Luigi Archinti – Gli effetti di un singhiozzo

I.

Il giorno nel quale successe in Milano l’avvenimento memorabile che forma il soggetto del nostro racconto, era giorno di festa in casa del signor Giuseppe Fortinelli, capo-convoglio nelle Ferrovie dell’Alta Italia. Quest’ottimo impiegato aveva sposata da un anno, giorno per giorno, la signorina Ernestina Gemignani, figlia di un Delegato di Pubblica Sicurezza, e celebrava l’anniversario delle faustissime nozze. A tavola erano seduti il padre, la madre e due sorelle della sposa; la sposa, bella come un dio, allegra, ridente, nel più sfarzoso momento di una fiorente giovinezza, ed inoltrata nel quarto mese d’una gestazione che formava la felicità del marito; lo sposo, bell’uomo bruno, alto, robusto, ed il fratello dello sposo, che ne era come una replica riuscita più tozza e tarchiata.
I due fratelli, di razza contadinesca, muscolosi, membruti, bravi come due soldati in tempo di guerra, e che del soldato aveano anche le maniere spiccie e risolute, facevano singolare contrasto coi membri della famiglia propria del signor Gemignani, nobile decaduto modenese; tutti, compresa la bella sposa, manierosi, contegnosi, gentili, di razza candida, tirante al roseo, al morbido, al signorile. Il contrasto era tanto spiccato, che mette conto riferire come quegli opposti avessero potuto trovar modo di convenire insieme.
Il Gemignani, volontario nel 48 e 49, poi emigrato in Torino, vi avea sposata la figlia d’un altro nobile modenese decaduto, pure emigrato, e viveva da più anni nel 1859 con tre figlie in un paesello del Piemonte, egli maestro, essa maestra di scuole elementari, molto stimati ma ancor più poveri, tanto poveri anzi, che un po’ per patriotismo, un po’ per calcolo, volle il maestro iscriversi ancora una volta tra i volontari della guerra d’Indipendenza nella speranza di buscarsi un grado. Ma mentre la ricerca dei gradi eccedeva i quadri, egli non seppe maneggiarsi a modo, onde gli convenne ritornarsene nel 1861 congedato cogli eterni galloni di furiere, e con una ferita in una gamba, e far scuola nuovamente al paesello che gli offriva più rispetto che benessere.
Allevati nella loro giovinezza in seno a famiglie agiate, non senza una certa tal quale tinta aristocratica, il maestro e la maestra non seppero resistere al vezzo di dare alle figliuole un’educazione superiore al loro stato, e quando, cresciute belle e garbate, s’avvicinava per le fanciulle l’età del matrimonio, s’accorsero i genitori che in paese nessuno avrebbe voluto delle loro signorine; c’era troppo distacco di gusti, d’educazione, di maniere, d’abitudini e di desiderii sopratutto. Bisognava cambiar aria. Dopo un mondo di sollecitazioni, ottenne il Gemignani nel 1867 un posto di Delegato di Pubblica Sicurezza in Verona, e due anni dopo il trasloco a Milano come Delegato di prima classe, colla speranza d’una promozione a Consigliere di Prefettura; ma così a Verona come a Milano avea potuto convincersi che per le ragazze senza dote, i cittadini si rassomigliavano in tutto e per tutto ai contadini del villaggio abbandonato. Ne avea la prova nella quantità di belle pulzelle che vedea avvizzirsi, corteggiate sempre, fidanzate mai, nelle famiglie che rassomigliavano alla sua in educazione e povertà. In queste condizioni incontrò un giorno il Fortinelli, che aveva avuto nel 1860 come suo caporal furiere nella brigata Bologna. Lo conosceva per un giovinotto svelto, onesto, laborioso e risoluto di carattere; lo trovava capo-convoglio nella ferrovia dell’Alta Italia, con discreto stipendio, buone diarie e bella prospettiva di miglior stato, e gli parve di un’eccellente stoffa per farne un genero, maritandolo alla maggiore delle tre figliuole, l’Ernestina. Lo invitò quindi a casa. Le cose andarono a seconda de’ suoi desiderii, poichè appena il Fortinelli ebbe vista la fanciulla, ne prese una cotta a dirittura.
