Grazia Deledda – L’Edera

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I.

Era un sabato sera, la vigilia della festa di San Basilio, patrono del paese di Barunèi. In lontananza risonavano confusi rumori; qualche scoppio di razzo, un rullo di tamburo, grida di fanciulli; ma nella straducola in pendio, selciata di grossi ciottoli, ancora illuminata dal crepuscolo roseo, s’udiva solo la voce nasale di don Simone Decherchi.
“Intanto il fanciullo è scomparso”, diceva il vecchio nobile, che stava seduto davanti alla porta della sua casa e discuteva con un altro vecchio, ziu Cosimu Damianu, suocero d’un suo figlio. “Chi l’ha veduto? Dov’è andato? Nessuno lo sa. La gente dubita che l’abbia ucciso il padre… E tutto questo perché non c’è più timor di Dio, più onestà… Ai miei tempi la gente non osava neppure figurarsi che un padre potesse uccidere il figlio.”
“Timor di Dio, certo, la gente non ne ha più”, ribatté ziu Cosimu, la cui voce rassomigliava a quella di don Simone: “ma questo non vuol dire. La Storia Sacra, persino, ha esempi di calunnie terribili contro poveri innocenti. Il ragazzo scomparso, poi, il figlio di Santus il pastore, era un vero diavoletto. A tredici anni rubava come un vecchio ladro, e Santus non ne poteva più. Lo ha bastonato, e il ragazzo è scomparso, se n’è andato in giro per il mondo. Prima di partire disse al vecchio pastore compagno di suo padre: andrò come la piuma va per l’aria, e non mi rivedrete più”.
Don Simone scuoteva la testa, incredulo, e guardava lontano, verso lo sfondo della strada. Una figurina nera si avanzava, rasentando i muri delle basse casette grigie e nere.
Un’altra figurina di fanciulla paesana si delineava sullo sfondo giallognolo d’una porticina illuminata, e pareva intenta alle chiacchiere dei due vecchi.
Attraverso la porta spalancata della casa di don Simone si vedeva un andito e in fondo all’andito un’altra porta con uno sfondo di bosco.
La casa Decherchi era antica, forse medioevale; la porta grande e nera con l’architrave a sesto acuto, il cornicione, i due balconcini di ferro che minacciavano di cadere, la rendevano ben diversa dalle altre casette meschine del villaggio. Pareva una casa lacerata, malata, ma che conservasse una certa aria di grandezza ed anche di prepotenza. Quei muri scrostati che lasciavano vedere le pietre corrose, quella porta nera tarlata, ricoverata sotto il suo arco come un nobile decaduto sotto il suo titolo, quel cornicione sul quale cresceva l’euforbia, quella coperta da letto, logora e lucida, di antico damasco verdognolo, che pendeva melanconicamente da un balconcino del piano superiore, avevano qualche cosa di triste e di fiero, ed anche di misterioso, e richiamavano l’ammirazione dei paesani abituati a considerare la famiglia Decherchi come la più antica e nobile del paese.
Don Simone rassomigliava alla sua casa: vestiva in borghese, ma conservava la berretta sarda, e i bottoni d’oro al collo della camicia; anche lui cadente e fiero, alto e curvo, sdentato e con gli occhi neri scintillanti. I capelli folti candidissimi, la barba corta e bianca a punta, davano al suo viso olivastro, dal naso grande e i pomelli sporgenti, un risalto caratteristico, fra di patriarca e di vecchio soldato di ventura.
E ziu Cosimu Damianu, che conviveva coi Decherchi, rassomigliava a don Simone. La stessa statura, gli stessi capelli bianchi, gli stessi lineamenti, la stessa voce; ma un non so che di rozzo, di primitivo, e il costume paesano, rivelavano in lui il vecchio plebeo, il lavoratore umile e paziente, sul quale la lunga convivenza con un uomo superiore come don Simone aveva operato una specie di suggestione fisica e morale.
“Dieci giorni passarono e il ragazzo non tornò”, continuava a raccontare. “Allora il padre si mise in viaggio, andò fino ad Ozieri, andò fino alla Gallura. Incontrò un pastore e gli domandò: “Per caso, hai veduto un ragazzo con gli occhi celesti e un neo sulla fronte?”. “Perdio, sì, l’ho veduto: è servetto in uno stazzo della Gallura”, rispose il pastore. Allora Santus, rassicurato, se ne tornò in paese. Ed ecco che ora la gente stupida va dicendo delle cose orribili, e la giustizia dà retta ai pettegolezzi delle donnicciuole, e il povero padre è perseguitato da tutti. Ora dicono che è ripartito in cerca del figlio.”
Don Simone scuoteva la testa, e sorrideva un po’ beffardo: ziu Cosimu era stato sempre un uomo ingenuo! Ma senza offendersi per l’evidente ironia del vecchio nobile, il paesano domandò, animandosi:
“Ma, figlio di Sant’Antonio, perché ti ostini a pensar sempre male del prossimo?”.
L’altro cessò di sorridere: si fece serio, quasi cupo.
I tempi son cattivi. Non c’è timor di Dio, e tutto è possibile, ora. I giovani non credono in Dio, e noi vecchi… noi siamo come la pasta frolla, vedi così…” e con la mano accennava a tirare qualche cosa di molle, di frollo; “lasciamo correre trenta giorni per un mese, e… tutto va a rotoli.”
Questo, forse, è vero!”, esclamò ziu Cosimu: e cominciò a battere il suo bastone su un ciottolo e non parlò più. Don Simone lo guardò e sorrise di nuovo.
Io sono come la giustizia: penso sempre la peggio e spesso indovino… Ne vedremo, se vivremo, Cosimu Damià!”
L’altro continuò a picchiare il bastone per terra: ed entrambi, uno triste, l’altro sorridente, pensarono alla stessa cosa, o meglio alla stessa persona.
Intanto una donna anziana, avvolta in un lungo scialle nero frangiato e ricamato, dopo aver salito il pendio della strada s’era fermata presso i due vecchi.
“Dov’è Rosa?”, domandò, aprendo alquanto i lembi dello scialle.
“Dev’essere nel cortile, con Annesa”, rispose ziu Cosimu.
“Dio, che caldo: in chiesa si soffocava”, riprese la donna, che era alta, con gli occhi neri cerchiati, e il viso stretto da due bende di capelli che parevano di raso grigio.
Ziu Cosimu la guardò e scosse la testa. Così alta e cerea, col suo scialle nero, la sua figliuola diletta gli sembrava la Madonna addolorata.
In chiesa si soffocava?”, disse con lieve rimprovero. “È per questo che non tornavi più? Che frugavi ancora, laggiù?”
“Mi confessavo: domani ci sarà la comunione generale”, rispose semplicemente la donna; poi s’avviò per entrare, ma prima si volse ancora e disse: “Paolo non è tornato? Non è tornato a quest’ora, non arriverà più, per stasera. Ora prepareremo la cena”.
“Che abbiamo da mangiare, Rachele?”, domandò sbadigliando don Simone.
Abbiamo ancora le trote, babbai, [1] e poi friggeremo delle uova. Meno male, non abbiamo ospiti.”
“Eh! possono arrivare ancora!”, esclamò ziu Cosimu, non senza amarezza. “L’albergo è povero, ma è ancora comodo per quelli che non vogliono pagare!”
“Avevamo le trote e non ricordavo!”, esclamò don Simone, rallegrandosi all’idea della buona cenetta. “E se arrivano ospiti ce n’è anche per loro! Sì, ricordo, per la festa arrivavano molti ospiti; c’è stato un anno che ne abbiamo avuti dieci o dodici. Ora la gente non va più alle feste, non vuol sentire più a parlare di santi.”
“Adesso la gente è povera, Simone mio; vive lo stesso anche senza feste.”
“Anche la lepre corre sempre, sebbene non vada in chiesa”, disse il vecchio nobile, cominciando a irritarsi per le contraddizioni di ziu Cosimu.
E mentre i due nonni continuavano la loro discussione, donna Rachele attraversò l’andito ed entrò nella camera in fondo, attigua alla cucina.
L’ultimo barlume del crepuscolo penetrava ancora dalla finestra che guardava sull’orto. Mentre donna Rachele si levava e piegava lo scialle, una voce dispettosa disse:
“Rachele, ma potresti accenderlo, un lume! Mi lasciate solo, mi lasciate al buio come un morto…”.
“Zio, è ancora giorno, e si sta più freschi senza lume”, ella rispose con la sua voce dolce e le parole lente. “Adesso accendo subito. Annesa” disse poi, affacciandosi all’uscio di cucina “che stacci ancora la farina? Smetti, è tardi. E Rosa dov’è?”
“Eccola lì, in cortile”, rispose una voce velata e quasi fiebile. “Ora finisco.”
Donna Rachele accese il lume, e lo depose sulla grande tavola di quercia che nereggiava in fondo alla stanza, tra l’uscio dell’andito e la finestra. E la vasta camera, alquanto bassa e affumicata, col soffitto di legno sostenuto da grosse travi, apparve ancora più triste alla luce giallognola del lume ad olio. Anche là dentro tutto era vecchio e cadente: ma il canapè antico, dalla stoffa lacerata, la tavola di quercia, l’armadio tarlato, il guindolo, la cassapanca scolpita, e insomma tutti i mobili conservavano nella loro miseria, nella loro vecchiaia, qualche cosa di nobile e distinto. Su un lettuccio, in fondo alla camera, stava seduto, appoggiato ai cuscini di cotonina a quadrati bianchi e rossi, un vecchio asmatico che respirava penosamente.
“Si sta freschi, sì, si sta freschi”, egli riprese a borbottare con voce ansante e dispettosa; “potessi star fresco almeno! Annesa, figlia del demonio, se tu mi portassi almeno un po’ d’acqua!”
“Annesa, porta un po’ d’acqua a zio Zua”, pregò donna Rachele, attraversando la cucina ancora più vasta e affumicata della camera.
La donna, che aveva avvicinato alla porta il canestro della farina, s’alzò, si scosse le vesti, prese la brocca dell’acqua e ne versò un bicchiere.
“Annesa, la porti o no quest’acqua?”, ripeteva il vecchio asmatico, con voce quasi stridente.
Annesa entrò, s’avvicinò al lettuccio, il vecchio bevette, la donna lo guardò. Mai figure umane s’erano rassomigliate meno di quei due.
Ella era piccola e sottile; pareva una bambina. La luce del lume dava un tono di bronzo dorato al suo viso olivastro e rotondo, del quale la fossetta sul mento accresceva la grazia infantile. La bocca un po’ grande, dai denti bianchissimi, serrati, eguali, aveva una lieve espressione di beffa crudele, mentre gli occhi azzurri sotto le grandi palpebre livide, erano dolci e tristi. Qualche cosa di beffardo e di soave, un sorriso di vecchia cattiva e uno sguardo di bambina triste, erano in quel viso di serva taciturna e malaticcia, la cui testa si piegava all’indietro quasi abbandonandosi al peso d’una enorme treccia biondastra attorcigliata sulla nuca. Il collo lungo e meno bruno del viso usciva nudo dalla camicia scollata: il corsetto paesano si chiudeva su un piccolo seno: e tutto era grazioso, agile, giovanile, attraente, in quella donna della quale soltanto le mani lunghe e scarne svelavano l’età matura.
La figura del vecchio asmatico ricordava invece qualche antico eremita moribondo in una caverna.
Il suo viso, raggrinzito da una sofferenza intensa, dava l’idea d’una maschera di cartapecora. Tutto era giallognolo e come affumicato, in quella figura triste e cupa: e il petto peloso e ansante, che la camicia slacciata lasciava scoperto, e i capelli arruffati, la barba giallastra, le mani nodose, e tutte le membra, che si disegnavano scheletrite sotto il lenzuolo, avevano un brivido di angoscia.
Egli lo diceva sempre:
Io vivo solo per tremare di dolore”.
Ogni cosa gli dava fastidio, ed egli era di grande fastidio a tutti, pareva vivesse solo per far pesare la sua sofferenza sugli altri.
“Annesa”, gemette mentre la donna si allontanava col bicchiere vuoto in mano, “chiudi la finestra. Non vedi quante zanzare? Così possano pungerti i diavoli, come mi pungono le zanzare.”
Ma Annesa non rispose, non chiuse la finestra; tornò in cucina, depose il bicchiere accanto alla brocca, poi uscì nel cortile, ed accese il fuoco in un angolo sotto la tettoia. D’estate, perché il calore ed il fumo non penetrassero nella camera ove giaceva il vecchio asmatico, ella cucinava fuori, in quell’angolo di tettoia trasformato in cucina.
Una pace triste regnava nel cortile lungo e stretto, in gran parte ingombro di una catasta di legna da ardere. La luna nuova, che cadeva sul cielo ancora biancastro, di là del muro sgretolato, illuminava l’angolo della tettoia. S’udivano voci lontane, scoppi di razzi e un suono di corno, rauco ed incerto, che tentava un motivo solenne:

Va, pensiero, sull’ali dorate…

Annesa mise il treppiede nero sul fuoco e mentre donna Rachele andava nella dispensa per riempire d’olio la padella, una bambina di sei o sette anni, con una enorme testa coperta di radi capelli biondastri, s’affacciò alla porticina socchiusa dell’orto.
“Annesa, Annesa, vieni; di qui si vedono bene i razzi”, gridò con una vocina di vecchia sdentata.
“Rientra tu, piuttosto, Rosa: è tardi, ti morsicherà le gambe qualche lucertola…”
“Non è vero”, riprese la vocina, un po’ tremula. “Vieni, Annesa, vieni…”
“No ti ho detto. Rientra. Ci sono anche le rane, lo sai bene…”
La bambina entrò, s’avanzò paurosa fino alla tettoia. Un goffo vestitino rosso, guarnito di merletti gialli, rendeva più sgraziata la sua figurina deforme, e più brutto il suo visino scialbo di vecchietta senza denti, schiacciato dalla fronte idrocefala smisurata e sporgente.
“Siedi lì”, disse Annesa, “i razzi si vedono anche stando qui.”
Qualche razzo, infatti, attraversava come un cordone d’oro il cielo pallido, e pareva volesse raggiunger la luna; poi d’un tratto scoppiava, dividendosi in mille scintille rosse azzurre e violette.
Rosa, seduta sul carro sardo, in mezzo al cortile, fremeva di piacere e chinava la testa, con la paura e la speranza che quella pioggia meravigliosa cadesse su lei.
“Almeno una, di quelle scintille”, gridò, chinando la fronte enorme e stendendo la manina. “Ne vorrei una! Quella d’oro: deve essere una stella!”
“Mattina!”, disse la nonna, che ritornava con la padella colma d’olio.
Annesa mise la padella sul treppiede e la dama rientrò per apparecchiare la tavola.
“Cadono molto lontano?”, riprese la bambina. “Sì? Nel bosco? Dove sono le lucertole?”
“Oh, più lontano, certo”, rispose la donna, che aveva cominciato a friggere le trote.
“Dove, più lontano? Nello stradale? Ti pare che qualcuna cada vicino al babbo mio? E se gli cade addosso?”
“Chi sa!”, disse Annesa pensierosa. “Credi tu, Rosa, che egli possa tornare stasera?”
Io, sì, lo credo!”, esclamò vivacemente la bambina. “E tu, Anna?”
Io non so”, disse la donna, già pentita d’aver parlato. “Egli torna quando vuole.”
Egli è il padrone, vero? Egli è tanto forte, egli può comandare a tutti, vero?”, interrogò Rosa, ma con accento che non ammetteva una risposta negativa. “Egli può fare quello che vuole; può fare anche da cattivo, vero? Nessuno lo castiga, vero?”
“Vero, vero”, ammise la donna con voce grave.
Poi entrambe, la bambina sul carro, Annesa davanti al fuoco, tacquero pensierose.
“Annesa”, gridò d’un tratto Rosa, “eccolo, viene! Sento il passo del cavallo.”
Ma l’altra scosse la testa. No, non era il passo del cavallo di Paulu Decherchi. Ella lo conosceva bene, quel passo un po’ cadenzato di cavallo che ritornava stanco dopo un lungo viaggio. Eppure il passo di cavallo avvertito da Rosa si fermò davanti al portone.
“Credo sia un ospite”, disse Annesa con dispetto. “Speriamo sia il primo e l’ultimo.”
Ma donna Rachele uscì di nuovo nel cortile, porse ad Annesa alcune uova che teneva nel grembiale, e disse con gioia:
Lo dicevo, che non era tempo da disperare. Ecco un ospite”.
“Bella notizia!”, rimbeccò l’altra.
“Apri il portone, Annesa. Non è bella una festa se non si hanno ospiti in casa.”
La donna mise le uova accanto al fuoco e andò ad aprire.
Un paesano basso e tarchiato con una folta barba bruna, era smontato di cavallo e salutava i nonni ancora seduti davanti alla porta.
“Stanno bene, che Sant’Anna li conservi!”
“Benissimo”, rispose don Simone. “Non vedi che sembriamo due giovincelli di primo pelo?”
“E Paulu, Paulu, dov’è?”
“Paulu tornerà forse domani mattina: è andato a Nuoro per affari.”
“Donna Rachele, come sta? Annesa, sei tu?”, disse l’ospite, entrando nel cortile e tirandosi dietro il cavallo. “Come, non hai ancora preso marito? Dove leghiamo il cavallo? Qui, sotto la tettoia?”
“Sì, fa da te”, rispose donna Rachele. “Fa il tuo comodo come se fossi in casa tua. Lega il cavallo qui sotto la tettoia, perché la stalla è ingombra di sacchi di paglia.”
Annesa provò quasi gusto al sentir donna Rachele mentire.
“Sì”, pensò con amarezza “la festa non è bella senza ospiti, ma intanto anche i santi devono dire qualche bugia perché il tetto della stalla è rovinato e non si trovano i soldi per accomodarlo…”
Le tue sorelle stanno bene?”, domandò poi donna Rachele, aiutando l’ospite a legare il cavallo. “E la tua mamma?”
“Tutti bene, tutte fresche come rose”, esclamò l’uomo, traendo un cestino dalla bisaccia. “Ecco, questo, appunto, lo manda mia madre.”
“Oh, non occorreva disturbarvi”, disse la dama prendendo il cestino.
E rientrò nella cucina, seguita dall’ospite, mentre Annesa, triste e beffarda, si piegava davanti al fuoco e batteva leggermente un uovo sulla pietra che serviva da focolare.
Rosa scese pesantemente dal carro e rientrò anche lei, curiosa di sapere cosa c’era dentro il cestino.
Nella camera del vecchio asmatico, che serviva anche da sala da pranzo, la tavola era apparecchiata per quattro: donna Rachele mise un’altra posata, e l’ospite si avvicinò a zio Zua.
“Come va, come va?”, gli domandò, guardandolo curiosamente.
Il vecchio ansava e con una mano si palpava il petto, sul quale teneva, appesa ad un cordoncino unto, una medaglia al valor militare.
“Male, male”, rispose, guardando fisso l’ospite, che non aveva subito riconosciuto. “Ah, sei tu, Ballore Spanu. Ti riconosco benissimo, adesso. E le tue sorelle hanno preso marito?”
“Finora no”, rispose l’uomo, un po’ seccato per questa domanda.
In quel momento i due nonni rientrarono, trascinandosi dietro le sedie, e si misero a tavola, assieme con l’ospite, donna Rachele e la bimba.
“Questa è la figlia di Paulu?”, domandò l’uomo, guardando Rosa. “Ha questa sola bambina? Non pensa a riprender moglie?”
“Oh, no”, rispose donna Rachele, con un sorriso triste. “È stato troppo sfortunato la prima volta; per ora non pensa affatto al matrimonio. Sì, questa è la sua unica bambina. Ma serviti, Ballore, tu non mangi niente? Prendi questa trota, vedi, questa.”
“E il vostro parroco, quel vecchio prete che una volta subì una grassazione, è vivo ancora?”, domandò ziu Cosimu.
“Altro se vive! È vegeto anche…”
Mentre così chiacchieravano, si sentì picchiare al portone.
“Deve essere un altro ospite”, disse donna Rachele, “ho sentito il passo di un cavallo.”
È forse babbai“, gridò Rosa, e scese dalla sedia e corse a vedere.
Un altro ospite parlamentava con Annesa davanti al portone. Era un uomo scarno e nero, miseramente vestito. La donna non lo conosceva e lo guardava con evidente ostilità.
È questa la casa di don Simone Decherchi?”, diceva l’ospite. “Io sono di Aritzu, mi chiamo Melchiorre Obinu e sono figlioccio di Pasquale Sole, grande amico di don Simone. Il mio padrino mi ha dato una lettera per il suo amico.”
“L’osteria è aperta!”, borbottò Annesa, ma andò ad avvertire don Simone che il figlioccio del suo amico domandava ospitalità, e il vecchio nobile per tutta risposta ordinò di mettere un’altra posata a tavola.
Ma il nuovo ospite volle restare in cucina, e appena Annesa gli mise davanti un canestro con pane, formaggio, lardo, cominciò a mangiare con avidità. Doveva essere molto povero: era vestito quasi miseramente, e i suoi grandi occhi tristi parevano gli occhi stanchi di un malato. Annesa lo guardava e sentiva cadere il suo dispetto. Dopo tutto, poiché i Decherchi si ostinavano ad aprire la loro casa a tutti, meglio dar da mangiare ai poveri che ai ricchi scrocconi come quel Ballore Spanu.
“Ecco, mangia questa trota”, disse offrendogli una parte della sua cena. “Adesso ti darò anche da bere.”
“Dio te lo paghi, sorella mia”, egli rispose, sempre mangiando.
Sei venuto per la festa?”
“Sì, sono venuto per vendere sproni e briglie.”
Annesa gli versò da bere.
“Dio te lo paghi, sorella mia.”
Egli bevette, la guardò, e parve vederla solo allora.
I capelli di lei, sopratutto, attirarono i suoi sguardi.
Sei la serva, tu?”, domandò.
“Sì.”
“Ma sei del paese, tu? Mi pare di no.”
“Infatti non lo sono.”
Sei forestiera?”
“Sì, sono forestiera.”
Di dove sei?”
“D’un paese del mondo…”
Ella andò nella camera attigua, poi uscì nel cortile, rientrò.
L’ospite povero profittò dell’assenza di lei per versarsi un altro bicchiere di vino, e diventò allegro, quasi insolente.
Sei fidanzata?”, chiese alla donna, quando essa tornò. “Se no, guarda se ti convengo. Son venuto per vendere sproni e briglie e per cercarmi una sposa.”
Ma questo scherzo non garbò ad Annesa, che ridiventò triste e beffarda:
“Puoi mettere una delle tue briglie al collo di qualche donna, e così trascinartela dietro fino al tuo paese”.
“No, davvero”, insisté l’altro, “fammi sapere se hai o no il fidanzato. Dal modo aspro con cui mi parli, parrebbe di no: o è molto brutto.”
“E invece t’inganni, fratello caro: il mio sposo è molto più bello di te.”
“Fammelo conoscere.”
Perché no? Aspetta.”
Ella rientrò nella sala da pranzo, e dopo le trote servì le uova fritte con cipolle, e in ultimo una focaccia di pasta e formaggio fresco.
“Non aspettavamo ospiti”, si scusava donna Rachele, rivolgendosi con evidente umiliazione a Ballore Spanu. “Perdona, dunque, Ballore, se ti trattiamo male.”
Voi mi trattate come un principe”, rispondeva l’ospite, e mangiava e beveva allegramente.
Anche i due nonni scherzavano, Don Simone era, o sembrava, lieto e sereno come Ballore l’aveva sempre conosciuto: nel riso di ziu Cosimu strideva invece qualche nota triste; e anche il vecchio asmatico, che masticava lentamente la polpa rosea d’una trota, prendeva parte alla conversazione, e sogghignava quando l’ospite parlava di Paulu.
“Non c’è che dire, avevamo due testoline sventate, io e suo figlio, donna Raché!”, diceva Ballore Spanu. “Ricordo, una volta Paulu venne a trovarmi al mio paese, ed entrambi partimmo assieme, e per un mese le nostre famiglie non seppero nulla di noi. Andammo di festa in festa, di villaggio in villaggio, sempre a cavallo. Che teste, Dio mio! Come si è pazzi, in gioventù!”
“Buone lane”, mormorò l’asmatico.
“Sì, ricordo”, disse donna Rachele. “E che tormento! Credevamo vi avessero arrestati.”
Perché arrestati?”, gridò l’ospite quasi offeso. “Questo poi, no! Eravamo due teste matte, sì, ma due galantuomini, questo possiamo dirlo ben forte. Però, bisogna confessarlo, abbiamo sprecato molti denari…”
“Perciò…”, cominciò il vecchio asmatico con la sua voce dispettosa; ma Annesa gli porse da bere e lo guardò fisso, ed egli non osò proseguire. D’altronde Ballore Spanu sapeva bene che le pazzie giovanili di Paulu avevano finito di rovinare la famiglia: non occorreva ripeterlo.
Un’ombra passò sul viso cereo di donna Rachele, e ziu Cosimu disse:
“Paulu è buono, buono come il pane, ma è stato sempre un giovane troppo allegro e spregiudicato. Egli non ha mai avuto timore di Dio; si è sempre divertito, ha goduto la vita in tutti i modi”.
“Si vede che non era destinato a farsi frate!”, esclamò l’ospite. “Eppoi bisogna godere finché si è giovani…”
“Scusa, io godo anche ora che son vecchio”, osservò don Simone, con accento beffardo. Egli non amava si parlasse male del nipote, con gli estranei, e cercò di cambiare discorso.
“Zua Deché”, esclamò, rivolgendosi all’infermo, “non è vero che i giovani devono essere più saggi dei vecchi?”
Il vecchio ansò forte, cercò di sollevarsi, gridò irritato:
La gioventù? Io sono stato giovane, ma sono stato sempre serio. In Crimea ho conosciuto un capitano francese che mi diceva sempre: voi avete cento anni, sardignolo!… E… e… La Marmora dopo la battaglia… e… e…”.
Un colpo di tosse non lo lasciò proseguire: donna Rachele gli andò vicino, gli sollevò il capo, gli accennò di calmarsi.
“Figlio di Sant’Antonio”, disse ziu Cosimu, sollevando le mani, “perché arrabbiarti così? Vedi che ti fa male?”
Ma l’asmatico si ostinava a parlare, e non poteva, e solo qualche parola si distingueva fra i suoi gemiti sibilanti.
Io… Vittorio Emanuele… la medaglia… Balaclava… Ho lavorato sempre… io… mentre gli altri…”
Annesa andava e veniva. Era divenuta pallidissima, e guardava il vecchio con uno sguardo di odio, ma stringeva le labbra per non gridare contro di lui.
Invano l’ospite povero, quando ella rientrava in cucina, cercava di scherzare e di farla chiacchierare: ella taceva, d’un tratto uscì nel cortile e stette parecchio tempo fuori.
Egli allora si versò un altro bicchiere di vino e si guardò attorno cercando una stuoja su cui potersi coricare; poi gli parve di sentir Annesa parlare con un uomo, nel cortile, e tese l’orecchio.
Egli sparla di don Paulu”, diceva la donna, “e gli altri lo lasciano dire… Ah, se potessi, lo butterei giù dal letto…”
“Ma lascialo dire”, rispose una voce d’uomo. “Chi non vede che egli è rimbambito?”
Poi le voci tacquero. L’ospite credette di sentire lo scoccar di un bacio, e fremette pensando alla bella bocca di Annesa.
Un giovane servo, coi capelli neri divisi sulla fronte, il viso scuro imberbe e gli occhi dolci entrò in cucina.
“Salute, l’ospite”, disse; e sedette davanti al canestro delle vivande.
“Salute abbi”, rispose l’altro, guardandolo maliziosamente, “sei il servo, tu?”
“Sì, sono il servo, Annesa, mi darai da mangiare? Sono tornato tardi, perché sono stato a vedere i fuochi artificiali. Che cosa bella! Pareva che tutte le stelle del cielo cadessero giù sulla terra. Fossero state almeno buone da mangiare!”
E rideva come un fanciullo, socchiudendo i begli occhi castanei, e mostrando due fila di denti minuti e bianchissimi.
Ma Annesa era di cattivo umore: gli porse da mangiare e tornò fuori.
“Che ragazza seria”, disse l’ospite seguendola con gli occhi. “Bella, ma seria.”
“Ohè, è inutile che tu la guardi”, esclamò il servo, che era molto brillo. “Non fa per te.”
Lo so: è la tua fidanzata.”
“Come lo sai?”
“Me lo ha detto lei! E ho sentito che vi baciavate!…”
“Ah, te lo ha detto lei?”, riprese il servo con gioia. “È vero; siamo fidanzati. Io e lei siamo qui, più che servi, figli di famiglia. Annesa anzi è figlia d’anima [2] della famiglia Decherchi.”
E siccome l’ospite povero s’interessava vivamente alle sue chiacchiere, proseguì, con boria:
“Devi sapere che don Simone è stato quasi sempre sindaco di questo paese. Non si contano le opere buone che ha fatto. Tutti i poveri potevano dirsi suoi figli, tanto egli li soccorreva e li amava. Ora avvenne che molti anni fa, io allora non masticavo ancora il pane, capitò alla festa un vecchio mendicante accompagnato da una bambina di tre anni. Un bel momento quest’uomo fu trovato morto, dietro la chiesa. La bambina piangeva, ma non sapeva dire chi era. Allora don Simone la prese con sé, la portò qui, la fece allevare in famiglia. Molti dicono che Annesa è continentale: altri credono che il vecchio mendicante l’abbia rubata”.
L’ospite ascoltava con curiosità, ma le ultime parole del servo lo fecero sorridere.
“Chi sa”, disse beffardo, “ella forse è figlia del re!”
“Sta zitto”, pregò allora il servo. “I miei tre vecchi padroni son chiamati i Tre Re.”
Perché?”
“Così, perché sono tre e sono vecchi.”
“Ce n’è uno malato. È fratello di don Simone?”
“Oh, no”, protestò il servo, sporgendo le labbra con disprezzo. “È un parente. È un uomo che è stato alla guerra ed ha tanti denari. Ma avaro! Vedi, muore così, coi pugni stretti. Sta qui da due anni, ed ha fatto testamento in favore di Rosa, la figlia di don Paulu.”
Don Paulu è figlio di don Simone?”
“No, è suo nipote: è figlio di don Priamu, che è morto.”
I tuoi padroni son molto ricchi, vero?”
“Sì”, mentì il servo, “sono ancora ricchi; prima lo erano molto di più.”
Ma in quel momento rientrò Annesa, e il giovane chiacchierone cambiò discorso.
“Anna, costui non vuol credere che l’anno venturo noi due ci sposeremo. Non è vero che siamo cresciuti assieme in questa casa, come parenti?”
“E allora beviamo alla vostra buona fortuna”, disse l’ospite; e bevette un po’ di vino rimasto nel suo bicchiere.
Tu ci porterai un’altra bottiglia, Annesa? Sì, sì, va!”, supplicò il servo, tendendo alla donna la bottiglia vuota; ma Annesa gli voltò le spalle e volle rientrare nella stanza dove i vecchi padroni e l’ospite ricco chiacchieravano e ridevano.
Ma mentre ella scendeva lo scalino dell’uscio, un passo cadenzato di cavallo risonella straducola deserta: ella si fermò, ascoltando, poi disse, rivolta al servo:
“Gantine, è don Paulu!”, e attraversò di corsa la cucina dimenticandosi persino di deporre un piatto che teneva in mano.
Poco dopo entrò in cucina un uomo ancora giovane, alto e svelto, tutto vestito di nero, da borghese, col cappello duro.
Gantine balzò in piedi.
“No”, gli disse Paulu, dopo aver salutato l’ospite con un cenno del capo, “non levar la sella al cavallo, che è tutto sudato. Lascialo un momento respirare; lo porti poi da ziu Castigu e domani mattina all’alba conducilo al pascolo.”
E mise un piede su uno sgabello per levarsi lo sprone.
L’ospite povero guardava con curiosità: e gli pareva che servo e padrone si rassomigliassero: lo stesso viso bruno, gli occhi lunghi e dolci, la stessa bocca dai labbri sporgenti; senonché Paulu sopravanzava di tutta la testa il servo, e aveva un’aria triste e preoccupata, mentre Gantine sembrava allegro e spensierato. E la bocca del giovine servo era rossa e sorridente, mentre le labbra di Paulu erano pallide, quasi grigie.
“Sì”, pensava il venditore di briglie, “adesso ricordo: il mio padrino Pascale Sole mi diceva un giorno che i Decherchi avevano preso in casa, come servo, il figlio illegittimo d’uno di essi, Don Paulu e Gantine devono essere fratelli…”
“Ecco”, disse il vedovo, porgendo lo sprone a Gantine, “attaccalo al muro.”
Ed entrò nella camera attigua, dove l’ospite ricco lo accolse con una esclamazione di gioia. Paulu gli strinse la mano, e parve rallegrarsi nel rivedere il suo antico compagno di avventure; ma donna Rachele e i nonni guardarono il vedovo e si accorsero subito che egli non recava buone notizie.

