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Girolamo Brusoni – La gondola a tre remi

SCORSA PRIMA

Era capitato a casa di Glisomiro Ariperto, un gentiluomo francese, il quale avendo consumato i piú begli anni della sua vita nel servigio di Cesare e d’altri principi della Germania, desiderava di consacrare quei pochi giorni che gli restavano alla difesa della religione cattolica militando contro i Turchi nell’armata della Repubblica di Venezia che con tanta sua gloria, e con tanta consolazione del Cristianesimo, conta, ha già tanti anni, piú vittorie che campagne sul mare. Veniva allora Ariperto da Padova, e teneva seco di camerata Guglielmo, un gentiluomo tedesco; che stato lungamente scolare in quella Università, s’era incamminato di ritorno alla patria conducendo seco per reliquia de’ suoi studi una giovanetta di buon garbo e di bello aspetto appellata Giustina servita da Cate una vecchia veneziana, che stata nel fior degli anni cortigiana di qualche grido in diversi luoghi d’Italia, divenuta locandiera in Padova, e fallita per amor d’uno scolare suo ospite, era stata raccolta da Guglielmo, come benemerita de’ suoi amori, al servigio della giovanetta; e la povera vecchia non avendo piú carne da vendere ne’ bordelli d’Italia aveva acconsentito di portar le sue ossa a fabbricar de’ zuffoli nelle stufe della Germania. Non è però che se ben fosse vecchia di quasi settant’anni non tenesse ancora umore di giovanetta, e se avesse incontrato qualche Zerbino, che non si fosse accomodata all’umor di Gabrina, perché la volpe muta bene il pelo, ma non cangia vezzo; ed è proprietà ingenita delle meretrici d’esalare prima lo spirito, che ammortire il fomento della libidine. Teneva allora Glisomiro nella sua casa Astolfo un giovine romano, che avendo per qualche tempo servito il segretario d’un principe, per sottrarsi alla sua eroica splendidezza, che non gli dava pur tanto pane, che gli bastasse a trarsi tre oncie di fame al giorno, era fuggito pur dianzi dallo Stato ecclesiastico per cercare sua ventura a Venezia con la servitú della penna, o della mestola, possedendo con qualche tintura di lettere, e buon carattere cancellaresco, e buona intelligenza di cucina, forse per avverare in se medesimo il concetto del buon Caporali, che a’ tempi moderni,

Il Segretario può far’ anche il cuoco
come comoda bestia da piú selle.

Trovatosi adunque Cate in quei pochi giorni, che si stettero Ariperto e Guglielmo appresso Glisomiro per distrigare alcune loro faccende, all’incontro d’Astolfo giovine appariscente e robusto, e datogli degli occhi addosso, sentissi tutta commuovere il sangue dell’antico affetto delle sensualità: e senza riguardo alcuno del rispetto dovuto alla casa dell’ospite, prima con sospiri accompagnati da qualche scherzo e risetto, e poscia con procurare di levargli di mano i servigi, che faceva per casa, pretese di dargli ad intendere l’occulto desiderio del suo spirito di celebrar con esso i misterj di Berecintia con Atide. Astolfo giovine di pari spiritoso e ben creato, e servo per necessità, non per nascita, conosciuto il proprio debito e verso il padrone e verso l’ospite suo, schermendosi con maniere dolcissime dalle insidie della vecchia, l’andò sempre trattenendo su le barzellette; e moriva di voglia di contar questa favola a Glisomiro; ma, o ritenuto dalla propria modestia, o impedito dagl’impacci di lui, che si stava continuamente con gli ospiti a procurare la spedizione de’ loro interessi, lasciò correre il tempo, e venne l’ora, che avendo Guglielmo sbrigate le sue faccende determinò di proseguire il suo viaggio facendo la strada della Fossetta, per la quale dalle lagune di Venezia si passa sul Trivisano, e di là per lo Friuli nella Germania. Diede però ordine Glisomiro ad Astolfo di provvederlo di gondola a quattro remi, volendo anch’esso accompagnarlo insieme con Ariperto in terraferma, e forse penetrare a certo luogo del Friuli dove si stava ritirata allora una dama, per complir con essa, e tentare una impossibilità per trarle di mano alcuni suoi libri e componimenti, perché avendo le donne imparato fino dal loro nascimento nel mondo a chiedere, e involare, non hanno però mai saputo apprendere di restituir cosa alcuna o chiesta o involata. Quello avviso fulminò la povera Cate; la quale vedutasi vicina ad abbandonare per sempre il suo diletto, data in un pianto improvviso incominciò a contar sue favole a Cillia una giovane cameriera di Glisomiro, perché si compiacesse di chiedere in grazia al padrone di non lasciarla partire con quel tedesco, senza speranza di mai piú rivedere l’amato nido, dove diceva d’aspettare una grandissima eredità, nella quale prometteva alla giovane di farla sua erede. Cillia donna semplice anzi che no, mentre stava il padrone ordinando la mensa per servigio degli ospiti e di se medesimo, si prese a fargliene motto. Rise Glisomiro di questo officio, e chiesto solamente alla giovane, se conoscesse Cate, e rispostogli di no, soggiunse:
“Non ti curare pur di conoscerla”.
Astolfo allora, preso animo ed arrossitosi ad un tratto disse:
“Signore, lasciatela andare in sua malora questa vecchia ribalda, perché non fa per voi cosí fatto scandalo in casa”.
S’avvide Glisomiro dal rossore del giovinetto, che qualche importante motivo lo spingesse a somigliante parlata; ma non voluto favellarne in presenza di Cillia, affrettò solamente agli ordini della partenza, perché ormai cadendo la sera, con un cielo che minacciava o vento o pioggia, disegnava d’essere a Mazorbo o Torcello prima delle due ore di notte; perché se la marina si fosse intorbidata, potesse trovare, senza incomodo di qualche suo amico, l’alloggio in quella parte. Cate allora veduto svanito il suo disegno, mentre i cavalieri scendono le scale con Giustina accompagnata da Cillia per montare in barca, sparí improvviso senza che nessuno s’avvedesse di questo mancamento prima d’essere tutti in gondola; che allora Guglielmo avvedutosi il primo della sua lontananza, chiese di lei. Cercata e ricercata, e per casa e per la contrada, non apparve in luogo alcuno vestigio di Cate, con sentimento acerbissimo di Giustina, che si vedeva in cosí gran bisogno lasciata sola. Poco premeva a Guglielmo la perdita di Cate, perché tenendo un servitore per se medesimo, pensava di bastare egli solo per servigio di Giustina; ben gli dava da pensare il dubbio, che non si fosse contentata la vecchia d’andarsene sola, ma s’avesse fatto la parte da se stessa del suo bagaglio prendendosi la mercede della sua servitú a discrezion ruffianesca. Data per tanto una occhiata a’ suoi bauli, né trovato mancarvi che qualche cosetta di poco rilievo, si rimise in sembiante allegro al suo luogo in barca.
Ma s’era spiccata appena la gondola dalla riva di Glisomiro, che per essere in un canale assai stretto, e quasi sempre impedito da molte barche usuali, nell’avanzarsi alla imboccatura del canalaccio della Giudecca, corse una gran borasca in mar tranquillo, che diede molto da ridere alla brigata, e la tenne per mezz’ora impacciata in quelle angustie. Aveva Astolfo lasciato la cura a Betto il padron della gondola di provvedersi di compagni da remo; tra’ quali avendo scelto un giovanotto furlano, che solito a lavorare nelle fornaci Muranesi tornava allora a rivedere la patria; un contadino da Censone, che tornava anch’esso da Venezia alla propria casa; e un tal Pappette veneziano: il furbo Pappette nell’ora che si doveva la gondola mettere in viaggio, perdutosi al magazzino a bere, e giuocar la mora, non si lasciò mai trovar da Betto: onde Guglielmo, che non voleva piú tardare il suo viaggio comandò a Ghiandone suo servidore di sottentrare, benché sapesse poco di quel mestiere, in luogo di Pappette al quarto remo. Nell’uscire adunque della gondola sul canalaccio, trovatosi quella imboccatura, e di dentro impacciata da qualche barca di traghettieri, e di fuori ingombrata da diversi barconi carichi di legname e di pietre, un granchio vecchio di sette lune sentitosi tra quelle angustie maltrattato dal remo di Ghiandone, afferratolo con le branche se’l tirò in canale, e con esso vi cadde ancora Ghiandone, che da fedel tedesco non volle abbandonare in quel pericolo il suo caro compagno. Aveva Ghiandone in quel giorno lieto e di partenza vuotato alla salute delle proprie canne piú d’otto boccali di vin furlano e vicentino: onde facendogli la testa billi billi, non prima s’avvide d’esser caduto in acqua, che ne avesse inghiottito un buon sorso; e parendogli molto salata, mentre il Moro, e Diotisalvi (il contadino, e ‘l furlano) aiutati da Astolfo il tirano fuor dell’acqua, incominciò a cinguettare fra i denti, che fosse assai meglio dell’acqua salsa il vino di Friuli.
Era già sonata l’Ave Maria, e le donnette della contrada cominciavano a portare attorno del fuoco; accorse però alcuni di loro a questo rumore, e veduto Ghiandone mezzo ancora nell’acqua in sembianza d’un pesce delle Alpi, parte ridendo, e parte compassionando la sua disgrazia si misero a gridare da indiavolate:

“O poveretto, o poveretto, aidelo, aidelo, che’l s’anniega”.

Una però di loro, che al portamento pareva una cortigianella da buon partito, non dispiacciutole il taglio di Ghiandone grande, e ben fatto, seriamente disse:

“Menelo quà da mi, che ghe xe un buon luogo da sugarlo”
Betto allora squadrata la giovanotta, disse:
“Rossa, bona notte”.
“Bona nott’ e bon anno”, disse la Rossa, “portame qualcosa dalla Fossetta”.
“Sí sí”, disse Betto, “te portarò un cocale de palúo”.

Ridevano gli altri, ma Glisomiro veduto che questo viluppo avrebbe imbrogliato il loro viaggio: perché non ci voleva manco d’un’ora ad asciugare e rivestire Ghiandone, pensava di farlo rimettere alla propria casa con ordine di trovarsi il seguente mattino con altra barca in terra ferma. Ma Ghiandone:
“Non importa”, disse, “non importa, che non sento niente d’acqua”.
E asciugatosi con le maniche della sua saltimbarca (che aveva deposta per vogare) il volto, e cacciatasela indosso, si mise a cercar del suo remo per tornare a sferzare i granchi. Ma elli se l’avevano portato via: sí che non apparendo in luogo alcuno, gli disse Glisomiro, che asciugatosi dalla Rossa tornasse alla propria casa per imbarcarsi al traghetto della Fossetta, e trovarsi in ogni maniera il seguente mattino ad aspettarli in terra ferma. Cosí mancato un remo alla gondola, né volendo perdere piú tempo a provvederne, e d’uomo che’l maneggiasse, si misero in viaggio con tre soli remi, avendo il Moro cosí buona schiena, che bastava solo per due. Pervenuta la barca dirimpetto la Piazza di San Marco, avendo i passaggieri sentito da Malamocco qualche tiro di cannone, che dava indicio della venuta, o della partenza di qualche vascello, Ariperto disse:
“Veramente ho perduto un buon incontro di partire con la flotta del Generale, ma con prima occasione voglio certamente sbrigarmi di qui per trovarmi io ancora su l’armata a tempo di vedere tutta questa campagna, che non potrà essere che memorabile, mentre i Turchi sdegnati di tante perdite armano già potentemente per mare e per terra; e l’Armata veneta innanimita da tante vittorie, e comandata da un Generale avido di battaglia vorrà illustrare con nuove prove di valore le glorie acquistate”.
“Certo, che sarebbe ormai tempo, disse Guglielmo, che i nostri Principi si svegliassero dal lungo sonno, che chiude loro gli orecchi agl’inviti della vera fama, e tiene gli animi loro ingombrati da’ vani fantasmi d’una falsa gloria; perché io non saprei vedere qual riputazione si possa acquistare dallo spargimento di fraterno sangue, e fedele, col quale si lastrica la strada al Maomettismo, al Luteranesmo, e al Calvinismo di fare i loro avvantaggi sopra le debolezze della Cristianità Cattolica”.
“E se non vi mancano (soggiunse Glisomiro) de’ principi cattolici, che si colleghino con gli eretici, e co’ Turchi, qual maraviglia, che si veda tanta confusione tra’ popoli Cristiani, che ricordevoli di quella professione, che gli rende fratelli, e coeredi d’un Regno eterno, potrebbono fabbricarsi anche nello stato temporale e caduco un regno di tranquillità e di pace stabile e vera?”.
“V’intendo, disse Ariperto; ma se la Francia tiene qualche collegazione co’ Principi e popoli protestanti; forse che la Spagna ha mancato, o manca a se medesima? E chi ha fomentati per tanto tempo, e per tante vie gli Ugonotti di Francia? E che non ha fatto per tirare lo sfortunato Re Carlo Primo d’Inghilterra ad unirsi con essa in lega contro di noi? E mancato esso con esempio inaudito di barbara ferità sotto il ceppo apprestatogli da’ propri sudditi; che cosa ha lasciato addietro, che non abbia tentato per amicarsi prima il Parlamento, e poscia il Cromuelo usurpatore, non Protettore della libertà d’Inghilterra; da’ quali riconosce ancora la ricuperazione di Doncherchen? Infino a che ha sperato d’averli seco contro la Francia non s’ha fatto punto di scrupolo di riconoscere gl’Inglesi non solamente per buoni amici e fedeli, ma per Principi sovrani, e independenti contro le ragioni legittime della Casa regnante, e sua congiunta: ora che hanno cangiato mantello, perché torna piú loro il conto l’amicizia della Francia che quella di Spagna, sono barbari, infedeli, traditori, scelerati, ateisti”.
Quí Glisomiro:
“Usciamo per grazia da cosí fatti discorsi, essendo pur troppo vero, che la moderna ragion di Stato ha chiusi gli occhi di molti, perché non riconoscano altro Dio, che quello del proprio interesse né altra religione, che quella della propria rapacità. Da ogni parte che noi ci volteremo, non ci mancherà occasione e materia di lagrime e di doglianze, non vi essendo oggidí altra guerra nel mondo, di tante che affliggono e consumano il genere umano, che meriti il titolo di giusta, che quella, che sostiene questa immortale Republica contro lo spergiuro ottomano. Guerra di religione egualmente e di stato, e causa propria di Dio, e della Chiesa: già che pretendono i nostri principi, che le guerre che essi fanno tra di loro sieno solamente di stato; benché non vi si faccia altro che dar fomento al Maomettismo, e all’eresia a depressione del Cattolicesmo. E chi pensasse, che io favellassi a caso o a passione di parzialità, e non con ingenua sincerità di spirito, dia solamente un’occhiata alla guerra e alla pace della Germania; a gli acquisti degli Olandesi, a’ progressi dello Sueco, a gli avanzamenti del Moscovita, e alla dilatazione dell’Ottomano, e poi mi dica se le guerre moderne sieno solamente di Stato, e non di religione. Eh Dio, che sono pur troppo manifesti gl’inganni, che prendono per se medesimi, e spargono a danno altrui i politici de’ nostri tempi; ma non è quello il luogo di favellarne; e andiamo a ricreazione, non alla Chiesa, o all’Accademia”.
E Guglielmo:
“Io per me credo, che il mondo cristiano non abbia mai piú patito tante calamità, e cosí universali come le prova a questi giorni. Guerre, pesti, carestie, e quello che fa orrore solamente a pensarvi, abbassamento de’ grandi e innalzamento de’ piccoli; e mutazioni di stato e di religione veramente inopinate e strane”.
“Questa è una doglianza comune di tutti i secoli e di tutti i popoli, disse Glisomiro: perché sentendo gli uomini le proprie doglie, e non le altrui, sembrano loro insopportabili anche quelle picciole disgrazie, che danno da ridere a gli altri, anzi che gli addolorino. Il mondo è sempre stato il medesimo, e come quello,

Che nelle guerre sue muore, e rinasce

prova sempre le medesime calamità con vicendevole flusso e riflusso, ora da questa, or da quella parte. Che se sia vero, che Vitia erunt donec homines; insino a che saranno uomini al mondo, vi saranno ancora delle guerre, delle pestilenze, delle carestie, e delle mutazioni di stato, e di religione, perché vi saranno de’ vizi, e delle colpe negli uomini, che chiameranno dal cielo somiglianti castighi. E benché dicesse quell’antico poeta, che il mondo

Tanto peggiora piú, quanto piú invetera,

e confermasse quel moderno

Il mondo invecchia,
E invecchiando intristisce;

io per me credo, che il mondo sia oggidí migliore di quello, che mai sia stato ne’ secoli trapassati, mentre veggio assai minori a questi tempi i castighi, di quello che si vedessero ne’ secoli trapassati. Guardate per poco le istorie sacre e le profane; e v’assicuro, che non troverete oggidí nel mondo di quegli scandali, e di quelle barbarie, che vi troviamo dal suo nascimento sino al quintodecimo secolo dopo la redenzione del genere umano. Che se dasse qualche fastidio il vedere tante nazioni del Cristianesimo, o per violenza oppresse dalla tirannide turchesca, o di propria volontà tiranneggiate dalla barbarie dell’eresia; ha saputo ancor la divina Provvidenza risarcire abbondevolmente questi danni d’Europa, con gli acquisti che ha fatti la Chiesa nelle regioni vastissime dell’America, e nelle coste quasi infinite dell’Africa, e dell’Asia, con tante isole nell’oceano, che ignote già al nostro mondo, riconoscono di presente il giogo soavissimo della legge cristiana e cattolica; come che pure non abbia mancato di spargere in molti luoghi dell’India orientale e del Brasile il suo pestifero veleno la infame setta di Calvino ormai degenerante in un manifesto ateismo”.
Quí Giustina con moto improvviso, e proprio di femmina che apprende le cose passate come presenti, disse:
“Signori, mentre stava ieri in casa soletta con Cillia e Cate, sentii dalle finestre un giovine venuto dall’armata, il quale raccontava a quel vicinato con tanta grazia i successi della battaglia navale, nella quale è morto il general Marcello, che mi tirò piú volte le lagrime negli occhi e di cordoglio e di gioia. Cillia ancora mi recitò con questa occasione alcuni versi scritti da Glisomiro sopra questa morte, che mi piacquero in estremo, benché poco m’intenda di queste cose”.
Guglielmo allora:
“E non potrò io ancora ricevere l’onor di sentirli, e di portarli anche meco nella Germania, dove è già buona pezza che risuona il nome e risplende la gloria di quel gran capitano?”.
Glisomiro disse allora ad Astolfo, che se li teneva a memoria glieli recitasse; e’l giovine con grato gesto e voce prese soavemente a dire.

Per la morte gloriosissima
DI LORENZO MARCELLO
Gapitan General Da Mare,

Nella vittoria ottenuta contro i Turchi
dall’Armata Veneta alla foce
de i Dardanelli.

E quí si piange ancora? Ah che di pianto
omai tempo non è, tempo è di riso.
Tuono ferisca il ciel di lieto canto
per l’Eroe vincitor da noi diviso.
Già Lorenzo non muor, se’l lume santo
trapassa a vagheggiar del Paradiso.
Né può morir chi da celeste zelo
rapto morendo al suoi s’avviva in cielo.
Vive Lorenzo in cielo, e vive in terra:
con lo spirto lassú, quí con la gloria.
Lassú gode la pace or di sua guerra,
quí lascia al mondo un’immortal memoria.
Se picciol’ urna il nobil corpo serra
vola per l’universo alta vittoria,
che su la morte sua fatta vitale
in ciel d’eternità dibatte l’ale.
Già non è questo il primo dí, che avventi
contro il mostro Ottoman fulminei strali,
vibrò lunga stagion folgori ardenti,
e sempre il caricò d’oltraggi, e mali.
Ditel dell’Asia, o voi, barbare genti,
quai provaste da lui colpi fatali:
se l’Egeo rosseggiar di sangue infido,
e d’ossa biancheggiar vedeste il lido.
Dovunque egli drizzò d’Adria le vele
di pacifico mar figlio guerriero,
piegò l’orgoglio suo l’Egeo crudele,
e gli spianò d’onor largo sentiero.
Ma s’ei lo corse ognor dritto, e fedele,
corre la fama or l’universo intiero,
e divulga di lui verace lingua,
ciò che ammiri ogni età, nulla l’estingua.
Allor che del Senato al regio invito
prese dell’armi il general comando,
e l’ancore sciogliea dal patrio lito
ogni cosa mortal lasciata in bando;
sciolse da’ labbri, e piú dal core ardito
concetto di se degno, e memorando.
“Pugnerò certo, e pugnerò qual forte,
e troverò sul mar vittoria, o morte”.
Il disse, il fece. Egli pugnò qual duce,
e saggio e forte e generoso e pio.
Pugnò, vinse, e morí; l’ultima luce
sacrò col sangue alla sua Patria, a Dio.
Or nuova stella in ciel scintilla, e luce
di rai divini; e d’emulo desio
per la gloria cercar tra l’armi, e l’onde
nobili influssi a’ nostri cori infonde.
Ecco là dove al fulminar tremendo
de’ veneti metalli il Turco atroce
lasciò l’armi e la vita, o pur fuggendo
scampo trovò nell’Abidena foce;
il corso da lui preso ancor seguendo
spiega Vittoria al ciel purpurea Croce,
e l’alato Leon sul fatal lido
de le Sporadi sue ripianta il nido.
Già già l’alta rapina il fiero mostro
vome dall’empio sen, già l’aurea Creta
allo strazio mortal del crudo rostro
s’invola, e scopre al suo languir la meta.
Già s’avvicina il dí, che’l Ciel dimostro
ha nell’alta caligine segreta
de’ libri delle stelle, ove destina
all’Osmanica gente aspra mina.
Tempo verrà, presto verrà, che paghi
il crudo Osman di tante colpe il fio;
s’egli versò di nobil sangue i laghi,
verserà bestemmiando il sangue rio;
se sfamò di dominio i desir vaghi
in desertar regni fedeli a Dio;
di miserie e d’obbrobri ebro e satollo
darà dal soglio suo l’ultimo crollo.
Diè la corda d’un arco atroce sorte
all’empio autor del tradimento infame;
e col suo fine orrendo aprí la morte
fiero teatro a satollar sua fame.
Corre ognor di Bisanzio in su le porte
spietata Erinni a divorar lo stame,
della vita degli empi, e senza tregua
a’ vili capi i piú superbi adegua.
O spergiuro Ibraino, o voi di lui
falsi consorti e perfidi seguaci,
che portaste ingannando a’ regni altrui
d’una guerra esecrable le faci;
dove siete? che fate? ed esso, e vui,
e Giannizzeri crudi, e Spahi rapaci,
e Sultane, e Visiri in tristo gioco
tutti per mar di sangue andaste al foco.
Apprendete giustizia empi regnanti
senza onor, senza legge, e senza fede.
Machine di Babel, folli Giganti
il fulmine del Ciel travolve, e fiede.
Alla destra divina elmi, e turbanti
son piume al vento; e dolorose prede
(dillo Sultano altier, Bassà superbo)
fa di scettri e corone il Fato acerbo.
Mirate omai delle vostre armi ingiuste
dissipato il furor, spento l’orgoglio.
Dell’Ellesponto infra le foci anguste
s’apre un abisso a voi d’alto cordoglio.
Del Veneto Leon quí l’armi giuste
piantar di fede, e di valore un scoglio,
dove ogni anno rompendo i vostri legni
naufraghi di Turchia piangono i regni.
Morosini, Grimani. e Badoeri,
e Bembi, e Mocenighi, e Riva, e cento
figli dell’Adria in un pietosi, e fieri
portano a i vostri cor doglia, e spavento;
per segnarne d’onor nuovi sentieri
con noi milita il Ciel, combatte il vento;
e se fu sovra il Mar vostro flagello,
un fulmine dal ciel sarà il Marcello.

Benché avesse terminata la sua recita Astolfo, tenevano tuttavia gli ascoltanti un alto silenzio, quasi astratti nella contemplazione delle grazie divine, mentre si veggono rinovellate le maraviglie antiche, e del popolo Israelitico, e de’ principi Cattolici, che con poca gente e con piccole armate hanno sconfitto e distrutto eserciti e armate numerosissime de’ maggiori e piú fieri tiranni, e popoli dell’universo.
“O Dio (esclamò finalmente Guglielmo) voi ben ci volete castigati, ma non desolati? Va pure perfido Ibraino, rompi la fede solennemente giurata, e con tradimento detestabile porta la guerra a chi prometti la pace; che, e con la tua propria morte orribile e mostruosa, e con l’esterminio e la desolazione de’ tuoi popoli e stati pagherai le pene di tanta perfidia, e iniquità. Ma voi campioni gloriosissimi, e della fede, e della patria, e della cristianità, che già godete il frutto delle vostre militari fatiche nella pace sempiterna del cielo, spirate di lassú ancora l’aura del vostro favore; e combattete con la protezione e con le preghiere, come quí faceste con l’ingegno e con l’armi a sollievo della Cristianità cattolica e ad annichilamento della barbarie turchesca; a grandezza della vostra inclita patria, e a depressione de’ suoi nemici”.
Mentre cosí parlava Guglielmo, visita la gondola nell’aperto della marina, rappresentossi alla vista de’ passeggieri un’apparenza di numerosa armata per lo grande assembramento di barche d’ogni sorte, che si stavano schierate nel canal de’ Marani per la solita quarantena come spiccate da’ luoghi sospetti del presente contagio, che travaglia, e conturba l’Italia. Onde prese a dir Betto ad alta voce:
“E questa ancora mancava alle nostre miserie, che si chiudessero i passi”.
E Glisomiro:
“La lingua corre dove il dente duole. Costui non sente ribrezzo della peste, che affligge e distrugge tanti popoli e stati, e si lagna che sian chiusi i passi, perché non può far contrabbandi senza pericolo della testa”.
“È difetto comune dell’umanità, disse Ariperto, di non sentire che le proprie doglie, e di ridersi delle altrui disgrazie. E che se ne dice di questo benedetto contagio, che dopo avere distrutto Napoli, mostra di voler flagellare e Roma e Genova, e tante altre città, e provincie d’Italia?”.
“Una volta (rispose Glisomiro) mi dilettava anche io di raccogliere le novità del mondo; or son passati quegli anni e quei pensieri, e lascio questa cura a chi se la vuole, parendomi una bella cosa il vivere a se stesso, e spacciare il soldo per ventiquattro danari. Gli uomini dabbene attribuiscono questo flagello a’ nostri peccati; i politici ne incolpano gli Spagnuoli per quello che sapete che è succeduto a Napoli, donde è passato con alcune carrozze, pur di Spagnuoli, entratevi di nascosto, in Roma; e gli astrologhi ne rivoltano la colpa a gl’influssi delle stelle, che avendo già percosse con questa sferza le regioni superiori d’Italia, ora ne flagellino le provincie inferiori. Ma proceda donde si voglia questa infezione, certo è che il male è piú grave di quello che non sembra, e che si vada dilatando a guisa di mortifera cancrena, senza che vi si trovi scampo o rimedio; perché questi sono di quei flagelli incomprensibili, che superano ogni intelligenza, e rendono vana ogni industria umana, e allora solamente finiscono, che placata la giustizia divina comanda all’Angelo percussore di rimettere nel fodero la spada dell’ira sua vendicatrice”.
Mentre Glisomiro cosí ragiona incontrossi questa gondola in un’altra barca di passeggieri, un de’ quali riconosciuto il cavaliere alla voce, gridò:
“Servidore, Glisomiro, servidore”.
Il cavaliere riconosciuto anche esso il passeggiere, voleva rispondere alla sua chiamata; ma Panfilo fatto approdar le barche, e uscito fuori del felze, complí brevemente con esso invitandolo per poco nella sua gondola, con assicurarlo che non averebbe impedito punto il suo viaggio. Anzi che sarebbe stato forse di suo servigio, che tornasse con esso a Mazorbo, perché incominciata una lenta pioggia con vento, che minacciava un diluvio d’acqua in su la mezza notte, tenendo esso le chiavi della casa d’un cavalier suo amico averebbe potuto alloggiarvelo con la sua compagnia, quando avesse voluto fermarsi. Tenuto l’invito e chiesto licenza alla sua compagnia, s’assise con l’amico nel luogo superior della barca, restando le bandette occupate da quattro persone incognite, perché non solamente erano travestite, come Panfilo ancora, da pescatori, ma portando il volto chiuso da una forma di cappello, chiamato vulgarmente bauta, si rendevano inosservabili con tirarsene un’ala sotto il mento. Trattoli allora Panfilo all’orecchio del cavaliere, pianamente disse.
“Amico, finalmente l’ho fatta veramente da sciocco la mia pazzia”.
“Basta, basta, disse Glisomiro. T’intendo amico”.

Tal presagio di te tua vista dava.

“Non si può far altro, rispose Panfilo. Ognuno corre la sua lancia una volta nel corso della sua vita. Già fai ciò, che diceva quel Cesare, che tutti gli uomini fanno il loro settenario di pazzia; e se durante questo spazio, facciano qualche opera di saviezza, tornino a incominciar il lor settenario”. E Glisomiro:
“Tieni forse quí teco Domitilla?”. “Maisí, disse Panfilo. Non avendo mai potuto ottenere da giovine la grazia della madre (benché sommamente l’amassi) a tua cagione, l’influsso del mio destino m’ha portato a perdermi nell’amor della figlia contro le tue rimostranze”.
“Ma come hai tu fatto (disse Glisomiro) a levarla di casa, e dalla custodia della zia?”.
“Dirolti, rispose Panfilo, ma ora ti basti di sapere che qui tengo ancora Drusilla”. Sospirò Glisomiro, e disse:
“Questo è troppo, caro amico. Bastava Domitilla: ma insomma i mali son come le ciriegie, uno ne tira cento. Or se farai a mio senno la rimetterai donde è venuta; che non fa per te questo scandalo fra’ piedi”. Sedeva appunto questa dama appresso Glisomiro, e cosí da vicino per l’angustia della barca, che si toccavano insieme con le ginocchia; onde penetrato qualche cosa (ché lo strepito della pioggia, e de’ remi, e la bassezza del suono de’ ragionanti non permettevano che si raccogliessero tutte le parole) di questa pratica; posta cosí allo scuro la sua mano destra sopra la sinistra di lui, sospirando disse:
“Adagio, Signore cavaliere, che i meriti, che tengo con la vostra persona, non vi deono permettermi di trattarmi da nemica”.
Sospirò nuovamente Glisomiro, e disse:
“Signora, benché sieno passati quei tempi e quei pensieri, e che il mio fuoco si giaccia estinto nelle ceneri d’Isabella; non è però, che non mi confessi altamente obbligato alla vostra gentilezza. Né in altra miglior maniera posso corrispondere agli oblighi, che vi professo, fuor che rimettendovi su la strada, dalla quale v’ha la vostra fortuna per mio cordoglio allontanata”.
“Parliamo d’altro, disse Drusilla. Il colpo è fatto”. E cosí dicendo strinse la mano del Cavaliere, e gli presse dolcemente un piede.
Cresceva intanto la pioggia e si rinforzava il vento, comandò pertanto Panfilo a’ suoi gondolieri di tenere drittamente la strada di Mazorbo per tornare là donde era pur dianzi partito. Onde pervenuti in breve spazio d’ora alla riva di quella casa vi smontarono insieme con la compagnia di Glisomiro; il quale servita per convenienza Drusilla, nel salir delle scale, ella gli disse brevemente all’orecchio:
“Signor Cavaliere, se mai amaste Isabella lasciatemi in pace, e compatitemi; perché v’assicuro, che mi gitterò piú tosto in canale, che mai tornare in quella casa donde sono uscita. Mio pensiero veramente non era che di starmi apresso Domitilla e correre con essa ogni fortuna; ma poichè la mia buona sorte mi ha portata nelle vostre mani, ricordatevi, che un amor di tanti anni non merita ricompensa di disprezzi”.
Non rispose il cavaliere, perché intanto pervenuti nella sala di quella abitazione, dove non ebbero incontro che due ortolani marito e moglie, che in assenza del padrone la custodivano, Panfilo dettò loro, e a Perino suo servitore, che si prendessero cura della compagnia di Glisomiro per alloggiarla, si trasse con esso Domitilla, Drusilla e Vittorio un cavaliere suo compagno in una camera, dove serratosi, e fatto scoprir le dame e il cavaliere, parlò in questa guisa:
“Eccovi, Glisomiro, disvelata la scena de’ miei deliri, e de’ miei pericoli. So che siete prudente e che m’amate. Per le cose fatte non c’è piú rimedio. Per lo presente pericolo ho bisogno del vostro consiglio, e del vostro indirizzo, perché essendo voi passato per tante avventure d’arme e d’amore, mi confido che non mi lascerete precipitare”.
Glisomiro atteso poco quello che gli dicesse Panfilo, fissi gli occhi nel volto di Domitilla, sospirando disse:
“O Isabella pur ti veggio resuscitata? Ah Domitilla, e sei tu colei, ch’io tenni tante volte da fanciulletta in braccio? Sí che sei tu quella: che gli occhi e le fattezze d’Isabella, che in te fiammeggiano e si rinnovano, non sanno mentire; ma io non sono già piú Glisomiro quanto cangiato, oimè, da quel di pria dagli anni, e dalle disgrazie! Pure eccomi qual sempre fui per servire gli amici, e ricordevole degli obblighi eterni, che professo ad Isabella. In quanto alla mia compagnia, noi possiamo fidarci ad ogni conto di loro. Guglielmo se n’anderà col buon tempo per la sua strada con la sua donna. Ariperto è un cavaliere, che da leal francese metterebbe prima mille volte la vita a sbaraglio, che mai tradirci. Del mio cameriere posso fidarmi a spada tratta, perché né conosce nessuno, e da nessuno è conosciuto in questo paese. Quello però, che ci resta da fare è d’assicurarci della fede di questi ortolani col passare, subito cessata la pioggia, in terra ferma; e intanto non si lascino parlare con persona del mondo. Con gli altri diremo, che Domitilla sia sorella di Vittorio, e moglie di Panfilo; e perché possa tenere apparenza di sposa, non di citella, prendete (e sel trasse di dito) questo anello, e sposatela, per quanto si può fra di noi; che come saremo in terra ferma satisferemo a tutte le convenienze della religione e dell’onore. D’abito si provvederà per ora con uno di quelli di Giustina; con la quale non dobbiamo sdegnarci di conversare; perché oltre alla necessità, che può dispensare ogni inconvenienza che vi cadesse, ella è una compita e virtuosa giovanetta, ed essendo capitata pulcella in poter di Guglielmo, io tengo da lui parola, che la conversa e tratta con riverenza di moglie. Drusilla passerà con titolo di mia dama, e mi dà l’animo di trasformarla in guisa, che persona del mondo non la conosca. Appresso di voi, Panfilo, ella non si fermerebbe che a vostro pericolo, e con suo discapito; e Vittorio so che non vuole questo impaccio, essendo provveduto di dama, o di moglie, ch’ella si sia, e avendo da contrastare per altro che per dame co’ suoi fratelli. Io che son solo, m’addosserò per amor d’Isabella, di Domitilla e di Panfilo questo peso”.
Acclamarono i cavalieri e le dame a questa parlata; e Drusilla in particolare chiamossene molto contenta; e cosí appunto fu fatto come divisò Glisomiro. Il quale intanto che Panfilo ordina insieme con Astolfo e Perino la cena, e le dame con l’aiuto di Giustina e dell’ortolana si trasformano d’abiti e di sembianti, volle intendere da Vittorio, come fosse passato questo affare di Domitilla con Panfilo. L’aveva il cavaliere chesta in moglie al padre suo, il quale negatagliele con brusca maniera, ed amandosi i giovini tra di loro avevano col mezzo di Drusilla tramata questa fuga, che successe a gravissimo rischio della giovanetta. Perché avendola Drusilla calata da una finestra sovra canale, rottasi la scala di corda cadde in braccio a Panfilo, rotolando ambedue nell’acqua a rischio di restarvi annegati, se Vittorio e Perino non gli avessero prestamente soccorsi. Dopo Domitilla volle scendere anche Drusilla in barca per andarsene seco, e non restarsi a rendere conto a’ suoi parenti di questa fuga da essa forse per proprio interesse piú che per satisfazione de’ giovini procurata. Ma non avendo chi la calasse in barca, e non vi essendo tempo né modo da racconciar la scala, convenne giocarvi di testa. Legati adunque strettamente insieme due remi, gli approssimarono alla finestra, e per insegnamento di Vittorio, legatavisi lentamente attraverso la dama si mise a volar senz’ali per quella strada. Fu sua ventura, che le tenebre della notte (perché la notte addietro avevano praticata questa favola da romanzi) la nascondessero il suo pericolo, e che la voglia di fuggire da quella casa l’acciecasse; ma non però fece questo passaggio senza disastro; perché giunta a quel luogo, dove stavano legati insieme i remi, non potuto sdrucciolar’ a basso, voltò la testa in giú, e vi rimase appiccata con le gambe. Fu maggior la paura che il danno, perché Panfilo, Vittorio e Perino allontanando lentamente i remi dalla muraglia, e allargando dalla riva la barca, ve la tirarono dentro a salvamento. Fatto il colpo si ritrassero per maggior sicurezza a Mazorbo in casa d’un cavaliere amico di Panfilo, donde partiti la medesima sera s’erano incamminati verso Venezia per nascondersi in cosí grande boscaglia alle osservazioni degl’interessati, e de’ nemici. Ma incontrato Glisomiro, e riconosciuto da Panfilo suo amico di molti anni, e già gran servidore d’Isabella la madre di Domitilla, vollero consultar con esso somigliante affare; e’l cavaliere trovatosi con questo impaccio di Drusilla a’ piedi, non volle lasciarsi fuggir l’occasione di pagarle con nuovi servigi qualche obbligo antico. Erano Panfilo e Vittorio cavalieri virtuosissimi, ed allevati fra gli studi e le accademie; Domitilla altresí era stata nobilmente nudrita, e con qualche tintura di lettere e di musica appresso alcune dame sue parenti, e Giustina nata e allevata fra gli scolari di Padova teneva qualche gusto (gusto proprio di femmina) della lezion de’ romanzi, e de’ poemi vulgari, onde anche nel favellare domestico usava de’ tratti d’erudizione non ordinaria. Trovatisi adunque a cena tutti e sette Panfilo, Vittorio, Glisomiro, Ariperto, Guglielmo, Drusilla, Domitilla e Giustina; e diportandovisi con molta grazia e vivacità Giustina prese a dire soavemente Drusilla:
“Insomma voi altre dame di terraferma siete formate all’aria della grazia, e della vivezza, e portate i diavoletti negli occhi”.
“E voi, Signora, rispose Giustina, tenete gli angeli in bocca”. E poi voltasi a scherzare sovra uno scherzo di Glisomiro, che aveva chiamati occhi di gatta gli occhi bianchi dell’ortolana, che gli serviva con Astolfo e Perino a tavola, soggiunse:
“Ma se io ancora ho gli occhi di gatta, lascio portare i diavoli negli occhi a Glisomiro”.
“E come entra qui Glisomiro?”, disse Drusilla. E Giustina:
“Troppo v’entra egli. E che altro sono quei suoi occhi negrissimi e sfavillanti, che una vera immagine d’Inferno?”.
“V’ingannate, signora, disse Vittorio, perché il fuoco dell’Inferno non luce, dove gli occhi di Glisomiro, sono splendidi, e fiammanti. Quello adunque abbrucia, e non fiammeggia, e questi sfavillano, e abbruciano insieme”.
“Cappita, disse Giustina, egli s’ha trovato un buon avvocato Glisomiro stanotte. Ma io, signore, ho parlato per similitudine non per proprietà; e però non mi sono punto ingannata; come ne meno ingannossi quel buon vecchio del cavalier Casoni, quando lodando gli occhi di graziosa e leggiadrissima dama cantò

Negri luci infocate,
soavissimo Inferno
dell’alme innamorate,
fra l’ombre e’l foco eterno
ch’arde in voi mi tenete
arso in tormento di perpetua sete.

Né s’ingannò parimente il dolcissimo Ongaro mio paesano allora, che mise in bocca del pescator Glicone quelle belle parole, che serviranno anche per difesa de’ miei occhi di gatta dicendo alla bella Tirena,

Ho gli occhi bianchi, è vero, ma non sai,
che’l bianco al giorno e al cielo s’assomiglia,
come il nero alla notte ed all’Inferno?

E piú chiaramente ancora a mio proposito cantò divinamente nel suo materno linguaggio quel vostro famoso cigno nella sua eccellente Strazzosa.

Cerché donne d’aver laghi de pianti,
refoli de sospiri,
e sempre inanti eserciti d’amanti.
Formè novi martiri,
nudrivve cento diavoli in ti occhi,
che tenta i cuor contriti.

Sono adunque un inferno gli occhi di Glisomiro, e vi porta dentro i diavoletti degli spiriti, che fanno preda dell’anime, le legano, e le dannano al penace fuoco d’amore”.
“Sí che con la vostra autorità, soggiunse Vittorio, si potrebbe scusare il Petrarca là dove disse:

Che i bei vostri occhi donna mi legaro,

quasi che egli trattasse da diavoletti, non da sbirri gli occhi di Laura, come dicono quelli, che riprendono quell’eccellente poeta perché dasse la virtú di legare a gli occhi”.
Taceva Giustina: onde prese a dir Glisomiro: “Quelli che biasimano il divino Petrarca sono ignoranti, che non l’intendono; perché allora, ch’egli scrivendo alla sua Laura il principio del suo innamoramento disse,

Quando io fui preso, e non me ne guardai,
che i bei vostri occhi, donna mi legaro,

egli volle darle ad intendere, che i suoi sguardi l’avevano affascinato, e ben sapete che il fascino amoroso viene propriamente appellato ligamento delle potenze dell’anima. Quinci presso Eliodoro nel secondo delle cose d’Etiopia Calasiride favellando di Roclope donna bellissima afferma, che non era possibile, che chiunque in lei s’abbattesse non restasse preso: cosí inevitabile e insuperabile affascinamento traeva dagli occhi suoi. E però cosí sovente si leggono i componimenti degli amorosi poeti pieni di prigioni, di funi, di catene e di lacci. Onde il nobilissimo Tasso descrivendo con pensieri veramente divini Amore, come in suo Regno assiso

nel seren di due luci altere ed alme,

dolcissimamente conchiuse:

cosí adivien, che nell’altrui vittoria
canti mia servitute, e i lacci miei,

E forse volle dire il medesimo il dilicato Properzio allora, che dettò il primo verso de’ suoi amorosi poemi con quel leggiadro concetto

Cinthia prima suis miserum me coepit ocellis.

A cui imitazione disse qui il nostro poeta

quando fui preso, e non tue ne guardai,
che i bei vostri occhi donna mi legaro.

Che se ti dà la virtú di legare alla voce, che altro non è, che un suono volante, onde ebbe a dire il medesimo Tasso favellando d’Armida, e togliendolo di bocca al medesimo Petrarca, che disse prima lo stesso della sua Laura:

Sí che i pensati inganni alfine spiega
in suon che di dolcezza i sensi lega;

non avevano possanza di legare anche gli occhi veri seggi dell’anima, e per mezzo de’ quali manda il cuore i suoi spiriti ammalianti, non solamente in forma di strali e di fiamme, ma di catene e di lacci a infiammare e ferire, a prendere, e a legare l’anime piú schife, e ritrose di mettere il piede su l’amorosa pania?”.
“Benissimo, disse Vittorio, e a vostro favore scrisse anche il Tasso lodando il canto della sua principessa,

Queste note son nodi
che mi fa la mia donna attorno al core.

Ma non so se abbiate osservato i versi, che seguitano dietro a quelli, che avete recitati dal Petrarca:

Tempo non mi parea di far riparo
contro i colpi d’amor.

Parla prima di legare, e poi di colpire. E che hanno che fare i legami con i colpi?”.
Quí Glisomiro: “Vi ricorda di quegli antichi gladiatori, di quegli uomini pazzi, che per altrui piacere uccidevano se medesimi? Certo che ne averete veduto ancora i ritratti, se non altrove, ne’ Saturnali di Giusto Lipsio. Fra questi si contavano i reziarj cosí chiamati perché combattevano con una rete; e un di costoro mi sovviene d’avere osservato, che gittando la sua rete in capo all’avversario, il fa prigione, e l’uccide. Or ditemi in grazia, questa maniera di presa non era insieme colpo e ligamento?”.
“Maissí”, disse Vittorio. “Anche il divino Petrarca, soggiunse Glisomiro, fu in un medesimo tempo legato dal fascino, e colpito dalla saetta d’Amore; e però in dimostrazione d’essere stato doppiamente sforzato ad amarla, conchiuse senza alcuna contradizione quel gentil sonetto dicendo

Però a parer mio non gli fu onore
ferir me di saetta in quello stato,
e a voi armata non mostrar pur l’arco.

Volendo oltreacciò dare ad intendere all’amata donna, che non vantandosi d’aver occhi possenti d’ammaliarla, si sarebbe contentato, che Amor l’avesse solamente ferita per trarle dal cuore qualche senso di pietà, e qualche lagrima di compassione per non lasciarlo sempre penare nel fuoco de’ desiderj senza refrigerio alcuno almeno di grazia se non di corrispondenza”.
“Nobilmente, disse Vittorio, difendete voi il divino Petrarca, credo io però, che se Amore avesse da diventar gladiatore sarebbe piuttosto andabata, che reziario, dando egli i colpi alla cieca, e alla disperata senza guardare in faccia a nessuno”.
“Amore, disse Glisomiro, non è punto cieco, come se’l sognano le menti vulgari; ma porta gli occhj (come disse appresso Mosco sua madre) spiritosi e fiammanti. E’l conferma pur la medesima appresso il Tasso dicendo

Gli occhi infiammati, e pieni
d’un ingannevol riso,
volge sovente in biechi, e pur sott’occhio
quasi di furto mira,
né mai con dritto guardo i lumi gira.

E dicavelo per tutt’altri il salvatico Cimone diventato ad una sola vista d’Iffigenia d’animale indocile esquisitissimo giudice di bellezza: ma ben talora per dimostrare la sua possanza e i suoi artificj ministeri, rende l’uom cieco

con due luci serene, e sfavillanti.

Anzi non è al mondo arte o mestiere alcuno, che in virtú di due begli occhj non sappia fare Amore”.
Qui taciuto Glisomiro, e chiesto da bere, disse Drusilla: “Parmi di diventar giovanetta, e d’ascoltar Glisomiro allora giovinetto anch’esso a discorrere amorosamente con Isabella, Astiliana, Arezia, Celinda, e altre dame; se bene a dire il vero, egli mi pare dopo tanti anni piú fresco e ritondo, che non era nel piú bel fiore della sua giovinezza”.
“Non è maraviglia, disse Panfilo, perché allora l’amor d’Isabella, e forse di qualche altra sua dama il consumavano in un fuoco di pari tormentoso, e vano; ora, che con gli anni ha cangiato opinione, e sa amar per godere, non per penare, pare a me ancora che sia ringiovinito, e che unisca alla matura estate degli anni la primavera d’un giovinil portamento”.
“Veramente non posso negare, disse Glisomiro, che l’amor d’Isabella non mi fosse piú di pena che di gioia, e che la terra non copra un grande incendio del mio cuore: dove se risplendesse ancora sovra la terra il sole della sua bellezza già intiepidito dagli anni, forse che sarebbe di presente il mio amore piú di gioia, che di pena”.
Qui Drusilla: “E che cosa è avvenuto di quel traditore, che acusatovi di pretensioni illegittime a Lelio, pretese di farvi levare dal mondo con tanta sua infamia? Poco è, che mi fu detto, ch’egli fosse nuovamente comparso in queste parti, e praticasse domesticamente con voi con tanto mio rammarico, che se avessi saputo in qual maniera farvi penetrare i miei sensi, v’averei pregato per la memoria d’Isabella ad astenervi da una conversazione tanto pericolosa. E bisogna che sappiate quello che non volle mai confessarvi Isabella, ch’ella ancora corresse pericolo di restar trucidata dal marito per le imposture di quello infame assassino; se la sua propria innocenza, e i buoni officj di Scipione non l’avessero salvata dall’ira sua”.
Sospirò Glisomiro, e soggiunse Domitilla: “Dite ancora, signora zia, che salvasse la signora madre in cosí evidente pericolo la discoperta che fece della ingenuità di Glisomiro, poiché avendo trovate negli scrigni d’Isabella le sue lettere, ne ritrasse e la purità del suo amore e la sua generosità in aver procurato a proprio rischio, non di macchiare, ma di salvare dall’altrui macchia il suo onore”.
“Parliamo per grazia d’altro, disse Glisomiro. Se la bellezza d’Isabella teneva del celeste non poteva destare in un cuor generoso, che affetti divini; né senza cosí spesse nuvole di malignità si sarebbe scoperto cosí chiaro il lume della sua integrità. Amò Isabella, ma non si scordò d’essere Isabella. Amò per gentilezza, non per amore; e se con qualche eccesso, fu cortesia d’anima generosa che volle appagarsi delle debolezze d’un’anima onestamente innamorata della sua incomparabile bellezza”.
Mentre cosí ragiona Glisomiro sentissi strepito grande alla porta di quella casa, e Panfilo a questo suono saltò subitamente da tavola, e secco si levarono tutti gli altri con qualche ribrezzo. Ma Glisomiro fermato il cavaliere disse:
“Io l’immaginava, che essendo tu stato qui tutt’oggi con la tua barca, se vi fossi ritornato ti sarebbe incontrato qualche disastro. Ma non dubitare. Ritirati con queste dame in qualche luogo piú nascosto della casa, e lascia a noi la cura di scacciare questo turbine dalla tua testa”. Cosí detto, e dato spazio al cavaliere di ritirarsi, perché pareva, che quella casa alle percosse della porta dovesse andare a terra, avvicinatosi a una finestra chiese che si ricercasse a quell’ora, e con tanto strepito in casa d’un senatore. Rispose un di coloro che s’aprisse la porta alla corte, che teneva ordine da chi poteva darlo di visitar quella casa, altramente l’averebbe atterrata. Cadeva un diluvio d’acqua nel seno d’un’oscurissima notte, onde assicurassi Glisomiro di portar la testa fuori d’una finestra per osservare fra quelle tenebre il portamento di quella gente; e non veduto lume alcuno, né parutogli di vedere, che cinque, o sei persone, s’avvisò, che non fosse altramente la Corte di Venezia, ma una masnada piú tosto di ladri, o d’assassini, che o per rubar la casa presunta senza padrone, o per assassinar Panfilo scoperto rapitore di Domitilla, fosse comparsa in quella parte. Nell’uno e nell’altro caso bisognava armarsi d’una valida resistenza, non d’una pronta obbedienza. Aperto adunque il suo pensiero agli amici, pareva un momento mill’anni ad Ariperto di saltare giú dalle scale per affrontarsi con quella incognita squadra; ma Glisomiro:
“Quí, disse, sarebbe una pazzia l’arrischiare la vita e la riputazione con gente sconosciuta, e che in portamento di traditori mostra d’andare apparecchiata ad ogni incontro d’avversa fortuna”.
Chiamato però Astolfo gli comandò di trarre da un suo bauletto, una picciola granata di maravigliosa struttura, ma d’evidente pericolo a chi la maneggiava, e di certa ruina chi se ne trovasse percosso. Datole adunque fuoco con un poco d’esca corse ad una finestra sopra la porta, e lasciatala cader fra coloro, parve un fulmine, che cadesse dal cielo al baleno, allo scoppio e al danno, che se ne vide, se ne udí, e ne fece. Fu però ventura degl’incogniti, che nello scoppiare portasse l’empito maggiore della sua violenza nell’acqua, dove rimase subitamente estinto cosí pericoloso incendio. Fuggirono tre di costoro; uno rimase atterrato, e ferito, e un altro andò a cader tramortito nella gondola a tre remi legata a quella riva. Fatto il colpo, Glisomiro insieme con gli amici e la servitú scese precipitosamente le scale, e fatta illuminare la fondamenta, scoprissi, e l’atterrato appresso l’uscio, e ‘l tramortito sopra la gondola. Chiese a questa comparsa l’atterrato la vita, che gli venne, e per cortesia e per interesse, agevolmente conceduta; ma ben rimasero quei cavalieri stupiti in discoprire, che quello, che pensavano morto su la gondola, fosse una bellissima giovane tramortita. Fu portata pietosamente in casa su le braccia de’ gondolieri insieme col cavaliere ferito, che conosciuto Vittorio e Glisomiro, ma non riconosciuto, che da Vittorio, pregollo di tenerlo celato alla notizia degli altri, facendolo subitamente trasportare, benché ferito, a Murano, donde sarebbe passato alla propria casa. Ma non potendo né Panfilo né Glisomiro privarsi in quella contingenza di cose, della propria barca; e meno sapendo in quell’ora e in tempo cosí cattivo dove provvederne; fu pregato dal cavaliere di quietarsi, e di lasciarsi medicare, sicuro di non ricevere pregiudicio alcuno nelle proprie satisfazioni, non che nella vita, e nell’onore. Intanto uscito con le dame Panfilo dal suo nascondimento, elle si misero attorno alla tramortita, che alle apparenze dell’abito, alla bellezza del volto, e all’acconcitura del capo dava contrasegni pur troppo chiari di condizione non ordinaria, come che pure l’abuso moderno di vestire, e d’acconciarsi nella medesima guisa e le dame d’onore e le femmine da partito svegliasse qualche dubbio di sua persona; e tanto piú, che richiesto il ferito di sua qualità rispose d’una maniera a Vittorio, che diede molto da pensare ad esso, a Panfilo, e a Glisomiro: ché Ariperto, e Guglielmo non facevano in questa scena altra parte, che d’osservatori e d’ascoltanti. Finalmente per li stropicciamenti delle dame ella tornò in se stessa, onde governata e messa in letto, e accomodato il ferito meglio che si potè senza chiamarvi cirugico (non essendo le sue piaghe punto pericolose) si tornarono i cavalieri e le dame al loro trattenimento; ma non sapendo che si credere di quella avventura (mentre le qualità del ferito e della dama gridavano fino al cielo, che per altro, che per assassinar Panfilo, o per rubare avessero procurato d’entrare per forza, e con falsi pretesti in quella casa) si stavano tutti sospesi, e pareva che fosse passata loro la voglia e di mangiare e di favellare. Pure sollevati dalla vivacità di Glisomiro e dalle facezie di Guglielmo, assaggiarono ancora qualche cosetta; e poi levate le tavole, mentre cenava la servitú, si misero attorno al fuoco a novellare sovra gli antichi amori di Glisomiro, e sovra i presenti successi di Panfilo, infino a che avendo Domitilla recitate alcune composizioni di Glisomiro, o fatte già per Isabella o donate a Drusilla, piacque tanto a quella compagnia una canzonetta, che trovandosi appunto alcuni strumenti in quella casa, che serviva di trattenimento al suo padrone, Domitilla avvicinatasi a una spinetta, volle farla meglio gradire con gli accenti soavissimi della sua graziosa bocca. Diceva:

Costanza, e fedeltà
fuggite dal mio cor;
d’una sola beltà
piú non m’alletti Amor.
San vane favole
costanza, e Fé.
Fuggi pur, fuggi pur stuolo fallace
disturbator de l’amorosa pace.
Per mendicar mercé
di misero servir,
per acquistarmi fé
di costante martir,
sospiri, e lagrime
non verserò.
Fuggite pur da me sospiri, e pianti
penosa compagnia di sciocchi amanti.
Se Nisa negherà
sollievo al mio dolor,
Clorida mi darà
cambio di gioie in cor;
e dopo Clorida
Filli amerò.
Cosí godrà ne l’incostante amore.
se fedel pianse ad un sol volto il core.
Donne s’in voi non è
altra legge d’Amor,
che di girar la fé,
come girate il cor;
se lieve, e labile
anche io sarò,
da voi, madri d’Amor, prendo l’avviso,
ch’ei non sia pianto e duol ma gioia e riso.

