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Referendum

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Referendum è una parola latina (gerundio di refero) che indica uno strumento attraverso il quale il corpo elettorale viene consultato direttamente su temi specifici. Esso è cioè uno strumento di democrazia diretta in cui l'elettore fornisce personalmente il suo parere sul tema in questione, senza intermediari.

Si differenzia dal plebiscito perché il suo uso è regolamentato e può anche essere di uso frequente. In Italia il referendum è regolamentato all'interno della Costituzione.

Nell'uso pratico il referendum può essere considerato uno strumento democratico, mentre ciò è dubbio riguardo al plebiscito.

Sono comunque molto varie le opinioni sul referendum, mentre per alcuni (come Rensi in La democrazia diretta) esso è lo strumento di democrazia perfetto, per altri (esempio Labriola - Contro il referendum) il referendum è uno strumento pericoloso perché troppo a rischio di manipolazioni e di derive plebiscitarie.

L'approccio adottato nella Costituzione Italiana è in qualche modo intermedio tra le due opinioni, perché il referendum è normalmente riservato all'abrogazione di leggi ordinarie. Solo in caso di modifiche alla Costituzione può essere indetto un referendum consultivo. In ambedue i casi il referendum appare orientato a proteggere l'ordinamento dello stato più che a stimolare l'innovazione legislativa. La posizione adottata dall'Assemblea Costituente fu in sostanza quella sostenuta da Costantino Mortati.

Indice

[modifica] Possibili classificazioni dei referendum

I referendum si possono distinguere in base al tipo di azione: propositivi, consultivi, confermativi, abrogativi, a seconda se lo scopo del referendum sia di proporre una nuova legge, di sentire il parere popolare (non vincolante) circa una determinata questione politica, abrogare una legge già esistente o richiedere un consenso popolare perché essa possa entrare in vigore. Ad esempio il referendum propositivo (che vincola il legislatore ad emanare una legge coerente con l'espressione popolare) è previsto dall'ordinamento giuridico sammarinese, mentre quello consultivo (mera richiesta di parere non vincolante) è previsto nell'ordinamento italiano.

Riguardo poi al tipo di leggi a cui riferisce il referendum, esso può essere ordinario se attiene alla legislazione ordinaria o costituzionale se riguarda la Costituzione.

[modifica] I referendum nell'ordinamento italiano

La Costituzione italiana prevede numerosi tipi di referendum: quello abrogativo di leggi e atti aventi forza di legge (art. 75), quello sulle leggi costituzionali e di revisione costituzionale (art. 138), quello riguardante la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni (art. 132, c. 1), quello riguardante il passaggio da una Regione ad un'altra di Province o Comuni (art. 132, c.2). Inoltre prevede, all'art. 123 c. 1, che gli statuti regionali regolino l'esercizio del referendum su leggi e provvedimenti amministrativi della Regione. Nel 1989 una legge costituzionale ha consentito che, in occasione delle elezioni del Parlamento europeo, si votasse anche per un referendum consultivo sul rafforzamento politico delle istituzioni comunitarie.

Altri referendum a livello comunale e provinciale sono poi previsti da fonti sub-costituzionali.

[modifica] Referendum abrogativo

[modifica] La procedura referendaria

La norma regolatrice del referendum è un caso di concorso di più fonti : la disciplina costituzionale dell' art. 75, la normativa ordinaria contenuta nella legge 352 del 1970 e l’insieme delle decisioni della Corte Costituzionale

[modifica] I limiti di cui all'art. 75

Per un quarto di secolo sia la maggioranza democristiana che l'opposizione comunista non si interessarono a dare attuazione all'art. 75 della Costituzione. I partiti non soltanto non volevano rinunciare al controllo sulla legislazione, ma temevano che qualsiasi pronunciamento popolare mettesse in evidenza una loro mancanza di sintonia con l'elettorato. [1]

L'approvazione della legge n.352 del 1970 che disciplina il ricorso alle consultazioni referendarie previste dalla Costituzione è il frutto di vicende connesse al movimento di opinione pubblica per l’istituzione della legge sul divorzio e per la pressione sulla Dc di vasti settori del mondo cattolico contrari ad essa. Tra i due provvedimenti ci fu un rapporto di causa ed effetto. Il referendum fu la contropartita data alla Dc perché sul divorzio non si determinasse in parlamento tra le forze politiche una rottura troppo radicale. Una parte del mondo cattolico covava l'illusione che appellandosi direttamente al corpo elettorale, su tale questione si sarebbe pronunciata una maggioranza conservatrice e clericale. [2]

