Luigi Archinti – Un distaccamento in Calabria

I.

Ecco una vera e genuina istoria di briganti della Calabria.
Avverto il lettore che dal 1859 in poi gli accessorii del vestiario e l’armamento delle bande non è più quello d’una volta; anco i costumi sono in parte cangiati: gli agnus dei, gli altarini, le madonne, le reliquie non figurano quasi più tra i briganti. Difensori dichiarati, a spada tratta, del trono legittimo e dell’altare, han sempre fruito delle benedizioni di madre Chiesa, ma dal 1860 mostrarono, in generale, l’empia debolezza di preferire, quali pur fossero, le immagini improntate sulle monete d’oro e d’argento a quelle benedette; e dacchè ha corso la carta, si sono sempre mostrati più teneri del ritratto di Cavour e dello stemma sabaudo, inciso sui biglietti, e delle firme del censore, del cassiere e del reggente della Banca, che non delle figure dei santi, e delle giaculatorie stampate appiè delle immagini diffuse da frati e monache, per la propagazione del culto del Sacro Cuore. Aggiungo che la loro empietà giunse a tale, che, mentre si son sempre valsi della protezione de’ preti, si son visti morire spesso da liberi pensatori, senza sacramenti, e dare sul capo al buon fraticello che volea confessarli, il crocifisso che dovea commoverli a pentimento. Anche sotto questo aspetto

Traligna il mondo, e peggiorando invecchia.

Nell’armamento non figura più, o di rado, il classico trombone della vecchia scuola brigantesca. Schioppette da caccia, doppiette, fucili da guardia nazionale e revolver, ecco il nuovo arsenale; essi non si sono mostrati renitenti al progresso delle armi; della vecchia panoplia brigantesca non han serbato che lo stile, o pugnale, perchè non c’è barba d’uomo che possa trovargli uno equivalente nella mischia al tu per tu, e per ispedire un cristiano all’altro mondo, senza rumore e con un colpo sicuro.
Avverto anche che le cioccie non fan parte dell’abito brigantesco della Calabria. Il brigante calabrese porta le sue brave scarpe, con doppia suola, a linguetta, sopra un paio di calzettoni di lana color cioccolatte, che gli coprono le gambe fin sopra il ginocchio. Del resto son sempre musi truci, ghigne fiere, spesso barbute, sotto il cervone o cappello a larga tesa, ed a cocuzzolo conico, grande appena come un bicchiere, e guernito di una dozzina di fettuccie di velluto nero, che ricascano doppie sulla spalla sinistra in modo assai pittoresco.
Queste cose ho volute dirle, caso mai il mio racconto venisse illustrato, onde il disegnatore non avesse a farmi i soliti briganti da teatro diurno, ed anche per aiutare il lettore ad immaginarsi i personaggi, dato che nessuna illustrazione venga a corredare il testo.
Ho promesso all’ufficiale, dal quale tengo la notizia del fatto, di cambiare i nomi delle persone e dei luoghi, ma faccio una trasposizione, innestando nel fatto principale qualche aneddoto accaduto nei paesi che verrò nominando. Siamo nel 1861. Una compagnia del 30.° battaglione bersaglieri, partita da Rogliano per la linea albanese, si è fermata a Cosenza; la marcia era stata breve; quindi, deposta la carabina ed abbandonato lo zaino alle innumeri pulci degli stanzoni d’un convento senza frati, dato loro per quartiere, un momento dopo i bersaglieri gironzolavano disseminati a gruppi per tutta la città, osservando le case appuntellate, e coi muri messi a sghembo e penzoloni, fuori piombo, dall’ultimo terremoto, ed ammirando le bilancie dei bottegai, coperte da una crosta alta un centimetro di…. come si direbbe? di punti neri lasciati dalle mosche.
C’erano fra quei soldati dei Parmigiani, dei Modenesi, dei Bolognesi, e qualche Toscano, ma la maggioranza era di vecchi bersaglieri piemontesi ed ex-Jäger lombardi, da poco venuti dai battaglioni austriaci; giovinotti allegri che aveano uno scherzo per ogni casa zoppa, e per ogni bella ragazza che passava diritta e altera per la via.
Gli ufficiali prendevano delle granite alla bottega da caffè, aspettando che i loro attendenti vincessero la ripugnanza dei padroni di casa a riceverli in alloggio; e chiaccheravano con ufficiali di linea, già da tempo di presidio in Calabria, fra i quali ve n’erano di giunti da poco dalla linea albanese.
– La linea albanese, diceva uno di questi ad un sottotenente dei bersaglieri, è una fila di villaggi, allineati a metà costa lungo il versante orientale dell’Apennino, parallelamente al corso del Crati ed alla strada Consolare che va a Reggio. S. Benedetto, S. Martino, Cerzeto, ove andate voi altri, Cavallerizze Mongrassano, Cervicati, e qualche altro villaggio, costituiscono questa linea di paeselli, abitati da una popolazione di lingua albanese, in complesso buona e fiera gente, ma avvezza a tenere il brigantaggio in conto d’un mestiere; brutto sì, faticoso, poco onorevole, quando non è lucroso, ma in fin de’ conti tale da poter essere anco esercitato con una certa gloria. Vi affaticherete indarno su per quei greppi e attraverso quei boschi, vedrete ammalarsi di micidialissime febbri i vostri bravi bersaglieri, appena avranno fatta qualche pattuglia nell’Ischia, o bosco paludoso del Crati, ma non riescirete a metter la mano sopra un solo brigante. Quegli Albanesi, buoni e cattivi, son tutti di una schiatta istessa, parenti tutti più o men lontani fra loro; i migliori compatiscono o temono i peggiori, e non sarete usciti di quartiere per fare una spedizione, che quelli cui importerà, ne saranno avvisati. Segnali pel giorno, segnali per la notte; voci propagate da monte a valle, da valle a monte, da vetta a vetta, in una lingua straniera; messaggi di ragazzi, di donne, di vecchi, di uomini; fiammate, fumate, – han tutto pronto e stabilito perchè l’avviso delle mosse de’ soldati giunga rapido ai briganti. Menerete una vita da cani senza un costrutto al mondo…. Vedi quel povero soldato, – ed additava un caporale di linea, milzo, giallo come un cotogno, e dall’andatura stanca, che passava in quel momento, – ecco la cera che avranno fra venti giorni tutti quelli fra i vostri bersaglieri che non si troveranno lassù, in quel fabbricone che scorgi in cima a quel monte.
– Cos’è quell’edifizio?
– L’Ospedale militare, che ribocca di febbricitanti, e che manda giornalmente un tributo al cimitero.
– Va ben! esclamò filosoficamente il sottotenente, vedremo! e di ragazze come si sta lassù?
– Il più bel sangue che possiate vedere; belle come principesse, tipi greci, diritte, elegantissime nel loro bellissimo costume, e che sono, sotto un certo aspetto, l’immagine la più perfetta di queste terre predilette dal sole.
– Sarebbe a dire?
– Fiuta l’aria, come fa il cane da caccia fra i rovi.
– Fiuto ed usmo.
– Che impressioni prova il tuo olfatto?
– Profumo soavissimo, olezzo di fior d’aranci e….
– E?
– E sito di….
– Siamo intesi; ecco il paese, le donne, gli uomini, il fisico ed il morale di questi luoghi, eccettuati i castelli e le abitazioni dei baroni, e di qualche signore, o galantuomo come dicon qui; pei quali è da fare qualche restrizione.
– Va ben! ripetè il bersagliere, e di strade?
– La consolare che va a Reggio, e la traccia militare più su, sole e uniche. Del resto siete liberi di pattugliare sui letti dei torrenti, di seguir le peste dei briganti, di percorrere i sentieri intersecati sulle alture rocciose e nel fitto delle foreste; come di andar a tastoni sepolti nelle cresciute, rigogliose di bellissime felci quasi arboree.
– E per cibaria?
– Vi sarà difficile metter su mensa; perchè non trovereste da comperare il necessario per mantenerla fornita. Mangerete ospitalmente ove sarete alloggiati; al tu per tu col padrone senza intervento di donne. La carne di manzo non la vedrete quasi mai sul tavolo; ma di agnelli, di montoni tenerissimi, di capretti, di selvaggina, e legumi, e frutta e vino eccellente avrete dovizia; non mancherete poi mai di gelati. Ma guarda da quella parte, la sorte ti favorisce; ecco un gruppo de’ tuoi indigeni.
– Dove?
– Là in fondo: aspetta, chè vengono da questa parte.
Difatti poco dopo passò una brigata di contadini che si tiravano dietro per la cavezza dei cavalli asciutti, pelosi, mal tenuti, mai strigliati, ma che aveano garetto fermo, ed occhio acceso. Gli uomini vestivano come tutti gli altri calabresi, ma le donne erano acconciate altrimenti.
Non si può immaginare vestito più elegante e più semplice e più sfarzoso ad un tempo.
Una ricca gonna di panno scarlatto, orlata di fascie d’oro al basso; una bassissima fascetta a punta saliente sul petto e sul dorso, tutta a ricami d’oro, e che lasciava libero il trionfo del seno muliebre; una camicia aperta fin sotto la fascetta ma guernita all’orlo, tutto all’ingiro, di un largo camuffo, a crespe, come di lattuga, sfarzoso, leggiero, e niveo del più bell’effetto; e sopra la camicia un farsetto sgolato alla zuava, tutto a trapunti e ricami d’oro sulle costure.
L’ufficiale dei bersaglieri si alzò ritto nel veder passare quella bella creatura vestita a quel modo. Bruna, coi capelli ondulati, cogli occhi vivi, la carnagione finissima, le labbra coralline e lustranti come le ciliegie, essa aveva un’andatura da canefora antica, ed offriva un misto di leggiadria e di maestà.
– Che bellezza, diss’egli!
La fanciulla lo guardò essa pure, e passò via.
– Quella è la più singolare ragazza della linea albanese, e forse la più bella; ma è selvaggia e superba quanto mai, e virtuosa altrettanto; e nessuno, nè con doni nè con istanze ha mai potuto vincere la sua ritrosia. Credo inoltre che essa faccia eccezione alla regola che ti esposi poc’anzi, perchè ha delle abitudini d’ermellino e si tien sempre pulita. È forse l’unica che offra soltanto fior d’aranci, senza mistura di sudiciume.
– Come si chiama? dove sta?
– Oh! Oh! bersagliere, suoniamo già la carica?… Io l’ho vista più volte a Cerzeto, abita una catapecchia in un bosco fra Cerzeto e San Martino, ma non conosco il suo nome; è contadina di buon casato decaduto, ed ha in sè tutta la fierezza Mirdita di questi discendenti dei resti delle milizie famose di Scanderberg, rifugiatisi al di qua del Jonio. Non ti posso dare altre informazioni.
Qui l’attendente del bersagliere venne ad avvertirlo che la sua stanza era pronta. I due ufficiali si lasciarono augurandosi reciprocamente buon viaggio.
– Che stupenda creatura! dicea tra sè il nuovo arrivato, strada facendo. Che bellezza!
Il giorno dopo, verso le tre del mattino, la compagnia dei bersaglieri risaliva la valle del Crati, seguendo la strada consolare. La valle pittoresca offriva mille distrazioni, e delle argute osservazioni ai begli spiriti della bassa forza, ma tutt’assieme era d’aspetto melanconico, perchè lungo la strada non si incontrava nessuno; i campi erano deserti, senza canto di villanelle, senza suon di campane, senza moto di bestiame, senz’ombra di lavoro, senza casolari. I paesi si scorgevano come appollajati sui cacumi dei monti, pari a nidi d’uccelli di rapina, e colla fisonomia sinistra dei castelli feudali.
– Che paese allegro! scappò a dire un bersagliere con accento milanese.
– Madonna! c’è più allegria nel cimitero di Brescia! gli rispose un bresciano. Questo è il paese del Mago sabino: scarpe di ferro e cappel di ferro, cammina e cammina e non s’incontra un tugurio, cammina e cammina, non si trova una casa; dapertutto lucertole e biscie, e mai una faccia da cristiano.
– Oh! guarda! guarda! esclamò un altro alla discesa d’un pendìo verso il guado d’un piccolo tributario del Crati, ecco gente.
– Oh che incontri, fratelli italiani!
C’erano, accanto alla strada, due pali sormontati da due assicelle, sulle quali posavano due teschi umani; una fila nera, fitta, di formiche, andava da terra pel palo alle fosse nasali d’uno di quei teschi denudati di muscoli e di pelle, e forniti di qualche ciocca di capelli e di barba, appiccicata alle ossa ingiallite.
Dopo una lunga marcia giunsero a Taverna Nuova: dal nome s’aspettavano un luogo di ristoro, e trovarono un vecchio casone in rovina, coi pavimenti delle stanze rotti, coperti di un tritume di paglia gremito di pulci grossissime, e dapertutto sudiciume e lordure senza il minimo sentore di fior d’aranci. I bersaglieri scapparon fuori da quelle tane, e vennero a riposarsi per terra all’aperto, all’ombra del muro; c’era una specie d’ostessa, con un ragazzo che avea il più bel tipo da forca che mai carnefice abbia sognato; vendevano salami rancidi, ova dure e vino eccellente. Ognuno si rifocillò alla meglio e la compagnia riprese la via pel deserto stradale. Alcune miglia più innanzi lasciarono la strada consolare pei sentieri, e cominciarono la salita, e sulle ore pomeridiane erano in Cerzeto; la compagnia fu alloggiata in una casa del comune, su buona paglia ed abbondante, e gli ufficiali ospitati dalle due più agiate famiglie del luogo.
Sull’imbrunire, i soldati, un po’ riposati, attendevano a pulirsi, sparsi per la piazzetta del villaggio, piena di curiosi che rideano ai lazzi di quei giovani allegri; e gli ufficiali, riuniti davanti la casa del sindaco, discorrevano della condizione del paese, che per chiunque avesse un soldo era come un forte bloccato dal quale non si poteva uscire senza pericolo gravissimo.
Ad un tratto si udì uno scoppio di fucile, poi un altro, poi due, tre, quattro.
– Cos’è questo? chiese il capitano.
– I briganti alla Fonte, a mezzo chilometro fuori del paese, nel bosco, vengono a farci ingiuria e sfidarci, rispose il sindaco.
– Ah sì?…. Tenente, riunisca la compagnia.
In un attimo la compagnia fu in ordine, il capitano prese la mezza compagnia di destra, condusse seco il sottotenente, e lasciando il tenente in paese, s’incamminò con rapido passo verso il luogo indicato, accompagnato da due guide fornite dal Sindaco.

