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Luigi Capuana – Racconti

PROFILI DI DONNE

I

DELFINA
Ceci n’est pas un conte
DIDEROT

Senza dubbio l’avevo veduta un’altra volta. Ma dove? Ma quando? Per tutta la giornata non ci fu verso di ricordarmene. E volevo rivederla, interrogarla, riannodare con lei una di quelle amicizie che cominciano da un nonnulla e diventano infine, massime trattandosi di donne, qualcosa di piú intimo dell’amicizia, un amore, che so io? Anche un matrimonio; ma dove cercarla? Come farmi intendere dalle persone che avrei dovuto interrogare?
Intanto l’imaginazione lavorava senza posa, e il cuore si accalorava e batteva piú forte. E piú mi accanivo a trovare nella memoria un ricordo di lei, piú i miei dubbi si accrescevano e le incertezze diventavan maggiori.
Il suo aspetto non mi sembrava punto cambiato. Erano scorsi degli anni, ma ella aveva conservato intatta la sua freschezza giovanile. Quel che di lievemente roseo e di diafano della sua pelle; quella delicata bianchezza delle sue mani; quella gentile e, direi quasi, carezzevole flessibilità della sua personcina: quell’incanto dell’andare, del muoversi di tutto il suo corpo bello di proporzioni e di struttura; tutto era rimasto tal quale, senza il menomo cambiamento. La voce dapprima, la voce soltanto, mi parve sonasse un po’ diversa da quella di una volta. Il suo tono vivo, argentino si era alquanto abbassato, e aveva preso un che indefinibile di piú melodioso e di mesto che un giorno, mi sembrava, non ci era affatto. Ma riflettendo meglio, credetti di scorgere un’uguale mestizia nei suoi occhi, anzi un po’ piú apertamente manifesta che non fosse nella voce. Che cosa le era accaduto? E, innanzi tutto, come si trovava ella in Catania? Le cento interrogazioni che mi rivolgevo affollatamente rimasero per quel giorno tutte senza risposta.
La mia memoria ha di rado un vivo ricordo dei luoghi e delle fisonomie; è un difetto che non son riuscito a correggere per quanto me ne fossi impegnato. Il giorno appresso però i luoghi mi vennero in mente con notevole precisione. Ricordavo benissimo di aver veduto quella donna in Firenze quattro o cinque volte, non piú, sui Lungarni, alle Cascine, a San Miniato al Monte, in casa di una persona a me carissima, la quale amareggiò da indi a poco la mia vita con un’indegna azione. Ricordavo di averle anche indirizzato una o due volte la parola; a che proposito e in quali circostanze mi era completamente sfuggito.
Non sapevo però capacitarmi per quale ragione l’impressione ora ricevuta fosse cosí potente da commuovermi, ed agitarmi come se io avessi riveduto in lei qualcosa di piú che una semplice conoscenza. Le sensazioni di cinque anni fa si erano rinnovate, rese piú appariscenti. Avevo tutto l’agio di osservarle, di studiarle; e piú le fissavo piú si facevano intense e fresche, tanto da produrmi l’illusione di una realtà lí presente. Gli atteggiamenti, i vestiti, la voce, il sorriso mi ritornavano alla memoria netti, precisi, benché avessi la certezza che allora ci avevo badato assai poco; e questo fenomeno cosí strano o molto fuor del comune contribuiva in gran parte ad accrescere la mia curiosità.
Ritornai due giorni di seguito alla Villa Bellini, gironzolai per le principali vie della città senza lasciar passare inosservato un sol viso di donna; ma nulla di nulla. Corsi al Grande Albergo. Chiesi ad un cameriere se vi fosse alloggiata una signora piccola, delicata, bionda; una lombarda dall’abito color perla, con un cappellino di velluto nero a fiori turchini, un manicotto di vera martora e un mantello color marrone a frange della stessa stoffa (indicazioni troppo vaghe e confuse, ma non potevo darne delle altre). Il cameriere rispose di no. Gli sembrava però di aver veduto, giorni fa, entrare nell’albergo una persona che quasi corrispondeva a quelle indicazioni; ma, dopo aver mangiato alla tavola rotonda, era ita via.
– Sola? – chiesi ansiosamente
– Sola, mi pare -.
Quel “mi pare” intorbidò un pochino il piacere che avevo provato alla prima parola.
Corsi allo stesso modo per altri due o tre dei principali alberghi della città e con ugual resultato Cominciavo ad arrabbiarmi. E piú che colla cattiva sorte, me la prendevo con me stesso. Perché non me gli ero avvicinato quando la incontrai sullo spianato della Villa? Ella mi aveva guardato a lungo, aveva quasi fatto le viste di riconoscermi; perché avevo esitato?
Passò una settimana. Quella donna mi aveva intanto messo il cuore sossopra. Già da due notti non chiudevo occhio. Ero, al mio solito, caduto in preda di una di quelle subitanee, irragionevoli passioni che mi han reso cosí infelice, e dal principio venivo condotto a non presagire nulla di bono per la mia salute e la mia pace. Avessi almeno potuto rivederla!
Il decimo giorno, un giovedí, mi recai alla Villetta della Marina, e stavo da un’ora appoggiato ad uno dei piloni del ponte della ferrovia, senza sentir nulla della musica e senza intender verbo di un lungo discorso del mio amico Michele che mi parlava di positivismo e di filosofia, un discorso opportuno! Divoravo cogli occhi tutte le signore che mi passavano davanti, provando spesso un sussulto, un fremito a un color di veste, ad un agitarsi di cappellino che scambiavo per la veste e pel cappellino di lei; e soffrivo una vera tortura in quel vano attendere, in quel frequente ingannarmi, in quel persistente sperare. Finalmente, quando la folla era piú densa, quando il passeggio era piú lieto e piú svariato, mentre la banda militare suonava il magnifico valzer del Fausto di Gounod, ecco affacciarsi al cancello della Villetta chi? Lei, proprio lei! E sola! Fui sul punto di venir meno, tanto il sangue mi rifluí violentissimo al cuore.
Passò davanti a me, a pochi passi di distanza; ma non potè vedermi, impacciata come pareva del rivolgersi degli occhi di tutti curiosamente su lei: sincero e tacito elogio della sua grazia, della sua bellezza e della sua eleganza. Un giovane uffiziale la salutò. Ella rispose con un piccolo cenno del capo ed un sorriso. Io ne avevo un gran dispetto. Un vivo sentimento di gelosia si era già destato a poco a poco dal fondo del cuore, e potevo a stento frenarmi di non impertinenzare tutti coloro che osavano metterle gli occhi addosso e far chiose e comenti.
Non volli avvicinarmele nemmen questa volta. Ero troppo commosso. Mi sarei imbrogliato. Tant’occhi si sarebbero fissati sopra di noi due! Ella girò pei viali, fermossi un istante sul ponticello di legno che cavalca il piccolo canale dove nuotano i cigni e uscí fuori della Villa. Lasciai Michele con un pretesto, deciso di seguirla con cuore tremante fino all’uscio di casa.
Le andai dietro un gran pezzo lungo la via Etnea, tenendomi sempre a distanza, ma non tanto che l’occhio potesse facilmente smarrirla. Evidentemente essa ritornava al solito posto della Villa Bellini. Avrei amato meglio che fosse andata a casa. Chi sa? Nella Villa Bellini mi sarebbe forse di bel nuovo mancato il coraggio di farmele innanzi.
Il mio turbamento infatti era straordinario davvero; ne stupivo io medesimo. Perché quella donna mi trascinava dietro a sé come legato da una catena invisibile, ma possente? Che sarebbe accaduto tra me e quella donna dopo che mi sarei fatto riconoscere? Speravo e temevo. La testa era confusa, il cuore palpitava rapidissimo. Riflettevo però come tutte le volte che mi era accaduto di amare avessi sempre amato a quel modo, con improvvisa violenza. In due, tre giorni l’amore era celeramente montato per tutti i gradini della passione, saltandone forse qualcuno; e prima che avessi avuto tempo di riflettere era giunto alla cima; forza era stato subirlo in santa pace, rassegnarsi a godere e a soffrire. Quello che in questo caso mi dava piú pensiero era un intuito confuso, inesprimibile di un passato che la memoria non riusciva ad afferrare; un sentimento egualmente confuso ed inesprimibile di gioie amare, di dolori profondi che l’avvicinamento di quella donna mi avrebbe fatto patire. Eppure la seguivo, e con acre voluttà avevo a poco a poco fatto sparire la distanza; talché, passato appena il cancello della Villa Bellini, mi ero trovato a pari passo con lei.
Si volse, ci guardammo un momento, io aspettando che fosse lei la prima a farmi un accenno, ella quasi tacitamente richiedendo ch’io fossi il primo a rompere quel diaccio importuno. Ci risolvemmo tutti e due nello stesso punto, tutti e due pronunziammo con vera soddisfazione un unisono “Oh! Lei!” e ci stringemmo la mano.
Cominciò una conversazione disordinata, arruffata. Eravamo impacciati allo stesso modo. Si taceva, ci facevamo delle domande, si tornava a tacere. Io godevo ch’ella potesse notare la mia confusione. – La donna – pensavo – è cosí acuta! Ne indovinerà subito il motivo. Qual donna non ha avuto la certezza di essere amata almeno due mesi avanti di sentirselo dire? Ci fermammo innanzi alla gabbia delle tortorelle e dei fagiani. Io dissi una delle solite trivialità sull’amore pacifico delle tortorelle. Ella notò invece il fagiano dal mantello bianco brizzolato, dalla cresta rossa, vellutata, che passeggiava altiero attorno alla modesta sua femina e di tanto in tanto la beccava.
– Creda – ella disse – non son le tortorelle l’ideale del la donna. Ecco una grulleria data ad intendere dai poeti! Se tutte le donne avesser agio di vedere questa scena dei fagiani, le direbbero di una voce che voglion essere amate a quella guisa. Il ragionare si metteva su di una buona via. Ma io tacqui, assorto com’ero in ciò che udivo; beato di vedere le sue labbra piccole, rosee, sottili muoversi e dare il varco ad una voce flautina, la quale pareva uscire proprio dal profondo del petto.
Sedemmo sur uno dei sedili dello spianato, a mano destra della cattiva statua di Androne. Non c’era anima viva. La giornata non pareva di gennaio. Il cielo limpidissimo. Il sole caldo come nel maggio. Le campagne attorno coperte di verde come nel meglio della primavera. L’aria tiepida, profumata, voluttuosissima.
– E non l’ha piú riveduta? – fece ella, riattaccando improvvisamente il discorso (Accennava alla persona un dí a me cara che aveva poi, come dissi sul principio, avvelenata la mia vita con una indegna azione.)
Risposi col capo di no. Guardavo ora il suo irrequieto piedino imprigionato in un elegantissimo stivaletto, ora le sue manine rivestite di guanti color perla, pari all’abito (lo stesso abito di quando l’avevo incontrata l’altra volta), ed ero come trasognato.
– Sono stata troppo importuna – soggiunse subito quasi mortificata – richiamandole alla niente dei dolorosi ricordi. Gliene chiedo perdono. La piaga non ha forse ancora fatto il margine, ed io…
– Ella s’inganna – mi affrettai a rispondere – non vi è nemmen cicatrice. Quella persona, quei fatti son già per me divenuti assai meno che un ricordo, quasi meno che un sogno. Sa? Io ho un’abitudine poco comune (forse dovrei dire: un singolare organismo); dei casi della vita ricordo i lieti soltanto. Mi pare che i dolori si succedano cosí frequenti nei pochi giorni della nostra esistenza da non dover poi tenerli, come si suol fare, in gran conto. Chi ne avrà mai difetto? Ma le gioie! Ecco: io ho segnato con delle gioie, piccole o grandi importa poco, i piú notevoli punti della mia vita… Dio volesse potessi aggiungervene presto un’altra che oso appena sperare!
– Ah! – esclamò ella con un tono tra la sorpresa e il disinganno. Ed abbassò il capo e chiuse gli occhi come per raccogliersi meglio e pensare.
A me pareva di aver detto, colle ultime parole, una gran cosa. Se ella fosse stata curiosa di domandarmi qual’era quella gioia che osavo appena sperare, la risposta era pronta sulle mie labbra; non l’avrei fatta mica attendere. Ma quell'”ah!” pronunziato a quel modo! Restammo silenziosi un buon pezzo.
Io avrei voluto rimaner lí, al suo fianco, per tutta l’eternità. Ero, oso dire, inebriato dal dolce profumo della sua persona, e godevo in vedere il fascino che mi aveva soggiogato, accrescersi a dismisura, invadermi e penetrarmi tutto con sensazione ineffabile.
Quei popoli che chiamano il fiore e la donna collo stesso nome, hanno indovinato un mistero. Vi son dei momenti però nella vita della donna nei quali il suo profumo si spande piú soave e piú ricco intorno a lei. Che un uomo capace di gustarlo e di apprezzarlo le passi allora di accanto, foss’anche alla sfuggita; sarà vinto, ammaliato, non potrà non amarla. Or io in quel punto non respiravo altro che questi divini profumi. Ad ogni boccata d’aria me gli sentivo confondere col sangue, immedesimar proprio colla pura essenza dell’organismo.
Già i minuti, segnati dal battito accelerato del mio cuore, contavano piú assai degli anni nella vita di quell’affetto nato da poco oltre una settimana. Piú stavo lí, al fianco di lei, e piú un’intima, rapida trasformazione mi faceva perdere il senso della realtà e delle convenienze sociali Mi pareva naturale ch’ella dovesse aver coscienza di ciò che il suo potere aveva operato dentro l’anima mia; mi pareva ancora piú naturale ch’ella sentisse nel suo cuore quel profondo rimescolarsi della vita che io provavo nel mio. Sicché il tagliar corto a tutti i preamboli, il fare a meno delle delicate transizioni, il lasciar da banda le riguardose reticenze mi sembrava una cosa non solo opportuna, ma urgente. Come la vita interiore, che batteva il suo ritmo sublime in noi due, non aveva niente di comune coll’andare ordinario del mondo, cosí non era sciocchezza l’assoggettarla nella sua rivelazione alle stupide leggi del mondo?
Io pensavo questo e ben altro durante quei momenti di silenzio, mentre gli occhi si deliziavano nella contemplazione di quella bellezza gentile. Ed ella intanto a che mai pensava? Sembrava assai trista. I suoi occhi stavano, è vero, fissati sull’Etna che si elevava orrido e maestoso lí rimpetto, ma pareva guardassero senza vedere. Da certi quasi impercettibili movimenti della pupilla, da certo sorriso leggiero e sfumatamente ironico che appariva ad intervalli sulle sue labbra, io capivo benissimo che quell’anima era anch’essa agitata; che un mondo forse di ricordi, forse di sogni e di speranze si muoveva confuso innanzi alla sua mente e la rapiva e teneva assorta. Ma, entrava il mio povero fantasma in un breve cantuccio di quel mondo? O era ella tanto lontana da me col cuore quanto io le ero vicino?
Scosse e levò in alto, sospirando, la bionda testina, come per cacciar via i tristi pensieri che le si affollavano innanzi, e si volse a me cogli occhi e colle labbra sfavillanti di una luce e di un sorriso inattesi. Io, che non avevo perduto il piú piccolo dei suoi movimenti, le avevo letto nell’anima. Mi era parso di vederla fortemente lottare, esitare a lungo, poi decidersi a un tratto con risoluzione improvvisa. Aspettavo quindi ansioso che da quelle sue labbra cosí fresche e cosí belle uscisser parole da spiegarmi il mistero.
Giacché io non avevo siffattamente perduto il senso della realtà da non piú comprendere che quanto accadeva tra me e quella donna non fosse una cosa ordinaria; ma, circostanza ben strana, non ne provavo meraviglia. Vi sono certe situazioni dello spirito cosí complicate e sorprendenti, che un breve minuto può talvolta formare il tormento e la consolazione di tutta la vita. In quel punto (lo sentivo senza intenderlo) mi trovavo in una di esse.
– Chi l’avrebbe mai creduto – diss’ella cavandosi un guanto – che un giorno ci saremmo riveduti qui, in faccia al suo Etna e con questo magnifico sole che quasi sembra ci festeggi? Eppure, ora che ci siamo, mi par la cosa piú naturale del mondo
– Le cose piú naturali – risposi – non sono punto quelle che piú facilmente comprendiamo. Potrà ella, per esempio, spiegarmi perché non ebbi il coraggio di avvicinarmele la prima volta? Perché la memoria non mi diè subito i ricordi che la mia curiosità le chiedeva? Perché questi ricordi mi si destarono in mente a poco a poco, provocando nel cuore un lavorio, un turbamento, una smania che non si sono ancora acchetati? Intanto, che cosa di piú naturale?
– Davvero? –
E questa parola fu da lei pronunziata con un accento cosí dolce e cosí nuovo che voleva significare mille sentimenti ad una volta, cioè una sorpresa ingenua, una gioia pudica, una soddisfazione, un rimpianto, qualcosa di appassionato e di triste, d’infantile e di materno che mi colmarono di stupore e mi fecero perdere il cervello.
Senza che io me ne accorgessi, senza alcuna sua resistenza presi tra le mie mani una delle sue manine e accarezzandogliela (non osavo ancora stringerla) tutto di un fiato le dissi:
– Sí, Delfina, nulla di piú naturale, quantunque nulla di piú arcano. A certi istanti, lo confesso schietto, ho avuto fin paura, osservando lo sconvolgimento di tutto l’esser mio che la sua persona ha operato. Ero lieto, tranquillo, spensieratissimo. La vita mi correva come un limpido ruscello tra le aiuole di un giardino. Provavo anzi un immenso piacere nel ricordare il passato cosí buio, cosí tristo e confrontarlo col presente. Non temevo, non speravo nulla dall’avvenire. Vivevo come un fanciullo… Mi riposavo della vita… Ed ecco, Delfina, veggo lei… e tutta questa pace incantevole, tutta questa felicità semplice, ma benefica, sparisce ad un tratto! Non mi sento però infelice. L’arcano è qui! È un nuovo mondo che sta per aprirsi all’anima mia. Lo sento… ne son certo; e la chiave è tra le sue mani. Sarà, mi pare, una felicità diversa ma non meno bella; agitata, ma non meno benefica… Fosse anche un dolore! Non monta nulla! Ho un presentimento vago, indeterminato, che cotesto dolore mi dovrà esser caro piú di molte e molte gioie… Ben venga dunque! Oh! Creda! Io, io pel primo, son cosí sorpreso di quanto le sto dicendo e di quel che le dovrò dire! Ma c’è dentro di me una forza superiore alla mia volontà che mi costringe mio malgrado. Una voce insistente mi susurra all’orecchio: “o ora, o non mai!” ed io parlo e parlo senza nulla curarmi di ciò ch’ella può pensare! La mi perdoni, Delfina!… Vorrei meglio dire: perdonami, Delfina!… Tornerebbe lo stesso… E oramai!… Mi son messo fuor della legge, e mi piace di starci. Che avverrà di me? Non mi curo di saperlo. Quello che io so di certo è che non ho mai provato nulla di simile, e che tutto è mistero. Quello che io so di piú certo è che vi sono al mondo due sole parole per rivelare le mille sensazioni che in questo momento mi opprimono, e sono: t’amo!
Qui, come se queste due sillabe pronunciate basso e all’infretta mi avessero scottato le labbra, baciai commosso la sua mano quasi per attutire il bruciore con qualcosa di fresco, e mi alzai atterrito del mio insolito ardire. Se qualcuno ci avesse già visti! Girai gli sguardi da ogni lato. Fortunatamente nei viali piú lontani non appariva persona. Mi voltai allora trepidante verso di lei. Che avrebbe ella risposto?
Ella mi guardava sorridente, quasi tranquilla, cogli occhi che nuotavano nelle lagrime a stento rattenute. Il suo petto si alzava e si abbassava con una respirazione accelerata. Nulla però che accennasse o la sorpresa o lo sdegno. Pareva piuttosto quasi trasfigurata e come raggiante. Il suo volto acceso d’una fiamma leggiera aveva rapidamente acquistato un che di piú diafano meraviglioso. Gli sguardi, il sorriso le spandevano attorno alla fronte ombreggiata dal cappellino un’aureola a dirittura. Non sembrava piú dessa.
Io non mi sarei punto imaginato ch’ella potesse mai divenir bella a quel grado, e il piacere e la meraviglia che ne provavo guardandola mi fecero dimenticare per poco ciò che accadeva fra noi due. Infatti quando corsi a sedermi nuovamente al suo fianco, ero cosí fuor di me da non capire piú né quel che facevo, né dove mi trovavo.
Ella prese, alla sua volta, la mia mano, e stringendola forte:
– Grazie, Eugenio – esclamò; – grazie! –
Né potè piú proseguire. Era troppo commossa Tratteneva a stento i singhiozzi.
– Oh sí – continuò dopo essersi alquanto rimessa in calma; – noi siamo avviluppati dal mistero. Non viviamo forse in questo momento fuori del mondo? Non siamo come sopraffatti da una magica potenza che par trasmuti ogni cosa attorno e dentro di noi?… Eugenio! – indi soggiunse dopo un istante di esitazione – pensi di me quel che lei vuole; mi creda pure una matta, mi creda, che piú? una sciagurata, la quale abbia perduto ogni pudore… ma io non tacerò per questo, non posso affatto tacere! Io presto cieca fede a tutto quello che or ora mi ha detto; non la credo capace di mentire. Un uomo che fingesse avrebbe fatto altrimenti… Ma sia! E cominci pure col disprezzarmi. Son sicura che alzandosi da questo sedile ella mi avrà piú amore, perché mi avrà piú stima. La sua stima mi è cara. Questo momento, non è vero? È per lei proprio inatteso. Ma io, io l’ho invocato a lungo, l’ho sospirato degli anni, non ho mai disperato che giungesse! Dal giorno che la seppi partito da Firenze, pallido, sofferente, quasi sfinito di forze, da quel giorno fino alla mattina che il vapore mi recò a Siracusa io non sognai altro che la Sicilia, quest’immenso giardino. Quante ore passate ad imaginarmi queste città cosí diverse dalle nostre, la sua casa, la sua famiglia! E, a giorni, come fui felice per la sola illusione di avere, con un miracolo dell’amore, veduto davvero!
– Ma scusi, Delfina! – balbettai io, che a quelle parole mi sentivo sconvolgere il senno – Ho io inteso bene? Un miracol dell’amore? Possibile? Dio mio! Possibile?
– È una storia breve, trista, semplicissima; ma è tutta la mia vita. Stia dunque a sentire Sono di già cinque anni e par proprio ieri! L’Emilia mi trasse fuori della sala ove era riunita la solita società di casa F***, e mi condusse nel salottino verde facendomi trattenere in mezzo all’uscio. Aspettava lei. Voleva parlarle prima che fosse visto dagli altri. Io ero ritornata in Firenze da fresco Ero stata a Pisa sei mesi col babbo, e però poco o nulla sapevo del loro amore. L’Emilia cominciò, non richiesta, a dirmi ogni cosa, e con un tono cosí ironico e pungente ch’io previdi subito una rottura. Però dal discorso, tutto pieno di pretesti, non ci volle molto a comprendere che il torto stava dalla sua parte. Allora, Eugenio, mi entrò nel cuore una grande pietà di lei! Pensai: chi sa com’egli l’ama?… E intanto!
E insieme alla pietà un sentimento di disprezzo per quella trista ragazza; vergognai di esserle amica. L’Emilia diceva di averle scritto una letteraccia, proprio cosí: ed era ansiosa di sapere in che modo l’avesse lei presa.
“Ma insomma – le dissi – tu vuoi romperla ad ogni costo!”
“È troppo serio – mi rispose – i mutrioni gli abborrisco”
“Questo cuore non ha mai amato! Una simile leggerezza sarebbe inesplicabile. Ha creduto di amare e si è illuso!” pensavo io per vincere la mia stizza. Ma m’ingannavo. Quel cuore calcolava!
Suonò il campanello Era lei.
Io mi nascosi frettolosa nella stanza appresso e dietro la tappezzeria potei sentir tutto e vedere… Tremavo, sudavo diaccio. Non mi ero mai trovata a un caso simile. Intesi il suo passo sul tappeto della stanza, poi la sua voce che pronunziava affettuosamente il nome di Emilia… Ci furono alcuni momenti di silenzio. Indi cominciò tra voi due un dialogo che mi è rimasto impresso nella memoria parola per parola, un dialogo straziante, una vera lotta dell’amore colla freddezza e coll’egoismo, ma dignitosa e sublime! Quanta passione nelle sue parole! Quanta mestizia nel suono della sua voce commossa! E insieme quanta fierezza nei suoi sguardi e quanta nobile alterezza in tutto il suo contegno!
L’Emilia godeva e fremeva. Vedersi vinta nel suo stesso trionfo! Non se la sarebbe aspettata. Già la rottura, dall’indirizzo del ragionamento, si poteva omai dire inevitabile… Era lo scopo della letteraccia e di quell’abboccamento preparato con arte… Ma il modo le spiaceva, la contrariava; la si sentiva avvilita.
Eugenio! È impossibile far capire ciò che io provai in quegli istanti. Ascoltavo trattenendo il respiro, col cuore che mi batteva violentemente nel petto, come se da quel discorso fosse dipesa la felicità o l’infelicità della mia vita. Vi fu un punto in cui non seppi piú frenarmi di trarre la tappezzeria un pochino da parte per meglio udire non solo, ma anche per vedere. L’Emilia era stesa sulla poltrona, cogli occhi bassi, il viso contratto, e rodeva rabbiosamente la punta del suo collare di merletto… Ella invece stava in piedi, lí presso, col viso bianco come un cadavere, il capo abbassato e le mani immobili nelle tasche dei pantaloni. Di sotto le sue sopracciglia scappavano certe occhiate che pareva volessero fulminare. Parlava con accento basso, represso, profondo: la voce tremava. Quale scena per me! Non potrò mai dimenticarla.
Finalmente ella si scosse, passò una mano fra i capelli e sulla fronte, fece un moto colle spalle e poi disse:
“Addio, Emilia! Non ci pensiamo piú!”
Ma non si mosse. Attendeva forse una risposta. L’Emilia tacque. Ella, indegnato, voltò allora subito le spalle e andò via di corsa.
Io avevo le lagrime agli occhi. Dovetti buttarmi su di una sedia per non cadere a terra… Mi sentivo mancare “Poverino! – esclamavo; – poverino!”
E non sapevo dir altro. Ma quella parola diceva tutto.
Quando l’Emilia mi chiamò per rientrare in sala, io non potei trattenermi dal dirle:
“Sei stata crudele! Hai commesso una vera indegnità! Mi hai fatto proprio male!”
Ritornai a casa come istupidita, e corsi con un pretesto a mettermi subito a letto. Non potei chiuder occhio. L’avevo sempre dinanzi! E dentro le orecchie la sua voce! Era una cosa non mai provata per me. Il giorno appresso stetti sempre attristata, silenziosa, esclamando di quando in quando: “Poverino! Chi sa che farà mai? Come dovrà soffrire a quest’ora! Se potessi consolarlo! Oh, lo farei volentieri!”
E mi arrabbiavo di esser donna. Poi stupivo di quel nuovo stato dell’animo mio, e mi chiedevo, spaurita, che voleva egli dire; ma non riuscivo a darmi una risposta, o rispondevo soltanto: “Passerà!”
Ma non passava. I giorni si seguirono: il mio turbamento divenne maggiore. Provavo una smania di rivederla, rivederla da lontano, anche senza esser vista da lei… e quando, tre o quattro giorni dopo, io lo incontrai sui Lungarni, presso al ponte alla Carraia, appoggiato alla spalliera del fiume, cogli occhi fissi sulle acque, mi sentii dare un tuffo al sangue: mi parve di morire, tanta fu la stretta del cuore.
Allora cominciò per me un vero martirio senza nome. Che giornate! Che settimane! Che mesi! La sua imagine era diventata una necessità dell’anima mia; non sapevo saziarmi di fissarla e di adorarla. Amai quindi il mio patimento, e mi compiacqui di prolungarlo e di gustarmelo da tutti i lati. Mi pareva, che mattezza! che quel mio affetto cosí segreto, cosí fuori d’ogni speranza dovesse servirle di consolazione, di compenso pel vile tradimento dell’Emilia; e credevo che per cotesto santo fine non avrei mai patito abbastanza!
Era la prima volta, che il cuore mi si apriva alla vita ineffabile dell’amore! Né doveva amare piú mai!
Tre mesi dopo ella lasciò Firenze e la Toscana quasi disperato della salute. Il mio dolore fu immenso! L’unico e debole filo di speranza di che osavo talvolta lusingare i miei sogni e i miei delirii, si spezzava ad un tratto. Già tra me e lei, credevo, c’era omai di mezzo l’infinito. Dio mio! E sarei morta senza essere riamata un istante; senza che l’amor mio fosse da lei conosciuto! Potei rassegnarmi anche a questo; e divenni, se era possibile, piú sua; giacché mi strinsi, giurando solennemente, ad un voto: non mi avrebbe avuto alcun altri! Ho mantenuto.
Due anni appresso sposai, per crudele necessità di famiglia, un uomo il quale mi amava davvero, piú di quel che non meritassi e mi ama sempre. Sposa fedele, obbediente, servizievole, io non gli ho concesso che il mio corpo. Oh l’anima mia, no, non l’avrà mai! Son io colpevole? Non lo so; non voglio saperlo. Quando anche la fossi? Per me val lo stesso. Già ho tentato di amarlo, ma non ci son potuta riuscire. Tu, Eugenio, sei rimasto nella mia mente come una figura celestiale, bello di giovinezza immortale, sempre lo stesso, sempre l’Eugenio di quella sera fatale, col cuore immeritamente lacerato, coll’anima nobilmente dignitosa sotto un’onta vigliacca, e la tua immagine si scancellerà dal mio petto coll’ultimo respiro della mia vita!
Quando mio marito mi annunziò che il suo officio d’ingegnere delle strade ferrate lo chiamava in Sicilia, fui, dalla contentezza, sul punto di ammattire. Mi pareva che la Sicilia fosse come una sola città e che ti avrei infallibilmente riveduto. Ahimè! Messina, Siracusa, Augusta, Catania dove saresti tu mai? Avrei voluto fin morire in Sicilia per rimanerti vicina!
Giorni fa, oh! tu non puoi credere che festa fu la mia! E insieme che tormento! “Non mi ha riconosciuta!” dissi all’amica che avevo allato.
Ma non voleva dir nulla! Ti avevo trovato! Finalmente!
Ed ero decisa a cercarti. Oh non volevo andar via cosí lontano, in Oriente, senza dirti il mio segreto, senza sgravarmi il cuore da un peso affannoso!… Come sono ora felice!
Tu mi dimenticherai presto lo so; ma che m’importa? Mi hai amato un momento, almeno me l’hai detto, e voglio illudermi e credere. Non osavo sperar tanto. Ripetimelo! T’amo anch’io, Eugenio! T’amo! T’amo!
Ed ora andiamo via – soggiunse tosto – e si levò da sedere
– Delfina! Delfina! – esclamai trattenendola per la mano, né sapendo aggiunger altro
– Lasciami! Andiamo! – diss’ella con un accento dolce e quasi di preghiera
– Ma quando, ma dove potrò rivederti? – le chiesi allora atterrito
– Rivedermi? – fece ella, diventando seria tutto ad un tratto – Rivedermi? Mai piú! Credi che io sia tanto forte da sfidare il pericolo? No, Eugenio. Sono stanca. Lasciami, andiamo per pietà!
Non le ritenni piú la mano e il suo braccio cadde come un corpo inerte. La guardai in viso. Un pallore mortale aveva improvvisamente tinto le sue guance e scolorito fin le sue labbra
– Tu soffri? – le chiesi piú atterrito di prima
– T’amo! – rispose con voce spenta. E si avviò a capo chino
Fatti pochi passi, si rivolse verso di me che le tenevo macchinalmente dietro.
– Ti chiedo una grazia – disse, sforzandosi ad un sorriso: – mi giuri di accordarmela?
– Te lo giuro! – risposi non sospettando nulla di quel che avrebbe richiesto.
– Non seguirmi!
– Oh!
– Hai giurato! – riprese con autorevole dignità – Poi è inutile rivederci! Domani l’altro partirò con mio marito per Costantinopoli, ove la società delle ferrovie lo manda a dirigere e a sorvegliare i lavori. Perché metterci al repentaglio di mutarci in un rimorso questi tristi, ma grandi, ma solenni momenti di gioia? –
Scendemmo pei viali, silenziosi come due condannati a morte; io traendo a stento i passi, senza vedere né pensare; Delfina lesta e quasi affrettata. Giungemmo al cancello.
– T’amo! – ella mi disse sottovoce come addio, e mi strinse la mano.
– T’amo! – risposi. E mi appoggiai ad uno dei candelabri che sono lí innanzi.
Si allontanò per la via diritta andando in su, poi torse a destra. E quando vidi sparire dietro la cantonata l’ultimo lembo della sua veste, mi parve che metà della mia vita fuggisse via dietro a lei!

II

GIULIA

Sedetti. Ella tremava ancora; non riusciva a snodare il nastro del suo cappellino. Aveva gli occhi pieni di lagrime e faceva sforzi per rattenerle. Mi guardava sorridendo, rossa in viso come una bimba colta in fallo, ma non poteva parlare.
Anch’io non trovavo il verso di dire qualcosa; ero sorpreso e un po’ stordito. Un’avventura cosí inattesa! Non sapevo intanto se dovevo proprio rallegrarmi della mia parte di cavaliere errante; temevo di aver fatto una ridicola figura. Gli urli, gli insulti di quei cialtroni, le risate ed i fischi quando, presa per mano la povera donna smarrita, la feci montare nel fiàcchere… Insomma, non sapevo che pensare.
Mentre il fiàcchere andava di corsa, ella era appena riuscita a balbutire due o tre volte un “grazie”. Io, dal mio canto, non avevo voluto mostrarmi indiscreto. La curiosità di sapere chi avessi salvato dagli insulti di una mezza dozzina di beceri e di spazzaturai mi spinse però ad accettare l’invito di salire le scale del suo quartierino. Ma, entrato in quel salotto, non volli aver l’aria tanto poco generosa e tanto poco cavalleresca di cercar di sapere i fatti altrui, fossero stati anche quelli di una donna con cui poteva, come già sospettavo, farsi a fidanza.
Ella si era omai tolto il cappellino, si era sbarazzata dello scialle buttandolo negligentemente su di una sedia; e ravviati un pochino, quasi per istinto, i capelli, venne a sedersi con moto agile e grazioso sul divano, al mio fianco, ripetendo:
– Grazie, signore!
– Ma di nulla – risposi: – ogn’altro in simil caso avrebbe fatto lo stesso
– Oh, signore! – continuò – la mia gratitudine è poca cosa; ma io, stia certo, terrò memoria di questo per tutta la vita. –
veva una vocina dolce, insinuante, come se ne odono soltanto in Toscana; una voce, oserei dire, da fisarmonica; di quelle che t’incatenano a star a sentire anche quando non dicon nulla che valga la pena di essere ascoltato.
Senza scialle e cappellino la sua persona mi parve piú bella. Figurati! Un par di occhi magnifici, di un azzurro cupo stupendo; una chioma di capelli biondi, ricca e tutta sua, che s’increspava e splendeva come l’oro coi riflessi della luce; una taglia svelta, asciutta, delicata; e delle manine da principessa! Cento belle ragioni da rendere piú piccante l’avventura e piú goloso il mistero.
Quel suono di voce mi aveva quasi sconvolto. La voce parmi l’espressione piú immediata dell’anima; ha un che d’immateriale, di piú vicino ad essa, il quale mentisce di rado. Vi sono delle inflessioni, delle modulazioni che rivelano tanto, se son sapute studiare! La parola dirà una cosa, ma il suono ne dirà un’altra, chi gli pon mente; e dico suono e non tono, che è molto diverso. Secondo me, quella vocina non indicava un’anima volgare, benché potesse anch’essere caduta molto in basso; scendeva diritta al cuore ed ispirava subito confidenza. Però il facile scetticismo della vita non tardò a suggerirmi di stare in guardia. In ogni caso chi mi assicurava che dopo quella giornata io e quella donna ci saremmo nuovamente trovati insieme!
Nei brevi minuti trascorsi senza che nessuno di noi due avesse saputo appiccare una conversazione, ella si passò parecchie volte le mani sul viso, come per riaversi del disturbo avuto in piazza Barbano; io potei intanto osservarla un po’ meglio e dare una occhiata al salottino ove, sconosciuti l’una all’altro, ci trovavamo muti, faccia a faccia. Il salottino era di una elegante semplicità, un vero nido da donna Le tendine verdi della finestra vi diffondevano un che d’incerto, di sfumato, di voluttuoso che montava al capo come un odore troppo acuto. Fu lei che ruppe il silenzio.
– Oso chiederle il suo nome – disse guardandomi in volto con un sorriso inesprimibile, un sorriso particolarmente degli occhi colmi ancora di lagrime.
– Dottor Camillo Samboni – risposi inchinandomi.
– Me lo scriverò nel cuore!
– E il suo, se non le dispiace? – dissi facendomi ardito.
– Giulia Lorini – rispose senza esitare.
Ma dopo un istante, abbassò gli occhi, si coperse il volto colle mani e diè in uno scoppio di pianto.
– Scusi, ve’ – feci; – sono stato indiscreto. Se la mia presenza…
– No, no rimanga; mi fa tanto piacere!
– Allora, prego, smetta di piangere. Via! Non è stato nulla. Son cose che accadono tutti i giorni. Gentaccia ne capita sempre tra i piedi delle persone per bene. Non bisogna farci caso. –
Ella continuava a piangere, a singhiozzare, abbandonata sulla spalliera del divano e si torceva violentemente le mani. Cominciavo a sentirmi commuovere in modo strano
– Si calmi – le dicevo – farà peggio: si calmi.
– Mi lasci sfogare – rispondeva – mi lasci sfogare un pochino. Ho un nodo al cuore Soffro! –
Ero in piedi innanzi a lei e la guardavo con un sentimento di pietà intimo, quasi la fosse stata una amica di antica data.
– Il pianto le farà bene – pensavo; e continuavo a guardarla.
Ella di tanto in tanto alzava verso di me gli occhi bagnati di lagrime, e tentava di sorridere quasi avesse cercato scusarsi di quell’involontario sfogo; poi tornava a singhiozzare piú forte e si stringeva convulsa le mani.
Ho vergogna di dirlo! (Ma io ti racconto quest’avventura per darti appunto una prova di piú delle stranezze del cuore umano.) Ho vergogna di dirlo! Quel pianto, dopo pochi minuti, cominciò a diventarmi sospetto. Gli sforzi ch’ella faceva per rattenersi, per ridursi in calma mi parvero insomma un abile tratto di commedia. Mi compiacqui di questa idea, applaudii segretamente alla mia finezza di intendimento, e dissi tra me: – Facciamo il grullo! Vediamo dove l’amica vorrebbe condurmi. Questa scena ha uno scopo! –
La Giulia potè finalmente vincere se stessa, rasciugò le sue lagrime, e levatasi da sedere, accostossi a me con un’aria di timidezza e d’ingenuità che mi fece dispetto.
– Perdoni – disse con quel suo tono di voce incantevole: – non ho potuto frenarmi. Ella è cosí buono, che non se l’avrà, spero, avuto a male.
– A male niente affatto! – risposi dimenticando per un istante la parte che volevo rappresentare – Sarei troppo fortunato se potessi giovarle a qualcosa. –
E appena pronunziate queste parole mi arrabbiai nel mio interno di essermi già lasciato trarre in inganno dalla creduta apparenza.
– Grazie – ella rispose – grazie, di cuore
– Questo quartierino è una delizia – ripresi io, tanto per non far languire il discorso.
– Bene esposto ed arieggiato, ma un vero guscio di noce. Per me, se si vuole, è anche troppo largo.
– Sta sola?
– Sí sola… colla donna di servizio. –
E abbassò gli occhi sospirando.
– Forse sbaglio, ma lei non mi par fiorentina.
– Sono di Siena, però vivo in Firenze da due anni.
– Sempre sola? – osai chiederle con un accento che non voleva sembrare impertinente.
Ella non rispose, ma divenne prima rossa, poi pallida in viso.
– Soffre? – fec’io, pentito a un tratto di quella domanda.
– Un poco – rispose – ma ormai ci ho fatto il callo. Patisco talvolta dei mancamenti di cuore.
– Da parecchio tempo?
– Da due anni.
– E non ha pensato a curarsi?
– Che! – ripose con una leggiera scrollatina di spalle.
– Fa male – soggiunsi involontariamente premuroso di scancellare l’impressione di quelle mie parole.
– Bisognerebbe esser tranquilla.
– Chi glielo impedisce?
– Tutto! –
La guardai fisso in volto. Provavo ad ogni sua parola delle sensazioni forti e diverse. Mi sentivo ammaliato da quella fresca bellezza, ma temevo di fare al suo cospetto la figura di un grullo. Ero spinto a darle a capire che avevo già indovinato la sua condizione e che era inutile ogni arte per celarmela; ma non volevo nello stesso tempo parere scortese.
Noi siamo curiosi! Non sappiamo supporre che anche certe donne possano avere delle verecondie, delle delicatezze di sentimento, delle alterezze di carattere quanto ogni altra, e stentiamo a scomodarci per risparmiar loro un’umiliazione. Vogliamo forse vendicarci dell’incanto che proviamo; cerchiamo forse scusare con un’indecente rivolta la nostra fiacchezza di sensi.
In quel momento io facevo queste rapide riflessioni, però non mi decidevo a tagliar corto al discorso per non andare piú in là. Sentivo un’ebbrezza voluttuosa montarmi al cervello; vedevo in quei vapori, a poco a poco, sparire i nobili sentimenti della mia coscienza di uomo, e non mi sforzavo alla menoma resistenza. In pochi minuti avevo bella e accomodata una di quelle transazioni del cuore che indicano ordinariamente il marcio del carattere di una persona, e ripigliavo con curiosità:
– Come tutto? –
La mia domanda fu accompagnata da un gesto confidenziale che invitava la bella donnina a sedersi di bel nuovo.
– Signore! – ella disse ubbidendo rassegnata; – noi siamo due sconosciuti. Se io, per rispondere alla sua gentile interrogazione, le facessi delle confidenze, sarei forse sicura di esser creduta? Lei, dal canto suo, non ha davvero nessuna ragione di prestar fede alle mie parole. Le infelici mie pari sono condannate al martirio della diffidenza. Oh! I nostri dolori veri non li diciamo a nessuno. Il meglio che possiamo fare è tentare di dimenticarli -.
Con la fina penetrazione della donna ella mi aveva letto nell’animo e aveva risposto franca, schietta. Mi sentii piccino innanzi a lei.
– Non esigo delle confidenze – risposi, onde celare la mia sconfitta; – sarei troppo ardito Volevo solamente rammentarle ch’ero un dottore come un altro, e che le offrivo i servizi della mia poca scienza.
– A che pro? Ella curerebbe i miei nervi, e il cuore e l’anima disfarrebbero l’opera sua. Ho inteso dire che in questa sorta di malattie la tranquillità interna val piú di qualsiasi rimedio: è difficile averla!
– Ma dunque?
– Si lascia correre l’acqua per la china, e quel che succede è bene -.
Durante il ragionare avevo guardato l’attaccatura del suo collo, una vera perfezione. La pelle di una bianchezza quasi scintillante lasciava trasparire certe piccole vene azzurrognole che sembrava volessero svelare il sorprendente congegno della vita di quel bellissimo corpo; mentre il respiro un po’ rotto e frequente dava ai movimenti della gola un che di cosí molle e voluttuoso da metter la voglia di mangiarsela dai baci. Mi sentivo un pochino girare il cervello.
Non ho mai compreso, come in quel momento, il predominio che possono i nervi prender talvolta sulla ragione. Fosse l’ora, il locale, le circostanze e quella bella figurina di donna seduta al mio fianco, cosí poco lontana da sentirmi di quando in quando sul viso il lievissimo e tiepido alitare del suo fiato; fosse in quel giorno una facile disposizione del mio spirito a vagare nell’indefinito, a trarre dalla stupida realtà imagini e visioni che la rendono trasformata; fosse qualche altra recondita ragione che non vo’ star a cercare, certo è insomma che io provavo dentro di me una insistente e piacevole violenza, la quale ricacciava indietro tutte le riflessioni sagge ed oneste, e lasciava libere le dorate tentazioni uscenti a nugolo in mille forme dalla fantasia riscaldata.
Il ragionare aveva preso un tono troppo serio. Tentai condurlo ad una certa gaiezza.
– Se lei avesse delle ragioni per non amare la vita – risposi – questo disdegno starebbe bene Ma lei è giovane, è bella, ricca delle piú liete promesse dell’avvenire…
– Promesse! – m’interruppe – ha detto bene
– Che spesso valgon meglio della realtà – soggiunsi. – Secondo me, la felicità della vita non consiste nel possedere, bensí nel correre dietro un fantasma che sempre ci fugge di mano. Il possesso è la morte.
– Senta! – mi rispose – Nessuno sa prendere la vita pel suo meglio piú di noi povere donne. Siamo, come lei dice, sempre alla rincorsa del fantasma che fugge; ma se lei crede che non ci si stanchi, che non ci si sfinisca è perché non l’ha mai provato. Noi rifacciamo la tela di ragno della nostra situazione nel mondo con una buona fede che gli uomini non sanno capire. La dicono leggerezza di cuore! Volubilità! Che! Noi vogliamo solamente carpire la realtà come ella è, ed è brutta assai. Quella leggerezza, quella volubilità ci costano lagrime, tormenti impossibili a dire; ed è per istanchezza, per disperazione, per ispavento da cui ci vien tolto di veder bene, se infine ci buttiamo capofitto in una vitaccia che Dio solo sa quanto pesa! Andiamo! Ne convenga: voialtri uomini siete crudeli!
– E le donne? – feci io con un sorriso che voleva esser malizioso e che nessuno può dire quanto fu da imbecille.
– No, no! – rispose con fiera energia – Vi sono delle azionacce che noi, per tutto l’oro del mondo, non sapremmo commettere. Debolezza o delicatezza d’animo che sia, nemmeno ci passano pel capo; non arriviamo neanche a spiegarcele! –
E la sua voce tremava commossa. I suoi occhi riscintillanti dell’improvviso sdegno mi si fissarono in volto, non saprei dire se per farmi una terribile interrogazione o se per trionfo. Ella si mordeva leggermente il labbro inferiore e colla mano destra mantrugiava un lavoro di trine steso sulla spalliera di una poltroncina lí presso.
– Oh, noi siamo fatte male! – continuò dopo un istante; – dovremmo esser piú forti. Dovremmo una volta finalmente trar profitto della trista esperienza e non piú lasciarci ingannare!
– Via! Non si arrabbi! – esclamai con un tono di confidenza quasi bambinesco; e le presi una mano e cominciai a lisciargliela colla mia come se quella carezza avesse potuto attutire il suo sdegno.
Lasciò fare. Io le lanciavo da un pezzo certe occhiate ardenti di desiderio, lunghe, esprimenti quel languore delizioso, proprio delle persone innamorate. E non erano mica bugiarde. Mi ribollivano in cuore mille cose; il sangue vi affluiva con febbrile frequenza e spargeva indi per tutto il mio corpo un calore che doveva accendermi il viso piú che se io non fossi rimasto alcun tempo innanzi la brace.
– Non è rabbia – ella rispose, – è indegnazione. Ma, dica, la mano posta davvero sulla coscienza, abbiamo noi donne altro torto che quello di prestarvi fede con un’ingenuità troppo balorda?
– Siete fatte per questo.
– È un’infamia!
– È la natura.
– Credevo lei di piú bel cuore! – sclamò con aria di cortese rimprovero.
– E si è ingannata, e sta bene.
– Fa per celia, per isvagarmi dalla mia fissazione; non è vero?
– Faccio per vederla imponente nello sdegno e maestosa come una Dea -.
E stesi il braccio onde ravviarle una piccola ciocca di capelli che le si sbizzarriva sulla fronte. Ella venne incontro alla mia colla sua mano, e impedí quell’atto senza parere di aver avuto una intenzione severa.
– Parliamo degli uomini e lasciamo stare la Dea – disse sorridendo a fior di labbra.
– Ne parli a sua posta; – risposi – io mi gusterò zitto zitto la felicità di ascoltarla.
– Come siete crudeli voi altri! – continuò attaccando forse il discorso a delle idee che rapide le passavano per la mente. – Vuol dire che nella vostra vita arriva un punto in cui scherzate coi dolori altrui senza rimorso e senz’onta! Arriva un’ora in cui la ebbrezza, e la sazietà vi fanno calpestare ogni cosa piú gentile e piú sacra. Diciamolo senza rossore, senza sottintesi, senza reticenze di sorta: quando noi concediamo qualcosa, concediamo tutto; corpo ed anima, vita e felicità: non sappiamo fare a mezzo. Voialtri non volete capirlo; fingete, forse, perché cosí vi torna conto. Siete delle bestie feroci, ingorde di piacere, di sensazioni violente. Non avete, amando, altro scopo. E cosí quando incontrate una infelice che per mezzo del suo corpo vorrebbe attaccarsi ad un’anima, vi mettete a ridere, gli date la berta e cavate di tasca il salvacondotto della morale per insultarla impunemente o precipitarla giú a rotta di collo in un baratro senza fondo. Dio mio! Anche lui!… –
Aveva pronunziato queste parole con un’inflessione monotona, repressa, piena di emozione crescente; si era fermata un pochino prima di esclamare: “Dio mio! Anche lui!…” e incrociate le mani in atto di strazio profondo, ricominciò a singhiozzare. Ci voleva poco ad intendere che quel “lui” non ero io.
– Che! – pensai stizzito; – si torna da capo? –
Ed era la conclusione di un ragionamento opposto al suo, fatto nel mio interno mentr’ella parlava – Ecco – avevo detto – le solite cose! Pare una lezioncina imparata a memoria. Infine, se il resultato dev’essere sempre uno, e si potrebbe anche fare a meno di queste noiose storielle! Già se sto qui a recitar la parte del collegiale andremo nell’un via uno. Furba, permío! –
Ma pensavo cosí per isforzo; il cuore non stava piú a bada. Dentro aveva un tumulto di sentimenti diversi che si facevano guerra tra loro, e c’era in mezzo anche la vergogna di quello stentato scetticismo con che volevo dar ad intendere a me stesso che ero un uomo di mondo.
Oh, la vanità! Quante perfidie suggerisce!
Però mi mancava il coraggio di quei sentimenti. Contavo di arrivare all’intento per via di finezze diplomatiche, di passaggi graduati, senza parere insomma, e mulinavo.
– Scusi, veh – diss’ella all’improvviso, reprimendo colla volontà la sua viva agitazione; – è piú forte di me.
– O lasci andare! – risposi; – si è fissata sul caso di poco fa!
– Ma senta che infamia! – esclamò con improvviso abbandono – Non voglio occultarmi… E poi sarebbe inutile!… Avevo un amante -.
Io sorrisi. Ella capí – Non era il primo – soggiunse con altiera franchezza – ma l’amavo piú del primo. Questo voialtri non lo intendete; vi pare un assurdo: ma è la verità. La lusinga di attaccarsi ad un affetto durevole ci rende piú appassionate e migliori. Basta! Si era fatta vita insieme per quasi un anno. Già fabbricavo dei castelli in aria e mi confortavo con essi: mi sentivo felice! Quando si è cadute in questa miseria non abbiamo altra smania che di uscirne. Ci illudiamo facilmente; proviamo un gran bisogno di illuderci. A poco a poco intanto mi accorsi che lui non era piú quello di prima: si annoiava meco, diventava stizzoso e quasi inurbano… Ebbi un gran colpo al cuore! Ma, gua’! Ero abituata ai disinganni. Un giorno feci un gran sforzo (pativo a vederlo in quel modo) e gli dissi:
“Pierino, non so come sia avvenuto, ma non ti voglio piú bene”
“Toh! – rispose ridendo sgangheratamente – e siamo in due!”
“Tanto meglio! – esclamai colla morte nel cuore; – separiamoci amici. Non ci vedremo piú!”
“I morti non si rivedono!” fece lui, scendendo le scale come sgravato di un gran peso.
Io diedi in un pianto da matta, e giurai di mutar vita. Non è come dirlo! Pare impossibile! Il lavoro ci schiva, quasi la nostra colpa lasciasse del sudiciume sulle cose che non si possa levar piú via. Stentai dei mesi, vivucchiando di certi lavoretti di cucito che mi costavano molto e mi recavano poco piú che nulla; ero decisa a lasciarmi morire! Non avevo voluto vendere un solo dei piccoli oggetti che mi ricordavano lui. Questo salottino è proprio come lui l’ha lasciato; non vi è fuori posto nemmeno una sedia; giacché, per quanto facessi, non me lo ero cavato di mente.
Ieri l’altro, ad un tratto, me lo veggo davanti. Trasalii, volevo mostrarmi sdegnata e non dargli retta: ma lui disse e fece tanto! Mi lasciai accalappiare! Diemmi ad intendere che aveva mutato casa, che teneva in serbo un progetto per farmi del bene, e mi disse che voleva ad ogni costo mostrarmi la sua nuova abitazione. La sua zia era morta (aveva soltanto una zia): poteva omai starmene liberamente con lui e far da padrona di casa. Perché non dovevo credergli? Chi l’aveva costretto a venire?
Ero lieta e trista: non mi diceva il cuore di andarvi. Tutta la notte arzigogolai, mi pentii parecchie volte di aver promesso, ma poi non seppi resistere e non mi parve vero che fosse giorno. Andai, esitando, con un cattivo presentimento, e picchiai a quell’uscio che egli mi aveva indicato.
Un servitore che io non conoscevo m’introdusse in una bella stanza e mi lasciò lí ad attendere. Dopo un pezzetto entrò un uomo sulla cinquantina, alto, grigio di capelli, vestito tutto di nero. Rimasi! Impalai!
“Siete voi, carina?”, mi disse con un accento straniero (era forse inglese, che so io?).
Cascai dalle nuvole! Mi scese una benda sugli occhi e fu miracolo non mi svenissi. Ma ripresi subito ardire; e quando quell’uomo mi si accostò e stese la mano per farmi una carezza, lo ributtai indietro con violenza e corsi verso l’uscio. Ei mi ritenne per un braccio. Sghignazzava e borbottava in gola non so che parole poi mi disse:
“A che pro queste scenate? Non sei tu la donna di Pierino? Io sono l’amico di cui ti ha parlato”.
Divenni di bragia dalla vergogna e dal dispetto, ed ero intanto fredda, un diaccio. Tremavo a verga a verga.
“Mi lasci andare! – balbettai; – non son io… mi lasci!”
“Senti – egli mi disse – far l’onesta è tempo perso. Chi per caso entra qui donna onesta, n’esce tutt’altra. Tienlo a mente”.
Mi voleva far sedere sulla poltrona vicina. Io resistetti dibattendomi, e poi me gli piantai innanzi inviperita dall’onta.
“Signore! – urlai – posso anche esser quella che lei dice; ma non mi si vende o non mi si cede! Mi lasci! Altrimenti salto a quella finestra e mi metto a chiamar gente!”
“Per pietà! – indi soggiunsi in tono di preghiera; – sono stata vilmente ingannata… mi lasci andare. Ritornerò, se vuole, un’altra volta (dicevo tutto quello che mi veniva in bocca), ma ora mi lasci… Per amor del cielo!… Non vede come soffro?”
Si persuase, e aperse l’uscio.
“Grazie!” gli dissi; e stavo per mettere il piede fuori della stanza.
“Verrai davvero?” fece lui.
“Sí, verrò – risposi – domani”.
Avrei promesso ben altro per liberarmi!
Osò offerirmi del denaro. Benché mi sentissi tratta a buttarglielo in viso, rifiutai urbanamente, e mi trovai per le scale mezzo morta. Fui subito in piazza Barbano, agitata, disordinata com’ella mi vide. Non riuscivo a infilare una via. Quei beceri che mi avevano veduta entrare, cominciarono ad urlarmi dietro. Dio mio! Mi pareva di ammattire. Le gambe mi si piegavano sotto. Volevo correre ed inciampavo… Chi sa, se lei non era, che cosa mi sarebbe accaduto?… Dica intanto – riprese ella dopo una piccola pausa, – dica se per queste infamie non ci vogliano proprio gli uomini? Se non son prodezze unicamente da loro? –
Ero tra commosso e non saprei definire che altro La musica di tutto quel suo racconto mi aveva dolcemente deliziato le orecchie come un gorgheggio di usignuolo. Ero stato a guardare, ad ammirare l’espressione del suo viso, il movimento delle sue labbra, tutta l’aria fiera, nobile della persona che si rizzava sul busto quasi minacciosa, ma bella nello stesso punto, ma magnifica, ma piena d’un fascino immenso. Non mi ero mosso; avevo quasi rattenuto il respiro: e intanto, tra la emozione, sorridevo internamente con una forzata incredulità che mi faceva proprio comodo, ma che avrei però voluto celare a me stesso. Mi era uopo di credere ch’ella avesse fatto a quel caso un pochino di frangia; avevo bisogno di persuadermi che il caso non fosse poi andato davvero a finire com’ella aveva raccontato. L’uomo è cosí: quando non può trovar una scusa nella realtà delle cose, fa di tutto per persuadersi che le cose stiano preciso come giovano a lui.
Nulla risposi alla focosa interrogazione, anzi le ripresi pian pianino la mano. Ma ella non fu contenta; voleva ad ogni costo dicessi qualcosa.
– Eh? – fece, recando il suo viso rimpetto al mio e piantandomi in fronte quel suo par d’occhi divini.
Trovai una scappatoia.
– Come medico – risposi – le proibisco di piú occuparsi di quest’affaraccio. E spero di essere ubbidito – soggiunsi affettando una gravità semiseria che la fece sorridere.
– Bisogna rifarsi! – esclamò con un sospiro.
E rimase pensosa.
– Oh! – disse dopo un momento – io non saprò mai come ricambiarle la sua squisita bontà.
– Cominci con un bacio! –
E la fissai per vedere l’impressione di quella mia sfacciataggine.
Ella abbassò gli occhi, strinse un pochino le labbra, e poi, freddamente, mi diede il bacio richiesto. Volevo ricambiarglielo, ma trasse indietro il capo un po’ rossa in viso
– Ed ora che pensi di fare? – chiesi, reso piú ardito dal mio trionfo e mostrando, col darle del tu, che volevo andare piú innanzi.
Stette a guardarmi, sorpresa che doveva essere di quel tono cosí confidenziale e, piú che sorpresa, addolorata; poi rispose:
– Lo so io? Morire sarebbe meglio.
– Al diavolo le ubbie!
– Ci vuol poco a dirlo!
– Piú poco a mandarle via! –
Mi ero messo in vena di Don Giovanni e facevo il bellumore
– Sai che qui, in due, ci si sta proprio bene? – soggiunsi tosto mettendole una mano sulla spalla. Ella tentò cortesemente di levarmela di quel posto; ma io le ritenni prigioniera la mano. Pareva contrariata, impacciata da quel mio modo di operare, ma non osava far resistenza.
– Lascerò presto questa casa – rispose – vi son troppe memorie.
– Non tutte tristi.
– Tristissime!
– Andiamo – feci, sdraiandomi sulla spalliera del divano e dandole certe occhiate che dicevano tanto.
Però non mi riusciva di spingermi oltre; volevo risparmiato lo sforzo di una dichiarazione piú aperta. Giacché in mezzo a quell’ebbrezza di sensi appariva di quando in quando un bagliore di coscienza, e sentivo un’acuta punta di rimprovero ferirmi il cuore a guisa di sottilissimo ago; talché avevo una rabbia di me stesso e della mia debolezza, che mi avvelenava il piacere di quella situazione inattesa.
Stetti cosí un pezzo, curioso di spiare i menomi movimenti di lei, stizzito di leggerle sul volto un misto di stupore, di pena mal celata e di rassegnazione sdegnosa; poi, con uno scatto, mi levai da sedere.
– Va via? – ella chiese con un tono che pareva volesse assicurarsi se non partivo di lí offeso di quel suo contegno.
Io non ero piú buono a nascondere ciò che in quel punto provavo.
– Vo via – risposi; – che sto piú a seccarla? –
Rizzossi e mi si fece innanzi con un’aria di profonda tristezza, ontosa di aver già troppo capito le mie balorde intenzioni e nello stesso tempo proprio decisa a sdebitarsi con me come meglio mi sembrava.
– Se vuol restare! – pronunciò quasi sottovoce; e l’accento rivelava tutta l’amaritudine di quel cuore piú, forse, sdegnato della mia bassezza che del suo avvilimento.
Parve mi avesse sputato in viso. Quella mia ebbrezza cessò ad un tratto.
– Oh! oh! – esclamai inorridito – perdono! –
E corsi in cerca del cappello per celarle il mio rossore e la mia estrema confusione.
Quelle tre brevi parole: “se vuol restare!” erano state pronunziate in modo da significare: “Vilissima creatura! Io volevo pagarti di gratitudine; volevo darti per sempre un nobile posto nel mio cuore! Se tu ora non hai saputo un momento esser diverso da tutti gli altri; se hai vista un’infelice e non sei stato bono di resistere alla tentazione d’insultarla; via, pagati pure la tua buona azione col possesso d’un istante! Dopo almeno avrò il diritto di disprezzarti come tutti i tuoi pari!”
– Addio! – le dissi senza nemmeno poterla guardare in faccia
Ella prese allora la mia mano e la baciò con effusione, esclamando:
– Grazie! Grazie! Quanto è stato generoso! –
Scappai via
Scendendo quelle scale e quando fui all’aria aperta, abbottonai con grande soddisfazione il mio soprabito; poi mi posi a camminare colla testa alta e col cuore in festa, come chi ha fatto il suo dovere.

III

FASMA

Fu un’apparizione fugace; pure ha lasciato nel mio cuore un’indelebile traccia. Di rado passan dei giorni che questo gentile fantasma non mi si presenti innanzi gli occhi e non mi faccia tristamente fantasticare. Una folla irrequieta d’imagini luminose e leggiere danza allora attorno a me come tratta via da un vortice che le mescoli, le mescoli e poi le riduca a una sola. La fisonomia, il suono della voce, i discorsi, i piú insignificanti gesti di lei prendono un carattere indefinibile di gioie negate, di desideri perduti nel vuoto, di speranze morte in un istante come una bolla di sapone; e una gran parte della mia vita vi si vede meravigliosamente riassunta, senza che io abbia ancora saputo intendere per qual segreta attinenza.
Chi era costei?
Non lo so; ignoro perfino il suo nome. Nulla può farmi credere che sotto ci sia stato un qualche inganno. Manca il motivo di sospettarlo: sii giudice tu stesso.
La vidi per la prima volta in Firenze, mentre scendeva da un legno entro il cortile della stazione della strada ferrata.
Era vestita di nero, con rara semplicità e con piú rara eleganza. Una borsa di cuoio russo appesa al braccio, un ventaglio e un ombrellino, ecco tutto il suo bagaglio.
Entrò sotto la tettoia con passo affrettato e s’indirizzò verso lo sportellino ove si distribuivano i biglietti.
Io le tenni dietro, guardandola attentamente; mi era parsa agitata. Una donna giovane, bella (oh, immensamente bella!) che mostra di essere colpita da un sentimento vivo e penoso, che viaggia sola, senza bagagli renderebbe curioso anche un santo.
Quando venne la sua volta ella chiese al distributore dei biglietti:
– Uno per Genova, prima classe.
– È piemontese – pensai, giudicando dall’accento.
– Uno per Empoli… prima classe – dissi io che m’ero introdotto dietro lei.
E quel “prima classe” venne da me pronunziato un po’ spiccatamente, sia perché la risoluzione della scelta era stata improvvisa (viaggio sempre in seconda), sia perché proprio volevo ch’ella se ne fosse accorta. Voltossi infatti, secondo il mio desiderio, a guardarmi un istante, poi si allontanò lestissima per entrare in sala.
Avevo in pochi minuti raffazzonato un progetto: montare nel vagone ch’ella avrebbe scelto e tentar di appiccare conversazione con lei. Niente altro; un capriccio! Quelle poche lire di piú spese pel biglietto di prima classe mi sarebbero parse benissimo impiegate, se potevo entrare in discorso sul motivo del suo viaggio. La vera mia curiosità era questa: non dico la sola.
I sentimenti del cuore umano son cosí complicati che quando ci mettiamo a sbrogliarli non si arriva a finire. Sotto la pellicola di uno se ne cela un altro e poi un altro; e quello che a prima vista tu diresti il piú semplice, talvolta all’esame risulta il piú complicato.
Sotto la mia curiosità c’era naturalmente il piacere di poter contemplare per un’ora e cinque minuti il piú stupendo spettacolo della creazione, una bella donnina. Un paesaggio, con tramonto di sole o con chiaro di luna, è – non dico di no – qualcosa di magnifico a vedersi. Quando si ha quel vivo sentimento della natura che cogliendo ogni armonia, ogni perfezione di linee e di colori, ne traduce i segni materiali in sentimenti indefiniti; quando per una dolce illusione, che aggiunge incanto allo spettacolo, tu riversi addosso alla natura tutta la poesia del tuo cuore, mentre intanto ti figuri scaturisca da essa come da vergine ed inesauribile sorgente, è sempre la cosa inanimata che ti fa sentire e pensare; i tuoi sentimenti, le tue riflessioni son circoscritti e limitati nella loro stessa indeterminatezza.
Una bella donnina invece è tutto l’infinito e, se fosse possibile, qualcosa di piú. Qui la poesia che t’inonda non è un’illusione. La realtà supera qualunque sforzo di fantasia; quel corpo vive e pensa. O trovami un limite, se ti riesce!
Io mi tuffo in quest’immenso con una voluttà da non potersi dire; una voluttà sui generis, dove il sentimento dell’arte entra spessissimo per piú di tre quarti. Mi basta o un par di occhi, o un nasino, o una fronte, o una chioma di capelli, o due labbra, o una pozzettina del mento; giacché per via dell’umana imperfezione bisogna limitare anche l’immensità e contemplare tutto un po’ alla volta.
Che problemi da risolvere! Che scoperte da fare! Sotto quella bellissima forma c’è un sangue che bolle, un cuore che palpita; c’è un’anima! Che vuol dire quel sorriso degli occhi? Quel movimento delle labbra? Quelle linee della fronte e del naso? E la voce? E quella ilarità cosí cordiale? E quei passaggi improvvisi dall’allegria alla tristezza? E quella malinconia profonda, congenita che sta fitta tra le sopracciglia e la pupilla e ti commuove ogni fibra?
Sotto la mia curiosità si nascondeva pure un altro sentimento.
Hai dovuto osservarlo. Talvolta fra te e una bella donnina passa qualcosa che non vien giustificato dalla sua sola bellezza; molte belle donnine non producono simile effetto. Vuol dire (è la fisiologia che lo attesta) che tra i due organismi vi sian rapporti materiali di piú intima natura, rapporti d’identità. Ci si guarda, la prima volta, come se ci si fosse conosciuti non si sa dove né quando. Se si dà il caso di potersi avvicinare, la franca corrente dell’intimità prende l’aire subito subito. C’è una confidenza reciproca, un abbandono che altrimenti rimarrebbero degli inesplicabili misteri; c’è, non di rado, la fatale necessità da cui nascono quelle invincibili e spesso tragiche passioni che gli sciocchi battezzano con una comoda parola: mattezza!
Questo sentimento, che vo’ chiamar fisiologico, io lo avevo già provato in quel punto Per dire piú esattamente ne avevo avuto una sensazione indistinta; il sentimento sviluppossi piú tardi, un quarto d’ora dopo.
Nella sala di aspetto ella era andata a sedersi in fondo, presso il caffè. Con un gomito appoggiato al tavolo, colla faccia appoggiata alla mano, aveva preso un atteggiamento tristo e pensoso. Fissi gli occhi sul pavimento, guardava distratta, o piuttosto seguiva coll’occhio certi bizzarri segni che la sua destra tracciava idealmente sul marmo colla punta dell’ombrellino; ma il suo pensiero non era lí; se ne sarebbe accorto anche un cieco.
Sedetti rimpetto a lei, e cominciai a farmi intanto un mondo di domande a cui dovevo trovar poi le risposte. Fantasticare è una delizia.
Le si accostò Beppa la fioraia, e le porse un mazzettino di viole tricolori. L’incognita guardolla in viso come destata da un sogno, prese e pagò il mazzettino, poi ricadde quasi subito nel suo malinconico torpore, e le dita si diedero a sfogliare ad uno ad uno, con visibile sbadatezza, quei poveri fiori. In quest’atto non c’era, dalla sua parte, né rabbia né piacere; le dita agivano per conto loro. Infatti quando la campana dié il segno della partenza, ella si riscosse, guardò sorpresa i gambi rimastile in mano e le foglie sparse per terra, scosse la bella testina come per dire: oramai! E s’introdusse nell’imbarcatoio.
Corse difilato al vagone piú lontano e, credo, per calcolo. C’era molta probabilità di rimaner sola.
Lasciai che montasse.
Ella si affrettava a chiudere lo sportello, quando mi presentai io colla valigetta alla mano.
– Oh, scusi! – ella disse; e si trasse indietro e andò a sedersi al lato opposto.
– Scusi me – risposi, esitando qualche istante a salire.
– Faccia il suo comodo – ella soggiunse, vedendo che restavo incerto sul gradino.
Entrai e dopo aver riposto in alto, sulla reticella, la valigia:
– Son dolente – ripresi con una di quelle piccole ipocrisie a cui siamo tanto abituati – son dolente di averle forse tolto il piacere di rimaner sola. Ma la colpa non è mia. Quest’amministrazione delle strade ferrate va cosí male! I vagoni non son mai in numero sufficiente.
– Un vagone per due! – osservò ella sorridendo; – ci si può contentare.
Forse arrossii a questa ingenua risposta; certamente mi sentii mortificato.
Il convoglio frattanto aveva preso le mosse.
Come suol accadere in simili occasioni, il ragionare corse un po’ intorno il bel tempo, le ferrovie, i viaggi, i compagni di viaggio; e a tal proposito le domandai di nuovo scusa dell’averla forse infastidita colla mia presenza
– Però – continuai – le darò noia per poco: mi fermo ad Empoli. E lei? (Ipocrita domanda anche questa).
– Ho preso un biglietto per Genova, tanto per avere uno scopo – ella rispose coll’involontaria loquacità delle persone afflitte da qualche sventura – Sento un gran bisogno di distrarmi: vorrei fuggire da me stessa. Già forse scenderò alla prima fermata e tornerò addietro Comincio a pentirmi della mia risoluzione. Ella è d’Empoli, credo?
– No, di Firenze Ho preso in affitto una villa a due miglia da Empoli, un punto grazioso e appartato. Conto menarvi due mesetti di vita eremitica, coi miei libri, s’intende. Tornai ieri a bella posta. Ho svaligiato il Bocca, il Bettini, il Paggi di tutte le novità francesi ed inglesi; romanzi, filosofia, critica letteraria, scienze naturali, una trentina di volumi: ne ho per un pezzo. Quando si è costretti a una certa vitaccia, due mesi di solitudine riescono proprio un ristoro. Ne conviene?
– Di certo. Ci ha giardino?
– Sí, un piccolo aborto andato cosí a male che fa pietà.
– Non le piacciono i fiori?
– Moltissimo: però a coltivarli ci ho poca pazienza -.
Parve pentita di essersi lasciata cogliere a questa conversazione. Si accostò allo sportello e diessi a guardare la campagna che fuggiva vertiginosa.
Io guardavo lei. Era bella! Quel che si dice bella, cioè della bellezza squisita che Bacone scrisse non esser mai tale senza una certa stranezza di proporzioni. Nessuno l’avrebbe detta una statua greca! Fidia certamente non le avrebbe fatto né quel nasino, né quel mento ma non per questo avrebbe avuto ragione. Quelle piccole stonature erano il meglio di lei! C’erano anche le labbra, due labbra tumidette, rosee, sensualissime, di una freschezza portentosa. C’era, a dir vero, anche la mano, bianca, con dita piccinine, con unghie perfette, non magra né pienotta, una cosa di mezzo da far strabiliare.
Io però badavo poco a tutto questo. Ciò che piú attirava la mia curiosità era il carattere, era l’anima di quella donna intravveduta pel sottile spiraglio delle brevi parole: “Vorrei fuggire da me stessa!” Che dramma doveva agitarsi nel suo cuore! Le si leggeva negli occhi.
– E quanto paga di fitto? – ella chiese rivolgendomisi improvvisamente.
– Cento franchi il mese – risposi; – però ci ho quasi tutti i diritti di padrone sulle frutta e sugli ortaggi, quanto occorre per mio uso, si capisce.
– Ed è lí?
– Da venti giorni
– Senza la famiglia?
– Coi fittaiuoli del posto, bravissima gente che non mi dà punto noia; ci han tanto da fare!
– Perdoni la mia curiosità – disse dopo un momento; – il caseggiato è ristretto?
– Anzi vasto; otto stanze, oltre la cucina, e una magnifica terrazza; poi cantina, stalla, rimessa, roba inutile per me -.
Stette un momento a capo chino, forse per raccogliere meglio i suoi pensieri; poi, quasi avesse (secondo quel che le frullava in testa) risoluto di no, tornò ad affacciarsi allo sportello e a guardare la campagna, come se nulla fosse stato.
Però io avevo cominciato a notare in lei una commozione nervosa che si accresceva di momento in momento. Quando le rivolgevo la parola, ella mi guardava in viso con una cert’aria da parere volesse far dei confronti, o rammentare qualcosa e aver dispetto di rammentare. La mia voce doveva particolarmente produrle un’impressione assai strana. Mentre parlavo, ella stava ad ascoltare come se avesse voluto udire qualche suono lontano, o pure scrutar qualcosa nel suono di essa.
Io mi smarrivo tra mille supposizioni, ma provavo intanto un gran piacere. Mi ero accorto (ci voleva poco) che non solamente non le riuscivo antipatico, ma che già si era tra me e lei sviluppato quel sentimento fisiologico di sopra accennato. Le confidenze potevano, dovevano venir fuori; tutto dipendeva dal sapervele attrarre.
Bene spese quelle poche lire! Avevo avuto una grande ispirazione, un vero colpo di genio! Io, si vede, non stavo a far il tirato nel lodarmi da me stesso!
– E, scusi, Dio mio! sono troppo importuna – fec’ella dopo un lungo intervallo di silenzio, durante il quale parve fosse tornata sopra la sua risoluzione negativa ed avesse mutato parere.
– Dica, mi fa un regalo.
– Sarebbe – continuò esitando – nel caso di cedere una parte, quella che gli farebbe meno comodo, del suo caseggiato? – A dir vero io non mi attendevo una simile domanda e la guardai fisso negli occhi.
– Ma, a seconda – risposi – Vi son delle persone alle quali non si può mai dire di no.
– A una sconosciuta non la cederebbe dunque?
– Perdoni, signora! Possono esservi delle sconosciute che si conoscono subito meglio di una vecchia conoscenza.
– È un epigramma?
– Me ne guarderei bene; né un complimento.
– Sia pure. La stranezza della mia situazione in questo momento potrebbe espormi anche a peggio. Che pensa ella di me?
– Oh, nulla di male, stia certa!
– Non dice la verità.
– Dico quello che penso, ma non credo d’ingannarmi. –
Non saprei significare che sorta di sentimento io provassi intravvedendo la possibilità di avere la bella incognita qual ospite della mia villa. C’era, non lo nego, da mettersi in sospetto ad una simile proposizione fatta cosí alla lesta. Ma quella gentile figura proprio impediva si pensasse male di lei Chè! Non era un’avventuriera; si vedeva da lontano un miglio! Doveva però essere o una donna molto strana e capricciosa, o una grande sventurata. Queste due ipotesi lusingavano la mia vanità. Della curiosità non è a parlare!
Io già ho avuto sempre un gran gusto per le cose impreviste. C’è tanta poesia! Anche quando si arriva, dopo molti stenti, al fondo e si pesca un granchio, a dir poco. L’imprevisto anzi è il mio forte. Figurati dunque se tremavo che la bella donna non si pentisse la seconda volta! Mi pareva un gran peccato.
– Non ardisco offerirle tutta la villa, per quel che posso disporne – diss’io vedendo ch’ella taceva tra irresoluta e peritosa; – ma se nessun’altra considerazione la ritenesse, mi farebbe veramente dispiacere a non accettare.
– Accetto – rispose con un impeto di franchezza, che mi piacque tanto – Ma, ad un patto! – soggiunse – Ella mi cederà metà, un quarto del caseggiato, come meglio le giova, ricevendosi anticipatamente la parte del fitto che mi spetta.
– Questo poi no – feci io un po’ piccato – Tanto, il fitto non è piú da pagare, e, solo o con altri, val lo stesso.
Parve offesa delle mie parole, e un po’ indispettita rispose:
– Non se ne parli piú. Già era una follia!
– Se questa mia sciocchezza – mi affrettai a soggiungere – dovesse impedirle di accettare, la ritenga per non detta; pagherà.
– È una follia! – ripetè l’incognita come parlando a se stessa.
Il convoglio si fermava.
– Empoli, chi scende! Empoli, chi scende! – urlavano due o tre impiegati della ferrovia
– Io m’impossesso del suo bagaglio – dissi arditamente, prendendo l’ombrellino e la borsa di lei
– No, no – rispose con un accento languido e irresoluto.
Intanto ero saltato fuori del vagone e le stendevo la mano.
– Che penserà di me? – disse fermata sullo sportello per guardarmi in viso, accompagnando queste parole con un’espressione di dolore profondo che il rossore delle sue guance modificava un pochino.
– Tutto il bene possibile – risposi; e le diedi braccio.
Non credevo a me stesso. Mi pareva di aver vinto la prima battaglia del mondo. I viaggiatori che scesero ad Empoli e ci squadravano curiosi già li scambiavo preciso con dei moscerini. Non credevo a me stesso, e la tenevo stretta sotto il braccio perché avevo paura del treno che non si decideva a ripartire. Che animale doveva essere quel capo-convoglio! Una fermata di un secolo! Volevo fare un ricorso. Quando udii il fischio della locomotiva e vidi il convoglio volar diritto fumando e strepitando, trassi fuori un sospirone che la fece sorridere; certamente aveva capito.
Mezz’ora dopo un fiàcchere ci depositava innanzi il cancello della villa, senza che nessuno di noi due avesse, dalla stazione fino a lí, pronunziato una sillaba sola. Pure, che vertigine avevo in testa! Quanti milioni di cose non mi eran passati pel capo; milioni, non esagero.
Lungo il piccolo viale che dal cancello conduceva diritto al caseggiato:
– È curiosa – dissi – che nessuno di noi abbia cercato di sapere il nome dell’altro. Mi presenterò da me, Oreste Lastrucci. Posso ora conoscere chi sia la mia gentile pigionale, giacché si vuole cosí? La sua fronte e gli sguardi si annuvolarono per qualche secondo. Arrestossi colla testa bassa e mormorò:
– Non ci avevo badato! –
Poi scosse una o due volte il capo e si rivolse a me sorridente dicendo:
– Che importa il mio vero nome? Me ne dia uno a suo piacere. Varrà lo stesso. Si ricorda? Giulietta diceva a Romeo:

What’s in a name? That which we call a rose,
By any other name would smell as sweet.

– È vero – risposi subito – Però talvolta tra un nome e una persona c’è tale misteriosa relazione da sembrare che quella non avrebbe potuto chiamarsi altrimenti. Dargliene uno diverso spesso equivale a torle qualcosa di essenziale
– Non è il caso. Qui la persona è talmente insignificante – ella riprese sorridendo sempre con grazia infinita, che questo o quel nome non importerà nulla. Mi ribattezzi dunque… Sarà una stranezza di piú
– Fasma! Un nome greco – dissi improvvisamente.
– E significa?
– Apparizione, fantasma! Le torna a capello. Non è nuovo; il povero Dall’Ongaro intitolò con esso uno dei suoi piú gentili lavorini di soggetto greco.
– Questo volevo dire – ella soggiunse; – ne avevo un’idea confusa. E sia Fasma! – continuò; – mi piace. Cosí Oreste non stona. O i contadini che diranno? –
Questa interrogazione mi scosse. La moglie del fittaiuolo che ci aveva scoperti quando eravamo a mezzo viale, ci veniva incontro insieme alla figliolina, una bimba di sette anni.
– Passerà per mia sorella – diss’io alla Fasma; – non bisogna dar campo a sospettare. I contadini son la razza piú maligna del mondo.
– Anche questa!
– E permetterà che innanzi a loro ci diamo familiarmente del tu.
– Non se ne può far di meno – sclamò ella ridendo di cuore: – un passo obbliga all’altro –
La bimba volle caricarsi di una parte del nostro bagaglio; la fittaiuola mi tolse di mano la valigetta che pesava un pochino perché zeppa di libri, ed entrammo in casa.
– Prendi tutte le stanze che ti occorrono, le dissi (la fittaiuola era presente); due son sufficienti per me. Queste qui son le piú libere e le meglio esposte.
– Basta – rispose; – farò la scelta piú tardi -.
Non potè trattenersi dal ridere
– Ed ora pensiamo alla colazione – ripresi; – è la cosa che in questo punto mi pare importi il piú.
– Ci ho già pensato – disse la fittaiuola; – se voglion vedere…-
Infatti poco dopo eravamo seduti l’una rimpetto all’altro, con un monte di frutta, del burro, del cacio e delle uova davanti a noi.
La Fasma aveva perduto un po’ di quella profonda tristezza che pareva la tormentasse. Non già che a volte non rimanesse tutt’assorta nei suoi pensieri e quasi straniera a quanto la circondava; però era ad intervalli che di mano in mano si andavan facendo piú brevi.
A tavola parlammo poco, ma con schietto buon umore. Avevo un magnifico appetito. Mi accade sempre cosí; quando son lieto divoro. E in quel momento ero piú che lieto, felice. Di che? Di nulla; di vedermela lí innanzi, di sentirla parlare, di riflettere che quella notte ella avrebbe dormito sotto il mio stesso tetto! Honni soit qui mal y pense!
Terminata la colazione, si affrettò a darmi innanzi tutto i venticinque franchi del suo fitto di un quarto di villa, piú altri cencinquanta pel vitto: io dovevo pensare a ogni cosa. Non ricusai, né rifiatai, perché sapevo di farle dispiacere. Dopo questo scendemmo a girare un po’ pei campi. Voleva, come si dice, fare una ricognizione dei luoghi.
– Ella non smetterà le sue abitudini – mi disse per le scale; – mi farebbe pentire troppo presto di averla disturbata.
– In campagna – risposi – abitudini non se ne hanno. Si fa quel che piú piace. Gli alberi e le siepi sono d’una tolleranza e d’una discrezione a tutta prova -.
Ed infilammo una viottola.
La campagna era inondata d’una luce diversa e migliore di quella del sole? Io credo di sí. La bella figurina doveva senza dubbio proiettare invisibili raggi che mutavano la faccia delle cose. Le infinite e leggiere gradazioni del verde; le tinte vivaci dei fiori che brizzolavano qua e là, in tanti toni, l’aspetto fresco e vegeto dei campi; i susurri delle frondi; i mormorii delle acque correnti pei rigagnoli e zampillanti dai getti di una piccola vasca; i pigolii malinconici, i gorgheggi chiassosi degli uccelletti affaccendati alla cova su pei rami degli alberi; il profumo che imbalsama l’aria; le mille intime voci della natura sprigionantesi da ogni parte con impeto folleggiante ai bei ultimi giorni del maggio; ogni cosa aveva, per virtú di lei, acquistato un sentimento nuovo, un soffio di vita piú allegra. Le donne son maghe senza volerlo. Figurati lei!
Pure la Fasma appariva trista e quasi stizzita di quelle correnti di gioia che la indifferente Natura emetteva, senza curarsi d’altri, per proprio conto. Che so? Quel paesaggio non slontanavasi forse abbastanza pei suoi sguardi e pel suo cuore. Forse il posto non aveva un aspetto tanto diverso da qualch’altro che ella avrebbe voluto dimenticare. E cosí, mentre il piede s’inoltrava lesto, potrei dire affrettato, lungo le viottole o fra l’erba, la sua anima fuggiva, fuggiva chi sa dove e parlava agitata con se stessa. Le labbra infatti le si atteggiavano di quando in quando a un che da non potersi dire né un sorriso, né un’espressione di rabbia o di sdegno: qualcosa di straziante, d’immensamente doloroso; un pianto (sicuro, era proprio cosí) un pianto dell’anima. E intanto gli occhi brillavano a volte, lampeggiavano, parlavano quasi allo inverso. Io la guardavo stupito
– Strana la vita! – esclamò ella ad un tratto – Due che poche ore fa erano perfettamente sconosciuti l’uno all’altra, si trovano ora vicini, ospiti della medesima casa, in via di diventare forse amici. Domani la fatalità che gli ha riuniti li sbalzerà di nuovo per lati opposti, e verrà dí che torneranno ad incontrarsi senza nemmen riconoscersi.
– Impossibile questo! – risposi.
– La vita ha cose peggiori! – soggiunse tentennando il capo.
– Badi qui; mi dia la mano. Eravamo all’orlo di un ciglioncino ch’ella voleva saltare. La sua manina fremette nella mia mano come colta da brividi, e la lasciò quasi subito.
In questo punto due farfalle ci passarono davanti l’una inseguendo l’altra. Ella fermossi e, proprio stizzita, diessi a sparire coll’ombrellino quella che pareva inseguisse, il maschio probabilmente.
– Rissa di amore! – diss’io.
– Dica violenze – rispose, – violenze del piú forte.
– S’intende, l’amore è una divina violenza: per questo è una gran cosa -.
Guardommi con tal cipiglio che non potrò mai dimenticare. Parve meravigliata osassi ragionar dell’amore; me ne rimproverava cogli occhi.
– Ho detto male? – richiesi.
– No;… che vuole che io ne sappia! – rispose correggendo coll’esitazione quel suo primo slancio – Solamente…
– Prego, parli
– Solamente (badi, ve’, è una mia opinione) io credo che gli uomini non abbiano diritto a discorrere d’un sentimento che non possono mai provare.
– Non possono?
– Certo. L’uomo non ama, fa all’amore.
– È una distinzione troppo sottile
– Ma verissima. Noi donne…
– Giusto quel che volevo domandarle!
– Noi donne invece, una sola volta in vita nostra (non piú) noi amiamo davvero. Pel resto, noi non si fa mica all’amore; viviamo dei bricioli di quel primo banchetto della vita. Se gli uomini se ne persuadessero! Già spesso non ce ne persuadiamo neanco noi stesse.
– È la teorica del primo amore portata all’eccesso – osservai ridendo.
– S’inganna – rispose – Ciò che comunemente dicesi il primo amore è una sensazione quasi animale, istintiva, e può indefinitivamente prolungarsi per diversi stadi della vita. Frequente è il caso che parecchi uomini nel cuor d’una donna rimangano, l’un dopo l’altro, sempre un unico primo amore. Creda, la donna è capace del vero amore soltanto nella pienezza del suo sviluppo, dai vent’anni ai venticinque.
– Quanta poesia ella mi ammazza!
– E c’è peggio – continuò con arguta malizia – Non tutte le donne possono amare: fra cento, appena due!
– Qui bisogna intendersi – dissi – sul preciso significato che si dà alla parola.
– È un significato che non si spiega, s’intuisce. Noi donne lo comprendiamo quasi tutte. Che discorsi, non è vero? Mentre si ha dinanzi gli occhi una cosí bella campagna, con questa magnifica giornata, con quell’usignuolo tra i pioppi che gorgheggia divinamente! –
E corse, mutata d’un subito, alla fonte lí presso.
Il capelvenere rivestiva per intero la rozza muratura fatta a proteggere l’acqua dalle frane della collina; gli acanti vi crescevano rigogliosissimi alla base colle loro larghissime foglie frastagliate, riverse a guisa di capitello; e i lati venivano protetti da una siepetta di rovi fra cui si erano intrecciate certe campanule a fiori bianchi e grandi che non so come vengan chiamate dai naturalisti, né mi importa saperlo.
– Com’è bello qui! – disse; e tuffò nell’acqua le mani per spruzzarsi un pochino il viso con bizzarria fanciullesca.
Avessi tu visto che incanto! Che capolavoro di quadretto non avrebbe potuto farsi con quel piccolo sfondo verdeggiante e pieno di ombra e la sua gentile personcina ritta in piedi innanzi la fonte, cogli occhi chiusi e il capo riversato all’indietro, nell’atto che riceveva la fresca e cara impressione dell’acqua spruzzata!
Meravigliato piú che curioso, fermato a dieci passi di distanza, io domandavo intanto a me stesso: – Ma chi è costei che cita Shakespeare in inglese, ragiona dell’amore con tanta sottigliezza, e prende in affitto il quarto d’una villa dove sa doversi trovare sola a solo con un uomo ch’ella ha visto ora per la prima volta? Non sapevo che rispondere. Vi era tanta semplicità, tanta franchezza in quel suo fare, dirò anche tanta imprevidenza, che invece di sospettare qualcosa intorno a lei, io provavo verso la bella creatura un sentimento di rispetto e di tenerezza quasi protettrice, e la ringraziavo in cuor mio.
Questo sentimento somigliava l’impressione provata alla lettura di una di quelle serene e meravigliose pagine che Omero fra gli antichi e Goethe fra i moderni ebbero, quasi soli, la fortuna di poter scrivere: né piú, né meno. Infatti, per una strana associazione d’idee, io mi sentivo mulinare nel cervello:

Come vider venire alla lor volta
La bellissima donna i vecchion gravi
Alla torre seduti…
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
… Essa all’aspetto
Veracemente è Dea!

E ci mancava poco non mi stizzissi di quella pedanteria fuori stagione.
– Fuori proposito, anzi! – riflettevo alle dieci di sera, quando ella si era già ritirata nelle sue stanze, ed io appoggiato sul davanzale della finestra, col sigaro acceso, riandavo i menomi avvenimenti della giornata.
Poco prima avevo visto lí, sullo spianato, la famiglia dei fittaiuoli mangiar la minestra all’aria aperta; gli avevo sentiti calmi e alla buona ragionare di bestiame, di agli, di polli, di grano turco, di una piccola tirchieria del padrone, di tutto il lor mondo. E osservando la massaia belloccia un tantino, pulita, di un carattere mite e sottomesso, ero stato naturalmente tratto a confrontare le due vite, quella della Fasma e di lei, le due anime, i due cuori. Che differenza! Che sproporzione! E le mie simpatie non erano mica per la massaia, la donna all’antica, ma per la nervosa, per l’agitata, per la tormentatissima Fasma. Ecco perché dicevo che i versi di Omero mi eran venuti in mente a sproposito. Tra Elena e Fasma non ci scorgevo rapporto di sorta e irriverentemente concludevo: – Elena! Elena! È la massaia! –
Suonava la mezzanotte all’orologio di Empoli che nel silenzio notturno si sentiva benissimo fin là. Quei cento tocchi picchiati e ripicchiati cosí solennemente che dominavano cupi e lontani lo stormire delle frondi, il canto di alcuni grilli e il gracidare di qualche rana, accrebbero il senso d’indefinita malinconia e di sconforto, la quasi voglia di piangere che mi opprimeva in quel punto.
Quel fantasma vivente ne aveva già richiamati due altri che da un pezzo non mi si erano piú presentati alla memoria, o, se si erano, n’erano stati facilmente scacciati via. Ricordi lontani e recenti, immenso tesoro di aurei sogni, di grandiose speranze, di desideri ardentissimi, di dolcezze, di possessi, di dolori, di smanie, di disperazioni, quanto aveva insomma influito piú che ogni altra cosa sulla mia vita, e modificato l’anima e il cuore con indelebile stampo; tutto mi si era rimescolato nella memoria dietro quei due fantasmi di donne!
– E questo qui? – mi domandavo inquieto
E tornavo a fantasticare, a creare colla rapidità dell’elettrico dei veri romanzi onde spiegarmi l’enimma della giovane donna che forse, certo fantasticava alla sua volta tre stanze piú in là della mia
– L’amerò? – insistevo finalmente a domandarmi – l’amerò? E facevo e rifacevo un rigoroso esame di coscienza; però conchiudevo sempre di no. Non sapevo capirlo; ma c’era un che da cui mi veniva interdetto il sentimento preciso dell’amore: una forza repulsiva, un fluido misterioso (benefico o malefico, chi avrebbe potuto giudicarlo?) che mi teneva, come suol dirsi, a rispettosa distanza da lei. Ed io ora mi consolavo di questo, ora me ne sentivo un po’ offeso; infine avevo trent’anni!

Il giorno dopo ella volle dei libri. Li scelse da se stessa, l’Ernesto Maltravers del Bulwer, i Nouveaux contes fantastiques del Poe, tradotti dal Baudelaire (due libri agli antipodi l’uno dall’altro) e stette quasi tutta la giornata nella sua stanza, ove io non osai andare a disturbarla.
Però dal finestrino di un piccolo andito potei, non visto, osservarla a lungo: leggeva a sbalzi. Sdraiata sur una poltrona, si lasciò due o tre volte cadere il libro di mano e non lo riprese che dopo un pezzo. Era il libro che slanciava quell’anima irrequieta dietro le visioni del passato, o incontro alle incerte nebbie dell’avvenire: o non aveva esso tanta potenza da impossessarsi completamente dell’attenzione di un cuore rigoglioso e travagliato dalla stessa sua forza, che pur tentava forse dimenticare il passato, forse dominare le fatalità del futuro?
A volte ella si levava, con uno scatto, da sedere; passeggiava su e giú per la stanza, ora rapida, ora lenta; poi si fermava colla testa bassa, colle braccia alzate in avanti e le mani aperte, quasi avesse voluto impedire a certi ricordi di accostarsi alla sua memoria, e restava in quell’atteggiamento per piú secondi; indi rimettevasi a leggere.
Verso le quattro pomeridiane scese in giardino e diessi a ripulire i fiori, ad annaffiarli, facendosi aiutare dalla fittaiuola. Mi affrettai a raggiungerla e fui molto sorpreso di non trovarle sul volto nessuna traccia di quell’agitazione interna della quale ero stato spettatore (per quanto dalle umane azioni si possa indurre con certezza i sentimenti e i pensieri).
La sua fronte era serena, d’una serenità verginale, illuminata dal tranquillo splendore della pupilla e da quello del suo sorriso; giacché il suo sorriso ora splendeva ed ora scintillava: almeno a me mi faceva quest’effetto. Vi era nel suo gesto una calma gentile; e dal suono della sua voce erano affatto sparite quelle vibrazioni tremule, imperiose, che davano alla parola un’espressione altiera, imponente, efficacissima.
– Questi poveri fiori! – disse vedendomi: – perché farli nascere e poi lasciarli morire di sfinimento?
– Crede ella che si accorgano di soffrire? – risposi.
(La fittaiuola si era allontanata per riempire d’acqua l’annaffiatoio)
– Non lo so – replicò – ma infine non mi pare una bella cosa. Io però ritengo che tutto soffra nella natura quando gli vien meno ciò che dovrebb’essere il suo alimento, il suo sostegno; l’anima, come il sasso: non vive ogni cosa?
– Sí; ma non ogni cosa ha la coscienza di vivere.
– Soffre meno forse; ma noi, per questo, restiamo meno cattivi? E continuò attentamente, con pazienza proprio materna, a levar via qua delle foglione riarse, là delle erbucce parassite; qua a smuovere la terra, lí ad accostarla piú al ceppo, rimondando, ripulendo, strappando; e i fiori pareva la ringraziassero quando il venticello gli agitava.
– Sa? – riprese dopo un pezzetto; – ho dovuto dire una bugia.
– Grossa? – feci io, sorridendo.
– Piccina, a dire il vero. La fittaiuola mi ha domandato come non avessi, benché sua sorella, l’accento toscano.
– Va’! Le bugie hanno le gambe corte. Ed ella ha risposto?
– Lo supponga. Sono stata lungamente fuori casa, maritata in Piemonte. Son vedova adesso.
– Una bugia veritiera?
– Ecco! – esclamò con gesto di rimprovero – lei rompe i patti. Ieri sera si fissò che nessuno dei due dovesse chiedere all’altro indicazioni di sorta sul passato; dovremmo prenderci per quel che si apparisce, due piovuti dalle nuvole.
– Ha ragione. Mi mordo la lingua -.
Quest’incidente bastò per turbarla. Lasciò in asso i suoi fiori, portò una mano alla fronte e voltommi le spalle avviandosi a manca, pel piccolo viale delle acacie. Fatti alcuni passi però si rivolse addietro e mi chiese:
– Non vuoi venire?

Passarono cosí parecchi giorni senza che il mistero di quella donna si chiarisse per nulla, ma non senza che la nostra famigliarità non divenisse piú intima e piú espansiva
C’era in quel carattere un po’ del giovinotto e del virile, mescolato a quanto di piú finamente femminile possa trovarsi in una donna; ed io a poco a poco avevo, conversando, perduto il ritegno di toccare con lei certi soggetti scabrosi. Ci mettevo, è vero, tutta la delicatezza, tutto il pudore possibili; ma ritenevo anticipatamente ch’ella non avrebbe mai fatto la contegnosa fuori proposito. Mi pareva all’inverso, che il suo carattere elevato la dovesse difendere da qualunque bassezza. Infatti non c’è che le donne nobili di cuore e di mente per non arrossire di nulla in conversazione e tollerar quasi tutto.
Dopo due settimane ella veniva piú frequente nella mia stanza. Era un raggio di sole! Un nugolo di sentimenti vaghi ed incerti, di desideri confusi ed inestricabili, di dolcezze indovinate e non assaporate, le quali si eran lasciate dietro la smania di gustarle fino all’ultima goccia, turbinava, turbinava a guisa del pulviscolo dell’aria in quel soavissimo raggio, ed io me ne sentivo rischiarato fin dentro i piú ciechi nascondigli del cuore.
Ella si affacciava sorridente, esitando; spesso rimaneva a lungo fermata sull’uscio e poi si slanciava nella stanza con un piccolo salto. Voleva non mi levassi da sedere, né lasciassi l’occupazione che avevo per le mani; ed ora veniva a guardarmi a scrivere o a leggere e si appoggiava alla spalliera della mia sedia per dar un’occhiata al libro in lettura; ora andava attorno lesta come una rondine, mettendo in assetto ogni cosa, garrendomi del disordine seminato dappertutto.
– Facciamo un po’ gli uffici di buona sorella! – diceva ridendo; e la luce del suo sorriso, direi anche il profumo della sua persona restava impresso e attaccato su qualunque oggetto ella toccasse. L’orma del suo piedino mi pareva vederla luccicare sul pavimento come del fosforo stropicciato.
– Sa – le dissi un giorno – che io finirò coll’innamorarmi pazzamente di lei?
– Non ha ancor cominciato? – rispose; – sarà troppo tardi!
– Per amare non è mai tardi – replicai un tantino punto sul vivo dal suo tono frizzante.
– Faccia presto, per carità! – continuò sullo stesso tono.
– Ma è proprio cattiva! – esclamai.
– Anzi troppo buona, mi pare. Cred’ella d’avermi fatto un bel complimento dicendomi che finirà coll’innamorarsi pazzamente di me? Quando un uomo non s’innamora, cioè, non sente la voglia di far all’amore a prima vista; quando può rivedere una donna, parlarle impunemente per due settimane e dirle infine scherzando: “Quasi quasi commetterei la sciocchezza di far all’amore con lei!” pretenderebbe forse che la donna gli dovesse rispondere: “Oh, grazie!” e gettarglisi al collo? Siete capaci anche di questo voialtri! Si metta in collera, via! –
Rimasi di stucco a quest’uscita. Ella si accorse del mio imbarazzo, e mutando intonazione, mentre rassettava sul tavolo le carte ed i libri, continuò senza guardarmi:
– Stia tranquillo; non mi amerà! –
E la sua voce tremava alquanto.
– Chi glielo assicura? – feci io, rinfrancato.
– Il mio cuore – rispose – Se non avessi questa certezza, capisce?, non rimarrei qui -.
La sua gaiezza sparí ad un tratto, e poco dopo ella andò via dalla mia stanza, piú che stizzita, turbata.
Quai ricordi, quai dolori, quali passioni le avevo destati nell’anima con quelle parole? N’ero tanto piú dispiaciuto, quanto piú convenivo ch’ella avesse ragione. Non l’amavo; era cosa certa: non mi sentivo tratto ad amarla. Avevo sbadatamente parlato a quel modo. Ella mi piaceva immensamente, mi inspirava un rispetto illimitato, misto ad un senso di compassione profonda: qualcosa che so io? di religioso, di superstizioso, di fanciullesco; amore, no di sicuro. Perché? Ecco il problema che non mi era riuscito di risolvere, e me lo ero messo innanzi piú volte. Avrei dato un occhio perché fosse stato diversamente. Vanità, sciocchezza o altro, mi attristavo di non amarla e di non esserne riamato. In quel cuore (non occorreva un gran sforzo) scorgevo sepolti inestimabili tesori di affetto, d’ingenuità, di sacrifici, di pudiche debolezze, di care fantasie, di nobili sdegni, di tenerezze quasi violente; non mancava uno solo di tutti i divini elementi onde la natura e la civiltà traggono fuori la sublime creazione della donna moderna: e mi pareva di doversi ritenere per fortunato davvero chi avesse potuto dire con piena coscienza: “Quel cuore mi appartiene!” Perché non dovevo esser io? E se non l’amavo, non avrei potuto amarla fra qualche giorno, fra una settimana, ed esserne riamato? Il cuore intanto, testardo! rispondeva sempre di no.
Ella però dimostrò, nei giorni appresso, voler quasi compensarmi di questa privazione con un mondo di gentilezze, di attenzioni cortesissime e cordiali che avevano il lor pregio e soddisfacevano in alcuni momenti le piú strane esigenze dell’amor proprio.
Potei sorprendere nei suoi sguardi, nel suo accento, nei suoi discorsi certi lampi di abbandono inusitati, involontari, che mi diedero i brividi. Giacché a volte, curiosa questa! provavo paura di essere amato da lei. La sua forza mi avrebbe sopraffatto; non sarei piú rimasto lo stesso! E rifuggivo da un amore in tal guisa. Avrei, all’opposto, voluto foggiarla a modo mio: cosí soltanto potevo meglio assicurarmene il possesso. Ma era un’assurdità! Pure! D’allora in poi ripetetti piú volte quel “pure!” pieno di tante cose; mi lasciai lusingare.
La vedevo di giorno in giorno venir a me con delle concessioni piú larghe. Erano atti, gesti, occhiate, bizzarrie, motti lanciati a mezzo, che indicavano evidentemente un segreto lavorio del suo cuore, un’effervescenza che non poteva piú venire padroneggiata dalla sua energica volontà; qualcosa piú forte di lei. Ma quando mi ero illuso un pezzetto, mi accorgevo da lí a poco che avevo torto. Il segreto lavorio, l’effervescenza, l’abbandono erano dei fatti da non potersi negare; ma tra questi sentimenti e la mia persona non ci scoprivo finalmente relazioni di sorta. Intravvedevo un sottinteso; ero, che dire? Un pretesto. E siccome sentivo avvilirmi troppo da quest’idea, correggevo: un capriccio. Ci scapitavo in tutti e due i casi e tornavo di bel nuovo, e di proposito, a illudermi.
In alcuni momenti il suo fascino diventava proprio immenso. Sentirmi avviluppare e compenetrare da quella malia era una delizia indicibile che, sopratutto, veniva dal suono della sua voce molle, velato, con la greca rotondità vantata da Orazio, che io non avevo capito fino a quel punto: la quale non era soltanto nel suono delle parole, ma nelle cose ch’esse esprimevano, in un’armonia che non si apprende.
E poi quel suo carattere a sbalzi! Quei passaggi inattesi! Quei contrasti cosí strani che pur riuscivano cosí naturali, perché venivano da lei!
Io mi stancavo a seguirla in tutte queste rapide trasformazioni, in tutti questi nuovi e sorprendenti avatara del suo cuore ch’ella spiegava forse ad arte innanzi i miei occhi sbalorditi, e mi davano le vertigini. Non c’ero abituato; scotevano troppo e, infine, perché? Non dovevo piuttosto rimanermene passivo, indifferente, in guardia (se cosí volevo) e lasciar fare? Non provavo anche in tale situazione un piacere squisito? Che andavo di piú cercando? Ma il “pure!” ecco, veniva a galla insistente; il filtro della Fasma operava. Le mie illusioni diventavano piú lunghe, piú frequenti; non osavo toccarle con la punta di un dito per tema di non vedermele volar via a stormo, come degli uccellini spauriti. Ella mi guardava in un modo! Mi sorrideva con tal’espressione! Finalmente non ero mica di marmo! L’illusione fu completa. Mi credetti amato davvero! Chi non l’avrebbe creduto?
Un giorno ella venne nella mia stanza, col volume del Poe. Scrivevo una lettera di affari; la pregai mi scusasse. Appoggiossi al davanzale della finestra, colle spalle rivolte alla campagna, e continuò la sua lettura.
Di tanto in tanto non potevo far a meno di levare gli occhi dall’uggiosissima lettera per contemplare quella bella figura illuminata dai lievi riflessi della luce che venivano di fuori. Una o due volte i nostri sguardi s’incontrarono: sorridemmo a vicenda.
Quand’ebbi terminata e suggellata la lettera, la Fasma mi parve talmente assorta nel libro, che non volli disturbarla. Stesi la mano ad un volume arrivatomi fresco fresco la sera innanzi, l’Eva del Verga, ripresi anch’io la lettura interrotta e fui legato alla mia volta Quel volumetto, si sa, proprio divora il lettore: ella me ne aveva parlato Ma in quel punto le mie sensazioni non provenivano soltanto dalla schietta bellezza del libro. L’imaginazione traduceva, interpretava, a modo suo quelle pagine appassionate. Eva e Fasma si confondevano bizzarramente: non le discernevo piú. L’opera dell’artista toglieva ad imprestito dalla realtà; la persona vivente dall’opera d’arte; e qualche volta sparivano tutte e due perché io le avevo lasciate chi sa dove? molto indietro, e mi ero lanciato alla ventura entro una vaporosa immensità tutt’ombre e splendori, tutta musiche e profumi, l’immensità dei sogni ad occhi aperti, e stentavo a rivenirne.
Infatti non mi accorsi che la bella Fasma si era pian pianino accostata e che, posatami leggermente una mano sui capelli, china col viso fin sulla mia spalla, osservava curiosa qual libro leggessi.
– Eva! – esclamò con stizza improvvisa, strappandomi il libro di mano.
Il libro, sfogliandosi tutto, era volato in un canto.
– Perché? – chiesi stupito.
– Perché quel libro è cattivo! –
Credetti accennasse al falso concetto della moralità di un’opera d’arte che è in voga fra noi.
– Sono forse una ragazza? – le domandai ridendo.
– Non dico questo – rispose – È cattivo perché quell’Eva par viva e commove ed interessa e si fa amare come a una vera donna riesce di rado. Che infamia è l’arte! Possiamo noi entrare in lotta colle sue creazioni, con la sua potenza che spoglia la realtà da ogni triviale bassezza, da ogni accidentale stonatura e la rende immortale? Ma, quando vi siete montati la testa con tali visioni degne dell’oppio e dell’haschich, che ci rimane a noialtre infelici colle nostre debolezze, colle nostre miserie? Come ispirarvi interesse, compassione, amore? È una lotta disuguale: la donna colla Dea, e la povera donna soccombe! Che infamia è l’arte! Per un minuto di effimera consolazione spreme anni intieri di pianto. Il suo male non è ciò che dice, ma quel che non dice e costringe a supporre e a indovinare. Allorché questa morbosa facoltà si è sviluppata (e la si sviluppa tosto) il suo potere non ha confini; l’ebbrezza stimola all’ebbrezza. Quelle raggianti figure ch’essa evoca col potere della sua magica bacchetta passano gloriose e trionfanti innanzi ai vostri occhi e li fanno tremolare di sensazioni vivissime. Che siam noi rimpetto ad esse? Volgari, meschine, spregevoli ombre e, sopratutto, noiose, noiose all’eccesso! Qual terribile confronto! Ecco; ella guarda ancora il libro buttato lí e tenta, forse, ricostruirsi l’illusione che gli ho rotta. Ecco; non mi bada nemmeno!
– Ma no! – esclamai, levandomi dalla sedia e tentando di trattenerla per la mano.
Era scappata via come un lampo.
Dapprima, lo confesso, avevo creduto scherzasse; ma dall’accento compresi a un tratto ch’ella diceva davvero. Divenuta pallidissima, le sue labbra tremavano agitate, frementi: già pareva fosse lí lí per dare in uno scoppio di pianto.
– Mi ama! – dissi con superba compiacenza; – gelosa fin di un fantasma! Nessun critico aveva fatto a quel libro un elogio di tal sorta.
Mi lasciai tutto di un pezzo cader sulla seggiola e stetti lí chi sa quanto! Assaporandomi a centellini la sublime scoperta. Perché intanto non l’amavo anch’io?

Verso le cinque pomeridiane cadde quel giorno una delle solite pioggerelle del maggio, e l’aria ne rimase cosí rinfrescata da non permetterci affatto la nostra passeggiata serale.
La bella Fasma, del resto, non si fé’ mica viva. Volevo questa volta picchiare due colpetti al suo uscio (omai me ne riconoscevo tutto il diritto); pure non mi parve conveniente: montai sulla terrazza.
Il vento aveva disperso qua e là le nuvole che, ridotte leggiere e trasparenti come tante ondate di fumo bianchiccio ai raggi della luna, facevan l’effetto di slontanare piú e piú l’azzurro cupo del cielo seminato di stelle. Dai prati attorno levavasi un fresco sentore di humus piacevolissimo, una vera sensazione della vita della natura, la quale pareva godesse coi suoi mille esseri affollati pei campi e pelle colline i dolci sogni della sua lieta giovinezza, dei veri sogni di amore. La campagna infatti spiegavasi lí innanzi scura, con ondulazioni diverse, con linee larghe, con masse immense, imponenti, nel fondo. Era come accovacciata e ripiegata su se stessa; rifiatava appena, sotto una pioggia di pulviscolo argentato cadente dall’alto quasi a proteggerne il sonno
Stetti lí circa fino alle due dopo la mezzanotte, col capo scoperto, incurante del freddo e del sonno, incurante spesso anche di pensare; immerso nell’onda dolcissima di un piacere senza nome, di una sensazione tiepida, snervante, che finiva col tormi la coscienza del mondo e di me stesso; e la mattina ero in preda d’una fiera emicrania; tolleravo appena la piú debole luce; tenevo a stento gli occhi aperti.
Mi ero, la notte, buttato vestito sul letto; e in tale stato ella trovommi verso le nove della mattina, quando, aperto lievemente l’uscio, chiese a bassa voce:
– Si sente male? –
Non ebbi la forza di darle subito una risposta; sicché ella accostossi premurosa sulla punta dei piedi al mio letto, e, vedendo ch’ero desto, tornò a domandarmi, questa volta:
– Ti senti male? –
Benché mezzo stordito capii la forza di quel “ti” e apersi gli occhi per ringraziarla con uno sguardo e con un sorriso. Nel tempo stesso m’impadronii di una sua mano e l’accostai alle labbra.
C’era qualcosa di nuovo, di sorprendente in lei, come un’effusione, uno straripamento di affetto che si versava dalle pupille tremule e imbambolate di tenerezza. Non avevo mai udite tante carezze nel suono della sua voce, né mai veduto tanto abbandono nel suo gesto.
– Ti senti male? – replicò per la terza volta con accento ognora piú affettuoso e piú carezzevole, chinando il viso presso il mio.
Tenni chiusi gli occhi. Sentivo il tepore della sua pelle e il suo respiro, e non osavo rispondere per paura di rompere colla mia voce quell’incanto. La sapevo cosí bizzarra, e cosí strana!
– È la mia solita emicrania – risposi finalmente per non tenerla piú sulla corda.
– Hai medicine? – tornò a domandarmi.
– Sí, ho preso il guarana. Passerà. Vorrei star peggio e averti sempre vicina! – soggiunsi dopo E ribaciai la sua mano.
Ella mi posò lievemente le labbra prima sulla fronte, poi sugli occhi, poi sulla bocca (e qui ve le tenne piú a lungo) Fece cosí due o tre volte, sempre lievemente, toccando appena la pelle come per non farmi male. Io mi sentivo guarire. Non erano mica baci quelli lí, erano qualcosa di meglio; una dolcezza nuova, ineffabile che, se non mi guariva, mi avrebbe ucciso. Il dover ristorare, ravvivare i nervi sofferenti e intorpiditi dimezzò la loro potentissima azione, e fu bene davvero.
La stanza era al buio. Verso la parte del letto veniva di rimbalzo la poca luce di mezz’uscio aperto e copriva tutta la sua persona, facendo luccicare le pieghe della sua veste di faglia nera con riverberi smorzati. Il suo volto specialmente era illuminato per intero; ma piú che da quella, pareva lo fosse da una luce sua propria, da uno sprigionarsi d’atomi brillanti dalla pelle e dagli occhi che le svolazzavano attorno.
– Mi ami dunque? – le chiesi attirandola verso di me col braccio che le cingeva il busto
Liberossi improvvisamente dalla mia stretta e balzò in piedi. Impaurito di quell’atto sorsi anche io sul sedere. Sorrise, mi porse le due manine, e guardandomi fisso in volto, con un’indefinibile civetteria che era nell’accento, nel sorriso, nell’atteggiamento, in ogni cosa, domandommi:
– Che piú ti piace di me?
– La bocca – risposi
Aperse gli occhi quasi atterrita, lasciò cadere le braccia e ripetè macchinalmente:
– La bocca! La bocca! –
Era pallida: tremava. Io non capivo davvero. Che mai potevo aver detto di male? E per stornarla da quell’impressione mormorai nuovamente:
– Mi ami dunque?
– Dio mio! – fece ella portando, con acuta espressione di dolore, le mani al suo volto.
E scappò via.
– Fasma! Fasma! – le gridai dietro, ma invano.
Avevo avuto torto. Che importava quella domanda? Non era anche troppo ch’ella mi facesse evidentemente capire ciò che io volevo confessato dalle sue labbra? Perché tormentarla? Perché quasi avvilirla innanzi a se stessa esigendo un’inutile conferma del mio trionfo?
Fosse l’emozione o il guarana, l’emicrania era sparita. Saltai giú dal letto, apersi le imposte e la improvvisa inondazione della luce (il sole era in alto) mi giunse incresciosa.
Colle ombre amiche e discrete parve s’involasse dalla stanza la miglior parte delle dolcezze poc’anzi provate, e quando colla superstizione di un contadino richiusi le imposte, credetti sentire dei lievi e ironici cachinni dietro i cristalli, al di fuori. Erano le fuggite impressioni che si facevano beffa di me.

Mi son chiesto piú volte perché l’amore si compiaccia volentieri di ombre e di mistero.
Dei sentimenti che tu hai tenuto lunga pezza nascosti, che ti son montati piú volte a fior di labbra e gli hai ricacciati indietro, sdegnoso persino di confessarli a te stesso, in un luogo appartato e privo di luce, ecco ti sgusciano dal cuore senza ritegno, senza che tu te ne accorga, e il cuore si sente come levar una macina di addosso.
Affare di nervi o m’inganno!
La luce irrita, mette in attività, distrae le cento forze dell’organismo, e l’amore, questo terribile autocrate, non può tollerare che una menoma parte dell’attività vitale sia impiegata altrimenti quando esso governa. Innamorati, cerchiamo perciò la notte con indomabile istinto. Un bacio dato allo scuro val piú di mille baci scoccati sotto i giocondi testimoni dei raggi solari. Una parola sussurrata senza che si veggano le labbra dalle quali ci viene, dice un mondo di cose che tu non trovi nella stessa parola pronunziata di giorno da due labbra stillanti dolcezza.
Consigliati forse da quest’istinto, la Fasma ed io ci evitammo, quel giorno, a vicenda. Le imposte delle nostre stanze rimasero chiuse; desinammo alla meglio, ognuno per proprio conto; ed io mi rimisi a letto e guardai per delle ore il soffitto, da cui mi brillava nella mente certo rosone di fiori stranissimi osservato altre volte, il quale intanto serviva di pretesto a dei soavi pensieri
Levatomi dopo il tramonto apersi l’uscio e le imposte, attesi con impazienza di sentire il fruscio della sua veste nella camera attigua, e quando fu il momento sporsi fuori il capo ad interrogare l’espressione del volto di lei.
Era di una tristezza rassegnata, una tristezza di amore però e di nient’altro; si vedeva.
Le andai incontro, le strinsi la mano senza dire un sol motto; e indovinata la sua intenzione d’uscire all’aria aperta, le accennai si avviasse.
– Che stupenda serata! – diss’ella scendendo lenta le scale.
All’orizzonte il cielo somigliava un lago di purissimo verdemare con spuma di oro lucente Su quei spruzzi di nuvole, su quei vapori crepuscolari la luce del sole tremolava di mille riflessi sempre cangianti che smorivano chiari, con bellissimo effetto, sulle linee nette e frastagliate dei colli, e in alto con dei toni di azzurro sempre piú densi e piú cupi, di tale trasparenza e di tale unità da far disperare qualunque artista.
L’aria agitata leggermente da un venticello vespertino, fresca, asciutta, profumata da odori indistinti, avviluppava il corpo e lo penetrava con una sensazione di ristoro efficacissima; lo rendeva una piuma.
La campagna aveva sussurri, gemiti, mormorii, rumori vaghi, canti interrotti di galli, trilli sommessi d’insetti, agitar d’ali impercettibili, rosicchii continuati, affacendamenti misteriosi, abbaiare di cani, tintinni di campane di bestiami lontani; e poi quell’intiera, indefinibile, fremebonda corrente di vita da cui son legati assieme tutti gli esseri, per cui si sente il pensiero umano e nell’insetto e nella fronda e nella roccia immobile e tranquilla.
Oh, c’era davvero piú di quanto occorresse!
Le nostre mani, ricercatesi di accordo, si erano avviticchiate avidamente e si premevano forte. Procedevamo commossi cogli sguardi slanciati per l’immensa campagna, senza sentir bisogno di dirci una breve parola, fermandoci di quando in quando per scambiarci un bacio interminabile ch’ella era la prima ad interrompere, esclamando sottovoce:
– Mio Dio! –
Pareva che quella felicità la facesse soffrire.
Io intanto avevo stizza di non soffrire a quel modo. Non ero evidentemente neppur felice a quel modo!
Sopraffatta da un impeto di passione selvaggia, stordita, concentrata in sé, fremente per tutta la persona con spasimo lieve, ella lasciavasi in pieno abbandono delle mille sensazioni onde era dominata ed oppressa, anzi procurava di raddoppiarne l’effetto: e ciò che io chiamava soffrire ne era proprio il colmo, il loro estremo valore.
Quel pieno abbandono, quel dimenticare me stesso a me, invece, non riusciva. Provavo un piacere dimezzato. Vedevo insistentemente la mia immagine sorridere ed agitarsi nel suo piccolo cuore: ma la vedevo preciso come un’immagine riflessa sul nero della camera oscura. Attraverso quell’immagine, che pur sembrava solida e vivente, ne passava sovente un’altra che non potevo discerner bene, la quale la avvolgeva, le si sovrapponeva formando una strana confusione, e infine le spariva dietro come se vi si chiudesse dentro e l’animasse e le desse il moto Appunto per questo ora non ripetevo piú la sciocca domanda della mattina.
Le ombre cadevano fitte dal cielo: la terra dormiva. Gli alberi, le macchie, le erbe avevano già preso una figura molto diversa da quella del giorno. A dieci passi di distanza, l’aspetto delle cose assumeva sembianze fantastiche: la mente ne era un po’ turbata, e l’occhio vedeva quel che non era, l’orecchio sentiva rumori strani e fuori natura. Un altro momentino, e le fate, gli spiriti, sarebbero venuti a volteggiarci sul capo, a turbarci, a impaurarci colle loro apparizioni improvvise.
Provava anch’ella quest’effetto, e mi si stringeva al braccio con forza e girava attorno diffidente la testina e si fermava ad ascoltare.
Ci eravamo dilungati troppo benché si fosse andati lentamente. Chi voleva accorgersi delle ore volate via? Andavamo incontro ad un gruppo di alberi che disegnavansi sull’orizzonte con forme immani e grottesche. Si sarebbe detto che dei mostri giganteschi, fermati ad attenderci lí sul passaggio, agitassero le teste orrende e digrignassero i denti.
– Torniamo addietro: ho paura! – sussurrommi all’orecchio, appendendomisi al collo come una bimba.
Questo bacio fu il piú lungo.
Traversammo i campi da un’altra parte e prendemmo per far piú presto una scorciatoia.
La fittaiuola, addormentata, ci attendeva a piè della scala. La mandai a letto ringraziandola e seguii la Fasma ch’era già nel salotto.
Il sorriso con cui mi accolse fu qualcosa di sublime. Mi sentii come preso da un delirio veemente, e le corsi incontro e la levai di peso tra le braccia. Ella die’ un piccolo grido e nascose il volto sulla mia spalla
Credetti che qualcosa di eterno per la mia vita si fosse deciso in quel punto! E tutto tremante varcai, la prima volta, con essa in collo, la soglia oscura della sua stanza.

La mattina dopo mi domandavo: – Ho sognato? Non trovavo il verso di persuadermi che quanto era accaduto fosse proprio una realtà. Certe volte non c’è cosa che paia piú impossibile del vero.
Giú mi attendeva un ragazzo con una lettera da Firenze. Un urgentissimo affare di famiglia mi richiamava colà; potevo esser di ritorno la sera. Guardai l’orologio; mancava ancora tre quarti di ora pel passaggio del treno: giusto quanto occorreva ad arrivare in tempo alla stazione.
Rifeci, stizzito, le scale onde avvertire la Fasma. Trovai il suo uscio serrato col paletto di dentro. La chiamai a nome; non rispose. Stetti ad origliare commosso. Mi era parso d’aver sentito singhiozzare. Possibile? E ritenni il fiato Non mi ingannavo. Veniva dalla sua stanza un suono di pianto represso, di grida soffocate, di singhiozzi interrotti.
– Ahimè! – pensai, – questi passaggi repentini come debbono farle del male! –
E picchiai, ripicchiai, tornai a chiamare piú volte. Nessuna risposta! Quel pianto, quelle grida smorzate a forza, continuavano sempre. Che fare? Il tempo stringeva.
– Fasma! Fasma! – le urlai dietro l’uscio; – debbo andare a Firenze; sarò qui col treno di sera. Per carità, stia tranquilla! Mi risponda. Stia tranquilla. A rivederci! –
Non avevo piú il coraggio di darle del “tu”! Nessuna risposta!
– A rivederci! – replicai
E rimanevo dietro l’uscio. Però dopo alcuni minuti mi parve sentire, o sentii davvero, una parola di addio. Corsero alcuni istanti di angoscioso silenzio. Il pianto a poco a poco cessò, cigolò finalmente il paletto e la Fasma apparve accanto all’uscio. Sorrideva, ma in viso le si vedevano chiare le tracce del suo dolore.
– Che è stato? – le chiesi tremante.
– Nulla! – diss’ella – È passato. Addio.
– Tornerò presto; non posso far a meno di andare.
– Addio! – ripetette con una monotonia di accento che mi trafisse l’anima.
Evidentemente ella pativa a star lí. Mi decisi a partire.
– Per carità, stia tranquilla! – replicai stringendole affettuosamente la mano.
– Addio! – diss’ella per la terza volta e collo stessissimo tono.