Con la legge di attuazione del referendum il Parlamento oltre ad applicare il dettato costituzionale introdusse una serie di principi che resero palese la volontà del legislatore di voler circoscrivere il referendum abrogativo. [3]


  • I promotori della richiesta devono provvedere alla raccolta delle firme necessarie, da completarsi entro tre mesi dalla data apposta sui fogli contenenti le firme (art.28).
  • Non può essere depositata richiesta di referendum nell’anno anteriore alla scadenza di una delle due Camere e nei 6 mesi successivi alla data di convocazione delle elezioni per una delle due Camere (art.31).
  • Le richieste di referendum possono essere depositate per ciascun anno soltanto dal 1°gennaio al 30 settembre (art.32).
  • I referendum sono sottoposti ad un duplice controllo di legittimità: al momento del deposito delle firme, ad opera dell’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione; successivamente la Corte Costituzionale dovrà decidere se la richiesta referendaria riguardi o meno le leggi previste nell'art. 75 Cost. (artt. 32 e 33).
  • Le consultazioni referendarie possono svolgersi soltanto in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno. Nel caso di scioglimento anticipato delle Camere o di una di esse, il referendum già indetto si intende automaticamente sospeso (art. 34).
  • Nel caso sia previsto un referendum su un detto atto e questo venga abrogato prima della data della consultazione popolare, il referendum non avrà luogo (art. 39).

[modifica] I nuovi limiti nella giurisprudenza costituzionale

Oltre alla disciplina dettata nella legge n. 352 del 1970, ulteriori limiti nell'accesso al referendum abrogativo arrivavano a seguito delle sentenze di ammissibilità della Corte Costituzionale.


Sentenza n. 68 del 1978 : Riferita essenzialmente all’art 39 della legge 352 del 1970. E’ una tipica sentenza additiva in quanto in riferimento all’art. 39 stabilisce che in caso di una semplice abrogazione il procedimento referendario si arresterebbe, ma nel caso in cui l’abrogazione si accompagni alla promulgazione di una nuova disciplina, che non modifichi negli aspetti fondamentali quella vecchia, il referendum si trasferirebbe a questa. L’organo incaricato di valutare la ratio di fondo fra la vecchia e la nuova disciplina è l'Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione. Questa sentenza che si muove dagli art. 1, 48 e 75 della Costituzione ha riequilibrato il rapporto fra legislatore rappresentativo e quello popolare come previsto nella Costituzione, ovvero il secondo come meccanismo di bilanciamento del primo.

Sentenza n. 16 del 1978 : sottoposti al giudizio di ammissibilità vi erano otto quesiti avanzati dal Partito Radicale. Respinti furono quelli riguardanti l'abrogazione del Tribunale Militare, del codice penale militare, del Concordato e dei reati di opinione e associazione.

La Corte si muove da due ipotesi fondamentali: il referendum abrogativo è un atto con forza di legge ordinaria e quindi tutti gli atti con forza giuridica superiore alla legge ordinaria non sono sottoponibili ad esso; il referendum deve consentire una consapevole e libera decisione dei cittadini.

I limiti consequenziali a questi due presupposti sono quattro:

  1. Il referendum abrogativo non è applicabile alla Costituzione, alle leggi di revisione costituzionale e gli atti con forza di legge passiva peculiare (ad es. le leggi di esecuzione e attuazione di un trattato internazionale)
  2. Non è applicabile alle leggi a contenuto costituzionalmente vincolato e solo parzialmente a quelle costituzionalmente obbligatorie, ovvero soltanto se l'esito del referendum non ha come risultato definitivo quello di abrogarle in toto
  3. Il referendum non è ammissibile se la forma del suo quesito non si presenti omogenea e chiara.
  4. Inammissibili sono le disposizioni produttive di effetti collegati in modo così stretto all'ambito di operatività delle leggi espressamente indicate dall'art. 75, che la preclusione deve ritenersi sottintesa.