Dopo questa canzonetta, che piacque a tutti fuor a chi l’aveva composta, recitò Domitilla alcuni madrigaletti; e intanto sbrigatasi dalla cena anche la servitú, perché già s’avvanzava oltremodo la notte, parve a’ cavalieri e alle dame di ritirarsi al riposo, adagiandosi Vittorio col cavalier ferito, Panfilo con Glisomiro, Guglielmo con Ariperto, Domitilla con Drusilla, e con la incognita dama Giustina. Di quello, che trattassero gli altri in questo notturno riposo non ci caglia di sapere per ora, chiamandoci con piú validi incentivi di curiosità Vittorio, al cavaliere ferito ad ascoltarli; perché avendo chiesto nuovamente Vittorio al cavalier qual capriccio o ventura l’avesse condotto con una dama, e con sí strane circostanze a quella casa, egli parlò finalmente in questa guisa.
“Voi sapete, caro Vittorio, l’amicizia, che teneva con Filiberto, e la servitú, ch’egli professava a Paolina. Ora egli è succeduto, che trovandosi Filiberto gravemente infermo mi mandasse l’altr’ieri a visitarla in suo nome, e avendola trovata appunto, che si stava con altre dame sue amiche ascoltando alcune fanciulle cantatrici, ella trattomi in disparte, e con volto sfavillante de’ rossori della vergogna, e con brevi e interrotti accenti mi palesò il suo desiderio d’uscire a visitar di persona Filiberto, pregandomi d’accompagnarla. Io spaventato di cosí strana proposizione, m’ingegnai secondo il mio poco giudizio di farla ritornar in se stessa per levarsi di capo somigliante capriccio. Ma ella con risolute e concise parole mi diede ad intendere, che quando io non l’avessi servita, non potendo sofferir il tormento, che le sbranava le viscere, né l’incendio che l’abbruciava l’anima, o si sarebbe annegata, o sarebbe uscita ella stessa, ad ogni partito, a trovarlo per morire sotto gli occhi suoi. Io sapendo come son fatte le femmine innamorate, e conoscendo la bizzarria dell’animo di questa dama, elessi per minor male di proferirle la mia servitú, non lasciando però d’insinuarle nel medesimo tempo la difficoltà d’eseguire un’azione di tanto pericolo, e insieme il disgusto, che ne avrebbe potuto ricevere Filiberto, senza la cui partecipazione e consenso non si doveva intraprenderla. Somiglianti risoluzioni da maturarsi con lunghi pensamenti per provvedere alla propria sicurezza e riputazione, e poi tentarle. “So, Rambaldo, so, mi rispose, quale sia il rischio nel quale mi metto, ma bisogna o tentarlo, o morire. Ma dovendo in ogni modo morire, è pur meglio tentare e morire, che morire e non far nulla”. Io veduto, che non vi era altro filo, che quello della disperazione per uscire da questo labirinto, legatomelo al cuore con una costante risoluzione di non lasciarla perire, le dissi, che m’assegnasse adunque l’ora, e la maniera, nella quale voleva che io capitassi a servirla. Ed ella racconsolata dalle mie parole, “l’ora, disse, è questa appunto: la maniera ve la dirò come averò licenziate queste fanciulle”. Cosí tornata da loro, e ascoltate alcune canzonette, che allora cantavano, licenziolle nobilmente regalate. Partite le fanciulle, e licenziatesi l’altre dame, mi diede Paolina una chiave dicendomi, che uscito da quel luogo aprissi una porticella che guidava in una stanza segreta. Entrato laddentro e serratami dietro la porta, poco stette a comparirvi anche Paolina con una bellissima giovane sua parente. Sedutasi Paolina, s’assise anche Laurina con tratto di bizzarria su l’orlo d’una finestra tenendo fuori della ferrata un braccio. A qual fine contentatevi, che per ora io mel taccia per ascoltare Paolina; la quale scusato uno scherzo fattomi da Laurina soggiunse. “Rambaldo; io sono andata pensando varie maniere per condurmi incognita da Filiberto: ma avendo in tutte trovato qualche difficoltà, ho determinato di tentarne una veramente pericolosa; ma però facile da praticarsi, dovendo uscir di casa di mezo giorno, e tornarvi parimente di giorno; perché di notte per ora assolutamente non potrei e quando il potessi, nol vorrei, mentre però non venisse Filiberto medesimo a levarmene. Mi vestirò pertanto un abito di dama cittadina, e mi coprirò da capo a piedi con un velo bianco all’uso pur delle dame cittadine, quando escono di casa velate. Ma perché non tengo qui donna alcuna, nella quale possa fidarmi in cosí grande occorrenza, vi conviene trovarmi subito una qualche femmina, della quale senza darle contezza di mia persona possiate fidarvi per farla venire qui fuori della porta ad accompagnarmi; che ben sapete, che recherebbe meraviglia e sospetto a chi vedesse uscir di qui sola con voi una dama velata”. Io avvedutomi, che somigliante pretesto non serviva ad altro che a volersi assicurare, non della mia persona, ma di se medesima per non dare ombra della sua integrità a Filiberto, prontamente le dissi: “Signora, non occorre, che v’affatichiate in trovar testimoni delle vostre azioni. E per grazia se potete far di manco non cimentate la fede di femmine vulgari in materia tanto pericolosa. Di qui alla barca non avete da passare che per una corticella e una strada a quest’ora affatto inosservata, e solitaria. In barca staremo sotto gli occhi de’ gondolieri, uomini benché vulgari, antichi servidori e fedeli di Filiberto, e subito giunti a casa vi consegnerò alla sua donna di governo, perché vi tenga nascosta a gli occhi di sua sorella infino a che possiate trovarvi sola con esso. Che occorrono adunque altre donne a imbrogliare i nostri interessi?”. S’appagò delle mie parole, ma non rimase satisfatta di se stessa, e mi disse liberamente, che piuttosto sarebbe morta, che mettersi in potestà da sola a solo con altri uomini fuor che con Filiberto. Allora Laurina: “Che andate, disse, cercando altre serve? Verrò io con voi in portamento di cameriera, se vi piace”. Ma Paolina: “E chi risponderà per me, e custodirà le mie stanze insino a che io ritorni se tu ancora ne vieni meco? Cara amica, prestami questo servigio, che non te ne mancherà ricompensa maggiore di quella, che tu stessa sapessi desiderare”. Io veduto che il giudizio di Paolina veniva offuscato in guisa da’ fantasmi d’amore e di gelosia, che non mi pareva piú di riconoscere in essa la vivacità e la bizzarria di Paolina, entrato di mezzo, dissi: “Signora, vestitevi come vi piace, che la donna che vi serva, è trovata”. Ed ella: “Bisogna prima, che io esca di qui, e poi si chiami la donna”. Condottomi adunque in un canto di quella stanza, dov’era una picciola finestra nel muro serrata con alcune tavole, volle che l’aiutassi a disgombrarla. Il che fatto tutta brillante di gioia in men di che io nol dico spogliossi la pomposa vesta, che le scendea fino al piede, restando in un abito di teletta d’argento cosí leggiadra, e snella, che io stesso, che l’ho veduto, non so darlo ad intendere a me medesimo. Fatte poscia passar di qua le vesti, delle quali voleva servirsi, messe le mani, e ‘l capo in quel buco ingegnossi di trapassarlo. E io per non aver occasione di pur toccarle una mano, accostatavi una sedia, perché vi si potesse appoggiare, mi ritirai per darle comodità di passare, e di rivestirsi senza rossore della mia presenza. Ma strano caso ebbe ad incontrarci, poiché avendo ella assai felicemente portate fuori le mani, la testa, e ‘l seno, entrata col rilevato de’ fianchi nella finestra, mentre penando a sbrigarsene si fa troppa forza per uscire, venne a restare in guisa inchiodata, che né poteva piú avvanzarsi, né meno tornare indietro. Quale si ritrovasse a quell’incontro Paolina, quale si sentisse Laurina, e quale io mi rimanessi quando chiamato da loro la vidi in cosí misero stato, il lascierò pensare a voi, caro amico, perché sono accidenti da non credersi se non da chi gli prova. Andato là, e scusatomi dell’ardimento, che mi dava di toccarla, la necessità del suo scampo, presala per le braccia, procurai di tirarla con ogni mia forza fuori di quella infausta finestra: ma quanto piú m’ingegnava di scamparla tanto piú la fortuna infelicitava i miei sforzi: onde spaventato da cosí inopinato incontro incominciava a raggirarmi per l’animo di stravaganti pensieri. Ma perché le donne nelle cose inopinate e improvvise hanno sovente migliore avvedimento degli uomini; toccò alla gentil Laurina di levarmi l’apprensione de’ miei strani pensamenti; poiché stracciati d’attorno i panni alla mal condotta dama, tanto s’adoperò dal suo lato, che la trasse fuori di quel tormento. Videsi allora, che Paolina non averebbe giammai superato quel buco se non si fosse spogliata infino alla camicia. Arrestavala per una parte la femminil verecondia, ma la rapiva per l’altra l’insano desiderio di trovarsi con l’amante. Vincendo finalmente l’amore, aperto un gran sospiro dal petto, e detto in suon turbato e fioco: “Bisogna andare, o morire”, spogliossi affatto, restando solamente velata la candida vita dal sottilissimo lino; ed io voltatomi ad altra parte lasciai che ritentasse per se medesima la mala incominciata impresa; che le riuscí piú prosperamente, che forse non bisognava. Passata Paolina, voleva con pretesto di servirla passare anche Laurina, ma non gliele permise, e rivestitasi da se medesima, mi fece riserrar la finestra, perché chiamassi la donna per accompagnarla. La quale comparsa scendemmo felicemente in barca, e con piú felice corso pervenimmo a casa di Filiberto; ma con infelicissimo successo il trovammo, che traendo gli ultimi spiriti della vita non era in termine di ricevere sí fatta visita. Stimai però ben fatto di celargli questo capriccio di Paolina, che averebbe potuto o contaminarlo, o sdegnarlo in quell’estremo passaggio; che terminato su la mezza notte appresso, mi lasciò nel maggiore imbroglio del mondo. Mancato Filiberto, e cessato il riguardo dell’amicizia m’entrò nell’animo una strana fantasia, già che teneva in mio potere Paolina, di non lasciarmela uscir dalle mani se non m’avessi prima tolto di lei quello che meritava la sua singolare bellezza. Ma come poteva levarla da quella casa senza darle insieme la funesta novella della morte del suo diletto? Pensato molto presi finalmente risoluzione di sorprenderla, e di tirarla per amore o per forza a’ miei piaceri, stimando, che una donna delle sue qualità arrabbiata, non che affannata d’amore dovesse abbracciare per grazia suprema qualunque occasione, che se le rappresentasse di scapricciarsi. Licenziata però la donna che l’accompagnava prima che venisse il giorno, ed entrato nella camera dove dormiva, la risvegliai pregandola di vestirsi, perché Filiberto chiedeva di sua persona. Ella tutta intronata dal sonno chiamò la donna, perché la vestisse; ma inteso che se ne fosse andata, e sentito che io l’accarezzassi, saltò di letto con furia gridando, che non averebbe mai comportato d’essere assassinata nell’onore in quella guisa. Volle la mia mala sorte, che la sorella di Filiberto tornasse in quell’ora da quelle del cavaliere nelle sue stanze; onde sentito in passando per sala questo rumore, e stupitasene, ne chiese alla donna di governo (con la quale aveva comunicato questo affare) ed essa con femminile facilità le contò quello che n’era di questa pratica. Di che altamente sdegnata la dama, le comandò subitamente d’intimarci lo sfratto da quella casa; portando tanto rispetto insieme alla mia persona, e all’onor di Paolina, e della sua casa, che ne fece esibire la sua barca per ricondurla alla propria casa. Quale si rimanesse Paolina in sentir dalla donna, e la morte di Filiberto, e il comando della sorella, e in vedersi nelle mani di chi sospettava già insidiatore della sua onestà, pensatelo per voi stesso, caro Vittorio. Non diede però, all’uso delle donne, negli strepiti, ne’ pianti, e nella disperazione: ma stata buona pezza immobile e muta, finalmente tratto dal profondo dell’anima un forte sospiro, mi disse: “Rambaldo, già che la mia maledetta fortuna m’ha condotta a tanta infelicità d’avere arrischiata la vita, l’onestà e la riputazione; se veramente m’ami, lasciami in pace, che averai da me quello che brami, pur che mi dij parola di non ritornarmi donde m’hai levata, di non abbandonarmi giammai, di tenermi segreta, e di trattarmi con quei termini di rispetto e d’onore, che merita una mia pari. Andiamo fuori di qui; e già che son discoperta, e non possiamo fidarci di queste donne, sí che non palesino il mio trascorso anche a tuo danno; ritiriamoci a qualche luogo remoto fuor dello Stato”. Io, conosciuto a questa rimostranza il mio pericolo, al quale non aveva ancora fatto riflesso, cadutomi ogni pensiero di sensualità dall’animo, fatta vestire e coprir Paolina; non alla mia casa, ma la condussi a quella d’una cortigiana mia amica in picciola distanza dalla casa di Glisomiro, con intenzione di levarmela quella notte, e passarmene per questa medesima strada nel Friuli, e di là nell’Imperio. Or mentre mi stava appunto in procinto di mettermi con essa, e con due servidori in barca, capitò a quella casa una vecchia conoscente di Betta la cortigiana, alla quale raccontate sue favole si raccomandò per essere raccolta, e tenuta segreta, dicendo di fuggire dalla servitú di certo tedesco, che voleva condurla a suo dispetto in Germania, e pur’allora s’imbarcava con Glisomiro, e altra gente su questa medesima via. Io, che mi trovava appunto impacciato in provvedermi di serva per Paolina, fermata costei volli condurla meco, con darle intenzione di ritirarmi per pochi giorni in una mia villa sul Trivisano. Montati adunque in barca intorno a un’ora di notte, e sorpresi dalla pioggia in questo luogo per non restare abissati da tant’acqua, chiedemmo per nostra disgrazia l’alloggio nella sua casa a certa persona, che avendo per sue faccende conversato lungamente nella casa di Paolina; benché fosse tutta trasformata dalle acconciature fattele da Betta, immantenente la riconobbe; e non avuto ardimento di favellarne meco se ne mise a discorso co’ gondolieri. I quali intesa cosí fatta novità senza pur dirmi a Dio né chiedermi la mercede del loro servigio, m’hanno subitamente abbandonato, tirando con questo diluvio verso Murano. Io, vedutomi scoperto, e leggendo nella faccia dell’ospite una gran turbazione, né sapendo come partir di qui di mezza notte, e con tant’acqua addosso; e pauroso, se avessi aspettato il giorno in quella parte, di trovarmi assassinato da quell’uomo villano; mi misi in pensiero d’assicurarmi con entrare in questa casa, e nascondermivi infino a che avessi poscia potuto provvedermi di barca per continuare in fretta il mio viaggio. Ma sapendo, che in quell’ora e incognito non vi sarei stato ricevuto dagli ortolani, che la custodiscono, imaginai di servirmi della invenzion che sapete, a rischio di lasciarvi la vita per questa maledetta invenzione di Glisomiro. Di che però non saprei condannarlo, perché trattandosi della sicurezza di tanti cavalieri, e dame suoi amici, se avesse fatto altramente, averebbe mancato a se stesso. Anzi, conoscendo e la sua lealtà e la sua prontezza verso gli amici, vado disegnando di raccomandare alla sua fede la custodia di Paolina; perché avendomi (a dirvi la verità) questa disgrazia tratti dal cuore i sentimenti della sensualità che vi aveva svegliati la sua bellezza, e dovendo ritirarmi fuor della patria per qualche tempo, sarà pure meglio per me l’andarvi solo, che con sí fatta compagnia di scandalo e di pericolo”.

SCORSA SECONDA

Avevano intanto Panfilo e Glisomiro determinato di partire da quella casa prima del giorno; perché aggravata la contumacia di Panfilo e di Vittorio da quel notturno disordine, consigliava Glisomiro che si dovesse con la presta partenza assicurar da una seconda querela. Dormito adunque appena un’ora s’alzarono di letto, e sentito che andasse cessando il diluvio della pioggia, si diedero ad intimar la marchia a tutta la compagnia. Onde Vittorio, che non aveva mai chiuso occhio, lasciato Rambaldo confuso nell’aspettazione di quello che dovessero risolvere di sua persona e di Paolina, Panfilo e Glisomiro; trapassò nella camera de’ medesimi cavalieri a participar loro la notizia di questi accidenti. Rimase Panfilo oltremodo sorpreso di questa novità; pur si rimise in tutto alla disposizion di Vittorio. Ma Glisomiro ascoltato attentamente il cavaliere, e stato qualche poco sovrapensiero turbatamente disse:
“Io non desidero male a Paolina e a Rambaldo; e benché tenga occasione di trattarli da nemici; pure non sarà mai vero, che voglia insultare all’altrui infelicità. Prendano pure altri partiti a proprio scampo, che d’addossarmi le loro follie, che per me farò conto di non aver saputo cosa alcuna di loro”. Rimase grave a questa rimostranza Vittorio, ma poi conoscendo il genio di Glisomiro egualmente facile a sdegnarsi e a placarsi; prese soavemente a dire:
“Io non so che offese vi abbiate ricevute né da Paolina, né da Rambaldo, ma se Rambaldo mette di sua elezione nelle vostre mani se stesso e quella dama, ben puossi credere che egli vi tenga in concetto di buon amico”.
“Non trattò già cosí l’anno passato (disse Glisomiro) che mise sossopra il mondo per levarmi dal mondo (già che non gli bastò mai l’animo di dirmi una parola in faccia) da traditore”.
Vittorio allora abbracciato e baciato il cavaliere, disse:
“Caro amico, rientra in te stesso, e considera che non aveva forse ogni torto Rambaldo in tenerti da nemico mentre si trattava dell’onore della sua casa. Che non è cosí sciocco il mondo, che voglia credere, che una giovane dama non solamente parli di giorno e di notte a un giovine cavaliere, e l’introduca di furto nella propria casa, ma se ne parta per vivere a sua discrezione per foglie di cedro”.
“E pure è vero, disse Glisomiro, che il mio amore passava ne’ termini dell’onestà, della gratitudine e dell’onore, e solamente le sue minaccie d’uccider Minetta, e le insidie tese alla mia vita, mi misero in testa la voglia di trattarlo come meritava”.
“Sí che è pur vero, disse Panfilo, che Minetta nella tua dimestichezza

trattasse altre arme, che saette, e frombe?”.

“Non dico questo, rispose Glisomiro, e so quale sia il debito mio verso le dame d’onore. Ma queste sono parole, e ci convien partire. E perché non voglio meco Rambaldo, e meno Paolina, quanto posso fare per vostro amore si è di farlo accompagnare (già che le sue ferite son piú di spavento, che di danno) da Guglielmo fino a gli stati dell’Imperio; e di rimettere Paolina donde è fuggita, senza che se ne sappia cosa alcuna. Io tengo tanta confidenza nella bontà di Laurina, che saprà tacere di somigliante trascorso, e so che la sorella di Filiberto, è dama cosí savia, che seppellirà nell’oblio questa novella”.
Vi fu però che fare e che dire a rimetter Paolina nel termine che si voleva, non tanto per timore di qualche castigo, quanto che riconosciuto Glisomiro in quella tresca, e ripreso come femmina volubile e capricciosa l’affetto dell’antica amicizia passata fra di loro nel primo fiore degli anni, voleva in ogni maniera starsi con esso. Ma il cavaliere, che sdegnato, già tanti anni, della sua volubilità l’aveva scacciata dal proprio cuore, e teneva piú soavi e sicuri impacci d’amore fra’ piedi, indurato l’animo, e chiuse le orecchie alle sue rimostranze e preghiere, tolta seco la donna, Ariperto e Astolfo; e detto alla sua compagnia d’aspettarlo a Torcello, tornossi addietro; e con felicità eguale alla sua accortezza, mandato Astolfo ad avvisarne Laurina, seppe condurre con tanta destrezza questa pratica, che senza che nessuno di casa se ne avvedesse, fu posta in salvo Paolina. Che poscia riconciliata al proprio marito, dal quale s’era per qualche disgusto allontanata, si rimise in altro stato e in altri pensieri conservando una vera obligazione a Glisomiro. Il quale intanto rimisurata prestamente la Laguna tornossi sul far della sera a Torcello, dove turbati della sua dimora si stavano i suoi compagni rinchiusi in una rustica abitazione di certi ortolani ad aspettarlo. Non era però stata inutile affatto per essi questa dimora; perché avevano intanto Panfilo, Vittorio e Rambaldo rispedito Guglielmo con un lavoratore di quegli orti a Mazorbo, dove fatta occultamente inchiesta de’ servidori di Rambaldo e di Cate, avevano trovato, che i servidori si fossero felicemente ricondotti la medesima notte a Venezia, lasciando la vecchia maltrattata, e peggio, che faceva servigi a quei Monasteri. Aveva tentato Guglielmo di ricondurla seco, ma la vecchia risoluta di tornare a Venezia in casa di Betta per esser vicina a quella di Glisomiro, dove sapeva che sarebbe tornato in breve il suo diletto Astolfo, né per poco, né per assai volle piegarsi alle sue voglie. Non piacque a Glisomiro questa novità, sicuro che se la vecchia fosse tornata a Venezia senza di loro, sarebbe stata in due giorni piena quella città de’ successi di Paolina con Rambaldo, e d’ambedue con la sua compagnia. Rimontato adunque subitamente in barca, volle ricondursi col medesimo Guglielmo, Vittorio, Ariperto e Astolfo in quella terra per levamela in ogni modo. Ma pervenuto in questa andata di rimpetto a Burano, e ricordatosi della morte succeduta in quella terra pochi anni sono, dell’immortale poeta Pietro Michiele suo cordialissimo amico; sospirò dal profondo del cuore, e lungamente discorso con Vittorio delle sue egregie e nobilissime qualità, mise in tanta curiosità, e riverenza della sua persona Ariperto ancora, e Guglielmo, che lo sforzarono a recitare una canzone funebre destinata al Tempio della sua gloria con altri componimenti d’eccellentissimi ingegni. Disse.

Nella morte immatura
DI PIETRO MICHIELE
Poeta di nascita e di fama
Illustrissimo.

Di Pegaso e di Pindo
mesti cristalli e sconsolate rive
vi copra oscuro gel, lugubre orrore.
Cigno dal Mauro all’Indo
piú chiaro della luce, or vien, che prive
della luce vital mortal pallore.
Spezzi il bell’arco Amore,
piangan le Muse a sí funesto crollo,
che s’è morto il Michiele è morto Apollo.
Sfortunate pendici,
chi sia che piú vi calchi, o chi piú beva
del Castalio ruscel l’umor facondo?
Voi siete Erinni ultrici
cagion, che l’Adria perda, e’l del riceva
chi fu mentre cantò, gloria del Mondo.
Versi Nettun dal fondo
pianti e sospir, pianti e sospir confonda
Adria col pianto, e’l sospirar dell’onda.
E tu grand’alma ancora,
(se può affetto terren salir le sfere
e’l mio strano martir ti preme, e duole)
or che in grembo all’Aurora
canti del puro ciel le forme altere,
ed hai plettro di stelle, arpa di sole:
da quella eccelsa mole
raggio di novo amar m’invia? che poi
ridirò le mie pene, e i gaudj tuoi.
La dolorosa Clio,
quella, che dal sepolcro Eroi già spenti
trae col suo plettro or mi ricusa il canto.
Vorrei, ma non poss’io
con stil lugubre in lacrimosi accenti
celebrar, alma degna, il tuo gran vanto.
Ne’ diluvj del pianto
si sommerge la voce, e’l duolo intenso
fa contumace alla ragione il senso.
Altri col canto illustre
Dirce, altri il Sebeto, e’l Mincio, e l’Ebro,
immortalasti tu l’Adriaca Dori.
Eco fatta palustre
cangiò Cirra nell’onde, e’l mar fatt’ebro
di gioia, risonò d’armi e d’amori.
Per Te di mirti, e allori
fiorir gl’incolti lidi, e si compiacque
Febo di traspiantar Pindo nell’acque.
Or chi dotto scalpello
manda a spogliar di preziosi sassi
Luni vicina, e l’ultima Siene;
e prodigio novello
a cui rivolga il peregrino i passi
tomba t’innalza in su le patrie arene?
No, no; drizza Ippocrene
alla gloria immortal de’ sacri ingegni
piú stabili memorie, archi piú degni.
Se già musico fabbro
al tocco sol d’armoniosa cetra
erse mural corona a Tebe intorno,
meglio innalzar può un labbro
alle reliquie altrui, non già di pietra,
ma di bei carmi un obelisco adorno.
Quí perpetuo soggiorno
non fan ceneri fredde ed ossa ignude
ma viva gloria, ed immortal virtude.
Se chiuse in aureo vaso
altri l’aride polvi, e a Re fedele
drizzò trofei d’ambiziosi marmi;
sian Caria di Parnaso
le spiaggie meste, Mausolo il Michiele;
Artemisia le Muse, e sassi i carmi,
Cosí da musiche armi
trafitto gema a suo dispregio il fato
e l’estinto cantar viva rinato.
Ma dove il duol mi trasse?
come vive il Michiel là sovra il Polo,
quí sempre sia di lui memoria acerba.
Sovra poetic’asse
ei volò in Ciel con sí sublime volo,
che noi puote arrestar Cloto superba.
Già gode il Mondo, e serba
di suo nome immortal nelle sue carte
né per viver a lui sia d’uopo altr’arte.
Il cantar lacerato
se già nel docil’Ebro onda maestra
prestò liquido plettro all’arpa d’oro,
di questi, che piú grato
congiunse a lesbia lira itala destra,
estrasse un suon piú dolce e piú sonoro,
lo strumento canoro,
scosso nel mar con l’armonia funesta
se da lui trasse onor vita gli presta.

Taceva Glisomiro, e soggiunse Vittorio:
“Veramente ha la nostra Patria perduto uno dei suoi piú nobili ornamenti nella intempestiva perdita di cosí famoso cigno. Né saprei già donde potesse risarcire un tanto danno, già che una profession cosí nobile trova oggidí pochi seguaci, e manco ammiratori. E pure in un secolo tutto di guerra si dovrebbono udire ancora le trombe di Parnaso”.
“Sono passati i tempi (disse Glisomiro) degli Ariosti, e de’ Tassi, E basta bene, che la nostra età vegga qualche infelice imitatore, e seguace delle dissolutezze d’Anacreonte, d’Ovidio e d’altri sí fatti, anzi che di Virgilio e d’Omero”.
“Gran vergogna, veramente del nostro secolo, disse Guglielmo, che non si vegga ne’ poeti moderni altro di buono, che quello che gli antichi vi tengono di cattivo.”.
“Dovete essere Voi ancora signor cavaliere, proseguí dicendo Vittorio, dell’umore di Glisomiro, che non sa celebrare altri poeti, e massime nelle materie amorose, che il Petrarca, il Tasso, e qualche altro di quella schiera”.
“Da che, disse Guglielmo, la cognizione di questa lingua mi fece assaggiare il gusto della poesia Italiana, vi confesso, che nessuno de’ vostri poeti m’abbia lusingato l’animo, e cattivato l’ingegno piú del divino Petrarca e del divinissimo Tasso. E io per me (in quanto può giudicare uno straniero di professione debilmente posseduta) penso, che quelli due nobilissimi ingegni sieno le colonne d’Ercole della poesia italiana; oltre alle quali chi presume di varcare, corre certamente pericolo di restar sommerso nell’oceano della temerità fra l’onde della confusione”.
“E pure, disse Vittorio, avendo il Colombo con disprezzar quei confini, che prescrisse

a’ primi naviganti Ercole invitto,

scoperto felicemente un altro mondo, forse, che i moderni poeti varcando oltre alle mete piantate alla poesia italiana del Petrarca, e del Tasso, invece di sommergersi tra i flutti della confusione, potrebbono per l’oceano della pubblica compiacenza, trapassare felicemente alla conquista della eternità della gloria”.
“V’intendo, disse Guglielmo; ma la maniera pratica da alcuni nobili ingegni moderni non è (come pare che vogliano dare ad intendere) loro propria invenzione, ma di piú antichi di loro; essendo stato Bernardo Tasso padre del gran Torquato (e seco ma con successo disuguale Luigi Alamanni) il primo, che con le sue nobilissime composizioni, ch’egli appellò Inni, Ode e Idilli, la trasportò dalla Grecia e dal Lazio nella Toscana. E tra le divine rime ancora del figlio si trovano delle canzoni veramente incomparabili e stupende a chi sa considerarle su l’aria degli antichi Greci e Latini, benché temperata con la dolcezza petrarchesca e con la propria e inimitabile sua maniera, nella quale vanno sempre di pari passo congiunte la maestà e la leggiadria. E però troppo gran torto fassi alla memoria e al merito di quegli eminentissimi ingegni a voler donare ad altri quella gloria, che è propria loro. Che se per avventura intendesse di favellare ancora della setta marinesca, io per me a dirvi liberamente il mio senso, stimo piú un sol quaternario de’ sonetti, e una sola stanza delle canzoni del Petrarca, e del Tasso, e d’altri poeti simili a questi, che mille sonetti de’ marineschi, e mille canzoni di quelli che si professano seguaci, e imitatori di Pindaro, benché non abbiano mai forse veduto pure il frontispicio delle sue poesie.

Creda ognuno a suo modo, io cosí credo”.

Quí Vittorio: “Guardate, signor cavaliere, che qualche moderno poeta non vi senta, perché stimerebbe che diceste una eresia poetica”.
E Guglielmo: “Signore, le opinioni son libere come i pensieri, e non pagano dazio in luogo alcuno; e però

creda ognuno a suo modo, io cosí credo.

Io per me, benché di tardo ingegno, ed applicato ad altri studi, non leggo mai un sonetto o una canzone del Petrarca, e del Tasso, che non esca di me stesso per maraviglia della divinità di quegli ingegni veramente angelici: non trovando in loro parola senza concetto, né concetto senza misterio, né misterio senza arte, né arte senza uno sforzo di giudicio sovrumano: dove ne’ componimenti de’ marineschi non so veder altro, che parole; o pure qualche mescolanza di concetti e di metafore rappatumate insieme a grottesco, e a ventura, e senza ordine, senza artificio, fuorché fanciullesco e dozzinale: e pare insomma, che somiglianti verseggiatori non abbiano altro fine, che d’infilzare quattordici versi per dire un’arguzia frivola e vana per dilettare gl’ingegni volanti e leggieri, che non hanno capacità per conoscere quali sieno i veri lumi e i veri ornamenti della poesia. Quindi si vede, che la maggior parte de’ sonetti marineschi da un bel capo di donna, per un corpo di pantera vanno ordinariamente a terminare in una coda di lucertola, o di scorpione. Onde il volere, come fanno alcuni moderni poetucci e scartabellieri anteporre il Marino, e’l Testi (poeti per altro degni di molta lode) e altri verseggiatori a loro somiglianti, al Petrarca, al Tasso, e ad altri eccellentissimi ingegni di quest’ordine, è uno di quei paradossi, che provoca il riso anche negli Eracliti. E parlo qui solamente delle poesie liriche; che ben sapete meglio di me, che la Gerusalemme liberata e l’Aminta del Tasso son due poemi, i quali siccome nel loro genere non trovano paragone alcuno fra i componimenti degli antichi, non che de’ moderni poeti: cosí par che levino alla posterità la speranza d’aver mai da vedere cosa, che meriti d’esser loro paragonata, non che anteposta”.
Pervenuta in questo dire la gondola da tre remi dirimpetto alla casa dove si stava alloggiata Cate, spinse Glisomiro in terra Astolfo a pregarla di lasciarli ricondurre appresso Giustina, con promessa quando non avesse avuto gusto di passare in Germania di rimetterla nel suo ritorno a Venezia, in casa di Betta. Ma benché la vecchia vedesse di bonissimo occhio Astolfo, non per tanto vergognandosi del fallo commesso non sapeva piegarsi a dare questa satisfazione al cavaliere. Pure bisognando in ogni maniera tenerla per qualche tempo lontana da Venezia, Astolfo, che oltre alla vivacità naturale de’ romaneschi, essendo allevato in corte pizzicava del tristo, benché fosse peraltro assai buon giovine, immaginò d’ingannare la scaltra vecchia, e fintosi egli ancora disgustato a causa di Cillia della persona di Glisomiro, tirolla dove piú gli piacque con le carezze, e con darle a credere, che aggiustate le sue faccende, voleva prender casa per se medesimo in Venezia, dove averebbe stimato sua ventura ch’ella ancora si riducesse ad abitare per suo governo. Chi ama, crede; e anche le volpi vecchie vengono colte sovente alla tagliuola. Cosí Cate messa in speranza dalle parole del giovine di prospero fine a’ suoi pensieri amorosi, piegossi a contentarlo, e scesa co’ cavalieri in barca nascosta dalle tenebre della notte sorgente, ripassò con essi a Torcello. Qui raccolta con un dolce rimprovero da Giustina, si rimise ancora sbattuta dal passato pericolo, subitamente a letto; e i cavalieri entrarono fra di loro a consulta sovra la risoluzione da prendersi nell’occorrente bisogno. Quella casa non era certamente capace d’alloggiarli, non vi essendo che tre letti poveri e vili; e la stagione autunnale umida e fredda non pareva punto a proposito per condurre attorno di notte Domitilla e Drusilla dame gentili e dilicate. Cercare di vicino albergo non tornava loro in acconcio, perché non restando in quella città deserta che fabbriche religiose, in quelle degli uomini non era luogo per le donne; e da quelle delle donne venivano egualmente esclusi gli uomini e le donne. Finalmente Glisomiro disse:
“Ceniamo prima, e poi ci parleremo sopra l’andare, o ‘l fermarsi”.
Cosí risoluto, e certo con felicissimo consiglio, mentre s’apparecchiano per mettersi a tavola, rinforzatosi nuovamente il vento portò seco un novello diluvio di pioggia, dal quale venne cacciata a quella casa una barca con alcune dame e cavalieri mariti e mogli, che tornavano appunto da villeggiare sul Trevisano a Venezia. Chiesto ricovero agli ortolani, e inteso, che si trovasse con la casa piena di forestieri, non sapevano che si risolvere; se di scendere in terra per involarsi alla procella, che li flagellava, o di girarsi ad altra parte con quello annegamento, a rischio ancora di qualche pericoloso incontro tra i viluppi della notte e dell’acque, mentre trasportati dalla violenza de’ venti, e raggirati dalla oscurità delle tenebre fuora de i Ghebbi (canali navigabili della Laguna) sovra le secche ricoperte dall’abondanza dell’acque, venivano ad esporsi a certissimo e inevitabile naufragio. Sciolse questo dubbio la prontezza di Glisomiro, il quale stando ritirati gli altri cavalieri, trattosi su la porta della casa per intendere questa novità, e conosciute in quella barca Celinda ed Eufemia madre e figlia co’ loro mariti Leonello e Ferrante insieme con Alberta e Placido parimente consorti, e loro congiunti, salutato amichevolmente Placido, che saltò immantenente di barca per complir con esso, fu cagione, che tutti gli altri ancora scendessero a terra, non senza qualche ribrezzo di Glisomiro che teneva con Celinda altri conti, che di complimenti cavallereschi. Era egli veramente amico di Placido, e trattava con esso e con la moglie Alberta domesticamente, ma con Leonello non teneva che un’ombra d’antica conoscenza, e passava con Celinda qualche corrispondenza anzi d’odio, che d’altro affetto; perché suo vicino di casa nel piú bel fiore degli anni, e presunto amante, l’aveva per impulso di gelosia cosí gravemente offeso, che se ben’egli fosse stato molti anni fuor della patria, ed ella divenuta avola non gli facesse piú il viso dell’armi, non aveva però per la lunghezza del tempo, o per la diversità del trattamento dimenticato le antiche offese. D’Eufemia e di Ferrante, non teneva poscia altra notizia, che d’aver veduta la dama da fanciulletta in casa de’ genitori, e che il cavaliere fosse divenuto di poco tempo suo marito. Complito adunque brevemente con Leonello e Ferrante, e piú brevemente salutate Celinda ed Eufemia, si restrinse con Alberta e Placido, il quale veramente di genio placidissimo e dolce entrato subitamente nelle piacevolezze e negli scherzi, il richiese del motivo della sua dimora in quella casa, e chi si stasse con esso, già che vedeva due gondole a quella riva.
“Se foste solo con Alberta mia signora, disse Glisomiro, vi scoprirei agevolmente questa scena; ma Celinda e Leonello vi privano d’una conversazione, che comprereste a qualunque prezzo volessi darvela. Bastivi di sapere, che son qui tre cavalieri di vostra conoscenza, con due forestieri di mia amicizia, e tre dame, che né conoscete, né deono farsi conoscere, mentre qualcuna di loro tocca di sangue Celinda, della quale non si fiderebbono per tutto l’oro del mondo sapendo bene qual sia la sua facilità di lingua; e che se bene sia non vecchia (perché è piú bella, che mai sia stata) ma avola di molti nipoti tiene ancora i suoi begli umori in capo di voler essere adorata ella sola fra le dame”.
“Mi maravigliava, disse Placido, che non daste subito in qualche cantafavola con questa dama. Via via, aggiustate questa faccenda, e perché vedo, che avete apparecchiato da cena, pensate pure di farcene parte, perché noi pensando di trovarci stasera a Venezia, ci troviamo qui con un buon appetito di provianda”.
Rise Glisomiro, e disse: “Per voi e per la signora Alberta mia padrona vi sarà luogo fra di noi; ma non vogliamo a tresca Celinda ed Eufemia, le quali si potranno cenare in altra parte co’ loro consorti”.
Qui Alberta: “Queste non sono parole degne della vostra prudenza e della vostra gentilezza. O tutti o nessuno abbiamo da ricevere questo favore”.
Sorrise Glisomiro, e disse: “Per me ne sono piú che contento: ma non posso già disporre dell’altrui volontà, né debbo pregiudicare all’altrui satisfazione. Datemi un quarto d’ora di tempo per consultare con gli amici e poi vi servo”.
Per li cavalieri non c’era difficoltà nessuna: perché non sapendo ancora i trascorsi di Panfilo e di Rambaldo, potevano conversare insieme liberamente: ma ben pativano una grande opposizione Domitilla e Drusilla, quella nipote e questa cugina di Celinda. Ma detto loro dalle dame, che essendo ormai sette anni, che Celinda non avesse veduto alcuna di loro, sí che Domitilla cresciuta da fanciuletta a giovane ben formata e in portamento di sposa si rendeva inosservabile; e Drusilla era in guisa cangiata dalla novità dell’abito e delle maniere, che pareva tutt’altra da se stessa, si conchiuse di dispensare per legge di necessità ogni legge di convenienza; e già che nell’angustia del luogo non si poteva di manco di non vedersi, e conversare insieme, che Domitilla comparisse nella maniera già concertata, come sposa di Panfilo, Giustina come consorte di Guglielmo, e Drusilla, come dama amica o parente di Glisomiro. A quella parola trattasi Drusilla appunto all’orecchio di Glisomiro, disse: “Trattatemi pur da amica, non da parente: perché non voglio che Alberta o Celinda mi facciano qualche bassetta”.
Sorrise Glisomiro, e disse: “Signora, guardate bene a voi stessa, perché non sono piú quel Glisomiro, che fui una volta con Celinda e con Isabella”.
Crollò il capo e torse la bocca Drusilla con un mezzo risetto dicendo: “E che male mi farete per ciò? Mi dovevano maritare i miei parenti, se non volevano che mi trovassi un marito di mio gusto. E non sarò già io cosí pazza, che voglia, come ha fatto Minetta, lasciarvi per un altro, che non è pur degno di portarvi dietro le scope”.
Interruppe questo trapasso il complimento di Rambaldo, Panfilo, Vittorio, Ariperto e Guglielmo, con Placido, Leonello e Ferrante, e di Domitilla e Giustina con Celinda, Eufemia e Alberta: onde spiccatasi anche Drusilla da Glisomiro per complire con Alberta, ella trattala piacevolmente in disparte, dolcemente le disse: “Signora, sento piacer singolare d’avere incontrato occasione di riverirvi come sorella di Glisomiro, al quale professo obligazione particolare”.
Impallidí Drusilla a questo sovrasalto, e turbatamente rispose: “Signora, voi v’ingannate. Glisomiro non è mio fratello, è mio marito. So bene, che passa fra di voi qualche corrispondenza d’amore, e però se a voi non piacerebbe, che altra donna vi togliesse Placido vostro marito, e voi ancora lasciatemi in pace Glisomiro mio consorte”.
Stupissi Alberta di queste parole, e benché non sapesse ciò che si credere di questa pratica, tuttavolta non perduta la sua naturale vivacità, prestamente disse: “Signora, chi pecca per ignoranza, merita scusa. Quelli cavalieri ci han detto che voi siete sorella di Glisomiro; ma se voi mi dite d’essere sua sposa, conviene che ne sappiate piú di loro. Qui però non entro: ma perché penso, che non sia d’interesse di Glisomiro che quello segreto si riveli; contentatevi che vi tratti da sua sorella, non essendo punto mio pensiero d’involarvelo, mentre la nostra corrispondenza con buona grazia di mio marito passa in termine di virtú, d’onore e di complimento”.
Interruppe questo ragionamento Celinda, passata anch’essa ad abbracciar la cugina come sorella di Glisomiro; onde Alberta sbrigatasi da questo impaccio non vide l’ora d’essere col marito, e con Glisomiro, i quali tratti in disparte, disse a Glisomiro: “Cosí dunque, signor cavaliere, schernite i vostri amici”? “E come?” disse Glisomiro. “E come?” soggiunse subito Alberta. Aurelia (cosí chiamavano Drusilla) è vostra moglie, e voi dite che è vostra sorella”.
Rise Glisomiro, e disse: “Aurelia è una pazzarella, e non è punto mia moglie, e meno mia sorella. Trattatela però da mia sorella con Celinda ed Eufemia; perché mi torna conto per ora”.
Rise Placido, e disse:
“T’ho inteso amico. Ma come hai fatto ad amicarti Rambaldo sicché ti lasci in questa guisa la propria sorella? Egli è bene egualmente vigliacco, e tristo”.
“Adagio, disse Glisomiro, al giudicare. Minetta è maritata; Aurelia non è sorella di Rambaldo; egli se ne va bandito per suoi capricci, ed io gli sono amiro per complimento insino a che sarà di mia compagnia. Delle altre cose parleremo a Venezia, che ora è tempo d’andare a tavola”.
Cosí fu fatto, e passò buona pezza con grande tranquillità la cena; benché i venti travagliando l’aria e la marina flagellassero quella casa, con sí terribili scosse, che pareva dovesse restarne atterrata. Erano già venute le ultime vivande, quando trattosi all’orecchio di Glisomiro Astolfo, gli disse:
“Signore, una parola, in grazia fuor della mensa”.
Partí Glisomiro con buona grazia della compagnia per intendere, che cosa gli portasse di nuovo quella chiamata; e intanto passati i convivanti d’uno in altro ragionamento, portò il caso che Panfilo e Guglielmo entrassero a quistionar fra di loro, e con essi Domitilla ancora e Giustina, questa in favore di Panfilo, quella di Guglielmo, con gusto grandissimo delle dame e de’ cavalieri per la vivacità, e prontezza di quelle virtuose giovanette. Fu la quistione ordinaria, ma trattata con qualche singolarità di concetti, e di pensieri: che abbia maggior possanza in amore l’occhio, o la lingua, gli sguardi o le parole. Panfilo e Giustina sostennero le ragioni della lingua; Guglielmo e Domitilla quelle degli occhi. E perché dopo un lungo discorso sostenuto con ragioni e autorità d’egual peso, non si trovava maniera di decidere la controversia, entrata Celinda di mezzo parlò in questa guisa:
“Perché egli è ormai tempo, che si passi a nuovo ragionamento, e si lascino in pace gli occhi e la lingua; io non di mio proprio moto (non portando tant’oltre la debolezza del mio ingegno) ma col parere di persona, che troverà agevolmente credenza negli animi vostri, direi, che nell’amata avessero piú forza gli occhi, nell’amante la lingua. Questa sentenza ho io veduta in una lettera di Glisomiro scritta a bellissima dama, nel cui pellegrino ingegno era per avventura nato il medesimo dubbio”.
Qui Alberta:
“Aveva molta ragione quella dama di dubitarne; poiché nella persona di Glisomiro fallisce questa sua sentenza, incantando egli le donne, non meno con gli sguardi che con le parole”.
“Sí, disse sorridendo Vittorio; ma per incantatori che sieno i suoi occhi, senza l’incanto delle parole, non arriverebbe giammai ad altro, che a guisa di camaleonte, a pascersi d’aria”.
“E d’aria ancora possono vivere gli amanti modesti, soggiunse Alberta; i quali stimano piú la grazia d’una onorata dama, che tutti i piaceri, che potessero ricevere da persone d’altri talenti. Onde il divino Petrarca vero onor degli amanti, dopo d’avere nobilmente provato in cento luoghi, che dell’aria sola del bel viso dell’amata Laura egli pasceva il suo spirito; e massime in quei versi

un vive ecco d’odor lá sul gran fiume,
io qui di foco e lume
queto i vaghi e famelici miei spirti:

rivolto in lamentazione delle sue gravi pene ad amore, con nobilissimo pensiero, e degno di vero amante dolcemente cantò:

Pur mi consola, che languir per lei
meglio è, che gioir d’altra; e tu me’l giuri
per l’orato tuo strale; ed io tel credo.

Né da lui discordante mostrossi l’onestissimo Tasso, la seconda colonna delle amorose scuole, quando della sua eccellentissima Leonora puramente scrisse:

E basta ben, che i sereni occhi, e’l riso
m’infiammin di piacer celeste e santo.

E Vittorio:
“Se fosse qui Glisomiro averebbe certamente un grandissimo gusto in sentire, che le sue lettere sieno cosí altamente onorate da una dama, in cui paragone riuscirebbono imagini dipinte le tanto celebrate Laure, e Leonore. Ma s’egli s’ha preso a imitare ne’ suoi amori il Petrarca e’l Tasso, che sono veramente stati e per dottrina e per costumi degnissimi dell’imitazione d’un’anima grande: penso, che dopo che si sarà avveduto di seminar nell’arena, imparerà, che essendo

in questo mondo instabile, e leggiero
costanza spesso il variar pensiero;

non furono sempre quei divini ingegni d’animo cosí temperato, che si contassero di pascersi d’aria”.
In questo dire comparso Glisomiro tirò a sé gli occhi di tutti, e la lingua ancora di Alberta; la quale in vederlo disse:
“Ecco appunto il lupo, di cui si favoleggia”.
Ed egli subito:
“Signora, i lupi mangiano le pecore, e io vorrei esser mangiato da una di loro; sicché non sono lupo, se non in quanto vi compiacesse d’esser voi quella pecora, che mi mangiasse”.
Risero tutti, e Placido disse alla moglie, che imparasse per un’altra volta a stuzzicare i poeti. Ma Alberta, che non era donna da lasciarsi far paura da un Glisomiro, non attese le parole del marito, voltossi al cavaliere dicendogli:
“Quando pure, signor mio bello, io fossi pecora co’ denti cosí aguzzi, che potessi mangiare un lupo, il vorrei d’altro taglio che non siete voi, che mi parete piú morto che vivo”.
Crebbero le risa de’ convivanti per queste parole della graziosa dama; ma Glisomiro, che teneva piú falci, che altri non aveva strali, prestamente soggiunse:
“Signora mia, anche sotto le ceneri d’un morto sembiante si conserva immortale l’incendio, che avviva le forze d’un’anima spiritosa. E quando ancora fossi cadavere, non che piú morto che vivo; anche nella schiena de’ cadaveri nascono e vivono de’ serpenti”.
Onde egli ripreso il proprio luogo, continuò dicendo:
“Nel tornare quaddentro parmi d’aver sentito Vittorio, che discorreva. Io non intendo d’interrompere i suoi discorsi e l’altrui piacere; ma di goderne io ancora”.
E Vittorio:
“Qui appunto vi voleva”; e riepilogati passati ragionamenti soggiunse:
“Già che la signora Alberta stima che il Petrarca e’l Tasso abbiano amato platonicamente le donne loro; vorrei, che mi favoriste di dirmi, come intendiate quei versi del Petrarca:

Con lei foss’io, da che si parte il sole,
e non si vedesse altri, che le stelle,
sol’una notte, e mai non fosse l’alba;
e non si trasformasse in verde alloro
per uscirmi di braccio, come il giorno
che Apollo la seguia quaggiú per terra.

E come parimente interpretareste questi del Tasso, ne’ quali parlava della sua divina Leonora, che andava in barca a diporto.

Foss’io nocchier di sí leggiadro legno
allor che’l Cielo ogni suo lume vela
per esser sol da la mia stella scorto.
E i sospir fossero l’aura, e’l cor la vela,
e tu mio caro e prezioso pegno
fossi la merce, e queste braccia il porto.

O veramente (per tacere d’un’intiero volume di sonetti, e di canzoni di gelosia per dubio ch’ella si maritasse) questi altri:

Prima con la beltà voi mi vinceste,
poscia con la pietà, quando al mio petto
il nobil vostro fu sí unito, e stretto,
che non vi s’interpose invida veste.

E per meglio confermare il mio pensiero, quel vago impallidire, che fece Laura quando l’innamorato Poeta andò a prender licenza di partire

chinando a terra il bel guardo gentile

e dicendo ne’ suoi morti sembianti

chi m’allontana il mio fedele amico

donde nacque per grazia? Io per me non credo già, che il Petrarca in cosí lunga notte, nella quale non si vedessero altri che le stelle, volesse insegnar l’astrologia a Laura, né ch’ella impallidisse nella partenza del suo fedele amico per foglie di lauro: ma crederò piuttosto col buon Caporali, che usassero insieme la ricetta di Ricciardetto con Fiorispina, insegnandomi quel grazioso novellista di Parnaso,

che in val chiusa non gí la cosa netta.

E mi conferma ancora nella mia opinione il nostro Bembo dicente della medesima Laura,

se a lui, ch’arse per lei la state e’l verno
come fu dolce, fosse stata acerba.

Non credo parimente, che il Tasso volesse di nottetempo diventar nocchiere di Leonora, e farle porto delle sue braccia per insegnarle a conoscere in cielo la tramontana, ma piú tosto per darle ad intendere, come si navighi ne’ golfi d’amore, come forse fece anche allora, ch’egli ebbe fortuna di strignere il di lei seno, in guisa,

che non vi s’interpose invida veste”.

Ridevano i cavalieri, e sorridevano con un poco di rossore le dame al ragionar di Vittorio: ma Glisomiro veduto, che egli taceva con un gesto tra sprezzante e capriccioso, disse:
“Pensava, che aveste messa in campo qualche quistione degna dell’ingegno di Panfilo, e di Guglielmo; o che voi voleste portare qualche cosa di pellegrino contro la signora Alberta: ma voi avete preso a trattar di materie affatto rancide e ammuffate; perché e chi non sa, che nella donna gli occhi e gli sguardi, e nell’uomo tengono la parte principale in amore la lingua e le parole? E chi è quello, che possa dubitare della purità degli affetti del Petrarca, e del Tasso, gl’idoli, non che le colonne del Tempio d’Amore, verso le celebratissime loro dame Laura, e Leonora? Ma voi seguendo le opinioni del volgo de’ letterati (scusatemi, che parlo per ver dire

non per odio d’altrui, né per disprezzo)

avete detto qualche cosa, e non avete detto nulla. E per tralasciare, che il Caporali non meriti d’essere ascoltato, come quello, che satirizzando e scherzando, poteva dire ciò che gli veniva a taglio a’ suoi propositi; e che l’autorità parimente del Bembo non debbia essere in questa occasione d’alcun momento; avendo in quelle sue veramente divine stanze servito alla causa, non detto quel che credeva, ed espresse in miglior maniera inviando il canzoniere di quel gran Poeta alla sua donna con queste parole:

Basso pensiere e vile
non scorgerete in lui, ma sante voglie
sparse in leggiadro ed onorato stile:

chi vuol darsi ad intendere, ch’l Petrarca desiderasse di trovarsi sol’ una notte cosí lunga con Laura per fini vulgati e vili, non sa né conosce quali sieno le qualità, e le forze d’un vero amore. Che se voi mi replicaste, che la medesima Laura gli dicesse fin dal Cielo:

e quel che tanto amasti
è laggiuso rimaso il mio bel velo:

O pure

né mai in tuo amar richiesi altro, che nodo,

quasi che volesse rimproverargli l’avere amato (e con eccelso ancora) piú il suo bel corpo, che la sua bella anima; mostrerebbe di non sapere che i veri amanti della bellezza dell’anima, amano ancora quella del corpo, in quanto può essere obietto degli occhi; e che le parole di quella gentil damigella devono essere intese ad accrescimento della gloria di lei, e non a minuimento della virtú del Petrarca; poiché essendo ella, e di costumi e di mente, purissima, tutto che non potesse far di meno di non amare e per debito, e per gentilezza un cosí nobile amante dal quale si vedeva in tante guise onorata: conservò nondimeno con tanta cautela la propria onestà, che per non dare occasione al vulgo ignorante di malignare a pregiudizio dell’onor suo, si mostrò negli atti esterni crudele a quell’amante, ch’ella conosceva d’essere obbligata d’amare come lo spirito dell’anima propria. Né mi si porti in prova, ch’ella ancora meno che onestamente amasse per essersi impallidita e doluta nella partenza dell’amante, perché anche gli onesti amori vanno accompagnati dalle perturbazioni dell’animo, né mai si potè amare senza dolore di vedersi privo della cosa amata. Che se non fosse, che siamo a tavola, e non all’Accademia; potrei con facilissimo discorso darvi a conoscere, che gli amori altresí puramente divini non sono senza dolore nell’assenza dell’oggetto amato. E però andava esclamando a Dio il re de’ poeti insieme, e de’ Santi:

L’alma nel desiar languisce, e manca
i tuoi celesti alberghi, o mio Signore.

E altrove dolcissimamente esclamava,

Di lagrime mi pasco, e giorno, e notte
mentre nel cuor mi suona: ov’è il tuo Dio?

E come che non solamente dall’ineffragabile testimonio del medesimo Petrarca; il quale per tacere di cento luoghi del suo maraviglioso canzoniere, in quelle opere, che negli ultimi anni della sua vita (ne’ quali santamente visse, né si può credere, che volesse mentire fuor di proposito nel cospetto di tutti i secoli) egli dedicò alla posterità; confessò egli stesso al mondo d’avere ben sí ardentemente, ma insieme onestamente amato; e dalle testimonianze altresí di scrittori gravissimi, e suoi amici e coetanei potessi ritrarre mille argomenti e autorità in confermazione del mio pensere; non per tanto per non allungarmi fuor di ragione, tocco un solo motivo, che a mio senso non ammette contradizione, e passo ad altro. Ditemi in grazia, caro Vittorio: se il Petrarca avesse amato la sua Laura col fine degli amanti vulgati, di possederla; perché quando prima che si maritasse gli fu offerta da un Principe grande con rilevati avvantaggi della sua fortuna in moglie, la rifiutò, dicendo: Guardimi il Cielo, che per un vil diletto voglia privarmi dell’amore di cosí bella dama, che mi partorisce eterni frutti di gloria? Dunque il Petrarca non volle possedere onestamente la sua bellissima Laura, e tanto amata, per non aver mai occasione di non amarla, e di privarsi della gloria che gli recava il suo amore; e vorremo credere, che non solamente la desiderasse, ma la possedesse dopo che maritata ad un nobile cavaliere, nel medesimo istante, che avesse pur pensato di compiacerlo di se medesima si sarebbe resa indegna d’essere amata? E vorrem credere, che l’altissimo ingegno del Petrarca avesse potuto impiegare i suoi divini talenti in celebrare in vita, e dopo morte non una onesta dama, ma un cadavere di vituperio; avendo egli stesso sentenziato delle donne,

che qual si lascia del suo onor privare
né donna è piú, né viva?

Quindi potete conoscere, che se pure in qualche luogo del suo canzoniere si legga qualche concetto piú libero per avventura, che non pare che richiedesse il suo onesto amore, dee essere sanamente inteso, mentre somiglianti componimenti furono scritti da esso in tempo, che essendo Laura ancora da donzella libera, poteva lecitamente desiderarla. Se bene poi meglio consigliato ricusò di sposarla, sicuro che come l’avesse ottenuta, lusingato dalla sua eccellente bellezza, e rapito dal proprio ardentissimo affetto alle compiacenze maritali, non averebbe piú potuto produrre quei parti d’ingegno, che a gloria d’ambedue

Saranno fin che duri il mondo eterni…

E bene egli ebbe tempo di scrivere, anche nella libertà di Laura, mentre essa invaghita dell’amore di cosí virtuoso amante differí lungamente l’accasarsi con altri, sperando pure, ch’egli dovesse perfezionarlo con isposarla. Ma disperata al fine di mai ottenerlo, acconsenti di maritarsi in altri, ma non lasciò però d’onestamente amare il suo divino amante; benché allora per non dar sospetto della sua fedeltà al marito, e della sua pudizicia alla gente desiderasse qualche moderazione nella sua maniera di servirla. Ond’egli per non disgustarla, e per non pregiudicare in conto alcuno alla sua quiete e all’onor suo, non potuto celare affatto l’immortale ardore, che gli accendeva l’anima e gl’illustrava l’ingegno; s’involava alla viltà degli uomini, e viveva per lo piú solitario; se non in quanto passava a qualche ora inosservata, e in luoghi non sospetti a vagheggiare l’unico sole degli occhi suoi. E però andava egli stesso dicendo:

Solo e pensoso i piú deserti campi
vo misurando a passi tardi, e lenti.

E altrove,

Per altri monti, e per selve aspre trovo
qualche riposo. Ogni abitato loco
è nemico mortai degli occhi miei.

Ma perché gli esempi provano sovente meglio delle ragioni e delle autorità; essendo verisimile, che sia succeduto in altri quello, che vediamo con gli occhi propri: io conosco un giovine e libero cavaliere, e una dama della sua medesima età, e condizione, e però in termine sospettoso molto, essendo ella vedova, e bellissima, e vezzosa in estremo; i quali amandosi scambievolmente quanto mai possano amarsi un uomo, e una donna, è accaduto, che per accidenti di fortuna la dama sia stata necessitata a ricoverarsi in casa del medesimo cavaliere suo amato amante; e non per un giorno, ma per molte settimane e mesi con quella libertà, che può imaginare chi ha fior d’intelletto, non avendo il cavaliere alcuno, a cui debbia render ragione di sé medesimo, ed essendo la dama in guisa esposta alle sue voglie, che e giorno, e di notte passano a trovarsi l’un l’altro senza l’assistenza d’alcuno infino al letto. Si trattiene la dama nelle stanze del cavaliere, mentre si veste, studia e dorme. Va il cavaliere in quelle della dama, o si riposi, o si vesta, o lavori, le tien lo specchio mentre s’acconcia il capo, e fa specchio sé medesimo de’ suoi begli occhi; giuocano, e mangiano soli, e forse talora s’involano qualche bacio. E pure con tante comodità, con tante occasioni, con tanto amore, con tanta domestichezza, e la dama conserva incontaminata la sua onestà, e’l cavaliere con animo franco ed invitto sterpa e riseca le nascenti voglie amorose, che ben si può credere, che gli facciano germogliare ad ogni momento nel cuore la bellezza, la grazia, i vezzi, le lusinghe, la confidenza, e gl’incanti di cosí amorosa e gentil vedovetta. E vorremo persuaderci, che il Petrarca uomo d’elevatissimo ingegno, avido di gloria, e tutto intento a immortalar se medesimo e la sua amata donna; e che non ebbe mai forse una di mille delle fortune e delle comodità di questo giovine cavaliere, non potesse amar puramente la sua bellissima Laura? Ma perché alcuni misurando forse gli altri col compasso di se medesimi, s’ostinano in dire, che degli altri ancora, non che il Petrarca, hanno amata la persona, e altamente lodata l’onestà delle donne loro dopo d’averle possedute: benché potessi con l’autorità de’ medesimi scrittori portarti in esempio da loro abbattere cosí mal fondata opinione, e mostrar loro, ch’essi con maniera propria d’amante, che è di mutare a guisa d’adulatore i nomi alle cose secondo i propri interessi, le averanno ben lodate di cortesia, di pietà, e di gentilezza; ma non mai di quella onestà, ch’eglino stessi hanno loro contaminata: vorrei, che mi dicessero solamente il nome di quella donna, che il Petrarca tenne nella sua gioventú a’ suoi piaceri, e n’ebbe una figlia, che dal suo nome fu appellata Francesca?”.
“Questa sí, interruppe qui Placido, m’è cosa affatto nuova, che il Petrarca avesse figli”.
“Ebbe una figlia senza piú (soggiunse Glisomiro) benché Bernardino Corio nelle sue Istorie Milanesi, raccontando gli onori veramente reali fattigli in Milano da’ Principi Visconti, gli attribuisca anche un figlio, che in verità fu suo nipote, e figlio della Francesca sua figlia maritata ad un Francesco Borsano milanese. La qual Francesca fu donna di rinomata bontà di vita, e si vede oggidí ancora in Trevigi la sua sepoltura con un’insigne epitaffio. Ora io vorrei sapere per qual cagione quell’eccellentissimo ingegno, che tanto celebrò la sua Laura dalla quale in ventun’anno, che l’amò in vita con sí mirabil fede, che egli medesimo se ne vantò dove non gli era lecito di mentire, favellando con la Regina de’ Cieli: non potè ottenere tanto favore, che volesse lasciargli pur nelle mani un guanto, che le aveva involato; d’una donna, che fu lungamente la sua delizia, che gli partorí una figlia bella, e virtuosa e ch’egli era obbligato d’amare come parte di se stesso, in tante delle opere, ch’egli compose nelle favelle toscana e latina, neppure con un tratto di penna lasciò registrato il suo nome per mandarlo alla memoria de’ posteri? Che vuol dir questo, signori? O quanto avrei da dire! Ma non posso parlare; e so che sono inteso”.
Qui tacque Glisomiro, e i cavalieri lodarono fra di loro la sua modestia. Ma Alberta, con un tratto vezzosissimo disse:
“Non sarò venuta stanotte indarno ad alloggiare a Torcello, avendo trovato un sí valoroso campione per mia difesa. Ma per grazia, signor Glisomiro, poiché avete autenticata la vostra opinione della purità dell’amore del Petrarca, non lasciate ancora passare senza confermazione quella parte, che s’appartiene alla riputazione di Laura, mentre il suo impallidire in presenza dell’amato poeta, ha dato occasione a Vittorio di libare il suo onore, mostrandoci, che anche negli onesti amori possa una onorata dama impallidire, senza pregiudizio della sua onestà”.
Qui Glisomiro:
“Signora, io lascerei volentieri questa parte alla signora Celinda, la quale trovatasi pochi giorni sono invitata a certa cerimonia in un seminario di donzelle, veduto, che il signor suo marito parlava con una di quelle belle dame, impallidi talmente, che pareva si avesse dato il belletto alla francese, benché sia sempre vermiglia come una rosa damascena”.
Sorrise modestamente Celinda, e disse:
“L’immaginava certamente che non sarei partita di qui senza qualche mortificazione di questo diavolo; che se bene sia per altro tutto diverso da se medesimo, conserva in questa parte il costume della sua giovinezza di sempre motteggiar le dame, e me piú d’ogni altra. Ma se voi osservate i volti altrui; ben vi sono di quelli che osservano anche il vostro, e quelli ancora delle vostre dame. Ma non voglio io rivelare i vostri segreti in questo luogo, perché essendo a tavola non vorrei che qualcuno pensasse che il vino mi facesse parlare”.
“Anzi sí, rispose Glisomiro, che dovreste rivelare i miei segreti alla mensa; perché stando nascosta nel vino la verità, tutti vi crederebbono; dove se volete parlarne a caso pensato, nessuno vi presterà fede, sapendo che le donne hanno ereditato dalla prima di loro virtú nobilissima di sapere inventar delle favole”.
Ridevano gli altri; onde Celinda piccatasi di quello scherzo, tutta sdegnosetta rispose:
“Veramente le mie relazioni sarebbono favole, signor Glisomiro: ma perché impallidí Bianchetta quel dopo desinare, che vi trovò a corteggiar Bettina sua sorella? Non dico nulla di Laurina. Basta”.
Alberta quasi offesa da questa parlata, presa la parola per Glisomiro disse:
“Aveva ragione d’impallidire Bianchetta sapendo d’averlo offeso fuor di proposito. E Laurina è una pazza da catene, e meritava anche peggio che d’infermare di disgusto”.
Qui Placido:
“Non saltiamo, disse, di palo in frasca. Lasciate che Glisomiro risponda al vostro quesito, e poi contrastate fra di voi quanto vi piace”.
E Glisomiro:
“Già la signora Celinda ha risposto per me; perché se Bianchetta impallidí fu pallore d’onesta dama per onesta cagione. E se Laurina cadde inferma, infermò per onesto amore. E ho veduto anche di quelle dame, le quali in presenza de’ fratelli, de’ padri, e de’ mariti non hanno stimato di pregiudicio alcuno alla propria onestà d’accompagnare col pianto, non che con le pallidezze i sinistri accidenti di quei cavalieri, da’ quali sapevano d’essere onestamente amate e servite. Che se bene amore è una voce di cattivo suono in bocca d’una dama, e massime maritata appresso il vulgo, s’inganna; perché i veri amori non sono punto pericolosi: sono bene pericolose le false amicizie; e un leal cavaliere prima d’ogni altra cosa ama l’onestà nella sua dama. E quando pure anelasse ad altri fini con essa: sapendo che il ben della donna è l’onestà, e’l male la disonestà; ancorché paia, che a prima vista le desideri anzi il male, che il bene; tuttavolta non le desidera alcuna vergogna, o disonore, anzi metterebbe mille volte la propria vita e fortuna ne’ precipizi per conservazione della vita di lei, e della riputazione. Quindi, perché sa quanto sia facile il vulgo a interpretare sinistramente l’altrui buona intenzione, suole il vero amante e prudente tener celati i suoi pensieri e disegni. E perché amore è una febbre dell’anima, che non si può nascondere in guisa, che d’ora in ora non ne apparisca agli occhi del mondo qualche parosismo, per celarsi all’altrui curiosità, fugge dalle conversazioni, ed ama la solitudine; come abbiamo pur dianzi veduto che faceva il Petrarca, il quale al pari d’ogni altro piú vero amante amò l’onore e la riputazione della sua bellissima donna. Né da lui allontanossi punto il nobilissimo Tasso, benché l’essere stato assai piú felice nell’amor suo, che non fu il Petrarca, gli cagionasse al fine un precipizio sí grande, che, oltre all’avervi lasciato parte del cervello, e perdutavi la libertà, vi lasciò quasi miseramente la vita. Fu però felice anche nel precipizio, essendo caduto da luogo altissimo; onde avendo egli stesso gran tempo avanti preveduta la propria caduta, generosamente cantò,

Meglio è cadendo accompagnar Fetonte.

E pur di nuovo consolidandosi con gli esempi d’Icaro e del medesimo Fetonte andava dicendo:

Se d’Icaro leggesti, e di Fetonte
ben sai come l’un cadde in questo fiume,
quando portar da l’oriente il lume
volle, e de’ rai del sol cinger la fronte.
E l’altro in mar, che troppo ardite e pronte
a volo alzò le sue cerate piume:
e cosí va chi di tentar presume
strade nel ciel per fama appena conte.
Ma chi dee paventare in alta impresa
se avvien, ch’amor l’affidi? E che non puote
amor, che con catena il cielo unisce?
Egli giú trae da le celesti rote
di terrena beltà Diana accesa,
e d’Ida il bel fanciullo al ciel rapisce”.

“Grande ardimento, disse qui Leonello, fu veramente quello di Torquato, e potè ben dire col suo grande emolo

Se bene amor d’ogni mercede il priva,
posciaché ‘l tempo, e le fatiche ha speso,
pur che altamente abbia locato il core
pianger non de’ se ben languisce, e more.

Ma essendo salito tanto alto, maraviglia non fu, ch’egli cadesse, avverando il suo proprio concetto,

che a’ voli troppo alti, e repentini
sogliono i precipízi esser vicini.

Desiderarei bene d’intendere da qual felicità nascesse la sua miseria, perché non mi ricorda d’aver mai letto cosa alcuna in questo proposito”.
E Glisomiro:
“Hanno veramente dato qualche lume di questa verità quelli, che di proposito hanno scritto la vita di quel gran Torquato, e miglior cognizione se ne trae da chi avendo qualche cognizione della Corte di Ferrara di quel tempo, considera attentamente i sensi occulti delle sue divine composizioni. Ora benché con prudente, ma poco cortese avvedimento abbiano alcuni voluto rendere incerta questa verità, con avvilupparla nella controversia di tre Leonore (essendo paruto a qualcuno, che non ha saputo considerare ch’egli amò da filosofo, e scrisse da poeta; che il Tasso desiderasse talora piú di quello che la sua fortuna, e l’onestà della sua dama non gli doveva permettere) non v’ha dubbio, che la donna da esso unicamente amata, altra non fosse, che la principessa Leonora sorella del Duca Alfonso, che fu stimata a’ suoi tempi la piú bella, la piú graziosa, e la piú virtuosa principessa d’Europa. E quando io non ne avessi avuto relazioni, e notizie incontrastabili da nobili e virtuosi cavalieri, che non solamente conobbero di presenza il Tasso, ma l’ebbero in grado molto stretto di amicizia, e vissero lungamente a’ servigi di quella famosa corte; la sola qualità de’ suoi componimenti il darebbe a vedere insino a quelli, che apena sapessero che cosa fosse poesia, non che a quelli, che sanno penetrar piú addentro della scorza, e dar giudicio tra’l buon e’l meglio delle poetiche composizioni. Poiché tra le rime, ch’egli scrisse infiammato del celeste amore di quella gran principessa, e le altre, che o per servire all’occasione, o per compiacere agli amici gli caddero dalla penna; per dolcezza di stile, per vivacità di spiriti, per novità di concetti, e per sublimità di pensieri è quella differenza appunto, che si scopre tra il fuoco vivo, e’l dipinto. Amò dunque Torquato, e fu riamato da Leonora, ma con tanta prudenza, che fino gli proibí il nominarla ne’ suoi componimenti; ne’ quali però godeva (essendo ella dotata d’altissimo ingegno, e di finissimo giudicio) di vedersi adombrata. Ond’egli stesso in quel tempo, che l’Imperadore la chiese per moglie, cel diede a conoscere in quella nobilissima canzone, in cui se ne richiama ad amore, dicendo:

E se pur come volse occulto crebbe
il suo bel nome entro i miei versi accolto
quasi in feriti terreno arbor gentile.

