Grazia Deledda – La Chiesa della solitudine

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Maria Concezione uscì dal piccolo ospedale del suo paese il sette dicembre, vigilia del suo onomastico. Aveva subìta una grave operazione: le era stata asportata completamente la mammella sinistra, e, nel congedarla, il primario le aveva detto con olimpica e cristallina crudeltà:

Lei ha la fortuna di non essere più giovanissima: ha vent’otto anni mi pare: quindi il male tarderà a riprodursi: dieci, anche dodici anni. Ad ogni modo si abbia molto riguardo: non si strapazzi, non cerchi emozioni. Tranquillità, eh? E si lasci vedere, qualche volta.”

Ella lo guardò, coi grandi occhi neri nel viso scarno e verdastro d’angelo decaduto: avrebbe voluto fargli le corna o qualche altro segno di scongiuro, ma in fondo non credeva a queste cose e da molto tempo era rassegnata al suo destino. Si contentò di proporsi di non tornare mai più all’ospedale.

Adesso se ne tornava a casa, tutta avvolta e imbacuccata in un lungo scialle nero, che rendeva più sottile la sua persona alta, e più scuro il suo profilo di beduina; rasentò il muro del giardino dell’ospedale, poi il muro più basso di un orto piantato quasi tutto a cavoli con il grosso fiore lunare, e sboccò subito in una strada campestre, sfossata e pietrosa, che andava verso i monti vicini. Tutto le sembrava diverso del come lo aveva lasciato; e lei stessa era diversa, vuota e, le pareva, con un odore di morte nelle vesti; odore che non l’avrebbe lasciata mai più.

Eppure si sentiva contenta; di camminare, di respirare, di aver fame, di voler bene a sua madre, alla sua casa, persino al gatto: gioia di vivere.

In quei giorni aveva piovuto abbondantemente, dopo una lunga siccità. La terra era nera, così che in certi punti sembrava cosparsa di fondi di caffè; ma dai lati della strada, fra i due ciglioni che scendevano in chine lente alle valli del Birchi e del Capro, due fiumiciattoli adesso appena ingrossati dai torrenti ravvivati dalle ultime piogge, vi risaltavano meglio i massi di granito quasi argentei, picchiettati di scintille nere, che affioravano come scogli fra l’erba umida lunga e scura simile alle alghe. Tutto d’altronde aveva alcunché di fondo marino, per i meandri della valle e le impronte ondulate del terreno, come se il mare in antiche epoche arrivasse fino alle falde dei monti e all’altura dove sorgeva il paese. E i monti stessi, sopra la casa di Concezione, avevano un aspetto arido, scaglioso, con le coste frastagliate, corrose, come un tempo battute dalle onde. Solo più in alto nereggiavano i boschi secolari di querce.

Insolita era anche l’abitazione davanti alla quale ella si fermò, nella biforcazione dove la strada proseguiva, da una parte inerpicandosi sulla china del monte, e dall’altra scendendo nella valle a sinistra. Era una chiesetta, con la facciata che appunto guardava verso questa valle; circondata davanti e a un lato da uno spiazzo rinforzato da un muricciuolo assiepato che chiudeva una specie di orto, con alberi da frutta; un cancelletto di legno vi si apriva, e un piccolo sentiero conduceva alla parte orientale della chiesetta, adibita ad abitazione.

Solo due finestruole munite d’inferriata si aprivano sul muro della vecchia costruzione, dove la strada svoltava sotto lo spiazzo: il tetto di tegole nere, incrostate di musco e di erbe parassite, copriva egualmente la chiesetta e l’abitazione; e due segni, due simboli, vi si guardavano, da uno spigolo all’altro, sopra le due valli del promontorio: si guardavano come fratelli che, pure lontani, separati da tutto un mondo, si ricordano con tenerezza, e son pur figli della stessa madre: quello in cima alla facciata, sopra un piccolo arco dal quale pendeva la campana, era una croce; l’altro, dalla parte dell’orto, e quasi sopra la porticina dell’abitazione, era un comignolo: e ne usciva una bandiera di fumo, che rallegrò il cuore di Concezione. Ella si fece il segno della croce, prima di spingere il cancelletto, e si pulì i piedi sull’erba quasi volendo lasciar fuori la polvere e il ricordo dei brutti luoghi e dei tristi giorni attraversati: e sincera fu la sua gioia quando sulla porticina della casa apparve la figura della madre, piccola figura dura e tutta grigia, come partecipe del colore e della natura delle pietre intorno; ma come appunto del granito aveva la chiarità argentea, e non so che di festoso e di solenne assieme.

Non aspettava così presto il ritorno della figlia, e non si esaltò nel vederla; sapeva che doveva tornare, che la Madonnina della chiesetta vigilava su loro due e non le avrebbe mai tradite: quindi sorrise appena, con la bocca grande incoronata di peli argentei, e finì di asciugarsi le mani nel grembiale grigio. E Concezione, dopo un cenno di saluto, attraversata la cucina, andò a riporre lo scialle nella cassapanca della camera attigua. Un odore di mele cotogne uscì dalla cassa piena di robe. Un letto grande, con una coperta di lana tessuta e ricamata a mano, tutta fiori e uccelli rossi e azzurri, occupava quasi intera la stanza e serviva per entrambe le donne: ed era alto in modo che, sotto, vi si rifugiavano cestini e arnesi, rotoli di lana filata, un sacco di patate e uno, più piccolo, di legumi; ma tutto in ordine, e pulito, sul pavimento di rozzi mattoni rossi. Entro un cestino, fra la lana scardassata, stava il bel gatto nero, che pareva si fosse messo una cuffietta bianca di pelo per dormire meglio: aprì un occhio verde, fissò la padrona, tornò ad assopirsi: partecipava all’olimpica tranquillità del luogo. Ritornando nella cucina, Concezione pero arrossì e si turbò nel vedere che la madre aveva tirato fuori dall’armadio a muro un porcellino morto, con la cotenna rossa e il ventre aperto ripieno di fronde di mirto: e lo guardava anche lei, la madre, incerta e un po’ inquieta, e pareva rivolgergli la parola.

“Povera bestiolina: avrà avuto solo tre giorni di vita. Mah!”

Sospirò, rassegnandosi al destino della piccola vittima: in fondo bisogna sempre contentarsi quando la Provvidenza manda i suoi doni. Riprese, con la sua voce ancora giovanile:

“Ieri sera, è venuto Aroldo: e ha portato questo. Per te: per la tua festa. Ritornerà stasera. Voleva venire all’ospedale, ma l’ho sconsigliato. Era tutto felice, però. Ebbene, che ne facciamo, della bestiolina?”

“Fate quello che volete. Se la mangerà lui”, disse Concezione con dispetto. “Poteva fare a meno di portarla.”

“Ma Concezione…”

La madre la guardò bene in viso, e solo allora si accorse che la figlia era completamente cambiata: sembrava d’un tratto invecchiata, con la pelle appassita intorno agli occhi foschi, i capelli tirati sulle tempia e raccolti stretti sulla nuca come appunto usano le vecchie. E pensò che, sì, Aroldo era troppo giovine per lei, un ragazzo, ancora, buono e innamorato, sì, ma al quale non si poteva pensare per un probabile marito. Inoltre era di razza diversa dalla loro; e anche diverso di linguaggio, tanto che la vecchia ne capiva a stento le parole; ma dagli occhi celesti di lui, dal sorriso luminoso e dalla voce calda ne intendeva la lealtà e la mansuetudine, e gli voleva bene come ad un bambino. Anche Concezione gli si era sempre mostrata non ostile: tutt’altro: ma adesso la malattia l’aveva cambiata.

Di questa malattia parlavano il meno che fosse possibile, come di una cosa misteriosa; e il suo nome terribile che, del resto, neppure i dottori avevano pronunziato chiaro, rimaneva, in fondo al loro cuore, con una segreta intesa di non rivelarlo neppure a se stesse: quindi Concezione non riferì alla madre le parole del primario dell’ospedale; e solo, mentre l’altra le porgeva con premura il caffè, disse che si sentiva molto debole e non doveva fare strapazzi.

“Sì”, confermò, quasi seguendo il pensiero della madre; “sono cambiata; mi sento vecchia, ma tranquilla. Riprenderò il mio lavoro, e vivremo contente.”

Il suo lavoro era facile: cuciva biancheria, specialmente da uomo, e doveva a questo la conoscenza di Aroldo, che nell’estate scorsa le aveva portato da confezionargli sei camicie.

Ma prima di rimettersi tra la finestra e il camino, col paniere del lavoro accanto, ella andò nella chiesetta, passando per la piccola sagrestia che comunicava anch’essa con la cucina. Una finestruola alta s’apriva nella stanzetta, a nord: si vedeva il monte, come in un quadretto melanconico, senza sfondo di cielo, e la luce cruda delle rocce nude dava un senso profondo di solitudine glaciale. Anche la chiesetta, alla quale si entrava per mezzo di un usciuolo comunicante con la piccola sagrestia, sembrava scavata sotterra, tanto era fredda e umida; il barlume della lampadina accanto all’altare, e quello della lunetta polverosa sopra la porta, ne accrescevano la tristezza, ma, aperta la finestra, un chiarore cilestrino che veniva dall’orizzonte schiarito sopra le lontananze della valle, fece apparire meno gelido e desolato il povero santuario. Nulla lo adornava; il tetto era di assi come quello di una capanna; un sedile in muratura, lungo le pareti, faceva le funzioni di panca. Ma quasi ricco era l’unico altare, con una tovaglia ricamata, lungo e prezioso lavoro di Concezione: dieci candelabri di vetro dorato, con grossi ceri a scala, cinque per parte, facevano ala alla statuetta in legno della Madonna della solitudine.

E la solitudine più iperborea e sconfinata pareva pronta a sfidare, questa Madonnina quasi fiera, tutta scura e rigida nella sua nicchia azzurra macchiata d’umido, che dava l’idea di una grotta marina, ma di quelle che appaiono fra le nubi, in uno squarcio di cielo di sera tempestosa: uno spicchio di luna sosteneva infatti i piedi della bruna immagine, ed era la sola cosa di sereno che ne raddolciva la severità. Anche il Bambino che le sue mani lunghe e svogliate reggevano un po’ basso, quasi volesse scivolarle fra le pieghe rugose della veste, era imbronciato, camuso, animalesco; ma i suoi piedini grassocci, ribelli e mossi, con le ditina aperte e i pollici che sembravano animati, conservavano pure a lui un senso di tenerezza, di umanità quasi allegra; e fu verso quei piedini che Concezione guardò, più che verso la dura e assente Madonnina, sola davvero sopra la luna.

Poi ravvivò la lampadina, spostò il vasetto dei fiori di carta, polverosi e sbiaditi, e infine s’inginocchiò, con un brivido di freddo alle spalle.

Anche la sua anima rabbrividiva di freddo, di tristezza, di paura: improvvisa paura della vita, dei giorni che l’aspettavano tutti eguali, sempre eguali, senza più amore né speranza; e quei piedini sacri, lassù, nella luce rossastra simile al crepuscolo che precede la notte, le davano un desiderio profondo di pianto.

Io non devo avere bambini: non devo averne”, pensava, attraverso le parole della sua preghiera: “ed è giusto, è giusto. Tutto è giusto, nella tua volontà, o Signore. Ho peccato contro l’amore, ho seminato il dolore e distrutto la vita di un uomo; e nella mia vita tu, Signore, spargi adesso il sale della sterilità. Sia fatto il tuo volere. E tu, Vergine Madre, aiutami adesso ad attraversare questa mia vita desolata; guardami dall’alto della tua misericordia.”

E le parve che quest’aiuto non le mancasse, durante le ore di quella giornata grigia e ferma come le pietre intorno. Seduta davanti al suo cestino di lavoro, dentro il quale era un rotolo di cotonina rosa da camicie da uomo, tentava di fare le asole a dei polsini già imbastiti prima della sua entrata all’ospedale; ma era fiacca, col braccio sinistro ancora indolenzito: tuttavia, in confronto ai tristi giorni passati, le pareva di essere tornata in un palazzo luminoso, e che lo sfondo della finestra, con lo spiazzo dell’orto, i cespugli, i massi del ciglione, fosse un giardino primaverile; la gioia di vivere la riprendeva suo malgrado. Era un ritmo umile, col ronfare del gattino arrotolato sulla pietra del focolare, l’odore del porchetto che la madre aveva messo ad arrostire nel forno ove ogni tanto ella cuoceva il pane; e l’andirivieni silenzioso di lei, intenta alle faccende di casa; e lo stesso immoto silenzio di fuori, rotto appena da qualche rotolìo di carretti o da passi di cavallo nella strada campestre.

Ma verso sera la solitudine si animò; una figura d’uomo campeggiò, grande, fra le piccole cose della cucina, quasi sproporzionata e stonata nel piano del quadro povero e stupito. Era Aroldo, il forestiero. Aveva un sacco sulle spalle; una specie di zaino che si sfilò lentamente dalle braccia aitanti, e depose in un canto, allontanando con la palma della mano il gatto subito curioso e avido.

“Va via, mascalzone”, disse, accarezzandolo: “non ti basta il buon odore intorno?”

E lui stesso fiutò l’aria, come un ospite giunto al luogo ove troverà benessere e riposo. Ma la figura nera di Concezione, con quel viso notturno e gli occhi carichi di ombra, parve oscurare anche la sua. Il sorriso gli si sbiadì sulla bocca: bellissima bocca, con le labbra lucide infantili e i denti che parevano ancora quelli di latte.

Tutto del resto era bello e quasi troppo colorato, nel suo viso roseo, nei capelli biondi, negli occhi azzurri che le sopracciglia nere, alte e arcuate come quelle di una donna rendevano più vivi e dolci. E rosso era il collo forte, rosse le mani forti, tutto forte, vivo, sanguigno, nel suo corpo quasi gigantesco.

Eppure parve sbiancarsi e diminuirsi tutto, come cercando di nascondersi nell’ampiezza del suo vestito di fustagno, per l’accoglienza non attesa di Concezione. Ne vedeva chiaro il mutamento, ch’ella non ostentava ma non nascondeva; e anche a lui sembrava un’altra, come se all’ospedale, invece dell’operazione che le due donne gli avevano dato a intendere, cioè una semplice estrazione di un polipo al naso, le avessero per opera malefica tolto il sangue, la carne, la giovinezza. E qualche cosa di inesplicabile, oltre l’alito di tristezza e di malattia, emanava da lei, quasi un senso di minaccia e di pericolo, gelando l’atmosfera già così confortante della casetta ospitale. Egli sentiva di essere di nuovo il forestiero, come quel giorno che era venuto portando la stoffa per le camicie, e Concezione gli aveva preso le misure senza guardarlo in viso: forestiero, di terra lontana, senza nessuno al mondo. Ma con quelle misure, Concezione lo aveva legato, stregato; e le camicie cucite da lei erano state poi per lui come l’abito nuovo per i ragazzi, il vestito di festa, una fascia di speranza e di gioia.

“Come va?”, disse con voce bassa, turbata: e pareva avesse paura di essere ascoltato da qualcuno più padrone delle stesse padrone, che lo potesse cacciar via come un intruso.

“Siedi; va bene, tutto bene”, rispose la madre. “Concezione è guarita; la vedi.”

La vedo” egli dice, ma incerto; e non osa rivolgersi direttamente alla giovane donna; anzi, in attesa ch’ella si degni di venirgli incontro, fa due passi indietro verso la porta, pronto ad andarsene se lei glielo ordina: tanto che ella, accorgendosene, ha un sorriso fra di beffe e di pietà.

“E siedi”, gli dice, in modo quasi rozzo, battendo la mano sulla spalliera della sedia accanto al focolare. “Da dove vieni?”

Rosso di emozione e di gioia, egli fece un cenno, col braccio teso verso la porta. Arrivava di lontano, di laggiù, dalla valle dove questa si congiunge con un’altra vallata che piano piano si allarga, si stende quasi in pianura e declina verso il mare. Si costruiva una strada provinciale laggiù, che appunto dalla costa saliva verso il paese delle due donne: Aroldo, con altri operai venuti d’oltre mare, guidati da un impresario pure lui forestiero, lavorava alla costruzione di questa strada e specialmente a quella dei ponti.

“Che novità, dunque?”, gli domandò la vecchia, mentre Concezione si dava un gran da fare per preparare la tavola, sulla quale depose un vassoio colmo dei pezzi del porchetto che esalavano un buon odore di rosmarino.

Vedendo quei preparativi Aroldo ricominciò a rasserenarsi: già altre volte le donne lo avevano invitato, e, con l’appetito destato dalla lunga camminata, quella sera soprattutto si sentiva felice della loro ospitalità.

“Novità? Che novità posso portare? Si lavora come schiavi, e il padrone è sempre lì a urlare e pungere. Mai contento. Adesso, poi, con le piogge dei giorni scorsi, il terreno è brutto; vengono giù delle piccole frane, e l’acqua scorre dappertutto. Ma con la buona volontà tutto si supera. A me, del resto, il padrone vuol bene, forse anche perché sono il più coscienzioso. Anzi…” Guardò alle spalle di Concezione e non proseguì. Il suo viso tornò a offuscarsi.

Quando però furono a tavola, e la vecchia gli versò da bere, sebbene il vino fosse roseo e leggero come una bibita rinfrescante, egli riprese coraggio. Mangiando lentamente, servendosi di forchetta e coltello come un signore, riprese a raccontare, con la sua voce lievemente cadenzata, le vicende della strada e dell’impresario.

È un tipo, però. È stato già due volte in America, a costruire strade e ponti, e adesso ha per la testa qualche cosa di straordinario. Bisogna premettere che è un gran lavoratore: vive con noi, e con noi passa la notte al bivacco. Non ritorna in paese neppure alla festa, come possiamo fare noi dipendenti. Del resto egli ci tiene, che si vada alla messa. D’altra parte neppure io farei tutta quella scarpinata, se non fosse appunto per la messa…”

Concezione capiva benissimo che egli tornava solo per lei; ma rimase rigida e dura. Non mangiava; non si moveva dalla tavola, come ogni tanto faceva sua madre; era assente, però, e pareva non sentisse le parole dell’ospite. Solo si scosse, quasi suo malgrado, quando egli riprese:

“E adesso si tratta di questo: sì, ma lo racconto solo a voi, perché almeno per qualche tempo, la cosa non si deve sapere. L’impresario, dunque, oggi mi chiamò da parte e mi domandò se voglio andare con lui in America, appena finita la strada qui, cioè fra un anno circa. Pare che questa volta le sue idee siano grandiose. Non solo una strada vuole aprire, in una regione boscosa e inesplorata verso la Patagonia, ma costruire addirittura una città, e poi un tronco di ferrovia. Il luogo dico, è adesso disabitato, ma fra due o tre anni sarà certamente magnifico, con case tutte nuove, una terra fecondissima, orti, giardini, fontane. C’è molto da lavorare, s’intende, ma anche molto da guadagnare: forse la ricchezza, certo l’avvenire assicurato.”

La vecchia si sforzava a capire bene: ma le sembrava un po’ una favola, un po’ uno scherzo: poiché Aroldo, quando era di buon umore, non esitava a darne ad intendere delle più grosse, contentandosi però di burlare solo la madre, la figlia essendo troppo svelta e diffidente per dargli retta.

Questa volta però egli era serio e impegnato, e la sua forse non era una fantasia. Concezione quindi badava, senza dimostrarlo, ad ogni parola di lui, con un misto di curiosità e di speranza.

Ecco che la Vergine della Solitudine esaudiva, in qualche modo, la preghiera di lei: se Aroldo se ne andava, ella sarebbe ritornata completamente sola e libera nella strada che la sorte le aveva tracciato. Una domanda della madre, fece sorridere anche lei.

“Ma chi andrebbe laggiù a fare questo nuovo paese? Tu e l’impresario?”

“E centinaia e centinaia di compagni, un po’ di qui, un po’ indigeni. Poiché si formerebbe anzitutto una specie di colonia, con piccole case per noi; poi una vera cooperativa, con giuste divisioni di utili. Più si è bravi e si lavora, più si partecipa all’impresa. E assicurazioni sul lavoro, sulle malattie, sugli infortuni, sulla vita: e, infine, piena libertà ad uno che voglia tornarsene indietro con indennità di lavoro e di viaggio. Il clima è buono, bestie pericolose non ce ne sono. Molti insetti, sì, e zanzare specialmente, che spariranno con le prime bonifiche.”

“E i fondi?”, domandò con aria un po’ beffarda Concezione.

“Ma pare che l’impresario li abbia: non è un balordo, e non parla per parlare: un po’ strambo sì, ma ambizioso ed appassionato per queste imprese. Del resto non c’è nulla da perdere, almeno per uno come me.”

Anche lui prese un atteggiamento canzonatorio, ma verso se stesso; bevette un altro bicchiere di vino, respinse il piatto che la vecchia gli aveva ricolmato, e guardò avanti a sé, in alto, come vedesse un quadro che lo interessava più che le altre cose intorno. Riprese:

“Non sarò certamente io ad aver paura delle zanzare. E, se occorre, neppure dei serpenti. Ho ammazzato tante bisce, e anche qualche vipera, da ragazzo. Si viveva, io e la mia mamma, in una capanna peggio di quelle che si andrà ad abitare laggiù. La poveretta lavorava nelle risaie, finché è morta di stenti: eppure mi mandava a scuola, e sognava per me un avvenire felice. Sì, e feci prima l’arrotino, morta lei, con un impresario, anche allora; un cieco, che possedeva solo la macchina d’arrotare, e mi accompagnava, e controllava il lavoro come neppure nella nuova città, laggiù, lo controllerà il nostro ingegnere. Si andava da un paese all’altro, e specialmente d’estate, il lavoro c’era. Falci, forbici, scuri; e coltelli per le donne che fanno la pasta in casa e tagliano i salami a fette fini, per i ragazzi. Ci scappava qualche fetta anche per noi, con un po’ di polenta, nelle aie benedette. La gente è buona lassù, ma verso le risaie è anche povera; c’era allora molta miseria. Si dormiva dove ci si trovava; ed è in quel tempo che ho imparato a cacciare le bisce, e far la pelle dura per le zanzare. Poi, una volta, siamo capitati in un paese dove si era incendiata una casa: il padrone voleva ricostruirla subito, intanto che il tempo era buono, e racimolava tutti gli operai disponibili del luogo. Ma quasi tutti erano occupati perché si costruiva una diga: e così ebbi la proposta di fare da manovale. Il padrone della casa incendiata e il mio impresario mi disputarono: io ero stanco della vita randagia, e delle angherie dell’arrotino, che spesso mi lasciava senza mangiare; poi avvenne una cosa strana: la padrona della casa aveva conosciuto mia madre, poiché da ragazza era stata anche lei nelle risaie; non solo, ma disse di avere conosciuto l’uomo che secondo lei, aveva ingannato e poi abbandonato mia madre. Un signore, diceva, uno di quelli che ispezionavano i lavori della risaia. Io pensavo sempre a questo mio padre ignoto e mascalzone; mia madre non me ne aveva mai parlato, neppure in punto di morte, e io credevo di essere orfano; adesso la mia fantasia si accese; e fu questa illusione che mi decise ad abbandonare l’arrotino e apprendere il mestiere del manovale. Furono tempi duri anche quelli: per quante ricerche mi fu possibile di fare, non riuscii a saper nulla di mio padre; finita la costruzione della casa, trovai qualche cosa da fare nei lavori dell’argine; e poi un operaio mi portò conper la costruzione di una strada ferrata: poco anche lui mi dava; appresi però il mestiere, specialmente per i lavori dei ponti e delle scarpate, e come suol dirsi, mi arrangiai. Adesso sono qui: poi andrò forse laggiù, in America. Secondo… Del resto, la mia storia ve l’avevo già raccontata. Non è vergogna essere figlio di nessuno: si vive delle proprie opere; e io non mi faccio illusioni.”

