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Luigi Pirandello – Suo marito

I. Il banchetto

1.

Attilio Raceni, da quattro anni direttore della rassegna femminile (non feminista) Le Muse si svegliò tardi, quella mattina, e di malumore.
Sotto gli occhi delle innumerevoli giovani scrittrici italiane, poetesse, novellatrici, romanzatrici (qualcuna anche drammaturga), che lo guardavano dalle fotografie disposte in varii gruppi alle pareti, tutte col volto composto a un’aria particolare di grazia vispa o patetica, scese dal letto – oh Dio, in camicia da notte naturalmente, ma lunga, lunga per fortuna fino alla noce del piede. Infilate le pantofole, andò a spalancar la finestra.
In casa Attilio Raceni conosceva pochissimo se stesso, tanto che, se qualcuno gli avesse detto: «Tu hai fatto or ora questo e quest’altro» – si sarebbe ribellato, rosso come un tacchino.
– Io? Non è vero! Impossibile.
Eppure, eccolo là: seduto in camicia a pie’ del letto, con due dita accanite contro un peluzzo profondamente radicato nella narice destra. E strabuzza gli occhi e arriccia il naso e contrae le labbra in su al fitto spasimo di quel pinzare ostinato, finché, tutt’a un tratto, non gli s’apre la bocca e non gli si dilatano le nari per l’esplosione improvvisa d’una coppia di sternuti.
– Duecentoquaranta! – dice allora. – Trenta per otto, duecentoquaranta.
Perché Attilio Raceni, pinzandosi quel peluzzo del naso, era assorto nel calcolo, se trenta convitati, pagando lire otto ciascuno, potessero pretendere allo Champagne o a qualche altro più modesto (cioè nostrano) vino spumante per i brindisi.
Attendendo alle consuete cure della propria persona, seppure alzava gli occhi, non vedeva le immagini di quelle scrittrici, zitelle la maggior parte, per quanto in verità tutte nei loro scritti si dimostrassero poi provate a bastanza e sperimentate nel mondo; e non notava perciò che quelle dal lezio svenevole pareva fossero afflitte vedendo fare al loro bel direttore, nell’incoscienza dell’abitudine, atti non belli certamente, quantunque naturalissimi, e che ne sorridessero quelle da la smorfietta anzi vispa che no.
Aveva oltrepassato da poco i trent’anni Attilio Raceni, e non aveva ancor perduto la svelta adattezza giovenile. Il languor pallido del volto, i baffetti riccioluti, gli occhi a mandorla vellutati, l’ondulato ciuffo corvino, gli davano l’aria d’un trovatore.
Era pago, in fondo, della considerazione di cui godeva qual direttore di quella rassegna femminile (non feminista) Le Muse, che pur gli era costata non lievi sacrifizii pecuniarii. Ma fin dalla nascita egli era votato alla letteratura femminile, perché sua «mammà», Teresa Raceni Villardi, era stata un’esimia poetessa, e in casa di «mammà» convenivano tante scrittrici, alcune già morte, altre adesso molto anziane, su le cui ginocchia egli quasi quasi poteva dire d’esser cresciuto. E de’ loro vezzi, delle loro carezze senza fine gli era rimasta quasi una patina indelebile in tutta la persona. Pareva che quelle lievi e delicate mani feminee, esperte d’ogni segreto, lisciandolo, levigandolo, lo avessero per sempre acconciato e composto in quella sua ambigua beltà artificiale. Si umettava spesso le labbra, s’inchinava sorridente ad ascoltare, si rizzava sul busto, volgeva il capo, si ravviava i capelli, tal quale come una femmina. Qualche amico burlone gli aveva talvolta allungato le mani al petto, cercando:
– Ce l’hai?
Le mammelle: sguajato! E lo aveva fatto arrossire.
Rimasto orfano e padrone d’una discreta sostanza, aveva per prima cosa abbandonato gli studii universitarii e, per darsi una professione, fondato Le Muse. Il patrimonio s’era assottigliato, bastava ora appena a farlo vivere modestamente, ma tutto dedito alla rassegna che s’era già con gli abbonamenti raccolti con molta industria assicurata l’esistenza e, oltre ai pensieri, non gli costava più nulla: come nulla pareva costasse lo scrivere alle numerosissime collaboratrici, se non ne avevano avuto mai alcuna remunerazione.
Quella mattina, egli non ebbe neanche il tempo di rammaricarsi dei molti fili del ciuffo corvino rimasti nel pettine dopo l’acconciatura frettolosa. Aveva tanto da fare!
Alle dieci doveva trovarsi in via Sistina, in casa di Dora Barmis, prima musa della rassegna Le Muse, sapientissima consigliera della bellezza e delle grazie naturali e morali delle signore e delle signorine italiane. Doveva accordarsi con lei circa al banchetto, alla fraterna agape letteraria, che aveva pensato di offrire alla giovine e già veramente illustre scrittrice Silvia Roncella, venuta da poco da Taranto col marito a stabilirsi a Roma, «per rispondere (com’egli aveva scritto nell’ultimo fascicolo de Le Muse) al primo appello de la Gloria, dopo la trionfale accoglienza fatta unanimamente dalla critica e dal pubblico al suo ultimo romanzo La casa dei nani».
Trasse dalla scrivania un fascio di carte, che si riferivano al banchetto, si diede un’ultima guardatina allo specchio, come per salutarsi, e uscì.

2.

Un clamor confuso lontano, un corri corri di gente verso piazza Venezia. Costernato, Attilio Raceni s’accostò in via San Marco a un grosso mercante di stoviglie d’alluminio, che s’affrettava sbuffando di tirar giù le bande su le vetrine della bottega; e gli domandò pulitamente:
– Di grazia, cos’è?
– Mah… dice… non so, – grugnì quegli in risposta senza voltarsi.
Uno spazzino, seduto tranquillamente su una stanga del carretto, con la granata in ispalla a mo’ di bandiera, e un braccio a contrappeso sul bastone di essa, si cavò la pipetta di bocca, sputò, disse:
– Ciarifanno.
Attilio Raceni si voltò a guardarlo come per compassione.
– Dimostrazione? E perché?
– Uhm!
Cani! – gridò il mercante panciuto, rizzandosi ansante, paonazzo.
Sotto il carretto stava sdraiato, più placido dello spazzino, un vecchio cane spelato, con gli occhi tra le cispe socchiusi; al Cani! – del mercante levò appena il capo dalle zampe, senza schiuder gli occhi, solo raggrinzando un po’ le orecchie, dolorosamente. Dicevano a lui? S’aspettava un calcio. Il calcio non venne; dunque non dicevano a lui; e si ricompose a dormire.
Lo spazzino osservò:
– Hanno sciorto er comizzio…
– E vogliono far la festa ai vetri, – aggiunse l’altro. – Sente? sente?
Un turbine di fischi si levò dalla prossima piazza e, subito dopo, un urlìo che arrivò al cielo.
Il tumulto vi doveva esser grande.
– C’è er cordone, nun se passaa… – canterellò dietro alla gente che seguitava ad accorrere il placido spazzino, senza muoversi dalla stanga, e sputò di nuovo.
Attilio Raceni s’avviò di fretta, contrariato. Bell’affare, se non si passava! Tutti, tutti gl’impedimenti in quei giorni, come se fossero pochi i pensieri le cure e le noje che lo travagliavano da che gli era sorta l’idea di quel banchetto. Ora ci voleva anche la canaglia che reclamava per le vie di Roma qualche nuovo diritto; e, santo Dio, s’era d’aprile e faceva un tempo stupendo: il fervido tepore del primo sole inebriava!
Innanzi a piazza Venezia il volto d’Attilio Raceni si allungò come se un filo interno gliel’avesse a un tratto tirato. Lo spettacolo violento gli riempì la vista e lo tenne lì un pezzo a bocca aperta, sopraffatto e compreso.
La piazza rigurgitava di popolo. I cordoni dei soldati erano all’imboccatura di via del Plebiscito e del Corso. Parecchi dimostranti s’erano arrampicati sul tram d’aspetto e di là urlavano a squarciagola.
– Morte ai traditorììì!
– Mortèèè!
– Abbasso il ministeròòò!
– Abbassòòò!
Nel dispetto rabbioso contro tutta quella feccia dell’umanità che non voleva starsi quieta, sorse improvvisamente ad Attilio Raceni il proposito disperato d’attraversare a furia di gomiti la piazza. Se vi fosse riuscito, avrebbe pregato l’ufficiale che stava lì, di guardia al Corso, che lo facesse passare per favore. Non gliel’avrebbe negato, a lui. Ma sì! Tutt’a un tratto, dal mezzo della piazza:
– Pè pè pèèèè.
La tromba. Il primo squillo. Scompiglio, serra serra: molti, sospinti dalla piena nel forte del tumulto, volevan sguizzare e bàttersela, ma non potevano far altro che divincolarsi rabbiosamente, presi com’erano, pigiati e incalzati tutt’intorno da altri a ridosso, mentre i più facinorosi, concitando, volevano rompere la calca, o meglio, cacciarsela davanti, tra fischi e urli più tempestosi di prima.
– A Palazzo Braschììì!
– Via! Avantììì!
– Sforziamo i cordonììì!
E la tromba di nuovo:
– Pè pè pèèèèè!
D’improvviso, senza saper come, Attilio Raceni, soffocato, pesto, boccheggiante come un pesce, si ritrovò rimbalzato al Foro Traiano in mezzo alla folla fuggiasca e delirante. Gli sembrò che la Colonna vacillasse. Dove riparare? per dove prendere? Gli parve che il grosso de la folla s’avventasse su per Magnanapoli, e allora egli scappò come un dàino per la salita delle Tre Cannelle; ma intoppò anche lì nei soldati che già si disponevano in cordone per via Nazionale.
– Non si passa!
– Senta, per favore, io dovrei…
Una spinta furiosa troncò ad Attilio Raceni la spiegazione, facendolo schizzar col naso su la faccia dell’ufficiale. Questi, furibondo, lo respinse subito indietro coi pugni nel ventre; ma un nuovo violentissimo urtone lo scaraventò tra i soldati che cedettero all’impeto. Rimbombò tremenda dalla piazza una scarica di fucili. E Attilio Raceni, tra la folla impazzita dal terrore, si trovò perduto in mezzo alla cavalleria sopravvenuta di corsa, chi sa donde, forse dalla Pilotta. Via, via con gli altri, via a gambe levate, lui, Attilio Raceni, inseguito dalla cavalleria, Attilio Raceni direttore della rassegna femminile (non feminista) Le Muse.
S’arrestò, che non tirava più fiato, all’imboccatura di via Quattro Fontane.
– Vigliacchi! Canaglia! Farabutti! – gridava tra i denti, svoltando per quella via, quasi piangente dalla rabbia, pallido, stravolto, tutto vibrante; e si tastava le costole, i fianchi, e cercava di rassettarsi gli abiti addosso, per toglier via subito ogni traccia della violenza patita e della fuga che lo avviliva di fronte a sé stesso. – Vigliacchi! Farabutti! – e si voltava a guardare indietro, se mai qualcuno lo vedesse in quello stato, e stirava il collo, fremente, con le pugna serrate. Sissignori, c’era un vecchietto, affacciato alla finestra d’un mezzanino, che stava a goderselo con la bocca aperta, sdentata, grattandosi con una mano sul mento, dal piacere, la barbetta gialliccia. Attilio Raceni arricciò il naso e fu lì lì per scagliare improperie a quello scimunito, ma chinò gli occhi, sbuffò e si volse a guardar di nuovo verso via Nazionale. Avrebbe voluto, per riacquistare il sentimento della propria dignità mortificata, riandar lì, ricacciarsi nella mischia, afferrare per il petto a uno a uno tutti quei mascalzoni e pestarseli sotto i piedi, schiaffeggiar quella folla che lo aveva assaltato alla sprovvista così selvaggiamente, e gli aveva fatto patir l’onta della fuga, la vergogna della paura, l’inseguimento, la derisione di quel vecchio imbecille… Ah bestie, bestie, bestie! come si rizzavano trionfanti su le zampe posteriori, urlando e annaspando, per ghermir l’offa dei ciarlatani!
Quest’immagine gli piacque, e si confortò alquanto. Ma, guardandosi le mani… oh Dio, le carte, dov’erano le carte che aveva prese con sé, uscendo di casa? la lista degli invitati… le adesioni? Gliele avevano strappate di mano, o le aveva perdute tra il serra serra. E come avrebbe fatto ora a rammentarsi di tutti coloro che aveva invitati? di coloro che avevano aderito o che si erano scusati di non poter partecipare al banchetto? E tra quelle adesioni, una che gli stava tanto a cuore, veramente preziosa, che avrebbe voluto mostrare alla Barmis e poi conservare e tenere esposta in cornice in camera sua: quella di Maurizio Gueli, del Maestro, che gliel’aveva mandata da Monteporzio, scritta tutta di suo pugno… – perduta anche quella! Ah, l’autografo del Gueli, là, calpestato dai luridi piedi di quei bruti… Attilio Raceni si sentì di nuovo rimescolar tutto. Che schifo provò di vivere in giorni di così orrida barbarie mascherata di civiltà!
Con passo fiero e sguardo d’aquila sdegnata, era già in via Sistina, presso alla scesa di Capo le Case. Dora Barmis abitava lì, sola, in quattro stanzette al primo mezzanino, dal tetto basso basso, quasi buje.

3.

Piaceva a Dora Barmis di far sapere a tutti ch’era poverissima, quantunque poi, lisci e gale e abiti squisitamente capricciosi. Il salottino, ch’era anche scrittojo, l’alcova, la saletta da pranzo e quella d’ingresso erano, come la padrona, addobbati alla bizzarra e certo non poveramente.
Divisa da anni da un marito che nessuno aveva mai conosciuto, bruna agile pieghevole, dagli occhi un po’ bistrati, la voce un po’ rauca, ella diceva chiaramente con gli sguardi, coi sorrisi, con tutte le mosse del corpo come e quanto conoscesse la vita, i fremiti del cuore e dei nervi, l’arte di contentare, di svegliare, d’irritare i più raffinati e veementi desiderii maschili, che la facevano poi rider forte, quando li vedeva fiammeggiar negli occhi di coloro con cui parlava. Ma più forte rideva nel veder certi occhi invece illanguidirsi come nella promessa d’un sentimento duraturo.
Attilio Raceni la trovò nel salottino, presso una piccola scrivania di ghisa nichelata, tutta rabeschi, intenta a leggere, con una vestaglia giapponese ampiamente scollata.
– Povero Attilio! povero Attilio! – gli disse, dopo aver tanto riso al racconto dell’ingrata avventura. – Sedete. Che posso offrirvi per sedarvi lo spirito esagitato?
E lo guardò con aria di benevola canzonatura, strizzando un poco gli occhi e piegando il capo sul collo nudo provocante.
Nulla? proprio nulla? Del resto, sapete? state bene così… un po’ scomposto. Ve l’ho sempre detto, caro: una… una nuance di brutalità v’andrebbe a meraviglia! Troppo languido e… debbo dirvelo? la vostra eleganza è da qualche tempo un po’… un po’ démodée. Non mi piace, per esempio, il gesto che avete fatto or ora, sedendo.
– Che gesto? – domandò il Raceni, a cui pareva di non averne fatto alcuno.
– Ma avete allargato di qua e di là le basques del krauss… E giù quella mano, adesso! Sempre tra i capelli… L’avete bella, lo sappiamo!
– Per favore, Dora! – sbuffò il Raceni. – Io sono oppresso!
Dora Barmis scoppiò di nuovo a ridere, poggiando le mani su la scrivania e rovesciandosi indietro.
– Il banchetto? – poi disse. – Ma proprio proprio? Mentre i miei fratelli proletarii reclamano…
– Non scherziamo, vi prego, o me ne vado! – minacciò il Raceni.
Dora Barmis si levò in piedi.
– Ma io vi dico sul serio, mio caro! Non mi affannerei tanto, se fossi in voi. Silvia Roncella… ma prima di tutto, ditemi com’è! Mi muojo dalla curiosità di conoscerla. Ancora non riceve?
– Eh no… Hanno trovato casa, poverini, da pochi giorni soltanto. La vedrete al banchetto.
– Datemi un po’ di fuoco, – disse Dora, – e poi rispondetemi francamente.
Accese la sigaretta, chinandosi e protendendo il volto verso il fiammifero sorretto dal Raceni; poi, tra il fumo, domandò:
– Ve ne siete innamorato?
– Siete matta? – scattò il Raceni. – Non mi fate arrabbiare.
– Bruttina, allora? – osservò la Barmis.
Lì Raceni non rispose. Accavalciò una gamba su l’altra; alzò la faccia al soffitto; chiuse gli occhi.
– Ah no, caro! – esclamò allora la Barmis. – Così non ne facciamo niente. Siete venuto da me per aiuto; dovete prima soddisfare la mia curiosità.
– Ma scusatemi! – tornò a sbuffare il Raceni, sgruppandosi. – Mi fate certe domande!
– Ho capito, – disse la Barmis. – Tra due sta: O ve ne siete davvero innamorato, o dev’esser brutta bene, come dicono a Milano. Su via, rispondete: come veste? male, senza dubbio!
– Maluccio. Inesperta, capirete.
Capito, capito… – ripeté la Barmis. – Diciamo un’anatroccola arruffata?
Aprì la bocca, arricciò il naso e finse di ridere, con la gorga.
– Aspettate, – poi disse, accostandoglisi. – Vi casca la spilla… Uh, e come vi siete annodata codesta cravatta?
– Mah – fece il Raceni. – Tra quel…
S’interruppe. Il volto di Dora gli stava troppo vicino. Ella, intentissima a riannodargli la cravatta, si sentì guardata; quand’ebbe finito, gli diede un biscottino sul naso e, sorridendogli d’un sorriso indefinibile:
– Dunque? – gli domandò. -Dicevamo… ah, la Roncella! Non vi piace anatroccola? Scimmietta allora.
– V’ingannate, – rispose il Raceni. – E’ bellina, v’assicuro. Poco appariscente, forse; ma ha certi occhi!
– Neri?
– No, ceruli, intensi, soavissimi… E un sorriso mesto, intelligente… Dev’essere molto, molto buona, ecco.
Dora Barmis lo investì :
– Buona avete detto? buona? Ma andate là! Chi ha scritto La casa dei nani non può esser buona, ve lo dico io.
– Eppure… – fece il Raceni.
– Ve lo dico io! – ribatté Dora. – Quella lì va armata di stocco, giurateci!
Raceni sorrise.
– Dev’aver dentro uno spirito affilato come un coltello, – seguitò la Barmis. – E dite un po’, è vero che ha un porro peloso qua, sul labbro?
– Un porro?
– Peloso, qua.
– Non me ne sono accorto. Ma no, chi ve l’ha detto?
– Me lo sono immaginato. Per me, la Roncella deve avere un porro peloso sul labbro. Mi è parso di vederglielo sempre, leggendo le cose sue. E dite: il marito? com’è il marito?
– Lasciatelo perdere! – rispose impaziente il Raceni. Non è per voi…
– Grazie tante! – disse Dora. – Io voglio sapere com’è. Me l’immagino tondo… Tondo, è vero? Per carità, ditemi che è tondo, biondo, rubicondo e… e senza malizia.
– Va bene: sarà così, se vi fa piacere. Parliamo sul serio adesso, vi prego.
– Del banchetto? – domandò di nuovo la Barmis. – Sentite: la Roncella, caro, non è più per noi. Troppo, troppo alto ormai ha spiccato il volo la colombella vostra; ha valicato le Alpi e il mare, e andrà a farsi il nido lontano lontano, con molte pagliuzze d’oro, nelle grandi riviste di Francia, di Germania, d’Inghilterra… Come volete che deponga più qualche ovetto azzurro, e sia pur piccolo piccolo, così… su l’ara delle nostre povere Muse?
– Ma che ovetti! che ovetti! – fece, scrollandosi, il Raceni. – Né ovetti di colomba, né uova di struzzo… Non scriverà più per nessuna rivista, la Roncella. Si dà tutta al teatro.
– Al teatro? Ah sì? – esclamò la Barmis, incuriosita.
– Mica a recitare! – disse il Raceni. – Non ci mancherebbe altro! A scrivere.
– Per il teatro?
– Già. Perché il marito…
– Ah giusto! il marito… come si chiama?
– Boggiolo.
– Sì sì, mi ricordo. Boggiolo. E scrive anche lui.
– Eh altro! All’archivio notarile.
– Notajo? O Dio! Notajo?
Archivista. Bravo giovane… Basta, vi prego. Voglio uscire al più presto da questa briga del banchetto. Avevo con me la lista degli invitati, e quei cani… Ma vediamo di rifarla. Scrivete. Oh, sapete che il Gueli ha aderito? è la prova più chiara ch’egli stima davvero la Roncella, come dicevano.
Dora Barmis rimase un po’ assorta a pensare; poi disse:
– Non capisco… il Gueli… mi pare così diverso…
– Non discutiamo, – troncò il Raceni. – Scrivete: Maurizio Gueli.
– Aggiungo tra parentesi, se non vi dispiace, permettendo la Frezzi. Poi?
– Il senatore Borghi.
– Ha accettato?
– Eh, perbacco… Presiederà! Ha pubblicato nella sua rivista La casa dei nani. Scrivete: donna Francesca Lampugnani.
– La mia simpatica presidentessa, sì, sì, – disse scrivendo, la Barmis. – Cara, cara, cara
– Donna Maria Rosa Bornè-Laturzi, – seguitò a dettare il Raceni.
– Oh Dio! – sbuffò Dora Barmis. – Quell’onesta gallina faraona?
– E decorativa, scrivete, – disse il Raceni. – Poi: Filiberto Litti.
– Benissimo! Di bene in meglio! – approvò la Barmis. – L’archeologia accanto all’antichità! E dite, Raceni: il banchetto lo faremo tra le rovine del Foro?
– Già, a proposito! – esclamò il Raceni. – Dobbiamo ancora stabilire il luogo. Dove direste voi?
– Ma con questi invitati…
– Oh Dio, no, parliamo sul serio, vi ripeto! Avevo pensato al Caffè di Roma.
– Di sera? No! Siamo in primavera. Bisogna farlo di giorno, in un bel posto, fuori… Aspettate: al Castello di Costantino. Ecco. Delizioso. Nella sala vetrata, con tutta la campagna davanti… i monti Albani… i Castelli… e poi, di fronte, il Palatino… sì, sì, là… è un incanto! senz’altro!
– Vada per il Castello di Costantino, – disse il Raceni. – Andremo insieme domani a dare le ordinazioni opportune. Saremo, credo, una trentina. Sentite, Giustino mi si è tanto raccomandato…
– Chi è Giustino?
– Ma suo marito, ve l’ho detto, Giustino Boggiolo. Mi si è tanto raccomandato per la stampa. Vorrebbe molti giornalisti. Ho invitato il Lampini…
– Ah, Ciceroncino, bravo!
– E, mi pare, altri quattro o cinque, non so: Bardozzi, Cenanni, Federici e quello… come si chiama? della Capitale…
– Mola?
– Mola. Segnateli. Ci vorrebbe qualche altro un po’ più… un po’ più… Venendo il Gueli, capirete… Per esempio, Casimiro Luna.
– Aspettate, – disse la Barmis. – Se viene donna Francesca Lampugnani, non sarà difficile avere il Betti.
– Ma ha scritto male della Casa dei nani, il Betti, avete visto? – osservò il Raceni.
– E che fa? Meglio, anzi. Invitatelo! Ne parlerò poi io a donna Francesca. Quanto a Miro Luna non dispero di trascinarlo con me.
– Fareste felice il Boggiolo, felice addirittura! Oh, segnate tanto l’onorevole Carpi, e quello zoppetto… il poeta… Zago, sì! Carino, poveretto! Che bei versi sa fare! L’amo, sapete? Guardate lì il ritratto. Me lo son fatto dare. Non vi sembra Leopardi con gli occhiali?
– Faustino Toronti, – seguitò a dettare il Raceni. – E il Jàcono…
– No! – gridò Dora Barmis, buttando la penna. – Avete invitato anche Raimondo Jàcono, quell’odiosissimo napoletanaccio? Non vengo più io, allora!
– Abbiate pazienza, non ho potuto farne a meno, – rispose dolente il Raceni. – Era con lo Zago… Invitando l’uno, ho dovuto invitare anche l’altro.
– E allora io v’impongo Flavia Morlacchi, – disse la Barmis – Qua: Fla-vi-a Morlacchi. Mica vero che si chiama Flavia: Gaetana si chiama, Gaetana.
Questo lo dice il Jàcono, via! – sorrise il Raceni. – Dopo la sgraffiatura.
– Sgraffiatura? – fece la Barmis. – Ma si sono bastonati, caro mio! sputati in faccia; sono corse le guardie…
Rileggendo, poco dopo, la lista, la Barmis e il Raceni s’indugiarono a far girare come una mola d’arrotino questo e quel nome per il gusto d’affilare il taglio, ancora un po’, alla loro lingua, che non ne aveva punto bisogno. Tanto che alla fine un moscone, che se ne stava quieto a dormire tra le pieghe d’una portiera, si destò e con molto slancio volle entrar terzo nella conversazione. Ma Dora mostrò d’averne terrore – più che ribrezzo, terrore – e prima s’aggrappò al Raceni, stringendoglisi forte forte contro il petto, cacciandogli i capelli odorosi sotto il mento; poi scappò a chiudersi nell’alcova, gridando dietro l’uscio al Raceni che non sarebbe rientrata, se lui prima non faceva andar via per la finestra o non uccideva quell’orribile bestia.
– Ve la lascio qua, e me ne vado, – le disse placidamente il Raceni, prendendo la nuova lista dalla scrivania.
– No, per carità, Raceni! – scongiurò Dora di là.
– E allora aprite!
– Ecco, apro, ma voi… oh! che fate?
– Un bacio, – disse il Raceni, avanzando un piede per tener lo spiraglio concesso da Dora. – Uno solo…
– Ma che vi salta in mente? – gridò ella, sforzandosi di richiuder l’uscio.
– Piccolo piccolo, – insistette egli. – Vengo quasi dalla guerra… Un piccolo rinfranco, da qua stesso, su… uno solo!
– Entra il moscone, oh Dio, Raceni!
– E fate presto!
Attraverso lo spiraglio le due bocche s’eran congiunte e lo spiraglio a mano a mano s’allargava, quando dalla via s’intesero gli strilli di parecchi giornalai:
– Terza edizioneee! Quattro morti e venti feritiii!… Lo scontro con la truppaaa! L’assalto a Palazzo Braschiii! L’eccidio di Piazza Navonaaa!
Attilio Raceni si staccò, pallido, dal bacio:
– Sentite? Quattro morti… Ma perdio! non hanno proprio da fare costoro? E ci potevo essere anch’io là in mezzo…

