Il mito nefasto dell’identità originaria

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Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. La Costituzione è un buon documento, diceva Sandro Pertini, uomo a cui non mancavano certo i titoli per parlarne, ma spetta ancora a noi fare in modo che certi articoli non rimangano lettera morta. Il 13 settembre scorso, il forum inter-religioso dei 20 grandi paesi del mondo, ha lanciato un appello per togliere quella parola morta, infondata e mistificante, “razza”, dalle Costituzioni. La Francia e la Germania lo hanno già fatto, in Italia si esita ancora. Perché? Annamaria Rivera, antropologa antirazzista, dalle pagine di Comune.info, ci ricorda qui che non si tratta certo di quel che, con un termine assai bizzarro, si usa comunemente definire “linguaggio politicamente corretto”. Prova ne sia che l’ipocrita sostituzione dell’indifendibile “razza” con lo pseudo-concetto più gentile di “etnia” non cambia di una virgola le cose sostanziali. Anzi. L’ostinazione a classificare delle persone in primo luogo in base all’eternità del “peccato” della presunta identità delle origini rivela senza scampo l’arroganza di un potere tremendo, quello di nominare e definire gli altri subordinandoli rispetto alle gerarchie della società vincente, la nostra.

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