Pareva che egli tenesse molto a insistere sul passato di sua madre e la sua vita randagia: sapeva che nel paese delle sue ospiti non si ha molta stima dei figli del peccato, soprattutto se poveri; ma egli non voleva ingannare nessuno; e se Concezione gli aveva già dimostrato un attaccamento non privo di calore, non c’era ragione ch’ella mutasse a un tratto pensiero.

Del resto egli credeva che anche lei vivesse del suo scarno lavoro, in quello strano rifugio mezzo sacro mezzo brigantesco ereditato appunto da avi che la voce pubblica assicurava poco e niente scrupolosi, in fatto di onestà. Ma a misura che egli parlava, ella pareva riprendere un po’ della sua antica cordialità; e sorrise di nuovo, questa volta con benevolenza, quando la madre domandò con ingenua malizia se laggiù ci sarebbero state anche donne, ad aiutare e consolare i pionieri.

Per i primi tempi niente, credo. Si va a vivere nelle baracche, soli, come naufraghi. Ma appena pronte le case, il primo a voler le donne con noi è l’impresario. Sono necessarie, per molte ragioni.”

Un sorriso, che voleva essere anch’esso malizioso, gli scavò le fossette delle guancie, e l’azzurro dei suoi occhi ne fu tutto indorato. Fissò Concezione, ed ella ripeté, quasi per compiacerlo, le parole di lui.

“Sì, per molte ragioni.”

Allora egli tornò a guardare in alto, verso quel quadro che egli solo vedeva.

I primi tempi, certo, saranno duri, ma io, ripeto, ci sono abituato. Sono forte”, disse stendendo le braccia coi pugni stretti, “sarò il capo fila: e il padrone lo ha bell’e indovinato. Del resto si arriverà solo al principio della buona stagione, e per noi uomini non sarà poi difficile accamparsi come i soldati. È una vita, anzi, che fa bene. E poi si sarà provvisti di tutto, anche di vino, di caffè, di medicine; anche il medico ci sarà, promette l’impresario, che, d’altronde, non ingaggerà se non uomini sani e più che capaci. Costruite le prime case, passata la cattiva stagione si penserà poi a far venire le donne.”

“Ma, e come faranno? Sole?”

Era la madre, che di nuovo s’informava, sebbene anche lei già un po’ disincantata del racconto.

“Oh, sì, e perché no? Ci sono le mogli e le sorelle degli emigrati che non domandano di meglio che di raggiungerli. Si va dove Dio ci aiuta a vivere; e non è detto che si debba vivere sempre in paese straniero. Se qualche donna vorrà venire laggiù le si manderà i soldi per il viaggio, e le si andrà incontro allo sbarco, che non è lontano. Il difficile è piuttosto il viaggio nell’interno, se la strada ferrata non avrà ancora raggiunto la nostra colonia.”

“Salute”, disse allora Concezione, riprendendo la sua aria divertita; “io non ci verrei, certo!”

La parola era detta: taglio lieve che però, come un colpo furtivo ma sicuro, divideva nettamente il destino sognato da Aroldo: da una parte lui con la sua fantastica città, dall’altra Concezione nella sua spelonca. Il quadro sparve dalla parete di questa; ed egli sbatté lievemente le ciglia nere sugli occhi diventati scuri. La bocca parve quella di un bambino che rifiuta la medicina. E neppure lui credette al suo coraggio e alla voce che domandava:

“E se tu fossi mia moglie?”

Queste parole turbarono anche la madre: anche i suoi placidi occhi corsero da un viso all’altro dei due giovani, e non sapeva neppure lei quello che desiderava; se una risposta affermativa di Concezione o la sua definitiva rinunzia al sogno del giovine pretendente.

Eppure Concezione, piegata la testa, parve pensare, prima di pronunziare la sua decisione: poi rispose, pacata:

Una parola anche questa!”

Dunque, c’era ancora qualche speranza: allora la vecchia, che per antica saggezza sapeva come una sola parola possa a volte influire sul destino altrui, pensò che non doveva intervenire coi suoi consigli: anzi si alzò, con la scusa di andare a prendere qualche cosa nella camera, e lasciò soli i due giovani.

Lentamente, Aroldo tese la mano e la mise su quella di Concezione; ed ella non la ritirò, ma nascose con durezza la commozione ardente che quel contatto le dava.

Egli disse, sottovoce:

“Ricordati; una sera, là nell’orto, ci siamo baciati; e tu hai promesso di sposarmi, appena le mie condizioni lo avrebbero permesso. Queste condizioni miglioreranno, certo, appena io sarò laggiù. E se ci vado, ci vado per questo. Io non ti domando di seguirmi, finché non avrò anch’io tenuto la promessa; ma tu devi promettermi di aspettarmi. Due anni, solo due anni di tempo…”

Ella sorride: quel sorriso triste e stanco, e tuttavia ironico, che lascia scoperti i suoi denti fino alle gengive un po’ scolorite; ritira la mano che sguscia quasi felina da quella di lui, e risponde a voce alta, poiché nulla ha più da nascondere:

Fra due anni sarò vecchia: lo sono già, anzi; vecchia e malata. Non sono più buona a niente; e tu sei giovane, Aroldo; tu hai bisogno di una donna forte, sana, che ti segua e ti aiuti nei luoghi della tua fortuna.”

Io ho bisogno di te, Concezione. Non so perché, appena ti ho conosciuta ho sentito che tu sola potevi rendermi contento, e che Dio mi aveva mandato in questi luoghi per raggiungerti. Non posso

più vivere senza di te. Anche se andrò in capo al mondo, anche se diventerò milionario, penserò sempre a te. Ma perché dovrei andare in capo al mondo a cercare fortuna, se tu non mi vuoi più bene? Ogni cosa sarà inutile senza di te. Preferisco rimanere qui, anche miserabile; e se tu mi scacci ritornerò alla tua porta come un mendicante. I mendicanti non si mandano via.”

Egli parlava chiaro e bene, con la sua voce eguale, cadenzata, che gli veniva su dal cuore sincero: pareva una canzone, rassegnata ma d’una passione inesorabile che fa luce a se stessa: una di quelle canzoni di amore senza speranza che Concezione aveva sentito e imparato fin dalla sua prima adolescenza, ed anzi erano state l’accompagnamento, quasi il motivo delle sue prime inquietudini, delle sue curiosità e dei suoi turbamenti sensuali. Non era la prima volta che Aroldo le parlava così; anche le sue prime dichiarazioni di amore suonavano allo stesso modo; e lei se ne era lasciata vincere come da una musica che ricorda e fa rivivere le cose passate. Un rifiorire di sensazioni, d’impeti, anche di illusioni, l’aveva accostata a lui: accanto alla giovinezza in apparenza povera eppure ricchissima di lui, al suo calore di uomo, all’esuberanza frenata ma profonda della vitalità di lui, ella si era sentita come quelle erbe e quei fiori selvatici e grami che nella vicinanza di erbe e di fiori più ricchi di loro ne prendono, se non altro, la simiglianza. E poi, oltre al desiderio fisico, allo slancio naturale della sua carne verso quella di lui, l’attirava la stessa diversità di razza, di età, di carattere, di linguaggio, che pareva dovesse allontanarli e invece li spingeva maggiormente uno verso l’altro.

Avevano raccontato ad Aroldo, nella casupola dove aveva in affitto per poche lire un buco per ripararsi nei giorni di riposo, che Concezione discendeva da una progenie di violenti, di passionali, e che lei stessa aveva avuto una passione tragica nella sua prima fanciullezza: sapendo ch’egli frequentava la casa di lei, non insistevano nei particolari; ma egli era fisso nelle sue idee; voleva Concezione, a tutti i costi la voleva; l’atmosfera stessa, fra romantica e ambigua, che la circondava, pareva gli destasse nel sangue una specie di febbre, tormentandolo con un pungiglione che lo feriva nel cuore, ma sopra tutto nei sensi. Voleva Concezione: giorno e notte la desiderava; e bastava un fissarsi di pupille di lei nelle sue perché egli sentisse quasi una voluttà di possesso, un delirio che lo esaltava e lo rendeva muto.

E adesso, dunque, era tutto finito: ella non lo guardava più; era divenuta un’altra; ed egli aveva davvero l’impressione che all’ospedale l’avessero cambiata, sostituita con una Concezione vuota, vecchia, spettrale.

Lo so”, disse, ripensando alle storie che si accennavano sul conto di lei; “tu non mi hai voluto mai veramente bene: e se io andrò lontano mi dimenticherai facilmente; anzi ne prenderai un altro.”

“Non c’è pericolo, Aroldo!”, ella disse, aggrottando le ciglia, poiché sapeva a che cosa egli intendeva alludere: “io resterò sempre qui, con mia madre e con la Madonnina. E morremo qui, se Dio vuole. E sì, Dio lo vorrà, poiché noi abbiamo fede in lui: e nessuno mai potrà farmi del male.”

Quasi riconfortato, egli riprese:

“E così sia. E, dimmi, se io, fra due anni, mettiamo fra tre, avessi la possibilità di ritornare e portarvi via entrambe, tu e tua madre? Che ne dite, Giustina?”

La donna era rientrata, col vassoio e le tazze: si rimise a tavola versò il caffè. Era tranquilla, e il suo viso liscio, alla luce della lampada ad olio, sembrava più giovane di quello di Concezione. Depose la tazza davanti al giovane e disse:

“Figlio caro, le parole che tu dici sono belle; ma sono come il soffio del vento, che desta il fruscìo fra i rami e poi cessa.”

Infastidito ma rispettoso egli ribatté:

“Vediamo un po’; che cosa avete capito?”

Ho capito, ho capito. Tu vorresti sradicare il macigno che è sopra il nostro orto e farlo rotolare in fondo alla valle: è mai possibile, questo?”

“Oh, se parliamo per parabole, è inutile continuare. Insomma, le cose stanno così: mi si offre la possibilità di crearmi una certa fortuna: io offro a Concezione e a voi di dividere con me la buona sorte. Se non volete seguirmi, che almeno Concezione mi aspetti due anni.”

“Ma perché ripeti a lei queste cose?”, disse Concezione indispettita. “Ho già risposto io: non sono una bambina e non mi piacciono le chiacchiere inutili.”

Aroldo si fece rosso fino al collo e non osò insistere: ma uno sguardo furtivo della madre, parve dirgli: “Lascia passare il tempo: vedrai che le cose cambieranno”.

Inoltre fu bussato alla porta; ed ella, senza sorpresa né curiosità, andò ad aprire. Apparve un uomo che, per la grossezza, occupava tutto il vano della piccola apertura: era vecchio, ma con una testa possente: circondato da una folta barba a collare, mista di nero, bianco e fulvo, il viso pareva la maschera di un satiro, col naso largo e gli occhi dorati e selvatici di cinghiale coraggioso. Indossava un cappotto corto, di panno ruvido, con un grande cappuccio calato sulle spalle; e pareva che anche da vecchio continuasse a crescere, poiché dalle maniche scappavano i polsi nudi e le mani da pugilatore. Si tirò alquanto indietro sulla testa calva il berretto di panno e poi se lo ricacciò sulla fronte fin sulle irsute sopracciglia: era il suo modo di salutare.

Aroldo si scostò, come per lasciargli posto alla tavola; ma l’uomo, chiusa la porticina, vi si sedette quasi addosso, su uno sgabello troppo piccolo per lui, e si mise una mano all’orecchio peloso per sentire meglio le parole di presentazione della vecchia Giustina.

Questo è il nostro amico Felice Giordano: e questo è il nostro amico Aroldo.”

L’uomo, che doveva sapere qualche cosa del forestiero, disse subito con una voce straordinariamente sonora, ma anche aggressiva:

“Cognome non ne ha? Tutti amici”, soggiunse in fretta; e col bastone grattò la schiena del gatto, che gli si era subito avvicinato: cosa che ingelosì puerilmente Aroldo, e lo indispose ancor più contro il rosso visitatore, poiché la bestia non si lasciava mai accarezzare volentieri da lui. Con voce forte pronunziò intero il suo nome:

“Aroldo Aroldi”, ma già l’altro pareva non badasse più a lui, concentrando tutta la sua attenzione sulla padrona giovane che, a sua volta, lo fissava con una certa ironica sfida, invitandolo ad avvicinarsi:

Su, venite qui con noi: berrete un bicchiere d’acqua, se non volete altro.”

Egli sollevò la mano destra, con l’indice uncinato, in modo che l’ombra si disegnò sulla parete come la testa di un uccello di rapina; e fece un cenno di minaccia; ma Concezione non aveva davvero paura, anzi, si mise a ridere, e i suoi denti bianchi, nel viso che pur rimaneva duro, apparvero ad Aroldo un po’ crudeli.

La madre spiegò:

Il nostro compare Felice non ama il caffè: e neppure la carne di porco”, aggiunse, toccando il piatto con gli avanzi dell’arrosto. Per rinforzare l’affermazione di lei, il vecchio si volse verso il muro e sputò, mentre un comico ma sincero disgusto gli arricciava il lungo labbro superiore.

Il caffè alle donne: la carne di porco a quelli che la rubano.”

“Questa intanto non è rubata”, ribatté Concezione, anche per difendere il già mortificato donatore.

Io non so niente; solo dico che la carne di porco procura cattivi sogni, e neppure i giudei la mangiavano. E io sono cristiano.”

“E dire che egli è padrone di duecento maiali: e tutti gli anni ne vende più di cento, belli grassi, nutriti di ghiande del suo bosco sul monte, che si vede a guardarlo anche dal nostro orto. E li vende ai cristiani, ma con l’usura d’un giudeo.”

Ecco che anche la vecchia si metteva canzonarlo: egli però non smetteva la sua maestosa dignità.

Per forza li vendo ai cristiani; poiché qui non ci sono i nemici di Cristo, sebbene i miei clienti in qualche modo lo sieno.”

In che modo?”

Sono tutti ladri e imbroglioni: e se il porco me lo possono rubare dallo stabbio non ci pensano due volte.”

Tutto il mondo è paese”, si azzardò a intervenire Aroldo; ma il vecchio, pur avendolo bene osservato da capo a piedi e soprattutto in viso e negli occhi, giudicò non essere necessario onorarlo di una risposta: la sua attenzione era sempre più fissa a Concezione, della quale aveva ben notato il profondo mutamento: eppure quel viso quasi di argento brunito, quegli occhi una volta scuri e lucenti come l’onice, adesso sbiaditi e velati di tristezza, e tutta la persona svuotata di lei, invece di pietà gli destavano un senso d’irrisione.

Ma solo dopo aver pensato bene all’effetto che le sue parole potevano provocare, domandò freddamente:

“Che hai fatto Maria Concezione? Ti sei rinsecchita: sei come un albero che ha perduto le foglie.”

“L’autunno viene per tutti: per voi è già inverno”, ella rispose; poi assunse un tono grave, e Aroldo capì che ella, più che per il vecchio, parlava per lui. “Sono stata all’ospedale, perché avevo un male grave al naso: mi hanno cavato molto sangue, ho molto sofferto, e ancora non sto bene.”

La tua voce però è chiara”, osservò il visitatore, non senza malizia. “Un mio amico, che aveva un verme nel naso, ha aspettato che venisse fuori da sé; ma è rimasto senza voce. E tu hai fatto male ad andare da quegli imbroglioni di dottori. Se stavi a casa e ti mettevi al sole, il male se ne andava da sé.”

“Forse voi avete ragione: ma io non potevo più respirare; non potevo più lavorare.”

“Lavorare! Che forse tuo padre, il beato Antonio Giuseppe, non ti ha lasciato abbastanza da vivere? Dieci mila scudi, ti ha lasciato, oltre la casa e la chiesa: e tu non li hai seppelliti sotto l’altare, no, ma da brava ragazza li hai messi a frutto nella banca. E hai fatto bene.”

Concezione arrossì: poiché Aroldo ignorava ch’ella avesse questo capitale, come del resto lo ignoravano quasi tutti quelli del paese.

“Non è vero niente”, mentì; “io non possedevo che pochi soldi; e li ho spesi adesso, per l’operazione e il resto.”

Senza muoversi, senza più sollevare un dito, con le mani ferme una sull’altra sul bastone che aveva messo traverso sulle ginocchia, egli ribatté:

“Come, non è vero niente? Lo vieni a raccontare a me? Hai una bella faccia tosta, fiore mio. Tuo padre, il beato Antonio Giuseppe, mio compare di battesimo, poiché fu lui a far da padrino ai miei quattro nipoti, possedeva terreni, boschi e bestiame: quando si sentì ammalare mi disse: bisogna che venda tutto, e collochi a frutto i denari, poiché quelle povere donne non hanno nessuno che possa badare alla roba; e le tasse e i ladri si pigliano tutto. Vuol dire che quando la ragazza avrà l’età, e troverà un buon marito, potrà ricomprare la terra e le bestie. E così fu fatto. Tu avevi dieci anni, Maria Concezione, e ricorderai benissimo tutto.”

Io non ricordo niente”, ella disse con dispetto.

Imperturbabile, come se la presenza di Aroldo fosse quella di un’ombra, egli riprese:

Io dissi, anzi: compare Antonio Giuseppe, due dei miei nipotini tuoi figliocci, Pietro e Paolo, saranno grandicelli quando tua figlia sarà in età da marito. Ed egli intese, e fu contento. Ma tu, Maria Concezione, non ne hai mai voluto sentire; non hai esaudito il voto di tuo padre perché sembri buona buona, ma hai il cuore di pietra, e la testa ancora più dura, che un tuono te la spacchi”.

“Compare Felice!”, protestò la vecchia, mentre Concezione rideva di nuovo, fissando la sua tazzina di caffè.

“Mandateli a balia, i vostri nipoti, se non sapete che farne”, disse alzando le spalle.

“Ah, tu vuoi mandarli a balia; lo so io il perché; come so benissimo perché, ti ridi di me e di tutti”, ribatté il vecchio; poi tacque un momento, e Aroldo ebbe quasi paura del silenzio che solo lo sbattere un po’ nervoso del cucchiaino di Concezione entro la tazzina vuota interrompeva. Egli ascoltava calmo, domandandosi se non doveva andarsene; ma aveva l’impressione che il vecchio parlasse per lui, per fargli conoscere la vita, il carattere, i mezzi di esistenza di Concezione, e possibilmente distoglierlo dai suoi progetti amorosi.

E infatti il Giordano riprese:

“Te lo dico io il perché. Tu sembri la sorellina della Madonna, ma il tuo aspetto inganna, figlia cara, inganna. Per questo rassomigli ai tuoi avi paterni; dico paterni, perché quelli materni erano tutti di buona pasta; prova ne abbiamo in questa donnina che, lei davvero, è madre e sorella di Maria Santissima.”

“Amen” disse Giustina, che d’altronde non sembrava troppo lusingata. “Di mio marito, almeno credo che la tua mala lingua non possa dir nulla.”

“Tuo marito, il beato Antonio Giuseppe, era mio compare di battesimo; e non lo sarebbe stato se non più che galantuomo. Era uno stendardo, tuo marito, una bandiera da processione. Ma suo padre, e il padre del padre, salve siano le anime loro, se ancora non sono, mettiamo, in purgatorio, tutti sanno che tipi erano. Belli a vedersi, belli come statue, ma… ma…”

Questa volta fu Concezione a protestare fieramente:

“Parlate, parlate pure. Non c’è ragione che un uomo come voi, che non rispetta i vivi, debba rispettare i morti.”

“Non sono venuto per questionare”, riprese egli tranquillo: e dalla sua bocca satiresca le parole continuavano a fluire sonore e uguali come l’acqua d’una fontana: “sono venuto per salutarvi, poiché da molto tempo non ci si vedeva. Ma se tu proprio lo vuoi, Maria Concezione, ti ricorderò che il padre di tuo nonno aveva fama di aver preso parte, anzi di essere stato il capo di una spedizione brigantesca contro un ricco prete che, del resto, sia pace all’anima sua, era un mezzo brigante anche lui, e si era arricchito coi denari della chiesa. Fra le altre cose, poi, si diceva che, pena la scomunica, o il rifiuto di celebrarne il matrimonio, egli pretendeva la prima notte di una sposa; e altre ribalderie. Questo indegno servo di Dio, si era costruito un palazzotto, in una sua vigna, e là se ne stava spesso, facendo il vino forte e l’acquavite con le sue mani, e poi invitando i suoi amiconi a godersela in allegra compagnia. Fu dopo uno di questi festini, partiti gli amici, che un gruppo di uomini mascherati assalì la casa del prete, e poiché egli rifiutava di rivelare il nascondiglio dei denari, i bravi ragazzi lo legarono e lo misero col sedere nudo su un treppiede infocato: in modo che il marchio gli rimase per tutta la vita.

“Favole!”, disse Concezione. “E questa faccenda del treppiede si racconta per tante altre invenzioni del genere.”

“Va bene; ma accadde questo. Dopo il fatto del prete, e altre imprese minori, il tuo bisnonno, che era un povero pastore di capre, acquistò terreni, vacche, case: morì ricco, e più ricco diventò il tuo nonno, che seguiva, più cautamente, sì, ma con fortuna, l’esempio paterno. La scomunica del prete, però, gravava sulla vostra famiglia: i fratelli del tuo nonno morirono tutti di mala morte; e a lui, in seguito ad una infezione, dicono venuta da una ferita, gli fu amputato il braccio destro, quello che commetteva le male azioni. Allora il diavolo si fece eremita: egli costruì questa chiesetta, e queste stanze per abitarci anche lui e i suoi discendenti e far dire una messa tutte le domeniche e le altre feste comandate in suffragio dell’anima sua. È favola anche questa, Maria Giustina?”

La donna non risponde: il suo viso però è triste, serio, ed anche Concezione non protesta più. Dopo tutto, pensa, e meglio che Aroldo sappia queste cose: si rassegnerà più facilmente. E tutti, ella e sua madre lo sanno benissimo, tutti, in paese e nei dintorni, ripetono le storie raccontate dal vecchio Giordano. Egli insiste:

“Compare Antonio Giuseppe, anima buona, obbedì al padre; e fece del bene ma provvide anche perché, dopo la sua morte, la vedova e la figlia vivessero tranquille come adagiate fra due guanciali. Bene fece: chi non lo approva? Il primo sono io, che dovunque passo onoro la sua memoria. Ma tu, Maria Concezione, perché vuoi disconoscere la bontà di tuo padre? perché ti fingi povera, costretta al lavoro, mentre lui ti ha lasciato come una signora? Hai paura che ti rubino la tua roba? Oh, certo, stai attenta, che qualche gabbamondo non ti si metta davvero intorno, o qualche brigante non ti faccia lo scherzo che il tuo avo fece al prete.”

