Luigi Capuana – Il mugnaio

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C’era una volta un mugnaio che aveva due belle figliuole. A una avea dato nome Rota, all’altra Tramoggia.
La gente che andava a macinare, vedendo le due ragazze, domandava:
– Compare, quando maritate queste figliuole?
– Quando ci sarà chi le vuole.
– E che dote gli date?
– Dote niente. Rota la regalo, Tramoggia la do per nulla.
– Furbo siete, mugnaio!
All’alba, se non c’erano ancora avventori, il mugnaio imboccava una grossa conchiglia marina, e si metteva prima a sonare e poi a gridare:

– Púuh! Púuh! Púuh!
Vieni, vieni a macinare!
Nel mulino non c’è da fare.

Púuh! Púuh! Púuh!
Vieni, vieni al mio mulino,
Chi vien primo ha il contentino.
Púuh! Púuh! Púuh!

Una mattina arrivò primo un garzone del Re con una mula carica di grano. Terminato di macinare, il garzone non se n’andava:
– Che attendi?
– Il Re vuole il contentino.
– Portagli questa qui.
E gli diè Rota, la figliuola maggiore.
Il Re gliela rimandò:
– Contentino che mangia pane Sua Maestà non ne vuole.
– Portagli questo qui.
Gli diè un corno di bue.
Il Re si sentì offeso, e se la legò al dito.
Un altro giorno il mugnaio s’era messo di nuovo a sonare e a gridare:

– Púuh! Púuh” Púuh!
Vieni, vieni a macinare!
Nel mulino non c’è da fare.

Púuh! Púuh! Púuh!
Vieni, vieni al mio mulino,
Chi vien primo ha il contentino.
Púiuh! Púuh! Púiuh!

Arrivò primo il solito garzone del Re con due mule cariche di grano. Terminato di macinare, il garzone non se n’andava.
– Che attendi?
– Il Re vuole il contentino.
– Portagli questa qui.
E gli diè Tramoggia, la figliuola minore.
Il Re gliela rimandò:
– Contentino che mangia pane Sua Maestà non ne vuole.
– Portagli questo qui.
Gli diè un altro corno di bue.
Il Re, alla nuova offesa, pigliò i cocci e mandò ad arrestare il mugnaio.
– Che intendi con questi corni per contentino?
– Intendo i corni dell’abbondanza. Se Vostra Maestà non li vuole, son pronto a riprenderli.
– Riprendili pure.
Il Re, non trovando da ridire, fece rilasciare il mugnaio.
Per la via gli domandavano:
– Di chi sono cotesti corni, mugnaio?
– Sono miei. Uno lo regalo, l’altro lo do per nulla.
E se ne tornò al mulino coi corni sotto il braccio.
La gente che andava a macinare, vedendo le ragazze, domandava:
– Compare, quando le maritate queste figliuole?
– Quando ci sarà chi le vuole.
– E che dote gli date?
– Quei due corni; uno a Rota, l’altro a Tramoggia.
– Furbo siete, mugnaio! I corni vanno a paio.
– Di corni come questi, con uno ce n’è d’avanzo. Chi non lo crede, suo danno.
Il Re aveva ripensato la risposta del mugnaio: “Intendo i corni dell’abbondanza”; e s’era pentito di averglieli lasciati riprendere. Mandò il garzone:
– Sua Maestà rivuole i contentini.
– Gli ho dati in dote alle figliuole. Chi vuol possedere uno di quei corni, dee prima sposare una di esse.
Il garzone riferì la risposta. Il Re ci ripensò su:
– Se fosse davvero il corno dell’abbondanza?
Rimandò il garzone:
– Avanti di sposare, Sua Maestà vuole accertarsi che il vostro corno è davvero quello dell’abbondanza.
Il mugnaio rispose:
– Chi non lo crede, suo danno.
Il Re si persuase che il mugnaio diceva il vero. Anche per un Re, che può avere quattrini quanti ne vuole, il corno dell’abbondanza non sarebbe stato cattivo. Sposare però una figliuola di mugnaio, tutta infarinata, Sua Maestà non se la sentiva. Giorno e notte intanto ripensava a quel corno. Dormendo, lo sognava. Gli pareva di vederne uscire ogni ben di Dio. Bastava dire: Corno, dammi questo! Corno, dammi quello! Il corno si trovava pronto a ogni richiesta. Era una bellezza.
– Se accadesse come nel sogno!
Il Re ormai aveva fitto il chiodo lì; e radunò il Consiglio della Corona.
– Voglio sposare una delle figlie del mugnaio!
– Maestà, sangue di Re richiede sangue di Re!
– Quando avrò in mano il corno dell’abbondanza, so io come fare.
I Ministri chinarono il capo. E uno di loro dovette andare dal mugnaio in nome di Sua Maestà:
– Mugnaio, Sua Maestà vuole una delle tue figliuole.
– Rota la regalo, Tramoggia la do per nulla. E quei corni sono la dote.
– Sua Maestà sceglie Rota.
Si sposarono. La stessa sera delle nozze il Re disse a Rota:
– Vieni a vedere la tua camera.
Le fece scendere scale dietro scale, una più buia dell’altra, e quando furono all’uscio di un sotterraneo, dove non penetrava un fil di luce, ve la spinse dentro e messe tanto di catenaccio.
– Ah, Maestà, che tradimento!
Il Re tornò su, prese il corno per la punta e ordinò:
– Perle e diamanti!
E tosto uscì dall’altra parte un mucchio di diamanti e di perle.
La mattina venne il mugnaio per vedere la sua figliuola:
– Torna più tardi, tua figlia dorme.
Tornò più tardi:
– Torna domani, tua figlia è a pranzo.
Venne il giorno seguente:
– Tua figlia è morta e seppellita. Fu Regina un giorno solo!
Il povero mugnaio andò via piangendo.
Il Re pensò:
– Se possedessi l’altro corno dell’abbondanza, sarebbe meglio.
E mandò dal mugnaio:
– Sua Maestà vuole sposare l’altra sorella.
– Rota fu regalata, Tramoggia la do per nulla. Quel corno è la sua dote.
Il Re e Tramoggia si sposarono. La stessa sera delle nozze egli le disse:
– Vieni a vedere la tua camera.
Le fece scendere scale dietro scale, una più buia dell’altra, e quando furono all’uscio di un sotterraneo, dove non penetrava un fil di luce, ve la spinse dentro e messe tanto di catenaccio.
– Ah, Maestà, che tradimento!
Il Re tornò su, prese l’altro corno per la punta e ordinò:
– Oro e argento!
E tosto uscì dall’altra parte un mucchio d’argento e d’oro.
La mattina venne il mugnaio per vedere la sua figliuola:
– Tua figlia è morta e seppellita. Fu Regina una notte sola.
Il povero mugnaio andò via piangendo.
Un giorno, vedendo che non c’era avventori, imboccò, al solito, la grossa conchiglia e si mise prima a sonare poi a gridare:

