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Luciano Zuccoli – Le cose più grandi di lui

PRIMA PARTE.

I.

Non appena il conte Percy Stanhope giunse a Roma, si fece condurre in via Nomentana alla ricerca della famiglia Astori. Voleva rivedere un suo giovane amico, Andrea, col quale circa quattr’anni prima aveva passato non pochi giorni e non poche serate piacevoli.
Il portiere di via Nomentana, piuttosto a gesti che a parole, perché Percy Stanhope non sapeva nulla d’italiano, gli fece intendere che la famiglia Astori aveva lasciato quella casa da parecchio tempo e abitava in via Venti Settembre. Con questo indirizzo scritto alla bell’e meglio sopra un pezzetto di carta, Percy Stanhope riprese la carrozza.
Trovò il palazzo, salì, fu ricevuto da Giorgio Astori, un ragazzo uscito appena dalle penombre dell’infanzia, il quale parlava assai bene l’inglese.
– Voi venite per avere notizie di mio fratello Andrea? – egli disse, offrendo una poltrona nel salotto al visitatore.
– Certamente, – rispose Percy Stanhope, – del mio caro Andrea. Ma temo che mi abbia dimenticato, perché appena tornato qui da Londra, rispose a una mia lettera, e poi non mi scrisse più…
– Sì, dev’essere stato in dicembre, – mormorò Giorgio, come frugasse nella memoria, – Quattr’anni or sono…
– Credo…
– Ebbene, mio fratello è morto il mese dopo, sui primi di gennaio!…
Quantunque Percy Stanhope, chiamato Grog dagli amici, vantasse molto sangue freddo e avesse veduto molte cose nella sua vita, non poté trattenere un gesto di stupore doloroso.
– Morto! – ripeté.
Giorgio lo guardava attentamente, come andasse riconoscendolo. Egli rammentava, oh rammentava bene che il povero Andrea gli aveva parlato di quel suo amico di Londra, narrandogli certe avventure.
Giorgio contava allora dieci anni, Andrea circa diciannove; e aveva detto: «È un demonio, che mi ha abbacinato; le azioni più stravaganti, più pazze, più disoneste, gli sembrano facili ed ordinarie, e a furia di parlartene come di roba d’ogni giorno, finisce col persuaderti che il nero è bianco e la tenebra è la luce».
Ora lo aveva innanzi agli occhi e lo fissava. Percy Stanhope doveva essere sulla trentina, ma a un primo sguardo sembrava anche più giovane: capelli biondi, colorito acceso, occhi azzurri scintillanti sotto le palpebre socchiuse, giusta statura ed elastica. Si capiva il signore e l’uomo amante di esercizii fisici; maniere perfette. Vestiva di grigio con scarpe di cuoio rosso scuro; teneva nella destra i guanti.
– Morto! – ripeté. – E come?
Giorgio si strinse nelle spalle, mentre un’ombra fugace gli velava le gentili fattezze.
– Vi chiedo scusa, – soggiunse Percy Stanhope. – Forse io rinnovo senza saperlo qualche troppo amaro ricordo…?
– Sì, – rispose Giorgio, volgendo il capo a guardare altrove.
Il giovane signore inglese notò allora la singolare nobiltà di quel viso d’adolescente.
– Vi trattenete molto? – seguitò Giorgio come avesse avuto fretta di allontanare il discorso da un argomento che gli faceva troppo male.
– Qualche mese. Non conosco affatto Roma. D’altra parte la stagione è deliziosa. Spero, se permettete, di poter contare sulla vostra amicizia e sull’amicizia della vostra famiglia…
Giorgio lo fissò, e non rispose.

*

Giorgio Astori era nato quattordici anni prima, allorché Andrea ne contava già nove, da Silverio Astori e Matilde Turchesi.
Dei due figli, Silverio prediligeva il maggiore; non solo perché gli era ormai come amico e compagno e gli dava pel suo ingegno grandi speranze d’un avvenire non comune, ma perché avrebbe voluto avere, invece di Giorgio, una figlia, per la quale aveva scelto il nome di Giuliana, in memoria di sua madre, e fatti mille disegni.
Venuto al mondo Giorgio, Silverio n’era rimasto accorato e deluso. Non che non lo amasse, in proceder di tempo; ma supponeva già, senza una ragione, che non potesse mai rivaleggiare per ingegno e per carattere con Andrea: pensava già che il piccolo Giorgio dovesse essere, se non di peso, di nessun giovamento alla famiglia, e lo guardava con quell’affetto non privo di indulgenza con cui si guardano i deboli e gli incapaci.
Disgraziatamente, pareva che il bambino desse ragione ai timori di suo padre: era un sognatore, un sentimentale, un malinconico: studiava poco, perduto in fantasticherie gigantesche; anche quando sapeva e sapeva bene, non faceva bella figura, perché si lasciava, per timidezza, passare innanzi quelli che ne sapevano meno di lui, ma erano più arditi.
Ascoltava e guardava avidamente, come sempre stupefatto di essere in questa vita. Aveva affetti strani, quasi violenti per un cavalluccio prima, poi per un gatto che si chiamava Nerone, infine per un ragazzo suo condiscepolo, tal Giovanni Cartolli, che approfittava di quella devozione per mangiar quanto aveva Giorgio di meglio nel panierino, e per farsi regalare le decalcomanie, i fogli coi soldatini, gli oggetti di cancelleria.
A casa, era un poco diffidente. Sentiva che suo padre non lo amava molto, che sua madre era prima di tutto e sopra tutto innamorata del marito, che anche Andrea non si occupava affatto di lui; come se quei nove anni di differenza mettessero tra i due fratelli una barriera, un abisso.
Giorgio aveva cercato per istinto di buttarsi or qua or là, di attaccarsi alla mamma o al babbo o ad Andrea; ma senza esserne respinto, non aveva sentito la rispondenza calda, la tenerezza sagace quali egli forse sognava senza potersele dire.
Ciascuno di quelli aveva i suoi pensieri: gli affari e gli studii occupavano gli uni Silverio, gli altri Andrea; quanto a Matilde, la mamma, era tutta per la casa, a pensar manicaretti e delizie e sorprese per il marito. Spesso andava in cucina a preparare qualche piatto speciale; usciva ad acquisti di oggetti e di gingilli per arricchir la cucina, o per abbellire il salotto; lavorava infaticabilmente perché il suo Silverio trovasse in casa il paradiso, un tale paradiso da non poterne ideare altri.
In quelle corse per la città, si traeva dietro il piccolo Giorgio se non era a scuola, e lo caricava di roba.
Egli aveva avuto per lungo tempo nelle braccia la sensazione d’una famosa gelatiera, che la mamma diceva non pesar nulla e ch’egli reggeva appena. Quel giorno era rimasto nella mente di lui; incancellabile. Camminava e non si poteva dire s’egli abbracciasse la gelatiera o se la gelatiera trascinasse lui. Aveva incontrato quel malandrino di Giovanni Cartolli, che a veder Giorgio così piegato a trattener l’arnese che gli sfuggiva di tra le braccia, aveva dato in una risata, in un vero urlo.
Giorgio n’era rimasto tutto offeso; e deponendo la macchina a terra, aveva detto a Giovanni Cartolli:
– Tu sei uno stupido! – Poi, ripresa la gelatiera, mentre Giovanni se ne andava ridendo più che mai, era corso come poteva a raggiunger la mamma, la quale, senza badargli, aveva già varcato la soglia d’un altro negozio.
Il peggio si fu che, nonostante le fatiche della mamma e lo sforzo di Giorgio a girare il vaso cilindrico dentro il ghiaccio, il gelato per quella volta non riuscì, e il babbo ne rise, onde la mamma e Giorgio uscirono dall’avventura assai mortificati.
Del resto, era ormai abitudine di mandar Giorgio a far qualche spesa, quando la domestica aveva altre occupazioni. – Giorgio, dovresti andar tu; Giorgio, fammi il favore di scendere…
Egli aveva allora otto anni; molto agghindato, elegante, perché la mamma lo considerava alla guisa d’un balocco o d’un ninnolo, e tutto ciò che stava in casa, intorno a Silverio, doveva essere bello. Indossava, fuor delle ore di scuola, quasi sempre un abito di velluto nero, calzoncini corti stretti al ginocchio, collare di merletto o bianco inamidato; coi capelli biondi tagliati a frangia sulla fronte, pareva una figurina scappata fuori da un quadro di Van Dyck e ne aveva la nobiltà inconsapevole.
S’era impratichito dei prezzi; sapeva il costo del burro come della seta, d’un pollo come del filo per cucire. E accortosene, Silverio se n’era spaventato.
– Per carità, – disse a Matilde, – non me ne farai una cameriera o una cuoca? Inségnagli la musica o il disegno, ma non me lo mandare per le strade, ove può fare anche cattivi incontri.
Matilde rinunziò a quell’aiuto; ma rinunziò per poco; passata la bufera, riprese a mandar Giorgio qua e là, dalla sarta a fissar un appuntamento, dal salumiere a comperar certo formaggio; un po’ dappertutto insomma, raccomandandogli di non dir nulla al babbo.
Ora un giorno che Giorgio usciva da un negozio con parecchi involti e s’avviava a casa, eccoti il babbo che passa in carrozza e fa fermare.
– Dove sei stato? – domanda.
– Là, – risponde Giorgio, non sapendo come cavarsela e non volendo tradire la mamma. – Laggiù, a comperare. Mi hanno dato la commissione…
– Chi ti ha dato la commissione?
– Un signore, no, una signora…
– E tu che facevi in istrada? Chi ti ha permesso di uscire?
Giorgio rimase senza parola, guardando il babbo.
– Evvia, allocco! – disse questi, dandogli un buffetto. – Tu vuoi menarmi pel naso, quando non ci son riusciti quelli più grandi e grossi di te!… Va’ a casa, subito. E non dire alla mamma che mi hai incontrato.
Giorgio tornò a casa, consegnò la roba alla mamma, poi andò ad appollaiarsi sul suo sgabello alto, come quando doveva meditare.
E aveva da meditare questo: che il babbo gli raccomandava di non dir nulla alla mamma, che la mamma gli raccomandava di non dir nulla al babbo, ed egli non sapeva chi obbedire. Non voleva nuocere a nessun dei due; voleva anzi essere utile all’uno e all’altra; non sapeva come. E non sapendo come, si mise a piangere in silenzio, sullo sgabello alto, in un angolo della sua camerina.
Il babbo tornò verso l’ora del pranzo e rimproverò Matilde di averlo disobbedito; fu assai rude, come non era stato mai; e Matilde pianse.
Questo scombussolò Giorgio; non aveva ancor visto piangere sua madre: gli pareva che anch’essa fosse piccina e dovesse andare a scuola; e ascoltava il singhiozzo di lei soffocato, proprio come il singhiozzo dei bambini.
Silverio alla fine la baciò sulla fronte, le fece qualche carezza sui capelli e disse:
– Ora andiamo a cena.
E andarono; ma Giorgio mangiò poco. Era tuttavia sossopra. Quella piccola scena gli aveva fatto sentire confusamente, oscuramente, che la mamma era una povera donna, che il suo affetto e la sua protezione non valevano proprio nulla, perché bastava un gesto del babbo per buttar tutto all’aria.
E ancora a tavola, mentre Andrea, che faceva l’ultimo anno di liceo, raccontava gaiamente storielle di professori, Matilde guardava di tanto in tanto Silverio con occhi così supplici e timidi ch’ella pareva la figlia maggiore di lui, invece che la moglie.
Silverio troneggiava; padrone incontrastato, uomo felice; adorato in casa da’ suoi; stimato fuori come industriale ricco e avveduto; giovane e robusto, – contava allora quarantaquattro anni, – da mandare avanti affari e famiglia ancora per una ventina, con una spinta gagliarda.
Giorgio mangiò poco, perché intuì tutto questo, improvvisamente, con la sua sensibilità acutissima; e non gli piacque nulla; né l’aria da despota tranquillo di suo padre, né il contegno stupido di sua madre, né l’allegria chiassosa ed egoista di suo fratello. Non se n’era mai accorto? non li aveva mai visti adunati così, ciascuno con la sua vera fisionomia morale?
Che poteva egli dire, a otto anni? Forse era vissuto fino a quel giorno come una piccola bestiola, e subitamente per un nonnulla, per una scenetta comunissima, la sua intelligenza si era destata, la sua anima aveva cominciato a sentir l’anima altrui; cosa che raramente è piacevole.
Quel giorno c’era il dolce; un dolce con certa uva passa, del quale Giorgio era ghiotto.
Ma il babbo decretò ch’egli non ne avrebbe mangiato perché aveva detto una bugia. Sua madre acconsentì subito; a che cosa non avrebbe ella acconsentito per far piacere a Silverio?
Il bambino guardò l’uno e l’altra, intontito.
Aveva detto la bugia? Si rammentò che veramente in istrada aveva mentito, dicendo d’essere andato a comperare per commissione d’una signora; ma intendeva salvar la mamma; ed ora la mamma lo condannava a non mangiare il dolce?
Anzi, ella osservò, severamente:
– È giusto. Non bisogna mai dire la bugia.
Giorgio rimase muto. Nel suo piccolo cervello si scatenava una tempesta. Quel dolce aveva un odor caldo ch’era una delizia. Come, non bisogna mai dire una bugia, se la mamma gli ha invece insegnato a dirla, perché tutte le commissioni ch’ella gli dava avevano ad esser taciute, anzi negate, se il babbo interrogava? Andrea mangiò due grosse fette di quel dolce; e anche il papà ne mangiò due; e la mamma che l’aveva preparato con le sue mani, era in estasi. Il piatto rimaneva nel mezzo della tavola a fumigare, a mandar fuori quell’odor caldo, a far vedere la pasta dorata con le chiazze brune dello zibibbo: una vera insolenza.
Poi vennero le frutta, e il babbo diede una pera a Giorgio; ma il bambino la tagliò, trovò i bachi nel mezzo e non poté mangiarla.
La legge era questa: se il frutto non era buono, non se ne pigliava un altro, perché bisognava avvezzarsi alle delusioni della vita, che qualche volta è come una pera attraente di fuori e bacata di dentro. Ma era legge che non valeva se non per Giorgio; Andrea sceglieva, tagliava, lasciava a mezzo, tornava a scegliere, e nessuno osava fiatare. Per lui la vita non doveva aver bachi.
Quella sera fu lo stesso; Andrea si prese due pere, buonissime, e se le mangiò con un certo batter della lingua sul palato, che nulla pareva più irritante a Giorgio.
Finalmente tutti si alzarono. Il babbo uscì per affari poco dopo, la mamma si mise a leggere un romanzo, Andrea aveva da studiare, e Giorgio si addormentò in un canto del divano.

II.

Tale era la famiglia di Silverio Astori sui primi tempi; e intorno molta gente, sia perché Silverio si compiaceva di fare inviti, sia perché egli e la moglie avevano parenti numerosi.
Alcuni di questi erano andati a cercar fortuna più su, lasciando Roma ove abitava Silverio, per fermarsi a Milano o a Genova o a Torino. Altri s’eran contentati di ciò che avevano; ma in breve s’eran visto passare innanzi Silverio.
Il quale faceva quattrini d’ogni cosa; non perché gli mancassero prudenza e rettitudine, ma perché la sorte lo aiutava in maniera costante. Trafficava di tutto: di ferramenta come di stoffe, di carbone come di solfato. Il suo studio s’era a poco a poco ingrandito; da quattro, gli impiegati erano ormai dodici, da strettamente nazionali, gli scambii divenivano mondiali.
E Silverio aveva potuto un giorno far mettere una targa lucente d’ottone, su cui in lettere nere si leggeva: Silverio Astori – Import – Export. Quella targa indicava la sua potenza, ed entrando la mattina nel portone di via Venti Settembre ove un bell’appartamento gli serviva di studio, Silverio le gettava talora l’occhiata gioiosa che si getta a una donna amata e fedele.
I parenti che possedevano anni addietro ciò che possedeva lui, si videro poveri al suo confronto.
La signora Appia Turchesi, la madre di Matilde, che non aveva mai avuto simpatia pel genero, s’era ammansita; un giorno l’avevano udita perfino lodare Silverio.
Ella conservava sul volto le tracce d’una bellezza ch’era stata famosa; ancora il profilo purissimo, la linea della bocca, gli occhi scuri, i capelli interamente bianchi e tuttavia folti, davano idea di ciò che Appia poteva essere stata a vent’anni.
E dicevano i maligni che, quantunque sposata a sedici anni con l’illustre chirurgo Ludovico Turchesi, della sua bellezza non era stata avara. Si raccontavano certi incontri galanti, i quali dimostravano a un tempo la sua inclinazione all’amore e la dabbenaggine del marito.
Il quale n’era pazzamente innamorato; cosicché non s’era mai potuto giudicare s’egli ignorasse, o se tacesse sapendo, con quel muto eroismo d’ogni giorno, che è di taluni uomini deboli. Debole, del resto, Ludovico Turchesi si svelava soltanto nella sua vita intima, perché nella professione s’era mostrato d’una grandezza d’animo, la quale non poteva non essere ammirata.
Infettàtosi durante un’operazione, vistosi perduto nonostante le più sapienti cure, dispose con serenità stoica le sue ultime volontà; a un allievo prediletto, Marco Fallena, dettò giorno per giorno, quasi ora per ora, le impressioni e le fasi del male, perché, disse, ciò poteva essere utile ai colleghi; e infine si spense con l’ultimo sguardo alla moglie bellissima.

*

Appia Turchesi rimase vedeva e ricca, con la bambina, Matilde. La quale cresceva né bella, né brutta; era bionda come il padre, gli occhi grigi, un’espressione placida in volto, come di persona che si diletta a vivere e non domanda nulla. Faceva i suoi studii quieta quieta; la musica le piaceva e il pianoforte era la sua distrazione.
Qualche anno dopo la morte del dottor Ludovico, Appia pensò a rimaritarsi. Aveva due pretendenti, – i maligni li chiamavano con altro nome, – il conte Surallo e il capitano Traversa. Ma gelosi l’un dell’altro, finirono col battersi in un duello che sollevò gran rumore; il capitano ferito gravemente; il conte Surallo si allontanò per qualche tempo; e del matrimonio non si fece più parola.
Si sposò invece la figlia, Matilde, a diciassette anni con Silverio Astori, vicino di casa, il quale ne contava ventisei.
Silverio non piaceva per nulla ad Appia; questa aveva pensato che sua figlia sposasse Marco Fallena, divenuto nel frattempo un medico di grande avvenire.
Silverio non possedeva allora che una fabbrica di scarpe, la quale egli chiamava calzaturificio; e Appia osservava che poteva ben chiamarla come voleva, ma egli rimaneva sempre un ciabattino. Matilde s’impuntò, con l’ostinazione sorda dei caratteri pacifici; e sua madre, la quale non contava che trentaquattr’anni e aveva tuttavia una gran voglia di divertirsi e di fare all’amore, finì per cedere.
Matilde Turchesi sposò Silverio Astori.
Il giovane tentò subito un gran colpo; con la dote della moglie fece larghi acquisti di pellami; vendette, ricomprò, tornò a vendere; la fortuna gli arrise, si sentì sicuro, ampliò il genere degli affari, fu ricco in breve.
Matilde gli aveva dato un figliuolo: Andrea.
Silverio ne fu felice e aspettò anche la femminuccia, per fare la coppia; ma dovette aspettare nove anni, e poi nacque Giorgio.
La famiglia Astori occupava un sontuoso appartamento fuori porta Pia, al principio di Via Nomentana; un altro appartamento in Via Venti Settembre serviva per lo studio e gli uffici; e poi v’era un villino, «in una località un po’ buffa», come diceva Silverio, nei dintorni di Castelnuovo di Porto; ma gli era capitato nel fallimento d’un suo debitore ed egli se l’era preso, calcolandolo un decimo del valore.

*

Appia andava qualche volta a trovar sua figlia, «la sposa del ciabattino». Non diceva nulla; ma in casa Astori respirava un’aria crassa di borghesia, che le rivoltava lo stomaco.
Sarebbe stato assurdo negare che il genero aveva talento per gli affari, che gli affari prosperavano; soltanto, più i quattrini fioccavano e più quella gente si adagiava in un benessere tutto materiale: mangiar bene, vestir bene, scarrozzare, comprar roba, far tintinnare i baiocchi, dar ricevimenti senza capo né coda: la loro vita non andava oltre.
Matilde aveva perfino smesso di suonare il piano; preferiva aiutar la cuoca; ingrassava. Ingrassava anche Silverio, che non essendo alto di statura, si faceva d’anno in anno più volgare.
Ad Appia non piaceva nessuno, neppure Andrea, il bambino tutto braccia e tutto gambe, che pareva un ragno. Ella gli mandava di tanto in tanto qualche regalo, per convenienza, ma non lo invitava mai presso di sé; quel sentirsi chiamar nonna le garbava poco.
Anche la bella condotta del nipotino a scuola, il profitto grande ch’egli traeva dagli studii, la lasciavan fredda. Era sua opinione che a scuola i più asini hanno i più bei punti; e su questo, nessuno la poteva smuovere.
Viveva con una dama di compagnia, in un suo villino, sulla Passeggiata di Ripetta; aveva addobbato la casa con gusto squisito; riceveva pochi intimi, e fra questi il suo ultimo amante, Alessandro Ispa, uomo che aveva vissuto molto, epicurèo delicato, che poteva apprezzare le abitudini di Appia; e stanco di emozioni e d’avventure s’era legato a lei da una diecina d’anni: affezione, ormai, più che amore; abitudine e confidenza, più che peccato.
Ella aveva ripreso a frequentar la casa di sua figlia, la pesante e fastosa famiglia Astori, fin da quando era nato Giorgio. Aveva intuito che quel bambino cascava tra quella gente come una mosca nel latte. Desideravano una femmina, e compariva un maschio; volevano una Giuliana e nasceva un Giorgio. Il piccino sarebbe stato la vittima di quella delusione.
Qualcuno disse che Giorgio somigliava alla nonna; ed Appia, ch’era presente, ne fu lusingata.
In verità, non le somigliava per nulla; bello d’un’altra bellezza, più maschia, più pensosa, più chiusa, per così dire. Di tanto in tanto il suo visino era invaso da una espressione che lo trasfigurava, un’espressione di sogno, che veniva da lontano.
Non somigliava ad Appia, la cui bellezza non aveva mai significato il sogno, ma piuttosto l’orgoglio e la gioia. Somigliava al bisnonno, al padre di Appia; e questa, rintracciata nel bambino finalmente un’aria di famiglia, della famiglia sua, si sentì intenerita.
Lo seguì anno per anno, lo studiò con acume, cercò di averlo seco quanto più poteva. Ma Silverio Astori, il quale ripagava l’antipatia di Appia con altrettanta antipatia, era sempre pronto a trovare un pretesto per tardare, e le lasciava Giorgio sol quando un rifiuto sarebbe stato offesa.
– È un amore contrastato, – diceva Appia con un sorriso non privo d’amarezza.
E si acconciava ad andare ella stessa dagli Astori, a far festa anche ad Andrea, che con la sua chiacchiera e la sua manìa di fracasso, le era davvero insopportabile. Così poteva avere Giorgio, accarezzarlo, farlo parlare, udire i suoi racconti strampalati.

*

Il piccino era malato di sogni; aveva un’immaginazione irrefrenabile, che partiva e galoppava per un nonnulla. Sopra un manifesto, che doveva servire a far conoscere un nuovo lucido da scarpe e che rappresentava un cavallo in corsa verso la luna, il piccolo Giorgio aveva fantasticato una intera notte. Una parola, un nome, un’allusione, gli bastavano per creare mondi inverosimili ed introvabili.
Non avendo alcuno a cui confidarsi, perché in casa non gli badavano, s’appollaiava sul suo sgabello alto e rimaneva assorto a crogiolarsi i sogni.
Non giuocava quasi mai con balocchi veri, che avevano una forma determinata, un senso preciso. Trascurava i soldatini di piombo per ordinar lunghe battaglie con le pedine della dama o con le pallottole della tombola, alle quali dava autorità, nomi, vita; i pezzi del dòmino gli servivano da materiale per costruzione di fortezze e di baluardi. Si creava un mondo a suo modo.
Ritagliava nella carta certi pupazzi mostruosi, a cui si affezionava come a persone, quantunque suo fratello Andrea schiattasse dalle risa a vederli.
Appia, che ormai se n’era fatta un’idea giusta, ne aveva detto qualche parola a Matilde. Bisognava trattar Giorgio in altra maniera che Andrea: più attentamente, più cautamente, perché era molto impressionabile. Matilde rispose che sì, ma sua madre non le credette un istante.
Appia sapeva bene che «quella sciocca» era pazzamente innamorata del «ciabattino celebre» e che per lui avrebbe dato anche i figli. E Appia n’era scandalizzata, perché i figli valgon meglio del marito, non han chiesto di venire al mondo e bisogna aiutarli.
Si sarebbe occupata ella stessa dell’educazione di Giorgio, se gliel’avessero dato. Ma giusto quando stava per avanzar questa idea, notò che suo genero ostentava una freddezza, di cui ella non sapeva trovar ragione.
Giorgio aveva pranzato da lei pochi giorni prima. Era una vera festa per Appia la presenza di lui. Egli mangiava con la gravità propria dei bambini; discorreva liberamente, sentendo che gli volevan bene e che non gli tenevan gli occhi addosso per fargli ad ogni istante un’osservazione.
Confessò quella sera che l’aritmetica e le cinque parti del mondo gli mettevano paura.
– Se fossero quattro, ti andrebbero meglio? – interrogò Appia scherzosamente.
– Mi andrebbero meglio se non ci erano! – dichiarò Giorgio risoluto.
Appia rise. Rise anche la dama di compagnia, Maddalena Pedretti, una signorina di quarant’anni. Il bambino parve sorpreso che il suo modesto desiderio non fosse apprezzato.
Al finir del pranzo, passarono nel salotto, ov’era il piano: un salotto tutto fiorito di belle tappezzerie color d’oro scuro, di mobilio sottile e svelto ricoperto d’una stoffa amaranto con disegni neri; pochi quadri alle pareti, pochi gingilli, un fascio di rose rosse traboccante da un prezioso vaso della Cina.
Giorgio, abituato ai mobili massicci e lucidi di casa sua, alle sàgome tronfie, si compiaceva istintivamente di quella casa, che non gli pesava sopra; non capiva nulla, se non che ogni cosa era gentile e ridente. Nel salotto, una vetrata di colore amaranto formava la parete di fondo; e Giorgio la guardava, con quel bel colore, illuminata dalla luce delle lampadine elettriche.
Egli, che non aveva mai visto il mare, pensava che il mare fosse così, un poco più grande, ma rosso cupo; e forse si muoveva, perché era di acqua: un’acqua color d’amaranto, che si muoveva; e i bastimenti e le barche, passandovi sopra, si facevano essi pure tanto belli.
Voleva chiedere alla nonna, ch’egli chiamava zia, non si sapeva perché, quasi avesse divinato che il titolo di nonna, mettendole innanzi i suoi cinquant’anni passati, le era uggioso.
Ma la nonna, seduta in quel momento al piano, con mano sicura sfrenava dai tasti una sinfonia rossiniana, che balzava, rideva, civettava con garrula petulanza.
Giorgio, fattosi vicino, ascoltò. Fisso l’occhio alla vetrata color d’amaranto, gli parve che quella a poco a poco si muovesse ondeggiando; non c’erano le barche sull’acqua stupenda, ma egli se le immaginava quali le aveva viste in certe illustrazioni; alte, le vele gonfie, una quantità di remi a destra e a sinistra, che le facevan rassomigliare a scolopendre spaventevoli. E l’acqua si muoveva or più or meno, a seconda della musica or più or meno viva.
Appia diede un’occhiata al bambino, lo vide assorto, e s’interruppe.
– Che guardi? – interrogò.
– Guardo il mare! – disse Giorgio.
– Il mare? – fece Appia stupefatta.
– Sì, il mare è così: tutto rosso, – spiegò Giorgio, additando la vetrata. – E si muove, quando tu suoni. Ora non suoni, e il mare è fermo.
Appia pensò di dire al bambino che il mare non è color d’amaranto e non si muove a suon di musica. Ma si rattenne… Perché distruggere un’illusione, che a Giorgio sembrava tanto cara? Aveva tempo a vedere il mare qual è, la vita qual è, tutte le cose quali sono, belle o brutte… Ed ella riprese a suonare.
Poi quando la sinfonia ebbe termine, Appia si rivolse a Giorgio:
– Perché non dici alla tua mamma di suonarti il piano qualche volta? – domandò.
– Mamma sa suonare? – fece Giorgio, sorpreso.
– Ma senza dubbio.
– Come te?
– Anche meglio di me!
– Io non lo sapevo! – mormorò Giorgio. – Il piano è sempre chiuso.
– Già, il piano è sempre chiuso, – ripeté Appia.
E mentalmente aggiunse: – È diventata un’oca, Matilde: mangia, beve, dorme, corre dietro a quella bestia del suo ciabattino!
Giorgio riprese:
– Ma tu, come sai che la mamma sa suonare il piano?
Appia rise.
– Le ho insegnato io. Non ti rammenti che è mia figlia?
– Sì, è tua figlia. E non aveva paura dell’aritmetica e delle cinque parti del mondo?
– Non aveva paura: studiava, imparava, faceva ogni cosa per benino; allora era intelligente.
– Allora!… E adesso…?
– Anche adesso, anche adesso! – s’affrettò a correggere Appia. – È sempre intelligente, la mamma.
– E perché non suona più?
– Forse avrà altro da fare.
Giorgio tacque: si domandò che avesse da fare la mamma, e gli parve che non avesse proprio nulla, se non correre in cucina ad assaggiare le vivande o andar pei magazzini a comprar roba.
– Allora, quello è il mare? – riprese Appia, additando la vetrata. – Ma non ci sono navi?
– Ora no; ma c’erano prima, quando tu suonavi; e su una a comandare, il capitano Tarafià.
– Ah, lo conosco! – disse Appia per ischerzo. Giorgio la fissò con meraviglia.
– Ma il capitano Tarafià l’ho inventato io! – spiegò poscia cautamente. – È il numero 34 delle palline della tombola e vince sempre le battaglie.
– L’hai inventato tu? Io credeva di conoscerlo; è grande, con grandi baffi, occhi tremendi, il petto coperto di decorazioni. Non è lui?
– Non è lui. Gli assomiglia. Ora suona, ma una cosa svelta, perché voglio vedere il mare in burrasca
Appia suonò un galoppo furioso, e Giorgio vide il mare in burrasca, le navi che cozzavano l’una contro l’altra, le vele squarciate, i remi all’aria. Lo stesso capitano Tarafià andò a capofitto nelle onde, ma se la cavò egregiamente, come di solito, a nuoto.
Verso le dieci, Appia chiamò la signorina Pedretti, che riaccompagnasse Giorgio a casa.
Il volto del bambino si rabbuiò.
Tornare a casa gli dispiaceva molto; nessuno suonava il piano, nessuno chiacchierava con lui, non c’era il mare color d’amaranto. C’eran quei mobili massicci, le sàgome tronfie che parevano voler annichilire quel che passavano vicino. E Andrea che gridava e schiamazzava, il babbo grave e importante, la mamma quieta e tonda come una quaglia.
Si levò in punta di piedi per baciar la nonna sulle guance; ed ella vide che due lagrime gli brillavano negli occhi, ma non disse nulla, per non turbarlo di più.
– Addio, e grazie, zia Appia!
Arrivederci presto, caro.
Egli si volse sulla soglia a guardar di nuovo la bianca nonna, ritta e sorridente, fra tutte quelle cose sorridenti e belle. Vide il piano aperto, il fascio di rose… Infine se ne andò, dietro la signorina Pedretti, che lo chiamava dall’anticamera.
Appia mandò un sospiro e crollò il capo.

III.

Andò a trovare la figlia qualche giorno di poi; sul tardi, per non dover rimanere a lungo e per non incontrarsi col genero, che stava in casa fin verso le tre.
C’era gente. Matilde serviva il tè a una grossa signora, che aveva intorno tre bambini, golosi e maleducati, i quali si rimpinzavan di paste e divoravan con gli occhi quelli che rimanevan sul piatto: la signora Strògoli e i suoi figli.
Dall’altro lato, sul divano, un giovanotto elegante, erede futuro di una cospicua fortuna ammassata dal padre col commercio delle pelliccie.
Il giovanotto, Maurizio Creffa, s’era regalato il titolo di conte, ma badava a non incocciar nel babbo, che l’avrebbe preso a scapaccioni se avesse saputo di quella manìa ridicola.
E sullo stesso divano, la signorina Emma Tarabusi; Appia, a quel nome, pensò al capitano Tarafià inventato da Giorgio, e le venne voglia di ridere.
Poi, qua e là, altri personaggi, quali in piedi, quali seduti, che fumavano, sorbivano il tè, sgretolavan pasticcini, discutevano.
Maurizio Creffa aveva sostenuto fino a quel punto che un giovane non deve ammirar nulla e nessuno. La signora Sofia Tarabusi, madre di Emma, approvava. Ella approvava sempre le parole del giovanotto, perché sperava di appioppargli la figlia; non per il titolo di conte, ch’era posticcio, ma pei quattrini, ch’erano autentici.
Qualcuno si dichiarò contrario alle idee di Maurizio. C’è delle cose, a questo mondo, ci son dei personaggi, che bisogna ammirare….
– Tanto più, – osservò il commendator Paschetti, – che ammirare non costa nulla!
E vedendo che nessuno rideva della trovata, fece egli stesso una risatina piuttosto con la pancia che con la bocca.
Il sopraggiungere di Appia ammutolì i visitatori per qualche istante. Si scambiarono saluti, si fecero le presentazioni.
Parecchie di quelle signore sentivano innanzi alla mamma di Matilde una specie d’antipatia e di soggezione; avevan capito ch’ella le disprezzava tutte quante; cosa che non le avrebbe invelenite tanto, se una certa superiorità di lei, venuta forse dalla bellezza, dall’eleganza, dalla vita, non fosse stata manifesta.
Altre la guardavan con deferenza timida. Era una borghese ella pure, ma una borghese diversa da loro. Presto s’era staccata dalle abitudini tutte pratiche, tutte materiali, della borghesia grassa. Aveva gusti fini, s’intendeva d’arte, di molte cose, di cui esse non sapevano iota; poteva parlar benissimo di musica e di letteratura. Poi aveva viaggiato. E quando viveva il marito, c’era intorno a lei un’adunata di persone colte, nella dimestichezza delle quali aveva irrobustito la intelligenza e le inclinazioni, che già da sole non eran dozzinali.
Infine si sapeva che, bellissima e rimasta vedova assai giovane, aveva avuto parecchi amanti, se pur non si voleva dire che ne aveva avuti anche quando non era vedova.
E se quella bellezza irradiava ancora un po’ di fascino, il ricordo di quegli amori irradiava una specie di terribilità; perché la signora era vissuta tra passioni roventi, – «ad alta temperatura», diceva il commendator Paschetti, – ed ella aveva serrato nelle piccole mani la felicità e la disperazione di uomini di valore, di gente di prim’ordine, ch’erano a’ suoi cenni.
D’altra parte, sforzandosi di nascondere come meglio le riusciva la pietà per quelle povere piccole donne, era cortese, amabile, facile. Le più mature, aiutate dall’esperienza, indovinavano benissimo ciò ch’ella pensava; ma le più giovani, nelle quali l’istinto di diffidenza era meno sveglio, si lasciavan cogliere.
– Non vorrei aver interrotto una conversazione importante, – disse Appia, prendendo dalle mani di sua figlia la tazza del tè.
Nulla d’importante, nulla d’importante, signora! – rassicurò il commendator Paschetti. – Il conte Creffa diceva che un giovane non deve ammirar nulla e nessuno…
Appia sentì una vampata di malignità invaderle il cuore alla vista di quel giovanotto smunto, che pareva stare in bilico per non sciupare la sua eleganza calcolatissima.
– Lei è parente di Sebastiano Creffa, che ha un magazzino di pelliccerie in Piazza Colonna?
Uno sparo di rivoltella a bruciapelo non avrebbe fatto sul giovane più spiacevole effetto.
– Sì, signora; sono parente, – mormorò.
– Ho comperato da lui la mia pelliccia di cincilla. Ha roba assai bella e non cara
Maurizio Creffa tacque, annientato; ma le signore, trovato un argomento che le divertiva più dell’ammirazione da concedere o da non concedere, cominciarono a discorrere di pelliccie.
Il commendator Paschetti si curvò all’orecchio di Matilde, e le susurrò:
– Colpo maestro!… Me l’ha ammazzato!… Matilde badava che tutti fossero serviti a dovere; uno dei ragazzi Strògoli, il più grandicello, le si era messo alle calcagna per aver qualche altro pasticcino; ed ella lo incaricava di portar qua una tazza, là il canestro dei biscotti; il che dava agio a Pierino Strògoli di servirsi a piacere.
– Finirà col crepar d’indigestione! – borbottò il commendator Paschetti, osservandolo.
– È l’educazione del giorno, – rispose l’ingegnere Antonio Catalani, un altro calmo e maturo invitato. – A’ miei tempi, non si mangiava e non si beveva che a un cenno della mamma; e fuor di casa, nulla!… Già, non si andava a scocciare il prossimo in casa altrui…
Parlavano sotto voce, nel vano d’una finestra, guardando i tre ragazzi Strògoli, che non stavano mai fermi e non avendo più da ruffolar dolciumi, pigliavano i ninnoli di porcellana e se li rigiravan tra le mani.
La mamma loro parlava di pelliccie; tutte parlavan di pelliccie, che per l’inverno prossimo sarebbero state care; e si udivan nomi esotici e strani, dei quali le signore parevan assai pratiche; e cifre alte, di migliaia di lire. L’una descriveva una forma di mantello che desiderava; l’altra non voleva che ermellino; questa esaltava la bellezza del colinski…
– Colinski? – fece Antonio Catalani. – Che mai sarà?
Sarà un gatto, come tutti gli altri, – rispose il commendator Paschetti.
Appia, visto che la conversazione s’era animata, si alzò un istante per chiedere a Matilde dove fosse Giorgio.
– È nella sua camera a studiare la lezione. Appia pensò alle cinque parti del mondo.
– E Andrea?
– Anche lui studia. Che vuoi? Ho già da sorvegliare questi Strògoli; e se vien qui Andrea, la è finita.
In quel momento si presentava Maurizio Creffa a congedarsi. Appia gli diede la mano, ch’egli strinse freddamente.
– Me ne son fatto un nemico, – ella disse a Matilde, quando il giovane se ne fu andato. – Ma non potevo immaginare che si vergognasse di suo padre, ch’è un galantuomo…
Vennero altri a congedarsi: la signora Sofia Tarabusi con la figliuola, il commendatore, poi finalmente la Strògoli coi ragazzi, ch’ella chiamava «demonietti».
A poco a poco, se ne andavano tutti; alcuni abitavano all’altro capo della città e non potevano attardarsi; una signora più larga che lunga, rammentò a Matilde che riceveva il venerdì.
L’ingegnere Catalani fu l’ultimo. Se ne andò dicendo:
– Quei piccoli Strògoli! Ma s’è mai visto nulla di simile? Tre maiali, mi scusino; tre veri maiali.
Appia e Matilde sorrisero.
– Tu sei fortunata d’avere un bimbo come Giorgio, – disse Appia, – così gentile, così caro… Ma già, non ne capisci niente; non te ne occupi…
Matilde, stanca di chiacchiere, intontita dal fumo delle sigarette, che pure a finestre aperte ondeggiava ancora in aria, non rispose. Aiutava Lucia a fare un poco d’ordine, perché tutti quei piattini sudici di crema, quelle tazze col fondo del tè, le davan noia.
– Non me ne occupo? – disse, allorché Lucia la cameriera se ne andò con un vassoio carico. – Ti pare, mamma? Mi occupo di Giorgio e di Andrea, sempre…
– È vero; ma l’uno è così diverso dall’altro! E poi Andrea è un giovanotto, ormai; ha diciassette anni. L’altro è un bambino delicato… Se tu lo dessi a me, io mi dedicherei interamente a educarlo e a istruirlo… Per esempio, non so perché non gli insegni un po’ di musica, le prime nozioni… Dopo, imparerebbe; e un giorno sarebbe contento di saper suonare il piano e di poter interpretare i grandi maestri; perché, o io m’inganno forte, o egli è un artista, e se volete farne un industriale, non ne caverete nulla
Stavano, Appia e Matilde, l’una a fianco dell’altra, su quel divano sul quale stavan poco prima la signorina Tarabusi e Maurizio Creffa.
Matilde, andava, per così dire, sfasciandosi. Quantunque non contasse che trentacinque anni, la sua freschezza spariva, l’adipe cominciava a farsi notare; e aveva in volto, sotto la delicata epidermide bionda, come una stanchezza, la quale non era forse che la stanchezza d’una felicità continua, d’un benessere ininterrotto, senza ansie e senza palpiti. Questo l’afflosciva; i nervi in lei non agivano più; ella naufragava a poco a poco in un mare calmo ed immobile.
Dire che quella era figlia dell’altra, di Appia, ancora sottile e diritta come a vent’anni, pareva uno sproposito. Costei aveva tuttavia in volto un ardore, dentro gli occhi un caldo, un impeto, una superbia appena velata, che ne dicevano la forza.
I suoi cinquantatré anni l’avevan certo soprappresa allorché le energie fisiche e morali eran ben lungi dall’essere esauste; e si sforzava ogni giorno a rammentarsi ch’era vecchia, che doveva figurar tra le vecchie, poiché nulla sarebbe stato più penoso, più umiliante per lei che farselo rammentare, direttamente o indirettamente, dagli altri.
– Darlo a te? – riprese a un tratto Matilde, come ripensasse d’improvviso alle parole di sua madre. – Dare Giorgio a te? Ma mi pare strano ciò che mi dici…
– Oh, non dubitare, sarà sempre tuo!… Io sono vecchia e sola, e Giorgio mi sarebbe tanto caro…
Capisco, mamma… – fece Matilde imbarazzata. – Ma non so davvero che cosa potrebbe pensarne Silverio…
– Ecco: Silverio! Appunto per lui, – ribatté Appia. – Ti pare ch’egli sia capace di comprendere Giorgio? È un brav’uomo, un abile industriale, nessuno pensa a dubitarne, ma quanto a finezza di gusti e di educazione intellettuale, non mi sembra una rarità. Dico male?
Matilde tacque.
– Tu ne sei innamorata; è una bella cosa, – seguitò Appia. – Ma devi pur capire… E s’interruppe. Risonava nella stanza vicina la voce di Silverio, e quasi subito egli comparve. Allegro, strinse la mano di Appia, baciò Matilde sulle gote, sedette con un largo respiro.
– C’è stata gente? – domandò.
Mentre Matilde gli faceva i nomi degli amici ch’erano stati a prendere il tè, Appia osservava per la millesima volta dacché lo conosceva, suo genero, come se ogni volta sperasse di trovarlo diverse del solito.
Era uomo gagliardo, largo di spalle, ampio di petto, piantato su gambe solide. Il suo volto rideva anche senz’aprir bocca; un volto abbronzato, con qualche ruga attorno agli occhi, i capelli interamente neri, il naso aquilino, i baffi lunghi spazzolati energicamente all’insù. Non era alto di statura, ma nemmen basso da parer troppo tarchiato.
Vestiva di chiaro. Appia notò con celato disdegno la catena d’oro, appuntata a un occhiello del panciotto, la quale ricadeva fino al taschino, dove senza dubbio c’era un grosso orologio. Notò anche una spilla infitta nella cravatta turchina; una perla; ma quella specie di cravatta non ammetteva spille di sorta. E poiché Silverio aveva accavallata una gamba sull’altra, scopriva al disopra dello stivaletto un par di calze amaranto.
– Amaranto! – pensò Appia. – È un miracolo se Giorgio non le piglia per il mare, le calze del suo babbo! Cose dell’altro mondo!
E udì che Matilde parlava appunto di Giorgio con Silverio, impostando così male, con tale timidezza, la questione, che Appia dovette intervenire.
– Lo vorrebbe per sé, la mamma; dargli lei stessa l’educazione…
– Lo vorrebbe? – esclamò Silverio, sollevandosi sulla poltrona. – Che significa? Non capisco!
– Ma no, cara, – fece Appia, rivolgendosi a Matilde con un sorriso che svelava la sua impazienza contenuta. – Mi sarò espressa male. Non voglio Giorgio per me, come non avesse una casa, un babbo e una mamma…
– Ah, volevo dire! – esclamò Silverio. – Ha un babbo, una mamma, una casa. Queste cose si fanno coi trovatelli, donna Appia, coi figli di nessuno… Ma non credo d’aver bisogno della carità…
– Né io ho offerto la carità a lei, – interruppe la signora prontamente. – Matilde non s’è spiegata… Il mio desiderio sarebbe d’aver Giorgio un pochino più spesso a casa mia; e parlando di questo, ho aggiunto o volevo aggiungere, che non sarebbe nemmen tempo perduto per il bambino e per me; io potrei insegnargli la musica, a poco a poco, metterlo al piano… A me farebbe gran piacere, una distrazione da povera vecchia… Ma imaginiamoci se io voglio impacciarmi nella educazione dei figli altrui, anche se sono miei parenti! Una tal mancanza di riguardo, una vera offesa!… Le pare, Silverio…?
E mentalmente aggiungeva: – Dammelo, e a foggiargli la testa ci penso io!
– Non avevi capito niente, insomma! – disse Silverio rivolto a sua moglie, con una risatina.
Matilde stette silenziosa. Non le conveniva discutere con quei due, abituati a giuocar d’astuzia e a nasconder le loro idee.
Infatti, sul viso di Silverio così gaio e aperto quando non c’era nulla da fare, si stendeva come un ventaglio di furberia attenta; quella medesima espressione ch’egli aveva alla stazione di Trastevere quando verificava un carro di merce.
– Veda, donna Appia… – riprese, giocherellando con la catena dell’orologio. – A me, i bambini che vanno per le case altrui, piacciono poco, siano pure case rispettabili come la sua; finiscono col pigliar abitudini, con l’imparare idee… Non dico per lei… Non si ha più, come esprimermi? quella regolarità di educazione, quella uniformità di vedute… Lei mi comprende…; che sono la garanzia della riuscita… Per esempio, il mio Andrea, che è un tesoro… Sempre a casa sua… Andrea è al mondo da diciassette anni, e lei non ha pensato mai a dargli lezioni di musica… E ha fatto bene!…
Matilde lanciò un’occhiata fuggevole a sua madre; aveva sentito l’improntitudine del sarcasmo, al quale certo la signora non sarebbe rimasta indifferente. Ma quantunque non s’aspettasse una frecciata, Appia trovò ancor la forza di sorridere.
– Mio Dio, caro Silverio, si direbbe quasi, a udir lei, che io abbia occulti disegni sul piccolo Giorgio! – ribatté pacatamente. – Non mi sono occupata di Andrea, è vero, non gli ho dato lezioni di piano. Ero più giovane; quand’egli è nato, avevo l’età che ha oggi Matilde, poco più di trenta; facevo un’altra vita… A poco a poco, naturalmente, tutto cambia; cambiamo noi, con gli anni; ho cambiato io pure… E vorrei occuparmi di Giorgio; che dico occuparmi? averlo più spesso da me, ecco tutto; poiché sono sola…
– Non c’è la dama di compagnia, quella signorina Prefetti?
– Pedretti; ma è un’altra cosa. Non si può paragonarla a un mio nipotino…
– Via, via, donna Appia!… – interruppe Silverio.
Egli era spiccio; quando un affare non gli sembrava conveniente, lo rifiutava; se gli si mettevano attorno a persuaderlo, temeva d’essere raggirato, e allora trovava maniera di fare irreparabile e perentorio il rifiuto.
– Via, via, donna Appia! Non ci dipinga il diavolo più brutto di quel che è! Distrazioni non le sono mai mancate, anche senza i nipotini; e non credo che oggi sia proprio così sola, così sola…
Matilde, la quale aveva decisamente rinunziato a metter lingua in quella discussione, sentì un brivido. Che stava per arrischiare Silverio?… Frizzi, allusioni, ironie?… La mamma non avrebbbe tollerato.
Infatti, levando il capo repentinamente, Appia fissò gli occhi pieni di luce negli occhi di Silverio:
– Si spieghi meglio! – disse.
– C’è poco da spiegare, – egli rispose, – Non ha una casa sua, una dama di compagnia, il teatro, le passeggiate, le visite, i ricevimenti, quel che vuole?
Nonostante quella savia ritirata, s’erano ormai intesi tutti e tre: Matilde, Silverio e Appia.
Questa si alzò e si alzarono anche la figlia e il genero.
– Insomma, – disse Appia a mo’ di conclusione, col suo abituale sorriso di convenienza, – una buona intenzione, un buon proposito, non sono stati compresi. Tu hai guastato tutto, Matilde: hai voluto fare un discorso diplomatico, quando bastava dire: «Mandiamo un po’ più spesso Giorgio a cenare dalla nonna!»
Matilde guardò sua madre, perché rammentava bene che di discorsi diplomatici o non diplomatici non ne aveva fatti punti.
– Ha ragione, ha ragione! – interloquì Silverio. – Ma lei capisce: Matilde mi vien fuori colla trovata dell’educazione, come se casa sua fosse un orfanotrofio…
Matilde guardò anche il marito… Doveva essere così? Quei due avevano deciso di pigliarsela con lei? Toccava a lei far le spese delle loro bizze, della loro antipatia?
– D’altronde, – seguitò Silverio, – se non si tratta che di questo, di mandarle più spesso Giorgio…
E non finì; perché egli soleva non finir le frasi, le quali significherebbero, ben tornite, un impegno; mentre mal tornite non significano nulla.
Si chinò a baciar la mano di Appia, maniera di saluto ch’egli non usava con altri al mondo.
Appia abbracciò e baciò sulle gote quella povera sciocca di Matilde, e s’avviò alla soglia, seguita da Silverio, che voleva accompagnarla fin sul ripiano.