E piú chiaramente altrove andava scrivendo,

Vuol che l’ami costei; ma un duro freno
mi pone ancor d’aspro silenzio.

Ma perché amore è una passione tirannica, che a mille segni, a guisa di fuoco chiuso in fornace svapora e discopre; ne fu in breve chiarissimo (non che la corte, che negl’interessi amorosi de’ Principi e de’ cortigiani ha gli occhi di lince) il medesimo Duca Alfonso. Tanta era nondimeno la opinione, che s’aveva da ciascheduno della onestà incomparabile di Leonora; e tanta la stima, che si faceva in quel tempo della virtú di Torquato, che per molti anni potè egli godere felicemente una fortuna veramente delle maggiori, che potessero toccare in sorte ad un cavaliere, al quale non restava altro patrimonio al mondo, che quello della nobiltà della nascita e della propria virtú. Poiché con perpetuo corso di favori insoliti, e che non si sarebbero conceduti al primo Principe di Cristianità, furono sempre alzate le portiere, e spalancate le porte delle stanze della Principessa a Torquato, non solamente nelle ore consuete dell’udienze e de’ corteggi, ma in tempo ancora, ch’ella tra le sue domestiche dame e donzelle si stava vestendo e adornando. Onde egli ebbe piú fortuna di servirla con sua estrema contentezza tenendole davanti lo specchio, mentre s’acconciava la testa, e in altri ministeri ordinari del culto della sua persona. E quindi egli prese occasione di scrivere oltre a diversi componenti d’ogni sorte, quei due bellissimi sonetti: il primo de’ quali incomincia

Chiaro cristallo a la mia donna offersi.

e l’altro

A i servigi d’amor ministro eletto
lucido specchio anzi ‘l mio sol reggea.

Onde scrivendo nel tempo delle sue calamità una divina canzonetta alla medesima Principessa Leonora, e a Madama Lucrezia Duchessa d’Urbino sua sorella, e risvegliando la memoria de’ tempi felici, in lamentevoli accenti andava dicendo:

A voi parlo, in cui fanno
sí concorde armonia
onestà, senno, onor, bellezza, e gloria.
A voi spiego il mio affanno,
e de la penna mia
narro in parte piangendo acerba istoria,
ed in voi la memoria
di voi, di me rinovo.
Vostri affetti cortesi,
gli anni miei tra voi spesi,
qual san, qual fui, che chiedo, ove mi trovo.
Chi mi guidò, chi chiuse,
lasso, chi m’affidò, chi mi deluse.
Queste cose piangendo
a voi rammento, o prole
d’eroi, di regi gloriosa, e grande;
e se nel mio lamento
scarse son le parole
lagrime larghe il mio dolor vi spande.
Cetre, trombe e ghirlande
misero piango, e piagno
studi, diporti ed agi
mense, loggie e palagi,
ove or fui nobil servo, ed or compagno.
Liberiate, e salute,
e leggi (oimè) d’umanità perdute.

Arrivò insomma a poco a poco tant’oltre l’amor reciproco della Principessa e di Torquato, che essendo ella stata richiesta (come io diceva) in moglie dall’Imperadore; e già vociferandosi per la corte, che il maritaggio fosse vicino ad essere conchiuso, egli ne cadde in quelli spasimi di gelosia, che gli trassero dalla penna diversi componimenti piú teneri per avventura, affettuosi e pieni d’amorosa disperazione di quello che altri forse averebbe stimato non convenirsi alla purità dell’amore di temperato cavaliere verso una Principessa di sí alta fortuna. Ma essendo pervenuti alle orecchie di Leonora i lamenti, i sospetti e la disperazione di Torquato, ella per liberarlo dalla ingiusta oppressione di quel fiero cordoglio, trovatasi seco a ragionamento con eccesso d’amorosa gentilezza, gli disse che vivesse lieto, perché ella non averebbe giammai piegata l’altezza dell’animo suo per sottoporsi ad uomo alcuno, benché quello che la desiderava fosse per dignità il maggior principe del Cristianesimo. Ond’egli tutto allegro si mise a cantare:

Perché di gemme t’incoroni, e d’oro
perfida gelosia
turbar già tu non puoi la gioia mia.
Non sai, che la mia donna altro tesoro,
che la mia fé non prezza?
E se fosse ella pur vaga d’altezza,
chi n’ha piú del mio core
ov’ha il suo regno, e le sue pompe amore?

E fu allora forse, ch’ella per meglio assicurarlo della perpetuità del suo amore, il favorí di una grazia, che essendo stata maggior di quello, che per avventura potesse pretendere Torquato, cagionò col tempo la sua ruina. E fu, che l’onorò o di dargli, o di lasciarsi involare un bacio (che varia ne fu l’opinione) in occasion di servirla in qualche domestico ministerio: onde trovossi a caso con parte del seno discoperta. Tratto, che gli porse materia di scrivere quei versi, che ha portati Vittorio in prova delle sue illegittime pretensioni: benché io agevolmente mi persuada, che gli scrivesse piú tosto a compiacimento di qualche amico, o pure ad altra donna, che a Leonora. Ma siasi quel che si voglia di questo; se Torquato all’uso degli amanti, errò talvolta con la penna, e co’ pensieri; non errò con l’animo, e con le operazioni in amare quella eccellente Principessa; avendola sempre amata di purissimo, e sincerissimo affetto; né in altra guisa avrebbe trovato corrispondenza al suo amore nell’animo reale di quella serenissima vergine; dalla quale (chiarissimo indicio di questa verità) anche nel tempo delle sue miserie fu altamente protetto. Ben commise poi un mancamento Torquato, del quale io non saprei scusarlo: poiché avendo egli per tanti anni goduta una pienissima libertà di conversazione con Leonora, non fu mai necessitato da alcuno accidente sinistro; sí che per ricevere i favori della sua grazia, gli facesse mestiere di confidare ad altri che a se medesimo i suoi segreti, se però non lo scusasse l’affetto dell’amicizia, che l’indusse a non tenerli celati a un cavalier di gran nascita e di gran fortuna, con cui egli s’era unito in legame strettissimo d’amore e di confidenza. Il quale divenuto traditore all’amico, ne parlò in maniera, che pervenuta alle orecchie di Torquato medesimo la sua infedeltà, si vide sforzato a castigarnelo con la spada, e non lasciando ancora di dolersene con la penna in dolorosi e gravi componimenti”.
Qui taciutosi Glisomiro, prese Celinda a parlare dicendo:
“Si meritò d’essere tradito da un amico chi non seppe osservar la fede alla sua dama, e dama tale, che se gli poteva ascrivere a gran fortuna, che non l’avesse castigato, e a grandissima che l’avesse compatito del suo ardimento, che non mostrasse con sí vivi contrassegni d’affetto la stima che faceva del suo amore e della sua virtú. Ma questa è l’ordinaria disgrazia delle donne d’essere assassinate, sotto il nome d’amore, dagli uomini, i quali trattando da ciarliere le femmine, non sanno essi tenere una parola in bocca non che un segreto nel seno. Anzi non che dicano il vero, vantandosi di grazie ricevute, ma ne inventano sovente di loro capriccio con eterno pregiudicio della riputazione di quelle infelici dame, che ingannate da’ loro artifici s’inducono a credere d’essere amate, e a corrispondere di leale affetto a chi barbaramente le tradisce”.
“E pure, soggiunse Alberta, non vogliono molte di noi, benché si trovino continuamente ingannate e tradite dagli uomini imparare a proprie spese, ricadendo ogni giorno nelle medesime reti della mala ventura”.
Rise Placido, e disse:
“Amano tanto le donne d’essere amate, ed è loro cosí dolce l’esca d’amore, che non è maraviglia, che si lascino con tanta facilità prendere all’amo, non che alle reti, che tendono gli uomini alla loro bellezza”.
“Dite piutosto, proseguí Rambaldo, che quella disgrazia d’essere ingannate interviene ordinariamente alle donne, perché nell’elezion de’ soggetti s’appigliano sempre al peggiore di tutti quelli che le servono per favorirlo della grazia loro ad onta de’ meritevoli amanti. La qual cosa io non l’attribuisco tanto alla leggerezza del loro cervello, quanto alla giustizia d’amore, che vuol castigarle della loro ingratitudine con quel medesimo mezzo, che esse l’esercitano verso gli altri”.
Rimasero piccate le dame di queste parole di Rambaldo; onde Celinda:
“Avete ragione, disse, di straparlar delle dame, perché sapete di non meritar l’amore fuor che di qualcuna di quelle sciocche femmine, che non sanno favorire fuor che degl’ingrati, e de’ cicaloni”.
Fu piccante il motto di Celinda, e provocò il riso di tutti i convivanti; perché veramente Rambaldo in somigliante proposito non era il piú taciturno cavaliere del mondo. Ma Glisomiro per troncare sul principio cosí odiosa controversia, cessato in parte il riso degli altri, prese egli a dire:
“Veramente in materia di segretezza amorosa hanno le donne di che rimproverare giustamente gli uomini perché esse, non che mai ridicessero somiglianti interessi (parlo delle donne onorate) ma si lascierebbono scorticar vive prima di confessarli. E beato quel cavaliere, che può acquistarsi nell’animo della sua dama concetto di taciturno e di segreto. Ma se il Tasso fallí in questa parte, fallí per virtú d’amicizia, non per infedeltà verso la sua dama; e poteva, non che ad un amico, ma palesare senza alcun pregiudicio della sua riputazione a tutto il mondo la purità del suo amore favorito di qualche onesta grazia da quella eroica principessa; la quale con intendimento superiore al suo sesso, e con elezion nobilissima antepose alla fortuna di grandissimo Principe la virtú d’un privato cavaliere, amando piú tosto d’essere divinamente amata da Torquato, che posseduta in moglie da un Cesare. In confermazione del mio pensiero, oltre all’esempio del Petrarca e d’altri nobilissimi ingegni, che modestamente palesarono al mondo in dolcissimi componimenti le oneste grazie fatte loro dalle amate donne, diede assai chiaramente a conoscere di qual tempra fosse il suo amore il medesimo Torquato in quel nobilissimo sonetto, ch’egli scrisse dolendosi con amore, che la Principessa gli avesse proibito l’appalesarlo. Dice:

Uom di non pure fiamme acceso il core,
che lor ministra esca terrena, immonda,
chiuda il suo fuoco in parte ima, e profonda
e non risplenda il torbido splendore.
Ma chi infiammato di celeste ardore
purga il pensiero in viva face e in onda
non è ragion, che le faville asconda
senza parlar, ne tu’l consenti Amore.
Che s’altri (tua mercé) s’affina e terge,
vuoi, che’l mondo il conosca; ed indi impare
quanto in virtú di quei begli occhi or puoi.
E se alcun pure il cela, insieme i tuoi
piú degni fatti in cieco oblio sommerge,
e dell’alte tue glorie invido appare”.

Applausero con lieto mormorio alla recita di questo nobile componimento i convivanti; ma Giustina interrotto con la dolcezza della sua voce quell’allegro bisbiglio:
“Non so, disse, se si parlasse d’altri che del Tasso, che è il suo occhio destro, volesse Glisomiro difendere i suoi mancamenti. Basta che fallí, e fallí cosí altamente, che ben meritate da lui possiam giudicare che fossero quelle sciagure, che dopo cosí gran mancamento l’accompagnarono fino alla morte”.
Sorrise Glisomiro, e rispose:
“Anzi quelle sciagure manifestarono al mondo la sua innocenza, mentre la medesima principessa dopo la sua fuga dalla corte del Duca suo fratello, che per aver castigato l’infedele amico rivelator de’ suoi segreti l’avea fatto arrestare nelle sue proprie stanze; vel richiamò con sue lettere di consenso del medesimo Duca. E’l favorí, e’l protesse infino a che egli fu capace de’ suoi favori, e della sua protezione. Ma creda ognuno finalmente ciò che gli pare, certa cosa è, che dovranno tutti i secoli amare, ed onorar la memoria di Leonora, mentre per mezzo di lei goderanno i parti dell’elevatissimo ingegno di Torquato, il quale per altro di natura malinconica e di stile aspro anzi che no, risvegliato dalle fiamme del suo divino amore, e addolcito per compiacerla lo stile, scrisse con tanta felicità nelle materie d’amore, che se non ha superato (come stimano alcuni) il Petrarca medesimo l’ha almeno agguagliato; e fuor d’ogni controversia avvantaggiato ogni altro scrittore del nostro linguaggio, e nella moltitudine de’ componimenti, e nella dilicatezza, e nella vivacità, e nella maestà, e nella purità, e nella forza d’esprimere gli affetti amorosi. Onde egli stesso ebbe a cantare,

E in quelle osai, che fur segnate, e sparse
d’altrui lusinghe, e de’ miei propri errori.
Ma pur chi degli amanti i volti e i cori
colora meglio, e men dal ver si parte?

E aveva prima detto scrivendo all’Ardiccio per iscusa, che la principessa dotata di finissimo giudicio aveva censurati per duri i suoi versi.

Ardiccio, se ben miri
molle e dura è costei,
cosí son duri e molli i versi miei.
Molle è in lei quel di fuori
dentro ha marmi, e diaspri,
sol nella scorza i versi miei sono aspri.
Non senti come spiri
da’ loro interni ardori
spirto gentil, che intenerisce i cori?

Ha dunque avuto ragione la signora Alberta di celebrare la purità dell’amore del Petrarca e del Tasso, e di chiamarli due colonne del Tempio, e dirò io del Regno d’Amore. Oltre alle quali chi tenta di varcare, non trova certamente nell’Oceano della poesia italiana che o sirti o scogli, o mostri, o tempeste per naufragare fra l’onde o dell’ignoranza, o della lascivia. Parlo qui solamente delle materie d’amore; che so ben io, che il nostro secolo ha prodotto per altro ingegni eminentissimi, i quali avendo degnamente toccata la poetica lira, se non sono arrivati alle colonne del merito e della gloria piantate dal Petrarca e dal Tasso, vi si sono almeno con felice ardimento avvicinati. Ma d’oltrepassarle, come si sono scioccamente vantati alcuni moderni verseggiatori, che tanto hanno che fare col Petrarca e col Tasso, quanto ne hanno le lucciole con la Luna, sperano invano i mortali, se però non discendesse dal cielo qualche angelo in forma umana”.
Mentre Glisomiro favellava era tornata da cenare in quella camera la servitú; ond’egli pervenuto a questo termine di ragionamento, e raggirando altri pensieri nell’animo, chiese in che stato si fosse il vento e la pioggia; e inteso, che essendo quasi cessata la pioggia incominciasse a bonacciare anche il vento; alzatosi, e seco tutti gli altri da mensa; avvicinossi al fuoco acceso nella medesima stanza; e pregata Giustina di cantare per trattenimento di quella nobile compagnia una qualchie arietta; ella non perduta l’occasione d’estrinsecare per questo mezzo qualche suo capriccietto; fattosi dare un picciolo lento, che portava seco di maravigliosa struttura; con una soavità da incantar le tigri prese teneramente a cantare questi versi:

Allor, che viva fiamma
alma gentile infiamma,
ed al suo dolce ardore
sente cortese amore
s’arman in van per lei destino e sorte,
che l’è gioia il martir, vita la morte.
Pur che m’ami chi amo,
che mi brami chi bramo
pur che viva nel petto
del mio solo diletto,
s’armino a’ danni miei destino e sorte,
che m’è gioia il martir, vita la morte.
O Filli, o di mia vita
vita, e morte gradita,
pur che’l tuo core, e’l mio
accenda un sol desio,
s’armino a’ danni miei destino e sorte
che m’è gioia il martir, vita la morte.

Nel recitar di questa ultima stanza volendo la giovanetta pronunziare il nome di Filli, parve che se le avvilupasse la lingua, e incominciasse un nome di maschio. Ma poi quasi ravveduta, ripigliato il verso pronunziò il nome di Filli; ma con un mezzo risetto voltò gli occhi nella faccia di Glisomiro, che le sedeva quasi dirimpetto. Terminata poi la sua canzonetta, presentò il leutino a Domitilla, la quale scusatasi di non saper toccare cosí picciolo strumento, data ad essa una carta, perché le suonasse un’aria di suo gusto, beatificò l’aure notturne, ma contaminò il cuore di Celinda, e di Glisomiro, recitando quei versi, che nel primo fiore degli anni aveva appunto scritti a Celinda, da cui li aveva ricevuti Isabella, e lasciatigli con altri suoi componimenti alla figlia. Disse:

Celinda io ardo, e l’ardor mio vivace,
che cresce allo spirar d’aura d’errore,
sí grande è già, ch’in lui ben puote Amore
alimentar la temeraria face.
Io ardo, io ardo; e l’ardor mio vorace
fatto immortal dal mio mortal dolore
scorrendo il seno, e penetrando al core
l’anima amante infievolisce, e sface.
Occhi rogo d’amor, che ardenti strali
nel sen vibraste, e spaziose porte
nel core apriste agli amorosi mali,
poiché il languir per voi m’è dato in sorte,
altre mercé non cheggio, occhi fatali,
che di sguardi pietosi alla mia morte.

SCORSA TERZA

Fu ventura di Celinda e di Glisomiro, che mentre cantava Domitilla fossero usciti da quella stanza Leonello e Ferrante per vedere anch’essi con altri di quella compagnia a che termine si fosse ridotta la marina, desiderando di ripassare, benché fosse ormai poco lontana la meza notte, a Venezia. Perché la dama vedutasi in qualche libertà, mossa la bocca in un riso infingevole e messo, ed esalato un tronco sospiro disse:
“Come vanno le cose del mondo! Chi m’avesse detto già cinque o sei anni, che dovessi riveder Glisomiro, l’averei trattato da pazzo; e pure è vero, che l’ho riveduto quando mi pensava che i venti se l’avessero portato cosí lontano, che mai piú venisse novella in queste parti di sua persona. Ma già no’l riveggo con quei pensieri, benché tenga i medesimi sembianti, che’l vidi nel piú bel fiore degli anni suoi. Allora era tutto celeste, ora mi sembra tutto terrestre, forse perché quel cielo che l’infiammò, oscurato dalla vecchiezza non ha piú né soli, né stelle per allettarlo, o per riscaldarlo”.
Tacque ciò detto, e sorridendo Glisomiro rispose:
“Signora, i cieli non invecchiano, ma ben cangiano influssi. Io però non sono, né sarò mai diverso da me medesimo, benché la fortuna abbia cangiate con gli anni le mie fortune, e le mie inclinazioni”.
Voleva rispondere Celinda, ma tornati in questo mentre in camera Leonello, Ferrante, Rambaldo, e Guglielmo, le chiusero le parole in bocca. Avendo però riferito, che cessata affatto la pioggia benché il mare tuttavia strepitasse, incominciava a rendersi praticabile la laguna; entrava già Leonello a licenziarsi con nobili ringraziamenti da quella compagnia; ma interruppe cosí fatto trascorso Celinda, che sentito Drusilla nominare per dimenticanza Domitilla (alla quale avevano posto nome Cateruzza) e già insospettita di sua persona, e per la somiglianza, che teneva con la madre, e per la recita del sonetto di Glisomiro a sé indrizzato; riconosciutala per quella che era, e trasportata dall’empito dell’affetto e della curiosità; non potuto celare nel petto questa notizia, venne a metter in campo una pericolosissima controversia. Perché riconosciuta la giovinetta anche da Leonello, e per essa discoperta Drusilla, diede negli strepiti, e contro le dame, e contro Panfilo, e contro tutta la sua compagnia. Anzi confidato nella propria autorità, senza riguardare che fosse quasi solo in quel luogo contra molti, passò dagli strepiti alle minaccie, e poco meno che alle violenze. Infmo a che la lite passò di parole, e Panfilo, e Vittorio, e Glisomiro si contennero ne’ termini della riverenza; ma quando trascorse nelle minaccie e alle violenze, oppostoglisi vivamente Panfilo disse, che essendo Domitilla sua moglie, ad esso e non ad altri ne toccava la cura, e che essendo Drusilla dama libera, poteva diportarsi come, e con chi le fosse piaciuto. Questa opposizione non che mitigasse, crebbe lo sdegno di Leonello, e prorompendo in nuove, e piú pregnanti ingiurie, mancò poco che quella camera ospitale non si cangiasse in campo di guerra. Ma frappostisi a quello strepito Placido e Glisomiro, tanto s’adoperarono con buone parole, che fatto Leonello capace se non delle ragioni di Panfilo, del proprio rischio, quietossi; ma non in guisa, che non volesse immantenente partire da quella casa; ma non essendo punto di questo umore né Celinda, né Alberta, gli misero mille intralci fra’ piedi aiutate da Glisomiro, che per proprio interesse e di Panfilo, non voleva, che passasse per maniera nessuna quella notte a Venezia. Ma che dovevano fare infino a giorno in quella casa con tanto incomodo? Perché se si fosse trattato d’abbandonarla per passare in terra ferma, era cosa certa, che Leonello ancora averebbe voluto partire per tornare a Venezia. Bisognò dunque giuocarvi di testa. Ma prima di toccar altro ci convien sapere a qual fine fosse stato chiamato Glisomiro fuor della mensa da Astolfo. Ella era stata Cate, che gliene aveva dato il motivo; con la quale trovatosi il cavaliere, ella gli parlò in questa guisa:
“Signore. Sono tante le obligazioni che vi professo, che non posso di manco di non palesarvi cosa, che penso vi riuscirà di molta consolazione l’averla intesa. Subito giunta qui, e restata sola con Giustina, la giovanotta entrata meco a dolersi della sua disgrazia, che le convenga passare in Alemagna con persona, che se ben le promette di sposarla, Dio sa quello che pensa di lei come l’abbia ridotta nel suo paese; è venuta insieme a confessarmi, che quando vi piacesse di trovare qualche invenzione di rapirla a Guglielmo, che si starebbe perpetuamente con voi, che possedete qualità veramente amabili; e l’avete cosí presa nel vostro amore, che si sente morire solamente pensando che dee allontanarsi dalla vostra gentile e cara persona, e conversazione. Io veramente non pensava di dovere trattar cosí presto con voi di questa sua voglia; ma l’avere di presente scoperto, che Rambaldo machina di farle un mal giuoco; m’ha posta in necessità di darvi questo incomodo, perché non venga a succedere qualche disordine prima che ne siate avvisato. Appena vi siete messi a tavola, che ho sentito nella camera qui presso, dove s’apparecchiavano le vivande, che il Moro, che voga nella vostra gondola, tratto Dietisalvi suo compagno in disparte gli ha dimandato se guadagnerebbe volentieri cinquanta ducati. Può fare il diavolo (ha risposto il villan traditore) venderei mia madre per cinquanta ducati. Che vuoi da me perché li guadagni? Il Moro allora gli ha detto, che Rambaldo promette ad ambedue cento ducati per dividerseli fra di loro, se vogliano accompagnarlo fino alla Motta, dove disegna di rubar Giustina a Guglielmo (col quale tien parola di passar nell’Imperio) e se gli riuscisse di rubargli anche i bauli, che porta seco, promette loro altri cento ducati, e piú ancora, secondo la preda che ne faranno, credendosi che abbia seco un buon valsente di robbe e di danaro. Dietisalvi ha pensato un poco sopra questa proposta, e finalmente instigato dal Moro ha risoluto d’esser con esso, pur che il delitto non si faccia nella Motta, ma in qualche boscaglia, dove dice che saprà condurli senza pericolo. Piú non s’è detto fra di loro, o se ne hanno parlato, non ho potuto intendere d’avvantaggio per essersi allontanati da questo parete di legno, e tutto pien di fissure, per le quali ho raccolte queste parole. Ora, signore, voi siete prudente, né vi lascierete voi fuggir l’occasione d’avere cosí bella giovanetta, che v’ama tanto a’ vostri piaceri: e vi dico veramente, ch’ella è una molto savia fanciulla, e benché innamorata, non credo però, che sappia ancora che cosa sia mondo. E quasi mi dò a credere, che Guglielmo, benché dorma con essa, non l’abbia fatta ancora donna, e quando pure l’avesse fatta, che importa a voi? Ad ogni modo ella non v’ha da servire che da piacere”.
Qui tacque la vecchia. E Glisomiro, che all’intendere l’iniquità di Rambaldo, e la ribalderia del Moro e di Dietisalvi s’era tutto conturbato nell’animo; in udire queste parole di Cate, conosciuto che nel servire a Giustina procurava il suo proprio vantaggio per trattenersi appresso di lui, e trovarsi con Astolfo; tutto rasserenato disse:
“Insomma tu sarai sempre Cate, ma io non sarò mai diverso da Glisomiro. Giustina sarà moglie di Guglielmo, e non mia amica; ma sovra Rambaldo, il Moro e Dietisalvi averò il conveniente risguardo, perché non succeda qualche disordine. Nel rimanente ti ringrazio di questo avviso, e ti prego di fermarti con Giustina, perché ho speranza di fare ch’ella non passi in Germania, e resti moglie di Guglielmo; che quando ancora non fosse mio amico non è cavaliere da esser tradito. Tu non parlare con altri di queste cose, e metti da parte i tuoi umoretti con Astolfo, ch’egli è ormai tempo di pensare ad altro, che all’amor de’ ragazzi; che se bene tu non sii ancora dispregiabile, Astolfo non fa per te, né tu per lui. Lascia, Cate, lascia questi umoretti, e se non puoi lasciare il vezzo nel quale sei vissuta maritati, che non ti mancherà qualche ometto, che non guardi a scrupoli, e ti scuota il pelliccione a tua posta. E se m’ascolti Ghiandone farebbe molto a proposito, e vi potreste stare insieme al servigio di Guglielmo e di Giustina. Pensavi, che sarà ben fatto”.
Detto questo, tornossi Glisomiro nella sua nobile compagnia dove succeduto quello che già sappiamo; voluto cessare ogni disordine, disse:
“Signori. Qui conviene mettere in pratica il consiglio, che ci diamo l’uno all’altro a giornata, facendo di necessità virtú. Partire di qui a quest’ora, e con la marina ancora torbida, non mi sembra buon partito. Per una mezza notte d’incomodo non si muore. In questa camera si possono adagiar le dame, d’un letto facendone due; e standovi come potranno il meglio. Alla medesima guisa si potranno accomodare in un’altra camera quelli, che non si sentissero di fare una notte da soldato. A’ padroni della casa resterà libera la stanza destinata al loro trattenimento, e la servitú potrà dormire nel portico, in cucina, e nelle barche a suo piacere. Chi meglio pensa, meglio proponga, ch’io m’accomodo per la mia parte ad ogni cosa”.
Parve buono questo consiglio, e venne eseguito con molta felicità, avendo in quella ritiratezza Panfilo aiutato da Placido e da Vittorio placato Leonello con renderlo capace delle sue ragioni in avere sposato Domitilla senza il consentimento del padre suo. Intanto Glisomiro, che aveva già per mezo d’Astolfo fatta apparecchiare la gondola da tre remi, mettendo però in luogo di Dietisalvi uno de’ gondolieri di Panfilo a vogare, invitò fuori di casa Rambaldo con Ariperto (al quale aveva dato qualche motto di quella occorrenza) dicendogli:
“Signore: tengo di là da quest’acqua certo rigiro con una dama, al quale non desidero compagni, de’ quali non possa fidarmi in ogni fortuna. So, che voi siete cavallier di grand’animo, e però vi prego di fare una scorsa meco in quella parte”.
Rambaldo, curioso per natura, e nullamente sospettoso allora di Glisomiro, subitamente disse che l’averebbe servito: onde entrati elli tre soletti in barca, Betto e’l gondoliere di Panfilo, secondo l’ordine ricevuto da Glisomiro, voltarono immantenente la prora verso Burano, Dove pervenuti, e smontati con maraviglia di Rambaldo, Glisomiro gli disse:
“Rambaldo, itene per la vostra via, che nella nostra compagnia non vogliamo persone, che paghino i benefici di tradimenti. Non vi dico di piú, che piú non meritate, e porto rispetto ad altri, che a voi. Andate; ma ricordatevi, che non sempre sono le malvagità fortunate; né tutti gli uomini son Glisomiri che sappiano pagare, a rovescio di voi, i tradimenti di benefici”.
Voleva Rambaldo entrare col cavaliere in novelle, e far dell’incognito e del galantuomo; ma Glisomiro dettagli la buona notte senza piú lasciollo su la fondamenta, e tornato in barca disse a Betto, che tornasse a Torcello. E intanto Ariperto stupito della sua accortezza e generosità, entrò a lodarnelo con molta grazia. Ma il cavaliere, rotto cosí fatto ragionamento disse:
“Io non so trattare in altra guisa co’ miei nemici. E se m’inganni talvolta, mi giova di restare ingannato pur che non inganni me stesso. So che con due sole parolette, che avessi dette a Guglielmo averci potuto far le vendette delle mie proprie ingiurie senza che persona del mondo potesse mai sospettare che da me fosse venuto il colpo. Mai non per ciò mi celerei alla mia propria coscienza, e agli occhi di quel Dio che tanto gode del titolo di clemente, che l’antepone a quello d’onnipotente. E fuori ancora di questi sentimenti di pietà, io non vidi mai, che le vendette fruttificassero altrui che delle disgrazie, dove la clemenza non sa portare a chi l’adopera che benedizioni anche dagli stessi nemici. Ma parliamo d’altro. E che ne dite signor cavaliere delle novelle portateci da Leonello e da Placido del corso felicissimo, che han preso l’armi della Polonia? Quando vi diceva io l’anno passato, che la fortuna dello Sueco era una illusione, e che l’alienazione de’ grandi di quel Regno da proprio re per aderire al partito de’ suoi nemici, era un inganno: voi imbevuto della soverchia stima dell’armi svedesi vi ridevate de’ miei pensieri. E pur bisogna ancora considerare nelle rivoluzioni di Stato, che non basta che un capitano tenga un esercito agguerrito e veterano al suo servigio; perché bisogna vedere ancora s’egli abbia la ragione e la giustizia che militino con le sue bandiere. Il re Casimiro travagliato dalla guerra del Moscovita, e dalla ribellion de’ Cosacchi, acconsentiva a partiti anche pregiudiciali a se medesimo per mantenersi in pace con lo Sueco; ma il novello Gostavo pieno d’una vastissima pretensione d’assorbire non solamente la Polonia, ma la Boemia, d’annichilare ne’ Regni del settentrione ogni vestigio di religione cattolica: rotta la tregua non ancora terminata, e rifiutato ogni accordo di pace, ha portato l’armi piú ingiuriose che vittoriose nella Polonia; e bene, o per fortuna sua, o per tradimento d’alcuni grandi del Regno conseguí dapprincipio qualche vittoria; perché c’era qualche peccato nella Polonia, che meritava il flagello dell’armi straniere; ma conosciuto appena il proprio fallo, e rimessi ne’ termini del loro dovere, hanno richiamato quei Grandi nel suo trono il legittimo re, che le forze svedesi han dato da se medesime l’ultimo crollo. E tralasciate le ragioni della pietà cristiana, credetemi, amico, che per agguerrite che sieno, come voi sostenete, sovra tutte l’altre d’Europa, le soldatesche svedesi, che mentre non abbiano l’appoggio degli stessi Polacchi, niente potranno nella Polonia; benché sieno appoggiate da un principe cosí poderoso, com’è l’Elettore di Brandemburgo, che dopo tante disfatte ha rimesso con le sue forze in piedi il partito svedese. Stupiscono alcuni, che il fu re di Svezia facesse tanti acquisti nella Germania, e l’attribuiscono ad eccesso di valore nella sua persona, e nelle sue genti: né veggono, o non vogliono vedere, che infino a che militò solo nella Germania, trovossi battuto e stretto da poche genti imperiali a segno, che già offeriva per se medesimo patti d’accordo per ritornarsene donde era venuto. Ma la lega di Francia, d’Inghilterra e d’Olanda gli diede il modo di fermarsi, e l’unione di Sassonia, di Brandemburgo e d’altri principi dell’imperio gli aprí la strada a quegli acquisti nella Germania, che piú che della Svezia furono opra e fatica della stessa Germania. Nella medesima guisa procedono le cose del presente re nella Polonia, e senza la ribellione d’alcuni principi del regno, l’appoggio di Brandemburgo, e i soccorsi del Cromuel e d’altri potentati, a’ quali torna il conto che la Svezia stia con l’armi alla mano, si sarebbe veduto in pochi giorni soccombere allo sforzo dell’armi polacche”.
“Veramente, disse Ariperto, conosco d’essermi ingannato ne’ miei giudici, ma nell’inganno di tutta Europa, che dava per disperato affatto il partito cattolico nella Polonia, e nella Germania sotto il ferro di questo re, che s’usurpa il titolo di capo e protettore de’ protestanti”.
E Glisomiro:
“Due grandi nemici tiene a questi giorni la cristianità cattolica, Carlo Gostavo e Oliviero Cromuel, né puossi attribuire certamente, che ad operazione diabolica cosí fatta unione di due teste per altro piú fra di loro contrarie ne’ sentimenti, e ne’ dogmi delle loro eresie, che non sono gli eretici medesimi co’ cattolici, essendo lo sveco Luterano, e l’inglese Calvinista, e della piú disperata setta ancora de’ Calvinisti, benché sia opinione di chi l’ha conversato, ch’egli non abbia altra religione, che quella del proprio interesse; né per altro si faccia capo anch’esso, e protettore de’ protestanti, che per ragion di Stato a proprio sostentamento. Cosí sappiamo le pratiche che egli ha tenute con gli Ugonotti di Francia prima d’aggiustarsi con quella Corona, e quello che abbia operato a favor degli eretici della Val di Lucerna, a questo solo fine d’acquistarsi l’aura e’l credito appresso i popoli alieni dalla religione cattolica”.
“Non mi negherete però (disse Ariperto) che il Cromuelo non sia il maggior uomo de’ nostri tempi, avendo saputo di privato cavaliere condursi con la sua industria all’assoluto comando di tre regni, onde è divenuto formidabile a’ piú poderosi monarchi d’Europa”.
“La vita il fine, e’l dí loda la sera, rispose Glisomiro. Anche Diocleziano, che fu il peggiore di tutti gli uomini del suo tempo fu il maggiore di tutti i Cesari che furono prima, e che forse sieno stati dopo di lui. Ma osservate giusto castigo di Dio sopra l’Inghilterra. Arrigo Ottavo, e i re suoi successori per alienar quei popoli dalla fede cattolica e dall’obbedienza del Pontefice Romano, si sono serviti del braccio del Parlamento. Il Parlamento per abbattere la sovrana potestà dei re ha conculcata affatto ogni ombra di religione e di pietà cristiana, armando i popoli sovvertiti contro il medesimo re, e la sua posterità. I popoli armati dopo d’avere abbattuta l’autorità reale col sangue dell’ultimo re decapitato per man di carnefice e scacciato il clero e la nobiltà dal Parlamento e dal regno; introducendovi lo stato di repubblica popolare, hanno prodotto un nuovo mostro a destruzione della loro usurpata potestà; avendo il Cromuelo annichilata affatto l’autorità, la libertà, e la independenza del Parlamento, facendolo e disfacendolo a suo arbitrio, e ritenendo a titolo di protettore un’autorità non mai permessa a’ regi, di far guerra e pace, imporre tributi, assoldar genti, fabbricare armate, e far tutto quello che vuol dentro e fuori del Regno, senza che uomo del mondo ardisca d’aprir bocca senza presentaneo castigo, contro la sua persona e autorità. Dove debbia terminare cosí violenta mutazione di cose, non c’è chi possa presumerlo, non che saperlo. Chi v’ha interesse vi pensi, che a me basta di pensare a me stesso”.
Fra questi ed altri ragionamenti tornati Glisomiro e Ariperto, donde erano pur dianzi partiti, si fece loro incontro la piú inaspettata novità del mondo: le dame sole, e tutte confuse, e scarmigliate, e alcune di loro piangenti. Fu la prima Alberta, che veduto entrare il cavaliere con Ariperto uscisse tutta lagrime e sospiri ad incontrarlo. Diede un guizzo d’orrore Glisomiro a questa comparsa, e veduto, che la dama con soverchia domestichezza si lasciasse cadergli in seno, dubitatosi di qualche e gran male nella persona di Placido, sospirando disse:
“O mia signora, che novità son queste? Dov’è Placido? Dove gli altri cavalieri?”.
Niente rispondeva la dama, fosse o troppo cordoglio, o qualche amoroso artifício che la rendesse immobile e muta con la faccia appoggiata alla spalla sinistra del cavaliere. Finalmente trattasi avanti Drusilla, come quella che meno di tutte l’altre offesa dalla fortuna si sentiva trafitta l’anima dal coltello della gelosia d’Alberta, brevemente disse:
“Signore. Non vi saprei dir altro, se non che Cate, avendo rubati gli ori e le gioie di Celinda, d’Alberta e d’Eufemia, se n’è fuggita con Dietisalvi e un lavorante di questi orti sopra una barca di casa; e in traccia di essi si sono messi con le gondole qui restate tutti i cavalieri di nostra compagnia”.
Crollò Glisomiro il capo a questa novella; e chiesta licenza alle dame d’uscire anch’esso alla medesima inchiesta, non glielo vollero permettere a patto alcuno, dicendo che per convenienza, e sicurezza loro dovesse egli almeno fermarsi con Ariperto e la sua barca. Parve giusta al cavaliere questa rimostranza; e fatto chiamarsi il Moro, senza dargli ombra di quello che sapesse di lui, gli comandò d’andarsene immantenente fuori di quella casa; e di non capitar mai piú in luogo alcuno dove sapesse, ch’egli vi fosse. Il Moro spaventato da quella minaccia, e percosso dal rimorso della propria coscienza, tutto tremante rispose:
“E dove volete, signore, che io vada a questa ora senza barca e per luoghi impenetrabili non essendo qui attorno che ortaglie, e seminati?”.
E senza aspettare risposta dal cavaliere soggiunse:
“Ma signore, benché abbia fatto Dietisalvi di quello, che dovete sapere; poiché vedo che avete cacciato via Rambaldo e Dietisalvi è fuggito, sappiate ancora, che io non aveva però pensiero di fare il male che voleva Rambaldo; ma l’andava trattenendo insino che potessi essere in terra ferma; dove subito voleva abbandonarlo, e andarmene a casa mia”.
“Queste sono favole, disse Glisomiro, e le cortesie che hai ricevute nella mia casa non meritavano che trattassi meco e co’ miei amici in questa forma. Orsú mi contento di condurti in terraferma; ma ti licenzio per sempre dalla mia casa; che se ben fosse vero, che io nol credo, che non pensassi di fare il male che macchinavi; basta per convincerti reo il non avermi subitamente avvisato delle machine di Rambaldo”.
Queste parole misero in curiosità le dame d’intendere quello, che fosse appunto avvenuto di Rambaldo e ciò che avesse machinato a’ danni del cavaliere. Ma Glisomiro detto loro, che fosse tempo di riposare, non d’attendere a queste novelle, cangiò ragionamento per intendere esso come fosse succeduto questo disordine di Cate e di Dietisalvi.
Questa femmina indegna vedutasi tolta dal cavaliere ogni speranza della domestichezza d’Astolfo, o per disdegno, o per capriccio messi gli occhi addosso a Dietisalvi, giovine di primo fiore, e per villano, di bella faccia; tenne modo di favellar con esso mentre i cavalieri e le dame si trattenevano discorrendo, e cenava la servitú. E da meretrice vecchia e trista, conosciuto da’ suoi discorsi col Moro, che la vera strada di cattivarselo fosse quella del danaro, alzatasi di letto, e messolo in ciancie gliene esibí qualche quantità, e di fatto gli mostrò due o tre monete d’oro e d’argento; se avesse voluto acconsentire alle sue voglie, e tornarsi con essa a Venezia. Il giovine, che per uno scudo averebbe camminato ducento miglia, e che non avendo mai forse avuto pratica di femmine, gli pareva una bella cosa che una donna, che teneva ancora qualche apparenza di vaghezza gli cascasse in braccio, le promise tutto quello che volle come fossero pervenuti in terraferma; non sapendo allora come partire da quel luogo e da quella compagnia. Ma la fortuna, che voleva avviluppare un nodo di stravaganti avventure in quella casa, gliene diede la comodità assai prima di quello che potesse sperare. Perché lasciato in terra da Glisomiro, che per ragion di stato non volle condurre tutti e tre i congiurati seco; mentre stassi sornacchiando nel portico, ecco Cate che passa a svegliarlo dicendogli:
“Dietisalvi, se ti dasse l’animo di fuggirti or ora di qui, darebbe a me il cuore di farti ricco. Io ho messe in letto con Giustina alcune di queste dame, le quali nello spogliarsi hanno lasciato sovra un tavolino gli ori, e le gioie che portano in testa e nel seno. Queste io posso involare senza che persona se ne avveda. Tu vedi se ti basta l’animo d’uscir di qui, che siamo accomodati per un pezzo”.
Non pareva buono al giovine questo partito, né voleva acconsentirvi, prevedendo con astuzia villanesca, che cosí fatte cose in poter loro gli averebbono, volendo farne ritratto, accusati del furto. Ma Cate impauritolo con dirgli, che avendo Glisomiro scoperto il tradimento che aveva ordito col Moro contro Guglielmo, si trovasse in pericolo di portarne le pene al suo ritorno, il trasse tutto spaventato dove le piacque. Ma non c’era per questo mezzo come partire: perché essendo le barche di Panfilo e di Leonello disparecchiate, non poteva prevalersene senza strepito in provvederle almeno di forcole e di remi. E quando ancora avesse potuto provvederle, non sapendo guidare gondole in poppa, come che tenesse pratica di vogarle a mezzo, non poteva assicurarsi d’altro, essendo tuttavia la marina inquieta, che d’andarsi a mettere in un precipizio. Cate intese le ragioni del giovine, e vogliosa pure di coronare le passate infamie della sua vita con questa nuova ribalderia, gl’insinuò, che se non sapesse poppeggiare in gondola rubasse un qualche battello agli ortolani, o di quella casa, o di quei contorni, col quale passando a Burano o a Mazorbo averebbono potuto trovare in quei luoghi qualcuno, che li conducesse per mercede a Venezia o in altra parte. Pensato un poco, e consultato fra di loro, presero finalmente partito di tentare un fanciullaccio, che serviva di lavorante casuale in quegli orti per indurlo anche per propria sicurezza a fuggirsi con essi con un batello del suo padrone. Cosí trovatolo, che dormiva in una stanza di legno e paglia fabbricata fuor della casa per uso degli orti, e fattigli toccar con le mani (perché era allo scuro) alcuni danari, che gli promisero per mercede di quel servigio, il trassero agevolmente dove bramavano; e tanto piú volentieri, che passato di pochi giorni a lavorare in quella parte, vi dimorava egli di pessima voglia. Or mentre Dietisalvi e’l lavorante apparecchiano il batello, entrata Cate nascostamente in camera delle dame, perché qualcuna d’esse ancora vegliava, fínse di mettersi anch’ella a riposo: e spento il lume se ne portò le gioie dov’era aspettata da’ giovini, co’ quali andossene alla sua ventura. Aveva l’ortolano maggiore sentito quel poco di strepito, che di necessità fecero costoro nel separarsi dalla riva, e dare de’ remi all’acqua, e conosciuto la maniera della voga che fosse di batello, non di gondola, e di gente mal pratica, insospettito di qualche furto fatto negli orti suoi, balzò di letto; e corso alla sua riva trovò mancarvi appunto il suo batello. Chiamato perciò il lavorante, né comparendo in luogo alcuno, svegliò la sua famiglia, la moglie e i figli, che per dare luogo agli ospiti dormivano nel soffitto della casa, e mise ogni cosa sossopra. Accorsero a questo rumore i gondolieri di Leonello e di Panfilo, e trovato mancare anche Dietisalvi crebbero il rumore a segno, che svegliatisi e usciti fuori i cavalieri ancora, che dormivano semivestiti, chiesero del motivo di somigliante novità. Li aveva già messi in apprensione la partenza di Glisomiro e di Rambaldo con Ariperto, come che s’avessero dato a credere, che per qualche loro capriccio giovinile avessero solamente passato l’acqua. Onde il sentire questa nuova ritirata, e che Astolfo andasse borbottando per casa, entrati in qualche peggior sospetto, chiesero al giovinetto, che stravaganze s’andassero machinando dal suo padrone. “Nol so, disse turbatamente Astolfo; ma forse Cate ve ne potrebbe dir qualche cosa”. La curiosità e l’importanza del fatto spinse i cavalieri a chiedere della donna, ma chiamata, e richiamata alla porta della camera delle dame, saltò di letto Alberta, e semivestitasi andò a vedere che cosa si ricercasse. E fattosi dare un lume dal marito svegliò tutte l’altre dame; e non comparve già Cate, ma ben s’avvidero prestamente del furto fatto da lei; perché messo il candeliere sul tavolino venne a scoprirsi ignudo, dove nell’andare a letto l’avevano caricato d’un tesoro femminile. Questa veduta fece balzar di letto Celinda ancora, ed Eufemia, che insieme con Alberta erano state le danneggiate; che Domitilla e Giustina, benché in portamento di spose, non tenevano che qualche anelletto in dito e qualche cosetta al collo, che non s’avevano levata d’attorno. Passata ne’ cavalieri per li pianti delle dame questa novità, e trattandosi d’un grave danno di Leonello, di Ferrante e di Placido, considerato che gl’involatori inesperti e impacciati, poco potevano essersi dilungati, entrarono confusamente in barca, e avendo rinforzata la gondola di Panfilo l’ortolano, con due suoi figli, si misero Panfilo, Vittorio e Guglielmo verso la terra ferma, e Leonello con Placido e Ferrante verso Mazorbo e Venezia alla traccia dei fuggitivi.
Intesa Glisomiro parte di queste cose dalle dame e da Astolfo, perché i motivi della fuga erano ancora incogniti, e contristato di somigliante disordine, lasciate le dame con buone parole, voleva ritirarsi con Ariperto in altra parte. Ma Alberta aspettato che l’altre rientrassero nella propria camera, chiamato il cavaliere fermollo nel portico, ritirandosi a questo suono nella camera degli uomini anche Ariperto con Astolfo. Fermatosi il cavaliere per intendere che cosa gli comandasse la dama, ella guardatolo fissamente ammutí. E poi stata alquanto sovrapensiero sorrise dolcemente, e disse: “Voi m’avete raccontato stanotte, che Leonora favorisse d’un bacio Torquato. Gran premio a grande amore. Io non sono Leonora da poter favorire chi m’ama, ma credo bene d’essere Leonora in conoscere il merito di chi mi serve. E se bene non siate voi solo ad amarmi, siete però quel solo, che io ho eletto per oggetto del mio amore, che bene il merita una servitú di tanti anni, benché sappia, che non vi manchino ancora altri trattenimenti”. E detto questo, e data un’occhiata attorno, né veduto pure ombra alcuna di chi potesse vederla, abbracciato il cavaliere ne’ fianchi, né avuto ardire di baciarlo, gli ripiegò la bella faccia in seno, dandogli comodità di prendersi esso quella ricompensa, che non ardiva di dargli essa stessa della sua servitú. Glisomiro vedutosi in quell’inaspettato cimento, e pauroso che qualche dama, o per gelosia, o per curiosità mettesse il capo fuor della porta ad osservare i loro trascorsi, dislacciatosi soavemente dalla dama, venosamente le disse:
“Adagio mia signora, per grazia, con i favori, perché io non sono piú Glisomiro, e voi non siete piú dama libera”.
Sospirò allora Alberta, e disse:
“Voi non siete piú Glisomiro? E perché?”.
“Perché, rispose il cavaliere, una volta averei stimato grazia suprema l’onore d’un vostro bacio; ora non so quello che mi facessi dopo che avessi avuto l’onore di baciarvi”.
“V’intendo, v’intendo, disse tutta crucciosetta Alberta. La pratica di Minetta v’ha tutto cangiato da voi stesso. Quello che non faceste da giovinetto con Celinda e con Isabella, che tanto vi amavano, quello, che non avete mai preteso da Alberta nel piú bel fiore degli anni suoi, e de’ vostri, ora che Minetta v’ha contaminato il pretendereste da Alberta poco meno che vecchia?”.
Rise il cavaliere di questo gentile sproposito della dama, e disse:
“Voi vecchia, mia signora, che siete nell’auge della beltà e della gloria donnesca? Certo, che s’io ben mi ricordo quando vi maritaste, voi passate di poco i trent’anni. E vi chiamate vecchia? Ma queste son favole. Voi siete mia signora, e avete voluto che tenga Placido per amico; e però contentatevi, che io v’ami e vi serva senza ricompensa, mentre non posso pretenderla senza offesa di chi avete fatto mio amico”.
Mosse a queste parole la faccia Alberta in un gesto graziosissimo e guardato il cavaliere di sottocchio, soggiunse:
“E dite, che non siete piú Glisomiro? Questi sono i vostri delirj da giovinetto. Io veramente non pensava, che doveste offendere Placido con un bacio d’onore: ma poiché voi mi trattate su quest’aria, quando avessi ancora preteso da voi un bacio d’amore in che offendereste Placido? Io certo non per fare ingiuria a Placido, ma per far beneficio a me stessa l’avrei preteso. Ma poiché voi m’avete negato un bacio d’onore, non voglio nemmeno da voi un bacio d’amore”.
Era una confusione questa parlata; e cosí parlano ordinariamente le donne, e massime innamorate, che vorrebbero anche senza parlare essere intese.
Trovossi pertanto oltremodo confuso il cavaliere ancora; onde le disse:
“Signora, non è questo luogo, né tempo da somiglianti trapassi. Io debbo essere in terra ferma per aggiustare gl’interessi di Panfilo e di Domitilla, e di Guglielmo, e Giustina, e forse ancora a visitar Laureta. So che potete ciò che volete con Placido, trovate però qualche invenzione per venir voi ancora con queste dame, che cosí saremo lontani da Celinda (che ben sapete, che bisogna guardarsi da lei) e parleremo insieme per aggiustare senza offesa d’alcuno la ricompensa meritata dal mio amore, ed esibitami dalla vostra gentilezza”.
Voleva rispondere Alberta; ma uscita fuori Drusilla l’interruppe dicendole tutta turbatetta e confusa che fosse ormai tempo di lasciare andare il cavaliere a riposarsi. Alberta piú di lei confusa, e turbata di questo sovrasalto sdegnosamente rispose:
“Se avete sonno andate a dormire, che non vi mangierò mica il vostro amore. Sono quindici anni, che ci conosciamo, e voi siete venuta iersera; e benché diciate d’essere sua moglie, so bene che non siete: avendo egli altro in testa, che d’ammogliarsi. Andate, andate a dormire, se avete sonno”.
Qui Drusilla quasi piangendo di stizza, disse:
“Se Glisomiro non è mio marito, può essere: e benché io non sia ancora sua moglie, stando però con esso non gli farei questo torto di far l’amore con altri, come fate voi, benché siate maritata”.
Infuriata Alberta per questo rimprovero mancò poco, che non dasse in qualche impazienza; ma ritornata in se stessa dalla propria accortezza, con un riso amarissimo, disse:
“Orsú, andate, signora, a dormire, che avete ragione; e scusatemi, perché bisogna che dica due parole ancora a vostro marito, e verrò dopo a servirvi”.
Ritirossi allora Drusilla. e Alberta soggiunse:
“Ho paura, che questo animale faccia per gelosia qualche sproposito, e tornato Placido m’accusi di questo mio abboccamento con la vostra persona. E se bene egli non pensa male alcuno di noi, tuttavolta non vorrei che la fortuna mettesse qualche disordine a campo per separare la nostra conversazione. Se m’amate punto, quietatela, e perché non possa tradirmi, prendetemi a parte della vostra confidenza con essa. Essendo innamorata e dama libera farà per voi tutto quello che vorrete. Io le darò ad intendere d’aver trattato appunto con voi per suo proprio servigio, e che v’ho ridotto a compiacerla in qualunque maniera le piacerà del vostro amore. Né mi trovate invenzioni per farmi credere, che non abbiate questi pensieri con essa; perché non sono piú cosí sciocca, che possa darmi ad intendere le vostre favole d’amori platonici e poetici; sapendo bene, che voi ancora avete rinnegata questa eresia, e che Minetta non v’ha provato cosí stolido come vi provarono Isabella e Celinda. E in quanto a me non mi farete ingiuria alcuna. So, che non m’avete mai amata a questo fine, e che quando ancora l’avete avuto; non debbo legar voi mentre sono disciolta dall’obligo di corrispondervi. Vi stupirete forse di sentirmi dopo tanti anni d’amicizia portata ne’ termini del rispetto, favellar con voi con questa libertà: ma voi ne siete stato cagione col perdervi nell’amore di Minetta, con la quale so tutto quello che avete fatto per bocca di Bettina, e di Lorenzetta. Orsú vi lascio”.
E taciuto, non però partiva ma guardava tuttavia fisso il cavaliere. Il quale non saputo come rispondere a questi suoi propositi mentre non gli dava spazio di raccogliersi, e veduto che ella aspettasse pur di vedere da qual piede zoppicasse con essa, pensò di liberarsene con un bacio in fronte: ma la scaltra dama incontratolo con una maniera tutta amorosa, lasciollo con un profondo sospiro. E tornata in camera, benché tutta conturbata, disse scherzando a Drusilla:
“So che siete molto gelosa, signora mia. Non ve l’ho mangiato no, il vostro amore, per aver parlato con esso de’ vostri interessi”.
Poi messale la bocca all’orecchio pianamente soggiunge:
“Drusilla, non perdere piú tempo che ti bisogna. Se lasci andar Glisomiro in terra ferma senza che ne abbi avuto da esso qualche contrasegno certissimo del suo amore, non sarà piú tuo. Io ho penetrato da’ suoi discorsi, ch’egli sia innamorato di Laureta, in casa della quale credo che si faranno le nozze di Panfilo e di Domitilla. Già si diceva, che quella dama volesse maritarsi con esso; e chi sa, che non vada a trovarla con questo fine? Mi conferma in questa opinione, perché avendogli io parlato di tua persona come di sua sposa, secondo quello che tu mi dicesti iersera, egli m’ha risposto, che non vuole ammogliarsi. Io però non credo a parole d’uomini, perché sempre ingannano le donne. Tu sei giovane, bella, e innamorata. In casa non c’è altri che quel Francese suo amico, dal quale non hai occasione di guardarti, perché egli attende a’ fatti suoi; e queste dame sapendo che tu vivi ora alla sua ombra non sospetteranno niente di male. Vattene a ritrovarlo, perché io ti sarò sempre buona amica, e ti coprirò con le mie vesti”.
A Drusilla giovane innamorata, e benché di buona età, quasi inesperta delle astuzie femminili pareva che le volasse in seno la sua buona fortuna per quelle parole, tutte inventate dalla sua accortezza, di Alberta. E benché da una parte le dispiacesse il sentire questo segreto dell’amore di Glisomiro con Laureta, come pregiudiciale a’ suoi interessi; confidando per l’altra, che se prima di lei l’avesse avuto in sua balia avrebbe potuto promettersene un possesso stabile della sua persona e del suo amore, correva già col pensiero in braccio del cavaliere. Ma poi ritenuta dalla vergogna d’Ariperto, e dal timore dell’altre dame, torcendosi tutta disse:
“Sia maledetto quel Francese, e’l punto che è tornato seco in questa casa. Poteva pure Glisomiro lasciarlo andare in sua malora dietro la traccia dei fuggitivi”.
Mentre qui delirano queste due dame, e Celinda ed Eufemia, benché afflitte dalla perdita delle loro gioie si lasciano occupare gli occhi stanchi dalla lunga vigilia da qualche ombra di sonno, Giustina, che vegliava sovra i loro andamenti, ed era forse piú di loro accesa della persona di Glisomiro, e già sapeva, che Cate gli avesse rivelati tutti i suoi pensieri, fatta ardita dal proprio genio, dall’amore, dalle tenebre, dalla gelosia, e dalla disperazione; uscita di là senza dir nulla, quasi che pensasse a qualche sua domestica occorrenza, passò nella stanza degli uomini, ove si stava Glisomiro ancora in veglia, e dormiva Ariperto. Qui assalito a spada franca Glisomiro, che rimase dolcemente confuso da quello inaspettato sovrassalto gli disse:
“Ebbene, Signor cavaliere, che risoluzione avete presa sovra la mia persona?”.
“Quella che debbo, rispose Glisomiro. Guglielmo sarà vostro marito, e se non vi piace d’andare in Germania, procurerò, che si fermi in una condotta di sua professione in qualche terra di questo dominio: che se bene poco vaglia per me stesso, mi confido di trovargli per mezzo degli amici e de’ padroni questo ricapito. E in tanto vi potrete fermare ambedue nella mia propria casa, o dovunque vi piacerà”.
Fu qualche cosa per Giustina questo primo incontro, che le dava buona parte di quello ch’ella desiderava. Onde non sapendo che replicarsi si stette immobile e muta con gli occhi a terra. Allora Glisomiro lusingatale con una mano soavemente una gota, piú soavemente le disse:
“Signora, vi prego di ricordarvi, che mentre Guglielmo vi sposi non avete di che dolervi di lui, come che abbiate per altro ancora di che lodarvene. Amatelo, e siategli fedele, ch’egli il merita”.
La fanciulla incantata da quel tratto e da queste parole, data ne’ pianti disse:
“Purtroppo gli sono fedele; ma voi, signore, m’avete ammaliata, e non vorrei già, che Cate vi avesse detto qualche cosa di mio pregiudizio, perché io non ho avuto altro fine, che di pregarvi a favorirmi della vostra protezione per non lasciarmi partire d’Italia. Nel rimanente mi rimetterò sempre al vostro piacere”.
Chi può darsi ad intendere la favella d’una donna (e quanto meno d’una fanciulla) innamorata? Il confessare d’essere ammaliata dall’amore del cavaliere, e di rimettersi alla sua disposizione come poteva aggiustarsi con l’essere fedele a Guglielmo, e con la negativa di quello che gli aveva fatto rappresentare a suo nome da Cate? Si può credere che il credersi assicurata dal cavaliere, e di restare in Italia, e d’esser moglie di Guglielmo la rimettesse in se medesima, come che pure l’amore, che portava a Glisomiro la tenesse perplessa nelle sue inclinazioni. Onde se non fosse stato piú potente in Glisomiro l’affetto dell’amicizia e’l riguardo dell’ospitalità, che l’amore della giovanetta e la propria compiacenza della sua eccellente persona (che veramente Giustina possedeva qualità da far prevaricare ogni anima costante) si può credere agevolmente, ch’ella ingombrata dalle fantasime d’amore non avesse saputo negargli cosa che avesse desiderata. E pur fu vero che usasse il cavaliere tanto riguardo con la fanciulla, e tanta lealtà con l’amico, che stimasse d’aver fatto anche troppo con lusingarle per confortarla il volto, e darle un bacio d’onore in mezzo la fronte. E se passasse piú avanti con Alberta, egli non teneva obligazione alcuna con Placido, non per altro avendo preso a conversarlo, che per instigazione della medesima dama, che avendo lungamente trattato seco ne’ termini d’un amore di virtú e di complimento; cangiata o per gelosia e per invidia, o per capriccio, o per comodità da se stessa; volle dimesticarsi con esso piú di quello che non le comportasse il suo debito, e farsi per proprio interesse anche ministra dell’altrui precipizio. A questi scogli rompono sovente la propria onestà quelle donne, che a qualunque pretesto se’l facciano, ambiscono la confidenza degli uomini, o che amano, o da’ quali vengono amate.
Tornata Giustina piú presto di quello che non aveva forse disegnato, e piú consolata che non avrebbe sperato Glisomiro, fra le altre dame; egli serrata la porta della sua camera gittossi alla ventura sul letto per prendere un breve momento di riposo. Ma egli aveva appena dormito un’ora, che tornato sul far dell’alba un figlio dell’ortolano con una barca di passeggeri, svegliò tutta la casa, portando ordine di Panfilo e di Guglielmo, che se Glisomiro fosse tornato con Ariperto in quella parte dovessero Domitilla ancora e Giustina mettersi con esso in viaggio per terra ferma, verso dove avuto spia che si fossero stradati i fuggitivi, si sarebbono trovati anch’essi per fare inchiesta di loro. Quell’ordine, che guastava tutti i disegni di Alberta, e forse ancora di Celinda, mise nuove turbolenze in campagna; perché non paruto loro di propria convenienza il fermarsi solette in quella casa, si dichiararono, che non avrebbono giammai permesso a Glisomiro d’abbandonarle infino a che non fossero tornati i loro mariti. Piaceva a Glisomiro questo incontro, che veniva a liberarlo dall’impaccio di Celinda e di Alberta: ma poi considerato anch’esso, che non fosse buon termine di partire infino a che non avessero sentito qualche cosa ancora di Leonello e di Placido, spinse il medesimo ortolano con una sua barca a ricercarne verso Mazorbo, e Venezia: portando loro parimente l’avviso della strada tenuta da i fuggitivi. Fatto questo, le dame, benché avessero poco dormito, e manco riposato, vollero vestirsi e acconciarsi, e comparve fra le altre Alberta in un portamento cosí ammaliante e lascivetto che ben diede a conoscere a Glisomiro che non si fosse punto dimenticata di quel che aveva trattato seco la notte. Drusilla altresí, benché si stasse taciturna e sospesa, faceva scintillare fuori de’ suoi begli occhi alcuni spiritelli amorosi, che davano chiarissimi contrassegni, che le parole d’Alberta l’avessero incalorita per metter l’ultima mano a’ suoi disegni. Drusilla era già sua preda, e tardi o per tempo poteva disporne a suo beneplacito: ma se Alberta se ne fosse andata quando mai piú si sarebbero accozzati in cosí favorevole congiontura? E’l bacio della preterita notte l’aveva conturbato in guisa, che sentiva già nel seno qualche solletico ingiurioso alla propria modestia. Entrò di mezzo a questa turbazione Celinda, la quale avvedutasi benissimo dal portamento d’Alberta tutto spirante di vezzi e d’amori del suo disegno, e tenendo già Drusilla in concetto peggior di quello che non era; trovato il cavaliere soletto si mise a proverbiarlo delle sue novelle amicizie, e a ricordargli qual fosse stato allora, che s’erano essi amati nel fiore negli anni del cavaliere, perché Celinda poteva quasi essere sua madre benché godesse ancora qualche privilegio di quella beltà, che nel colmo delle sue glorie trovò pochi paragoni fra le dame del suo tempo. Ora le parole furono molte da una parte, e dall’altra, e degne d’un’amicizia semplicemente amorosa; perché essendo pervenuta la bella dama

tra gli anni de l’età matura, onesta
che i vizi spoglia, e virtú veste e onore,

era loro permesso di

sedersi insieme, e dir, che loro incontra,

senza quelle perturbazioni e quei rischi che accompagnano gli anni freschi e fioriti.
Caduta tra questi ragionamenti e trascorsi (a’ quali intervennero per poco Domitilia ancora, ed Eufemia) l’ora del desinare, né comparendo messo alcuno, o ambasciata, non che alcuno de’ mariti di quelle dame: si presero cura Glisomiro e Ariperto del loro trattenimento qual si poteva in un luogo poco meno che deserto. Passò il desinare con molto giocondità; non ostante l’afflizione, che tuttavia conturbava Celinda, ed Eufemia per la perdita delle loro gioie (che Alberta teneva allora altro in testa, che gioie) sul fine del quale, perché Celinda e Alberta solite di frequentare il verno le accademie intesero da Glisomiro, che pochi giorni addietro si fossero celebrate alcune sessioni accademiche, alle quali per essere di stagione che non s’usa il mascherarsi, non erano esse intervenute, entrò Celinda a chiedere al cavaliere che cosa di bello si fosse trattato nell’ultimo di quei congressi.
“Di quello appunto, disse Glisomiro, che pur ora andavano discorrendo Ariperto e Giustina a causa della vita degli ortolani. Qual condizione d’uomini sia piú felice nel mondo?”.
“Il pensiero è vulgare, disse Celinda, ma dalle cose ordinarie ancora si possano trarre molte singolarità di pensieri. E voi che diceste? Perché so che non averete tenuta la lingua fra i denti, benché non sia di Carnevale”.
“Dissi anch’io poche parole, soggiunse Glisomiro, a caso, e alla ventura”.
“E non ci potreste favorire, disse Giustina, di farci assaggiare anche in un’ortaglia un poco di trattenimento accademico; favellando nella medesima guisa, che fareste nell’accademia?”.
“Questo è nulla, disse Glisomiro, e chi parla sempre a caso di queste faccende, non ha punto da penare in trovar parole; come fanno quei belli ingegni, che vanno a pesca di bisticci e d’equivochi, ch’essi chiamano spiriti: i quali per formar un bisticcio penano tre settimane in accozzar due parole equivoche, che pronunziate non riportano altro premio di tanta fatica, che d’una risata non so se d’applauso, o di scherno. Io parlai dunque, o con queste, o con somiglianti parole.
Voi chiedete, illustrissimo principe, una cosa quasi piú impossibile da ritrovare che l’oro, sempre invano promesso dagli alchimisti. Se il mondo altro non è che una valle di miserie, a che cerchiamo la felicità dove non può trovarsi? Dice quel grande, che non può mentire, e pur troppo cel conferma la nostra mortale caducità; che noi siamo peregrini sovra la terra. E qual fu mai quel peregrino, che si stimasse felice fuor della patria? La nostra patria è fra le stelle; ed ivi regna la vera felicità, che nel mondo non si trova stato alcuno felice, fuor che in apparenza, e per inganno e opinione degli uomini. Gli Epicurei mettevano la loro felicità ne’ piaceri del senso, ed erano piú miserabili delle bestie de’ campi. Gli Stoici si pensavano d’esser felici nella impassibilità degli affetti, e si vantavano beati anche nel toro di Falaride accompagnati dalla virtú; e nel disumanarsi diventavano anzi fiere che Dei, crucciati perpetuamente nell’anima dal fasto, dalla superbia e dalla spinosità delle loro speculazioni, con le quali s’ingegnavano di ostentar la fallacia de’ propri dogmi. Alessandro metteva la sua felicità in soggiogare il mondo, ed era cosí misero, che piangeva in sentire che ve ne fosse piú d’uno. Diogene la collocava in una botte, ed era cosí infelice, che non passava pur un atomo della sua vita senza perpetue calamità portategli dalle ingiurie delle stagioni, dalla insolenza degli uomini, e dalla impertinenza degli animali. Omero celebrava per felicità de’ mortali la vita coniugale, e Quinto Cicerone si stimava felice in un letto vuoto, e vengono ambedue riprovati dalla famosa impresa di quel grande ingegno, che applicò alla donna quel motto tratto dall’archivio d’una fatale necessità: Nec tecum, nec sine te. Io sentii una volta un gran baccalare, che abbagliato dal fumo dell’ambizione averebbe dato dieci anni di vita per esser fatto cardinale; e vi sono stati di quelli, che han riputato felicità il rinunziare allo stesso Ponteficato. Il soldato si reputa felice morendo in una vittoria, degli altri la stimano una pazzia, mentre resta nel medesimo istante privo della propria felicità, che in apparendo gli sparisce. Il cortigiano si reputa felicissimo se può arrivare con innumerabili stenti e fatiche a dominare il genio del suo padrone; e degli altri con avvedimento maggiore si credono fortunati in non accostarsi giammai alla persona de’ principi e de’ padroni; che a guisa del fuoco ne scaldano i lontani, e abbruciano i vicini.
I principi stimano propria felicità l’obbedienza de’ vassalli; e pure non vi mancano molti di loro, che amino d’averli disubbidienti per avere insieme occasione di spogliarli de’ loro privilegi e delle facoltà e della vita. I vassalli all’incontro si felicitano nell’abbondanza della pace, e pure si trovano molti che si stimano piú felici nelle turbolenze degli stati, magnificando a piena bocca, Rebuelta de rio ganança de pescador. Tutte le donne, benché sieno il piú infelice animal della terra si reputano felicissime in esser belle, o per meglio dire in darsi a credere d’esser credute belle: e pure non è questa loro bellezza, che una fatal miseria per esse, mentre continuamente languiscono, e si crucciano o negli artifici per conservarla o nel timore di perderla. Vi sono molte ancora di loro, che si reputano felici in aver molti amanti che le adorino; e pure nudriscono tanti nemici a propria infelicità. Delle altre, benché sieno pochissime di questa mente piantano le colonne della loro felicità nella costanza d’un solo amore, e precipitano ad ogni momento nell’oceano d’amarissimi pianti e singulti, fatte schiave de’ capricci d’un fierissimo tiranno della propria vita, tanto piú calamitose, quanto piú fedeli; e piú infelici allora, che s’incontrano in un genio amabile, mentre sviscerate da’ perpetui rancori della gelosia, e del timore di perderlo non trovano giorno e notte pure un momento di sollievo, o di respiro al cuore angustiato da crudelissimi affanni. Non parlo qui de’ letterati e de’ savi, perché non v’ha condizione di gente nel mondo piú di loro infelice. Qui addit scientiam, addit laborem. E dove è fatica d’animo e di corpo, che sarà colui, che possa pur sognare la felicità? Che in quanto alla fama che s’acquista con l’opere dell’ingegno, in vita non mai si gode, che accompagnata dalla perpetua infelicità del livore, dell’invidia, e della detrazione degli emoli, de’ nemici, e de’ malignanti: e nel rimanente se il latino, o’l greco

parla di me dopo la morte è un vento.