Sentenze nn. 27, 28, 29, 30, 31 del 1981: era in questione l'ammissibilità di dieci referendum abrogativi avanzati dal Partito Radicale. Venivano respinti quattro quesiti che mettevano l'accento su interessi e tematiche «nuove» come la caccia, la legalizzazione delle droghe leggere, la smilitarizzazione della Guardia di Finanza,la localizzazione delle centrali nucleari e nuovamente il quesito sui reati di opinione e associazione.

La Corte Costituzionale pur partendo dalla sentenza n. 16/1978, arricchiva di nuovi sviluppi e ulteriori specificazioni i limiti di ammissibilità. Questo ha riguardato in particolare il requisito dell'«omogeneità» sviluppato nel significato ulteriore della necessità di «semplicità, chiarezza e inconfondibilità del quesito», dato che nel referendum «non è concepibile una risposta articolata», ma è richiesta «la nettezza della scelta» oppure l'«univocità della domanda», tale da evitare la «contraddittorietà del quesito proposto all'elettore».

Anche il limite delle «leggi collegate» a quelle espressamente indicate dalla Costituzione fu esteso ulteriormente, comprendendo nel caso di leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali anche le «norme per le quali non vi sia un margine di discrezionalità quanto alla loro esistenza e al loro contenuto, ma solo l'alternativa tra il dare esecuzione all'obbligo assunto sul piano internazionale e il violarlo, non emendando la norma e abrogandola dopo averla emanata». [4]

Sentenze nn. 28 e 29/1987: in queste sentenze la Corte Costituzionale dichiarava inammissibili due quesiti promossi dal Partito Radicale e dai Verdi sull'abrogazione di alcune norme riguardanti la disciplina della caccia, e un quesito del Partito Radicale sull'abrogazione del sistema elettorale del CSM. La decisione venne presa facendo nuovamente riferimento al criterio della «omogeneità» del quesito referendario, ulteriormente esteso nel divieto di quesiti esposti ad «ambiguità di significato», ovvero incapaci di esprimere in modo evidente il fine dell'abrogazione referendaria.

La richiesta referendaria proponeva all'elettorato l'abrogazione dell'art. 3, che vietava in tutto il territorio nazionale, ogni forma di uccellagione; dell' art. 10, secondo cui il territorio nazionale è sottoposto al regime gratuito di caccia controllata; dell'art. 11, primo comma, che pone il divieto di abbattere, catturare, detenere o commerciare esemplari di qualsiasi specie di mammiferi e uccelli appartenenti alla fauna selvatica italiana; dell'art. 20, che contiene un elenco di specifici divieti; dell'art. 31, che prevede le sanzioni amministrative. Secondo i giudici «la richiesta di abrogazione degli indicati articoli sembra volta a limitare, non già l'attività venatoria, ma la protezione e la tutela della fauna. Vero è che, chiedendosi anche l'abrogazione dell'art. 8, a sensi del quale l'esercizio della caccia è consentito, sembrerebbe mirarsi al divieto di caccia, ma la constatazione che dalla richiesta referendaria sono esclusi gli artt. 21 e 22, i quali lasciano sopravvivere la licenza di porto d'armi per uso di caccia e l' abilitazione all'esercizio venatorio, rende ambiguo anche questo punto».

Questo limite non guardava più al fatto che l'oggetto della domanda referendaria doveva essere «omogeneo», ma guardava a quello che i promotori lasciavano fuori della richiesta, cioè le omissioni della domanda referendaria.

In particolare poi nel caso del quesito abrogativo di alcune norme sulla costituzione e il funzionamento del Consiglio superiore della magistratura, per la prima volta, veniva posto un ulteriore divieto, su referendum abrogativi (totali o parziali) di leggi elettorali, sulla base dell'argomento che il venir meno delle regole per il rinnovo dell'organo ne avrebbe comportato l'impossibilità di funzionamento regolare, eventualità questa che andava considerata del tutto inammissibile trattandosi di organi costituzionali o a rilevanza costituzionale.

Questa decisione diveniva un precedente rilevante per l'ammissibilità dei quesiti elettorali, proposti negli anni novanta, e le loro rispettive riformulazioni.

