I muri dell’odio

di Tania Careddu

Dalla caduta del muro più famoso d’Europa – quello di Berlino, nel 1989 – il numero delle barriere costruite dagli uomini per separarsi da altri esseri umani è aumentato esponenzialmente. Se all’inizio degli anni novanta se ne contavano quindici a carattere repressivo-difensivo, a oggi la lista ne annovera oltre sessanta che interessano sessantasette Stati. Dal duemila, poi, il boom delle fortificazioni è esploso con la costruzione di circa dieci chilometri di filo spinato e cemento. Dodici in Africa, due in America – uno fra Stati Uniti e Messico e uno fra quest’ultimo e il Guatemala – trentasei in Asia e Medio Oriente e sedici in Europa.

Si potrebbe ipotizzare che il loro erigersi sia dovuto alla paura di una sicurezza incerta, messa in crisi dalla globalizzazione ma, essendo alcuni costruiti anche molto recentemente (nel 2015), la causa più verosimile è rintracciabile nella (controversa) gestione dei migranti, prova ne siano le conseguenze della riapertura della rotta balcanica. Il muro dell’Evros tra Grecia e Turchia, quello tra Bulgaria e Turchia e quello tra l’Ungheria e la Serbia, lungo centosettantacinque chilometri, sono tre esempi concreti del contenimento dei flussi migratori dal Medioriente all’Europa centrale.

E con l’innalzamento delle barriere è cresciuto anche il fenomeno degli investimenti per il controllo delle frontiere, destinando i fondi europei, deputati alla salvaguardia delle vite, alla militarizzazione dei confini. Piatto ricco per le aziende militari, tecnologiche e della sicurezza – da Airbus a Finmeccanica – secondo quanto si legge nel dossier All’ombra del muro, redatto dalla Caritas : il bilancio di Frontex, l’agenzia europea per il controllo dei confini esterni, è lievitato fino ad arrivare ai 281 milioni di euro previsti per il 2017 contro i 97 del 2014, per esempio.

E fra i muri ci sono quelli che non sono sorti all’improvviso. Sono stati costruiti, mattone dopo mattone, da scontri e paure che si sono cementati nel tempo: da Cipro all’Irlanda del Nord fino alla barriera tra Israele e Palestina. Quest’ultimo è un muro in divenire: si allunga e si fortifica all’intensificarsi delle ostilità fra i due popoli. Cominciato nel duemiladue è il segno tangibile di un’occupazione militare che dura da cinquant’anni: un corridoio lungo più di settecento chilometri, largo tra i trentacinque e i cento metri e alto otto, costituito da recinzioni, telecamere di sicurezza, torrette di guardia, fossati e filo spinato che, per l’85 per cento della sua lunghezza, ricade nel territorio palestinese. Cemento armato, reticolati e mine antiuomo isolano la nazione di Israele sia all’interno con Libano, Siria e Giordania, sia all’interno ribadendo gli eterni conflitti della terra di Canaan.

Quello sulla contesa isola di Cipro – tagliata in due dalla ‘linea verde’, zona cuscinetto controllata dai caschi blu, che separa la Repubblica greca di Cipro da quella turca – è la triste eredità dello scontro tra cristiani e musulmani risalente all’epoca ottomana. Eretta dalla plurisecolare guerra civile, originata dalla motivazione religiosa e alimentata, per otto secoli, da fattori sociali, economici ed etnico-nazionali, la barriera Peace-Line divide la Belfast cattolica da quella protestante. Altro che globalizzazione: religione e razzismo sono le colonne portanti dei mastodontici muri materiali.

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