Insomma vivendo gli uomini sovra la terra d’opinione, e con l’opinione, o propria, o d’altrui: se pur si dia (ch’io nol credo) felicità nel mondo, stimo, che quell’uomo solo possa chiamarsi felice, che si reputa, o per parlare con proprietà maggiore, che si sogna vegliando d’esser tale.
Altro non mi restava che dire, illustrissimo Principe, avendo favellato improviso per obbedirvi: ma poiché veggio, che alcuni di cotesti signori ascoltanti, benché m’onorino d’un cortese silenzio, disentono co’ gesti del volto dal mio pensiero; mi farò lecito di chieder loro, che mi dicano in grazia, se sieno essi veramente del numero de’ felici, o pure si credano e sognino d’esser tali. Felice è colui, disse Bacchilide, al quale concesse Dio parte de’ suoi beni, e di condurre una doviziosa vita con prospera fortuna. E Sofocle parimente afferma che quelli sieno felici, che in vita loro non gustarono giammai pur minima apprensione di male. Ora se voi siate veramente, signori, del numero di costoro, pensatel voi, che io non vel credo. Credo bene col medesimo Sofocle, che negli orti solo di Giove regni la compita felicità. E con ragione; perché là su non germogliano gli affanni, né fruttificano le miserie. Ma qui nella terra, dove non seminano gli uomini che spine di travagli, né raccolgono che triboli di calamità, qual felicità troveremo giammai, se anche a parer di Diogene la felicità nasce dalla vera allegrezza? E se parlando da senno fuori delle bizzarie accademiche e delle vanità poetiche, solamente quell’uomo a parere di Giamblico può chiamarsi felice nel mondo, che, in quanto lice all’umana fragilità sarà simile a Dio; perfetto, semplice, puro e allontanato dal vivere comunale; chi è quello di voi signori, che possa veracemente affermar d’aver conseguita questa felicità, nel mondo? Scusatemi, niuno. E se l’uomo a sentenza d’Ippodamo Turio nel suo libro della felicità, come imperfetto per se medesimo ha bisogno per diventar felice d’aiuti esterni, perché non gli basta nemmeno di possedere la virtú, senza la quale non dassi apparenza di felicità sovra la terra, mentre non concorrano a felicitarlo ancora i comodi della fortuna, la pubblica tranquillità, la bontà de’ dominanti, l’osservanza delle leggi, l’amorevolezza de’ famigliari, la fedeltà degli amici, e la benevolenza universale de’ popoli; chi è quello di voi, signori, che possa vantarsi di possedere tante, e cosí rare prerogative dell’aureo secolo di Saturno,

quando al mondo innocente affanni, e mali
non ordivano ancor stelle sdegnate?

Sogni, sogni sono i nostri, signori, allora che ci pensiamo farneticando d’essere felici nel mondo. La felicità altro non è, se crediamo a Ippodamo, che una perfezione della vita umana. Questa vita consiste, e si forma di molte azioni, che vengono dalla felicità perfezionate. Ma tutte le nostre azioni, perché ne conducano a questa felicità, fa mestiere, che vengano guidate e rette dalla virtú o dalla fortuna. La virtú vien considerata nell’uso, la fortuna negli eventi. Per diventare adunque felice fa mestiere all’uomo, e dell’uso della virtú acquistato con gli atti virtuosi già convertiti in abito, come sostenta Crisippo; e della fortuna, che secondi con prosperi successi le nostre operazioni. In quanto alla virtú non entro, signori, a decidere se siate veramente felici, perché me ne rimetto al testimonio della vostra coscienza, ma in quanto alla fortuna, permettetemi pure, che io creda che non siate punto felici, mentre sento a giornata, che tutti vi lamentiate degl’infelici successi delle vostre azioni anche allora, che piú vi pensate vicini alla meta della felicità, e piacciavi insieme di credere con esso meco, che se pur vi trovi qualche condizione d’uomo felice nel mondo; quel solo sia piú felice degli altri, che si reputa, o sogna d’esser tale”.
Tacciuto Glisomiro applaudito per loro cortesia, non per merito d’una casualità, dalle dame, riprese Alberta il favellare dicendo:
“Se volete farci il favor compito, usandosi di recitare nel fine delle azioni accademiche diverse poesie, vi compiacerete di replicarci ancora la recita di quei componimenti, che avete portati in quella nobile radunanza, benché qui non sia (trattone Ariperto e Astolfo) chi possa darne giudicio, e goderne, se non fosse Drusilla, che tiene umor di poetessa”.
Rise Glisomiro, e soggiunse:
“Se mel ricorderò vi reciterò uno di due sonetti, che mi caddero dalla bocca in persona d’amante d’una dama prigioniera. E statosi alquanto pensoso disse:

Già di fresca bellezza i lieti ardori
fuggii, sprezzai con temerario zelo;
di misera bellezza or vuole il Cielo,
lasso, che io provi i disperati amori.
Se ben tronchi ha del crin gli aurei tesori,
e veste il molle sen d’orrido velo
la bella donna, ond’ora avvampo e gelo,
han però i crini e’l sen lacci, e fulgori.
Prigione ingrata, in cui languente spira
l’angelico splender di quel bel viso,
in cui ritratto il bel di Dio s’ammira:
quel, che per fede io veggio, in te ravviso,
che anche gli angeli a Dio caduti in ira
nell’Inferno piombar dal Paradiso.

Aveva appena terminate Glisomiro queste ultime parole, che Celinda ridendo disse:
“So a chi va questo sonetto senza interprete”.
“A chi?”, disse Alberta.
“A una dama, che porta il mio nome”, disse Celinda.
“Tanto ne so, quanto ne sapeva”, soggiunse Alberta.
“Ma può essere che v’inganniate, perché quella Celinda è ormai vecchia”.
“Gliene averà scritta da giovane, disse Celinda, perché mi pare, che non tenga piú questi umori in campo, noi vedendo piú comparire in quella parte”.
“Siasene ciò che si voglia, disse Domitilla, il sonetto mi piace, e perché nelle accademie s’usa oggidí anche la musica; accioché godiamo una vera imagine di trattenimento accademico, io pregherò la signora Giustina di cantare qualche componimento di quelli che le ha dati Glisomiro, che mi piacciono perché l’intendo anche io, se ben sono ignorante”.
Giustina allora fattosi dare il suo leutino, piacevolmente disse: “Per servire a chi debbo, reciterò alcuni pochi versi di partenza, ch’egli dettò una di queste sere in piedi al clavicembalo a compiacenza d’un cavaliere mio paesano”.
E ciò dicendo aggiustato il levitino dolcissimamente intuonò questi versi:

Tirsi partir volea
dalla sua bella Clori,
Clori per cui nudria
fiamma d’antichi ardori,
e perché invano il proprio duol premea
con flebil voce in mesto suon dicea.
Cor mio dove ti resti,
ed io dove n’andrò
leggiadri occhi celesti,
quando vi rivedrò?
S’io v’amo, e se v’adoro
sallo la terra, e’l ciel,
e pur parto, e non moro;
o mio destin crudel!
Cosí dicendo ancor tronco sospiro
ruppe il tenor del canto,
e’l varco aperse al pianto.
Sentí del suo fedele
la bella Clori il pianto, e le querele;
e nell’alma ferita
da saetta crudel d’aspro cordoglio
colei, che quasi scoglio
de’ sospiri, e de’ pianti a’ venti, all’onde
rigidissimo, e sordo
portò sempre d’amor l’anima ignuda,
con improvisi accenti
forieri di tormenti,
disse: Tirsi, o mia vita.
E poi quasi pentita
troncò la voce e tacque.
Ma tentò invan la semplicetta allora
di premere il desio, che l’innamora;
perché in vece del suon delle parole
il cuor gridò co’ suoi sospiri ardenti:
Tirsi tu sei mia vita
certo morrò se fai da me partita.
Ben se n’avvide il fortunato amante,
e repente cangiati
in gioie i suoi tormenti
fermò col cor le piante,
e disse: occhi beati
occhi dell’alma mia nido felice
poiché mirar mi lice
tra nubi di pietà raggi d’amore,
mitigato il dolor, fermato il piede,
in olocausto di perpetua fede
tra fiamme eterne vi consacro il core.

Questi versi recitati da Giustina con una grazia da incantar d’amore le pietre, contaminarono sí fattamente il cuore d’Alberta già divenuto esca d’un insano amore, che non potendo reggere alla obombrazione de’ suoi spiriti le convenne appoggiare la fronte su la mano sinistra ripiegata su la tavola. Poco meglio sentissi Drusilla, benché per la inesperienza non provasse cosí fervido il calore degl’incentivi amorosi. Quinci avvedutosi Glisomiro, già poco sano anch’esso, di cosí fatto disordine, terminato ch’ebbe il suo cantare Giustina alzatosi in piedi, dicendo che l’accademia fosse ormai troppo lunga recando incomodo agli ascoltanti, diede occasione ad Ariperto di ritirarsi, e alle dame altresí di ripassare (avendo desinato nel portico) nella propria stanza, fuor solamente Celinda, che turbata oltremodo di queste vedute, fermatasi con Glisomiro gravemente gli disse:
“Pensava bene qualche cosa del vostro amore con Alberta, ma ingannata dalle sue relazioni, che fosse amore di trattenimento accademico, non averei mai creduto di dover vedere quello, che vedo di voi. E vedendolo io, posso ben credere che degli altri ancora se ne accorgano. Né pensiate già, che voglia riprendervene, per gelosia che tenga della vostra persona per la nostra amicizia e corrispondenza; perché non sono cosí pazza, che voglia prendermi or che son vecchia quei fastidi, che non mi tolsi gran fatto da giovane. Ben mi spiace di vedere il poco rispetto che portate alla mia presenza, e certo che infino a che ella sarà meco, e con mia figlia, non permetterò, che mi facciate questo torto d’amoreggiarvi cosí scopertamente. Rientrate per grazia in voi stesso, e se nella vostra piú fresca gioventú ebbi occasion di lodarmi della vostra modestia, non vogliate darmi materia di dolermi della vostra licenza negli anni piú maturi. Fatemi però grazia di ritirarvi da noi infino a che tornino i nostri mariti; o se volete voi trattenervi qui, prestatemi la vostra barca, che anderemo noi altre donne in visita delle chiese di questi contorni. Che se bene stando queste dame sotto la mia custodia non possano concepire i loro mariti sospetto alcuno; tuttavolta stimo, che sia ben fatto il separarci”.
Parve grave a Glisomiro questa rimostranza di Celinda; perché essendo passato ben addentro nel suo cuore lo strale amoroso vibratovi dagli sguardi e da’ baci di Alberta, si sentiva divider l’anima in separarsi da lei. Trovate però sue invenzioni appoggiate a qualche convenienza disse:
“Mia signora. Non so quello che vi pensiate di me, né voglio saperlo, dovendo obbedirvi con gli occhi bendati; che se bene sieno passati gli anni felici de’ nostri amori, non è però estinto il mio affetto verso la gentile vostra persona; e dopo dieci anni di lontananza v’ho riveduta co’ medesimi sentimenti de’ primi tempi della mia servitú. Che voi partiate di qui non mi piace; perché tornando il signor vostro consorte, non averebbe forse gusto di perdere il tempo in ricercarvi e aspettarvi, essendo ormai l’ora tarda, e disegnando di ricondurvi questa sera a Venezia. La mia partenza altresí non può essere senza quella delle spose di Panfilo e di Guglielmo, che essendo insieme con Drusilla raccomandate alla mia custodia, non debbo abbandonare pur d’un passo. Contuttociò se vi piace di restare con la vostra compagnia io partirò con la mia; se voi partirete con la vostra io resterò con la mia; altro piú non desiderando, che di servirvi”.
Rimase grave Celinda a questa parlata; pur finalmente fosse, o soverchia gelosia d’amore (che mai non invecchia, ma ben si cangia in invidia nelle donne) o stimolo pungente d’onore, che ve la spingesse; determinò ella di partire in visita delle chiese di quel vicinato, pregando il cavaliere di concederle con la barca Astolfo, che la servisse. Tutto le concesse Glisomiro con estremo disgusto d’Alberta, che non potuto darsi pace di questa risoluzione, mentre Celinda e la figlia s’apparecchiano alla partenza, e Glisomiro fa apparecchiare la gondola da tre remi per servirle, scritti questi due versi sovra uno squarcio di lettera, glieli mandò per Giustina.

Tirsi tu sei mia vita
certo morrò se fai da me partita.

Sospirò Glisomiro a quella veduta, e preso il lapis le rescrisse i medesimi versi con la sola mutazione del nome

Clori tu sei mia vita,
certo morrò, se fai da me partita.

Alberta riletti questi versi di mano del cavaliere, sentissi oppressa da cosí fiera passion di cordoglio l’anima, che fu per dare in qualche precipizio. Ecco dove finiscono gli amori di virtú nelle giovani dame e ne’ virtuosi cavalieri. E veramente fu amor di virtú quello che amicò Alberta con Glisomiro; ma la soverchia amabilità del cavaliere formato all’aria del vezzo, non che della cortesia con le donne; cangiò natura a questo amore nel cuore d’Alberta, e’l cangiamento d’Alberta accompagnato da una soverchia libertà di tratto cangiò parimente d’opere e di pensieri Glisomiro; e benché fosse breve, fu però grande l’errore, che commise: essendo stato ancora beneficio piú tosto di fortuna, che sforzo di virtú il suo presto ravvedimento.

SCORSA QUARTA

Servite Celinda, Alberta ed Eufemia fino alla barca tornossi Glisomiro con Domitilla, Drusilla e Giustina tutto conturbato in quell’infausto albergo, dove amore, che scherzando fa sempre daddovero l’aveva messo in un soprassalto, dal quale, benché volesse, non sapeva piú ritirarsi; tanto l’avevano i vezzi d’Alberta ammaliato, e cangiato da se medesimo. Drusilla veduta la sua turbazione, e tirandola per virtú d’amore a proprio cordoglio, gli si mise attorno per consolarlo, ma invano: perché se ben Drusilla non fosse donna da essere disprezzata in concorrenza d’Alberta, tuttavolta non avendola mai amata, che per complimento, e considerandola ancora o donzella, o presunta almeno donzella, andava pensando già che la fortuna gliela aveva messa per le mani di tenerla in luogo piú di sorella, che d’amica. Ora mentre si stanno fra di loro dialoghizzando, e Drusilla e Giustina mettono in ciancie Ariperto sopra le mode francesi; capitò di ritorno a quella casa Ferrante per ricondurre la suocera, la moglie, e Alberta a Venezia. Dove disperati di trovar le gioie loro involate cercati invano Burano, Mazorbo, e i luoghi circonvicini, s’erano ritornati inviando il giovine a ricondurvi ancora le donne, non voluto essi ritornare in quella parte: Placido per sentirsi poco bene del patimento della preterita notte: e Leonello sdegnato (benché avesse mostrato di quietarsi con Panfilo) perché avesse involata e sposata Domitilla sua parente contro la voglia del padre; e con Glisomiro, perché Drusilla pretendesse di ricoverarsi appresso di lui. Strano capriccio degli uomini! Non apparteneva punto alla sua casa Drusilla se non in quanto era parente di Celinda, e di Domitilla, e i suoi stessi congiunti, o per impotenza (essendo poveri) o per bizzarria della dama, che essendo libera voleva disporre di se medesima a proprio gusto, non si prendevano cura di lei; il padre di Domitilla la perseguitava insieme con la figlia come presunta cagione, e ministra della sua fuga con Panfilo; esso Leonello non voleva adossarsi questo peso del suo trattenimento: e nondimeno aveva preso a odiar Glisomiro; perché non per elezione, ma per fortuna la raccogliesse nella propria casa. Tornato adunque Ferrante con questa novità, e presentata una lettera di Leonello al medesimo Glisomiro, nella quale pareva, che pregandolo di separarsi dall’amicizia della donna il minacciasse di qualche castigo quando avesse continuato nella sua domestichezza; venne ad operare appunto a rovescio di quello che disegnava, tirando anche sopra se stesso di quello che non voleva. Perché il cavaliere, che era la stessa modestia e cortesia con gli amici, vedutosi indegnamente trattato, si mise in testa di quello che non aveva ancora pensato con Drusilla, e con qualche altra ancora. Intanto pauroso, che Leonello machinasse qualche risentimento a pregiudicio ancora di Panfilo, non per se stesso, ma per mezzo di Lelio, e de’ pubblici magistrati, voluto assicurarsene scese immantenente nella medesima barca di Ferrante con tutte e tre le dame, e con Ariperto, ad apparente disegno di trovar Celinda con le compagne, e complito con esse, cangiarsi di barca, e andarsene ognuno per la sua strada: ma veramente per trovare qualche invenzione, accioché non tornando né meno queste dame quella notte a Venezia, si dasse tempo a Panfilo di ritornare a Torcello per consultare insieme la maniera di governarsi in quella occorrenza. E di fatto essendo già tornato il figlio dell’ortolano spedito dall’inchiesta di Leonello e dei compagni, prima di uscir di casa l’incaricò di passare prestamente a trovarlo con questo avviso; a che tanto piú volentieri s’accinse il giovine quanto si trattava d’aver qualche nuova e del padre, e del fratello, e degl’involatori della sua barca. E quasi che volesse la fortuna secondare con gl’infortuni la intenzione di Glisomiro; perché si traesse i capricci, che gli andavano bullicando nel capo: avevano appena trovata Celinda con le compagne in visita d’alcune dame rinchiuse, e si stavano insieme ne’ complimenti con quelle dame; che passando per quei canali Rambaldo, venne a mettere a campo una stravagante novità. Era egli da Burano ripassato la preterita notte con barca di pescatori a Venezia, dove provveduto meglio che potè alle sue occorrenze, tornava per la medesima strada in terraferma, resoluto prima d’andare in esiglio, di vendicarsi (quando non potesse d’altri) del Moro e di Dietisalvi, che presopponeva rivelatori de’ suoi machinamenti a Glisomiro, e per esso a Guglielmo ancora, e a tutta la sua compagnia, che però presumeva nel suo concetto dichiarata nemica: veduto adunque nel passare da quella parte il Moro, che insieme con gli altri gondolieri (stando le dame e i cavalieri ne’ loro complimenti a coperto) passeggiava la fondamenta: senza cercar piú avanti di chi si ritrovasse in quei contorni, saltò insieme con un soldato, che aveva tolto a’ suoi servigi, di barca; e sovracolto il povero villano, che ogni altra cosa s’aspettava fuor che di vedere in quel luogo Rambaldo, si mise a maltrattarlo sí fieramente, che l’averebbe certamente ucciso; se accorsi prima i gondolieri, e poscia Ariperto e Ferrante in suo soccorso non gliele avessero tolto di mano per attaccare una piú fiera quistione con esso. Perché i cavalieri offesi, che si trattasse in quella guisa persona di loro compagnia e servigio, messo mano all’armi per rendergli il suo trattamento, il fecero risaltare piú presto che di passo col suo soldato in barca. Dove ancora voluto seguitarlo con troppa impetuosità Ferrante, venne a sdrucciolar dagli scalini della riva in acqua. Era corso (ma piú tardi degl’altri per essere allora occupato in leggere una scrittura datagli da una di quelle dame rinchiuse) a questo strepito anche Glisomiro, e giunse appunto su la fondamenta, mentre Ferrante sdrucciolava in acqua; e fu la sua salute; perché Rambaldo veduta questa nuova comparsa, e dubitatosi di peggio, non solamente si ristette dall’offenderlo; ma ritiratosi sotto il felze affrettò i suoi gondolieri alla partenza, e la necessità di soccorrere Ferrante perché non s’annegasse impedí Glisomiro e Ariperto dal pensare a nuove offese contro la sua persona. Salvossi adunque Rambaldo, e parmi, che stato qualche giorno ritirato in un monasterio, andasse, guarito che fu, a cercar sua ventura in altra parte, e la trovasse.
Intanto ricuperato Ferrante piú morto che vivo, bisognò pensare di tornare subitamente alla medesima casa donde erano partiti per provvedere alla sua persona, e al Moro altresí, che stava assai peggio di lui. Cosí fu fatto con estremo disgusto di Celinda, ma con supremo contento d’Alberta; perché essendo ormai caduta la sera, e trovandosi il cavaliere per quella agitazione, e per lo spavento preso nell’acqua, con febbre acuta, non bisognò pensare di muoversi, come che si rispedisse la sua barca a Venezia per darne parte a Leonello, e riportarne le cose necessarie per suo servigio. Ben è vero, che non avendo bisogno che di vestiti, e di simili occorrenze, avendo provveduto Glisomiro e Ariperto alle altre sue necessità da’ luoghi piú vicini; venne anche la barca per invenzione di Glisomiro spedita cosí tardo, che gli rimase quella notte a sua libera disposizione Alberta.
Adagiato intanto Ferrante, e datogli qualche ristoro; si misero a tavola ancora le dame con Glisomiro e Ariperto, e passò la cena per quello che comportavano il tempo e le contingenze assai lietamente, e con graziosi ragionamenti. La quale terminata nacque contrasto fra le dame su la maniera d’alloggiar quella notte; perché non essendo conveniente, che Celinda ed Eufemia si allontanassero da Ferrante, voleva anche Celinda ritener seco Alberta. Ma la dama, che teneva altro in testa che Ferrante, disse che averebbe dormito con Drusilla, e le altre dame nella camera degli ortolani; dove essendo tutti gli uomini lontani, non si trovava che la moglie del padron della casa. Sospettò per queste parole Celinda di qualche disordine, e voleva piú tosto vegliare tutta la notte, e lasciar ancora Ferrante con la moglie soletto per non abbandonare Alberta a’ suoi capricci; perché veduto, che Glisomiro sdegnato (ma non sapeva perché) con Leonello a cagion di Drusilla, trattava con essa in una maniera, che gliele faceva credere già contaminato; si dava ancora ad intendere, che se non aveva portato rispetto a una dama presunta donzella, meno l’averebbe portato una maritata. Ma Glisomiro penetrata simile controversia per mezzo di Drusilla, e conosciuto che Alberta conspirasse ne’ suoi medesimi sentimenti, mandolle dicendo, che s’aggiustasse al voler di Celinda, e dormisse pure con essa nella camera di Ferrante (che era quella appunto dove avevano dormito gli uomini la notte passata) che egli messa a dormire l’ortolana con le altre dame nella camera destinata al loro servigio, averebbe provveduto a quella occorrenza con sua satisfazione. Dato quest’ordine, e visitato Ferrante, e complito con le dame si ritrasse Glisomiro con Ariperto e Astolfo nella stanza degli ortolani; e lasciatovi ambedue a riposare con le porte ben chiuse, salí egli soletto nel soffitto di quella casa, dove dormivano i figli dell’ortolano. Aveva egli osservato, che in quella camera fosse una scaletta chiusa in un’armadio, per la quale non solamente si saliva nel soffitto della casa, ma si penetrava ancora in una stanza sotterranea, che portava fino ad un cavana dietro la casa, dove solevano gli ortolani tenere i loro battelli, e altre stoviglie; e come quello che sapeva supplire con l’accortezza dell’ingegno i difetti della fortuna, veduto l’intoppo, che frapponeva Celinda a’ suoi disegni, e piú vivamente impegnato in iscapricciarsi ad onta sua, e di Leonello; determinò di schernirla (se avesse potuto) senza che persona del mondo venisse a penetrare i suoi interessi con Alberta. Disceso adunque pianamente per quella scaletta, che appena il capiva, stette buona pezza osservando per un pertugio fatto con uno stilo in quelle tavole la contenenza di Ferrante, e delle dame. E veduto, che il cavaliere smaniando, tenesse impacciata la moglie e la suocera, e che Alberta si fosse colcata semivestita e tutta conturbata e pensosa sovra un letto casuale in vicinanza del medesimo armario; levatosi di là piú che mai contaminato dall’insano affetto, che aveva conceputo verso quella donna; trapassò nella stanza sotterranea verso la cavana. Dove penetrato, e aperta pianamente la porta, uscí a quel discoperto; e veduto dopo tanti giorni di pioggia e di nebbia un ciel sereno, e sentita la marina quietissima, concepí subitamente un pensiero veramente strano, e pericoloso; ma proprio d’amante, e d’amante, che acciecato dal desiderio di possedere la cosa amata, passa tra mezzo i precipizi senza vederli. Aveva il cavaliere osservato, che su la punta di quel grande isolato in bocca della marina stesse edificato un tugurio di tavole e di cannavera, forse per tenervi in tempo d’estate una guardia degli orti contro i furti, che in luoghi sí fatti vengono agevolmente praticati, e da’ marinari, e da’ passeggieri: ma il trapassarvi per terra riusciva impossibile affatto in tempo di notte ad una persona inesperta di quelle strade; dovendosi attraversare un’intiero paese d’ortaglia, e disseminato diviso da molti canaletti e fossi, e ricongiunto con ponti d’un solo trave, o di qualche tavola mal sicura. Bisognava adunque andarvi per acqua, ma con pericolo altresí manifesto, perché non vi essendo riva, ed essendo il luogo altissimo, averebbe convenuto rampicarvisi a guisa di gatto. Pensato adunque il cavaliere a questo luogo, e al suo desiderio, gli venne capriccio di trasportarvi Alberta senza che uomo del mondo se ne avvedesse, a disegno poi di levarnela ancora inosservata il seguente mattino per condurla in parte dove potesse tenerla senza impaccio a sua libera disposizione. Fatto cosí ingiurioso proponimento, sicuro d’essere seguitato ad ogni rischio dalla donna, tornossi in casa, e ripassato nella scaletta dell’armario, e veduto, che finalmente addormentatosi Ferrante appresso la moglie anche Celinda si fosse ridotta in letto, aspettò quasi un’ora prima che s’avvedesse, che fosse ella ancora addormentata. Solo Alberta non dormiva, benché il fingesse; perché incuriosita dalle parole dettele da Drusilla, e da qualche cenno fattole dal cavaliere, stava in aspettazione di qualche novità con tanta agitazione di spirito, che se bene avesse voluto le sarebbe stato impossibile di ricettare il sonno negli occhi. Onde in sentirsi soavemente chiamata dal cavaliere, diede un guizzo sí forte, che quasi svegliò Celinda. Ma dettole da Glisomiro, che passasse ad estinguere tacitamente il lume, che ardeva a capo del letto di Ferrante, aprí pianamente la porticella dell’armario solamente assicurata da un picciolo saliscendi; e data la mano alla dama, la trasse in quelle angustie tenebrose; nelle quali trovatasi gli mise subitamente le braccia al collo, standosi buona pezza appoggiata con la bocca sul collo di lui senza far’altro che sospirare dal profondo dell’anima. Ma il cavaliere liberatosi da quel soave impaccio, e rimessa la porticella a suo luogo, condusse la dama alla porta della cavana, chiedendole se volesse starsi con esso quelle poche ore di notte, o pure infino a che la fortuna gliele avesse permesso. Rimase attonita la dama di somigliante proposta: pur finalmente come innamorata daddovero del cavaliere disse, che l’averebbe seguitato in ogni fortuna; sicura che essendo egli cavalier gentile non l’averebbe mai trattata diversamente dal proprio debito. Inteso poscia il suo disegno disse, che non le piaceva d’avere a starsi sola pure un momento in quella grotta. Ma dettole dal cavaliere chi avesse voluto per compagno, o compagna in quelle poche ore, che avesse provveduto alla sua sicurezza, francamente rispose:
“Non voglio nessuno. Andiamo. Se anche partendo da me v’intervenisse qualche disastro sicché non poteste tornare non mi mancheranno scuse per far credere, che sia andata di mio capriccio per queste ortaglie”.
Il cavaliere allora tolto un remo, e una forcola trovata a caso fra simili ordigni di quella stanza, acconciò meglio che potè la sua gondola da tre remi, ormai restata con un solo; su la quale montata Alberta ancora con animo franco, e veramente amoroso colcossi a’ piedi del cavaliere, che poco pratico di somigliante mestiere, andò sempre rasente la terra piú tosto spingendo, che vogando la barca fino al luogo destinato, che non era per quelle giravolte spazio minore d’un miglio. Fu sua ventura, che l’acque fossero allora assai alte, perché prima di pervenire alla punta dell’Isolato, trovato un fosso appena capace della barca, potè cacciarvela dentro, e smontare da quella parte senza fatica. Assicurata la barca con piantare il remo nell’acque, ne tolse fuori la dama; la quale con uno spirito veramente vivace, abbracciato e baciato il cavaliere gli disse:
“Anima mia; potremo noi ancora diventar materia di romanzi. Spiacemi veramente d’abbandonar Placido, ma l’acquisto, che fo del vostro amore m’è piú caro di cento Placidi. Duolmi ancora di non avere dieci anni di manco; pur mi consola, che se non sono cosí bella, com’era già dieci anni, saprò nondimeno supplire i difetti dell’età con la sovrabbondanza dell’amore”.
Quello, che poi succedesse fra di loro in quelle tenebre, su quella barca, e in quel luogo deserto, non vi essendo stati altri testimoni che quel delle stelle, ad esse ne possono i curiosi chieder conto, già che appresso gli astrologhi e i poeti sono tutte quelle celesti immagini abitate da uomini e da animali veggenti e parlanti. Si può ben credere, che Alberta non si sentisse punto di male; perché volendo il cavaliere inoltrarsi verso quella casuccia, gli disse, che stava piú volentieri con esso a quel discoperto, che non sarebbe stata rinserrata soletta in quel tugurio. Ma non ebbe pure questo disgusto; perché voluto entrarvi, e trovata quella abitazione ben chiusa, ne rimasero gli amanti altamente storditi. Quindi sentito laddentro un poco di strepito, venne capriccio a Glisomiro di veder chi abitasse in stagione impropria quel rustico abituro; e come quello, che viaggiando portava sempre seco la comodità d’accendere il fuoco, battutolo prestamente, e fatto con una carta coperchio ad una candeletta, la imbrandí con la mano sinistra; e fatto che Alberta si coprisse bene il volto con la bauta, impugnò con la mano destra la spada ignuda, e dato d’un piede quanto potè nella porta, di semplici tavole, e cannevere, venne a spalancarla con rovesciare insieme gli ordigni, che vi stavano appoggiati per meglio assicurarla. Saltarono a questo strepito in piedi due uomini seminudi, e una femmina, che si stava colcata sovra un letto parimente di cannevere, e semivestita anch’essa si nascose la faccia fra quei viluppi.
“O cieli, gridò Glisomiro, e che mostri veggio io?”.
Erano costoro Dietisalvi, e’l lavorante di quegli orti, e la femmina Cate; alla quale paruto, che la compagnia di Dietisalvi dovesse lasciarla raffreddare in letto gli aveva permesso di prendere per compagno a lavorare ne’ suoi poderi il lavorante degli orti. Ma se Glisomiro stupí di cosí inaspettata comparsa, quali crediamo che rimanessero Dietisalvi, e’l lavorante in discoprire il cavaliere con la spada ignuda alla mano quasi per ucciderli? Gittatisi a’ suoi piedi gli dimandarono in grazia la vita.
“Io per me ve la do, disse il cavaliere, che non imbratto la spada in sangue di villani; ma sciagurati che siete, e come avete ardimento, che la indignità che avete commessa vi porta un laccio al collo?”.
Allora Dietisalvi, benché tutto tremante di paura, gli raccontò, che nello stradarsi la preterita notte per fuggirsene in terraferma, erano stati dal vento e dalla loro inesperienza respinti nella laguna verso Durano, dove scoperta di lontano la sua barca appunto, che tornava da quella parte, s’erano cacciati in certi paludi, dove stati nascosti buona pezza, e usciti di là senza sapere dove s’andassero, la corrente dell’acqua gli aveva portati a perdersi in certo secco lungo le mura d’uno di quei monasteri, dove statisi fino alla crescente dell’acqua con quei batticuori, che si poteva presumere in persone di loro qualità, avevano veduta nel muoversi per altra parte la barca di Leonello, che andava verso Mazorbo; onde voluto essi girare verso il Deserto e Sant’Erasmo per cercarvi qualche ricovero, s’erano trattenuti in quella parte quasi tutto il giorno, e intanto desiderando pur di passare in terraferma; avendo Cate tenuto parlamento con un giovine lavorante di quegli orti, e paesano di Dietisalvi, l’aveva indotto con promessa di donargli uno scudo a montare esso in poppa del battello per guidarveli. Quinci partiti per quella volta, e scoperta sul far della notte una barca di zaffi per sola necessità di non essere fermati, quasi che portassero attorno qualche contrabbando s’erano cacciati per quei canali con doppio rischio. Dove parimente vedutisi perseguitati dalla medesima barca insospettita della loro fuga, avevano risoluto di rientrare per quella punta, e cacciarsi in quei fossi. Dove smontati intorno a un’ora di notte, e sicuri, che per quasi tutta quella notte sarebbono attesi al varco, e sorpresi; avevano risoluto di rinchiudersi essi ambedue con Cate in quella cannevera, dove sapevano che allora non capitava persona del mondo, rimandando il poppiere con qualche danaro a provvederli da mangiare e da bere a Mazorbo, o Burano. Donde non era ancora comparso, benché avesse promesso di tornare avanti giorno, e veduta libera la laguna dalla barca de’ zaffi, di levarsi di là e condurli finalmente in terraferma.
Mentre Dietisalvi raccontava villanescamente queste cose a Glisomiro, aveva egli fatto levare e rivestir Cate, alla quale chieste le gioie, che aveva involate alle dame, né voluto discoprire Alberta, se le tolse tutte in salvo egli stesso. Poi detto a tutti tre, che non voleva incominciar da loro a far male a nessuno, gli avvertí, che se fosse tornato il poppiere a levarli, non in terraferma dove Panfilo, Vittorio, e Guglielmo li averebbono sorpresi e castigati, ma passassero verso Venezia per cercare in altra maniera il loro scampo. Poi motteggiata Cate per la doppia ventura, che s’aveva fatto dar quella notte da quei briganti, lasciolli tutti e tre con tratto veramente cortese alla ventura e donati di qualche poco danaro, tornandosi con Alberta alla sua barca, la quale meglio che quella della fortuna l’aveva condotto a ricuperare il tesoro perduto, oltre all’avervi acquistato il possesso d’Alberta, alla quale non piacque già troppo cosí fatto incontro, benché vi riacquistasse le sue gioie. Perché non essendo piú sicura la sua dimora in quel luogo, le conveniva ritornare a casa, e con Placido. In cosí breve spazio di tempo si cangiano le fortune, e le volontà degli uomini. Ritornato Glisomiro a casa mentre rilegata la barca, e chiusa la porta della cavana stassi consolando d’altro che di parole Alberta: sentissi strepito per casa; perché svegliatasi Celinda, e vedutasi allo scuro; e chiamata, e non trovata Alberta, non potè aver pazienza di tacere: ma soprafatta dall’empito della gelosia d’amore, e dell’onore, trapassò nella camera delle dame per ricercarvela. E qui acceso il lume dall’ortolana, mentre stanno dialoghizzando fra di loro sopra questa novella, e Celinda racconta d’aver trovato la porta della camera serrata, ma non Alberta in camera, l’ortolana passata col pensiero dove non poteva arrivar Celinda, s’avvide benissimo, ch’ella dovesse essere salita nel soffitto, e per di là (come credeva) nella sua camera, dove s’erano ricoverati i cavalieri. Tacque nondimeno con senso maggior di donna, perché obbligata alla cortesia di Glisomiro, non teneva sentimento di tradirlo, anzi se la sua sorte gliele avesse permesso, averebbe invidiata Alberta della sua fortuna. Non era già di questo pensiero Drusilla, e agitata anch’essa dalle furie della gelosia non faceva che sospirare, e lagnarsi di questa avventura, che le faceva credere Alberta in braccio di Glisomiro. Dopo molto detto, e fatto, né paruto buon termine alla stessa Celinda di ricercare Alberta nella camera de’ cavalieri, tornossi servita dall’ortolana col lume nella sua camera; dove gittati gli occhi sul proprio letto, e vedutavi Alberta come vi s’era colcata la sera semivestita, diede un guizo d’orrore e di timore insieme; e voluto dir gran cose, ammutí. Pur finalmente rotto il silenzio:
“Dove diavolo, disse, sei tu stata fino a quest’ora?”.
“Io?”, disse Alberta.
“Sí, tu”, replicò Celinda.
“Dove mi vedi”, rispose Alberta.
Poi vedutole al collo, e alle mani, e in testa le sue gioie, quasi disvenuta di meraviglia, sospirando soggiunse:
“Che prodigi son questi?”.
Sorrise Alberta, e trattesi dallato le gioie di lei, e d’Eufemia gliele porse dicendo:
“Prendi, e taci: e rendimi il mio onore; perché son piú donna dabbene, che non sei tu”.
Qui Celinda:
“E donde le hai tu avute queste gioie?”.
“Altro non saprai”, disse Alberta. “Tienti quello, che è tuo, e rendimi quello che è mio; perché Glisomiro è un cavalier fedele, e io sono dama d’onore”.
Intese allora Celinda, e abbracciata, e baciata di gioia Alberta soggiunse:
Io crederò quel che tu vuoi; ma come hai fatto ad aver queste gioie stanotte da Glisomiro, e con la porta chiusa? Avete voi fatto qualche incantesimo per ritrovarle?”.
“Sí, sí, disse Alberta: abbiamo incantata la nebbia. Orsú tienti le tue gioie, e lasciami andare a dormire con Drusilla. Ad ogni modo tu vedi, che so andare invisibile anche a porte serrate”.
Pareva a Celinda (come son facili le donne a credere a somiglianti vanità) che Alberta anche scherzando dicesse daddovero, e che sapesse fare qualche incantesimo; onde permessole di passare fra le altre dame, alle quali restituí quel poco, che di ragion loro aveva Cate involato: se le mise attorno sensatamente perché insegnasse anche a lei, come avesse fatto a trovar quelle gioie, e ad uscire da quella camera a porte chiuse. Alberta, che era un’amore giocondissimo di donna, e per le consolazioni avute con Glisomiro brillava tutta di gioia; voluto prendersi giuoco della saviezza di Celinda, le disse:
“Cara amica, io non m’intendo di queste cose. Basta, che sono andata invisibile, e che ho ricuperate le nostre gioie. Glisomiro ti vuol bene. Tu sei ancora una bella dama. Va, dormi tu ancora con esso, che ti potrebbe insegnare questa virtú d’incantar le porte per passarle senza che nessuno se ne avvegga”.
“Questo non farò io, disse Celinda. Basta una pazza per casa”.
“Io pazza? disse Alberta. Sei pazza tu, che fai della savia. O che vuoi imparare, o no. Se vuoi imparare, statti la notte che viene in letto soletta, e allo scuro con le porte serrate, e se (quando ti piaccia) non viene Glisomiro a trovarti, cangiami nome, che tel perdono”.
“Sí ch’egli deve essere un negromante”, disse Celinda.
“Io non dico questo”, rispose Alberta. “E parvi, ch’egli abbia viso da negromante, che pare un giovinetto di quindici anni?”.
Ora furono tali e tante le ciancie di queste dame, che Alberta (già ch’era svanito il disegno di fuggirsi con Glisomiro) voluto far cadere per interesse di averla cooperatrice a’ propri falli, dov’era essa caduta, Celinda; le seppe, e potè con tutta la sua saviezza persuadere di provare questa ventura, che un cavaliere, che l’aveva tanti anni amata e servita, come un simulacro d’onestà femminile, entrasse nella sua camera a porte serrate, e andasse a trovarla fino al letto con quei rischi, che ben poteva presumere nella sua bellezza e nell’amore del cavaliere. Tanto l’insana curiosità, e l’insano affetto affascina, e inganna anche le donne piú oneste e piú savie del mondo. In questa conformità tornossi Celinda a dormire, e dormí parimente Alberta un lungo sonno appresso Drusilla. Glisomiro altresí, che aveva passata quasi tutta la notte in veglia non si svegliò, che a giorno ben grande, né si sarebbe levato indi a gran pezza, se non l’avesse svegliato il ritorno di Panfilo, di Vittorio, e di Guglielmo con Ghiandone, e alcuni pacchetti di lettere per lui medesimo. I cavalieri inteso che avesse ricuperate le gioie delle dame senza però saperne la maniera, e insieme i disordini succeduti in quella breve lontananza, e i sospetti, che s’avevano di Leonello; volevano immantenente partire da quella casa; ma Glisomiro allacciato dall’amore d’Alberta, non sapendo come appagar se stesso e la dama di quella partenza, trovate sue scuse mise intoppò a questa risoluzione. S’avvide benissimo Panfilo da questa mutazione di volontà nel cavaliere, che qualche suo interesse amoroso il ritenesse contra sua voglia in quella parte, mentre aveva esso consigliata la sua partenza e di Domitilla, e richiamatolo a questo fine in quella parte. Né tacque i suoi sospetti e le sue necessità, rappresentandogli insieme, ch’essendosi fatto complice del suo fallo con addossarsi la custodia di Drusilla, veniva insieme a correre con esso un medesimo rischio, quando si fosse piú lungamente fermato. A cui Glisomiro:
“Amico. Altri accidenti, altri pensieri. Quando seppi che Ferrante era venuto qui per condurre la suocera e la moglie a Venezia, stimai necessaria la nostra partenza da questa casa. Ora che Ferrante è qui inchiodato dal male insieme con la moglie e la suocera, non posso credere che Leonello machini cosa alcuna di nostro pregiudicio. Pure facciasi quel che si vuole; di violenze private non abbiamo di che temere; la pubblica giustizia non entra senza esservi chiamata in queste cause: e quando fosse sollicitata da’ nostri nemici, tanto potrà chiamarci qui, quanto in altro luogo a presentarci nelle sue forze. Nelle quali non volendo ridurci vi consiglio di sposare prima che altro avvenga solennemente Domitilla: con che si verrà a correggere il vostro fallo, perché non essendo ella stata rapita, ma uscita di propria volontà dalla casa paterna, potete celebrare quando vi piaccia le vostre nozze”.
“Farò quel che volete, disse Panfilo, ma guardate bene che l’amor di Celinda, piú che a voi de’ piaceri, non porti a noi de’ travagli”.
Sorrise il cavaliere, e disse:
“È passato il tempo (anzi era venuto) che Celinda mi faccia correre. Orsú definiamo prima, e poi ci parleremo”.
Cosí fu fatto: e intanto tornata la barca di Leonello con qualche servitú, e le cose che facevano mestiere a Ferrante, portò con qualche lamento che si fosse anche fermata la notte, ordine espresso a Celinda di montare subitamente in barca di ritorno, con la figlia, e col genero, benché infermo, a Venezia; perché non potendo di manco di non partecipare a Lelio dove si trattenessero la figlia e Drusilla, non voleva che essa presente venisse a nascere qualche disordine; o che paresse almeno, ch’eglino approvassero l’errore delle dame e di Panfilo, e la usurpazione che di Drusilla faceva Glisomiro, mentre non volendo sposarla veniva a passare in concetto di sua donna. Questa commissione conturbò oltremodo Celinda e Alberta, e quasi piú di Alberta Celinda, tanto s’aveva lasciata penetrar nell’animo con la curiosità di vedere qualche incantesimo la compiacenza della persona di Glisomiro con altri sentimenti da quelli, che in tanti anni d’amicizia e d’amore aveva forse provati. Persuasa finalmente da Alberta di consigliarsene con Glisomiro, trovatasi col cavaliere, e chiamatasegli obbligata per la ricuperazione delle sue gioie, che riconosceva dalla sua gentilezza, venne a dirgli l’ordine ricevuto dal marito col dispiacere che aveva di lasciarlo; pregandolo insieme d’avvisar Panfilo del suo pericolo, e di Domitilla, e di provvedervi. Non sapeva ancora nulla di Glisomiro della pratica tenuta fra Celinda e Alberta; onde ringraziata cortesemente la dama della sua amorevolezza, disse che in quanto all’obbedire agli ordini del marito non era cosa da mettere in consulta con altri, che con la sua propria prudenza. Che nel rimanere averebbe provveduto a’ suoi interessi e degli amici in buona forma. Spiacere anche ad esso oltremodo quella separazione, che’l privava della presenza di persona, che aveva fin dal primo giorno che la conobbe singolarmente amata: ma essere ormai tanto avezzo alle lontananze e alle disgrazie, che gli pareva anche miracolo d’aver potuto godere due giorni intieri per solo beneficio, e insperato, di fortuna, la consolazione di servirla. Celinda per queste parole del cavaliere proferite con molta soavità e incantamento d’affetto non era piú in se stessa: onde sospirando gli disse:
“O troppo amabile Glisomiro, quanto pagherei non avervi mai conosciuto!”.
Il cavaliere veduta la dama commossa, proseguí dicendo:
“O quanto a me costa, signora, l’avervi conosciuta!”.
Voleva piú dir Glisomiro, ma frappostasi a quei ragionamenti Alberta, diede occasione a Celinda di ritirarsi. E poi raccontato a Glisomiro quanto avessero trattato insieme la notte, gli diede materia di riso e di disgusto. Di riso per l’inganno, che prendeva con tutta la sua saviezza Celinda; di disgusto, perché le avesse manifestati i loro trascorsi.
“Se ho fatto male, mio danno, disse Alberta, e voi se averete cervello, accioché non possa parlare a mio pregiudicio, le chiuderete la bocca facendo con essa quello, che avete fatto meco. Ad ogni modo non ho paura, ch’ella mi tolga il vostro amore: perché son piú giovine di lei, vezzosa, e innamorata: dove ella, benché sia bella è però sciocca, e dispettosa; e ha dieci anni di piú di me, sí che quando ella sarà vecchia, io sarò ancora giovane”.
“Questa è una politica, disse Glisomiro, da disperato; e io non sono cosí sciocco, che voglia arrischiare la vostra grazia in cosí fatto cimento. No, no, signora, non mi tentate. Sono vostro, né posso essere d’altrui”.
Sorrise la dama, e disse:
“Neppur di Drusilla? Di questa doverei io avere qualche gelosia, che vi starà sempre appresso, ed è nel piú bel fiore degli anni suoi, non di Celinda, con la quale non vi troverete forse una volta all’anno, e incomincia a invecchiare. Orsú trovate pure qualche invenzione d’essere con Celinda, e di fermarla qui stanotte, che al rimanente saremo fra di noi sempre d’accordo; avendo piú discrezione, che non pensate”.
Qui Glisomiro:
“Signora, è impossibile che qui vi possa servire, perché essendo tornati con questi cavalieri i padroni della casa io non averò piú comodità di passare per lo soffitto nella sua camera; né ella potrà starvi soletta, dovendo alloggiarvi insieme tutte le dame, che in quanto a Ferrante l’accomoderemo in altra parte”.
“Questo è nulla, disse Alberta. Fate pure, che quella camera resti libera da Ferrante; perché io dormirò con Celinda, e la farò travedere insieme con tutte l’altre donne”.
Non poteva la modestia del cavaliere piegarsi a tanta libertà di conversazione, e restava tuttavia con qualche dubbio di non poter spuntare della sua pretensione con tanti impacci per casa. Che in quanto alla persona di Celinda, essendo già caduto con Alberta, sentiva, che l’antico amore portato a quella dama incominciava a cangiar natura per desiderare di possederla in altra guisa da quella, che aveva lungamente preteso nel servirla. O misera umanità! Cosí è pur vero, che perdi sovente in un momento d’errore quanto hai con lunghe prove di virtú faticosamente acquistato. Glisomiro amò da giovinetto Celinda nel fior degli anni, e nell’età piú matura, che doveva amarla con riverenza di madre, la desidera in luogo d’amica. E Celinda che aveva negato fino un bacio d’onore nell’età piú fresca a Glisomiro, che aveva con tanta lealtà generosamente amato; cangiata da se medesima per una vanità impossibile e sciocca; e da qualche impulso di gelosia d’altra donna, e d’opinione d’amabilità nel cavaliere, si conduce a far prova della sua pudicizia con esso, in una età, che spogliando i vizi veste la virtú e l’onore? O misera umanità!
Ma passiamo con tutta questa comitiva di dame, e di cavalieri, essendo già apparecchiato il desinare, a tavola; e perché le vigilie notturne provocano la sete, aveva appena Glisomiro assaggiata una vivanda, che chiesto da bere ad Astolfo invitò Alberta ancora, e avendogli essa corrisposto trovossi a fronte una tazza di vin di Cipri vecchio di molti anni: onde assaggiatolo, come quella che solea bere piú tosto acqua colorita, che vino, tutta si riscosse per la gagliardia di cosí spiritosa bevanda, e chiese dell’acqua per temperarla. Ma Glisomiro: “E cosí dunque, disse, volete voi, signora

effeminar d’un maschio Nume i doni,

e farmi questa ingiuria di tenermi un invito d’acqua?”.
Rise Alberta, e rispose:
“V’intendo; ma ve ne pagherò certamente”.
E votata generosamente la tazza, le convenne asciugarsi le lagrime, che le espresse dagli occhi la poderosa virtú di quel preziosissimo vino. E poi soggiunse:
“M’avete fatto piangere, ma io ho pianto di gioia, guardate voi di non piangere di dolore”.
“Ci vorrà del buono, disse Guglielmo, a farlo lagrimare di cordoglio”.
“So, disse Alberta, che egli è imbizzarito della setta stoica, e celebra quei pazzi filosofi, che pretesero con incredibile arroganza d’emulare in terra lo stato degli dei, ma guardisi pure

che nel disumanarsi
non diventi una fera, anzi che un Dio;

anzi che non diventi peggior delle fiere, le quali pure hanno sentimento d’allegrezza, e di doglia. E per non andare molto di lontano a ricercarne le prove, dicagliele il suo Fiorino, che quando talvolta mel lascia per qualche ora, con tutte le carezze che io sappia fargli; stassene sempre meco malinconico e mesto, e come il vede comparire, diventa tutto allegro e festante, e non v’è mezzo che possa tenerlo sí, che non mi salti di braccio per corrergli in seno a ricompensare la noia ricevuta dallo star meco con la gioia di vedersi con esso”.
“E che direste, signora, soggiunse Giustina, se il vedeste quando Glisomiro riceve qualche visita di rispetto, che non gli permette d’attendere alle sue carezze? Poiché come s’avvede, ch’egli stia troppo a dirgli qualche cosa, gli si getta tutto sconsolato a’ piedi, e geme, e si lagna come se avesse sentimento umano? E non c’è mica pericolo, che alcuno possa entrargli in camera per confidente che sia, ch’egli nol senta, mentre vi sia Fiorino; perché se dorme corre subito a svegliarlo, e se veglia non lascia che passi le porte se nol sente prima chiamar da lui. E certo, che è una cosa maravigliosa il vedere come quella gentil bestioletta mai chiuda occhio mentr’egli dorme, e a guisa d’Artofilace all’Orse tenga gli occhi sempre fissi nel suo volto, e che quando veglia mai gli esca di camera: oltre a che piú tosto si morrebbe di fame, che prendere il cibo da altra mano, che dalla sua mentre sia in casa. E non bisogna già fingere di mangiare per fare ch’egli si cibi, perché se ne avvede benissimo, e gemendo, e latrando fiuta, e gitta via tutte le cose, che conosce che non sieno state libate dalla sua bocca”.
“Tutto questo è niente, disse Guglielmo. Bisognerebbe veder Fiorino quando Astolfo veste Glisomiro, che il giovinetto pena a difendersi le gambe, sí che nol morda per invidia di non poter esso esercitare quel ministerio verso la sua persona. E non occorre già per farlo disperare, che gli metta le mani in capo, o su le spalle, e finga di fargli carezze, perché Fiorino s’alza di botto su le sue zampette, e meglio che può gli si rampica su per la vita; e se avesse forze eguali alla sua volontà il mangierebbe vivo, perché non gli togliesse la grazia del padrone”.
“Questa è propria naturalezza de’ cagnoletti, disse Glisomiro, e non è solo Fiorino, che ami il padrone. Potrei io raccontare mille bizzarie di somiglianti bestiolette; poiché essendone sempre state molte per la mia casa, ho avuto occasione d’osservare in loro cose non solamente prodigiose, ma incredibili, e che potrebbono mettere in credito a chi non avesse lume di fede la trasmigrazione dell’anime sognata da Pittagora uomo per altro sapientissimo, ma in questa parte poco lontano dalla comunione delle bestie. Ma se in cosí fatti animaletti, che operano per solo instinto di natura, è cosa graziosa il vederli e mesti e lieti, e contenti e addolorati: nell’uomo però, che caratterizzato nell’anima del lume divino della ragione conosce la vanità de’ mali e de’ beni di questa vita, è cosa insopportabile affatto la soverchia malinconia e la soverchia allegrezza. E però non furono punto arroganti gli Stoici, i quali procurarono di disumanar gli uomini per condurli alla impassibilità delle umane perturbazioni; ma modestissimi, e per lo secolo in cui vissero religiosissimi; poiché leggiamo di loro appresso il grande Stridoniese, che facevano ordinariamente la loro vita ne’ Templi per apprendere dalla santità dell’albergo di non occupare il pensiero fuor che nella contemplazione delle cose divine. E con pochissima mutazione (inquanto ai costumi) si ridurrebbono i dogmi di quella severissima setta a’ purissimi sentimenti della nostra religione. Confesso però, che fin da’ piú teneri anni sopra tutte le sette degli antichi filosofanti amai sempre e stimai la Stoica e la Platonica; e mi diportai piú volentieri nel portico, e nell’Accademia, che nel Liceo, o in qualunque altra scuola piú rinomata nella vana sapienza degli antichi”.
“Non fu maraviglia, disse Guglielmo, perché essendo sempre stato innamorato all’antica vi conveniva essere Stoico ne’ costumi, e Platonico nella contemplazione”.
“Mi fate sovvenire, disse Alberta, di quel che ho letto ne’ Discorsi Accademici del Mascardi, che un’amante sia il ritratto d’uno Stoico. Bizzarria veramente graziosa, ma da non prestarsele fede alcuna, vedendosi continuamente, che gli amanti operano appunto a rovescio degli Stoici; mentre questi volevano gli uomini impassibili; e gli amanti sono perpetuamente lacerati da mille fierissime perturbazioni, che non che gli tormentino nell’animo, gli affliggono anche nel corpo a segno di farli infermare, e sovente ancora morire. Quindi non si sentono altre voci, né si leggono altre composizioni d’amanti, che di sospiri, di pianti, di mestizie, di dolori, d’afflizioni, di miserie, d’infelicità, e piú in quelli, che piú vivamente, e dirò ancora, che piú onestamente amano”.
“Mercé, disse Glisomiro, della benigna inclinazione delle donne, le quali d’altro piú volentieri non si pascono che de’ tormenti, delle lagrime, e de’ sospiri degl’infelici amanti, godendo a guisa di fiere sitibonde di sangue umano, di sbranar loro il cuore co’ morsi della loro crudeltà. Ma non perciò merita minor credenza l’autorità del mio dolcissimo Mascardi; perché in verità altro non è un vero amante, che un vero Stoico; e se si trova qualche vero amante che pianga, piangerà certamente per altro, che per dolore; e se per dolore, non per dolor d’amore. Ma perché dove ha sudato la maravigliosa eloquenza dell’eruditissimo Mascardi, non conviene che lingua vulgare presontuosa venga a discorrere: senza rendere altra ragione della mia compiacenza, mi dichiaro e mi glorio d’essere, e come amante e come tinto di qualche colore di filosofia, seguace della setta stoica, e della socratica”.
Qui Vittorio:
“Guardate, signor mio, che questa mescolanza di Socrate con Zenone, non riesca come un nastro di canape e di seta, sí che la mala qualità del canapo logori la seta, e distrugga un composto cosí stravagante”.
“Sarà piú tosto, replicò Glisomiro, un nastro tutto di finissima seta, ma di colori diversi insieme uniti alla guisa delle cordelle di raso d’invenzion francese, come è quella appunto, che serve in forma di galano per ornamento del seno alla signora Eufemia, nella quale non si saprebbe discernere se sia diverso il colore vermiglio dall’incarnato, il cangiante dal colombino, il turchino celeste dal ceruleo marittimo, essendo con tanto artificio fra di loro tessuti e congiunti, che vengono a formare una sola vaghissima mistura di piú colori indistinti”.
“Sí che, disse Celinda, Glisomiro non vuol piangere né per dolore, né per amore. Non per dolore, perch’egli è stoico; non per amore, perché suol dire, che

Amor dov’egli incende, e dove ancide
Amor vero non è, ma fiamma, e fuoco;
Amore è là, dov’egli scherza, e ride.”

“Parmi ch’egli l’intenda, disse Ariperto: perché finalmente ella è una sciocchezza, non che una vanità, l’attristarsi di quelle cose che non hanno rimedio; e son pazzi da catena quegli uomini, che in vece di godere vogliono penare in amore”.
“Questa, disse Alberta, sarà una nuova sorte d’innamorati; quasiché noi non sapessimo, che essendo ogni amante geloso, e non essendo altro la gelosia, che timore, col quale va quasi sempre accompagnato o dolore o aspettazion di dolore, è impossibile che un vero amante non pianga, e per amore e per dolore insieme”.
E Glisomiro:
“Gran campo per discorrere ci aprite, signora, ma non possiamo trattenerci a tavola in cosí lunga disputazione. Io però stimo assolutamente, che un vero amante possa amare senza gelosia, e però senza dolore, e senza lagrime; e per conseguente sia vero Stoico”.
“Non ha già, disse Vittorio, questa opinione quel poeta, che scrive,

che un amante senz’oro è sempre in doglia”.