II.

Circa tre ore dopo il capitano era di ritorno, furioso, colle mani piene di mosche. Si era aggirato per boschi, dietro false indicazioni; avea camminato, corso, s’era arrampicato su per dirupi, era disceso in qualche burrone, era entrato in due villaggi, ove delle persone attendibilissime gli aveano fornito delle preziose informazioni e degli eccellenti suggerimenti; ma senz’altro risultato che d’aver affaticato per tre ore quei poveri bersaglieri, già stanchi dopo fatta una tappa di venticinque miglia collo zaino sulle spalle. Non avea visto il becco d’un brigante.
Il sottotenente rideva invece e scherzava, e quando, ritirati i soldati, i tre ufficiali si trovarono insieme, soli:
– Ho un’idea, capitano, diss’egli al suo superiore, un’idea che credo eccellente.
– Sentiamo quest’idea.
– La truppa, che è stata distaccata sulla linea albanese prima di noi, ha lavorato tanto, che si è ritirata coi due terzi della forza rovinata nella salute, e non ha acquistato altro nome in questi paesi che d’incapacità; stassera noi abbiamo continuato il servizio di quella truppa, ed abbiamo raccolto l’egual messe di beffa. Domani i briganti verranno a tirarci le schioppettate alla fonte ed a canzonarci con ragione.
– Io metterò degli agguati.
– Che saranno noti ai briganti.
– Non li comanderò che al momento di partire.
– Saranno preceduti da qualcuno che spierà le nostre mosse.
– Insomma cosa intende di fare?
– Niente, assolutamente niente; mangiare, bere, dormire, obbligare questa gente a cantarci:

Pappataci vuol mangiar,
Pappataci vuol dormir,
Che bella vita,
Che bel mestiere
Ber dormire,
Ber dormir,
Mangiare e ber.

– Ma Lei è matto.
– Adagio, capitano, anche i bersaglieri faranno lo stesso; di più, faranno anche all’amore: lasceremo in pace i briganti, visto che è inutile correr loro dietro. Conserveremo la calzatura de’ soldati con grand’utile delle masse individuali; conserveremo a tutti la salute, e ci acquisteremo fama di buontemponi; giuocheremo a scopa cogli indigeni, e faremo tutt’al più qualche innocente pattuglia di giorno, in vista di tutti, come per dire: «guarda che vengo», in realtà per pigliar aria, poi un bel giorno ci sveglieremo tutto d’un tratto e faremo una nottata magra.
– Parmi che cominci a capire. Continui.
– Nel nostro periodo di gatta morta, che dovrà durare dai quindici ai venti giorni, i soldati, come fan sempre, e tanto più per esser creduti innocui, faranno delle relazioni, entreranno in tutte le case, avranno delle amanti, diverranno pane e cacio con tutti, e la sera in quartiere sarà un chiaccherare interminabile di quanto avranno veduto e sentito; abbiamo un paio di sergenti attissimi a raccogliere da queste conversazioni ogni sorta d’indizi, ed a dirigere, a loro insaputa, i soldati, perchè ne attingano degli altri, e si mettano sulla via che deve procurarci la perfetta conoscenza degli uomini e delle cose di questi paesucoli; il soldato non deve saper nulla di questo maneggio, perchè si lascerebbe scorgere, ma si potrà condurre e dirigere perfettamente col mezzo dei sergenti. Faremo di giorno qualche pattuglia, durante le quali io disegnerò uno schizzo topografico di questo terreno frastagliato, che dev’essere come un labirinto, e quando sapremo tutto quanto è necessario sapere per fare un buon colpo, lo faremo, e sicuro.
– Il progetto è buono, ma ha un difetto; i pochi liberali del paese scriveranno al Prefetto che facciamo i poltroni, il Prefetto scriverà al Comando del riparto che scriverà al maggiore; riceveremo dei rimproveri acerbi, e forse saremo cambiati di distaccamento, senz’aver fatto nulla, con nostro scorno.
– Questo pericolo c’è veramente, ma si può combatterlo a tempo, scrivendo in cifra al maggiore la verità.
– Va bene: adottato. Dunque siamo intesi.
E si incamminarono a casa cantando:

Pappataci vuol dormir,
Pappataci vuol mangiar,
Che bella vita, ecc.

L’indomani il programma cominciò ad aver esecuzione. Si suonò la sveglia alle sette, quando quasi tutti i bersaglieri erano già in piedi, svegli per abitudine; si fecero le tre chiamate ordinarie in tutti i presidii, con un poco d’istruzione interna e nient’altro. I soldati aveano quindici centesimi di soprassoldo, ciò che li facea ricchi di trenta centesimi al giorno da spendere pei loro minuti piaceri; molti aveano ricevuto qualche vaglia. Dopo qualche giorno il distaccamento fu una vera villeggiatura di piacere. C’eran canti per le case e per l’osterie, e merende a gruppi omogenei; i più danarosi comperavano a tenue prezzo un pollo, o un capretto, o un pezzo di montone per fare baldoria; i meno ricchi faceano delle scorpacciate d’insalate colossali di pomi d’oro, di peperoni gialli e d’ova dure; qualche giovinotto del villaggio s’univa a’ soldati in queste agapi festose. Il vino generoso di quei monti apriva i cuori alle confidenze, le amicizie si stringevano, ed alla sera le trombe suonavano sulla piazza, e si ballava allegramente, prima i soli bersaglieri fra loro, poi bersaglieri e paesani, poi, poco a poco, anco qualche donna ruppe il ghiaccio, e, osculatio osculationis! negli angoli oscuri correano baci ed amplessi.
Questo contegno era un vero scandalo pei pochi liberali del luogo, che aveano tutto sperato nella venuta dei bersaglieri. Una mattina uno di quelli s’aperse col capitano, e gli mosse indirettamente dei rimproveri.
– Basti le dica, conchiuse, che ier sera ci fu qui a ballare coi soldati Pasquale Savro.
– Chi è Pasquale Savro?
– Eh nol sa? non gli hanno data la lista dei briganti?
– Sì, la lista la ho, ma che mi fa la lista se non li conosco?
– Pasquale Savro è uno de’ più risoluti della banda.
– E perchè non me l’ha detto iersera quando c’era? io l’avrei fatto pigliare.
– Tutti avrebbero saputo ch’io avea fatta la spia, ed ero spedito.
– Allora che mi vien a contare di Pasquale Savro? se loro non ci aiutano, che dobbiamo far noi? Io l’assicuro che non desidero che una cosa, esser mandato via da questi luoghi in un buon presidio, perchè ad affaticare ed ammazzare i soldati per nulla, non mi ci sento disposto.
Quel discorso fu ripetuto in paese, meno la circostanza del timore di far la spia al Savro, e fece il giro della linea. Gli altri ufficiali, dietro intesa col capitano, si lagnavano di lui, e della sua noncuranza, e lo stratagemma del sottotenente cominciò a riuscire a meraviglia. I briganti andavano e venivano nei villaggi vicini senza mistero, a tutte l’ore, anzi uno di Cerzeto ebbe cuore di venire a dormire in casa sua più d’una volta; c’erano nella linea albanese circa 70 sbandati, dei quali il capitano avea l’elenco corredato dei connotati rispettivi. Questi sbandati erano andati a stare in paesi più discosti, e di rado frequentavano le loro case; ma avuta notizia di quella pace, poco a poco tornarono al nido natio, fidenti nella poltronite acuta del nuovo distaccamento.
Il sottotenente, dopo otto giorni di permanenza, avea fatto due giri per quelle alture, condotto da una guida, ed avea rilevato a vista il terreno, completando le indicazioni di una discreta carta che avea seco. Quand’egli disegnava si fermava in coda al drappello, in luogo da non esser visto dalla guida, che il sergente teneva occupata e distratta.
In quelle gite cercò la catapecchia della bella Albanese che avea vista a Cosenza, e che non gli usciva di mente; ma non riuscì a scoprire nè la fanciulla, nè l’abituro, ad onta che il suo padrone di casa gli avesse fornito qualche indizio.
Tre volte però il distaccamento dovette uscire dal suo sistema d’apatia apparente.
La prima in seguito ad un ordine del Prefetto di Cosenza, per recarsi sullo stradale lungo il quale era stata il dì prima aggredita la diligenza. Il drappello che vi si recò trovò difatti ancor tiepido il fieno sul quale avea riposato la banda sotto la vôlta di un ponte. Appena visti i soldati, i briganti, fatti cento passi, erano entrati nell’Ischia del Crati, vale a dire in un bosco fitto, intralciato, che cresce nel terreno paludoso lungo il fiume, tutto a pozze, a fosse, a striscie di terra e d’acqua, e per entro il quale solo i briganti sanno condursi, le serpi, e gli scoiattoli che vi sono numerosi.
La seconda volta tutto il distaccamento si mosse sotto la direzione di un inviato della Prefettura e col concorso di un deputato del Parlamento, con rinforzo di una sessantina di guardie nazionali. Anche questa volta per prendere i briganti che erano sullo stradale. I tre ufficiali si lasciarono condurre e dirigere, come chi è obbligato a dar mano ad una sciocchezza. Era di notte. Mano mano che la colonna avanzava, si vedeano delle fiammate accendersi nella direzione seguita dalla punta d’avanguardia, composta di guardie nazionali assai pratiche dei luoghi; giunti in prossimità dell’Ischia nera e misteriosa, l’uomo che precedeva tutti allentò il passo, finchè fu raggiunto dai due che venivan dopo; quattro che seguivano, trovandosi troppo isolati, affrettarono l’andatura e corsero ad unirsi ai tre che precedevano, e così trovatisi riuniti in sette s’accostarono più animosi all’Ischia, ove avean visto come un tramestio. Arrivati a pochi passi, tutti stretti in un gruppo col fucile pronto gridarono:
– Alt, chi va là?
Una scarica di molti colpi fu la risposta. I bersaglieri accorsero, il resto delle guardie nazionali si avanzò senza timore, perchè gli Albanesi son tutti uomini arditi, ma i briganti s’erano internati nell’Ischia, e tre guardie nazionali erano distese a terra per non rialzarsi mai più. La luna brillava serena dalle opposte alture, e illuminando perfettamente il gruppo dei sette d’avanguardia, avea offerto ai colpi dei banditi un facile bersaglio. Si restò tutta la notte scioccamente a guardare l’Ischia, a sfiorarne gli accessi, mentre i briganti, traversandola e passando il Crati, si salvavano verso Bisignano. L’indomani sera, quindici bersaglieri battevano i denti agghiadati dalla febbre miasmatica, e pochi giorni dopo quattro di questi morivano all’ospedale di Cosenza.
La terza spedizione fu fatta verso i boschi di Fuscaldo, e fu una pattuglia di tre giorni e tre notti. Quando uscivano, i bersaglieri erano sempre accompagnati da un cane che s’era unito a loro da un pezzo. Era un cane prezioso, perchè precedeva sempre la punta dell’avanguardia e non abbaiava mai; parea consapevole del servizio che faceano i soldati, e se gli si offriva alcun che di sospetto a suo giudizio, tornava indietro, quasi ad avvertire di stare attenti. Mentre il drappello camminava di notte al chiaro di luna, verso i boschi di Fuscaldo, il cane s’arresta, corre indietro, si ferma accanto al primo bersagliere, e contro ogni sua abitudine emette dei guaiti repressi e paurosi. Il soldato ne fa avvertito l’ufficiale, e questi seguíto da due bersaglieri e dal cane va avanti, ed allo svolto del sentiero vede uno strano spettacolo: un bosco poco esteso di grandi faggi tutti morti, come colpiti tutti ad un tempo. Quelle maestose piante non conservavano che i tronchi, i rami principali ed alcune diramazioni minori; illuminati dalla luna pareano bianchi come la neve, ed aveano l’apparenza di fantasmi giganteschi e contorti dal dolore, che implorassero aiuto dal cielo colle braccia distese. Questo fu l’unico incidente interessante di quella spedizione.
Le tre spedizioni non valsero a lavare il distaccamento dalla taccia di noncuranza pel servizio; le lagnanze continuarono, ed i briganti informatissimi di quanto era avvenuto, sapeano che la truppa s’era mossa a controvoglia; nessuno, amici e nemici, contava più quei soldati come distaccati in servizio. Il sindaco e due liberali del paese una sera s’erano recati a far l’ultimo tentativo, avvertendo il capitano che c’erano indizi di qualche avvenimento brigantesco; aveano date tutte le informazioni possibili, e s’erano lagnati dell’impudenza degli sbandati che erano tutti tornati alle loro case in barba alla truppa, rimanendovi a dispetto delle ripetute intimazioni di consegnarsi.
– Grazie, signori, io non so che farci, scrivano a Cosenza di cambiare il distaccamento. Vado a veder ballare i soldati.
Quei signori rimasero indignatissimi; ma ciò non impedì il capitano di divertirsi a veder saltare i suoi bersaglieri, chè anzi fece durare la festa sin presso alle dieci.
Ma circa due ore dopo, trascorsa appena mezzanotte, i bersaglieri si sentirono svegliare dai sergenti che facean loro segno di star zitti; i tre ufficiali della compagnia erano in mezzo a loro, senza sciabola, col revolver alla cintola. In un attimo, senza rumore, ogni soldato fu pronto. Ne furono scelti otto dei meno robusti per rimanere; poi il capitano montò sopra una finestra che dava in un orto e saltò giù, e dopo lui uscirono tutti allo stesso modo, silenziosi, ed andarono a riunirsi in un bosco di quercie, distante cento passi, ove la compagnia fu divisa in tre drappelli, uno di trenta, due di venti ciascuno; questi condotti da due sergenti, il primo dagli ufficiali, e guidato dal sottotenente. Quando tutto fu disposto, i tre drappelli partirono in tre diverse direzioni rasentando le fratte, cercando di camminare al coperto; avvertiti dal capitano, camminavano come ombre, lasciando dietro a loro il villaggio addormentato. La notte era oscura e quelle negre divise si confondevano colle tinte dei boschi.