Sentenza n. 468/1990: nel 1987 vinse il referendum promosso dal Partito Radicale, dal Partito Liberale Italiano e dal Partito Socialista Italiano, che abrogava gli articoli 55, 56 e 74 del Codice di procedura civile, che impedivano al magistrato di rispondere in sede civile dei suoi errori. Dopo quel risultato il 13 aprile del 1988 il Parlamento approvava la legge n.117, voluta dal ministro Guardasigilli Vassalli, titolata «Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati» che si allontanava dal principio della responsabilità personale del magistrato, per affermare quello, opposto, della responsabilità dello Stato. Con la nuova legge il cittadino che subiva un danno a causa di un atto doloso o gravemente colposo da parte di un magistrato, non poteva fare causa al magistrato stesso, ma doveva chiamare in giudizio lo Stato e chiedere ad esso il risarcimento del danno. Successivamente era lo Stato a chiamare a sua volta in giudizio il magistrato, se colpevole, e che, a quel punto, poteva rispondere in prima persona, entro il limite di un terzo di annualità dello stipendio. Il Tribunale di Napoli con ordinanza dell'8 novembre 1989 ed il Tribunale di Roma con ordinanza del 19 aprile 1990, sollevarono questione di legittimità costituzionale in merito ad alcuni articoli della nuova legge n. 117 che entravano in conflitto con gli esiti del referendum abrogativo.

La Corte Costituzionale con questa sentenza affermava il principio per cui il legislatore politico non può riprodurre una normativa abrogata da un referendum abrogativo, ma nei limiti di ripristino formale e sostanziale della disciplina abrogata può correggere, modificare ed integrare la disciplina residua (legittima era quindi anche la legge «Vassalli»)

Inoltre il divieto di riprodurre la disciplina è temporale, anche se in merito alla sua durata le tesi della dottrina sono contrastanti e non si riscontrano sentenze della Corte che possano sciogliere il dilemma.

Sentenza n.47/1991: Questa sentenza riveste una grande importanza: per la prima volta è stato aperto un varco all'ammissibilità del referendum in una materia - quella elettorale - sulla quale il ricorso alla consultazione popolare era sempre stato assai controverso, fin dal dibattito in Assemblea costituente. La Corte Costituzionale doveva decidere la legittimità di tre referendum elettorali. Il quesito giudicato ammissibile dalla Corte era quello che mirava a modificare la legge elettorale per la Camera in modo da eliminare la possibilità per gli elettori di esprimere più di una preferenza nell'ambito della lista votata. La pronuncia inoltre, riprese ed estese la decisione del 1987, dichiarando inammissibili i due quesiti volti a modificare in senso decisamente maggioritario il sistema elettorale del Senato e quello in vigore per i Comuni di grandi dimensioni, perchè i quesiti referendari non si limitavano a perseguire, attraverso l'eliminazione di parti più o meno cospicue del testo legislativo, l'abrogazione parziale di quel testo, ma miravano a sostituire la disciplina stabilita dal legislatore con un'altra, diversa, voluta dal corpo elettorale.

Sentenze nn. 2, 11, 12/1995: non superavano il giudizio di ammissibilità della Corte Costituzionale due quesiti referendari avanzati dal Movimento dei Club Pannella-Riformatori e Lega Nord sulla pubblicità Rai e la tesoreria unica, ed altri cinque esclusivamente dei radicali.

Le ragioni erano differenti, riconducibili alla pregressa giurisprudenza di ammissibilità, arricchita però da ulteriori sviluppi ermeneutici.

I referendum relativi all'abrogazione dell'obbligo di iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale, del sostituto d'imposta e della tesoreria unica, vennero dichiarati inammissibili in quanto le norme colpite erano riconducibili, nei primi due casi, alla categoria delle «leggi tributarie» e, nel terzo, alla categoria delle «leggi di bilancio», sia pure intendendole in un'accezione estensiva rispetto alle nozioni contenute nelle norme costituzionali. [5]

I due quesiti sulla pubblicità RAI e sulla cassa integrazione straordinaria furono respinti perchè vi era discrepanza tra l'oggetto e l'intento soggettivo dei promotori. Il quesito elettorale di Camera e Senato, nell'eliminare la quota di seggi assegnati con metodo proporzionale, non assicurava la costante operatività dell'organo, dato che per i seggi corrispondenti alla quota proporzionale, la normativa di risulta non ne consentiva l'assegnazione con un metodo alternativo.


Sentenze nn. 26, 27, 28, 29, 30, 31, 34, 36, 37, 38, 39, 40, 42 del 1997: al vaglio della Consulta vi erano venti referendum abrogativi promossi dal Movimento dei Club Pannella-Riformatori. Due quesiti (assistenza sindacale patti in deroga e liberalizzazione Enel) furono considerati non conformi alla legge dall'Ufficio Centrale della Corte di Cassazione.