“Parla da quello, ch’egli è, disse Alberta; e non è amante, ma dissoluto, mentre ama una donna vile e venale, per la sola compiacenza del senso. Noi parliamo de’ veri amanti, che amano la bellezza dell’animo, e quella del corpo ancora delle donne loro in quanto è obbietto degli occhi; tra’ quali avendo tenuto principalissimo luogo il Petrarca, l’Ariosto e’l Tasso, che sono stati, non solamente grandissimi poeti, ma grandissimi innamorati, mi giova questa volta di credere anzi con loro, che col signor Glisomiro, il quale forse piú per vaghezza di contradire, che per dirne quello che sente, mostra d’aver’opinione, che si possa amare veramente senza dolore, sapendo egli troppo bene, che come

Pasce l’agna l’erbette, il lupo l’agna,
il crudo amor di lagrime si pasce,
né se ne mostra mai satollo”.

“La colpa, disse Glisomiro, non è d’Amore,

di sua natura placido, e benigno;

ma della crudeltà delle donne; onde ebbe molta ragione il satiro di Corisca, quando disse:

O feminil perfidia a te sí rechi
la cagion pur d’ogni amorosa infamia.
Da te solo deriva, e non da lui
quanto ha di crudo e di malvagio Amore”.

“Non vi si risponde a proposito, disse Alberta, perché si sa, che non parlate da senno; non avendo voi occasione alcuna di lamentarvi delle donne, essendo cosí felice amante, che non potete addolorarvi, né piangere”.
Qui Guglielmo:
“Io non so veramente quali sieno le avventure amorose, né quale la vera opinione di Glisomiro, ma se dagli altrui discorsi e componimenti si possa trar notizia per formare una giusta sentenza; non avendo io mai veduto, o sentito, ch’egli nel trattare, o parlando, o scrivendo le sue passioni amorose, si sia mostrato in alcun tempo geloso; posso credere ancora, ch’egli ami senza dolore, e che sia vero stoico, e vero amante insieme”.
“Sarà stato, disse Alberta, eccesso o di modestia, o di buona fortuna, o forse un capriccio d’opinione. Ma siasi quel che si voglia de’ suoi discorsi, o componimenti, in questa parte io non gli credo; perché insomma sento un Petrarca verissimo amante, che grida:

Di sua bellezza mia morte facea
d’amor, di gelosia, d’invidia ardendo.

Sento un Ariosto verissimo amante, che parlando d’Amore come per arte, esclama:

Qual dolce piú, qual piú, giocondo stato
saria di quel d’un amoroso core;
qual viver piú felice, e piú beato
che ritrovarsi in servitú d’amore?
se non fosse l’uom sempre stimolato
da quel sospetto rio, da quel timore,
da quel furor, da quella frenesia
da quella rabbia detta gelosia?

E sento un Tasso, che dolorosamente si lagna:

Geloso amante apro mille occhi, e giro
e mille orecchi ad ogni suono intenti,
e sol di cieco orror larve, e spaventi
quasi animal che adombre odo, e rimiro.
S’apre un riso costei, s’in dolce giro
lieta rivolge i begli occhi lucenti,
se tinta di pietà gli altrui lamenti
accoglie, o move un detto, od un sospiro;
temo che altri ne goda, e che m’invole
l’aura, e la luce; e ben mi duol, che spieghi
raggio di sua bellezza in alcun lato.
Si nieghi a me purché a ciascun si nieghi,
che quando altrui non splenda il mio bel Sole
ne le tenebre ancor vivrò beato”.

Glisomiro lodato la memoria e la grazia d’Alberta nel recitare, soggiunse:
“Non so, signora, se abbiate ben considerati gli ultimi versi di questo amoroso e leggiadro componimento”.
“E che dicono?”, rispose Alberta.
“Quello appunto, proseguí Glisomiro, che dico io parimente, che un vero amante può amare senza dolore. E però quando il Tasso fu assicurato, che la sua eccellente Leonora per amor suo ricusò di maritarsi scacciò immantenente dal suo cuore la gelosia”.
“M’avete colta, ma non abbattuta, disse Alberta. E se pure io conchiudessi con voi, che un vero amante riamato possa amare senza gelosia, bisognerebbe ancora, che io conchiudessi, che non sieno stati veri amanti, né riamati il Petrarca, l’Ariosto e’l Tasso; essendo tutti e tre stati gelosissimi delle donne loro. Ma perché furono e veri amanti, e veramente riamati, e si vede in mille luoghi dell’opere loro, che amarono sempre con gelosia; io crederò, che un vero amante sia sempre geloso, e non mai stoico, mentre amando, teme e spera, s’addolora e si rallegra in punto medesimo, nonché in un istesso giorno. E perché so, che voi stimate il Dio de’ poeti il Tasso, e passate per irretrattabile la sua autorità in materia d’amore, tralasciato quello, che potrei apportare del Petrarca e dell’Ariosto, fatemi grazia di mettervi a memoria quella sua vaga e amorosa canzonetta sopra la gelosia, la quale io reciterei qui tutta volentieri per essere tutta a mio proposito, se non temessi di noiare con le mie ciancie questa nobile conversazione. Conchiuderò per tanto con la sola sua conchiusione la seccaggine del mio ragionamento, ove dice:

Canzon pria mancherà fiume per verno,
che nel mio dubbio core
manchi per gelo Amore;

che altro non vuol dire se non che un vero amante è sempre geloso, e come tale e teme, e s’addolora, e piange, e lasciata agli stoici la loro sognata impassibilità grida col buon vecchio Linco

Uomo sono, e mi pregio
d’essere umano”.

Qui Drusilla:
“Se voi chiedevate a me dapprincipio se Glisomiro sia quello stoico amante che si vanta d’essere v’averei data la causa vinta, senza che punto v’affaticaste; essendomi io stessa veduta abbandonata da lui (e mi scusi la sua gentilezza) per un solo vano sospetto di gelosia”.
“Questo non basta, signora, disse Giustina per convincerlo; perché se pur fu vero, che v’abbandonasse, può essere ch’egli il facesse non per gelosia, ma per generosità; o se pur commosso da qualche passione, da quella dell’ira; passion cosí nobile, che da molti uomini saggi viene stimata, o virtú, o cosa somigliante a virtú. Certo è, che nascendo dal fonte dell’irascibile, la quale tra le potenze dell’anima meno di tutte l’altre s’allontana dalla nobiltà della mente, come è ben regolata, opera azioni sovrumane ed eroiche; e però da’ piú sublimi e giudiziosi poeti vediamo descritti iracondi e sdegnosi quegli Eroi, che prendono a immortalare col volo delle loro penne divine”.
“Questo però non conchiude affatto contro Drusilla, disse Vittorio, e potrebbe anche dire la signora Alberta, che mentre egli ammette l’irascibile nelle sue azioni, dalle quali viene esclusa dagli stoici, egli non sia perfetto stoico, né in conseguenza vero amante senza dolore e senza gelosia”.
“E questo appunto, soggiunse Giustina, è quello che pur dianzi egli diceva d’essere agevolmente seguace del Portico, dell’accademia; perché se gli stoici escludono l’irascibile dalle operazioni, i platonici per lo contrario la stimarono ministra e compagna della ragione. Sí che egli a guisa de’ fabbricatori di queste cordelle di raso i quali nel tesserle insieme di vari colori vengono a formare un sol colore indistinto, componendo di due sette una sola, e tempera con la piacevolezza accademica la stoica severità, e con l’agrestezza del Portico mortifica la dolcezza dell’Accademia, facendone risultare in se stesso un sol composto di vero stoico amante senza alcuna mistura di perturbazioni

Venti contrari a la serena vita;

amando quelle donne, che meritano d’essere amate senza gelosia, e lasciando d’amar quelle, che si mostrano indegne d’essere amate senza dolore”.
Drusilla allora sfavillando dalla bocca e dagli occhi tutta la grazia d’amore, sorridendo disse:
“Io, signora, non sono mai stata segretaria o discepola di Glisomiro, né tengo per marito un filosofo e un accademico, che m’addottrini nelle scienze, per potervi rispondere su questo tono, non avendo altra cognizione di filosofia, che di leggere e di scrivere i miei bisogni. Vi so ben dire per cosa certa, che Glisomiro m’abbandonò senza cagione, e con mio cordoglio, essendosi ingannato ne’ suoi pensieri, che me gli dipinsero indegna del suo affetto. Ma s’egli poi credesse d’avere occasione d’abbandonarmi, e mi prevalse della sua affezione senza dolore, il lascierò pensare a chi ha fior d’intelletto: trattandosi d’una dama delle mie condizioni, che se ben povera di beni di fortuna, mi trovava però allora nel mio bel fiore di diciotto anni. Vi so dir parimente, che tanto è lontano, che io lo stimi amante senza gelosia, che anzi non conosco, e per mia poca intelligenza, e per altrui relazione il piú geloso cavalier di lui. Che se bene egli il disimuli, o per prudenza, o per gentilezza, fa egli però con gli occhi e co’ pensieri una squisitissima anotomia delle azioni delle sue dame; e ne ho conosciuta una, la quale amando lui di perfetto amore, mi confessava di tremar tutta quando il vedeva comparire per la paura, che aveva, ch’egli osservasse in essa qualche cosa che lo ingelosisse e gli dispiacesse”.
Qui Alberta sorridendo:
“Io non voleva, disse, rivelare gli altrui segreti a tavola, ma chi m’ha fatto bere il vino senz’acqua, non si dolga di me, ma di se stesso, se la verità, che sta nascosta nel vino, mi facesse per ventura sua sacerdotessa. Ditemi in grazia, signore stoico amante, per qual cagione avete voi lasciato di servir quella dama che sapete, se non perché ella vi dava crudelissime sferzate di gelosia con la varietà del suo procedere? Ma voi non l’amavate veramente, perché un vero e ardente amore, a testimonio del vostro Tasso

per timore non gela,
né s’estingue per ira, o per disdegno;

e un verace amante prova con esso

che temprato dal gel piú l’arde il fuoco”.

“Graziosamente, disse Glisomiro; ma favoritemi in grazia, signora sacerdotessa della verità, di dirmi donde nascano negli amanti le lagrime, i sospiri, i lamenti e le gelosie?”.
“Dall’appetito sensuale senzaltro”, disse Alberta.
“Adunque quel solo sarà vero amante, che amerà senza dolore e senza gelosia. Adunque non furono veri amanti il Petrarca, l’Ariosto e’l Tasso, vivendo in gelosia e cordoglio per le amate donne; avendole amate per possederle nella compiacenza de’ sensi, non per amarle nel contento dell’animo. Adunque sarà vero stoico amante quello, che amerà senza gelosia donna degna d’essere amata; e lascierà d’amare senza dolore donna immeritevole del suo affetto. Adunque io amava veramente la dama vostra amica, perché l’amava a ragione, e ho lasciato di servirla per isdegno, ministro della ragione”.
Qui Guglielmo:
“Questo è assai, disse, ma non m’appaga intieramente, vedendosi pur troppo alla prova, che amore per puro e legitimo ch’egli sia, va sempre accompagnato da lagrime, da sospiri, da sospetti, da timori, da martiri e da pene; e vediamo, che gli stessi mariti, i quali senza incontinenza o intemperanza amano le proprie mogli, non vanno esenti dalle perturbazioni d’amore”.
“Questo, che voi dite, replicò Glisomiro, non fa punto di forza contro la mia proposizione; perché l’amor de’ mariti è anzi benevolenza, che amore; non cadendo nel marito già posseditore della cosa amata, gelosia d’amore, ma gelosia d’onore; perché egli non teme di perdere il possesso della moglie; ma teme di perdere il proprio onore con la parte, ch’ella facesse ad altri di se stessa: e però non la custodisce con tormento di gelosia amorosa per conservazione de’ suoi diletti; ma con apprensione di giusto timore per sicuranza della propria riputazione. Ma se pur si trovassero mariti amorosamente gelosi, non veri amanti, ma bisognerebbe crederli incontinenti e intemperanti anche nell’uso del legitimo amore, o piú dolcemente parlando amanti imperfetti, non amando nell’amata donna che la bellezza del corpo in quanto è ministra delle compiacenze del senso, non in quanto è obbietto degli occhi per amarla nelle bellezze dell’anima. Che in quanto poi a quelle pene, delle quali disse anche l’Ariosto

Gravi pene in amor si provan molte
di che provate io n’ho la maggior parte;

un vero stoico amante non le sente, non che se ne dolga; anzi volontariamente le abbraccia come stromenti di beatitudine amorosa, e a guisa d’oro nel fuoco affina in loro la propria fede. Andava però dicendo lo stoico amante Mirtillo:

Questo solo mi resta
tra tanti affanni miei dolce conforto,
arda pur sempre, o mora,
o languisca il cor mio,
a lui sien lievi pene
per sí bella cagion pianti, e sospiri,
strazio, pene, tormenti, esigilo, e morte.
Pur che prima la vita,
che questa Fé si sciogliti,
che assai peggio di morte è il cangiar voglia.

Quindi il poeta ferrarese, che tanto provò, e seppe delle passioni amorose conchiuse, che un vero stoico amante,

se bene amor d’ogni mercede il priva,
poscia che’l tempo, e le fatiche ha speso,
pur che altamente abbia locato il core
pianger non dee se ben languisce e more.

Insomma pur che sappia l’amante amare senza gelosia, invano per addolorarlo congiurano contro di lui il cielo, la terra, gli uomini e la fortuna: poiché egli non meno dello stoico, che trovava la beatitudine anche nel Toro di Falaride, fra i tormenti e le morti sempre lieto e festante trova la sua vera felicità amorosa, e grida col fido amante:

M’è piú dolce il penar per Amarilli,
che’l gioir di mille altre.
Tutti questi pur sono
amorosi trofei della mia fede.
Trionferò con questa
del cielo, e della terra
della sua cruda voglia
delle mie pene, e della dura sorte,
di fortuna, del mondo e della morte.

Cosí diceva il generoso e stoico amante infino a che amò senza gelosia ma non sí tosto per le maligne invenzioni della perfida Corisca si lasciò entrar nel seno quello inquieto spirito, e degenerante; che immantenente caduto dal cielo della sua felicità, dove gioiva negli affanni, e si beatificava nelle miserie, nell’abisso della disperazione, incominciò a provare fierissimi dolori e intollerabili, e ad essere il piú infelice di tutti gli amanti. E però andava dolorosamente esclamando:

O piú d’ogni infernale
anima tormentata
tormentato Mirtillo,
non stare in dubbio piú, la tua credenza
non sospender già piú: tu l’hai veduta
con gli occhi propri, e con gli orecchi udita.
La tua donna è d’altrui;
E tu vivi meschino? E tu non mori?
Mori, Mirtillo, mori
al tormento, al dolore,
come al tuo ben, come al gioir sei morto.
Mori morto Mirtillo.
Hai finita la vita
finisci anco il tormento.

Ma vediamo questa verità meglio ancora insinuataci da un oracolo di Parnaso, che non può essere che veridico, essendo pieno del piú puro spirito d’Apollo. Eccovi un sonetto di monsignor dalla Casa, nome che a se stesso è corona di gloria.

I’ mi vivea d’amara gioia e bene
dannoso assai, ma desiato, e caro;
ne sapea già, che’l mio Signore avaro
a’ buon seguaci suoi fede non tiene.
Or l’angeliche note e le serene
luci, che col bel lume ardente, e chiaro
lieto piú che altri in festa mi menaro
sí lungo spazio fra tormenti e pene.
E’l dolce riso ov’era il mio refugio,
quando l’alma sentia piú grave doglia,
repente ad altri amar dona, e dispensa.
Lasso, e fuggir dovria da questa spoglia
lo spirto oppresso dalla pena intensa
ma per maggior mio mal procura indugio”.

“E dove lasciate, signor cavaliere, disse qui Giustina, il vostro divinissimo Tasso?”.
“Sodisfate voi per me, disse Glisomiro, che io sono ormai stanco d’adoperar la bocca solamente per favellare”.
E ciò detto chiese da bere; e Giustina soggiunse: “Eccovi un suo bellissimo sonetto nella medesima materia di quello del Casa”. E recitò:

Quel puro ardor, che da i lucenti giri
dell’anima immortale in me discese,
sí soave alcun tempo il cor m’accese,
che nel pianto gioiva, e ne’ sospiri.
Come minacci amor, come s’adiri
quali sian le vendette, e quai le offese,
per prova seppi allor, ne piú s’intese
che beassero altrui pene e martiri.
Or ch’empia gelosia s’usurpa il loco
ove sedeva Amor solo in disparte,
e fra le dolci fiamme il ghiaccio mesce;
m’è l’incendio noioso, e’l dolor cresce
sí che io ne pero, ahi lasso. Or con qual’arte
se temprato è dal gel piú m’arde il foco?

“Esortava però con molta ragione (prosegui Glisomiro) il medesimo poeta la sua donna a discacciare dal suo seno cosí pestifera cura perturbatrice de’ nostri riposi, e contaminatrice de’ nostri diletti, anzi ucciditrice, non fomentatrice (come piace alla signora Alberta) d’amore, essendo ella madre e nutrice della disperazione: onde un platonico poeta ebbe a cantare.

O di tema, e di bel figlia infelice
dopo Amor nata d’un medesimo padre,
e innanzi all’odio dell’istessa madre,
della disperazion madre e nudrice.

E ne abbiamo pur’ora veduto l’esempio nel geloso Mirtillo caduto nell’insania di voler morire, perché era precipitato nella disperazione cagionatagli dalla gelosia. Ma udiamo (e terminiamo questo trascorso ) il consiglio dato dal Tasso alla sua donna,

S’amate, vita mia, perché nel core
tema e desire è nell’istesso loco?
Se l’uno affetto è gelo, e l’altro è foco,
il ghiaccio si dilegui al vivo ardore.
Né in petto giovinil paventi amore,
né ceda nel suo regno a poco a poco,
gelida amante, e non prendiate a gioco
come i vostri diletti il mio dolore,
Io tutto avvampo, e voi credete appena
che si riscaldi agli amorosi rai
quel possente voler, che nulla affrena.
Gran fede, e moderato ardire omai
voi d’inganno fuor tragga, e me di pena,
perché io gioisca quanto già sperai”.

“Questo è un sonetto, disse Valerio, da far sudar la fronte a quei barbassori, che avendo il giudicio dell’animal di Mida antepongono i cucoli ai rossignuoli”.
“E pure, disse Giustina, non è de’ piú belli e spiritosi sonetti del gran Torquato”.
“È almeno de’ piú dotti, e de’ piú artificiosi, soggiunse Glisomiro; e io conosco uno de’ piú eminenti letterati del nostro secolo, il quale dopo d’aver fabbricato un’opera intiera, e consumato il fior dell’ingegno nella interpretazione di questo brevissimo componimento confessa di non finire ancora di bene intenderlo. Cosí scriveva d’un’aria lontana dal vulgo de’ verseggiatori il grandissimo Tasso”.
“Insomma, proseguí Guglielmo, le poesie di quell’uomo divino non sono cibo per gli stomachi deboli di poetastri vulgati, o d’accademici falliti; ma vogliono per essere bene intese e digerite complessioni robuste d’uomini consumati in ogni genere di filosofia, e d’erudizione antica e moderna. E scrivano pure gl’invidi della gloria del Tasso quanto vogliono, che con le migliaia de’ loro componimenti non arriveranno giammai a mettere insieme pur’una picciola parte di quei lumi d’erudizione, che risplendono in un solo sonetto, in una sola canzonetta, non dirò fabbricata studiosamente da quello elevatissimo ingegno, ma casualmente caduta da quella eruditissima penna. Confessassero almeno la propria ignoranza, giacché non possono nasconderla agli occhi del mondo letterato. Ma la presunzione, l’invidia, la malignità e l’ingratitudine sono i contrassegni ordinari della ignoranza. Cosí dopo d’essersi alcuni verseggiatori arricchiti delle spoglie del Tasso, dopo d’avergli rubato le invenzioni, i concetti, e fino gl’intieri componimenti, non si vergognano di lacerare ne loro goffissimi scritti e ragionamenti la fama immortale di quell’uomo incomparabile, e veramente divino”.
Con questi e somiglianti discorsi pervenuto a debito fine il desinare, Glisomiro, che nell’accortezza del suo ingegno andava meditando qualche mezzo per impedire senza disordine e scandalo il ritorno di Celinda e d’Alberta per quella notte alle proprie case, mise in nuovo trattenimento le dame e i cavalieri facendo cantare a Domitilla e Giustina diverse ariette, tra le quali riuscí gratissima alle dame questa canzonetta dell’Amore artificioso, scritta già da Glisomiro, e di presente recitata da Domitilla.

Amor, ch’è fanciulletto
nel natural suo stato
non mai cresce al diletto
da l’Arte abbandonato.
Cresce ne l’arte Amore,
un finto vezzo è vera fiamma al core.
Tosto langue quel foco,
che non risveglia il vento,
languisce a poco a poco
piacer senza tormento.
Sa quell’alma d’Amore,
che tesse in dolci frodi i lacci al core.
Vibri strale penoso
l’occhio tremante, e tardo,
scocchi’l labbro vezzoso
tinto di mele il dardo,
e svegli eterno Amore
artificio gentil nel dubbio core.
Porta vanni tarpati
bellezza d’arte ignuda;
strali ha di fuoco armati
bellezza ad arte cruda,
schietta bellezza Amore,
o non conosce, o non trasporta al core.
Severità di gelo
celi d’Amor la face,
de la menzogna il velo
copra il disio verace;
per ben goder d’Amore
al fin si cangi il novo Proteo il core.

Dietro la recita di questa canzonetta incominciossi per invenzione d’Alberta e suggestione di Glisomiro una danza che fu l’ultima ruina di Celinda. La quale veduto Glisomiro appunto, che si tratteneva con molta domestichezza danzando con Eufemia, entrata in subita gelosia della figlia non vide l’ora, che separato dalla giovanetta potesse metterlo in parole per chiedergli con soverchia semplicità, che cosa pensasse d’Eufemia, che trattava cosí dolcemente con essa. Il cavaliere messa ad un sorriso la sua gelosia piacevolmente le disse:
“Mia signora, non si possano diffamare i frutti mentre s’ama quell’albero, che gli ha prodotti. Io chiedeva ad Eufemia se piú si ricordasse quando Lucietta me la porgeva al di sopra alla muraglia della mia terrazza, e veniva a dimandarmi de’ fiori per la signora madre. Ed ella m’ha risposto di no, e che non tiene altra cognizione di mia persona che d’avermi veduto, dopo che è maritata, il verno all’Accademia, per le feste. Tutto questo però non vuol dir altro, se non che io fui pazzo allora a non sapere incontrar l’occasione di far la strada, che faceva Eufemia, sopra quella infausta terrazza, che mi tolse di pace e mise in guerra”. Sospirò Celinda, e disse:
“O spietata memoria! Ma voi, signore, siete ancora nel fior degli anni, io vengo cacciata dal mondo da mia figlia”.
“Purché voi, mia signora, non cacciate lei, disse Glisomiro, perché a giudizio di chiunque vi mira, voi siete piú bella ancora di Eufemia, che non ha già corrisposto alla mostra, che dava nella sua infanzia d’essere un nuovo Sol di bellezza. Ella non è già brutta, ma non è già bella come la madre”.
“Voi mi schernite, disse Celinda; e non sono già cosí sciocca, che voglia credere a queste novelle, che una madre vicina a quaranta anni sia piú bella d’una figlia di diciassette”.
“Signora voi mi cambiate le carte, disse Glisomiro, io parlo della bellezza, non della età. Se Eufemia è piú bella per esser piú giovane, voi siete piú bella di lei, benché attempata. Ma queste sono ciance. Fermatevi qui stanotte, e conoscerete qual di voi stimi piú bella”.
Sospirò nuovamente Celinda, e disse:
“Guardate bene, che non venga a nascere qualche disconcio, perché conoscete l’umor di Lionello. E poi, quando ancora mi fermassi, che pensareste di fare? Ricordatevi, che io sono Celinda”.
Voleva replicar Glisomiro; ma venne interrotto (e cessarono insieme le danze) dall’arrivo della barca, e d’un cameriere di Placido, che portò sue lettere, e commissioni ad Alberta. E intanto ch’ella attentamente ascolta il cameriere, e legge questa lettera del marito; Glisomiro parimente trascorse quelle che aveva a lui portate Ghiandone, che non meno di quelle d’Alberta portarono materia di nuove stravaganze d’amore, e di fortuna.

SCORSA QUINTA

La prima lettera, che dasse nelle mani a Glisomiro nel disfacimento d’un piego non conteneva, che queste poche parole.

Signore. Per affare di mia grandissima premura vi prego di prendervi l’incomodo di venire per un solo momento a favorirmi della vostra presenza e del vostro consiglio; essendo a questo sol fine di vedervi tornato a casa. La vostra gentilezza, che mi dà confidenza di pregarvi, mi trovi scusa dell’ardimento che mi prendo di darvi fastidio; e ricordatevi, che sono Vostra serva Laureta.

Questa lettera gli troncava il pretesto, col quale coloriva Glisomiro il suo viaggio in terra ferma per visitare appunto questa dama, ma piú gagliardo motivo per ritornare a Venezia gli diede una lettera di Cillia, che’l richiamava instantemente a casa per la comparsa in quella parte d’Eugenia e di Beatrice moglie, e figlia d’Ariperto; volendo ogni termine di convenienza, che passasse di persona a complire con due dame moglie e figlia d’un cavaliere, che già molti anni teneva in grado strettissimo d’amicizia, benché diversi viluppi di fortuna avessero messo intoppo alla cordialità della loro corrispondenza. Or mentre participa ad Ariperto questa occorrenza ecco Alberta, che tutta confusa e conturbata viene a presentargli una lettera del marito, che trovò dettata con quella precisa formalità di concetto.

Signora. Per convenienti risguardi, che toccano l’onor mio, mando la barca, perché veniate subitamente a casa. E se Celinda occupata nella infermità di Ferrante non potesse accompagnarvi, chiedete a Glisomiro, che vi conceda la compagnia di Drusilla; e se venisse egli ancora con voi, non mi dispiacerebbe. Placido.

Stette buona pezza il cavaliere pensando su questa lettera, né saputo che si risolvere da se stesso, messo ad esame il cameriere su la novità di questa ambasciata, e veduto, che gli parlasse d’un’aria, che mostrava bene di saper qualche cosa, ma di non poterne favellare: tanto seppe, e potè aggirarlo con buone parole mescolate di qualche promessa, e di qualche minaccia, che finalmente gli trasse di bocca, che essendo passata a mezza mattina una femmina a trovarlo gli avesse riportata qualche novella d’esso, e d’Alberta; perché ragionando fra di loro aveva inteso nominare Alberta, Glisomiro, e Torcello. Ma nel finire di questo ragionamento avesse detto Placido alla donna:
“Tu sei una sciagurata, e dopo d’aver fatto una cosí grande ribalderia, com’è stata quella di rubar le gioie a quelle dame per fuggirtene con due facchini; posso credere, che per sola perversità di genio, e per vendicarti di Glisomiro, che t’ha tolta di mano cosí ricca preda, sii venuta ad accusarmi mia moglie. E quando ancora fosse vero quello, che tu mi dici, l’onor mio non dipende da’ capricci d’una donna”. E ciò detto, fatto chiamare un gondoliere, gli comandò di caricar la femmina in premio della sua accusa, di cosí buona soma di bastonate, che le era convenuto farsi portare per misericordia all’ospitale per esservi governata e provveduta.
“Non poteva fare altro fine, disse Glisomiro, benché non meritasse tanta pietà questa ribalda”, che ben s’avvide, che altra non poteva essere stata costei che Cate; la quale per ricompensa del beneficio fattole in consigliarla di ripassare a Venezia per isfuggire il castigo della sua trufferia; avendo a qualche barlume degli abiti riconosciuta Alberta, passò ad accusare ambedue al marito di congressi illegittimi. Questa notizia però mise a campo una noiosissima controversia. Che se ben Placido avesse fatto caricare di bastonate la femmina, e voluto darle a credere, quando ancora le avesse prestato fede, di non curarsi de’ trascorsi della moglie, né Alberta intendeva di fidarsi di lui, e meno pensava Glisomiro d’accompagnarla insieme con Drusilla; potendo sospettar con ragione, che gli facesse un qualche giuoco doppio. Non perché dubitasse della sola persona di lui, che oltre all’essere piú atto a tenere a ciancie le femmine, che a far paura agli uomini, aveva di che assicurarsene; ma per dubbio, che intesosi con Leonello e con Lelio, gli machinasse un qualche publico sovrasalto a cagion di Drusilla. Oltre a che pensava, che separandosi da Domitilla e da Panfilo, e conducendo seco Ariperto e Guglielmo, veniva a lasciarli quasi soli, e piú facilmente esposti alle insidie de’ loro nemici. Dopo molto pensato e molto consultato con Alberta, non parutogli per onor suo di favellarne con altri, prese di suo proprio moto partito di provvedere con un colpo solo a questo disordine, fermando insieme Alberta e Celinda; e già che si vedeva scoperto di confessare il suo fallo, ma in altra guisa da quella che aveva Cate veracemente divulgata. Partecipato però anche a Celinda quello, che gli parve conveniente di questa occorrenza, scrisse a Placido di propria mano in questa forma.

Signore. Mi dice la signora Alberta, che dovendo in esecuzione de’ vostri ordini tornare prestamente a casa, averebbe gusto che io l’accompagnassi con Drusilla, mentre non possa tornar con essa Celinda. In quanto a me verrei piú che volentieri a servirvi; ma né Drusilla stanca d’avere vegliato meco tutta notte per la ricuperazione di queste gioie si sente in termine di far viaggio; né io posso trasferirmi per istasera e Venezia, essendo chiamato da convenienza inevitabile in altra parte. Celinda altresí, benché tenga ordine dal marito di venire subitamente a casa, non può servirla; perché avendo io obligato la mia parola a chi m’ha rivelato dove stassero gl’involatori delle gioie, perché potessi ricuperarle, di dargli trecento ducati; non le par conveniente di partire da questa casa prima che sia satisfatto a questo debito. Nel rimanente sarò sempre quello che sempre fui, vostro buon’amico e servidore. Glisomiro.

In questa medesima conformità fece scrivere Glisomiro anche a Celinda, che s’espresse col marito in questa guisa.

Mio Signore. Non vedo l’ora, d’esser fuori di questo tugurio; ma la ricuperazione fatta da Drusilla e da Glisomiro delle vostre gioie, mi tiene qui inchiodata a mio dispetto; perché avendo essi promesso al rivelatore de’ ladri, trecento ducati in premio di questa sua buona opera, non mi par di dovere il partire se prima non abiamo pagato effettivamente questo debito; perché non paia, che vogliamo satisfarlo di parole. Alberta ne scrive a suo marito, e Ferrante a suo fratello, perché rimettano qui la parte, che tocca loro di questo danaro; perché se ben Glisomiro e Drusilla volessero satisfar essi a questo debito, non ci è parso bene d’accettare una cortesia, che ci metteva in servitú. Ha proposto ancora Glisomiro accioché potessimo venire subitamente a casa, di farci prestare da Ariperto e da Guglielmo questi danari, dicendo, che averemmo poi dato loro satisfazione a nostro comodo; ma né questa esibizione abbiamo voluto accettare senza prima darvene parte. Aspetteremo adunque qualche vostro avviso in questa parte per tornare subitamente a casa; essendo già tutta questa compagnia in procinto di partire. Vostra consorte e serva Celinda.

Fece questa invenzione il colpo disegnato appunto da Glisomiro; perché e Placido cavalier generoso, di genio libero e senza pensieri, non solamente credette che Drusilla fosse veramente stata presa in cambio di Alberta da Cate; ma rispedí subitamente il cameriere con cento ducati alla moglie; e Leonello uomo avarissimo inteso che avessero la moglie e la figlia ricuperato le loro gioie, e che Glisomiro si fosse esibito esso di satisfare a questa convenienza, scordatosi per cosí picciolo interesse di tutto l’odio conceputo contro la sua persona, e deposto il pensiero di nuocere insieme a Panfilo, non si curò di rispondere cosa alcuna alla moglie, e meno di rimandare la barca per ricondurla a casa, volendo senza parlare essere inteso, che non gli piacendo questa musica di sborsare cento ducati, dovesse ella Celinda accettare l’esibizione di Glisomiro di pagare esso il danaro, o di fargliele prestare, perché non gli venisse mai piú pagato.
Intanto perché Ferrante si sentiva poco meglio della sua febbre, e quella casa era troppo angusta per tanta gente, prese Glisomiro a dar qualche motto con gli amici di partenza per lo seguente mattino; e in questo mentre di passar quella notte con Ariperto in altra parte, dove non potevano capitar le donne. Dispiacque somigliante proposta a Panfilo e a Vittorio, e vi contradisse apertamente Drusilla, affermando di volerlo seguitare dovunque s’andasse. Onde il cavaliere, che tutto sensualeggiato dalla conversazione d’Alberta, non pensava che a mettere un saldo fondamento a’ suoi capricci con tirar Celinda dove forse non pensava ancora di pervenire; cangiato suono finse di quietarsi; e intesosi con Alberta, si mise attorno a Guglielmo pregandolo, e di consolar Giustina sposandola, come le aveva già dato intenzione, e di non partire per allora d’Italia, con esibirgli non solamente la propria casa per suo trattenimento, ma di procurargli prestamente impiego adeguato al suo presente bisogno. Guglielmo lusingato dal genio dell’amicizia, e tolto a se stesso da una certa affettuosità di tratto, con la quale pareva che Glisomiro incantasse le persone con le quali domesticamente conversava; lasciossi condurre dove gli piacque. Ritiratisi adunque in una parte i cavalieri, e nell’altra le dame a’ loro trattenimenti per aspettarvi il ritorno delle barche di Leonello e di Placido, e l’ora di cena, volle Glisomiro saper da Ghiandone quello che gli fosse avvenuto dopo la sua caduta in canale con la Rossa avendogli Cillia scritto non so che sovra questo punto, che l’aveva incuriosito di sua persona. Il povero tedesco, che se ben fosse caduto in acqua non aveva però digerito ancora il vino troppo ingordamente bevuto, trovatosi con questa femminella e con un’altra sua compagna, che se gli misero attorno facendolo spogliar bello e ignudo ed entrare in letto per asciugargli i panni; trovossi il piú imbrogliato uomo del mondo. Ma come che s’andasse la facenda, increscendo alla buona femmina di lasciarlo solo in letto, mentre le pareva un uomo da fatti non da parole; benché egli avesse piú voglia di dormire, che d’altro, il tenne seco tutta la notte. Poi conosciutolo dopo ch’ebbe consumato il fumo del vino, dolce di sale, pensò di cavargli le penne maestre con certe sue invenzioni puttanesche, sovra le quali non ci par bene di fermar la penna. E perché il giovine incominciò a questo suono a torcersi dicendo quello che n’era il vero, che fosse stata ella colei che l’aveva tirato dove non pensava d’andare, entrata con la compagna nelle furie il minacciò di farlo metter prigione quando non le avesse dato satisfazion conveniente a una donzella sua pari. Ghiandone come nuovo pesce, impaurito di somiglianti minaccie incominciò a raccomandarsi dicendo che fosse un povero giovine servidore, né potesse darle altra ricompensa di quel notturno servigio, che d’alcune poche lire che aveva pur dianzi tirate dal suo salario. La Rossa a questo suono fintasi placata, gli trasse prima i danari di mano, e poi tornata negli strepiti e nelle pretensioni il caricò di nuove minaccie quando non l’avesse meglio satisfatta di quella sua vaccaggine. E di fatto avendogli tolto il cappello, il saltimbarca, la spada, e’l fagotello delle sue robbette, che aveva tratto di barca per mutarsi, il serrò mezo ignudo in una camera, donde non poteva fuggire, quasi che pensasse di consegnarlo, venuto il giorno, alla giustizia per farlo punire della violenza usata a cosí nobile donzella. Il giovine vedutosi in quella camera soletto, né sapendo come fuggirsene, essendo quelle finestre a terreno chiuse di ferro, né avendo ardire, di fare strepito, trovata al barlume dell’alba una canevetta di buon vino con alcune marzoline di Romagna, e alquante coppie di pane bianchissimo, tutte cose donate il giorno addietro da un marinaro suo gallano alla Rossa, si mise a mangiare e bere a buon conto de’ soldi, che gli aveva tratti di mano la putanella. E quindi riscaldato dalla forza del vino prese animo, e cuore; incominciò a fare un poco di rumore cercando la via d’uscire da quel labirinto. Mentre stassi in questa apprensione, e tuttavia l’amor della canevetta, che andava asciugando, il trattiene irresoluto, sentí strepito di voci d’uomo in quel vicinato, ed ecco aprirsi improvviso la porta di quella camera, ed entrarvi due bravacci drudi della Rossa e della sua compagna, i quali armati di celata, giacco, manopole, stocco e targa, come se avesse voluto andare a sfidare a battaglia il Gran Tamberlane, si misero attorno al povero Ghiandone, e maltrattandolo tutto a piattonate, e fiancate, il cacciarono cosí nudo e malconcio fuori di quella casa minacciando d’ucciderlo se avesse pur mosso parola di quella tresca. Ghiandone misero e cattivo, e quasi in camicia, ma ben carico di busse, si mise a camminare verso la casa di Glisomiro, dove pervenuto, che già l’alba incominciava a cangiarsi in aurora, picchiò per esservi ricevuto secondo l’ordine lasciatogli dal cavaliere. Ma Cillia intesa questa novità, né sapendo che si credere di sua persona, non volle accettarvelo. Uscí a questo moto per curiosità femminile di vedere i fatti altrui alle finestre della sua casa una certa vedovella abitante nella medesima contrada, la quale conosciuto Ghiandone, col quale aveva tenuto piú volte ragionamento, mossa a compassione della sua disgrazia l’invitò cortesemente ad albergo, e fattogli accendere un buon fuoco, e rivestitolo de’ panni del suo defonto marito, e parutole, che gli riuscisse dentro un bel fusto, volle ricompensarlo di quel notturno disconcio facendogli una bonissima accoglienza, e donandogli in premio d’averle fatta una buona carità, tre volte tanto danaro, quanto aveva egli dato alla Rossa, oltre al vestito, che pur egli donò assai migliore di quello, che gli aveva involato quella grimalda.
Intese queste cose parte dal medesimo Ghiandone, e parte dalla lettera di Cillia, entrò Glisomiro in ciancio con le dame fino all’ora di cena, non lasciando intanto di machinare il discioglimento de’ viluppi de’ suoi amici, e l’avviluppamento di qualche accidente, che mettesse in suo potere le persone di Celinda e d’Alberta. Ma passiamo per ora a tavola, dove Alberta e Giustina, passati i primi trascorsi di complimento tengono in una dolce maraviglia assorti i convivanti col contrastar fra di loro. L’occasione però de’ loro amichevoli contrasti fu quale si poteva aspettare, propria d’ingegni feminili, essendo caduta Alberta a biasimar Giustina, che portasse una divisa di color di mare, chiamandolo colore riprovato nelle scuole amorose per essere contrasegno della incostanza. Ma Giustina a cui non dormiva la lingua in bocca ritorse sovra Alberta il suo biasimo, dicendo esser vana l’opinion di quelli, che chiamano il mare incostante, mentre con perpetuo e infallibile corso contenendosi ne’ propri confini prescrittegli dalla natura conserva la fede alla terra, che d’ogn’intorno l’abbraccia. Che se talora imperversasse, la colpa non essere del mare, ma de’ venti, che flagellandolo il mettono in furore. Tale essere appunto la natura del mar d’amore sempre costante e benigno; ma la instabilità de’ capricci degli amanti, quasi venti contrari alla vita serena, suscitar le tempeste de’ disgusti, che’l mandano sovente sossopra, mettendo a pericolo di naufragio ne’ flutti della disperazione l’anime innamorate, che dietro la tramontana di due begli occhi intraprendono un viaggio felice per se medesimo, ma sfortunato per la incostanza degli umani appetiti. Quindi sí come i venti, che sconvolgono il mare, non nascono dal mare, ma dalla terra; cosí le perturbazioni, che seguitano l’amore, non provenir dall’amore, che ha la sua sede nell’anima, ma da capricci degli amanti, che germogliano loro nella fantasia; o pure dalle imperfezioni della propria natura male inclinata e abituata nelle bassezze: poiché gli animi nobili e generosi sí come non s’innamorano, che per giudiciosa elezione; cosí sempre sono stabili in amare per costante ragione. Portare ella adunque una impresa di color di mare per dimostrare non la sua instabilità, ma la sua costanza in amore, perché sí come il mare con infallibile corso si raggira attorno la terra ad esso con nodo indissolubile congiunta; cosí ella pretendeva di raggirare tutti i suoi pensieri attorno quella sola persona, che il cielo, e la sua elezione le avevano destinata per consolazione della sua vita. E sí come il mare non s’altera, che flagellato dai venti, cosí ella non averebbe giammai provato altre apprensioni di travagli, e d’inquietudini nell’animo, se non in quanto dalla durezza del cuore di chi doveva fedelmente amarla si fossero alzati i venti delle vane perturbazioni a conturbarla. Risoluta però, in quella guisa che’l mare per travagliato che sia non trapassa giammai i suoi termini naturali, di non mai rompere il corso della sua fede e della sua costanza per disdegni, o capricci del suo signore, ma di sempre mantenersi e in bonaccia, e in tempesta un solo leale e perpetuo amore. Perché sí come dopo le procelle seguita la tranquillità nel mare, cosí alle tempeste de’ travagli succede in amore la calma delle consolazioni ad un’anima costante e fedele. Non sarebbero mancati lumi di ragioni ad Alberta, e a qualche altra ancora per dissipare le ombre delle opinioni di Giustina, ma né quella graziosa dama, né alcuna dell’altre volle replicar cosa alcuna contro i concerti di quella bella bocca, nella quale sarebbe divenuta amabile la stessa menzogna; anzi accompagnando con applauso il suo ragionare si mostrarono persuase piú dalla muta eloquenza della sua grazia, che convinte dalla spiritosa forza della sua favella dolcissima ed amorosa. Solo Glisomiro tacendo ogni altro, proseguí il ragionamento dicendo:
“Veramente non credo, che tra le cose create se ne trovi alcuna piú somigliante ad amore del mare; onde per tralasciare il nascimento di Venere favoleggiato nel mare, cosí spesso leggiamo negli amorosi poeti le vaghe comparazioni tratte da cosí nobile elemento, e da’ ministeri, che vi s’esercitano in dimostrazione delle proprie passioni, e delle qualità degli animi loro. Parmi però, che quasi sempre venga presa in mala parte una sifatta somiglianza; e però con ragione gli antichi favoleggianti collocarono sovra i lidi del mare biancheggianti d’ossa insepolte le Sirene per dimostrar i naufragi, che fanno gli uomini nel mar d’Amore”.
“Bisogna, che sia un dolce male (disse Giustina) il morire fra le Sirene, mentre lo stesso Tasso, che fu cosí sobrio e casto poeta, s’andava augurando

almen tra le Sirene
sia la mia morte, e non tra scogli, e sirti”.

Rise Glisomiro, e disse:
“Non è però, ch’egli non conoscesse il suo male, ma vaneggiava allora ne’ desideri mal sani,

e sembrava nocchier, che poggia, ed orza
ne l’onde d’Adria alterna, o nel Tirreno,
mutando il corso ov’è soverchia forza”.

Si era alzato pur dianzi di letto Ferrante piú per impazienza, che per miglioramento della sua indisposizione; che se bene per opera di Guglielmo fosse libero dalla febbre, si stava tuttavia fortemente oppresso da una straordinaria fievolezza. E per curiosità o per gelosia s’era posto a sedere in vicinanza della mensa dietro ad Astolfo, e ad altra servitú, che assisteva a i convivanti; onde in sentire queste parole di Glisomiro, messa avanti la testa, sorridendo disse:
“Non vaneggiava punto il povero Tasso: ma piú forza aveva la bellezza di Leonora, che tutta la sua filosofia”.
Rise Glisomiro, e voltosi a Ferrante disse:
“Se m’avete lasciato mangiar quest’ala di piccione ne l’averei io detto ancora, e finito insieme il suo concetto

Ma per turbato cielo, e per sereno
prender con ogni vento al fin si sforza
solo un tranquillo porto un dolce seno.

E ciò dicendo ferí con un solo colpo de’ suoi sguardi l’anima di Celinda e d’Alberta; che ne rimasero, e piú quella che questa, attonite, non che fulminate. Ma Giustina guardato Ferrante, che si era tratto piú avanti vezzosamente disse:
“Bisogna che il signor Ferrante sia venuto egli ancora a pescare nel mar d’Amore, ma dovrebbe ricordarsi, che

questo mare è celeste, e luci d’oro
e bianche perle ha questa nobil riva,
e le virtú son raggio al fido porto”.

Parve acutissimo a chi l’intese il tratto di Giustina, che seppe con le altrui parole, e lodare con gentile allusione alcune di quelle dame, e pungere dolcemente Ferrante, che fosse passato di nascosto a vagheggiare qualcuna di loro. E forse non era senza ragione questa puntura, perché le donne in questa parte sono di vista piú che lincea. Ma Ferrante sentitosi pungere con dolcezza, e volendo far conoscere forse per proprio interesse, che se pur fosse stato amante averebbe amato senza pregiudicio del rispetto dovuto all’onor della dama e dell’amico, voltatosi alla giovanetta le disse: Signora,

Passa la nave mia, che porta il core
sotto un sereno ciel di stelle adorno
per queto mare, e sta la notte, e’l giorno
spiando i venti al suo governo Amore.
Ha ciascun remo un bel desio d’onore
non teme di fortuna oltraggio, e scorno;
empie la vela, e rasserena intorno
aura di gioia, e tempra il dolce ardore.
Nebbia non lenta mai di feri sdegni
le sarte, che di fede, e di speranza
ha di sua mano il mio Signore attorto.
E scopro i due lucenti amici segni,
e vive la ragione, e l’arte avanza,
tal ch’io già prendo il desiato porto.

Ebbe appena finite queste parole Ferrante, che Glisomiro proseguí dicendo:
“Bisogna, che Ferrante abbia mentre farneticava nella febbre veduto gli occhi di qualche gatta, che incomincia a fare dell’innamorato. E però meglio averebbe detto, già che si trova nel mar d’amore

Tal’io mi volgo, o bella gatta, in questa
fortuna avversa a le tue luci sante,
e mi sembra due stelle aver davante,
che tramontana sian ne la tempesta”.

“Se cosí è, disse ridendo Giustina (che bene intese il motto) guardisi il signor Ferrante, che nel voler prendere il desiato porto, in vece di solcare felicemente