– Púuh! Púuh! Púuh!
Vieni, vieni a macinare!
Nel mulino non c’è da fare.

Púuh! Púuh! Púuh!
Vieni, vieni al mio mulino,
Chi vien primo ha il contentino.
Púuh! Púuh! Púuh!

Arrivò primo il garzone del Re, con una mula carica di grano. Terminato di macinare, il garzone non se n’andava:
– Che attendi?
– Il Re vuole il contentino.
– Portagli questo.
E gli diè uno stivale vecchio, rattoppato.
Il Re pensò:
– Anche questo stivale dee avere qualche virtù. Ma prima di provare, voglio anche l’altro.
E appena intese dal balcone del palazzo reale il suono della conchiglia Púuh! Púuh! e la voce del mugnaio che gridava al solito: Vieni, vieni! spedì il garzone con una mula carica di grano. Terminato di macinare, il garzone non se n’andava:
– Che attendi?
– Il Re vuole il contentino.
– Portagli questo.
E gli diè uno stivale vecchio rattoppato, compagno all’altro. Il Re, tutto contento, si chiuse in camera coi due corni di bue e i due stivali. Voleva far la prova se mai questi erano prodigiosi al pari di quelli. E cominciò dai corni. Li prese per le punte con le due mani e ordinò:
– Perle e diamanti! Argento e oro!
Ma i corni versavano e gli stivali ricevevano. E appena gli stivali furono colmi fino al collo, parvero impazziti. Il Re non sapeva come ripararsi dai calci che gli assestavano alla schiena, di piatto e di punta. E ogni calcio,lasciava il segno!
Apre l’uscio e si mette a correre, urlando; lui avanti e gli stivali dietro, assestandogli calci alla schiena di piatto e di punta. E ogni calcio lasciava il segno!
Corri di qua, corri di là, non c’era verso di sfuggirli. Ministri, cortigiani, guardie tentavano invano di afferrarli; ne toccavano anche loro. All’ultimo, nel ruzzolare una scala, il Re inciampò e cadde bocconi quant’era lungo. Gli stivali gli si posarono addosso e stettero fermi; ma lo schiacciavano col loro peso.
– Chiamate il mugnaio! – urlava il Re.
Corse una guardia, a cavallo, per fare più presto.
– Non posso venire. La rota non va, la tramoggia è guastata. Se avessi qui le mie figliuole Rota e Tramoggia, verrei subito.
Il Re, che con quel peso addosso si sentiva soffocare, disse ai Ministri:
– Scendete nei sotterranei, mettete fuori Rota e Tramoggia! Le ho rinchiuse lì io, e ne pago la pena. Fate presto!
Non aveva ancora terminato di parlare, che gli stivali caddero per terra, uno di qua e uno di là, affatto vuoti.
Il Re si alzò tutto pesto e addolorato, lamentandosi:
– Ahi! Ahi!
I Ministri tornarono su frettolosi:
– Maestà, – dicono – il Re ci ha rinchiuse qui, e il Re ci dee far uscire.
Non aveva faccia d’andare a presentarsi alle due sorelle; ma vedendo che gli stivali si agitavano, quasi minacciando nuovi calci, s’avviò lentamente, reggendosi con le mani la schiena pesta e addolorata, lamentandosi:
– Ahi! Ahi!
Il sotterraneo dov’era Rota, di affumicato e grumoso era diventato bianchissimo; muri e pavimento tutti coperti di farina.
– Entrate, Maestà; vi attendevo da un pezzo.
Tutt’a un tratto, Rota lo prende per la mano e si mette a girare torno torno come una vera rota di mulino, sballottando il Re che urlava invano: Ahi! Ahi! E si sentiva mancare il fiato. Gira, gira, gira, all’ultimo lo sbatacchia fuori a gambe all’aria e si mette a sedere:
