Luigi Capuana – Serena

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SERENA

COMMEDIA IN TRE ATTI

AI LETTORI

Convinto che sul palcoscenico si può tentare tutto, purché non si offendano le leggi organiche e fondamentali dell’opera d’arte drammatica, ho voluto scrivere una commedia di soggetto moderno con antica semplicità, evitando di adoperare e i grandi e i piccoli artifici teatrali, diventati ormai ferri inservibili per l’uso e l’abuso che n’è stato fatto da secoli.
Mi sembra che la vita, ordinariamente, sia assai meno complicata di quel che non suole apparire nel romanzo e nel teatro moderni, ma non per questo meno interessante e meno drammatica. Gli avvenimenti spesso si svolgono e si aggruppano lentamente attorno a noi, e pure producono intime catastrofi più tragiche di quelle che hanno origine da passioni violente e da delitti. E allora, osservando bene, si scorge che il fatum degli antichi greci non è, forse, una parola vana, buona soltanto per le frasi retoriche o per certe teoriche d’arte.
Serena non vuole dimostrare nessuna tesi, ma presentare caratteri e casi ordinari, e dare con essi una impressione dolce e triste nello stesso tempo, quale potrebbe risultare dalla realtà, se la realtà non avesse tante e tante cose superflue che ne diminuiscono l’efficacia.
Dicendo: caratteri e casi ordinari, non intendo comuni e triviali; e dichiarando che la mia commedia non si è proposta la dimostrazione di una tesi, non voglio affermare che essa non porti in sé un concetto di qualche valore. Non lo discute, non lo predica: tenta di lasciare piena libertà di atti e di pensieri ai personaggi, in guisa che quel concetto diventi persona viva ossia arte, non argomentazione o artificio.
Per ciò essa non ha prime parti per comodo di una attrice o d’un attore; per ciò, nel momento opportuno, quel che sembra il più dimesso e il più scolorito dei suoi personaggi assume, tutt’a un tratto, rilievo e importanza.
Concepita con questi intendimenti, io preferisco di presentarla al pubblico su le pagine di una rivista prima che su le tavole del palcoscenico; se pure sarà possibile in Italia, nelle attuali condizioni dell’arte rappresentativa, trovare chi voglia coadiuvare un autore in un esperimento d’arte dove la semplicità dei mezzi sembra escludere qualunque lusinga alla abilità delle attrici e degli attori; quasi certi caratteri e certi sentimenti, che richiedono uno sforzo di delicata e profonda interpretazione, non possano far rifulgere – e forse meglio di altri caratteri e sentimenti – il valore di chi riesce a renderli quali sono stati concepiti dallo scrittore.
Luigi Capuana
PERSONAGGI

Il signor ARTURO LORENI.
SERENA, sua figlia.
La signora VENANZIA, sua zia paterna.
L’avvocato EMILIO DARA.
PAOLO VALLI.
La signora GIULIA, madre di lui.
ELENA SCOTTI.
Il dottor PANTINI.
AGNESE, cameriera in casa LORENI.

L’azione avviene in una grande città italiana.
Epoca presente.
ATTO PRIMO

Salotto a pian terreno, mobiliato con elegante semplicità. Due porte laterali, e una in fondo, a sinistra dello spettatore, accanto alla finestra, dietro i vetri della quale si vedono gli alberi di un giardinetto. Davanti al divano, a sinistra, tavolinetto ingombro di album, di ritratti fotografici in cornice, di pochi volumi rilegati. Consolle, a destra, in fondo, con lumi in porcellana e vasi giapponesi da fiori. Quadri di paesaggi e stampe alle pareti. Poltrone, seggiole, ninnoli d’arte etc.

SCENA I

SERENA, il dottor PANTINI, PAOLO VALLI,
l’avvocato DARA

SERENA. È impaziente, dottore?
PANTINI. Ma… io non ho l’abitudine di farmi aspettare!
SERENA. Il torto è suo.
PANTINI. Torto! Ho voluto procurarmi il piacere di uscire dalla casa di un mio cliente assieme col malato guarito. Non accade spesso, dice quel birbone di avvocato.
DARA (interrompendo la sua discussione col Valli). No; riferivo anzi una sua opinione al signor Valli.
PANTINI. Quale? Ne ho tante!
DARA. Questa: La vita è una malattia di cui si guarisce con la morte.
VALLI (al dottore). Suppongo che non sarà essa il rimedio da lei usato più spesso.
PANTINI. Ah! su questo punto… i miei malati non la vogliono intendere, e guariscono quasi tutti.
SERENA. Non è vero, perché, secondo lei, i suoi malati dovrebbero guarire finendo di vivere.
PANTINI (ridendo). Ah! Ah! Già! Ah! Ah!
SERENA. Quel benedetto babbo! Vado a vedere. (esce dall’uscio in fondo).
VALLI (al Dara). Ma, giusta le sue teoriche – per riattaccare il discorso – ci dovrebbero essere al mondo soltanto due classi: quella, la più numerosa, di coloro che non debbono far altro che lavorare; e quella, la più eletta, come lei si esprime, destinata unicamente a godere del lavoro degli altri.
DARA. Sì, caro signore. Godere la vita è un’arte e anche – e più – una tradizione. I soli ateniesi ne hanno posseduto il segreto. Se non dovesse esserci una classe destinata a godere di tutti i benefici del lavoro altrui, la società non avrebbe più nessuna ragione di esistere. E, infatti, non ne ha più alcuna ormai!
PANTINI (sorridendo). Lei dunque sarebbe un cliente modello, da lasciarsi guarire a modo mio.
VALLI. Anzi non capisco come non si sia già guarito da sé. Simili teoriche sono fatte a posta per disgustare della vita.
DARA. Prova un gran gusto a vivere lei?
VALLI. Io sì, e non arrossisco di confessarlo.
DARA. Sfido! È ricco – lo dimenticavo – e, in certo modo, senza avvedersene, mette in pratica quel che dico io. Ha una grande fattoria, fa lavorare tanta gente…
VALLI. Ma lavoro anch’io, e sono lieto di lavorare quanto e più degli altri.
DARA. Come non essere soddisfatto?
SERENA (rientrando). Il babbo sarà qui fra due minuti; le chiede scusa, dottore.
VALLI. Sentiamo, signorina: che ne pensa lei della vita?
SERENA. Della vita?… Non so… Che vuole che ne pensi?
VALLI. Brava! Gli organismi sani non si accorgono quasi di vivere. È vero, dottore?
PANTINI. Non ho inteso. Ero distratto.
VALLI. Dicevo che gli organismi sani non si accorgono quasi di vivere. Infatti io mi accorgo di avere testa, mani, gambe, viscere unicamente quando qualcuno di questi membri non fa più bene la sua funzione. Allora sento il bisogno di ricorrere a un medico.
PANTINI. Potrebbe anche farne a meno.
VALLI. Vivere e non accorgersi di vivere! Ecco lo stato perfetto.
DARA. Ma è anche lo stato animale!
VALLI. Mi fraintende.
DARA. Io, invece, ho coscienza di tutto; e questo forma la mia gioia e, nello stesso tempo, il mio tormento. Per ciò non accetto supinamente la vita qual’è; voglio foggiarmela a modo mio. E siccome non riesco, perché molte circostanze sono più potenti di me, così la credo un’infamia, dono di un malefico genio. La mia incessante ribellione è legittimata da questo.
VALLI. Capisco la lotta, non la ribellione.
DARA. È tutt’uno.
PANTINI (a Serena). Tu stai ad ascoltare, indifferente!
SERENA. Io non metto bocca in certe discussioni; sono mezza ignorante. E poi non ho grandi motivi di lagnarmi della vita. Infine, perché stillarsi il cervello senza profitto?
DARA. Se lo stillerà anche lei, signorina, il giorno che si troverà davanti a un ostacolo insormontabile, o che si sentirà schiacciata dalla fatalità di un fatto contro cui non potrà niente.
SERENA. Mi rassegnerò.
VALLI. Benissimo!
DARA. No, no; vedrà! Si ribellerà peggio di me. E la indignerà il vedere che, quasi la brutalità della natura non bastasse, noi abbiamo fatto e facciamo continuamente ogni sforzo per renderci maggiormente odiosa la vita. Usi, costumi, leggi, credenze religiose, pregiudizi… qual’è il minimo dei nostri spontanei sentimenti che non trovi un vèto pronto a strozzarlo?
VALLI. Spontaneo non significa sempre legittimo.
DARA. Tutto è legittimo, se può servire alla felicità di una creatura umana!
SERENA (al Dara). Con chi l’ha oggi? È così arrabbiato!… Ecco il babbo.

SCENA II

Il signor LORENI in elegante abito da biciclista e detti. Alle prime parole del dottore, egli si ferma su la soglia dell’uscio.

PANTINI. Oh!… Se avessi saputo! Sempre lo stesso! Come? C’è mancato poco non si sia rotto l’osso del collo; si è lussati un braccio e due dita di una mano… e il primo giorno che esce di casa senza fasciatura, torna ad andare in bicicletta!
LORENI. È naturale. Non voglio che la bicicletta sia più forte di me.
SERENA. Te lo dicevo, babbo?
LORENI (avanzandosi). Tu mi dici tante cose! Se dovessi sempre dare retta a te! È vero, tu sei la ragione in persona; ma io non posso mutarmi da cima a fondo a cinquantasei anni, capisci? Lasciami fare qualche piccola follia… e anche qualcuna grande. Il dottore sostiene che la pazzia è lo stato normale dell’umanità.
PANTINI. Pur troppo!
LORENI. Non posso smentirlo.
SERENA. Sii buono, babbo! Accompagna il dottore, ma a piedi. Farete una bella passeggiata con l’avvocato e il signor Paolo che hanno gentilmente voluto assistere alla remozione delle fasciature, come avevano fatto da assistenti il giorno della disgrazia…
LORENI. Passeggiare con questo costume?
SERENA. La gente crederà che sei tornato da una gita. Così, babbo, starò più tranquilla.
LORENI. Condurrò a mano la bicicletta.
DARA. Per far piacere a lei, signorina, e perché stia tranquilla, la prenderò io. (Al Loreni) Ho una corsa da fare, tu sai perché; la riporterò più tardi.
VALLI (a Serena). Stavo per dirle la stessa cosa.
SERENA. Le sono grata egualmente.
DARA. E a me non dice nulla?
SERENA. Gode la corsa; dovrebbe bastarle.
LORENI. Insomma, io non sono più padrone neppure della bicicletta! Per un piccolo incidente, qualche osso spostato, debbo restare ancora chi sa quanto sotto tutela.
SERENA. Oh! Tutela per chiasso.
PANTINI. Addio, bambina. I dottori non debbono mai dire: A rivederci!
SERENA. Dice così perché sa che qui lo rivediamo volentieri.
DARA. Ecco altre belle parole da invidiare!
SERENA. Non se le merita, specialmente quando brontola.
(Al Valli) Grazie, e a rivederla assieme con la sua mamma.
DARA (quasi sottovoce, ma senza aver l’aria di dirlo a Serena). Ah, quella mamma! (Il Loreni, il dottor Pantini, il Valli e il Dara escono).

SCENA III

SERENA, poi AGNESE.

SERENA. Comincia un po’ a seccarmi. E poi… (Suona; entra Agnese) Dimmi: l’avvocato è venuto dal babbo l’altra mattina?
AGNESE. Sì, signorina; alle otto.
SERENA. Mi era parso di averlo intraveduto di fondo al viale del giardinetto.
AGNESE. Il padrone dormiva; l’avvocato ha voluto che lo svegliassi. È entrato in camera; e quando, dopo un quarto d’ora, è andato via, il padrone mi ha chiamato per domandarmi se lei lo avesse visto entrare. Ho risposto: no, come credevo. E lui allora: Non importa che Serena lo sappia.
SERENA (sorridendo amaramente). I soliti misteri del babbo!
AGNESE (esitante). Non so, signorina, se faccio bene dicendole…
SERENA. Parla pure.
AGNESE. Lei mi conosce da anni; non ho l’abitudine di osservare quel che i miei padroni fanno o non fanno; ma, per caso, guardando mentre il padrone parlava, sotto una punta del guanciale ho veduto parecchie carte rosse… Deve avergliele portate l’avvocato, perché il padrone non usa tenere là i suoi biglietti di banca.
SERENA (nascondendo il suo turbamento). Sapevo infatti… che l’avvocato doveva esigere certe somme per conto del babbo.
AGNESE. Vede se dico la verità?… Suonano.
SERENA. Se è qualcuno che cerca del babbo, fàllo parlare con me.
AGNESE. Ho inteso. (esce).

SCENA IV

SERENA, la signora VENANZIA. Poi AGNESE.

