, e ancora arete, se da lui le riconoscerete; se farete il contrario, egli è giusto Signore, e tenete ricevere più grazie non meritano i vostri meriti. Dimandate se partirete dal mondo giovane; o vecchio consigliovi v’ingegnate partir vecchio; e questo sia salute a voi e alla vostra famiglia, e sia piacere d’Iddio, dinanzi alla quale Maestà sempre sarò favorevole a i vostri bisogni, e della mia fedele e carnale madre. Le quali parole dette, isparì ogni visione, ed io mi destai tutto ispaventato, e in parte allegro.

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