II.

Anche Annesa era diventata più triste e taciturna del solito.
Dopo cena Gantine invitò l’ospite povero ad uscire con lui.
“Ora condurremo il cavallo da ziu Castigu, dopo faremo un giro per il paese. Lascia il portone socchiuso”, disse ad Annesa.
“No, davvero!”, ella rispose vivacemente. “Forse tu starai fuori tutta la notte. Io chiuderò il portone, e tu puoi prenderti benissimo la chiave.”
“Va bene, addio”, disse Gantine, cingendole la vita con un braccio. “Tornerò presto, non dubitare.”
“Fa quello che credi”, ella rispose, respingendolo sgarbatamente.
Oltre il cavallo di Paulu i due giovani portarono via anche la giumenta del venditore di briglie, perché sotto la tettoia non c’era posto che per un cavallo. E condussero le due bestie nella stalla di un pastore che era stato per molti anni servi dei Decherchi: poi andarono in una bettola e finirono di ubriacarsi.
Anche Paulu uscì col suo amico; donna Rachele e la bimba andarono a letto, i due nonni chiacchierarono un altro po’, Annesa finì di rimettere in ordine la stanza e la cucina, e preparò il suo lettuccio.
Ella dormiva sul canapè, nella stanza da pranzo, per esser pronta alle chiamate del vecchio asmatico; quando Gantine era in paese, donna Rachele, per evitare ai due fidanzati l’occasione d’un pericoloso colloquio notturno pregava Paulu o ziu Cosimu di sostituire Annesa, e questa dormiva in una delle camere interne; ma quella notte l’ospite povero doveva dormire in cucina assieme con Gantine, e il pericolo era evitato.
La donna preparò le due stuoje per il servo e l’ospite, chiuse il portone, chiuse la porticina che dava sull’orto, e portò via la chiave; in ultimo chiuse col catenaccio l’uscio della camera. Se Gantine tornava non poteva penetrare nella casa di là del cortile e della cucina.
I due nonni si ritirarono, ziu Zua si assopì. Allora Annesa spense il lume, accese la lampadina da notte, ma non si coricò. Non aveva sonno, anzi pareva insolitamente eccitata, e i suoi occhi, ora che nessuno la osservava, brillavano d’una cupa fiamma, avidi e cerchiati.
Uscì nell’andito, spalancò la porta che dava sull’orto e sedette sullo scalino di pietra.
La notte era calda e tranquilla, rischiarata appena dal velo biancastro della via lattea e dalle stelle vivissime. Davanti ad Annesa l’orto, nero e tacito, odorava di pomidoro e di erbe aromatiche: e il profumo del rosmarino e della ruta ricordava la montagna, le distese selvagge, le valli primordiali, coperte di macchie e di arbusti, che circondavano il paese. In fondo all’orto cominciava il bosco, dal quale emergeva la montagna, col suo profilo enorme di dorso umano disteso sull’orizzonte stellato: i grandi alberi neri erano così immobili e gravi che parevano rocce.
Ma la pace, il silenzio, l’oscurità della notte, l’immobilità delle cose, pesavano come un mistero sul cuore di Annesa. Ecco, a momenti le pareva di soffocare, di respirare penosamente come il vecchio asmatico.
Anche lei aveva capito: Paulu tornava da Nuoro senza i denari che da tre mesi cercava disperatamente per tutti i paesi del circondario. La rovina era imminente.
La casa e l’orto, la tanca, il cavallo, i mobili, tutto sarà messo all’asta…”, gemeva frala donna, col busto piegato fin quasi sulle ginocchia. “Ci cacceranno via come cani affamati, e la famiglia Decherchi diventerà la più misera del paese. Bisognerà andarsene via… come i mendicanti che vanno di paese in paese… di festa in festa… Ah!”
Sospirò profondamente: ricordava la sua origine.
“Era meglio che mi avessero lasciato proseguire la mia via… Ah, non avrei sofferto così, non avrei veduto quello che ho veduto, quello che vedrò. Che cosa avverrà? Che accadrà di noi? Donna Rachele ne morrà di dolore. E lui… lui… la sua fine… egli lo ha già detto, la sua fine… No, no: meglio…”
Si sollevò, rabbrividì.
Paulu aveva minacciato di suicidarsi, e questo pensiero, questa ossessione, e l’idea che il vecchio asmatico teneva sotto il cuscino , un fascio di cartelle di rendita e, per avarizia, per rancore contro il giovane vedovo, si ostinava a non sborsare un soldo per salvare la famiglia dalla completa rovina, davano ad Annesa una febbre d’angoscia e di odio.
“Vecchio scorpione”, riprese, minacciando trail vecchio asmatico, “io ti farò morire di rabbia; ti farò morire di fame e di sete. Guai a te se ciò che prevedo s’avvera… guai… guai! Tu ci lasci agonizzare, ma io…”
Non finì di formulare il suo pensiero: qualcuno apriva la porta di strada.
Ella balzò in piedi, si volse, attese ansiosa. Paulu entrò, la vide, chiuse la porta, poi s’avanzò in punta di piedi e guardò dall’uscio nella camera appena illuminata dalla lampadina notturna. Il vecchio, sempre sollevato e appoggiato ai cuscini, teneva gli occhi chiusi, il viso reclinato, e anche nel sonno respirava affannosamente.
Sicuro che ziu Zua dormiva, Paulu s’avvicinò ad Annesa e con un braccio le cinse le spalle, con un impeto di desiderio. Ella tremò tutta: con le mani abbandonate lungo i fianchi, gli occhi chiusi, come svenuta, si lasciò trascinare in fondo all’orto, verso il bosco.
Ma quando furono laggiù, sotto l’albero nero ed immobile la cui ombra conosceva il loro amore, ella si scosse, sollevò le braccia e si attaccò all’uomo con una stretta nervosa.
“Credevo che non tornassi”, gli mormorò sul viso, “ti ho veduto così cupo, così triste… Invece sei venuto… Sei venuto… Sei qui! Mi pare di sognare. Dimmi.”
“Mi son liberato dell’ospite: l’ho lasciato in casa di prete Virdis, dove andrò a riprenderlo. Gantine ha la chiave?”
“Sì; ho chiuso tutto”, disse Annesa, con voce velata. “Dimmi, dimmi.”
“Niente ancora! Ma non pensiamo a questo.”
E la baciò. Le sue labbra scottavano, ma c’era nel suo bacio un ardore amaro, la disperazione dell’uomo che cerca sulle labbra della donna l’oblio delle sue cure e delle sue tristezze. Annesa era intelligente e capiva i sentimenti di Paulu: si lasciò baciare, senza insistere nelle sue domande, ma cominciò a piangere.
Un profumo come di pere mature si fondeva con l’odore umido dell’orto: in lontananza, nella profondità nera del bosco, una fiammella rossa brillava ogni tanto e pareva un occhio che si aprisse per spiare gli amanti. E una voce lontana, giovanile e sonora ma alquanto avvinazzata, forse la voce di Gantine, cantava una battorina [3] amorosa:

Buona notte, donosa,
Comente ti la passas, riccu mare?…
[4]

Ma Annesa non sentiva, non vedeva nulla: era con Paulu e piangeva d’angoscia e di piacere.
“Annesa”, egli disse quasi indispettito, “finiscila. Lo sai che non mi piace veder la gente triste.”
“E tu sei forse allegro, tu?”
“Non sono allegro, può darsi, ma non sono disperato. Dopo tutto, se i nostri beni saranno venduti come i beni d’un impiccato, la vergogna sarà più sua che nostra. Tutti sanno che egli potrebbe salvarci. Vecchio scorpione, maledetto avaro! Quando lo vedo sento il sangue montarmi alla testa. Se fossi un altro uomo lo strangolerei.”
S’animò, s’agitò, strinse le mani, come per soffocare qualcuno. Annesa trasalì, s’asciugò le lagrime e disse con voce lamentosa:
“Morisse una buona volta, almeno! Ma non muore, non muore. Ha sette anime come i gatti”.
Sono stato a Nuoro”, raccontò poi il giovane. “Ho cercato denaro in ogni buco. Mi avevano indicato uno strozzino, un vecchione nero e gonfio come un otre. Mi sono umiliato, ho pregato, mi sono avvilito, io, sì, mi sono avvilito sino a pregare come un santo questo vecchio immondo, questo usuraio turpe. Niente, egli mi ha chiesto la firma di Zua Decherchi. Poi andai da un proprietario nuorese, che mi guardò sorridendo e mi disse: “ricordo quando tu eri nel seminario di Nuoro: eri un ragazzo che prometteva molto”. E mi mandò via senza i denari! Poi… Ma perché ricordare queste cose? Ho subìto tutte le umiliazioni, inutilmente; io, io, Paulu Decherchi, io… E, ho dovuto chinare il capo come un mendicante.”
Annesa chinò il capo, anche lei umiliata e avvilita.
“Non hanno più fiducia in te”, disse timidamente. “Ziu Zua ti ha anche screditato, spargendo la voce che tu sei stato la causa della rovina della tua famiglia. Ma se andasse don Simone… forse… troverebbe i denari…”
Paulu non la lasciò proseguire. Le strinse la mano con violenza e disse a voce alta:
“Anna, ti perdono perché non sai quello che dici! Finché vivrò io, nessun altro della mia famiglia dovrà abbassarsi…”.
Ella tacque ancora; cercò l’altra mano di Paulu, se la portò al viso, la baciò.
Perché”, mormorò, quasi parlando a quella mano ora inerte e fredda, “perché non cerchi ancora una volta di convincere ziu Zua?”
È inutile”, egli riprese con voce accorata. “Egli non farebbe che insultarmi ancora. Lo sai bene ciò che egli dice continuamente. Lo sai bene, Annesa. Egli dice, che vogliamo rovinarlo, che vogliamo assassinarlo.”
“Ah”, ella sospirò, “tante volte ho avuto la tentazione di strappargli le cartelle di sotto al cuscino. Bisognerà fare così.”
Egli è capace di farci arrestare tutti, Anna! Eppoi io non sono un ladro. Piuttosto mi uccido!”
Ella si appoggiò nuovamente a lui spaventata e dolente.
“Ecco che torni a parlare così! Paulu, Paulu, non vedi come mi fai paura? Non dire così, non parlare come parlano i pazzi. Ecco come sei, tu. Lasciami parlare, ho diritto anch’io, Paulu, ricordati: tu hai dato tanti dispiaceri ai tuoi nonni ed alla tua santa madre, ed ora vuoi farli morire di vergogna e di spasimo. Non dirla più, sai, quella cosa terribile; non parlarne più.”
“Ebbene, taci. Non parliamone più.”
“Ascoltami bene”, ella proseguì, sempre più agitata. “Devo dirti una cosa. Ricordati, Paulu; ricordati quando i tuoi parenti volevano farti sposare Caderina Majule. Era ricca, era di buona famiglia: e tu non l’hai voluta perché non era bella e più vecchia di te. Ora son passati molti anni; tu non sei più un ragazzo capriccioso. E Caderina Majule non ha preso marito e ti vuole ancora. Sposala, Paulu: tutto si accomoderà. Sposala, Paulu, sposala. Se io fossi in te la sposerei.”
Ella parlava come in delirio, soffiandogli sul viso il suo alito ansante: ed egli, a sua volta, teneva le mani abbandonate sui fianchi, il capo chino, gli occhi bassi. Gli pareva di venir meno, di soffocare, di non dover mai più uscire dall’ombra nera e pesante che lo circondava.
“Rispondi”, ella proseguì, scuotendolo colle sue piccole braccia che parevano d’acciaio, “Dimmi di sì. Ci hai pensato, vero? Non aver paura di me, Paulu. Anch’io sposerò Gantine, se tu vorrai; e ce ne andremo lontani, io e lui, e con te non ci vedremo mai più. Tanto, vedi, lo so; io sono nata per seguire una via di sventura. La sorte mi odia, e mi ha gettata nel mondo per ischerno, come una maschera ubriaca getta uno straccio nella via. Chi sono io? Uno straccio, una cosa che non serve a nulla. Non prenderti pensiero di me, Paulu.”
Paulu l’ascoltava e taceva. Ella gli destava compassione e dispetto. E d’un tratto la respinse e mormorò parole crudeli.
“Non ho mai creduto che io fossi da vendere, Annesa! Ma forse è tempo di pensarci, adesso; poiché non c’è altro rimedio. Chi sa? può darsi che segua il tuo consiglio.”
Annesa tacque, spaventata. Sebbene Paulu la respingesse, si teneva aggrappata a lui, e solo quando egli ebbe pronunziate le ultime parole, aprì le braccia, e cadde a terra come una pianta rampicante priva di sostegno.
Egli la credette svenuta e si chinò su lei.
“Che fai, Anna?”
Ella gemette.
Lo vedi?”, egli disse, con rimprovero e sarcasmo, sollevandola e accarezzandola in viso come una bambina. “Tu stessa lo vedi, come sei sciocca a dirmi certe cose. Tu mi umilii sempre, e se non fossi tu, a parlarmi così, non so cosa farei.”
“Taci, taci”, ella riprese singhiozzando, “io lo faccio per il tuo bene. Io sono la tua serva, non dovrei far altro che tacere e ascoltarti in ginocchio. Tu hai ragione, Paulu: sono sciocca, sono sciocca… sono pazza. Certe volte ho idee strane, come quando si ha la febbre: vorrei andare per il mondo, scalza, mendicante, in cerca di fortuna per te… per voi… Non sgridarmi, Paulu mio, cuore mio caro, non sgridarmi; tu l’hai già detto una volta, che io sono come l’edera; come l’edera che si attacca al muro e non se ne distacca più, finché non si secca.”
“O finché il muro non cade”, mormorò l’uomo, col suo accento doloroso e beffardo. “Basta, non parliamone più. Caderina Majule si sposi qualche vecchio mercante di porci, se non ha potuto trovar altri. Io mi tengo la mia piccola Anna e basta. E Ora vado a cercare Ballore Spanu. È ricco, lo sai: forse mi presterà lui i denari per impedire l’asta dei nostri beni. Voglio tentare. Dammi un altro bacio e sta allegra.”
Ella gli porse le labbra tremanti, bagnate di lacrime, e ancora per un attimo entrambi dimenticarono tutti gli affanni, le miserie, gli errori che li separavano.
Poi egli uscì di nuovo; e di nuovo ella sedette sul limitare della porta.
Non aveva sonno, e l’idea di doversi chiudere nella camera dove ogni tanto si sentiva il gemito del vecchio asmatico, le dava quasi un senso di terrore. Ma alla sua inquietudine, al suo affanno, si mescolava adesso una vaga ebbrezza: ella sentiva ancòra il sapore delle labbra di Paulu, e davanti a sé non vedeva che la figura di lui, triste, beffarda e voluttuosa. Questa figura, d’altronde, le stava sempre davanti, la precedeva in tutti i suoi passi come la sua ombra.
Da anni ed anni ella viveva in compagnia di questo fantasma che solo la presenza reale di Paulu faceva dileguare. Ella non era una donna ignorante e incosciente: aveva studiato fino alla quarta elementare, e dopo aveva letto molti libri; tutti i libri che Paulu possedeva. Ed egli era stato il suo migliore e più suggestivo maestro. Le aveva insegnato tutto ciò che egli sapeva o credeva di sapere. Le aveva additato le costellazioni, e spiegato l’origine dell’uomo, e il mistero del tuono e del fulmine; l’aveva eccitata col farle conoscere romanzi d’amore, e infine l’aveva convinta che Dio non esiste.
Ella conservava due o tre romanzi letti nella sua prima gioventù: li teneva fra le sue cose più care, giallognoli e scuciti come libri sacri letti e riletti da molte generazioni. E sapeva quasi a memoria quelle storie d’amore e d’angoscia, come leggende familiari.
Allora, nei tempi lontani della sua adolescenza, la famiglia era ricca e potente. Servi e serve, mendicanti, bambini poveri, donnicciuole, ospiti dei paesi vicini, cavalli, cani, cinghialetti e mufloni addomesticati animavano la casa. Un pescatore di trote veniva tutti i giorni a portare la sua pesca.
Regali andavano, regali venivano: qualche ospite s’indugiava in casa Decherchi quattro o cinque giorni, e la tavola era sempre imbandita. E mentre il cortile era sempre pieno di mendicanti, in cucina si nascondeva qualche povero vergognoso che mendicava in segreto, e al quale donna Rachele era lieta di fare la carità.
Annesa, allora, era servita e riverita dalle persone di servizio come una signorina: più che figlia d’anima era considerata come figlia vera di donna Rachele, ed ella teneva le chiavi e apriva anche il cassetto ove don Simone riponeva i denari, allora abbondanti.
E quante volte, dopo, si era pentita di non aver messo da parte qualche somma, con la quale aiutare adesso i suoi benefattori caduti in miseria.
Ella aveva partecipato a tutte le vicende della famiglia, in quella casa dove il destino l’aveva gettata come il vento di marzo getta il seme sulla roccia accanto all’albero cadente. Ed era cresciuta così, come l’edera, allacciandosi al vecchio tronco, lasciandosi travolgere dalla rovina che lo schiantava.