Affrettai di una corsa il mio ritorno. Eran le sette di sera.
– La signora dov’è? – chiesi alla fittaiuola.
– È già attorno da un pezzo – rispose quella donna con aria inquieta.
Entrai nella mia stanza e non so perché gli occhi mi corsero subito al tavolo; c’era un foglio spiegato. Sentii stringermi il cuore da un tristo presagio! Non osavo accostarmi. Che poteva aver scritto? Finalmente presi convulso quel foglio e corsi subito alla finestra. Era una sua letterina.
“Caro signore” diceva “non pensi male di me! Mi compatisca invece, mi compianga. Prima di buttarmi la pietra del suo disprezzo, ella dovrebbe conoscere tutta la storia del mio cuore e della mia vita, un’infelicissima storia. Non gliela posso dire; è troppo lunga; e poi, a qual pro? Non pensi male di me! Mi dimentichi: è meglio! Non osa domandarle altro la sua gratissima Fasma”
Pensar male di te! Dimenticarti, divina creatura! Oh, potessi rivederla!

Villa Santa Margherita, agosto 1874

IV

EBE

Il bigliettino diceva soltanto:

“Sono ammalata: venite a trovarmi. Non è una visita che io vi chieggo, ma un’opera di misericordia. Non siate cattivo: venite. Grazie!
Ebe”.

Lo feci rabbiosamente in brani, indi apersi i cristalli e rimasi lí a guardare quei pezzettini di carta che brillavano tremolanti per l’aria portati via dal vento e andavano a perdersi tra le fronde degli alberi e in mezzo alle aiuole del sottoposto giardino.
Il pianoforte della vicina del primo piano ripeteva per la centesima volta il famoso notturno del Chopin. Il cardellino della vecchia signora accanto trillava nella sua gabbia dorata, sospesa in mezzo ai pensili rami del fior di passione che contornava il terrazzino. I bimbi della portinaia trascinavano sotto il portico una carrettella, a cui il maggiore di età si era attaccato come cavallino. Le tende alla persiana dei terrazzini rimpetto si agitavano appena quasi tenute ferme da mani che volesser proteggere qualche occhio indiscreto, intento a spiare tra un filo e l’altro dei vimini.
Due pezzettini di carta, i soli che si fossero levati troppo in alto per la furia della mano che gli aveva buttati fuora, scendevano, scendevano ancora facendo dei celeri giri e deviando verso il punto da cui erano partiti. Il vento li respingeva, tornava a sollevarli e poi lasciava che venissero giú piú vorticosi di prima: sembravano farfalle che abbassassero le ali sui vasi fioriti dei terrazzini. Io li seguivo coll’occhio, molto curioso di vedere quale sarebbe stata la loro sorte. Andarono tutti e due a cadere sul terrazzino della vicina: ci mancò quasi nulla che non entrassero nella sua stanza.
Il pianoforte cessò di suonare Una manina raccolse poco dopo i due pezzettini di carta, indi la bella vicina affacciossi presso la ringhiera di ferro, e spinse gli occhi in alto verso il secondo piano. Visto me che guardavo sorridendo, lesse attentamente le parole di quei due frammenti del biglietto e, arrossendo un po’, mi disse:
– È ammalato? –
Non seppi trovare un motto di risposta.
Era la prima volta che ella mi rivolgesse la parola. Dei lunghi colloqui di occhiate eran corsi da un mese fra me e lei, ma nemmeno un solo di quei saluti fatti con un cenno del capo. Ho detto: “colloqui”, per modo di dire. La guardavo, ella si lasciava volontieri guardare, con mal celata compiacenza ecco tutto. Io mi trovavo troppo addolorato in quel tempo, troppo preoccupato per pensare sul serio a farle un briciolino di corte. Il mio odio verso l’Ebe giungeva a tal grado eccessivo da non permettere affatto che l’amore per un’altra venisse a diminuirlo con una diversione di forze.
– Perché “grazie”? – riprese la vicina, dopo aver riletto l’altro pezzettino di carta.
– Scusí! – balbettai, confuso pari a un bimbo che vede scoperta una sua sciocchezza.
La vicina stette un istante a riflettere; poi, come se avesse a un tratto capito, mi salutò con un sorriso e ritirossi.
Alcuni minuti appresso intesi suonare il campanello. Corsi io stesso ad aprire.
Era la cameriera che veniva a farmi le scuse per parte della sua padrona. Se la signora avesse saputo, non sarebbe stata tutto il santo giorno a suonare il pianoforte. Era dolentissima, ma da quel momento in poi non avrebbe messo nemmeno un dito sulla tastiera finché non sarebbe stata certa della mia completa guarigione.
– Bisogna compatirla, povera signora! – aggiunse la cameriera. – Si annoia tanto!
– Ringrazio la signora – risposi – della sua squisita gentilezza. Ella suona cosí bene che io la prego di continuare come pel passato. Desidero intanto sapere se potrò venire a ringraziarla di presenza e a spiegarle il piccolo equivoco avvenuto poco fa -.
Dopo altri pochi minuti la cameriera ritornava al secondo piano.
– Venga quando le fa piacere; dalle dodici alle quattro, tutti i giorni: la sua visita sarà gradita -.
Quella cameriera diceva le cose con una disinvoltura ammirabile.

Andetti il giorno appresso. Il salottino era addobbato in azzurro con strisce bianche filettate in oro. Una magnifica giardiniera, presso il terrazzino, sfoggiava il lusso delle ricurve foglie delle yucche e dei bei fiori di veronica e di ageratum. Le tende di seta azzurra e di tulle finissimo elegantissimamente ricamato smorzavano il tono troppo vivo della luce che veniva di fuori e davano a tutto quell’insieme l’aria di un sorriso discreto e raccolto, qualcosa che faceva fantasticare. Rimpetto al divano, sotto un paesaggio del Raiper incastrato in una ricchissima cornice dorata, il pianoforte verticale ancora aperto mostrava spiegato sul leggio il prediletto notturno del Chopin; le note soavi e malinconiche interrotte il giorno avanti sembrava aleggiassero per la stanza come un’eco affievolita della volta…
La signora non si fece attendere. Una donna sui trent’anni, bella di quella bellezza minuta che guadagna molto ad esser guardata da vicino, con modellature del collo e delle guance sorprendenti davvero. La pelle morbida, vellutata, aveva il colorito, dirò, un po’ usato, un po’ chiuso che vien dall’età; un colorito spesso spesso preferibile a quello da quadro fresco o da figurine di porcellana di certi visi di ragazze. Capelli castagni; occhi castagni, grandi, vivaci; denti piccini cogli incisivi superiori divisi da un piccolo spazio che intanto riusciva grazioso nella sua bocca contornata da labbra sottili; un naso un po’ aquilino; delle mani bianchissime, delicate, con ditini affusolati; e, per finire, dei piedini, oh!, dei piedini forse della piú estrema piccolezza consentita dalle proporzioni del corpo e dalle leggi dell’equilibrio: ecco la signora Augusta. Vestita elegantissimamente non si dice nemmeno. Sembrava che un abile artista avesse intonato tutti i particolari della stanza e dell’abito per farne un gentile contorno alla sua persona, ma in guisa che gli accessori non offuscassero il principale…
Quando le ebbi spiegato l’equivoco dei due pezzetti di carta, ella sorrise un po’ disillusa.
– Infatti – disse, – ora che ci rifletto, quel carattere non poteva essere che d’una donna. Povera donna! – riprese. – Che può averle mai fatto per essere trattata in quella guisa?…
– Oh, molto male! – esclamai.
– Chi lo sa? – disse. – Forse lei non la giudica spassionatamente. Voi altri uomini ci intendete cosí poco, che il cadere in inganno sul conto nostro è la cosa piú facile del mondo.
– Rispetto – dissi – questo sentimento di solidarietà che fa prendere ad una donna le difese dell’altra… quando l’avversario è di sesso diverso. Le concedo anzi che noialtri uomini non siamo davvero i piú adatti a giudicare molte sfumature del loro carattere, molte stranezze del loro spirito, molte inconseguenze del loro cuore (o che a noi paiono tali): ma, nel mio caso particolare, la prego di credere che io non mi inganno. Se la passione mi fa velo, è soltanto per impedirmi di giudicare piú severamente la donna che scrisse quel biglietto. Oh! Creda, signora, spesso loro ci fanno soffrire con una spensieratezza senza scusa!
– Sarebbe assurdo – ella mi disse sorridendo – che ci dovessimo mettere in istato di guerra sin dal primo giorno che ci conosciamo. Cedo, non foss’altro, per dar ragion a chi ci chiama il sesso debole…
– Una malizia spacciata dalle donne per rendersi piú forti -.
Il ragionare continuò un buon quarto d’ora, nutrito dei soliti nonnulla. Sul punto di andar via:
– Spero vorrà farmi l’onore di qualche altra visita – ella disse – …quando si annoierà. Le importerà poco continuare ad annoiarsi qui od altrove.
– Non parli, prego, di annoiarmi – risposi. – Sono un po’ orso, un po’ misantropo; ma non c’è nulla che mi ammansisca piú di una conversazione con una donna di spirito. Poi il forte sta sempre nel cominciare. Un giorno forse dovrà pentirsi di essere stata cosí gentile con me.
– A una certa età – rispose – la donna non può piú pentirsi di nulla: anche i disinganni sono qualcosa per essa -.

Due giorni dopo il portinaio mi recava un’altra lettera dell’Ebe. Fui sul punto di stracciarla senza leggerla, ma poi finii coll’aprire lentamente la busta e col leggerla due volte.

“Non vi credevo cosí cattivo – diceva. – Avete forse sospettato che io mentissi? No, sono veramente e seriamente ammalata: non so nemmeno se potrò piú uscire viva da questo salottino ove passo solitaria le lunghe giornate, divorando il mio dolore, leggiucchiando, piangendo, talvolta dormendo e sognando. Se vi dicessi che i momenti in cui sogno siano i piú felici della mia vita, voi sorridereste dall’incredulità; eppure nulla di piú vero. La mia imaginazione è benefica: i fantasmi ch’essa mi ridesta nel sonno rappresentano precisamente il rovescio della terribile realtà che mi uccide.
Che vi ho chiesto? Una visita. Mi odiate dunque a tal segno da non volermi nemmen vedere? Non vi ho domandato perdono? Non sto scontando amaramente la mia storditaggine di un momento? Volete che abbassi ancora questo po’ di orgoglio di donna che mi rimane? Volete forse che io venga a buttarmi ai vostri piedi? Se le mie forze me lo permettessero, lo farei volontieri.
Come siete inesorabile! Come siete superbo! Soffrite al pari di me di cotesta vostra durezza, e intanto non vi lasciate commuovere dalle mie lagrime, dalle mie preghiere. Che debbo fare per toccarvi il cuore? Non vi basta che io muoia lentamente per voi?
Oh Alberto, voglia il cielo che queste mie parole non vi s’abbiano un giorno a mutare in un rimorso!
Che colpa ho io se non mi ero accorta di amarvi? Se la mia frivola educazione m’impediva di intendere la profonda e nobile serietà del vostro amore? Siete voi impeccabile? Non vi amo oggi, senza speranza, cento volte di piú di quel che avrei potuto allora?
Ma io vi prego soltanto del vostro perdono. So benissimo che un affetto spento non rinasce piú. Però se il profumo scappato dalla boccetta che lo conteneva non può piú venir raccolto per richiudervelo di bel nuovo, la boccetta ne ritiene ancora lungo tempo un leggiero vestigio. Ah! Non c’è che il cuore umano per rimanere indifferente, anzi peggio, ostile a un sentimento che prima poteva dirsi il suo profumo!…
Non mi sento per ora cosí male da poter fare di meno del vostro perdono. Spero intanto che non sia molto lontano il momento in cui non dovrò pensare ad altro che a mandarvi il mio.
Alberto! Vi confesso che non dispero d’intenerirvi. La vostra superbia sarebbe forse cosí grande da non permettervi nemmeno di fingere verso di me una pietà che non sentite e non potete sentire?
Vi attendo sempre. Sono sdraiata sulla poltrona dietro i cristalli della finestra che guarda l’entrata. La magnolia del cortile comincia a fiorire: le sue belle foglie di un verde chiuso luccicano al sole come tante laminette di bronzo brunito. I passeri saltellano sui suoi rami, facendo un arguto chiacchiericcio che mi diverte anche nella prostrazione di spirito in cui mi trovo. Tutto sorride nella natura. Fate che anch’io muoia sorridendo. Venite! Venite!”

Ebbi una stretta al cuore: ma il mio amor proprio reagí subito contro quell’assalto di tenerezza.
La lettera mi parve di un’abilità diabolica. Sotto quell’apparente dolcezza, sotto quel lamento rassegnato, sotto quel calore di un affetto e di una passione senza limiti, intravvedevo un sorriso di canzonatura, un sentimento di trionfo che scoppiava fra riga e riga, per quanto già fosse industriosamente celato.
Ammalata seriamente, gravemente! Non ne credevo una sillaba! La sua vanità di donna aveva ricevuto un gran colpo. L’uomo bello, mondano, superficiale da lei preferitomi senza pensarci su un momento, l’aveva dopo pochi mesi abbandonata colla stessa facilità con cui era venuto a buttarglisi ai piedi; cercava forse tutt’altro di quel che l’Ebe avrebbe voluto concedergli. Io, che per lei rappresentavo una vittoria creduta quasi impossibile, le avevo sdegnosamente voltate le spalle senza piú rivederla. Ed ecco: ella cercava ora rifarsi su di me dello scacco subito. Forse, compreso ora qual’indegnità avesse commessa ridendosi dell’amore piú serio e piú sincero da lei ispirato ad un uomo, tentava in quel naufragio del suo cuore afferrarsi stretta a me come ad una tavola di salvezza.
L’idea che il disinganno avesse realmente destato e fatto fiorire in lei i germi di un amore per davvero, non mi passava pel capo. Ella mi pareva troppo assuefatta a certi sentimenti e a certe emozioni da poterli risentire schiettamente e profondamente; l’artifizio, l’abitudine avevano dovuto attutire o smorzare le vive forze del suo cuore; e la nuda e volgare realtà cacciar via da esso ogni gentile illusione, ogni aspirazione elevata. L’amore, cioè quel vacuo esercizio delle fibre, quel fatuo scintillare dello spirito che suol chiamarsi con tal nome, era diventato per lei una delle forti necessità della vita; la sua anima femminile non poteva astenersi di questo spirituale nutrimento. La sazietà intanto la rendeva schifiltosa; le dava dei gusti stranissimi, ch’ella non era sempre in caso di appagare. Sí, ammalata poteva essere, ma soltanto di nausea e di ideali mancati. Io, un po’ strano, un po’ rozzo, ma sincero, ma tutto di un pezzo; io, vero credente dell’amore in mezzo a tanti atei di questo dio, avevo per lei l’attrattiva del frutto vietato, del sapore sconosciuto: nient’altro!…
La mia alterigia di uomo rifiutava sdegnosa i sommessi suggerimenti di un’intima voce del cuore. Perché non credere? Diceva questa voce. Il disinganno può averle aperti gli occhi; e un amore prodotto da tale stato dello spirito diventare il piú violento, il piú schietto, il piú duraturo del mondo; quasi un primo amore anche per una donna che, come l’Ebe, abbia amato fin troppo.
Ma non mi lasciavo rimovere, per quanto mi sentissi straziato. Cedere, fosse pure ad un sentimento di naturale curiosità, mi faceva ribrezzo. Il mio odio era certamente uno dei mille aspetti dell’amore (per dire che non amiamo piú bisogna sentirci indifferenti) ma cosí, da odio, lo tolleravo; senza maschera invece non lo avrei tollerato un momento: avrei preferito spezzarmi il cuore, non potendolo vincere altrimenti. Ero troppo superbo: ella indovinava.
Posai la lettera sul marmo del caminetto e non andai, né risposi. Quel procedere villano era un gran sforzo che facevo mio malgrado. Mi ritenevo impegnato per mille ragioni a non cedere; e, temendo di esser preso da qualche improvvisa debolezza, esageravo il rigore, passavo ogni limite. Accade sempre a questo modo, nella vita, nell’arte, in ogni cosa: la giusta misura riesce impossibile e all’uomo e alla natura: è l’ideale che non arriva ad attuarsi.

Continuai le mie visite alla vicina con crescente frequenza. Viveva sola. Il suo amante viaggiava qua e là per affari, e non le scriveva mai. La signora Augusta, ignorando sempre per quali provincie la ferrovia scarrozzasse il suo “protettore” (lo chiamava cosí), non aveva nemmeno lo svago di riempire ogni giorno un fogliolino di carta da spedire alla posta.
Attendeva, facilmente rassegnata per effetto, in massima parte, della sua costituzione e del suo carattere. Era un organismo tranquillo, un carattere armonico: sentiva la vita come una luce ugualmente rosea e moderata; mai troppi bagliori, mai troppe ombre. Era però nel medesimo tempo un organismo delicato, facile a percepire le mille sfumature di un sentimento, e inclinatissima a questo quasi sensuale godimento delle sfumature in ogni cosa. Insomma una vera donna di spirito, caduta nella condizione ove ora si trovava per una lunga serie di vicende che spesso rimanevano inesplicabili anche per lei stessa. Forse per questo ella chiamava “protettore” il suo amante, sfumatura di linguaggio tutta sua e non superficiale di certo.
Quella tranquillità di organismo, quell’armonia di carattere corrispondevano a qualcosa del mio spirito un po’ pagano, a qualcosa che dominava talvolta tutte le facoltà della mia mente e del mio cuore e mi faceva vivere piú di sensazioni che di sentimenti, proprio come una felice creatura della Grecia antica. Però in quei giorni ero poco o punto disposto ad apprezzarne il valore. Ero anzi disposto a giudicarle assai male; scambiavo infatti la tranquillità per freddezza, l’armonia per fiacchezza o per completa assenza di contrasti.
Ma cominciai a disingannarmi la prima volta che le udii sonare da vicino il pianoforte. Quella ondata di melodie e di armonie pareva facesse montare a galla la sua anima gentile da una profondità sconosciuta. Le dita vibravano con forza, spesso con violenza sulla tastiera, e lo strumento non rispondeva come un semplice meccanismo dalle sue viscere cave, ma come una parte dell’organismo di lei la quale ne rivelasse le intime voci del petto.
Però in tutto quest’intimo c’era un che di carnale e di sensuale che ricercava le fibre con dolcezza squisita. Dopo quelle armonie ci voleva assolutamente un grand’accordo di baci. Dopo quelle vibrazioni sonore che agitavano il sangue e riscaldavano la pelle come se avessero sferzato il corpo con invisibili verghettine, si richiedeva assolutamente la fiera stretta di un abbraccio, o il pezzo di musica sarebbe parso senza significato, senza chiusa, insomma, incompleto.
Non occorse dircelo: ci fu il tacito accordo di tutti e due. Ma i baci non venivan mai prima che la musica gli eccitasse.
Quando la conversazione, cominciata freddina, continuava a sbalzi, noiosa, sconclusionata, ella levavasi tosto dalla poltrona, andava a sedersi al pianoforte…, e i sensi, riconosciuto subito il loro inno reale, si destavano inebbriati per proseguirlo alla loro maniera, senza bisogno di musica.

Il “protettore” ritornò. Per tre settimane potemmo vederci di rado, dal terrazzino, e scambiare ora un saluto, ora un centinaio di parole.
Abbassavamo le tende per evitare di esser veduti da una zitellona di rimpetto che bracava dalla mattina alla sera tutti i fatti del vicinato; e il dialogo si riduceva quasi invariabilmente a questo qui:
– Sei vedova?
– No; ma partirà fra qualche settimana.
– Starà fuori a lungo?
– Chi lo sa? Non dice mai nulla. Parte e arriva improvvisamente nei giorni e nelle ore che meno l’aspetto.
– Che rabbia! –
E l’Augusta sorrideva di quel suo tranquillo sorriso, che mi piaceva ogni giorno piú che mai.
– Aspetta lí – diceva talvolta.
E rientrava per mettersi al pianoforte. Spesso però il pianoforte taceva a un tratto, ed ella non ricompariva piú. Il protettore era venuto a casa. Il nostro dolce colloquio restava interrotto sul meglio.
Ma “lui” ripartiva; faceva delle assenze di quindici, di venti giorni, e noi tornavamo alle nostre intime relazioni con un’assiduità meravigliosa, come se ciò fosse stato la cosa piú regolare del mondo. Ci preoccupavamo di “lui” soltanto per sapere quando partiva e indovinare possibilmente quando sarebbe ritornato.
Ci amavamo? Nessuno dei due aveva osato fare all’altro questa interrogazione. Amarci? Di che amore? Domande complicate che esigevano risposte ancora piú complicate. Lasciavamo correre: valeva lo stesso.
Io avevo intanto trovato in lei qualcosa che addolciva le amarezze del mio cuore, e spesso anche le addormentava. Ma vi eran dei giorni però nei quali preferivo rigustare quelle amarezze, e glielo davo a vedere.
– Sei stanco di me? – mi chiese un giorno con un accento di affettuoso rimprovero.
– Perché dovrei esser stanco? – feci io, evitando cosí di rispondere.
– Perché è naturale – riprese l’Augusta; – non c’è nulla di eterno al mondo, e l’amore meno di tutto.
– Credi tu – le domandai all’improvviso come conseguenza delle idee che mi si affollavano in testa, – credi tu che una donna possa morire di amore?
– Mio Dio! – esclamò con un’intonazione di voce che mi suona ancora nell’orecchio; – ma le donne non muoiono di altro -.
Questa risposta cosí semplice mi turbò profondamente. – Senti – ella disse dopo un pezzo: – è vero che tu sei stato l’amante di una gran dama?
– Chi ti ha sballato questa sciocchezza?
– Prima rispondi: ti dirò poi.
– Ho già risposto, se t’ho detto: sciocchezza.
– Eppure io so di certo che tu hai avuto una amante e che ora siete in rottura; quel biglietto di tre mesi fa dovette inviartelo lei.
– Quella? Un’amante? Oh! Niente affatto, mia cara!
– Eh, via! Ti vuoi nascondere da me: ma io, tu lo sai, non sono punto gelosa. Dunque, la poverina ti vuol bene a tal segno che si è rovinata la salute per te. Dopo il tuo abbandono fece delle pazzie; corse, balli, viaggi, ogni possibile stravaganza pur di buscarsi un malanno che la facesse morire… e c’è finalmente riuscita.
– Chi ti ha detto questo? – chiesi meravigliato di sentire sulla sua bocca quello strano miscuglio di falso e di vero. Tacque un pezzetto e stette a capo chino, colla fronte corrugata, coll’indice della mano sinistra appoggiato sulle labbra, come se cercasse di ricordare.
– Mi perdonerai? – fece poco dopo, sedendomisi sulle ginocchia e passandomi le braccia intorno al collo.
Questo sfoggio di tenerezza accrebbe straordinariamente la mia curiosità.
– Parla – dissi impaziente.
– Mi perdonerai? – tornò a domandare l’Augusta.
– Cento volte, non una, ma parla, ti prego!
– Ecco qui. Tre giorni fa la cameriera di quella gran dama venne a cercarti. Tu non eri in casa, e nemmeno il tuo servitore. La Lucia, sentendo replicatamente suonare il tuo campanello, affacciossi all’uscio, e riconobbe in quella cameriera una sua amica d’infanzia. Si misero a chiacchierare sul pianerottolo. L’altra aspettava con una smania incredibile; ogni minuto le pareva l’eternità: infatti, dopo un’ora, vedendo che tu non rientravi in casa, si decise a lasciar l’imbasciata alla Lucia, caldamente raccomandando di fartela appena arrivato. Fu lei che confidò alla Lucia tutta la storia della sua padrona: la Lucia, che forse fece lo stesso dei fatti miei, venne subito a riferirmi fedelmente ogni cosa: mi fece vedere anche… la lettera.
– C’era una lettera? – dissi, mostrando un’indifferenza che in quel momento non provavo.
– Oh sí… una lettera… E per via di essa che ho bisogno del tuo perdono!
– L’hai già letta?
– No, no!… Ma n’ebbi una forte tentazione… e quindi… Eccola!… – disse alzandosi a un tratto dalle mie ginocchia.
E aperto un cofanetto di porcellana di Sèvres a fermagli di rame dorato, la cavò fuori ancora chiusa e me la porse colla punta delle dita, mormorando:
– Perdona!

Qual parola occorrerebbe per esprimere la vile infamia che allora mi balenò nella mente e che misi subito in atto?
Quelle rivelazioni della cameriera, misto di verità e d’invenzioni, avevano irritato il mio amor proprio come uno scherno crudele; né la lettera dell’Ebe poteva avere per me un significato diverso. Amante io, io che ero stato tolto di mira quasi per vincere una scommessa! Io che ero stato ammaliato da tutte le divine seduzioni, da tutti i terribili artifizi del corpo e dello spirito e poi lasciato lí, con una risata, appena avevo mostrato di prender sul serio e lo spirito e il cuore e fin le stranezze di quella donna! Amante io che ora mi credevo perseguitato con una commedia di amor postumo piú spietatamente insultante dello stesso scherno con cui aveva ella accolto una sera la provocata mia dichiarazione di amore!
– Leggi – dissi all’Augusta.
E siccome l’Augusta esitava, supponendo che io intendessi di dare una soddisfazione alla sua gelosia,
– Leggi – fammi il piacere, le dissi; – non lo faccio per te -.
Appoggiai i gomiti sul piccolo tavolo lí accanto, misi la testa tra le mani e stetti cogli occhi chiusi ad ascoltare.
La lettera diceva cosí:

“Non meritereste che vi scrivessi. Il mio braccio, la mia testa si rifiutano ad un lavoro imposto ad essi dal cuore; ma io voglio scrivervi per l’ultima volta, prima di chiudere (se pur sarà possibile) le porte del mio spirito ad ogni affezione terrena e aprirle alle consolazioni di Dio, le sole che mi rimangano in questo punto.
Ho guardato la faccia del dottore mentre toccava il mio polso. Si è rannuvolata ad un tratto. Però non avevo bisogno di questo indizio per credere che mi avvicino precipitosamente verso la morte. Mi sento morire con un’ineffabile soddisfazione che vi è impossibile imaginare. Anch’io, prima di ora, non avrei mai supposto che la morte potesse essere qualcosa di immensamente soave.
Vi mando il mio perdono. Non mi preme piú di avere il vostro: me lo son meritato, e provo una consolazione come se avessi sentito ripetere questa parola dalla vostra stessa bocca.
Vi ho avvelenato la giovinezza, il presente e forse l’avvenire!… Vi ho fatto soffrire senza volerlo, ma non per cattiveria come vi siete ostinato a credere… ed ora muoio di amore per voi!
Perché vi scrivo tutto questo? Non lo sapete da gran tempo?
Ah! Ve lo scrivo onde avvisarvi che avete ancora qualche giorno per risparmiarvi un rimorso. Io vi ho amato disperatamente quando voi non mi amavate piú; voi, badate! Mi amerete piú di prima appena saprete che sarò morta!
Ho messo quattro ore a scrivere questa lettera, e mando la mia cameriera per consegnarvela di sua mano. Muoio sola, con una fida amica al capezzale. Mi lascerete morir cosí? Vi perdonerò anche questo. Addio per sempre!
P. S. Ho pregato la mia amica di tagliarmi appena morta tutti i capelli. Se un giorno li vorreste come ricordo di colei che vi ha amato fino a morirne, chiedeteli alla Giorgina Nozzoli che voi conoscete. Addio un’altra volta e per sempre!”

Sul principio al sentir pronunciare lentamente, nel modo che leggeva l’Augusta, quelle tristi parole, io avevo provato la voluttà di una quasi violazione brutale compita dalla voce di essa sullo spirito dell’Ebe. Era appunto questo il vigliacco e raffinato piacere che avevo voluto procurarmi; era questo lo strano avvilimento voluto infliggere all’Ebe facendomi ripetere dalla bocca di una donna come l’Augusta le parole dirette a commovere il mio cuore e scombuiare il mio spirito. Ma tale soddisfazione durò poco: l’effetto fu tutto il contrario di quanto avevo imaginato.
La voce dell’Augusta prese di mano in mano delle inflessioni che violentemente mi scossero il cuore. Da quella gola femminile che l’emozione rendeva tremante, ogni parola, ogni frase, ogni periodo della lettera riceveva un’espressione direi quasi un nuovo significato che addirittura ne centuplicava l’efficacia. Sentivo ad una ad una cadermi sul cuore, come del piombo liquefatto, le grosse gocce di lagrime dovute scendere silenziose sul pallido viso della morente, mentre la scarna sua mano erasi stentatamente trascinata sul foglio; e quando l’Augusta faceva una piccola pausa, e quando la sua voce si turbava in guisa che le parole gli uscivano molto confuse di bocca, mi pareva di udire l’affanno della infelice che la mia superbia condannava a morire senza una parola di perdono insistentemente invocata; e mi sentivo annodare la gola e strozzare il respiro.
A metà della lettera aveva fatto un gesto quasi per strapparla di mano dell’Augusta e impedire la sacrilega offesa che intendeva di essere la mia vendetta; ma mi trattenne l’idea d’infliggermi come un affronto il sentirmela leggere sino in fondo dalla stessa bocca scelta per quella profanazione veramente indegna di un uomo. Non piangevo, ma tremavo, ma mi sentivo schiacciare da una terribile mano. Provavo sulle guance dei colpi di staffile che dovevan lasciarvi le lividure. Ogni stilla del diaccio sudore che mi scendeva dalla fronte mi pareva uno sputo di disprezzo lanciatomi in viso da tutte le creature gentili.
Terminata la lettura successe nella stanza un silenzio profondo. Ero sotto l’oppressione di un incubo e non potevo destarmi.
– Se tu fossi in tempo! – disse l’Augusta con voce commossa e colle lagrime agli occhi.
Ci voleva quest’affettuosa esclamazione di una donna per farmi rientrare in me stesso.
– Se fossi in tempo! – ripetei torcendomi dolorosamente le mani.

Il fiàcchere mi pareva non volasse a precipizio come il cuore febbrile avrebbe voluto. Si trattava di dover correre da un capo all’altro della città e per le vie piú frequentate. Il cocchiere dovette credermi ammattito sentendomi sempre urlare dietro le sue spalle: – Ma corri! Ma sferza! –
Montai gli scalini a quattro a quattro.
La cameriera che già piangeva diede, appena mi vide, in un nuovo e piú forte scoppio di pianto.
Ahimè! Giungevo troppo tardi?
Un vecchio prete uscito in fretta dalla stanza dove era corsa la cameriera, mi venne incontro, mi porse la mano, e con accento semplice e calmo, ma che imprimeva intanto qualcosa di solenne al suo aspetto quasi volgare:
– Signore! – mi disse – quali che possano essere le sue idee religiose, la prego di non turbare alla morente questi ultimi istanti. Iddio le ha concesso una tranquillità ch’ella stessa non sperava. Dimenticata la terra, tutti i suoi pensieri sono ora rivolti al cielo che si apre misericordioso alla sua anima afflitta. Non ci appartiene piú, o signore! Questi momenti sono di Dio! –
Lo guardai ebetito.
Una sentenza dell’Hegel mi si presentava in quel punto limpidissima alla memoria, e me la ripetevo macchinalmente: “La necessità della morte è quella del passaggio dell’individuo nell’universale”.
Rammentavo un’altra sentenza del Goethe: “La nostra vita non è una vera vita, ma la morte della vita divina che viene ad estinguersi nella nostra”.
E mi meravigliavo di poter fermarmi col pensiero su tali ed altre simili idee che mi passavano per la mente scombuiata pari a nuvoloni di un temporale spinti per l’aria dalla furia del vento.
Come non provavo un dolore immenso? Come non morivo di dolore? Una strana lucidità mi faceva riflettere:
– Forse sto per ammattire! –
E tentavo di assistere al lento confondersi della mia ragione entro le tenebre della pazzia.
Tutt’ad un tratto l’uscio da cui era uscito il prete spalancossi con violenza, e la cameriera venne fuori urlando e battendosi il petto.
Mi avanzai fino alla soglia, tenuto sempre per mano dal prete il quale mi diceva delle parole che piú non riuscivo ad intendere…
Una suora di carità asciugava sulla bianca fronte dell’Ebe l’ultimo sudore della morte!

Miseria del cuore umano!
Son passati appena quattro anni! Mi pareva che senza di lei la mia esistenza non avrebbe piú avuto nessuna ragione di durare!…
E già ne parlo tranquillamente, e già sorrido pensando che obbliare è una profonda, una divina necessità della vita.

V

IELA

I cavalli scalpitavano impazienti sullo stradale a una sessantina di passi dalla porticina dell’orto dove io stavo ad origliare. Sentivo di quando in quando il rumore delle catenelle che suonavano al loro collo e gli scossoni di tutti gli arnesi, che i poveri animali accompagnavano con una specie di sternuto. Mi pareva impossibile non nitrissero, e li ringraziavo col pensiero della quasi intelligente riserbatezza mostrata in quel punto.
Aspettavo da due ore.
Era nugolo. Il vento stormiva furioso fra gli alberi e mi recava interrottamente all’orecchio rumori sordi, lontani, che somigliavano ad urli, a lamenti, a grida confuse e mi facevano trasalire.
Provavo intanto una fiera compiacenza a quelle emozioni notturne. Passare di un tratto dalla monotona vita di provincia ad una bizzarra avventura che aveva le due grandi attrattive del pericolo e dell’ignoto, per uno già sfinito dalla noia era anche un po’ troppo. Sentivo ridestato in fondo al cuore qualcosa lí rimasta lungo tempo a dormire; respiravo piú liberamente; riconoscevo con soddisfazione che non ero già vecchio a ventisei anni.
Quell’immensa solitudine da cui ero circondato; quella vallata che il vento riempiva dei suoi strani sibili; quelle ombre della notte senza luna che trasformavano l’aspetto degli alberi e dei luoghi in un che di fantastico e di pauroso privo di contorni e di limite; tutto serviva a comporre uno sfondo che si adattava benissimo alla natura della mia impresa ed alla singolare situazione dell’animo mio.
Aspettavo, ripeto, da due ore. Nella casa e nell’orto non si sentiva anima viva.
– Verrà? Non verrà? Che un qualche accidente abbia sconvolto i nostri piani? Ch’ella si sia pentita della sua arditezza nel momento di metterla in atto? –
Appoggiato all’intaglio della porticina dell’orto, ruminavo da un pezzo queste domande e già cominciavo a credere che la signora avesse mutato risoluzione, quando intesi il girar di una chiave nella toppa dell’uscio.
Mi tirai da parte, trattenendo il respiro.
L’uscio si aperse lentamente; una testa affacciossi indistinta nell’ombra e stette un minuto ad ascoltare; indi intesi picchiare sul legno i tre colpi di chiave convenuti.
– Son qua da due ore – dissi a bassa voce, facendomi innanzi.
– Siamo già pronte – rispose una voce di donna; – vo a chiamar la padrona.
– Benissimo! Le parole mi facevan nodo alla gola. Se la persona che doveva da lí a poco fuggire con me fosse stata la mia dama o la mia amante non avrei potuto essere piú agitato.
Trascorsero cinque minuti che mi parvero un secolo. Non vedevo l’ora di esser lontano di lí un buon paio di miglia e m’impazientivo d’ogni intoppo. Avevo spinto l’usciolino lasciato aperto, avevo messo il piede nell’orto, mi ero anzi inoltrato sino a mezzo viale, ed ero tornato subito addietro per paura di commettere un’imprudenza. Un lume apparve finalmente dietro le imposte di una finestra e si spense a un tratto. Aguzzai gli occhi nel buio: due ombre disegnaronsi sul bigio delle mura del villino e sulla striscia del viale.
– Per dove? – chiese la signora con voce soffocata. – Per di qua – risposi prendendola per la mano. Ansante, tremante, non poteva camminare spedita. – Coraggio! – le dissi, sentendola singhiozzare.
Mi strinse la mano come per ringraziarmi, e si asciugò gli occhi.
– Il cavallo è dei piú tranquilli – feci io, aiutandola a montare in sella, mentre il mio servitore, piegato un ginocchio a terra, le presentava l’altro onde servirle da gradino. – Cavalcherò al suo fianco; stia tranquilla.
– Grazie! – rispose col solito tono di voce.
E saltò leggiera in sella, come persona abituata a cavalcare.
Lo stradale tirava dritto fra due siepi di fichi d’India. Lo scalpito monotono delle ugne ferrate dei cavalli era il solo rumore che si perdesse confuso fra i sibili acuti del vento.
Era appena un’ora dopo la mezzanotte, e l’aria pungeva, benché si fosse verso la fine dell’aprile.
Stavamo tutti zitti: già, con quel vento, era impossibile il parlare. Ella tossicchiava di quando in quando e fermava un pochino il cavallo; poi riprendeva subito il trotto. Uno dei miei contadini e la cameriera ci seguivano a breve distanza. Il mio servitore e l’altro contadino venivano dietro a cento passi per avvertirci di galoppo a ogni possibile contrattempo.
A quella stess’ora Paolo ballava furiosamente in casa di un parente di lei onde allontanare ogni sospetto.

Lo stradale, dopo un buon tratto, dava una svolta. In fondo al gomito ch’esso formava poco piú giú, splendeva un lume.
– Che sarà mai? – chiese la signora arrestando il cavallo.
– È la barriera – risposi, – non abbia paura. Si trova bene sulla sella?
– Benissimo; grazie -.
L’omo urtò colle gambe del cavallo la grossa catena di ferro che sbarrava il passo e fece suonare una campana dentro la baracca di legno. Una voce dall’interno ciangottò non so che parole: indi, allo scarso lume del lanternino attaccato al muro, vedemmo affacciarsi allo sportello dell’uscio una testa barbuta, collo sbadiglio alla bocca e gli occhi nuotanti nel sonno. Pagato il pedaggio, lo sportello si richiuse e la catena cadde a terra. Lo stradale tornò a risuonare del trotto dei nostri cavalli.
Il buio non mi aveva permesso di veder bene in viso la fuggitiva: avevo però udito la sua voce, una voce dolce, carezzevole tanto da potermene accorgere alle poche sillabe pronunciate.
– Era bella? Naturalmente mi figuravo di sí. Le davo degli occhi cerulei, limpidissimi, e dei capelli biondi. Perché? Non lo sapevo neppur io, ma mi sembrava che a quelle forme svelte, eleganti e un po’ virili stessero bene una capigliatura bionda e degli occhi cerulei. Quel che di virile delle forme mi pareva dovesse venir modificato dalle tinte dolci del ceruleo e del biondo. Alcune mosse intravvedute nell’oscurità, prima che montasse a cavallo, me le facevano supporre un carattere mite, affettuoso, uno di quei caratteri che quando amano si danno tutti intieri, un po’ per bontà, un po’ per fiacchezza. Ma quella sua fuga non mostrava il contrario? Oh! no, non era forse una bionda. Sotto una fronte bruna, contornata da capelli di lucido ebano, saettavano forse due grandi occhi nerissimi…
Io però tornavo a vederla bionda, per lo meno castagna, tendente molto al biondo…
La statura indicava una persona sui venticinque anni. La voce un po’ piena, con delle inflessioni di grand’effetto, faceva supporre una donna. Maritata? Vedova? Non volevo entrarci. Quel Paolo era sempre stato l’uomo dalle belle avventure! Questa volta però mi sembrava l’avesse fatta un po’ grossa. Basta! Doveva pensarci lui!
Ma come ella lo amava!
Fuggir di casa sua, accompagnata da una persona a lei sconosciuta, andarsi ad esiliare in una campagna lontana, per vivervi fuori d’ogni relazione socievole, sola coll’uomo del suo cuore; o non era questa una gran prova di affetto? E voleva dir nulla quello sfidare il terribile sdegno dei parenti, le inesorabili rigidezze di un paesetto ove il suo nome sarebbe diventato segno ad ogni abbominio, ad ogni vitupero?…
Doveva amarlo perdutamente!… Mi sentivo intenerire.
L’ombre della notte si erano intanto diradate. Il vento era quasi cessato; ma il freddo del mattino mordeva piú vivo. Lo stradale cominciava ad animarsi di carri che montavano in su carichi di ortaggi, per trovarsi al mercato dei paesetti vicini prima dello spuntare del sole. I carrettieri, sdraiati bocconi sul gran mucchio di roba accatastata, fumavano le loro pipe canticchiando, e scotevano di tanto in tanto le redini di corda raccomandate a un pomo della tavoletta di fianco.
La signora vestiva un abito nero con piccole gale arricciate, orlate da un profilo di seta azzurra. Uno scialle egualmente nero, fissato al petto da uno spillo, le copriva le spalle. Il cappellino di paglia scura, con nastro e fiori rossi, che le sormontava la testa era quasi tutto avvolto da un gran velo denso, accortamente abbassato sul viso, il quale m’impediva di accertarmi se le mie supposizioni fossero state, o no, bene azzeccate.
Avevamo da un pezzo preso una scorciatoia a traverso i campi; e non tanto per evitare d’incontrar gente che la riconoscesse, quanto per trovarci a tempo alla piccola stazione di Bicocca. Vi arrivammo infatti che già spuntava il sole. Il treno avrebbe tardato un quarto d’ora a passare.
Spossata dal viaggio e piú, forse, dalle emozioni, domandò un bicchier d’acqua. Il capostazione invitolla gentilmente a montare nella stanza di sua moglie: lassú avrebbe anche potuto riposarsi un po’ meglio che sulle panche di legno della stanzuccia di aspetto.
Le tenni dietro. Smaniavo di vedere in viso la persona alla quale dovevo tener compagnia non solamente per altri due lunghi giorni di viaggio, ma finché il mio amico non avrebbe potuto venire presso lei senza punto farsi scorgere.
Allorché la moglie del capostazione le presentò il bicchier d’acqua, la signora alzò il velo poco piú in su delle labbra e bevve lentamente. Aveva un collo stupendo. La carnagione brunetta tirava un po’ al pallido. Dei capelli nerissimi, un viso ovale piuttosto piccolo, un mento gentile, una bocchina stretta come un anello, ma seria per naturale atteggiarsi delle labbra: ecco quello che potei vedere con un’occhiata investigatrice, nell’intervallo di due secondi, tra l’alzata e l’abbassata del velo.
Bella, nello stretto significato della parola, non mi parve potesse essere; intendo di quella bellezza scintillante, sfolgorante, che non si lascia discutere, ma s’impone. Però simpatica sí, molto simpatica, che per me, infine, voleva quasi dire piú di bella. Nel viso di una persona simpatica non par di trovare qualcosa di affine al nostro essere che ci si assimili subito, mentre la persona bella ci rende sorpresi, ammirati, ma ci mantiene come in distanza? Una donna perfettamente bella, a mio modo d’intendere, non può essere amata.
Non avevo però veduto la vera espressione del viso, la sua vera anima, gli occhi: e bisognava attendere per pronunciare un giudizio. Frattanto m’abbandonavo a un lavoro di ricostruzione simile a quello dei naturalisti. Dati quel collo, quel mento, quella bocca, quel colorito della pelle, quella statura, quei capelli, qual’avrebbe dovuto essere l’intiero volto e, piú specialmente, la espressione degli occhi? E una serie di visi ora accennati, ora sbozzati, ora disegnati con accuratezza e coloriti con amore tremolava, brillava, si sbiadiva, spariva, ricominciava ad apparire innanzi i miei occhi fissati sulla panchina agghiaiata, sottostante alla finestra.
La signora intanto, seduta presso il capezzale del letto sur una sedia di paglia, il capo appoggiato ai guanciali, le mani ferme sulle ginocchia, pareva si riposasse dalla fatica del cavalcare e pensasse Dio sa a che!

Il servitore e i due contadini rimasero lí per tornare a casa coi cavalli. Correva poco meno di un giorno di cammino dal posto dove eravamo andati a prendere la fuggitiva, e i poveri animali avevan bisogno di ristoro.
Nel vagone fummo soli, lei, la cameriera ed io. Credetti che lí quel velo importuno sarebbe stato alfine rimosso… Ma niente affatto! Ella adagiossi in un canto come per cercar di dormire, ed io dovetti rassegnarmi a scambiare qualche parola colla cameriera, che non era né giovane né bella, ma aveva una fisonomia intelligente, maliziosa, e prodigava l'”eccellenza”.
Cavai di tasca il portasigari e domandai se la signora soffrisse pel fumo.
– Eccellenza no – rispose la cameriera – e nemmeno io.
– Fumi pure – soggiunse la signora senza rimuoversi dalla posizione in cui si trovava. – Non mancherebbe altro ch’ella avesse anche questa noia! Sarebbe un troppo grande sacrifizio: fumi, fumi, la prego -.
Il Jonio scintillava come un immenso specchio contro il sole. La spiaggia disegnava in quel punto una vasta curva, dolcissima, dove l’onda del mare veniva a morire lentamente quasi per languore amoroso. Giardini ancora bagnati della rugiada del mattino, che profumavan l’aria colla loro zagara, strisce di prati, scogliere, gole di colline, strappi di mare e poi giardini di bel nuovo, tutto mi passava velocemente di fianco con la rapida corsa del treno; ed io guardavo sí, ma senza distinguere gli oggetti, come se il velo della mia fuggitiva si fosse anche steso su quella meravigliosa natura, destatasi fresca e gioconda ai primi raggi del sole. Infatti rimanevo lí serio, indifferente, intontito, fantasticando a seconda della facile corrente dell’imaginazione e contento di prestarmi ai suoi piú bizzarri capricci.

Nella stazione di Siracusa ci attendeva una carrozza a due cavalli: ripartimmo immediatamente.
– Ed ora che non ci è piú degli importuni da temere – dissi appena chiuso lo sportello – ella può liberarsi della seccatura del velo.
– Ma… ma… – balbettò.
Intanto spinse risoluta le mani dietro il capo e, staccato uno spillo, rimosse via quell’ingombro.
La guardai sorpreso.
L’avevo già vista altrove? Mi pareva di riconoscerla. Via! non poteva darsi: sapevo con certezza che la vedevo allora la prima volta. Pure nei suoi lineamenti doveva esserci qualcosa di a me noto che produceva quell’effetto; ma non trovavo, lí per lí, una spiegazione plausibile.
Era simpatica. Altro! Gli occhi però non corrispondevano preciso con quelli da me imaginati dopo visti il mento e la bocca. Erano neri, vivaci, ma piccoli, dallo sguardo profondo che a un lieve aggrottar delle sopracciglia assumeva un’espressione di indefinibile tristezza. Mi sentivo imbrogliato. Quegli occhi, senza fallo, gli avevo veduti prima di allora; quell’indefinibile espressione di tristezza non mi giungeva punto nuova. Ma non mi raccapezzavo.
Ella mi tolse dalla confusione domandandomi:
– Si arriverà tardi?
– Alla Marza? Domani – risposi, ricomponendomi subito.
– E viaggeremo tutto questo giorno e la notte seguente? – disse un po’ meravigliata.
– No, questa sera ci fermeremo in Rosolini: ripartiremo di buon’ora.
– È un bel posto la Marza? – chiese dopo qualche minuto.
– Stupendo – risposi – massime in questa stagione. Vedrà: qualcosa di strano ch’ella non può imaginare.
– Molte piante?
– Nessuna.
– Una campagna rasa, un deserto?
– Presso a poco -.
E mi fissò tra incredula e dispiaciuta.
Le abbozzai, per tranquillarla, una breve descrizione della Marza, che produsse quasi subito l’effetto voluto. Indovinando poi facilmente il suo naturale ritegno, mi decisi ad essere il primo a parlare di “lui”.
– Paolo – dissi – forse non potrà esser lí prima dell’altra settimana.
– Come? – ella fece, – non verrà fra tre giorni?
– Potendo – ripresi. – Ma bisogna esser cauti… capisce?
– Non correrà pericolo, è vero? – chiese, voltandosi piú direttamente verso di me.
– Oh per questo stia tranquilla!
– Dio mio! Vergine santa! – esclamò ripetutamente, guardando in viso la cameriera, come per persuadersi se quella partecipasse i suoi terrori.
– Voscenza stia zitta – rispose la cameriera, che comprese a volo la muta interrogazione degli occhi. – Non facciamo cattivi auguri. Bedda matri! Si cheti! –
Dopo un quarto d’ora il diaccio di ogni primo incontro era bello e rotto, e ragionavamo tranquillamente di mille cose. Spesso però ella interrompeva il discorso per ritornare col pensiero a Paolo, alla famiglia, a ciò che doveva accadervi in quel momento, alla lettera diretta alla sorella, lasciata sul marmo del comodino della sua stanza, e il volto le si abbuiava, e le pupille le si velavano di lagrime; ma infine faceva uno sforzo, sospirava e riattaccava il discorso.
Verso il tramonto, assai prima di arrivare in Rosolini, si avvolse nello scialle, rannicchiossi nel suo angolo di carrozza e stette cosí, pensosa, cogli occhi socchiusi, senza pronunciare una sillaba, fino al momento che, a sera inoltrata, la carrozza fermossi innanzi il portone dell’albergo.
Ci rimettemmo in viaggio prima che fosse l’alba. Ella scese le scale in fretta, con dei movimenti di freddolosa e, appena entrata in legno,
– Vorrei essere di già arrivata! – esclamò con accento di grande stanchezza.
La carrozza partí di galoppo, accompagnata da una musica di sonagli, di chiocchii di frusta e di “ohé! ohé!” del cocchiere.
Avevo dormito poco, interrottamente e mi ero svegliato di malumore. Mi sentivo oppresso da uno di quegli inesplicabili sentimenti che non lasciano ben distinguere se un malessere fisico ne produca in quel punto uno morale, o se un patema d’animo agisca sui centri nervosi, li contragga e li faccia soffrire.
Mentre il piede destro picchiava con dei colpettini irrequieti il fondo zingato della vettura, gli occhi fissavano, macchinalmente, a traverso i cristalli, la tinta uniforme della notte, e l’imaginazione vi gettava ad intervalli dei grandi sprazzi di luce. Era un angolo di paesaggio ridente di sole; era una stanzetta ben nota; era una testina di donna che non giungevo a ravvisare; era un tramonto, veduto non ricordavo piú quando; una pianticina fiorita, un muro coperto di screpolature bizzarre; erano cento simili visioni che dipingevansi di tratto in tratto su quel fondo oscuro come per l’istantaneo aprirsi e chiudersi di una lanterna magica posta sul cielo della carrozza; ed io continuavo, tra sonno e veglia, a osservare senza preoccuparmi d’intendere quali attinenze potessero esistere fra quelle apparizioni disparate e il mio improvviso malumore… Ma forse avevo nel cuore una segreta paura d’intenderle!
Quando l’alba dipinse dei suoi miti colori lo spazio di cielo inquadrato nello sportello della carrozza, accorciai le gambe, mi rizzai sul busto, e vedendo che la signora se ne stava sempre zitta, con un lieve sorriso sulle labbra. – Eccoci a un terzo del cammino! – esclamai dopo aver dato un’occhiata al posto che traversavamo in quel momento.
– Credevo che lei dormisse – disse la signora – e avevo paura di svegliarlo.
– Non ho dormito – risposi – ma intanto ho sognato.
– Desto? – ella fece con un grazioso movimento di sorpresa.
– È il miglior modo di sognare.
– Ah! Non sapevo – replicò la signora. – Mi pareva che si sognasse soltanto dormendo.
– Basta prenderci il verso – risposi. – Io vede? sogno a piacere. Due minuti di raccoglimento, una speciale giacitura del corpo, un particolar modo di fissare la pupilla, ed è bella e fatta: il sogno prende l’aire. Ed ha questo di meglio sul sogno ordinario: posso anche indirizzarlo verso un soggetto determinato, senza timore che perda la sua incoerente natura -.
La signora fece un movimento degli occhi e della bocca come per dire: – Sarà! Ma stento a prestarle fede! –
Durante il silenzio che seguí questo dialogo, io riflettei che trovarsi accanto a una donna simpatica, nel piccolo spazio di una carrozza, coi vetri tirati su, entro quell’atmosfera riscaldata dal solo calore dei fiati, è una sensazione gradevole, quasi voluttuosa che merita di esser provata almeno una volta, specie quando la donna che viaggia con noi non ci appartiene, e non si possono avere verso di essa altri sentimenti fuorché la stima e il rispetto.
Ma dopo cotesta breve riflessione, appena mi accorsi di non essere osservato, tornai, come il giorno innanzi, a guardare attentamente la fuggitiva. L’idea della sua rassomiglianza mi tormentava tuttavia. Anzi non era tanto il non averla ancora trovata quel che mi desse noia, quanto il veder agitarsi dentro di me, e per effetto di essa, un sentimento indefinito di sentimenti dolcissimi provati una volta, che ora venivan lenti a galla dal piú profondo del cuore.
– Ma che stavo a confondermi? Che m’importava a me di quella benedetta rassomiglianza?

Era ciò che mi domandavo la mattina dopo sulla terrazza del villino di Cozzu di Pietra, aspettando che la signora Emilia uscisse dalla sua stanza per far colazione rimpetto al mare, in piena luce di sole.
Però quando apparve sull’uscio non seppi frenare un piccolo grido di sorpresa: era trasfigurata!
Indossava un abito d’indiana colore fior di pomo, brizzolato di minuti tondini rossi, guarnito di un galloncino nero a disegni che davan risalto alla foggia. Il busto le abbracciava strettamente la vita e la faceva parere piú snella. I capelli, semplicemente tirati su e trattenuti sulla testa da un nastro di velluto celeste, luciccavano di ondeggianti riflessi azzurrognoli attorno alla fronte elevata, e ricadevano sulle spalle increspati e abbondanti.
Mi porse la mano domandandomi scusa dell’essersi fatta aspettare; poi dette una rapida occhiata al mare immenso, tremolante dei mille bagliori del sole, un’altra occhiata alla campagna che scendeva, a sinistra, tutta verde di messi quasi fino alla spiaggia; e alzando le sopracciglia e aprendo gli occhi con una viva espressione di piacere:
– Che magnificenza! – esclamò.
E rivolgendosi a me, che stavo lí immobile a fissarla:
– Non è vero? – soggiunse.
In quel momento io mi sentivo interdetto: respiravo appena. La rassomiglianza, cosí ostinatamente cercata e non potuta trovare, mi era all’improvviso saltata agli occhi, dandomi una fortissima scossa.
– Che stupido! Come non me n’ero accorto subito? Come avevo potuto aspettare fino a quel momento per riconoscere ciò che avevo confusamente avvertito, appena veduta quella donna? Sospettando di avere addosso qualcosa di strano che mi facesse impressione, la signora Emilia osservò, voltandole e rivoltandole, attentamente le sue mani, distese ad una ad una le pieghe del davanti della sua veste, e non scoprendo nulla che giustificasse quel mio fissarla cosí insistente, – O perché mai…? – domandò quasi mortificata, senza finire la frase.
– Scusi, scusí! – mi affrettai a dire. – È proprio un caso incredibile!
– Che cosa? – ella fece, confusa d’intendere assai meno di prima.
– Oh! Nulla – risposi. – Ella somiglia tanto, ma tanto! a una persona di mia conoscenza…
– Non è che questo? – m’interruppe ridendo. – È una fortuna per me.
– Ma cosí identicamente – continuai senza punto badare al complimento, – cosí identicamente che non può nemmeno idearlo!
– Una persona… molto cara… m’imagino! – disse, pronunziando le parole con tono di graziosa malizia.
– Molto! – risposi vivamente.
– Tanto meglio – ella riprese. – Cosí patirà meno la noia di questo esilio della Marza.
– Non mi sarei annoiato lo stesso.
– Grazie! – disse la signora tornando a ridere. – Ma ora son certa che vi rimarrà con piacere.
– Coll’egual piacere di prima.
– Però cotesta sua amica – ella osservò – non sarebbe forse molto contenta se sapesse che ha già stentato due giorni prima di riconoscerla nei miei tratti.
– Ah! V’era qualcosa che me lo impediva – risposi: – il suo vestito, la sua acconciatura del capo, la…
– E poi forse – m’interruppe con un sorrisetto di celia – questa identità che mi assicura non sarà proprio un’identità.
– Sí, è vero – risposi. – Per esempio, le voci hanno due intonazioni diverse.
– E niente altro?…
– Parmi, sí, qualcosa… ecco, nell’aria della persona – dissi ingenuamente, ma esitando; – l’altra è piú dimessa, piú seria.
– Cosí? – E prese un atteggiamento di serietà senz’affettazione né caricatura.
– Precisamente, Dio mio!
– Starò seria tutto il giorno, se può farle piacere!
– Oh! ma non creda… – dissi con simulata indifferenza.
Poi, per far divergere il discorso:
– Se qui ci fosse una tenda! – esclamai; – vi si potrebbe qualche volta anche desinare col sole. La sera però, volendo, potremo cenare al chiaro di luna come si fa nei romanzi.
– Ha dormito bene? – quindi le chiesi dopo alcun istanti di silenzio.
– Poco – rispose. – Che vuole? – E fece una mossa del capo e degli occhi, quasi volesse dire: – Sono forse tranquilla?

Rimasi per tutta la giornata col capo intronato. Non sapevo capacitarmi che i lineamenti della mia Iela potessero quasi ripetersi in un’altra persona.
Iela! Il mio ideale, il dolce sogno della mia giovinezza! La sola donna che io abbia sempre amata anche amandone delle altre?
Tu sai bene, amico mio, che non posso ancora, dopo tant’anni, pronunciar questo nome senza tremare di commozione! Tu sai che la imagine di lei non solamente ha resistito nel mio cuore a tutte le offese del tempo e dei mille casi della vita, ma che ogni mese, quasi a giorno fisso, torna a stringermi affettuosamente tra le sue braccia ideali, con un raccoglimento piú che religioso, con una vera estasi di parecchie ore, durante le quali l’idillio della mia giovinezza ricanta allegramente le sue gentili canzoni.
– Fanciullaggini! Ridicolezze! – tu mi hai spesso ripetuto sentendomene a parlare.
Ed io ti ho sempre risposto
– Può darsi, ma fanciullaggini divine! Da chi ho mai ricevuto consolazioni piú profonde? Da chi conforti piú ineffabili? –
Purificata, idealizzata da un lungo e segreto lavorio, pel quale il carattere, le circostanze della vita e l’indole dei miei studi si porsero a vicenda la mano, la malinconica figura della Iela assunse presto pel mio cuore e pel mio spirito il valore di un simbolo. Pavento anch’oggi come una sciagura il momento in cui potrò forse dimenticarla, o mi rimarrà indifferente. Ed ecco perché il vederla cosí riprodotta, vivente, nella persona della signora Emilia mi sconturbava tanto e mi rendeva come ingrullito.
Avrei provato verso questa donna gli stessi sentimenti che per la Iela? Gli avrebbe essa modificati? Alterati? Il gentile e sacro ideale della mia vita avrebbe patito per tale incontro una mutilazione, che mi metteva i brividi al solo pensarvi?
Tentavo distrarmi da queste idee, ma non riuscivo.
Eravamo andati a visitare l’antico casamento della Marza, un tratto assai breve di passeggiata. L’atrio merlato; il cortile ingombro di erbe; la chiesa in rovina e già ridotta a fienile; le stanze vaste ma inabitabili; le rovine di un altro casamento lí accanto, una volta dei frati carmelitani, deviavano di quando in quando la mia mente da quella fissazione ostinata. Dovevo farla da cicerone, dovevo dare degli schiarimenti, dovevo appagare le mille curiosità femminili destate da un sasso, da una grondaia, da un gruppo di rigogliose viole a ciocche cresciuto sull’architrave della porta della chiesa, e rispondere alle cento domande che il posto naturalmente suggeriva.
– Quella bianca cupola in fondo, cosí staccata sul grigio della pianura?
– È della chiesa di Pachino.
– E quel colle con quel vasto e severo edificio sulla cima?
– Il colle di San Basilio e la villeggiatura dei proprietari.
– E quel tondo nero in mezzo al mare, non molto lontano dalla spiaggia?
– L’isoletta dei Porri -.
La giornata era splendidissima. Un vero sole di primavera; un’aria profumata dagli odori particolari delle messi e delle erbe selvatiche in fiore.
Ma quel sole, quelle messi, quelle erbe selvatiche in fiore mi richiamavano alla mente un’altra giornata di maggio e una piú bella compagna. La Iela appoggiavasi, sorridente, al collo rustico di un pozzo sulla spianata accanto all’aia. I piccioni domestici beccavano ai suoi piedi i grani di orzo e di frumento ch’ella faceva cadere a poco a poco dal pugno della mano destra levata in alto; un cane bigio scodinzolava fisso, col muso in aria, quasi aspettasse anch’esso qualcosa.
– A che pensa? – mi chiese la signora, vedendomi rimanere cosí assorto e poi uscire da tale stato con un profondo sospiro.
– Penso – risposi – che è bene ci siano al mondo delle felicità che non si possono mai possedere!
– Perché? Una felicità che non si possiede è piuttosto un dolore.
– Perché – ripresi – per possedere certe felicità e possederle per sempre (aggravai la voce sul “certe” e sul “sempre”), l’unico mezzo, cara signora, è il non possederle giammai.
– Una donna – ella osservò – non parlerebbe a questo modo.
– Perché? – chiesi alla mia volta.
– Perché nella vita noi siamo molto piú pratiche.
– Questo mi sorprende dopo quanto mi ha detto sui mille romanzi che ha letti.
– È vero, ho letto molto – ella fece con scherzevole serietà; – ma piú creda, ho vissuto! –
Mi tornò alla memoria quel po’ della sua vita che mi aveva confidato la sera innanzi. Sentivo susurrarmi all’orecchio: “Ho sofferto, ho lottato!” E poi in tono piú severo, come l’ultimo resultato della sua triste esperienza: “Non c’è che il possesso che renda felici; tutto il resto è illusione!”
Ma io protestavo internamente: – Oh! Non è illusione! –

Si accorse presto del mio debole, e mi sorrideva in viso maliziosa, quantunque non osasse apertamente canzonarmi. Richiamava spesso il discorso sul “mio ideale”, com’ella diceva, e m’interrogava con curiosità, quasi provasse del gusto a delicatamente tormentarmi.
– Era molto piú piccola di me? – mi domandò una volta ex abrupto,- mentre appoggiata al mio braccio saliva uno dei tanti mucchi di sabbia del piccolo Sahara della Marza.
– Piú gracile assai – risposi a malincuore, non sapendo dove quella interrogazione avrebbe voluto condurmi.
– E, maritata, è rimasta sempre la stessa?
– Sempre. Rivedendola dopo un lustro, mi parve soltanto un po’ piú pallida e assai piú triste.
– Non è dunque felice?
– Ahimè, poverina! – esclamai.
– La colpa è un po’ anche sua! – fece ella sorridendo e piegando di lato il collo per guardarmi negli occhi, mentre agitava in aria l’indice della mano sinistra con un gesto accusatore.
– Dica del caso, delle circostanze: eravamo tanto ragazzi tutti e due!
– Ma un po’ l’avrà, credo, consolata… dopo – insinuò con un accento di fina malizia che mi fece trasalire.
– Oh! No! – dissi risoluto, levando alta la fronte. – Quella donna è per me proprio morta. Io non amo che la ragazza, un ricordo, un fantasma! Infatti ciò che rende questo sentimento piú fiero e piú orgoglioso della sua purezza, è l’idea ch’essa lo ignori.
– Che assurdo! – esclamò con vivacità. – Una donna amata può, se vuole, anche fingere di assolutamente ignorare; ma ignorare per davvero…!
– Le assicuro che ignora – insistevo.
E intanto sentivo battermi il cuore all’idea che quel mio sentimento non vibrasse ignorato. Avrei però voluto esser io solo a sospettarlo.
La signora Emilia divertivasi a salire, a discendere pei mucchi di sabbia sparsi, come tanti tumoletti, lungo la spiaggia; e, attaccata al mio braccio, mi spingeva ridendo a correre per quella stesa mobile, gialliccia che s’inoltra a perdita d’occhio, di lungo e di traverso, come un deserto in miniatura.
Era uno spettacolo affatto nuovo per lei; e le riesciva piú gradito perché le dava l’impressione di una grandissima lontananza da casa sua. Evidentemente ella provava un forte bisogno di dimenticare qualcosa, e le si leggeva negli occhi, benché volesse darlo a comprendere poco.
Vi ritornammo parecchie volte nei giorni appresso, ora ad ammirarvi l’alzata del sole, ora a provarvi il calore meridiano per formarci una idea approssimativa del vero deserto, ora a godervi gli effetti del chiaro di luna.
I raggi lunari, investendo della loro luce bianchiccia quella vasta e brulla estensione di sabbia, davan risalto colle ombre a tutte le disuguaglianze del terreno, e il luogo assumeva cosí un aspetto strano e pauroso che nessuno, di giorno, si sarebbe imaginato. Le onde svogliate del mare, battendo monotonamente sulla spiaggia poco discosta, facevano un perfetto contrasto col silenzio che incombeva dall’altro lato su quella solitudine sconfortata. Pareva di essere chi sa a quante miglia da ogni creatura vivente, sperduti, senza speranza di soccorso, entro un oceano di sabbia. La configurazione del terreno contribuiva, celandone i limiti, a far credere immensa quell’estensione di poche miglia.
La signora Emilia lanciava ad ora ad ora per l’aria cheta un allegro scoppio di risa che suonava piú argentino del solito e vi si perdeva senz’eco. Io, quando stavamo zitti, canterellavo una romanza. E intanto andavamo su e giú, facendo il giro dei pantani, gettando delle manate di sabbia fra i giunghi attorno per far levare le anitre, le folaghe ed i gheppi lí rimpiattati.
Ma io, dico il vero, non mi svagavo di molto.
Nei giorni precedenti mi ero piú volte sorpreso intentissimo a guardare la signora Emilia con un sentimento di dolce compiacenza che non scaturiva soltanto della sua somiglianza colla Iela. Ed ora, in quel posto, tornando silenziosi verso casa, avvertivo con stizza che il calore del suo braccio, appoggiato con naturale stanchezza sul mio, mi faceva pensare a qualcosa di vagamente sensuale che s’infiltrava nella pura atmosfera del mio spirito e cominciava a viziarmela.
Pur troppo era vero!
La signora Emilia mi aveva rapidamente svegliato nel cuore tutti gli ardori dei miei sedici anni e con l’uguale freschezza di una volta. No, non vivevo insieme ad essa alla Marza, ma colla mia Iela evocata lí, per miracolo, da una misteriosa potenza che ne aveva, un pochino, alterato i lineamenti e le gracili forme. Capivo però benissimo come oltre a quei sentimenti se ne fossero sviluppati dei nuovi che legavansi strettamente a quegli altri e quasi servivano a completarli: temevo appunto di questi.
Alcune parole, alcune frasi della signora Emilia, mi turbavano da qualche giorno in un modo incredibile. Certe occhiate, certi sorrisi, certe inflessioni della voce che piú vivamente riflettevano o rammentavano, anche dalla lontana, le occhiate, i sorrisi, le inflessioni della voce della Iela, mi facevan provare delle scosse, dei tremiti, dei languori che talvolta arrivavano perfino a spossarmi. Ed io soffrivo di questo sovrapporsi di lei, di questo suo impertinente sostituirsi alla cara imagine che formava da tanti anni il culto piú sacro della mia vita. Soffrivo, ma non resistevo, non reagivo; mi lasciavo sopraffare. Provavo qualcosa di simile a quelle tiepide correnti sottomarine, delle quali ci parlano i pescatori di corallo, che intorpidiscono nelle mute profondità delle acque il sentimento della vita e fanno assaporare la morte come una delizia ineffabile. Sentivo che ormai quel fascino mi aveva avviluppato in modo da non poterne piú vincere la malefica azione.
– E poi? – mi chiesi una sera indignato, piantandomi rimpetto alla mia ombra proiettata dal lume sul muro bianco della stanza.
E siccome l’ombra non rispondeva,
– Tu sei un vile! – schiaffai sul viso di quell’altro me stesso che mi vedevo coll’imaginazione confuso ed abbiosciato lí innanzi.
E andavo su e giú tirando buffi di fumo fantastici da un sigaro spento.
– Miserabile! – continuavo – tu carezzi dei desideri che non osi schiettamente confessare nemmeno a te stesso! Già stai per trascinare nel fango il piú puro sentimento che abbia nobilitato la tua vita! Già non sei piú ben sicuro se, tradendo la fiducia del tuo amico, commetti un’indegna azione! E tornavo a spasseggiare, stritolando fra l’indice e il pollice la punta del sigaro col pretesto di ravvivarlo.
Queste parole mi facevano montare le fiamme al viso, proprio come se fossero state pronunziate da un’altra persona, da un amico severo, venerato pegli anni e per l’esperienza della vita. E cercavo di scusarmi; e mentalmente rispondevo:
– Andiamo! Via! Tu esageri: non son capace di tanto! Tradir la fiducia del mio amico? Nemmeno per ridere! Volessi pure, quella donna lí… Ma non completavo il periodo. Sentivo di mentire e mi fermavo esitando, un po’ per persuadermi che m’ero forse potuto illudere, un po’ per l’involontaria compiacenza di scoprire che pur troppo non m’ero illuso. Quella donna non sarebbe stata forte! Lo indovinavo. Da che? Da mille piccoli e quasi impercettibili indizi che sarebbero sfuggiti ad ogni altr’occhio meno interessato del mio.
– E poi? E poi? – ripetevo con insistenza.
E rimanevo sbalordito, addolorato, vedendo come l’imagine della mia Iela avesse un momentino potuto offuscarsi; indegnato che la rassomiglianza mi fosse, mio malgrado, servita da mezzana per sentimenti affatto opposti a quelli ispiratimi da lei.
– Che debolezza! Che vigliaccheria! –
Oh! No, volevo esser omo; resistere, vincere anche sfidando il pericolo: dovevo al culto della mia Iela una riparazione di questa fatta!
E andiedi a letto consolato.

Avevo noleggiato una barca che venne a prenderci allo spuntare del sole.
Un marinaio dai larghi e corti calzoni rivoltati in su fino all’anguinaglia ci portò in collo di peso, una appresso all’altro, nella barca; poi diede una spinta alla poppa, e la barca, che era mezzo arenata, si cullò tosto mollemente sulle onde dopo aver traballato un pochino pel peso del marinaio saltatovi dentro.
Il mare era una tavola. Dei larghi riflessi verdognoli, azzurri, rossastri lo colorivano in diverse direzioni, divisi da strettissimi orli fosforescenti; le varie correnti marine lo striavano a fior di onda come tanti solchi di rotaie sur un immenso piazzale.
La signora Emilia batteva le mani e dava in esclamazioni di sorpresa e di gioia. L’acqua doveva produrle dei fascini violenti che le lampeggiavano nelle pupille con incredibile vivacità. Di quando in quando, ad un’ondata che turbava il moto regolare della barca, ella cacciava un piccolo grido (non sapevo ben discernere se di paura o di piacere) e mi diceva ridendo:
– Se si cadesse in mare? – E scoteva la testa e la persona quasi già provasse i brividi del freddo contatto delle onde.
Io la guardavo tranquillo, dominando le mie impressioni, lieto di vedere che potevo opporre qualcosa alle involontarie seduzioni di lei. I miei sensi erano calmi, l’equilibrio del mio spirito perfetto; ma questa contentezza interiore doveva certamente tradurmisi sul volto in un’insolita serietà e in un raccoglimento che mi faceva star zitto. – Si annoia? – ella mi chiese dopo un buon tratto di silenzio.
– No davvero – risposi.
– Eppure si sospetterebbe che il suo pensiero non sia qui: non dice nemmeno una parola!
– I grandi spettacoli della natura mi rendono muto.
– Oh, non le faccio torto dell’annoiarsi! – ella continuò. – Però mi dispiace che debba annoiarsi per cagion mia. Anche l’amicizia ha i suoi pesi!
– Ma niente affatto. Non merito ch’ella si formi di me una sí cattiva opinione -.
Approdammo all’isoletta dei Porri, un largo scoglio quasi piano, sollevato di qualche metro fuori del mare che vi balla attorno spumante. Lo percorremmo in pochi minuti, poi ci sedemmo nel centro rimpetto alla spiaggia. La campagna ci si spiegava sotto gli occhi colle sue linee larghe, colle sue mille tinte di verde che si armonizzavano insieme. Lontano, in fondo, entro una nuvola di vapori dorati, torreggiavano nel cielo opalino le cupole e i campanili di Spaccaforno infiammati dal sole. Il mare rumoreggiava da ogni lato dell’isoletta con urli sordi, con scrosci interrotti. Di tratto in tratto vedevamo qua e là sollevarsi gli spruzzi iridati dei cavalloni irrompenti sui fianchi piú bassi.
– Ecco un posto – ella disse – ove abiterei volontieri, ed ove vorrei morire tutt’a un colpo, ingoiata dal mare quasi prima di accorgemene.
– Che fantasia! – esclamai ridendo. – E vorrebbe vivervi sola?
– Oh! No – rispose; – dicono che soli non si starebbe bene neppure in paradiso: ma in due, con un’altra persona che avesse il medesimo gusto, che trovasse nella mia compagnia, come io nella sua, una ragione bastevole per non farle rimpiangere il mondo!… Sciocchezze, è vero! – soggiunse sospirando. – Bisogna invece contentarsi della dura realtà! Ecco: pel mio cuore di donna, questo misero scoglio potrebbe valere l’intiero universo. Ma pel cuore di un uomo? Com’è triste il pensare che noi, nel cuore dell’uomo, possiamo appena appena essere un accessorio!
– Oh! Scusi – dissi. – Non è sempre cosí. Vi son delle donne che riempiono tutta la nostra vita del loro benefico influsso; che diventano la miglior parte dell’anima nostra, del nostro spirito, e sopravvivono in noi anche quando le relazioni esterne della vita son rotte per sempre.
– Iela! – esclamò, fissandomi in volto con uno sguardo ove sorpresi un lampo di dolore e d’invidia.
Quel nome, pronunciato dalla sua bocca, mi diede i brividi.
Vedendo che io tacevo, la signora Emilia mi prese amichevolmente una mano: e con accento interrotto, pieno di rimpianto e di affetto represso,
– Come dev’esser felice quella donna! – mi disse. – Darei metà della mia vita per essere amata allo stesso modo. – Dio mio! Sento già tremare questa mano al solo ricordo, e veggo quegli occhi inumidirsi… E son già dodici anni!
– Ma quanti dolori! – soggiunse – quante tristezze! – Una felicità troppo cara e che certamente, ahimè! non esisterebbe se invece di essere stati proprio a tempo divisi, ella avesse potuto vivere unito alla sua Iela, o l’avesse posseduta un istante tutta intiera fra le sue braccia!… Ma, caso o no, quella donna intanto dev’essere troppo felice. Chi non cangerebbe la propria con la sua sorte? Chi non vorrebbe provare la sua tremenda voluttà di doversi, col corpo, concedere all’uomo che non ama, e di darsi nel punto stesso, collo spirito, al suo assente adorato!
– Oh no! no! – interruppi indignato. – È un amore di altro genere. Ella non lo intende… non può intenderlo!
E mi rizzai in piedi.
Avevo bisogno di esser scortese…
“La tremenda voluttà di doversi concedere!”
Queste parole mi eran sonate all’orecchio come una profanazione. Oh! La signora Emilia mesceva la sua bassa sensualità ad un sentimento che non avrebbe appannato il cuore piú puro.
Sí, avevo bisogno di esser scortese! E non solamente per protestare, ma anche per difendermi dalle strane impressioni della sua voce che mi s’infiltravano per tutto il corpo come un’onda di latte. Sentivo dolcemente vellicarmi i nervi con un’irritazione delicata, raffinata e temevo di dimenticare troppo presto le belle risoluzioni della notte innanzi.
Ma fu un momentino.
Mi sedetti subito ammansito: volevo correggere quell’impeto troppo violento che l’aveva un po’ mortificata.
– Perdoni – le dissi; – oggi son nervosissimo. Quel ricordo della Iela mi disturba. Osservi: ho le mani fredde, un diaccio! –
E toccavo le sue.
Ella mi guardava ammirando, colle sopracciglia un po’ aggrottate, colle labbra strette e la faccia alquanto sollevata verso di me come per fissarmi meglio. Era la Iela, preciso la Iela!
Distorsi gli occhi. Se stavo a guardarla ancora, forse non sarei piú stato padrone di me e avrei commesso qualche sciocchezza.

Me la prendevo con Paolo che non veniva.
Intanto i giorni passavano apparentemente uniformi, ma il mio cuore era sconvolto. Oramai non lottavo piú, non resistevo; ma ragionavo, ma tentavo scusare agli occhi della coscienza la mia vigliacca debolezza.
Non ero ancora arrivato al punto di dimenticare i miei doveri di amico; non osavo ancora pensare che, come tant’altri, quest’amore avrebbe potuto scivolare anch’esso sul mio cuore senza lasciarvi segno, senza ledere i diritti del purissimo affetto della Iela; no, tal ragionamento mi sarebbe parso un’empietà. La rassomiglianza della signora Emilia con la Iela era cosí grande; la passione (perché non dirlo?) che quella mi destava era un cosí vivo riflesso del ricordo di questa, che non avevo il coraggio di giustificare innanzi ai miei occhi neanche la possibilità di un tal caso.
Mi limitavo a concedere che non era poi un gran delitto amar quasi di bel nuovo la Iela in quel suo ritratto vivente; riamarla colla stessa semplicità di cuore, colla stessa purezza dei miei sedici anni. Mi sembrava anzi che il culto del mio spirito verso di lei si sarebbe rinfocolato meglio al contatto di una quasi realtà; una seconda giovinezza mi sarebbe rifiorita nel cuore!
La signora Emilia era troppo esperta della vita da non comprendere colla sua acutezza femminile quel che avveniva nel mio interno. Se ne compiaceva, vi si divertiva: veniva, alla sua volta, allettata dalla stranezza del caso e dal suo amor proprio di donna cosí fortemente lusingato.
– E Paolo? E la fuga? E la sua passione? –
Ahimè! Nulla di piú vero di quel tristo proverbio: gli assenti hanno torto.
Già ella forse non si accorgeva di venir meno al suo dovere: forse, al par di me, e lottava e cedeva e transigeva… Chi lo sa? Forse anche provava contro quell’incognita amata delle gelosie di rivale. Non sapeva perdonarle di venire fin lí ad invasarmi in tal guisa il cuore da contrastarle perfino quel piccolo tributo di simpatia che la donna la piú onesta è lieta di ricevere come un buffo d’incenso alla bellezza o alla bontà! E voleva vendicarsene, voleva avvilire la povera rivale colla stessissima arme della rassomiglianza con cui essa era venuta ad assalirla nel suo piccolo regno!
Spesso le intravvedevo negli occhi qualcosa di piú, come una sfida, una rabbia di provarmi che non soltanto l’amor puro, l’amore ideale lasciava perenne il suo ricordo nel cuore; ma che vi potevano esser dei baci, degli abbracciamenti, da scuotere da cima a fondo tutta l’essenza della vita e assai piú terribilmente, assai piú durevolmente di quelle vaghe fantasie da collegiale che io nella mia inesperienza giudicavo la suprema delle felicità che un uomo potesse raggiungere al mondo. E allora i suoi sguardi lanciavan delle fiamme che venivano a lambirmi il cuore colle loro lingue di fuoco; e la sua bocca sembrava transudasse delle picciolissime stille di un liquore inebbriante che attirava con forza irresistibile le mie labbra per succhiarlo e assaporarlo fino all’ultima gocciolina, fino a ridurre le labbra di lei piú aride di un sasso…
Mi occorreva certamente un gran sforzo per restar ragionevole e savio.

Un giorno ella mostrommi il desiderio di voler raccontata tutta intiera, per filo e per segno, la storia della Iela. Non seppi rifiutarmi.
Da prima ero deciso di accennarle soltanto i sommi capi di quel delirio, di quell’estasi di amore durata tre anni. Ma, narrando, mi sentii di mano in mano soavemente travolto dai miei cari ricordi; piú non seppi che scegliere, e mi lasciai andare a briglia sciolta dietro i bei fantasmi della mia giovinezza, quei fantasmi che hanno avuto una cosí grande influenza su tutto il resto della mia vita.
Ella ascoltava intentamente, avidamente, con una agitazione ed una commozione che aumentavano come piú il mio racconto si coloriva e si animava. A un certo punto però fece un brusco movimento delle palpebre e del capo; e: – Basta per oggi – mi disse con affettata indifferenza. – Veggo che si riscalda troppo: non vorrei le nuocesse -.
Si alzò dalla sedia che aveva fatto recare sulla terrazza, scese i pochi scalini della gradinata, girò sbadatamente pel piano lí innanzi, tutto coperto di erbe selvatiche e di stelline gialle e bianche tremolanti sui loro lunghissimi steli ad ogni piccolo soffio, poi fermossi innanzi ad una statuetta greca che giaceva ancora distesa presso il posto dove l’avevano scavata.
– Ha letto – mi chiese con un tono di voce tranquillo – la iscrizione che orna i lembi del pallio di questa Dea? –
Seguivo coll’occhio turbato tutti i suoi movimenti. Avevo subito compreso quel brusco interrompermi, quella forzata indifferenza, e mi sentivo venir meno la forza di dissimulare di aver capito. Se non davo retta ad un ultimo fievolissimo rimprovero della coscienza, mi precipitavo senz’altro pegli scalini, e correvo a buttarmele ai piedi per baciarle furiosamente le mani e dirle le cose insensate che già mi gorgogliavano in gola…
Quella domanda mi calmò.
– L’iscrizione è monca – risposi. – Pare dovrebbe dire: “Ad Heraz la sacerdotessa (il nome è illeggibile) nella festa di marzo”.
– Povera Dea! – esclamò quasi non sapesse che dire. A me intanto parve avesse voluto sottintendere:
– Povera Iela! –
E mi sentii stringere il cuore.

La notte presi un’energica risoluzione: decisi di fuggire. Se, per poco, cedevo a quella tempesta di sensi scoppiatami cosí improvvisamente nel petto, non sarebbe stato soltanto il culto ideale della Iela quello che avrebbe naufragato; ma insieme ad esso, la mia dignità di uomo e, soprattutto, la lealtà del mio carattere di amico. Decisi di fuggire, ma all’insaputa dell’Emilia (già nel mio interno avevo soppresso il “signora”); ero certo che, di viso a viso, non avrei piú messo in atto quell’urgentissima risoluzione.
Scrissi, la sera, due paroline di lettera e la situai sul tavolo di mezzo, onde desse subito agli occhi. Mi levai prima dell’alba. La mia stanza, come tutte le altre, aveva una finestra molto bassa che rispondeva sulla terrazza. Apersi l’imposta con cautela, scavalcai senza stento il davanzale e mi avviai in fretta verso la stalla.
Il contadino, che custodiva le cavalcature messe a mia disposizione dal fittaiuolo dell’ex feudo, dormiva vestito sulla ticchiena, una specie di letto murato. Lo svegliai, lo aiutai a insellare una giumenta e presi la carreggiata.
Contavo di recarmi in Spaccaforno, confidare il mio caso a un vecchio amico e pregarlo di andar lui, per qualche paio di giorni, a tener compagnia alla signora; Paolo aveva già scritto che fra due settimane sarebbe arrivato. Quell’amico era un uomo serio, e in quanto a discrezione potevo dormire fra due guanciali. Doveva, da giovane, essere anche stato molto galante; conservava tuttavia il motto arguto e l’aneddoto gaio a dispetto dei suoi acciacchi, nei quali la galanteria della giovinezza entrava forse per qualche cosa. La Emilia non si sarebbe certamente annoiata con quel vecchietto che pareva aver concentrato tutta la vita negli occhi. E se si fosse anche annoiata? A me premeva soltanto di evitare il pericolo.
La giumenta andava lentamente: chi badava a spronarla? Ero troppo assorto nei miei pensieri. Avevo dispetto di commettere la viltà di quella fuga, e tentavo di trovar in fondo al cuore una dose di fortezza bastevole a guarentirmi; ma non la trovavo.
Ero ridicolo. Cento altri al mio posto non avrebbero avuto tanti scrupoli. Io stesso, se non ci fosse stata di mezzo la rassomiglianza colla Iela, sarei poi rimasto cosí virtuoso? Non dicevo né sí, né no, ma sorridevo sarcasticamente: mi canzonavo da me.
La giumenta, lasciata in pieno suo arbitrio, rallentava il passo: sí fermava a strappare delle grandi boccate di erbe, e si voltava di qua e di là colla testa, quasi per interrogarmi su quel che avrebbe dovuto fare. Ad intervalli io mi riscotevo, le davo una stretta immeritata di sproni, tiravo in su la briglia, e la giumenta, poverina, riprendeva il trotto.
Era già l’aurora. Le allodole trillavano festosamente sui campi di frumento; mille altri uccelli rispondevano dalle siepi e dagli alberi. Le messi, ai lati della strada, ondeggiavano come un mare ai soffi del venticello mattutino, facendo un rumore secco, stridente colle teghe delle loro spighe. Un misto di odori di erbe fresche, di profumi di fiori e di acri emanazioni di terreni coltivati mi si affollava alle narici e alla gola, e mi faceva provare la speciale sensazione dell’aria della campagna, che par fortifichi le fibre ed allarghi i polmoni.
Questa sensazione mi produsse l’effetto di un vero calmante. Senza darmene per inteso, feci rivoltar addietro la giumenta e ripresi il cammino verso la Marza. Ero vergognoso: non volevo nemmen rammentarmi di aver tentato quella fuga. Dalla strada spiavo le finestre del villino di Cozzu di Pietra: erano sempre chiuse. La mia lettera non poteva fortunatamente essere stata scoperta. E davo di sproni alla giumenta, che scuoteva la testa costernata di quell’insolito trattamento.
Volevo arrivare senz’esser veduto. Ma sí! Quando fui a pochi passi dal villino, la finestra dell’Emilia si aprí, ed ella sporse fuori il capo curiosa di vedere chi potesse venire a cavallo.
– Oh, lei, signor Carlo! – esclamò con sorpresa.
– Buon giorno! – risposi, cercando di dissimulare il turbamento che quell’incontro mi produceva.
– Ha fatto una passeggiata troppo mattiniera, perbacco!
– Una gran bella cosa! – feci io, accostandomi colla giumenta proprio sotto la finestra, involontariamente curioso di vederla daccosto.
Ella era nel piú bel disordine del mattino, appena levata da letto. I capelli le scendevano tutti scinti arruffatamente pel collo; un leggero scialle a colore le copriva le spalle, aprendosi innanzi il petto e lasciando vedere gli smerli della camicia ampiamente scollata che contornavano la sua fresca carnagione poco piú in giú della gola; la pelle del suo volto aveva ancora quel che di madido che vien dal calore delle coltri; gli occhi erano contornati da certe pesche sfumatamente azzurre, le quali davan risalto al magnifico splendore delle pupille. Accostava quel piccolo scialle alla vita con un atteggiamento che voleva esser pudico ed era procace. Le braccia, sfuggenti ignude dalle corte maniche della camicia, reggevano a stento le vesti tirate su in fretta, cadenti da ogni parte con voluttuoso abbandono, e le davano l’aria di una donna uscita allora allora dalla stretta di focosi abbracciamenti, coll’ambrosia sulle labbra dei baci dati e ricevuti.
A tale vista sentii subito fremere nelle mie vene tutte le indomite potenze del sangue: ebbi degli abbagliamenti, delle vertigini. La casta e malinconica figura della Iela, offuscata dagli splendori di quell’apparizione sfolgorante, non trovò piú forza di farsi scorgere dalle mie pupille intorbidate.
– Una gran bella cosa! – ripetei, senza proprio sapere quel che mi dicessi, divorandomi intanto cogli occhi quel corpo semivestito, a cui la licenza della mia imaginazione levava dattorno ogni velo.
– A rivederci! – ella disse, arrossendo di scorgersi cosí avidamente guardata.
E con un movimento di gazzella impaurita chiuse le imposte dopo avermi fatto un sorriso ed un inchino col capo. Era sparita! Ma io però, rimasto lí immobile, la vedevo tuttavia nettamente dietro i cristalli, come se le vibrazioni luminose prodotte dal suo corpo fosser rimaste impresse nell’aria e ve ne mantenessero l’apparenza.

Ero già pentito di essere ritornato. Mi vedevo sull’orlo dell’abisso e sentivo il terribile fascino delle profondità: una piccola spinta, e cadevo lanciato nel vuoto. Dei brividi mi correvano per la persona. Oh quel Paolo maledetto!
E la Iela, il mio gentile ideale?
M’ingegnavo di persuadermi ch’esso avesse pur troppo bisogno di questa specie di nuova incarnazione per ridursi completo; la sua forma affatto spirituale prendeva nell’Emilia le agili letizie del corpo; oh! Sarebbe rimasta sempre lei, la mia Iela, ma avrebbe assunto qualcosa che me l’avrebbe resa piú omogenea.
Futili sottigliezze del cuore che non voleva confessare la propria debolezza; artifizi della coscienza che non aveva il coraggio di accettare la sua colpa a viso aperto e dire per iscusa: è piú forte di me!
La giornata era calda; l’estate batteva all’uscio. I raggi del sole penetravano il corpo di una lassezza piacevolissima, come di voglia di sonno. Le farfalle erravano turbinose di qua e di là; le mosche verdi volavano impertinenti attorno il viso, con quel loro ronzio prolungato, un vero adagio musicale di ninnananna che cullava i sensi e li legava col suo torpore. Ad ogni muover di passo fra le erbe, i fiori, il timo, la nepitella e il cardospino, migliaia di piccoli insetti si levavano a volo e tornavano, quasi subito, a rannicchiarsi di bel nuovo all’ombra delle foglie e dei calici per ripararsi dal sole.
Appoggiata al mio braccio, ella ora percoteva colla punta del suo piedino i cespugli fioriti, ora allungava la sua canna da pesca appoggiata alla spalla per disturbare le carezze delle farfalle sul letto dorato delle pratoline; e intanto canticchiava delle parole inintelligibili, dondolando lievemente la testa.
La spiaggia formava lí presso un piccolo seno scavato nella costa dal continuo rodere dell’onda. Un letto di sassi lisci, arrotondati, di diversi colori, poco piú largo di uno stanzino, veniva circondato dalla curva della costa all’altezza di due metri; vi si scendeva per una rozza scalinata, la quale non accusava certamente la mano dell’uomo.
– Vedrà che magnifica pesca! – ella disse, adagiandosi sur un sasso da me preparatole per sedile.
– Oh! – risposi ridendo; – i pesci saranno lietissimi di esser pescati da una mano cosí gentile -.
E, inescato il suo amo, lanciai il filo nell’onda.
L’onda ci lambiva i piedi; quella piccola diga di sassi ne smorzava la stesa. Nelle fonticine formate fra sasso e sasso dagli spruzzi dell’acqua e dai meati della diga, vedevansi correre i piccoli granchi marini sul fondo arenoso. Le patele solitarie stavansene aggrappate ai sassi col loro grigio gusciolino che si lasciava scorgere appena. L’olio di mare agitava le sue filamenta a seconda dell’onda, o le arricciava e le formava ad arco per assorbire dai muschi le sue impercettibili prede.
Dopo aver dato un po’ la caccia ai granchi marini e alle patelle, inescai alla mia volta l’amo e mi sedetti accanto a lei, sui ciottoli, il piú comodamente che potei.
L’atmosfera era pesante ed immobile. Un silenzio grave regnava intorno. L’acqua che veniva a scherzarci ai piedi aveva dei mormorii voluttuosi di sirena, dei mormorii seduttori.
Nissuno di noi due diceva una parola. Quella solitudine si faceva complice dei nostri segreti pensieri; pareva che una corrente magnetica ci tenesse in comunicazione e rivelasse all’una i piú riposti movimenti del cuore dell’altro.
Ella aveva lasciato abbandonatamente cadere la sua mano destra poco discosta dalla mia testa (sedevo piú basso di lei). Stetti alcuni minuti a guardarla, come un goloso, coll’acquolina in bocca. Piccola, dalla pelle fina e lucente, dalle ugne color di rosa, sfiorarla colla guancia e colle labbra divenne una tentazione insistente. Mi spingevo in là senza parere, quando l’improvviso scostarsi di alcuni ciottoli sui quali poggiavo il gomito accelerò il movimento, e andai proprio a posare la guancia sulla mano di lei… che non si mosse! Allora non mi mossi nemmeno io. Cominciai ad accarezzargliela con un lieve strofinio, che mi faceva gustare tutta la delicatezza di quella pelle sotto cui non si sentivano gli ossi. Avevo già perduto ogni coscienza di me stesso. I ciechi istinti animali mi facevano nelle fibre una fanfara di trionfo.
Spinsi gli occhi verso di lei. Ella, avvertito forse quel movimento, chinava in quel punto il viso dalla mia parte, colle labbra semiaperte al sorriso quasi ebete che rivela il venir meno della persona dalla eccessiva emozione, cogli occhi lampeggianti di sensualità sconfinata.
– Carlo!… Carlo!… – disse dolcemente, languidamente.
Ero già levato sui ginocchi e la stringevo tra le braccia, soffocandola dai baci.
Fu un minuto!
– Fortuna che nessuno ci abbia visti! – esclamò l’Emilia quando, rientrato quasi repentinamente in me, le sciolsi le braccia dal collo.
E rise di quel suo riso allegro, sonoro, che in quel punto mi parve tristamente triviale. Non c’era in esso nessun’eco della commozione profonda che doveva agitarle tutto il corpo; ma una contentezza, un appagamento, uno scoppio di soddisfazione volgare…
Avrei preferito che quella pigra ondata del mare spirante sui sassi si fosse a un tratto levata su sdegnosa e mi avesse travolto e annegato. Avrei preferito che mentre io ricercavo avidamente la sua bocca e la stringevo al mio petto, Paolo fosse improvvisamente comparso sul ciglio della spiaggia e mi avesse fulminato con una parola, o mi si fosse lanciato addosso con tutto il furore dell’amico e dell’amante tradito. Ma nulla di questo! L’onda continuava il suo monotono mormorio. Il silenzio meridiano incombeva attorno non turbato nemmeno dal ronzio di un insetto.
Ella non capí niente di quel che avveniva dentro di me.
– Fa troppo caldo! – disse.
– Fa troppo caldo! – ripetei collo stesso tono di voce. E raccolte le canne da pesca, le porsi la mano per aiutarla a montare la rozza gradinata e riuscire sui campi. Giungemmo a casa senza scambiare una parola. Avevo il cuor grosso.

Che nottataccia!
Al cader della sera mi si erano ridestate piú violente nel cuore le bufere della giornata. Smaniavo, pestavo coi piedi, mi strappavo i capelli.
– Perché non spingevo quell’uscio? Perché non entravo ad un tratto nella stanza di lei? Verso le due dopo la mezzanotte il mio delirio giunse al colmo. Mi tolsi le pantofole e, a piedi scalzi, trattenendo il respiro, traversai il salottino e la camera che dividevano la mia dalle sue stanze. Origliai un gran pezzo all’uscio per persuadermi se fosse sveglia. La sua respirazione calma ed uguale, era il solo rumore che si sentisse. Grattai leggermente all’uscio; nessun movimento. La sua respirazione continuava calma ed uguale. Dal buco della serratura vedevo il lumino da notte agonizzare sur un tavolo in fondo. Ai piedi del letto scorgevansi le sottane e il corpetto buttati disordinatamente sopra una sedia e un po’ strascicanti per terra. Che malia in quelle ombre appena diradate, in quella respirazione ascoltata a traverso l’uscio!
Ritornai vergognoso, disilluso nella mia stanza, e molto tardi cedetti al sonno.
Chi svegliommi la mattina dopo?
La voce di Paolo. Era arrivato improvvisamente per farci una piacevole sorpresa!
– Poltrone! – mi urlava dietro all’uscio. – Come si fa, in campagna, a dormire fino alle dieci?

– Sei giunto a proposito – gli dissi dopo la colazione. – Ero sul punto di andar via senza piú aspettarti un minuto.
– Come? Non rimarrai almeno un par di giorni, ora che ci son io? – insistette Paolo.
– No – risposi – è impossibile -.
Non sapeva darsene pace. La signora Emilia aggiungeva anche lei qualche parola, ma non cosí insistente e calorosa come quelle di lui.
Avevo a stento la forza di guardar Paolo in viso; la sua schietta cordialità mi feriva il cuore come uno stile. Fui fermo.
Verso le cinque di sera, sul punto di montare a cavallo,
– Senti – mi disse Paolo – io sono in collera. Non ti accompagnerò nemmeno fino al limite dell’ex feudo -.
Infatti rimase sulla terrazza.
Poi volgendosi alla signora Emilia che ritta in mezzo alla spianata, a pochi passi da me, mi guardava con certi occhi sdegnosi e turbati,
– Ma pregalo te! – le disse. – Forse l’insistenza di una signora lo piegherà -.
La signora Emilia mi si accostò, guardandomi fisso negli occhi, e con accento represso, vibrato,
– Perché mi fuggi? – mormorò impallidendo.
E si morse le labbra.
– Ma se rimango – risposi anch’io a bassa voce – noi commetteremo un’infamia!
– Grullo! – esclamò con inesprimibile gesto di disprezzo, voltandomi bruscamente le spalle.
Quella trista parola mi rese tutta la mia coscienza d’uomo e la mia fierezza di carattere.
Salutai, montai a cavallo, e mi rivolsi appena una volta indietro per rispondere ad un ultimo addio di Paolo.

La serata era calma, splendidissima di tutte le glorie del vicino tramonto. Di mano in mano che mi allontanavo dalla Marza, mi pareva veder il cielo vestirsi gradatamente di un sorriso piú bello; e su quella profonda limpidezza, oh gioia!, tornava ad apparire la soave figura della mia Iela, casta e pietosa come prima e sorridente di perdono.

Mineo, 25 marzo 1876.

VI

CECILIA

E dopo? Oh, il dopo non lo sapevo davvero! Capivo però che quell’incontro non poteva terminare lí, bruscamente. L’impressione non era punto di quelle futili e passeggiere che una mezz’ora appresso non si rammentano piú. Sentivo tremarmi in fondo al cuore qualcosa di lei penetratovi a un tratto. Una soave commozione non provata da gran tempo mi spingeva a fantasticare un mondo di cose indefinite sulle quali sorridevano come raggi di sole i suoi begli occhi nerissimi.
Era proprio il rovescio del sentimento ispiratomi di primo tratto.
– Signore – ella mi disse dopo un pezzetto con accento cortese ma fermo; – glielo ripeto, è affatto inutile che mi venga dietro: via, smetta, la prego!
– Vorrebbe – risposi – persino impedirmi di guardarla?
– La gente ci osserva e sospetta Dio sa che! Agisca piú gentilmente con una donna che non conosce -.
E siccome lí il viale biforcava, ella prese dall’altra parte. Non mi diedi per vinto. Girai dal lato opposto attorno alla grande aiuola che ci divideva, e non scorgendo in quei pressi nessuno che potesse udirmi, le rivolsi la parola ad alta voce a traverso la selvetta dei gianerium privi ancora di pannocchie:
– Mi lasci almeno sperare che potrò rivederla! –
Ma quella non mi dava retta.
C’incontrammo nel punto ove i due piccoli viali riunisconsi nuovamente nel viale piú largo, ed io mi fermai per aver meglio il comodo di osservarla nel volto. Com’era bella! Che finezza di carnagione! Che simpatia nell’espressione delle labbra e degli sguardi!
Un profondo sentimento di ammirazione mi chiuse la bocca.
Ella passò oltre lentamente, rilevando colla mano sinistra la coda del vestito, e tenendo giú coll’altra un ventaglio giapponese spiegato a metà; poi infilò il cancello rimpetto ai Boschetti e indirizzossi per uno di quei stretti e lunghi viali che l’ora, dopo il tramonto, e la fittezza delle frondi degli alberi rendevano quasi scuri.
La raggiunsi, e mantenendo fra lei e me uno spazio discreto, – Non prenda in mala parte la mia insistenza – continuai in tono quasi supplichevole; – mi permetta di accompagnarla.
– Ma io non la conosco – rispose fermandosi.
– Non importa – replicai; – è una ragione di piú per cominciare a conoscerci -.
Ella fece un segno del capo come per dire: – Niente affatto! –
E riprese ad andare innanzi, sventolandosi indispettita.
Il suo volto bianchissimo, in mezzo a quell’ombra e tra le pieghe del velo nero che le scendeva sulle spalle, brillava in modo strano. Il movimento della sua persona aveva qualcosa di musicale che faceva battere il cuore fortemente.

Eravamo riusciti sul corso Venezia, ella avanti, io dietro ad una diecina di passi.
Ella ora fermavasi ad osservare le mostre delle botteghe e si lasciava precedere; ora mi veniva quasi al fianco sul lastrico che serve da panchina pei pedoni; ora finalmente mi oltrepassava, a seconda che io affrettassi o rallentassi l’andare per non ismarrirla di vista.
Svoltò la cantonata di via del Monte Napoleone, indi entrò nel portone della galleria De Cristoforis. Fui piccato dall’accorgermi che, appena sulla soglia, ella si era voltata un istante proprio per accertarsi se le tenessi sempre dietro; ma quando la vidi inoltrare in un chiassuolo e poi per una viuzza strettissima e deserta, cominciai a perdere qualcuna delle mie poetiche illusioni. Ahimè! Era anch’ella dunque una delle solite donnine? Non mi pareva possibile.
Me le feci innanzi un po’ piú risoluto, ma senza baldanza.
– Sia compiacente – le dissi. – Accetti un momentino il mio braccio, e mi permetta di accompagnarla per un piccolo tratto di via. È un caso, lo so, che noi ci siamo incontrati. Ma poiché mi son sentito trascinar dietro a lei da una forza irresistibile, vuol dire che noi non possiamo rimanercene indifferenti l’una all’altro. Del resto, prendendo il mio braccio s’impegnerebbe a ben poco. Perché non tentare di conoscerci intimamente? Le riesco forse cosí antipatico che non vuol nemmeno far la prova?
– Dio mio! – esclamò; – questa sua insistenza mi offende. Conoscerci! A che scopo? Ch’ella mi sia venuto dietro non è poi una ragione. Mi lasci andare! Mi ha scambiata! –
Le cedetti il passo.
Aveva pronunciato quelle parole con un accento tra lo sdegnato e il commosso, e mi ero sentito disarmare. Non era un tantino vero che l’avevo scambiata?
Ma era poi proprio vero l’avessi scambiata?
Questo dubbio mi persuase a pedinarla di nuovo.
A metà dell’altra via scantonò all’improvviso, e poco piú in là fermossi a un portone, mi diè un’occhiata e poi sparí.
L’atrio, chiuso da un bel cancello, era elegante e spazioso. Sotto gli archi del portico schieravansi molti vasi con alberetti fioriti. Nel muro rimpetto, sopra un affresco che rappresentava una fontana, i rami di una pianta rampichina facevano una tettoia di foglie e di ciocche di fiori color lilla, addossata a un graticcio di legno sostenuto da colonnine anch’esse di legno e tinte in verde cupo.
Un cuoco, col suo berretto bianco sulla nuca, agitava il grembiule per farsi vento e ciarlava e rideva colla portinaia proprio nel centro dell’atrio.
Vedendomi spiare a traverso il cancello, la portinaia accostossi premurosa e mi domandò chi cercassi.
Dissi il primo nome che mi capitò sulla lingua, e siccome naturalmente non abitava lí, andai via mortificato, voltandomi a riprese verso le finestre, sperando, ma invano, di vedere da un momento all’altro affacciarsi a un davanzale la bella testina della mia sconosciuta.
Un sentimento di delicatezza riguardo a lei mi distolse dall’interrogare la portinaia per iscoprire qualcosa. La mia imprudenza, chi sa? avrebbe potuto comprometterla.

Per due settimane rifeci ogni giorno i viali dei giardini pubblici ove l’avevo incontrata. Aspettavo delle ore, smanioso, agitato, come se le poche parole scambiate fra me e quella donna avessero avuto la magica virtú di un violentissimo filtro e fosse omai stretto ad essa l’intero destino della mia vita.
Me ne impensierivo. Non ero piú un ragazzo da innamorarmi in quella guisa. E quando l’avessi riveduta? E quando anche avessi all’ultimo soddisfatto ogni piú estremo desiderio? Non era meglio lasciare cosí, nell’ombra, nel mistero, quella gentile figura di donna che mi aveva inattesamente svegliato nel cuore le piú pure e le piú vaporose fantasie della giovinezza? Non era meglio godermi, da artista, un piacere tutto spirituale che il contatto della realtà avrebbe certamente diminuito e, forse, anche distrutto?
Ma questi e simili ragionamenti non mi persuadevano punto.
I giardini pubblici non mi eran mai parsi cosí belli come in quelle sere che andavo ad attendervi lei. Gli alberi sfoggiavano rigogliosi il verde delle frondi variamente digradato. I viali serpeggiavano, s’intrecciavano, si perdevano in fondo con un incanto particolare. Sotto l’ombra degli ippocastani, tra le magnolie, tra i rami frastagliati e rovesciati dei cedri del Libano c’era qualcosa di soave, di poetico, di sorridente che prima di allora non mi aveva dato negli occhi. I getti d’acqua delle vasche, i riflessi dei canali, le foglie di ninfea che nuotavano a fior d’onda; il canto dei calenzuoli dispersi fra gli alberi, il suono delle campane vicine, che in certi momenti riempiva l’aria attorno de’ suoi mesti rintocchi; le persone che andavano, venivano, si fermavano, sparivano, e che a poco a poco si facevano piú rare; tutto aveva una voce, un senso, un’espressione, un accenno all’unisono del sentimento che mi sopraffaceva in quei giorni. Se poi mi passava accanto una coppia di sposi o di amanti, la donna abbandonatamente appoggiata al braccio dell’uomo, l’uomo colla testa chinata da lato, mormorando all’orecchio dell’altra parole che la facevano sorridere a fior di labbra; se una sartina scutrettolava pei viali, guardando qua e là coll’occhio impaziente, in cerca di qualcuno mancato al ritrovo; se un giovane spuntava fra gli alberi, traendo dal sigaro dei lenti sbuffi di fumo quasi ad ingannare la noia di un prolungato aspettare; allora provavo una tenerezza strana, una commozione puerile, come se quella gente fosse venuta lí unicamente per farmi piacere, e non lasciarmi isolato nell’ansiosa situazione d’animo in cui mi aveva messo l’incontro di giorni fa.
Sentivo soprattutto e vedevo con lucidezza ammirabile un che misterioso da non potersi esprimere a parole, un’emanazione fragrante del suo bellissimo corpo, un riflesso, un’essenza eterea di esso che mi accusava, dopo tanti giorni, la presenza di lei in quel posto. La sabbia dei viali ne aveva trattenuto un vestigio coll’orma dei suoi piedini; l’erba, le foglie delle piante di fiori, che attorniavano le aiuole, ne avevano rapito qualcosa ai lembi della sua veste toccati mentre ella passava; l’aria intiera n’era impregnata; gli atomi luminosi da lei spostati nell’andare vibravano ancora!…
Capivo benissimo anch’io l’irragionevolezza di quest’esaltazione, e ne arrossivo e ne avevo dispetto; ma non trovavo modo di farla cessare. Spesso mi dicevo brutalmente:
– Imbecille! Mentre tu sogni e fantastichi e ti perdi fra le nuvole, chi ti assicura ch’ella intanto non si abbandoni fra le braccia di un altro, e non venda o non prodighi quella sua bellezza che ti fa mussare il cervello?
Ma mi pentivo subitamente del mio sconcio sospetto, e tornavo a tuffarmi in un’onda di fresche e vaghe imagini che pareva mi ringiovanisse, un misto di sentimentale e di sensuale molto difficile a definire.
A giorni infatti era soltanto il suo corpo, la sua bellezza fisica che mi eccitava la fantasia. Quelle forme perfettissime, indovinate sotto le compiacenti pieghe del vestito, la carnagione bianca, la pelle fine, la gola, il collo, mi davano le acute sensazioni di un’opera d’arte animata miracolosamente da un soffio di vita. Avrei voluto baciarla, ribaciarla, stringerla al seno e provare tutte le vertigini del suo divino contatto; avrei voluto, in un interminabile abbraccio, confondere il mio col suo organismo e vivere di un solo battito di cuore, di un solo respiro con lei. A giorni, invece, mi sentivo invadere lo spirito da una dolcezza pensosa. Mi sarebbe bastato rivederla e passeggiare con essa al braccio per quei viali che mi parlavano cosí efficacemente di lei. Saremmo andati attorno posatamente, leggendoci negli sguardi e nei sorrisi le piú riposte gradazioni dei nostri sentimenti. Ci saremmo fermati di preferenza nei punti ove l’ombra sarebbe stata piú fitta, ad ascoltare i susurri delle frondi e delle acque, a godere gli scherzi dei raggi solari sui rami degli alberi, sulle siepi, sulla sabbia dei viali, sui zampilli, sulle statue, sulle figure dei passanti; e ad ora tarda, ultimi ad uscire dal recinto dei giardini, avremmo ripreso la via pel modesto nido ov’ella passava le sue facili giornate, e dove io sarei andato in certe ore, come in un tempio, a rifarmi il cuore sconvolto da una giovinezza scapigliata.

Finalmente un giorno, quando meno me l’aspettavo, la rividi alla Posta. Non me n’ero accorto; mi ero accostato allo sportello sopra pensiero: ma il suono della sua voce mi scosse, e la guardai in viso tremante dalla gioia di rivederla e di aver appreso il suo nome. Ella, nell’andar via, mi fissò riconoscendomi, e rispose severa, o mi parve, con un cenno quasi impercettibile della testa, al saluto che io le feci. Stavo per accostarmele, ma mi avvidi in tempo che non era sola; un’amica l’attendeva dietro i cristalli dell’uscio.
Le scrissi: ero dolentissimo di averle forse lasciato nell’animo una cattiva idea di me pel modo di comportarmi in quel giorno; dopo averla attesa invano tutte le sere nel posto dove l’avevo incontrata la prima volta, osavo ora scriverle per pregarla del suo perdono; desideravo essere assicurato, a voce o in iscritto, di averlo ottenuto.

“Se Ella – conchiudevo – potesse immaginare gli effetti prodotti dal suo incontro nel mio cuore, non sarebbe certamente tanto crudele da non tornare almeno una volta, alla stess’ora, in quel viale dei Boschetti onde ridarmi in parte la tranquillità che da due settimane ho perduta.
Aspetterò ogni sera, fino a tardi, una celeste apparizione nella quale parmi stia chiuso tutto il segreto del mio avvenire.
È una fatua speranza? Saprò persuadermene subito”.

Attesi la risposta tre giorni, che mi parvero eterni. Ma quando potei baciare i suoi caratterini del piú bello inglese che io avessi mai visto, la mia gioia fu immensa.

“Quantunque la sua lettera mi sembri un pretesto – diceva la risposta – pure io debbo ringraziarla della gentilezza che mi usa. Non ho nulla da perdonarle. Conosco troppo la vita da lusingarmi o da indignarmi di quel che suole accadervi.
Perché rivederci?
Ella parla di tranquillità perduta, di apparizioni celesti!
Oh, è proprio troppo!
Arrestiamoci qui, ed ella non si curi piú di una persona che non ha nulla per meritarsi la sua benevola attenzione”.

Tornai a scrivere:

“Non mentisco, non esagero, e sono inconsolabile di non esser creduto. Quello che non può scorgere dalle fredde linee di una lettera, lo capirebbe subito dal mio accento, se si persuadesse ad accordarmi alcuni minuti di ritrovo in qualunque posto le aggrada.
Ella è per me circondata da una nube, come una dea degli antichi poeti; ha tutto l’incanto del mistero; e la fantasia lavora a rendermi sempre piú attraenti e piú care le ombre che la celano cosí invidiosamente ai miei sguardi.
Per “arrestarci qui”, com’ella dice, nulla è piú opportuno di diradare, almeno in parte, quella insidia che eccita il desiderio e mi fa concepire tante fallaci speranze.
Qualche franca spiegazione mi restituirebbe la pace, e terminerebbe per lei una persecuzione importuna che deve recarle fastidio.
Mentre le scrivo queste parole, il cuore mi batte accelerato e protesta contro una congiura, la quale intenderebbe rapirgli le piú belle gioie che da anni ed anni siano riuscite a commuoverlo.
Sono un po’ materialista. Credo vi abbia una profonda ragione fisica in questi turbamenti che l’influenza di un organismo fa risentire ad un altro. Perché fra cento donne, e tutte belle, una sola possiede la virtú di affascinarci e di sconvolgere in tal guisa l’ordinario andamento della nostra vita, da farci spesso terminare o in un delitto o nella pazzia?
Senza credere a delle segrete ed intime affinità, non si arriva a spiegar nulla; affinità della materia, che si risolvono nelle affinità dello spirito, e danno le fantasie, gl’ideali, tutte le mille gioie purissime dei cuori elevati.
Non arrivo quindi a persuadermi che tra lei e me tutto debba “arrestarsi qui”. Le circostanze sociali possono mettere degli insormontabili ostacoli all’unione dei corpi; ma nulla, proprio nulla, può impedire la inesauribile comunione di due cuori.
Ho bisogno di fantasticare, di sognare, di slanciarmi, sulle ali dello spirito, lontano, lontanissimo dalla balorda realtà che mi urta e m’irrita colla sua ignobile prosa.
Se sapesse come son ridiventato ragazzo in pochi giorni!
Se sapesse come le son grato di avermi strappato dalla noia, dalla solitudine di cuore in cui mi accasciavo da un pezzo!
Ma sia pure che tutto si “arresti qui!” Però non mi neghi la consolazione di persuadermene colla sua bocca. Dopo farò ogni sforzo per rassegnarmi alla mia sorte”.

E mentre la posta le recava la mia lettera, io quasi mi pentivo di averla scritta e inviata. Con che leggerezza andavo incontro a una relazione, di cui dovevo anticipatamente calcolare tutte le possibili conseguenze!
Come poesia, come arte in azione, sí, stava benissimo. Di tanto in tanto il cuore e lo spirito hanno bisogno di simili scosse, di una ginnastica morale che loro snodi le giunture e li rimetta in quell’agilità di forze attutita dal lungo riposo…
Ma se ciò che mi sembrava difficile fosse diventato facilissimo? Ma se quella donna, vinta, mettiamo, dalla mia insistenza, sedotta dai bagliori di un amore che usciva dalle forme comuni, lusingata da speranze che le mie parole avevano imprudentemente fatto intravvedere, fosse finalmente venuta ad abbandonarmisi tra le braccia a lei tese con spensieratezza suprema? Se vi fosse venuta rompendo altri legami, abbandonando piú sicure speranze, sacrificando ad un’illusione il suo nome, la sua felicità presente, il suo avvenire, ogni cosa? Che avrei allora fatto? Quale responsabilità non mi sarei assunta? Ero forse sicuro di mantenere quel che le mie calde parole promettevano senza esplicitamente spiegarlo?
Non mi accumulavo una larga messe di noie, di impacci, di dolori, di disinganni?
Ma chiudevo gli occhi, mi stringevo alle spalle e lasciavo fare al cuore; ero troppo esaltato da dar retta alla ragione. E forse è bene che l’uomo sia cosí! Senza questa irragionevolezza di certi giorni, la vita correrebbe troppo uniforme, troppo noiosa; e molte cose grandi, e tutte le cose belle rimarrebbero spesso nell’oscurità del nulla, da cui soltanto la passione le fa sbalzare alla luce.

Venne. La scorsi da lontano, in fondo al viale, e le mossi incontro quasi trepidando. Avevo le puerili esitazioni del primo amore.
I polsi e le tempie mi martellavano con violenza.
Era anch’ella un pochino turbata; la sua mano infatti tremava.
Le diedi braccio e andammo un pezzetto silenziosi, guardandoci negli occhi, con quel sorriso che monta alle labbra quando ci troviamo impacciati e non sappiamo che dire, forse perché abbiamo troppe cose da dire.
In tali casi è sempre la donna quella che mostra piú spirito.
– Mi avvedo – ella disse – di aver avuto torto a dar retta alle sue insistenti sollecitazioni. Da lontano si è piú liberi e piú forti!
– Grazie, signora! – feci io. – Non si penta di un’opera buona.
– Ebbene – ella riprese – che vuole da me?
– Poco, nulla!… Se fosse possibile… essere riamato!
– Dica tutto! – ella esclamò sorridendo. – E quando l’avessi riamato?
– L’amore è fine a se stesso.
– Forse nei cieli; ma in terra…!
– Osservi – le dissi; – a trentadue anni mi vede impappinato come un meschino collegiale. Questo può darle la misura dell’affetto che provo per lei -.
E dopo una breve pausa soggiunsi:
– Sono libero, solo, non ho parenti e possiedo una discreta fortuna. Faccio una vita ritirata, un po’ studiosa; ma piú volentieri ozieggio fantasticando, contento di osservare il mondo a traverso una nebbia la quale gli dà sovente l’aspetto di un’apparizione che si dissolve, e rassegnato a veder arrivare la volta che dovrò dissolvermi anch’io. Il suo incontro mi ha destato da un sonnambulismo che suol essere l’ordinaria condizione del mio spirito, e mi ha richiamato alla gioconda realtà della vita. Son lieto di sapere che c’è ancora al mondo qualcosa che può farmi amare e sperare… Mi sono ingannato? Sotto a questo nostro incontro nascondesi forse una delle solite e terribili ironie del caso che uccidono gli animi fiacchi? Non lo capisco ancora e, quasi, non vorrei mai capirlo.
– Ho marito! – ella rispose sospirando e chinando il capo addolorata.
– Che importa? – feci io.
– Il mondo è crudele! – ripigliò. – C’impone dei doveri che potrebbero dirsi una violazione della natura, e il pudore spesso ci fa vittima perfino nostro malgrado. Non mi pare di esser brutta; molti mi hanno ripetuto preciso il contrario. Prima e dopo della legale separazione da mio marito, che io dovetti domandare, sono stata spesso circondata da tentazioni superiori alle deboli forze di una donna; e benché in questo momento sia proprio sicura di non esser creduta, soggiungerò che son uscita tremendamente abbattuta e straziata sí da quelle lotte del cuore, ma vittoriosa; anche quando mi sarei facilmente rassegnata a rimaner vinta!… Non glielo dico né per orgoglio, né per artifizio di donna.
– Oh le credo! – risposi.
– Sarò franca; è mio costume. E comincerò dal confessarle che non sono qui venuta per mera cortesia, o per cedere soltanto a un impulso di curiosità femminile. C’è un altro sentimento che io non so come chiamare, (è cosí incerto e confuso!) il quale ha lusingato il mio spirito e mi ha spinto a porgere facile orecchio al suo invito. Ho capito appena qui giunta, e gliel’ho detto subito, che ho fatto male a venire.
– Invece ha fatto benissimo!
– Le sue parole dell’altra volta, il persistere a ricordarsi di me dopo tanti giorni, le sue lettere che mi rivelano un animo gentile e troppo aperto a dei sentimenti che non sono piú di moda, hanno naturalmente fatto impressione nel mio cuore. Piú che ogni altra donna e per la condizione in cui mi trovo io sento un bisogno di continui conforti. Illusioni o realtà, non mi confondo a discerner bene quello che mi si presenta a consolarmi. L’unica realtà che io cerchi è la mia consolazione, la soddisfazione di un bisogno ineffabile che mi agita e mi fa soffrire; e spesso non è davvero l’illusione quella che sappia meno soddisfarlo.
– Come son lieto – le dissi – di sentirla parlare a questo modo!
– Non si imagini nulla che possa secondare qualche suo desiderio; si troverebbe ingannato.
– Le giuro – risposi (e in quel momento ero sincero) – che i miei desideri, le mie speranze non vanno piú in là di quello che ora mi si concede.
– Oh! Si dice sempre cosí!
– Avrà la conferma del fatto.
– Non è un uomo lei?
– Ma un po’ diverso dagli altri.
– Ecco, dunque: ho assecondato il suo desiderio, son venuta, le ho detto forse piú di quello che non avrei dovuto dirle; non rimane che separarci da buoni amici e… dimenticarci.
– Perché dimenticarci?
– Perché sarebbe meglio. Non le pare?
– Ma se fra noi due non può, come lei dice, esservi luogo per l’amore, potrebbesi invece trovar un posto all’amicizia.
– L’amicizia tra un uomo ed una donna si riduce ad un amore che ha vergogna di mostrarsi a viso aperto, ed io ho in uggia gli equivoci.
– Cediamo dunque al destino! – dissi fermandomi.
E presi tra le mie le sue mani e la guardai fisso nelle pupille, con le labbra atteggiate a un sorriso di speranza ed esprimendo cogli occhi un’intensa preghiera.
– Ed è cosí ch’ella è diverso dagli altri! – esclamò tentennando amaramente la testa e alzando gli sguardi al cielo.
– Interpreta male le mie intenzioni!
– Interpreto giusto! –
E riprese il mio braccio.
– Non ci vedremo piú – mi disse dopo con accento commosso. – Ella tornerà alle tranquille occupazioni della sua vita; io… alle noie ed alle lotte della mia. Ciò che mi fa rifuggire da un legame, creda, è un puro calcolo. Se io ora cedessi alle sue premure, se credessi alle sue proteste, non farei che prepararmi un disinganno crudele. Un mese, due mesi, sei mesi, un anno! E poi tutto sarebbe finito, e l’apparizione celeste diventerebbe un fantasma intollerabile. Non vi è peggiore umiliazione pel nostro amor proprio: è una ferita che non sana. Ho ragionato sempre cosí quando il cuore ha tentato di trascinarmi dietro le seducenti appariscenze di una felicità che mi si faceva brillare vagamente sotto gli occhi; e il ragionamento mi ha salvato. Parlo schietta: non mi faccio piú virtuosa di quel che sono. Forse non ho ancora avuto occasione di provare una di quelle passioni che non dan campo a ragionare, e quando verrà, gliel’assicuro, non me ne lagnerò; ma intanto la sfuggo. Bisogna mi colga all’improvviso, alla sprovveduta!
– Ma se tutte le donne la pensassero come lei – interruppi scherzando – che sarebbe del mondo?
– Ciò che salva il mondo – rispose – è che si predica bene e si razzola male. Io stessa, forse, non isfoggio in questo momento tante belle teoriche che per giustificarmi dell’inconseguenza di esser qui venuta.
– Senta – dissi; – lei ragiona troppo! Ami invece! –
E strinsi il suo braccio col mio.
Restò a capo chino, come assorta improvvisamente in una riflessione penosa.
– Ami! – le ripetei all’orecchio.
– No! – disse, sciogliendosi dal mio braccio e passandosi le mani sulla fronte.
Si era fatto tardi senza che ne fossimo accorti. Il viale era deserto; i lampioni brillavano qua e là fra i tronchi e i rami degli alberi come pupille investigatrici di ciò che può avvenire nelle ombre notturne; e il rumore delle acque del canale daccanto faceva meglio avvertire la solitudine e il silenzio onde eravamo circondati. Di tanto in tanto il sordo strepito delle carrozze e degli omnibus, che si accresceva o si affievoliva secondo l’avvicinarsi o lo scostarsi accelerato, rammentava che a cento passi di distanza le vie della città formicolavano ancora di gente.
– Abbia l’amabilità di accompagnarmi un pochino – ella mi disse avviandosi verso il Naviglio. – Come passano presto le ore!
– Mi promette che ci rivedremo? – feci prendendole una mano.
– Non insista – rispose. – Rimanga colle impressioni che ha ricevuto finora. Forse, conoscendomi meglio, mi troverebbe molto diversa da quel che si è imaginato: e lo stesso probabilmente sarebbe per me. Ci scapiteremo tutti e due.
– Rivediamoci! – ripetei. – Sento che l’amo di piú dopo di averla conosciuta da vicino: l’istinto del cuore non mi ha ingannato.
– Abbiamo scherzato col fuoco – ella disse ridendo: – non ripetiamo lo scherzo -.
Per un buon tratto rifacemmo la stessa via del giorno in cui le andai dietro la prima volta.
L’incertezza ov’ella mi teneva era quasi piú dolce del sí che avrei voluto strapparle.
– Addio, signore – disse fermandosi: – mi lasci ora andar sola.
– Ubbidisco – risposi, – ma però non mi tolga affatto la speranza.
– Addio! – replicò sorridendo.
E fino alla sera dopo io non vissi che di quel sorriso.