SERENA (quasi non credendo ai suoi occhi). Oh! Oh! Zia!
Sig.a VENANZIA (fermandosi subito). Come: Oh! Oh!?… Non hai ricevuto il mio telegramma?… L’ho sempre detto che il telegrafo è un altro bel modo di scroccare quattrini alla gente! Un telegramma di venti parole! Una lira e venticinque centesimi, anticipati!… E intanto non ti abbraccio! (Si abbracciano ripetutamente). Stai bene, benone! Magrolina, pallidina… ma fresca come una rosa. Io… lo porto scritto addosso. Ho i miei malanni, però, nascosti, figliuola mia! L’aspetto inganna… E quello scioperato dov’è?…
SERENA. Chi?
Sig.a VENANZIA. Tuo padre, mio fratello. Abbiamo forse altri scioperati in famiglia?
SERENA. Tu non sai niente; non ho voluto scriverti per non farti angustiare.
Sig.a VENANZIA. So tutto! Per questo ho detto: Scioperato!
SERENA. Disgrazia; può capitare a chiunque.
Sig.a VENANZIA. Oh, non tentare di stendergli addosso il tuo manto di misericordia, Madonnina mia! (Entra AGNESE, recando un telegramma e la ricevuta).
AGNESE. Un telegramma (lo consegna a Serena).
Sig.a VENANZIA. Benissimo! Quando non serve più! Dov’è il fattorino? Vo’ fargli una lavata di capo…
SERENA (dando ad Agnese la ricevuta firmata). Il fattorino non c’entra.
Sig.a VENANZIA. Perché non c’entra? Chi sa dov’è andato prima di venire qui! In qualche bettola. (Agnese esce).
SERENA (sorridendo). Tu hai continuamente bisogno di sgridare qualcuno.
Sig.a VENANZIA. E tu di difendere, di scusare tutti!
SERENA. Lèvati piuttosto il cappello e la mantella; dammi a riporre quella borsa.
Sig.a VENANZIA. No, grazie! Aspetto che tuo padre ritorni. Dobbiamo uscire insieme sùbito. Non voglio perdere un minuto di tempo. E tu, quando egli arriva, lasciami sfogare… Sono piena fino a qui! Mi sentirà! Debbo dirgliene di cotte e di crude; di crude soprattutto.
SERENA. Cara zia, se tu andassi in bicicletta…
Sig.a VENANZIA. In bicicletta io? Non ci mancherebbe altro! Che c’entra poi la bicicletta?
SERENA. Il babbo si è slogato un braccio e due dita di una mano appunto per una caduta dalla bicicletta. Che ti hanno detto dunque?
Sig.a VENANZIA. A me? Niente. Casco dalle nuvole… Slogati un braccio e due dita?… Ci ho piacere!… Chi sa quanto ha sofferto! E tu pure!… Quale braccio? Il destro? L’altro? E le dita? … Della mano destra? Benissimo! Quelle, quelle avrebbe dovuto spezzarsi da un pezzo!
SERENA. Zia!
Sig.a VENANZIA. Così non avrebbe mai firmato… certi pezzacci di carta!… Ora è guarito, è vero? Non è rimasto storpio?
SERENA. No, zia; non si tratta di cosa grave, altrimenti…
Sig.a VENANZIA. Ecco i bei regali che ti fa il tuo babbo! Pensa forse a darti marito? Pensa a sciupare, a fare il galante, l’uomo di mondo… il babbeo, a sessant’anni!
SERENA. Cinquantasei, zia…
Sig.a VENANZIA. Settanta, se mi fai stizzire!
SERENA (ridendo). Allora!
Sig.a VENANZIA. Io avevo giurato di non rimettere più piede qui; tanto, perché dovrei venirci? Per prendere venti arrabbiature al giorno?
SERENA. Per amor mio, zia. Ti voglio bene come a una mamma.
Sig.a VENANZIA. E c’è voluto soltanto santa… Serena!… Perché tu sei una santa davvero. Troppo santa!… I santi però si trovano male in questo mondaccio. Quaggiù bisogna essere metà santi e metà demonii… o demonii scatenati a dirittura, che è meglio, come sono io. (Siede).
SERENA. Se i demonii ti somigliassero! (Siede accanto a lei).
Sig.a VENANZIA. Ti guardo stupita! Non mi dici niente?
SERENA. Che dovrei dirti?
Sig.a VENANZIA. Insomma… non sai tu che cosa vuol fare tuo padre?
SERENA. No, zia; io non m’impiccio…
Sig.a VENANZIA. Ma questa volta intervengo io! C’è mancato poco non mi prendesse un accidente quando ho visto…! Senza neppure avvisarmi!
SERENA. Che hai visto, zia? Mi spaventi!…
Sig.a VENANZIA. L’altra mattina ero appena saltata dal letto, spettinata, mezza vestita… Viene il mezzadro: – Ci sono gl’ingegneri laggiù; prendono misure… – Credi tu che io abbia più badato a finire di vestirmi? E sono piombata in mezzo a loro. Mi guardavano con tanto di occhi: dovevo sembrare una strega… – Che sono venuti a fare loro signori? – Per ordine del credito fondiario. – Un pignoramento? Che! Che!… Finora aveva avuto un po’ di pudore il mio bravo signor fratello; non aveva mai osato di toccare la sua parte di Belsito, come dire il titolo di nobiltà di famiglia… nobiltà di lavoro e di onestà di più generazioni di Loreni: ed ecco, ora…
SERENA. Vuol venderlo?
Sig.a VENANZIA. Quasi; peggio che venderlo anzi! Con queste Banche, con questi Crediti fondiari!… Tutte trappole per chiappare i grulli… come il mio signor fratello!… Vuole darlo in ipoteca! E glielo faranno sparire tra le mani, con un gioco di bussolotti… La sacrificata intanto sei tu, figliuola mia! Come quell’altra santa di tua madre… Una martire!… Non già che egli le abbia mancato mai di rispetto… Per questo, oh! è un gentiluomo, come dice lui. Ma l’ha… l’ha… E, in certi casi, i gentiluomini valgono meno dei facchini, te lo assicuro. Mio marito non era un gentiluomo – non era neppure un facchino, veh! – Ma in quanto a fedeltà!… Io però ero di tutt’altra pasta che tua madre; sono stata un demonio anche da piccina; e così ti vorrei, figliuola mia!… Ma chi sa dov’è andato Arturo? Chi sa quando ritornerà? Fa spesso colazione fuori?
SERENA. Raramente.
Sig.a VENANZIA. Intanto parliamo di te. Ancora… niente? Hai già vent’anni, sai? A vent’anni, io…! Dovresti pensarci… Non abbassare gli occhi; c’è dunque qualcosa?
SERENA. Oh, zia!
Sig.a VENANZIA. Come se la rimproverassi! Debbo dirtelo? Io credevo che il figlio di Giulia Valli… come si chiama?… Paolo… Con me puoi confidarti.
SERENA. Non ho nulla da confidarti, zia.
Sig.a VENANZIA. Proprio? Non avrai, spero, le idee di tuo padre… Perché cura i suoi affari di campagna?… Perché non veste mese per mese secondo l’ultimo figurino… e non porta la caramella e i colletti alti un palmo?
SERENA. Non bado a queste sciocchezze.
Sig.” VENANZIA. Io sposai un tanghero. Dovevo fargli il nodo della cravatta con le mie mani… E, a poco a poco, dopo un anno, era guardabile. Non ridere. – Tu non puoi immaginare che pietà mi fai!
SERENA. Perché, zia?
Siga VENANZIA. Perché… perché… (Sentendo suonare il campanello) È lui?
SERENA. Può darsi.
Siga VENANZIA. Ah! Tu vàttene di là.
SERENA. Ti faccio preparare la camera.
Sig.a VENANZIA. Vado all’albergo… Riparto questa sera. Sono qui venuta da nemica.
SERENA. Ma ti pare, zia! All’albergo? Ripartire?
Sig.a VENANZIA. Sarò ospite tua, non di lui. Credi tu che sentirà ragione? Che mi darà retta? Sono due anni che non ci vediamo. Ti ha mandato da me per la villeggiatura… per sbarazzarsi di te, sì, sì, per sbarazzarsi di te un paio di mesi; ma lui non si è più degnato…! Non mi può soffrire, perché non ho peli su la lingua, perché… Vuoi scommettere che è andato via, se Agnese gli ha detto che ci sono io? È capace di tutto!
SERENA. Parla di te con tanto affetto!
Sig.a VENANZIA. Parole! Parole!

SCENA V

Il signor LORENI e dette.

LORENI. Tu!… Che miracolo? (fa per abbracciarla).
Sig.a VENANZIA. Aspetta, prima di darmi il bacio di Giuda!… Guarda com’è infagottato! Ed ha tre anni più di me!
LORENI. Un anno e sei mesi, scusa.
Sig.a VENANZIA. Non perdiamo tempo inutilmente… Li ho cacciati via, già devi saperlo, i tuoi ingegneri!
LORENI. Quali ingegneri?
Sig.a VENANZIA. Quelli del Credito fondiario. (A Serena) Va’ di là; non voglio che tu arrossisca di tuo padre. Dobbiamo discorrere a quattr’occhi.
LORENI. Che ho mai fatto da far arrossire mia figlia?
Sig.a VENANZIA. Dunque… anche Belsito! Vuoi sbarazzartene; ti pesa, come ti sono pesate tant’altre belle proprietà!
LORENI. Ho bisogno di contanti, per una speculazione…
Sig.a VENANZIA. Conosco le tue speculazioni…
LORENI. Non tutte riescono.
Sig.a VENANZIA. Te ne è mai riuscita una? Speculazione!… A chi vuoi darla a intendere? (A Serena). Vàttene ti dico, nipote mia!… Ho tante cose qui!… Mi strozzano.
LORENI. Obbedisci a tua zia. (Serena esce).

SCENA VI

Il signor LORENI e la signora VENANZIA.

Sig.a VENANZIA. A noi due! È un gran pezzo che non mi mescolo più nei fatti tuoi. E se tu fossi solo, ti lascerei andare in rovina liberamente, a tuo piacere. Ma c’è quella buona creatura!… Vuoi farla morire di crepacuore, come sua madre?
LORENI. Zitta!
Sig.a VENANZIA. Non lo dimostra, io la conosco bene, ma deve soffrire, oh! È vita questa che mena? Una ragazza a vent’anni!
LORENI. È la padrona qui.
Sig.a VENANZIA. Bella padrona! Padrona di che? Anche sua madre era padrona… di rodersi l’anima per le tue cattiverie!
LORENI. Ho avuto dei torti verso mia moglie, non lo nego. Ma io adoro mia figlia.
Sig.a VENANZIA. Si vede! L’hai lasciata in collegio fino a diciotto anni.
LORENI. Per la sua educazione.
Sig.a VENANZIA. E per non avere impicci tra’ piedi… Hai sciupato un patrimonio… per la educazione… Te lo dirò io che donnine ti sei occupato di educare! Tu t’immagini che Serena non sappia niente. Le ragazze, quando mostrano di non guardare, vedono; quando fingono di non ascoltare, odono; quando fanno le viste di non capire, capiscono… troppo!
LORENI. Ti ha detto qualcosa?
Sig.a VENANZIA. È prudente, è piena di dignità… Ma non divaghiamo. Non sono qui per farti un’inutilissima predica; voglio risparmiarmi il fiato. Veniamo all’essenziale. Che devi farne di quelle trenta mila lire?
LORENI. Ho in vista una speculazione sicura.
Sig.a VENANZIA. Non ne dubito, sicurissima! Da smaltirle in otto giorni. Ma se tu sei libero di rovinarti, io, che ho rossore in viso, che rispetto il nome della nostra famiglia, io non posso però permettere che Belsito caschi in mano di estranei.
LORENI. Si tratta di un imprestato, pagabile in cinquant’anni.
Sig.a VENANZIA. Credi dunque di dover morire più che centenario!
LORENI. È per non inciampare nelle mani degli usurai. Speculazione solidissima; darà enormi benefici. Riscatterò Belsito in poco tempo.
Sig.a VENANZIA. C’è chi ti dà i quattrini, con le stesse condizioni, per cinquant’anni!
LORENI. Chi?
Sig.a VENANZIA. Io. E così Belsito resterà in famiglia. Andiamo dal notaio, difilato. Potrei dirti: – Tieni! – senz’altro. Ma non voglio avere rimorsi. Domani saremmo daccapo; e non mi illudo di poter essere sempre qui per impedirti un’infamia. Non sono come te, che credi di campare oltre i cento anni! Ci penso spesso alla morte io; ho fatto testamento. Vita e mortis in mano sdomini, come dice il curato. Andiamo dal notaio.
LORENI (commosso). Sorella mia!… Non avrei mai creduto!… Non so proprio come ringraziarti!…
Sig.a VENANZIA. Niente. Non intendo di farti un favore. Faccio una speculazione anch’io. Sono sicura che non mi pagherai, come non pagheresti i tuoi Sfondiarii; così dovrebbero chiamarsi! Non ho voluto neppure togliermi il cappello. E – appena fatto, in piena regola, come tra estranei – torno in campagna. Sono contadina io. Su! Su!
LORENI. Lasciami cambiar d’abito almeno.
Sig.a VENANZIA. Non occorre. Intanto Serena farà preparare la colazione. Ho già appetito.

SCENA VII

SERENA e detti, poi AGNESE.

SERENA. La camera è pronta. Se vuoi darti una ravviata…
Sig.a VENANZIA. Dopo. Noi usciamo… Due uova nel tegamino, e una fetta di prosciutto, al mio solito; e frutta, molta frutta! Ci spicceremo presto.
SERENA (a parte). Lo hai sgridato, zia?
Sig.a VENANZIA. Tuo padre è un ipocritaccio. Il meglio mi è rimasto dentro. Ma, dopo colazione…
SERENA. E resterai per qualche giorno?
Siga VENANZIA. Quanto vuoi; che posso dirti? (a Loreni) Avanti! Marcia! (scorgendo Agnese fuori dell’uscio) Agnese! (Agnese entra) Rammentati: le uova, fritte con l’olio.
AGNESE. Lo so.
(Il Loreni e la signora Venanzia escono).
AGNESE. Non è contenta della venuta della zia? Ora che c’è lei anzi…
SERENA. Prepara tutto. Non ama di aspettare.
AGNESE. Neppure il babbo, per questo! (esce).
SERENA (dopo un istante di pausa). Diceva pur troppo la verità: – Lasciami commettere qualche piccola follia; anche una grande! –
AGNESE (rientrando). C’è il signor avvocato. Ha riportato la bicicletta.
SERENA. Gli hai detto che il babbo non è in casa?
AGNESE. Vuole parlare con lei.
SERENA (accenna, a malincuore, di farlo entrare. Agnese esce).

SCENA VIII

DARA e SERENA.

