La libertà non è un algoritmo (seconda parte)

Torniamo ad occuparci dell’ultimo libro di Michele Mezza “Algoritmi di Libertà”, come previsto e anticipato. La seconda e conclusiva parte della nostra riflessione è dedicata agli ultimi tre  capitoli del libro. Si tratta di spunti  ed elaborazioni di Mezza dedicati specificamente all’analisi del ruolo degli algoritmi all’interno delle nostre vite,  e di come attraverso l’avvio di processi di conoscenza e consapevolezza potremmo – noi tutti – capire il funzionamento di tali meccanismi e comportarci di conseguenza per non essere e diventare esclusivamente succubi utilizzatori. Se permettete vorremmo anche aggiungere che in questo scenario, pericoloso e allarmante in cui – per fortuna – qualcuno prova a suggerire meccanismi per comprendere i sistemi di calcolo e di elaborazione e gestione delle informazioni, certamente  il giornalismo – quello vero – gioca, o forse giocherebbe, a nostro avviso un ruolo importante e assai raro in particolar modo  nella formazione della pubblica opinione, con tutto quello che ne concorre sul piano della gestione della democrazia.

 

Per dirla con il filosofo Giulio Giorello autore della prefazione al volume di Mezza:

 

 

“Oggi sappiamo pure che, onnipresenti e pervasivi, gli algoritmi non sono onnipotenti. Lo abbiamo capito grazie alla forza stessa del pensiero matematico, che è una forza anch’essa pervasiva, ma soprattutto – perché autoriflessiva – libera e liberante. È da qui che dobbiamo partire se vogliamo che gli algoritmi non siano gli strumenti del dominio sociale ma gli alleati in una progressiva emancipazione. Il libro di Michele Mezza mostra che questo è solo un inizio, e che il cammino può rivelarsi estremamente difficoltoso. Ma non è una ragione per decidere a priori di non fare nulla. anzi! “

 

 

Buona lettura!

 

 

 

I fatti separati dagli algoritmi

 

 

Il giornalismo si trova su questa soglia: diventare soggetto e protagonista di una digitalizzazione condivisa, costruendo formule organizzative e tecniche gestionali che gli consentano di avere autonoma e sovrana consapevolezza dinanzi agli eventi, o lasciarsi trascinare in una deriva di insignificanza che accelererebbe il suo declino. È una partita che investe la democrazia, le istituzioni, ognuno di noi. buttare a mare questa esperienza professionale, senza avere una nuova e almeno analoga forma di produzione di opinione pubblica soffocherebbe ogni dialettica democratica. Ma non è nemmeno possibile far galleggiare il simulacro di informazione sempre più labile, fragile, insulso, sotto cui si celano nuovi poteri della comunicazione che stanno crescendo e minacciando le nostre discrezionalità, giocando proprio sull’inadeguatezza della soggettività giornalistica. In questa disamina sull’informazione al tempo della rete abbiamo individuato due caratteristiche dirompenti: il protagonismo degli utenti nella produzione di notizie, che trasforma i giornalisti e gli editori in figure intermedie e non più esclusive della catena del valore delle news, l’irruzione di nuovi e maggiori saperi a corredo delle informazioni che sempre meno riescono ad essere gestibili da figure individuali o artigianali, come appunto i redattori tradizionali.

 

 

 

Lo sweeping dell’algoritmo

 

 