un bel, dolce, tranquillo e cheto mare
con alghe di smeraldo, e rena d’oro,

non si trovi col volto graffiato dalla sua dama”.
Risero i circostanti, e massime le donne, e volti gli occhi nella faccia di Ferrante, il fecero un cotal poco arrossire, perché essendo cavaliere assai modesto vergognossi d’avere tanti occhi di bellissime dame insieme con quei della moglie fissi nel volto. Mentre stassi in quel sovrasalto, ecco entrare in quella stanza con Astolfo il cameriere di Placido tornato a volo da Venezia, e con essi una bellissima giovane, che se bene dogliosetta, e piangente, e con la faccia semicoperta, venne immantenente riconosciuta da Glisomiro. Era nel portamento ordinario della gente bassa di quei contorni, ma con qualche leggiadria straniera. Teneva in testa un piccolo drappo di zendado turchino co’ merletti d’argento. Un velo bianchissimo di seta con larghe liste tessute di vari colori e d’argento e d’oro le copriva il seno, e le spalle; su per le quali, come anche dalle tempie, su per le guancia e’l petto scorrevano alcune serpi de’ suoi biondissimi capelli. Aveva per donna plebea una faccia gentile. La fronte nobile, libera, e spaziosa. Gli occhi negri, dolci e lascivetti. Le guancie dilicate, pienotte, biancuzze, e di vero color naturale di donna, la bocca piccioletta, vermigliuzza, e vezzosa. Il collo e’l seno bianchissimi e senza difetto. Le mani bellissime. L’aria bizzarra, e capricciosa, e’l portamento disinvolto, vivo, spiritoso, e con qualche dolce inquietudine. Era insomma tutta a rovescio del bisogna di suo marito, e a tutta a diritto per lo trattenimento d’un’amante. Ora Glisomiro in vederla, tutto se ne conturbò, non potendo immaginare qual turbine di sinistra fortuna la portasse in quell’ora e in quel portamento in quella casa. Disse il cameriere, che licenziato subitamente da Placido per quella volta, essendo passato alla propria casa di Glisomiro per recapitarvi una sua lettera, e riportargliene la risposta di Cillia, insieme con la lettera, che gli presentò, gli aveva comandato di condurgli insieme con la governante di Alberta nella stessa barca di Placido quella giovanetta. Glisomiro tolta la lettera, e postasela in seno senza moltiplicare in novelle, raccomandò la giovanetta all’ortolana proseguendo la cena con vari e graziosi motteggiamenti e scherzi, come che la comparsa di Lodovica avesse non solamente nell’animo del cavaliere, ma di Celinda ancora, e d’Alberta svegliato un fiero tumulto di tristi pensieri. Terminata la cena, avendo il cameriere rimesso ad Alberta co’ danari di sua ragione la risposta della lettera di Glisomiro, nella quale con ringraziarlo della ricuperazione delle sue gioie, l’avvisava di rimandare la barca con la donna di governo d’Alberta, acciocché non potendo né Drusilla, né Celinda accompagnarla, potesse ella ricondursi fatto giorno a Venezia; qui si vide il cavaliere troncate tutte le sue speranze in erba, perché non solamente bisognava separarsi fra poche ore da Alberta; ma la comparsa ancora di Lodovica e della governante della dama interrompeva tutti i suoi disegni con Celinda. Statosi adunque per poco sovrapensiero, e preso parola da Alberta, che averebbe fatto tutto quello, che gli fosse piaciuto; chiamati a consulta Panfilo e Vittorio, disse:
“Amici, ci convien fare per necessità quello, che dovremmo eseguire per elezione; perché crescendo continuamente il numero della gente non possiamo piú fermarci qui senza incomodo e disturbo. Ma dove dobbiamo andare? Il nostro disegno era in terraferma a casa di Laureta; ma Laureta è di presente a Venezia, e mi vi richiama per non so quale affare d’importanza; e dovendo tornarvi anche Alberta, che per qualche suo interesse vorrebbe, che non me ne allontanassi per qualche giorno, che altro ci resta da fare se non seguitare tutti insieme la fortuna dove ci chiama? Io tengo tanta confidenza nella gentilezza e nella lealtà di Laureta, che potremo valerci della sua casa con ogni libertà, e senza pericolo. Se la mia casa fosse capace di questo onore io non penserei ad altro, che a servirvi; ma trovandomi già impegnato con Guglielmo, e con Ariperto, la cui famiglia già vi si trova tutta ridotta, non saprei dove alloggiarvi senza incomodo e rischio di tutti. Vi consiglio pertanto di trattenervi appresso la medesima dama, insino a che si sieno aggiustati i vostri interessi con Lelio, appresso il quale mi confido d’ottenere ogni cosa per lo mezzo d’Alberta, e di Celinda”.
Parve dura cosí fatta proposta a i cavalieri. Poi molto pensato, e molto detto fra di loro, conchiusero finalmente di rimettersi alla disposizione del medesimo cavaliere. Ma duro intoppo venne ad attraversare questo disegno; perché avendo Glisomiro participata questa sua risoluzione a Celinda con esibizion di lasciarle la propria barca, accioché potesse ricondursi comodamente con la figlia e il genero a casa, ella dettogli, che questa sua partenza prima d’aspettar la rimessa di Leonello, e del fratel di Ferrante, averebbe potuto scoprir l’invenzione adoperata per farli travedere insieme con Placido; e veduto, che stasse fermo nella sua opinione, affermando che satisfatto Placido, poco gl’importava Leonello, sapendo già troppo bene, che averebbe rimesso alla sua borsa quel debito immaginato, e meno ancora Ferrante, al quale averebbe mostrato di satisfare per esso senza dargli altro incomodo; ella entrata in subita e grandissima gelosia d’Alberta; e risvegliati insieme gli spiriti della ingenita alterigia sdegnosamente gli disse:
“Ah cavalier traditore! Conosco le tue falsità. Dopo d’avermi tirata dove non crederei giammai d’arrivare ti fai scherno di mia persona, e vuoi abbandonarmi per poterti vantare di avere avuto Celinda pieghevole a’ tuoi capricci?”.
E qui soprafatta dallo sdegno si tacque con gli occhi turbatamente fissi nel volto del cavaliere. Il quale per questo trapasso conosciuto, che fosse già quella dama caduta col pensiero, dove dubitava ancora di non poterla ridurre; lieto di cosa, della quale averebbe dovuto contristarsi, presale una mano, e baciatagliela dolcemente disse:
“Mia signora; quietatevi, e andiamo via di qui, che vi giuro su la vostra vita, che dimane troverò maniera per essere con voi senza incantesimi, quanto vi piacerà”.
“E dove?”, disse Celinda.
“Dove potremo, soggiunse Glisomiro. Basta, che saremo insieme”.
Non si appagava di questa generalità Celinda, e dubitando pure d’essere schernita per amore d’Alberta o di Lodovica, disse:
“Facciamo cosí. Lasciate che partano tutti gli altri, e restate voi qui per ultimo con la vostra barca, della quale servendomi, metteremo mia figlia con suo marito alla sua casa, e di là poi mi condurrete insieme con Lodovica (senza però lasciarvi vedere da Leonello) alla mia propria abitazione”.
Glisomiro subito:
“E perché non prima alla mia?”.
S’arrossí Celinda, sospirò e tacque. Onde il cavaliere non voluto perdere una occasione, che mai piú forse gli sarebbe venuta; trovatosi con gli altri cavalieri, ordinò con essi la partenza, benché fosse di mezza notte, in quella forma. Panfilo insieme con Domitilla, Drusilla, Vittorio e Astolfo, sarebbe passato per sua maggior sicurezza con la barca di Placido a casa di Laureta, alla quale averebbe Astolfo presentata una lettera di Glisomiro, nella quale gli raccomandava l’alloggio di quella nobile comitiva. Non voleva Drusilla ridurvisi intenzionata di passare a casa di Glisomiro: ma le convenne bere questo calice, perché il cavaliere teneva allora altro in testa, che Drusilla. La barca poi di Panfilo averebbe servito ad Alberta, riconducendo insieme a casa di Glisomiro Giustina (a cui pareva di saltare in cielo) con Guglielmo, e Ariperto. Ma nella gondola da tre remi si sarebbono ricondotti a Venezia Celinda, Eufemia, Ferrante, e Glisomiro con Lodovica. E perché di tre remiganti s’era ridotta ad un solo; non voluto Glisomiro per certa sua fatale osservazione in questo viaggio accrescere, né minuir questo numero, riprese in luogo di Dietisalvi, Ghiandone, e del Moro (che venne cortesemente rimandato dal cavaliere alla propria casa) un figlio dell’ortolano chiamato Busca. I primi adunque a montare in barca furono Alberto e Panfilo, con la loro compagnia; ma Celinda veduto che toccasse ad essa ancora di montarvi, con improvviso consiglio si ristette su la riva, e poi volta a Ferrante, che afflitto dal male aveva piú voglia d’andarsi a letto, che di viaggiare in quell’ora, disse:
“Caro figlio; m’è venuto un pensiero in testa, che credo non vi dispiacerà. Se Glisomiro viene con noi, ragion sarà, che subito giunti a casa gli si facciano consegnare i danari dovutigli per la ricuperazione delle nostre gioie. Di vostro fratello non dubito, che immantenente non me gli sborsi; ma il non avere veduto risposta alcuna da mio marito, e la conoscenza, che tengo del suo genio, mi fa dubitare di qualche disordine a nostro carico. Scusiamoci adunque dall’andar con esso a pretesto d’aspettare la risoluzion di Leonello, col ritorno della nostra barca; e se Glisomiro volesse andarsene, se ne vada”.
A Ferrante non parve dapprima cattivo questo pensiero, non tanto perché stimasse ben fatto d’aspettar qualche avviso di suo fratello, quanto per lo desiderio, e forse per la necessità, che aveva di tornarsi a letto: ma poi pensato, che se lasciava partir Glisomiro senza la dovuta satisfazione averebbe potuto concepir sospetto, che a questa cagione appunto di non satisfarlo si separassero dalla sua compagnia: disse, che non gli pareva buono questo disegno, dovendosi o partire, o restarsi con esso. Altro appunto non andava cercando Celinda; e chiamato Glisomiro in presenza del genero, il pregò di sospendere fino al seguente mattino la sua tornata a Venezia; non tanto per aspettare qualche avviso di casa loro, quanto per non esporre Ferrante nell’incomodo di quel viaggio notturno nello stato in che si trovava.
“Farò quel che vi piace, disse Glisomiro; ma che diranno, non mi vedendo gli amici?”.
“Dicano quel che si vogliano, rispose Celinda; per quattro o sei ore non casca il mondo”.
Quietossi il cavaliere; ma poi ritiratosi Ferrante per tornare a letto egli disse alla dama:
“Signora, vi siete mal consigliata. Non vedete, che con questa Lodovica per li piedi siamo piú imbrogliati, che non saremmo stati a Venezia?”.
Sospirò Celinda, e disse:
“Io l’ho fatta per bene questa risoluzione. Provvedetevi meglio che potete, e tenetela appresso di voi; ad ogni modo è una femmina pleblea, e poco importa, che si creda piú il male che il bene di sua persona”.
Detto questo, e non aspettato altra risposta si ritrasse con la figlia nella sua camera; e Glisomiro passato con Lodovica nella camera già delle donne, piacevolmente le disse:
“Scusate, bella giovane, questo poco di disconcio per lo capriccio di Celinda, e se ben mi vedete qui solo non vi prendiate fastidio alcuno, perché so quale sia il mio debito e verso Laureta, e verso di voi”.
Sospirò la giovanetta, e guardato il cavaliere vezzosamente disse:
“Io non ho che dividere con Laureta, e poiché quel frasca di Romano m’ha tolta a mio marito, son donna libera, e voglio far di me stessa quel che mi piace”.
Rise il cavaliere, e disse:
“Veramente Romano è stato un pazzarello a levarvi di casa di vostro marito con iscandalo della gente, e con suo e vostro pericolo, quando averebbe potuto trovarsi con voi in tutta sicurezza senza cosí fatti imbrogli”.
“Bene, disse Lodovica, ma io ancora non voleva piú stare con quello sporco di mio marito, che oltre all’essere cosí brutto e malfatto, ed esercitare una professione cosí fetente, che mi faceva nausea solamente in vederlo: mi dava per la maledetta gelosia piú bastonate, che bocconi di pane”.
E Glisomiro:
“Ma quando pure aveste avuto di questi pensieri in testa di fuggirvene con Romano, potevate farlo senza scandalo del vicinato, e vostro pericolo”.
“Tutti non hanno (disse la giovanetta) il vostro giudicio, e se voi non m’aveste burlata, non saremmo in questi termini. Ringrazio però la mia fortuna, che m’ha portata per accidente dove sarei venuta di mia elezione”.
Sorrise Glisomiro, e guardata la giovanetta, soggiunse:
“Dite voi daddovero, o mi schernite?”.
“Cosí non fosse, disse Lodovica, che voi m’avete burlata; perché se non m’aveste tenuta su le sberetate e su i complimenti, ma aveste detto daddovero, io sarei venuta in casa vostra prima di Cillia, e non averei acconsentito a Romano di menarmi via da mio marito. Ma poiché la fortuna non ha voluto che io stia seco; veduto che Laureta mi voleva far mettere tra le donne mal capitate, tanto l’ho pregata, che finalmente s’è contentata di mandarmi a casa vostra. E questo era l’affare, sopra il quale voleva trattar con voi; ma non avendovi trovato a casa, né volendo tenermi appresso di sé fino al vostro ritorno, m’ha pure contentata di lasciarmi venire a trovarvi; perché vediate (come v’ha scritto) d’aggiustarmi con mio marito: il quale avendo bisogno di voi, farà tutto quello che voi vorrete. Ma se voi mi volete punto di bene, farete in maniera che mai piú lo veda; perché l’ho tanto in odio, che farò certamente qualche pazzia, se torno nella sua casa. Ed è pur meglio che stia con voi piú tosto, che mettermi alla mala vita con questo e quello”.
“Orsú, disse Glisomiro, si vedrà di consolarti, e se io avessi potuto pensare, che tu avessi questi pensieri, non ti averei lasciato precipitare, perché altri si cogliesse quello, che ora non può essere piú mio”.
“Questo è niente, rispose la giovanetta; perché Romano non m’ha fatto altro che baciarmi, mentre era seco in barca per andare a casa di Laureta; perché nel medesimo punto che scendevano in terra, ella ancora giunse alla sua riva di ritorno di villa per certa lite; che ben sapete, che per altro non sarebbe tornata a Venezia fino a Carnevale”.
“È stato doppiamente pazzarello Romano (disse Glisomiro) e con levarti da tuo marito con questo scandalo, e con menarti in casa della zia, mentre averebbe dovuto provvederti d’ogni altra abitazione”.
“Egli pensava (disse la giovinetta) d’esservi sicuro; sí perché non si coprisse dove fossimo fuggiti, sí perché sapeva, che Laureta doveva stare per un mese ancora in Friuli. Oltre a che essendo stata quasi improvvisa la sua risoluzione, e trovandosi con pochi danari (che ben sapete, che i figli di famiglia non ne hanno mai dovizia) vi bisognavano molte cose per formarmi casa”.
“E dove trovasi ora il tuo amore?” disse Glisomiro. E la giovanetta crollando il capo:
“Il mio amore? Il mio diavolo, che lo porti. Romano veduta appena la zia, lasciatami sola su la riva della casa, andossene per altra strada come il fumo in vento; credo però, che sarà passato in Friuli; perché disegnava di condur me ancora in quella parte. Ma vada dove si vuole, io sono bene allogata: e se Cillia non mi volesse in sua compagnia, so che non vi mancherà luogo dove tenermi senza che mio marito sappia niente della mia persona. O via spogliatevi, che è tardi; e io vi servirò di cameriera in vece di Cillia”.
Rise il cavaliere, e disse:
“Te sei troppo giovanetta per servirmi di cameriera; e chi ti vedesse meco direbbe, che piú tosto mi servissi di camerata”.
“Io non so tante cose, disse Lodovica. Dica chi vuoi dire. Cuor contento, e schiavina in spalla; chi non ha letto dorme su la paglia”.
Rise di cuore Glisomiro alla prontezza della giovanetta, che accompagnava tutti i suoi gesti e parole con una grazietta piú da nobil dama, che da donnetta vulgare e poi le disse:
“Di questo parleremo un’altra volta. Ora chiama Ghiandone a servirmi in luogo d’Astolfo, perché debbo raccomandargli ancora certo servigio, che tu non puoi fare”.
“So, disse la giovanetta, so, che avete qualche rigiro con Celinda. Andate, andate, che non mi cambierei con sua figlia, non che con essa. E che pensate di fare con quella vecchia imbellettata?”.
“La conosci male, disse Glisomiro. Celinda non porta belletti”.
“E pure, disse Lodovica, sua figlia, che non ha diciasette è tutta bianca; ed ella, che ne ha forse quaranta è tutta rosa. Come va bene questa faccenda? Voi travedete, signor mio. Questo volto, questo non porta belletto”.
E si lisciò, cosí dicendo, con una mano ambedue le guancie. Godeva Glisomiro della dolce libertà della giovanetta; e benché, o per genio di nascita, o per inganno d’opinione non sapesse amare in luoghi sí bassi, pure avendo cara per altro la giovanetta, e sentendosi amato da lei con tanta cordialità; incominciava a lasciarsi raggirare il cervello dal desiderio della sua eccellente bellezza. Ma poi ricordatosi di Celinda, né voluto mancare alla presente occasione, perché è instinto della nostra natura il desiderare le cose, che si conseguiscono con fatica e rischio, e di curarsi poco di quelle, che ci cascano volontariamente in seno; mandata la giovanetta a dormire (che non v’andò già troppo volentieri) e chiamato Ghiandone gli comandò d’andargli chetamente ad aprire la porta della cavana; per la quale entrato, e lasciatovi il giovine alla guardia infino a che tornasse; penetrò per quella stanza sotterranea nella camera di Celinda; dove veduta una grande oscurità, e sentito un alto silenzio, stette buona pezza ad osservare quello che vi si facesse. Finalmente aperta la porticella dell’armario, e messa dentro la testa, e una mano verso il letto di Celinda; la dama in sentirsi toccare senza sapersi da quel parte, il seno, diede un guizzo, e si trasse in disparte. Sapeva Glisomiro i propositi tenuti da Celinda con Alberta, ma non sapeva già, che avesse Celinda determinato d’aspettarlo in letto, credutosi di doverla condurre, come Alberta, in altra parte per trattenersi con essa in piena libertà. Errori degli uomini di darsi per inteso l’un l’altro in quelle cose che pensano, quasi che sieno di comune consenso determinate. S’era nel medesimo instante alzata di letto Eufemia; la quale benché facesse della incognita e della sempliciotta era però nel primo fiore degli anni piú astuta della madre; e basta dire che fosse allevata in un Seminario, e tenesse domestichezza d’Alberta per darci a credere, che non fosse punto sciocca e melensa. Aveva ella osservati benissimo gli andamenti di Alberta e della madre; e forse Drusilla per gelosia femminile le aveva dato qualche motto da insospettirla d’ambedue. Onde veduto, che Celinda si fosse fermata dopo la partenza degli altri col cavaliere, e avesse tenuto seco qualche segreto ragionamento, si mise in chiaro, che si trattasse d’altro che di parole in questa pratica. Ma quello, che le aprí affatto gli occhi fu l’osservar, che la madre prima d’andarsi a letto si stasse qualche poco ritirata con l’ortolana a’ suoi servigi, e si facesse accomodare il letto in una maniera piú squisita da quella che aveva fatto la notte precedente, che aveva dormito con Alberta. Postasi adunque a letto col marito, e veduto, che la madre avesse per ultimo contrassegno di sospetto spento il lume si mise in testa di non dormire per vedere quello che sapesse fare in quella notte Celinda. E perché non potesse il sonno occuparle a suo dispetto le ciglia, sentito il marito addormentato, alzossi mezza sul letto; e perché la stagione incominciava a inasprire si rimise, per non agghiacciarsi, il busto, e stette in quella guisa forse lo spazio d’un’ora prima che sentisse strepito alcuno. E’l primo suono, che le percotesse gli orecchi (tanto s’era Glisomiro introdotto quietamente laddentro) fu il guizzo, che diede nel sentirsi toccare Celinda. Onde venutole capriccio di chiarirsi della verità de’ suoi sospetti (e a che non riduce la curiosità, l’invidia, e la gelosia una femmina?) balzò pianamente di letto; e cosí co’ piedi ignudi, e con una sola sottana indosso, inoltrossi al letto della madre intenzionata di finger con essa qualche suo bisogno, e venne appunto a dar di petto in Glisomiro; il quale credutosi, che fosse Celinda, che si fosse alzata di letto per andar con esso; presala per mano pianamente le disse all’orecchio:
“Signora, seguitatemi, e non temete”.
La giovanetta riconosciuto il cavaliere, lusingata dal tocco della sua mano, e paurosa scoprendosi di sdegnar la madre e di svegliare il marito, gli si mise dietro senza parlare. E’l cavaliere avuto appena pazienza di riserrare lo sportello dell’armario, si tolse la giovanetta in braccio; la quale tutta tremante di freddo, di paura, d’affanno, e di sospetto, e soprafatta, o dalle debolezze della natura, o da qualche incentivo d’amore conceputo fra quelle domestichezze verso il cavaliere, non saputo né che si fare né che si dire il mise in qualche apprensione di sua persona. Poi chiarito dalle parole stesse d’Eufemia (benché potesse appena per la soverchia ansietà che l’opprimeva articolar le voci) del suo errore, tanto fu lontano dal ritenersene, che compiacciutosene, come se la trattasse ella sel seppe. Fatto l’errore il riconobbe; ma non ci era piú luogo d’emendarlo; perché essendo già tratto il dado con Eufemia, e non vi restando piú mezzo di satisfar Celinda, e Glisomiro trovossene oltremodo confuso, ed Eufemia quasi disperata; perché non essendole mai dispiaciuto il cavaliere, le piacque tanto in quel notturno errore, che si sentiva morire in solamente pensare d’abbandonarlo. Mentre si stanno in queste apprensioni, e la giovanotta per non mettere i piedi ignudi in terra stassi a sedere in grembo del cavaliere tenendogli ambedue le braccia al collo; Celinda veduto sparire il suo bramato contento, alzossi di letto tutta crucciosa, e aperta la porta della camera, che sporgeva nel portico passò a quella di Glisomiro, e trovatala solamente socchiusa entrovvi dentro, e veduta di primo occorso Lodovica addormentata sovra un letto a parte, né trovatovi Glisomiro, con tratto di femmina disperata andò a colcarsi nel proprio suo letto. E’l cavaliere udito quel poco di strepito, ch’ella fece nell’aprir la sua porta; pauroso, che si venisse a scoprire il disconcio d’Eufemia, pregolla di lasciarsi ricondurre in quella camera. A che avendo, benché di mala voglia, acconsentito; e cercato per indizio di Glisomiro (che già dubitava di quello, che n’era succeduto) il letto della madre senza trovarvela; egli fermatala nel medesimo posto andò a chiudere nuovamente la porta, perché non vi potesse tornare senza essere sentita; e si trattenne forse due ore ancora con la medesima giovinetta. La quale benché sentisse il marito, che due, o tre volte girandosi per le piume andava forse cercando di lei, niente si mosse parendole di star troppo bene con Glisomiro. Il quale conosciuto che fosse ormai poco lontano il giorno, licenziatosi con promessa di trovarsi nuovamente seco da Eufemia, e tolta seco la sopraveste di Celinda, tornossi per la strada della cavana nella sua camera; e vedutala addormentata nel proprio letto, né voluto svegliarla, e meno colcarsene appresso, collocata sul capezzale la sua sopraveste, gittossi alla ventura sul letto di Lodovica per prendere un momento di riposo. S’estinse intanto il lume, e Celinda svegliata dalle proprie doglie, aspettò tutta conturbata e pensosa, che passata la notte s’aprisse il giorno in quella stanza, che apparso e scoperto il cavaliere appresso Lodovica; e appresso di se stessa la sopraveste, e subitamente riconobbe che fosse stato Glisomiro nella sua stanza dopo di lei, e sentissi morir d’angoscia in vederlo al lato a cosí vaga giovanetta. Pure considerato tra le insanie d’amore, che avesse prudentemente operato in non avvicinarsele in quello stato col testimonio di quella donna appresso, e che avesse ella stoltamente operato in lasciare il proprio letto per venire in quella parte; perdendo in questa guisa l’occasione di trovarsi con esso, oltre al pericolo d’essere discoperta dalla figlia, e dal genero; tornossi prestamente nella sua camera riaperta dal cavaliere prima che ne partisse. E trovate ancora le finestre chiuse, e sentito la figlia e’l genero profondamente addormentati (e avevano ambedue di che dormire, l’uno per la stanchezza del male, l’altra per la passata veglia d’amore) si rimise nel proprio letto, per trovarvi in vece di riposo una perpetua inquietudine; perché non solamente all’odore lasciatovi dal cavaliere, per una collanetta di pasta odorifera, che portava su la camicia, ma per avervi trovati due aghi da testa d’Eufemia, s’avvide benissimo, che l’uno e l’altra di loro fosse stato sopra quel letto. Cognizione, che riempiutala d’un doppio cordoglio la fece ritornare in se stessa per conoscere il precipizio nel quale volendo essa cadere aveva dato occasione di precipitare alla figlia. Né sapendo che si credere di questa avventura; certa che fino allora non avesse tenuto Eufemia corrispondenza alcuna, non che domestichezza con Glisomiro, determinò di tacere e d’osservare i loro andamenti; non potendo ancora deporre affatto dall’animo il desiderio conceputo di trovarsi col medesimo cavaliere. Ma era ne’ fati, che Celinda conservasse illibato se non di pensieri, almeno d’opere, quel fiore di pudicizia, che l’aveva resa fino allora ammirabile fra le donne, e le avvenne per inopinato beneficio di fortuna. Perché Eufemia offesa nella dilicatezza de’ suoi sensi dalla rigidezza del freddo, che l’aveva nel camminare co’ piedi ignudi per quella camera umida molto sovrapresa; e nella fievolezza dello spirito dalla novità de’ suoi trascorsi fra cosí nove apprensioni di timore, di sospetto, di patimento, e di gioia; svegliatasi nell’accesso d’una gagliardissima febbre, mise e la madre e’l marito e l’amante in altri pensieri, che di vanità d’amore. Chiamato adunque da Celinda e da Ferrante Glisomiro a consulta sovra quella occorrenza penetrò egli immantenente con l’acutezza dell’ingegno nella verità di cosí fatto disconcio e come quello che per virtú de’ passati trascorsi si sentiva tenacemente unito in amore alla giovanetta, ne sentí un estremo disgusto. Pure disimulando, né voluto per vedere la dama in preferenza del marito per dubbio di qualche disordine; il consigliò, già che si sentiva esso sollevato in buona parte dalla sua languidezza; di trovare in quei contorni una peotta, su la quale accomodato un letto per l’inferma consorte potesse farla trasportare comodamente a casa, prima che cresciuto il male la tenesse confinata in quella parte. Conosceva Glisomiro, che sarebbe stato termine di cortesia maggiore l’andare esso di persona in quella funzione; ma perché non c’era altro mezzo di parlare alla dama senza il testimonio del marito, venne a questa risoluzione di consigliarlo su quest’aria. Partito Ferrante nella gondola a tre remi, passò Glisomiro con Celinda alla visita d’Eufemia; e appena egli era entrato in camera, che cessarono tutti i dubbi di Celinda; restando pur troppo chiarita, che Eufemia l’avesse prevenuta nelle sue pretensioni con Glisomiro. La giovanotta in vedere il cavaliere tutta si riscosse, e guardando con due occhi immobilmente fissi nel suo volto e senza parlare avrebbe dato ad intendere fino alle pietre quello che non sapevano di loro che le notturne tenebre di quella stanza. Celinda a questa veduta diede in un pianto dirotto; e Glisomiro toccata la fronte e’l braccio della fanciulla (che presa la sua mano se la strinse teneramente al seno) trovossi quasi tra Scilla e Cariddi angustiato da una doppia passione di cordoglio e di amore. Pure essendo per altro cavaliere giudizioso e discreto né disperò Celinda né consolò Eufemia e mise in pace ambedue (perché Celinda non voleva piú vedere la figlia) con tanta grazia, che e Celinda gli crebbe affetto, non che glielo minuisse, cangiando però l’amore d’amante in amore di figlio: ed Eufemia, benché si vedesse disperata d’aver mai piú alcuna buona notte con esso, non seppe dolersene. Voleva Celinda obligare il cavaliere con giuramento, che mai piú in alcun tempo averebbe cercato dalla figlia di quello, che gli aveva dato senza che lo ricercasse la fortuna. Ma Glisomiro, benché non pensasse punto di rinovare sí fatti scherzi, deluse piacevolmente somigliante richiesta, dicendo che si vedesse prima a che termine si riducesse la infirmità d’Eufemia e poi si trattasse di giuramento. Durò questa conversazione (non avendo mai voluto Celinda lasciar soletti gli amanti) fino all’ora del desinare; che non essendo ancora comparso Ferrante desinarono soli Celinda e Glisomiro, ma nella medesima stanza dell’inferma. Dopo che ammollito per poco il suo rigore lasciolli (senza però uscir di camera) in qualche libertà, della quale si servirono con tanta riserva e modestia, che Celinda ancora racconsolata in parte de’ suoi disgusti, che (fuori de’ concetti della virtú) tornavano con maggior convenienza a contento della figlia, prese a novellare con Glisomiro de’ passati avvenimenti della loro piú fresca giovinezza per accozzare questi successi con quelli, ne’ quali trovossi la medesima Celinda schernita, benché in altra forma da Isabella e da Bianca, che vennero da essa paragonate ad Alberta, e ad Eufemia, se non in quanto il trascorso d’Eufemia l’escludeva affatto da ogni pretensione amorosa col medesimo cavaliere.
Interruppe questa dolce conversazione il ritorno di Ferrante con la peotta, su la quale comodamente collocata la giovanetta, che non fece già di troppo buona voglia questo passaggio, volevano Celinda e Ferrante ritener con essi Glisomiro ancora; ma il cavaliere, che sapeva quello, che soglia operare Amore nella vicinanza dell’oggetto amato; contento d’aver provocata fino a questo segno la fortuna; complito cortesemente con essi, e con gli ortolani, partí prima di loro verso Venezia, dove per essere l’ora tarda, non pervenuto, che in su la notte, non alla propria casa, ma passò dirittamente a quella di Laureta. La quale uscitagli incontro con Domitilla e Drusilla il riempie di molta consolazione con ringraziarlo dell’onore, che le aveva fatto della sua confidenza, raccomandandole l’alloggio di cosí nobile compagnia. Quindi saliti nell’appartamento superiore egli ebbe incontro Panfilo e Vittorio, che vi stavano di guardia per non essere discoperti, e ricevettero anch’essi un estremo contento della sua comparsa. Il cavaliere dato loro parte delle cagioni della sua dimora in quella forma che gli piacque, e che avesse concertato con Celinda e con Alberta l’aggiustamento de’ loro interessi con Lelio, voleva ritornare subitamente alla propria casa; ma non volendo permetterglielo Laureta infino a che non avesse almeno cenato con essi; il cavaliere per la molta confidenza, che teneva con quella dama, graziosamente disse:
“Signora, in un paese che non è mio non dassi da cena senza dormire, e io mi trovo qui con una compagnia, che so, che non vedereste troppo volontieri”.
Rise Laureta, e disse:
“Se non avete altri con voi, che Lodovica, fatene quel che vi piace, che ben vi sarà un letto, e per voi, e per essa”.
“Non c’intendiamo”, disse Glisomiro.
“Troppo v’intendo, disse Laureta. Ma so che burlate, e che non volete far questo torto alla vostra sposa”.
E Glisomiro: “Mia sposa? E chi”?
“Drusilla”, disse Laureta.
Rise Glisomiro, e soggiunse: “Drusilla? Ella farnetica”.
E Laureta: “Ella non farnetica punto a cercare il suo bene. Ma se voi non la volete per moglie, a che vi prendete questo impaccio per li piedi? Io avendo intesi tutti i vostri accidenti, e veduto il grande amor che vi porta, aveva pensato veramente di pregarvi a consolarla d’un legitimo fine de’ suoi desideri: ma inteso ancora da Panfilo, che non vi pensate; e sapendo benissimo, che stando appresso di voi, sarà impossibile, che in tanta bellezza, amore e gioventú non diate in qualche disordine, ho pensato di provvedere almeno alla vostra quiete e al suo onore maritandola. E perché vedo, che ella non dispiace a Vittorio, giaché egli è stato a parte de’ suoi errori, vorrei che gli dassimo ancora una parte di penitenza in fargliela sposare. Che se gli dasse fastidio l’essere ambedue mal provveduti di fortuna faremo tutti insieme qualche cosa per loro, e col mezzo ancora di Celinda e d’Alberta procureremo qualche cosa alla sposa da’ suoi parenti, i quali vedendola collocata con un cavaliere nobile e virtuoso averanno di che contentarsi della fortuna”.
Qui Glisomiro: “E Drusilla v’inclina?”.
Sospirò Laureta, e disse: “Voi sete un demone, che incantate le femmine. Io già le ne ho dato qualche motto, ma ella sta fissa nella sua opinione di voler piuttosto essere vostra amica, che moglie di Vittorio, o di chiunque stia meglio di lui. So come son fatti i capricci di noi altre donne, perché io ancora piuttosto che maritarmi vorrei morire. Ma pure chi sa? Datele ad intendere, che le sarete sempre buon amico, che forse si lascierà condurre a sposar Vittorio ancora”.
Intese Glisomiro dove ferisse il colpo di Laureta, ma non v’acconsentendo la sua ingenuità francamente disse:
“Signora, Vittorio è mio amico, e dargli una moglie a questa condizione, sarebbe un tradirlo, non un beneficarlo. Tenterò la fortuna, e se riuscirà il colpo riesca. Altramente bisognerà aver pazienza, e Drusilla starà meco come le piacerà”.
“Sí, disse Laureta, se volete che rompiamo l’amicizia ben daddovero”.
“Questa è bella, disse Glisomiro. Non vi dispiacerebbe, che tenessi meco Lodovica, e vi spiacerebbe che vi stasse Drusilla?”.
“Maissí, disse Laureta. Lodovica è maritata; e quando fosse ancora senza marito, ella è una femmina plebea, che non può aspirare all’onore di vostra moglie. Ma Drusilla è donzella ben nata, libera e non indegna di voi. O sposatela, o lasciatela stare”.
Rise il cavaliere, e disse: “E da quando in qua siete divenuta protettrice di Drusilla, e mi volete obbligare a quello, da che m’avete sempre dissuaso?”.
“Orsú non tante parole, disse Laureta. O sposate Drusilla, o datela a Vittorio. O se non volete sposarla, né darla altrui, non capitate mai piú nella mia casa, che io non guarderò mai piú dove voi siate”.
Strano capriccio era questo di Laureta; ma cosí trattano le donne che amano, a qualunque fine sel facciano: che non sanno mai quel che si vogliano, e vogliono quello che apprendono nella loro fantasia, sia torto, o diritto; bene, o male; con ragione, o senza. Ma Glisomiro vedutosi con questo impaccio a fronte, e voluto declinarlo senza rottura in quella contingenza di cose, riprese piacevolmente a dire:
“Signora, queste non sono risoluzioni da far su le dita. Datemi un poco di tempo per pensare su questa proposizione, che voi mi fate, e poi ci parleremo; che ben sapete quanto desideri di servirvi. M’ha detto Lodovica, che non volevate trattar meco, che de’ suoi interessi, e voi m’avete scritto che per altro non siate tornata a Venezia, che per vedermi, che poi tratteremo ancora di Drusilla”.
Crollò a questo discorso il capo Laureta, e disse: “No, no, signor mio bello. Voi non mi farete saltare da poppa a prua. In una parola, io voleva trattar con voi di Lodovica, ma sono venuta ancora a Venezia per vedervi, e vi vedo. Questa lite è accordata. Ora bisogna trattar di Drusilla. O sposatela, o datela a Vittorio, o rimandatela donde è venuta”.
Qui Glisomiro: “Signora, sposarla non voglio, darla a Vittorio non posso, discacciarla non debbo”.
Conturbossi tutta Laureta a cosí fatta risposta; e variando mille colori a un tratto voleva dir gran cose, e non disse nulla. Veduto le dame e i cavalieri che Laureta e Glisomiro favellassero in una maniera che non doveva essere ascoltata, s’eran ritirati dalla sala, dove essi ragionavano, in una delle stanze destinate al loro trattenimento; onde rimasti soletti, e nato questo contrasto, Laureta lasciato Glisomiro appoggiato ad un tavolino quasi in faccia della scala, si mise a passeggiare borbottando fra i denti, e secondo gli passava davanti gli fissava gli occhi nel volto, e sospirando trascorreva. Era Glisomiro cavaliere di piacevolissimo genio, e cosí inclinato alle altrui compiacenze, che per satisfare altrui non si curava di danneggiar se stesso; ma era insieme di spirito cosí vivo e risentito, che non bisognava punto aspreggiarlo o sforzarlo; perché sarebbe piuttosto morto mille volte, che far mai cosa alcuna per violenza, o puntiglio. Veduta adunque la turbazion della dama, e sapendo d’essere veramente amato da lei, e che questo capriccio non era che effetto di gelosia per tentarlo, sicuro che tanto l’averebbe disgustata con ritenere appresso di se Drusilla, quanto con isposarla, benché mostrasse di desiderarlo; né potendo darla a Vittorio mentre né essa v’acconsentiva, né il cavaliere era forse in termine allora di riceverla: lasciatala passeggiare cinque o sei volte, procurò di fermarla e di quietarla dicendole che aveva il torto a non ascoltare le ragioni di chi tanto l’amava e desiderava di compiacerla. Laureta allora fermatasi alzò la voce, e rimproverando il cavaliere con disperazion femminile, l’oltraggiò vivamente in parte sensibilissima al suo spirito e cuore. Onde non potuto sofferire un colpo cosí penetrante e sí grave, altro non disse, che: “Signora, buona notte”, e chiamato Panfilo ad alta voce, soggiunse che l’aspettava con tutta la compagnia nella sua propria casa. Laureta allora riconosciuto in parte il proprio fallo, richiamato il cavaliere per nome, mentre scendeva la scala, tentò di ritenere ancora, ma invano, Drusilla, che a questo suono gli correva dietro piú che di passo. Ma Glisomiro veracemente sdegnato, altamente rispose:
“Signora, io non so servire chi mi paga d’oltraggi”.
E data la mano a Drusilla, che se ne sentiva saltare il coresino di gioia, discese su la fondamenta, aspettando per poco Domitilla, Panfilo e Vittorio. Ma non comparendo essi, perché Laureta gli scongiurava di non fare quel torto alla sua persona e casa, d’abbandonarla in quella guisa, assicurandoli insieme, che il disgusto preso da Glisomiro non fosse che un empito della sua naturale sdegnosità; né voluto piú trattenersi in quella parte, lasciato nuovo ordine alla servitú della dama che li aspettasse a casa, montò con Drusilla in barca per ritornarsene appunto alla propria abitazione su la medesima barca con la quale se n’era in fatal punto allontanato.

SCORSA SESTA

Grande era veramente il contrasto, che facevano nell’animo di Panfilo e di Vittorio, e la convenienza verso Laureta, che gli aveva con tanta gentilezza raccolti nella sua casa, e’l dovere dell’amicizia e della congiunzione degl’interessi con Glisomiro; ma prevalse finalmente il dovere dell’amicizia e della necessità alla convenienza cavalleresca, allora che fu considerato, che se non erano stati ricevuti in quella casa che per amore di Glisomiro, dovevano ancora allontanarsene per suo amore, non toccando loro d’investigare se a torto, o a ragione se ne fosse partito. E perché aveva già Panfilo licenziata la barca su la quale era tornata Alberta a Venezia perché non si sapesse a che parte si fosse inviato, né gli pareva ben fatto d’incomodare nel partire dalla sua casa Laureta, gli convenne trasferirsi a casa del cavaliere sovra una barca, che casualmente transitava per quei contorni. Vi era giunto assai prima su la sua gondola da tre remi Glisomiro, e perché era fatale, che mai si movesse questa barca, che non trovasse o non portasse qualche novità, aveva il cavaliere appena complito con Eugenia e Beatrice, e ragguagliato Ariperto e Guglielmo de’ suoi accidenti, che Cillia gli presentò una lettera inviatagli poche ore prima da Alberta nella quale l’avvisava di tenersi ben guardato, perché avendo il trattamento fatto da Placido a Cate messo in chiaro qualche cosa degli avvenimenti di Domitilla e di Drusilla, anzi di loro stessi (Alberta e Glisomiro) che era stata confermata, o dalla facilità di Leonello, o dalla imprudenza de’ suoi gondolieri e di quelli di Panfilo, era già corsa la querela di Lelio contro tutti e tre, Panfilo Vittorio e Glisomiro. Consigliarlo però di rimettere appresso lei stessa Drusilla e di provvedere che non nascesse qualche disconcio ancora a Panfilo e a Domitilla. Rise Glisomiro di questo avviso; non che se ne conturbasse, e chiamato Astolfo mandollo subitamente da Placido e da Alberta pregandoli di trovarsi fra due ore con esso a cena per consultare con gl’interessati sovra le presenti occorrenze. Fatto questo, come quello che era il piú capriccioso cavalier del mondo, e fra le contrarietà appunto degli uomini e della fortuna, faceva maggiormente spiccare i tratti o della prudenza, o della bizzarria: tratta Drusilla nel suo proprio gabinetto, sensatamente le disse:
“Signora, che pensate? Io non voglio piú tenervi certamente in questa guisa. Leonello, Lelio, Laureta e cento altri parenti, amici e invidiosi vorrebbono che v’allontanassi dalla mia casa e dalla mia persona. Dalla mia casa sarebbe facile l’allontanarvi, ma dalla mia persona non sarà mai vero che io vi separi contra il vostro piacere. Siete capitata a caso e per fortuna in mio potere, ma il mio debito e’l mio capriccio non vuole che ve ne allontani a patto alcuno. Quello che vi posso promettere è di non abbandonarvi giammai. Se non potrò tenervi appresso di me, vi terrò in luogo di mia disposizione. E se mi convenisse perciò allontanarmi da questa città, a persone di mia condizione tutto il mondo è patria. Resta, che m’assicuri del vostro amore, e che ad onta di quelli che ci vogliono separare m’unisca per sempre con voi. Questa è la mia risoluta volontà”.
E qui si tacque. Altro appunto non desiderava Drusilla. Pure, o fosse la inesperienza di quei sovrasalti, o la verecondia natural delle donne, o qualche altro suo riguardo che la sorprendesse si stette buona pezza tacita e pensosa. Finalmente rotto il silenzio, turbatamente disse:
“Farò quel che vi piace: ma vi supplico di rimettere a dimane questa voglia”. Glisomiro tutto cangiato da se medesimo dalla bizzarria di possedere a dispetto de’ suoi avversari una cosa che non aveva mai stimata degna del suo amore; non perché Drusilla non fosse una bella donna, ma perché non gli piaceva il suo tratto; risolutamente disse:
“Signora, o stasera, o mai piú. Chi sa quello, che porterà dimane la fortuna? Stasera siete in casa mia. Dimane potremmo essere lontani di qui cento miglia. Voglio cosí”.
Che poteva far Drusilla innamorata morta del cavaliere? Bisognò cadere: e se la venuta d’Alberta e di Placido non avesse dato occasione a Cillia d’entrargli in camera, e d’avvisarlo di questa occorrenza, penso, che non si sarebbe ricordato di cenare con gli ospiti in tutta notte. Comparso fra di loro in un sembiante lietissimo, e tutto spirante amori, delizie e capricci, Placido voleva subito metterlo in ciancie sovra il suo pericolo e de’ suoi amici, e consigliarlo di ritirarsi con gli altri fuori di quella casa troppo sospetta. Ma il cavaliere messi ad un sorriso i suoi consigli, si trasse una carta da lato, e gliela porse dicendo: leggete quello che m’ha dettato stamane mentre mi vestiva il capriccio poetico sopra questi accidenti. Placido presa la carta, e datala ad Alberta, che leggeva meglio di lui il carattere di Glisomiro udí insieme con gli altri questa breve canzone, vero contrasegno dell’animo e del genio del cavaliere.

Scherzo de’ Fati, e di fortuna un gioco
sarà sempre mia vita? E voi tiranni
astri, che al nascer mio pregni di foco
torbido, minacciante
mi pioveste sul crin groppi d’affanni,
che raggirate al fin? S’incurvi Atlante,
e caschi a danno mio l’eterea sfera
porto in seno costante anima altiera.
Dalle Iperboree tane a i lidi Mori
andrò ramingo, e in povertà fallita
degli avi il fasto aspergerò d’orrori,
In carcere dannato
morto a i raggi del Sol trarrò la vita;
e’l sangue mi berrà ferro spietato.
Che sarà poi? Calpesta, anima forte
esigilo, povertà, prigione e morte.
Dell’arsa Patria il miserabil busto
lascia in lacera vesta e faccia irsuta
sol di se stesso il gran Biante onusto.
Socrate s’imprigiona,
egli stempra in bevanda aspra cicuta.
Socrate prigíonier di Dio ragiona;
e se fiero Tiran di rabbia carco
pesta il corpo senil, gode Anassarco.
Stillate pur stillate affanni e mali
stelle funeste, e’l Fato ordisca, e arroti
nel mio seno, al mio piè catene e strali:
turbine di fortuna
mi levi in Ciel, nel Tartaro mi roti,
e copri il nome mio Letea lacuna;
Stelle, Sorte, Destin, vi sfido a guerra,
e se terra sarò, nacqui di terra.

Letti questi versi non senza qualche alterazione di spirito, soggiunse Alberta:
“Voleva meravigliarmi, che non pensaste a qualche precipizio. Ricordatevi signor cavaliere, che non siete piú giovinetto, e che dovete pensare anche a quelli che dipendono da voi, non a’ vostri capricci”.
Rise Glisomiro, e disse:
“Per grazia, mia signora, non mi predicate, perché stanotte prenderei a litigare col Gran Turco, non che co’ miei nemici”.
“E chi sono questi nemici, disse Alberta. Forse i vostri capricci?”.
“Cosí parlano gl’innamorati, disse Panfilo, che chiamano nemiche le amate donne. È sdegnato con Laureta, e però la vorrebbe con tutto il mondo”.
Qui Alberta maravigliando: “Sdegnato con Laureta?”.
“Signora si, disse Panfilo. Ci ha tolti tutti di casa sua; imaginate il rimanente”.
In questo dire comparsa in quella parte con Domitilla e Giustina, Lisa una bella dama amica d’Alberta, che trovavasi con Diomede suo marito in visita della medesima Alberta, gli aveva ella voluto condurre seco, come amici, a questa cena, mise in apprensione Glisomiro; il quale non avendo fatto provvedere che per una cena domestica, si vedeva sovracolto da tanto numero di dame e di cavalieri. Pure non perdutosi d’animo, e complito gentilmente con essa e con Diomede si restrinse con Ariperto e con Guglielmo raccomandando loro l’ordine di quel trattenimento; perché tenendo esso altro in capo, non voleva quell’impaccio per le mani. E perché egli non era mai piú lieto e capriccioso d’allora, che teneva appunto qualche travaglio in testa, chiamate a cerchio le dame e i cavalieri, graziosamente disse:
“Già che la fortuna m’ha fatto con travagliarmi questo onore di radunare nella mia casa cosí nobile compagnia di miei amici e signori, voglio a suo dispetto moltiplicare le nostre allegrezze. Guglielmo ha da sposar Giustina; e perché Dio sa quello che sarà dimane di noi, vorrei prima che ci separiamo godere di questa consolazione di vederli sposi. Mandisi adunque a chiamare il pievano, che la festa è apparecchiata”.
Fu opposto a Glisomiro, che non si potesse venire a quest’atto senza la permissione de’ superiori ecclesiastici per essere Guglielmo e Giustina stranieri; onde vi facea mestiere di molte chiarezze, che non si potevano in cosí breve spazio di tempo praticare.
“Faremo quello che si potrà, disse Glisomiro, e nel caso che noi siamo di presentaneo pericolo, la legge dispensa l’osservanza di molti riti, che peraltro si ricercano alla validità di somiglianti misteri. A me basta che Guglielmo dichiari Giustina sua moglie in presenza del sacerdote e di cosí nobil radunanza. Al rimanente suppliremo a suo tempo”.
“E perché, disse qui Alberta, non si possono sposare ancora Domitilla e Panfilo?”.
“Non me ne impaccio, disse Glisomiro, e son troppo obbligato a Lelio per disgustarlo. Se ne tratti con esso”.
“Io già ne ho parlato seco, disse Placido. E se degli altri avessero saputo tacere, il colpo era fatto. Egli sa bene, che non c’è altro mezzo di ristorar l’onore della sua casa che questo; ma le male lingue gli hanno imbrogliato il cervello per farlo querelare non solamente Panfilo e Vittorio ma chi non tiene colpa alcuna in questo errore”.
“Facciasi quel che si voglia, disse Glisomiro; io gli sono troppo obbligato per dispiacergli. Se m’ha querelato, l’ha fatto per giustizia, e io l’amo per debito. Insomma

del presente mi godo, e meglio aspetto;

E se venisse di peggio, so vivere da pertutto”.
Comparve in questo mentre il pievano e Guglielmo per piacere a Glisomiro dichiarò Giustina sua moglie. Tanto bastò per obligarli, e la giovanetta, che riconosceva dalla mano di Glisomiro questo favore, andò a baciargliele in presenza di tutta quella nobile compagnia. Il che fatto, già che quella cena era divenuta convito di nozze, piacque a Glisomiro d’invitarvi alcune dame e cavalieri suoi amici, e abitanti nella medesima contrada. E benché vi contradicessero Alberta e Placido, egli volle cosí, replicando la sua canzone: Dio sa quello che sarà dimane. Tra questi invitati adunque comparvero Vincenzo e Alvisetta, Paolo e Dora, e Catarino e Bella mariti e mogli; e Glisomiro raccomandato ad Alberta e Lisa il trattenimento delle dame, e a Placido e Diomede quello de’ cavalieri, non volle altro impiego, che quello de’ propri pensieri. Prima però che s’andasse a tavola, per invenzione del medesimo cavaliere, che voleva dar tempo ad Ariperto e Guglielmo di crescere qualche abbellimento alla mensa, presero le dame, (toccando Drusilla un clavicembalo) a fare un passo e mezzo e qualche altro balletto; nel quale avendo Vittorio servito Beatrice la bellissima figlia d’Ariperto, nel volersi mettere a tavola, pensava ancora di ricever l’onore di servirla. Ma la fanciulla trattasi appresso Glisomiro lasciollo schernito. Il che veduto dal cavaliere accennò a Vittorio di servire Alvisetta. Onde Placido lodato in se medesimo il tratto di Glisomiro disse a Vittorio che poteva esclamare piú dolcemente di Temistocle: era rovinato se non rovinava.
A cui Vittorio: “Tutto questo è, disse, grazia di buon’amico, che adempie il difetto della mia fortuna”.
E Placido: “Se tutti i cavalieri avessero cosí buon giudicio di conoscere se medesimi, e la propria fortuna, non si vedrebbono a giornata tanti disordini, che mettono in confusione il mondo”.
Tacevano gli altri, e Vincenzo disse: “Voi desiderate una cosa quasi impossibile, che di veder le aquile settentrionali d’Olao Magno, che portano gli elefanti per aria: perché quale è quell’uomo, che conosca intieramente se stesso, e la sua fortuna?”.
“So, rispose Placido, che la piú diffícile di tutte le scienze è quella di conoscere se medesimo. Ma io non intendo di parlare di quella cognizione spirituale, che ne conduce dalla propria cognizione di se stesso misero e miserabile creatura alla cognizione del suo beato e beante Creatore: né di quella cognizione altresí ho io inteso di favellare, che ne insegna a conoscere, e distinguere le virtú dai vizi per liberarci l’anima da questi, e adornarla di quelle; ma di quella cognizione io parlo, che versa intorno la vita civile degli uomini per conoscere quello che si convenga al proprio stato, e all’altrui condizione, alla propria sorte, e all’altrui fortuna. Scienza agevolissima da conseguirsi da ogni persona ben nata, che non sia in tutto priva di giudicio. E poiché uno scherzo che è incontrato a Vittorio m’ha dato occasion di conoscere, ch’egli è legittimo possessore di questa scienza, e sono in luogo dove posso parlare con ingenua libertà, mi prenderò licenza di dichiararmi per via di scherzo in una materia, che non è punto da scherzo a chi non sa praticarla. Ho io dunque osservato che Vittorio, essendo stato favorito dalla signora Beatrice in su le danze, era entrato in speranza di ricevere questo onore ancora di servirla alla mensa. Ma ella ottima conoscitrice del proprio merito, voluto parimente far conoscere a Vittorio che a lei tocca il dispensare i suoi favori, non ad altri il pretenderli, lasciato lui, ha favorito della sua grazia Glisomiro. Un altro, che non avesse avuto il buon giudicio di Vittorio s’averebbe per avventura recato ad affronto il tratto di quella dama, e forse estrinsecato ancora il suo dispiacere. Ma Vittorio ottimo conoscitore del suo stato e dell’altrui condizione non solamente non se l’ha preso ad affronto, ma l’ha stimato favore; e non che mostratone dispiacere, con riverenza d’atti e di parole ne l’ha ringraziata. Eccovi adunque Vittorio con pochissima fatica possessore di questa scienza della cognizion di se stesso acquistata da lui nella scuola della civile conversazione, sotto la disciplina del suo buon giudicio. E perché rare volte avviene, che gli atti della virtú non incontrino ne’ cuori generosi la dovuta ricompensa siccome le azioni indegne ne chiamano sempre il castigo, Glisomiro, che in quella scienza ha forse pochi pari al mondo, volendo far conoscere la cognizione ch’egli ha de’ suoi meriti, ha ricompensata la sua prudenza d’una grazia da lui sommamente desiderata. Grazia però, che Vittorio bene ammaestrato nella cognizion di se stesso, conoscendo superiore alla sua fortuna, essendomi io congratulato seco di questo onore; egli con nobile espressione della sua osservanza, ha intieramente riconosciuta dalla sola gentilezza di chi gliela ha conceduta”.
Applausero unitamente le dame e i cavalieri al ragionamento di Placido lodando esso egualmente e Vittorio, e disse fra gli altri Paolo, che sarebbe stato cosa desiderabile, che le dame facessero sovente di simili disfavori a i cavalieri; perché se ne vedessero cosí nobili tratti di prudenza e di generosità, e se ne ascoltassero di cosí graziosi discorsi.
“Sí, disse Vincenzo, se in ogni luogo si trovassero de’ Glisomiri, de’ Placidi e de’ Vittori, che possedessero questa scienza di conoscere se stessi, gli altri, e la propria e l’altrui fortuna”.
“Tutto va bene, disse Paolo, ma io credo certamente, che questa civile filosofia di Placido non faccia punto a proposito per noi; perché non è altro che un dare libero campo alle dame di trattarci senza discrezione, perché impariamo la conoscenza di noi stessi”.
Risero i convitati, e disse Alberta: “Se avesse detto a nostro modo, pazienza, perché siamo da tempo immemorabile in questa giurisdizione di trattarvi come ci pare senza averne da render conto a nessuno: ma quel senza discrezione è una giunta senza derrata; e però potete mettervela in seno, e farvene un buon farsetto, che vi riuscirà molto a proposito”.
Rise Paolo, e disse: “Pensate, signora, di farmi ingiuria, e date la sentenza contro di voi: perché se mi fa bisogno d’un farsetto, è ben chiaro contrasegno, che mi conviene armarmi per difendermi dalle stoccate della vostra indiscrezione”.
Quí Lisa: “Dite della indiscrezione di vostra signoria, se parlate con Alberta, perché noi non vogliamo costei per avvocata, non che per principale in questa causa”.
Parve acuto il motto di Lisa avendo ferito egualmente Paolo e Alberta. Ma Vincenzo rivolto a Lisa: “E perché, disse, non vi piace di mettere questa causa in testa d’Alberta dama cosí savia e virtuosa, e tanto parziale del suo sesso?”.
“Perché, rispose Lisa sorridendo, ella si accorderebbe per poco co’ nostri avversari, avendo fatto lega con Glisomiro per guerreggiare contro le nostre vanità. E vuoi, che siamo tante savie Sillibillie, mentre chi volesse levare la vanità alla donna, la ridurrebbe di nuovo nelle coste d’Adamo, dalle quali fu tratta”.
Risero tutti i convitati di cuore al motteggiar di Lisa, che il faceva con grazia incredibile storpiando i nomi propri con dolcissimi vezzi. Ma Paolo: “Ha ragione, disse, la signora Lisa; e tiene dal canto mio; perché per altro non fu creata d’una costa la donna fuor che per darci a conoscere quanto ella abbia duro e ostinato il cervello, e però sia senza discrezione”.
E Lisa: “Grazioso siete certo signor Paolo, a servirvi delle mie armi contro di noi: ma guardate bene, che nel lanciarle non v’abbiano insanguinata la mano: perché le aveva prese per la punta. Che se la donna fu creata d’una costa dell’uomo nel paradiso, fu per darvi ad intendere, ch’ella avesse da essere il suo cuore, la sua anima, la sua delizia, e’l suo paradiso terreno, e però da essere amata, e accarezzata, onorata, e riverita; ma voi strappazzandola in opere e in parole, vi fate apertamente conoscere nati di terra fra i sassi e i triboli di quelle indiscrezioni, che sí spesso si sentono praticarsi da voi altri Rodomonti in credenza con le povere donne, che per esser nate fra le delizie d’un paradiso non sanno trattare altre armi per vendicarsi di tanti strapazzi, che di tenerezze amorose”.
Qui Placido lodata artificiosamente la difesa di Lisa, soggiunse: “Veramente tutta la ragione è dal canto delle donne; e però furono formate d’una costa del lato sinistro dell’uomo; perche si conoscesse, che non per altro nascevano di lui, che per apportargli una sinistra fortuna”.
Qui Dora: “Che ne dite di questo del difensore delle donne! Orsú pigliate, e tacete (e gli porse ciò dicendo il bicchiere ch’ella aveva già preso per bere) perché se dite un altro di questi spropositi, perderete tutto il credito che vi siete acquistato col farvi conoscere ottimo conoscitore della vostra condizione e dell’altrui fortuna”.
Placido preso sorridendo il bicchiere, e ringraziata Dora del favore bevve in sanità della sposa augurandole un felicissimo maritaggio. Onde Paolo: “Che poca cosa fa prevaricar un uomo! Adamo si precipitò per un pomo, e Placido ha precipitata la nostra causa per un bicchier di vino”.
Voleva replicar Lisa, ma Alberta disse: “Taci, cara sorella, che ad ogni modo io m’aspetto di veder Paolo rinegar la pazienza per manco d’un capello. Che io il metterò alle mani con persona, che saprà fare le nostre vendette”.
“Non sarà maraviglia, disse Placido, che una donna metta discordia tra marito e moglie, se una donna seppe metterla fra Dio e gli uomini”.
“E pur qui, disse Dora. Che fa Glisomiro, che non serra una volta la gola a questa cicala, che vuole intronarci le orecchie tutta la notte?”.
Paolo subito:
“Come si ha cattiva causa per le mani si ricorre a’ protettori per difenderla con la spada; perché non si può con la ragione. Ma che volete che dica Glisomiro per farmi tacere? Forse, che la donna fosse formata da una costa dell’uomo (materia dura e torta), perché egli imparasse come dovesse raddrizzarle il cervello travolto senza andare al Ponte dell’Oca; dove Salomone appresso il Certaldese mandò quel pover uomo provveduto di cosí discreta moglie?”.
“Questo non dirò io, rispose Glisomiro: anzi

Parmi non sol gran mal, ma che l’uom faccia
contro natura, e sia di Dio ribello
chi s’induce a percuotere la faccia
di bella donna, e romperle un capello.

E però diceva a ragione un gran Padre, che’l maggior castigo d’una ben nata donna sia quello d’una sola aspra parola pel proprio marito. Quinci il nostro Poeta consigliando il suo parente, che voleva prender moglie prudentemente gli scrisse

Falle carezze, ed amala con quello
amar che vuoi, ch’ella ami te: aggradisci,
e ciò che fa per te paiati bello.
Se pur talvolta errasse l’ammonisci
senza ira, con amor, e sia assai pena,
che la facci arrossir senza por lisci.

Né peraltro (già che siamo in questo proposito) fu da Dio formata la donna della costa dell’uomo, che per darci ad intendere l’amore e la concordia, che dee regnare fra i mariti. Formò Dio dell’uomo la donna, perché egli l’amasse come parte di se stesso; ed ella ricordevol del luogo donde fu tratta, a lui corrispondesse in amore, riconoscendolo prima origine del suo essere. Quinci Adamo vedutasi accanto formata di se stesso la prima e la piú bella di tutte le donne, pronunziò quella memorabile, immutabile, ed eterna sentenza: Costei è ossa delle mie ossa, e carne delle mie carni; e però chiamerassi Viragine (o come si potrebbe dire vulgarmente Hominesca) perché è tratta dall’uomo. Lascierà pertanto il marito il padre e la madre per amor della moglie, e saranno due anime in una carne. Apprendano adunque i mariti e le mogli dalle eterne e sagrosante leggi della natura quale sia il debito loro; ed essendo pur troppo vero, che nessuno odiasse giammai le proprie carni, ancorché deboli, inferme, e deformi, imparino ad amarsi e compatirsi n’ loro difetti. E se la moglie sia ritrosa, altiera e superba; sopporti volontieri il marito, ed accarezzi benché gli dolga, la propria costa; e procuri di ridurla alla sanità con la dolcezza de’ lenitivi del buon mutamento, non con l’asprezza del ferro e del fuoco de’ rimproveri, delle minaccie e delle percosse. E se il marito sia sdegnoso, iracondo, precipitoso, e incontentabile; non perciò prenda ad odiarlo una ben nata e discreta moglie, ma riconoscendo le sue imperfezioni come infirmità delle proprie carni, le sopporti in pace, e con i piacevoli rimedi della mansuetudine, della pietà, e dell’amore s’ingegni di sollevarsene, di renderle tollerabile, e di risanarlo. Ho io conosciuto cavalieri di pessimi costumi ridotti a bonissimo stato dalla soavità, dalla modestia, e dalla pazienza delle proprie consorti; ed altresí dame di cervello torbido, inquieto e diavoloso, ridotte a piú mansuete e care d’un cagnoletto dalla sola gentilezza e discrezion de’ mariti. Questo benefício però non altronde si deriva, quasi rivo di fonte, che da quella scienza pur dianzi insegnataci da Placido di conoscere se stesso ed altrui, e con la propria la fortuna degli altri. Considerino adunque il marito e la moglie la propria origine, e conoscendo quello, che si convenga al proprio stato, secondo questa convenienza formino la propria vita, e che o eglino soli, o nessuno saprà giammai che cosa sia felicità a questo mondo. Onde quel gran Cieco, che tanto ebbe a sentenziare nessuna cosa essere piú soave tra gli uomini della concordia del letto maritale. Sappia l’uomo d’essere capo della donna: conosca la donna d’essere fianco dell’uomo. Regga il marito, obbedisca la moglie: ma non tiranneggi il marito, non sia schiava la moglie. Conosca l’uomo la nobiltà del capo per essere direttor de’ suoi membri, conosca la donna la debolezza del fianco per lasciarsi reggere senza contrasto. Conosca l’uomo, che la donna è nata dal suo fianco per abbracciarla, accarezzarla, proteggerla, e ristorarsi delle sue fatiche nelle delizie del suo seno. Conosca la donna, che l’uomo è il suo capo e il suo braccio, e godendo d’essere da lui governata, protetta, e accarezzata procuri di rendersi con la sua mansuetudine, con la sua fede, e con la sua onestà il suo paradiso terreno: né pensi giammai di sottrarsi a questo legittimo imperio, e da questa amorosa protezione, perché di quanti passi per ritrosia, per superbia, e per presonzione s’allontanerà dall’affetto, dalla stima, e dalla riverenza del proprio marito, d’altrettanti s’avvicinerà al precipizio della vita, dell’onestà e dell’onore. E finalmente (perché voglio anch’io cenare) sappia l’uomo, che per imperfetta, di poco spirito, inferma e deforme abbia la moglie, e non ha mai, fuor che per causa d’infamia, occasione legittima di separarsi da lei: e sappia la donna, che per cattivo, misero, indisposto, e impraticabile sia il suo marito, non ha mai giusta cagione (trattane la medesima causa d’infamia) d’abbandonarlo. Altramente cascherebbono ambedue nella medesimi (e forse peggior) colpa di colui, che tentasse di separare la testa dal busto dell’uomo; non essendo altro il fare divorzio tra marito e moglie, che a sentenza del savio un aprir le porte alla morte, e all’Inferno”.
Diede questo ragionamento di Glisomiro piú satisfazione a’ mariti, ch’alle mogli che l’ascoltarono; alcune delle quali non sapendo se le sue parole fossero conformi a’ suoi pensieri, le interpretarono a pregiudicio de’ propri interessi. Ma tacendo tutti, benché egli piú non parlasse, e guardandosi l’un l’altro prese Dora a dire:
“Lodato Dio, che è pur caduta dal cielo la rugiada, che ha ferrato la gola alle cicale; sí che potremo finir di cenare senza fastidio”.
E ciò detto preso il bicchiere invitò Vittorio a bere in salute di Beatrice. Vittorio ringraziata la dama del favore sodisfece all’invito, e Glisomiro disse:
“È poca cosa un bicchier di vino, ma s’egli ha da bere in sanità di Beatrice gli conviene bere ancora sette volte, essendo otto le lettere, che formano il suo bel nome”.
“Sarà maniera poetica, disse Alberta, il votare tanti bicchieri, quante sono le lettere del nome della sua dama; avendo io letto una canzonetta, nella quale un valoroso poeta scrive d’avere in costume di vedere il fondo a tanti calici di Falerno, quante sono le note, che formano il nome della sua donna”.
“È maniera antichissima questa, soggiunse Ariperto, di bere in salute della dama e del principe altrettanti bicchieri di vino, quanti sono caratteri de’ nomi loro; e da’ Greci passata a’ Romani s’è propagata alle altre nazioni d’Europa, e massime ne’ paesi settentrionali dove

è sacrilegio il non ber molto, e schietto,

e in sanità de’ príncipi e delle dame, si guastano gli uomini la propria salute in guisa, che alcuni gran capitani, e gran principi, che non poterono morire nei fiumi del sangue che diluviano dalle battaglie, han fatto naufragio della vita e della riputazione ne’ pacifici torrenti del vino”.
Qui Glisomiro sorridendo, disse:
“Veramente ella è cosa giocondissima il vedere i cavalieri oltramontani riscaldati dal vino, e non credo d’aver avuto a’ miei giorni cosí gentil piacere come ebbi allora, che trovatomi giovinetto alla corte di principe grande, contrassi stretta amicizia con alcuni nobili fanciulli oltramontani, i quali quando potevano uscire di corte, e venirmi a trovare col loro maestro (che se bene italiano sapeva però bere alla tedesca) facevano col bicchiere in mano le piú care pazziette del mondo; ed io perché bevessero alla mia salute, feci asciugare loro tanti boccali di vernaccia, che quelli che avevano cura di provvedermene, stupiti di vedere consumato a giornata tanto vino, che sarebbe bastato a molte famiglie di quel paese, nel quale si vive con sottigliezza mirabile, ne parlavano come di cosa miracolosa. E dove prima ci trattavano da lupi lombardi incominciarono a proverbiarne d’otri tedeschi. E veramente ella era una cosa giocondissima il sentire quei nobili giovinetti dopo che avevano bevuto venticinque e trenta volte alla mia sanità, e a quella della mia dama e de’ miei amici parlare in un linguaggio, che non era mica di Linguadocca, cosí parlavano arguto, e stringato”.
“Doveva essere lingua boccalesca”, disse ridendo Catarino. E Lisa:
“E che domine si pensavano di fare quei giovinetti con venticinque, o trenta bicchieri di vino in corpo?”.
“Era una delizia, rispose Glisomiro, e uno scherzo amoroso il bere di quei nobili garzonetti. Io conobbi nel medesimo tempo un principe grande oltramontano, che visitò quella corte di passaggio, il quale votava ordinariamente quaranta tazze di purissimo vino per ogni pasto. E come che io per diversi riguardi mi compiaccia della conversazione de’ cavalieri oltramontani, che studiano in queste parti, mi dà un supremo gusto il praticarli; perché non si fa con essi altro che bere e studiare. E non occorre già, che quando viene qualcuno di loro a favorir la mia casa abbia da perdere il cervello, o da votar la borsa in cercar varietà di vivande preziose, e stravaganti; perché con un prosciutto vicentino, un buon pezzo di formaggio parmigiano, e quattro piatti d’ostriche, e di confezioni veneziane, posso tenerli tutto un giorno ed una notte a tavola”.
Qui Alberta:
“Mi piace, disse, d’intendere, che tra le vostre virtú possediate anche questa d’esser un solenne bevitore”.
E Vittorio:
“Veramente per essere buon poeta fa mestiere d’esser buon bevitore; poiché i fiumi di Pindo e di Permesso portarono invece d’acqua preziosi vini; e non è altro quel furore apollineo, che agita le menti de’ poeti, e fa lor dire e inventare tante belle cose, che spirito di vino. E per tacere d’Omero, d’Anacreonte, d’Ennio, e d’Orazio, il diletto di Glisomiro Torquato Tasso soleva dire, che la malvagía gli dava spirito di poetare divinamente”.
“Se questo è vero, soggiunse Giustina, il signor Glisomiro non fa pensiero di non esser mai gran poeta; perché se ben gode di veder gli altri a bere, bee egli però cosí poco, che non passa mai quattro volte al desinare, e tre alla cena”.
E Alberta:
“Come son grandi i bicchieri? Perché in quattro volte si può ben votare un grandissimo boccale”.
“Son cosí grandi, disse Giustina, che farebbono vergogna a un cardellino. Val piú un sol bellicone tedesco, che quattro de’ suoi bicchieri”.
Qui Panfilo:
“Per quello che io abbia osservato de’ costumi di Glisomiro facendo egli poche cose senza misterio, mi dà a credere, che il suo bere cosí numerato porti seco qualche occulta curiosità”.
“Sarà per avventura, soggiunse Alvisetta, che il nome della sua dama venga formato da quattro lettere”.
“Sarebbe infausto, proseguí Alberta, e di mal augurio un cosí fatto nome di quattro lettere, e non saprei quasi trovar donna di cosí misera nominazione, che non passasse un numero tanto infelice”. “Non mi parrebbe, disse Giustina, anzi mel crederei numero fortunato, e di buon augurio, poiché se bene per dinotare l’altrui miseria, o d’ingegno, o di fortuna, si dice in proverbio: egli è nato in quarta luna; sappiamo ancora, che da valenti scrittori viene l’uomo virtuoso e giusto chiamato quadrato: indicio chiarissimo della perfezione di questo numero. E benché il lirico Venusino chiamasse rotondo l’uomo savio e dabbene, trovo nondimeno appresso di buoni autori piú lodato il satirico d’Aquino, che’l chiamò quadrato. E parmi ancora d’avere osservato, che gli antichi dipignessero la Fortuna, che è un’aborto della Ignoranza con un globo sotto i piedi, e la Sapienza sedente sopra una pietra quadrata. E se mi fosse lecito di portar la mia lingua sciocca, non che inesperta, nelle materie sacre, troveremmo agevolmente il numero quaternario pieno d’altissimi misteri. E si verrebbe forse a conoscere, che se ben disse quell’antico poeta, che Dio gode del numero dispari; quanto allo stesso ternario tanto celebrato dagli scrittori debbia essere anteposto il quaternario. Che se sia vero, che maggior perfezione possieda il contenente, che il contenuto, chi non vede, che nel quarto contenendosi il Tre, e l’Uno, egli viene a comprendere in se medesimo tutte le perfezioni dell’Unità, e della Trinità?”.
Sollevò gl’ingegni e l’attenzione de’ convitati il parlar di Giustina, e tacendo Alberta, proseguí Vittorio dicendo:
“Grazioso è veramente il pensiero della signora Giustina, e degno della nobiltà del suo spirito; ma benché non si neghi che nel numero quaternario non si nascondano altissimi misteri, e naturali e divini, tuttavia vediamo in prova, che non solamente dagli scrittori profani, ma da’ sacri altresí viene sovente preso in mala parte; non tanto perché essendo composto di due numeri pari, che disgiungono la Unità, e guastano la Trinità egli meriti d’essere dannato come autore di divisione e di discordia; ma non v’è scienza, o mondana, o divina nella quale questo numero non sia riconosciuto per infausto, e di cattivo augurio. Onde il Cielo stesso padre d’ogni bene, come riguarda in aspetto quadrato la nascita di qualcuno, non sa influire sopra di lui che miserie e infelicità. Ma per tornare a’ nostri primi ragionamenti, e lasciare a gli accademici e ai cabalisti somigliante disputazione, se paia a Panfilo, che Glisomiro bee numeratamente per onorare il nome della sua dama, io mi prenderei piacere di congiugnere il numero quaternario della mattina col ternario della sera, facendone sorgere il settennario; che è forse il piú perfetto di tutti i numeri per riconoscere onorato il bellissimo nome d’una dama, che lo essere da lui servita, pieno d’altissimi sensi e misteri, non solamente per la perfezione del numero; ma per la qualità delle lettere, tre vocali e quattro consonanti mute e liquide ordinate con tal magisterio di natura, che un nobile ingegno ha potuto da cosí misterioso nome ritrarre un’ideal cognizione delle sue incomparabili qualità”.
Cosí fatto trascorso di Vittorio mise in curiosità tutta quella nobile radunanza per investigare del nome, e delle qualità della dama da esso accennata. Onde il cavaliere voluto troncare cosí fatto ragionamento prese a dire:
“Mi piace che anche da’ miei capricci altri s’ingegni di trarre dei concetti, e dei misteri che non sognai in alcun tempo, non che pensassi di praticarli. Bevo quattro volte la mattina, e tre la sera quando mangio solo, e domesticamente; perché alla mia complessione calda e umida è bastante cosí fatta bevanda, che quando la compagnia e la convenienza mel richiede, so anch’io diventar tedesco, e non ho paura della faccia del boccale”.
Rise Guglielmo, e disse:
“Ben ne posso io far fede, poiché essendo capitati pochi giorni sono a visitarci alcuni cavalieri miei paesani, benché si trovasse convalescente, avendogli invitati a bere non si finí la festa, ch’egli in meno di un’ora si bevve tredeci bicchieri di prosecco, di moscato, e di malvagía. Dopo che avendoli accompagnati in barca fino al loro alloggiamento, e nuovamente bevuto, ci tornammo a casa, e cenò con la sua solita sobrietà con tre tazze di vino ordinario, e poi levatici da tavola, ce ne andammo a casa di certa dama, dove trattenutici, e giuocando e discorrendo, e bevendo fino all’aurora, ce ne ritornammo qui; e prima di andare a letto, venutogli appetito, egli volle desinare, e poi se ne andò a dormire insino a mezzogiorno”.
Ridevano tutti del parlare di Guglielmo; ma Alberta voltatasi con la solita spiritosità al cavaliere scherzevolmente gli disse:
“Ditemi in grazia, signor Glisomiro come vi stava la testa quella notte? E quante lucciole vedeste per l’aria? Luceva il sole, o la luna?”.
Sorrise Guglielmo, e soggiunse:
“Nol vidi mai, signora, né piú temperato negli scherzi, né piú grave nel tratto, né piú accurato nel giuoco di quella notte”..
“Ben bene, disse Alberta. Non averò occasione di maravigliarmi, che porti nel volto il colore degli oltramontani mentr’è divenuto imitatore de i loro costumi. E non vorrete poi, che vi dolga sovente lo stomaco e la testa se desinate avanti giorno?”.
“Questo non sarebbe punto di male, disse Guglielmo, perché il mangiare quando viene appetito, e’l dormire quando s’ha sonno, è bonissima regola per conservare la sanità, e Glisomiro la pratica con molto suo profitto: ma ben diede una grande maraviglia anche a me stesso, come si potesse trovar quella notte in tanta tranquillità di spirito, bevendo naturalmente sí poco, che per mio consiglio ha cresciuto il quarto bicchiere al desinare”.
Qui Ariperto:
“Stupisco veramente che Glisomiro sia divenuto cosí valoroso nel bere; poiché mi ricorda fin d’allora che camminammo il mondo insieme che non soleva bere che due o tre al volte al piú, e sovente ancora acqua tepida; onde mi diceva talvolta una dama sua favorita di restare maravigliata di tanta sobrietà in un giovine e capriccioso cavaliere”.
Qui Vincenzo:
“Allora faceva quaresima, e ora fa carnevale”.
Rise Alberta, e disse:
“Era piú tosto termine d’accortezza per non iscandalezzar la sua dama; perché se l’avesse conosciuto per gran bevitore averebbe potuto stimarlo anche un dormiglioso, e perdergli l’affetto”.
Sorrisero gli altri, che intesero il motto di Alberta, e prosegui Vincenzo. “Pare a me però, ch’egli avesse dovuto bere allegramente, quando si trovava a desinare, o a cena con la sua dama: sí perché il vino è ottimo rimedio contro le passioni amorose; sí perché non ci è miglior partito per un’amante, che di trattar con la sua dama alla tedesca. Onde quel Poeta ebbe a dire

Bacco è fratel d’Amore
e se l’un co’ martir l’anime ancide,
con le dolcezze sue l’altro le avviva:

e l’esempio d’Alatiele appresso il Boccaccio agevolmente cel può persuadere”.
“Il consiglio non era a proposito, disse Glisomiro; sí perché tocca agli amanti infelici l’inebriarsi per mandare in oblio le proprie sciagure; sí perché non si tratta alla tedesca con quelle oneste dame e donzelle, che per loro bere si contentano d’acqua: non vi essendo al mondo per una onorata dama il piú pericoloso commercio di quello di Bacco. E però con molta ragione Pintia pitagorica eroina celebratissima fra gli antichi filosofanti nel suo divino libro della Temperanza donnesca consigliava le madri di famiglia d’astenersi dal celebrar le feste di Bacco, non tanto perché fossero feste proibite dalle leggi, quanto per lo pericolo che correvano in somiglianti cerimonie, che riscaldano gli spiriti e alienano, come ella dice, la mente, di precipitare in quei abissi, da’ quali non è mai piú possibile che si rilèvino”.
“Voleva maravigliarmi, disse Placido, che non entraste in qualche anticaglia per censurar le donne. È passato il tempo delle Pintie pittagoriche; e però i suoi precetti non hanno spaccio nella piazza moderna de’ costumi donneschi”.
Qui Eugenia:
“Se è passato il tempo delle Pintie pittagoriche è venuto quello delle donne cristiane, e dovremmo veramente vergognarci, che una femmina idolatra sapesse meglio il dovere di una onorata madre di famiglia, che non mostrano di sapere molte donne cristiane. E io per me da che il signor Glisomiro mi lesse un frammento dell’opera di quella eccellentissima eroina, mi sono trovata la piú confusa donna del mondo”.
Si conturbarono tutte le dame a somigliante trapasso d’Eugenia; onde Alberta, che non teneva orecchie per somigliante sermone, con un sorriso tinto nel fele della ironia e dello sdegno, prese a dire:
“E che insegna poi di bello qualla signora filosofessa?”.
S’arrossí un cotal poco Eugenia avvedutasi, che le sue parole erano state mal intese. Pure non voluto mancare a se stessa placidamente rispose:
“Io signora, non potrei dirvi in un fiato tutto quello che raccolsi da quel prezioso frammento; ma v’accennerò brevissimamente alcune poche cose, che per essere delle piú leggieri, ho facilmente ritenute a memoria. Dopo dunque d’avere con precetti nobilissimi insegnato alle donne, che la propria loro virtú è la temperanza, con la quale devono amare e riverire il proprio marito, allevare virtuosamente i figli, reggere la famiglia, e coltivar la pietà e la religione; passando a insegnarci il governo della propria persona, parla con somigliante pensiero.
In quanto alla coltura del corpo approvo quella maniera, che è pura, semplice, e non punto soverchia. Non porti la onorata madre di famiglia vesti trasparenti, varie, colorate e di seta; poiché in questa guisa fuggirà il soverchio ornamento, lusso e artificio, né sveglierà impuri desideri negli uomini. L’oro e le gemme sieno da essa affatto bandite; sí perché troppo costano; sí perché sono indicio di superbia. La faccia, non di straniero e ricercato, ma di nativo, e proprio colore s’adorni. Con acqua pura si lavi, e sovra tutto s’abbellisca di verecondia. Che cosí facendo renderà piú onorata se stessa, e’l proprio marito”.
Taceva Eugenia ammirata col silenzio da tutti; e proseguí sorridendo Placido:
“Questa è una lezione, che se le nostre dame volessero intenderla, non darebbono ogni giorno occasione al Senato di far nuove leggi per moderar le pompe donnesche”.
A cui accordandosi Diomede disse:
“Veramente sarebbe cosa desiderabile, che si proibissero alle donne le vesti e gli ornamenti di seta e d’oro, e piú ancora le pietre preziose; che certo è una cosa barbara il vedere, che tra la testiera il collo e le mani assorbiscano l’intiero patrimonio delle famiglie”.
“Sí di grazia, disse graziosamente Dora, torniamo a mettere in uso anche le vesti di pelle, che portarono Adamo ed Eva, che pareremo una bella cosa. Si dolgono i mariti di spendere quattro soldi attorno alle mogli, e non pensano ai tesori che loro portano in casa con la dote”.
“Ora sí che l’avete indovinata, disse Diomede. E quali sono quelle sultane regine, che portano i tesori a marito? E quale è quella dama, che se ha diecimila ducati di dote non ne voglia ventimila attorno di gioie, e d’altre vanità peggiori?”.
Glisomiro per interrompere cosí odioso ragionamento, e massime nella persona di Diomede in concetto di sordido, non che d’avaro; non lasciatolo andar piú avanti, disse:
“Non finiremmo in tutta notte se volessimo mettere a campo i disordini del lusso donnesco nelle acconciature o negli abiti. C’è però di che dolersi con piú ragione, che della spesa degli ori e delle gioie, che essendo finalmente sempre oro e gioie, con piccolo discapito se ne può far ritratto; e si vede in prova, che le onorate mogli ne’ bisogni delle famiglie sono le prime a spogliar se medesime per sovvenire a’ mariti. Ma non so già come dia il cuore a un onorato marito di sopportar, che la moglie gli si cangi di donna in idolo di lusso con portare in testa una catasta di teschi di morti, con dipignersi il volto di mille sporcizie, e con andar per le strade e per le chiese carica di mille frascherie, che disdirebbono ad una cantimbanca, non che ad una gentil matrona, e col seno e con le spalle scoperte alla lascivia degli occhi della gioventú dissoluta”.
Taceva il cavaliere, e disse Giustina:
“Stupisco veramente, che il signor Glisomiro abbia tanta avversione al belletto delle donne; e pure il suo gran Tasso, che nella sua gioventú fu cosí gentil cavaliere ed amante, non se ne mostrò punto schifo, anzi ebbe a celebrarlo con un leggiadrissimo sonetto”.
“Per grazia, disse Alberta, se ve ne ricordate, compiacetemi di farcene parte, che non potrà essere che cosa molto curiosa il sentirlo”.
“Eccovelo”, disse Giustina, e con una grazietta da incantare i basilischi recitò:

La beltà vostro pregio e mio diletto
È miracol d’amore e di natura,
dell’arte vostra e del mio studio è cura
alto del doppio stile, e solo obbietto.
Né il color vago, onde il vezzoso aspetto
pinger solete il suo nativo oscura,
cosí la bella man tempra e misura
l’ostro, che tigne il dolce avorio schietto.
Né quello, ond’io spargo l’interna imago
fa men belli i suoi pregi, e i propri onori,
ma il vostro cade, e si dilegua al pianto.
Il mio per lagrimar mai tanto, o quanto
non si consuma; anzi divien piú vago
qual tra rugiade in ciel raggi ed albori.