4.

Già mezzodì era sonato, e dei trenta che dovevano partecipare al banchetto su al Castello di Costantino solo cinque eran venuti, che si pentivano in segreto della loro puntualità, temendo potesse parer soverchia premura o troppa degnazione.
Prima fra tutti era venuta Flavia Morlacchi, poetessa, romanziera e drammaturga. Gli altri quattro, sopraggiunti, la avevano lasciata sola, in disparte. Erano il vecchio professore d’archeologia e poeta dimenticato Filiberto Litti, il novelliere piacentino Faustino Toronti, lezioso e casto, il grasso romanziere napoletano Raimondo Jàcono e il poeta veneziano Cosimo Zago, rachitico e zoppo d’un piede. Stavano tutt’e cinque nel terrazzo, innanzi alla sala vetrata.
Filiberto Litti, lungo asciutto legnoso, con baffoni bianchi e moschetta, un pajo d’enormi orecchie carnose e paonazze, parlava, balbutendo un po’, delle rovine là del Palatino, come di cosa sua, con Faustino Toronti ormai vecchiotto anche lui, così che non pareva, sarchiati i capelli su gli orecchi e i baffetti ritinti. Raimondo Jàcono voltava le spalle alla Morlacchi e guardava compassionevolmente lo Zago, il quale ammirava nella fresca limpidezza di quel dolcissimo giorno d’aprile tutto il verde paese che si scopriva di là.
Arrivava appena al parapetto del terrazzo, il poverino; ancora con un vecchio pastrano inverdito che gli sgonfiava da collo, aveva posato su la cimasa una mano nocchieruta, dalle unghie rose, deformata dallo sforzo continuo di spingere la stampella, e ora, socchiudendo gli occhi dolenti dietro gli occhiali, ripeteva come se non avesse mai goduto in vita sua di tanta festa di luce e di colori:
– Che incanto! Come inebria questo sole! – Che vista!
– Già… già… – masticò il Jàcono. – Molto bella. Meravigliosa. Peccato che…
– Quei monti laggiù laggiù, aerei… fragili, quasi… sono ancora gli Albani?
– Gli Appennini o gli Albani, non svenire! Puoi domandarlo qua al professor Litti, che è archeologo.
– E che ci han da fare, scusi, i monti, scusi, con… con l’archeologia? – domandò un po’ risentito il Litti.
– Professore, voi che dite! – esclamò il napoletano. – Monumenti della natura, della più venerabile antichità… Peccato che… dicevo… sono le dodici e mezzo, ohè! Ho fame io.
La Morlacchi, di là, fece una smorfia di disgusto. Gonfiava in silenzio, ma si fingeva incantata dello stupendo paesaggio. Gli Appennini o gli Albani? Non lo sapeva neanche lei, ma che importava il nome? Nessuno come lei, più di lei, sapeva intenderne l’«azzurra» poesia. E domandò a se stessa se la parola colombario… austero colombario, avrebbe reso bene l’immagine di quelle rovine del Palatino: occhi ciechi, occhi d’ombra dello spettro romano feroce e glorioso, indarno aperti ancora là, sul colle, a lo spettacolo della verde vita maliosa di questo Aprile d’un tempo lontano.

Di questo Aprile d’un tempo lontano…

Bel verso! Languido…
E abbassò su gli occhi torbidi e scialbi, di capra morente, le grosse pàlpebre gravi. Ecco, aveva spiccato dalla natura e dalla storia il fiore d’una bella immagine, in grazia della quale poteva non pentirsi più ora, d’essersi abbassata a fare onore anch’essa a quella Silvia Roncella, tanto più giovine di lei, ancor quasi principiante, inculta, digiuna affatto di poesia.
Volse, così pensando, con atto di sdegno la faccia pallida, ruvida, disfatta, in cui spiccavano violentemente le tumide labbra dipinte, verso quei quattro che non si curavano di lei; eresse il busto e sollevò una mano sovraccarica d’anelli per palparsi brevemente su la fronte il crine, che pareva di capecchio.
Forse lo Zago meditava anche lui una poesia, pinzandosi con le dita gl’ispidi peluzzi neri sparsi sul labbro. Ma per comporre aveva bisogno di saper prima tante cose, lui, che non voleva più domandare a uno che dichiarava d’aver fame dinanzi a uno spettacolo come quello.
Sopravvenne, saltellando secondo il solito suo, il giovine giornalista tirocinante Tito Lampini, Ciceroncino come lo chiamavano, autore anche lui d’un volumetto di versi; smilzo, dalla testa secca, quasi calva, su un collo da cicogna, riparato da un solino alto per lo meno otto dita.
La Morlacchi lo investì con voce stridula, agra:
– Ma che modo è codesto, Lampini? Si dice per mezzodì; a momenti è il tocco; non si vede nessuno…
Il Lampini s’inchinò, aprì le braccia, si volse sorridendo a gli altri quattro e disse:
– Scusi, ma… che c’entro io, signora mia?
– Voi non c’entrate, lo so, – riprese la Morlacchi. – Ma il Raceni, almeno, come ordinatore del banchetto…
Ararchi… architriclino, già, – corresse timidamente con la lingua imbrogliata, ponendosi una mano innanzi alla bocca, il Lampini, e guardando l’archeologo professor Litti.
– Già, va bene; ma avrebbe dovuto trovarsi qua, mi sembra. Non è piacevole, ecco.
– Ha ragione, non è piacevole… già! Ma io non so, non c’entro… invitato come lei, signora mia. Permette?
E il Lampini, tornando a inchinarsi frettolosamente, andò a stringer la mano al Litti, al Toronti, al Jàcono. Non conosceva lo Zago.
– Son venuto in vettura, io, temendo di far tardi, – annunziò. – Ma già viene qualche altro. Ho visto per la salita donna Francesca Lampugnani e il Detti e anche la Barmis con Casimiro Luna.
Guardò nella sala vetrata, dov’era già apparecchiata la lunga tavola adorna di molti fiori e con una fronda d’ellera serpeggiante tutt’in giro; poi si rivolse alla Morlacchi, dolente ch’ ella se ne stésse là in disparte, e disse:
– Ma la signora, scusi, perché…
Raimondo Jàcono lo interruppe a tempo:
– Di’, Lampini, tu che ti ficchi da per tutto: la hai già veduta, questa Roncella?
– No. Tant’è vero che non mi ficco affatto. Non ho avuto ancora il piacere e l’onore…
E il Lampini, inchinandosi una terza volta, mandò un sorriso gentile alla Morlacchi.
– Molto giovane? – domandò Filiberto Litti, stirandosi e guardandosi sottecchi uno dei lunghissimi baffi bianchi, che parevano finti, appiccicati nella faccia legnosa.
– Ventiquattr’anni, dicono, – rispose Faustino Toronti.
– Fa anche versi? – tornò a domandare il Litti stirandosi e guardandosi l’altro baffo, adesso.
– No, per fortuna! – gridò il Jàcono. – Professore, voi ci volete tutti morti! Un’altra poetessa in Italia? Di’, di’, Umpini, e il marito?
– Sì, il marito sì, – disse il Lampini. – È venuto la settima scorsa in redazione per avere una copia del giornale con l’articolo di Betti su La casa dei nani.
– E come si chiama?
– Il marito? Non so.
– Mi par d’avere inteso Bòggiolo, – disse il Toronti. – O Boggiòlo. Qualcosa così…
– Grassottino, belloccio, – aggiunse il Lampini, – occhiali d’oro, barbetta bionda, quadra. E deve avere una bellissima calligrafia. Si vede dai baffi.
I quattro risero. Sorrise anche di là, senza volerlo, la Morlacchi.
Vennero sul terrazzo, traendo un gran sospiro di soddisfazione, la marchesa donna Francesca Lampugnani, alta, dall’incesso maestoso, come se recasse sul seno magnifico un cartellino con la scritta: Presidentessa del circolo di coltura feminile, e il bel paladino Riccardo Betti, che nello sguardo un po’ languido, nei mezzi sorrisi sotto gli sparsi baffi biondissimi e nei gesti e nell’abito, come nella prosa de’ suoi articoli, affettava la dignità, la misura, la correttezza, le maniere tutte insomma del… no, du vrai monde.
Tanto il Betti quanto Casimiro Luna eran venuti unicamente per far piacere a donna Francesca che, in qualità di presidentessa del Circolo di coltura feminile, proprio non poteva mancare a quel banchetto. Essi appartenevano a un altro clima intellettuale, al fior fiore del giornalismo; non avrebbero mai degnato della loro presenza quella riunione di letterati. Il Betti lo dava a veder chiaramente; Casimiro Luna, invece, più gajo, irruppe romorosamente nel terrazzo con Dora Barmis. Passando per l’andito, aveva dato della gran toppa del Castello di Costantino e dell’enorme chiave di cartone, esposte lì per burla, una spiegazione di cui la Barmis, ridendo, si fingeva scandalizzata, e aveva già chiesto aiuto alla marchesa, e ora, in quel suo italiano che voleva a tutti i costi parer francese:
– Ma io vi trovo abominevole, – protestava, – abominevole, Luna! Che è questo continuo, odioso persiflage?
Lei sola, dei quattro nuovi venuti, si accostò dopo questo sfogo alla Morlacchi e la trasse a forza con sé nel gruppo, non volendo perdere le altre salaci graziosissime arguzie del «terribile» Luna.
Il Litti, seguitando a stirare ora questo ora quel baffo ed ora il collo, come se non riuscisse mai ad assettarsi bene la testa sul busto, guardava adesso quella gente, ne ascoltava la chiacchiera volubile, e sentiva a mano a mano infocarsi vie più le grosse orecchie carnose. Pensava che tutti costoro vivevano a Roma come avrebbero potuto vivere in qualunque altra città moderna, e che la nuova popolazione di Roma era composta di gente come quella, bastarda, fatua e vana. Che sapevano di Roma tutti costoro? Tre o quattro frasucce retoriche. Che visione ne avevano? Il Corso, il Pincio, i caffè, i salotti, i teatri, le redazioni dei giornali… Eran come le vie nuove, le case nuove, senza storia, senza carattere, vie e case che avevano allargato la città solo materialmente, e svisandola. Quando più angusta era la cerchia delle mura, la grandezza di Roma spaziava e sconfinava nel mondo; ora, allargata la cerchia… eccola là, la nuova Roma. E Filiberto Litti stirava il collo.
Parecchi altri, intanto, erano venuti: marmaglia, che cominciava a impicciare i camerieri che recavano i serviti alle due o tre coppie di forestieri che desinavano nella sala vetrata.
Tra questi giovani, più o men chiomati, aspiranti alla gloria, collaboratori non retribuiti degli innumerevoli giornali letterarii della penisola, erano tre fanciulle, evidentemente studentesse di lettere: due con gli occhiali, patite e taciturne; la terza, invece, vivacissima, dai capelli rossi, tagliati a tondo, maschilmente, dal visetto vispo, lentigginoso, dagli occhietti grigi variegati, in cui la malizia parea vermicasse: rideva, rideva, si buttava via dalle risa, e promoveva una smorfia tra di sdegno e di pietà in un uomo grave, anziano, che s’aggirava tra tanta gioventù non curato. Era Mario Puglia, che in altri tempi aveva cantato con un certo impeto artificiale e con volgare abbondanza. Ora si sentiva già entrato nella storia, lui. Non cantava più. Era però rimasto zazzeruto, con molta forfora sul bavero della napoleona e la pancia gravida di boria.
Casimiro Luna, che lo contemplava da un pezzo, accigliato, a un certo punto sospirò e disse piano:
– Guardatemi Puglia, signori. Chi sa dov’ha lasciato la chitarra…
Cariolin! Cariolin! – gridarono alcuni in quel momento, facendo largo a un omettino profumato, elegantissimo, che pareva fatto e messo in piedi per ischerzo, con una ventina di capelli lunghi, raffilati sul capo calvo, due violette all’occhiello e la caramella.
Momo Cariolin, sorridendo e inchinandosi, salutò tutti con ambo le mani inanellate e corse a baciar la mano a donna Francesca Lampugnani. Conosceva tutti; non sapeva far altro che strisciar riverenze, baciar la mano alle signore, dir barzellette in veneziano; ed entrava da pertutto, in tutti i salotti più in vista, in tutte le redazioni dei giornali, da pertutto accolto con festa; non si sapeva perché. Non rappresentava nulla e tuttavia riusciva a dare un certo tono alle radunanze, ai banchetti, ai convegni, forse per quel suo garbo inappuntabile, complimentoso, per quella sua cert’aria diplomatica.
Vennero con la vecchia poetessa donna Maria Rosa Bornè-Laturzi il deputato conferenziere on. Silvestro Carpi e il romanziere lombardo Carlino Sanna di passaggio per Roma. La Bornè-Laturzi, come poetessa (diceva Casimiro Luna) era un’ottima madre di famiglia. Non ammetteva che la poesia, l’arte in genere, dovesse servire di scusa al mal costume. Per cui non salutò né la Barmis né la Morlacchi; salutò soltanto la marchesa Lampugnani perché marchesa e perché presidentessa, Filiberto Litti perché archeologo, e si lasciò baciar la mano da Cariolin, perché Cariolin la baciava soltanto alle vere dame.
Si erano formati intanto parecchi gruppi; ma la conversazione languiva, perché ciascuno era geloso di sé, costernato di sé soltanto, e questa costernazione gli impediva di pensare. Tutti ripetevano ciò che qualcuno, facendo un grande sforzo, era riuscito a dire o sul tempo o sul paesaggio. Tito Lampini, per esempio, saltellava da un crocchio all’altro, per ridire, sorridendo con una mano innanzi alla bocca, qualche frasuccia che gli pareva graziosa, raccolta qua e là, ma come se fosse venuta a lui lì per lì.
Ciascuno, dentro di sé, faceva una critica più o meno acerba dell’altro; ciascuno avrebbe voluto che si parlasse di sé, della sua ultima pubblicazione; ma nessuno voleva dare all’altro questa soddisfazione. Due magari parlavano piano fra loro di ciò che aveva scritto un terzo ch’era pur lì, poco discosto, e ne dicevano male; se poi questi si avvicinava, cambiavano subito discorso e gli sorridevano.
C’erano i malinconici annojati e i romorosi come il Luna. E quelli invidiavano questi, non perché ne avessero stima, ma perché sapevano che alla fine la sfrontatezza trionfa. Essi li avrebbero molto volentieri imitati; ma, essendo timidi, e per non confessare a se stessi la propria timidezza, preferivano credere che la serietà dei loro intenti li trattenesse dal fare altrettanto.
Sconcertava tutti un lanternone biondiccio, con gli occhiali azzurri a staffa, così squallido che pareva cavato di mano alla morte, coi capelli lunghi e il collo lungo, esilissimo. Portava su la finanziera una mantelletta grigia; piegava il collo di qua e di là e si scarnava le unghie con le dita irrequiete. Era evidentemente uno straniero: svedese o norvegese. Nessuno lo conosceva, nessuno sapeva chi fosse, e tutti lo guardavano con stupore e ribrezzo.
Vedendosi guardato così, egli sorrideva e pareva dicesse a tutti, complimentoso:
– Fratelli, si muore!
Era una vera sconcezza, tra tanta vanità, quello scheletro ambulante. Dove mai era andato a scovarlo il Raceni? come gli era potuto venire in mente d’invitarlo al banchetto?
– Io me ne vado! – dichiarò il Luna. – Non potrei mangiare, con quel cicogna lì, davanti.
Ma non se ne andò, trattenuto dalla Barmis che volle sapere – sinceramente, veh! – che cosa pensasse della Roncella.
– Amica mia, un gran bene! Non ho mai letto un rigo di lei.
– E avete torto, – disse donna Francesca Lampugnani, sorridendo. – V’assicuro, Luna, avete torto.
– An… anch’io veramente, – soggiunse il Litti. Ma mi pare che tutta questa fama impro… improvvisa… Almeno per quel che n’ho sentito dire…
– Già, – fece il Betti, tirandosi fuori i polsini con una certa sprezzatura signorile. – Le manca un pochino troppo la forma, ecco.
– Ignorantissima! – proruppe Raimondo Jàcono.
– Bene, – disse allora Casimiro Luna. – Io l’amo forse per questo.
Carlino Sanna, il romanziere lombardo di passaggio per Roma, sorrise nella grinta caprigna, lasciandosi cadere dall’occhio il monocolo: si passò una mano sui capelli grigi crespi gremiti e disse piano:
– Ma offrirle un banchetto, neh? Non vi pare… non vi pare un pochino troppo?
– Un banchetto… Dio mio, che male c’è? – domandò donna Francesca Lampugnani.
– Intanto s’improvvisa una gloria! – sbuffò di nuovo il Jàcono.
– Uuuh! – fecero tutti.
E il Jàcono, acceso:
– Scusate, scusate, ne parleranno tutti i giornali.
– E poi? – fece Dora Barmis, aprendo le braccia e stringendosi ne le spalle.
Partita da quel crocchio la favilla, la conversazione s’accese. Si misero tutti a parlare de la Roncella, come se ora soltanto si ricordassero d’essere convenuti là per lei. Nessuno se ne dichiarava ammiratore convinto. Qua e là qualcuno le riconosceva… sì, qualche qualità, una tal quale penetrazione della vita; strana, lucida, per la cura forse troppo minuziosa… miope, anzi, dei particolari, e qualche atteggiamento nuovo e caratteristico nella rappresentazione artistica, e un cotal sapore insolito nelle narrazioni. Ma pareva a tutti che si fosse fatto troppo rumore intorno alla Casa dei nani, buon romanzo, sì… forse; affermazione dì un ingegno non comune senza dubbio; ma non poi quel capolavoro d’umorismo che s’era voluto proclamare. Strano, a ogni modo, che avesse potuto scriverlo una giovinetta vissuta fin’ora quasi fuori d’ogni pratica del mondo, laggiù a Taranto. C’era fantasia e anche pensiero; poca letteratura, ma vita, vita.
– Ha sposato da poco?
– Da uno o due anni, dicono.
Tutti i discorsi, a un tratto, furono interrotti. Sul terrazzo si presentarono l’on. senatore Romualdo Borghi, già ministro della pubblica istruzione, direttore della Vita Italiana, e Maurizio Gueli, l’illustre scrittore, il Maestro, che da circa dieci anni né sollecitazioni d’amici né ricche profferte d’editori riuscivano a smuovere dal silenzio in cui s’era chiuso.
Si scostarono tutti per farli passare. I due stavano male insieme: il Borghi, piccolo, tozzo, dai capelli lunghi, la faccia piatta, cuojacea, da vecchia serva pettegola; il Gueli, alto, aitante, dall’aria ancor giovanile, non ostanti i capelli bianchi, che contrastavano fortemente col bruno caldo del volto maschio, austero.
Il banchetto assumeva ora, con l’intervento del Gueli e del Borghi, una grande importanza.
Non pochi si meravigliarono che il maestro fosse venuto ad attestare di presenza a la Roncella la stima in cui già a qualcuno aveva dichiarato di tenerla. Si sapeva ch’egli era molto affabile e amico dei giovani; ma questo suo intervento al banchetto pareva troppa degnazione, e molti ne soffrivano per invidia, prevedendo che la Roncella avrebbe avuto in quel giorno quasi una consacrazione ufficiale; altri si sentivano più alleggeriti. Essendo venuto il Gueli, via, potevano venire anche loro.
Ma come mai il Raceni tardava ancora? Era una vera indegnità! Lasciar tutti così ad aspettare; e lì il Gueli e il Borghi smarriti fra gli altri, senza qualcuno che li accogliesse…
– Eccoli! eccoli! – annunziò accorrendo il Lampini, ch’era sceso giù a vedere. – Vengono! Sono arrivati in vettura! Salgono!
– C’è il Raceni?
– Sì, con la Roncella e il marito. Eccoli!
Tutti si voltarono a guardare con vivissima curiosità verso l’entrata del terrazzo.
Silvia Roncella apparve, pallidissima, a braccio del Raceni, con la vista intorbidata dall’interna agitazione. Subito tra i convenuti, che si scostavano per farla passare, si propagò un susurrìo fitto fitto di commenti: – Quella? – Piccola! – No, non tanto… – Veste male… – Begli occhi! – Dio che cappello! – Poverina, soffre! – Magrolina! – Non dice nulla… – No, perché? ora che sorride, è graziosa… – Timida timida… – Ma guardate gli occhi: non è modesta! – Bellina, eh? – Pare impossibile! – Vestitela bene, pettinatela bene… – Oh, dire che sia bella, non si potrebbe dire… – È tanto impacciata! – Non pare… – Che complimenti, il Borghi! – Un parapioggia! La sputa… – Che le dice il Gueli? – Ma il marito, signori! guardatemi là il marito, signori! – Dov’è? dov’è? – Là, accanto al Gueli… guardatelo! guardatelo!
In marsina. Giustino Boggiolo era venuto in marsina. Lucido, quasi di porcellana smaltata; occhiali d’oro; barbetta a ventaglio; e un bel pajo di baffi bene affilati, castani, e i capelli neri, tagliati a spazzola, rigorosamente.
Che stava a far lì, tra il Borghi e il Gueli e la Lampugnani e il Luna? Attilio Raceni lo trasse con sé, poi chiamò la Barmis.
– Ecco, l’affido a voi, Dora. Giustino Boggiolo, il marito. Dora Barmis. Io vado di là a vedere che si fa in cucina. Intanto, vi prego, fate prender posto.
E Attilio Raceni, con la soddisfazione che gli rideva nei bellissimi occhi neri e languidi da trovatore, ravviandosi il ciuffo corvino, si fece largo tra la marmaglia che voleva sapere il perché del ritardo.
– S’è sentita poco bene… Ma niente, è passato… A tavola, signori, a tavola! Prendete posto…
– Lei è cavaliere, no? – domandava intanto Dora Barmis, offrendo il braccio a Giustino Boggiolo.
– Sì, veramente…
– Ufficiale?
– No… non ancora. Non ci tengo, sa? Giova per l’ufficio.
– Lei è l’uomo più fortunato della terra! – esclamò con impeto la Barmis, stringendogli forte forte il braccio. Giustino Boggiolo diventò vermiglio, sorrise:
– Io?
– Lei, lei, lei! La invidio! Vorrei esser uomo ed esser lei, capisce? Per avere sua moglie! Quant’è carina! Quant’è graziosa! Non se la mangia a baci? Dica, non se la mangia a baci? E dev’esser buona tanto tanto, no?
– Sì…. veramente… – balbettò di nuovo Giustino Boggiolo, confuso, stordito, ebriato.
– E Lei deve farla felice, badi! Obbligo sacrosanto… Guai a Lei se non me la fa felice! Mi guardi negli occhi! Perché è venuto in frac?
– Ma… credevo…
– Zitto! E una stonatura. Non lo faccia più! Luna… Luna! – chiamò poi la Barmis.
Casimiro Luna accorse.
– Vi presento il cav. Giustino Boggiolo, il marito.
– Ah, benissimo, – fece il Luna, inchinandosi appena. – Mi congratulo.
– Fortunatissimo, grazie; desideravo tanto di conoscerla, sa? – s’affrettò a dire il Boggiolo. – Lei, scusi…
– Qua il braccio! – gli gridò Dora Barmis. – Non mi scappi! Lei è affidato a me.
– Sissignora, grazie, – le rispose il Boggiolo, sorridendo; poi seguitò, rivolto al Luna: – Lei scrive nel Corriere di Milano, è vero? So che paga bene il Corriere…
– Eh, – fece il Luna. – Così… discretamente…
– Sì, me l’hanno detto, – riprese il Boggiolo. – Glielo domando perché Silvia ha avuto richiesto un romanzo dal Corriere. Ma forse non accetteremo, perché, veramente, in Italia… in Italia non c’è convenienza, ecco… Io vedo in Francia… e anche in Germania, sa? La Grundbau mi ha dato duemila e cinquecento marchi per La casa dei nani.
– Ah, bravo! – esclamò il Luna.
– Sissignore, anticipati, e sa? pagando lei a parte la traduttrice, – aggiunse Giustino Boggiolo. – Non so quanto… La Schweizer-Sidler… buona, buona… traduce bene… In Italia conviene meglio il teatro, ho sentito dire… Perché io, sa? prima non m’intendevo di nulla in fatto di letteratura. Ora, a poco a poco, una certa praticaccia… Bisogna stare con tanto di occhi aperti, specialmente nel fare i contratti… A Silvia, per esempio…
– Su, su, a tavola! a tavola! – lo interruppe furiosamente Dora Barmis. – Prendono posto! Starete accanto a noi, Luna?
– Ma certo, figuratevi! – disse questi.
– Con permesso, – pregò Giustino Boggiolo. – C’è il signor Lifjeld là, che traduce in svedese La casa dei nani. Con permesso… Devo dirgli una parolina.
E, lasciando il braccio della Barmis, s’accostò a quel lanternone biondiccio, che sconcertava tutti con l’aspetto macabro.
– Fate presto! – gli gridò la Barmis.
Silvia Roncella aveva già preso posto tra Maurizio Gueli e il senatore Romualdo Borghi. Attilio Raceni aveva disposto con molto discernimcnto gli invitati; cosicché, vedendo Casimiro Luna sedere in un angolo presso la Barmis, che aveva lasciato accanto a sé vuota una sedia per il Boggiolo, corse ad avvertirlo che il suo posto non era lì, che diamine! Su, su, accanto alla marchesa Lampugnani.
– No, grazie, Raceni, – gli rispose il Luna. – Mi lasci qua, la prego; abbiamo con noi il marito…
Come se avesse inteso, Silvia Roncella si volse a cercar con gli occhi Giustino. Quello sguardo allungato in giro per la tavola e poi nella sala espresse un penosissimo sforzo, interrotto a un certo punto dalla vista d’una persona cara, a cui ella sorrise con mesta dolcezza. Era una vecchia signora, venuta in carrozza con lei, a cui nessuno badava, smarrita lì in un cantuccio, poiché il Raceni non aveva più pensato di presentarla almeno ai vicini di tavola, come aveva promesso. La vecchia signora, che aveva un parrucchino biondo su la fronte e molta cipria in viso, fece un breve gesto vivace con la mano a la Roncella, come per dirle: «Su! su!», e la Roncella tornò a sorriderle mestamente, chinando più volte il capo, appena appena; poi si voltò verso il Gueli che le rivolgeva la parola.
Giustino Boggiolo, rientrando con lo Svedese nella sala vetrata, si accostò al Raceni, che aveva preso il posto del Luna accanto alla Lampugnani, e gli disse piano che il Lifjeld, professore di psicologia all’Università di Upsala, dottissimo, non aveva dove sedere. Subito il Raceni gli cedette il posto, presentandolo di qua alla Lampugnani, di là a donna Maria Bornè-Laturzi. Eran le conseguenze della perdita della prima lista degli invitati: la tavola era apparecchiata per trenta, e i commensali erano trentacinque! Basta: egli, il Raceni, si sarebbe accomodato alla meglio in qualche angolo.
– Senta, – soggiunse pianissimo Giustino Boggiolo, tirandolo per la manica e porgendogli di nascosto un pezzettino di carta arrotolato. – C’è scritto il titolo del dramma di Silvia… Sarebbe bene che il senatore Borghi, quando farà il brindisi, lo annunziasse, che ne dice? Ci penserà lei…
I camerieri entrarono di corsa recando il primo servito. S’era fatto molto tardi, e il pasto imminente promosse subito in tutti un silenzio religioso.
Maurizio Gueli lo notò, si volse a guardare le rovine del Palatino e sorrise. Poi si chinò verso Silvia Roncella e le disse piano:
– Guardi, signora Silvia: vedrà che a un certo punto s’affacceranno di là a guardarci, soddisfatti, gli antichi Romani.