La ragazza però provò dapprima un po’ di difficoltà ad affezionarsi a quel bel giovinotto. Non era quello il suo ideale. Essa era leggiadra, aggraziata, di gusti delicati in tutto; Fortinelli menando la vita di conduttore responsabile dei convogli ferroviari, obbligato a viaggiare di giorno e di notte, col freddo e col caldo, sotto ogni intemperie, era qualche volta stimolato al bere soverchio, e la ragazza se ne era accorta, non senza provare un senso fortissimo di ripugnanza. Di più, trovandosi egli sempre esposto agli spessi nugoli del fumo nero ed oleoso delle locomotive, per troppa fretta di veder la bella, s’era talora presentato a lei senza cambiarsi, in istato da offendere la delicatezza d’ermellino schifiltoso della leggiadra biondina. Però la bontà e la franchezza del di lui carattere, l’amore appassionatissimo che le dimostrava, la cura da lui posta nell’emendarsi dal bere, e le sollecitazioni ed i consigli del padre e della madre, e forse il desiderio di prender marito, dissipavano quelle nubi leggiere.
Il giovinotto anch’egli, ad onta dell’amore straordinario che provava per la bellissima fanciulla, sentiva di tanto in tanto una voce che gli gridava da un cantuccio del capo: «non la sposare, non è fatta per te, ha le mani troppo belle, i piedini troppo da angelo, la pelle troppo delicata, i capelli troppo fini, il fare troppo da gran signora; le piaccion troppo i zuccherini, guarda troppo le vesti di seta, il velluto e le blonde delle signore al passeggio; è un mobile troppo ricco per casa tua; ti è di troppo superiore in tutto fuorchè nel cuore.» Allora provava come uno sgomento all’idea di sposarla, ma l’amore la vincea sempre, e facea star zitta quella voce che s’alzava chi sa da qual cantuccio della ragione. Passava dal timore all’esaltazione nell’idea che quella bella duchessina, che così la chiamava, sarebbe sua moglie. Il gusto per lo scicche si va introducendo da qualche tempo anche nel popolo, come uno dei tanti mezzi che dissimulano le differenze di condizione; l’operaio e l’impiegatuccio coltivano con amore il pensiero di trovare in casa un po’ di splendor di eleganza, di sfarzo e di lusso che li compensi delle oscure, tristi, ed austere ore passate nell’officina, o nell’ammezzato dello studio.
Dissipate quelle nubi effimere da ambe le parti, le nozze si celebrarono, e noi troviamo il Fortinelli marito felice, senz’ombra di dissapore in casa, beato e contento, celebrando l’anniversario dei suoi sponsali, e rassicurato del tutto dalla certezza che, dopo il matrimonio, la sua duchessa s’è venuta passo passo, poco a poco, abituando allo stato fuligginoso nel quale qualche volta egli torna a casa, e, che è più, persino all’altro guajo del vino, nel quale egli è ricaduto più d’una volta nel corso dell’inverno, in occasione delle peggio nottate con vento e pioggia, nelle corse per Torino.
Il desinare procedeva allegramente, servito dalla donna che tutte le mattine veniva a fare i grossi servizi della casa, e che quel giorno, per eccezione, era stata trattenuta per tutta la giornata. Era una povera donna, maritata, e, cosa rara, molto onesta e fidata, ma che aveva il difetto d’esser sorda come una campana e piuttosto permalosa. Fino dal principio del pranzo le avea preso un singhiozzo che le facea dare i più ridicoli sbalzi, e che si sentiva a traverso due stanze, tant’era forte.
– Tu, Giovanni, che sei farmacista, e che studii tanto, ci potresti dire un po’ cosa è il singhiozzo, chiese la sposa al cognato, in aria motteggevole.
– Un farmacista non è un dottore: però, mia bella cognata, ti posso dire che il singhiozzo è un moto espulsivo del ventricolo, combinato con una repentina e interrotta convulsione del diaframma, prodotto per consenso dell’orificio superiore del ventricolo stesso irritato.
– Misericordia, che parole difficili! Vedo che sei proprio un dottore. Trova adunque il mezzo di liberarci subito da quella noja: mi par di sentire squittire un cane, e quei singhiozzi mi danno sui nervi.
– Vado subito, le faccio paura rompendole all’improvviso ai piedi una mezza dozzina di piatti.
– Voi altri farmacisti avete sempre i rimedi costosi, disse la mamma Gemignani, ci vado io e la guarisco in un attimo, con un rimedio infallibile, e che non costa nulla.
Andò in cucina, difatti, e fece di tutto per indurre la serva a bere un po’ d’acqua, mentre essa le tenea turate le orecchie colle mani; ma quella, credendosi derisa, non volle per nessun conto prestarsi all’esperienza.
– È ostinata come un mulo, disse la mamma tornando nel salottino da pranzo; bisogna farle venire uno spavento, se si vuol troncare il singhiozzo.
– Il mezzo ci sarebbe, disse la sposa: stamattina abbiamo cercato inutilmente un cucchiajno d’argento, bisogna andare a riferirle che io l’ho accusata d’averlo rubato.
S’alzò il marito, corse alla fantesca, le si piantò davanti serio serio, e preso in mano un cucchiajo da caffè, glielo fece vedere; quindi coi gesti e colle parole le spiegò che la padrona, di là, aveva detto che lei aveva rubato un cucchiajo come quello.