III.

Il sistema d’informazioni adottato, giusta i consigli del sottotenente, avea avuto i migliori risultati. Due sergenti della compagnia aveano dimostrata una rara intelligenza nel dare un indirizzo ai soldati per raccoglierne di sicurissime. Le notizie mandate da qualche sindaco e da qualche liberale dei dintorni, gli avvisi ufficiali ricevuti dalla Prefettura di Cosenza, la illusoria confidenza dei briganti e degli sbandati, aveano dato in mano a quel consiglio di tre ufficiali tutti i mezzi per fare un bel colpo. Quella mattina, verso le tre antimeridiane, dovevano riunirsi una quindicina di briganti in San Martino, onde partire tutti insieme per una delle loro scellerate imprese. Si trattava di stabilire degli agguati intorno al paese e prenderli in trappola, mentre i due sergenti, partiti in senso opposto coi due altri drappelli, si sarebbero recati l’uno a Cavallerizze prima, e poi subito di ritorno a Cerzeto, e l’altro a Mongrassano e quindi a Cervicati, ad arrestare gli sbandati, dei quali aveano un particolareggiato elenco corredato di connotati e di notizie, per trovarli e sorprenderli in casa.
I bersaglieri che non aveano potuto capire quelle delizie di Capua, delle quali sino allora avean goduto, ed ai quali la condotta del loro capitano era parsa stranissima, appena radunati nel bosco, aveano, come dicean essi, mangiata la foglia ed erano pronti ad assecondare i loro superiori con tutti i loro mezzi di buona volontà, d’intelligenza e di risoluzione.
Il drappello del capitano scese in un burrone, poi risalì dall’altra parte e camminando sempre tra i boschi, sotto immensi castagni, condotto dal sottotenente che s’era impresso nella mente la carta topografica da lui stesso disegnata, sfilava rapido, passando d’altura in altura, da colle a colle, da bosco a bosco; rompendo siepi, attraversando greti di torrentelli asciutti, sempre discosto dai sentieri battuti, senz’avanguardia, senza fiancheggiatori, diviso in due gruppi.
Ad un tratto il sottotenente si fermò e con lui il suo gruppo.
Il drappello avea per un terzo di miglio camminato quasi sepolto in una fitta vegetazione di felci alte quasi due metri, seguendo il tenente, che avvolto in quell’oscurità, impacciato nel cammino da tutte quelle piante intralciate, avea perduto ogni indizio con cui assicurarsi d’andare diritto; usciti da quell’imboschimento si trovarono in una radura scoperta, alla quale l’ufficiale non si attendeva. Fermato il primo gruppo, fu tosto raggiunto dal secondo, condotto dal capitano.
– Perchè si ferma? chiese questi al suo dipendente.
– Devo aver deviato! Ma ora mi orienterò.
– Guardi che non c’è tempo da perdere, e che un’ora può decidere del colpo e mandarlo a vuoto.
– Non dubiti. Andiamo fino in fondo a questa radura, forse vi potrò meglio riconoscere da che parte stia la vallata.
Camminarono ancora un poco, poi si fermarono sopra un ciglio di burrone.
– Ci sono, capitano, abbiamo deviato a sinistra. Seguendo questo ciglio ci rimetteremo sulla buona strada.
E ripresero via un po’ più spediti, sopra un terreno sassoso in due drappelli come prima. Fatti circa duecento passi trovarono una casupola; l’ufficiale si fermò ancora e pensò tra sè: – Ecco la casa che ho tanto cercato! – e si sentì come tremare il cuore, ed in quel buio la sua imaginazione gli fece vedere la comitiva di Cosenza, e quella fila di villani che si tiravano dietro i magri cavalli, ed in mezzo a loro bella come una Dea quella che nella sua mente egli chiamava «la mia bella Albanese.»
– Sergente, vada avanti sempre diritto, la raggiungo tosto, – e si fermò fino all’arrivo del secondo gruppo.
– Capitano, lì c’è una casa; se qualcuno ci scopre, bisogna impedirgli di precederci.
– Dov’è questa casa?
– Lì, guardi a destra, a circa trenta passi.
– Benissimo. – Sergente!
– Presente! signor capitano.
– Si fermi qui con quattro bersaglieri per circa sei od otto minuti, stia nascosto dietro quel sasso ed osservi. Se qualcuno esce, lo arresti, faccia che non parli, e lo conduca seco.
– Sì, signore.
È inutile soggiungere che questi discorsi eran fatti a voce bassissima.
Rimase il sergente; il sottotenente affrettando il passo raggiunse il suo drappello e lo fermò a circa duecento passi dalla casa, facendo sdraiare tutti i soldati, ed il capitano non tardò a raggiungerlo col suo gruppo. Tutti stavano attenti. Un momento dopo si sentì come un’esclamazione, seguíta da un silenzio di più di cinque minuti, poi si vide giungere il sergente coi quattro bersaglieri che conducevano un vecchio in camicia e calzoni.
– È uscito dalla casa quest’uomo, s’è messo a guardare, ed a camminare verso questo punto, io lo ho seguito ed arrestato.
– Non ha gridato?
– No, signore; gli ho puntato la baionetta al petto e s’è fatto muto di colpo.
– Benissimo. Tenente, lo consegni a due bersaglieri del suo drappello, e lo conduca seco; in caso di bisogno le sarà di guida. Avanti.
Tutti s’alzavano, il vecchio fu consegnato a due angeli custodi, e la comitiva s’incamminò ancora. All’uscita del bosco, trovarono dei campi di frumento mietuto di fresco; il vecchio fatta una diecina di passi a saltelloni si fermò, dicendo sottovoce:
– Per carità… fermatevi… non posso camminare.
– Avanti, o resti qui davvero, sai.
– Non ho scarpe e questi vettoni di paglia mi forano i piedi.
– Ah, tu vorresti fermarti per correre poi ad avvertire i compari eh! Avanti, meno smorfie.
Il vecchio si fece coraggio, ma dopo sei o sette passi si lasciò cadere per terra.
L’ufficiale si fermò chiedendo di questa novità.
– Signor maggiore… abbia compassione d’un povero vecchio…. queste punte di paglia, secche, dure, acute, mi forano i piedi… li ho tutti a sangue… non posso più andar avanti.
– Qua due tasche a pane.
Due bersaglieri le offrirono.
– Prendi questo, qui c’è stoffa e correggiuoli; vedi d’involgerti i piedi, e fa presto, e ricordati che se fai la menoma cosa per tradire la nostra presenza, sei spacciato.
– Grazie, signor maggiore…. non pensate a male, io non amo i briganti, ho perduto un figlio caporale sotto Garibaldi. Ed ho l’altro figlio al servizio di Vittorio.
Si spesero così altri pochi minuti sino a che il vecchio colle due tasche da pane si fosse alla meglio composta una calzatura.
Dopo una mezz’ora giunsero in vista del paese detto S. Martino, luogo dell’imminente convegno dei briganti.
Il paese appariva come una massa nera, frastagliata; non s’udiva il menomo rumore.
Nell’Italia meridionale i contadini non vivono disseminati in cascine come nell’alta e nella media Italia, ma raccolti in villaggi; sentono quindi meno il bisogno di cani di guardia che vi son radi, se pur ve ne sono. Del resto nell’avvicinarsi al paese camminavano i bersaglieri tanto guardinghi, che anche se ci fossero stati dei cani, questi non li avrebbero sentiti.
Fu imposto al vecchio, per far più presto, di far conoscere gli sbocchi del paese.
– Non ce ne sono che tre, rispos’egli, e condusse il capitano ai tre sbocchi. Scelti i posti pei tre agguati, furono destinati otto bersaglieri per ciascun posto, e sei da rimanere col capitano in un punto, come sostegno in caso di bisogno per qualunque dei tre.
I posti furono tutti messi ove si offriva un repentino abbassamento di terreno, perchè i soldati potessero scorgere dal sotto in su, spiccati sullo sfondo del cielo, quelli che doveano giungere, restando essi nascosti nell’oscurità e confusi coi cespugli e coll’erbe.
Due posti erano già collocati; rimaneva il terzo, il più importante perchè più vicino alle case; il sottotenente che lo comandava distribuiva di qua e di là del sentiero i bersaglieri, quando sentì aprirsi la porta della casa più prossima.
– Giù tutti! susurrò sottovoce gettandosi egli stesso bocconi a terra.
La porta s’aperse pian piano a metà e per un poco non si vide uscire nessuno, l’ufficiale temeva d’essersi fatto scoprire e d’aver così forse compromesso l’esito della spedizione; finalmente si mostrò per un istante alcun che di bianco, che potea essere una testa di donna, poi s’intesero due baci scoccati, ed un’ombra uscì rasentando rapida il muro, e scomparve tre porte più giù; poi più nulla.
– Tutto il mondo è paese, disse tra sè l’ufficiale, e terminando di collocare i suoi uomini spiegò loro chiaramente quello che avea a fare ciascuno.
Suonavano le sei all’orologio del campanile, che marcava le ore all’italiana, come tutti gli orologi delle due Sicilie, vale a dire le sei di notte, che in quella stagione corrispondono alle due antimeridiane.
Dopo i tocchi della campana il silenzio sembrò all’ufficiale più profondo che mai, più assoluto e solenne, e nello stesso tempo, e contraddittoriamente come pieno di suoni, giacchè tendendo l’orecchio e la mente, per far meglio l’ufficio suo nell’agguato, a poco a poco riescì a distinguere una quantità di rumori che in altre circostanze certo non avrebbe potuto notare, e, per dirne alcun che, un impercettibile e quasi immaginario ronzio d’insetti notturni, dei sibili indecifrabili, un alitare leggiero di vento in alto, tra le frondi immobili degli alberi, dei gridi d’animali che parevano venire dalle selve circostanti, e salire dalla lontana palude del Crati: ronzio, alitare, gridi, rumori, sentiti come par di sentire delle parole che si pensano senza pronunciarle, in modo patologico. Come in un delirio, nello stesso tempo mille immagini gli attraversavano la mente, a guisa di quelle sfuggevoli parvenze che precedono il sonno e fra queste più costante, più ripetuta, sempre più definita e finalmente netta e spiccata l’immagine della sua bella Albanese.
Da questo stato di divagamenti soporiferi fu come risvegliato ad un tratto all’udire una canzone triste, melanconica, di bellissima e singolare melodia, cantata in lingua albanese da una stupenda voce da baritono; riscosso da questo canto, diede un dimesso attenti ai bersaglieri e spiò il sentiero dal quale aspettava qualche brigante.
La voce si avvicinò rapidamente, si cominciavano a distinguere i passi del cantore che si approssimava lesto, e finalmente al disopra di loro, un venti metri indietro, apparve una gran massa nera, un ombra col cappello aguzzo, coi nastri cadenti sulla spalla, col fucile a tracolla.
Ad ogni posto erano stati distribuiti da tre a quattro dei più robusti soldati della compagnia; tre o quattro individui colle mani simili a morse di ferro. Quelli di quel posto erano lì ritti nel loro nascondiglio, colle morse preparate, attenti, tenendo il fiato, pronti allo scatto, aspettando quell’ombra al varco. Gli altri stringevano la carabina col cane armato.