5.

S’affacciarono davvero?
Nessuno dei commensali, certo, se n’accorse. La realtà del banchetto, realtà poco ben cucinata, a dir vero, e non abbondante né varia; la realtà del presente con le invidie segrete, che fiorivano su le labbra di questo e di quello in falsi sorrisi e in complimenti avvelenati; con le gelosie mal nascoste, che tiravan qua e là due a maldicenze sommesse; con le ambizioni insoddisfatte e le illusioni fatue e le aspirazioni che non trovavan modo di manifestarsi; teneva schiave tutte quelle anime irrequiete per lo sforzo che a ciascuna costava la simulazione e la difesa. Come le lumache le quali, non potendo o non volendo ricacciarsi nel guscio, segregano a riparo la bava e se n’avvolgono e tra quel vano bollichìo iridescente allungano i tentoni oculati, friggevano quelle anime nelle loro chiacchiere, tra cui la malizia di tratto in tratto drizzava le corna.
Chi poteva fra tanto pensare alle rovine del Palatino e immaginarvi affacciate le anime degli antichi Romani a mirar soddisfatte quel moderno simposio? Soltanto Maurizio Gueli, che nelle Favole di Roma, cioè in uno de’ suoi libri più noti, forse men denso degli altri di quel suo profondo e caratteristico umorismo filosofico, ma in cui tuttavia la critica agra e spietata, disperatamente scettica e pur non di meno limpida e fiorita di tutte le grazie dello stile, era riuscita meglio a sposarsi con la bizzarra fantasia creatrice, aveva raggruppato e fuso, scoprendo le più riposte analogie, la vita e le figure più espressive delle tre Rome. Non aveva egli forse, in quel libro, chiamato Cicerone a difendere innanzi al Senato, al Senato non più romano soltanto, il prefetto d’una provincia siciliana, prevaricatore, un gustosissimo prefetto clericale dei giorni nostri?
Ora a gli occhi di lui, che sentiva l’irrisione crudele del fato di Roma mitriato dal papi col triregno e la croce, incoronato d’una corona piemontese dalle varie e diverse genti d’Italia, chi s’affacciò dalle rovine del Palatino a salutare con lungo svolazzìo di bianche toghe tutti quegli efimeri letterati a banchetto nella sala vetrata del Castello di Costantino?
Molti senatori forse, per raccomandare a Romualdo Borghi, loro venerando collega, di non farsi vincer troppo dalla tentazione e di non mangiar altro che carne, per la salute delle patrie lettere, carne, essendo egli diabetico da più anni; e poi… poi tutti i poeti e prosatori di Roma: i comici e i lirici e gli epici e gli storici e i romanzieri. Tutti? Tutti no: Virgilio no, intanto, né Tacito; Plauto sì e Catullo e Orazio; Lucrezio, no; sì Properzio e sì uno che, più di tutti, ecco, accennava di voler partecipare a quel banchetto, non perché lo degnasse, ma per riderne, come già aveva fatto d’una cena famosa, a Cuma.
Maurizio Gueli si passò il tovagliolo su le labbra per nascondere un sorriso. Oh se egli si fosse alzato a dire in mezzo a quella tavolata:
– Prego, signori, facciano un po’ di largo a Petronio Arbitro che vuol venire.
Silvia Roncella, intanto, per non sentir l’impaccio che le veniva da tanti occhi appuntati su lei, che la spiavano, aveva rivolto lo sguardo e il pensiero alla verde campagna lontana, ai fili d’erba che colà crescevano, alle foglie che vi brillavano, a gli uccelli per cui cominciava la stagione felice, alle lucertole acquattate al primo tepore del sole, alle righe nere delle formiche, che tante volte ella s’era trattenuta a mirare, assorta. Quell’umilissima vita, tenue, labile, senz’ombra d’ambizione, aveva avuto sempre potere d’intenerirla per la sua precarietà quasi inconsistente. Ci vuol tanto poco perché un uccellino muoja; un villano passa e schiaccia con le scarpacce imbullettate quei fili d’erba, schiaccia una moltitudine di formiche… Fissarne una fra tante e seguirla con gli occhi per un pezzo, immedesimandosi con lei così piccola e incerta tra il va e vieni delle altre; fissar fra tanti un filo d’erba, e tremar con esso a ogni lieve soffio; poi alzar gli occhi a guardare altrove, quindi riabbassarli a ricercar fra tanti quel filo d’erba, quella formichetta, e non poter più ritrovare né l’uno né l’altra e aver l’impressione che un filo, un punto dell’anima nostra si sono smarriti con essi lì in mezzo, per sempre…
Un improvviso silenzio arrestò quel fantasticare di Silvia Roncella. Romualdo Borghi, accanto a lei, s’era levato in piedi. Ella guardò il marito, che le fe’ cenno d’alzarsi anche lei, subito. Si alzò, turbata, con gli occhi bassi. Ma che avveniva di là, nell’angolo ov’era seduto il marito?
Giustino Boggiolo s’era voluto levare anche lui diritto in piedi; e invano Dora Barmis lo tirava per le falde della marsina:
– Giù lei! Stia seduto! Che c’entra lei? Giù, giù.
Niente! Diritto impalato, Giustino Boggiolo, in marsina, volle riceversi anche lui, come marito, il brindisi del Borghi; e non ci fu verso di farlo sedere.
– Gentili signore, signori cari! – cominciò il Borghi col mento sul petto, la fronte contratta, gli occhi chiusi.
– (Silenzio! Parla al bujo – comentò sotto sotto Casimiro Luna.)
– È una bella e ricordevole ventura per noi il poter dare su la soglia d’una nuova vita il benvenuto a questa giovane forte, già avviata e qua giunta con passo di gloria.
– Benissimo – esclamarono due o tre.
Giustino Boggiolo volse gli occhi lustri in giro e notò con piacere che tre dei giornalisti intervenuti prendevano appunti. Poi guardò il Raceni per domandargli se aveva comunicato al Borghi il titolo del dramma di Silvia scritto in quel cartellino che gli aveva porto prima di sedere a tavola; ma il Raceni stava intentissimo al brindisi e non si voltava. Giustino Boggiolo cominciò a struggersi dentro.
– Che dirà Roma, – seguitava intanto il Borghi, che aveva sollevato il capo e tentava d’aprir gli occhi, – che dirà Roma, l’immortale anima di Roma all’anima di questa giovine? Pare, o signori, che la grandezza di Roma ami piuttosto la severa maestà della Storia anziché gli estri immaginosi dell’arte. L’ epopea di Roma, o signori, è nelle prime deche di Livio; negli Annali di Tacito è la tragedia. (Bene! Btavo! Bravissimo!)
Giustino Boggiolo s’inchinò, con gli occhi fissi sul Raceni che non si voltava ancora. La Barmis tornò a tirargli le falde della marsina.
– La parola di Roma è la Storia; e questa voce sopraffà qualunque voce individuale…
Oh ecco, ecco, il Raceni si voltava, approvando col capo. Subito Giustino Boggiolo, con gli occhi che gli schizzavano dalle orbite per l’intenso sforzo d’attirar l’attenzione di lui, gli fe’ un cenno. Il Raceni non capiva.
– Ma il Giulio Cesare, o signori? ma il Coriolano? ma l’Antonio e Cleopatra? I grandi drammi romani dello Shakespeare…
«Quel rotoletto di carta che le ho dato…», dicevano intanto le dita di Giustino Boggiolo, aprendosi e chiudendosi con stizzosa smania, poiché il Raceni non comprendeva ancora e lo guardava come sbigottito.
Scoppiarono applausi, e Giustino Boggiolo tornò a inchinarsi meccanicamente.
– Scusi, è Shakespeare lei? – gli domandò sotto voce Dora Barmis.
– Io no, che c’entra Shakespeare?
– Non lo sappiamo neanche noi, – gli disse Casimiro Luna.
– Ma segga, segga… Chi sa quanto durerà questo magnifico brindisi!
– …per tutte le vicende, o signori, d’una evoluzione infinita! (Bene! Bravo! Benissimo!) Ora il tumulto della nuova vita vuole una voce nuova, una voce che…
Finalmente! aveva capito il Raceni; si cercava nelle tasche del panciotto… Sì, eccolo là, il rotoletto di carta… – Questo? – Sì, sì… – Ma, come ormai? A chi? – Al Borghi! – E come? – Se n’era dimenticato… Troppo tardi, adesso… Ma via, stésse sicuro il Boggiolo; avrebbe pensato lui a comunicar quel titolo ai giornalisti… dopo, sì, dopo…
Tutto questo discorso fu tenuto a furia di cenni, da un capo all’altro della tavola.
Nuovi applausi scoppiarono. Il Borghi si voltava a toccar col calice il calice di Silvia Roncella: il brindisi era finito, con gran sollievo di tutti. E i commensali si levarono, anch’essi coi calici in mano, e s’accostarono in fretta alla festeggiata.
– Io tocco con lei… Tanto è lo stesso! – disse Dora Barmis a Giustino Boggiolo.
– Sissignora, grazie! – rispose questi, stordito dalla stizza.
– Ma santo Dio, ha guastato tutto!…
– Io? – domandò la Barmis.
– Nossignora, il Raceni… Gli avevo dato il titolo del coso… del dramma e… e niente, se l’è ficcato in tasca e se n’è scordato! Queste cose non si fanno! il senatore, tanto buono… Oh, ecco, scusi, signora, mi chiamano di là i giornalisti… Grazie, Raceni! Il titolo del dramma? Lei è il signor Mola, è vero? Sì, della Capitale, lo so… Grazie, fortunatissimo… Suo marito, sissignore. In quattro atti, il dramma. Il titolo? La nuova colonia. Lei è Centanni? Fortunatissimo… Suo marito, sissignore. La nuova colonia, sicuro, in quattr’atti… Già lo traducono in francese, sa? Il Desroches lo traduce, sissignore. Desroches, sissignore, così… Lei è Federici? Fortunatissimo… Suo marito, sissignore. Anzi, guardi, se volesse avere la bontà d’aggiungere che…
– Boggiolo! Boggiolo! – venne a chiamarlo di corsa il Raceni.
– Che cos’è?
– Venga… La sua signora si risente male, un pochino… Meglio andar via, sa!
– Eh, – fece dolente il Boggiolo tra i giornalisti marcando le ciglia e aprendo le braccia.
Lasciò intendere così di che genere fosse il male della mogliettina, e accorse.
– Lei è un gran birbante! – gli diceva poco dopo Dora Barmis, facendogli gli occhiacci e stringendogli le braccia. – Lei deve star quieto, ha capito? quieto!… Ora vada! vada! Ma non si dimentichi di venire da me, presto… Gliela farò io allora la ramanzina, mala carne!
E lo minacciò con la mano, mentr’egli, inchinandosi e sorridendo a tutti, vermiglio, confuso, felice, si ritraeva con la moglie e col Raceni dal terrazzo.
II. Scuola di grandezza

1.