I quesiti elettorali diretti ad abolire la quota di seggi assegnati con metodo proporzionale per l'elezione di Camera e Senato erano nuovamente respinti, così come nel 1995, per carenza di normativa di risulta autoapplicativa.

Nelle altre decisioni di inammissibilità, accanto ai criteri di giudizio divenuti canonici (quesiti non autoapplicativi, omogeneità dei quesiti, leggi collegate ai limiti espressi), si registrava un consistente ampliamento dei moduli decisori, con l'estensione del limite delle «leggi tributarie» o del criterio della «chiarezza del quesito» (comprensivo, quale elemento decisivo ai fini del giudizio, dell'intenzione soggettiva dei promotori), o di quello della completezza del quesito (rimodulato nel senso che non sarebbe stato sufficiente individuare una «matrice razionalmente unitaria» della domanda , ma avrebbero dovuto indicarsi tutte le disposizioni, anche quelle di puro dettaglio, riguardanti l'oggetto da abrogare).

Si introdussero poi dei nuovi limiti: il criterio dell' «ambiguità» del quesito o quello della «inidoneità della domanda a raggiungere lo scopo», che richiamava il sindacato intorno alla ragionevolezza delle leggi. In altri casi la Corte Costituzionale trasformava il giudizio di ammissibilità in un giudizio preventivo di legittimità, in cui rilevare il contrasto tra richiesta abrogativa e principi o valori costituzionali, anche quando oggetto dei quesiti erano semplicemente le modalità stabilite in concreto per l'attuazione di quei valori o principi. [6]

Sentenze nn. 35, 36, 37, 38, 39, 40, 41, 42, 43, 45, 46, 49, 50, 51/2000: queste sentenze respinsero tredici referendum presentati dalla Lista Bonino. La Corte Costituzionale tornava a dilatare i criteri di giudizio sull'ammissibilità del referendum abrogativo, basti pensare che il limite derivante dal criterio dell' «effetto di sistema» applicato fino al quel momento solo per i quesiti elettorali, veniva generalizzato nei confronti di qualsiasi richiesta.

Il giudice costituzionale superava anche i limiti tradizionali. Il criterio dell' «omogeneità» veniva declinato nel criterio dell' «idoneità dell'abrogazione referendaria a raggiungere lo scopo», scambiandosi ormai in modo definitivo giudizio di ammissibilità e sindacato di ragionevolezza delle leggi.

Il limite delle leggi tributarie era trasformato fino in fondo nel limite delle leggi che disciplinano qualsiasi aspetto del rapporto tributario; mentre quello delle leggi di autorizzazione alla ratifica era esteso alle «situazioni di pre-conformazione dell'obbligo di adeguamento» al diritto sovranazionale.

Si realizzava inoltre confusione tra il concetto di «leggi a contenuto costituzionalmente vincolato» e «leggi necessarie», con la conseguente esclusione dal referendum di qualsivoglia legge costituzionalmente prevista per dare attuazione al testo. [7]

Sentenza n. 45/2005: la Consulta respinse il referendum unico di abrogazione totale della legge 40, promosso dai Radicali Italiani e dall'Associazione Luca Coscioni, perchè definiva «costituzionalmente necessaria» la disciplina sulla procreazione medicalmente assistita, considerando, inoltre, «tale motivo di ammissibilità assorbente rispetto agli altri parametri di giudizio». I quattro quesiti parziali erano invece possibili perchè frutto di scelte legislative discrezionali.

L'art. 2 Cost. assegna alla Repubblica il compito di proteggere i diritti inviolabili dell'uomo. Tra questi si collocano i diritti connessi alla procreazione, perciò secondo la Corte senza la legge 40 sarebbe rimasta senza disciplina un settore in cui la Costituzione esige una regolamentazione e una protezione.