DARA. Dovrei cominciare dal chiederle scusa…
SERENA (invitandolo a sedersi). Di che?
DARA. Di quest’atto; ma mi credo… quasi autorizzato…
SERENA. Da me?
DARA. Oh! Lei è d’una rigidezza!…
SERENA. Se dovesse dirmi qualcosa che io non potrei udire davanti a mio padre…
DARA. Vorrei dirglielo davanti al mondo intero!
SERENA. Questa sua insistenza m’addolora!…
DARA. Ha il cuore di sasso dunque?… Lei mi giudica male; tiene conto soltanto del mio passato, delle esagerazioni che sono corse intorno ad esso, delle calunnie spacciate dagli invidiosi per discreditarmi. Rifletta. Non si conquista, alla mia età, una posizione senza crearsi molti nemici, quasi il benessere laboriosamente raggiunto da uno sia un furto fatto all’avidità degli impotenti e dei presuntuosi. Ho dovuto lottare. Forse, qualche volta ho sbagliato; nella lotta per la vita, non si ha sempre il tempo di scegliere i mezzi con cui ottenere la vittoria. Volevo dar nell’occhio, volevo farmi notare; volevo che tutti si occupassero di me, dei fatti miei… e può darsi benissimo che in certi casi mi sia avvenuto di passare il segno…
SERENA. Io non m’interesso delle azioni altrui.
DARA. Perché le sono indifferenti?
SERENA. Anche per questa ragione.
DARA. Non è possibile! Un’anima buona e gentile come la sua, non può rifiutarsi di stendere una mano a chi invoca soccorso.
SERENA. Oh, non esageri!
DARA. Vede com’è crudele? Eppure dovrebbe essersi già accorta del profondo mutamento da lei prodotto in me… Io non so come dimostrarle la mia gratitudine…
SERENA. Per un bene fatto senza volerlo e senza saperlo?
DARA. Per un miracolo dovrebbe dire!
SERENA. Senta: io capisco di non comportarmi bene permettendomi di riceverla in un momento in cui mio padre è fuori di casa. Ma è meglio fare un male insignificante, piuttosto che lasciar prolungare un equivoco d’onde può nascere un male peggiore.
DARA. Mi odia?… Mi disprezza?…
SERENA. Perché dovrei odiarla? E in quanto al disprezzo, sappia che io non sono talmente vana da credermi autorizzata a disprezzare qualcuno.
DARA. Sempre così! Sempre così! Mi dica almeno quale prova desidera. Mi chieda un atto, una rinunzia, un sacrificio perché lei possa convincersi che sono sincero. Mi troverà pronto a tutto! – È arrivato nella mia vita l’istante supremo. Io stesso sono stupito di quel che è avvenuto lentamente in me da sei mesi in qua. Tutte le energie del mio essere si sono raccolte in una sola, che è amore, adorazione, sottomissione, rinnovamento. Ah! Non ho mai incontrato ostacoli quando storditamente facevo il male, o gli ho superati tutti, tutti! con la mia insistenza, col mio coraggio, con la mia audacia; ed ora che vorrei fare il bene…
SERENA. Chi le impedisce di farlo?
DARA. Lei! Lei! Lei!
SERENA. Si calmi! (sorridendo) Mi mette paura.
DARA. Come vuole che sia calmo davanti alla sua spietata freddezza?
SERENA. Dovrei ingannarla?
DARA. Non ha dunque un qualche ideale da raggiungere, un qualche scopo a cui dedicare tanta fioritura di giovinezza, di bellezza, di senno, di virtù?
SERENA. Lasciamo stare tutte coteste buone cose!… Io sono una povera ragazza che non ha voli d’immaginazione, che non è tormentata da desiderii smodati, da speranze grandiose… Quel che ho qui dentro lo serbo, infine, per me, giacché lei mi costringe a farle confessioni che mi ripugnano. Poco fa, si meravigliava che io le rispondessi: – Mi rassegnerò. – Non so fare altro; e credo che sia il meglio che possa praticarsi nella vita. Il mio destino è di vivere all’ombra di queste quattro mura, finché avrò mio padre. Dopo…
DARA. Tanta tristezza è scontento, è dolore…
SERENA. Niente affatto. È serenità. Mi hanno detto che mia madre volle impormi il nome di Serena come augurio, come benedizione, quasi la santa donna prevedesse… Non si è ingannata. Sono Serena di nome e di fatto. Mi ha mai vista un giorno diversa dall’altro?
DARA. Ed è questo il suo fascino! Io invece sono un irrequieto, un agitato. Ero, dovrei dire, perché ora ho orrore di quelle smanie, di quei furori che mi hanno travolto come un fiume rigonfio travolge un fuscello. La ricchezza, il lusso, la potenza, la piena soddisfazione di tutti i sensi; non anelavo altro! Ah! Benedetto il giorno che entrai, per la prima volta, in questo pianterreno così appartato, così silenzioso, con le finestre ombreggiate dagli alberi del giardinetto! Fu una rivelazione. Come se nelle tenebre della mia vita fosse penetrato un mite raggio di luce che me ne faceva scorgere, a poco a poco, tutto l’orrore. Gliel’ho detto più volte. E lei ne ha sorriso ogni volta, incredula, ostinata nella sua rigidezza!… Se pure, così pensando, non m’illudo. Ecco quel che ora temo, ecco! Ed ho spiato lungamente invano questo momento. Io, che non ho mai esitato davanti a qualunque audacia, sono stato così timido di fronte a lei!…
SERENA. Che avrebbe voluto fare di più?
DARA. Mi dica almeno che il suo cuore già appartiene ad un altro.
SERENA. Lei ora eccede.
DARA. No?… Mi basta… Afferma di no?
SERENA. Non contento di essere avvocato, vuole anche essere giudice istruttore, strapparmi una confessione che non ha nessun diritto di chiedere!
DARA. Che può costarle, se negativa?
SERENA. Niente, se io non reputassi un’offesa alla mia libertà questa sua strana pretesa.
DARA. Non ha pietà di me?
SERENA. Tanta!
DARA. Tanta?
SERENA. E vorrei che lei ne avesse egualmente di me, da impedirle per sempre qualunque altro tentativo… Sarei costretta a dire a mio padre…
DARA. Suo padre sa!
SERENA. E che le ha risposto?
DARA. Che da parte sua…
SERENA. Questa volta ha mostrato un po’ di senno mio padre! (pausa).
DARA. Non ha da aggiungere altro?… Vuole proprio spingermi alla disperazione? Non intende dunque che la vita ormai ha un valore per me, soltanto se lei vorrà santificarla con la sua intervenzione, col suo aiuto? Non intende che io sono in bilico tra il perdermi in un altro modo, nel peggior modo di prima, e il perdermi assolutamente, con un atto risoluto? Cosa che preferisco, anche perché le proverebbe che non ho mentito con lei… Ah, Serena! I felici sono terribili.
SERENA. Le sue parole mi turbano… Ma per quanto io abbia poca esperienza del mondo, sono convinta che la sua… esaltazione – non so come chiamarla – declinerà, cesserà. L’altra volta diceva a mio padre, e non con l’intenzione di parlare a me, che lei è stato sempre così: subitamente infiammato, trasportato, sospinto agli estremi, insofferente di ostacoli, deciso a spezzarli o a lasciarsi spezzare da essi…
DARA (interrompendola). Si trattava di tutt’altro; interessi, passioni, capricci, pazzie, se così vuole…
SERENA. È lo stesso oggi.
DARA. No, no! Serena, no!
SERENA. In ogni modo, io la prego di non riparlarmi mai più di questo.
DARA. Aspetterò. La febbre del mio cuore è di quelle che danno energia a un organismo. Aspetterò!
SERENA. Farà male. Ho vent’anni; ma in certe esistenze gli anni contano poco. C’è una vita interiore in noi, che misura il tempo diversamente. Io sono rimasta orfana a dieci anni; ho conosciuto mio padre… si può dire, da due anni, da che sono uscita di collegio. Ma colà non somigliavo alle mie compagne. Mi appartavo, pensavo a tante cose tutte tristi: a mia madre, alla mia sorte avvenire; e la mia… serenità è nata da quelle grandi tristezze che io sentivo senza comprenderle bene.
DARA. Lei mi fa intravedere qualcosa che non sospettavo neppure!
SERENA. Ho avuto torto di lasciarmi indurre a risponderle. Mi guarderò bene di ricadere.
DARA. Serena, lei non mi dice quel che vorrebbe dirmi, no!
SERENA. Oh, questo poi!
DARA. Esita, perché non ha fiducia in me!
SERENA. Non mi faccia pentire d’una cortesia che già mi dava qualche rimorso. Mio padre e mia zia…
DARA. Sua zia?
SERENA. Sorella di mio padre. È arrivata questa mattina, inattesamente. Essi devono essere sul punto di rientrare in casa.
DARA (alzandosi da sedere). Vuole che vada via?
SERENA. Sarebbe come confessarle che io sarei capace di nascondere qualcosa ai miei parenti. A mio padre ripeterei precisamente quel che ho detto a lei… Si ricomponga. Lei non si accorge dell’agitazione che le fa tremare le mani e le intorbida lo sguardo. Se mia zia la vedesse, immaginerebbe subito chi sa che cosa, e non sarebbe piacevole.

SCENA IX

La signora GIULIA VALLI, PAOLO VALLI,
AGNESE e detti.

Sig.a VALLI (di fuori) Sappiamo la strada; lascia andare.
AGNESE (a Serena). La signora Valli… Debbo?
SERENA (andando incontro alla Valli). Venga, venga!
DARA (da sé). Col figlio!
Sig.a VALLI. Non ho voluto perdere un minuto di tempo. L’ha veduta Paolo. Una sorpresa!
SERENA. Proprio!… L’avvocato Dara.
Sig.a VALLI. Ho avuto il piacere un’altra volta…
DARA (Fa un inchino).
SERENA (al Dara). Ora si annoierà un po’ meno ad attendere il babbo. Ha con chi discorrere.
DARA. Non faccia credere alla signora che io le abbia mostrato di annoiarmi nei pochi istanti di conversazione con lei.
VALLI. Non c’è questo pericolo. L’avvocato parla sempre lui e così bene!
DARA (severo). So anche ascoltare.
SERENA (che intanto ha discorso con la Valli, continuando). Per affari, da un notaio. Dovrebbero essere già di ritorno (Dara e il Valli parlano tra loro in disparte). Che guarda?
Sig.a VALLI (sedendo). Ammiro. Ogni volta che vengo qui, mi accorgo di qualche novità. Tutto è fresco e gentile, come la padroncina di casa. Io non amo i pianterreni. Non potrei abitarvi; mi parrebbe di essere esposta agli occhi indiscreti di tutti i passanti; ma qui è un’altra cosa. Il giardinetto dà la sensazione della campagna.
SERENA. Infatti (continuano sotto voce).
DARA. Dove ha letto questa notizia?
VALLI. In un giornale, al caffè.
DARA. La nostra polizia è sempre su le tracce!
VALLI. Pare che si tratti d’indizi serii.
DARA. I grossi furti sono una funzione sociale. Rubare un milione a una Banca è quasi atto di giustizia riparatrice.
VALLI. Come se i denari delle banche non fossero poi dei privati!
DARA. Quando cento, cinquecento, mille privati si associano per frodare legalmente il prossimo… (continuano sottovoce).
Sig.a VALLI. La mia vita è concentrata là (indica Paolo).
SERENA. Ho un figlio da curare anche io: mio padre!
Sig.a VALLI. Sei ammirabile!

SCENA X

Il signor LORENI, la signora VENANZIA e detti.

Sig.a VENANZIA (alla Valli). Me lo figuravo! Ma sarei venuta da te più tardi.
LORENI (alla sorella). L’avvocato Emilio Dara (al Dara). Mia sorella.
Sig.a VENANZIA (saluta; ma si rivolge alla Valli, accennando a Paolo). Come crescono presto i giovani! Sono due anni che non ci vediamo; e in due anni…
VALLI. Non le domando se sta bene…
(SERENA, la signora VENANZIA, la signora VALLI e PAOLO parlano e ridono in gruppo. Il LORENI trae in disparte il DARA per domandargli:)
LORENI. Sei di malumore?
DARA. Per quell’Elena Scotti di cui ti ho già parlato. Come sono pericolose le ragazze! Le avevo sempre evitate!… Ed ora è una persecuzione che mi fa rabbia. Non so più in che modo sfuggirla!
LORENI. Ah! Raccontami. (Alla sorella e agli altri) Noi andiamo di là (escono dall’uscio di fondo).
Sig.a VENANZIA (alla Valli). Mio fratello ti tiene il broncio.
Sig.a VALLI. Perché?
Sig.a VENANZIA. Voleva sposarti, lo hai dimenticato?
Sig.a VALLI. Mezzo secolo fa. Fantasia da ragazzo. Non se ne rammenterà nemmeno.
Sig.a VENANZIA. L’hai scampata bella!… (ride).
SERENA (che ha parlato col Valli). Zia, ora potresti toglierti cappello, mantella, e darmi quella borsa…
Sig.a VENANZIA. Vuota (eseguisce. Alla Valli). Tu sempre linda, elegante, non ostante i capelli grigi. Io… in villa, vesti a sacco; non porto altro… Serena mia!… Serena mia! La colazione… Capisci? Se dovessi aspettare mio fratello.. Oh! Lo so com’è lui (ai Valli). Non v’invito perché non sono in casa mia.
SERENA. È casa tua anche questa.
Sig.a VENANZIA (alla signora Valli). Restate dunque con noi?… Sì! Vieni; intanto io prendo qualcosa per poter aspettare senza soffrire. Per questo me ne sto lassù, tra i miei polli, i miei piccioni, i miei tacchini e i miei contadini… Libertà! Libertà! Mangio quando voglio; dormo quando voglio! (Esce con la signora Valli).

SCENA XI

SERENA e PAOLO VALLI.

SERENA. È un po’ strana.
VALLI. Piacevolissima!
SERENA. Che le diceva l’avvocato?
VALLI. Uno dei suoi paradossi.
SERENA. Non vanno molto di accordo.
VALLI. Non mi sembra sincero. Vuol sbalordire la gente, a ogni costo. Non si è mai sinceri quando si mira a fare effetto.
SERENA. Parla da avvocato. L’abitudine gli è diventata natura.
VALLI. Suo padre ha molta simpatia per lui.
SERENA. Lei può spiegarsela meglio di me.
VALLI. Comunanza di sentimenti, d’idee. Guardano la vita dallo stesso punto di vista. E lei come lo giudica?
SERENA. Un infelice.
VALLI. È troppo indulgente.
SERENA. Coloro che chiedono alla vita qualcosa di più che essa non può dare, mi sembrano infelici, molto infelici. A furia di sforzi, di audacia, di imprudenze, essi ottengono talvolta soddisfazioni che i modesti come lei, i rassegnati come me non ottengono mai.
VALLI. È verissimo.
SERENA. Ma non si appagano.
VALLI. È il loro gastigo. Come sono lieto di sentirla parlare così!
SERENA. Perché?
VALLI. Trovarmi d’accordo con una persona come lei è per me una grande soddisfazione. Io sono un po’ orso, un po’ timido; e già mi pare d’averle detto molto dicendole così. Spesso si hanno, dentro, tante cose da comunicare; ma le parole intoppano nella gola… specialmente se uno teme che le cose che sta per dire possono essere accolte malamente.
SERENA. Malamente? Dovrebbero essere cattive.
VALLI. Oh no! Anzi! Rispettose; qualcosa di più, anzi! Ma bisognerebbe essere sicuri di sé, come l’avvocato che ha così facile la parola, e sa trovare così belle frasi! A un uomo come lui si perdona tutto, anche l’audacia… anche l’improntitudine!
SERENA. Perdonare vuol dire giudicare che qualcuno non ha operato bene.
VALLI. Quando si rispetta troppo una persona, si teme sempre di non agire bene; e allorché si teme, si rimane inerti. È così!