Nello studiolo angusto, arredato di mobili, se non meschini, certo molto comuni, comperati di combinazione o a un tanto il mese, ma pur fornito già d’un tappeto nuovo fiammante e di due tende agli usci anch’esse nuove e d’una tal quale appariscenza, sembrava non ci fosse nessuno. Ma c’era lui, Ippolito Onorio Roncella: là, immobile come le tende, come quel tavolinetto innanzi al divanuccio, immobile come le due tozze scansie e le tre seggiole imbottite.
Guardava con occhi sonnolenti quegli oggetti e pensava che ormai poteva essere di legno anche lui. Sicuro. E tarlato bene.
Stava seduto presso la piccola scrivania, con le spalle volte contro l’unica finestretta quadra, che dava sul cortile e da cui entrava perciò ben poca luce, riparata come se fosse molta da una lieve cortina.
A un certo punto, tutto lo studiolo parve sussultasse. Niente. S’era mosso lui, Ippolito Onorio Roncella.
Per non guastare all’ampia bellissima barba grigia e ricciuta, lavata, pettinata, spruzzata di liquido odore, quel boffice ch’egli le dava ogni mattina palpeggiandola con la mano cava, si fece venir sul petto, con una mossa del collo, il fiocco del berretto da bersagliere che teneva sempre in capo, e si mise a lisciarlo pian piano. Come il bimbo la poppa della mamma o della bàlia, così egli, fumando, aveva bisogno di lisciar qualcosa e, non volendo la barba, si lisciava invece quel fiocco del berretto da bersagliere.
Nella quiete cupa del mattino cinereo, nel silenzio grave, ch’era come la tetra ombra del tempo, Ippolito Onorio Roncella sentiva quasi sospesa in una immobilità di triste e oscura e rassegnata aspettativa la vita di tutte le cose, prossime e lontane. E gli pareva che quel silenzio, quell’ombra del tempo, varcasse i limiti dell’ora presente e si profondasse a mano a mano nel passato, nella storia di Roma, nella storia più remota degli uomini, che avevano tanto faticato, tanto combattuto, sempre con la speranza di venire a capo di qualche cosa; e sissignori, a che erano riusciti? Ecco qua: a poter considerare come lui, che – a conti fatti – poteva anche valere quanto un’altra faccenda, stimata di grandissimo momento per l’umanità, questa di lisciare quietamente il fiocco d’un berretto da bersagliere.
– Che si fa?
Così domandava di tratto in tratto, con voce cornea e con un verso che accorava profondamente, un vecchio maledetto pappagallo nel silenzio del cortile: il pappagallo de la signora Ely Faciolli, che abitava lì accanto.
– Che si fa? – veniva d’ora in ora a domandare quella vecchia e sapiente signora alla stupidissima bestia.
E:
– Che si fa? – le rispondeva ogni volta il pappagallo; il quale poi, per conto suo, pareva ripetesse la domanda, quanto era lunga la giornata, a tutti gli inquilini della casa.
Ciascuno gli rispondeva a suo modo, sbuffando, secondo la qualità o il fastidio delle proprie faccende. Tutti, con poco garbo. Peggio di tutti gli rispondeva Ippolito Onorio Roncella, il quale non aveva più nulla da fare, messo da tre anni ormai a riposo, perché senza la minima intenzione d’offendere – (poteva giurarlo) – aveva dato di bestia a un suo superiore.
Per più di cinquant’anni egli aveva lavorato di testa. Bella testa, la sua. Piena zeppa di pensieri, l’uno più piacevole dell’altro. Basta ora, eh? Ora egli voleva attendere solamente ai tre regni della natura, rappresentati in lui dai capelli e dalla barba (regno vegetale), dai denti (regno minerale), e da tutte le altre parti della sua vecchia carcassa (regno animale). Quest’ultimo e un po’ anche i minerali gli s’erano guastati alquanto, per l’età; il regno vegetale invece gli dava ancora una bella soddisfazione; ragion per cui egli, che aveva fatto sempre ogni cosa con impegno e voleva che paresse, a chi come quel pappagallo gli domandava: – Signor Ippolito, che si fa? – additava la barba e rispondeva gravemente:
– Il giardiniere.
Sapeva d’avere una nemica acerrima entro di sé: l’animaccia ribelle, che non poteva tenersi di schizzare in faccia a tutti la verità come un cocomerello selvatico il suo sugo purgativo. Non per offendere, veh, ma per mettere le cose a posto.
– Tu sei un asino; ti bollo; e non se ne parli più. – Questa è una sciocchezza; la bollo; e non se ne parli più.
Amava le cose spicce, quella sua nemica. Un bollo, e lì. Meno male che, da qualche tempo, era riuscito ad addormentarla un poco, col veleno, fumando da mane a sera in quella pipa dalla canna lunghissima, mentre con la mano si lisciava il fiocco del berretto da bersagliere. A quando a quando, però, certi furiosi terribili assalti di tosse lo avvertivano che la nemica si ribellava all’intossicamento. Il signor Ippolito allora, strozzato, paonazzo in volto, con gli occhi schizzanti, tempestava coi pugni, coi piedi, si convelleva, lottava rabbiosamente per vincere, per domare la ribelle. Invano il medico gli diceva che l’anima non c’entrava, non aveva che vederci, e che quella tosse gli veniva dai bronchi attossicati, e che smettesse di fumare o non fumasse più tanto, se non voleva incorrere in qualche malanno.
Caro signore, – gli rispondeva, – consideri la mia bilancia! In un piatto, tutti i pesi della vecchiaja; nell’altro ci ho soltanto la pipa. Se la levo, tracollo. Che mi resta? Che faccio più, se non fumo?
E seguitava a fumare.
Esonerato dell’ufficio, ch’egli aveva avuto, indegno di lui, al Provveditorato agli studii, per quel giudizio esplicito e spassionato sul suo capo, invece di ritirarsi a Taranto, sua città natale, dove, morto il fratello, non avrebbe trovato più nessuno della sua famiglia, era rimasto a Roma per aiutare con la non lauta pensione la nipote Silvia Roncella, venuta da circa tre mesi a Roma con lo sposo. Ma già n’era pentito, e come!
Non poteva soffrire specialmente quel suo nuovo nipote, Giustino Boggiolo; per tante ragioni, ma soprattutto perché gli dava afa. Afa, afa. Che è l’afa? Ristagno di luce in basso che snerva l’elasticità dell’aria. Bene. Quel suo nuovo nipote s’indugiava a far lume, il più affliggente lume, in tutte le bassure: parlava troppo, spiegava le cose più ovvie e più chiare, quelle più terra terra, come se le vedesse lui solo e gli altri senza il suo lume non le potessero vedere. Che smanie, che affanno, a sentirlo parlare! Il signor Ippolito dapprima soffiava due o tre volte pian piano, per non offenderlo; alla fine non ne poteva più e sbuffava, sbuffava e sbatteva anche le mani in aria per spegnere tutto quell’inutile lume e restituire l’elasticità all’aria respirabile.
Di Silvia sapeva che, fin da ragazza, aveva il viziaccio di scribacchiare; che aveva stampato quattro, cinque libri, forse più; ma non s’aspettava davvero che dovesse arrivargli a Roma letterata già famosa. Uh, il giorno avanti, le avevano offerto finanche un banchetto tant’altri pazzi scribacchiatori come lei… Non era però cattiva, in fondo, Silvia, no; anzi non pareva per nulla, poverina, che avesse quella specie di bacamento cerebrale. Aveva, aveva ingegnaccio veramente, quella donnetta lì; e in tante e tante cose collegava, collegava bene con lui. Sfido! lo stesso sangue… la stessa macchinetta cavapensieri, tipo Roncella!
Il signor Ippolito socchiuse gli occhi e tentennò il capo, pian piano, per non guastarsi la barba.
Aveva fatto studii particolari, lui, su quella macchinetta infernale, specie di pompa a filtro che metteva in comunicazione il cervello col cuore e cavava idee dai sentimenti, o, com’egli diceva, l’estratto concentrato, il sublimato corrosivo delle deduzioni logiche.
Pompatori e filtratori famosi, i Roncella, tutti quanti, da tempo immemorabile!
Ma a nessuno finora, per dir la verità, era mai venuto in mente di mettersi a spacciar veleno per professione, come ora pareva volesse fare quella ragazza, quella santa figliuola: Silvia.
Il signor Ippolito non poteva soffrire le donne che portano gli occhiali, camminano come soldati, oggi impiegate alla posta, telegrafiste, telefoniste, e aspiranti all’elettorato e alla toga; domani, chi sa? alla deputazione e magari al comando dell’esercito.
Avrebbe voluto che Giustino impedisse alla moglie di scrivere, o, non potendo impedirglielo (ché Silvia veramente non gli pareva tipino da lasciarsi in questo imporre dal marito), che non la incoraggiasse almeno, santo Dio! Incoraggiarla? Altro che incoraggiarla! Le stava appresso dalla mattina alla sera, a incitarla, a spingerla, a fomentare in tutti i modi in lei quella passionaccia maledetta. Invece di domandarle se avesse rassettato la casa, sorvegliato la serva nella pulizia o in cucina, o se magari si fosse fatta una bella passeggiata a Villa Borghese; le domandava se e che cosa avesse scritto durante la giornata, mentr’ egli era all’ufficio, quante cartelle, quante righe, quante parole… Sicuro! Perché contava finanche le parole che la moglie sgorbiava, come se poi dovesse spedirle per telegrafo. Ed ecco là: aveva comperato di seconda mano una macchina da scrivere e ogni sera, dopo cena, stava fino a mezzanotte, fino al tocco, a sonar quel pianofortino lì, lui, per aver bell’e pronto, ricopiato a stampa, il materiale, – com’egli lo chiamava – da mandare ai giornali, alle rassegne, agli editori, ai traduttori, coi quali era in attivissima corrispondenza. Ed ecco là lo scaffale coi palchetti a casellario, i registri a repertorio, i copia-lettere…
Computisteria in piena regola, inappuntabile! Perché cominciava a smerciarsi il veleno, eh altro! anche fuori, all’estero… Gusti! Non si smercia il tabacco? E le parole che sono? Fumo. E che cos’è il fumo? Nicotina, veleno.
Sentiva finirsi lo stomaco il signor Ippolito, assistendo a quella vita di famiglia. Abbozzava, abbozzava da tre mesi; ma già prevedeva non lontano il giorno che non avrebbe potuto più reggere e avrebbe detto il fatto suo in faccia a quel figliuolo, non per offenderlo, veh, ma per mettere le cose a posto, secondo il solito suo. Un bollo, e lì. Poi, magari, se ne sarebbe andato a viver solo.
– Permesso? – domandò in quel punto dietro l’uscio una vocetta dolce dolce di donna, che il signor Ippolito riconobbe subito per quella de la vecchia signora Faciolli, padrona del pappagallo e della casa (o «la Longobarda», com’egli la chiamava.)
– S’accomodi, s’accomodi, – brontolò, senza scomporsi.

2.

Era quella stessa vecchia signora, che aveva accompagnato Silvia al banchetto il giorno avanti. Veniva ogni mattina, dalle otto alle nove, a dar lezione di lingua inglese a Giustino Boggiolo.
Gratis, beninteso, quelle lezioni; come gratis la signora Ely Faciolli, proprietaria della casa, accordava al suo caro inquilino Boggiolo l’uso del proprio salotto sempre che n’avesse bisogno per qualche ricevimento letterario.
Bacata anche lei, la vecchia signora, non tanto del verme solitario della letteratura, quanto del tarlo della storia e della tignuola dell’erudizione, stava attorno premurosa a Giustino Boggiolo e gli faceva continue e pressanti esibizioni di tant’altri servizii, avendole Giustino lasciato intravveder da lontano il miraggio d’un editore e fors’anche d’un traduttore (tedesco, s’intende) per la voluminosa opera inedita: Dell’ultima dinastia Longobarda e dell’origine del potere temporale dei Papi (con documenti inediti), nella quale ella aveva chiaramente dimostrato come qualmente l’infelice famiglia degli ultimi re longobardi non fosse finita del tutto con la prigionia di Desiderio né con l’esilio di Adelchi a Costantinopoli; ma che anzi, ritornata in Italia e rimpiattata sotto mentito nome in un angolo di questa classica terra (l’Italia), a salvaguardarsi dall’ira dei Carolingi e dei Papi, fosse durata ancora per molto e molto tempo.
La madre della signora Ely era stata inglese, e si vedeva ancora dal color biondo del parrucchino tutto arricciolato che teneva su la fronte la figliuola. La quale era rimasta nubile per aver fatto con l’occhialino analisi troppo sottili in gioventù, per aver troppo badato cioè al naso un tantino storto, alle mani un pochino grosse di questo o di quel pretendente. Pentita, troppo tardi, di tanta schifiltà, ella era adesso tutta miele per gli uomini. Ma non pericolosa. Portava sì quel parrucchino su la fronte e si rafforzava un po’ col lapis le ciglia, ma solo per non spaventar troppo lo specchio e indurlo a un mesto sorriso di compatimento. Le bastava.
– Ben levato, buon giorno, signor Ippolito, – diss’ella entrando con molti inchini e spremendo dagli occhi e dal bocchino un sorriso, di cui avrebbe potuto anche fare a meno, poiché il Roncella aveva abbassato gravemente le pàlpebre per non vederla.
– Bene a lei, signora, – rispose egli. – Tengo in capo, al solito, e non mi alzo, eh? Lei è di casa…
– Ma sì, grazie… stia comodo, per carità! – s’affrettò a dire la signora Ely, protendendo le mani piene di giornali. – È forse ancora a letto il signor Boggiolo? Ero venuta di furia perché ho letto qua… oh se sapesse quante, quante belle cose dicono i giornali della festa di jeri, signor Ippolito! Riportano il magnifico brindisi del senatore Borghi! Annunziano con augurii caldissimi il dramma della signora Silvia! Chi sa quanto dev’essere contento il signor Giustino!
– Piove, no?
– Come dice?
– Non piove?… Mi pareva che piovesse, – brontolò, volgendosi verso la finestra, il signor Ippolito.
La signora Ely conosceva il vizio del signor Ippolito di dare quelle brusche giratine al discorso; pur non di meno, questa volta, restò un po’ confusetta; poi, raccapezzatasi, rispose frettolosamente:
– No, no; ma sa? starà poco forse… È nuvolo. Tanto bello jeri, e oggi… Ah jeri, jeri, una giornata che mai più… Una giornata… Come dice?
– Doni, – gridò il signor Ippolito, – doni, dico, del Padreterno, signora mia, messo di buon umore dall’allegria degli uomini. Come vanno, come vanno codeste lezioni d’inglese?
– Ah, benissimo! – esclamò la vecchia signora. – Dimostra un’attitudine, il signor Boggiolo, a imparare le lingue, un’attitudine che mai più… Già il francese, proprio bene; l’inglese, fra quattro o cinque mesi (oh, anche prima!) lo parlerà discretamente. Attaccheremo poi subito col tedesco.
– Pure il tedesco?
– Eh sì… non potrebbe farne a meno! Serve, serve tanto, sa?
– Pei Longobardi?
– Lei scherza sempre coi miei Longobardi, cattivo! – disse la signora Ely, minacciandolo graziosamente con un dito. – Gli serve per veder chiaro nei contratti, per sapere a chi affida le traduzioni e poi per rendersi conto del movimento letterario, per leggere gli articoli, le critiche dei giornali…
– Ma Adelchi, Adelchi, – muggì il signor Ippolito. – Questa faccenda d’Adelchi come va? è proprio vera?
– Vera? Ma se c’è la lapide, non gliel’ho detto? scoperta da me nella chiesetta di S. Eustachio a Catino presso Farfa, per una fortunata combinazione, circa sette mesi fa, mentre vi ero in villeggiatura. Creda pure, signor Ippolito, che re Adelchi non morì in Calabria come dice il Gregorovius.
– Morì nel catino?
– A Catino, già! Documento inconfutabile. Loparius, dice la lapide, Loparius et judex Hubertus…
– Oh, ecco qua Giustino! – interruppe il signor Ippolito, fregandosi le mani. – Lo riconosco al passo.
E tirò in gran fretta cinque o sei boccate grosse di fumo.
Sapeva che suo nipote non poteva soffrire ch’egli se ne stésse lì nello scrittoio. Veramente, aveva la sua camera, ch’era la migliore dell’appartamento, dove nessuno lo avrebbe disturbato. Ma a lui piaceva tanto starsene lì, a riempire di fumo quello sgabuzzino.
(«Nubifico l’Olimpo!», sghignava tra sé.)
Boggiolo non fumava; e, ogni mattina, aprendo l’uscio, chiudeva gli occhi, lì su la soglia, e cacciava il fumo con le mani e sbuffava e si faceva venir la tosse… Il signor Ippolito non se ne dava per inteso, anzi tirava il fumo dalla pipa a più grosse boccate, come aveva fatto or ora, e lo depositava denso nell’aria, senza soffiarlo.
Non tanto quel fumo, però, non poteva soffrire Giustino Boggiolo, quanto il modo con cui lo zio lo guardava. Gli pareva quasi un vischio quello sguardo che gli impacciasse non solo tutti i movimenti, ma anche i pensieri. Ed egli aveva tanto da fare, lì dentro, nelle poche ore che l’ufficio gli lasciava libere! Intanto, la lezione d’inglese doveva farsela dare nella saletta da pranzo, come se non avesse studiolo.
Quella mattina però egli aveva da dire qualche cosa in segreto alla signora Faciolli e nella saletta da pranzo, ch’era presso alla camera, dove Silvia si tratteneva fino a tardi, non avrebbe potuto. Si fece animo dunque e, dato il buon giorno allo zio con un insolito sorriso, lo pregò d’aver la bontà di lasciarlo solo, lì con la signora Ely, almeno per un momentino.
Il signor Ippolito aggrottò le ciglia.
– Che hai in mano? – gli domandò.
– Mollica di pane, – rispose Giustino, aprendo la mano. – Perché? Mi serve per la cravatta.
Si tolse la cravatta, di quelle a nodo fatto, e accennò di stropicciarvi sù la mollica.
Il signor Ippolito approvò col capo; si alzò e parve lì lì per dire qualche altra cosa; ma si trattenne. Reclinò indietro il capo e, schizzando il fumo prima da un angolo e poi dall’altro della bocca e facendo dondolare il fiocco del berretto, se ne andò.
Per prima cosa Giustino andò a spalancare la finestra, stronfiando, e buttò fuori con rabbia la mollica.
– Ha veduto i giornali? – gli domandò subito, spiccando due passettini, vispa e contenta come una passeretta, la signora Faciolli.
– Sissignora, li ho di là, – rispose, imbronciato, Giustino. – Li aveva portati anche lei? Grazie. Eh, devo comperarne ancora tanti… Bisognerà mandarne via parecchi. Ma ha visto che razza di pasticci… che pasticcioni questi giornalisti?
– Mi pareva che… – arrischiò la signora Ely.
– Ma nossignora, scusi! – la interruppe il Boggiolo. – Quando le cose non si sanno, o non si dicono oppure, se si vogliono dire, si domanda prima a chi le sa, come stanno e come non stanno. Non fossi stato là! Ero là, perbacconaccio, pronto a dare tutte le spiegazioni, tutti gli schiarimenti… Che c’entrava cavarsi dalla manica certe storie? Il Lifield qua… no, dov’è? su la Tribuna… diventato un editore tedesco! E poi, guardi; Delosche… qua, Deloche invece di Desroches. Mi dispiace, ecco… mi dispiace. Devo mandare i giornali anche a lui, in Francia, e…
– Come sta, come sta la signora Silvia? – domandò la Faciolli, per non insistere su quel tasto che sonava male.
Sonò peggio quest’altro.
– Mi lasci stare! – sbuffò Giustino, dando una spallata, e buttò su la scrivania i giornali. – Cattiva nottata.
– Forse l’emozione… – si provò a spiegar quella.
– Ma che emozione! – scattò irritato il Boggiolo. – Quella… emozioni? Quella è una benedetta donna, che non la smuove neanche il Padreterno. Tanta gente convenuta là per lei, il fior fiore, no? il Gueli, il Borghi… crede che le abbia fatto piacere? Ma nemmen per sogno! Già, ho dovuto trascinarla per forza, ha visto? E le giuro su l’anima mia, signora, che questo banchetto è venuto da sé, cioè in mente al Raceni, a lui soltanto: io non ci sono entrato né punto né poco. Dopo tutto, mi pare che sia riuscito bene…
– Benissimo! come no? – approvò subito la signora Ely. – Una festa che mai più!
– Beh, a sentir lei, – fece Giustino, alzando le spalle, – dice e sostiene che ha fatto una pessima figura…
– Chi? – gridò la Faciolli, battendo le mani. – La signora Silvia? Oh santo cielo!
– Già! Ma lo dice ridendo, sa? – seguitò il Boggiolo. – Che non glien’importa nulla, dice. Ora, si deve o non si deve stare in mezzo? Io faccio, io faccio… ma pure lei dovrebbe aiutarmi. Mica scrivo io; scrive lei. Se la cosa va, perché non dobbiamo fare in modo che vada il meglio possibile?
– Ma sicuro? – approvò di nuovo, convintissima, la signora Ely.
– Quel che dico io, – riprese Giustino. – Avrà, sì, ingegno, Silvia; saprà magari scrivere; ma certe cose, creda pure, non le capisce. E non parlo d’inesperienza, badi. Due volumi, buttati via così, prima di sposar me, senza contratto… Una cosa incredibile! Appena posso, farò di tutto per riscattarli, quantunque pei libri, sa? ormai non mi faccio più tante illusioni. Sì, il romanzo va; ma non siamo in Inghilterra e neppure in Francia. Ora ha fatto il dramma; s’è lasciata persuadere, e l’ha fatto subito, bisogna dirlo, in due mesi. Io non me ne intendo… L’ha letto il senatore Borghi e dice che… sì, non saprebbe prevedere l’esito, perché è una cosa… non so com’ha detto… classica, mi pare… sì, classica e nuova. Ora, dico, se l’imbrocchiamo, se riusciamo bene a teatro, capirà, signora mia, può esser la nostra fortuna.
– Eh altro! eh altro! – esclamò la signora Ely.
– Ma dobbiamo prepararci, – soggiunse con stizza Giustino, giungendo le mani. – C’è aspettativa, curiosità… Ora s’è tenuto questo banchetto. Io ho potuto vedere che è piaciuta.
– Moltissimo! – appoggiò la Faciolli.
– Guardi, – seguitò Giustino. – L’ha invitata la marchesa Lampugnani, che ho sentito dire è fra le prime signore; l’ha invitata anche quell’altra, che ha pure un salotto ricercatissimo… come si chiama? la Bornè-Laturzi… Bisogna andare, non è vero? Mostrarsi… Ci vanno tanti giornalisti, critici drammatici… Bisognerà che lei li veda, parli, si faccia conoscere, apprezzare… Ebbene, chi sa quanto mi farà penare per indurla!
– Forse perché, – arrischiò, impacciata, la signora Ely, – forse perché si trova in… in uno stato?
– Ma no! – negò subito Giustino Boggiolo. – Ancora per due o tre mesi non parrà, potrà presentarsi benissimo! Io le ho detto che le farò un bell’abito… Anzi, ecco, volevo dirle appunto questo, signora Ely; se lei mi sapesse indicare una buona sarta, che non avesse però troppe pretensioni, troppi fumi… ecco, perché… aspetti, scusi; e se poi mi volesse aiutare nella scelta di quest’abito e… e anche, sì, a persuadere Silvia che, santo cielo, si lasci guidare e faccia quello che deve! Il dramma andrà in iscena verso la metà di ottobre.
– Ah, così tardi?
– Tardi; ma quest’indugio in fondo non mi dispiace, sa? Il terreno non è ancora ben preparato; conosco pochi; e poi la stagione, fra qualche settimana non sarebbe più propizia. Il vero chiodo però è Silvia, è Silvia ancora così impacciata. Abbiamo circa sei mesi innanzi a noi, per provvedere e rimediare a tutte queste cose e ad altre ancora. Ecco, io vorrei concertare un programmino. Per me, non ce ne sarebbe bisogno, ma per Silvia… Mi fa stizza, creda, che il maggiore ostacolo debba trovarlo proprio in lei. Non che si ribelli ai consigli; ma non vuole sforzarsi per nulla a investirsi bene della sua parte, ecco, a far quella figura che dovrebbe, a vincere insomma la propria indole…
– Schiva… già!
– Come dice?
– È troppo schiva, dicevo.
– Schiva?… si dice così? Non lo sapevo. Le mancano le maniere, ecco. Schiva, sì, la parola mi capàcita. Un po’ di scuola, creda, le è necessaria, come il pane. Io mi sono accorto che… non so… c’è come una… una intesa tra tanti che… non so… si riconoscono all’aria… basta pronunziare un nome, il nome… aspetti, com’è?… di quel poeta inglese di piazza di Spagna, morto giovine…
– Keats! Keats! – gridò la signora Ely.
– Chizzi, già… questo! Appena dicono Chizzi… niente, hanno detto tutto, si sono capiti. Oppure dicono… non so… il nome di un pittore forestiere… Sono così… quattro, cinque nomi di questi che li collegano, e non hanno neanche bisogno di parlare… un sorriso… uno sguardo… e fanno una figurona! una figurona! Lei che è tanto dotta, signora Ely, mi dovrebbe far questo piacere, ajutarmi, ajutare un po’ Silvia.
E come no? promise, felicissima, la signora Ely che avrebbe fatto di tutto e del suo meglio. Aveva la sarta, intanto, e per l’abito – un bell’abito nero, di drappo lucido, no? – bisognava farlo in modo che man mano…
– Naturalmente!
– Sì, si possa, insomma…
– Naturalmente, fra tre… quattro mesi… eh! Vuole che andiamo domani, insieme, a comperarlo?
Stabilito questo, Giustino trasse dal cassetto della scrivania alcuni albums e li mostrò, sbuffando:
– Guardi, quattro, oggi!
Un affar serio, quegli albums. Ne piovevano da tutte le parti alla moglie. Ammiratrici, ammiratori che, direttamente o per mezzo del Raceni, o per mezzo anche del senatore Borghi, chiedevano un pensiero, un motto o la semplice apposizione della firma.
A dar retta a tutti, Silvia avrebbe perduto chi sa quanto tempo. È vero che, per ora, non s’affannava troppo, anche in considerazione dello stato in cui si trovava; ma a qualche lavorino leggero leggero tuttavia attendeva, per non stare in ozio del tutto e rispondere alle richieste minute di questo o di quel giornale.
La seccatura di quegli albums se l’era perciò accollata lui, Giustino Boggiolo: vi scriveva lui i pensieri invece della moglie. Non se ne sarebbe accorto nessuno, perché egli sapeva imitare appuntino la scrittura e la firma di Silvia. I pensieri li traeva dai libri di lei già stampati; anzi, per non starogni volta a sfogliare e a cercare, se n’era ricopiati una filza in un quadernetto, e qua e là ne aveva anche inserito qualcuno suo; sì, qualche pensiero suo, che poteva passare, via, tra tanti… In quelli della moglie s’era arrischiato di far nascostamente, alle volte, qualche lieve correzioncina ortografica. Leggendo nei giornali gli articoli di scrittori raffinati (come, per esempio, il Betti, che aveva trovato tanto da ridire sulla prosa di Silvia) s’era accorto che costoro scrivevano – chi sa perché – con lettera majuscola certe parole. Ebbene, anche lui, ogni qual volta nei pensieri di Silvia ne trovava qualcuna majuscolabile, come vita, morte, ecc.: là, una bella V, una magnifica M! Se si poteva fare con così poca spesa una miglior figura…
Scartabellò nel quadernetto e, con l’ajuto della signora Ely, scelse quattro pensieri.
Questo… Senta questo! «Si dice sempre: Fa’ quel che devi! Ma il Dovere intimo nostro si esplica spesso su tanti attorno a noi. Ciò che è Dovere per noi, può essere di danno agli altri. Fa’ dunque quel che devi; ma sappi anche quello che fai. »
– Stupendo! – esclamò la signora Ely.
– È mio, – disse Giustino.
E lo trascrisse, sotto la dettatura della signora Ely, in uno di quegli albums. «Dovere» con lettera majuscola, due volte. Si stropicciò le mani; poi guardò l’orologio: ih, tra venti minuti doveva trovarsi all’ufficio! Lectio brevis, quella mattina.
Sedettero, maestra e scolaro, innanzi alla scrivania.
– Perché faccio tutto questo io? – sospirò Giustino. – Me lo dica Lei…
Aprì la grammatica inglese e la porse alla signora Ely.
– Forma negativa, – prese poi a recitare con gli occhi chiusi. – Present Tense: I do not go, io non vado; thou dost not go, tu non vai; he does not go, egli non va…