Era davvero divisa dal marito, e non per sua colpa?
Era davvero rimasta sempre vittoriosa di tutte le seduzioni che dovevano, cosí bella e sola, circondarla da ogni parte? Era stata proprio sincera parlando a quel modo?
Queste interrogazioni mi si affacciavano ripetutamente allo spirito, ma non volevo fermarmici su per trovar loro una risposta.
Ho sempre amato un che d’indefinito, di digradato, di incerto nei sentimenti e nelle cose, e son riuscito per questo poco adatto agli affari. Possiamo noi forse, colle nostre indagini, toccare proprio il fondo della realtà? Non avviene, nel passaggio dai sensi allo spirito, un alterarsi, un modificarsi, un trasformarsi dell’impressione del di fuori per cui spesso vediamo non già quello che è, ma quello che ci pare, il contrario?
Dall’altra parte in ciò che io provavo riguardo a lei non c’era evidentemente nulla di preciso e di determinato. Se ella non avesse avuto il marito? Se fosse stata una donna che non trovavasi piú alla sua prima relazione? Se, illuso da una vernice di gentilezza, di cultura e di eleganza io non avessi capito quello che altri avrebbe compreso di primo acchito, cioè ch’ella era una delle solite pericolose femmes de proie, come le dicono i francesi, nelle quali un’arte sopraffina simula le piú squisite, le piú pudiche ritrosie della virtú per irretire gli allocchi?
Che cosa sarebbe avvenuto allora del mio povero cuore, delle fervide espansioni di un amore che viveva di rugiada, tra cielo e terra, quantunque avesse i suoi quarti d’ora nei quali sarebbe rimasto molto volentieri sulla terra?
Ma io mi seccavo di tante supposizioni, di tante indagini, e lasciavo correre. Amavo! Mi bastava.
Amavo infatti da amatore, da dilettante. Succedeva da qualche giorno dentro di me uno strano e delizioso sdoppiamento dello spirito; metà di esso subiva gli incanti della passione, metà stava ad osservare, e spesso chi godeva di piú era la metà che faceva da spettatrice tranquilla. Ciò intanto non impediva la spontaneità degli slanci e delle esaltazioni dell’altra.
Forse vi era un che di artificiale in tutto cotesto rimescolarsi di sentimenti. Un lavorio della imaginazione, combinando alla sua guisa e sviluppando sensazioni, impressioni, sentimenti vecchi e dimenticati, ricostruiva di bel nuovo il mondo fresco e sorridente della giovinezza e mi dava un’illusione simile a quella del miraggio del deserto, che si sposta a seconda del punto di vista del viaggiatore. Ora io vedevo innanzi a me quel che già mi sembrava fosse rimasto alle mie spalle.
E poi, che giovava preoccuparsi di quanto poteva avvenire? Tanto, non era in mia mano l’impedire che avvenisse. Volevo quindi andar spensieratamente incontro all’ignoto; era un viaggio divertentissimo benché pieno di pericoli.
Maritata o no, donna di mondo o femme de proie, vi era infine in lei una cosa innegabile e indiscutibile: la bellezza. Quando la natura si perde tutt’intiera nella creazione di un corpo perfetto (e il suo era tale) non ha mica tempo di confondersi molto col resto. Una linea di quel corpo equivale benissimo al cuore; un’armonia di quelle forme equivale senz’altro allo spirito; una bella e forte sensazione non la cede in nulla al piú bello e piú generoso dei sentimenti.
Pensavo tutte queste cose alla rinfusa e non mi fermavo a lungo e in particolare su nessuna. Avevo ancora nell’orecchio l’armonia della sua voce, provavo ancora il blando tepore della sua mano e del suo braccio; e a traverso i globi azzurri del fumo della mia sigaretta di lathachié scorgevo intanto qualcosa di luminoso, di sorridente, che poteva anche esser l’effetto del tabacco orientale voluttuosamente aspirato, e non era per questo meno amore e meno ideale di qualsivogliano amori e ideali di piú alta provenienza.
Per due sere di seguito non venne; le scrissi e non rispose. La terza sera, quando già cominciavo a disperare di rivederla, me la sentii alle spalle, col suo passo lesto e cadenzato. Piovigginava. Le gocce dell’acquerugiola facevano un rumore gradevole tra le foglie degli ippocastani. Il sole, prossimo a tramontare, dorava di un colore rosso ranciato le frondi degli alberi che, trasparenti, lucidissime, stillanti, parevano proprio di smeraldo. Per l’aria rinfrescata errava diffuso l’odor speciale che si leva in primavera, dal terreno inzuppato dalla pioggia.
– Mi aspettava? – ella disse, mostrandosi sorpresa di trovarmi.
– Sicuramente – risposi stringendole forte la mano.
– Come è buono!
– La pioggia aumenta – soggiunsi offrendole il braccio; – verrà giú un rovescione. Andiamo a ripararci nel Caffè dei Giardini; saremo soli, solissimi; potremo ragionare a bell’agio.
– Abbiamo ben poco da dirci! – ella fece, chiudendo il suo ombrello per prendere il mio braccio e reggere con l’altra mano il lungo strascico della veste.
Nel Caffè dei Giardini c’era soltanto un vecchietto. Avrei voluto, entrandovi insieme a lei, far rivolgere almeno un centinaio di occhi su noi; avrei voluto sentire quel mormorio di ammirazione e vedere quei sorrisi di piacere che l’aspetto di una bellissima donna suol sempre produrre al suo primo apparire in un salone.
Oramai quella donna in qualche modo mi apparteneva, e credevo di avere un po’ il diritto di insuperbirmi della sua bellezza come di qualcosa di mio.
La conversazione fu piú sentimentale, piú vaporosa dell’altra volta. Ella era contenta di vedermi già savio. Finché duravo cosí, quelle scappatelle da giovani innamorati potevano continuare. Come non appagarsi di una felicità modesta, soave, che trovava nella sua stessa natura una guarentigia di durata?
Io sorridevo, dicevo di sí; ma gli leggevo nell’intonazione della voce e negli occhi qualcosa di simile a quello che sentivo accadere nel mio interno, e raffrenavo la gioia.
Non avrei saputo dire perché, ma mi sembrava che le parole della nostra conversazione esprimessero quel giorno preciso l’opposto di quello che valevano nel loro ordinario significato. Piú intendevamo dirizzare le ali per l’alto, e piú mi pareva si radesse terra terra. Parlando di unione di cuori, mi sembrava che di accordo volessimo sottintendere; corpi; parlando di sentimenti ineffabili, eterni, mi sembrava evidentemente parlare di sensazioni ineffabili sí, ma fugaci, alle quali ci pareva mill’anni non poterci inaspettatamente abbandonare, senza dirci una parola, come trascinati nostro malgrado.
Che pause eloquentissime! Che sorrisi accompagnati da tentennamenti espressivi del capo, quasi per dire: guarda un po’ come si va di carriera!
E intanto ella parlava di mille piccole cose, del tempo, della pioggia la quale non voleva piú smettere, della sorella con cui viveva e dei suoi vasi di fiori; ed io progettavo una passeggiata alla Certosa di Garignano e a un mio villino in quei pressi; ed ella rispondeva di no, specie pel villino di cui, diceva, era molto giusto diffidare. Voleva che il nostro piccolo sogno di amore non si allontanasse mai e poi mai dal ristretto orizzonte dei viali dei Boschetti e dei Giardini Pubblici. Fiore delicatino, sarebbe subito appassito a trapiantarlo in terreno e sotto clima diversi. E poi, m’imaginavo forse che quel sogno dovesse durare molto a lungo? Oibò! Mi sarei presto annoiato, stancato; già ella mi secondava unicamente per provarmi che aveva ragione a diffidare di piú larghe profferte e di dichiarazioni piú solenni.
– Che brutta cosa è la vita! – conchiudeva sospirando.
Ma un sorriso gli lampeggiava a un tratto sulle labbra e negli occhi, e pareva dicesse all’opposto: – Com’è bella cosí la vita!
Ed io internamente esclamavo di conserva: – Divina! Divina!-

Da quel giorno in poi ci rivedemmo regolarmente con un’assiduità che non diminuiva affatto il piacere di ogni nuova passeggiata. Parlavamo meno che mai di qualunque progetto sul nostro avvenire. Ma annoiarci? Stancarci? Non se ne scorgeva l’ombra di un indizio. E cosí la Cecilia diventava di grado in grado meno diffidente, piú espansiva, e le nostre passeggiate si prolungavano sui bastioni di Porta Nuova fino a Porta Garibaldi. Una volta rientrammo tardi per la via Principe Umberto e per la via Manzoni. La serata era stata dolce; un magnifico lume di luna faceva impallidire le fiammelle del gas; la gente andava attorno allegra, chiassosa, contenta di godersi, dopo molti giorni di pioggia, una vera serata primaverile. Avevamo tanto ciarlato e tanto riso anche noi come due veri ragazzi! Ed ora camminavamo muti, raccolti, governati intimamente da una tristezza soave e tenevamo, quasi senza avvedercene, la mano dell’una stretta in quella dell’altro con pressione tenera e casta, da nuovi sposini.
Passando parecchie volte per la via Manzoni, innanzi alla casa ove abitavo, io le avevo sempre indicato con piacere i terrazzini delle mie stanze.
– Son belle? – mi aveva chiesto una volta.
– Perché non viene a vederle? – le avevo subito risposto.
Ma ella aveva affrettato il passo, dicendo di no.
Quella sera, come al solito, ci fermammo innanzi al portone e con un semplice accenno degli occhi le chiesi, per grazia, di salir su. Esitò sospettosa e la rassicurai collo sguardo.
Forse, se avessi pronunciato una parola, ella non si sarebbe indotta a salire; ma quel linguaggio intimo, intenso, che pareva non potesse celare una menzogna perché veniva diritto dal cuore senza l’intermediario della voce, corrispondeva tanto bene in quel punto allo stato dell’animo nostro, ch’ella sorrise languidamente quasi le fosse impossibile opporre della resistenza e fece il primo passo per entrare.
Montammo le scale lenti, a capo chino. Dal suo respiro indovinavo che il cuore doveva batterle con l’uguale violenza del mio. Come siamo sciocchi e ridicoli in certi momenti della vita!
Entrò guardando attorno, quasi spaurita di aver osato venir su. Nel salotto non volle sedersi, e rimase in piedi accanto al tavolo di mezzo, con una mano appoggiata sur un album e tenendo l’altra sospesa come preparata a respingere un assalto.
Io accendevo tutti i lumi e volevo perfino accendere la lumiera; il salotto doveva risplendere a festa pel gran ricevimento della serata. Poi me le appressai, battendo le mani dalla gioia, e le chiesi che gliene sembrava.
– Bello! – esclamò un po’ distratta.
– Visiti ora le altre stanze – le dissi porgendole il braccio.
– No – rispose – mi basta: andiamo via.
– Cosí presto?
– È già tardi.
– Si segga qui un momentino – feci, tentando di prenderla per la mano onde attirarla presso una poltrona.
– No! no! – esclamò con voce soffocata, incrociando le dita e mettendo tra lei e me il tavolo sovraccarico di gingilli chinesi.
Quest’atto di paura mi fece capire che significasse lo stordimento e l’affluire del sangue al capo che provavo in quell’istante. Dovevano certamente lampeggiarmi negli occhi le mille cupidigie che l’influenza del ristretto ambiente del salotto mi aveva all’improvviso destate. Ebbi vergogna ch’ella sospettasse potessi io usarle violenza in casa mia; e benché mi passasse un istante per la mente l’idea che quella paura poteva anch’essere uno dei tanti gestri del pudor femminile i quali vogliono ordinariamente esser intesi all’incontrario, pure preferii di parer un po’ semplice, e con un accento da cui traspariva l’emozione: – Cecilia! – dissi – non dimentichi di trovarsi in casa d’un gentiluomo!
– Grazie – rispose stendendomi la mano e stringendo con riconoscenza la mia. – Ma… – soggiunse – la prego, andiamo fuori!
La precessi col lume.
Ella non parve pienamente rassicurata che quando fu sul pianerottolo. Lí riprese il suo sorriso, la sua vivacità e scese le scale lesta come un augellino che saltelli fra i rami.

Non aveva mentito. Scopersi per caso che un mio amico conosceva il marito, lei, la sua famiglia e lo interrogai destramente. Era di buona nascita e aveva ricevuto un’educazione raffinata. Indotti da improvvisi rovesci di fortuna, i parenti la sposarono a un ricco piú vecchio di lei, un uomo brutale e vizioso con cui poté stare insieme appena sei mesi. Morti i genitori, conviveva al presente con la sorella, vedova di un impiegato governativo. Il marito, intrigato in brutti affari di speculazioni equivoche, era fuggito in America; ma libera e senza lo spauracchio di una vendetta minacciatale spesso da quell’uomo brutale, ella non aveva mai dato nulla a ridire sulla sua condotta.
– Però – conchiuse l’amico – non sarei niente sorpreso di sentire un giorno o l’altro che sia anch’essa caduta: ha troppo cuore quella donna ed ha troppo sofferto; e la fortezza del carattere non sempre riesce a scacciar via le tentazioni di fuori e quelle di dentro, che son le piú pericolose perché ne diffidiamo assai meno -.
Di primo lancio, apprendendo che non aveva mentito, provai una grande allegrezza; indi a poco a poco cominciai a riflettere sulla serietà di quel che stavo per fare. Ma quando la rividi e mi parve che lo splendore della sua bellezza fosse quasi offuscato da un raggiare mite e soave proveniente dalla bontà affettuosa e rassegnata scoperta nel suo carattere, sentii divamparmi piú forte nel petto il fuoco dell’amore destatovi da lei.
Fui piú dimesso, piú gentile, piú premuroso; la trattavo, senza volerlo, come una di quelle convalescenti che hanno bisogno di cure minute e continue, da prevenirne i desideri, da indovinarne i capricci; e rimanevo ammaliato anch’io dall’incanto che scaturiva da questa nuova fase della nostra relazione. Ella n’era commossa e nello stesso tempo atterrita. Ne capiva meglio di me le conseguenze e avrebbe voluto evitarle; ma si sentiva oramai raggirata da un vortice che la trascinava rapidamente via e che l’avrebbe inghiottita.
Avevamo fatto dei giardini pubblici il nostro nido: non ci passava per mente di allontanarci di lí. Vi eran dei viali che ci sembravano esclusivamente nostri, quasi parte di noi stessi: delle piante, delle aiuole, dei punti di veduta che, ammirati le cento volte, entravano come elementi necessari nella vita spirituale dei nostri cuori, e piú non sapevamo come poterne far di meno. Una sera che provammo ad andar diritto, fuori Porta Venezia, lungo il viale di Monza, non riuscivamo a raccapezzarci; provavamo qualcosa che c’impacciava; non ci sentivamo piú intimi come nei giardini; e quando ci persuademmo di tornare indietro e trovammo chiusi i cancelli, girammo silenziosi attorno ad essi fermandoci ad osservare dietro le sbarre di ferro. Le ombre della notte erano dense; gli alberi stormivano leggermente; i zampilli tacevano; di tratto in tratto mostravasi tra le cime degli alberi qualche strappo di oscurità e un po’ di cielo stellato faceva risaltare sur un fondo scuro e diafano i neri frastagli delle frondi.
Avevamo il cuore oppresso; ci agitava un vago rimorso; da quel silenzio, da quell’ombre partivasi un misterioso pispiglio di rimproveri: chi sa se domani vi avremmo trovato nuovamente le nostre sensazioni di tutti i giorni!
E ci fermavamo e ci stringevamo l’una al braccio dell’altro, quasi per rimpiangere con quella stretta una felicità perduta; ed io ricercavo la sua mano ed ella me l’abbandonava come suol farsi nei momenti di grave dolore.
– Eccoci scacciati dal nostro piccolo paradiso terrestre! – disse la Cecilia con voce che tremava delle strane emozioni di quel momento.
– Oh mia Eva! – risposi, pronunciando quest’esclamazione con una serietà e con uno slancio che in altra occasione mi sarebbero parsi ridicoli.
E le girai un braccio attorno il busto, e stringendomela al cuore le impressi ripetutamente i primi baci sulla fronte.
Ella taceva come venuta meno, agitata per tutto il corpo da un ineffabile fremito.

Gustavamo una quasi fisica voluttà nell’indugiarci con arte inconscia un momento che tutti e due eravamo certi dovesse finalmente arrivare.
La Cecilia diventava sempre piú triste: mi guardava con quella occhiate lunghe e piene di tenerezza cosí speciali alla donna, ove si leggeva: – Tu mi farai del male, ma per questo non posso né voglio amarti di meno! –
Io evitavo ogni parola, ogni frase che potesse sembrare un accenno a quel che stava per accadere, e lasciavo che il caso, una piccola circostanza imprevista assumesse l’ufficio della gocciolina che fa traboccare la tazza già ricolma fino agli orli.
Ma, come al solito, la donna fu piú schietta e nello stesso tempo piú coraggiosa.
Un giorno che io parlavo dell’eternità del nostro amore: – T’inganni – mi disse; – esso non fu mai cosí prossimo a finire come in questi momenti che tu ti compiaci di crederlo eterno!
– Perché mai? – chiesi stupito di sentirla parlare a quel modo.
– Perché la prova – rispose mestamente – sarà infallibile e breve… Ma è meglio non pensarci!
– No, non può essere! – dissi. – Credi dunque che io mentisca?
– È il cuore – replicò – è la natura che verrà meno! Siamo entrambi in buona fede.
– Vedrai!
– Oh! Vedrai! –
Quel giorno i giardini erano tuttavia illuminati dal bel sole dei primi del giugno. Brillava, cantava attorno una gran festa di luce, di colori, di sussurri che faceva bollire il sangue ed eccitava le menti.
In che maniera ci trovammo, da lí a poco, a salire le scale di casa mia? Non lo saprei dire davvero.
Appena passato l’uscio, la strinsi tra le braccia e la baciai sulla bocca, esclamando:
– È l’investitura del tuo regno! –
Sorrise triste, incerta, ma non rispose nulla.
Entrò in salotto con un incredibile abbattimento sul viso: le pupille nuotavano nelle lagrime che non si decidevano a venir giú.
Io ero piú commosso di lei, ma in un’altra guisa.
Le stavo attorno pregandola cogli sguardi di non mostrarsi cosí, e intanto l’aiutavo a cavarsi i guanti e il cappello.
– Che sbaglio stiamo per fare – esclamò.
E nello stesso punto abbandonossi singhiozzando tra le mie braccia e mi coperse di baci

Il giorno appresso le mie stanze mi parvero un giardino improvvisamente fiorito sotto la bacchetta di una fata. Ella andava, veniva, sorrideva, mi interrogava, mi faceva delle proposte per disporre meglio certi mobili, mi parlava di tanti piccoli nulla che pel suo genio di donna avevano una grande importanza; ed io non sapevo persuadermi fosse quello il primo giorno ch’ella stesse con me ed abitasse la mia casa. C’era dappertutto un nuovo colorito vivace, chiassoso che mi abbagliava: c’era un profumo soavissimo che deliziava le narici e penetrava fino all’anima; c’era una musica paradisiaca, come di un’orchestra invisibile, destata dal voluttuoso fruscio della sua veste di seta: mi pareva strano, quasi impossibile che tutte queste cose non ci fossero mai state fino allora!
Presi per mano, andavamo in salotto senza sapere perché; tornavamo addietro girando per le altre stanze, fermandoci innanzi un quadro, una stampa, un gingillo di porcellana, cosí spensierati, cosí contenti, cosí felici da non metter fuori nemmeno un’esclamazione per dircelo a vicenda con un semplice monosillabo. Parlavano piú efficacemente, piú profondamente gli sguardi; e quando essi non bastavano aiutavano i baci. Che baci, Signore Iddio! Che baci!
La sua stanza da letto fu adornata come un piccolo santuario dell’amore: tutta cortine candidissime, tutta ombre e frescura, pareva, entrando, prendervi un bagno vivificante di giovinezza e di felicità. Come ero superbo di quel santuario cosí elegante e civettuolo, intorno al quale avevo speso tante cure meticolose quasi si fosse trattato di un’opera d’arte! E come ero beato di vederla il mattino uscire di lí avvolta nel suo bianco abbigliamento da toeletta, con la cuffiettina da notte che ratteneva a stento i capelli disciolti, coi nastri di essa che le svolazzavano per le spalle e sul petto, e coi piedi entro le microscopiche pantofoline rosse che affasciavano di quando in quando la punta sotto gli orli della veste come due linguette di serpenti! Pensavo alle belle apparizioni delle dee antiche sognate dai greci e sentivo diffondersi per l’aria attorno un odore soavissimo come di cosa sovrumana.
Per piú settimane i limiti del nostro quartierino segnarono per noi gli estremi confini del creato!

Vi era intanto un che di austero in quel sogno di amore!
Cecilia, benché si sforzasse di non mostrarmelo, provava in tanta felicità una tristezza che giornalmente diventava piú intima e piú profonda. I suoi occhi avevano spesso degli sguardi di un abbandono inesprimibile; sulle labbra le appariva frequente un sorriso che toccava il cuore come un rimpianto. Non era, lo capivo, a una felicità sparita che rivolgevasi quell’indefinito sospiro dell’anima; ma ad una felicità che le pareva fuggisse via di mano in mano che ella si accorgeva diventasse piú intensa. E questo metteva nella nostra vita un’intonazione elevata, austera che me la rendeva piú cara.
La mia stanza da studio fu adornata per suo consiglio di vasi di fiori. Rimpetto al tavolo dove leggevo o scrivevo, ella situò il suo tavolino di lacca intarsiato in madreperla, col cestino del lavoro e qualche libro; e sedeva lí sur una poltroncina bassa, covandomi coi suoi sguardi e coi suoi sorrisi pieni di un sentimento di premura quasi materna, di qualcosa insomma che trascendeva qualunque straordinaria espressione di amore.
Spesso mi levavo dal tavolo, andavo a sedermele accosto per terra e, la testa sui suoi ginocchi, le domandavo con un gesto delle labbra la mia elemosina di baci. Altra volta era lei che mi s’avvicinava in punta di piedi per dirmi dolcemente all’orecchio
– Maurizio, ti affatichi troppo!
E mi distraeva dallo studio coll’accarezzarmi e col baciarmi.
Ingrati come tutti gli amanti, non ritornammo piú ai giardini pubblici, non ne parlammo nemmeno una volta. Ella si chiuse in casa pari a quelle femmine di uccelli, che nel tempo della cova non abbandonano mai un solo momento il lor nido e vi son nutrite dal maschio che va in busca di preda. Non voleva piú veder nessuno, nemmeno la sorella; tutto il suo mondo era circoscritto in quelle nostre stanze; che le importava del resto?
Mi pregava intanto di non sacrificarmi per lei. Amici, conoscenze, relazioni sociali, tutto dovevo coltivare come prima, senza mutare un’abitudine, senza venir meno a un dovere, senza mancare a una convenienza!… Per carità, non la facessi accorta che mi fosse già diventata un impaccio!… Pur troppo questo momento sarebbe arrivato! Che arrivasse almeno il piú tardi possibile!
Tanta insistenza a dubitare dell’avvenire m’irritava un pochino e mi costringeva mio malgrado a riflettere.
Ero forse mutato? No.
Provavo dei sintomi di stanchezza e non mi accorgevo di mostrarli?
Neppure per ombra.
La Cecilia, conosciuta intimamente, superava perfino l’ideale che me n’ero formato al solo vederla.
Ma quel suo lamento rassegnato mi feriva. In confuso capivo forse anch’io che qualcosa di ciò che ella prevedeva dovesse finalmente avvenire; ma m’illudevo volentieri e m’ostinavo a credere che invece non sarebbe punto avvenuto.
– Perché sempre cosí triste? – le dissi un giorno. – Mi fai soffrire!
– Io triste? – rispose sorridendo, ma in maniera che il sorriso ne smentiva le parole. – Non son mai stata tanto felice!
– Temi sempre che il nostro amore…
– Chi ama teme! – m’interruppe. – Però tu mi hai giurato che il giorno in cui ti accorgeresti di non piú amarmi, saresti tanto generoso e leale da dirmelo subito.
– E lo torno a giurare.
– Del resto poi non aspetterò che tu me lo dica; lo saprò anche prima che tu stesso abbia coscienza del mutamento avvenuto. Con una donna che ama davvero è cosa inutile il mentire -.
E sorrideva. Intanto le tremava la voce e aveva gli occhi imbambolati.

Divenne, e mi pareva impossibile, piú tenera, piú espansiva. Sentivo nei suoi baci come un furore di affetto. Dalle sue carezze traspariva una smania, un tormento di volerne esaurire tutt’intera la dolcezza e uno scontento di non riuscire. Spesso mi chiamava a nome due, tre volte di seguito, unicamente pel piacere di pronunciare: “Maurizio! Maurizio!”
– Matta! – le dicevo abbracciandola, e battendole sulla guancia colla punta delle dita, quasi per castigarla come una bimba cattiva.
Insomma sembrava avesse fretta di godersi una felicità che vedeva dileguarsi a poco a poco.
Io intanto vivevo tranquillo. Non scorgevo nei miei sentimenti e nei miei modi nessun mutamento. Naturalmente mi trovavo assai piú calmo; lo stato di esaltazione febbrile non poteva durare in perpetuo; ma quel godimento sereno, sempre uguale che vi era succeduto, mi sembrava piú dolce, piú intimo e per conseguenza piú duraturo. Le smanie della Cecilia, le sue tenerezze eccessive m’inquietavano stranamente, come un cattivo presagio. La rimproveravo con un accento che sembrava preghiera; e in seguito mi stizzivo di non averla rimproverata con bastante energia; quella fiacchezza di rimproveri mi sembrava un delitto dalla mia parte.
– Tu hai pianto! – le dissi un giorno, sorprendendola cogli occhi rossi e asciugati malamente in fretta nel sentirmi rientrare in casa.
– No – rispose; – ho dormicchiato sulla poltrona; ho un po’ di emicrania -.
Mi appagai di quella risposta; ma rimasi inquieto fino a sera.
Perché m’ero appagato? Non ero forse sicuro che la Cecilia aveva voluto nascondermi la verità? Sí, ella aveva pianto! E non mi era passato pel capo di dirle una parolina sola di conforto. Ingrato! Ma non trovavo il verso di riparare al mal fatto.
Era un po’ dimagrita da qualche tempo in qua, e un po’ pallidina. Mi persuasi dopo alcuni giorni che doveva dormir poco.
Una notte fui di un tratto svegliato da un fruscio di veste nella mia stanza. Apersi gli occhi con un senso d’indefinito terrore, e vidi la Cecilia accoccolata sul tappeto accanto al mio letto, coi capelli sciolti sulle spalle, colle mani aggrappate attorno un ginocchio, gli occhi spalancati, immobili sopra di me, le guance irrigate da lagrime che scorrevano silenziose.
– Dio mio! Cecilia, che fai? – le dissi.
E tentavo rimoverla da quella posizione attirandola per un braccio verso di me onde spingerla a levarsi.
– Lasciami star qui! – rispose, – lasciami star qui, te ne prego!
– Ma ti ammalerai! Sei fredda! Cecilia!
– Lasciami stare! –
Non rispondeva altro, né si asciugava le lagrime e continuava a guardarmi fisso.
Mi posi a sedere sul letto accostandomi alla sponda, in modo di prendere la sua testa fra le mie mani, e cominciai a baciarla sui capelli, mormorando affettuosamente:
– Cecilia mia! Levati su, per carità! Levati su! Parla che è stato?-
Si alzò lentamente, come un’apparizione, ricacciò dietro le orecchie i capelli e mi tese le mani sorridendo sconsolata. I capelli nerissimi sciolti pel collo, l’accappatoio bianco, il pallore del viso, alla luce del lumino da notte che ardeva sul comodino entro un vaso di alabastro, davano a quella figura di donna un fascino sacro… In quel momento ero superstizioso e credevo a qualcosa di un altro mondo.
– Parla, che è stato? – tornai a balbettare.
– Tutto è finito! – rispose con un filo di voce che parve quello di una moribonda.
Poi, dopo una breve pausa, diessi a divorarmi dai baci per parecchi minuti di seguito in modo da togliermi il respiro e fuggí via.
Rimasi fino al mattino cogli occhi fissati all’uscio da cui l’avevo vista sparire come un fantasma, incerto se avessi assistito ad una realtà o sognato a occhi aperti.

Nella giornata non osai interrogarla sull’accaduto della notte.
Ero sbalordito: credevo di aver ricevuto un gran colpo sulla testa e non mi stupivo di non riuscire a riordinar bene le idee.
La vidi affaccendata a far dei preparativi che mi sorprendevano: ma non trovavo modo di aprir bocca per domandargliene ragione.
Mi pareva che facesse un’operazione convenuta di accordo fra noi. Per un viaggio? Per una villeggiatura? Non lo rammentavo preciso; però quei preparativi erano tristi, mi stringevano il cuore, mi riempivano gli occhi di lagrime.
Finalmente il mio spirito acquistò ad un tratto una sorprendente lucidità.
Tutto era finito!
Come?
Cosí lentamente, cosí segretamente che non me n’ero accorto io medesimo; ma pur troppo tutto era finito! La Cecilia aveva detto una cosa che la mia mente non avrebbe saputo esprimere per cento ragioni, e sopratutto perché si rifiutava a credere quello che imaginava non avrebbe dovuto accadere.
La Cecilia era calma. Ripiegava i suoi vestiti di mano in mano che li toglieva dall’armadio e li situava nelle casse. Ogni abito era per me un ricordo di un giorno di beatitudine, di un’ora felice, e a vederlo riporre, mi pareva assistere alla tumulazione di una particella del mio povero cuore…
Soffrivo un dolore compresso, un acuto limío, ma non avevo il coraggio di accostarmi a lei per dirle: – Rimani! Ricominciamo daccapo! –
Non volevo mentire; non avrei neanche saputo. Sentivo tutta ora la stanchezza di una situazione irregolare, nella quale ci eravamo imbarcati io colla spensieratezza di un uomo appassionato, ella colla rassegnazione del sagrificio di una donna che ama!
Pensavo con tristezza: – Perché non può durare? Perché non deve durare? –
E la riflessione rispondeva tranquillamente: – È la legge! –

Tornai dopo alcuni giorni ai giardini pubblici per rintracciarvi un passato che piú non trovavo dentro di me. Era la stessa stagione del nostro primo incontro, la primavera. Gli alberi ricchi di fronde; le aiuole verdi di erbe e qua e là fiorite; il sole, prossimo al tramonto, scherzava coi raggi fra le foglie agitate dai venticelli della sera.
Ahimè! Quei viali, quelle frondi, quelle aiuole non mi dicevano piú nessuna delle mille celesti cose rivelatemi una volta. I zampilli mormoravano stupidamente monotoni; le acque dei laghetti e dei canali torbide, verdastre, riflettevano il cielo e gli oggetti in un tono di colorito che faceva schifo. Le rane, nascoste tra le foglie delle ninfee, gracidavano una musica degna del posto, che ora mi sembrava pretenzionoso e volgare.
Gironzolai qua e là, facendo ogni sforzo per evocare una sensazione, un sentimento; ma invano.
Il viale dei Boschetti mi parve tristo, lungo, basso da mozzare il fiato; dal canale accanto esalava un cattivo odore di borraccina che non avevo mai avvertito.
E andando via rimuginavo:
– Ma è dunque vero che questo mondo di fuori sia una mera creazione del nostro spirito, uno scherzo, un’illusione?
Povera Cecilia! Tu non avresti mai creduto che perfino il mio rimpianto di amore sarebbe un giorno sfumato perdendosi fra le nebbie di un problema di metafisica!

STORIA FOSCA

STORIA FOSCA

– Tu menti! – urlò il barone.
Era pallido come un morto, tremava tutto e fulminava cogli occhi il vecchio servitore che gli stava davanti, pallido anche lui, la testa bassa, il viso pieno di lagrime.
– Eccellenza!
E il vecchio giungeva le mani, in atto di preghiera.
Ma il barone si era slanciato sulle pistole posate sopra un tavolino:
– Confessa che hai mentito! Confessa che hai mentito! – Soffocava, dalla rabbia.
Il vecchio portò le mani al viso, senza indietreggiare, senza difendersi: – Aveva detto la pura verità! Abbiamo un’anima sola; non voleva dannarsi! –
Allora il barone sentí cascarsi le braccia; e guardava attorno, smarrito: – Non credeva ancora alle sue orecchie! –
La camera era inondata di luce. Per le aperte invetriate un sorriso di verde, un profumo di primavera irrompevano follemente dal giardino della villa. Il cinguettio dei passeri sul tetto e fra gli alberi, lo schiamazzo delle galline e dei tacchini nella corte, l’allegro abbaiare dei cani echeggiavano per la volta come un coro di festa, un’irrisione in quel punto.
Il barone aveva posate le pistole sul tavolino, macchinalmente, barcollando, e si passava le mani sulla fronte bagnata d’un sudore ghiaccio.
Gli pareva di ammattire; provava un dolore di morte; il cuore gli si schiantava! – Ma aveva proprio veduto, coi suoi occhi?
– Sí, eccellenza, con questi occhi!
– Coi tuoi occhi? –
Giuseppe con una mano sul petto spingeva le pupille in alto: – Giurava al cospetto di Dio!
– Era orribile! –
Il barone si torceva le dita, passava la lingua sulle labbra inaridite ad un tratto e guardava per terra di qua e di là, senza sapere quello che si facesse. Non avea piú forza di parlare; e interrogava insistente, collo sguardo, il servitore che esitava: – Sí, sí, ogni volta che il signor barone era andato in Palermo o era rimasto a dormire in villa al tempo della vendemmia e del raccolto delle ulíve. Non si era risolto a parlare per paura di non esser creduto… Ah, lo aveva ben detto lui che la baronessa era troppo giovane pel signor barone! –
Il barone piangeva come un fanciullo, colle gomita appoggiate a un mobile, colla testa fra le mani: – Era orribile! Era orribile! Imbecille! Doveva prevederlo! La colpa era tutta sua, imbecillone! Ah, certo il diavolo gli avea suggerito di rimaritarsi! –
Il sangue gli montava a fiotti alla testa e gli sconvolgeva il cervello. Terribili progetti di vendetta gli si abbozzavano nella mente, uno sopra l’altro, alla rinfusa, gli davano il capogiro; e dimenticava il vecchio Giuseppe che singhiozzava in un canto.
– Grazie! – gli disse, facendo uno sforzo per ricomporsi e asciugandosi gli occhi.
– Voscenza deve perdonarmi! Avevo rimorso a star zitto. Ed ora… che farà voscenza? Non si danni l’anima, non si danni l’anima ! Lo mandi lontano…
– Mio figlio!… Mio figlio! – mormorava il barone, cacciandosi le mani fra i capelli.

Il barone Russo-Scaro era sui quarantanove anni quando avea sposato Cecilia di Pietranera appena di ventidue. – Tu commetti una grande sciocchezza – gli disse suo zio l’abbate di San Benedetto.
– Cecilia è la bontà in persona – avea risposto il barone.
– Sarà sempre una matrigna…
– Giorgio ha quindici anni. Per ora è in collegio: poi verrà l’università; poi daremo moglie anche a lui…
– Ma tu non sei piú un giovane…
– Sono ben conservato! –
Nel viaggio di nozze erano stati scambiati per padre e figlia; ma il barone avea dimenticato subito quella cattiva impressione. Cosí il primo anno del loro matrimonio era passato tranquillamente.
La baronessa amava vivere ritirata. Era seria, quasi triste; e il marito non sapeva che cosa inventare per distrarla. Innamorato, voleva farsi perdonare la sua età col mezzo d’altri compensi: e le profondeva regali.
– Ancora? – esclamava la Cecilia ad ogni nuova sorpresa del marito.
– Non era mai abbastanza! –
E la baciava sulla fronte.
Un desiderio lo tormentava:
– Se avesse avuto un figliuolo da lei! Oh, allora soltanto gli sarebbe parsa proprio sua! Ma il figliuolo non veniva.
– Meglio! – esclamava lei quando il barone toccava malinconicamente questo tasto. – Non avevano Giorgio?
– Sí, sí, ma è tutt’altro! – rispondeva quello sospirando.
Infatti la loro casa non era allegra: vi mancava un raggio di sole.
Lei passava le giornate divorando romanzi e libri di viaggi. Non amava il marito, ma non provava ripugnanza di trovarsi sua moglie. I suoi parenti avevano voluto cosí e lei aveva ubbidito, senza che questo le costasse nulla. Certe volte sentiva svegliarsi dal fondo del cuore un sentimento indefinito, qualcosa che lei stessa non arrivava a capire, un bisogno, un’irrequietezza, una smania; ma confondeva il malessere dello spirito col malessere fisico, e consultava il dottore. Il dottore ci perdeva il latino:
– Nervi! –
Le sue ricette non approdavano a nulla.

– Sai? Giorgio torna in famiglia – annunziò una sera il barone.
Cecilia non mostrò né piacere, né dispiacere, ma una leggiera sorpresa:
– Ah! –
Il barone avea creduto che il ritorno di Giorgio non le fosse gradito e per iscusarlo s’era affrettato ad aggiungere:
– È un po’ ammalato. I medici consigliano qualche mese d’aria nativa.
– Gli farà bene, certamente -. Lei continuava a leggere, distratta.
Il barone si sentiva sulle spine; quell’indifferenza lui la prendeva in mala parte.
– Quando? – domandò la baronessa dopo qualche minuto di silenzio.
– Presto.
– Bisognerà preparargli le stanze…
– Andremo in villa. L’aprile e il maggio li passeremo là. Ti dispiace?
– Anzi! –
Il barone si era sentito togliere un gran peso dal petto.

La villa del Gelso Nero era deliziosamente situata in mezzo a quel giardino di aranci, malgrado che non fosse molto bella con quel casamento a due piani. Dietro la siepe di nespoli del Giappone, di pomi e di peri che circondava la spianata, gli agrumi affacciavano le loro cime luccicanti, di un verde bronzino. L’aria era tutta imbalsamata del profumo della loro zagara.
Nei primi giorni la baronessa e il figliastro si eran trattati con un po’ d’impaccio. Giorgio non sapeva adattarsi a chiamare mamma una matrigna cosí giovane; a lei non riusciva di chiamarlo semplicemente Giorgio, e gli dava del “baronello”.
Facevano lunghe passeggiate, a piedi o a cavallo, insieme al barone. Qualche volta andavano anche soli, quando il barone s’intratteneva a dare un’occhiata ai lavori dei calabresi che sterravano la vasca. Cosí in meno di due settimane l’impaccio fra matrigna e figliastro era stato vinto. Già si davano del tu, e il barone n’era lietissimo.
Giorgio, gracile, bianco, pareva un fanciullo addirittura, con quei capelli d’un biondo cinericcio e quella straordinaria dolcezza dello sguardo. Però la sua voce, armoniosa, femminile, turbava la baronessa. Sentendolo parlare lei lo guardava fisso. Tanta gentile freschezza le ridestava, tumultuosamente, le sue prime sensazioni di ragazza. Fremiti deliziosi le correvano per tutta la persona; il cuore le si gonfiava.
Quando passavano la mattina nell’uliveto, sul prato smaltato di fiori e dorato dal sole, o in giardino – lui sdraiato bocconi fra l’erbe, all’ombra di un magnifico albero di arancio; lei seduta al suo fianco sul cuscino che Giorgio portava apposta – intanto che questi leggeva ad alta voce, con una monotonia d’inflessioni efficacissima, la Cecilia stava ad ascoltarlo lavorando all’uncinetto. Di tanto in tanto quei suoi begli occhi neri lampeggiavano fra l’ombra dei rami; poi restavano assorti in un punto lontano.
– Sai che in collegio t’odiavo? – le disse Giorgio una volta sbucciando un’arancia.
– Davvero? E perché?
– Mi ero figurato che fossi brutta. Invece…
– Sono meno brutta che non ti immaginavi?
– Sei bella! –
Glielo aveva detto sinceramente, con un’ammirazione di fanciullo, continuando a sbucciare.
La baronessa s’era alzata, e preso il libro messo a cavalcioni di un ramo, lo sfogliava inoltrandosi lentamente pel viale. Giorgio andò a raggiungerla per offrirle l’arancia.
– No, grazie.
– Metà almeno!…
– No, non ne aveva voglia.
– Almeno uno spicchio!
– No -.
E sorrideva, guardandolo negli occhi, stranamente intenerita.
Giorgio le si era piantato dinanzi, porgendole lo spicchio presso la bocca, insistendo
– Metà -.
Cedeva, per compiacerlo. Giorgio mangiava l’altra metà: – Come era dolce! –
E assaporava.
– Via, lasciami leggere – disse la baronessa impallidita.

Ma quel ragazzo non s’avvedeva di nulla. Trovata in casa non un’intrusa ma una sorella, anzi qualche cosa di piú, un’amica, si sentiva felice.
– Beata giovinezza! – esclamava Cecilia nel suo interno. Però non si mostrava sempre del medesimo umore con lui. Certe volte mutava da un momento all’altro, dalla dolcezza a un tono brusco.
– Ha i nervi – diceva Giorgio a suo padre.
– Ti senti forse male? – le domandava il barone.
– No; perché dovea sentirsi male?
– Giorgio mi ha detto: “Cecilia ha i nervi” -.
La baronessa abbassava la testa e aggrottava le sopracciglia.
Il barone interpretava quell’atto a modo suo: ci vedeva lo stesso dolore che tormentava lui, il desiderio smanioso di quel frutto della loro unione che tardava tanto a venire!
– La presenza di Giorgio doveva essere una continua irritazione di quel sentimento, un’offesa, involontaria, alle legittime esigenze di quel cuore! Lo capiva, pur troppo! Ma chi ne avea colpa?… Ora che suo figlio s’era rimesso in salute, poteva ritornare in collegio. Intanto, c’era ancora da sperare! –
Ma quando partecipò la sua risoluzione alla baronessa, questa si oppose: – Quel ragazzo era ancora sofferente. Perché tanta fretta di mandarlo via? Voleva far sospettare che lei, la matrigna, cercasse di tenerlo lontano? Le vacanze erano prossime. In ottobre Giorgio sarebbe stato rimesso del tutto…
– E lui che credeva di farle piacere! Com’era lieto di scoprire che si era ingannato!

In città la vita della Cecilia e di Giorgio scorreva piú monotona. La lettura, il pianoforte potevano svagarli per qualche ora. Le giornate parevano eterne! La sera, durante la solita passeggiata pel viale alberato, fuori il dazio, mentre il barone giocava a’ tarocchi nel casino di convegno, Giorgio diceva delle barzellette, osava delle confidenze come ad un camerata. Una sera le raccontava la storia di un suo amoruccio a dieci anni, una vera fanciullaggine.
– E poi?
– Poi?… Nulla – aveva risposto Giorgio.
Lei gli si era aggravata sul braccio camminando a passi lenti, muta, cogli occhi fissi nel cielo stellato. Poi aveva lasciato il braccio per ficcare le mani nelle maniche della mantiglia con un gesto di freddolosa, e avea avuto il capriccio di andar quasi di corsa; poi si era fermata a un tratto: – Voleva tornare a casa. La serata era troppo fresca… Sentiva dei brividi…
– Faceva caldo invece!… –
E in casa si era svestita in fretta ed era andata a sedersi sul terrazzino, colla testa appoggiata al ferro della ringhiera, cogli occhi socchiusi, dondolando la seggiola.
– Ninna, ooh! Ninna ooh! – cantava Giorgio, ridendo, agevolando colla mano quel dondolamento. – Ninna, ooh! –
Al lume di luna che cadeva a sbieco dalla cornice della casa, i capelli di lei e la mano appoggiata sulla sbarra della ringhiera risaltavano luminosi; il resto della figura si velava nell’ombra: e in quell’ombra il bianco dei suoi denti brillava fra le labbra semiaperte a un sorriso.
– Ninna, ooh!
– Giorgio, stai fermo! stai fermo! –
E tentava fiaccamente di trattenergli la mano.
Ma Giorgio non smetteva, da ragazzo imbizzito. All’ultimo, improvvisamente, le soffiava sul viso e scappava. Cecilia s’era rizzata d’un colpo, come se quel soffio l’avesse frustata. Si mordeva le labbra, si passava le mani sui capelli, col petto che le si sollevava. Giorgio, battendo le mani, rideva in fondo alla stanza, nel buio.

Il barone era andato a Palermo; ed essi avevan seguitato a fare il chiasso per gli appartamenti, rincorrendosi, nascondendosi dietro agli usci, proprio come due ragazzi, appena si sentivano stanchi di leggere o seccati di suonare.
Due volte erano anche andati al Gelso Nero in carrozza, per poche ore, il tempo di fare una giratina pel giardino degli agrumi e di perdersi sotto gli archi a sesto acuto dell’uliveto o sotto il pergolato che attraversava la vigna. Tornando, sul tardi, la Cecilia si rannicchiava in fondo alla carrozza, muta, guardando fissamente Giorgio con certi sguardi divoratori, quando lui non poteva vederla: e di tratto in tratto aveva certe scossettine nervose che le facevano strizzar gli occhi e scuoter la testa.
Giorgio, rincantucciato nel lato opposto, non pensava a nulla; e se si voltava verso la matrigna e incontrava la punta acuta degli sguardi di lei, sorrideva a fior di labbra con puerile compiacenza, senza sottintesi. Allora sorrideva anche lei, tristamente, e stendeva la mano ad accarezzargli la bionda capigliatura che gli si arruffava sulla fronte d’avorio, con una carezza da mamma; e il suo polso batteva piú celere e la sua mano, piccola e bianca, tremava.
In uno di questi ritorni Giorgio, destandosi dalla sua indolenza, le avea detto:
– Domenica avrò diciassette anni; divento quasi un uomo -.
La Cecilia lo aveva guardato come se queste parole significassero chi sa che cosa:
– Diciassette anni!

E la settimana dopo erano andati di nuovo al Gelso Nero, questa volta a cavallo. Era una giornata d’estate, col cielo leggermente nuvoloso, piena di tepori. Ma verso sera, quando essi già si apparecchiavano a ritornare, aveva cominciato a venir giú un’acquerugiola fina fina che sembrava un gran velo di tulle steso contro il sole al tramonto.
– Pioggia d’estate! – disse Giorgio osservando il tempo dalla finestra.
La baronessa guardava il cielo e la campagna, muta, colla fronte corrugata, colle labbra strette, gustando quel sordo e carezzevole rumore della pioggia sul fogliame che luccicava, agitato lievemente dal vento. Lontano, lontano, brontolavano i tuoni: il temporale s’avvicinava, preceduto da lampi.
I cavalli, insellati, nitrivano e scalpitavano sotto la tettoia della stalla. Ma la pioggia avea continuato a venir giú piú fitta. Il sole era già sparito dietro montagne di nuvoli nerastri.
– O dove vuole andare, voscenza? – disse massaro Turi. – Pioverà certamente tutta la nottata -.
La baronessa aveva guardato Giorgio e si erano messi a ridere:
– Che bella sorpresa! –
Anche la massaia era comparsa sull’uscio della stanza col suo grembialone bianco di traliccio: – Doveva accendere i lumi? Preparare i letti? Cuocere un po’ di verdura, un filu d’amareddi, per la cena? C’era delle uova fresche; il pecoraio, piú tardi, avrebbe portato la ricotta…
– Oh, bene! Oh, bravo!

Giorgio ruzzava come un bimbo, intanto che la baronessa, addossata alla finestra, mordevasi lievemente la punta dell’indice, cogli sguardi sprofondati nella oscurità a traverso la nera campagna.
I canali scrosciavano sull’acciottolato davanti la casa. Le fiammate dei contadini vi gettavano larghe striscie di luce rossiccia dagli usci aperti del pianterreno, e su quelle passavano di tratto in tratto strane ombre allungate. La voce di Giorgio, sceso un momento giú dagli uomini, scoppiava argentina fra le risate, a riprese. Un cane abbaiava.
Poi Giorgio era tornato su ridendo:
– Che grullo quel boaro! Lo canzonavano tutti. Aveva paura delle Nonne che gli spastoiavano le vacche per farlo arrabbiare! Una notte gli avevano anche impiastricciato quattro ciocche della sua zazzera; se lui le avesse tagliate, sarebbe morto sul corpo. Che grullo!
– E la biancheria da letto? Ah! Gli toccava a dormire sulle materasse belli e vestiti! –
Allora s’eran messi a rovistare pei cassettoni. Finalmente, in fondo a un armadio, avean trovato due paia di lenzuola rimaste in campagna per caso. E rifacevano i letti, chiassosamente. Giorgio strappava il lenzuolo rimboccato; la Cecilia fingeva d’arrabbiarsi: – Com’era strambo! –
E tornavano a rimboccare, ridendo, irrefrenabilmente, abbandonandosi a traverso il letto, l’una di qua, l’altro di là, tenendosi i fianchi, non ne potendo piú. E cosí daccapo nell’altra camera attorno il letto di lui.
La cena era parsa deliziosissima.
– Ghiotti quegli amareddi!
– Squisito quel pane dei contadini! –
Seduti di faccia, coi gomiti sulla tavola e il viso fra le mani, colle ginocchia che si toccavano, perduti in mille discorsi inconcludenti, indugiavano ad andare a letto. Giorgio un po’ sonnacchioso, lei cogli occhi foschi, luccicanti, colle labbra umide e piú accese del solito. Parlavano a voce bassa, ad intervalli.
Giorgio si alzò il primo, snodandosi la cravatta, sbottonando la camicia che scoprí il suo collo tornito, piú bianco della spuma, un collo di vergine. Cecilia lo accompagnò fino all’uscio della camera e rimase sí, addossata allo spigolo, mentre lui appostava sbadatamente una sedia a piè del letto.
– Buona notte!
– Buona notte! –
La pioggia veniva giú forte ma uguale, con uno scroscio sordo sordo. Tutta la villa dormiva.
La baronessa cominciò a spogliarsi, lasciando cadere i capelli snodati sulle spalle ignude. Si passava sulla fronte le mani fredde, madide come quelle d’una ammalata. Tutt’a un tratto, cosí come trovavasi, barcollante come una persona ebbra, aveva fatto uno, due passi verso l’uscio… e l’avea aperto, risoluta.

Era stata lei!
Al povero ragazzo non era mai passato pel capo che ciò potesse accadere.
Ah, tutto gli avea preparati!
E avean continuato, insaziabili, come due esseri senza coscienza, come due bruti belli e giovani che tracannavano la coppa della vita, per esaurirla.
Nulla era venuto a turbarli: né cura del presente, né pensiero dell’avvenire.
Una figura, fantasma, non s’era mai rizzato in mezzo a loro! Ogni sentimento era stato soffocato da quel delirio di sensi scoppiato pari a un fulmine in mezzo alla loro serenità gioconda. Lei lo avea fatto tremare sotto la violenza del suo fascino; lui l’avea scossa tutta colla sua carne di fanciullo piú bianca della spuma, fresca, vellutata, colla soavità del suo sorriso, coll’azzurro profondo del suo sguardo; complici: la libera solitudine, la cieca confidenza di chi non poteva neppur sospettare e il cielo e la terra e ogni cosa, in quell’autunno siciliano che ha tutte le seduzioni della primavera con qualche cosa di piú intimo e di piú seducente!

Il pretore, il brigadiere dei carabinieri e due amici erano stati introdotti dal barone in punta di piedi, allo scuro.
Il barone avea acceso un fiammifero; la sua mano, che lo teneva in alto per rischiarare il gran letto nuziale a traverso le cortine, tremava convulsa.
– Per carità, signor barone! Siamo ancora a tempo, sia generoso! –
Il pretore lo scongiurava, stringendogli fortemente le braccia.
– È molto se invoco soltanto la legge! – avea risposto il barone.
Da quella mattina in poi le imposte del palazzo Russo-Scaro non sono state piú aperte, chiuse per un lutto eterno. La villa del Gelso Nero è rimasta anch’essa deserta.
Quando lo zio del barone, il vecchio abbate di San Benedetto, passa per caso davanti quel palazzo che gli rammenta la catastrofe dell’ultimo rampollo della sua famiglia, abbassa la testa, accasciato:
– Se vedete una grande rovina – suol ripetere colla sua profonda amarezza di cenobita – dite pure, senza timore d’ingannarvi, che una donna è passata per lí!

Milano, 15 febbraio 1879.

II

UN BACIO

Alla marchesa Bellati era stata data la penitenza di “contentare all’orecchio”. – Oh! No, no! Si rifiutava!… Non avrebbe saputo da che parte rifarsi! –
E rideva, faceva delle moine graziose, da bimba; ma il direttore del giuoco fu inesorabile. Le porse il braccio e la condusse attorno, aspettando ritto, serio come un ciambellano, che le persone delle quali ella si accostava all’orecchio dichiarassero di contentarsi delle sue proposte di penitente.
Le signore (ce n’era parecchie) si eran contentate quasi subito: la marchesa, senza dubbio, avea saputo indovinare desideri e aspirazioni che, a quattr’occhi, non temevano di scoprirsi. Gli uomini, meno un solo, l’ultimo, erano stati piú gentili: – Si eran dichiarati contenti della sola vista di lei -.
Restava il barone Paolo Foli, un bel giovane, un capo ameno, che tutte le settimane, con un tono di tragica serietà, invariabilmente soleva ripeterle:
– Marchesa, è inesplicabile come già non siate pazzamente innamorata di me. Questo però non impedisce che io lo sia di voi! –
La marchesa, tutte le settimane, invariabilmente, gli porgeva a baciare con affettata sentimentalità la sua manina di vedova, bianca, vellutata, e rispondeva:
– È inesplicabile!… Ma pure è cosí! –
Nelle serate di casa Bellati il barone Paolo Foli era chiamato l'”inesplicabile”. La cosa sembrava non andasse oltre i limiti di un semplice scherzo. Infatti fra gli invitati a Borzano, magnifica villa del conte Rampa, il barone quel giorno le aveva ricantato il suo ritornello a colazione, in giardino, alla passeggiata e, poco prima, anche nel salotto dove tutti si erano riuniti dopo il pranzo a terminar la serata ciarlando, facendo un po’ di musica e, in mancanza di meglio, svagandosi coi giuochi di società.
Il barone vedendo accostare la marchesa si era sdraiato sulla poltrona con la fiera attitudine di un uomo molto difficile a contentare.
– Oh, sentite! – gli disse lei; – se fate lo schizzinoso, vi pianto.
– Per la grazia di Dio, c’è un direttore nel salotto! – rispose il barone.
E additava il cavalier Vergati che se ne stava lí ritto, impettito, a pochi passi, tutto compreso della solennità del suo ufficio.
Il cavalier Vergati s’inchinò profondamente: – Avrebbe fatto giustizia! –
La marchesa dovette rassegnarsi e sedette accanto al barone:
– Vi contentereste se io fossi innamorata di voi?
– È poco – rispose il barone; – questo accadrà un giorno o l’altro.
– Impertinente!
– È sempre poco. Avanti.
– Se vi procurassi una bella moglie, con dieci milioni di dote?
– È troppo. La moglie mi guasterebbe i milioni.
– Dunque i soli milioni?
– Non saprei che farne. Sono un uomo straordinariamente virtuoso e modesto.
– Dio mio! – esclamò la marchesa, impazientendosi e battendo i piedini.
– Parla di me?
– Che grullo!… E se vi regalassi una cuoca?
– Ne ho già una in serbo, per sposarla in articulo mortis.
– La meritereste! –
Andavano per le lunghe. La marchesa aveva già fatto una trentina di proposte, ma il barone teneva duro, divagando, rispondendo cose assurde.
– Volete che ve lo dica io quando sarò contento?
– Sentiamo; sarà una stupidaggine – rispose la marchesa.
– No, la cosa piú ovvia di questo mondo.
– Quando? Via!…
– Ma prima bisogna fare una scommessa.
– Vada per la scommessa! Auff! Che cosa dovremmo scommettere?
– Quella mano -.
La marchesa si guardava curiosamente la destra additata dal barone, voltandola e rivoltandola, senza capire.
– La vostra mano… di sposa.
– Ah! – fece la marchesa. – E in premio di che?
– Ecco – replicò il barone, accostandosele all’orecchio. – Io sarò contento unicamente il giorno in cui vi avrò dato (notate bene!) senza il vostro consenso, senza vostra resistenza, ma tranquillamente, con tutto mio agio, un bel bacio sulla bocca. Volete scommettere? –
La marchesa, diventata rossa come una ciliegia, s’era rizzata sulla vita.
– Accetto – disse dopo un momento, con aria altiera, sorridendo. – E vi sembra la cosa piú ovvia? Ma sapete che siete…?
– Il piú bel giovane e l’uomo piú spiritoso di tutto il creato: è la mia opinione -.
La marchesa si levò da sedere.
– Perdoni – disse il cavalier Vergati fermandola. – Il barone non si è finora dichiarato soddisfatto.
– Soddisfattissimo – rispose questi.
E si alzava alla sua volta, per inchinarsi colle braccia incrociate sul petto come un mandarino della China.
– Ooh! – esclamarono tutti.

Tre mesi dopo, nel salotto della marchesa Bellati, verso le undici e mezzo di sera non restavano altre persone che il barone Foli e il suo amico commendatore Vanzetti, un ex deputato scartato ultimamente dai suoi elettori senza che nemmeno loro ne sapessero la ragione.
La marchesa pareva stanca dalla fatica e dalla noia di quella serata. C’era stata troppa gente; aveva il capo grosso; si sentiva stordita. Sua madre, la vecchia marchesa, si era già ritirata nelle sue stanze.
– O che quei due signori non avessero nessuna intenzione di andarsene? Se fosse stato soltanto il barone, lo avrebbe messo subito alla porta, dicendogli senza tante cerimonie che cascava dal sonno. Ma col commendatore! –
La marchesa chiamò la cameriera e, sotto voce, ordinò le si preparasse il letto: – Subito; non cenava… E quel commendatore che non si moveva! Sembrava lo facesse a posta -.
Ragionava di ferrovie, di esercizio privato, di esercizio governativo, di treni che deviavano, di treni che non arrivavano piú…
– Oh, il suo, il treno di quella discorsa non arrivava alla fine davvero! –
La marchesa velava uno sbadiglio. Avrebbe voluto alzarsi dalla poltrona; ma si trovava come asserragliata tra il commendatore e il barone, e le pareva sconveniente passare in mezzo a loro…
– Se quell’altro l’avesse almeno guardata in viso! Gli avrebbe fatto un segnale. Pareva impossibile! Un uomo di spirito come lui gustava l’esercizio ferroviario con una voluttà!… E i treni del commendatore continuavano a partire, uno dietro all’altro, senza interruzione. Si scontravano, ammazzavano la gente, non si arrestavano mai…
La marchesa aveva una voglia di urlare: – Cinque minuti di fermata! –
Ma il commendatore non la lasciava respirare; s’infuocava, apostrofava il “Consiglio superiore del movimento”, se la prendeva col ministro dei lavori pubblici e gli faceva certe lavate di capo!… Poi veniva la volta del parlamento: – Tutto il marcio era lí! Non c’era piú deputati, ma dei saltimbanchi… dei giuocatori di bussolotti!… E il paese!… Il paese!… Il paese!… La marchesa si era sdraiata sulla spalliera della poltrona, cogli occhi socchiusi, col viso nascosto nell’ombra che la ventola lasciava cadere dal lato di lei. Si sarebbe detto che quella parola: “Il paese! Il paese!”, ripetuta dal commendatore nell’entusiasmo della sua perorazione, avesse servito a vincere la resistenza che lei si sforzava di opporre alla forza del sonno. Da lí a poco il ventaglio le scivolava di mano.
Il barone fe’ cenno al commendatore: – Continuasse a parlare -.
Intanto si alzava adagino adagino dalla poltrona.
La marchesa diè un grido e si coprí il volto colle mani. – Avevo bisogno di un testimone – disse il barone. – Se non vi dispiace, caro commendatore, potrete esserlo, fra non molto, del nostro contratto di nozze -.
Il commendatore guardava ora lui ora la marchesa, interdetto.

Altri tre mesi dopo, il barone e la marchesa Bellati, diventata quella mattina baronessa Foli, partivano verso le cinque di sera pel loro viaggio di nozze.
Era una serata dolce. L’orizzonte si accendeva ancora delle tinte vive del tramonto con gradazioni soavi.
Presi per mano, i due sposi si guardavano teneramente, commossi, senza dire una parola, da vere persone felici. – Si eran voluti bene tanto tempo, in una maniera stravagante, quasi avessero canzonato!… Ed ora, non era un sogno, facevano il loro viaggio di nozze! –
La baronessa al dubbio lume della lampada del vagone sembrava una bellezza fantastica, con quel viso che aveva sfumature e delicatezze da pastello e, in mezzo, i grandi occhi neri un po’ velati da un’indolenza orientale. Infatti lo scialle che l’avviluppava tutta le dava un’aria di levantina.
Sul tardi, il barone tirava sotto il lume la tendina azzurra. Un’ombra discreta invadeva il vagone. Poi scoppiava un bacio.
– Ah, cara mia! – mormorava il barone all’orecchio di lei. – Se tu avessi provato la dolcezza del primo! Quella sera…
– Va là, che non dormivo! Ti volevo bene e…
– Non dormivi?… –
Il barone Paolo Foli rimase male.

Milano, 30 novembre 1877.

III

CONTRASTO

Alberto diventava piú impaziente da un momento all’altro e guardava l’orologio con certe occhiatacce… come se questo gli facesse il dispetto di ritardargli le ore. – Le dodici! Per arrivare alle tre di sera ci voleva addirittura l’eternità -.
Il caminetto scoppiettava nel salottino con un’allegra fiammata. Pareva borbottasse: “Stai fermo, accosta la poltrona; facciamo quattro chiacchiere sotto voce; ho tante cose a dirti!”. Ma Alberto ora andava su e giú, da un angolo all’altro; ora incollava il volto ai vetri della finestra e guardava nella via, senza dir nulla; i passanti gli parevano ombre.
Il cielo era grigio. Folate di nuvole scure spuntavano dietro i tetti e andavan via di corsa, quasi avessero fretta. Quelle nuvole pregne di poggia, che pareva la rattenessero a stento per rovesciarla giú al primo scoppio di tuono, Alberto le vedeva fuggire pel cielo come tanti uccellacci di mal augurio.
Quel tempo minaccioso gli metteva l’uggia addosso.
– O perché non splendeva una bella giornata di sole? Anche il tempo lo contrariava, gli faceva un dispetto, gli dimezzava la sua felicità, gli amareggiava uno dei piú squisiti piaceri della sua vita di scapolo! Già, se cominciava a piovere, col rovescione che sarebbe venuto giú, lei avrebbe trovato una scusa per mancare alla promessa. Oh, non le sarebbe parso vero! Se l’era lasciata strappare a stento, dopo parecchi mesi d’insistenza, quasi per stanchezza!… La pioggia, sicuramente, sarebbe stata un bel pretesto!
E già le prime goccie battevano sui vetri, brillavano un momentino, e poi sbavavano.
Alberto, involtando nervosamente una sigaretta, masticava improperi all’indirizzo della pioggia.

Si aggirò pel salotto a testa bassa, lentamente; prese in mano uno dei tanti volumi buttati alla rinfusa sopra un tavolino e si sdraiò sulla poltrona, presso il caminetto. Il caminetto continuava a scoppiettare, a borbottare colle sue lingue di fiamma.
– Inutile! Non poteva leggere. Le lettere gli ballavano sotto gli occhi. Era troppo arrabbiato -.
E si allungava sulla poltrona, chiudendo gli occhi, strizzando la sigaretta fra i denti.
– Domani alle tre!…-
Se lo sentiva ripetere all’orecchio da una voce affiochita dalla distanza, musicale, un gorgheggio di usignuolo, da un’eco che sembrava gli arrivasse da una profumata regione tropicale verso cui si sentiva trasportato, come nei sogni, vertiginosamente.
– Ah quella bionda testa di donna! Gli accendeva l’immaginazione di riflessi dorati, di rosei fulgori.
– E quegli occhi! Cerulei, limpidissimi, profondi; un’immensità di cielo! E quelle labbra! Cosí sanguigne da rendere smorta la bianchezza opalina della carnagione! Quella testa di bionda maliarda gli faceva degli accenni civettuoli, promesse che avean l’aria di voler essere ripulse, inviti che pretendevano di parere concessioni pietose.
E il salotto gli s’illuminava di un vasto incendio di sole, e il pianoforte aperto in un angolo vibrava da tutte le sue corde un fremito armonioso, senza che nessuno lo toccasse, per sola virtú della presenza di lei!…

Un gran fantasticatore quell’Alberto! Glielo dicevo sempre; ma questa volta, bisogna convenirne, avea ragione. Nei suoi panni chi non avrebbe fatto lo stesso? La signora Moroni era una fiera bellezza, da far girare il capo a un santo e fargli perdere il paradiso.
Girare il capo, l’ho detto a posta. In quanto a farsi amare, ecco, la signora Moroni era di quelle donne che si desiderano violentemente ma non si amano punto. Da prima, lo confesso, non ero di questo parere, non facevo distinzioni; confondevo scioccamente il violento desiderio coll’amore.
– Sbagli – mi disse Alberto una sera; – c’è una bella differenza. Il desiderio, sodisfatto, cessa; l’amore è un abisso che non può mai colmarsi.
– Cessa anche l’amore…
– No; il vero amore si trasforma, non cessa -.

– Le due!-
Agli squilli argentini dell’orologio Alberto si riscosse. – Avea dormito? Avea sognato? Avea fantasticato? Si sentiva intorpidito. Il caminetto rosseggiava senza fiamma; la pioggia cadeva lentamente. Il cielo prendeva quel colore bianchiccio che precede il sereno. Il salottino nuotava entro una luce dolce, morbida, insinuante. Alberto se la sentiva penetrare per tutto il corpo, come il tepore di un bagno.
Non era piú impaziente. Guardava l’orologio con altr’occhio; dubitava andasse avanti:
– Possibile! Le due? Quasi quasi gli dispiaceva che mancasse appena un’ora all’arrivo di lei.
– C’era da sentir fermare, da un momento all’altro, la sua carrozza al portone… Forse non sarebbe venuta nemmeno in carrozza… La prima scampanellata all’uscio sarebbe stata la sua, certamente… Ecco, dimenticava di lasciarlo soltanto accostato!… Lei voleva cosí, per non aspettare sul pianerottolo… Ma non si muoveva.
Rimaneva lí, sdraiato, colla pianta dei piedi contro la brace, senza trovar la forza di levarsi; giacché bisognava andasse lui stesso ad aprire, avendo allontanato il servitore con una scusa, per esser piú libero… Ma non si muoveva.
O che cosa era avvenuto dentro di lui? Ah! Di pensiero in pensiero, di ricordo in ricordo, avea perduto di vista a poco a poco l’imagine della sua bionda maliarda… L’avea lasciata per via, senz’accorgersene, come un compagno di passeggiata che indugi erborizzando. Si era voltato una o due volte, sbadatamente, senza curarsi di aspettarla… E il tradimento gliel’aveva fatto quel brontolone del caminetto.
Quattro anni fa, nello stesso mese, alla stess’ora, con una giornata egualmente piovosa, in quel medesimo posto… Gli pareva un sogno! Povera Erminia! Singhiozzava, col volto nascosto fra le mani, riversata indietro sulla spalliera della poltrona, desolatamente; e lui, pallido come un morto, colle mani giunte in atto di preghiera, colla voce turbata dall’emozione, tentava di farle coraggio! Terribili momenti! Ma che potevano fare contro quella forza brutale che spezzava, a un tratto, i nodi creduti eterni della loro catena di amore? Lei doveva partire col marito, senza speranza di ritorno! Quel colpo la uccideva; già le pareva di accomiatarsi dal letto di morte! Si sentiva schiacciato anche lui; sentiva mancarsi il respiro!
Povera Erminia! Lo vedeva ancora quel viso bruno e pallido, contornato dai folti capelli neri, pieno di profonda tristezza. La sentiva ancora quella voce soave, che sembrava scaturisse dall’intima profondità del cuore!
Come si erano amati! Come si eran sentiti fulminare, tutti e due, la prima volta che si eran visti!
E che delizia in quelle continue cure di eludere ogni sospetto, di addormentare ogni malignità, in quell’inebriarsi della poesia del lor segreto come due giovanetti di sedici anni! E che tesori di piccole astuzie prodigate per passare insieme intiere giornate mentre la gente li credeva distanti cento miglia l’uno dall’altra, o anche soltanto per vedersi!
Divine follie! Sublimi abbandoni! Ineffabili ore di scoraggiamenti, di dubbi, di felicità spensierata! Delizie senza nome! Voluttà piú dello spirito che della carne, in quella raffinatezza, in quell’elevatezza che scaturiva dal prepotente rigoglio delle loro anime innamorate!…
Al brontolio del caminetto, al guizzo delle fiamme azzurrognole, ai bagliori d’oro che montavano ondulanti in alto quasi volessero scappar via per la gola affumicata, tutto il passato gli si risvegliava nella memoria, viveva una vita quasi piú reale di quella vissuta una volta!
– Ma che? Le due e mezzo? Di già? Decisamente le lancette dell’orologio a pendolo si scapricciavano a correre! –
Cosí la bionda maliarda ritornava a inframettersi importuna tra lui e quei cari ricordi, colla sua aureola di biondi capelli elegantemente arruffati, colla provocante serenità dei suoi occhi azzurri, colle sue labbra porporine, colla marmorea candidezza del collo e del seno, con tutte le sue seduzioni di cortigiana aristocratica che si concede e non si profonde, con quei suoi capricci di sensi e quella terribile freddezza di cuore che pareva un calcolo e non era!
– E doveva occupare in quel giorno, in quell’ora, lo stesso posto della sua povera morta, di lei che gli avea fatto provare le gioie piú grandi e il piú grande dolore della sua vita?… Ora che rimormoravano pel salotto quegli addii dolorosi, pur troppo gli ultimi?… Ora che gli si rinnovavano dentro l’orecchio quei singhiozzi soffocati dai baci piú strazianti che mai scoccasse bocca di donna?… No! No! –
Quell’inatteso rifiorire di un affetto da lui creduto già inaridito; quei ricordi di sensazioni che diventavano in quel momento sensazioni immediate, lo sbalordivano, gli davano la tortura di un rimorso, gli producevano un improvviso disgusto.
Una gentile tenerezza gli si affollava al cuore da ogni parte del suo corpo; le pupille gli nuotavano in qualche cosa che aveva la soavità delle lagrime; i suoi nervi erano sopraffatti da una lassezza deliziosa, ch’egli si rimproverava fiaccamente.
– Debolezza di fanciullo! intanto l’assaporava con gusto, come un frutto conservato fresco fuori stagione…

Una scampanellata arditissima, nervosissima lo fece balzare in piedi.
– Era lei! Lei, la desiderata da tanto tempo! Lei, il fascino irresistibile della carne, per cui gli eran divampati nel sangue ardori divoranti da farlo soffrire come se gli fosse corsi carboni accesi dentro le vene!… –
Il campanello tornò a squillare, piú nervoso.
Senza coscienza di quel che facesse, tremante dall’emozione, in punta di piedi, Alberto era arrivato fino all’uscio; e mentre stava per stendere la mano al paletto: – Vile! – sentí gridarsi dal profondo del cuore.
E il suo braccio si arrestò quasi paralizzato, mentre il petto gli ansava forte; e le gambe gli si piegavano, al fruscio di una veste e al lieve rumore di due tacchi che allontanavano per la scala.

Verso le undici, Alberto si presentava dalla signora Moroni. Quella sera il salotto era affollato.
Il Palloni, vedendolo entrare, gli era andato incontro e lo aveva tratto in disparte:
– Briccone! Ho un tuo segreto fra le mani; ma non dubitare, sarò discreto.
E siccome Alberto lo guardava negli occhi:
– C’incontrammo per le scale – gli sussurrò all’orecchio; – ma feci le viste di non riconoscerla. Io andavo dai Cerri, al primo piano -.
Alberto gli rispose con un’alzata di spalle.
La signora Moroni era splendidissima. Egli la guardava affascinato
– Com’era stato sciocco quella mattina! Oh, ma un’altra volta non avrebbe fatto l’imbecille!… –
E cercava una scusa, quando la Moroni gli accennò di accostarsi.
– Come si chiamava quel rimedio contro il mal di capo che lui vantava tanto? Voleva sperimentarlo. Che giornataccia aveva passata! Avea creduto di ammattire!… Ne aveva avuto per sette ore!… Quel rimedio era proprio efficace? Il dottore diceva di no. Ma lei voleva provarlo di nascosto dal dottore… chi sa? Poteva giovarle davvero! Si chiamava?…
– Guarana – disse Alberto, inchinandosi dopo averla guardata negli occhi.
– Che bel giovane! – esclamò un’amica della signora Moroni mentre Alberto si allontanava.
– Un imbecille, come tutti i bei giovani! – rispose lei.

Al tocco dopo la mezzanotte Alberto era ancora al club disteso sul canapè, con le gambe allungate, con le braccia incrociate sullo stomaco e la testa abbandonata sulla spalliera. – Un poema, caro amico! – gli diceva sotto voce il Cardini. – Un vero poema! È arrivata in casa mia alle tre e mezzo, inaspettata, come un’apparizione… –
Cardini parlava da una mezz’ora, profondendosi in esclamazioni, perdendosi in un lirismo di frasi e di gesti da far comprendere, povero diavolo! che aveva bisogno di uno sfogo perché la sua felicità non lo uccidesse…
Ma appena aveva inteso pronunziare il nome della signora Moroni, Alberto si era inabissato in una rêverie cosí profonda da non sentire una sola parola delle confidenze del suo amico.

Milano, 15 dicembre 1877.

IV

L’IDEALE DI PÍULA

L’amico Píula andava giú rapidamente, in modo incredibile. Ogni settimana gli lasciava dei grandi guasti sul viso, nell’andatura, nelle maniere, nella voce, dappertutto. Il colore della sua carnagione diventava terroso: alla coda dell’occhio gli si aggruppava un fascio di piccole rughe che aprivasi a ventaglio verso le tempie e non conferiva ad abbellirlo. Altre rughe invadevano il collo, la fronte, le guance e gli davano l’aria d’un pezzo di cartapecora aggrinzita nel quale fossero stati ritagliati due buchi paralleli: gli occhi. Ma tutto questo non avrebbe fatto grande impressione senza quell’andatura stracca, curvata con cui egli trascinavasi da un luogo all’altro, senza quella sciatteria degli abiti, senza quel lamentevole suono della sua voce che pareva uscisse dalle cieche profondità dello stomaco, stavo per dire dalla pianta dei piedi, anzi da sotterra.
– Ma che cosa hai?
– Oh, nulla!
– Eppure…
– Ah!…
Quell'”ah!” lo sapevo a memoria. Significava il vuoto desolante del suo cuore, il gran desiderio della famiglia che lo tormentava da tanti anni, il suo ideale della vita che gli sfuggiva appena allungava la mano per afferrarlo.
Per questo si era buscato il nomignolo di Píula che in siciliano significa strige. Era un sospiro, un lamento, un singhiozzo, qualcosa di cosí triste, di cosí malauguroso, come il canto dello strige, che faceva proprio male a sentirglielo cacciar fuori.
Píula aveva trent’anni, ma gli se ne potevano dare addirittura cinquanta. Occorreva la fede di nascita, col “visto” del sindaco e con tanto di bollo, per non credersi corbellati. Era andato giú in poco tempo, dopo parecchi disinganni. L’ideale lo consumava, la natura lo aveva impastato male: una sensitiva, un poeta! Non già che egli avesse la debolezza di scriver dei versi, nemmeno per sogno; i suoi studi, fortunatamente, non gli permettevano di poter distinguere un endecasillabo da un settenario. La poesia l’avea tutta dentro, nelle sue viscere di sensitiva.
Bisognava sentirlo ragionare della donna dei suoi sogni! Venivano le lagrime agli occhi. Una lirica di tenerezza, un idillio, un cantico di adorazioni e di mistici rapimenti…! Ma quel sogno tardava troppo a trasformarsi in realtà.
Nel marzo d’ogni anno, Píula sentiva l’assillo della primavera vicina e rifioriva, come la terra; diventava allegro, spigliato. La sua folta capigliatura castagna provava piú assidue le carezze del pettine e dell’olio coll’essenza di spigo, il profumo da lui preferito. I bianchi e lucidi petti delle camicie si avvicendavano frequenti fra lo sparato del corpetto. I goletti contornavansi d’una cravattina nera, un vero nastrino di seta, accuratamente annodata. Il ferraiuolo, di panno verde bottiglia, dal collare un po’ unto, cedeva il posto al soprabito nuovo color cioccolatte; e le sue mani stupivano di sentirsi, le domeniche, imprigionate dentro guanti di pelle ch’esse dovevano certamente riconoscere: contavano piú primavere, e sembravano nuovi.
Erano i segni che rivelavano l’interno risveglio dell’ideale. In marzo Píula ricominciava, da qualche anno in qua, la sua caccia alla moglie, una farfalla indiavolata che non voleva lasciarsi acchiappare; e allora, nelle belle giornate, veniva a trovarmi, per fare insieme una sentimentale passeggiata pei campi. Un sintomo infallibile! Aveva qualcosa da confidarmi.
– Ci siamo?
– Eh! Eh!
– Via, non far misteri misteri…
– Niente di serio! Dei progetti soltanto… Ma quest’anno voglio uscirne: o uguanno o mai piú! L’ho giurato sul crocifisso.
– Bella?
– Simpatica; e poi, buona! È l’essenziale.
– Bravo. La conosco?
– Può darsi… Ma, te lo ripeto, ancora niente di serio. Non ne parliamo, sarà meglio. Saprai tutto a cose finite -. Io intanto mi accorgevo che l’amico ciliegia si struggeva di sgravarsi del suo segreto, e lo tormentavo cambiando discorso. Pochi minuti dopo, con quella sua finta aria sbadata, mi aveva riportato al soggetto.
– Era stanco di quella sua vitaccia di celibe; non ne poteva piú! Quella mattina avea dovuto attaccarsi da sé due bottoncini della camicia… Una cosa insoffribile! E s’era punto un dito tre volte!… La sua mamma, povera vecchina, trovavasi alla messa; la serva badava in cucina, e… con quelle manacce!… Insomma, voleva uscirne; non ne poteva piú! Aveva posto il dilemma al fratello: “o lui, o lui!” A quel modo non si andava innanzi. Nino rifiutava. Dunque toccava a lui di sacrificarsi sull’altare della famiglia. Ed era pronto!
– Anche l’anno scorso…
– Oggi era un’altra cosa: un affare finito. Con me parlava a cuore aperto: un affare finito!
– Me ne congratulavo, sinceramente.
– Grazie. Aveva bisogno di conforti. Una moglie è una terribile responsabilità! Gli tremavano le spalle nel rifletterci.
– Non bisognava rifletterci.
– Poi capita addosso una tempesta di figliuoli…
– Orrore! Le gioie della paternità le chiamava una tempesta!
– Sí, sí, gioie, non diceva di no. Ma se ci rifletteva un pochino…
– Non bisognava rifletterci!
– Avevo ragione. Però… Quella mattina era andato in casa il notaio. Che seccatura! Nel matrimonio non avrebbero dovuto entrarci questioni d’interessi; gli ripugnavano: infine, il mondo era fatto cosí, e bisognava accettarlo come era. Dunque, era andato in casa il notaio. Avessi visto! Pareva l’anticamera dell’inferno, con sette diavoli di bimbi che urlavano, pestavano coi piedi, strascinavano le sedie, strillavano per la colazione, sudici, moccicosi spettinati!… Il notaio bestemmiava come un turco per farli star cheti. Eh, sí! E quelli, per risposta, urlavan piú forte! Era andato via col capo come un cestone, senza aver capito nulla dell’affare, convinto che di figliuoli non bisognerebbe farne piú di due… Forse, ce ne sarebbe anche uno di troppo!
– Malthusiano! Mi scandalizzava!
– Oh! diceva per dire. Lui credeva alla provvidenza… Ma, infine, se il Signore si fosse deciso a non dargliene piú di due… non se ne sarebbe lagnato.
– Già pensava ai figliuoli?
– Se era un affare finito! Mancavano alcune piccole formalità. A lui piacevano i conti spicci: non voleva aver noie coi parenti per questioni d’interessi. Era un uomo di abitudini tranquille,..
– Dovevo dirglielo? Era troppo sottile, troppo meticoloso…
– Ma non si trattava di un affare; bensí di un matrimonio d’inclinazione… quell’antica idea… capivo?
– Ah!… capivo, briccone! –
E Píula mi dava una spallata, fregandosi le mani, sorridente, contento come una Pasqua; e filava una buona mezz’ora della sua solita lirica, del suo solito idillio, del suo solito cantico dei cantici. Diventava giovane di vent’anni: – Si arrabbiava di non vedermi convinto come lui! Quella volta le sue cose andavano bene; il cosí detto affare finito era davvero un affare finito!
Però il maggio e il giugno passavano in trattative, in un viavai dell’avvocato, del notaio, di amici intermediari che non finivano piú.
– Insomma?…
– Si andava avanti… Una piccola difficoltà: il nonno si ostinava a non voler fare una permuta da nulla. Capivo? A lui premeva di aver la dote raccolta in un punto. Doveva confondersi con un pezzettino di terra qua, un altro là? Se non ci si fosse potuto trovar rimedio, non avrebbe fiatato. Ma il rimedio c’era: la permuta colla vigna di Licciardo. Il nonno teneva duro per fargli dispetto; aveva un altro partito in testa… Ma la ragazza gli aveva spifferato un no piú tondo di cosí!
– Voleva un consiglio? Lasciasse andare la vigna: ne riparlerebbe dopo.
– No, era una mera picca, perché aveva ragione… –
Ma ecco che nel luglio e nell’agosto Píula era ridiventato scuro scuro.
I capelli non mostravano piú l’assiduità delle carezze del pettine e dell’olio coll’essenza di spigo. I petti delle camicie rimanevano in mostra fra lo sparato del corpetto in onta che fossero evidentemente un po’ troppo sgualciti. La cravattina nera, stretta come un nastrino di seta, era stata sostituita da certe cravattacce a nodo scorsoio che mostravano i denti. Il viso gli si era disfatto in un paio di settimane, come una pera mezza. E viveva appartato, evitando anche gli amici. Ai primi freddi dell’autunno aveva già ripreso il ferraiuolo di panno verde bottiglia dal collare un po’ unto, e al solito, gemeva quei suoi “ah!” da vero Píula, peggio di prima.
– Te lo dicevo io?
– Oh, non me ne parlare! Chi poteva prevederlo? Volevan farmi passare per grullo; volevano abusare della mia passione per la ragazza… Capisci bene che…
– Capisco benissimo!
– E poi, sai che c’è? Son proprio contento di non esserci cascato. La ragazza… mettiamola da parte; un angelo di bontà. Non bella, se vogliamo, ma un angelo, una perfetta donna di casa, massaia, prudente… quel che ci voleva per me; e se si fosse trattato soltanto di lei!… Ma la parentela!…
– Non era poi il diavolo!
– No, ma noiosa, permalosa, esigente, piena di pretese, con tanti fumi in testa pei suoi quarti di nobiltà che piú non valevano un fico. Non si viveva di quarti, disgraziatamente! I quarti lui li capiva accompagnati da centinaia di migliaia di lire; se no, facevano ridere.
– Però la dote della Paolina…
– Ne conveniva, era discreta, sebbene un po’ sparpagliata… Ma con quel brutto costume che lo sposo deve regalare i vestiti di nozze alla sposa e tutto il resto che vien dietro… volevo fare un po’ i conti?
– Lasciamo stare.
– Mezza dote se ne andava in fumo prima di averla tra le mani. E già aveva sentito sussurrare di un certo abito di velluto nero… Si esigeva un abito di velluto nero!… O che sposava una principessa?
– Ah! Ah!
– A questi lumi di luna! Coll’esattore sul collo che non ci lascia respirare!
– Ah! Ah! Ah!
– Rideva? Ah! Ah! Ah! Rideva anche lui e si fregava le mani! No, quel matrimonio non era punto il suo ideale! –
Non era il suo ideale!
Da quattro o cinque anni, ad ogni trattativa andata a monte, Píula conchiudeva sempre:
– Non era il mio ideale! –
Avrei dato un occhio del capo per sapere precisamente quale fosse quel suo benedetto ideale!
Povero Píula! Mi faceva pietà. Questa volta era andato giú davvero: pareva invecchiato di cento anni. Io intanto avevo la fanciullesca crudeltà di canzonarlo:
– Ti ricordi di Ramsete III?’
Píula mi guardava in viso, con tanto d’occhi.
– Di quel re d’Egitto, tuo contemporaneo? N’è stata scoperta la mummia il mese scorso -.
Píula scrollava il capo: – Mummia! Mummia! Ma lui si sentiva piú giovane di me; aveva la giovinezza del cuore. Mummia ero io che non credevo piú a nulla, non amavo piú nulla, né ero capace di provare nessuna gentile illusione!…
– Idee egiziane, del tempo della ventesima dinastia!
– Ma lo avrebbe provato che lui era giovane ancora…
– Se dovevo aspettar quella prova!
– Nel marzo dell’anno scorso Píula, al solito, era ringiovanito; relativamente, ma ringiovanito. E una domenica me lo ero veduto venire davanti raso di fresco, col soprabito color cioccolatte, coi guanti nuovi… di tre anni fa, cogli stivaletti di pelle lustra; un zerbinotto! Fumava un virginia, prodigalità sorprendente; portava all’occhiello un garofano brizzolato bianco e rosso, una vera insegna da innamorato. Avevo stentato a riconoscerlo quando, fermatosi a pochi passi da me, aveva cominciato a guardarmi con quei occhietti strizzati e quel suo ironico sorrisino sulle labbra.
– Non me la dai a intendere – gli dissi.
– Ti ho fatto segnare per testimone – rispose.
– Testimone di che?
– Del mio… contratto di nozze.
– Ooh! Ooh!
– Risparmia gli ooh! fammi il piacere!
– Ed esso è già steso?
– Sissignore, in tanti bei fogli di carta bollata.
– Tu sei prudente; non sei capace di metterti al repentaglio di sprecar quella spesa: ma, finché non avrò inteso dal sindaco le sacramentali parole… Si trattava della figlia del Vescovo, il primo medico del paese: (non si è mai potuto sapere perché lo chiamassero cosí). La Carmelina, figlia unica, aveva già passato da qualche tempo i vent’anni. Magra, lunga, moretta, con certi occhi sgranati, cominciava a seccarsi vedendo che un marito non arrivasse anche per lei.
– Non era un buon partito?
– Ottimo. Ma gl’interessi?
– Già belli e regolati. Soltanto.
– Ahi! Ahi!
– Soltanto…
E non era passata una settimana che Píula declamava contro la società moderna, come un missionario: – Non c’era piú sentimento nei cuori di oggi, ma liste di cifre!… Il matrimonio? Una speculazione, un affare! Le ragazze andavano in cerca di un grullo da fargli le spese; i babbi non pensavano che sbarazzarsi delle figliuole, con appena la camicia indosso!… Un galantuomo doveva rinunciare alle dolcezze della famiglia se non voleva morir disperato, di pura fame!… Il mondo andava a rotoli! Solo i contadini potevano prender moglie: vivevano di nulla! Ma i proprietari? Eran tutti condannati al celibato forzoso!I Una moglie per essi diventava un tracollo!…
Povero Píula! Anche la Carmelina era andata in fumo.
– Ma insomma – gli dissi – vorresti sposare soltanto la dote?
– Se si potesse! – rispose alzando gli occhi al cielo. – Sarebbe l’ideale!…

Milano, gennaio 1879.

V

UN CASO DI SONNAMBULISMO

Fra i tanti casi di sonnambulismo dei quali la scienza medica ha fatto tesoro, questo del signor Dionigi Van-Spengel è certamente uno dei piú meravigliosi e dei piú rari. Compendierò l’interessante memoria pubblicata recentemente dal dottor Croissart; spesso, per far meglio, adoprerò le stesse parole dell’illustre scrittore.
Il signor Dionigi Van-Spengel ha cinquantatre anni. È una figura secca, lunga, eminentemente nervosa, notevolissima sopra tutto pel naso e pel modo di guardare; vista una volta non si dimentica piú. Il ritratto, disegnato da Levys, messo in testa al volume, è di una rassomiglianza perfetta. La sua fronte, poco ampia ma molto elevata, è coperta di rughe che si alzano e si abbassano con continuo movimento come il mantice di un organino. Dietro di esse mulina un cervello che ignora il riposo. Il signor Van-Spengel trovasi da venti anni alla direzione generale della polizia del Belgio, e ha preso sul serio il suo posto. In parecchie circostanze ha dimostrato di non essere stato per nulla l’allievo prediletto del Vidocq.
La sua pupilla, un po’ neutralizzata da un par di occhiali di presbite, ha un’espressione affascinante; non guarda, ma penetra. L’uomo piú onesto del mondo tenterebbe invano di sopportarla pochi minuti senza imbarazzo.
“La prima volta che conobbi il signor Van-Spengel – dice il dottor Croissart – fu per cagione di una sua malattia. Da sei mesi era travagliato da un’insonnia fastidiosissima: i medici di Brusselle e di Parigi non sapevano da che parte rifarsi contro un male cosí ribelle ad ogni energico trattamento. Giunto allora dalla provincia, una cura fortunata mi avea messo subito in mostra. Egli venne a trovarmi. L’impressione di quella visita non mi uscirà piú di mente.
Ragionando del suo male, il signor Van-Spengel mi guardava in viso con quell’aria scrutatrice tutta propria, che forse un po’ gli veniva dalle abitudini del mestiere, ma che in gran parte mi parve dovesse attribuirsi al suo naso lungo, acuminato, un tantino storto e rivolto in su, un naso stranissimo.
Dopo pochi minuti non fui piú buono di prestare attenzione a quello che lui diceva. Mi sentivo attaccato nel santuario della mia coscienza e badavo a difendermi. Non son facile a subire illusioni di sorta; ma la fisonomia di quell’uomo m’inspirava in quel punto un indefinibile senso di paura. Giunsi fino a fantasticare che egli adoperasse quel naso, pel morale, come lo spiedo delle guardie daziarie alle porte delle città; infatti ricercava tutte le fibre e si ficcava piú oltre.
Quando il signor Van-Spengel tacque, non ebbi alcun dubbio ch’egli non conoscesse il mio cuore quanto e, forse, piú di me. Credetti anzi di sorprendergli sulle labbra un sorrisino di trionfo. Fui, mio malgrado, costretto a chiedergli scusa e a pregarlo umilmente di ricominciare da capo.
Sia indovinasse il motivo del mio turbamento, sia rimanesse mortificato della mia disattenzione, il signor Van-Spengel fissò allora gli sguardi sul piccolo tappeto steso sotto i suoi piedi e non li distolse di là prima di aver terminato la seconda narrazione delle sue sofferenze” (pag. 6).
Il signor Van-Spengel è celibe. Non ha parenti. Vive con una vecchia che lo serve da trent’anni, ed abita un quartierino nello stesso ufficio della direzione generale di polizia. Di abitudini regolarissime, passa leggendo le poche ore disoccupate che il suo posto gli consente. Mangia poco e, cosa piú notevole, non beve vino.
È certissimo che la sera del 1 marzo 1872 il signor Van-Spengel rientrò nelle sue stanze piú presto del solito. Era di buon umore e cenò con appetito. Si mise a letto alle undici e mezzo di sera: poco dopo la serva lo sentí russare fortemente. Alle otto e tre quarti del mattino (2 marzo) era desto. Il campanello avvertiva la Trosse che il suo padrone attendeva il caffè.
La Trosse assicura che l’aspetto del signor Van-Spengel era, quella mattina, preciso come il consueto, anzi un po’ piú sereno.
Nulla faceva presagire la trista catastrofe della giornata. – Il padrone – raccontò poi la vecchia – sorbí il caffè a centellini, esclamando ad ogni sorso: “Stupendo! Eccellente!” Indi accese la sua pipa. “Sapete? – mi disse; – temo di aver dormito nove ore tutte di un fiato!” E diè in uno scoppio di risa. Io tentennai il capo, ma non volli contraddirlo -.
All’una dopo la mezzanotte la Trosse lo aveva sentito passeggiare per la stanza e smuovere qualche seggiola. Supponendo che stesse male, si era levata e, pian pianino, aveva aperto l’uscio a fessura. Il suo padrone, seduto a un tavolino, avvolto nella sua veste da camera, col berretto da notte, scriveva.
Alle nove e mezzo il signor Van-Spengel avea terminato di fumare la sua pipa e si era levato. Si vestí, secondo la sua abitudine, in fretta e in furia; si fece aiutare dalla serva a infilare il soprabito, e si accostò al tavolino per prendervi gli occhiali. La serva teneva in mano il cappello e la mazza.
– Che storia è questa! – aveva esclamato ad un tratto.
Era meravigliato di trovar alcune carte sul suo tavolino. Presele in mano e lette le poche righe della prima pagina, il signor Van-Spengel si era fregato piú volte gli occhi, avea guardato attorno, in alto e in basso, per la stanza; poi era tornato a sfogliare lentamente tutto il quaderno, osservandone con viva attenzione e con crescente sorpresa la scrittura fina e compatta.
– Chi ha recato queste carte? – chiese bruscamente alla serva.
– Ma, signore!… –
La Trosse sorrideva: credeva che il suo padrone celiasse.
– Infine, parlate! Chi ha recato queste carte? Non me ne avete detto nulla.
– Non ne so nulla – rispondeva la serva vedendo la serietà del suo padrone. – Qui non c’è stato nessuno,
– Se è uno scherzo – borbottò il signor Van-Spengel fra i denti – bisogna confessare che è ben riuscito! –
Sedette sulla poltrona piú vicina, accennò alla serva di lasciarlo solo e si pose a leggere ad alta voce: Rapporto al signor procuratore del re sull’assassinio commesso la notte del 1 marzo nella casa N. 157 Via Roi Leopold in Brusselle.
E qui si fermò per osservare il calendario americano che pendeva dalla parete. Il calendario segnava 2 marzo. Il signor Van-Spengel aveva strappato pochi momenti prima il fogliettino del giorno avanti.
– O il diavolo se ne mescola, o io ammattisco – riprese a borbottare. – Questa scrittura è la mia! Non c’è che dire, è la mia! E picchiava col dorso della mano sul quaderno deposto sulle ginocchia.
– Eppure non l’ho fatta io, no davvero!
– Se il padrone mi permette… – disse la Trosse aprendo timidamente l’uscio.
– Permettere che? – rispose il signor Van-Spengel stizzito.
– Vorrei rammentarle che questa notte Mossiú ha scritto dall’una alle quattro, e…
– Siete matta!
– Scusi; Mossiú deve ricordarselo. Io mi son levata due volte credendo che si sentisse male; e tutte e due le volte l’ho veduto a quel tavolino, occupatissimo a scrivere. Mossiú vi ha poi dormito sopra, ed è forse per questo…
– Dev’essere cosí! – esclamò il signor Van-Spengel dopo un momento di riflessione. – È strano, ma dev’essere cosí! Sapete? In gioventú sono stato sonnambulo.
– Ah, mio Dio! – fece la serva. – Vuol dire che a notte lei andava per le stanze…
– Sí, mamma Trosse, qualcosa di simile. Parlavo, facevo ogni cosa proprio come quand’ero sveglio; né piú, né meno. A vent’anni però ebbi una gran malattia (fui sull’undici once di andarmene) e quel sonnambulismo cessò. Che voglia ricominciare? Cospetto! Sarebbe una gran seccatura! Ma sicuro – continuava dopo qualche intervallo – sicuro che ho scritto dormendo! Ne parlerò subito al dottore. Andate, serrate quell’uscio -.
Il signor Van-Spengel riprese in mano il quaderno e, svoltata la prima pagina, lesse:
“Signore,
Questa mattina (2 marzo) alle ore 11 ant…”
Si fermò nuovamente, per cavar di tasca l’orologio.
– Curiosa! Manca poco alle dieci e mezzo! Cose fatte dormendo!… Ecco intanto ciò che il signor Van-Spengel lesse tutto di un fiato. Lo trascrivo dall’Appendice apposta in fondo al volume.

“Signore,

Questa mattina (2 marzo) alle ore 11 antimeridiane, recandomi dal mio ufficio al ministero dell’interno per ricevervi le istruzioni e gli ordini di S. E. il ministro, allo sboccare della via Grisolles nella via Roi Léopold, vidi una gran folla radunata davanti la casa segnata col N. 157, accanto al palazzo del signor visconte De Moulmenant. Dubitando di un assembramento di sediziosi contro il pastaio che ha la bottega lí presso al N. 161, mi affrettai ad accorrere dopo aver chiamato le due guardie Lerouge e Poisson che trovavansi di fazione a capo della vicina via Bissot. Si trattava di ben altro. Il cocchiere, il cuoco, due cameriere della signora marchesa di Rostentein-Gourny stavano davanti il portone della casa a due piani, proprietà di detta signora marchesa, picchiando, ripicchiando da un’ora e mezzo, e non erano riusciti a farsi sentire né dal portinaio, né dalla cameriera rimasta in casa, né dalla marchesa né dalla marchesina.
Quelle persone di servizio affermavano aver ricevuto dalla marchesa il permesso di assistere alle nozze della figlia del cuoco; erano perciò rimaste fuori di casa tutta la notte.
Si cominciava a sospettare di qualche grave accidente. La costernazione era dipinta sul volto di tutti.
Il cocchiere, scalato il terrazzino di mezzo a cavaliere del portone, aveva tentato di farsi sentire, picchiando sulle persiane con tale violenza da rompere alcune stecche: ma senza frutto. Pareva che in quella casa non ci fosse mai stata anima viva.
Dimenticavo di dire che il sergente Jean-Roche con altre sei guardie mi avea precesso sul luogo, ed aveva già mandato uno dei suoi uomini dal giudice del circondario per aprire il portone colle forme richieste dalla legge. Il giudice arrivò da lí a pochi minuti, insieme al cancelliere.
Si cercò un magnano, e dovemmo stentare un pezzetto prima che le serrature interne fossero messe allo scoperto e sforzate.
Assegnate sei guardie per contenere la folla e scelti due testimoni, entrammo insieme a questi ed ai domestici, chiudendo il portone dietro a noi. I domestici dovevano servirci di guida e dar gli schiarimenti opportuni.
Fatti pochi passi, ecco sul primo pianerottolo della scala un’orribile scena. Il portinaio giaceva lí quant’era lungo, colla testa appoggiata a un gradino: nuotava nel sangue. Le sue mani erano squarciate da tagli in direzioni diverse. Aveva due ferite alle regioni del cuore, tre in fondo all’addome.
A quella vista la Luison, una della cameriere, svenne e fu presa da convulsioni violente. Nichette invece si slanciò su per le scale urlando, piangendo e chiamando a nome la sua padroncina. Gli uomini, allibiti, non pronunziavano sillaba.
La guardia Maresque fu tosto spedita per un dottore.
Eravamo appena a mezza scala, quando Nichette, affacciatasi dall’alto della ringhiera, urlava: “Assassinate! Assassinate!”
La casa pareva presa d’assalto. Oggetti di biancheria sparsi alla rinfusa per terra; cassette, cassettoni, armadi tutti scassinati e messi sossopra. I divani e le poltrone del salone di ricevimento spostati, o buttati a gambe all’aria. Presso il pianoforte, sopra una duchesse, il cadavere della marchesina di Rostentein-Gourny.
Colpita da una sola stilettata al cuore, era rimasta lí, colle mani aggrappate ai capelli, col capo rovesciato indietro sulla spalliera. Una piccola riga di sangue le macchiava la veste.
Gli usci che dal salone introducevano nella stanza da letto della marchesa erano tutti spalancati. In fondo, per terra, vedevasi una forma di persona avvoltolata fra coperte. Era il cadavere della signora marchesa. Due guardie lo distrigarono a stento. Parecchie lividure al collo indicavano ch’era stata prima strangolata, poi raggomitolata a quel modo.
La cameriera giaceva assassinata sul proprio letto nella camera accanto.
Il dottor Marol arrivato in quel punto, dopo attente osservazioni, constatò che le quattro vittime dovevano esser morte da otto ore, poco piú, poco meno. L’atroce misfatto era stato dunque consumato dalle due alle tre dopo la mezzanotte. Evidentemente i malfattori non erano andati lí collo scopo di assassinare. Ma non si penetra di soppiatto in una casa abitata da persone che, non foss’altro, possono urlare al soccorso, senza che l’assassinio sia anticipatamente calcolato.
Dalla vista dei luoghi non era difficile immaginare quello ch’era accaduto.
Il portinaio, levatosi per rendersi ragione di qualche insolito rumore, doveva essere stato aggredito all’uscire della sua cameretta. Grosso, robusto, coraggioso, liberossi dalle strette degli assalitori e tentò di chiamar gente. Egli dovette afferrar tra le sue braccia qualcuno dei malfattori e stringerlo fin a quasi soffocarlo, mentre gli altri lo finivano a coltellate. Penetrati nelle stanze superiori, alcuni eran corsi nella camera della marchesa, introducendosi probabilmente dalla parte di destra, altri nella camera della cameriera. La marchesa, sveglia, deve aver avuto appena il tempo di alzare il capo e di aprire gli occhi, ch’era già ridotta in istato da non poter gridare al soccorso.
Pare che nello stesso tempo venisse uccisa la cameriera. Giacché la marchesina ancora alzata, avvertita forse dall’insolito movimento nella stanza vicina, suonò parecchie volte il campanello, strappando perfino il cordone. Vedendo entrare qualcuno degli assassini, la marchesina era scappata via, inseguita di stanza in stanza, rovesciando tutto quel che le capitava innanzi, sedie, tavolini, poltrone. Ma nel salone, trovatasi forse fra parecchi di quei visacci, si era abbandonata sulla poltrona e vi era stata uccisa di un colpo.
Le induzioni erano queste; ci trovavamo tutti d’accordo.
Dopo lunga e minuziosa ispezione, potemmo avverare che l’argenteria, le gioie, i valori, erano stati intieramente involati con arditezza senza pari.
Da che parte e con che mezzi gli assassini eran penetrati in quella casa? Ecco una difficile ricerca.
Il portone, solidissimo, sbarrato da spranghe interne e chiuso da un magnifico ordegno inglese di struttura assai complicata, non mostrava guasti di sorta. Nelle imposte, ermeticamente chiuse, all’interno ed all’esterno, nessuna traccia di violenza. Il cancello di ferro fuso che chiudeva l’entrata del giardino aveva la sua serratura a posto. Le mura delle cantine erano intatte. Il piccolo portone in fondo alle cantine, che risponde nel vicolo Mignon, era chiuso con tanto di spranga. I tetti, le soffitte in perfettissimo stato. Insomma ci trovavamo in faccia ad uno di quei difficili problemi che l’inesauribile astuzia dei malfattori presenta, come una sfida, alla polizia.
Appoggiato al davanzale di una delle finestre che guardano nella via Roi Léopold, io riflettevo da un pezzo, quando tutto ad un tratto…”
– Hem? – fece il signor Van-Spengel, interrompendo la lettura.
E appuntava una terribile interrogazione sul viso della Trosse che si disegnava nel vano dell’uscio tenendo fra le dita un biglietto di visita.
– Ah, l’amico Goulard! – esclamò il signor Van-Spengel. – Ed io che stavo per piantarlo! Diavolo! Le dieci e tre quarti? Leggerò il resto piú tardi. Mamma Trosse – poi soggiunse con un atteggiamento mezzo comico mettendo in tasca il manoscritto; – siamo sul punto di diventar scrittori, romanzieri, come il vostro Ponson du Terrail. Che ne dite?
– Tanto meglio! – rispose la Trosse che non aveva capito.
– E i nostri romanzi li scriveremo senza fatica, ad occhi chiusi, dormendo!
– Tanto meglio! –
Il signor Van-Spengel si lasciò spazzolare da capo a piedi, aggiustò tranquillamente gli occhiali che gli si erano abbassati fino alla punta del naso, mise in testa la tuba, prese in mano la mazza e disse alla serva, che andava a far colazione dal suo amico Goulard. Il Goulard intanto aspettò fino al tocco, ma invano. Il signor Van-Spengel non si fece vivo in tutta la giornata.
Giudichi il lettore se sarebbe stato possibile indovinare, anche dalla lontana, quello che gli era accaduto.
Il signor Van-Spengel, senza nemmeno entrare nelle stanze dell’ufficio, sceso in fretta le scale e attraversato il vicolo dei Roulets era riuscito a metà della via Grisolles.
Il conte De Remcy, maggiore dei granatieri, che lo incontrò poco piú in là del Cafè de Paris e lo fermò alcuni minuti, ribadisce anche lui il racconto della serva intorno alla perfetta tranquillità d’animo del suo amico.
Il signor Van-Spengel era (e come no?) vivamente impressionato dal caso di quello scritto. Fra le poche parole scambiate col De Remcy ci furono anche queste: “Van-Spengel: “Credete voi all’assurdo?”
De Remcy: “Anzi!”
Van-Spengel: “Ebbene, questa sera vi dirò una cosa che vi farà strabiliare”.
De Remcy: “Perché non ora?”
Van-Spengel: “Ho fretta””.
Il dottor Croissart riferisce altre quattro testimonianze di persone che fermarono il signor Van-Spengel lungo la via Grisolles; sono dello stesso tenore.
Dalla chiesetta Saint-Michel fino allo sbocco della via Grisolles nella via Roi Léopold il signor Van-Spengel fu accompagnato dal signor Lebournant, sarto, che tornava a raccomandargli un suo affare. Fu questi che notò per primo un istantaneo e profondo sconvolgimento sul volto del direttore in capo della polizia.
– Ah, mio Dio! Ah, mio Dio – avea esclamato il signor Van-Spengel.
Sboccando dalla via Grisolles nella via Roi Léopold, avea visto una gran calca di gente presso il palazzo del visconte De Moulmenant, precisamente innanzi al portone della marchesa De Rostentein-Gourny.
“Però – riferisce il signor Lebournant – quel turbamento gli durò poco. Io lo guardavo con sorpresa. Non era mica naturale che un uomo della sua fatta si turbasse per l’assembramento di un centinaio di persone. Sospettai che ci fosse per aria qualcosa di grave. La prima idea che mi si affacciò fu quella di andar a chiudere il mio negozio. Intravvidi le barricate.I
“”Permettete”, mi disse torcendo a destra per la via Bissot.
Lo tenni d’occhio.
Ritornò poco dopo con due poliziotti e insieme ad essi s’indirizzò verso la folla.
Mi mescolai fra i curiosi. Tutti si fermavano domandando di che che si trattasse. Se ne dicevano di ogni colore”. (pag. 7).
Riconosciuto il direttore in capo della polizia, la folla si aperse per lasciarlo passare.
Una scala era appoggiata al terrazzino centrale del palazzotto Rostentein-Gourny; e quando il signor Van-Spengel giungeva davanti al portone, la persona che discendeva diceva ad alta voce:
– Hanno il sonno duro -.
Il signor Van-Spengel impallidí. Il riscontro del suo scritto colla realtà era cosí evidente che anche una testa piú solida della sua ne sarebbe stata sconvolta. Bisogna dire che il suo carattere fosse proprio d’acciaio, se poté far violenza a se stesso e padroneggiare fino all’ultimo la sua crescente emozione.
Lascio la parola al dottor Croissart.

“È difficile – egli scrive – indovinar con precisione ciò che accadeva nell’animo del signor Van-Spengel alla terribile conferma data dai fatti alla sua visione di sonnambulo. Il giudice signor Lamère, appena arrivato sul luogo notò che l’aspetto del direttore era nervoso. Guardava attorno un po’ stralunato; pacchiava colle labbra asciutte, impaziente. Era di un pallore mortale, quasi cenerognolo; respirava affannato. Il signore Lamère gli rivolse piú volte la parola senza spillarne altra risposta che uno o due monosillabi.
Entrarono.
Alla vista del cadavere del portinaio, il signor Van-Spengel lasciò sfuggire un “oh!” prolungatissimo, e si passò piú volte la mano sulla fronte. Nel salire le scale sudava. Cavò fuori ripetutamente il fazzoletto per asciugarsi le mani ed il viso. Nel salone di ricevimento si fermò immobile, davanti il cadavere della marchesina Rostentein-Gourny, tenendosi la testa con tutte e due le mani.
Il signor Lamère si affrettò a chiedergli se si sentisse male.
“Un pochino”, rispose.
E andò verso la finestra che dava sulla via Roi Léopold.
Quando il giudice lo invitò ad assistere alla perquisizione, il signor Van-Spengel rispose secco secco: Fate.
E rimase assorto nei suoi pensieri, a capo chino, colle mani chiuse l’una nell’altra, appoggiate al mento ed alle labbra, e le spalle rivolte alla via”. (pag. 130).

Il dottor Marol lo trovò in questa posizione. Ma poco dopo, quand’ebbe terminato l’esame della ferita della marchesina, vide che il signor Van-Spengel, coi gomiti sul davanzale della finestra e il mento sui pugni, guardava fisso tra la folla.
Stette cosí forse una mezz’ora. Il giudice signor Lamère, compiute le sue indagini, gli si era accostato per consultarlo sul da fare. Egli credeva che i servitori, che almeno qualcuno dei servitori avesse avuto parte in quel misfatto:
– Gli pareva prudente far arrestare senza indugio tutte le persone di servizio. I particolari del delitto mostravano quattro e quattro fa otto che lí c’era lo zampino di qualcuno di casa.
– Un momento – rispose il signor Van-Spengel dopo alcuni istanti di riflessione.
Andò lentamente a sedersi sul canapè nel lato opposto della camera, trasse dalla tasca del soprabito alcune carte piegate in lungo, saltò parecchie pagine e si mise a leggere con grande attenzione.
In quel punto l’aspetto del signor Van-Spengel aveva un’espressione stranissima.
Gli abbondanti capelli grigi che gli rivestivano la testa erano arruffati, quasi irti per terrore. Il luccichio dei cristalli degli occhiali, ogni volta che alzava il capo quasi cercasse una boccata d’aria, accresceva il sinistro splendore della pupilla e del volto. Le rughe della sua fronte parevano tormentate da un’interna corrente elettrica, e comunicavano la loro violenta mobilità a tutti i muscoli della faccia. Le labbra si allungavano, si contorcevano, si premevano l’uno sull’altro mentre i piedi sfregavano continuamente sul tappeto, poggiando con forza.
– Tutti i direttori di polizia sono cosí? – chiese il signor Lamère al dottor Marol.
– Che volete ch’io ne sappia? – rispose questi piú stupito di lui.
Passarono dieci minuti.
Il signor Van-Spengel si slanciò verso la finestra ove il signor Lamère ed il dottor Marol erano rimasti ad aspettare.
– Ebbene? – domandò il primo.
– No – rispose – arrestereste degli innocenti. Attendete. Lasciatemi fare. Maresque! Poisson! –
Le due guardie erano accorse subito.
– Con permesso, fatevi in là – disse al dottore. – Affacciatevi con me, ad uno ad uno, – seguitò rivoltandosi alle guardie; – fingete indifferenza. Attenti alle mie indicazioni. Occhio desto! E si fece alla finestra col Maresque.
Il signor Lamère sentí questo dialogo:
“Van-Spengel: “Vedi tu quel biondo accanto all’uscio del gioielliere Cadolle?”
Maresque: “Quello dall’abito bigio e dal berretto alla polacca?”
Van-Spengel: “Bravo! Fissati bene in mente la sua figura.”
Maresque: “Lo riconoscerei fra mille, signor direttore”” (pag. 250).
Rientrarono.
– Ora te, Poisson! E ripeté coll’altra guardia la medesima cosa.
In quel punto il signor Van-Spengel non pareva piú l’uomo di pochi momenti fa. Era calmo e impartiva gli ordini colla serietà delle persone del suo mestiere.
– Via! – esclamò all’ultimo, sospirando. – Usciremo dal vicolo Mignon; qui c’è tanti grulli curiosi! Tu, Maresque, ti accosterai al nostro biondino senza far le viste di badargli. Son sicuro che il colore della tua divisa gli urterà subito i nervi. Prenderà il largo e tu dietro, da vicino, senza aver l’aria di pedinarlo. Poisson verrà con me. Signor dottore, signor giudice, fra un quarto d’ora uno degli assassini sarà qui. Abbiate la pazienza di attendere -.
– Che dica sul serio? – chiese il giudice al dottore.
– Ma! – rispose questi, stringendosi nelle spalle.
– Ha detto il negozio del Cadolle, non è vero?
– Sí, il gioielliere: eccolo lí! –
E tutti e due si affacciarono alla finestra tra increduli e curiosi.
Piú di tremila persone stavano accalcate in quel piccolo tratto di via, incatenate dalla curiosità di conoscere i resultati delle indagini dell’autorità giudiziaria, coi visi in alto, verso le finestre del palazzotto Rostentein-Gourny, colle immaginazioni riscaldate dai pochi e contradditori particolari che andavano attorno.
Il Maresque si era fermato piú volte, prima di accostarsi verso il negozio del Cadolle.
Il biondo indicato dal signor Van-Spengel, rimasto tranquillo per qualche minuto, faceva due passi, poi tre, poi dieci verso la piazzetta Egmont, e spariva senza voltarsi indietro. Il Maresque spariva dietro a lui. Il signor direttore e l’altra guardia li seguivano a dieci passi di distanza. Piú in qua della piazzetta Egmont Poisson si staccava dal direttore. Dopo questo, il giudice e il dottore non videro piú nulla. La loro sorpresa era immensa.
Il biondo, secondo l’espressione del signor Van-Spengel, si era sentito urtare i nervi dalla divisa del Maresque ed aveva preso il largo con una indifferenza da ingannare il piú astuto.
Sui trent’anni, con lunghi e folti baffi rivolti in giú, occhio ceruleo, limpido ma irrequieto, il biondo era uno di quegli esseri sociali che non si sa mai con certezza a quale classe appartengano.
Indossava, colla eleganza che vien dall’abitudine a una vita molle e disoccupata, un vestito di fantasia, un’accozzaglia di fogge diverse, dal berretto polacco alla scarpa parigina, dalla giacchetta ungherese al pantalone inglese e alla cravatta americana; ma quest’accozzaglia non stonava armonizzata dal suo bizzarro portamento. Nessuno, a vederlo, avrebbe sospettato in quel giovane il menomo indizio di un assassino. Lo si sarebbe preso facilmente per un artista un poco matto.
Dal signor Van-Spengel si erano avute parecchie prove veramente sorprendenti di quella lucida, elettrica intuizione – un vero colpo di genio – che distingue l’uomo dell’alta polizia dal commissario volgare. Si tratta di sorprendere intime relazioni fra avvenimenti che paiono disparatissimi; d’intendere il rovescio d’una frase, d’un motto o d’un gesto che cercherebbe di sviarvi; di dar grave importanza a certe cose apparentemente da nulla; di afferrare a volo un accidente da mettervi in mano il bandolo che già disperavate di trovare: lotta di astuzie, di finezze, di calcoli, di sorprese che colla soddisfazione del buon successo compensa l’uomo dell’alta polizia del suo ingrato lavoro.
Ma qui la cosa andava diversamente. Il signor Van-Spengel, letta la seconda parte del suo lavoro di sonnambulo, vi aveva trovato, negli interrogatori anticipatamente scritti, i piú minuti particolari di quello che poi doveva accadere e si era messo, dirò cosí, ad eseguire punto per punto il programma della giornata, visto che la prima parte aveva corrisposto cosí bene.
Svoltando a destra della piazzetta Egmont, il biondo s’era avveduto della guardia, colla coda dell’occhio, e avea capito che lo pedinava. Allungato il passo, vicino al chiassetto dei Trois Fous, aveva tentato un colpo ardito. S’era fermato davanti un portone e v’era entrato di un lampo. La casa aveva un’altra uscita nella via della Reine. Se poteva essere perduto di vista un venti secondi, il colpo gli riusciva.
Profittando di alcuni carri che ingombravano la via della Reine verso il Restaurant des Artistes, girò con lestezza attorno ad essi, ritornò sui propri passi mentre il Maresque lo cercava coll’occhio tra la folla, e infilò un vicolo stretto, torto, sudicio, una di quelle tante anomalie che si trovano spesso nel cuore delle grandi città.
Aveva fatto i conti senza l’oste.
Il signor Van-Spengel lo aveva scoperto da lontano.
Il biondo passò un usciolino sepolto fra le panche di erbaggi di una bottega di ortolano e i cenci di un rivendugliolo ebreo, spenzolanti in mostra dalla tabella.
Il signor Van-Spengel, seguito dal Poisson e dal Maresque, diè un’occhiata allo stabile; poi, senza dir motto, cominciò a salire la scala che principiava quasi alla soglia.
Trovarono un andito largo, una specie di corridoio senza volta, col pavimento sdrucito e i vecchi mattoni che vi formavano degli isolotti: un locale freddo, grigio, di aspetto sinistro. Sei usci segnati con grossi numeri rossi indicavano sei stanze: ma il perfetto silenzio che vi regnava faceva supporre che i locali fossero allora disabitati.
Il signor Van-Spengel si accostò all’uscio numero 5, e picchiò colle nocche delle dita tre colpetti risoluti.
– Chi è? – avea risposto una bella voce di uomo.
– La legge! –
Apparve sull’uscio un uomo in veste da camera. Pareva di essere sulla quarantina. Aveva il volto tutto raso, i capelli neri e molto lunghi, gli occhiali inforcati sul naso e un libro in mano.
– Disturbo? – disse il signor Van-Spengel con impercettibile ironia, mostrando la sua fascia tricolore.
– Niente affatto – rispose l’altro inchinandosi. – La legge è il miglior ospite di questo mondo. Ai suoi ordini, signore -.
Le guardie scambiarono due occhiate interrogative, scrollando le spalle.
– Caro dottor Bassottin – disse il signor Van-Spengel, appuntando in viso a quell’uomo i suoi sguardi di fuoco. – Caro dottor Bassottin, o meglio signor Colichart, o, se piú vi aggrada, signor Anatolio Pardin, scegliete!… (l’altro al sentir pronunziare quei tre nomi avea fatto tre movimenti mal frenati di sorpresa). È provato che la notte scorsa voi, insieme ai vostri compagni Broche, Vilain, Chasseloup, Callotte e Poulain, col mezzo di due ordegni inglesi da voi fatti costruire l’ottobre passato dal Blak di Londra, penetraste alle due e un quarto dopo la mezzanotte, nella casa della signora marchesa De Rostentein-Gourny, via Roi Léopold, numero 157…
L’uomo a cui erano rivolte queste parole lo guardava imperterrito, facendo segni negativi col capo.
– Voi ne usciste l’ultimo – continuò il signor Van-Spengel – richiudendo il portone collo stesso ordegno servito ad aprire. Appena uscito vi metteste a cantare e a schiamazzare insieme agli altri. Poi vi sparpagliaste per diverse direzioni e vi riuniste dopo mezz’ora in questo locale a dividervi il bottino.
– Ma, signore – interruppe l’altro con un tono calmo ed insinuante, sorridendo; – qui dev’esserci uno sbaglio. Io sono il dottor Bassottin in carne e in ossa, medico chirurgo di Bruges. Voi mi trovate fra i miei libri di scienza e i miei strumenti. Non ero preparato a questa visita. Signore… oh! Dev’esser corso proprio uno sbaglio…
– Signore Anatolio! – replicò il direttore di polizia accostandoglisi all’orecchio. – Io so qualche cosa che i vostri complici non sanno: so dove avete nascosto quel diadema di brillanti che la vostra abilità di giocoliere fece sparire senza che quelli se ne accorgessero!
– Ah! Voi siete il diavolo!… –
E Anatolio si appoggiava al muro, tremante come una foglia.
– Cavategli quella veste da camera – disse il signor Van-Spengel.
Il Pardin lasciò fare.
– Strappategli quella parrucca -.
Il Pardin non oppose la menoma resistenza.
Com’erano ricomparsi i vestiti, ricomparvero allora anche i capelli biondi del giovane pedinato. Le due guardie stralunarono dalla sorpresa.
– Se vuol rimettersi i baffi! – disse il signor Van-Spengel seriamente.
E il Pardin, che pareva sotto l’oppressione di un potentissimo fascino, cavava macchinalmente di tasca i suoi baffi finti e se li adattava come gli avea prima.
– Ed ora mettetegli le manette -.
Il Pardin esitò un momentino a porgere le mani, ma non impedí che il Maresque gliele tenesse unite mentre il Poisson gli stringeva ai pollici il suo piccolo strumento di acciaio.
Il signor Van-Spengel picchiò in vari punti del pavimento, indi smosse un mattone colla punta della sua mazza. Apparve una buca. Poisson ne estrasse parecchie scatole e due involti che depose sul tavolino. Il signor Van-Spengel aprí ad una ad una le scatole, osservò gli oggetti d’oro, le pietre preziose, e le richiuse con cautela.
Mentre il signor Van-Spengel eseguiva questa operazioni, il giudice Lamère e il dottor Marol avevano fatte altre e piú minute osservazioni sulle diverse ferite delle vittime, perdendosi in un ginepraio di supposizioni intorno al modo con cui gli avvenimenti eran dovuti accadere.
Un piccolo episodio li avea commossi. Erano nella camera della marchesina.
– Perché non l’avevano trovata uccisa lí, ma nel salone di ricevimento? La marchesina era ancor sveglia verso le due e mezzo dopo la mezzanotte. Che cosa faceva? Il dottor Marol si accorse pel primo d’una lettera restata a mezzo, sul tavolino, ma non osò buttarvi gli occhi. La sua squisitezza di animo gli impediva di violare il segreto dei morti, il segreto di una signorina.
Il giudice Lamère invece trattò quella lettera come un documento del suo futuro processo e la lesse.
Eccola: fu pubblicata dai giornali belgi quell’anno. “Mia cara,
Sono felice! Bisogna che ti dica subito queste due parole: le capirai meglio quando avrai letto fino all’ultima riga. Sono felice! Se ancora me le tenessi nel cuore, potrebbero farmelo scoppiare. Oh! sarò sempre in tempo a morire. Oggi sono felice! Troppo felice!
Figurati! Mi son messa a scrivere alle undici e mezzo di sera. È già l’una dopo la mezzanotte ed ho appena incominciato. Ma in queste due ore e mezzo non ho fatto altro che parlare con te, ad alta voce, come se ti avessi avuta presente. Ah, mia cara!…
La penna non corrisponde alla foga del mio pensiero, al tumulto de’ miei affetti. Perché le persone che si amano non s’intendono da lontano senza né scriversi né parlarsi? Ecco: io duro fatica a proseguire, ed ho cento cose da dirti. Via, siamo serie!…
Egli mi ama!
Me l’ha detto questa mattina, in salotto, dove ci trovammo soli per due brevi minuti. Io tremavo come una bimba nel sentirlo parlare. Egli tremava piú di me. Non intesi bene le prime parole; ma le compresi egualmente e gli risposi… cosí strampalata! Oh, fu di una delicatezza senza pari! Pareva chiedesse scusa di farmi felice.
Scesi subito in giardino. Non potevo contenermi. Un fremito di piacere mi agitava da capo a piedi e mi rendeva leggiera come una piuma.
Lí tutto sorrideva; tutto era pieno di profumi. I fiori mi salutavano scotendo il capino sullo stelo con grazia indicibile; le acque delle vasche mormoravano mille cosette maliziose che mi facevano provare certi brividi!… Una gioia fino allora ignorata!
Correvo pei viali; mi fermavo; odoravo i fiori, gli accarezzavano; agitavo colle mani convulse le acque della vasca…
Pare impossibile che una parola ci possa rendere cosí! Volevo esser seria e non riuscivo. Mi sembrava che io profanassi il divino sentimento dell’amore manifestando la mia allegrezza in quel modo cosí fanciullesco; ne avevo dispetto… Ma tornavo a far peggio. Correvo di nuovo, saltavo… Poveri fiori! Quelle mie carezze li maltrattavano, ne guastavano le foglioline e le corolle, li sfogliavano anche; ma!… I felici sono crudeli, cara mia!
Egli m’ama! C’era proprio bisogno che me lo dicesse? No, no!… Ma pure non vivevo tranquilla; dubitavo sempre, mi torturavo da mattina a sera; mentre ora!…”

Il signor Lamère ed il dottor Marol avevano le lacrime agli occhi. Il cuore da cui erano sgorgate quelle righe piene di tanto affetto non batteva piú!
Il Lamère ed il dottor Marol si guardarono in viso stupiti vedendo entrare il signor Van-Spengel seguito dal giovane arrestato fra le due guardie. Il Van-Spengel pareva in preda a un fierissimo accesso nervoso. Metteva paura.
– Cancelliere – disse il signor Lamère – stendiamo dunque il verbale.
– Se ne risparmi la fatica – balbettò il signor Van-Spengel, avanzandosi barcollante, con un sorriso da ebete. – Il verbale eccolo qui!… E presentava il suo manoscritto, dando in uno scroscio di risa convulse.
Era ammattito!