IV.

Fatti ancora pochi passi, cantando con melanconica vena la sua canzone albanese, il brigante si sentì ad un tratto fieramente colpito alla tempia sinistra. Il primo effetto di quel colpo fu di intormentirlo, la sorpresa e lo sbalordimento precedettero ogni sorta di dolore, e come se avesse ricevuto all’improvviso sulla faccia uno schizzo di doccia fredda, n’ebbe interrotto il respiro; la testa gli si riempì d’eco e di fracassi, e rintronò, come un labirinto di vôlte sotterranee entro il quale siasi tirato un colpo di fucile; le orecchie gli fischiarono; gli occhi non videro più nulla del paesello avvolto nell’oscurità, ma ebbero delle sensazioni di lampi e guizzi dolorosissimi di luce; e mentre il sangue, schizzato dai capillari schiacciati contro la rocca cranica da un pugno da gladiatore, gli scorrea per l’orecchio e pel naso, egli cadde sbalordito dal colpo tutto d’un pezzo, come una massa inerte. Disarmato in un attimo, gli fu tolto dal collo un fazzoletto che servì a turargli la bocca, mentre le morse che l’attendevano, gli si strinsero ai polsi e lo forzarono a piegare le ginocchia fin quasi a toccarsi il mento, obbligandone il corpo a raggomitolarsi in modo da riunire le due mani sotto le ginocchia piegate. Il sottotenente, che era un bociato d’artiglieria, ed era maestro nella teoria dei nodi, avea insegnato giorni prima al suo soldato il modo di fare, in meno che non si dica, un gruppo insolubile adattatissimo alla circostanza, ed in un momento i polsi di quelle braccia vigorose furono avvinti, e quell’uomo robustissimo, affastellato, fatto su come un mucchio di cenci, si sentì annichilito, impotente al menomo sforzo. Cercò di chiamar gente, ma il grido a traverso il fazzoletto si soffocò in una specie di sordo grugnito, e subito una voce gli minacciò all’orecchio:
– Se fai il menomo rumore, sei morto.
Egli non soffiò più sillaba.
– Sergente, vada piano piano, nascostamente quanto può, a guardare se altri se ne avvicinano.
Il sergente partì, e tornò un momento dopo dicendo che non si vedeva nè sentiva anima viva.
– Prenda due bersaglieri, faccia trasportare al posto del capitano quel fascio vivente, e torni subito.
L’ufficiale fu obbedito in silenzio, e tornato il sergente coi due bersaglieri, quella trappola, della quale ogni congegno era un uomo, trovavasi montata di nuovo, pronta allo scatto. Trascorse un quarto d’ora in un silenzio perfetto, interrotto per un momento come da un rumor sordo che parve venire dal più lontano dei tre posti.
– Il luogotenente ne ha messo un’altra alla posizione, mormorò il più ciarliero dei bersaglieri.
– Silenzio per Dio!
Spuntò la luna dai monti opposti della valle, verso Bisignano e S. Demetrio, accendendo di riflessi sinistri i lembi d’una massa di nubi che le stavano davanti. Il canto d’un usignolo spiccò nitido e dominò la solennità di quella notte d’insidie; a quello rispose un altro usignolo, poi un terzo: parea una gara di trilli e di bravura fra quelle tre bestiole, ma ad un punto il canto s’interruppe.
I bersaglieri tesero l’orecchio, e non tardarono a sentire l’avvicinarsi di gente che discorreva.
Il secondo caso si offriva più complicato del primo. Era della massima importanza eseguire gli arresti senza rumore, per impadronirsi prima del maggior numero degli accorrenti al convegno, e sorprendere poscia quelli che stavano ad attenderli in casa, nel villaggio. Ma se era stato facile eseguire alla muta l’arresto del primo brigante, pareva quasi impossibile fermarne due o tre allo stesso modo.
Però anco questo caso era stato previsto.
– La corda, mormorò il sottotenente.
Due bersaglieri tesero, bassa bassa, una corda a traverso il sentiero; gli altri stettero fermi di qua e di là, alcuni colla carabina a terra, disposti a far uso delle mani, alcuni colla destra all’impugnatura della daga, altri col fucile pronto a qualsiasi movimento.
Passarono ancora forse tre minuti che parvero ai soldati tanti quarti d’ora, poi si videro avanzare due briganti, col fucile a tracolla, che se la discorrevano pacificamente.
Abbiamo detto che i posti erano collocati appiè di un abbassamento di terreno; la corda tesa traversava la via un due o tre passi più in giù di quella specie di gradino naturale a pendio. I due camminavano l’uno accanto all’altro, gomito a gomito; sceso il gradino, coll’impulso che si acquista sempre nelle discese, andarono ad inciampare assieme nella corda; uno cadde bocconi subito, e forse credette d’aver preso un ciampicone in una qualche radice d’albero a fior di terra, l’altro resistette all’inciampo, pencolò in avanti per cadere, ma con uno sforzo rinfrancandosi, tentò di rimettersi ritto; però non gli riuscì. Mentre tre bersaglieri si gettavano sul caduto, il sottotenente urtando improvvisamente con una spinta laterale quel barcollante, lo mandò rotoloni da un canto.
«Silenzio o sei morto!» si sentirono susurrare all’orecchio i due malcapitati. Uno stette zitto, ma l’altro si mise a gridare nella sua lingua; non potè però pronunciare più di due o tre monosillabi, chè un calcio di fucile nella schiena gli tolse ad un tempo respiro e voce, ed ebbe bisogno di alcuni secondi per rifiatare.
Anco quei due furono fatti su come il primo, e portati al posto del capitano.
Tornato tutto in quiete, si sentì aprire una finestra, poi un’altra, e due donne si affacciarono, e parlarono tra loro. La conversazione loro non potè esser intesa dai soldati, poichè parlavano l’idioma albanese, ma era facile capire che aveano sentito il grido del brigante, che non sapevano a che attribuirlo, e che cercavano, interrogandosi a vicenda, di trovare una spiegazione a quel rumore che le avea fatte balzare dal letto. Stettero qualche tempo a chiacchierare a quel modo, poi si ritirarono chiudendo le imposte.
C’era già qualche indizio d’alba, e cominciava a far chiaro. Il capitano pensò che non vedendo arrivare i compagni, quelli della banda che abitavano San Martino avrebbero cominciato a sospettare di qualche cosa, e che da quell’ora in poi era più probabile che venisse gente dall’interno verso i posti, che dal di fuori. Fece quindi il giro degli appostamenti impartendo ordini in proposito.
Stavano gli agguati in attesa di novità, quando un altro brigante venuto dall’esterno andò a cadere nel posto comandato dal furiere: arrestato con un colpo di calcio di carabina assestatogli tra coppa e collo, il malcapitato cadendo chiamò aiuto. Un individuo sbucò da una casa vicina armato di fucile a due canne, ma visti i piumetti dei bersaglieri, rintanò; e quella fu l’ultima comparsa di gente armata.
Fattasi alba chiara, il capitano diè ordine si sciogliesse il vecchio, che avea chiesto d’essere legato onde non esser preso per una spia volontaria; quindi fu messo in libertà. Ormai l’agguato era conosciuto e stava per diventare notorio; quell’uomo andò dal sottotenente a rendergli le tasche da pane colle quali s’era avvolto i piedi, e questi gli regalò una piastra. Gli fu però ingiunto di non uscire dal paese subito.
Fattosi giorno chiaro, si presentarono delle donne per andare a’ campi, poi degli uomini; tutti furono rimandati indietro. I tre posti si ridussero a due che bastavano di giorno a sorvegliare gli accessi, ed ogni posto fu ridotto a quattro bersaglieri con un caporale; il rimanente della forza si raccolse dietro la chiesa, in sito adatto a guardia degli arrestati. Le armi tolte ai briganti furono riunite in un mucchio, dopo aver levato le capsule ai fucili ed alle pistole; e pascia gli ufficiali, seguiti da pochi bersaglieri, andarono a svegliare il sindaco.
In men d’un’ora, il servo del comune uscì pel villaggio proclamando a suon di tromba e ad alta voce:
«Tutti gli sbandati del comune sono invitati a presentarsi immediatamente davanti al signor Capitano, nella casa del Sindaco, sotto pena di essere poi arrestati tutti dalla forza, e quindi trattati come disertori. Il signor Capitano fa sapere che sino a nuovo ordine nessuno può uscire dal paese.»
Trascorse più di un’ora avanti che si presentasse il primo sbandato. Presentatosi finalmente questo ardito, fu trattato bene e, preso in nota, gli fu concessa un’ora di libertà per licenziarsi dalla famiglia. Dopo lui, circa un venti minuti, se ne presentarono altri tre che furono trattati in egual modo; il che fece ottimo effetto. Alle sette circa se n’erano già presentati ventuno, su ventidue sbandati del comune; il ventiduesimo pare fosse assente.
Vista la truppa occupata nella consegna degli sbandati, quattro fra i cinque briganti che erano in paese vollero provarsi ad uscire di casa; in mezzo ai soldati era stato introdotto un tale, che facendo l’indiano li fece conoscere: ad un segnale del capitano furono arrestati tutti quattro. Rimaneva il quinto, pel quale c’era l’ordine della fucilazione, un vero bruto, sanguinario, colpevole da pochi giorni di tre assassinii, commessi a mero sfogo di ferocia omicida; fu arrestato in casa di un falso liberale, manutengolo di briganti, insieme col suo protettore, ed immediatamente fucilato.
Alle undici circa antimeridiane, il drappello cogli ufficiali era di ritorno in Cerzeto coi briganti e col manutengolo, tutti legati e con ventuno sbandati, che precedevano sciolti i bersaglieri. Il drappello del sergente, incaricato degli sbandati di Cerzeto e Cavallerizze, avea già compiuta la sua missione, ed avea raccolti diciotto sbandati. Verso le due pomeridiane giungeva quello che era stato spedito a Mongrassano e Cervicati, e ne recava diciassette, ed alle quattro arrivavano dei signori liberali raccomandando altri otto sbandati che si presentavano sotto i loro auspicii. La pesca era stata meravigliosa: quattordici briganti presi, sessantaquattro sbandati raccolti sotto la bandiera nazionale sopra sessantotto che ne contava la linea Albanese: era un risultato soddisfacente. I partigiani dei briganti erano atterriti, i liberali trionfavano, e la sera il sindaco accostava ridendo gli ufficiali, cantando loro

Pappataci vuol mangiar,
Pappataci vuol dormir….

ma non continuò, interrotto dallo scoppio di due colpi di fucile tirati fuori del paese.
Quasi nell’istesso momento si presentò una ragazza.
Il sottotenente che era seduto sopra un sasso della piazza, balzò in piedi come tocco da una molla: era la sua bella albanese con una lettera in mano, pel capitano.
– Chi t’ha data questa lettera? chiese il capitano nel riceverla.
– Me l’ha data il brigante Savro, che è venuto da me nel bosco, e mi ha minacciato d’incendiarmi la casa se non la portava subito.
Il capitano aperse la lettera, sigillata con della mollica di pane masticato, e lesse:

V.