Quell’accusa troncò di botto il singhiozzo della fantesca. La povera donna, fattasi di bragia, gettò sul tavolo un vassoio che stava asciugando, fissò in volto al padrone due occhi da spiritata, e gli chiese:
– La padrona dice questo di me?
Egli accennò col capo di sì. Quella allora si tolse il grembiale, si guardò attorno; prese da una seggiola in un canto della cucina un suo vecchio sciallo, tirò di tasca il portamonete, ed in due salti fu nel salotto addosso alla padrona, le sbattè davanti il portamonete, poi avvicinandosi alla sua faccia, quasi ne volesse suggere il fiato, disse:
– Eccovi il mio portamonete, ci sono dentro due cavorini, potrete pagarvi del cucchiaio ch’io v’ho rubato. Non m’aspettava quest’infamia. Vado via, – e s’incamminò per uscire.
La brigata che avea accolto dapprima ridendo a crepapelle i furiosi trasporti della sorda, s’accorse che la burla avea forse passato il segno, e le andò dietro per fermarla; la padrona l’oltrepassò e corse ad occupare la soglia della porta di cucina per torle l’uscita. Mentre tutti, dispiacenti di veder tanto offesa quella poveretta, dimenticando c’era sorda, le parlavano in coro, trattenendola chi per un braccio, chi per una spalla, chi per lo sciallo, e facendo un gran baccano, essa, accostata la bocca all’orecchio della padrona:
– Cercate, disse, d’essere tanto onesta moglie, quant’io sono stata vostra serva fedele, e cessate dall’indegno civettare col giovinotto che sta dirimpetto.
A quell’apostrofe, che la sorda avea creduto di pronunciare sotto voce, ma che era stata detta invece con una mezza voce che non era certo da secreto, la padrona impallidì, gettò le braccia al collo della serva, la baciò, le urlò all’orecchio che era stata una burla, intanto che tutta tremante girava attorno gli occhi per vedere se qualcuno poteva aver sentita l’accusa che quella le avea buttata in faccia. Ma il baccano era tale, che la cosa pareva assolutamente impossibile. Del resto nessuno avea cangiato modi, o mostrata nuova sorpresa, od altro sentimento. Tutti continuavano a vociare od a ridere, ed il marito che stava dietro la moglie, voltato dall’altra parte, si sbellicava più di tutti, trovando superlativamente buffo il risultato del suo dialogo colla fantesca. Un momento parve però alla bella sposa che in quel ridere sgangherato c’entrasse un po’ di sforzo, ma si rassicurò subito. Dopo un gran da fare potè farsi capire dalla sorda, la quale, vergognosa del suo trasporto, fu condotta nella stanza da pranzo ove le si dette un bicchier di vino che bevette volentieri, benchè annacquato da non poche lagrime che le gocciolavano dagli occhi; poi ognuno riprese il suo posto.
S’era già mangiata l’insalata, fu servito il formaggio colla frutta, poi vennero i dolci, il caffè, dopo il caffè il rosolio; Fortinelli era tutto cure ed attenzioni intorno alla sua bella sposina che divorava cogli occhi.
– Ho bevuto troppo oggi, mia bella duchessina, mi perdoni?
Un bacio sulla bocca fu la risposta. Viva gli sposi! urlava il coro, battendo le mani, ed il pranzo di famiglia terminava tutta pace e gioja, baci e brindisi, risa e giocondità. Alle otto e mezza Fortinelli s’alzò.
– Sono obbligato a lasciarvi, alle dieci parte il convoglio, devo comperare un cappel di paglia pel capo-stazione di Magenta e bisogna che mi affretti prima che chiudano i negozi.
Andò nella stanza da letto, aprì il canterano, ne prese del denaro. La moglie l’aveva seguito appoggiandosi sopra le sue spalle col braccio destro. Trovatisi soli, si scambiarono ancora una dozzina di baci, poi tornarono nel salottino ove egli fece i saluti, e distribuì cordiali strette di mano a tutti. Quindi uscì baciato ancora dalla moglie ad ogni passo.
Appena fuor dell’uscio, il suo volto prese un’espressione terribile; egli si allargò al collo la cravatta, staccando con uno strappo il bottoncino della camicia perchè si sentiva soffocare; in un attimo fu nella via, prese un brougham, si fece condurre alla galleria De Cristoforis, ed entrò dal Marelli a comperare un revolver, ed un pacco di munizioni.

II.