Aroldo rise, ma a denti stretti; un riso che gli rimase in gola, pur facendogli scintillare gli occhi. Avrebbe voluto rispondere al vecchio, difendersi, poiché si sentiva aggredito da lui; ma sentiva pietà di Concezione e per sfuggire alle ulteriori umiliazioni di lei decise di andarsene. Ma sarebbe tornato, oh, sì, sarebbe tornato; le parole del rozzo proprietario di porci, non smuovevano il suo cuore: e se Concezione era ricca, tanto meglio per lei. Egli l’amava, povera: l’amava anche così com’era adesso, malata, appassita: anche come la coloriva il vecchio, ingannevole e forse cattiva e crudele. Scacciato, egli se ne andava; poiché non poteva difenderla; né aveva il diritto di difendersi dalle insinuazioni dell’uomo selvatico, senza provocarlo oltre; ma sarebbe tornato, come si torna alla fontana, come si torna in chiesa.

È tardi”, disse, alzandosi; “io vi saluto.”

Non guardò Concezione, ma ebbe come l’istinto di sollevarsi, di allungarsi, per apparirle più alto, dritto e lineare; poi cercò la sua borsa, si cacciò bene sul capo il berretto a visiera, che gli ringiovaniva il viso fino a farlo apparire quello di un fanciullo, sollevò la mano per salutare e s’avviò. Maria Giustina lo accompagnò sin fuori della porta. Era una notte umida ma tiepida: i monti, di un nero fulvo fumigavano come enormi carbonaie, e intorno alla luna si stendevano grandi nuvole giallognole trasparenti. Anche l’orto, tutto bagnato come dopo una lieve pioggia, rifletteva quel chiarore.

Aroldo si fermò, indeciso: pareva volesse dire qualche cosa, poi scosse le spalle per tirarsi ben su la borsa, e andò via a lunghi passi. La vecchia ne seguì l’alta figura finché non sparve dietro il cancello, e sospirò: aveva l’impressione che il giovane fuggisse, giustamente offeso, e volle dimostrare il suo risentimento al vecchio maligno, che la prevenì con evidente soddisfazione:

“Quando andrò via io”, disse, “tu certo non mi accompagnerai, come hai fatto con quello spilungone. Ma che voleva, costui, da voi? Ha gli occhi di gatto e il sorriso del gabbamondo. Sì, accennavo a lui, quando ho parlato di questi: poiché so che frequenta la vostra casa, ed è figlio di nessuno.”

Siamo tutti figli di Dio, Felis Giordano; e la nostra casa è frequentata solo da galantuomini.”

“Sì, lo so; vengono qui i vecchi amici di Antonio Giuseppe, e le vostre amiche devote alla vostra Madonna, e il pretino mio nipote, tre volte santo, e il dottore e il flebotomo quando vanno a spasso; ma anche la gente della strada si ferma da voi, e voi fate eguale accoglienza a tutti. Questo spilungone, poi, lo sa lui cosa vuole.”

Concezione era stanca e irritata: lo fissò con gli occhi ravvivati da una luce di fierezza e disse, con sorpresa e piacere della madre:

Questo giovane è il mio fidanzato.”

Allora il vecchio tirò su il bastone e picchiò forte il pavimento.

“Bene; lo dicevo io, Maria Concezione, che si vuole farti la festa come al prete, per spillarti i soldi.”

“Finiamola”, disse la madre: e poiché aveva un certo timore del compare cercò di essere conciliante. “Non ti accorgi, Felis, che la ragazza ti prende in giro? Il giovinotto è bravo e onesto; viene qui perché Concezione gli confezionava le camicie, come fa con altri clienti, paesani e forestieri: ma altro non c’è né ci può essere. Dimmi piuttosto dove sei stato tutto questo tempo. E adesso ti darò anche da bere; è vino buono, lo avevo comprato per rinforzare Concezione, ma essa non ne vuole. Bevilo tu, alla sua salute.”

Gli portò un bicchiere di vino, ed egli parve convinto.

Anche Concezione si placò: dopo tutto, che le importava se Aroldo era andato via, forse per non più ritornare? Oramai tutto è finito, con lui e col resto del mondo. Sei sola col tuo destino, Maria Concezione, e basta che la tua mano sfiori il tuo seno per ricordarti che la tua sorte è chiusa. Anche le parole del vecchio non possono più che sembrarti vane come il rumore del vento nella valle. Sorride di nuovo quindi, ma di un sorriso vago e rassegnato, quando il vecchio, dopo aver bevuto, disse lo scopo della sua visita: e la sua voce, adesso che Aroldo se n’era andato, e anche nel dubbio che si fosse fermato fuori ad ascoltare, si abbassava e prendeva un tono più naturale.

“Anzitutto si tratta di questo: Marcello il fabbro vuol rivendere il terreno che Antonio Giuseppe gli ha venduto prima della sua morte. Ha bisogno di denari, Marcello, perché i suoi nipoti studiano e vogliono diventare dottori; e anche perché vuole ingrandire la sua casa. Insomma, sono fatti che lo riguardano. A noi riguarda il fatto che egli vuol vendere il terreno a ottime condizioni, e siccome nell’atto di vendita di Antonio Giuseppe è detto che, in caso di rivendita, è da preferirsi lui o i suoi eredi, così io vengo da voi per sapere che intenzione avete.”

Madre e figlia si guardarono; ma Concezione pareva non avesse né la forza né la volontà di rispondere.

Le nostre condizioni non sono mutate, dopo la morte di mio marito. Siamo sempre donne sole, Felis, e non intendiamo di prenderci dei grattacapi.”

“Ma le vostre condizioni potrebbero mutare, e presto. Tu hai creduto che scherzassi proponendo per tua figlia uno dei miei nipoti. Non sono poi dei bambini come dice la superbona: hanno compiuti i ventitré anni e sono bravi e forti in tutto. Pietro lavora già per conto suo: ha cinquanta vacche, e le fa fruttare come cinquanta tesori. Paolo è con me, e lavora giorno e notte senza mai stancarsi. Buoni tutti e due, senza vizi, sani e coraggiosi. Ed io voglio Maria Concezione per uno di loro.”

“Voglio! Bisogna vedere se vuole lei”,disse la madre, che non sapeva se rallegrarsi o no.

“O l’uno o l’altro. Scegliere.”

“Già, come si sceglie il frutto più maturo. Ma sai che vai per le spiccie, fratello mio? Se neppure conosciamo bene i due ragazzi.”

Ti ripeto che sono due giganti, belli e gagliardi. Gente tutta brava, siamo noi; si conosce la nostra vita fino alle radici, e abbiamo in casa un sacerdote; quale famiglia è più onorata e laboriosa? Anche mia figlia, la madre dei ragazzi, lavora come una serva: sempre a far pane, a lavare i panni, a preparare il cibo, a cucire e badare alla casa. Serafino, il nostro prete, vorrebbe farla aiutare da una serva; ma lei non vuole donne estranee in casa. Maria Concezione solamente potrebbe contentarla.”

Un po’ ironica, ma anche lusingata la madre si volse di nuovo a Concezione.

“Ebbene, che dici, tu? Spetta a te rispondere.”

Per quanto riguarda il terreno, avete risposto bene voi: e non se ne parli più. Direte a Marcello il fabbro che cerchi un altro compratore: noi non faremo nessuna opposizione. Riguardo al resto, è tutto uno scherzo: ed io non ho voglia di scherzare, specialmente adesso.”

Tu sei pallida, figlia”, disse la madre; “va a letto; ti sei già abbastanza strapazzata, oggi: e questo non era il consiglio del dottore. Va: farò compagnia io al nostro vecchio Felis.”

Egli però non voleva andarsene con un pugno di vento in mano.

Maria Concezione, pensaci bene: tu neppure conosci i miei ragazzi. Ebbene, domani è domenica: li farò venire alla messa della vostra chiesa: poi te li porterò qui.”

“Portateli pure, come due cagnolini”, ella rispose, alzandosi. “Li conoscerò volentieri; ma poi mi lascerete in pace.”

Due cagnolini? Due leoni, sono; due querce fiorite, e tu faresti bene a rispettarli.”

Io rispetto tutti; ma voglio essere lasciata in pace. Buona notte.”

La sua voce era dolce e stanca; l’ombra delle sue ciglia si sbatteva sulle occhiaie livide. Quando fu andata via, il vecchio parve anche lui diventare triste, o almeno pensieroso. Riprese il bicchiere, che aveva deposto per terra, e abbassò ancor più la voce:

“Sì, è molto consunta, tua figlia: bisogna farla risanare. Dovresti darle sugo di carne, zabaioni, uccelli arrosto. Mi fido di te, Maria Giustina: bisogna che la ragazza si riprenda. E caccia via quel forestiero: non è uomo per voi: è un omuncolo di stracci, nonostante la sua statura. E se torna qui, e ancora infastidisce la ragazza, ci penserò io a metterlo a posto.”

Concezione sentì queste parole, ma non si irritò. Era veramente stanca, e desiderava solo dormire: ma coricata che fu, nel grande letto freddo, dalla parte del muro, ricordò che bisognava prima recitare le sue preghiere, per i morti e per i vivi: per tutti, anche per quel vecchio illuso, che continuava a far progetti a bassa voce, uno più vano dell’altro. Quando egli finalmente se ne andò, ella poté pregare meglio. Le pareva di essere ancora nel lettuccio dell’ospedale, e si sentì a addosso l’odore dell’alcool col quale le avevano pulito le spalle. Una suora notturna, vestita di nero e viola, col viso lunare, coi piedi agili e silenziosi come quelli dei felini, le sfiorava la fronte con la mano tiepida. Era un contatto piacevole, che a Concezione ricordò quello della mano di Aroldo: ma subito ella scosse la testa sul guanciale, per liberarsi dal ricordo. E Aroldo sparisce: rimane la suora, nera e viola e bianca come la notte; Concezione finge di dormire, e aspetta con pazienza di essere lasciata sola. E quando è sola, nella sua cella a pagamento, che è al pian terreno dell’ospedale, scivola dal letto, si avvolge nella coperta e fugge. Perché faccia questo non lo sa neppure lei: si sa nulla di preciso nei sogni? Dapprima tutto le riesce facile, rapido: tutto è liscio e lucido. La strada davanti all’ospedale è selciata di lastre di granito, e una fila d’alberi giovani la ombreggia. Altri alberi, vecchi, neri, si sporgono dal muro dell’orto attiguo al giardinetto dell’ospedale e questo muro, verdiccio di musco, non è tanto alto che Concezione non possa vederci sopra: e vede, infatti, la distesa dei cavoli coi loro bocci chiari, e, in fondo, una casa a un piano, con una piccola loggia di ferro arrugginito. Sui vetri della finestra batte la luna, e Concezione rabbrividisce, come se quel chiarore fosse un fuoco fatuo: infatti ella sa che la casetta è disabitata perché si dice che dentro ci siano fantasmi. Eppure si attarda a guardarla, attirata da un fascino pauroso; finché le sembra che un’ombra passi dietro i vetri; allora riprende la sua corsa, sboccando nella strada che conduce a casa sua. Altri alberi sorgono lungo il ciglione sopra la valle, e la luna va di ramo in ramo, come un uccello d’argento, ma più in là corre anch’essa sul cielo latteo, precedendo e facendo luce a Concezione, finché si fermano tutte e due, come a guardarsi e dirsi qualche cosa. E d’un tratto la fuggiasca si accorge che ha perduto per strada la coperta; ma non ha freddo, sebbene vestita di un leggero abito di stoffa nera, lo stesso che indossava da ragazzina, quando andava alla scuola del paese, con la borsa dei libri fatta della stessa stoffa del vestito, il tutto confezionato dalla madre.

Una fettuccia chiude la borsa, che ella dondola come faceva il chierico con l’incensiere, nella chiesetta paterna; ed ecco, d’improvviso, questo ragazzo nero di bronzo, con gli occhi tanto grandi che pareva non potesse aprirli del tutto, le salta dietro e le ferma la borsa. Spavento e gioia, anzi allegria, la fanno tremare e ridere.

“Ma io non rido”, dice il ragazzo, “non rido, no, hai capito?”

Ella cessa di ridere e stringe la bocca per non rispondere, come faceva Aroldo quella sera, mentre il vecchio parlava. Ed ecco Aroldo nel sentiero che viene su dalla valle: ritorna dal lavoro, con lo zaino sulle spalle; e il ragazzo sparisce, ma prima dà un urlo che sveglia Concezione di soprassalto, fredda di angoscia. Sentì la madre che russava lievemente, dall’altra parte del letto, e le si accostò per scaldarsi, ancora con l’impressione di essere ragazzetta, di aver paura delle voci notturne, di cercare insomma, protezione. Ma non poté riaddormentarsi, e neppure ricominciare le sue preghiere: il calore del corpo della madre e lo stesso russare di lei, al quale era abituata, le diedero però una sensazione di benessere, di difesa, anzi, tanto che le parve di poter guardare dentro di sé, nei suoi ricordi, che erano appunto i suoi peggiori nemici, e di vincerli, una buona volta, e non pensarci più.

Ricominciò dai suoi ritorni dalla scuola, quando aveva undici anni, e si fermava, arrampicandosi sul muro, a guardare l’orto dei cavoli e la casa col balconcino di ferro. Una famigliuola povera ma quieta, abitava il luogo; l’ortolano, la moglie, un ragazzetto bruno coi denti lucidi sempre pieni di fili d’erba come quelli dei capretti: era il chierico che assisteva la messa nella chiesetta: voleva farsi prete, ma poi cambiò idea: cambiò anche spesso di mestiere, senza riuscire mai a concludere niente. Gironzolava sempre intorno alla chiesetta, e un giorno, quando Concezione aveva quattordici anni, egli la sorprese sola in casa e l’avrebbe violentata se la madre non fosse sopraggiunta a tempo, scacciandolo come un ladro e minacciando di denunziarlo alla polizia. Eppure Concezione si sentiva attirata verso di lui da un potere malefico, o meglio da un fascino sensuale superiore a ogni sua volontà. Nonostante la sorveglianza della madre trovava modo d’incontrarsi con lui: ed era un idillio quasi feroce, da giovani belve in amore, favorito dai recessi del luogo: macigni, cespugli, muricciuoli, erbe alte, anfratti, solitudine e spazio.

Concezione però resisteva validamente alle carezze di lui, ed egli, d’altronde, diceva:

“Tua madre non mi vuole perché sono povero e disgraziato: ma vedrai, troverò il modo di diventare ricco, e ti sposerò, vedrai.”

Un giorno, infatti, apparve vestito di nuovo da capo a piedi, con belle scarpe e il taschino del corpetto gonfio di monete. E regalò a Concezione un anello d’oro, che doveva essere quello del fidanzamento. Ma pochi giorni dopo fu arrestato, assieme con altri, per fabbrica e spaccio di monete false. Condannato a vari anni di carcere, s’impiccò nella sua prigione. Questo era il segreto e l’inutile rimorso di Maria Concezione.

La prima ad alzarsi, la mattina dopo, fu la madre. Giornata grigia, anche questa, e rigida: svanita la nebbia, i monti apparivano nudi, con le macchie livide dei boschi, le chine solcate da striscie rossastre, come schiene scudisciate.

“Avremo la neve”, annunziò la vecchia, e per confortarsi accese subito il fuoco e mise a bollire l’acqua per il caffè.

A momenti arriverà frettoloso, con la sciarpa al collo, il piccolo prete, seguito dal chierico. Sebbene nessuna campana la annunziasse, parecchia gente veniva dal paese per ascoltare la messa nella chiesetta: e Maria Giustina ne era orgogliosa, come se i fedeli venissero per rendere omaggio a lei. A sua volta ella aveva una profonda adorazione per Serafino, il giovine prete, che tutte le domeniche si sacrificava a venire fin laggiù, sebbene malaticcio e anzi, si diceva, toccato da un male ai polmoni. Il caffè era per lui, ed ella glielo serviva nella piccola sagrestia, mentre il chierico si scolava, dietro l’altare, il rimasuglio del vino per la messa. Nella piccola sagrestia ella apparecchiò sopra il tavolino accanto alla finestruola verde, poi andò ad aprire la porticina laterale della chiesa. Ed ecco, nella luce ancora crepuscolare della lontananza, nella strada sterrata, vide avanzarsi la figura nera del prete: camminava che pareva avesse le ali, ed ella provò, al guardarlo, una tenerezza, uno struggimento materno: avrebbe voluto accoglierlo fra le sue braccia, riscaldarlo come un bambino. Ne sentiva la tosse, lo vedeva stringersi il cappotto sul petto; e avanzarsi di corsa; il chierichetto sbilenco e quasi gobbo si attardava invece a sbattere una fronda contro i cespugli lungo la proda erbosa della strada.

Non potendo far altro, ella spalancò la porta e salutò con un profondo inchino il sacerdote, mentre egli ne faceva uno eguale alla Madonna, dirigendosi poi rapido alla sagrestia.

“Com’è pallido”, ella pensava; “è giallo, anzi: le sue mani rassomigliano alle zampe di un uccellino Mentre quell’animale…”

Il chierico non si affrettava: adesso sbatteva la fronda contro il muricciuolo dello spiazzo, con una smorfia che gli tirava in su la bocca fin quasi all’orecchio.

“Maledetto scarabeo”, disse la vecchia: “tu fai aspettare quel santo, mentre egli è tanto buono con te.”

E gli strappò di mano la fronda, col desiderio di provargliela sulle spalle; non lo fece, anche perché sopraggiungeva un gruppo di donnicciole, quasi tutte vecchie, col naso rosso per il freddo.

Nella sagrestia il prete si vestiva, senza aspettare l’aiuto del chierico, che del resto si affaccendava ad accendere i ceri e guardava nell’armadietto accanto all’altare se c’era l’ampollina col vino bianco: c’era, ed egli avrebbe voluto già assaggiarlo, ma ebbe paura della vecchia che, entrate le donne, aveva socchiuso la porta e risaliva verso l’altare.

Altri fedeli arrivavano; vecchi contadini che fin dal tempo della loro fiera giovinezza frequentavano la chiesa; anche qualche giovane; anche Aroldo. Sembrava un signore; indossava una gabardine con le tasche gonfie; e una sciarpa bianca e rossa intorno al collo faceva apparire il suo volto fresco e colorito come una rosa. Si mise in fondo alla chiesetta, nell’angolo dietro la porta, e guardò se si vedeva Concezione. No, non si vedeva: forse stava ancora a letto, forse si sentiva ancora male. Una tenerezza simile a quella che le donne lì raccolte sotto l’altare provavano nel guardare i piedini mossi del santo Bambino, gli riscaldò il cuore. Era quasi contento che ella fosse sofferente: poiché solo così spiegava il contegno duro di lei, i suoi propositi di solitudine e di distacco dalle cose del mondo: ma subito egli vinse questo suo istinto che in fondo era di egoismo. No, ch’ella sia sana e forte come prima; ch’ella sia felice e buona; per se stessa e per gli altri. Non importa che sia cattiva con me; ella può calpestarmi, come voi, Madonnina, fate col serpente: mi parrà di essere sotto i vostri piedi, non come il serpente, ma come la luna, e di essere contento lo stesso.

Così egli pregava, ancora in piedi, col cappello di feltro grigio fra le mani, guardandosi le scarpe gialle ben lucidate; e si sentiva davvero contento. Gli bastava di amare: e il sangue gli scorreva caldo nelle vene, e la giovinezza gli fioriva intorno, nella chiesetta fredda, con tutte le rose della speranza e dei buoni propositi. Ma d’un tratto la porta fu aperta bruscamente, ed entrarono, quasi spingendosi l’un l’altro, due uomini giovani, che cominciarono a farsi grandi segni di croce con l’acqua santa, ma volgendo le spalle all’altare. Poi sedettero sul sedile in muratura lungo la parete, poco distanti da Aroldo. Sembravano due gemelli, piuttosto piccoli e tozzi, con le grosse teste brune ricciute e il viso scuro con le labbra tumide e rosse e le sopracciglia grandi e folte. Rassomigliavano al vecchio che Aroldo aveva la sera prima lasciato dalle donne, anche nel modo del vestire, col cappotto corto e le uose di lana ricadenti sulle scarpe a chiodi unte di sevo.

“Devono essere i nipoti di quel vecchio prepotente”, egli pensò rabbuiandosi; e gli sembrò di sentirne l’odore selvatico; ma sbirciandoli bene, dai capelli oleosi alle grasse mani olivastre con le unghie nere, pensò che non erano tipi da piacere a Concezione.

Quando il prete apparve sull’altare, entrambi i due giovanotti si buttarono in ginocchio, più per timore di lui che per devozione. Aroldo, rimasto in piedi, li vedeva davanti a lui come un paio di giovenchi ancora non domati, e maggiormente si rinfrancava; si sentiva alto, sopra di loro, alto fino alla luna ai piedi della Madonna; e di nuovo ebbe piacere che Concezione non venisse, poiché gli sembrava che il solo sguardo di quei zoticoni l’avrebbe offesa e profanata.

Quando però la messa fu terminata, ed egli uscì col proposito di andare dalle donne e portare a Concezione il nuovo regalo che aveva in tasca per lei, vide con dispetto che i due fratelli, sempre spingendosi a vicenda, forse per farsi coraggio, si dirigevano anch’essi al cancelletto dell’orto.

Allora scantonò; discese un tratto del sentiero che andava giù dalla strada nella valle, poi risalì, confuso e disorientato, e stette a spiare accanto alla siepe dell’orto.

Quei due erano entrati nella cucina delle donne, senza bussare, senza chiedere permesso; non c’era nessuno; però si sentiva la voce di Giustina nella sagrestia, dal cui uscio socchiuso usciva l’odore del caffè. Uno dei fratelli si spinse cauto a origliare, ma tornò indietro facendo segni di comico spavento: poiché aveva sentito la voce fievole di Serafino, che parlava con la vecchia; e tutti, nella famiglia Giordano, compreso il nonno, avevano una grande soggezione, quasi una sacra paura, del giovane prete. Era lui, in fondo, il padrone assoluto della famiglia: parlava poco, ma tutti di casa sapevano quello che si doveva fare: e la madre, soprattutto, gli obbediva come una bambina docile.

I due fratelli, quindi, che erano arrivati fin là per ordine del vecchio, con la speranza che appena finita la messa Serafino sarebbe andato via, si guardarono negli occhi, e mentre l’uno ammiccava con malizia, l’altro fece una smorfia col labbro superiore e col naso, come nel sentire un cattivo odore. Ma erano quasi contenti che le cose procedessero così: nessuno dei due conosceva Concezione e la consideravano una vecchia zitella: quell’offrirsi poi in società, affinché lei scegliesse uno di loro “come si sceglie la pera più matura”, li umiliava e li divertiva nello stesso tempo: nel venire alla messa, via per la strada solitaria, si erano dati parecchi spintoni: “avanti tu, Giudeo, che sei il più bello: avanti tu, Maccabeo, che sei più alto di un centimetro”, e in coro ripetevano un ritornello, non riferibile, nel quale una donna esprimeva il desiderio di trovarsi nuda fra due giovanotti.

Ed erano anche contenti di farla franca col nonno, che, forse per prendersi la rivincita della ferma padronanza di Serafino, li comandava a bacchetta, minacciando ancora di bastonarli se non filavano dritti. Adesso si era messo in mente quest’idea del matrimonio con Concezione, ed essi sentivano che se non venivano respinti da lei, lo scampo era difficile.

Uscirono dunque dalla cucina, decisi, almeno per questa volta, a svignarsela: nell’orticello videro il chierico, che si leccava ancora le labbra per il sapore del vino, e con la sua ghigna storta pareva deriderli. Il maggiore gli accennò con l’indice di avvicinarsi, e gli disse minaccioso:

“Guardati bene, animale, di dire a nostro fratello che ci hai veduto qui, altrimenti ti mettiamo dentro un sacco come un porchetto.”