Taceva Giustina; e disse Panfilo:
“È bellissimo questo componimento, e degno di quella famosissima penna, che lo scrisse. Ma se il belletto della dama del Tasso era cosí dolcemente temperato, che si dileguava al suo pianto; quello de’ volti di molte dame che io conosco non cascherebbe pure con un secchio di ranno forte, essendo cosí spesso e sodo, che sembra una ricoperta di creta invetriata”.
Onde Paolo:
“Se un antico poeta tornasse vivo in vedere cosí fatti volti di dame, potrebbe dire, che non portano una faccia di donna, ma una maschera. Maschera veramente, e maschera di vituperio. Quindi ebbe occasione di scrivere quel piú moderno poeta a una donna sí fatta

Quanto ti splende intorno
è tua vergogna, e scorno.

“Parlava degli abiti e delle acconciature (disse Panfilo) non del belletto, che è piú necessario sovente alle donne, che l’ornamento delle vesti”.
“Non alle donne, ma alle sfingi e alle chimere è necessario il belletto” disse Lisa.
Risero i convitati, e Glisomiro chiesto del vino invitò Bella a bere in sanità di Lisa. Qui Alvisetta ridendo disse:
“Dirò come quel Fiorentino: crepo se non lo dico. E mi dovrà essere perdonato, perché la tavola è il tormento del segreto. Glisomiro beve alla salute di Lisa, perché vedendola bianchissima, pensa che non porti belletto: e s’inganna, perché è cosí bene belletto il bianco come il rosso”.
“Sia quel che si voglia, rispose Lisa; io non lascierò però mai le guance delle mie amiche tinte di cinabro quando m’occorrerà di baciarle”.
Rise Alvisetta, e arrossí in sentirsi punta dove le doleva; e poi disse:
“Chi la fa l’aspetta. Ma, signora mia, è passato il tempo delle pazzie”.
“Non potevate parlar meglio, disse Lisa; perché in verità la maggior pazzia, che possa fare una donna è quella dell’imbellettarsi. Ogni altra vanità porta seco qualche scusa, e trova qualche compassione; ma come la donna arriva alla pazzia di sporcarsi la faccia sedia della verecondia (che è la propria virtú della donna) e ritratto delle bellezze celesti; ella non è piú donna, ma un simulacro della sfacciatezza, e una pittura diabolica. E che cosa si può sperar di bene da colei che adultera il proprio volto? Da colei, che guasta in se medesima la imagine di Dio? E non si dovrà dire, che sieno tanti sepolcri intonacati di bianco e di vermiglio, che celano dentro le polveri e i vermi degli impuri pensieri d’un’anima morta alla vita dell’onore, e infracidita nel lezzo delle sensualità? Insomma io non potrò mai credere, che una donna mascherata di volto abbia un animo schietto, e che colei che porta i veleni in faccia, non tenga avvelenato il cuore da sentimenti lascivi”.
“Non tanta risolutezza, signora Lisa, disse Placido, che può essere ancora motivo di buona intenzione l’imbellettarsi in una donzella per aiutare in parte la disgrazia del proprio volto, e trovare piú facilmente marito; e in una moglie ancora per conservarsi l’amore del suo consorte”.
“Per grazia parliamo d’altro, disse Lisa. E tralasciato il ragionare delle donzelle (se può chiamarsi donzella colei, che adultera la propria sembianza) se quelle pazze mogli, che s’imbellettano, e si caricano d’un mondo di lussi il facessero per amor de’ mariti com’esse burgiardamente s’infingono, si liscierebbono, e s’adornerebbono ne’ giorni di lavoro quando attendono alle bisogne della casa sotto gli occhi de’ loro consorti; non ne’ giorni di festa, quando deono comparire in pubblico a farsi idolatrare dalla gioventú disoluta, e a provocare il riso degli uomini sensati; i quali tanto è lontano che possano compiacersi di quei loro volti invetriati, che anzi le abbominano come la peste. Amano gli uomini, che hanno fiore d’ingegno, amano nella donna i purissimi fregi della natura, non gl’imbrattamenti dell’arte; che la trasformano di donna in un mostro. Voglio bene, voglio, che una donna gentile vada leggiadramente vestita, e nobilmente ornata secondo la sua condizione e l’uso della sua città: ma che hanno che fare con una gentildonna due braccia di zoccolo sotto i piedi (che ben vi sono di quelle, che non vogliono abiurare ancora l’antica eresia di camminar su i trampoli) e un monte di capelli posticci in testa carico d’un intiero mercato di frascherie? Se questa non è una solennissima pazzia, io non so vedere chi al mondo meriti il nome di pazzo. La natura adunque, anzi Dio stesso padre della natura, m’ha dato i capelli per ornamento del mio capo e del mio volto, e io me gl’infrascherò di teschi di morti? M’ha dato i piedi per camminare, ed io vorrò montare su due braccia di zoccoli perche mi servano di piedi le braccia delle mie serve? La Fortuna, anzi il voler di Dio m’ha fatto nascer libera, e io goderò d’incepparmi? M’ha fatto nascere gentildonna, e io vorrò trasformarmi in un cantimbanco, prostituendo il mio volto, che non dovrebbe esser veduto da altri che da mio marito, alle censure e alle lascivie degli occhi del vulgo? O io veramente pazza, e meco pazze tutte quelle donne, che possono praticare un eccesso di cosí enorme disolutezza”.
Si guardavano l’un l’altro in viso a somigliante trapasso di Lisa le dame e i cavalieri, e benché vi fosse qualcheduna che si sentisse punta nel piú vivo del cuore; quelle nondimeno, che in petto femminile nudrivano spiriti maschi ne rimasero edificate. Glisomiro altresí confermatosi nella buona opinione, che portava della sua virtú, le crebbe affetto, riverenza e stima. Avendo egli poscia invitato a bere Vittorio alla sua salute, ella che aveva diligentemente raccolti gli altrui discorsi, ringraziato il cavaliere di quell’onore, vezzosamente soggiunse:
“Guardisi però Vittorio, che non gli venga capriccio di bere secondo le lettere del mio nome, perché egli è infausto e di cattivo augurio”.
“Anzi, signora, è felicissimo per un’amante (rispose Vittorio) il numero quaternario, ma io non m’arrogo tanta licenza, e contento di bere una volta, lascierò questo pensiero a Glisomiro, che meglio di me s’intende de’ misteri de’ numeri e de’ nomi”.
Qui Diomede:
“Parmi che Vittorio l’intenda, perché veramente nella formazione del quattro congiungendosi il due, non può essere che di felice augurio ad un’amante il numero quaternario insinuandogli la congiunzione del suo cuore con quel dell’amata”.
“Ora intendo, disse Giustina, quello che lessi una volta nell’opere d’un eruditissimo cavaliere, che ciascuno degli amanti si fa due; cioè amato, e amante; e il due duplicato fa quattro; sí che ciascuno di loro è due, e tutti due sono uno e quattro.”.
E Vittorio:
“Questa filosofia, disse, è a proposito per Glisomiro, che non si pasce che d’amori ideali, e ama lo spirito delle donne. Ma io per me stimerei felicissimo quell’augurio, che mi portasse la congiunzione dell’anima, e del corpo insieme della mia dama”.
Risero gli altri; e soggiunse Lisa:
“Allora non sareste amante, ma lascivo; e però indegno anche della congiunzione dell’animo d’una onorata dama”.
“Anzi (rispose Vittorio) sarei verissimo amante, non essendo altr’amore che desiderio d’unione per compiacimento di bellezza”.
“Dite contro di voi (replicò Lisa) perché se bene due sono gli amori, l’uno celeste, e l’altro terreno, nondimeno il solo celeste merita il nome d’amore, trapassando egli dalla bellezza del corpo a quella dell’anima, e quindi per la scala delle bellezze terrene e delle celesti fino in grembo al padre d’amore, Dio. Dove il terreno fermo solamente nella compiacenza de’ sensi s’acquista per proprio merito il nome di libidine, non d’amore. E mi ricorda a questo proposito, che trovatami già qualche mese sovra una festa di nozze sentii Glisomiro il quale discorrendo con alcuni giovani cavalieri, che facevano gl’innamorati, provò loro con molte ragioni, e autorità, che dove è libidine non si dà amore, e che se erano veri amanti, doveva loro bastare di posseder la grazia delle dame loro senza pretendere d’avvantaggio”.
E Vittorio:
“So benissimo, signora, che se un uomo desidera d’unirsi con una donna, o per istinto di natura, o senza alcuna elezione di particolar soggetto, egli non deve chiamarsi amante, ma incontinente; ben vero amante è quello, che per compiacimento d’una particolar bellezza, che essendo umana gli ha generato un amore umano nel cuore, desidera d’unirsi amorosamente con essa; non essendo altro l’amore umano, che cupidità d’abbracciamento per compiacimento di particolar bellezza. Che se questo non fosse, né amanti delle mogli sarebbono i mariti, e pur le amano, e son veri amanti, e perfetti; e s’ingannano di gran lunga quelli, che portano opinione che non sia amante quel che possiede la cosa amata. E colui che chiunque si fosse, definí amore desiderio di generare il bel nel bello, abbastanza diede ad intendere, che l’amore umano merita cosí bene come il celeste il nome d’amore; e insieme, che i mariti sieno veri amanti delle mogli, e le mogli altresí de’ mariti. La qual verità ci viene, oltre alle ragioni, confermata ancora dagli esempli (per tacer di tutt’altri) d’Orfeo, e d’Artemisia; mentre quello passò coraggiosamente fino all’inferno per ricuperare l’amata moglie Euridice; e questa seppe fare con ingegnosa prova d’amore del proprio seno un vivo sepolcro alle ceneri dell’amato marito Mausolo”.
Qui tacciutosi Vittorio, Giustina disse:
“Da somigliante ragionamento mi si fa chiaro un luogo delle rime del gran Torquato, il quale in una sua nobilissima canzone, dove introduce in contrasto fra di loro l’amor celeste e’l terreno mette in bocca di questo quelle parole:

Non siam però gemelli: ei di celeste,
io nacqui poscia di terrena madre,
ma fui il padre l’istesso, o cosí stimo.
E ben par, ch’egualmente ambo ci deste
un raggio dí beltà, che di leggiadre
forme adorna, e colora il terren limo,
Egli s’erge sovente, ed a quel primo
eterno mar d’ogni bellezza arriva,
onde ogni altra deriva,
Io caggio, e in questa umanità m’immergo
pure a voci canore
talvolta, ed a soave almo splendore
d’occhi sereni mi raffino, e tergo”.

“Questo pensiero platonico del Tasso (soggiunse Panfilo) venne meglio espresso a favor di Vittorio da un nostro accademico; il quale in un congresso dove si ricercava qual fosse il padre d’amore dimostrò non esservi altramente due amori; ma questa platonica distinzione indicare la varia natura dell’amore umano; poiché dalla doppia forza dell’uomo, della intelligenza, cioè della generazione, due Veneri accompagnate da altrettanti Amori, cioè due diversi affetti procedenti però da una sola cagione, necessariamente si formano. Quinci se agli occhi vostri apparisce la maestà d’un volto leggiadro, la mente che è la Venere superiore partorisce un affetto celeste, abbracciando come una imagine della beltà divina la veduta bellezza, e per le sue orme, quasi per gradi s’innalza alla contemplazione dello stesso Dio. Ma la facoltà generativa percossa e lusingata da i raggi della gradita beltà genera un affetto semplicemente umano, che desidera di formare una bellezza a lei somigliante. Uno pertanto è l’amore in se stesso, benché sembri diverso per le varie sue operazioni, ora sollevando la mente alla contemplazione, e ora invitando i sentimenti alla generazione”.
“Sarei dunque io ancora (conchiuse Vittorio) verissimo amante, quando per compiacimento della sua bellezza desiderassi d’amorosamente unirmi con la mia dama”.
“Sarebbe piuttosto, soggiunse Lisa, suo nemico, che amante, mentre non la prendeste per moglie come fecero Orfeo e Mausolo, Euridice ed Artemisia”.
E Vittorio:
“Già voi, signora, mi chiamate piú avanti che non vorrei, perché se vi confessassi, che gli amanti sieno nemici delle donne amate, potrei mettere in testa a qualcuna di queste dame qualche pensiero pregiudiciale alle sodisfazioni di qualche sfortunato amante. Pure perché la verità è figlia del vino avendo io questa notte sacrificato a Bacco nessuno dovrà dolersi di me perché dica il vero. Nemici sono gli amanti, signora, e nemiche le donne amate, ma con questa differenza, che dove le altre nemicizie sogliono essere amate e odiose, quella degli amanti e sempre dolce ed amabile. Quindi il nobilissimo Casa.

Dolci son le quadrelle, onde Amor punge,
dolce braccio le avventa e dolce e pieno
di piacer, di salute è il suo veleno,
e dolce il nodo, ond’ei lega, e congiunge.

E’l divinissimo Tasso:

Dolce; è mia fiamma, dolce
mia pena, e mio tormento,
dolce è il languir, dolce è il martir che io sento.
Dolci sono i tuoi raggi, e le faville,
e mentre a mille e mille
passano in questo core
dico s’egli si more,
il suo morir non prezza
né morrà per dolor, ma per dolcezza.

Fulmini pure quanto le piace una bella nemica dall’arco delle ciglia infocate avvelenate saette di sdegno, che un vero amante in vece di fuggir i colpi mortali, porta volontariamente il petto disarmato e ignudo per riceverle tutte nel cuore”.
Qui tacque Vittorio e Lisa disse:
“Se tutte le nemicizie degli amanti fossero di tal qualità, fortunato sarebbe alle donne l’amare, e l’essere amate. Ma o non ci intendiamo, o non ci vogliamo intendere”.
“V’intende troppo bene (disse Giustina) ma tace per vergogna, e non vorrebbe dire, che gli amanti desiderino piú di male alle donne che amano, che non farebbono a chi avesse loro amazzato il padre sotto gli occhi. Leggeva appunto a questi giorni un dialogo di complimento cavalleresco del Tasso, dal quale (per non dir’ altro) imparai che l’amante desidera l’amata e imprudente, e timida e senza grazia di parole, e rozza d’ingegno, e oltreaciò, che sia povera, priva di parenti e d’amici, e in una parola vorrebbe potere farla altrui cara e odiosa, onorata e disonorata, stimata e dispregiata. Che piú? Desidera di privarla di quell’onore senza il quale una donna, né donna è piú né viva”. Qui Drusilla, che sapeva quello che avesse pur dianzi provato con Glisomiro:
“Io non so, disse, tante cose. So, che quando la pazzarella di Silvia disse a Dafne, che odiava Aminta, perché l’amava, dicendo

Odio il suo amore,
che odia la mia onestate; ed amai lui
mentre ei volse di me quel, ch’io voleva;

la buona vecchietta le diede una risposta da savia con dirle

Tu volevi il tuo peggio. Egli a te brama
quel, che a sé brama.

Onde se il male e il bene è comune in amore, non so vedere, perché una dama debbia avere a sdegno d’aver de’ nemici, che le desiderino quel male che bramano a se stessi”.
Risero tutti alle parole di Drusilla, ch’ella accompagnò con un tratto graziosissimo e amoroso. E soggiunse Placido:
“Meritano veramente compassione gli amanti de’ loro insani desideri; perché essendo infermi non sanno quel che si vogliano. Ed hanno pure fra i deliri del senso questo lume di ragione, che se bene desiderano anzi il male, che il bene alle donne loro, non desiderano però loro, né vergogna, né disonore alcuno. Anzi un uomo ben nato, e un gentil cavaliere portato dalla sua fortuna e dalla corrispondenza d’amore al possesso della sua donna; tanto è lontano, che perciò le desideri male alcuno, che anzi metterebbe mille volte la vita in compromesso per conservazione della sua persona, e per sostentamento della sua riputazione; non cadendo nella eterna miseria dell’infamia se non quelle infelici dame, che da’ ciechi appetiti si lasciano scapestratamente condurre nella compiacenza d’uomini vili e indegni; i quali allora si stimano da qualche cosa, che si vanno lavando la bocca con aspergere di vituperi il nome di quelle sfortunate dame, che mettono ciecamente non meno che vilmente in loro arbitrio l’onestà e la vita”.

SCORSA SETTIMA

Mentre cosí parlava Placido, e già condotta a debito fine la cena, cadevano le sette ore della notte, passò a conturbar l’allegrezza di cosí gentile conversazione una cameriera di Celinda, che capitata a quella casa sovra una barca usuale, fingendo d’essere una giovane paesana di Cillia, fece per suo mezzo penetrare a Glisomiro una lettera di quella dama, che aperta trovossi dettata in questa forma.
Signore. Accompagnata alla sua casa Eufemia, che pare si senta assai meglio, e cordialmente vi saluta; e tornata alla mia propria abitazione, v’ho trovata una stravagante novità. Laureta sdegnata con Voi, né so di che, è passata di persona ad accusarvi a Lelio, che abbiate raccolto nella vostra casa i rapitori di sua figlia, e di Drusilla. Lelio infuriato a questa novità è venuto subitamente a consigliarsene con Leonello, minacciando qualche brutto scherzo contro tutti voi. Io capitata a casa in cosí fastidiosa congiuntura non ho mancato di mitigare l’acerbità del suo disdegno; ma con poco frutto. Solamente placato verso la vostra persona, continua nel suo furore contro Domitilla e Drusilla, e vuol rovinati Panfilo e Vittorio. Io tratto Leonello ne’ miei sentimenti ho stimato di far bene con fermar qui Lelio a cena per fargli passar l’umore, ma non ho già potuto ritenervelo a dormire. È partito adunque con manco alterazione che non è venuto; ma non però senza pensiero di vendetta. Io non sapendo come avvisarvi a quest’ora del pericolo de’ vostri amici ho aspettato che Leonello si vada a letto, e poi fatto chiamare un gondoliere della contrada nostro conoscente gli ho comandato di condurre alla vostra casa questa mia cameriera a titolo d’una paesana di Cillia; e vi prego d’averne buona guardia fino a dimane, perché non può ritornare di presente a casa, dovendosi serrare tutte le porte. Signore, cosí paga Celinda chi l’ha tradita. Mi scordava quasi di dirvi, che Ferrante m’ha consegnato cento ducati per quel che sapete; ma io gli ho dati ad Eufemia, perché se ne serva a suo piacere. Con Leonello farò l’incognita, e lascieremo correre il tempo, già che per altro non tratta mal con voi. A Dio.
Letta cosí importante scrittura, e rallegratosi Glisomiro dello stato d’Eufemia, e della cordialità di Celinda, contristossi per lo pericolo de’ suoi amici, che di se stesso non aveva finalmente di che temere in questa parte; se non inquanto correva rischio di ricevere qualche disgusto a causa loro, quando non si fossero prestamente allontanati dalla sua casa. Gli spiaceva altresí il privarsi di Drusilla, pure avendosi già tratto il suo capriccio con essa, e bisognando provvedere al suo onore e alla sua sicurezza determinò di far da sezzo e di sua volontà quello che aveva ricusato dapprincipio a compiacenza altrui maritandola a Vittorio: che se bene l’avesse già posseduta, ella non era però la prima, che andasse a marito senza la dote della verginità. Fatto questo pensiero, e comunicatolo prima d’ogni altro con Alberta e Placido, ne venne da loro altamente lodato, con esibizione particolare d’Alberta (ma nol seppe già Placido) di dare ella in sua parte trecento ducati, e qualche gioia alla dama. Tanto le importava l’allontanarla da Glisomiro. Fatto questo, e dato parte a gl’interessati di questa occorrenza; si conchiuse, che nel medesimo istante a confusione de’ loro nemici dovessero Panfilo e Vittorio sposare Domitilla e Drusilla. Vittorio già guadagnato da Laureta, e presentemente persuaso da Alberta e da Placido vi concorse di buona voglia; ma non voleva già intendere questo suono Drusilla. Pur finalmente impressionata del suo pericolo, della convenienza del suo stato, e del ristoro della propria riputazione senza sapersi quasi quello che si facesse (e qual’è quella donna, che’l sappia?) v’acconsentí, e se ne trovò per le cortesie di Alberta, di Laureta e di Glisomiro piú contenta che non isperava. Ma quando si pensava già il negozio conchiuso, cascò una pietra nel cembalo, che quasi il rovinò: perché chiamato il pievano ad assistere a questa funzione, pauroso di qualche disordine non volle piú tornare a casa di Glisomiro. Allora il cavaliere complito con le dame, e co’ cavalieri della contrada, e fattili accompagnare alle proprie case, montò con Drusilla, Domitilla, Panfilo, Vittorio, e Ariperto nella sua gondola a tre remi, ed entrati nella propria barca Alberta e Placido con Lisa, Diomede e Guglielmo, passarono tutti insieme a casa del pievano della contrada propria di Panfilo; il quale chiamato dal cavaliere, e nullamente sospettoso di questa occorrenza essendo calato a riceverlo; egli e Vittorio dichiararono in sua presenza per loro spose Domitilla e Drusilla. Fatto questo, si mise in consulta a qual parte si dovessero ritirare per propria sicurezza gli sposi. Rise Glisomiro, e disse:
“A casa di Laureta”.
Parve uno sproposito alle dame e a’ cavalieri questa parlata; ma egli soggiunse:
“Signori, cosí vanno le cose del mondo. Gli accidenti della fortuna non isforzano già le volontà libere degli uomini, ma le raggirano, e le mutano secondo i loro appetiti, o interessi. Se per non aver voluto acconsentire a Laureta di sposar Drusilla a Vittorio l’ho sdegnata, la placherò dopo che vedrà sposata Drusilla a Vittorio. Io non voleva già impedire questa consolazione a Vittorio, né questa fortuna a Drusilla, ma teneva allora degl’impacci fra i piedi, che essendo stati levati da benefício inopinato di fortuna, ho potuto fare di mia elezione quello, che non poteva fare a compiacenza di Laureta”.
Non però s’appagavano Panfilo e Vittorio, i quali essendo partiti di casa di Laureta in una maniera che poteva recarselo ad offesa, non tenevano fronte per comparirle nuovamente davanti. Oltre a che se ella li aveva per isdegno traditi a Lelio, ben averebbe per qualche nuovo disgusto potuto tradirli ad altri nemici. Qui Glisomiro:
“Io conosco meglio di voi Laureta. Non per tradire alcun di voi, ma per levarmi Drusilla ha tramato questa rivolta. Come si mette una cosa in testa, vuoi satisfarsi, o per amore, o per dispetto. Fate a mio senno. Vadano prima a trovarla Alberta e Lisa con Placido e Diomede, e dato loro parte del vostro maritaggio senza motteggiarle cosa alcuna del suo tentativo con Lelio, la preghino di questo favore; e vedrete, che verrà ella stessa ad incontrarvi a braccia aperte, e vi terrà gli anni intieri, non che pochi giorni nella sua casa”.
“Questa è una cosa da nulla, disse Alberta. Già che siamo fuori di casa, un’ora piú, e un’ora meno è tutt’uno. Andiamo”.
Cosí fu fatto, e intervenne loro appunto quello, che aveva divisato Glisomiro. Spogliavasi allora Laureta per andare a letto; onde inteso che Alberta e Lisa chiedessero di lei, imaginato parte di quello che n’era, gittatasi una zimarra indosso, che si strinse ne fianchi con una traversa, discese immantenente le scale per incontrarle. Intesa poscia la novità che le portavano, senza curarsi punto degli sposi, sorridendo, ma d’un’aria sdegnosa, disse:
“Dov’è quel traditore di Glisomiro?”.
Le dame e i cavalieri guardatisi l’un l’altro non sapevano che si rispondere, ond’ella detto a Placido, che facesse scendere in terra gli sposi, e lasciata Lisa col marito, trasse Alberta in disparte dicendole:
“Signora, so che possedete la confidenza di Glisomiro. Ditemi in grazia; è ammogliato? Vuole ammogliarsi? Che pensa?”.
Intese Alberta il motto, e di rimando rispose:
“E voi signora, siete maritata? Volete maritarvi? Che pensate?”.
E Laureta:
“Ditemi prima quel che sapete di Glisomiro, e poi non averete di che dolervi di me”.
Alberta, a cui non tornava il conto che Glisomiro s’ammogliasse; perché ricordevole di quello che fosse passato fra di loro a Torcello, non aveva ancora deposto il pensiero di fare qualche scappata con esso; risolutamente disse:
“Per quello che io ne so Glisomiro non pensa a moglie per non legare la libertà del suo genio. E ben sapete, signora, che i cavalieri avvezzi a girare il mondo e far di tutto, malvolentieri si tolgono impacci di donne. E quando pur Glisomiro pensasse d’ammogliarsi penso, che essendo innamorato d’una bella fanciulla l’anteporrebbe ad una dama attempata”.
S’offese Laureta di cosí fatta rimostranza, perché se ben contasse piú di trenta anni su le dita voleva però passar anch’essa per giovanetta. E veramente il suo sembiante ingannava gli occhi, e i giudici; perché o fosse il merito della sua continenza, o la dilicatezza della sua complessione, che la conservasse in quel posto, non avereste creduto in vederla, ch’ella toccasse i venti anni. Ella era stata questa dama negli anni piú freschi, destinata da’ suoi parenti ad altra maniera di vita; ma rimasta per la morte loro in piena libertà, e con una ricca dote; e però chiesta da molti per moglie; aveva sempre rifiutato ogni partito, dicendo, che sapeva benissimo, che non chiedessero Laureta, ma la sua dote, per servirsene nella pratica d’altri amori, che della moglie. Governava però se ben donna e sola la propria casa con molta prudenza, e manteneva un posto forse piú alto della sua fortuna. Teneva conoscenza antica di Glisomiro per essere stato molto amico d’un suo fratello, e gran servidore d’una dama appresso la quale era stata allevata, ed era già qualche anno volata in cielo. Passava però fra di loro qualche corrispondenza, ma cosí capricciosa e stravagante, che non si saprebbe trovarle agevolmente un nome proprio; perché ella era corrispondenza d’amicizia, di convenienza d’obbligo d’amore, di studio, e di conformità di geni e di pensieri; in tutta questa confusione non appariva barlume alcuno de’ disegni dell’uno, o dell’altra. Ma insomma la gelosia è quel paragone, che scopre l’oro della occulta intenzion della donna. Infino a che Laureta pensò che Glisomiro non piegasse l’animo che a qualche affetto volante e di trattenimento, non d’impegno, non si prese mai fastidio di sua persona. Ma penetrato prima l’amor che faceva con la fanciulla di presente motivatole ancora da Alberta, e credutone il peggio di quello che n’era, aveva incominciato a provare qualche torbido ne’ suoi affetti; e poi vedutasi in casa Drusilla con circostanze da ingelosire ogni anima piú costante, precipitò nella risoluzione di voler sforzare il cavaliere a dichiararsi per essa. Ora succedutone quello, che già sappiamo; portata dall’empito della gelosia, che è quella passione che fa impazzire le femmine, a solo fine di levar Drusilla di casa del cavaliere, senza pensare a’ disordini che ne potevano succedere a danno altrui; corse a manifestare a Lelio tutta questa occorrenza, senza manifestargli l’inclinazione di Drusilla a Glisomiro, né quello che dubitava che fosse già succeduto fra di loro. Ora trovatasi in cosí breve spazio d’ora consolata della sua pretensione, sentí, che tutti gli affetti della sua corrispondenza col cavaliere, e tutti gli sdegni concepiti contro la sua persona per l’affronto, che le pareva d’aver ricevuto, s’erano singolarmente ristretti in questo solo desiderio di piacergli, e di compiacersi di lui, e rinnegata la sua ostinazione di non maritarsi, non avrebbe ricusato di sottoporre il collo a questo giogo quando avesse potuto sperare di conseguir Glisomiro per suo consorte. Trovatasi dunque con Alberta per investigar de’ pensieri del cavaliere sapendo bene (ma non sapeva già l’occulta intelligenza, che passava fra di loro) qual fosse la confidenza che teneva seco, e con Placido; e sentitasi trattare da donna attempata, e confermatasi nell’opinione, che Glisomiro amasse la fanciulla, che per solo trattenimento amoreggiava, ammutí; e celato il suo disdegno, e taciuto il suo pensiero, voltossi ad incontrar gli sposi, co’ quali complito, chiese nuovamente di Glisomiro. Ma egli sbarcati gli sposi, e tolti seco Ariperto e Guglielmo se n’era andato per la sua strada. Perché se bene avessero gli ofici di Laureta sdegnato Lelio, sapendo però, che quelli d’Alberta e di Celinda l’avessero in buona parte satisfatto, determinossi ad una risoluzione degna della sua bizzarria, e della sua accortezza. Passato adunque con la gondola da tre remi a casa di Lelio, e chiesto udienza dal cavaliere, gli venne per la stravaganza dell’ora, e per li correnti sospetti cortesemente negata. Ma Glisomiro smontato in terra:
“Non è questa, disse, la prima notte, che m’è stato aperto in questa casa; e se non vi sia piú Isabella, si tratta di servire ancora nella sua figlia Isabella. Dite a Lelio, che tengo qui Domitilla, e che bisogna che in ogni maniera si vesta, e venga a vederla”.
Che poteva qui far il buon vecchio? Levossi a questa novità, e semivestito e sonnacchioso corse dabasso; ma non veduto che Glisomiro armato, e accompagnato da due compagni del portamento d’Ariperto e di Guglielmo; sorpreso da ragionevole sospetto si ristette. Ma il cavaliere trattosi avanti con generosa confidenza gli disse:
“Signore. La fortuna ha voluto mettermi a parte di cosa, che non averei mai voluto intendere, non che vedere. Domitilla rapita da Panfilo? Ma che? Son colpe umane, e colpe usate, dalle quali non vanno esenti pur le famiglie de’ Cesari, non che de’ cavalieri privati. Se hanno fallito, hanno ancora emendato il loro fallo, Panfilo ha sposato Domitilla, e Drusilla si trova accasata con Vittorio. E perché non vi gravi questo doppio maritaggio, non vi tocca pensiero alcuno di Drusilla, non vi mancando chi la provveda in guisa che non averete che da lodarvene. Vi pensate forse, che questi sieno deliri? Elle sono merissime verità: che ben sapete, che Glisomiro non mente con nessuno, e meno d’ogni altro con Lelio. Se non credete alla mia relazione, venitevene meco; che in meno di mezz’ora vi fo trovar Domitilla sposa d’un nobile e virtuoso cavaliere; che se v’abbia offeso con rapirla contro la vostra volontà, è pronto ancora a spargere il sangue per vostro amore. Parlo secondo i sensi del vulgo; che in verità questi sono favori, non offese. Chi ama non offende, onora mentre l’amore venga regolato dal desiderio di possedere a legittimo fine la cosa amata. Panfilo non è piú vostro nemico, è vostro genero. Non è piú rapitore… è marito di Domitilla. E voi ricuserete di perdonare a un vostro genero, d’abbracciare il marito di vostra figlia? Ah no, che siete padre di Domitilla”.
Parve che le parole di Glisomiro dassero la vita al buon vecchio; cosí divenne a poco a poco giocondo in viso, e lieto ne’ sembianti. Accarezzato pertanto paternamente il cavaliere, disse:
“Insomma voi siete nato per mio tormento, e per mia consolazione. Ma si taccia di travagli, ora che siete qui per consolarmi. Verrò con voi alla cieca; perché so, che Glisomiro sa conservar la fede anche a’ suoi nemici”.
Che scherzo era questo? Lelio in potere di Glisomiro? O amore d’anima gentile! e quali meraviglie non fabbrichi tra’ mortali? Lelio vivente Isabella, machina la morte a Glisomiro, e Glisomiro morta Isabella adula Lelio della vita, e quando poteva in un momento vendicar mille offese l’obliga co’ benefici? Ma passiamo a casa di Laureta; donde per la incertezza dello stato di Glisomiro, e delle sue risoluzioni non erano ancora partite co’ loro mariti Alberta e Lisa. Qui tornato il cavaliere, e fatta chiamar l’entrata a suo nome, corsero ad incontrarlo Placido e Diomede, e dietro loro gli sposi. Ma quali si rimasero quando invece di Glisomiro si trovarono incontro Lelio lasciato solo dal cavaliere su quella riva! Io non saprei darvi ad intendere sí fatto incontro. Panfilo e Vittorio a questa veduta si nascosero, onde rimasti soli Placido e Diomede, e inteso da Lelio tutto conturbato lo scherzo di Glisomiro, rasserenarono l’animo suo assicurandolo della verità de’ suoi racconti; e che per solo sdegno d’amore egli ricusasse allora di entrare in quella casa. Ma se era stata grande la turbazione di Panfilo e di Vittorio, e delle dame altresí in sentire che Lelio fosse comparso in quella parte a quell’ora; fu ben assai maggiore la consolazione che ricevettero in veder Lelio, che abbracciata la figlia e’l genero, e accarezzata Drusilla e Vittorio, e perdonò loro i falli commessi, e dichiarassi risoluto di non partire da quella casa se non gli avesse condotti seco alla propria abitazione. Pareva che non acconsentissero a cosí fatto invito gli sposi; ma inteso quello che avesse operato per essi Glisomiro, si lasciarono ridurre dove gli piacque, e Laureta penetrato il colpo di Glisomiro lietamente turbata disse:
“Ah cavaliere traditore! So che non bisogna scherzar teco. Tu m’hai presto pagata della mia sciocchezza. Io voleva mortificarti nella tua casa; tu m’hai mortificata nella mia. Ma lodato il Cielo, che cosí dolce cambio mi danno le tue mortificazioni mentre veggo terminati i travagli di tante dame e cavalieri miei amici”.
Ma seguitiamo Glisomiro, il quale messo Lelio a casa di Laureta tornossene di volo alla propria abitazione. Dove assegnata al trattenimento di Ariperto e di Guglielmo la parte piú nobile della casa, si ritrasse egli nella parte destinata al domestico trattenimento della famiglia. Non conteneva però questo appartamento, che tre camere con una picciola sala, in una delle quali aveva Cillia collocata Beatrice la figlia d’Ariperto assistita da una sua serva; nella seconda Lodovica con la cameriera di Celinda; ma la terza aveva riserbata per se medesima, e qualche altra domestica servitú. Venuto adunque pensiero a Glisomiro di ceder il suo appartamento ad Ariperto e a Guglielmo, nel quale non si trovando che tre altre camere da letto, disegnava che la sua propria stanza ricadesse a Beatrice, si trovarono confuse queste donne; e perché già Beatrice si stava a letto nella camera assegnatale da Cillia discesero nel gabinetto del cavaliere, cedendogli la propria stanza Lodovica, e la cameriera di Celinda. Postosi a letto Glisomiro come quello che ne aveva un’estrema necessità, subitamente addormentossi. Ma non potè già chiuder occhio Beatrice; la quale avendo fino da fanciulletta conosciuto, e per gli anni suoi amato Glisomiro per le carezze che le faceva; trovatasi nuovamente nella sua casa in una età di tredici in quattordici anni, e vedutolo piú bello, piú gentile e piú cortese che mai, sentissi svegliare nel coresino una passione piú conforme all’età, senza però conoscere ancora quel ch’ella fosse. Crebbe la sua confusione l’avere per poco danzato seco, e goduto buona pezza del suo servigio alla mensa. Uscito poscia il cavaliere di casa con tutta quella compagnia ella si rimase con la madre e con Giustina tacita e mesta; e mandata finalmente da Eugenia a letto, con imperiosità di donna non che di fanciulla comandò alla cameriera di ritirarsi, e di non darle impaccio. Ritiratasi adunque la cameriera si stette con l’altre donne in ciancie infino a che tornato Glisomiro si ritrasse ella ancora a dormire a’ piedi della fanciulla. Era questa cameriera giovanetta di sedici anni, bella e graziosa, e di spiriti piú vivi di quello che comportasse la sua condizione. Osservato però che la fanciulla non facesse che sospirare, e volgersi per le piume; entrata in sospetto di qualche male balzò dal suo letticello, e andò a vederne. La risposta di Beatrice fu un sospiro, e un dirle che tornasse a dormire, perché ella non aveva male alcuno. Ma la cameriera abbracciatala e baciatala, le disse:
“Bisogna certamente mia signora, che vi troviate indisposta, benché mel neghiate. Ditemi la verità, siete voi innamorata di qualche bel cavaliere, che sospirate cosí forte?”.
Beatrice a somigliante interrogazione torcendo cruciosetta il caro viso ad altra parte, confermò col suo tenero disdegno nel suo pensiero la cameriera. Ond’ella, che sapeva per prova quello che possa amore negli animi semplicetti delle fanciulle, abbracciatala di nuovo, e baciatala soggiunse:
“Mia signora, vi prego di non aver a male, che io vi parli con quell’affetto di riverente servitú, che debbo alla vostra persona. Io benché sia cosí giovanetta, che tocchi appena i sedici anni, sono però stata lungamente innamorata, e secondo la mia condizione, potei vantarmi d’amore bene impiegato. Ma perché non ho mai avuto ardimento di palesarlo, me ne sono trovata con tanti affanni e cordogli, che m’ho creduta piú volte di morire. Guardate però voi ancora, che il voler celar’ il fuoco d’amore nel seno non vi arda, e vi consumi il cuore e la vita. Ditemi, vita mia dolce, sareste mai per ventura innamorata di Glisomiro: che io ho ben veduto, che nel partire pur dianzi da voi v’ha fatto tante carezze, che io mi chiamerei beata della metà?”.
La fanciulla tremò tutta a queste parole della cameriera, e non potuto piú contenersi si mise fanciullescamente a piangere. La cameriera a questo contrasegno già certa di quello di che già dubitava, asciugando le lagrime alla donzella:
“E che occorre, disse, il piangere dove non giovano i pianti? Signora, se voi amate Glisomiro, ed egli ami voi, come si può credere alle dimostrazioni che v’ha fatte; voi piangete, e siete felice. Fate animo, e cuore; e poiché avete la fortuna propizia, non la sprezzate. Egli dorme qui appresso. Le camere sono aperte. Andatelo a trovare, ch’egli è tutto cortese, e vi consolerà di quello che desiderate”.
Beatrice stupita, e consolata insieme di queste parole, ma pure come fanciulla e amante piena di timori e di sospetti, rispose:
“E s’egli mi sgridasse, e mi mandasse via?”.
Rise la cameriera, e disse:
“No, no, signora, non vi prendete questo fastidio. Egli non vi sgriderà punto, e non vi scaccerà, ma v’abbraccerà, e vi terrà in letto. O perché non sono io ancora nata come voi, che vorrei corrergli in braccio, sicura che mi consolerebbe d’altro, che di parole”.
Pareva già a Beatrice di vedersi prevenuta dalla cameriera, onde sospirando disse:
“No, fermatevi”.
Rise la giovanetta del suo timore, e proseguí Beatrice:
“Ma che altro vorreste voi da Glisomiro, che parole? Io mi contenterei di stargli appresso, e di consolarmi favellandogli del mio amore per sapere se veramente mi ami”.
“Queste sono cose da fanciulle scioccarelle, disse la cameriera. Io vorrei di quello, che potrebbe farmi contenta”.
“E che cosa è questa?, disse. Insegnatemela”.
Sorrise la cameriera, e disse:
“Quando era ne’ vostri anni, e prima ancora, io sapeva queste cose senza maestro; perché la natura stessa ce le insegna”.
E qui contate sue favole alla fanciulla voleva per proprio interesse condurla dal cavaliere. Ma stando tuttavia Beatrice ritrosetta e vergognosetta, la scaltra cameriera soggiunse:
“Orsú, poiché voi non volete andare da Glisomiro v’anderò io per voi”.
La fanciulla percossa nel cuore da queste voci:
“Fermatevi, disse, sfacciata che siete. Voglio dimane dir queste alla signora madre, e far che vi mandi via dal mio servigio”.
La cameriera conosciute queste minaccie per empiti di gelosia, e risoluta di mettere a suo profitto la donzella in braccio del cavaliere (cosí trattano le serve, e raro è chi vi pensi) prestamente rispose:
“E se voi mi farete cacciare dal vostro servigio, e io mi vestirò da maschio, e mi metterò a servir Glisomiro, e cosí il goderò a vostro dispetto. E però, o risolvetevi di andar voi a trovarlo, o che v’andrò io”.
Temeva e sospirava la fanciulla, e benché si sentisse dall’empito dell’amore accalorito forse dall’abbondanza de’ cibi e delle bevande prese nel passato convito, e certo dalle parole della cameriera, trasportare nel desiderio del cavaliere; oppressa nondimeno da’ timori fanciulleschi non sapeva prendere cosí inopportuna e intempestiva risoluzione. Ma la cameriera voltatasi a lusingarla, ve la persuase finalmente dicendole:
“Mia signora. Se mi promettete di non dir cosa alcuna alla signora madre, io v’assicuro, che non toccherò mai Glisomiro, e che metterò voi sola nelle sue braccia senza ch’egli ve ne sgridi, e ve ne discacci giammai. Su alzatevi, che or’ora ve gli porto in seno; ma voi ditegli, che gli siete andata da voi stessa, altramente non vi ci porterò piú”.
Beatrice lusingata, e placata da queste dolci parolette, gittò le braccia al collo della cameriera, ed essa portatala pianamente in camera di Glisomiro oppresso dal primo sonno, gliele mise appresso, e serrate astutamente le porte, tornossene piena d’amorosa invidia sul proprio letto. Ma Beatrice confusa d’animo, e ardente di cuore, e non senza le solite paure non sapeva che si fare nella vicinanza dell’amato cavaliere. Pure assicurata dal vederlo dormire incominciò a scherzargli attorno i capelli levandoglieli dalla faccia, e a lusingargli le guancie e’l collo, e a dargli insieme qualche fievole bacio. Il cavaliere svegliato dalla soavità di quelle carezze aprí gli occhi gravi di sonno, e tirate le cortine del letto per dar luogo allo splendore d’un lume, che gli ardeva in camera, ravvisò la tenera donzella, che spaventata da quell’incontro, tremante di paura, e di vergogna, quanto piú tentava di nascondersi sotto l’ombra del seno amato, tanto meglio veniva a scoprire le sue vezzosette bellezze. Stupito il cavaliere di quell’incontro, lusingata anch’esso la fanciulla piacevolmente le chiese chi le avesse insegnato d’ingannarlo con quella dolce accortezza. Beatrice a cosí care parole e lusinghe, fugata dall’animo l’apprensione dell’affanno che l’opprimeva, fievolmente rispose:
“Amore”.
Fedeltà verso la propria serva incredibile in una fanciulla di quegli anni. Ma Glisomiro, benché ammaliato da cosí dolce parola, e da cosí spiritosa bellezza; ricordatosi nondimeno di se medesimo, non lasciò che gli penetrasse nel cuore la fiamma degli illeciti desideri con una figlia d’Ariperto e d’Eugenia suoi ospiti e amici. E sovvenutogli parimente d’Ermanno un gentiluomo paesano della fanciulla, che la desiderava per moglie; passò a dimandarle s’ella avesse avuto gusto di lasciarsi maritare in quel cavaliere. Rispose prestamente di no: perché non voleva mettere il suo amore in altri, che in lui; onde il supplicava di farle grazia di sposarla. Ma inteso dal cavaliere, che si trovasse obligato di parola ad altra donna; pensato alquanto, e sospirato soggiunse:
“Signore, fatemi questa grazia almeno di non lasciarmi andare con mio padre in Levante, tenendomi appresso di voi in quella maniera che vi piacerà”.
“Di non andare in Levante, disse il cavaliere, penso che resterete consolata, disegnando Ariperto prima di partire di maritarvi, e di lasciare ancora la signora vostra madre appresso di voi; sí che non occorrerà far’altri disegni”.
E la fanciulla:
“Ma s’io non voglio maritarmi, anderà in fumo questo disegno; e bisognerà pure, che non mi facciate questa ingiuria di scacciarmi dalla vostra casa dopo che sono stata nel vostro letto”.
Non piacque punto a Glisomiro questa parlata: onde risolutamente disse:
“Signora, se potessi io servirvi ne i termini dell’onore, non vi potreste lamentare di me in conto alcuno. Ma già che mi trovo ohligato ad altra donna, e l’amicizia che professo ad Ariperto non mi consente di tenervi in altra guisa, che di legitima consorte; compiacetevi, mia signora, che facciamo un cambio d’affetto; e in vece d’amante tenendomi in luogo di fratello, acconsentite di sposare Ermanno; che in questa guisa ne non anderete in Levante, e averete sempre occasione di comandarmi ne’ termini dell’onestà ogni vostra satisfazíone”.
Sospirò dal profondo dell’anima Beatrice, e disse:
“A che duro termine m’ha condotta una serva! Io dunque dovrò sposare altr’uomo dopo di essere stata nel vostro letto? E voi rifiuterete anche per amica una mia pari?”.
Sospirò Glisomiro ancora, e pauroso che la disperazione conducesse la giovinetta in qualche precipizio, che venisse a manifestare somigliante trascorso, soavemente disse:
“So, mia signora, che amore non conosce riguardo alcuno di amicizia, d’ospitalità, di sangue, e di religione; perché legge a se stesso di se medesimo, non vuole né cerca né guarda che quello che gli diletta. So ancora, che è debito mio di servirvi già che non posso come marito, come amante obligato alla vostra affezione e confidenza. E son qui per farlo. Ma se possiamo satisfarci senza pericolo e senza scandalo, a che vogliamo provocare gli strepiti, e le disgrazie? Sposate prima Ermanno, e poi restando voi qui, e partendo Ariperto, cesseranno ancora i riguardi dell’amicizia, e dell’ospitalità, che mi tengono a freno per non tirarmi addosso l’infamia d’averli convertiti in tratti di nemicizia, e d’ingiuria”.
La inesperienza degli anni, e la debolezza del sesso non lasciarono apprendere a Beatrice il doppio inganno di queste parole: perché veramente Glisomiro prese a sedurla in questa guisa per tenerla in fede: sicuro, che quando avesse sposato Ermanno, le sarebbono cessati questi umoretti: e quando ancora avessero continuato a travagliarla non gli sarebbono mancati pretesti di liberarsi da cosí fatto impegno. Ma dall’altra parte quando anche avesse il cavaliere pensato di satisfarla; che inganno era questo di lasciarsi obligare a un marito per aver comodità di compiacersi d’un’amante? Ma questi sono inganni propri di femmine, e femmine inesperte, e innamorate; onde non fa maraviglia, che Beatrice ancora su la speranza d’una futura consolazione si lasciasse privare della presente comodità di fruire il suo amore; rendendo in questa guisa il suo affetto di scusabile, dannato. Che se pure allora fosse caduta, degno di compassione, come di fanciulla semplice, invaghita e sedotta sarebbe stato il suo errore: ma cadendo dopo d’avere sposato Ermanno, chi non l’averebbe condannata di sciocchezza, d’indignità, di sceleraggine? Quietatasi dunque, né tolto e dato per pegno di quella illegitima fede, che qualche bacio: tornossi tra mesta e consolata nel proprio letto; e Glisomiro chiamò la cameriera, che aveva per le parole della fanciulla conosciuta colpevole di quel disordine, per obligarla a tacerlo: comparsa solamente cinta ne’ fianchi d’una sottil sottoveste col seno scoperto, e i capelli vagamente scarmigliata, Glisomiro rimase abbagliato da questo nuovo sol di bellezza, che gli portava di notte un doppio giorno nello scintillante splendore de’ suoi begli occhi. E come quello che non aveva ancora osservata la giovanotta, dolcemente la richiese di sua condizione. La cameriera modestamente arrossita di questa dimanda, e mossasene a una dolce sorriso:
“Insomma, disse, è pur vero, che voi altri cavalieri non tenete memoria di noi altre povere donzelle. M’avete veduta mille volte, e non mi conoscete? M’avete parlato altrettante, e non mi raffigurate? Io sono Agnesina figlia di Prudenzia, che stava già vicina alla vostra casa quando abitavate di sopra a Celinda, e ci davate da lavorare per amore della medesima signora, che vi ci aveva raccomandate, avendo mia madre dato il latte ad Eufemia”.
Glisomiro allora fattosi portare piú da vicino il lume, e contemplata da capo a’ piedi la bellissima fanciulla, la riconobbe con suo piacere; e poi le disse:
“Non è maraviglia, cara Agnesina, che io non t’abbia riconosciuta dopo tanto tempo che non pratico le tue contrade; e che sei divenuta cosí grande e bella, dove allora parevi una lucertola; cosí eri scarmetta, e tristarella”.
Rise la giovanetta, e soggiunse:
“E chi altri che voi mi fece diventare una lucertola?”.
E voluto dir d’avantaggio, si vergognò, e fermossi.
“E perché?”, disse Glisomiro.
Sospirò Agnesina, né voleva parlare; ma importunata dal cavaliere, finalmente disse:
“Perché avendovi un giorno portati alcuni panni lini lavorati da mia madre, essendo voi a tavola, mi faceste grazia di tenermi a desinar con voi, e poi m’accarezzaste, e mi baciaste donandomi un anelletto, e mettendomi tanto fuoco d’amore in seno, che tutta mi consumò”.
Rise Glisomiro a questa prontezza della giovanetta, e vezzosamente le disse:
“E tanto tempo sei stata a scoprirmi questa infermità, che ti cagionai, perché non potessi risanartene? Ma chi t’ha servita di medico, che sei guarita sí bene, che ne sei divenuta la piú bella cosa del mondo?”.
“La vergogna, rispose Agnesina, e la inesperienza dal canto mio; e la vostra qualità, e’l sapere ch’eravate morto d’amore per altra donna dal canto vostro, mi fecero tenere le fiamme chiuse nel petto insino a che ebbi fortuna di vedervi, e di parlarvi qualche volta. Ma essendovi poi partito dalle nostre contrade m’ha servito di medico per guarirmi il tempo, avendomi fatto inghiottire l’amara medicina della disperazione”.
“Sí che, disse Glisomiro, tu non mi vuoi piú bene?”.
“Non dico questo”, rispose Agnesina,
“Bisogna almeno, soggiunse Glisomiro, che tu abbi avuto qualche altro medico ancora, che t’abbia risanata, perché tu mi parli d’un’aria, che non è già di fanciulla tessitrice, e cordelliera”.
“Quasi che, replicò sdegnosamente Agnesina, per esser nata povera, sia nata senza giudicio; sí che non sappia dire quattro parole in croce. Se Dio mi guardi, che se ben sono una povera serva non mi cambierei in conto alcuno (fuor che di fortuna) con quante dame sono state iersera in questa casa. Che mi manca perché non possa comparire fra le altre donne?”.
“O tu grandeggi molto, disse Glisomiro. E ben dico io, che bisogna, che qualche medico del tuo male amoroso t’abbia messa in testa questa superbia”.
“Che superbia?, disse tutta crucciosetta Agnesina; e che medico m’andate voi trovando? Credete, che non v’intenda? Vi dico cosí, che sono donzella onorata, e che non so di queste cose”.
Teneva la giovanetta favellando una mano su la sponda del letto; onde Glisomiro voluto prendersi giuoco di farla dire, soggiunse:
“Certo, che tu non fai lenzuola, coltre, matterazzi, e lettiere; ma bene io ti conosco a gli occhi, che tu hai avuto un medico, che ti ha guarita del tuo mal d’amore”.
Agnesina a queste parole quasi piangendo di slizza, pietosamente esclamò:
“Oh Dio, dove sono venuta stanotte! Sí, che sono donzella”.
“E io non tel’ credo”, disse Glisomiro.
Qui Agnesina incominciando daddovero a piangere:
“Oh, che uomo, disse, che siete? Mi fareste per disperazione dare l’anima al Nemico, e gittarmi da una finestra”,
“Tu faresti la bella prova della tua donzellaggine, disse Glisomiro. Come non me ne dai miglior segno, che di romperti il collo, io non ti credo punto”.
“E che segno ne volete voi?, disse Agnesina. Eccomi qui. Fate quel che vi piace. E se non mi trovate donzella, mandatemi in malora, che me ne contento”.
Rise Glisomiro a questa offerta della giovanetta, e accarezzatala, e baciatala; mentr’ella abbracciò e baciò con tanto affetto, che gli parve cosa mirabile, l’ammaestrò della maniera, che doveva tenere con Beatrice, per ridurla dove disegnava, pregandola di ritirarsi appresso la fanciulla per non insospettirla con troppo lunga dimora. Ma Agnesina assicurata dalle sue lusinghe, e dal vedere che non le avesse ordinato di chiudere la porta; aspettato soltanto nella sua camera che Beatrice s’addormentasse, ritornò che già si avvicinava l’aurora a svegliare il cavaliere. Il quale trovatasi appresso tremante di gioia, d’affanno, e di desiderio questa nuova bellezza, che non teneva di vulgare fuor che la nascita; come se ne sentisse altri sel pensi; che noi lasciandolo di nuovo addormentato passeremo a trovare Alberta. La quale insospettita per le parole dettele da Laureta, che ella aspirasse al maritaggio di Glisomiro, tornata a casa dopo la partenza di Lelio con gli sposi, non fece altro che farneticare insino al giorno sovra qualche invenzione per troncare dalle radici questa sua speranza. Pensò finalmente, che se avesse tentato ella il guado, averebbe potuto rendere sospetti e però inefficaci i suoi uffici; onde passando una stretta confidenza con Lisa, disegnò di valersi del suo mezzo per mettere qualche sinistra impressione della vita e dell’onestà di Laureta nell’animo del cavaliere. Comunicati adunque seco nel seguente mattino i suoi sentimenti, pregolla di trasferirsi a pretesto di visitar Eugenia, Beatrice e Giustina a casa di Glisomiro per insinuargli quello che stimava a proposito per la sua intenzione. E cascò cosí aggiustatamente questa cabala, che appunto Laureta aveva pregato (per non potersi fidare d’Alberta) Lisa di recapitare al medesimo cavaliere una sua carta. Lisa vaga di servire Alberta sua buona amica, e piú forse d’obligarsi Glisomiro, non fu lenta ad intraprendere questa ambasciata. E perché era appunto quel giorno festivo, uscite ambedue di casa, si rimase Alberta in certa chiesa, e andossene Lisa a casa del cavaliere nel medesimo punto, che vi capitava ancora Celinda per levarne la sua cameriera. Ma non c’era piú la cameriera che tenesse radice in quella casa; perché avendo Lodovica participati a questa giovane i suoi accidenti, il dubbio, che aveva d’essere da Glisomiro restituita al marito, e la poca speranza, che per vederlo impegnato in altri amori teneva di tirarlo dove desiderava, le aveva tanto predicato la notte in testa, che l’aveva persuasa d’andarsene con essa; e quando non avessero potuto trovar Romano d’aprire insieme bottega, sicure che essendo due belle giovani non sarebbono mancati avventori, che comperassero ben cara la loro mercatanzia. Niente però si sapeva in quella casa di questo disordine. Perché mentre Glisomiro stanco di tante vigilie dorme in seno di Agnesina, Lodovica fattosi chiamar Betto, e quasi d’ordine del cavaliere ordinatogli d’apparecchiar la gondola a tre remi, ma con un remo solo, a pretesto appunto di ricondurre la cameriera a casa di Celinda se n’era andata con essa a cercar sua ventura a casa di Romano. Ma inteso, che il giovine si fosse ritirato in un monasterio, passò in quella parte ancora, e finalmente parlatogli, il persuase di montare con essa in barca, perché teneva bene tanti ori e danari, che averebbono potuto starsi qualche mese insieme senza pensiero. Lasciamogli alla buon’ora; e torniamo con Lisa e Celinda a casa del cavaliere. Che svegliato per questa doppia comparsa da Cillia, levossi immanentente e vestissi per complire alle sue parti con esse. Trovolle con Eugenia, Beatrice a Giustina a ragionamento de’ passati accidenti degli sposi, portando insieme novella, che avesse Lelio determinato di celebrare la medesima sera le nozze della figlia e di Drusilla con un privato trattenimento di dame e di cavalieri amici e parenti; al quale invitarono le medesime dame ancora co’ loro consorti, e Glisomiro. Col quale trovatasi prima Celinda, e chiesto della sua cameriera, si venne a discoprir la sua fuga e quella di Lodovica, benché non venisse creduta fuga per la fama lasciata in casa, che si fossero incamminate a casa della medesima Celinda. Ma perché questa partenza (e massime di Lodovica) senza sua saputa e consenso, le convinceva di reità, avendo Glisomiro ricercata la propria camera, trovò mancarvi alcuni danari, due anelletti, e una collanetta, lasciativi la notte precedente da Alberta per servigio di Drusilla. Questo colpo scopri il motivo della fuga delle giovani; pure essendo partite nella barca del medesimo cavaliere non volle pubblicar cosa alcuna infino al ritorno di Betto. Voleva Glisomiro passare con questa occasione alla visita d’Eufemia insieme con Celinda e Giustina; ma non gliele permise Celinda dicendo, che se voleva andarvi v’andasse a sua posta, e a suo rischio con chi volesse; ma seco non vi pensasse punto; perché non era cosí sciocca, che volesse farsi mezzana de’ suoi deliri con la figlia, benché amasse lui come figlio. Rimasi in questa discordante concordia; ascoltò il cavaliere la vaga Lisa: la quale presentatagli la carta di Laureta, egli apertala non vi trovò che questi pochi versi.

Dopo due lustri intieri, in cui mia fede
tra fiamme eterne ti consacra il core,
idolo ingrato al mio costante amore
rendi d’aspri martir dura mercede?
Né quel, che’l volto inonda, e’l sen mi fiede
parte de l’alma lagrimoso umore,
vale a stemprar l’indomito rigore,
che ad onta di Natura in te risiede?
Ben del ferro è piú rigido e tenace
se del mio lungo amor nel foco ardente
il tuo cor freddo e impenetrabil giace.
E piú di selce dura è la tua mente
se non la move, intenerisce e sface
de le lagrime mie l’onda corrente.

Conturbossi tutto il cavaliere alla lettura di questi versi; e Lisa veduta la sua turbazione, e voluto fare il colpo additatole da Alberta, disse:
“Signor cavaliere, guardate dall’impacciarvi con questo diavolo di donna, perché vi metterà in qualche precipizio, non avendo essa altro affetto, né altra fede, né altr’anima, che quella della propria vanità. Ed è peccato, che in un corpo sí bello abiti un’anima cosí deforme, che piú brutta non penso, che possa essere quella d’una turca e d’una saracina. Perché le maomettane credono pure in qualche maniera in Dio, ma costei non conosce altro Dio che il proprio capriccio. Vive però una vita peggiore di una epicurea. Si ride dei voti e della religione, e le chiama invenzioni degli uomini per interesse di Stato, e per accomodare le proprie famiglie a costo della libertà delle donne. Credo ancora che sappiate, che se bene ella sia sana come un pesce d’acqua marina, trova però mille scuse e invenzioni per aver licenza di mangiar carne tutto il tempo dell’anno per solo vizio di gola, e per non ismagrire, e perdere la bellezza ormai pregiudicata dagli anni. Ella è poi di genio cosí dissoluto, che fin d’allora che viveano i suoi parenti, e si stava nel seminario a spese si vantava di avere imparato con due scuti come le donne si trasformino in uomini per iscapricciarsi a dispetto di chi le priva della libertà. Insomma guardatevi, signor cavaliere, da costei; perché se vi lasciate guadagnare da’ suoi artifíci in vece d’una gentil donzella, qual essa è nata, vi trovereste alle mani una femmina dissoluta, quale ella vive. E vorrei giuocarmi un occhio, che se vi potesse ridurre a sposarla, non si contenterebbe già del vostro amore e della vostra persona, ma farebbe parte di se stessa a chi ne volesse; perché ella suol dire, che’l bello e’l buono intanto è buono e bello, in quanto è comunicabile, e che l’intendono quelle donne le quali a guisa di Corisca fanno degli amanti quel che si fa delle vesti

Molti averne, un goderne, e cangiar spesso,
che’l lungo conversar genera noia”.