IV.

Il capitano Tarafià, – il quale non era né un uomo, né un pupazzo, ma semplicemente una pennina da scrivere o una pallottola, il numero 34, del giuoco della tombola, – stava per ritornare all’attacco dopo aver riordinati i suoi reggimenti.
Poiché la sacchetta dei numeri era riposta, con la scatola e le cartelle, nella sala da pranzo, il capitano Tarafià s’impersonava in una pennina a forma liscia, con rigonfio a metà del corpo. Tutte le pennine allineate dietro di lui, quattro schiere da venti ciascuna, erano identiche al capitano; piccole, lucenti, acute. Ma Tarafià aveva dovuto subire, per l’onore d’esser il comandante, un lungo bagno nell’inchiostro rosso; donde una pàtina, che se lo faceva inservibile come penna, lo indicava subito come capitano.
Di fronte, aveva l’esercito di Kavallì, col quale c’era poco da scherzare. Più corto e più tozzo di Tarafià, Kavallì possedeva anche un rigonfio più notevole, una vera gobba da cammello, che lo rendeva assai pericoloso nell’arte di buttare a gambe levate i nemici.
Le schiere di Kavallì, esse pure identiche al loro capitano: tozze, corte e con la gobba; ma Kavallì portava dentro uno dei buchetti che servivano a dargli elasticità, un minuscolo, quasi invisibile pezzetto di cordicella azzurra. E ciò era il segno del comando; sarebbe stato ridicolo dubitarne.
La battaglia aveva avuto principio con un attacco di Tarafià.
Si sapeva da tempo che l’esercito di Kavallì non attaccava quasi mai. Essendo formato di pennine piuttosto pesanti, con la gobba alta e la punta sollevata sulla superficie del tavolo, gli conveniva aspettare il nemico di piè fermo.
L’altro, l’esercito di Tarafià, pennine svelte, basse, che strisciavano sul tavolo a tutta corsa, si lanciava all’attacco volontieri. Avvenuto il quale, c’era un momento di sosta, per giudicare il risultato della mischia, per lasciare, direi, snebbiare il fumo o la polvere.
E si vedevano allora pennine di Kavallì e pennine di Tarafià con la pancia all’aria, e pennine di Tarafià sotto le pennine di Kavallì, e pennine di Kavallì sotto le pennine di Tarafià.
A un nuovo colpo di dito sulla estremità delle pennine, ecco altre schizzare in alto, ricadere, rovesciarsi. E dal numero di quelle ch’erano ribaltate, si giudicava l’esito della battaglia.
Quel giorno, Kavallì aveva astutamente raccolto il suo esercito sopra un’altura: nientemeno che il vocabolario del Fanfani rilegato in mezza pelle macchiolata di verde e di marrone. Si trattava della conquista del vocabolario, un’impresa che ha sempre fatto paura a chi se ne intende. Ma il bravo Tarafià l’aveva pensata bella: per non logorar le forze del suo esercito nell’arrampicarsi dal tavolo al vocabolario, disponeva le schiere sul dizionario dei sinonimi, ch’era vicino e non molto inferiore di livello all’altro.
Di lì, con un salto audace, che costa la vita pur troppo a qualcuno dei suoi valorosi, passa sul vocabolario, si lancia contro l’esercito di Kavallì, lo attacca una prima volta, e una seconda: pennine all’aria, risuonar d’acciaio, mischia generale, tenzoni particolari; e infine, dell’esercito di Kavallì rimangono venti pennine diritte e in gamba, mentre Tarafià ne ha ancor trentacinque delle sue, lucenti, frementi, piene di ardore.
Kavallì retrocede, tentando riordinar le truppe disperse. Ma Tarafià non gli dà tregua, butta all’aria tutto quel che incontra, rovescia non pochi nemici giù dall’altura, e con un’audacia da far fremere, affronta personalmente Kavallì.
È un fatto nuovo, inaudito; perché Kavallì e Tarafià non si battevano mai, e perciò erano invincibili.
Ma quel giorno, inebbriato dalla vittoria, volendo farla finita con un nemico implacabile, Tarafià perde la testa, corre contro Kavallì e si ferma a un millimetro dalla sua punta come per sfidarlo.
Un duello Kavallì-Tarafià!.
Due guerrieri che han preso parte a cento battaglie, due punte, due gobbe, dal cui incontro dipende la sorte di due popoli.
Tarafià torna indietro, come per prendere la rincorsa, fa un giro superbo innanzi agli eserciti, sospesi, esterrefatti; e poi si avventa con la rapidità della folgore…

*

Questi avvenimenti si svolgevano sul tavolino innanzi al quale stava seduto Giorgio per condurre a termine un compito di aritmetica.
Ma poiché il cómpito era difficile, Giorgio aveva dato di piglio alle due scatolette di penne; le vicende di Kavallì e di Tarafià lo affascinavano, quantunque dipendessero da lui. E vi si infervorava, stando con l’orecchio attento perché la mamma non lo cogliesse; la quale non poteva supporre che il suo bambino creasse un mondo intero e personaggi di tanta importanza con le penne da scrivere.
Nel salotto attiguo risonavano voci e risate; veniva di là l’acciottolìo delle tazze di porcellana; Giorgio aveva anche distinta la voce della nonna Appia e aveva sperato che lo chiamassero; ma sopraggiunto il babbo nel salotto, la speranza era sfumata.
Dall’altra parte, nella camera a lui destinata, Andrea si preparava agli esami di licenza liceale. Leggeva a voce alta, con cadenza così monotona, che Giorgio vi si era abituato presto, come ci si abitua al borbottìo isocrono d’un torrentello. Lo udiva anche alzarsi a passeggiare; e in questo caso, con un gran foglio di carta asciugante Giorgio nascondeva Kavallì, Tarafià e gli eserciti, perché Andrea sarebbe stato capace di gettargli ogni cosa a terra e di dargli qualche scapaccione.
Andrea non ammetteva che Giorgio giuocasse nelle ore di studio; le fantasie del bambino lo irritavano. V’era tanta diversità di carattere tra i due fratelli, che il più grande non capiva menomamente il più piccolo. Egli non rammentava d’essere stato come lui; le scioccherie di Tarafià, le invenzioni grottesche onde si compiaceva Giorgio, gli riuscivan nuove. Da bambino aveva giuocato regolarmente coi balocchi che gli regalavano, nelle ore destinate al giuoco… Possedeva una carrettella, alcuni pupazzi, diversi cavalli, una scatola con soldatini di piombo; con questi si divertiva senza tanti Tarafià. Le penne per lui eran penne, e non eserciti e generali.
Bastava, del resto, dare un’occhiata alle camere dei fratelli per capirne il carattere.
Per l’addietro occupavano una grande camera in comune; poi, entrato in liceo senza esami, Andrea aveva chiesto che gli si desse una camera a parte, e poiché non ve n’erano, Silverio aveva separato i due con un tavolato, nel quale era stato aperto un uscio di comunicazione.
N’era venuta fuori così una camera spaziosa per Andrea e una camerina lunga e stretta, un rettangolo, per Giorgio. Ciascuna aveva il letto, l’armadio, un tavolo, alcune sedie. Ad Andrea era toccata anche la libreria. A Giorgio avevan fatto una piccola libreria con una tavola infissa nel muro sostenuta da due bracci.
Ma Giorgio era il disordine; portava a casa certi oggetti, nei quali vedeva imagini e significati straordinarii: un ferro di cavallo, matite di tutti i colori, scampoletti di stoffe, ventagli, fotografie di città, scatole di cartone e di legno, fogli di carta degli alberghi con vedute, un piccolo bastimento a vela, gambe e teste di marionette, bottoni d’ogni genere; roba che comperava dai compagni o che otteneva in cambio di vecchi francobolli e di decalcomanie.
Non aveva mai un soldo, quantunque il babbo gliene desse, piuttosto per la spocchia di mandare i suoi figliuoli ben forniti a scuola, che per la sollecitudine di soddisfare qualche loro capriccio.
Andrea ne metteva da parte, tolto quel poco che occorreva per comperarsi qualche sigaretta; e la sua camera era per così dire, immobile; nulla entrato, nulla uscito, nulla fuori di posto, dacché gliel’avevano data.
Giorgio portava a casa anche i giornali con le figure, e di sera le pitturava, abbondando di rosso: faceva rosso il tramonto, rosso il mare, rossi i leoni, rossi gli uomini politici, senza sapere che questi, di arrossire han perduto l’abitudine da un pezzo.
Ritagliava le più belle, le ingommava sopra certo cartoncino, insudiciandosi le mani e gli abiti; poi le faceva agire. S’era fabbricato così una specie di teatro, il cui fondale era un paesaggio africano, innanzi al quale si svolgevano scene e si udivano dialoghi inverosimili tra una tigre e un ingegnere celebre, tra un ministro e un cavallo che aveva vinto il Derby.
Di tanto in tanto, calava una raffica su quel bazar; la mamma, aiutata dalla cameriera, faceva gettar via tutto. E Giorgio ricominciava l’indomani a crear nuovamente il suo tesoro, portando a casa qualche acquisto e rifacendo il disordine senza il quale pareva non poter vivere.

*

Nel salotto attiguo risonarono per qualche tempo le voci del babbo e della nonna; poi il babbo riaccompagnò questa fino alla porta e ritornò.
Giorgio, lanciato Tarafià contro Kavallì, al momento di decidere le sorti di quegli eroi e dei popoli, fu interrotto dall’idea che si poteva dare una capatina in salotto e buscare forse un pasticcino.
Scese dallo sgabello alto, aperse l’uscio pian piano ed entrò.
La mamma stava in un angolo del divano, raccolta e pensosa. Il babbo passeggiava in lungo e in largo, con le mani nelle tasche della giacca.
Bisogna fargliele intendere certe cose, a quella vecchia, – diceva.
Giorgio si fece presso alla mamma e sedette sul divano a fianco di lei.
– Hai finito il compito? – ella gli chiese sottovoce.
– Lo finisco stasera, – egli rispose, pur piano.
Matilde prese un pasticcino da un piatto rimasto sul tavolino da tè e lo diede a Giorgio.
Capirai, – seguitava Silverio, – ha delle idee da pazza. Proprio a lei darò mio figlio! Sarebbe tempo che mettesse la testa a partito, perché, già…
Si avvicinò alla parete, girò un bottone e il lampadario nel centro del soffitto sfolgorò la sua luce, il che fece batter le palpebre a Giorgio.
– Un pasticcio ce lo deve avere tuttavia, alla sua età. Si parla di quell’Alessandro Ispa…
– Un amico di casa, un amico da dieci anni, – interruppe Matilde.
– Che storie!… Ci va tutti i giorni santissimi, ora a pranzo, ora dopo pranzo, ora prima di pranzo… Che han da dirsi, di così importante? Recitano le litanie?
– È un vecchio amico, ti ripeto.
– E perché tu non hai un vecchio amico da dieci anni, perché non vien qui tutti i giorni?
Matilde si strinse nelle spalle.
– Io non sono sola.
– Tu sei onesta, ecco, e se anche fossi sola, sapresti comportarti diversamente… Questa è la verità…
A Giorgio, rimasto col pasticcino tra l’indice e il pollice della destra, suo padre sembrava magnifico: un vero Tarafià di famiglia. Passeggiava in su e in giù, inciampando qualche volta nell’angolo del tappeto e accompagnando le parole con certe scosse delle spalle, con certo movimento del capo, che gli davano grande importanza.
La mamma invece, rannicchiata nell’angolo del divano, somigliava a uno di quegli uccelli, che si fanno grossi grossi prima di cacciare il capo sotto un’ala e di addormentarsi.
Ma con meraviglia non priva di timore, Giorgio vide che il babbo si volgeva a lui, proprio a lui.
– Tu lo conosci, il signor Ispa?
– Io? – fece Giorgio, sgranando gli occhi. – Che cosa è?
– Credevo che lo conoscesse, – spiegò Silverio a Matilde, mentre riprendeva la passeggiata. – Perché quella è ben capace di far conoscere il nipotino all’amante…
– Vedi che non lo conosce; dunque è inutile insistere, – obiettò Matilde dolcemente.
– Ispa! – ripeté Giorgio sottovoce. – Che cosa è mamma, Ispa?
– Sta zitto e mangia! – rispose la mamma.
– In ogni modo, il bambino non glielo mando, né poco, né molto, – riprese Silverio. – Ah, insegnargli la musica! Perché studii anche meno del solito e si metta a correr dietro alle crome e alle biscrome… Ne ha, delle idee, la vecchia!
Giorgio, mangiato il pasticcino, si lasciò scivolare a terra e s’avviò alla soglia; quella conversazione non lo divertiva punto; ma prima di uscire udì ancora il babbo che diceva:
– Altro che chiamarmi ciabattino celebre!… Crede ch’io non sappia che mi chiama ciabattino celebre!… E lei, che cosa è…?

*

Giorgio tornò nella sua cameretta e si diede subito a imitare il babbo.
Passeggiava in lungo e in largo, le mani nelle tasche della giacca, alzando le spalle, movendo il capo, dandosi importanza; e borbottava parole intorno agli affari suoi, invece che intorno alle idee di quella vecchia, delle quali non aveva capito nulla.
Capirai: un duello Kavallì-Tarafià! Adesso abbiamo anche questo! Come l’andrà a finire? Kavallì ha la gobba, Tarafià ha la punta. In ogni modo… Questa è la verità… Non si tratta di recitar le litanie… È un pasticcio!…
E affondata la testa nelle spalle, sporgeva il piccolo ventre per parer più grave…
– Che cosa vai mormorando, stupido? – gli gridò Andrea dall’altra camera.
– Studio!
– Ma che studii! Sta zitto, che mi disturbi!
– Un duello Kavallì-Tarafià, – seguitò Giorgio, passeggiando. – Sarebbe tempo che mettesse la testa a partito, quel Kavallì!
– Ma la vuoi finire? – gridò Andrea.
E d’un balzo comparve sulla soglia.
Era un ragazzone lungo, magro, con le gambe che ballavan dentro i calzoni. I capelli già biondi si facevano castanei; una ciocca gliene pendeva sempre sugli occhi, ond’egli aveva preso l’abitudine di scuotere la testa per ricacciar la ciocca indietro. Il colorito pallido, le labbra tumide, il naso aquilino: somigliava in questo a suo padre, ma aveva come la madre e come Giorgio gli occhi grigi. Ciò che colpiva in lui eran le mani grandi, sempre rosse anche l’estate, con le unghie sudicie.
A differenza di Giorgio, il quale desiderava essere ben vestito e, se non incollava figurine o lavorava con l’inchiostro, voleva aver le mani pulite, – Andrea non badava affatto agli abiti. S’abbigliava in furia la mattina, e la cravatta intorno al collo non era più che un cencio male annodato. Al vederselo innanzi, Giorgio ammutolì; e Andrea disse, gettandogli un’occhiata:
– Siamo intesi!
Poi tornò nella sua camera, riprese a leggere ad alta voce con quella cadenza monotona, che rammentava il borbottìo d’un’acqua passante.
Giorgio salì sullo sgabello, sedette al tavolino e ritrovò Tarafià innanzi a Kavallì.
Egli nutriva grande simpatia pel primo: quella destrezza delle truppe di Tarafià nell’attaccare il nemico dava come un’aureola d’audacia al capitano che le guidava; onde Giorgio aveva fiducia che in duello particolare, Tarafià si sarebbe comportato in maniera degna della sua fama.
Disgraziatamente invece, lanciato Tarafià contro Kavallì, il primo andò ad infilarsi sul secondo, cosicché Kavallì non ebbe che a inalberarsi un poco per gettar Tarafià a gambe levate.
Giorgio ne rimase stupefatto. Era inutile discutere. Tarafià giaceva sul Fanfani a pancia in aria. Tarafià era morto!
Il bambino si guarintorno, come cercando qualcuno con cui commentare l’avvenimento incredibile, impreveduto, strepitoso. Non c’era nessuno. Tarafià era di quegli eroi dei quali tutti ignorano la vita e le gesta.
Anche la nonna Appia aveva parlato d’un capitano Tarafià con grandi baffi e occhi terribili; ma si trattava certo d’un altro. Il vero Tarafià era quello che giaceva rovesciato dalla gobba invincibile di Kavallì.
Giorgio balzò a terra e andò da Andrea.
– Sai che è morto? – disse con voce cavernosa.
– Chi? – fece Andrea spaventato.
– Tarafià!
Andrea scattò in piedi.
Ti ho detto di non raccontarmi queste stupidaggini! – esclamò.
E raggiunto Giorgio, gli lasciò andare un manrovescio così forte, che il bambino ne rimase intontito. Non pianse. Tornò nella sua camera, con una guancia rossa rossa e un’orecchia che gli zufolava, a guardar Tarafià.
Gli venivano mille idee, nonostante lo schiaffo.
Adesso le penne di Tarafià passavano agli ordini di Kavallì; occorreva comprarne altre di altra forma per costituire un esercito da contrapporre a quello di Kavallì.
I funerali di Tarafià si sarebbero fatti l’indomani. Lo avrebbero trasportato in una scatola e rovesciato fuor della finestra, perché la strada era il cimitero. Bisognava trovar un momento in cui Andrea non studiava nella camera attigua, per i funerali con la musica, e Giorgio avrebbe composto anche la musica… Bum, bum, burubum! Tè Tè…!
– Giorgio, a tavola! – disse nel corridoio la voce di Lucia.
Il bambino diede un’ultima occhiata a Tarafià e corse a mangiare; ci doveva essere il dolce con l’uva passa, che aveva comperata egli medesimo, la mattina; perché egli sapeva dove si vende l’uva passa più bella.

V.

Non si poterono celebrare i sontuosi funerali del capitano Tarafià per l’ora stabilita.
Il cadavere era stato deposto nella scatoletta; le altre penne, rappresentanti l’esercito di Tarafià e l’esercito di Kavallì schierate sul tavolino scintillavano sotto un raggio di sole, che non poteva giungere più opportuno.
Scintillava anche Kavallì, al quale Giorgio aveva aggiunto in uno de’ suoi buchetti un cerino, che doveva essere un pennacchio spettacoloso, per indicar la vittoria immortale e l’aumento della potenza. Nulla mancava. Il corteo sarebbe sfilato lungo il vocabolario Fanfani, l’altura su cui Tarafià aveva incontrato morte gloriosa.
L’altra altura, il dizionario dei sinonimi, era sparita, perché ingombrava. Nella geografia pratica di Giorgio, un’altura di più o di meno non aveva alcuna importanza. Anche il mondo, anzi l’universo, cambia faccia tutti i giorni, e la vita è sempre la stessa.
Giorgio cominciò solennemente: – Bum! Bum! Burubum!… La marcia funebre; nulla di più patetico. Tè tè, tè tè!… Tè Tè, Tè tè!…
La mamma aperse l’uscio, entrò, e disse:
– Vestiti, Giorgio!… Che fai?… Vestiti, che andiamo fuori!
– Dove andiamo, mamma? – interrogò il bambino con voce che svelava la poca voglia.
– Vestiti, vestiti!… Ora ti mando Lucia; e fate presto!…
Furono ritirate le truppe; e queste e il morto, e il vincitore andarono a riposar tutti insieme nella medesima scatoletta, ove stavano a disagio e tiravan non pochi moccoli, da veri soldati, a chi comanda.
Sopraggiunse Lucia con l’abito blu alla marinara.
Giorgio respirò. L’abito gli piaceva; calzoncini lunghi e larghi, giubba che faceva pieghe sapienti, collettone candido come la spuma del sapone; la terza o la quarta spuma, perché la prima, nel concetto di Giorgio, è sempre nera.
Lucia, una ragazza nervosa di vent’anni, svestì il bambino rapidamente.
Ti laverai le mani, spero! – disse, conducendolo innanzi alla catinella.
Faceva ogni cosa con velocità; sebbene ambiziosa e un po’ civetta, aveva accettato seriamente la parte di cameriera, poiché non poteva far di meglio. Lavorava, tirava a guadagnare e a metter da parte; più tardi si sarebbe sposata. Non le mancavan pretendenti. Sposata, accasata, avrebbe avuto due figli, un maschio e una femmina. Sposa seria, com’era stata cameriera. Non pativa osservazioni, perché sapeva di far bene. Sarebbe stata una moglie perfetta e difficile.
– Su, presto, e asciugati!… La camicia sempre a sbuffi, non è vero?… Sembri un palloncino! A posto! Ora i calzoni… Siediti per infilarli! Non vedi che ci cammini sopra?…
– Ma sai? – fece Giorgio, non appena poté, in quel diluvio di frasi.
– So, so! Fa’ presto che la mamma aspetta!
– Non sai nulla, invece! Tarafià è morto!
– L’ho letto stamattina nel Messaggero. È morto per mancanza di fiato…
– No, non sai niente! È morto perché l’ha ucciso Kavallì! In duello, durante la battaglia; ossia dopo…
– Santi del Paradiso! – esclamò Lucia, passando la giubba da marinaro sul capo del bambino e infilandogliela svelta. – Ma che io debba perder tempo ad ascoltar queste fandonie? Per chi m’hai presa? E Kavallì e Tarafià e non hai voglia de studià!…
– Fai le poesie? – osservò Giorgio, mentre Lucia gli ravviava i capelli sulla fronte.
– Su, ecco il signorino! Il fazzoletto, nella tasca, qui a destra. Le scarpette sono lucide? Non c’è male! Si faccia vedere… Sì, tutto in ordine. Non le manca che la fidanzata!
– Fidanzata sarà lei! – rispose Giorgio offeso.
Lucia lo baciò sulle guance, rise, lo accompagnò per mano.
– Pupo! – disse amorosamente. – Purché tu non diventi come quel sudicione di tuo fratello!
Ma le parole furon pronunziate fra i denti, in maniera che Giorgio senza capire levò gli occhi a guardar la ragazza, che gli era sempre parsa un po’ matta.
– Ecco, signora! – disse questa, entrando nel salotto e presentando il bambino a Matilde.
– E il berretto?
– È in anticamera, signora!
– Dove andiamo, mamma? – chiese Giorgio.
Matilde attese che Lucia fosse uscita, poi annunziò:
– Andiamo da nonna Appia. Ma tu non dirai nulla a nessuno, hai capito? Al babbo racconterò io che abbiamo fatto una passeggiata a Villa Borghese. Hai capito?
– Sì, sì, non dubitare! – assicurò Giorgio.
Aveva capito davvero. Si rammentava d’un tratto quella frase: «crede ch’io non sappia che mi chiama ciabattino celebre?». Che si trattasse della nonna era chiaro. Ella chiamava ciabattino celebre il babbo e il babbo la chiamava la vecchia. Allora non andavano di accordo. E bisognava tacere di quelle visite.
A fianco di sua madre nella carrozza da nolo che avevan trovato nei pressi di Porta Pia, Giorgio stava zitto e pensava.
Tutti potevano vedere che la nonna è vecchia, benché queste cose non si debban dire. Ma perché il babbo si chiama ciabattino celebre? Come può essere ciabattino con quel suo bel passo e il movimento delle spalle quando dice: «In ogni modo… c’è un pasticcio… Recitan le litanie», frasi di molta importanza; nuove.
Giorgio stava attentissimo alle frasi dei grandi, per ripeterle, se gli si offriva l’occasione, tra gli amici. E gli era avvenuto qualche volta d’averne una in corpo e di non la potere appioppare l’intero giorno; onde finiva col gettarla a Lucia, fuor di tempo e fuor di luogo, per non andare a dormire con quel peso addosso.
Da quel malandrino di Giovanni Cartolli, ch’era più vecchio di lui, n’aveva bevuta una: «Dici un fiammifero!» Frase ironica. Gli piaceva molto. Dalla mamma, un’altra, sospirosa e rammaricante: «A chi lo dici?…» Ma ne aveva un emporio. E quando riusciva a incastonarne a garbo nel discorso, gli sembrava d’esser cresciuto d’un cubito.
Si scosse da’ suoi pensieri per chiedere alla mamma:
– Che cos’è la fidanzata?
– È la fanciulla che si deve sposare.
– Ed io, chi devo sposare?
– Vedrai tu; ora c’è tempo!
Il piccino s’acquietò; ma quando fu per le scale, quasi innanzi alla porta su cui una targa d’ottone diceva: Appia Turchesi, gli venne in mente di chiedere:
– Mamma, che cosa è Ispa?
Matilde congiunse le mani:
– Per l’amor di Dio, non fare mai quel nome, né qui, né fuori di qui! Hai inteso, bambino? Non domandare mai, o io non ti conduco più a spasso!
– Eh! – fece Giorgio un po’ seccato. – Va bene! A chi lo dici?
Matilde sorrise e suonò il campanello.
Mentre venivano ad aprirle, pensava che i piccini son veramente come spugne: sembrano attoniti, indifferenti, e assorbono tutto; e quando meno uno se l’aspetta, rammentano nomi e cose, che talvolta fanno il piacere di un pruno in un occhio.
Giorgio fu preso dal male della timidezza non appena varcò la soglia del salotto.
All’infuori di «zia» Appia, della signorina Pedretti e della mamma, non conosceva nessuno; e c’era parecchia gente.
Donne, sopratutto; fanciulle in abito un po’ scollate, con le braccia nude e qualche gioiello ai polsi o al collo; avevano quell’odor di vergini mal lavate, che è caratteristico di certi crocchi femminili; stavan tutte insieme, e qua e là le mamme.
C’eran pure dei giovanotti, venuti in casa di Appia per far la corte onesta alle signorine.
Giorgio, rimasto un istante in mezzo al salotto, ebbe il gesto in lui abituale quando la timidezza lo coglieva: si accarezzò i capelli sulla fronte come per ravviarli, sbirciando intanto a destra e a sinistra…
Ma la nonna lo prese, lo sollevò tra le braccia e gli diede due baci sulle guance; poi lo condusse sulla poltrona da cui s’era levata e lo fece sedere sulle ginocchia.
– È un vero regalo, Matilde! – ella disse a sua figlia.
Si capiva ch’era molto contenta. Giorgio rassicurato stava per darle una grande notizia, quando le signorine si mossero e s’avvicinarono alla nonna.
– È il suo nipotino, donna Appia?
– Ma guarda che splendore di bambino, Giselda!
– Che begli occhi, grandi e grigi!
– Buon giorno, signorino! Lei si chiama?
– Assomiglia al fratello di Claudia… Non è vero, Claudia?
Altre fanciulle avevano attorniato Matilde per parlare di Giorgio.
E questi, dalle ginocchia della nonna come da un treno, guardava quello sciame di giovinette, rispondeva alle loro domande e sorrideva.
Poi quando ne ebbe l’agio, comunicò ad Appia la notizia:
– Sai che il capitano Tarafià è morto?
– Mio Dio, e me lo dici così, senza prepararmi?
– Si, in duello. E oggi gli farò i funerali.
– Se l’avessi saputo prima, gli avrei mandato una bella corona, poveretto!
Giorgio rise.
– Una corona? Ma sta dentro la scatoletta delle penne…
– E allora, invece di mettere la corona sulla scatola, si mette la scatola sulla corona!
Giorgio rise ancora.
– Un fiorellino, me lo darai, però, – soggiunse. – E così i funerali saranno proprio belli. Ora, quando torno a casa!
Una signorina sopraggiunse, e disse:
– Ce lo lasci un poco, donna Appia! È tanto carino…
– Va’, Giorgio, sii gentile! – fece Appia.
Per essere gentile, Giorgio si annoiò mortalmente; perché la fanciulla, Elvira Strògoli, parente di quella Strògoli che coi tre insopportabili figliuoli frequentava la casa Astori, lo condusse nel crocchio delle signorine; che lo fecero sedere sopra una pila di cuscini, lo accarezzarono, lo interrogarono, non lo lasciarono tranquillo un istante.
Esse ridevano troppo ed egli si sentiva impacciato, anche perché di tanto in tanto qualcuna parlava sottovoce. Parlavano di lui? E perché non dicevano forte? Non parlavano di lui, no. Volevano attirar gli sguardi di quei giovanotti, che, terminata la sigaretta, si avvicinavano.
Seduto nel mezzo del crocchio, più basso delle sue amiche improvvisate, Giorgio intimidito ne vedeva piuttosto le calze e le scarpette che i volti; e quei piedi, non tutti piccoli, erano irrequieti; parlavano prima della bocca.
Giorgio se ne accorse, e ci si divertì. Due piedini chiusi in piccole scarpe bigie, di cui l’uno batteva l’altro in un urto continuo di tacco e di punta, diventarono immobili quando una voce disse:
– Venga un po’ qui… Ci dica dove è stato lei iersera?
Una voce maschile rispose allegra:
– Al teatro, al Quirino.
– E in cattiva compagnia. L’avverto che lo hanno veduto…
– Me ne accorgo. Ma la compagnia era eccellente: garantisco!
Tutti i piedi si mossero, perché tutte le signorine ridevano, salvo quei due, che s’incrociarono e l’uno col tacco premette l’altro con tal forza, che la calza di seta si smagliò, onde Giorgio trovò finalmente l’occasione di ridere a sua volta.
Il giovanotto ch’era stato a teatro sedette: due grandi piedi lunghi con scarpe di vernice nera, la suola dentellata come la bocca dei coccodrilli; pacifici, del resto; i piedi di uno che se ne infischia.
Alle sue spalle, Giorgio udì muover tazze e cucchiaini e passar qualche cosa che pareva una carrettella a mano. E nonna Appia si chinò a dirgli:
– Vuoi un gelato, caro, o una cioccolata in ghiaccio?
Egli balzò fuori dal circolo; prese dalle mani della signorina Pedretti il lungo bicchiere colmo di cioccolata ghiacciata con una spuma di panna e andò in un angolo, sopra altri cuscini a godersi quella delizia.
Veramente la mamma aveva avuto una bella idea: come si stava bene! che bei colori c’erano intorno! Uno sfarfallar di vestitini chiari, un cinguettar di voci; il tappeto con un drago nel fondo rosa e una signorina dai capelli biondi biondi formavano l’insieme di cui si dilettava Giorgio tra una cucchiaiata e l’altra della fresca bevanda.
Appia, la testa interamente così bianca da parer d’argento, nella poltrona a ridosso d’un pannello antico, era la regina di tutti quei giovani che le si muovevano intorno; ella sapeva dir cose garbate, qualche arguzia senza veleno, e piaceva.
Quanto alla mamma, cinguettava colla signorina bionda bionda: quella signorina doveva essere una sarta; no, un’artista o una milionaria, perché sapeva tutto e voleva comperare ogni cosa, quantunque fosse assai elegante.
Infine l’amabile compagnia si sciolse via via; le giovani si congedavano dalla nonna con un breve inchino, gli uomini le baciavan la destra, le signore salutavano con una stretta di mano.
Se ne andarono; s’udiron qualche tempo le voci in anticamera, la voce sopra tutto della dama di compagnia, che dava ordini al domestico. Se ne andarono. Venne il silenzio.
Allora Matilde fece scivolare alcuni cuscini ai piedi di Appia e vi sedette; Giorgio fu di nuovo preso sulle ginocchia della nonna. Egli credeva fosse suonata l’ora d’andarsene anche per lui; gli tardava per quell’affare dei funerali.
Ma le signore avevan da dirsi qualche cosa, come usano nell’ultimo quarto d’ora, che è il meglio.
– Silverio s’è calmato? – fece Appia con un sorriso.
– Ma non è mai stato più calmo, – rispose Matilde.
– Eh, ieri! Pungeva il porco-spino! Stai certa, cara, che non m’impaccio più di generi e di nipoti. Certe cose vengono alla lingua, si dicono, e non si pensa di far male… Mi sembra che di questo piccolo vi occupiate meno di quel che merita… Ma fate voi… Io gli darei intanto una istitutrice, una governante, che potesse, così, chiacchierando, insegnargli inglese e francese. Il francese lo sanno anche i pappagalli… Giorgio non sa nulla, all’infuori di quel poco che gli ingozzano a scuola.
– Hai ragione, – disse Matilde.
– Suvvia, non parliamone più; non ti voglio affliggere proprio oggi, che mi hai fatto questa visitina; la quale vuol dire che, alla lunga, la pensi come me… Silverio sa che venivi a trovarmi?
– No, mamma!
– Allora non ci siamo viste.
Ti volevo pregare, – soggiunse Matilde. – S’egli t’invita, non mancarmi. È un po’ burbero, è un po’ rozzo; ma sta’ certa che ci tiene alla tua amicizia.
– Non mancherò per te. E che volete fare in questa stagione?
– Non so; per Andrea, che dà gli esami di licenza e poi s’iscrive all’Università. È un gran passo; è la fine dell’adolescenza. E Silverio vuol festeggiare…
– Non vede che per gli occhi di Andrea, tuo marito! Avvertimi in tempo, che gli farò un regalo, ad Andrea…
Appia si volse a Giorgio.
– E Lei zitto, ha capito? Lei ha l’onore di sapere i nostri segreti!…
Giorgio intuì che la nonna scherzava.
– Lei è un uomo, un Tarafià! I nostri segreti, capisce?
– Dici un fiammifero! – rispose Giorgio.
Appia e Matilde si guardarono sbalordite, e Giorgio rise.
– Vedi che belle frasi m’impara! – esclamò Matilde accorata.
Ma la nonna piantò due baci sulle gote del bambino.
– A proposito di Tarafià, – soggiunse, deponendo Giorgio a terra e levandosi. – Eccoti i fiori pei funerali…
Tolse un garofano bianco dal fascio ch’era nel vaso della Gina, e lo diede a Giorgio.
– Sì, va bene: ci vorrebbe un fiore nero, – osservò Giorgio.
– I funerali? – disse Matilde. – Che funerali, mamma?
– Altri segreti, abbi pazienza! Fiori neri non ce ne sono, a questo mondo, signor ignorante!
Matilde baciò sua madre, e si lasciarono in pace, scherzando.

*

Ma quando furono in istrada, nella carrozza scoperta che li conduceva a casa, avvenne qualche cosa di nuovo per Giorgio.
Passò la Morte.
Non si trattava che di un cavallo, gonfio stecchito, all’angolo d’una via; e un capannello che andava formandosi e sciogliendosi, gli stava intorno.
Giorgio volle discendere a vedere. S’era talmente impuntato, gli tremavan così le labbra in una minaccia di pianto, che Matilde dovette cedere; fece fermare e discese con lui.
Egli si avanzò, tra curiosi e curiosi, e restò immobile.
Il cavallo di mantello oscuro sembrava sproporzionato: gonfio il ventre, sottili le estremità, allungato il collo, piccola la testa. Le labbra sollevate scoprivano i denti giallastri; l’occhio era vitreo, con la pupilla nascosta sotto la palpebra.
Figura grottesca e tragica, la quale diceva una miseria di vita, che forse aveva avuto giorni di splendore, la bestia, con quella sua coda ancor ricca, con quei quattro ferri lucenti che avevan battuto strade e salite di Roma ostinatamente, significava un rimprovero: non si sapeva a chi, forse al padrone stupido, forse alla natura cieca. Ma non era insomma, una morte placida, una bella morte, quantunque fosse la morte del giusto.
Rimase immobile a guardare, Giorgio, con rispetto; perché se il cavallo si fosse drizzato sui quattro ferri, all’improvviso, egli sarebbe scappato; e dunque se non poteva più muoversi e fargli paura, la colpa non era del cavallo, poveretto…
Giorgio voleva dire a se stesso che quella era sempre l’imagine d’una forza utile, ma non poteva raccogliere in un pensiero la sua impressione, e restava a osservare, attonito.
Soltanto, udito che alcuni ridevano intorno, se ne stupì, e si riscosse.
Trovò la mano della mamma, si lasciò ricondurre alla carrozza; tornava a casa in silenzio, pensieroso, fin che la mamma gli disse:
– Siamo stati a Villa Borghese…
– Tutti i cavalli muoiono così? – egli domandò.
– Così o non così! – rispose Matilde, per ispicciarsi. – Siamo stati a Villa Borghese…
– Sì, mamma! – confermò il bambino.
E gli parve, un’altra volta, che anch’ella fosse piccina, sempre con qualche paura, sempre con qualche bugia, come avveniva a lui pei còmpiti e per le lezioni.

*

Stentò ad addormentarsi.
Il capitano Tarafià debitamente rovesciato fuor della finestra dopo i funerali col garofano bianco; e il cavallo stecchito all’angolo della strada; e le signore e le signorine in abiti flagranti; e il babbo che domandava e la mamma che rispondeva Villa Borghese; e Andrea noioso e irrequieto con le sue risate; lo angustiavano, lo interessavano, lo tenevano ancora agitato.
Prese sonno, poi si svegliò; tornò a pensare al cavallo, che nella sua cameretta sarebbe stato gigantesco; certo, avrebbe toccato della testa una parete e delle zampe l’altra, e la coda sarebbe venuta a coprire l’estremità del letto come una sontuosa gualdrappa. Non si poteva comperar quella coda? E del cavallo morto che si aveva da fare? Diventava gonfio, una montagna di carne nera, la quale invadeva tutta la camera, toccava a poco a poco il soffitto. Non si poteva più toglierlo di là; non andava né innanzi, né indietro, per quanto gli uomini tirassero la coda. Era tardi? Andrea dormiva nella camera attigua?
No, non era tardi; Andrea entrava, accendeva la luce…
Quattro passi di qua, quattro passi di là; beve l’acqua dalla bottiglia del comodino; poi borbotta qualche cosa. Suona il campanello.
S’apre l’uscio; entra Lucia.
– Desidera, signorino…?
– Non m’hai portato l’acqua da bere…
– Non cominciamo; l’acqua è lì!
Ti dico che non me l’hai portata. E parla piano, che Giorgio dorme
– L’avrà bevuta! – osserva Lucia. – Mi lasci stare, o grido!
Prende la bottiglia, esce, ritorna; la bottiglia sulla sottocoppa.
Poi un rumore strano, come d’una lotta breve affannosa, una sedia spostata violentemente; infine il passetto corto e svelto di Lucia, che ha raggiunto la soglia, apre, se ne va dicendo:
– Si faccia servire da una vecchia di ottant’anni, svergognato!
Giorgio vorrebbe accorrere, perché vuol bene a Lucia, e Andrea la picchia; certamente la picchia, se non gli porta subito l’acqua. Non sta bene! Ma Lucia ha richiuso, e s’ode il passetto corto e svelto nel corridoio. Non piange. Andrea non le ha fatto male. Tutto ritorna in silenzio.
Però, quella coda di cavallo sul letto sarebbe magnifica. Si può strappar la coda ai cavalli?
E con questa domanda a fior di labbro, Giorgio si volta sul fianco destro e s’addormenta d’un tratto.

VI.

Fu bene che Andrea se ne andasse, perché tra lui e Giorgio c’era ormai della ruggine per causa di Lucia.
Se ne andò non appena avuta la licenza liceale, e in tale occasione, come aveva detto Matilde, Silverio diede uno di quei ricevimenti senza capo né coda, che facevano sorridere Appia.
Ci fu un tè, poi un pranzo, poi una serata, l’uno di seguito all’altra, cosicché certi invitati rimasero in casa Astori dalle cinque del pomeriggio al tocco dopo mezzanotte. Cose in grande: fiori, dolci a montagne, fiumi di sciampagna, musica d’un concertino speciale per far ballare i ragazzi, che comprendevano tutte le età; gente che andava e veniva per l’intero appartamento; in cucina un trambusto, un affanno da non dirsi; Lucia impacciata invece che aiutata da certi camerieri presi a prestito; Matilde verso mezzanotte, esausta a furia di ascoltar chiacchiere e di farne, a furia di distribuire sorrisi e di ricevere complimenti.
La casa fiammeggiava di luce. Al portone un via vai di carrozze e di automobili. Dalle finestre, un traboccar di musica, di risa, di voci.
Si festeggiava Andrea, che dopo aver ottenuto brillantemente la licenza liceale, se ne andava all’estero, un poco a Parigi, un poco a Londra, forse per più di un anno.
L’idea era venuta improvvisamente a Silverio dalle parole della moglie, la quale aveva con cautela messa fuori l’idea di Appia: che occorresse dar qualche lezione di lingue a Giorgio.
Silverio non aveva detto di no; ma parendogli Giorgio immaturo, s’era volto a Andrea, e aveva deciso di sveltirlo, di buttarlo nel mondo, perché si sbrigasse da solo e imparasse. Specialmente l’lnghilterra, il paese della industria ricca, gli sarebbe stato utile; a Parigi non occorreva fermarsi molto; ma per l’Inghilterra bisognava viaggiare a occhi aperti…
Matilde era rimasta esterrefatta a vedere sorgere un frutto tanto inatteso dal modesto seme ch’ella aveva gettato. Un viaggio all’estero per Andrea, invece che una governante per Giorgio! Senonché Andrea, felice e sicuro di sé, trovava un tale alleato in Silverio, che la mamma non aveva neppure pensato a fare opposizione.
I compagni di Andrea, in buon numero a quella festa, lo attorniavano come avesse già compiuto l’impresa. Le signorine lo consideravano con sguardo meno distratto; era un giovane da tener da conto, secondo l’espressione delle madri. E non si rideva più, in quei crocchi maliziosi, né della cravatta a sghembo, né delle mani rosse, né di quella ciocca di capelli che inondava la fronte; un viaggio all’estero, molti quattrini, una laurea più tardi; roba seria, specialmente i quattrini.
Lo si capiva subito dai regali; tutti avevan fatto regali al fortunato; gli impiegati di Silverio, un grosso orologio da scrivania, d’argento: i colleghi di Silverio, industriali forti, avevan mandato oggetti di cuoio per viaggio, portasigarette d’oro, bottoniere preziose pel panciotto, libri rilegati fastosamente, arnesi da sport; chi non poteva di più, fiori.
Lucia aveva perduto la testa alle scampanellate dei commessi che portavan roba l’intera mattina, e non si allietava se non pensando che Andrea se ne sarebbe andato per un pezzo. Lei sola lo conosceva, poteva dire quel che era. Soltanto al modo con cui sfaceva gli involti, buttava la carta, fissava e soppesava il regalo, quasi fossero stati in obbligo di rovinarsi per lui; soltanto a vedere quella mimica per ogni oggetto che portavano, Lucia si sentiva friggere dentro, e gli avrebbe dato il regalo sulla testa, a quel mandrillo.
I regali erano esposti in salotto, ciascuno col nome del donatore, come si vede per gli sposi; e i compagni di Andrea ci lasciavano gli occhi, da ragazzi che avevan sognato invano molte di quelle cose belle: il portasigarette d’oro ad esempio, l’orologio per la scrivania.
Andrea andava di qua e di là, raggiante in volto, a ringraziare; voleva esser gentile con chiunque a un modo, ma non vi riusciva: quelli dei fiori li aveva un po’ trascurati. Indossava lo smoking, fin dalle quattro, per far tutta una corvata fino al tocco dopo mezzanotte; e non ci stava male, se non gli si guardavan le mani.
A pranzo era tra due signorine graziose: Amelia Valdi e Pierina Castello, figlie di industriali. Avrebbe voluto gli regalassero anche quelle; fresche, ridenti, inconsapevoli delle galoppate che faceva la fantasia del vicino.
Poi disse a se medesimo che ne avrebbe trovato a Parigi, a Londra, belle e non vergini. E su questa idea gioiosa tracannò un’intera coppa di sciampagna, ridendo in modo che Pierina Castello ne fu stupita.