Di tante persone presenti, il marito era il solo che avesse udita l’apostrofe diretta dalla serva irritata alla padrona. Quelle parole aveano trapassata l’anima del buon Fortinelli come tante coltellate ed il suo cuore avea dato un tuffo nel sangue; chi l’avesse veduto in viso in quel primo momento ne avrebbe avuto spavento. Rimasto un poco come sbalordito dal colpo, il sentimento della vendetta gli era nato in cuore accanto al dolore e l’avea ad un tratto occupato quasi interamente. Cresciuto da fanciullo sotto gli artigli di una matrigna adorata da suo padre, bistrattato sin dalla più tenera età, obbligato sin da piccino a dissimulare per fierezza d’animo e per non essere maggiormente malmenato, egli avea potuto dominare l’emozione con uno sforzo della volontà, ed ingannare la moglie fingendosi tranquillo ed ignaro. Durante la straziante commedia che avea rappresentato a tavola, lo sforzo della dissimulazione gli aveva per così dire mascherata la immensità della rovina che le parole della sorda, come una magica imprecazione, aveano aperto nella sua esistenza. Appena uscito all’aperto, potè misurare la profondità di quell’abisso. Tutto era cangiato orribilmente nella sua vita.
Il matrimonio lo avea reso più innamorato che mai della sua donna; l’anno trascorso era stato per lui un anno di vera felicità. Queste sue continue assenze forzate, quel rincasare a stralci di tempo, un dì sì un dì no, le ore faticose del suo duro servizio, il frastuono assordante dei convogli, gli urli delle locomotive, quell’impressione di una forza sterminata nell’esercizio della sua potenza, che è sentita anco dagli animi i più ottusi in mezzo al movimento delle più grandi stazioni, quel color nero untuoso del carbon fossile, che è la tinta locale del mondo ferroviario, tutte le impressioni della sua esistenza di capo-convogli concorrevano, per opposizione di contrasto, a rendergli adorato il suo bel nido casalingo, silenzioso, pulito, terso, ridente, quieto; ove l’attendeva un angelo di bellezza, coi capelli d’oro e cogli occhi d’azzurro celeste, pronta a riceverlo con un sorriso d’innamorata, ad aiutarlo a cambiarsi, a ministrargli l’acqua per lavarsi, e porgergli la biancheria nitente e profumata, e poi la bocca da baciare, e le bellissime mani, e le carezze d’ineffabile soavità, e le dolci parole di compassione per le sofferte fatiche!
Su quei giorni sereni non s’era mostrata la più piccola nube; la sua casa era per lui il paradiso; la sua duchessina, la divinità di un cielo nel quale tutto gli rideva e lo faceva beato.
Un giorno egli aveva veduto ad una finestra, dirimpetto alla sua, affacciarsi un bel giovanotto elegantemente vestito, e sua moglie gli avea detto:
– Vedi, Beppe, quel bel figurino da mode, quel bellimbusto mingherlino che tu potresti stritolare fra le dita? S’è messo a volermi fare il macaco; bisogna che tu ti faccia vedere alla finestra qualche volta, per fargli capire che qui, per un cacastecchi come lui, non c’è posto: se no sarò obbligata a dargli il gusto di mostrargli che mi sono accorta di lui, facendogli, s’intende, qualche villania.
L’apparizione di quel giovine alla finestra non aveva avuto la minima importanza pel bravo Fortinelli, che adorava la moglie, la stimava, ed avrebbe creduto di commettere un sacrilegio a supporle il più lontano pensiero d’infedeltà.
Ora tutto quel sereno s’era scombujato. L’amore della sua donna diventava una beffa, la sua felicità una canzonatura, il suo paradiso un inferno, il futuro una dura vita senza un sollievo, la memoria un supplizio continuo.
Salendo in vettura non avea fatto ancora nessun progetto, non vedeva ancora una via netta e sicura per la vendetta; un’idea sola l’occupava: quella di possedere un revolver. Appena uscito dalla bottega del Marelli, coll’arma in tasca, si fece condurre alla stazione centrale, ove aveva fretta di giungere per farsi sostituire nella condotta della corsa per Torino. Strada facendo avea ideato il suo piano.
Alla stazione potè facilmente ottenere il cambio. Aveva trattenuto il brougham, e si fece condurre alla casa di un collega presso il quale depose l’uniforme, facendosi prestare gli abiti da civile. L’amico che era tornato da un’ora dal servizio, aveva sonno e gli diede le vesti senza cercar oltre; dalla stessa casa condusse seco un facchino di ferrovia che nelle ore di libertà serviva quel capo-convoglio. Giunto in via dei Fiori Oscuri, pagata e licenziata la vettura, diede un pajo di franchi al facchino dicendogli d’andare a cena dall’oste sull’angolo della stessa via, e di attenderlo colà finchè venisse a chiamarlo, senza allontanarsi d’un passo; andò quindi nella casa N. 209 di via Pontaccio, ed entrò dal portinajo che era solo e stava leggendo il Secolo.