Il libro del dottor Croissart, interessantissimo per tutti i versi (egli è direttore del manicomio di Brusselle) termina con profonde considerazioni su questo strano fenomeno di psicologia patologica, degne di esser lette e meditate. Egli conchiude:
“Quando vediamo il nostro organismo mostrar tanta potenza in casi tanto eccezionali ed evidentemente morbosi, chi ardirà d’asserire che le presenti facoltà siano il limite estremo imposto ad esso dalla natura?”

Catania, 25 marzo 1873.

VI

IL DOTTOR CYMBALUS

Da due anni Hermann Strauss lavorava assiduamente a un Nuovo sistema della Natura; ma quel giorno la sua meditazione era stata troppo intensa. Perduto nella immensità d’un problema d’altissima metafisica, aveva finito coll’addormentarsi; e russava da piú d’un’ora quando fu bruscamente svegliato da un insistente picchiare all’uscio.
– Avanti! – borbottò, sbadigliando e stirandosi sulla poltrona.
Comparve una gran cuffia dov’era affogata una grinzosa testa di vecchia.
– Ci è un giovane che desidera parlarle – biascicò la cuffia.
– Passi – rispose Hermann. – Chi diavolo può essere? – E aveva appena terminato di pensar questa domanda, che un bel giovane, alto di statura, biondo, pallido e in abito da viaggio, si presentava sulla soglia.
– William Usinger! –
I due amici si abbracciarono affettuosamente.
– Era arrivato quel giorno?
– Sí; e ripartiva domani. Aveva bisogno di lui.
– Son qua. Ma siedi; fumiamo una pipa.
– Grazie -.
L’Usinger posò sul tavolino un grosso piego sigillato.
– Vo in America – egli disse; – lontanetto, è vero?
– Ci metterai un po’ di piú ad arrivare. Infine si va in capo al mondo e si ritorna.
– Si poteva anche non tornare…
– Certamente, quando si trovava da star bene… Ah! È il tuo viaggio di nozze! – esclamò Hermann picchiandosi colla mano sulla fronte e spalancando gli occhi cerulei sotto le sue lenti da miope.
Il silenzio di William lo sorprese.
– Hai già sposato?
– No. Ma parliamo di cose serie. Sono qui per un affare di grave interesse.
– Non sei sposo?
– No – replicò William seccamente.
– O dunque?
– Parto per l’America.
– Ma che cosa è accaduto?
– Una cosa semplicissima: Ida sposa un altro.
– Tu l’abbandoni? Tu che mi scrivevi di amarla tanto?
– È lei che preferisce di sposare un francese.
– Francese per giunta! – esclamò Hermann dando un fortissimo pugno sul tavolino.
– Oh, per me val lo stesso, quando l’amato non son piú io!
– Povero William! Tu vuoi dimenticare, tu vuoi…
– T’inganni. Due donne non mi usciranno mai dal cuore: mia madre e lei!
– A proposito, e tua madre?
– Non ha voluto ricevermi.
– Nemmeno per farsi vedere, per farsi adorare in silenzio? –
William scosse il capo tristamente.
– Tua madre dev’essere un’altra!
– È lei! Ne ho in mano le piú irrefragabili prove.
– Povero William!
– Mi sento vecchio, decrepito a venticinque anni. Senza famiglia, senz’affetti, senza speranze, senz’illusioni, che ci faccio fra voi?
– Hai ragione. Vai in America: abbandona questa vecchia Europa che casca a pezzi da ogni parte. Vai in America. Buon viaggio! Lí potrai presto rifarti il cuore. Buon viaggio!… Ma è triste doversi dire addio forse per sempre!
– Ed ecco il motivo della mia visita – disse William molto commosso. – Questo plico sigillato contiene alcune carte importanti e le mie ultime volontà.
– Le tue ultime volontà?
– Riguardo a quel che lascio in Europa – soggiunse l’Usinger sorridendo. – Per l’esecuzione del mio testamento non bisogna aspettare la mia morte. Appena imbarcato, intendo non esser piú vivo per nessuno di qui, cioè fra tre o quattro giorni. Non ammattirai; te lo avverto perché tu non stia in pensiero. Ho venduto tutto. Questo plico contiene, in biglietti, in obbligazioni, in cambiali, quas’intiera la somma che ne ho ricavata.
– E pel tuo viaggio? Pel tuo avvenire?
– Non dubitare, ci ho pensato. Accetti?
– Ma di cuore! –
Hermann aveva le lagrime agli occhi. William, pallidissimo, faceva grandi sforzi per contenersi.
– Hermann – disse l’Usinger dopo alcuni momenti di silenzio; – promettimi di non aprire questo plico prima di quando ti ho detto!
– Anche piú tardi, mio caro, se cosí ti fa piacere. Io già l’ho con me che non tento di distoglierti dalla tua trista risoluzione. Trattienti almeno un paio di giorni!
– Non posso, ho molte faccende da sbrigare. Volevo anzi, per far piú presto, spedirti il plico colla posta; ma poi mutai pensiero. Ho voluto abbracciarti prima di lasciare l’Europa.
– Grazie, caro William! Mi hai fatto proprio piacere. Dove sei tu alloggiato?
– Alla Blauen Stern.
– Verrò a trovarti. Staremo insieme fino a stasera -.
Quando Hermann Strauss rimase solo, accese la sua grande pipa, si calcò sulla fronte il berretto di pelle di volpe, incrociò le braccia e stette assorto, lungamente, cogli occhi fissi sul busto di Hegel collocato lí in faccia.
A un tratto si riscosse, si precipitò sul plico, ne ruppe i sigilli, prese il solo foglio scritto ch’esso conteneva, e, prima di averne letto mezza pagina, cacciò un urlo.
– Che io arrivi a tempo! Che io arrivi a tempo! – balbettava scappando fuori di casa.

La Blauen Stern era situata al punto opposto della città.
Hermann attraversò una viuzza, svoltò una cantonata, sboccò in una piazzetta, infilò due altre straducole contorte ed oscure, uscí nella via principale, e poi tirò diritto, correndo affannosamente, senza curarsi che la gente si fermasse a guardarlo. Giungendo al portone dell’albergo non avea piú fiato.
– William Usinger? – domandò al portinaio mezzo appisolato nel suo stambugino.
Il portinaio si scosse, si strofinò gli occhi e, guardatolo in viso, chiamò:
– Resi!
Comparve una donna sui trent’anni, una vera paesana, grassa, bionda, untuosa. Il portinaio accennò ad Hermann che parlasse con lei.
– William Usinger è in casa? – replicò Hermann che sembrava sui carboni accesi.
– Glielo dirò subito -.
E sparí dietro l’uscio da cui era sbucata.
Quei minuti di aspettazione parvero un secolo ad Hermann. Finalmente la Resi venne a dire che l’Usinger era andato fuori di buona ora e non era piú tornato.
– Le sue valigie son ancora qui? – domandò Hermann agitatissimo.
– Non ha valigie.
– Dovrà pagare il suo conto…
– L’ha saldato.
– Dove poteva trovarlo? Come raggiungerlo a tempo? Hermann pestava coi piedi, si strizzava le mani, bestemmiava, guardando indeciso di qua e di là; quando eccoti l’Usinger.
– Ah! – urlò Hermann, correndogli addosso come se quello avesse tentato di scappare.
– Hai aperto la busta! – disse William, con piglio severo.
– Sí!
Hermann per precauzione lo teneva sempre pel vestito. Montarono le scale, silenziosi. Entrati in camera, William buttò in un canto il suo berretto da viaggio e si lasciò cadere sopra una poltrona. Hermann rimase in piedi innanzi a lui.
– Aveva perduto il cervello?
Lo rimproverava affettuosamente.
– Poteva darsi. Ma cosí che credeva di fare?
– Il suo dovere d’amico.
– Un dovere inutile.
– William!
– Voleva persuaderlo di amare la vita dopo tutto quello che lui sapeva? C’era forse il mezzo di strapparsi il cuore dal petto e non morire? Aveva lui il modo di renderlo freddo e insensibile come il marmo?
– Sí! sí! – esclamò Hermann.
A quelle ultime parole dell’Usinger gli era balenata nella mente una luce improvvisa; perciò lo abbracciava con effusione. William stava a guardarlo stupito.
– Il cervello del suo amico aveva dato la volta? –
Ma Hermann sorrideva, si fregava le mani dalla gioia:
– Gli bastava l’animo di sostenere una dolorosa operazione chirurgica?
William fece una mossa di offesa.
– Lo prendeva per un bimbo?
– Si sentiva l’animo di sostenere una dolorosa operazione chirurgica? – Glielo domandava seriamente.
– Perché?
– Per diventare freddo e insensibile come il marmo. Gli bastava l’animo? – Rispondesse.
– Oh, sí! – disse William. – Ma questo è impossibile.
– Meno di quel che supponi. Tu conosci certamente, almeno di fama, il dottore Franz Cymbalus, uno dei piú grandi, anzi forse il piú grande dei fisiologi viventi. Le sue scoperte sul sistema nervoso sono le conquiste piú straordinarie della scienza moderna. È stato mio maestro e mi vuol bene. Anderemo a trovarlo. Il dottor Cymbalus ti salverà.
– È dunque un Dio cotest’uomo?
– Uno scienziato; val quasi lo stesso.
– Non credere che io m’illuda – disse l’Usinger. – Se acconsento a venir da lui, è solamente per contentarti. Abita lontano?
– In una sua villetta, a poche miglia dalla città.
– Su, andiamo! –
E l’Usinger rispose con un’incredula scrollata di spalle al gran respiro di soddisfazione cacciato fuori da Hermann.

Il dottor Cymbalus era seduto sopra una panca di legno con due bimbi sulle ginocchia. Sorrideva, li accarezzava e rispondeva bonariamente alle vivaci domande di quelle due bionde testoline.
– Domine, bona dies – disse Hermann dietro il cancello, togliendosi di capo il berretto.
Il dottore lo riconobbe, mise a terra i due bimbi che si perdettero pei viali, e andò ad aprire facendo colla mano un affettuoso saluto.
– Amico mio! – disse, introducendo i due arrivati. – Sono lietissimo di rivedervi. Signore, vorrei poter soggiungere altrettanto di voi; ma, se la memoria non m’inganna, non credo d’avervi veduto un’altra volta. Per questo non siete meno il ben venuto in casa mia.
– William Usinger – disse Hermann.
William fece un profondo inchino. Il dottor Cymbalus gli stese la mano.
– Maestro, il mio amico ha bisogno della sua scienza – disse Hermann sorridendo all’Usinger.
– È ammalato?
– Piú che ammalato: è deciso di ammazzarsi.
– Cosí giovane?
– Sí, maestro, cosí giovane!
– Non viene certamente da me perché gliene fornisca il mezzo – disse il dottore. – Ma entriamo in casa. Ragioneremo con piú comodo -.
Il dottore condusse i due ospiti nel suo gabinetto di studio, un caos di libri, di carte, di mappe, di strumenti, di boccette, di vasi, di cranii, di preparati anatomici, di scheletri umani. L’Usinger, entrando, sentí dei brividi per la schiena.
Il dottore sedette sulla poltrona dietro il suo tavolino. I due amici gli sedettero di faccia.
Quella figura di vecchio scienzato era dolce e serena. La sua fronte spaziosa e solcata da rughe profonde, il suo occhio vivo e scintillante malgrado le veglie sostenute per mezzo secolo in pro della scienza e dell’umanità, il suo labbro quasi sempre sorridente, la posatezza delle sue maniere, la bontà della sua parola, tutto rivelava in lui una natura elevata; di quelle che dal sapersi piú grandi delle altre attingono la virtú dell’umiltà che le fa venerande.
– Voi dunque volete morire? – disse il dottor Cymbalus con un accento di paterna ironia.
– Sí, o signore – rispose l’Usinger freddamente. Mentre Hermann raccontava, a grandi tratti, la dolorosa storia di William, il dottor Cymbalus teneva bassa la testa e gli occhi socchiusi; le sue labbra erano atteggiate a commiserazione profonda.
– Io non posso approvare la vostra risoluzione – egli disse all’Usinger quando Hermann ebbe finito. – I miei studi m’ispirano un immenso orrore per l’opera di rovina che voi meditate; forse, perché mi trovo, piú d’ogni altro, nel caso di misurarne la gravità. La mia vecchiezza e i miei studi mi autorizzano a tenervi questo linguaggio. Le vostre sventure sono grandi; però voi dimenticate che la natura non toglie nulla senza dar dei compensi. Nel mondo vi sono molti esseri che paiono condannati alla perpetua servitú di altri esseri superiori; nascono, vivono, muoiono senz’un loro apparente profitto. Fra gli uomini, nella vita civile e in quella dell’intelligenza, succede lo stesso. Il genio potrebbe dirsi una tremenda schiavitú; la scienza, un’orribile catena. Tutta la gloria e tutte le ricchezze di questo mondo non valgono a compensare la piú piccola parte dei dolori che l’artista e lo scienziato provano nella creazione delle loro opere e nella ricerca della verità, che è una creazione anch’essa. Voi dite di voler morire perché vi è mancata la consolazione degli affetti domestici; ma chi vi dice che la natura non v’abbia destinato ad esercitare le forze del vostro cuore e del vostro intelletto in una sfera assai piú larga di quella della famiglia? La società si compone di tanti cerchi concentrici. La famiglia occupa il posto di mezzo; l’umanità l’ultimo, almeno nel mondo che noi abitiamo. Piú in là della famiglia vi è la città; piú in là di questa, la nazione; piú in là ancora, le nazioni; un campo immenso, fecondissimo, ove quella piena d’affetto che vi tumultua nel cuore potrebbe trovare mille sfoghi. Quante vie non sono aperte alla vostra attività nell’istruzione, nella politica, nella milizia, nel commercio, nelle arti, nelle industrie, nelle scienze, perfino nelle occupazioni piú spregevoli?
Per una sublime fatalità, ogni minima influenza del minimo atomo contribuisce, coi suoi mezzi, al grande edificio del progresso. La materia si trasforma e trasforma, alla sua volta, quello che noi chiamiamo spirito, pensiero. Vi siete mai reso conto della benefica legge del lavoro, la piú perfetta esplicazione dell’amore? No, certamente. Per vostra mala sorte vi siete invece concentrato in voi stesso; avete aumentato con crudele compiacenza la forza del male; avete già iniziato, isolandovi, quell’inconsiderata opera di distruzione che ora intendete di compire. Forse non avete mai provato la consolazione di beneficare i vostri simili…
– Sí – lo interruppe l’Usinger. – Ma sopratutto (può darsi ch’io sia un grande egoista) ho sempre pensato a me stesso. Io ammiro la grandezza delle cose da lei dette, e mi addoloro di trovarle indifferenti per me, cioè, troppo elevate pel mio cuore, per la mia indole, fors’anche per la mia stessa volontà. Ma se la sua scienza, o signore, non ha altri mezzi per giovarmi, mi affretto a chiederle scusa di questi momenti di noia. Li deve al mio buon amico Strauss; ma li perdoni a tutti e due.
– Maestro! – disse Hermann, stendendo le mani verso il dottore in atto di preghiera. – Maestro, bisogna salvare ad ogni costo quest’infermo di mente. L’ho qui condotto colla fiducia che lei lo avrebbe salvato.
– Ma in che maniera, caro Strauss? – domandò il dottore.
– Mi son ricordato a un tratto di quella sua straordinaria scoperta, della quale lei diceva di sentirsi atterrito; di quella scoperta che lei vuole portar con sé nella tomba, per non mettere nelle mani della fanciulla umanità un’arma cosí terribile e di cosí facile abuso. Ebbene, Maestro, quella scoperta può strappare alla distruzione una vita vigorosa, un’intelligenza potente. Non vorrà lei stender la mano per salvare metà d’una creatura già decisa di perdersi intiera? –
Il dottor Cymbalus guardava William fissamente. Questi aspettava con calma la risoluzione dello scienziato.
– E s’io vi rispondessi che non posso far nulla?
– Mi ammazzerei.
– Ma voi ignorate senza dubbio quello che Hermann mi chiede!
– No, signore. So che si tratta d’un’operazione colla quale rimarrei freddo e insensibile come un uomo senza cuore.
– È un’operazione che qualunque vecchio barbiere sarebbe capace di fare. Ma io provo ribrezzo a stender la mano sopra una creatura perfetta per guastarla senza riparo! Non vo’ commettere un sacrilegio. Un ago, una lancetta basterebbero per turbare la meravigliosa armonia del vostro organismo. Qualcosa di voi perirebbe, come per incanto. Diverreste un uomo nuovo, una creatura senz’affetti…
– Non desidero altro – interruppe l’Usinger. – Le mie sventure provengono dal cuore. S’io fossi insensibile, se…
– Ah, ma un giorno voi potreste amaramente rimpiangere quello di cui ora volete disfarvi!
– No, non è possibile; soffro troppo.
– Badate! La scienza sarà impotente a darvi il minimo aiuto. È la sua inferiorità di faccia alla natura, è la sua miseria attuale. Per dispetto, come l’ebreo della leggenda, voi potreste buttar nell’oceano la preziosissima gemma del vostro sentimento. Ma nessuno, badate! Ripeto, nessuno potrebbe piú ripescarvela. Persistete ancora nella vostra risoluzione?
– Piú che mai, mio signore! –
Il dottor Cymbalus appoggiò i gomiti sul tavolino, mise la testa fra le mani e stette a riflettere per due minuti. Hermann guardava il suo maestro trattenendo il respiro. William aspettava, tranquillo, facendo girare tra le dita gli orli del suo berretto da viaggio.
– Avrei amato – disse il dottore – che piú della mia scienza vi giovassero i miei consigli. La vita è una bella cosa; credetelo a un vecchio che non può star molto a lasciarla. Dite di no? Dio faccia che un giorno non mi abbiate a dar ragione! –
Il dottor Cymbalus scrisse una prescrizione sur un foglietto di carta e la porse ad Hermann:
– Dopo sei giorni di questa cura, tornate qui. Tenteremo -.
Hermann si precipitò sulla mano del maestro e la coperse di baci.
William si sentiva stranamente commosso.

Una settimana dopo, Hermann e William picchiavano al cancello della villetta.
In un angolo della camera larga ed ariosa era preparato il letto pel paziente. Sopra il tavolino rotondo posto nel centro, vedevansi due boccette con liquidi rossi e nerastri, fasce ripiegate, filacce e una piccola borsa chirurgica.
William guardò questi apparati con occhio indifferente. Il dottor Cymbalus gli ordinò di mettersi a letto, poi gli somministrò il cloroformio.
Mentre Hermann, aiutato dal servo del dottore, rivoltava bocconi il suo povero William reso insensibile, il dottore cavava fuori dalla borsina due aghi e una lancetta, preparava due fasce e stendeva sopra cuscinetti di filacce un po’ di quei liquidi rossi e nerastri delle boccette, che subito si rapprendevano.
Era sopra pensiero.
– Lasciatemi solo – egli disse; – e non entrate prima che io suoni -.
Trascorsero dieci minuti; durante i quali Hermann, che origliava dietro l’uscio, non sentí altro nella camera che il passo affrettato del dottore dal letto al tavolino e dal tavolino al letto. Benché non dubitasse menomamente della riuscita, era agitatissimo, tremava, non vedeva l’ora che l’uscio della stanza di William fosse stato aperto.
Il dottore suonò.
– Tenetevi pronti – disse, vedendo entrare Hermann e il servitore. – Appena si sveglierà, le sue convulsioni saranno tremende -.
Un lento mugolio annunziava da lí a poco il ritorno ai sensi dell’Usinger.
Le filacce, trattenute da due fasce nel mezzo della spina dorsale e all’occipite, indicavano il posto dove l’operazione aveva avuto luogo. Non vi si scorgeva traccia di sangue.
William stirava le braccia con moto convulsivo, poi le lasciava cadere come sfinite. Tentò svoltarsi, ma non riuscí. Lo lasciarono fare. Il dottore aveva raccomandato intervenissero soltanto nel caso che quello cercasse di strapparsi le fasce.
Il mugolio diventava a poco a poco un urlo prolungato. William mordeva i cuscini, tormentava con le mani le lenzuola e le materasse, si agitava con tutta la persona, e urlava:
– Ahi! ahi! La morte! La morte! Ahi! Ahi! –
Quando videro che tentava di strapparsi la fasce, Hermann e il servo lo afferrarono ai polsi. Era livido, colla fisonomia contratta, cogli occhi terribilmente spalancati.
– Ahi! ahi! – continuava ad urlare. – La morte! La morte!
– Vi è da temere, maestro? – domandò Hermann ansioso.
– Tutto va bene – rispondeva il dottore colla soddisfazione dello scienziato che ha ottenuto una vittoria. William restò per alcuni minuti come un corpo inerte. Il dottor Cymbalus gli tastava il polso.
– Le convulsioni ricominciano; saranno le ultime, ma piú violente -.
L’accesso riprese appena il dottore aveva terminato di parlare, ma non durò molto. William ricadde spossato.
– Lasciamolo riposare – disse il dottor Cymbalus -. Già si sviluppa la febbre. È la natura che si solleva contro la violazione delle sue leggi! – William dormí tranquillamente quattr’ore di fila. Quando svegliossi, i suoi occhi smarriti si fissavano sulle persone e sugli oggetti intentamente, come per riconoscerli bene; poi passavan via, senza lasciar capire se gli avesse o no riconosciuti. Le sue mani brancicavano nel vuoto, sfregavano le coperte; poi si tastava il viso, il petto, lo stomaco, e tornava a brancicare qualcosa invisibile. La sua voce era un lamentio basso, interrotto, una specie di singhiozzo. Durò cosí due giorni. Al terzo riconobbe Hermann e gli strinse la mano: sorrise al dottore.
– Soffro molto – diceva; – soffro molto qui -. E gl’indicava il petto.
– Non è nulla – rispondeva il dottor Cymbalus. – Passerà -.
Quando questi gli tolse le fasce, Hermann vide sulla spina dorsale e sull’occipite di William due piccolissime cicatrici, due graffiaturine nere; niente altro.
William si sentiva uscire a poco a poco da un profondo sbalordimento. Le idee gli erravano per la mente, gli sfuggivano, gli tornavano innanzi come nuvoloni sballottati da un temporale; poi cominciavano ad ordinarsi simili a una folla di persone entrate confusamente in una sala che riescono infine a trovar tutte il lor posto. Capiva che doveva essere accaduto qualcosa di straordinario dentro di lui; provava un vuoto immenso e un benessere ineffabile, ma non si ricordava bene: credeva d’aver sognato.
– Hermann, il dottor Cymbalus, il letto, la stanza, l’operazione subita non erano fantasmi creati dalla sua fantasia delirante? Si era forse ucciso, e quello stato di calma era la sua nuova esistenza in un mondo migliore?
Finalmente ebbe la certezza della realtà.
– Consummatum est! – gli disse il dottor Cymbalus scotendo la testa tristamente.
– Ella è il genio del bene! – rispose William.
– Dite piuttosto il genio del male, capace di distruggere e non di edificare!
– Ah, dottore, come son lieto di non aver ascoltato i suoi consigli! Io gusto una pace, una felicità che non credevo possibili sulla terra! –

Infatti era una felicità vera. All’eccessivo tumulto dei suoi affetti succedeva un silenzio completo. I suoni gli aliavano intorno alle orecchie, sussurrandovi le loro note senza decidersi ad entrarvi. I colori venivano a posarglisi sulla retina colla delicata precauzione di chi non vorrebbe farsi scorgere.
Quella parola misteriosa della malinconia dei tramonti, del mormorio delle acque, del profumo dei fiori, delle linee della campagna, della serenità dei laghi, dell’altero slanciarsi dei monti al cielo, del mesto sprofondarsi delle vallate; quella parola misteriosa che tutti cerchiamo, che tutti ci sforziamo a riprodurre poeti, romanzieri, pittori, scultori, maestri di musica, quella viva ed eterna parola dell’universa natura, lui non la sentiva piú o non la intendeva. Viveva come circondato da un’immensa solitudine, fra le vaste ruine d’un mondo una volta animato. E si sentiva felice, e s’inorgogliva di se stesso.
– Come era superiore a quanto gli stava attorno! Nulla giungeva piú a fare nessun’impressione su lui!
– Ricordava sua madre, ricordava Ida Blumer, le sole creature ch’egli avesse immensamente amate e per le quali il suo cuore aveva tanto sofferto; ma non provava piú né commozione, né rimpianto: – Era vendicato di esse! –
Gioiva del suo trionfo.
Durante questo tempo, avvenimenti inaspettati mettevano sossopra il palazzo della contessa K***.
La sventura avea spetrato quel cuore di madre, e il pentimento e il rimorso la conducevano alla casa del figliuolo cosí spietatamente abbandonato e, una volta, fatto scacciare dai suoi servitori.
William abitava insieme ad Hermann.
Quella stessa vecchia che un giorno lo introdusse nella stanza di studio del suo amico gli annunciò la visita d’una gran dama.
– Passi – rispose smettendo di lavorare.
Una signora vestita a lutto, con un fitto velo sugli occhi si presentava sulla soglia. Esitava ad inoltrarsi.
William le era andato incontro. Allora quella signora avea sollevato il suo velo ed era rimasta a testa bassa innanzi a lui.
– Mia madre -.
William non si era scomposto.
Ma la signora, fulminata da quella freddezza, lo fissò in volto. Non vi traspariva nessun indizio di commozione repressa. Suo figlio la guardava attentamente, ma con impassibile tranquillità.
Al grido straziante della contessa, e al vederla fuggire inorridita, William avea alzate le spalle ed era tornato al tavolino, a disegnare figure di geometria.
Otto giorni dopo, passando davanti la casa dove si espongono i cadaveri non riconosciuti delle persone perite di morte improvvisa o violenta, avea veduto molta gente affollarsi sull’uscio. La curiosità lo avea spinto ad entrarvi.
Sopra una bara giaceva il cadavere d’una giovane dai diciotto ai vent’anni.
Bella, vestita con eleganza, aveva i capelli rappresi sulla fronte e sul collo; gli abiti ancora bagnati indicavano il genere di morte scelto dalla infelice per finire i suoi giorni.
– È Ida Blümer – egli disse; – la riconosco -.
Condotto davanti al commissario, vi fece la sua deposizione. La vista di quel cadavere lo aveva lasciato indifferente.

Eran passati sei anni.
– Che cosa voleva dire quella stanchezza vaga, indefinibile che cominciava ad insinuarsi nella sua vita regolare e monotona? Quei confronti del passato col presente, che gli erano stati cagione di tanta allegrezza, perché ora prendevano un accento di lieve rimprovero? –
Fu spaurito di questi sintomi e cercò di svagarsi.
Ma come sfuggire la memoria? Si vedeva perseguitato da essa perfino nei sogni.
Giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, la stanchezza e la noia aumentavano. Non poteva far nulla per arrestarle; si sentiva inetto a resistere.
– La gran legge del lavoro! –
Aveva un bel ricordarsene; non gli riusciva di lavorare. Si stancava, si annoiava subito. Gli mancava qualcosa che gli rendesse caro il lavoro.
La sua solitudine gli faceva spavento. I momenti piú tristi della sua vita gli parvero preferibili, immensamente, a quella calma di morte che l’operazione del dottor Cymbalus gli avea procurata.
– Mamma! Ida! Mamma! Ida! – chiamava ad alta voce, chiuso nella sua stanza, senza voler vedere nessuno.
Tentava di riscuotersi con quei nomi dal torpore che lo teneva incatenato fra i suoi terribili nodi.
– Ma nulla! –
Quelle parole: “Mamma, Ida” gli risuonavano nell’orecchio come due voci che non avessero mai avuto alcun senso per lui.
– Ah! Quell’ore di pianto, di disperazione, di strazio mortale passate a guardar da lontano le finestre del palazzo K*** nelle notti d’inverno! Ah! quell’ore d’agonia, quando si struggeva di abbracciare sua madre che perduta tra le feste e i conviti piú non si ricordava di lui! Quelle erano state ore! E quando i furori della gelosia, i folli propositi di vendetta gli avevano sconvolto il cervello, al tradimento di Ida Blümer? Che emozioni! Che divini dolori!… Ed ora piú nulla! Nulla! Un giorno corse da sua madre.
La contessa K*** si preparava per un viaggio lontano. Nel momento che William saliva le scale del palazzo ricordando la trista scena di parecchi anni fa, essa trovavasi nel suo elegante salotto, abbandonata su una poltrona, col viso fra le mani, piangente. Una cameriera levava della roba da un mobile antico incrostato di avorio e di madreperla, e nominato un oggetto, aspettava che la sua signora le rispondesse sí o no con un cenno del capo.
William irrompeva nella stanza.
La contessa pareva ammattita dalla gioia. Rideva, piangeva, lo abbracciava, lo carezzava, tornava ad abbracciarlo. William non rifiniva dal baciarla:
– Il contatto di quelle labbra dovea fargli rivivere il cuore! Chiamami figlio! Chiamami figlio!
– Figliuolo, figliuolo mio! – ripeteva la contessa.
Il rimorso, il pentimento, la gioia rendevano sublime l’accento di lei.
William smaniava; si scioglieva dalle braccia di sua madre, le metteva una mano sulla fronte per tenerle sollevato il volto:
– Voleva contemplarlo bene e assorbire tutti gli splendori di quegli occhi! Qui le tue mani, sul mio cuore!… Premi forte!… Ancora piú forte! Ma no! No! Quel terribile gelo non voleva fondersi. Il suo cuore era morto per sempre! Non un palpito! Non una leggiera emozione! Baciava forse una statua? Era un’infamia! Oh, maledetta quella scienza che lo aveva cosí ridotto! –

La mattina dopo, senza dir nulla al suo amico, William Usinger prese la strada che conduceva alla villetta del dottor Cymbalus.
Era giorno di festa. Allegre brigate di uomini e di donne, sparse pei prati che fiancheggiavano la strada, conversavano allegramente o ballavano al suono del violino e del contrabasso. William si fermava a guardare quelle persone felici; ma non capiva piú nulla di quella loro musica, e di quelle loro canzoni. Quei visi sorridenti gli sembravano atteggiati a scherno o a disprezzo per lui.
Il dottor Cymbalus lo ricevette colla sua solita cordialità.
William gli espose quel che provava.
– Io non v’ingannavo, figliuolo mio! – gli disse il dottore diventato tristo e meditabondo. – Forse sarebbe stato meglio vi avessi lasciato mettere in atto la vostra disperata risoluzione! Non credete per questo che vi fossi indotto da una vanità di scienziato, per tentar l’esperimento delle mie scoperte. Voi calunniereste il mio cuore d’onest’uomo che la scienza fa palpitare vivamente per qualunque creatura che soffre. Fui sedotto da una speranza: osai sperare che la natura non sarebbe stata inesorabile. Eravate cosí giovane! Avevate tanto sofferto! Ma la natura non muta le sue ineluttabili leggi.
– Addio, dottore! – disse William.
– Abbiate coraggio, abbiate coraggio!
– Avrò coraggio -.
Il dottor Cymbalus dalla finestra del suo studio seguí coll’occhio il giovane che s’allontanava a capo chino. Lo vide fermarsi per consegnar qualcosa al servo poi sparire nel campo vicino, dietro un folto gruppo di alberi.
S’udí un’esplosione d’arma da fuoco.
Il dottore corse in fretta, accompagnato dal servo, verso il punto dove l’Usinger era scomparso.
William giaceva a terra immerso in un lago di sangue, col petto squarciato da una terribile ferita.
Quando il servo consegnò al dottore il foglio ricevuto alcuni momenti prima, il vecchio scienziato lo aperse tremando dalla commozione, colle lacrime agli occhi. Esso conteneva queste brevi parole:
“Lascio tutto il mio patrimonio al dottor Franz Cymbalus ed al mio amico Hermann Strauss perché con esso istituiscano una scuola gratuita dove si insegni ad AMARE!”

Firenze, settembre 1865.

LE APPASSIONATE

I

TORTURA

Com’era avvenuto?
Non avrebbe saputo dirlo neppur lei. Insidia, aggressione!… Qualcosa di vigliacco e di brutale… Un’infamia!
E al ricordo di quell’istante in cui la violenza del cognato aveva impresso a tradimento un bollo di fuoco nelle sue carni di moglie immacolata, ella agonizzava senza tregua, senza poterne dire una sola parola a nessuno, all’infuori che al crocifisso a piè del quale s’era buttata, protestando per la propria innocenza, sciogliendosi in lagrime nel buio della camera, la terribile notte seguita alla sera della violazione, quando le era parso d’impazzire, di morire…, e non era né impazzita, né morta!
Com’era avvenuto?
Se lo domandava spesso, tentando d’illudersi per non piú ricordarsene, per non piú crederci; per ottenere, almeno cosí, un momento di riposo in quello straziante travaglio del sangue, dei nervi, dell’intelligenza che tornavano a ribellarsi contro l’oltraggio, quasi continuasse tuttavia l’opera sua vituperosa; indignata di se stessa quando credeva che la volontà non reagisse abbastanza da scancellarle dalla memoria l’orribile impressione; irritata contro tutti perché non la soccorrevano, anche ignorando la causa dell’incessante tortura… Non si accorgevano che soffriva?
In certe giornate, allorché il cielo era coperto, o la pioggia scrosciava sui vetri del salottino dove ella tentava di distrarsi ora leggendo, ora applicandosi a un lavorino manuale, sentiva, ahimè!, invadersi a poco a poco da una specie di fascino che la forzava a ricordare, a rappresentarsi fino i minuti particolari dell’atrocissima scena. I grandi occhi neri le si dilatavano enormemente sul volto pallido e affilato; le mani scarne e bianchissime brancicavano i bracciuoli della poltrona dov’ella si distendeva con l’abbandono di persona morta; e mentre le labbra aride articolavano di tanto in tanto parole inintelligibili e sconnesse, quell’altra stanza che prima serviva da salottino, i mobili, i quadri, gli oggetti d’arte sparsi allora qua e là su le pareti e negli angoli, il tavolino tondo, il lume dalla ventola giapponese, le si rizzavano rapidamente attorno con la solidità del vero; quasi fossero ancora là, e non li avesse ella dispersi due giorni dopo, perché sparisse anche ogni inanimato testimone dell’incredibile onta…
Ma… e la sua debolezza non ci aveva concorso per nulla? Ma… e non c’era stato dalla parte di lei un cieco assentimento di sensi?… Oh, no! Oh, no!… Ella non sospettava; non diffidava… Il fratello di suo marito!… Sarebbe stato un delitto.
Colui parlava quasi sottovoce, stranamente commosso, seduto di rimpetto; ed ella agitava il largo ventaglio nero, senza guardarlo in viso, sorridendo di quel ch’egli diceva e del modo con cui lo diceva, distratta, nell’intimità dell’ora tarda o da una canzone che saliva inattesamente dalla via e si allontanava affievolendosi, o dal rumore di una carrozza che passava di corsa; il silenzio, poco dopo, rendeva piú dolce e piú intimo il conversare, lasciando un po’ di libertà all’immaginazione e non obbligando a rispondere.
Durava da parecchie settimane. Nella lontananza del marito, egli era venuto piú di frequente, anche per affari… Come sospettare?… Come diffidare?… Mai una parola, mai un’occhiata, mai un gesto che potesse metterla in guardia!
Si era levato da sedere continuando a parlare, facendo qualche passo su e giú davanti a lei, con certi sguardi che le avevano dato un senso di meraviglia e le erano parsi un po’ buffi in quel momento… E a un tratto… Ella si dibatteva, come se quelle labbra le ricercassero di nuovo il viso, il collo, le mani che si difendevano: – No! No! No! – Ed era soggiaciuta per l’annientamento d’ogni forza, vinta da un immenso stupore, quasi fosse stata non già vittima, ma testimone di quel delitto!… E si era rizzata, ravviandosi istintivamente i voluminosi capelli disordinatisi nella breve lotta, cercando con lo sguardo lui che era scappato via come un ladro, lui che ella avrebbe voluto chiamare in soccorso, tanto quell’infamia le pareva incredibile! Cosí rizzavasi ora, ogni volta che l’allucinazione la vinceva; e cosí riportava istintivamente le mani al capo per ravviarsi i capelli alla rinascente sensazione del disordine di allora. E rivedevasi ritta in mezzo al salottino, come si era vista in quel momento nello specchio di faccia, senza riconoscersi, atterrita di quel fantasma pallido e sconvolto che non si moveva, là, non parlava, e pareva non respirasse neppure… E compreso l’orrore ch’era stato consumato – e non si poteva piú cancellare – aveva nascosto le improvvise vampe del volto tra le mani diacce e convulse.
– Lui!… Lui!… Il fratello di mio marito! – Barcollava, come allora ch’era andata tentoni per le stanze buie fino alla camera da letto; e, come allora, i singhiozzi e il pianto tornavano a farle nodo alla gola:
– Lui!… Lui!… Il fratello di mio marito!

La mattina, quando s’era trovata ancora piangente, accoccolata come una mendicante sul pavimento, con la testa appoggiata alla sponda del letto, le mani avviticchiate attorno ai ginocchi; al barlume dell’alba, penetrato nella camera dai cristalli rimasti aperti, la prima sensazione che le aveva dato la coscienza di se stessa era stata un invincibile ribrezzo dei vestiti che trovavasi in dosso; poi, una pazza paura che non le si fossero appiccicati alle carni per perpetuare la sua onta. Rapidamente s’era spogliata, strappando i bottoni, i ganci, ogni cosa che faceva intoppo; e rivestitasi in fretta, aveva spinto coi piedi fuori della stanza quel mucchio di roba e di biancheria, quasi fosse stato un sudiciume da potere appestar l’aria.
Era rimasta tutta la giornata chiusa in camera, scusandosi con un’emicrania, senza voler vedere nessuno, neppure la sua bambina venuta a picchiar all’uscio colle manine, chiamando: – Mamma! Mamma! – Ed era rimasta lí, buttata sul letto, col volto affondato nei guanciali, al buio, smaniante di urlare forte, forte, forte, perché il marito lontano la sentisse, turandosi nello stesso tempo con le mani la bocca, per impedire che qualche grido non le sfuggisse mentre si sentiva soffocare.
E quando suo marito sarebbe tornato? Oh, non ci voleva pensare! Sarebbe morta, prima. Non si sentiva già morire? Ed era bene.
Al terrore di quel prossimo arrivo, all’idea di sentir sovrapporre ai baci maledetti i dolci e affettuosi baci di lui, brividi acuti le correvano per le ossa. Dio!… Non si sarebbe accorto subito?
Intanto ella, no, non poteva accusare, non doveva… Quell’infamia era cosí enorme, che nessuno l’avrebbe creduta, – Un fratello! – e meno di tutti suo marito… In certi momenti riusciva forse a prestarsi fede ella stessa? Non le pareva d’essere sotto l’incubo d’un cattivo sogno, mostruoso prodotto dell’immaginazione malata?… Ed era una realtà!
Sentendo che egli aspettava in salotto – aveva avuto la temerità di tornare e chiedere di parlarle! – tremante e convulsa era sbalzata dal letto, senza sapere quel che intendesse fare; e si era strascinata fin là, arrestandosi in mezzo all’uscio per appoggiarsi e non cadere. Egli le si era buttato ai piedi, soffocato dai singhiozzi:
– Perdonami, Teresa, perdonami!… Parto… Non ci vedremo piú… Ero pazzo!… Ho orrore di me… Perdonami… Ti ho amata… Da due anni… Mi ero allontanato di casa tua per questo… Perdonami!
– Andate via… Neppure Iddio può perdonarvi!… Andate via! –
Rantoli piú che parole, fremiti di odio, che ne rendevano irriconoscibile la voce.
– Teresa!… Risparmiamogli un inutile dolore… –
Non aveva soggiunto altro, implorando. Ed ella, nel vederlo andar via col passo malfermo d’un uomo a cui traballasse il terreno sotto i piedi, gli avea ripetuto: – Andate, andate!… – Maledizione, sputo di disprezzo, dove si riversava tutta l’ambascia del suo povero cuore avvelenato per sempre!

E al ritorno del marito?
Voleva essere forte, per non tradirsi con la menoma esitanza o col piú lieve movimento delle labbra e degli occhi… Perciò parlava spesso del ritorno del babbo alla bambina, tenendola sulle ginocchia, accarezzandola; quasi l’innocente creatura, incapace di mentire, dovesse poi, occorrendo, testimoniare in favore della mamma!… Ma stringendo al petto la figliuolina che le fissava in viso, un po’ meravigliata, i begli occhi azzurri, e pareva tentasse di penetrarne, a quelle eccessive carezze, le nascoste intenzioni; come piú l’ora dell’annunziato ritorno si avvicinava, come piú il momento della terribile prova diventava imminente, ella si sentiva di giorno in giorno assai meno rassicurata, assai meno forte. E allorché il marito le scrisse che sarebbe stato trattenuto ancora una settimana dagli affari, respirò alleviata; senza curarsi che il ritardo prolungasse la tortura dell’incertezza, illudendosi di doversi sentire tanto piú coraggiosa e piú forte, quanto meglio si fosse preparata e assuefatta al terribile colpo di quell’incontro.
Si occupava soltanto di lui. Nel salottino, rinnovato da cima a fondo e che gli avrebbe procurato una sorpresa, le pareva di amarlo con maggior tenerezza, quasi con ineffabile pietà materna; giacché ora le accadeva di chiamar piú facilmente: “Figliuolo mio!” colui che, datole cuore, nome, agiatezza, e rimasto modello di marito innamorato della moglie, sapeva mettere nell’intima affezione coniugale tutte le delicatezze dell’affetto fraterno e l’alta devozione della vera amicizia. Si occupava soltanto di lui; voleva occuparsi unicamente di lui, anche per scacciar via l’immagine di quell’altro, del colpevole, che talvolta la faceva sobbalzare, pallida d’indignazione, come nel punto ch’egli le aveva balbettato ai piedi: “Perdonami, Teresa! Ti amavo, da due anni!”
Da due anni?… Ah!… Intendeva forse che ella doveva essersene già accorta?… E per ciò aveva supposto…? Le lagrime, che allora le sgorgavano dagli occhi, le bruciavano il viso:
– Miserabile!… Miserabile! –
E almeno aveva ancora la forza di sdegnarsi! E almeno poteva ancora buttargli in faccia, quasi fosse stato presente, quel feroce: “Miserabile!” che le scoppiava simile a un fulmine dalle labbra contratte.
Ma tosto che le parve di sentir dentro di sé un accenno, un preavviso di cui le sue stesse viscere inconsapevolmente provavano nausea; ma quella mattina, seguita a una mortale nottata d’insonnia, in cui l’accenno, il sospetto era divenuto certezza per lei, si era d’un colpo sentita annientare, quasi le sue membra avessero voluto sciogliersi, disgregarsi, disperdersi, per uccidere l’empio germe vitale da cui sarebbe accusata al marito, alla figlia, a tutti, spietatamente, inesorabilmente… Oh, Signore!… Era mai possibile? Quella mattina ella respinse in modo brusco anche la bambina che voleva saltarle al collo per darle il buon giorno. Sbalordita, atterrita, neppur capiva il significato delle parole che andava pronunziando interrottamente, ad alta voce, come una pazza, torcendosi le mani, appoggiata al letto colle gambe irrigidite, puntando i piedi sul tappeto.
Era mai possibile?… Oh, Signore!
Poi, si era sentita inattesamente tranquilla, con disperato abbandono alla fatalità dei casi umani e un lontano, quasi fanciullesco, luccicore di speranza…
– Dio, con un miracolo, Dio solo potrà salvarmi! –

Al rumore dei propri passi nell’oscurità silenziosa e vuota della chiesa, le era parso che qualcuno l’avesse inseguita fin dov’era corsa a chiedere consigli e conforti al vecchio confessore. Da due giorni la ragione le vacillava. Uno spaventevole suggerimento le brontolava insistentemente nell’orecchio; e non gli aveva dato ascolto per paura, per viltà, quantunque la morte le sembrasse liberazione e anche espiazione. Ma non sapeva, non poteva… Ora sarebbero stati due delitti in uno… No! No!
In un angolo, perduta nell’ombra, una donna in ginocchio e colla testa appoggiata alla balaustrata di marmo che chiudeva la cappella, pareva singhiozzasse pregando. A lei però non riusciva né di pregare, né di piangere; le lagrime le si erano disseccate dentro gli occhi. Ebete, simile a un accusato che paventi l’apparire del giudice da cui dovrà essere condannato, attendeva seduta che il vecchio confessore, già fatto avvisare, giungesse; e intanto si distraeva, guardando fisso quella figura di donna curva sul marmo della balaustrata, provandone una viva compassione. Quando colei, levatasi in piedi e pregato un istante col volto verso l’immagine dell’altare, – Madonna o santo, non si distingueva bene – era sparita via silenziosamente, simile a un fantasma doloroso, ella era rimasta sola, sopraffatta dal terrore di quella oscurità, di quel silenzio, di quelle statue biancheggianti nell’ombra, di quelle lampade agonizzanti nel misterioso fondo dell’abside… Ma n’era uscita consolata, alleggerita dal peso enorme che le schiacciava il petto, rassegnata a tutte le conseguenze del volere di Dio.
Una voce piena di dolcezza e di pietà le aveva detto: – No, tu non sarai rea, tacendo. Poiché la tua coscienza non può rimproverarsi niente, poiché hai trovato niente in fondo al tuo cuore da doverne chiedere perdono a quel Dio che legge i piú nascosti abissi dell’uomo; va, tu sei ancora pura e innocente anche al cospetto di tuo marito; e faresti molto male, e ne saresti responsabile innanzi agli uomini e innanzi a Dio, se ti lasciassi fuggir di bocca quel che ormai dovrà rimanere un triste segreto fra Dio e te! –
Che gentile carezza al viso l’aria fresca della via! Il cielo pallido ancora degli ultimi riflessi del crepuscolo, e lucente alto, fra i tetti nereggianti, con limpidezza profonda, come corrispondeva alla mite luce che le sorrideva nell’animo dal vero cielo della parola divina! E come sentivasi dolcemente stanca, in quella deliziosa convalescenza dello spirito, che la rendeva immemore e meravigliata di poter passare lieta anche lei, tra la gente lieta dei marciapiedi! E che fretta di trovarsi in casa per abbracciare la bambina! Da due giorni, povera creatura, doveva essere afflitta di vedersi cosí poco baciata e abbracciata!
Camminava svelta e leggiera. Tutto era finito; non ci era piú da temere. Il miracolo che doveva salvarla era dunque avvenuto?
Nell’avvicinarsi a casa, però, ecco qualcosa che le saliva, le saliva lentamente dal profondo del cuore; ed ecco di nuovo quel cieco terrore di cui le pareva d’essersi sbarazzata lassú, nella penombra e nel silenzio della chiesa, dietro la grata del confessionario.
Sí, avrebbe taciuto… Sí, avrebbe mentito… Ma se suo marito tardava ancora?
Accelerando sempre piú il passo di mano in mano che quel terrore riprendeva intero possesso di lei, era arrivata a piè della scala, ansante, con le ginocchia fiacche, peggio che se avesse fatto una gran corsa; e dovette reggersi al ferro della ringhiera per montar gli scalini, e poi fermarsi un momento dietro l’uscio per riaversi e ricomporsi prima di suonare il campanello.
La bambina le era venuta incontro saltellante, agitando il telegramma del babbo. Teresa lo aveva mezzo strappato per aprirlo; e lettolo, si era lasciata cascare sulla seggiola, trattenendo a stento le lagrime, coprendo di baci la testina bionda che le domandava:
– È del babbo? Verrà domani?
– Sí, sí, domani!… –
La gioia della bambina le dilaniava il cuore.
– Domani!

Forte della sua innocenza, durante l’interminabile nottata ella si era ripetuta una dietro l’altra, per fissarle meglio nel cuore, tutte le confortanti parole del vecchio sacerdote; e aveva invocato dal cielo il coraggio di risparmiare al marito l’immeritato strazio di quell’onta. Neppure la sua bambina doveva un giorno arrossire, quantunque a torto, della povera mamma! Dio certamente avrebbe impedito che quest’altra creatura, per la quale ella non avrebbe potuto mai avere viscere di madre – lo sentiva, mai! mai! – venisse viva alla luce.
Le ore scorrevano con tormentosa lentezza sul quadrante dell’orologio che ella osservava a intervalli; le pareva intanto che le sue preghiere, nella vasta calma della notte, dovevano piú facilmente arrivare lassú. E già si sentiva ascoltata, già si sentiva consolata di nuovo.
– Perché doveva repugnarle mentire? Non era per buon fine? Come facevano dunque quelle altre che mentivano a fronte alta, a cuor leggiero, tradendo? Infine… se non le fosse riuscito, se quegli per caso si fosse accorto… Ebbene, che poteva farci? Avrebbe parlato, avrebbe confessato… sí, sí! Era forse meglio… Soltanto le otto e mezzo? Altre otto ore di agonia! –
Si voltava e si rivoltava nel letto, tastandosi spesso la fronte che le bruciava, tentando invano di distrarsi, di non pensare; e brancicava furiosamente le lenzuola quando l’immagine di quell’altro, scacciata via o tenuta lontana un pezzo, tornava ad assalirla come un invasamento, parlando dal profondo delle viscere di lei; irridendola quasi col mandarle a traverso lo spazio, dall’oceano che egli forse in quel momento traversava, le infami parole: “Ti amavo! Da due anni!” Non avrebbe taciuto mai?
Era rimasta a letto fino a tardi, incapace di fare lo sforzo di levarsi, quasi, restando immobile, potesse anche ritardare la corsa del treno con cui suo marito tornava; poi s’era alzata tutt’a a un tratto, irrigidendosi contro ogni impressione capace di infiacchirle l’animo, improvvisamente risoluta di affrontare faccia a faccia il pericolo. Con la cipria rosea e colorandosi lievemente le labbra sbiadite, aveva scancellato dal volto qualunque traccia di pallore; e provava, come una attrice la parte da recitare, quel che avrebbe dovuto fare e quel che avrebbe dovuto dire all’arrivo di lui… Sarebbe stato un attimo, ma le tardava che già non fosse passato!
Perciò andò incontro al marito franca, sorridente, – col cuore, sí, un po’ agitato, mordendosi le labbra – e gli stese le mani sicura; e non tremò tra le braccia di lui, e resistette all’impressione di quei caldi baci con l’alterezza della innocenza. Era commossa nel vederselo dinanzi gentile, buono, affettuoso, qual era partito; e si stupiva che il fingere e il mentire non costassero insomma maggiore sforzo. Soltanto quando il marito, alla vista della trasposizione e dei mutamenti da lei fatti nel salottino, le domandò perché non glien’avesse scritto mai niente, ella, con qualche imbarazzo e alzando le spalle, rispose:
– Capriccio. Non sdegnartene, Giulio -.
In verità n’era malcontento. Non gli pareva di ritrovarsi in casa propria; quasi avesse fatto uno sgombero egli che odiava gli sgomberi. Viveva da sette anni in quella casa. La sua felicità era nata e cresciuta là, in quelle stanze ariose, fra quei mobili che avevano veduto e sentito, quasi persone vive e di famiglia, tutto quel che piú intimamente lo interessava e gli era caro, sin dal primo giorno dopo il viaggio di nozze.
– Volevo farti una sorpresa – ella aggiunse, esitante…
Giulio sorrise. Infine, mobili e oggetti d’arte avevano solamente mutato di posto, dalle altre stanze nel nuovo salottino; e la loro disposizione era cosí gentile e intonata che poco dopo egli non provava piú il cattivo effetto della prima impressione. La bambina, arrampicataglisi su le ginocchia, lo accarezzava, lo baciava, aggrappata al collo, chiamandolo: – Babbino bello… Babbino caro. – Intanto, fra i baci e le carezze, egli osservava sua moglie:
– Sei un po’ dimagrita…
– Ti pare?
– E un po’ pallida. Non sei stata ammalata, spero.
– Ho avuto l’emicrania… –
Rispondeva tranquilla, senza abbassare gli occhi sotto quegli sguardi che la scrutavano, anzi interrogava alla sua volta:
– Tu però mi sembri pensieroso. Che hai?
– La partenza di Carlo…
– È partito?… Per dove?
– Come? Tu non sai?… Carlo è partito per l’America, improvvisamente. Non disse niente neppure a te?
Lo sforzo di fingere la rendeva quasi sincera. A quel nome, un leggiero brivido le era passato per la schiena; ma, subito rimessasi, ella mostrava di ascoltare con curiosità e meraviglia il marito che le raccontava l’improvvisa partenza del fratello.
– Risoluzione inesplicabile… Temo che qualche grosso affare non gli sia andato male… M’informerò, senza destar sospetti… Ne sono molto impressionato.
– Tornerà presto.
– Dice che non tornerà piú!…
Ella ebbe un senso di sollievo, e deviò il discorso.
– I tuoi affari vanno bene?
– Benissimo -.
La bambina, presa in quel punto una mano alla mamma e mettendola in quella del babbo, gli diceva ridendo:
– Non vedi?… La mamma vuol essere baciata anche lei!

Ogni apparenza era salva, ogni ragione di timore sparita; ella avrebbe potuto viver tranquilla, seppellendo nel piú profondo del petto quel terribile segreto, ed ecco che la sua tortura ricominciava piú atroce. Con la irritazione contro l’incestuosa creatura che le palpitava in seno e non le dava nessuna delle sofferenze provate nella prima gravidanza, Teresa era divenuta cosí nervosa, cosí eccitabile, che ogni insignificante contrarietà le produceva strani scoppi di stizza, seguiti spesso spesso da sfoghi di singhiozzi e di pianto.
– Ma che ti senti insomma? Sei malata – le ripeteva suo marito.
– Non dire cosí; è peggio! – rispondeva, piena di rabbia e di vergogna.
Una mattina che Giulio, turbato e tenendola per le mani, aveva insistito piú del solito perché parlasse, Teresa gli si era buttata al collo piangente, stringendolo forte, premendo con la faccia sulla spalla di lui.
– Non lo capisci? Tu sei malata…
– No! no!
E quasi gli aveva morso il collo, spaurita, sentendosi salire alle labbra la terribile rivelazione che la strozzava.
– No… No… È per la bambina… Ho il cuore grosso… Che so io?…
E gli era cascata quasi in convulsione tra le braccia. Giulio, spaventato, aveva mandato subito pel dottore. Il dottore, dopo poche interrogazioni e osservazioni, s’era messo a sorridere; e nell’andar via gli avea raccomandato:
– Bisogna che la signora stia molto calma. Le conseguenze d’un aborto potrebbero essere gravi -.
Ella era rimasta sdraiata sulla poltrona, con tale abbattimento di forze da non poter tenere nemmeno semiaperti gli occhi; e mentre il marito la confortava, lieto del male passeggero, pregandola di riguardarsi, giusta le raccomandazioni del dottore, lagrime silenziose le scorrevano sul bianco volto, e le mani ghiaccie le tremavano stringendo la mano di lui.
– Mi hai fatto paura! – egli le diceva, asciugandole la faccia, accarezzandola, dandole lievi baci sulla fronte… – Mi hai fatto paura, sai? –
Ma Teresa non rispondeva, immobile, sfinita; e pensava fisso a quell’aborto che sarebbe stato la sua salvezza, se fosse davvero avvenuto. E ruminando cattivi propositi contrariamente alle raccomandazioni del dottore, vedeva passare, quasi in sogno, una minuscola cassetta funebre portata via di nascosto da un uomo vestito di nero, come ben si addiceva alla trista cosa lí racchiusa… E le pareva che quell’uomo vestito di nero, con quella funebre cassetta sotto braccio, andasse, andasse, andasse… e si perdesse lontano, in una nebbia fitta, mentre le viscere dilaniate le doloravano ancora.
Non avveniva cosí. Il suo fragile corpo diveniva piú resistente e piú forte, il tormento dell’animo prendeva maggior vigore. E intanto non solo ella non si riguardava, ma commetteva imprudenze; s’affaticava, si stancava, si esponeva a serii pericoli, e senza approdare nulla! Cosí, di giorno in giorno, mentre il seno le si arrotondava con la piú benigna e piú sana gestazione che mai donna potesse desiderare, un odio sordo la invadeva contro quell’ostinato germe che voleva vivere per forza e crescere e venire alla luce…
E picchiando sul proprio seno, intendeva schiacciare il capo dell’invisibile nemico lí dentro nascosto, finché inorridita di quel soffio di pazzia che le aveva attraversato il cervello, non s’arrestava e non cadeva in ginocchio invocando il perdono di Dio, e dell’innocente creaturina.
– Era ingiusta. Non doveva risentire solo colei il peso dell’infamia altrui, né scontarne la pena! –

Poco dopo la bambina s’era ammalata gravemente. Teresa avea voluto restare notte e giorno al capezzale della inferma. Preghiere non erano valse, né minacce del marito per indurla a rimuoversi di là. Il rimorso le lacerava il cuore. Ella rammentava con spavento la vile menzogna:
– È per la bambina… Ho il cuore grosso… Che so io?…
E il ricordo di queste parole le si mutava in terribile rimprovero, quasi avesse buttata cosí una cattiva sorte addosso alla creaturina che ora smaniava nel letto riarsa dalla febbre, tra la vita e la morte…
– Oh, lei stessa la uccideva! La bambina avrebbe espiato, vittima pura, l’infame delitto di quell’uomo!… –
E credendo d’assistere all’agonia della creatura che era stata la sua gioia, la sua superbia di madre immacolata e felice, si sentiva intanto sussultar nel seno quell’altra con festoso anelare alla luce, con vivo senso d’allegrezza pel vicino sprigionamento. E presso il capezzale dove le pareva che l’alito freddo della morte gelasse il sudore sul viso sfigurito della sofferente, ecco il fantasma di colui – dello scomparso – che le si ripresentava dinanzi con umile aria di preghiera: “Ti amavo, da due anni. Per questo m’ero allontanato da casa tua!” Perché se lo sentiva cosí pertinace nell’orecchio? Perché il di lei pensiero vi si fissava dispettosamente, con una specie di sdegnosa compiacenza? E quando, Signore!, quando? Ora che la sua figliuolina era all’estremo, ora che ella avrebbe dato volentieri in olocausto la propria inutile e triste vita, pur di sviare il pericolo da quel capo diletto!
Il Signore era stato misericordioso; non le aveva preso la bambina! Teresa riviveva con lei. E al rifiorire del roseo colore sulle guancine dimagrite, le fioriva in cuore una nuova dolcezza di maternità, un senso di pace che neppure quei rapidi sussulti del seno riuscivano a turbare.
– La sua bambina era salva! –
Si sentiva felice; non odiava piú, con l’istessa intensità di prima, l’altra creatura che già si faceva sentire maggiormente col grave pondo e coi vaganti dolorini, preludi di un’altra fase di tortura…
Sí, di un’altra fase di tortura. La infelice non poteva pensare, senza raccapriccio, alla continua presenza di quell’insultante testimone della ignominia di lei, di quella menzogna, di quell’inganno vivente che sarebbe stato di continuo sotto i suoi occhi, e ch’ella non avrebbe mai potuto, mai!, tenere come sangue e carne sua!… E allorché il marito la rimproverava dolcemente, non vedendole preparar nulla pel prossimo arrivo del figliolino tanto desiderato – egli credeva con certezza che sarebbe stato un figliuolo – Teresa gli rispondeva:
– Chi sa quel che accadrà? –
Presentimento e mal augurio. S’era fissata nell’idea di dover morire soprapparto insieme con la creatura da nascere; e se ne rallegrava, provando pure un indefinito terrore di quel momento, e non per sé, ma per coloro che sarebbero rimasti, il marito e la bambina. E se la teneva stretta al seno per ore intere, accarezzandola, baciandola, quasi già fosse orfanella, dicendole cose strane che la bambina non capiva:
– Se me ne andassi?… Se non tornassi piú?
– Saresti cattiva.
– Non vorresti piú bene alla mamma?
– Dovresti portarmi con te.
– Oh, no, figliolina mia! –
La bambina, impressionata da questi discorsi, la denunciò al babbo:
– La mamma dice che se n’andrà, che non tornerà piú -.
Giulio impallidí. La persistenza di quel presentimento gli aveva dato nel cuore.
– La mamma è una sciocchina! – disse, tentando di scioglier la mano da quella di sua moglie.
Teresa lo trattenne.
– Hai ragione: sono una sciocca! –
Provava insolite tenerezze anche per lui. Spesso gli gettava le braccia al collo, guardandolo fisso negli occhi, muta, quasi per compensarlo; vergognosa di non poter essere sincera e di dover tacere, lei, lei che non gli aveva mai nascosto un sentimento, un pensiero, com’egli a lei!
E non potergli dir: “Taci!” quando le parlava del bambino che sarebbe stato il colmo della loro felicità coniugale! Ah, se egli avesse saputo!…
Giulio intanto progettava di dare il nome di Carlo al nascituro, per ricordo del fratello creduto morto da che non scriveva piú e non se n’era potuto aver notizia né dai consoli, né dalla legazione… Il mistero lo tormentava.
– Cosí buono! Di carattere un po’ chiuso, un po’ fantastico, ma docile nella stessa impetuosità. Qualche passione malaugurata! – rifletteva talvolta.
Ed ella tremava nel sentirglielo ripetere.
– A che stillarti il cervello? – gli rispondeva con durezza.
Ma si riprendeva subito:
– È tuo fratello; hai ragione… Al bambino però, se sarà un bambino, daremo il nome di tuo padre. Non ti pare piú giusto? –

Negli ultimi quattro mesi era frequentemente ritornata dal confessore, ogni volta che si era sentita a estremo di forze. E il marito, lasciandole pienissima libertà, la canzonava un pochino, senza cattive intenzioni, credente anche lui, quantunque troppo distratto dal rimescolio degli affari.
In quella chiesa dove tante volte aveva dato pienissimo sfogo al proprio cuore, ella trovava sempre il balsamo che le addolciva la piaga, e gliela rendeva sopportabile, se non riusciva a guarirla. Ribellioni, indignazioni, tetri propositi, tutto si ammansiva, si acchetava in lei alla voce consolante che le parlava in nome del Signore. Un’intima corrispondenza si stabiliva allora tra lei e Dio.
– Egli solo sapeva la verità!… Egli solo poteva giudicarla e compatirla! –
E, una o due volte, si era sorpresa con parole di preghiera, con invocazioni di perdono sulle labbra anche in favore di colui che le aveva fatto tanto male.
– Era morto? O espiava terribilmente il delitto di un istante?… –
Là, in chiesa, poteva pensarci senza che la coscienza le si rivoltasse, senza che un’ondata d’odio e d’orrore le si sollevasse nel petto.
– Dovete perdonare anche voi, figliuola mia! – le ripeteva il confessore. E dietro il confessionario, a piè dell’altare, le riusciva facile. Ma da lí a poco, in casa, ai primi sussulti del seno, non sapeva, non poteva piú!
In quell’ultima settimana, con la fissazione di dover presto morire, un senso piú vasto di pace e di serenità la penetrava tutta, una tenerezza di distacco e di rimpianto, che involgeva persone e cose e le gonfiava gli occhi di lagrime. Non ne parlava per non rattristare anticipatamente suo marito. Si sforzava anzi di mostrarsi allegra; e preparava il corredino, quantunque lo credesse inutile, e la sola vista di quelle fasce, di quei pannilini, di quelle camicette, di quelle cuffiettine le desse i brividi… Ma il suo Giulio n’era contento; voleva apparir contenta anche lei.
Acuti dolori l’avevano tormentata fin dalla mattina, senza che n’avesse detto niente al marito. La morte, invocata e aspettata, ora le metteva spavento; e le pareva di allontanarla con l’illudersi che quelli che la incalzavano, la incalzavano non fossero i dolori prenunzi del parto. Andava da una stanza all’altra, appoggiandosi alle pareti e ai mobili nelle strette che si rinnovavano sempre piú forti, intestata di avvertire il marito soltanto all’ultimo, quando non avrebbe piú potuto nascondergli le sofferenze. A un tratto aveva gridato:
– Giulio! Giulio! –
E gli s’era aggrappata al collo, baciandolo desolatamente con le labbra diacce:
– Giulio!… Muoio! Giulio!

Neppure allora era morta! Si tastava tutta, tastava le coperte del letto, per convincersi d’essere ancora in vita, per accertarsi che proprio suo marito accarezzasse e baciasse il bambino ignudo, vagente tra le mani della levatrice. Girava gli occhi attorno, stupita che il presentimento l’avesse ingannata; con tale confusione nella mente, e tal’indicibile prostrazione di forze da credere di sognare, o di vedere ogni cosa a traverso una nebbiolina leggera, in mezzo alla quale si muovevano silenziosamente le persone, mormorando parole a voce bassa e che ella non riusciva ad afferrare.
– Forse si muore in questo modo! – pensava.
Al destarsi dal sonno riparatore che l’aveva vinta, allo scorgere a piè del letto il marito in amorosa contemplazione del neonato, che riposava coperto d’un velo di tulle; al: – Come ti senti? – di Giulio, a cui dalla commozione e dalla gioia tremava la voce, ella lo fissò spalancando gli occhi, sorridendogli inconsapevolmente. Sentiva intanto dentro di sé un’oppressione non mai provata, uno strazio nuovo: la barbara violazione del cuore materno, che le rendeva repugnante la bella creaturina dormente lí accosto.
– Guardalo… Che bocciuolo di rosa! –
Giulio non si era contentato di sollevare il velo di tulle da una parte; ma, spinte le mani sotto il guanciale dove il piccino era adagiato, lo aveva deposto delicatamente a fianco della mamma, perché potesse ammirarlo, senza scomodarsi.
Ella si trasse un po’ indietro e serrò gli occhi…
– Che hai, Teresa! Ti vien male?
– Allontana cotesto guanciale… Mi opprime il respiro… E questa coperta… –
Non era vero. Voleva soltanto, a ogni costo, evitar di baciare il piccino; avrebbe voluto, se fosse stato possibile, impedire egualmente che suo marito lo baciasse…
Quelle carni rosee non gli avrebbero dato alle labbra una sensazione rivelatrice?… A lei poi… sarebbe parso di baciare… Oh no… mai, quantunque il suo cuore di madre la invitasse intanto e la spingesse!… Avrebbe voluto, almeno, che qualche tregua si fosse stabilita tra la innocente creaturina e lei; ma nel tempo istesso che parte di lei cosí desiderava e voleva, l’altra parte, la piú orgogliosa, si tirava indietro, s’adontava di quel desiderio, si ribellava a quella volontà e cercava di paralizzarla! Voleva forse baciare…?
E restava là, cogli occhi serrati, inerte, sotto lo spasimo della chiusa tortura; pensando con terrore che finalmente, una volta o l’altra, doveva vincere la ripugnanza per non dar nell’occhio al marito. E inorridiva dell’inevitabile contatto che le avrebbe fatto risentire piú immediata la violenza patita.
La mattina che dinanzi al marito non poté fare a meno di baciare il figliolino prima di tentare di dargli la poppa, appena sfiorate con le labbra quelle carni delicate, Teresa gettò un urlo e cadde in deliquio.

Si era immaginata che dando il bambino a balia, avrebbe dovuto sentirsi alleviata, sollevata; invece era peggio. Giulio parlava continuamente del piccino. Ogni due o tre giorni le proponeva una scarrozzata fuori porta, fino alla cascina della balia. La figliuola, anche lei, rammentava in ogni istante il fratellino con cui avrebbe voluto già fare il chiasso insieme. Cosí l’odiata creaturina, quantunque lontana, riempiva la casa di sé piú che se fosse stata presente… E poi…
– Come?… Perché ora?… – ella si domandava, spaventata.
E poi, qualcosa di strano, di mostruoso cominciava ad avvenire dentro di lei…
– Come?… Perché ora?… Dio! Dio! –
Quell’altro, lo scomparso, tornava a poco a poco a farsi risentire, dimessamente al suo solito, supplichevole: “T’amavo! Da due anni!…”
– Come?… E lei, lei piú non se ne offendeva?… E lei stava ad ascoltare, mezza indignata, sí, ma pari a chi lascerebbesi forse commuovere, se colui avesse insistito? –
Ahimè! Nella solitudine in cui volentieri rimaneva per lunghe ore della giornata, il ripetio di quel: “Ti amavo!… Da due anni!” diveniva sempre piú insinuante e piú forte… E all’allucinazione del suono delle parole, s’univa quella della figura, alta, bruna, dal viso serio, dallo sguardo quasi severo e contenuto a stento… E qualcosa si ridestava in tutto il suo corpo con lento brulichio di sensazioni e di vibrazioni, qualcosa rimasto a germogliare nell’oscurità feconda, e che usciva fuori a un tratto, e si espandeva e fioriva… Questo le pareva piú abbietto della prima violazione del suo corpo…
– No! No! No! – protestava sdegnata, come in quel triste istante, in quella sera, – No! No! –
Inutile! “Ti amavo da due anni!” E lei non se n’era mai accorta!… Quanto avea dovuto soffrire colui! Che tormenti e che lotte, povero giovane! E si era esiliato per lei! E aveva abbandonato tutto… per lei… per espiare la colpa d’un istante! – ella pensava trasognata, quasi un’influenza esteriore le spingesse la povera mente verso quel punto e ve la tenesse fissata. E riscuotendosi tutt’a a un tratto, guardava attorno atterrita, feroce contro colui, riboccante di sprezzo di se stessa, con cosí tragico pallore sul viso, e sguardi cosí smarriti, che Giulio tornava a impensierirsi.
La gravidanza ora non c’entrava piú. Certe stranezze del carattere di sua moglie diventavano addirittura inesplicabili. Non la riconosceva!
Nei momenti, nei giorni ch’ella tentava di rifugiarsi in lui per vincere il tristo demone, egli la vedeva sempre agitata, eccessiva in quei baci ed abbracci piú da amante che da moglie, e affatto diversa da quella ch’era stata fin allora.
Poi, ella mostrò improvvisamente desiderio di lanciarsi fuori della cerchia intima e tranquilla che li aveva accolti tant’anni, ignari quasi ed ignorati, paghi e contenti della felicità di amarsi e di sentirsi amati fra le consapevoli pareti dove non giungeva nessun rumore della vita cittadina. E a quegli scatti di sensazioni, a quei capricci di passeggiate, di visite, di teatri, di feste, che lo meravigliavano assai, Giulio cominciò a temere che la gravidanza non avesse lasciato in lei qualche funesto germe d’esaltazione nervosa…
Il dottore, ripetutamente consultato senza che Teresa ne sapesse nulla, era stato d’ugual parere. Avevano fissato insieme un metodo di cura abilmente combinato: viaggi, bagni, regime ricostituente… Ed ella aveva subito acconsentito, lietissima… Capiva che già v’era qualcosa di guasto dentro di sé, di affievolito per lo meno. Lo stesso confessore non le consigliava di distrarsi, di fuggire la solitudine, perché in questa il demonio conduce meglio il suo scellerato lavoro di tentazione?
Era andata piú volte ad accusarsi, ingenuamente, chiedendo perdono a Dio della sua debolezza, implorando la forza di resistere; e confessore e dottore, quasi d’accordo, le ripetevano: – Si distragga!
– Ma che posso farci?… Il nemico è accovacciato qui, nel mio interno! –
Da un mese ella dormiva soltanto a brevi intervalli; poi le palpebre le si ritiravano in su.
Doveva svegliare ogni volta il marito? E il nemico la sopraffaceva.

Andati per vedere il bambino, avevano trovato la balia piangente.
– Signora mia, non vuol poppare.
– Da quando? – domandò Giulio.
– Da ier sera dopo le otto. Alle quattro aveva poppato benissimo -.
Giulio disse:
– Non è nulla… Riportiamolo in città -.
Fingeva di non essere turbato, per rassicurare Teresa che teneva fissi gli occhi su la culla dove il bambino, col viso pallido, i labbrini violacei semi aperti e le manine increspate, dormiva.
Che triste ritorno! Ella si era rovesciata in fondo al legno, muta, stringendo una mano di Giulio. La balia seduta dirimpetto, canticchiando sotto voce, cullava il piccino; e la bambina, su le ginocchia del babbo, stringendogli le braccia attorno al collo e appoggiandogli la testina alla spalla, ora guardava lui, ora la mamma, e non osava rompere il silenzio. Solo Giulio, che invece avrebbe voluto piangere, tanto aveva il cuore ingrossato, ripeteva di tratto in tratto, monotonamente:
– Non sarà nulla! Non sarà nulla! –
Alle prime parole della balia, Teresa aveva avuto un sussulto
– Se il bambino morisse! –
E il malvagio istintivo movimento era stato subito seguito da un senso di ribrezzo e di orrore. Poi, in casa, attorno al lettuccio del bambino, quando già si poteva leggere in viso al dottore il destino della povera creaturina, la brutale preoccupazione della propria salvezza aveva preso di nuovo il sopravvento, snaturata, senza pietà. Sentendosi quasi affogare, la infelice s’aggrappava a tutto. Pur di salvarsi lei, che doveva importarle degli altri?… Perciò s’irritava contro suo marito che, inconsolabile, forsennato, pregava, scongiurava il dottore con insistenza bambinesca, quasi lo credesse padrone della vita e della morte e capace di fare un miracolo!… Il maleficio le pareva legato a quel filo di esistenza che non voleva spegnersi, che non volevano lasciar spegnere… lui specialmente, suo marito!… Ed ella vibrava tutta, si sentiva tirare, strizzare tutta; vedeva fiammelle. E immediatamente, senza stacco, cadeva in grande prostrazione, mutata di punto in bianco, con le lagrime agli occhi per quella creaturina agonizzante; stupita che poco prima avesse potuto desiderare e affrettare coi voti l’empio scioglimento.
– Ma sí, ma sí!… Lo voleva! Aveva sofferto troppo!… Non resisteva piú! –
E vedendo il marito chino sul lettuccio, dolorosamente intento a spiare il mancante respiro del figliolino, si sentiva spinta ad afferrarlo per un braccio e strapparlo di là, e urlargli una terribile parola. Il sangue le affluiva al cervello, le martellava le tempia, un violentissimo tremito tornava a scoterle la persona.
– Giulio!… Giulio!… –
Voltandosi al grido sommesso, egli l’avea vista accostare cautamente, in punta di piedi, con gli sguardi smarriti e un dito sulle labbra.
– Lascialo andare, Giulio!… Lascialo andare!… –
E lo tirava via dolcemente, sorridendo triste, scuotendo la testa con movimento significativo…
– Teresa! Teresa mia! – balbettò Giulio, non comprendendo ancora tutta la sua sventura da quegli occhi smarriti, da quelle parole incoerenti.
– Lascialo andare… Ti vorrò piú bene… Vorrò bene a te solo. A te solo – ripeteva la misera pazza, tirandolo pel vestito: – A te solo! –

Sei mesi dopo, al ritorno della ragione, ella credeva di aver fatto un lungo sogno orrendo, e lo raccontava al marito, domandandogli a intervalli:
– Ho sognato, è vero?
– Sí, hai sognato – egli rispondeva fremendo. – Abbiamo sognato tutti! – soggiunse all’ultimo.
E pensava quasi con invidia al fratello che avea cessato di sognare, uccidendosi in Australia.

Roma, maggio 1889.

II

POVERO DOTTORE!

– Ebbene, trovala tu! – aveva risposto Lorenzo.
E un mese dopo suo padre, aiutato da un canonico amico di famiglia, scovava la ragazza in un paesetto vicino, a Niscemi.
– Figlia unica, bellina, educata bene, con discretissima dote… Vedrai. Sarai contento -.
Quella gioia del buon vecchio, che lo guardava con gli occhi luccicanti di tenerezza, intanto che si aggirava per la stanza fregandosi le mani, arzillo, meno curvo di prima, quasi il prossimo matrimonio del figliuolo gli avesse già levato una diecina di anni di su le spalle; quel “Vedrai. Sarai contento” pronunziato con accento commosso, era stato l’ultima spinta per Lorenzo che esitava.
A lui, studioso, amante della vita appartata e senza sopraccapi domestici, il celibato non dispiaceva punto; e la casa non gli pareva fredda e vuota come a suo padre. Don Giacomo invece, dopo la morte della moglie e della sorella, si credeva dimezzato, ridotto alle mani di una grullaccia di serva che faceva prendere il bruciaticcio al desinare e non spolverava mai, né levava mai un ragnatelo.
– Posso mandarla via? È cresciuta in casa… Mi sono già abituato a lei. Una persona nuova mi farebbe cattiva impressione…
– Lo sappiamo! Per questo si va a Niscemi – gli rispondeva il canonico, mentre la carrozza correva, sbalzando fra un nembo di polvere, per lo stradone. – È vero, dottore? –
Lorenzo, muto e pensieroso, accennava di sí col capo e continuava a fumare, guardando le colline che fuggivano dietro gli sportelli, e le pianticine selvatiche, e gli alberi bianchi di polvere fiancheggianti la strada, e che soffocavano a quel sole. Il paesaggio, stranamente cupo, gli riempiva il cuore di tristezza irrequieta.
Perché si era lasciato indurre? Perché?…

Ma appena vide la ragazza e passò un’ora in quel salotto rimesso a nuovo per l’occasione, seduto sul canapè con lei da un lato e don Paolino, il padre di lei, dall’altro; dopo la prima impressione, un po’ sfavorevole, del futuro suocero, lungo, magro, nero come il pepe, con muso e occhietti da furetto, Lorenzo si sentí rassicurato. Quella figurina bionda e minutina che lo guardava sorridendo, ingenuamente curiosa, che lo interrogava e gli rispondeva quasi lo avesse conosciuto da gran tempo, e che diveniva piú rossa in viso s’egli le rivolgeva la parola, gli era riuscita subito una graditissima sorpresa.
– Non è mai stato a Niscemi?
– No.
– Che gliene sembra? Già, per lei abituato alle grandi città…
– Mi piace; è un bel posto -.
Ella parlava con dolcezza gentile, senz’affettazione, ritta sulla vita, cacciandosi indietro di tanto in tanto una ciocca di capelli che le ricadeva su la fronte, umettando spesso i labbrini rossi con un rapido movimento della lingua; assai piú bella ora che il color naturale ritornato lasciava scorgere tutta la delicatezza della bianca pelle della faccia.
Don Paolino volle che sua figlia cantasse qualche cosa: – La “Casta diva”, la musica delle musiche!… Dico bene, eh? Musica delle musiche!
– Che idea!… Ma questi signori scapperanno via…
– Questi signori ti compatiranno. Lo sanno che non sei la Patti…
– Benedetto babbo!… Mi costringi a certe cattive figure!…
Invece Lorenzo era meravigliato, sentendole cantare squisitamente la bella romanza del Perrotta: “Sogno gentil, tu fuggi…”
– Brava! Brava davvero!
– Non mi canzoni, per giunta – rispose Concettina.
Il canonico e don Paolino parlavano di interessi, in disparte.
– Bisogna contare soltanto sulla dote materna. Per ora, non posso disfarmi di questo po’ di miseria che mi basta appena per vivucchiare… Dopo morto, se rimarrà tuttavia qualche cencio… –
Il canonico scrollava il capo
– Sempre lo stesso!… Donnaiuolo! Non v’accorgete che siete vecchio? –
Don Giacomo intanto covava amorosamente con gli occhi il figliuolo e Concettina che ragionavano di musica e delle sorelle di carità presso le quali ella era stata educata. Non perdeva una parola, né un movimento di quelle due creature che gli parevano fatte proprio a posta l’una per l’altra. Se non fosse stato sconveniente, gli avrebbe detto: – Abbracciatevi! – tanto non capiva nella pelle.
– Ora mi resta soltanto vedermi ballare su le ginocchia un nipotino e sentirmi chiamare: “Nonno!” Dopo, farò posto agli altri… Me ne andrò col cuore in pace -.

Non finiva di parlare della nuorina:
– Un angelo! Mi pare mill’anni d’averla per casa cosí allegra e chiacchierina!
– Infatti, è un po’ troppo vivace, – rispose Lorenzo, che era tornato piú volte a Niscemi e aveva passato parecchie giornate con la fidanzata.
– Meglio – lo interruppe il padre.
Lorenzo non osava contrariarlo; quella franchezza di maniere, però tanto insolita in una ragazza di provincia, lo rendeva perplesso. E quando Concettina diceva a don Paolino certe cose che una figliuola non avrebbe dovuto mai dire, Lorenzo diventava serio, si turbava.
– È ingenuità? È leggerezza di civettuola che vuole far colpo? È…
Non sapeva spiegarselo. In certi momenti arrivava fino a sospettare che dentro quella figurina apparentemente buona, sincera, gentile, si nascondesse un carattere un po’ cattivo, un po’ viziato; e aveva paura dell’avvenire. Massime quando la figurina gentile riprendeva il sopravvento, ed egli si sentiva a poco a poco legare come non credeva fosse possibile; massime quando un fremito di piacere gli correva rapidamente da capo a piè, pensando che fra non molto quella personcina bionda e delicata, quegli occhi di un meraviglioso azzurro cupo, quei labbrini cosí rossi che parevano dipinti col minio, sarebbero stati suoi, proprio suoi!
Quando era lontano, nel silenzio della sua camera o davanti i suoi libri, riflettendo, vedeva avvicinarsi con isgomento il tempo fissato per le nozze. E siccome, all’opposto, Concettina a ogni nuova visita di lui diventava sempre piú espansiva, Lorenzo non riusciva a persuadersi che tutto quell’affetto fosse realmente sentito; e si pentiva di essere stato troppo condiscendente col padre. Infatti il giorno ch’ella gli prese una mano e gliela strinse forte forte tra le sue, dicendogli: – Come ti voglio bene! Come ti voglio bene! – Lorenzo rimase un po’ male, quantunque si sforzasse a sorriderle.
E un’altra sera fu peggio. Si trovavano sulla terrazza, al buio; egli stava per congedarsi:
– Passeranno due o tre settimane prima che io possa ritornare; gli ammalati mi chiamano…
– Ah! – esclamò Concettina.
E tutt’a a un tratto, gli buttò le braccia al collo: – Perché non mi hai dato mai un bacio? –
E lo baciò, tremante.
Lorenzo era tornato in Caltagirone mezzo stordito da quel bacio e da quelle parole pronunciate con vocina piena di lagrime:
– Che strana ragazza!… Non è la moglie che ci voleva per me… È troppo nervosa! –
E, l’ultima notte di scapolo passata nella cameretta dove aveva dormito fin da ragazzo, gli parve di sentir morire dolorosamente qualcosa d’intimo, la miglior parte di se stesso, la sua bella libertà di giovane solitario e studioso; e gli parve che il lettino, il tavolino ingombro di libri scientifici, i mobili, i quadri delle pareti, tutti gli ripetessero un malinconico addio con quei ricordi che dileguavano come scacciati via dalla vita nuova che cominciava per lui. Aperse la finestra su la città sepolta nel sonno, e fra il buio di quella notte senza stelle, alla dubbia luce dei fanali che agonizzavano in mezzo alla nebbia, provò una stretta al cuore.
– Perché si era lasciato indurre? Perché?… – Tornava a domandarselo con dispetto.

Il giorno delle nozze, il padre vedendolo triste e muto, prima che arrivassero gli invitati e mentre Concettina si abbigliava, gli domandò:
– Non ti senti bene?
– Benissimo.
– Insomma?
– L’emozione, forse!… –
E si sforzò di prendere un’aria allegra. Quel giorno fin Concettina gli pareva meno bella del solito, meno aggraziata, impacciata nel suo abito bianco a strascico, sotto il velo e la ghirlanda di fiori d’arancio.
Piú tardi però, quando fra l’ombra delle cortine del gran letto nuziale, sul candore dei guanciali vide quella bionda testina dagli occhi scintillanti, dalle labbra semiaperte a un sorriso, dalle gote di un incarnato cosí vivo che la bianca pelle pareva macchiata, ristette un momento a guardarla; poi si slanciò pel corsello, dalla parte di lei. Concettina, dando un gridino, si era coperto il volto con le mani, agitatissima da quell’ultima commozione di ragazza. Lorenzo gliele allontanò delicatamente – non facevano punto resistenza – e, agitato anche lui, lui che non credeva di amarla, lui che l’avea sposata soltanto per far piacere al babbo, l’andava baciando e ribaciando sulle labbra, ripetendole sottovoce
– Ti voglio bene! Ti voglio bene!
– Ah!… Ce n’è voluto per strapparti queste parole! Cattivo!… –
Ella lo rimproverava teneramente, mentre Lorenzo sorrideva soddisfatto, orgoglioso, rimescolato da un turbamento profondo e soave.
– Ti chiedo perdono, con questi baci… Mi perdoni?
– Sí, sí! –
E gli accarezzava la testa colle manine, passandogli le dita fra i capelli:
– Sí, sí!… Tu hai avuto ragione di essere un tantino diffidente; ci siamo conosciuti cosí poco!… E poi, tu eri felice da scapolo… Avevi molto da perdere sposandomi, e niente da guadagnare… Lasciamelo dire; è la verità. Ma io… io ti amavo anche prima di conoscerti, sin dal momento in cui seppi che, forse, saresti stato il mio liberatore… Soffrivo tanto con mio padre! Immensamente. Non puoi neanche immaginarlo… E quando ti vidi la prima volta…
Concettina s’interruppe accorgendosi che Lorenzo non la baciava piú e che anzi tentava di svincolarsi.
– Che hai?
– Niente. Parla, continua a parlare, – rispose Lorenzo con voce affiochita, dominandosi a stento. Aveva accostato l’orecchio a quel petto ansante, e premeva la guancia su la tela finissima della camicia che gli dava in quel punto una cattiva sensazione di cosa diaccia.
– Parla, parla!… Voglio ascoltare i battiti del tuo cuore… Lasciami sentire, direttamente, quanto mi vuoi bene… Lasciami sentire…
– Oh, Lorenzo!
E chiuse gli occhi, con soave abbandono di tutta la persona, quasi naufragasse in un mare di ineffabile dolcezza. Lorenzo continuava ad ascoltare, trattenendo il respiro:
– Oh, Dio!… Possibile?… Quei borbottii!… Quei gorgoglii dei polmoni!… No, non era possibile!…
– Spaventato dalla trista scoperta, non prestando fede ai propri sensi, si rizzò su la vita.
Allora Concettina riaprí gli occhi, stirando le braccia, quasi si destasse da lungo sonno.
– Hai avuto la risposta?… Sei contento? –
E sorrideva, mentre Lorenzo sentiva piegarsi le gambe sotto, e il letto, le cortine, la bionda testa di lei, tutto gli traballava attorno vertiginosamente.
– No, non può essere!… Me ne sarei accorto prima!… –
Fece uno sforzo e si chinò avidamente su lei, coprendola di baci corti e spessi, tenendo stretta fra le palme quella faccina un po’ magra e affilata, che diventava bellissima sorridendo, come appunto allora, affondata nei guanciali, con gli occhi azzurri che sembravano due stelle, i dentini affacciati appena appena fra le labbra della bocchina piú stretta di un anello e che gli andava ripetendo:
– Hai avuto la risposta? Sei contento? –

– È stato un orribile sogno? Gli pareva; ma aveva paura di accertarsene, ora che sapeva di amarla, ora che era sicuro d’essere amato, ora che la intimità gli aveva fatto apprezzare il grande valore del tesoro posseduto… Vedendosela venire incontro nella terrazza, a braccio del suocero che voleva la sua parte, anche lui, della cara nuorina; vedendola fresca, rosea, allegra, Lorenzo trasalí dalla gioia:
– Chè! chè! È stata una sciocca allucinazione di dottore -.
E la prese per le mani.
– Geloso! – gli disse il padre, spingendogli Concettina fra le braccia. Ma ella si voltò ad abbracciare il suocero, ridendo come una bimba, saltellando:
– Lo faremo arrabbiare spesso cosí. È vero? –
A Caltagirone, la casa fredda e vuota, dove il povero vecchio si aggirava da parecchi anni come una mosca senza capo, gli parve piena a un tratto quando vi arrivò la nuorina; e gli parve tiepida, scaldata dall’affetto di que’ due figliuoli che sembravano due innamorati non ancora sposini. I terrazzini vedovi e tristi si pararono, in poche settimane, di trofei di verde e di fiori: e tutte quelle stanze in fila, mesi addietro malinconiche e sciatte, coi mobili coperti di polvere e i cristalli appannati, schiacciate dalla desolazione del silenzio quasi mai interrotto, ripresero a sorridere meglio di una volta, con quella rondinina che andava lesta attorno, osservando tutto, badando a tutto, e che pareva avesse fatto ringiovanire la vecchia serva.
Pel salotto vibravano spesso le corde del pianoforte, specialmente quando Lorenzo, tornato dalle sue visite agli ammalati, andava a sdraiarsi su la poltrona fumando, con una gamba accavalciata all’altra, gli occhi socchiusi, intanto che Concettina canticchiava, volgendo la bionda testina per guardarlo e sorridergli, tutta inebbriata di musica. Lorenzo veniva riafferrato qualche volta dalle diffidenze, dai terrori dell’avvenire… Ed ecco, allora si consolava; la sua vita tranquilla, casalinga, studiosa non era mutata in niente, aveva anzi qualcosa di piú intimo, di piú elevato.
Concettina si sentiva pienamente felice:
– Sono entrata nel paradiso! –
E se le tornava in mente quel che aveva sofferto stando col padre – al tempo che questi le trascinava in casa, senza ritegno, senza rispetto per la sua dignità di ragazza, le donnacce che andava a scovare chi sa dove, e che gli mettevano a soqquadro ogni cosa e gli mangiavano gli occhi – ella scoteva nervosamente la testa, per fugare quei ricordi che le facevano male; contenta, nella tristezza, che il babbo fosse venuto a visitarla una o due volte soltanto:
– Ora è padrone di tirarsi dietro quante donnacce vuole, e profanare la camera dove è morta quella santa della mamma!… Ma non voglio pensarci! – Perciò le pareva che la sua salute, invece di peggiorare, rifiorisse.
– Ti senti bene? – le domandava qualche volta Lorenzo, agitato dal sospetto che tornava a morderlo di tanto in tanto.
– Benissimo – ella rispondeva. – Non sono mai stata cosí bene. E non era vero. Da qualche tempo in qua sentiva un malessere indefinibile e non osava, un po’ per pudore, un po’ per delicatezza, confessarlo al marito: fiacchezza per tutta la persona, difficoltà nel respirare e nel digerire; dolori qua e là nel petto; peso, affanno, durante la notte, che le impedivano di dormire.
– Non sarà niente! –
Si confortava cosí. Se suo marito la guardava fisso, con occhio scrutatore, allorquando il tristo sospetto gli si riaffacciava, ella si sforzava di apparire piú vegeta, piú allegra.
– Non sarà niente! – ripeteva da sé.

Una mattina però, dopo parecchie nottate insonni, non aveva potuto levarsi da letto. Lorenzo, uscito di casa per tempo, rientrava dalle visite ai suoi malati.
– Concettina è indisposta – gli disse don Giacomo.
E gli sorridevano gli occhi: il nipotino arrivava! Ma vedendo impallidire il figlio e cacciarsi le mani fra i capelli, rimase di sasso.
Don Giacomo, che non aveva osato entrare in camera della nuora, si aggirava dietro l’uscio, aspettando che Lorenzo venisse fuori.
– Che è, insomma? –
Lorenzo, lasciatosi cadere su la seggiola accanto al tavolino, col capo fra le mani, singhiozzava:
– La colpa è mia. Egoista! Sí, la colpa è mia -.
Non rispondeva altro a quel povero vecchio che piangeva con lui senza sapere perché. E quando, interrottamente, torcendosi le mani, poté accennargli qualcosa, don Giacomo tentò di dargli coraggio:
– Esageri. Faremo un consulto a Catania, a Napoli, se occorre… Perché desolarsi a questo modo? –
Finché Concettina non s’accorse della gravezza del male, non fu niente; i rimedi ordinati da Lorenzo le recarono qualche sollievo, ed ella tornò a sguizzare per la casa, gaia, leggera, quantunque un po’ insospettita delle cure e dei riguardi che si vedeva prodigati; nervosa talvolta, e con accessi di tristezza che parevano strani fino a lei medesima.
Cantava piú spesso, per distrarsi; ma, la romanza del Perrotta da lei preferita, ricordo della prima visita di Lorenzo, ora la commuoveva fortemente, quasi sentisse cantarla da un’altra persona. Quelle note avevano mutato accento, espressione, significato; le parevano un lamento, un sospiro di anima in pena; e un giorno non poté arrivare alla fine:
– Mi fa male. Mi fa piangere.
– E tu non cantarla! – le disse Lorenzo, dolcemente. – Bisogna che tu stia tranquilla. Dovresti evitare qualunque scossa violenta. L’affaccendarti per casa come fai… –
Concettina, ancora vibrante di quella commozione, gli si era seduta sulle ginocchia e gli accarezzava la barba, guardandolo negli occhi, intanto che egli continuava:
– Sei troppo gracile… Questa che sarebbe soltanto una piccola indisposizione per un’altra, per te, capisci? Diventa quasi una cosa grave… Sí, sí -.
Ella negava, spingendo indietro la testa:
No, no. Mi credi malaticcia?…
– Non dico questo, ma…
– Vuoi saperlo? Le medicine devi serbarle pei tuoi malati. Io non ne prenderò piú! Mi curerò da me!… Mi credo dottoressa anch’io! Ecco; i miei rimedi sono questi baci… E questi altri qui -.
E lo baciava a riprese, cedendo tutt’a a un tratto alla smaniosa tenerezza che da una settimana la tormentava:
– Ti vorrei sempre al fianco, come in questo momento! Già odio quei cattivi dei malati che non guariscono mai, e ti rubano a me da mattina a sera… Non mi sembri piú mio -.

Nelle belle giornate primaverili, andavano a passeggiare alla villa comunale. Ella gli si stringeva al braccio fortemente, per sentir meglio e fargli sentire il contatto. Camminavano a passi lenti, parlando poco; si fermavano ad ammirare una pianticina fiorita, a guardare o ad ascoltare un cardellino che trillava dondolandosi sul ramo di una siepe; passavano in rivista le figurine in rilievo dei vasi di terra cotta, prezioso lavoro del Vaccaro.
Oh, voleva saturarsi di sole e d’aria pura fra tutto quel verde, lungo quei viali che salivano, scendevano, serpeggiavano, cosí deserti da fare pietà!
E tornati su, alla vista del paesaggio che si apriva lí davanti, con la pianura verde distesa laggiú, con l’Etna in fondo, e a destra quella fuga di colline nereggianti di uliveti, ella dilatava i polmoni, quantunque un respiro largo già le riuscisse penoso.
– Che bellezza! Non mi moverei mai piú di qui!… Ma tu dov’hai la testa? –
Che poteva risponderle? Doveva confessarle il martirio di seguire giorno per giorno, ora per ora, col suo sguardo di medico, i terribili progressi del male nel delicato organismo che non poteva opporgli resistenza? Doveva confessarle gli incessanti rimorsi che lo straziavano perché lui, dottore, lo aveva trascurato sin dal primo giorno?…
– Per egoismo! Cosa imperdonabile. Vero delitto! –
Ed ecco che le carezze, i baci e gli abbracci, le intense gioie di innamorati alle quali si erano abbandonati spensieratamente, gioiosamente, come se egli, l’egoista! avesse ignorato che la povera creatura doveva piú prestamente restarne infranta, ecco, gli si mutavano tutti in angosce, in dilaniamenti…
– Me li merito! Merito anche peggio! –
In certi momenti però, vinto dalla stanchezza di quella lunga dissimulazione, tentava d’illudersi:
– La natura fa talvolta miracoli che stupiscono gli scienziati. Chi sa?… –
E osava sperare. Ma una notte Concettina lo svegliò con un grido
– Lorenzo! Lorenzo! –
E al vederla seduta sul letto, co’ capelli sciolti, atterrita dallo sbocco di sangue rosseggiante sul guanciale, Lorenzo non sperò piú.
Allora, per la prima volta, anche Concettina capí chiaramente di che si trattava. E gli si aggrappò al collo, piangente, con gli occhi smarriti dal terrore:
– Lorenzo mio, dammi aiuto. Non voglio morire!
– Non è niente – le ripeteva Lorenzo.
Ma ella leggeva la sua sentenza in quegli sguardi desolati, in quel volto terreo e contratto dallo spasimo interno.
– Mia madre è morta di questo male… Dovrò morire cosí anch’io? Oh, no, non voglio morire!… Sono felice, Lorenzo mio. Non voglio morire! – esclamava, straziante.

Una tristezza quasi di lutto si addensò nella casa. Lorenzo, il povero vecchio di suo padre e la serva, istupiditi da quel silenzio pauroso, parevano tre ombre, tre anime del purgatorio raggirantisi per un luogo di pena.
– Chi l’avrebbe sospettato? – smaniava don Giacomo. – Quel fior di salute! E l’ho costretto io a sposare costei! Ma come sospettare? –
Concettina se ne stava in camera, rannicchiata nella poltrona tenendo socchiusi gli occhi, tossendo, ansimando, arsa dalla febbre che ormai non la lasciava piú, estenuata da sudorini ghiacci che le imperlavano la fronte bianca come cera, e si osservava continuamente le manine scarne. Voleva Lorenzo sempre accanto, agitata da terribile gelosia dell’avvenire, quand’ella non sarebbe stata piú là, come la sua povera mamma… E perciò voleva portarselo con sé, per continuare ad amarlo ed esserne amata nella tomba, nell’altra vita, eternamente.
– Baciami! Baciami! – gli diceva a ogni momento.
Lorenzo esitava: quella continua eccitazione dei nervi agevolava la potenza del male.
– Hai paura?… Ti faccio schifo?… – strillava Concettina, con voce strozzata da un gruppo di pianto.
– Vuoi ucciderti, per forza? – balbettava l’infelice.
Ella gli s’attaccava alle labbra con labbra scolorite e febbrili, stringendogli attorno al collo i braccini stecchiti: ed erano baci caldi, violenti, interminabili; cosí intendeva inoculare il proprio male al marito. La notte, se lo teneva abbracciato stretto stretto, fiato contro fiato, per compenetrarlo con la febbre che la struggeva, con quel sudore mortale che le agghiacciava il corpo e ch’ella voleva assolutamente fosse mortale anche per lui. E se Lorenzo resisteva a quei capricci di malata, ella dava in istrilli, in pianti, cadeva in crisi nervose che lo atterrivano, quasi dovesse spirargli allora allora tra le braccia.
In quei momenti era spietata:
– Ah, tu non m’ami piú!… Sei stanco di me… Me ne accorgo -.
Lorenzo la supplicava a mani giunte e con le lagrime agli occhi.
– Sí, me n’accorgo. Ti son diventata insopportabile. Ti par mill’anni di liberarti di questo cadavere… Mi odii, forse…
– Concettina!
– Non puoi ingannarmi; ti leggo nell’anima. Che infamia! Ti ho adorato piú di Dio; ti ho dato tutta la mia vita, tutta; muoio… di amore… per te; e tu intanto!… Ingrato! Ingrato!… E portava alla faccia sbiancata e macilente le scarne mani, scotendo desolatamente il capo, finché non veniva presa da un colpo di tosse che le facea perdere il respiro e la lasciava abbattuta, sfinita, tra i guanciali che la sorreggevano da ogni lato. Lorenzo, ginocchioni, piú pallido di lei, tentava di farle ingoiare un cucchiaio di calmante:
– Per amor mio, per amore di te stessa! Vuoi proprio ucciderti con questi eccessi? –
Vedendoselo ai piedi; sentendo quella voce piena di angoscia e che le rimescolava il cuore, ella si rizzava, e lo guardava, lo guardava, vinta da pietà di donna innamorata, capace di qualunque sacrificio.
– Perdonami, – gli diceva, – perdonami!… No, non toccarmi, non baciarmi. Sono appestata; allontanati!… Tu devi vivere… Vivi. Lasciami morire qui, abbandonata. Mi basterà vederti, sentirti parlare… Dimmi però che mi vuoi bene ancora, come prima. Proprio come prima?…
– Anche piú!
– Allora… giurami che quando sarò morta tu non amerai nessun’altra donna.
– Te lo giuro.
-… Che seguiterai a dormire in questa camera, in quel letto, con quella stessa biancheria…
– Te lo giuro!
– Ah, se tu mentissi!… Vieni, fatti piú accosto… Dammi un bacio, uno solo! Sono diventata brutta, lo so senz’essermi vista allo specchio… Ma ti voglio tanto bene! Tu sei mio, è vero, Lorenzo?
– Tutto tuo, anima e corpo.
– Ripetilo, ripetilo.
– Tutto tuo, anima e corpo.
– Grazie. Come mi fanno bene queste parole!… Ah, se potessi risanare! Ah, se potessi almeno continuare a vivere in questo stato, a costo di penare il doppio, venti, cento volte piú!
– Guarirai; ogni speranza non è perduta. Senza questi terrori, senza questi eccessi…
– Sarò buona, starò tranquilla; vedrai. Ti ubbidirò come una cagnolina… Lasciati baciare… Non ti faccio ribrezzo, è vero? No. Stringimi forte al cuore… –

Queste tregue duravano appena un giorno, qualche volta soltanto poche ore; poi la fissazione la riprendeva. Fra il bianco delle pareti, alla luce del giorno che penetrava dalle ampie vetrate con tutti gli splendori del maggio, in quel silenzio di ore ed ore, interrotto soltanto dal sommesso rammarichio di lei o dagli schianti di tosse che, di tratto in tratto, pareva dovessero soffocarla; quella figura squallida, da gli occhi infossati e diventati piú grandi nel volto rimpicciolito, dai capelli spettinati che conservavano tuttavia i loro bagliori di oro filato, affondata fra i guanciali nella poltrona, perché a letto non ci voleva piú stare, oh!, era spettacolo pietosissimo.
Lorenzo non doveva muoversi dalla camera dove ella non voleva vedere altri visi, neppure quello del suocero. Già invecchiato, quasi tutto incanutito durante quei terribili mesi, il povero Lorenzo non si riconosceva piú. Ed ella se lo divorava, silenziosa, con sguardi lampeggianti di fascino maligno. Voleva portarselo via con sé; voleva rapirlo a quell’altra che forse attendeva impaziente di gettarglisi tra le braccia, piena di salute, bella, amante e trionfante, tale da scancellargli dalla memoria ogni traccia di lei. No, colei non lo avrebbe avuto. Non lo avrebbe avuto! Se ne sarebbero andati assieme, abbracciati nella morte come nella vita. Suo era, e colei non lo avrebbe avuto, no, no!
E per non lasciarselo sfuggire, per paura che il male non gli si fosse attaccato abbastanza, tornava a baciarlo, a ribaciarlo, su la bocca, su le gote, sul collo, sugli occhi, sui capelli; talvolta lo mordeva, con furore di belva…
– Ah!… Ti ho fatto male?… –
E subito lo baciava dove lo aveva morso, per attutirgli il dolore. Intanto egli doveva asciugarsi il viso coi fazzoletti tutti impregnati del sudore di lei; intanto doveva bere nello stesso bicchiere, dal lato dov’ella avea accostato le labbra… No; non volea lasciare la sua cara preda a quell’altra!
Infatti Lorenzo che davvero si sentiva morire a poco a poco, ora le si avvicinava con indefinito terrore superstizioso, pensando
– I miei presentimenti, ecco, si avverano! –
L’attesa della catastrofe, inevitabile, lo teneva invasato. E il giorno ch’ella gli disse: – Mi sento meglio – Lorenzo le prestò fede, tanto aveva bisogno d’illudersi.
– Mi sento bene, quasi guarita improvvisamente. È effetto di questa bella giornata? Di questo sole? –
Ridiventata buona, gentile, affettuosa come nei primi giorni, scherzava anche intorno alla sua malattia:
– Alla fine vinco io…? Doveva essere cosí! Ho una gran forza dalla mia parte: l’amore!
– Ne hai un’altra: la gioventú -.
E ne risero insieme.
Quel giorno Concettina volle rivedere il povero don Giacomo, e gli chiese perdono di essere stata cattiva con lui: – Quando si è malati non si ha coscienza di quel che si fa. Oggi che sto meglio, vede? –
Don Giacomo però non fu ingannato dall’apparenza:
– Ahimè! La lucerna dà gli ultimi guizzi. Bisogna chiamare il prete, se pur si fa a tempo! –

A un tratto, ella si sentí mancare; il debole filo che la teneva attaccata alla vita stava già per spezzarsi. Si abbandonò su la poltrona, guardando Lorenzo con sguardi d’invidia feroce:
– Egli restava?… Non andava via con lei? – Gli accennò, col capo:
– Senti: spingi la poltrona verso il terrazzino; apri la imposta; voglio vedere la città e la campagna, per l’ultima volta… Affrettati… Affrettati… –
Lorenzo ubbidí, macchinalmente.
– Guarda quel campanile… –
Lorenzo guardava, sbalordito.
– Ricordati che lo hai veduto l’ultima volta con me… E quelle colline… quegli alberi!… Ricordati, ricordati… che prima di morire li abbiamo guardati insieme… e che io ti ho detto: “Guarda, guarda!…” E quei pini di Santa Maria di Gesú… lí a manca… dove spesso siamo andati a passeggiare, ricordati!… Ricordati!… –
Lorenzo, trasognato, rispondeva di sí con la voce e col capo. Quel campanile, quelle colline, quegli alberi, quei pini di Santa Maria di Gesú se li sentiva imprimere negli occhi quasi per una malía che lo invadeva… Non avrebbe piú veduto altro che quelli!… Sempre!… Sempre!… Sempre!…
E Concettina, attiratolo al petto con sforzo supremo, cercando le labbra di lui che la reggeva per la vita:
– Muori con me!… Muori con me!… – balbettava.

Roma, novembre 1882.

III

RAFFINATEZZA

Renato la guardava sorridendo, tra incredulo e meravigliato, intanto ch’ella, a occhi bassi, mordendosi lievemente le labbra, apriva e chiudeva il ventaglio, quasi mortificata del silenzio di lui. Alla viva luce del sole, tra i riflessi verdi del prato, quella bruna carnagione prendeva toni dorati sulle guance e nella dolce attaccatura della gola; e i grandi occhi nerissimi, su quel viso scarno e strano, davano un’espressione piú provocante al nasino un po’ rivolto in su e alle labbra tumide e fresche, che si chiazzavano di macchioline bianche sotto la irrequieta pressione dei dentini.
Ella sentiva, senza vederli, quegli sguardi che la ricercavano tutta; e la personcina alta e minuta si agitava impaziente, oppressa da tale insistenza. Finalmente alzò gli occhi, timida…
– Non mi crede?…
– Ma, sí… Ma, sí!…
– Perché dunque sorride cosí? Già il torto è mio… Avrei dovuto avvertirla subito… prima di accettare l’invito… –
E nella voce turbata le tremolava qualcosa che pareva pianto.
Allora Renato non sorrise piú, impacciato alla sua volta. Le prese una mano, si mise carezzevolmente sotto il braccio quel braccino magro, serrato nella manica attillata del vestito nero; e, riprendendo a passeggiare, le andava parlando all’orecchio, tra uno sbuffo di fumo e l’altro della sua sigaretta:
– Oh, non insisto piú!… Torneremo, non occorre neppur dirlo, torneremo però qualche altra volta alla Cagnola… a passare insieme una mezza giornata… No?
– A che scopo? Ecco, questo significa che lei non mi ha creduto. Perché si ostina a non credermi?…
– Al contrario! Certe cose non si discutono; si aspettano, si lasciano venire al momento opportuno, è vero? E se non arrivano… Intanto, per oggi, mi sento compensato abbastanza da questa dolce passeggiata da innamorati. La gente (ahimè, a torto!) deve crederci proprio due innamorati. Infatti, vede?, quell’uomo fermato sotto gli alberi sta a guardarci da un pezzo, masticando la sua invidia insieme col mozzicone di sigaro che non vuole accendersi -.
E voltando il capo, ella rideva a scossettine portando la punta del ventaglio alle labbra, piegando un po’ il busto slanciato; rideva, ma quasi per tentar di distrarsi da riflessioni penose che le esitavano ancora sul volto.
Quell’uomo fermato sotto gli alberi, dopo averli seguiti con lo sguardo lungo il sentiero del prato, era andato a sedersi dirimpetto a loro, divorandoseli con certi occhi sgranati, dal tavolino dove mangiava solo, col tovagliolo appiccato al colletto. Luigia e Renato, a metà di pranzo, messisi di buon umore, gli ridevano quasi in faccia, facendolo arrossire coll’imboccarsi a vicenda pezzettini di fritto o di arrosto, se colui si fermava a guardarli piú balordamente incantato.
– Intanto non mangia proprio niente.
– Mangio poco. E non è il miglior modo per ingrassare.
– Ah!… Tu lo vuoi? – disse a un tratto Renato, che non ne poteva piú di quell’imbecille. E, alzatosi da sedere, diede un bel bacio a Luigia che non ebbe tempo di schermirsi.
Per istrada, nell’oscurità della notte, mentre il tranvai a vapore si allontanava gettando rapidi spruzzi di luce rossastra su le siepi e su i campi, essi ridevano ancora del viso sbalordito di quel povero imbecille allorché avea visto quel bacio. Poi, nella intimità del ritorno a piedi, stringendo il braccio di Renato con abbandono, incoraggiata dal buio, ella era tornata a scusarsi.
– Non ci faccio una bella figura, lo capisco. Ma…, infine, non ho voluto mostrarmi piú virtuosa che non sono. Però voi uomini non potete capirlo. È altra cosa per voi… –
Renato la lasciava dire, accarezzandole una manina. L’accento sbiaditamente veneziano dava un fascino deliziosissimo a quella facile parola che risuonava nell’oscurità, fra il lieve stropiccio dei piedi sulle foglie secche del viale, e andava a perdersi nel gran silenzio della campagna cosí pieno di vaghi rumori. Renato la lasciava dire, non ancora ben persuaso; anzi acceso e smanioso del possesso di quella magrolina assai piú ora, che non quando l’aveva adocchiata al terrazzino del secondo piano della casa accanto, raccolta nella veste da camera di tela cruda, larga e ondeggiante, col braccio che usciva ignudo dalla manica rovesciata, poggiato col gomito su la ringhiera; braccio magro, coperto da peluria che dava un tono quasi bronzino alla pelle bruna. La lasciava dire non ancora ben persuaso, ma nello stesso tempo, per raffinatezza di scapolo, contento di quella resistenza cosí inattesa e cosí franca. Era piccante! Ah, la bella bruttina, come aveva già cominciato a chiamarla, diventava qualcosa di ghiotto fra la trivialità dei soliti incontri! E per ciò, quasi senza accorgersene, quando furono vicini a casa tornò a insistere, scherzando:
– Chiedo soltanto il favore di dar un’occhiatina al suo nidicino del secondo piano…
– È impossibile. Non vuol persuadersene?
– Soltanto un’occhiatina, per figurarmela nel suo vero ambiente quando la sento canticchiare con vocina di falsetto… Non vuol permettere neppur questo? Allora venga a bere un bicchierino di Kümmel o di Chartreuse a casa mia, qui, a due passi… Non è un gran sacrifizio.
– Impossibile!… –
Ella lo supplicava con gli occhi improvvisamente gonfi di lagrime, stringendogli forte la mano, alla luce del lampione sotto cui s’erano fermati:
– Non mi offendo di quest’insistenza. È cosa naturalissima. Il torto è mio -.
Renato la interruppe: – Buona notte.
– È in collera?
– Niente affatto -.
Il tono brusco della voce però lo smentiva.

Il fascino di quella svelta personcina, dai grandi occhi neri nel viso magro, era stato piú forte della stizza. E cosí egli s’era lasciato riprendere, indolentemente. Promise, da gentiluomo, che non ne avrebbe piú riparlato, ed ebbe l’onestà di confessarle che una relazione seria, com’ella desiderava, non era possibile.
– Ci vedremo frequentemente, da camerati, da giovinotti… Eh? –
Ella non rispose né sí, né no, esitante
– Ho paura di annoiarlo… –
Invece, Renato era tutto contento quando la vedeva entrare improvvisamente in quella camera di scapolo ch’ella irraggiava dei suoi sorrisi, faceva echeggiare delle sue risatine somiglianti a gorgheggi, e che riempiva e agitava con gentile irrequietezza di ragazza nervosa.
Intanto ch’egli preparava la solita tazza di caffè, Luigia andava da un tavolino all’altro rovistando libri, disegni, svolgendo grosse pagine di album.
– Tutte queste belle donnine sono state sue amanti? –
Renato non rispondeva, affettando discrezione.
– Tanto a me può dirlo. Non ho nessuna ragione di essere gelosa. Come sono belle! Ah, l’esser bella dev’essere una grande soddisfazione! Se io fossi bella, come questa qui per esempio, farei disperare parecchia gente, parecchia!
– È cosí cattiva?
– No: ma la bellezza è una forza -.
Renato le assicurò ch’ella aveva qualcosa di meglio della bellezza, quel che di attraente, di simpatico che spesso la bellezza non ha.
– So benissimo che sono brutta, ma so pure che non sono antipatica… Questo cappello alla Rubens, con questa gran piuma, mi dà un’aria bizzarra… Sciocca! Lo dico da me!…
E scoppiò a ridere voltando le spalle, con una smorfietta, allo specchio davanti a cui si era fermata per provarsi il cappello.
– Capelli pochi e cortini. Che disperazione! E cosí ribelli! Non c’è pettine che riesca a domarli. Già, mi ci confondo poco. Ho ben altro da fare!… Che delizia questa camera cosí grande e cosí piena di luce. La mia è un bugigattolo da aggirarvisi appena. Mi è cara però; è piena di ricordi!
-… Dolci?
– Tristissimi. Quante lagrime, quante sofferenze, quando riarsa e stroncata dalla febbre dovevo lavorare tutto il giorno, per settimane, per mesi, rompendomi la schiena, sostentandomi di solo pane!… Non voglio neppur rammentarmelo!…
– E ora?
– Ora? Vivucchio, lavorando sempre, orgogliosa di non essermi mai avvilita. Piuttosto un tonfo nel naviglio. C’è mancato poco, un mese fa! Qualche volta ci ripenso sul serio… Infine!…
Quegli occhioni neri prendevano un’espressione indefinibile, allorché ella parlava di morire. Ne ragionava tranquillamente, senza affettazione, come di cosa da dover accadere un giorno o l’altro, quando si è tanto disgraziati a questo mondo, quando non si ha neppure un cane che ci voglia bene o che ci sia legato da un legame qualunque!
Sua madre era morta. Suo padre… Un giorno (non poteva dimenticarlo, aveva appena sette anni) un’amica della mamma che la conduceva a spasso, le aveva additato un signore alto, bruno, bell’uomo, che entrava in un caffè. – Va’, digli: babbo, dammi un bacio! – Ed era entrata in quel caffè e s’era accostata a quell’uomo veduto allora per la prima volta e gli aveva detto, tremando: – Babbo, dammi un bacio. – Quel signore, baciatala, accarezzatala e compratele delle chicche, le aveva detto: – Va’ va’! – E non lo aveva piú riveduto. E non ne aveva piú saputo notizia!…
– Ma perché le racconto queste malinconie? Addio, addio… Scappo.
– Senza pagar nulla?… –
Renato se la fece sedere sui ginocchi, vincendone la riluttanza
– Voglio il mio obolo, il mio solito bacio…
– Mi lasci andare!… –
E quando la Luigia non fu piú lí, egli rimase pensoso, sotto un’impressione che non sapeva spiegarsi, affatto nuova per lui. Era strano. Quel corpicino magro non lo turbava piú. La viva sensazione di quei baci era già diventata qualcosa di puro, di spirituale. Gli pareva quasi impossibile. E come lo metteva di buon umore ogni visita della bella bruttina! Sotto quell’apparente allegria però, chi sa quali e quanti dolori!
Infatti, in certi giorni, lo sforzo della poverina era troppo evidente. Quegli occhi avevano pianto; quel pallore, che il suo solito sorriso non riusciva a velare, raccontava miserie ch’ella nascondeva pudicamente e altieramente in fondo al cuore.
Renato la prendeva tra le braccia, con aria di scherzo: – Via, confessati all’amico, al camerata. Se ti occorresse, per caso, qualche sommettina.
– No, no, grazie; in verità, non mi occorre niente. Com’è buono! –
Intenerita, gli stringeva tutte e due le mani ripetendo: – No, no, grazie! – con voce turbata.
– Se mai, ecco, le prometto che ricorrerò a lei, piuttosto che ad altra persona. Ma spero che non avvenga. Ci mancherebbe solo questo! Pur troppo, io abuso della sua gentilezza, da vera sfacciata… No, no, grazie! Grazie! –
Renato non insistette per delicatezza. E da quel giorno in poi, la invitò a pranzo piú frequentemente.
Luigia, però, aveva capito subito; e due o tre volte aveva rifiutato, col pretesto di un precedente invito di un’amica. Ma egli, rimasto a spiarla, l’aveva vista rimanere in casa fino a sera tardi; e il lume s’era spento presto dietro i cristalli della cameretta al secondo piano. E quella sera Renato non aveva avuto voglia di desinare neppur lui, pensando alla poverina che forse era andata a letto senza aver messo niente dentro lo stomaco.

Si trovavano quasi tutte le sere, alle otto precise, all’angolo di via Larga, come due amanti. Ella gli andava incontro sorridente, infilandosi un guanto, frettolosa:
– L’ho fatto aspettar troppo? E, presisi a braccetto, passeggiavano per le vie fuori mano, lentamente, fermandosi davanti le vetrine. Ella gli raccontava minutamente le sue occupazioni della giornata; Renato la interrogava intorno al passato, in modo però da non sembrare indiscreto…
– Oh, non posso piú avere segreti per lei! – ella rispondeva.
Quella sera erano andati a rannicchiarsi in un angolo del caffè Gnocchi, presso il teatro Dal Verme, caffè mezzo deserto. E Luigia aveva parlato, per ore, squisitamente, con abilità di narratrice che lo stupiva, facendogli sfilare sotto gli occhi i ricordi della lieta fanciullezza e della triste gioventú, passata fra i riflessi verdastri della Laguna, quando sua madre viveva ancora…
– Bella mia madre! Non le somiglio affatto -.
E avea continuato, appoggiando l’espressiva testina bruna sul rosso della spalliera di velluto, accostandosi a Renato con piú intimità, quando venne il momento di parlare di… quell’altro.
– Fuggita con lui dalla casa della zia, andammo a Padova, poi a Milano… Sin dai primi mesi, egli fu costretto a lasciarmi sola, per via degli affari. Prima mi scriveva spesso; poi, a lunghi intervalli; poi non mi scriveva piú. Arrivava e partiva all’improvviso, facendomi anche soffrire… Mi bastava cosí poco, che anche di quel nulla sarei vissuta contenta. Una sera, in un ballo, apersi gli occhi!… C’era un’altra di mezzo. Il sangue mi diè un tuffo. Mi sentii impazzire, e le allungai uno schiaffo, in mezzo al ballo, all’improvviso. Fui eccessiva, si. Ma, dopo, non mi umiliai? Non gli chiesi perdono? Gli volevo bene a quell’uomo… Gli volevo bene davvero!
Eran tornati a casa silenziosi, affrettando il passo.
– Forse ho fatto male, raccontandole la mia brutta storia.
– Anzi, te ne sono gratissimo, proprio.
– Non lo dice per cortesia?
E per la prima volta, nel separarsi, gli tese le labbra col piú strano dei sorrisi di quel suo stranissimo viso di bella bruttina. Quel viso pareva livido sotto il pallore.

Una mattina Renato le annunziò:
– Vado via, per qualche tempo -.
Luigia era rimasta senza parola, interrogandolo con incredulo sguardo…
– Dice per chiasso?
– Oh, dispiace anche a me, tanto! Ma ti scriverò spesso. Puoi esser sicura che, vicino o lontano, sarò sempre amico affezionato e sincero.
– Quando? – ella domandò dopo un momento di silenzio.
– Fra una settimana.
– Ah!
I suoi occhioni neri s’erano dilatati dall’allegrezza:
– Avevo creduto che partisse subito. Fra una settimana? Passerà presto anch’essa, pur troppo!… –

Renato, in quei pochi giorni, se la vide venire in casa piú frequentemente, meno allegra, sí, ma con cordialità piú aperta. Restava a lungo sdraiata sul canapè o su una poltrona, con la faccia appoggiata a una mano, un piedino accavalciato sull’altro, e gli occhi ombrati dalle ciocche arruffate su la larga e bella fronte, fissi su lui. E se Renato andava a sedersele accanto e le prendeva una mano e le passava il braccio attorno alla vita, ella tentava di svincolarsi, ma fiaccamente, e finiva col lasciarsi baciare senza resistenza.
– Prendo anticipazioni per tutto il tempo che rimarrò lontano – egli diceva.
– Non dubiti: le manderò, ogni volta, mille baci per lettera…
– Ne preferisco dieci ora -.
Nelle solite passeggiate serali, Luigia gli si attaccava al braccio con abbandono:
– Non so affatto persuadermi che domani l’altro non ci troveremo piú insieme… Si rammenterà di me?… Ho qualcosa qui, nel cuore, e non riesco a metterlo fuori; un peso, una specie di rimorso. Mentre lei è stato cosí buono, cosí affettuoso, cosí sinceramente amico con me, io invece mi son mostrata quasi ingrata, cattiva. Almeno debbo esserle sembrata tale. È vero?
– Perché dici cosí? Hai torto -.
Allora, nei punti piú deserti delle vie, ella si fermava, guardandosi attorno, e gli saltava al collo, stringendolo al seno forte forte:
– E dire che, forse, non ci rivedremo piú!… È il mio maggior tormento -.

Appena Renato comprese che cosa significava quella trasformazione di Luigia, sentí una commozione mista di pietà che lo fece impallidire. Ah! La povera creatura voleva sdebitarsi a quel modo. No; lui, invece, lui le doveva gratitudine per tante sensazioni blande, per tanti sentimenti miti, per tante ore deliziose che gli avevano fatto riposare il corpo e lo spirito con ristoro completo. No, povera creatura! Cosí era stato troppo delizioso, troppo bello! Perché guastarlo? E la guardava intenerito, mentre camminavano senza scambiare una parola, tornando da Gorla con quel plenilunio di giugno, ridente su la vasta campagna addormentata.
Era l’ultima sera che Renato restava in Milano. Perciò ella aveva voluto accompagnarlo su, rassegnata al proprio sacrifizio. Nel togliersi il cappellino tremava. Poi si era seduta sul canapè, passandosi nervosamente le mani su la faccia.
– Ci rivedremo un’altra volta?
– Perché no? Fra quattro mesi.
– Oh, in quattro mesi chi sa quante cose accadranno! Potrò anche morire -.
Si erano presi per mano; ma non si davano neppure un bacio, sorridendosi tristamente, con lunghi intervalli di silenzio.
– Che ore sono? – ella domandò.
– Le dodici e mezzo.
– Come s’è fatto tardi! –
Renato restava tuttavia seduto accanto a lei.
– Perché non si leva il soprabito?
– Vo’ accompagnarti fino al portone di casa -.
Luigia stette un momento a fissarlo, sbarrando gli occhi, credendo di aver capito male; grosse lagrime le tremolavano irresolute sugli orli delle palpebre:
– È… per vendicarsi di me?
– No, no, cara! – disse Renato. – Tutt’altro! Tutt’altro! –
E le accarezzava il volto. Ella rideva e piangeva, e il petto le si allargava in un gran respiro di sollievo.