Il nuovo algoritmo che ha accompagnato la quotazione in borsa di Spotify nel marzo del 2018 si chiama Release Radar e lavora direttamente sull’ecosistema evolutivo della nostra personalità, precedendo di vari passi la nostra crescita e maturazione, predisponendo l’itinerario per farci giungere puntuali al punto di incontro con l’identikit della nostra futura personalità così come l’ha previsto Spotify. L’azione ricorda quello strano gioco delle bocce su ghiaccio, divenuto misteriosamente disciplina olimpica, in voga nei paesi scandinavi, il curling, in cui il concorrente, dopo averla lanciata, facilita e guida l’itinerario della boccia lungo la corsia ghiacciata, spazzando – facendo sweeping, in gergo – la pista, in modo che non vi siano ostacoli o attrito a deviare la traiettoria. Spotify gioca a curling con ognuno di noi, grazie ai suoi algoritmi predittivi, eliminando l’attrito che devia la nostra rotta. Si tratta, di fatto, di una learning machine applicata alla crescita dei gusti, dunque della personalità e delle relazioni, di ognuno dei suoi utenti, che impara e prevede le caratteristiche dei gusti in base a una poderosa massa di dati raccolti su ogni fattore che incide sulla nostra vita, e, giocando sulle correlazioni, le assonanze e somiglianze dei comportamenti di milioni individui simili in ambienti simili, arriva a determinare schemi di evoluzione. Il punto critico di questa azione riguarda proprio lo sweeping, ossia come abbiamo deciso l’azione di interferenza sulle nostre traiettorie di vita, che aziona il software di Spotify sulla pista della nostra evoluzione: il suo algoritmo come interferisce sulla crescita dei nostri gusti e dunque sulle nostre esperienze emotive? Nella risposta a questa domanda entra in gioco l’etica del calcolo. Il dispositivo infatti non si limita a misurare e tipicizzare la proiezione di milioni e milioni di profili evolutivi dei suoi clienti, ma elabora, sulla base di schemi e obiettivi dell’algoritmo, un modello matematico in condizione di programmare la tipologia di quelle musiche, di quei ritmi, di quelle sensazioni che interferendo con la nostra personalità concorrono a determinarne l’evoluzione. Spotify non è un osservatore neutro, caso mai possa esistere una tale figura, ma interviene nel disegno della nostra crescita agendo su un set di emozioni e sensazioni prodotte proprio dall’offerta musicale che integrano e correggono la naturale evoluzione. Darwin dovrebbe riscrivere la sua Origine delle specie, considerando come fattori primari dell’evoluzione le cuffiette auricolari. La potremmo definire la massima violazione del libero arbitrio, dopo la provvidenza. Inevitabile infatti porre l’eterno quesito: qual è l’uovo e quale la gallina? Chi condiziona che cosa? Sono i profili che Spotify riesce a tracciare della nostra evoluzione a condizionare la successiva fase creativa dei produttori di musica connessi alla stessa Spotify, o invece, con lo sweeping algoritmico, è il service provider che interferisce con la nostra evoluzione?
Dietro questo interrogativo, che non può rimanere sospeso perché investe direttamente la nostra libertà, troviamo un algoritmo, un sistema logico e linguistico che dialoga, a nostra insaputa, con la nostra mente dando significato a quell’attività che Shannon ci voleva assicurare essere solo ingegneristica. Può questo sistema rimanere al riparo da ogni azione negoziale? Una democrazia può esistere senza neutralizzare questa asimmetria di poteri individuali ?

 

 

 

…si prende un libretto d’assegni…

 

 

A coordinare la campagna social del candidato Trump è brad Parscale, un colosso cinquantenne di due metri, capelli a spazzola e blazer costosissimi, che, senza remore snocciola i suoi numeri: 230 milioni di profili di elettori, dettagliatamente georeferenziati strada per strada, città per città, villaggio per villaggio, con un grafo di dati sovrapposti, ricavati da tutti i social, e una potenza di produzione di notizie e contenuti nell’ordine di 1,5 milioni al giorno, per ogni singolo Stato bersaglio. Come si fa, vi state chiedendo? Parscale anticipa beffardamente i suoi interlocutori: facile, si prende un libretto degli assegni e se ne firma uno da 100 milioni di dollari per Facebook e altri in proporzione per gli altri social oltre che una quota robusta per una batteria di bot che automaticamente si intromette nei forum e nelle community.

 

 

I voti si calcolano e non si contano

 

 

La convergenza di massimo effetto fra la reticolarità dei comportamenti nella società digitale e la
riorganizzazione delle forme del consenso politico la si vide con le elezioni presidenziali americane del 2008, le prime vinte da Barack Obama, anche allora contro ogni previsione, anche dei più attrezzati analisti. Come scrisse nell’introduzione alla ricerca sulle modalità della vittoria di Obama, condotta dalla
cattedra di cui ero titolare di Teoria e tecnica dei nuovi media dell’Università di Perugia, in collaborazione con l’ateneo della borgogna, Laurence Favier, allora direttore della conferenza di abilitazione dell’università francese: “Il doppio successo di Obama, alle primarie democratiche e alle elezioni presidenziali, sembra essere stato determinato proprio dall’integrazione inedita del dispositivo di comunicazione nel discorso politico, come se la comunicazione politica si emancipasse, una volta per tutte, dalla propaganda. La posta in gioco non era più farsi conoscere e convincere, ma farsi aderire”. Una vera rivoluzione copernicana, che venne così riassunta poi da David Axelrod, lo stratega di quella spettacolare campagna elettorale: “Obama vinse non perché parlava ai suoi elettori tramite la rete ma perché faceva parlare gli elettori fra di loro in rete”.