– Buona sera. Pagando, ben inteso, ho un favore da chiederle. C’è in questa casa una soffitta disabitata; io avrei bisogno di starvi dentro per qualche ora, per certo affare che non occorre spiegare. Mi dia la chiave, e le do cinque lire.
– Che diavolo vuol fare lassù?
– Niente di male, è per riuscire ad una burla; si tratta d’uno scherzo: se cinque lire le pajon poche gliene darò dieci.
– Uhm! se mi dice di che si tratta, le do la chiave, se no, no.
– Eh, che paura ha? che demolisca la casa?
– Paura, paura! dieci franchi non me li vuol dare già per nulla; leggo ogni giorno nella cronaca del giornale certi fatti, che sarei un vero minchione se m’esponessi, così alla cieca, a darle quella chiave; se si tratta d’una burla me ne dica qualche cosa per mia norma.
L’inventiva del Fortinelli si trovava a secco, stette pensando un poco ma inutilmente; pensava ancora senza alcun frutto, quando entrò la moglie del portinaio, alla quale il marito espose la cosa.
– Qua i dieci franchi, disse quella; eccole la chiave; – ed andò a toglierla da un chiodo. – Che paura hai? non conosci il signore? È il signor capo-convoglio che abita in via dei Fiori Chiari, di là dal canale, scommetto che vuol fare uno scherzo alla sua bellissima signora.
– Oh allora vada pure. Le occorre il lume?
Le parole della portinaja resero esitante il Fortinelli, ma fu un lampo e fatto un risolino alla vecchia:
– Sì, datemi un lume, e ditemi come possa riconoscere la porta della soffitta.
– Ecco il chiaro, vada su fino all’ultima scala, la porta è quella in fondo al corridojo.
– Grazie! e salì le scale.
Le case di destra della via Fiori Chiari sono separate da quelle di sinistra della Via Pontaccio da un’appendice senza sbocco del canale di S. Marco, e le finestre della casa di cui il Fortinelli saliva le scale, prospettano le finestre del suo piccolo appartamento. Giunto alla porta indicatagli e’ l’aperse, la soffitta era vuota. Fortinelli vi si rinchiuse dentro a chiave, spense il lume ed andò ad aprire pian piano l’imposta dell’abbaino.
Che orrore!
La finestra della sua camera da letto era proprio di faccia, le imposte erano mantenute a metà aperte perpendicolari al muro per restringere al possibile la vista lateralmente; una lucerna, che non si vedeva, era stata collocata vicino alla finestra, onde illuminasse di fronte la bella sfacciata; e questa, la cara duchessina, l’angelo della sua casa, quanto avea il Fortinelli di più amato, di più venerato, di più adorato sulla terra, stavasene dinanzi il vano in semplice gonnella, camicia e pezzuola, a gestire d’amore coll’elegante giovanotto che abitava la camera sotto la soffitta. Quella vista lo rese come cieco per alcuni secondi, il sangue gli salì alla testa, ebbe come una vertigine, addentò l’intelajatura dell’abbaino, chiuse gli occhi, e troncò una stiappa del legno. Egli sentiva battere il suo cuore distintamente a colpi martellati, impetuosi, risuonanti; credette morire di spasimo; poi tornò a guardare.
La bella rideva, e col capo accennava di no; poi tornava a ridere, civettava con una grazia indicibile; la pezzuola non le copriva le spalle che a metà, fra la pezzuola e la camicia rimaneva scoperta una zona candida, leggermente rosea dell’omero. Le braccia erano nude, stupende di forma e di colore; il candore della biancheria dava risalto alla sua faccia animata, e spicco alle più leggiere tinte del suo viso d’angelo; un nastro celeste rendeva più aureo l’oro de’ suoi capelli, i suoi occhi erano scintillanti, le gote, il mento, la bocca, tutto rideva, tutto era acceso, infocato dalla passione. Egli comprese in quel momento che l’Ernestina non l’aveva mai amato, perchè non l’avea mai vista tanto trasfigurata dall’affetto e dalla contentezza, perchè non gli si era mai rivelata così splendida nella sua bellezza.