3.
Così cominciò per Silvia Roncella la scuola di grandezza: maestro in capo, il marito; supplente coadiutrice, Ely Faciolli.
Vi si sottomise con ammirevole rassegnazione.
Ella aveva sempre rifuggito dal guardarsi dentro, nell’anima. Qualche rara volta che ci s’era provata per un istante, aveva avuto quasi paura d’impazzire.
Entrare in sé voleva dire per lei spogliar l’anima di tutte le finzioni abituali e veder la vita in una nudità arida, spaventevole. Come vedere quella cara e buona signora EIy Faciolli senza più il parrucchino biondo, senza cipria e nuda. Dio, no, povera signora Ely!
Ed era poi quella la verità? No, neppur quella. La verità: uno specchio che per sé non vede, e in cui ciascuno mira sé stesso, com’egli però si crede, qual’egli s’immagina che sia.
Orbene, ella aveva orrore di quello specchio, dove l’immagine della propria anima, nuda d’ogni finzione necessaria, per forza doveva anche apparirle priva d’ogni lume di ragione.
Quante volte, nell’insonnia, mentre il marito e maestro le dormiva placido accanto, ella non s’era veduta assaltare nel silenzio da uno strano terrore improvviso, che le mozzava il respiro e le faceva battere in tumulto il cuore! Lucidissimamente allora la compagine dell’esistenza quotidiana, sospesa nella notte e nel vuoto della sua anima, priva di senso, priva di scopo, le si squarciava per lasciarle intravedere in un attimo una realtà ben diversa, orrida nella sua crudezza impassibile e misteriosa, in cui tutte le fittizie relazioni consuete di sentimenti e d’immagini si scindevano, si disgregavano.
In quell’attimo terribile ella si sentiva morire, provava proprio tutto l’orrore della morte e con uno sforzo supremo cercava di riacquistare la coscienza normale delle cose, di riconnettere le idee, di risentirsi viva. Ma a quella coscienza normale, a quelle idee riconnesse, a quel sentimento solito della vita non poteva più prestar fede, poiché sapeva ormai ch’erano un inganno per vivere e che sotto c’era qualcos’altro, a cui l’uomo non può affacciarsi, se non a costo di morire o d’impazzire.
Per giorni e giorni, tutto le appariva cambiato; nessuna cosa più le stimolava un desiderio; non vedeva anzi più nulla ne la vita di desiderabile; il tempo le s’affacciava davanti vòto, cupo e greve e tutte le cose in esso, come attonite, in attesa del deperimento e della morte.
Le avveniva spesso, meditando, di fissare lo sguardo sopra un oggetto qualunque e rilevarne minutamente le varie particolari tà, come se quell’oggetto l’interessasse. La sua osservazione, dapprima, era quasi macchinale: gli occhi del corpo si fissavano e si riconcentravano in quel solo oggetto, quasi per allontanare ogn’altra causa di distrazione, e ajutar così quelli de la mente nella meditazione Ma, a poco a poco, quell’oggetto le s’imponeva stranamente; cominciava a vivere per sé, come se a un tratto esso acquistasse coscienza di tutte le particolarità scoperte da lei, e si staccava da ogni relazione con lei stessa e con gli altri oggetti intorno.
Per paura d’esser di nuovo assaltata da quella realtà diversa, orribile, che viveva oltre la vista consueta, quasi fuori delle forme dell’umana ragione, forse senz’alcun sospetto dell’inganno umano o con una derisoria commiserazione di esso, ella stornava subito lo sguardo; ma non sapeva più posarlo sopra alcun altro oggetto; sentiva orrore della vista; le pareva che gli occhi suoi trapanassero tutto; li chiudeva e si cercava in cuore angosciosamente un ajuto qualunque per ricomporsi la finzione squarciata. Il cuore però, in quello strano sgomento, le si inaridiva. Non già per la macchinetta di cui parlava lo zio Ippolito! Ella non riusciva a cavar nessuna idea da quel sentimento oscuro e profondo: non sapeva riflettere, o piuttosto, se l’era sempre vietato.
Da ragazza aveva assistito a scene penose tra il padre e la madre, ch’era stata una santa donna tutta dedita alle pratiche religiose. Ricordava l’espressione della madre nello stringersi al cuore la crocetta del rosario quando il marito la derideva per la sua fede in Dio e per le sue lunghe preghiere, la contrazione di spasimo di tutto il volto, quasi che, serrando così gli occhi, ella potesse anche non udire quelle bestemmie del marito. Povera mamma! E con quale affanno e con qual pianto tendeva, subito dopo, le braccia a lei, piccina, e se la stringeva al seno e le turava le orecchie; e poi, appena il padre voltava le spalle, la faceva inginocchiare e le faceva ripetere con le manine giunte una preghiera a Dio, che perdonasse a quell’uomo il quale, se era tanto onesto e buono, era pur segno che Lo aveva in cuore, e intanto, ecco, non Lo voleva riconoscer fuori! Sì, erano queste le parole della mamma. Quante volte, dopo la morte di lei, non se le era ripetute! Aver Dio in cuore e non volerlo riconoscere fuori. Ella, con la madre, da piccina, andava sempre in chiesa; aveva seguitato ad andarci sola, rimasta orfana, tutte le domeniche; ma non avveniva forse a lei, in fondo, quello stesso che avveniva al padre? Riconosceva ella veramente Dio, fuori? Seguiva esternamente, come tanti altri, le pratiche del culto. Ma che aveva dentro? Come il padre, un sentimento oscuro e profondo, uno sgomento, quello stesso che entrambi si erano scorti l’uno negli occhi dell’altra, allorché tra loro due, sul letto, era spirata la madre. Ora, credere ad esso, sì, per forza, se ella lo provava; ma non era forse Dio una suprema finzione creata da questo sentimento oscuro e profondo per tranquillarsi? Tutto, tutto quanto era un apparato di finzioni che non si doveva squarciare, a cui bisognava credere, non per ipocrisia, ma per necessità, se non si voleva morire o impazzire. Ma come credere, se si sapevano finzioni? Ahimè, senza un fine, che senso aveva la vita? Le bestie vivevano per vivere, e gli uomini non potevano e non sapevano; per forza gli uomini dovevan vivere, non per vivere, ma per qualche cosa fittizia, illusoria che désse senso e valore alla loro vita.
Laggiù a Taranto l’aspetto delle cose ordinarie, consuete a lei fin dalla nascita e divenute parte della sua vita quotidiana quasi incosciente, non le avevano mai inquietato troppo lo spirito, quantunque ella avesse scoperto in esse tante meraviglie nascoste agli altri, ombre e luci di cui gli altri non si erano mai accorti. Avrebbe voluto rimanere laggiù presso al suo mare, nella casa ov’era nata e cresciuta, dove si vedeva ancora, ma con l’impressione strana che fosse un’altra, quella là, sì, un’altra se stessa ch’ella stentava a riconoscere. Le pareva di vedersi proprio, così da lontano, con occhi d’altri, e che si scorgesse… non sapeva dir come… diversa… curiosa… E quella là scriveva? aveva potuto scrivere tante cose? come? perché? chi gliel’aveva insegnate? donde le erano potute venire in mente? Pochi libri aveva letti, e in nessuno aveva mai trovato un tratto, un atteggiamento che avesse una somiglianza anche lontanissima con tutto ciò che veniva a lei di scrivere spontaneamente, così, all’improvviso. Forse non si dovevano scrivere tali cose? Era un errore scriverle a quel modo? Ella, o piuttosto, quella là non lo sapeva. Non avrebbe mai pensato a stamparle, se il padre non gliele avesse scoperte e strappate dalle mani. Ne aveva avuto vergogna, la prima volta, una gran paura di sembrare strana, quando non era tale, per nulla: sapeva fare tutte le altre cose tanto per benino, lei: cucinare, cucire, badare alla casa; e parlava così assennata, poi… – oh, come tutte le altre fanciulle del paese… C’era però qualcosa dentro di lei, uno spiritello pazzo, che non pareva, perché lei stessa non voleva ascoltarne la voce né seguirne le monellerie, se non in qualche momento d’ozio, durante il giorno, o la sera, prima d’andare a letto.
Più che soddisfazione, nel vedere accolto favorevolmente e lodato con molto calore il suo primo libro, ella aveva provato una gran confusione, un’ambascia, una costernazione smaniosa. Avrebbe saputo più scrivere, ora, come prima? non più per sé soltanto? Il pensiero della lode le si affacciava, e la turbava; si poneva tra lei e le cose che voleva descrivere o rappresentare. Non aveva toccato più la penna, per circa un anno. Poi… oh come aveva ritrovato cresciuto, ingrandito quel suo demonietto, e com’egli era divenuto cattivo, malizioso, scontento… Un demoniaccio s’era fatto, che le faceva quasi quasi paura, perché voleva parlar forte, ora, quando non doveva, e rider di certe cose che ella, come gli altri, nella pratica della vita, avrebbe voluto stimar serie. Era cominciato il combattimento interno, da allora. Poi s’era presentato Giustino…
Ella vedeva bene che il marito non la comprendeva, o meglio, non comprendeva di lei quella parte ch’ella stessa, per non apparir singolare dalle altre, voleva tener nascosta in sé e infrenata, che ella stessa non voleva né indagare né penetrare fino in fondo. Se un giorno questa parte avesse preso in lei il sopravvento, dove la avrebbe trascinata? Dapprima, quando Giustino, pur senza comprendere, s’era messo a spingerla, a forzarla al lavoro, allettato dagli insperati guadagni, ella, sì, aveva provato un vivo compiacimento, ma più per lui, quasi, che per sé. Avrebbe voluto, però, che egli si fosse arrestato lì e, sopratutto, che – dopo il molto rumore che s’era fatto attorno al romanzo La casa dei nani – non avesse tanto brigato e tempestato per venire a Roma.
Lasciando Taranto, aveva avuto l’impressione che si sarebbe smarrita, e che per assumer coscienza di sé in un’altra vita, e così vasta, avrebbe dovuto fare un violentissimo sforzo. E come si sarebbe ritrovata? Ella non si conosceva ancora, e non voleva conoscersi. Avrebbe dovuto parlare, mostrarsi… e che dire? Era proprio ignara di tutto. Quel che di volutamente angusto, di primitivo, di casalingo era in lei s’era ribellato, massime quando i primi segni della maternità le si erano manifestati. Quanto aveva sofferto durante quel banchetto, esposta lì, come a una fiera! S’era veduta quale un automa mal congegnato, a cui si fosse sforzata la carica. Per paura che questa scattasse da un momento all’altro, s’era tenuta s’era tenuta; ma poi il pensiero che dentro a questo automa si maturava il germe d’una vita, di cui ella avrebbe avuto tra breve la responsabilità tremenda, le aveva dato acute fitte di rimorso e reso addirittura insopportabile lo spettacolo di tanta insulsa e sciocca vanità.
Passato lo sbalordimento, passata la confusione dei primi giorni, s’era messa a girare per Roma in compagnia dello zio Ippolito. Che bei discorsi avevano fatto insieme! Che gustose spiegazioni le aveva dato lo zio! Era stato un gran conforto per lei il trovarlo a Roma, l’averlo con sé.
Bastava soltanto proferire questo nome – Roma – perché tanti e tanti si sentissero obbligati all’ammirazione, all’entusiasmo. Sì, aveva ammirato anche lei; ma con senso d’infinita tristezza: aveva ammirato le ville solitarie, vegliate dai cipressi; gli orti silenziosi del Celio e dell’Aventino, la tragica solennità delle rovine e di certe vie antiche come l’Appia, la chiara freschezza del Tevere… Poco la seduceva tutto ciò che gli uomini avevano fatto e detto per fabbricare innanzi ai loro stessi occhi la propria grandezza. E Roma… sì, una prigione un po’ più grande, dove i prigionieri apparivano un po’ più piccoli e tanto più goffi, quanto più gonfiavan la voce e si sbracciavano a far più larghi gesti.
Ella cercava ancora rifugio nelle più umili occupazioni, si appigliava alle cose più modeste e più semplici, quasi elementari. Sapeva di non poter dire quel che voleva, quel che pensava, perché la sua stessa volontà, il suo stesso pensiero, tante volte, non avevano più senso neanche per lei, se vi rifletteva un poco.
Per non veder Giustino imbronciato, si forzava a tenersi su, a darsi una cert’aria, un certo tono. Leggeva, leggeva molto; ma fra tanti libri, soltanto quelli del Gueli erano riusciti a interessarla profondamente. Ecco un uomo che doveva aver dentro un demonio simile al suo, ma molto più dotto!
Non bastava la lettura a Giustino; voleva inoltre che ella si assuefacesse a parlar francese e ne acquistasse pratica con la signora Ely Faciolli, che conosceva tutte le lingue, e da costei si facesse accompagnare nei musei e nelle gallerie d’arte antica e moderna per saperne parlare all’occorrenza; e di più voleva che si prendesse cura della persona, che s’acconciasse un po’ meglio, via!
Le veniva da ridere, certe volte, innanzi allo specchio. Si sentiva come tenuta dal suo sguardo stesso. Oh perché proprio doveva esser così, lei, con quella faccia? con quel corpo? Alzava una mano, nell’incoscienza; e il gesto le restava sospeso. Le pareva strano che l’avesse fatto lei. Si vedeva vivere. Con quel gesto sospeso si assomigliava allora a una statua d’antico oratore (non sapeva chi fosse) veduta in una nicchia, salendo un giorno da via Dataria per la scalinata del Quirinale. Quell’oratore, con un rotolo in una mano e l’altra mano tesa a un sobrio gesto, pareva afflitto e meravigliato d’esser rimasto lì, di pietra, per tanti secoli, sospeso in quell’atteggiamento dinanzi a tanta e tanta gente ch’era salita e sarebbe salita e saliva per quella scalinata. Che impressione strana le aveva fatto! Era a Roma da pochi giorni. Un meriggio di febbrajo. Il sole, pallido, su i grigi umidi selci della piazza del Quirinale, deserta. C’erano soltanto il soldato di sentinella e un carabiniere su la soglia del Palazzo Reale. (Forse a quell’ora il re sbadigliava nella reggia.) Sotto l’obelisco, tra i grandi cavalli impennati, l’acqua della fontana scrosciava; ed ella, come se quel silenzio attorno fosse diventato subito lontananza, aveva avuto l’impressione del fragorìo incessante del suo mare. S’era voltata: su la cordonata del Palazzo aveva veduto un vispo passero che molleggiava su i selci, scotendo la testina. Sentiva forse anch’esso un vuoto strano in quel silenzio e come un misterioso arresto del tempo e della vita, e se ne voleva accertare, spiando impaurito?
Ella conosceva bene quest’improvviso e per fortuna momentaneo sprofondarsi del silenzio negli abissi del mistero. Gliene durava a lungo, però, l’impressione d’orrida vertigine, con cui contrastava la stabilità, ma così vana, delle cose: ambiziose e pur misere apparenze. La vita che s’aggirava, piccola, solita, fra queste, le pareva poi che non fosse per davvero, che fosse quasi una fantasmagoria meccanica. Come darle importanza? come portarle rispetto? quel rispetto, quell’importanza che voleva Giustino?
Eppure, dovendo vivere… Ma sì, ella riconosceva che, in fondo, aveva ragione lui, il marito, e torto lei a esser così. Bisognava fare, ormai, a modo di lui. E si proponeva di contentarlo in tutto e di lasciarsi guidare, vincendo il fastidio e facendosi anche vedere ben disposta, per non risponder male a quanto egli aveva fatto e faceva per lei.
Povero Giustino! Così economo e misurato, ecco, non badava più neanche a spese per farla comparire… Che bell’abito le aveva comperato e fatto allestire di nascosto! E ora si doveva andare per forza, proprio per forza, in casa della marchesa Lampugnani? Sì, sì, sarebbe andata, avrebbe fatto da manichino a quel bell’abito nuovo: manichino non molto adatto, non molto… snello, in quel momento, ma via! se egli credeva proprio che fosse necessario andare, era pronta.
– Quando?
Gongolante, Giustino, nel vederla così arrendevole, le rispose che sarebbero andati la sera del giorno appresso.
– Ma aspetta, – soggiunse – Non voglio che tu faccia cattive figure. Capisco che ci sono tante piccole formalità, tante… sì, saranno magari sciocchezze, come tu credi, ma è bene saperle, cara mia. M’informerò. Della signora Ely, dico la verità, poco mi fido per queste cose.
E Giustino Boggiolo, quella sera, uscendo dall’ufficio, si recò a far la visita promessa a Dora Barmis.

4.