Seduta sul limitare della porta, ombra nell’ombra, ella si abbandonava ai ricordi: ricordi vaghi e tristi, con uno sfondo incerto e melanconico come quel cielo notturno che finiva davanti a lei sopra la montagna addormentata: ma alcuni di essi brillavano e vibravano su questo sfondo, simili alle stelle filanti che di tanto in tanto pareva si staccassero dal cielo, stanche di tanta altezza serena, per scendere sulla terra ove si ama e si muore.
Sì, una volta Paulu ritornava da Nuoro e Anna non lo riconobbe, tanto egli s’era fatto alto e bello. Durante quelle vacanze, un giorno, mentre infuriava un temporale, egli le spiegò, meglio che non l’avesse fatto la maestra di terza elementare, perché l’aria rimbomba dopo che il fulmine l’ha attraversata.
Io credevo che il tuono fosse la voce di Dio”, ella disse, un po’ scherzando, un po’ seria.
“Stupida, Dio non esiste!”, egli disse, guardandosi attorno, pauroso d’essere sentito dai suoi nonni.
“Paulu, che dici?”, ella mormorò con terrore. “Se ti sente don Simone! Se ti sente prete Virdis!”
“Prete Virdis è un chiacchierone, un peccatore come tutti gli altri uomini. Dio non esiste, no, Annesa. Se Dio esistesse” egli riprese “non permetterebbe che nel mondo accadessero certe cose. A parte la solita storia dei ricchi e dei poveri che nascono tali senza averne merito o colpa, ci sono tante altre ingiustizie nel mondo! Tu, per esempio… perché sei senza padre e senza madre, perché non sai neppure chi sei? Vedi? se io volessi sposarti non potrei…”
Annesa impallidì, sebbene non avesse mai pensato, neppure in sogno, di sposare il figlio dei suoi benefattori.
Poi gli anni passarono. Un giorno in casa Decherchi accadde una cosa spaventosa. Il padre di Paulu cadde nel cortile, come se avesse inciampato, e non si sollevò più. Le sue ultime parole furono rivolte alla moglie:
“Rachele, ti raccomando quel fanciullo“.
E Gantine, il ragazzetto che la voce pubblica diceva figlio del morto, fu preso in casa come servetto. Gli altri servi, poiché Gantine era quasi ancora un bambino, neppure buono a scorticare un agnello, lo maltrattavano e lo deridevano; egli si lagnava con donna Rachele.
“Figliolino di Dio”, gli diceva la santa vedova, “abbi pazienza. Di’ loro che crescerai e diventerai più abile di loro.”
E ziu Cosimu Damianu, il padre di donna Rachele, aggiungeva:
“Figlio di Sant’Antonio, di’ loro così:

Frati vanno e frati vengono
e il convento fermo resta;

voi siete frati randagi, andrete, verrete, ed io resterò sempre nel convento”.
Donna Rachele sgridava il padre perché “figlio di Sant’Antonio” vuol dire bastardo, e perché non voleva che i servi avessero a mormorare per la risposta significativa, consigliata a Gantine.
Ma don Simone interveniva, sorridente e sereno come sempre:
“Lascia passare trenta giorni per un mese, lascia che dicano quel che vogliono, tanto il prossimo non è mai contento”.
E la pace regnava nella famiglia.
Ma in quel tempo appunto cominciò l’esodo dei servi; prima uno, poi un altro, poi tutti. Rimasero soltanto Gantine e un servo pastore, chiamato ziu Castigu perché era un po’ scemo. Poi anche questo fu licenziato. La famiglia cadeva in rovina, precipitava sempre più giù, più giù, in un vuoto pauroso.
I debiti di tre generazioni, i trecento scudi che don Simone aveva preso dalla Banca Agricola, le cambiali in bianco di don Pilimu, gli interessi del duecento per cento dei debiti di Paulu, divorarono in pochi anni le tancas, le vigne, le greggie e i cavalli dell’intera famiglia. Donna Rachele piangeva e diceva:
“Vedete, è stato come il fico d’India: da una foglia ne son nate mille”.
Sulle prime anche Don Simone e ziu Cosimu Damianu piangevano e si bisticciavano; ma col tempo si abituarono alla povertà e don Simone ritornò sereno e sorridente e ripeté il suo filosofico ritornello: “lascia passare trenta giorni per un mese”.
Paulu, dopo essere stato cacciato via dal seminario di Nuoro, non aveva voluto proseguire gli studi; si divertiva come si divertono molti piccoli proprietari sardi, correndo di villaggio in villaggio per le feste campestri. Tutti i mendicanti della Sardegna, che vanno appunto di festa in festa, lo conoscevano. Anche i ciechi dicevano: “è quel cavaliere di Barunèi, don Paulu Decherchi, un ricco ispassiosu. [5]”
Nei villaggi egli prendeva denaro dagli usurai, nelle feste lo sprecava.
Pareva pazzamente innamorato della vita. A giorni era buono e allegro, a giorni cattivo e violento.
Annesa ricordava. Ora Paulu era diventato docile e mansueto; gli anni e le sventure lo avevano domato come un puledro; ma allora! Quante volte l’aveva bastonata perché ella faceva l’amore con Gantine!
“Vergognati, sfacciata; egli è un servo; è un bastardo.”
“Ed io non sono una serva?”, ella rispondeva piangendo. “Non sono anch’io figlia di nessuno?”
Egli ha dieci anni meno di te.”
Gli anni non contano; l’albero giovane intreccia i suoi rami con quelli dell’albero vecchio…”
Gli occhi di Paulu splendevano come gli occhi di un gatto selvatico.
“Ingrata, sfacciata, mantenuta per l’anima. [6]”
Ella, che amava Gantine perché rassomigliava a Paulu, così come si ama il fuoco perché ricorda il sole, piangeva, taceva e lavorava. Era diventata davvero la serva di casa; ma anche donna Rachele lavorava, pregava e taceva.
In quel tempo Paulu si ammogliò. La sposa era una fanciulla nobile, bella, ma povera e malaticcia. Per un anno i due sposi vissero felici; donna Kallina era buona e rendeva buoni tutti quelli che l’avvicinavano. Il marito parve diventare un altro; ma dopo la nascita di una bambina dalla testa enorme, la giovine sposa ammalò gravemente.
Don Paulu la condusse a Cagliari, a Sassari, nel continente; ma donna Kallina morì e un’altra tanca fu venduta.
La casa divenne triste, solitaria; i mendicanti non insistevano più, come prima, per ottenere l’elemosina; gli ospiti si fecero rari.
Don Simone sorrideva sempre, ma con tristezza; e ripeteva che bisognava rassegnarsi a lasciar passare trenta giorni per un mese, ma borbottava perché la gente non crede più in Dio e quindi commette il male.
Ziu Cosimu Damianu, con la piccola Rosa fra le braccia, conveniva che il timor di Dio è un freno contro il male, ma difendeva gli errori e le debolezze umane: gli uomini sono nati per il peccato. E la bimba, vivente risultato di molte debolezze e di molti errori umani, piegava l’enorme testa sull’omero del vecchio e non protestava.
Intanto Annesa s’era fidanzata con Gantine, dopo aver chiesto il consentimento dei suoi benefattori. Ella aveva passato i trent’anni; che aspettava? Gantine era povero ma buon lavoratore. Si sarebbero sposati appena i Decherchi avessero dato al giovine un po’ del denaro che gli dovevano: ma il tempo passava, e il denaro non si vedeva.
Il giovane fidanzato era allegro, buono e sereno come don Simone. Chiamava Annesa con due nomignoli: Pili brunda [7] quando ella si mostrava tenera e allegra, cosa molto rara, e mudòre quando ella taceva, triste e cupa, per intere giornate.
“Figlio di Sant’Antonio”, diceva ziu Cosimu Damianu, “tu sai il proverbio sardo: ribu mudu tiradore. [8]”
In quel tempo Annesa cominciò a non credere più in Dio perché la famiglia dei suoi benefattori cadeva sempre più in rovina. Era mai possibile l’esistenza di un Dio così cattivo? I Decherchi non avevano fatto altro in vita loro che temerlo, adorarlo e seguirne i precetti, ed Egli li ricompensava mandando loro ogni peggiore sventura.
Ma d’un tratto il Signore parve muoversi a pietà della famiglia così a lungo e duramente provata. Ziu Zua, un vecchio parente avaro, che era stato alla guerra di Crimea, dove aveva perduto una gamba, propose ai Decherchi di prenderlo in casa. Avrebbe dato un tanto al mese, e poi fatto testamento in favore di Rosa. Era vecchio, soffriva d’asma, aveva paura di venir derubato. Paulu non amava questo vecchio asmatico, al quale era spesso ricorso invano per farsi prestare denari; ma non si oppose a che egli venisse in casa. E ziu Zua venne e prese posto accanto ai due nonni, che usavano star seduti fuori della porta di strada simili a due vecchi leoni vigilanti l’ingresso d’un palazzo incantato in rovina. La gente passava, ascoltava le discussioni e le chiacchiere dei tre vecchi e li chiamava “I tre re magi con cinque gambe”.
Ziu Zua ansava e parlava male dei “giovani d’oggi” alludendo a Paulu; don Simone ammetteva che il nipote s’era rovinato perché non aveva mai avuto timor di Dio, ma ziu Cosimu Damianu, con Rosa sulle ginocchia, stringeva le labbra e difendeva i “giovani d’oggi”.
“Tutti siamo stati giovani ed abbiamo commesso i nostri errori. Il Signore disse: chi è senza peccato scagli la prima pietra…”
Per chi vuoi dire?”, gridava il vecchio asmatico, tirando fuori dal petto velloso la medaglia al valor militare. “Guarda qui: la vedi o non la vedi questa medaglia? Guardati in essa come in uno specchio.”
Don Simone fingeva di specchiarsi, si accomodava la berretta, poi diceva:
“Veramente non è molto pulito quello specchio”.
E ziu Cosimu Damianu esclamava:
“Ma, figlio di Sant’Antonio, chi accenna a te, Zua Deché? Però, vedi, è appunto chi è senza peccato che scaglia la prima pietra contro il peccatore. Chi è senza peccato non compatisce, non compatisce…”.
Poi ziu Zua raccontava i suoi ricordi di guerra. La sua voce dispettosa si raddolciva, e spesso egli piangeva, ricordando che La Marmora gli aveva stretto la mano. Ma i suoi ricordi erano molto confusi: fra le altre cose egli si ostinava a dire che i Sardi avevano preso parte alla battaglia di Balaclava, e invano don Simone ripeteva:
“No, è stato alla battaglia di Cernaia”.
“No, no, è stato a Bellaclava. Mi ricordo; era d’estate, d’agosto, ma c’era una nebbia che pareva d’inverno. Fin dalla notte noi eravamo sul colle, al comando di quel diavolo di maggiore Corpograndi [9] . Imparatelo questo nome: Cor-po-grandi. Non bisogna sbagliare una sillaba perché sarebbe una bestemmia, come sbagliare il nome di Dio.”
Un giorno ziu Zua cadde per terra come era caduto don Pilimu. Non morì, ma quando lo sollevarono, la sua gamba destra era rigida e morta peggio del bastone ferrato che sostituiva l’altra gamba. Lo misero a letto e non si alzò più. Egli diventò insoffribile: nascose sotto il guanciale le sue cartelle di rendita e non le affidò ai parenti neppure per riscuoterne gli interessi, di notte si svegliava gridando che volevano derubarlo, e pretendeva che Annesa dormisse nella camera ove dormiva lui. Paulu cominciò a odiarlo: e Annesa lo odiava perché lo odiava Paulu. E Gantine lo odiava perché lo odiavano loro.
Fra le persone rimaste fedeli e affezionate alla disgraziata famiglia c’era ziu Castigu, il vecchio servo diventato pastore a solus, vale a dire che aveva acquistato un certo numero di pecore e le pascolava per conto proprio.
“Girate tutto il mondo”, diceva con ammirazione, parlando della famiglia presso la quale aveva servito per quarant’anni, “provate pure a girarlo, se volete: non troverete una famiglia più nobile e più buona, Don Simone? Ma se Dio morisse, gli angeli del cielo eleggerebbero don Simone a signore loro e nostro! Bisogna rispettare persino le scarpe di don Simone!”
In paese lo deridevano per questo suo feticismo: il messo ogni volta che lo vedeva gli domandava:
“Ebbè, è morto il Signore?”.
Anche prete Virdis, il rettore, quando ziu Castigu andò a confessarsi, lo trattò malamente,
Anghelos santos! [10] (prete Virdis usava quest’intercalare anche coi suoi penitenti). Non dire più queste cose, fratello mio. Il Signore è uno solo e non morrà mai, neppur dopo che avrà fatto morire tutti noi”.
Ma ziu Castigu non smetteva di lodare la famiglia “più nobile del mondo”. Anche Annesa godeva tutta l’ammirazione e la confidenza di ziu Castigu. Una volta egli le confidò di essere innamorato di una bella e ricca fanciulla del paese, e la pregò di un favore:
“Voglio mandarle una lettera: scrivila tu, pili brunda: perché ridi?”.
Perché io non so scrivere lettere!”
“Non importa: non sei un avvocato, tu. Basta che tu scriva così: “Maria Pasquala, anima mia, ti amo e se tu mi vuoi ti metterò entro una nicchia”. Va, Annesa, fammi questo piacere; per scrivere la lettera ti porterò un foglio di carta di amore che potrebbe essere mandato anche alla Corte reale.”
Annesa promise di scrivere la lettera, e ziu Castigu portò la famosa carta di amore ch’era poi uno di quei foglietti traforati e adorni di un cuore ferito, usati dagli studentelli per le loro prime dichiarazioni amorose.
Ma la dichiarazione non ebbe l’esito desiderato: anzi un fratello di Maria Pasquala, un giorno, nel vedere ziu Castigu passare davanti a casa sua, lo rincorse col pungolo; e il pastore fuggì “come un cane a cui si è messo il fuoco sul muso”.
Un giorno ziu Castigu invitò al suo ovile i suoi amici e i suoi ex padroni. Ziu Cosimu Damianu, Paulu e Annesa accettarono l’invito. L’ovile era quasi in cima al monte di Santu Juanne, una specie di prealpe di là della quale il Gennargentu chiude l’orizzonte con le sue cime e i suoi profili argentei.
Enormi roccie di granito, sulle quali il musco disegnava un bizzarro musaico nero e verde, si accavallavano stranamente le une sulle altre, formando piramidi, guglie, edifizi ciclopici e misteriosi. Pareva che in un tempo remoto, nel tempo del caos, una lotta fosse avvenuta fra queste roccie, e le une fossero riuscite a sopraffare le altre, ed ora le schiacciassero e si ergessero vittoriose sullo sfondo azzurro del cielo. E le macchie e le quercie, a loro volta, cessata la lotta delle pietre, avevano silenziosamente invaso i precipizi, s’erano arrampicate sulle roccie, avevano anch’esse cercato di salire le une più su delle altre. Tutte le cose in quel luogo di grandezza e di mistero assumevano parvenze strane, e gli uomini solitari che dovevano vivere a contatto con le roccie alcune delle quali avevano forme di mostri, di pesci giganteschi, d’animali antidiluviani e comunicavano con l’anima della montagna sussurrante nei boschi, e intendevano ciò che diceva il rombo del vento e il fruscìo delle foglie cadute, questi uomini avevano naturalmente creato mille leggende e le avevano collocate nei punti più orridi e più poetici del luogo.
Vicino all’ovile di ziu Castigu, per esempio, poco lontano da una chiesetta medioevale, si scorgeva su una cima una lunga roccia in forma di bara, posata obliquamente su un enorme masso quadrato. Ebbene, là dentro, in quella tomba alta e solenne che un imperatore poeta non avrebbe sdegnato, la fantasia popolare rinchiudeva un gigante, ucciso a tradimento dai nani astuti che un tempo popolavano la montagna.
Durante la colazione, gl’invitati di ziu Castigu, seduti all’ombra di alberi millenari che coi loro lunghi ciuffi di liane grigiastre parevano vecchi barbuti, non parlarono di altro che di queste leggende.
Due vecchi sposi, che dopo il giorno delle loro nozze, avevano sempre mangiato nello stesso piatto, ricordarono il viaggio di nozze di un avo di Paulu.
Egli sposò una dama di Aritzu. Da Aritzu a Barunèi gli sposi furono accompagnati da ventisette parenti che montavano magnifici cavalli bai; solo gli sposi cavalcavano su una giumenta bianca. Attraversarono una montagna, e giunti qui, salirono sulla tomba del gigante, dalla quale si scorge il paese, e tutti spararono in alto i loro fucili… Sembrava una battaglia…”
“Voglio salire lassù: chi viene?”, domandò Paulu che aveva bevuto abbastanza e sembrava allegro e ringiovanito.
Ma gli altri erano quasi tutti vecchi o stanchi e preferirono sdraiarsi all’ombra degli alberi. Solo Annesa seguì il giovine vedovo, e nessuno mormorò: tutti erano abituati a considerare Paulu e Annesa come fratello e sorella.
Essi andarono; era di maggio, il sole del meriggio batteva sulle roccie intorno alle quali fiorivano le rose di macchia; le foglie degli alberi scintillavano.
Poi il bosco s’aprì, e fra due quercie dalle chiome riunite apparve, come nello sfondo di un arco grandioso, la piramide lontana di monte Gonare, azzurra sul cielo luminoso.
A destra del bosco sorgeva la cima rocciosa sulla quale nella sua tomba di pietra che il musco copriva d’un drappo di velluto verde, riposava il gigante. La salita era difficile: bisognava saltare di roccia in roccia.
Paulu precedeva, Annesa seguiva; più che altro ella desiderava vedere in lontananza il villaggio. D’un tratto si trovò su alcune pietre che oscillavano; le parve di perdere l’equilibrio e diede un grido. Paulu si volse, tornò indietro, la guardò e le porse la mano.
Salirono più su, sedettero sulla sporgenza del masso, sotto la roccia del gigante: ai loro piedi il bosco precipitava come una grandiosa cascata verde, giù, giù, fino alla costa sul cui giallore le case del villaggio apparivano grigie e nerastre simili ad un mucchio di brage spente. Valli e montagne, valli e montagne si seguivano fino all’orizzonte: tutto era verde, giallo e celeste.
Gli avvoltoi in amore stridevano e s’inseguivano, tra il sole ed il vento, nell’aria serena.
Annesa e Paulu non scambiarono una parola; egli era ridiventato triste, ma i suoi occhi ardenti, più che guardare il panorama, fissavano gli avoltoi in amore. Improvvisamente si alzò e Annesa lo seguì. Nel punto ove le pietre si muovevano egli si fermò, le porse ancora la mano e la guardò.
Annesa sentì quello sguardo insolito investirla come una vampa: e le parve di cadere e che tutte le roccie precipitassero sotto di lei. Ma Paulu la teneva sospesa nel cerchio delle sue braccia, e aveva unite le sue alle labbra di lei, in modo che pareva non dovessero staccarsi mai più.

III.

“Annesa, Annesa!”, chiamò il vecchio asmatico. La sua voce lontana, accompagnata da un gemito, svegliò Annesa dai suoi sogni: ella si scosse e rientrò in camera.
Ziu Zua, assalito da uno dei suoi frequenti accessi di soffocamento, cercava di sollevarsi e non poteva; le sue mani scarne si agitavano, come lottando penosamente contro un fantasma invisibile.
Annesa gli si avvicinò senza troppa premura, lo sollevò, gli mise un altro cuscino dietro le spalle. A poco a poco egli riprese a respirare meno penosamente e domandò da bere; e appena poté parlare, ricominciò a imprecare e a lamentarsi.
Tu mi lasci sempre solo”, insisteva con voce ansante, “e le zanzare mi pungono, e il lume si spegne, che ti si spengano gli occhi! Chiamami prete Virdis, almeno: voglio confessarmi, non voglio morire scomunicato, come un moro. Mi date il veleno, voi; tutti mi date il veleno, voiper farmi morire lentamente, che siate maledetti voi e che sia maledetto il latte delle vostre madri. Ma arriverà presto il momento che desiderate: sì, sì, presto, prestissimo. Mi troverete morto come un cane, e allora sarete contenti…”
“Ma state zitto una buona volta”, disse Annesa, minacciosa. “Vergognatevi di dire queste cose, vecchio ingrato, vecchio cattivo…”
Egli però continuò a brontolare, anche dopo che ella ebbe spento il lume e si fu coricata. Nel buio ella sentiva quella voce ansante e stridente, e le pareva che una sega le dividesse il cuore. E una parte di quel cuore si conservava buona e pura, e ardeva d’amore, di pietà, di gratitudine, mentre l’altra parte sanguinava e ardeva anch’essa ma come un tizzo verde, di una fiamma livida e puzzolente. La dolcezza e la tristezza dei ricordi erano sparite: quella voce di fantasma cattivo richiamava la donna alla realtà opprimente.
Le pareva di soffrire d’asma anche lei; e invece di compatire il vecchio per ciò che egli soffriva, ripeteva frale imprecazioni e le male parole di lui.
Finalmente entrambi si calmarono e si assopirono. Una voce dolce e sonora cantò in lontananza una soave battorina d’amore, poi s’avvicinò, risonel silenzio della straducola, accompagnata da un coro melanconico di voci giovanili.

…Sos ojos, sa cara bella,
Su pilu brundu dechidu!
Pro me non bi torrat mai
Cuddu reposu perdidu…

È Gantine, povero usignolo!”, pensò Annesa, che nel dormiveglia cominciava già a sognare di Paulu. E, al solito, pensò con tenerezza e con rimorso al suo giovane fidanzato; ma quando la voce tacque, ella si assopì ancora e di nuovo la figura di Paulu le tornò vicina.