*

Si festeggiava Andrea per la licenza liceale e per il viaggio, pel passato e per l’avvenire. Ma il vero trionfatore, – tutti lo capivano, – era il padre, Silverio Astori. Si parlava della commenda che gli avrebbero appioppato tra poco. Quella stessa mattina, in un colpo di Borsa stupido e impreveduto, aveva vinto diecimila lire senza volerlo, «come aperitivo», disse Antonio Catalani.
Gli piovevan sul capo le fortune; la moglie savia, i figliuoli in gamba, gli affari a gonfie vele, la salute di ferro, la parentela buona: quella donna Appia, la suocera, la quale non c’era né al tè, né a pranzo, ma sarebbe venuta più tardi, per esempio, che apportava sempre una nota di garbo signorile. Fra breve, oltre la villa, l’automobile, il palazzo; poi la carriera dei figli e la morte placida, con molti necrologi nel giornali… Per essere partito dal calzaturificio, poteva contentarsi.
Coloro che parlavano in tal modo dimenticavano la principal fortuna di Silverio Astori: quella di non capire niente, fuor che gli affari: quella di non vedere intorno a sé, tra i bagliori del destino, la delusione rassegnata di Matilde, il vizio sornione di Andrea, la soggezione ingiusta di Giorgio. Tre germi.
Era pienamente felice. Così felice e accecato, che credeva la felicità una condizione elementare della vita, si stupiva che gli altri non fossero agevolmente felici come lui, contava sul getto interminabile di quella felicità come sul reddito esatto d’un capitale depositato alla Banca.
Privo di sensibilità superiore, la certezza della felicità non gli faceva paura, l’ostinazione dei buoni colpi non gli dava un brivido.
Quella sera in cui aveva intorno uomini d’affari, professionisti, signore, fanciulle, ragazzi, convenuti per farlo contento e per invidiarlo, – per copiosamente invidiarlo, – Silverio Astori trionfava con una sfacciataggine tanto ingenua, che gliela perdonavano anche i meno felici e i non felici affatto.
Sopravvenuta donna Appia, la festa fu completa.
Appia aveva appreso che il nipote partiva, con una certa meraviglia; perché se c’era persona, a’ suoi occhi, che non aveva alcun bisogno di pigliar aria e di sentirsi le redini sul collo, quella era certo Andrea. Ella aveva vissuto più intensamente di sua figlia, più acutamente di suo genero: e sui meriti di Andrea non si faceva alcuna illusione.
Tacque. Le era impossibile criticare ogni passo, ogni pensata di Silverio. Aveva il senso della misura.
Fece dono ad Andrea di un sigillo d’oro con le iniziali: un leoncello ritto sulle posteriori, opera d’arte pregevole.
Timido repentinamente innanzi alla nonna, della quale aveva gran concetto, il ragazzo arrossì per la gioia e l’impaccio. Ma corse poi ad adunare gli amici perché ammirassero; concesse a stento che il gioiello passasse di mano in mano, temendo qualcuno alla fine avesse a intascarselo.
La nonna si sarebbe stupita di udirlo dire semplicemente:
– È d’oro, è d’oro anche questo!
Si ballava. L’orchestrina aveva un impeto selvaggio, accresciuto dagli urli cadenzati di qualche suonatore nei momenti più acuti.
A fianco dell’orchestrina, abbigliato di velluto nero e il gran collare di merletto, stava Giorgio. Era un poco pallido, con la frangetta bionda sulla fronte, e pensoso a guardar le smorfie di quegli zingari in giacca rossa, che passavano rudemente l’archetto sul violino e a quando a quando davano strappate alle corde; cavavano le note dallo strumento come il beccaio cava le budella al bove ammazzato. Uno, la bocca nera, i denti neri, una vera caverna, urlava in tono, pesando sui bassi; si piegava innanzi e, quasi trascinati da lui, si piegavano gli altri, a guisa d’un plotone che corre all’assalto: una fucina di fracasso ritmico, di passaggi violenti, di salti impreveduti, di rimbalzi curiosi, che dovevano accendere il sangue ai più pigri.
Appia sorprese Giorgio che rideva.
Rideva da solo, aspettando il ritorno d’un certo gruppo di note, ch’era la caduta dell’elefante, come gli aveva spiegato l’uomo dalla bocca nera. Giorgio l’aveva visto, l’elefante, al Giardino. E poi veniva il saltellar della scimmia e lo squittire dei pappagalli, perché tutti, aveva spiegato l’uomo, andavano a bere al fiume Tokululù:
– Dove? – chiese Giorgio.
– Che non si sa dove sia… – soggiunse l’altro.
Questo fiume che non si sa dove sia, divertiva molto Giorgio, il quale odiava le cose che si sa dove sono.
E il luogo era detto dalla musica, certamente; ma chi capisce di sicuro quel che dice la musica?
Nascosto tra le canne, lento, dolce nelle sue acque color di zaffiro, serpeggia piano piano tra le selve per lasciarsi bere. È un fiume che non serve ad altro. Vanno pure i selvaggi, quando c’è la luna, a prender l’acqua nel cavo delle mani; si vedono tra leoni, tigri, elefanti, anche gli uomini nudi con le piume in capo. Bevono tutti, poi se ne tornano, se i leoni non li trattengono per mangiarseli, perché l’appetito viene bevendo, in quei paesi. E il fiume si chiama…
– Come si chiama?
Il violino che aveva inventata la favola disse:
– Lulukutò!
– Ma no; hai detto diverso…
– Allora, Tokululù…
– Ecco! – fece Giorgio soddisfatto.
E giù una valanga di musica
– La calata dei rinoceronti! – annunciò l’uomo. – Vengono a bagnare il corno…
Gli altri suonatori risero.
Il pianista fece una corsa con le dita agili, mettendo in subbuglio i bassi, che indicavan la discesa delle belve, l’urtarsi, il pestar tra fango e acqua.
– I maialetti non ci sono? – chiese Giorgio.
– Ci sono! Come può esistere un paese senza maiali?
I compagni del violino risero di nuovo, e rise anche Giorgio.
La nonna lo toccò sulla spalla, egli si rivolse, ed ella lo baciò in viso.
– Sei tu, zia Appia? Senti la musica del fiume Tokululù?
– Mi pareva, mi pareva! – rispose Appia, prendendo Giorgio per mano e conducendolo seco.
Indossava ella pure un abito nero, di seta fine, che la faceva più snella del consueto e s’addiceva nobilmente alla sua chioma bianca.
Uscita con Giorgio dalla cortina di piante verdi che nascondeva l’orchestra, attraversò la sala da ballo.
In verità, erano i padroni, ella e il bambino, per la pace che spirava dai loro volti così diversi e per la tranquillità in contrasto coi volti affannati dei ballerini, coi volti aggrondati degli invidiosi, coi volti inquieti degli uomini in lotta, con parecchi volti stupidi.
Donna Appia riposava serenamente quei suoi ultimi anni; Giorgio ignorava serenamente quei suoi primi.
Molti li ammirarono mentre passavano.
Risuonò nella sala attigua la risata di Silverio, dritto nel mezzo d’un crocchio, uomini e donne intenti ad[1] ascoltar barzellette.
Se quella sera, in quel momento, gli avessero detto ch’egli dava il primo colpo di piccone all’edificio della sua felicità; se gli avessero detto ch’egli stava facendo il primo passo falso; avrebbe riso anche più alto, come ad udire la più bizzarra delle panzane.

*

Tardissimo, allorché gli invitati eran lontani e Matilde e Silverio nella camera da letto all’altro capo dell’appartamento, Andrea volle che Lucia l’aiutasse a trasportare i regali.
– Può lasciarli qui; nessuno glieli ruba, – osservò la ragazza, pallida e stanca.
– Aiutami; facciamo presto! – insistette Andrea.
E Lucia aiutò, dal salotto alla camera del signorino, innanzi e indietro a portare scatole e involti.
Quando fu ogni cosa disposta sul tavolo, sul cassettone, e Lucia fece per ritirarsi, Andrea le si buttò addosso, rovesciandola sul letto.
Aveva bevuto troppo.
Quella giovane dai piedi piccoli, vestita inappuntabilmente di nero, la cuffietta a diadema sui capelli color di bronzo, il grembialino bianco merlettato, gli aveva fatto ritornar la sensazione delle due fanciulle che stavano a’ suoi fianchi durante il pranzo, l’imagine delle altre, lubriche, di Londra e di Parigi, che avrebbe conosciuto tra poco.
Ubriaco di vino e di voglie, perdette la testa.
Lucia capì che non era più il caso di schermaglie. Andrea le stracciava il corpetto. Allora ella, piantatogli in faccia ambo le mani con le unghie acute, tirò giù, stracciando a sua volta, più volte, quel viso convulso.
Andrea si lasciò sfuggire un urlo: gli colava il sangue dal naso e dalle gote; gli pareva che l’occhio sinistro fosse accecato.
Giorgio si svegliò di soprassalto. Il fiume, i leoni che mangiano i selvaggi? Ma capì. Balzò dal letto e inciampando nella lunga camicia bianca, si mise a correre. Giunto innanzi alla camera del babbo e della mamma, non esitò a spalancare l’uscio, gridando:
– Andrea la uccide! La picchia sempre, e adesso la uccide!
Silverio in pigiama, Matilde in camicia da notte, lo guardarono allibiti.
– Andrea! Andrea! – ripeté Giorgio.
I due si decisero a balzar fuori, seguìti dal piccino a piedi nudi.
Udirono la voce di Andrea che bestemmiava, la voce affannata ma recisa di Lucia, che diceva:
– Tanto peggio per lei, se le ho fatto male! Deve rispettarmi!
Entrarono.
Andrea si rivolse spaurito dalla catinella su cui era chinato a far correre il sangue e a rinfrescarsi l’occhio. Lucia stava in piedi presso il letto.
– Che è, che è? Che è avvenuto? – fece Silverio, guardando l’uno e l’altra.
Ma intuiva che la sua autorità si metteva a un duro cimento.
– Chi vi ha chiamato? – disse Andrea, insolente, dopo la prima pausa. – Giorgio, quella piccola spia?
– Oh! Andrea! – esclamò Matilde, che non sapeva più raccapezzarsi innanzi alla rivelazione.
– Domando che cosa è avvenuto? – ripeté Silverio a voce alta, come non avesse capito.
– Se lo faccia dire dal signorino! – rispose Lucia. – Mi è venuto addosso come una bestia e mi ha stracciato l’abito, vede? Non è la prima volta!
– Va bene; te ne andrai domattina! – decretò Silverio.
Lucia lo squadrò con disdegno.
– Lei sbaglia! – disse freddamente. – Non me ne andrò affatto! Sono una ragazza onesta e non mi si caccia perché suo figlio è un sudicione! Ha inteso? Me ne andrò quando dirò io!
– Come sarebbe? – esclamò Silverio, sentendo che l’autorità gli sfuggiva.
– Ma è stato uno scherzo! Uno scherzo! – borbottò Andrea, nuovamente con la faccia nella catinella, mentre ballava sopra un piede e sopra l’altro perché al contatto dell’acqua i graffii bruciavano.
– Sarebbe, che non me ne vado! – rispose Lucia.
Era calma in apparenza, ma il suo pallore aveva lasciato posto a una fiamma nel volto, a un brillar d’occhi, che svelavano l’ira.
– Così tutti direbbero, poi, che ero l’amante di suo figlio, non è vero? E il primo a chiacchierare sarà lei! Non me ne vado, ha capito? Mi sono difesa! ho difeso il mio onore!
– Eh, l’onore!… – esclamò stolidamente Silverio.
– L’onore! – confermò Lucia accigliata. – Ha da dubitarne? Le mando la polizia in casa, se fa conto di discorrere! Le faccio un tale scandalo, che lei con tutti i suoi milioni…
– Smettila! – interruppe Silverio. – Ne riparleremo domani!
– Domani o doman l’altro, se lei non muta contegno, io vado dal Commissario a denunciare suo figlio. Poi ce la vediamo!
E sicura d’avere sbaragliato Silverio, uscì col passetto breve e svelto.
Matilde era caduta, disfatta, sopra una sedia.
Silverio, mal sagomato dentro il pigiama d’un violetto stinto, rimaneva in piedi presso Andrea, questi in maniche di camicia coi calzoni neri dello smoking e le bretelle rosse.
Matilde sentì l’orrore e il ridicolo della scena, dalla quale non era uscita degnamente che la cameriera.
Si alzò, prese Giorgio per mano, spaurito pel sangue che vedeva colar dalla faccia del fratello, e con lui tornò nella camera da letto. Coricato Giorgio vicino a sé, diede in uno scoppio di pianto.

*

Quando furono senza testimonii, Silverio non si tenne più.
– Mi hai disonorato! – gridò ad Andrea. – Ora abbiamo una padrona in casa: Lucia! E come parla, e con che tono! e ringraziare Iddio se non ti denunzia!
– Mi denunzia? – fece Andrea, rivolgendosi. – Mi denunzia per uno scherzo?
Ma Silverio, veduta quella faccia solcata dai graffi, il naso tumefatto, l’occhio mezzo chiuso, s’irritò maggiormente: a lui male parole, a suo figlio le unghie…! Qualche cosa precipitava in quella miserabile farsa.
– Pezzo d’imbecille e d’ignorante! – scattò, non sapendo se non gliele avrebbe appioppate egli pure, a quello stupido. – Tu lo chiami uno scherzo tentar di violare una ragazza onesta? Ti può denunziare per atti di libidine, per attentato al pudore, che so io, i titoli non mancano! E se anche la cosa non ha seguito, il solo annunzio della querela nei giornali è la rovina per te e per me! Capisci ora che hai fatto, somaro e bestione che non sei altro? Non c’è maniera di uscirne, non c’è assolutamente maniera d’uscirne!
Fingeva lo smarrimento, la disperazione per impressionare Andrea, rimasto a guardarlo come ebete, la faccia gonfia, le lunghe braccia penzoloni.
– Rispetto, con le donne! – sentenziò. – Con qualunque donna! Una cameriera ha i suoi diritti, come qualsiasi altra…
E intanto aveva già trovato il rimedio: una scena patetica per l’indomani; ma seguitava:
– Facevo un bell’affare, mandandoti all’estero! Altro che Londra e Parigi…!
– Come, babbo? – interloquì Andrea atterrito.
– Sta’ certo che non ti muovi! Diremo che sei malato, e il viaggio non si farà. Non si farà! Proprio io ti manderò per il mondo, in casa altrui, ora che ti conosco?
– Ah, ma no; ah, ma questo è impossibile! – proruppe Andrea angosciato con voce di pianto.
– Puoi smettere i preparativi. Adesso abbiamo altro da pensare. Ti piacerebbe fare il libertino, – il sudicione, ha detto benissimo Lucia, – con la cameriera, pigliare il treno, e lasciare a me i tuoi imbrogli da accomodare? Sarebbe troppo bello! E non ti parlo del rispetto alla casa. Dove vive tua madre, dove vive tuo padre, a fianco di tuo fratello, tu osi tramare di sedurmi la ragazza, che dico? di violarla e di fartene una comoda amante? Se Giorgio non fosse corso a chiamarmi, mi domando che cosa sarebbe avvenuto?
– Giorgio! Con Giorgio accomoderò io la partita! – minacciò Andrea. – Era un pezzo che mi stava a spiare…
– Tu non torcerai un capello a Giorgio. È un innocente! E se osi far parola di ciò che è avvenuto stanotte, se osi riparlarne col bambino, io ti caccio di casa a calci… Andrai a Londra a piedi!
L’ira di Silverio cresceva ogni volta che Andrea lo guardava in faccia; perché a vedere suo figlio così conciato, a pensare che se le era volute e che tutti gli avrebbero dato anche torto, non lo poteva più patire.
In quel momento, Andrea volgendogli appunto l’occhio mezzo chiuso, il naso turgido, Silverio sentì il bisogno di ripetere:
– A calci ti mando fuori, se parli con Giorgio! E si avviò, per non allungargli anche un ceffone.
– Ma il viaggio, babbo, il viaggio! – supplicò l’altro. – Dopo la festa di oggi…?
– Che viaggio! – tonò Silverio. – Pensa a cavartela da una querela, scimunito! Io me ne lavo le mani…!
E uscì, lasciando Andrea che piangeva, la testa reclinata sullo schienale d’una seggiola.
Andò nella sua camera da letto.
Vide Matilde che s’era addormentata con Giorgio fra le braccia; appoggiava una guancia sul capo biondo di lui; e sebbene qualche lagrima brillasse tra le palpebre dell’una e dell’altro, sembravano in pace.
Silverio uscì in punta di piedi e si acconciò per quella volta a dormire sul divano in salotto.

*

L’indomani si svolse la scena patetica.
Silverio fece colazione in casa; avvenimento straordinario, perché di solito usciva la mattina pe’ suoi affari e non rincasava che la sera, tra le otto e le nove.
Lucia serviva.
Nessuno faceva allusione alla scenata della notte precedente.
Quando tutti furono seduti e Lucia comparve col piatto della prima vivanda, Silverio si alzò, fece alzare Andrea, e disse con una certa solennità:
– Lucia, Andrea mi ha pregato d’intercedere per lui. Egli confessa d’aver mancato agli obblighi d’un gentiluomo, e non ha che la scusante della serata allegra e del troppo vino col quale ha voluto festeggiarla imprudentemente. Egli ti chiede perdono…
Deposto il piatto nel mezzo della tavola, Lucia rimase intontita.
Andrea aggiunse, a occhi bassi, guardando la tovaglia:
Ti domando perdono, Lucia!
– Non la picchierà più? – disse Giorgio sottovoce alla mamma.
– Signore, signorino… – balbettò Lucia, rossa fino alla radice dei capelli. – Domando scusa anch’io… se ho detto qualche parola… se mi son lasciata sfuggire… Spero vorranno dimenticare…
– Va’, va’, Lucia, – intervenne dolcemente Matilde. – Non temere nulla!
Ella rimase pallida e assorta.
Tutto finiva bene; ma togliersi dall’anima il disgusto e l’accoramento le era impossibile. Che la libidine, il vizio, un tentativo di tresca fossero potuti entrare in casa sua e per opera d’un suo figlio; a lei pareva cosa spaventevole.
Giorgio notò allora la faccia di Andrea, tuttavia istoriata dalle unghie della ragazza e ne fu sorpreso; ma non disse nulla; forse Tarafià dopo il duello era conciato a quel modo.

VII.

Silverio raccomandò suo figlio Andrea a Parigi presso il signor Etienne Calan, uno dei gerenti della Banca Stephen Calan et Cie. A Londra aveva conoscenze più numerose tra i suoi corrispondenti d’affari, i quali a loro volta avrebbero raccomandato Andrea a industriali delle città ch’egli doveva visitare.
Nonostante le minacce, Silverio lasciava partire suo figlio; non solo perché non voleva dar troppo peso a ciò ch’egli chiamava una ragazzata, ma perché è roba di lusso avere un figliuolo il quale viaggia all’estero.
Pei pochi giorni innanzi alla partenza, Andrea fu servito dalla cuoca, brava donna sui cinquanta, e l’uscio di comunicazione tra la camera di lui e la cameretta di Giorgio venne chiuso, perché i ragazzi non trovassero pretesti a leticare.
Andrea non sapeva perdonare a Giorgio d’essere corso a chiamar papà e mamma; e, non fosse stata la gioia d’andarsene pel mondo, una vendetta l’avrebbe voluta avere. Vi rinunziò per amor di pace, ma non disse più parola a Giorgio.
Questi, abituato agli eroismi di Kavallì e di Tarafià, ai selvaggi di sua invenzione che bevon l’acqua dal fiume Tokululù insieme alle tigri, non poteva non ridere di quell’Andrea, che andato per dar busse, le aveva pigliate; e da una ragazza e da Lucia, la quale non valeva nulla in ginnastica! Ne rideva con Lucia stessa, sottovoce ma ella si sforzava di distrarlo ogni volta, perché i commenti a quella disgraziata notte le davan noia.
Del resto, il viaggio di Andrea non piaceva punto a Giorgio. Aveva fatto i suoi esami egli pure, e superatili bene o male, doveva entrare in quarta elementare. Nel frattempo, perché non viaggiava anche lui? Zia Appia aveva osservato che doveva parlare inglese e francese; e anch’egli poteva imparare a Londra e a Parigi, come Andrea.
Il giorno in cui Silverio disse a tavola che, non appena spedito Andrea, la famiglia si sarebbe recata al mare o in villa a Castelnuovo di Porto, Giorgio improvvisamente espresse il desiderio d’andare all’estero. Si stupì egli stesso d’avere osato esprimere una volontà decisa innanzi a suo padre, ma il desiderio del nuovo era più forte che il timore.
Gli altri risero.
– Non sai quel che ti dici, sciocco! – esclamò Andrea. – Io, ho viaggiato alla tua età? Per viaggiare bisogna essere uomini.
– Ma non è il caso di discutere. Giorgio scherza, – osservò Matilde.
– Uomini! – borbottò Giorgio col broncio. – A te, ti hanno picchiato, intanto; e ti picchieranno anche in viaggio!
– Che è questo? – intervenne Silverio, lanciandogli un’occhiata.
– Eh, non so chi mi tenga!… – mormorò Andrea fra i denti.
– Silenzio! – ordinò Silverio.
Seguì il silenzio, ch’era l’omaggio alla sua autorità.
Ma fu in tale occasione che Giorgio apprese idee originali.
– Già: è l’inconveniente d’aver due maschi, – ripigliò Silverio dopo la pausa. – Quel che si fa per l’uno, vuole anche l’altro, senza criterio.
La fronte di Matilde si rannuvolò.
– Una bambina avrebbe significato addirittura un altro mondo, – seguitava il padre, – Impossibili i confronti, le invidie, le gare…
– Hai inteso? – rilevò Andrea, volgendosi a Giorgio. – Invece di te, ci voleva una bambina!
Matilde sentì il bisogno di difendere il minore. Rimbeccò Andrea subito, irritata:
– E chi ti dice? In vece di lui o in vece tua?
– Ma io…
– Silenzio! – ripeté Silverio.
E come di solito quando aveva imprudentemente rimescolato cose ch’era meglio lasciar dormire nello stagno degli oblii, si levò da tavola, poiché il caffè era stato servito, e andò nello studio a leggere i giornali della sera. Fingeva un’amarezza in verità non sentita, perché il problema dei figli non gli dava più pensieri da tempo.
Se ne occupò Giorgio.
Il quale, trovatosi solo con la mamma, le si mise sulle ginocchia senza cerimonie.
– Che voleva, una bambina? – interrogò.
– Non ci badare; come tu vuoi andare all’estero; roba da ridere, – rispose la mamma.
– E se voleva una bambina, perché non l’ha fatta?
Sull’origine dei figli, Giorgio aveva credenze più avanzate che il comune; non ammetteva la teoria di quelli che sostengono che i bambini si trovano sotto le foglie d’un cavolo o dietro i cespugli delle fragole; notizie ormai vagliate dalla critica e messe in disparte. Egli sapeva che i figli se li fanno i genitori, a tempo debito, secondo i loro bisogni e i loro gusti. Come, poco gli importava; è un affare che tocca i grandi. Ma insomma, se li fanno i genitori, e quando si son fatti un bel bambino, è proprio inutile domandare una bella bambina. Dovevan pensarci al momento.
– Hai ragione, – consentì Matilde con un sorriso. – C’è il maschio: e si tiene il maschio!
– Il maschio sono io? – domandò Giorgio dubitoso.
– Naturalmente!
– Naturalmente! – ripeté Giorgio, perché gli avverbii gli piacevano.
– Del resto, – soggiunse la mamma distratta, – la bambina ha ancora il tempo di farsela, se vuole.
– Vado a dirglielo? – chiese Giorgio, il quale vedeva già la soluzione del problema.
Matilde lo rattenne fra le braccia.
– No; non te ne impacciare! Glielo dirò io… E per distrarlo, gli parlò d’una commissione, ch’egli aveva eseguito quel giorno medesimo e il conto non tornava; mancavano sei soldi.
Bisogna star più attento quando si va pei negozii, – ella osservò.
– Sì; bisogna andare… – fece Giorgio.
Si raccolse un istante perché voleva foggiare un avverbio che gli desse importanza.
– Quando si va pei negozii, – sentenziò, – bisogna andare negoziamente!
– Ecco! – acconsentì la mamma, dandogli un bacio.

*

Ma quell’affare della bambina invece di lui, lo fece riflettere in più occasioni.
Per esempio, che cosa avrebbe avuto in tasca?
Egli aveva in tasca una scatola di pennine da formar l’esercito nemico di Kavallì: tre bottoni verdi; un mezzo gomitolo di spago; il pennelluccio della gomma; un porcellino di corallo regalatogli dalla mamma.
La bambina, che cosa avrebbe avuto in tasca? Il babbo diceva che sarebbe addirittura un altro mondo. Che strano mondo sarà quello delle bambine? Ne aveva viste di frequente, in casa sua e in casa della nonna e per la strada: ma non gli era parso che venissero da un mondo diverso dal suo. Scambiata qualche parola con loro, s’era stuccato subito. Il ventaglietto, il gonnellino, certe smancerie, e la vocetta e le occhiatine, e le bubbole che raccontano, gli sono spiaciuti. Non ne capiva nulla. E poi, guai a toccarle: strillano come i maialetti che non ritrovan più il porcile!
Egli è un maschio; lo ha dichiarato la mamma, che parla sempre bene, quando non c’è il babbo a disturbare tutti. E un maschio va alla guerra; tira le cannonate e poi diventa generale, e allora comanda le battaglie. Oppure scrive lettere e va alla Banca a incassare i denari. E le ragazzette le piglia a ceffoni, se dimenano il fianco per mostrare l’abitino nuovo.
Tuttavia si propose di osservarle meglio. Chi sa? Forse il babbo aveva ragione, e in vece di lui o di Andrea, – meglio di Andrea, – una bambina sarebbe stata divertente.
Ne incontrò parecchie alla stazione, la sera che Andrea partì.
Erano andati tutti ad accompagnarlo.
Andrea sembrava un uomo importante: il berretto da viaggio calato sugli orecchi, certi guanti grossi che gli arrivavano fin quasi al gomito, una valigia, – un regalo, – dalle cinghie larghe con belle fibbie dorate, e gonfia che crepava; era un viaggiatore per davvero, col portafoglio pieno di danari. Occhieggiava intorno, di sotto la visiera del berretto, come il treno aspettasse il suo cenno per mandar fuori il fumo. Con quegli sguardi voleva impicciolire tutti, a cominciar da babbo, da mamma e da Giorgio, i quali rimanevano a terra.
L’inglese lo avrebbe imparato in quindici giorni; il francese, in poche ore.
– È questione d’orecchio! – andava dicendo.
E Giorgio gli guardò gli orecchi, la grandezza dei quali lo rassicurò.
C’era appunto nello scompartimento in cui Andrea aveva fatto deporre le valigie, una bambina con le gambe nude, ma un poco più grande di Giorgio: dieci anni, forse: undici al più. Avvolta in uno spolverino bigio, riunite le mani in grembo, stava a guardare il viavai della gente; poi si alzò.
– Un telegramma non appena arrivi, ti raccomando! – diceva il babbo ad Andrea.
Si alzò, la bambina, e Giorgio poté osservarla presso lo sportello. Le sue gambe, i polpacci specialmente, erano un po’ più grossi che quelli di lui: e su, con una leggera curva, si disegnavano i fianchi; egli, Giorgio, di fianchi non ne aveva; era interamente dritto fino alle ascelle.
La piccola sconosciuta, poi, alzando le braccia per tentar d’arrivare al bottone della luce elettrica, – che voleva, rimanere al buio? – spingeva fuori il petto; anche questo più rilevato che quel di Giorgio.
Ma redarguita da una signora bella, che doveva essere la mamma, la bambina sorrise, e Giorgio restò a bocca aperta. Che sorriso! Che dolcezza, che mitezza, che bontà tra quelle labbra e in quegli occhi! Non aveva mai notato che le donne, – per lui, la sconosciuta era una donna, – sorridono meglio degli uomini; ossia, fanno più impressione.
Il babbo voleva avere certamente quel sorriso in casa, il sorriso, di una figliuola bella, che fosse diverso dal sorriso dei due maschi… Ma sorridevano questi? Sapevano sorridere? Giorgio, per parte sua non se ne rammentava più; Andrea poi, faceva certe risate fuor dei gangheri, che davan noia anche a lui.
Qui dovette interrompersi, perché Andrea gridò:
– Ecco, chiudono gli sportelli! Arrivederci, arrivederci!
Giorgio fu afferrato, e un bacio frettoloso gli piovve tra l’occhio destro e il naso.
Suo fratello, balzato nello scompartimento, urtando la signorina, che cadde a sedere, si riaffacciò al finestrino:
– Non piangere! – disse. – Scrivo subito! Torno presto!
Piangeva la mamma, proprio mentre Giorgio studiava mille smorfie per avvezzarsi a sorridere bene.
Il treno si mosse, stridendo, e i predellini passarono tutti innanzi agli occhi di Giorgio. S’era dimenticato di dire ad Andrea che gli mandasse una scatola di zuavi da Parigi, ma glielo avrebbe fatto scrivere.
Udì il singhiozzo della mamma, e le prese la mano.
Tornarono.
In quel momento correva all’uscita una folla di viaggiatori, scesi da un treno in arrivo; e fra gli spintoni, stretto in una ressa di persone grandi, Giorgio poté vedere altre bambine: una quasi al suo fianco, la testa nascosta da un gran cappello di paglia: chiacchierava da assordare, e a Giorgio sembrò che avesse cattivo odore: un’altra camminava più innanzi, aggrappata alle sottane della mamma, gli occhioni aperti a guardarsi intorno spaurita, lustra lustra di viso. Niente di straordinario. Non avevano tempo di sorridere. Del resto, in quel momento, egli sentì una valigia che lo premeva nella schiena, e si spinse avanti, tra un manico d’ombrello e un cesto di pesce puzzolente, per isfuggire a quella persecuzione.
Quando fu sul piazzale e Silverio aperse lo sportello dell’automobile, Giorgio si rammentò che suo fratello era già in viaggio per Parigi, e se ne offese.
– Allora, io ho passato gli esami per niente? – proruppe.
Ma tacque subito, a un’occhiata dolce e smarrita della mamma.
– Che dice? – interrogò Silverio.
– Dice che è contento d’aver fatto gli esami, – rimediò Matilde.
– Ah!… Credevo volesse partire anche lui!
Silverio era nervoso e di cattivo umore.
Comprendeva, a cose fatte, che mandar per il mondo un ragazzo di diciassette anni, e un ragazzo impreparato come Andrea, era una bravata, la quale poteva tornar bene e tornar male. Non sapeva con chi pigliarsela; con la suocera, forse, che metteva lingua dappertutto e voleva che i nipotini parlassero inglese. La prima idea era quella; e di idea in idea, ecco il ragazzo in treno, in quella notte calda affocante, verso l’ignoto! Poteva ammalarsi; poteva commettere qualche minchioneria irreparabile. La tutela della Casa Stephen Calan et Cie e di tutte le Case alle quali era raccomandato non arrivava certo a seguirlo in ogni istante della sua vita intima.
La scenata di Andrea con Lucia aveva impressionato anche Silverio, – quantunque non ne facesse più parola, – strappandolo alle fatali illusioni dei genitori, che imaginano i figli giovanetti quali angeli purissimi. Ora che il ragazzo era lontano, quel tentativo violento, quell’ubriacatura repentina di sensualità, quel nessun rispetto di sé e degli altri, lo stupefacevano.
Egli vantava una adolescenza placida, una giovinezza regolata: qualche amoruzzo e una sbornia presa per aver vinto un ambo al lotto formavano il romanzo del suo passato.
Come studii s’era fermato sulla soglia dell’Istituto, perché urgeva lavorare, e non essendo sprovvisto di riflessione, aveva a poco a poco supplito con la pratica ai vantaggi d’una coltura ordinata. Ragazze, cameriere, civette, le tentazioni ordinarie infine di chi ha tempo da perdere, non esistevano per lui.
Toccava a suo figlio farne la scoperta!
Gli parve che Roma, nel tragitto dalla stazione a casa, venisse innanzi minacciosa, con quella ressa di veicoli sotto le luci delle lampade ad arco, gli edifici immani profilati sul cielo cupo: e che tra la folla serpeggiassero vizii e delitti in embrione, ai quali non aveva mai badato.
Che sarebbe di Andrea, confuso tra breve nel bulicame dei baluardi parigini o di Leicester Square e di Piccadilly, di cui aveva inteso parlare? Poteva uscirne certo senza grattacapi, il ragazzo, ma la prova era forte.
– Che vuoi? – gli scappò a un tratto. – Io quasi quasi gli telegrafo di tornare!
– Io non l’avrei neanche mandato! – osservò Matilde.
Silverio la guardò: stava per rispondere brusco, difendendo e accusando; ma intervenne Giorgio.
– Sì; torna lui e vado io! – propose subito.
Silverio si abbandonò a ridere volontieri. La gaia presunzione del bambino lo rassicurò. C’erano milioni d’innocenti che vivevano pacifici dappertutto, e proprio al suo Andrea doveva capitar male? Gli sarebbe tornato più colto e più avveduto.
Qui rimanevano intanto ad allietar la casa la moglie ed il piccino.
Tornò a guardarli; savii e graziosi, e in un sussulto dell’automobile strinse Matilde al petto e la baciò.
– Allora, papà, non telegrafi? – chiese Giorgio.
– Lasciamolo andare, lasciamolo vivere! – disse Silverio. – Non è bello vivere…?

VIII.

Doveva essere bello davvero vivere, perché Andrea stette assente molto tempo.
Giorgio apprese via via dai discorsi che si facevano in casa e dalle lettere che arrivavano, come suo fratello fosse in Francia e poi in Inghilterra; e nell’atlante erano segnati i luoghi da cui scriveva, ora con un cerchietto piccolo, ora con un cerchio grande. L’Inghilterra circondata tutto intorno dal mare, non di colore amaranto, – Giorgio l’aveva visto ad Anzio da poco, – ma azzurro; e ci si vive e ci si passeggia come sopra un’immensa zattera.
Ne parlò con zia Appia, la quale non fu della sua opinione; ella credeva che tra una zattera e l’Inghilterra ci fosse qualche diversità; ma insomma l’idea piacque a Giorgio e bisognò farne una semplice questione di grandezza.
Dopo qualche mese che Andrea viveva fuori, la mamma cominciò a sentirsi male. Non stava a letto, ma pativa di stomaco, di capogiri frequenti, di nausee. Giorgio suppose dapprincipio si trattasse del dolore di non aver Andrea in casa, ma la mamma lo rassicurò e gli disse ch’era cosa da non badarsi.
Il babbo pensava, proprio in quel momento, a un altro bambino; ed era strano udirlo parlare con dubbio, quasi non sapesse se si trattava d’un maschio o d’una femmina; della famosa bambina, che doveva ridere in quel modo così piacevole.
Intanto ogni cosa andava a dovere.
Andrea chiedeva, sì, qualche danaro, ma con calma, senza quell’improvviso, quell’incalzo, che fan pensare a obblighi d’onore, i quali devono essere noiosi. Egli viveva allora a Bristol, e il papa gli affidava incarichi diversi per tutto ciò che riguarda il commercio del cuoio. Ogni cosa andava a dovere.
Giorgio fu condotto un giorno a visitare uno stabilimento nuovo, sulla Via Flaminia. Fumavano i comignoli, ruggivano le macchine; gli operai lavoravano forte al comparir del babbo, perché lo stabilimento era suo: egli aveva assunto la fornitura di certa roba d’acciaio per le Ferrovie. Comandava a tutti l’ingegnere Antonio Catalani, diventato socio del papà, il quale di roba d’acciaio non s’intendeva. Quel Catalani che vuol bene a Giorgio perché questi è discreto; e non può patire i ragazzi Strògoli perché arraffano quanto capita, e mangiano da far dispiacere a vederli.
Poi doveva essere avvenuto qualche cosa di grave con Andrea.
A furia di sentirne parlare a tavola e dopo pranzo e la sera prima d’andare a letto, Giorgio finì per intendere esattamente.
Andrea aveva commesso una brutta azione. Un ragazzo che non capisce gli eroismi di Tarafià e Kavallì, che non vede nelle penne d’acciaio un esercito, che non approva la marcia funebre dietro il feretro del gran capitano, deve farle grosse!
Il papà aveva un credito di ottocento sterline presso la Casa Middleton Stanley and Brothers, (Brother vuol dire fratello in inglese.)
E Andrea che sta a Bristol e frequenta quella Casa, piglia lui le sterline per sé, e avverte il babbo d’aver fatto l’incasso per conto suo.
È stato un triste giorno quando è arrivata la lettera senza il buono del danaro.
Babbo è andato su le furie: ha telegrafato ad Andrea di tornare immediatamente. Mamma s’è sentita peggio del solito, con una forte palpitazione di cuore e uno smarrimento.
Bisogna evitar le emozioni alla signora, in questo periodo! – ha ordinato il medico.
Pare che ottocento sterline equivalgano a ventimila lire. E Andrea se le è pappate tutte in un colpo. Che ne farà? Per la mamma è stata un’emozione che le ha fatto male. Il papà non ha mandato più il mensile ad Andrea, il quale si è trasferito da Bristol a Londra.
Nel frattempo è sopravvenuta una lettera dai signori Middleton Stanley and Brothers, firmata con la firma del procuratore della Casa. L’ha tradotta l’ingegnere Catalani. È una giustificazione dell’incasso abusivo di Andrea, così raggirata, imbrogliata, contraddicente, che non se ne capisce nulla. Non si sa perché le ottocento sterline debban restare nelle tasche di Andrea, ma ci restano.
– La colpa è della ditta! – esclama Silverio. – Andrea non ha la mia procura e non dovevano dargli un soldo!
– Scrivono un certo inglese! – osserva il buon Catalani – Ci sono degli errori, e poi non è commerciale… Vediamo la firma. Tu hai le altre lettere della Casa: si può confrontare.
– Lasciamo, lasciamo, per carità! – interviene la mamma, che è molto pallida.
E non confrontano. Sembra che la mamma abbia paura. Parla di quella notte, quando Andrea si buttò contro Lucia e ne uscì con la faccia gonfia e un occhio pesto.
– Sono due lampi sinistri! – ella esclama.
Il babbo non risponde, lì per lì; poi dichiara, dopo riflessione, che si deve richiamare Andrea e farla finita.
Certamente dice sul serio, perché sbuffa, camminando con la pancia in fuori.
Ma nella notte è sopravvenuto qualche cosa d’importante.
Giorgio ha udito un andirivieni per tutta la casa: la voce del medico, di una donna, del babbo, di Lucia: usci aperti e chiusi.
Anzi, Lucia ha fatto una scappatina nella sua camera.
– Già, imaginavo che eri sveglio! – dice. – Non ti muovere; dormi! La mamma ha un po’ d’affanno, ma domattina starà benissimo. Dormi, hai capito?
Giorgio s’addormentò.
L’indomani mattina la mamma stava a letto. Lucia aveva sbagliato.
E Giorgio correndo a salutarla, s’imbatte nel papà, il quale fa ballare sulle braccia una pupa; viva, proprio viva.
– È la tua sorellina! – dice a Giorgio. – Ti piace?
– Dammela: come si chiama?
– Si chiama Giuliana.
– È quella che aspettavi? Dammela; voglio vederla!
Giorgio la piglia tra le braccia con cautela. È molto buffa: ha gli occhi chiari che paiono bianchi, un ciuffetto di peli in mezzo al cranio rosa, la bocca sdentata: le manine chiuse come volesse fare a pugni col primo che capita, son rosse, e hanno intorno al polso alcuni giri di adipe.
Sta quieta, ebete, a guardar Giorgio che ride.
– Mi piace! – dichiara questi. – Bravo papà! Si potrà giocare con lei. È quella che aspettavi…?
Silverio si china a riprendere la neonata dalle mani di Giorgio e a baciarli ambedue.
– Sì, è quella che aspettavo, caro: è proprio lei.
– Adesso vado a trovare la mamma.
– Piano: oggi starà a letto, la mamma: per pochi giorni, anzi: ha una piccola infreddatura.
In seguito all’arrivo di Giuliana, il papà ha perdonato ad Andrea; egli è come il re; quando è contento e le cose vanno bene, fa un’amnistia; e spesse volte sbaglia, come il re, e non ne cava che ingratitudine. L’amnistia consiste nel rimandare il mensile ad Andrea, che in tal modo intasca quello e le ottocento sterline.
Quanto all’ingratitudine, si vede subito.
Gli hanno scritto che è arrivata la sorellina; glielo ha scritto il papà e poi la mamma e poi ancora il papà; e lui zitto! Ha tornato a scrivergli l’ingegner Catalani; e lui zitto! Vuol dire che la sorellina non gli piace. La mamma ne è rimasta molto mortificata, e ci son volute le carezze di Silverio per racconsolarla.
Zia Appia, invece, ha mandato un bellissimo corredo per la pupa; fin la carrozzella col soffietto e le gomme alle ruote. Questo ha commosso il babbo, che per poco non ne piangeva di gioia.
– È inutile: è una donna che sa fare! È una gran donna! – ha esclamato.
E quando è comparsa pel giorno del battesimo, le ha baciato e ribaciato le mani, come la vedesse per la prima volta.
Il giorno del battesimo, che confusione! Mamma si è alzata da letto, ancora un po’ debole e pallida per quel raffreddore; ma pareva felice.
C’eran più bambine che bambini, e tutti insieme diedero fondo a una quantità immensa di paste, di confetti e di torte.
Giorgio aiutava a far gli onori di casa, portando vassoi ricolmi alle sue ospiti, le quali stavano qua e là in crocchio a pettegolare. Ne aveva prese tre sotto la sua speciale protezione, perché venivano in casa per la prima volta: Ada Zampieri di undici anni; Leonia Cavalli di dodici; Irma Dantelli di otto; e nei ritagli di tempo discorreva con loro.
Leonia Cavalli interamente abbigliata di turchino ascoltava Giorgio con un’ombra di degnazione: portava intorno al polso destro un nastro bigio con orologio d’oro e al petto un fermaglio con turchesi; aveva già qualche cosa della signorina e sembrava stare a disagio fra i bimbi. Se ne rifaceva dominandoli e parlando molto di sé, a guisa d’un personaggio che ha un piede in questo mondo e l’altro nel mondo di domani.
Quando Giorgio disse di non sapere esattamente come nascono i bambini, Leonia diede in una risata, e le altre due, Ada e Irene, quantunque non se ne intendessero affatto, risero per imitarla. Perché la storia delle foglie di cavolo, seguitò Giorgio, non è vera…
– Va’, va’! – interruppe Leonia. – Pòrtami un pezzetto di torta, non più grande di così; e torna subito!
I suoi occhi brillavano, non si sapeva se d’ironia o d’impazienza. Era lunga, per l’età che aveva; lunga come un serpente.
Giorgio si pentì della propria idea cavalleresca; incappato in una di quelle bambine che sono assolutamente, irriducibilmente diverse dai maschi della stessa età, egli lo sentiva. Glielo dissero altre, mentre passava col vassoio:
– Non badare a Leonia! È cattiva!
– Potevi servire noi: siamo qua sole!
– Vedi che ti comanda…? È una signorina; dovrebbe star con le grandi!
– Il fermaglio di turchesi non val niente. Diglielo che è falso!…
– Giorgio, io di torta non ne ho avuta!
Egli si fermò; offerse la torta a quelle sue amiche dai grandi occhi e dalle bocche avide; sentì che gli sguardi di Leonia lo seguivano; sul piatto non rimasero che tre pezzi, e si affrettò verso l’angolo in cui sedeva Leonia con le sue compagne.
– Grazie! – ella disse. – Ne faccio senza!
– Ma non mi hai chiesto…? – mormorò Giorgio.
Ti abbiamo chiesto la torta, non gli avanzi; non è vero, Ada? Prima hai fatto servire quelle stupide laggiù, e ora ci vieni avanti con un pezzetto per ciascuna… Vattene pure!
Giorgio fu preso da tal furore, che scaraventò il piatto a terra.
– Non so chi mi tenga! – esclamò, ripetendo una frase che aveva udito da suo fratello.
Lucia accorse, indicò a un cameriere i cocci della porcellana, fece raccogliere in fretta.
Nessuno aveva notato la scena: compariva in quel momento la regina della festa, la minuscola Giuliana, portata dal babbo e seguìta dalla governante, una robusta giovane sabina in abito di seta.
Si alzarono tutti ad ammirar la bambinetta e a circondarla; ella li ringraziò con acuti strilli, volgendo il capo. Troppe faccie; troppi baffi, troppe smorfie, troppe esclamazioni; aveva paura; urlava; non voleva entrare nel mondo, quasi avesse inteso che c’era tempo a gustarne, a satollarsene e a pigliarlo in uggia.
– È bella? – disse Giorgio a Leonia.
– Non c’è male. Io ero più bella…
Giorgio rise.
– Come tu potessi ricordartene! – rimbeccò prontamente.
Ti farò vedere i ritratti… Ero molto bella, io! Giorgio la guardò: probabilmente non mentiva; aveva certi occhi profondi, i capelli nerissimi giù per le spalle come l’ondata d’un torrente ruinoso e i denti d’una bianchezza magnifica; non poteva essere stata brutta.
– La vuoi, la torta? – egli le susurrò.
Approfittava del momento di confusione per tentarla; anche le altre due pettegole, Ada e Irma, s’erano staccate dal gruppo per guardare Giuliana.
– Sì, portamene un pezzo! muoio dalla voglia – confessò Leonia.
Allora Giorgio si lanciò, diede uno spintone al maggiore degli Strògoli occupato a riempirsi le tasche, ritornò con un grosso pezzo di torta fresca, da’ cui lati traboccava la conserva di albicocche.
– Facciamo la pace? – propose Leonia con la bocca piena. – La tua Giuliana è molto bella.
– Non è vero?… Sì; facciamo la pace. Io ti voglio bene!
– Anch’io!… Ora ho sete.
– Che desideri? Il rosolio? La granatina?
Passava Lucia; e vedendo che gli sorrideva, Giorgio le disse:
– Fa’ portar qualche cosa da bere alla signorina!
– Ah, ah! – fece Lucia. – Sarà servito!
– È un poco matta, – spiegò Giorgio a Leonia. – Vuole sposarsi; e qualche volta graffia.
– Chi ha graffiato? – chiese Leonia incuriosita.
L’altro aperse la bocca, ma si rammentò in tempo che degli affari di casa, specialmente degli affari di Andrea, non bisognava mai parlare.
– La cuoca! – rispose.
– Uh! Non è interessante! Credevo avesse graffiato te.
Giorgio alzò le spalle.
– Perché io ti graffierei! – soggiunse Leonia, con un lampo negli occhi.
La frase sbalordì il bambino.
– Ma non abbiamo fatto pace? – osservò.
Ti graffierei per divertirmi.
– Sei matta anche tu, Leonia! – disse Giorgio dolcemente.
Dopo esser rimasta qualche tempo sui ginocchi della mamma, Giuliana fu portata via: strillava a intervalli e disturbava tutti: serrava i pugni e dimenava le gambette, rosso il viso come soffocasse.
Allora, a gruppi, gli invitati si congedarono; non pochi pregarono di mandare i loro saluti ad Andrea, che sapevano in Inghilterra, dove faceva tanto bene.
– Già, è quasi un anno che il briccone sta fuori! – rilevò Silverio con un certo orgoglio.
– Deve costarle un occhio! – fece qualcuno.
– Eh, così, così!… Spese di lusso, che poi rendono.
Anche Leonia se ne andò; e stampò due baci sulle guance di Giorgio.
Vieni a trovarmi presto! – invitò, raggiungendo sua madre. – Ho un bel giardino col lago e i pesci rossi. Puoi portare la barchetta, se l’hai.
Giorgio guardò quella sera prima di coricarsi un certo bastimento vecchio dalla vela sdrucita, che dormiva dentro una cassetta con altre cianfrusaglie. Ma crollò il capo. Era troppo brutto per presentado ai pesci rossi e a Leonia.