E risero, ricordandosi che spesse volte avevano eseguito la faccenda con qualche porchetto magari di comune accordo rubato nell’ovile del nonno; poi se ne andarono spingendosi per le spalle allegramente. Aroldo, dietro la siepe, aveva veduto e sentito tutto; per il momento provò di nuovo un senso di speranza, e attese che anche il pretino se ne andasse. Serafino però si attardava presso le donne. La vecchia disse che Concezione non aveva assistito alla messa perché ancora non si sentiva bene, ed egli espresse il desiderio di vederla. La madre andò a cercarla e subito dopo Concezione, alzatasi nel frattempo, entrò nella sagrestia. Era grigia in viso e tremava di freddo: a Serafino però bastò uno sguardo per accorgersi ch’ella fingeva di essere sofferente più di quanto lo era. Disse la madre:

“Ma andate a sedervi accanto al fuoco: discorrerete meglio”.

Né l’uno né l’altra però avevano voglia di cose piacevoli: ed entrambi, come d’intesa, scossero la testa, restando in piedi presso l’armadio ove egli aveva riposto i suoi paramenti, sotto la luce cruda e verdastra della finestrina sulla roccia. Dall’uscio della chiesetta veniva ancora l’odore dell’incenso, ma freddo, funebre; e la piccola cella, con alcuni vecchi candelabri scrostati in un angolo, aveva il clima di una tomba. Il primo a riprendersi dalla tristezza di tutte quelle cose, fu Serafino: esilissimo nella sua sottana accurata e quasi elegante, coi capelli un po’ crespi intorno alla chierica, come cespuglietti intorno a una radura, aveva anche lui, come il nonno e i fratelli, una strana aria selvatica, fra di uccello di rapina e di santo eremita: le sue mani gialle, un po’ adunche, facevano contrasto con gli occhi grandi, dorati e buoni. Fissandoli bene in faccia a Concezione, disse:

Perché non sei venuta alla messa?”

Ella piegò la testa; e avrebbe voluto dirgli tutte le sue pene, e l’esito dell’operazione subìta, ma si vergognava, ed anzi, istintivamente, si stringeva le mani al seno, per nasconderne il vuoto. Tuttavia, con una tenue, umile voce di confessione, disse:

Sono malata, non lo vedi? Non mi reggo in piedi. Sono uscita ieri dall’ospedale, e mi sento estremamente debole. Forse non guarirò più.”

Questo lo sa solamente il Signore. O tu non hai più fede?”

Allora ella ricordò che anche lui era malato, di un male più certo e inguaribile del suo, e tuttavia viveva e operava come un uomo forte e sano; e ne provò conforto. Un senso di luce le veniva dalle parole di lui. Sollevò il viso, lo guardò e proseguì:

Il primario dell’ospedale mi raccomandò di tenermi riguardata, di non strapazzarmi, di non cercare emozioni. Io ho fede, sì, e voglio vivere, per mia madre, per fare, se posso, un po’ di bene. Ma ho bisogno di essere lasciata tranquilla.”

Hai qualcuno che ti molesta?”

“Sì, ieri sera è venuto qui tuo nonno. Io ho un grande rispetto per lui, anche perché era amico di mio padre. Ma ieri sera mi ha fatto quasi paura. Vuole che io sposi uno dei suoi nipoti, uno dei tuoi fratelli, Serafino. Mi disse che questa mattina sarebbe tornato con loro, per farmi scegliere; ed io non posso, proprio non posso.”

Uno sdegno mal represso fece arrossire il prete: adesso capiva perché i suoi fratelli erano venuti alla messa; il vecchio, che all’alba era ripartito per l’ovile, poiché qualcuno gli aveva portato la notizia che la sera prima, mentre egli si perdeva in chiacchiere nella cucina delle donne, gli erano stati rubati venti porci, piuttosto che portarsi appresso i due giovani alla ricerca dei ladri, aveva preferito mandarli nella chiesetta. Più che i porci gli premevano gli scudi di Concezione!

Io non posso sposarmi”, ella riprese, ferma e triste. “Non è superbia; è necessità. Non posso sposarmi, né coi tuoi fratelli, né con altri. Mai, mi sposerò: ma voglio essere lasciata in pace. Cerca di convincere tuo nonno. Dopo tutto egli ha in vista, per questo suo progettato matrimonio, solo quei pochi maledetti soldi che mi ha lasciato mio padre.”

“Appunto perché te li ha lasciati tuo padre, non devi maledirli.”

“No, Serafino, lui lo sa benissimo, e tutti lo sanno. Quei denari vengono da una sorgente di colpe, forse di delitti: ed io ci rinunzierei volentieri se non fosse per mia madre. Ma ella ci tiene; e dopo tutto vivere bisogna. Io morrò presto, Serafino, ma se dovessi campare dopo mia madre, ti assicuro che con quei denari riatterò la chiesa e farò elemosine: e se occorre mi metterò sulla porta a mendicare.”

“Uh, uh”, disse Serafino, facendo dei gesti come per scacciare qualche fantasma. “Non esageriamo, Concezione. Tuo padre era un uomo onesto e lavoratore; e non sono poi milioni, quelli che ti ha lasciato. Riguardo al resto, ti ripeto, Dio è grande: la vita, la morte, la salute nostra sono nelle sue mani. Bisogna aver fede. Sai la parabola del fanciullo di Cafarnao?”

“Non ricordo.”

“Ebbene, adesso non ho tempo, perché devo andare alla Cattedrale per gli uffici divini. Ma domenica prossima, racconterò a tutti, qui nella chiesetta, quella parabola: poiché tutti siamo più o meno infermi e abbiamo bisogno di guarire. Riguardo a mio nonno ed ai miei fratelli, sta tranquilla; non ti molesteranno più: a meno che…”

A meno che?”

“Uno di loro non ti piaccia. Sono bravi ragazzi, allegri, generosi. Molto giovani, è vero, ma la buona moglie deve essere anche la madre del suo sposo.”

Egli scherzava, certamente, e al vedere il viso ch’ella fece, di allarme e di spavento, anche lui ritorno serio:

“Sai che cosa devo dirti, Maria Concezione? Tu sei un po’ come la vita: tu mi capisci: tutti guardano alla vita, con la speranza di riceverne piacere, denari, amore: mentre invece la vita, in fondo, ci sfugge e non ci dà che delusioni e spesso dolore. Mio nonno, i miei fratelli, altri, forse, guardano a te per la tua fortuna, e ti credono una donna che oltre ai denari, può dare anche felicità. Mentre anche tu sei una povera creatura debole e infelice.”

Ella capiva: un sorriso spettrale fece vedere i suoi denti un po’ grandi, d’avorio lucidato: e Serafino strinse le labbra per non far vedere i suoi.

Aroldo lo vide andarsene, seguito dal chierico che si divertiva a tirargli il lembo del cappotto; e fu geloso anche di questo pretino fatto di nulla e di tutto, che si era trattenuto oltre il necessario dentro la casetta delle donne. Si avanzò, ma prima di spingere il cancelletto si fermò di nuovo a guardare giù verso la valle. Tutto sembrava pietrificato: anche le erbe, i cespugli, gli alberi nudi e grigi. Col crescere del giorno cresceva il freddo: un freddo opaco, fermo, incrinato appena dal grido di qualche passero: ma bastava quel tremolìo di vita, e il fumo che saliva dal camino di Concezione per sostenere la speranza dell’uomo solo e straniero. Senza cercare oltre di nascondersi, egli penetrò nell’orticello e si avvicinò alla porta: era chiusa, tiepida però del calore interno, e dalle fessure usciva il profumo del caffè. Egli lo fiutò, come quello di un fiore; avrebbe voluto inginocchiarsi sulla soglia, come il pellegrino davanti al santuario chiuso: poiché era quello il suo rifugio, la sua sosta, la sua gioia nella vita. Picchiò, una, due, tre volte, con la nocca delle dita intirizzite: le donne non rispondevano, intente a rifare assieme il loro vasto letto; ma per loro rispondeva la porticina, e pareva volesse aprirsi daper lasciarlo passare.

Pazienza, Aroldo, oggi è proprio la giornata delle contrarietà; tutto però si vince, con la pazienza, la buona volontà e soprattutto con la forza dell’amore. E così, dopo qualche minuto, venne ad aprire Concezione in persona: spalancò gli occhi, nel vederlo, in apparenza contrariata; tuttavia egli vide la scintilla di gioia che le brillò nella pupilla nera, dove si rifletteva l’immagine innamorata di lui, e non si disarmò se ella, quasi sbarrandogli il passo, esclamò:

“Così presto? Che vuoi?”

Egli avrebbe potuto rispondere che altre visite c’erano già state, prima di lui; si contentò invece di sorridere, e trasse dalla tasca l’involto che la gonfiava.

Sono stato alla vostra messa, Concezione. Oggi è la tua festa. Prendi.”

E poiché ella non prendeva, ma anzi respingeva con ostilità il dono, egli assunse un’aria desolata di bambino pronto a piangere: e se non lo fece davvero, fu perché, sopraggiunta la vecchia, lo salutò benevolmente e prese lei l’involto.

Tutto era buono, in quei tempi avari, quando la Banca diminuiva disastrosamente l’interesse dei depositi, e Concezione non poteva più lavorare: e il tempo minacciava la neve.

“Entra, entra, figlio: tu sei sempre il benvenuto.”

Egli entrò, guardingo, come un gatto in casa altrui: avrebbe voluto sedersi nell’angolo dietro la porta, come il vecchio Giordano; ma la vecchia lo spingeva verso il camino.

“Non abbiamo finito la tua porchetta che già porti altra roba, sciupone che sei. Che cosa c’è qui? Ah, del formaggio, e buono anche. Ebbene, oggi si fa festa: vieni a mangiare con noi, a mezzogiorno: ti farò i maccheroni.”

Egli stava in piedi, a testa china, davanti al fuoco, col cappello fra le mani, nello stesso atteggiamento assunto in chiesa: non osava accettare, ma il solo invito lo consolava: avrebbe voluto accovacciarsi nell’angolo del camino, dire con umiltà:

“Lasciatemi qui; non fiaterò; tenetemi come un cane fedele, almeno fino a che possa tornare al mio lavoro. Poiché nel paese non ci posso stare: i miei compagni vanno dalle male donne, e poi all’osteria: poi camminano per le strade, ubbriachi e contenti. Io mi sento smarrito, in loro compagnia. Non bevo, non canto: la mia ubbriachezza e la mia gioia sono qui.”

Vieni, o no?”

Egli volse la testa, cercando Concezione; era sparita; eppure si sentì più libero, e disse di sì.

Tutto il giorno il cielo rimase basso, uniforme, l’aria gelida e immota: una giornata cupa, che pareva meditasse un delitto e non si decidesse a consumarlo. Si decise nella notte, nel buio, nel silenzio impressionante che l’aiutava a compierlo. Ma era un delitto innocente, e quando alla mattina presto la vecchia andò ad aprire la porticina la trovò sbarrata da un marmoreo scalino di neve, e con una tenda mobile di merletto candido. Stette a guardare, quasi felice come una bambina, sebbene lo spettacolo non le fosse nuovo; e non richiuse del tutto la porta contro l’ospite gradita (la neve è la lana dei campi, che al suo calore si fecondano felici), in modo che anche il gatto si avanzò, fiutò, tornò indietro, starnutando.

Il fuoco fu presto acceso; bollì di nuovo il caffè; di nuovo tutte le cose umili della casetta si rallegrarono. Si rallegrò anche Concezione, nel grande letto tiepido che odorava di stoppia come un campo mietuto: pensava che, almeno per quel giorno i suoi pretendenti non sarebbero venuti a molestarla; eppure il ricordo di Aroldo non voleva lasciarla; e la figura giovanile e sana di lui, la bocca fresca che non sapeva né di vino né di tabacco, gli occhi pieni di azzurro il silenzio prudente ma appassionato di lui, tutto le piaceva e le destava tenerezza. E di lui era sicura, poiché egli si mostrava piuttosto intimidito e contrariato dalla notizia della ricchezza di lei: ma l’ombra del suo avvenire non l’abbandonava: le pareva di essere come una monaca, che non può e non vuole sciogliersi dai suoi voti: e se respingeva Aroldo era per il bene di lui, per amore e non per altro. Maria Vergine, tu che esaudisci chi si rivolge a te con la fede del cieco sicuro di rivedere la luce in un’altra vita, Maria piena di grazia, accogli la preghiera della tua povera Concezione: toglile dal cuore questa freccia, fa che non pensi più ad Aroldo con desiderio carnale. Tre volte recitò l’Ave; già alla terza sentiva il calore della protezione divina sfiorarle il cuore, quando la madre entrò nella camera, e avvicinandosi allo scuretto socchiuso della finestra, dopo aver passato la mano sul vetro appannato, disse:

“Accidenti, anche con questo tempo c’è gente in viaggio.”

Si vedeva, infatti, uno strano cavaliere avanzarsi nella strada solitaria, nero il cavallo, che scuoteva di continuo la coda e le orecchie per liberarsi da quelle innumerevoli mosche bianche che scendevano dal cielo; nera, tutta imbacuccata in un mantello, con sproni da guerriero sulle scarpe alte, la punta del cappuccio orlata di neve come la cima dei monti, la figura che lo cavalcava.

“Oh”, riprese la madre, sempre più sorpresa e incuriosita; “adesso si ferma proprio qui davanti. È un uomo o una donna? Adesso smonta e tira il cavallo verso il nostro cancello: pare voglia venire qui. Oh, Gesù e Maria, è lei, quell’indiavolata di comare Maria Giuseppa.”

E corse nella cucina ad aprire la porta. La donna con gli sproni era entrata senz’altro nell’orticello, tirandosi appresso il cavallo e affondando vigorosamente i piedi nella neve, gelata e granulosa come fior di farina: nell’arco del cappuccio ben legato sotto il mento, si vedeva un viso pallido e grasso, con la bocca stretta sormontata da due baffi che sembravano quelli di un adolescente: e gli occhi neri corruscanti guardavano come quelli di una volpe dalla profondità della sua tana. Anche la voce era maschia, e rimbombò nel silenzio del luogo.

“Salute, e fatto tutto. Salute, comare Giustina. Mi volete o no? Ho la bisaccia piena.”

“Piena o vuota, la bisaccia è vostra; mio è il piacere di rivedervi.”

Allora l’ospite allungò le mani e carezzò il viso di comare Giustina; poi, essendo pratica del luogo, portò dail cavallo sotto la tettoia che copriva il pozzo e ospitava alcune galline freddolose: gli legò al collo un sacchetto con dentro un po’ d’orzo; tirò giù la bisaccia e la sella e le portò dentro la cucina, avendo prima cura di scuotersi di dosso la neve.

“Non per me, ma per il cavallo mi sono permessa di fermarmi da voi; altrimenti mi toccava di portare la povera bestia fin davanti al palazzo del Tribunale. Ho un’udienza che durerà chissà fino a quando; poiché i giudici, peste sia a loro, fanno il comodo loro.”

Pur piegata a trarre la roba dalla bisaccia, fece molti gesti di scongiuro contro i giudici, mentre l’altra, già intenerita per i regali che l’ospite generosa portava, le faceva tanti complimenti.

“Sempre voi, comare Maria Giuseppa; sempre intrepida e coraggiosa e giovane. Ma perché sempre queste vostre liti, che non vi lasceranno in pace neppure il giorno del Giudizio universale?”

“Quello meno che mai: sarà però il giorno della vera giustizia, quando io prenderò di mano a Lucifero, il tridente col quale inforca i dannati, e lo adoprerò contro i miei nemici, nudi e crudi, maledetti loro e tutte le loro generazioni.”

“Che causa è quella che oggi dovete discutere? Non si poteva rimandare, con questo tempo? Non c’è l’avvocato?”

Senza smettere di trarre cestini e involti dalla bisaccia, la donna sollevò il viso inferocito.

“L’avvocato? Tre, ne ho avuto, che mi hanno rosicchiato le ossa fino al midollo. I primi ad essere inforcati dal tridente di fuoco, nel giorno del Giudizio, saranno loro. E li morderò, anche, perché i denti mi rimarranno apposta anche dopo morta, tanta rabbia ho contro quei malfattori. Per adesso l’avvocato delle mie cause sono io: e non ho bisogno di carta né di penna: ho la lingua, e basta.”

“Calma, comare Maria Giuseppa: pigliate una tazza di caffè, che vi riscalderà e vi farà bene. E datemi notizie di vostro marito.”

“Mio marito sta bene. Sordo come una pietra, beato come un angelo del cielo, non si preoccupa di altro che della sua pipa, lui. Seduto tutto il giorno davanti al fuoco, non pensa agli affari di casa, no: ma di lui vi racconterò dopo: adesso ho fretta.”

Sbuffante, accaldata come in un giorno estivo, per poco non versò addosso all’ospite la tazza di caffè che questa le porgeva: poi, con un gran botto, mise sul tavolo il cestino tratto dalla bisaccia.

Questo per Maria Concezione. Che fa, la bambina?”

Per lei, come del resto anche per la madre, Concezione era sempre una bambina; e comare Giustina s’intenerì.

“Sta poco bene: è ancora a letto: volete vederla?”

“Adesso ho furia: alle nove devo essere in Tribunale, e di qui ci sono dei passi.”

E corse via, come un fantasma nero; il fantasma dell’inverno; lasciando sulla neve l’impronta bucherellata delle sue scarpe coi chiodi.

Maria Giustina non sapeva se ridere o stare seria. Voleva bene alla donna bisbetica, ricca e litigiosa, con la quale da molti anni erano amiche, ma la considerava alquanto pazza. Veniva costei da un paesetto sui monti, un povero gruppo di casupole di pastori, del quale poteva considerarsi regina: aveva un marito molto più vecchio di lei, che la lasciava libera nelle sue stravaganze: senza figli, padrona di terre, di armenti, di molto denaro, era sempre in lite coi confinanti delle sue proprietà; litigava per ogni più piccola cosa; per diritti di passaggio, per limiti di pochi centimetri di terra, per scoli d’acqua piovana, per alberi che sfioravano i muricciuoli di divisione: e dilatava questi conflitti sino a farsene una continua appassionata lotta vitale; non per avarizia, o per amor proprio, e neppure per istinto di proprietà, ma perché aveva bisogno di agitarsi, di sfogare l’energia esuberante del suo corpo robusto e della sua natura prepotente.

Concezione, ancora a letto, aveva sentito l’irruzione della comare di sua madre, – comari di San Giovanni, poiché s’erano incontrate, spose e in viaggio di nozze, ad una festa campestre, e, mentre i relativi mariti bevevano e giuocavano alla morra, si erano legate di amicizia scambiandosi i fazzoletti sette volte annodati, – e se ne rallegrava, per il diversivo che l’ospite portava nella piccola dimora.

C’era sempre da divertirsi, con Maria Giuseppa: per le sue storie, i suoi contrasti, le sue superstizioni, il suo fare chiassoso e sincero. I suoi regali, poi, erano straordinari e ricercati. Aveva portato alla bambina cose rare: uva fresca, pere, dolci di mandorle e un vaso di miele: e alla comare un intero prosciutto, e latte cagliato secco.

“Questa è proprio la casa dei regali”, disse Concezione: “bisognerebbe però ricambiarli.”

“Che vuoi ricambiarle? Già butterebbe tutto per aria, e poi ha tanta roba, a casa sua, che non sa cosa farsene. E, infine, è la nostra Madonnina che ci protegge: è lei che ci fa arrivare i doni.”

Ci credeva anche Concezione: e su questa fede non cieca né fanatica, ma tranquilla e luminosa, le galleggiava sempre, come la ninfea su un’acqua trasparente, il fiore della speranza. Anche il suo male, forse, era un dono misterioso, che l’avrebbe preservata dal peccato e da altri dolori. Sia fatta la volontà di Dio.

Eppure Aroldo le tornava davanti, coi suoi occhi che parevano anch’essi due fiori di luce: e pensava che quel giorno egli non sarebbe forse potuto tornare al lavoro, passando così una ben triste giornata.

Per liberarsi dai suoi pensieri si alzò, sebbene sentisse molto freddo, e disse alla madre, che almeno, bisognava preparare un buon pranzo all’ospite. Impastò un po’ di farina, con uova e strutto, e ne fece tante treccioline che, dopo fritte, spalmò di miele: sì, davvero, le pareva di essere tornata bambina. Anche la madre si dava da fare: odori buoni si sparsero nella casetta: odori di ospitalità, e quindi quasi di festa. Anche il cavallo non fu trascurato: Giustina lo abbeverò, mescolò un po’ di paglia all’orzo del sacchetto, gli batté la mano sulla testa: era una bestia buona e paziente; pareva di legno nero verniciato: tanto che il gallo prepotente, tutto giallo e rosso come una fiamma, gli beccava le zampe quasi per assicurarsi se erano vere o finte.

E la neve continuava a cadere, meno fitta ma incessante, e lieve come il fiore del biancospino che si sfoglia; e tale era il silenzio che fino alla cucina arrivava il ruminare del cavallo e il pigolìo supplichevole delle galline.

Ma ecco, dopo mezzogiorno, a rianimare il luogo, tornò comare Maria Giuseppa. Sedette anche lei nell’angolo della porta, come il vecchio Giordano, col quale aveva qualche sfumatura di rassomiglianza, – erano per lo meno della stessa razza, – dichiarando che aveva un caldo da crepare. Buttò giù il mantello, e apparve in un costume di panno scuro orlato di giallo e di verde che le stringeva la persona potente: la gonna era corta, tanto che si vedevano, sopra gli scarponcini allacciati con stringhe di pelle, le calze di cotone, bianche, con le cifre rosse: gambe salde, un po’ divaricate dall’uso del cavalcare. Dopo aver guardato bene Concezione, scuotendo la testa nel vederla così deperita, cominciò a raccontare dell’udienza in Tribunale; ma pareva facesse, più che alle sue ospiti, un resoconto a se stessa, con alti e bassi di voce risonanti. E imitava la voce del presidente e quella del cancelliere, in modo che Concezione si divertiva, come aveva sperato.

Si trattava di una delle solite cause, per la contestazione di una casupola che Maria Giuseppa aveva acquistato senza regolare contratto di vendita: ma pareva si parlasse di un castello, e c’erano di mezzo testimonianze false, ingiurie fra le parti, minacce d’incendi e di morte: anche una stregoneria la parte avversa aveva messo in opera, contro la nuova proprietaria della catapecchia contrastata.

“Sì, ho trovato nell’angolo sotto l’arco del pagliaio, dove io passavo tutti i giorni, un lungo bastone con una testina di stracci tutta trapunta di spilli. Ogni spillo un malanno. Infatti cominciavo a sentire dolori alle ossa, quando feci la scoperta: ma tanti furono i miei scongiuri e le mie imprecazioni che seppi di poi uno dei miei avversari malato di lombaggine. Oggi non ha potuto venire neppure all’udienza; e ben gli sta. Lo stesso giudice diceva: non deve aver paura del male chi il male non commette.”

Ella, certamente, metteva in bocca agli uomini della giustizia, sentenze di sua speciale invenzione: e pareva recitasse una tragedia antica, citando gli articoli della legge, quasi sapesse a memoria, come un poema, il codice penale e anche quello civile e quello commerciale.