Ecco quello che portava la lettera:

«Capetano,
«Hai fatto un bello colpo, ma guanno receverai la presente, un saluto del mio dubotte(1) te dirà che non hai pigliato tutti, e che io sono alla montagna che me straf…. de te
«SAURO
«Capetano come te.»

– Ma questo Sauro, non è fra gli arrestati?
– È un cugino dell’arrestato, un altro Sauro, disse il Sindaco.
– Va bene; se lo vedi, bella ragazza, digli che faremo il possibile per pigliarlo anch’esso. Ma tu dove abiti?
– In quella casa ove stanotte hai trovato un vecchio; quello è mio padre, egli ti saluta e ti ringrazia della piastra che gli hai regalato.
– Che piastra? Sarà stato il mio sottotenente che gliela avrà data, questo signore qui.
La fanciulla si volse dalla parte indicata, vide il sottotenente che la divorava cogli occhi e lo riconobbe per quello che in Cosenza s’era alzato in piedi al caffè per ammirarla, e per istinto lesse nei suoi sguardi l’ammirazione e l’amore; fattasi rossa, lo ringraziò abbassando gli occhi.
L’ufficiale gli rispose con imbarazzo un:
– Niente, niente.
Si facea tardi, imbruniva, la bella fanciulla salutò tutti, e partì, dando un’ultima occhiata al giovinotto. Non l’ho ancor detto, il sottotenente Asprini era un bellissimo giovine biondo, di forme svelte e spigliate, cogli occhi vivi e bramosi, e pieni di dolcezza.
– Mi pare che quella ragazza dei boschi le abbia fatto un gran colpo, gli disse il capitano.
– Ma sa, capitano, che è una gran bella creatura?
– Bellissima, davvero, ma di solito le belle ragazze le mettono l’argento vivo addosso, e questa lo intontisce, mi pare.
– Gli è che non ho mai vista una bellezza simile.
– È la più bella ragazza della linea albanese, disse il Sindaco, che l’avea salutata con una certa deferenza; una Milano, cugina dell’Agesilao Milano, del villaggio di San Benedetto discosto appena qualche miglio da San Martino. Essa avea tre fratelli; i due maggiori erano intimissimi dell’Agesilao, e, dopo il tentativo di regicidio del loro cugino, ebbero a soffrire persecuzioni dalla polizia borbonica; quando Garibaldi traversò la Calabria, lo seguirono tutti e due, uno poi morì alla battaglia di Maddaloni, e l’altro è ora caporale nel 12° reggimento di fanteria. Il terzo ha nove anni e vive colla sorella e col vecchio padre. Hanno un po’ di terra, uno stralcio di selva e vivono poveramente, ma senza miseria, e benchè stia sempre nei boschi l’Argenide, bella com’è, è stata sempre fin qui rispettata anco dai briganti, compreso il Sauro della lettera che, dicesi, ne va pazzo, benchè essa lo tratti con disprezzo.
– Troppo onesta per amante, troppo povera per farne una sposa, tenente: è affare disperato.
– Chi pensa a queste sciocchezze! rispose l’ufficiale facendo spalluccie; io casco dalla stanchezza e non desidero che andare a letto; buona notte; – e si ritirò.
Ma passò più di due ore alla finestra, fumando e pensando alla bella Argenide Milano.
– Domattina andrò al bosco, diss’egli coricandosi.
Alle sei si alzò, e cinto il revolver, alle sei e mezza era già fuori del paese, noncurante dei briganti che potevano aggirarsi ancora per quei dintorni. Giunto alla casa d’Argenide la trovò chiusa, e nessuno nelle adiacenze; s’aggirò per quegli imboscamenti e si diresse verso un punto d’onde gli era parso sentir gente. Fatti un cinquanta passi vide una catasta di assi di quercia segate, e messe una sopra l’altra su quattro di base, come s’usa dappertutto mettere le tavole a stagionare, ed un po’ più lungi due donne con una asse ciascuna sulla spalla ed un vecchio che ne portava due. Quando raggiunse il vecchio, che era più indietro di molto dalle donne e piegava sotto quel peso, lo vide incespicare e cadere; corse a lui, gli levò i tavoloni di dosso, e lo rialzò amorevolmente. Quello lo fissò bene in viso, poi abbassò il capo e si pose a sedere.
– Vi siete fatto male?
– Eccellenza no; non mi pare.
– È troppa fatica per voi portare questi tavoloni. Fate il falegname?
– Eccellenza no; questi tavoloni che mi sono stati dati in elemosina dal vecchio Milano, li porto dal falegname, per far la cassa da morto al figlio che tu mi hai fucilato ieri, rispose il vecchio tornando a fissare in volto l’ufficiale.
Questi rimase interdetto a quell’apostrofe inattesa, poi soggiunse:
– Tuo figlio aveva ucciso pochi giorni prima un giovanetto di dodici anni, sotto gli occhi del padre, poi il padre, e quindi un onesto servitore, padre anch’esso di famiglia, che cercava d’aiutare il padrone, ed avea commessi questi tre omicidii senza necessità alcuna.
– È vero, disse il vecchio fissando gli occhi a terra.
– Tuo figlio faceva un brutto mestiere. Se hai altri figliuoli spero che li avrai messi sopra una via migliore.
– Non ne ho più, eccellenza. Di tre che ne avea, uno, che erasi dato alla montagna, vendette la banda alla forza e poi fu ucciso per vendetta da due briganti che non erano stati presi; un secondo fu ucciso a Gaeta in una rissa di galeotti, l’ultimo l’hai fucilato ieri tu. Non mi lagno di nessuno, ma ti posso dire, – e nel pronunciare queste parole s’era alzato in piedi, – che la giustizia c’è soltanto contro i poverelli; i signori che ci hanno prese tutte le nostre terre comunali, nessuno ha mai pensato a punirli.
– Lasciate che si stabilisca il governo nazionale, e la giustizia sarà eguale per tutti.
– Dio lo voglia, bacerei i piedi e le mani ai soldati che mi hanno ucciso ieri il figliuolo, – e si curvò per riprendere i tavoloni.
L’ufficiale cavò il portamonete e porse al vecchio un mezzo napoleone d’oro. Quello lo accettò con un: – Dio vi benedica! – ed assistito dallo stesso ufficiale si caricò di nuovo le tavole sulle spalle, e partì, seguendo la via percorsa dalle due donne che già non si scorgeano più; il sottotenente stette fermo un pezzo a guardare quel vecchio barcollante sotto quel peso mortuario. Egli si ricordò con tristezza d’aver letto pochi giorni prima nella segreteria del Consiglio d’Intendenza della Calabria Citra la minuta stampata di una sentenza che portava la data del 1.° settembre 1849; sentenza che non aveva avuto esecuzione e dalla quale avea ricopiato pel suo Album d’appunti quanto segue:

Usurpatori dei beni comunali,

D. Alfonso Maria de Liguoro principe di Presine; D.ª An. marchesa Spinelli di Fuscaldo; D. Gennaro Spinelli principe di Cariati; D. Gioachino Majera; D. Domenico La Regina Sanazzaro; D. Felice Bellani di Mongrassano; Agostino Salla; Francesco Capporelli; Giuseppe Goriano; D. Luciano e dottor Francesco Petrassi; D. Francesco Pizzi di Mongrassano; D. Ottavio Rende di Tarsia; D. Vincenzo e D. Camillo Sarro di Mongrassano…… Nelle considerazioni della qual sentenza era notato, come alcuni degli usurpatori aveano firmato in qualità di Sindaci, anteriormente all’usurpazione, atti e verbali riguardanti le proprietà del comune da essi poi carpite.
Su queste terre comunali usurpate, i poveri d’ogni comune aveano il diritto di darsi all’allevamento del bestiame, beneficio di un’importanza assoluta in quei paesi, cui la mancanza di strade toglieva ogni valore, colle spese di trasporto, ad ogni altro prodotto che non si spostasse da sè, a volontà del proprietario. Pensando alla gravità di queste usurpazioni da parte di principi, baroni e gran possidenti di quelle contrade, alla ignoranza dei contadini, alla indole viva, allo spirito fiero delle razze montanare, alla storia infelice di quell’Italia meridionale sempre malmenata dalla prepotenza e guasta dalle superstizioni, arrivò a comprendere la fatalità di quella piaga eterna del brigantaggio, e commosso dalle miserie di quelle popolazioni si sentì gli occhi bagnati di lagrime.
– Ti fanno compassione quei poveretti, tenente? sentì dirsi vicino.
Egli guardò d’onde venivano quelle parole e vide la bella Argenide ferma a pochi passi da lui. Stava per risponderle, quand’ella gli chiese:
– Dove sono i soldati?
– Quali soldati!
– I tuoi soldati, i bersaglieri(2)?
– A Cerzeto, perchè?
– Ma sei qui solo? chiese ansante la ragazza facendosi pallida.
– Solo, sono venuto solo per veder voi che….
– Santo Diavolo! che imprudente! esclamò la fanciulla, e senz’altro gli andò addosso, e presolo per una mano lo trascinò seco dicendogli: – Vieni subito per l’amor di Dio, e non profferire una parola. – Egli non fece la menoma resistenza; ai briganti non pensava nemmeno, e non avea altro sentimento che quello di sentirsi felice, condotto da quella bella fanciulla.
Giunsero al ciglio della ripa che egli avea costeggiato la sera innanzi. Senza lasciar la mano dell’ufficiale, quella ragazza scivolò risoluta e franca pel pendìo; scorrendo sotto i rami intralciati di giovani castagni e di roveti; facendosi appoggio al piede di una radice sporgente, di un ceppo, d’un vettone mozzo, d’ogni asperità ferma; e non si fermò che in fondo alla discesa, ove scorreva un po’ d’acqua di vena fra enormi petroni, nascosta sotto le piante. Preso fiato un secondo di minuto, senz’altro seguì subito quel ruscello all’ingiù, sempre muta, andando nell’acqua addirittura ove non si potea andare all’asciutto. Fatto un buon tratto di cammino a quel modo, uscì dal ruscello e s’internò in un bosco di roveri, cangiando direzione a sinistra e, giacchè il terreno lo permetteva, correndo come una tenera madre spaventata, che invola il figliuolo ad un imminente pericolo: ansante, pallida, infaticabile. Ad ogni tanto volgeva il capo a sinistra guardando verso il monte, e pur correndo ascoltava se da quella parte venivano dei rumori. Finalmente si fermò sotto una gran quercia: l’ufficiale sorridente volle dirle alcun che; essa lo fece star zitto mettendogli la mano libera alla bocca, poi lo condusse, con molte precauzioni, all’orlo del bosco, dove per un sentiero si scendeva in una specie di viuzza incassata, scavata dalle acque; e lì, lasciata finalmente la mano dell’ufficiale e messasi con lui dietro un cespuglio, gli fece segno di guardare in una certa direzione. Il bosco al cui limite si trovavano, era sotto il bosco nel quale l’ufficiale avea incontrata la ragazza; dal loro nascondiglio ne vedeano il ciglio alto, dominante come una balza: quattro briganti armati camminavano lungo quel ciglio, discorrendo, osservando. – Ci hanno sentito, disse la ragazza all’orecchio dell’ufficiale; assieme a quei quattro ce ne sono degli altri, se ci scoprono ci fan fuoco addosso. Non ti muovere, eccellenza, siamo ancora distanti da Cerzeto.
L’ufficiale capì allora da che sorta di pericolo era stato salvato, e quanta era stata la sua imprudenza.
I briganti continuavano a discorrere ed a guardare all’ingiù; uno cominciò a studiare il terreno per discendere, e calò, pian piano, sino a mezza costa; poi si fermò, osservando a destra ed a sinistra, e finalmente parve risolversi a venire abbasso del tutto. Argenide si lasciò scivolare dietro il cespuglio, nella viuzza incassata, facendo segno all’ufficiale di seguirla, e camminò carponi sino ad un gran petrone, girato il quale, si trovarono in un letto di torrentello asciutto e coperto dai rami delle piante che crescevano sulle due rive; discesero un pezzo protetti da quelle frondi sino ad un oliveto, nascosto ai briganti da un movimento del terreno, e lungo il quale corsero per un buon tratto; poi la ragazza disse all’ufficiale:
– Attendi qui; – ed essa, arrampicandosi per un tratto, salì sino appiè d’un castagno ove stette un poco ad osservare, e dal quale discese cacciando dal petto un gran respiro:
– Finalmente vanno in là.
L’ufficiale le prese la mano, e gliela baciò; essa lo guardò sorpresa, e poi gli disse:
– Ma sei pazzo d’andar attorno solo, disarmato, per queste parti?
– Non sono pazzo, voleva vedervi, ho sempre pensato a voi da quando vi ho vista a Cosenza; e se avessi scoperto prima la vostra casa, sarei venuto prima a cercarvi.
– A cercar me? e per che fare?
– Per vedervi, perchè vi ho sempre in mente.
– Sei stato a Brescia?
– Come! se sono stato a Brescia?
– Io ho un fratello caporale nel 12.° reggimento di linea, vorrei sapere se è vero che Brescia è una bella città, e che non ci sono briganti da quelle parti.
– Brescia è una bellissima città, più grande di Cosenza e mille volte più bella, e da noi non ci sono mai stati nè vi sono briganti. Vostro fratello vi ha scritto?
– Sicuro che ha scritto, e dice che è molto contento.
– Ha scritto d’essersi trovata l’innamorata a Brescia?
– Che matto! che ti pare che vorrebbe scrivere di quelle cose?
– Io, se voi mi vorreste bene, lo scriverei subito a mia sorella, e le direi che la mia innamorata è la più bella fanciulla che si possa vedere.
Argenide si fece rossa come una ciliegia, non rispose, s’alzò; poi disse all’ufficiale: – È ora di separarci, addio, non andar più solo a quel modo, oggi l’hai scappata bella.
– Sentite, cara Argenide, bisogna che ci vediamo ditemi dove vi posso trovare?
– Per che fare? perchè dobbiamo trovarci? io ho trovato nel bosco in un gran pericolo e ti ho voluto condurre in salvo, per questo ci siamo trovati assieme oggi. Ora sei vicino a Cerzeto. Quando sarai coi tuoi soldati, non avrai più motivo di incontrarmi.
– Ebbene, io verrò ancora a mettermi nel pericolo, per godere della felicità di farmi salvare da voi.
– Tu scherzi, tenente.
– Non ischerzo, ti voglio bene. Guardami in faccia, e vedrai che ti dico la verità.
– Che vuoi che ne faccia del tuo bene? io sono una ragazza povera ed ignorante, tu sei un signore, e Dio sa quanti studi hai fatto.
L’ufficiale sorrise.
– Perchè ridete ora?
– Perchè dite che io devo aver fatto tanti studi. E per questo, non posso volervi bene?
– So io quel che voglio dire. Addio, non far più imprudenze.
– Domani vengo a mettermi in pericolo.
La fanciulla pestò i piedi per terra, poi disse: – Domani del resto non mi troveresti, perchè devo venire a Cerzeto.
– A che ora, che ti verrò incontro.
– Non voglio che tu mi venga incontro, aspettami a mezzogiorno all’uscita del paese, e mi accompagnerai un piccolo tratto.
– Grazie, cara Argenide, – e fece per cingerla alla vita. Ma la ragazza lo guardò con una sorpresa tanto singolare, mista a dispiacere, che subito desistette. – Addio, disse.
– Addio, rispose la ragazza; poi chinatasi raccolse un fiorellino, e lo porse all’ufficiale dicendogli:
– Mandalo a tua sorella quando gli scrivi, che così vedrà i fiori dei nostri monti, – e corse via, lesta lesta per non farsi scorgere, poichè era diventata rossa come una bragia; ciò che le dispiaceva oltremodo.
L’ufficiale tenendo il fiorellino tra le dita in modo che avrebbe fatto ridere il suo capitano, camminava verso Cerzeto lento lento, guardando il paesaggio con un’aria da trasfigurato, e coll’espressione di una felicità assoluta, quando, allo svolto d’un muricciuolo a secco che chiudeva un oliveto, s’incontrò in una pattuglia di bersaglieri condotta dal luogotenente. Due soldati vedendolo esclamarono:
– Eccolo, eccolo.
Il luogotenente gli corse incontro allegrissimo.
– Oh! Cristo, finalmente ti troviamo, vieni subito dal capitano, siamo stati per cagion tua in una grande apprensione. – Dietro front! – e ufficiali e bersaglieri entrarono assieme a Cerzeto.