Dopo molte risa e molti dinieghi, parve che la bella accondiscendesse ai gesti che le dovea fare il giovinotto, ed accennò di sì, sporgendo innanzi le due mani, prima colle dita aperte, e poi mostrando due sole dita, indicando cioè la mezzanotte. Ella rimase quindi immota guardando; dall’espressione del suo volto era facile supporre che le si chiedeva alcun che ancora. Rise, si toccò la pezzuola in segno di domanda, attese la risposta, rise più forte, fece segno di no, e menando a ventaruola la destra dinanzi la fronte come chi vuol dire: pazzie, gettò poi baci a piene mani, e tutto ad un tratto, come cedesse alle istanze che le erano dirette, si tolse di colpo la pezzuola dalle spalle mostrandosi tutta scollata. Aveva indosso un’elegantissima camicia ricamata senza maniche, abbottonata sopra gli omeri, aperta allo sparato; aveva lasciate cadere simmetricamente le braccia alzando un po’ il capo e guardando davanti a sè quasi dicesse:
– To’, eccoti soddisfatto, mira, ammira, comanda.
Fortinelli cavò il revolver, cercò le cartuccie per caricarlo, ed ucciderla sull’istante, ma un pensiero più truce lo trattenne. Si levò dalla finestra, uscì dalla soffitta, rese la chiave al portinaio, e fuggì verso piazza Castello come un toro che sente il pungolo dell’assillo nelle carni.
Gli parea che tutto gli traballasse attorno. La folla delle famiglie popolane che pigliavano il fresco sugli scomparti erbosi, gl’innamorati che passavano, stretti stretti, chini l’uno verso l’altro, parlandosi sotto voce, i canti dei capannelli di giovinotti, il movimento che c’era attorno ai teatri di legno del Tivoli, le musiche di quei teatri, lo schiamazzo dei battimani, tutto quanto indicava gioja, allegria, spasso, gli sembrò come una scena d’un altro mondo. Passò via come impazzito, raggiunse il bastione di porta Tenaglia; e, quando si vide solo, prese la corsa, ringhiando, urlando a tratti, come un forsennato, e quando fu prossimo al bastione di Porta Garibaldi, si gettò supino a terra contorcendosi, mordendo l’erba, piangendo, digrignando i denti, sì che parea più bestia che uomo. Poco a poco la sua mente divenne come una lanterna magica, nella quale si succedevano i quadri della sua passata felicità: la sua presentazione in casa Gemignani, il primo abboccamento da soli a soli colla bella Ernestina, la promessa, gli sponsali, le scene di felicità maritale, le parole d’amore, cento scene intime, il talamo felice, la beatitudine della sua esistenza di marito, la felicità di diventare padre presto, poi le parole di sprezzo della moglie per quel bellimbusto che volea farle il macacco, e dopo ogni scena l’orrore e la derisione dello spettacolo dell’abbaino, e le scene di ebbrezza degli adulteri, evocate a suo strazio dalla feconda immaginazione. Mezzanotte suonò all’Incoronata: s’alzò, era calmo, ma carico d’ira e saturo del desiderio della vendetta; ruppe il pacco delle cartuccie, caricò accuratamente il revolver, abbassò la bacchetta per metterlo in posizione di sicurezza, intascò l’arma e si avviò verso casa.

III.

Giunto in via Brera, Fortinelli entrò nell’osteria ove lo aspettava da tre ore il facchino, chiese da bere e da scrivere, tracannò il vino senza sentirne il sapore, e colla pessima penna, intinta in un arido calamaio, a fatica potè scrivere:

Papà!
«Venite subito, senza perdere un istante, a casa mia. Io non sono partito, perchè voglio farvi vedere come quella cara gioia di vostra figlia celebra l’anniversario del suo matrimonio.
«GIUSEPPE.»

«P.S. Il latore vi darà la chiave della porta.»

Piegò il foglio, pagò l’oste e:
– Vieni, disse al facchino, e lo condusse seco sin presso al vicino caffè Moresco, ove ogni sera solea recarsi il Gemignani, rimanendovi sino ad ora molto inoltrata, e lì, fatto vedere alla lontana, e di nascosto, al facchino un avventore: – Vedi, gli disse, quel signore che sta leggendo il giornale, vicino a quella finestra?
– Lo vedo.
– Va bene; ora seguimi, e lo rimorchiò quasi correndo alla prossima via dei Fiori Chiari, al N. 197, ove abitava.
Aperta la porta, gli consegnò chiave e biglietto dicendo:
– Darai questo a quel signore che hai visto al caffè, poi te ne andrai pei fatti tuoi, e questo, tienlo pel tuo incomodo, – e gli pose nelle mani due lire.
– Ma le pare, signor Giuseppe?
– Non mi seccare, metti in tasca il denaro, e procura di fare quello ch’io ti dico.
– Sissignore.
– Prima di consegnare carta e chiave a quel signore, cammina su e giù, davanti al caffè, da otto a dieci volte, per lasciar trascorrere almeno un cinque minuti, e se quel signore esce, tu seguilo, e dopo un poco gli consegna una cosa e l’altra.
– Lo farò.
– Ed ora va pure.