SCENA XII

La signora VENANZIA, la signora VALLI e detti.

Sig.a VENANZIA (con una sigaretta accesa tra le labbra; alla signora Valli). Cara mia, il tabacco spesso inganna l’appetito. Non ti scandalizzare; in campagna fumo anche dei sigari. Una volta ho pure tentato di fumare la pipa! Ma, oh Dio! (al Valli). Questo prova che voialtri uomini siete d’una razza molto diversa dalla nostra… Già, io, ormai, non sono né donna né uomo: sono una vecchia! (a Serena) È andato via l’avvocato? (alla signora Valli) Debbo dirlo? Costui mi piace poco. È amico di mio fratello? Questo basta per non farmelo stimare.
Sig.a VALLI (sotto voce al figlio). Di che avete parlato?
VALLI (dolorosamente). Mi ha parlato quasi sempre di lui!
Sig.a VENANZIA. Intanto, ora, due uova non mi basteranno più! Quando mi arrabbio, mi si sviluppa talmente l’appetito…
SERENA. Non importa; ripareremo, zia.
Sig.a VENANZIA (a Serena). Se uscissimo un po’ all’aria aperta, nella tua campagna… da ridere, nel giardinetto?
SERENA. Andiamo.
VALLI. Un avvocato che facesse da aperitivo non si era visto finora!

(Escono ridendo. Cala la tela).
ATTO SECONDO

La stessa scena dell’atto primo.

SCENA I

La signora VENANZIA e il signor LORENI.

LORENI. Dovresti capire che non sono discorsi che posso fare a mia figlia.
Sig.a VENANZIA. Pretendi forse che te li faccia lei?
LORENI. Il giorno che Serena…
Sig.a VENANZIA. Aspettalo questo giorno! Non verrà mai. Già tu non pensi ad altro che alle corbellerie. A me è bastata una occhiata; quell’avvocato…
LORENI. Non sarebbe, infine, un cattivo partito per Serena.
Sig.a VENANZIA. Se lo dico che ti sei imbecillito!
LORENI. Non gliela butto mica tra le braccia!
Sig.a VENANZIA. Che è? Un fagotto? Come parla di sua figlia!
LORENI. Giacché vuoi saperlo, si è condotto da gentiluomo.
Sig.a VENANZIA. Vi conosco voialtri gentiluomini!
LORENI. Mi ha tastato, così, alla larga, se mai…
Sig.a VENANZIA. E gli hai risposto?
LORENI. Che lascio su questo punto pienissima libertà a Serena.
Sig.a VENANZIA. E che lui per ciò può farle l’asino attorno!
LORENI. Avrebbe potuto farglielo, – che frasi! – senza dirmene niente. Tu, rammentalo, non hai chiesto il permesso a nessuno; sei stata la disperazione del babbo e della mamma.
Sig.a VENANZIA. Era un altro paio di maniche. Io ero… brutta diciamo la parola; e se avessi dovuto attendere che un disgraziato si fosse deciso da sé, non sarei ora vedova, ma ancora zitellona. Ero però impastata di malizia, di furberia. Sapevo tante cose – le avevo indovinate da me – e riusciva difficile imbrogliarmi. Non mi avevano lasciata in collegio fino ai diciotto anni; non leggevo romanzi né poesie. Sapevo ragionare e fare i miei calcoli. Infatti non l’ho sbagliata.
LORENI. Serena è più assennata che tu non immagini.
Sig.a VENANZIA. Assennatissima; ma c’è una cosa che m’impensierisce e che ho notato in questi giorni: è troppo chiusa.
LORENI. Serena di nome e di fatto, com’ella si compiace di ripetere.
Sig.a VENANZIA (Accennando prima alla faccia, poi al cuore.) Serena, qua; ma qua?
LORENI. Intèrrogala.
Sig.a VENANZIA. Non ho atteso che tu me lo suggerissi.
LORENI. Ebbene?
Sig.a VENANZIA. Niente. E siccome insistevo, sai tu che mi ha risposto? – Zia, parlami della mamma: il babbo non me ne parla mai! – Ti pare naturale?
LORENI. Naturalissimo.
Sig.a VENANZIA. Hai mai ragionato tu? Mai!
LORENI. Se devi andare dalla Valli, sono le undici meno un quarto.
Sig.a VENANZIA. Cambia discorso, sì!… Scommetto che quel giovane invece non è nelle tue grazie. È troppo serio; non ha avuto quattro o cinque donnacce, come il tuo avvocato; non butta i quattrini dalla finestra. Non sarebbe un genero più scapato del suocero!
LORENI. Quasi dovessi sposarlo io!
Sig.a VENANZIA. Io intanto mi sono messa in testa che Serena…
LORENI. Ami Paolo? Eh, via!
Sig.a VENANZIA. E che si farebbe tagliare a pezzi prima di farglielo capire col minimo indizio.
LORENI. Allora sta’ sicura che quell’imbecille non indovinerà mai!
Sig.a VENANZIA. Chi lo sa? È tutt’altro che imbecille, giacché veggo che imbecille, per te, significa soltanto non essere birbante.
LORENI. Che fa Serena?
Sig.a VENANZIA. Si veste per accompagnarmi.
LORENI. Potevo accompagnarti io.
Sig.a VENANZIA. Volevo lasciarti libero, credendo di farti piacere.
LORENI. Perché?
Sig.a VENANZIA. Giulia non è di quelle che tu vai cercando. So che ci hai provato una volta, col pretesto dell’amore antico, del primo amore; ma, fiasco!
LORENI. Potrei ritentare.
Sig.a VENANZIA. La faccia tosta non ti manca.
LORENI. Ti attenderò dal notaio per la firma dell’atto; è sul passaggio. (Esce)

SCENA II

SERENA e detta. Poi ELENA SCOTTI e AGNESE.

Sig.a VENANZIA (vedendo comparire Serena.) Come ti sei fatta bella!
SERENA. Proprio! Ecco il cappello e la mantelletta. (L’aiuta a indossarli). Vuoi un ombrellino, zia?
Sig.a VENANZIA. Temi che il sole mi sciupi?
AGNESE (a Serena). C’è una signorina. Cerca di lei.
ELENA (che le è venuta dietro). Sono io Serena… (Alla Sig.a Venanzia) Oh, scusi!
SERENA. Veramente…
ELENA. Non mi riconosci?
SERENA. Elena!… Oh, Dio! (L’abbraccia.)
ELENA. Sono molto cangiata?
SERENA (alla zia). Elena Scotti mia compagna di collegio. (A Elena) Mia zia Venanzia. (A Elena) Come qui? Chi poteva immaginare! Siedi.
ELENA. Stavate per uscire. Non vorrei…
SERENA. Un momento non fa nulla…
ELENA. (a Serena, da parte). È… che ho urgenza di parlarti.
SERENA. (alla signora Venanzia). Zia, non ti dispiacerà?… Farai la visita da sola… Mi scuserai con la signora Giulia.
Sig.a VENANZIA. Sì, Sì.
ELENA. Sono dispiacentissima, signora, di essere capitata in un momento inopportuno.
Sig.a VENANZIA. Anzi!… Serena le sarà grata. Veniva quasi di malavoglia.
SERENA. Dice la verità. (La signora Venanzia saluta ed esce).

SCENA III

SERENA ed ELENA.

SERENA. Come riconoscerti? Sei stata malata?
ELENA. D’animo, oh, molto!
SERENA. Dunque? Sei arrivata oggi?
ELENA. No; sono qui da qualche anno. Soltanto ieri l’altro, per caso, ho saputo che anche tu…
SERENA. Da un pezzo, dopo uscita di collegio.
ELENA. Serena!… Io non ero delle due o tre tue intimissime colà. Ma ti volevo bene, e tu me n’hai voluto un po’.
SERENA. Assai.
ELENA. Me lo dimostrasti nell’occasione della disgrazia di mio padre.
SERENA (vedendo quasi venir meno l’amica). Elena! Elena!
ELENA. Mi sento male.
SERENA. Che ti è accaduto? Parla. In che posso giovarti?
ELENA. (riavendosi) Se ti farò una domanda, risponderai franca, sincera?
SERENA. Non mi costerà nessuno sforzo.
ELENA. Sei tu… fidanzata?
SERENA. No.
ELENA. Mi hanno assicurato…
SERENA. No, ti ripeto.
ELENA. Allora si sono ingannati su questa circostanza. Sarai fidanzata fra poco.
SERENA. No, Elena. Probabilmente ciò non avverrà mai. Non so spiegarmi però per quale scopo abbiano potuto inventare la frottola che hanno spacciato. Io frequento pochissime persone, da contarsi su le dita d’una mano…
ELENA. Anche questo mi hanno detto.
SERENA. Non mi credi?
ELENA. Perché avrebbero dovuto prendersi gioco di me? Ci sono così cattive persone al mondo da divertirsi a tormentare, a umiliare una disgraziata?
SERENA. Che dici?… Fidanzata con chi?
ELENA. Con l’avvocato Dara.
SERENA. Ah!… Spiegati, Elena, per amor di Dio!
ELENA. Tu. l’ami!
SERENA. Oh, Elena!
ELENA. Non mentire, Serena; non mentire. Sei impallidita tutt’a un tratto.
SERENA. Perché comincio a capire. È indegno!
ELENA. Tu non l’ami? Me lo giuri?
SERENA. Non sono abituata a giurare; ma se questo può tranquillizzarti, te lo giuro per la santa memoria di mia madre!
ELENA. Grazie!… Ma dunque?
SERENA. Ora dimmi tutto.
ELENA. Che può interessarti? E poi… bisogna che io torni presto a casa; ho la mamma a letto con la febbre… Tu lo vedi spesso?
SERENA. Viene dal babbo, per affari, credo. Potrebbe capitare da un momento all’altro.
ELENA. Non dargli retta, Serena! È falso! Ha una terribile arte! Sa affascinare.
SERENA. Lo vedo.
ELENA. Non vorrei incontrarmi con lui… Ho fatto male a venire da te. Che mi giova sapere che non è tuo fidanzato e che tu non l’ami? Si fa vedere di rado da quattro mesi; gli scrivo, e non risponde alle mie lettere; o risponde in modo da farmi rimpiangere il suo sdegnoso silenzio. Da prima avevo sospettato una di quelle sue vampate di follia da scapolo, per le quali, ci dicono, noi dobbiamo essere indulgenti. Mi sarebbe parso un abbassamento mostrarmi gelosa… Trattandosi di te – secondo quelle voci – la cosa mutava aspetto. Pensai subito… e non soltanto per me, con egoismo da innamorata, ma anche per te, dolce creatura, che credevo illusa, affascinata, come ero stata affascinata e illusa io…
SERENA. Perché non vuoi incontrarti con lui?
ELENA. È irritabilissimo per cosa da niente; figuriamoci!
SERENA. Ma davanti a me…
ELENA. Peggio. Se egli ha delle intenzioni, al vedersi smascherato…
SERENA. Lasciami fare (scrive un biglietto e suona. Ad Agnese). Dall’avvocato Dara. È qui a due passi, alla svolta della via. (Agnese esce).
ELENA. Serena! Mi manca il coraggio!… È impossibile.
SERENA. Parlerò io.
ELENA. Tu?
SERENA. Io non ho certi pregiudizi. È proprio cattivo, se ti fa soffrire così. Intanto, dimmi…
ELENA. Qualcuno mi aveva già ammonita. Mia madre non lo vedeva di buon occhio. Povera mamma! Aveva il cuore profetico. Sono stata imprudente, pazza!… Ma se tu sapessi come parlava!
SERENA. Gli vuoi bene ancora?
ELENA. Non lo so. In certi momenti, l’odio mi soffoca.
SERENA. Dimenticalo! Sforzati di dimenticarlo. Non ti merita.
ELENA. Mi ha compromessa!
SERENA. In che modo?
ELENA. Sono stata imprudente, pazza!… Niente di cui debba arrossire.
SERENA. Lo credo!
ELENA. A te non posso nascondere nulla. Un giorno volle parlarmi da solo a solo. Smaniava, si torceva le mani! Tu non puoi immaginare quel ch’egli diventa quando gli si para davanti un ostacolo! Vuol vincere a ogni costo. Ed io ero debole, incapace di resistere… Lo amavo tanto!… Promisi… Nello studio di un pittore suo amico!
SERENA. Oh, Dio! Che hai fatto!
ELENA. Si poteva entrare senz’essere notati. In quell’ora, l’una dopo mezzo giorno, la via era deserta. Appena entrata, no, appena egli aperse la porta, sentii cascarmi la benda dagli occhi. Egli mi aveva presa per una mano; volli sfuggirgli, tornare addietro… Stavo per gridare; avevo perduto la testa… Scoppiai a piangere. Mi è rimasta soltanto un’idea confusa di quello stanzone illuminato dall’alto, dei quadri che vi erano, dei molti fiori che egli aveva portato per me… Si era inginocchiato davanti a la poltrona su cui io singhiozzavo con la faccia tra le mani, sperduta, pensando all’infamia commessa ingannando mia madre. Capii che ora bisognava ingannare lui. Non so d’onde mi sia venuta quella forza di comprimermi; dalla disperazione forse. Mi mostrai un po’ rassicurata. Finsi di voler osservare un quadro presso l’uscio. E mentre egli – il quadro era posato per terra, appoggiato al muro, – e mentr’egli si chinava per prenderlo e metterlo su un cavalletto… Io stessa non so più!… Mi slanciai sul paletto dell’uscio e aprii!… Egli non fece in tempo. Scendevo le scale di corsa, come una ladra. Egli chiamava, con voce soffocata, di lassù: – Elena! Elena! – Tre signori salivano. Uno mi aveva incontrata qualche volta in casa di una famiglia… Così, così mi sono rovinata…! Mi credono… Ah, Serena! Meglio fossi morta! E la povera mamma ignora tutto!
SERENA. Sei stata davvero imprudente! (L’abbraccia e la bacia per confortarla).
ELENA. Da allora in poi egli è talmente cambiato!… Si dice offeso della mia sfiducia!…
SERENA. E chi ti ha dato la notizia del preteso fidanzamento?
ELENA. Tristi pietosi ce n’è tanti al mondo! A un nostro conoscente un amico ha assicurato di averlo udito dire dalla stessa bocca di lui. Sentendo il tuo nome, non ho avuto pace fino a che non ho saputo il tuo indirizzo. Volevo avvertirti in tempo.
SERENA. Ti ringrazio, ma non occorreva. Vedrai.
ELENA (alzandosi da sedere). No! No! È impossibile. Lasciami andar via. Già è inutile. Tu non potrai parlargli in modo… Tuo padre, forse, giacché è suo amico. È uomo, è maggiore di età, deve avere certamente qualche influenza su lui… Che! Che! Tutto è inutile!
SERENA. Non disperare. Non mi sembra perverso. Mio padre, lasciamolo stare. Io debbo parlargli, io debbo sapere…
ELENA. Tornerò più tardi, fra qualche ora, o domani.
SERENA. Potresti restare; attendere in camera mia.
ELENA. E la mamma? Troverò un’altra scusa… Che posso dirti? Queste mie lagrime ti parlino per me! A rivederci, cara… (Quasi su l’uscio, Elena si ferma, e fissa in viso Serena). Tu non l’ami, è vero?… Me l’hai giurato!
SERENA. Oh, Elena!… Ecco Agnese.