Con questa decisione si determinava ancora una evoluzione nello scarto tra un contenuto davvero vincolato (art.75 Cost.), ed un contenuto che, oltre una soglia minima, ammetteva margini di copertura costituzionale. Infatti il limite in questione, introdotto per la prima volta dalla sentenza n. 16 del 1978, è stato in seguito (1981, 1987, 1997, 2000) «oggetto di vari aggiustamenti e integrazioni» [8]

[modifica] Gli effetti del referendum abrogativo

Gli effetti descritti del referendum abrogativo fanno sì che esso, o per meglio dire, la normativa di risulta (in pratica il decreto presidenziale che dichiara l'avvenuta abrogazione totale o parziale della legge sottoposta a consultazione popolare) venga qualificata tra gli atti aventi forza di legge. Il Parlamento sarà vincolato dall'esito abrogativo del referendum e cioè sarà impossibilitato a disciplinare in maniera identica la materia così come abrogata dalla consultazione popolare. Rimangono ancora aperti alcuni interrogativi circa la durata del vincolo giuridico a carico del Parlamento. L'articolo 38 della suddetta legge 352/1970 prevede poi che, se l'esito è stato contrario all'abrogazione di una legge o di parte di essa, prevede che questa non possa essere oggetto di una nuova consultaazione referendaria prima di 5 anni. Il mancato raggiungimento del quorum di partecipazione non è generalmente considerato avere gli stessi effetti preclusivi che si hanno in caso di prevalenza dei voti contrari all'abrogazione nel caso il quorum sia stato invece raggiunto. Ma la giurisprudenza, su quest'ultimo punto, è divisa.

[modifica] Critiche alla giurisprudenza costituzionale

La giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia referendaria è stata spesso oggetto di critica da parte della dottrina.

Questo perchè nelle sentenze di legittimità dei referendum abrogativi, si verificava in molti casi un ampliamento dei moduli decisori utilizzati dai giudici.

Il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre si sofferma riguardo la discrezionalità di cui gode la Corte Costituzionale nel prendere le sue decisioni: «il giudizio della Corte ha un’ampia dose di arbitrarietà (…) tale per cui pochi referendum potrebbero salvarsi, quelli che si salvano è perché il giudice di costituzionalità fa finta che non esistano dei problemi che invece altre volte fa valere. Ad esempio il criterio della legislazione residua, è un criterio che si presta a far fuori, a dichiarare inammissibili qualsiasi referendum. (…) non è possibile che un giudizio di ammissibilità su un referendum sia un giudizio di così estrema latitudine che diventa un giudizio di politica costituzionale».[9]

Inoltre alla vigilia della decisione della Consulta sui venti referendum del Movimento dei Club Pannella-Riformatori del 1997, sempre l'ex Presidente Baldassarre avvertiva sul rischio di interferenze politiche: «la giurisprudenza offre alla Corte moltissimi elementi per dichiarare inammissibili quasi tutte le richieste referendarie (…) Non essendoci limiti certi di inammissibilità, le scelte alla fine sono di carattere politico costituzionale (…) Quando si deve giudicare sui referendum il mondo politico entra in subbuglio, creando forti pressioni sulla Corte. E’ come se si ritenesse l’elettore italiano meno intelligente di altri, incapace di capire se e come vuole votare. Tutto questo manifesta un atteggiamento complessivo nella cultura politica e negli osservatori contrario al referendum, e questo pesa sulla Corte nei giudizi di ammissibilità: perché di fatto si richiede implicitamente un giudizio di inammissibilità su molti referendum».[10]

Anche l'ex Presidente Livio Paladin prima delle sentenze di legittimità dei quesiti radicali del 2000, criticava le evoluzioni effettuate negli anni dalla Consulta:«L’organo della giustizia costituzionale aveva più volte ‘mutato’ i propri criteri di giudizio, finanche all’interno di ciascuna tornata referendaria. Contraddizioni del genere non debbono però verificarsi ulteriormente, giacché la credibilità della Corte ne verrebbe compromessa (…) bisogna evitare - mi sembra - che i limiti del referendum abrogativo si accumulino fino al punto di paralizzare o di circoscrivere troppo gravemente l’uso del solo importante strumento di democrazia diretta del quale il corpo elettorale italiano abbia sinora potuto servirsi».

Il caso che più di ogni altro ha trascinato la Corte costituzionale direttamente al centro del dibattito politico è stato quello dei referendum elettorali. La Corte ha sempre ribadito, da ultimo nel 1997, il principio inderogabile secondo cui i referendum che riguardano i sistemi elettorali delle Camere devono essere strutturati in modo tale da lasciar sussistere, in caso di esito positivo, una normativa di risulta immediatamente funzionante ed operativa, in modo da non esporre l'ordinamento democratico rappresentativo a rischio di paralisi di funzionamento.

