Ida Baccini – Primi freddi

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Ecco quel che mi raccontò la povera Luisa:
– Quel giorno mi tornò da scuola col visino spaurito e le mani paonazze. Gli domandai se gli faceva freddo e se strada facendo aveva sentito il bisogno d’un vestito più grave. “Ti pare? mi rispose. Siamo ancora in ottobre e se mi rinfagotto ora, che farò questo gennaio? Eppoi senti, sono caldo.”
Era vero. Aveva il petto e le mani calde. D’altra parte, non poteva patire: fino dai primi del mese, gli avevo messo la camiciuola a due petti, i calzoncini gravi e la giacchetta foderata di peloncino. Non gli mancava che un capo solo, il paletôt: ma quello non ce l’avevo. Glie l’avrei comprato alla fine di novembre, quando riscotevo, que’ po’ di soldi della pensione. Un mese, po’ poi, passa presto e quando una creatura è ben coperta di sotto….
Tutte queste cose le pensavo fra me, mentre lo aiutavo a scioglier le tavolette dei libri; ma sentivo che se nell’armadio ci fosse stato il paltoncino, sarei stata una donna molto contenta.
La notte non potei pigliar sonno. Udivo il tramontano che sbatacchiava le persiane delle case accanto e mi veniva subito in mente Gigino, che il giorno dopo sarebbe andato a scuola in bella vita. Ottobre o non ottobre, il freddo era venuto.
Avrei potuto tenerlo in casa: ma se il bambino mi disimparava le cose studiate? Io non ero in grado di fargli neanche la ripetizione, io, povera ignorante. Fino ad accorgermi se lo scritto era bello o brutto, e se i numeri tornavano, ci arrivavo anch’io: ma pur troppo quello non bastava. Bisognava intendersi di studi.
Almanaccai se tra i miei cenci, ci fosse stato qualche cosa da potersi riadattare per lui: nulla. Il pastrano del suo povero babbo era in pegno da cinque mesi, e il mio scillino a righe era tutto un frinzello.
Non ci avevo nulla, proprio nulla. Sicuro, il braccialetto d’oro, coi capelli del mio marito, c’era. Sfido! Certe cose non si possono vendere, neanche per un po’ di pane. Infatti, dopo la morte di lui avevo patito d’ogni bisogno: avevo mangiato patate lesse per un mese e mezzo, ero stata senza vino e perfino col pane a còmpito: ma il braccialetto non l’avevo mai voluto vendere. Era l’unico ricordo che mi restasse di quel pover’uomo.
Intanto il vento seguitava a mugliare. Allungai una mano per tastar Gigino, e lo sentii ghiaccio marmato. Di certo il bambino aveva preso del fresco. Non potevo più dubitarne.

Verso le otto mi levai adagio adagio, mi buttai lo sciallino sulle spalle e in un attimo fui fuori. Da casa mia al Ponte Vecchio c’era un passo. Le botteghe degli orefici cominciavano ad aprirsi. Entrai in una, dove ci stava un vecchino, che m’era sempre piaciuto per la sua aria di buono; gli feci vedere il braccialetto e lui me lo stimò venti lire. Glie lo detti subito, ed ebbi per soprappiù un medaglioncino d’argento per tenerci i capelli del mio marito.
Tornai a casa con un bell’involto sotto il braccio. E da quel giorno in poi, il tramontano non mi fece più paura: il mio Gigino aveva il paletôt.
Il bambino, dopo qualche mese di questo fatto, era un fior di bellezza: chi me lo rubava di qua, e chi di là. Perfino il suo maestro l’aveva voluto tenere a desinare.
Ma un figliuolo a quel modo, non me lo meritavo. La difterite me lo portò via in quarantott’ore. Ed eccomi qui! –
La Luisa tacque. Mentre parlava, ravviava le cassette del cassettone, spiegava alcune camicine, altre ne riponeva. Scosse una giacchetta, spolverò un berretto e tirò fuori un paltoncino.
Lo guardò fisso, con gli occhi infiammati, eppoi, stringendoselo al petto:
– Oh figliuolo, figliuolo mio, balbettò tra i singhiozzi, se non avessi venduto il braccialetto, chi mi darebbe, ora, la forza di vivere?

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