VI.

Il sottotenente, la sera prima quando non avea ancora pensato di andar per tempo al bosco in cerca della bella Argenide, avea avvertito il suo soldato di svegliarlo tardi all’indomani mattina. Questi, alzato alle cinque e mezza, era andato in quartiere a prendere il caffè, che a quell’ora si distribuiva in cucina, e l’ufficiale avea lasciata la camera poco dopo. Trovata la porta già sbarrata ed aperta, se n’era andato, insalutato ospite, senza che nessuno lo vedesse; la casa da lui abitata era l’ultima del paese, e per caso in quel momento nessuno era nella via, e nessuno stava affacciato a qualche finestra. Così avvenne che inosservato partisse dal villaggio. Verso le 7 il capitano lo avea fatto chiamare, ma in camera non s’era trovato: fu inutilmente cercato in paese, furono mandati soldati attorno al villaggio in traccia di lui, caso mai si fosse un po’ dilungato ad osservare i punti di vista bellissimi che si presentano da quelle alture, e non essendo riescito a nessuno di rinvenirlo, si era ricorso alla tromba e fatto suonare il segnale degli ufficiali, in diversi sensi, alle uscite del villaggio; ma tutto era stato inutile. Cominciavano a nascere dei penosi dubbi sulla sua sparizione, quando giunse un avviso che Sauro, con sei od otto briganti, si aggirava tra Cerzeto e San Martino. Nella piccola carcere del paesello erano rinchiusi i briganti presi il dì prima. Non era improbabile qualche tentativo di liberazione, o qualche colpo di mano nel villaggio pieno di parenti degli arrestati e, certo, poco favorevolmente disposti per la truppa. C’erano inoltre in paese i sessantaquattro sbandati, i quali, benchè non dessero motivo di sospettare male, pure potevano benissimo essere indotti a qualche azione collettiva per un disperato tentativo. Tutto considerato, la sparizione del sottotenente assumeva un carattere di gravità singolare; in breve fu conosciuta da tutti nel villaggio, e cominciarono i commenti, e con questi si andò sviluppando una pericolosa agitazione fra gli aderenti dei briganti. Il capitano dovette pensare a dare delle disposizioni di sicurezza per la custodia degli arrestati, e per la segregazione degli sbandati dagli abitanti, e quindi a spedir la truppa verso San Martino. Al momento nel quale entrava in Cerzeto l’Asprini, felice e beato, fiutando deliziosamente il fiorellino del perfetto amore che gli avea dato Argenide, correva per le bocche di tutti che i briganti, per aver la rivincita degli agguati di San Martino, aveano la notte rapito il tenente entrandogli inosservati in casa. La situazione della casa da lui abitata dava un’apparenza di probabilità al racconto; delle donne del vicinato narravano aver udito la notte dei rumori sospetti, e fuggir gente verso l’uscita del paese. È facile immaginare con che allegria egli fosse veduto tornare dai soldati che l’amavano e dal suo capitano. Anche in paese, ove in generale pel suo umore allegro, e per essersi mostrato piuttosto largo di mano colla povera gente, molti lo amavano, la maggioranza lo rivide con piacere. La sua entrata fu dunque quasi un trionfo, del quale egli che ignorava tutte queste cose, non giungeva a capir nulla.
Dopo il primo momento dato al piacere di rivederlo, il capitano gli espose le conseguenze della sua sparizione inconsiderata, lo rimproverò severamente, avvertendolo che sarebbe stato obbligato di infliggergli una punizione, caso che si permettesse ancora d’allontanarsi dal paese a sua insaputa.
– Già me l’immagino, l’argento vivo che si è sentito in corpo iersera alla vista di quella bella ragazza albanese, deve averla messa in ruzzo stamattina. Dica un po’ su, dove diavolo è andato? Alla catapecchia del bosco a cercar la fanciulla, scommetto, senza pensare ai briganti; bella figura che avrebbe fatto, a farsi prendere, e a farsi schiacciare quella testolina calda fra due sassi!
– Sono uscito a vedere questi bei dintorni, e così di passo in passo, pei boschi, mi sono dilungato senz’accorgermene.
– Va bene, va bene. Secreto come la tomba, altra sua singolarità. Per farsi dar giù i grilli, si metta qui al tavolo, faccia un rapporto circostanziato dell’arresto dei briganti e degli sbandati, faccia fare gli elenchi dal furiere, e prepari il tutto per le due. Alle tre il luogotenente deve partire con tutta quella roba per Cosenza.
– Adesso, capitano, ho una fame da lupo.
– Faccia colazione e poi sgobbi. A rivederla.
Non ci occupiamo della colazione dell’Asprini: l’appetito lo avrà servito bene; trascuriamo i suoi lavori di cancelleria militare; lasciamo partire il luogotenente della compagnia con trenta bersaglieri, e con un rinforzo di guardie nazionali, in accompagnamento dei 14 briganti e dei sessantaquattro sbandati a Cosenza, dove i primi furon posti in domo petri ed i secondi messi a disposizione del Comando di Piazza che li diresse a Genova; lasciamo tornare ai loro focolari tutti i parenti dei briganti e degli sbandati venuti a Cerzeto a dar loro l’addio, e che di ritorno a casa propagarono le notizie degli episodi, delle supposizioni e dei sospetti sollevati dalla momentanea sparizione del sottotenente; e senza dilungarci nemmeno nella narrazione degli ulteriori servizi di perlustrazione eseguiti prima, e più dopo il ritorno della scorta andata a Cosenza, veniamo ai fatti che terminarono con un dramma pietoso, il periodo di distaccamento di quella compagnia di bersaglieri sulla linea albanese.
Due volte, pattugliando per quei monti, l’Asprini avea fatto riposare i suoi soldati nel bosco a lui tanto caro, e s’era fermato a dir due parole alla bella Argenide; più volte s’erano visti i due giovani da soli a soli accompagnarsi nei dintorni di Cerzeto. In questi incontri s’erano comportati in modo analogo al primo: appassionato, rispettoso, tenero l’ufficiale; aggraziata, con un misto di riserbo e di gentile abbandono, la fanciulla. I punti più espressivi della loro conversazione erano sempre state le pause, le reticenze, i silenzi, il pallore, il rossore; un inflessione di voce, un’ingenuità, una stretta di mano più forte. Non un bacio era corso, non un abbraccio, non un atto che non avessero potuto fare dinanzi a chicchessia. Ciò non impediva però le chiacchiere della gente.
L’incidente della sparizione dell’ufficiale il dì dopo dell’arresto dei briganti, aveva fatto parlare di lui su tutta la linea albanese. Il padre del fucilato avea narrato d’aver incontrato l’ufficiale nel bosco accanto alla casetta d’Argenide; erano state notate le sue due fermate in pattuglia alla stessa casupola due volte erano stati visti assieme discorrere in vicinanza di Cerzeto. Non ci volea di più per concludere che finalmente la superba, l’onesta, la selvatica Argenide s’era abbandonata all’amore.
Il brigante Sauro, innamorato pazzo di quella ragazza che lo avea sempre respinto, fremeva di gelosia, e non aspirava che alla vendetta. Egli pensò d’imitare il distaccamento nella prima fase del suo servigio, di fare il morto, d’ecclissarsi, per sorprendere il nemico. Si tenne quindi nascosto a tutti, fece correre la voce d’aver lasciato quei luoghi, e di non avere più banda, e da un amico fece sorvegliare la fanciulla e l’ufficiale, aspettando pazientemente l’ora propizia di prendere la rivincita dell’agguato di S. Martino. Tutto pareva pacificato sulla linea albanese. La diligenza passava lungo l’Ischia del Crati senza aggressioni, si andava e si veniva sicuri senza mali incontri da un paese all’altro, il brigantaggio pareva finito in quell’angolo della Calabria.
Una mattina Argenide era venuta a Cerzeto a farvi qualche spesuccia; raggiunta dall’ufficiale appena uscita del villaggio, questi non aveva potuto ottenere che si fermasse a discorrer seco un poco. E aveva gran fretta, perchè, diceva, suo padre l’attendeva per partire col ragazzo per San Benedetto dove lo chiamavano certi affari, e d’onde non sarebbe ritornato che assai tardi la sera.
L’ufficiale la lasciò partire, risoluto d’aspettare mezzodì, e poi correre al bosco, ove sperava di trovar sola quella bella Albanese, per la quale si sentiva ogni dì crescere l’amore.
Alle undici e mezzo lasciò il capitano ed il luogotenente per andare, disse, a scrivere qualche lettera, ed attese in casa il mezzogiorno: uscì quindi, quatto quatto, scese la Via della fonte, prese il primo bosco di castani, e quindi di buon passo, col cuore in festa, s’affrettò alla catapecchia della bella Milano, non senza spiare i luoghi man mano che inoltrava. Giunse vicino alla casa senza inconvenienti, e si fermò un istante ad ascoltare la leggiadra montanina che cantava a voce spiegata una graziosissima melodia in quell’idioma greco del quale egli non avea imparato che una frase corrispondente alla voce: amami. Finalmente si fece cuore e s’incamminò verso la casupola. Giunto appiè della scala esterna per la quale si accede a quasi tutte quelle case coloniche che hanno al pianterreno una stalla o qualche nascondiglio, credette di sentire muoversi come una persona verso certi cespugli; si fermò, guardò da quella parte, ma non vide che un somarello intento a mordere le cime tenerelle delle piante più basse: sorrise della sua apprensione e pian piano salita la scala, si fermò sulla soglia della porta che era spalancata. La bella fanciulla continuava a cantare mettendo in ordine la sua cucinetta pulitissima, cosa piuttosto unica che rara in quelle contrade, e che rivelava con un ultimo tratto la squisitezza eccezionale di quella creatura bellissima; essa non avea nè fascetta nè farsetto, ma solo la gonna rossa a mille pieghe colla larga fascia a lembi d’oro, e la graziosa camicia coi camuffi che parevano spumeggiare a fiocchi di neve sull’incarnato delicatissimo del suo seno. Le pareti rustiche ed affumicate della capanna davano maggior risalto alla finezza elegante di forme e di tinte di quella figura raffaellesca.
– Argenide! disse l’ufficiale a voce sommessa dopo un poco.
La fanciulla alzò il capo, impallidì, si portò la mano al cuore con un movimento che dava spicco alla ricchezza del suo petto, e guardando con volto sorridente l’ufficiale:
– Dio! che paura m’hai fatto!
– Scusate la mia imprudenza d’esser entrato a quel modo, e d’avervi impaurita….
– Oh niente, mi passa, rispose, cangiando colore e facendosi da pallida accesa in volto.
L’emozione viva notata nella ragazza, l’effetto provocante del suo vestire casalingo, l’ora, il desio, la legge stessa imprescindibile della natura spinse l’ufficiale ad accostarsi rapidamente a cingerle con una mano la vita cercando d’abbracciarla.
La fanciulla si divincolò con un movimento energico e pronto, afferrò il farsettino che stava sopra una sedia, e lo rivestì voltando la schiena all’ufficiale, poi rivolgendosi a lui, ritornata pallida, colla voce tremula gli disse:
– Questo non l’avria creduto da te!
– Che cosa, Argenide?
– Che tu fossi venuto sapendomi sola per farmi ingiuria.
– Perdonatemi, non son venuto punto con intenzione di mancarvi di rispetto; è stato un impeto improvviso che mi ha spinto a volervi rubare quel bacio che mi negate sempre, scusatemi.
– Ebbene, che sei venuto a fare?
– A far colazione con voi, a mangiar dei vostri fichi.
– Vero? sei venuto per questo?
– Te lo giuro, disse l’ufficiale colla più spiattellata menzogna, contento d’aver rasserenata la ragazza con quell’idea suggeritagli da un gran piatto di fichi che stava sulla credenza.
– Aspetta, disse questa, e corse in una stanza vicina ove aprì un armadio e ne ritornò con una tovaglia di bucato, che stese sul tavolo.
– Caspita che tovaglia da principe! disse ammirato il sottotenente guardando il tessuto istoriato di quel lino, e certe frangie bellissime d’antico lavoro.
– Tu sei lo principe mio, disse la fanciulla ridendo in modo adorabile, questa tovaglia è una anticaglia di casa Milano, e questo tovagliolo la accompagna, e questa posata anche; ti pare che l’Argenide poveretta faccia il dover suo? Ecco i fichi, li ho spiccati mezz’ora fa io stessa, son freschi e maturi, ecco il piatto per te ed uno per me, ecco due scranne, assettiamoci; va bene? sei contento?
L’ufficiale che avrebbe lasciati i fichi per mangiarsi quella ragazza a baci e morselli, si grattò il capo guardando la fanciulla fuori di sè dall’ammirazione, e non seppe risponderle se non:
– Che angelo che sei! – Un fico cacciatogli in bocca da Argenide gli troncò la voce. La bella creatura rideva di gran cuore, mostrando una fila di denti della più tersa bianchezza.
– Che fai ora, tenente?
– Chiudo gli occhi per non vedervi, siete troppo bella.
– Allora li chiudo anch’io, e ci guarderemo ad occhi chiusi.
Con discorsi di quella forza, ridendo, scherzando, strappandosi i fichi di mano, facendosi i baffi coi fichi neri, e con altre sciocchezze simili, passarono assieme un’ora che parve loro un minuto.
– Che egoisti che siamo, disse Argenide alzandosi, vado a dire ai soldati di spiccare dalla ficaia quanti fichi vogliono.
– Ma io son venuto solo.
– Solo?
– Solissimo.
– Ancora la stessa imprudenza!
– Che imprudenza, la campagna è ora sicura, non ci sono più briganti!
– Lo credi tu? io non lo credo, vedi.
La fanciulla si mise a piangere.
– Argenide, non ti mettere addosso spaventi assurdi.
– Io ho un brutto presentimento, bello mio, ch’io sarò la causa della tua morte.
L’ufficiale le asciugò gli occhi e le baciò tremando i capelli senza che essa se ne adontasse.
– Vieni, vieni via subito, andremo per la via di sotto come l’altra volta.
– Ma che sono questi timori? stiamo qui ancora un poco.
– Aspetta… Dio mio…. non ti muover di qua; – ed uscì sulla porta.
Appena affacciata, la richiuse, la sbarrò, e pallida come cera, coi denti che le battevano, tornò gettando le braccia al collo ad Asprini.
– Sauro! amore mio, è qui Sauro!
– Va bene, apri, ho il mio revolver.
– Non è solo, sono una diecina per lo meno…. Dio che fare! Se tu esci ti veggono poichè scendono a questa volta. Certo qualcuno faceva la spia, t’ha visto entrare ed ora son venuti per ammazzarti!… Ma io ho un’idea, soggiunse essa ad un tratto facendosi core. Sì…. sì…. in questo modo li inganno!