Roma, 9 febbraio 1883.

IV

CONVALESCENZA

Udito il lieve scricchiolio dell’uscio, Eugenio si voltò.
– Buon giorno – gli disse la pallida testina di donna che s’era affacciata tra i battenti semiaperti.
– Di già levata! – egli rispose freddamente.
La signora Viotti entrò, facendo un sol passo. Aveva un soave sorriso su le labbra e negli occhi, e scrollava la testa con lieve aria di rimprovero vedendolo rimanere là, invece d’accorrere ad abbracciarla e a sorreggerla.
Eugenio, infatti, era visibilmente contrariato dall’inattesa apparizione di quella pietosa figura di convalescente dal viso scarno, dalle occhiaie livide e infossate, dalla persona esile ed alta, avviluppata nell’ampia e pesante veste da camera.
– Ma, il dottore… – egli disse, alzandosi dalla poltrona e gettando il libro sul tavolino.
La signora scosse le spalle:
– Il dottore è uno sciocco -.
Presala per le mani ch’ella gli porgeva, Eugenio, un po’ accigliato, la condusse lentamente presso la finestra:
– Potevi aspettare qualche altro giorno -.
La signora Viotti, senza punto badare al tono severo della voce, gli s’era gittata al collo e lo baciava e ribaciava:
– Come ti voglio bene! Quanto ti voglio bene! –
Non si sapeva frenare, e resisteva ai moti impazienti di lui che cercava di svincolarsi.
– Via, non fare il cattivo! – disse, scoccandogli un ultimo bacio, in distanza, nell’abbandonarsi, spossata dallo sforzo, su la poltrona. E rovesciata la testa, socchiudendo gli occhi, mormorava a fior di labbra:
– Sono felice; non voglio piú morire!… Siedi qui, non fare il cattivo -.
Era stato un colpo di pazzia. Se n’accorsero quasi subito, dopo quattro o cinque mesi della loro vita di amanti; ma si accorsero pure di non trovarsi in uguali condizioni, pur troppo! Mentre Eugenio, passato il primo bollore della passione, si staccava da lei mezzo annoiato, mezzo sazio, naturalmente, senza che la riflessione vi concorresse per nulla; la signora Viotti – che aveva abbandonato il marito da cui si sapeva adorata e che aveva adorato anche lei fino a sei mesi addietro, essendosi sposati per amore – la signora Viotti, all’opposto, si sentiva attaccare, di giorno in giorno piú strettamente, da uno di quei violenti legami pei quali la ragione non vale.
Da Treviglio, dove Eugenio trovavasi a villeggiatura a villa Savini, invitato da un amico, essi eran volati a nascondersi nell’immensità della capitale, in quell’elegante quartierino di via Modena, al terzo piano. E durante il primo mese, uscivano soltanto la sera, a braccetto, per passeggiare pei quartieri nuovi, baciandosi furtivamente lungo le vie solitarie, quasi in tutta la giornata gliene fosse mancato il tempo! E non facevano altro, Dio mio! Erano proprio insaziabili. Andando attorno posatamente, parlandosi all’orecchio e stringendosi le mani, ella gli ripeteva spesso:
– Mi par di sognare.
– Anche a me – rispondeva Eugenio.
Conosciutisi in una scampagnata, egli aveva avuto appena l’occasione di susurrarle qualche parola di semplice galanteria, senza nessun preconcetto, senza nessun’idea di far colpo, sapendo bene che quei due, marito e moglie, s’erano sposati per amore. Ma una sera, sul tardi, ritornando alla villa da una passeggiata faticosa, avvedutisi di esser rimasti molto indietro da la compagnia, eran diventati a un tratto silenziosi, impacciati di trovarsi cosí soli tra i filari dei gelsi che costeggiavano la via, sotto quel cielo senza luna, nella penombra della sera che invadeva tacitamente la campagna al leggiero stormire delle fronde.
In che modo i loro sguardi s’erano incontrati? In che modo era spuntato sulle labbra di tutti e due lo stesso sorriso pieno di stupore?… E in un baleno, ella gli si era buttata tra le braccia, singhiozzante:
– Che gran male mi avete fatto!… Mi sento impazzire! –
Eugenio, interdetto, turbato, rispose a stento:
– Ci chiamano!… –
Nella nottata però non poté chiuder occhio; quella voce singhiozzante, piena di tanta passione, gli aveva sconvolto cuore e cervello. Non credeva a se stesso:
– Amato fino a questo punto! –
E due mesi dopo, nelle loro passeggiate serali per le vie della nuova Roma essi ridevano ancora del terrore provato in camera di lei, a villa Savini quella volta che suo marito aveva dovuto correre da Treviglio a Milano per un affare urgentissimo. A notte avanzata, essi avevano udito un rumore, secco secco.
– Han chiuso l’uscio della stanza di passaggio! – ella balbettò, stringendogli un braccio, convulsa – Oh Dio! Saremo scoperti, tra le risa mal celate della servitú, tra le ipocrite indignazioni delle altre villeggianti!… E mio marito, quando saprà…! –
La signora Viotti si disperava, si torceva le mani, si strappava i capelli.
– Non può essere… Zitta!… Vo a vedere -.
E andato di là, per accertarsene coi propri occhi, Eugenio era subito tornato addietro pallidissimo, mordendosi i baffi… Terribile quarto d’ora! Smarrita, tremante da capo a piedi, vincendo ogni pudore, s’era levata anche lei, e presi per mano, barcollanti, erano andati insieme di là, dinanzi a quell’uscio fatale, per forzarlo a ogni costo!… E che infrenabile convulsione di risa, vedendolo ancora aperto com’egli, venendo, lo aveva lasciato!
– Ero cosí agitato, per te, da travedere fino a quel punto!
– Ed io, ricordi?, balbettai: “Un sorso d’acqua!” Quasi svenuta sulla poltrona, tremavo e ridevo!… –
Cosí riandavano spesso i piú lievi fatti del breve passato; ella senza nessun rimpianto di quel che, fuggendo, avea lasciato dietro di sé; egli senza nessun pensiero dell’avvenire quasi la loro felicità di amanti avesse dovuto durare eternamente!

Quando la signora Viotti, ammonita dal suo fino istinto, sorprese in Eugenio i primi sintomi di raffreddamento, rimase stordita come da un colpo di martello su la testa. Non pianse, non gli disse nulla. E messasi a osservarlo, dissimulando l’intensa ambascia, a ogni sintomo che le rendeva piú evidente la propria sciagura, si sentiva correre per tutto il corpo un veleno sottile sottile che le guastava il sangue rapidamente.
Da prima, Eugenio la vide deperire con indefinibile sentimento d’inquietudine:
– Che cosa ti senti?
– Io? Niente.
– Pure, mi sembra…
– T’inganni -.
Egli non insisteva. Sicuro del suo segreto, aspettava di poter scoprire qualcosa di simile nel cuore di lei; allora lo scioglimento della crisi sarebbe riuscito facilissimo. Né disperazioni, né lagrime; una stretta di mano, una parola di rimpianto per la felicità volata via… e festa! Il marito pronto a perdonarle e ad aprirle le braccia, non aveva scritto ultimamente a un amico perché s’interponesse? E questi s’era presentato alla signora con la gravità d’un diplomatico. Ella, sí, aveva avuto il torto di rispondere: – Non c’è perdono per una colpa come la mia! – Umile alterigia a sproposito. Dopo quella risposta però egli le aveva susurrato, abbracciandola: – T’amo piú di prima. Sei stata sublime!… – E aveva mentito.
Compresa finalmente la vera ragione di quel muto dolore, Eugenio provò un vivissimo senso di dispetto, come per una prepotenza, per una inqualificabile soverchieria. Ma non ebbe il coraggio di rinfacciargliela; e rodendosi dentro, diventava a ogni minima occasione e per futili pretesti incontentabile, stizzoso, continuamente aizzato da quel suo dispetto ingiustissimo – ne conveniva, qualche volta, internamente. E con tutto questo non gli riusciva di provocare un po’ di resistenza, qualche scena da parte di lei! Ne arrabbiava.
La signora Viotti, zitta, rassegnata, deperiva intanto con incredibile rapidità, per quella vampa interna che le inaridiva il sangue e le struggeva le carni.
– Meglio lasciarmi morire! – aveva deciso.
Eugenio, per convenienza, per scrupolo anche, una mattina condusse in casa il dottore; ma la signora ricusò di riceverlo.
– Che dottore! Perché? – ella diceva sforzandosi di parere tranquilla. – Sto benissimo -.
E non si lamentava della sua sorte, neppure quand’era sola:
– Se Eugenio non mi ama piú, che posso farci? Forse son io che non ho saputo farmi amare durevolmente; forse, questo è il mio gastigo! E sia. L’amo, l’amerò fino al mio ultimo respiro. Voglio morir qui, in casa sua; non potrà scacciarmene morente! –
Poi cedette, per contentarlo. A ogni visita, ella guardava fisso il dottore; voleva leggergli sul volto la propria sentenza.
– Parli schietto: è cosa grave? – gli domandò una volta che Eugenio era assente.
Il dottore tentò di rispondere: – Ma… se…
– Non ho paura di morire – ella lo interruppe per farlo uscire dalle reticenze. – Sappia che se fossi in pericolo avrei importanti disposizioni da dare.
– Per cautela, provveda, – allora conchiuse il dottore.
– Ah!… Va bene – ella mormorò.
Avvertito dal dottore che lo aveva incontrato per le scale, Eugenio entrò da lei insolitamente commosso; e vedendo affondato nei guanciali il volto quasi irriconoscibile della bellissima donna un giorno amata, s’arrestò, quasi non lo avesse mai osservato fino a quel momento.
– Povera donna!… Se deve morire, muoia almeno credendosi ancora riamata! –
La signora Viotti lo guardava con occhi dolenti, da vittima invocante misericordia dal carnefice; e quegli sguardi lunghi, quasi addio pieno di strazio, parevano domandargli dimessamente: perché non m’ami piú?
Da quel giorno però Eugenio cominciò a sembrarle di bel nuovo mutato.
– Guarisci presto – le diceva, accarezzandole il volto dimagrito, ravviandole le ciocche di capelli arruffate su la fronte. – Siamo ne la bella stagione. Andremo in campagna, o a Sorrento come tu desideravi una volta. Cercheremo un nido, un paradiso di verdura e di sole, degno del nostro amore, degno di te… – Ella non rispondeva, non sorrideva neppure a quelle carezze e a quelle promesse, tuttavia incredula, decisa di lasciarsi divorare dalla gastrite. Ma da che Eugenio rimaneva giorno e notte in camera, presso il letto, dormicchiando spesso sopra il canapè, per esser piú pronto a somministrarle la medicina e a cambiarle le pezze ghiacciate alla testa; da che gli sentí ripetere, con lo stesso accento d’una volta, le dolci parole d’amore che l’avevano inebriata fino ad offuscarle la ragione, fino a spingerla ad abbandonare un marito cosí buono da perdonarla s’ella avesse accettato il perdono – quelle parole piene d’incanto che Eugenio non le aveva mai ripetute da un pezzo – ella pensava:
– Oh Dio!… Mi sono forse ingannata?… –
Eugenio medesimo in certi momenti non avrebbe saputo distinguere s’egli continuava a rappresentare una pietosa commedia o se diceva davvero. Il rimorso d’aver contribuito, quantunque involontariamente, alla distruzione di quell’innamorata creatura lo spingeva a esagerare:
– Poverina! Muoia almeno contenta.
– Senti – gli disse un giorno l’ammalata. – Debbo confessarti una cosa… –
Con le mani dimagrite, tremule per debolezza e che scottavano, gli aveva preso le sue e gliele stringeva forte: – Fatti piú accosto; posa la testa sul guanciale… Ascolta. Prima di morire, voglio confessarti…
– Eh!… Non siamo a questo punto.
– Forse -.
S’era arrestata per guardarlo da vicino nelle pupille; e gli passava una mano sulla guancia, con l’incerta carezza di persona rifinita dalla malattia.
– Ti vedevo cambiato. Credevo che tu non mi volessi piú bene e che ti fossi diventata peso insopportabile, dura catena…
– Ma…
– Lasciami dire. Non ti accusavo, non ti maledicevo. Vedi? Muoio per questo, e sarei morta disperata, se non te lo avessi fatto comprendere. Perdonami!… Ingannata dalle apparenze, ti calunniavo indegnamente… Perdonami! –
Su quel volto pallido e scarno, le lagrime scorrevano, sgorgando piú abbondanti dalle ciglia a ogni parola, a ogni frase, le scendevano fino alle labbra, ed ella se le beveva con voluttà, impedendo che Eugenio gliele asciugasse:
– No, lasciami piangere… È cosí dolce!… Lasciami morire cosí -.

Interrogando il dottore, egli era tormentato dall’ansia di vedere indovinato il proprio egoismo, la freddezza di cuore sopravvenuta. In alcuni momenti cercava di mentire fin con se medesimo, se l’intima voce della coscienza lo rimproverava, inesorabile, a ogni domanda con cui egli sperava di accertarsi che, presto o tardi, quella tortura sarebbe finita. E dopo tre eterne settimane passate presso la malata, giorno e notte, senza andare a respirare un soffio d’aria libera, si sfogava in soliloqui brutali:
– Farà morir di sfinimento anche me! –
E subito, quasi per ammenda, la povera ingannata che smaniava dalla febbre si vedeva sopraffatta da effusioni di carezze e di parole affettuosissime, che parevano scaturire dal piú profondo del cuore. Ed erano invece mera finzione, artifizio, per attutire la voce interna che insorgeva contro di lui. Aveva forse due anime? Vivevano insomma due diverse persone nel suo corpo, una buona e una cattiva? Egli non sapeva spiegarselo.
Il dottore intanto non si lasciava scappare affermazioni recise:
– La malattia, gravissima perché non curata in tempo, segue il suo corso; la signora può guarire, lentamente; ma… –
A quel ma lasciato cosí sospeso, Eugenio sentiva, suo malgrado, un po’ di sollievo.
– Per certe anomale situazioni della vita, non c’è altra soluzione! – rifletteva freddamente. – Non l’ho provocata, né agevolata – aggiungeva subito per scusarsi con se stesso.
E spiava ogni sintomo, e notava ogni minimo cambiamento, aggirandosi smanioso attorno a quel letto dove la povera signora, riarsa dalla febbre, soffocava gli atroci dolori per non gridare, per risparmiargli l’angoscia di vederla soffrire, ora che si credeva ancora amata!
– Mi sento assai meglio, sai? –
E le visceri le si torcevano sotto la coperta, intanto ch’ella gli sorrideva e gli chiedeva baci.
La mattina che la signora Viotti, già convalescente, si affacciò allegra su l’uscio del salotto, augurando all’amante il buon giorno, Eugenio, di cattivo umore, non seppe neppure usarle la cortesia di alzarsi subito da sedere e andarle incontro.
– Sono felice; non voglio piú morire! – ella mormorava abbandonata deliziosamente su la poltrona.
Eugenio, in piedi, la guardava; e aveva su le labbra l’equivoco sorriso – quasi contrazione – di chi, non piú amante, vede ribadirsi la catena creduta già vicina a spezzarsi.

Mineo, 25 marzo 1885.

V

UN MELODRAMMA INEDITO

Parlavano del “Re vergine” e delle sue manie musicali. Merlini, wagnerista fanatico, gl’invidiava le rappresentazioni dei capolavori del maestro nel teatro di Monaco, delle quali re Luigi era stato spettatore unico, nella sala buia col palcoscenico inondato di luce – meravigliosa visione, spiritualizzata dall’onda orchestrale scaturente dal “golfo mistico”, come il maestro lo chiamava – e non finiva di entusiasmarsi.
– Ho provato qualcosa di meglio, – disse Ludovico. – Stammi a sentire. Anni fa, viaggiavo solo, con l’animo terribilmente turbato. Una persona a me cara trovavasi in pericolo di morte; accorrevo in fretta al suo capezzale e temevo di non giungere in tempo. Figurati il mio stato! Il legno correva, sobbalzando per la strada ineguale e polverosa, ma non cosí celeremente come il mio cuore avrebbe voluto. Dove la strada saliva ripida e i cavalli rallentavano il passo, sentivo una pena, un tormento indicibile, quasi lo facessero a posta.
Il vetturino, vedendomi affacciare smaniosamente allo sportello, si scusava: “Siamo in salita; non posso ammazzare i poveri animali”. Aveva ragione; quei poveri animali, già trafelati ed ansanti, dovevano correre, correre ancora, per molte ore. Poi, si tornava a volare. La strada era deserta; la serata bellissima. Gli ultimi crepuscoli sorridevano, tra dorati e rosei, sulle montagne lontane, e davano un’intonazione dolcemente serena alle campagne circostanti, mare di messi ondeggiante al venticello vespertino. Quel vasto silenzio campestre e quella pace immensa mi facevano rabbia. La vita si espandeva lí attorno con sí forte rigoglio, e con un tal senso di piena felicità, quasi in dolce assaporamento di se stessa, che io sentivo piú profonda nell’animo la desolazione della solitaria agonia di quella cara persona. E avrei voluto essere accanto a lei per consolarla negli estremi momenti ed esserne poi confortato! L’assistere alla morte di persone amate, diventa conforto ricordando.
Non volli piú guardare uno spettacolo che irrideva il mio grave dolore; chiusi gli occhi, e mi rannicchiai in fondo al legno, fantasticando, rimuginando, tornando a combinare miracoli di guarigione, che io medesimo riconoscevo affatto impossibili. Quando riapersi gli occhi, era già notte. La luna, rossiccia e apparentemente ingrandita, si levava dietro le montagne con maestosa lentezza fra le poche nuvole che filettavano l’orizzonte, su la cupa taciturnità della pianura fuggente a perdita d’occhio; l’aria era frizzante. Il vetturino cantava uno di quegli stornelli malinconici, monotoni, che paiono piangere di qualche cosa. Strana coincidenza! Esso mi richiamava in mente un’altra sera, un altro viaggio… Oh! Un sogno di sorrisi, di carezze, di baci, mentre il vetturino cantava, come ora, un monotono stornello, consimile, che pareva piangesse di qualche cosa. Non potendo dir: “Zitto!” a questo qui, tirai su i vetri del legno. Il canto m’arrivava all’orecchio egualmente, quantunque assai smorzato. Allora, per vincere la straziante impressione che mi pareva di malaugurio, presi a canticchiare anch’io. Che cosa? Non lo ricordo; reminiscenze musicali senza dubbio, le prime capitatemi alla memoria… Ed ecco quel che mi accadde; non lo dimenticherò piú, vivessi cent’anni.
La monotona melodia dello stornello già mi sembrava lontana, lontana, quasi m’arrivasse all’orecchio a traverso il gran silenzio notturno, trasportata dal vento; e mi eccitava grado grado, mi inebbriava talmente la fantasia, mi commoveva a tal punto che, poco dopo, non canticchiavo piú reminiscenze, ma facevo un’improvvisazione. Non sorridere. Io che non conosco una nota musicale, sí, improvvisavo musica nuova, bella, meravigliosa… N’ero stupito io medesimo, e l’ascoltavo quasi venisse cantata da un altro.
Cantata? Non è esatto; dovrei dire suonata e cantata a vicenda. Le mie labbra imitavano i vari strumenti di un’orchestra nelle loro riprese, nei loro intrecci; e poi la voce cantava, per ceder di nuovo ai violini, al flauto, ai bassi il lor posto negli accordi. Provavo l’assoluta illusione di quegli strumenti, la piena delizia di quel magnifico concerto, organico intreccio di voci e di suoni. E durante il godimento dell’incredibile sensazione, riflettevo che dovrebbe accadere la stessa cosa nella mente d’un maestro quando comincia a svilupparvisi la creazione musicale. Che ciò avvenisse nel mio cervello, ora non mi meravigliava piú. Orecchiante, m’ero dato nei concerti di musica classica una specie d’educazione; orecchiante, ero arrivato a gustare le astruse bellezze dei quartetti beethoveniani, delle sinfonie dei vecchi e nuovi maestri, dove l’idealità artistica ha raggiunto la piú alta manifestazione… Quelle sensazioni, assopite da tanto tempo, si ridestavano, forse, nello stato d’eccitamento nervoso in cui allora mi trovavo? E si mescolavano, si confondevano, si coordinavano, fino a diventare una specie d’organismo nuovo, da facilmente ingannarmi? No, te lo assicuro.
Avevo dimenticato ogni cosa: la cara persona agonizzante, la lentezza della corsa, l’impazienza di giungere. Quell’inattesa creazione m’assorbiva interamente; e l’essere attore cantante, orchestra e spettatore nello stesso punto, mi produceva qualcosa di cosí straordinario, di cosí ineffabile, che non avrei voluto, a ogni costo, sentirlo cessare.
Che cantavano quelle voci diverse? Che rispondevano quegli istrumenti? L’impressione, dapprima, era stata confusa, indefinita. Le voci cantavano ma non pronunziavano parole: soprano, contralto, tenore, baritono, basso, cori, erano quasi varietà di strumenti; giacché c’erano pure i cori, mirabilmente fusi con le altre voci e con l’orchestra… Allucinazione assurda, ma evidente quanto la stessa realtà; non puoi fartene un’idea.
A poco a poco però l’allucinazione divenne piú chiara, piú determinata, precisa. E vidi il teatro, o meglio la cicloide del palcoscenico, il sipario, i lumi della ribalta, i professori dell’orchestra ognuno al suo posto, con gli strumenti in mano e i leggii davanti; vidi la sedia vuota del direttore… e andai a sedermici, quasi facessi la cosa piú naturale del mondo. Scoppiò allora la sinfonia con alto grido polifonico, tormentosa, straziante, fra i lamenti dei violini e dell’oboe, i singhiozzi dei clarini e del flauto, gli schianti dei corni e degli oficleidi, i rulli insistenti del tamburo e i sordi colpi dei timballi e della gran cassa; frase grandiosa, terrificante, che si arrestò a un tratto. L’ho tutta qui, negli orecchi, quasi l’abbia sentita poco fa e non parecchi anni addietro. Potrei trascriverla, se sapessi…
– Peccato! – lo interruppe, ironicamente incredulo, il Merlini.
– Peccato davvero! – riprese Ludovico. – Sarebbe documento d’una rarissima esaltazione nervosa, di uno stato psicologico degno d’essere studiato. Ti giuro che non mi è mai accaduto di provare una commozione cosí sincera e cosí forte, come nell’assistere a quella rappresentazione certamente assai piú bella di tutte le solitarie rappresentazioni godute da Luigi di Baviera dal suo palco reale.
Egli, infine, assisteva all’opera d’un altro, rappresentata e interpretata da altri; semplice spettatore. Per poco che tu ed io avessimo dei milioni a nostra disposizione – fossero anche tolti in prestito dalla cassa di usurai compiacenti – potremmo cavarci lo stesso gusto e provare ugual godimento. Tutto l’oro del mondo però non potrebbe metterti nella circostanza di riprodurre un’allucinazione pari alla mia. Io stesso, per quanto mi ci sia provato, non son riuscito. Te lo confesso: sono stato cosí stupido da tentarlo parecchie volte, e alla fine ho riso di me…
Ma allora, oh, allora non ridevo! Fremevo, tremavo, mi sentivo venir meno dalla dolcezza, secondo le peripezie del fantastico dramma; perché, sí, c’era il dramma, c’erano i versi, tutto!
All’alzarsi del sipario, la scena rappresentava una camera gotica. In fondo, un bambino dormiva placidamente nella culla. La bellissima giovane, vestita a bruno, pallida e sofferente, che vi stava accosto, cantava una ninna-nanna; e l’orchestra ricamava su quella dolce melodia le cose piú soavi e piú tenere che orecchio umano avesse mai udite. Quella tradita, implorava che il suo bambino, fatto grande, non provasse il sentimento dell’amore, per non tradire anche lui, alla sua volta, come suo padre aveva tradito… Che singhiozzi, che lagrime in quella preghiera dal ritmo cullante! E che fremiti, che sprazzi di luce, che bagliori musicali, quando l’orchestra preannunziò la apparizione della fata protettrice della famiglia, la quale veniva per assicurare la madre derelitta dello adempimento del suo voto! Infatti il bambino, sotto la vigile protezione di quella fata, cresceva forte, valoroso, amante di imprese guerresche, ma tetragono contro l’amore. Accadeva però che la fata, standogli sempre vicina per proteggerlo, s’innamorava di lui. Egli aveva qualche coscienza della protettrice malia, e se ne adontava e apertamente mostrava all’innamorata dea di volerle resistere, insofferente di violenze, anche se provenienti dall’alto… Sublime duetto!… La passione strappava a colei smanianti, deliranti parole d’affetto contro le altiere risposte del bello e forte cavaliere… Invano. Ella, che lo aveva protetto contro l’amore, non riusciva ora, benché fata, a ispirargli amore per lei; e nella stretta finale del duetto, mentre il giovane protestava, maledicendo, contro la fatalità di quella protezione non chiesta, ella malediceva la propria immortalità che le impediva d’essere amata come una semplice umana creatura. E con lei maledicevano i violini, i flauti, le arpe; e con lui le trombe, i corni, i claroni; maledicevano fra pianti e singhiozzi, quasi anime viventi…
Io avevo le lagrime agli occhi, sopraffatto da alta pietà per quei due cosí diversi, e che cosí diversamente soffrivano.
La seconda parte cominciava con un gran preludio sinfonico. Alzatosi di nuovo il sipario, appariva una specie di Olimpo scandinavo, e il preludio trasmutavasi in un coro di tutte le divinità maschili e femminili, qualcosa d’immensamente sereno, vera rivelazione musicale dell’immortalità, dell’eterna giovinezza, dell’eterno sorriso degli esseri primordiali, creatori di ogni cosa esistente… Ed ecco la fata, che veniva a chiedere al gran padre degli dei il giuramento fatale, contro cui neppure la volontà del gran padre degli dei poteva valere. L’orchestra ansava nella trepidante aspettativa di quel giuro, che scoppiava di lí a poco come un fulmine. La fatalità era segnata!… – Rendimi mortale! – ella chiedeva…
Repentinamente la sua aureola si oscurava; la sua mutata spiritualità sentiva la pesantezza del corpo. E mentr’ella precipitava giú dal cielo in terra, nel cielo, quasi nulla di sinistro fosse accaduto, riprendeva l’immenso coro sereno dell’immortale felicità, dell’eterna giovinezza, dell’eterno sorriso degli esseri primordiali, creatori d’ogni cosa esistente…
– Giuro!… Rendimi mortale! – soggiunse Ludovico, tentando d’imitar con la voce l’espressione musicale di queste parole. – Cosa terribilmente grande!… Senti, son ghiaccio al solo ricordarlo!…
– Non ti burli di me? – disse Merlini.
– Non ho inventato nulla; è pura verità.
– Che mistero il cervello umano! Può darsi che tu sii stato pazzo in quei momenti.
– Pazzo di dolore? Forse – conchiuse Ludovico. – Infatti, quando l’allucinazione finí, e mi accorsi della carrozza che correva, correva, sobbalzando sempre, avevo il volto irrigato di lagrime, e mormoravo il nome di colei che, agonizzante, forse disperava di rivedermi! Albeggiava -.

Roma, 1888.

VI

AVVENTURA

Che te ne fai di te? Non ti si vede piú!
– Lavoro -.
I due pittori, che si eran voltati al crescente rumore d’un doppio galoppo, videro passare, come un lampo, quell’apparizione di donna a cavallo, seguita a breve distanza da un servitore in livrea.
– Divina! –
Alberto s’era alzato per seguirla con lo sguardo fino in fondo al viale.
– La conosci? – gli domandò il Giannuzzi.
– Sí… e no.
– È la Blichoff -.
Alberto si stropicciava nervosamente le mani, pallido, con gli occhi socchiusi e il respiro accelerato:
– Che hai? Ti senti male? – gli domandò l’amico.
Questa volta i cavalli tornavano al trotto, scalpitando su la ghiaia; e la Blichoff, rigidamente stretta nel busto dell’amazzone, bianca, con le labbra irrequiete e gli occhi nerissimi che pareva guardassero senza vedere, ripassando davanti a loro, accarezzava con la frusta il cavallo che inarcava il collo mordendo il freno.
– Che hai? – tornò a domandare il Giannuzzi. – Andiamo via! Alberto, afferrata la mano dell’amico, gliela stringeva forte.
– Mi fai male!… Tu soffri -.
E per mostrargli d’aver capito, il Giannuzzi soggiunse:
– Bada! costei è delle fatali, come io le chiamo, piú dee che donne; malanno! Sai tu la leggenda che si racconta di lei? È vergine, dicono, quantunque vedova di un vecchio milionario; ed è, dicono, scettica, altera, inaccessibile… Sarà vero? Chi può saperlo? Sono inverosimili coteste russe!… Hai ragione però: è proprio divina! Io che ho potuto avvicinarla…
– Tu?… Dove?…
– Nel mio studio. Voleva fatto il ritratto: la sola testa, su la tela grezza; capriccio d’artista. Oh, proprio divina, con quella glaciale alterezza!… Tenebre negli occhi, tenebre fitte e lampi. Caratteristica assai la linea delle labbra, lievemente ondulata, sottile sottile. Posava meglio d’una modella. Ma fu inutile; non riuscivo. Quando dovetti confessarle la mia inettitudine, mi ringraziò con un cenno del capo e andò via. Respirai, te lo giuro.
– Come t’invidio! –
E lo sguardo d’Alberto errava, fantasticante, ora sull’Arno che scorreva lento e limaccioso fra le larghe sponde, ora su le lontane macchie dei pini nereggianti nel cielo azzurro, oltre il Pignone.

– Capolavoro d’abbozzo! – ripeteva il Giannuzzi, ammirando.
– Oh! Tu intendi consolarmi…
– No… –
Quel bel corpo di donna, mezzo affondato tra la giubba d’una pelle di leone, già palpitava di vita, con le carni fine, candidissime, inondate di luce in mezzo al gran verde della serra, tra le larghe foglie delle piante esotiche rizzantisi attorno trionfalmente. E negli occhi cerchiati di azzurro, nuotanti in voluttuoso umidore; e nelle labbra semiaperte, avide di baciare e d’esser baciate; e nelle brevi narici rigonfie, aspiranti i forti profumi di quell’aria greve, c’era, proprio – accennato, sí, ma c’era – l’angoscioso desiderio di piaceri acri e nuovi, voluto esprimere dal pittore, isterica smania di donna che cerca di forzar la natura a ibridismi intentati. – Ma il quadro è secco – osservò il Giannuzzi, passando il dito su la tela. – Non vi lavori da un pezzo.
– Da tre mesi, da che l’ho vista la prima volta! –
E c’era un singhiozzo nella voce d’Alberto.
– Che pazzia!… Ti compiango -.

Sí, era proprio una pazzia: ma che farci? S’era sentito afferrare tutt’a a un tratto, alla prima occhiata, come da implacabile artiglio. Ed ora non osava confessare all’amico tutte le torture di quei tre mesi, tutti i deliri di quelle lunghe giornate, di quelle interminabili nottate insonni, con dinanzi agli occhi il divino fantasma che gli dava le vertigini dell’abisso, allettandolo, come sirena, verso le misteriose rive della morte. Cosí avrebbe riposato eternamente fra le tenebre silenziose, nella pace infinita, poi che gli era impossibile continuare a vivere senza possederla… Che! Possederla?… Oh! Gli sarebbe parso troppo, se gli fosse stato concesso starle vicino, sentirne la voce, essere accarezzato dagli sguardi e dal sorriso di lei, per pietà… Nient’altro!… Ma fin questo poco, questo nulla era assurdo!… Come illudersi? E con le mani scottanti ora si stringeva la fronte che gli pareva stesse per scoppiare, ora si premeva il cuore, che gli sbalzava dentro il petto sfrenatamente.
– Passerà! – egli disse all’amico, tentando di sviare il discorso. – Passerà! –
Era però ben convinto che non sarebbe passato, finché una sola delle sue fibre fosse stata capace di provare qualche lieve ombra di sensazione, finché una sola cellula del suo cervello fosse stata capace di pensare un’idea, di creare un fantasma d’immagine! E per ciò gli celava anche l’ultima sua vera pazzia, la lettera scritta alla Blichoff due giorni addietro, con cui le offriva, per un bacio, per un sol bacio, la vita!
– La vita, la giovinezza, l’avvenire, tutto, per un sol bacio!… –
E neppur gli pareva di pagarlo a bastanza. Attendeva stupidamente la risposta, angosciandosi all’idea che forse non sarebbe creduto. Non ricordava precisamente quel che aveva scritto nelle cinque fitte pagine della lettera; ma il cuore, tutto il suo cuore, si era riversato lí, sinceramente, semplicemente, con l’accento che non mentisce, con l’espressione che nessuno può raggiungere se la passione non la detta.
La stessa stranezza del patto gli pareva fatta a posta per tentare quella scettica o sazia…
– La vita, la giovinezza, l’avvenire, tutto per un sol bacio! Perché non gli avrebbe dovuto credere? –
Smaniava, attendendo; e nel tempo istesso disperava di quella risposta che avrebbe dovuto dirgli: “La vostra vita per un mio bacio? A questo patto, venite!”

Gli si annuvolarono gli occhi e cominciò a tremar tutto, la mattina che lesse nella risposta precisamente le parole: “A questo patto, venite!” Aveva letto bene? Non era un’allucinazione prodotta dal sottile profumo che impregnava quel foglio – il profumo di lei! – e che gli dava alla testa? Non voleva prestar fede, voleva impedire lo scoppio dell’immensa gioia che già sentiva fremersi per tutte le vene; temeva di morirne prima che annottasse.
E balbettava:
– No, non è vero!
Non è vero!… – abbandonato sopra il divano, anelante, con le braccia penzoloni, abbattuto da quell’insperata felicità; e guardando fissamente nello specchio di fronte, si vedeva pallido come un cadavere, con gli occhi smarriti…
– No, non è vero! –
Nello studio, silenzio profondo, penombra soave. Il gran quadro, i bozzetti, i disegni a penna, le stampe rare, le panoplie, gli strumenti barbari, le stoffe antiche, i vecchi mobili scolpiti, tutti i gingilli di bronzo e di porcellana sparsi disordinatamente qua e là, stavano assopiti nella grande quiete della sera che invadeva la stanza vasta e alta; quiete commovente, pietosa, quasi d’addio!… Soltanto la figura di donna ignuda, mezz’affondata tra la giubba d’una pelle di leone, soltanto quella pareva lo guardasse intentamente con occhi vibranti, cerchiati d’azzurro, invitandolo ai baci con le sottili labbra semiaperte, insistente, insistente, quasi dovesse lei, e non l’altra, prendergli la vita, la giovinezza, l’avvenire, tutto, in cambio d’un bacio, d’uno solo! “A questo patto, venite!”
Si alzò barcollante nel buio; e chiuso l’uscio, discese le scale, non accorgendosi neppure che erano al buio anch’esse; tanta luce gli rideva nel cuore!

Appena scorse, indistinta nell’oscurità, in fondo al gran viale alberato, la palazzina indicatagli, Alberto s’inoltrò in punta di piedi, trattenendo il respiro. Gli immani alberi attorno stormivano leggermente; nel cielo, di un nero d’inchiostro, brillavano poche stelle; e al loro scarso lume si vedevano i fumaioli rizzati fantasticamente sul tetto, quasi persone poste in sentinella, in strana lontananza; la quale pareva indietreggiasse, indietreggiasse, di mano in mano ch’egli, con andare di sonnambulo, inoltravasi, sopraffatto dall’improvviso terrore di esseri sovrumani – nascosti fra le siepi scure e fra i cespugli – della cui presenza gli pareva lo avvertisse quel brivido che gli formicolava per la persona.
La palazzina era lí, a pochi passi, silenziosa, con tutte le finestre chiuse; e le piante arrampicate serpeggiando alla facciata, sembravano larghi crepacci di vecchio edifizio lasciato in preda alla distruzione… Allora, senza far rumore, un usciolino s’era aperto; il bianco fantasma apparso sulla soglia aveva accennato con una mano; un mormorio di voce femminile s’era disperso, inintelligibile, nell’oscurità…
E Alberto, seguendo quel bianco fantasma di donna pel breve corridoio rischiarato da riflessi che scappavano da un uscio socchiuso, credeva proprio di sognare; e mentalmente pregava:
– È troppo bello, Signore! Non vorrei piú svegliarmi, Signore! –

Ella lo aveva spinto, tutt’a a un tratto, nella stanza illuminata, arrestandosi, mezza avvolta tra le tende dell’uscio, con vivissimo stupore negli occhi dilatati.
– E siete venuto?… A quel patto? –
Alberto non aveva forza di rispondere, intimidito da quegli sguardi che lo scrutavano, da quell’esotico accento che dava alla parola un’espressione piú efficace, quasi un significato nuovo e profondo, che nessuno avrebbe mai sospettato.
– A quel patto? –
Ella lo ripeteva con una specie di malvagia durezza nell’atteggiamento delle labbra e nella voce; diffidente, immobile fra le tende grige, quasi in mezzo a nube che dovesse, da lí a poco, avvolgerla e farla sparire dagli occhi di lui.
– Grazie! La ho vista da vicino… Ho inteso la sua voce… Mi basta!… Mi faccia morire!… Mi basta!… – balbettò, fissandola con supplichevole sguardo.
Tutto quel che provava era cosí assurdo, cosí incredibile e cosí immensamente dolce, da farlo soffrire piú di ogni tormento di desiderio, piú d’ogni smania di speranza, piú di ogni angoscia di disperazione in quei tre mesi provata.
– Sedete – ella disse, slanciandosi per allungarsi nella poltrona dirimpetto a lui. – Vi ho creduto. Vi conoscevo, da un pezzo, avendovi notato tra la folla; mi seguivate dovunque!… Vi ho creduto, perché ho visto prima i vostri sguardi… Sono una donna come le altre… ma fino a un certo punto. Un’altra, infatti, non avrebbe accettato; io sí. A qualunque altra mancherebbe il coraggio di dirvi: “Ecco un veleno che non perdona; bevete… e baciatemi!” Non mi avete proposto questo?
– Sí!…
– E se io non avessi risposto? Che avreste fatto?
– Non lo so -.
Alberto se la divorava con gli occhi, ancora incerto s’ella fosse davvero lí, stesa su quella poltrona. La veste da camera di seta cinese, spumeggiante di trine, le modellava talmente alcune parti del corpo da svelarne tutto il meraviglioso segreto delle linee, che qua e là si perdeva nell’ondeggiamento della stoffa. Quella voce cosí meravigliosamente melodiosa che poco prima era risuonata pel salottino con accento vibrante, ora quasi mormorava. Col capo indietro, le braccia distese lungo il corpo e le dita delle mani incrociate, ella lo guardava fisso e continuava:
– Non avete ben riflettuto, forse; siete però ancora in tempo. La vita è cosí bella!… Voi amate, almeno vi sembra… Dicono che sia cosí delizioso! Amare! Illudersi! Essere amata dovrebbe essere delizioso egualmente… Ma la certezza?… E poi, tutto questo dura appena un istante. Riflettete. Io sono donna: ho quella curiosità che rende fin perverse e crudeli… Ho accettato per mera curiosità. Se voi avete calcolato su la debolezza del mio cuore, vi siete ingannato. Ve lo dico prima; non voglio avere rimorsi. Non c’è un uomo al mondo finora che possa vantarsi di aver sfiorato con un bacio le mie labbra, le mie guance, una di queste mani; e ne sono orgogliosa. Siete cosí vanitosi, cosí meschini, tutti! Con voi, è un’altra faccenda. Chi sta per morire è quasi uno spirito, non è piú di questo mondo. Tra voi e me starebbe un segreto che nessuno potrebbe rompere. E bello; è strano… Mi avete tentato… Sareste il mio fidanzato eterno… Forse allora vi amerei… Vi dovrei esser grata di avermi fatto provare un sentimento ancora a me ignoto -.
S’era rizzata sul busto, sporgendosi verso di Alberto, affascinante, col bianco volto dagli occhi nerissimi sotto le nerissime sopracciglia, i neri capelli raccolti sul capo in un gran nodo e una lieve ombra di ricci folli su la fronte marmorea.
– È vero che è delizioso? –
E taceva, aspettando la risposta.
– Tanto – disse Alberto – che dare per questo la vita mi par niente!
– Riflettete…
– Ora?… È impossibile! –
Vedendola scattare in piedi, Alberto si alzò anche lui; ma non fece neppure un passo per seguirla verso l’armadietto d’ebano dov’era andata a prendere un bicchiere d’oro e una boccettina d’oro finamente cesellati…
– Il sapore è cattivo – ella disse, versando un liquido latteo. La sua mano non tremava; il suo viso era impassibile; se non che le balenava negli occhi la crudele curiosità della donna che non indietreggia davanti a nulla, quando è tentata dall’assurdo e vuol vedere… e vuol sapere…
Ma che importava? Alberto stese il braccio, guardando quelle labbra leggermente increspate, quasi frementi pel prossimo contatto del bacio.
– No – ella aggiunse subito, scostando la mano. – Riflettete… No… No! Rifle… –
S’era interrotta, vedendogli sorbire il liquido lentamente, senza nausea… E appena Alberto le rese il bicchiere, s’avanzò risoluta, severa, con gli occhi socchiusi: poi si arrestò immobile, offrendo le labbra impallidite, e attese… Lo lasciò fare… Uno, due, dieci, venti baci… senza ch’ella si scotesse, senza che accennasse a renderne uno! Il leggiero tremito di tutta la persona, il rapido battere delle palpebre abbassate erano l’unico indizio da cui Alberto poté capire che stringeva fra le braccia un corpo vivo!

Come poco prima, gl’immani alberi del viale stormivano leggermente; nel cielo, d’un nero d’inchiostro, brillavano poche stelle…
Con la testa vagellante, e il respiro affannato, Alberto si sentiva avvolto da una vampa, da capo a piedi… Appena scostatosi dall’uscio che s’era subito richiuso… Gli era parso?…
No; il bianco fantasma era di nuovo lí, accennante; di nuovo, un mormorio di voce femminile si perdeva inintelligibile nell’oscurità… Egli si lanciò per esalar su quelle labbra l’anima agonizzante:
– Addio!… Addio! – ripeteva, aspirando il respiro di lei.
Ella intanto, con fremito lieve della voce, dolcemente, gli mormorava all’orecchio:
– Oh, no, addio! A rivederci, amore! –

Napoli, maggio 1888.

VII

PRECOCITÀ

Le due ville – una intonacata di rosso alla pompeiana, l’altra ancora rustica, coi buchi per l’impalcatura che le crivellavano la facciata e servivan di nido ai piccioni domestici – erano situate proprio dirimpetto, a mezzo chilometro di distanza. Quella, in cima al colle folta di mandorli e di ulivi, quasi mostruoso fiore rosso, mezzo nascosto tra il fogliame verde cupo; questa, in pianura, nel centro del gran quadrato della vigna, dove i larghi viali fiancheggiati da alberetti si tagliavano in croce.
E tutte e due, l’una appostata sul colle, l’altra quasi sdraiata nella pianura, tacevano come sonnacchiose per nove mesi dell’anno, fino ai primi di settembre. Allora, una mattina, svegliavansi a un tratto rumorose, formicolanti di gente. Dai terrazzini spalancati e dall’alto delle terrazze, i nuovi arrivati sventolavano i fazzoletti, per darsi il saluto. Poi, quasi ogni giorno, dal colle e dalla pianura, risuonavano prolungati gridi d’invito, messi fuori alla contadina, con le mani attorno alla bocca, perché la voce vibrasse meglio:
– Oh… ooh… Venitee!… Si va al fiumee!
– Síii! Síii! –
E, da lí a poco, vedevansi muovere in mezzo alla vigna gli ombrellini bianchi, gialli, rossi dei signori Morello e delle loro tre figliuole; o pure arrivavano di lassú gli Artale, presi a braccetto, da quegli innamorati ch’erano tuttavia, dopo quattro anni di matrimonio; la signora Luisa, bruna, con aria indolente e un po’ sentimentale; il signor Carlo, bel giovane, fumando sotto il gran cappello di paglia e sorridente alla moglie.
– Come fate per essere innamorati, anche dopo quattro anni? –
La signora Morello li accoglieva spesso con questo saluto.
– Come potremmo far di meglio? – rispondeva il signor Carlo.
– Un figliuolo, che Dio vi benedica!
– Ah, per questo c’è sempre tempo! –
Sembrava che i giovani sposi non avessero fretta davvero; quel figliuolo che, dopo quattro anni, non si decideva ancora a venire, li tormentava però tutti e due come una spina nel cuore; specie lui, che non vedeva l’ora di far saltare sulle ginocchia un bel marmocchio da continuare il casato.
E nel settembre, ogni volta che le due famiglie giungevano in campagna per la villeggiatura, la signora Morello, amante degli scherzi, si metteva a canzonarli:
– Pensateci, cari. In campagna riesce meglio -.
Se ci pensavano!

E quell’anno ci pensavano un po’ piú alla vista della piccola China, la nipotina dei Morello venuta a villeggiare con le zie.
– Che bella bambina! –
– E come è buona! –
La signora Luisa se la divorava dai baci, non la lasciava un momento. E la bambina sorrideva a tutte quelle carezze, con strano sorriso di donnina seria. Alta, gracilina, col visino affilato, i capelli biondi tirati indietro e spioventi su le spalle, se ne stava ora sulle ginocchia della signora, ora tra quelle del signor Carlo che le diceva sovente:
– Vuoi rimanere con noi? –
Ella non rispondeva, ma gli levava in viso i begli e pensosi occhi cerulei, stringendosi leggermente nelle spalle, per significare a quel modo che non dipendeva da lei. Furono presto intimi, dopo un paio di giorni.
China andava a passare intiere giornate lassú; e, quando tornava dalla zia, non era cosí allegra e cosí vispa, come quando correva sotto gli alberi inseguendo lo zio – lo chiamava cosí – lanciandogli sassolini, se quegli le facea scappar di mano un grillo prigioniero o una farfalla.
– Voialtri la viziate – diceva la signora Morello, vedendole venire le lagrime agli occhi ogni volta che non le permetteva di tornar lassú insieme con gli Artale.
– Ma che viziare! È cosí savia! –

Una mattina il signor Carlo, sdraiato sull’erba all’ombra di un ulivo, mentre leggeva un romanzo se la vide comparire dinanzi tutta rossa e scalmanata. Arrivava di corsa, con quel gran sole, senza ombrellino!…
– Zio, zio, buon giorno! E Zitto. Non sanno nulla che son venuta fin qui.
– Sola?
– Ora conosco la via; non ho paura -.
Il signor Artale voleva sgridarla; ma la bambina era cosí bella in quell’atteggiamento supplichevole, che egli non n’ebbe il coraggio.
– Siedi qui… O meglio, andiamo su, in casa.
– No, no, zio! Seguita a leggere -.
Egli cavò di tasca un altro sigaro, lo accese, e sdraiatosi di nuovo sull’erba, col capo appoggiato al tronco dell’olivo, prima di riprendere la lettura le disse:
– E tu? Ti annoierai.
– No. Seguita a leggere -.
Gli si era seduta accanto, sgualcendo una manata di erbette strappate allora allora: e mentr’egli continuava a tener dietro alla balorda strampaleria di quel romanzo, la bambina, diventata seria, col visino che aveva già ripreso il color bianco naturale quasi smorto, lo guardava attentamente, insistentemente, come in ammirazione.
Di tratto in tratto, il signor Artale levava gli occhi dal libro; e, incontrandosi con quegli occhi cerulei fissati su lui e che non parevano di bambina di nove anni, le diceva:
– Ti annoi, è vero?
– No, zio -.
Ed egli si stupiva un po’ di quella vocina turbata. Quel giorno China volle restare lassú:
– Almeno una settimana!… A voi le zie non diranno di no -.
Infatti non dissero di no. Ma la bambina non fu piú allegra come prima.
– Che hai? – le domandava la signora Artale.
– Niente. Perché?
– Non ti diverti. Stai seria seria.
– No, zia, t’inganni. Sto tanto volentieri quassú! –
I tratti del suo visino ovale tornavano ad animarsi soltanto allorché il signor Carlo le diceva:
– Andiamo a fare una giratina, intanto che la zia fa preparar la tavola -.
Ella gli saltava al collo, gli dava un bacio, e poi lo prendeva pel braccio, con una carezza, accostandosi al viso la mano di lui e tenendovela stretta stretta.
– Come si chiamano questi fiori gialli? – gli domandò una volta.
– Denti di leone?
– E questi altri?
– Bacia piede, se non sbaglio.
-… Mi vuoi bene, zio? – disse dopo un momento di silenzio.
– Certamente.
– E… alla zia vuoi bene molto?
– È mia moglie.
-… Piú di me?
– Sei curiosa oggi.
– Dimmi: se fossi tua figlia, mi vorresti bene piú assai?
– Chi lo sa? Forse allora tu saresti cattiva.
– No, non voglio essere tua figlia.
– Perché?
– Perché!…
La sera, chiese d’andar a letto di buon’ora:
– Mi sento stanca.
– Com’è gracile questa bambina! – diceva la signora Artale al marito, raggiuntolo sulla terrazza per godersi il fresco insieme con lui.
– È cosí nervosa, cosí impressionabile! – egli rispose. – Poco fa si è messa quasi a piangere perché non ho voluto lasciarmi baciare due volte di seguito.
– Potevi contentarla, poverina.
– Ella trema tutta quando bacia.
– Non mi è parso.
– L’ho notato io, da qualche giorno.
– Perché deve tremare?
– Perché è troppo sensibile. Questa bambina soffrirà molto quando sarà grande.
– Certe volte ha un visino, un visino!… Forse pensa troppo alla sua povera mamma. Se fosse nostra, Carlo!… Io già mi sono cosí presto abituata a vederla qui con noi, che quando non ci sarà piú mi parrà di avere un vuoto nel cuore.
– E com’è intelligente! Hai visto che bella letterina ha scritto al suo babbo? Non sembrava di lei; con un solo errorino di ortografia. È troppo sviluppata per la sua età… Morrà presto…
– Non farle cattivi prognostici… Carlo, se fosse nostra!
– Rimasero lí fino a notte avanzata, al lume di luna ed egli la baciava di tanto in tanto per consolarla che quella bambina non fosse di loro.
– Ne faremo una piú bella – soggiunse. –
E volle ridere; ma non gli riuscí.

Il signor Artale girava inutilmente il pomo della serratura per entrare nella stanzetta dove trovavasi l’occorrente per scrivere: l’uscio era chiuso col paletto interno.
– Zio, apro subito – disse all’ultimo la bambina.
– O che facevi lí?
– Nulla… Volevo scrivere -.
Era rossa in viso e abbassava gli occhi.
– Allora finisci. Scrivi al babbo?
– Sí… al babbo -.
Egli non badò all’aria imbarazzata della bambina e richiuse l’uscio. Tornò da lí a poco; ma China non c’era piú. E sedutosi al tavolino, visto sulla cartella d’incerato un foglio scritto a caratteri grossi, vi buttò gli occhi, distrattamente.
– Oh Dio! – esclamò. E rilesse, stupito.

“Carlo del mio cuore.

Ti voglio bene e ti ho dato il mio cuore perché tu sei bello. Ma tu non mi vuoi bene quanto alla zia. Io ti voglio bene con tutto il cuore e ti voglio per amante. Non dire niente alla zia. Ed ora che me ne vado mi sento morire perché ti voglio tanto bene. Dovresti voler bene a me sola che ti bacio e sono la tua fedele amante

China”.

Il signor Artale non credeva ai propri occhi. Si era già alzato per chiamare sua moglie e far leggere quella lettera anche a lei, ma gli parve di commettere una cattiva azione.
– Povera bambina! Cosí precoce! –
E tornava a rileggere le ingenue parole: “ti voglio per amante… la tua fedele amante…”
– Chi le ha insegnato questo? –
Non rinveniva dalla sorpresa. Sentendo aprir l’uscio, nascose subito il foglio.
– Fa’ presto, – veniva a dirgli la signora Luisa. – L’uomo ha fretta -.
Sceso giú con la lettera in mano per consegnarla al contadino, egli vide China che raccoglieva fiori di campo sotto i mandorli e ne aveva già fatto un bel mazzo. La bambina gli corse incontro, a testa alta, scuotendo i capelli sciolti, fissandolo in faccia, quasi per aver la risposta della sua lettera nel porgergli il mazzo.
– Portalo su – egli le disse severo.
La bambina impallidí, buttò via il mazzo e si addossò a un tronco di albero, piangendo.
– Cristo! – egli esclamò da sé. – China, vieni qui; non far la cattiva -.
Né si accorgeva che tornava a parlarle bruscamente.
Montò su, e disse alla moglie:
– Bisogna rimandare Chinuccia -.
La signora Luisa fece col capo un movimento interrogativo.
– Mi secca… Non siamo piú liberi! E poi, la viziamo davvero, come dice la signora Morello. Ora, guarda, è lí, a piangere perché non ho preso subito un suo mazzo di fiori di campo quando davo gli ordini al contadino…
La signora la trovò che non piangeva piú; masticava però la cocca del grembiulino, per rabbia.
– Sii buona: vieni a far colazione.
– No. Voglio andarmene dalle zie.
– Perché?
– Voglio andarmene! –
Il visino di China aveva già un’espressione cosí dura che la signora Artale stimò prudente non irritarla di piú. – Voglio andarmene… ora stesso!
– Sei cattiva. Lo zio non ti vorrà piú bene e neppur io, sai? –
La bambina fece una spallucciata sdegnosa, sprezzante. La signora Artale ne fu scossa. E dopo colazione, appena giunsero i signori Morello con le figliuole, gliel’accusò per gastigarla
– Oggi è stata cattiva; voleva andarsene via -.
– Allora resterà qui altri otto giorni – disse il signor Morello, senza togliersi la pipa di bocca.
China aveva tratto in disparte la zia Carmela, la minore delle signorine Morello, e le si raccomandava:
– Zietta, te ne prego, conducimi via con te!
– Non hai sentito il nonno? Resterai qui altri otto giorni. Perché tu fai la cattiva?
– No, no!… Voglio andarmene! –
Pestava co’ piedi e aveva la vocina piena di pianto. – Dici almeno perché – soggiunse la signora Luisa irritata di quell’insistenza di bambina capricciosa. – Le zie possono immaginarsi che qui ti si maltratti.
– Voglio andarmene! –
Fu irremovibile; e la spuntò. Né quel giorno, né dopo, le si poté cavar altro di bocca.
Se gli Artale scendevano alla villa dei Morello, ella andava a nascondersi. Bisognava proprio scovarla e trascinarla innanzi ad essi per forza.
– E tutto questo perché? Perché Carlo, distratto, non prese da lei un mazzo di fiori!… È troppo sensibile – aggiungeva la signora Artale compassionandola.
Il signor Carlo, imbarazzato, taceva. E una volta che la signora Morello volle forzar la bimba a baciarlo e a chiedergli scusa, egli rispose:
– Non la tormenti… È cosí nervosa -.
Aveva rimorso di farla soffrire.
Il peggio fu quando ella parve proprio cambiata, tanto stava seria, muta, imbroncita, facile a piangere per un nonnulla. Mangiava poco, dimagrava a vista d’occhio.
– Questa creaturina minaccia di ammalarsi – dicevano le zie. – Forse per ciò è cosí intrattabile -.
E la mattina che la zietta Carmela, nel vestirla, sentí scottarsi da quel viso pallido e da quelle manine scarne: – La bambina ha la febbre – corse a dire alla mamma.
Le furono tutte attorno.
– Ti senti male?
– No.
– Il capo ti duole?
– No.
– Insomma?
– Non ho niente -.
Ma scoppiò in pianto tutt’ad un tratto.
– Questa bambina ci darà qualche grave dispiacere – disse la signora Morello a suo marito.
– Domani la riporterò in città. Se si ammalasse qui, sarebbe peggio – egli rispose, vuotando la pipa, impensierito.

Quindici giorni dopo i Morello interruppero la villeggiatura, richiamati dal loro figliuolo, vedovo da un anno. La bambina stava male assai, ed egli – che pei nuovi appalti di lavori ferroviari dovea assentarsi frequentemente – non voleva lasciarla alle mani della donna di servizio.
Gli Artale rimasero soli lassú. Il signor Carlo non riusciva a levarsi dagli occhi quella bambina impallidita a un tratto e che gittava via il mazzo di fiori di campo; gli pareva d’averla colpita a morte lui, di propria mano, in quel punto.
– Chi sa come sta Chinuccia? – diceva alla moglie, appena desto.
– Poverina!… Tu lo prevedevi: non camperà molto; è troppo sviluppata per la sua età -.
Per delicatezza, egli non sapeva decidersi a raccontarle tutto. E fu subito di accordo, quando sua moglie disse:
– Che facciamo qui, soli soli?

La signora Artale, entrata la prima nella camera della malata, sentí empirsi gli occhi di lagrime vedendo quel corpicino disfatto e quasi irriconoscibile. Pure la bambina le sorrideva e lasciava baciarsi. Ma tosto ch’ella s’accorse del signor Carlo, si voltò, accigliata, verso il muro; né volle piú muoversi, finché non si persuase che era andato via.
– Che ti ha fatto quel bravo signor Artale, da trattarlo cosí? –
China non rispondeva né alla zietta né alle altre, arcigna, coi lineamenti quasi cattivi. Dopo parecchie di queste scene, il signor Artale notò che i Morello lo accoglievano freddamente.
– Che sospettavano? Doveva mostrar la lettera per incolparsi?… Com’era già donna quella bambina! Lo faceva apposta, perché capiva di metterlo male coi parenti -.
E fece cosí fino agli ultimi istanti, quando la febbre gastrica, che stava per portarla via, le lasciava appena un barlume di vita negli occhi, dove il colore ceruleo si era mutato in grigio torbido.
Avean dovuto accorrere di notte, egli e la moglie. E in quella triste circostanza la signora Morello lasciò scapparsi di bocca:
– Che le avevate fatto?… Vi odiava! –
Il signor Carlo la prese per una mano e la condusse nell’altra stanza. Intanto ch’egli parlava, la signora Morello sentiva montarsi al cuore tutta la sua grande severità di mamma e di nonna: e appena ebbe letto due volte la incredibile lettera della bambina:
– È bene che sia morta! – esclamò singhiozzando.

Mineo, 8 dicembre 1884.

VIII

GELOSIA

Erano andati a nascondersi in quel nido di amore, perduto in mezzo agli alberi, come due uccellini per la cova.
– Ecco il nostro sogno diventato realtà!…
– A me pare piú sogno di prima! –
Rebecca lo guardava, sorridendogli amorosamente sotto l’ombrellino rosso che le accendeva il volto di riflessi di fuoco; e Massimo le andava lisciando la mano, quasi per accertarsi che non sognasse davvero
– Peccato che presto dovremo destarci!
– Se tu volessi! – disse Rebecca.
Egli rispondeva di no, scuotendo il capo:
– Meglio destarci e vivere d’un dolce ricordo, che doverci poi lasciare stanchi, annoiati forse, certo meno contenti e meno innamorati d’ora.
– Come sei scettico!
– No; solamente conosco meglio la natura umana. Che possiamo farci? È cosí -.
Rebecca sosteneva il contrario:
– Il nostro amore non va soggetto alla legge comune: è un’eccezione. Spesso io ho una specie di paura nel sentirmi vinta a questo modo; mi perdo dietro al processo lento, intrigato della nostra passione, covata nella lontananza e scoppiata finalmente quasi incendio che divori ogni cosa; e non riesco a spiegarmi in che maniera sia potuto avvenire, né come mi sia sviluppata tutta questa energia di sentimento, di cui finora mi ero creduta incapace…
– Tu mi aduli – la interruppe Massimo.
Ed ella gli rispose con una mossettina di broncio, seguita da un bacio lungo, nervoso:
– Se qualcuno ci vedesse! –
C’erano soltanto gli alberi lí attorno, sorridenti al sole con la fronda novella; c’era soltanto l’erba alta del prato e quei fiori primaticci che mettevano fra lo smeraldo tante vivacissime puntine di bianco, di giallo, di rosso, brillanti sorrisi primaverili.
– Senti? – gli disse. – Questi uccellini inneggiano al nostro amore.
– Diventi anche romantica?
– Cattivo! –
Tornavano ad abbracciarsi in piena luce, lieti di far cosí sotto quel cielo raggiante del piú bel sole di maggio, in quella solitudine della collina, dirimpetto alle montagne seminate di paesetti che si riflettevano, capovolte, nello specchio di acciaio brunito del lago di Como. Le giornate passavano senza che se ne avvedessero. E quando arrivava la sera e il sole tramontava lentamente dietro le colline scure, e per la campagna silenziosa s’udiva soltanto il pigolio di un uccellino errante d’albero in albero in cerca della compagna smarrita; e quando gli alberi, assaliti da fremito improvviso, stormivano nell’oscurità sempre piú densa, sotto il cielo imperlato dei primi tremolii delle stelle, si sentivano tutti e due stranamente sopraffatti dalla loro felicità; e tacevano, presi per mano, distesi sull’erba soffice, o appoggiati sul davanzale della finestra, vagando con gli sguardi per l’immensità dell’orizzonte.
Una volta ella gli domandò:
– Nessun’altra donna ti ha posseduto come me interamente, nel gentile mistero di un rifugio campestre?
– Nessuna!
– N’ero certa; nessun’altra ti ha mai amato a questo modo -.
E ricadevano nel silenzio. E la intimità di quell’ora solenne pareva li ravvicinasse maggiormente, facendoli divenire piccini piccini.

Glielo domandava spesso, con l’insistenza di chi ha paura d’ingannarsi:
– Davvero, nessun’altra donna? – Nessuna.
-… Proprio?
– Nessuna! –
Massimo, a quella gelosietta retrospettiva, le stringeva fortemente la mano, per rassicurarla, sorridendo…
– Maliziosamente! – ella notava. E gli occhi nerissimi le lampeggiavano quasi minacciosi sotto le sopracciglia corrugate.
Ah, ella avrebbe voluto far tabula rasa del passato di quell’uomo! Quali impressioni di altre donne gli rimanevano tuttavia vivissime nel cuore? Bastava questo sospetto perché la felicità di lei non fosse completa. Appena lo vedeva un po’ pensieroso, gli si allacciava subito al collo, riscuotendolo con baciucchio smanioso, scottandogli le guance e le labbra con labbra infuocate da gelosa passione:
– A che pensi? Qual fantasma del passato ti si è rizzato dinanzi?… M’ami dunque cosí poco da non aver dimenticato ancora tutto, come io ho già dimenticato talmente tutto, che mi sembra di esser veramente viva soltanto ora, in verginale resurrezione di sensi e di cuore? Massimo rispose serio serio:
– Cominci ad annoiarti?
– Perché mi dici questo?
– Perché io mi sento cosí invasato dal presente, che non posso distrarmi un istante per pensare ad altro, come tu fai -.
Rebecca rimase muta e un po’ mortificata. Aveva egli ragione? Non osava prestar fede a se stessa, neppure quando se lo teneva stretto stretto fra le braccia. Temeva di non aver tanta forza da fargli provare quell’abbandono assoluto ch’ella provava, quel confondersi e svanire di tutta se stessa in lui; sentimento nuovo e ineffabile, sublime rivelazione d’amore.
– Te l’ho detto anch’io.
– Sí, sí, hai ragione… Ecco intanto un gruppo di alberi all’ombra dei quali non ci siamo mai baciati -.
Il sole, che infiltravasi a stento tra il fogliame folto, pioveva miriadi di fiammelle d’oro su tutta la persona di Rebecca modellata dall’elegante abito grigio; e Massimo l’ammirava, socchiudendo gli occhi in quell’ora meridiana, quasi per riposarsi della lunga passeggiata. Si erano appoggiati con le spalle a un tronco di quercia, oppressi dal torpore delle cose dormicchianti, torno torno, sotto la vampa del sole, al sordo ronzio degli insetti, fra lo svolazzare irrequieto delle farfalle scappate dalle macchie all’urto dei loro piedi e del vestito di lei.
– Che sensazione! Fra questo deserto di verdura, par di essere a mille miglia da ogni centro di vita.
– Rimpiangi forse la vita cittadina?
– Io?… Vorrei vivere qui tutta l’eternità, come in un’oasi d’amore.
– A me invece – disse Massimo – basterebbe potere vivere in pace due sole settimane, il tempo fissato -.
Sentendolo parlare con quel tono scettico, Rebecca s’indispettí
– Pare che tu lo faccia apposta, per farmi capire che dubiti di me -.
Intanto cominciava lei a dubitare; e si crucciava tutti i giorni, per via di quel sospetto che le passava e ripassava insistentemente davanti agli occhi, velandole d’una leggiera nebbia gli ultimi sorrisi della primavera su la collina di Nesso:
– Come sono stupida con questa fissazione! Che deve importarmi del passato? –

Il giorno dopo però, quando nel rovistare alcune carte in fondo alla valigia di Massimo trovò un ritratto di donna, diventò pallida e ghiaccia.
– Non m’ero ingannata! –
Quella testina giovane e bella, ombrata dal cappellino a larghe falde, la guardava sorridente con grandi occhi profondi e immobili, staccata quasi in rilievo dal fondo sfumato che pareva la cingesse di una aureola, in lontananza di sogno…
E, barcollante, con quel cartoncino che le bruciava le dita, entrò nel salotto dove Massimo leggeva, sdraiato sulla sedia americana, dondolandosi:
– Chi è costei? – gli domandò con voce rauca dal turbamento che la sconvolgeva.
Massimo si era rizzato quasi per strapparle di mano il ritratto. Ella glielo porse, lasciandosi cadere sul canapè col volto fra le palme, la testa sui ginocchi.
– Che! Dici davvero? Rebecca! –
Soffocata dai singulti, ella non poteva piangere; e restava seduta, piegata sopra se stessa, premendo i pugni sugli occhi, mentre Massimo, cadutole ai piedi, brancicandole le braccia, l’andava ribaciando sulla fronte e su i capelli:
– Che sciocchezza! Per un vecchio ritratto di quattr’anni fa, dimenticato nella busta della valigia chi sa da quanto tempo!… Non rammenti? –
Appunto, perché rammentava, e Rebecca rispose: – È lei!… Colei che tu ami!… Io sono soltanto un tuo capriccio… Va’! Va’! Lasciami sola… Non ti voglio piú bene in questo punto… Va’! Va’! Lasciami sola -.
Da lí a poco però, il suo sdegno si scioglieva come neve al sole, fra le forti e calde braccia di Massimo che le susurrava all’orecchio:
– Hai torto. Sei una bambina! –
A quella voce, a quegli abbracci, no, ella non seppe resistere; e rialzò la testa quasi suo malgrado, ancora imbroncita, con gli occhi torvi, le labbra contratte, e il cuore che le tremava dalla soddisfazione di vedere Massimo cosí carezzevole, amorosamente fissato su lei.
– Sí, sí! Tu l’ami ancora! –
La protesta però le moriva su le labbra ridiventate rosse, e il vago sorriso delle pupille la smentiva.
– Non l’ami piú?
– No, te lo giuro!
– L’amavi piú di me? Quanto me?
– Perché fare confronti? Si può forse amar due volte allo stesso modo? E poi…
– E poi?…
– Fui certamente piú amato che non amassi; ne ho avuto fin rimorso.
– Non mentisci?
– Te lo giu…
– No, non giurare: la tua parola mi basta -.
E lasciò che Massimo le divorasse a furia di baci la mano ch’ella gli avea messo sulla bocca per impedirgli di giurare:
– Ah, quanto ho sofferto! Vedendo saltar fuori quel ritratto, mi sentii ferire da un pugnale… Però, però… se tu lo conservi gelosamente, vuol dire…
– Che mi è caro, non lo nego; ma come ricordo soltanto -.
Rebecca gli tese le labbra. E per parecchi giorni non ne riparlarono piú.

Una mattina, nella grotta della fontana, sul tappeto di musco, sotto i festoni di capelvenere che pendevano dalla volta e dalle pareti, a un tratto ella gli disse:
– Massimo, sono gelosa.
– Che assurdità! Di un’ombra?…
– Ah, non era un’ombra quando tu l’amavi e la baciavi e la stringevi fra le braccia!
– Povera creatura! Se ci vedesse e ci sentisse, come t’invidierebbe!
-… Piú bella del ritratto?
– Bellissima. In quel volto ovale e fresco la bocca sorrideva quasi sempre. Tu vedi che già posso ragionarne tranquillamente…
– E… dimmi: ti baciava meglio di me? Con questa foga?… Ti lasciava, come mi sembra che in questo punto te l’abbia lasciato io, qualcosa dell’anima sua dove toccava con le labbra?… Dimmi dimmi…
– No; era diverso.
– Già tu mi rispondi cosí per farmi gabbata e contenta, è vero?… E dimmi…
– Ancora?
– Sí, sí, voglio saper ogni cosa! Capisci? –

Quel viso ovale e fresco, dalla bocca sorridente ella se lo vedeva balenare davanti agli occhi in ogni momento della giornata, e la notte lo sognava: persecuzione e tormento che non le davano pace. In ogni occasione si sentiva spinta a domandare a Massimo:
– E lei?… Anche lei? –
E, subito dopo, si ribellava con alterigia di innamorata –
– Bellissima?… Forse! Insignificante però, si vede… Ah, la vorrei qui in un cantuccio, per farle capire come s’ama quando s’ama con questo fuoco che mi divampa nel petto!… È vero che uno, uno solo dei miei baci val piú di tutti i baci e di tutti gli abbracci di costei… dalla bocca che sorrideva quasi sempre? Rispondi: è vero?
– Che vuoi che ti risponda? Oh le donne! Come sono felici di tormentarsi da se medesime, quando non c’è chi le tormenti!
– Dici bene. Non voglio pensarci piú -.
Ci pensava piú di prima invece, quantunque non osasse dirlo, dopo che le era parso di scorgere una lieve traccia di malumore nelle risposte di Massimo. Ci pensava piú di prima, specialmente in quelle ore d’intimità e d’abbandono nelle quali ella sentiva invadersi da un furore di baccante, da una ferocia d’animale che vuol sfogarsi sbranando; allorché colei… dalla bocca sorridente le appariva bella e fresca, col volto ovale, gli occhi grandi e immobili sotto le larghe tese del cappellino, – quale l’avea vista nel ritratto – e le sembrava venisse a contenderle Massimo e a irriderla; quasi le gioie, le ebbrezze d’amore da lei credute cosa nuova e ineffabile, eccezione, rivelazione, fossero il fondiglio della coppa alla quale colei e Massimo avevano bevuto insieme; fondiglio spregiato e buttato via!… Oh, no, no davvero!
– Dio!… Tu mi fai paura, – le disse Massimo una volta.
– Mi par di impazzire – ella rispose.

Ed ecco che cominciava a sentirsi anche lui assediato da quella figura venuta a intromettersi in modo cosí strano fra loro: e il rimorso di essere stato un po’ ingrato verso quella povera creatura, che lo aveva tanto amato e aveva tanto sofferto, tornava a farsi vivo sotto lo stimolo dell’irragionevole gelosia di Rebecca, riprendendo a pungerlo prima sordamente, poi con calda sensazione di fatto recentissimo, di ieri!
– Come non se n’avvede Rebecca?
– In certi momenti gli veniva di gridarle:
– Ma tu, imprudente, tu risusciti la tua rivale! –
E quando ella accennava a colei con l’ironica superiorità del possesso presente, e scherniva la povera dimenticata e lontana, per confermare in quel modo a se medesima il proprio trionfo, Massimo provava un indefinibile sentimento di tenerezza e di pietà per l’assente conculcata, che non si meritava tal oltraggio e non poteva difendersi.

Non si sentivano piú soli in mezzo alla solitudine della campagna. Un’eco della vita passata, e dalla quale avean cercato fuggire, vibrava forte nell’afa delle giornate estive, nel blando crepuscolo delle sere, nella misteriosa oscurità delle notti, e diveniva angosciosa per tutti e due.
– La colpa è di Rebecca! – pensava Massimo.
– La colpa è di lui! – pensava Rebecca che non riusciva a perdonargli la religione di quel ricordo. – Finché Massimo serba cosí gelosamente il pezzettino di carta fotografica su cui sta impresso quel ritratto di donna, no, non è possibile che io viva tranquilla. Come non gli è già venuto il pensiero di farmene un olocausto, in espiazione di quanto ho sofferto e soffro ancora? –
Aspettava che Massimo capisse e spontaneamente le dicesse: – Eccolo qui, gelosa! Strappalo, brucialo, fanne quel che tu vuoi! –
E quando si persuase ch’egli non capiva o non voleva capire, una mattina gli si piantò dinanzi, col viso sconvolto, il seno ansante:
– Mi vuoi bene? –
Massimo tentò di prenderla per le mani e attirarla al petto
– Sei bella, straordinariamente bella nel disordine mattutino
– Mi vuoi bene? – ella replicò – Sí?… Allora, distruggi quel ritratto, sotto i miei occhi -.
E lo trascinò verso la valigia. Massimo era impallidito.
– Tu lo vuoi? – domandò, guardandola fisso.
– Sí… Te ne prego!… Sono pazza… Soffro.
– Bada! – egli disse mostrandole il ritratto che gli tremava in mano. – Ti voglio tanto bene, che esito ancora. Sarebbe una viltà; ce ne pentiremmo subito tutti e due.
– Massimo!… Non ti ho mai visto cosí profondamente commosso.
– È vero. Da parecchi giorni accade dentro di me qualcosa di strano. Una mano crudele mi ha rimescolato in fondo al cuore, e le ha fatto venire a galla, tante cose che giacevano lí da gran tempo e vi sarebbero rimaste per sempre. Non te lo volevo dire, ma questa gelosia senza ragione, ma questi continui richiami verso un passato che ricordavo appena e – se talvolta lo ricordavo – mi lasciava indifferente… Sí, deve essere per questo, senza dubbio… –
Rebecca non lo lasciò finire e si lanciò verso il tavolino dov’egli aveva posato il ritratto. Dopo alcuni istanti, Massimo – che s’era voltato dall’altra parte, con gli occhi chiusi per non vedere il sacrilegio – la sentí avvicinare pian pianino, e sentí le delicate mani di lei volgergli dolcemente il capo verso il bel paesaggio del Gignous che pendeva dalla parete:
– Guarda! –
Dal cartoncino incastrato fra la tela e la cornice del quadro, nella luce calma della stanza, la bella testina della rivale sorrideva, con i grandi occhi immobili nel volto ovale, sotto le larghe tese del cappellino.
– Ed ora che ti so mio, tutto mio, non vorrai restare altri quindici giorni con questa povera matta che t’adora? –

Roma, 30 giugno 1883.

IX

“IDEM PER DIVERSA”

Mi era rimasto nell’orecchio il suono della sua voce mormorante: – Giorgio! Giorgio! – carezza vocale che mi aveva penetrato l’anima e tornava a farmi spasimare come nel triste momento dell’addio.
– Ti ricorderai di me?… Giorgio! Giorgio! –
Io non rispondevo, con uno stupido sorriso su le labbra inaridite, tenendola per le mani e premendomele sul cuore. Ella insisteva:
– Ti ricorderai di me? Le dicevo di sí con strette piú forti, impedendole di svincolarsi, dandole dei bacettini fitti fitti, per rapirle qualcosa da portar via con me, lontano, nella solitudine che m’attendeva, e dove non mi sarebbe bastato il solo ricordo di lei.
– Giorgio!… Giorgio!
Poi si era messa a parlare rapidamente, passandomi lieve lieve le mani sul viso, intramezzando le carezze con baci che mi sfioravano appena la pelle, e pure mi facevano scorrere brividi acuti per la persona; e aveva rammentato tutti i particolari del nostro incontro, del primo ritrovo, i mille incidenti delicati e gentili, i motti, i gesti, i paesaggi, le impressioni, gli oggetti, ogni cosa che riguardava la nostra breve felicità, quasi avesse voluto cosi imprimermi tutto nella mente e fissarvelo per sempre con quelle estreme carezze e con quegli ultimi baci.
– Ci rivedremo?
– Oh, sí!
Ella aveva fatto la domanda quasi rivolgendosi a qualche essere invisibile, a cui poteva esser noto l’avvenire; e al mio: – Oh, sí! – aveva scrollato amaramente il capo, con gesto di desolata rassegnazione.
– Ah, Giorgio, Giorgio! – Accento indimenticabile.
Ogni volta che aveva ripetuto il mio nome, mi era parso d’intendervi un significato nuovo, una dolcezza, una tenerezza, un abbandono sempre piú intimi, sempre piú profondi. Ero stupito ch’esso potesse assumere tanti e cosí diversi sensi dalla sola espressione della voce. E per ciò di lei, e di quel doloroso istante di separazione non m’era rimasto altro nella memoria; ma era tutto.

Ricevendo una sua lettera, appena letta l’intestazione: “Giorgio!… Giorgio mio!” l’illusione della sua voce si ripeteva vivissima. Ella scriveva con garbo e con semplicità, come sanno fare molte donne per l’invidiabile loro attitudine che ingentilisce anche le cose piú futili a traverso la scrittura. E la sensazione riflessa di quell’accento aggiungeva grazia alle cose da lei scritte, ne faceva spiccare la freschezza, la sincerità, dando alla parola muta l’attrattiva della parola parlata; come se la calligrafia vibrasse, e l’atteggiamento dei vocaboli e del periodo corrispondesse al movimento delle labbra nell’istante in cui la mano trasmetteva alla carta il pensiero.
Durante la giornata rileggevo parecchie volte l’ultima lettera, per procurarmi questa dolce sensazione e sentirmi ravvicinato a lei. La rileggevo la sera, prima d’entrare in letto, per cercar di rivedere la cara persona almeno in sogno; e spesso riuscivo nel mio intento. Appena ebbi notato che questo mi accadeva piú facilmente quando avevo aspirato a lungo il profumo di cui erano impregnati i fogli, potei rifarmi nel sogno quella vita d’amore che mi era vietato vivere desto. Il passato si ripeteva talvolta con sí strana precisione, quasi evocato da magico richiamo, che al destarmi la impressione netta e intensa mi faceva dubitare per qualche istante se mai non fosse stato vero che io avessi lasciata Silvia poco prima, dopo una passeggiata insieme o dopo un ritrovo.
Però i sogni che mi riuscivano piú cari erano quelli che non corrispondevano a nessun avvenimento reale di cui mi fosse rimasto traccia nella memoria. Mi sembravano proprio la continuazione del tempo felice ch’ella rifugiavasi tra le mie braccia quasi per frugarvi nuove delizie d’amore, e ci illudevamo dovesse scorrere eternamente a quel modo, convinti che nulla avrebbe potuto dividerci, tanto ci sentivamo uniti anzi diventati un’anima sola in un sol corpo! E mi pareva cosí anche se gli avvenimenti sognati, con la loro fantastica stranezza, mi rendevano avvertito che era precisamente il contrario.

La solitudine agevolava la notturna eccitazione della fantasia; la noia delle faccende d’ufficio, delle quali dovevo occuparmi per molte ore della giornata, mi spingevano a ricercare ansiosamente il benigno conforto di quell’eccitazione. Oramai non dovevo fare nessuno sforzo; chiusi gli occhi al sonno, quell’altra mia vita ricominciava, riattaccandosi talvolta al punto in cui era stata interrotta. E il piacere del ricordo mi riusciva cosí forte nella veglia, che per poco non mi convincevo che la mia vita reale fosse per l’appunto la sognata.
Cominciai con grandissimo gusto il giornale dei miei sogni. Ne trascrivevo a Silvia i brani piú interessanti; e se ella mi rispondeva in maniera da farmi capire che la cosa le sembrava impossibile, ne provavo stizza.
Spesso mi mettevo a riflettere intorno alla novità di quel caso, per tentar di spiegarmelo.
– Che mai c’è in questa donna di diverso dalle altre? – E riferivo tutto al mistero da cui ella era circondata per me. La conoscevo cosí poco! Di lei sapevo soltanto quel che le era piaciuto dirmi. Mi aveva detto la verità? Pareva di sí. E non avevo mai insistito per penetrare piú addentro nel suo passato, o nelle presenti condizioni della sua vita. C’eravamo incontrati, piaciuti ed amati; ci amavamo tuttavia; bastava.
– È forse piú bella di tant’altre capitate sul mio cammino? –
No; anzi non mi sembrava punto bella. Quegli occhi neri e grandi però erano improntati d’una mitezza ineffabile: quelle labbra, tumide e sbiadite avevano però un invincibile fascino, se sorridevano, se parlavano, se davano baci; quelle mani, né grosse né piccoline, ma elegantemente modellate, dalle ugne rosee, dalla pelle fina, morbide e tiepide di un tepore sempre uguale, erano però cosí affettuosamente carezzevoli, che, una volta toccate e strette, uno non avrebbe voluto abbandonarle piú. La sua persona era simile a quelle di molte altre per isveltezza e per statura, se non che aveva una rara semplicità di movenze e di gesti. Eppure!… Ma questo qualcosa di caratteristico che la distingueva era cosí sottile, cosí sottile da sottrarsi a qualunque analisi. Ne avevo una coscienza confusa: ne provavo una sensazione inesplicabile. Nessun’altra donna era mai penetrata cosí addentro nel mio cuore, né v’aveva mai esercitata cosí potente azione. La lontananza rinfocolava l’affetto, invece di spandervi cenere sopra.
“Tu dunque ti contenti dei sogni?” ella mi scrisse una volta.
Infatti era cosí. Dopo le impazienze e le smanie dei primi due mesi, non le parlavo piú del mio ritorno, non lo affrettavo coi voti, non computavo piú i mesi, le settimane, i giorni, le ore che si frapponevano inesorabili fra lei e me. Il giornale dei sogni, all’ultimo, aveva talmente invaso le mie lettere, prendevo tanto gusto nel notare quella vita fantastica a cui già s’era ridotta la felicità della mia forzata solitudine, che scrivendo provavo talvolta l’impressione di occuparmi d’un romanzo bizzarro, di un poema in prosa, di un’opera d’arte insomma, piú che di scriver lettere a una persona amata e lontana.
Ella non me ne faceva rimprovero “Giorgio! Giorgio mio!” Mi sembrava piuttosto sorridesse compassionevolmente, e non senza una certa soddisfazione di sentirsi adulata in quel modo. Soltanto una volta, dopo la narrazione d’un sogno che avevo chiamato il sogno dei sogni, tanto mi era parso meravigliosamente bello, ella mi scrisse: “No, caro; il sogno dei sogni sarebbe la realtà, se tu fossi qui.” E la sua risposta mi fece male.

Allora ignoravo gli effetti dell’azione dei profumi su l’immaginazione durante il sonno; ignoravo che un osservatore curioso era riuscito, prima di me, a crearsi sogni determinati, complicati, con l’aspirare diversi profumi ai quali era legato il ricordo di qualche cara persona. Credevo anzi che il vero provocatore di quei magici effetti, che mi stupivano e mi si erano ridotti indispensabili, non fosse precisamente il delicato profumo d’elitropio bianco preferito da Silvia, bensí quello, piú gentile e piú immediato, della sua mano, che doveva comunicarsi ai fogli da lettera nel non breve contatto, mentr’ella riempiva le otto o dieci paginette con la sua scrittura rotonda e chiara. Per ciò fui non poco meravigliato una mattina che mi svegliai senza aver sognato niente. E la mia meraviglia si accrebbe nei giorni seguenti, vedendo continuare la incresciosa interruzione.
Scrissi a Silvia una lettera affannata, piena di sospetti, di paure, di gelosie. Ero diventato superstizioso. Rileggendo piú volte, al solito, l’ultima letterina, m’era parso di scorgervi tra le righe qualcosa che non mi era mai balzato agli occhi fino allora: una certa freddezza che non poteva piú dirsi l’affettuosa rassegnazione alle dure circostanze per le quali dovevamo vivere divisi parecchi altri mesi.
Tempo addietro mi aveva parlato d’una corsa di un giorno in un paesetto vicino a quello dove il mio ufficio d’ingegnere mi teneva relegato; imprudenza da parte sua, ma ch’ella pareva assolutamente risoluta di commettere per verificare se le volevo davvero il bene che le mie lettere affermavano.
“Non mi fido delle tue parole; questa sequela di sogni mi rende incredula.” Poi, non me ne aveva piú parlato. Le rammentai quel suo progetto. Rispose: “Avevi ragione; sarebbe stato un’imprudenza. Non voglio crearti impicci: non voglio compromettere, per un breve godimento, la nostra felicità avvenire. L’ora del tuo ritorno si avvicina…” E la lettera seguiva, fantasticando le pazze gioie di quell’ora.

Come non m’ero accorto ch’ella aveva mutato profumo? Lo scopersi una mattina allo svegliarmi rattristato dal brutto sogno, dov’era inattesamente comparsa un’altra persona amata cinque o sei anni avanti, che mi era costata molte angosce, che mi aveva messo al terribile repentaglio di commettere o una viltà o un delitto, e alla quale non potevo mai pensare senza sentirmi correre un fremito da capo a piedi. L’avevo dimenticata da gran tempo… Fu cosí che riconobbi la sostituzione dell’iride fiorentina all’elitropio bianco. L’iride era il profumo dell’altra.
Scrissi a Silvia rimproverandola, e aggiunsi: “Non posso soffrire l’iride. Se mi vuoi bene, bandiscila subito.” Ma quando le lettere tornarono ad odorare di elitropio bianco, dovetti finalmente convincermi che qualcosa era venuto meno dentro di me, o tra me e lei; e n’ebbi strazio acutissimo.
Sentivo un gran vuoto nel cuore e, nello stesso tempo, una specie di stanchezza dell’amore e di lei; stanchezza, anzi sazietà, che conoscevo per prova, avendola sperimentata altre volte. Quantunque continuassi, prima di addormentarmi, ad aspirare il profumo dei fogli, i rari sonni avvenivano rapidi, sconnessi, quasi l’immaginazione fosse stanca e sazia anch’essa pel gran lavoro di tanti mesi.
Dal tono delle lettere, ella si avvide del mio cambiamento, e se ne mostrò afflittissima. Negai; non volevo farle dispiacere… “Giorgio! Giorgio!” Ora mi tornava insistente nell’orecchio la piú desolata delle sue inflessioni di voce al momento dell’addio; alla mia compassione s’univa un po’ di rimorso.
“E i tuoi sogni?” ella mi domandò una volta. Ne inventai, per consolarla, per nasconderle la realtà di quel che provavo dentro di me. Avevo vergogna di mentire in tal modo, eppure continuavo a mentire.
Mi confortavo, pensando che la vicinanza avrebbe fatto sparire l’atonia del mio cuore. Le sue lettere, dopo che ne rilessi parecchie per confrontarle, per vedere se mai fosse avvenuto in lei qualcosa di simile, e se mostrassero anch’esse ombra di stanchezza e di sazietà, mi parvero uguali, affettuose, tutte con quell’aria di delicata rassegnazione che tanto mi piaceva. O dunque?

Il mio ritorno era prossimo. Ci pensavo con curiosità piú che con altro sentimento; cercavo di antivedere quel che sarebbe accaduto al nostro incontro. Ora mi osservavo freddamente, ragionavo intorno alle mie impressioni. Studiavo il fenomeno dei miei sogni, e mi pareva di trovare in essi il bandolo che doveva guidarmi verso l’esatta spiegazione del mio caso psicologico.
– C’è stata – dicevo – una semplice inversione. Quel che sarebbe naturalmente accaduto nella vita ordinaria – il lento maturarsi, l’affievolirsi dell’amore, la sua totale sparizione – per una serie di bizzarre circostanze, è avvenuto nei sogni. Identico processo; identico risultato. Nell’ovvio andamento delle cose, la lontananza avrebbe prodotto il suo immancabile effetto. Sopravvenuta un’eccitazione casuale, che avea tenuto attivo il mio spirito, come avrebbe fatto nella vicinanza il contatto di Silvia, la passione aveva proseguito il suo corso ordinario. Che questo fosse seguito nello stato di sogno invece che nella veglia, non voleva dir niente; non c’era discontinuità nella mia vita. Ed io, con grande stupore, mi trovavo nello stesso caso in cui mi sarei trovato se fossi rimasto sempre vicino a Silvia; solamente le circostanze esteriori sarebbero state diverse.
Confesso che questo mi faceva dispetto. Mi sentivo defraudato. Non rimpiangevo il mio amore; mi offendeva il modo con cui mi era stato tolto. Mi irritava, sopra tutto, il pensiero che la medesima cosa poteva esser avvenuta in lei, quantunque dalle lettere non trasparisse; ma traspariva forse dalle mie? Non m’ero affaticato a mettere in esse tutta la pietosa ipocrisia di cui è capace una creatura umana raffinata dall’educazione, dirò anzi, sofisticata dalla civiltà? Eppure non scusavo la povera Silvia. Inconseguente – me n’accorgevo – provavo contro di lei un vivo rancore, quasi mi avesse vilmente tradito, ed io le fossi rimasto immutabilmente fedele.

Mi aveva scritto che sarebbe venuta alla stazione; da un cantuccio, per non essere scorta da qualche persona conoscente, voleva vedermi scendere dal vagone e darmi il bene arrivato anche non vista da me. Mi avrebbe seguito o preceduto a casa, secondo le circostanze.
Non venne né alla stazione, né a casa mia. Mi scrisse lo stesso giorno del mio arrivo, per iscusarsi. Ci vedemmo due giorni dopo.
– Sognerai piú? – ella disse, ridendo.
Feci una mossettina con le spalle.
Non mi pareva lei. Gli occhi, le labbra, le mani, la voce… nulla, nulla della mia Silvia di otto mesi avanti! E odorava di quella odiosa iride fiorentina! Ella non ci aveva badato, venendo. Allora capii che soltanto la carta da lettere della nostra corrispondenza era stata profumata d’elitropio bianco per farmi piacere, proprio come, per non dispiacerle, io avevo inventato tanti sogni!

Roma, 31 gennaio 1890.

X

IL PICCOLO ARCHIVIO

– Oh, che gentile pensiero avete avuto! – esclamò Ludovico, vedendola entrare.
– Siete proprio malato? – rispose Maria, fermata, esitante, sull’uscio.
– Quasi, se una storta a un piede può dirsi malattia. Scusate tutta questa confusione… Non posso muovermi. Sedete qui, vicino a me. Se avessi potuto immaginare!… Per occuparmi, m’ero messo a riordinare il mio piccolo archivio…
– Del cuore!!
– Come avete fatto per indovinarlo subito?
– Si vede. Fiori secchi, lettere ingiallite, pezzettini di nastri, gingilli… Dovrei mostrarmi gelosa, farvi una scena…
– Il passato non può darvi ombra. E poi, per diventar gelosa, bisogna prima di tutto…
– Intanto il vostro piccolo archivio vi fa dimenticare d’essere cortese. Non m’avete ancora baciato, secondo il solito, la mano.
– Ve le bacio tutte e due.
– Non m’avete neppure domandato se sto bene.
– Siete la salute in persona!…
– Pare; ma vengo dal dentista. Ho passato una nottataccia. Devo essere orribile. Ho evitato di guardarmi nello specchio, per non farmi paura.
– Siete raggiante…
– “Di pallor”, come si canta nel Ballo in maschera
– E il dentista…?
– Oh, no! Salendo le sue scale, mi son sentita guarire tutt’a un tratto; e son tornata via senza entrare. Portentoso quel professore!… Allora dissi: “Facciamo un’opera di carità cristiana, visitiamo un malato!” Il mio cuore ha questi slanci, qualche volta.
– Non vi fate piú cattiva che non siete. Siete cattiva abbastanza.
– Mi ringraziate cosí?
– Di che dovrei ringraziarvi? Avete detto: “È malato, è inoffensivo, andiamo dunque nell’antro…”.
– Del leone? Diventate vano, sapete!
– …e facciamolo arrabbiare, facciamolo ruggire; sarà un bel divertimento. L’antro è cosí solitario che non c’è nessun pericolo di compromettersi; ed io mi sento tanto forte da tenere il leone a distanza, anche se avesse il suo piú fiero accesso di febbre.
– È poi vero che i leoni abbiano la febbre?
– Dicono. Ma chi gli ha tastato il polso?… E siete venuta. Su dunque; fatemi arrabbiare, fatemi ruggire. Di nuovo quel dente?
– Sí, torna a molestarmi.
– Dente benedetto, se gli debbo l’incredibile fortuna d’una vostra prima visita!
– Prima ed ultima.
– Perché?
– Parto per Napoli.
– Lo dite in un modo!…
– Il ministro ha avuto l’idea di traslocare colà mio marito.
– In questo caso, il ministro propone, e la donna dispone.
– Non ho nessuna ragione per non andare.
– E me?
– Voi non siete una ragione. Ci amiamo forse? Di tanto in tanto, avete il capriccio o l’amabilità di ripetermelo; io ho sempre il buon senso di non credervi punto. Voi siete cosí scettico, cosí blasé, da non avervi a male, se non vi credo; ed io sono cosí buona da continuare a darvi la replica nella puerile commediola che vi piace di rappresentare. La cosa non può avere gravi conseguenze né per voi, né per me. La vita, per noi venuti qui da poco tempo, è tanto noiosa, che fin questa sciocchezza giova a distrarci. Perché dovremmo privarcene? Ora che lascio Roma, cercherete un altro svago, magari piú concreto; non penerete molto a trovarlo. Io, io… oh, io potrò farne anche a meno! So l’arte di annoiarmi, da un pezzo.
– Vi guardo a bocca aperta.
– Potete chiuderla. Ho detto.
– È impossibile che siate venuta qui unicamente per spiattellarmi sul viso certe cose somiglianti a impertinenze. Vi assicuro che un’impertinenza non cessa d’esser tale uscendo dalla piú bella bocca della cristianità, quale io giudico la vostra. Dunque quelle parole hanno un senso nascosto. Sarò sincero; anche con tutt’e due i piedi in ottimo stato, non avrei mai tanto talento di ermeneutica da poter tentare la interpretazione del grazioso indovinello da voi recitato con l’aria veramente incantevole d’un’attrice consumata. Siate compiacente, aiutatemi. Voi vorreste andare a Napoli.
– Non son io che voglio andarci, è il ministro che manda colà mio marito. La moglie, lo sapete, deve seguire il marito; è testuale.
– Voi vorreste andare a Napoli. Perché?
– Giacché volete saperlo, corro dietro a una avventura… romanticissíma. Amo, e mi credo amata. Tegolo sulla testa, fulmine a ciel sereno! Il famoso coup de foudre!…?… Inglese; biondo, bello, fatale, come lord Byron che non ho avuto l’onore di conoscere. Abbiamo flirtato… Si dice?
– Se vi fa comodo. Mi prendete forse per l’Accademia della Crusca?
– Abbiamo flirtato una settimana per le gallerie e per le chiese, fingendo di ammirare Raffaello e il Correggio, la Cappella Sistina e San Paolo, dandoci degli appuntamenti, senz’aver l’aria di darceli – un incanto! – e trovandoci insieme il giorno dopo, esatti fino a un minuto. Egli deve avermi scambiata per una principessa; niente di male: qui sono tutte principesse. Io gli ho fatto supporre che lo credo un principe del sangue, viaggiante in incognito. Se poi sarà un fabbricante di tele da vele, di rasoi o di saponetti di glicerina, non importa. E siccome mi ha detto che… la sua famiglia starà sei mesi a Napoli… perché una sorella di lui è mezza tisica, cosí…
– Tutto questo, scusate, mi conferma nella mia vecchia opinione che le donne, in generale, non abbiano molta fantasia, e le donne di spirito, in particolare, per gastigo della loro malignità, ne manchino affatto.
– Con voi non si può ragionare.
– Sragioniamo; sarà meglio. Malato, con un piede all’altro mondo, nel mondo della bambagia e delle fasciature, sono dispostissimo a dire la verità, e nient’altro che la verità. Non vi sembra che se cominciassimo ad amarci sul serio o, piuttosto, a persuaderci che ci amiamo sul serio, sarebbe una bella cosa?
– Domandatelo a mio marito.
– Scommetto che s’egli sapesse che stiamo ripetendoci da un anno questa storia che non ci vogliamo bene, che non possiamo amarci, voi perché non mi credete, io perché non ho ricevuto da voi nessun segno che possa permettermi la piú piccola illusione…
– Che cosa ci avete perduto?
– Il ranno e il sapone
– Parlate da lavandaio. Oh! Il mio lord non si permetterebbe mai simili espressioni.
– Non m’interrompete. Credete, dunque, che se vostro marito conoscesse la nostra suprema stupidaggine, non proverebbe un sentimento di profondo disprezzo per voi e per me?
– Mio marito è uomo di buon senso, uomo positivo. Egli suol dire che le peggiori sciocchezze sono le inutili. Amandoci sul serio, ne commetteremmo una di questo genere. A che scopo? Volete che v’enumeri i vantaggi della nostra condizione? Facendo le viste d’amarci, abbiamo tutti i benefizi dell’amore…
– Tutti? Oh no! Lasciatemi protestare.
-… senza nessuno degl’inconvenienti che l’amore per davvero ci getterebbe fra’ piedi. Mi avete scritto bellissime lettere; le pubblicherò, dopo la vostra morte, e vi faranno onore; non v’adulo. Io v’ho risposto con altre… passabili, di una discreta ortografia. Non le veggo fra queste.
– Gli archivi ricevono unicamente le pratiche espletate.
– Sta bene; grazie. E in questo modo siamo scampati dal pericolo d’innamorarci, voi chi sa di quale strega; io chi sa di qual figuro. I veri innamorati scelgono sempre il peggio.
– Perché non sono il peggio? Eppure mi credevo abbastanza mostruoso, in tutti i sensi, da potere far perdere la testa alla donna piú savia!
– Ve lo ripeto: diventate vano… Le due e mezzo! Ho appena un quarto d’ora da concedervi. Se credete che sia venuta qui senza commozione…
– Possibile!… Quale?
– Quella di fare una cosa che non avrei dovuto, col pericolo…
– Quasi in questo punto di città non si fosse piú sicuri che nella campagna romana!
– Se poi credete che io sia rimasta qui un quarto d’ora senza provare il rimorso…
– Di che mai?
– D’aver interrotto il riordinamento del vostro piccolo archivio del cuore. Oh! Mi vi siete rivelato sotto un aspetto inatteso. La vostra meravigliosa sentimentalità – chi poteva supporlo? – mi sbalordisce, mi turba. Avete pianto, riprendendo in mano quei fiori secchi? Le vostre mani hanno tremato, riaprendo le lettere ingiallite delle vostre signore di tempo fa? Diciamo signore, cosí, in blocco. Non sono proprio sicura che qualche bella cameriera non si sia introdotta fra esse, in un momento di vostra distrazione. E farete dei versi su questo soggetto? Siete capace di tutto. Ne avete fatti per me, una sola volta, sei mesi addietro. Allora forse pensavate che, per farsi credere innamorato davvero, bisognava mostrarsi completamente ridicolo. Ora, con la storta a un piede e il piccolo archivio del cuore disperso sul tavolino, siete sublime a dirittura. Dovreste farvi fotografare cosí.
– Invece di muovervi il riso, tutto questo dovrebbe provarvi che ogni scettico ha il suo quarto d’ora di fede, come ogni credente il suo quarto d’ora di scetticismo; dovrebbe provarvi che quando un uomo del mio carattere arriva fino al punto di rimescolare con triste compiacenza le poche ceneri del suo passato, vuol dire che egli non ha nulla nel presente da eccitargli l’immaginazione, da fargli battere il cuore; e che il presente gli appare cosí squallido, cosí doloroso da spingerlo a voltarsi addietro, verso l’ideale; perché, se non lo sapete, l’ideale è dietro o davanti di noi; e noi non facciamo altro, in tutta la vita, che rimpiangerlo o corrergli appresso, senza chiapparlo mai.
– Continuate. Mi sento intenerire; preparo il fazzoletto.
– Voi tentate di far la brava…
– No; tento di restar seria, per non darvi una mortificazione… Altri otto minuti. Vorreste intanto farmi il piacere di guidarmi attraverso il vostro piccolo archivio del cuore? Dev’essere interessantissimo.
– Siete in vena di ridere… Ma, badate: parlo con tutta la serietà possibile! Non vi ho mai detto con tanta sincerità, con tanta profonda commozione come in questo momento…
– Ricominciate?
– Giacché siete in vena di ridere, ridete pure a spese delle mie illusioni giovanili, delle ardenti passioni dei miei vent’anni, dei miei amori fragili e passeggieri… che non sono stati i peggiori.
– Alla buon’ora! –
Ludovico rovistò fra le carte e gli oggetti sparsi sul tavolino e, scelti alcuni fiori secchi legati con un rozzo filo bianco, risprese in tono scherzoso:
– Fiori di campo. Mazzolino preistorico; 1866, data approssimativa. Allora amavo il rustico, l’ideale dell’ideale, la figlia del mio fattore. Tutte le belle mani di contesse, di marchese, di principesse, di semplici signore, strette e baciate dopo, non mi sono parse belle quanto quelle mani grassotte, gonfie pei geloni, e che facevano la calza. Purità, il tuo nome è Sedici Anni! Ogni volta che sento il profumo del fieno…
– Vi vien la voglia di mettervi all’erba?’
– Signora, rispettate almeno l’innocenza! – E rifrugato, continuò: – Età della pietra: lettera di quattro pagine, geroglifici primitivi. Non ne capisco piú niente, tranne che la sartina finiva con abbraccarmi e darmi mille bachi.?
– Che non fecero il bozzolo?
– Altro! Il mio primo rimorso. Se scriverò la mia vita…
– Leggerò allora questo capitolo, e procurerò di rabbrividire. Su, su, entriamo finalmente nei tempi moderni.
– La mia prima signora!
– Autentica?
– Autenticissima. Aveva un solo difetto: si metteva sempre a piangere, dopo. Non sapeva persuadersi, diceva, con che cuore poteva tradire un marito che l’adorava!… Cosa molto lusinghiera per me, ma che, ripetuta, mi seccava. E il suo tradimento…
– Vi tradí?
– Per veder di capire, con un altro, in che modo ella poteva tradire il marito che l’adorava!… Fui cosí bestia, cara amica, da provocare il mio rivale e buscarmi un bel colpo di punta al braccio, guaribile in dieci giorni. Questa è la lettera di congedo. Monumentale. “Ti amo troppo… Non ci vedremo piú!… Lasciami ai miei rimorsi! Clelia.” È il nome della sua cameriera: si firmava cosí per cautela.
– E quel porte-bonheur?
– Modernissimo, tutto quel che ci può essere di piú moderno. L’epistolario, in tre volumi, fu restituito all’autrice, meno queste pagine interessanti e questo gingillo che ha aderito al mio polso sette mesi, notte e giorno, testimone irrefragabile d’una passione degna di miglior sorte. Giacché questa volta fui io che presi la rivincita su la volubilità femminile, tradii per tradire. Il cattivo esempio della mia prima signora mi aveva cosí pervertito, che restai sordo ai pianti, alle imprecazioni, alle lettere di questa natura: “Mostro! Quel ch’io soffro, non lo saprete mai!” Infatti, non l’ho piú rivista… Era bella, proprio. E affettuosissima: troppo. L’ho rimpianta, ma non lo ha saputo mai.
– Pari e patta.
– Nastro contemporaneo. Una marchesa, vero genio epistolare: già voi altre donne siete tutte tante Sévigné inedite. Queste lettere, salvate a stento dal terribile naufragio della nostra passione, potrebbero, in mancanza di altre, farne fede. “M’hai lasciata or ora. Stanca delle divine ebbrezze…” Voi non amate il realismo; salto qualche frase. “Non posso far a meno di scriverti, di comunicarti le sensazioni che mi conturbano ancora…” Salto, salto… “Ho aperto la finestra. Che silenzio! Che calma! Gli alberi del giardino…” Descrizione, credetemi, che il Fogazzaro non sdegnerebbe per sua. “Gli alberi fremono d’amore sotto i pallidi raggi della luna. I fiori, mezzi addormentati, si bisbigliano, da un’aiuola all’altra, le loro confidenze… Un cane abbaia in lontananza…” Due pagine!… “In questo momento tu, forse, dormi. Oh, se sognassi di me!” Glielo confessai il giorno dopo: a mezzogiorno dormivo ancora, ma senza sognare. Quando amo in una certa maniera, dormo come un ghiro… Andate via?
– Sono edificata a bastanza!… Voi avete tre o quattro mie lettere, insignificanti. Passatele pure agli archivi… Credo che non farete cosí facilmente ridere con esse un’altra signora.
– Ah!… Voi dunque supponete…?
– Non suppongo nulla; giudico. Siete mostruoso davvero. Stavo per lasciarmi ingannare anch’io da codesta vernice di scetticismo che, forse, poteva nascondere un cuore buono e gentile… Mi avete fatto male, molto male!… Lo scetticismo è una malattia di cui si può guarire; ma il cinismo…
– Sono cinico?… Io?…
– Se c’è una parola che significhi qualcosa di peggio, suggeritemela; ve la dirò.
– Finalmente!… Oh, finalmente, son riuscito a strapparvi la maschera! Ho rappresentato cosí bene la mia parte…
– La risorsa è da uomo di spirito. Però voi avete detto che sono persona di spirito anch’io, e, per conseguenza, maliziosa.
– Vedete? Non mi difendo. Voglio darvi tutto il tempo di giudicarmi con calma e con imparzialità.
– Addio!
– Neppure a rivederci?
– Ci rivedremo senza dircelo.
– Sentite, Maria. Non mi fate il torto di dare importanza a uno scherzo, fatto piuttosto per mettermi all’unisono del vostro buon umore… di testa. Da un anno ci diamo la maggior pena del mondo per mostrarci l’una all’altro proprio il rovescio di quel che siamo. È stato un continuo scambio di assalti, di motti, di frasi, nelle quali le parole non avevano per nessuno dei due il significato ordinario. Ogni puntura era una delizia; ogni morsettino una felicità… Non lo negate…
– Io non fiato. Solamente vi avverto di risparmiarvi la pena di tanta eloquenza. Ora che fingete di parlarmi in serietà…
– Fingo!
– Vi credo assai meno di quando fingevate per chiasso. Oh gli uomini! Addio!
– E non potersi muovere per trattenervi!
– Piove. Non ce ne siamo accorti. Siete venuto ad abitare in un deserto. Non si trova mai una carrozza da queste parti. Mandate il servitore a cercarmene una.
– Potreste aspettare che spiova. Vedete? La Provvidenza manda la pioggia unicamente per prolungarmi il piacere di vedervi qui, di sentirvi parlare, e… di rappacificarci, forse… Sedete intanto.
– Guardo se spioverà presto.
– Sedete. Oramai lo so: noi ci amiamo!
– Davvero?
– Sí, noi ci amiamo. Ed è un peccato saperlo con certezza. Pensavo a questo vedendovi andar via… Ne avremo per due, tre settimane, per un mese al piú, e poi… Invece abbiamo durato quasi un anno nell’amarci inconsapevolmente. Ed è stato deliziosissimo.
– Se non siete un mostro, siete talmente pervertito…
– Siamo cosí tutti, chi piú chi meno, a questi lumi di luna di raffinatezza nevrotica. Il naturale, lo spontaneo, il primitivo non ci basta piú. È troppo semplice per la nostra esperienza e per la nostra malizia… Via!… Amiamoci!… Siamo sinceri almeno un momento. E cosí, se dovrete proprio partire, partirete fra due o tre settimane, fra un mese; qualche giorno prima che il nostro amore finisca. Faremo come coloro che si levano da tavola con un po’ d’appetito. È igienico, dicono.
– Sciocchezze ne avete detto sempre; mai però tante e tante di seguito, quante da che sto qui!
– Dovreste esserne lieta. Una donna che ispira delle sciocchezze, è una donna veramente amata.
– Povere donne!
– Maria!…
– Avevo un triste presentimento, venendo qui. Non m’ingannavo. Perché non sono tornata addietro? Mi sarebbe rimasta l’illusione. Ho creduto a una lusinga del cuore, e ne sono punita. Meglio per me. Errore evitato, rimorso risparmiato. Ne avevo già uno: quello d’esser sul punto d’ingannare una brava persona che m’ama seriamente.
– I mariti non amano; tutt’al piú, vogliono bene.
– È preferibile.
– Ma è un’altra cosa.
– No, non vi credo, non voglio credervi. Sareste proprio perverso, se tutto ciò che dite fosse davvero quel che pensate, e di cui siete convinto.
– Non posso alzarmi, altrimenti mi butterei ai vostri piedi, per farvi la mia dichiarazione in regola… Siete cosí formaliste voi donne! Allora, probabilmente…
– No; non parlate cosí. Mi fate dispiacere ora.
– Che volete? Mi veggo in una certa situazione con questa storta, inchiodato su la seggiola…!
– Soffrite molto?
– Non me ne sono accorto da che voi siete in casa mia.
– Se prometteste di non scherzare piú sopra un argomento tanto serio…
– Ve lo prometto.
– Chi sa? Potrei venire qualch’altra volta…
– Non v’augurate, spero, che la mia storta duri eterna!
– Intendetevela col vostro dottore.
– Grazie.
– A rivederci… Ma buttate via tutti questi ingombri!… Ci tenete molto, insomma?
– Tanto!… Come terrei a conservare le vostre poche lettere, se un’altra mi chiedesse quel che voi chiedete…
– Oh no, no a rivederci!… Che tristezza!… Addio. Addio -.
Egli la seguí ansiosamente con lo sguardo, sperando non sarebbe davvero andata via. E quando la vide sparire, rimase ancora un momento con gli occhi rivolti verso l’uscio. Poi, riprendendo la occupazione interrotta:
– Tornerà – disse. – La credevo piú forte. Francamente, era meglio prima. Ed ecco un’altra pratica che s’avvia per l’archivio. La vita è cosí!

Mineo, agosto 1884.

XI

MOSTRUOSITÀ

L’amava, come un bruto, quantunque la sapesse non solamente indegna d’affetto ma di compassione.
– L’amo! Non diceva altro. Quando suo padre gli sputava in faccia il suo disonore con inesorabile crudezza di vecchio, Giovanni chinava la testa, smorto come un cencio lavato, e sentiva soffocarsi da sdegno tremendo, ma non contro di lei.
– Sta’ zitto! – gli rispose una volta. – Sta’ zitto, o mi faccio saltar le cervella.
– Ammazzati! – replicò il vecchio. – Sarà meglio per te, per la tua casa, pel nostro nome onorato -.
Non s’ammazzava, e non già perché gliene mancasse il coraggio; alla guerra, da volontario, aveva visto piú volte la morte faccia a faccia e non aveva mai avuto paura:
– Non sapea staccarsi da lei! –
Neppure allora ch’ella gli diceva sfacciatamente sul viso: – Che vuoi da me? Io non ti voglio -.
Allora gli occhi gli s’inumidivano, le gambe gli si piegavano sotto; diventava vile al suono di quella voce che lo rimescolava tutto; al fuoco di quegli occhi azzurri, scintillanti di disprezzo per lui e che pure lo intenerivano; al cospetto di quella superba figura di donna dalla carne che fremeva voluttuosamente fra le pieghe del vestito di seta, dai capelli d’oro smaglianti, e dalle labbra porporine umide sempre di baci. Gli bastava vivere accanto a lei, sprofondandosi ogni giorno piú nell’abbiezione, fingendo di non vedere, roso dalla terribile smania di voler tutto vedere, quasi per toccare il fondo di quell’abisso che gl’inghiottiva il cuore, la ragione, ogni cosa, e lo riduceva un animale. E a ogni nuova infamia di lei, si sentiva piú debole, piú vile – e piangeva, per lei.
– Povera creatura! La perversione dell’organismo la spinge a rotolarsi nel fango. Ha forse coscienza del male che commette? Difatti il maggior male lo fa a se medesima. La sua salute è mezza rovinata. Quando quest’eccesso di nervosità sarà passato, la vedrò tornare a me, buona, affettuosa come nei primi mesi del nostro matrimonio… –
La sua felicità era durata appena pochi mesí! E da due anni egli non aveva piú avuto un giorno, un’ora tranquilla, correndo ansante, tremante, dietro la vertigine di sensi che trascinava sua moglie; da prima sbalordito, incredulo, indignato; poi istupidito dal dolore; finalmente rassegnato e avvilito, come un cane rognoso che il padrone non vuol piú in casa e che va a guaire dietro l’uscio, quantunque scacciato col bastone.
E c’era mancato poco non fosse stato proprio bastonato, il giorno che voleva impedirle di andar fuori per una visita che pareva le premesse troppo. L’aveva incontrata sull’uscio del salotto, piú bella del solito, col viso acceso, stretta nel semplicissimo vestito di faglia nera che ne modellava il corpo come una tunica di statua greca; col seno rigonfio, e le pupille scintillanti sotto il velo abbassato fino a metà della faccia. Al vederla cosí, contrariata dalla di lui presenza e pur risoluta di andar fuori, Giovanni s’era sentito mordere il cuore.
– Non andare! – le aveva detto con voce tremante.
Ella fece una spallata e si fermò davanti allo specchio per aggiustarsi il cappellino.
– Non andare!
– Perché? – rispose, voltando appena la testa.
– Perché… voglio cosí! –
A quel voglio che gli costava un grandissimo sforzo, ella era scoppiata in un risolino ironico, sdegnoso, e aveva preso in mano l’ombrellino.
– Virginia!!!
– Sei impazzito? – rispose, sentendogli alzare la voce. –
Sí, si sentiva diventar pazzo al vederla andar via tranquillamente, quasi fosse stato nulla; e balzò a sbarrarle l’uscita col corpo che gli fremeva tutto, e gli occhi che non ci vedevano piú. Virginia si fermò, interdetta, e lo guardò fisso; poi, indietreggiando di un passo:
– Levati di lí! – gli disse con voce repressa: – levati di lí! –
Giovanni restava piantato lí, supplicando con lo sguardo, senza dir motto.
– Levati di lí! – ella ripeté.
Brandiva l’ombrellino, mordendosi il labbro inferiore, spirante minaccia. E Giovanni s’era fatto da parte e l’aveva lasciata passare, intimidito come un fanciullo, dando in uno scoppio di pianto, peggio d’un fanciullo, avvilito dalla coscienza della propria fiacchezza e pentito di quella resistenza servita soltanto a irritare sua moglie di piú.

Oh, ella sapeva di poter tutto su quell’uomo! Quando con arti da sirena gli buttava l’elemosina d’una parola dolce, o gli permetteva di prendersi qualche bacio su le labbra ancora calde d’altri baci, Giovanni dimenticava subito ogni cosa e le perdonava, ammaliato dai bagliori azzurri di quegli occhi, dalle carezze di quelle mani bianche e delicate che, senza tremare, gli passavano le dita tra i capelli, quasi mani di sposa immacolata.
– È un’infamia! La trista donna l’ha stregato! – diceva la mamma di lui. E i suoi pregiudizi da provinciale l’avevano fin spinta a fargli benedire di nascosto i vestiti dal parroco, per distruggere la malia: e neppur l’acqua santa era giovata! La povera donna malediva l’ora e il momento che ella e il suo vecchio s’erano risoluti a venire in Milano per agevolare la carriera del loro unico figlio. Soprattutto, non riusciva a darsi pace di aver favorito quel matrimonio, mentre suo marito non voleva saperne affatto d’una nuora cosí bella, cosí superba e che non gli pareva punto adatta al mite carattere del suo Giovanni. Per ciò, ora, ella se ne stava zitta quando suo marito buttava in faccia al figlio tutte le infamie della nuora; e si era sentita morire quella volta che il vecchio gli aveva detto: – Ammazzati! – ritto sulla persona, coi bianchi capelli che gli si sollevavano irti sul capo, tremendo come un giudice che pronunzi una sentenza. Da quel giorno, quel misero figliuolo era tornato in casa dei genitori due o tre volte soltanto, quando poteva essere sicurissimo di non trovarvi il padre. La voce compassionevole della povera vecchia gli addolciva il cuore. Ella gli dava un po’ di ragione, non gli diceva: – Ammazzati! – non aveva parole dure per la disgraziata che, infine, portava il nome di lui.
– Credi, mamma, è una malattia come un’altra – le ripeteva sinceramente. – Un giorno dovrà guarire; guarirà! – E al vederlo cosí calmo, cosí rassegnato nel suo infinito dolore, ella non osava palesargli che giorno e notte pregava Iddio perché togliesse da questo mondo quella malefica donna che lo rendeva tanto infelice. Era sempre il suo bimbo quell’uomo di trentacinque anni, quel raro ingegno di architetto, cosí ben voluto da tutti per la squisita bontà del carattere. E nei momenti piú tristi, ella si stringeva fortemente al seno la cara testa un po’ brizzolata e l’andava accarezzando, come faceva – anni addietro! – ogni volta che il babbo lo sgridava per qualche scapataggine da scolare.
Anzi ora la sua tenerezza materna era maggiore. Oh! Non ne dubitava piú: la megera glielo aveva stregato.

Quella sciagurata sguazzava intanto nel fango a testa alta, sorridente, senza curarsi di nulla. Dalla fiacchezza del marito si sentiva dispensata fin dall’obbligo di mentire. I suoi amanti non si contavano piú; non sceglieva, accettava quanti gliene capitavano tra’ piedi. Tormentata da voglie e da capricci stranissimi, quando si sentiva o stanca o sazia, tornava, per contrasto, al marito. E allora erano settimane d’idillio, che lo rendevano felice, pover’uomo!
– Non l’avevo detto che sarebbe guarita? –
E faceva progetti di viaggi, di villeggiature, liete fantasie da innamorato, per sottrarla all’aria cittadina che doveva averle prodotto quello sconquassamento di nervi.
– Andremo a Nizza.
– No, in un posto solitario, su la riviera ligure – ella rispondeva con voce strascicante.
– Su la riviera ligure; sarà meglio -.
Giovanni non tentava spiegarsi quell’improvviso cambiamento
– Misteri dell’organismo! –
E le andava dietro, da una stanza all’altra, zitto, dimesso, aiutandola a riporre questo o quello oggetto, come il giorno che eran partiti per il viaggio di nozze.
Con la veste da camera di cascimirra celeste ricamata in bianco, e i capelli che le cascavano in pioggia d’oro dietro le spalle, Virginia aveva qualcosa di verginale nell’aspetto, qualcosa d’immensamente dolce, allorché i suoi occhi si velavano di una sfumatura di tristezza. Giovanni se ne sentiva turbare fino al midollo delle ossa. Ah, quella gola e quel collo, staccantisi con toni lievemente dorati tra il biondo dei capelli e la candida spuma delle trine che guarnivano la scollatura della veste – gola, e collo da regina! Egli non si saziava di baciarli; li avrebbe anche morsi, se non avesse temuto di farle male e di romper cosí l’incanto del sogno da cui non voleva svegliarsi.

Queste tranquille giornate di preparativi, passate in casa dalla mattina alla sera, con lunghi riposi su per le soffici poltrone del salottino o alle finestre dell’appartamento che davano sulla via Principe Umberto, gli rimanevano impresse nella memoria proprio come un sogno quando l’incanto si rompeva, pur troppo!, come gli aveva prognosticato suo padre. Il vecchio non sapeva darsi pace. In che modo un uomo cosí intelligente, vero artista nella sua professione, lasciava calcarsi, senza lamento, dai fangosi stivaletti di una miserabile che la nostalgia della mota trascinava pei rigagnoli, frenata appena appena dalle ipocrisie sociali?
– Che posso farci? Ella si è impossessata assolutamente di me. Me la sento nel sangue, nelle fibre, nell’anima! Che posso farci?
E quando apprese che anche lei, finalmente, trovato un padrone, si era fermata nella sua corsa vertiginosa, e che il nuovo amante la dominava, alla sua volta, da tiranno, e la faceva piegare alla propria volontà quasi pezzetto di cera da modellarsi col calor delle dita, Giovanni si rallegrò dell’avvenimento come di beneficio immenso. Ed era grato a quel mostriciattolo scarno, nero, nano, dal naso spropositato, dalla testa pelata piú di una zucca e che non giungeva a mascherare la bruttezza con la raffinata eleganza dei vestiti, gli era grato della sosta prodotta nella vita sfrenata di Virginia. Fino a questo era arrivato!

Ella era felice di sentirsi interamente assorbita da quel mostriciattolo che già la trattava con pochi riguardi, troppo sicuro del fatto proprio. E quando la minacciava di piantarla, senza tante cerimonie, se ella resisteva un po’ a qualche dispotico capriccio di lui, Virginia rompeva in pianto come non aveva mai fatto. Le avesse ordinato di leccargli le scarpe, e lei si sarebbe buttata carponi, a leccargli le scarpe, come una bestia domata; e sarebbe stata orgogliosa di quella viltà, tanto sentivasi ardere, la prima volta, da passione vera, di quelle che scoppiano come mine nelle profondità dell’organismo.
Per lui, per quel mostriciattolo, una mattina Giovanni se la vide comparire dinanzi bella e sfacciata come una cortigiana, con tutte le tenerezze ch’ella sapeva mettere nella voce, e tutte le seduzioni che le vibravano dalla persona, da quegli occhi azzurri, limpidissimi, da quelle labbra porporine che gli imprimevano un bollo infocato su le carni le poche volte che le toccavano. Da parecchi giorni, gli si mostrava insolitamente gentile e premurosa. Due o tre volte era andata a trovarlo nello studio, fra quei larghi tavolini ingombri di disegni, di matite, di regoli, di compassi, di pennelli, di vasetti d’inchiostro di China. S’era anche fermata a guardare il proprio ritratto incastrato nella magnifica cornice dorata, ritratto che era stato la disperazione del Cremona quando lo aveva dipinto, ed era riuscito un capolavoro, con la bionda figura che veniva innanzi sul fondo grigio e il sottile tralcio – poche foglie verdi e pochi fiori cerulei – che le si rizzava a lato elegantissimamente. Tutte e due volte era entrata con qualche esitanza, senza saper dire perché, quand’egli le aveva domandato se le bisognava qualcosa; e, dopo d’essersi aggirata con aria indolente fra quei tavolini, buttando stanche occhiate su i disegni, domandando rare spiegazioni, era andata via.
– Vuoi qualche cosa? – aveva insistito Giovanni, facendosele accosto, accompagnandola fino all’uscio.
– No – rispose. – Volevo… volevo soltanto vedere se eri solo -.
Gli avea lasciato però nella stanza il forte profumo femminile che lo inebbriava, che gli faceva girare la testa e non gli permetteva piú di lavorare. Poi, tre giorni dopo, era entrata risolutamente, sul punto che Giovanni usciva di casa per un affare importante.
– Senti! – gli disse, tenendolo per le mani, guardandolo negli occhi con sguardo da maga… – Non mi dirai di no!…. Giovanni si sentí rammollire le ossa e dové sedersi su la prima seggiola che gli capitò sotto mano; accennò di sí col capo e aspettò che parlasse. Allora ella gli si sedé sulle ginocchia.
– Senti! – riprese a dire… – Farai di me quel che vorrai… Non ti darò piú il minimo dispiacere… Sono stata una pazza… Perdonami: sei tanto buono!… Ma… ho bisogno di tremila franchi, oggi stesso, fra due ore… Non mi dirai di no!… La sarta… i fornitori… certe cambiali, capisci… –
Non le diceva di no, certo. La guardava, muto, sbalordito di quella richiesta alla quale sapeva di non poter soddisfare interamente cosí presto com’ella voleva. Ah! Se si lasciava sfuggire quell’occasione che gliela rigettava tra le braccia, non l’avrebbe mai piú riafferrata. Questa idea lo atterriva.
Ella era rimasta seduta su la poltrona osservandolo di traverso, trattenendo il respiro, mentre Giovanni rovistava in fondo alla cassetta di un mobile, nell’angolo piú scuro della stanza. E allorché lo vide ritornare contando i biglietti di banca gialli e rossi che teneva fra le mani, gli corse incontro e lo baciò in fronte. Giovanni voleva parlare, ma ella gli turò la bocca, carezzevolmente:
– Non scusarti se non mi dai di piú! –
E calcò i biglietti nella tasca del vestito, con gli occhi nuotanti in un’onda di soddisfazione straordinaria, le mani che le sbalzavano dall’agitazione, le gote fiammeggianti sotto i riflessi d’oro dei capelli, le labbra increspate dal convulso della vittoria.