SCENA IV

AGNESE, poi il dottor PANTINI e dette.

AGNESE. Ha scritto qui (porge un biglietto da visita).
ELENA. Che dice?
SERENA (legge). Volo.
AGNESE (tornando indietro). Smemorata! C’è di là il dottor Pantini. Cerca della signora.
SERENA (a Elena). Scusa. (Affacciandosi all’uscio) Venga, dottore. Fa cerimonie lei?
PANTINI. Temevo di disturbare. (Saluta Elena e la guarda attentamente).
SERENA. Segga. Accompagno un istante questa mia amica. (Serena ed Elena escono).
PANTINI. Agnese, un bicchier d’acqua.
AGNESE. Al solito.
PANTINI. Dunque è arrivata all’improvviso?
AGNESE. E voleva subito ripartire; ma la signorina l’ha persuasa a restare per qualche giorno. (Mentre Agnese sta per uscire, Serena rientra).
PANTINI (a Serena). Quella tua amica… è malata di cuore.
SERENA. Come lo sa?
PANTINI. Il colore della pelle, la respirazione… (Ad Agnese che ritorna col bicchiere d’acqua). Grazie, Agnese. (Agnese esce).
SERENA. Credevo dicesse in altro senso.
PANTINI. Oh, tutte le ragazze, si capisce!… Meno qualcuna, forse. Non avrei avuto un gran merito nel fare tale scoperta. No, è malata fisicamente di cuore, se non mi inganno.
SERENA. Morrà presto?
PANTINI. Potrà campare anche a lungo. Il mal di cuore suol fare questo scherzo.
SERENA. Lo chiama scherzo?
PANTINI. E di cattivo genere. Parliamo della zia. Sempre allegra, brontolona, eh?
SERENA. Sempre (da questo punto in poi, Serena mostra un crescente imbarazzo per la presenza del dottore).
PANTINI. Credevo di trovarla in casa. Tuo padre, dandomi la notizia dell’arrivo di lei, era così contento! Mi ha fatto meraviglia e piacere. Tu però non sei lieta, mi sembra.
SERENA. Quella mia povera amica! Ha avuto tante disgrazie in famiglia! Soffre tanto!
PANTINI. Non bisogna affliggersi troppo delle disgrazie altrui, se no ci manca il tempo e la forza di badare alle nostre.
SERENA. Dobbiamo essere egoisti?
PANTINI. È precetto della natura. La commozione, vedi? ha turbato l’equilibrio dei tuoi nervi. In questo momento non sei più la Serena di ieri. Domani, se continui, sarà peggio. Domani l’altro, peggio ancora.
SERENA. Non sono mica di sasso! (Pausa).
PANTINI. Se non ti conoscessi bene, direi che la mia presenza ti annoia o t’imbarazza.
SERENA. Come può supporre mai questo?
PANTINI. Non lo suppongo, lo vedo; cioè l’apparenza…
SERENA. (sforzandosi a sorridere). Ah! L’apparenza…

SCENA V

AGNESE e detti. Poi DARA.

AGNESE. L’avvocato Dara. (Esce).
SERENA. (andandogli incontro, e con accento semplice ma significativo). Lei cerca del babbo… È di là; ha gente. Se può attendere qualche momento…
DARA. In compagnia di lei e del dottore, si può attendere anche qualche ora.
PANTINI. Io non ho tempo da perdere. (A Serena) Perché sorridi?
SERENA. Perché predica male e razzola bene; inverte i proverbi. Predica l’egoismo, e poi non vuol rubare pochi minuti ai suoi malati.
PANTINI. Potersi contraddire è l’unica superiorità dell’uomo su gli altri animali. Dirai alla zia che tornerò questa sera. Avrà bisogno d’un consulto… pei suoi mali immaginari. Non te ne ha parlato?… Questo volevo dire! A rivederla, avvocato. (A Serena che accenna di accompagnarlo). Non occorre… Ah, sì! Mi farai dare da Agnese un altro bicchiere d’acqua. È l’unica medicina che prendo per conto mio.
(Serena e Pantini escono)
DARA. Finalmente!

SCENA VI

DARA e SERENA.

SERENA. Segga; ho molte cose da dirle.
DARA. Sono dispiacentissimo di essere stato costretto a tardare qualche momento. Non potevo prevedere che suo padre tornasse così presto a casa.
SERENA. Non è tornato. Ho detto: – Mio padre ha gente – perché il dottore non sospettasse…
DARA. Benissimo.
SERENA. Elena Scotti è uscita or ora di qui.
DARA (imbarazzato)… La conosce?
SERENA. È stata mia compagna di collegio.
DARA. (c. s.) Ah!
SERENA. Elena mi ha confidato tutto.
DARA. Ha ben poco da confidarle… Serena, per carità, prima di credere… prima di condannarmi, permetta che io le dia spiegazioni…
SERENA. Non si tratta di me.
DARA. È una nevrotica. Si è fitto in testa…
SERENA. Non la insulti, non la calunni almeno!
DARA (con sforzo, ma tentando di nasconderlo). Sì, lo confesso, sono stato un po’ leggero con la sua amica… Ma la colpa è anche di lei… Sa come accade conversando, quando uno alza la voce? L’altro è costretto a prendere subito lo stesso tono… E non si figuri che tutte le signorine le rassomiglino nella riservatezza e nel senno. Per moltissime, una parola di cortesia, un complimento assumono significati eccessivi. Se il gioco si prolunga un po’, non si sa più in che modo disingannarle. Allora, si lascia correre; e spesso il tempo rimedia. Qualche volta però… È il caso di Elena… della signorina Scotti.
SERENA. Non si penta di aver pronunziato con qualche tenerezza quel nome. Che le ha fatto la poverina per essere trattata così?
DARA. Io… anzi!… È vero non mi ha fatto niente. Ma nella vita non ci pesano addosso soltanto le conseguenze delle nostre azioni. Le persone più oneste e più buone possono nuocere qualche volta, involontariamente, e produrre terribili catastrofi; lo tenga a mente. Ho tentato parecchi mezzi per far capire a quella signorina…
SERENA. Non l’ama più?
DARA. Forse non l’ho amata mai… Ma che idea ha lei del cuore umano? Il cuore non è la ragione.
SERENA. E lei, scusi, che idea ha della lealtà, del dovere?
DARA. Non facciamo confusioni. La lealtà, il dovere, la morale!… Siamo forse liberi di amare o di non amare?
SERENA. Non divaghi, la prego. Parli di Elena.
DARA. Ebbene… ho creduto, per qualche mese, di amarla davvero. Mi sono ingannato. Elena ed io siamo troppo simili, troppo agitati tutti e due. Io avrei bisogno di una compagna che rappresentasse qualcosa di opposto, di contrario al mio carattere, ai miei sentimenti, alle mie idee. Elena non farebbe altro che accrescere il mio sconvolgimento, invece di calmarlo, o di dominarlo. Saremmo due infelici. Ci siamo ingannati!… Ed io intanto non ho trovato in me la forza di dirglielo apertamente, né quella di sacrificarmi… Serena! Ho chiesto in tanti modi alla società la soluzione del problema della mia esistenza; e ho raccolto sempre disinganni perché andavo per una falsa via. So, finalmente, di avere scoperto la vera, la diritta…
SERENA. E s’inganna più di prima!
DARA. Non si lasci fuorviare da sciocche convenienze sociali, da falsi doveri di amicizia. Dia retta agli schietti impulsi del suo cuore!… Io corro subito da Elena, per toglierle ogni illusione, ogni speranza; per farle comprendere che, se ci sono stati torti nel caso nostro, non ne sono responsabile io solo…
SERENA. L’ha compromessa! L’hanno veduta scendere le scale dello studio di pittore dove era stata attirata da lei! La reputazione della povera creatura, colpevole soltanto di amarlo ciecamente, è macchiata senza rimedio, se lei non ripara.
DARA. Terrori d’immaginazione esaltata! Non ho rimorsi. Lei, Serena, ignora la vita. La società non dà nessun’importanza a certe leggerezze, le giudica per quel che valgono… In questo momento, sotto la viva impressione delle confidenze della sua amica, lei dimentica che ha una grand’opera di redenzione da compire!
SERENA. È strano che lei pretenda da me un atto di cui si dichiara incapace verso una persona che avrebbe qualche diritto…
DARA (con impeto). Non ho obblighi, né doveri; se ne convinca!
SERENA. La pietà per la mia amica mi ha spinto a commettere l’imprudenza di questo colloquio. Ma io sono ingenua fino a un certo punto. Lo credevo uno sviato, non un cattivo… Intende forse di rappresentare con me la stessa commedia che ha rappresentata con Elena?… S’inganna.
DARA (profondamente colpito). Che mai dice? Una commedia?… Con lei?
SERENA. Ho riveduta, dopo parecchi anni, la mia amica. Il dolore l’ha così disfatta, che nel primo istante non l’ho riconosciuta. Un sentimento che giunge a produrre simili guasti non può essere superficiale… Ah, voi altri uomini! Avete la felicità a portata di mano, e non stendete il braccio per afferrarla e impossessarvene!… Vada a gettarsi tra le braccia di Elena, le chieda perdono, le dica che è stato malato di mente e di cuore e che ora si sente guarito. La farà rivivere. Elena è degna di lei; le vuole tanto bene! Ha sofferto e soffre tanto!
DARA (con grande abbattimento). Com’è la vita! Il suo biglietto mi aveva spinto fino al cielo, ed ecco, le sue parole mi fanno piombare nell’abisso!… Ma, poiché il mio destino vuole così,.., sia così! Ella aveva nelle mani l’esile filo con cui l’istinto della conservazione mi teneva ancora attaccato all’esistenza…
SERENA. Non tenti di atterrirmi con tristi fantasmi. È impossibile che un uomo come lei si perda d’animo, smarrisca il senno davanti a un ostacolo da nulla…
DARA. Non mi crede?
SERENA. Non lo credo!
DARA (esitando). O io ho perduto l’intelligenza, o queste sue parole…
SERENA. Parlerò più chiaro per non essere fraintesa. Noi non dobbiamo vederci più, pel suo bene, per la sua tranquillità. Lei ha parlato imprudentemente del nostro prossimo fidanzamento…
DARA. Oh! Le mie parole sono state male interpretate. Intendevo accennare a una speranza, a una possibilità lontana…
SERENA. È bene dunque che io le dichiari che questa possibilità non esiste, neppure lontanissima, affatto!
DARA (colpito). Badi!… Lei pronunzia una tremenda sentenza!
SERENA. Si rassicuri. Da qui a qualche mese, la vita le parrà più bella che mai. E mi sarà grato di averle impedito di commettere uno sbaglio… irrimediabile dopo. Dirò all’infelice mia amica quel che lei, come afferma, non ha saputo trovar modo di dirle. Si rassegnerà o ne morrà. È già colpita al cuore; me l’ha dichiarato il dottor Pantini che l’ha vista qui poco fa.
DARA (agitatissimo). Serena, le ripeto, lei pronunzia una tremenda sentenza! Un gran rimorso le peserà su l’anima…
SERENA (con impeto). Eh, via! È matto, o finge di esser tale!… Vede? Mi trascina a usare un linguaggio di cui arrossisco… Rimorso di che? Io sono perfettamente sicura di non avere mai fatto nulla, nulla, nulla! per far nascere in lei la più piccola illusione. Mi sento creatura libera anch’io, e non voglio sottomettere la mia libertà ai capricci, alle fantasie d’un’altra persona, qualunque essa sia.
DARA (Addolorato e stupito) Capricci?… Fantasie?
SERENA. Li chiami come vuole! (Padroneggiandosi) È la prima volta che trascendo con la parola. In questo momento mi sembra di non essere più io!
DARA (alzandosi da sedere). Mi perdoni, Serena! Un giorno, forse, riconoscerà che nessuno al mondo l’ha amata più di questo misero matto, che sperava di farla felice e di essere felice con lei!
SERENA. È ancora in tempo di diventare davvero felice con Elena.
DARA (con durezza). Non me la nomini!… La detesto!
SERENA (indignata). Io lo compiango!… Addio, signore! (Gli volta le spalle ed esce dall’uscio a sinistra. In quel punto entra il Loreni che vede l’atto della figlia).