L’indomani mattina donna Rachele andò alla messa bassa e fece la comunione: e le altre donne anziane che erano in chiesa, la videro piangere e pregare fervorosamente, tutta chiusa nel suo scialle nero come in un manto di dolore.
Annesa invece andò con Rosa alla messa cantata delle nove. Col suo bel costume dalla gonna pieghettata e orlata di verde, il corsetto nero e rosso, il grembiule carico di ricami antichi, una benda gialla intorno al capo, ella rassomigliava ad una piccola madonna primitiva, mentre al suo fianco la bimba deforme, goffamente vestita di un abituccio borghese di cotonina rossa, pareva la caricatura d’una civiltà degenerata.
Dopo aver percorso la straducola in pendio, uscirono nella strada comunale che attraversa il paese, e proseguirono verso la chiesa.
Altre donne vestite come Annesa sbucavano da tutte le straducole: gruppi di bimbi laceri ma robusti e belli, coi luminosi occhi neri, giocavano qua e là sotto gli archi delle porticine, sulle scalette esterne, nei piccoli cortili insolitamente spazzati e inaffiati.
La chiesa di San Basilio, sebbene questo fosse il santo protettore del paese, restava fuori dell’abitato, un centinaio di metri distante dall’ultima casupola nella quale abitava una parente dei Decherchi.
Un cortile vastissimo, roccioso, coperto di fieno e di stoppie calpestate, circondava la chiesetta, addossate alla quale sorgevano alcune stanze e una tettoia dove si riunivano le persone incaricate del buon andamento della festa.
Vicino alla chiesa s’innalzava una specie di torre quadrata, con un rozzo belvedere, al quale si saliva per una scaletta esterna. La chiesa, le stanze, la torre, d’una costruzione primitiva, di pietre rozze e di fango, avevano preso il colore cupo e rugginoso delle roccie circostanti. A sinistra della chiesa, ai piedi del villaggio, si sprofonda la vallata granitica, di là della quale un grandioso panorama di valli e montagne, verdi e azzurre, sfuma sul cielo chiarissimo: a destra sorge il monte San Giovanni, coi suoi boschi, le brughiere, le roccie dai profili fantastici.
Quattro quercie secolari crescevano davanti alla chiesa, la cui facciata, intraveduta fra i rami delle piante poderose, pareva tagliata nella roccia. Uomini alti e forti, vestiti di rosso e di nero, paesani di altri villaggi, pastori e contadini, s’aggruppavano intorno ai banchi dei liquoristi, sotto le tettoie di frasche addossate alle roccie della spianata. Era la solita folla delle feste sarde: uomini allegri che pensavano a bere, donne in costume che andavano in chiesa per pregare e farsi vedere.
Annesa e Rosa scesero lentamente il sentiero che va dalla strada comunale alla chiesa: davanti alla casetta ultima del paese si fermarono a salutare zia Anna, la cugina di donna Rachele.
Questa cugina era una donna anziana, alta, magra e pallida come un fantasma; rassomigliava alquanto a donna Rachele, ma sosteneva d’essere più giovane e molto più bella della cugina nobile. E raccontava d’aver avuto e di aver ancora molti adoratori e pretendenti che ella respingeva per restar libera e potersi dedicare tutta a tre sue nipoti, orfane di padre e di madre.
Queste nipoti, infatti, vivevano con lei, ed una era già una ragazza da marito. E zia Anna le amava come sue figliuole, poiché era una donna affettuosa ed anche savia, che all’infuori dell’idea fissa della sua bellezza e dei suoi pretendenti non aveva altra debolezza.
Un cortiletto senza cancello, circondato di un muricciuolo, precedeva la casetta: dalla porticina spalancata usciva un buon odore di caffè. Annesa gridò:
“Zia Anna non venite alla messa?”
“Aspetto un ospite”, disse la donna, affacciandosi alla porta con una caffettiera in mano. “Rosa, anima mia, come sei bella oggi! Venite avanti; vi darò il caffè. Sei sempre vecchia, Rosa? i dentini non vogliono spuntare, no?”
Rosa sorrise, mostrando le sue gengive sguarnite, e Annesa disse, per conto della bimba:
“Verranno di nuovo, i dentini, e poi cadranno ancora. Cadranno anche i vostri, zia Anna, e non ritorneranno più”.
“Può darsi”, rispose la donna, che aveva bellissimi denti. “Ma venite, belle mie; vi darò il caffè; per la messa è ancora presto. Ho veduto prete Virdis passeggiare davanti alla chiesa: era con un signore che mi è sembrato Paulu.”
Allora Annesa, che stava per entrare da zia Anna, cambiò parere e s’avviò verso la chiesa.
“Addio, addio, statevi bene e tanti saluti alle ragazze. Noi andiamo perché è tardi.”
“Avevo da raccontarti una cosa: verrò da voi domani”, disse zia Anna, salutando con la mano. “Addio, Rosa, non mangiare molto torrone. Non mi hai detto neppure cosa ti ha dato il sorcio, in cambio dei tuoi dentini. Glieli hai poi messi, nel buco dietro la porta?”
“Sì”, gridò la bimba. “Mi ha lasciato un po’ di nocciuole, in cambio dei denti.”
A che servivano le nocciuole, se non avevi denti per schiacciarle?”
“Eh, le ho schiacciate con una pietra!”
“Addio.”
“Addio.”
Annesa trascinava Rosa e camminava in fretta, guardando fisso davanti a sé, come affascinata. La bimba disse:
“Sì, babbo è là, davanti alla chiesa, e passeggia con prete Virdis che è arrabbiato”.
Infatti il vecchio prete gesticolava animatamente. La sua grossa pancia ansava. Era bruttissimo, grosso e gonfio; il viso color mattone, paffuto e rugoso nello stesso tempo, esprimeva un malcontento sdegnoso. Una parrucca dai lunghi peli che sulla nuca si mescolavano a qualche ciuffo argenteo di capelli veri, accresceva quell’orrida bruttezza.
Annesa abbassava gli occhi ogni volta che incontrava il prete: e anche quella mattina tentò di passare dritta, trascinandosi dietro la bimba, ma il vecchio sacerdote sollevò una delle sue grosse mani e cominciò a gridare:
“Rosa! Rosa!”.
Annesa dovette fermarsi.
“Rosa”, disse il prete, avanzandosi fino a coprire con la sua pancia il viso della bimba. “Ho piacere che tu venga alla messa. A quanto pare ci vengono persino le capre, oggi, persino le donne ebree e le donne moresche.”
Annesa andava raramente in chiesa; ma non si turbò per l’allusione. Guardava verso la spianata, fingendo d’interessarsi al quadro variopinto che le si stendeva innanzi e ascoltava i bandi che il messo, [11] ritto sopra una roccia, gridava alla folla.
Anche Paulu guardava laggiù. La figura del messo, alta e selvaggia, spiccava nera nel sole. Col suo tamburo scintillante, col suo costume metà da paesano, metà da cacciatore, col suo berretto di pelo che pareva la capigliatura naturale di quella testa nera e forte, il messo dava l’idea di un araldo primitivo sceso giù dai boschi della montagna per annunziare qualche cosa di terribile ai pacifici bevitori d’acquavite e di anisetta raccolti intorno ai furbi rivenditori della spianata. Tutti lo guardavano, ed egli gridava con voce stentorea da predicatore:
“Giovani e giovanette, andate a ritrattarvi dal fotografo che abita presso il falegname Francesco Casu. E chi vuole orzo a una lira il quarto corra dal signor Balentinu Virdis. E presso Maria detta la Santissima si vendono uova fresche e sorbetti fatti col ghiaccio…”.
“Sì, anche le donne moresche”, ripeté prete Virdis. “Quelle che si alzano la mattina col diavolo, e vanno a letto, la sera, col demonio. Va, va, Rosa, prega per questa gente, che si converta. Mi racconterai poi la storia del Signore morto. La sai ancora?”

“Sissignore.”
“Meno male: tu non sarai un’ebrea. Va, va.”
E riprese a camminare, sbuffando, Paulu lo seguì, ma prima scambiò con Annesa uno sguardo rapido e ardente che la riempì di gioia.
Anghelos santos!“, ella disse piano, con ironia, ripetendo l’intercalare favorito di prete Virdis. E la piccola Rosa, che amava poco il grosso prete, si mise a ridere, col suo risolino triste di vecchietta.
Annesa ascoltò la messa pensando a Paulu, al suo sguardo appassionato. Ella provava un senso di ebbrezza quando il vedovo le dava quei rapidi segni d’amore: le pareva che uno sguardo scambiato così, di giorno, tra la gente che li separava come non avrebbe potuto separarli una muraglia di macigni, valesse più che tutti i loro abbracci notturni.
E le parole pungenti di prete Virdis le sembravano un lontano rumore di vento: uno sguardo di Paulu la ricompensava di ogni affronto e di ogni umiliazione.
Dopo la messa egli l’attese sotto le querce e prese Rosa per mano.
“Andiamo da quel venditore di torrone”, disse a voce alta, poi aggiunse piano: “prete Virdis è arrabbiato con te perché non hai fatto la comunione. Ti ho scusata con lui, dicendogli che avevi molto da fare. Egli non è cattivo: tutt’altro! È simile all’alveare; brutto di apparenza, ma colmo di miele. Mi ha promesso d’intercedere ancora per noi presso ziu Zua. Verrà oggi da noi; non essere sgarbata con lui, ti prego. Se poi non si riesce a nulla con ziu Zua, fra giorni io vado al paese di Ballore Spanu. Egli mi ha promesso di presentarmi ad una sua parente, sorella del rettore del suo paese: una vecchia danarosa che forse mi presterà qualche migliaio di lire. Vuoi bere un liquore, Annesa?”.
“Ah, speriamo dunque”, ella disse, sospirando. “Dov’è il tuo amico?”
“Non so: ha promesso di venire a raggiungermi qui”, rispose Paulu, guardando intorno per la spianata.
Intanto s’erano avvicinati al banco del venditore di torroni.
Gli uomini, dopo essere stati in chiesa, si affollavano di nuovo intorno ai liquoristi: e non si contentavano di un solo bicchierino, ma compravano intere bottiglie di liquore che bevevano, in compagnia degli amici e degli ospiti, fino all’ultima goccia. Quegli uomini vestiti di pelli, dai lunghi capelli unti, alti e rudi come uomini primitivi appena sbucati dalle foreste della montagna, erano avidi di bevande, alcooliche e dolci, e si leccavano le labbra con voluttà infantile.
Annesa accettò da Paulu un bicchierino di menta. Accorgendosi d’essere osservata da un gruppo di amici di Gantine si mostrava triste e rigida come del resto lo erano tutte le donne che in quel momento attraversavano il cortile della chiesa.
D’un tratto si sentì presa per la vita da un braccio d’uomo, e si vide accanto ail piccolo ziu Castigu, vestito a nuovo, pulito, allegro come un fanciullo.
“Come”, egli disse, tenendo Annesa abbracciata, ma rivolgendosi a Paulu, “ve ne andate così, senza far visita ai priori della festa? Le par ben fatto, questo, piccolo don Paulu mio? No, no, lei non vorrà offendere San Basilio, andandosene senza visitare i priori. Io sono fra questi, e ci tengo alla sua visita. Andiamo, Rosa, rosellina mia, vuoi che ziu Castigu ti prenda in braccio? O sulle spalle, come un agnellino?”
Io devo andar a casa”, protestò Annesa. “Donna Rachele mi aspetta.”
Tu verrai, pili brunda: prenderò sulle spalle anche te, se vuoi! Andiamo. Gantine è venuto da me stamattina per tempo, ed ha preso il cavallo per recarlo al pascolo. Non è ancora tornato?”
“No; diventa sempre più poltrone quel giovine”, disse Paulu. “Fa sempre il comodo suo.”
“Ssss!”, sussurrò ziu Castigu, accennando ad Annesa.
Ma ella non pareva molto preoccupata per le parole di Paulu: aveva ripreso nella sua la mano di Rosa, e ritornava verso la chiesa, precedendo i due uomini.
Fra giorni voglio mandare Gantine in una lavorazione di scorza, nella foresta di Lula”, riprese il vedovo. “Mi hanno offerto di tenerlo lassù fino al tempo delle seminagioni: così almeno guadagnerà qualche cosa.”
“Sì, è un ragazzo molto allegro”, convenne ziu Castigu. “Ma tutti siamo stati allegri, da ragazzi…”
“Tutti, sì”, ripeté Paulu.
“Anche lei, sì, don Pauleddu mio. Era molto allegro. Ora non più!”
“Volati gli uccelli!”, disse Paulu, guardando in alto e facendo un segno di addio con la mano. “Volati, volati…”
“Eh, diavolo, qualcuno ne resterà”, disse il pastore, ridendo col suo riso caratteristico, un po’ sciocco, un po’ beffardo.
“Ecco, passiamo di qui: entriamo nella cucina grande.”
Entrarono nella cucina grande, ove i promotori della festa preparavano un banchetto omerico.
“Ohè, Miale Corbu, eccoci qui”, gridò, con orgoglio ziu Castigu, avanzandosi a fianco di Paulu.
Il priore maggiore, cioè il presidente del Comitato per le feste, parve sbucare da una nuvola di fumo denso e grasso, che copriva come un velario lo sfondo della cucina. Ed era un uomo degno di esser circondato di nuvole come un dio selvaggio: una specie di gigante, vestito di un corpetto rosso e di un paio di brache di saja, così larghe che sembravano una gonnella corta ricadente sulle uose di lana nera. Sotto il berretto lungo ripiegato sulla sommità del capo, e fra due bande di lunghi capelli neri unti di grasso, il viso d’un rosso terreo, dal naso aquilino, il mento sporgente, la barba rossiccia ondulata, pareva scolpito nella creta. Sorrise quasi commosso, poiché Paulu Decherchi onorava d’una sua visita quella riunione di pastori semplici e poveri; e condusse il giovine attraverso le cucine e le stanze facendogli osservare ogni cosa come ad un forestiero.
“Buona festa, quest’anno?”, domandò Paulu, guardandosi attorno.
“Non c’è male. Siamo cinquanta promotori; e altri cento pastori hanno concorso alla festa, portando ognuno una pecora e una misura di frumento.”
Nei grandi focolari ardevano tronchi interi di quercia, e dentro i paiuoli di rame cuocevano intere pecore. Alcuni uomini, seduti per terra, infocati in viso e con gli occhi lacrimosi per il fumo, facevano girare lentamente, sopra le brace, intere coscie di montone, infilate in grossi spiedi di legno. Una quantità enorme di carne rosseggiava sulle panche disposte lungo le pareti; e nei recipienti di legno e di sughero fumavano ancora le viscere, e qua e là s’ammucchiavano le pelli nere e giallastre delle cento e più pecore sgozzate per festeggiare degnamente il piccolo San Basilio protettore di Barunèi.
Mentre Miale Corbu conduceva Paulu in una specie di loggia coperta, dove una donna serviva caffè e liquori alle persone che si degnavano di visitare il priore, ziu Castigu introduceva Rosa ed Annesa nelle stanze attigue alla cucina. In una di queste stanze dovevano pranzare gli uomini, in un’altra le donne e i fanciulli; in una terza detta la stanza dei confetti, stavano i dolci, in un’altra il pane. Ed in tutte le stanze, basse e fumose, s’agitavano strane figure di uomini barbuti, che preparavano i taglieri e i coltelli per il banchetto.
“Quanto pane! Ce n’è per cento anni”, disse Rosa, con la sua vocina di vecchia, fermandosi davanti ai larghi canestri colmi di focacce bianche e lucide.
“Magari, rosellina mia”, disse ziu Castigu, che ascoltava religiosamente ogni parola della bimba.
“Chi mangia tutto questo pane? L’orco?”, domandò Rosa, chinando su un cestino l’enorme testa che pareva dovesse da un momento all’altro staccarsi dall’esile busto.
Ziu Castigu rise, poi disse che buona parte del pane veniva consumata durante il banchetto, e il resto distribuito ai mendicanti ed ai fedeli che visitavano il priore.
“Se tu ritornerai fra due ore, rosellina mia, vedrai che gli uomini mangiano più dell’orco. Eccone uno, per esempio, che sfiderebbe l’orco a mangiar più di lui…”
Un uomo grosso e tarchiato, con una abbondante barba rossastra, entrava in quel momento nella stanza del pane. Teneva in mano una fetta di carne bollita, fumante, e un coltello a serramanico: e ogni tanto strappava un boccone coi denti, e se qualche tendine resisteva lo tagliava col coltello, senza toglier la carne di bocca, e masticava con avidità, mentre i suoi occhi d’un cupo turchino, luminosi e freddi, esprimevano una voluttà ferina.
“Sì, ricordo”, disse Annesa: “l’anno scorso passai di qui mentre pranzavate, e sembravate tanti lupi. Ognuno di voi teneva sulle ginocchia un tagliere colmo di carne, e mentre ne mangiava una fetta adocchiava già l’altra. Pareva che non aveste mai veduto grazia di Dio”.
È festa: bisogna mangiare”, disse ziu Castigu, senza offendersi. “Mangiamo noi e diamo da mangiare agli altri. Ecco!”
Un altro pastore, giovine e bello, col corsetto rosso slacciato e adorno di nastri azzurri, s’avanzò sorridendo, e offrì ad Annesa un tagliere colmo di carne fumante.
“Bellina”, disse galantemente, “questo è per te”.
Santu Basile meu!“, esclamò la donna, sollevando le mani e ritraendosi spaventata. “Tutta quella roba li? Che ne faccio io di tutta quella carne?”
La mangi”, disse l’altro con voce grave.
Ella capì che non accettando avrebbe offeso il giovine. Disse cortesemente:
“Ebbene, avvolgimi questa roba in un fazzoletto: la porterò a casa”.
A chi? A Gantine tuo?”
“Gantine suo? Eccolo qui!”, esclamò ziu Castigu.
Infatti il giovane servo entrava in quel momento. Vestito a festa, col corsetto rosso orlato d’azzurro, sbarbato e coi capelli lucidi e lisci, ricadenti sulle orecchie a guisa d’una cuffia di raso nero. Gantine appariva più grazioso del solito, e Annesa lo guardò con tenerezza quasi materna.
Ho saputo ch’eri qui”, egli le disse, con mal celata gelosia. “Andiamo fuori. Andiamo. Donna Rachele ti aspetta; ha bisogno di te.”
Le parole erano semplici, ma la voce insolitamente amara. Che aveva Gantine? Sembrava un po’ triste e diffidente; e Annesa si turbò, ma al solito seppe fingere, ed anzi si mostrò offesa.
“Donna Rachele sa quando devo tornare”, disse lentamente. “Tornerò a casa quando mi piacerà.”
Tu vieni subito con me”, ripeté Gantine, facendosi pallido. “Ziu Castigu, diteglielo voi.”
“Gantine è geloso”, esclamò beffardo il giovane dal tagliere. “Va, bellina, va. Egli ti comprerà il torrone. Del resto hai torto, Gantine. Siamo tutti fratelli, qui, non siamo stranieri, e nessuno tenta rubarti la tua colomba.”
“Fratelli? Gente tua, morte tua”, rispose Gantine; poi parve pentirsi della sua frase, e rise, d’un riso forzato.
Annesa palpitò, ma finse di non aver sentito le parole del fidanzato.
“Andiamo, Rosa, dammi la manina. Ziu Castigu, se don Paulu domanda di Rosa, ditegli che siamo già andate via.”
Uscì per una porticina che s’apriva in fondo alla stanza del pane, e il servo la seguì. Da quella parte il luogo era quasi deserto: solo alcuni mendicanti, accovacciati fra le roccie e le macchie, divoravano il pane e la carne che il priore aveva fatto loro distribuire. Precisamente in quel punto, dove incominciava il sentiero della montagna, era morto il vecchio cieco che aveva condotto Annesa nel villaggio. Ella non ricordava nulla del misterioso fatto, ma ogni volta che era costretta a passare dile pareva di rivedere il vecchio mendicante morto; provava un confuso sentimento di angoscia e di umiliazione, e diceva a se stessa:
Egli mi ha condotto e lasciato qui, mentre poteva condurmi altrove. Sarei stata una mendicante, una vera serva, ma avrei sofferto meno. Eppure…”.
Eppure, in fondo, ella non concepiva la vita in altro modo, senza Paulu, senza dolore, senza passione.
“Ero nata per questo.”
Più che mai quel giorno, attraversando con Rosa e Gantine il luogo ove era morto il vecchio, ella si sentì umiliata e triste: affrettò il passo e guardò lontano, con gli occhi velati, col viso coperto dalla solita maschera di tristezza sdegnosa.
Gantine la raggiunse: le si mise a fianco, la guardò fisso.
“Anna”, le disse, quasi supplichevole, “non essere così sdegnata. Perdonami, Anna, l’ho fatto per il tuo bene. Tu sai che le donne non entrano là, dove sono gli uomini, o v’entrano coi loro mariti, coi loro fratelli.”
Io sono entrata con don Paulu.”
“Ebbene, egli appunto non è tuo marito, non è tuo fratello”, riprese il giovane sospirando. “I miei amici vi hanno veduti insieme e hanno mormorato. La gente è maliziosa, Anna!”
“Questa è nuova”, ella esclamò con sarcasmo. E affrettò di nuovo il passo trascinandosi dietro la bimba pesante. Svoltarono, si ritrovarono presso il venditore di torrone. Più in là l’ospite povero esponeva le sue briglie ed i suoi speroni sopra una bisaccia distesa per terra come un tappeto. Nel veder Gantine sorrise e fece addio con la mano.
“Ebbene”, dice il giovane servo avvicinandosi, “avresti per caso una briglia per una puledra indomita?”
Ed entrambi guardarono Annesa e risero.
“Anna”, pregò poi Gantine, “mi permetti di offrirti una libbra di torrone?”
Le puledre non mangiano torrone”, ella rispose, rassicurata.
Gantine disse qualche altra parola, ma la sua voce fu coperta dalla voce assordante del tamburo che risuonò quasi lugubre nell’improvviso silenzio della folla.
Il messo annunziava, con la sua voce rauca e alta di predicatore, che alle cinque pomeridiane sarebbe cominciata la corsa dei cavalli.
“Primo premio, venti lire in argento e un drappo di broccato fino: secondo premio, dieci lire in argento e un fazzoletto di seta…”
Un nugolo di ragazzi circondava e molestava il messo: uno spingeva la sua audacia fino a battere il tamburo con un bastoncino.
“Terzo premio, uno scudo d’argento e una berretta sarda nuova fiammante. Ragazzi, levatevimi d’intorno, altrimenti vi distribuisco tanti calci che non vedete dove andate a finire.”