Lungo la strada, Giovanni cacciava via, con un gesto vago, la importuna mosca della riflessione che veniva a ronzargli dentro il cervello per quelle tremila lire…
– È la prima volta che mi chiede denaro. E lo ha chiesto in un certo modo!… Chi sa?… Non è cattiva, no; non è cattiva. Forse, se avessi saputo ben guidarla…! Questa volta però i sintomi della guarigione sono proprio evidenti -.
E alzava la testa e apriva i polmoni, per respirar meglio l’aria ossigenata dei giardini pubblici che gli sorridevano d’attorno con le magnolie, i cedri del Libano, e le aiuole tutte fiorite.
– Come sarei stato felice, se avessi potuto prendere, lí per lí, le tremila lire e mettergliele in mano! –
Ma sapeva benissimo dove andare a trovare il resto; per ciò era tranquillo. Quegli azzurri occhi sereni, quelle tiepide labbra porporine, quel tesoro di capelli biondi gli facevano risplendere in cuore un sole assai piú bello di quello che stendeva i suoi strati d’oro sul verde dei prati e su la polvere bigia dei viali. Qualcosa gli cantava dentro, assai piú dolcemente dei calenzuoli e dei cardellini che cinguettavano tra le fronde degli ippocastani, tremolanti in quel brulichio di luce.
Aveva fretta, e intanto indugiava.
– Aspettino! Voglio godermela intera questa festa che mi folleggia dentro improvvisamente, quando meno me l’attendevo -.
E lungo il corso Venezia si fermava davanti le vetrine, guardava le stampe in mostra, i pesciolini dorati dell’acquarietto di un salumaio, e il via vai della gente, delle carrozze, degli omnibus, tutta la ressa della vita cittadina che non riusciva a reprimergli l’intimo tumulto.

Aveva salito con passo affrettato le scale di casa, tenendo stretto nel pugno l’involtino delle altre mille e cinquecento lire ch’era andato premurosamente a farsi prestare da un amico. Sentendo una voce d’uomo nel salottino, s’era fermato; poi, in punta di piedi, era andato ad appostarsi dietro l’uscio dell’altra stanza, da dove poteva ascoltare e vedere senz’essere scoperto. Il cuore gli sbalzava con ispasimo, mentre osservava dal buco della serratura, il mostriciattolo dell’amante raggirarsi pel salottino su e giú, con le mani in tasca e il naso enorme all’aria, intanto che Virginia gli parlava da una poltrona, seguendolo con gli occhi, beata; e quegli, per risposta, scrollava le spalle, faceva smorfie, non voleva crederle; e mandava fuori grugniti, sprezzante, da padrone che non si degna di rivolger la parola a una schiava. Gli occhi gli si annuvolarono, gli orecchi gli zufolarono…
In quel momento non pensò piú alla propria onta, no, ma all’avvilimento di lei in faccia a quel rospo ch’ella avrebbe dovuto schiacciare col tacco degli stivalini! E quando vide che colui, strappatigli di mano i biglietti di banca e contatili, glieli schiaffava in viso e alzava la mano per picchiarla, si sentí colpito lui sul volto, a traverso l’uscio. Dentro, una molla gli scattò. Il mostriciattolo non aveva avuto tempo di scappare all’urtone che aveva quasi fracassato i battenti. Con le mani fra’ capelli, senza un grido, immobile, Virginia guardava atterrita i corpi, aggrovigliati come due serpenti, che si divincolavano sul tappeto in lotta feroce Il nano guaiva fra la morsa di quelle braccia di acciaio, sotto quei pugni che gli piombavano addosso come colpi di maglio e gl’illividivano e gl’insanguinavano la faccia.
– No, Giovanni! No, Giovanni! – balbettava Virginia con voce strozzata. – No, Giovanni!
Giovanni però non le dié retta finché non sentí quella carogna quasi sgonfiarsi come un otre e restare immobile sul pavimento.

Piú morta che viva, ella si lasciò prender per mano dal marito. Giovanni, diventato calmo a un tratto, vergognoso d’essersi lasciato trascinare a un atto insolito, già pareva un altro, con quelli sguardi concentrati, tutto sudicio, tutt’arruffato.
– Bada! – le disse, spingendola bruscamente in camera. – Se ricominci, ti tiro addosso come a una cagnaccia arrabbiata! Parola d’onore, ti tiro addosso come a una cagnaccia arrabbiata! –
Ah, questa volta egli diceva davvero!
Cosí avvenne in lei una trasformazione incredibile. Nei primi giorni si sentiva stordita; e guardava, indignata e diffidente, l’uomo da cui vedevasi soggiogata con tanta violenza e in un modo che ella non giungeva a spiegarsi. Dunque suo marito non era l’essere fiacco da lei creduto fin allora? E lo fissava, attratta da crescente ammirazione di donna che non sapeva piú rivoltarsi, con avidità nuova, con curiosità strana, alla quale si mescolava, di giorno in giorno, un sentimento indefinito… – Di gratitudine? Di affetto? – Non lo capiva bene; ma certamente qualcosa che la meravigliava e la deliziava, qualcosa che la faceva rimanere come tra sonno e veglia, con la dolcezza del sogno e la paurosa coscienza ch’esso dovesse subito finire…
Giovanni, invece, come piú si andava accorgendo del mutamento di lei, provava forte nausea, repugnanza invincibile per la creatura cosí perdutamente adorata quando prodigava il bel corpo agli innumerevoli amanti. La guardava appena, le rispondeva con soli monosillabi, lasciando ben scorgere dal suono della voce, dalla glaciale cortesia dei modi, la sorda irritazione prodottagli da quell’umile pentimento, infame profanazione dell’amore, com’egli lo qualificava ripensandoci su giorno e notte. Perché ora, sí, lo amava lei, colpita profondamente da quell’atto di forza brutale che aveva lasciato mezzo morto sul tappeto del salottino il vigliacco che stava per picchiarla! Si desolava, lei, del freddo contegno di suo marito, che pure le usava la carità di non farle scorgere intera la forte nausea, la insormontabile repugnanza! Sí, gli si aggirava lei attorno, muta, con sguardi smarriti, dimessa come una serva, senza implorare pietà, mentre sentivasi rifiorir nel cuore qualcosa di nuovo, e tutto il passato le si andava dileguando via via dal corpo con le invisibili scaglie della pelle, che si rinnovava e diventava piú fina, piú trasparente, senza riflessi, d’un candore di marmo!
Quando si trovavano da solo a solo nel salotto – egli a sedere, coi gomiti appoggiati su le ginocchia, la testa fra le mani, la fronte corrugata, guardandola di sottecchi di tanto in tanto; ella, in piedi, discosta, presso la finestra o accanto a un mobile, bella sempre, ma a testa bassa e col cuore in tumulto – Virginia provava una contentezza ineffabile nel vedersi là, dinanzi al marito, in quell’attitudine di donna spregiata che la riscattava ai propri occhi da tutte le colpe passate; timida e pur speranzosa sempre di vederlo alzare un bel giorno da la seggiola per avvicinarsele e dirle, aprendole le braccia: – Ti ho perdonato! –
Giovanni però non si muoveva, non le diceva nulla. Una volta, avendo ella osato accostarglisi e posargli una mano su la spalla, era balzato con uno scatto.
– No, no! – le aveva detto. – È impossibile! –
E quella voce dura, e quella faccia buia, l’avevano trafitta peggio d’un pugnale. S’era sentita agonizzare. Non era giusto che fosse cosí? Si meritava peggiore gastigo!

Su tutta la casa si era aggravato un silenzio penoso. Ella non metteva piú un dito sul pianoforte. La gabbia dei canarini pendeva ancora nel vano d’una finestra, ma un ragno v’aveva tessuto dentro la sua tela che dava un aspetto desolato alla gentile prigione di fil di ferro. I fiori, le piante da salotto erano morte; le foglie cascavano per terra al minimo alito. Non riceveva piú nessuno, non metteva un piede fuori delle stanze addette alla famiglia; contenta di quella tetra pace succeduta al gran chiasso precedente; inebbriata di sacrifizio per meritarsi una parola benevola, un’occhiata pietosa. All’inverso, Giovanni sentiva rivoltarsi ogni giorno piú dal lezzo del passato che si sprigionava da quel corpo di donna maculato di baci e di carezze altrui. Gli pareva che esso già si disfacesse dalla cancrena di tutti i turpi abbracciamenti ai quali s’era abbandonato.
Soltanto il ritratto del Cremona, quella divina figura immortalata dall’arte, gli faceva battere il cuore come una volta. Era stato fatto nei primi mesi del loro matrimonio quando lo splendido fiore della bellezza di lei non era stato ancora inquinato; e tutta la pudica innocenza della vergine diventata appena donna s’era rifugiata su la meravigliosa tela dove il pittore aveva diffuso piú largamente la magica fosforescenza del suo pennello. Giovanni rimaneva ore ed ore in faccia a quel ritratto, che talvolta gli si muoveva sotto gli occhi quasi agitato da soffio vitale; e se, dopo, incontrava per le stanze lei che lo guardava con gli occhi ingranditi nel volto pallido, ella gli sembrava un’ombra, un fantasma dei giorni tristi; e le voltava le spalle.
Poi non piú nausea o repugnanza, fu odio a dirittura. Perché quella donna restava lí? Perché aspettava d’esser scacciata via a colpi di granata, quasi immondezza? Perché non voleva morire, ma gli si teneva fitta alle costole simile a un cattivo destino? Dio! Dio!… Chi lo tratteneva dallo schiacciarla come un vile insetto, cosí? E una volta, avendola sorpresa piangente, diventò furibondo, cominciò a urlare:
– Ah!… Tu osi piangere? Ah!… Tu osi rimproverarmi, a questo modo, la mia immensa bontà?
Gli s’era inginocchiata ai piedi, credendo d’intenerirlo, e s’era sentita afferrare pel collo da due granfie di belva che tentavano strozzarla.

– Perché non me l’hai lasciata finire? – egli disse a suo padre sopraggiunto per caso. – Perché non me l’hai lasciata finire? –
Suo padre lo guardò stupito.
– Oh, mi sentivo piú felice… allora! – esclamò Giovanni. E scoppiò in singhiozzi.

Mineo, 24 luglio 1881.

XII

ADORATA

Intanto che sua moglie, fermatasi dinanzi al grande specchio dell’armadio, dava gli ultimi tocchi al vestito da passeggio, Enrico, tentando di abbottonarsi un guanto, seguiva con occhi innamorati i colpettini lesti lesti dati qua e là al cappellino e alle ciocchettine dei capelli arruffate sulla fronte, le nervose stiratine date con le punte delle dita ai merletti dei polsi, agli sgonfi del vestito, ai larghi nodi dei nastri di seta sul davanti; e seguiva, sorridendo, il lento girarsi della persona che si osservava nello specchio, seria, attenta, quasi studiasse i gesti e le mosse per una rappresentazione teatrale.
Poi Cristina si voltò a un tratto, nel pieno splendore della sua bellezza di bruna dagli occhi nerissimi, dalle labbra tumide e sanguigne, ritta sulla vita minutina, sporgendo fieramente il seno piccolo e sodo; e allora Enrico, con scatto irrefrenabile fece atto di volerla abbracciare e baciare in viso, esclamando:
– Come sei bella! –
Sua moglie lo respinse stizzita, ritraendosi subito indietro: – Vuoi brancicarmi il vestito?

Sempre cosí! Sempre cosí! Sin da quando egli passava e ripassava sotto la casa di lei, lasciando gli occhi al terrazzino dov’ella, d’estate e d’autunno, sedeva all’ombra della stoia messa a cavalcioni della ringhiera, tra i vasi di fiori e di basilico! Lavorava qualche gingillo seduta a fianco della vecchia zia che l’aveva allevata orfanella; e pareva una fata altiera che non si degnava di volgere la testa, mentre egli passava e ripassava, o si fermava lí sotto, col pretesto d’intrattenere un amico incontrato per caso. Enrico voleva farle comprendere che stava là per lei, unicamente per lei, invocando un’occhiata, una semplice occhiata! Ma Cristina non gli dava nemmeno a vedere di essersi accorta di quella cocciutaggine d’innamorato che aveva perduto la testa.
Sempre cosí! Sin dalla sera delle loro nozze, quando il suo sogno di studente diventò realtà per l’avvocato laureato di fresco; e i due sposini partirono pel casinetto del Rosmarino, verso le colline. La carrozza montava lentamente la salita dello stradone, tra i campi di frumento da una parte e i vigneti e gli uliveti dall’altra, colorati dagli ultimi raggi del sole al tramonto, nella blanda quiete della campagna, nella muta commozione di trovarsi insieme soli per la prima volta, pel loro viaggetto di nozze; capriccio a cui aveva accondisceso un po’ di cattivo umore…
– Andarsene in villa! È strano; da noi non usa -.
Il casinetto del Rosmarino era stato trasformato. Riattato da cima a fondo, ridipinto di fuori e di dentro, sorrideva dietro il giardino di aranci, con le quattro finestre bianche nella facciata color rosa sbiadito, con la terrazza sul tetto ornata torno torno di vasi di fiori e, su, da esili archi di ferro rivestiti di rampicanti spioventi in festoni. Da parecchi mesi Enrico, preparando quel nido civettuolo alla loro luna di miele, godeva anticipatamente della sorpresa e del piacere che quella trasformazione avrebbe dovuto produrle; ma Cristina, appena messo il piede nell’anticamera, aveva fatto una mossetta:
– Dio!… Che sito di vernice!-
Enrico, mortificato, balbettò
– In verità, non mi pare…
– Mozza il fiato! –
Per scancellarle quella cattiva impressione, le disse: – Aspettami qui, un momentino -.
E tornato addietro poco dopo, presala per la mano, l’aveva condotta difilato dinanzi l’uscio della loro camera nuziale e ne aveva aperto i battenti tutt’a un colpo:
– Eh? –
La bella lampada di bronzo, pendente dal centro, inondava di una tenera luce azzurrognola le tende, le coperte bianchissime, le sbarre del letto di ottone che luccicavano nell’ombra, i pochi mobili di quel santuarietto dell’amore.
– Ma qui non ci si vede!… –
Ella non aveva detto altro; ed era rimasta su la soglia, imbroncita, guardando lí dentro con diffidenza.
Nella solitudine della campagna si era subito annoiata. Enrico voleva farla partecipare a quel suo profondo sentimento della natura che lo faceva uscire in continue esclamazioni di entusiasmo. Ella, invece, lo canzonava:
– Ah! Gli alberi! Il verde!… La pace diffusa!… Gli orizzonti larghi e tranquilli!… Infine, che conchiudono?… –
Pure a lui non pareva vero poter salire, passo passo, per le viottole della collina fiorite di stelline, di pervinche, di pannocchie di ligustro, con la sua Cristina al braccio, quantunque ella stesse muta, indifferente alla bellezza del paesaggio, agli sfoghi e alle confidenze. Enrico riandava le ansie, gli struggimenti di quegli interminabili cinque anni, quando si era giurato: – Sarà mia! Dovrà esser mia! – e non gli balenava lume di speranza, e non sapeva in che modo questo potesse accadere…
– Ed è accaduto!… Oh, come sei stata inflessibile e crudele! Le stringeva il braccio col braccio, le accarezzava la mano, ripetendole:
– Ora sei mia, tutta mia, è vero? E mi vorrai bene, è vero? Via, me lo merito un po’ -.
Ella chinava appena la testa, approvando:
– Lo so già a memoria. Me l’hai detto tante volte.
– Ti annoi, forse, sentendotelo ripetere?
– Oh! –
Scuoteva il capo, facendo scoppiettare le belle labbra sanguigne; e rientrava subito nell’indifferenza, guardando attorno, lontano, con quegli occhi nerissimi, scintillanti di luce fredda, che facevano pensare agli occhi di una statua di santa, a qualcosa di soprannaturale, di misterioso, dinanzi a cui il povero Enrico si sentiva turbare.
Sempre cosí! Anche nelle ore piú intime, quand’egli avrebbe voluto trarre da quella bellissima statua vivente, una leggiera vibrazione di amore, un rapido slancio, qualcosa che rispondesse un pochino ai suoi caldissimi baci, alle sue strette appassionate. Ella gli si concedeva superbamente incurante, perché non poteva farne a meno, perché doveva essere cosí; nelle perfettissime forme del suo corpo però la vita batteva un ritmo calmo ed uguale, ed Enrico non era mai riuscito a sprigionarne una scintilla. Eppure, piú che amarla, egli l’adorava; cosí gli pareva convenisse a quell’altiero carattere che gli imponeva, a quel fiero atteggiamento di tutta la persona, della testa specialmente, dove gli occhi lampeggiavano con terribile tranquillità, dove le labbra tumide e sanguigne si raccoglievano, ai lati, in due fossettine sdegnosette, sorridenti di rado.
Ma non importava! Tale possesso, che non era possesso, gliela rendeva piú cara.
– Oh la sua vita di marito non si sarebbe affogata, come quella di tant’altri, nella noia della convivenza e dell’abitudine! Oh, egli avrebbe avuto ancora qualcosa da conquistare, qualcosa di meglio che non la mano e il cuore di lei: la sublime compenetrazione dei corpi e delle anime che egli stimava cima di ogni felicità quaggiú, anticipazione del paradiso… E nessun sacrifizio gli pareva soverchio per raggiungere questa cima… Era ostinato, instancabile… In questo modo si sarebbe meritato di vincere, e avrebbe vinto -.
Donna Momma, sua madre, che aveva subito fiutato il caratterino della nuora ed era andata ad abitare col fratello canonico per lasciarli piú liberi in casa ed esser libera anche lei, spesso gli domandava, quasi ironica:
– Sei tu contento, figliuolo mio?
– Felicissimo! – rispondeva Enrico. – Persisti ancora nelle tue ubbie?

Credeva di poter riuscire cedendo a ogni piú leggero desiderio che scopriva negli occhi di sua moglie, cercando anche d’indovinare, nei lunghi silenzi, i piú fuggevoli capricci che le passavano per la mente.
Nel salottino bianco dove ella soleva starsene sdraiata su una poltrona, il bruno della sua carnagione prendeva i toni caldi del bronzo e gli occhi sognavano sotto le palpebre abbassate a mezzo, fissati sopra le belle mani ornate di anelli che voltava di tanto in tanto.
Ora che aveva rinunciato, dopo sei soli mesi, all’esercizio della sua professione, perché Cristina non poteva patire il puzzo dei contadini che aspettavano nell’anticamera il signor avvocato e urlavano nello studio, pei loro affari, Enrico passava in casa gran parte delle giornate, attorno a lei; baciandole le belle mani affusolate; baciandole la fronte alta, ombrata da ciocchettine folleggianti; baciandole le tumide labbra sanguigne che parevano fatte apposta pei baci…
– E non ne davano mai! Ella lo lasciava fare, ma non lo ricambiava; e sbadigliava allorché quegli, per isvagarla, le raccontava o una storiella letta sui giornali, o qualche ricordo della vita di studente, o gli canticchiava nell’orecchio un motivo del Ballo in maschera, solleticandole le gote con la punta dei baffi, per vedere di stuzzicarla e di scuoterla.
– Via, lasciami stare!
– Ti annoi?
– In questa casaccia! Pare una prigione.
– Andiamo dalla mamma, dalla zia.
– Se per non annoiarmi debbo stare sempre in giro!…
– Ma è una casetta comoda, pulita, come ce n’è poche in paese. Forse, se vuoi, un pochino fuor di mano…
– Un pochino?… E le catapecchie lí di faccia?… E il pergolato da questa parte?… E il sudicio stallatico dall’altra?
– Che possiamo farci? –
E si tormentava, vedendo che ella non gliene ragionava piú, chiusa nella sua stizza mal celata. In verità, c’era da sentirsi irritare da quelle catapecchie affumicate, da quel pergolato che dava un’aria rustica alla via, da quello stallatico che appestava col suo puzzo di concime… Ah, se egli avesse potuto vendere quella casa, o comprarne un’altra!… Ma non era neppure da pensarci; sarebbe stato un tracollo.

Diventavano già un mezzo tracollo le troppe spese in vestiti, in oggetti di oro, in cosettine capricciose, tutte per lei. Ma ad ogni vestito nuovo che doveva umiliare amiche e invidiose, Cristina gli si mostrava, senza eccessive tenerezze, cosí riconoscente; ma ad ogni incalzante regalo di un paio di buccole, d’un anello, d’un braccialetto, usciva cosí a un tratto, sebbene per poco, da quel suo contegno d’altiera riserva: ma ad ogni bizzarro gingillo, lo ricompensava con cosí strano lampo d’affettuosa intimità, che Enrico – no, non era possibile! – non sapeva resistere alla tentazione di quelle attrattive.
La sua fissazione oramai era una casettina allegra in via Lunga o, meglio, nella piazza della Collegiata. Le poche volte che andava fuori solo, ronzava attorno a questa o a quella casetta di via Lunga, facendo calcoli e progetti; o, seduto davanti il casino, sotto la casa comunale, guardava con occhiate gelose i palazzetti che si pavoneggiavano nella gran piazza, coi terrazzini, le terrazze e le loro facciate ingrigite dagli anni ma ridenti di sole.
– Cosí avrebbe fatto fra non molto la bella casa dell’arciprete, ancora in costruzione! –
E sospirava, quasi ogni palmo di muro che cresceva sotto la cazzuola e il martello degli operai fosse stato un dispetto fatto a lui.
Andando a passeggio con la moglie, trovava sempre qualche pretesto per non farla passare di là; e, se non poteva farne a meno, s’ingegnava di distrarne l’attenzione dalla casa dell’arciprete, che veniva su a vista d’occhio nell’angolo fra la piazza e la via Lunga, ostentando il bel portone, le bugne, e i capricciosi intagli delle mensole di pietra bianca di Siracusa. Cristina non gli dava retta; e squadrava la facciata e l’impalcatura da cima a fondo, da una cantonata all’altra; e il suo dispetto a quella vista, tanto piú forte quanto piú chiuso, trapassava il cuore d’Enrico pari a una lama di coltello.

– Ho comprato la casa dell’arciprete, per farti piacere!… –
Cristina aperse tanto di occhi:
– Non è un cattivo scherzo? –
Enrico passò cosí la piú bella giornata di vita sua, aggirandosi con lei per quelle stanze appena rivestite d’intonaco grosso, tutte ingombre di materiali – travi, imposte senza ferramenti addossate alle pareti, fra mucchi di trucioli e fra arnesi d’ogni sorta – ma splendidamente ariose per la gran luce che vi penetrava dagli otto larghi terrazzini in quella giornata d’aprile.
– Povero arciprete! Non se l’è potuta godere.
– Ce la godremo noi – ella rispose.
E tornando a casa a braccetto, gli fece prendere un giro largo, per incontrare piú gente a cui poter rispondere: – Veniamo dalla casa nuova. Che bellezza!
– Sí, è proprio una bellezza – replicavano tutti; – ma, via, l’avete pagata salatina -.
Donna Momma, appena saputo quel colpo di pazzia di suo figlio, gli era piombata in casa come una bomba:
– Che? Hai dunque perduto la testa? E tu, tu te ne stai lí, zitta zitta?
– Io non m’impiccio di affari; mio marito fa quel che gli pare e piace – rispose Cristina.
Allora donna Momma alzò la voce contro suo figlio: – Grullo! Ti fai menare pel naso. Peggio per te!… Sí, mangerai sassi, con quella casa! Tuo padre ammassò la roba a furia di stenti, e tu la butti dalla finestra; non ti è costata nulla. Hai preso anche la laurea per chiasso.
– Zitta, mamma, zitta!
– Tua madre è una villana – gli disse Cristina quasi con le lagrime agli occhi.

Per piú giorni ella non riparlò della casa nuova, né di altro. Quando suo marito sfoggiava fantastici progetti per l’avvenire, si degnava appena di sorridergli, o gli domandava solamente:
– E questi lavori? Non finiscono piú. La colpa è tua; non sai far nulla alla spiccia -.
Né si accorgeva delle nubi che gli oscuravano di tratto in tratto la fronte, a ogni scadenza di pagamento, a ogni nuova spesa a cui egli si lasciava andare, preso da vertigine, quantunque capisse di commettere una pazzia. Né badava alle visite di quella faccia smunta e butterata di usuraio che veniva ogni tre mesi, tenendo in testa il cappellaccio unto, brontolando:
– Ma, signor avvocato!… Ma, signor avvocato! –
Pur di mandarlo via presto, Enrico firmava a occhi chiusi nuove obbligazioni sempre piú complicate e piú gravose, blandendolo, stringendogli la mano per ingraziarselo, accompagnandolo fino all’uscio, dopo che era stato strozzato peggio da quegli artigli di arpia… E dimenticava tutto, appena sua moglie gli veniva davanti fredda, impassibile, ma sempre bella, con quei grandi occhi nerissimi, con quelle tumide labbra fresche e sanguigne che strappavano i baci.
A intervalli, un dubbio gli straziava l’animo:
– Tutto invano? Quel corpo divinamente modellato è dunque di bronzo? Non batte un cuore dentro quel seno?… Non ha un’anima costei? Trovava però subito da scusarla:
– Che vuoi? È fatta a questo modo: bisogna amarla qual’è!
Cristina accettava quell’adorazione come cosa naturale e dovuta; e solo in alcuni rari istanti provava un senso di dispetto contro quell’uomo che le pareva non facesse mai abbastanza per lei.
Allora, sdraiata sul canapè o su la poltrona, con l’aria incerta di chi guardi attraverso una nebbia, sognava a occhi aperti una piú completa felicità con un’altra persona piú degna, ma che non prendeva nella fantasticheria neppure la determinata apparenza d’uomo; e se Enrico, in quel punto, le si faceva accosto e le rompeva la delizia di quel sogno a occhi aperti, ella gli si rivoltava brusca:
– Lasciami stare! –

– Finalmente tutto è al posto! –
Cristina trasse un sospirone:
– Ah!
Ed ebbe un capriccio che mise Enrico di buon umore:
– Dobbiamo andarvi a sera avanzata, per svegliarci là la mattina dopo, come da un sogno diventato realtà.
– Oh, brava!… Cara! –
Erano entrati difilato nella camera da letto, per non perdere l’illusione di destarsi dal loro bel sogno diventato realtà. La lampada di bronzo, come al Rosmarino, diffondeva su ogni cosa la penombra della sua tenera luce azzurrognola. Enrico gongolava. Cristina intanto si cavava lentamente le buccole con le belle manine piene di anelli, e levava via, ad una ad una, le forcine dai capelli, lasciando cascare prima le lunghe trecce nere dei lati, poi quelle della crocchia, gran mazzo fitto serpeggiante sulle spalle, che ella scosse rovesciando indietro superbamente la testa. Al sottile profumo che si diffuse nell’aria, Enrico prese sua moglie in braccio, come una bimba mezza addormentata che la mamma porti a letto; e Cristina, sguizzando con un grido fra le coperte, vi si raggomitolava, da freddolosa, voltandogli le spalle.
– Smetti, Enrico. Lasciami dormire; vo’ levarmi per tempo -.
Egli stette cosí fino al mattino, guardando fisso la palla azzurra della lampada pendente della volta, con l’orecchio intento al leggiero respiro di lei profondamente addormentata. Quasi fosse stata lí sola sola! Quasi egli non si fosse mezzo rovinato per lei, con la pazza prodigalità di quella casa, di quei mobili, e d’ogni altra cosa messale sotto i piedi, per sgabello, pur di averne il ricambio d’un po’ di affetto, d’un qualsiasi segno di gradimento!… E invece!… Ah! Voleva rimproverarla, appena svegliata, domani. Ma non osò dirle nulla quando, lasciatisi baciare gli occhi ancora sonnacchiosi, ella si maravigliò, lamentandosi:
– Come? Il sole è già alto?… Oh, Dio che accapacciatura! Forse l’umido della camera…
– Dormigliona… Ma che! –
Nell’aprire, l’uno dopo l’altro, gli scuri di tutte le imposte, egli sorrideva vedendole strizzare gli occhi all’avvampare improvviso del sole che, a traverso i cristalli, accendeva mille allegri riflessi su le pareti, per le volte, su pei mobili nuovi, lucidissimi. E Cristina girava attorno l’altera testa da lo sguardo ghiaccio sotto le sopracciglia un po’ aggrottate: – Guarda. Queste stanze paiono vuote…
– Eppure tu hai veduto quanta roba!…
– Si perde nello spazio, non figura. E quel giallo del canapè e delle poltrone! Fa male agli occhi. Quel tavolino là, cosí scompagnato! E queste cornici! Come sono piccine, meschine!
– Rimedieremo. A poco a poco. Capisci, abbiamo fatto anche troppo.
– E si comincia assai bene con la testa che mi si spacca! –
Era tornata a buttarsi sul letto, scontenta, disillusa, rovesciando il proprio cattivo umore addosso al marito, che già trovava giuste le osservazioni di lei:
– Infatti, queste stanze paiono vuote. Il giallo della stoffa del canapè e delle poltrone, sí, è troppo arrabbiato! –

Enrico ricevette con poca buona grazia la visita della solita faccia smunta e butterata che veniva giusto per fargli il mirallegro ed anche per rammentargli le benedette scadenze che erano già lí lí…
– Auf! Non mi lasciate rifiatare!
– Ma, signor avvocato!… Voi siete una persona intelligente…
E Merluzzo, come lo chiamavano, gettando attorno furbe occhiate di stima, mettendo un prezzo a ogni cosa, per abitudine e per tranquillarsi – non si sapeva mai! – diventava insinuante, dava buoni consigli.
– Giudizio, signor avvocato! Economia, economia! Dico bene, signora? –
Cristina, che attraversava in quel momento la stanza, non gli rispose, non si voltò nemmeno.
– Quel visaccio di marcia mi fa schifo. Pagalo – ella disse al marito. – E che faccia un crocione al nostro uscio -.
Enrico la guardò, sbalordito:
– Dunque sua moglie non capiva, non aveva mai capito l’enormità del sacrifizio fatto per lei!… Pagalo!… Ed egli già provava il capogiro sull’orlo dell’abisso scavatosi con le proprie mani sotto i piedi. Pagalo!… –
Quasi domani colui e gli altri creditori non potessero venire a spogliarlo zitti zitti, e lasciarlo fra le nude mura di quella casa che aveva già inghiottito anche il prezzo dell’altra! Pagalo!… Pagalo!… Enrico non trovava piú pace, giorno e notte. La notte poi c’era qualcuno che gli teneva sbarrati gli occhi per non farlo dormire, intanto che Cristina gli russava leggermente al fianco, tutta ritirata in un canto, con le belle braccia seminude stese sul guanciale attorno il capo, in delizioso abbandono. E quelle giornate come passavano rapide, divorandosi il terribile mese che portava in coda il veleno delle fatali scadenze!
– Ah, se non avessi la fierezza di non volere intaccare neppure d’un soldo la dote di lei!… Ma dovrò arrivarvi, per forza!… Cosí almeno la casa diverrà sua proprietà; sarà il meno peggio -.
Allorché gliene fece motto, Cristina si inalberò, dura, inflessibile
– No vo’ saperne: no, no!
– Perché ti metti in collera? Dico per chiasso -.
Gli era mancato il coraggio d’insistere innanzi a quel: “No, no!” cosí recisamente pronunziato; gli era mancato il coraggio di tentar di farle intendere che era pel meglio, per la pace di lei stessa. “No, no!” E se lo sentiva rintronare dentro il cervello, come tanti colpi di mazzuolo. “No, no!” E se lo sentiva picchiare sulla schiena, su tutta la persona, ogni giorno piú, dopo che anche sua madre gli aveva risposto:
– Oh, io non voglio entrarci nei vostri pasticci! La roba di tuo padre te la sei presa tutta, fino all’ultimo soldo… La mia, aspetta che io abbia chiusi gli occhi… E, per ora, ne ho poca voglia -.
E cosí pure lo zio canonico:
– Donde vuoi che li cavi i quattrini, se il governo si succhia tutto e c’è il gastigo di Dio sopra le campagne? –

Cristina non badava all’insolita taciturnità del marito, a quei profondi sospiri che gli scappavano involontariamente, di tanto in tanto. Si confondeva coi vasi di fiori dei terrazzini che dovevano far bella mostra per la festa di san Michele e per la fiera, quando la processione, con gli stendardi delle confraternite, con la statua del santo su la barella, seguita dalla banda impennacchiata, sarebbe passata lí sotto, all’andata e al ritorno. Avrebbe invitati gli amici, ora che non aveva piú bisogno di scomodarsi per andare a godere la vista della processione in casa altrui. E pensava a pararsi, a lisciarsi, per godersi il fresco a vespro sul terrazzino centrale di quella bella casa nuova che tutti guardavano con invidia, e che attirava l’occhio dei passeggieri appena scendevano dalla corriera davanti la posta, lí di faccia, mentr’ella fingeva di non accorgersene, con quell’aria altiera che strappava l’ammirazione.
– È la mano di Dio! – rispondeva inesorabilmente donna Momma a chi le parlava degli imbarazzi del figliuolo. – Non ha ubbidito a sua madre, ha voluto fare di suo capo… Ben gli stia! –
Enrico, a quelle parole, scrollava la testa:
– La mano di Dio! –
E, pur di far piacere alla sua Cristina, si sarebbe rovinato da capo, a occhi chiusi. Quel maraviglioso corpo di donna insensibile lo teneva ammaliato fortemente; lo riduceva un bambino. Con lei dimenticava subito ogni preoccupazione di interessi, ogni danno:
– Oh, quel bronzo finalmente si animerà fra le mie braccia! –
La notte però, quando le sue palpebre non volevano chiudersi neppure un momento e Cristina gli dormiva accanto, egli chinava ansiosamente l’orecchio sul petto di lei, scostandone con cautela, adagino adagino, la camicia:
– Sí, il cuore batte regolarmente qui sotto… Ma dunque?… Ma dunque? E, una notte, un soffio di pazzia gli era passato sul viso: – Se avesse spaccato quel seno caldo e palpitante, per accertarsi che lí sotto c’era un cuore come in tutti gli altri!…
Aveva dovuto levarsi da letto, perché le dita gli si contorcevano. Se fosse restato un altro momentino, avrebbe conficcato in quelle belle carni, rabbiosamente le unghie, simile a una bestia feroce. E si era contentato di baciarle a fior di labbra, e scappar di camera. E, dopo, gli pareva di avere fatto un orribile sogno, e non voleva neppure rammentarselo.
– Già, non sto bene. Ho la febbre -.

Il dottore, a capo chino, picchiando leggermente con la punta della mazzettina sul pavimento, aspettava che la signora gli facesse qualche domanda mentre l’ammalato, assopito dalla violenza della febbre, con la testa voltata di fianco, le occhiaie livide, la bocca semiaperta sotto i biondi baffi arruffati e rovesciati in giú, respirava forte, sibilando; quasi avesse avuto dentro il petto un viluppo di cose vive che non voleva uscir fuori e gli zufolava ora in alto, nella gola, ora in basso, nello stomaco teso e gonfiante le coperte. La signora non diceva nulla, impassibile, mezza annoiata, si vedeva, di quella malattia che già durava da una settimana e non accennava a diminuire.
Poi l’ammalato diè uno scossone, riaperse gli occhi intorbidati e, con le labbra riarse, esclamò:
– Cristina –
In ogni momento, quegli sguardi stanchi e smorti la cercavano, le si inchiodavano addosso quando l’avevano trovata, la seguivano per la camera in tutti i movimenti, la invocavano supplicanti, rivolti all’uscio donde era uscita, si rianimavano un istante appena la vedevano ricomparire:
– Cristina!
– Siamo qua, caro avvocato – disse il dottore.
E ricominciò le sue osservazioni, tastandogli il polso, saggiando il calore della pelle su le guance e su la fronte, premendogli lo stomaco teso e rimbombante come un tamburo; e scrollava il capo, pensoso, voltando di tratto in tratto gli occhi verso la signora che, seduta da piè del letto, si guardava le belle mani quasi non avesse altro da fare.
– Dottore, guaritemi presto… per lei! –
Il dottore gli rispondeva di sí col benevolo sorriso delle persone abituate agli spettacoli tristi.
E cosí eran passati altri due giorni, nell’opprimente silenzio di quella camera, rotto soltanto dal fil di voce del malato che chiamava continuamente: – Cristina! – La voleva vicino, per stringerle la mano, per richiederla di un bacio, atteggiando a un bacio le labbra scottanti…
– Sta’ tranquillo – gli rispondeva sua moglie. – Bada piuttosto a guarire, per la festa -.
Ella pensava alla festa che già rumoreggiava nella piazza, dove rizzavano i palchetti per le bande musicali e piantavano gli ultimi pali per la illuminazione e pei festoni; e su quella fronte altiera e su quelle labbra tumide e sanguigne lampeggiava la grande stizza per la malattia di suo marito, sopraggiunta cosí male a proposito, quasi a posta per contrariarla!

Merluzzo stava attorno al dottore, attendendolo a ogni visita giú nel portone, su le spine per le notizie:
– Il Signore deve accordare cent’anni di vita a questo galantuomo! Ma se la disgrazia però… –
Una mattina il dottore gli disse:
– L’avvocato va male. La signora, non sospetta niente; corro da donna Momma, per sgravio di coscienza -.
Quegli allora montò i gradini di marmo a quattro a quattro:
– Chiamatemi la signora – disse alla serva.
E vedendo che la signora tardava, si era introdotto, in punta di piedi, fino all’uscio della camera del malato.
Cristina si rizzò, fulminandolo dall’alto in basso con terribile sguardo. Colui però le accennò con la mano, umilmente, aspettando nell’altra stanza, togliendosi di capo il cappellaccio unto appena la vide venire, sebbene venisse repugnante. Si faceva piccino, le si strisciava dinanzi come un verme, movendo la testa di qua e di là, con occhi obliqui e voce compunta:
– In questo momento non bado ai miei interessi… In caso di disgrazia, sono garantito. Ma non è giusto che il signor avvocato si sia messo allo sbaraglio, con la grande spesa di questa casa per amore di lei; e, all’ultimo, debba venir la suocera ad afferrarla per un braccino e a metterla fuori dell’uscio… –
Cristina tese gli orecchi, fissandolo inquieta:
– Ma… mio marito non sta male.
– Per l’altra vita sí, signora mia! –
Quel viso bruno impallidí, quelle labbra sanguigne si scolorarono, quasi donna Momma l’avesse già afferrata per un braccino, e stesse per metterla fuori dell’uscio
– Che posso fare? –
Subitamente dimessa, con una preghiera negli occhi, si era accostata all’uomo dalla faccia smunta e butterata che poco prima le faceva schifo.
– Senta, signora mia… –
E lasciò che colui la prendesse per una mano e la trascinasse nell’altra stanza piú appartata dove potevasi ragionare a quattr’occhi.
– In caso di disgrazia, meglio aver da fare con costei, che con quel diavolo di donna Momma – pensava Merluzzo.

Donna Momma, capitata mentre il notaio e i testimoni scendevano le scale, montò su col sangue alla testa, le lagrime agli occhi:
– Come? Mio figlio muore e non me ne fate sapere niente? –
E alla vista della nuora che, soddisfatta del testamento, teneva tra le mani una mano del moribondo:
– Non te la godrai, no, la sua roba! – si mise a gridare – Enrico, Enrico! Figliuolo mio! –
Il disgraziato cercava, con gli occhi che non ci vedevano piú, la figura adorata di sua moglie; e moveva le labbra senza poter piú pronunziare quel nome che doveva essere il suo estremo sospiro.

Mineo, giugno 1884.

XIII

EVOLUZIONE

ANNIVERSARIO

La primavera arriva proprio il ventuno? – domandò Fasma in mezz’all’uscio.
– Cosí assicura l’almanacco – rispose Oreste. Continuando a scrivere, egli non vide la graziosa moina con che Fasma gli si accostava dietro la seggiola e gli posava sulle spalle le manine dalle ugne rosate.
– Se domani, per darle il ben venuto, andassimo a Santa Margherita? Oreste rovesciò indietro la testa e, serio serio, guardò negli occhi la gentile creatura che continuava a sorridergli e aggrottava le sopracciglia, per fargli il verso.
– È una voglia?
– Andremo a piedi. Il dottore questa mattina mi ha consigliato di far del moto.
– Ah!… Le prescrizioni del dottore bisogna eseguirle appuntino.
– Bravo! –
E Fasma, baciato vivacemente suo marito in fronte, si mise a saltare per la stanza, battendo palma a palma.
– Come negarle qualcosa in questo stato? Può essere davvero una voglia – pensava Oreste.

Tre sere dopo infatti erano ancora a Santa Margherita, su la terrazza della villa, appoggiati al ferro della ringhiera. Sotto la terrazza si spalancava il nero abisso della valle. Un cupo stormire di fronde montava di tanto in tanto da quella voragine piena di tenebre; e negli intervalli, lo scroscio monotono del ruscello, che cascava dall’alto nella conca della Caudaredda, rammentava a Fasma la deliziosa mattinata goduta laggiú, in fondo a quell’orrido, dove ora non distingueva nulla, all’infuori di qualche masso bianchiccio che pareva un fiocco di nebbia.
– Quante primule fra le erbe selvatiche! Quante stelline! Com’erano gustose le arance staccate fresche fresche dall’albero e sbucciate all’ombra del giardino, mentre le mulacchie, i falchetti, i passerotti schiamazzavano dalle sporgenze e dagli spacchi della rupe dirimpetto!… E la rupe impennacchiata di oleastri, di capperi, di caprifichi, tutta grotte e fenditure, e che pareva dovesse scoscendere! Non sapendo vincere la sciocca paura di vedermela cascare addosso improvvisamente, io alzavo gli occhi a ogni momento e li richiudevo con brividi per la persona. Tu intanto, cattivo! mi hai canzonato tutta la mattinata: “Bada, che casca! Bada, che casca!” Ti credevo forse? Eppure ho avuto paura lo stesso… Che delizia di frescura però! Che paradiso con quel concerto di cardellini, di merli e di usignuoli fra le macchie dei roveti e tra i rami degli olmi!…
Fasma parlava sottovoce, come se facesse delle confidenze; e, col braccio destro passato attorno alla vita di Oreste, lo stringeva carezzevolmente, quasi la paura fanciullesca le si rinnovasse in quel punto. Oreste stava zitto. Mentre il fumo della sua sigaretta si disperdeva in nuvolette opaline sul fondo cupo dei colli, ora fissava le nerissime forme di mostri ritagliate dagli alberi sul cielo bronzino, verso la Lamia; ora seguiva curiosamente i lumi che apparivano e disparivano lassú, sul monte dove Mineo rizzava la fosca massa del campanile di Santa Maria e delle vecchie rovine del castello. Il mormorio della voce di Fasma gli faceva l’effetto d’un soave tremolo di violino e serviva a cullarlo nell’indefinita fantasticheria che già lo avvinceva col suo torpore. Fasma s’era fermata un momento, molto intrigata da quel silenzio. Egli era stato mezzo mutolo quasi tutto il giorno, con aria annoiata, quantunque le avesse assicurato ripetutamente che non era vero.
– Di’? La pesca dei girini nelle conche del ruscello non ti ha divertito molto… M’inganno? Dopo tre soli giorni, sei già bell’e seccato della campagna!… Io, invece, vi rimarrei volentieri una settimana, fino alla sera del sabato… Non è poi l’eternità!… Questa volta la primavera è stata puntuale. Che tepore da tre giorni! Il misto di fragranze che sale dalla valle mi dà alla testa; me ne sento inebbriare!… E questo susurro di fronde non pare, proprio rumore di ondate che si spezzino fra gli scogli? Mi rammenta la sera del nostro viaggio di nozze, quando sul terrazzino dell’albergo rimanemmo un bel pezzo cosí – col braccio destro attorno alla tua vita – a contemplare il porto di Messina agitato dalla marea che frangeva in tanti guizzi i riflessi verdi e rossi dei fanali dei legni perduti nell’oscurità… Te ne ricordi eh?… Non è vero che questo cupo stormire dà l’illusione dei cavalloni del mare?… Perché non rispondi?… Ti senti male?… Sei annoiato?… di cattivo umore?…
– No, no! – brontolava Oreste.
La sua voce però lo tradiva. Intanto se avesse dovuto dire che cosa continuava, dalla mattina, a tenerlo turbato, si sarebbe trovato imbrogliatissimo: non lo sapeva nemmeno lui. S’era destato cosí. Da quasi un anno, sí, da quasi un anno – da che Fasma era diventata l’affettuosa compagna della sua vita – non gli era piú accaduto di provare una tristezza a quella maniera. Tristezza? No: malinconia. Avrebbe voluto trovarsi solo, senza niente che lo distraesse, neppure la dolce voce di Fasma!… Rimescolio di cose dimenticate, di cose lontane; bagliori della sua giovinezza; fantasmi di sogni gentili spariti con gli anni; confusione vaporosa; non era altro. Ma il cuore gli si inteneriva in modo straordinario in quell’oscurità, su quella terrazza dalla quale tante volte aveva assistito a simili scene della natura, fumando, appoggiato al ferro della ringhiera, mentre le fronde stormivano e il ruscello scrosciava da l’alto nella conca della Caudaredda, e tutta la vallata si accovacciava sotto il cielo bronzino di altre notti come quella.

A un tratto, una fiammata solcò l’oscurità, poi s’udí uno scoppio lontano; altre fiammate s’accesero e sparvero, seguite da altri scoppi, Fasma rizzò la testa:
– È per la festa dell’Annunziata.
– Ah! – disse Oreste, lasciandosi cadere di bocca la sigaretta.
Le fiammate e gli scoppi continuavano ancora. Gli echi della rupe rispondevano con lento brontolio nella vasta serenità della notte. Poi le campane di Santa Maria cominciarono a suonare a festa; altre campane rispondevano piú in là, dalle altre chiese, con squilli di ogni sorta, pastosi, vibranti, argentini, lanciando un immenso tripudio che diffondevasi lentamente per l’aria e andava a sperdersi nell’infinito.
Fasma era scossa:
– Non avrei mai immaginato che le campane a distesa, sentite di notte dalla campagna, avrebbero potuto produrre sensazioni cosí potenti. Oh, tutti e due già dimenticavamo che domani è festa! Io però non voglio perdere la messa restando in campagna!… –
Oreste era tutt’orecchi.
Din, don, din, don!
Quelle campane festeggiavano il sedicesimo anniversario del suo primo amore, il solo culto che gli rimanesse. Ah, i suoi nervi, quel giorno, aveano avuto miglior memoria della sua testa, e del suo cuore!…
Don, din, din!
Ora capiva!… E cercava ansioso, nello spazio, la bruna e pallida figura di Iana, quasi avesse dovuto apparirgli, con quel suo sguardo pieno di tristezza, nella limpidissima oscurità del cielo tremolante di stelle.
Din, don, din!
Oh, quel suo primo amore! Sogno di fanciullo! Ma tutti gli altri, affollatisi scompigliatamente nella sua scapata giovinezza, tutti gli altri erano stati soltanto prove mal riuscite dell’attuazione di quel sogno!…
Din, din, don, don!
Ed eran passati sedici anni! Gli pareva ieri. Ogni anno, in quel giorno sempre cosí. Intanto perché oggi il cuore gli era rimasto freddo freddo, e solo i nervi aveano provato il sordo risveglio delle care impressioni? Che voleva dire?
Din!… din!… don!
Era una cosa quasi meccanica? In quella malinconia dell’intera giornata, metà del suo organismo non c’era entrata per nulla?… Possibile?…
Din!… Din!… Din!… Le ultime ondulazioni delle campane morivano lentissimamente per la calma notturna.

– Che hai? – gli domandò Fasma, gettandogli le braccia al collo.
Oreste esitava a rispondere. Quella voce lo aveva rimescolato tutto.
– Che ho?… –
Né poté aggiungere altro. La baciava, l’accarezzava, se la stringeva al petto; e non osava confessarle che in quel momento il dolce sogno del suo primo amore si era confuso con la bella realtà tremante di commozione fra le sue braccia!

DAL TACCUINO DI ORESTE

Te ne ricordi? Era ancora buio. L’orologio della stazione segnava le cinque meno dieci minuti. Scendemmo noi soli. Il treno ripartí subito sfondando l’oscurità traendosi dietro la sua interminabile coda di vagoni, sbuffando, fischiando sinistramente pel vasto silenzio della campagna. Che triste mattinata! Montammo zitti zitti nell’unica carrozzella che si trovò là. Presi dal freddo, già bagnati dall’umido della nebbia che avvolgeva ogni cosa, ci tenevamo per le mani sotto la coperta che avevo steso sulle nostre ginocchia, accostandoci per riscaldarci un po’; quel tempaccio metteva un che di piccante nella nostra scappata di innamorati.
La strada s’inoltrava tra due filari di alberi, fangosa, luccicante di pozzanghere per l’acqua caduta la notte. L’occhio già intravedeva qualcosa nella oscurità che incominciava a diradarsi. Gli alberi, per la corsa del legno, ballavano in mezzo alla nebbia come tanti fantasmi. Lo sfangare del cavallo batteva la solfa. Il rumore delle ruote si perdeva lontano, nella fosca solitudine dove distendevasi la strada.
Albeggiava. Il cielo era coperto. La nebbia errava a grandi masse leggere su le praterie, fra gli alberi, attorno le cascine, stendendo, laggiú, una cinta grigia che andava a confondersi col grigio del cielo. L’aria frizzava. Oh, non si arrivava piú a quel benedetto Cassano! La strada filava diritta; pioppi di qua, pioppi di là. Qualche cascina affacciava dietro i pioppi il tetto rossiccio e le mura biancastre con le finestre ancora chiuse. Qualche gallo cantava. E la strada filava sempre dritta, fangosa, luccicante di pozzanghere. Il cavallo sfangava, sballottando il gramo legno con scossoni indiavolati.
Noi ridevamo come due ragazzi scappati di collegio un giorno di vacanza. Avevamo creduto di trovare il bel tempo, il sole, l’autunno, e c’incontravamo in una precoce giornataccia d’inverno. Ma non voleva dir nulla. Eravamo soli, lontani cento miglia dalla città, in un posto dove nessuno ci conosceva. Bastava. Quel po’ di mistero era una felicità. Quando si vuol bene ci si appaga quasi di niente. Tre anni fa, chi di noi due avrebbe mai creduto che ci saremmo trovati lí, in quel legno, a quell’ora, con quella dolce intimità di cuore che ci sorrideva negli occhi?

Durante il viaggio io pensavo a questo. Mi pareva impossibile. Ma allora capivo che lo impossibile è quel che s’avvera piú facilmente. Una sera, te ne ricordi? si ragionava tranquillamente nel tuo salottino, accosto al caminetto. Era di dicembre. Come fu che passando da un discorso all’altro, rimasti soli un momento, io ti dissi sotto voce qualcosa che ti fece diventar rossa rossa?
– Lei scherza! –
In quel tempo correva il lei fra di noi.
– No, no, parlo seriamente -.
Tu diventasti pallida a un tratto e abbassasti la testa.
– Parlo seriamente – replicai. – Perché non vuol credermi?
– Le credo, le credo!… Però… –
La tua voce era turbata. Io stavo per aggiungere qualche cosa, ma entrò gente; e per tutta la serata non potei dirti altro. Tornai due sere dopo. Eravamo seduti allo stesso posto; il caminetto scoppiettava allegro, ma non eravamo soli. Che rabbia! Tu mi leggevi negli occhi la grande impazienza e mi guardavi quasi smarrita. Pareva avessi paura non ci lasciassero soli. Io mi feci coraggio. Accostai un po’ piú la seggiola, fingendo di parlarti d’una cosa indifferente, e ti dissi all’orecchio:
– Non mi crede ancora?
Tu ti baloccavi con le molle, ravviavi i tizzi accesi; mi par di vederti. Non volevi rispondere; evidentemente la risposta non era bella per me e ti pesava dovermela dare. Finalmente parlasti. Io, allora non volli crederti.
– Chi era quell’uomo che aveva la tua parola, quantunque non avesse il tuo cuore? –
Non potei strappartelo di bocca.
– Perché avevo aspettato tanto? Non lo sapevo neppur io -.
Mi misi a ridere sforzatamente, per celare il mio disinganno. Non ero tra le rose in quel punto. Se tu non fossi rimasta seria, chi lo sa?, forse non sarebbe avvenuto quel che dopo è avvenuto. Ma tu rimanesti seria seria.
– Amici come prima?
– Piú di prima – ti risposi. E sorridevo. Che viso dovevo avere!

E poi, di salto, pensavo a quell’altro giorno di Treviglio, la prima nostra scappata. Rivedevo quella casetta bianca, con le persiane verdi, con quel gran pergolato che formava una graziosa tettoia davanti la porta, dietro il cancello di ferro; casetta civettuola, che ci aveva fatto fermare pensosi tutti e due su la strada polverosa, attratti dal silenzio e dalla pace che covava in quel nido.
– Come ci si starebbe bene! –
Facemmo insieme la stessa esclamazione e restammo tristi. A che pensarci? Ci trovavamo lí senza sapere veramente perché. Anzi, secondo te, non avremmo dovuto venirci; avevamo fatto male. Tu avevi rimorso. Eri nervosa, inquieta, malcontenta di te stessa. Io ti guardavo come colui che non spera niente, rassegnato, contento di rubare un momento di felicità alla mia cattiva sorte. Ci perdemmo pei campi. Fra gli sterpi delle siepi affacciavano qua e là la testina certi fiorellini gialli dal lungo stelo con due foglioline verdi. La campagna era arida. Il sole la faceva apparir bianca, con riflessi che ci abbagliavano. E noi c’inoltravamo per le strade deserte, saltavamo i fossi, risalivamo il letto secco di un torrente ove io trovai quel ciottolo di marmo verde, venato di bianco e di nero, sul quale poi incisi il tuo nome a lettere di oro. Seduti sull’argine, quasi fuor del mondo, di che si ragionava? Vattel’a pesca! Certamente di cose deliziosissime. Non ci accorgevamo della vampa del sole, né del vento che scomponeva i fiori del tuo cappellino di paglia e voleva stracciare il tuo velo scuro. Le ore passavano inavvertite. Ah, la campagna! Ah, il sole!
Ti avevo strappato il tuo segreto; ero felice nella mia desolazione; ti avevo visto piangere! Che potevo pretendere di piú? Ma ogni speranza mi era chiusa.
Oh, com’era dolce pensar tutto questo passato lontano, lontano – fiaba, leggenda, mi pareva – mentre il cavallo sfangava sulla strada di Cassano sballottando il legno su cui tu sedevi accanto a me, ora mia, proprio mia! Tu forse pensavi le stesse cose. Era difficile non pensarci. Che brutta giornata! Cominciò a piovere. La camera di quel meschino “Grande Albergo” dava sulla corte e non era punto bella; ma noi vi mettemmo subito la nostra allegria. Che risate calde! Eravamo tornati fanciulli.
E la sala da pranzo? Che appetito con quell’umido che s’infiltrava anche lí dentro, con quella nebbia che s’incollava insistente ai vetri delle imposte! Dopo desinare, la sala si empí del fumo delle nostre sigarette, cioè delle mie; tu ne fumasti appena una. Guardavamo fuori, in piazza, le botteghe, i contadini che passavano sotto grandi ombrelli bagnati dall’acquerugiola che non voleva finire, le contadine con le spalle appoggiate alle soglie, le mani sul seno o ciondoloni, ciarlanti da un uscio all’altro, dalla via e dalle finestre, e che ridevano o facevano smorfie, secondo i discorsi. Ci contentavamo di quello spettacolo, invece dell’altro che c’eravamo immaginato venendo. L’importante era stare insieme una giornata, ignorati, lontani dagl’importuni. Pioveva? Tanto meglio; non ci stancavamo a correre pei campi, com’era nostra intenzione.
Le imposte della sala erano tempestate di nomi, di date. Altre persone che si volevano bene erano state là prima di noi e vi aveano lasciato un ricordo. C’erano anche dei versi del Byron, che ora piú non rammento.
– Chi può essere questa Jenny firmata sotto questi versi?
– Una vecchia zittellona brutta, sdentata, dagli occhiali verdi – dicevo io.
– Una miss Chiaro-di-luna – dicevi tu.
Sciocchezze! Ma eravamo felici.
Allora ci venne l’idea di scrivere anche i nostri nomi su quell’album di legno verniciato. E tu scrivesti: Fasma (nome di adozione) col tuo bel caratterino. Io, Oreste, con le mie orribili zampe di gallina; e mettemmo la data, data indimenticabile!
Ora voglio dirtelo. Ti rammenti che io vi scrissi alcuni versi in lingua russa che tu volesti tradotti?

Ho visto passare l’Amore
Con un gran fascio di cure.
– Dammene, Amore, – gli dissi –
Dammene un po’. – Ma egli tirò diritto.

Sí, sí, versi russi, cara mia! Invece erano motti foggiati lí per lí, di nessuna lingua, senza alcun senso, che io ti tradussi sfacciatamente a quel modo. Quando penso che qualche tourist li copierà per cercare di farseli tradurre anche lui! E tu ripetevi cantarellando:

Ho visto passare l’Amore
Con un gran fascio di cure

Ora ho quasi rimorso di averti cosí canzonata.

Eravamo ancora dietro i cristalli, quando passò quell’accompagnamento di morticino. La pioggia era cessata, e il cielo sorrideva qua e là di splendido azzurro. Il sole, affacciandosi dalle nuvole dorò il feretrino, luccicante di ornati di rame in rilievo, che il becchino portava su la testa sopra una tavola coperta da un bel tappeto rosso, che nascondeva la persona. Parve fatto apposta. Quel sorriso di sole venuto cosí a proposito c’intenerí. Io ti vidi gli occhi pieni di lagrime.
Poi, per dieci minuti, andammo fuori, passando in punta di piedi fra la mota della piazza fino al ponte che accavalcia l’Adda. Com’era bello, come era magnifico l’Adda spumante, che veniva giú sonoro fra le larghe rive per la verde campagna! Allora sí ce la prendemmo col cattivo tempo; io specialmente, ingrato!, dicevi bene: – Ingrato! –

E anche tutto questo mi sembra oggi un passato lontano lontano, una fiaba, una leggenda.
Mentre scrivo, tu dormi tranquillamente nella camera accanto; mi par di sentire il tuo respiro… Sono venuto una volta per assicurarmi se eri tu che muovevi la culla accosto al letto. No, era Lillí che armeggiava con le manine di rosa. Mi ha guardato, mi ha sorriso (mi ha riconosciuto?) e non si è messo a piangere.
Sento che armeggia ancora. E la mammina cattiva dorme, come niente fosse!…

PRESENTIMENTI

In quei giorni Fasma era stranamente inquieta, senza ragione.
– Ho un cattivo presentimento – diceva. – Deve accadermi qualche cosa di male; lo sento aleggiare d’attorno… Non so…
– Dorme bene? – le domandò il dottore venuto, come soleva, per una visita amichevole. E sorrideva, guardandola maliziosamente.
– Oh, no, no! – ella disse diventata di foco nel viso. – Come sono impertinenti questi dottori! –
Allora il dottore, cavato di tasca il taccuino, si mise a scrivere una ricetta sul ginocchio, scrollando la testa:
– Tutte pari le donne! Di che arrossiscono? Ecco un pudore sprecato! –
Oreste approvava:
– Il mio sospetto coincide per l’appunto col suo. Mia moglie, da un paio di settimane, è piú nervosa del solito; e non vuol dir poco! Io mi ci arrabbio. La colpa in gran parte ricade su lei; mangia meno d’una formica -.
Il dottore, ripreso il polso di Fasma, strizzava gli occhi, per concentrarsi meglio:
– Normale, normalissimo -.
A un tratto lo sentí agitare violentemente, per alcuni secondi.
– Che pensa in questo momento?
– Nulla.
– Il polso la tradisce -.
Fasma ritirò vivamente il braccio. – Le ho fatto paura? Si mise a ridere anche lei.
– Paura? Perché? Non vuole persuadersene? Sono quei brutti presentimenti… Stupidaggine, lo capisco; ma come vincerla?
– Non si affatichi – disse il dottore, ridendo. – Andrà via da sé, fra nove mesi, come l’altra volta -.

Per tutta la settimana Fasma non permise che suo marito stesse a lungo assente da casa.
– Gli affari? Possono attendere -.
Oreste non avrebbe voluto farle dispiacere, ma queste ubbie da ragazzina cominciavano a seccarlo. Ella invece voleva vederselo sempre davanti, sentirselo sempre accosto, come se la sventura, della quale ella aveva presentimento, minacciasse proprio suo marito. Non glielo diceva; non osava neppure fermarvisi con la riflessione; ma appunto per questo non lo voleva troppo lontano.
Fortunatamente il tempo era diventato cattivo, e lo stare in casa non dispiaceva con quelle pioggie dirotte. Negli intervalli di sosta, una fitta nebbia scendeva dai colli attorno e annegava ogni cosa in un’onda biancastra.
– Con questa nebbia par di essere proprio segregati dal mondo, lontani, fra cielo e terra, quasi in un pallone che corra per lo spazio… Non ti fa questo effetto?
– Che cosa?
– Oh! Non mi dai retta… A che pensi? –
Fasma stava per mettersi in collera; gli occhi le si erano subitamente riempiti di lagrime.
– Sensitiva! – le disse Oreste, dandole un colpettino su la guancia.
– A che pensavi or ora? – insistette Fasma.
– Chi lo sa? Mi ero smarrito, per una delle mie solite intermittenze di pensiero.
– Senti, Oreste!… – ella esclamò.
Ma non poté proseguire; scoppiò in singhiozzi.

Oreste non se lo sarebbe mai immaginato.
– Dovea credere ai presentimenti? –
E un rimorso gli pungeva il cuore, quantunque ora la vedesse molto rassicurata, quasi tranquilla. Non credeva che lei fingesse; era ancora troppo ingenua… Basta. Quell’avvertimento gli aveva servito… S’era quasi sentito venir male mentre ella parlava. C’era mancato poco, pochino non le avesse confessato ogni cosa.
– Noi uomini siamo stupidi; mettiamo sbadatamente in pericolo la felicità che possediamo, per rincorrere certi fantasmi che poi risolvonsi in nulla!… –
Oreste si mise a ridere davanti allo specchio, mentre si annodava la cravatta:
– Diventi filosofo?… Bravo! –
Infine, quell’avventura gli era capitata inattesamente tra’ piedi; anzi egli, in buona coscienza, aveva cercato di evitarla. Al punto in cui erano le cose, però, non avrebbe fatto, per nessuna ragione, la ridicola figura del casto Giuseppe. Né possedeva un mantello da lasciar nelle mani di quella signora. Ma sarebbe stata la prima e l’ultima volta, parola d’onore. Tanto, non metteva conto confondersi con le donne un uomo serio come lui.
– Ti fai troppo bello – gli disse Fasma che entrava in quel punto.
– È per quell’altra, capisci! –
E Oreste rise.
– Zitto!… Son capace di crederti.
– Vorresti che io mentissi? –
Ella gli prese una mano:
– Oreste!
– Fasma!!!… Come nelle tragedie.
– Ecco, oggi mi canzoni troppo. Dove vai?
– Da lei -.
Fasma voleva ridere, e non poté. Intanto si sforzava di continuare lo scherzo:
– Sarà una bruttona!… Gli uomini? Tutti di cattivo gusto.
– Infatti, ecco qui una bruttona che ho avuto il cattivo gusto di scegliere -.
E mentre Fasma sorrideva di compiacenza, aggiustandogli il nodo della cravatta, egli le andava accarezzando i ricciolini su la fronte.
– Dovresti accompagnarmi dalla mamma, per vedere Lillí.
– Impossibile, cara. Far attendere una signora. Ma ti pare!
– Mi metti una gran voglia di sequestrarti in casa.
– Preferirei condurti con me.
– Da colei?
– Da colei -.
Anche lo scherzo le faceva male. Intanto non voleva avere apparenza di gelosa, dopo la scena dell’altro giorno; avrebbe creduto avvilirsi. E riprendeva:
– È bionda?
– Bruna; so che le bionde non ti piacciono.
– Oreste, bada! Chi scherza si confessa.
– Precisamente -.
Fasma lo guardò, tra incredula e stizzita. Eh, via! Aveva torto; era una grulla… Se fosse stato veramente… Oh, no; sarebbe stato proprio sfacciato. Non lo avrebbe amato piú. Dopo due anni compiuti appena?… Non era possibile. Rimasta sola però, si sedé in un canto del salottino con tale oppressione di cuore che dové farsi forza per non volare a richiamar suo marito.
– È un’assurdità -.
E aperse il pianoforte. Il notturno dello Chopin la fece piangere.
– Che musica! – ella diceva, quantunque lo Chopin in quelle lagrime non ci entrasse per niente.

Tre ore dopo, tornando lentamente a casa, Oreste si sentiva nauseato. Non aveva neppure gustato il sapore del frutto proibito… Le grandi dame!!! Ma c’è un punto in cui diventano stupide anche esse e triviali quanto le altre. Ed egli era andava via di casa tutto contento della sua ipocrisia, dicendo fra sé: – Peccato confessato è mezzo perdonato!… Si vergognava come un ragazzo che n’abbia fatto una grossa e non abbia il coraggio di presentarsi alla mamma. Aveva rabbia di sentirsi cosí avvilito dinanzi ai propri occhi. In che modo aveva tollerato che colei accennasse due volte, e ironicamente, a sua moglie? Come aveva potuto ridere?… Vigliacco! Una passione, un delirio di sensi, via, sarebbero state circostanze attenuanti. Ma a freddo? Per curiosità? Voleva schiaffeggiarsi. Il pensiero che sua moglie, un giorno o l’altro, potrebbe apprendere la verità, gli metteva i brividi.
– Povera Fasma! Non se lo merita -.
E gironzolava di qua e di là, senza trovare il verso di rientrare in casa.

Fasma, riconosciuto il suono dei passi per le scale, gli era andata incontro. Oreste si fermò sulla soglia, per osservarla. Era sorridente, tranquilla, senza sospetti. E quando si sentí abbracciare e baciare con effusione, come da parecchie settimane non era piú stata abbracciata né baciata, ella spalancò i grandi occhi che brillarono.
– Ritorni insomma il mio Oreste di prima? –
E non disse una parola. Quell’abbraccio, quei baci le avevano subitamente scancellato ogni cattivo presentimento del cuore.
– Sai? – le disse Oreste. – Son passato dal Novi; le buccole che ti piacevano tanto non ci son piú -.
Fasma fece una spallata:
– Che m’importa delle buccole?
– Ho preso in cambio quest’altre – soggiunse Oreste, cavando di tasca un involtino.
– Oh!… Bugiardo! –
E fissava ora suo marito, ora lo scatolino aperto, con pupille tremolanti di tanta tenerezza che quegli si sentiva morire dalla mortificazione.
– Sciupone! – disse Fasma. – Da oggi in poi non potrò piú manifestare che una cosa mi piaccia.
Egli intanto cominciava a metterle le buccole alle orecchie con mani tremanti. Poi andarono tutti e due davanti lo specchio; Oreste reggeva il lume; la testina di Fasma illuminata a quella maniera e riflessa dal cristallo, era proprio un incanto.
– Non so spiegarmi – egli pensava – in che modo abbia potuto… –
Trista bestia l’uomo! Fasma intanto gli passava il braccio attorno alla vita: – Come ti voglio bene
– A me o alle buccole? – domandò Oreste, per dissimulare con questo scherzo il proprio turbamento.
– Alle buccole – rispose Fasma, facendo una smorfietta di broncio.
E scoppiò a ridere:
– Quando si dice i presentimenti! Ecco la gran disgrazia che mi pendeva sul capo -.
Indicava le buccole riluccicanti alle orecchie. Oreste scoppiò a ridere anche lui:
– Hai ragione. Quando si dice i presentimenti! –

DALL’EPISTOLARIO DI ORESTE

A Fasma

Carissima Fasma,
Sono molto seccato. Figurati! Dovrò restar qui probabilmente altri tre giorni.
Il signor Bucci, senza dubbio, è un cliente gentilissimo: i suoi affari però sono cosí imbrogliati che io rinuncierei volentieri a esserne l’avvocato. Da due giorni non respiro altro che polvere di cartacce vecchie e muffite. Il tanfo di questo suo arruffatissimo archivio di famiglia è qualcosa di cosí nauseante, che oggi ho deciso di lavorare su la terrazza, all’aria aperta, al sole, per non buscarmi un malanno. Quando sarò di ritorno, prima di abbracciarti, dovrò prendere per lo meno un paio di bagni. Sono ridotto in uno stato!…
Lavoro dalle otto del mattino alle tre di sera. Alle undici, colazione. Alle quattro, pranzo. Il signor Bucci m’ingozza come un tacchino da ingrassare. Si è fatto prestare il cuoco dal sindaco; questo però non vuol dire che io mangi bene. Ho il palato già guasto. Troppo unto e troppo pepe. Intanto non posso far dispiacere al mio gentilissimo cliente che spende un occhio della testa per trattare, come merita, il suo egregio signor avvocato!… È lui che parla.
Per fortuna, sapendo di farmi cosa grata, mi domanda spesso di te. Non ti conosce neppur di vista, ma sa che sei una bella ed ottima signora. Bella! Capisci? E ti prepara un regalo di formaggi e di salami. Questi suoi salami sono eccellenti; io ne mangio a tutto pasto.
Ma che noia! Alle dieci qui si va a letto, ed io faccio come gli altri. Sono già diventato un dormiglione. L’abitudine del sonno si prende subito; non lo credevo. E dormo placidamente i miei sonni di giusto, sognando il paradiso. Il mio paradiso, s’intende, è quell’angolo di terra dove trovasi certa persona che tu forse conosci, bella ed ottima signora… come dice il signor Bucci. Eh? Sono anche troppo galante in qualità di marito.
La verità è che la lontananza mi fa un effetto stranissimo. Provo tenerezze che non supponevo piú possibili; il mio sentimentalismo si ridesta. Sarei capace di tornar a scriverti una di quelle famose lettere di cinque anni fa, quando eravamo innamorati come due matti e facevamo tante sciocchezzine. No, voglio recitare convenientemente la mia parte; un marito dev’essere serio. Per questo depongo un castissimo bacio sulla gota della mia cara metà (stile coniugale), e con mille baci per Lillí mi sottoscrivo
tuo Oreste.

A Giorgio B***

Verrai o non verrai? Cioè, verrete o non verrete? Noi staremo qui altri tre giorni soli.
Se vi decideste! Sarebbe una festa per Gilda e per me. Gilda esclama a ogni po’: – E Fifina non viene! – È arrabbiata con te; dice che sei tu, orso, che non vuoi condurla perché in fatto di amore tu ami soltanto i duetti. Se è vero, non hai torto.
Come si sta bene qui! Mi par di essere uno studente scappato in campagna con la sua sartina. Non contavo di divertirmi tanto e con cosí poco. Ridiamo dalla mattina alla sera. Ho dimenticato la città, i miei affari, ogni cosa!… Voglio ritemprarmi un pochino. Ne avevo bisogno; mi sentivo diventare cretino. Con mia moglie è andata benissimo. Sono stato un commediante di prim’ordine, sublime a dirittura.
Arriva la tua lettera, cioè quella del signor Bucci da me inventato. Io la sgualcisco, la strizzo, faccio le finte di volerla stracciare.
“Perché? – mi domanda Fasma. – Qualche cattiva notizia?…”
“Una seccatura!” rispondo io.
E comincio a declamare contro quel povero signor Bucci, gli do dell’imbecille, lo mando al diavolo: “No, non voglio andare da lui; non sarei andato neanco per un milione. Gli avrei scritto, a volta di corriere: “Si provveda di un altro avvocato””.
Allora Fasma cerca di rabbonirmi, di persuadermi, ed io resisto, accampando scuse magre, per lasciarmi vincere facilmente. “Capisco, è un ottimo affare; ma… andarmi a seppellire per una settimana in un paesetto… E poi non vi voglio lasciar sola…” Non ti sembra di udirmi?
“Se non c’è altra ragione!…”
Insomma, una vera commedia. La mattina della partenza però passai un brutto quarto d’ora. Mia moglie volle accompagnarmi alla stazione dove Gilda doveva aspettarmi. Gilda è cosí imprudente!…
Entriamo nella sala. Gilda è la con la cameriera, presso lo sportello dei biglietti. Vedendo che non sono solo, spalanca tanto d’occhi e mi guarda, mi guarda… Io le faccio un accenno, con le labbra; fortunatamente ella capisce. Allora presi coraggio e dissi a Fasma:
– Meno male! Viaggerò in ottima compagnia -.
Quando si dice: – Oh i mariti! – perché non si accorgono di nulla. Oh le mogli! Sono anche peggio. Sai che mi rispose Fasma, sorridendo?
– Bonne chance! –
E il suo augurio non è fallito.
Se tu ci vedessi, Gilda e me! Sembriamo due ragazzi; ruzziamo tutto il santo giorno. Questo diavoletto ha impudenze che mi fanno rabbrividire; ha ingenuità che mi fanno strabiliare. Se volesse, potrebbe farmi perdere il giudizio.
Tu dirai che l’ho già perduto. – No, perché, vedi? rifletto ancora.
Vuoi che te la dica? Tu mi annoi. Ti veggo sempre dinnanzi a me col tuo sorrisino da scettico malizioso, con le osservazioni da uomo che si compiace di mettere gli altri in imbarazzo. Quest’ostinarti a non venire qui con la tua amante, per una partita di piacere in quattro che sarebbe una delizia, questo non venir quassú neppure per un solo giorno – avevi promesso per quattro! – te lo giuro, mi fa rabbia. Mi ha l’aria d’un rimprovero, che so io? d’una di quelle tue feroci canzonature che spesso diventano insopportabili… Insomma, verrai o non verrai?
In questo momento Gilda è fuori, nel prato. È un po’ abbrunita dal sole. Ha preso una tinta dorata meravigliosa, che la rende irresistibile con quegli occhioni. È matta per la campagna, e vorrebbe restarvi un’altra settimana. Oh, io vi resterei un mese, sei mesi, un anno intero con lei!… Ma!… Se non ci fossero questi maledettissimi ma, la vita sarebbe una gran bella cosa.
Ecco Gilda che rientra. È carica di fiori selvatici e mi riempe la stanza del delizioso odore delle erbe fresche. Mi dice che vuol mettere un poscritto a questa lettera; le cedo la penna.
Brutto orso!…
Gilda.

Ho scancellato due parole. Certe cose si possono dire, ma scriverle non è permesso; è una delle poche ipocrisie che rispetto. Vieni, se hai coraggio, a sentirtele dire sul muso.
Oreste.

A Fasma

Carissima Fasma,
ritornerò domani. Non ti posso precisare se di mattina o di sera, perché questo dipende dal signor Bucci che ha preso gusto ad avermi qui, e non vorrebbe lasciarmi andare. Io però ne sono stufo; non di lui, pover’uomo! che è buono, affabilissimo, anche troppo; ma della polvere delle sue cartacce e del tanfo del suo archivio… Oh, se sono stufo!
Già te ne avvedrai; porto sul volto i segni delle sofferenze di questi giorni, malgrado i grassi pranzi che il mio cliente mi ha imbanditi. L’uomo non vive di solo pane. Ed io ho bisogno di tutt’altro; dei tuoi baci, delle tue carezze. Sai? Mi sono accorto in questa lontananza che tu mi hai avvezzato male, molto male; e quando uno è avvezzato male!…
A proposito. Ti ricordi di quella bella creatura veduta alla stazione la mattina della mia partenza? Io ti dissi: “Viaggerò in buona compagnia!” E tu rispondesti: “Bonne chance”? – La bella creatura montò nello stesso vagone dove ero io – aspetta un momentino, prima d’ingelosirti – e dietro a lei un signore d’una certa età, piuttosto vecchiotto…
Bonne chance? Invece, per metà del viaggio, ho dovuto reggere il candeliere a quei due amanti che si facevano mille moine in un angolo, senza nessun riguardo per me! E il vecchietto imbecille, di tanto in tanto, mi guardava e sorrideva. Alla prima fermata cambiai vagone. Certi spettacoli indegnano… E vogliono darci a intendere che nelle ferrovie ci siano degli ispettori a posta. Si vede!
……………..
tuo Oreste.

Roma-Napoli, 1882-1883.

XIV

RIBREZZO

Sulla soglia dell’uscio rimasto aperto comparve, come un fantasma, la cameriera già in ordine, e con voce turbata annunziò
– Signora, la carrozza -.
La signora Rosati, vestita di tutto punto di nero, si levò con uno scatto dalla poltrona e fece qualche passo; ma dovette fermarsi. Non si reggeva, sentiva scoppiarsi il cuore; e le lagrime ripresero a pioverle abbondanti sul viso pallido, senza neppure un singhiozzo e senza che ella pensasse ad asciugarle.
– Era proprio vero?… Suo marito insomma la credeva colpevole e la scacciava di casa… Oh!… Oh!… –
La sua grande indegnazione di donna onesta e innocente tornò a scuoterla tutta, come poche ore avanti, quando il marito, con dure parole, le aveva buttato in viso la pretesa colpa, ed ella – dopo aver pianto, dopo aver dato spiegazioni e giurato sul capo del loro figliuolo e su tutte le cose piú sacre – tenuta per bugiarda e dileggiata, gli s’era rizzata altieramente in faccia rispondendo: – Sta bene. Ritornerò a casa mia. Non siete degno di avermi -.
Ora si asciugava in fretta in fretta le lagrime, e cercava di ricomporsi, intanto che la cameriera, presa in mano e la piccola borsa di cuoio buttata sul letto e un fagottino da una seggiola, domandava:
– Signora, non c’è altro?
– No – ella rispose.
E uscí la prima, senza voltarsi addietro, traversando con passo fermo e rapido la breve fila delle stanze fino all’uscio che aprí ella stessa; scese le scale quasi di corsa, perché quei gradini le scottavano i piedi; e si sentí arrossire sotto il velo abbassato su la faccia, quando scorse il servitore che già apriva lo sportello della carrozza inchinandosi un po’, serio, quasi volesse mostrarle che egli stava dalla parte del padrone.
La carrozza uscí lentamente dall’atrio, poi i cavalli presero il galoppo verso la stazione; e la signora Rosati sentiva uno sbalordimento strano alle scosse del legno sull’acciottolato delle vie. Quelle scosse le si ripercotevano nel cervello, le impedivano di pensare, le recavano una specie di sollievo nell’abbandono di tutta la persona, fra la penombra rotta di tanto in tanto da bagliori, a traverso le palpebre chiuse, ogni colpo di sole che penetrava nel legno. E quando il rumore delle ruote si ammortí sulla polvere della strada fuori la città, ed ella sentí piú viva l’impressione della luce e dell’aria libera, riaperse gli occhi e si mise a guardare gli alberi fuggenti dietro lo sportello; le figure dei pedoni che, appena apparse, sparivano sopraggiunte da altre; e la campagna che correva vertiginosa dattorno, verde e bella; e le montagne in fondo, sfumate sull’orizzonte lontano, che giravano lente; e le vicine casette, bianche in mezzo al verde, che pareva le si precipitassero incontro. Guardava tranquilla, quasi l’immenso dolore le si fosse addormentato per sempre nell’intimo petto, quasi ella partisse di casa al solito, per una visita ai parenti che sarebbero andati a riceverla a braccia aperte alla stazione d’arrivo.
– Con questa corsa parte poca gente – disse Giulia. – Non è la diretta -.
Infatti nella sala di aspetto di prima classe non c’era nessuno.
Dal posto dov’era andata a sedersi, a traverso i vetri dello sporto chiuso, la signora Rosati guardava distrattamente ora le sbarre di ferro della stretta tettoia, ora la frangia di zinco, intramezzata di colonnine di ghisa, che disegnava i suoi trafori sul cielo azzurro; ora, piú in là, il fusto d’una pompa col tubo di tela spenzolante; ora piú in qua, i vagoni delle merci segnati di cifre bianche, e che lasciavano appena una striscia di cielo frastagliata tra la loro massa scura e la frangia di zinco della tettoia.
Era stupita di sentirsi cosí calma dopo la gran tempesta di quella mattina. Oh non volea ripensarci, finché era possibile!
E girava gli occhi attorno per le pareti quasi nude della stanza; e rileggeva gli avvisi letti tante volte in altre occasioni di partenza; e tornava a osservare gli affissi degli alberghi, dei stabilimenti di bagni, e quella figura di donna seduta alla macchina da cucire, con la esse iniziale del nome della fabbrica che le si attorcigliava addosso come un serpente.
– Siamo arrivate troppo presto?
– Manca un quarto d’ora alla partenza – rispose Giulia, mostrando i biglietti.
Ripostigli nel borsellino, si sedette discosto, senza dire una parola; e rivolgendo di tratto in tratto lunghe occhiate alla signora, pensava:
– Poverina! È innocente come la Madonna. Nessuno può saperlo meglio di me -.
Appena però il vagone, dov’erano rimaste sole, fu tratto via dalla vaporiera urlante e fischiante, la signora Rosati sentí di nuovo un gran nodo al cuore e scoppiò in pianto. Si vedeva dinanzi agli occhi i parenti già avvisati, com’egli le avea detto; i parenti che questa volta, certamente – che ne sapevano essi della sua innocenza? – non sarebbero accorsi – specie la madrigna – per ricevere alla stazione la indegna, fattasi scacciare di casa dal marito.
– Signora, coraggio!… È un malinteso; sarà presto dissipato. Il padrone verrà a riprenderla egli stesso, pentito, appena si avvedrà che ha avuto torto…
– Non metterò piú piede in quella casa! – ella rispose sdegnosamente, come aveva risposto a colui.
E cessò subito di piangere, stizzita della propria debolezza, raccogliendosi tutta nell’angolo, con la testa rovesciata indietro, quasi tentasse di dormire.
Al rumore monotono e incalzante del treno che correva per l’aperta campagna, tornava intanto a domandarsi:
– È proprio vero? –
Sperava ancora di sognare, quantunque i ricordi che le si affollavano limpidissimi nella mente, le dicessero chiaramente che era sveglia pur troppo.
– Ah, quel momento di debolezza dopo due anni di resistenza! –
E si rivedeva correre a rapidi passi per le vie mezze deserte, proprio come quel giorno, gettando occhiate di paura ai negozi, alle botteghe, ai rari passanti; e provava la stessa sensazione di freddo provata allora lungo la via Torta, stretta e scura, dalle vecchie case silenziose – di cui il sole poteva illuminare soltanto la cima – dalle botteghe che sfondavano le facciate, quasi grandi buchi neri, sotto le finestre socchiuse… E sboccava nella vasta piazza… Ed ecco, di faccia, la casa gialla a tre piani e il portone sormontato dallo stemma della Ricevitoria del Registro… Ella tremava a quella vista e voleva tornare indietro, quasi presaga… E provava, precisamente, la stessa spinta in avanti come allora che era entrata atterrita dalla minaccia di lui – Mi uccido, se non venite!… –
Era andata per questo, unicamente per questo!… Ora si rammentava benissimo dell’ombra nera vista alla sfuggita, di traverso, che si era fermata in pieno sole a osservarla… Non ci aveva badato, risoluta di compiere quel che le pareva, piú che altro, un atto di carità, un pietoso dovere…
Oh, era andata per questo! Se lo ripeteva mentalmente, per rassicurare la sua coscienza, come al destarsi da un sogno, tutte le volte che il treno rallentava la corsa per una prossima fermata; e tornava a ripeterlo, insistente, al riprender della corsa, mentre i ricordi ripigliavano l’aire anch’essi, coi particolari piú minuti.
E sentiva, come allora, il rumore secco dei propri tacchi frettolosi su per quelle scale che ella saliva quasi inseguita dalle voci delle persone incontrate su l’uscio della Ricevitoria – ragionavano di interessi e non l’avevano nemmeno guardata! – e lassú, affacciato alla ringhiera del pianerottolo, spenzolato verso di lei, il capitano in uniforme…
La ragione le s’intorbidava: – Come mai s’era risoluta? Come mai? Protestava, si difendeva dinanzi a se stessa. Non era tornata pura, superba della propria vittoria, in casa di suo marito? Non vi era anzi tornata quasi migliore di quella che n’era uscita? E a poco a poco lasciavasi allettare dalla persuasione di Giulia:
– Il malinteso si sarebbe presto dissipato: suo marito verrebbe a riprenderla, pentito, appena accortosi del torto… – Oh, no! L’ho giurato: non riporrò piú piede in quella casa -.
E sobbalzò, quasi per sfuggire a lui venuto a riprenderla in quel punto.
– C’è ancora la fermata di Frugarolo – disse la cameriera.
– Un’altra sola fermata! –
Avrebbe voluto ricominciar da capo il viaggio, non arrivar mai a casa, e correre a quel modo eternamente, per evitare l’umiliazione della trista accoglienza che l’attendeva:
– Non mi crederanno!… Non mi crederanno neppur loro!… –
E si copriva gli occhi con una mano per non vedere il viso severo del babbo e quello arcigno della madrigna che le si affacciavano dinanzi con la precisione della realtà.
– Non mi crederanno neppur loro! –
Cominciò a tremar tutta al rallentarsi della corsa del treno, e si sentiva quasi mancare al replicato grido: – Alessandria, chi scende -.

Le sarebbe parso d’essere ancora ragazza in quella camera e in quel salotto dove, uscita di collegio, aveva passato due anni spensierati e allegri, consapevole della propria bruttezza, che ella per giovanile orgoglio si esagerava un pochino; le sarebbe parso d’essere ancora ragazza, fra i libri, i geniali lavori e la musica prediletta, senza la muta severità del padre e della madrigna che le riusciva piú dura d’ogni rimprovero aperto.
– Non ha risposto neppur oggi! –
Nelle prime settimane, la signora Ersilia non diceva altro, sul punto di mettersi a tavola, quasi avesse voluto avvelenarle i bocconi con quella rigidezza di madrigna. La signora Rosati, che aveva sconsigliato invano l’invio della lettera del babbo, taceva agitata da fremiti interiori. Lo sapeva che non avrebbe risposto… E non le importava che rispondesse. Oramai!
Poi, al principio dell’autunno, ecco il babbo che sul punto di mettersi a tavola – lo faceva di proposito, per avvelenarle i bocconi? – le ripeteva:
– Non manderà il bambino, vedrai. Lo lascerà in collegio anche durante le vacanze -.
Al ricordo del bambino, ella sentiva gonfiarsi gli occhi di lagrime; ma le ricacciava subito indietro. Né moglie, né madre!… Voleva essere cosí, snaturata, se tutti si ostinavano a crederla tale.
Le lagrime che soffocava; il sordo rimpianto della tranquilla felicità di pochi mesi addietro, che la riassaliva piú frequente; la crescente indegnazione dell’immeritato gastigo, da cui si sentiva di giorno in giorno piú offesa, scoppiavano però tutti a una volta, con terribile grido della sua anima in ambascia, quando ella faceva urlare, turbinare, squillare dal pianoforte la Cavalcata delle Walküre del Wagner, che assordava il salotto e scuoteva fino i vetri. Sin dalle prime note, piane, con richiami tristi, prolungati, e che montavano, montavano nel crescendo, come se da ogni punto di un cielo nuvoloso venisse risposto a quegli appelli, ella provava per tutto il corpo lo stesso brivido diaccio salitole su su per la schiena fino alla cima dei capelli, allorché, il marito, entrato da lei pallidissimo, le aveva detto con voce strozzata, bruscamente: “Signora!…” E si era vista perduta. E in quelle note che già s’incalzavano frementi con tumulto irresistibile, ci erano ed il pianto, e le proteste, e i giuramenti di lei: “Enrico, è la verità!… Enrico, sono innocente!…” E tosto che fra quel turbine musicale squillavano le note chiamanti soccorso, lunghe, stridenti, e si disperdevano, grido supremo di lotta, pel folto della foresta e per l’aria, squillava in esse egualmente la desolazione del suo cuore, come lungo quel triste viaggio, come all’arrivo, come nella solitudine dove era a un tratto piombata…
– Senza marito, senza figliuolo, senza che nessuno – neppure i suoi! – le rendesse almeno giustizia! – E rotta, sfinita da questo sforzo, cadeva bocconi sul leggio: – Nessuno?… Nessuno? –
Sí, se n’era già accorta; chi le aveva reso giustizia, chi nel grande eccitamento d’una incredibile passione, – ora gli credeva, sí, sí! – aveva saputo rispettarla… – e avrebbe potuto facilmente abusare della propria forza, delle circostanze, della sconsigliata debolezza di lei – chi non l’aveva offesa era soltanto colui che, ahimè!, si trovava lontano, molto lontano, senza saper nulla dell’accaduto; colui che aveva solennemente promesso di non farsi piú vivo per non recarle dispiacere, perché cosí gli era stato imposto dalla stessa bocca di lei, la prima e l’ultima volta che si erano visti da solo a solo!…

Eppure, la mattina, quando Giulia si raggirava per la stanza attigua ravviando, ripulendo – ed ella, ancora a letto, la sentiva smuovere una seggiola, un oggetto, o leggermente tossire – non la maschia e bruna figura del capitano Fasciotti, inconsapevole autore di tanto danno, le si presentava alla memoria nella tenerezza del primo risveglio; bensí quella del marito, alto e biondo; e la voce di lui, come una volta, tornava a dirle: “Giustina, avremo gente a pranzo… Giustina, tornerò tardi… Giustina, questo… Giustina, quello…”
E, dietro l’illusione della voce, veniva la visione della casa signorile che l’avea accolta sette anni, con i mobili storici, gli oggetti d’arte, le cosettine bizzarre che egli andava scovando qua e là, piú per vanità d’arricchito che per fine gusto di dilettante. E in quelle stanze tappezzate di arazzi antichi, di quadri, di panoplie di armi barbariche, e ingombre di statuette, di gingilli giapponesi, di idoli chinesi, ecco, il mostro di avorio, panciuto, accoccolato per terra, che rifaceva da un angolo le sue sconce boccacce; ecco, da una parete, la ignota figura di donna, del cinquecento, rigida sul fondo nero del quadro e che la guardava fisso con occhi tranquilli; e, dietro la giardiniera pompadour di Sèvres, tra le ricche foglie della dracena, ecco la snella figura della tuffolina dalle braccia distese in avanti, della maglia da bagno serrata attorno il bel corpo di marmo, a irritarla per l’eterna immobilità dell’incomodo atteggiamento.
E poi, massime da una settimana, non i terribili momenti d’inattesa commozione, piombati improvvisi a turbare il tranquillo andamento della sua vita; bensí le giornate serene, il dolce cullarsi di tutto il corpo nella lieta pace domestica, la bella indifferenza, la graziosa ironia per le false agitazioni del cuore, l’ingenuo egoismo d’indolente felice; bensí la convinzione della propria bruttezza, per cui non aveva mai badato all’efficacia dei lineamenti virili che lo splendore delle pupille, nerissime in mezzo al bianco dei grandi occhi, e la voluttuosa curva delle labbra carnose trasfiguravano addirittura. E tutto questo le si presentava alla mente, al primo destarsi, quantunque ella non volesse, e si sforzasse di scacciarlo via, e cercasse d’abituarsi, d’affezionarsi anche, al profondo silenzio della solitudine dove intendeva oramai fortificarsi e agguerrirsi contro la malignità della sorte… E questo passato, allegro incantesimo subissato in un attimo senza che ella ne avesse colpa, per una lieve imprudenza, non sarebbe tornato piú!… Ed ella doveva soffrirne le conseguenze e piangerne la desolazione, quasi avesse commesso l’imperdonabile delitto di cui veniva accusata!

Balzava dal letto, dove le coperte la soffocavano, e apriva la finestra per tuffarsi nell’onda di sole che già invadeva la facciata, e dimenticare ogni cosa sotto la mordente impressione dell’aria, e svagarsi, tra il rumore del movimento della via, osservando gli arrivi e le partenze dei passeggieri dell’albergo di faccia, fantasticando interminabili romanzi.
Come quel giorno che era arrivata, senza bagaglio, – da dove? Da qualche città vicina o da Pisa, o da Genova, o da Milano – quella signora vestita di bianca stoffa grave, col cappellino di paglia nera semplicissimo ed elegante, e la spolverina di seta grezza sul braccio, accompagnata da quel signore dai baffetti grigi che le aveva steso la mano per aiutarla a scendere dalla carrozza e si era fermata davanti il portone dell’albergo a parlarle in un orecchio, sorridendo; e colei gli aveva risposto di sí, sorridendo, con soli cenni del capo. Chi potevano essere? Due amanti, senza dubbio; altrimenti non si sarebbero parlati all’orecchio con tanta carezzevole intimità… Oh, almeno essi andavano incontro all’avvenire decisi, coscienti!… Poco dopo, avevano aperto la finestra dirimpetto a quella della sua camera; e dietro alle stecche socchiuse della persiana, ella aveva potuto osservarli, non vista. La signora si era tolto il cappellino. Ancora giovane, non molto bella ma simpaticissima ed elegante, dai capelli neri pettinati senza ricercatezza, dalle labbra sottili e irrequiete, teneva stretta una mano di lui nell’affacciarsi a guardare curiosamente la via sottostante e la finestra di fronte, quasi sospettando d’essere spiati. No, non aveano sospettato, perché, a un tratto si erano baciati e aveano richiuso le imposte.
Oh, non li invidiava!… Era mai giunta a comprendere quei pazzi trasporti di passione?… Le ripugnavano anzi, per natura…
La finestra era rimasta chiusa fino alle quattro di sera; poi coloro erano partiti, ma non piú lieti quali all’arrivo. Forse doveano dividersi per molto tempo, forse non rivedersi piú!… Andavano via lentamente, a piedi, tra gl’inchini dei camerieri che li aveano accompagnati fino al portone augurandogli il buon viaggio… E le si erano fissati negli occhi, come se li avesse già conosciuti da un pezzo e avesse ora partecipato al gran dolore di quel distacco…
– Almeno – aveva ripetuto – questi qui corrono incontro al loro destino, decisi, coscienti; sanno di dover soffrire o di meritar di soffrire. Ma io?… E la Cavalcata delle Walküre tornò a urlare, a turbinare, a squillare piú potentemente, quasi piú rabbiosamente degli altri giorni. E alla fremente musica del Wagner tenne dietro, con breve intervallo, il folleggiamento di un pezzo del Freischütz.
Alla divina voce musicale dello stormire delle fronde nella foresta, del mormorio delle acque scorrenti, del ridestarsi dell’aurora salutata dal canto degli uccelli alla pia voce, inebriante come delicato profumo, che le andava accarezzando il cuore calmandovi ogni agitazione e sanandovi momentaneamente ogni piaga, Giustina aveva sentito un improvviso rifiorire della sua lieta giovinezza; e il doloroso passato le era quasi svanito dalla memoria col dileguar di quelle note smorzatesi assottigliandosi, sfumando, simili a nebbia dietro a cui ricompariste la campagna raggiante di sole.
– Signora, è già in tavola – annunziò la cameriera.
Giustina indugiò alquanto, commossa da quella musica preferita per le difficoltà d’esecuzione, per la grande idealità, gustata con fino intendimento d’artista:
– Specialmente ora – lo aveva già notato; – specialmente ora -.
E pensava ai lieti prognostici del maestro, in collegio; pensava all’unico trionfo nella sala del conservatorio di Milano, in una festa di beneficenza, quando agli applausi scoppiati forti e unanimi si era sentita venir male; e aveva dovuto replicare il pezzo, ottenendo maggiore trionfo.
Il suo maestro aveva forse ragione, ripetendole: – Peccato, questo talento perduto! – Aveva forse ragione cercando d’abbagliarla col miraggio d’un avvenire di gloria, di ricchezze, di vita vera; pregandola: – Dia retta a me! – quasi di quella ricchezza e di quella gloria qualcosa avesse dovuto toccare anche a lui. Ma ella, no, non si era sentita attrarre da nessuno di quegli splendori. Pigra, indolente, amava la quiete della famiglia, da modesta borghesina…
Ed ecco!… Ed ecco ora!…
Sul punto di uscir dalla stanza, col gran fiotto d’indignazione che tornava a montarle dal cuore, si ricordò di lui, di suo marito che non poteva soffrire quella musica astrusa, musica da bestie feroci com’egli soleva qualificarla.
– Ah! gli piacevano le canzonette della Belle Hélène, il cancan dell’Orphée aux Enfers… Villano!… Tieni!… –
E con profondo disprezzo di donna offesa anche nel sentimento dell’arte, gli suonò quasi sul muso le prime quattro battute del cancan dell’Orfeo…
– Tieni!… Villano! –

Il pranzo fu piú triste del solito. La madrigna, magra, ritta sulla vita, mangiava a bocca stretta, con gli occhi nel piatto, facendo di tanto in tanto, col coltello o con la forchetta, un rumore vibrato, quasi per stizza repressa che le scuotesse le mani. Il padre, dal viso smorto e abbattuto, a testa bassa, biasciava quel po’ di pietanza che metteva in bocca, e allontanava presto il piatto con gesto di nausea, facendo segno alla serva che glielo levasse d’innanzi.
Giustina s’era messa a tavola con un po’ d’appetito, eccitata; ma da lí a poco sentí mancarsi anche lei ogni voglia di mangiare, al funebre silenzio che le annunziava certamente qualche disgrazia.
– Babbo!… – disse a un tratto – Il bambino… forse? – E guardava ansiosamente ora lui che aveva levato il capo senza comprendere, ora la madrigna diventata piú rigida e piú severa.
– Che cosa è accaduto insomma?
– Niente.
– Niente – ripeté la signora Ersilia.
In quella stanza da pranzo semplicemente arredata, davanti a quella tavola ovale, coperta da tovaglia bianchissima, su cui le posate d’argento e le bottiglie e i bicchieri di cristallo luccicavano in un canto, nei soli tre posti occupati; con la vecchia serva che aspettava silenziosa, o portava attorno le pietanze, andando e venendo in punta di piedi quasi per paura di far rumore; dopo le poche parole strappate a stento e che non le apprendevano niente, Giustina era rimasta un momentino interdetta:
– Si tratta di me, senza dubbio; di qualche nuova indegnità di mio marito!… E sbucciando una mela, per tenere occupate le mani, cercava d’indovinare:
– È per l’amministrazione della dote?… Per una separazione legale?… –
Smaniava, ma non voleva farsi scorgere; e guardava, simulando indifferenza, i brutti disegni del soffitto, senza curarsi del caffè che le si freddava nella tazza.

Il signor Federico s’avviò lentamente verso il salotto, tenendo le mani dietro la schiena, strascicando un po’ i piedi. Sua moglie, vicino alla credenza, dava alcuni ordini alla serva e a Giulia sopraggiunta. Giustina, andata dietro al babbo, l’aveva già fermato, supplicandolo:
– Babbo, parla, per carità!… Parla; di che si tratta?
– Giacché tu vuoi saperlo… Leggi, leggi qui! E, spiegato a stento il numero del “Secolo” di Milano cavato di tasca: – Leggi – ripeté il signor Federico; e il gesto quasi teatrale del vecchio avvocato indicava un lungo frego di lapis rosso.
Atterrita, ella divorava con gli occhi il brano di cronaca, tolto da un giornale di Firenze, che riferiva minutamente la storia del duello, coi nomi e con ogni altra indicazione, aggiungendo – dietro il solito: Cherchez la femme – anche i particolari dell’antefatto, compiacendosi della narrazione, drammatizzando le scene, inventandone di sana pianta; quasi il cronista imbecille fosse stato presente; quasi non avesse dovuto riflettere che quelle righe avrebbero colpito mortalmente, se non la donna stimata colpevole e non piú degna di riguardi, la sua famiglia che, per la sventura, meritava qualche rispetto!… Ma che importava a lei del cronista, del duello, del povero capitano ferito?
E altiera della propria innocenza, rossa di vergogna: – Tu non gli credi, – disse – tu non gli credi, è vero?… Torno a giurartelo: Sono innocente! Mentiscono tutti. Fu soltanto un’imprudenza. Credimi almeno tu, tu solo!
– Sciagurata! Vai in casa d’uno scapolo, d’un militare, già sul punto di partire e mutar di guarnigione… e pretendi che la gente non sospetti niente di male? Ah! Minacciava di ammazzarsi? Che te ne faceva a te, se non lo amavi?
– Sí, babbo, hai ragione: che me ne faceva, se non lo amavo?… Ma non lo amavo, te lo giuro per la santa memoria della mamma!… Temetti uno scandalo, fui mal consigliata… Oh, credimi tu, tu solo! Non sono indegna d’esserti figlia! –
Il vecchio scoteva tristamente il capo:
– E quando ti avrò creduto io? –
Ella gli stringeva ancora le mani, bagnandogliele di lagrime, quasi in ginocchio davanti a lui, quando la signora Ersilia intervenne.
– Vuoi farlo morire di crepacuore? –
Sentendosi presa pel braccio e cosí rimproverata dalla matrigna, Giustina si rizzò:
– Sí, sí, dite bene! – balbettò con ironia disperata, fra i singhiozzi. E andò via lentamente, aspettandosi d’essere richiamata indietro, aspettando che il babbo le gridasse: – Ti credo! – e le stendesse le braccia.
E il babbo l’aveva lasciata andar via senza richiamarla, senza dirle niente! Era una cosa enorme! E all’arrivo, egli l’aveva ascoltata attentamente, e quei suoi: – Quand’è cosí!… Quand’è cosí! – le erano parse parole di perdono!…
Parlava a voce alta in camera, gesticolando, andando su e giú a grandi passi; e il suono della propria voce la eccitava, la indignava di piú.
L’aveva lasciata andar via, senza richiamarla, senza stenderle le braccia. E mentr’ella qui veniva cosí ingiustamente vilipesa, colui agonizzava, laggiú, non meno ingiustamente, colpevole soltanto d’averla amata e rispettata; agonizzava, chi sa?, maledicendola per la palla che gli aveva lacerato il petto e forse intaccato un polmone!… Istintivamente portò le mani al seno; le parve sentire proprio la viva impressione di quel sangue spricciante caldo caldo dalla ferita, e venne meno in mezzo alla camera, cadendo sul tappeto senza rumore.

– Lo hanno voluto; devono essere soddisfatti! –
Era rimasta parecchi giorni tutta rimescolata da questa idea, quasi una ruota di mulino le girasse, rumorosamente, senza un istante di tregua, dentro il cervello. Niente aveva potuto distrarla; neppure gli occhi sorridenti d’immensa gratitudine con cui il ferito la guardava dalla sua immobile posizione, essendogli vietato di parlare; neppure le brevi e frequenti strette alla mano, ch’egli voleva continuamente tenere tra le sue per convincersi che la presenza di lei in quella camera sul Viale dei Colli, piú in là di porta San Gallo, non fosse un’allucinazione di sensi sconvolti.
– Lo hanno voluto; devono essere soddisfatti! –
E il cuore le si era gonfiato di repugnanza, in quella camera dalla carta di parato pretensiosa e volgare, dalle tende che parevano uscite allora allora da un negozio a buon mercato, dalle seggiole rivestite di cretonne sbiadito, dal canapè di stoffa blu che mostrava negli angoli i dentini bianchi della trama, dalle pareti con le oleografie del Capponi stracciante i patti di Carlo VIII e della battaglia di Gavinana, ove Ferruccio moriva, premendo una mano sul petto, come un tenore da melodramma.
– Lo hanno voluto; devono essere soddisfatti! –
E aveva assaporato, con trista voluttà, l’amaro beveraggio del proprio avvilimento ogni volta che s’era vista squadrare, frugare, quasi oggetto di curiosità, dagli sguardi indiscreti e delusi – non la trovavano punto bella – dei giovani uffiziali che venivano a visitare il ferito.
Poi s’era accasciata, lassamente; e nella monotonia delle lunghe giornate d’infermiera, dopo che gli uffiziali, per riguardi facili a capirsi, diradarono le loro visite, con l’unica distrazione di qualche lettura che spesso non riusciva a interessarla, quel nuovo stato d’abbattimento le era riuscito anche gradevole.
– Come ho potuto resistere?… Come resisto ancora?… Ah, il dolore non uccide! –
In certi momenti però, tutt’a un tratto, la sua povera testa vertiginava, e il libro le cascava di mano. Sprazzi di luce le sfolgoravano interiormente, nel buio della memoria, vicini, lontani, senza legame di sorta. In che maniera persone dimenticate da tanto tempo, paesaggi veduti di sfuggita anni addietro, insignificanti impressioni di passeggiate, di tramonti, di serate di teatro allora avvertite appena; in che maniera parole, mezze frasi, semplici inflessioni di voci sconosciute, che l’avevano colpita non ricordava piú quando, si ridestavano ora vivissime, con senso di ripercussione, e tutto il resto taceva, quasi non fosse mai esistito? Non riusciva a spiegarselo.
– Sto forse male? –
Le dispiaceva soltanto per lui, quantunque il dottore avesse annunziato che da ora in poi non sarebbe piú venuto due volte il giorno; non occorreva…
– Con un’infermiera come la signora -.
Il capitano sorrise.
– Fuori di pericolo, finalmente! – disse Giustina, appena rimasero soli.
– Che m’importerebbe di morire, dopo che vi ho vista qui? – rispose il capitano con voce fioca. – Se sapeste…
– Zitto, non vi affaticate.
– Parlate almeno voi… Non dite mai niente.
– V’affaticherei lo stesso. Avremo tanto tempo fra poco! –
Ella arrossí della pietosa bugia che le aveva scottato le labbra. Che poteva mai dirgli? Con tutta la grande pietà verso quell’uomo che si era dibattuto fin allora tra la vita e la morte a cagion di lei, quantunque senza sua colpa, ella si sentiva tuttavia estranea colà, e trascinatavi per forza.
– Ed è passato un mese e mezzo! –
Abbastanza tranquilla da poter riflettere, da poter osservare se stessa, da alcuni giorni, a intervalli, l’assoluta mutezza del suo cuore – cosí ostinata anche dopo che la sua ragione non aveva saputo resistere all’urto degli avvenimenti – l’assoluta mutezza del suo cuore la rendeva sgomenta.
– E se durerà sempre cosí? –
Le minute cure d’infermiera però sopraggiungevano sempre in tempo per riscuoterla e distrarla. Allora, seduta presso la finestra, a ogni svoltar di pagina del libro che teneva in mano, ella volgeva lo sguardo verso le colline dove le ville, biancheggianti tra il verde cupo degli alberi, parevano arrampicarsi qua e là, come agnelle disperse. E alla vista di quel cielo di limpida profondità azzurrina, e senza nuvole, che serviva di fondo agli svelti campanili e alle brune case di Fiesole; alla vista di quel mare di verzura steso dattorno, a perdita d’occhio, e che quasi gettava le sue ultime ondate lí sotto, a pochi passi, con gli alberi che proiettavano l’ombra sul viale polveroso, un’impressione di refrigerio al cuore la faceva sorridere d’ammirazione per quel gentile accordo di tinte.
– Bello, eh? – egli le disse, vedendola guardare cosí intenta. – Andremo assieme lassú, la prima volta che mi sarà permesso uscir di casa.
– Affrettatevi – rispose Giustina.
– Siete voi che mi guarite, coi vostri occhi. Fate piú presto -.
Quel viso di sofferente, su cui la barba lasciata crescere rendeva piú visibili il dimagrimento e il pallore, si rianimò luminoso. E stettero tutti e due un pezzettino a guardarsi senza dir altro; egli quasi ancora incredulo di quella non mai sperata o sognata fortuna d’amante, ella commossa da carità d’infermiera, che le soavi impressioni di quel momento rendevano piú viva.
Poi quando all’orizzonte il cielo si tinse d’un rosso tendente al violetto, e i campanili, le cupole, le mura di Fiesole parvero di fuoco contro gli ultimi raggi del sole al tramonto, e il vasto mare di verdura diventò scuro scuro fra i vapori azzurrognoli che salivano lentamente nella maestà della sera, Giustina sentí una tristezza piú intima, piú straziante delle altre volte, di creatura vigliaccamente abbandonata da tutti; e rimase a lungo con la fronte appoggiata ai cristalli, lasciando sgorgare di nascosto le lagrime che le venivano su, proprio dal cuore.
Il capitano intanto, dal suo letto in fondo alla camera, scoccava bacettini verso quella mezza figura di donna spiccante in nero sui cristalli della finestra, ai rossicci riflessi dei fanali di fuori.

Giustina si sentiva assai meno tranquilla ora che il ferito rifioriva, ora che gli era permesso di muoversi, sedersi sul letto, e parlare. Egli l’attirava dolcemente, con tutte e due le mani, verso la sponda:
– È vero?… Siete proprio qui? –
E in quell’accento pieno di carezze si sentiva il primo sfogo della gioia dovuta comprimere e soffocare durante i penosi giorni della convalescenza.
– Vi ho fatto molto male… Perdonatemi. È stato senza volerlo.
– Oh, non parliamo del passato!
– Avete ragione; non parliamo del passato -.
E la fissava con gli occhi raggianti d’affetto umile, rispettoso dinanzi a quella severa ritrosia che era d’imbarazzo per tutti e due. Oh, egli non aveva fretta! L’aveva amata due anni senza nessuna speranza, senza nessuna lusinga, inebriato dal filtro della gioconda serenità che le sorrideva nello sguardo, della gentile espressione di dolcezza e di pace che traspariva dagli irregolari lineamenti di quel volto bruno, ridondante di salute.
– Vi ricordate dove ci siamo incontrati la prima volta?
– No.
– È naturale; mi guardaste appena: nel salotto della signora Pietrasanta. Suonavate qualcosa del Berlioz musica strana, e come non l’ho risentita da nessun altro. Da quel momento non ebbi piú pace. Che cosa amavo maggiormente in voi? Non avrei saputo spiegarlo. Amavo voi, tutta voi… che intanto non potevate neppure soffrirmi! – egli soggiunse sorridendo.
– No; v’ero grata, credetemi…
– Mi sarebbe bastato, se me l’aveste lasciato scorgere da un lieve segno.
– Non volevo incoraggiarvi. Temevo, a ragione…
– Ed ora siete qui!… Siete mia!… Mi pare assurdo… –
Tentò di passarsi le braccia di lei attorno alla vita e cingerla con le sue; ma Giustina si trasse indietro.
– Scusate… Certi ricordi mi fanno ancora male…
– Dimentichiamoli.
– Dimentichiamoli! – ella replicò con un sospiro.
– Lascerete queste brutte stanze, – riprese Fasciotti dopo un momento di silenzio. – Troveremo un nido degno di voi, da vivervi senza soggezioni importune. Io verrò a trovarvi, discretamente… –
Ella lo ascoltava, intenerita di tutti quei bei castelli in aria ch’egli si compiaceva di fabbricare con giovanile prodigalità, rovesciato sul mucchio dei guanciali, tenendola per le mani presso il letto, esitante ancora di chiederle che questa piccola familiarità d’amico si mutasse, per grazia, in un bacio d’amante.
La tenerezza di lei diventava però dispetto e fino rabbia contro se medesima, appena ella si sentiva rattrappire come piú la voce del capitano suonava commossa, come piú l’accento si turbava nella crescente effusione delle confidenze, come scoppiavano in quegli occhi i forti bagliori d’un desiderio rattenuto a stento e che già pareva spazientirsi. E scappava via con qualche pretesto, per abbandonarsi nella sua camera alla desolazione del proprio tormento:
– Sono dunque di ghiaccio?… Come mai non lo amo?… Come mai resto impassibile di fronte a tanta delicatezza di passione che può chiamarsi eroismo?… E durerà sempre cosí?… No! no! – rispondeva spaventata.
Avrebbe voluto fermare il tempo:
– Se la convalescenza di lui fosse piú lenta! –
Ah, diventava anche crudele!
Quella mattina, scorgendolo in piedi in mezzo alla camera, ella trasalí, come davanti a un agguato.
– Entrate, c’è qualcosa che vi aspetta – le disse Fasciotti, additandole il pianoforte verticale aperto tra le due finestre dov’era prima il tavolino.
– Come siete buono!
– Dite egoista – rispose andandole incontro.
– È stato dunque per questo che mi avete costretta a fare una passeggiata?
– Volevo farvi una sorpresa -.
Ella resta sull’uscio, appoggiandosi su l’ombrellino, indecisa. Nella camera, tutta illuminata dai vivi riflessi del sole di giugno che splendeva fuori, qualcosa d’insolito e di sottinteso la metteva in diffidenza. Egli le porse la mano..
– È un Pleyel – disse Giustina avvicinatasi al pianoforte.
– Molto da strapazzo.
– Come la suonatrice.
– Questo dovrà dirlo il pubblico: io. Sono inesorabile, sappiatelo!… Dove siete stata?
– Per la campagna, da questa parte. Lasciai subito la carrozza. Sono tornata a piedi… Che giornata di paradiso!… Ho rubato dei fiori per voi.
– Grazie -.
Ella guardava il pianoforte, tentata. La passeggiata per la campagna l’aveva scossa. Si sentiva per tutto il corpo un senso di freschezza e di leggerezza. Il fremito delle fronde e delle erbe al lieve alitare del vento, riprendeva a vibrarle dentro eccitato; e socchiudeva gli occhi, quasi ancora offesa dalla troppa luce, come poco prima sotto l’ombrellino, all’aria aperta.
– A che pensate? – le domandò Fasciotti, vedendola immobile e silenziosa.
– A niente -.
Non era vero. Ella pensava al bel bambino veduto saltellare, a cavalluccio di un bastone, su la terrazza d’una villetta… Pensava alla bionda signora vestita di stoffa grigia, e che sorrideva di gioia materna dinanzi al bel bambino saltellante… Cosí aveva fatto anche lei, una volta!…
– A niente! – replicò. E per frenarsi, stese una mano su la tastiera del pianoforte, facendovi scorrere su, con scatto nervoso, le dita, quantunque impacciati dal guanto.
Quelle poche note la punsero come colpo di sprone. Si tolse in fretta in fretta il cappellino e i guanti:
– È il ringraziamento; compatitemi – disse.
Appena il pianoforte cominciò a susurrare, a balbettare sotto voce, con suoni che s’interrompevano e si riprendevano, tremolanti, accarezzantisi fra loro, egli si allungò su la poltroncina, rovesciando indietro la testa, socchiudendo gli occhi, cedendo alla deliziosa sensazione che gli si rinnovava nel cuore.
– Berlioz! – mormorò sorridente di riconoscenza.
A un tratto, i bassi insorsero cantando un coro grandioso, che riempiva tutta la camera di mistica sonorità. Ed ella si rizzò su la vita, irrigidendo le braccia, quasi cercasse far ostacolo alle vibrazioni che sopraffacevano, squassandole i nervi, già tesi per lo sforzo di quell’esecuzione a memoria.
Fasciotti si era levato lentamente in piedi, rapito, esaltato dalla voluttuosa frase musicale che in quel momento tintinniva e guizzava rapidissima sul cupo accordo insistente. A un tratto, le si avventò, divorandosela dai baci.
– No! No! – ella balbettava supplichevole, quasi svenuta. E le corde del pianoforte ondulavano ancora fra l’incessante scoppiettio.
Nell’immediato turbamento, aveva pensato fuggire e scrivergli: “Perdonatemi!… Il sagrifizio è superiore alle mie povere forze!”
– Ma, dopo? – aveva subito riflettuto. – Come ne godrebbero coloro che mi hanno dato la spinta! Prima tradí il marito; ora abbandona l’amante, e non ha aspettato neppur molto! Cosí direbbero, cosí. È orribile! Dunque una persona buona e onesta può diventar cattiva e miserabile anche quand’ella non vuole? E c’è chi grida: “La ragione! La ragione!…” A che giova, a che mai, se non è buona a salvarci dall’improvviso accecamento d’un dispetto, se ci lascia addentare e stritolare da una circostanza che decide, senza rimedio, dell’avvenire d’una vita? –
E trambasciava al ricordo di quei baci, come a rinnovantesi offesa.
– Che posso piú farci?… È inevitabile. In un pazzo impeto, non son venuta a dirgli: “Mi accusano d’essere la vostra amante; e sia, almeno; eccomi qui!” Ah! Si era figurata che bastasse soltanto dir ciò, per diventare amante come tant’altre. Invece, la gentile raffinatezza dell’uomo innamorato che le stava attorno senza chieder nulla, appagandosi di poco, aspettando, paziente… forse perché era sicuro; invece, quella gentile raffinatezza si mutava in martirio per lei.
– Oggi andremo fuori insieme – egli le disse una mattina. – Cercheremo il vostro nido. Mi è stato indicato un bel posto.
– Grazie. Voi pensate a tutto – rispose Giustina, sorridendo tristamente.
– È per vedervi meno seria… Mi sembrate cangiata. Dov’è andata la vostra bella serenità? Dove la tranquilla dolcezza del vostro sguardo?… Non lo negate: siete cangiata. –
Come potrei essere la stessa?
– Non osavo dirvelo; per non importunarvi; ma io vi vorrei come prima. Vi ho amata a quel modo e, sí, vi voglio a quel modo!
– Scendiamo -.
Il cocchiere, per isbaglio, li menava lungo una strada di campagna, inoltrandosi verso Porta a Pinti senza ch’essi vi badassero. Quell’aria tiepida, smagliante di luce; quel rigoglio di fronde che traboccava fuor dei muri di cinta con lieta foga primaverile; quel cinguettio di uccellini nidificanti tra le siepi o inseguentisi su pei rami, pigolando d’amore; quella gioconda fioritura di erbe e di piante selvatiche che profondeva sui cigli e lungo i lati della strada tesori di ciocche pavonazze, di bocci rossi e bianchi, di calici gialli, violetti, sanguigni, turchini, aperti e tremolanti su gli steli o mezzi nascosti tra le foglie; quella gran pace sorridente all’ombra degli alberi o al sole, su i vigneti, sugli orti umidicci, su i seminati dalle spighe quasi bionde;… oh, quel magnifico spettacolo essi non se l’aspettavano punto! E continuando a tenersi per mano, tacevano, distratti.
– Via Lungo il San Gervasio? – domandò il cocchiere a un contadino. Bisognava tornar indietro. Fasciotti rise del contrattempo e disse:
– Indovinate che pensavo?
– Se fossi stata indovina! – ella rispose.
– Pensavo… No, non voglio dirvelo -.
Giustina tacque. Le parve di veder lampeggiare in quegli occhi un affettuoso rimprovero meritato, e non volle mentire per iscusarsi. Le parve di veder lampeggiare in quegli occhi anche un’improvvisa fierezza d’amante risoluto di trionfare, come trionfava lí attorno tutta quell’irrompente forza di amor vegetale, ed ebbe paura di provocarla.
– Siete muta oggi – egli le disse, vedendo che lo lasciava parlare senza interromperlo, o gli rispondeva con monosillabi.
– Vi ascolto. Dite tante belle cose! –
Ma il suo accento era triste. E al ritorno, scendendo l’ariosa via tracciata dalla nuova Firenze a piè dei colli fiesolani, sentendolo ragionare allegramente del grazioso nido trovato per lei nella palazzina al numero venti di via Lungo il S. Gervasio, sentiva un grande accoramento:
– Quella carezzante allegria non era forse un’insidia? –

Piuttosto avrebbe preferito ch’egli avesse adoprato la forza: – Cosí sarebbe finita! –
E nelle notti insonni, ripassando a una a una le mute sollecitazioni indovinate in un bacio piú caldo o piú lungo, in un’occhiata, in una reticenza, ella s’incoraggiava. Chi sa? Quell’illogica repugnanza del suo corpo si attutirebbe nel possesso; sarebbe forse vinta; chi sa?… Oh, non voleva piú avere l’apparenza d’un’ingrata!
Sentendolo ritornare a casa, dopo una giornata di servizio alla Fortezza, gli uscí incontro sul pianerottolo. E la stessa rassegnata dolcezza che pietosamente le sorrideva negli occhi, le tremava anche nella mano stesa a dargli la buona sera.
– Che ore eterne per me! – egli le diceva in camera, accarezzandole i capelli e dandole dei bacettini su la fronte mentr’ella tentava di sfibbiargli dal fianco il cinto argentato della sciabola.
Le parve piú bello in quel punto, stretto nella divisa, con le spalline e i bottoni che luccicavano, e il maschio volto, dai baffi neri fieramente rilevati, rizzato sul collo chiuso nel goletto bianchissimo; e fece uno sforzo e gli tese le braccia teneramente.
Ma nelle ombre della sera che invadevano la camera silenziosa, al mormorio di quelle affettuose parole che le sfioravano la guancia, calde del fiato di lui, la riluttanza le si ridestava già e piú brusca, piú forte, quasi i nervi e il sangue, ribellati all’impero della volontà, la spingessero a gridare: “No, non dev’essere!…” mentre avrebbe voluto dire il contrario.
Egli lo capí, da quel lieve tremito che l’agitava, da quelle labbra ghiacciate che non rendevano i baci:
– Voi non mi amate ancora! L’ho sospettato.
– No, Emilio, t’amo! T’amo! – ella mentí, disperatamente, ingannando anche se medesima.
E poco dopo, mentre colui la ringraziava sotto voce, grato del possesso vittorioso, ella diceva internamente:
– Almeno m’ha creduto! –
E gli si abbandonava tra le braccia, scossa da un gran convulso di ribrezzo.