 

 

La lampada di Aladino

 

 

Come scrivono nel loro libro Digital Dominance Martin Moore e Damian Tambini, il potere dei grandi imperi digitali ha superato ogni altro precedente economico conosciuto nella storia umana. La domanda di autodifesa rispetto a questa poderosa pressione sta scavando nelle coscienze, come ad esempio dimostra, fra gli altri, la costituzione di algorithmic Justice League, fondata da Joy Buolamwini, pluripremiata studentessa di una delle università di ricerca più prestigiose al mondo, il Massachusetts Institute of Technology, che si definisce “una poetessa del codice”. “Lotto contro le forme di discriminazione del nuovo millennio”, dice. Responsabili non sono esseri umani. Ma algoritmi, cioè software che vengono sfruttati per accelerare le decisioni in ogni campo.

 

 

“Nessuno è completamente immune dai loro pregiudizi”. Un altro segnale viene dall’India, dove il governo, più precisamente la Trai, l’ente di controllo della rete, ha bannato Free basics, il servizio di connessione gratuito di Facebook in India, ingiungendo al social network di liberalizzare gli accessi alla rete che garantiva la sua piattaforma connessione, che permetteva con i suoi algoritmi a milioni di indiani – con 1 miliardo e 100 milioni, l’India è il paese con il maggior numero di utenti della rete – di navigare senza costi con il proprio smartphone. Con il piccolo dettaglio che gli utenti potevano accedere solo all’universo di siti autorizzati e riconosciuti da Facebook, escludendo tutti i principali concorrenti come Twitter, Google e Amazon, oltre a molti siti indiani. E imponendo modelli linguistici e comportamentali coerenti con la visione del social network. Solo poche ore sono state concesse ai tecnici di Zuckerberg per ripristinare le condizioni di massima navigabilità. Sono state sufficienti. Facebook ha dovuto accettare l’ultimatum del governo indiano, e rinunciare alle sue strategie di condizionamento psico-tecnologico.
In scala minore, anche in Italia nascono punti di resistenza intellettuale, come Digidig.it, un gruppo di
professionisti e ricercatori che si è raccolto in una community di discussione proprio sul rapporto fra
algoritmi e libertà, che nel proprio manifesto di intenti così scrive: “Così come nella fase storica prece-
dente, l’asimmetria nell’accesso e nell’organizzazione delle informazioni determinava uno squilibrio di po-
teri e di ricchezze, oggi la differenza nella capacità di riconoscere, modificare e integrare i sistemi intelli-
genti che formattano la nostra vita áltera, ma in proporzione infinitamente superiore, le condizioni di
competizione economica e sociale. Chiediamo con forza e determinazione che le imprese, le associazioni, le professioni e le istituzioni alle quali ciascuno di noi appartiene si rendano non soltanto pienamente
consapevoli dell’impatto di questi soggetti digitali, ma agiscano per ridurre – anche e perché no? – insieme a loro, le distorsioni sui nuovi meccanismi e le nuove regole economiche, formative e relazionali”.

 

 

 

I 1000 giorni che cambiarono la geopolitica

 

 

Emblematica è la storia di Pavel Durov, fondatore di Telegram, l’efficientissima e ormai diffusa piattaforma social che assicura riservatezza e istantaneità dei messaggi, ormai insidiando persino
Whatsapp e Snapchat per la sua efficienza. Sospettato di essere anch’egli uno dei figli di quella com-
mistione fra interessi statali e tecnologia dei servizi, la sua parabola ci racconta bene cosa stia accadendo
a Mosca dal punto di vista della rete. Durov, ritenuto uno dei nuovi corsari del Cremlino, aveva fondato nel 2006 VKontakte, l’equivalente russo di Facebook. Il suo successo attirò l’attenzione dello staff di Putin che lo costrinse a cedere la piattaforma, e soprattutto il suo database, a Ivan Tavrin, proprietario di Mail.Ru, la più imponente impresa digitale del paese, e uomo gradito al presidente. Durov, con l’aura del martire, espatria: attualmente ha in tasca il passaporto delle isole Saint Kitts e Nevis, una micro nazione nel Mar dei Caraibi. Mentre quelli che rimangono nei confini russi non hanno molte opzioni alternative a quelle di essere arruolati dalla galassia del Cremlino.

