Jakob e Wilhelm Grimm – Antonio Gramsci – Il lupo e i sette caprettini

C’era una volta una vecchia capra che aveva sette caprettini e li amava, come una madre ama i suoi bambini. Un giorno dovette andare nella foresta a cercare del cibo; chiamò a sé i sette piccoli e disse: «Cari figli, io devo recarmi nella foresta, state attenti al lupo, perché se entra, vi mangia con tutta la pelle e il pelo. Il malvagio qualche volta riesce a contraffarsi, ma voi lo riconoscerete ugualmente dalla voce rauca e dalle zampe nere».
I caprettini risposero: «Cara madre, staremo attentissimi, puoi allontanarti senza preoccupazione».
La vecchia belò teneramente e tutta consolata si mise in cammino.
Non passò molto tempo, qualcuno bussò alla porta di casa gridando: «Aprite, cari figli, vostra madre è qua ed ha portato qualcosa per ognuno di voi».
Ma i caprettini capirono dalla voce rauca che era il lupo. «Non apriamo – gridarono, – tu non sei nostra madre; la sua voce è bella e amorevole, mentre la tua è rauca, tu sei il lupo».
Il lupo andò lontano, da un merciaio, e comprò un grosso pezzo di gesso: lo mangiò e così rese sottile la sua voce. Poi tornò indietro, bussò alla porta della casa e gridò: «Aprite, cari figli, vostra madre è qui e ha portato qualcosa per ognuno di voi».
Ma il lupo aveva posato le sue zampe nere sulla finestra; i caprettini le videro e gridarono: «Non apriamo, nostra madre non ha i piedi neri come te, tu sei il lupo».
Allora il lupo corse da un panettiere e disse: «Mi sono fatto male alle zampe, stendici sopra un po’ di pasta».
Quando il panettiere ebbe steso la pasta sulle zampe, il lupo corse da un mugnaio e disse: «Spargi della farina bianca sulle mie zampe».
Il mugnaio pensò: «Il lupo vuole ingannare qualcuno» e si rifiutò, ma il lupo gli disse: «Se non lo fai, ti mangerò».
Il mugnaio ebbe paura e gli imbiancò le gambe. Sì, così sono gli uomini!
Allora, per la terza volta, il malvagio bussò alla porta della casettina e disse: «Apritemi, figli, la vostra cara mammina è ritornata e ha portato dalla foresta qualcosa per ognuno di voi».
I caprettini gridarono: «Mostraci prima le tue zampe, perché sappiamo che tu sei la nostra cara mammina».
Il lupo posò le zampe sulla finestra e quando quelli ebbero visto che erano bianche, credettero fosse tutto vero ciò che il lupo aveva detto e aprirono la porta. Ma chi entrò fu il lupo.
Essi ne furono terrorizzati e cercarono di nascondersi: uno saltò sotto il tavolo, il secondo nel letto, il terzo nella stufa, il quarto in cucina, il quinto nell’armadio, il sesto nella tinozza del bucato, il settimo nella cassa del pendolo.
Ma il lupo li trovò tutti, e non fece troppe cerimonie, uno dopo l’altro li trangugiò nelle sue fauci; solo non scoprì il più piccolino che si era nascosto nella cassa del pendolo.
Quando il lupo ebbe così soddisfatto la sua ingordigia, se ne andò a sdraiarsi fuori sul verde prato sotto un albero e si addormentò.
Non molto tempo dopo la vecchia capra ritornò a casa dalla foresta. Ah! che cosa le toccò vedere! La porta della casettina era spalancata, il tavolo, le sedie e le panchine erano rovesciati, la tinozza del bucato era in pezzi, coperte e cuscini erano stati strappati dal letto. Ella cercò i suoi figlioletti, ma non li trovò in nessun luogo. Li chiamò uno dopo l’altro per nome, ma nessuno rispose. Infine, quando giunse al più piccolino, una voce sottile sottile gridò: «Cara madre, sono nascosto nel pendolo».
Ella lo trasse fuori ed egli le raccontò come fosse venuto il lupo e avesse mangiato tutti gli altri. Potete pensare come la vecchia capra pianse per i suoi poveri figlioletti.
Infine ella uscì tutta angosciata e il caprettino più giovane le corse dietro. Quando giunse al prato vide il lupo che, sdraiato sotto l’albero, russava così fragorosamente che i rami ne tremavano. Ella lo guardò da tutte le parti, e vide che nella sua pancia piena qualcosa si muoveva e si dimenava.
Dio mio – pensò, – che i miei poveri figlioletti, che egli ha divorato come cena, siano ancora vivi?».
Allora fece correre fino alla casettina il caprettino a prendere forbici, ago e filo. Quindi aprì la pancia al mostro e appena ebbe fatto il primo taglio, un caprettino allungò fuori la testina, e quando continuò a tagliare, tutti e sei saltarono fuori, uno dopo l’altro, ed erano tutti in vita e non avevano sofferto nessun male, poiché il mostro li aveva inghiottiti d’un colpo nella sua ingordigia.
Fu una grande allegria! Essi abbracciarono la loro cara madre e ballarono come se andassero a nozze.
Ma la vecchia disse: «Adesso andate a cercare delle grosse pietre, con cui riempiremo la pancia alla bestia scellerata, mentre è immersa nel sonno».
I sette caprettini trascinarono in tutta fretta delle pietre e le misero nella pancia del lupo, tante quante ne poteva contenere. Quindi la vecchia ricucì il taglio in un momento in modo che lui non si accorgesse di nulla e non si muovesse.
Quando il lupo finalmente si svegliò, si levò sulle zampe e poiché le pietre nello stomaco gli avevano suscitato una grande sete, volle andare ad una fontana a bere. Ma appena cominciò a camminare e a muoversi qua e là, le pietre si urtarono l’un l’altra nella sua pancia. Il lupo gridò:
«Cos’è che rimbomba e rimbalza
e m’indolenzisce il pancione?
Sei caprettini ho mangiato
nel gozzo ho un quintale di sassi».
E appena arrivò alla fontana si curvò sull’acqua per bere, ma le pesanti pietre lo spinsero giù ed egli affogò miseramente.
A quella vista i sette caprettini corsero in tutta fretta, gridando: «Il lupo è morto! Il lupo è morto!» e danzarono dalla gioia con la loro mamma intorno alla sorgente.

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