Chiuse e salì. Egli abitava al quarto piano. Il gas era spento. Montò all’oscuro, le gambe gli mancavano; al terzo piano dovette fermarsi, pareva che battesse la quartana, e provava delle fitte agli occhi, sudava ed avea freddo; tornò a montare e quando si credette all’uscio della sua abitazione, accese un fiammifero, ma s’accorse di essere al quinto piano; ridiscese, accese un altro fiammifero, cavò di tasca la chiavetta dell’uscio, e colla massima diligenza, per non far rumore, l’introdusse nella toppa, poi la lasciò lì e stette fermo per un momento. Tremava come una foglia; il cuore gli batteva dolorosamente, avea la bocca arsa e si sentiva venir meno. Si pose ad ascoltare. Tutto era silenzio e si sarebbe udita una mosca a volare; ad un tratto, fosse illusione o realtà, gli parve di sentire sua moglie ridere, e l’immaginazione gli fece vedere i due innamorati che si facevan beffe di lui; ogni fiacchezza disparve e cessò il tremore. Accese un terzo fiammifero, girò la chiave, spinse la porta, diè un’occhiata alla cucina che era la prima camera dell’appartamento, onde non inciampare in qualche sedia, e senza pensare a chiudersi l’uscio dietro, in due salti fu dentro nel salottino, e di là alla soglia della camera da letto col revolver alla mano.
Appena affacciato, rimase come istupidito allo spettacolo del suo disonore.
Una nube gli passò davanti agli occhi come una vampa.
Quando entrò, i due amanti si precipitarono all’estremità opposta, la moglie si nascose accoccolata a terra, l’amante le stava davanti in piedi per ripararla col suo corpo dalle offese.
Fortinelli piantò l’arma al petto del giovine e tirò il grilletto.
Il giovine esposto all’arma omicida era veramente assai bello e gentile; aveva un incarnato luminoso, i capelli castani a larghe anella lucenti, bellissima fronte, naso profilato, occhi bramosi, bel mento, e due piccoli baffi che temperavano l’eccessiva delicatezza di una bocca femminea.
L’apparizione del marito avea prodotto sopra di lui l’effetto della testa di Medusa; stava ritto in piedi, cogli occhi fissi in quelli del Fortinelli; non era atterrito, ma interdetto; non fece un moto per slanciarsi avanti, nè per isfuggire al tiro del revolver.
Il colpo però non partì: Fortinelli corrugò più irritato la fronte, l’arma era nuova, pensò che fosse dura allo scatto, la guardò un istante rimanendo a braccio teso.
Sua moglie s’era intanto alzata in piedi e avea cercato di slanciarsi avanti. L’amante l’avea preceduta ponendosele sempre dinanzi, e così erano giunti quasi a toccare la bocca della pistola. L’arme era diretta al petto del giovine, e dietro questo stava il petto dell’Ernestina. Fortinelli stringendo i denti premette più forte di prima sul grilletto, ma senza profitto, sembrandogli anzi che il congegno si irrigidisse sotto la pressione dell’indice; emise una specie di grugnito di rabbia, fece un passo indietro, guardando il revolver, e s’accorse d’aver dimenticato di liberare il tamburo dalla bacchetta di ferro. In un momento la sollevò e rese libero il movimento; ma Ernesta con uno sforzo era riuscita a farsi innanzi, e quando egli fece per alzar la mano e tirare, quella gli era sopra stringendolo fra le braccia e gridando:
– Per l’amor di Dio, Beppe, pietà, non fare pubblicità, te lo scongiuro.
Il giovinotto dal canto suo s’era pure slanciato sul marito per disarmarlo, ma questi con una spinta li cacciò indietro, a catafascio insieme contro i piè del letto, per tirare. In quel trambusto però i capelli della sua Ernestina gli avevano sfiorato il viso, le di lei braccia gli si erano avvolte al collo, egli avea sentito sul suo volto l’alito profumato di quella bocca che aveva baciato mille volte, i suoi occhi s’erano incontrati cogli occhi azzurri di lei, ed ora si vedea dinanzi meravigliosamente bella, quella che era stata la sola signora ed arbitra del suo cuore e de’ suoi sensi. Quella vista, quel contatto, quell’alito agirono sopra di lui colla potenza d’un misterioso filtro, istantaneamente, togliendogli ogni energia; esitò un istante, quindi uscì dalla camera, chiudendosi dietro l’uscio a chiave. Ad un tratto l’idea del doppio omicidio l’avea spaventato.
Appoggiò contro la porta una scranna, vi si pose a sedere, rimise la bacchetta del revolver nel tamburo, quindi aspettò la venuta di papà Gemignani, che già saliva le scale. Avea cambiato idea e si era determinato a render la figlia al padre, ed a lasciar uscire l’amante.
Non era scorso un minuto che il signor Delegato si trovava davanti a suo genero.