Verso le tre pomeridiane Annesa, mentre attraversava l’andito, vide nel vano della porta semiaperta la grossa pancia di prete Virdis. Col suo passo leggero e silenzioso ella corse incontro al vecchio sacerdote, e mentre spalancava la porta, gli sorrise come non gli aveva mai sorriso.
Il sole, che batteva sulla facciata della vecchia casa e illuminava la straducola deserta, penetrò nell’andito e indorò il viso smorto di Annesa. Il prete la guardava intensamente; le sbatté sul braccio un fazzoletto rosso e turchino che teneva sempre in mano, poi le domandò:
“Ebbene, a che pensiamo? Mi sembri pallida, donna. Sei malata?”.
Io? Non sono stata mai così bene, prete Virdis mio! Venga, venga avanti.”
Gli volse le spalle e corse ad aprire l’uscio della camera del vecchio asmatico.
Ziu Zua pareva assopito, ma appena scorse il prete si animò, si agitò.
“E gli altri? Come va, compare Zua?”
Don Simone è uscito, ziu Cosimo e donna Rachele sono nell’orto. Devo chiamarli, prete Virdis?”, domandò Annesa con premura. Ma subito s’accorse che ziu Zua s’era allarmato per la visita del prete, e si pentì della sua domanda.
“Adesso vado a chiamarli: s’accomodi.”
“Annesa, tira su questo cuscino”, le ordinò il vecchio asmatico.
Ella accomodò i cuscini, mentre il prete sedeva accanto al letto asciugandosi il sudore del viso e del collo col suo fazzoletto turchino e rosso.
“Aufh! Aufh! Sono stanco morto. Avete ospiti, Annesa?”
“Sissignore: due. Un ricco proprietario e un venditore di briglie. Vanno bene così, i cuscini, ziu Zua?”
“Va bene, vattene”. rispose duramente l’infermo.
Ella s’allontanò, e il prete s’accorse che il viso di ziu Zua s’era fatto cupo, più diffidente e brutto del solito.
“Aufh! Aufh! Quante mosche avete! Annesa, perché non chiudi un po’ quelle imposte?”
Annesa socchiuse le finestre, uscì, si appoggiò all’uscio: ma per qualche momento non sentì che lo sbuffare del prete e i sospiri anelanti del vecchio. Brutto segno, quando ziu Zua sospirava così, esageratamente. E prete Virdis lo sapeva, ed anche lui sbuffava più forte del solito.
Finalmente il vecchio asmatico domandò:
Perché questa visita, a quest’ora? Avete fatto buona festa, compare Virdis?”.
La festa non è ancora finita, compare Zua. C’è ancora la processione, la corsa dei cavalli, la benedizione.”
“Ah”, riprese il vecchio, con voce melanconica, “chi credeva, due o tre anni fa, che io non avrei più partecipato alla festa? Son vivo e son morto. Tutto per me è finito.”
Sospirò e abbandonò sui cuscini la testa cadaverica: due lagrime apparvero negli angoli rugosi dei suoi occhi, come gocce di rugiada fra le pieghe d’una foglia morta.
“No”, disse una voce grave e dolce che ad Annesa non parve più la voce del prete Virdis, “niente è finito, Zua Deché. Tutto invece deve cominciare.”
Io sono un uomo morto, compare Virdis!”
“Che cosa è la nostra vita davanti all’eternità, Zua Deché? Un granellino di sabbia davanti al mare, una piuma nel cielo infinito. E le nostre pene più gravi, e tutta la nostra esistenza e le sue passioni ed i suoi errori non sono che soffi di vento. Oggi siamo vivi, domani saremo morti; e solo allora potremo dire: tutto incomincia e nulla finirà.”
Il vecchio sospirò ancora.
“Sia fatta la volontà di Dio, compare Virdis. Che Egli mi prenda o mi lasci, per me ormai è la stessa cosa. Gli uomini come me, anzi, farebbero bene a morir presto. Che faccio io nel mondo? Sono di peso a me ed agli altri. Qualcuno, del resto, l’ha capito benissimo e pensa a spazzarmi dal mondo come si spazza l’immondezza da una stanza o da una strada.”
Dietro la porta Annesa sussultò: si mise una mano sulla fronte e cessò di respirare per ascoltar meglio. E la voce di prete Virdis risuonò di nuovo grossa e rauca:
“Aufh! Aufh! Che parole son queste, compare Zua? Perché parlate così? E se vi sentissero?”.
“E credete voi che non ci sia qualche orecchio per sentirmi, compare Virdis? Ogni porta, qui, ogni finestra, ogni buco è fornito d’orecchie per sentirmi, come ogni mano è pronta a colpirmi. Mi ascoltino pure: o che forse non parlo apertamente, in presenza di tutti? L’eternità?” disse poi, sempre più ansante e agitato. “Voi parlate dell’eternità, compare Virdis? L’eternità è in questo mondo, per chi soffre: ogni ora è un anno, ogni giorno è un secolo d’agonia. Ma badate, ripeto, sia fatta la volontà di Dio.”
Voi delirate”, riprese prete Virdis. “Ve l’ho già detto mille volte; è una malattia la vostra, una mania di persecuzione. Chi pensa a farvi del male? E perché? E se pensate questo, perché rimanete qui?”
“E dove andare?”, chiese il vecchio, piangendo. “Io non ho casa, non ho fratelli, non ho amici. Nessuno mi vuol bene. Dovunque vada ci sarà sempre qualcuno che avrà intenzione di derubarmi. Tutti mi odiano perché ho con me pochi soldi. L’aria stessa mi è nemica e non si lascia respirare da me.”
“Zua Deché, buttateli via, allora, questi pochi soldi: o fate un’opera di carità. Quando non avrete più niente…”
“Quando non avrò più niente sarà peggio ancora: sarò considerato come un cane vecchio, come un cavallo vecchio.”
“Va bene. Vi uccideranno lo stesso!”, esclamò il prete. “Zua, Zua, il vostro male è davvero inguaribile. E siete voi che non avete timor di Dio. E siete voi che non amate nessuno, che non avete mai amato nessuno.”
IoIo…”
“Sì, voi, compare Zua! Chi avete mai amato, voi? I denari soltanto. Quante volte vi ho detto, molti e molti anni or sono: “compare, createvi una famiglia; compare, seguite i precetti di Dio”.”
“Nessuno meglio di me ha seguito i precetti di Dio. Io non ho mai peccato, non ho rubato, non ho ucciso, non ho deposto il falso, non ho guardato la donna altrui. Ma Dio è ingiusto.”
“Anche questa, anghelos santos!“, gridò il prete, battendo le mani, sempre più irritato. “Ora non c’è che un Dio cattivo e ingiusto. Vecchi, giovani, uomini, donne, tutti se la prendono con Dio. È molto comodo accusare il Signore del male che noi stessi ci facciamo. Ma bravo, Zua Deché. Anche voi, vecchio pezzo d’asino! Lasciatemi parlare, altrimenti schianto. Perché io non mi offendo se mi insultate, e se mi calunniate, ed anche se mi bastonate: ma non posso sopportare che si offenda Dio. Questo no! Ah, è Dio che vi dice di non aiutare il prossimo, di non amarlo, di non fare agli altri il male che non volete sia fatto a voi? È Dio che vi ha detto di starvene sempre solo nella vita, per non aver seccature, per accumulare denari, per non aver responsabilità? E ora prendetevi questa, compare mio. Statevene solo per tutta la vita, solo, sì, appunto solo come un cane vecchio.”
Ziu Zua sospirava e gemeva, ma non osava più protestare, perché in fondo dava ragione al vecchio amico. E il vecchio amico proseguì:
“Sì, è proprio Dio che vi consiglia l’avarizia, e che vi dice: nascondili bene i tuoi soldi, Zua, nascondili e amali sopra ogni cosa, anche più di te stesso. E non dare aiuto a chi sta per naufragare e ti porge disperatamente le mani”.
“Ah, abbiamo capito”, disse allora il vecchio, sollevandosi. “Abbiamo capito.”
Voi non avete capito niente, invece!”
Ho capito, ho capito”, ripeté l’altro, che volle di nuovo cambiar discorso. “Tutto il male ce lo siamo fatto noi. Anche la gamba me la son rotta io.”
“E ve l’ha rotta Dio? Se non andavate alla guerra…”
Ma tosto prete Virdis s’interruppe; capiva che la sua visita poteva giudicarsi inutile: non solo inutile, ma anche dannosa.
“Alla guerra! alla guerra!”, gridava il vecchio, agitandosi tutto, ansante, tremante, incosciente. “Ah! ah! ah! Tutto potete rinfacciarmi, ma non questo. Alla guerra! Sicuro, alla guerra… ci sono andato, perché mi ha mandato il re, perché alla guerra vanno tutti gli uomini forti, gli uomini di coscienza. E io, iosono andato, e andrei ancora, io… e La Marmora, e Bellaclava, e la medaglia, eccola, specchiatevi… qui, la medaglia… specchiatevi…”
La sua voce rabbiosa s’affievolì, le sue parole finirono in un rantolo.
È finita! Prete Virdis non può dire davvero d’essere un uomo furbo”, pensò Annesa dietro l’uscio. Fin da principio ella aveva capito che ziu Zua deviava il discorso e provocava il prete, inducendolo a parlar male, per non lasciargli modo di spiegare il motivo della sua visita. Ma compare Virdis era andato anche troppo oltre, e aveva colpito troppo sul vivo il suo vecchio amico. Annesa adesso lo sentiva muoversi e sbuffare, incapace di rimediare al mal fatto, ed anche lei stringeva i denti, arrabbiata più contro di lui che contro ziu Zua.
Quella notte il vecchio ebbe un forte accesso d’asma. Annesa credette ch’egli dovesse morire e provò un sentimento di gioia e di terrore.
Ah, se il vecchio moriva! Con la sua morte tutto si accomodava. Ma la morte è sempre un avvenimento misterioso e terribile, e nonostante il suo coraggio ed il suo desiderio crudele, Annesa si spaventò all’idea che il vecchio dovesse morirle fra le braccia da un momento all’altro. Aprì quindi l’uscio di cucina e chiamò Gantine. L’ospite povero non era ancora rientrato; il servo dormiva profondamente, ed anzi russava come un vecchio, cosa che dispiaceva molto alla fidanzata.
Ella dovette chiamarlo due volte: egli si svegliò di soprassalto e stentò a capire quello che Annesa diceva. Poi entrò nella camera e s’avvicinò al lettuccio, ma invece di badare al vecchio, cominciò a pizzicare la fidanzata, tanto ch’ella s’inquietò.
“Malanno che ti prenda, Gantine, sciocco! Ti ho chiamato per questo?”
“E dunque perché mi hai chiamato?”, egli mormorò, sospirando. “Non vedi che ziu Zua sta meglio di me? Perché respira un po’ male? Vedrai che subito passa. Eh, ziu Zua?”, gridò poi piegandosi sul letto. “Che c’è? Come va? Volete che chiami il dottore?”
Il vecchio stralunava gli occhi; agitava le mani, quasi volesse smuover l’aria intorno a sé. Ma dopo un momento si calmò, e il suo viso congestionato riprese il solito colore giallognolo.
“Compare Virdis…”, mormorò.
“Volete che lo chiamiamo?”, domandò Annesa con premura.
Egli la guardò, ma non rispose.
“Adesso state meglio? Volete il dottore?”, insisté Gantine, che si era seduto ai piedi del letto e non aveva intenzione di andarsene.
Il dottore… il dottore… Quando è che avete chiamato il dottore per me? Un po’ d’acqua, almeno, datemi”, borbottò il vecchio. “Acqua fresca.”
“Eccola.”
Annesa gli accostò il bicchiere alla bocca, ma egli assaggiò appena l’acqua e la sputò dentro il bicchiere.
È fuoco questo, non acqua. Nel pozzo non ce n’è? Portami un po’ d’acqua fresca, almeno.”
Per tener fresca l’acqua Annesa legava la brocca ad una corda e la calava nel pozzo. Uscì dunque nel cortile e tirò su la brocca, versò un bicchier d’acqua e s’avviava per rientrare quando s’accorse che Gantine le veniva incontro.
“Che vuoi?”, domandò.
Egli la prese fra le braccia, la baciò con violenza. Ella rovesciò l’acqua.
“Lasciami”, disse irritata, cercando di svincolarsi, ma egli la baciò e la strinse più forte.
Sei o no mia sposa?”, le diceva, quasi anelando, cieco di desiderio. “Perché mi sfuggi sempre? Perché non vuoi mai vedermi? Prima non eri così, Annesa! Pare che tu non mi ami più.”
“Lasciami andare: il vecchio aspetta.”
“Lascialo aspettare: sarebbe meglio che morisse una buona volta. Se egli muore, i padroni potranno finalmente darmi i denari che mi devono, e potremo sposarci. Ma intanto, Annesa, stai qui con me un momento. Tu fuggi sempre. Si direbbe che hai paura.”
Ho paura, sì”, ella rispose; un po’ ironica.
Sei onesta, lo so: e questo mi piace. Ma qualche volta puoi stare con me.”
“Lasciami”, ella insisté, con voce aspra.
“Torna, Annesa; ti aspetto”, egli supplicò. “Fra due o tre giorni devo partire. Se non ci vediamo stasera non potremo vederci più. Vieni, Annesa.”
“Lasciami: vedrò.”
Egli la lasciò, ma ella non uscì più: anzi si affrettò a richiudere l’uscio col catenaccio, e non rispose ai lamenti e alle imprecazioni del vecchio.
Il giorno dopo gli ospiti partirono e anche il servo dovette andare sulla montagna per ricondurre il cavallo di Paulu.
Passata la festa, la vita in casa Decherchi riprese il solito corso monotono e triste. I due nonni andavano in chiesa, poi si trattenevano a lungo coi loro vecchi amici, seduti sulle panche di pietra davanti alla porta del Municipio. Di sera, invece, sedevano davanti alla porta di casa, e qualche volta prete Virdis teneva loro compagnia.
Paulu aveva anche lui i suoi amici, i suoi affari, i suoi intrighi, e quando stava in paese ritornava a casa solo a mezzogiorno e alla sera.
E le due donne lavoravano, e donna Rachele pregava continuamente. A tavola gli uomini parlavano male del prossimo e raramente si occupavano dei loro affari. Eppure questi affari andavano malissimo. Tre giorni dopo la festa, il messo, che funzionava anche da usciere, notificò ai Decherchi gli atti per la prima asta della casa e della tanca.
Ancora due settimane e tutto sarebbe andato in malora. I nonni e donna Rachele non sembravano tuttavia molto inquieti; aspettavano forse l’intervento della divina provvidenza, o speravano che Paulu trovasse i denari. Anche lui, del resto, sperava ancora. Ballore Spanu gli aveva detto, prima di partire:
Io sono ancora come un figlio di famiglia, tu lo sai. Non posso disporre di un centesimo, ma se tu vieni al mio paese posso presentarti alla sorella del parroco, una vecchia riccona, che senza dubbio ti potrà prestare qualche migliaio di lire. Fra otto giorni anche noi avremo la festa: farai bene a venire”.
Egli era deciso di tentare ancora questo passo. E se non gli riusciva…
“Non so perché”, disse ad Annesa, la sera prima della partenza, “ma son certo che troverò. Non tornerò a casa senza i denari; piuttosto mi uccido…”
Non era la prima volta che egli minacciava di suicidarsi; ma Annesa non si era mai tanto spaventata.
Egli partì. Anche Gantine era partito per la foresta di Lula, dove sarebbe rimasto fino al tempo delle seminagioni.
Il vecchio asmatico volle confessarsi. Prete Virdis rimase lungamente con lui, e quando uscì dalla camera e sedette vicino alla porta assieme coi due nonni, Annesa notò in lui un’insolita letizia.
“Prete Virdis è allegro”, ella disse a donna Rachele. “Deve aver convinto ziu Zua ad aiutarci.”
“Dio lo voglia”, sospirò l’altra. “Farei un pellegrinaggio a piedi fino alla Madonna di Gonare.”
Ma per quanto Annesa ascoltasse, non sentì il prete dare ai vecchi la buona notizia. Egli chiamò Rosa e le fece raccontare la storia del Signore morto, e discusse a lungo con lei circa i particolari di questa storia, poi chiacchierò con ziu Cosimu e don Simone a proposito di Santus, il pastore accusato di parricidio, e sostenne l’innocenza del disgraziato padre.
È partito ancora: ha saputo che il figlio si trova in un ovile vicino ad Ozieri.”
“Sarebbe il caso di appiccarlo davvero, se lo trova”, disse ziu Cosimu, con insolita asprezza.
Prete Virdis cominciò a sbuffare e a gesticolare, scandolezzato.
“Cosimu Damianu! Che dici? che dici? Son parole d’un cristiano, le tue? E che, diventi una bestia feroce, adesso?”
Allora Rosa raccontò un sogno terribile avuto la notte prima.
“C’era un lupo, lungo lungo, con una codina piccola piccola. E correva dietro a un’altra bestia ferocia, in un deserto. Un bel momento apparve un uomo con una canna e uno spiedo…”
“Che sogno, Dio mio”, disse ziu Cosimu, facendo gesti di spavento. “Ho paura, io!”
Rosa cominciò a ridere, poi diventò seria e aprì le manine:
“Eh, non aver paura. È un sogno!”.
“E poi, l’uomo con lo spiedo?”
“L’uomo corse, corse. E c’era vicino un altro deserto: poi un altro ancora…”
“Insomma ce n’era una provvista di deserti!”, esclamò prete Virdis.
“Ascoltate, ascoltate”, disse Rosa con impazienza. E i tre vecchi stettero attenti alle sue chiacchiere fantastiche, mentre nell’andito Annesa e donna Rachele sognavano, la prima aspettando, con tragica attesa, un momento di pace e di speranza, e la seconda pregando invano un Dio che non si commoveva mai.

IV.

Paulu era partito la mattina all’alba. Da molti anni egli non faceva altro che viaggiare così, in cerca di denari, come il cavaliere antico in cerca di tesori. Un po’ di sangue di cavaliere spagnuolo scorreva certo nelle sue vene di nobile spiantato. I tempi sono mutati, però; non si trovano più tesori fra le roccie, né gente pronta ad aprire la borsa. Tuttavia don Paulu Decherchi camminava, e sperava di arrivare finalmente in un luogo abitato da persone meno sordide e avare degli strozzini coi quali aveva avuto sempre a che fare.
Sperava; e quasi era certo di trovar finalmente un po’ di fortuna,
La sorella del parroco è una donna di coscienza”, pensava. “Mi darà i soldi e pretenderà un interesse modesto. Così potremo saldare il debito verso la Banca, e poi, col tempo, ziu Zua morrà e aggiusteremo per benino i nostri affari.”
E va e va. D’un tratto il suo piccolo cavallo bajo, alla cui sella stava legata la bisaccia a fiori bianchi e rossi che pareva ritagliata da un vecchio arazzo, si fermò e sollevò la testa fine e nervosa.
Un sentiero s’apriva, didi un muricciuolo a secco, a destra dello stradale polveroso e mal tenuto; ma due macchie di rovi rosseggianti di more acerbe ne chiudevano quasi completamente il varco.
Tu hai ragione”, disse a voce alta Paulu, accarezzando la testa dell’intelligente bestia. “È meglio passare di qui. Il sentiero è brutto, ma c’è meno polvere e più ombra.”
E lasciò andare il cavallo che passò cautamente fra le due macchie.
Il sentiero, mal tracciato, serpeggiava lungo i fianchi della grande vallata. La luce roseo-aranciata dell’aurora illuminava dolcemente il paesaggio; un paesaggio primordiale quasi ancora vergine di orme umane. La valle era tutta scavata nel granito; muraglie di roccie, edifizi strani, colonne naturali, cumuli di pietre che sembravano monumenti preistorici, sorgevano qua e là, resi più pittoreschi dal verde delle macchie dalle quali erano circondati e inghirlandati. Il letto di un torrente, tutto di granito, d’un grigio chiarissimo, solcava la profondità verdognola della valle, e gli oleandri fioriti che crescevano lungo la riva, fra le roccie levigate, parevano piantati entro ciclopici vasi di pietra. L’alloro dalle foglie lucide, il corbezzolo, il mirto dal frutto nero, il ginepro fragrante, le macchie ancora fresche della rosa peonia, tutte le piante più rare della flora sarda, rivestivano la valle, circondavano le rocce, si arrampicavano fin sulle cime più alte. Montagne bianche e azzurre, alcune ancora velate da vapori fluttuanti che il riflesso dell’aurora tingeva d’un rosa dorato, chiudevano l’orizzonte. In lontananza, ai piedi della montagna boscosa dalla quale scendeva direttamente la valle si vedeva il villaggio, bianco e nero tra il verde delle macchie: e più in qua, in una conca grigiastra, si distinguevano le rovine d’un altro paesetto, i cui abitanti – diceva la leggenda popolare – erano tutti morti durante una pestilenza misteriosa, o erano stati sterminati in una notte sola dagli abitanti del villaggio vicino che volevano allargare il loro territorio.
Paulu sentiva la poesia del mattino e la bellezza del luogo. Da molto tempo non era stato così allegro e felice: gli pareva d’esser tornato adolescente, quando partiva di casa allegro e spensierato come un uccello, e correva in cerca di piacere, ignaro dell’avvenire. A momenti si metteva a cantare:

Sas aes chi olades in s’aèra
Mi azes ajucher un’imbasciada…
[12]

E la sua voce fresca e sottile come quella di una donna risonava nel silenzio del sentiero, e il cavallo scuoteva un’orecchia quasi l’infastidisse l’insolita gaiezza del padrone. Ma Paulu lo spronava e continuava a canticchiare. Sì, era allegro: il ricordo di Annesa, la speranza di trovare il denaro, la bellezza del mattino, lo eccitavano piacevolmente. Al diavolo i tristi ricordi e le tristi figure, e specialmente quella di ziu Zua, e quella del messo con le sue cartacce.
E va e va. Scese e risalì tutta la valle, attraverso un piccolo altipiano, arrivò in un villaggio, si fermò in una locanda per dar da mangiare al cavallo. Era sua intenzione di ripartire subito; ma una donna lo riconobbe e corse da Pietro Corbu, un ricco proprietario del luogo, per avvertirlo che don Paulu Decherchi era sceso nell’osteria di Zana, la vedova del brigadiere. Don Peu Corbu corse allora dalla vedova Zana, e appena vide Paulu lo caricò d’improperi perché gli aveva fatto il torto di non recarsi subito a casa sua.
“E che, c’è la peste a casa mia? Da quando in qua Paulu Decherchi va all’osteria, invece d’andare in casa d’amici?”
Paulu aveva già domandato denari in prestito a don Peu, che naturalmente glieli aveva negati. Egli domandava denari a tutti i suoi conoscenti, ma non ripeteva la domanda dopo un rifiuto, e serbava rancore quando non li otteneva. Tuttavia finse di veder don Peu con piacere, gli fece mille complimenti, ma non volle seguirlo.
Ho fretta”, disse. “Mi fermo solo un momento. Vado alla festa di Sant’Isidoro.”
La festa è posdomani. Tu resterai qui tutta la giornata di oggi, parola di Peu Corbu.”
“Non giurare. Non resto”, replicò Paulu. Invece rimase. Don Peu era uno di quei nobili sardi che, se occorre, non sdegnano di lavorare la terra, ma che per lo più vivono oziosi, in attesa di un amico o di un ospite col quale bere e chiacchierare lungamente.
Afferrò Paulu come una preda, lo portò in giro per il paese, d’osteria in osteria. Bevettero molto entrambi, e Paulu continuò a mostrarsi allegro, e cominciò a raccontare molte fandonie: disse che i suoi affari andavano benissimo e che il vecchio asmatico gli aveva consegnato le sue cartelle perché se ne servisse a suo piacere.
“Vedi”, disse, guardandosi il vestito di stoffa inglese finissima, ma goffamente tagliato, “questo vestito me lo ha regalato lui, ziu Zua: cioè mi ha regalato trecento lire dicendomi di comprarmi un vestito.”
Avete fatto molto bene a prendervi quell’uomo in casa”, disse don Peu, palpando la stoffa della giacca. “Dopo tutto, però, anche voi gli volete bene: se capitava in altra famiglia lo ammazzavano. Zana, ocri madura, [13] porta un’altra bottiglia di quel diavoletto di moscato.”
Zana, una bella vedova dai grandi occhi nerissimi, lasciò il banco della sua botteguccia, nella quale s’ammucchiavano i generi più disparati, ed entrò nella piccola retrobottega dove s’erano rifugiati i due nobili amici. Questa retrobottega, che riceveva luce da un finestrino praticato sul tetto di canne, serviva anche da sala da pranzo: c’era una tavola apparecchiata, con un canestro ricolmo di quel caratteristico pane sardo detto carta di musica e un intero formaggio marcio, da un buco del quale scappavano saltellando piccoli vermi bianchi che sembravano molto allegri e birichini. Sulle pareti tinte di rosso non mancavano calendari e immagini sacre. Una fotografia ingrandita riproduceva, esagerandola, la figura di un carabiniere grasso e pacifico, che sembrava un prete travestito da brigadiere.
“Zana, occhi di stella”, disse don Peu, mentre la vedova, seria e compassata, versava da bere, “questo nobile qui, vedi, questo cavaliere è vedovo e cerca conforto. Anche tu, mi dissero, cerchi conforto. Non potreste confortarvi a vicenda?”
Don Peu matto”, rispose la vedova con sussiego, “se non fosse per rispetto all’ospite le risponderei male.”
“Lascialo dire, vedovella”, pregò Paulu.
La vedova, tuttavia, guardò il vedovo: egli la guardava già. Entrambi avevano bellissimi occhi, e gli occhi belli son fatti per guardarsi anche se hanno già versate molte lagrime sulla tomba di persone care.
Zana si trattenne ancora un po’ coi suoi avventori, poi tornò nella botteguccia, dove un bambino domandava un soldo di lucignoli.
Paulu, non sapeva perché, era diventato triste. Fino a quel momento s’era come suggestionato con le sue vanterie, e gli era parso che realmente i suoi affari andassero bene, e che le cento lire che aveva in tasca non gliele avesse prestate quel goffo e semplice santo uomo di prete Virdis. Ma nell’ombra che si addensava nella piccola retrobottega rossa, egli rivedeva come in sogno certe figure lugubri; il viso del messo, nero e selvaggio, balzava dietro la figura cadaverica del vecchio asmatico.
È ancora una bella donnetta”, disse don Peu, accennando alla vedova, “ed ha anche dei soldi, dicono. E dicono, io non affermo nulla… parola di don Peu, non so nulla, ma dicono… Bevi dunque, Paulu Decherchi. A che pensi?”
“Non bevo più. Che dicono, dunque?”
Tu devi bere, parola di don Peu! Ah, ti preme sapere cosa dicono? Non si può dire qui: c’è il brigadiere che ci ascolta, ah! ah! Addio!”
Don Peu fece un cenno di addio alla fotografia e Paulu bevette. Il moscato della vedova del brigadiere fece ancora sparire la figura dell’usciere.
“Cosa dicono? Cosa dicono, Peu?”
Don Peu abbassò la voce e raccontò salaci storielle sul conto di Zana; ogni tanto sollevava gli occhi maliziosi e guardava il viso bonario del brigadiere morto che, nella penombra, pareva affacciarsi da un mondo lontano per ascoltare con indulgenza le avventure della sua vedova. Ed anche Paulu lo guardava e rideva, dimenticandosi che fra otto giorni la Banca Agricola avrebbe inesorabilmente messo all’asta la vecchia casa e l’ultima tanca della famiglia Decherchi.