– Andate a chiamare mio padre.
Il sotterraneo dov’era Tramoggia, di affumicato e grumoso era diventato giallo come l’oro; muri e pavimento tutti coperti di grano.
– Entrate, Maestà; vi attendevo da un pezzo.
Il Re, malconcio, esitava; ma Tramoggia si fa avanti, lo prende per la mano e comincia ad agitarsi, come una vera tramoggia di mulino, dando scossoni al Re che urlava invano: Ahi! Ahi! All’ultimo, lo sbatacchia fuori a gambe in aria e si mette a sedere:
– Andate a chiamare mio padre.
Il mugnaio venne lemme lemme, dinoccolato:
– Che comanda, Vostra Maestà?
– Porta via Rota, Tramoggia, corni, stivali, ogni cosa!
– Se Vostra Maestà vuol vivere in pace, le dirò quel che dee fare.
– Che debbo fare?
– Per un anno, un mese e un giorno, io sarò Re e lei mugnaio. In questo frattempo, le mie figliuole diventeranno Regine davvero. Vostra Maestà, per gastigo, rimarrà a bocca asciutta; né moglie né dote.
Che poteva fare il Re con quel mugnaio indiavolato?
Piegò la testa. Gli diede il manto e la corona reale, e indossò i panni di lui tutti sparsi di farina.
La gente avea ritegno di andare a macinare al mulino del Re. Invano egli si sfiatava a sonare la gran conchiglia marina e a gridare:

– Púuh! Púuh! Púu!
Vieni, vieni a macinare!
Nel mulino non c’è da fare.

Púuh! Púuh! Púuh!
Vieni, vieni al mio mulino,
Chi vien primo ha il contentino.
Púuh! Púuh! Púuh!

La rota infradiciva inerte nell’acqua; la tramoggia se la rodevano le tignole, e il Re sbadigliava davanti la porta con le mani in mano, aspettando gli avventori che non venivano mai. Per vivere pescava granchi e ranocchi nel fosso. E se passava qualcuno, lo interrogava:
– Che nuove mi date, compare?
– Rota si è maritata col Reuccio di Spagna.
– Tanto meglio, compare!
Ed eran passati sei mesi.
Il Re sbadigiiava davanti la porta del mulino con le mani in mano, aspettando gli avventori che non venivano mai. Per vivere, pescava granchi e ranocchi nel fosso. Era diventato magro allampanato. Se passava qualcuno, lo interrogava:
– Che nuove mi date, compare?
– Tramoggia si è maritata col Reuccio di Portogallo.
– Tanto meglio, compare!
Ed eran passati altri sei mesi.
Finalmente restavano pochi giorni perché il suo gastigo terminasse. Il mugnaio Re venne al mulino accompagnato dai Ministri e da tutta la corte.
– La rota è infradicita; la tramoggia è rosa dalle tignole; fatele rifare. Se no, siamo daccapo.
E bisognò farle rifare.
All’ultimo giorno, il mugnaio Re venne al mulino accompagnato dal Ministri e da tutta la corte. Ma il povero Re che per un anno, un mese e un giorno non avea mangiato altro che granchi e ranocchi, era ridotto in fin di vita.
– Ben mi sta! – disse, rivolto al mugnaio. – E giacché ti trovi Re, Re rimani.
Detto questo, morì.
La gente fu contenta. In un anno, un mese e un giorno, il mugnaio non gli aveva macinati peggio dell’altro.

Evviva Re mugnaio!
Chi ne vuole una sporta e chi uno staio.

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