 

 

La rivolta del miliardario

 

 

Esemplare quanto è accaduto nell’ottobre del 2017 al vertice del g7 di Ischia. In quella circostanza per la prima volta i governi di Stati democratici si sono seduti, da pari a pari, con i leader dei grandi monopoli tecnologici per concordare strategie e linguaggi comuni contro il terrorismo islamico, ma inevitabilmente per sancire solidarietà che ognuno dei vari capi di Stato presenti mirerà poi a incassare in occasione delle proprie elezioni. a differenza del precedente vertice di Taormina, l’amministrazione americana ha dato il suo assenso all’incontro con gli Over-The-Top, per ratificare appunto una riconciliazione fra politica e algoritmo.

 

Net-war and War to the net

 

 

Ora il tema che si pone è: uno Stato può non essere il titolare esclusivo dei propri algoritmi? Un tema che non è meno drammatico per la sicurezza di quello sollevato dal documento delle armi robot. Documento i cui sottoscrittori si trovano a detenere il controllo di quelle tecnologie di calcolo che “noleggiate” agli Stati, e mai negoziate socialmente, interferiscono largamente sulla vita di milioni di persone. Certo, non sono minacce all’incolumità e alla sicurezza, sono pericoli per la libertà. Perfino gli Stati devono fare i conti con loro per poter gestire i propri apparati, in pace e in guerra, come spiegava Arquilla quando chiedeva allo Stato, alla potenza stessa di un grande Stato come gli Usa, di farsi network, ossia di assumere una flessibilità e un’orizzontalità che muta i suoi caratteri costitutivi per riprendere il primato. Potremmo dire che la candidatura di Obama sia stata la risposta del sistema americano a questa impasse: per battere un network ci vuole un altro network. E il nuovo presidente prometteva di fare del suo paese un grande network di sapere e di cooperazione. La battaglia per la net-neutrality che lui indicò nel primo giorno del suo mandato, dopo il giuramento ne fu il pegno. Ma non ha funzionato. I nani hanno continuato ad accerchiare i giganti, corrodendone basi e radici.

 

 

S’avanza uno strano soldato

 

 

L’utente diventa vulnerabile nel momento in cui scambia la propria autonomia con la propria ambizione a partecipare non più passivamente alla produzione di senso, ben prima degli scenari da apocalittici o integrati degli anni sessanta, persino precedentemente all’avvento di quel rudimentale e grossolano medium che è stata la televisione. Chi voleva vedere poteva accorgersene che il mondo reclamava nuove forme di partecipazione.

 

 

La fabbrica del sapere

 

 

Come osserva un pacato saggista inglese, l’economista Paul Mason nel suo testo Postcapitalismo: “Non appena la Nike ha capito come funziona il capitalismo cognitivo nei primi anni 2000, ha ridotto le spese pubblicitarie per la televisione e la stampa del 40%. Ora punta soprattutto sui prodotti digitali: il Nike+, per esempio, che usa un iPod per annotare le performance dei podisti, dal momento della sua creazione, nel 2006 ha registrato, rimandando le informazioni alla casa madre, 150 milioni di sessioni individuali di jogging. Come tutte le aziende la Nike si avvia a diventare, di fatto, informazione + oggetti “.

 

 

Oggi la sede della valorizzazione della merce, come sostiene Mary Douglas, una delle menti del nuovo marketing digitale, non coincide con il suo contenuto ma con il suo racconto. Proprio il momento di relazione, diretta o intermediata da un device, fra il distributore e il consumatore produce quell’artificio che è il desiderio esclusivo per quell’oggetto o quel servizio. Si crea così una fase inedita della catena del valore, in cui è la reciproca affabulazione fra distributore e consumatore a dare identità alla merce e soprattutto ad assegnarle la capacità di sodisfare esclusivamente quel singolo consumatore che sta identificando la sua personalità con quella merce. Questo processo vedrebbe una semplice evoluzione della relazione di mercato dalla precedente, basata sul potere del produttore – i miei clienti potranno avere qualsiasi automobile, purché sia del modello T e del colore nero, perché è quella che io produco, diceva Henry Ford – a una successiva, in cui quel cliente diventa dominus del mercato e il suo capriccio è il driver della produzione. Ma in realtà questa evoluzione è stata del tutto stravolta dall’intermediazione di interfacce algoritmiche che, in base a procedure e linguaggi, orientano e guidano le nostre scelte.