L’indomani all’alba ripartì per il paese di Ballore. Il tempo s’era improvvisamente rinfrescato: sembrava di autunno. Egli non si sentiva più allegro come il giorno prima; la sbornia gli aveva lasciato la bocca acre e la gola arida. Ricordava le due ore passate nel retrobottega della vedova come un sogno eccitante: il vino, le storielle dell’amico, Zana che ogni tanto entrava e con qualche scusa si tratteneva presso la tavola, lo avevano reso folle e incosciente come nei beati tempi della sua prima giovinezza. Nonostante le proteste di don Peu egli aveva voluto pagare una bottiglia, tirando fuori un marengo, e poiché la vedova non aveva abbastanza spiccioli per il resto, egli aveva detto:
“Bene, mi darai il resto quando ripasserò, fra tre giorni”.
Zana voleva fargli credito, don Peu voleva prestargli gli spiccioli: egli finse di stizzirsi. L’amico credette che egli facesse lo splendido per cattivarsi l’animo di Zana, e guardò ridendo la fotografia.
In viaggio Paulu ricordava la figura alta e bella della vedova, il suo viso roseo, le labbra voluttuose; ma pensava anche alla piccola Annesa, all’edera tenace e soffocante della quale egli solo conosceva gli abbracci e dalla quale sentiva di non potersi liberare mai più.
“Zana è bella, ma fosse anche una donna onesta, non si potrebbe amare a lungo”, pensava. “Annesa è un tesoro nascosto, inesauribile: ogni suo bacio mi sembra il primo.”
Egli non diceva a se stesso che il segreto amoroso di Annesa stava tutto nella passione tragica che egli le inspirava; non lo diceva, ma lo sentiva, e si lasciava prendere e avvolgere tutto da questa passione come il ramo dell’edera. Più che amare si lasciava amare, e senza essere deliberatamente infedele, guardava e desiderava le altre donne e si lasciava prendere da loro con piacere.
Così, senza dimenticare Annesa, ma pensando alla bella vedova, arrivò al villaggio. Grandi nuvole rosee coprivano il sole, una mite luminosità dorava le colline coperte di stoppie, di là delle quali sorgeva un monte calcareo che pareva di marmo rosa: piccole vacche nere s’abbeveravano all’esile ruscello, e le figure dei pastori, vestiti di rosso e di nero, si disegnavano vivamente sul giallo della collina. Ma all’avvicinarsi del paesetto, tutto diventava triste; la strada polverosa, l’aria irrespirabile per l’odore delle immondezze. La chiesetta precedeva di un centinaio di metri il paese, e sorgeva in mezzo ad un campo arido, sparso di cumuli di pietre, di roccie sovrapposte, di massi che formavano circoli, coni, piramidi. Pareva che un popolo primitivo fosse passato in quel campo, tentando costruzioni che aveva poi abbandonato incomplete: tutto era silenzio e desolazione.
Le zampe del cavallo affondavano nella polvere e nelle immondezze. Casupole di pietra, fabbricate sulla roccia, si accumulavano intorno a qualche costruzione nuova; donne scalze e in cuffia, bambini laceri, ragazzetti seminudi, tutto un popolo che pareva sbucato da un sottosuolo lurido e buio, animava la strada polverosa: tutti sussurravano nel vedere don Paulu Decherchi che distribuiva saluti dall’alto del suo cavallo.
Nel passare davanti ad una casa antica, meno povera delle altre, egli si irrigidì, fece caracollare il cavallo, e guardò le finestruole munite d’inferriata. In quella casetta abitava la sorella del Rettore, una vecchia molto ricca, la quale appunto doveva prestare i denari al cavaliere spiantato. Ma nessuno apparve alla finestra ed egli passò oltre; il suo amico abitava in fondo alla straducola, in una casetta costruita sopra la roccia, in fondo ad un cortile aperto.
Ballore Spanu era assente, ma la sua famiglia, composta della madre e di sette sorelle nubili, la più giovane delle quali aveva passato la trentina, accolse l’ospite con vive manifestazioni di simpatia.
“Ballore è in campagna”, disse la madre, una vecchia piccola e grossa, col viso giallognolo quasi completamente nascosto da una benda nera. “C’è un incendio, in un bosco vicino alle nostre tanche, e Ballore mio è andato per aiutare a smorzarlo. Ma tornerà verso sera. E i suoi parenti come stanno, don Paulu? E donna Rachele? Ah, ricordo ancora quando ella venne alla nostra festa: era sposa; sembrava un garofano, tanto era bella.”
Le sette bajanas [14] s’affollavano intorno a Paulu, e chi gli serviva il caffè, chi gli porgeva il catino per lavarsi. Si rassomigliavano tutte in modo sorprendente; piccole, grosse, col viso grande, giallognolo, e folte sopracciglia nere riunite sopra il naso aquilino.
Grandi casse nere e rossicce, scolpite con arte primitiva, un letto a baldacchino e una vecchia panca nera, arredavano la camera che riceveva luce dalla porta: alcune galline entravano ed uscivano liberamente.
Paulu bevette il caffè, si lavò, ascoltò le chiacchiere della vecchia, la quale gli raccontò che litigava da sette anni con un vicino, per un diritto di passaggio in una tanca.
“Sette anni, figlio mio. Solo gli avvocati m’hanno già succhiato più di duemilatrecento scudi. Ma è per il puntiglio, capirà: pur di vincer la lite, andrei a chieder l’elemosina.”
Verso sera egli uscì. Ma le chiacchiere della vecchia, l’assenza dell’amico, gli sguardi delle sette vecchie zitelle dalle sopracciglia selvagge, lo avevano mortalmente rattristato. Vagò per il paese, domandandosi se doveva far visita al Rettore, che non conosceva ancora. Il cielo si copriva di nuvole, il paesetto, al confronto del quale Barunèi pareva a Paulu una cittadina graziosa, dava l’idea di un covo di mendicanti, cupo sotto il cielo cupo.
Gli uomini tornavano dai campi e dai pascoli, alcuni a piedi, altri su piccoli cavalli bianchi o neri: e parevano venir di lontano, silenziosi e stanchi come cavalieri erranti.
D’un tratto la disperazione avvolse col suo velo gelido il cuore di Paulu.
“Dove son venuto a cercar fortuna! In un immondezzaio”, pensò, dirigendosi verso la chiesetta fra le rocce. “È mai possibile che trovi denari qui, proprio qui?”
Molta gente s’avviava alla chiesa, dove il Rettore cantava i vespri. Paulu si fermò a guardare le donne, alcune delle quali bellissime nonostante il costume rozzo e barocco, poi entrò in chiesa e si mise vicino a uno strano simulacro che rappresentava la Vergine assisa sulle nuvole. Le nuvole erano di legno nero, rotonde come palle: la Vergine, in cuffia ed in grembiale, pareva un idolo preistorico, mostruoso ed informe. Paulu ricordò i quadretti sacri della retrobottega di Zana, e un’idea gli balenò in mente. Ma subito la respinse con ribrezzo. No, egli poteva abbassarsi a tutto, poteva umiliarsi ai più ignobili usurai, poteva anche lasciar mettere all’asta la casa e vedere il vecchio nonno e la povera donna Rachele e l’infelice Rosa cacciati dal nido antico come bestie dal covo, ma abbassarsi a chiedere denari ad una donna equivoca mai, mai.
“Meglio morire”, pensò, piegando la testa. L’idea del suicidio non lo spaventava. “Se io mi uccido, ziu Zua salverà la mia famiglia. Egli mi odia, ed è per far dispetto a me che non vuole aiutarci, ma se io muoio…”
La figurina di Annesa gli apparve nella penombra della chiesetta; e più che al dolore dei suoi nonni ed all’angoscia della madre, pensò alla disperazione di lei, e decise di avvertirla del suo funesto proposito.
“Così si preparerà, e dopo non si tradirà, non farà capire che eravamo amanti, e potrà egualmente sposare Gantine. No, non voglio rovinarla, povera Annesa, anima mia cara.”
Lagrime sincere gli corsero lungo le guance; per nascondere il suo dolore s’inginocchiò, depose il cappello per terra, appoggiò un gomito ad una mano e con l’altra si strinse le tempie.
Un coro d’una tristezza selvaggia indescrivibile risonava nella chiesetta: pareva un rombo lontano di tuono, attraversato da melanconici squilli di campane, da lamenti e singhiozzi infantili, gli uomini, inginocchiati presso l’altare, intonavano una cantilena lamentosa e nostalgica, con voci basse, eguali, supplichevoli, mentre le donne, sedute per terra in fondo alla chiesa, rispondevano con voce cupa e squillante, sopratutto la voce di una che pareva la direttrice del coro risonava alta e metallica, come il rintocco d’una campana.
L’ombra s’addensava: i pochi ceri dell’altare illuminavano appena il gruppo degli uomini, che appariva nero e bianco in un chiaroscuro lugubre. Paulu non dimenticò mai quell’ora tragica della sua vita. Quel canto selvaggio e triste gli ricordava tutta la sua fanciullezza triste e selvaggia. Figure dimenticate balzavano come dalla penombra della chiesetta e lo assalivano, lo stringevano, gli gridavano strane cose. Rivedeva certi profili di servi che erano stati lunghi anni in casa sua: sentiva la sua balia, che pettinava la piccola Annesa e cantava una filastrocca:

Isperta, isperta, pilu,
pilu brundu che seda.
[15]

Poi la voce taceva, la balia spariva: al suo posto sedeva il grosso prete Virdis, col fazzoletto in mano, e Rosa passava lentamente in fondo al cortile. Donna Kallina, la povera morta, cerea e trasparente come un fantasma, sedeva al sole, cercando invano di scaldarsi.
E i devoti, nella chiesetta sempre più melanconica, proseguivano il loro coro desolato: pareva che un popolo nomade passasse nel campo roccioso, intonando un canto nostalgico, un addio alla patria perduta.
Paulu sentiva quest’arcana nostalgia che è nel carattere del popolo sardo. La sete del piacere, del godimento, delle avventure, lo aveva sin da fanciullo spinto in una via che non era la sua: anche lui aveva continuamente sognato una patria lontana, un luogo di gioia dove ora sentiva che non sarebbe arrivato mai più.

Le sette sorelle di Ballore rimasero edificate per il contegno che egli tenne durante la novena. Ma Ballore, ch’era tornato dalla tanca con le mani scottate, stanco e di cattivo umore, s’accorse del profondo abbattimento di lui.
“Deve essere in terribili condizioni: egli che non crede in Dio ha finto di pregare per intenerire la sorella del Rettore”, pensò.
E si domandò se non aveva fatto male ad invitarlo.
“Come restituirà i denari? Egli non possiede più nulla. Bella figura farò io col Rettore e con sua sorella!”
Rimasti soli, nella camera dal letto a baldacchino, dove era stata preparata anche la tavola per l’ospite, i due amici si guardarono in viso.
“Vuoi che usciamo?”, domandò Ballore. Ma Paulu lo vedeva stanco e di cattivo umore e disse:
“Dove vuoi andare? Dalla persona alla quale hai promesso di presentarmi? È forse troppo tardi. Non si domandano prestiti, a quest’ora!”.
“Se occorre, perché no?”, disse Ballore: poi sospirò. “Ah, come sono stanco! Per poco il fuoco non mi avvolgeva e mi abbrustoliva come una fava. Ma l’abbiamo domato: fuggiva come un diavolo, e noi dietro, con fronde e bastoni, lo inseguivamo e lo battevamo e lo schiacciavamo come una bestia. Meno male, non è arrivato al bosco, ma ti dico io, ci ha ben morsicato: guarda.”
Fece vedere le braccia rosse, le mani infiammate: anche la barba e le sopracciglia folte e congiunte erano bruciacchiate. Egli sentiva tutta la distanza che passava fra lui, rozzo e forte lavoratore, energico e avaro, pronto a tutto, anche a combattere col fuoco, e Paulu dal viso fine e pallido, dagli occhi melanconici di donna, ancora cerchiati di angoscia. E guardava il suo ospite, e ne sentiva pietà; ma che poteva farci? No, non poteva aiutarlo: egli aveva tanti nemici, tante liti, e doveva pagare gli avvocati: agli amici bastava prodigare buone parole. Buone parole sì, quante Paulu ne volle: tanto che egli s’intenerì e si mostrò con Ballore umile e sfiduciato quanto con don Peu s’era mostrato borioso.
“Te l’ho già detto, Ballò. Io sono rovinato. Se tu non m’aiuti io non so che avverrà di me. E meglio finirla: se io muoio forse le sorti della mia famiglia muteranno: vedi, sono io il cattivo genio della mia casa: dopo la mia nascita è cominciata la decadenza. Sono andato di male in peggio, di male in peggio…”
“Ah, non parlare così”, disse Ballore. “Sei giovane, sei sano. Puoi fare, se non altro, un buon matrimonio. Mi meraviglio, anzi, che tu non ci pensi. Donna Kallina, beata, era una santa, ma credo che la sua anima buona gioirebbe se…”
“Taci”, supplicò Paulu. “Che essa non ti senta. Io non riprenderò mai moglie.”
“Eppure è forse l’unico mezzo.”
Paulu credette che Ballore insistesse forse per proporgli una delle sue sorelle, e provò un senso di freddo. Le donne gli piacevano, anche se brutte, purché graziose, ma quelle sette vecchie vergini dalle sopracciglia minacciose gli davano l’idea di esseri ibridi, metà donne e metà uccelli, e gli destavano un invincibile disgusto.
“Ballore”, disse, pensando ad Annesa, “siamo uomini entrambi e tu mi compatirai. Devo dirti una cosa. Io ho una relazione segreta con una donna. Non sono un miserabile; sono disgraziato; ma non disonesto. Forse non sposerò mai questa donna, ma non l’abbandonerò mai.”
Perché non puoi sposarla? È povera?”
È maritata”, disse Paulu, per non far sospettare di Annesa. “Io le ho voluto sempre bene, fin da bambino, ma la fatalità ci ha separato. Io presi moglie, poi quando rimasi vedovo rividi la donna. In quel tempo, per il mio lutto, ero costretto ad una vita triste, casta. Non potevo divertirmi, non avvicinavo donne. Un giorno mi trovai solo con la mia amica, in campagna. Io l’avevo sempre rispettata, e speravo di non lasciarmi vincere mai dalla passione. Ma il desiderio fu più forte di me, mi vinse, mi accecò. E il peggio fu che la donna non aspettava che un cenno per darsi interamente a me. Anche lei mi aveva sempre amato: mi si avvinghiò, si strinse a me come l’edera alla pianta. Io non la posso lasciare.”
“Ah, Paulu, Paulu!”, disse Ballore sospirando. “Ecco il tuo guaio: sei stato sempre un debole.”
“E tu credi che io non lo sappia? Lo so, purtroppo”, continuò Paulu, eccitato, ricordando le lagrime infantili versate in chiesa; “io sono un bambino, e capisco che la mia debolezza e la mia impotenza furono causa dei nostri guai: e più che questi guai mi accora appunto il vedermi così, sempre debole, sempre fanciullo. Io ho sbagliato strada, Ballore, e nessuno più potrebbe additarmi la mia via. Se avessi continuato a studiare sarei diventato qualche cosa, ma già mio padre, mia madre, i miei nonni, tutti, tutti hanno commesso un grave errore cacciandomi in seminario. Non ero uccello di gabbia, io! Chiusero la porta ed io tentai di scappare per la finestra. Allora mi mandarono via, e fu da quel giorno che smarrii la strada. Nessuno mi disse che dovevo lavorare, ed io me ne andai per il mondo, e fui come quei mendicanti che vanno di festa in festa. Anche io nelle feste cercavo qualche cosa che non trovavo mai. Non sono cattivo, però, vedi: non ho mai fatto del bene, ma neppure del male. Tante volte anzi, ho desiderato di poter fare almeno il male, come sanno farlo molti, con forza e con astuzia. Niente: neppure questo so fare. Ti ripeto, sono rimasto un bambino: la mia intelligenza e la mia istruzione, e tutto insomma; tutto in me si è fermato nel meglio del suo sviluppo: sono come quei frutti che si seccano prima di maturare…”
L’altro ascoltava, e non riusciva a capire tutta la finezza e la desolazione del discorso di Paulu; capiva una cosa sola: che l’amico nobile non si sarebbe mai più sollevato dalla sua rovina morale e materiale, e si pentiva d’averlo invitato.
Chiacchierarono ancora, poi andarono a letto.
All’alba Paulu si svegliò e si accorse che Ballore usciva, ma quando egli si alzò, l’amico era già rientrato e beveva un bicchierino d’acquavite.
“Che dormire ho fatto!”, disse Ballore. “Mi sveglio appena adesso, Bevi.”
Uscirono, andarono in chiesa. La festa era molto misera. I paesani, quasi tutti contadini che festeggiavano Sant’Isidoro agricoltore, avevano fatto una scarsa raccolta. Ballore, anzi, cominciò a lamentarsi:
“Quest’inverno qualcuno morrà di fame; la miseria è profonda. Mussiù Giuanne [16] farà festa. Ah, i tempi sono cambiati, Paulu mio! Ora tutti, chi più chi meno, stentiamo a vivere, mentre quando io ero fanciullo, ricordo, tutti vivevano agiatamente. Che gente ricca esisteva allora! Vedi, il Rettore e la sorella, avevano i denari a sacchi, proprio a sacchi”.
“Perciò”, ricordò Paulu, “furono derubati.”
“Fu una famosa grassazione: quaranta individui armati e mascherati… e si dice che ve ne fossero parecchi del tuo paese, eh, Paulé, non offenderti! Assalirono la casa del Rettore, denudarono il povero prete e la sorella, li legarono assieme, li gettarono sopra un letto, fecero man bassa di tutto… Si dice portassero via più di diecimila scudi.”

Quando Paulu e l’ospite andarono dal Rettore, la sorella, una piccola vecchia con la cuffia di broccato, cominciò appunto a ricordare la storia della grassazione: da quaranta anni a questa parte ella non faceva altro che raccontare quella storia. La sua bocca spalancata, gli occhietti neri fissi e vitrei parevano ancor pieni del terrore di quell’ora mostruosa.
“Ce n’era uno, di quei demoni, alto e nero, con una sopravveste di pelle, lunga quasi fino alle caviglie: pareva un enorme montone rizzato sulle zampe posteriori. Figli miei, io lo sogno tutte le notti, sempre con terrore, quel demonio nero peloso… Ah, ci hanno rovinato: non ci lasciarono neppure cenere nel focolare.”
Basta, la conclusione fu che né il Rettore né la vecchia avevano denari disponibili. Paulu uscì da quella casa con la disperazione nell’anima.
“Ballore questa mattina deve aver consigliato la vecchia a negarmi il prestito”, pensò.
Il dolore e l’umiliazione risvegliarono il suo orgoglio, e come con don Peu, finse con Ballore una spensieratezza e un’allegria esagerate. Rimase tutto il giorno nel villaggio, spese il resto delle cento lire in doni per le sue ospiti, bevette e rise.
Ripartì il giorno dopo, all’alba: non sapeva dove dirigersi, ma non voleva assolutamente tornare in paese senza i denari.
“Piuttosto mi sdraio sotto un albero e mi lascio morir di fame.”
Cammina, cammina. Il cielo era triste, annuvolato; e la terra assetata, gli alberi polverosi, le roccie aride, aspettavano in silenzio, pazientemente, la pioggia promessa. Non si muoveva una foglia; non s’udiva, nel paesaggio livido e giallo, una voce umana, un grido di viventi. Dove andare, se tutto il mondo era per Paulu simile a quel luogo deserto? Era finita: finita davvero.
Cammina, cammina; il cavallo docile e pensieroso trottava, e quando vedeva qualche varco nei muriccioli delle tancas non esitava ad oltrepassarlo, in cerca d’una scorciatoia. D’un tratto, mentre appunto attraversava una scorciatoia, nelle vicinanze del paesetto di don Peu, Paulu si sentì chiamare da una voce che gli parve di riconoscere. Il cavallo si fermò. Un uomo alto e grosso, con una lunga barba rossastra, e un ragazzetto lacero e selvaggio che pareva uno zingaro, s’avanzavano rapidamente.
Don Paulu, don Paulu?”, gridava l’uomo ansante e stanco.
Paulu riconobbe Santus, il pastore che la voce pubblica accusava di parricidio: il ragazzetto era il figlio.
“Come, l’avete ritrovata finalmente questa buona lana?”
Santus prese il ragazzo per le spalle e lo scosse ruvidamente.
Ho fatto due volte il giro della Sardegna a piedi, ma spero di morire non disonorato. Eccolo qui l’uccello del diavolo: ora lo conduco dal brigadiere e dico a tutti: vedete se un padre può ammazzare il figlio, che vi ammazzino senza che ve ne possiate accorgere! Ed ora me ne lavo le mani, don Paulu.”
L’uomo imprecava, ma nonostante la stanchezza, l’ansia, i patimenti che gli si leggevano in viso, dimostrava una gioia selvaggia; il ragazzo invece era cupo e guardava lontano, e i suoi grandi occhi azzurri parevano gli occhi d’un prigioniero, sognanti la fuga.
“Tornate difilato in paese?”, domandò Paulu, senza interessarsi molto ai casi di Santus e del ragazzo.
“Subito; le occorre qualche cosa?”
“Allora”, egli disse lentamente, meditando le parole prima di pronunziarle, “vi darò un bigliettino che consegnerete ad Annesa: ma a lei solamente, avete capito? Inoltre le direte a voce che per stasera non mi aspettino.”
“Va bene, don Paulu.”
Allora Paulu trasse il suo taccuino e scrisse poche parole col lapis.
“Ritorno da O*** , pernotterò qui, in casa di don Peu Corbu. Viaggio inutile. Nessuna fortuna: nessuna speranza. Non so quando ritornerò. Ricordati ciò che ti dissi prima di partire. Non spaventarti.”
Santus non sapeva leggere, Paulu gli consegnò il biglietto appena piegato: l’altro lo prese, lo mise nella borsetta della cintura e promise di consegnarlo solo ad Annesa: e proseguì il viaggio, spingendosi avanti il fanciullo taciturno, e fermandosi con tutti i viandanti che incontrava per raccontar loro la sua storia. E non pensava che dentro la borsetta della sua cintura portava il seme d’un dramma ben più terribile del suo.
Paulu, nonostante le rimostranze già fatte da don Peu, smontò ancora dalla vedova del brigadiere. Nessun progetto lo guidava, ma dopo aver scritto e consegnato il biglietto per Annesa s’era sentito ancora più triste, più inquieto: il proposito di non ritornare senza i denari gli dava una specie di ossessione.
Ho ancora cinque giorni di tempo”, pensava. “Dovessi girare come quel disgraziato Santus, ma non tornerò a casa a mani vuote. Oramai è per me una questione d’onore.”
Dove andare, però? Ricordò gli usurai di Nuoro, e fra altri una donna che anni prima gli aveva prestato mille lire al trecento per cento.
“Che differenza esiste fra un’usuraia simile e una vedova che non gode ottima fama?”, si domandò.
Ma quando scese davanti alla botteguccia di Zana e vide la donna correre alla porta e sorridergli con famigliarità, come se l’avesse atteso certa del suo ritorno, provò un impeto di disgusto. No, no, egli non le avrebbe domandato mai i denari.
“Ah”, disse Zana, prendendo per la briglia il cavallo di Paulu, “lei non ha dimenticato il resto, a quanto vedo.”
Spinse il portoncino attiguo alla porta e introdusse il cavallo nel cortiletto: Paulu la lasciò fare; la seguì, si levò lo sprone, ma non pareva disposto a scherzare.
Zana invece sembrava allegra; non era più la vedova compassata e seria che vendeva i lucignoli nella botteguccia o serviva decorosamente gli avventori nella retrobottega; era una donna bella e giovane, che da tre giorni pensava agli occhi dolci e allo sguardo languido del nobile amico di don Peu.
Sono sola in casa”, disse, dopo aver legato il cavallo. “La serva è andata a lavare. Non ho potuto preparare niente: bisogna quindi che lei abbia pazienza.”
Era quasi mezzogiorno: il silenzio tragico dei giorni annuvolati regnava sul paesetto, sul cortile, sulla casa della vedova.
Paulu entrò e sedette davanti alla tavola apparecchiata sulla quale stava ancora la carta di musica: dalla parete color sangue coagulato il brigadiere guardava, ancor più pacifico del solito, nella penombra silenziosa di quel giorno velato e caldo.

Paulu mangiò poco e bevette molto: e più beveva più gli pareva che la sua mente, annuvolata come il cielo, si schiarisse, e che molti problemi si risolvessero.
“Che differenza c’è fra un’usuraia e una vedova come Zana? Nessuna. Ciò che vale l’una vale l’altra.”
Zana entrava ed usciva. gli servì una scatola di sardine, poi due uova, poi un piatto di fritto.
“Come, e tu dicevi che non avevi niente? Purché dopo non mi porti un conto troppo lungo.”
Zana lo guardava sorridendo.
“Era il mio modesto desinare, don Paulu. Non si burli di me.”
“Come!”, egli disse, alzandosi. “Il tuo desinare? E tu, allora? Come farai?”
“Non pensi a me, don Paulu.”
Ma egli era già mezzo brillo, e stette un momento in piedi, comicamente mortificato per aver mangiato il pranzo di Zana. Poi rise e disse:
“Pensare che oggi a casa mia si dà un pranzo a sei poveri, e mia madre in persona deve servirli; sulla tavola stanno le nostre più belle stoviglie e le posate d’argento. Ed io sto qui a mangiare il pranzo della vedova”.
“Sua madre deve servirli? È un voto?”
“No, è un lascito, o meglio un canone che grava su una nostra tanca.”
Subito pensò che forse quel pranzo di poveri era l’ultimo che la sua santa madre serviva, e si fece cupo, quasi livido; e l’idea di farsi prestare i soldi dalla vedova tornò a insistergli nel pensiero.

V.