Le ospiti, la madre occupata a cuocere la pasta, Concezione a preparare la tavola, l’ascoltavano con interesse; d’un tratto ella cambiò tono di voce, e domandò:

“Ma chi è quel badalucco che, nel venire in qua ho visto girare due volte intorno alla chiesetta? Ha l’ombrello, e pare abbia smarrito qualche cosa fra la neve.”

Ha smarrito questo”, disse Maria Giustina, battendosi un dito sulla fronte; e rise giovialmente, guardando Concezione fatta scura in viso: entrambe avevano capito che si trattava di Aroldo.

“Oh, certo”, affermò l’ospite; “solo un pazzo può girare così con questo tempo. Non mi ruberà il cavallo?”

E balzò sulla porta, per sorvegliare il vagabondo. Anche lui l’aveva vista entrare dalle donne ed era sparito.

“Meno male, non si vede più. A meno che non si sia nascosto. Io, in fede mia, non ho paura di nessuno, né dei vivi né dei morti; ma i pazzi mi destano un terrore invincibile.”

“Non è un pazzo: rassicuratevi, comare Maria Giuseppa: è un forestiere che lavora nella strada in costruzione, e oggi, con questo tempo, è in vacanza. Venite a tavola.”

A tavola ella ricominciò a parlare dei suoi nemici. Adesso ce l’aveva coi parenti.

“Gente tua, morte tua. Tutti cercano di succhiarti il sangue, tutti aspettano la tua fine, per godersi la tua roba. Solo mio fratello Gaspare mi voleva un po’ di bene; ma il Signore se l’è preso giovane ancora; se l’è preso, il Signore, come un pastore al suo servizio. Gaspare ha lasciato solo un figlio illegittimo, Costante, buon ragazzo, troppo buono anzi, sempliciotto ma lavoratore. Anche lui mi vuol bene: è l’unico parente, anzi, che ci voglia bene. E va a finire che lascerò a lui la mia roba; bisognerebbe però che gli trovassi una buona moglie. E su da noi chi c’è? Ragazze morte di fame, straccione con le sottane sfrangiate, figlie di mendicanti o bagasciotte. Io e mio marito si ha sempre avuto l’intenzione di adottare una figlia, trovarle un buon marito, lasciarle la roba; finora le nostre ricerche sono state vane: adesso io cerco una buona moglie per Costante. Sarebbe ricca e fortunata: e la padrona sarebbe lei, poiché il ragazzo, ripeto, è un po’ semplice e ha bisogno di aiuto. Non te la sentiresti, Maria Concezione?”

Concezione ebbe dapprima voglia di ridere; poi si volse tutta di un pezzo verso l’ospite, fissandola con gli occhi quasi spaventati. Oh, anche lei, adesso? Era proprio una persecuzione. Eppure la madre aveva còlto la palla al balzo, e il pensiero che un giorno la figlia sarebbe potuta diventare ricchissima, accese la sua fantasia. Tuttavia disse:

“Concezione è povera; e non intende, per adesso, abbandonare la sua vecchia madre. Ma vi ringraziamo, comare Maria Giuseppa, per la vostra buona intenzione; e vi auguriamo, che tutti i vostri desideri siano esauditi. Per adesso godiamoci questa ora di svago. Mangiate, mangiate; ancora un pezzo di porchetta.”

L’ospite non si faceva pregare: il viaggio, il freddo, lo strapazzo, avevano aperto una voragine nel suo stomaco potente: e beveva anche; poiché il vino, perché l’ospitalità fosse completa, non mancava sulla tavola.

Allora divenne affettuosa, di una cordiale umanità che le affiorava negli occhi corruscanti e, a momenti, glieli riempiva di lagrime: e li fissava sul viso duro di Concezione come su quello di una santa di marmo dalla quale si spera tuttavia di ottenere un miracolo.

Noi abbiamo bisogno di te, rosa mia. La nostra casa è piena di ogni ben di Dio, ma è fredda come la casa dei morti. Abbiamo bisogno di un’anima sincera, e di bambini, di speranze, di amore. Mio marito sembra tranquillo, col suo fuoco e la pipa, ma quando è solo sospira e sospira. Non è detto, rosa mia, che tu debba abbandonare tua madre. Essa potrebbe venire a stare con noi; la casa è grande come un convento; e se vuole la sua liberho altre case accanto, e tutte sono a sua disposizione: e avrà, se vuole, serve e servette: e anche un orto, dieci volte più grande di questo: se vuole posso farle costruire anche una chiesa. Basta che tu mi levi questa melanconia dall’anima, Maria Concezione; che tu voglia diventare nostra figlia.”

Concezione piluccava un po’ svogliatamente uno dei grappoli d’uva portati dall’ospite, e non rispondeva.

“Non credere”, proseguì la tentatrice, “che io ti voglia in casa mia per servirmi di te. Sarai una signora, una regina. Ti alzerai all’ora che ti piacerà: ti porteremo a letto il caffè, ti laveremo i piedi, accenderemo il fuoco nella tua camera: avrai tante ancelle quante quelle delle mogli di Salomone. Di primavera andremo nelle nostre terre, dove l’erba è alta come l’acqua del mare; e toseremo le pecore, faremo festa, ci coricheremo all’ombra degli alberi. Sai quanto è bello sentire gli uccelli, su questi alberi, e il vento stormire fra i rami. E un servo suonerà la fisarmonica. E mangeremo il formaggio fresco cotto col miele, e il dolce fatto con i cedri canditi. Se ti piace il caffè e il rosolio, li avrai a portata di mano. Se vorrai, cuore mio, andrai a tutte le feste anche le più lontane, a cavallo, o sul carro ricoperto da una tenda, ed anche in carrozza. Non avrai che a esprimere un desiderio e sarà subito esaudito. E se avrai figli faremo venire il vescovo con la mitria a battezzarli.”

Solo questa prospettiva toccava il duro cuore di Concezione: ma era come il vento che, al dire dell’ospite, stormiva sulle querce dell’altipiano, nei meriggi di primavera: soffio d’illusione.

L’altra proseguiva:

Lo sai, tu, la roba che c’è nella mia casa? Non lo so precisamente neppure io, a dirti la verità. Armadi pieni di lenzuola, di tovaglie e di tela antica; casse zeppe di coperte di lana, di cotone e di seta; anzi te ne voglio regalare una, per farti vedere come sono tessute. Roba buona, non ragnatela come quella che si vende nelle botteghe. E abbiamo cose d’oro e d’argento che formano un tesoro: anelli con le corniole, e orecchini e collane di corallo; e un rosario in filigrana, con le poste d’oro, e una croce dentro la quale si vede la vera immagine di Cristo: è un talismano, venuto, si dice, da Terra Santa, e preserva dalla mala morte. Non ti dico poi delle provviste: ogni ben di Dio ti aspetta: olle piene di olio, e grano e farina, e mandorle e legumi, lardo e frutta secche. Abbiamo persino il frutto del giuggiolo e le olive secche che sembrano prugne. Quando i venditori ambulanti vengono al paese, la casa dove scaricano la loro roba è la nostra: ma a che serve, se nessuno ne profitta? Mio marito vuole solo la zuppa di farro, ed a me piace il pane d’orzo e il baccalà. Bambini, ci vogliono, per schiacciare le noci e masticare le castagne secche: e gente giovane per nutrirsi di agnelli arrostiti e di fegato di porco. La casa dove non c’è gente, come la nostra, ripeto, è la sagrestia del cimitero; non c’è fuoco che la scalda, né sacchi di denaro che la tengano allegra.”

È vero, è sacrosantamente vero”, ammise Maria Giustina: e un po’ ammaliata, un po’ anche impietosita per l’accento lamentoso dell’ospite guardava anche lei con occhi supplichevoli l’inesorabile Concezione. Ella aveva finito il grappolo dell’uva, e rosicchiava uno dei dolci di pasta fatti da lei: quelli portati dall’ospite, sebbene ricoperti di zucchero e in vaghe forme di uccellini e di fiori, le destavano nausea. E si sentiva soffocare, alla sola idea di dover abitare la casa “piena di roba” della ricca paesana. Quando poi questa fece un ritratto particolareggiato del nipote Costante, alto e bruno, capelluto e forte come uno degli antichi pastori venuti dalla Libia, ma un po’ balbuziente e così semplice da aver ancora paura degli spauracchi e dei gatti selvatici, impazientita disse:

“Mille donne se lo prenderebbero ad occhi chiusi: ma non fa per me.”

“Insomma, ho capito: tu non lo vuoi. Chi vuoi, dunque? Il re di Spagna?”

“Non voglio nessuno, non offendetevi: io sono già vecchia, sono malata; non sposerò nessuno.”

Dunque, la speranza non era del tutto perduta: e Maria Giuseppa continuò imperterrita a enumerare i suoi beni: terre cintate di muri, bestiame, cavalli, alveari, boschi di sugheri che da soli producevano una rendita considerevole. Ma Concezione, buttata un po’ indietro sulla spalliera della seggiola, socchiudeva gli occhi e aspettava solo il momento che l’ospite se ne andasse.

La domenica seguente tornò Serafino, e tenne la promessa della predica. Il tempo si era raddolcito, e nella chiesetta non faceva molto freddo. C’era parecchia gente, ma di uomini solo qualche vecchio e Aroldo timidamente inginocchiato nell’angolo in fondo. Il prete, dunque, dall’altare, raccontò una specie di fiaba, che a poco a poco prendeva con un fascino quasi musicale, gli umili ascoltatori.

La casa era appena finita, bella, solida, bianca, con terrazze e portici per la stagione calda, e stanze con tappeti e camini per l’inverno. Molti servi l’avevano messa in ordine, e coltivavano il giardino pieno di palme e di ori. Questa casa era del Regolo, cioè del Capitano che governava la città; e questa città si chiamava Cafarnao ed era in Palestina, ai tempi di Gesù Cristo. Il Regolo era di religione pagana; non credeva in Dio, derideva le dottrine nuove del Messia. Egli dunque e la sua famiglia, composta della moglie, della suocera e di un fanciullo che era tutta la sua gioia e la sua speranza, vennero ad abitare la nuova casa.

Aveva appena dodici anni, il figlio, ma ne dimostrava di più: forse era cresciuto troppo presto, e la nonna e la madre tremavano ad ogni soffio di vento che potesse fargli male. Infatti, appena furono nella nuova casa, si ammalò. La nonna, che era di razza ebrea, fece gli antichi scongiuri; portò due colombe in offerta al Tempio, e non smetteva mai di piangere e pregare. Il Regolo, già assai prepotente e cattivo nei tempi sereni, nel vedere il figlio malato diventò quasi feroce. Maltrattava i soldati e i servi, bestemmiava e s’infuriava per ogni cosa. Solo la madre pareva cupamente rassegnata: diceva: io lo sapevo; fatta la casa entra la morte.

Chiamarono i più famosi dottori, ma nessuno di loro seppe definire il male del ragazzo, mentre il poveretto si consumava lentamente, aveva sempre la febbre e non accettava cibo.

Fu chiamato anche un medico della città di Cana, vicino a Gerusalemme, ed egli, mentre se ne andava, disse al padre:

“Mi dispiace, ma il male del giovinetto è uno di quelli dai quali non ci si salva. Neppure il Rabbi, coi suoi pretesi miracoli, potrebbe guarirlo.”

Eppure come un arcobaleno brillò tra le nuvole che opprimevano il cuore del Capitano. Il Rabbi, così veniva chiamato Gesù, in quei giorni, andava predicando per le contrade della Palestina. Egli, il Regolo, era incaricato di sorvegliarlo e con lui i suoi seguaci, ma, come si è detto, non ne faceva gran conto, anzi lo credeva un esaltato, quasi un pazzo. Ma poiché in quei giorni egli aveva consultato, per la malattia del figlio, anche maghi e stregoni, pensò di andare in cerca dell’uomo che, si diceva, faceva miracoli, e domandargli una medicina. Ed ecco che questo solo pensiero lo colmò di speranza.

In quei giorni il Rabbi si trovava appunto nella città di Cana; il Capitano, dunque, vi si recò, a cavallo, con alcuni servi. Trovò la città tutta in festa: pareva fosse primavera; tutte le finestre erano piene di fiori; nelle osterie si sentivano canti e suoni. Molta gente si dirigeva verso una casa che era quasi al limite della città: e il Regolo, lasciati i servi e i cavalli nel cortile di una caserma, si diresse anche lui verso il luogo dove accorreva la folla. Era quasi sera: nell’aia davanti alla casa di un contadino si vedeva brillare un grande fuoco; e Gesù vi sedeva davanti, in mezzo a molti uomini del popolo. Era tutto vestito di bianco e pareva che la sua persona risplendesse come l’argento: anche le sue dita sembravano raggi, e i suoi capelli erano del colore della seta appena filata.

Così, almeno, lo vide il Regolo di Cafarnao; che al suo apparire, con le sue vesti e le sue armi da Capitano, destò un senso di paura, poiché si credette che venisse a perseguitare il Maestro e i suoi seguaci. Ma Gesù continuava a parlare, con la sua voce forte e dolce nello stesso tempo, e tutti si rassicurarono. Infatti il Capitano si avanzava serio e addolorato, con le mani ferme sul pomo della spada; arrivato davanti a Gesù disse al alta voce:

Ho un figlio che sta per morire: Rabbi, ti prego, scendi in Cafarnao e vieni a visitarlo. Ma vieni subito, o sarà tardi.”

Gesù lo guardò, eppure pareva non lo vedesse, o che non si curasse di lui: tuttavia rispose:

Voi, se non vedete miracoli o prodigi, non credete.”

Replicò l’altro, con disperazione:

Vieni, Signore, prima che il fanciullo muoia.”

Gesù allora disse:

“Va, il tuo figlio vive.”

Il cuore del padre credette subito a queste parole; ed egli andò via senz’altro, ma portando conuna grande luce: gli sembrava di sentire dentro il suo cuore ardere il fuoco davanti al quale Gesù continuava a parlare ai suoi discepoli. E la notte stessa fece ritorno a Cafarnao; i servi spronavano i cavalli, tutti erano pieni di speranza. Arrivati poco distanti dalla città, egli mandò di corsa uno dei suoi servi, a prendere notizie del figlio: corse, l’uomo, tornò verso i viaggiatori come un uccello di buon augurio.

Il fanciullo è vivo: non ha più febbre, è quasi guarito”, gridava con gioia.

Il Capitano, l’uomo che fino a quel giorno aveva usato bestemmiare per esprimere la sua contentezza, questa volta guardò le stelle e gli sembrò che piangessero: era invece lui che piangeva.

Dalla casa altri servi gli corsero incontro: e il più vecchio, il più affezionato, piangeva anche lui.

È dall’ora settima che il fanciullo non ha più febbre”, disse.

Era l’ora appunto in cui Gesù aveva detto: “Va, il tuo figlio vive”.

E anche lui, il Regolo, si sentì come rinascere a una nuova vita, guarito dal peggiore dei mali; la mancanza di fede; gli parve di ritornare fanciullo, come il suo figlio diletto, e di poter ormai vivere di una eterna giovinezza: poiché adesso egli credeva nella parola di Dio. E con lui, sentito il suo racconto, si convertirono i suoi familiari.”

Concezione era abbastanza intelligente per capire che Serafino predicava per lei: gli altri fedeli ascoltavano, sì, di buona volontà, e pensavano che i parenti malati, e loro stessi, con la volontà di Gesù potevano guarire dai mali più gravi; ma non andavano più oltre, poiché tutti possedevano la fede e non sentivano bisogno di convertirsi: solo Aroldo, che tormentava con le mani nervose il suo cappello di feltro, capiva che il prete, oltre che di salute fisica parlava anche di salvezza morale; e accompagnava la musica in sordina della parabola con un suo canto umile e silenzioso che lo riempiva di gioia e di tristezza. Sì, Concezione, tu devi guarire; per la tua felicità stessa, per il bene di chi vive di te solamente, e quando tu sarai guarita tutti intorno a te si sentiranno ringiovanire, tutti si convertiranno.

Eppure, nel capire che il prete parlava solo per lei, sentiva di nuovo una vena di gelosia: avrebbe voluto essere lui al posto di quel fantasma di cera, vestito di merletti, che si affacciava dalla balaustrata dell’altare come da un mondo sovrannaturale, e con appena un soffio di voce arrivava al cuore di Concezione, mentre lui, con tutto il suo ardore e la sua vitalità, la lasciava fredda e indifferente.

Maria Vergine, Maria della Solitudine, guarda sopra di noi, dalla tua altezza lunare, e fa che c’incontriamo ancora, io e Concezione, nel deserto della vita: sono così solo, e sola è anche lei, col suo cuore che pare sia stato punto dal serpente.”

Il senso di desolazione e di gelosia crebbe in lui, quando la gente se ne andò e Serafino si indugiò nella sagrestia. Il chierico spegneva i ceri, la chiesetta tornava grigia e fredda: che ci stava a far lui, in quell’angolo senza luce, con la testa bassa come un colpevole? Ecco una festa che gli si presentava tetramente vuota e sconsolata; meglio tornarsene all’accampamento degli operai della strada, e spaccare le pietre per intontire la sua pena. Si avviò, infatti, passo passo, fino alla proda della strada, ma non ebbe il coraggio di avanzare.

I macigni più alti del monte ancora coperti di neve, parevano, ai primi raggi del sole, blocchi di marmo; ma dalla valle saliva un alito tiepido, come di un fanciullo che dorme: il rumore del torrente, ingrossato dallo scioglimento delle nevi, era la ninnananna. E quel respiro riaccese un po’ di speranza nel cuore di Aroldo. Coi suoi occhi sani, egli vedeva in lontananza, a riparo di una insenatura tra la valle e il monte, l’accampamento suo e dei suoi compagni, fatto di capanne e di qualche tettoia, e pensava ai luoghi ove sarebbe dovuto andare, volendolo, per scavare strade ben più lunghe e difficili di questa, e trovare fortuna.

“Ebbene, è meglio che me ne vada, sì: che devo fare oltre qui? Sono come le volpi che vengono fino al nostro accampamento, poiché non trovano da nutrirsi che le corbezzole acide, e si contentano di sentire l’odore del nostro cibo. È meglio andarsene: almeno laggiù ci sarà da lavorare in grande: farò io il primo ponte; col primo guadagno mi comprerò una chitarra, che già so suonare, e la domenica farò divertire i miei compagni. E poi, sì, col tempo, verranno anche le donne.”

Sospirò; pensò se aveva qualche parente giovane dalla quale farsi accompagnare laggiù. Nessuna: era proprio solo al mondo.

Una cornacchia, poi due, poi tante, passarono alte sul cielo di un azzurro marino: si inseguivano con gridi dolci e lamentosi; parvero sciogliersi come fuse nello splendore del sole.

Egli pensava seriamente alla chitarra. Prima di partire, con l’impresario, sarebbe già estate, con le notti calde, la luna rossa sui monti, l’odore delle stoppie ancora gialle: bello, suonare la chitarra, accompagnandosi al canto dei grilli e al tremolio delle stelle; senza parole: poiché certi dolori non si possono esprimere a parole.

Ricordò che il padrone di un’osteria del paese, dove qualche volta egli andava a mangiare, aveva una chitarra appesa al muro. Forse la si sarebbe potuta comprare, e portarsela addirittura in viaggio. E prima di partire mettersi davanti alla finestruola di Concezione, una notte scura, appoggiato al muro, e col berretto tirato sugli occhi, e farle la serenata dell’addio.

Il mercoledì santo, Concezione preparò nella chiesetta il Sepolcro di Nostro Signore. Poco più sotto i gradini dell’altare stese un’antica coperta filata e tessuta dalla nonna del padre, la moglie del famoso rapinatore, riserbata solo per l’uso della sacra ricorrenza: era di lana di pecora, ma sembrava di seta cruda, con un bordo di greche nere, e sul fondo fiori di asfodelo.

Vi depose al centro il crocefisso di legno, che il resto dell’anno rimaneva appeso, stanco e rassegnato, alla parete nell’angolo della chiesa. Steso sulla coperta parve un altro; il viso dolce e olivastro, bucato dai tarli come quello di uno che ha sofferto il vaiuolo, pulito dalla polvere, si rivolgeva in alto, gli occhi si socchiudevano, le membra tutte, pur così inchiodate e insecchite, si distendevano, nude e d’una castità di ramo stroncato dal vento, con un vero abbandono di riposo. Era, sì, come il ramo caduto sull’erba, stroncato dal vento o dal potatore, non morto, anzi pronto a germogliare di nuovo, se la terra lo riprende: e Concezione, in quel giorno di acerba primavera, sentiva anche lei qualche cosa di simile. Sette piattini fondi, dove ella aveva fatto germogliare nell’acqua un po’ di grano, furono collocati, come diadema di rinascita, intorno alla testa del Cristo: era bianco, il grano, e odorava di amido: come simbolo poteva andare, ma sarebbe stato troppo melanconico, quasi innaturale, come i capelli dei neonati, cresciuti nel buio delle viscere materne, se in sette bicchieri di vetro, uno diverso dall’altro, non avessero riprodotto i colori dell’arcobaleno i primi fiori dell’orto e quelli del ciglione sopra la valle: viole, narcisi, violacciocche, margherite bianche e arancione, e pervinche nel colore cielo di marzo. Stretti e lunghi erano i mazzolini; e pareva si sorridessero, infantili, al di sopra dei pallidi ciuffi del grano, illuminando l’aria coi loro colori.

Quando ebbe finito, Concezione s’inginocchiò sul lembo rimasto libero del tappeto, piegandosi a baciare i piedi di Nostro Signore: e le parve che il freddo di quelle dita stanche non fosse il freddo della morte, ma quello di un povero che non ha fuoco e aspetta il primo sole primaverile per riscaldarsi.

Ed ella pensò ad Aroldo: anche lui, povero, anche lui in attesa di un raggio d’amore. La pietà, la tenerezza per il Cristo morto, si fusero, in lei: poiché, se Aroldo non si era più fatto vedere, ed ella credeva di esserne contenta, in fondo sentiva che la loro storia non doveva finire così: e l’immagine di lui le rimaneva nell’anima, senza mai chetarsi, come di uno che annega ma che con tutte le forze della vita tende a risalire a galla e salvarsi. Ella non gli tendeva una mano, ma neppure lo respingeva.

“Non è peccato, il mio”, dice al Cristo morto per amore degli uomini; “non vado contro la tua legge: lascia dunque, o Signore, che io ami senza speranza, che io sola soffra per lui.”

A giorni – in quei primi giorni di primavera – si sentiva anche lei andare a fondo: se non puoi aiutarmi a vivere – le diceva l’altro – vieni e muori con me.

Ed ecco, mentre ella è ancora piegata sul tappeto, la porta rimasta socchiusa si apre, e una striscia di luce arriva fino a lei: la figura rapida, silenziosa di Serafino attraversa quella scìa luminosa, e prima che ella si sollevi, le sfiora la testa con la mano.

“Brava: hai fatto le cose per bene.”

Anche la voce di lui s’era rischiarata; roseo, sebbene di un roseo giallognolo, pareva anche lui in via di guarigione; ella se ne rallegrò, e lo invitò ad andare a prendere il caffè.

Non passarono per la sagrestia; anzi Serafino volle attraversare lo spiazzo davanti alla chiesetta, dove sotto il muricciuolo fiorivano i biancospini; poi si aggirò nell’orticello, fra le fave e i piselli già sparsi di farfalle bianche e nere di fiori. Si piegava a guardare i fili d’erba, il musco che copriva i sassi, le lucertole fuggenti; con scatti di riso, come quelli di un bambino lasciato in libertà.