 

 

Arriviamo ad applicazioni che violano ogni intimo controllo perfino delle proprie identità pur di guidare ogni relazione sociale, come nel caso di Trooly buzz, l’algoritmo acquistato nel giugno del 2017 da airbnb, il colosso che gestisce il traffico turistico ormai in larga parte del pianeta, che permette di misurare, caso per caso, l’affidabilità di ogni singolo operatore del mercato, sia esso albergatore, affittacamere, ristoratore o trasportatore. Un sistema che praticamente batte moneta in un mercato fondato tutto sull’affidabilità.
L’algoritmo, basato su categorie chiaramente etiche, come appunto affidabile, efficiente, sicuro e adeguato, lavora usando i dati che ognuno di noi disperde sia sul web che nelle profondità della rete combinandoli con le notizie pubbliche, di natura giudiziaria o giornalistica. Un servizio che sostituisce le istituzioni come le camere di commercio o le categorie di settore e, in parte, perfino la stessa magistratura.

 

 

Calcolati e calcolanti sotto i ponti

 

 

La principale sezione della Cgil, la camera del lavoro di Milano, la più grande organizzazione territoriale d’Europa, ha avviato una rilevante riflessione, sia in termini formativi che di strategie contrattualistiche, sulle nuove dinamiche digitali che condizionano le relazioni di lavoro. La Federazione dei lavoratori dei trasporti, nell’autunno del 2017, trovandosi per la prima volta faccia a faccia con il gigante Amazon che sottopaga le sue reti distributive, ha messo al centro delle sue richieste la possibilità di conoscere e negoziare gli algoritmi che gestiscono la cosiddetta saturazione dei tempi di lavoro, che arrivano a dati del 160% per un addetto alle consegne o alla cassa dei terminali commerciali, mentre ad esempio nelle fabbriche tradizionali non si supera, di norma, il 75%. La potenza di calcolo comincia a sudare. La contrapposizione fra calcolanti e calcolati diventa conflitto sociale.

 

 

 

È come i ponti di New York, scriveva Langdon Winner, un giornalista di Rolling Stones, una testata cult al confine fra rete e musica, per spiegare l’azione prescrittiva degli algoritmi, citando una ricerca sull’opera di Robert Moses, un grande urbanista che disegnò il sistema della circolazione a New York, che mostrava come Moses avesse cercato di preservare i quartieri residenziali dall’afflusso dei poveri della periferia abbassando i ponti di collegamento fra i diversi quartieri di Manhattan, in modo che gli autobus pubblici non ci passassero. Così gli algoritmi creno inevitabili modelli semantici e razionali in modo che non si può che pensare in quel modo. Per questo diventa essenziale capire chi oggi possa controllare questo snodo cognitivo, e come valutare la natura e le conseguenze di una soluzione matematica che «domina ogni aspetto della nostra vita», per citare il Calvino delle Lezioni americane. L’unico soggetto in grado di contrapporsi al dominio, apparentemente neutro, dei produttori e dei gestori dell’algoritmo sono le comunità di consumatori, e utenti, tanto più se raggruppati in territori.

 

 

La scuola come ring dell’algoritmo

 

 

Un esempio concreto di come tecnicamente un algoritmo possa essere negoziato e dunque riprogrammato lo abbiamo ricavato dalla dialettica parlamentare. Il tema è diventato centrale nella nuova relazione fra utenti e algoritmi, e riguarda la riforma dei corsi di insegnamento, sia nelle scuole secondarie che all’università, Proprio per quanto riguarda le scuole secondarie, nel marzo del 2017 il Tar del Lazio ha emesso una sentenza che diverrà sicuramente esemplare nella giurisprudenza del settore. Rispondendo al ricorso di un insegnante, il tribunale amministrativo regionale ha dichiarato che ogni ente pubblico che adotta un sistema algoritmico nell’erogare un servizio deve rendere accessibile per ogni utente il codice sorgente dello stesso algoritmo. Un principio che di fatto afferma che l’algoritmo è uno spazio pubblico, almeno nel momento in cui funge da pubblico esercizio. È molto più di uno spiraglio, è il riconoscimento che la pubblica amministrazione non può delegare le proprie responsabilità di ente che deve amministrare in giustizia per il pubblico interesse ad alcuna impresa esterna o tecnologia riservata. La stessa proprietà privata che è stata opposta come interesse primario non può adombrare l’interesse pubblico a conoscere esattamente come funziona l’attività discrezionale di un dispositivo intelligente. È importante osservare il processo logico dei magistrati del Tar del Lazio. Rigettando le motivazioni dei legali del ministero, che sostenevano che il software non è assimilabile a un documento amministrativo e che comunque andava tutelato il diritto di proprietà, il copyright, dell’algoritmo. I giudici amministrativi hanno affermato invece che il diritto a conoscere logiche e meccanismi di funzionamento del servizio prevale sullo stesso diritto di proprietà. In particolare, il Tar sostiene che il diritto di accesso ai suoi meccanismi selettivi vada applicato all’algoritmo in quanto lo stesso, nella sostanza, gestisce in modo discrezionale, proprio perché automatico, il fondamentale procedimento della mobilità dei docenti per l’anno di riferimento, determinando lo stesso procedimento con criteri e valori che rimangono opachi e non contestabili dagli utenti. In sostanza si afferma che la necessità di efficienza e di velocità nell’espletare un servizio, quale la graduatoria di un ingente numero di insegnanti, che richiede pertanto un sistema digitale automatico di grande potenza, non può giustificare il carattere riservato e privatistico del dispositivo che in nessun modo,
nel momento in cui espleta un servizio pubblico, può limitare il legittimo diritto degli utenti a conoscere le modalità e le ragioni per le quali sono di fatto valutati. Per la prima volta in Italia viene aperta la cosiddetta black box, ossia quel meccanismo matematico che governa ormai gran parte dei nostri
comportamenti mediante gli automatismi guidati da un algoritmo.