Commentando la decisione di inammissibilità della Consulta sui quesiti elettorali in quanto non auto applicativi, in una intervista il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Vincenzo Caianiello affermava che «non c’è chi non veda come in questo modo viene introdotto un impedimento all’esercizio del diritto referendario in relazione alla materia elettorale, non compresa tra quelle che la Costituzione indica come non assoggettabili a referendum».[11]

[modifica] Referendum costituzionale

L' art. 138 della Costituzione prevede la possibilità di richiedere il referendum costituzionale dopo la seconda votazione da parte delle camere di una legge di revisione costituzionale o di una legge costituzionale. Le camere in seconda delibera devono raggiungere la maggioranza assoluta, cioè è necessario il voto favorevole del 50 % più 1 dei componenti la camera. Qualora si raggiunga, in entrambe le camere, la maggioranza qualificata dei 2/3 dei componenti di ogni camera non sarà possibile richiedere il referendum. La richiesta può essere presentata da un quinto dei membri di una Camera, da cinquecentomila elettori o da cinque Consigli regionali entro tre mesi dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Il quorum strumentale (il numero di votanti) non è pregiudiziale alla validità del referendum, poiché questo tipo di procedimento a differenza del referendum abrogativo non è finalizzato al perfezionamento ed al bilanciamento delle scelte del legislatore, ma si presenta piuttosto come uno strumento di garanzia delle minoranze e come tale ne verrebbe unificato il valore qualora venisse richiesto un numero minimo di votanti. La legge viene promulgata, se i voti favorevoli superano quelli sfavorevoli. La procedura per lo svolgimento del referendum costituzionale è disciplinata dal titolo I della legge 25 maggio 1970, n. 352. Fino al 1970, infatti, non era richiedibile il referendum costituzionale, essendo assente qualunque legge disciplinante tale istituto, e quindi fino ad allora per ogni revisione e legge costituzionale si è raggiunta in seconda delibera la maggioranza qualificata.

Il Primo referendum costituzionale nella storia della Repubblica, che ha anche avuto esito positivo, è quello che ha portato all' approvazione della legge costituzionale n. 3 del 2001 che ha sancito una vasta ed organica riforma del titolo V parte seconda della Costituzione riguardante le autonomie locali. Il 25 e 26 giugno 2006 si è tenuta la seconda consultazione di questo tipo, dopo che è stata approvata dalla Cassazione le richieste in tal senso da parte di tutti e tre i soggetti abilitati. I quorum richiesti sono stati tutti ampiamente superati in quanto il referendum è stato richiesto da: - 112 senatori e 249 deputati; - 16 consigli regionali guidati dalla Sardegna. Non hanno richiesto un referendum il Piemonte, il Veneto, la Sicilia (che ha gia una sua forte autonomia dato lo statuto speciale di cui gode) ed il Molise; - oltre 800.000 elettori. La consultazione ha avuto per oggetto la riforma della parte seconda della Costituzione, approvata dal Parlamento in seconda lettura il 16 novembre 2005. Al referendum ha partecipato il 52,3% degli aventi diritto al voto e, con il 61,3% di voti contrari, la riforma è stata respinta.

[modifica] Referendum sulla modifica delle circoscrizioni territoriali

Ve ne sono di due tipi:
a) il referendum che, in caso di voto favorevole, costituisce il presupposto di una legge costituzionale per le fusioni di più regioni o per la costituzione di una nuova regione (art.132.2);
b) il referendum che, in caso di voto favorevole, costituisce il presupposto di una legge ordinaria che consente a una provincia o a un comune di staccarsi da una regione e aggregarsi ad un'altra (art.132.2).