SCENA VII

Il signor LORENI e DARA.

LORENI. Che è accaduto?
DARA. Niente… Tua figlia mi ha interdetto di più rimettere piede in casa tua.
LORENI. Perché?
DARA. Perché una sua amica di collegio, la Scotti – la maledettissima Scotti! – è venuta qui, pare, a sfogarsi…
LORENI. E tu prendi sul serio la generosa ingenuità di Serena? Sei strano da qualche tempo in qua… Dimenticavo di dirti che quelle tre mila lire stanno fin da oggi a tua disposizione.
DARA. Grazie… Non ho più bisogno di niente.
LORENI. Che significa?
DARA. Significa che il male ha una terribile logica!
LORENI. Tutto questo perché sei innamorato di mia figlia, la quale, a quel che sembra…? Andiamo!
DARA. Non ridere. Nella vita arriva un istante che decide fatalmente del nostro avvenire.
LORENI. L’ho creduto tante volte anch’io, e poi mi sono accorto che mi ero ingannato… Ma giacché la cosa è seria, più di quel che non immaginavo, parlerò io con Serena. È docile, è buona…
DARA. No. È finita. Conosco meglio di te il carattere di tua figlia… È finita!
LORENI. Allora sii meno tragico!… E questa sera vieni a cena da Lillì; ci sarà anche Frufrù con quel capo ameno del Bozzi.
DARA. Non meritiamo altro che le Frufrù e le Lillì!
LORENI. Quante sciocchezze si dicono quando si è innamorati! Riguardo a casa mia, pensa che il padrone sono io; voglio che Serena se ne rammenti. Eri venuto a cercare di me?
DARA. No. È giusto che tu lo sappia. Tua figlia ha voluto parlarmi per la sua amica. (Gli dà il biglietto ricevuto).
LORENI. (Strappandolo, dopo averlo letto). Benedette ragazze! Sono capaci di tutto!… Vai via?
DARA. Sì.
LORENI. Mi dispiace anche per mia figlia. Che cosa ella pensi di fare non lo capisco. In quanto a te, tramontato un ideale, ne spunta un altro più bello… La Camera sarà sciolta. Deputato voglio vederti, ministro!… Ne hai la stoffa. Questa sera brinderemo alla tua prossima elezione.
DARA. (Gli stringe silenziosamente la mano, ed esce, scotendo negativamente la testa, dall’uscio a destra).

SCENA VIII

SERENA e detto, poi la signora VENANZIA.

SERENA (con aria di sorpresa). Babbo!
LORENI. Giusto tu!
Sig.a VENANZIA (dall’uscio a destra). Ah! Meno male!
LORENI. Meno male, perché?
Sig.a VENANZIA. Ho incontrato sul pianerottolo quel tuo signore avvocato che ci sta troppo tra’ piedi. Avevo subito sospettato… Ma vedendo qui te… Per questo ho detto: – Meno male!
LORENI (a Serena). Mi piace, a proposito, che sia presente tua zia. Ti sei permesso d’intimare al mio amico di non più venire a casa, a casa nostra.
Sig.a VENANZIA. Ben fatto!
SERENA. Intimare no, babbo; consigliare.
Sig.a VENANZIA. Ti dispiace? Se Serena gliel’ha consigliato, ha dovuto avere qualche seria ragione.
LORENI. Prima ha commesso l’imprudenza di scrivergli un biglietto e invitarlo a venire qui per parlargli di cose… di cose, delle quali una ragazza per bene non dovrebbe mescolarsi!
Sig.a VENANZIA (a Serena). Hai fatto questo?
SERENA. Si, zia; né me ne pento. Quella mia compagna di collegio…
Sig.a VENANZIA. Capisco! Capisco! Non occorre spiegarmi altro. Prodezze del tuo egregio amico! Capisco! (a Serena) Tu però dovevi rispondere a quella signorina: – Pasticci! Pasticci di voialtri. Non voglio impicciarmene! – Ma, col tuo buon cuore! (A Loreni) Vedi? È tutta sossopra. (A Serena) Che ti ha detto quel… mascalzone? (A Loreni) Io mi esprimo a modo mio; tu dàgli pure del gentiluomo!
LORENI (a Serena). Parla! Non lasciar accusare un assente che non può scolparsi, né difendersi. Fino a che non avrò la certezza che non t’abbiano mancato di rispetto, io non potrò permettere che tu consigli a nessuno dei miei amici di non frequentare questa casa. Parla dunque! È disonesto far sospettare, anche soltanto col silenzio, della condotta di un uomo.
Sig.a VENANZIA. Certi silenzi… sono più eloquenti di qualunque parola. Quel che ora accade, avresti dovuto prevederlo, se tu avessi un briciolo di cervello. (A Serena) Confidati con me. Sono quasi tua madre, per l’affetto… Tanto meglio sai!… Il disinganno è arrivato in tempo!… Tanto meglio!
SERENA. Ma che credi, zia?
Sig.a VENANZIA. Niente. Cose che debbono accadere. È naturale. Anche tu, così seria, così savia!… Ringrazia Dio, figliuola mia!
SERENA. (Irritata e commossa) T’inganni, zia!… Per conto mio… Se tu avessi udito parlare quella poverina!…
Sig.a VENANZIA. S’intende… Indignata per l’amica!…
SERENA (scoppiando in pianto e gettandosi tra le braccia della zia). Conducimi via con te!… Così il babbo resterà libero! Riceverà chi vorrà… Non gli sarò d’impiccio!
LORENI A questo siamo?
SERENA (mal tentando di frenarsi). Tu, forse, hai degli obblighi verso di lui… Quando io non sarò più qui…
LORENI (severo). Quali obblighi? Spiegati!
SERENA. So che ti ha prestato delle somme… Non dovresti fargli supporre che questo lo autorizzi…
LORENI. (c. s.) Tu insulti tuo padre!
SERENA. Lui ti ha insultato, giacché mi forzi a dirtelo! Ah, non ne posso più, zia! Conducimi via, zia! (Al padre) Sì, ha creduto che tu consentissi…
LORENI. Consentivo infatti, nel caso… E dato anche che ci fosse di mezzo quella tua signorina! Andrebbe bene il mondo, se le ragazze dovessero sposare soltanto chi non ha amoreggiato con nessun’altra.
Sig.a VENANZIA. Questo è vero, pur troppo!
LORENI. E se non c’è altri di mezzo…
SERENA (prorompendo). Sono una finta, dunque? Sono una bugiarda?… Nessuno vuole più credermi; né tu, né il babbo e forse non mi ha creduta neppure Elena! È orribile!
Sig.a VENANZIA. (Al Loreni) La conduco via, domani, vuoi o non vuoi. E mentre sono qui io, prega il tuo amico di guardare di lontano la soglia dell’uscio. Io non consiglio, come questa buona figliuola… Eseguisco! (Accenna col piede. Poi abbraccia Serena).

(Cala la tela).
ATTO TERZO

La stessa scena degli atti precedenti.

SCENA I

La signora VENANZIA, SERENA, AGNESE.

Sig.a VENANZIA. Hanno portato tutto?
AGNESE. Parecchi pacchi.
Sig.a VENANZIA. Quanti?
AGNESE. Sei, mi pare.
Sig.a VENANZIA. Sette dovevano essere.
AGNESE. È vero; ce n’è un altro piccino. Li ho riposti in camera sua.
Sig.a VENANZIA (a Serena). Dunque tu non vuoi accompagnarmi oggi?
SERENA. Ho un po’ di mal di capo, zia.
Sig.a VENANZIA (a Agnese). Mio fratello è in casa?
AGNESE. Sono venuti a prenderlo, di buon’ora, quei signori di ieri, in carrozza.
Sig.a VENANZIA (a Serena). Quali signori?
SERENA. Non so; non li ho veduti.
Sig a VENANZIA. Tu non vedi più niente, o fingi di non vedere. Tuo padre è in via di fare qualche grosso imbroglio. Ha un’aria!… L’aria che prende quando le cose gli vanno a rovescio. Già, tutto va a rovescio in questa casa; è inutile che io mi arrabbi!
SERENA. Perché dici così, zia?
Sig.a VENANZIA. Perché è così. (A Agnese) Che aspetti?
AGNESE. Credevo che avesse bisogno di me.
Sig.a VENANZIA. Appena mio fratello rientra, avvertimi. (Agnese esce). Giacché qui non si sa più chi va, chi viene, che si pensa, che si vuole… Mi par di essere in un manicomio!
SERENA. L’hai con me, zia?
Sig.a VENANZIA. Soprattutto con te, s’intende. Sei così cambiata! Di bianco in nero. Ti credevo seria, ragionevole. Si vede che ti si è attaccata la malattia di tuo padre.
SERENA. Non dò noia a nessuno.
Sig.a VENANZIA. Perché stai zitta? Questo è peggio! Cioè, stai zitta con me, non con gli altri, quasi io non sia degna di ricevere le tue confidenze!
SERENA. Mi ripeti sempre la stessa storia!
Sig.a VENANZIA. Perché è sempre la stessa storia. Non ti si cava più una sillaba di bocca!
SERENA. Non ho nulla da dire.
Sig.a VENANZIA. E con la tua amica, con la tua Elena, com’è dunque che avevi tanto da discorrere lassù? L’hai voluta un mese in campagna, e sta bene. Io non potevo tenerti sempre compagnia, dovevo badare a tante cose. In villa non è come in città, dove tutti state con le mani in mano. Amiche, distrazioni però avrei potuto procurartene anche colà, se tu non ti fossi ostinata a non voler vedere nessuno… E poi sostieni ancora che io m’inganno sul conto tuo e di quel… disgraziato!
SERENA. Non ne parliamo, zia; te ne prego!
Sig.a VENANZIA. Sì è ammazzato? Dio gli perdoni! Che colpa ne hai tu? Dovevi volergli bene per forza? Era pazzo. Soltanto i pazzi si ammazzano. Anch’io una volta – avevo sedici anni – mi era montata la testa, e come! per un giovanetto che stava di rimpetto a casa nostra, e che mi guardava con insistenza dalla finestra… forse perché ero così brutta da farlo stupire. Gli scrissi io la prima, credendo ch’egli non osasse… E non si affacciò più! Fu un gran dolore, te l’assicuro… Non mi sono ammazzata. Ma se mi fossi ammazzata, che colpa ne avrebbe avuto quel poveretto? Doveva portare il lutto per me?
SERENA. Io non porto il lutto di nessuno.
Sig.a VENANZIA. Apparentemente. Se così non fosse…! Che t’abbia fatto dispiacere, lo capisco; ha fatto impressione anche a me, come prossimo. Ti sei forse accorta, dopo, che non ti era proprio indifferente? Accade qualche volta; il nostro cuore è un mistero. Che vuol dire? Ormai il morto è morto e seppellito; e bisogna pensare ai vivi, a tuo padre, a me, a te stessa,… a qualch’altro.
SERENA. Zia, ti prego!…
Sig.a VENANZIA. Ecco: a vent’anni sembri una vecchia… di sentimenti. La giovinezza, per fortuna, non te la puoi levare di addosso neppure col rasoio; e, probabilmente, essa ti guarirà… Ma io mi sconvolgo la bile senza costrutto… Giulia Valli non viene? Esco sola. Debbo fare altre provviste per la campagna. Penso al sodo io.

SCENA II

La signora VALLI e detti.

Sig.a Valli. (È agitata; intanto, parlando, vorrebbe mascherare il suo turbamento). Mio figlio?… Credevo di trovarlo qui.
Sig.a VENANZIA. Che è stato? Sei così sconvolta!
Sig.a VALLI (c. s. e così per tutta la scena). Che ore sono? Sono venuta a piedi e in fretta.
SERENA. Le undici.
Sig.a VALLI. Avevo detto a Paolo – Accompagnaci. – Per certe spese, gli uomini se ne intendono più di noi. E siccome io sono un po’ in ritardo, mi meraviglio che egli non sia ancora qui.
Sig.a VENANZIA. Stai in pensiero per questo?
Sig.a VALLI. È così esatto ordinariamente! Che posso farci? Quando lo vedo ritardare, immagino sùbito disgrazie… A Serena l’aria della campagna ha giovato molto.
Sig.a VENANZIA. Avrebbe dovuto restarci ancora qualche altro mese. Si è annoiata troppo presto.
Sig.a VALLI (a Serena). Non hai torto. Anch’io mi annoio tanto in campagna (alla signora Venanzia). Per te è un’altra cosa. Tutta la tua vita è concentrata là. Gli interessi, le abitudini… Questo figliuolo! Mi fa smaniare.
Sig.a VENANZIA. Avrà trovato degli amici.
Sig.a VALLI. No, no! (Da sé). Oh, Dio! Che sarà accaduto?
Sig.a VENANZIA. Ecco come siete voialtre cittadine! Per un incidente da nulla vi mettete i nervi in convulsione.
Sig.a VALLI. È… che certe volte, mentre noi siamo mille miglia lontani dal pensare… che possa accaderci una sventura…
SERENA (che durante queste ultime parole ha osservato fissamente la signora Valli, le va davanti, la prende per le mani). Lei sa qualcosa e non vuol dircelo… Ahimè!… Il babbo?
Sig.a VALLI (imbarazzata). No… Dicevo così… Ecco Paolo!

SCENA III

PAOLO VALLI e dette.