– Devi annoiarti in questa solitudine.
– Ho pianoforte, musica, libri!… E poi, mi dai tu forse tempo?
– Faccio quel che posso.
– Fai troppo. Non è un divertimento salire cosí spesso fin quassú.
– Non è neppure una marcia.
In quei primi mesi discorrevano talvolta cosí, alla finestra del salottino di via Lungo il San Gervasio, intanto ch’egli fumava, un po’ impensierito di quella specie di stanchezza della voce di lei; e Giustina, co’ gomiti appuntati sul cuscino del davanzale, continuava a rispondergli guardando ora il bel panorama di Firenze che rizzava laggiú, nella pianura, la cupola di Brunellesco, il campanile di Giotto e la guglia merlata di Palazzo Vecchio torreggiante sui tetti; ora il piazzale Michelangelo che pareva là, a due passi, col David che quasi si poteva toccare stendendo il braccio; ora monte Morello e gli appennini di Pracchia, sfumati fra i vapori, lontano.
– Ti annoi; perché negarlo?
– Ti dico di no.
– Tanto meglio -.
Quella volta, verso le sette di sera, presero una strada di campagna, poi svoltarono per una viottola solitaria, serpeggiante su la collina.
– Che bella veduta! – ella disse.
– Bellissima! –
E si sedettero sulla spalletta rustica d’un ponticello, simili a innamorati che abbiano ancora mille cosine da confidarsi. Infatti egli le confidava la sua speranza d’un prossimo avanzamento di grado; s’era già preparato a un esame.
– Quando saremo maggiore, – aggiunse scherzando – avremo piú autorità. Ordineremo: “Cara signora, vogliateci un po’ piú di bene.” E la signora – la disciplina soprattutto! – ci vorrà un po’ piú di bene. Con un maggiore non si canzona.
Giustina sorrideva: ma in quei grandi occhi tranquilli e su quelle grosse labbra colorite, il sorriso prendeva un’indefinibile espressione di dolorosa tristezza.
Il ragionare, dietro una cosa e l’altra, era cascato intorno all’amore.
– Perché m’ami? – gli domandò improvvisamente Giustina. – Non sono bella, tutt’altro; non sono capricciosa…
– Che ne so io? Sei qualcosa di meglio; lo giudico dagli effetti.
– Non hai detto la stessa cosa a tant’altre? Sinceramente, s’intende.
– Oh! Io credo che si possa aver amato cento volte e non aver mai provato una passione.
– Non lo capisco.
– Lo capisco ben io. Tu m’ami; mi vuoi certamente bene, ma…
– Quando una donna ha già dato all’uomo tutta se stessa… Gli uomini non possono figurarsi, neppure dalla lontana, che cosa significhi: darsi!
– Vi date forse? Vi lasciate prendere.
– Povere donne! E ne menate anche vanto.
– Ma lasciarvi prendere è la vostra forza. Nella guerra di amore, qualunque vittoria risulta sempre al rovescio. Chi capitola detta i patti e le condizioni.
– Come s’indovinerebbe il militare, anche senza la divisa!
– Ecco, per esempio, questo bacio qui…
– Emilio!
-…parrebbe, a prima vista, una violenza. Ma potevo non dartelo? La violenza l’ho sofferta io, da questi occhi, da questa bocca, da questa personcina che s’appoggia trionfante al mio braccio, e quasi mi sgrida… per un bacio!
– Emilio! –
Gli ulivi stormivano attorno, nel gran silenzio della sera.
– Faremo tardi, – ella disse dopo breve pausa.
– Avremo la “celeste paolotta…”
E additava, ridendo, la luna montante, rossa e grande, su le colline scure, nel cielo a pecorelle:
– Pare che salga di fretta dietro le nuvolette biancastre. –
– Di notte, la campagna mi fa paura – rispose Giustina.
– Anche quando l’esercito marcia in armi al tuo fianco? –
In verità ella aveva assai piú paura di quell’allegra eccitazione rivelata dalle parole, dagli slanci improvvisi, dal tono stesso della voce.
Scendevano silenziosi, a passi corti e lesti, per la viottola deserta, mentre i grilli trillavano al lume di luna, e i “chiú” di due assioli si rispondevano, distanti, a intervalli, e il gracidio delle rane dal vicino Mugnone saliva, quasi coro, monotono e solenne. Egli andava accarezzando sul suo braccio la mano di lei. E a quella carezza insistente che le produceva su la pelle delicata un sottile bruciore, Giustina sentiva riempirsi il cuore d’immensa commiserazione di sé. La vita le sarebbe parsa quasi felice, se tutto si fosse limitato a quella dolce intimità piú dello spirito che del corpo. Perché a lui non bastava? E il ricordo della terribile sensazione di ribrezzo che la frequenza, ahimè!, non attutiva e che l’illuso orgoglio dell’amante scambiava per tutt’altro, le faceva correre un brivido freddo per la persona e le inumidiva le palpebre.
– Ecco un fanale; sei contenta? – egli le disse. – Siamo quasi in città… Ma che hai? – soggiunse subito, vedendole inaspettatamente portare agli occhi il fazzoletto.
– Sciocchezza!… Pensavo… a quella bambina di cui ti parlai l’altra volta. Povera creatura!… Mi è venuta in mente tutt’a un tratto, con quel visino magro e palliduccio che sparisce tra i folti capelli castagni… Quando s’affaccia alla finestra dirimpetto, raccolta nello scialletto anche in agosto, e mi guarda, e mi guarda intentamente… mi fa quasi male. E nel pensare a lei… che sciocchezza! Parlava affrettata, come chi vuole ingannare, con un misto di pianto e di riso che le tremolava nella voce; e intanto si asciugava gli occhi.
– Via – disse Fasciotti, senza sospettare niente – quando ne avremo una anche noi…
– No, no! – ella lo interruppe.

Aveva dovuto mentire. Il bambino suo, il caro bambino suo le era venuto in mente in quel momento, quasi il venticello che faceva stormire gli ulivi le avesse portato all’improvviso qualche profumo della villa Rosati, situata in mezzo al ristretto parco, presso lo Scrivia, dov’ella passava l’estate col figlio e il marito, lieta della fresca serenità di tutto quel verde e di tutta quell’ombra, tra i gridi allegri e i colpi dei cacciatori risuonanti dalle macchie a piè del colle.
E cosí mentiva tutti i giorni, ora che il rimpianto del passato tornava a riprenderla, ora che la sua ragione non dava piú torto a quegli altri che l’avevano spinta nell’abisso.
Non provava piú contro di essi il cieco sdegno di prima; non ne parlava piú con quell’accento duro e sbalzante, vibrato come guizzo di frusta dalle sue labbra convulse, nei giorni seguiti all’arrivo di Giulia da lei richiamata.
– Tu che sai!… – le aveva ripetuto interrottamente. E il cuore le si era vuotato d’ogni resto di fiele. Era stata ingiusta, al pari degli altri, forse piú; lo riconosceva. Le apparenze non stavano tutte, tutte!, contro di lei? Qual testimone poteva ella invocare per giustificarsi pienamente davanti a suo marito e a suo padre?… E non aveva, con quel colpo di pazzia, dato ragione all’accusa? Si strizzava le mani, si mordeva il labbro, aggirandosi smaniante pel salotto, quando non le riusciva di continuare a leggere perché i caratteri le si confondevano sotto gli occhi turbati e il pensiero andava via via, lontano, quasi a piangere dietro il portone della casa di suo marito, dietro il cancello della villa in mezzo al parco presso lo Scrivia, dietro l’uscio della casa paterna; a piangere e a domandar l’elemosina d’un perdono ch’ella sentiva di meritare e che sapeva, pur troppo!, non le verrebbe mai accordato.
E il pianoforte gridava allora, ripeteva la sua confessione, domandava perdono in nome di lei con le dolenti melodie dello Schumann e dello Chopin, con le divine suonate del Beethoven, con le rubeste sinfonie del Wagner e del Listz, che chiamavano alle finestre dirimpetto e a quelle del primo piano della casa i visi attenti e maravigliati di parecchi inquilini; e tutti gli amati fantasmi della sua vita le sorridevano attorno in quei momenti, la colmavano di carezze e la lasciavano commossa e spossata tosto che si dileguavano lontano, lontano, piú lontano della stessa infanzia, quasi in un’altra esistenza!…
– Ah, il mio bambino!… Ah, il mio caro bambino! – sospirava con le lagrime agli occhi, vedendo quel visino affilato di creaturina malaticcia che ella trovava sempre alla finestra dirimpetto, ogni volta che, terminato di suonare, s’affacciava a cercare con la faccia ardente la fresca impressione dell’aria aperta.
Un giorno la bambina le sorrise.
– Come stai, carina? – ella le domandò.
E la tenerezza di mamma desolata le addolciva la voce. La bambina non rispose, e continuò a sorriderle timida.
– Che fai lí?
– Mi diverto a sentirla suonare.
– Vieni qui, col permesso della tua mamma; suonerò a posta per te -.
Non le era parso vero d’aver potuto attirarsela in casa. Fasciotti la trovò agitata, rimescolata, con quella magra creaturina seduta su le ginocchia, stretta tra le braccia, e che aveva negli occhi la meraviglia di tutte quelle carezze inattese.
– Se tu sentissi che vocina! Pare un flauto – ella gli disse.
– Cosí, con lei, non ti annoierai in questa settimana di mia lontananza.
– Vai via?… Per l’esame?
– Questa sera, coll’ultimo treno.
– Signor maggiore, buon viaggio! –
Era anche allegra in quel momento. Ci voleva tanto poco per renderla quasi felice.
Appena però gli lesse in viso il malumore per la presenza della bambina, non ebbe piú coraggio d’accarezzarla, di baciarla, e la mise a terra, con cuore soffocato.
– Vo a casa – disse la bambina.
Giustina non osò trattenerla; e l’accompagnò fino all’uscio, facendosi promettere piú volte che sarebbe tornata
– Verrai tutti i giorni, è vero?
– Se la mamma vorrà.
– Perché non dee volere? –
E riprese a baciarla, indugiando.

Un dubbio la tenne su la corda: – Sospettava egli qualcosa? –
Era partito evidentemente malcontento dell’insolita resistenza di lei la sera del commiato. E per calmarlo, per scancellargli la brutta impressione, per cacciargli di mente ogni sospetto, gli aveva scritto parecchie lettere lunghe, affettuosissime.
– Mentiva forse scrivendogli cosí? No. Gli era grata di quella passione che pareva moltiplicasse la sua delicatezza e la sua forza nella crescente intimità della loro vita; e lo amava, sebbene in modo diverso, con grande slancio dell’anima… Che poteva farci se il suo corpo resisteva?… Ah, se ella avesse avuto un po’ piú di coraggio! Se avesse potuto essere sincera e dirgli… Come dirglielo? Era impossibile. Gli dovea questo gran sacrifizio, dopo che quegli per poco non le aveva sacrificato anche la vita.
E quand’egli le rispose: “Tu m’ami meglio da lontano. Scherzi a parte, nelle tue lettere mi sembri un’altra. Strana creatura! Una frase, una sola frase di queste trovate ora, come tu dici, in fondo al cuore, pronunziata dalla tua bocca, mi avrebbe fatto salire ai sette cieli. Ed hai taciuto, cattiva!… Mille baci sui ditini che hanno tenuto la penna”; quand’egli le rispose cosí, il foglio le cascò di mano, e il subito lentore dello scoramento la fece anche impallidire.
– È suo marito che le scrive? Tornerà presto? – disse la bambina, raccattando il foglio.
Essa trasalí, ammutolita. I signori Castrucci, andati a farle una visita di ringraziamento per le tante cortesie verso la loro bambina, l’avevano fatta trasalire allo stesso modo, due giorni avanti, domandandole:
– Suo marito sta bene?
– Grazie – ella aveva risposto.
La signora Castrucci, che ciarlava volentieri, si era messa a compatire le povere mogli degli ufficiali:
– Dev’essere una vitaccia!… Ora qua, ora là, come gli zingari. Le spalline e la sciabola, sí, fanno un cert’effetto; ma un cantuccio di terra ben ferma sotto i piedi… Suo marito è capitano?
– Capitano -.
E se la conversazione si fosse prolungata un tantino di piú, i Castrucci l’avrebbero vista tramortire a quel: “Suo marito, suo marito” che le andavano ripetendo con l’idea di farle cosa grata.
Ah, la terribile logica d’un passo falso!… Non era mai giunta a persuadersi come si potesse mentire… ed anche quest’altra volta aveva dovuto, stando zitta, mentire!
Sí, il vero marito ella non se lo sentiva piú solamente dentro la testa, ma nel sangue, nei nervi, in tutto il corpo, incancellabile marchio di possesso fino a quel punto non avvertito! E il ribrezzo, il terribile ribrezzo che ogni volta quasi l’annientava, era appunto la sorda protesta di quel possesso, il rifiorire di quel marchio. Lo comprendeva finalmente, ora che la sua ragione vedeva chiaro, ora che poteva misurare dalla profondità del proprio abisso l’altezza da cui era precipitata in un momento di pazzia.
– Si sente male? – le domandò la bambina.
Ella la prese tra le braccia, coprendola tutta di baci. Ah, quelle gotine magre e palliducce non erano le gote piene e rosee della sua creatura lontana! Voleva però illudersi, voleva stordirsi; voleva, soprattutto, vincere il terrore che già la invadeva all’annunzio del ritorno del maggiore che quella lettera aveva recato.

E il martirio stava per ricominciare!
La giornata era grigia, come l’anima sua; l’aria afosa e pesante. Piú tardi, l’umidore della pioggiolina – che gettava un gran velo cinericcio su la pianura, sui colli attorno, su le montagne lontane – la penetrava fino al midollo, le si mutava addosso in tedio spossante, in torpida oppressione. Tuttavia ella ritornava spesso a osservare il tempo dietro i vetri della finestra, e rimaneva là con gli occhi fissi, quasi con l’orecchio teso ad ascoltare il lontanissimo fischio della vaporiera che in quel momento doveva forse montare su pei fianchi degli Appennini, divorando la strada, infilando le gallerie, spuntando gioiosamente all’aria aperta sull’orlo degli abissi e attraverso le fosche vallate, com’ella si rammentava d’averlo visto una volta, in un’altra giornata di pioggia, col sole che si affacciava di tanto in tanto dalle nuvole squarciate e faceva sorridere ogni cosa. E il treno correva, correva, serpeggiando, arrampicandosi; le parea proprio di vederlo. E vedeva anche lui, in un angolo di vagone, sdraiato, con gli occhi socchiusi, sorridente alle visioni della prossima felicità che gl’ingannavano l’impazienza dell’interminabile viaggio.
Ma il cuore le rimaneva triste, quantunque il cielo già si rischiarasse al soffio del vento che spazzava le nuvole verso monte Morello e verso Pracchia, gettando incontro al treno che veniva a gran velocità – le pareva ancora di vederlo – quello sprazzo d’oro risplendente su la campagna lavata allora allora dalla pioggia.
– Signora, c’è l’uomo coi fiori – disse Giulia sull’uscio.
– Sono le cinque? Aveva ordinato quei fiori per le cinque di sera, e la giornata era trascorsa cosí rapidamente ch’ella ne provava stupore.
– Il pranzo è per le sette e mezzo?
– Sí.
Giustina andava disponendo quei fiori un po’ da per tutto, con arte gentile, scegliendoli dal gran canestro che Giulia le portava dietro. Giulia, di tratto in tratto, arrischiava qualche parola:
– Il signor capitano… il signor maggiore – ora bisogna dirgli cosí, è vero? – chi sa come sarà contento!… Dovrà fare una bella figura a cavallo; andremo a vederlo a le riviste… –
Giustina non rispondeva, e spargeva sul tappeto gli ultimi fiori rimasti, lasciandoseli cader di mano lentamente, preoccupata. L’odore delle rose, dei ciclamini e dei giacinti tuberosi riempiva il salotto.
– E il martirio stava per ricominciare! –
Ogni minuto che passava era un precipitarsi verso il fatale momento dell’arrivo. Colui tornava piú innamorato, piú illuso di prima. Vi aveva contribuito ella medesima; vi contribuiva ancora, abbigliandosi come per una festa, scancellando dal suo volto ogni traccia di sofferenza, tentando di farsi una maschera per continuare ad illuderlo…
– Poiché questa illusione lo rende felice!… Non sarebbe assai peggio se dovessimo soffrire tutti e due? –
E lo guardava quasi contenta, quasi illusa nei primi momenti, lasciandosi baciare una mano in ringraziamento delle bellissime lettere lette e rilette, e imparate a memoria…
– E tutti questi fiori?
– Non hanno nulla di guerresco – ella rispose. – Decorazione sbagliata. Dimenticavo la marcia! –
Suonate però poche battute della marcia del Tannhäuser, si levò dal pianoforte. La musica la eccitava, e non ne aveva punto bisogno.
– Raccontami, raccontami tutti i particolari dell’esame.
– Chi se ne rammenta piú? E poi… lascia andare!. –
Irrequietamente Giustina si levava da sedere col pretesto d’aggiustare un mazzo di fiori, di moderare la fiamma d’un lume, di spostare senza un perché qualche gingillo; e tornava a sederglisi allato, ripetendo:
– Raccontami, raccontami – con tremito della voce che si comunicava a quella di lui.
– Che vuoi che ti racconti? La cosa piú bella, piú deliziosa del mio viaggio è stato – occorre dirlo? – il ritorno; sono questi momenti, sono questi… Giustina tentava di schermirsi:
– Può venire Giulia lascia andare -.
Tenendola stretta stretta tra le braccia, egli intanto le ripeteva nell’orecchio una frase dell’ultima lettera:
– E hai taciuto!… Cattiva! –

Bevevano il caffè. Seduto presso il tavolino, sorridendo, tra un sorso e l’altro, Fasciotti spingeva verso di lei boccatine di fumo, come altrettanti colpi d’incensiere:
– Non sei il mio idolo?
Giustina, in piedi, assaporando lentamente col cucchiaino la calda bevanda e aspirandone il profumo, lo ringraziava con accenni del capo e degli occhi, ridiventata seria in quell’intimità del salotto che l’ora tarda e il paralume rosso, a testa di gufo, rendevano piú raccolta del solito.
Nel punto che Giustina posava la tazza, egli la prese per la mano
– Vieni, siedi qui -.
E le passava un braccio attorno alla vita e le teneva stretti i ginocchi sui suoi ginocchi.
– Voglio sentirti accosto, cosí. Fino a due settimane addietro, nel venire quassú, facevo la strada simile a un sonnambulo, dubitando sempre che e tu e questa palazzina e questo salotto e la nostra vita di amanti non avessero a sfumarmi dinanzi con lo svanire d’un sogno durato apparentemente sette mesi e in realtà qualche minuto. E quando penso che c’è stato un tempo in cui tutto questo non poteva avere per me neppure la fluida apparenza d’un sogno!… Ti vedevo di rado; tu mi evitavi. Se potevo passarti accanto e sentire il suono della tua voce… Ricordi?… Ricordi? Parlava sommesso, come in un soliloquio, tenendo gli occhi socchiusi fissi in un punto della parete dirimpetto, dove quelle visioni del passato gli apparivano e sparivano, dissolvendosi nella rapidità dello sfogo:
– Ricordi?… Ricordi? –
E Giustina gli rispondeva di sí, di sí, con lieve movimento della testa abbassata, stringendosi forte le mani perché egli non avvertisse come il cuore le spasimasse all’incosciente crudeltà di quell’effusione che continuava a sfiorarle il collo, verso la nuca, riandando i terrori, i dolori degli ultimi mesi, quando la sicurezza dell’amante felice traballava davanti a un ostacolo impalpabile e invisibile – non se n’era accorta? – che gli pareva si frapponesse a un tratto fra loro e li tenesse divisi, in distanza, a dispetto dei corpi che s’allacciavano, delle labbra che confondevano i respiri…
– Non te ne sei accorta? No? Terrori e dolori d’un secondo; non lasciavano traccia; ma cosí intensi!, cosí intensi!… Se tu avessi parlato prima! In quelle tue lettere, sí, c’era il suono, c’era l’accento della tua voce. Se tu avessi parlato prima!… Ci voleva la lontananza – non ti pare cosa strana? – per legarci piú intimamente. Oh! Io credo all’amore, sai? La sola sensazione non mi basta. Son rimasto un tantino collegiale, come mi canzonano i miei amici. Peggio per loro, se non sapranno mai quel che valgano questi divini momenti. Mi sembra che noi stiamo ricominciando da capo, quasi io avessi avuto finora soltanto metà di te… Ed ora tutta, tutta, tutta! È vero? –
Ella seguiva a dir di sí con la testa, macchinalmente, nell’indistinta percezione del suono di quella voce diventata mormorio sommesso di baci parlanti o di parole bacianti, non lo capiva bene; zufolio agli orecchi; rimescolamento di tutta la persona; gran male; dove? Nel cervello o nel cuore, non lo capiva bene egualmente. E non s’opponeva all’improvviso movimento con cui egli sollevatala su le braccia, la portava di là, in camera, delicatamente, quasi temesse di svegliare una persona addormentata. Respirava appena, nella estrema prostrazione della volontà e di tutte le forze vitali, sotto l’aggravarsi d’un incubo che le impediva di fare la minima resistenza all’irrequieto agitarsi delle dita che le sfibiavano il vestito, le tiravano le maniche e la spogliavano senza scosse, con perizia femminile… Ma appena, nel levar via il busto, le dita le sfiorarono, per caso, le vive carni del seno, Giustina scattò in piedi, appuntandogli le braccia contro il petto, con gli occhi smarriti:
– Per pietà, no!… Per pietà! –
E, nascondendo il viso tra le mani cadeva di fianco su la sponda del letto, scossa da un tremito violento, in singhiozzi: – Per pietà! –
Ella sentí, per qualche istante, un respiro grosso e frequente, quasi rantolo soffocato; e si restrinse tutta, aspettando il terribile scoppio di quel furore d’amante.
– Non vi accadrà piú, ve lo giuro! – disse una voce irriconoscibile.
E Fasciotti fece per uscire. Giustina gli si gettò a traverso, delirante:
– Emilio!… Emilio!… –
Senza rispondere, egli tentava di svincolarsi da quelle mani che lo brancicavano e lo afferravano e tornavano a brancicarlo.
– Emilio, siate generoso!… Fatemi male quanto volete…Ah! –
Aveva dovuto gridare; quegli le stritolava le mani, senza avvedersene, dalla rabbia di sentirsi ridicolo, sul punto di piangere come un bambino, con gli occhi che vedevano una pioggia di fiammelle attorno, e il cuore che gli scoppiava.
Fu un baleno.
– Perdonatemi… il torto è mio. Entrate in letto… vi ammalerete… Te ne prego, entra in letto – soggiunse con l’apparenza d’un sorriso. Le ravviava le coperte, le aggiustava i guanciali sotto il capo:
– Il torto è mio… Avrei dovuto avvedermene -.
E si buttò su la seggiola a piè del letto, molle d’un sudorino ghiaccio, quasi il rovescione che in quel punto riprendeva a sbattere furiosamente su i vetri della finestra lo avesse inzuppato da capo a piedi.

La pioggia continuava, fra gli urli del vento che pareva si raggirasse attorno alla palazzina per sradicarla dalle fondamenta. Che gliene sarebbe importato? Un piú orrendo colpo aveva distrutto in un istante il superbo edificio della sua felicità… e per sempre.
Giustina non osava guardarlo, né rivolgergli la parola, cosí sbalordita dell’accaduto da non accorgersi ch’egli stava là, rattrappito su la seggiola, da piú d’un’ora, e non poteva passare la nottata a quel modo. Non se n’accorgea neppure lui.
Finalmente si rizzò, scuotendo il capo, strizzando gli occhi; e visto che Giustina si levava anche lei e si metteva a sedere sul letto tenendogli le mani in atto supplichevole, le disse con voce alquanto calma:
– Vado di là, un momentino.
– Perché?
– Ho bisogno d’aria…
– Aprite pure quella finestra… Emilio, siate generoso! – ella ripeté, alla mossa di risposta sfuggitagli suo malgrado.
– Oh, non dubitate!… So il mio dovere -.
Tornato a sedersi, con le braccia sui ginocchi, le mani intrecciate, curvo, abbattuto dall’incredibile disinganno, egli ruminava
– Perché dunque è venuta da me?… “M’accusano d’essere la vostra amante, e sia!…” Chi l’ha forzata? Non lo sapeva forse che non avrebbe potuto amarmi? –
Giustina, tenendo la faccia tra le palme, riprendeva a singhiozzare
– Che ho mai fatto!… Che ho mai fatto! –
La pietà di lui, il terrore delle conseguenze di quella rottura – rottura irrimediabile, non poteva illudersi, con quel carattere – la inchiodavano lí, raggomitolata, quasi il mondo stesse per crollare ed ella attendesse di minuto in minuto il crollo finale: – Che ho mai fatto! –
La pioggia sbatteva furiosa su i vetri, il vento urlava e fischiava.

– Quanto mi ero ingannata! È stato assai piú generoso ch’io non osassi sperare -.
E quei mesi d’autunno le parvero un paradiso, con le tiepide giornate, gli splendidi tramonti, le belle serate che in quel posto, tra la campagna e la città, le producevano una soave sensazione di pace e di benessere in armonia con la pace e il benessere della sua vita, ora ch’egli continuava a visitarla non piú da amante ma da amico, e come se niente di nuovo fosse avvenuto tra loro. Lo avrebbe voluto, è vero, un po’ meno serio, un po’ meno freddo; si vedeva, forse, in quella sua indifferenza un tantino d’ostentazione, una lieve ombra di vendetta…
– Ma, povero cuore!, deve costargli un gran sacrifizio mantenere le apparenze. Gli son grata infinitamente di questo contegno. Neppure Giulia, ch’è in casa, s’è accorta di nulla -.
Ella si sentiva felice di poterlo amare a quel modo, come avrebbe voluto amarlo anche prima, come avrebbe voluto essere amata anche prima.
– Ma allora, Dio mio, non poteva essere! Mi ero illusa io pure, un istante -.
Ora respirava a pieni polmoni la libertà del proprio corpo in cui tutto era stato scancellato dalla purificazione del gran pianto. Delle atroci sofferenze dei mesi scorsi le rimaneva un’idea lontana, incerta, simile a ricordo di cattivo sogno; e in quanto all’avvenire, oh!, viveva perfettamente rassicurata. Ne aveva avuto parecchie prove.
Una sera, verso le dieci e mezzo, appena i Castrucci erano andati via con la bambina che cascava dal sonno, Fasciotti, acceso un sigaro, s’era messo a leggere il “Fanfulla”, senza dire una parola, senza voltarsi un momento verso di lei che lavorava con l’uncinetto nervosamente, a testa bassa, nell’ansia angosciosa d’un’apprensione…
– Assurda, ne conveniva. Ma… che voleva egli insomma? Aveva già letto, da cima a fondo, il giornale; e intanto restava là, col sigaro spento tra le labbra, muto, mezzo imbroncito! –
L’orologio a pendolo, dalla mensola del caminetto, suonò le undici e tre quarti. Fasciotti si scosse. Giustina, vistogli posare il giornale, riaccendere il sigaro e lisciarsi i baffi, aspettava, impaziente, ch’egli parlasse. Dopo quella trista nottata, non erano mai rimasti cosí a lungo da solo a solo. Convinti tutti e due dell’inutilità e del pericolo d’una spiegazione qualunque, in quelle prime settimane l’avevano prudentemente evitata…
– Ora, forse?… –
Agitatissima, Giustina stava per lasciarsi scappare una domanda trattenuta a stento su la punta della lingua da un quarto d’ora, quand’egli la prevenne:
– Se volete andare a letto… Io resterò qui un altro poco… per Giulia, capite? Mandate a letto anche lei. Uscirò senza far rumore. È meglio che nessuno sappia… Giulia sopra tutti.
– Come vi piace. Buona notte -.
Giustina, improvvisamente commossa, non aveva saputo rispondere altro, stendendogli la mano.
– Buona notte -.
E Fasciotti gliela strinse leggermente.
Ma un’altra volta egli avea fatto di piú. Andata a letto per non contraddirlo, Giustina non poteva chiuder occhio, aspettando di sentirlo partire. Quell’incredibile prova di delicatezza e di riguardo le produceva una specie di contrazione alla bocca dello stomaco…
– Fino a che ora rimarrà in salotto? –
Alle due era ancora là. Ella però non osava muoversi, temendo appunto che in quella circostanza, contro ogni proponimento, una parola non li trascinasse alla dolorosa spiegazione evitata.
Quante ore erano passate? Non lo sapeva precisamente. S’era forse appisolata; non aveva inteso nessun rumore all’uscio di casa né al portone. E trepidante era saltata giú dal letto per accertarsi, con cautela, se c’era lume in salotto. E che respirone a quel silenzio e a quel buio!
La mattina dopo, molto tardi, Giulia le domandava: – Signora, si sente male?
– No, perché?
– Il signor maggiore, prendendo il caffè, mi ha raccomandato d’aspettare che lei avesse sonato.
– Ah!…
Gli occhi, tutt’a a un tratto, le si erano ripieni di lagrime.

Dimenticava però ogni cosa per la beata certezza di sapersi amata tuttavia. Le apparenze non potevano ingannarla. E, in ricambio, il suo cuore gli si dava tutto, senza restrizioni, pieno di confidenza nelle promesse che leggevagli in viso vedendolo diventare di giorno in giorno meno riserbato, meno freddo, vedendogli smettere a poco a poco quell’aria diffidente e guardinga contro di lei e di se stesso, che aveva reso cosí penose le prime settimane della crisi; allora pareva che l’amico non potesse punto adattarsi a sostituire l’amante, e che sul capo di tutti e due pendesse la minaccia di crisi peggiore.
La sua vita aveva già ripreso il tranquillo andamento d’una volta. Poco, quasi nulla le mancava per sentirsi nuovamente cullata nella lieta pace domestica, per tornare a rannicchiarsi nell’ingenuo egoismo d’indolente felice. Se lo rimproverava in certi momenti.
Quella bambina malaticcia, ma buona e intelligente, che veniva a tenerle compagnia da mattina a sera e ch’ella conduceva attorno nelle frequenti corse per le gallerie, pei musei, pei negozi e nelle passeggiate alle Cascine, al giardino di Boboli, o lungo il Viale dei Colli, non usurpava lentamente l’affetto materno, a danno della creatura delle sue viscere… alla quale forse avevano fatto credere che la mamma era morta? E le teneva un po’ di broncio, per qualche ora, per mezza giornata, broncio di cui la bambina non s’accorgeva.
– Oh, Dio!… Come difendersi da quel naturale sentimento d’egoismo, ora che poteva finalmente riposarsi dopo tanti atroci dolori? Ora che almeno, a intervalli, le riusciva di sopire dentro di sé ogni ricordo del passato? –
Quella pace interiore le fioriva fuori, sul volto, in piú sorridente vivacità degli occhi, in piú facile zampillo della parola che riprendeva la gentile festività nelle conversazioni serali, quando Fasciotti veniva lassú accompagnato da due o tre ufficiali del suo reggimento, ed ella – dopo il the – cedeva di buona voglia all’invito di suonare qualche pezzo della solita musica indiavolata, come diceva il tenente Gusmano che in fatto di musica capiva soltanto quella del suo compatriotta Bellini:
– Il Dio della musica!… E Dio ce n’è uno solo!
– Les dieux s’en vont – gli rispondeva Giustina, ridendo. E per fargli dispetto si metteva a strapazzare un’aria della Norma, o una cavatina della Sonnambula:
– Tralalalliero, tralalalà! –
Né finiva il pezzo, ma attaccava subito, vigorosamente, la sinfonia del Vascello fantasma, un coro del Lohengrin, o qualcosa di simile.
– Bum! Bum! Bum! Bum! – replicava Gusmano – È musica questa? –
E Fasciotti rideva insieme con altri, dando ragione alla signora.
Rovistando le carte di musica, il tenente Gusmano avea tirato fuori quella fatale sonata del Berlioz che rimaneva da un pezzo sepolta sotto un mucchio di fascicoli.
– Ah! La signora ci nasconde le sonate. Berlioz… È un tedesco? – domandò Gusmano – No? Dunque questa dev’essere una cosa assai bella. La signora, per gastigo, viene pregata di sonarla -.
Gli occhi di lei s’erano subito rivolti verso Fasciotti, indecisi.
– Sí, Giustina, suonatela – egli disse con un che d’ironia. – Vo’ persuadermi se gli effetti di questa sonata non provengano, in gran parte, dallo stato dell’animo di chi la sente. Rischio di perdere qualche illusione.
– Allora, no! – ella rispose.

– Dunque non m’ama piú!… Soltanto per pietosa generosità di gentiluomo egli fa il sacrifizio di continuare a venire da me. Sí, sí; lo vorrei detto piú chiaramente?… Non m’ama piú! Non mi ama piú!
Sul primo aveva sentito una leggera mortificazione d’amor proprio, lieve puntura di spillo al cuore, graffiatura a fior di pelle; nella nottata però non poté conciliar sonno, irrequieta sotto le coperte, con stupore e sbalordimento che aumentavano di mano in mano:
– Non m’ama piú? –
Le pareva impossibile. Fra le tante supposizioni fatte, il caso che Fasciotti potesse cessare d’amarla non le era mai passato per la mente. Doveva discutere un’assurdità? Lo stimava tale.
– Infine, che deve importartene? – si diceva da sé. – Non è anzi meglio? –
Non ne restava convinta. Si sentiva già venir meno la piú valida forza che le rendeva tollerabile quella vita d’isolamento e di sacrifizio a cui s’era volontariamente condannata. La sua pace, la sua tranquillità, dopo tante lagrime e tanti strazi, stavan per essere nuovamente distrutte?…
– E se m’abbandona col cuore, col piú terribile degli abbandoni, che sarà di me? –
Tortura di nuovo genere. Come rifiatare? Come lagnarsi di lui?… Quella settimana le parve un secolo. Ogni parola, ogni gesto di Fasciotti serviva a rischiararle, a confermarle la crudele certezza della scoperta. L’orgoglioso ritegno non le aveva impedito di mostrarsi piú cordiale del consueto con lui, d’umiliarsegli dinanzi con sfoggio di sottintesi imploranti misericordia.
– Sentite – aveva osato poi dirgli – questa vostra affezione d’amico è l’unico soffio che mi tiene in vita. Se venisse a mancarmi…
– Che fareste?
– Non lo so -.
Fasciotti, guardatala un momentino attentamente, colpito della insolita stranezza di quell’accento, aveva soggiunto
– Non vi è venuta meno finora. Il mio dovere…
– Disgraziatamente il cuore umano non conosce doveri. E poi, non si tratta di doveri.
– Me lo dite voi? –
Giustina non aggiunse parola. Credeva aver detto troppo; avea capito anche troppo. E appena fu sola, pianse.
– Non m’ama piú!… Ma perché non m’ama piú? Perché? A questo grido del cuore che le parve uscisse dalla bocca d’un’altra persona nascosta dentro di sé, rimase come fulminata.
– Come?… Lui mi tradisce cosí? Lui!… E perché non mi ama piú? Perché? –
Un atroce dolore alla nuca e alle tempie la distese per tutta la giornata sul canapè della camera e ve la tenne inchiodata fino a tardi.
Giulia, sentendola lamentare, era entrata piú volte, domandando
– Signora, debbo chiamare il dottore?
– No.
– Che si sente, signora?
– Qualcosa qui… Non è nulla -.
E, all’arrivo di Fasciotti, trovò tanta forza da levarsi, da nascondergli il gran male che le spaccava la testa.
– Dunque andrete a Pisa?
– Per un’ispezione; due, tre giorni.
– Mi scriverete?
– La mia lettera arriverebbe insieme con me.
Ella girava gli occhi attorno, con aria insospettita, cercando, annusando l’aria…
– Questo profumo… L’avete addosso voi?
– Io?
-… Mi va al capo, mi stordisce. Sí, l’avete addosso voi.
– Ah, è vero! – egli rispose, ridendo con qualche impaccio. – Per fortuna non siete nel caso di diventare gelosa.
– Oh, no… per fortuna! – balbettò Giustina, pallidissima.
– Vi fa proprio male?
– Sí, molto!
– Allora vado via; scusatemi.
– A rivederci -.
Si sentiva morire.

Due giorni di stupore e di delirio, sotto il tremendo colpo della meningite.
Giulia, atterrita, aveva telegrafato a Pisa:
“La signora è in pericolo di morte.”
Fasciotti, credendo quel telegramma esagerazione di cameriera affezionata, non s’era affrettato ad accorrere. Non tornava il giorno dopo?
La signora Castrucci, però, capita, dal continuo vaniloquio dell’ammalata, la vera condizione di Giustina, aveva detto a Giulia:
– Bisogna telegrafare anche al marito e alla famiglia di lei. Non vorranno mica lasciarla morire abbandonata cosí -.
Fu telegrafato. Nessuno rispose.
La poverina, con la faccia congestionata, le labbra tumide e pavonazze, sfigurita, aveva appena forza di balbettare delirando:
– Enrico!…, Te lo… giuro! Babbo!… Sono innocente!… Credimi almeno tu… tu solo!… –
La suora di Carità, in piedi presso il capezzale, le passava spessissimo un po’ di ghiaccio su le labbra infocate, poi rimaneva immobile, con le mani dentro le larghe maniche dell’abito grigio, mormorando preghiere.
Sollevata una mano gonfia e contratta, Giustina cominciò ad accennare, quasi chiamasse qualcuno che credeva di vedere a piè del letto:
– Enrico!… Enrico!…
– Ah, il torto è tutto di suo marito! – disse Giulia alla suora che a quel nome aveva abbassato gli occhi.
Giustina rantolava, continuando sempre ad accennare a piè del letto con la mano gonfia e contratta:
– Enrico!… Perdonami!… En… rico!…
– Povera signora!… Se avesse saputo che, quando gli uomini non perdonano, c’è sempre Dio che perdona! – disse la suora. E inginocchiatasi, a mani giunte, cominciò a recitare: – De profundis!… –

Mineo, 25 marzo 1885.

XV

ANIME IN PENA

Dopo dieci anni di matrimonio, vivevano come nei primi giorni della loro unione, in pace trista che ora neppur la figliuolina riusciva a rallegrare.
Il marito, diventato piú giallo per stravasi di bile, col volto scarno e gli occhi grigi, sbiaditi, di pesce morto, metteva paura fino agli assassini quando li fulminava in nome della legge dal suo banco di procuratore del re, agitando per aria le mani da scheletro, e la voce gli usciva a scatti, cavernosa, dal fondo dello stomaco, quasi qualcuno parlasse di là dentro invece di lui.
Giovane e bella, pallida sotto la tinta bruna, con gli sguardi smarriti e sognanti, con la indolenza che le rendeva faticoso anche il parlare, le rade volte che si mostrava in pubblico al braccio di lui, sua moglie pareva una convalescente scampata da lunga malattia, cosí sbalordita, cosí fiacca gli si strascinava accanto, guardando sempre davanti a sé, lontano, senza badare né ai luoghi, né alle persone.
In quelle passeggiate di qualche ora, la figlia, alta e magra, tutta suo padre, e che mostrava nell’aspetto di bimba stentata e freddolosa piú età che non avesse, camminava a fianco della mamma o del babbo, muovendo lentamente le gambine di ragno sotto il vestitino corto, con le braccia penzoloni e la bocca semiaperta, come una grullina; e nei primi giorni del loro arrivo in Palermo, la gente si voltava per guardarli tutti e tre, curiosa di sapere chi potevano essere quelle strane figure.
Poi la loro storia si seppe, e la compassione fu tutta in favore della signora.
Quell’uomo l’aveva sposata senza dote, innamoratissimo, pur sapendo di non essere riamato; ed ora la gelosia lo rodeva vivo vivo, quantunque sua moglie fosse una santa. Non ricevevano visite, non ne facevano; vivevano, laggiú, a Porta Sant’Antonino, come chiusi in un carcere, in quel palazzotto silenzioso dalla facciata scura e massiccia, che pareva fabbricato a posta per loro. Le vetrate dei terrazzini che davano su la via maestra non s’aprivano mai. In certe ore della giornata, dietro i cristalli, fra le tende bianche, si vedeva appena il profilo d’una testa di donna dai capelli neri, ma non si capiva se intenta a leggere o a lavorare; e, accanto, la bimba, seria e malinconica creaturina, appannava i cristalli col fiato, segnandovi col ditino qualche cosa che subito scancellava, per ricominciare da capo. Piú tardi, dietro quei cristalli sempre chiusi, i vicini dirimpetto, che spiavano curiosi e maligni, vedevano comparire per un momento la faccia itterica del marito sotto il berretto di velluto nero; e allora mamma e figliuola sparivano, quasi colui avesse avuto paura di vedersi mangiare dalla luce quella moglie ancora giovane e bella che i parenti gli aveano consegnata in mano, superbi della loro figliuola, vestita di bianco e coronata di fiori d’arancio, chiamata a salire cosí in alto.
Allora ella aveva appena sedici anni.
Regio procuratore presso il tribunale di Catanzaro, Lupi abitava al primo piano della stessa casa dove la famiglia di lei nascondeva, al piano superiore, la decente miseria del suo stato di decadenza.
Due o tre volte s’erano incontrati per le scale, mentr’ella andava fuori con la vecchia zia; e quella figura gialla, magra, dagli occhi sbiaditi e i capelli grigi, che le gettava addosso lo sguardo diaccio diaccio e si fermava a vederla scendere, le aveva dato una sensazione di ripugnanza, quasi di persona che volesse farle male. Per questo, arrivata all’ultimo gradino, s’era sempre voltata in su e s’era sempre urtata in quell’uomo affacciato alla ringhiera del pianerottolo, e che continuava a fissarla con la cattiva malia delle pupille smorte.
– Dev’essere un jettatore – aveva detto alla zia, facendo di soppiatto un gesto di scongiuro.
Qualche mese dopo, s’era accorta che quel jettatore stava a divorarsela con gli occhi dal terrazzino di fianco, allorché ella mettevasi a lavorare, canticchiando, su la terrazza. Vistagli ripetere quest’operazione parecchi giorni di seguito, e alla stessa ora, quantunque non gli avesse mostrato di essersene avvista, ella aveva smesso di recarsi lassú, indispettita:
– Quel jettatore mi perseguita! – Una volta però la zia le disse:
– È matto di te; ti vuole per moglie. Che fortuna, figliuola! Regio procuratore! –
Carmelina non aveva saputo che rispondere, sorridendo con sorriso sciocco, incredula:
– Ma che? Posso essere sua figlia… Non è possibile -.
Eppure era stato. E aveva detto di sí, vinta dalle insistenze e dalle lagrime della mamma e della vecchia zia, intronata dalle interminabili loro chiacchiere, e, un po’ anche lusingata da quel cambiamento di fortuna che la sbalzava nell’agiatezza di un posto onorato.

La prima cattiva impressione, però, di persona che volesse farle male, era rimasta, malgrado tutto quel che il marito le prodigava per legarsela, per rendersela affezionata ed amante, com’egli non disperava di poterla stringere un giorno o l’altro fra le braccia. E quando se lo vedeva, cieco dalla passione, inginocchiato dinanzi, smanioso di baciarle i piedi ch’ella tirava indietro impaurita; e quando sentiva ricercarsi avidamente, con labbra scottanti, le carni rosee e fresche, quas’egli volesse inebbriarsi del loro profumo e del loro contatto, Carmelina s’irrigidiva, diventava di marmo, e chiudeva gli occhi, e serrava i pugni e i denti; oppure s’abbandonava, come corpo morto. Poteva fare diversamente? Gli apparteneva, per sempre, Signore!… Per sempre!
– Lo so, non t’è facile amarmi – egli le diceva, un po’ impermalito per la resistenza della giovine ai suoi abbracci d’uomo maturo. – Ma io, anima mia, non ti chieggo un affetto volgare, da schiava…
– Perché mi dite cosí?
– Vedi? – rispondeva. – Non ti riesce di darmi del tu! Non importa. Sei la mia vita, il mio sole! Quando avrai capito che nessuno al mondo potrebbe amarti quanto t’amo io… –
Carmelina avrebbe voluto almeno ingannarlo, per non parere cattiva, per non straziare di piú quell’uomo che l’adorava come la Madonna ed era geloso fin dell’aria. Non ci era stato verso però, per quanti sforzi avesse fatti!…
Il giorno che Lupi, dopo un anno e mezzo, dovette lasciare Catanzaro, gli occhi di Carmelina si velarono di lagrime, come nello staccarsi dai parenti, guardando forse per l’ultima volta dallo sportello della carrozza le care montagne attorno, che era solita guardare dalla terrazza, allorché canticchiava lassú libera, al sole, nella squallidezza della casa che le aveva addormentato in seno ogni vano desiderio ed ogni giovanile illusione intorno all’avvenire.
Questa vita modesta ma dolce le era spesso tornata in mente, rimpianta, nella nuova residenza di Taranto, dov’ella si sentiva come sperduta per l’isolamento in cui la manteneva la sospettosa passione del marito. Oramai però cominciava ad adattarsi, spossata da languori indefinibili, mezza assopita dal torbido silenzio che la circondava in quell’abitazione dalle stanze piccole e basse, tra quei mobili vecchi, del tempo di Murat, che stuonavano stranamente con le pareti imbiancate di fresco. Tra i riflessi bianchi di quelle stanze, suo marito pareva piú smorto quando tornava a casa dal tribunale e le si sedeva di faccia o a lato, e la prendeva per le mani commosso come al primo giorno che le aveva rivolto la parola.
Ah, egli era sempre lo stesso!
E, dopo due anni, continuava ancora a volerla seduta su le ginocchia come una bimba, e tornava a balbettarle parole mozze, da innamorato che si confonde e non sa parlare, intanto che le baciucchiava le palme delle mani, il braccio, il collo, dicendole:
– Vita mia!… Sole mio!… –
Carmelina non si sentiva piú irrigidire, non serrava i pugni e i denti, non s’abbandonava piú come corpo morto. Era rassegnata, quasi indifferente, dominata da quel fascino maligno che doveva aver maturato rapidamente la sua bella giovinezza e assonnato nervi e sangue.
Soltanto non riusciva a dargli del tu, com’egli avrebbe voluto. Il tu le moriva su le labbra:
– Che posso farci? –
E suo marito, che l’andava scrutando tutti i giorni e tutte le ore, con gli sguardi inquisitori di procuratore del re, in cui neppure la passione accendeva un lampo, s’inquietava ora per questa indolenza di lei, peggio che non avesse mai fatto per la vivace ripugnanza:
– Che hai dunque? A che pensi?
– Perché mi dite cosí? – ripeteva Carmelina. – Perché mi dite cosí? –
E gli alzava in faccia le grandi pupille stupite. Sentiva un accento di minaccia immeritato, e ne aveva paura.
No, no! Egli non la minacciava, tradito dalla brutta voce cavernosa, dalla faccia giallastra, emaciata per la gelosia che lo disfaceva. Avrebbe voluto vederla anzi allegra, sorridente, felice; e se le fosse sfuggito finalmente uno di quei gridi che soltanto la giovinezza e l’amore son capaci di trovare, oh, gliel’avrebbe pagato con tutto il sangue delle proprie vene! Né gli sarebbe parso pagato abbastanza.
– Che hai insomma?… Mai un desiderio!… Mai un capriccio!…
– Voi mi prevenite sempre. Che mi manca? –

La mattina in cui lo sconcerto delle viscere, agitate a un tratto e insolitamente, le rivelò quel che già era accaduto, Carmelina si scosse indignata contro di sé, quasi la sua volontà fosse stata complice, quasi da quel momento si vedesse già caduta in pieno possesso di lui, e si sentisse tiranneggiata nel piú intimo del proprio organismo. E non gli disse nulla; prima, sperando d’essersi ingannata; poi, sperando che la natura avrebbe avuto pietà di lei e l’avrebbe fatta abortire. Era offesa, violata da quel mistero di vita che le germogliava nel seno:
– Non basta quel ch’io soffro? Dovrà soffrire anche questa creatura che verrebbe a intristirsi con me nella desolazione della mia vita? –
E di essa già risentiva tutto il gran peso, come nei primi giorni. E quella sensazione di repugnanza, di persona che volesse farle male, le si rinnovava forte alla presenza del marito; il quale intanto l’adorava piú che mai e la sopraffaceva con sottomissioni da fanciullo, con delicatezze da donna
– Oh! Oh!… Perché non me l’hai detto subito? –
Quell’unica volta i suoi occhi grigi e smorti si erano animati d’un lampo di gioia, aveano sorriso imbambolati dalle lagrime, mentr’ella ricadeva sfinita nella tristezza indolente, da cui non la destarono neppure i vagiti della gracile creaturina che, nascendo, ne aveva messa in grave pericolo la vita.
Cosí l’allattò, cosí la vide crescere, quasi non fosse stata pure sangue suo. Non si sentiva madre, come non s’era potuta sentir moglie, come non si sentiva piú giovane, né donna, né nulla!
– Sí, qualcosa dev’essersi rattrappito dentro di me; il cuore, certamente! –
All’opposto, suo marito cominciava a provare un’irritazione per questa resistenza passiva:
– Neanche la maternità la lega a me! –
E si mise a sorvegliarla piú inquieto, provocandola con qualche parola un po’ dura, adombrandosi di tutto, senza nasconderglielo come aveva fatto fino allora.
– Che motivo avete? – ella rispondeva tranquillamente.
– Sei ingrata. Donna senza cuore! –
A questi rimproveri amari, restava muta e impassibile, non volendo ch’egli si mettesse in collera e gridasse dinanzi alla figliuola e alla persona di servizio. Spesso però il suo silenzio faceva peggio.
Da qualche tempo in qua, stando in casa, egli si chiudeva nella stanza da studio, fra libri legali e processi. E non la scienza l’occupava, non i processi ammonticchiati sul tavolino dentro le polverose copertine rosse e azzurre, legati in fascio. Sprofondato nella poltrona coi gomiti appuntati su un libro aperto a caso, la testa fra le mani scarne, pensava a colei che non lo amava, a colei ch’egli amava sempre piú, disperatamente, per quegli occhi neri e grandi, per quella fresca carnagione bruna che il lieve pallore rendeva piú bella, per quel corpo delicato e perfetto, e che non vibrava, mai!, sotto la furia dei suoi baci, tra le strette di quei suoi abbracci da cui sarebbe stata animata fino una statua!…
– Ah! Chi sa quali fantasmi le passano per la testa? Chi sa quali visioni agitano quel cuore che il seno piccolo e bianco nasconde ai miei sguardi? Come sono infelice! Come sono infelice!… –
E a un tratto appariva nella stanza dov’ella lavorava straccamente camicine per la bimba, dando un punto a ogni quarto d’ora; appariva sull’uscio com’un fantasma, per sorprendere, chi sa?, qualche indizio in quegli occhi sognanti, su quelle labbra chiuse e contratte che non avevano piú sorriso da che egli l’aveva sposata.
Carmelina non alzava palpebra, indovinando senza farglielo capire. La bimba, seduta per terra sopra un tappetino dove arruffava con grande attenzione i ritagli di trine e di mussolina raccolti fra le magre gambine aperte, levava il visetto sparuto per guardare suo padre accostatosi a farle una carezza, serio, taciturno.
– Il babbo! – balbettava, vedendolo andar via, rivolta alla mamma. E la stanza ricadeva nel silenzio, bianca, inondata di luce.

Una volta egli parlò apertamente:
– Mi rode una gelosia pazza!… La colpa è tutta tua!
– Perché?
– Perché soltanto in apparenza m’appartieni, per effetto della legge e del sacramento, non per legami di cuore!…
– Signore!… Che debbo fare?
– Quel che non hai fatto finora: amarmi!
– Non vi amo forse? Non vi rispetto? Di che potete lamentarvi? Come s’ama? Non lo so.
– Lo vedi in me come s’ama!
– Non riesco mai a contentarvi!… Signore!… Quanto sono disgraziata! –
Vedendola piangere, s’era sentito rimescolare; e l’aveva presa tra le braccia, tremante, confuso, ripetendole:
– No, non voglio che tu pianga! Non piangere! –
E Carmelina aveva dovuto farsi forza per non irritarlo. Quel giorno egli provava uno dei soliti accessi di tenerezza che lo assalivano di tanto in tanto e lo lasciavano maggiormente triste e sconsolato; specie di febbre d’amore, che lo estenuava come febbre vera. Allora sembrava un altro. La sua voce diventava quasi dolce e il suo pallore si coloriva di leggiera tinta d’incarnato.
– T’amo troppo. Oh, come t’amo! Io non so esprimermi. Bisogna compatirmi. Mi mancano le parole… –
E l’andava accarezzando, ammirandola da capo a piedi, rapito.
– Me n’accorgo, in certi momenti riesco increscioso; incresco fino a me stesso! T’amo troppo. Ti vorrei tutta mia, tutta, tutta! E vorrei poter leggere qui, dietro questa fronte, dietro questa fronte piú splendida del cielo.
– Non vi nascondo nulla. Che potrei mai pensare da nasconderlo a voi? –
Infatti, nel languore delle lunghe giornate di solitudine non pensava proprio a nulla, oppressa da grave stanchezza e da strana sonnolenza, quasi gli occhi diacci di suo marito, che le stavano sempre addosso, le buttassero, prima ch’egli uscisse di casa, una malia da tenerla legata.
Massime ora che si sentiva piú sola dopo che i suoi parenti erano tutti morti, lontano, in quella casa di Catanzaro dove la sua giovinezza avea cantato e sorriso al cospetto delle montagne attorno, scure di verde o bianche di neve, sempre belle al gran sole.
Non le era rimasta nell’anima altr’eco del mondo. Ripensando, vedeva soltanto quei colori di campagne e di cielo; sentiva soltanto quel susurro di voci paesane, che le ronzava negli orecchi dolce e sommesso: e allora il suo povero cuore dava un debole segno di vita, s’agitava per un istante nell’allegria dei ricordi.
S’agitava anche, ma per compassione, quando le veniva dinanzi la bimba che cresceva stenta, pianticina senza umore, aduggita. Per lei, nelle belle giornate, osava qualche volta chiedere al marito di condurle un po’ fuori. E quegli le conduceva lungo la spiaggia sabbiosa, nei posti piú solitari, per strade di campagna fuori di mano.
Pareva che la bimba provasse le medesime sensazioni della mamma, abbagliamento, stupore della violenta intensità della luce e della freschezza dell’aria pregna di salse emanazioni marine. Non correva, non saltellava, non si sentiva tentata dalle erbe e dai fiori che spiegavano la pompa del rigoglio e la festa dei colori pei campi; si teneva stretta alla mano della mamma, guardava con gli occhietti sbalorditi, senza godimento, senza voglie, e presto diceva:
– Babbo, torniamo a casa? –
Come avrebbe voluto dirgli Carmelina, se non avesse avuto paura di destar sospetti.

Nella casa di Palermo la solitudine era piú grande. Mettendo per la prima volta il piede in quelle stanze vaste, dalle volte che si sprofondavano nell’ombra, dagli usci dipinti a grandi fiorami sormontati da paesaggi anneriti dal tempo, dal pavimento di mattoni di Valenza che agghiacciava le piante dei piedi, dalle pareti sbiadite e ornate di specchi in immense cornici dorate che si accartocciavano baroccamente, Carmelina s’era sentita mancare il respiro.
– Tutta questa decrepitezza, tenuta ritta, non si sa come, l’ha cercata a posta, per farmi invecchiare piú presto? –
Vi s’era però facilmente abituata, e non v’invecchiava piú che altrove.
Gli anni, la vita inerte le avevano anzi un po’ arrotondato il corpo; e la pelle bruna, sbiadita all’ombra, dava gran risalto a gli occhi neri e ai capelli nerissimi. Guardandosi nei grandi specchi lievemente appannati, che la riflettevano intiera, quasi dentro una nebbia sottile, se ne maravigliava:
– No, non sono invecchiata! –
E un baleno di civetteria femminile le passava sul volto.
Il tempo e l’abitudine mutavano la sua tristezza in tale sentimento di riposo e di pace, ch’ella non avrebbe voluto mutare stato. La lassezza da convalescente, la indolenza che le rendeva faticoso fin il parlare, prendevano per lei le stesse attrattive voluttuose della soave pigrizia del corpo e dello spirito, che la teneva raccolta, scalducciata, e le mettevano ne le grandi pupille la strana aria di sognante che impressionava le persone.
Per questo il frastuono della vita cittadina da cui era assediata coi gridi dei rivenditori ambulanti, coi rumori delle carrozze che scotevano i vetri delle finestre echeggiando cupamente per le volte, e col sordo affaccendamento di lavoro che si ripercoteva indistinto là dentro, serviva soltanto a renderle maggiormente caro l’isolamento e la muta severità delle vecchie cose dalle quali era circondata.
Fin suo marito non le dava piú la solita sensazione di ripugnanza o di persona che volesse farle male. E stava ad ascoltarlo intenta quand’egli le raccontava il processo discusso alle Assise nella giornata, quasi volesse appellarsi a lei contro i giurati che s’erano lasciati infinocchiare dalle sonore ciance avvocatesche.
In quelle sere la bimba non voleva andare a letto per ascoltare anch’essa le storie dei ladri e degli assassini; e guardava a bocca aperta ora il babbo che parlava, smorto smorto, nell’ombra della ventola, con le mani sui bracciuoli della poltrona illuminate dalla luce viva, e le lunghe gambe nascoste sotto la coperta rossa del tavolino; ora la mamma che taceva, o esclamava di tanto in tanto: – Povera gente! –
Cosí le stagnava la vita, senza che l’umor tetro del marito vi producesse piú neppure un lieve increspamento a fior d’acqua; e cosí durò fino al giorno in cui la bimba cadde ammalata, e per le stanze mute s’intese frequente il rumore cadenzato dei tacchi del dottore, che, vista la gravità della cosa, veniva a visitarla tre o quattro volte al giorno.
Le tristi occupazioni d’infermiera le furono di sollievo. Le medicine da somministrare d’ora in ora, esattamente; i piccoli servigi che la costringevano a muoversi da una stanza all’altra; il dover ragionare e venire a patti con la malata per indurla a star cheta sotto le coperte, o a prendere un cucchiaio di medicamento in ricambio dei bei regali di nastri, di oggetti d’oro, di ninnoli di porcellana che voleva schierati sul guanciale o ficcati dentro il letto; la stessa ansiosa aspettativa del resultato della malattia, tutto concorse a produrle una specie di risveglio di sensi.

Da la finestra che il dottore voleva aperta finché il sole era alto, irrompeva nel palazzetto addormentato un giocondo tumulto di vita; voci che chiamavano e rispondevano; scoppi di risa, canti allegri di operaie che lavoravano all’aria aperta nella via di fianco, godendosi il dolce tepore del sole di aprile. E quel canarino che trillava a la finestra della casa accanto!… E quel merlo che fischiava piú in là… E gli squilli argentini di quell’incudine, piú in là ancora, sotto i colpi di martello!… Che festa!
Non si saziava di guardare fuori, seduta al capezzale della bimba, tenendo strette fra le mani le manine febbricitanti; non si saziava di guardare, quasi quelle donne che sciorinavano la biancheria sui terrazzini della casa di faccia, lassú, distante; quasi quella monaca casalinga, che, piú in qua, innaffiava i vasi di fiori e si soffiava il naso col fazzoletto turchino; quasi quei due, marito e moglie certamente, che s’abbracciavano in mezzo alla stanza credendo di non essere veduti, fossero uno spettacolo per lei. Un’altra mattina, invece di biancheria, lassú sciorinavano dei tappeti. Quella giovane in veste grigia da camera dai grandi ricami rossi che si vedeva distintamente, e che faceva luccicare al sole l’oro della sua folta capigliatura, pettinandosi sul terrazzino, servendosi dei vetri dell’imposta per specchiera, doveva essere molto bella. Andava e veniva, forse per cambiare il pettine, forse per prendere delle forcine… Parlava con qualcuno che non si vedeva… Era allegra, rideva… Doveva esser felice!…
– Ah, Signore!… Che cosa avviene dentro di me? –
Si sentiva quasi destare da profondissimo sonno. Il sole che inondava la camera le metteva vivi formicolii per tutta la persona; gli sbuffi d’odor di zagara che il vento trasportava da lontano, dai giardini di aranci della Conca d’oro, le turbavano la testa. E se ne stava tutta la giornata rifugiata là, come in un angolo di paradiso, senza piú impensierirsi della malattia della bimba; paga di stringerne fra le mani le manine arse dalla febbre; bevendosi tutta quell’aria, assorbendosi tutta quella luce, inebbriandosi di quei rumori e di quegli odori. E quando, sul tardi, all’abbassarsi del sole, bisognava chiudere l’imposta, e compariva nella cameretta la faccia gialla e scarna del marito ritornato dal tribunale, ella provava una stretta al cuore, e ricadeva nella torpida inerzia che durava da anni ed anni.
Poi quei turbamenti, quelle vertigini le diedero insonnie tormentose, le stesse insonnie di suo marito. Fingeva però di dormire, rannicchiata nel proprio cantuccio di letto, quasi raffrenando il respiro; e la mattina, saltava giú che non era neppure l’alba, con la scusa della bimba, ma veramente per riprendere la seggiola del capezzale e veder ripetere l’incantesimo del giorno avanti.
Poi, quando la bimba cominciò a star meglio, ella che non s’era mai affacciata a un terrazzino – per indolenza, perché l’eccessivo movimento della vita cittadina le dava noia – si sentí attratta a quella finestra e vi restò a lungo, coi gomiti appuntati sul davanzale, la faccia sorretta dalle mani, girando attorno i grandi occhi desti, scoprendo cose che non aveva veduto e avrebbe dovuto vedere: quel campanile, quella terrazza dove una cagna allattava dei cagnolini bianchi e neri, quel comignolo, quei rami verdi d’una pianta di limone che sorpassavano un tetto nuovo. E stava là lunghe ore al sole, come una lucertola, voltandosi di tanto in tanto verso il lettino della convalescente e sorridendole con insolito sorriso delle labbra e degli occhi; stava là stordita, meravigliata di sentirsi tuttavia capace d’avere quelle sensazioni; talora sconvolta da turbamenti improvvisi ch’ella non sapeva spiegarsi, da brividi che le correvano su su per la schiena e la scotevano tutta; e cosí assorbita, e cosí sopraffatta, da non pensare a tirarsi indietro per evitare la insistente curiosità di quel signore mezzo nascosto fra le cortine, il quale tornava ogni giorno a guardarla, coll’indiscreto cannocchiale da teatro, dal terrazzino a mancina.
Gli aveva rivolto appena un’occhiata il primo giorno soltanto; e quella figura alta e bruna, dai capelli un po’ radi nel centro del capo, dai grandi mustacchi castagni che si curvavano in su, le si era stampata talmente nelle pupille, che continuava a vederla durante la insonnia, con quel cannocchiale appuntato, con quei polsini bianchi e lustri dai piccoli bottoni d’oro fuor delle maniche del vestito… E se ne stizziva
– Chi è? Che cosa vuole? –
Che volesse colui, ella lo capí a un tratto una mattina, da certe mosse di occhi…
– Mamma, che hai?
– Niente, figliolina, niente! –
Intanto si era ritirata dalla finestra con brusco movimento, smorta in viso. La bimba si stupiva che le labbra che la baciavano fossero diacce e tremanti.
– Mamma, che hai?
– Niente, figliolina! –
E affondava la faccia nei guanciali, accanto alla testina della bimba, dolorosamente.

Per parecchi giorni di seguito non s’affacciò alla finestra e tenne i vetri socchiusi, quasi avesse avuto paura delle lusinghe dell’aria tiepida di quelle giornate primaverili, delle seduzioni di quel sole smagliante che irrompeva nella camera insidioso, a traverso i vetri; indignata della propria debolezza contro quel fantasma che la premeva da qualunque parte ella si volgesse… alto, bruno, dai capelli un po’ radi, dai grandi mustacchi rovesciati in su, dai polsini bianchi e lustri con piccoli bottoni d’oro, dalle mani affilate che tenevano il cannocchiale fissato addosso a lei, insistentemente…
Ed ora che sapeva che cosa egli volesse, la sua alterigia d’onesta s’inalberava, protestava, quantunque il suo amor proprio si sentisse un po’ solleticato; protestava, anche con quella strana pietà pel marito, quantunque se lo vedesse dinanzi piú giallo, piú magro, piú innamorato e piú geloso ancora, quas’egli presentisse il tranello teso al cuore di sua moglie…
– Oh, no, no! – ella pensava; – sarebbe un’infamia!… Ma già, forse, si tratta d’un castello in aria della mia fantasia riscaldata. Perché costui mi ha guardata tre, quattro volte… Sciocca!
Resisteva però alla smania per cui avrebbe voluto affacciarsi alla finestra a fine di persuadersi che s’era ingannata, e mettersi il cuore in pace.
– Ha paura dell’aria? – le disse il vecchio dottore. – Apra questa finestra, cosí!… L’aria è balsamo di vita -. E l’aperse egli medesimo.
Stiede un pezzetto sulla seggiola del capezzale, irrequieta, lottante, quasi la finestra fosse stata un abisso che le dava la vertigine; poi s’affacciò, rigida, deliberata di non guardare, coi gomiti appuntati sul davanzale, la faccia tra le palme… E appena s’accorse di quell’uomo ch’era là ad attenderla… forse, il cuore cominciò a sussultarle, le orecchie le zufolarono, gli oggetti attorno le barcollarono sotto gli occhi intorbidati…
– Domani, oh, domani sarò piú forte!… –
Intanto, quantunque assolutamente risoluta di non dargli una occhiata, nel tirarsi indietro lo aveva guardato, di sfuggita, suo malgrado…
– Avrei dovuto mortificarlo, con una guardatura sdegnosa, da dargli una lezione! –
E quella sera suo marito la sentí tremare sotto i baci e tra gli abbracci, quasi ella cercasse d’evitarli.
– Ti senti male?
– Sí, un po’…
– Che ti senti?
– Nulla, non saprei… Forse la stagione -.
In alcuni momenti, quand’era sola, tutt’a un tratto il cuore le diventava grosso grosso, gli occhi le si riempivano di lagrime, i singhiozzi le annodavano la gola… Quella volta, sentendosi soffocare, era corsa alla finestra, per prendere un po’ d’aria, senza pensare a colui. E vedendo ch’egli la guardava sorridendo tristamente a fior di labbra, e le rimproverava la severità con lieve movimento degli occhi e del capo – Ah, Signore! – quella volta s’era sentita afferrare a tradimento, violentemente; gli aveva risposto con un sorriso, con tale sorriso!… e si era tirata subito indietro nascondendo la faccia tra le mani:
– Oh, Dio, mi par di morire! –
Si sentiva venir meno. E avrebbe voluto morire davvero nel punto in cui aveva ceduto, dandosi incondizionatamente, da non riprendersi piú.

Fu uno scatto, quasi avesse avuto tuttavia sedici anni, e si fosse sentita tale forza nei polsi da lottare col mondo intero! Sentiva bisogno di muoversi, di gesticolare, di ridere, di cantare, ella che fino a poche settimane addietro aveva passato le giornate sonnecchiante su una delle poltrone addormentate anch’esse negli angoli oscuri di quelle stanze fredde e silenziose. E s’aggirava da una stanza all’altra, leggera, saltellante, levando le mani giunte e gli occhi alle divinità mitologiche dipinte nel centro della volta, per ringraziare non sapeva chi di quella grazia vivificante che le era stata concessa! Debole, ingenua, rimasta quasi bambina sotto l’opprimente gelosia del marito, ella si svegliava in un subito gagliarda, esperta di tutte le astuzie, di tutte le malizie, di tutte le ipocrisie della donna abituata a ingannare:
– Ah, finalmente la mia povera vita ha uno scopo, finalmente so!… –
Non sapeva nulla; illusa che tutto si sarebbe limitato là, e che l’immagine di quell’uomo ch’ella teneva chiusa nell’intimo del cuore, come in un tabernacolo, per prostrarlesi dinanzi col pensiero in adorazione spirituale, non le avrebbe chiesto nient’altro…
– Che potrò dargli di piú?
E, alcuni giorni dopo, allorché quel “che” le balenò per la mente, la sua dignità di moglie si rivoltò inviperita: – Spezzerò piuttosto, calpesterò il mio cuore! No! no! –
E continuò a vedere quell’uomo fra un nimbo abbagliante; e, accostandoglisi con la delirante adorazione di donna che amava per la prima volta, le pareva d’elevarsi, materialmente, e non sentiva piú il terreno sotto i piedi.
Perciò fu atterrita e sentí crollarsi il mondo addosso la mattina in cui ricevette una lettera di lui – imprudente!… – che le chiedeva di poterla vedere da vicino, di parlarle; lettera breve, quasi imperiosa col suo carezzante tono di preghiera.
– Imprudente!… –
Per fortuna, in quel momento neppure la persona di servizio era in casa. E alla vecchia mendicante, che attendeva la carità e la risposta, restituí la lettera con sotto poche parole tracciate in fretta in fretta: “Impossibile! Se mi amate, non mi scrivete piú!”
Lo disse anche a quella donna, mettendole in mano un pugno di monete: – Non venite piú, buona donna. Se mio marito vi vedesse!… E lo ripeté a lui dalla finestra, coi gesti, supplicandolo trambasciata, piú e piú giorni di seguito.
– E insiste!… E non sa persuadersi!…
– Vuoi dunque che venga io?… Son deciso… sí, sí… E subito… Comincio a vestirmi.
– Ah! N’è capace. Bisogna impedirglielo, a ogni costo! –
La forza del terrore le offuscò il cervello, quasi non fosse peggio ancora quel ch’ella stava per fare. Non riusciva a infilarsi le maniche della mantelletta, a annodarsi i nastri del cappellino.
– Torno subito – disse alla serva che la guardava meravigliata. – Non dire alla bimba che vo fuori -.
Aveva negli occhi il bacio di ringraziamento scoccatole da colui al cenno che gli rispose: – Aspettatemi, vengo io. – E scendendo le scale, ripeteva mentalmente: – No, no!… –
Era andata per romperla, per dirgli ch’era impossibile, per persuaderlo con le preghiere, facendogli capire le difficoltà del proprio stato… E appena colui la ricevette su l’uscio, prendendola per una mano, sorridente, da persona abituata a simili avventure; e appena si vide in quell’elegante appartamentino da le imposte socchiuse in penombra tentatrice… gli cadde tra le braccia, senza dir motto, quasi vi fosse andata a posta e per nient’altro!

Da qualche mese il marito la osservava, chiuso nel suo silenzio d’itterico, intrigato da quel raggiare d’una seconda giovinezza che le scoppiava dal colorito del viso ridiventato piú fresco, da quel fosforeggiare di lampi mal rattenuti negli occhi…
– Doveva credere a un inatteso mutamento? Il tempo, l’abitudine potevano produrre anche quel miracolo. Perché no? –
Invece, ora ritrovava in lei la stessa resistenza che nei primi giorni del loro matrimonio, quando la giovinezza e la novità del legame potevano in qualche modo scusarla; invece scopriva in lei rapidi movimenti d’impazienza, d’alterigia, quasi di ribellione!…
E lo ferirono peggio d’una pugnalata le parole che la bimba disse una sera alla mamma:
– Mamma, perché non canti come questa mattina? –
Egli non fece un gesto, né batté palpebra; ma vide l’occhiataccia lanciata dalla mamma a la bambina.
– Ah! Dunque cantava?… Dunque cantava? –
Tutta la nottata non ruminò altro. E il giorno dopo, mentre i testimoni facevano le loro deposizioni, mentre gli avvocati declamavano dinanzi ai giurati dando colpi di pugno sui tavolini, egli tendeva l’orecchio, col capo rovesciato sulla spalliera della sedia a bracciuoli, gli occhi chiusi, terribilmente pallido nella toga nera; tendeva l’orecchio per afferrare da lontano una nota di quell’insolito cantare di sua moglie nell’assenza di lui:
– Perché cantava, ella che non aveva cantato mai!… –
E, in casa, gli occhi grigi gli si scurivano, perduti dietro questa ricerca, quasi avesse voluto trovarne la traccia su pei vecchi mobili, o nell’aria di quelle stanze che doveano certamente saperne qualcosa.
Carmelina non gli badava, ingannata dall’apparenza, con la cieca temerità di chi non sa valutare il pericolo e con la fierezza di chi è deliberato, in ogni caso, a sfidarlo. Non voleva riflettere, non voleva ragionare. Il terrore dei primi giorni, quando le pareva che avrebbe visto sprofondarsi il pavimento sotto i piedi se la serva, inavvertitamente, avesse accennato al padrone che la signora era stata fuori; lo sbalordimento di quant’era accaduto quella mattina, senza che la sua volontà vi avesse concorso – anzi!… anzi!… – tutto era stato trascinato via dalla piena irrompente della passione che diveniva piú minacciosa di giorno in giorno.
Appena un mese dopo, ella garriva il suo amante:
– Come? Ora hai paura tu? E mi chiami imprudente?…
– Penso a le conseguenze; uno scandalo, forse un processo!… –
Ella alzava le spalle, irritata che colui riflettesse troppo, mentr’ella avrebbe affrontata anche la morte per venire a trovarlo un momento, per dargli un solo bacio. Invece sentiva domandarsi:
– E… lui, lui non sospetta ancora nulla?
– No -.
Un giorno, rimettendosi in furia il cappellino, ella gli disse:
– Che vita!… Vedersi soltanto per pochi minuti!… Se venissi a stare con te, nascosta in quella stanza in fondo dove nessuno potrebbe vedermi?
– E tua figlia?… – aveva risposto l’amante, fissandola per osservare l’effetto delle sue parole.
– Mia figlia?… È figlia di lui!… Ne avrò un’altra… tua, sai? –
E gli buttò le braccia al collo, senz’accorgersi che l’amante era diventato freddo freddo, e aveva aggrottato le sopracciglia, impensierito.
Però il sospetto di qualcosa d’indegno cominciò a turbarla, dopo che i pretesti per evitare le sue visite divennero piú frequenti. Ai rimproveri, egli rispondeva sorridendo con tranquillità d’uomo sazio e annoiato, negando fiaccamente, in maniera da far capire che negava per mera cortesia di persona bene educata…
Un giorno, sul tardi, pochi momenti prima che suo marito rientrasse in casa, ricomparve la vecchia mendicante, con un’altra lettera e per la carità. Anche quella volta la fortuna l’aveva aiutata. Sentendo picchiare all’uscio, era andata ad aprire; la serva trovavasi in cucina.
Quella lettera non potuta leggere, cacciata in fondo a la tasca del vestito col cuore abbuiato da terribili presentimenti, era stata una lunga tortura durante il pranzo, per tutta la serata, mentr’ella ricamava e suo marito leggeva un giornale, e la bimba, mezza stesa bocconi sul tavolino, coi capelli scuri che le cascavano dietro gli orecchi, ritagliava un vecchio figurino di mode sotto il lume, accompagnando al movimento delle forbici uguale movimento di labbra.
Aveva indugiato fino alla mattina del giorno dopo – fino a che suo marito non andò fuori di casa – masticando il tossico dell’incertezza, tastando di tanto in tanto la busta in fondo alla tasca, quasi avesse potuto, palpando, indovinarne il contenuto. Poi aveva letto febbrilmente, abbracciando con l’occhio due, tre righe in una volta… e s’era sentita lanciare nel vuoto da immensurabile altezza, giú, giú, giú, in quell’abisso che la lettera le spalancava sotto, abisso senza luce che se la inghiottiva vivente!

Colui aveva detto alla vecchia serva:
– Se venisse quella signora… starò fuori di casa fino a notte. Se volesse aspettare, metti alla finestra il solito segnale, finché non sarà andata via -.
E la vecchia aveva messo il segnale. La povera signora aspettava da piú di due ore, ostinandosi, quantunque la vecchia s’affacciasse di tratto in tratto sull’uscio per ripeterle:
– Non tornerà prima di notte; mi ha detto cosí.
– Sí, sí; aspetterò. Chi sa? Potrebbe tornare anche prima -.
E ricascava, abbandonata, nell’angolo di canapé dove s’era buttata arrivando.
Si sentiva precipitare tuttavia giú, giú, giú, in fondo all’abisso senza luce; e non aveva altra sensazione. Quella vertigine della testa, del cuore, di tutta la persona, le impediva di pensare, d’accorgersi degli oggetti circostanti, di formarsi un’idea netta del tempo che passava, e dell’enorme pazzia ch’ella commetteva restando là. A intervalli, la nebbia fosca della sua mente veniva solcata da un chiarore; un quadretto dalla cornice dorata, un oggetto di porcellana con una punta di luce viva, un’impugnatura di fioretto appariva su la parete in un canto del salottino, e le spariva sotto gli occhi appena ella tentava fissarli.
Soltanto allorché sentí domandarsi: – Vuole che accenda il lume? – soltanto allora si riscosse, atterrita:
– Ditegli che ho aspettato finora e che… non tornerò piú!…
Soffocava. E andò via, ritta su la persona, come fantasma, mentre la vecchia le faceva lume. Cosí montò le scale di casa; e cosí, come fantasma, senza esitare, passò davanti al marito che le aperse e non ebbe la forza di dirle nulla, e richiuse lentamente l’uscio dietro il quale era stato ad attenderla da parecchie ore, bevendo le lagrime che gli irrigavano il viso sconvolto, in agguato per scannarla, com’era suo diritto, come si meritava questa sgualdrina, ora ch’egli sapeva tutto!…
– Oggi la signora ritarda… –
Rientrando, gli era parso d’aver capito male. Il suo istinto geloso s’era subito svegliato:
– Oggi?…
– Credevo che il signorino sapesse… – disse la serva, spaventata dal tono di quella domanda.
– So, so: le altre volte però è tornata sempre piú presto…
– Sempre.
– Tutti i giorni?…
– Nossignore; una, due volte la settimana.
– E… da quando?… Da quando?
– Ma, se il signorino lo sa…
– Rispondi! Da quando?
– Da quattro mesi, forse… Non ricordo bene… Oh, vergine santa!
– Da quattro mesi!… Da quattro mesi! Una, due volte la settimana!… –
Ogni esclamazione, era lampo di vivissima luce che gli rischiarava il cervello; era scoppio di fiamme avvolgentisi al corpo che intanto sudava diaccio…
– Da quattro mesí!… Due, tre volte la settimana!… – E i minuti passavano, e i quarti d’ora passavano, via via, sul quadrante dell’orologio a pendolo dov’egli teneva fissi gli occhi; e le ore squillavano pel salotto lentamente nell’attesa mortale, quasi annunziassero un’immensa catastrofe!…
– Meglio per lei, se il mondo finisse prima di rimettere il piede in casa, in questa casa insozzata dalla sua infame persona!… Ecco perché rifioriva!… Ecco perché cantava!… E la gelosia non mi ha servito a niente!… Balordo! Balordo! –
E i minuti passavano, eterni come quarti d’ora! E passavano, via via, gl’interminabili quarti d’ora che sembravano secoli!
La serva aveva sentito suonare con violenza…
– Prendi il tuo fagotto ed esci da questa casa, subito, subito, ruffiana!
– Vergine santa! Che dite mai, signorino!
– Esci! Esci, ruffiana! –
E spintala con un urtone fuori dell’uscio, facendole sbalzare in terra il fagotto, aspettò. S’aggirava dietro l’uscio, simile a tigre pronta a slanciarsi, assetato del sangue della infame.
La bimba, accorsa con la serva, non avendo mai visto il babbo cosí infuriato, era andata a rincantucciarsi nel salotto, impaurita; e, poco dopo, s’era addormentata su la seggiola, con le gambette spenzolanti e la testina cascata sul petto.

Carmelina la guardò, ebete; e sbarazzatasi convulsamente dello scialle e del cappellino, si rovesciò su la poltrona. Gli orecchi le rintronavano d’un sinistro rumore di case crollanti.
– Dove sei stata? Dove sei stata?… –
Alla stretta di quelle mani piú fredde e piú forti dell’acciaio e che le stritolavano i polsi, ella cacciò un grido:
– Ammazzatemi!… Avete ragione!… Ammazzatemi! –
E fissava con avida angoscia qualcosa che gli aveva visto luccicare fra lo sparato del panciotto. Le tardava di morire. Per che doveva piú vivere?
Ma colui si strappava i capelli, ma colui le si rotolava ai piedi, mugolando il nome di lei. E quand’ella credette alfine che le si slanciava addosso per ucciderla, si sentí brancicare, amorosamente, su i capelli, su la faccia, per tutta la persona; e si sentí furiosamente baciare e ribaciare, fra singhiozzi e lagrime irrompenti, quas’egli avesse voluto riprendere quel che gli era stato rubato: la sua vita, il suo sole, la sua donna adorata!
– Come hai potuto, infame?… Come hai potuto?…
– Non lo so… Non lo so… –
Alle incalzanti domande ripeteva sempre:
– Non lo so… –
Ma pensava a quello sguardo diaccio diaccio, di persona malefica, incontrato per le scale della sua casa, a Catanzaro.
A un tratto Lupi si rizzò in piedi:
– Lisa, Lisa! –
La bimba, riscossa piú dall’urto del braccio che da la voce soffocata del babbo, spalancò gli occhi e saltò giú mal desta, lasciandosi trascinare.
In quel punto l’istinto della vita scattò nel seno della madre disgraziata, quasi voce che gridava aiuto dalle viscere sussultanti; e vedendo il marito che trascinava quell’altra creatura, dicendo con voce cavernosa: – Guarda; dovrai ricordartene; guarda! – gli si levò incontro, tendendo le braccia supplicanti.
– Per quest’innocente che ho nel seno!
La bimba vide luccicare una lama e poi sua madre ripiombare, stravolgendo gli occhi fino al bianco…
– Mamma! Mamma! – gridò senza comprendere niente in quel momento.

Mineo, 10 novembre 1883.

INDICE

PROFILI DI DONNE

I. DELFINA
II. GIULIA
III. FASMA
IV. EBE
V. IELA
VI. CECILIA

STORIA FOSCA

I. STORIA FOSCA
II. UN BACIO
III. CONTRASTO
IV. L’IDEALE DI PÍULA
V. UN CASO DI SONNAMBULISMO
VI. DOTTOR CYMBALUS

LE APPASSIONATE

I. TORTURA
II. POVERO DOTTORE!
III. RAFFINATEZZA
IV. CONVALESCENZA
V. UN MELODRAMMA INEDITO
VI. AVVENTURA
VII. PRECOCITÀ
VIII. GELOSIA
IX. “IDEM PER DIVERSA”
X. IL PICCOLO ARCHIVIO
XI. MOSTRUOSITA
XII. ADORATA
XIII. EVOLUZIONE
XIV. RIBREZZO
XV. ANIME IN PENA

Luigi Capuana

RACCONTI

A cura di Enrico Ghidetti

TOMO II

SALERNO EDITRICE ROMA

LE PAESANE

I

IL CANONICO SALAMANCA

Il canonico Salamanca non amava molto il breviario; pure mancava di rado al coro, a recitare insieme con gli altri canonici l’uffizio di laudi e di vespro, perché allora il coro fruttava e le rendite venivano spartite soltanto tra i presenti, segnati su lo scartafaccio bislungo che si conservava in sagrestia.
Spesso però, tra un versetto di salmo e l’altro, egli appiccava conversazione con questo o quello dei canonici seduti ai lati del suo stallo, per ragionare di caccia, sua gran passione, senza curarsi delle occhiate bieche del prevosto che, dirimpetto, bofonchiava l’ufficio con voce roca, quasi invece di cose sante brontolasse bestemmie.
E mentre i colleghi borbottavano: “Retribuere servo tuo” con quel che segue, egli susurrava al canonico Stuto:
– Sabato andrò ad ammazzare una lepre a Poggio Rosso; l’hanno scovata i contadini.
– Perché me lo dite? – rispondeva quegli, con l’acquolina in bocca. – Incola sum in terra… Ve la mangerete voi solo; buon pro vi faccia!
– Sono arrivate anche le pernici. Ce n’è uno stormo tra gli ulivi del Saraceno.
– Et lingua nostra exultatione… Non me ne importa niente. Tanto, se vorrò cavarmene il gusto, bisognerà che le compri al mercato.
– Ve ne manderò una in regalo… Portantes manipulos…
– Sí, come il coniglio che mi prometteste l’altra volta!
– Ameeen! –
Quell'”amen” cosí stiracchiato era del prevosto, per interrompere la conversazione.
– Raglia! raglia! – gli rispondeva il canonico Salamanca sotto voce. E continuava:
– Il mio levriere è malato!… È cane che vale cent’onze!
– Forse anche meno!
– Piú di cent’onze, se ve n’intendeste!… E mi è stata regalata certa polvere inglese portentosa. Andrò a provarla domani.
– Domani è l’anniversario di Pocasemenza; sei tarí a testa.
– Allora, domani l’altro.
– …Et spiritui sanctooo! – stiracchiava il prevosto.
– Raglia! –
Il canonico Salamanca non lo poteva soffrire.
C’era della ruggine fra loro, per la prevostura. Secondo lui, monsignore gli aveva fatto torto nella circostanza di quel concorso, che gli era costato un’indigestione di trattati di teologia dommatica, di teologia morale, di casistica, di diritto ecclesiastico dopo che non ne aveva piú aperto neppure uno da che gli erano state poste addosso la mozzetta e la stola di canonico.
Quel capriccio del concorso gli era saltato in testa tutt’a un tratto; e per dieci mesi, rassegnatosi al sacrificio di lasciar da banda cani, fucile, furetto, reti, ogni cosa, s’era rimesso a sgobbare come in seminario, facendo centinaia di pipate sugli in folio dell’Antoine, del Le Clerc e compagnia bella, per insegnare la creanza, com’egli diceva, a quel villanzone del canonico Costa, che voleva diventare prevosto lui.
Aveva anche evitato, per tutto quel tempo, certa pratica che dava da sparlare alle cattive lingue, e per la quale il vescovo, nell’ultima visita diocesana, gli aveva fatto, a quattr’occhi, un predicozzo.
Egli s’era difeso:
– Calunnie, monsignore! Io vado da cotesta signora soltanto per prendere una buona tazza di caffè, dopo la messa.
– La prenda piuttosto a casa sua, signor canonico.
– Ci ho fatto l’abitudine, monsignore.
– Cattiva abitudine! –
E per un po’ di tempo, aveva dovuto smettere.
Cosí, preparandosi a insegnare la creanza a quel collotorto del canonico Costa, una mattina, nel sorbire la solita tazza di caffè dalla signora, le aveva annunziato:
– Passeranno dei mesi, prima che venga a prenderne un’altra! –
Donna Totò, che imbeccava in quel momento una nidiata di merli, s’era voltata con gran stupore negli occhi, domandando:
– Perché?
– Il concorso!… Monsignore!… –
E tenendo fra i denti la pipa, ch’egli stava accendendo, buttava dietro a ogni parola uno sdegnoso sbuffo di fumo.
– C’è quel collotorto, capite?… che vuol darla a bere alla gente e a monsignore. Combatte con tutte le armi, capite? –
E sbuffi di fumo, a ogni due, tre parole.
Donna Totò, non sapeva capacitarsi in che maniera quel concorso alla prevostura potesse impedirgli la pipata durante la fermatina in casa di lei prima di dir messa, e l’andarvi a prendere il caffè coi crostini dopo, per non guastarsi lo stomaco restando a digiuno fino a tardi.
– Fatelo intendere a monsignore! – aveva conchiuso il canonico.
Ma non gli giovò a niente.
Monsignore s’era lasciato abbindolare, e aveva fatto prevosto quell’altro, senza tener conto del parere degli esaminatori, né delle eresie, né dei solecismi di latino di cui l’ignorantone aveva seminato a larga mano gli scritti del concorso.
– Raglia! Raglia! –
Era quel che si meritava.

Il canonico Salamanca, che poteva spiegare benissimo per quali cattive ragioni non fosse diventato prevosto, non avrebbe intanto saputo dire perché si fosse messo il collare e avesse preso gli ordini sacri. Nella famiglia, ab immemorabile, c’era sempre stato un canonico; per continuare la lucrosa tradizione, suo padre aveva fatto indossare la zimarra a lui e lo aveva mandato in seminario. Lui come lui, non aveva detto né sí, né no. Studiacchiata un po’ di teologia, come avrebbe studiacchiato un po’ di codice o di medicina all’università, ricevuti gli ordini, la messa, e in fine il canonicato, aveva posto subito i libri teologici a dormire sotto la polvere negli scaffali, e s’era abbandonato interamente alla sua passione giovanile, la caccia.
Ora, il vero breviario gli pareva quel fucile a due canne, novità fatta venire da Malta, e costata un occhio; e i colpi sparati alle beccacce, ai conigli, alle pernici, alle lepri, alle volpi, quando capitavano, ai porci spini, anche piú rari, gli suonavano all’orecchio assai meglio di tutti i salmi, di tutte le antifone e dello stesso uffizio dei morti, che pure veniva pagato lí per lí, appena terminata la funzione.
A casa sua era un via vai di cacciatori e dilettanti e di professione. Chi lo pregava per ottenere in prestito il bracco o il levriere, o il furetto; chi si raccomandava per un po’ di quella polvere miracolosa, che si trovava soltanto presso il signor canonico ed era inutile cercarla altrove; chi veniva a dargli l’avviso di certo posto dove la selvaggina formicolava; chi a raccontargli le peripezie di una partita di caccia andata a male:
– Ah, ci voleva il signor canonico! –
E il signor canonico, sorridendo invanito, prestava il bracco, il levriere, il furetto, pei quali poco prima s’era lasciato scappare:
– Non li presterei neppure a mio padre! –
E regalava, due, tre cariche di quella polvere proprio inglese, che, a sentirlo, pareva gli fosse stata portata a dirittura di mano degli angioli, e di cui c’erano al mondo le sole poche libbre da lui possedute.

Il gran confidente del canonico però era ‘Nzulu Strano, la “prima balestra del paese”, com’egli lo aveva battezzato.
Arrivava ordinariamente verso un’ora di notte, stanco d’una giornata di caccia, mestiere di cui viveva, allampanato e giallastro, con quel vestito di frustagno color cece, che lo faceva parere piú smorto, coi calzoni infilati negli stivali e la pipa di radica in bocca. Quando portava qualche gran notizia, si fermava nel vano dell’uscio, con le gambe allargate, agitando una mano:
– Il Padre Eterno dei bracchi! L’ha un saponaio di Ragusa.
– Chi te l’ha detto? –
E ‘Nzulu, una sera, aveva sfilato una storia che non finiva piú; vita e miracoli di quel Padre Eterno dei bracchi: – Instancabile! E un fiuto! E un fermo! Inchiodava la selvaggina. Il cacciatore poteva con tutto il suo comodo ricaricare il fucile e godersi il colpo; una meraviglia!
– Vorrà venderlo?
– Neppure a Ferdinando II -.
Gli occhi del canonico sfavillarono cupidi:
– Se tu riescissi! –
‘Nzulu, compreso che significassero quelle tre parole buttate cosí per aria, alzò le spalle masticando il bocchino della pipa:
– E se mi arrestano?
– Va’ là! Il capitan d’armi di Modica è un amico. Ti hanno forse arrestato per Nièula e per Cardillo?
Trattandosi di cani, il canonico Salamanca aveva pochi scrupoli, perdeva facilmente le giuste nozioni del tuo e del mio. Per quel Padre Eterno dei bracchi, avrebbe speso mezzo canonicato, senza rifletterci un solo istante; ma poiché il saponaio diceva di no: – Neppure a Ferdinando II! – voleva fargli vedere che lui, povero canonico e nient’altro, si sentiva piú forte del re.
– ‘Nzulu, se tu riescissi! –
Riesciva sempre quel diavolo allampanato e giallastro, maledetto da Dio! E il mezzo canonicato se lo beccava lui, a poco a poco, lamentandosi tutti i giorni del suo brutto mestiere che non andava piú, della selvaggina diventata rara, della polvere cattiva, dei pallini che costavano cari, quasi fossero fatti di argento e d’oro; di quella tristaccia della Capraia, che gli rodeva gli occhi del capo, malata dodici mesi all’anno!
– Costei è la mia rovina. Ora ci vogliono sei tarí per un intruglio dello speziale, e non ho nemmeno due grani –
Cosí, oggi erano sei, domani dodici tarí, che il canonico gli metteva nel pugno, di nascosto di sua sorella donna Agnese, la quale sarebbe diventata una lima sorda, se se ne fosse accorta.
Ella ce l’aveva contro quel pezzo di scroccone, e non dava requie al fratello.
Succedeva un battibecco di due ore, quando il canonico le diceva:
– Verrà ‘Nzulu, per due tumoli di frumento. Poveraccio! Perisce di fame.
– Dategli quello del canonicato, che mandate in casa di donna Totò! Chi ne vede un chicco? –
E spesso, infatti, egli inviava ‘Nzulu da donna Totò, perché il grano del canonicato i fittaiuoli della collegiata andavano a scaricarlo là, con la scusa che il canonico gliel’aveva venduto.
– Sta bene, signor canonico! – rispondevano i fittaiuoli.
E sacravano sotto voce:
– La roba di Dio va al diavolo! –

Ogni mattina, donna Totò preparava la pipa al canonico, perché facesse una fumatina, intanto che si riposava della salita, ora che la podagra gli aveva mezze spezzate le gambe. Il fumo non rompeva digiuno; e se Gesú Cristo, entrandogli in bocca dopo la consacrazione, sentiva un po’ di puzzo di tabacco, poteva ben compatirlo. Fumava anche il papa!
Poi, il caffè di donna Totò aveva un’aroma speciale. Quello preparato da donna Agnese pareva al canonico proprio acqua affumicata. E sua sorella non pensava né a crostini, né a biscotti, né a pan di Spagna da intingere.
Indossando il camice e la pianeta, egli già cominciava a sentirsi solleticare le narici da quel profumo delizioso. Al vedere nella patena l’ostia da consacrare, pensava subito ai crostini, che erano assai piú sostanziosi; e si spicciava, si spicciava dall'”introibo” all'”ite missa est”, tanto che il sagrestano durava fatica a tenergli dietro con gli “amen” e i “cum spiritu tuo”.
In campagna, nella chiesola della masseria, egli si sbrigava per un altro verso.
Ogni sabato sera, suo fratello don Franco gli mandava la mula, e la partenza del canonico era uno spettacolo nella viuzza dove egli abitava. Tutti i suoi cani, sguinzagliati, abbaiavano, si rincorrevano festosamente, facevano un chiasso indiavolato attorno alla mula sellata, che il garzone teneva per la briglia, aspettando che il canonico scendesse le scale portando in mano il fucile e la carniera ad armacollo.
‘Nzulu Strano era lí, alla cantonata, con la pipa in bocca e il fucile in ispalla per fargli compagnia; e carezzava i cani, o li richiamava col fischio e con la voce, se si allontanavano per le vie accosto:
– Tèh, Nièula! Tèh, Cardillo! –
Tutte le donnicciuole sugli usci. Bambini scalzi e stracciati schiamazzavano insieme coi cani attorno alla mula, che si lasciava tirare per la coda o per la criniera pacificamente, conoscendoli uno per uno, tante volte li aveva visti per la stessa occasione.
– Buona caccia, signor canonico!
– Felice viaggio, signor canonico! –
Solo una vecchierella non gli diceva nulla, comare Nina la sciancata.
Il canonico aveva notato che a ogni “Buona caccia, signor canonico” di quella vecchia sciancata, la polvere non gli diceva piú, i cappellotti non prendevano, i conigli si scotevano da dosso i pallini quasi fossero stati goccie d’acqua benedetta, e nell’andarsene via quatti quatti, voltatisi indietro, agitavano le orecchie per canzonarlo.
– Voi non dovete dirmi niente, jettatoraccia! Avete capito? –
E la povera vecchierella non gli aveva detto piú niente.
Alla masseria, il “preparatio ad missam” era la posta pei colombi selvatici. Intanto che il massaio, sonando con la buccina marina l’appello ai contadini per la santa messa, faceva rintronar la vallata, il canonico andava ad appostarsi laggiú, sotto il sorbo, e ‘Nzulu buttava sassi di cima alla rupe, tra i fichi d’India e gli oleastri, per ispaventare i colombi e farli scappare dai nidi. Essi scappavano a stormi, con gran fruscio di ale, a ogni sasso che rumoreggiava sbalzando tra le schegge della rupe, i fichi d’India e gli oleastri; e subito, si udivano due colpi di fucile, uno dietro l’altro, laggiú, di sotto il sorbo. ‘Nzulu ne vedeva il fumo; e vedeva anche il canonico raccogliere frettolosamente i morti e riporli nella carniera. E la buccina del massaro continuava ad assordare la vallata; e i colpi di fucile a echeggiare tra le rupi.
Nella chiesuola, i cani scodinzolavano e saltavano attorno al canonico mentre ‘Nzulu lo aiutava a indossare i paramenti sacri, a preparare il calice e aprire il messale.
Il canonico gli aveva insegnato a servir messa. Che quegli storpiasse il latino, non importava; Domineddio capiva lo stesso. E poi, era affare di un quarto d’ora.
Un giorno però la messa del canonico durò anche meno.
A un “dominus vobiscum”, dalla porta spalancata, in fondo al viale affollato di contadini inginocchiati che la chiesola non capiva, davanti le piante dei carciofi, aveva visto un cane di pelo castagno, piccolo, seduto su le gambe posteriori, col muso all’erta, le orecchie ritte e lo sguardo fisso. Testa intelligente, naso di razza, musino bene affilato da cane da fermo; non poteva sbagliarsi.
Da prima, resistette alla curiosità e sbrigò l’evangelo; ma voltatosi di nuovo, a una squadratura piú lunga, da quell’espertissimo cacciatore ch’egli era, poté giudicarlo meglio. Accennò a ‘Nzulu, e fingendo di dirgli qualcosa che riguardava il servizio divino, gli soffiò a voce bassa:
– Quel cane… presso i carciofi, guarda. Di chi è? – ‘Nzulu, data un’occhiata, rispose con una mossettina di testa e di spalle: – Di chi? Non lo sapeva. – Ma ne domandò al massaio inghinocchiato presso l’altare. Il massaio si rivolse per guardare; e allora coloro ch’erano nella chiesuola si voltarono tutti, intrigati; e fuori, nel viale, seguí un piú rapido movimento di teste alla direzione della carciofaia, un domandare e un rispondere con monosillabi e con cenni… Nessuno ne capiva niente.
Il cane, quasi ne avesse capito qualcosa lui, si levò e disparve, mentre il canonico, aprendo le braccia per un altro “dominus vobiscum”, sgranava gli occhi, arrabbiato che fosse andato via prima ch’egli avesse terminato la messa. Quei cinque minuti, che occorsero per arrivare affrettatamente alla benedizione trinciata in un battibaleno, gli erano parsi un’eternità. Cavatosi il manipolo, la pianeta, il camice, che stracciò a una manica, disse al massaio:
– Di chi è quel cane?
– Dev’essere di Corda-al-piede – rispose un contadino accostatosi per sapere di che si trattasse.
Infatti, presso i carciofi, il figlio di Corda-al-piede lisciava l’animale e gli diceva ridendo:
– Hai sentito la messa anche tu? –
Il cane salterellava, faceva le viste di volergli mordere la mano, per carezza, ringhiando eccitato e allegro; e abbaiava, a riprese, se qualcuno gli toccava la coda, o tentava di accarezzarlo il padrone.
– Che ne fai di questo cane? – gli domandò il canonico.
– È di mio padre.
– Me lo prendo io.
– Neppure per chiasso. Gli costa mezza salma di fave.
– Gliene darò una intera.
– Niente, signor canonico. Gli vuol bene piú che a me che gli son figlio.
– Su: venga a prendersi le fave. Va’ a dirglielo -.
Ma, un’ora dopo, Corda-al-piede arrivò, trafelato pel cammino fatto, strepitando:
– Voglio il mio cane!
– Bestia, che te ne fai?
– Voglio il mio cane! –
Non rispondeva altro. E siccome ‘Nzulu e il massaro cercavano d’inframmettersi, cominciò a sbraitare e a dir loro delle parolacce.
‘Nzulu lo tirò da parte, vicino al pollaio:
– Come? Dite di no al signor canonico? Non lo sapete dunque ch’egli può giovarvi in tutte le circostanze?…
– Voglio il mio cane! –
Quel giorno il canonico tornò di malumore al paese; e per una settimana discorse di quel cane con ‘Nzulu e con gli altri che venivano a fargli visita, al solito, pel levriere, o pel furetto, o per qualche carica di polvere da caccia, di quella che si trovava soltanto presso di lui ed era inutile cercarla altrove…
Cottone, un altro cacciatore di mestiere, lo conosceva meglio di tutti il cane di Corda-al-piede: – Animale coi fiocchi! Cacciava da sé, e portava i conigli al padrone senza che nessuno l’avesse addestrato. Ma quello zotico non si degnava nemmeno di prestarlo -.
Mezzo paese si mise in moto, per far cosa grata al signor canonico. E ‘Nzulu andava e veniva, aumentando ogni volta il prezzo che quegli era pronto a pagare. Corda-al-piede piú si vedeva pregato, e piú diventava duro. Il canonico, quando gli riferivano le risposte, si mordeva le mani. Non gli era mai accaduto un caso simile; gli pareva impossibile che quel pezzo di villanzone resistesse alle offerte e alle minacce. Giacché egli, alla fine, era ricorso alle minacce per intimorirlo. Corda-al-piede rispondeva:
– Nel mondo, due sono potenti: chi ha molto e chi non ha niente. Che può farmi il canonico? –
Questi, tornando a dire la messa in campagna, aveva delle distrazioni. Vedeva sempre, là, in fondo al viale, presso la carciofaia, il cane di Corda-al-piede, che non c’era piú, e non s’era piú visto perché il padrone lo teneva in casa incatenato.
– Né io, né lui! – decise il canonico.
E trovò chi, con la scusa di dire una parolina a Corda-al-piede, andò a buttargli in casa una polpetta di stricnina pel cane.
Ma un sabato sera, il canonico Salamanca, andando a Bardella per la messa della domenica, vide proprio la morte con gli occhi, come diceva ‘Nzulu Strano, raccontando il fatto. Corda-al-piede, che attendeva allo svolto della strada, presso il vallone della Lamia, gli puntò il fucile in faccia, esitante:
– Per la Madonna!… Dovrei farvi fare una fiammata e andarmene in galera! –
Il canonico, colto alla sprovvista, fermò la mula, pallido come un cadavere, balbettando:
– Contro un sacerdote?
– Ringraziate la chierica di Cristo, che non siete degno d’avere in testa! –
E Corda-al-piede, abbassato il fucile, aveva tirato, per spavalderia su le macchie di rovi del ciglione, avanti che ‘Nzulu spiccasse un salto per tentare di disarmarlo.

Ahimè! I bei tempi delle grandi giornate di caccia erano già lontani; gli anni e, piú, la podagra, avevano ridotto il canonico a camminare come un invalido, reggendosi su la canna d’india, allorché s’avviava per andare a celebrare la messa, o a recitare l’uffizio. Le sue fermate da donna Totò, grassa e fresca a dispetto dell’età, erano diventate piú lunghe pei malanni e per l’abitudine.
Il nuovo vescovo, rigido quanto il predecessore, nell’occasione della visita diocesana, fece al canonico un’altra lavata di capo.
– Scandalo! Dovrò levarle la messa?
– Che scandalo vuol ella che io dia, monsignore mio? – aveva risposto il canonico con voce di rimpianto. – Non vede come sono ridotto? –
E il vescovo s’era stretto nelle spalle brontolando, e lo aveva lasciato in pace.
Per ciò ogni mattina si vedeva il canonico Salamanca che, appoggiandosi alla canna d’India, trascinava per la salita le gambe indolenzite, fino alla porta di donna Totò. Ella lo attendeva al terrazzino, sapendo l’ora, e accorreva per aiutarlo con una mano a montare i pochi scalini, levargli il mantello e prendere il nicchio per riporli sul letto, e porgergli la pipa già preparata sul tavolino con accanto la scatola di latta dei fiammiferi di legno.
Pareva che, senza quella pipata preventiva, il canonico non potesse né dir messa, né cantare al coro; pareva che, senza lo stimolo di quella tazza di buon caffè e il conforto dei crostini, non avesse potuto piú avere la forza di arrivare a casa.
In verità, le sue visite erano oramai la cosa piú innocente di questo mondo. Il canonico si divertiva coi merli e con le gazze che donna Totò ammaestrava per proprio svago e chiamava figliuoli. A uno dei merli, al piú vecchio, ella aveva messo nome Canonico. Non cantava piú; stava appollaiato tristamente sulla stecca della gabbia, quasi seccato di vivere, e si cibava soltanto di zuppa di biscottini, di quelli che il canonico amava intingere nel caffè. Egli lo guardava, mandando fuori grandi boccate di fumo, quasi fosse stato il suo ritratto. – Invalido anche lui, quel povero Canonico, dentro la gabbia! – E gli fischiava, quasi dovessero intendersela bene fra loro, uno piú invalido dell’altro. Canonico rizzava la testa spiumata, scoteva le ali e la coda, mandava fuori un flebile chioccolio, e rimaneva lí, appollaiato su la stecca, immobile, aspettando di morire.
Le due gazze intanto accorrevano a beccare familiarmente la punta delle scarpe del canonico, che si compiaceva d’incitarle. Vivaci, striminzite per le ali tagliate assai corte e il codione senza penne, esse gli s’arrampicavano su per le gambe, sporcandogli la zimarra, impertinenti, crocidanti, ciangottando parole con la lingua mozzata a posta per addestrarle a parlare.
– Figlio! Figlio! – suggeriva donna Totò, contenta e superba delle sue bestioline. – Chi è? Chi è? –
E le gazze ripetevano, roche e stridule:
– Figlio! Figlio! Chi è? –
Il canonico, continuando a fumare, diceva alla signora:
– Prendetemi la cassettina -.
Si occupava, là e a casa, fabbricando chioccolii per la caccia delle quaglie; e in quella cassetta, come nell’altra che aveva a casa, stavano riposti pelli di capretto conce, cannellini di stinchi di tacchino, minuzzoli di candele di cera fattisi dare dai sagrestani, matasse di refe grosso, forbici, aghi, un ditale e il legnetto intagliato a vite, con cui dare le pieghe a mantice ai sacchettini dei chioccoli.
Ritagliava la pelle sul modello di cartone e ne cuciva gli orli combaciati attentamente; poi, foggiata con le dita una pallottolina di cera, la cacciava in fondo al sacchetto allestito; serviva per dare appoggio al chioccolo sul polpastrello del pollice, quando dovevano suonarlo. Indi, infilatovi il legnetto, avvolgeva la pelle con uno spago tra i pani della vite, perché prendesse le pieghe e servisse da mantice. E che ammattimento quei cannellini di osso, forati in mezzo, da adattare alla bocca del sacchetto con un tappo di cera, pel suono! E quei peduncoli di spago da appiccare in calce al chioccolo, per poterlo tener fermo!… Lavoro di pazienza, insomma, che svagava molto il canonico. Gli rammentava i bei giorni d’estate tra i seminati della Piana, ai tempi ch’egli e ‘Nzulu davano la caccia alle quaglie con reti e fucile! Quacquarà! Quacquarà! E le quaglie accorrevano al richiamo, incappando fra le vaste reti stese sui seminati che si piegavano, cascando fulminate da colpi infallibili: Tum! Tum! Gli pareva di sentirseli ancora dentro gli orecchi. Tum! Tum!
Da donna Totò egli lavorava tranquillamente. A casa, sua sorella donna Agnese, a vedergli sciupare quelle buone pelli di capretto che costavano tanti quattrini, brontolava da mattina a sera:
– Che ne fate dei chioccoli, ora che non potete piú andare a caccia? Pazzo, pazzo da legare! -E, se lo trovava a frugare pei cassettoni in cerca d’un mozzicone di candela, o d’una matassa di refe, lo sgridava peggio di un bambino:
– Non sconvolgete ogni cosa! Non vi bastano ancora cento e piú chioccoli? –
Egli stava zitto, e intascava i mozziconi di candele, se ne trovava. Quando non ne trovava, ricorreva fin alle candele benedette della Candelora, che donna Agnese teneva appese al capezzale e dovevano servire in punto di morte.
– Scomunicato! E siete sacerdote! Anche le candele benedette! –
Donna Agnese non se ne dava pace.
Per questo, a ogni accesso di podagra che inchiodava il canonico su la poltrona, e lo faceva trambasciare, non lo compativa, indispettita:
– È castigo di Dio! Dovreste intenderlo -.
Faceva meraviglia come egli non perdesse la pazienza.
– A che siamo co’ chioccoli? – gli domandava ‘Nzulu, che ora veniva piú di rado.
– Quattrocento!
– Dovreste darmene un paio; è la stagione delle quaglie.
– Serviranno per me, quando sarò morto.
– Come mai, signor canonico?
– Gli ho destinati ai ragazzi poveri, per testamento; dovranno accompagnare la mia bara, suonandomi dietro: Quacquarà! Quacquarà! –
E rideva. Con tal pretesto, non regalava un chioccolo neppure a ‘Nzulu Strano.
– Non vi si riconosce piú, signor canonico! –

Non si riconosceva egli stesso, su quella poltrona maledetta, dove non trovava requie da un mese, né giorno né notte.
‘Nzulu gli recava le notizie di donna Totò.
Il vecchio merlo Canonico, morto di sfinimento; una delle gazze, la migliore, annegata in un catino d’acqua; donna Totò poverina, n’avea pianto quasi come per una figliuola! E non si sentiva bene neppur lei. Voleva il dottore…
Da lí a qualche giorno, le cattive notizie incalzarono: donna Totò stava male assai.
Il canonico dondolava la testa:
– Ah, se accade una disgrazia, ‘Nzulu!… –
Dove sarebbe andato per la sua fumatina prima della messa? E, dopo, pel caffè coi crostini e i biscotti?
Una mattina che si sentí in gambe, cominciò lentamente a vestirsi.
‘Nzulu allora, atteggiando a compunzione il viso allampanato e giallastro, credette opportuno dirgli:
– Restate in casa, signor canonico… Fate la volontà di Dio!… Siamo tutti destinati a morire!
Due lagrime rigarono la faccia smunta del canonico; pure volle finire di vestirsi, e scese le scale reggendosi al braccio di ‘Nzulu.
– Almeno celebrerò la santa messa in suffragio dell’anima sua! –
Presero però un’altra strada, per non passare davanti quella porta dove donna Totò gli veniva incontro per aiutarlo a salire i quattro scalini.
In sagrestia, rivolti gli occhi al gran crocifisso di carta pesta che sormontava gli scaffali:
– Signor Iddio! – esclamò lamentosamente il canonico: – O che non vi bastava Maria Maddalena in paradiso? –
E lasciò infilarsi il camice dal sagrestano.

Roma, settembre 1891.

II

LO SCIANCATO

Da bimbo, nel saltare un muricciolo, s’era rotta una gamba, e il dottore gliel’aveva rimessa cosí male che gli era rimasta quasi due dita piú corta dell’altra. Dal giorno che l’avevano visto arrancare un po’ contorto dal lato destro, non l’avevano piú chiamato col suo nome; e, dopo, se uno avesse domandato di Neli Frisinga, tutti gli avrebbero risposto che non lo conoscevano e non l’avevano neppur sentito nominare in Mineo. Bisognava dire: lo Sciancato. Quasi non ce ne fossero stati altri! E sugli scalini del Collegio o su quelli dello Spirito Santo si vedeva tutti i giorni lo zi’ Carmine, il tavernaio, che si godeva il sole con le grucce fra le gambe rattrappite, ed era sciancato dieci volte piú di lui.
Ma Neli non se la prendeva. Però se gli dicevano che non era il primo banditore della città, allora, sí, si arrabbiava.
– Volete scommettere che dalla piazza del Mercato mi faccio sentire fino alla Pusterla e alla Tagliata? Scommetto un quartuccio di vino. Appunto, ho la gola asciutta; mi farebbe comodo -.
Lungo, magro, aggrinzito, giallo da parere che avesse sempre addosso l’itterizia, con lo stomaco sfondato, d’onde lo cavava quel vocione? Se lo sapeva lui! Ma quando, addossato allo spigolo del portone del Collegio, urlava quel che gli veniva suggerito da don Leandro, il servente comunale, per gli incanti che si facevano in segreteria, lo sentivano fino i sordi. Nella sua arte egli aveva acquistato oramai una maestria da sbalordire. Pareva bandisse in musica, con quelle pause e quelle alzate di voce in cadenza e quelle monotonie di uso e quei finali che schiantavano secchi secchi:
– E son tre voooci! –
Per questo mestiere, dovevano andare a baciargli la mano. E se il Pantano o il Macchinista cominciavano a bandire da qualche bottega d’erbaiuolo i cavoli fiori di Palagonia o i sedani di Lenzacucco o le lattughe dello Zuffondato, egli si metteva a sorridere di compassione, e scrollava la testa:
– Non è per invidia, signore Iddio! Si deve campar tutti a questo mondo… Ma questa non è maniera di bandire -.
E, sottovoce, rifaceva il bando come andava fatto, per amore dell’arte. Se poi il Macchinista continuava a squarciarsi la gola, pari a un lupo coi dolori di pancia, egli si rizzava, indispettito, dagli scalini del Collegio dov’era il suo posto da mattina a sera, e scappava via arrancando piú del solito:
– Va! Ci patisco -.
O pure si metteva a bandire per conto proprio le acciughe di mastro Nofrio, o il vino dello Scatà, o i pomidoro del su’ Jeli, o le cipolle della Mula, per far tacere quei guastamestieri che di bandire non ne capivano un’acca e non volevano apprendere.
– Già, in nome di Dio, bisogna nascer banditore dal ventre della propria mamma! –
– Tu allora dovresti essere un galantuomo – gli diceva qualcuno.
Ed egli rispondeva:
– Io almeno lo so con certezza di chi son figlio, quantunque figlio di Dio; mentre tant’altri non possono dire chi gli abbia fatto un braccio o una gamba. State zitti! –
Per questa sua origine civile lo Sciancato assumeva una certa aria seria e dignitosa fra quei facchini, macellai, bottegai e uomini di campagna che andavano a sedersi insieme con lui su gli scalini del Collegio e facevano crocchio, ragionando del piú e del meno: della pioggia che non veniva, del carro nuovo del Lavecchia che presto si sarebbe mangiato alla taverna carro, mulo e sella con sonaglini e banderuola; d’ogni cosa insomma.
– Qui, su questa gradinata, si legge la vita anche a Cristo, sia lodato e ringraziato; e Domineddio per ciò – sentenziava lo Sciancato – ci concia per le feste! Al giorno d’oggi non si fa che sparlare del prossimo e bestemmiare i santi e la Madonna. Quei che puzzano di lattime sono peggio dei vecchi.
– Fai il predicatore, Sciancato?
– Dico la verità, chi vuol sentirla.
– L’altro giorno intanto tu ti lavavi la bocca di don Domenico, per via della casa. Quel galantuomo te la pagherebbe un terzo di piú e anche il doppio del prezzo. Perché non gliela dai? –
Toccandogli il tasto della casa, lo Sciancato diventava piú giallo del solito e gli s’inaridivano subito le labbra.
– Perché? Perché cosí mi piace. Venisse il re in persona, e non potrebbe dirmi: “Esci di lí”. Se don Domenico ha la pancia grossa e piena zeppa di quattrini, a me non mi fa né caldo né freddo. Un tozzo di pane me lo so guadagnare. Benefattori, in tutti i casi, ce n’è sempre a questo mondo; ed io, quando capita, non ho punto vergogna di stendere la mano. Ma da quelle quattro mura uscirò soltanto coi piedi avanti, quando vorrà il Signore; i giorni dell’uomo sono in mano di Dio…
– Ecco, ora non la finisce piú! –
Don Domenico gli avrebbe rotto anche l’altra gamba e lo avrebbe pagato per nuovo, se non fosse stato il timore della giustizia, e se sua moglie non lo avesse piú volte afferrato per una falda del vestito, quando veniva l’ingegnere a prender le misure, e lo Sciancato, seduto sullo scalino dell’uscio, con quel visaccio di marcia e quel piedaccio storto, zufolava quasi per provocarlo.
– Almeno io non ho gli occhi uno a Cristo e l’altro a Maria! – brontolava sottovoce. – Se sono zoppo, egli è guercio; pari e patta. –
E mentre l’ingegnere misurava da una cantonata all’altra, egli continuava a zufolare, serio e accigliato, o acchiappava mosche sui ginocchi.
L’ingegnere con la mano in alto indicava ogni cosa, come sarebbe stato quando don Domenico avrebbe fabbricato: qui i terrazzini, lí la cantonata maestra, che doveva esser piantata dov’era la cantonata della casetta dello Sciancato; ma questi, vedendogli fare l’accenno col dito, brontolava un motto sconcio da bambini:

– Strappalo e piantalo;
Piantalo bene.
In bocca ti viene!

– O che siamo di carnevale? – gli domandò Pupo d’inferno che passava di là con la cassetta di mercerie al collo e sapeva la cosa.
– Andiamo via, se no faccio qualche bestialità! – disse don Domenico che masticava bile da due ore.
E d’allora in poi l’ingegnere non venne piú, perché era inutile; senza la casa dello Sciancato non si poteva murare neppure un sasso.
– Finalmente don Domenico l’ha capita! –
Lo Sciancato continuò a bandire, nella piazza e per le vie, tutti gl’incanti e tutte le gabelle; il vino vecchio e il vino nuovo; il pesce vivo vivo, a una lira; il cotone di Biancavilla arrivato quella mattina e bianco come spuma; l’argentiere di Sortino, che aveva tante belle galanterie, sotto il Monastero Vecchio, andassero a vedere; e il napolitano ch’era nella locanda del grammichelese e aveva mussoline e lanette, oh che bellezza!
La sera tornava a casa rifinito; e mangiati quattro bocconi di pane e un’acciuga, o un po’ d’aringa coll’olio, e bevuto due soldi di vino, vera grazia di Dio, se n’andava a letto.
Gli pareva di essere un principe in quella cameretta affumicata, su quel pagliericcio bucherellato e quella graticciata che scricchiolava appena egli faceva un movimento.
– Qui son vissuto e qui voglio morire. Don Domenico può darsi pace; non la spunta. Ho la testa dura, da quel mulo che sono -.
E sghignazzava.
Questo non era peccato. Sereno di coscienza, non faceva male a nessuno. Se don Domenico fidava nella propria pancia, nei propri quattrini e nei propri occhi uno a Cristo e l’altro a Maria, egli fidava nella beata Vergine e nel patriarca san Giuseppe. Tutto quel che veniva fatto a lui, povero sciancato, Gesú Cristo lo scriveva nel libro di lassú, dove nulla si cancella!…
– Ecco, ora mi sfonda il tetto buttando spazzatura dal finestrino di cucina! Buttati tu, con la tua panciaccia, se hai coraggio! Tutte le sere cosí. I tegoli erano diventati una bozzima; e quando pioveva, gli pioveva in camera quasi fosse stato a cielo scoperto:
– Infamità! Ma i poveretti, si sa, non possono aver fatta giustizia; chi ha quattrini compera anche questa! –
E intanto che don Domenico, dal finestrino di cucina, continuava a buttare bucce di cocomeri, cocci e spazzatura, e pareva che un esercito di topi ballasse sul tetto; lo Sciancato, per fargli dispetto, si metteva a urlare le sardelle vive vive a una lira, e il cotone di Biancavilla bianco come spuma, e la gabella della tenuta di Calcagno…
– E son tre voooci!!
– Crepa! – rispondeva don Domenico.

Invece crepava lui dalla rabbia, e diceva omnia maledicta del codice perché non aveva un articolo a posta per quella circostanza.
– Glieli pagherei un terzo di piú del prezzo, e anche il doppio, quei quattro sassi che si reggono su con lo sputo. Ma la superbia se lo rode vivo quel pezzaccio di Sciancato!
– Volete ammalarvi? – gli diceva la moglie che s’era tolta la parrucca per andare a letto e si avvolgeva la testa in un fazzoletto rosso di cotone. – La fabbrica, se non la faremo noi, la farà il figliuolo che è a Napoli e sarà presto dottore.
– Quello lí non pensa che a sciupar quattrini, e non arriverà neppure a fare il maniscalco, ve lo dico io! E tornava allo Sciancato.
– Lo speziale mi ha detto: – Dovreste prenderlo con le buone. – Proveremo -.
Ma, dopo una certa tregua dal finestrino di cucina, il giorno che gli mandarono un piatto di maccheroni col sugo e un pezzo di carne di maiale, lo Sciancato rispose alla serva:
– Ringrazio della carità. Se però lo fanno per la casa, dite pure ai vostri padroni che è tempo perso. Non gli vo’ mangiare questi maccheroni a tradimento.
– E intanto se li è mangiati! –
Don Domenico avrebbe voluto tirarglieli, filo per filo, fuor della gola. E ricominciò dal finestrino di cucina, peggio di prima. E lo Sciancato in risposta, gli urlava le cipolle della Mula e il vino nuovo dello Scatà.

Ma la notte che gli venne la febbre e sentiva spezzarsi il cranio, e quasi non capiva piú dove si trovasse, lo Sciancato si perdette di coraggio.
– Avete la testa dura! – gli disse comare Angela del saponaio, come la chiamavano, vedendolo seduto due giorni dopo su lo scalino dell’uscio, mezzo morto. – Su mettetevi al sole -.
E lo condusse per mano lí di faccia.
– Avete la testa dura! –
Egli accennò, col capo, che di quella cosa non ne voleva ragionare.
Comare Angela non ne parlò piú; e la mattina dopo tornò, per vedere se era vivo o morto; e gli rifece il letto, gli spazzò la casa.
– Solo solo, a questa maniera, potreste morire di stento come un cane, e nessuno se ne accorgerebbe. Dio non vuole. Dovreste averne scrupolo di coscienza. Occorre una donna in queste circostanze.
– Abronunzio! Libera nos domine! – rispose lo Sciancato, col capo fra le mani e i gomiti sui ginocchi, pensoso.
– Che intendete fare insomma?
– La volontà di Dio! –
Comare Angela continuava a ravviare la cameretta, e lo Sciancato la seguiva con gli occhi.
– E voi, è vero che maestro Paolo il saponaio v’ha piantata?
– S’è messo con Maricchia dello zi’ Santo, colei che n’ha fatte piú della Chitella. A me non me n’importa niente. Sono nella disgrazia, la stella mi corse cosí! Quando stava con me però egli sembrava un signore con le camicie di bucato; non gli mancava un punto, né un bottone. M’ero lasciata lusingare da quel pendaglio di forca…
– È vero! È vero!
– Meritava che io facessi come Maricchia che se lo spolpa vivo vivo. Se lo vedeste! Non si riconosce. L’altro giorno, incontratolo nel piano di San Pietro, gli schiaffai sul muso: “Ben ti stia!”
Lo Sciancato stava a sentire, nicchiando a bassa voce per quel dolore alla schiena che lo portava alla sepoltura.
Comare Angela intanto, seduta presso la finestra, faceva la calza con mani che andavano leste come il vento.
Don Domenico, sul tardi, fumando tanto di pipa, l’aspettava dentro il portone; e appena la vedeva comparire, le andava incontro:
– Se tu fai questo miracolo!
– Mi par difficile. È piú duro del marmo – ella rispondeva.
La signora scendeva fino a metà di scala per sentire qualche buona notizia. A comare Angela non premeva affatto recare presto buone notizie. Tutti i giorni se ne tornava a casa ora coll’orgiolino ripieno d’olio, ora con un po’ di farina per farsi un piatto di lasagne, ora con quattro manate di fave o una bottiglia di vino; ed era una cuccagna, assai meglio di quando ella aveva con sé quel forca del saponaio. Don Domenico le prometteva anche una mantellina nuova di panno fino:
– Ma prima devi fare il miracolo! –
Tanto fiore di carità, da comare Angela, lo Sciancato non se l’aspettava davvero.
– Se questa volta debbo andarmene al camposanto, a ingrassare i sedani dei padri cappuccini, faccio testamento, e lascio la casa a voi, comare Angela, ma con la scomunica di non rivenderla a colui dagli occhi uno a Cristo e l’altro a Maria. Già, se muoio senza testamento, se la prende il corbaccio del re, che non c’entra.
– Vendetela e godetene voi! – gli rispose comare Angela, una volta ch’egli tornò a ripeterle la storia del testamento. – Io ci ho la mia e mi basta; vi è posto anche per altri…
– Allora… – disse lo Sciancato.
Ma non continuò, e si mise a ridere, impacciato, guardandosi le mani di cera gialla che parevano mani di morto, quantunque ora stesse assai meglio e andasse senza bastone a sedersi al sole, là di faccia.
– Allora che cosa? –
Egli cambiava discorso:
– Ora che sto meglio, qui non ci verrete piú, comare Angela!
– Non occorre -.
Lo Sciancato rimase zitto. Rimuginava le parole di comare Angela, che erano santo evangelo.
Poteva morire di stenti, come un cane, e nessuno se ne sarebbe accorto! Finché era stato giovane, non ci avea badato. Dalla sua mamma, colei che gli aveva dato il latte, fino a comare Angela, nessuna donna poteva vantarsi d’aver messo un piede in casa di lui. Quel po’ di veleno se lo era sempre cucinato da sé. Rattoppare i vestiti, spazzare le stanze, lavare la biancheria… aveva fatto ogni cosa da sé, meglio d’una donna. Ma ora questa malattia gli aveva rotto le ossa; si sentiva un rifinito…
– Allora che cosa? –
tornò a domandare comare Angela dopo un pezzetto.
– Giacché dite che in casa vostra c’è posto anche per altri…
– Oh, no, no! Dio me ne liberi! –
Comare Angela si faceva il segno della santa croce:
– No. Non voglio ricominciare. Fareste come quell’altro… No, no! Io, io soltanto, so quante lagrime mi è costato quell’infamaccio! Sono cosí stupida, che se prendo affezione a uno… –
Egli s’era alzato dal sasso dove stava a sedere al sole e le si era fatto accosto, presso l’uscio; il cuore gli batteva forte. Era la prima volta che parlava di quelle cose con una donna, e si stupiva in quel momento, pensando che non gliene fosse mancato il coraggio.
– Fareste anche voi come maestro Paolo il saponaio – ripeteva comare Angela a testa bassa, dondolandosi.
– Potremmo pure metterci in grazia di Dio – egli conchiuse.
Fu con questo tradimento che don Domenico ebbe la casa dello Sciancato, e comare Angela del saponaio si guadagnò la mantellina nuova di panno fino.
– Non l’ho fatto per la mantellina – ella disse a don Domenico – ma per affezione alla sua famiglia. Il maggior sacrificio è vedermi dinanzi quello sgorbio giallo che mi fa rivoltare lo stomaco.
– Zitta! – rispose don Domenico, ridendo; – le sessant’onze della casa te le mangerai tu, fino all’ultimo grano. Buon pro ti facciano! –

– Ora che lo Sciancato sta con gli angioli del paradiso!… –
I macellai, i bottegai e gli sfaccendati di piazza del Mercato, seduti in crocchio sugli scalini del Collegio, si divertivano a canzonarlo:
– Ora che lo Sciancato sta cogli angioli del paradiso, non guarda piú in viso gli amici. È vero, Sciancato?
– Lí vi prudono le corna! – egli rispondeva gravemente.
E quando bandiva le gabelle, o le tinche del Beviere, o i carciofi dell’Area del conte, aggiungevano:
– Senti! Lo Sciancato s’è formato una voce… una voce angelica davvero!
– Lí vi prudono le corna!
Però, un giorno, le corna se le sentí prudere lui; maestro Paolo il saponaio era tornato al posto antico, ed egli fu costretto ad andare a rannicchiarsi, coi suoi quattro cenci, nel tugurio che don Domenico dovea lasciargli abitare, giusta il contratto, fino alla morte.
– Ben mi sta! Chi dà retta alle donne, s’impicca colle proprie mani. –
Non disse altro.
E continuò la solita vita, fino a che una mattina non vide i manovali sul tetto della sua casa; levavano via i tegoli, per poi buttarla giú.
Rimase; quasi gli avessero scoperchiato il cuore. E dimenticò di andare in piazza del Mercato, e stette tutta la giornata a guardare. Ogni colpo di piccone se lo sentiva intronare nel cervello; a ogni sasso che volava via, sentiva strapparsi un brandello di viscere, senza poter versare una stilla di pianto, quantunque avesse gli occhi gonfi di lagrime e le pupille appannate.
Dimenticò anche di mangiare; e il giorno dopo, quando i manovali buttaron giú le imposte della finestra infracidite dall’umido e rose dai tarli, gli parve di sentirsi afferrare pe’ panni dal becchino e buttar giú nel carnaio dei Cappuccini; quel tonfo delle imposte su le macerie gli sembrò proprio il suo.
La gente, vedendolo guardare con tanto d’occhi spalancati, lo canzonava:
– Lo Sciancato si fabbrica il palazzo! –
Ma egli non rispondeva, e continuava a fissare quella distruzione, quell’incredibile sacrilegio, sotto la pioggia fina e fredda che cadeva lentamente.