*

Ella abitava un villino a mezza la via Po; era figlia di Amedeo Cavalli, rappresentante arricchitosi presto col commercio delle gomme per automobili.
Dietro l’abitazione di stile senza arzigogoli moderni si stendeva il giardino abbastanza grande, ombroso perché vi avevano trapiantati alberi già vecchi e folti. Il laghetto era una vasca ampia, con uno zampillo nel mezzo, piante acquatiche e tufi. I pesci rossi c’erano, ma bisognava rinnovarli assai spesso; Leonia aveva abituato Perdicca, un terranova di guardia, a ucciderli o lanciandoli fuor d’acqua o maciullandoli tra i denti. Ciò la divertiva molto.
La prima volta che la mamma fece visita ai signori Cavalli, e Leonia, preso per mano Giorgio lo condusse in giardino, qui non c’era nessuno. Poterono passeggiare, sedere sul labbro bianco della vasca, chiudere e aprire lo zampillo, discorrere.
– Hai fatto male a non portar qualche cosa da metter nel laghetto, – ella osservò. – Tutti i miei amici vengono con barche e con bastimenti, e facciamo la tempesta. La fontana si può aprir di più, e allora i bastimenti che ci passan sotto arrischian d’affondare. Chi si salva è il più bravo.
– Ha il più bravo capitano, – corresse Giorgio.
– Ecco!
– Io verrò con una nave da guerra, – egli promise, quantunque non sapesse dove l’avrebbe trovata. – Tu hai molti amici?
– Dieci o dodici…
– Eh!… Dici un fiammifero! Che ne fai?…
– Niente: si giuoca, si passeggia, si discorre. Che ne fai tu, degli amici?…
– Io non ne ho. Avevo mio fratello, ma è a Londra; e poi è grande, e non si occupa di me.
In quel momento, sul fondo scuro d’un viale, passò Perdicca dalla coda fronzuta e ritorta; aveva il petto bianco nel pelame oscuro. Drizzò le orecchie al fischio di Leonia e si lanciò a corsa verso di lei.
– È bello? Non temere, non morde; i ragazzi li conosce: accarèzzalo sul capo!
Giorgio sentì a un tratto di essere stato preso sotto la protezione di Leonia, che gli prestava idee, sentimenti, paure, da cui era ben lontano.
La guardò. Ella era vestita di rosso, le gambe nude e i sandali ai piedi; i capelli raccolti e ritorti intorno alla testa strettamente con piccoli pettini.
Quando Perdicca fu a tiro, Giorgio gli lasciò andare un manrovescio sul muso così forte, che il cane sternutò tre volte.
– Sei matto! – esclamò Leonia. – È capace di mangiarti…
– Non far la stupida, va’! – disse Giorgio alzando le spalle. – Tu mi annoi!
Leonia, presa la testa di Perdicca sul grembo per accarezzarla, restò in silenzio. Il suo cavaliere s’irritò anche meglio a vederla mortificata.
– E il bastimentino, e non morde, e accarezzalo! – esclamò. – Per chi m’hai preso? L’altro giorno volevi anche graffiarmi…
Ti domando perdono, – fece Leonia con voce umile. – Ti domando perdono. Mai non ho pensato di offenderti.
– Quanti anni hai? – chiese Giorgio bruscamente.
– Dodici.
– Io ne ho quasi nove. Non puoi mica far la professoressa neppur tu, per tre anni di differenza. Forse non sai neppure chi era Giulio Cesare!
Ma, già in piedi, tornò a sedere sul labbro della vasca, presso Leonia, vedendo che questa aveva chinato il capo. Temeva ch’ella si mettesse a piangere, e non già perché le lagrime di lei potessero impacciarlo molto, ma perché avrebbe toccato un rabbuffo in casa, dove gli era stato detto di essere savio e gentile. La famiglia Cavalli interessava il babbo, che da poco aveva intrapreso buoni affari col signor Amedeo.
– Che sa fare il tuo cane? – riprese Giorgio per ammansare l’amica.
– Perdicca! Perdicca! – ordinò Leonia, levando il capo. – I pesci! Dove sono i pesci?
Perdicca abbaiò forte, scodinzolando; poi, saltato l’orlo della vasca senza esitare, entrò nell’acqua, cercò sul fondo, rincorse un gruppo di pesci che guizzavano velocissimi verso un arco di tufo; ne afferrò uno, assai bello, tondo e dorato con macchie nere; e balzò fuori, tenendolo vivo tra i denti senza trafiggerlo.
– Qua, Perdicca!
Il cane portò la sua vittima ai piedi di Leonia, e subito il pesce si arcuò, sbatté la coda, fece salti sul fianco boccheggiando.
– Quanto è stupido! – osservò ella. – Crede di tornare in acqua.
– Ma no: ha le convulsioni.
– Lo facciamo uccidere da Perdicca? Una zampata e basta: lo sfracella!
– No; lasciamolo così.
La ghiaia minuta s’era attaccata al corpo del pesce tra le squame, ed esso si dibatteva a terra con sussulti a mano a mano più deboli; finalmente diede le ultime scosse, un saltò puntando testa e coda a un tempo, e ricadde morto, l’occhio immobile.
Il cane se n’era andato pel viale, sdegnando quella preda insipida e fredda.
Allora, cominciato il giuoco, Giorgio e Leonia lo seguitarono; s’aiutarono a sciabordare nella vasca e a levarne i pesci; l’uno li lasciava a terra per vederli saltellar sul fianco; l’altra li sbatteva sul marmo.
– Un poco di sangue, almeno! – ella disse. – Schiacciando loro la testa, se ne vede qualche goccia.
Giorgio si stancò il primo.
– Ora basta. Non è mica bello ciò che facciamo. Che colpa avevano per morire?
– Vedi quanti ce n’è ancora! – osservò Leonia, additando le frotte che correvano per l’acqua turbata a cercar riparo tra i pezzi di tufo e sotto la melmetta verde. – Non raccontare, però! La mamma non vuole che io metta le mani nell’acqua. E se vieni qui allorché ci sono gli altri ragazzi, non dir nulla, se no mi vuotano la vasca.
– È un giuoco che facciamo io e te?
– Noi due soli, se non parli.
Andarono a scavare una buca sotto un albero poco lontano, vi gettarono i cadaveri delle loro vittime e li ricopersero con terra.
– Quanti anni ha tuo fratello? – chiese Leonia, stropicciando l’una contro l’altra le mani sudicie.
– Diciotto.
– Mi presti il fazzoletto per ripulirmi?
Giorgio trasse dalla giacca azzurra il fazzoletto, prese le mani di Leonia piccole e sottili tra le sue, e le asciugò.
– Grazie. Diciotto? Allora tuo fratello potrebbe sposarmi! – rifletté Leonia. – Mamma dice che tra marito e moglie ci devono essere almeno sei anni di differenza.
– Ma se non ti ha mai vista! – esclamò Giorgio ridendo.
– Mi vedrà. Ti pare che gli piacerei?
Ella si pose innanzi all’amico per farsi guardar bene, da capo a piedi.
– Sì, sei bella, – egli ammise. – Ma Andrea ha da studiare, quando torna.
– Dopo, più tardi! Anch’io devo attendere qualche anno; a diciassette mi sposerò.
– E se Andrea non ti piace, a te? – fece Giorgio curiosamente.
Leonia tacque.
– Era grande, magro, magro, con molti capelli, quando partì. Ora in Inghilterra sarà forse cambiato. Dice sempre che ci manda la fotografia con la pipa in bocca; e poi non la manda, se ne dimentica; ma appena l’avrò, te la porto.
– Non assomiglia a te? – chiese Leonia.
– No, non assomiglia; è diverso! E, tu perché ti sposi?
Leonia aperse le braccia, alzò le spalle, sgranò gli occhi.
– Che debbo fare? – rispose.
Poscia spiegò:
– Voglio essere io la padrona: comandare, viaggiare, vestire a modo mio, dare feste e ricevimenti, scrivere lettere e leggere tutti i libri con la copertina gialla.
– Perché gialla?
– Sono i romanzi. Capisci? Ci devono essere cose belle assai, dentro, e mamma li richiude sempre nella libreria.
– Non ne hai letto nessuno?…
Due o tre laggiù, sulla panca, dietro quegli alberi; posso vedere da lontano se viene qualcuno, e gli altri non mi vedono, perché ho aperto uno spiraglio tra la siepe e i rami.
– Allora: erano belli?
– Non ho capito tutto, – confessò Leonia. – Ci sono parole difficili, e credo che gli scrittori adoperino certe espressioni in un senso diverso dal nostro.
– Ma impareremo anche noi?
– Io mi farò spiegare. Forse il tuo Andrea saprebbe.
– Già; è stato a Londra… E poi dirai anche a me?
– Se vuoi, leggeremo insieme.
Leonia e Giorgio si erano avvicinati, dritti innanzi alla buca entro la quale avevano seppellito i pesci, come due delinquenti avvinti dal medesimo delitto, dal medesimo segreto. Ma la voce d’una cameriera li chiamò dall’alto della gradinata che saliva al villino.

*

Giorgio ebbe un salotto; fortuna insperata, la quale lo stupiva più che non gli piacesse. Per compensarlo della bella accoglienza fatta spontaneamente alla sorellina, suo padre ordinò di togliere il letto dalla camera d’Andrea, la addobbò con fasce e tende a disegni bizzarri in cui abbondavano alberi e uccelli strani: dispose qua e là poltroncine e divanetti; regalò una cassetta di mogano con dodici bicchierini e quattro bottiglie di liquori dolci. In tal modo Giorgio Astori poteva ricevere degnamente i suoi piccoli amici, quando la mamma gliene avesse data licenza.
– Ma tu mi aiuterai? – egli disse, un po’ spaventato di tanta responsabilità. – Bisogna tener d’occhio gli Strògoli, o mi rovinano tutto.
Silverio rise.
– E Andrea non torna più? – fece Giorgio.
– Torna certamente. Gli faremo la camera a fianco della mia, e il salottino sarà anche per lui.
Vennero al primo invito diversi amici; quel Giovannino Cartolli, che essendo nato un po’ più in basso, si maravigliava di ogni cosa, muto; i tre Strògoli, che non avevano occhi se non per le paste e pei liquori; Alfredo Buccia, il quale recitava le poesie con gesti e smorfie appropriate e n’aveva sempre in corpo qualcuna; Severino Tormada, dal naso adunco; Paolo Strìppola, che ripeteva la quarta per la seconda volta e non voleva andar più innanzi negli studii, perché gli facevano male allo stomaco; poi Leonia Cavalli, interamente vestita d’un rosso di fiamma; Ada Zampieri, le cui gambe nude avevano uno splendore di bianco e di rosa che le faceva quasi trasparenti; Irma Dantelli, con un grande nastro a farfalla tra la chioma nera.
Lucia serviva; zia Appia aveva mandato la signorina Maddalena Pedretti, perché sorvegliasse senza averne l’aria; ed ella stava in un angolo a leggere per farsi dimenticare.
Nel salotto di Matilde c’eran le mamme e i parenti, che senza quei bambini tra’ piedi potevano conversare e non essere interrotti ad ogni poco. Dicevano che l’idea d’una saletta a parte era buona, e alcuni si ripromettevano d’imitarla, altri si rammaricavano di non avere più spazio nell’appartamento.
– Io mi ricordo, – disse a un tratto Giovannino Cartolli, arricciando il naso e arcuando le sopracciglia, – che ho trovato Giorgio per istrada con una grande gelatiera tra le braccia.
Giovannino sorbiva appunto un gelato di crema, che gli rammentava quel giorno lontano.
– E gli scappava di qua, e la pigliava di là, e sbuffava, e la posava, e correva dietro la sua mamma. Ora non vai più a comperare la roba, Giorgio? Sei diventato ricco?
Gli altri risero.
– Perché non devo andare? Mi piace! – rispose Giorgio. – Quel giorno ti ho anche dato dello stupido! Questo non te lo ricordi?…
Allora gli altri risero di Giovannino, che disse:
– È vero. Mi hai dato dello stupido!…
E riprese a sorbire il gelato in silenzio.
– Io, se avrò uno stemma, lo farò bellissimo, – dichiarava Leonia Cavalli.
– Che cosa è uno stemma? – chiese Paolo Strippola.
– Ci metterò i leoni e i cavalli, – seguitò l’altra senza badargli. – Essi rappresentano il mio nome, che è anche bellissimo. Nessuno di voi può mettere i leoni e i cavalli nel suo stemma.
Giorgio non aveva un’idea chiara degli stemmi, ma poiché si trattava di metter qualche animale in qualche luogo, disse:
– Io ci metterò gli astori!
– Gli astori? Che sono?
– I falchi; me lo ha detto il babbo.
Tutti tacquero; poi ciascuno espresse la sua simpatia speciale per qualche belva o per qualche animale domestico. Paolo Strìppola, il quale aveva visto parecchi serragli, sosteneva che l’orso bianco è più feroce del leone; Giovannino Cartolli giurava che però il leone è più forte del tigre.
Ada Zampieri consegnò il suo piattino a Lucia e andò da Giorgio, il quale era presso una parete.
– Dimmi, – interrogò, – come si chiamano questi alberi?
E additando certi alberi verdissimi con frutti porpurei che ornavano la tappezzeria da quella parte, volse le spalle agli altri ragazzi, infervorati a discutere della forza e della ferocia di talune bestie.
Ma ella aggiunse sottovoce:
– Sei stato da Leonia, l’altra settimana? Non ti ha detto che vuole sposarti?
Giorgio rimase sbalordito.
– Sposare me?…
– Piano! Non voglio che ci ascoltino!
– No. Ha detto che potrebbe sposarla Andrea, mio fratello, – spiegò Giorgio sottovoce.
– Me lo imaginavo; non sa parlare d’altro! Vuole sposare quanti amici ha… Non ti sei accorto che è sciocca? Sciocca e cattiva! Ti farà diventar cattivo anche te!
L’altro si fiutò le mani, come per ritrovarvi l’odor di squame; che vi avevan lasciato i pesci rapiti alle loro acque placide.
– E come faccio? – disse. – Il mio papà è tanto amico del suo!
– Perché tutt’e due non vedono che il danaro; ma io ti avverto; è cattiva, e si piglierà beffe di te. Io faccio la sua classe, e noi sappiamo che è la più cattiva di tutte…
Giorgio era per ribattere, ma Ada Zampieri lo lasciò, avvicinandosi a Leonia e ad Irma, che parlavano di tortorelle.
– Di’! – fece Giovannino Cartolli. – Ho domandato ora alla signorina, la quale mi ha detto che astori sono i falchi addomesticati.
Maddalena Pedretti alzò il capo dal libro e confermò con un cenno.
– Allora è inutile essere un falco, se ti fai addomesticare! – concluse Giovannino.
Giorgio, non sapendo che rispondere, dichiarò:
– Io non mi faccio addomesticare da nessuno!
E andava girando e rigirando dentro di sé le parole di Ada Zampieri «è cattiva, ti farà diventar cattivo, si piglierà beffe di te!» N’era indignato; perché simili avvertimenti gli guastavano il seguito della festa. Aveva imaginato di mostrar tra poco una nave da guerra, un incrociatore con cannoni, ch’era riuscito a farsi regalare dal babbo; e certamente tutti l’avrebbero ammirata, ed egli avrebbe detto che doveva esser posta nella vasca, e Leonia faceva gli inviti per la prossima settimana. Ma allora Ada si sarebbe offesa, come s’egli avesse detto per ripicco.
Guardava Ada, la quale, accavallate l’una sull’altra quelle sue gambe splendenti, volgeva il visetto roseo a Leonia e l’ascoltava con attenzione; gli veniva voglia di picchiarle ambedue, Leonia e Ada, che lo disturbavano con le loro bizze. Ora capiva che veramente tra bambini e bambine c’è una bella differenza.
Leonia si alzò, piantò le amiche e gli venne incontro.
– Tuo fratello ha mandato il ritratto con la pipa in bocca? – domandò.
– Non ha mandato nulla!
E accorgendosi d’aver risposto sgarbatamente, si chinò risoluto, frugò sotto un tavolino coperto dal tappeto a fiorami e ne trasse l’incrociatore.
– Guarda! – fece con un sorriso.
– Oh, ragazzi, guardate quanto è bello! – esclamò Leonia.
Accorsero d’un balzo, s’adunarono intorno al tavolino ove la nave da guerra, interamente bigia con un filo rosso tutt’intorno al bordo, troneggiava co’ suoi cannoni.
– Questa è la prora e questa è la poppa! – indicò Pierino Strògoli.
– Ma non si mangia: è di ferro! – disse Giovanni Cartolli.
– Si chiama Sparviero, – lesse sulla prora Alfredo Buccia.
– Bravo Giorgio! – fece Leonia. – Giovedì ti aspetto e lo mettiamo a navigare nella vasca. Sarà il più bel bastimento che sia mai stato nel mio lago!
– Veniamo anche noi a vedere? – chiesero due degli Strògoli a una voce.
Pierino non s’invitò. I giuochi all’aria aperta tenendolo lontano dai piatti con le paste, dalle creme, dalla cioccolata, gli piacevano poco.
– Certamente! – promise Leonia con una cortesia superba. – Avvertirò la mamma e verrete tutti!
Ada Zampieri aveva osservato in silenzio quando Giorgio e quando la piccola nave, senza poter nascondere il broncio. Ma allorché udì del convegno come di cosa sicura, intervenne:
– Giovedì è impossibile! Giorgio viene da me, giovedì…
– Chi te lo dice? – esclamò Leonia squadrandola. – Ora l’ho già invitato io.
– Io e te non contiamo proprio nulla! – ribatté Ada ironica, – La mia mamma inviterà la mamma di Giorgio per giovedì, e Giorgio verrà da me…
– Poveretto! – disse Leonia. – Metti la tua nave a dormire!
Le parole compassionevoli offesero Ada in tal maniera, ch’ella ne ebbe le lacrime agli occhi. Quei due visini freschi esprimevano senza rughe, senza contrazioni, nella sola luce dello sguardo, la gelosia, l’amor proprio, l’ira; ma esprimevano con tale sincerità priva di cerimonie, che i sentimenti eran più visibili e decisi di un gesto.
– Perché lo chiami poveretto? È mio amico! – dichiarò Ada.
La risposta di Leonia non giunse in tempo.
I ragazzi correvano sulla soglia a ricevere la piccola Giuliana vestita d’azzurro, la quale li guardava dall’alto delle braccia di Matilde. Era paffuta e rossa, il capino chiuso in una berretta col fiocco, gli occhi chiari sempre attoniti.
Dietro venivano il babbo, zia Appia, i parenti dei bambini, e in brevi istanti, dei due salotti, attraverso la camera di Giorgio se ne fece uno solo. Finalmente tutti se ne andarono.
Rimasero Giorgio e Lucia a fare un poco di ordine.
– I tuoi amici mangiano più dei grandi, – osservò Lucia.
– Se tu credi che mi piace, – disse Giorgio imbronciato. – Vedi che fatica a ricevere, e poi anche lèticano tra di loro!
– Le signorine leticavano per avere Lei, – replicò Lucia ridendo. – Non si lagni, signor Dongiovanni!
– Che Giovanni! Io mi chiamo Giorgio!
– E quale preferisci? Ada o Leonia? – aggiunse Lucia che si divertiva.
Giorgio tacque; non pensava a preferire nessuna.
– Se vai da Ada, ricòrdati che è povera; non ha una bella casa come la tua o un bel giardino come Leonia. È povera, e non può ricevere con lusso.
Giorgio guardò Lucia sorpresa.
– Però, veste bene! – disse.
– Veste bene, col sacrificio che fanno la mamma e il babbo di lei; ma non va a teatro, non ha l’automobile, e il suo babbo aspetta un impiego dal tuo. È povera, insomma.
– Come sai tu queste cose?
– Noi sappiamo!
– E tu le vuoi bene?
– Io le voglio bene perché non è una chiacchierina superbiosa come Leonia, che pare abbia il mondo in tasca.
– Tutti me ne parlano male di Leonia! – rifletté Giorgio. – Non posso lasciarle sposare Andrea!
Lucia diede in tale risata, che per poco non le sfuggì dalle mani un vassoio coi bicchierini dei liquori dolci. Né ristette dal ridere, quando Giorgio soggiunse gravemente:
– È lei che me lo chiede; e ci devo pensare!

*

La famiglia Zampieri era veramente povera, di quella povertà che Giorgio non aveva ancora incontrato. Per poveri intendeva i mendicanti ai quali dava l’elemosina: ignorava la povertà mascherata, dolorosa, che non può scender nella strada e non può confessare: che si arrabatta ogni giorno a vivere con onore e a tener fronte a mille obblighi; che passa di cura in cura senza mai pace; che si logora in rinunzie e in ripieghi incessanti.
Se non fosse stato messo sull’avviso, Giorgio non se ne sarebbe accorto; ma avvertito, notò che Maria Zampieri, la mamma di Ada, veniva ella stessa ad aprir l’uscio, perché non aveva cameriera, né forse alcuna donna di servizio; e Ada in casa indossava un abituccio nero fattosi lucido sui gomiti e sulla schiena, stirato e ristirato le mille volte.
Il salottino in cui Matilde e Giorgio furono accolti con grandi feste era addobbato di mobili con qualche rappezzatura, la quale appariva per un color più chiaro delle stoffe; e i gingilli imitavano porcellane e marmi senza riuscire a dissimulare la loro natura di roba a buon mercato.
L’unico lusso della casa era una nettezza spinta fino alla manìa, in cui si sentiva una specie di orgoglio a non cadere in basso. Tutto riluceva, dagli ottoni degli usci alle piccole borchie che tenevan la guarnizione intorno alle poltroncine e al divano. Il pavimento di mattonelle bianche e rosse s’era fatto sdrucciolo a furia d’esser lustrato.
Forse le stanze dell’appartamento eran poche, perché quel salottino, dalla disposizione dei mobili, dalla presenza d’un canapè oltre il divano, da certi libri di scuola raccolti sopra un tavolino presso il calamaio faceva pensare che qualcuno, probabilmente Ada, vi potesse studiare e dormire.
Ada preparava il tè, sorvegliando un bollitoio elettrico posato a terra.
Era contenta che Giorgio non fosse mancato, e mentre Maria parlava a Matilde sul divano, ella disse:
– Temevo che tu andassi da Leonia. Io non ho nulla da offrirti: qui non si può correre come in quel suo bel giardino… Se il papà trova l’impiego, allora sarà meglio.
– Ma l’ha trovato, l’impiego, – osservò Giorgio tranquillamente, guardando il coperchietto che ballonzolava sul bollitoio.
– Tu credi? – esclamò Ada con gioia. – Come sai?
– Perché il mio babbo ha detto ieri che lo piglierà nel suo stabilimento di via Flaminia.
– Zitto! – fece Ada. – Stiamo ad ascoltare!
Maria Zampieri in quel punto ringraziava Matilde con tanta effusione, che doveva trattarsi veramente di qualche notizia bella.
– È stato un pensiero molto cortese di venire lei in persona ad annunziarmi… Mi dispiace che mio marito sia fuori… Ada, hai inteso? Il babbo…
– Sì, mamma: me lo ha detto Giorgio: sono felice!
E vòltasi a Giorgio, mentre mesceva l’acqua bollente nella teiera, Ada soggiunse:
– E tu mi dici queste cose con tanta indifferenza?
Rise nervosamente.
– Non sai quel che significa! Per noi è la vita… Tu sei ricco e non capisci! Nessuno può capire se non si prova…
Istintivamente si guardò i gomiti lucidi, lanciò una occhiata al canapè. Quindi offerse la tazza a Matilde, servì Giorgio e la mamma, prese la sua e andò a sedere in una piccola poltrona.
Giorgio la raggiunse.
– Che cosa si prova? – chiese.
– Non parliamone, non parliamone più! – disse Ada ridendo.
– Come sei diventata bella! – esclamò Giorgio stupito.
La frase le crebbe l’allegria.
– Bella, perché sono contenta, pel babbo; era tanto mortificato, il poveretto, che nessuno lo voleva! E ha studiato, sai? È ingegnere, come quel socio del tuo papà…
Catalani! – disse Giorgio.
– Sì, Catalani. Adesso Catalani sarà il primo nello stabilimento, il mio babbo sarà il secondo… Non ci posso pensare!
E le spuntarono due lagrime sulle ciglia, che ella cercò di nascondere balzando dalla poltrona e andando alla finestra. Ma Giorgio aveva visto e rimaneva confuso.
– Tu piangi quando sei contenta? – domandò non appena Ada riprese il suo posto.
Ella gli afferrò il capo e lo baciò sulle guance.
– Ada, che fai? – disse Maria sorpresa.
– È così caro, mamma! – spiegò Ada. – Come non sa la vita!
Matilde rise.
– Ha nove anni, – disse. – Cerca di capire, ma è presto; e avrà detto qualche sciocchezza.
– No, nessuna sciocchezza, signora, – attenuò Ada premurosa, tenendo una mano di Giorgio fra le sue. – Sono io sciocca con lui, perché gli parlo di impieghi e di cose che non può sapere… Che vuoi, Giorgio, dimmi che vuoi? Io non ho balocchi!
L’anima di lei si apriva, in un’effusione di felicità, in un impeto di vita; e per quel bambino biondo che le aveva arrecato, placido e inconsapevole, una sì grande notizia, avrebbe voluto fare miracoli.
– I balocchi s’inventano, – disse Giorgio. – Ho già pensato che quella nave coi suoi cannoni mi annoierà, perché io preferisco una ciabatta, che pare una nave dopo la tempesta…
– Manda la ciabatta a Leonia! – consigliò Ada ridendo. – La metterà in quella sua famosa vasca, di cui ci ha tutte ristucche a scuola.
– Ma tu non vuoi bene a Leonia? – disse Giorgio.
Vide gli occhi neri di Ada illuminarsi, fiammeggiare, e la bocca di lei tremare un istante, come avesse a piangere.
– No, non le voglio bene! E se mi accorgo che le vuoi bene tu, io non vorrò più vederti.
Fece una pausa, quindi seguitò:
– Se tu sapessi quant’è maligna, quante volte mi umilia dicendomi che sono povera e miserabile, che il mio babbo è stupido perché non sa guadagnare! Vedi: io non ho che questo vestitino per la scuola, ed essa ne ha tanti: non mi lascia tranquilla, facendo ridere le altre quando dice: «oh, meno male che oggi Ada ha un abito nuovo!»
– Noi a scuola facciamo a pugni! – dichiarò Giorgio. – È molto meglio.
– Sì, è molto meglio! Non è cosa di tutti i giorni, di tutte le ore!
Maria Zampieri e Matilde Astori chiacchieravano in confidenza, quantunque la prima avesse un certo ritegno per l’altra felice e ricca, la quale, ella pure, non aveva assaporato le angosce di tutti i giorni e di tutte le ore. Ma le avvinceva una simpatia di donne oneste e semplici che, l’una attraverso le tentazioni della ricchezza, l’altra attraverso le tentazioni della povertà, non avevano mai deviato dalla loro strada.
Giorgio si accorse di non essersi annoiato, e si rammentò di Leonia.
– Perché mi diceva poveretto, l’altro giorno? – interrogò.
– Perché voleva dire che la mia casa non è bella, che non troverai balocchi per distrarti e che non tornerai più.
– È proprio stupida! Io tornerò sempre… Vengo per parlare con te, e i balocchi te li posso portare io…
Vieni per parlare con me? – disse Ada sorridendo. – Come sei gentile! Noi parleremo di tutte le cose…
Poi quando furono per congedarsi, egli e la mamma, Ada gli raccomandò:
– Non dire nulla a Leonia! Non deve sapere! Giorgio mise l’indice sul labbro in segno di promessa.
Uscendo, pensò al sorriso di Ada, a quel sorriso delle bambine, delle donne, ch’egli aveva notato per la prima volta la sera che partiva Andrea, alla stazione. Ada sorrideva così, scoprendo i dentini bianchissimi, come la bambina ch’era nel treno, che è partita, ch’egli non vedrà più: un sorriso il quale apre il cuore alla confidenza e ti dà tanta dolcezza. Leonia non sapeva sorridere in maniera così bella; sorrideva anche schiacciando la testa dei pesci contro il marmo della vasca, ed era un sorriso convulso e freddo.
Del sorriso di Ada, Giorgio fu molto contento.
IX.

Silverio Astori s’arricchiva.
Gli trottavan già pel capo le fantasie abituali di chi ha in mano il nerbo del danaro, e sogna parentadi con gente aristocratica; a suo tempo, un matrimonio di Giuliana con un principe, il cui casato volesse dire storia, gloria, potenza.
Aveva venduto il villino di Castelnuovo di Porto e intendeva comperarne altro più degno e più ampio al mare.
Per la città, il palazzo di Via Venti Settembre in cui aveva i suoi uffici, gli sarebbe andato a capello; ma non lo vendevano, quantunque Silverio facesse proposte generose. C’era di mezzo una vecchia proprietaria ostinata; i figli di lei eran favorevoli, dato che la cifra offerta saliva, ma la vecchia teneva duro, dichiarando che dopo la sua morte i figli avrebbero potuto disporre a loro talento.
Intorno a questo affare ipotetico, Silverio, altre volte pratico e risoluto, freddo e spedito, creava un intrigo, di cui si parlava molto in casa, benché la vendita non si avverasse mai.
Giorgio aveva costruito anche lui un palazzo con cubi di legno, che non si poteva comperare né prendere; e mentre il babbo tramava con notai e con parenti per ismovere la vecchia, il piccino faceva battere l’esercito di Kavallì per il palazzo incantato, narrando le vicissitudini della guerra ad Ada Zampieri.
Gli Zampieri eran diventati intimi di casa Astori. Dovevan tutto a Silverio, che aveva assunto Paolo Zampieri, il babbo di Ada, come vice direttore dello stabilimento, di cui Antonio Catalani era direttore e gerente; la ricchezza, per gli Zampieri; la quale si riduceva poi a non aver pensiero per l’indomani, a poter fare qualche vestito di più, ad alloggiare in un appartamento in cui la sala da pranzo non avrebbe a servire anche da salotto e da camera per la bambina.
Ada era spesso invitata; Matilde andava spesso da Maria Zampieri; Silverio, gaio, aperto, chiassoso, poiché nulla minacciava la sua felicità, si lasciava adorare.
Aveva intorno gli Zampieri, i Cavalli coi quali era in legami di affari; gli Strògoli per semplice ragione di parassitismo, la stessa suocera donna Appia, la quale aveva attenuato la sua ostilità vedendo che il piccolo Giorgio era meglio curato. Aveva intorno i Valdi, la cui figliuola Amelia aveva dato un poco alla testa di Andrea, una notte, ed ora aveva sposato un fabbricante di automobili milanese, Ferranti, che entrava così nel giro d’affari di Silverio; e i Creffa negozianti e manipolatori di pelliccie, perché Matilde aveva preso a ben volere la signorina Emma Tarabusi ormai quasi fidanzata di Maurizio Creffa, il quale seguitava a farsi chiamare conte. Aveva intorno un mondo, che per motivi diversi lo accarezzava, lo adulava, si valeva del suo credito: e nulla poteva meglio lusingare la vanità di Silverio che quel trambusto ininterrotto, quel trattar di mille questioni, quel succedersi di pettegolezzi e di negozii gravi, che occupavano la sua giornata e la giornata di Matilde. Era, a suo modo, un creatore; vent’anni addietro non significava nulla o quasi nulla, né come uomo né come industriale; oggi come uomo facoltoso, poteva disporre della sorte di molti altri; come industriale aveva vista ricompensata la sua attività con la commenda e per certe specie di affari dettava legge.
Non chiedeva di più.
Ma somigliava a colui che in una capanna ben calda, ben chiusa, ben fornita, ode di tanto in tanto uno scricchiolìo e deve sbirciare intorno per vedere se non si aprano crepe.
Voleva richiamare Andrea. S’avvicinava il secondo Natale, compieva un anno e mezzo all’incirca dacché il ragazzo era assente; ma sentito veramente, come diceva suo padre, il piacere di vivere, egli difendeva da lontano la sua libertà con una tenacia e un’astuzia, alle quali ogni cosa serviva: mutamenti da città a città; lettere dei corrispondenti che lo lodavano e se ne facevano mallevadori, magnificazioni di ciò che vedeva e apprendeva, inviti a venirlo a trovare, sapendo benissimo esser più facile far ballare un elefante che smuovere il padre da Roma.
E tuttavia questi non era tranquillo.
La Casa William Boote and C° lo avverte un giorno per lettera che sarà spiccata tratta di trecentocinquanta sterline su di lui, a saldo merce spedita tre mesi innanzi.
– William Boote! Ma non ho mai avuto affari con questa Ditta! – medita Silverio ad alta voce.
C’era anche Giorgio di ritorno da scuola, venuto a prendere il papà per salire nella sua automobile e fare una corsa da via Venti Settembre a via Nomentana.
Egli vide il babbo suonare uno dei campanelli elettrici sulla scrivania e chiamare il contabile.
– Guardi un poco nell’Annuario di quali «articoli» tratta la William Boote and C° di Londra.
Il contabile sui trent’anni, alto e secco a guisa d’un manico di granata, uscì, rientrò e disse:
– Bolloni, viti, binarietti, impianti di Decauville, affini…
Silverio tacque.
– Comanda altro? – domandò l’impiegato.
– No, grazie: vada pure!
Il contabile s’avviò; quando è sulla soglia, Silverio lo ferma:
– Ascolti: noi abbiamo ordinato…?
Ma s’interruppe, ripetendo la frase:
– No, vada pure!… Non importa…
E uscito lui, Silverio fece a Giorgio:
– Uhm!… Andiamo a pranzo!… Uhm!
Voleva dire, insomma, con quel mugolìo a bocca chiusa, che non era contento, che qualche cosa non andava bene? Così interpretava Giorgio; ed interpretava esattamente, perché il babbo fu molto pensieroso, parlò poco e si ritirò subito a leggere i giornali della sera, invece di far la bella chiacchierata del dopo pranzo.
Venne Ada Zampieri con la mamma a prendere il caffè.
Avevano un loro angolino, nel salotto, Ada e Giorgio, dove stavano a chiacchierare; il divano ricoperto da una pelle di tigre, il tavolino di cristallo, due sedili bassi, una grande lampada a stelo color d’oro, ch’era poi d’ottone ben polito. L’angolino se l’erano scelto e quasi consacrato con l’abitudine, perché spesso la signora Maria Zampieri con la figliuoletta venivano a sorbire il caffè, e l’ingegnere si presentava più tardi a prendere la figliuola e la moglie.
L’intimità di Giorgio con Ada, la preferenza ch’egli svelava per questa, erano spiaciute molto a Leonia Cavalli. S’era fatto il varo dell’incrociatore nella vasca, ma Giorgio non aveva dimostrato grande piacere; l’uccisione dei pesci lo sdegnava, quantunque non avesse potuto non ammirar la trovata di caricare i cadaveri più piccoli sulla nave e di trasportarli, come questa ritornasse da un viaggio di esplorazione. Leonia credeva d’averlo sedotto, quand’egli ricominciò a parlar di Ada; e ne parlò tanto, che Leonia finì col piangere.
Egli ammutolì, stupito. Leonia gli disse:
– Va’, va’, da quella accattona! Io non ti voglio più!
Giorgio che aveva tra le mani l’incrociatore gocciolante d’acqua, s’infuriò.
– Accattona! Tu chiami Ada accattona?
– Precisamente!
– Che bell’avverbio! – pensò Giorgio.
– Precisamente! Suo padre non veniva a bussar tutti i giorni alla porta di casa tua per avere un impiego? Credi che io non sappia? E dàlli, dàlli, c’è riuscito, quell’affamato! Il tuo babbo è stato troppo buono! E ora, Ada, la tua bella Ada, viene a scuola coi vestiti nuovi e ha i fazzolettini ricamati come i miei… Scema, stupida, stracciona, ignorante, che non è altro!… Come se me ne importasse, a me!…
Giorgio ascoltava a bocca aperta, sbirciando quegli occhi lucenti di lagrime, quel piccolo viso contratto da un’ira traboccante. Credeva fosse finita, ma s’ingannava.
– Io non ti posso cacciare, te! Vieni con la tua mamma, e certo non ti posso cacciare! Ma qui, vedi, qui dove abbiamo giocato, dove abbiamo ucciso e sepolto i pesci, dove io ti ho detto che questi giochi non li faccio che con te, qui in giardino non metterai più piede! Non ti voglio! Giocherò sola, starò sola; oppure chiamerò gli altri; giocherò con Pierino Strògoli e Giovanni Cartolli.
Giorgio si mise a ridere, e rispose romanescamente:
– Ammazzali!
– Tu parli come un carrettiere! – disse Leonia sdegnosa, asciugandosi gli occhi e levandosi dal banco di marmo su cui era seduta.
Si drizzava snella e superba, magra e fragile, con un’espressione corrucciata nel volto ovale; e s’avviava verso casa.
– Aspetta! – fece Giorgio, piantandole l’incrociatore attraverso il petto per fermarla.
Poi soggiunse in tono di comando:
– Prova a sorridere!
Ella lo squadrò da capo a piedi.
Ti pigli gioco di me? Non ti voglio più, hai inteso?
– No, non capisci: Ada sorride tanto bene con quei denti bianchi! Volevo vedere.
Leonia mutò di colore; gli andò incontro con passo così deciso, ch’egli gettò a terra la nave per fare a pugni. Vide i denti dell’avversaria, bianchi come quelli di Ada, ma serrati tra le labbra schiuse; e sentì sulla pelle lo sfolgorar di quegli occhi. Prima che pensasse a pararsi, gli arrivò uno schiaffo secco e duro, che gli fece poco male, ma lo sbalordì e gli tolse l’idea di reagire.
– Sorride bene Ada? E io picchio bene! Hai sentito? Domattina picchierò anche lei; le graffierò la faccia.
– Tu sei molto cattiva! – disse Giorgio con calma, chinandosi a riprendere da terra il suo incrociatore.
Leonia alzò le spalle. Tornava in salotto ove c’erano signori e signore in conversazione. Giorgio la seguì. E ambedue finsero che non fosse avvenuto nulla, perché i grandi non entravano nei loro affari e non dovevano sapere.
Seduto innanzi al tavolino di cristallo, in casa sua, nell’angoletto preferito, l’indomani Giorgio raccontava ad Ada Zampieri la scena con Leonia Cavalli, mentre la mamma beveva il caffè con la mamma di Ada.
– Le hai dato una bella lezione! – disse questa, dimenticando che lo schiaffo se l’era preso Giorgio. – Ma anche a me, sai, stamane a scuola voleva far qualche cosa; mi ha dato una spinta durante la ricreazione, che mi ha buttata contro il muro. Non poteva fare di più: io sono forte…
– Bada che non ti graffi, – consigliò Giorgio.
E rimasero in silenzio, meditando.
– Pensare, – disse, dopo quella pausa, Ada, – che saremmo così contenti se Leonia non ci fosse! Ma tu hai fatto bene a dirmi che ti ha dato uno schiaffo: tu non sai mentire; un altro avrebbe mentito.
– Precisamente! – affermò Giorgio, facendo uso dell’avverbio elegante che adoperava Leonia.
– E sai che cosa avviene quando si mente? Si vede sulla faccia!
– Davvero?
– Sì, tutto si vede sulla faccia; le cose brutte a poco a poco ti cambiano la faccia, ti segnano la fronte, ti fanno le rughe, e sul collo ti affiorano tanti bitorzoletti per ogni bugia. Me lo ha detto il babbo.
– Dev’essere; anche Leonia quando mi venne incontro aveva mutato faccia. Era bruttissima.
S’interruppe, si alzò per guardare Ada da vicino con attenzione scrupolosa; il volto, il collo, le mani, quelle sue gambe nude splendenti avevano un’epidermide compatta e solida in cui non era traccia di bottoncini. E contento di quella ispezione, Giorgio tornò a sedere, dicendo:
Ti voglio bene.
– Anch’io ti voglio bene, Giorgio.
Allora egli corse nella sua camera, ne tornò con un fascio di stoffe colorate, scampoli che aveva potuto ottenere facilmente da suo padre e che dovevano servire ad Ada per ritagliarvi gli abitini della bambola.
– Ma sono belli! sono troppo belli! – esclamò l’amica, disponendoli sul tavolino di cristallo e passandovi le mani.
Giorgio non guardava le stoffe; guardava Ada sorridere d’un sorriso chiaro e, per così dire, delicato.
– Sono magnifiche: vedrai che bei vestiti, da passeggio e da ballo, farò per Eufemia!
– Eufemia?
– È la bambola; le ho dato il nome della povera nonna. Anche quando avrò una figlia, le darò il nome della nonna.
– Farai bene! – approvò Giorgio gravemente.
– Però, – soggiunse Ada esitando, – non ti pare che è bello pure questo mio vestitino, che ho messo oggi?
Giorgio osservò; un vestitino bigio, d’una stoffa, che sembrava seta tanto era morbida, chiuso alla vita da una grande fascia con una gala che ricadeva sul fianco; e intorno al collo un giro di pelliccia, che faceva sul davanti una piccola scollatura.
– È molto bello! – approvò Giorgio. – Leonia mi aveva detto che hai vestiti nuovi a scuola.
– Sì; babbo ha rifatto ogni cosa alla mamma e a me: vestiti, scarpe, cappellini, biancheria. Ora stiamo proprio bene!
E respirò col respiro di chi esce da una selva oscura a godersi un poco di sole.
Ma la conversazione fu interrotta dal sopraggiungere di nonna Appia, che la signorina Maddalena Pedretti accompagnava. Era questa una dama dalle fattezze lineari e rigide. Sempre vestita di nero, lunga e senza curve, sarebbe parsa scolpita nel legno, se il suo sguardo non fosse stato ilare, giovane, quasi avvolgente.
Ella vide Giorgio e Ada ritornare al loro posto fra gli scampoli dopo aver salutato la nonna. Aveva già osservato in altre occasioni la gelosia infantile di Ada e di Leonia per Giorgio, e qualche notizia dàtale da Lucia l’aveva avvertita del piccolo dramma che si svolgeva tra quei piccoli personaggi.
S’avvicinò ai due, li interrogò, volle conoscere l’età precisa di Ada: non ancora dodici anni. Domandò perché fossero sempre vicini, perché si cercassero di continuo.
Ada e Giorgio si guardarono. Perché? Non lo sapevano. Non avevano alcun bisogno di chiederselo.
L’interrogatorio di Maddalena Pedretti seguitò con quella indiscrezione, con quella pochezza di prudenza, per le quali l’interrogatorio di certi confessori diventa una guida al peccato.
Ada, meno ignara di Giorgio, femmina prima di tutto e precoce, si stancò presto. Crollò le spalle.
– Oh, signorina! Ci vogliamo bene, ecco! C’è bisogno di tante domande? E non facciamo niente di male.
– Anche Leonia vuol bene a Giorgio, – aizzò Maddalena Pedretti con un sorriso senza luce, ma con molta luce negli occhi.
– Leonia? – esclamò Ada. – È una cattiva. Ormai ha avuto il conto suo, non è vero, Giorgio?
– Sì; mi ha dato uno schiaffo! – dichiarò Giorgio fieramente.
Maddalena Pedretti rise, e si allontanò per prender parte alla conversazione generale. Si parlava d’Andrea.
– Rimarrà ancor molto in Inghilterra? – chiese donna Appia, tenendo tra l’indice e il pollice della destra bianchissima la minuscola tazza di caffè.
Matilde, che conosceva la maniera diplomatica di sua madre e sentiva in quella domanda un’ombra di meraviglia e di rimprovero, s’affrettò a rispondere:
– No certamente. Silverio vuol che sia di ritorno per Natale, e dunque tra non molto. Io spero che questa prova, lontano da casa, tra stranieri, gli sia stata utile.
– Non ne aveva alcun bisogno, del resto. Era tanto buono e studioso! – osservò donna Appia.
– Avrà avuto bisogno d’un po’ di pratica del mondo, – arrischiò Maria Zampieri con qualche timidezza, per compiacere a Matilde.
– E di parlar le lingue e di conoscere le grandi industrie e insomma non dico di farsi uomo, ma di non esser più ragazzo. Tu stessa, mamma, in altri tempi osservavi che bisogna saper parlare il francese e l’inglese.
Donna Appia depose chicchera e piattino sulla piccola tavola che le stava innanzi.
– Dicevo per Giorgio, – rispose tranquilla. – Mi contentavo di una governante. Ed egli ne sa quanto prima. Ha imparato il dialetto romanesco! Ma sono cose che non mi riguardano… Che cosa c’è di nuovo? La politica fila in modo soddisfacente?
Ella si rivolgeva a Silverio, il quale entrato allora dopo aver letto i giornali, le aveva preso la mano per baciarla e salutava sorridendo Maria Zampieri.
– La politica? Non me ne occupo, donna Appia! Ho da lavorare. Ma questi giornali portano certe notizie, di tanto in tanto, che vi fanno balzare in piedi. Il suicidio, per esempio, d’un bambino di quindici anni, che si è impiccato perché l’hanno bocciato agli esami! Dramma incredibile! C’è da perdere la testa a pensarci!
E mentre Silverio s’adagiava in una poltrona con espressione di stanchezza, donna Appia disse nel silenzio sopravvenuto:
– La colpa sarà dei genitori!