– Cosa c’è di nuovo? gridò.
– Ora lo vedrete coi vostri occhi, e levatosi in piè rimosse la scranna per aprire la porta.
– In nome di Dio, si può sapere che c’è di nuovo? gridò più forte il padre, alteratissimo, al suocero.
– C’è un’improvvisata, rispose l’altro volgendosi, preparataci dalla di lei deliziosa Ernesta; c’è che questo revolver qui, e glielo fece vedere, mi fallì lo scatto due volte; c’è che se non fossi diventato uno stupido tutto d’un tratto, ora ella avrebbe trovati due cadaveri di bellissime forme in quella stanza; c’è che ora mi farà grazia di condursi via la figlia, colle vesti che si potrà mettere addosso, mentre io avrò l’onore di presentarle un genero più bello, più educato e più signorile di me; – e spinta la porta entrò.
Intanto che questa scena succedeva nel salottino, i due amanti trovatisi soli, si vestivano di fretta.
– Dio! che disgrazia, Achille mio, che sarà di noi!
– Credo che il primo furore gli sia svanito, egli ti caccierà e tu sarai mia per sempre…..
– Dio mio! la voce di mio padre! non posso comparire dinanzi a lui, sarò tua. Sì, tua per sempre, da domani; ma per carità che mio padre non ci trovi ora insieme.
– E come vuoi fare; qui non c’è da nascondersi. Aspetta… sono buon nuotatore e salto dalla finestra nel canale.
– No, Achille, non farlo, è troppo alto.
Ma Achille aveva già fatto un fagotto delle sue robe e l’avea gettato dalla finestra, della quale era salito sul davanzale.
– Addio, angelo mio, non temere, ho saltato nell’acqua da maggiori altezze per divertimento.
– Fatti almeno il segno della croce, gioia mia, fatti il segno della croce.
– Eccolo fatto, sei contenta? ora dammi un bacio.
Si baciarono; in quel momento la porta si apriva. Ernesta cadeva svenuta, e sposo e padre udivano come un colpo forte, poi un tonfo nel canale.
– Il merlo è volato dalla finestra, disse il marito, affacciandosi.
La notte era molto oscura, non si vedea nulla a basso; continuando però a guardare, ed abituati gli occhi al bujo, egli scorse un barcone proprio sotto di lui.
– Spero che si sia rotte le reni; c’è una barca nel canale, proprio sotto le finestre, e nessun movimento nell’acqua. Se la cosa è andata come la penso, tengo ancora la moglie, caro suocero; – e richiuse la finestra.
La sera del dì dopo la cronaca dei giornali riferiva:
«Stamattina, alla conca del Ponte di S. Marco, è stato trovato il cadavere d’un bellissimo giovine, colla spina dorsale spezzata e con tutta la pelle e la carne strappata sino all’osso alle reni. È stato riconosciuto subito dal portinaio della casa N. 209 di via Pontaccio, come un suo inquilino, il signor A. N. studente di Brera. Da prima si suppose che il disgraziato potesse essersi ucciso nel gettarsi dalla finestra per nuotare nel sottoposto canale, senz’aver visto che gli stava sotto un barcone, contro il quale urtò certamente essendosi trovata una sponda di quel barcone insanguinata; ma questa supposizione non pare verosimile, non potendosi ammettere che un giovinotto di garbo andasse a nuotare in un’acqua tanto sudicia come quella di quel canale, per poi fare in camicia, mutande e scarpe il giro da S. Marco al Pontaccio. Ora si sospetta una qualche avventura misteriosa, poichè si sono trovate pure le vesti dell’infelice, nel canale, un po’ più in su della conca.»
Due mesi dopo veniva portata al cimitero la defunta signora Ernesta Fortinelli, morta di una malattia di consunzione, sviluppatasi in seguito d’un aborto, dicevano i vicini; e soggiungevano che dal primo giorno della di lei malattia suo marito era irriconoscibile e s’era venuto ogni giorno dimagrando e facendosi sempre più brutto, melanconico ed intrattabile.
Quando sente parlare di questa faccenda, il portinaio del N. 209 in via Pontaccio fa una faccia oscura, e mormora non si sa che della moglie.
Benchè assai dimagrato, e mutato di carattere, il vedovo d’Ernestina vive tuttora, ed è sempre un uomo sano e robusto. Se a qualche mia lettrice avvenga mai d’aver bisogno per viaggio di chiedere alcun che ad un capo convogli, e d’imbattersi in uno che gli risponda scortese e, dato che la lettrice sia bionda, ben educata, elegante, gli avvenga d’esserne addirittura villanamente fissata con una specie di orrore, guardi bene quell’uomo: quello è il disgraziato Fortinelli.

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