VALLI (entrando affrettatamente, con ansia). È andato benissimo! Una semplice scalfittura… L’altro è ferito gravemente.
SERENA. Il babbo si è battuto?
Sig.a VENANZIA. Un duello? Perché?
Sig.a VALLI. Respiro. Non ne potevo più dall’ansietà!
VALLI (a Serena). Stia tranquilla; una lieve scalfittura al mento.
Sig.a VENANZIA. Alla sua età! Pare impossibile! (Alla Valli, in disparte). Per qualche donnaccia, mi figuro!
Sig.a VALLI. Zitta! Ti dirò poi.
VALLI (a Serena). Sarà qui tra pochi minuti.
Sig.a VENANZIA. Ecco perché da due giorni sembrava una mosca senza capo! Non voglio vederlo!… (Alla Valli) Usciamo. Si è forse curato di noi? Come se non esistessimo. (La signora Valli la tira da parte).
SERENA (al Valli). Mi dica tutto. Non sia malamente pietoso!
VALLI. Lo vedrà coi suoi occhi.
Sig.a VALLI (continuando con la signora Venanzia). Pel morto, apparentemente; ma in realtà… Ed ha detto: questa è l’ultima mia pazzia!
Sig.a VENANZIA. E ricomincerà oggi stesso!… Povere trentamila lire! In che mani! Io rimpiango quelle; lui, lui potevano farlo a fette; non mi sarei commossa.
Sig.a VALLI. Intanto hai le lacrime agli occhi!
Sig.a VENANZIA. Per quella là! Che bestia sono io! Prendermi tanta premura degli altri! Potrei starmene tranquillamente in campagna. Nossignore… Infine! È forse mia figlia?
Sig.a VALLI (a Serena). Dovrebbe già essere qui.

SCENA IV

AGNESE, poi il signor LORENI e DETTI

AGNESE (alla signora Venanzia). Il padrone è tornato. (Esce).
(Momento di ansiosità)
Sig.a VENANZIA. Non ha faccia di presentarsi! (All’apparire del Loreni, Serena si slancia ad abbracciarlo agitata e singhiozzante). (Loreni è molto commosso, col pianto nella voce. Ha una piccola striscia di taffettà al mento).
SERENA. Babbo!
LORENI. Babbo cattivo, dovresti dire. Via! via! Non è stato niente… Poche stille di sangue, le ultime stille di sangue pazzo del tuo babbo!…
Sig.a VENANZIA (che si contiene a stento). Ti hanno dunque svenato e infuso altro sangue? Il lupo cangia il pelo, ma non il vizio… E il pelo tu l’hai cangiato da un pezzo!
LORENI. Hai ragione, pel passato. Vedrai però…
Sig.a VENANZIA (c. s.). Non voglio vedere nulla! Una speculazione? … Ti è riuscita!… Enormi beneficii?… Eccoli… A repentaglio di farsi sbudellare!… (Alla Valli) Non so con che cuore possa abbracciare sua figlia!
Sig.a VALLI. Sei troppo severa. Certe cose gli uomini le vedono diversamente da noi.
Sig.a VENANZIA. Tu parli bene perché hai quella perla di figlio…
Sig.a VALLI. Ma dà da pensare anche lui!
LORENI (a Serena, continuando). Ed ora che il babbo è diventato tutt’a un tratto ragionevole e buono, anche la figlia dovrà essere tale.
SERENA. Io, babbo?
LORENI. Discorreremo di questo appena saremo soli; non voglio mettere tempo in mezzo. (Indicando il Valli, rimasto in fondo al salotto in disparte). Ecco: lui se ne sta da parte, quasi abbia paura di essere rimproverato del bene che fa.
VALLI (avanzandosi). In certi momenti gli amici hanno il dovere di non rendersi importuni. (La signora Valli e la sig.a Venanzia discorrono calorosamente tra loro).
LORENI. Ti vedevo in fondo al viale, pallido come un morto. Povero Paolo! E pensavo: Chi sa che notizia dovrà recare a casa mia!
VALLI. Oh! Lei attaccava con impeto giovanile.
LORENI. Taci; ora mi vergogno. Pensavo a mia figlia in quel momento. (A Serena) E ti chiedevo perdono del dolore che ero in cimento di darti.
SERENA. Oh, babbo!… E il cuore… – quando si dice! – Il cuore non mi presagiva nulla!
LORENI. Quanti rimproveri in queste parole!… E meritati!
Sig.a VENANZIA (che ha udito). Sì, cerca d’intenerirla con le chiacchiere! Io esco intanto. Per la colazione, se tarderò, non mi aspettate (in disparte a Serena, ma con aria burbera). Fagli prendere qualche ristoro; deve averne bisogno. (Aiutata da Serena, si mette il cappello e la mantella già preparati su una seggiola. Alla Valli). Eccomi pronta.
Sig.a VALLI (al Loreni, sorridente). Dunque, vita nuova! Da quando in poi?
LORENI. Da questo medesimo punto. Certe persone però dovrebbero darmi una mano di aiuto.
Sig.a VALLI (porgendogli le mani). Tutte e due, e volentieri. (Mentre la signora Valli bacia Serena e il signor Loreni saluta e ringrazia Paolo, la signora Venanzia, da la soglia dell’uscio, dice al fratello).
Sig.a VENANZIA. Noi, faremo i conti dopo!

(I Valli e la signora Venanzia escono).

SCENA V

LORENI e SERENA

SERENA. Hai bisogno di niente?
LORENI. Grazie. Siedi. Ascoltami con attenzione. Vi sono dei casi, figlia mia, che aprono nell’intelletto e nel cuore larghi spiragli di luce. Quel che non si è scorto in tanti anni, si scorge in un istante. Ora capisco come possono essere avvenute certe conversioni improvvise.
SERENA (con l’atteggiamento e l’intenzione di chi si mette in guardia, sospettando). Non ti ho chiesto spiegazioni di sorta alcuna. Tu, babbo, sei padrone di fare quel che ti pare e piace. Non devi rendere conto a nessuno.
LORENI. Queste tue parole sono la mia più grave condanna. Nello stesso momento in cui mettevo sbadatamente in pericolo la mia vita, ho capito, in un lampo, tutte le indegnità di essa… Tu quasi non credi che sia tuo padre che ti parla in questo modo; mi guardi così meravigliata!
SERENA. Cerco d’indovinare dove vuoi giungere…
LORENI. Oggi dev’essere giorno di rinnovazione per tutti! Ti ho sacrificata finora…
SERENA. Mi sono mai lagnata di te?
LORENI. È vero. Sei stata troppo buona, ed io ne ho preso ardire per farti tutto il male possibile. Ho fretta di riparare; temo che possa mancarmene il tempo. Dio mio! Siamo vissuti come due estranei. Io non mi sono mai curato di conoscere quel che poteva accadere nel cuore di mia figlia; tu non hai mai avuto un momento di espansione, di confidenza con tuo padre… Nella mia stoltezza intanto ho avuto questo di buono: un’assoluta fiducia nel tuo senno, nella rettitudine del tuo cuore. Mi affidavo ad essi pel tuo avvenire. Aspettavo una tua parola per risponderti: – Fai bene! Approvo! Ora non debbo attendere più. La tua riserbatezza sarebbe capace di tenerti sempre chiusa la bocca… Se è vero quel che qualcuno ha creduto d’indovinare, se tu nascondi un dolce segreto in fondo al cuore, palèsalo liberamente, figlia mia. In questo giorno in cui sento pesarmi sull’anima tanti rimorsi…
SERENA. Non ho segreti da rivelare, babbo.
LORENI. Pur troppo il mio mutamento è così inaspettato, che deve ispirarti diffidenza. Giusta punizione dei torti che ho verso di te! Se non ho saputo contribuire finora a renderti felice, risparmiami però l’angoscia di sospettare che io t’impedisca di raggiungere una felicità da te intraveduta, e che sarebbe davvero tale, perché tu non puoi ingannarti; sei la saggezza fatta donna.
SERENA. Non ho intraveduto né intravedo niente per ora. Caso mai, farò come tu vuoi. Mi confiderò con te.
LORENI. Vi conosco tutti e due! Ingenuamente strani, quasi il manifestare i propri sentimenti potesse sembrare all’uno e all’altra una debolezza!
SERENA. Di chi intendi parlare?
LORENI. Di Paolo Valli.
SERENA (stupita e con grande amarezza). Non era il tuo preferito mesi fa.
LORENI. È vero. Allora ero uno stolto.
SERENA (c. s.). Rinneghi il tuo amico?
LORENI. No; ma, se ancora vivesse, oggi non ti ripeterei le parole dell’altra volta. Ero anch’io sotto il fascino della sua persona, dei suoi atti, delle sue parole… Lo giudicavo benevolmente, anche perché assolvendo lui assolvevo me, coi miei disordini, con le mie pazzie… Non lo accuso, non lo biasimo; gli ho voluto molto bene. Ora lo giudico spassionatamente. E se un giorno potei lasciarmi illudere fino a desiderare di vederti sua, questo non è il minore dei torti che io ho verso di te. Non saresti stata felice… Paolo invece…
SERENA (con qualche durezza nell’atteggiamento e nella voce). Senti babbo: giacché la mia felicità deve dipendere anche da me, lascia che scelga io il miglior modo di raggiungerla.
LORENI. Certamente, figlia mia, certamente. Non pretendo di farti la minima affettuosa violenza. Credevo d’interpretare… Se mi sono ingannato sul conto tuo, non m’inganno però sul conto di Paolo. Egli è stato, fortunatamente, meno riserbato di te. Sua madre…
SERENA. (Interrompendolo bruscamente). Non mi parlare di lui, né di altri. Io non sposo nessuno!… Tu, la zia, tutti, lasciatemi in pace!… Se mi volete veramente bene, lasciatemi in pace!
LORENI. Non vendicarti così, figlia mia!
SERENA. Vendicarmi?… Che vi dico? Lasciatemi in pace!… Ci sono tante ragazze al mondo che vivono solitarie, perché nessuno si è mai curato di loro; che hanno amato silenziosamente e non sono mai state amate, o che non hanno mai avuto tempo di amare, avendo dovuto pensare a più urgenti bisogni della vita; ragazze che invecchiano e muoiono sole, sole, dopo aver sofferto senza lamentarsi, senza disperarsi… Io voglio essere una di loro, per elezione, per convinzione!
(Esaltandosi maggiormente) La felicità! L’avvenire!… Chi garantisce? Tu, babbo, hai sposato la mamma per amore… e l’hai fatta morire, lentamente, di crepacuore!… Siete tutti uguali, tutti!
LORENI. (abbassando il capo addoloratissimo) Tua madre mi ha perdonato, morendo! Tu non perdoni!… Oh!
SERENA. (Quasi tornando in sé) Non ho niente da perdonarti! Se mi è sfuggito di bocca… (abbracciandolo, commossa) Non ho voluto offenderti, babbo!… Volevo soltanto dire… che non ho più fede in nessuno!… (Strizzandosi le mani disperatamente) Che ho fatto dunque per meritarmi quel che mi accade? No, non basta essere rassegnati; non basta sfuggire quasi paurosamente le occasioni che potrebbero contristarci la vita!… Sopravvengono gli altri, ci coinvolgono, ci trascinano, ci fanno soffrire senza ragione!… Non è giusto! Non è giusto, Signore Iddio!
LORENI. E tu vuoi farmi credere che non nascondi nessun segreto in fondo al cuore? Tu soffri. Che hai, figlia mia?… Che hai? Se c’è un vigliacco al mondo capace di contristarti, di farti piangere…
SERENA. Nessuno, babbo; nessuno! Io ti rimerito male della consolazione che mi apporti, ritornando a me, come ti ho desiderato sempre, come non sei stato mai; e non te lo ripeto per rimproverarti. Io ti rimerito male. Abbi compassione di me… La tua Serena ha mentito al suo nome; non è stata mai tale, mai! Si è sforzata di parere serena, quasi per omaggio alla memoria della mamma che le volle imposto quel nome…
LORENI. Povera figlia!… Che tortura ha dovuto essere la tua!
SERENA. Dimenticherò; mi sarà facile ora, grazie a te… Ma non parlarmi di avvenire e di nessuno. Dillo anche alla zia, te ne prego… L’avvenire? Verrà da sé, quale dovrà essere. Ormai io credo alla fatalità nelle cose di questo mondo…
LORENI (commosso e rallegrato). Sì, sì, hai ragione. Verrà quale dev’essere, quale tu lo meriti, presto. Queste tue parole, forse contrariamente alle tue intenzioni, mi consolano assai. Verrà quale dev’essere; dici bene. (Con slancio) Ci sono creature indegnamente fortunate quaggiù! (Accennando a sé stesso) Eccone una!… Abbracciami!
SERENA (accorgendosi di alcune gocce di sangue sul mento del padre): Oh, Dio!… Il sangue!…
LORENI. Si è un po’ spostato il taffettà. (Si asciuga col fazzoletto) Cosa da niente… Abbracciami!

SCENA VI

AGNESE, ELENA SCOTTI e detti.