VII.

In un attimo, preso un lenzuolo nella stanza vicina, ed assicuratolo ad una sedia, la brava Argenide l’avea posto penzoloni fuori della finestra, che era rimpetto alla porta, e che sovrastava alla ripa per la quale eran fuggiti pochi dì prima.
– Crederanno che tu sia fuggito di lì, t’inseguiranno; partiti loro, noi ci salveremo a San Martino, da dove tu potrai partir sicuro e inseguirli. In ogni caso c’è questo, e saremo in due, diss’ella spiccando con risolutezza dalla parete un pugnale che si ripose in seno.
Si sentivano i briganti approssimarsi correndo.
– Tu entra in questo armadio, non far rumore, non cercar d’uscire se non ti chiamo per nome, qualunque sia lo schiamazzo che tu possa sentire. Non pensare a me, nessuno nella linea albanese avrebbe il coraggio di torcere un capello ad Argenide Milano, non temere.
L’ufficiale armò il revolver e si lasciò rinchiudere, compreso d’ammirazione per tanta franchezza di spirito.
Argenide, corsa a levar la sbarra dalla porta ed affacciata alla finestra, si pose a gridare:
– Fuggi, tenente, corri che vengono; fuggi.
La banda si precipitò nella stanza, Sauro innanzi a tutti, colla gioia del trionfo e la ferocia dell’imminente vendetta dipinta sul volto; ma vista e udita gridar la fanciulla dalla finestra, cadde nell’inganno. Cacciò una bestemmia e gridò ai suoi:
– Presto presto, tre di voi per di sopra a tagliargli la via, io corro giù per la costa; non ci sfuggirà. Con te poi, svergognata, faremo i conti, te lo voglio scannare qui sotto gli occhi.
– I bersaglieri hanno la gamba buona, gli rispose ardita la ragazza, mentre essi correvan fuori.
– Fuggi, tenente, fuggi, tornò a gridare dalla finestra.
Sauro le puntò contro dal di sotto il fucile dicendole:
– Sta zitta o ti tiro.
– Fuggi, core mio, fuggi, disse ancora ritirandosi.
Attese che fossero un po’ lontani ed andò ad aprire al tenente:
– Ce l’ho fatta, disse sorridendo; ora a noi, che non c’è tempo da perdere.
Venti minuti dopo erano vicini a San Martino, dalla parte opposta a quella verso la quale eran corsi i briganti.
– Va avanti tu, disse all’ufficiale la ragazza, io entrerò in paese fra mezz’ora, perchè non ci veggano assieme, e non ne partirò che quando sarà giunto mio padre; temo di trovarmi sola con quel bestione del Sauro. Spero che questo secondo rischio ti avrà fatto prudente. Se vieni solo ancora una volta a cercarmi, non ti guardo più, non ti parlo più.
– E dire che tu m’hai salvata la vita due volte, disse l’Asprini baciandole le mani, un po’ callose, ma belle e piccine.
– E dire che tu ti sei esposto due volte a farti sbranare dai briganti per una contadina! gli rispose la ragazza, guardandolo con affetto indicibile. Ora va, bello mio, ci rivedremo a Cerzeto appena sarà possibile; va, carino, e ringrazia la Madonna che ti ha salvato due volte.
– Sediamo qui sull’erba ancora un poco a discorrere.
– O va tu, o vado io.
– A rivederci, non mi fare quel cipiglio.
– A rivederci, amore.
Entrato in San Martino, non fu difficile all’ufficiale mettere insieme una squadriglia di giovinotti liberali che lo seguirono senza chiedergli molte spiegazioni, ma quel radunarsi di liberali armati intorno all’ufficiale dei bersaglieri era stato notato dagli aderenti dei briganti, e prima di lui erano già usciti dal paese tre ragazzi, correndo in diverse direzioni dalla parte di Cerzeto.
La caccia condotta dall’Asprini non ebbe risultati, e quando poco discosto da Cerzeto i suoi compagni videro da lungi un ragazzo di San Martino tornarsene di corsa verso casa:
– Ecco la spia che ci ha prevenuti, dissero, per oggi non c’è più nulla a fare.
Questa fu pure l’opinione del capitano. I volontari, fermatisi un poco a Cerzeto a trincare cogli ufficiali, tornarono in sulla sera alle case loro. Il capitano dopo le nove chiamò l’Asprini ed il luogotenente in foreria, assieme a due sicuri liberali del paese, per discorrere sulle misure da prendersi contro la banda Sauro.
La banda intanto era raccolta nella cucina di una casa colonica prossima alla strada consolare, giù nel piano, poco discosto dall’Ischia. Un loro aderente di Cerzeto, che i briganti aveano fatto chiamare, visto che Sauro, verde dalla bile, non avea toccato cibo di sorta,
– Compare, gli disse, se ti basta l’animo, puoi fare un bel colpo stanotte.
– Che colpo?
– La prima volta che il tenente andò al bosco dalla Argenide, in Cerzeto si credeva che fosse stato sorpreso la notte da te e portato alla montagna.
– Ebbene?……
– Quello che s’è creduto allora, puoi farlo adesso. Il tenente abita l’ultima casa del paese, ha l’abitudine di dormire colla finestra aperta, dorme discosto due camere da quella del suo soldato, e separato da più camere dalle stanze dei padroni di casa; la sua finestra è al primo piano, e dà sulla via. Quando dorme, niente di più facile che andare a piedi nudi ed appoggiare due scale a piuoli contro la finestra, salire in due, saltargli addosso mentre dorme, imbavagliarlo, metterlo in un sacco, e portarlo vivo alla montagna o freddarlo lì in letto.
Sauro saltò in piedi come tocco da una molla:
– Per Dio, questa volta l’inchiodo vivo al castagno sotto il quale ha fatto fucilare il nostro compagno e gli rallegro l’agonia, facendogli davanti un balletto colla sua Argenide. Il capitano mai più s’aspetta da noi un colpo ardito questa notte, sapendoci in fuga e scornati.
La proposta fu dibattuta, vagliata, stabilita e decisa per dopo mezzanotte, ed il Cerzetino ritornò al suo villaggio per preparare le scale e spiare gli ufficiali.
Una vecchia filava vicino alla porta ed avea sentito ogni cosa; nessuno se ne prendeva cura. N’avea visto di tanti colori quella vecchia fino dai tempi del vecchio brigante Talarico, che tutti la riguardavano come più che sicura. A questa donna l’Asprini avea fatto un dì l’elemosina di mezza piastra, elemosina favolosa, sesquipedale, incredibile per quelle località, e gliel’avea gettata in grembo dicendole:
– To’, buona mamma.
L’idea che avrebbero inchiodato vivo quel buono e bell’ufficiale la rivoltò tutta; non ardiva però andare a Cerzeto, ove la sua presenza sarebbe stata avvertita, il che equivaleva ad essere ammazzata poi; pensò e ruminò. Ormai era opinione generale che l’Argenide fosse l’amante dell’Asprini, e risolse di andare dall’Argenide; era distante, ma non esitò. Scostatasi pian piano dalla casa, e deposta accanto ad una siepe rocca e fuso, partì e giunse dalla Argenide che erano passate le nove, ma trovò la casa chiusa. Aspettò più di un’ora, e finalmente vide giungere la ragazza col vecchio padre che si cacciava innanzi una somara; il ragazzino era rimasto a San Benedetto dalla zia.
Non voleva farsi vedere dal vecchio; stette quindi nascosta dietro la casa finchè quello andò a condurre l’asino nella stanza, ed allora mostrossi con aria misteriosa alla figlia.
Argenide restò colpita a quella vista, fece segno d’aspettare, entrò in casa a prendere un’anfora, ed uscì verso la ripa, seguita dalla vecchia, dicendo al padre:
– Vado alla fonte per acqua.
Udito di che si trattava, lasciò a terra l’anfora, e col cuore in sussulto, si diresse subito verso Cerzeto correndo, mentre la vecchia tornavasene al suo casolare al piano, contenta di non essere stata vista da nessuno, e d’aver forse salvato il bell’ufficiale.
All’Argenide invece tremava il cuore di non arrivare a tempo: erano passate le dieci; anche di corsa, non bastava un’ora per andare fino a Cerzeto; se, com’era probabile, a quell’ora Sauro era già appostato, le sarebbe stato assai difficile penetrare in paese. Queste considerazioni le metteano l’anima sossopra; ora le toglievano il respiro, ora le davano lena, ad ogni modo correva sempre, correva per un’ora di seguito senza posa. In prossimità di Cerzeto si fermò a prender fiato, poi girando verso la parte alta, poichè Sauro dovea giungere dalla bassa, inoltrò scalza e guardinga per non dar dentro nella banda.
In quel momento Asprini discorreva col capitano vicino alla foreria, e stava per dirigersi a casa, dove il suo soldato l’attendeva; dalla via si vedeva chiaro nella camera da letto dell’ufficiale; i briganti raccolti in un gruppo a venti passi dalla casa, avvertiti d’ogni cosa, aspettavano che Asprini s’accostasse alla sua porta per piombargli addosso.