X.

Sul finire di novembre, Silverio annunziò che sarebbe partito egli stesso tra pochi giorni a riprendere Andrea e a ricondurlo a casa.
Voleva averlo per Natale, e come il ragazzo sembrava indeciso, egli andava a ripigliarselo. Questa la spiegazione del viaggio improvviso; ma ve n’era un’altra, che Silverio credeva prudente non raccontare ad alcuno.
La Casa William Boote and C° gli aveva scritto recentemente per avvertirlo che non aveva spiccato la tratta di trecentocinquanta sterline già annunziatagli. Si trattava d’un errore. Da un più accurato esame delle partite risultava che la merce non era stata spedita alla Ditta Silverio Astori Import-Export, ma ad un altro cliente, che aveva a suo tempo saldata la fattura.
Silverio scrisse ad Andrea, incaricandolo di recarsi presso la casa William Boote and C° per vedere come stessero le cose; e Andrea rispose cha tutto era come avevano raccontato quei signori: una svista, anzi egli diceva una «gaffe».
Nulla di straordinario: chiunque può sbagliare; la Casa William Boote and C° aveva sbagliato.
Silverio fece: – Uhm!
E decise di partire a riprendere Andrea.
Quest’episodio, che non capiva bene, e l’altro delle ottocento sterline, che aveva capito benissimo, gli parevan farina dello stesso sacco. In qual modo, per qual ragione, il suo nome figurava d’un tratto fra i debitori d’una Ditta con cui non aveva affari; e in qual modo, per qual ragione, poi, non figurava più?
Fissò il giorno della sua partenza, telegrafò ad Andrea il giorno del suo arrivo, ebbe un lungo colloquio con l’ingegner Catalani per quel che riguardava lo stabilimento e col capo contabile per quel che riguardava gli uffici.
Giorgio, udito parlar d’Inghilterra e di Andrea, aveva deciso di accompagnare il babbo e di rimanere a Londra invece del fratello, perché anch’egli doveva studiar l’inglese e incassar le sterline.
– Quanto a questo poi, – disse il babbo ridendo; – speriamo di no! Ma non vado in Inghilterra: ho rinunziato.
– E dove vai, allora? Perché hai fatto preparar le valigie?
– Vado a vedere un villino: se è bello, lo compero.
– Non in Inghilterra?
– No. A Frascati!
Giorgio si calmò.
Tuttavia gli scopersero in camera qualche giorno dopo un fagottino con due camicie, due paia di mutande, calze e fazzoletti: era il bagaglio per Londra. Ada lo aveva avvertito che in casa sua si parlava del viaggio di Silverio Astori, e di un viaggio lungo, proprio in Inghilterra.
– Che cosa è questo? – fece la mamma con fronte accigliata, indicandogli il fagotto.
Rosso rosso, e molto turbato, Giorgio rispose:
– È roba che ho messo da parte per regalare a un mio compagno povero!
– Ma è roba buonissima, nuova!
In quel momento Giorgio si rammentò dei bitorzoletti; probabilmente gliene sarebbe comparso uno grossissimo sul naso.
– No! – corresse con decisione. – Io voglio accompagnare il babbo alla stazione e poi saltar dentro nel treno con la mia valigia! Perché non è vero che il babbo va a Frascati. Io so che va a ripigliar Andrea, e ci voglio andare anch’io!
Matilde gli diede uno schiaffetto leggero sulla guancia.
– Non si fa così! – disse. – Si lascia la mamma all’improvviso?
Tuttavia ne parlò a Silverio per chiedergli se non potesse condurre Giorgio, che sognava giorno e notte il grande viaggio nel paese circondato dal mare.
– È impossibile! Deve studiare! – rispose Silverio.
Giorgio, superati gli esami di maturità, era entrato in ginnasio; ma suo padre temeva che i guai cominciassero allora, perché quell’esame di maturità non era stato molto brillante e il bambino si trovava a tu per tu con materie nuove.
Si discuteva una sera durante il pranzo. Matilde non era contraria all’idea del viaggio, che alla fin fine non sarebbe durato molto, e a Giorgio avrebbe fatto grande piacere. Silverio titubava. La fantasia di Giorgio cominciò a galoppare.
Da giorni con Ada aveva segnato sull’atlante in inchiostro rosso il percorso Roma-Londra; e ambedue eran rimasti ammirati della lunghezza. Veramente un viaggio da persone audaci, durante il quale si potevano vedere «tutte le cose», come diceva Ada, e tornare indietro con un’aria importante da schiacciare Leonia, gli Strògoli, Giovannino Cartolli, che andavan di solito a Tivoli e ad Anzio.
Udendo a tavola che le speranze non eran perdute, Giorgio batté le mani, nervoso.
– Vedremo, vedremo! – disse il babbo per calmarlo.
In quel punto suonò il campanello in anticamera.
Un istante dopo, Lucia sopraggiunse, rossa in viso, attonita; dicendo a voce alta:
– Il signorino! Il signorino!…
E sulla soglia comparve Andrea, tenendo nella sinistra il berretto e una pipa corta, la destra ancor guantata e tesa.

*

– Tu qui? – esclamò Silverio levandosi ad andargli incontro.
L’arrivo impreveduto scompigliava tante idee e tanti progetti, che nessuno pensò ad esprimere la gioia prima che lo stupore. Giorgio per poco non rimase soffocato da una castagna che aveva in bocca: addio viaggio, addio speranze, addio sogni! Anche Silverio contava ormai di far quella corsa, egli che, pressato dagli affari e occupato nel dare alla famiglia una posizione eminente, non era mai stato all’estero. Lucia si chiedeva se dovesse ricominciare a difendersi dalle voglie cieche del ragazzo. Matilde lo guardava trasognata.
Ma Silverio lo abbracciò e lo baciò; lo baciò anche la madre, ridendo: e Andrea si chinò a baciare Giorgio.
– Siete intontiti! – egli notò. – Datemi da mangiare qualche cosa di buono.
Lucia, preso dalle mani di lui una pelliccia scura e larga, il berretto, i guanti, andava per riporli in anticamera.
Andrea s’era seduto fra Matilde e Silverio.
– Io ho una sorellina! – continuò gaiamente. – Si può fare la sua conoscenza?
– Ora dorme, caro! – disse Matilde. – Ti condurrò a vederla dopo.
– Non avete Porto rosso? – interrogò Andrea, gettando un’occhiata alla boccia del Frascati bianco. – Questo nostro vino non sa di nulla! Un poco di Porto?
Lucia ricominciò a servire il pranzo per Andrea, il quale le gettò un’occhiata sorridendo.
Matilde non sapeva capacitarsi: aveva innanzi agli occhi un giovanotto dalla epidermide accesa, sbrigativo nelle maniere, fattosi forte e svelto, con le spalle larghe, sparita quella ciocca di capelli che gli invadeva la fronte: era il suo ragazzo, il suo Andrea, ch’ella trattava ancor da bambino al momento della partenza: la pipa, il Porto rosso, un certo accento dentale ch’ella avvertiva a mano a mano nella pronunzia, glielo cambiavano, non sapeva ella medesima se in meglio o in peggio. Ne aveva una specie di soggezione, come le fosse capitato in casa un estraneo, il figlio di qualche sua amica, che le avessero raccomandato perché di passaggio a Roma.
– Tu sei un bell’originale! – esclamò Silverio imperturbato. – Ti telegrafo che arrivo mercoledì e mi ritorni sabato! Non potevi aspettare questi pochi giorni?
– Io credeva di fare una sorpresa! – spiegò Andrea.
– Infatti, è una sorpresa! – convenne Silverio.
– Gradevole, – soggiunse Andrea. – Ho sbagliato?
– Ma potevi comprendere che sarei venuto a prenderti volentieri, assai volentieri. Mi avresti fatto un poco da guida: avrei conosciuto sul posto alcuni miei corrispondenti d’affari; saremmo tornati insieme. Anzi, volevo condurre anche Giorgio.
– Sì, anch’io! Venivo io a pigliarti, ecco! E adesso hai guastato ogni cosa! – dichiarò Giorgio imbronciato. – E poi hai cambiato faccia: hai la pelle rossa e i bitorzoli!
Andrea rise. Mangiava con eccellente appetito e non sembrava affatto dolente pei rimproveri di suo padre.
– Credevo che il viaggio fosse un vero sacrificio per te! – disse. – E ho voluto risparmiartelo.
– Bene! Facciamo sempre a non capirci! Se fosse stato un sacrificio, non mi sarei impegnato a telegrafarti, perché so che la strada del ritorno puoi trovarla da te… E ti ho telegrafato appunto perché tu mi aspettassi. Era chiaro!
– Non ho capito niente! – esclamò Andrea, volgendo il viso a sua madre.
– Come stai bene! – disse questa, per addolcire il rimprovero di Silverio. – Ti sei fatto forte e grande. Io avevo sempre paura, di notte, pensando a te, ch’eri solo.
– Temevi che mi mangiassero, mamma? – fece Andrea con una risata.
– Vado a dare qualche ordine, – spiegò Silverio, alzandosi.
Lucia entrò con una bottiglia di Porto rosso sul vassoio. L’aveva mandata a prendere da Ernesto, l’uomo di fatica, il quale veniva la sera ad aiutare in cucina.
Andrea riconobbe da lontano l’etichetta nera con le lettere bianche.
– Ah, molto bene! – disse gioiosamente. – E tu non ti sei ancora maritata, Lucia?
La ragazza sorrise senza rispondere. Andrea mescette un buon bicchiere di Porto.
– Vuoi, mamma?
Ti pare? – esclamò Matilde.
– Scusami. Alla salute di tutti!
Pareva veramente, dal poco che se ne capiva, fosse ormai difficile se non impossibile tenere a freno quel poledro scatenato. Gli occhi di Matilde andavano incessantemente da lui a Giorgio, quasi per rilevare l’ingenuità fresca, la duttilità gentile di questi in paragone dell’altro, giovane fattosi repentinamente gagliardo; col quale era ormai più giusto discutere che comandare.
Egli disse che Roma, dopo le grandi città inglesi, gli faceva l’effetto di un villaggio a luce elettrica.
– Quattro gatti per le strade, quattro ronzini, e questa è la capitale!
– Oh, Andrea! – fece Matilde scandalizzata.
– Sì, capisco ciò che vuoi dirmi. Antichità, storia, bellezze naturali, clima, tradizioni di civiltà secolari… Molto bene. Ma io ho sentito una malinconia invincibile, mentre la carrozzella mi riconduceva a casa.
S’interruppe, si volse a Giorgio.
– E il capitano Tarafià? È sempre in guerra?
Giorgio rise, ma alzò le spalle.
– Ora ho un incrociatore, – disse, – che trasporta i pesci morti!
– Insomma, io preferisco la nostra nebbia! – esclamò Andrea.
Matilde inarcò le sopracciglia.
– La nebbia di Londra, voglio dire; nebbia inglese, autentica, che ti dà l’appetito! – soggiunse Andrea.
Allora il buon senso pacifico di Matilde pigliò, senza volerlo, la rivincita.
– Tu hai sbagliato, vedi? Ti sarebbe stato facile rimanere in Inghilterra quanto ti fosse piaciuto; venir qui a trovarci, per esempio, e poi tornar lassù. Ma bisognava che tu fossi utile, che tu lavorassi in qualche maniera. Invece sei costato molto. E Silverio non è contento. A me non ha detto nulla, ma io ho capito!
– Sì, il babbo ha fatto «uhm» quel giorno! – rammentò Giorgio.
– Quale giorno? – chiese Andrea, corrugando la fronte.
– Non so: un giorno che ha ricevuto la lettera.
– Qualche commissione, qualche affaruccio lo hai combinato, – seguitò Matilde, – Ma in complesso hai dato l’impressione di non badare a nulla e di divertirti. Perché non hai scritto una parola quando il babbo ti annunziò la nascita di Giuliana? Egli s’aspettava gli augurii, qualche cosa di cordiale, e rimase mortificato.
– È vero, – confessò Andrea. – Ma ero in un momento critico, voglio dire avevo da fare, da pensare. Non supponevo che una mia parola…
– Come, non supponevi?… Giuliana è tua sorella! – rilevò Matilde.
– E andiamo a vedere Giuliana! – disse Andrea bruscamente, alzandosi per troncare un discorso che lo infastidiva.

*

Egli aveva la sensazione d’essere tagliato fuori. La sua camera non esisteva più; ne avevan fatto una sala per Giorgio. Quella piccola Giuliana addormentata dentro la culla con un naso che pareva una patatina e un visetto che pareva una mela, lo commosse mediocremente. Non capiva gli entusiasmi di suo padre. A lui avevan preparato in fretta e furia una camera, o per meglio dire avevan drizzato il letto in una stanza piena di bauli, di cappelliere, di valigie, di tende smesse. L’indomani senza dubbio quegli ingombri sarebbero scomparsi e ad un addobbo vero e conveniente si sarebbe subito provveduto. Egli era arrivato di sera, senza avvisare; ma tra l’arrivo e la partenza lontana, che ricordava bene in tutti i suoi particolari, c’era una differenza notevole, pur tenendo conto dell’impreveduto.
C’era qualche cosa in aria, più che nei fatti, come se la famiglia si fosse richiusa tra Silverio, Matilde, Giuliana e Giorgio, lasciato lui a distanza. Udiva parlare di persone che non conosceva; vedeva Giorgio considerato e amato assai più che non fosse diciotto o venti mesi addietro; sentiva infreddito molto il cuore di suo padre, un poco anche il cuore della mamma, la quale sembrava più sbalordita che contenta. La sera dell’arrivo, con quella foga in cui c’era un poco di ostentazione, aveva parlato sbadatamente piuttosto della vita notturna di Leicester Square e di Piccadilly che delle grandi Case manifatturiere; piuttosto di certe ragazze chiamate Garden Rose che dei grandi industriali conosciuti a Bristol e a Londra. E aveva sentito una freddezza intorno, la quale somigliava a ostilità.
Coricatosi a notte alta, poiché s’era trattenuto a chiacchierare fin tardi, non gli riuscì di pigliar sonno.
L’accoglienza era ingiusta: chi lo aveva mandato pel mondo? Suo padre. E ora suo padre gli tiene il broncio perché solo e libero a diciott’anni s’è divertito, perché ha ceduto alle mille tentazioni affascinanti d’una fastosa metropoli? Suo padre aveva torto.
E l’accoglienza ingiustificata, – egli diceva stupida senz’altro, – lo avrebbe lasciato indifferente, se non avesse avuto per lui, in quel momento, una importanza stragrande. Aveva bisogno di confessare qualche cosa; aveva bisogno che suo padre lo aiutasse e lo perdonasse. Quell’accoglienza tepida da una parte, severa dall’altra, lo impauriva repentinamente.
Da lontano gli era parso che la cosa fosse agevole; che con una scappata a Roma e un’allegra chiacchierata si sarebbero accomodate le cose alla svelta. Il tempo gli aveva fatto dimenticare la fisionomia morale di suo padre, e a poco a poco egli se n’era foggiato un profilo di suo gradimento.
La realtà innanzi alla quale si trovava di colpo, lo sbigottiva.
Perfino sua madre gli aveva detto, tra le prime confidenze:
– Sei costato molto!
C’era ben altro; v’eran centinaia di sterline da trovare al più presto, prima che si scoprisse qualche cosa di peggio. Egli tornava senza un soldo in tasca: le ultime cinque lire le aveva date di mancia al vetturale, grandiosamente.
Nessuno aveva capito che la fretta di rincasare significava appunto la paura che il padre giungesse a Londra; e parlando e girando, scoprisse tutti i suoi imbrogli di danaro; Andrea aveva parato una botta con rapidità, insomma.
Ora, a ragion veduta, sarebbe stato meglio che suo padre avesse capito o almeno subodorato qualche cosa, invece di credere che Andrea tornava per riprendere la vita normale con la stessa facilità con cui si chiude una partita di commercio.
A Londra, ogni volta che si lasciava trascinare a commettere un’azione di cattivo gusto, se ne confortava subito, pensando che poi avrebbe raccontato al babbo, il quale aveva gran cuore e gli voleva molto bene. Il babbo diventava così nella sua imaginazione una specie di confessore con obbligo di assoluzione.
Era invece un galantuomo rigido, che non tollerava azioni scorrette.
E un temperamento spoglio di passioni.
– Chi sa mai se da giovane ha avuto amanti? – esclamò Andrea ad alta voce, nella notte.
Nulla a sperare da lui.
E allora, da chi? Perché da quella angoscia bisognava uscire. Tra una ventina di giorni, alla fin d’anno o ai primi del nuovo, si sarebbero scoperti gli imbrogli ond’egli aveva seminato la sua strada. E non era possibile, no, non era giusto che un ragazzo si rovinasse per poche migliaia di lire, mentre un giorno sarebbe stato ricco! Bisognava lottare.
Passò in rivista affannosamente col pensiero le persone alle quali poteva chiedere aiuto: ma gente disposta a sborsare una somma notevole per cavar lui d’impiccio, non ne vide; e arrischiare una confessione a un estraneo per toccar poi un rifiuto, era pericoloso e sciocco.
Li pesò tutti: nonna Appia, il commendator Paschetti che aveva fatto recentemente un’eredità, l’ingegner Catalani, il contino Creffa, i Valdi, parecchi industriali facoltosi; ma non c’era uno che, o perché non poteva o perché non voleva, dopo essersi scusato di non aiutarlo, non avrebbe avvertito suo padre.
Che rimaneva? Mettersi fra gli artigli degli strozzini?
Tornò al contino Creffa. Era giovane di mondo, vanitoso, ricco, leggero, che poteva comprendere le scapestrerie commesse da Andrea e aiutarlo.
Aiutarlo perché? Snocciolare una somma contro quale garanzia? Aspettare per anni la restituzione?
Da qualsiasi parte si volgesse, Andrea si sentiva chiuso come tra alte mura inaccessibili. Minorenne, senza professione, figlio di famiglia che non guadagnava un soldo, la sua firma valeva lo stesso che quella di Giorgio o del capitano Tarafià. Senza il consentimento del padre, egli non era nulla. D’altra parte, un certo amor proprio lo pungeva: ritornare da un lungo soggiorno all’estero e subito mettersi a bussare alle porte degli amici per chiedere danaro a prestito, gli sembrava indecoroso.
Ma confessare, anche, confessare a suo padre, sentirsi addosso quegli sguardi immobili in quel volto freddo; no, crollasse il mondo, confessare non era possibile!
Si addormentò sull’alba, pesantemente; e fu risvegliato da qualche cosa, da qualcuno, che gli si arrampicava sul letto.
Aperse gli occhi a fatica, riconobbe Giorgio che rideva:
– Tu dormi, pigro, ancora come fossi a Londra! Buon giorno!
– Buon giorno: dove vai?
– Vado al ginnasio!
Giorgio aveva la sua cartella a zaino, un berretto di pelo tra le mani guantate.
– Sta’ a letto, che piove – egli seguitò. – Ora ti porteranno il caffè. Io l’ho già bevuto, col pane e il burro… Addio!
Si lasciò scivolare a terra dalla sponda del letto su cui aveva trovato posto un istante, e si avviò, calcandosi il berretto in capo. Ma prima di scomparire, soggiunse:
– Guarda che Leonia Cavalli vuole sposarti.
– E chi è?
– Una mia amica di quattordici anni.
Andrea rise.
Quel risveglio al quale non era più avvezzo gli fece piacere.
– Giorgio! – chiamò.
Ma l’altro era già in anticamera e usciva; usciva e tornava solo, da quando aveva finito le elementari.
Giorgio! Fra tante conoscenze, fra tanti amici febbrilmente evocati durante la notte insonne, Andrea lo aveva dimenticato! E non poteva aiutarlo? non godeva ormai di un notevole ascendente sul padre? non sarebbe stato un grazioso e gentile intermediario?
Intermediario di che…? Bisognava raccontar prima di tutto a lui ciò ch’egli avrebbe poi raccontato al babbo; ma Giorgio non era ancora in età da comprendere: il poker, il baccarà, le tre sorelle Garden Rose, le scommesse alle corse… Che, si poteva fare simile narrazione a un ragazzetto?
– Se vado di questo passo, io impazzisco! – disse Andrea a sé medesimo.
E udendo il rumore monotono della pioggia, si voltò su un fianco e tentò di riaddormentarsi.
La giornata non fu bella per lui. Uscito un poco a passeggio, sentì la nostalgia del paese lontano e della sconfinata libertà che vi aveva goduto. A Londra era milionario; qui un minorenne. Là disponeva del suo tempo a capriccio, elegantemente: qui aveva alle spalle una famiglia con abitudini diventate leggi, con un codice intimo che suo padre rappresentava.
Anch’egli, tra quegli stranieri, usava spesso d’un titolo nobiliare a cui non aveva diritto; era tra i giovani di mondo, il marchese Astori; e come i quattrini non gli mancavano mai, sosteneva con disinvoltura gli impegni del titolo e della posizione brillante di cui portava la maschera.
Andò e tornò a piedi, perché non aveva quattrini. Chiederne sarebbe stato lo stesso che aprire una discussione, la quale lo spaventava. Girò e rigirò dentro una tasca del soprabito la sua pipetta vuota, con un gran desiderio di fumare un certo tabacco lungo e biondo, che c’era anche a Roma presso i tabaccai ben forniti. Ma non poteva comperarselo.
Poi fu colto da un pensiero improvviso che gli diede un brivido.
Forse il babbo aveva già spedito le fatture alle Case di cui era creditore? Le risposte sarebbero piovute tra poco: abbiamo rimesso la somma a vostro figlio, il quale si è presentato con regolare procura!
Dio, è terribile!… Bisogna trovare il danaro, subito; e alla prima osservazione, sborsarlo al padre con indifferenza: me ne ero dimenticato: avevo la somma e non me ne ricordavo più… Trovare il danaro o confessare. Impedire, ad ogni modo, anche pel buon nome della Casa Silverio Astori, Import-Export, al quale il babbo teneva tanto, impedire ch’egli mandasse fatture e scrivesse lettere, che avrebbero dato alle Case estere una cattiva idea della sua amministrazione.
Trovare il danaro o confessare…!

*

Giorgio tornò da scuola verso le due, mangiò un panino su cui avevano steso un po’ di burro e un po’ di zucchero, poi andò nella sua cameretta a preparare il compito… Verso le cinque sarebbe venuta Ada con la mamma; Ada doveva portare la bambola vestita a nuovo con gli scampoli avuti in dono.
Era aperta la camera di comunicazione tra la cameretta e quella ch’era stata un giorno la camera di Andrea, ora accomodata a salottino.
Giorgio doveva tradurre alcune piccole frasi dall’italiano in latino: «la formica è diligente; dammi delle rose…» Aveva a fianco una lampadina elettrica, il cui paralume gettava la luce sul tavolino e sui fogli bianchi, lasciando il resto della camera nell’ombra grigia della giornata piovosa.
E mentre meditava su quel «delle rose» che il professore gli aveva detto non essere un genitivo, udì uno scalpiccìo nel salottino attiguo, e indi a poco vide comparire Andrea sulla soglia.
Egli si chinò a leggere ciò che scriveva il fratello.
– Ma non si dice rosarum! – notò. – Si tratta di un accusativo. Scrivi: Da mihi rosas.
– È vero! – esclamò Giorgio. – Così va bene.
Andrea sedette a fianco del tavolino e fu illuminato dalla lampada elettrica. Veramente era cambiato: sul suo volto si leggevano alcune cose, le quali non apparivano una volta, al momento di partir per quel grande viaggio. E rammentata la teoria di Ada Zampieri, parve a Giorgio che quelle cose non fossero belle, che chi sapeva leggere nel viso avrebbe indovinato nel viso di Andrea una storia da non potersi raccontare.
– Mi aiuti? – disse.
E Andrea lo aiutò, gli fece tutto il compito di latino con tanta sicurezza che diventava un impegno per i compiti successivi. Ma se levava gli occhi dallo scritto, Giorgio vedeva quella fronte corrugarsi, quegli sguardi perdersi in un pensiero lontano, un’espressione d’angoscia sopravvenir d’improvviso. Non riusciva a darsene ragione.
Quando il compito fu finito con la firma sulla parte esterna del foglio piegato a metà, Andrea disse:
– Anche tu devi aiutarmi, Giorgio!
C’era del nuovo: un senso di affetto in quelle parole, che Giorgio non aveva mai avvertito; e qualche cosa come una stanchezza scorata; onde egli rispose con impeto:
– Dimmi: ti aiuterò! Dimmi che cosa devo fare!
E balzò dalla sedia per veder meglio il fratello; ma questi non rispose subito, e si passò le mani rosse sul volto acceso, lentamente, fino ai capelli.
– Che debbo fare? – ripeté Giorgio stupito.
Andrea si riprese con uno sforzo.
Bisogna confessare tutto al papà! Io non ho il coraggio: mi ha ricevuto così freddamente perché non l’ho aspettato; e anche la mamma mi ha rimproverato perché ho speso troppo… Non ho il coraggio di dire la verità intera, e fra poco scopriranno ogni cosa, se taccio…! Trovar danaro mi è impossibile: ci ho pensato stanotte, ma non conosco nessuno, nessuno che me lo darebbe; perché poi si deve restituire; e come, quando, posso restituire millecinquecento sterline, trentasettemilacinquecento lire?
Giorgio ascoltava a bocca aperta, con una mano nell’altra, appoggiato a un angolo del tavolino. Ascoltava come una favola; ma il personaggio favoloso che giuocava con le sterline stava innanzi a lui, angosciato, disperato, perduto; ed era suo fratello, che pareva tornare da un mondo infernale in cui il danaro non basta mai; ed era suo fratello, Andrea, che una volta gli dava gli scapaccioni per il capitano Tarafià, che Lucia aveva picchiato, ma che non era cattivo, no, non era cattivo!
– Ho fatto molte brutte cose, lassù, – confessò Andrea.
– L’ho capito, dalla tua faccia! – disse Giorgio.
– Si vede, si capisce, a guardarmi?
– Sì. Io ho capito che hai detto le bugie.
– È vero: per forza! Mi sono messo con certi amici che mi facevano spendere molto danaro, mentre, stupido, avrei potuto vivere con la gente che lavora e che guadagna, e starmene beato, guadagnando io pure… Ma mi piaceva divertirmi di notte, fare il signore. E se mi mancava danaro, prendevo il danaro che i commercianti dovevano al babbo… Capisci?
– Sì, una volta il babbo si è arrabbiato, perché tu gli prendesti le sterline…
– Ah, la storia di Middleton Stanley! – interruppe Andrea. – Ottocento sterline! Io ho cercato di aggiustarla inventando una lettera della Casa, e il babbo mi perdonò. Ma poi ho seguitato; il mensile non mi bastava; avevo perduto nelle corse e al giuoco: bisognava pagare subito. Comperai della roba da William Boote a nome del babbo, e la rivendetti a prezzo basso…
– Fu quando arrivò la lettera, – rammentò Giorgio, – e il babbo fece «uhm!»
– Questa l’ho appianata, pagando poi io, quando seppi che stavano per spiccare tratta sul papà. Ma intanto io seguitava a incassare invece di lui…
Tacque un istante e fissò Giorgio in volto.
– Tu capisci, tu capisci, non è vero, che brutte azioni son queste? – riprese improvvisamente, afferrando Giorgio per un braccio e scuotendolo. – Tu capisci che bisogna nascondere, riparare!
Giorgio spaventato ribatté:
– Ma io, come posso?…
– Aspetta: ora ti spiego…
Si alzò bruscamente, fece il giro della camera a lunghi passi, ritrovò in una tasca della giacca la sua pipetta. Si fermò d’improvviso innanzi al fratello:
– Tu hai danaro? – chiese.
Giorgio, il quale non s’era staccato dall’angolo del tavolino per seguir degli occhi le mosse irrequiete d’Andrea, rispose:
– Denaro? Trentasettemila?…
– Ma no, non dire sciocchezze! Pochi soldi, per il tabacco della mia pipa!
– Sì ho cinque lire! – fece Giorgio, aprendo il cassetto del tavolino ed estraendone una piccola scatola.
Andrea suonò il campanello, e poco di poi comparve la cameriera.
– Lucia, manda qualcuno a prendermi un pacchetto di tabacco Làtsciari per la pipa.
Diede le cinque lire.
– Làtsciari, hai capito?
– Sì, signorino!
– Tu non hai più nulla? – domandò Giorgio stupefatto. – Neanche una sterlina?
– Neanche un centesimo! – disse Andrea fieramente. – La vita di lusso, caro mio, a Londra non è uno scherzo!
– E perché non domandi a papà…?
– Bravo: domandare a papà, quando tu stesso sei sbalordito di vedermi tornare senza il becco d’un quattrino! Credi che papà non sappia quanto dovrei avere in tasca? Egli nota tutto!
– Dimmi, – rispose Giorgio, – come posso aiutarti?
Lucia ritornò, porgendo sopra un vassoio d’argento il pacchetto del tabacco e il resto del danaro, con uno sguardo di mal velata meraviglia ai due fratelli per l’inconsueto colloquio.
– Ora ascolta, – fece Andrea, non appena Lucia si fu ritirata.
Egli, preso avidamente il pacchetto, aveva caricata la pipa con rapidità e aspirava le prime boccate di fumo, che parvero calmarlo un poco.
– Il resto puoi tenerlo, – disse Giorgio, offrendogli il danaro sul palmo della mano. – Ti servirà pel tabacco!
– Sì, è giusto!
Giorgio sedette presso il tavolino, in piena luce, la bocca schiusa in una tensione d’attesa; e i capelli biondi, che cominciavano a farsi castanei come quelli di Andrea, davan guizzi d’oro e di bronzo. Un piccolo angiolo che rasenta l’inferno non avrebbe espressione più intensa, più inquieta, più commossa nel volto delicato e puro.

*

– Ora, ascolta! – seguitò Andrea. – Devo spiegarti il meccanismo del mio giuoco, perché tu capisca la gravità della mala azione e la necessità di ripararne le conseguenze. Credo che tu puoi intendermi. Il mensile non mi bastava nemmeno per l’automobile. Fatto il colpo delle ottocento sterline di Middleton Stanley and Brothers, pensai che si potesse continuare. Ero impegnato; a Leicester Square e a Piccadilly è molto conosciuto il marchese Andrea Astori…
– Sei tu? – interruppe Giorgio senza sorridere.
– Sì; quel titolo mi stava bene. Ero impegnato; non potevo mancare né a un teatro importante, né a una cena, né sul turf di Epsom e di Ascot, né a una partita forte di poker. E avevo una disdetta, caro mio, una disdetta veramente da gran signore! Mi decisi a riscuotere i crediti del babbo… In qual modo? Grog mi aveva detto che avrei incontrato qualche difficoltà.
– Chi è Grog? – domandò Giorgio.
– Grog è un nobile autentico andato in malora: il conte Percy Stanhope, di ventisette anni. Noi lo chiamiamo Grog perché beve. È un demonio, che mi ha abbacinato: le azioni più stravaganti, più pazze, più disoneste, gli sembrano facili ed ordinarie, e a furia di parlartene come di roba d’ogni giorno, finisce col persuaderti che il nero è bianco e la tenebra è la luce. Io mi arrischiai a fare una procura falsa… Sai che cosa è una procura?
– No, non so nulla! – disse Giorgio come trasognato.
– È una carta con la firma del babbo, che ti dà il diritto di rappresentarlo, di trattar gli affari, di pagare e di riscuotere invece di lui.
Andrea dovette interrompersi. Il volto di Giorgio significava un tale stupore, un tale spavento, che l’altro poté finalmente pesare con sicura esattezza l’azione che aveva commessa: doveva essere orribile!
– Ma tu, – balbettò Giorgio, – hai falsificato la firma del babbo? Ne hai falsificato altre, mi ricordo, perché Catalani voleva confrontare, e la mamma non voleva…
– Sì, la firma di Middleton Stanley!
– Oh, Andrea, Andrea! – gridò Giorgio, gettandosi dalla sedia e avvicinandosi istintivamente al suo lettuccio. – Io non posso raccontare questo al babbo! Non posso, non posso! Ho paura!
Andrea tacque, sgominato. Sentiva la catastrofe avvolgerlo e dominarlo. Se quell’innocente lo abbandonava, chi gli avrebbe steso la mano?
– Ma perché hai paura? – disse sottovoce, senza muoversi. – Non sei stato tu, non hai alcuna colpa! Devi soltanto raccontare e chiedere il perdono per me!
– Quando, quando devo raccontarglielo? – esclamò Giorgio. – Ho paura della sua faccia, che diventerà grande grande con gli occhi spalancati.
– Stai zitto! Fai paura anche a me! – interruppe Andrea.
E rimasero in silenzio, Giorgio presso il lettino come dietro un fidato riparo, Andrea ritto nell’ombra con la persona che si disegnava contro il rettangolo più chiaro della finestra.
Tuttavia il terrore del domani spinse Andrea a riprendere:
– Eppure, Giorgio, bisogna che tu dica al babbo… un poco per volta, cogliendo le occasioni, bisogna che tu dica tutto! Vuoi abbandonarmi?
– Io non parlo, io non parlo, io non parlo! – dichiarò Giorgio spaurito.
Stette un istante a riflettere, poi soggiunse:
– Trova il denaro! Se trovi il danaro, come fai?
– Se trovò il danaro, dico al babbo: «Non mandar le fatture alle Case inglesi, perché ho già riscosso io per te, e la somma eccotela qui!»
– Ed egli crederà?
– Crederà o non crederà, ma io non farò la figura di essermi appropriato della roba sua; e della procura falsa nessuno saprà nulla!
– Vedi come va bene!… Trova il danaro!
Andrea fece un gesto disperato, allargando le braccia nel vuoto e lasciandole ricadere.
– Ma sei matto! Chi mi darà trentasettemila lire?
– La nonna! – fece Giorgio, appuntando l’indice alla fronte. – Zia Appia!
Andrea balzò presso il tavolino: Giorgio corse a sedervisi innanzi.
Avevano udito nella stanza attigua il passo di Silverio.
– È un accusativo, capisci? – finse di spiegare Andrea con voce di cui dominava a fatica il turbamento. – Accusativo plurale.
Silverio entrò, diede un’occhiata ai due figliuoli, il maggiore curvo sulla spalla del più piccolo, e sorrise.
– Studiate? – egli disse.
I due alzarono il capo a guardare il volto pacifico, il quale si sarebbe fatto grande grande con gli occhi spalancati. Sotto quell’impressione tacquero.
– Tu, spiègagli, Andrea, ma non aiutarlo troppo, – raccomandò Silverio, – perché deve imparare da sé.
– L’ho finito il cómpito, babbo! – annunziò Giorgio con voce un poco incerta. – E va bene.
– Potete venir di là; ci sono i vostri amici! – invitò Silverio andandosene.

*

Giorgio lo seguì subito a corsa.
Aveva bisogno di veder Ada, di giuocare, di saltare, di ridere, di dire sciocchezze. Non voleva più pensare a quelle cose brutte. Gli sarebbe piaciuto di cantare come per non udire parole che potevano fargli male.
Abbracciò Ada ridendo, diede un buffetto sul naso alla bambola ch’ella gli porgeva:
– Hai visto com’è bella?…
Ma egli non le badò; scorta la nonna in un angolo, corse a lei, la prese fortemente per le mani, gridando:
– Zia Appia, devi suonare! Devi suonare quella musica come quando vedevo il mare in burrasca: quella musica bella!
– Ma che idea? Perché questa furia?
Egli la trascinava al piano; la fece sedere, alzò il coperchio.
– Suona! – ordinò.
E gettandosi a’ suoi piedi, stette ad ascoltare beato la sinfonia del mare color d’amaranto.

XI.