AGNESE (meravigliata e lietissima). Ah, Signore benedetto!
LORENI. Ti stupisci anche tu, Agnese?
AGNESE. (ad Elena) Venga avanti, signorina.
ELENA. (Baciando Serena) Vi ho visti! Come sei commossa! (Nel dare la mano al Loreni, si accorge della ferita che egli ha al mento).
LORENI. Un segno che sparirà fra qualche giorno e che vorrei visibile sempre, per ammonimento perenne.
SERENA. Si è battuto, Elena!
ELENA. Oh, Dio! Perché?
LORENI. Perché, arrivati a una certa età, noi torniamo a commettere delle ragazzate, forse per tentare d’illuderci che il peso degli anni non ci è grave.
ELENA. Lei non è in questo caso.
LORENI. Il guaio è che, spesso, i giovani fanno la stessa cosa all’inverso: vogliono apparire vecchi prima del tempo. Faccia capire lei, signorina, a una persona di sua conoscenza, che questo è male peggiore. Non voler essere giovani quando si è giovani!… Gran delitto!… Glielo faccia capire lei!… Scusi; vado a dormire; non chiudo occhio da due notti. (Bacia Serena ed esce).
ELENA. Dice bene tuo padre… Oh! Serena mia! Questo salotto, che rivedo dopo sette mesi, mi fa vivamente ripensare quanto tu sei stata buona con me. Ero uscita di qua irritata dal credere che tu non fossi stata sincera… E tu mi hai perdonata, mi hai voluta con te in campagna, mi hai confortata, mi hai consolata nel gran dolore!
SERENA (sempre più agitata per tutta la scena e con crescente abbandono). Non mi stimare più buona che non sono; sono stata egoista… È orribile, Elena!… Anche mio padre contro di lui! Perché lo rammentano?… Perché non lo lasciano in pace e non lasciano in pace pure me?… Tu sola mi rimani; tu che non puoi essere gelosa del culto di gratitudine postuma e di espiazione di cui sarà colma tutta la mia vita!
ELENA. È imprudente abbandonarti così, senza ritegno, a questo strano eccesso di sentimento. Tu covi un nemico dentro di te!
SERENA (c. s.). Egli solo mi ha amato davvero! Io sentivo allora un’invincibile ostilità contro di lui; non credevo alle sue parole, mi sembrava ch’egli avesse fatto una scommessa con sé stesso, di vincermi, di conquidermi, per orgoglio, non per altro; e questo me lo rendeva odioso. Pure, da principio, lo stimavo non ostante tutto quel che sapevo del suo carattere, dei suoi sentimenti, delle sue follie… Una natura così rigogliosa, così straordinaria m’incuteva rispetto per la forza che ostentava… Ma, il giorno che egli si mostrò crudele e senza pietà con te…
ELENA. Io non gli porto più rancore!
SERENA (c. s.). Allora fui crudele e spietata anche io!… Ed ebbi torto, Elena; ebbi torto!… Ah! quando sono sola, ora mi affluiscono alle labbra tutte le parole buone che avrei potuto dirgli; tutti i caritatevoli strattagemmi che avrei potuto usare per ricondurlo a te…, per non farlo disperare della vita almeno; ora, ora che non servono più!… E qui, allo stesso posto dove tu ti trovi, egli mi diceva: – Siamo forse liberi di amare o di non amare? – E mi sembrò una bestemmia!… Lasciami dire! Con te sola posso parlarne; con te sola posso sfogarmi!… Sei stata amata anche tu, prima, sinceramente. Nei suoi scatti di passione, ora ne sono convinta, egli non mentiva!
ELENA. Tu mi atterrisci, Serena! Speravo di rivederti più calma.
SERENA (c. s.). Oh, sarei calma, se mia zia e, ora, mio padre non volessero occuparsi dei fatti miei!
ELENA. Ma è per tuo bene.
SERENA. Chi lo sa!
ELENA. Puoi dubitarne?
SERENA (c. s.). Egli, egli soltanto mi ha amata davvero… fino alla morte! Non gli ho creduto quand’era vivo; lasciate che io gli creda ora che si è ucciso! Non fo male a nessuno!
ELENA. A te stessa fai male. Non si può vivere sempre sognando. Tu erri, se credi che può durare così! Ah, Serena! Le circostanze della vita ci sforzano a consolarci fin dei più tremendi dolori!
SERENA (c. s.). Parlavi diversamente tre mesi fa!
ELENA. Allora eravamo tutt’e due sotto il colpo del tristissimo avvenimento; ci sembrava giusto, eroico, santo votarsi insieme alla memoria di lui; tu, perché ti aveva amata, non riamato; io, perché l’avevo amato e avevo tanto sofferto per cagione sua. Bisogna avere poco più di vent’anni, come te; bisogna essere stordita dal dolore, come me in quel punto, per fantasticare simili voti e supporre che sia possibile mantenerli.
SERENA (c. s.). Ti hanno suggerito di dirmi questo?
ELENA. Me lo suggerisce il cuore, la ragione… Io non ne ho parlato con nessuno dei tuoi. È un segreto tra noi due, e rimarrà sempre un segreto, anche quando, in avvenire, sorrideremo, compatendoci, di ciò che allora sarà divenuto un lontano ricordo.
SERENA. (Cupa e diffidente) Tu puoi dimenticare, ne hai il diritto: io, no!
ELENA. Come mi pento della storditaggine di averti secondata in questa – lasciamelo dire – fissazione! Devi dimenticare pure tu! È assurdo rendersi misera la vita per una stranissima idea!
SERENA (c. s.). Dimenticare, a che scopo?
ELENA. Verrà la tua volta – non è mai tardi: amerai. Quando meno ce lo attendiamo, il cuore fiorisce o rifiorisce. Anche io, vedi, disperavo; credevo che la vita non avrebbe più avuto consolazioni per me; mi credevo colpita, ferita a morte; e non solamente nel cuore, ma – ed è spesso assai peggio! – nella stima della società… Ed ecco una mano pietosa che mi vien tesa per rilevarmi…
SERENA (stupita). Tu sposi?
ELENA. Inaspettatamente.
SERENA (indignata). Tu hai il coraggio?…
ELENA. È un onest’uomo; gli ho detto tutto. Mi ha risposto: – Sapevo! Anzi è per questo…! – Gli ho baciato tutte e due le mani, con le lagrime agli occhi. Se non potrò amarlo come lui (non si ama due volte allo stesso modo) gli sarò moglie fedele e devota.
SERENA (c. s.). (Alzandosi da sedere) Ho su le labbra un’amarissima parola… ma la trattengo.
ELENA. Forse non la merito, Serena!

SCENA VII

Il dottor PANTINI, la signora VENANZIA e
PAOLO VALLI che ha parecchi pacchetti in mano.

PANTINI (ridendo). Tutti i consulti che vuole! Tutte le ricette che desidera!… Un’intera farmacia!… Quando si ha la sua salute, si può sfidare impunemente qualunque prescrizione di medici. (A Serena) E tu? Vuoi anche tu qualche consulto?… Mentre sono in vena…
Sig.a VENANZIA (a Elena). Ah, lei!… Lei, signorina deve dirmi un segreto… La rivedo con piacere… (A Serena) Non ho detto i tuoi segreti; non dubitare! (A Elena) Come fa per farla parlare?
ELENA. Serena ed io, cara signora, abbiamo un solo segreto e possiamo dirlo ad alta voce: le vogliamo bene.
Sig.a VENANZIA (a Serena, additando il Valli). Sbaràzzalo di quei pacchi, poverino.
VALLI (a bassa voce a Serena). Tradisco un giuramento: qui c’è un regalo per lei, della zia.
SERENA (severa). Non doveva dirmelo, se ha giurato. (Posa i pacchetti sul tavolinetto).
PANTINI (a Elena). Scusi, signorina.
Sig.a VENANZIA. Il dottor Pantini; la signorina Elena Scotti.
PANTINI (a Elena). Debbo rallegrarmi con lei. L’ho veduta fuggevolmente, mesi fa; e feci allora un brutto prognostico intorno alla sua salute. (A Serena) È vero?
SERENA (sbadatamente). Mi pare; non ricordo bene.
PANTINI. Sono lieto di scorgere che mi sono ingannato… (A Serena) E l’eroe… dov’è? Ho da dargli notizie del suo amico, pel quale, dicono, che si è battuto, quantunque, secondo altri… Dov’è?
ELENA. Riposa.
PANTINI. Su gli allori? Ci si dorme male! (Rispondendo a un gesto interrogativo della Signora Venanzia) Brutte notizie, brutte assai.
SERENA (con voce cupa e sdegno mal represso). Lo calunniamo fin morto!
PANTINI. Bimba mia, tu l’hai giudicato qual era: un gran commediante; grandissimo. Ha scelto anche la posa per morire degnamente: Suicidio per passione infelice!… Per sfuggire la galera, doveva dire, come risulta dal processo. Difensore degli accusati del gran furto alla Banca… e loro ricettatore! Eh! Eh! Così si spiega in che modo poteva spendere e spandere!
VALLI. Io lo ammiro! È stato un forte. E lo invidio! Ha fatto quel che ha voluto! Ha realizzato, a dispetto di tutto e di tutti, i suoi capricci, i suoi sogni… È morto come è piaciuto a lui! Io lo ammiro! Tanto, che giova essere onesti, umili, buoni? Si diventa ridicoli. Il mondo è dei violenti, l’ha detto Gesù Cristo.
PANTINI. Ha detto anche: Beati i poveri di spirito!
VALLI. Beati nell’altro mondo! Io guardo a questo.
(Mentre il Valli parla, Serena, che è rimasta fulminata dalle parole del dottore, prorompe in ismanie e in singhiozzi. La signora Venanzia ed Elena tentano invano di calmarla).
Sig.a VENANZIA (a Serena). E che te ne importa? Ha mentito fin in punto di morte!… E che te ne importa? Mi fai scappare la pazienza!
ELENA. Serena!… Via!… Serena!…
PANTINI (alla Signora Venanzia). Che è stato?
Sig.a VENANZIA (a Serena). Ah! Se credete di farmi crepare di rabbia! Siete due pazzi, tu e tuo padre.
PANTINI (al Valli) Ne capisci qualcosa?
VALLI. Forse.
SERENA (agitatissima). Che vi chiedo? Lasciarmi stare!
Sig.a VENANZIA. E sarai servita!… Ritorno sùbito sùbito in campagna, e qua ci faccio un crocione!! (Al dottore) Venga nella mia stanza. Vede? Posso star bene? Mi scacci via tutta questa bile; ho la bocca più amara del tossico! (Esce, trascinando seco pel braccio il dottore).
SERENA (a Elena che tenta di calmarla). Sperare? Credere? Sperare che? Credere in chi? Mentite tutti!… Lasciatemi sola! (Si abbandona, col viso tra le mani, su la spalliera d’una seggiola).
ELENA. Dio ti aiuti, povera amica! (Saluta il Valli ed esce).

SCENA VIII

PAOLO VALLI e SERENA.

VALLI. (dopo un istante di esitazione, accostandosi molto commosso:) No, Serena! Egli forse non ha mentito nel momento di uccidersi. Non dovrei dirglielo io; ma, nelle nature complicate come quella di lui, è difficile capire quali sentimenti siano prevalsi nel punto supremo… Non dovrei dirglielo io, che sono stato e sono geloso di lui; io che darei tutto il mio sangue per cancellargliene ogni vestigio dalla memoria e dal cuore!
SERENA. (sdegnosamente) Oh, signor Paolo!
VALLI. Non si sdegni. Queste sono, probabilmente, le ultime parole che le rivolgo.
SERENA (ironica) Pure lei?
VALLI. Oh no! Per me la vita ha sempre un valore. Non diserto io; so soffrire… Forse, se avessi avuto il coraggio di parlare prima!… Ma ormai è inutile; non l’ho avuto! Non mi sono sentito mai tale da lottare con lui! È triste che nel mondo debba accadere così! Si attende qualcosa, un luccicore, un segno che ci spinga… E basterebbe spesso per fare di un esitante un audace… Si attende invano! E l’istante passa, e le circostanze mutano…
SERENA (senza muoversi, lasciando soltanto cascare le braccia). Pur troppo!… Un giorno, io potei leggere nei suoi sguardi un ingiusto sospetto che mi offese e mi contristò. Non mi ha creduto neppure lei quel giorno; e ne piansi! Ora, lo vede? è una cosa orrenda!… Io, che non ho mentito mai, trovo la menzogna attorno a me, da ogni parte. Non ha mentito anche lei, poco fa, per lusingarmi, dicendomi quelle parole in difesa…?
VALLI (interrompendola). Ho detto quel che credo, semplicemente e senza nessun sottinteso. Non sono mai andato per vie traverse, né per scorciatoie, ma per la via diritta… Ed è uno sbaglio!
SERENA (lo fissa un istante, meravigliata, quasi incredula). La ringrazio, signor Paolo!… Gliene sono grata. Mi lasci, se ha ancora qualche buon sentimento per me, mi lasci l’illusione che egli non abbia mentito in punto di morte… (Con abbandono) Lei merita di sapere la verità. La mia vita non è più di questo mondo… E poi!… Ho davanti agli occhi mia madre! Non voglio morire di disinganni e di angosce, come lei!… Oh, non per sentimentalità morbosa! Che! Non posso più credere a nessuno!
VALLI. Vorrei avere la parola di lui, per farle intendere che s’inganna pensando così; ma io le direi male, senza efficacia, quel che dovrebbe convincerla; e produrrei l’effetto opposto… Addio, Serena! Corro a casa mia. Mia madre dovrebbe venire qui; è meglio risparmiare a mia madre, al signor Loreni, alla signora Venanzia, a lei, l’imbarazzo di una richiesta che non potrebbe avere il consenso desiderato, sognato da più di un anno!
SERENA (prorompendo). È un’ingiustizia, signore Iddio!… Egli lo aveva previsto: – Il giorno che si sentirà schiacciata dalla fatalità di un fatto contro cui non potrà niente! – Perché dev’essere così? Perché? Mi sento ammattire!… Egli è qui dentro, che mi fa ancora violenza, che mi grida incessante: – Sei mia. Mia per sempre! Ho dato la vita per te! – Mi sento ammattire. Per carità, non lo dica a nessuno!… E forse ha mentito!… E forse continua a mentire!… È vero quel che ha detto il dottore?… Per sfuggire una condanna infamante?… È vero?
VALLI. Lui solo sapeva la verità; e l’ha portata con sé nel mistero!
SERENA. Grazie!… E non abbia rancore e odio contro di me … Sia sempre indulgente e compassionevole. In segno, lealmente, mi stringa la mano!
VALLI (le dà la mano e trattiene stretta quella di Serena).

SCENA ULTIMA

La Signora VENANZIA, il dottor PANTINI,
LORENI, poi la signora VALLI e detti.

Sig.a VENANZIA (vedendo quell’atto). Ah!… finalmente! (Abbraccia con trasporto Serena e la bacia ripetutamente) Tieni!… Dimentico tutto! Finalmente!
VALLI (imbarazzato). S’inganna, signora!
PANTINI. Bravi!
LORENI. Oh, Paolo!
Sig.a VENANZIA (al Valli). Ha detto di no?
VALLI. Ma io non ho chiesto nulla!
Sig.a VALLI (che, entrando, ha udito queste parole). Infatti, tocca a me. Vengo a posta!
VALLI (fermandola). È inutile, mamma!
Sig.a VALLI (a Serena). Che gran dolore mi dài!
Sig.a VENANZIA (a Serena). Ma perché?
LORENI. Sì, perché?
SERENA (con dignitosa semplicità). Perché – rimorso o altro – ora lo amo, morto! L’amo!… L’amo!… Assurdità, pazzia, tutto quel che volete!… Lasciatemi esser felice, anche soffrendo!

(Stupore di tutti. Cala la tela).