Tutti gli anni donna Rachele faceva chiamare qualche donna del vicinato, per aiutare Annesa a preparare il pranzo dei poveri.
Quell’anno, però, Annesa disse che non voleva aiuto da nessuno. Era già troppa la spesa del pranzo; parecchi scudi che ella diceva “buttati ai cani ed ai corvi”.
Anche Paulu ogni anno protestava, e il giorno del pranzo dei poveri non tornava a casa per non arrabbiarsi nel veder la madre affaticarsi e abbassarsi a servire sei pezzenti miserabili.
Ma donna Rachele, con la sua santa pazienza, lasciava borbottare i “ragazzi” e aspettava quasi con ansia quel giorno per lei benedetto. Pensava:
“Gesù nostro Signore lavava i piedi ai poveri. Anch’io vorrei fare altrettanto coi poveri seduti alla mia mensa”.
Da anni ed anni, forse anzi da secoli, una dama Decherchi compiva il sacro obbligo di servire con le sue mani “sei poveri modesti, di cui possibilmente fosse celata l’indigenza”.
E donna Rachele s’era sempre opposta alla vendita della tanca gravata di quel canone, appunto perché aveva cara la pietosa cerimonia.
Così la tanca era rimasta l’ultima: ma ora bisognava rassegnarsi alla violenza inesorabile degli eventi. Pazienza. D’altronde Paulu non era tornato ancora, e l’ultima speranza di donna Rachele e dei nonni era riposta in lui.
“Basta, l’anno venturo sarò forse morta. Pensiamo a fare bene il nostro dovere quest’anno”, diceva la pia donna ad Annesa inquieta e nervosa.
Quasi tutti gli anni i sei “poveri modesti”, che convenivano segretamente al pranzo, erano gli stessi. E nonostante il mistero che li circondava, buona parte degli abitanti di Barunèi sapeva che il tal giorno e alla tale ora i sei tali mangiavano con forchette d’argento e serviti da una dama. Ogni anno la sera del pranzo il messo, che era mezzo matto, si divertiva a passare davanti alle case dei poveri, chiamandoli a nome e rivolgendo loro qualche scherzo umiliante:
“Chircu Pira, vieni fuori! Di’, mangi anche stasera colla posata d’argento?”,
“Matteu Bette? Che ne dici, è meglio mangiar la minestra col cucchiaio d’argento o col cucchiaio di legno?”
Ti lecchi ancora le dita, Miale Caschitta?”
La vigilia del pranzo zia Anna, la vecchia cugina di donna Rachele, si offrì per aiutare Annesa.
“Così vedrò di scegliermi uno sposo fra i vostri ricchi invitati”, disse scherzando.
Vieni pure”, rispose la vedova. “Ma bada che a tavola devo servire io sola. Non voglio che tu mi aiuti.”
“Come si fa, allora? Non posso guardare gli invitati.”
La mattina per tempo zia Anna ritornò, e subito ricominciò a scherzare. Disse che uno degli invitati, un certo Matteu Corbu, detto ventre di leone, l’aveva una volta chiesta in matrimonio.
“Non l’ho voluto perché era un mangione: tanto è vero che s’è mangiato tutto; avrebbe finito di mangiarsi anche la moglie.”
Ma Annesa non badava a zia Anna. Cucinava e pensava con angoscia a Paulu assente da tre giorni. Dove era? Perché non tornava? Le parole di lui le ritornavano in mente con sempre più cupa minaccia.
È l’ultimo viaggio questo: o trovo o non torno!”
Ogni tanto, quando nella straducola risonava il passo d’un cavallo, ella palpitava: ma non era il passo del cavallo baio: la speranza svaniva, l’inquietudine cresceva. Come al solito, ella vestiva decentemente, pulita, pettinata con cura: ma donna Rachele, che entrava ed usciva dalla camera alla cucina e da questa al cortile dove era stato acceso il fuoco per cuocere la pasta, e arrostire la carne, notava in lei qualche cosa d’insolito e di strano.
A momenti sei pallida, a momenti il tuo viso è infiammato”, le disse sfiorandole con le dita la fronte. “Che hai? Sei malata? sei stanca?”
“Ma niente! È il calore del fuoco”, disse Annesa irritata.
Anche zia Anna la guardò e non scherzò più. Dagli occhi dolci e tristi di Annesa era scomparsa la solita mansuetudine: a momenti splendevano d’una luce selvaggia, fissi e incoscienti come gli occhi d’un allucinato.
La ragazza oggi è di malumore; lasciamola tranquilla. È in collera perché non voleva che quest’anno si desse il pranzo”, confidò donna Rachele alla cugina.
Zia Anna, veramente, non dava torto ad Annesa. Dal momento che fra pochi giorni la tanca doveva essere messa all’asta, era stupido soddisfare il canone. Ma non disse nulla e continuò a girare lo spiedo sulla brace fumante.
Nella camera del vecchio asmatico la tavola era già apparecchiata: sulla tovaglia giallognola le ultime sei posate d’argento stavano accanto ai piatti bianchi sparsi di fiorellini rossi.
Già due invitati, due vecchi fratelli, Chircu e Predu Pira, sedevano davanti al lettuccio dell’asmatico. Erano due vecchi disgraziati, di buona famiglia, che avevano tentato sempre qualche negozio, qualche impresa, e sempre fallito. Vestivano decentemente, in borghese, ma i loro visi bianchi, cascanti, le mani scarne, gli occhi pieni di tristezza, narravano una lunga storia di dolore e di stenti: poveri modesti, veramente, dei quali però l’indigenza era ben nota; e donna Rachele li aveva invitati per far piacere a ziu Zua, del quale il meno vecchio, Chircu, era stato amico intimo. Mentre si aspettavano gli altri invitati, ziu Zua profittava dei momenti in cui donna Rachele usciva nel cortile per parlare male dei suoi parenti. La sua voce bassa ed ansante si spandeva come un gemito nella camera melanconica. Dalla finestra socchiusa penetrava un filo di luce grigia, un odore di foglie umide: tutto era triste là dentro, il vecchio cadaverico, la tovaglia giallognola, i due fratelli dal viso bianco di fame.
Ziu Zua parlava male di tutti, persino di Rosa.
“Cosimu Damianu è andato in campagna, oggi: vuol lavorare, il vecchio fannullone. Adesso, adesso! Adesso che la sua bocca è vicina alla fossa. Vuol lavorare adesso, dopo che è vissuto tutta la vita alle spalle degli altri. E don Simone è andato a spasso: ha bisogno di camminare, per farsi venir l’appetito, il vecchio nobile. Passeggia, passeggia pure, caro mio; l’anno venturo l’invitato sarai tu al pranzo dei poveri, invitato dal nuovo padrone della tua tanca.”
I due vecchi sorrisero tristemente: ma il più anziano, al quale l’asmatico riusciva alquanto odioso, per fargli dispetto disse:
“Paulu porterà oggi i denari: dicono sia andato a Nuoro, dove…”.
“Taci”, interruppe ziu Zua, cercando di sollevarsi sul guanciale, e animandosi cupamente al ricordo di Paulu. “Corni porterà, quel vagabondo, quel giramondo; chi gli fa più credito? Tutti ridono di lui. Ah, tutti, sì, tutti… ah…”
La collera lo soffocava. Il vecchio Pira s’alzò e gli accomodò il cuscino sulle spalle.
“Non adirarti, così, Zua: ti fa male.”
“Mi adiro, sì, perché, vedi, tutti credono che egli sia in viaggio per affari suoi, per… Basta, invece… ah, ah…”
“Invece è in giro per divertirsi, lo sappiamo”, disse Chircu Pira, cercando di calmare l’amico. “Lo sappiamo.”
“Sì, vecchi miei. È andato alla festa di Sant’Isidoro. E si è fatto prestare i denari. Ah, non pensa che fra cinque giorni si farà la prima asta della casa e della tanca: non ci pensa, come del resto nessuno ci pensa, qui. Oh, son tutti allegri: se ne infischiano, loro! Vedete don Simone? Egli se ne va a passeggio, per farsi venir l’appetito. Sperano forse che io muoia, entro questi cinque giorni: ma la mia pelle è dura, e dentro la mia pelle ci stanno sette anime, come le ha il gatto. Non morrò, vecchi miei, e se morrò, c’è qualcuno che verrà… verrà a vedere… ah!”
“Che cosa verrà a vedere? Zua, non adirarti”, ripeté il vecchio amico, “ti farà male.”
Ma l’altro fratello insisté:
“Che verrà a vedere?”.
Ma l’asmatico s’era già pentito delle sue parole, e non volle dire altro.
“Quante mosche”, si lamentò, scuotendo lentamente la mano intorno al cui polso teneva il rosario. “Che brutta giornata! Quando fa questo caldo afoso, soffro tanto: ieri notte credevo davvero di soffocare. E quell’asina di Annesa, buona anche quella, mala fata la porti, mi guardava come se avesse voluto… Ah, ecco che vengono…”
Qualcuno entrò; s’udì nell’andito il riso melanconico di Rosa. Ed ecco la testa enorme, gli occhi vivi e il vestitino rosso e azzurro della bimba: e dietro di lei il vestito nero, il bastone, il berretto di don Simone.
Il vecchio nobile sembrava più allegro del solito, scherzava con la bambina, tirandole la cocca del fazzoletto che le avvolgeva la testa, e dicendole infantilmente:
“Avanti, puledrina, Cammina”.
Ziu Zua lo guardò con disprezzo.
Poi giunsero gli altri invitati, dei quali uno solo era giovanissimo, cieco sin dall’infanzia. Don Simone sedette a tavola coi poveri, cosa che non aveva fatto mai, e volle Rosa al suo fianco.
“Donna Rachele”, gridò, scherzando, “siamo pronti. Avete sbagliato il numero, però, quest’anno: invece di sei avete invitato sette poveri; anzi sette e mezzo.”
Rigida e pallida, nel suo costume nero, donna Rachele entrò, portando un largo piatto colmo di maccheroni; sorrideva, ma quando vide il vecchio suocero seduto fra i poveri commensali trasalì; e lagrime amare inumidirono i suoi occhi. Egli però la guardava sorridendo, con gli occhi pieni di gioia, ed ella pensò:
“Pare che voglia dirmi qualche cosa. Una buona notizia, forse? Che gli abbia scritto Paulu?”.
Durante il pranzo don Simone scherzò, ma la sua presenza intimidiva alquanto gli invitati; egli cominciò a prenderli in giro bonariamente.

Matteu, brente ‘e leone,
chi pares una balena,
a denotte duas chenas
e una colassione,
[17]

disse a Matteu Corbu, il vecchietto mangione che si vantava d’aver una volta divorato un intero agnello.
La quartina esilarò gli invitati; credendo di far piacere al padrone di casa, alcuni cominciarono a perseguitare il vecchietto coi loro scherzi.
La tua canzone favorita, in gioventù, qual era, Matteu?”, domandò zio Chircu. “Ricordati bene.”
Ma il vecchietto, che pareva un piccolo San Pietro, calvo e coi capelli lunghi sulla nuca, mangiava tranquillamente e taceva. Accanto a lui Niculinu il cieco palpava la tovaglia e sorrideva.
Tu non ricordi? Ebbene, Matteu? Sei sordo? Io la ricordo, però, la tua canzone:

Si sar muntagnas fin de maccarrones.
E i sar baddes de casu frattadu…
” [18]

Rosa ascoltava avidamente: d’un tratto scoppiò a ridere e volle dire una cosa nell’orecchio a don Simone.
“Ma che vuoi? Non ti sento, Rosa.”
“Andiamo, ve la dirò in cucina.”
Scese pesantemente dalla sedia e tirò la giacca del nonno: egli si alzò e la seguì in cucina.
“Fategli ripetere la canzonetta dei maccheroni, nonno.”
“Diavoletta, mi hai fatto venir qui per questo? Ah, diavoletta!”
Ella scappò, egli la rincorse fino al cortile. Zia Anna era in cucina, Annesa serviva il vecchio asmatico; donna Rachele uscì nel cortile e si chinò per togliere lo spiedo dal focolare: don Simone allora le disse rapidamente:
“Prete Virdis m’ha confidato una cosa, ma in gran segreto. Egli ha convinto Zua a comprar la casa e la tanca; così tutto si accomoderà. Ma per amor di Dio, non parlarne con nessuno, nemmeno con Annesa”.
“Andiamo, Rosa”, disse poi alla bambina. “Faremo ripetere la canzonetta.”
Quando la vedova entrò, portando l’arrosto, tutti si accorsero che ella aveva mutato aspetto: una gioia quasi febbrile le animava lo sguardo, parole di amore e di dolcezza le uscivano dalle labbra lievemente colorate. Anche Annesa s’accorse di quest’eccitazione, ma l’attribuì al piacere quasi mistico che la santa donna provava nel servire i poveri; e la sua tristezza e la sua irritazione crebbero. A momenti anche lei pensava male dei suoi benefattori; sì davvero, faceva rabbia vederli così incoscienti e allegri alla vigilia della loro completa rovina. E Paulu che non tornava. Dov’era Paulu? Il pensiero di Annesa lo cercava, lo seguiva, per l’immensità deserta delle tancas, attraverso i sentieri melanconici, sotto quel cielo cupo e minaccioso che anche sopra di lei, sopra la sua testa dolente, pareva pesasse come una volta di pietra.
I commensali parlavano di Niculinu il cieco.
“Dice che da qualche tempo a questa parte gli pare, in certi giorni, di veder come un barlume lontano. Fino all’età di tre anni non è stato cieco: lo è diventato dopo una grave malattia. Ultimamente è andato alla festa del Redentore, a Nuoro, e crede di riacquistare lentamente la vista. Non è vero, Niculinu?”
Il cieco per tutta risposta si fece il segno della croce.
In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, esclamò donna Rachele, segnandosi anche lei. “Dio è onnipotente e può tutto: sia sempre lodato il suo santo nome.”
E batté la mano sulla spalla di Niculinu, quasi per significargli che anche lei fino a quel momento era stata come cieca, mentre adesso cominciava a intravedere un lontano barlume di speranza. Ah sì: ella ricominciava a sperare nella bontà umana, e questa speranza era la cagione della sua gioia: avrebbe voluto avvicinarsi al lettuccio del vecchio asmatico e dire:
“Zua Decherchi, ti ringrazio, non perché ci serbi la casa e l’ultimo pezzo di terra, ma perché ti dimostri buono mentre tutti ti credevamo malvagio”.
Ma don Simone la guardava ed ella capiva che doveva tenere il segreto.
E lo tenne, ma durante il pomeriggio prodigò mille attenzioni al vecchio asmatico: egli ne indovinò la causa, e s’irritò maggiormente: e la sua irritazione inasprì quella di Annesa.
La giornata diventava sempre più cupa e triste; il tuono rumoreggiava in lontananza, dietro la montagna livida e nera. Qualche cosa di angoscioso e di tragico gravava nell’aria.
Finito il pranzo, i poveri se n’andarono, tutto rientrò nell’ordine e nel silenzio melanconico di prima. Solo, di tanto in tanto, zio Zua gemeva, e se Annesa attraversava la camera, quel gemito diventava simile a un ringhio.
Ella lavorava e taceva: rimise le stoviglie, le posate, spazzò la cucina e il cortile; poi andò alla fonte, con l’anfora sul capo, e si fermò a lungo davanti ai paracarri, guardando le lontananze della valle. Sotto il cielo grigio solcato di nuvole d’un nero terreo, la valle si sprofondava come un precipizio, le roccie sembravano pronte a rovesciarsi le une sulle altre; il bosco della montagna si confondeva con le nubi sempre più basse.
E Paulu non veniva. Annesa soffriva un terribile mal di capo; le pareva che l’anfora fosse una delle roccie che, nel suo capogiro, ella vedeva quasi muoversi e precipitare: e il tuono le risonava dentro la testa, con un rombo continuo. Stava per avviarsi di nuovo, quando vide Santus il pastore e altri tre uomini e un fanciullo avanzarsi sullo stradale. Aveva la febbre, o il fanciullo che si avvicinava, preceduto da due vecchi e seguito dal padre e da un altro paesano, era veramente il figlio smarrito di Santus? La curiosità le fece per un po’ dimenticare il suo affanno: si tolse la brocca dal capo, la depose sui paracarri e attese. Il gruppo s’avvicinava; la voce di Santus, alta e allegra, arrivava sempre più distinta nel silenzio dello stradale solitario.
“Perdio, lo conduco subito dal brigadiere: poi se vuol scappare scappi pure e vada al diavolo.”
Il fanciullo taceva, Annesa guardava; e non si stupì quando Santus gridò:
“Annesa, ohè, Annesa! Ecco qui l’uccellino scappato. Lo vedi? Guardalo bene: anche tu puoi dire che è lui?”.
“E dove sei stato, tutto questo tempo?”, ella domandò quando i paesani le furono vicini.
Il ragazzetto la fissò coi suoi occhi azzurri cattivi, ma non rispose.
Abbiamo incontrato don Paulu”, le fece sapere il pastore; “stanotte non tornerà in paese: non lo aspettate.”
Annesa, che si rimetteva sul capo la brocca vibrò tutta, e per nascondere il suo turbamento lasciò che i paesani passassero oltre. Ma le parve che Santus si voltasse e si fermasse poi ad aspettarla.
Egli deve dirmi qualche cosa” pensò raggiungendolo.
Gli altri precedevano di qualche passo.
“Dove hai veduto don Paulu?”, ella domandò sottovoce.
“Nei salti di Magudas: era diretto a quel paese. Anzi, mi diede un bigliettino per te, per darlo a don Simone, forse…”, aggiunse il pastore, ch’era un buon uomo, ma non senza malizia. E le mise in mano il biglietto che aveva destramente levato dalla borsa della cintura.
Annesa strinse nel pugno il pezzetto di carta: una brace non l’avrebbe scottata di più. Il pastore parlava, ella non sentiva. Sentiva solo il rombo dei tuoni in lontananza: e le pareva che dentro il pugno stringesse non un pezzetto di carta, ma un cuore pulsante, un’anima che urlava e spasimava. Che avveniva? Paulu non le aveva mai scritto. Perché le scriveva, adesso? Una buona o una cattiva notizia? Ella non dubitò che un istante: la notizia doveva essere triste. Ed ebbe paura di apprenderla troppo presto.
Una donnina seduta a cavalcioni su un cavallino bianco raggiunse la comitiva, e riconoscendo il figlio di Santus cominciò a dar gridi di sorpresa e di gioia.
“Eccolo, sì; è lui! Ah, come sono contenta! No, non era possibile che un abitante di Barunèi avesse ucciso il suo figliuolo: il nostro paese ne sarebbe rimasto infamato: anche nellecanzoni” dei girovaghi sarebbe stato nominato e infamato, il nostro Barunèi.”
“Sta zitta, Anna Pica”, gridò Santus. “La tua lingua sembra un coltello.”
Annesa si fermò, come s’erano fermati gli altri, ma sentiva solo il rombo del tuono, e dentro il pugno la carta fatale: null’altro esisteva per lei, gli altri si mossero; attraversarono il paese: ella li seguì, si trovò in mezzo alla folla che a poco a poco s’era radunata intorno al pastore, stette ad ascoltare, sorrise. Una fiamma improvvisa, un tuono fortissimo, alcune goccie di pioggia fecero correre la gente di qua e di là: ella si trovò quasi sola in fondo alla straducola che conduceva alla casa dei suoi benefattori, e s’avviò correndo.
Donna Rachele era andata con Rosa alla novena; solo il gemito del vecchio asmatico, quel giorno più cupo e agitato del solito, animava la casa deserta. La luce metallica dei lampi inondava ogni tanto la camera buia, l’andito silenzioso.
Annesa depose la brocca, sempre stringendo nei pugno il biglietto; poi uscì nel cortile e lesse a stento il triste messaggio: “ricordati ciò che ti dissi prima di partire…”. Un lampo terribile, un tuono fragoroso riempirono di terrore il cielo: ella credette che il fulmine fosse piombato sopra di lei, e gemette come gemeva il vecchio.
Egli non ha trovato. Egli si ucciderà. Questa volta, questa volta è davvero. Fra due, fra tre giorni, quando non ci sarà più speranza, egli morrà. È così.”
Un nuovo rombo formidabile, il bagliore azzurro d’un lampo, un altro tuono ancora, riempirono il cortile di luce e d’orrore: la pioggia scrosciò furiosa. Ella rientrò in cucina e appoggiò la fronte alla porta chiusa, pensando che se Paulu a quell’ora viaggiava, doveva bagnarsi tutto. E per alcun tempo questo pensiero l’inquietò più che la minaccia del biglietto: un tremito nervoso l’agitava tutta; le pareva di sentir la pioggia scorrerle lungo le spalle, bagnarle la schiena e tutta la persona, giù, giù, fino ai piedi.
E non poteva gridare, non poteva piangere: un nodo isterico le stringeva la gola. Fuori cresceva la furia del temporale, la pioggia batteva contro la porta, i tuoni rombavano con ira nemica. Ed ella, con la testa contro la porta, pensava a Paulu smarrito nella tristezza della sera tempestosa, percosso dall’ira cieca dell’uragano, e le pareva che anche la natura, oramai, si unisse alla sorte, agli uomini, per incrudelire contro il disgraziato. Fuori, dentro, nella casa, intorno alla casa, nella vastità dei campi e dello spazio, un esercito di forze nemiche si divertiva a perseguitare un essere solo, un uomo debole e infelice. Nessuno lo aiutava, nessuno lo difendeva: neppure la madre, che non si affannava per lui, che sorrideva perché i poveri sedevano alla sua mensa mentre il figlio suo, più povero e misero dell’ultimo dei mendicanti, errava di paese in paese, in cerca di fortuna e d’aiuto.
“Nessuno, nessuno”, gemeva Annesa, sfregando la fronte contro la porta come la pecora verminosa contro il tronco della quercia. “Nessuno, nessuno! Soltanto la serva pensa a te, Paulu Decherchi, disgraziato fanciullo. Ma che può una serva contro la padrona di tutte le creature umane, contro la sorte?”
“Annesa, demonia!”, gridò ziu Zua, che da un quarto d’ora chiamava invano. “Annesa maledetta, accendi il lume.”
Ella entrò nella camera, ma non accese il lume. Un crepuscolo torbido penetrava dalla finestra, descrivendo un cerchio di luce grigiastra che arrivava appena ai piedi del lettuccio di ziu Zua: ma di tanto in tanto il bagliore dei lampi illuminava la camera, e allora pareva che la figura del vecchio balzasse dall’ombra, e poi ripiombasse di nuovo in un luogo di tenebre e di mistero.
Annesa lo guardò a lungo con occhi allucinati: le pareva che egli fosse già morto ma urlasse e imprecasse ancora. E da quel momento fu assalita da una specie di ossessione: avvicinarsi al vecchio e strangolarlo, farlo tacere finalmente, ripiombarlo per sempre nell’abisso d’ombra dal quale egli usciva ogni tanto urlando.
Ferma sull’uscio di cucina stese alquanto le braccia, contraendo le dita: un gemito le uscì dalla bocca chiusa. Allora il vecchio credette che ella avesse paura del temporale e abbassò la voce.
“Annesa”, supplicò, “ma accendilo questo lume! Vedi che anche tu hai paura. Vedi come mi hanno lasciato solo. Chissà dove saranno! Anche Rosa è fuori: si bagneranno tutti.”
Ella ritornò in cucina e accese il lume: ricordò che Paulu aveva preso conil cappotto, e il pensiero che egli potesse coprirsi la confortò. Allora sospirò, con un senso di sollievo simile a quello che provano i bambini nel sentire che l’eroe della fiaba, sorpreso dall’uragano, ha trovato una casetta nel bosco. E rientrò col lume nella camera del vecchio.