Nell’ora in cui Silverio era abitualmente allo stabilimento di via Flaminia, il contabile capo vide giungere Andrea negli uffici di via Venti Settembre.
Disse che, passando a caso, era salito a dare una stretta di mano agli impiegati. I quali, lasciato per un istante il lavoro, attorniarono Andrea, gli fecero festa, lo interrogarono sul suo viaggio. Egli diede notizia della grande vita inglese, descrisse alcuni grossi industriali conosciuti personalmente, raccontò qualche aneddoto in parte vero, in parte acconciato con la fantasia.
A tutti parve molto cambiato. Il suo modo d’entrare, d’uscire, di sedere, di guardare, non era più da ragazzo; e il vestire, – impermeabile perfetto, grossi guanti, scarpe rosso scuro con ganci d’ottone – compieva quella fisionomia nuova di giovane gentiluomo, che ha visto molte cose e nutre forti propositi d’azione.
Gli impiegati ne furono contenti e dovettero parlarne poi a lungo.
Allorché Andrea si vide solo nello studio del capo-contabile, trasse la pipetta, la caricò, l’accese.
– Dica, Vanzelli, – fece distrattamente. – Lei può darmi una informazione.
– Sono ai suoi ordini.
– È stata spedita la fattura ad Albert Hudson di Bristol?
– Certamente.
– E a Isaac Morbio?
– Anche!
– E a George Davidson?
– Tutte le fatture e gli stati di conto dell’estero, Francia, Inghilterra, Germania, sono partiti tre giorni fa! – disse, in sintesi, il capo-contabile.
– Accidenti! – esclamò Andrea, levandosi la pipa di bocca.
Il Vanzelli lo guardò con espressione interrogativa.
– Quelle fatture, – ripigliò Andrea, – bisognava spedirle più tardi. Me ne avevano pregato i titolari delle Ditte, per certe loro ragioni. Io ho dimenticato di avvertirla.
– Ormai è fatta! – disse il Vanzelli. – Ma se hanno bisogno d’un ritardo nel pagamento, lo chiederanno; e il commendatore Silverio non avrà difficoltà ad accordarlo. Mi pare strano, però. Lei sa meglio di me che si tratta di Case colossali e il loro debito, tra tutte, non arriva a duemila sterline, se ben ricordo.
– Millecinquecento, – indicò Andrea.
– Millecinquecento; una cifra ridicola per aziende di quella forza.
– Che vuole? Mi avevano pregato, come le dico, e io non chiesi la ragione…
– Giustissimo. Ma accorderemo il ritardo volontieri.
Andrea si alzò e stese la mano al capo-contabile.
– In ogni modo, la prego di non dir nulla al babbo! – concluse gaiamente. – Voglio risparmiarmi i rimproveri che mi farebbe per la mia dimenticanza.
– S’imagini! Al commendatore non dirò parola! – promise il Vanzelli.
E accompagnò Andrea fin sulla soglia, fin sul ripiano.
Ma tornato poi allo studio, rimase un istante nel mezzo della stanza, la penna all’orecchio destro, gli occhi a terra.
– Qui c’è qualche novità! – disse ad alta voce.
Eran già passate per le mani di lui la vecchia lettera della Casa Middleton Stanley, le due lettere della William Boote and C°; ora la nuova storia inverosimile di Case strapotenti che chiedevan la mora a un pagamento di men che quarantamila lire in tre; e la conoscenza esatta della cifra da parte di Andrea, formavano un piccolo imbroglio, che non poteva non riuscire subito chiaro all’acume abituale del contabile.
– Ho bell’e visto, – pensò. – Un’altra ragazzata! Costa caro al commendatore il viaggio del figliuolo!
E il figliuolo Andrea, uscito in istrada, dichiarava a sé medesimo di essere un imbecille. Se invece di bighellonare per la città, non appena di ritorno fosse andato dal capo-contabile, sarebbe riuscito a tardar l’invio di quelle fatture con un pretesto qualsiasi… E perché non dire chiaramente ogni cosa al Vanzelli, un brav’uomo affezionato? perché non confessare?
– Io sono preso dalla manìa di confessare! – pensò Andrea. – Non si deve confessare che a chi può prestare aiuto. Trentasette mila lire il Vanzelli non le ha da darmi; o le ha, e se le tiene… Però, un giorno sarò io il padrone, e il danaro che il Vanzelli mi desse oggi, non sarebbe perduto… Già: ma può crepare lui; posso crepare io. Tre giorni! Ormai le fatture sono arrivate! Purché qualche impiegato zelante non telegrafi addirittura che il saldo è stato fatto a me!… No: avranno centinaia di fatture da verificare per la chiusura dell’anno. C’è tempo! ci deve essere tempo. Mi lasciassero far Natale almeno in pace!
L’idea del Natale lo turbava; l’ultimo, l’aveva passato a Londra assai profanamente e gaiamente in casa delle sorelle Garden Rose, in Old Bond Street spendendo molto per non parer da meno di quei quattro o cinque giovinotti che facevano come lui la corte a quelle bellezze; grande cena, conversazione calda e arguta, le fanciulle scollate fino alle reni; e infine un banco di baccarà e alcuni giri di poker, che gli avevano vuotate le tasche.
Questo bell’episodio era lontano; Betsy Garden Rose l’aveva poi tradito per denaro con un grosso arnese della City. Ma se ne era pentita amaramente, quantunque seguitasse a tradirlo. Misteri, – egli diceva, della psiche femminile. Necessità, – diceva Grog, – di pelliccie costose.
Il Natale prossimo non prometteva nulla di simile: in casa, senza un soldo, con la compagnia poco allegra della famiglia. Ma lo lasciassero almeno tranquillo; potesse almeno dimenticare gli spettri di Isaac Morbio, le insegne del quale tenevan quattro piani di un palazzo all’angolo di Dover Street con Piccadilly; e di George Davidson, che masticava sempre un avana spento, parlando a denti stretti, che chi capiva il suo inglese era bravo!
Uscito dall’ufficio di suo padre, invece di tornare a casa, Andrea andò a trovar di malavoglia la nonna Appia.
– Se è sola, le confesso tutto! – promise a sé medesimo. – Giorgio ha detto che il danaro bisogna domandarlo a lei.
E sperava che non fosse sola, perché sentiva che il coraggio della confessione e della richiesta gli sarebbe mancato.
Donna Appia, infatti non era sola; ma accolse con piacere il nipote.
Ti sei ricordato della vecchietta? È molto gentile da parte tua. Conosci la signora Ferranti?
Additò una giovane che sedeva in una larga poltrona, invasa piuttosto da una sontuosa pelliccia di zibellino che dalla sua persona sottile. Andrea la ravvisò subito.
– Certo! – disse, chinandosi a baciarle la mano.
Rammentava la sera a cena in cui la signorina Amelia Valdi, oggi signora Ferranti, gli stava al fianco, ed egli la voleva, e voleva anche l’altra signorina, che stava dall’altra parte; fantasie incredibili, di cui ora avrebbe riso, se non avesse avuto pel capo cose più gravi.
Ma gli parve che Amelia fosse assai bella, con grandi occhi scuri nel volto bianco; e gli piacque la voce, la quale domandava:
– Ci dica qualche cosa di Londra!
Mentre parlava di Londra, – della gigantesca Londra che lavora, non di quella che si diverte, – egli sbirciava il volto e la persona della sua interlocutrice, la quale sembrava ascoltar con diletto; onde egli pensò buffonescamente:
– Se s’innamorasse di me e mi prestasse le trentasettemila?…
Sopraggiunsero altre visite; poco dopo Amelia Ferranti, tolse congedo, proprio nel momento in cui anche Andrea stava per andarsene; ma egli si trattenne in anticamera.
Non aveva in tasca che tre lire, dategli da Giorgio. Se la signora permetteva di riaccompagnarla a casa, non c’era di che pagar la vettura.
Uscì solo, a piedi. Vide appunto allontanarsi una carrozza da nolo con Amelia Ferranti. Ne fissò fin che poté il cappellino nero, pensò al volto pallido dai grandi occhi. L’occasione di quell’amore, – egli se lo faceva certo, – morta sul nascere per mancanza di pochi spiccioli, lo infuriò.
– No, non è possibile: non la può durare! Che il figlio d’un milionario debba andare sempre a piedi perché non ha un baiocco, è assurdo, è immorale, è cretino! Sarà quel che sarà, io dico tutto al babbo!
Tornato a casa, vide subito Giorgio che ripuliva accuratamente la nave.
– Sono stato dalla nonna! – annunziò Andrea.
Giorgio non rispose. Pensava ad Ada Zampieri: bisognava dirle che Leonia Cavalli lo aveva invitato di nuovo, e Ada certo ne avrebbe patito.
– Non me li ha mica dati, i denari! – seguitò Andrea.
– Le hai raccontato ogni cosa? – esclamò Giorgio.
– Stai fresco! Neanche una parola. Tu sai che ha sempre avuto una grande antipatia per me. E figurati se le racconto quel po’ po’ di roba!
– Ma se non le dici, come può darti il danaro?
Andrea alzò le spalle bruscamente.
– Non le dico nulla! Sei tu che devi salvarmi; tu solo puoi parlare col babbo.
Il volto di Giorgio si abbuiò e quasi si restrinse nella morsa di una angustia cocente.
Bisogna che tu parli! – insistette Andrea. – Ti pare che io, figlio d’un milionario, debba camminare sempre a piedi, anche quando sono stanco, e non aver da pagare una bibita se ho sete? Dove andiamo a finire?
– Ma, – balbettò Giorgio, – il papà non ti darà niente di denari, se io gli dico che gliene hai rubati tanti!
– Rubati, rubati! Che maniera d’esprimersi! La roba del babbo è nostra, alla fin fine!
– E perché allora hai paura? – osservò Giorgio.
La logica istintiva di quel ragazzetto colpiva e irritava suo fratello.
– Pensiamo, – disse questi. – Che cosa farà il babbo quando gli avrò raccontato ogni cosa?
Giorgio voleva pensare egli pure, ma in quel punto si udì il passò di Matilde, e quasi subito ella entrò nel salottino ove stavano parlando i suoi figliuoli.
– Volevo dirvi, – ella fece. – Aspetto la visita della signora e della signorina Tarabusi. Lasciateci tranquille, perché dobbiamo discorrere di cose gravi.
E volgendosi specialmente ad Andrea, soggiunse:
– Quel fidanzamento arrischia di sfumare!
– Quale fidanzamento? – interrogò Andrea.
– Ah, tu non sai, non ti ho raccontato! Il fidanzamento di Maurizio Creffa con la signorina Tarabusi non va. È un vero peccato: io credeva che fossero fatti l’uno per l’altra e avevo combinato ogni cosa tanto bene. Poi Maurizio s’è annoiato, e ora dice che è troppo presto per accasarsi e che quella figliuola è una stupida. Forse non ha torto, ma mi dispiace. Dobbiamo parlar di questo; e per ciò lasciateci tranquille; forse si può ancora rimediare.
– Maurizio Creffa è molto ricco? – domandò Andrea.
– Ricchissimo; figlio unico, e suo padre guadagna quel che vuole.
– Che vita fa?
– Il padre?
– No, il figlio!
Matilde si strinse nelle spalle.
– Non fa niente, e ha torto, perché si annoia.
– E tu, mamma, vuoi dargli moglie per divertirlo?
Andrea, semisdraiato sul divano, disse quella frase a denti stretti, con la pipa all’angolo delle labbra, le mani nelle tasche dei calzoni.
Matilde notò sulla faccia del figlio una tale smorfia d’ironia e di canzonatura, che ne fu spaventata. Ella, se lo avesse conosciuto, avrebbe subito visto Grog o almeno lo spirito di Grog dietro le spalle di Andrea.
– Mio Dio, non per divertirlo, – mormorò, – ma perché non si sciupi…
– Lo metti in un vaso, come le ciriegie!
– Tu hai voglia di scherzare, Andrea!
Giorgio aveva riso all’imagine delle ciriegie, che del resto non gli piacevano. E Matilde guardò anche lui, titubante.
– Allora avete inteso? – disse, per non discutere.
– Sì, mamma, non ti disturberemo!
– Se verrà Ada, te la manderò qui, Giorgio. E tu, Andrea, ricòrdati che parli con bambini, non con gli amici di Londra.
– Non lo dimentico mai, mamma!
E non appena ella fu uscita, egli si alzò.
– Ma guarda di che cosa si occupa! – esclamò. – Maurizio Creffa fa bene a non lasciarsi accalappiare da quelle Tarabusi, che non hanno un soldo. E la mamma ha torto di ficcare il naso in affari che non la riguardano. Scommetto che se io le chiedo cinquecento lire, me le rifiuta e mi manda dal babbo, senza impensierirsi della mia miseria; ma vuole che Maurizio Creffa si sposi per arricchire quella compagnia di somari!
– Quale compagnia di somari? – domandò Giorgio, che stava attentissimo alle parole e ai gesti di suo fratello.
– La famiglia Tarabusi! E questo è il mondo!
Fece il giro del salottino a grandi passi, poi si fermò.
– Giorgio! – disse. – Hai udito?
– Che cosa?
– Maurizio Creffa è ricchissimo!
– Anche tu sei ricchissimo!
– Non fare lo stupido, Giorgio.
– Non dicevi che sei figlio d’un milionario…?
– In questi casi è meglio essere il babbo! – esclamò Andrea.
Giorgio lo guardò, perché non capiva nulla; e Andrea ripeté:
– Hai udito?… Maurizio Creffa è ricchissimo!
– Ho udito!
– Se io gli chiedessi le trentasettemila lire?… Tra noi giovani ci si può intendere. M’era già venuta quest’idea. Ma ora, poi, che non si sposa, fa un bel risparmio, quella somma deve parergli una goccia d’acqua… E bisogna che mi sbrighi.
Rifece il giro del salottino, si fermò, aggiunse:
– Le fatture le hanno già spedite da tre giorni. Non c’è tempo da perdere…
– Quali fatture? – domandò Giorgio.
– Le fatture di Morbio, Hudson e Davidson. Babbo, insomma, ha già richiesto i denari a questa gente, senza sapere che me li sono intascati io. Allora essi risponderanno che non gli devono nulla, e il babbo rimarrà di princisbecco!
– Di?…
– Di princisbecco!
– Che vuol dire?
– Di stucco, di sasso!… Non capisci? Sbalordito…!
– Ah! Ma il babbo non deve rimanere così!
– È la mia più cara speranza: ma ci voglion trentasettemila lire, e Maurizio Creffa potrebbe darmele.
– Perché non gliele chiedi?
– Domani. Oggi sono stanco. Sempre a piedi, sempre con quell’idea; cammina, cammina, cammina, e sono stanco!
– Sembra che tu racconti una fiaba! – mormorò Giorgio.
In verità suo fratello, che, venuto da regioni non mai viste, seguitava a camminare in cerca d’un tesoro introvabile, era a’ suoi occhi un personaggio favoloso, e Giorgio ci si sarebbe divertito, poiché non aveva vissuto ancora le favole della esistenza quotidiana. Ma l’espressione di angoscia onde si copriva talvolta il viso di Andrea lo aveva oscuramente avvertito che la favola poteva terminar male, e n’era inquieto e ansioso.
Diede un’occhiata al suo incrociatore ben ripulito.
– Non so come fare, – disse malcontento. – Ada non vuole ch’io giuochi con Leonia, e Leonia non vuole ch’io giuochi con Ada.
– Giuoca con tutt’e due fin che sei stufo, e non ci badare! – consigliò Andrea ridendo.
Qualcuno bussò all’uscio, e apparve Lucia.
– Posta per lei, signorino! – disse consegnando una lettera ad Andrea.
– Oh Giorgio! – esclamò Andrea, riconosciuta la busta del Golfers Club, – notizia di Grog da Londra!
La cosa non interessava Giorgio soverchiamente; ma ebbe anch’egli il suo piacere, allorché poco dopo entrò Ada, tenendo la bambola fra le braccia.
– Buona sera, Giorgio; buona sera, signor Andrea!
Andrea rispose appena con un grugnito; era assorto nella lettura, con la testa sotto una lampada a stelo.
– Che fai della nave? – interrogò Ada, aggrottando la fronte.
– Devo andare da Leonia, domani.
– Ecco, torniamo daccapo! In giardino, con le mani nell’acqua, con questo freddo? Sei pazzo! Io lo dirò alla tua mamma. Leonia è una ignorante, e morirà di qualche infreddatura; a me poco importa. Ma tu non devi morire per lei…
– Eh! – fece Giorgio annoiato. – Che morire? Si giuoca, si trasportano i pesci con l’incrociatore, e poi torno a casa.
– Penserò io! – dichiarò Ada. – Bisogna finirla con Leonia!
Andrea sorrideva leggendo. Gli sfilavano innanzi agli occhi mille visioni deliziose di quella ricca e sterminata Londra in cui aveva lasciato veramente il cuore.
Grog gli raccontava d’avere incontrato Betsy Garden Rose in Leicester-Square, all’uscita dell’Alhambra; era con le sorelle e con James Stothard, il ricco industriale. Questi aveva comperato un lussuoso magazzino di mode all’angolo di Great Windmill Street con Shaftesbury Avenue, subito dopo il restaurant Trocadero (che gioia, che ricordi, che luci, questi nomi di strade e di ritrovi!), e lo aveva regalato a Betsy; la quale contava mettercisi con le sorelle. Avrebbero venduto guanti, cravatte, bretelle, bastoni, fazzoletti, giarrettiere, pigiama e altre cose ai giovanotti eleganti; il tutto arricchito di sguardi e di sorrisi incomparabili. «Onorabilmente, perché credo, mio caro Andrea, che Betsy non vi ha ancora dimenticato. Ella mi ha detto qualche cosa di voi molto graziosamente!»
– Io ho pensato di dare un nome a Eufemia, – diceva Ada.
– Come! Eufemia non basta?
– No. Io mi chiamo Ada Zampieri. Tu ti chiami Giorgio Astori. Lei deve chiamarsi Eufemia; e poi?…
Giorgio pensò un istante.
– Di Princisbecco! – esclamò trionfalmente. – Eufemia di Princisbecco!
– Sì, è nuovo! – convenne Ada. – Marchesa Eufemia di Princisbecco. Sta benissimo!
Ma tacque subito. Aveva paura di Andrea. E Andrea era balzato in piedi, serrando nel pugno la lettera di Grog.
Bisogna che io torni a Londra, sai? – disse a Giorgio. – Bisogna assolutamente che io torni a Londra!
– A che ora? – domandò Giorgio.
– Sei rimbecillito? Non parto stasera, pur troppo. Ti dico questo perché tu ti decida a parlare. Tutto dipende da te. Se accomodi le cose, io ritorno a Londra, cambio vita, mi occupo per davvero, e sposo Betsy!
Ada s’era rintanata in un angolo del divano, tenendo la marchesa Eufemia di Princisbecco sul grembo, col naso in giù e le braccia penzoloni. Quel lungo uomo dall’epidermide rossa e dalle mani enormi non piaceva ad Ada, quantunque fosse il fratello del suo Giorgio. Egli aveva una maniera di guardare, di agitarsi, di gesticolare, ch’ella non aveva mai visto. Leonia doveva esser molto coraggiosa a volerlo sposare; egli poteva mandarla in frantumi.
– Betsy? – ripeté Giorgio. – Che roba è?
– Ciò non ti riguarda. Sei deciso a parlare?
– Ma che devo, che devo dire? – esclamò Giorgio angosciato, stendendo le piccole mani fino al volto del fratello. – Non ricordo più quel che devo dire!
Andrea gli lanciò un’occhiata sdegnosa; poi considerando che quella raganella di Ada stava ad ascoltare, tornò al suo angolo a patullarsi la lettera di Grog, che raccontava pettegolezzi del Golfers Club.
Ada scivolò dal divano e chiese sottovoce:
– Che vuole?
– Vuole che io parli al babbo, – rispose Giorgio cautamente, gettando uno sguardo dalla parte di Andrea, – per chiedergli danaro e dirgli che torna a Londra a sposarsi; poi devo anche fargli sapere che quell’altro danaro degli inglesi non c’è più. Andrea lo ha intascato, non s’è accorto, e lo ha speso…
– Non capisco niente! – mormorò Ada.
– E che devi capire? Sono affari nostri!
– Ma non andrai da Leonia?
Giorgio sbuffò.
Bisogna che ci vada. Non hai inteso? Egli sposa Betsy e devo avvertire Leonia!
Ada non poté trattenersi dal ridere.
– Se tu credi che Leonia pensi davvero a tuo fratello!…
– Non credo affatto, ma dicevo per ingannarti e poter andare da Leonia. Quanto sei stupida!
Ada rimase a bocca aperta innanzi a quella sincerità. Si volse alla marchesa Eufemia di Princisbecco e le diede due schiaffi, rimproverandola d’avere il cappellino di velluto sull’occhio; poi pianse, Giorgio le fece alcune carezze e le asciugò accuratamente le ciglia lunghe.
– Sai che ti voglio bene, a te, – disse con tenerezza. – Da Leonia vado, perché mamma è molto amica di quei signori.
– Per convenienza?
– Sì, per convenienza! È una bella parola!
Ada sospirò, consolata.
Poco di poi vennero a chiamarla, e abbracciato Giorgio, ella se la calumò in punta di piedi, senza salutare Andrea, il quale stava nel suo angolo presso la grande lampada, gli occhi fissi al soffitto.
– Se n’è andata? – fece improvvisamente. – Ora vieni qui!
In un batter d’occhio fu concertata ogni cosa.
Andrea prese Giorgio tra le ginocchia e gli disse pazientemente, lentamente, ciò ch’egli avrebbe dovuto dire al babbo. Rifece i gesti, le pause, come parlasse davvero a un giudice, interrompendosi di tanto in tanto per chiedere: – Hai capito?
Giorgio accennava di sì col capo. Ma Andrea non fu contento; volle che Giorgio ripetesse la scena.
– Io sono il babbo, il commendatore Silverio Astori; non so nulla; sto leggendo i giornali; tu entri, e come fai?
Giorgio dovette ricominciare daccapo.
– Sta bene, sta bene! – approvò Andrea. – Allora siamo intesi. Se papà è di buon umore stasera, tu gli parli!… Non mi mancare, Giorgio, non lasciarti intimidire!
E ripeté la frase:
Tutto dipende da te!
Giorgio repentinamente si sentì preso da un ricordo: quella sera che la musica suonava la storia del fiume Tokululù, dove vanno a dissetarsi le belve sotto il raggio lunare; e non si sa dove sia quel fiume; forse nei dintorni di Londra, forse presso la casa di Betsy che vuole sposare Andrea?
Andrea, quella sera lontana, era gaio, rumoroso, spavaldo, con la ciocca di capelli che gli inondava la fronte; ed ora eccolo spaurito e incerto, nervoso e infelice.
Giorgio fu invaso da una pietà acuta per il fratello.
– Non dubitare! – disse. – Non dubitare, Andrea!
E se il babbo fosse stato presente, gli avrebbe parlato subito, con impeto…

*

Silverio tornò all’ora consueta. Veramente era allegro. A tavola, anzi, dovette scusarsi di quell’allegria.
– È morta la vecchia, e non sta bene rallegrarsi di queste disgrazie, lo so!… Ma insomma è morta!
Nessuno sapeva comprendere. Giorgio, rammentando che il babbo in altri tempi dava il nome di vecchia a zia Appia, lo guardava con occhi inquieti, non osando mettere in bocca il primo cucchiaio di minestra.
– Voglio dire, la padrona del palazzo, – spiegò Silverio. – È morta, e ora non troverò più difficoltà a comperare. I figli venderanno subito… Matilde, puoi prepararti a sgombrare!
E mentre Giorgio, ripresa la sua pace, cominciava a mangiare, e Andrea pensava che di quattrini ce ne dovevano essere a staia, Silverio si perdette a descrivere ciò che avrebbe fatto di quella sontuosa dimora…
Ma la notizia, a vero dire, non felicitava nessuno. I ragazzi erano indifferenti. Matilde che aveva carissimo l’appartamento di via Nomentana ov’erano nati i suoi figliuoli ed ella aveva trascorso giorni belli, pensava con malinconia a quel prossimo sgombero, alla fatica di abituarsi a una casa nuova, sia pure stupenda, senza ricordi e senza intimità.
Silverio non si avvide di quella indifferenza; era diventato loquace; conosceva i quattro piani del palazzo, angolo per angolo, per averlo visitato minutamente più volte, e sapeva a memoria gli adattamenti da fare.
– Quanto ti costerà, babbo? – domandò Andrea, cogliendo un istante di pausa.
Tutto calcolato, un milione ottocentomila lire, se gli eredi non alzan la cresta; ma mi costasse anche due milioni, la convenienza c’è!
Andrea lanciò un’occhiata a Giorgio; ma due milioni o due lire per Giorgio eran proprio la stessa cosa, e l’occhiata rimase senza risposta. Andrea, invece, si confortava a quelle cifre. Possibile che suo padre, il quale maneggiava milioni, s’infuriasse per trentasettemilacinquecento miserabili lire? Egli dimenticava che la questione non aveva tanta importanza per la somma, quanta pel modo con cui questa era stata carpita, per la falsificazione delle lettere e delle firme.
Matilde raccontò ella pure i suoi piccoli guai. Maurizio Creffa non voleva assolutamente sposare Emma Tarabusi; aveva dichiarato che non pensava affatto a «rompersi il collo» così presto, a ventitré anni, e che Emma era una stupida.
Silverio rise; e a quella risata di buon augurio, Andrea e Giorgio si guardarono e si compresero. Era la serata buona; bisognava confessar tutto al babbo.
– Ebbene, una fanciulla di più che aspetta il marito! – disse ridendo Silverio. – E tu non te ne impacciare, Matilde!
Il pranzo finiva.
Silverio e Matilde si levarono.
Andrea fece sottovoce, imperiosamente, a Giorgio:
– Ora, quando va a leggere i giornali! Rammèntati!
Silverio accese un grosso sigaro di avana, poi batté sulla spalla di Andrea e gli disse:
– Vien di là!… Ho da parlarti…!
Andrea impallidì; e per nascondere lo spavento che gli contraeva le linee del volto, si chinò come a cercar qualche cosa. Giorgio rimaneva immobile sulla sedia.
Era la catastrofe?…

XII.

Silverio andò nello studio, ove stavan disposti i giornali della sera sopra un tavolino, e si mise a passeggiare fumando.
Andrea sedette in una larga poltrona di cuoio: sentiva il cuore battergli in gola.
– Volevo domandarti che cosa intendi fare, quali sono i tuoi propositi, – disse tranquillamente Silverio. – Prima di andartene pel mondo, ti sei iscritto all’Università, ma non vi hai più messo piede. Non ti sarai figurato di vivere l’intera vita in ozio; sarebbe insopportabile anche per te. È tempo di decidere: vuoi seguite i corsi di legge, pigliar la laurea d’avvocato…?
Andrea ebbe la sensazione di tornare fra i vivi dopo essere stato in bìlico sopra un abisso. Non era la catastrofe. Suo padre non sapeva ancora nulla. E felice d’un tratto, col sangue che riprendeva a fluire armonicamente, rispose:
– Ma io sono pronto a fare ciò che vuoi tu, babbo!
– No, non diciamo sciocchezze! – ribatté Silverio. – Non ho alcuna intenzione di intralciarti la carriera per far di te un industriale o un banchiere, se non ne hai voglia. Il mondo è grande e c’è posto per tutti. Io sono stato ciabattino, come dice tua nonna, mi son fatto largo a colpi di spalla: onestamente, ma con energia. Tu puoi essere avvocato, se ciò ti piace. Non ho nulla in contrario. Tutte le professioni mi paiono belle, purché siano oneste.
E rise.
– Tu sai che ho la manìa dell’onestà! – riprese. – È una mia debolezza. Mi sono stati proposti affari pei quali non occorreva essere disonesto, ma appena chiudere un occhio, non spingere l’onestà fino allo scrupolo. Ho rifiutato. Ho perduto milioni. E che per ciò…? Ne ho fatti altri!
Egli sorrideva, passeggiando e fumando, soddisfatto. Andrea lo guardava, inquieto, ripreso dalla paura.
Ti dico questo, – seguitò Silverio, – perché il giorno in cui chiuderò gli occhi e voi troverete molti quattrini, sappiate che son tutti puliti e che potete goderveli senza rimorsi. E anche tu, anche Giorgio, anche Giuliana, dovete avere innanzi agli occhi sempre questa parola: Onestà!… Morire, ma essere onesti!
Tacque; depose il mozzicone del sigaro in un portacenere, poi sedette.
– E allora…? – disse.
– Allora, seguiterò i miei studii, – dichiarò Andrea.
Era pallido; sentiva le mani umide di sudor freddo.
– Non mi sciupare il tempo! Hai già perduto un anno, per colpa mia. Quel viaggio in Inghilterra è stato una vera follia, ma credevo che tu avessi il bernoccolo del commercio, l’amore alle grandi industrie, e che un viaggio ti potesse giovare… Non parliamone più. Ora mettiti a studiare, e cerca di farmi contento!
Tacque di nuovo e allungò la mano a prendere un giornale, come per dire che il colloquio era finito.
Andrea si alzò:
– Va bene! – promise. – Cercherò di farti contento!
Tremava; ma suo padre, cominciata la lettura del giornale, non se ne avvide, né avrebbe potuto supporlo.
Andrea uscì e incontrò Giorgio nel corridoio.
– Ebbene? Sa tutto?
– No, non sa nulla. Ma è come sapesse! – rispose Andrea.
– Che vuol dire?
– Va’, va’, lasciami solo.
– Non devo parlargli?
– Guardatene bene! – esclamò Andrea risolutamente. – Sai che mi ha detto? «morire, ma essere onesti!» E io non sono stato onesto!
Giorgio si allontanò in punta di piedi. Andrea si richiuse in camera.
Era annientato. Suo padre non avrebbe potuto parlare più terribilmente e più a proposito! E questo era l’uomo al quale egli, Andrea, doveva confessare i suoi imbrogli, dal quale sperava impetrare il perdono, ottenere il permesso di tornare a Londra a trovare Percy Stanhope detto Grog e Betsy Garden Rose…? Ma dove aveva la testa? Ma come s’era potuto illudere a tal punto?
Lo stesso Giorgio non sarebbe stato ascoltato. Alle prime parole, suo padre avrebbe voluto udire lui, Andrea, in persona; ed Andrea avrebbe dovuto dirgli: «Ho falsificato la tua firma, ho falsificato la firma di Middleton Stanley!» Dir queste cose a suo padre, che aveva per motto: «Morire, ma essere onesti!»?
L’edificio della fantasia crollava, insieme ai sogni d’un ritorno, di Piccadilly tutto illuminato, di Betsy dalla bocca rossa ridente, di Grog con quello sguardo sfavillante sotto le ciglia socchiuse.
Andrea, sdraiato sul letto, le mani in tasca perché non s’era spogliato, rivedeva la bella vita di milionario. C’era stato un istante, durante la così detta «settimana di Ascot» che la fortuna gli arrideva; ad Ascot, precisamente, alle corse, aveva vinto più di duemila sterline; al poker in due sere, mille. Quanto bastava per accomodare le sue faccende e tornarsene senza sopraccapi. No!… Aveva preso la rincorsa con Betsy, cenando tutte le sere al Criterion in Piccadilly Circus, frequentando i teatri e i caffè concerti più costosi e facendo alla ragazza quei doni, che non servono a nulla e si pagano un occhio… Se James Stothard non gli avesse portato via Betsy con uno di quei colpi che sono facili ai milionarii, egli sarebbe andato a finir male. Bisognava ringraziare James Stothard!
E Andrea rise, d’un riso secco, tagliente, che risonò nella camera.
Ma il terrore lo riprese. Che fare? Era questione di giorni, forse di ore, e suo padre avrebbe saputo tutto. Fuggire? Aspettar la rovina senza muoversi? Telegrafare a Grog per chiedergli consiglio? Supplicare nonna Appia? Ma egli, – ora lo capiva, – aveva impostato male la questione. Non si trattava di restituire trentasettemila lire a suo padre, poiché un uomo che spende due milioni per comperare un palazzo può ben perdere una così piccola somma senza batter ciglio. Si trattava d’impedire che suo padre sapesse della procura falsa. E questo era impossibile, perché glielo avrebbero scritto gli industriali, sorpresi di vedersi chiedere il danaro già versato. Era impossibile!
Non appena ebbe questa certezza, Andrea balzò dal letto come avesse voluto fuggire. Non voleva vedere il viso di suo padre, «che diventerà grande grande, con gli occhi spalancati.»
Poi si calmò, lentamente; e spogliatosi, si rintanò nel letto, spense la luce, tirò le coperte fin sulla testa per non udire più nulla, per uscire dal mondo e tentar di sognare.

*

Da quel giorno cominciò a vivere una vita di sofferenze silenziose, che gli serrava il cuore. Ogni tocco di campanello alla porta, ogni chiamata al telefono lo faceva sobbalzare; la sera, allorché tornava suo padre, gli andava subito incontro per iscrutarne il viso; di notte almanaccava sul da farsi e si raggirava in un labirinto.
All’indomani del colloquio con suo padre, s’era deciso a fare un tentativo.
Maurizio Creffa abitava solo in un grazioso appartamentino di via Boncompagni. Era un giovinotto smilzo e pallido, che non pensava se non ad eleganze; ed essendo figlio unico, otteneva dai suoi tutto ciò che gli faceva piacere; ignorante del resto, perché s’era ben guardato dal fare un qualsiasi corso di studii superiori, ma gaio, cortese, aperto.
Andrea andò da lui.
Lo accolse un domestico vestito di nero, interamente sbarbato: e mentre Andrea chiedeva del conte, (in quel momento lo avrebbe chiamato anche principe, purché lo aiutasse,) risonò una risata femminile non molto lontano.
– Forse c’è gente? – disse Andrea.
– C’è qualche visita, ma riceve.
Il domestico lo precedette; attraversarono una specie di studio, le cui pareti eran coperte dai palchi d’una libreria carichi di libri sontuosamente rilegati e non mai aperti; e arrivarono alla soglia del salotto.
Maurizio Creffa stava in piedi fumando una sigaretta; si volse, riconobbe Andrea, gli andò incontro allegramente.
– Oh, che sorpresa! – disse stringendogli la mano. – Credo sia la prima volta che lei mi fa il piacere d’una sua visita… Venga, venga, che la presento. Il signor Andrea Astori. La signorina Milli, la signorina Fùsaro.
Nel salotto non c’era luce, e in quel pomeriggio piovoso era difficile discernere il volto d’una persona. Maurizio andò presso la parete.
– Ora le mostro le belve!
Accese la luce mentre le ragazze ridevano: una interamente sdraiata sopra un divano coperto da una ricca pelle d’orso bruno: le sottane le si erano così scomposte, ch’ella mostrava le gambe fin oltre il ginocchio; l’altra sedeva a terra sopra una pila di cuscini. Tra questa e quella, un tavolino moresco su cui era disposto il servizio da tè.
La scena non avrebbe impacciato Andrea, avvezzo alle familiarità di Betsy e delle sue sorelle; ma era in tale contrasto col peso della sua angoscia, col movente della sua visita, ch’egli rimase muto.
– Fammi il favore, Topino, di servire una tazza di tè a questo mio amico! – disse Maurizio.
Topino era il soprannome della ragazza che stava a terra; i capelli neri arruffati, volto pallido.
– E ve lo raccomando, – seguitò Maurizio. – È milionario!
– Oh, come siete volgare! – disse l’altra, che si stirava sul divano, – Sapete pure che a noi i milioni non interessano!
– I milioni no; i milionarii sì! – corresse Maurizio ridendo.
Andrea aveva girato l’occhio intorno; c’era lusso, ma di buon gusto; cose esotiche, ma scelte.
– Si direbbe che lei ha viaggiato molto, – egli disse, – a vedere pelli di tigre, pelli d’orso, frecce e scudi d’Africa, bronzi del Giappone!…
– Son tutti regali. Non viaggio io: viaggiano i miei amici; è assai più comodo! Io non ho messo mai il naso fuori di Roma.
– Si conserva religiosamente ignorante! – fece la ragazza stesa sul divano.
Andrea prese dalle mani fredde e lunghe di Topino la sua tazza di tè; e le chiacchiere seguitarono. Maurizio faceva ridere le sue amiche raccontando che avevano tentato di dargli moglie.
– Una moglie ricca? – domandò Topino.
– Neanche un soldo!
– Allora, molto bella?
Bisogna domandarlo ad Andrea, – fece Maurizio. – Egli la conosce.
– Non mi pare sia brutta, ma dacché son tornato non l’ho più vista, – disse Andrea. – Forse ha cambiato.
– Tornato da dove? – interrogò la ragazza stessa sul divano.
– Falba, dal paese della eleganza vera! – dichiarò Maurizio. – Dall’Inghilterra, da Londra! Mi hanno detto che lei ci aveva preso gusto!
– Non me ne parli! – esclamò Andrea, uscendo dal suo torpore. – È un paese di sogno. Ci penso giorno e notte, e ci voglio tornare!
– Ci andremo insieme! – promise Maurizio. – Lei mi farà da guida, poiché è ormai pratico.
– Sarebbe magnifico! – disse Andrea.
– Vengo anch’io! – interruppe Falba, drizzandosi a sedere. – Se c’è da divertirsi, è il mio posto!
– E me, mi lasciate qui sola? – osservò Topino.
Allora ridendo combinarono la partita: Falba con Andrea, Topino con Maurizio. Quindi le avrebbero piantate, perché di ragazze belle, – diceva Maurizio, – non c’è bisogno a Londra, e le nuove valgon sempre più che le usate…
– Usate! – gridò Falba. – Come fossimo ciabatte!
Poi, balzando ai piedi di Andrea con un ridere che le scoperse una doppia fila di denti perfetti, seguitò:
– Mi conduce davvero a Londra?
Il tempo volò a questa maniera; di tanto in tanto, come una frecciata, passava nel cuore di Andrea la sensazione della necessità che l’aveva spinto a quella visita. Ma capiva bene ch’era vano parlarne a Maurizio. Egli si sarebbe stupito, non avrebbe dato un soldo, e all’indomani avrebbe raccontato l’aneddoto a quanti conosceva, come raccontava ora la storia del matrimonio andato in fumo. Bisognava tacere, lasciarsi portare verso l’abisso senza poter difendersi.
In breve i quattro personaggi si trovarono così d’accordo, che Maurizio propose ad Andrea di fermarsi a cena.
– Lei sarà il cavaliere di Falba; io ho questo Topino, – e le metteva le mani nei capelli familiarmente, – e non me ne posso liberare; ma insomma, non c’è malaccio!
– Sta’ zitto, che mi adori! – disse Topino con sicurezza.
– Le va? – seguito Maurizio. – Telefoniamo a casa sua per avvertire…?
– Sono desolato, – fece Andrea, – ma stasera è impossibile: ho invitati in casa, e sarebbe poco gentile da parte mia…
– È giusto, è giusto! – convenne Maurizio.
– Che peccato! – esclamò Falba. – Il mio ragazzo londinese non mi vuole!
– Non vi voglio? – esclamò Andrea, prendendo la ragazza per le mani con tale impeto, ch’ella si gettò indietro col busto.
Ma egli si trattenne subito.
Era desolato davvero, non per gli invitati, dei quali s’infischiava, ma perché non aveva un soldo in tasca, e al finir della cena avrebbe pur dovuto ricondurre Falba, se anche questa non avesse preferito dare una capatina in qualche teatro.
Chiacchierò ancora per poco, indi si congedò; Falba volle riaccompagnarlo fino in anticamera.
– È un simpatico giovanotto, – commentava intanto Maurizio, con Topino. – Si è fatto! E pien di quattrini fin sopra i capelli!…

*

Il Natale fu una giornata pesante. Nessuno ci si divertì.
Andrea s’era deciso a portare al Monte egli medesimo, guardandosi intorno con molta circospezione, il portasigarette, il sigillo e qualche altro oggetto d’oro, ricavandone un migliaio di lire. Ora poteva almeno fumare e non camminare l’intero giorno a piedi.
Silverio non pensava che al palazzo di via Venti Settembre: aveva già avuto due colloqui coi figli della vecchia; e questi, un giorno pronti a vendere per un tozzo di pane, ora chiedevano due milioni, pagamento entro un anno in quattro rate. Silverio si difendeva, ma si capiva bene che avrebbe ceduto, perché il palazzo era di suo gusto e voleva lasciarlo ai figli.
– Andrea al secondo piano; Giuliana al terzo; Giorgio al quarto, con la mamma; il primo e il pian terreno, uffici.
– Ma se Giuliana sposa un principe, – osservò Andrea, – è ben difficile che si adatti al terzo piano, salvo che il principe non sia molto «scrostato».
Egli si divertiva a interrompere e a irritare suo padre.
Non ne sperava più nulla; nutriva contro di lui un sordo rancore. Se avesse avuto un mestiere tra le mani, gli si sarebbe ribellato, mandandolo al diavolo, lui e la sua onestà ottusa. Odiava pure il palazzo dei due milioni, fastosità sciocca e borghese, mentre a lui mancavano poche migliaia di lire per essere felice.
Anche Giorgio aveva i suoi pensieri.
Non chiedeva più nulla ad Andrea di quell’imbroglio del denaro. Aveva visto suo fratello dare un biglietto da cento a Lucia perché glielo cambiasse, e ciò gli aveva fatto credere che quell’affare delle trentasettemila fosse terminato. Ma se questo andava bene, gli studii andavan male. Il latino scritto gli pareva cosa infernale; il professore s’era accorto che doveva avere a casa qualcuno che gli correggeva i còmpiti; onde aveva cominciato a tartassarlo, non in latino soltanto, ma in tutte le materie di sua pertinenza.
I suoi compagni, bocciati all’esame di maturità, facevano la quinta elementare, ed egli li invidiava. C’era del resto parecchio da lavorare in ginnasio, e gli rimaneva poco tempo per divertirsi con Ada. Era serio, pensieroso, inquieto, come anche a lui mancassero trentasettemila lire e non sapesse dove scavizzolarle.
Il Natale fu una giornata pesante. Il Santo Stefano, faticoso, perché Silverio fece molti inviti.
Vennero anche Ada e Leonia con le famiglie.
Leonia si poteva dire ormai una signorina; le avevano allungato gli abiti, non lasciava più cadere la chioma per le spalle. Salutò Giorgio sorridendo; e vistolo poi con Ada, gli disse:
– Sei sempre innamorato di quella scioccherella? Non fidartene troppo, perché un giorno o l’altro ti farà un brutto tiro!
– Che significa un brutto tiro?
– Non so; qualche bricconata.
– Oh Leonia, perché dici questo della mia amica? – esclamò Giorgio scandalizzato.
– Perché lo penso! In ogni modo, sta’ attento! C’era anche Maurizio Creffa, il quale s’appartò con Andrea a discorrere delle due ragazze.
– Sa che Falba s’è messa in capo veramente di andar con lei a Londra? Non l’ha più vista?
– Io non posso disporre, sono figlio di famiglia, – rispose Andrea modestamente. – E Falba è abituata a macinare biglietti da mille.
– Ah, ah, benissimo! – fece Maurizio ridendo, – La sa più lunga che non credessi. Bravo Andrea!
E lasciatolo, capitò nel crocchio dei ragazzi. Innanzi ad Ada con la bambola, si fermò per accarezzarle i capelli.
– Tu sei la bambina dalla bambola! – disse. – Ogni volta che ti vedo, hai questa pupa tra le braccia!
– E non è bella forse? – chiese Ada, porgendogliela.
Maurizio la prese, la guardò attentamente.
– Se non ti offendi, mi pare che ha la faccia un po’ scema; e poi la vesti troppo da signora.
– Ma lei non sa forse che è la marchesa Eufemia di Princisbecco! – osservò Ada.
– Ah, perbacco, non sapevo…! Ti prego di presentarmi.
Allora Ada riprese la bambola, la piantò innanzi a Maurizio, e fece:
– Il conte Maurizio Creffa: la marchesa Eufemia di Princisbecco!
Maurizio si chinò a baciarle la mano di legno, il che piacque molto a Giorgio e ad Ada, che guardarono gravemente.
– Io sono scapolo, – seguitò Maurizio, divertendosi. – Credi che un giorno potrei farle la corte e sposarla?
Ada rimase imbarazzata; si rivolse a Giorgio e gli chiese:
– Che ti pare?
– Sì, quando sarà più grande! – concesse Giorgio.
– Sta bene, allora, – disse Ada a Maurizio.
– Però, l’avverto che non possiamo darle la dote, perché siamo poveri…
Maurizio guardò Ada stupito. Gli piaceva quella dichiarazione ingenua.
– Non importa! – rispose. – Purché non mangi troppo!
E volgendosi alla bambola, s’inchinò:
– Marchesa, arrivederla! Sono aspettato!
Anche la bambola fece un inchino leggero, agitando la destra. Maurizio raggiunse un gruppo di giovanotti, che parlavan di politica.
Ma quella scenetta diede a Giorgio e ad Ada una grande idea della bambola.
– Vedi che piace! – disse Ada.
– Ha fatto bene a non sposare quella stupida Tarabusi! – osservò Giorgio.
– Chi?…
– Il conte Creffa. Ha fatto bene; così sposa Eufemia.
Ada si guarintorno per fare un paragone tra Eufemia e la signorina Tarabusi; ma questa, temendo d’incontrare Maurizio, non c’era.
L’orchestra proruppe in quel momento con la sua musica indiavolata.
Giorgio vide che Andrea ballava con la signora Ferranti, e stette ad osservarlo; gli parve che ballasse molto bene; doveva avere imparato forse con quella Betsy che voleva sposare. Anche Ada guardò Andrea.
– Hai parlato col tuo babbo? – chiese a Giorgio. – Gli hai raccontato quel che voleva Andrea?
– No, non si deve parlare. Andrea non vuole più!
– È meglio. Non dobbiamo occuparci di queste cose, che sono più grandi di noi, – fece Ada saviamente.
– Andiamo presso l’orchestra, – propose Giorgio. – L’anno scorso suonava la musica di Tokululù.
Si misero a fianco dell’orchestra, dietro la cortina delle piante verdi.
Ada non aveva alcun senso musicale; invece di seguir l’onda delle note, osservava curiosamente i gesti dei suonatori, del violino, del contrabbasso, del flauto. Giorgio, che aveva tanto goduto, si stupiva di rimanere freddo. Come mai non sognava il fiume o qualche altra cosa straordinaria?
Non sapeva di essere in quel periodo di vita in cui un ragazzo s’avvia all’adolescenza e alla giovinezza attraverso infiniti mutamenti.
La musica gli dava altre idee che un giorno.
Guardando di là dalle piante ond’era circondato, osservò le fisonomie, il ritmo, il gesto dei ballerini, tutto ciò che per l’addietro forse non vedeva neppure.
Andrea gli passò innanzi più volte, accaldato, ballando con pieno impeto.
Suo padre, dritto sul limitare della sala, lo seguì degli occhi, poi si chinò sorridendo a dire qualche cosa a una signora, che stava seduta poco discosto.
– Perché non balliamo anche noi? – propose Ada.
Aveva veduto Leonia ballar veramente con molto garbo, e n’era gelosa.
Posò a terra la bambola, prese Giorgio tra le braccia.
– Così: sèrrami qui, intorno alla cintura! – insegnò. – Ora andiamo!
E andarono saltellando qualche volta a tempo, qualche volta senza ritmo, sforzandosi di combinare un passo. Ada faceva girare Giorgio come una trottola perché non vedesse anch’egli Leonia e non l’ammirasse.
Ma non le arrise la fortuna; Leonia dopo alcuni giri comparve e stette a guardare. Diede in una risata.
– Come lo chiamate questo ballo? – domandò ironica.
– È il passo dell’orso! – spiegò Ada.
– È il passo dei somari! – replicò Leonia.
E se ne andò, superba, lasciando quei due mortificati.
Andrea si divertì fino a notte alta: dovette cambiar due volte il solino che gli si era sciupato. Le signorine se lo contendevano, perché ballava benissimo. Non pochi si avvicinarono a Silverio e gli fecero complimenti pel figliuolo, ch’essi rammentavano goffo e inelegante nelle feste degli anni scorsi.
– È perfetto, è perfetto! – disse qualcuno. – Un vero gentleman!
E Andrea ballava con tal gioia che aveva del furore, come non dovesse ballare mai più.

*

La vita riprese l’indomani monotona, ed egli ricadde nelle sue paure.
Ormai era stanco di sussultare ad ogni squillo di telefono e di scrutare il volto di suo padre. Avrebbe voluto affrettar la catastrofe per esserne fuori. Non c’era alcuna speranza di accomodar le cose.
Proprio in quei giorni, tra Natale e Capo d’anno, suo padre aveva denunziato e fatto arrestare un impiegato per appropriazione di mille lire. Era uno dei vecchi, con dodici anni di servizio.
Silverio raccontò il fatto, a tavola.
Nessuno fiatò.
XIII.

Fu il tre di gennaio, alla ripresa degli affari.
Matilde venne chiamata al telefono da Silverio, che le disse:
– Andrea è in casa? Mandamelo subito qui in ufficio!
– No, non c’è, – rispose Matilde. – Devo mandartelo quando torna?
– Non importa!
Matilde rimase un istante presso l’apparecchio. Le era parso che la voce di Silverio fosse stranamente alterata. Volle richiamarlo, poi crollò il capo: si trattava certo d’una illusione.
Quando Andrea tornò a casa, gli disse:
– Il babbo ti voleva immediatamente in istudio.
Andrea si fece pallido in viso.
– Devo andare? – chiese con voce soffocata.
– No. Ha detto che non importa…
Giorgio stava preparando il compito d’italiano. Vide Andrea, con la faccia sconvolta, varcar la soglia:
– Oh Giorgio! Ho paura, ho paura, ho paura!
– Di che? – fece Giorgio trasalendo.
– Il babbo sa tutto: ha telefonato per cercarmi! Ora verrà a casa… Vorrei fuggire! Sa tutto, capisci? Devono essere arrivate le lettere di quegl’inglesi.
E Andrea nascose il volto tra le mani. Giorgio stette immobile, senza parola, a fissarlo e a tremare. Rimasero così in silenzio ambedue per un tempo incalcolabile, fin che squillò in anticamera il campanello che annunziava Silverio.
– È qui! – disse Andrea, balzando in piedi. – Addio, Giorgio!
– Perché mi dici addio…?
– Non so, non so!
E Andrea uscì disperatamente, incontro a suo padre.
Non appena lo vide, si sentì perduto. Silverio aveva davvero la faccia grande grande, con gli occhi spalancati.
– Hai cercato di me? – balbettò Andrea.
– Séguimi! – ordinò Silverio.
Entrarono nello studio, del quale Silverio accese subito la luce; poi estratte tre lettere dalla tasca della giacca, squadrò suo figlio.
– Hai già capito! – disse. – Lo vedo dalla tua faccia!
Andrea, dritto in piedi, era così bianco che pareva senza sangue.
– Ora mi spiegherai, – continuò Silverio con voce sibilante. – Qui ci sono le lettere di Albert Hudson, di Isaac Morbio, di George Davidson. Tutti e tre mi dicono che non mi devono nulla, perché hanno già pagato. Capisci, la bella figura che ho fatto? E non basta. Dicono che hanno pagato dietro presentazione di regolare procura. C’è dunque un ladro e falsario. Chi è?
E come Andrea taceva, Silverio fece un passo verso di lui, la mano stesa quasi per afferrarlo al petto. Ma Andrea lo fermò con uno sguardo penetrante e terribile.
– Aspetta! – disse. – Ora ti rispondo!
Uscì dallo studio con passo fermo ed entrò nella sua camera, ch’era in fondo al corridoio.
Un istante dopo rimbombò una detonazione.
Al colpo, Silverio si chinò come se una ràffica gli passasse sul capo.
Non poteva credere. Certamente sognava.
Ma udì grida, passi affrettati, sbattere di usci; riconobbe la voce di Matilde che urlava.
Si slanciò fuori, verso la camera di Andrea.
Giorgio, ch’era rimasto solo, aveva udito pure il colpo, i passi, le grida. Fece un tal balzo dalla sedia, che questa si rovesciò addosso al tavolino.
Si mise a correre pel corridoio.
Incontrò Ada. Come mai Ada era presente?
Ella lo afferrò tra le braccia, lo tenne stretto con quanta forza poteva.
– Non andare, Giorgio! Te ne prego, te ne supplico, non andare!
Egli si liberò con uno strattone, gettò Ada contro il muro.
Riprese a correre, entrò nella camera, e vide.
Vide Andrea sul letto; il volto coperto di sangue; i guanciali, la rimboccatura del lenzuolo, rossi d’un rosso vivo. Qualcuno, la mamma, brancicava tra quel sangue come una folle che annaspa nell’aria. Il babbo, rovesciato nella poltrona quasi gli avessero appioppato un gran colpo di mazza sul cranio, si strappava il solino per non soffocare e mandava fuori un gemito lungo che sembrava l’ùlulo d’una bestia.
Lucia, Ernesto, i domestici, erano intorno a Matilde per trascinarla via, e ogni volta ch’ella s’allontanava un poco, Giorgio vedeva il volto di Andrea: la parte destra, il mento, spariti sotto il colar del sangue, che formava una pozza a fianco del letto. Risonava alto il rantolo del moribondo.
Allora Giorgio volle muoversi per andar vicino ad Andrea e baciarlo. Ma non vide più nulla, le gambe gli si piegarono, e cadde.

XIV.

Prima ancora che il contratto di vendita fosse firmato, la famiglia intera trasmigrò al primo piano del palazzo di via Venti Settembre. Non poteva più vivere nelle stanze che rammentavano ad ogni passo la vita e la morte di Andrea.
Giorgio vi fu trasportato in automobile perché ammalato. Silverio e Matilde vi si trascinarono. Giuliana, inconsapevole, vi giunse ridendo tra le braccia della balia.
Pensò ad ogni cosa il capo contabile Vanzelli.
Egli pure aveva toccato un gran colpo da quella morte tragica. Se ne faceva, per quanto piccola, una parte di responsabilità; perché avendo indovinato tra quali frangenti navigava il povero Andrea, avrebbe dovuto parlargli a cuore aperto. Suo padre non sapeva una parola d’inglese ed era facile tacergli l’arrivo di quelle lettere. Inoltre non sarebbe stato impossibile, se il Vanzelli se ne fosse occupato, trovare anche la somma necessaria a coprire lo storno: forse da strozzini, ma gli strozzini sono meglio della morte a diciannove anni. Il Vanzelli non aveva fatto nulla, perché ben lungi dal supporre che Andrea avesse a commettere un tale sproposito, tanto gli era parso sicuro e allegro il giorno in cui gli aveva parlato.
Donna Appia dovette passare quasi l’intero suo tempo in casa di Silverio, confortando or l’uno or l’altra. Aveva a compagna in quell’opera pietosa Maria Zampieri, la mamma di Ada; e Ada stava al capezzale di Giorgio.
Furono giornate spaventose.
Silverio era come pazzo. Gironzolava da una stanza all’altra chiamando Andrea e accusandosi di averlo ucciso.
– L’ho ucciso io, perché non ho saputo parlargli. Aveva paura, il poveretto! Io l’ho spaventato. Gli ho detto ladro e falsario. Bestia, era roba sua; poco miserabile danaro…! Bastava una strapazzata, una tirata d’orecchi; e l’ho ammazzato! L’ho ammazzato io, il mio povero Andrea!
– Per carità, non si faccia udire, non mi spaventi Giorgio! – intervenne Appia un giorno in cui egli gridava.
– Sì, è vero: c’è Giorgio… Silenzio, silenzio!
E andò a richiudersi nella sua camera, ove lo udiron piangere a lungo.
Matilde, impietrita, faceva ciò che le dicevano, a guisa di un automa.
Il medico era più impensierito per quella specie di atonia, che pel dolore maschio di Silverio, il quale pur nella stretta di quella crudele angoscia, tentava di lottare; Matilde non capiva, non sapeva, non piangeva, non chiedeva.
Bisogna andare a trovare Giorgio! – le suggeriva sua madre.
Ed ella andava.
Ma poi Appia non glielo disse più, temendo che Giorgio non si spaurisse a vedere la mamma in quello stato.
Giorgio era stato preso da un turbine di cose più grandi di lui, la morte, il suicidio, il terrore, quando non aveva tanta forza da sostenerne l’urto; s’arrabattava per capire e non poteva. L’imagine di Andrea coperto di sangue gli era sempre innanzi agli occhi. Perché? Non doveva tornare a Londra a sposare Betsy?
Che gli aveva detto il babbo, quella sera?
Volgeva lo sguardo ad Ada e alla marchesa Eufemia di Princisbecco. Questa, vestita modestamente, senza cappello, con le chiome in disordine, doveva prendere le medicine per incoraggiare Giorgio, e spesso dormire con lui. Ada aveva pensato di vestirla a lutto; poi, guidata da un istinto delicato, temette che il lutto per una bambola non paresse uno scherzo e la lasciò colla vestaglia.
Giorgio parlava pochissimo. Una sera disse ad Ada:
– Non hai più le gambe nude?
– No. La mamma dice che sono ormai una signorina, e mi ha fatto metter le calze.
– Hai veduto il povero Andrea?
– Dove?
– Quando è morto.
– No, non l’ho veduto. Non ci pensare. Ora è in paradiso. Sta meglio di noi!
Giorgio tacque.
Lentamente, con una cura vigorosa, il medico riuscì a rimetterlo in piedi; ma disse che occorreva tenerlo lontano da tanta malinconia. Appia non si poteva muovere, perché sua figlia la impensieriva. Fu stabilito che gli Zampieri avrebbero preso in affitto un villino ad Anzio e vi avrebbero condotto Giorgio.
Silverio acconsentì; offerse tanto danaro che sarebbe bastato a comperar la villa intera. Del resto s’era rimesso al lavoro per istordirsi, perché non voleva lasciarsi piegar dalla sventura. Capiva di non essere mai vissuto per non aver mai sofferto. Ecco, la prova è venuta, tremenda. Bisogna accoglierla con rassegnazione e con forza. Una vita interamente felice, dal primo all’ultimo giorno, è una vita assurda; il dolore è necessario, è buono, è santo.
E lavorava. Aveva ancora due figli. Cedere e accasciarsi sarebbe stato immorale.
Diceva questo a donna Appia, la quale lo ascoltava con ammirazione.
In verità, s’era ingannata sulla tempra di quell’uomo: da colui ch’ella aveva sempre giudicato un volgare borghese, un ottuso mercante, veniva fuori un nobile carattere. Un giorno glielo disse:
– Debbo confessarmi, Silverio… Innanzitutto, non so perché non ci diamo del tu…
– Volontieri, – rispose Silverio. – Io ti dava del lei perché sentivo che ti faceva piacere tenermi a distanza.
– Ecco, questo volevo confessarti. Ti domando perdono della mia superbia stupida. Ne sono veramente mortificata.
– Per carità, per carità! – fece Silverio…
Si chinò a baciarle la mano. Egli sapeva quanto doveva costare ad Appia orgogliosa quell’umile confessione; e certo ella non poteva dargli più alta prova di stima che nel chiedergli perdono.
Bisogna salvare Matilde! – egli continuò. – Mi impensierisce.
– Non temere: sta meglio.
Matilde, ritornata in sé, cominciava a capire. Volle portar tutte le mattine i fiori sulla tomba di Andrea.
Quando il medico la vide piangere disperatamente, respirò.
– È salva, – disse a donna Appia.