La mattina dopo, trovatolo morto sullo sterro, nell’angolo dove una volta era il suo letto, alla vista di quel cadavere rattrappito, inzuppato d’acqua e intriso di mota, ma con viso di persona tranquillamente addormentata, i manovali ebbero paura.
– Il destino lo chiamava qui! – sentenziò il capomastro.
E un manovale aggiunse:
– È mal’augurio per don Domenico! –

Mineo, 28 maggio 1881.

III

ROTTURA COL PATRIARCA

Tutte le volte che gli parlavano di san Giuseppe, il cavaliere Florestano, quantunque credente e devoto, arricciava il naso e faceva spallucce:
– Lo rispetto come Patriarca e come padre putativo di Gesú Cristo; ma non voglio piú averci che fare, né punto né poco! –
In verità, san Giuseppe non s’era condotto molto bene con lui; e se il cavaliere, in un momento di giusto risentimento, aveva buttato giú dal terrazzino il quadro del santo, dalla bella barba bianca, dal bastone fiorito e il bambino Gesú tra le braccia che gli accarezzava il mento colla manina; e se gli aveva chiuso l’uscio in viso il diciannove marzo, giorno della sua festa, e con lui alla Madonnina e al Bambino, invitati parecchi anni di seguito in persona di tre poverelli che cosí portavano via da mangiare a ufo per un paio di mesi – dopo che il cavaliere li aveva serviti umilmente a tavola, quasi fossero stati proprio san Giuseppe, la Madonna e il Bambino – siamo giusti, di chi era la colpa? No, san Giuseppe, non s’era condotto bene con lui. La rottura era stata solenne, diffinitiva. Lo aveva canzonato troppo il Patriarca; e il cavaliere, assai longanime e paziente, all’ultimo, lo aveva mandato, quantunque Patriarca, a quel paese!
Passi la storia della moglie, con la falsa gravidanza. Chi aveva pregato il Patriarca di fargli il miracolo? Oramai, il cavaliere e la sua signora si erano belli e rassegnati; sarebbero morti senza eredi; e i parenti lontani avrebbero diviso tra loro ogni cosa: fondi, case, mobili, bestiame, giacché non c’era verso di portarseli via nell’altro mondo. Ma un giorno, ecco arrotondarsi il ventre della signora, e il seno gonfiarsi e i capezzoli inumidirsi anticipatamente di latte; ecco languori, nausee, insomma tutti i sintomi della gravidanza; cosa incredibile!
– Il Patriarca vi ha fatto il miracolo! – gli aveva detto il confessore.
Il cavaliere però, con tutta la sua fiducia nella potenza del gran santo, aveva voluto consultare i dottori prima di prestar fede al portento. Sarebbe stata proprio un portento quella creaturina che stava per formarsi nel seno attempato di sua moglie, già grassa e infloscita, e quando tutti meno se l’aspettavano. I dottori non credevano ai loro occhi e al loro tatto:
– I sintomi sono innegabili! –

D’allora in poi il cavaliere non era piú stato nei panni; ed era andato dappertutto, pei caffè, per le farmacie, pei crocchi, a proclamare il lieto avvenimento gesticolando con quei braccini stecchiti, agitando quel corpicino magro e striminzito tenuto su a forza di torli di uova con lo zucchero e di fette di pan di Spagna, soli cibi tollerati dal suo povero stomaco.
La gente scrollava il capo, gli rideva in faccia:
– Vedremo, da qui a nove mesi! –
Egli prendeva cocci, e voleva condurre per forza gli increduli a casa sua, perché vedessero e toccassero con mano.
La signora, seduta su una poltrona a sdraio tutta la santa giornata, con cuscini dietro e ai fianchi perché riposasse meglio, si prestava alle replicate osservazioni con indolente compiacenza di donna grassa, un po’ invanita della straordinarietà del caso, con a fior di labbra l’anticipato sorriso di mamma contenta e soddisfatta.
Il cavaliere, in quei giorni, le aveva fatto dipingere sotto gli occhi, da don Paolo il matto, una bella immagine del Patriarca, che gli era costata piú di cinquanta lire, tra tela, colori e colazioni e desinari pel pittore; il quale, matto addirittura, per poco non aveva fatto ammattire anche loro, con la fissazione di voler sposare tutte le donne che gli capitavano dinnanzi.
Il lavoro era riuscito una bellezza, quantunque opera d’un matto. Si vedeva anche qui la speciale protezione del Patriarca!
Il quadro era stato appeso al muro, nella loro camera, sotto un baldacchino di seta rossa che faceva risaltare la cornice dorata; per nove mesi vi avevano acceso una lampadina a olio, giorno e notte; e tutte le sere, la famiglia, cioè il cavaliere, sua moglie, sua suocera e la vecchia serva, per nove mesi di seguito, aveano recitato il santo rosario e le litanie, ginocchioni, in ringraziamento; inteneriti, ogni volta, di quel dolce sguardo con cui pareva che il Patriarca, circondato dall’aureola, li guardasse, tenendo in mano il bastone fiorito, mentre il Bambino Gesú gli accarezzava il mento con la manina paffuta.
– Ah, Patriarca glorioso! Come ringraziarvi degnamente? Il cavaliere glielo ripeteva ogni sera, andando a letto, o prima di addormentarsi con gli occhi rivolti alla sacra immagine che pareva gli sorridesse e gli accennasse, quasi persona viva.
Intanto le stanze si erano riempite di fasce, di pannilini, di cuffiette di tulle, di camicine che la signora faceva cucire in casa dalle ragazze del vicinato; e non le pareva averne mai preparate a bastanza. Il cavaliere, quando ogni cosa fu terminata, lavata e stirata, l’aveva disposta torno torno, – di propria mano, delicatamente, quasi avesse maneggiato l’ostia consacrata – qua e là, sul letto, su le seggiole, sui tavolini. La camera raggiava tutta di candore, sotto gli sguardi del Patriarca che benediceva fasce, pannilini, cuffiette e camicine dalla cornice del quadro, quasi compiaciuto dell’opera propria a cui tutto quel candore era destinato. E le buone vicine erano state invitate a venir a vedere; e le amiche avevano avuto la partecipazione che tutto era pronto; mancava, soltanto il bambino… o la bambina.
– Sarà un bambino, vedrai! – aveva detto piú volte il cavaliere alla moglie. – Il Patriarca non vorrà fare le cose a mezzo; sarà un bambino, vedrai. Abbiamo bisogno d’un erede, pel nome -.
E in un momento d’entusiasmo, marito e moglie avevano fatto voto d’invitare il Patriarca ogni anno, il dí della sua festa, scegliendo tre poverelli del vicinato, un vecchio da rappresentare san Giuseppe, una bambina da rappresentare la Madonna, e un bambino da figurare da Gesú Bambino; e avevano discusso lungamente intorno ai nomi, al pranzo e ai regali da fare ai tre poverelli per gloria del Patriarca miracoloso, in ringraziamento del figliuolino che doveva venir fuori da lí a poco, a rallegrare la loro casa, a consolare i loro cuori.

Nove mesi erano già passati senza che venisse fuori niente, nemmeno un aborto; e il ventre della signora era rimasto tumido come per l’innanzi, e il seno rigonfio e i capezzoli umidi di latte.
– Che vuol dire? Si tratta, forse, di una malattia invece d’una gravidanza? Possibile? Lo stupore del cavaliere era stato grande, e la delusione piú grande ancora. Marito e moglie avevano atteso un altro mese, lusingati dalla speranza di qualche miracolo che forse voleva prolungare i termini della gestazione; il Patriarca non poteva tutto? Poi, disillusi, avevano nascosto in fondo a un cassone, in un angolo oscuro della casa, tutto quel monte di biancherietta che non serviva piú a niente; muti, addolorati, quasi avessero seppellito con le loro stesse mani, in fondo al gran cassone di noce scolpito, il desiderato figliuolino. E il cavaliere, serio e solenne, lanciata un’occhiataccia di rimprovero al santo, gli aveva spento con soffio pieno di dispetto la lampadina a olio sotto il naso; né gliela aveva piú riaccesa da quel momento in poi: non se la meritava!
– Chi lo ha pregato di farci il miracolo? Perché burlarsi di noi, a questo modo? E gli tenne broncio fino a marzo.
All’avvicinarsi della festa, la fede del credente si riaccese. Egli disse alla moglie:
– Se il Patriarca, dal canto suo, ha mancato, non è giusto che noi non eseguiamo il voto d’invitare a pranzo i tre poverelli a gloria di lui. Coi santi non si scherza. Non gli è piaciuto di darci un figliolo? C’impetrerà da Gesú Cristo la grazia dell’anima. Inoltre, i dottori non dicono che tu sei guarita, non si sa come, della misteriosa malattia parsa una gravidanza? Forse il miracolo del Patriarca è stato questo -.
Da due mesi lo zi’ Pino Cudduruni si cresceva la barba bianca per rappresentare meglio il Patriarca, e si era già provato la tunica e il mantello di mussola azzurra da indossare in tale occasione, fatti lavorare a spese del cavaliere, insieme coi vestitini per la Madonna e pel bambino Gesú.
Da otto giorni, il bel castrato, cresciuto a posta solitario fra i buoi e destinato al santo banchetto, era stato condotto in città dal massaio, perché vi fosse ingrassato meglio. E il cavaliere, sentendolo belare giú nella stalla, dov’era attaccato con una corda attorno il collo, per evitare che scappasse, si voltava verso l’immagine del Patriarca e gli diceva:
– Patriarca, bela il vostro castrato. L’ho fatto allevare a posta per la vostra solennità -.
Quasi gli avesse detto; – Patriarca, fategli attorcigliare la corda al collo tre giorni prima della festa, perché si strozzi e la carne vada a male! –
Non fu un dispetto anche questo? Non lo sapeva il Patriarca che quel castrato era destinato ai poverelli? Come mai dunque aveva permesso che si strozzasse attorcigliandosi la corda al collo, tre giorni prima della festa? E la carne era andata a male.
Questa disgrazia, oltre a sciupargli tutti i preparativi, l’aveva costretto a fare nuove spese per riparare all’accaduto. Cosí, tra corredo pel bambino e castrato dovuto sostituire, il Patriarca gli costava caruccio.
– Vedremo quest’altr’anno! –

Il cavaliere, ch’era buono e aveva gran fede nella bontà dei santi tutti e del Patriarca in particolare, una partaccia di nuovo genere non se l’aspettava davvero.
Infatti si era voluto superare; e aveva fatto le cose spendendo come un Cesare, ordinando alle monache del Monastero Vecchio dolci e cassate. Aveva anche ottenuto, per favore, il cuoco del principe Grimaldi, che portò in cucina una batteria di arnesi d’ogni sorta pel timballo, pel fritto, per l’arrosto, quasi avesse dovuto preparare un pranzo al sottoprefetto. Era per qualcosa di meglio; il pranzo figurava destinato ai poverelli, ma si dava in onore del Patriarca, che meritava ben altro.
Il san Giuseppe di quest’anno, indossata la tunica azzurra e il mantello, si era incollato su la faccia la barba di bambagia. La Madonnina, pronta anche lei, con in testa la corona di carta dorata, si pavoneggiava sotto il velo bianco che le scendeva per le spalle fino alle calcagna; aveva il petto tutto parato di collane di oro e di orecchini appuntati su la stoffa. Il bambino Gesú, in tonacella bianca, incoronato ugualmente di carta dorata, provava la benedizione con due ditini della mano destra. Su la tavola apparecchiata luccicavano bicchieri, bottiglie, coltelli, posate d’argento, tra fiori sparsi e a mazzi; e sulla credenza biondeggiavano, enormi e rotondi, i buccellati di fior di farina: il piú grande per san Giuseppe, e i piú piccoli per la Madonna e pel Bambino Gesú. Mastro Nunzio e gli altri suonatori già accordavano i violini, intanto che il prete, in un angolo, s’infilava la cotta per benedire tutto e tutti in nome di Dio.
Sapete, intanto, che pensò di fare il Patriarca? Pensò di far ruzzolare per le scale la zi’ Antonia, la vecchia serva di casa, che correva dalle monache per la cassata e pei dolci! E quando, tra la gran confusione e gli urli, la portarono su, la poverina, che aveva una gamba rotta, pareva già morta sul letto dove l’avevano adagiata!
– Insomma, il Patriarca lo fa espressamente, per guastarmi la festa? –
Ci mancò poco che il cavaliere non dicesse delle eresie; né era ben sicuro, dopo, che qualche moccolo, di quelli con la rigirata, non gli fosse scappato di bocca senza ch’egli se ne fosse accorto.
Strabiliava. Gli pareva di sognare.
– Tutto questo però può anch’essere opera del diavolo, per farmi perdere la pazienza! –
La sera, andando a letto, disse alla signora:
– Vedremo quest’altr’anno! –
E, quantunque volesse parere rassegnato, mostrava una bella stizza nella voce.

Quell’altro anno, il cavaliere aveva pensato di premunirsi contro ogni possibile accidente. Tutto era stato disposto e preparato in modo che nessuno avesse potuto correr pericolo di rompersi il collo.
– Non c’è da attendersi altro, dopo il fatto dell’anno scorso! – pensava il cavaliere.
E per ciò il prete era venuto il giorno avanti a benedire stanza, tavola, cucina e arnesi. Il diavolo avrebbe inciampato nell’acqua santa e sarebbe scappato via piú che di corsa. Questa volta però il cavaliere si persuase che il diavolo non c’entrava affatto, e che tutto era una personalità, sí, una personalità di san Giuseppe contro di lui!
– Che gli ho fatto al Patriarca, perché proprio il giorno della sua festa, prima che i tre poverelli si mettano a tavola, mandi un accidente a mia suocera? È rimasta stecchita sulla seggiola senza dare un sospiro, come cadavere di cent’anni!… Che gli ho mai fatto? E preso rabbiosamente il quadro di don Paolo il matto, urlò:
– Fuori di casa mia! Fateci un bel crocione! – E lo buttò giú dal terrazzino.
– Voi bestemmiate, voi siete incorso nella scomunica! – gli diceva il confessore, che non poteva frenarsi dal ridere.
E il cavaliere, duro, intestato, dignitosamente rispondeva:
– Come Patriarca e come padre putativo di Gesú Cristo, gli fo tanto di cappello; ma come san Giuseppe, no, non voglio piú aver che fare con lui. Non voglio neppur sentirlo nominare fin che campo! –
E mantenne la parola.

Napoli, maggio 1888.

IV

LA MULA

Don Michele levatosi, secondo il solito alle sette albe, metteva la casa a rumore. Aveva tirato pei piedi la servotta che dormiva, nello stanzino accanto alla cucina, ravvoltolata in una misera coperta di lana sul suo giaciglio senza lenzuola; e, di cima alla scala, aveva dato una voce al ragazzo coricato su la ticchiena della stalla:
– Dà l’orzo alla mula e cava l’acqua dalla cisterna! Ier sera quell’infamaccia non si degnò di bere. Già sei tu, cane, che me l’hai viziata! –
Poi, sbattendo sul pavimento gli stivaloni da campagna, dalle suole imbullettate e da’ tacchi ferrati, era tornato in camera.
Donna Carmela, intirizzita, con gli occhi ammammolati e i capelli arruffati, finiva di infilarsi le sottane.
– Insomma? Ci vuol forse un secolo per indossare due stracci?… Io, dunque, sono fatto d’una pasta diversa? Ed ecco quest’altra marmotta!… Non ti son parse sufficienti dieci ore di sonno? –
Prèsia, la servotta, si stirava tutta, sbadigliava, niente persuasa che le sue poche ore di sonno potessero passare per dieci; e domandò che cosa doveva fare.
– Non lo sai? Sangue di…! Volete farmi disperare! La semente del grano dovrò andare a buttarla al diavolo forse quest’altr’anno?
– È già all’ordine – rispose donna Carmela.
Don Michele stette zitto, aggirandosi per la camera, brontolando parole mozze, scostando una sedia, appendendo una chiave al suo chiodo, stizzito che la semente fosse all’ordine e cosí gli mancasse un pretesto di sbraitare. Ne trovò subito un altro:
– Il fiasco è preparato?
– No. M’è parso meglio riempirvelo di vin fresco questa mattina.
– Ma se non vi movete! Se dormite ritte! Come se in campagna dovessi andarci domani! –
E mentre donna Carmela e Prèsia scendevano in cantina per riempire il fiasco dal caratello di don Michele, come lo chiamavano, perché quel vino di due anni serviva per lui solo, don Michele scendeva giú in istalla. La mula non voleva bere; e il ragazzo, sapendo che le mani e gli stivaloni del padrone gli lasciavano il segno per un paio di giorni quando la mula non voleva bere, s’era messo a piangere:
– Sono io forse che le dico di non bere?… Ehíi!… Ehíi!… –
E la stimolava col fischio.
La mula annusava l’acqua svogliatamente, agitando le orecchie stracche stracche; e intingendo nel catino la punta delle labbra, scuoteva la testa, sbuffava, faceva versacci col muso all’aria, mostrando i denti.
Don Michele diè una pedata al ragazzo e gli strappò di mano la fune della cavezza.
– T’ingegni, eh? di farmi patire quarant’onze di mula! Non mi tengo per don Michele, finché non ti avrò scorticato vivo con le mie proprie mani! E accarezzava la mula, palpandole la pancia, accomodandole il ciuffo sulla fronte, passandole la mano sulla schiena.
– Che hai, bella bellina? Perché non vuoi bere? Ehíi! Ehíi, bella! –
Ma la mula si tirava indietro, sorda alle carezze e al fischio del padrone.
Appena s’accorse che qualcosa le colava dalle narici e che aveva gli occhi cisposi, don Michele cominciò a sacrare peggio d’un turco, e a invocare nello stesso tempo, le anime del Purgatorio, la Madonna e sant’Alòi protettore dei cavalli, degli asini e dei muli.
– È cimurro, di quello che leva di mezzo un animale in quattro o sei giorni. Cristo, tu ce l’hai proprio con me! Vuoi divertirti a portarmi via quarant’onze di mula. Ah, fecero bene a inchiodarti in croce! Se mi fossi trovato fra i giudei, io li avrei aiutati a calcarti meglio quei chiodi! –
Alle bestemmie, donna Carmela e Prèsia erano accorse; quella con l’imbuto, questa col lume in una mano e il fiasco nell’altra.
– Vergine santa, che disgrazia! Oh, che disgrazia! –
Donna Carmela si picchiava il capo, mentre don Michele, stralunato, con le mani ciondoloni e le gambe larghe, guardava la mula che, attaccata alla mangiatoia, nemmeno fiutava l’orzo o la paglia, e voltava la testa verso di lui, quasi domandasse aiuto, poverina, con quelle orecchie stracche stracche e quegli occhi dolenti.
– Quarant’onze di mula! Un tegolo su la testa! Quest’anno, dovrò chieder l’elemosina con una canna in mano… e…
– Perché bestemmiate?
– So assai se son turco o cristiano! Non vedete il mantice di quei fianchi? –
Donna Carmela, con le lagrime agli occhi, batteva i denti: – Per compire l’inferno di casa nostra, mancava proprio questa disgrazia! Il Signore si è scordato di me in questo mondo! Devo soffrire altri guai -.
Don Michele, sentendole battere i denti, si voltò come un arrabbiato:
– Che avete?
– Niente, forse la febbre. Badate alla mula -.
La povera donna non poteva star ritta e si appoggiava al muro, tenendo le mani sotto il grembiule, cosí raggricciata da parere una vecchina; e aveva appena trent’anni. Don Michele continuava a guardare la mula, quasi avesse voluto risanarla con gli occhi e col fiato; alla moglie disse soltanto
– Cercate d’ammalarvi pure voi! Cosí la festa sarà completa -.
Donna Carmela, che aveva fatto il callo alle gentilezze del marito, replicò:
– Badate alla mula -.

Il ragazzo era andato a chiamare mastro Filippo il fabbro ferraio, e lo zi’ Decu, che di quelle cose se n’intendeva meglio di mastro Filippo e anche meglio del dottore. Questi ne ammazzava parecchi de’ suoi malati; lo zi’ Decu invece, dove metteva le mani lui, non c’era pericolo che un animale cascasse a gambe all’aria. Don Michele però aveva fatto chiamare anche mastro Filippo, perché quattr’occhi veggono meglio di due.
Il consulto fu lungo. Mastro Filippo, visto lo zi’ Decu, faceva l’indiano, per imbarazzare il rivale:
– Può darsi che sia cimurro; non voglio oppormi.
– È cimurro e di quello! Qui ci vuole un setone coi fiocchi altrimenti, don Michele, potete disporvi a far conciare questo cuoio; la mula è ita!
Don Michele tornava a prendersela coi santi e con la Madonna, e non si accorgeva della moglie che tremava in un canto, pallida, col naso affilato come una moribonda.
– Ah, Signore, Signore! Sia fatta la vostra santa volontà! –
Eran dodici anni che la poveretta faceva, a quel modo, la santa volontà di Dio; senza un giorno lieto e tranquillo, con quell’uomo che non aveva mai avuto una buona parola per lei, e che la teneva quasi senza scarpe ai piedi, quantunque ella gli avesse portato piú di ottocent’onze di dote!
E tutta la giornata stette là e in cucina a preparare beveroni di crusca insieme con Prèsia, o a fare suffumigi di nepitella sotto la froge della mula, mentre don Michele, tenendola per la cavezza accanto alla mangiatoia, le parlava come a una cristiana; e la mula alzava la testa e lo guardava quasi capisse quei discorsi.
La povera donna si sentiva rotte schiena e gambe dal salire e scendere le scale della cucina e della stalla. Non si sedette neppure a tavola, intanto che don Michele ingoiava in fretta e in furia due uova fritte nel tegame e un’insalata di peperoni, senza nemmeno domandarle se ne volesse. No, ella non avrebbe potuto mettere fra i denti neanco uno spicchio di fava; la bocca dello stomaco le si era serrata. Quell’odor di nepitella che invadeva la casa le dava nausea; e don Michele inoltre, mangiando, continuava a ragionare del setone da applicare al petto della mula; e pareva v’intingesse il pane.
– Ci vogliono per lo meno tre lire! Ma il segno si vedrà sempre, se pure sant’Alòi lo benedice -.
Di chiamare il medico per la moglie non se ne discorreva neppure. Anzi, in quegli otto giorni, vedendola andare attorno come un cadavere uscito dalla sepoltura, fra il via vai che c’era in casa pel cimurro della mula, le aveva replicato piú volte:
– Cercate di ammalarvi anche voi; cosí la festa sarà completa! –
E la voce pareva minacciasse.
Per non fargli fare altri peccati, ella si rassegnava a sentirsi morire in piedi, e dava assistenza nella stalla, fra il puzzo di setone e di nepitella che le mozzava il fiato. E la notte, appena don Michele, che dormiva vestito, si levava per visitare e assistere la povera bestia, ella gli andava dietro, mezza discinta; e bisognava si appoggiasse al muro per non cadere, tanto stentava a reggersi in piedi.
La mattina che non ebbe piú forza di levarsi, don Michele cominciò a urlare:
– Lo fate apposta! Godete della mia rovina! Siete sempre stata una buona a niente e per ciò la casa è al tracollo! E Cristo, di lassú, vede la mula e non vede voi, non vede!
– State zitto – gli disse la poveretta. – Questa volta il Signore vi ascolterà! –
Don Michele fece un’alzata di spalla e andò presso la mula, ch’era diventata uno scheletro e si strascinava tra la vita e la morte. Quarant’onze di mula! E ora nessuno l’avrebbe pagata neppur due soldi!
Quando Prèsia ebbe il coraggio di venire a dirgli che mentre lui si confondeva con la mula, la povera signora moriva, don Michele rispose:
– Va a farti friggere tu e la tua signora!
Prèsia insistette:
– Se passa don Antonio, gli dirò di salire.
– Zitta! –
E fece atto di volerle dare con la fune della cavezza.
Prèsia alzò la voce:
– Già la povera signora morrà prima della mula; e voi l’avrete su la coscienza! Neppure una cagna si lascia in abbandono a questa maniera!
– Zitta!!
– Ma Dio ve ne chiederà conto nell’altra vita! Per questo ora Dio non vi aiuta!
– Zitta!!!
– La mula morrà; il Signore è giusto! Ma voi meritereste anche peggio! –
Don Michele fece le viste di non sentirla, e col capo della fune strofinava la fronte della mula che teneva giú la testa e pareva volesse baciare la terra. Quando la gna’ Rosa, una vicina, venne a dirgli: – C’è il dottore – Don Michele diventò una bestia; e cominciò a a rovesciar giú dal cielo angioli, santi, serafini, e Gesú e la Madonna…
– Anima dannata! –
La gna Rosa scappò via, facendosi il segno della santa croce:
– È proprio miracolo, se la casa non subissa dalle fondamenta! –
Don Michele trovò don Antonio che aveva già scritto qualcosa su d’un pezzettino di carta.
– Ma è la prima mattina ch’ella resta a letto! –
E non sapeva capacitarsi che sua moglie stesse cosí male da doverle far somministrare, subito subito, i sacramenti della chiesa.
Quando giunse il prete che portava il Santissimo e l’estrema unzione, don Michele andò a mettersi in ginocchio a piè del letto, coi gomiti appoggiati sul piano della sedia e il capo fra le mani.
– Non c’è figliuoli, e la roba torna alla parentela – dicevano tra loro le comari del vicinato, mentre il sacerdote ungeva con l’olio santo gli occhi e le labbra dell’ammalata.
Don Michele, che appunto pensava a questo, mandava fuori sospironi.
– Fa come il coccodrillo, che prima ammazza l’uomo e poi lo piange! –
E tutti dicevano:
– Ha fatto penare dodici anni quella santa creatura. Finalmente, se la leva di torno! –

La povera donna era stesa sul letto, col capo affondato nei guanciali, gli occhi infossati, il naso filigginoso e un affanno che la faceva smaniare. Appena il viatico andò via, ella fe’ cenno al marito e, con voce mezza spenta, gli disse all’orecchio
– Siete contento ora? Dio vi guardi e mantenga! –
Don Michele scoppiò in pianto:
– Perché mi dite cosí? Non vi ho voluto sempre bene? Ora rimango in mezzo a una strada; devo rendere la dote. E se muore anche la mula, è meglio impiccarmi! Ci ho già pensato. Faccio un nodo scorsoio alla fune della cavezza e attacco l’altro capo a una trave del tetto.
– Scellerato! Ne sareste capace! –
La poveretta lo rimproverava dolcemente, guardandolo con occhi compassionevoli, pieni di pietà e di perdono. Ma colui continuava, e le lagrime gli lavavano la faccia:
– Sí, sí! Se accade la disgrazia, com’è vero che c’è Dio, subito m’impicco!… Ma la bella Madre dei malati farà il miracolo!… Se no, prima che i vostri parenti vengano a spogliarmi la casa per riprendere la dote, un nodo scorsoio alla fune della cavezza… Cosí rimarranno piú contenti!
– E vi dannerete, scellerato? – ella disse con un fil di voce, alzando a stento una mano.
Don Michele pareva volesse sbattere la testa ai muri dalla desolazione. Allora donna Carmela, vista Prèsia che, sudicia e scarmigliata, si asciugava gli occhi col grembiule, la chiamò e le disse una parola che dovette replicare perché Prèsia mostrò di aver capito male.
Piú tardi, anche il notaio e i quattro testimoni credettero, sulle prime, aver capito male, sentendo dalla sua stessa bocca ch’ella voleva lasciare la propria roba al marito, con l’obbligo di quattro messe nei quattro venerdí di marzo e una il giorno dei morti, tutti gli anni, finché campava.
Mentre il notaio scriveva il testamento, don Michele, che diceva di non poter reggere a tanto strazio, era andato giú in istalla; e accarezzava la mula, e le lavava le froge con acqua di nepitella.
– Se non ci badassi io, questa povera bestia morrebbe di stenti; chi se ne cura? Povera bestia! Lo sai che ora la padrona non scenderà piú a portarti con le sue mani la misurina dell’orzo?
La mula, per l’acqua di nepitella che le entrava nelle narici, scuoteva la testa e pareva rispondesse che piú non le importava di nessuno e di niente.
Don Michele, quando non stava in istalla, sedeva da piè del letto, con le braccia in croce e la testa bassa, tutto compunto; e sua moglie non migliorava né peggiorava, sempre con quell’affanno che la faceva smaniare.
– Se la bella Madre dei malati non vuol farle il miracolo, perché la lascia qui, a penare, questa santa creatura? È uno strazio! Dovrebbe portarsela in paradiso.
– Già! Ora che la signora ha fatto testamento, la Madonna dovrebbe portarsela in paradiso -.
E Prèsia andò a rifugiarsi in cucina; certe cose non poteva stare a sentirle; ribolliva tutta dentro, e si mordeva la lingua che non sapeva piú tenere in freno.

Il dottore faceva due visite al giorno; non dava però nessuna speranza né di meglio, né di peggio.
Non cosí lo zi’ Decu, che una mattina disse chiaro e tondo che la mula non sarebbe arrivata fino a sera:
– Mandatela a buttare ai cani dietro il Castello; e fatela andare là coi propri piedi, invece di pagare due manovali per trascinarvela. –
Don Michele non se ne dava pace:
– Quarant’onze di mula!… Ah, in casa mia c’è la maledizione di Dio! Voglio farla ribenedire da cima a fondo! Costei, che ha fatto testamento e ha avuto tutti i sacramenti della chiesa, costei campa! E la mula che pareva dovesse guarire, se la mangeranno i cani dietro il Castello! Ah, c’è qualcuno lassú che l’ha con me a dirittura! –

Mineo, 20 gennaio 1882.

V

NOTTE DI SAN SILVESTRO

Vera notte di san Silvestro per Nino Cottone! E il san Silvestro fu lui. Ecco quel che accade quando non si dà retta ai consigli dei vecchi che hanno piú esperienza di noi! Mastro Simone, il ciabattino, gliel’aveva predetto:
– Se tu sposi la figlia della Magàra, stai fresco, nipote. Talis matris, talis figlia!
– Tenetevi il vostro latino per voi – gli rispose Nino una volta. – Ai fatti miei bado io. Dalla spina nasce la rosa, dice il motto, e dalla rosa la spina.
– Me lo dirai poi quel che ti nascerà… – conchiuse mastro Simone, tornando a battere la suola.
Nino, alle prediche dello zio, faceva le viste di ridere, ma internamente s’arrabbiava; specie se quella linguaccia di mastro Simone gli ripeteva il suo latino, appreso in sacrestia nel tempo ch’era stato sacrestano della chiesa di san Pietro, anche davanti agli sfaccendati raccolti nella Piazza Vecchia, attorno al deschetto del ciabattino. Ce n’era sempre un bel crocchio, perché mastro Simone aveva continuamente la barzelletta su le labbra e non era soprannominato Parla-parla per niente.
All’ultimo, Nino glielo disse:
– Zio mastro Simone, con me, a quattr’occhi, sputate pure sentenze a modo vostro; siete fratello di mio padre, buon’anima! e debbo portarvi rispetto. Ma dinanzi alla gente, ve ne prego, state zitto sul conto mio -.
Sentendolo parlare serio serio, e vedendolo piantato là, con le mani in tasca, le gambe larghe e il berretto a barca calcato quasi sugli occhi, mastro Simone spinse in alto gli occhiali a capestro, che teneva sul naso e gli rispose, ridendo forte:
– Bravo, san Silvestro, glorioso! Bravo davvero! –
E parve una profezia; perché il caso di Nino Cottone fu proprio simile a quello di san Silvestro che portò, tant’anni, in collo la sorella per preservarla da un malanno, povero santo! e tuttavia gli accadde quel che gli accadde. Mastro Simone lo raccontava spesso e faceva ridere alle spalle del santo gli oziosi che stavano a sentirlo sbraitare contro le donne da mattina a sera, quasi non avesse altro intorno a cui ragionare, e le donne gli avessero fatto chi sa che cosa.

La Magàra lo sapeva bene quel che lei aveva fatto a mastro Simone quand’erano giovani tutti e due e dovevano sposarsi. S’era lasciata tentare dal demonio – il figlio del barone che stava di faccia – e pochi giorni prima delle nozze era scappata di casa, lasciando con tanto di naso il povero mastro Simone, che pianse come un bambino e voleva ammazzare il seduttore. Storia vecchia! Oramai chi se la ricordava piú all’infuori di mastro Simone e di lei? L’anno dopo, il figlio del barone, regalatale la dote, e compratale una casetta, l’aveva data in moglie a uno dei suoi fittaioli. Costui, accollatisi gli arretrati, – come disse allora mastro Simone – era stato nominato portastendardo della confraternita di san Luca, protettore delle bestie cornute; e cosí era finita in bella gloria di Dio!
Cioè, non era finita affatto, secondo le male lingue. Si vedeva la Magàra tutta la settimana davanti la porta, con le mani in mano, parata di anelli e di orecchini lunghi cosí, con fazzoletti di seta in testa e sul petto, a far pettegolezzi con le vicine, a fermare i passanti per sapere i fatti altrui; e intanto in casa le pioveva ogni grazia di Dio: olio, fave, frumento, cacio, mosto. Suo marito, che si arrostiva la cuticagna al sole (veramente dicevano peggio di cosí) zappando e arando, veniva in paese soltanto una volta ogni quindici giorni, con la faccia gialla di malaria e la pancia grossa quanto una botte per la milza ingrossata… Storia vecchia, ripeto.
Quando la malaria le aveva portato via quell’ombra di marito, la Magàra s’era vestita a lutto; ma nove mesi appresso, se n’era già trovato un altro. Costui però le aveva subito detto:
– Bada, il passato è passato! Io non voglio essere san Silvestro, come il morto; ti torco il collo… –
E la Magàra, capita l’antifona, aveva fatto senno ed era stata la meraviglia del vicinato; e il suo secondo marito aveva potuto lasciarla vedova anche lui, con una figliuola di quattr’anni, senza essere stato fatto san Silvestro come il primo.
Povero santo!
Mastro Simone il ciabattino lo tirava in ballo a ogni momento nelle barzellette, allorché teneva udienza, come soleva dire, dal suo deschetto, tra una stirata di suola e l’altra, tra un punto di cucitura e l’altro alle scarpacce vecchie raccolte la mattina nel suo giro per le vie; e non si accorgeva, quantunque timorato di Dio, che infine egli sparlava d’un santo dell’altare; e gli altri, che gli stavano attorno e ridevano ai suoi motti, non se n’accorgevano neppure. Cosí, a ogni vigilia di capo d’anno, il suo spasso era metter le forme, i gambali, i trincetti, le stecche e le lesine al sole, tutti schierati in bell’ordine davanti la bottega, e intanto, con le braccia in croce, starsene a sedere su la seggiola senza spalliera.
Se qualcuno gli domandava:
– Che fate, mastro Simone? Non si lavora oggi?
– No, compare, – rispondeva; – oggi è la festa di san Silvestro, il nostro santo! –
E diceva nostro maliziosamente, perché nessuno potesse offendersene, nemmeno coloro che erano piú san Silvestri dello stesso san Silvestro, parecchi! Per costoro mastro Simone calcava su quel nostro santo in maniera cosí speciale, da far sbellicare dalle risa quanti stavano attorno a godersi la farsa…
E appunto cosí lo disse quell’anno al nipote che passava di là vestito tutto di nuovo, col fazzoletto pendente, per smargiasseria, un palmo fuor della tasca, e una rosa all’occhiello, da quell’innamorato che era.
– Tra qualche anno, sarà anche la nostra festa, caro nipote! San Silvestro glorioso! –
E fu profeta quel diavolo di mastro Simone.

Picchia oggi, picchia domani, il povero Nino si era un po’ impensierito.
Il malaugurio dello zio gli metteva freddo alle ossa; e la Magàra, che si accorse del cambiamento al non vederlo piú arrivare allegro come le altre volte, una sera gli si piantò davanti, tenendo le mani sul ventre:
– Se vostro zio vi conta delle sciocchezze e voi gli date retta, guardate, quello è l’uscio; e facciamo conto di non esserci visti -.
Nunzia piagnucolava in un canto, col grembiule agli occhi:
– È vero: voi siete mutato! Mia madre ha ragione.
– Non ci mancava altro! – disse Nino, dando un pugno su la cassa di noce dov’era il corredo della sposa. – Volete farmi bestemmiare? –
Intanto bestemmiava sodo, andando su e giú per la camera, ai singhiozzi di Nunzia che non voleva chetarsi.
– E se non aspettassimo piú fino a santa Agrippina, per sposarci? – egli conchiuse. – Che altro posso dirvi?
– Parlo per mastro Simone – rispose la Magàra, rabbonita. – Non fa che dir male di me, perché non volli saperne di lui, quand’era giovanotto; e inventa tante calunnie, lo scellerato! Ma si scava il posto all’inferno con le proprie mani -.
Cosí non aspettarono fino alla festa di santa Agrippina, com’era già convenuto; e Nunzia fu condotta da Nino nella propria casa, presso le mura, dove non ronzavano mosconi, eccetto che non ci venissero a posta; e se ne sarebbe subito accorto.
Intanto, con la pulce del cattivo prognostico di mastro Simone nell’orecchio, non lasciava d’un passo la moglie, quasi l’aria stessa potesse mangiargliela. La conduceva con lui in campagna, lei su l’asino e lui dietro, a piedi, come un cagnolino; e voleva sempre averla bene in vista mentre andava su e giú facendo i solchi coll’aratro, o stava curvo a sarchiare; e mentre lui bacchiava le mandorle o le ulive, lei, sotto gli alberi, doveva riempire i corbelli.
Le domeniche l’accompagnava prima a messa, poi dalla suocera, ma per pochi momenti, col pretesto che in casa loro c’era molto da fare. A casa, seduto su lo scalino dell’uscio, fumando la pipa, dando una manciata di becchime alle galline, barattando qualche parola coi vicini o con qualche amico passante per caso da quel posto fuori mano, restava piantato lí fino a sera, quasi a far sentinella.
La zia Maddalena, che abitava la casa accanto, prese a canzonarlo:
– Siete forse cucito alla gonna di vostra moglie? Andate un po’ in piazza, a prender aria!
– Aria qui ce n’è troppa, zia Maddalena -.
E continuava a fumare come un turco, con la sua pipaccia che appestava, messo in sospetto anche da quelle parole della vicina.
– Le vecchie – pensava – quando non possono piú darsi al diavolo, tentano di condurgli le giovani; è il loro mestiere -.
Perciò il giorno che la zia Maddalena, vistolo seduto là da ore e ore, sbadigliante con tanto di bocca aperta e tanto di braccia stirate, gli disse, ridendo: – Sentite: se voi foste mio marito, vi manderei fuori di casa col manico della granata, in due colpi! – Nino cominciò a sbraitare; e ci mancò poco che non le buttasse alla testa il primo sasso capitatogli sotto mano; quasi colei avesse cosí inteso di fare la lezione a Nunzia, che, secondo lui, non pensava al male ed era una bambina innocente, felice e contenta di vedersi amata e rispettata.

Invece, dopo quasi due anni di quella vita monotona, Nunzia se n’era già bella e seccata, quantunque stesse zitta e non lo desse a vedere. E le domeniche, mentre suo marito stava seduto in sentinella sull’uscio, se ne saliva in camera e si metteva a guardare dalla finestra le persone che passeggiavano laggiú nello stradone – ma senza sporgersi sul davanzale, perché suo marito, alzando la testa, non se n’accorgesse – specialmente dopo che da parecchie domeniche, ella aveva visto arrivare, alla stess’ora, nello stesso punto dello stradone, una persona che si metteva a sedere sul muricciolo e restava là un bel pezzo a guardare in su, verso la finestra di lei, intentamente.
Oramai ella l’attendeva con qualche ansietà, curiosa di sapere se quella persona venisse, ogni domenica e alla stess’ora, proprio per lei. E durante la settimana, in campagna, teneva il pensiero cosí fisso a quel punto dello stradone e del muricciuolo, che un sabato sera, al ritorno in paese su l’asino, insieme con suo marito che la seguiva a piedi, trasalí e diventò rossa rossa scorgendo là mastro Giovanni il misuratore di grano, che forse l’attendeva al passaggio e la guardava avidamente senza badare al marito, e la salutava anche prima di salutare il marito:
– Buona sera, compare Nino.
– Buona sera, mastro Giovanni. Pigliate il fresco?
– Piglio il fresco, compare -.
Lo aveva riconosciuto: era lui! Bel pezzo di giovane, con barbetta bionda e occhi furbi. Anche quella sera egli non andò via fin che non la vide affacciare dalla finestra: e la salutò, levandosi il cappello a cencio.
– Che guardi cosí incantata? – le disse Nino, di cima alla scala, salendo con una bisaccia su la spalla.
E Nunzia, tremante dalla paura che suo marito si fosse già accorto di ogni cosa, si ritirò dalla finestra, alzando le spalle, senza rispondere.

Da lí a qualche mese però, ella aveva cominciato a brontolare sordamente contro il contegno del marito, che pure durava da due anni. Da prima quasi scherzando:
– Che temete? La gente non può mangiarmi con gli occhi -.
Poi sul serio, offesa della perpetua sentinella fattale attorno
– Avete mai avuto qualche motivo per sospettare e dubitare?
– Chi ti dice questo? – rispondeva Nino a testa bassa, mortificato.
– Me lo dicono i fatti; sono stufa -.
Allora Nino rizzò tanto di orecchi, spalancò tanto d’occhi; e la domenica mattina che sua suocera volle trattenere piú a lungo la figlia, invitando il vicinato a mangiare un pugno di càlia e a bere un bicchier di vino per festeggiarne la presenza, Nino mostrava già il suo cattivo umore.
– Quest’orso di mio genero me la fa vedere cosí di rado! –
Egli non aveva voluto gustare né un chicco di càlia, né bere un dito di vino; e mise su tanto di muso allorché mastro Giovanni il misuratore, passando per caso davanti all’uscio, invitatosi da sé, prese a scherzare con la Magàra e con Nunzia, raccontando storielle buffe che facevano ridere tutti.
– Che avete, orsaccio? – disse la Magàra a Nino, vedendolo cosí ingrugnato.
– Mi duole il capo -.
E volle andar via subito, con gran dispetto di Nunzia che, appena giunta a casa, cominciò a piagnucolare e a leticare.
– Il padrone, in casa mia, sono io! – ripeteva Nino.
– Per chi mi scambiate insomma, se siete cosí sospettoso?
– Il padrone sono io! Non voglio mosconi dattorno! –

I mosconi, che ora giravano davvero da quelle parti, erano Passolone, Zangàra, Perillo, donnaioli scapestrati; ma facevano le viste di passare di là per tutt’altro. Lo trovavano però sempre in guardia sull’uscio, e non lo salutavano neppure. Passava anche mastro Giovanni, col tumulo in una mano e il legnetto da livellare il grano nell’altra.
– Da queste parti, mastro Giovanni?
– Pel mio mestiere, compare Nino -.
Qualche volta andava e veniva anche senza scopo, oziando, quasi quel posto fuori mano fosse da passeggiata.
– A quest’ora, mastro Giovanni? –
Quella sera mastro Giovanni lo aveva tirato in disparte, perché Nunzia non sentisse:
– Compare Nino, in confidenza: è passato nessuno?
– Nessuno, compare.
– Una donna e un uomo?
– Nessuno, compare.
– Fate conto di non avermi visto.
– Va bene, compare -.
E d’allora in poi, ogni domenica sera, dopo una ora di notte, Nino vedeva sfilarsi dinanzi, incappottate, tre o quattro persone che pareva temessero d’essere riconosciute: poi, una donna con la faccia nascosta tra le falde della mantellina; e dopo un pezzetto, al solito, mastro Giovanni che tirandolo in disparte, se Nunzia trovavasi seduta su la soglia dell’uscio, gli domandava in confidenza:
– Compare, è passato nessuno?
– Nessuno, compare.
– Fate conto di non avermi visto.
– Va bene, compare -.
Doveva forse far la spia a mastro Giovanni? Che glien’importava dei pasticci degli altri? Perciò rispondeva di non aver visto nessuno.
E rientrava in casa e chiudeva bene l’uscio. E se Nunzia voleva ragionare intorno a quel misterioso via vai di gente incappottata a quell’ora, Nino tagliava corto al discorso:
– Se la veggano loro. Pasticci! – senza sospettare che il pasticcio glielo preparava la zia Maddalena, recitando il rosario con Nunzia. Nunzia brontolava:
– Santa Maria, madre di Dio… –
E la zia Maddalena le domandava sotto voce:
– Che risposta mi date? –
La zia Maddalena ripigliava:
– Dio vi salvi, o Maria piena di grazie… –
Nunzia rispondeva:
– Non so come fare; mi sta sempre alle costole! Santa Maria, madre di Dio!… –

Giusto quella mattina Nino si era trovato a passare, insieme con sua moglie, davanti la bottega di mastro Simone che – messe forme, gambali, trincetti e lesine al sole, e incrociate le braccia – sedeva su la seggiola senza spalliera per la sua solita burletta. Nino sarebbe tornato volentieri addietro, se mastro Simone non l’avesse scoperto da lontano e non gli avesse accennato:
– San Silvestro, nipote mio! –
Questi, per fare il bravo, cavatosi il berretto, e passandosi e ripassandosi la mano su la fronte, aveva risposto:
– Non c’è intoppi, per grazia di Dio!
– Lasciami vedere -.
E mastro Simone gli si era accostato per osservargli bene la fronte, facendo smorfie, ammiccando a Nunzia: – Si scherza, nipote mia! – aggiustandosi gli occhiali per vederci meglio
– Il terreno è ben preparato. San Silvestro ti prosperi! –
Alle risa della gente, Nunzia aveva spinto Nino pel braccio, mordendosi le labbra, senza salutare lo zio:
– Che sboccato e ineducato!
– Fa per chiasso, non capisci? – disse Nino, ridendo anche lui con qualche sforzo mentre mastro Simone gli gridava dietro:
– San Silvestro ti prosperi! –
E lo prosperò davvero, proprio quella notte, quasi lo avesse fatto a posta per celebrare cosí la propria festa.
Nino Cottone non se l’aspettava. anzi si credeva al sicuro. Fumava la pipa appoggiato al davanzale della finestra, dopo che Nunzia lo aveva sgridato:
– Non appestate la camera! –
E di lassú, fumando e sputando, aveva visto passare, nell’oscurità, un’ombra incappucciata; poi, al solito, un’altra; e qualche minuto dopo, un uomo e una donna imbacuccati bene e che facevano pissi pissi fermandosi a ogni passo, quasi la donna riluttasse e colui la trascinasse per forza. Allora, smesso di fumare e di sputare perché costoro non lo scorgessero, aveva teso l’orecchio, curioso di afferrare qualche parola, di riconoscere l’uomo… Passolone, gli era parso alla voce e alla statura… I primi dovevano dunque essere Perillo e Zangàra che andavano di concerto e ne facevano di cotte e di crude con le mogli altrui… A questo punto era rientrato zitto zitto, per spegnere il lume, raccomandando a Nunzia di non fiatare.
– Perché?
– Zitta, ti dico!
E tornò a riaffacciarsi con cautela, sporgendo la testa mentre passava in punta di piedi un’altra ombra nera, che svoltava subito la cantonata, lasciandolo piú imbrogliato e piú curioso, nell’attesa di qualcosa di brutto.
Poi non si vide piú anima viva, non s’intese piú niente per qualche minuto; e intanto arrivava lassú, da ogni parte, il chiasso dei quartieri di sant’Agostino, di san Pietro, di santa Maria; e i lumi passavano e ripassavano dietro i vetri delle finestre, e nuvole di fumo bianchiccio si addensavano sui tetti, spandendo per l’aria odori misti di fritto e di arrosto.
A un tratto, grida sommesse, e mazzate, lí accosto, alla svolta dalla cantonata. Poi, urli e bestemmie e mazzate ancora…
– Cristo, ci siamo! – disse Nino.
Il cuore gli batteva forte. Ed ecco uno, due, tre che scappano precipitosamente; ed ecco un altro che si lamenta e si trascina a stento lungo il muro:
– Mi hanno ammazzato, santi cristiani!… Compare Nino!… Compare Nino!…

A questo modo compare Nino aveva introdotto in casa sua mastro Giovanni che pareva agonizzasse, sanguinante quasi gli si fosse rovesciato addosso un catino da macellaio, e bianco in viso peggio che se gli avessero buttato un pugno di farina su la faccia.
– Compare Nino, un medico, per carità!… E non dite niente a nessuno! C’è di mezzo l’onore d’una donna…
– Fidatevi di me, mastro Giovanni -.
E Nino, povero grullo, era corso pel medico tirandosi l’uscio dietro, sfiatato dalla paura che il ferito non gli morisse in casa.

Mastro Simone quella sera, presa una sbornia coi fiocchi, aveva pensato di far una visita al nipote. Arrivato traballando, trovato l’uscio socchiuso, si era arrampicato per la scala quatto quatto, senza che Nunzia e mastro Giovanni se n’accorgessero. Mastro Giovanni rideva, rideva, abbracciando Nunzia (fidando nel lungo tratto di strada che Nino doveva percorrere prima di arrivare dal dottore già avvisato di non venire) e subito aveva tentato di rifare il morto, vista la sbornia del vecchio ciabattino che li guardava con occhi stupidi e imbambolati.
Poi, afferratolo pel petto, e quassandolo con stizza, gli aveva detto, levando in alto i pugni:
– Se fiatate, vi faccio uscire il vino dalle narici! Avete inteso? –
E mastro Simone, briaco fradicio, intese cosí bene che non fiatò, né allora, né dopo. Ogni volta però che incontrava il nipote, lo guardava bene in fronte:
– Qualcosa dev’essere già spuntata là, san Silvestro glorioso! –

Roma, dicembre 1870.

VI

GLI SCAVI DI MASTRO ROCCO

Da che s’era fitto in testa che doveva prendere l’incantesimo della Grotta dalle sette porte, mastro Rocco aveva abbandonato la sua bottega di pizzicagnolo; e se ne stava lassú, in cima al Monte, arrostendosi la gran gobba al sole, scavando qua e là da mattina a sera, per trovar qualche traccia del tesoro incantato, secondo lui, dai Saraceni in quei dintorni.
In verità, non gli era mai accaduto d’incontrare fra le macchie e le siepi di fichi d’India il Mercante dal berrettino rosso che teneva in custodia il tesoro incantato; ma sapeva benissimo che parecchi l’avevano veduto, da vicino o da lontano; ed erano quasi morti di paura. Egli però si sentiva un coraggio da leone, e non si sarebbe impaurito degli urli e dei versacci di colui, se si fossero incontrati faccia a faccia. Colui doveva fare a quel modo, per non lasciarsi strappar di mano l’oro e le pietre preziose affidate alla sua custodia; ma se in quella circostanza ci si fosse trovato un uomo, un vero fegato d’uomo, il Mercante non avrebbe potuto fargli niente di male, né impedirgli di entrare per le sette porte in fila, fin in fondo alla grotta dove il tesoro aspettava da secoli la fortunata creatura che doveva impadronirsene.
Mastro Rocco ne ragionava quasi lo avesse visto proprio con que’ suoi occhietti orlati di rosso e lo avesse palpato con quelle mani callose che ora maneggiavano la zappa giorno e notte, scavando sepolcreti antichi. Di giorno, egli scavava nel suo fondicello che pareva una Gerusalemme distrutta, tutto buche spalancate e mucchi di terra torno torno; di notte, nei fondi dei vicini, al lume di luna o a quello di una lanternina quand’era buio, perché i vicini non volevano rovinato il terreno, e si burlavano delle sue trovature di vasetti inservibili e di monete antiche, con cui non si poteva comprare neppure un soldo di pane.
Mastro Rocco rideva sotto il naso di quei tangheri di contadini che non capivano niente. Lui sapeva, per prova, che quei vasetti – specie se con le figurine – e quelle monete ossidate diventavano subito quattrini sonanti quando li portava al barone Padullo, che si metteva gli occhiali per osservarli e sfogliava certi libroni grossi quanto un messale, tutti pieni di figure, per fare i riscontri. Cosí s’era persuaso che il mestiere di salumaio valeva assai meno di quest’altro di scavatore di cose antiche; e faceva il sornione e alzava la gobba allorché i contadini gli dicevano
– Perché non scavate le fosse per le fave, invece di rompervi le braccia a disotterrare ossa di morti? –
E rideva loro in faccia, canzonando in cuor suo chi gli ripeteva la solita burletta:
– Sapete dove c’è una trovatura, mastro Rocco?
– Dove?
– Nella vostra gobba.
– La trovatura tu l’hai in testa, e te l’ha messa tua moglie! – rispose una volta stizzito.
E quasi venne alle mani con Taccareddu che, cornuto pacifico, non voleva intanto sentirselo dire.

Mastro Rocco però non la perdonava a quell’asino calzato e vestito di don Ottavio Giglio, proprietario della Grotta dalle sette porte, il quale non permetteva che nessuno andasse là a smuovere un sasso. Don Ottavio credeva anche lui che in quella grotta ci fosse un tesoro incantato dai saraceni e che il Mercante dal berrettino rosso vi facesse la guardia; ma era convinto che per rompere l’incantesimo occorrevano i libri di Rutilio. E se mastro Rocco lo tastava su questo soggetto, dalla lontana, sapendolo orso e ombroso di tutto, gli rispondeva secco secco:
– Minchionerie!
– Ma persone con tanto di barba, – insisteva mastro Rocco – il decano Vita, padre Mariano d’Itria, il dottor Puglisi, mi assicurano che la cosa è possibile.
– Ve la danno a bere. E poi, ci vuole il Rutilio! –
Questo: “E poi ci vuole il Rutilio!” don Ottavio lo diceva cosí solennemente che tagliava corto a ogni discorso.
Per due pagine di Rutilio, di quello autentico – correva attorno il falsificato e non valeva uno spicchio d’aglio! – mastro Rocco avrebbe dato tutta la sua pizzicheria e l’asino e le due vacche e chi sa che altro ancora. Ma chi possedeva quel libro se lo teneva caro e non voleva nemmeno farlo sapere, perché correva voce ci fosse la pena della vita e la scomunica della santa chiesa! Mastro Rocco se ne sarebbe infischiato della scomunica, quantunque fosse timorato di Dio e ascoltasse la messa le domeniche e le feste comandate e comunicasse a Pasqua come ogni fedele cristiano.
Impadronitosi del tesoro, sarebbe andato subito a Roma, a confessarsi dal papa, per ottenere l’assoluzione; e sarebbe finita. Ma l’oro e le pietre preziose sarebbero rimaste a lui; e allora avrebbe fatto il signore, lui e i suoi figliuoli; si sarebbe fabbricato un palazzone, avrebbe comprato dei feudi, e non avrebbe piú mangiato pane e cipolla, come gli toccava ora che doveva abbrustolirsi al sole, e bagnarsi alla pioggia, rompendosi la schiena a scavar sepolcreti, spesso non trovando altro che stinchi e crani, o lagrimatori da nulla.
Anche al tempo dei saraceni – e per mastro Rocco voleva dire al principio dei secoli – la società era stata allo stesso modo: molti poveri e pochi ricchi; si vedeva dalle tombe. Allora però fino i miserabili avevano una moneta da farsi mettere in bocca per pagare il pedaggio nell’altro mondo; mentre oggi, con le tasse che si mangiano viva viva la gente, nessuno ha piú un soldo da portar via nella sepoltura; serve a coloro che restano, per comprare un pane da sfamarsi.
Egli faceva queste considerazioni dando colpi di zappa sodi ma cauti, per non rovinare gli oggetti, caso mai sotterra ce ne fossero. E quando gli accadeva di tornare con le mani vuote alla grotta antica e scavata nel vivo masso, della quale, murandovi un uscio, s’era fatto una casa di campagna comoda e sicura, malediva la propria sorte e quel porco di don Ottavio che non gli permetteva di scavare nella Grotta dalle sette porte! Costui lo aveva fin minacciato di tirargli addosso una schioppettata, se l’avesse incontrato, di giorno o di notte, dalle sue parti; ed era capace di farlo.
Invece, quando gli scavi davano buoni risultati, e venivano fuori al sole qualche bel vaso, belle monete d’argento o d’oro che parevano uscite allora allora dal conio, o qualche braccialetto di bronzo, mastro Rocco non capiva nella pelle. Si fregava le mani indolenzite, accarezzava delicatamente quegli oggetti, li ripuliva, li lustrava con la manica della camicia, quasi gli si dovessero guastar fra le dita toccandoli sgarbatamente. E ammirandoli da tutti i lati, interpretava le figure a modo suo, ora che ci aveva un po’ di pratica, e calcolava il valore e il prezzo meglio d’un dotto:
– Questa volta il barone Padullo deve snocciolarne parecchi de’ suoi scudi colonnati! –
E, nella grotta affumicata, la minestra di farina di cicerca o le fave allesse gli sapevano piú saporite; e il vino se lo sentiva scendere giú giú per la gola, dal fiasco di terra cotta, come balsamo ristoratore…

Quelle però erano tutte cosine da nulla; se non gli riusciva di prendere la trovatura del Mercante, aveva fatto un buco nell’acqua. Intanto ci voleva il Rutilio, come diceva non Ottavio. Dove pescarlo?
– Il Rutilio è qui! – venne a dirgli un giorno don Tino il mussolinaio, andato a trovarlo a posta lassú col pretesto di ammazzare un coniglio in quelle fratte, per non dare nell’occhio ai vicini.
E aveva cavato fuori uno scartafaccio squadernato, unto e bisunto.
– Quello vero?
– Quello vero. Guardate: è stravecchio -.
Infatti si vedeva. Caratteracci grossi cosí; cartaccia ingiallita, e figure di pianeti, circoli, triangoli, ghirigori seguiti da sfilate di numeri da far perdere il cervello. Lui, don Tino, aveva stentato due mesi per raccapezzarvi qualcosa: – Perché, capite, bisogna trovare la chiave.
– E l’avete trovata?
– Mi par di si. Proveremo, con la sonnambula di don Micio il crivellatore, che vede fino a trenta metri sotto terra, come io vedo qui voi e quest’alberi e questi sassi e quei fichi d’India… Ma, zitto!
– Venite a prendere un boccone -.
Mastro Rocco lo condusse nella grotta per essere al sicuro da sguardi traditori. E, mangiato e bevuto, tornarono a scartabellare quel libro miracoloso; tanto piú sorpresi e piú ammirati, quanto meno aveano capito della profonda scienza colà nascosta. Presi gli accordi per condurre lassú don Micio il crivellatore e la sua sonnambula, don Tino disse:
– Dev’essere di venerdí, a mezzanotte. Avete paura?
– Di chi? Del Mercante? Mi conoscete male, don Tino! –
E glielo provò la notte di quel venerdí. Notte tempestosa: lampi, tuoni, vento, pioggia, grandine! Pareva si fossero scatenati tutti i diavoli della Làmia e del lago della Vúria dove è il prete che balla con la nipote, portati via dai diavoli ai tempi dei tempi; infatti l’acqua di quel lago, con sotto il gran fornello dell’inferno, bolle e ribolle.
Il vento aveva già smorzata la lanterna; la sonnambula tremava a verga a verga, e non voleva guardare sotterra, come don Micio gli ordinava tenendo le braccia tese e strabuzzando gli occhi che gli luccicavano nel buio a ogni scoppio di saetta.
– Coraggio! coraggio! – ripeteva mastro Rocco.
La voce però gli tremava e le braccia gli vagellavano nel dare, insieme con don Tino, i colpi di zappa nel posto indicato dalla sonnambula, prima che la lanterna si spegnesse, appena don Tino aveva compitato lo scongiuro del Rutilio. E il vento soffiava, urlando tra gli ulivi e le rocce attorno; e la pioggia veniva giú a catinelle; e i lampi incendiavano la vallata e le coste del Monte; pareva il finimondo. Ma dopo tre ore di fatiche e di stenti, avevano dovuto smettere; ed erano tornati alla grotta piú morti che vivi, inzuppati fino al midollo delle ossa, col Rutilio mezzo rovinato; il peggio guaio, perché di quei libri non se ne trova piú, nemmeno a pagarli a peso d’oro.
– Siamo stati tante carogne! – disse mastro Rocco il giorno dopo, mordendosi le mani nell’osservare la gran buca scavata quella notte e già ripiena d’acqua e di fango. – Siamo stati tante carogne… o il vostro Rutilio è falso!
Don Tino cominciò a sacramentare:
– Corpo!… Sangue!… Falso questo Rutilio?… La colpa è nostra; non abbiamo saputo trovare la chiave -.

E non la seppero trovare né allora, né poi. Don Ottavio Giglio però, quantunque non avesse testimoni del fatto, sporse querela contro quel gobbaccio che gli aveva rovinato il fondo. E ora stava, giorno e notte, in guardia lassú tra i fichi d’India, per fargli fare una fiammata con lo schioppo a due canne, a quel gobbaccio.
Aveva una gran paura che non gli rubassero davvero l’incantesimo della Grotta dalle sette porte, dopo aver saputo da don Tino che il Rutilio, quello proprio autentico, era nelle loro mani. Forse mancava la chiave. Don Tino gli aveva mostrato il libro con una pagina strappata.
– Giusto quella della chiave, sacro Dio!… Ma può darsi che c’inganniamo -.
Dal canto suo, mastro Rocco stava in guardia contro don Tino, don Micio il crivellatore e la sonnambula. Gli era entrato il sospetto che volessero operare soli, da quella domenica in cui aveva visto don Tino in stretti ragionamenti con don Ottavio, sotto il portone di casa di costui. Don Tino gesticolava, si strappava i capelli, e don Ottavio approvava, serio serio.
– Perché smisero di parlare, appena mi accostai? –
Ma egli non era uomo da lasciarsi canzonare da quei due. Si lasciò canzonare però da Zangàra, Perillo e Passolone, tre burloni che, avuto vento degli scongiuri fatti da mastro Rocco con don Tino, don Micio il crivellatore e la sonnambula, volevano divertirsi.
Mastro Rocco se li vide arrivare lassú una mattina, Zangàra col trombone, Perillo col clarinetto e Passolone col corno di caccia; e assordavano le gole di Rosignolo, dell’Arcura e di Santa Margherita. Tru! Tru! Titiri tru!
– Ehi! Fate la mattinata alle mulacchie?
– Andiamo per una scorpacciata di fave novelle, da un amico qui vicino – rispose Perillo.
– Buon pro!
– E voi, la trovatura quando la prenderete? – gli domandò Zangàra, ridendo.
– La prenderà don Tino, – aggiunse Passolone – ora che possiede il Rutilio -.
Mastro Rocco alzò la gobba, tentennando il capo, mostrando indifferenza:
– La vera trovatura sono i quattrini in tasca -.
Passolone raccontò di aver inteso dallo stesso don Tino che egli l’avrebbe presa certamente l’ultimo venerdí di marzo, a mezzanotte, perché quella notte aveva luogo lassú, presso la Grotta dalle sette porte, la fiera delle fate e degli spiriti che accade ogni dieci anni. Fortunato chi ci si trova! – Non lo sapete che il pecoraio di massaio Ravagna, anni fa, ci capitò in mezzo per caso, e le Fate gli vendettero tre arance per un soldo? Il grullo le diede al padrone, senza sapere che fossero di oro massiccio; cosí è arricchito massaio Ravagna -.
Mastro Rocco lo guardava in viso con tanto di occhi, pensando allo scellerato di don Tino che voleva fargli quel tradimento; e si tenne la notizia in corpo, fingendo di non averne saputo niente, fino all’ultimo venerdí di marzo, che era il venerdí santo. Quel giorno non vedeva l’ora che annottasse; e seduto su di un sasso davanti la grotta, non senza un po’ di terrore in corpo, – con gli spiriti non si canzona – guardava quel fioco chiarore di luna tra le nuvole dense, dietro i colli di Daguara, che illuminava la campagna silenziosa; non s’udiva cantare neppure il rosignuolo che soleva cantare ogni notte laggiú, tra i pioppi dell’Arsura. Poi egli era andato ad appostarsi su d’un masso per sentire il rumore dei passi di coloro che dovevano arrivare: don Tino, don Micio e la sonnambula. Non stormiva foglia nell’oscurità, e non si scorgeva ombra umana a quel po’ di barlume del cielo nuvoloso. I tronchi degli alberi gli mettevano paura; e i macigni e le macchie già gli parevano strane figure di mostri. Verso la mezzanotte fu buio pesto, appena la luna venne intieramente velata dalle nuvole fosche…
Ed ecco, qua e là, tra le macchie, lumicini che vanno e vengono, e si spengono e si riaccendono; ed ecco colpi di cembalo coi sonaglini che si agitano, e tacciono, e si rispondono; ed ecco grandi fiammate che spariscono subito.
– Ah, madonna santissima! È proprio vero questa volta! –
E i lumicini erravano qua e là tra le macchie, dietro i fichi d’India, tra i melagranati di massaio Baccannello e il pagliaio di Cudduzzu; e le fiammate scoppiavano dietro i massi, tra gli ulivi, al suono dei sonaglini del cembalo agitati continuamente…
– Ah, madonna santissima! È proprio vero questa volta! – I lumicini si accostavano da tutte le parti, stringendolo in un cerchio, e le fiammate pure: e mastro Rocco si sentí diventare piccino piccino quando scorse, al chiarore d’una fiammata, una figura mostruosa che gli parve di fuoco e spari.
Poi, da destra, da sinistra: – Psi, psi, psi! – Gli spiriti gli accennavano: – Psi, psi, psi! –
– Ah, madonna santissima! Perché tremo? Mi lascerò scappar di mano la fortuna? –
E mosse incontro agli spiriti che continuavano a fargli: – Psi, psi, psi! – Tratteneva il fiato, vacillando, inciampando, senza una goccia di sangue nelle vene, fino a che gli spiriti non gli saltarono addosso, picchiandogli forte sulla gobba.
– Mamma mia!… Santissimo Cristo alla colonna! Santa Agrippina protettrice! – egli urlava, segnandosi per cacciarli via, correndo a rotta di collo verso la grotta, inseguito fino alla porta dagli spiriti, che picchiavano sulla sua gobba, facendo scrosciare catene infernali!…

E non ritentò piú, quantunque don Tino e don Micio il crivellatore lo stuzzicassero; neppure quando si convinse che la burletta degli spiriti gli era stata fatta da Zangàra, Perillo e Passolone. A chi gliene parlava, giurava che non era vero; giurava che quella nottata egli si trovava a Palagonia per la festa del Santo Sepolcro; e rigiurava con le mani in croce, per non far ridere alle proprie spalle. Intanto si divorava il fegato, e scavava, scavava, dopo trovate certe belle figurine che il barone Padullo gli aveva pagato dieci scudi. Chi sa quanto valevano, se colui si era spinto fino a pagarle dieci scudi!
Allora il barone lo vide arrivare piú spesso, insieme con un vecchietto che mastro Rocco diceva compagno di scavi. Visto però che essi portavano sempre figurine simili alle prime, tutte sporche di terra, un giorno il barone disse a mastro Rocco:
– Trovate qualcosa altro, o risparmiatevi di venire. Di queste, guardate, ne ho già pieno un armadio -.
E gli additava le statuette – Cerere seduta e con le mani sui ginocchi – schierate in fila dietro i vetri dell’armadio, tra vasi greci, lucerne, bronzi e monete antiche d’ogni grandezza…
Mastro Rocco stette un bel pezzo senza farsi vedere. Quando gli si ripresentò, insieme col solito vecchietto, posata delicatamente per terra la cesta coperta di fieno portata sotto il braccio, cominciò a gesticolare, annunziando a quel modo i meravigliosi oggetti riposti nella cesta e coperti di fieno:
– Signor barone, gran novità! Voscenza resterà incantato! –
Il barone si era messo gli occhiali per ammirare meglio; e vedendo quelle quattro figurine di Cerere simili in tutto alle altre ma con tanto di pipa in bocca, invece di restare incantato cominciò a urlare:
– Ah, mastro Rocco ladro! Ah, mastro ladro! –
E avrebbe, con una pistolettata, sfracellato il cranio a quei due, se non fossero saltati dalla finestra a pian terreno, senza neppur badare che potevano rompersi il collo.
Mastro Rocco si ruppe soltanto un braccio; e fece dire una messa al suo santo protettore che lo aveva aiutato in quella circostanza. E col braccio legato al collo, imprecava al tristo compagno da cui gli era stata suggerita la bella novità della pipa!
– Non bastava aver fatto cosí bene la forma dell’idoletto che aveva ingannato il barone Padullo? –
D’allora in poi, mastro Rocco si contentò soltanto di scavare e scavare. E se don Tino e don Micio gli riparlavano del Rutilio, rispondeva:
– Non me ne parlate. È falso! –
Pure non disperava di poter avere in mano, un giorno o l’altro, l’autentico, quello del Cinquecento, come gli aveva detto il decano Vita.
L’anno dopo, mentre padre Mariano d’Itria, confortandolo in punto di morte, gli raccomandava di chiedere a Dio la grazia dell’anima:
– La vera grazia sarebbe stata un buon Rutilio! – esclamò mastro Rocco con voce mezza spenta.
E gli voltò la gobba.

VII

ALLE ASSISE

L’usciere chiamò, ad alta voce: – Agrippina Caruso -.
Un vivo movimento di curiosità, accompagnato da lungo mormorio, corse per la folla degli spettatori; e le teste dei giurati si volsero tutte verso l’uscio, aspettando la comparsa della moglie dell’accusato, che si fece attendere un pochino.
– Agrippina Caruso – tornò a chiamare l’usciere.
E quando fu vista entrare quella bella giovane abbrunata, pallida, con gli occhi bassi, quasi barcollante, e che non sapeva dove dirigersi – l’usciere dovette prenderla per una mano, e condurla davanti il presidente, che la fissava aggiustandosi gli occhiali luccicanti sul naso aguzzo – nel profondo silenzio della sala, si sentí soltanto il fruscio delle carte che gli avvocati sfogliavano sui tavolini dirimpetto alla corte.
– Sedete, – le disse il presidente – e fatevi coraggio. Raccontate il fatto ai signori giurati -.
La povera giovane alzò timidamente la testa, guardò quei visi rivolti intentamente verso di lei, e, con voce piena di lagrime, rispose:
– Signori, io non so nulla.
– Non vi si dice di accusare nessuno. Raccontate quel che sapete. Com’è morta la bambina? Che sospettaste allora? –
Il presidente addolciva la voce, sorrideva, per farle animo; e col gesto additava i giurati, per far capire a colei che il fatto egli lo sapeva benissimo, ma che doveano saperlo anche quei signori seduti là, e dalla bocca di lei; cosí ordinava la legge.
La giovane borbottò alcune parole.
– Piú forte – le disse il procuratore del re.
Ella si volse da quella parte, e appena scorse, dietro il cancello di ferro, suo marito che la guardava con occhi spalancati e con viso sconvolto, non poté piú frenarsi; scoppiò in pianto.
Finalmente, rasserenatasi un pochino, cominciò a parlare:
– La piccina era figlia dell’altro marito. Dapprima anche costui le voleva bene; ma dopo, non so perché, cominciò a trattarla duramente. La picchiava per un nonnulla, non la poteva piú soffrire. Quella mattina io l’avevo mandata da lui, insieme con la sorellina del secondo letto, per portargli la colazione in bottega. Sapevo che egli non voleva: ma la bambina piú piccola aveva paura di andar sola e s’era messa a piangere. Cosí mi indussi a farla accompagnare, mio malgrado. Non fosse mai stato! Le bambine tardavano a tornare a casa; mi sentivo su le spine. In quei giorni egli mi era parso piú rabbioso del solito, e temevo non si sfogasse su la povera creatura da me mandata là contro il divieto di lui. Che gli aveva fatto quella povera creaturina? Non me ne rendevo ragione. Ora non poteva piú vedersela dinanzi, non voleva sentirne nemmeno il nome. Si chiamava Giovanna, come l’altro mio marito, morto un mese prima che mi sgravassi di lei; le avevo messo quel nome per ricordo. Le bambine tornarono a casa coi grembiulini pieni di trucioli; lui è falegname. “Che ti ha detto il babbo?” domandai a Giovanna. “Niente”.
“Non ti ha picchiata?”
“No, mamma; anzi ci ha dato da mangiare”. Respirai! Ma, da lí a poco la poverina si sentí male. Aveva nausee, dolori allo stomaco. Le diedi una tazza di acqua bollita. Fu peggio. La bambina cominciò a vomitare. Si contorceva, urlava; si sentiva bruciare dentro. Accorsero le vicine. Salí su il dottore, che passava per caso. “Che ha mangiato?” Il dottore voleva saperlo da me. Che ne sapevo io? Ma ero atterrita, vedendogli osservare attentamente quel che la bambina vomitava, e vedendolo pensieroso davanti alla creaturina che si contorceva sempre piú, urlando: “Mamma, che fuoco, qui!” con le manine rattrappite sullo stomaco, gli occhi infossati, le pupille grandi cosí, che mettevano paura. Ah, figliolina mia!… –
Nell’aula, silenzio profondo. I singhiozzi della povera donna si sentivano fin dalle ultime file della folla pigiata, quantunque il presidente parlasse a voce alta per fare animo alla dolente, e consolarla, e indurla a riprendere il racconto.
– Il dottore ordinò di darle a bere del latte e andò via; ma tornò quasi subito col pretore, per interrogare la bambina che già stentava a parlare, tanto era sfinita. Io non capivo. Perché il pretore? Ero spaventata.
– E vostro marito? – la interruppe il procuratore del re, chiesto al presidente il permesso di parlare.
Ella trasalí.
– Mio marito?… Tornato da bottega, al vedere tanta gente in casa, s’era turbato anche lui.
– Non diceste cosí al giudice istruttore; rammentatevelo -.
La figura e la voce di quel personaggio vestito di nero, con quello strano berretto in testa e tutti quei lacci d’argento che gli pendevano sul petto, le incuteva terrore, le impediva di parlare.
– Ecco quel che diceste – soggiunse il presidente.
E sfogliato il grosso volume del processo, lesse: – Lui, tornato da bottega, stavasene lí, in disparte, un po’ seccato, pareva, di tutto quel tramenio trovato in casa… – E poi, quando il dottore disse chiaro e tondo al pretore: “La bambina è avvelenata col fosforo”, che rispose vostro marito? –
La povera giovane esitò un momento, e guardò suo marito rimasto immobile; poi, persuasa che innanzi a quel personaggio era inutile mentire – sapeva tutto! – rispose:
– Lui esclamò: “Non può essere!” – E si diè a interrogare la bambina: “Hai preso dei fosfori?… Gli hai mangiati, per caso?…” “No, no” rispondeva la bambina. “Ecco!” fece lui; ma il pretore gli disse: “Zitto!”.
– Che raccontò allora la bambina? – insistette il presidente, vedendo ch’ella s’era fermata di nuovo.
– Raccontò… –
Non poteva andare avanti, e, con lo sguardo, chiedeva pietà all’inesorabile ministro della giustizia, che le accennava di proseguire.
– Raccontò che il babbo, in bottega, le aveva dato da bere una cosa brutta; che gliel’aveva fatta bere per forza, e aveva sparso il resto per terra, in un canto…
– Aveva dato da bere anche all’altra bambina.
– A Filomena.
– Aveva preso però un altro bicchiere. È vero? –
Rispose di sí con un segno del capo.
– Continuate – soggiunse il presidente, aggiustandosi gli occhiali.
– Alle parole della bambina egli disse: “Oh, la bugiarda!” E il pretore gli diè di nuovo sulla voce: “Zitto!”. Io misi a gridare: “Scellerato, scellerato, che avete mai fatto!” “Tu sei piú infame di colei!” mi rimbrottò. E voleva andar via. Ma il pretore gli ordinò: “Restate lí e state zitto, o vi faccio star zitto io!”. Allora lui si rammentò che in bottega c’era la pasta avvelenata pei topi. Forse, la bambina n’aveva ingoiato un pezzettino senza sapere che cosa fosse. Sí, dovette essere cosí… Non è un cattivo soggetto; non è possibile che abbia avvelenato la bambina lui stesso, a posta! Che male gli aveva fatto la innocente?… Questa è la verità! –
Si era alzata da sedere, rivolta verso quell’uomo che la fissava come uno stupido, con le mani sui ginocchi e la bocca semiaperta, meravigliato che sua moglie ora tentasse di scusarlo, di difenderlo, e mostrasse in viso il dolore di perderlo, se lo mandavano in galera.
– Sedete – le disse il presidente. – Dite ai signori giurati: era geloso costui? Ve lo fece mai capire? Ve lo disse?
– Signori, mi voleva tanto bene! Era geloso del morto! Non voleva che lo ricordassi, mai! Questo mi faceva pena. Non capivo in che modo fosse geloso di un morto. Io, come potevo dimenticare quella sant’anima? E poi, la bambina era il suo ritratto; tal quale, fin nel suono della voce; si chiamava Giovanna come lui… Era possibile? Ma voleva che lo dimenticassi, che non lo nominassi piú! E odiava la bambina perché si chiamava Giovanna. La poverina, da un anno, non avea piú nome per lui. Le dava nomacci che mi facevano piangere, di nascosto. Guai, se se n’avvedeva! Erano urli, bestemmie!… Come quel giorno che trovò sciorinati al sole i vestiti del morto, perché non si tarlassero. Dunque pensavo sempre a colui? Dunque volevo ancora bene a colui? “Io sono una malombra nella casa!” E si strappava i capelli, piangendo, bestemmiando i santi e la madonna. Spezzò sedie, piatti, ogni cosa!… Io corsi a chiudermi in camera, atterrita. Allora lui cominciò a stracciare quei vestiti (nuovi, di panno fino; la sant’anima li aveva indossati poche volte!) li ridusse in pezzettini, e li buttò in istrada, ai porci, diceva! – Di quell’altro, in casa, non ci doveva piú rimanere neanche un chiodo affisso al muro… niente!… Ora il padrone era lui! Ora comandava lui! Ora voleva esser voluto bene lui! – venne a piangermi dietro l’uscio – Lo capivo? Voleva esser voluto bene lui! – Se gli volevo bene, Signore Iddio!… Non lo vedeva? Che dovevo, che potevo mai fare per persuaderlo? E il nome della sant’anima non mi uscí piú dalle labbra; e tutto quel che l’era appartenuto lo nascosi, qua e là. – Che poteva importargliene lassú, in paradiso, dov’era? – E cosí costui si acchetò un pochino. Ma c’era la bambina; ma si chiamava Giovanna; e non voleva, no, che la chiamassi cosí, perché, diceva – era una fissazione, vergine santa! – non chiamavo lei, ma quell’altro; perciò la chiamavo cosí spesso. Che bisogno c’era di chiamarla cosí spesso a nome? Non intendeva forse? Si figurino! Una povera madre, che non poteva chiamare per nome la propria figliuolina orfana! Mi diventava piú compassionevole; non mi pareva piú quella, la poverina, senza il nome di suo padre che non l’aveva neppur vista nascere! Ma gli volevo bene; volevo contentarlo; il sacrificio era tutto mio; la bambina che ne capiva? E non ebbe piú nome; non ebbe piú il nome che le avevano scritto in fronte coll’olio santo. Era peccato mortale… Ma io gli volevo bene! E anche il confessore mi confortava: “Fa a modo suo, per la pace della casa!” La povera giovane s’interrompeva spesso, volgendo la testa verso la gabbia dove ora suo marito smaniava, passandosi le mani su la faccia; e mentre dal cuore le sgorgava quello sfogo, senza ch’ella potesse frenarsi sotto gli occhi dei giurati pendenti dalle sue labbra, la invadeva il terrore, se mai la sua deposizione potesse nuocere a colui, e aggravarlo dinanzi i giudici. Ma era la verità!

Dal posto dove il presidente l’aveva fatta sedere, in mezzo ai testimoni, ella sentiva raccontare dall’avvocato tutta la propria storia. Questi però la diceva in un’altra maniera, a modo suo. Ella capiva e non capiva; soltanto capiva che si trattava dell’altro marito. E tutte quelle parole che avevano suono chiaro, intonazione quasi di predica e ch’ella, non intendendole bene, vedeva quasi volare verso i giurati lanciate dai gesti larghi e solenni dell’avvocato, le suscitavano intanto lucidissima la visione di quei fatti, di quella giornata, di quel posto: la dolce sensazione del sole di primavera, del verde del prato, dei canti degli uccelli fra gli alberi e dei muggiti dei buoi lontani, mentr’ella scendeva la viottola che conduceva alla fontana… E quegli, appostato dietro la siepe dei roveti, era sbucato a un tratto e l’aveva afferrata per la vita, prima ch’ella potesse gridare; e levatala di peso su la mula bardata, l’aveva rapita, come un ladro, di violenza, baciandola ansiosamente su la nuca, sui capelli, mentre ella si dibatteva indignata e impaurita. E la mula trottava, e gli alberi correvano vertiginosi attorno, quasi la terra girasse. E lui le andava dicendo: – Ora sei mia! Ora mi vorrai bene! Ora sei mia! – E lei rispondeva: – No! no! Che tradimento mi avete fatto! No! – E la mula trottava, quasi fosse d’intesa anch’essa, giú per la china fra gli ulivi, scansando la via battuta. E lei, pur rispondendo sempre di no, perché non gli voleva bene, perché non voleva saperne di lui, visto che alla mamma non garbava, già provava, tra lo sdegno, una tenerezza strana, una commozione profonda, una pietà anche, pel forte che la rapiva a quel modo, perché l’amava e la voleva sua a ogni costo! – Ora sei mia! – E tornava a baciarla. Eppure, lei gridava sempre: – Assassino, che tradimento mi avete fatto! – Ma colui s’era accorto che non lo sgridava con lo stesso tono sdegnoso. Lei non resisteva più, non si dibatteva piú; domandava soltanto: – Dove mi portate? Che volete da me? Riconducetemi a casa mia! Lasciatemi andare! – Infatti, giunti davanti la grotta, tra i fichi d’India, egli saltò da cavallo, e tenendola sempre tra le braccia come una bambina, le disse solamente: – Ah, bella figliuola mia! Tu sarai la mia regina -. E lei piangeva, col viso fra le mani, e non rispondeva nulla; non le pareva piú di esser lei – Sarai la mia regina!… –
E l’avvocato continuava ad agitare le braccia, da predicatore, battendo i pugni sul tavolino, facendo la voce grossa. Era strano; ella non afferrava il significato di quelle frasi, di quelle parole cosí diverse dalle frasi e dalle parole usuali; ma nello stesso tempo capiva chiaramente, quasi le venissero destando nel cervello l’immagine, la rappresentazione di quel che esse raccontavano ai giurati: il passato di lei, il felice passato d’un anno e mezzo; sogno sparito subito via, quand’ella era diventata davvero la regina di lui, e non solo gli aveva perdonato la violenza, ma gli voleva bene e l’adorava come s’adora Gesú Sacramentato!…
E la poverina non vedeva piú nulla, né il presidente, né i giurati, né il gran crocifisso in fondo alla sala, né la folla, né la gabbia, nulla, nulla! E non sentiva piú neppure la voce dell’avvocato che rimbombava tuttavia; ma piangeva silenziosamente, assorta nella luminosa visione d’un passato piú prossimo, finito cosí tristamente anch’esso, quando due uomini avevano portato via la cassa della morticina benedetta dal cappellano!… E a lei era parso che le portassero via il cuore!…

La gente, affollata sull’uscio, per vedere daccosto quella bella giovane cosí stranamente due volte amata, aspettò un bel pezzo. La poverina, appresa la condanna, era svenuta gettando un urlo, con le braccia tese verso l’uomo che i carabinieri riconducevano in carcere…
E il presidente aveva detto, per conchiusione:
– Ecco la donna!… Ha dimenticato fin la bambina!… Bella causa, caro avvocato! –

Roma, 20 gennaio, 1888.

VIII

IL MULETTO DEL DOTTORE

Il dottor Lambertini, d’estate, faceva le visite a cavallo d’un muletto. Le vie della sua cittaduzza, ripide o mal selciate, non gli avrebbero consentito l’uso della carrozza, anche quando i molti clienti gli avessero permesso questo lusso. Il muletto oramai, dopo una pratica di parecchi anni, conosceva le case dei clienti meglio dello stesso padrone, e il dottore, smontando, era sicuro di poterlo lasciare davanti le porte con la briglia al collo e le staffe penzoloni; non si sarebbe mosso, né avrebbe mai avuto il capriccio di buttarsi per terra, farsi una bella stropicciatina e rovinare sellino ed arnesi. Vispo e forte, trottava allegramente, tenendo alta la testa, inarcando il collo come un cavallo di razza; alla porta del cliente però restava piantato su le quattro zampe, cacciandosi di tanto in tanto le mosche con la coda tagliata a spazzola o con rapidi movimenti della testa. E se qualche ragazzo gli veniva attorno per palpargli la pancia, per lisciargli il groppone, per grattargli la fronte, o anche per stuzzicarlo e dargli noia, lo lasciava fare, da muletto prudente e dottorale, che non voleva procurare impicci al padrone con un calcio mal dato.
Solamente, quando questi indugiava troppo in qualche visita, intonava un raglio un po’ stonatino, quasi intendesse dirgli: – Ehi, dottore? – E il dottore gli dava subito retta. Egli chiacchierava volentieri, e nei giorni che non aveva troppa gente da visitare, osservato il malato e scritta la ricetta, appiccava discorso con lui o con i suoi parenti, secondo l’occasione, e dimenticava facilmente la povera bestia che si annoiava giú nella via. Al raglio, il dottore scattava dalla seggiola, né c’era piú verso di trattenerlo. Se il muletto ragliava, voleva dire ch’egli l’aveva fatta proprio lunga; e scappava. N’era nata la leggenda che dottore e muletto fossero d’intesa, cioè che il dottore avesse addestrato l’animale a dargli l’avviso, quando egli cedeva alle lusinghe della chiacchiera allegra. Non era vero. Quel raglio, bisogna esser giusti, era stato una trovata del muletto, di cui il dottore profittava e di cui era gratissimo alla bestia intelligente. Egli anzi soleva raccontare una strana storiella intorno a quel raglio, ma forse voleva adulare un pochino il bravo compagno di visite.
Raccontava dunque che, le prime volte, aveva ricompensato quei ragli con qualche manata di fieno e di biada piú dell’ordinario, specialmente allorché essi erano stati davvero opportuni per rammentargli una visita che non si doveva trascurare. Dopo due o tre volte però, quel diavolo di muletto, compresa la vera ragione del soprappiú di fieno e di biada fattogli somministrare dal dottore, pensò di abusarne. I suoi ragli diventarono frequentissimi, si fecero sentire a proposito ed a sproposito; e il dottore ingenuamente confessava che a capire questa malizia egli ci aveva messo assai piú che non il muletto a capire le intenzioni di lui. Ne rise; e per non farsi canzonare da una bestia, sospese quella specie di mancia. Anche questa volta il muletto comprese subito; e da allora in poi i suoi ragli si fecero udire soltanto quando erano proprio necessari.
– Il muletto – aggiungeva il dottore ridendo – è stato piú generoso di me. Ma noi non dobbiamo imitare le bestie. Non ci mancherebbe altro! –
Ho detto che, al raglio, il dottor Lambertini scattava dalla seggiola e non c’era piú verso di trattenerlo. Ma un giorno, un tristo giorno, il muletto dovette essere meravigliato di vedere rimaner vani i suoi replicati appelli, uno piú forte dell’altro, uno piú stonatino dell’altro. Giacché (accenniamolo di passaggio, mentre la teorica dell’eredità è ancora di moda) se esso aveva ricevuto dall’asino progenitore moltissime delle belle virtú che ornano la razza, non aveva pure ereditato quella stupenda voce sonora, che un poeta mio amico suol chiamare: la glorificazione della primavera! Non già che il suo raglio fosse corto o roco, no; difettava, nelle note profonde e nelle acute, di quella pastosità, di quell’ampiezza, di quelle gradazioni maravigliose che rendono veramente insuperabile il raglio asinino. C’erano, insomma, discontinuità nella emissione, asprezze nei passaggi; l’ibridismo vi si manifestava con netta caratteristica.
Adempito al mio obbligo di novelliere naturalista, riprendo il filo del racconto.
Quel giorno dunque, come dicevo, i ragli appellanti del muletto rimasero vani. Dopo un par d’ore di angosciosa aspettativa, vistosi prendere per le redini da una persona sconosciuta e che intendeva evidentemente condurlo via senza il padrone, ricalcitrò, s’impennò, fece un po’ il testardo, da quel muletto che era; si buscò calci alla pancia, nerbate, strappate di cavezza che gl’insanguinarono il muso; e, sparato un paio di calci, capita la inutilità della resistenza, s’era lasciato ricondurre alla stalla, e si era messo filosoficamente a mangiare la biada, senza stillarsi il cervello intorno all’insolito caso che doveva esser capitato al padrone.
Infatti il caso era stato insolito davvero.

Convien premettere che in quel tempo, da due mesi, gli abitanti della cittaduzza nativa del dottor Lambertini erano agitati da grandissima curiosità. Una palazzina, disabitata da piú di mezzo secolo, aveva ricevuto inaspettatamente tre ospiti, un signore e una signora accompagnati da un servitore; e nessuno, neppure i piú braconi del paese, coloro che si sarebbero messi volentieri a uno sbaraglio per sapere i fatti altrui, avevano potuto penetrare il mistero di quella coppia che se ne stava tutta la giornata tappata in casa, che si affacciava ai terrazzini a sera tarda e quando non c’era lume di luna, e che s’avventurava per le vie piú remote, o per la campagna, soltanto di notte, a braccetto, parlando sottovoce, quasi avesse qualche gran delitto da nascondere…
La gente era meravigliata sopra tutto del mutismo della polizia, che pareva di non avvedersi di niente, o di non volersi occupare, per chi sa quali profonde ragioni, di quella stranissima apparizione. Il giudice, come dire oggi il pretore, nelle cui mani stavano allora in Sicilia anche i pieni poteri di polizia, interrogato destramente, aveva risposto con un’alzata di spalle assai significativa. Cosí fu tenuto per accertato che si trattava d’un relegato politico; la signora era sua moglie. Giovane? Bella? Fu messo in chiaro anche questo: giovanissima e bellissima. E un gran senso di compassione invase tutti i cuori a beneficio della coppia infelice; e i braconi divennero piú riguardosi, per non compromettersi, per non aver che fare con la polizia borbonica che non usava riguardi a nessuno. Il servitore, che sulle prime era stato assediato di domande e aveva dovuto stentare non poco per resistere a tutti i tranelli tesigli dagli sfaccendati a fine di cavargli il segreto di bocca, fu lasciato in pace, anzi evitato. Lo stesso dottor Lambertini, che era stato tra i piú curiosi e piú insistenti, e che parecchie volte l’aveva interrogato, con diversi pretesti, intorno alla spesa giornaliera, quando lo aveva visto aggirarsi pel mercato – il dottore fidava in una sua idea: dimmi quel che mangi e ti dirò chi sei – fin il dottore si era rassegnato a rimanere al buio, quantunque ogni volta che passava, a cavallo del muletto, davanti il portone della palazzina, non mancasse mai di squadrarne la facciata e l’atrio, quasi avesse voluto penetrare con gli sguardi lo spessore delle mura del vecchio edificio, e osservare in che modo occupassero il loro tempo quei due personaggi mezzo fantastici, piovuti là non si sapeva né perché, né da dove.
Figuratevi dunque la sua immensa soddisfazione la mattina che egli vide arrivarsi in casa il servitore tante volte inutilmente tentato, il quale veniva in nome del padrone per pregarlo di una visita d’urgenza, di grandissima urgenza.
Il dottor Lambertini, senz’abito, con le maniche della camicia rimboccate sopra i gomiti, il petto aperto, la cintura rilasciata attorno il bel pancione rotondo, seduto nel vano del terrazzino dello studio, all’ombra d’una stuoia, con le gambe allargate e i piedi nuotanti nelle pianelle, si faceva vento beatamente.
– Il signore è ammalato? – si affrettò a domandare.
– Non lo so.
– O la signora?
– Non lo so. Il padrone mi ha detto: “Conducilo con te, subito subito”.
– Eccomi; il tempo di vestirmi e di far sellare il muletto.
– Lo sello io, se lei vuole -.
Mai il dottor Lambertini s’era vestito con tanta fretta; mai il muletto era stato spronato con tanta sollecitudine; mai il dottore era sceso di sella piú sveltamente; né piú lestamente aveva mai salito le scale d’un cliente in pericolo di vita. Pareva ringiovanito, pareva che l’adipe non gli pesasse piú e che la mole del pancione non gli premesse piú sui polmoni ad accorciargli il fiato.
S’era trovato faccia a faccia con un bel giovane alto, dalla tinta olivastra, dalla barba e dai capelli neri, che gli stese le mani balbettando qualcosa inintelligibile e lo trascinò attraverso una fila di stanze buie, balbettando allo stesso modo interrottamente, quasi singhiozzante…
Al dottore pareva di sognare. La rapida traversata per quegli stanzoni antichi che, nella penombra, mandavano forte odore di rinchiuso e dove aveva potuto appena intravedere gli scarsi mobili, i quadri polverosi alle pareti, i grandi specchi appannati dalle cornici dorate tutte frastagli e cartocci, nel correre dietro quel forsennato che lo trascinava per mano; e poi la vista di quella camera con le imposte ermeticamente chiuse, illuminata quasi fosse stato notte, col letto in un canto fra le ampie cortine e un corpo di donna stesovi su, rigido e smorto, gli avevano intorbidata talmente la intelligenza, che per qualche secondo rimase là, spalancando gli occhi smarriti, senza poter pronunziare una sola sillaba.
– Salvatela, dottore!… Salvatela!… –
Ora udiva distintamente queste parole dello sconosciuto, e avrebbe voluto rispondergli, interrogarlo; ma la lingua inaridita gli si era appiccicata al palato, e le gambe gli tremavano sotto, intanto che si passava una mano su la fronte e su le tempie per schiarirsi la mente. Si lasciò cadere su la seggiola da piè del letto, e stese macchinalmente il braccio per tastare il polso dell’ammalata. Questo atto abituale bastò a richiamarlo subito all’esercizio della sua professione, a rimetterlo pienamente in calma, quantunque provasse tuttavia grande stupore alla presenza di quello sconosciuto delirante d’angoscia e che non riusciva a dirgli altro all’infuori di: – Salvatela, dottore!… Salvatela!…
– Non abbia paura. È cosa da niente -.
Gli parve opportuno confortarlo cosí, quantunque ignorasse la natura del male che stendeva lí come morta la bella signora.
Il polso era fievolissimo, la temperatura del corpo glaciale. Una straordinaria tensione dei muscoli lo rendeva immobile, allungato. I denti serrati, le labbra contorte, gli occhi spalancati e senza sguardo, il pallore cadaverico davano a tutta la persona un’espressione terribile.
– Scusi – disse finalmente il dottore; – che le è accaduto? –
Colui guardava ansiosamente ora la donna ora il dottore, torcendosi le mani, agitando le labbra a una risposta che non poteva venir fuori.
– La signora era sofferente da un pezzo? – risprese il dottore.
– No… È stato, – balbettò lo sconosciuto – è stato tutt’a un tratto… a una cattiva notizia – soggiunse con qualche sforzo.
– Capisco: crisi nervosa.
– Salvatela, dottore! –
Questi, che s’era completamente rimesso dall’improvviso sbalordimento e intendeva trar profitto dell’occasione per penetrare il mistero di quei due, avventurò qualche domanda, premettendo sempre uno “Scusi” dimesso e insinuante; ma non ne ricavò nessuna risposta precisa; pareva che colui non si raccapezzasse o non intendesse.
Allora il dottore si decise a scrivere un paio di ricette.
– Mandi subito qualcuno; attenderò.
– Grazie! –
Intanto il dottore si metteva a strofinare ora l’una ora l’altra mano della signora per richiamarvi il calore.
– Va bene – esclamò, vedendo che le vesti e il busto erano slacciati.
E chinò l’orecchio sul petto della malata, per ascoltarle il cuore. Ritmo lento, quasi impercettibile!… – Forse gli ultimi guizzi d’una vitalità prossima a mancare?
Parve che lo sconosciuto gli avesse letto questa interrogazione negli occhi, con impeto cosí disperato gli si buttò ai piedi, con le mani cacciate convulsamente fra i capelli irti:
– Oh Dio!… Dottore, salvatela!… La vita di lei e la mia sono nelle vostre mani!… Salvateci! –
Il povero dottore era commosso; ma, pur troppo, non vedeva chiaro in quella crisi nervosa, che poteva mutarsi da un momento all’altro in trista catastrofe. E il suo imbarazzo aumentò quando scorse che il male resisteva ostinatamente ai rimedi portati con incredibile sollecituine dal servitore. Il polso rimaneva ancora fievole; la temperatura glaciale; la rigidezza di tutto il corpo allo stesso grado. Invano egli introduceva fra i denti serrati della malata la punta del cucchiaio per farle inghiottire qualche goccia della pozione rianimante; invano le metteva sotto il naso la boccetta dell’etere che doveva servire a riscuoterla; invano le bagnava la fronte e le tempie con acqua fresca mista ad aceto. Sudava freddo anche lui, tornava a smarrirsi, e accennava a quel disperato di star zitto, di frenarsi. Tentava intanto di richiamarsi alla mente qualcosa che gli era balenato appena messo il piede in quella stanza e che gli era subito sfuggito…
– Ah, ecco!… Aria! Aria!… –
Lo sconosciuto esitò un istante, quasi avesse paura dell’aria e della luce; poi spinse indietro il dottore che s’accingeva ad aprire l’imposta e la spalancò egli stesso…
– Salvatela!… Salvatela! – tornò a balbettare.
Il dottore era rimasto meravigliato di quel gesto di diffidenza con cui dallo sconosciuto gli era stato impedito di aprire le imposte.
– Perché? – si domandava mentalmente.
A questo punto, salí dall’atrio il raglio del muletto; e al dottore sembrò un avvertimento di persona amica che voleva metterlo in guardia contro un pericolo imminente. Scattò, per abitudine, dalla seggiola, e diede alcuni schiarimenti su quel che occorreva fare: insistere, insistere con quei rimedi.
– Tornerò verso sera – aggiunse, affettando la tranquillità che non aveva.
– Oh, no! Voi non uscirete di qui, dottore, prima ch’ella sia salva. Oh no, no! –
E il tono della voce, l’espressione degli occhi, il gesto parvero al dottore poco rassicuranti.
– Ma io, caro signore, ho altri malati – egli disse quasi supplichevole…
– Muoiano!… Perisca il mondo intero, se costei…! –
Non finí la frase; cominciò a darsi pugni in testa, a urlare, a piangere, ripetendo:
– Moiano, muoiano!… Perisca il mondo intero…! –
Il povero dottore, che stava per fare un passo verso di colui, si sentí ricacciare bruscamente su la seggiola. Poi lo vide chinarsi amorosamente verso il volto pallido, dagli occhi aperti e fissi, chiamando: – Dora! Dora!… Dora! – e voltarsi, angosciato, verso di lui:
– Non mi ode!… Salvatela, salvatela!… Ditemi che la salverete! Ah dottore!… –
Pareva impazzito.
Il muletto tornò a ragliare, prolungatamente, insistentemente. Questa volta il suo raglio aveva l’evidentissima intonazione del rimprovero. Il padrone se n’era dunque scordato?
E, con l’abitudine della familiarità tra padrone e muletto, il dottore gli rispondeva, nel suo interno, quasi l’animale potesse udirlo:
– Che vuoi che faccia, caro mio? Sono alle mani d’un pazzo! –
I suoi sguardi intanto erano fissati sulla povera signora che rimaneva immobile sul letto, smorta, con gli occhi aperti, vitrei, le membra tese e irrigidite dall’assalto nervoso. La crisi durava da quattr’ore, e pareva volesse prolungarsi indefinitamente e andar a finire molto male…
– Per tutti! – rifletteva con profonda angoscia il dottore, che non sapeva piú a qual santo votarsi per far intendere un po’ di ragione a quel furibondo, che si agitava, piangeva, si strappava i capelli, supplicava, invocava Dio e i santi, qualche volta anche il diavolo, con deplorabile confusione; e che lo spingeva poco garbatamente su la seggiola a ogni tentativo di alzarsi per scappar via…
– Ma scusi – gli diceva dolcemente; – lei pretende un miracolo!… Bisogna che la crisi faccia il corso. Se ne persuada: non c’è pericolo. Nervi!… Le donne, si sa… La scienza è impotente. Se poi lei volesse un consulto… Certamente, un consulto sarebbe opportuno, anche per mio sgravio di coscienza; quattro occhi veggono meglio di due -.
Questa del consulto gli era parsa una bellissima idea; e vi picchiava e ripicchiava su, abbozzando un sorriso, scuotendo il capo in segno di grande approvazione, modulando la voce in toni insinuanti, persuasivi. Era come dire al muro.
– Salvatela!… Salvatela! – ripeteva quel trambasciato, smaniando piú di prima, abbandonandosi ad atti piú disperati e piú strani…
Il muletto tornò a ragliare.
– Ahaa! Ahaa! Ihii! Ihii! Ahaa! Ahaa!… –
Non la finiva piú; pareva stesse per perdere la pazienza anch’esso. Ora che le imposte erano aperte, la sua voce montava fin lassú chiara, sonora; riempiva la camera.
– Scusi!… C’è quel povero animale! – disse il dottore pietosamente.
Quegli, che aveva udito il raglio, si scosse, chiamò il servitore, diede ordini che il dottore non capí, e poi venne a piantarglisi davanti, col viso contratto, con gli occhi che gli schizzavano fuori dell’orbita…
– Non m’ingannate, dottore! Non m’ingannate per pietà!… Vivrà?… Vivrà?… Guardi: se Dora… –
E, o per farsi intender meglio, o perché gli mancasse la forza di continuare, si precipitò verso un mobile, ne aprí rapidamente il cassetto e ne trasse un par di pistole dalle canne lucenti, che brandí mostrandole; poi fece atto di farsi saltare le cervella.
Se non che il gesto fu cosí furioso, cosí imbrogliato, che il dottore capí anche: – Ma prima farò saltare le cervella pure a lei!…
Allibí, si sentí svenire. L’atto di contrizione in articulo mortis, gli salí alle labbra per istinto. E i suoi occhi si volsero, già mezzo appannati dal terrore, verso la donna giacente…
– Oh Dio! Oh Dio!… È finita! – pensò il dottore, vedendo quell’aspetto che pareva decomporsi nel supremo sfacelo della morte.
Un brivido diaccio gli guizzò per le vene da capo a piedi; e chiuse gli occhi per non vedere le maledette pistole dalle canne luccicanti, che quel pazzo furioso teneva sempre impugnate, attendendo. A un tratto, non vide né sentí piú nulla.

Quanto tempo fosse rimasto lí come morto, egli non seppe mai dirlo; forse pochi istanti, forse qualche minuto… Un secolo! egli credette rinvenendo, atterrito di sentirsi scuotere forte e chiamare ad alta voce:
– Dottore! dottore! –
Quella voce però era tremante sí, ma di gioia; come erano anche convulse di festosa impazienza le mani che lo scuotevano…
– Dottore! dottore! –
Spalancò gli occhi, che gli si riempirono subito di lagrime, mentre il cuore gli sbalzava violentemente nel petto, e il sangue gli tumultuava nelle vene, cosí caldo ed allegro che gli faceva male.
La bella signora, seduta sul letto, sorretta dai guanciali, con gesto di persona non ancora ben desta dal sonno, si passava le mani bianche e affilate sui capelli e sulla faccia: sorrideva dolcemente, e con languida voce diceva al giovine che stava ginocchioni davanti la sponda del letto:
– Sentivo, vedevo tutto, e non potevo fare il minimo movimento. Lo spavento di questo signore…
– È il dottore! – la interruppe colui, stendendo una mano riconoscente al pover’uomo, che non osava ancora credere a se stesso.
– Il suo spavento, la tua terribile minaccia… Feci uno sforzo… e, improvvisamente, mi sentii slegare. Quanto ho sofferto!
– Oh, bene, benissimo! Me ne rallegro. Tanto meglio. Benissimo!… –
Il dottore si era levato in piedi, e si tastava per persuadersi che non sognava o delirava, ripetendo: – Tanto meglio… benissimo! – con in corpo una gran fretta di scappar via, prima che sopravvenisse qualche altro malaugurato incidente.
– Perdonate, dottore. Ero pazzo! – gli ripeteva lo sconosciuto. – Grazie, grazie!
– Grazie di che?… Non ho fatto niente -.
E cercava di svincolarsi dall’abbraccio di colui, che ora pareva ammattito in modo opposto, dalla troppa gioia.
– Bravo! Tanto meglio!… A rivederli… La signora si sente bene, è vero? È passata ogni cosa?
– Sí, grazie… –
Pareva che anche la bella signora ridesse garbatamente della grande paura di lui.
– Quel povero animale! – riprese il dottore, come cercando un pretesto. – Bisogna che io vada via… I miei ammalati…
– Ah! il muletto! – esclamò il giovane, ricordandosi.
E chiamò il servitore, che rispose di averlo ricondotto a casa del dottore, da un pezzo.
– Non vuol dire, andrò a piedi -.
Ma ce ne volle, prima che lo lasciassero partire. Dovette quasi lottare per farli persuasi che non avrebbe mai accettato un compenso.
– Questo ricordo, almeno! – insistette lo sconosciuto, mostrando uno spillo elegantissimo tolto dalla propria cravatta, e che volle appuntargli alla cravatta con le sue stesse mani, fra le piú calde proteste di immensa riconoscenza, di eterna gratitudine…
– Noi partiremo domani l’altro, ma non dimenticheremo mai il nostro salvatore, mai, mai! –
Sull’uscio lo fermò
– Dottore, la prego, non dica niente a nessuno di quanto ha veduto.
– Si figuri, anche pel segreto professionale! –
E, piú che scendere, ruzzolò le scale. Al portone trasse un gran respiro.
Nella via, trovò ancora la gente, che la lotta fra il muletto e il servitore aveva radunata. Gli raccontarono l’accaduto.
– Povero muletto! –
Il dottore, prima d’entrare in casa, volle visitarlo nella stalla. Gli si accostò, lo accarezzò, lo palpò: ma l’animale, mostrando di tenergli il broncio, non si voltò neppure, e continuò a masticar paglia, come se il padrone non parlasse con esso.
Muletto vendicativo! Da quel giorno in poi non ragliò piú mai.

Roma, 1890.

IX

LOTTA SISMICA

Fra l’impiegato telegrafico di Pietranera e quello di Golastretta c’era rivalità antica e non solamente di mestiere. Dicono che fosse cominciata sui banchi d’un istituto tecnico, dove il futuro telegrafista di Pietranera si guadagnava tutti gli anni una bella medaglia d’argento, invano contrastatagli dal futuro telegrafista del vicino paese; ma non è ben certo.
È certo però che Pippo Corradi non poteva fare la minima cosa, senza che subito Nino d’Arco non si mettesse a farla anche lui. Cosí, appena Corradi ebbe il ghiribizzo di diventare un prestigiatore dilettante, ecco l’altro in cerca di barattoli d’ogni sorta per divertire egualmente le brigate coi miracoli della magia bianca. Riusciva male, faceva ridere la gente per la poca destrezza, ma questo non gl’impediva di buttar via nuovi quattrini in iscatole a doppio fondo, pistole da mandare fuori carte da giuoco invece di palle, palle meravigliose da moltiplicarsi e ingrossarsi fra le mani. Voleva, a ogni costo, far rimanere a bocca aperta i suoi amici golastrettesi, che gli magnificavano i portenti visti operare dal Corradi a Pietranera e mettevano lui in canzonella.
Poi, quando Pippo Corradi, molto incostante nei gusti, tradí la magia bianca per darsi alla musica e allo studio del clarinetto, Nino d’Arco mise da parte tutt’a a un tratto i barattoli magici, che l’avevano già seccato non poco, prese lezioni di musica dall’organista della parrocchia, comprò un clarinetto d’ebano, nuovo fiammante, e un giorno, a cavallo dell’asina, andò a visitare il Corradi con la scusa di consultarlo su la scelta, ma con la intenzione di umiliarlo. E fu l’unica volta che riuscí. Lo trovò che soffiava nel becco d’un clarinettaccio di bosso, avuto per poche lire da un vecchio suonatore della banda musicale, il quale non sapeva che farsene; e gonfiò dalla soddisfazione, al vedergli luccicare nelle pupille l’ammirazione e la invidia, quando, aperto l’astuccio di pelle, poté mettergli sotto gli occhi i pezzi del clarinetto nuovo con chiavi di rame bianco che luccicavano quasi fossero state d’argento, piú che non luccicasse la vernice fresca del legno.
Nino lo montò di propria mano, delicatamente, e imboccatolo, pensò di sbalordire Pippo con una scala semitonata; ma cacciò una stecca. Allora Corradi poté prendersi una bella rivincita; e, non contento d’aver fatto col clarinettaccio scale in tutti i toni, maggiori, minori, diatoniche, cromatiche, di punto in bianco, senza avvertir Nino che gli guardava le dita armeggianti sui buchi e su le chiavi, intonò il suo pezzo forte, La donna è mobile del Rigoletto, strillandola divinamente, finché non sentí il bisogno di riprender fiato. Aveva gli occhi quasi schizzati di fuori, il viso pavonazzo; ma non voleva dire! Gongolava, vedendo l’aspetto mortificato di Nino, che, smontato il suo strumento, lo riponeva nell’astuccio, confessando cosí la sconfitta.
Nino era tornato a Golastretta, sfogandosi contro l’asina che non voleva andare di trotto, quasi La donna è mobile gliel’avesse insegnata essa al Corradi; tant’è vero che la passione rende ingiusto l’uomo! Ed era corso dal maestro, per apprendere La donna è mobile anche lui, per poi andare a suonarla al cospetto dell’odiato rivale. Il quale però aveva un altro gran vantaggio, oltre al saper suonare il Rigoletto; era già uffiziale di posta! Su questo punto tornava inutile tentar d’eguagliarlo, quantunque Nino sognasse pure uno stanzone di ufficio come quello di Pietranera, dove il Corradi, tra la vendita d’un francobollo e l’altro, tra la raccomandazione d’una lettera e una sgridata al postino, poteva divertirsi soffiando a tutto spiano dentro il proprio clarinetto. Invece egli doveva scapparsene fuori di casa, se voleva studiare e stare in pace coi suoi! Colui, nell’ufficio postale, non disturbava nessuno.
Non sapeva però Nino che tormento mai fosse pei vicini quel diabolico clarinetto, strillato da mattina a sera, con la solita cocciutaggine del Corradi in ogni cosa che intraprendeva! Il bottegaio di faccia, poverino, sacrava tutto il santo giorno peggio d’un turco; gli pareva di non avere piú la testa al posto appena Pippo prendeva a ripassarsi il maledetto La donna è mobile, cioè sette, otto volte la giornata! Sbagliava il peso, sbagliava nel rendere i quattrini – sbagliava piú spesso in favor suo che in favore dei compratori – e se per caso vedeva il Corradi alla finestra, alzava le mani in atto di preghiera, fingendo di scherzare: – Vuol farmi morire d’accidente, Signore Iddio! –
Tutto questo Nino d’Arco lo ignorava; e un mese dopo, sellata l’asina, con l’astuccio dello strumento nella bisaccia, s’avviò di buon mattino per Pietranera. Aveva il suo bel La donna è mobile stavo per dire, in tasca, meglio assai di Corradi, ed era sicuro del fatto proprio. Portava seco anche una sorpresa pel rivale, un magnifico Mira Norma da far passare a quell’altro ogni voglia di superarlo.
Quando egli entrò nell’ufficio, Pippo, occupato a fare i conti mensuali, non solamente non s’accorse neppure che Nino aveva con sé il famoso astuccio del clarinetto, ma non gli parlò né di musica, né di nulla.
– E il clarinetto come va? – domandò Nino; sornione. L’altro fece una spallucciata e continuò le addizioni.
– Che cosa era accaduto? –
Era accaduto che, una di quelle giornate, al terzo o quarto La donna è mobile, il misero bottegaio era davvero cascato morto d’accidente come egli aveva detto, quasi n’avesse avuto il presentimento. E Pippo, impressionato del triste caso, non era piú stato buono d’accostare alle labbra il becco dello strumento, pel rimorso di aver ammazzato proprio lui quel povero diavolo, a furia di La donna è mobile! Non voleva piú sentir parlare né di musica, né di clarinetto.
Nino si morse le labbra, e dové tornarsene via senza nemmeno aver aperto l’astuccio, non che sfoggiata la sua abilità col Mira Norma su cui contava tanto. E di nuovo la pagò l’asina! Infine, con qualcuno bisognava sfogarsi.
Se ci fosse ancora bisogno d’un esempio per provare che soltanto la gara sviluppa le umane facoltà, questo di Nino d’Arco con Pippo Corradi basterebbe. Infatti, visto che il Corradi aveva già rinunciato al clarinetto, e alle sue dolcezze, il rivale non sentí piú il gusto di continuare a sciupare il fiato con quello strumento, quantunque d’ebano e con chiavi di rame bianco. Per essere fedele istoriografo, debbo però aggiungere che, un momentino, lo tentò l’idea d’afferrare anche lui la gloria di far morire qualcuno d’accidente; ma, sia che i golastrettesi fossero di timpani piú duri degli abitanti di Pietranera, sia che a lui mancasse la forza necessaria e la costanza, è certo che Nino d’Arco non fece col suo clarinetto nessuna vittima umana. E il non avere un morto sulla coscienza lo tenne avvilito per qualche tempo.

Cosí aveva egli preludiato a piú alte e difficili lotte contro l’antico condiscepolo.
E fu un gran bel giorno per Nino quello in cui poté istallarsi da ufficiale telegrafico di Golastretta, dopo che Pippo Corradi aveva accumulati nelle mani gli uffici della posta e del telegrafo di Pietranera. Golastretta stava tra l’ufficio centrale della provincia e l’ufficio del rivale, e perciò toccava a lui, Nino d’Arco, segnalare all’inviso collega l’ora del tempo medio con cui doveva regolare l’orologio; supremazia che il Corradi non gli avrebbe potuto mai togliere. Fu però una gioia di corta durata.
Avendo ben poco da fare, terminato di leggere la “Gazzetta di Catania”, o qualche dispensa di romanzo da dieci centesimi, egli soleva schiacciare nell’ufficio un sonnellino dolce. Una mattina, che è che non è, la macchina si mette a fare tic-tac, tic-tac, e non la finiva piú. Era l’amico ciliegia di Pietranera, che spediva dispacci dietro dispacci, e gli impediva d’appisolarsi.
Teso l’orecchio, capí subito di che si trattava. Quel paesetto, la notte avanti, s’era messo a ballare come persona morsicata dalla tarantola, per via di certe scosse di terremoto che si ripetevano d’ora in ora. Il sindaco telegrafava al sottoprefetto, al prefetto, all’ufficio provinciale di meteorologia, in nome della popolazione spaventata… E il Corradi telegrafava pure per conto proprio, segnalando le scosse appena avvenivano, indicandone la durata e la natura del movimento, per farsene bello presso i superiori, diceva da sé Nino d’Arco, stizzito che Golastretta non avesse anche essa una mezza dozzina di terremoti.
Com’era parziale la natura! A una ventina di chilometri appena, rendeva un gran servizio al Corradi con otto, dieci, venti scosse di terremoto tra giorno e notte, da una settimana; e a lui, neppur l’ombra d’una scosserella qualunque! Non se ne dava pace e stava a orecchiare.
Un giorno, ecco, passa l’annuncio d’una commissione scientifica, che si recava a Pietranera per studiare quegli insistenti fenomeni sismici. Parecchi giorni dopo, ecco un altro dispaccio, colto a orecchio, con cui il telegrafista di Pietranera veniva nominato direttore della stazione meteorologico-sismica, che la commissione aveva creduto opportuno di stabilire colassú. Da lí a un mese, ecco altri dispacci, colti a orecchio anch’essi, annunzianti il prossimo arrivo d’un gran numero di strumenti scientifici.
Nino d’Arco non resse piú, e volle andar a vedere coi propri occhi che diamine fosse quell’osservatorio meteorologico-sismico che gl’impediva di vivere tranquillo.
Non rinveniva dallo stupore, osservando tutte quelle macchine già messe a posto, di cui Pippo Corradi gli snocciolava con gran facilità i nomi strani, spiegandogli il modo di funzionare d’ognuna: pluviometro, anemometro, barometri, termometri a massima e minima, provini; e poi tromometro e diavolerie d’ogni sorta per le scosse sismiche piú leggiere, da segnarne la natura, da notarne l’ora col mezzo di orologi tenuti fermi, che si mettevano subito in movimento, appena avvenuta la scossa… Nino non ci capiva niente, ma faceva le viste di capire; e, all’ultimo, stette un bel pezzo a osservare, dietro una lente d’ingrandimento. il pendolo destinato a dare la grafia dei movimenti sismici, segnandola con la punta aguzza sul sottoposto cristallo affumicato… Il pendolo s’agitava in quel momento, andando ora da destra a sinistra, ora avanti e indietro; e il movimento era cosí impercettibile, che a occhio nudo non si scorgeva… A un tratto, drin! drin! i campanelli suonano, il pendolo guizza…
– Scossa!
E Pippo, trionfante, afferra il tasto per telegrafare.
– Io non ho sentito nulla! – disse Nino d’Arco, bianco in viso dalla paura.
E si affrettò a andar via. Ma era proprio schiacciato da tutte quelle macchine e dall’aria soddisfatta del collega. Questi già si firmava: direttore dell’osservatorio meteorologico-sismico di Pietranera, e pareva – rifletteva Nino – un pezzo grosso fin a lui, che pur sapeva bene chi fosse: telegrafista suo pari! Lungo la strada, lasciando di scontarsela con l’asina, rimuginava le centinaia di lire che quelle macchine costavano. Il pendolo sismografico però valeva soltanto diciotto lire. Egli avrebbe voluto almeno un pendolo!… Per farne poi che cosa? Non lo sapeva neppure lui. Ma quel pendolo gli frullò per tutta la settimana nel cervello: girava, andava avanti e indietro, da destra a sinistra, grattando leggermente con la punta aguzza lo strato di fumo del cristallo sottoposto. Pareva a Nino di star sempre a guardare dietro la lente d’ingrandimento, come aveva fatto a Pietranera.

Aveva dovuto umiliarsi dinanzi all’aborrito collega per avere indicazioni, schiarimenti, istruzioni; ma, infine, il pendolo sismografico era là, al suo posto, presso la finestra dell’ufficio! Gli costava quasi metà dello stipendio d’un mese. All’occasione, ora poteva telegrafare bei terremoti anche lui.
Chè! L’infame pendolo, quasi per fargli un dispetto, restava immobile, fin se guardato con la lente d’ingrandimento. Nino, che passava intere giornate, sciupandosi gli occhi dietro quella lente, ansioso d’osservare il primo movimento, per segnalarlo, e cosí cominciare la sua concorrenza all’osservatorio di Pietranera, fremeva di rabbia; specie nei giorni che il fortunato rivale sembrava si burlasse di lui col tic-tac-tic-tac dei dispacci, annunzianti all’ufficio provinciale di meteorologia qualche scossettina segnalata dagli strumenti sismici in Pietranera. Per un terremoto, per un terremoto coi fiocchi, Nino avrebbe dato chi sa che cosa: fin l’anima! I terremoti intanto ei li sognava, sí, svegliandosi spesso esterrefatto nella notte, incerto se fosse stato sogno, o se la scossa fosse avvenuta davvero; ma il pendolo, duro, immobile! Ah! Il maledetto strumento la intendeva cosí? Ah! i terremoti non si facevano vivi? E li inventò. Infine, chi poteva smentirlo? Cosí quel povero comune, che se ne stava da secoli tranquillamente aggrappato alle coste del monte, si mise a ballare anch’esso, sui bollettini dell’ufficio meteorologico di Roma, una danza indiavolata di scosse, scossettine e scosserelle; non c’era piú verso di farlo star fermo. E siccome Nino, per vanità, mostrava agli amici quel foglio dove il suo nome era stampato accanto ai nomi di parecchi famosi scienziati, cosí la voce si sparse pel paese che il monte si moveva, impercettibilmente, e minacciava rovina.
– È poi vero? – andavano a domandar i piú paurosi.
– Se è vero! – rispondeva Nino, con aria solenne.
E additava il pendolo; ma non permetteva che v’accostasse l’occhio nessuno.
A farlo a posta, in quel tempo l’osservatorio di Pietranera non segnalava niente, dopo che Golastretta aveva preso a scapricciarsi con quel frequente tremolio; e Pippo Corradi