 

 

Siamo così all’esplicitazione di un meccanismo che ormai da anni si riproduce miliardi di volte al giorno: l’automatizzazione di una procedura discrezionale basata su una premessa distorta e interessata, che si arroga il valore di essere l’unica soluzione per il problema a cui è destinata. Il combinato disposto dei due eventi, ossia della sentenza del Tar del Lazio e l’interpellanza dell’onorevole Walter Tocci, ci permette di dare finalmente corpo a quell’eterea e impalpabile azione di ingaggio dell’algoritmo da parte di un consumatore. Concretamente cominciano infatti a uscire dalle nebbie dell’impossibile una pratica e un percorso che innescano una vera meccanica negoziale, costringendo persino giganti, quali sono gli Over-The-Top, a non sfuggire a una contestazione motivata del funzionamento dei propri dispositivi digitali.

 

 

Sono davvero poche le leggi che regolano fondamentalmente la nostra esistenza. E dunque diventa plausibile che ridotte formule matematiche possano cogliere l’essenza della nostra vita sul pianeta. Mentre per quanto riguarda le soluzioni algoritmiche, che sono istruzioni che devono essere lette da un computer, il procedimento che si realizza sulla nostra testa è quello di una semplificazione delle differenze per rendere il linguaggio il più schematico possibile. In sostanza si procede per sottrazione di complessità, e dunque di criticità. gli algoritmi sono semplificazioni di dati processati per un fine, ossia per un obiettivo che si pone il suo elaboratore, il proprietario del procedimento. Questa è la stanza di contrattazione dell’algoritmo.

 

 

Le città

 

 

Le aree metropolitane, dove si raccoglie più di metà della popolazione del mondo, sono oggi la più
straordinaria fabbrica di relazioni digitali. Nella sua accezione più estesa, diciamo di regione metropoli-tana, è ormai un grande bazar dove si scambiano relazioni e informazioni, attraverso il pretesto di oggetti e servizi. Il motore e l’alfabeto di questo pulviscolare sistema di vita sociale è ormai ovunque e uniformemente l’algoritmo. Più che di spazio e di tempo in città si vive di calcolo. Il cittadino in questo bazar di relazioni e connessioni si ritrova comunque un utente-consumatore, e in quanto tale impresario di nuovi atti negoziali, in grado di costringere i giganti a trattare con i nani.

 

 

Partiti sinodali

 

 

Non a caso nel romanzo allegorico Il cerchio di Dave Eggers, che abbiamo richiamato più volte, il personaggio chiave, il guru del social network che sta ingoiano il mondo, si chiede: “ma se con i nostri big data sappiamo tutto, che bisogno c’è della politica e della democrazia?”. Una domanda che ritorna in questi tempi dinanzi ai tentativi di scavalcare la politica con opzioni tecnocratiche che automatizzano il consenso, riducendolo a puro click.