*

Maria Zampieri, Ada e Giorgio andarono ad occupare il villino di Anzio.
Era una costruzione semplice, con due grosse palme nel mezzo d’un giardinetto chiuso dalla cancellata. I due ragazzi passavano l’intera giornata sulla spiaggia quasi sempre deserta in quella stagione; Giorgio, seduto in uno scialle e sdraiato in una lunga poltrona di vimini, Ada seduta su uno sgabello pieghevole.
Ma ebbe a faticare molto. Le avevan dato l’incarico di non lasciar che Giorgio pensasse alla tragedia di cui era stato testimonio. Ada dovette metter la fantasia a duro cimento nell’inventar fiabe e storielle. Qualche volta si vestiva da ballerina con una garza intorno ai fianchi e un pennacchietto sul capo, e danzava innanzi al suo amico. L’incrociatore fu lanciato in mare, travolto dalle onde, ripescato; perdette alcuni cannoni; patì le furie delle tempeste e sopportò i capricci di Giorgio.
Anche la marchesa Eufemia di Princisbecco ebbe a lavorare.
Alla fine fu accusata di un delitto imaginario e condannata a morte da un tribunale di pesci, che non si vedevano. Quantunque Ada le volesse molto bene, si rassegnò a lasciarla decapitare; ma all’ultimo, Giorgio scoperse ch’era innocente ed Eufemia fu portata in trionfo sull’incrociatore; nel ritorno l’incrociatore si rovesciò, Eufemia cadde in mare, venne ritolta a fatica, sottoposta a tante frizioni, che probabilmente la disgraziata avrebbe preferito la morte. In quelle avventure perdette la metà dei capelli.
Ma il sabato arrivavano Silverio e il babbo di Ada, Paolo Zampieri, carichi di roba e si trattenevano l’intera domenica. Essi portarono anche una lussuosa chioma, la quale fu incollata sul capo della marchesa, che vide così la sua innocenza ricompensata degnamente.
Dimagrito, pallido, vestito a lutto, Silverio era appena riconoscibile. Il dolore gli aveva solcato il viso di due solchi, che partendosi dalle narici arrivavano al mento, e la fronte d’una ruga profonda.
Giorgio, osservandolo, si domandava sempre che cosa avesse egli detto al povero Andrea.
Dal momento in cui Andrea era andato incontro a suo padre, al momento in cui si era ucciso, non eran passati cinque minuti. Quali parole brevi e atroci aveva pronunciato il babbo? Giorgio se lo chiedeva con paura.
La morte, del resto, era parsa a tutti cosa stravagante; gli amici rammentavano la sera di Santo Stefano e Andrea allegrissimo, affannato a ballare, entusiasta della vita, che a pochi arrideva come a lui. Otto giorni dopo si tirava un colpo di rivoltella nella tempia. In casa non sapevano nemmeno ch’egli possedesse un’arma: gliel’aveva regalata Grog, ed Andrea la teneva chiusa in uno stipo.
I soli che potevano parlare, il capo-contabile Vanzelli e l’ingegnere Catalani, non aprirono bocca, per riguardo alla memoria del poveretto; fecero essi pure i trasognati e finsero la meraviglia dolorosa di tutti gli altri.
Le persone di servizio intravidero un dramma, piuttosto dalle prime parole disperate di Silverio che dall’atteggiamento di Andrea, gaio fino all’ultimo e sicuro; ma poco ne poterono comprendere. Pensarono si trattasse d’un amore infelice per una certa Betsy, che Andrea nominava qualche volta; e imaginarono fosse figlia di un duca, anzi di un Ministro inglese; ne fecero un romanzo, che dall’anticamera passò in cucina, dalla cucina alla portineria e alla rimessa delle automobili, e infine prese corpo e vita, come avviene delle leggende a cui ciascun narratore aggiunge una pennellata, un particolare, un episodio, perché il quadro sia più ricco.
Anche Giorgio non parlò; del resto era lontano, ad Anzio.
Ma egli sapeva.
Ada non riusciva sempre a distrarlo. Talora mentre ella parlava, gli sguardi di lui si staccavano, perdendosi sulla linea bianca dell’orizzonte, incontro all’infinito. Ella cessava di parlare, ed egli non se ne accorgeva nemmeno.
– Che pensi? – gli chiese Ada una sera.
Verso l’imbrunire: Giorgio disteso nella sua poltrona di vimini, avvolto in uno scialle; Ada, chiusa in un grosso vestito di lana, sdraiata sulla sabbia a contare le onde; l’ottava doveva giungere fino ai suoi piedi; Giorgio diceva la settima; e quando una arrivava spumeggiando con quel lieve crepitìo che pare un ribollimento, rideva.
Fece svestire la marchesa Eufemia di Princisbecco. Ada andò a metterla innanzi, dove le onde l’avrebbero colta senza dubbio. E la colsero infatti, la rovesciarono, la immollarono da capo a piedi. Era divenuta un cencio, i capelli qua rappresi, là irti e arruffati, la faccia grondante.
– Vuoi che la buttiamo dentro? – domandò Ada.
Giorgio non rispose. Ada si rivolse e vide che il volto di lui s’era mutato: i suoi sguardi frugavano l’orizzonte, di là dall’orizzonte…
– Che pensi? – chiese Ada.
– Penso ad Andrea.
– Ascolta, ascolta! Io la butto dentro, Eufemia; la getto lontano, e poi ce ne facciamo regalare un’altra più bella, due, anzi; una dal tuo babbo e una dal mio… Vuoi?
Giorgio non rispose. Ada strinse le mani… Che fare? Come impedire ch’egli pensasse al fratello morto? In quei momenti, Ada disperata, si sarebbe ferita, uccisa, pur di richiamarlo a sé…
Lo prese per le braccia con furia, gli passò le mani tra i capelli.
– Sai che Andrea è in paradiso? Sta meglio di noi!
– Tu non sai nulla! – rispose Giorgio gravemente. – Egli mi aveva tanto, tanto pregato di parlare al babbo: e se avessi parlato, non si sarebbe ucciso. Ma io non voleva; avevo paura; allora egli è morto. Io penso a questo: ho fatto molto male!
– Ma no, – interruppe Ada. – Tu mi dicesti che ti aveva proibito di parlare. Ricordi?
– Perché era troppo tardi! Ma una sera, c’eri anche tu, disse che voleva tornare a Londra a sposare Betsy, e che tutto dipendeva da me. Io rammento bene. Fu la sera ch’egli ricevette la lettera di Grog, del suo amico! E tu mi chiedesti perfino che cosa dovevo dire… Egli me ne aveva tanto, tanto, pregato!…
Ada si gettò a terra e si mise a piangere.
– Ebbene, che hai? – domandò Giorgio stupito.
– Ho, che tu mi fai morire, Giorgio, tu mi fai morire! Non vedi la fatica che io faccio per divertirti? E non mi riesce nulla!… Se tu mi volessi un po’ di bene, mi aiuteresti a distrarti! E io sarei contenta! Ti ho sacrificato anche Eufemia, che mi piaceva. Vedi com’è conciata, ora?
Giorgio rise. Trasse il fazzoletto, si chinò ad asciugare gli occhi di Ada, poi prese dalle mani di lei la bambola e la osservò attentamente.
Bisogna proprio farcene regalare un’altra! – disse.
– E questa la buttiamo via!
– No, questa la tengo io, poveretta! – dichiarò Giorgio. – Ha tanto faticato per divertirmi…
– Sì; rientriamo ed andiamo a scrivere subito al tuo babbo! – propose Ada.
Rientrarono nella villa; nel salottino a terreno trovarono ciò che occorreva. Combinarono la lettera pel babbo: i bagni avevano fatto male alla marchesa di Princisbecco e ormai bisognava metterla a riposo, sostituendola con un’altra più bella. Il babbo doveva portarla sabato prossimo, e insieme molti scampoli di stoffe per farle gli abiti.
– Ecco, – disse Giorgio. – Firmiamo tutt’e due!
Ada rilesse la lettera.
– Mi pare che scampoli si scrive con un’elle sola! – osservò dubitosa.
– Tu credi?
– Non ne sono sicura, però.
– Allora lasciamo scampolli. Il babbo capisce lo stesso.
Firmarono, misero nella busta, scrissero l’indirizzo. Poi Ada suonò e comparve Carlotta, la cameriera.
– Questa lettera alla posta, subito! – ordinò.
Ella aveva la soddisfazione di comandare alla cuoca, alla cameriera e a un domestico, messi da Silverio a disposizione della signora Zampieri. Ada non aveva mai sognato una tale potenza. Qualche volta suonava senza ragione, per il solo piacere di veder accorrere Carlotta, alla quale non sapeva che cosa dire.

*

La bambola nuova arrivò inaspettata, perché il babbo la spedì pel corriere, senza attendere il sabato.
Alta, snella, gli occhi azzurri con ciglia che non finivano più, la chioma d’un colore tra il bruno e il rosso; era in camicia. Con un pugno nello stomaco la si faceva dire papà e mamma; al tratto d’una cordicella pronunziava un discorso incomprensibile ma importante; quando la si adagiava, socchiudeva gli occhi, come sbirciasse di sotto le palpebre.
Era indubitabilmente una signorina di grande avvenire. Recava con sé anche una cassetta contenente le stoffe per i vestiti.
La mamma di Ada dovette porsi subito al lavoro, tagliando negli scampoli i modelli che Ada metteva insieme e cuciva. Giorgio stava talora a guardare senza divertirsi.
Quella signorina non gli piaceva affatto.
La vecchia marchesa Eufemia di Princisbecco, ch’egli aveva riposto accuratamente, spennata, scorticata, dilavata, gli era assai più cara. Come persona vissuta sempre in una famiglia attraverso gioie e tempeste, aveva in sé non so qual fascino di ricordi; non le erano ignoti né i piaceri delle grandi feste, né l’angoscia dei lutti, né le vicende del viaggio di mare, né le ingiustizie degli uomini e del destino. Il conte Maurizio Creffa, ricchissimo, ne aveva quasi domandato la mano. La spiaggia di Anzio l’aveva vista andare a gambe levate. Più volte aveva perso la parrucca tra i flutti. Condannata a morte, era stata riconosciuta innocente. Non faceva discorsi; non dava sbirciatine di sotto le palpebre. Era una signora seria e pelata, come se ne trovano poche.
La nuova venuta non sapeva di nulla; ignorava perfino fosse mai vissuto il povero Andrea.
Per ciò Giorgio l’accolse con una freddezza che fu una spina al cuore di Ada; e interrogato sul nome da darle, rispose noncurante:
– Chiamala Cif.
Egli aveva udito qualche volta suo padre parlar di merce cif Genova, e la parola serbava per lui un senso misterioso.
Per accomodar le cose, la signorina fu chiamata Ciffa. Ada propose di darle anche il titolo di principessa. Giorgio alzò le spalle.
– Ma perché non te ne occupi? – esclamò Ada. – Principessa Ciffa non va forse bene?
Giorgio tacque, sogguardando la ragazzina.
Chi era? Perché gliel’avevan messa accanto con l’incarico di non lasciarlo pensare a ciò che voleva? Perché non doveva egli parlare d’Andrea e della morte di lui?
In quella giornata calda di quel mitissimo inverno, stavano Ada e Giorgio nel giardino; egli vestito alla marinara, ella con le braccia nude, un po’ scollata, i capelli sciolti per le spalle, e annodati a metà con un nastro rosso. Giorgio la sogguardava imbronciato: sentiva una gran voglia di gettarla a terra e di trascinarsela dietro, i capelli avvolti intorno al pugno perché gridasse.
– Ciffa non ti piace? – seguitò Ada.
– No, non mi piace, hai capito? Non mi piace, non la posso patire! La farò a pezzi!…
– Giorgio, sei diventato cattivo!
– E che t’importa?… Vattene, se non vuoi vedermi!
Ada sentì le lagrime salirle agli occhi; e le notò anche Giorgio, e s’infuriò.
– Non piangere! – disse, avvicinandosi a lei. – Non piangere, o ti getto a terra e ti strascino fino al mare!
Uscì, andò alla spiaggia, si allungò sulla sabbia.
Pensava ai funerali di Tarafià col garofano bianco datogli da nonna Appia.
C’era tuttavia il povero Andrea, in quei tempi, che studiava per la licenza liceale, e Giorgio intonava la marcia funebre: Bum, bum, burubum!
Ora sì, poteva celebrare i funerali della marchesa Eufemia di Princisbecco, perché qualche altra cosa era morta, Giorgio non sapeva quale. La vecchia bambola, testimonio delle sue infantilità, de’ suoi ghiribizzi da bambino, gli era singolarmente cara, per questo.
Egli era stato preso dalle cose più grandi di lui: egli aveva veduto morire Andrea.
(Il volto insanguinato gli stava sempre innanzi agli occhi, e negli orecchi il rantolo del moribondo: qualche volta gli era parso di riudirlo tra il murmure delle onde e ne aveva avuto un fremito.) La sua infanzia era morta quel giorno, con la morte di Andrea. Come giuocare alla bambola ancora, egli che avea visto la pozza di sangue presso al letto?
Rimase assorto a guardare la linea dell’orizzonte che si congiungeva col cielo.
Andrea era in paradiso?… Dove?… Laggiù, tra le nuvole bigie? Più qua, in quel rosso tramonto, simile esso pure a un’immensa chiazza di sangue?
Alcune vele bianche, manàidi alla pesca, sembravano immobili sul mare calmo. Sarebbero tornate a sera fatta, per vendere il pesce subito alle donnaccole che ingombravan la banchina presso il porto. Giorgio aveva veduto più volte: e quelle montagne di pesce grande e piccolo gli avevan rammentato i pesciolini rossi di Leonia, il cane Perdicca
Ma dov’era Andrea?… Laggiù, tra le nuvole bigie?…
Egli alzò la testa, sentendosi toccar lievemente sulla spalla.
Ada gli stava innanzi: dal gonfiore e dal rossore degli occhi, si comprendeva che aveva pianto molto.
– Giorgio, – ella disse sottovoce, – non mi vuoi?…
– Io non sono Giorgio. Giorgio non c’è più! – egli rispose.
E vedendo che Ada rimaneva immobile, soggiunse:
– Siedi qui vicino!
Ada si sdraiò sulla sabbia, al suo fianco Allora Giorgio fece un grande sforzo, tentò di spiegarsi, perché voleva molto bene ad Ada, e a vederla piangere tanto, soffriva egli pure.
– Non so come dire. Io non posso più giuocare con le bambole. Prima giuocavo col capitano Tarafià. Tu non l’hai conosciuto. Poi con la bambola. Ora non posso più.
– Vuol dire che sei un uomo, – aiutò Ada, – e un uomo non giuoca con le bambole?
Sentirsi chiamare uomo parve un poco strano a Giorgio; ma rispose:
– Sì, per questo.
Stette a meditare in un silenzio, che Ada giudicò solenne. Poi seguitò, faticosamente, perché, non abituato ad esprimere pensieri e sentimenti intimi, era per lui opera sovrumana rintracciar gli uni e gli altri dentro di sé.
– Mi contentavo, prima, di Tarafià e della bambola. Ora ho da pensare ad altro. Io non so che cosa voglio, non ti posso dire. Forse i libri. Mi è venuto un gran desiderio di leggere e di leggere, per sapere. Giorgio che giuocava con Tarafià non c’è più. Verrà fuori un altro Giorgio. Mi capisci, Ada?…
– Sì, ti capisco, – ella affermò, sottolineando le parole con un cenno del capo. Ma dominata dalla sua natura femminile, soggiunse inquieta: – E me, mi vuoi sempre?…
– Te, ti voglio sempre!
Ada sorrise con quel sorriso chiaro e delicato, che a Giorgio piaceva tanto.
Ella era interamente presa nel riflesso del tramonto: il volto e le braccia nude vibravano di luce purpurea.
– Io credeva che tu avessi gli occhi neri! – esclamò Giorgio guardandola con meraviglia. – Hanno il colore del caffè, invece, e dentro ci sono tante cose che scintillano!
– Forse non ti piacciono più? – interrogò Ada inquieta.
– Sì, mi piacciono!
Tacquero qualche poco ad ascoltare il crepitìo della spuma che si sfaceva col ritirarsi di ciascuna onda e poi tornava con l’onda nuova.
– Ma devi lasciarmi pensare ad Andrea! – riprese Giorgio bruscamente. – Quando mi proibisci, mi sei antipatica, e mi viene voglia di strapparti i capelli…
– Fa’ ciò che vuoi! – disse Ada con tenerezza.
– Tu sai che Andrea parlava inglese? E imparerò anch’io con zia Appia senza andare a Londra; poi leggerò bei libri, che Andrea aveva portato.
Questa di studiare l’inglese era un’idea venutagli da poco, ma ci si ostinava, quasi fosse un omaggio alla memoria del poveretto che si era ucciso.
– Tu l’hai veduto Andrea?
– Sì, più volte!
– Sta’ attenta: voglio dire quando moriva?
– No, son rimasta fuori nel corridoio. Ero giunta appena; Lucia mi aveva aperto, e in quel momento si udì lo sparo.
– Credi che abbia patito molto?
– No, non ha patito.
– Come sai?
– Lo dicevano in casa mia. Dicevano che è rimasto fulminato.
– Ma tutto quel sangue, tutto quel sangue? Ce n’era sui guanciali, sulle lenzuola, a terra, e anche il viso era coperto di sangue.
– Giorgio! – fece Ada con voce supplichevole, vedendo ch’egli impallidiva.
– Si può perdere tanto sangue e non patire?
– Egli non sentiva più nulla.
– Lo ha detto il tuo babbo?
– Il mio babbo, la mia mamma, e tanti altri.
– Che ne sanno essi…? Han provato a tirarsi un colpo nella testa?
– Lo sanno i medici. Io non posso spiegarmi. Ma dicono che quando ci si ferisce in quel modo nel cervello, non si sente più nulla; e si muore
– Se io avessi parlato al babbo, Andrea non avrebbe perduto tutto il suo sangue, e sarebbe andato a Londra come desiderava.
Tacque: fissò l’orizzonte, mentre Ada trepidante scrutava il volto pallido di lui.
– Tu non sai come è terribile il sangue per terra!
– Giorgio, te ne supplico!…
– C’era una chiazza così. La lavarono subito, ma la macchia è rimasta. Prima di lasciare la casa, andai a vedere e la macchia c’era sempre, nera, vicino al capezzale, e il letto era vuoto.
Ada piangeva in silenzio, disperando di riprendere il suo potere sul ragazzo e di svagarne il pensiero. Ma egli non badava affatto alle sue lagrime.
Trasalì, udendo la voce di Maria, che dalla soglia del villino chiamava:
– Bambini, a casa! Ora si leva il vento forte!
Ada e Giorgio si alzarono; e mentre s’avviavano, Giorgio disse:
– Non posso più giuocare colla bambola!

XV.

Tra le cinque e le sei del mattino, comincia il canto delle rotaie. Son le rotaie che gridano al passar dei carrozzoni gialli-rossi e rossi-bianchi, quasi ne sopportino a mala pena il carico. Il canto, stridulo sulle curve, lacerante come un lagno prolungato; più basso e piano dove il binario si snoda in linea retta; nel mattino silenzioso sembra prendere intera l’aria e farla vibrare.
Giorgio si destò di soprassalto.
Avvezzo da tre mesi alla voce potente del mare, stentò a riconoscere in quel grido lamentoso il saluto della città che si sveglia.
Si guarintorno; era la sua cameretta, nel palazzo nuovo di via Venti Settembre; la luce del giorno color di perla entrava di tra le stecche delle persiane; nella camera attigua dormivano il babbo e la mamma.
Ascoltò nuovamente lo stridere delle ruote sui binarii, il pesante sobbalzare dei carrozzoni.
Era tornato la sera innanzi a Roma. E il mare seguitava a gettar le sue onde e la sua spuma crepitante sulla spiaggia; e così sempre e sempre…? Che faceva Ada…?
Si riaddormentò.

*

I primi giorni furon assai penosi.
Sembrò a Giorgio d’essere caduto fra una congrèga di pazzi: vestivano a lutto severamente: misero a lutto anche lui; non parlavano mai di Andrea; nonna Appia, la mamma, il babbo, le stesse persone di servizio, da Lucia all’ultimo domestico, lavoravano febbrilmente, gli uni ad addobbare la casa, a rimuovere mobili, a fare e disfare, l’altro nel suo studio, tra carte e uomini d’affari. Trottavano tutti; alle spalle dovevano avere un’idea, un ricordo, che li sospingeva senza posa; e trottavano, trottavano, per dimenticar quell’idea, per cancellar quel ricordo.
Nulla era più buffo, nulla più drammatico.
Quando Giorgio pronunzia il nome di Andrea, Matilde e Appia lo guardano e tacciono. Non bisogna pronunziare quel nome, il quale fa sbiancare il volto alla mamma.
Ed allora sono tutti pazzi. Il salottino è stato ideato, fatto e disfatto già tre volte. Così dice Lucia. Appia sceglie le stoffe, imagina lo stile, ci si prova; e poi ogni cosa è mutata. Lo stesso è avvenuto per la sala grande, per lo studio del babbo, per la cameretta ove stanno Giuliana e la sua governante. La sola camerina di Giorgio, tappezzata di un gridellino con qualche riga d’oro pallido, addobbata con mobili a fiori, veramente fresca e gaia, non ha patito mutazioni. Tutto il resto cambia di settimana in settimana, né si sa quando mai quello sperpero sia per finire.
A tavola, nonna Appia è invitata sovente; chiacchierano tutti. Il babbo racconta de’ suoi affari; Matilde di qualche pettegolezzo; Appia discorre d’arte e di musica. Non v’è un solo istante di silenzio, come se qualcuno potesse sopraggiungere e prender posto a tavola in un momento in cui nessuno parla. Quando Appia non è invitata, quel posto si vede bene, vuoto; e Giorgio, e anche gli altri, vi gettano qualche occhiata fugace. Pare a tutti di sentire una voce:
– Non avete Porto rosso?… Un poco di Porto?
Ecco, recano la bottiglia, e alzando il bicchiere, il poveretto dice:
– Alla salute di tutti!…
Dove sei, dove sei, Andrea?… Chi ti ha fatto morire?…
Una sera, a quel ricordo, l’impressione fu così viva, che Giorgio scoppiò a piangere e non poté più mangiare. Nessuno gliene chiese la ragione; Matilde si alzò e si richiuse nella sua camera; Silverio baciò Giorgio in fronte e questi sentì le lagrime di lui irrorargli le guance.
Egli si studiò di non piangere più, perché la scena diventava orribile di tristezza; onde anch’egli parlava, parlava di Anzio e di Ada e delle bambole e dell’incrociatore e di ciò che aveva visto per la strada. E veramente sono tutti pazzi.
Matilde ha ripreso a suonare il piano. Vi sta lunghe ore. Suona specialmente arie italiane, canzonette leggère e musica delicata del settecento; ma talora s’interrompe di colpo: le braccia abbandonate lungo il corpo, gli occhi alla musica, segue un suo segno, un’imagine, quell’idea, quel ricordo, che fa trottare tutti. Giorgio l’ha sorpresa più volte così; e al vederlo, Matilde si passa una mano sulla fronte, poi ricomincia; si volge a Giorgio e sorride.
Viene molta gente per casa, specialmente al tè del venerdì; il Catalani, gli Zampieri, i Cavalli con Leonia, gli Strògoli, i Valdi, i Castello, Maurizio Creffa con un giovane principe russo Vladimir Strogonow, e molti altri. Si parla d’ogni cosa, fuor che di Andrea, quantunque Maurizio Creffa sia rimasto stupefatto alla notizia di quella morte e non ne abbia capito nulla.
(Ci sono altre due personcine, Topino e Falba, che pure furono sbalordite, ma non si vedono perché non possono essere ricevute nelle famiglie per bene; e ambedue rammentano sempre quella visita di Andrea a Maurizio, e si domandano ancora che cosa volesse, che cosa dovesse dire il ragazzo, e perché non ha parlato… E ne sono tuttavia commosse, quantunque certamente tra poco avran dimenticato il ragazzo e il mistero della sua morte e la poesia de’ sogni sepolti per sempre… Guai a chi non dimentica!)
Viene molta gente per casa. Intorno a Giorgio, Ada e Leonia e Giovannino Cartolli e Alfredo Buccia e Paolo Strippola e Severino Tormada, con le loro famiglie. Nessuno di quei ragazzi fa mai cenno di Andrea: hanno ricevuto l’ordine; Giorgio capisce; hanno ricevuto l’ordine di non parlare per non turbarlo.
Infine è chiaro dalla frequenza degli inviti e dalla premura degli invitati che c’è tutto un lavorìo intorno alla famiglia Astori, fastosa e potente: si lavora a distrarre, a consolare. Ci son gli Zampieri, i quali darebbero qualche anno di vita perché se non la gioia, la quiete almeno tornasse nella casa dei benefattori; e son felici che Ada sia l’amica e la confidente di Giorgio, quantunque il babbo di lei si domandi dove si andrà a finire con quella intimità, sebbene purissima.
Leonia Cavalli sola è un poco indifferente a tanto travaglio di amici.
Non conta ancora quindici anni. È diventata assai bella. I suoi occhi hanno sovente una tal luce che sembrano bruciare. Ada ha notato che sta quasi sempre col principe Strogonow, un giovane di ventitré anni, il quale si diverte a farla chiacchierare. È alto, snello, biondo: imagine di salute e di gaiezza. Leonia col capelli neri, sottile ed elastica, figura bene al fianco di lui.
Questo non interessa molto Ada, purché Leonia non venga a dir cattiverie e a portarle via Giorgio, che ha ancora bisogno di tante cure.

*

Nella grande sala al di sopra del divano, c’è un largo spazio vuoto.
Le altre pareti hanno quadri di pittori insigni, scelti direttamente da nonna Appia o per consiglio di lei. Giorgio vi si attarda qualche volta a guardare le battaglie del Borgognone e di Salvator Rosa; un guerriero a cavallo, curvo a sferrare un colpo di mazza sulla testa del nemico appiedato, somiglia al capitano Tarafià. Il cavallo dalla tonda groppa s’impenna; e intorno sopra un fondo giallo dorato v’è una mischia feroce, con qualche nota di rosso, pennacchi di capitani o lembi di vessilli; a terra, uomini e cavalli morti, arme infrante.
Lo spazio vuoto al di sopra del divano aspetta qualche cosa.
*

Per Giorgio l’anno scolastico era perduto.
Nessuno, del resto, parlava di farlo studiare. Il medico di casa, quel Marco Fallena, allievo prediletto del marito di Appia e ora sanitario di gran nome, raccomandava di non affaticare il ragazzo. Lo si nutrisse robustamente, lo si distraesse. Giorgio aveva trovato in casa i romanzi del Verne, che lo appassionavano; e Maurizio Creffa gli regalò anche una storia dei pirati, la quale lo sbalordì. I nomi dei famosi ladroni di mare, eran simili a quelli ch’egli bambino aveva dato a’ suoi soldatini e alle penne che li rappresentavano: Dragùt e Luccialì, Barbarossa e Gaddalì; egli aveva imaginato i nomi di Kavallì e Tarafià pe’ suoi guerrieri. Ne fu assai contento.
Poi volle studiare l’inglese con zia Appia. Andava da zia Appia ogni giorno un paio d’ore e studiava con intelligenza. Da ultimo, sempre, la nonna suonava qualche sinfonia e gli spiegava da chi e quando era stata scritta. Appia sapeva una quantità di queste belle storie in cui figurano i grandi uomini, musici, poeti, scienziati: storie vere, che raccontate da Appia con quella sua calda voce riescono più attraenti delle favole.
Giorgio ascoltava a bocca aperta.
Ma talora si distraeva, percosso da un’idea repentina. Dov’è Andrea? Lassù, tra quelle nuvole bigie sopra il mare…? E il mare seguita a gettare le sue onde e la sua spuma crepitante sulla spiaggia: e così sempre, senza fine?
– Giorgio, – lo richiamava zia Appia, – forse ti ho annoiato?
– Oh no, zia Appia!… Pensavo ad Andrea!
A lei, alla nonna dai capelli d’argento e dal sorriso malinconico, egli poteva confessar quel suo pensiero dominante.
– Sì caro, ma ora basta. Ascolta questa canzonetta, com’è graziosa…
E Appia suonava dolcemente, dolcemente, per fugar d’innanzi agli occhi di quel suo diletto la visione di sangue.

*

– Chi manda? – interrogò Lucia.
Un commesso, carico d’un grande quadro, le stava innanzi: il quadro avvolto in un panno verde non lasciava veder qua e là che l’oro della cornice.
Il commesso pronunziò il nome d’un pittore illustre.
– Sta bene: lo porti qui, in salotto!
C’erano in salotto Giorgio con la mamma. Il quadro fu messo sul divano, quasi di là fosse potuto arrampicarsi ad occupare lo spazio che da tempo gli era serbato.
– Che cosa è, mamma? – chiese Giorgio. – Si può vedere?
– No; aspettiamo che rincasi il babbo!
Giorgio fiutava in aria qualche cosa di strano. La mamma turbata andava sogguardando il quadro, come avesse desiderato e temuto nello stesso tempo di alzare il panno che lo ricopriva. C’era qualcuno là sotto? C’era una vita, che anelava a sbucar fuori?
Alle cinque sopraggiunse Ada. Giorgio le raccontò qualche storia di pirati; le disse che al ritorno ad Anzio bisognava mettere in mare una grande nave a vela, che rappresentasse le galere di Dragùt; fece molti disegni per l’estate prossima, e Ada ne fu contenta. Se ne andò, pensando che Giorgio era guarito se almanaccava tanto intorno a favole e a storie, se desiderava tornare al mare e non faceva il nome di Andrea. Silverio rincasò verso l’ora del pranzo; Matilde gli annunziò:
– Hanno portato il quadro!
Egli ebbe come un sussulto. Andaron tutti in salotto. Silverio si accostò al divano, levò con mano nervosa il panno verde. Rimasero un istante ammutoliti.
Andrea!…
Andrea, seduto con la pipetta nella destra, la sinistra ancora guantata, una gamba accavallata sull’altra. Era così, la sera del ritorno; diceva come allora:
– Siete intontiti?… Io credeva di farvi una sorpresa!
E guardava fisso i suoi, con un sorriso benevolo, che aveva un’ombra di amarezza.
Matilde impallidì. Silverio stese le braccia.
– Figlio, figlio mio! – esclamò. – Perché ci hai lasciati?
Allora, vedendo che le lagrime spuntavano sulle ciglia del babbo e gli cadevano per le guance, Giorgio fu preso da un impeto di disperazione:
– Non piangere! – gli disse. – La colpa è mia, se è morto!
– Che dici? – esclamarono a una voce Matilde e Silverio.
– Sì, sì, io sapeva tutto! Egli mi aveva raccontato ogni cosa, mi aveva tanto pregato e supplicato di chiedere perdono al babbo. «Tutto dipende da te, tutto dipende da te!» andava dicendomi. Anche un giorno che c’era Ada e egli aveva ricevuto una lettera dei suoi amici, anche quel giorno mi pregò di parlare al babbo.
– E tu, tu? – incalzo Silverio, passando una mano sui capelli del ragazzo.
– Io non ho parlato… Ho risposto che non volevo parlare!
– Perché, Giorgio?
– Perché avevo paura. Anch’egli aveva paura!
– Di chi?
Giorgio tacque.
– Di chi, Giorgio, di che cosa avevate paura? – insistette Matilde.
Ma Giorgio non rispose. Stava con gli occhi fissi al ritratto, come ne venisse ancora una voce:
«Tutto dipende da te!»
Andrea era tornato, vivo, con la pipetta carica di tabacco Làtsciari, con la sua voglia di godere. Prendeva posto in salotto, sorridendo.
– Non hai alcuna colpa di non aver parlato, – sentenziò gravemente Silverio. – Tu non potevi far nulla, Giorgio! Ma che cosa ti disse?
– Mi disse che aveva pensato di chiedere aiuto agli altri, ma che nessuno avrebbe voluto dargli denaro; e per ciò bisognava parlare con te. Egli voleva essere perdonato.
– Giorgio, te ne prego, basta!… – interruppe Matilde.
Silverio, accasciato in una poltrona, il volto nascosto tra le mani, piangeva.
Tale era la verità che veniva da una bocca innocente: Andrea voleva essere perdonato. Silverio intuì che dal giorno del suo arrivo al giorno della sua morte, il poveretto doveva aver trascinata un’esistenza di continuo terrore; e in questa era andato già scontando le sue colpe.
Tutti sapevano; anche il Vanzelli aveva narrato a Silverio di una visita di Andrea, per la quale egli aveva intraveduto qualche imbroglio; lo stesso Catalani nutriva sospetti dal giorno ch’era arrivata la lettera di Middleton Stanley; Giorgio aveva avuta intera la confessione di Andrea. E nessuno s’era sentito il coraggio di dir la verità a lui, a Silverio!… Giorgio, un bambino, aveva tenuto per mesi e mesi, il suo segreto!
– Suvvia! – esclamò Silverio, levando il capo. – Ora Andrea è con noi. Bisogna fargli compagnia senza piangere!
Andò a baciare il ritratto; poi lo baciarono Matilde e Giorgio.
Andrea sorrideva, con la sua pipetta carica di buon tabacco nella destra. Il pianto è nella vita, ma la vita non è nel pianto.

SECONDA PARTE.

XVI.

Leonia Cavalli annunziò ch’era fidanzata; fidanzata con quel principe Wladimir Strogonow, amico di Maurizio Creffa. Ella diede l’annunzio una sera in cui v’eran parecchi invitati in casa di Silverio.
La vita aveva ripreso veramente. Era venuto perfino il giorno di smetter le gramaglie, quantunque Matilde vestisse ormai sempre di bigio o color d’ametista. La casa di via Venti Settembre aveva i suoi angoli d’intimità, i suoi ricordi; Giuliana chiacchierava, civetta, inventava ogni poco qualche bricconeria contro il fratello, che gliele perdonava tutte.
Dalla morte di Andrea tre anni eran trascorsi.
Leonia Cavalli annunziò che il principe Wladimir Strogonow aveva chiesto la sua mano. Si rallegrarono con lei e coi parenti che la accompagnavano. Era, del resto, cosa preveduta. La simpatia del principe per la bellissima fanciulla durava da tempo e a chiunque doveva riuscir naturale che concludesse con un matrimonio.
Ada, seduta a fianco di Giorgio, ne rimase attonita.
Ella aveva quindici anni; Leonia diciassette… Questa a furia di giuocare al marito, (non voleva un giorno sposare il povero Andrea?), era riuscita a trovarselo: giovane, ricco, con un titolo di prim’ordine.
Ada ne rimase attònita.
– Che fai? Tocca a te! – disse Giorgio, mettendole una mano sul gomito.
A un tavolino in un angolo, Giorgio e Leonia, Giovannino Cartolli e Ada, giuocavano alle carte.
Giorgio aveva ascoltato la notizia con grande indifferenza.
– Allora diventi principessa? – interrogò Ada, gettando una carta sul tavolo.
– Ma no, ma no! – protestò Giovannino. – Non vedi che è il sette bello?
– Ah, scusatemi!
– Non si può più riprenderlo! – disse Giorgio, puntando l’indice sulla carta.
– Mamma mia, se volete parlar di principi e di principesse, tralasciamo di giuocare! – fece Giovannino. – Io perdo già cinquanta centesimi!
– Dici un fiammifero! – esclamò Giorgio.
Gli altri diedero in una risata.
– Principessa, naturalmente! – rispose Leonia.
Ebbe un lampo negli occhi.
– Principessa, non far perdere la testa ad Ada, – pregò Giovannino. – Giuoca abbastanza male senza queste storie!
Tacquero; finirono il giro; mentre mischiava le carte, Giovannino seguitò:
– E poi, Ada, se hai tanta voglia di diventar qualche cosa anche tu, non hai che da scegliere. Ti daremo il titolo di contessa.
– Non dire sciocchezze! – mormorò Ada.
– Ma sì; perché non sposi il conte Maurizio Creffa? – insinuò Leonia, gettando un’occhiata a Giorgio.
– Perché non è conte! – disse questi.
– Non importa: tutti gli danno il titolo, ed egli è innamorato di Ada!
– Anche tu non dire sciocchezze! – pregò Ada.
Ma Giorgio le lanciò un’occhiata interrogativa, che la fece arrossire. Egli non sapeva, non sapeva davvero che Maurizio Creffa fosse innamorato di Ada. Lo annunziava Leonia, la quale doveva, col suo istinto femminile, aver notato qualche cosa. E Ada arrossiva, come a confermare che qualche cosa aveva notato ella pure.
– Dunque, attenti! – pregò Giovannino Cartolli. – Di matrimonio parleremo dopo. Ada, bisogna che ci svegliamo o siam perduti.
Ma all’infuori di Giovannino, ciascuno dei giuocatori aveva ormai il suo dèmone nel cervello, e fecero a gara a chi giuocava peggio. La partita finì con la sconfitta, per soli tre punti, di Leonia e di Giorgio.
– Io ne ho abbastanza! – disse Ada.
– Proprio quando stavo per rifarmi! – lamentò Giovannino.
Ma non gli badarono.
Ada, passato il braccio sotto il braccio di Leonia, allontanandosi con lei, le disse:
– Raccontami!
Giorgio s’avvicinò a un crocchio ov’erano Matilde con Appia e Maria Zampieri.
Rimase Giovannino al tavolo, guardando intorno se non vi fossero altri per continuare. Ma non vide che i due Strògoli (il terzo era morto l’anno prima di febbri gastriche), e Alfredo Buccia, che gli si fece vicino:
– Vuoi che ti reciti qualche cosa? – domandò.
– Fila, fammi il piacere! – rispose Giovannino.
Ma l’altro, imperturbato, cominciò con voce flebile:

Dal dì che ai monti della Savoia
Diedi piangendo l’ultimo addio…

Giovannino, aguzzate curiosamente le sopracciglia, lo squadrò: e poiché credeva d’essere ammirato, Alfredo seguitava:

Non è più gioia, non è più gioia
Dentro al cuor mio!…

– E va’ a morì ammazzato! – borbottò Giovannino.
Poi, gettategli le carte tra i piedi, si alzò.
Giovannino Cartolli contava ormai sedici anni e faceva placidamente a furia di ripetizioni la seconda ginnasio, mentre Giorgio, che ne aveva poco più di tredici, faceva la terza. Ma Giovannino aveva carattere filosofico; alla fine sarebbe arrivato anche lui, pensava, e le cose era meglio saperle bene; per ciò, di tanto in tanto, ripeteva l’anno.
Egli raggiunse Giorgio, che sorbiva una tazza di tè.
– Sai che quell’Alfredo Buccia è proprio stupido? È venuto a recitarmi una poesia.
– Quale poesia? – domandò Giorgio sorridendo.
– Che ne so? Ha lasciato i monti della Savoia e non ha più gioia dentro il cuor suo. Cose da pazzi!… Dammi una tazza di tè!…
Giorgio si affrettò a servire il compagno. Alfredo Buccia sopraggiunse.
– Se mi reciti un’altra poesia, ti tiro la tazza in faccia! – minacciò Giovannino, tra scherzoso e serio.
– No: volevo una limonata con molto zucchero, – confessò Alfredo. – La poesia te la recito dopo!
– Ragazzi, pronti a scappare! – fece Giovannino.
A poco a poco, mentre le persone grandi chiacchieravano in vari crocchi, intorno a quel tavolino carico d’ogni genere di bevande e di dolci, s’adunarono i ragazzi. Vennero i due Strògoli, Irma Dantelli, Severino Tormada, Paolo Strippola, Lucilla Verganti, Carletto Rombi, tutti fra dodici e sedici anni.
Giorgio, coadiuvato da un domestico alto e severo, faceva gli onori di casa, distribuendo pasticcini, limonate, dolci, tè, fette di torta, frutta candite.
In un angolo discosto, Leonia Cavalli raccontava ad Ada come il principe Wladimir Strogonow avesse chiesto la sua mano, tre giorni addietro.
– E tu? – interrogò Ada.
– Io ho risposto di sì.
– Ma lo ami?
Leonia inarcò le sopracciglia e si strinse nelle spalle: poi rispose con una domanda:
– Che cosa significa amare?
– Mio Dio, non so! – fece Ada. – Gli vuoi bene, ti piace, sei contenta se ti sta vicino?
– Certo, certo. E questo sarebbe amare?…
– Mi sembra.
– Allora tu ami Giorgio?
– Perché?
– Perché gli vuoi bene, ti piace e gli stai sempre vicina…
Ada rimase impacciata, con un lieve color di rosa che le saliva dalle guance alla fronte.
– Io ti do un consiglio, – seguitò Leonia. – Se ti pare di amarlo, smettila! Non potrà mai sposarti: ha due anni meno di te, la sua famiglia è ricca e superba e si opporrà certamente perché il tuo babbo non è che un impiegato. Capisci?
Ada a testa bassa giocherellava con un nastro del suo abito.
– Ma io non ti ho detto che lo amo! – rispose. – Sei tu che adoperi queste parole importanti. Gli voglio bene come fosse mio fratello…
– Per adesso lo credo, perché è quasi ancora un bambino; ma poi… Invece ti consiglio di non lasciar perdere Maurizio Creffa, il quale ti tien d’occhio da un pezzo. Tu hai quindici anni, non è vero?
– Sì.
– Pensa che a sedici potresti essere fidanzata e a diciassette contessa Creffa, con parecchi milioni!…
– Che contessa! – Ada esclamò. – È un conte per burla…
– Non importa. Babbo diceva giorni fa che se un milionario mette la corona sui biglietti e sullo sportello dell’automobile, nessuno fiata, e il milionario diventa conte per magìa. E poi è un bel giovane, come Wladimir.
Ada si alzò perché quel discorso le spiaceva; ma Leonia la trattenne ancora.
– Fammi un favore… – disse.
Poco dopo, Ada compariva nel crocchio dei ragazzi, presso il tavolino.
Si fece dare una tazza di tè da Giorgio, e interrompendo un discorso sconclusionato di Irma Dantelli sulle favole del Lafontaine, disse:
– Devo farvi un’ambasciata. Leonia vi prega tutti di non trattarla più con tanta confidenza.
– Uh, che spocchia, la signora principessa! – fece Giovannino. – Che vuole, che le teniamo il manto?
– Non è per questo: ma ha diciassette anni, capirete, – spiegò Ada. – È una signorina!
– Ha ragione, – disse Giorgio. – È una signorina!
– E te, come ti dobbiam chiamare? – seguito Giovannino, volgendosi ad Ada. – La signora contessa?… contessa Creffa?
Ada balzò in piedi con un balenìo negli occhi.
– Se non la finisci, ti pianto due schiaffi su codesta faccia da maligno! – disse.
Poi depose la tazza sul tavolino e si allontanò.
Seguì un breve silenzio.
– Ci hai fatto una bella figura! – disse a un tratto Alfredo Buccia ridendo.
– E sta’ zitto, cantastorie!
– No, hai torto, – confermò Giorgio. – Che c’entra la contessa?
– Ho torto per una cosa sola, e in questo avete torto anche voi, – spiegò Giovannino. – Ed è, che un ragazzo a quindici e a diciassette anni è sempre un ragazzo, mentre una ragazza è già donna!… E bisogna trattarla da donna. E anche voi, dando del tu a Leonia e ad Ada, avete torto con me.
– Spiegazione fiorita! – disse Alfredo Buccia col suo ridere gorgogliante. – Un ragazzo è un ragazzo, e una ragazza non è una ragazza… Mi par la storia di quel cane, che aveva le orecchie da cane, la coda da cane, e non era un cane.
– E che cosa era? – interrogò curiosamente Irma Dantelli.
– Era una cagna!…
I ragazzi risero a veder la faccia confusa di Irma.
Giorgio, levatosi in piedi si avvicinò chetamente ad Ada, la quale stava sola in una poltroncina a fianco del piano, squadernando un fascicolo di musica.
Ti sei offesa? – domandò Giorgio.
– Certamente: e tu non sai farmi rispettare…! Sono stufa di queste chiacchiere. Ha cominciato Leonia, quella cattiva. È veramente cattiva, Leonia, non puoi imaginare quanto!…
– Sono molti anni che lo so, – rispose Giorgio, – da quando ammazzava i pesci della vasca.
– No, non imagini i bei consigli che mi dà!… Ma in ogni modo, questo non c’entra… Che poi venga anche Giovannino Cartolli a prendersi giuoco di me, è un po’ troppo!… Non so chi sia quello screanzato…
In quel momento si fece un certo tramestìo nel salotto.
Entrarono Wladimir Strogonow e a breve distanza Maurizio Creffa.
A veder quest’ultimo, Ada si fece di porpora in viso, proprio perché voleva parere indifferente. Giorgio notò quel turbamento strano, ma non disse nulla.
Parecchi dei presenti andarono incontro al principe e si rallegrarono con lui che sorrideva, allegro, girando intorno gli occhi a cercar Leonia e i parenti di lei.
– Grazie, grazie, – diceva. – Ah, non ha saputo tacere?… Io aveva scommesso che non avrebbe taciuto otto giorni!…
– Avete ragione, ho perduto! – confessò Leonia, che si era avvicinata. – Mi direte che cosa vi devo.
– Oh, cose terribili, cose terribili…! Mi contento d’una scatola di sigarette.
– D’oro? – fece Leonia con un sorriso.
Maurizio Creffa salutava a destra e a sinistra. Giunse innanzi ad Ada, e le disse:
– Qui rintanata? Sola…?
– Sola?… Non vede Giorgio?… – rispose Ada bruscamente.
– Oh, Giorgio, scusami!…
– Buona sera! – fece Giorgio. – Non credevo d’esser tanto piccolo!…
Maurizio si allontanò senza rispondere.
Venivano dall’altro lato del salotto risate ed esclamazioni. In un crocchio, Alfredo Bucccia con gesti languidi e voce argentina declamava: stavano ad ascoltarlo alcuni giovanotti, intorno ai quali s’erano assiepati anche i ragazzi.
Vieni, – disse Giorgio. – Non vuoi rimanere qui come in castigo?
Ada si alzò. Arrivarono ella e Giorgio presso il circolo che s’era formato attorno ad Alfredo. Giorgio indugiò un istante ad ascoltare:

Se bel rio, se bella auretta
Tra l’erbetta
Sul mattin mormorando erra,
Se di fiori un praticello
Si fa bello,
Noi diciam: ride la Terra!…

– Bravo! Giustissimo! – approvò Maurizio Creffa.
– Giovannino! – chiamò Giorgio, toccando il compagno sulla spalla.
– Aspetta: lasciami udire! – fece Giovannino.