Appoggiata alla cassapanca della saletta d’ingresso, una stampella. Su la stampella, un cappello a cencio. La bussola, che metteva nel salotto, era chiusa, e nella penombra si soffondeva il color verde giallino della carta a scacchi applicata ai vetri.
– Ma no, no, no: vi ho detto no; basta! – s’intese gridare di dentro, irosamente.
La servetta, venuta ad aprire, restò a questo grido un po’ perplessa se entrare in quel momento ad annunziare il nuovo visitatore.
– Disturbo? – domandò, timidamente, Giustino. La servetta si strinse ne le spalle, poi si fece animo, picchiò sul vetro della bussola, aprì:
– C’è un signore…
– Boggiolo… – suggerì piano Giustino.
– Ah, voi Boggiolo? Che piacere! Entrate, entrate, – esclamò Dora Barmis tendendo il capo e sforzandosi di comporre subito a un’aria risolente il volto acceso, alterato dallo sdegno e dal dispetto.
Giustino Boggiolo entrò un po’ sbigottito, inchinando il capo anche a Cosimo Zago, che, scontraffatto, pallidissimo, s’era levato su un piede e, tenendo bassa la grossa testa arruffata, si reggeva penosamente su la spalliera d’una seggiola.
– Vado. A rivederla, – diss’egli, con voce che voleva parer calma.
– Addio, – gli rispose subito Dora, sprezzante, senza guardarlo; e tornò a sorridere a Giustino. – Sedete, sedete, Boggiolo. Come siete stato bravo… Ma tardi, eh?
Appena lo Zago, zoppicando malamente, fu uscito, ella fece un balzo su la seggiola, con le braccia per aria e sbuffò:
– Non ne potevo più! Ah caro amico, come vi fa pentir la gente d’avere un po’ di cuore! Ma se un povero disgraziato viene a dirvi: «Sono brutto… sono storpio…» – che gli rispondete voi? «No, caro; perché? E poi pensate che la Natura v’ha compensato con altri doni…» È la verità! Sapeste che bei versi sa fare quel poverino… Lo dico a tutti; l’ho detto anche a lui; l’ho stampato; ma egli ora me ne fa pentire… C’est toujours ainsi! Perché sono donna, capite? Ma io gliel’ho detto tout bonnement, potete crederci! Così, come a un collega… Io sono donna, perché… perché non sono uomo, santo Dio! Ma non ci penso neppure, tante volte, che sono donna, ve l’assicuro! Me lo dimentico assolutamente. Sapete come me ne ricordo? Vedendo certuni che mi guardano, che mi guardano… Oh Dio! Scoppio a ridere. Ma già! dico tra me. Davvero, io sono donna. Mi amano… ah ah ah… E poi, che volete, caro Boggiolo, vecchia ormai, no? Su… eh perbacco! fatemi un complimento, ditemi che non sono vecchia…
– Non c’è mica bisogno di dirlo, – fece Giustino, arrossendo e abbassando gli occhi.
Dora Barmis scoppiò a ridere, secondo il solito suo, arricciando il naso:
Caro! caro! Vi vergognate? Ma no, via! Prendete il thè? prendete un vermouth? Ecco, fumate.
E gli porse con una mano la scatola delle sigarette, mentre con l’altra premeva il bottone del campanello elettrico sotto il palco che reggeva tanti libri e ninnoli e statuette e ritratti, sospeso là su l’ampio divano ad angolo, ricoperto di stoffe antiche.
– Grazie, non fumo, – disse Giustino.
Dora posò la scatola delle sigarette sul tavolino basso basso, tondo, a due piani, che stava davanti al divano. Entrò la servetta.
– Porta il vermouth. A me, il thè. Qua, Nina, preparo io.
Poco dopo, la servetta rientrò con la teiera, col vermouth e con le paste in una coppa argentata. Dora versò il vermouth a Giustino e gli disse:
– Di ben altro, ora che ci penso, dovreste vergognarvi, voi, bel tomo! E questo, badate, ve lo dico sul serio adesso.
– Di che? – domandò Giustino, che già aveva capito; tanto vero che schiuse le labbra sotto i baffi a un risolino fatuo.
– Voi avete dalla natura un sacro deposito, Boggiolo! – disse la Barmis, agitando un dito e con tono di minaccia e di severo ammonimento. – Prendete un fondant… Vostra moglie non appartiene solamente a voi. I vostri diritti, caro, devono essere limitati. Voi, magari, se vostra moglie non ne soffre… Dite un po’, è gelosa di voi, vostra moglie?
– Ma no, – rispose Giustino. – Del resto, non posso dirlo, perché…
– Non le avete mai dato il minimo incentivo, – compì la frase Dora. – Siete dunque davvero un bravo figliuolo; si vede; ma troppo bravo, forse… eh? dite la verità… No, voi dovreste risparmiarla, Boggiolo. Del resto… gli uomini dànno un brutto nome alla cosa; ma quelle de le donne potrebbero bene chiamarsi antenne: le hanno anche le farfalle… Su, gli occhi! su, gli occhi! Perché non mi guardate? Vi sembro molto curiosa? Oh ; bravo, così! Ridete? Ma sicuro, caro mio, non basta essere un bravo figliuolo, quando si ha la fortuna d’avere una moglie come la vostra… Conoscete la poetessa Bertolè-Viazzi? Non è venuta al banchetto, perché, povera donna…
– Anche lei? – domandò Giustino Boggiolo pietosamente.
– Eh… ma molto più grave! – esclamò Dora. – Ha un marito addirittura terribile, quella lì.
Giustino si strinse ne le spalle e sospirò con un mesto sorriso:
– D’altra parte…
– Ma che d’altra parte! – scattò Dora Barmis. – Bisogna che il marito in certi casi abbia considerazione e pensi che… Guardate: da quattro o cinque anni la Bertolè lavora a un poema, molto bello, v’assicuro, tutto intessuto di ricordi eroici, di famiglia: il nonno fu un patriota vero, esiliato a Londra, poi garibaldino; il padre le morì a Bezzecca… Ebbene, a pensare che ella ha già nel capo una gestazione come quella, un poema vi dico, un poema! e poi a vederla contemporaneamente, povera donna, oppressa, deformata più giù, per un altro verso… No no, credete, è proprio un di più, una soperchieria crudele! O l’una cosa o l’altra, ecco!
Capisco, – fece Giustino, angustiato. – Ma crede che sia seccato poco anche a me? Silvia però non farà nulla durante tutto questo tempo.
– E sarà un tempo prezioso perduto! – esclamò Dora.
– Lo dice a me? – soggiunse Giustino. – Tutto perduto e niente di guadagnato. La famiglia che cresce… e chi sa quante spese e cure e pensieri. Poi, la lontananza: perché il bambino, o la bambina che sarà, dovremo mandarla via, a bàlia, presso la nonna…
– A Taranto?
– No, a Taranto. La mamma di Silvia è morta da tanti anni. Da mia madre, a Cargiore.
Cargiore? – domandò Dora, sdrajandosi sul divano. – Dov’è Cargiore?
– In Piemonte. Oh, un villaggetto sparso, di poche case, presso Torino.
– Perché voi siete piemontese, è vero? – tornò a domandare la Barmis, avvolgendosi tra il fumo della sigaretta. – Si sente. E come mai avete conosciuto la Roncella?
– Mah, – fece Giustino. – Mi mandarono laggiù a Taranto, dopo il concorso all’Archivio Notarile…
– Uh, poverino!
– Un anno e mezzo d’esilio, creda. Fortuna che il padre di Silvia, allora mio capo…
– All’Archivio?
Capo-Archivista, sissignora… Oh, un buon impiego, per questo! Mi prese subito a benvolere.
– E voi, birbante, gl’innamoraste la figliuola letterata?
– Eh, per forza… – sorrise Giustino.
– Come, per forza? – domandò Dora, riscotendosi.
– Dico per forza, perché… vacci oggi, vacci domani… Un povero giovine, là solo… Lei non può capire che cosa sia… Vissuto sempre con la mia mamma, povera vecchina; abituato alle cure di lei… L’onorevole Datti, deputato del mio collegio, mi aveva promesso che presto m’avrebbe fatto chiamare a Roma, all’archivio del Consiglio di Stato. Ma sì! il Datti… Eppoi, mia madre avrebbe forse potuto raggiungermi qua? Dovevo prender moglie per forza. Ma non m’innamorai di Silvia perché letterata, sa? Non ci pensavo neppure, allora, alla letteratura. Sapevo, sì, che Silvia aveva stampato due libri; ma questo anzi per me… Basta!
– No no, raccontate, raccontate, – lo incitò Dora. – Mi fate tanto piacere.
– Ma c’è poco da raccontare, – disse Giustino. – Quando andai la prima volta in casa di lei, m’immaginavo di trovare… non so, una giovine con la testa accesa… Ma che! Semplice, timida… già Lei l’ha veduta…
– Che amore, già! che amore! – esclamò Dora.
– Il padre sì, mio suocero, buon anima…
– Ah, le è morto anche il padre?
– Sissignora, di colpo; un mese appena dopo il nostro matrimonio. Poverino, fanatico, lui! Ma s’intende, l’unica figliuola… Se ne compiaceva; dava a leggere quei libri, i giornali che ne parlavano, a tutti gl’impiegati, lì, all’ufficio… La prima volta li lessi anch’io, così…
– Per dovere d’ufficio, eh? – domandò ridendo la Barmis.
Capirà, – fece Giustino. – Silvia però soffriva proprio, vedendo il padre così infervorato, non permetteva mai che ne parlasse in sua presenza. Quieta quieta, senz’alcuna ambizione, neppure nel vestire, sa? attendeva alle cure domestiche, faceva tutto lei in casa. Quando sposammo, mi fece finanche ridere
– Che volevate piangere?
– No, dico, mi fece ridere perché volle confessarmi il suo vizio nascosto, come lo chiamava: quello di scrivere. Mi disse che dovevo rispettarglielo, ma che in compenso non mi sarei mai accorto di quando ella scrivesse e di come facesse a scrivere tra le faccende di casa.
Cara! E voi?
– Ma io promisi. Poi, però, – pochi mesi dopo il matrimonio – sicuro! – arrivò dalla Germania un vaglia di trecento marchi, per diritto di traduzione. Non se l’aspettava neanche lei, Silvia, si figuri! Tutta contenta, dentro di sé, che in quei suoi libri fosse riconosciuto un merito, che forse nemmeno lei supponeva d’avere, ignara, inesperta, aveva aderito alla richiesta di traduzione delle Procellarie (il suo secondo volume di novelle) così, senza pretender nulla
– E voi allora?
– Eh, aprii gli occhi, si figuri! Venivano altre richieste da rassegne, da giornali. Silvia mi confessò che nel cassetto aveva tant’altri manoscritti di novelle, l’abbozzo d’un romanzo… La casa dei nani… Gratis? Come, gratis? Perché? Non è forse lavoro? E il lavoro non deve fruttare? Loro letterati stessi, per questa parte qui, non sanno farsi valere. Ci vuole uno che le sappia queste cose e ci badi. Io, guardi, appena capii che c’era da cavarne qualche cosa, cominciai a prender subito le debite informazioni, con ordine; mi misi in corrispondenza con un mio amico libraio di Torino per aver notizie del commercio librario; con parecchi redattori di rassegne e giornali che avevano scritto bene dei libri di Silvia; scrissi, mi ricordo anche al Raceni…
– Eh, mi ricordo anch’io! – esclamò Dora, sorridendo.
– Tanto buono, il Raceni! – seguitò Giustino. – Eppoi studiai la legge su la proprietà letteraria, sicuro! e anche il trattato di Berna sui diritti d’autore… Eh, la letteratura è un campo, signora mia, da contrastare allo sfruttamento sfacciato della stampa e degli editori. Ne hanno fatte tante anche a me, nei primi giorni! Contrattavo così, tentoni, si sa… Ma poi vedendo che le cose andavano… Silvia si spaventava dei patti che facevo; nel vedere poi accettati i prezzi, quando le mostravo il denaro guadagnato, rimaneva soddisfatta… eh sfido! Però, sa, posso dire d’averlo guadagnato io, il denaro, perché ella dai suoi lavori non avrebbe saputo cavare mai nulla.
– Che uomo prezioso siete voi, Boggiolo! – disse Dora, chinandosi a mirarlo davvicino.
– Non dico questo, – fece Giustino, – ma creda che gli affari li so trattare. Mi ci metto con impegno, ecco. Devo veramente gratitudine agli amici, al Raceni, per esempio, ch’è stato tanto buono con mia moglie fin dal principio. E anche a lei…
– Ma no! Io? che ho fatto io? – protestò Dora, vivamente.
– Anche lei cara, anche lei, – ripeté Giustino, – insieme col Raceni, tanto buona. E il senatore Borghi?
– Ah, il padrino della fama di Silvia Roncella è stato lui! – disse Dora.
– Sissignora, sissignora… proprio così, – confermò il Boggiolo. – E debbo anche a lui la mia venuta a Roma, sa? Non ci voleva, giusto in questo momento, il guajo della gravidanza…
– Vedete? – esclamò Dora. – E la vostra signora, chi sa quanto soffrirà poi a staccarsi dal bambino!
– Ma! – fece il Boggiolo, – dovendo lavorare…
– È molto triste! – sospirò la Barmis. – Un figliuolo!… Dev’essere terribile vedersi, sentirsi madre! Io morrei di gioja e di spavento! Dio Dio Dio non mi ci fate pensare.
Scattò in piedi, come sospinta da una susta; si recò presso l’uscio della camera e cercò sotto la portiera la chiavetta della luce elettrica; ma poi si volse e disse con voce cangiata:
– O vogliamo restare così? Non vi piace? Dämmerung… Intristisce questa pena del giorno che muore, ma fa anche bene. Bene e male, a me. Tante volte, divento più cattiva, pensando in quest’ombra. M’accoro e mi nasce un invidia angosciosa della casa altrui, d’ogni casa che non sia come questa…
– Ma è tanto bello qui… – disse Giustino, guardando intorno.
– Voglio dire, così sola… – spiegò Dora, – così triste… Vi odio tutti, io, voialtri uomini, sapete? Perché a voi sarebbe tanto più facile esser buoni, e non siete, e ve ne vantate. Oh, quanti uomini ho sentito io ridere delle loro perfidie, Boggiolo. E ne ho riso anch’io ascoltandoli. Ma poi, a ripensarci sola, in quest’ora, che voglia, che voglia m’è nata tante volte… d’uccidere! Su, su, facciamo la luce, sarà meglio!
Girò la chiavetta e salutò la luce con un profondo sospiro.
Era impallidita davvero e aveva negli occhi bistrati come un velo di lacrime.
– Non dico per voi, badate, – soggiunse con un mesto sorriso, tornando a sedere. – Voi siete buono, lo vedo. Volete essere mio amico sincero?
– Felicissimo! – s’affrettò a rispondere Giustino, un po’ commosso.
– Datemi la mano, – riprese Dora. – Proprio sincero? Ne cerco uno da tanto tempo, che mi sia come un fratello…
E stringeva la mano.
– Sissignora…
– Col quale io possa parlare a cuore aperto…
E stringeva vie più la mano.
– Sissignora…
– Ah, se voi sapeste quanto sia doloroso questo sentirsi sola, sola nell’anima, intendete? perché il corpo… Oh, non mi guardano che il corpo, come sono fatta… i fianchi, il petto, la bocca… ma gli occhi non me li guardano, perché si vergognano… Ed io voglio essere guardata negli occhi, negli occhi…
E seguitava a stringer la mano.
– Sissignora… – ripeté Giustino, guardandola negli occhi, smarrito e vermiglio.
– Perché negli occhi ho l’anima, l’anima che cerca un’anima a cui confidarsi e dire che non è vero che noi non crediamo alla bontà, che non siamo sinceri quando ridiamo di tutto, quando per parere esperti diventiamo cinici, Boggiolo! Boggiolo!
– Che debbo fare? – domandò stordito, esasperato, in uno stato da far pietà, Giustino Boggiolo, sotto la morsa di quella mano così frale e pur così nervosa e forte.
Dora Barmis si buttò via dalle risa.
– Ma no, davvero! – disse allora con forza Giustino per riprendersi. – Se io posso fare per Lei qualche cosa, sono qua, signora! vuole un amico? sono qua; glielo dico davvero.
– Grazie, grazie, – rispose Dora, tirandosi su. – Scusatemi, se ho riso. Vi credo: voi siete troppo… oh Dio… sapete che i muscoli da cui dipende il riso non obbediscono alla volontà, ma a certi moti emozionali incoscienti? Io non sono avvezza a una bontà come la vostra. La vita per me è stata cattiva; e, trattando con uomini cattivi, anch’io… pur troppo… Non vorrei farvi male! Forse la vostra bontà degenererebbe… No? Malignerebbero gli altri, lo stesso… E anch’io, ma sì, parlandone con gli altri, sapete? son capace di mettermi a ridere d’essere stata oggi così sincera con voi… Basta, basta! Non ci facciamo illusioni. Sapete chi mi ha chiesto di vostra moglie? La marchesa Lampugnani. Voi avete un invito, e ancora non siete andati.
– Sissignora, domani sera, infallibilmente, – disse Giustino Boggiolo. – Silvia non ha potuto. Anzi io ero venuto qua per questo. Ci sarà Lei domani sera, dalla Marchesa?
– Sì, sì, – rispose Dora. – Tanto buona, la Lampugnani, e s’interessa tanto di vostra moglie; desidera proprio di vederla. Voi le fate fare una vita troppo ritirata.
– Io? – esclamò Giustino. – Io no, signora; io anzi vorrei… Ma Silvia è ancora un po’… non saprei come dire…
– Non me la guastate! – gli gridò Dora. – Lasciatela com’è, per carità! Non la forzate…
– No, ecco, – disse Giustino, – ma per saperci regolare… capirà… Ci va molta gente dalla Marchesa?
– Oh, i soliti, – rispose la Barmis. – Forse domani sera ci sarà anche il Gueli, permettendo la Frezzi, si sa.
– La Frezzi? chi è? – domandò Giustino.
– Una donna terribile, caro, – rispose la Barmis. – Colei che tiene in dominio assoluto Maurizio Gueli.
– Ah, non ha moglie il Gueli?
– Ha la Frezzi, che è lo stesso, anzi peggio, povero Gueli! C’è tutto un dramma, sotto. Basta. Ama la musica la vostra signora?
– Credo – rispose Giustino, impacciato. – Non so bene… Ne ha sentita poca… là, a Taranto. Perché, si fa molta musica in casa della Marchesa?
– Talvolta sì, – disse Dora. – Viene il violoncellista Begler, il Milani, il Cordova, il Furlini, e s’improvvisa il quartetto…
– Eh già, – sospirò Giustino. – Un po’ di conoscenza della musica… di quella difficile… oggi è proprio necessaria… Wagner…
– No, Wagner, col quartetto! – esclamò Dora. – Tchaikowsky, Dvorak… e poi, si sa, Glazounov, Mahler, Raff.
– Eh già, – sospirò di nuovo Giustino. – Tante cose si dovrebbero sapere…
– Ma no! basta saperli pronunziare, caro Boggiolo! – disse Dora, ridendo. – Non vi date pensiero. Se non dovessi guardarmi la professione, scriverei io un libro, che vorrei intitolare La Fiera o il Bazar della Sapienza… Proponetelo a vostra moglie, Boggiolo. Ve lo dico sul serio! Le darei io tutti i dati e i connotati e i documenti. Una filza di questi nomi difficili… poi un po’ di storia dell’arte… – basta leggere un trattatello qualunque – un po’ d’ellenismo, anzi di pre-ellenismo, arte micenaica e via dicendo, – un po’ di Nietzsche, un po’ di Bergson, un po’ di conferenze, e avvezzarsi a prendere il the, caro Boggiolo. Voi non ne prendete, e avete torto. Chi prende il the per la prima volta, comincia subito a capire tante cose. Volete provare?
– Ma l’ho preso già, qualche volta, – disse Giustino.
– E non avete capito ancor nulla?
– Se devo dire la verità, preferisco il caffè…
Caro! Non lo dite, però! Il the, il the; bisogna avvezzarsi a prendere il the, Boggiolo! Verrete in frac domani sera, dalla Marchesa. Gli uomini in frac; le donne… no, qualcuna viene anche senza décolleté.
– Glielo volevo domandare, – disse Giustino. – Perché Silvia…
– Ma sfido! – lo interruppe Dora, ridendo forte. – Senza décolleté, lei, in quello stato; non c’è bisogno di dirlo. Siamo intesi?
Quando, di lì a poco, Giustino Boggiolo uscì dalla casa di Dora Barmis, la testa gli girava come un molino a vento.
Da un pezzo, accostandosi ora a questo ora a quel letterato, osservava, studiava quel che ci voleva e come gli altri riuscissero a far bella figura; le loro impostature di grandezza. Ma tutto gli sembrava come campato in aria. L’istabilità della fama lo angosciava: gli pareva come l’esitar sospeso d’uno di quegli argentei pennacchioli di cardo che il più lieve soffio portava via. La Moda poteva da un istante all’altro mandare ai sette cieli il nome di Silvia o buttarlo a terra e sperderlo in un angolo bujo.
Aveva il sospetto che Dora Barmis si fosse alquanto burlata di lui; ma questo tuttavia non gl’impediva d’ammirar lo spirito indiavolato di quella donna. Ah quanto più facile sarebbe stato il suo compito, se Silvia avesse avuto almeno un po’ di quello spirito, di quelle maniere, di quella padronanza di sé. Ne difettava anch’egli, finora; lo riconosceva; e riconosceva perciò quasi un diritto alla Barmis di beffarsi di lui. Non gliene importava. Era stata una lezione, in fin dei conti. Doveva prendere ammaestramento e inviamento e stato anche a costo di soffrire in principio qualche mortificazioncella. Egli mirava alla meta.
E come per raccogliere il frutto di quei primi ammaestramenti, quella sera, rientrò in casa con tre volumi nuovi da far leggere alla moglie:
1. – un breve compendio illustrato di storia dell’arte;
2. – un libro francese su Nietzsche;
3. – un libro italiano su Riccardo Wagner.

III. Mistress Roncella two accouchements

1.