“Se è felice lui, perché non dovrei esserlo anch’io?”, pensò Concezione; e d’improvviso si sentì davvero contenta; contenta della bella giornata, delle montagne che rinverdivano, del sole già caldo. Disse, andando a prendere il vassoio col caffè:

“Mia madre è fuori: è andata giù a lavare i panni nel torrente. Avevi da dirle qualche cosa, forse?”

No, egli era venuto per lei. Sedette sulla panchina di pietra accanto alla porta, e accarezzò il gatto che pretendeva saltargli in grembo.

Maria Concezione, sono venuto per te. È da molto che non vedi l’Aroldi?”

Ella arrossì, ma rispose la verità: erano quasi tre mesi che non vedeva il giovine; e nel calcolare quel tempo, che con la tristezza delle cattive giornate, non era stato breve, si domandò come faceva a vivere, così, di nulla come una povera vecchia rassegnata.

Perché?”, domandò con una pallida curiosità, ma già preoccupata per l’interessamento di Serafino.

“Senti, Concezione, tu devi parlarmi con sincerità. Sei proprio decisa a non aver più a che fare con lui? Lo hai dimenticato?”

“Ma, non so neppur io. Non si comanda ai propri pensieri: ad ogni modo è meglio che il giovane sia lui a dimenticarmi. E sarò contenta quando i lavori della strada saranno finiti ed egli se ne sarà partito.”

Un’altra cosa prima di proseguire su quest’argomento. Ma non ti sdegnare. A suo tempo ho imposto ai miei fratelli e al nonno di non darti molestia: egli però sembra preso dalla manìa di un possibile matrimonio fra te e Pietro: s’è deciso per Pietro”, aggiunse sorridendo, “perché è il maggiore: e mi ha tanto ossessionato, che sono venuto anche per questo. Non c’è proprio nessuna speranza?”

È proprio una domanda di matrimonio?”

“E perché no, se ti fa piacere?”

Senza rispondere ella riportò in cucina il vassoio, poi tornò, mandò via il gatto importuno e sedette rigida accanto a Serafino.

Tu hai voglia di scherzare, oggi; segno che stai bene: e questo mi fa davvero piacere: ma non parliamo più delle idee di tuo nonno. Tu stesso, se ricordi, me lo avevi promesso.”

“Ma anche tu, adesso, stai bene, Concezione: sembri un’altra. Dio ti conservi fino alla più tarda vecchiaia. Non c’è quindi ragione che tu non pensi al tuo bene. Come amico tuo e di tua madre, come uomo e come sacerdote, io desidero che la tua vita non trascorra così, triste a te, inutile agli altri. Il mio dovere è di consigliare il bene alle anime che mi circondano: e tu sei una fra le predilette, perché capisco che meriti una sorte migliore di quella che la tua fantasia vuole crearti. La donna è fatta per sposarsi, per crearsi una famiglia, compiere il proprio ciclo, come lo hanno compiuto le nostre madri e le nostre nonne.”

“Ma sta zitto”, ella disse, cercando di prendere la cosa alla leggera; “non devo poi sposarmi per forza, con uno che non amo.”

“Non è vero. Ammetto che tu non voglia sentir parlare dei miei fratelli; e se te ne ho accennato è per soddisfare mio nonno e mettergli il cuore in pace. Dopo tutto la sua fissazione è innocua, e né lui né i miei fratelli possono serbarti rancore. Ma tu non sei tranquilla, Concezione; io ti conosco; e tu, più di tante altre donne, hai bisogno di amore. Perché vuoi sciupare la tua vita? È un dono di Dio, la vita, e bisogna accettarla con gioia.”

Ella piegò la testa. Capiva che Serafino parlava convinto: nel suo cerchio di piccolo apostolo, egli voleva il bene delle anime che vivevano accanto a lui: era la sua missione; e ancora una volta ella fu per raccontargli le sue pene, le sue paure; ma non riuscì che a ripetere:

Sono malata, Serafino; sono molto malata: voglio, per questo, solamente per questo, restare libera: se questa è la mia sola soddisfazione, se la mia vita può ancora essere utile per mia madre, perché cercare di convincermi altrimenti?”

“Ma tu, senti, pensi al male che, anche senza volerlo, puoi fare a chi ti vuol bene?”

Ella ricordò: e il pensiero che anche Aroldo potesse commettere per lei qualche sciocchezza, le fece sollevare il viso quasi spaurito.

“Ascoltami bene, Concezione. C’è una donna, nel nostro paese, che la voce pubblica dice figlia di tuo padre. Uomo buono era tuo padre, ma ignorante e di poca religione vera, come la maggior parte degli uomini incolti abbandonati a se stessi. Egli ebbe questa figlia da una serva, e non se ne curò: chi è il paesano benestante che non ebbe relazioni con donne facili, e non lasciò qualche bastardo sperso per il mondo? D’altronde la madre della bambina aveva relazioni con altri uomini; e neppure lei si curò dei suoi diritti. Crebbe, la ragazza, sotto il cattivo esempio della madre e, morta questa, ne seguì la via. Adesso vive in una sua casetta quasi nascosta in mezzo a un orticello, che, a vederla, sembra un nido di pace e di virtù, ed è invece un covo di serpi. Ho qualche volta tentato di rimettere la donna nella buona strada, ma inutilmente. Essa è contenta della sua mala sorte; è anche, come tutte le sue pari, una squilibrata e irresponsabile; io non dispero, col tempo, di richiamarla in sé; ma intanto non posso nulla: troppo grandi sono le forze del demonio.”

Lo so”, disse Concezione mortificata e dolente; “è una storia che da lungo tempo ci umilia, me e la mamma. Lo so; e poiché, né vivo mio padre, né dopo la sua morte, anche noi nulla abbiamo potuto fare per porre qualche rimedio al peccato di lui, tante volte io ho pensato di far parte, almeno, dell’eredità di lui alla disgraziata: ella, lo sappiamo, non ha bisogno di aiuto materiale, ed ha rifiutato, una volta, una mia offerta; è d’animo malvagio, e disse che sperava lei di vederci ridotte in miseria, di veder distrutta la nostra chiesa, e di poterci un giorno soccorrere lei col suo denaro maledetto. Allora, la miglior cosa per noi è di lasciarla in pace e pregare per lei: ma se adesso che tu me ne parli, Serafino, se adesso posso fare qualche cosa per lei, eccomi pronta.”

“Ecco”, egli riprese, un po’ turbato, “quello che devo dirti non è piacevole, e prima di riferirtelo ho voluto esserne sicuro. L’Aroldi frequenta la casa di Pasqua, di quella donna, insomma. Perché lo fa? Per disperazione, o per farti dispetto? Pasqua è bella; ti rassomiglia; e sebbene sia più vecchia di te sembra più giovine: perché non si strapazza, no; fa una vita comoda, e fra gli uomini che la cercano sa scegliere bene: li vuole sani, giovani e ricchi.”

“Aroldo non è ricco”, scattò Concezione; ma subito si pentì e riprese la sua cupa rigidezza.

“Non è ricco; ma può diventarlo, così almeno va raccontando lui a chi vuol sentirlo. E adesso chiacchiera con tutti: è diventato un altro; tutte le feste è all’osteria, e suona e canta e, purtroppo beve. Certo, sembra, come dice la gente superstiziosa, che gli abbiano fatto una stregoneria. E fama di queste cose ha appunto la sciagurata Pasqua; ma la vera malìa, certo, l’Aroldi l’ha avuta da te.”

“Oh, Serafino”, disse allora Concezione, con rimprovero amaro; “tu non devi parlare così. E, del resto, che cosa posso farci io? Mi dispiace che egli vada da quella donna; ma, credi pure, non sono gelosa; e non ne ho io la colpa. Tutti gli uomini fanno la stessa cosa: un giorno, poi, egli se ne dovrà pure andare, e tutto sarà finito.”

“Non so; credo che tutto non sarà finito così presto. Pasqua lo rovinerà; forse riuscirà a farsi sposare.”

“E lascia che si sposino. Non sarà un modo, per l’infelice, di redimersi?”

Tu non mi intendi, sorella mia: non mi vuoi intendere. L’uomo è disperato; è traviato: nulla di buono, qualunque ne sia la conclusione, può nascere da questa avventura. Tu sola puoi e devi salvarlo.”

“Poco fa tu mi chiedevi di aiutare Pasqua; non sarebbe il modo, di lasciare invece che la sorte di lei e quella di Aroldo si uniscano?”

Serafino scuoteva la testa: un po’ irritato disse:

Tu parli senza convinzione. Fingi con me come vuoi fingere con te stessa: così non ci si può intendere. La vita non deve essere commedia, Concezione, almeno fra persone di fede e di giudizio, come io ti ritengo. Ora, io ti dico: sono venuto per metterti in avvertenza: non si scherza con l’anima delle persone a cui si vuol bene: e tu vuoi bene a quell’uomo.”

Per la seconda volta ella arrossì, e stava per rispondere, quando vide spingere il cancello socchiuso, e senz’altro avanzarsi nel vialetto, una donna con un canestro in testa. Era del paese di comare Maria Giuseppa; anche lei con le scarpe a chiodi, la persona forte e dura come una colonna; il viso lucido e rosso e gli occhi neri maliziosi sorrisero con ironia nel vedere Concezione e il prete seduti accosto sulla panchina quasi stretti come due innamorati.

“Buon giorno e salute”, disse, deponendo ai piedi di Concezione il canestro e sollevando il panno che lo copriva; “questo te lo manda Maria Giuseppa Alivia: è il regalo di Pasqua. Sarebbe venuta lei, ma ha male a un piede poiché è caduta da una scala nel fare le pulizie per la settimana santa.”

Di nuovo rigida e ostile, Concezione si era alzata e guardava la roba del canestro, accanto al quale la donna stava piegata in adorazione.

“Vedi quanto bene di Dio? Burro, formaggio, uova, pizze e salami: roba solida, figlia mia: e poiché sono venuta col cavallo di San Francesco, ti dico, figlia cara, che il mio collo si risente del peso del canestro.”

“E perché non vi ha dato uno dei suoi cavalli, comare Maria Giuseppa?” domandò Serafino.

La donna lo guardò male: non era convinta che la visita di un pretino, a quell’ora, a una bella ragazza come Concezione, fosse del tutto innocente.

“Mi piace camminare col cavallo di San Francesco”, disse, “ognuno ha i suoi gusti.”

“Ma questa roba è troppa per me”, protestò Concezione. “Si può aprire un negozio.”

“O dare un pranzo ai poveri”, aggiunse serio il prete.

“E poi, come sdebitarmi? Io non ho proprio nulla da poter mandare a comare Maria Giuseppa.”

Tu sai bene il modo di ricambiarla”, disse la donna, guardandola di sotto in su con un cenno di intesa. “Basta un tuo saluto.”

Oppressa, ma decisa a ribellarsi, Concezione si rivolse a Serafino:

“Pare impossibile: anche Maria Giuseppa Alivia mi vuol dare marito: che ho, di tanto bello, da essere così ricercata? No, buona donna, io non posso mandare alla tua padrona il saluto ch’ella desidera. Le auguro buona Pasqua; ogni bene le auguro, a lei ed a tutta la sua famiglia: ma che ella non pensi più a me che come ad una buona amica. E questa roba, sì, l’accetto; poiché scortesia sarebbe rifiutarla, ma ne farò parte ai poveri, come Gesù nostro Signore comanda. È dentro la chiesetta, steso sul pavimento, più povero di tutti i poveri: vuoi vederlo, donna?”

La donna si chinò in ginocchio.

Tu parli come un libro d’oro”, disse, fattasi triste e quasi severa; “ci sono tanti poveri che hanno fame. Anche da noi, lassù. Riporterò le tue parole a Maria Giuseppa: sta pur sicura, anima mia. E adesso fammi vedere il Cristo morto.”

E prima di andarsene, Serafino disse:

“Concezione, ti manderò qualche povera madre di famiglia, e qualche bisognoso che non vuol dimostrarsi tale: e tu farai loro parte di questo ben di Dio.”

Fu come un raggio di sole in una giornata sia pure calma e tiepida, ma grigia e uniforme: e grigio, tiepido, ma fermo e grave era quel giovedì santo, con gli alberi coperti di piume verdi, e le montagne tigrate melanconiche come belve assopite. D’un tratto però il cielo si aprì; una spada d’oro sfolgorò toccando il mandorlo dell’orto che si coprì di perle: e i monti buttarono via, definitivamente, le loro pellicce invernali.

Un piccolo uomo d’età e di condizione indefinibili, ancora smilzo nel suo cappotto nero di vecchio taglio, ma attillato e pulito, con una bombetta lucida sulla testa piccola irrequieta come quella di un uccello, i guanti, il bastone, le scarpe di coppale, entrò nella chiesetta, piegandosi, senza inginocchiarsi, sopra il santo Sepolcro: ma pareva lo facesse più che altro per osservare il tappeto, del quale aggiustò un lembo con la punta del bastone, e per sentire l’odore dei fiori; poi andò dalle donne. Anche lì si guardò bene attorno, con un lieve fiuto, e disse con voce un po’ tremula:

“Prete Serafino mi ha incaricato di farvi sapere che oggi non può venire perché occupato nelle cerimonie della Cattedrale. L’ho appunto incontrato in piazza, e saputo che venivo a passeggiare da queste parti mi ha pregato di entrare da voi. Così ho visitato anche il vostro grazioso Sepolcro: la parola grazioso non sarebbe giusta a proposito; ma immaginando che lo abbia combinato la nostra amabile Concezione non ne trovo una più adatta. Brava, brava: hai gusto, fanciulla. E, dunque, come va la salute? È un pezzo che non ci si vede.”

È vero; non si è fatta più vedere, da queste parti, signor dottore: ma avrà avuto molto da fare; con l’inverno vengono tanti malanni.”

Se non fosse stata la buona Giustina, a parlare così, l’uomo avrebbe sorriso male; poiché era un vecchio flebotomo, che aveva, sì, esercitato abusivamente medicina, ma dopo l’apertura dell’Ospedale, e le nuove teorie sul salasso, perduto ogni prestigio; e, adesso, mezzo alcoolizzato e senza più un cliente, viveva in completa miseria.

Ricordando le parole di Serafino: “ti manderò qualche povero bisognoso che si vergogna di esserlo”, Concezione capì subito di che si trattava.

Il viso scarno ma pulito dell’uomo, i suoi occhi azzurri, infossati e smorti, la piega amara delle sue labbra grigie, persino il vestito che ricordava l’antica dignità, le destarono una pietà profonda. Non seppe perché, pensò ad Aroldo vecchio; ad Aroldo logorato da una vita di fatica, di errori, di vizi; di quei vizi che, una volta preso possesso di un uomo, lo marciscono fino alle ossa: e l’inquietudine che già dal giorno avanti la rodeva, scoppiò in tenerezza e carità.

“Senta”, disse, sapendo di fare una doppia elemosina; “io avevo proprio bisogno di lei, pensavo a lei, anche ieri. Sono stata, forse lei lo sa, venti giorni all’ospedale, per una operazione: non le parlerò di questa, poiché tutto è andato bene, grazie a Dio; ma mi è rimasta una gran debolezza, e non so come curarla. All’ospedale non voglio più tornare, no: mi è rimasto in odio. Ma lei può ordinarmi qualche cosa, dottore: se non vuole che le compensi le visite, le farò un regaluccio.”

“Niente, niente”, egli disse, con fierezza, battendo il bastone sulla pietra del focolare. “Fammi sentire il polso.”

Il polso batteva regolare; l’aspetto di lei era abbastanza buono: egli la guardò negli occhi. e una scintilla s’accese nei suoi.

“Sai che cosa hai, Maria Concezione? Hai bisogno urgente di marito.”

Ella rise, ritirò la mano che egli le palpava con le dita nervose.

“E dove lo trovo, il marito?”

“Birbante, figlia di birbanti! Dove lo trovi? Dovunque si posino i tuoi occhi di sirena. E se vuoi, te ne mando uno io, fra un’ora al massimo, a spron battuto.”

“Non si disturbi, dottore: e, intanto, prendiamo il caffè, alla salute del futuro sposo.”

L’uomo non accettava mai niente, per timore che volessero fargli l’elemosina; ma tanta grazia era nei modi di Concezione che accettò non solo una grande tazza di caffè, ma anche i biscotti ch’ella gli offriva. Giustina, poi, disse:

Un tempo, dottore, io usavo mandarle il regalo di Pasqua, si ricorda? Mio marito aveva tanta amicizia per lei; e fu lei a curarlo. Dopo, i tempi sono diventati duri, per noi donne sole; ed io ho trascurato i miei doveri. Ma adesso pare che vada meglio: mi permette dunque, poiché io non posso più fare il viaggio fino a casa sua, e questa ragazza selvatica non esce mai dalla sua tana, mi permette di farle un regaluccio? Roba da poveri: ma lei accetterà la buona intenzione.”

“Niente, niente”, egli tornò a protestare; ma Concezione era corsa di là, nella camera, e fece un involto di roba: ci mise anche un pane, di quelli che si usavano regalare agli amici ed ai poveri per Pasqua, in simbolo di comunione come l’ostia consacrata; e tanto insisté, che il dottore lo accettò.

Da’ qui, figlia di ladroni.”

“Roba da poveri”, ripeteva la madre.

“Sì, lo so; povero sono io, e vecchio e solitario. Ma un giorno verrà bene a liberarmi, quella vecchia troia della morte.”

E se ne andò, arrabbiato: però nei suoi occhi la scintilla si era spenta, sotto un velo di lagrime.

Poi venne una donna, anche lei decaduta. Madama Peperona, la chiamavano, forse per il suo grande naso rosso che rivelava lo stesso vizio del dottore. E anche lei aveva uno scialle di antica grandezza, ma che adesso pareva una ragnatela; e un cappellino piumato, in cima al cocuzzolo di capelli grigi: e anche lei i guanti, con la punta delle dita tutte in fuori per le rotture. Dapprima entrò con una certa dignità in chiesa, trascinando le scarpe di stracci; s’inginocchiò davanti al Cristo, che riposava tra i fiori e il grano come un pastore addormentato, e pregò a lungo. Anche lei voleva serbare una certa compostezza, tanto che fu Giustina stessa che andò a chiamarla, pregandola di accettare una tazza di caffè.

La donna andò nella cucina, e sedette davanti al fuoco, come stanca di un faticoso viaggio: il viaggio della sua vita disastrosa: e non si fece pregare, ma neppure mostrò avidità, anzi togliendosi con lento gesto signorile, quella sua parvenza di guanti, prese la tazza di caffè e latte, i biscotti, l’involto che Concezione le porgeva. Ed era non senza interesse, che Concezione glieli porgeva, poiché la donna abitava una stanzetta terrena, un vero buco, in un cortile sul quale s’apriva la casa, pur essa terrena, dove Aroldo abitava anche lui, in una cameretta presa in affitto da una vecchia paesana. Fu di questa paesana che dapprima Concezione domandò notizie.

È malata”, disse madama Peperona; “da due mesi ha una pleurite secca dalla quale non so se camperà. Ed è sola, e la poca assistenza che posso gliela do io.”

“Ma che dice il dottore?”

“Ma che dottore? Chi può pagarlo, in questi tempi? La disgraziata è più povera di me: vive, si può dire, di quello che leil forestiere: anche lui però è buono, e, quando torna dal lavoro, le compra sempre qualche cosa, qualche medicina: anche lui però è povero; ci aiutiamo così, fra poveri, come si aiutano gli uccelli feriti; e Dio vede ogni cosa.”

Concezione fu contenta di aver così, indirettamente, notizie di Aroldo e di saperlo ancora buono: e avrebbe insistito, se un’altra donna non fosse sopraggiunta, questa veramente povera, smunta in viso, con gli occhi di gatto affamato. Di solito questa infelice, che aveva il marito infermo e un mucchio di bambini anch’essi più o meno malati, veniva ogni tanto dalle donne, sapendo di trovare qualche piccola elemosina; e adesso non era mandata da Serafino ma spinta proprio dalla fame sua e dei suoi. Nel vedere madama Peperona, che nel suo scialle tutto sfrangiato pur conservava un’aria dignitosa, l’altra la fissò spaurita, per paura di essere arrivata troppo tardi; la signora decaduta invece si scostò verso l’angolo del camino, per farle posto, quasi fosse lei la padrona, e volle darle il rimasuglio del suo caffè: ma Giustina fu pronta a preparare un’altra tazza di latte caldo, e così la poveretta fu consolata. E se ne andò quasi felice, per l’involto che Concezione le consegnò senza parlare, ma anche da quel tepore di amor del prossimo che persino la sua compagna di miseria le dimostrava.

Poter fare del bene”, pensava Concezione, anche lei sollevata da un senso di gioia mai prima di allora provato così a fondo. Questo era il raggio di sole che rompeva la desolazione del suo cuore e della sua carne, l’elemosina che anche a lei veniva distribuita dall’alto dei cieli.

Fino al giorno di Pasqua, il tempo, quasi partecipando alla passione dolorosa del sempre rinnovato Mistero, si mantenne triste, con rade apparizioni di sole, sì, ma poi con acquazzoni e grandine. Tutte le cose piangevano, accompagnando il pianto della Madre di Dio. Ma la mattina di Pasqua il tempo si rischiarò: i fedeli accorsero nella chiesetta, e le donne fecero la comunione: anche Serafino apparve lieto e quasi raggiante.

Più tardi, mentre la madre preparava i ravioli tradizionali, di cacio fresco e mentuccia, Concezione fece scaldare un paiolino di acqua per lavarsi. Bisognava pur fare un po’ di pulizia personale, dare anche al corpo la sua parte di freschezza e di rinnovamento.

Mentre l’acqua si scalda, Concezione, davanti alla finestruola della camera, si scioglie i capelli, li divide, li manda tutti giù sul viso e sul petto come una tenda nera: col pettine grosso, col pettine fitto, con un’antica spazzola da panni, ne fa cadere una nevicata di forfora; poi li ricacciò indietro e ripeté la faccenda, fino ad arrossare la cute, che infine strofinò con un fazzoletto bagnato e insaponato: mezzi primitivi, che tuttavia le lasciarono i capelli freschi e gonfi come acconciati da un abile parrucchiere.

E portato in camera il paiolino chiuse a chiave l’uscio: adesso si trattava di fare le abluzioni, e cinque litri d’acqua le sembravano anche troppi. Lentamente, con ordine, le sue vesti furono stese sulla sponda del letto: il corpetto di lana, la camicetta di cotone a quadretti bianchi e blu; e poi un altro corpetto di tela con una parvenza di merletto alla scollatura, e il sottanino di lana a maglia, e infine la camicia lunga e larga come la misericordia divina. E apparve tutta nuda, bruna ma lucida, col seno che le mancava; pareva un’amazzone di bronzo dorato.

E con l’agilità pronta di un’amazzone ella si piegava e sollevava, strofinandosi con un panno insaponato le gambe lunghe e sottili, le ginocchia piccole dove appariva un po’ di rosso come su una melagrana che comincia a maturare, sul ventre piatto quasi rientrante, sotto le ascelle pulite come quelle di una bambina. Infine, trattandosi delle spalle, il panno vi fu buttato a tracolla; e su e giù, e su e giù, dall’omero all’ascella opposta, l’abluzione fu completa: e l’asciugatoio non fu risparmiato, tanto che lasciò qualche striscia rossa sul bel dorso e i fianchi rabbrividenti. Brividi piacevoli, ai quali seguiva un senso di caldo; tanto caldo che ella avrebbe voluto restare nuda, coi capelli sciolti umidi come di rugiada. Le pareva di essere tornata fanciulla, quando correva all’appuntamento dietro i ciglioni bianchi di margheritine; e le parole e i consigli di Serafino, nonostante il seno mutilato e il ricordo degli ammonimenti del dottore dell’ospedale, le davano un calore di gioia. Vivere; voleva vivere; amare, dimenticare le sue pene e i suoi scrupoli. Gli occhi di Aroldo le sorridevano nell’azzurro della piccola finestra; e il pensiero di richiamarlo non le sembrava più tanto innaturale.