Il temporale infuriò fino a sera inoltrata; poi d’un tratto il cielo si rasserenò; le ultime nuvole, come squarciate dall’ultimo tuono, s’aprirono, si lacerarono, scesero giù dietro la montagna. La luna grande e triste apparve sopra il bosco nel silenzio improvviso e nella melanconia della notte umida.
Donna Rachele, la bimba, i vecchi nonni, che erano rimasti in chiesa finché non aveva cominciato a spiovere, rientrarono, andarono a letto subito dopo cena.
Annesa rimase sola in cucina, dove aveva acceso il fuoco perché l’acqua inondava ancora la tettoia. Le pareva fosse d’inverno. Il chiarore del fuoco illuminava le pareti brune, tremolava sul pavimento umido, macchiato dall’impronta delle scarpe infangate di don Simone e di zio Cosimu. Ella sentiva brividi di freddo e sbadigliava nervosamente.
Dopo aver rimesso in ordine la cucina, rientrò nella camera e accese il lumino da notte che mise per terra, nell’angolo dietro l’uscio. Ed ecco che di nuovo la figura di zio Zua, assopito ma più anelante e agitato del solito, parve sprofondarsi nella penombra. In punta di piedi Annesa si avvicinò parecchie volte al letto, preparò la coperta sul canapè, ma non si coricò. Le pareva che avesse ancora qualche cosa da fare. Che cosa? Che cosa? Non sapeva, non ricordava.
Ritornò a sedersi accanto al focolare, si piegò verso la fiamma e rilesse il biglietto di Paulu: poi lo bruciò. E per lungo tempo rimase immobile, coi gomiti sulle ginocchia e il viso fra le mani, fissando gli occhi sulle brace fra le quali il foglietto, nero e attortigliato come una foglia secca, si trasformava lentamente in cenere.
Qualche cosa entro di lei si consumava così. La coscienza e la ragione l’abbandonavano: un velo scendeva intorno a lei, la separava dalla realtà, la circondava d’ombra e di terrore. Ella non ricordò mai quanto tempo stette così, piegata su se stessa, in uno stato di incoscienza. Sognava e lottava per svegliarsi, ma l’incubo era più forte di lei. Ci fu un momento in cui ella si alzò e s’avvicinò all’uscio della camera: il vecchio dormiva; intorno alla tavola sedevano ancora i sei poveri, e non mangiavano, non parlavano ma la fissavano con occhi melanconici. Specialmente Niculinu, il cieco, la guardava fisso, coi suoi grandi occhi biancastri dalle grosse palpebre livide.
Ella tornò al suo posto e chiuse gli occhi: ma non cessò di vedere gli occhi lattiginosi e le palpebre gonfie del cieco. Più infelice di lui che diceva di ricordare la luce e i colori come un sogno lontano della sua infanzia, ella non ricordava nulla dei suoi primi anni: non una voce saliva per lei dalla profondità oscura della sua origine, non una figura si disegnava nel suo passato.
Io non ho padre, né madre, né parenti,” pensava nel suo delirio. “I miei benefattori sono stati i miei nemici. Nessuno piangerà per me. Io non ho che lui, come lui non ha che me. Siamo due ciechi che ci sosteniamo a vicenda: ma egli è più forte di me, e se io cadrò egli non cadrà.”
E le sembrava che realmente ella e Paulu fossero ciechi, ella aveva gli occhi bianchi e le palpebre pesanti come quelle di Niculinu; e davanti a sé non vedeva che una muraglia rossa e infocata il cui riverbero la bruciava tutta. Rumori misteriosi le risonavano dentro le orecchie; credeva di sentire ancora la pioggia scrosciare contro la porta, e il tuono riempire la notte d’un fracasso spaventevole: l’uragano assediava la casa, la prendeva d’assalto, come una torma di grassatori, e voleva devastarla.
Poi una figura uscì dalla camera del vecchio, strisciò lungo la parete, sedette accanto al focolare. Ella non poteva volgersi, ma sentiva il fantasma al suo fianco: sul principio le parve il cieco, poi d’un tratto si sentì sfiorare la mano da una mano dura e calda che le sembrò quella di Gantine. La mano salì fino al viso di lei, glielo carezzò; le prese il mento, le strinse la gola… Davanti a lei balzò una figura gialla, con due occhi ardenti e una lunga barba grigia fra i cui peli umidi s’apriva una bocca nera e contorta. Era zio Zua. Egli la strangolava.
Ella si svegliò, piena di terrore, e rimase lungo tempo immobile, vinta da uno spavento indicibile. Finalmente poté alzarsi e andò ancora a spiare dietro l’uscio. Le figure dei sei poveri erano sparite: il vecchio dormiva, con le spalle e la testa abbandonate sui guanciali, e le mani sul lenzuolo. Il suo affanno s’era calmato: egli stava così immobile e quieto che pareva morto. Sola cosa viva, in quella camera sepolcrale, era la fiammella nel lumino che pareva si fosse nascosta da sé dietro l’uscio.
Annesa entrò, s’avvicinò al letto, guardò il vecchio. Un momento, un po’ di forza, un po’ di coraggio e tutto era finito.
Ma la forza e il coraggio le mancarono: provò un senso di gelo, un tremito convulso, e le sue dita si contrassero. No, non poteva, non poteva.
Ritornò in cucina, aprì la porta e uscì nel cortile. Allora si accorse con meraviglia che l’uragano era cessato: la luna saliva limpida sul cielo azzurro chiaro come un cristallo; i vetri delle finestre, il lastrico del cortile, le tegole della tettoia avevano un riflesso d’argento. E nel silenzio profondo non si sentiva più neppure il canto dei grilli, né quello dell’usignuolo che ogni notte veniva nel bosco in fondo all’orto.
La furia dell’uragano aveva spento anche la loro voce. E pareva che gli abitanti del villaggio, nero ed umido sotto la luna, fossero tutti scomparsi come i loro leggendari vicini del paese distrutto. Ma questo silenzio, questa morte di tutte le cose, invece di calmare Annesa la eccitarono ancora. Nessuno poteva spiarla, nessuno poteva vedere ciò che ella faceva. Il mondo esterno coi suoi ammonimenti e i suoi pericoli non esisteva più per lei: e nel suo mondo interno, tutto era di nuovo tenebre. L’ossessione la riprese, la ripiombò in uno stato di semi-incoscienza febbrile; ella però lottò ancora contro il cieco impulso che la guidava. Rientrò nella camera, uscì di nuovo nel cortile: andava e veniva come una spola, tessendo una trama spaventevole.
A lungo l’istinto della conservazione fu più forte della sua manìa, infine parve salvarla. Chiuse la porta, spense la candela, sedette sull’orlo del canapè e si piegò per levarsi le scarpe. Ma il vecchio sospirò e s’agitò, ed ella rimase un istante curva, ascoltando; poi si sollevò lentamente. Era meglio non spogliarsi, gli accessi d’asma, che da qualche notte tormentavano il vecchio, potevano da un momento all’altro ricominciare. Poiché bisognava alzarsi per curarlo, era meglio coricarsi vestita.
Ella si corica dunque, e si tira la coperta fin sul viso. Un brivido di freddo la scuote dai piedi alla testa, l’orribile verità le ritorna in cuore.
Ella si è coricata vestita, non per esser pronta ad aiutare il vecchio, ma per aiutare la morte, se l’accesso ritorna: un piccolo sforzo, una mano sulla bocca del malato, il calmante rovesciato sul tavolino, e tutto sarà finito.
Il suo cuore batteva convulso; ella cercava di respingere ancora la tentazione diabolica e tuttavia aspettava. E sentiva che la sua attesa era simile all’attesa del sicario dietro le macchie.
Rivedeva la figura del vecchio come le era apparsa la notte prima, durante l’accesso: egli sembrava agonizzante, stralunava gli occhi e apriva la bocca avida d’aria.
“Basta forse ch’io non lo aiuti a sollevarsi; basta che io non gli dia il calmante. Egli deve morire stanotte; altrimenti muore l’altro. Bisogna che Paulu domani sappia che il vecchio è morto. È tempo. È tempo.”
Il suo desiderio era così forte che le pareva impossibile non dovesse avverarsi. Poiché il vecchio doveva morire, doveva morire subito. Fra venti, fra dieci, fra due giorni sarebbe stato troppo tardi: la notizia della sua morte doveva raggiungere Paulu al più presto possibile. O l’uno o l’altro.
Le pareva che il destino della disgraziata famiglia stesse in mani sue: nel suo delirio arrivava a dirsi che avrebbe commesso un più grave delitto di quello meditato, se non riusciva a impedire la morte di Paulu, la rovina ultima dei suoi benefattori. O l’uno o l’altro; o l’uno o gli altri.
Di tratto in tratto risonava nella straducola qualche passo di cavallo stanco; poi il silenzio regnava più intenso.
L’ora passava. La stanchezza, la febbre, l’insonnia ricominciarono a far delirare Annesa; le figure dei sei poveri ripresero il loro posto intorno alla tavola: gli occhi bianchi e gravi del cieco fissavano il lettuccio del vecchio asmatico, la testa enorme di Rosa cominciò a oscillare sull’esile collo della bimba, dal quale pareva volesse staccarsi; donna Rachele s’avanzava con un vassoio in mano, e rideva, come da anni ed anni la febbricitante non l’aveva veduta più ridere; e questa letizia insolita, da vecchia improvvisamente impazzita, esasperava Annesa. Nel suo sogno febbrile ella guardava il vecchio e pensava:
Con tutta questa gente, anche se l’accesso ritorna, come posso fare io? Tutti mi guardano; anche Niculinu vede. Non se ne vanno dunque?”.
Non se n’andavano perché infuriava ancora il temporale; i tuoni scuotevano tutta la casa, un filo d’acqua penetrava dal soffitto e cadeva sulle spalle di Annesa, dandole un raccapriccio nervoso; ed ella aspettava sempre, e nel sogno delirante la sua attesa diventava un’attesa misteriosa, piena di terrore e d’angoscia. Chi doveva arrivare? Che cosa doveva succedere? Ella lo ricordava benissimo: sapeva che doveva arrivare la Morte e che ella doveva aiutarla come la serva aiuta la padrona; ma oltre a questo ella aspettava altri fantasmi più terribili ancora, e indovinava che altre cose più orrende dovevano accadere. E un dolore che superava tutti i dolori sofferti, più grave dell’umiliazione del suo stato, e della finzione con la quale ella s’era sempre mascherata, più intenso della sua pietà per la famiglia che l’aveva beneficata, e della paura che Paulu morisse di mala morte, le lacerava l’anima sommersa nella tenebra del male. Era un dolore senza nome; l’angoscia del naufrago che scende nell’abisso molle e amaro del mare e ricorda i dolori della vita belli e piacevoli in paragone al mostruoso dolore della morte.

Un altro passo di cavallo nella straducola!
Ella si scosse dal suo assopimento, si levò la coperta dal viso e ascoltò. Signore, Signore, era mai possibile? Il passo risonava forte e tranquillo, s’avvicinava, sembrava il passo del cavallo di Paulu.
Ella si gettò dal canapè trascinandosi dietro la coperta, e s’avventò contro l’uscio come una pazza; ma il cavallo passò oltre. Il vecchio si svegliò di soprassalto; vide la coperta buttata per terra in mezzo alla camera, vide Annesa vestita e si spaventò:
“Annesa?”, chiamò sottovoce; poi gridò: “Annesa? Anna, che c’è?”.
Quel grido la richiamò alla realtà: ella ricordò subito ogni cosa, e sentì il bisogno di scusarsi col vecchio.
“Credevo fosse don Paulu”, disse con voce rauca, assonnata, “nella speranza che tornasse non mi sono spogliata. Volete qualche cosa?”
S’avvicinò al lettuccio, e fu ripresa dalla tentazione, dall’ansia, dal terrore; ma le parve che il vecchio, nella penombra, indovinasse i pensieri di lei e vegliasse.
“Dammi un po’ d’acqua.”
Ella prese il bicchiere che stava sopra una sedia, e glielo porse: la sua mano tremava.
“Sognavo. Mi pareva m’avessero portata via la medaglia: eccola qui”, disse zio Zua con la sua voce tremula e ansante, cercando e traendo fuori dal petto la medaglia.
“Proprio! ora vi portano via anche quella porcheria”, rispose Annesa con dispetto. “Proprio; ora vengono i grassatori per portarvela via.”
Il vecchio alzò la testa,
“Ohè, bada a quel che dici, ragazza! Se non portano via la mia medaglia, porteranno via gli stracci dei tuoi padroni.”
Io non ho padroni! Dormite, dormite, che farete bene. Neppure la notte lasciate in pace la gente.”
“Non hai padroni? Ah, è vero, domani sarete tutti servi”, riprese il vecchio, sempre più irritato. “Servi, sì, servi! Anche il tuo bel giramondo, se vorrà vivere, andrà col badile e la zappa sulla spalla.”
Non era la prima, né la millesima volta che egli, d’altronde provocato, le rinfacciava la miseria dei “suoi padroni”. Entrambi sapevano dove meglio colpirsi a vicenda e non esitavano a farlo.
Istintivamente ella si scostò dal letto, ripresa da un tremito convulso; raccattò la coperta, sedette sul canapè e sbadigliò. Il vecchio continuava a borbottare.
“Ah, non vi lascio in pace neppure la notte? Malanno che vi colga, anche quello mi rinfacciate? Chi ti cercava, vipera? Sei tu che mi hai svegliato, e faresti davvero meglio a spogliarti e andare a letto. Il tuo giramondo non tornerà, sta pur sicura, non tornerà. È inutile che tu lo aspetti, sai, bella; egli a quest’ora non pensa a te.”
Ella cessò di sbadigliare e di tremare.
“Cosa? Cosa? Cosa dite?”
Nulla. Dicevo che la medaglia possono portarmela via, anche la medaglia, ma gli occhi no, ma le orecchie no.”
“Continuate!”, ella disse, minacciosa.
“Niente, ho finito. Va a letto, ti dico, e non prendertela con me se il giramondo non torna. Ti ho detto che non pensa a te, stanotte.”
Era troppo. Un velo coprì gli occhi di Annesa; incosciente ella si alzò, trascinandosi dietro la coperta che di nuovo abbandonò in mezzo alla camera; si precipitò contro il vecchio, gli si gettò addosso, gli mise le mani intorno al collo. Una specie di rantolo le usciva dalla bocca spalancata; tutto era tenebre e fragore intorno a lei, ma il vecchio ebbe la forza di strapparsi dal collo le mani che volevano soffocarlo, e cominciò a gridare:
“Aiuto! Aiuto!”.
Ella non tentò di fargli oltre del male, ma gli disse a voce alta:
“Se non state zitto vi strangolo davvero. Provate un po’ a gridare ancora, provate un po’!”.
Egli ebbe paura e non osò più gridare, ma si portò le mani al collo, con un istintivo moto di difesa, e chinò la testa, curvò le spalle, e tremò tutto, vinto da un terrore infantile. La sua barba sfiorava la coperta, sotto la quale le sue vecchie membra si agitavano tutte.
La disgraziata non vedeva più nulla; solo capiva che il vecchio aveva paura di lei; ed anche lei, adesso, aveva paura di lui.
“Domani egli mi denunzierà”, pensava, fissandolo con gli occhi non più umani. “Sono perduta. Mi denunzierà, e si farà portar via di qui, e tutto sarà finito. Ch’io sia perduta non importa”, pensò poi, con disperazione, “ma gli altri no, gli altri no.”
E un martello inesorabile picchiava e picchiava alle sue tempia, come ad una porta che bisognava sfondare.
“O lui o gli altri. O lui o gli altri.”
Ma ella non poteva: non poteva. Le sue mani si rifiutavano all’opera orrenda. Tentò di placare il vecchio; gli si piegò sopra, gli parlò con frasi sconnesse; ma la sua voce era rauca, minacciosa, e pareva venir di lontano, da un mondo tenebroso popolato di esseri mostruosi, di demoni, di bestie parlanti.
Forse il vecchio, ripiegato su se stesso, come curvo sul confine della vita e già partecipe ai misteri dell’eternità, sentiva che quella voce non era più una voce umana: forse non la sentiva neppure, e non dava ascolto che alla voce del suo terrore. Per quanto Annesa parlasse, egli non si moveva, con le mani sempre intorno al collo e il viso sul lenzuolo.
Ella si stancò: si sollevò a andò a raccattare nuovamente la coperta. Un urlo risoper la camera.
“Aiuto! Aiuto!”
Allora ella perdette l’ultimo barlume di ragione. D’un balzo gli fu sopra; gli gettò la coperta sul capo, lo premette con tutto il peso della sua persona.
Un gemito sordo, un agitarsi disperato di membra sotto la coperta: poi, lentamente, il gemito s’affievolì, parve venire da una lontananza buia, dalla profondità d’un abisso; e sotto il suo petto convulso, fra le sue braccia contratte, Annesa non sentì che qualche sussulto, un lieve movimento, più nulla.
Quanto tempo era passato? A lei parve fossero trascorsi appena due o tre minuti, e si meravigliò della poca resistenza della vittima. Nel dubbio che il vecchio fingesse ancora, gli premette il viso con le mani, gli spinse la testa contro il cuscino.
Altri minuti passarono. Ella riacquistava gradatamente un po’ di coscienza: si accorgeva di quello che faceva, e aveva paura di venir sorpresa. Qualcuno poteva aver sentito i gridi della vittima: da un momento all’altro zio Cosimu o don Simone o donna Rachele potevano apparire sull’uscio e domandarle che cosa accadeva.
Ella ascoltava e ogni tanto volgeva il viso spaurito, guardando verso l’uscio. Ma il silenzio della morte regnava oramai nella camera: gli oggetti restavano immobili nella penombra, e solo il lumicino continuava ad ardere ed a spiare, quieto nel suo angolo, come un testimone che vuol vedere senza esser veduto. D’un tratto ella provò un terrore misterioso; le parve che le cose intorno, mascherate di penombra, avessero paura di lei; ed era invece lei che aveva paura di loro: se un mobile avesse in quel momento scricchiolato ella sarebbe fuggita, urlando.
Finalmente si mosse: stette alcuni momenti in piedi, davanti alla vittima, senza osare di scoprirla; poi sentì un rumore che le sembrò venisse dalle stanze superiori, e corse e chiuse a chiave l’uscio. Ma subito lo riaprì e uscì nell’andito.
Che fare? Per un momento pensò che doveva gridare, chiedere aiuto, dire che il vecchio moriva. Salì il primo rampante della scala, fino all’uscio di donna Rachele, ma mentre stava per picchiare, ricordò di aver lasciato la coperta sopra la vittima, e di nuovo le ritornò in mente il dubbio che il vecchio non fosse morto.
Ridiscese, ma non poté levare subito la coperta; ella aveva paura di vedere il viso della vittima. Qualche cosa però bisognava fare; chiamare, fingere, dire che il vecchio era morto in seguito ad un accesso.
“Dio mio, Dio mio”, mormorò, lisciandosi due volte i capelli con ambe le mani.
E andò a sedersi sul canapè. Il cuore non le batteva più. Ma si sentiva stanca, così che le pareva di non poter più alzarsi e camminare; e avrebbe voluto coricarsi e dormire, poiché tutto era finito, e oramai non le restava che dormire, dormire profondamente.
“Dirò che è morto mentre dormivo. Perché devo svegliarli? C’è tempo… c’è tempo… ”
Piegò la testa, chiuse gli occhi: e subito vide il viso del vecchio girare vertiginosamente intorno a lei. Ma subito un passo risonel silenzio della notte chiara, sui ciottoli umidi della straducola. Ella provò un nuovo terrore, poiché le parve di riconoscere il passo di Paulu.
Il passo s’avvicinava. Ella balzò in piedi, prese il lume, si curvò sulla lampadina per riaccenderlo e stette ad ascoltare, con crescente terrore. Paulu non poteva essere: in tutti i modi egli sarebbe ritornato a cavallo. Eppure quel passo un po’ indolente sembrava il suo.
La fiammella della lampadina s’allungò, s’indugiò intorno al lucignolo del lume, parve comunicargli un segreto, poi si rimpicciolì, si fece ancor più quieta e timida. E la nuova luce si sparse, giallognola e triste, cercò ogni angolo della camera lugubre, illuminò il mucchio immobile che sorgeva sul letto. Anche la mente di Annesa parve rischiararsi: ella capì ciò che aveva fatto, ed ebbe paura di se stessa.
Ho ucciso un uomo, io, Annesa, ho ucciso: Dio mio, che ho fatto?”
A misura che il passo s’avvicinava, ella sentiva crescere la sua paura: paura che il vecchio, non ancora morto, dovesse muoversi ed emergere dalla coperta giallastra come da un mucchio di terra; paura del passo che s’avvicinava, paura di muoversi, paura di star lì ferma, vicino alla fiammella della lampadina che pareva la guardasse come un occhio vivo.
Ed ecco, il passo cessò; qualcuno batté alla porta. Neppure per un istante ella dubitò. Chi picchiava era Paulu.

VI.

Ella uscì nell’andito, ma non aprì subito.
“Annesa, apri, sono io”, disse Paulu, battendo di nuovo alla porta.
Ella chiuse l’uscio, ma poi per timore che Paulu volesse attraversare la camera per andare in cucina, rientrò, s’avvicinò al letto, sollevò la coperta.
Il vecchio con la testa abbandonata sui cuscini, stringeva i pugni, e teneva gli occhi aperti, la bocca spalancata: il suo viso era rosso, d’un rossore lividognolo, e pareva ridesse sguaiatamente. Ella non dimenticò mai quel viso colorito, quella bocca aperta che lasciava scorgere quattro denti corrosi, quegli occhi che riflettevano la fiammella del lume che ella teneva in mano, e parevano vivi, beffardi, ridenti.
Paulu picchiò ancora.
Ella distese la coperta sul letto, coprì il vecchio fino al collo, poi uscì e dopo aver deposto il lume sulla scala aprì.
“Annesa, che fai?”, domandò Paulu.
“Mi vestivo. Come, sei tu, Paulu? E il cavallo?”
Egli entrò, avvolto nel lungo cappotto bagnato, con una piccola bisaccia in mano: era pallido, ma sorrideva, e i suoi occhi scintillavano. E Annesa, dopo averlo sognato agonizzante, sentì un’angoscia mortale nel vederlo così insolitamente sereno.
Egli disse scherzando:
Il cavallo l’ho venduto”. Poi aggiunse, serio: “Non mi hai sentito passare, poco fa? Ho pensato che il temporale avesse inondato la tettoia: ho lasciato il cavallo da zio Castigu, perché domani lo conduca al pascolo”.
Non era la prima volta che questo avveniva, ma ella se ne meravigliò come d’un fatto straordinario. Paulu si tolse il cappotto: ella si affrettò a levarglielo di mano e ricordò la sua preoccupazione durante il temporale.
Il cuore mi diceva che eri in viaggio”, disse sottovoce, poiché le sembrava che il vecchio sentisse ancora. “Ma non ti aspettavamo. Ho ricevuto il biglietto. Che spavento! Ho avuto la febbre.”
Lo vedo che tremi”, mormorò Paulu. “Sai, invece ho trovato i denari. Aspettami un momento. Vado su e scendo subito.”
Ella fece un rapido movimento verso di lui, lo guardò con gli occhi spalancati: egli l’abbracciò, la strinse a sé, la baciò sulle labbra.
“Sì, ho trovato; ho trovato. Aspettami.”
La lasciò, prese il lume e salì alle stanze superiori. Ella non sentì la stretta, non sentì il bacio, non capì che due sole cose, orribili, orribili. Egli aveva trovato i denari, egli era passato prima che ella commettesse il delitto e non aveva picchiato alla porta. Sedette sul gradino della scala al buio, col cappotto grave e umido sulle ginocchia, e le parve che un peso enorme la schiacciasse. Egli era passato e non l’aveva avvertita: egli era salvo ed ella era perduta.
Ma la stessa disperazione le diede un impeto di forza: si ribellò al dolore, al rimorso, alla paura, a tutte le cose terribili che l’avvolgevano e la soffocavano come la coperta aveva soffocato il vecchio. S’alzò, lasciò cadere il cappotto, attraversò l’andito e aprì la porta che dava sull’orto. Vide lo sfondo lunare del cielo argenteo sopra il bosco nero, e respirò.
Ho fatto tutto per lui”, pensò, intrecciando con moto convulso le mani. “Ero cieca, non vedevo, non sentivo. Ed egli è passato e non mi ha avvertito! Egli mi ha scritto che voleva morire e invece sperava ancora. Mi ha ingannato… mi ha ingannato…”
Paulu la sorprese sul limitare della porta spalancata. e pensò che ella avesse aperto per uscire con lui nell’orto, come di solito facevano. La prese quindi per la vita e la trascinò con sé. Il terreno era umido, la notte fresca: l’acqua del fossatello in fondo all’orto, ingrossata dall’acquazzone, brillava alla luna; dal bosco veniva un odore di erba e di terra bagnata: Annesa non si accorgeva di nulla, ma Paulu, nonostante la stanchezza del viaggio, provava una eccitazione febbrile, sentiva la dolcezza della notte, voleva partecipare la sua gioia all’amante. Gli pareva giusto, dovendo farsi perdonare da lei qualche torto. Non s’avanzarono fino al bosco troppo umido, quella notte: rasentarono la casa, e si fermarono vicino alla porticina del cortile.
Ti sarai spaventata”, egli disse, tenendola sempre stretta a sé. “Mi sono tanto pentito di quel biglietto: ero disperato. Ti racconterò tutto, adesso: ti sei spaventata, vero?”
Annesa non rispose: pareva indispettita.
“Ebbene, perdonami. Sta allegra; senti che cosa mi è capitato.”
Sarà meglio che chiuda la porta di casa e faccia il giro per aprire qui: staremo meglio nel cortile. È tardi, è tanto tardi”, ella mormorò cercando di liberarsi dalla stretta di lui.
“Aspetta un po’, Annesa. Non mi hai dato ancora un bacio.”
Egli la baciò con più ardore del solito: pareva che avesse corso qualche pericolo, che avesse temuto di non rivederla più, e rivedendola sentisse di amarla più di quanto credeva.
Ella scottava, tremava, ma non per i baci di lui: vedeva sempre davanti ail viso colorito e il sorriso macabro del vecchio, e temeva e sperava ch’egli potesse tornare in vita.
“Chiamando il medico, forse…”, pensava.
“Annesa, che hai? La febbre?”, prosegui Paulu. “Adesso andrai a letto, aspetta; solo volevo dirti che cosa mi è capitato, dopo che ho scritto il biglietto. Son ritornato nel paese di don Peu; egli mi aveva fatto conoscere la vedova di un brigadiere, una certa Zana che presta danari a interesse. La prima volta ella mi aveva detto di no: spinto dalla disperazione torno da questa vedova, e le dico…”
Egli mentiva e sentiva di mentire male, ma Annesa non se ne accorgeva. La storia da lui raccontata la interessava fino ad un certo punto: oramai ben altre cose le passavano per la mente. Eppure provava un certo dispetto contro la vedova che, al dire di Paulu, s’era lasciata commuovere e gli aveva prestato lì per lì seicento scudi all’interesse del dieci per cento.
È giovane, o vecchia?”, domandò.
“Chi lo sa? Sembra giovane, ma a guardarla bene… Infine”, si corresse subito Paulu, “questo non importa, ciò che importa è che ha dato i denari.”
“Lasciami: vado e chiudo”, supplicò Annesa, spaventata. “Mi è parso di sentire un rumore. Donna Rachele può essersi svegliata. Hai fatto tanto chiasso.”
“Dormivano tutti, sta tranquilla.”
“Lasciami andare, Paulu. Ho paura. Se ci trovano nel cortile poco male: fingiamo di prendere legna per accendere il fuoco e asciugare il tuo cappotto. Ma qui… è tardi.”
Egli la lasciò: ella corse, leggera e silenziosa, rientrò, chiuse. Paulu aveva lasciato il lume nell’andito: ella lo prese, entrò nella camera, in punta di piedi, e s’avvicinò al lettuccio, attratta da una misteriosa suggestione.
Il vecchio era sempre là, immobile e livido sotto la coperta. E rideva ancora, col suo riso spaventoso, con la testa abbandonata sul cuscino, e i quattro denti neri nel lividore della bocca aperta. Ella lo guardava e non le pareva possibile che egli fosse morto: e avrebbe voluto scuoterlo, chiamarlo, ma aveva paura. Sempre in punta di piedi tornò in cucina, riaprì le porte, si ritrovò con Paulu, che le domandò sottovoce:
“Non s’è svegliato?”.
“No, no”, ella rispose, “dorme: non s’è neppure svegliato quando hai suonato. Ha avuto un accesso d’asma, poi s’è addormentato; pare morto. Ho paura.”
Lo fosse almeno!”, egli disse con indifferenza. “Del resto non abbiamo più bisogno di lui. Cioè, se morisse mi farebbe piacere, così non starei in debito verso una donna come la vedova del brigadiere.”
Ella avrebbe voluto insistere, pregarlo di andare in cerca del medico; ma aveva paura si scoprisse la terribile verità: anche Paulu cambiò subito discorso; entrambi avevano qualche cosa da nascondersi, e preoccupati di questo non si accorgevano della menzogna reciproca. Ella però capiva che doveva mostrarsi più allegra, e finger meglio.
Sono contenta che tu abbia trovato”, disse con voce tremante. “Adesso non ripartirai presto, spero. Il tuo biglietto mi ha tanto spaventato, sai: credevo che tu volessi morire.”
“Non parliamone più. Sono qui, e spero infatti di non ripartire presto. Ho pensa