 

 

 

Un partito delle differenze

 

 

 

Oggi non è la catena di montaggio l’emblema della produzione sociale quanto la portabilità delle rela-
zioni sociali veicolate e ordinate dallo smartphone. È il telefonino il nuovo tornio attorno a cui si model-
lano i rapporti che diventano valore. Dunque, lavori individuali, consumi personali, partiti molecolari.
Non più le grandi narrazioni, ma soprattutto le occasionali convergenze su singoli obiettivi. La battaglia sul Jobs Act non può poggiare sulla stessa base di consensi della rivendicazione di un nuovo statuto di fine vita. Sono queste le differenze da orchestrare. Proprio come capita oggi nei nuovi smartphone, dove agiscono nei processori insieme alle Cpu (per i calcoli numerici) e alle gpu (per le interfacce grafiche) anche le Npu (Neural Processing Unit, la base delle funzioni di intelligenza artificiale), che lavorano proprio sulle differenze degli oggetti mettendoli a fuoco e individuandoli per i riconoscimenti automatici singolarmente, anche se sono sovrapposti. Un partito deve lavorare come una Npu sociale. Valorizzare le differenze e incrociare i dati e non cristallizzare desuete identità stabili. Questo è un network che può battere il network dei dominatori della rete. Un sistema che condensi le opinioni e ne tragga saperi, prima che consensi, per fronteggiare le trasformazioni sociali e contestarne il controllo ai proprietari degli algoritmi.

 

 

 

La rete non è megafono unidirezionale, ma piattaforma di relazioni e di sussidiarietà politica, la base materiale di queste nuove rappresentanze politiche non è solo la buona amministrazione, ma
soprattutto l’elaborazione di sistemi di sviluppo locale basati sulla negoziazione del sapere. A Napoli
abbiamo osservato l’insediamento di apple, a Milano il progetto Human Technopole, a Palermo il centro genetico, a Torino il distretto della realtà virtuale e del mobile. Le leadership parlano con il popolo della rete attraverso il linguaggio del marketing territoriale. Ma anche con una fitta e continua serie di eventi in cui la conversazione si snoda e il consenso si cementa. Sembra tornare d’attualità il sillogismo per cui bisogna conoscere per organizzare, ma anche organizzare per conoscere.

 

 

L’algortimo come back door della democrazia

 

 

“La nostra – scrive Bauman – è un’epoca in cui il futuro si presenta sempre più incerto e minaccioso, lasciandoci in balìa di un presente in cui – crollati tutti i progetti collettivi – l’idea di progresso si è completamente privatizzata”. Sia nelle elezioni politiche italiane del marzo del 2018, sia nelle nuove contorsioni geo-economiche che stanno torcendo gli scenari globali, sembra che dopo anni di indefessa corsa verso il futuro, ci sia stancati e si voglia recuperare serenità e certezza, volgendoci al nostro passato, o a quello che crediamo possa essere stato il nostro passato.

 

Le elezioni della retropia

 

 

Entità e soluzioni come algoritmi, bot, intelligenza artificiale, database, big data cessano di essere oggetti esclusivi, asset di dotazioni private, il cui possesso assicura un controllo completo e discrezionale. Esattamente come altri beni nella storia moderna – acqua, farmaci, libri, tv, informazione, scuola – anche gli algoritmi non possono, in uno Stato civile, essere di assoluto appannaggio dei titolari e degli autori. Il valore della condivisione e dell’accessibilità sociale a essi prevale sul diritto privato. Esattamente come la circolarità delle informazioni scientifiche o di attualità prevale sul copyright delle testate che le veicolano. Solo una possibile riattivizzazione di questa logica che ha guidato la nascita della cultura digitale, a metà degli anni sessanta in California, potrà ridare alla civiltà del calcolo il consenso e il sostegno di quel popolo della rete che oggi appare disorientato. L’attacco alla rete, le minacce autoritarie di Stati autocratici, l’uso spregiudicato che gruppi professionali o politici stanno esibendo della back door della democrazia possono essere fronteggiati solo in uno scenario dove riprenda voce l’interlocuzione sociale con la scienza. Da qui potrà anche riprendere forza una cultura riformatrice e socialmente conflittuale con i poteri dominanti.
In un anno come il 2018, che a noi pare per la prima volta non vedere una sinistra viva e pensante, capace di dare voce a settori portanti della società per ripensare e riprogettare i modelli di convivenza, ritrovare un filo conduttore che riapra contraddizioni nei punti alti dello sviluppo, in modo da poter riconfigurare i tratti essenziali dei processi di riproduzione della ricchezza e dei rapporti fra i diversi ceti sociali, può ridare energia a una nuova talpa sociale.

 

 

La pervasività della potenza di calcolo, nel momento in cui diventa forma e contenuto della nostra vita, non può più rimanere pura ricerca scientifica separata, appartata, riservata. Se il calcolo, la ricerca, rimane lontano dalla democrazia, quest’ultima perde ogni nerbo e forza, e decade. Come sta avvenendo.