Qui fermossi la bella dama, e Glisomiro, che aveva attentamente raccolto il suo trascorso, con termine di modestia e di gentilezza placidamente le rispose:
“Signora, io non so che mi credere di quello che vi piace dirmi di Laureta, non avendo interessi con essa che mi spingano a voler sapere le qualità della sua persona. Io la tengo per dama onorata, e quando non fosse ella vi pensi. Né perché abbia usato meco termini impropri debbo dolermene, perché so, che quando le donne sentono qualche cosa di proprio disgusto, essendo di natura debole, e però facili a sdegnarsi, sogliono di leggieri dimenticar se stesse, non che i tratti della convenienza, e del dovere. Vi ringrazio dell’onore, che vi piace di farmi con somiglianti avvisi, giovandomi di credere che vi ci abbia indotta il zelo della mia riputazione: e dove io vaglia a servirvi, procurerò di farvi conoscere, che io non sono ingrato a chi mi favorisce della sua grazia. Ben vi prego, signora, a non parlare di queste cose con nissuno, se non per altro, per onor di voi stessa; perché non tutti gli uomini possiedono la virtú di saper tacere”.
Qui la gentildonna ammirando la modestia del cavaliere:
“Certo, disse, che io non ne parlerei con persona vivente; e se ne ho parlato con voi, mi v’ha spinta l’amor che da quel primo giorno che vi conobbi ho portato alla vostra gentilezza. Ma se non credeste alle mie parole informatevi delle condizioni di costei da Alvisetta, da Dora, e da Bella, che sentirete di piú bello di quello che io non averei ardimento di raccontarvi”.
Non si passò piú avanti in questo ragionamento, perché tornato a casa Betto portò piú vive apprensioni al cavaliere di quelle, che non gli davano le parole di Lisa. Aveva egli creduto alle parole di Lodovica portategli da Ghiandone, onde la messe in barca con la cameriera di Celinda per condurle a casa di quella dama: ma veduto, che prima con diverse invenzioni si facesse condurre a casa di Romano, e poscia al Monasterio, dove si stava ritirato, e che entrato in barca gli comandasse di gittarlo a certo luogo sospetto di ruflianesimo: ricusò d’obbedirlo dicendogli, che non tenesse altro comando dal suo padrone, che di portare quelle donne a casa di Celinda. Romano giovine altiero e sciocco, e poco amico per altro di Glisomiro diede nelle minaccie e ingiurie contro il gondoliere, ma niente giovando le parole per muoverlo, intraprese Lodovica di sedarlo col danaro, offerendogli due scuti. Peggio trovossi Betto di quella cortesia, che delle ingiurie, e insospettito di quello che n’era, girò la barca per ricondur le donne donde le aveva levate, dicendo a Romano, che dovesse smontarne in ogni modo, non conoscendo altri padroni su quella barca, che Glisomiro. Si fermarono al rumore due gondole, che scorrevano per quei canali; onde Romano scoperto in una d’esse un cavaliere suo amico, chiamatolo per nome, montò d’un salto nella sua barca, e tenuta ferma quella ancora di Betto, volle farvi passare insieme le donne. Ma facendo primiera quel tragitto la cameriera di Celinda, Betto sdegnato di questa violenza, allontanò si fattamente con l’urto d’un piede e del remo la sua dalla barca del cavaliere, che la cameriera se non fosse stata soccorsa da Romano e dal gondoliere di mezzo, sarebbe caduta in acqua; e Lodovica trovossene cosí lontana, che perdette la speranza d’uscire da quell’impaccio. E tanto piú che il cavaliere insospettito per le parole di Betto (che all’uso de’ barcaioli si faceva valere con la lingua), di qualche disordine, si mise attorno a Romano e alla cameriera per intendere i molivi di quella novità. Inteso però che fosse colei serva di casa di Leonello, e si fosse partita con Lodovica da quella di Glisomiro, dov’era passata la notte per un’ambasciata di Celinda; non voluto cosí fitto imbroglio tra’ piedi, mise in terra ambedue, dicendo loro, che si provvedessero, non essendo quello un conto da far su le dita. Trovatisi in terra i giovini, disse la cameriera:
“Signore, se non vi dispiace il cambio venite meco a casa di mia madre, che vi saremo sicuri infino a che si trovi qualche casetta per mio trattenimento, dove sarete sempre padron di venire quando vi piacerà, non volendo io piú servire a nessuno, ma fare della mia vita quel che mi piace”.
Piacque il partito a Romano, che si moriva di voglia di cosí fatta avventura; e scordata Lodovica mise il suo cuore nell’amor di costei. Ma come poi riuscisse loro in bene questa domestichezza a noi poco importa di saperlo: basta di sapere che poco di bene possono aspettare al mondo le meretrici, che dalla condizione di serve passando in un baleno al titolo di signore veggono all’altezza di questo grado inevitabilmente congiunta la scala, o del Ponte, o dell’Ospitale.
Ma che fa intanto Lodovica? Ella tornossi bene per mera necessità a casa di Glisomiro, ma perché Betto lasciolla scioccamente scendere in terra prima di lui, messasi immantenente la strada fra i piedi, gli sparí in un baleno dagli occhi serrandosi nella casetta d’una donna sua amica della medesima contrada, non essendo guari distante da quella ancora di suo marito. Spiacque però cosí fatto disconcio a Celinda e a Glisomiro; non per quello che avevano rubalo in quella casa, o che due femminelle di quella sorte diventassero bordelliere; ma perché avendo la cameriera, posseduta la confidenza di Celinda e Lodovica, penetrato qualche cosa degli andamenti di Glisomiro con essa e con Alberta, potevano a ragion dubitare di qualche sinistra fama a danno loro. Ma perché le femmine in questa parte degli errori amorosi, sono anzi difensore che accusatrici l’una dell’altra, mentre o la gelosia, o il dispetto non le faccia parlare; niente di male perciò se ne intese. E finalmente Lodovica pentita di quei trascorsi mandò la donna sua amica a restituire al cavaliere quello che aveva involato di sua ragione, o di Drusilla; e tornati piú amici che mai, rappacificossi col marito ancora, ma non in guisa, che di quando in quando non facesse qualche scappata in casa della medesima donnetta, dove può essere che capitasse talvolta anche il cavaliere, al quale non dispiaceva punto la persona, se non piacevano i costumi della giovanetta.
Intanto Celinda perduta la speranza di ricuperare la cameriera, tornossene di mala voglia appresso la figlia per coprire con questa lontananza dalla propria casa l’allontanamento della giovane; e Glisomiro partita Lisa con Eugenio, Beatrice e Giustina, che vollero andare tutte insieme quella mattina al tempio, si restrinse con Ariperto. E perché non ad altro fine egli aveva appunto fatta venir la moglie e la figlia di Lombardia a Venezia, che per aggiustare i suoi interessi prima d’andare alla guerra, né gli permetteva la convenienza d’aggravare troppo lungamente la casa dell’amico con quell’alloggio, si venne subitamente alla risoluzione di maritar Beatrice ad Ermanno, che aveva di poco tempo addietro (terminata la sua condotta nel pubblico servigio) tolto casa nella medesima città, per aspettarvi nuove occasioni d’impiego. Per Guglielmo trovossi parimente impegno a Venezia; perché Giustina, che di troppo mala voglia s’allontanava da Glisomiro, tanto s’adoperò con le sue preghiere, che deposto il pensiero di trovargli recapito in terraferma, il ritenne per qualche giorno ancora appresso la sua persona, e partendo ancora dalla sua casa si rimase di abitare nella medesima contrada. Ma prima che queste cose prendessero sí fatta piega, nuovi disturbi ruppero la quiete di Glisomiro; perché avendo Cillia raccolto benissimo il ragionamento fatto da Lisa al cavaliere contro Laureta; ella, che obligata dalle sue cortesie passava una strettissima confidenza con quella dama; appena dopo desinare egli diede le spalle per uscir di casa con Ariperto, e trovarsi con Ermanno, le spedí con questi avvisi Astolfo. Di che altamente disgustata Laureta, e punta daddovero dallo stimolo dell’amore, del dispetto e della gelosia, senza pensar piú avanti, montò subitamente in barca, e passata a casa del medesimo cavaliere informossi pienamente da Cillia di questi andamenti. E perché le donne libere e innamorate non operano mai, che con empito e con precipizio, inteso ancora, che dovesse il cavaliere trovarsi quella sera alla festa degli sposi in casa di Lelio, determinò ella di trovarvisi mascherata per osservare (già che Cillia non conosceva Lisa) qual fosse questa dama che teneva seco tanto d’autorità e di confidenza; mentre né Celinda, né Alberta s’arrogavano tanto sovra di lui. Andata per la sua strada Laureta, tornossi sul cader della sera a casa Glisomiro, e participato insieme con Ariperto ad Eugenia e Beatrice quello che avessero conchiuso con Ermanno, si rimase d’accordo che andassero esse e Giustina con Ariperto e Guglielmo a quella festa, dove sarebbe capitato anch’esso mascherato per non mettersi in alcuno impegno con gli sposi. Quinci rimaso solo, e datosi a rivoltare certi suoi scartabelli, gli venne casualmente alle mani una canzonetta, che aveva in altri tempi scritta a compiacimento di Laureta scherzando sovra il suo nome, e ricordatosi degli ofici passati seco da Lisa, e insieme del sonetto mandatogli dalla dama, pensò di darle risposta con questa medesima canzonetta per tentare di che senso l’avesse ricevuta in quella congiuntura, che si trattava d’altro che di scherzi. Chiusala pertanto in forma di lettera mandolla a Laureta per Ghiandone, che trovolla appunto che si stava mascherando da maschio, nel qual portamento riusciva di vita leggiadrissima e ben disposta. Presa la dama questa lettera con quella avidità, che farebbe un febbricitante un bicchier d’acqua fresca, aprilla con impazienza, e lesse.

Deh se l’Aura tu sei
donna gentil, com’io
il tuo bel nome risonare ascolto
tempra nel petto mio
quello ardor, che vi nutre il tuo bel volto.
Deh se l’Aura tu sei
del mio gran pianto il mare
che nembo di dolor turba, e raggira
prenda prenda a calmare,
il venticel d’Amar, che in te respira.
Deh se pur tu sei l’Aura
disgombra il nero verno,
di quel timor, che nel mio cor soggiorna,
e porti aprile eterno
il ventilar della speranza adorna.
Deh se pur tu sei l’Aura
non temperar l’ardore,
non tranquillare i flebili tormenti,
non fugare il timore
s’altro dar non mi déi che fiori e venti.

Letta questa canzonetta stesse Laureta alquanto sopra di sé, e poi tornato a leggerla piú volte, fermossi sull’ultimo verso

S’altro dar non mi déi che fiori e venti;

ed esalato un profondo sospiro disse:
“I fiori e i venti in amore altro non sono che speranze e desideri; e forse, baci e parole. Ma che altro vuoi tu da una donzella? Sposami, e ne averai quello che brami. Ma tu sei un traditore. Tu mi schernisci. Il tuo cuore è in altro seno, che in quel di Laureta. Ma che dico? Tu tieni piú amorose in seno, che capelli in testa. Orsú ti vederò stanotte, e poi ci parleremo”.
E ciò detto si mise in vestirsi a cantare il seguente madrigaletto, indicio chiarissimo di quel che covasse nel cuore, essendo veramente innamorata degli occhi negri e fiammanti del cavaliere.

Chiare amorose luci
tramontana gradita
dell’errante mia vita,
deh raggirate ormai
luci soavi e liete i vaghi rai
a consolar d’un sol baleno il core
pericolante nell’Egeo d’Amore.
Dolce oggetto bramato,
dolce oggetto adorato,
anche d’Amor nell’ire
sarà, sovra mercé, vita il morire.

Nel terminare queste parole grondarono dagli occhi della bella dama alcune poche lagrimette, le quali asciugatesi sospirando, si chiuse il volto con la maschera, e tolta seco una sua serva nel medesimo portamento di maschio, e Ghiandone, passò per barca alla casa di Lelio, dove a porte chiuse si celebrava quella privata allegrezza. Onde perché le fosse aperto senza darsi a conoscere, le venne molto in acconcio l’aver condotto seco Ghiandone, che come dipendente da Glisomiro, venne senza opposizione introdotto con quella compagnia da un cavaliere parente di Vittorio, che assisteva alla porta. Ella era appena entrata, che ecco appunto Glisomiro alla medesima riva. Dove introdotto con una maschera sua camerata salí nell’appartamento superiore, dove già si riduceva la nobiltà invitata. Qui postosi tra le altre maschere andate solamente a veder quella festa, aspettò che uscissero con gli sposi le dame e i cavalieri del loro corteggio a principiarla.

SCORSA OTTAVA

All’uscir degli sposi nella sala levossi un confuso e giocondo sussurro della maravigliosa bellezza di Domitilla, non vi essendo dama che non ne la invidiasse, né cavaliere, che non ne sospirasse. A Glisomiro altresí, che non l’aveva fin’allora guardata con altri occhi che di padre per amore d’Isabella, parve in quel portamento la piú bella cosa del mondo. Ma e Drusilla, e Alberta, e Lisa, e Celinda, e (che gli parve piú strano) Eufemia, e altre dame il chiamarono ad altri pensieri, che di vagheggiar Domitilla. E ben qui si potè vedere quanto sieno anche i mali nelle femmine capricciosi non meno de’ loro cervelli; mentre Eufemia, che il giorno addietro pareva si volesse morire di sorverchia doglia e angoscia, comparve su questa sala in un sembiante non che giocondo e lieto, spiritoso e bizzarro: tanto l’aveva amore in cosí breve spazio cangiata per le sue dolci avventure da se stessa. Sedutesi le dame a’ luoghi loro, passeggiarono secondo l’uso della patria con regolati passi la sala primieramente le spose; dopo che fatta una danza o passeggio accompagnate da altre dame e cavalieri, rimase libera la sala a chiunque danzar volesse. Allora Glisomiro, che s’era travestito in una maniera da non essere conosciuto, andò a levare in danza primiera la cara Eufemia. Dirò maraviglia d’amore! Appena la bella dama gli aveva data la mano, ben che coperta dal guanto, che’l riconobbe; e sfavillando dagli occhi giocondissime fiamme d’amore, dolcemente gli disse:
“Cosí dunque, signore, schernite chi v’ama? Pensavate adunque di celarvi alla cognizione d’Eufemia?”.
E trattosi, ciò dicendo, il guanto, gli porse ignuda la dilicata mano e sentissi quasi svenire di soverchia tenerezza. Dispiacque quel dolce tratto d’amore a Glisomiro, che voleva almeno confermarsi incognito agli altri, già che amore falsamente creduto cieco l’aveva scoperto alla troppo amorosa giovanetta. Pregolla pertanto di ricoprirsi la mano, e di tenerlo celato, ma non potè a patto alcuno ottenerlo: perché essa gloriosa di quel contrassegno d’amore d’essere stata la prima favorita, quanto durò la sua danza, non fece mai altro che favellar con esso con tanta famigliarità, che avendo messo in apprensione della sua persona Celinda, bisognò per levarle i sospetti dall’animo participarle il segreto di quella maschera. Il che fatto la tenera Eufemia che non teneva senso per altri trattenimenti dove era l’anima sua, trattolo seco seguitata da Celinda (fu ventura, che Ferrante non era su quella festa) e da Agnesina (la maschera che accompagnava Glisomiro) nelle stanze di Domitilla, il pregò di levarsi la maschera per consolarsi un momento nella vista serena del suo bel volto. Qui sopragiunto Lelio, Panfilo e Vittorio si condolsero col cavaliere perché non gli avesse favoriti in miglior maniera della sua presenza, mentre da lui solo riconoscevan tutta quella consolazione. Fu facile lo scusarsene a Glisomiro sovra i sinistri accidenti, che l’avevano in quel giorno travagliato, e corrisposto alla gentilezza de’ cavalieri, li pregò di lasciarlo per allora incognito, ond’essi licenziatisi immantenente, il misero in libertà. Ed egli, che aveva veduto su la festa fra le altre dame Bettina la moglie d’un cavalier geloso, per cui era stato altre volte a pericolosi cimenti, e moriva di voglia di dirle una parola, disse ad Agnesina, che levatala in danza trovasse qualche pretesto per condurla un momento in quelle stanze. Uscite Celinda ed Agnesina per servirlo secondo il suo desiderio, egli si rimase a consolare di scherzi amorosi la giovanetta pregandola di ritornare anch’ella su la festa ad assistere alla cugina. Ella si torceva, e non voleva spiccarsi da lui; ma finalmente il pretesto della propria riputazione ve la persuase. Partita Eufemia trapassò il cavaliere in una vicina stanza, dove si stavano cianciando alcune dame, le quali non conoscendo, benché fosse da molte di loro conosciuto, cortesemente salutatele voleva ritornasene. Ma Aselida una dama attempata, non troppo bella, ma tanto piú adorna, sorridendo gli disse:
“Dove fuggite, signor Glisomiro?”.
Voltossi il cavaliere a questa voce, e fissati gli occhi nel volto di quella donna, la riprovò nel suo cuore, conosciutala alla procacità degli sguardi e alla lascivia del portamento indegna dell’amore d’un’anima gentile; non pertanto disimulando fermossi per attendere i suoi motivi. Ond’ella soggiunse:
“Venite qua, che vogliamo parlar con voi”.
Glisomiro andò là sorridendo, e Aselida incominciò a metterlo nelle piú strane novelle del mondo; ma con tanta affettazione, ch’era una seccaggine l’ascoltarla. Pareva appunto, che ella parlasse con persona già sua domestica di molti anni; e arrivò finalmente a segno, che essendosi il cavaliere voltato a rispondere a certa dimanda d’un’altra graziosa dama, che gli sedeva di fianco, ella fingendo di piegarsi per non so che, gli strinse con una mano il braccio, e’l percosse con un ginocchio. Voltossi il cavaliere a quel sovrasalto, e Aselida se ne mosse a riso, e fingendo di parlare con un’altra dama venne a dargli ad intendere in qual parte della città ella abitasse. Poteva far di manco; perché Glisomiro non comperava femmine al mercato; e mentre vuol liberarsi da quella noia, dicendo fra se stesso, che la sua gondola da tre remi gli avesse quella notte portato poco buona ventura, ne venne improvvisamente liberato da uno strepito sollevatosi nella sala per sua cagione.
Tornata Agnesina con Celinda su la festa, e statasi alquanto in discorso con essa e con Alberta sovra le novità della sua fortuna; perché Glisomiro obligato al suo amore, e voluto ristorarla del danno della sua integrità, l’aveva chiesta ad Ariperto per tenerla appresso di sé infino a che avesse potuto maritarla; andò a levare in danza secondo l’avviso del cavaliere Bettina. L’abito della giovanetta era di soldato francese con armacollo superbo, spada dorata, e cappello piumato con diversi gallani ad uso di giovinetto morbido e delizioso. Ella sosteneva il mantelletto col braccio sinistro, appoggiato in arco sul fianco, e con l’altra mano serviva vezzosamente la dama. E perché la leggiadria della ben disposta sua vita, il portamento vivo e spiritoso, e l’altezza della sua gentile statura aiutata dalla moderna usanza di portare uno scagnetto di mezzo palmo sotto le scarpe, non lasciavano credere di lei altro da quello che mostrava nell’apparenza, il geloso marito di Bettina insospettito dell’aria d’una maschera di quella qualità, che passeggiando con la moglie non si guardava di favellar con essa, incominciò a borbottare con gli amici chiedendo chi si fosse quel cavaliere, che si prendeva tanta licenza con le dame altrui. Ma non ritraendone contezza alcuna, ebbe finalmente ricorso a Vittorio suo parente; il quale benché avesse riconosciuta in camera la giovanetta; sí per non pubblicare i segreti di Glisomiro, sí per prendersi giuoco del geloso, rispose di non conoscerlo, ma poter giudicar dal portamento, ch’egli fosse cavaliere di qualche riguardo mentre si trattava da camerata con Glisomiro. Furono uno stilo nel cuore queste parole di Vittorio al buon geloso memore de’ passati accidenti con Glisomiro; il quale aveva altre volte danzato e favellato con la moglie con suo disgusto e sospetto. Onde postosele dietro tutto confuso, diedesi a raccogliere le parole d’Agnesina, e udí appunto, che le diceva:
“Signora: voi dovete essere ormai stanca di questo passeggio; ma io non saprei dove mettervi a sedere, essendo occupati tutti i luoghi. Penserei pertanto, che dovesse essere di vostra satisfazione, il ritirarvi per poco nelle stanze delle spose, dove si trattengono delle altre dame”.
Niente rispose Bettina, ma il geloso entrato in sospetto di sua persona, nel girar che fece la moglie in capo della sala, trattosele davanti le disse, che se fosse stanca si mettesse a sedere, ch’egli le averebbe trovato luogo. Non gli rispose Bettina, e Agnesina avvedutasi da quel tratto chi si fosse quell’uomo, fingendosi sdegnata per dargli di quello che andava cercando, rivoltò prestamente Bettina ad altra parte, e seguitò nel suo passeggio. Il marito cattivo, e dolente di quel tratto

tanto peggio stimò ne’ suoi concetti

della persona di Agnesina, e tornato da Vittorio gli raccontò pazzamente quello che aveva inteso, aggravando d’indiscreta la fanciulla a tener tanto in ballo con sua pena e fastidio la moglie. Pregarlo però d’operare egli con quel cavaliere, perché la lasciasse in pace. Rise Vittorio, e disse che l’averebbe servito, e trattosi dietro ad Agnesina l’avvertí pianamente di quel disordine. Agnesina che era un diavoletto di femmina da non finir per poco quello che incominciava da scherzo, né daddovero; bizzarramente sdegnata di quel termine, e voluto compiacer Glisomiro divenuto l’anima sua; accennato ad Astolfo, che gli diede il primo fra’ piedi d’aprire la strada fra la calca de’ cavalieri e delle maschere s’avviò con essa verso le stanze di Domitilla. Il geloso, che perdea gli occhi dietro la moglie, veduto che dalle parole si passava all’esecuzione del consiglio di levarla dalla festa, trattosi a quella parte disse alla moglie che si fermasse. Agnesina a questo colpo non potè piú aver pazienza; ma strappatasi dal volto la bauta di sottilissimo velo:
“E dove, disse, cavalier villano, hai tu imparati i termini di conversar fra dame e cavalieri?”.
E ciò dicendo datagli una mano sul volto impugnò una daga risoluta di maltrattarlo, cosí era questa fanciulla bizzaretta e risoluta. Ma trattisi oltre ad Astolfo in quella parte Vittorio, Guglielmo e Ariperto ne la impedirono frapponendosi fra il geloso e lei. E perché Agnesina strepitando piú da soldato, che da femminella voleva in ogni maniera affrontarsi con esso, e castigarlo; trattisi al rumore anche Lelio, Placido e Panfilo con altri cavalieri amici, si diedero a pregarla di rimetter del suo sdegno per non conturbare l’allegrezza di quel trattenimento con sí fatti disordini; mentre se avesse ricevuto qualche disgusto, erano là tutti per procurarle ogni desiderata satisfazione. Qual fosse intanto la maraviglia delle dame e de’ cavalieri al discoprirsi del volto bellissimo, e tanto piú bello quanto piú bizzarro e sdegnato di Agnesina, non è da raccontarsi. Basta che se bene il geloso avesse diversi amici e parenti su quella festa, tanto fu lontano che si movessero a favorirlo; che anzi non potendolo immaginare fuorché colpevole ne’ disgusti di cosí bella fanciulla, e dubbiosi di peggio nella sua persona che d’un risentimento femminile, s’avanzarono con destra maniera per metterlo in salvo. Ma il geloso, che oltre al non poterli dare ad intendere che Agnesina non fosse un cavaliere, si sentiva col dolore della ricevuta ingiuria occupata l’anima dal timore che la moglie volasse via senz’ale, dicendo d’esser’assassinato nell’onore e nella persona, non voleva lasciarsi consigliare al suo meglio. Ondeggiando in questa confusione la sala, mentre una parte de’ cavalieri s’affatica a placare Agnesina, e un’altra in consigliare il geloso; comparve improvviso Glisomiro, il quale al primo suono di quella novità, lasciato il cianciar delle dame che’l trattenevano, corse a vederne e, per quanto potesse, provvedervi. Parve che a questa comparsa quella faccia di mar tempestoso divenisse un’ombra di pittura, cosí tutti nell’ondeggiamento de’ propri pensieri tranquillarono le esterne azioni. Egli adunque trattosi avanti assistito da Ariperto e da Guglielmo volle intendere il motivo di quella novità, onde Vittorio, che n’era meglio d’ogni altro informato, gliele raccontò con riso de’ circostanti, e confusione grandissima del geloso, il quale avendo a suo dispetto riconosciuta Agnesina per donna, doppiamente scornato, e della sua stolta gelosia, e della ingiuria ricevuta, non avuto ardimento d’alzar la faccia in un congresso di tanta nobiltà, andò da se medesimo a nascondersi. Quinci ritornata ne’ cuori delle dame la sicurezza, e negli animi de’ cavalieri l’allegria, si ripigliarono le danze; e Glisomiro già discoperto, dopo d’avere scherzato alquanto con Agnesina, e con Alberta e Celinda, andò egli stesso a levare in danza Bettina, altrettanto confusa della imprudenza del marito, quanto consolata dalla cortesia del cavaliere, che le disse tutto quello che volle senza sospetto. Lelio intanto e Panfilo trattarono l’aggiustamento del geloso e di Agnesina; ma dichiarandosi la fanciulla e per bizzarria, e per artificio irreconciliabile, ed essendo troppo grave dall’altro lato l’affronto ricevuto dal cavaliere; sopissi per allora somigliante controversia per non moltiplicare i disordini, essendosi dichiarati per Agnesina con Ariperto, Guglielmo, Panfilo, Placido e lo stesso Vittorio (benché parente del geloso) tutti gli amici di Glisomiro lusingati dal bell’umore di quella fanciulla, che da pochi conosciuta veniva da tutti stimata damigella di condizione; tanto l’aveva la vivacità del suo spirito e la forza d’amore ingentilita e nobilitata.
Satisfatto ch’ebbe Glisomiro a se stesso, voluto cessare i disgusti, si tolse con Agnesina da quella sala, riducendosi nuovamente con la fanciulla, che per questa sua bizzarria era divenuta tutto il suo amore, nelle stanze degli sposi; mentre Laureta osservati i suoi andamenti quanto le piacque, uscita anch’essa di là andava machinando un’altra bizzarria d’amore nella sua propria casa. Ma poco potè per allora godere di questa ritiratezza Glisomiro. Aveva egli donato per contrassegno d’amore alla vaga Eufemia il suo ritratto rinchiuso in un ovato d’argento dorato in sembianza d’una mostra francese; che la inesperta giovanetta e troppo innamorata, portava quella sera pendente in fascia di zendado incarnato sotto il braccio sinistro all’uso appunto, che le dame oltramontane portano i loro piccoli orologi. Bizzarria, che essendo stata osservata da un tal mariuolo passato mascherato su quella festa, forse piú che per vaghezza di beltà di dame o di trattenimenti di danze, per somigliante qualità di tristizie gli cadde in pensiero d’involargliela, essendo la piú facil cosa del mondo in quella confusione di dame e di cavalieri, e nel danzare, e nel complir fra di loro. Né gli andò lungamente fallito il suo disegno; poiché levata in passeggio la giovanetta da un cavalier suo parente, il furbacchiotto trattosele dietro, seppe con tanta destrezza tagliar la fascia di seta, che’l sosteneva, che gli cadde in mano senza che alcuno, non che la giovanetta intenta al suo passeggio e a’ complimenti del suo parente, se ne avvedesse. Ben se ne avvide Eufemia nel risiedere; poiché allargatasele davanti al seno la fascia la vide miseramente vedovata del suo caro tesoro; e fu cosí grande il cordoglio che la sovraprese in vedersene priva, che data in un pianto disperatissimo mise le dame e i cavalieri in apprensione della sua persona. Accorsero tutti pertanto a consolarla, e Lelio prima d’ogni altro dolcemente la richiese della cagione di cosí disperato dolore. Eufemia potendo appena per soverchio affanno proferir parola, mostratogli la cinta troncata, singhiozzando rispose esserle stata involata la piú cara cosa che, dopo la persona di suo marito, ella avesse al mondo. Rimasero attoniti con Lelio gli altri cavalieri, che in luogo di tanto rispetto, e verso una dama di tanto merito, fosse stata commessa una tanta indignità; ma ben parve cosa mostruosa affatto il sentire la tenera giovanetta a soggiungere, che offeriva cento ongari in dono a chi le avesse restituita la borsetta involatale, e altrettanti a chi le avesse accusato l’involatore, e dichiararsi e giurare, che non avrebbe mai perdonato a colui che avesse avuto ardimento d’aprirla e di guastargliela, ma l’averebbe fatto gittare in pezzi a cani. La qualità del premio e del castigo proposti da Eufemia, e piú la fierezza ancora del suo cordoglio, mise con ragionevole sospetto un’apprensione grandissima nell’animo de’ cavalieri della importanza della cosa perduta. Incominciarono pertanto a consultar fra di loro la maniera di consolarla, e propose Placido il primo, che si facessero serrar le porte della sala per dar la caccia alla volpe, che aveva osato d’infamare cosí nobile radunanza con tanta ribalderia; poiché non essendo guari di tempo, che mancava ad Eufemia la sua gioia, potevasi agevolmente con l’esame delle dame e de’ cavalieri che l’avevano seguitata nel passeggio ritracciarne l’involatore. Piacque agli altri il consiglio di Placido, e chiuse immantenente le porte, chiesero prima all’addolorata giovanetta se sapesse da cui fosse stata seguitata nell’ultima danza, e intesolo, si diedero a esaminare segretamente le dame e i cavalieri nominati da lei per intendere se qualche persona incognita se le fosse appressata. Nessuno de’ cavalieri seppe che si dire, perché intenti a trattener le dame che servivano, non avevano avuto disposizione alcuna a pensare agli altrui interessi. Ma dalle dame, come quelle, che o per vaghezza, o per invidia, o per naturalezza di genio osservano curiosamente gli altrui andamenti, ebbero qualche lume di cosí fatto rigiro, e piú di tutti da Alberta, che ingelosita di sua persona per la domestichezza che passava con Glisomiro, faceva con diligentissimi sguardi quasi anotomia de’ suoi gesti e delle sue parole. Intanto Eufemia incapace di sofferire lo spietato cordoglio, che la consumava, toltasi di sala passò accompagnata da Eugenia e da Gelinda nelle stanze di Domitilla. Dove fattosele incontro Glisomiro, la giovanetta gittatasegli senza riguardo alcuno d’Eugenia e d’Agnesina, in braccio, voleva participargli l’asprissima cagione del suo grave cordoglio; ma soprafatta dal pianto non potè articolare pure un minimo accento. Glisomiro, sostenendo e accarezzando la dolente signora, chiese egli stesso a Celinda la cagione di cosí dolorosa novità; e intesala turbossene egli ancora oltremodo, e per l’estremo dolore della cara dama, e per la riputazion d’ambedue posta in pericolo dallo scoprimento de’ loro affetti. Pregatala pertanto di non affliggersi, perché gli dava l’animo di ricuperarle in breve il tesoro perduto, lasciolla raccomandata alla madre e ad Eugenia, e tornato prestamente in sala informossi brevemente dell’occorrente disordine: e poscia col pretesto dell’ora tarda, fatte col consenso di Lelio e degli sposi terminar le danze; ordinò che i cavalieri scoperti con l’altra gente civile parimente scoperta si traessero da una parte della sala (dalla quale sgombravano ancora tutte le dame per complire nelle loro stanze con le spose) e dall’altra si raccogliessero tutte le maschere, e poi consigliatosi con Ariperto prese in questa guisa a parlare:
“Signori, vi supplico di non imputarci a mancamento quel termine, che ne sforza a praticar con voi la necessità di consolare una dama afflitta per la perdita non d’una gioia, che non vale la metà di quello ch’essa vuol donare a chi gliela restituisce; ma della piú dolce memoria ch’ella conserva forse del suo sposo e signore, e però a lei piú cara della stessa vita. Chi di voi, signore maschere, è cavaliere gentile, e persona ben nata, e però incapace d’una tanta indignità, non dovrà riputarsi certamente ad ingiuria lo scoprirsi il volto in cosí nobile radunanza; ma se pure qualcheduno si trovasse tra di voi, che dubitasse scoprendosi di correre qualche pericolo, Lelio, Panfilo, Vittorio e tutti noi altri loro amici e servidori prendiamo sovra di noi il difenderlo e’l proteggerlo, ancorché fosse per altro nostro capital nemico, infino a che egli averà intorno l’abito di maschera, e farà dimora in questa casa. Compiacetevi pertanto, signori, di scoprirvi il volto, soltanto che noi vi vediamo, che vi rimetteremo immantenente nella vostra libertà o di trattenervi o d’andarvene a vostro piacere”.
Aveva appena pronunziate Glisomiro quesle parole che già la maggior parte de’ mascherati s’era discoperta; tra quali essendo alcuni cavalieri amici, o di Lelio, o degli sposi, o di Glisomiro; essi nuovamente complito seco, e scusatisi di quella loro necessaria indiscrezione; diede Glisomiro accompagnato da Ariperto una scorsa con gli occhi da un capo all’alto della sala; e osservata una faccia d’uomo torbida e macilente, con due occhi quasi tinti di fuligine, e co’ capelli neri, crespi, curti e disordinati, saettatolo con uno sguardo terribile, e dicendo non so che parole, il fece tremar tutto da capo a’ piedi, e conobbe immantenente esser colui l’involatore del suo ritratto. Guardatolo poscia con fronte manco turbata prese con un amaro sorriso a dirgli:
“Meriteresti veramente, che s’eseguisse contro di te la sentenza pronunziata da Eufemia, perché piú non tornassi a infamare le adunanze delle dame e de’ cavalieri con le tue ladrerie; ma non vogliono questi signori funestare con un sangue sí vile l’allegrezza di questo giorno. Restituisci adunque le gioie involate, e vattene alla tua malora, e guarda bene di non di capitar mai piú sotto li occhi, perché non sarà sempre tempo di nozze”.
Rimasero attoniti i circostanti: a somigliante giudicio di Glisomiro, ma il ladro era per la paura, e per la vergogna cosí fuor di se stesso, che non sapeva in qual parte del mondo fosse caduto. Onde Glisomiro e Ariperto fatti chiamarsi alcuni servidori di bassa lega comandarono loro di levargli d’addosso il furto, e di condurlo fuori di quella casa. Obbedirono, e non solamente la borsetta col ritratto di Glisomiro, ma gli trovarono ancora alcuni pezzetti d’argento e diversi ornamenti da donna rubati per quelle stanze, e a quelle dame. Questa veduta commosse a tanto sdegno quella nobile radunanza, che incominciarono ad esclamare essere opera di misericordia il far castigare un uomo tanto indegno, e scelerato. Ma Glisomiro lasciatolo alla discrezione della servitú, che a forza d’urti, di percosse e di villanie il trasse fuori di quella casa, tolta la sua borsetta, e detto ad Ariperto che provvedesse che le altre gioie fossero restituite alle padrone, passò volando dalla cara Eufemia, alla quale avendo presentata la sua carissima bizzarria, ella restò sovrapresa da tanto eccesso d’allegrezza, che fu vicina a trasmortire; ma ravvivata dalle carezze del cavaliere, si diede a ricevere con lietissima tranquillità di spirito le congratulazioni di Alberta, di Lisa, d’Eugenia, e d’altre dame amiche; e Glisomiro voluto satisfare in parte al disgusto, che potesse aver ricevuto qualcuno de’ cavalieri mascherati in discoprirsi con le loro dame; operò con Lelio e con gli sposi, ch’essi ancora participassero degli effetti della sua cortesia facendoli ricevere in una camera a parte a un nobile rinfrescamento di confezioni e di vini, quali in cosí breve spazio di tempo poterono apparecchiare. Dopo che non tolto seco che i suoi ospiti con Agnesina, si rimise in barca per tornare alla propria casa, chiedendo intanto ad Ariperto, che di bello avesse discorso su quella festa con alcuni cavalieri virtuosi suoi amici.
“Siamo, disse Ariperto, venuti a ragionamento sovra le rivoluzioni della corte ottomana, da che incominciò questa guerra, che Dio sa quando mai finirà; avendo io loro dato a vedere quanto si sieno ingannati gli scrittori della mossa d’Ibraino nel racconto di molti successi; perché essendomi trovato di persona a Costantinopoli, quando mancò Amurathe e gli successe Ibraino, e qualche anno dopo, ho avuto molta occasione di ridere d’alcune leggerezze, che ho trovate in cosí fatti racconti, tra le quali m’ha portato qualche ribrezzo il vedere Isuf Selectar, che fece la impresa di Canea, trattato da favorito d’Ibraino, quasi che essendo suo paggio egli abusasse della sua persona, mentre egli aveva forse piú anni d’Ibraino, o non di nazion croato e nato cristiano, ma dalmatino e turco nativo passasse a quella corte per altro, che per paggio del gran signore”.
Qui Guglielmo soggiunse dicendo:
“E voi dite a noi ancora quello che ne sapete, se cosí ci piace, di questa novità”.
“Dirolvi, soggiunse Ariperto. Nacque Isuf povero contadino del distretto di Vrana baronaggio d’Aliberi sangiacco di Licca, che venne con la prigionia del medesimo Aliberí presa, e distrutta dall’armi venete. Cresciuto alla fanciullezza e divenuto spiritoso, molto apprese di leggere e di scrivere. Onde venne dall’agente d’un Bassà; di cui di presente non mi ricordo il nome, ma certo suo nazionale, chiesto alla madre, perché passasse a servirlo con questo poco di virtú stimata oltremodo fra quella gente barbara e ignorante, per le loro domestiche occorrente. Partito Isuf di casa de’ suoi parenti cosí male in arnese, che camminava co’ piedi ignudi, ed alloggiato col suo condottiere in casa d’una povera donna del paese; ella mossa da zelo d’onore della sua nazione rimproverò a quell’uomo perché conducesse il fanciullo scalzo nella corte del gran signore, perché dovesse essergli un giorno rinfacciato, che vi fosse passato senza scarpe in piedi E di fatto il calzò secondo la sua povertà, e mandollo alla sua ventura. Pervenuto Isuf alla corte visse per qualche poco di tempo in qualche stima appresso il padrone; che mancato, e secondo l’uso di quella barbarie, dispersa la sua famiglia, ebbe Isuf tanto di fortuna, che potè passare come giovine forzuto, e ben disposto a servire di portalegne nella cucina del gran signore. Nel quale impiego durato qualche anno venne per grazia suprema trasportato nell’Ordine de’ giardinieri; gente, che si può nella sua bassezza chiamare la favorita del gran signore, perché tenendo con tutti gli altri suoi schiavi il supercilio barbarico, co’ soli giardinieri s’addomestca, tratta, e ragiona. Anzi che tenendo sovente consiglio ne’ medesimi giardini, dove si propongono quasi tutte le risoluzioni, che vengono poi maturate nel Divano; niente che abbiano costoro di spirito e d’accortezza, diventano pratichissimi degli arcani di stato di quella potentissima monarchia, ch’escludendo ogni ombra di nobiltà da’ suoi regni, porta i suoi medesimi schiavi alle piú eminenti dignità di quel vasto imperio. Mentre Isuf lavorava nel sudore del suo volto la terra de’ giardini reali, stava Ibraino rinchiuso in una Torre del Serraglio con tanta strettezza, che non avendo che una sola femmina mora e muta per suo servigio, ed essendogli morta in camera, gli convenne sopperire insino a che vi durò l’orrenda puzza del suo cadavere putrefatto. In cosí misero stato di fortuna s’affacciava talvolta l’infelice Ibraino a una ferrata riguardante sovra i giardini, dove osservato piú volte Isuf, vedutolo un giorno soletto gli disse: “Amico, io non voglio pregarti di favellarmi, o di farmi qualche servigio; perché so, che sarebbe un procurarti la morte dallo sdegno del re mio fratello. Obbedisci pure a’ suoi comandi, ma ben ti prego insieme di parlare talvolta teco stesso, e di cantar come sai, perché possa almeno conoscere se io sia fiera od uomo, vivo o morto”. Isuf mosso a compassione di tanta miseria di sí gran principe, incominciò a ore inosservate a capitare in parte dove potesse essere inteso da Ibraino, e quasi favellando, e cantucchiando fra se stesso gli dava qualche avviso delle cose del mondo, e talvolta ancora il regalava di fiori e di frutti di quei giardini con gusto grandissimo d’Ibraino. Venne intanto a morte di soverchia crapula e bere Amurathe, che trattane l’ebrezza e la crudeltà sarebbe stato, vivendo, il maggior principe, che mai fiorisse nella casa Ottomana. Dopo che andati i Grandi della corte con questa novella alla prigion d’Ibraino (il piú infelice schiavo della terra diventa in quella casa in un attimo il maggior principe del mondo) l’uomo astuto, non pazzo, come veniva creduto, imaginato, che questa ambasciata fosse un’arte del fratello per farlo ammazzare, come aveva fatto gli altri suoi fratelli prima che andasse alla guerra di Persia: gravemente disse: “Conservi il grande Iddio lungamente il re mio fratello”. Ma replicandogli i Bassà, ch’ei fosse morto, e che a lui toccasse la eredità di cosí vasto imperio, niente si mosse, continuando nella sua ritrosia e nelle preghiere a Dio per la conservazion d’Amurathe. Finalmente veduta la ostinazion dei Bassà in volerlo condurre fuori di quella prigione per acclamarlo re, disse: “Conservi lungamente il grande Iddio il re mio fratello; e quando pur fosse morto, che Dio non voglia; portatemi qui il suo cadavere”. Gli fu portato, e Ibraino non credendo agli occhi propri volle toccarlo con le mani piú volte, e fino alitargli in bocca per sentire se tenesse piú spirito nelle vene. Pure al fine conosciutolo morto, alzatosi in piedi disse: “È morto un gran principe, ma insieme un gran tiranno”. Acclamato imperadore Ibraino, il Gran Visire d’allora, che lo passava tuttavia per uomo stolido, voluto perpetuar se stesso nel supremo comando, dissipata la corte d’Amurathe in lontane cariche e governi, circondò la persona del novello gran signore di ministri, e servidori tutti dipendenti da se stesso in guisa, che Ibraino non teneva quasi altro d’Imperadore, che’l nome. La qual cosa riuscendo insopportabile a quella gente, non v’era però chi ardisse d’aprir bocca per non provocarsi la disgrazia. Finalmente operò il caso quello che non poteva la prudenza; perché postosi un giorno Ibraino a favellar domesticamente con un vecchio giardiniere, venne costui a insinuargli con una semplice libertà, ch’ei fosse di schiavo del fratello divenuto schiavo d’un suo proprio schiavo. “E come”, disse Ibraino. E il vecchio: “E chi vedi tu, signore, appresso la tua persona de’ ministri, e servi del re tuo fratello? Tutta la gente, che ti serve è dipendente dal Gran Visire, che ti tiene in questa guisa assediato per dominare nel tuo Imperio a suo talento”. Raccolte ch’ebbe Ibraino queste parole, le sepellí nel proprio seno senza darsene per inteso con persona del mondo. Non era ancora stata provveduta la carica di Selectar, che vuol dire soggetto assistente alla persona del Re nel suo domestico servigio; onde Ibraino voluto far prova della sua autorità, comandò, che s’apparecchiassero solenni feste nella sua corte, perch’egli voleva creare il Selectar. Novella, che portata al Primo Visire il mise in una strana apprensione di se medesimo. Passato adunque subitamente alla Corte, né voluto impugnare apertamente la risoluzione del principe, prese a rimostrargli, che non convenisse alla maestà reale il fare tante allegrezze d’un suo schiavo, quando erano solamente dovute alla coronazione del principe, e alle prosperità della sua casa. Ascoltò freddamente Ibraino questa rimostranza, e poi disse: “E che? Non posso io nobilitare chi mi piace?”. E di fatto gli comandò, che si dovesse apparecchiare questa solennità, perché voleva creare in ogni maniera il Selectar. Fatta questa risoluzione, e ricordatosi de’ favori ricevuti dal povero giardiniere Isuf, mandollo subitamente a chiamare; e quando il misero turco si pensava, che come trasgressore degli ordini del re defonto dovesse in ricompensa de’ suoi servigi (quasi che potesse riuscire ad esso ancora infedele) farlo morire, si vide incontrato a braccia aperte, e baciato dal gran signore. Dopoché gli disse in segno di vero affetto, queste parole: “Isuf, nel tempo delle mie miserie tu solo fra gli uomini mi facesti conoscere che io vivessi ancora nel mondo de’ vivi, onde è dovere, che nel tempo delle mie prosperità mi ricordi delle mie obligazioni: ti dichiaro per tanto mio Selectar Bassà”.
Voleva qui Ariperto raccontare le allegrezze fatte nella sua esaltazione, le macchinazioni del Primo Visir per sollevar la milizia de’ gianizzeri, e farle chiedere la testa di Selectar, che scoperte ne rimase il medesimo Visire strangolato e trascinato per Costantinopoli, ricadendo tutte le sue immense ricchezze ad Isuf, le cortesie usate dal nuovo Selectar alla donna, che l’aveva mandato calzato a quella corte, e altri successi della sua vita; ma pervenuta in questo mentre la gondola a tre remi a casa di Glisomiro, interruppe cosí fatto ragionamento; perché si dasse luogo ad una nuova stravaganza d’amore. Perché nell’entrar Glisomiro nelle sue camere trovossi incontro un bellissimo cavaliere vestito da campagna senza mantello, e armato di sola spada: il quale fattosegli incontro parlando il primo con molta avvenenza disse:
“Signore, vi prego di non vi conturbare prima d’avermi ascoltata”.
Glisomiro ravvisata immantenente la voce e la grazia, se non la faccia della capricciosa Laureta, per non moltiplicar negli scandali, fatta subito da Astolfo abbassar la portiera, tra sdegnoso e clemente, le disse:
“E quale spirito v’ha portata a quest’ora e in quest’abito fuori di casa a cercare qualche precipizio della vostra riputazione con mettere anche a pericolo l’onore della famiglia, e forse la propria vita? M’avete voluto autenticare con sí precipitosa risoluzione quello che m’era detto di voi, che per trarvi i vostri capricci, non guardate pure alla sicurezza de’ vostri amici. E che? Vi pensate forse d’essere venuta in questa casa per mettermi legge co’ vostri capricci? V’ingannate certamente. E però apparecchiatevi pure di tornare avanti giorno donde siete partita, e se volete che io vi serva, governatevi con piú di prudenza, altramente vi protesto, che come v’abbia ricondotta alla vostra abitazione, non vorrò saper cosa alcuna di voi, come se non vi avessi mai conosciuta”.
Laureta, che s’aspettava in quel primo empito assai di peggio, lieta di non vedersi che modestamente ripresa, richiamò ne gli occhi e nella bocca tutti gli artifici, che potevano suggerirle la fallacia del sesso, la vivacità del suo ingegno, la singolarità della sua educazione, e la risoluzione che aveva presa o di vivere con Glisomiro, o di morire senza di lui; ed entrò in questa guisa placidamente a parlare.
“Ben avete ragione, signor mio, di dolervi della mia temerità; ma non vorrei già, che prima di conoscermi mi trattaste peggio che non merito; che se abbia errato per vostro amore, ho saputo anche venire a trovarvi senza carico della mia riputazione essendo uscita di casa nella mia propria barca con una mia serva e Ghiandone, che voi m’avete mandato con la vostra canzone. Sono stata per poco in casa di Lelio ad osservare i vostri andamenti, e poi me ne sono venuta in casa vostra senza parlare con persona del mondo; ma risoluta di parlar con voi per vedere se dopo un’amicizia di tanti anni abbia da vivere, o da morir per voi. Sta qui fuori la mia serva; e da basso Ghiandone; informatevi da loro se in questa mia azione di travestirmi per vostro amore, e d’andare attorno di notte abbia fatto cosa indegna di capitare alla vostra presenza. So che le mie nemiche v’han dato delle cattive informazioni della mia persona, ma poco m’importa, né meno gli dovereste voi dar orecchio. Voglio che mi conosciate alla prova. Voglio che sia vera la fama sparsa da loro, che io non sia donzella; ma ben posso giurarvi per la vostra vita, che uomo del mondo non può vantarsi d’avermi pur baciata una mano, non che violata la mia persona. Fui io una pazzarella a voler provare per dispetto di chi voleva imprigionarmi a mio dispetto qualche parte di quelle consolazioni, che gli uomini m’avevano empiamente interdette: mentre il cielo mi lascia la mia libertà dell’arbitrio per potermi eleggere il bene o’l male a mio piacere. La disperazione fa commettere a gli uomini e alle donne di peggiori delitti de’ miei trascorsi giovanili, che non sono finalmente stati che scherzi d’un capriccio femminile, non sceleraggine di un’anima maliziosa. E quando anche avessi commesso qualche mancamento con altri, che non è vero, o contro me stessa, chi s’ha da prendere questo fastidio? Quante donne fanno peggio di me e si lasciano fare? Giuro al cielo, che quelle ipocritone, che m’accusano d’empia e di lasciva sono peggiori di me a cento per uno. Se ho tenute e difese delle cattive opinioni, bisogna considerare in che stato di disperazione mi ritrovassi. Se i miei parenti m’avessero, quando il dovevano, maritata, non le averei pur sognate: ma l’ozio, la solitudine, e la disperazione mi fecero riuscir piú libera di quello, che il mio proprio genio mi permettesse. E poi, molte cose si dicono per bizzarria nelle conversazioni, che non si farebbono daddovero. Anche io diceva, che le donne savie per cangiar fortuna deono cangiar spesso amore: e che bella donna e gentile sollicitata da numeroso stuolo di degni amanti,

se d’un solo è contenta, e gli altri sprezza,
o non è donna, o s’è pur donna è sciocca.

E pure con tutte le mie ciancie nessuna potrà mai oppormi che io abbia avuto (trattone voi stesso) pure un amico di confidenza, benché abbia conservato diversi per complimento; dove potrei io rinfacciare molte delle mie sante avversarie, che ne tengono un per occhio, un per manca, e forse piú d’uno ancora nel seno. Soleva dire la vostra Laura, che sia in cielo, che per un buon amico si può far di tutto, salva la propria onestà, e io che sapeva che ella portava questa opinione in riguardo alla vostra persona, che io riguardava con occhio piú amoroso di lei, diceva che non fosse mai meglio spesa l’onestà, che per le satisfazioni d’un buon amico. Ma chi è colei, e chi è colui, che possa rimproverarmi, che uomo alcuno m’abbia pur toccato lascivamente una mano? E voi stesso, che siete quel solo che m’ha precipitata in un amor disperato; dite un poco a voi stesso se abbiate mai avuto da me altro che fiori e venti di speranze e di desideri senza mai cogliere frutto alcuno di questo mio amore? E che vorreste da me, caro signore, che m’avete scritto:

Ma se pur tu sei l’Aura
non temperar l’ardore,
non tranquillare i flebili tormenti,
non fugare il timore
s’altro dar non mi déi che fiori e venti.

Che vorreste da me? Che posso io darvi altro che fiori e venti; mentre l’avermi sempre disperata d’amore affermandomi di non volervi ammogliare, m’ha sempre tenuta ne’ termini del rispetto dovuto alla mia onestà, e nella risoluzione di non maritarmi ad altri per non privarmi della vostra conversazione? Voi pure il sapete, e ora venite a rinfacciarmi di non aver mai ricevuto, e di non voler piú, che fiori e venti? Se altro bramate dal mio amore; sapete il vostro debito, e la mia volontà: ma bisogna certamente, che le mie nemiche v’abbiano esse dato altro che fiori e venti, poiché incominciate a pretendere di piú ancora che venti e fiori da Laureta. Ma passo ad altro, perché non sono qui terminate le mie querele. M’oppongono ancora le mie avversarie diverse altre bizzarrie, che, o per ischerzo, o per vanità, o per averle imparate da altri mi sono uscite talvolta di bocca. Ma esse, che non dicono? Anzi che non fanno? Se io ho cianciato, ed esse han fatto. E che altro si poteva aspettare da una giovane donna oziosa, morbida e disperata, che mille bizzarrie d’ingegno, e mille vanità di lingua? Mi dovevano i miei parenti maritare nel fior degli anni, e non tenermi per tanto tempo imprigionata contra mia voglia, se non volevano che pensassi delle bizzarrie, e dicessi delle vanità. Che se negli anni piú freschi, che non conosceva ancora nessuno, io avessi avuto un marito di mio gusto sarei stata la piú onesta dama del mondo, perché se bene io ancora mi fossi compiacciuta, come fanno tutte le femmine, di vedermi amata, e vagheggiata per la mia bellezza, tuttavolta per non avvilirmi nel concetto degli amanti non averei mai mancato a mio marito. E se questa non sia virtú d’animo incontaminato, basta che io sarei stata fedele della mia vita; che tanto dee bastare a un savio marito a cui non tocca d’entrare ne’ penetrali dell’animo: sapendo bene che questo è difetto di tutte le donne per oneste e sante che sieno, di compiacersi d’essere amate e vagheggiate per la loro bellezza dagli uomini; benché non pensino punto di mancare a se stesse, né all’onore del proprio marito”.
Non si poteva tener di non ridere Glisomiro anche nella serietà de’ suoi pensieri, intorno al trascorso della bella dama, sentendola favellare con efficacia, confidenza, grazia, e sicurezza grandissima de’ propri interessi. Onde veduto, che si fosse a questo punto fermata per prendere un poco di spirito, lusingatole piacevolmente il volto con tanta sua consolazione, che gliene baciò (principio di caduta) cento volte la mano; prese con maniera di scherzo a dirle:
“Tutto va bene, cara Laureta, e io voglio credere tutto quel che mi dite: ma il mangiar carne d’ogni tipo, il farsi beffe de’ riti della religione, nella quale siete nata e nudrita, e’l tenere insomma una vita da epicurea senza alcuna apprensione delle cose divine, e che vuole egli dire?”.
Sospirò Lamela, tenendo tuttavia la mano del cavaliere, e crollando dolcemente la testa, rispose:
“Cappita. Me l’hanno bene appiccata! Ma non hanno già tutta la ragione, che si pensano. Se non fossero femmine sciocche le mie avversarie non mi tratterebbono da ateista; mentre non sono mai stata, che una semplice naturalista ne’ miei pensieri e discorsi, senza portare la mia apprensione da i coppi in su. La natura m’insegna che la donna è stata creata per l’uomo, e l’uomo per la donna. Ora se io ho desiderato un marito, che colpa è la mia a desiderare quello per cui sono stata creata? E quale è quella donna che nol desideri? I miei parenti infin che vissero mel negarono per valersi della mia dote ne’ loro capricci, o interessi; e chi poteva vietarmi, che io ancora non me ne provvedessi; o non potendo avere un marito, non mi buscassi (come fanno dell’altre) un qualche amico? Vi confesso, che quando i miei parenti mi tenevano carcerata, che se avessi incontrata o l’una o l’altra fortuna, l’averei per dispetto piú che per amore abbracciata. Ma dopo che mi sono trovata nella mia libertà, e padrona di casa mia; ho cangiato pensieri, e non potendo aver voi per marito non ho voluto né voi, né altri per amico. Che se l’avessi fatto, non avereste avuto occasione di rimproverarmi di non aver mai da me ricevuto che fiori e venti: e non avereste forse avuto da qualchedun’altra di meglio, che speranze e desiri: non perché non sappia, che voi altri uomini siate incontentabili d’una sola donna; ma perché e conoscendo il vostro genio assai modesto e affettuoso, e me stessa non indegna d’amore, mi sarei confidata nella vostra gentilezza, che quando m’aveste posseduta, non m’avereste mai abbandonata per altra donna; mentre m’avereste ancora conosciuta non quale m’accusano le mie nemiche femmina disoluta; ma quale io sono, onesta dama contenta d’un solo amore. E se non di quella semplicità, che forse potreste pretendere in una donzella mia pari; incolpatene non il mio genio, ma la maniera della vita, nella quale sono stata allevata. Ma dicono d’avvantaggio le mie nemiche, che io mangio carne tutto l’anno. Pazze! Ma se la dilicatezza del mio gusto tutta si contamina in solamente vedere il pesce, non che in mangiarlo, né’l posso ritenere pure un momento nello stomaco senza gravissimi affanni; ho dunque da uccidermi con un cibo, che non conferisce alla mia complessione? E le mie sciocche avversarie attribuiscono a difetto di pietà nella mia persona, quello che forse praticano esse per fini indegni, né io l’apprendo che per una inevitabil necessità di conservare quella vita, in cui riguardo si dispensano tutte le leggi del mondo? Ma vanno piú avanti, e mi toccano d’empietà e d’ateismo, perché ho sempre voluto vivere a mio modo, e non conformarsi all’usanza di quelle, che sanno ingannare il mondo con le ipocrisie. O quanto averei qui da dire! Ma non voglio saper favellare in questa materia. Basta, che quelle che sanno tacere sono stimate sante, e io, che porto il cuor su la lingua sono stimata un diavolo. Cosí va bene la faccenda a diritto. Quelle, che m’accusano d’empietà con Dio e di disolutezza con gli uomini, benché maritate, oneste e sante v’han dato tutto quello, che v’è piaciuto; e da Laureta, benché libera, ateista e disoluta, non avete avuto in dieci anni d’amicizia, che fiori e venti; e questa è la prima volta dopo tanti anni di confidenza e d’amore, che m’avete lusingato il volto, e ch’io v’ho baciata una mano. Ah Glisomiro! So pur, che siete savio per altri, e nol sarete ancora per Laureta? Non conoscete la falsità delle mie querele, la verità della mia innocenza? E perché dunque m’abbandonate per altre donne? Forse perché v’abbia offesa con la mia imperiosità di volervi obligare a maritare ad altri Drusilla? Ma ella è già maritata, e voi m’avete sempre detto, che non si ricevono offese in amore. Forse perché io sia quale mi dipingono le mie avversarie? Ma se voi stesso mi conoscete tutta diversa: perché vi servite d’un falso pretesto per commettere una vera ingiustizia? Forse, perché non v’ho mai dato che fiori e venti, e dell’altre vi danno de’ frutti d’amore? Ma di chi è la colpa, o di chi m’ha disperata sempre o di me, che ho sempre desiderato, che i nostri frutti sieno legittimi, e santi?”.
Sarebbe andata piú avanti nel suo amoroso trascorso Laureta risoluta di vedere in quella notte il fine delle sue pretensioni col cavaliere, perché conosciuto e per se stessa, e per le parole di Cillia, che fosse già caduto nelle reti amorose di qualche dama; e (che era piú certo) tenesse già a sua disposizione Agnesina; tutta morta d’amore, e di gelosia, stava quasi per acconsentire, quando non avesse voluto sposarla, di fare una sola casa con esso in qualunque maniera gli fosse piaciuto per chiudere in questa guisa l’adito della sua amicizia ad ogni altra donna; e licenziare dal suo servigio Agnesina, alla quale destinava già nel suo concetto essa la dote Ma interruppe i suoi dolci disegni Cillia entrata a dire al cavaliere, che essendo già apparecchiato fosse aspettato dagli ospiti a cena. La creanza sforzò Glisomiro ad invitarvi ancora Laureta, che accettato di buona voglia l’invito, con cignersi solamente sotto la falda della robiglia una vesta e una traversa di Cillia si rimise in portamento di femmina. Cenossi adunque domesticamente; e Laureta, che non perdeva di vista l’amato cavaliere, veduto che se bene non lasciasse di compiacersi della sua bellezza, gittava però d’ora in ora gli occhi sovra Beatrice, non potè ritenersi, sí che non gli dasse qualche motto della sua instabilità. Onde egli voluto scherzare seco a tavola, e farla dire, le rispose con un concetto tolto da un poeta greco, e portato da esso nel nostro idioma in quella maniera:

Famelico angelletto il volo errante
ferma colà dove bell’esca il tira,
e mentre un gran ne coglie, a un altro aspira.
Io famelico amante
di ninfe in lieto coro
lodo ben di Leucippe il crino d’oro,
l’occhio ridente, e’l bel labbro vermiglio;
ma di Cloride ancora il vago ciglio
la bella bocca, e’l biondo crin m’alletta,
cosí nel vagheggiar la schiera eletta,
onde Amor tende l’esca al mio desiro
amo Leucippe, e Cloride sospiro.

“Graziosamente, disse Laureta: ma gli uccelletti nel tener d’occhio all’esca mentre l’ingoiano vengono sovente colti alla rete di qualche disgrazia: e però guardate voi ancora, signor mio, che per troppo volere non perdiate ogni cosa ad un tratto”.
Sorrise Glisomiro, e disse:
“Tanto di male a un vostro servo? Ella è troppa crudeltà. Non sapete quel che diceva Laura, che le offese, che fanno gli uomini alle donne in questa parte non toccano loro la pelle; ma quelle, che fanno le donne a gli uomini passano loro il cuore?”.
“Il so, disse Laureta, ma pure ella è troppo dura cosa il vedere che altri si colga il frutto delle proprie fatiche”.
Qui Glisomiro cangiato suono e voluto quietar l’umoretto della bella dama, che amando daddovero si lasciava agevolmente persuadere quello che desiderava, d’esser amata, picevolmente disse:

Perché a varie bellezze
il guardo intento io giro,
stimi, che beltà varie il mio cor ami,
e però, Clori mia, vario mi chiami.
Ma non è vario il mio desio d’amore,
che se pur vario ho il guardo, ho fermo il core;
e nel piacer di mille rai disciolto
solo aspiro al piacer del tuo bel volto.
Cosí con varie tempre, e vario giro
girare il mondo suole;
ma non fallir giammai sua sfera il sole.

Sospirò Laureta, e disse:
“Le opere non corrispondono alle parole”.
“Mai sí, disse Glisomiro; che se bene l’esca è diversa, è però un solo desiderio d’amore”.
Non intese Laureta l’acutezza di questo motto; e appagatasi d’una volante apprensione fissò gli occhi sfavillanti di giocondissimi raggi amorosi nel volto del cavaliere. Ma quello che dopo cena avvenisse tra Glisomiro e Laureta, io nol saprei agevolmente indovinare con la mia fantasia; perché avendo il cavaliere servita la dama sino alla propria casa, e avendo già rimandato l’ortolano a Torcello, né servendo piú Ghiandone di remigante, anche la gondola a tre remi era tornata nel suo primo essere, avendola il cavaliere licenziata dal suo servigio, per servirsi di quella di Laureta infino a che ne avesse fatto fabbricare un’altra piú bella. Con la quale se ci verrà notizia che gli sieno succeduti nuovi accidenti d’amore e di fortuna, non mancheremo di tesserne in un altro Carnevale per nostro passatempo qualche racconto.

IL FINE

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