Quando avvien che un zeffiretto
Per diletto
Bagni il piè nell’onde chiare,
Sicché l’acqua in su l’arena
Scherzi appena,
Noi diciam che ride il Mare…

Il principe Strogonow esclamò:
– È delizioso, è delizioso! Di chi sono questi versi?
Maurizio Creffa si strinse nelle spalle e ripeté la domanda all’ingegner Catalani, che gli era al fianco.
Ma Alfredo aveva ripreso:

Se giammai tra fior vermigli,
Se tra gigli
Veste l’alba un aureo velo
E su rote di zaffiro
Move in giro,
Noi diciam che ride il Cielo…

– Giovannino! – ripeté Giorgio.
Giovannino fece «Auf!» e si rassegnò a seguir Giorgio.
– Ma di chi sono questi versi così eleganti? – domandò nuovamente il principe.
– Del Chiabrera: di Gabriello Chiabrera! – rispose Giorgio. – Vieni, Giovannino!…
I due si fermarono presso il pianoforte.
– Devi chiedere scusa ad Ada, subito! – ordinò Giorgio.
– Scusa di che? – obiettò Giovannino stupito.
Giungeva la voce di Alfredo:

Ben è ver: quando è giocondo
Ride il mondo,
Ride il ciel quando è gioioso…

– Dei tuoi scherzi stupidi! – spiegò Giorgio. – Va’ a chiedere scusa!
– Ma sei matto? Tra noi ragazzi?…

Ben è ver, ma non san poi…

– Ragazzi o non ragazzi, devi chiedere scusa!

Come voi,
Fare un riso grazïoso…

Risonarono battimani, si levò un coro di lodi e di commenti.
– Me ne infischio, io! – dichiarò Giovannino.
– E allora, dirò a mio padre di non invitarti più. Villani non ne voglio!…
– Aspetta, – fece Giovannino.
Gli rincresceva troppo di perdere l’amicizia di Giorgio e la frequentazione di quella casa ricca. Si mosse per cercare Ada.
– Dàlle del lei! – gli gridò dietro Giorgio.
Il crocchio intorno ad Alfredo andava assottigliandosi; ciascuno ripigliava il suo posto. Giovannino incontrata Ada, pronunziò gravemente:
– Giorgio mi ha detto che lei è offesa. Le domando perdono. Io volevo soltanto scherzare.
– Grazie, – acconsentì Ada, stendendogli la mano con un sorriso.
Giovannino la strinse, poi girò sui tacchi e tornò presso Giorgio. Anche il principe s’era avvicinato.
– Devo ringraziare il padroncino di casa, – disse, – il solo che mi ha svelato il nome di quel poeta… Chiabrera?
– Chiabrera!
– Grazie. E come sa?…
– Ce l’hanno detto a scuola, – spiegò Giorgio.
– Detto a scuola?… Maurizio, il conte Creffa, non sapeva…
– Non sarà stato a scuola, – fece Giovannino con la sua tranquilla faccia maligna.
– Oh Giorgio, – disse Ada sottovoce, sopravvenendo. – La prima volta che ho avuto una soddisfazione: e la devo a te!
Il ragazzo la guardò sorridendo.
Donna Appia in quel punto, seduta al piano, attaccò il Perché di Schumann.

*

Rincantucciata in un angolo dell’automobile di Maurizio Creffa, il quale al finir della serata aveva offerto di ricondurre la famiglia Zampieri, Ada taceva. Il giovane sedutole accanto, – di fronte aveva papà e mamma, – era veramente innamorato di lei? intendeva un giorno sposarla? le parole e i consigli di Leonia erano giusti…?
Gli altri chiacchieravano dell’ospitalità di casa Astori; della morte di Andrea, ancora soggetto se non d’induzioni, di rammarico; dei guadagni di Silverio, che da poco aveva comperato una villa ad Anzio.
Ada taceva, badando a non urtar col gomito o col ginocchio, nei trabalzi dell’automobile, il gomito o il ginocchio del vicino.
Leonia, con la fredda precocità della fanciulla che sa quel che vale e considera la vita alla stregua di un onesto affare, l’aveva turbata fin nell’intimo. Bisogna pensare all’amore, all’avvenire, al matrimonio, scegliere un marito o lasciarsi scegliere come moglie?
Ma chi l’ha detto?
E costui, chiuso nel soprabito nero, col cappello tra le mani guantate, elegante, ricco, ha già fatto la sua scelta, ha scelto proprio lei, Ada Zampieri, e non glielo dirà che al momento opportuno? Che modo è questo…?
XVII.

Maurizio Creffa non aveva fatto alcuna scelta. Ada gli era semplicemente simpatica pel suo carattere, gli piaceva per la sua bellezza pura e delicata. V’era altro da pensare, pel momento. Suo padre, Sebastiano Creffa manipolatore di pelliccie, lo aveva pregato di «far qualche cosa». Maurizio figurava in tutte le cronache mondane, faceva pagare al babbo conti enormi per sé e per le sue amiche, e chiedeva sempre danaro.
Quantunque lo amasse molto, il padre s’era annoiato di quella maniera di suo figlio. E da parecchi mesi, Maurizio andava cercando «qualche cosa» da fare.
Un giorno, Paolo Zampieri, conosciuto in casa di Silverio o di donna Appia, lo invita, come aveva invitato altri, a visitare lo stabilimento di via Flaminia, di cui Paolo è vice direttore.
Maurizio va, osserva, domanda, s’interessa. Ci ripensa; e incontrato poco più tardi Paolo Zampieri, gli chiede se Silverio Astori non cederebbe il suo stabilimento.
– Le pare? – esclama Paolo. – E a chi?
– A me. Io devo lavorare.
– Non ci pensi. Il commendatore non vende. Dopo la morte del figlio, non ha altra distrazione che il lavoro; ormai s’è impratichito anche di questo ramo d’affari; potrebbe mandare avanti da solo lo stabilimento, e ne è superbo…
– Lasciamolo tranquillo allora. Io sono suo amico.
– Anch’io… Ma si potrebbe…
Paolo Zampieri, ancor giovane, è ambizioso. Vuole salire, e l’esempio di Silverio gli sta sempre in mente. Per il posto che occupa non c’è speranza di avanzare, se il direttore Catalani non se ne vada in un modo qualunque. Il tempo passa, il Catalani non se ne va, e Paolo Zampieri non è in grado di tentar da solo qualche iniziativa. Maurizio Creffa è uomo da aiutarlo; per quanto ignaro di commerci e d’industrie, deve pur sapere che a comperare uno stabilimento come quello di via Flaminia occorre qualche milione; dunque il danaro lo ha.
– Si potrebbe, se lei intende mettersi negli affari…
– Naturalmente, anche per riguardo a mio padre…
– Bene. Ma qui in istrada non è il caso di discorrerne… Vuol favorire stasera da me?…
In tal modo era nata l’amicizia tra Maurizio e la famiglia Zampieri.
Il quale raccomandò subito alla moglie e alla figlia di non parlar con alcuno delle visite di Maurizio.
Studiavano un progetto: fondare una grande casa d’importazione e d’esportazione, da far concorrenza alla Casa di Silverio Astori.
Paolo vi avrebbe apportato la tecnica; Maurizio i quattrini.
A Maurizio, veramente, parve strana l’idea di buttarsi proprio contro Silverio, amico di lui, benefattore dell’altro… Non si poteva impiantar qualche nuova azienda, senza mettersi nella necessità di tagliar la strada all’Astori?…
E guardava Paolo. Ma questi, roseo, con una bella barba bionda, le mani bianche e sottili da donna, era tutto acceso di speranza e di volontà.
Maurizio dovette parlar chiaro:
– Non le sembra poco bello che proprio lei, scusi, e proprio io, amici di Silverio, gli facciamo la guerra?
– Che guerra?… Concorrenza…!
– È lo stesso. Non giuochiamo di parole: una volta cominciato, bisogna far sul serio. Io non ho intenzione di perdere il mio danaro e di lasciarmi vincere. Dunque, o Astori o Creffa?…
– È giusto! – mormorò Paolo, fingendosi pensieroso per non mostrare apertamente il suo egoismo.
– Lei, collaboratore, amico, braccio destro di Silverio…
– Il braccio destro è Catalani! – interruppe Paolo.
– Diciamo braccio sinistro; collaboratore importante, insomma, si troverebbe forse imbarazzato a lasciar l’azienda per mettersi subito contro…
– Ma allora, nessuno potrebbe provvedere al domani, nessuno farebbe il proprio interesse! – obiettò Paolo Zampieri.
– Non vorrei aver noie con Silverio.
– Assumo io la responsabilità intera!
Occasione più bella non c’era da aspettarsi; dove trovare il capitale occorrente, se il Creffa, dopo aver accarezzato i suoi sogni e risvegliato le sue ambizioni, tentennava?… A qualunque costo, l’occasione non doveva sfuggirgli…
– Assumo intera la responsabilità. Sono pronto a dire che ho cercato io di lei e le ho presentato io il progetto… Ho pure il diritto di lavorare a modo mio; non posso già scrivere un romanzo o cantar da tenore? Lei non mi tolga la sua fiducia, e non avrà a pentirsi… Il commendatore sarà forse il primo a rallegrarsene…
– Non esageriamo! – interruppe Maurizio ridendo.
In quel momento entrò di corsa nel salotto Ada e si fermò confusa. Non sapeva che il babbo avesse visite.
– Oh, papà, scusami!
– Venga, venga! – invitò Maurizio, lieto di mutar discorso. – Non siamo vecchi amici? A quest’ora avrei dovuto sposare sua figlia, la marchesa, come si chiama?
– Ah, – fece Ada con una risatina. – Non ce l’ho più! La marchesa Eufemia di Princisbecco; se l’è tenuta Giorgio. Io ne ho un’altra; la principessa Ciffa.
E aggiunse risolutamente:
– Ho smesso di giuocare alla bambola!
– Anch’io!…
Ada stava per rispondere: «Ma lei è vecchio!» Si rattenne in tempo e gli gettò un’occhiata, che voleva dir lo stesso.
– Babbo, dobbiamo mandarti qui il caffè, o vieni in salotto?
Si sentiva osservata e n’era in angustia.
Col suo occhio esperto, Maurizio Creffa andava scrutando quella bellezza di quindici anni, tutta fresca, tutta candida, lo sguardo lucente, la bocca rossa, il personale diritto, le gambe ben tornite dentro gli stivaletti alti. In casa Ada era lieta di liberarsi dal peso dei capelli, lasciandoli in ricca massa lungo le spalle. Bambina e donnina; aspra e dolce; scontrosa e ignara.
– Il caffè…? C’è un caffè da bere? – esclamò Maurizio. – Vengo io pure?
Ada lo guardò ridendo.
– E decida del mio avvenire, la prego, – seguitò il giovane, avviandosi con Paolo. – La marchesa Eufemia o la principessa Ciffa?… Santo Dio, che batticuore!
Cominciò così a scherzare con Ada, trattandola abilmente or da signorina, or da ragazzetta, per divertirsi.
Certamente si divertì meglio a parlar con lei nelle sue non frequenti visite, che con Paolo Zampieri suo padre. Aveva abitudini da signore, che non sa la crudezza della lotta e la sfugge quanto è possibile: il progetto di quella Casa concorrente di Silverio Astori non gli piaceva per nulla.
Ma Paolo insisteva, con la testardaggine di chi ha bisogno, ha fretta di arrivare… Quell’appartamento in piazza del Pantheon non rispondeva né al suo gusto né alle sue ambizioni. Egli voleva essere indipendente, comandare, arricchire, fare una grossa dote alla figliuola, comperar forse un palazzo come Silverio.
Se non tutto questo, molto di questo appariva ne’ suoi discorsi; e Maurizio si faceva di più in più guardingo. Non aveva alcun bisogno di affrettarsi; a lui era sufficiente un’occupazione qualsiasi per contentare suo padre; costui lo voleva trascinare in imprese, in battaglie, in rischi, i quali avrebbero pesato poi su tutta la sua vita?
Paolo sentì Maurizio allontanarsi di giorno in giorno. Ma non pochi avevano osservato una certa assiduità di Maurizio in casa Zampieri: le amiche lo fecero notare alla signora, e questa lo fece notare a Paolo.
Si potesse giungere per un’altra strada a impadronirsi di Maurizio? Fosse Ada l’esca per deciderlo…? Quindici anni l’una, ventisei l’altro; la distanza non era tale da sbigottire.

*

Quella sera che Maurizio riaccompagnava tutta la famiglia Zampieri in automobile, e Ada, scossa dalle parole di Leonia, guardava Maurizio con antipatia, quasi con spavento, Paolo offerse, allorché l’automobile si fermò innanzi alla porta:
– Lei non sale a far quattro chiacchiere?… È ancora presto…
Maurizio pensò che una ragazza lo aspettava a casa.
Due minuti, – rispose. – Mi darà una ciriegia nello spirito e poi me ne vado…
– Benissimo: la ringrazio!
Ada che voleva ritirarsi, perché cascava dal sonno, fu incaricata di preparare e di servire un «grandissimo» caffè. Indossava un vestitino rosa con le braccia nude e una piccola scollatura. Non aveva voglia di nulla e seguitava a sbirciar Maurizio con ira mal contenuta. Egli intendeva sposarla? portarla via? Leonia non s’era ingannata…?
Si accorse d’un tratto che il babbo e la mamma s’erano allontanati, l’una per chiamar la cameriera, come non ci fossero campanelli, l’altro per vedere in istudio se era arrivato un telegramma.
Sola, in salotto, con Maurizio Creffa e il barattolo delle ciriegie nello spirito!… Disse rabbiosamente, sentendosi avvampar la faccia:
– Ma come mai non ha veduto Giorgio?…
– Chi? – fece Maurizio, il quale pensava all’amica, che probabilmente aveva già infilato il pigiama e stava ad aspettarlo.
– Giorgio!
– Ma chi non ha veduto Giorgio? – domandò Maurizio.
– Lei, lei…! Lei ha detto che ero sola, nell’angolo del pianoforte, e invece c’era Giorgio…!
– L’ho visto dopo!
– Perché Giorgio è mio fidanzato… Io sono fidanzata di Giorgio!
– Per ridere?
– Per davvero. Non ho alcuna voglia di ridere!
– Fidanzati…? Ma Giorgio deve avere dodici o tredici anni?
– Tredici. È un uomo! Proprio stasera mi ha dato prova di essere un uomo!…
– Le ha dato prova…? – ripeté Maurizio sbalordito. – Ma quale prova?
– Lo so io!… Ciò mi riguarda…! Le assicuro che è un uomo!
– Non ne dubito…! Mi offre una ciriegia nello spirito?
Ada si accinse alla difficile bisogna, e dopo aver pescato e ripescato nel barattolo presentò a Maurizio dentro un piccolo bicchiere tre ciriegie con molta broda.
– Sono squisite, carnose, mature, – rilevò Maurizio, mangiandole placidamente una dopo l’altra e deponendo il nocciuòlo sulla sottocoppa.
– Ne vuole ancora…?
– No, grazie; stasera ho da fare. E lei?
– Io non voglio nulla; anche a Giorgio non piacciono!
Maurizio la guardò.
– Ma scusi, signorina, – disse. – Forse io l’annoio…?
– No! Perché mi domanda?
– Vedo che è così brusca, così aggressiva…
– Mio Dio, forse ho mancato d’educazione…? – esclamò Ada.
– Che, che!… Non ci pensi… L’educazione c’è, ma insomma io le do ai nervi…!
Ada arrossì.
– Che vuole? – confessò quasi sottovoce. – Mi hanno parlato di lei in un modo, che mi ha scandalizzata, proprio scandalizzata!
Maurizio sgranò gli occhi.
– Dice…?
– Sì, scandalizzata! È vero che lei…? Ma non posso ripetere… È vero che lei vorrebbe ammogliarsi e ha già fatto la scelta, senza nemmeno avvertire la signorina che deve essere sua moglie…?
– Non capisco…! Io voglio ammogliarmi?
Ada osservò il volto di Maurizio, che esprimeva uno stupore verace, e sentì allargarsele il cuore.
– Non importa, se non capisce… Vuole o non vuole?
– No. Non ci penso,… Per adesso non ci penso davvero…
– Ah!… Mi dia una ciliegia…! Che cosa mi raccontava quella maligna, allora?… Non le si può mai credere!… Una ciliegia…?
Maurizio col naso sopra il barattolo, andava pescando.
– Se io ci capisco qualche cosa, mi venga un accidente!… Oh, scusi, signorina!… Ecco la ciriegia… Ma diceva che non le piacciono…? Senza complimenti, la prenda così, tra l’indice e il pollice!… Ecco!… Davvero che non ci capisco…
Ada fece una smorfia, all’afrore del frutto. Poi si decise.
– Mi dica: non ha intenzione di sposare me…?
– Io? – esclamò Maurizio.
Era la prima volta che si sentiva sorpreso e impacciato innanzi a una donna… Che donna? innanzi a una bambina…!
– Perché quella stupida e cattiva e ignorante di Leonia Cavalli mi ha detto stasera che lei mi tiene d’occhio per sposarmi, e io me ne sono spaventata…! Tenermi d’occhio senza dirmi nulla; sarebbe veramente scortese…! Non mi tiene d’occhio, non mi vuole sposare…?
– Ma no, ma no! – disse Maurizio con forza, più stupito che mai.
– Ah, come sono contenta…!
– Vuole un’altra ciriegia?
– No, grazie! – rispose Ada ridendo.
Seguì un breve silenzio, durante il quale i due si raccolsero a riflettere.
– Però, – disse Maurizio, – io ci faccio una brutta figura!
– Le sembra…?
– Se il solo pensiero che io voglia sposarla, la spaventa a questo punto…!
– Ma lei non c’entra. Io non voglio prender marito, ora… Anche Giorgio non è mio fidanzato, sa…? L’ho detto per farle paura.
– Perbacco!… Ma lei deve intendere che il matrimonio in tutti i casi, sarebbe fra un paio d’anni. Anche la signorina Cavalli si è fidanzata soltanto a diciassette…
– Va bene, va bene! – fece Ada, già presa da un altro pensiero.
E poiché la conversazione pareva finita, sopraggiunse Paolo Zampieri con ben simulata premura.
– Mi scusi, caro conte. Ho ricevuto un telegramma, ho dovuto stendere la risposta… Lei dirà che la trattiamo con soverchia confidenza…
Anche Maria Zampieri sopravvenne a far le sue scuse.
– La signorina mi ha tenuto compagnia, non poteva essere più gentile! – disse Maurizio.
La cameriera apparve col vassoio e un sontuoso servizio d’argento per il caffè.
Tornando a casa un’ora dopo, Maurizio trovò Lalla Candeloro stesa sul letto, chiusa nel pigiama rosso e addormentata in un placido sonno. Per risvegliarla, la baciò leggermente sulle labbra.
– Ah! – fece Lalla con un piccolo grido. – Mi hai spaventata!
Musica! – borbottò Maurizio tra i denti. – Che si spaventino tutte, stasera…?

XVIII.

Giorgio tornò da scuola con un pugnale, che aveva comperato da Giovanni Cartolli per cinquanta lire. Giovannino vendeva di tutto, per tirare avanti, dai francobolli ai libri, dalle armi antiche alle forcine dorate per signora; comperava abilmente, il mercoledì, al mercato di Campo de’ Fiori, e sapeva rivendere con guadagno.
Il pugnale dalla piccola guardia arabescata, chiuso nella guaìna di vecchio velluto rosso, era piaciuto a Giorgio.
Entrò nella sua camera, aperse l’ultimo cassetto d’un grande armadio antico, in cui teneva molti oggetti, che avevano sostituito i balocchi. Trovò nell’angolo distesa con le braccia lungo il corpo, Eufemia di Princisbecco, stinta in volto, impregnata d’odor di mare, gli occhi ridotti a due puntini neri senza sopracciglia. La prese e la guardò. Gli rammentava il suo antico male, quel languore ond’era stato colto subito dopo la morte di Andrea; e le tenere cure di Ada per distrarlo, la pazienza infinita, umile, sorridente, della bambina per il suo dolore e per il suo terrore. Non v’era in quel fosco periodo della infanzia di lui che quel ricordo, il quale attenuasse con la sua dolcezza sempre viva il ritorno amaro di tutti gli altri. La bambola era come l’anima di Ada, il simbolo della sua devozione. Ogni volta che gli veniva a mano, gli sembrava d’udire le parole della piccola amica: «Ma non capisci che mi fai morire…?»
Le mise accanto il pugnale e richiuse.
Era accigliato.
Più tardi, un domestico venne a chiamarlo. V’erano alcuni conoscenti in salotto, e tra gli altri Maria Zampieri con la figliuola. Obbedendo agli ordini di suo marito, Maria raddoppiava in quel tempo di assiduità e di premure presso la famigli a Astori, perché Silverio non avesse a sospettare del lavorìo che Paolo andava facendo con Maurizio. Precauzione inutile.
Ada era nervosa. Studiava la maniera di appartarsi con Giorgio, ma due signore, non anco ben pratiche delle abitudini di casa, avevano occupato il divanetto, che Giorgio e Ada consideravano di loro proprietà assoluta.
Finalmente le due disturbatrici si levarono per guardare un albo di merletti antichi, che Matilde Astori mostrava: e trovarono altro posto nelle poltrone.
Ada corse ad occupare il suo, si sforzò a soffiare il naso e a sciorinare in aria il fazzoletto per attirare lo sguardo di Giorgio.
Egli la raggiunse ridendo.
– Mi sembri Robinson Crusoè, che fa i segnali! – disse.
– Ho parlato, sai, con Maurizio Creffa! – annunziò Ada sottovoce. – Non vuole sposarmi, non mi tiene d’occhio!…
Giorgio mandò un grande respiro, che fece sorridere Ada. Egli capì allora di essere stato triste parecchi giorni per quel pensiero di Maurizio; lo sentiva indosso, gli pesava come una cappa di piombo, lo perseguitava dappertutto, ma non era mai riuscito ad afferrarlo. Ora che glielo strappavan dall’animo, il petto si sollevava leggiero in un respiro di contento.
– L’ha detto lui, che non vuole sposarti? – interrogò.
– Non ci pensa neppure: s’è messo a ridere!… Tutte invenzioni di Leonia Cavalli, figùrati!
– È una carogna! – definì Giorgio.
Ada credette opportuno di fare una pausa per assaporare l’atroce ingiuria con cui Leonia era punita.
– Ma dove gli hai parlato; quando? – riprese Giorgio.
– L’altra sera, a casa mia. Gli ho chiesto proprio se mi tiene d’occhio, gli ho detto che non sta bene, ed egli ha risposto che vuole sposare Eufemia di Princisbecco.
Giorgio rise; ma poi si rabbuiò.
– A casa tua; viene a casa tua?
– Sì, non volevo dirtelo: babbo ha proibito a mamma e a me di parlar delle visite di Maurizio, perché stanno combinando certi affari, non so. Ma io temevo che tu credessi veramente che ci sposiamo… Non parlarne, te ne prego!
– E il tuo papà e la tua mamma che hanno detto?
– Non c’erano. Ho approfittato d’un momento ch’eravamo soli, Maurizio ed io… Che hai? Non sei contento? Mi tieni broncio lo stesso?
– No, no!… Ma capisco!… No; sono contento, Ada, non ti tengo il broncio: ti voglio tanto bene!…
E per rassicurare l’amica, Giorgio, balzato dal divano fece alcune giravolte goffe, con le braccia in alto; una danza degli indigeni di Tokululù.
Matilde interamente vestita di quel colore d’ametista, che s’addiceva ai capelli biondi solcati da molti fili d’argento, chiamò Giorgio per presentarlo ad alcune amiche. Una signora parlò inglese con lui; Giuliana che stava insudiciandosi con la cioccolata, volle dargli a forza il resto d’un biscotto bagnato.
La conversazione importante non si poté riprendere che più tardi.
– Allora sei contento? – interrogò Ada.
– Mi accorgo d’avere avuto paura, tutti questi giorni, – confessò Giorgio. – Perché se Maurizio ti vuole, ti può prendere: è un uomo e molto ricco. Che posso fare io contro di lui?… Forse ho comperato il pugnale per ucciderlo… Non posso altro.
Ada guardò Giorgio esterrefatta.
– Un pugnale per ucciderlo…? – ripeté.
– Non so: ma mi piaceva tanto il pugnale, forse per questo… Se no, perché l’avrei comperato?
– Ma se non ci fa nulla di male, Maurizio!
– Lo so adesso. Stamane non sapevo.
– E se anche mi avesse voluto, io non conto? – seguitò Ada. – Io lo avrei rifiutato…
– E il papà e la mamma…?
– Non possono costringermi…!
Giorgio si rassicurò interamente; poi disse, all’improvviso:
– Il tuo papà cerca danaro…!
– Come sai? – fece Ada impaurita, quasi che quella verità la minacciasse.
– Io non devo parlare delle visite di Maurizio, è vero? E anche tu non devi parlare di ciò che ti racconto ora. Lo ha detto il mio babbo. Egli è informato d’ogni cosa; gli dispiace molto che tuo padre stia facendo un progetto che nuocerà, se riesce, a noi altri. E poi, il babbo è anche irritato perché il tuo va dicendo che farà da solo, che in un modo o nell’altro il denaro lo troverà, senza ricorrere alla dote della moglie… Lo troverà, lo troverà, e presto, e molto!… Allora il babbo è irritato… Forse il tuo domanderà il denaro a Maurizio…
– Ma chi ti ha detto queste cose…? – domandò Ada, sottovoce, inquieta.
– Il babbo, parlando con la mamma. E dice che è una cattiva azione, perché tuo padre deve tutto a lui e avrebbe potuto con bella maniera ottenere anche di meglio; ma ora non avrà niente, proprio niente!… Per carità, non ripetere, eh…! Tacerò anch’io!…
– Sì, sì, dobbiamo tacere! – promise Ada, stringendo nervosamente le mani.
Le lampeggiavano in mente alcune idee, le si schiarivano innanzi alcuni piccoli fatti. Guardò sua madre, la quale, parlando melliflua con le altre signore, gettava di tanto in tanto un’occhiata a lei, un’occhiata alla soglia.
– È però orribile! – Ada soggiunse.
– Hai un papà cattivo! – disse Giorgio.
E stava per seguitare, cercando una consolazione alla sua amica, allorché lo chiamarono di nuovo per salutare le signore che si congedavano.
– Non parlare inglese: mi fa tanto dispiacere! – raccomandò Ada sottovoce.
Resto sola sul divanetto a pensare, ma la raggiunse indi a poco sua madre, dicendole all’orecchio:
– Possiamo andare. Non vien più nessuno.

*

Che Silverio sapesse delle mene di Paolo Zampieri non era meraviglia.
Paolo Zampieri, infatuato ormai nelle sue speranze, avido di combinar l’intrigo o l’affare che lo togliesse da ogni cura del domani, aveva mancato di prudenza. S’era fatto intendere dal capo-contabile Vanzelli chiedendogli informazioni troppo gelose sul meccanismo amministrativo e sui principali clienti; dall’ingegner Catalani, col quale criticava aspramente, spesso senza ragione, il proceder di Silverio; dai capitecnici, coi quali teneva un linguaggio quasi rivoluzionario, tanto che in un prossimo sciopero le maestranze non si sarebbero peritate a chiedere la solidarietà di Paolo Zampieri, considerato fino a poco innanzi un reazionario.
Egli agiva storditamente quasi avesse già in pugno i milioni di Maurizio Creffa; e se anche non fossero andati alcuni fedeli da Silverio a informarlo, questi avrebbe subodorato qualche cosa dal contegno stranamente cambiato del suo vice-direttore.
Ma Silverio, egli pure, era mutato. La disgrazia aveva addolcito le asperità di quel carattere vittorioso. Dalla morte di Andrea, uno spirito d’indulgenza, una facilità al perdono, una inclinazione a trovare scusanti, una pietà per tutti, guidavano il suo giudizio.
Toccava al Catalani correggere, per la disciplina, ciò che di troppo largo e benevolo era sempre nelle decisioni di Silverio.
Quando gli raccontarono che lo Zampieri intendeva fondare una Casa concorrente coi capitali fornitigli da Maurizio Creffa, Silverio alzò le spalle. Il nome del giovane mondano assodato a quello del vice-direttore lo faceva ridere, salvoché il secondo non intendesse mangiarsi il primo; cosa che si vede tutti i giorni.
Poi, a distanza di tempo, gli spiegarono che lo Zampieri circuiva Maurizio probabilmente per dargli a sposare la figliuola. Questa combinazione spiacque più dell’altra a Silverio: aveva certo odor di libidine, sebbene sotto copertura onesta e legale, che lo rivoltava. I figliuoli non devono servire, in nessun modo, a far quattrini. Ma di certo, per quella strada, lo Zampieri ai quattrini dei Creffa ci sarebbe arrivato.
La piccola Ada era chiamata a rappresentare una parte notevole in quel brutto giuoco; e per Ada, appunto, Silverio decise di tollerare fin che gli fosse possibile l’atteggiamento un po’ spavaldo e gli intrighi di suo padre.
Non aveva dimenticato quei terribili giorni di Anzio, dopo la morte di Andrea, durante i quali ella e Maria e la bambola, unite in un’alleanza teneramente comica, avevan tanto faticato per distrarre e guarire Giorgio; momento di intimità quasi fraterna tra gli Astori e gli Zampieri, di reciproco aiuto contro l’infuriar del destino. La figliuola dell’uno salvava il figliuolo dell’altro. Se oggi Paolo Zampieri, distruggendo per aridità di cuore e per follia d’ambizione quel caro passato, voleva assumer la parte del lottatore implacabile, Silverio non si dipartiva dal suo contegno sereno.
Avrebbe potuto rovinar Paolo, congedandolo; e licenziato da Casa Astori, non ancor padrone dei Creffa, conducendo vita senza economie, Paolo non si sarebbe più rifatto. A Silverio bastò come rivincita quella certezza, la quale era esatta in quel momento. Non voleva punire la figliuola innocente di Paolo, e la moglie irresponsabile.
– O per dritto o per traverso, questi ragazzi entran dappertutto, – pensò, evocando la memoria di Andrea e l’imagine di Ada.
D’altronde, la parte di lottatore Paolo Zampieri se l’era addossata senza averne le forze. In preda a mille pensieri, mutabile di giorno in giorno, or tutto devoto a Casa Astori, or mettendosi a cozzare con Silverio; forte e debole, incerto e deliberato, pauroso e audace, lo Zampieri non osava prendere una via e percorrerla fino in fondo.
Sentiva d’essere in mano di Maurizio Creffa e ne aveva sdegno: quel ragazzo, quel donnaiuolo, che sapeva le eleganze e le abitudini delle femmine come pochi tra gli sfaccendati di Roma, non aveva alcuna idea del denaro, del bel denaro, del gran denaro, con cui si fanno le magnifiche battaglie; più addentro nei drammi delle alcove che nei drammi delle borse e delle banche, là dove si giuoca tutto per tutto.
Infingardo e molle, Maurizio Creffa non s’era deciso ancora a dire sì o no per i progetti di Paolo Zampieri; tirava di lungo, ascoltando l’amico senza interrompere e senza approvare; guardava Ada, se c’era, con attenzione, da capo a piedi e forse pensava a lei nel modo più sconveniente, mentre l’altro, entusiasta, ubriaco di ambizione, s’affannava a persuaderlo. I milioni, però, rimanevan tuttavia nella cassaforte del vecchio, di Sebastiano Creffa, che avendoli fatti in quarant’anni di lavoro, con gioie e con terrori inenarrabili, all’ultimo, – Paolo Zampieri lo sentiva, – sarebbe comparso a vedere e ritoccare il piano di battaglia.
Certo, se si fosse trattato semplicemente di sposare Ada, il vecchio non avrebbe avuto nulla da eccepire: era un modo come un altro per Maurizio Creffa di mettere la testa a segno; ma questo non dava un diritto chiaro e perentorio a Paolo Zampieri di contar sui quattrini di Maurizio. E tuttavia, quando ogni altra speranza fosse fallita, egli era deciso a passar per quella strada e ad arrivare alla cassaforte per il matrimonio della figliuola.
Ma il rintocco d’una campana nuova venne a turbarlo di più. L’ingegner Catalani, direttore dello stabilimento di via Flaminia, andava dicendo da qualche tempo di essere stanco e di volere ritirarsi: in pochi anni, tra stipendii, regali, compartecipazioni, aveva messo da parte più che non gli bastasse pel resto della sua vita.
Il posto di direttore, in caso che il Catalani se ne andasse, toccava con tutti i suoi larghi profitti a Paolo Zampieri; convenzione tacita, sottintesa, che Silverio non aveva però alcun obbligo di osservare se non gli conveniva.
Il Catalani va? Il Catalani resta? Se va, chi può essere il direttore nuovo? L’intimità con Maurizio Creffa ha nociuto?… Continuarla o interromperla? Gettarsi dalla parte di lui o da quell’altra?…
Né Silverio, né Maurizio Creffa avrebbero mai potuto imaginare il fermento che le loro parole e le loro azioni mettevan nel cervello di Paolo Zampieri; assorti ambedue in altre cure, non sapevan di dar fuoco e gelo a quell’anima inquieta.
Di tanto in tanto, Maria Zampieri e Ada ricevevano ordini speciali: andare in casa Astori; molta attenzione, molti riguardi; no, non si va più; s’invita a pranzo Maurizio Creffa; fuori il vestitino di velo rosa; non dimenticare donna Appia, che riceve domani; Giorgio Astori è infreddato: andare a far visita; non troppa intimità con Giorgio; Maurizio è veramente deciso a lavorare; s’invita a pranzo Maurizio; conversazione nulla, senza conclusione; perché Ada non va più dagli Astori…?
Marta si adattava con facilità a simili schermaglie, conscia com’era dello scopo a cui tendevano; ma Ada ne pativa, a guisa di un topolino scosso e sbattuto nella trappola; e piangeva la notte, badando che non la udissero nella camera contigua.
Aveva la sensazione di essere giuocata sopra uno scacchiere, contro avversarii che si chiamavano Maurizio Creffa e Giorgio, o per meglio dire la famiglia Astori; giuocata come fanciulla in ciò che aveva di più intimo, di più attraente. Le prescrivevano gli abiti e le maniere, l’atteggiamento visibile e l’attitudine dell’animo; sorrisi e capelli sciolti; scollature e parole.
Il suo pudore selvatico e sospettoso ne era ferito ogni giorno. Le riusciva incredibile che la si obbligasse a mutar di volto e di pensiero come mutava di vestito, quasicché non avesse un sentimento proprio. E quel trastullare or Maurizio, ora Giorgio, a seconda del quarto d’ora, le pareva cattiveria infernale.
Vi riusciva malissimo, anche; nonostante le raccomandazioni, il suo animo si schiudeva intero a Giorgio, gaiamente, irrefrenabilmente, e diventava fredda per Maurizio Creffa, che ella mortificava, mostrandosi imbronciata o stanca.
Poco tempo dopo aver confidato a Giorgio con tanto piacere che nessuno poteva costringerla e che Maurizio non la teneva d’occhio per sposarla, ecco la tortura! Ma sì, Maurizio la teneva d’occhio; lo aveva incontrato anche qualche mattina nei pressi della scuola; e intorno, babbo e mamma, a farle premura perché non fosse scortese con lui; e di lui le parlavano senza posa.
In quei giorni di pena, sembrandole d’essere lo strumento d’una perfidia calcolata, aveva bisogno di confidarsi; e passando innanzi alla chiesa di San Silvestro, costringeva la mamma a entrare, comperava due piccoli ceri, li offriva accesi alla Madonna Addolorata per pregare un quarto d’ora ardentemente affinché la Madonna l’aiutasse. Pregava in piedi, gli occhi invasi di luce, le labbra balbettanti le sue parole di fede.
Molti la osservavano con rispetto, dritta fra il chiarore rosso dei ceri e lo scintillìo degli ex-voto, illuminata da uno slancio di speranza. Sua madre recitava una preghiera qualsiasi, senza nulla capire.
A Giorgio, Ada non aveva detto parola. Come dirgli, come, che la costringevano a civettar pulitamente con Maurizio? Il ragazzo aveva avuto ragione di lanciarle la frase: – Il tuo papà cerca danaro!…
Cerca danaro: le moìne prodigate agli Astori e al Creffa non significavano altro: il danaro deve zampillare di qua o di là, ed ella è messa in luce per questo.
La sua carne, flagellata repentinamente da rivelazioni e da misteri, frigida e dolorosa, si ribellava come l’avessero denudata con mano sacrilega, osservata, posta all’incanto.
Suo padre aveva una inumanità stupida e innocente.
Messa al mondo la figlia, ne disponeva come di cosa sua propria; aggiungendo che ne disponeva pel bene di lei. Onde, ella non era mai riuscita a scoprire in quegli occhi chiari il dubbio che l’insidia e l’obliquità le spiacessero, non solo perché n’era oltraggiata la sua verecondia, ma perché non le dicevan nemmeno a qual mèta volevano trascinarla.
Egli non si peritava a discorrere apertamente dei progetti che gli galoppavan nel cervello. E per questa via, Ada aveva inteso l’alternativa: amica pura e gentile, con lontane speranza, di Giorgio Astori, se veniva l’avanzamento del babbo; moglie di Maurizio Creffa a qualunque costo, se quelle speranze avevano a crollare.
N’era sbigottita.
Quando si trattò della campagna, fu un lungo mutar d’avviso.
Di solito gli Zampieri andavano ad Anzio in un appartamentino mobiliato non molto discosto dalla villa degli Astori; e il sabato giungevano Silverio e Paolo per trattenervisi fino al lunedì; consuetudine nata dalla disgrazia toccata alla famiglia Astori con la morte di Andrea.
Ma quell’anno, Paolo non sapeva risolversi; allontanare Ada per alcuni mesi da Maurizio Creffa gli pareva non meno rischioso che rompere le abitudini di familiarità con Silverio. E poiché, secondo il solito, ne parlava ogni giorno, mutando via via di pensiero, Ada ogni giorno sperava e temeva. Il suo cuore era volto ad Anzio; d’altri paesi e d’altra gente e d’altre abitudini non voleva sapere.
Era un po’ dimagrita; gli occhi le parevan più grandi; la coglieva qualche notte l’insonnia. Giorgio che la vedeva ora meno sovente, poteva notar di volta in volta quell’affinarsi della giovinetta che si allunga a guisa d’un fiore verso la luce e che una ventata brusca può spezzare. L’ammirava con una inconscia trepidanza, non osando chiederle perché fosse così sottile e pallida. E gli sembrò che diventasse più pallida il giorno ch’egli le disse con sicurezza:
– Domani andiamo ad Anzio. Ti aspettiamo.
Ella tacque, volgendosi a guardar dalla finestra.
Si rammentò che tutti i ragazzi suoi amici le davan del lei da qualche tempo. Giorgio solo continuava a trattarla in quella maniera confidenziale, quasi ella non fosse cresciuta, per lui, non diventasse donna, o diventando anche a’ suoi occhi, gli appartenesse nel tempo. Eppure era ben diversa, quanto diversa, da quel primo giorno in cui l’avevan condotta in casa degli Astori, Giorgio diceva di non sapere esattamente come nascono i bambini, ed ella rideva con Leonia Cavalli ed Irma Dantelli, benché ne sapesse anche meno di Giorgio!
Più di tre anni addietro, quasi quattro! Un abisso!…
– Non darmi del tu; dammi del lei, come gli altri! – rispose.
Ma rise subito per far ridere Giorgio, che la guardava stupito.
– Credevo tu dicessi davvero! – egli esclamò. – Ti aspetto, hai inteso…? Noi partiamo domani.
Ella promise con la fronte aggrondata.
Prima di decidere, Paolo Zampieri lasciò passare altri venti giorni; né si decise per Anzio se non quando venne ad apprendere che Maurizio Creffa andava a Rocca di Papa con Lalla Candeloro. Una mazzata sul capo di Paolo. Un’altra mazzata la ebbe poco più tardi.
Silverio non diceva parola della campagna, quell’anno. Dovette parlargliene Paolo un sabato:
– Lei va ad Anzio, commendatore? Ci vado anch’io, con la famiglia… Le terremo compagnia…
– Ah bene, bene! – fece Silverio distrattamente.
Chiuse una grande cartella di corrispondenza e passò nella stanza attigua a discorrere col Vanzelli.
L’impressione di quella accoglienza fu così forte, che Paolo viaggiò con Maria e Ada nello stesse treno di Silverio, ma in un altro scompartimento; e rannicchiato in un angolo, non aperse mai bocca.

XIX.

Fu in quell’autunno medesimo, allorché gli Astori tornarono dalla villeggiatura di Anzio, che il conte Percy Stanhope, giunto a Roma da Londra, si mise alla ricerca del suo giovane amico Andrea; e trovato il palazzo di via Venti Settembre, fece la conoscenza di Giorgio e apprese la morte del fratello.
Percy Stanhope era nel salotto, con la poltrona rivolta verso la finestra, donde entrava un raggio di sole, che gli batteva in faccia. Guardava il giovinetto seduto poco discosto, rilevandone la purità dei lineamenti e taluni particolari, come la magrezza elegante delle mani, la linea esatta dal fianco al ginocchio, i quali lo dissomigliavano dal suo povero fratello, un poco più rozzo e comune di forme.
Egli aveva detto:
– Spero, se permettete, di poter contare sulla vostra amicizia e sull’amicizia della vostra famiglia.
Giorgio lo fissò e non rispose.
Quel silenzio sarebbe parso strano, anzi insolente al gentiluomo inglese, se fosse venuto da un giovane esperto della sua medesima età, sulla trentina; ma il suo interlocutore, un ragazzo di quattordici anni, senza dubbio non sapeva ancor pesare né parole né silenzii.
Tuttavia, il conte s’ingannava.
Il ricordo di ciò che nelle ore di disperazione il povero Andrea s’era lasciato sfuggire a proposito di quel compagno, il turbamento di veder questo presente e vicino, allorché meno se l’aspettava; avevano impedito a Giorgio di rispondere alla offerta d’amicizia con quello slancio che sarebbe stato del suo carattere.
Disse, dopo una pausa, sorridendo:
– In casa mia, nessuno parla inglese e voi non parlate italiano. Ecco una difficoltà, che non saprei come superare. Ma vi presenterò a mia nonna, se vi fa piacere, e potrete così in breve conoscerci tutti…
– Molto bene: vi ringrazio molto. Milady parla inglese?
– Perfettamente: è stata la mia maestra…
– Basta così! – esclamò Percy Stanhope ridendo, e levandosi. – Io verrò a prendervi domani alle cinque, se non vi dispiace.
Ma nel volgersi, notò il grande ritratto di Andrea alla parete centrale ed ebbe un movimento del capo; sparito dalle labbra il sorriso, il suo volto si fece grave.
– Povero mio giovane amico! – mormorò, avvicinandosi a lenti passi.
Rimase qualche istante in attitudine di raccoglimento, come innanzi a una tomba, con gli occhi fissi al quadro. Giorgio che aveva già suonato perché un domestico riaccompagnasse il conte, fece un cenno a quello quando comparve e lo rimandò.
– Era impossibile non apprezzare questo giovane interessante! – disse Percy Stanhope, guardando Giorgio. – La morte è stata crudele. Vi prego: non vi disturbate…
Giorgio volle accompagnare il conte fino all’anticamera, dove il domestico gli consegnò un grosso bastone col pomo di oro e un cappello molle grigio. Poi aperse la porta, perché avevano suonato, e comp