 

 

Luogo e contenuto di questo processo di automatizzazione della discrezionalità sociale è oggi quel controverso fenomeno delle criptomonete, il bit coin e le sue consorelle, gestite da una tecnologia sociale quale è la blockchain. Un nuovo automatismo, decentrato, diffuso, apparentemente ingovernabile. Il sistema è tuttora avvolto da un’aura da alchimista. Elaborato per il bit coin, nel 2008, da un soggetto, singolo o collettivo non è ancora dato sapere, che si nasconde dietro il nickname Satoshi Nakamoto, si basa su una procedura a blocchi, ossia a stadi di registrazione e calcolo dei dati. Si tratta di una concatenazione di registri, dove si depositano le documentazioni di ogni operazione effettuata con le monete digitali, e in base a un algoritmo originario si determina il successivo valore della stessa moneta, la sua quotazione.  Un sistema efficiente e fluido, capace di adeguarsi, in real time al mercato, e di riflettere la dinamica delle modalità di utilizzo, instaurando una relazione diretta e automatica, appunto, fra le quantità e le tipologie di fruizione della moneta. Talmente freddamente efficiente che le stesse banche centrali, come la Federal Reserve o la bce, stanno studiando forme di adozione della blockchain per il circuito ufficiale. Israele e la stessa banca d’Inghilterra lavorano da tempo a blockchain nazionali per sostenere criptomonete locali.
Un entusiasmo, questo dei compassati gnomi finanziari, che appare davvero al limite dell’autolesionismo. Tutto infatti poggia sull’illusoria certezza che l’estrema complessità del modello garantisce la sua impenetrabilità . Una fiducia troppo naïf per essere reale. Come abbiamo già visto, l’insorgere del nuovo quantum computing, del calcolo quantico, mostra l’aleatorietà di tali suggestioni. Se lo sappiamo noi, lo sanno tutti, questa è la nostra presunzione. Il quantum computing è un pensiero che supera la stessa dimensione teorica del calcolo binario. E dunque relativizza ogni certezza. Innanzitutto un computer quantistico è un elaboratore che sfrutta le leggi della fisica e della meccanica quantistica – come la sovrapposizione degli effetti e l’entanglement – per superare le barriere della tecnologia attuale e mantenere viva la legge di Moore. Attualmente, infatti, siamo molto vicini ai limiti fisici nella miniaturizzazione dei componenti. Di conseguenza, risulta estremamente complicato aumentare la potenza computazionale degli attuali processori, dato che diventerà praticamente impossibile aumentare ulteriormente la densità dei transistor nei circuiti integrati con il giusto trade-off di costi e consumi.
Se non è la teoria, allora cosa alimenta questa continua droga computazionale? Solo un radicale disegno politico. Infatti, perché mai, ci siamo chiesti, istituzioni sovrane e prestigiose, che sono titolari di un potere esclusivo e completo sulla finanza, rinuncerebbero a tale facoltà di governo per affidarsi a sistemi ingovernabili, tanto più se si rivelano poi anche inaffidabili, come abbiamo visto, per la nuova prospettiva quantica? Perché si continua a legare la blockchain all’efficienza e non si fa menzione dell’imprevedibilità e di una certa anche casualità dei suoi effetti qualora fossero davvero determinati solo dal naturale adeguarsi delle quotazioni agli automatismi del network? Forse perché questi sistemi, per quanto decentrati e automatici, come tutti i sistemi automatici, sono solo l’epifenomeno di un potere ancora più centralizzato e opaco, completamente escluso da ogni dialettica pubblica, separato da ogni istanza rappresentativa, inaccessibile per ogni istanza democratica? Come si potrebbero negoziare le strategie monetarie se il motore del sistema fosse del tutto automatico e segreto? Questa oggi è la partita che si profila all’orizzonte della politica, in Europa e nel mondo: quale rilevanza e discrezionalità ancora affidare al gioco democratico rispetto agli automatismi degli algoritmi. Quale relazione tutelare nel rapporto fra cervello e intelligenza artificiale?

 

 

Sicuramente i dispositivi basati sulla blockchain sono controllabili da almeno due tipi di individui: chi ha elaborato gli algoritmi sorgente dei dispositivi, nel caso del bit coin chiunque si nasconde dietro allo pseudonimo Satoshi Nakamoto, e colui che si trova ad avere una pistola puntata alla tempia dello stesso Nakamoto.

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Tratto da: www.lsdi.it
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