Era una notte serena, con un bellissimo chiaro di luna; una notte che pareva un sorriso di cielo. Argenide camminava all’ombra di un fitto di ficaie, quando scoprì l’agguato. Si sentì gelare il sangue, poichè conobbe che non poteva entrare senz’esser vista; dall’attitudine dei briganti comprese che la catastrofe era imminente. Si fece nonpertanto coraggio e non esitò un istante, si coprì il capo con una pezzuola, insaccò il collo nelle spalle per darsi un’apparenza diversa dalla sua, e rasentò la casa, e seguendo il muro col capo basso, il viso in ombra, si arrischiò ad entrare in paese.
I briganti, intenti a spiare l’arrivo dell’ufficiale, non la videro, se non quando passava loro vicino a forse quattro passi di distanza, e credendola una donna di ritorno da qualche convegno clandestino, la lasciarono andare pel fatto suo.
Giunta sotto alla finestra illuminata, fuori di sè dalla contentezza l’ardita ragazza:
– Asprini, gridò, statti attento, ci sono i briganti.
Due colpi di fucile le risposero dall’agguato.
– Asprini, Asp… – Un terzo colpo le troncò la parola. Essa non cadde però, ma voltato il cantone si diresse correndo all’ingiù verso il quartiere dei soldati.
Nell’istante medesimo si udiva la sentinella del quartiere gridare all’armi! Asprini che avea riconosciuto la voce dell’Argenide, correva verso casa col revolver alla mano seguíto dal capitano e dal luogotenente. Fatti pochi passi col cuore che gli batteva a sbalzi, il sottotenente s’incontrò nella fanciulla che correva all’ingiù boccheggiando, appoggiandosi di tratto in tratto con una mano al muro per non cadere.
– Argenide! grido con voce straziante l’ufficiale correndo a lei.
– Amore mio, disse la fanciulla cadendogli addosso, e recingendogli il collo colle braccia: – Amore mio… me moro…. ti volevo tanto bene, sai. Dammi un bacio, amore, – e gli si abbandonò sulla bocca, esalando coll’ardore d’un amore a lungo represso l’anima sua nel suo ultimo respiro.
Fu quello il primo e l’ultimo loro bacio.
Sauro, dopo i colpi di fuoco, s’era slanciato dall’agguato, calcolando sulla rapidità d’un’aggressione istantanea; ma i compagni, spaventati dal grido d’allarme, non lo seguirono; si sentivano avanzare correndo il capitano ed il tenente, si sentiva più discosto il calpestìo del drappello di rinforzo alla guardia che s’affrettava a precipizio, e dalla porta dell’abitazione dell’ufficiale usciva il confidente armato di carabina. Il colpo era fallito. Sauro si diè alla fuga coi compagni. Il capitano, sbucato primo di tutti dalla viuzza verso la campagna, vide il drappello che fuggiva e si fermò a scaricare loro dietro tre colpi del suo revolver; il confidente dell’Asprini fece anch’esso fuoco addosso ai briganti; il tenente alla sua volta scaricò il revolver. Ma in quell’ansia di correre e di sparare senza prender di mira, furon tutti colpi perduti, ed i briganti in quelle fermate degli inseguenti ebbero agio di guadagnare un buon tratto di via sulla truppa. L’inseguimento continuò non pertanto, anche coll’aiuto del drappello dei bersaglieri di rinforzo alla guardia; i briganti correano a precipizio all’ingiù per la calata alla fonte, ed erano già al basso, incalzati dai soldati giunti a mezza costa, quando si vide arrivare l’Asprini, senza berretto, col revolver alla mano, e corrente all’impazzata. Egli attraversò con una rapidità indicibile i soldati urlando:
– Morta! morta… morta! – Gettò il revolver dietro ai briganti, strappò la carabina dalle mani d’un bersagliere oltrepassandolo colla velocità d’un proiettile e, più che correndo, trabalzando in modo vertiginoso dalla discesa, giunse a pochi passi dai briganti, si fermò, puntò la carabina a quello che era più indietro degli altri, gli mandò una palla a scavezzargli le reni, e riprese la sua corsa a precipizio giù dalla costa; ma ad una svolta, avendo voluto prendere per una scorciatoia, inciampò e cadde rotoloni in una fratta, dando del capo contro un sasso. S’alzò sbalordito, colla testa che facea sangue; ed un momento dopo continuava cogli altri l’inseguimento.
Appiè del monte c’era un bosco, i briganti vi si internarono, e, com’è loro costume, si dispersero in tutte le direzioni. Giunti dopo di loro un bel tratto, i soldati li avean perduti di vista. Il capitano mandò allora al paese il luogotenente onde prendesse il comando dei soldati rimasti, ed egli coi pochi che avea seco continuò il movimento in modo da collegarlo con quello che stava per eseguire il luogotenente.
Furono fatiche vane, e l’indomani mattina tornarono tutti a Cerzeto senza aver trovato alcuno. Una novità li attendeva. Era giunto un drappello di soldati di linea con una lettera del generale, che lodando i bersaglieri dell’operato loro, li avvertiva di lasciar subito Cerzeto ove veniva distaccata una compagnia di linea, e di partire immediatamente per Castrovillari, per prender parte a dei movimenti combinati contro una grossa banda che sarebbe forse sbucata da quella parte, calando da Campotanese.
In un’ora tutti furono pronti alla partenza. Per Asprini fece tutto il suo confidente. L’ufficiale, appena di ritorno da quella scorreria entrò nella casa, dove sopra un lettuccio era stato adagiato il corpo della bella Argenide, nè più si mosse di là rimanendo seduto appiè di quel funebre letto, cogli occhi fissi sulla morta. Pareva una statua, avea la faccia impietrita, e non s’accorgeva della gente che entrava ed usciva silenziosa a vedere quel pietoso spettacolo. Verso le dieci giunse il padre della ragazza, e fu questa la sola persona della quale Asprini avvertisse la presenza; il vecchio che voleva sfogare una parte del suo dolore sull’ufficiale, ammutolì al cospetto di quel dolore silenzioso che egli riconobbe più forte e più tremendo del suo. Un poco prima delle undici i bersaglieri partivano, ed Asprini, tolto di là dal suo capitano, usciva dando una stretta di mano al vecchio e dicendogli:
– A domani, o dopo domani al più tardi.
Strada facendo l’ufficiale non aprì mai bocca; giunto a Castrovillari, andò al suo alloggio, e scrisse una domanda di dimissione dal servizio, poi si recò dal capitano.
– È mia intenzione, disse, di tornare sulla linea albanese, di metter su una squadriglia di volontari risoluti, e di non posare che quando avrò vendicato sulla banda Sauro la morte di Argenide Milano. Domando un mese di licenza ordinaria.
– Le licenze sono sospese da una circolare ministeriale.
– Allora la prego di trasmettere sollecitamente per via gerarchica al Ministero questa domanda di dimissione dal servizio.
Il capitano guardò in viso il giovinotto, e capì che ogni consiglio sarebbe stato inutile.
– Tenga le sue dimissioni. Sino a domani sera non posso arbitrarmi di disporre d’una scorta per farla accompagnare sino a Cerzeto, e non intendo che parta da solo. Prendo sopra di me di lasciarla intanto partire a quella volta; scriverò poi al signor Maggiore, per ottenerle in via eccezionale una licenza straordinaria. Intanto credo avere il diritto di ottenere dalla sua amicizia e sulla sua parola d’onore la promessa di non allontanarsi prima di domani sera.
– Grazie, capitano, glielo prometto in parola d’onore. Permetta ch’io mi ritiri.
– Vada pure, tenente.
Nella notte istessa la compagnia dovette uscire per servizio verso le alture di Campotanese. Al ritorno, l’indomani verso sera, sempre l’Asprini nella sua camera si preparava a partire, giungeva un messo da San Martino con un involto ed una lettera per lui. La lettera era del sindaco e recava:

«Carissimo signor Asprini,

«Il vecchio Milano con un drappello di giovanotti di buona volontà ha sorpreso questa mattina all’alba la banda Sauro, sotto il ponte dell’Ischia; neppur uno potè salvarsi. Quel vecchietto, al quale il desiderio di vendicare quella sua straordinaria Argenide avea reso tutta l’energia della gioventù, mi ha pregato di avvertirvi subito dell’avvenuto; vi dà la sua paterna benedizione, – cito le sue parole, – vi prega di non venire per ora da queste parti, perchè la vostra vista gli recherebbe troppo dolore, e vi manda dei capelli della povera Argenide, acciò abbiate un ricordo di quella fanciulla che vi ha amato tanto.
«Aggradite, ecc.
«Affez. amico,
«N. N. SINDACO.»

L’ufficiale aperse l’involto e si trovò tra le mani una ricca treccia sciolta di capelli neri, inanellati, lucenti, lunga oltre un metro; cadde sopra una sedia nascondendosi il volto in quella reliquia della sua fanciulla, e finalmente esclamando: – Povera Argenide mia! – diè in uno scoppio di pianto dirotto.
Giorni fa, dopo tredici anni, il capitano Asprini, dopo avermi fatto il racconto che avete letto, si nascondeva ancora il volto con quella treccia bruna e piangeva ripetendo:
– Povera Argenide mia!

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