Ida Baccini – Per un chicco di grano

La mamma prese Lello sulle ginocchia e si mise a guardare i campi a traverso i vetri della finestra. Era un tempaccio triste, noioso, buzzone: un vero tempo d’autunno. Sugli alberi non c’era rimasta che qualche foglia ingiallita, che penzolava dal ramo; i lieti canti degli uccellini erano cessati, e già sulle lontane alture di S. Francesco e di Vallombrosa biancheggiava la neve.
La mamma, col viso appoggiato contro i cristalli pensava; il bambino, invece, seguiva collo sguardo un contadino, che seguito da un paio di bovi, andava e veniva per le viottole.
Per qualche tempo stette zitto, pago di osservare: poi, incuriosito, chiese alla mamma:
– Mi sapresti dire che cosa fa quell’uomo?
– Quell’uomo, figliuolo mio, mette a profitto la forza dei suoi bovi, i quali, come vedi, si tirano dietro l’aratro, per arare la terra e disporla alla sementa del grano. Sai già che l’aratro è lo strumento più importante dell’agricoltura e serve a tracciare nel terreno i solchi profondi che dovranno accogliere il nuovo seme.

– Non so capacitarmi, disse Lello, come i chicchi di grano seminati dal contadino, possano diventar pane. Eppure c’è scritto in tutti i libri.
– È certo, rispose la mamma ridendo, che noi non vedremo spuntar dal terreno, dei semelli o dei filoncini di pan salato. A queste trasformazioni ci pensa il fornaio.
– Oh, il fornaio come fa a ridurre i chicchi in pane?
– Quando li riceve il fornaio, sono già stati ridotti in farina dal mugnaio, che li ha macinati al mulino.
– Ora comincio a intendere. Ma vorrei che tu mi spiegassi come ha fatto il contadino a raccoglierli.
– Te lo dico in poche parole. Il contadino semina i chicchi e li rincalza colla vanga, affinchè stieno al coperto e possano germogliare. Infatti, dopo un mese della sementa, si vedono spuntare dei piccoli fusticini d’un verde tenero, i quali vanno via via crescendo fino a produrre delle spighe, ognuna delle quali contiene una ventina di chicchi; queste spighe, nascoste ancora nei loro steli, crescono gradatamente, maturano al sole, e, verso giugno, prendono quel bel giallo che le fa parer d’oro. Allora il contadino procede alla segatura: lega il grano in tanti fasci o covoni, lo trasporta nell’aia, e lo batte fortemente con lunghe canne, per separar la paglia ossia i gusci, dai chicchi, i quali vengono riposti nelle sacca o portati al mulino.
Il grano non serve solamente alla fabbricazione del pane, ma anche a quella delle paste, con le quali si fanno le minestre: ci dà, inoltre, l’amido con cui insaldiamo la biancheria, la crusca, la paglia per molti usi, tra a quali va ricordata la fabbricazione dei cappelli.
– Una volta, quand’ero malato, mi facesti un decotto d’orzo. La maestra mi disse che anche quello era una specie di grano.
– È verissimo. L’orzo è una biada molto utile e serve alla fabbricazione della birra: in alcuni paesi montuosi lo impastano insieme alla farina per farne pane, e chi lo ha assaggiato assicura che è assai buono.
Tra i grani non bisogna dimenticare il formentone o grano turco, che ci procura quell’ottima farina gialla, colla quale facciamo polente, gnocchi, covaccini e dolci. In molti paesi dove non c’è grano, se ne servono anche per fare il pane: ma non riesce salubre e buono come quello che mangiamo noi.
Il fusto del formentone è molto alto; e fra le sue giunture escono le pannocchie, le cui foglie servono a riempire i sacconi.
La vena che si dà ai cavalli, il miglio, il panico e il riso appartengono anch’essi alla specie dei grani: ma la coltivazione del riso richiede terreni bassi, irrigati, paludosi, che vengono chiamati appunto risaie.
Non è quindi sano l’abitare in prossimità delle risaie e noi dobbiamo esser riconoscenti ai poveri coltivatori, i quali, astretti dal bisogno, vi menano una vita breve e travagliata.
A questo punto Lello annodò le braccia intorno al collo della mamma e nascose la testa nel seno di lei.
– Che cos’hai? chiese questa maravigliata. Ti senti male?
– Oh mamma! rispose il bambino, lo conosci Geppone, il figliuolo del lattaio?
– Sicuro che lo conosco! Ebbene?
– Stamani, nell’andare a scuola, l’ho incontrato, e siccome non m’ha voluto far montare sul baroccino dove ci aveva le fiasche del latte, l’ho trattato di contadinaccio e di villano!
– E lui che cosa ti ha risposto?
– Lui! Nulla. Ha seguitato la sua strada, a capo basso, senza neanche voltarsi indietro.
– Forse piangeva, osservò la mamma.
E senz’aggiungere una sola parola uscì dalla stanza.

Lello rimase male, male di molto. Avrebbe preso che la mamma lo avesse gridato, magari picchiato. Quel silenzio doloroso gli fu più amaro d’ogni rimprovero.
Si pose di nuovo a guardare i campi a traverso i vetri della finestra e pensava: Se io non rivedessi più il povero Geppone e non potessi perciò chiedergli perdono, come farei a campare con questo struggimento?

1. Che cos’è l’aratro?
2. Raccontatemi la storia d’un pezzetto di pane.
3. Il grano serve solamente alla fabbricazione del pane?
4. Accennatemi altre specie di grani.
5. Perchè Lello aveva dei rimorsi?