[modifica] Referendum regionali

Ai sensi della legge 352/1970 il referendum per la fusione fra regioni dovra' essere richiesta da almeno tanti consigli regionali che rappresentino 1/3 della popolazione delle regioni interessate. Il Referendum sara' indetto nei territori delle regioni interessate,e la sua approvazione,a maggioranza assoluta dei voti,avra' fine con l'emanazione di una legge Cost. Nel caso di distacco di una o più province o uno o più comuni per la formazione di nuove regioni,il referendum dovra' essere richiesto da Consiglio regionali e comunali che rappresentino 1/3 della popolazione del territorio richiedente il distacco e 1/3 del territorio che rimarrebbe distaccato dal primo. Il referendum è indetto nel territorio della Regione o della Provincia dal quale ci si vuole distaccare,e la votazione positiva a maggioranza assoluta avrebbe come conclusione l'approvazione con una legge Cost. Invece per annettere Province o Comuni a una regione gia' pre-esistente,il referendum dovra'essere richiesto oltre che da 1/3 dei Consigli prov. e comun. del territorio volente aggregarsi,da 1/3 dei Consigli prov. e comun. della Regiona a cui annettersi. In caso di esito positivo,la procedura finira'con l'emanazione di una legge ordinaria.

[modifica] Referendum comunali e provinciali

[modifica] Storia dell'istituto del Referendum in Italia

Elenco delle consultazioni referendarie e dei loro risultati.

[modifica] I referendum nell'ordinamento svizzero

Politica in Svizzera


La politica nella Confederazione Svizzera




  • Leggi dello Stato (categoria)

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Categorie: Politica e Diritto

A livello federale, il referendum è previsto dalla costituzione del 1848, rivista poi interamente nel 1999. Il referendum è facoltativo per ogni progetto di legge o decreto adottato dal Consiglio federale; in tal caso, se vengono raccolte le firme di 50.000 cittadini che domandano la costituzione, la questione è sottoposta a voto popolare. Il referendum è invece obbligatorio in caso di modifica costituzionale o di adesione a un organismo internazionale.

Mentre nel caso di referendum facoltativo è sufficiente la maggioranza di popolo (metà più uno degli aventi diritto), per le modifiche costituzionali in Svizzera è richiesta una doppia maggioranza, la maggioranza di popolo e di cantoni. Non è quindi sufficiente la maggioranza della popolazione svizzera, ma si valuta anche il risultato della votazione a livello cantonale; per l'accettazione del referendum è necessario che il referendum ottenga la metà più uno dei voti sia a livello federale, sia in 14 cantoni.

Dal 1874, inoltre, la costituzione prevede, come strumento di democrazia diretta, il diritto di iniziativa popolare. Questo diritto permette di sottoporre a voto popolare una modifica di legge costituzionale o (dal 2000) una proposta di legge federale, se almeno 100.000 cittadini la richiedono. Anche in questo caso è prevista la doppia maggioranza, di popolo e di cantoni.

In media, ogni anno si tengono una decina i referendum. Dal 1875 ad oggi, il popolo svizzero ha votato 537 volte, accettando 257 referendum e rifiutandone 280.

La democrazia semidiretta esiste anche all'interno di ogni cantone, con procedure simili ma con un diverso numero di firme necessarie. Alcuni cantoni e comuni prevedono un referendum obbligatorio per l'introduzione di spese non previste nel bilancio preventivo e superiori ad un dato ammontare. In questo caso non è nemmeno necessaria la raccolta di firme. Nel canton Ginevra, per esempio, anche alcuni articoli del bilancio annuale sono soggetti a referendum facoltativo; a livello federale, invece, il bilancio non può essere modificato tramite referendum.

[modifica] Note

  1. Gianfranco Pasquino, Il sistema politico italiano, Bononia University Press, 2002, p. 192
  2. Piero Craveri, La Repubblica, 1959-92, Utet, 1995, p. 442
  3. Augusto Barbera e Andrea Morrone, La Repubblica dei referendum, Il Mulino, 2003
  4. Augusto Barbera e Andrea Morrone, La Repubblica dei referendum, Il Mulino, 2003, p.71
  5. Augusto Barbera e Andrea Morrone, La Repubblica dei referendum, Il Mulino, 2003, p. 181-182
  6. Augusto Barbera e Andrea Morrone, La Repubblica dei referendum, Il Mulino, 2003, p. 201
  7. Augusto Barbera e Andrea Morrone, La Repubblica dei referendum, Il Mulino, 2003, p. 222-223
  8. Carrozza, Il giudizio sull'ammissibilità del referendum abrogativo, Torino 1993, p.318
  9. Antonio Baldassarre, intervista a Radio Radicale, 28 gennaio 1997
  10. Antonio Baldassarre, intervista al Corriere della Sera, 6 gennaio 1997
  11. Vincenzo Caianiello, intervista al Corriere della Sera, 31 gennaio 1997

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