La servotta abruzzese, che rideva sempre vedendo quel berretto da bersagliere in capo al signor Ippolito, entrò nello studiolo ad annunziare che c’era di là un signore forestiere, il quale voleva parlare col signor Giustino.
– All’Archivio!
– Se poteva riceverlo la signora, dice.
– Pollo d’India, non sai che la signora è… (e disse con le mani com’era; quindi soggiunse: – Fallo passare. Parlerà con me.
La servotta uscì, com’era entrata, ridendo. E il signor Ippolito borbottò tra sé, stropicciandosi le mani:
«L’accomodo io».
Entrò poco dopo nello studiolo un signore biondissimo, dalla faccia rosea, da bamboccione ingenuo, con certi occhi azzurri ilari parlanti.
Ippolito Onorio Roncella accennò di levarsi con grandissima cura il berretto.
– Prego, segga pure. Qua, qua, su la poltrona. Permette ch’io tenga in capo? Mi raffredderei.
Prese il biglietto che quel signore tra smarrito e sconcertato gli porgeva e vi lesse: C. NATHAN CROWELL.
– Inglese?
– No, signor, americano, – rispose il Crowell, quasi incidendo con la pronunzia le sillabe. – Corrispondente giornale americano The Nation, New-York. Signor Bòggiolo…
– Boggiòlo, scusi.
– Ah! Boggiòlo, grazie. Signor – Boggiòlo – accordato intervista – su – nuova – grande – opera grande – scrittrice – italiana – Silvia – Roncella.
– Per questa mattina? – domandò il signor Ippolito, parando le mani. (Ah che vellicazione al ventre gli producevano lo stile telegrafico e lo stento della pronunzia di quel forestiere!)
Il signor Crowell si alzò, trasse di tasca un taccuino e mostrò in una paginetta l’appunto scritto a lapis: Mr. Boggiolo, thursday, 23 (morning).
– Benissimo. Non capisco; ma fa lo stesso, – disse il signor Ippolito. – S’accomodi. Mio nipote, come vede, non c’è.
– Ni-pote?
– Sissignore. Giustino Boggiolo, mio ni-po-te… Nipote, sa? sarebbe… nepos, in latino; neveu, in francese. L’inglese non lo so… Lei capisce l’italiano?
– Sì, poco, – rispose, sempre più smarrito e sconcertato, il signor Crowell.
– Meno male, – riprese il signor Ippolito. – Ma nipote, intanto, eh?… Veramente, mio nipote, non lo capisco neanche io. Lasciamo andare. C’è stato un contrattempo, veda.
Il signor Crowell s’agitò un poco su la seggiola, come se certe parole gli facessero proprio male e credesse di non meritarsele.
– Ecco, le spiego, – disse il signor Ippolito, agitandosi un poco anche lui. – Giustino è andato all’ufficio… uffi – uf-fi-cio, all’ufficio, sissignore (Archivio Notarile). È andato per domandare il permesso… – ancora, già! e perderà l’impiego, glielo dico io! – il permesso d’assentarsi, perché jersera noi abbiamo avuto una bella consolazione.
A quest’annunzio il signor Crowell rimase dapprima un po’ perplesso, poi tutt’a un tratto ebbe un prorompimento di vivissima ilarità, come se finalmente gli si fosse fatta la luce.
– Conciolescione? – ripeté, con gli occhi pieni di lagrime. – Veramente, conciolescione?
Questa volta ci restò brutto il signor Ippolito, invece.
– Ma no, sa! – disse irritato. – Che ha capito? Abbiamo ricevuto da Cargiore un telegramma con cui la signora Velia Boggiolo, che sarebbe la mamma di Giustino, sissignore, ci annunzia per oggi la sua venuta; e non c’è mica da stare allegri, perché viene per assistere Silvia, mia nipote, la quale finalmente… siamo lì lì: tra pochi giorni, o maschio o femmina. E speriamo tutti che sia maschio, perché, se nasce femmina e si mette a scrivere anche lei, Dio ne liberi e scampi, caro signore! Ha capito?
(«Scommetto che non ha capito un corno!», borbottò tra sé, guardandolo.)
Il signor Crowell gli sorrise.
Il signor Ippolito, allora, sorrise anche lui al signor Crowell. E tutti e due, così sorridenti, si guardarono un pezzo. Che bella cosa, eh? Sicuro… sicuro…
Bisognava riprendere daccapo la conversazione, adesso.
– Mi pare che Lei tanto tanto non lo… non lo… mastichi, ecco, l’italiano, – disse bonariamente il signor Ippolito: Scusi, part… par-to-ri-re, almeno…
– Oh, sì, partorire, benissimo, – affermò il Crowell.
– Sia lodato Dio! – esclamò il Roncella. – Ora, mia nipote…
– Grande opera? dramma?
– Nossignore: figliuolo. Figliuolo di carne. Ih, com’è duro lei d’intendere certe cose! Io che voglio parlare con creanza. Il dramma è già partorito. Sono cominciate le prove l’altro ieri, a teatro. E forse, sa? verranno alla luce tutt’e due insieme, dramma e figliuolo. Due parti… cioè, parti, sì, plurale di parto… parti nel senso di… di… partori… là, partorizioni, capisce?
Il signor Crowell diventò molto serio; s’eresse su la vita; impallidì; disse:
– Molto interessante.
E, tratto di tasca un altro taccuino, prese frettolosamente l’appunto: Mrs. Roncella two accouchements.
– Ma creda pure, – riprese Ippolito Onorio Roncella, sollevato e contento, – che questo è nulla. C’è ben altro! Lei crede che meriti tanta considerazione mia nipote Silvia? Non dico di no; sarà una grande scrittrice. Ma c’è qualcuno molto più grande di lei, in questa casa, e che merita d’esser preso in maggior considerazione dalla stampa internazionale.
– Veramente? Qua? In questa casa? – domandò, sbarrando gli occhi, il signor Crowell.
– Sissignore, – rispose il Roncella. – Mica io, sa! Il marito, il marito di Silvia…
– Mister Bòggiolo?
– Se lei lo vuol chiamare Bòggiolo, si serva pure, ma le ho detto che si chiama Boggiòlo. Incommensurabilmente più grande. Guardi, Silvia stessa, mia nipote, riconosce che lei non sarebbe nulla, o ben poco, senza di lui.
– Molto interessante, – ripeté con la stessa aria di prima il signor Crowell, ma un po’ più pallido.
E Ippolito Onorio Roncella:
– Sissignore. E se Lei vuole, potrei parlarle di lui fino a domattina. E Lei mi ringrazierebbe.
– Oh, sì, io molto ringraziare, signore, – disse alzandosi e inchinandosi più volte il signor Crowell.
– No, dicevo, – riprese il signor Ippolito, – segga segga, per carità! Mi ringrazierebbe, dicevo, perché la sua… come la chiama? intervista, già, già, intervista… la sua intervista riuscirebbe molto più… più… saporita, diremo, che se riferisse notizie sul nuovo dramma di Silvia. Già io poco potrei dargliene, perché la letteratura non è affar mio, e non ho mai letto un rigo, che si dice un rigo, di mia nipote. Per principio, sa? e un po’ anche per stabilire un certo equilibrio salutare in famiglia. Ne legge tanti lui, mio nipote! E li leggesse soltanto… Scusi, è vero che in America i letterati sono pagati a tanto per parola?
Il signor Crowell s’affrettò a dir di sì e aggiunse che ogni parola degli scrittori più famosi soleva esser pagata anche una lira, anche due e perfino due lire e cinquanta centesimi, in moneta nostrale.
– Gesù! Gesù! – esclamò il signor Ippolito. – Scrivo, per esempio, ohibò, due lire e cinquanta? E allora, figuriamoci, gli Americani non scriveranno mai quasi, già, scriveranno sempre quasi quasi, già già… Ora comprendo perché quel povero figliuolo… Ah dev’essere uno strazio per lui contare tutte le parole che gli sgorbia la moglie e pensare quanto guadagnerebbe in America. Per ciò dice sempre che l’Italia è un paese di straccioni e d’analfabeti… Caro signore, da noi le parole vanno più a buon mercato; anzi si può dire che siano l’unica cosa che vada a buon mercato; e per questo ci sfoghiamo tanto a chiacchierare e si può dire che non facciamo altro…
Chi sa dove sarebbe arrivato il signor Ippolito quella mattina, se non fosse sopravvenuto a precipizio Giustino Boggiòlo a levargli dalle grinfie quella vittima innocente.
Giustino non tirava più fiato: acceso in volto e in sudore, volse un’occhiata feroce allo zio e poi, tartagliando in inglese, si scusò del ritardo col signor Crowell e lo pregò che fosse contento di rimandare alla sera l’intervista, perché adesso egli aveva le furie: doveva recarsi alla stazione a prendere la madre, poi al Valle per la prova del dramma, poi…
– Ma se lo stavo servendo io! – gli disse il signor Ippolito.
– Lei dovrebbe almeno farmi il piacere di non immischiarsi in queste faccende, – non poté tenersi di rispondergli Giustino. – Pare che me lo faccia apposta, scusi!
Si volse di nuovo all’Americano; lo pregò di attenderlo un istante: voleva vedere di là come stésse la moglie; sarebbero poi andati via insieme.
– Perde l’impiego, perde l’impiego, com’è vero Dio! – ripetè il signor Ippolito, stropicciandosi di nuovo contentone le mani, appena Giustino varcò la soglia.
– Ha perduto la testa; ora perde l’impiego.
Il signor Crowell tornò a sorridergli.
All’Archivio Giustino aveva litigato davvero col Capo-Archivista, che non voleva concedergli d’assentarsi anche di mattina, dopo avere ottenuto per parecchi giorni di fila la licenza di non ritornare in ufficio nel pomeriggio per potere assistere alle prove. – Troppo, – gli aveva detto, – troppo, caro signor Roncello!
– Roncello? – aveva esclamato Giustino, restando.
Ignorava che all’Archivio tutti i compagni d’ufficio lo chiamavano così, quasi senza farci più caso.
– Boggiòlo, già… scusi, Boggiòlo, – s’era ripreso subito il Capo-Archivista. – Scambiavo col nome della sua egregia signora. Del resto, mi sembra naturalissimo.
– Come!
– Non se n’abbia per male, e permetta anzi che glie lo dica paternamente: lei stesso, cav. Boggiòlo, pare che faccia di tutto per… sì, per posporsi alla sua signora. Lei sarebbe un bravo impiegato, attento, intelligente… ma debbo dirglielo? Troppo… troppo per la moglie, ecco.
– È Silvia Roncella, mia moglie, – aveva mormorato Giustino.
E il Capo-Archivista:
– Tanto piacere! Mia moglie è donna Rosolina Caruso! Capirà che questa non è una buona ragione perché io non faccia qua il mio dovere. Per questa mattina, vada. Ma pensi bene a ciò che le ho detto.
Liberatosi a piè della scala del signor Crowell, Giustino Boggiolo, molto seccato da tutte quelle piccole e volgari contrarietà alla vigilia della grande battaglia, s’avviò quasi di corsa per la stazione, tenendo tuttavia un libro aperto sotto gli occhi: la grammatica inglese.
Superata l’erta di Santa Susanna, si cacciò il libro sotto il braccio; guardò l’orologio, cavò dalla tasca del panciotto una lira e la ficcò subito in un portamonete che teneva nella tasca posteriore dei pantaloni; poi trasse un taccuino e vi scrisse col lapis:

Vettura stazione… L. 1,00

L’aveva guadagnata. Fra cinque minuti sarebbe giunto alla stazione, in tempo per il treno che arrivava da Torino. Era, sì, accaldatuccio e affannatello, ma… – una lira è sempre una lira.
A chi avesse avuto la leggerezza di accusarlo di tirchieria, Giustino Boggiolo avrebbe potuto dare a sfogliare un po’ quel suo taccuino, dov’erano le prove più lampanti non pure di quanto egli, anzi, fosse splendido nelle intenzioni, ma anche della generosità de’ suoi sentimenti e della nobiltà de’ suoi pensieri, della larghezza delle sue vedute, non che dell’inclinazione che avrebbe avuto – deplorabilissima – allo spendere.
In quel taccuino erano, infatti, segnati tutti i denari ch’egli avrebbe speso, se si fosse sbilanciato. E rappresentavano lotte d’intere giornate con se stesso alcune di quelle cifre, e cavillazioni penose, e un volgere e rivolgere infinito di contrarie ragioni e calcoli d’opportunità sottilissimi: Pubbliche sottoscrizioni, feste di beneficenza per calamità cittadine o nazionali, a cui con ingegnosi sotterfugi, senza far cattive figure, non aveva partecipato; elegantissimi cappellini per la moglie da trentacinque, da quaranta lire cadauno, che non aveva mai comperati: poltrone di teatro da lire venti per straordinarie rappresentazioni, a cui non aveva mai assistito; e poi… e poi quante spesucce giornaliere, segnate lì a testimonianza, almeno, del suo buon cuore! Vedeva, per esempio, andando all’ufficio o tornandone, un poverello cieco, che destava veramente pietà? Ma egli, prima d’ogni altro passante, se ne impietosiva; si fermava a considerar da lontano la miseria di quell’infelice; diceva a se stesso:
«Chi non gli darebbe due soldini?».
E spesso li traeva realmente dal portamonete del panciotto, ed era lì lì per avvicinarsi a porgerli, quand’ecco una considerazione e poi un’altra e poi tante insieme, angustiose, gli facevano alzar le ciglia, tirar fiato, abbassar la mano e gliela guidavano pian pianino al portamonete dei pantaloni, e quindi a segnar nel taccuino con un sospiro: Elemosina, lire zero, centesimi dieci. Perché una cosa è il buon cuore, un’altra la moneta; tiranno il buon cuore, più tiranna la moneta; e costa più pena il non dare, che il dare, quando non si può.
Già già la famiglia cominciava a crescere, ohè; e chi ne portava il peso? Sicché dunque, più della soddisfazione che in quel tal giorno egli aveva avuto un desiderio gentile, una generosa intenzione, l’impulso a soccorrere l’umana miseria, non poteva concedersi, in coscienza di galantuomo.

2.
Non rivedeva la madre da più di quattro anni, da quando cioè lo avevano sbalestrato a Taranto. Quante cose erano avvenute in quei quattro anni, e come si sentiva cambiato, ora che l’imminente arrivo della madre lo richiamava alla vita che aveva vissuto con lei, agli umili e santi affetti rigorosamente custoditi, ai modesti pensieri, da cui per tante vicende imprevedute egli s’era staccato e allontanato!
Quella vita quieta e romita, tra le nevi e il verde de’ prati sonori d’acqua, fra i castagni del suo Cargiore vegliato dal borboglio perenne del Sangone, quegli affetti, quei pensieri egli avrebbe riabbracciato tra breve in sua madre, ma con un penoso disagio interno, con non tranquilla coscienza.
Sposando, egli aveva nascosto alla madre che Silvia fosse una letterata; le aveva parlato a lungo, invece, nelle sue lettere, delle qualità di lei che alla madre sarebbero riuscite più accette; vere, pertanto; ma appunto per ciò sentiva ora più spinoso il disagio: ché proprio lui aveva indotto la moglie a trascurare quelle qualità; e se ora Silvia dal libro spiccava un salto al palcoscenico, a questo salto la aveva spinta lui. E se ne sarebbe accorta bene la madre in quel momento, trovando Silvia derelitta e bisognosa soltanto di cure materne, lontanissima da ogni pensiero che non si riferisse al suo stato miserevole; trovando lui invece, là, tra i comici, in mezzo alle brighe d’una prima rappresentazione.
Non era più un ragazzo, è vero; doveva ormai regolarsi con la propria testa; e non vedeva nulla di male, del resto, in ciò che faceva; tuttavia da buon figliuolo com’era sempre stato, obbediente e sottomesso alla volontà e incline ai desiderii, al modo di pensare e di sentire della sua buona mamma, si turbava al pensiero di non aver l’approvazione di lei, di far cosa che a lei, anzi, certamente doveva dispiacere, e non poco. Tanto più se ne turbava, in quanto prevedeva che la sua santa vecchierella, venuta per amor suo da così lontano a soffrire con la nuora, non gli avrebbe in alcun modo manifestato la sua riprovazione, né mosso il minimo rimprovero.
Molta gente attendeva con lui il treno da Torino, già in ritardo. Per stornarsi da quei pensieri molesti egli si forzava d’attendere alla grammatica inglese, andando su e giù per la banchina; ma a ogni fischio di treno si voltava o s’arrestava.
Fu dato finalmente il segno dell’arrivo. I numerosi aspettanti s’affollarono, con gli occhi al convoglio che entrava sbuffante e strepitoso nella stazione. Si schiusero i primi sportelli; la gente accorse con varia ansia, cercando da una vettura all’altra.
– Eccola! – disse Giustino, ilarandosi e cacciandosi tra la ressa, per raggiungere una delle ultime vetture di seconda classe, da cui s’era sporta con aria smarrita la testa d’una vecchina pallida, vestita di nero. – Mamma! Mamma!
Questa si volse, alzò una mano e gli sorrise con gli occhi neri, intensi, la cui vivacità contrastava col pallore del volto già appassito dagli anni.
Nella gioja di rivedere il figliuolo la piccola signora Velia cercò quasi un rifugio dallo sbalordimento che la aveva oppressa durante il lungo viaggio e dalle tante e nuove impressioni che le avevano tumultuosamente investito la stanca anima, chiusa e ristretta ormai da anni e anni nelle abituali relazioni dell’angusta e timida sua vita.
Era come intronata e rispondeva a monosillabi. Le pareva diventato un altro il figliuolo, tra tanta gente e tanta confusione; anche il suono della voce, lo sguardo, tutta l’aria del volto le parevano cangiati. E la stessa impressione aveva Giustino della vista della madre. Sentivano entrambi che qualcosa tra loro s’era come allentata, disgiunta: quell’intimità naturale, che prima impediva loro di vedersi così come si vedevano adesso; non più come un essere solo, ma due; non già diversi, ma staccati. E non s’era egli difatti nutrito, lontano da lei – pensava la madre – d’una vita che le era ignota? non aveva egli adesso un’altra donna accanto, ch’ella non conosceva e che certo doveva essergli cara più di lei? Tuttavia, quando si vide sola, finalmente, con lui nella vettura, e vide salvi la valigia e il sacchetto che aveva portati con sé, si sentì sollevata e confortata.
– Tua moglie? – domandò poi, dando a vedere nel tono della voce e nello sguardo, che ne aveva una grande suggezione.
– T’aspetta con tanta ansia, – le rispose Giustino. – Soffre molto…
– Eh, poverina… – sospirò la signora Velia, socchiudendo gli occhi. – Ho paura però, che io poco… poco potrò fare… perché forse per lei… non sarò…
– Ma che! – la interruppe Giustino. – Non ti mettere in capo codeste prevenzioni, mamma! Tu vedrai quanto è buona…
– Lo credo, lo so bene, – s’affrettò a dire la signora Velia.
– Dico per me…
– Perché ti figuri che una che scrive, – soggiunse Giustino – debba essere per forza una… una smorfiosa? aver fumi?… Nient’affatto! Vedrai. Troppo… troppo modesta, anzi… È la mia disperazione! E poi, sì, in quello stato… Via, via, mammina, è come te, sai? senza differenza…
La vecchietta approvò col capo. Le ferirono il cuore quelle parole. Lei era la mamma; e un’altra donna, adesso, per il figliuolo era come lei, senza differenza… Ma approvò, approvò col capo.
– Faccio tutto io! – seguitò Giustino. – Gli affari li tratto io. Del resto, ohè, a Roma, cara mamma… che! tutto il doppio… non te lo puoi neanche figurare! e se non ci s’ajuta in tutti i modi… Lei lavora a casa; io faccio fruttare il suo lavoro fuori…
– E… frutta, frutta? – domandò timidamente la madre, cercando di smorzare l’acume degli occhi.
– Perché ci sono io, che lo faccio fruttare! – rispose Giustino. – Opera mia, non ti figurare! Sono io… tutta opera mia… Quello che fa lei… ma sì, niente, sarebbe come niente… perché la cosa… la… la letteratura, capisci? è una cosa che… puoi farla e puoi non farla, secondo i giorni… Oggi ti viene un’idea; sai scriverla, e la scrivi… Che ti costa? Non ti costa niente! Per sé stessa, la letteratura, è niente; non dà, non darebbe frutto, se non ci fosse… se non ci fosse… se non ci fossi io, ecco! Io faccio tutto. E se lei ora è conosciuta in Italia…
– Bravo, bravo… – cercò d’interromperlo la signora Velia. Poi arrischiò: – Anche dalle nostre parti conosciuta?
– Ma anche fuori d’Italia! – esclamò Giustino. – Tratto con la Francia, io! Con la Francia, con la Germania, con la Spagna. Ora comincio con l’Inghilterra! Vedi? Studio l’inglese. Ma è un affar serio, l’Inghilterra! Basta; l’anno scorso, sai quanto? Ottomilacinquecentoquarantacinque lire, tra originali e traduzioni. Più, con le traduzioni.
– Quanto! – esclamò la signora Velia, ricadendo nella costernazione.
– E che sono? – sghignò Giustino. – Mi fai ridere… Sapessi quanto si guadagna in America, in Inghilterra! Centomila lire, come niente. Ma quest’anno, chi sa!
Invece d’attenuare, si sentiva ora spinto a esagerare da un irritazione ch’egli di fronte a se stesso fingeva gli fosse cagionata dall’angustia mentale della madre, mentre gli era in fondo cagionata da quel disagio interno, da quel rimorso.
La madre lo guardò e abbassò subito gli occhi.
Ah, com’era tutto preso, povero figliuolo, dalle idee della moglie! Che guadagni sognava! E non le aveva domandato nulla del loro paese; appena appena a lei della salute e se aveva viaggiato bene. Sospirò e disse, come tornando di lontano:
Ti saluta tanto la Graziella, sai?
– Ah, brava! – esclamò Giustino. – Sta bene la mia nutrice?
– Comincia a essere stolida, come me, – gli rispose la madre. – Ma, tu sai, è fidata. Anche il Prever ti saluta.
– Sempre matto? – domandò Giustino.
– Sempre, – fece la vecchietta, sorridendo.
Ti vuole sposare ancora?
La signora Velia agitò una mano, come se cacciasse via una mosca, sorrise e ripeté:
– Matto… matto… Abbiamo già la neve a Cargiore, sai? La neve su Roccia Vrè e sul Rubinett!
– Se tutto andrà bene, – disse Giustino, – dopo il parto, chi sa che Silvia non venga su con te, a Cargiore, per alcuni mesi…
– Su, con la neve? – domandò, quasi sgomenta, la madre.
– Anzi! – esclamò Giustino. – Le piacerà tanto: non l’ha mai veduta! Io dovrò muovermi per affari, forse… Speriamo! Riparleremo poi di questo, a lungo. Tu vedrai come t’accorderai subito con Silvia che, poverina, è cresciuta senza mamma…

3.