A incoraggiarla in questo proposito, arrivò, più tardi, un compagno di lavoro del giovine, che già Concezione conosceva perché aveva pure a lui confezionato un po’ di biancheria. Era un ometto anziano, ma col viso che sembrava quello di un ragazzino: aveva già bevuto qualche bicchierino di acquavite, ed era disposto a ridere e chiacchierare: si beffava di Aroldo, ma a Concezione pareva che fosse venuto mandato dal compagno.

“Adesso s’è dato alla musica, e tutte le sere suona come un grillo. Farebbe piacere a sentirlo, se non si sapesse che i grilli ce li ha lui, in testa: sappiamo per chi”, aggiunse strizzando gli occhietti verdi verso Concezione. “Però è un bravo ragazzo: e io le consiglierei, signorina, di essere meno crudele con lui.”

“Non avete altri a cui rivolgere i vostri consigli?”

“L’avrei sì; ci sarebbe una donna che consolerebbe Aroldo, in modo da fargli subito deporre la chitarra; e tutti lo sanno; ma non è una donna per lui: anzi, mi dispiacerebbe se il ragazzo si lasciasse irretire.”

“Dispiacerebbe anche a me”, disse Giustina, alla quale Concezione non aveva ancora riferito le parole di Serafino. “Si potrebbe sapere chi è?”

E quando l’ebbe saputo si fece rossa e pensierosa.

“Concezione”, disse, andato via l’uomo, “è una brutta faccenda. Quella lo fa certo per vendetta; bisognerebbe salvare il ragazzo: salvare l’anima sua.”

Concezione aveva il suo orgoglio; e non voleva andare proprio lei in cerca di Aroldo, adesso che appunto c’era di mezzo la triste avventura: ma attese che egli ritornasse di sua volontà. Sarebbe stata, questa, anche una prova che egli non era cambiato.

Adesso i lavori della strada s’erano avvicinati all’ultima salita delle valli verso il paese. Si scavava il fianco del monte, e il rimbombo delle mine arrivava fino alla casetta delle donne: negli intervalli di silenzio già singhiozzava il canto del cuculo e pareva si lamentasse per essere disturbato nella sua solitudine. Anche Concezione si lamentava, fra di sé, inquieta e incerta. Altre volte il canto del cuculo aveva accompagnato la sua solitudine rassegnata, i ricordi del passato, la speranza di una vita sempre così, eguale ma tranquilla. Aroldo non tornava; e il pensiero che egli andava da quella donna a bere, come nell’osteria, il veleno dell’oblio, le pungeva il cuore.

Seduta a cucire sulla panchina di pietra, ella ascoltava l’eco delle mine, il canto del cuculo, e trasaliva ad ogni fruscio di passi dietro la siepe. Non sapeva però quello che veramente voleva: il pensiero del suo avvenire oscuro non l’abbandonava; e la sua attesa era un po’ fatta di superstizioso fatalismo. Ecco, bisognava affidarsi a Dio; e non sentiva rancore contro quell’altra; se Aroldo l’avrebbe preferita a lei era segno che così Dio voleva: dopo tutto era sua sorella; e forse stava appunto nella volontà divina che la figlia legittima dovesse in qualche modo scontare il peccato del padre. In fondo sentiva di non essere gelosa, perché sicura dell’amore di Aroldo: egli sarebbe tornato, e bastava un cenno di lei per riaverlo: qualche volta, però, quando era sola in casa e le ore passavano lente, si muoveva dalla panchina e andava fino al muretto dell’orto. Tutta la valle era già piena di vita e di vaghi odori di vegetazione, si vedeva l’acqua del torrente scivolare di pietra in pietra come una biscia d’argento verdastro, e il canto del fringuello ne accompagnava la voce: anche i monti si rivestivano, ma senza fretta; anzi le querce lasciavano cadere le vecchie foglie color rame come bruciate dalla fiamma gelida dell’inverno, e nello stesso tempo mostravano i nuovi germogli, di un verde perlato. Concezione sollevava gli occhi all’azzurro sopra le cime: e pensava a quell’altro azzurro.

Anche nell’orto tutto era fresco e fervido: i piselli si arrampicavano fin sulle piante, le violacciocche diventavano rosse come spruzzate di sangue. Concezione coglieva una margheritina bianca orlata di rosa, con l’occhio d’oro fra le ciglia dei petali e se la portava per compagna nella sua solitudine; ma il fiorellino si rattristava subito, si chiudeva, si addormentava: ed ella si pentiva di averlo stroncato inutilmente. Possibile che non si possa vivere senza far male agli innocenti?

E quei rimbombi delle mine che parevano correre e sperdersi tra gli anfratti del monte, e di là sbucare e salire violenti per i sentieri delle macchie, per arrivare fino a lei, torcendosi e infine placandosi ai suoi piedi, come messaggeri minacciosi e affannati? Ella aveva voglia di alzarsi, di salvarsi, come se davvero qualche cosa di vivo e di tangibile si rotolasse ai suoi piedi: e negli intervalli, dunque, era poi il grido del cuculo a finire di inquietarla: tutto le sembrava si rivolgesse a lei, per ricordarle che la sua vita non era giusta, che ella aveva sempre sbagliato strada e fatto del male: forse peggio dell’altra sorella fuori legge. E se il lamento del cuculo veniva da un mondo di là, il rombo delle mine le diceva anche di un passaggio sotterraneo che Aroldo si scavava daper arrivare di nuovo fino a lei, ma stroncato come la margheritina.

Ecco un giorno arriva il vecchio Giordano, con un viso scuro da giustiziere. Aveva accumulato molto sdegno, in tutto quel tempo, e veniva, nonostante le ingiunzioni di Serafino, a rovesciarlo addosso alle donne. Volle essere ricevuto dentro: al fresco si fanno solo le chiacchiere che si sperdono col venticello. Seduto al solito posto, afferrandosi al bastone, cominciò senza preamboli:

“E dunque il vostro spilungone, il vostro Gesù di stoppa va dalla Maddalena. Ma siete tutti in famiglia. Sicuro.”

Concezione si sentì pungere come ella pungeva la stoffa con l’ago, da una parte all’altra: vide la madre arrossire, poi avvicinarsi al vecchio infuriata ed ebbe quasi paura che si accapigliassero.

Ti proibisco di bestemmiare, in casa mia”, disse Maria Giustina, piegandosi minacciosa: “se sei venuto per salutarci sii il benvenuto, ma non parlare in quel modo. Che importa a te, e che importa a noi, se un uomo che non è nostro parente va dove gli pare e piace?”

“Ah, a te non importa? Importa a me, invece, per l’onore del paese.”

“Oh, oh”, si permise di ridacchiare Concezione; ma il vecchio questa volta era sdegnato sul serio e alzò la voce.

“Non ridere, sai, cuore mio: c’è poco da ridere, e te ne accorgerai presto. M’importa, sì, perché il nostro paese non è abitato solo da asini, ma anche da cristiani e galantuomini e teste quadrate. E che sono venuti a far qui questi forestieri senza midollo? A portare lo scandalo e il subbuglio: sono sempre ubbriachi e cantano come galli arrochiti. Che sono venuti a fare? Una strada? Ma noi non ne avevamo bisogno, di questa strada, il diavolo ci passi. Sappiamo camminare di pietra in pietra, come i giganti, ed entrare fino al collo nell’acqua corrente. Mi fa ridere, il ponte che stanno a fare su quel filo d’acqua che io scavalco con un passo: e parlo di me, che sono vecchio: i miei nipoti, poi, passano avanti ai caprioli, e il torrentello, quando essi lo saltano, scodinzola come fa il loro cane. Razza di forti, siamo noi, e non strimpelliamo la chitarra; se andiamo una volta tanto da una donna come quella, nel lasciare la sua tana sputiamo, e il giorno dopo in fede mia, andiamo a confessarci.”

“E a me, ripeto, che importa?”, ribatté Concezione; ma poi si pentì, scosse l’oggetto che aveva in mano e riprese a cucire decisa a non più parlare. Capiva che il vecchio sfogava la sua rabbia: bisognava lasciarlo finire. Ma egli non l’avrebbe finita tanto presto, se Maria Giustina, affacciatasi all’uscio, non avesse visto i due nipoti del vecchio appiattati dietro la siepe dell’orticello: ora l’uno, ora l’altro, allungavano il collo a spiare dentro il recinto, e dovevano, come al solito, darsi dei pugni, perché facevano smorfie e sberleffi; e non due nobili caprioli, come li vantava il nonno, ma due leprotti sembravano.

Nell’accorgersi ch’ella li aveva scoperti si nascosero del tutto: si sentì il loro ridere soffocato, e anche la vecchia cominciò a divertirsi; pensò di umiliare il Giordano col dirgli che i caprioli erano lì a giocare nascosti; egli però doveva essere d’intesa con loro perché, mentre pure aggrottava le sopracciglia setolose, si sporse dall’uscio e li chiamò, con un fischio, quasi si trattasse di cani.

I due accorsero, uno dietro l’altro: Pietro rideva silenzioso, e Paolo si lasciava, timido, rimorchiare da lui: così si presentarono sull’uscio, tentando, anche il più giovane, di assumere un’aria canzonatrice, quasi per pigliarsi, più che altro, beffa del nonno e della loro grottesca situazione.

Grottesca, sì, e ridicola: tuttavia Concezione ebbe un freddo di paura, quasi di terrore, nel veder la casetta invasa da quei selvaticoni: per la prima volta sentì la debolezza e la desolazione sua e della madre, che non avevano chi potesse difenderle e aiutarle in caso di pericolo; e quei due scervellati, che si presentavano così, senza dignità né orgoglio, aizzati dal vecchio prepotente come in un gioco da circo, le destarono più che mai disprezzo e ribrezzo. Rimase tuttavia immobile, con l’ago fermo sulla tela, come una immagine dipinta; e più che altro parve offrirsi allo sguardo dei due fratelli, come il ladro che alza le mani per essere meglio derubato. Ma ella si sbagliava: un velo di soggezione, se non di ammirazione, avvolse i due giovani; e solo dopo che Giustina ebbe loro offerto da sedersi, rassicurati dal silenzio di entrambe le donne, dalla loro accoglienza forzata ma non ostile, il maggiore si provò ad essere disinvolto, anzi goffamente spiritoso: si volse da una parte e dall’altra sulla sedia, stirò le gambe, si batté il petto con la punta delle dita.

“Soldato intrepido”, disse, “un gorilla, ottanta di torace, stomaco sano, appetito pari al coraggio.”

Fermo sul suo bastone, come il vecchio orso che ammira gli orsacchiotti, il nonno s’era rischiarato in viso; sperava.

Infatti, Concezione, rassicurata, preso il tono leggero di canzonatura del giovane, e facendo scorrere lo sguardo ridente sulla persona di lui, disse:

“Sì; ma come va che ti hanno preso, con quelle gambe corte?”

L’altro fratello scoppiò a ridere in modo che gli schizzi della saliva gli irrorarono il viso: ed egli si asciugò col dorso della mano. Pietro si sentì quasi scalzato, poiché gli occhi di Concezione corsero subito sulla persona del fratello: corrugò le sopracciglia che sembravano segnate col carbone, e ribatté con voce che poteva anche sembrare minacciosa sul serio:

“Ebbene, ti sfido allora a correre con me, tu che hai le gambe di pioppo sciolto. Provati; andiamo fuori, corriamo dove ti pare. In un baleno ti prendo, anche se tu vai avanti di un chilometro: ti acchiappo, ti carico sulle spalle come una pecora ammattita, ti porto su di corsa fino alla cima del monte.”

Il fratello gli diede un forte colpo sulle spalle, non si sa se di approvazione o di rimprovero: egli si rivoltò:

“E lasciami stare, figlio di una cornacchia.”

La mia madre è la tua, manigoldo.”

Questi erano i complimenti che sapevano fare i due fratelli: e il nonno continuava a fissarli, non sapendo quale dei due fosse più bravo. Più severa fu Giustina, che si era completamente rassicurata, e sedeva col suo atteggiamento da idolo, con le mani sul ventre.

“Neppure vostra madre rispettate, cattivi ragazzi che siete. Ad ogni modo, adesso Concezione vi darà il caffè: vino non ne ho. Quel diavoletto di Biblino, il chierico, s’è scolato anche quello della messa.”

“Non sarà stato nostro fratello Serafino?”, dissero a una voce i pretendenti; e cominciarono a beffarsi anche del loro santo di casa, adesso che era lontano e non poteva sentirli. “Perché a lui piace solo il vino bianco; per ciò è di quel colore, in viso; e non pare neppure un discendente di nonno nostro.”

E risero del vecchio, per far vedere a Concezione che neppure di lui avevano timore. Ma ben altre prove del loro coraggio e della loro forza avrebbero voluto darle: come si fa, per esempio, a massacrare un nemico, in pace e in guerra, schiacciandogli la testa con le ginocchia; o ad afferrare per le corna un toro infuriato; a cacciare un’aquila, più pericolosa del toro; a spegnere, battendo il fuoco con le fronde, un incendio già avanzato. Non potevano, lì per lì, mostrare la loro bravura; Pietro però, esaltato dalle sue vanterie, osava guardare con occhi di maschio, e di maschio che se ne intende, la persona di Concezione; e l’altro, accorgendosene, mentre lui aveva quasi paura di fissare gli occhi sul petto di lei, cominciava ad essere geloso; così, solo per spirito di emulazione: e venutagli l’improvvisa idea di giocare col fratello una partita pugilistica, come spesso facevano per esercitarsi fraternamente, gli diede un pugno sotto il gomito.

Sollevò il braccio con dolore, mordendosi le labbra, Pietro lo spiritoso; e avrebbe immediatamente restituito il complimento manesco se il nonno, a sua volta, non avesse sollevato il bastone con un vero ringhio di orso.

“Ma vi credete all’ovile, asini che altro non siete? Smettila, Paolo; e fate e dite cose meno stupide.”

“Ebbene, cantiamo una canzone, quella che dice: “Sono andato alla festa di santa Gasta; quella che viene in primavera”.”

L’avrebbero cantata, se un nuovo avvenimento non avesse smorzato il loro ardore e la loro incipiente rivalità, spingendoli anzi a stringersi l’uno contro l’altro come per difendersi da un comune pericolo.

E tutto fu movimento, novità, chiasso e vita vera, intorno e dentro la casetta ospitale.

Arrivava d’improvviso, e non certo, quel giorno, per una vertenza giudiziaria, comare Maria Giuseppa; non più camuffata da uomo, ma sempre coperta di vesti pesanti, con una cuffia di seta nera e, sopra, un fazzoletto che pareva avesse strappato, per decorarsene, tutti i fiorellini e le frange verdi della strada campestre. Intorno alle possenti caviglie, sopra le alte scarpe ad elastico, aveva allacciati due grossi sproni lucenti. Dopo aver condotto il cavallo sotto la tettoia, facendo segni di saluto alle galline, tirò giù la bisaccia colma e la portò sulla panchina di pietra accanto alla porta. Aveva già veduto nella cucina i due giovanotti, e corrugò le sopracciglia che, in quanto a foltezza e ribellione, gareggiavano con quelle di Giordano; ma il suo cipiglio divenne addirittura guerresco, aggressivo, quando scoprì il vecchio che la fissava anche lui sorpreso, curioso, e infine allarmato.

Non si conoscevano personalmente: egli però sapeva bene chi era Maria Giuseppa Alivia; e della sua autentica ricchezza, della sua prepotenza e infine del nipote bastardo e scemo al quale ella destinava la sua roba. Lui, Felice Giordano, s’infischiava, per non dire la vera espressione pensata in quel momento da lui, di tutte quelle cose; tuttavia si armò, pur senza fare un solo movimento; si armò come quando spiava i ladri dei suoi porci, pronto a ferire e ucciderli senza misericordia se osavano eseguire i loro progetti. E qui c’era davvero da stare attenti a Maria Giuseppa; oh, molto di più che al forestiero suonatore di chitarra. La sua collera crebbe nel veder Concezione alzarsi, dopo che la madre era corsa d’un balzo incontro all’ospite, e cambiare aspetto.

In fondo ella era contenta per l’arrivo della donna che avrebbe messo fine alla sgradita visita degli altri; sentiva però che la cosa non sarebbe andata liscia, e non sapeva se divertirsi o rattristarsi. Ricordava bene le parole di Serafino: tu sei come la vita, che desta tante lotte e bramosie, e lascia tutti delusi.

No, ella non voleva deludere, e sopra tutto non voleva ingannare nessuno; ma provava quasi un vago sentimento di vendetta contro il suo male, e il conseguente dolore, a veder quella gente contendersi una cosa che non esisteva. Dopo aver salutato con sostenuta cortesia l’ospite, reprimendo il primo impulso che era stato quello di far dispetto ai Giordano, tornò a sedersi ma non riprese il suo lavoro; e seguì come una spettatrice la scena degli altri. I giovanotti ed anche il nonno avevano per buona creanza, pur senza alzarsi, salutato con cenni della testa la donna: essa, che aveva già intuito di che si trattava, pensò di punzecchiarli immediatamente e farli andar via.

“Comare mia Giustina”, disse piegandosi a levarsi gli sproni, “vi ho portato qualche cosetta che voglio credere riesca gradita a Maria Concezione. Non è quello che Maria Concezione si merita: lei si merita tutti i tesori del mondo, però… però…”

Si sapeva in che consistevano le cosette che ella usava portare in regalo, e Giustina era troppo donna di casa e buona massaia per non rallegrarsene: tuttavia non si affrettò a metter dentro la bisaccia, e questo incuriosì maggiormente i tre uomini.

“Ecco”, pensava malignamente il vecchio; “per amicarsi queste donnette bisogna portar loro dei doni; io non ci avevo pensato, ma sono sempre a tempo.”

Disse, con dignità patriarcale:

“Anch’io allevo un bel porchetto, per comare Maria Giustina: anche lei merita qualche tesoro.”

Pietro, invece, liberatosi dal primo imbarazzo, volle riprendere a fare lo spiritoso, e disse che lui, per conto suo, appena sarebbe la stagione, avrebbe portato un cestino pieno di cavallette.

Di locuste si nutrivano gli ebrei”, disse seria l’ospite, attaccando familiarmente gli sproni a un chiodo; “e noi siamo cristiani battezzati, e ci nutriamo di pane e di santi cibi.”

Egli fu per replicare, ma la donna finse di non badare oltre a lui e agli altri, con la stessa tattica che una sera il vecchio Giordano aveva usato con Aroldo. Ed egli dovette forse ricordarsene perché, per pungere meglio l’ospite e vendicarsi subito di lei, un po’ imitandola nel suo fare, si rivolse a Concezione.

“Riprendendo il discorso interrotto”, disse, “ti dirò dunque che quel giovinotto, quello spilungone, quel tuo pretendente favorito…”

“Chi, chi?”, si rivolse subito l’ospite, senza più potersi frenare. “E a me non dite mai niente.”

“Ma lasciatelo cantare; ha voglia di scherzare, il vecchio. Io non ho pretendenti, né favoriti né altro: finiamola con queste storie.”

Però il vecchio era troppo inquieto per non tentare di tirare ancora qualche frecciata, e quando Giustina servì a tutti il caffè egli respinse la tazzina con disprezzo.

“Figurati se voglio di quest’acquetta nera! Ho già bevuto tre bicchierini d’acquavite; e in buona compagnia li ho bevuti, con compare Francesco Marcello, quello che ha comprato i terreni del tuo beato marito, e adesso ha intenzione di rivenderli perché vuol fabbricare un palazzo per i suoi nipoti che studiano da avvocati e dottori. Io credo, veramente, che egli voglia vendere perché questi ragazzi, orfani anch’essi come i miei, ma di ben altro sangue, si stanno a rosicchiare il patrimonio; questo a noi non importa: importa che se tu, Giustina, e tu, Maria Concezione, non volete riscattare i terreni, come era volontà del beato morto, ho intenzione di comprarli io.”

“Sì”, pensò Concezione, “coi miei denari. Stai fresco, vecchione.”

L’ospite, seduta a gambe larghe e con la tazzina fra tutte e due le mani, adesso, sì, prestava attenzione alle parole di lui e i suoi occhi scintillavano come perle nere: però si rivolgeva sempre a Giustina, e misurava anche il suono delle sue parole.

“Come, come? Vostro marito aveva stabilito questa sua volontà?”

“Ma lasciate dire il vecchio: ha proprio voglia di scherzare: oggi è festa, e l’acquavite già scorre a rivoli nell’osteria del paese.”

Un colpo di bastone del vecchio fece tremare il pavimento e scappare il gatto: ma egli non insisté per non sembrare maleducato, ed anche perché le due donne si erano completamente rivolte l’una all’altra e parlavano fra di loro come se egli non ci fosse.

Giustina s’informava della salute del marito dell’altra e delle novità lassù del paese, ascoltando con reverenza le risposte un po’ vanitose con le quali Maria Giuseppa esagerava le miserie del suo luogo natio per meglio far risaltare il benessere suo e della sua casa: tanto che Concezione cominciò a irritarsene e a sua volta si mise a parlare coi Giordano.

Intanto la bisaccia rimaneva fuori; non doveva contenere roba da mangiare, perché il gatto, dopo averla fiutata ben bene, raspandone i fiori e gli uccelli di lana ricamativi sopra, se ne andò nel folto delle fave.

Faceva già caldo e la natura era in pieno fiorire. Il musco nuovo, come un velluto verde sul quale si posavano le perle della rugiada, copriva le rocce e gli angoli di terra in ombra: l’odore vivo della mentuccia insaporiva l’aria; e il suono delle campane che arrivava dalle chiese della cittadina, con oscillazioni musicali come di danza, accresceva gioia e festa alle cose innocenti, mentre nella cucina delle donne, gli animi in apparenza amici, o almeno senza ragioni di ostilità, si rodevano per le loro vane bramosie.

“Sì”, ripete comare Maria Giuseppa, stringendo le labbra color prugna per rendere più calme e nello stesso tempo più acute e pungenti le sue parole, “mio marito, grazie a Dio, è sano e florido come un pontefice. Poco si muove, sebbene le sue gambe siano buone; ma tutti vengono a trovarlo, a fargli compagnia: il parroco, il dottore, il segretario, il podestà: e i poveri anche, per tastargli il taschino; e lui se ne sta in mezzo a tutti come Salomone. Poco parla e molto ascolta, ed è saggio; non offende, non si fa offendere da nessuno. Nel tempo buono se ne va sotto il portico della nostra casa, un vero portico, sapete, non una rustica tettoia, con le colonne vere, tagliate nel granito; e lì c’è l’aria fina che viene dai monti e la vista grande che apre il cuore solo a vederla. E là se ne sta proprio come Salomone, a fumare la pipa, e molti vengono anche da lontano per domandargli consiglio e sottomettere al suo retto giudizio le loro questioni.”

Avrebbe voluto aggiungere che no, non era davvero stolto come quel bestione imprudente e vanitoso che come gli scimmioni si conduceva appresso i nipoti per far divertire la gente; ma ricordando appunto certe osservazioni del marito a proposito della lingua sfrenata di lei, non aggiunse parola.

“E anche la vostra casa è come quella di Salomone”, disse comare Giustina, affascinata ma anche un tantino adulatrice, “piena di tesori e di ogni ben di Dio, che Egli ve li conservi lungamente.”

Il vecchio aveva voglia di grugnire; pensava alla sua casa, bassa, che sorgeva nel quartiere più popolare della cittadina, ed era quasi buia. Oh, Concezione avrebbe preferito certo quella dell’ospite: tuttavia ascoltava anche lui un po’ incantato, confortandosi solo al pensiero che la donna esagerava il colore dei quadri che esponeva.

“D’inverno, invece, si sta in cucina: non nella cucina dove c’è il forno e si fa il pane, ma in quella del camino, che è grande e sto per dire bella quanto la sala comunale. Intonacata, sì, e con le tavole e le panche lucenti: i camini, poi, sono due, perché anche le spalle della gente, quando fa freddo, hanno da essere scaldate. Quando nevica, e gli uomini non possono andare al lavoro, ecco, tutti vengono da noi: giocano alle carte, e mio marito ogni tanto si alza, quieto quieto, e va a prendere un boccale di vino. Ah, per questo, è generoso: ha bisogno di veder la gente felice intorno a lui; e se un povero vergognoso lo guarda come il cane quando ha fame, egli finge di stendergli la mano per soccorrerlo di nascosto.”

“Insomma, lo faremo santo”, scattò il vecchio, ed ella volse a lui uno sguardo serio, come se anche lui avesse parlato seriamente.”

“Oh, certo, in paradiso andrà.”

“E allora, tanti saluti, e che preghi per noi”, egli disse, alzandosi.

Era sdegnato di doversene andare così, senza aver raggiunto il suo scopo; ma nel vedere che i nipoti, protesi tutti e due verso Concezione, come per scaldarsi al fuoco della sua persona, sorridevano mostrandole i forti denti bianchi pensò essere bene lasciarli lì. Forse da soli, spronati dalla presenza dell’ospite rivale, se la sarebbero sbrigata meglio; tanto più che, e questo lo sentiva bene, avevano già cominciato a scaldarsi sul serio. Quindi, accennò loro di restare, poi se ne andò bruscamente, lasciando spalancata la porta.

E andato via lui, un senso di migliore cordialità animò gli astanti. Dopo tutto, comare Maria Giuseppa amava la gioventù, e i due ragazzi non le riuscivano antipatici. Come al vecchio il ricordo della sua casa tetra, così a lei tornò in mente la figura del suo nipote illegittimo, con gli occhi di montone e la bocca quasi sempre aperta come il becco degli uccelli che aspettano il cibo. Oh, il Signore divide in parti eguali i beni della terra, ed è sempre giusto anche quando meno lo pare. Ella si volse dunque verso il gruppo dei giovani, e interrogò Pietro con benevolenza: ma egli rispose riprendendo la sua aria diffidente e beffarda.

Ho duecento pecore, tutte mie: non sono le vostre greggie, ma insomma non sono poi duecento accidenti. Si campa. E poi nonno ha pure lui qualche cosa: non sono le vostre ricchezze…”

“Oh, ragazzo, smettila”, disse lei bonariamente; “non si pigliano in giro le persone anziane. E tu poi, agnello mio, hai una ricchezza che pochi re posseggono.”

Abbiamo capito”, intervenne l’altro, non senza una punta di gelosia; “è la gioventù; che è anche la bellezza dell’asino.”

Pietro gli diede un pugno sulla spalla; al che Paolo si raddrizzò e parve ingoiare una pietruzza; ma fingeva, e si sentiva contento lo stesso. Dalla porta spalancata si vedeva, attraverso il merletto scintillante degli alberi, un lembo celeste di montagna e di cielo; e la lontana voce del cuculo diceva di luoghi segreti, di angoli morbidi e ombrosi di bosco, ove sarebbe stato per i giovani aspiranti, infinitamente dolce baciarsi con Maria Concezione. A lei però, che si era di nuovo piegata sulla sua tela, e pareva rifletterne il grezzo pallore sul viso, il lamento del cuculo scavava intorno un vuoto improvviso, freddo e solitario. Eppure di tanto in tanto le pareva di sentire il rimbombo pietroso delle mine, e poi, ricordandosi ch’era giorno festivo, si domandava dove era Aroldo. Da quella donna? O errava smarrito, straniero fra stranieri, anche lui circondato di vuoto e di solitudine. Senza sollevare il viso, mentre i due giovanotti si erano adesso rivolti all’ospite e scherzavano con lei come con una ragazza, si ficcò la mano sotto l’ascella, incrociò l’altra mano sul braccio piegato e vi piegò il mento: pareva dormisse.

Strambo sarebbe parso questa volta il dono dall’ospite offerto, senza il significato che le donne subito intesero senza però gradirlo. Era una coperta antica da letto, di lana che sembrava seta, leggera e morbida, che a soffiarla si gonfiava come un velo: e più che di seta pareva tessuta di fili di piume; e di certe piume di uccelli, fra il grigio, il rosso, il giallo, il viola, l’azzurro e il nero, aveva il colore e la trama, mentre tutto intorno le correva un fregio arcaico, una fuga di agnellini, di croci, di colombi e ramicelli di mirto: pareva, ed era veramente, un arazzo; e subito Concezione pensò, non senza una certa tenerezza, che poiché la preziosa coperta non poteva servire al suo letto nuziale, sarebbe stata bene e in luogo degno, sotto il Cristo nudo, nei giorni del Santo Sepolcro.

Non lo disse: accettò lo strano e fastoso dono lasciando alla madre il modo alquanto brusco di piegare la coperta il più stretto possibile e riporla sopra le altre modeste robe nella cassapanca della camera da letto. Chi non taceva era Maria Giuseppa, mentre con un piede appoggiato alla panchina si stringeva il laccio delle calze di cotone turchino, lasciando vedere le gambe che sembravano grossi e sodi zamponi di maiale.

“E dunque quei due giovani cinghiali ti fanno la ronda? Non sono belli; eppure non dispiacciono: però bisognerebbe fonderli e farne uno solo per formarne un cristiano a modo. Quello che non mi piace è il nonno, l’inferno lo aspetti: è un cinghiale davvero, ma di quelli buoni, che vivono fra le spine e si nutriscono di serpi. Se gli occhi potessero uccidere, a quest’ora sarei morta, sotto il pugnale del suo sguardo. L’angelo custode ci liberi da lui.”

“Ma no, non è cattivo: è un galantuomo, che brontola ma è incapace di far male a una lucertola”, lo difende Giustina, che ama la verità. “Certo, vuol bene ai nipoti, e cerca di favorirli come può.”

“E dei ragazzotti, che ne pensate?”

“Non so, bisogna domandare a Maria Concezione.”

Maria Concezione, che ne pensi?”

È la prima volta che li vedo: non mi fanno né caldo né freddo.”

“Bene”, approva l’ospite, riconfortata. “In quanto a fisico, il mio Costante è più forte e bello di loro: è semplice, sì, ma tu ne farai quello che vorrai.”

Io non ne farò nulla”, disse Concezione, con ferma tristezza. “Io, lo ripeto, non mi sposerò mai. Se volete restarci amica ne saremo sempre felici; ma non parliamo più di queste cose.”

Era tuttavia fatalità che nessuno dovesse credere ai suoi propositi: e Maria Giuseppa pensò piuttosto a quel maledetto forestiero, al quale aveva accennato il vecchio. Concezione ne doveva essere innamorata, e qualche cosa le impediva di sposarlo; ma per amore di lui non accettava altre proposte di matrimonio. Bisognerebbe eliminarlo, il malvenuto forestiero, farlo andar via, toglierlo in tutti i modi di mezzo.

Durante il pasto, ella cercò di sapere, di conoscere meglio la faccenda di Aroldo; le donne non le diedero soddisfazione, ed ella pensò di fare un’inchiesta per conto suo. Disse che aveva da salutare in città una sua conoscenza, e si avviò a passi lunghi e decisi. Tornò un’ora dopo; ma poco doveva aver scoperto perché aveva l’aria scontenta di chi ha fatto un viaggio inutile: e con quest’aria rimontò sul suo cavallo e partì.

Maria, Madre di Dio, fa che mi lascino in pace”, pregava Concezione inginocchiata ai piedi dell’altare, “non domando che di poter vivere finché vive mia madre, e di non farla soffrire: dopo, fa di me quello che tu vuoi. Sono pronta a tutto; non mi spaventa il dolore, ma il peccato mortale. E tutta questa gente, intorno alle mie povere ossa, come i cani affamati mi fa peccare di odio, di rabbia, di vanità. Sì, di vanità: poiché a volte mi illudo che sia la mia persona a destare desiderio e rivalità, mentre essi sono tutti guidati da meschini interessi personali; e se sapessero che un male terribile, il peggiore di tutti, è annidato come un serpente velenoso nel mio povero seno, mi fuggirebbero come si fuggono i lebbrosi e gli indemoniati. Maria Santissima, fa che mi lascino in pace, come una vecchia che nulla più possiede al mondo tranne un metro di terra per morirci sopra, e sotto esserci sepolta.”

Tre volte recitò l’Ave, poiché la Madre di Dio non nega il suo conforto a chi la saluta come un’amica fedele; ma intanto il profumo denso delle iris di velluto violetto con le quali Concezione aveva adornato l’altare; e quello dei cespugli, dei ciclamini e dei convolvoli selvatici, che penetrava dalla finestruola aperta sulla valle, arrivava fino all’anima di lei. E quei segnali vulcanici delle mine, che avevano ricominciato fin dalla mattina presto, la scuotevano tutta, minacciavano di spaccarle il cuore e mandarlo in frantumi per aria come le pietre della montagna. Pregava più per questo che per la persecuzione dei suoi pretendenti: la vera persecuzione era dentro il suo sangue, nell’amore tenace per la vita, nella paura del male, del dolore, della morte.

Rimase a lungo sotto l’altare, a poco a poco piegandosi sulle ginocchia fino ad accovacciarsi: le pareva di trovare un rifugio, un nascondiglio contro se stessa, nella chiesetta ancora fredda e grigia, dove i ragni anch’essi trovavano da ripararsi, e il Cristo nudo e giallo sulla croce nera, col viso reclinato a sinistra, pareva infastidito dalla sua corona di spine. Ella ne sentiva una pietà materna, più che per il Bambino dai piedi mossi come per tentare i primi passi sopra la luna e le stelle: e avrebbe voluto metterlo giù, il rassegnato eppur dolente Cristo bruno, stenderlo sulla coperta nuova, farlo riposare tra i fiori come nei giorni del Santo Sepolcro.

E d’improvviso, per associazione di idee, pensò più intensamente, volontariamente, ad Aroldo: le parve di nuovo che il Cristo in qualche modo gli rassomigliasse.

Maria, Madre di Dio, levatemelo dal pensiero: fate che egli se ne vada lontano, nelle altre parti del la terra; che io non senta più sue notizie: che egli sia felice, libero dal peccato, e rimanga buono e puro come l’ho conosciuto io.”

Ma l’immagine viva e vera di lui, l’onda quasi argentata dei suoi capelli, l’azzurro implorante degli occhi, e sopra tutto la viva bocca sensuale e casta nello stesso tempo, la perseguitavano giorno e notte, anche nei sogni, anzi specialmente nei sogni, quando il controllo della volontà non frenava i suoi sensi ancora giovani e avidi.

Spesso vi si mischiava il ricordo, l’immagine torbida dell’altro; un senso mortale di angoscia la premeva, allora, come se il morto la innalzasse, dall’inferno, fatto anche lui essenza del demonio, del male, del dolore che non ha fine. Si svegliava tutta in sudore, e per calmarsi pensava, ripiegandosi di nuovo sulla realtà, che la sua era forse una pena di espiazione: Dio gliene avrebbe tenuto conto nel momento di fare il grande viaggio.

Un’altra figura quasi diabolica le sembrava quella del primario dell’ospedale, che personificava per lei il primo giudice che aveva pronunziato la sua condanna: qualche volta pensava di andare a farsi visitare da lui, come egli le aveva ordinato; ma ne aveva quasi terrore: temeva che egli le annunziasse una prossima ripresa del male, una morte lenta ma non remota. E lei voleva vivere: per sua madre, diceva, ma in realtà per il solo istinto di vivere. Che importa l’amore, la discendenza, il nutrimento superfluo che si domanda alla vita, quando il solo pane di essa basta per farci godere e comunicare con Dio? Concezione non aveva studiato, non leggeva che il suo libro da messa, ma era intelligente; e la solitudine e l’atavismo sviluppavano in lei, ogni giorno di più, come nei pastori sulla montagna, un primordiale ma sensato concetto filosofico e quasi stoico della vita. Capiva benissimo che il suo male era, in rapporto all’amore, come un legame, un voto, un ostacolo simile a tanti altri: e che ella aveva da lottare coi sensi, coi sogni, con gli stessi istinti che l’ostacolo stesso destava: ma, come molta gente raffinata, provava, in fondo, la gioia, il gusto del dolore.

Quel lunedì la madre era andata a lavare i panni al torrente, già scarso d’acqua ma ancora abbastanza provvido: Concezione sperava che nessuno venisse a molestarla, e se ne stava all’ombra della casa, col suo ago, la camicia del compagno di Aroldo e il saluto delle mine lontane. Ecco invece passa, rasentando il cancelletto, il vecchio pseudo dottore, col pastrano bene abbottonato, come se l’inverno sia ancora vivo: passeggiava spesso da quelle parti, quando il tempo lo permetteva, di tanto in tanto fermandosi e piegandosi a guardare per terra, quasi vi scorgesse un oggetto smarrito, che egli però non voleva raccogliere per non avere impicci.

Era invece una lucertolina guizzante fra l’erba come un pesciolino nell’onda; o un gruppo di formiche intorno al minuscolo pozzo da loro scavato, o una famiglia di fiorellini rossi; e anche una semplice eppure meravigliosa goccia di rugiada che nel suo nulla rifletteva tutto il folgorante mistero dell’universo.

“Forse non ha mangiato da due giorni”, pensò Concezione, e gli andò incontro, lo fece entrare, gli portò fuori una sedia buona.

“Come va, come va?”, egli diceva, fissandola tra beato e triste, come prima aveva fissato la goccia di rugiada. Tutto era ancora meraviglia per lui in questo mondo; la stessa meraviglia del bambino che osserva per la prima volta le cose ma non sa spiegarsele; che vorrebbe toccarle col dito e non osa per paura, non di distruggerle, ma di esserne punto: per questo avevano cacciato via il flebotomo dalla comunità degli uomini di vera scienza, per i quali non esistono misteri. Ed egli errava ancora, per il sentiero della vita, come un fanciullo scappato di casa per paura del castigo, ma felice di vagabondare senza far niente. Anche a costo di soffrire la fame.

“Come sta, signor dottore?”, insiste Concezione, e nel vedere che la piccola testa di lui si muove come quella di un uccellino implume che aspetta il mangime, pensa che cosa può offrirgli, senza offenderne la dignità; vino no, a quell’ora, caffè era troppo poco: allora ricordò che aveva del cacao, e biscotti ben grossi: e aspettò il momento opportuno per preparargli una buona tazza di cioccolata, e offrirgliela con gentilezza signorile. Egli non cessava di fissarla: i suoi occhi lattiginosi si accesero di quella scintilla di conforto ch’ella ben gli conosceva, e anche lei si confortò.

Ti trovo un po’ sciupata, Concezione”, egli disse poi, “ma è la primavera. La primavera è fatale alle donne. Come la terra, esse hanno bisogno, in questa stagione, di fiorire, godere, essere feconde. L’amore è il miglior polline per loro. Tutto va bene quando c’è l’amore: null’altro conta, nella vita, poiché la vita stessa è l’essenza, il principio e la fine dell’amore. Se tu, mia cara amica, ti fossi sposata dieci anni fa, a quest’ora avresti tre o quattro bambini, qui intorno, a far compagnia ai fiori, agli uccelli, e sopra tutto al tuo cuore. Ma tu, forse, hai badato alle altre vane cose della vita, e così adesso ti sciupi, ti consumi lentamente, sei come una mandorla che si secca entro il suo guscio prima di esser venuta a maturazione.”

Ella ricordava il suo primo amore, il suo involontario delitto, e in cuor suo approvava il vecchio; ma adesso che il sole rendeva nitide le cose non voleva abbandonarsi ai suoi fantasmi: quindi osservò, con un sorriso che mostrava tutti i suoi denti ancora intatti:

“Anche la mandorla secca è buona: anzi è più buona di quella fresca, e ci si fanno i dolci, però io sono vecchia”, aggiunse subito, per non essere fraintesa; troppo vecchia: e quando è troppo vecchia, la mandorla si baca.

“No, cara amica, tu mentisci a te stessa. Basta guardare i tuoi occhi. Sembri una zingara mascherata da monaca. E dunque, lasciando le teorie, veniamo alla realtà. Confidami qualche cosa, consultami: sono buono a darti ancora qualche ricetta.”

Col bastoncino da zerbinotto, che questa volta aveva aggiunto alle altre sue eleganze, faceva qualche mulinello per aria; anzi si divertiva a buttarlo in alto e riprenderlo fra le dita con destrezza giovanile: e Concezione, che dapprima aveva avuto quasi desiderio di confidarsi davvero con lui e accennargli al suo segreto tormento, vedendolo intento a quel gioco, ridicolo in lui, prese un tono comicamente sentimentale e falso quando gli disse che, sì, era innamorata, ma di uno che non poteva sposare: uno già ammogliato, con famiglia lontana; e pensando al compagno di Aroldo, al forestiero del quale cuciva la camicia, s’investì nella sua parte, lo descrisse, lo abbellì, lo ringiovanì, e infine rise per la sua davvero divertente invenzione.

Tu mi pigli in giri, anima mia; conosco quell’operaio: è un vecchione, peggio di me; l’amore, però, non ha età”, egli disse, dopo aver fermato il suo gioco del bastoncino: e allungando la piccola mano gialla, le cui vene sembravano sanguisughe nuotanti sotto la pelle rugosa, tentò di toccarla.

Ella rabbrividì tutta di ribrezzo, e pensò che, dunque, neppure i morti la rispettavano. Allora volle vendicarsi; scostandosi sulla panchina disse:

“No, non è un vecchio: è giovane, anzi è molto più giovane di me, di quelli che possono masticare le mandorle col guscio e tutto. E non è vero che è sposato. È libero, è bello, è sano; e buono: ha i capelli che sembrano di seta dorata, e gli occhi e la bocca come fiori; ecco, quei fiori lì, quelli del fioraliso e quelli della peonia: anzi, la bocca è più bella ancora; è come la prugna rossa ben matura, quando si spacca e lascia colare il miele. E alto.”

“E ti tradisce, s’intende.”

Con chi? Come lo sa, lei?”

“Ma, precisamente non lo so. Con un’altra donna, suppongo. Ci sono tante belle figliuole, nel nostro paese, che aspettano solo l’uomo che le baci. Anch’esse hanno la bocca solo per questo, come i frutti maturi che aspettano di essere succhiati. È giusto, che sia così: è la natura. E se tu fai la schifiltosa, come il fico d’India che per esser goduto ha bisogno di essere scorticato col coltello dalla sua buccia spinosa, è giusto che il tuo giovinotto si volga da un’altra parte: specialmente se è forestiero. Una volta ho conosciuto un fantaccino, un ragazzo del settentrione, che volle mangiare un fico d’India, e non sapendo che si doveva sbucciare, lo morsicò con le spine e tutto. Venne da me con la bocca che gli bruciava come un forno acceso, e ne ebbe per un bel pezzo. Il tuo forestiero, dunque, va verso i pomi e altri bei frutti amabili. I forestieri, poi, sono famosi per tradire le donne; e qualche volta lo fanno anche innocentemente: ne amano due e tre alla volta, e non badano alla qualità; oh, per questo, anche i nostrani non guardano per il sottile, e spesso la donna più scadente, ma dotta nelle arti amorose, li accalappia come anche la volpe più astuta si lascia accalappiare dalla trappola nascosta.”

“Non è il caso, non è il caso”,ella disse, già pensando che il vecchietto alludesse ad Aroldo. “Il mio caso è un altro. Si tratta che io non ho mai avuto fortuna, in amore. È il destino, la sorte, la mala sorte.”

“Parole. La sorte ce la facciamo noi. E se io fossi stato più furbo, se io avessi tenuto a bada la mia clientela, se io avessi salassato bene anche nella borsa i miei malati, avrei tenuto alto il mio prestigio, adesso non sarei come un vecchio operaio disoccupato. Invece sono stato sempre onesto e generoso; e se un salasso non era necessario non lo facevo, e se non conoscevo abbastanza bene la malattia per la quale la buona gente ricorreva con fiducia a me, li mandavo dal dottore laureato. Una volta venne da me una donna benestante, dei paesi di montagna: aveva paura di avere un cancro, e a tutti i costi voleva che la operassi di nascosto, perché al suo paese la sua malattia era vergognosa come la lebbra. Rifiutai. Ella non aveva che male di nervi, fissazioni, fobie. Ebbene, ella andò da un altro, che le portò via una fetta di mammella e si beccò mille scudi: e poi raccontava la cosa e rideva. Il mondo, cara mia, è fatto di furbi e di imbecilli. E il tuo biondino, dunque?”

Concezione palpitava: le sembrava di essere stretta da una mano invisibile; ma non era quella di Aroldo, povera mano bruciata dal lavoro e timida come quella di un bambino: era quella dell’illusione. L’illusione che il dottore dicesse il vero, che l’esempio raccontato da lui fosse adattabile al suo caso: che i dottori dell’ospedale l’avessero ingannata e il suo male fosse solo una immaginazione dolorosa della sua mente.

E aspettava che il vecchio portasse altri esempi; ma egli già divagava; fra le altre cose raccontò che da bambino credeva esistesse un lungo passaggio sotterraneo, fra la chiesetta della Solitudine e una grotta giù nella valle a tramontana, dove il luogo era più scosceso brullo e disabitato.

I tuoi nonni e bisnonni, il Signore li abbia perdonati, se ne servivano, al dire della gente, per le loro bellissime imprese: da una botola della chiesa, sotto l’altare, penetravano nel passaggio, uscivano per la grotta e si recavano, come i cavalieri erranti, in cerca di fortuna. E col bottino rientravano nella grotta, dove le pecore sgozzate rimanevano come in un frigorifero, e ben altre provviste vi si accumulavano.”

Leggermente inviperita, Concezione disse:

“Intanto le faccio osservare che la chiesetta fu costruita da mio nonno, che nessuno mai incolpò d’altro che di essere troppo buono e scrupoloso.”

“Umh”, sogghignò l’altro; “l’hai conosciuto tu, tuo nonno? No: e, dunque, tira via. Tuo padre, sì, non dico, era un galantuomo, lavoratore, religioso, onesto: e anche tua madre è una donna biblica: tu, amica mia, hai preso un po’ da tutti i rami, sei come il frutto dell’albero innestato, che tuttavia conserva un certo sapore di selvatico. Sei buona e cattiva nello stesso tempo; sei la vera figlia di Eva, che vorrebbe anche lei mangiare il pomo e se non lo fa è