Fu veramente così.
Fin dal primo vedersi, la signora Velia lesse negli occhi dolenti di Silvia il desiderio d’essere amata come una figliuola, e Silvia negli occhi di lei il timore e la pena di non bastare col suo affetto semplice al còmpito per cui il figliuolo la aveva chiamata. Subito l’una e l’altra s’affrettarono di soddisfare quel desiderio e di cancellare quel timore.
– Me l’ero immaginata proprio così! – disse Silvia, con gli occhi pieni di affettuosa e tenera riverenza. – È strano!… Mi pare che l’abbia sempre conosciuta…
– Qua, niente! – rispose la signora Velia, alzando una mano alla fronte. – Cuore, sì, figlia, quanto ne vuoi…
– Viva il pane di casa! – esclamò il signor Ippolito, consolato di veder finalmente una brava donnetta all’antica. – Cuore, cuore, sì, dice bene, signora! Cuore ci vuole e maledetta la testa! Lei che è mamma, faccia il miracolo! tolga il mantice dalle mani al suo figliuolo!
– Il mantice? – domandò la signora Velia, non comprendendo e guardando le mani di Giustino.
– Il mantice, sissignora, – rispose il signor Ippolito. – Un certo manticetto, ch’egli caccia nel buco dell’orecchio di cotesta povera figliuola, e soffia e soffia e soffia, da farle diventar la testa grossa così!
– Povero Giustino! – esclamò Silvia con un sorriso, rivolgendosi alla suocera. – Non gli dia retta, sa?
Giustino rideva come una lumaca nel fuoco.
– Ma va’ là, che la signora mi comprende! – riprese lo zio Ippolito. – Fortuna che codesta scioccona, signora mia, non piglia vento! Ci ha cuore anche lei, e solido sa?; se no, a quest’ora… Il cervello, un pallone… su per le nuvole… se non ci fosse un po’ di zavorra qua, nella navicella del cuore… Non scrivo, io, stia tranquilla; parlo bene, quando mi ci metto; e mia nipote mi ruba le immagini… Tutte sciocchezze!
E, scrollando le spalle, se n’andò a fumare nello studiolo.
– Un po’ matto, ma buono, – disse Silvia per rassicurar la vecchietta stordita. – Non può soffrire che Giustino…
– Già l’ho detto alla mamma! – la interruppe questi, stizzito. – Faccio tutto io. Lui fuma, e io penso a guadagnar denari! Siamo a Roma. Senti, Silvia: adesso la mamma si mette in libertà; poi si desina. Debbo subito scappare per la prova. Sai che ho i minuti contati. Oh, a proposito, volevo dirti che la Carmi…
– Oh Dio, no, Giustino! – pregò Silvia. – Non mi dir nulla oggi, per carità!
– E due! e tre! – proruppe Giustino, perdendo finalmente la parienza. – Tutti addosso a me! E va bene… Bisogna che ti dica, cara mia! Potevi levarti la seccatura in una volta sola, ricevendo la Carmi.
– Ma come? Possibile, in questo stato? – domandò la Silvia. – Lo dica lei, mamma…
– Che vuoi che sappia la mamma! – esclamò Giustino, più che mai stizzito. – Che cos’è? Non è una donna anche lei, la Carmi? Ha marito e ha fatto fighuoli anche lei. Un’attrice… Sfido! Se il dramma si deve rappresentare, bisogna pure che ci siano le attrici! Tu non puoi andare a teatro per assistere alle prove. Ci sono io: ho pensato io a tutto. Ma capirai che se quella vuole uno schiarimento su la parte che deve rappresentare, bisogna che lo domandi a te. Riceverla, nossignore! parlarne con me, neppure! Come devo fare io?
– Poi, poi, – disse Silvia, per troncare il discorso. – Lasciami attendere alla mamma adesso.
Giustino scappò via su le furie.
Era così preso e infiammato dell’imminente battaglia, che non avvertiva al turbamento della moglie, ogni qual volta le moveva il discorso del dramma.
Deplorabile contrattempo davvero, che La nuova colonia dovesse andare in iscena, mentre Silvia si trovava in quello stato.
Ma era rimasto gabbato nel computo dei mesi, Giustino: aveva calcolato che per l’ottobre la moglie sarebbe stata libera; invece…
La Compagnia Carmi-Revelli, scritturata al Valle giusto per quel mese, faceva assegnamento sopra tutto su La nuova colonia, di cui s’era accaparrata la primizia da parecchi mesi.
Il cav. uff. Claudio Revelli, direttore e capocomico, detestava cordialmente, come tutti i suoi colleghi direttori e cavalieri capicomici, i lavori drammatici italiani; ma Giustino Boggiolo in quei mesi di preparazione, ajutato da tutti quelli che, in compenso, pigliavano a goderselo, aveva saputo far tanto scampanìo attorno a quel dramma, ch’esso ormai era atteso come un vero e grande avvenimento d’arte e prometteva quasi quasi di fruttare quanto una sconcia farsaccia parigina. Credette perciò il Revelli di potere arrendersi per quella volta alle voglie ardenti e smaniose della sua consocia e prima attrice della Compagnia, signora Laura Carmi, che ostentava una fervorosa predilezione per gli scrittori di teatro italiani e un profondo disprezzo per tutte le miserie del palcoscenico; e non volle sapere di rimandare la prima rappresentazione del dramma al prossimo novembre a Napoli, perché avrebbe perduto, così facendo, non solo la priorità, ma anche, nel giro, la «piazza» di Roma; giacché un’altra Compagnia, che recitava adesso a Bologna e aspettava l’esito di Roma per mettere in iscena colà il dramma, l’avrebbe subito e per la prima offerto al giudizio del pubblico bolognese e quindi portato a Roma novissimo, in dicembre.
Giustino non poteva proprio, dunque, risparmiare alla moglie quelle trepidazioni.
Silvia aveva sofferto moltissimo durante l’estate. La signora Ely Faciolli la aveva tanto pregata e pregata d’andare con lei in villeggiatura a Catino, presso Farfa; le aveva inviato di là parecchie calorosissime lettere d’invito e cartoline illustrate; ma ella non solo non si era voluta muovere da Roma, ma non era neppur voluta uscire di casa, provando ribrezzo e quasi onta della propria deformità, parendole di vedere in essa quasi un’irrisione della natura – sconcia e crudele.
– Hai ragione, figliuola! – le diceva lo zio Ippolito. – Molto più gentile con le galline, la natura. Un uovo, e il calore materno.
– Eh già! – borbottava Giustino. – Deve nascere un pulcino, infatti…
– Ma dall’asina, caro! – gli rispondeva il signor Ippolito, – deve nascere un uomo, dall’asina? E trattare una donna come un’asina ti sembra gentile?
Silvia sorrideva pallidamente. Meno male che c’era lui in casa, lo zio, che di tratto in tratto con quei razzi la scoteva dal torpore, dall’istupidimento in cui si sentiva caduta.
Sotto il peso d’una realtà così opprimente, ella provava in quei giorni disgusto profondo di tutto quanto nel campo dell’arte è necessariamente, come nella vita stessa, convenzionale. Anche i suoi lavori, pur così spesso violentati da irruzioni improvvise di vita, quasi da sbuffi di vento e da ondate impetuose, irruzioni contrarie talvolta alla logica della sua stessa concezione, le apparivano falsi e la disgustavano.
E il dramma?
Si sforzava di non pensarci, per non agitarsi. La crudezza di certe scene però la assaltava a quando a quando e le toglieva il respiro! Le pareva mostruoso, ora, quel dramma.
Aveva immaginato un’isoletta del Jonio, feracissima, già luogo di pena, abbandonata dopo un disastro tellurico, che aveva ridotto un mucchio di rovine la cittaduzza che vi sorgeva. Sgomberata dei pochi superstiti, era rimasta deserta per anni, destinata probabilmente a scomparire un giorno dalle acque.
Qua si svolgeva il dramma.
Una prima colonia di marinai d’Otranto, rozzi, primitivi, è andata di nascosto ad annidarsi tra quelle rovine, non ostante la terribile minaccia incombente su l’isola. Essi vivono là, fuori d’ogni legge, quasi fuori del tempo. Tra loro, una sola donna, la Spera, donna da trivio, ma ora lì onorata come una regina, venerata come una santa, e contesa ferocemente a colui che l’ha condotta con sé: un tal Currao, divenuto, per ciò solo, capo della colonia. Ma Currao è anche il più forte e col dominio di tutti mantiene a sé la donna, la quale in quella vita nuova è diventata un’altra, ha riacquistato le virtù native, custodisce per tutti il fuoco, è la dispensiera d’ogni conforto familiare, e ha dato a Currao un figliuolo, ch’egli adora.
Ma un giorno uno di quei marinai, il rivale più accanito di Currao, sorpreso da costui nell’atto di trarre a sé con la violenza la donna, e sopraffatto, sparisce dall’isola. Si sarà forse buttato in mare su una tavola; avrà forse raggiunto a nuoto qualche nave che passava lontana.
Di lì a qualche tempo, una nuova colonia sbarca nell’isola, guidata da quel fuggiasco: altri marinai che recano però con sé le loro donne, madri, mogli, figlie e sorelle. Quando gli uomini della prima colonia s’accorgono di questo, smettono d’osteggiarne l’approdo sotto il comando di Currao. Questi resta solo, perde d’un tratto ogni potestà; la Spera ridiventa subito per tutti quella che era prima. Ma ella non se ne duole tanto per sé, quanto per lui; s’avvede, sente che egli, prima così orgoglioso di lei, ora ne ha onta; ne sopporta in pace il disprezzo. Alla fine la Spera s’accorge che Currao, per rialzarsi di fronte a sé stesso e a gli altri, medita d’abbandonarla. Dileggiandola, alcuni giovani marinai, quelli stessi che già spasimarono tanto per lei invano, vengono a dirle ch’egli non si cura più di farle la guardia perché s’è messo a farla invece a Mita, figliuola d’un vecchio marinajo, padron Dodo, che è come il capo della nuova colonia. La Spera lo sa; e s’aggrappa ora al figliuolo, con la speranza di tener così l’uomo che le sfugge. Ma il vecchio padron Dodo, per consentire alle nozze, pretende che Currao abbia con sé il ragazzo. La Spera prega, scongiura, si rivolge ad altri perché s’interpongano. Nessuno vuol darle ascolto. Ella si reca allora a supplicare il vecchio e la sposa; ma quegli le dimostra che dev’esser più contenta che il figliuolo rimanga col padre; l’altra la assicura che il ragazzo sarà da lei ben trattato. Disperata, la donna, per non abbandonare il figliuolo e per colpire nel cuore l’uomo che l’abbandona, in un impeto di rabbia furibonda abbraccia la sua creatura e in quel terribile amplesso, ruggendo, lo soffoca. Cade un masso, dopo quel grido, e un altro, lugubremente, nel silenzio orribile che segue al delitto; e altre grida lontane si levano dall’isola. La Spera abita in cima a un poggio, tra le rovine d’una casa crollata al tempo del primo disastro. Pare che non sia ben certa se lei stessa col suo ruggito abbia fatto crollare quei massi, abbia suscitato quelle grida d’orrore. Ma no, no, è la terra! è la terra! – Balza in piedi; sopravvengono urlanti, scontraffatti dal terrore, alcuni fuggiaschi, scampati all’estrema rovina. S’è aperta la terra! è sprofondata la terra! La Spera sente chiamarsi, sente chiamare il figliuolo con grida strazianti dalla costa del poggio; accorre, vacillando, con gli altri, si sporge di lassù a guardare raccapricciata e, tra i clamori che vengono dal basso, grida:
Ti s’è aperta sotto i piedi? t’ha inghiottito a metà? Il figlio? Te l’avevo ucciso io con le mie mani… Muori, muori dannato!
Che impressione avrebbe fatto questo dramma? Silvia chiudeva gli occhi, vedeva in un baleno la sala del teatro, il pubblico di fronte all’opera sua, e s’atterriva. No! No! Ella lo aveva scritto per sé! Scrivendolo, non aveva pensato minimamente al pubblico, che ora lo avrebbe veduto, ascoltato, giudicato. Quei personaggi, quelle scene ella li vedeva su la carta, come li aveva scritti, traducendo con la massima fedeltà la visione interna. Ora dalla carta come sarebbero balzati vivi su la scena? con qual voce? con quali gesti? Che effetto avrebbero fatto quelle parole vive, quei movimenti reali, su le tavole del palcoscenico, tra le quinte di carta, in una realtà fittizia e posticcia?
Vieni a vedere, – le consigliava Giustino. – Non c’è bisogno nemmeno che tu salga sul palcoscenico. Potrai assistere alle prove dalle poltrone, da un palchetto vicino. Nessuno potrebbe giudicare meglio di te, consigliare, suggerire.
Silvia era tentata d’andare; ma poi, sul punto, sentiva mancarsi l’animo e le forze, aveva paura che la soverchia emozione recasse danno a quell’altro essere, che già le viveva in grembo. E poi, come presentarsi in quello stato? come parlare ai comici? No, no, chi sa che strazio sarebbe stato per lei!
– Come fanno almeno? – domandava al marito. – Ti pare che intendano la loro pane?
Giustino, di ritorno dalle prove, con gli occhi lustri e il volto pezzato di rosso, come se gli avessero dato tanti pizzichi in faccia, sbuffava, levando irosamente le mani:
– Non ci si capisce niente!
Era profondamente avvilito, Giustino. Quel palcoscenico buio, intanfato di muffa e di polvere bagnata; quei macchinisti che martellavano sui telai, inchiodando le scene per la rappresentazione della sera; tutti i pettegolezzi e le piccinerie e la svogliatezza e la cascaggine di quei comici sparsi a gruppetti qua e là, quel suggeritore nella buca con la papalina in capo e il copione davanti, pieno di tagli e di richiami; il direttore capocomico, sempre arcigno e sgarbato, seduto presso alla buca; quello che copiava lì su un tavolinetto le parti; il trovarobe in faccende tra i cassoni, tutto sudato e sbuffante, gli avevano cagionato un disinganno crudele, che lo esasperava.
S’era fatto mandare da Taranto parecchie fotografie di marinai e popolane di Terra d’Otranto, per i figurini, e anche vesti e scialli e berretti, per modelli. Il vestiario, alla maggior parte, aveva fatto molto effetto; ma qualche stupida attrice secondaria aveva dichiarato di non volersi camuffar così da stracciona. Il Revelli, per gli scenarii tutti ad aria aperta, «selvaggi» come egli diceva, voleva lesinare. E Laura Carmi, la prima attrice, se ne fingeva indignata. Lei sola, la Carmi, era un po’ il conforto di Giustino: aveva voluto leggere le Procellarie e La casa dei nani, per introdursi più preparata – aveva detto – nella finzione del dramma; e si dichiarava entusiasta della parte di Spera: ne avrebbe fatto una «creazione»! Ma non sapeva ancora neanche lei una parola della parte; passava innanzi alla buca del suggeritore e ripeteva meccanicamente, come tutti gli altri, le battute che quello, vociando e dando le indicazioni secondo le didascalie, leggeva nel copione. Solo il caratterista Adolfo Grimi cominciava a dare qualche rilievo, qualche espressione alla parte del vecchio Padron Dodo e il Revelli a quella di Currao; ma a Giustino pareva che così l’uno che l’altro le caricassero un po’ troppo; il Grimi baritoneggiava addirittura. In confidenza e con garbo Giustino glielo aveva fatto notare; ma al Revelli non s’arrischiava, e si struggeva dentro. Avrebbe voluto domandare a questo e a quello come avrebbero fatto quel tal gesto, come avrebbero proferita quella tal frase. Alla terza o alla quarta prova, il Revelli, piccato dell’entusiasmo ostentato dalla Carmi, s’era messo a interrompere tutti, di tratto in tratto, e sgarbatamente; interrompeva tante volte proprio per un nonnulla, sul più bello, quando a Giustino pareva già che tutto andasse bene e la scena cominciasse a prender calore, ad assumer vita da sé, vincendo man mano l’indifferenza degli attori e costringendoli a colorir la voce e a muovere i primi gesti. La Grassi, ad esempio, che faceva la parte di Mira, per uno sgarbo del Revelli per poco non s’era messa a piangere. Perdio! Almeno con le donne avrebbe dovuto essere un po’ più gentile, colui! Giustino s’era fatto in quattro per consolarla.
Non s’accorgeva che sul palcoscenico parecchi comici, e sopra tutti il Grimi, lo pigliavano in giro, lo beffavano. Eran finanche arrivati, quando il Revelli non c’era, a fargli provare le «battute» più difficili del dramma.
– Come direbbe lei questo? come, quest’altro? Sentiamo.
E lui, subito! Sapeva, sapeva benissimo che avrebbe detto male; non prendeva mica sul serio gli applausi e gli urli di ammirazione di quei burloni scapati; ma almeno avrebbe fatto intravveder loro l’intenzione della moglie nello scrivere quelle… come si chiamavano? ah, già, battute… quelle battute, sicuro.
Cercava in tutti i modi d’infiammarli, d’averli cooperatori amorosi a quella suprema e decisiva impresa. Gli pareva che alcuni comici fossero un po’ sgomenti dell’arditezza di certe scene, della violenza di certe situazioni. Egli stesso, per dir la verità, non era tranquillo su più d’un punto, e qualche volta era assalito dallo sgomento anche lui, guardando dal palcoscenico la sala del teatro, tutte quelle file di poltrone e di sedie disposte lì, come in attesa, gli ordini dei palchi, tutti quei vani buj, quelle bocche d’ombra, in giro, minacciose. E poi le quinte sconnesse, le scene tirate su a metà, il disordine del palcoscenico, in quella penombra umida e polverosa, i discorsi alieni dei comici che finivan di provare qualche scena e non prestavano ascolto ai compagni ch’erano in prova, le arrabbiature del Revelli, la voce fastidiosa del suggeritore, lo sconcertavano, gli scompigliavano l’animo, gl’impedivano di costruirsi l’idea di ciò che sarebbe stato fra poche sere lo spettacolo.
Laura Carmi veniva a scuoterlo da quei subitanei abbattimenti.
– Boggiolo, ebbene? Non siamo allegri?
– Signora mia… – sospirava Giustino, aprendo le braccia, respirando con piacere il profumo dell’elegantissima attrice, dalle forme provocanti, dall’espressione voluttuosa, quantunque avesse il volto quasi tutto rifatto artificialmente, gli occhi allungati, le pàlpebre annerite, le labbra invermigliate, e sotto tanta biuta s’intravvedessero i guasti e la stanchezza.
– Su, caro! Sarà un successone, vedrete!
– Lei crede?
– Ma senza dubbio! Novità, potenza, poesia: c’è tutto! E non c’è teatro, – soggiungeva con una smorfia di disgusto. – Né personaggi, né stile, né azione, qui sentent le «théâtre». Voi comprendete?
Giustino si riconfortava.
– Senta, signora Carmi: lei dovrebbe farmi un piacere: dovrebbe farmi sentire il ruggito di Spera all’ultimo atto, quando soffoca il figlio.
– Ah, impossibile, caro mio! Quello deve nascere lì per lì. Voi scherzate? Mi lacererebbe la gola… E poi, se lo sento una volta, io stessa, anche fatto da me, addio! lo ricopio alla rappresentazione. Mi verrebbe a freddo. No, no! Deve nascere lì per lì. Ah, sublime, quell’amplesso! Rabbia d’amore e d’odio insieme. La Spera, capite? vuole quasi far rientrare in sé, nel proprio seno, il figliuolo che le vogliono strappare dalle braccia, e lo strozza! Vedrete! Sentirete!
Sarà il suo figliuolo? – le domandava, gongolante, Giustino.
– No, strozzo il figlio di Grimi, – gli rispondeva la Carmi. – Mio figlio, caro Boggiolo, per vostra regola, non metterà mai piede sul palcoscenico. Che! che!
Finita la prova, Giustino Boggiolo scappava nelle redazioni dei giornali, a trovare qua il Lampini, Ciceroncino, là il Centanni o il Federici o il Mola, coi quali aveva stretto amicizia e per mezzo dei quali aveva già fatto conoscenza con quasi tutti i giornalisti così detti militanti della Capitale. Anche costoro, è vero, se lo pigliavano a godere, apertamente; ma non se n’aveva per male; mirava alla mèta, lui. Casimiro Luna aveva saputo che all’Archivio Notarile gli storpiavano il nome. Indegnità! I cognomi si rispettano, i cognomi non si storpiano! E aveva aperto tra i colleghi una sottoscrizione a dieci centesimi per offrire al Boggiolo cento biglietti da visita stampati così:

GIUSTINO RONCELLA
nato Boggiolo

Sì, sì, benissimo. Ma lui, intanto, da Casimiro Luna aveva ottenuto un brillante articolo su tutta quanta l’opera della moglie, ed era riuscito a far rilevare da tutti i giornali la vivissima attesa del pubblico per il nuovo dramma La nuova colonia, stuzzicando la curiosità con «interviste» e «indiscrezioni».
La sera rincasava stanco morto e stralunato. La sua vecchia mamma non lo riconosceva più; ma egli ormai non era più in grado d’avvertire né allo stupore di lei né all’aria di dileggio dello zio Ippolito, come non avvertiva all’agitazione che cagionava alla moglie. Le riferiva l’esito delle prove e quel che si diceva nelle redazioni dei giornali.
– La Carmi è grande! E quella piccola Grassi, nella parte di Mita, se la vedessi: un amore! Si sono già affissi per le vie i primi manifesti a strisce. Stasera comincia la prenotazione dei posti. È un vero e proprio avvenimento, sai? Dicono che verranno i maggiori critici teatrali di Milano, di Torino, di Firenze, di Napoli e di Bologna…
La sera della vigilia ritornò a casa com’ebbro addirittura. Recava tre notizie: due luminose, come il sole; l’altra, nera, viscida e velenosa come una serpe. Il teatro, tutto venduto per tre sere; la prova generale, riuscita mirabilmente; i giornalisti più accontati e qualche letterato che vi avevano assistito, rimasti tutti quanti sbalorditi, a bocca aperta. Solo il Betti, Riccardo Betti, quel frigido imbecille tutto leccato, aveva osato dire nientemeno che La nuova colonia era «la Medea tradotta in tarentino».
– La Medea? – domandò Silvia, confusa, stordita.
Non sapeva nulla, proprio nulla, lei, della famosa maga della Colchide; aveva sì letto qualche volta quel nome, ma ignorava affatto chi fosse Medea, che avesse fatto.
– L’ho detto! l’ho detto! – gridò Giustino. – Non mi son potuto tenere… Forse ho fatto male. Infatti la Barmis, ch’era lì presente, voleva che non lo dicessi. Ma che Medea! Ma che Euripide! Per curiosità, domattina, appena arriva la signora Faciolli da Catino, fatti prestare questa benedetta Medea: dicono che è una tragedia di… di… coso… l’ho detto or ora… Stùdiale, stùdiale queste benedette cose greche, mice… non so come le chiamino… micenatiche… stùdiale! Vanno tanto oggi! Capisci che con una frase, buttata così, ti possono stroncare? La Medea tradotta in tarentino… Basta questo! Sono tanti imbecilli che non capiscono nulla, peggio di me! Li conosco adesso… oh se li conosco!
Dopo cena, la signora Velia, molto impensierita dello stato di Silvia in quegli ultimi giorni, la forzò amorosamente a uscir di casa col marito. Era già tardi, e nessuno la avrebbe veduta. Una passeggiatina pian piano le avrebbe fatto bene: ella non avrebbe dovuto mai trascurare, in tutti quei mesi, un po’ di moto.
Silvia si lasciò indurre; ma quando Giustino, a una cantonata, al gialliccio lume tremolante d’un fanale volle mostrarle il manifesto già affisso del Teatro Valle, che recava a grossi caratteri il titolo del dramma e il nome di lei e poi l’elenco dei personaggi, e sotto, ben distinto, novissimo; si sentì mancare, ebbe come una vertigine e appoggiò la fronte pallida, gelida, su la spalla di lui:
– Se morissi? – mormorò.

4.

Giustino Boggiolo arrivò tardi a teatro, e con la vettura veramente questa volta, e di trotto, avvampato, quasi avesse la febbre, e sconvolto.
Fin dalla piazzetta di Sant’Eustachio la via era ingombra, ostruita dalle vetture, tra le quali la gente si cacciava impaziente e agitata. Per non stare a far lì la coda, Giustino pagò la corsa, sguisciò tra i legni e la folla. Su la meschina facciata del teatro le grosse lampade elettriche vibravano, ronzavano, quasi partecipassero al vivo fermento di quella serata straordinaria.
Ecco Attilio Raceni su la soglia.
– Ebbene?
– Mi lasci stare! – sbuffò Giustino, con un gesto disperato.
– Ci siamo! Le doglie. L’ho lasciata con le doglie!
– Santo Dio! – fece il Raceni. – Era da aspettarselo… L’emozione…
– Il diavolo! dica il diavolo, mi faccia il piacere! – replicò Giustino, fieramente irritato, girando gli occhi e provandosi ad accostarsi al botteghino, innanzi al quale si pigiava la gente per acquistare i biglietti d’ingresso.
Si levò su la punta dei piedi per vedere il cartellino affisso su lo sportello del botteghino: – Tutto esaurito.
Un signore lo urtò, di furia.
– Scusi…
– Di niente… Ma sa, è inutile, glielo dico io. Non c’è più posti. Tutto esaurito. Torni domani sera. Si ripete.
– Venga, venga, Boggiolo! – lo chiamò il Raceni. – Meglio che si faccia vedere sul palcoscenico.
Due… quattro… uno… due… uno… tre… – gridavano intanto all’ingresso le maschere in livrea di gran gala, ritirando i biglietti.
– Ma dove si vuol ficcare tutta questa gente adesso? – domandò Giustino su le spine. – Quanti biglietti d’ingresso avranno dato via? Avrei dovuto trovarmi là di prima sera… Ma quando il diavolo ci caccia la coda! E sto in pensiero, creda, sto proprio in pensiero… ho un brutto presentimento…
– Non dica così! – gli diede su la voce il Raceni.
– Per Silvia, dico per Silvia! – spiegò Giustino. – Mica pel dramma… L’ho lasciata, creda, molto, molto male… Speriamo che tutto vada bene… ma ho paura che… E poi, guardi, tutta questa gente… dove si ficcherà? Starà scomoda, sarà impaziente, turbolenta… Ohè, paga, e vorrà godere… Ma poteva venire la seconda sera, perdio! Si ripete… Andiamo, andiamo…
Tutto il teatro risonava d’un fragorio vario, confuso, di gigantesco alveare. Come saziar la brama di godimento, la curiosità, i gusti, l’aspettativa di tutto quel popolo, già per il suo stesso assembramento sollevato a una vita diversa dalla comune, più vasta, più calda, più fusa?
Avvertì come uno smarrimento angoscioso, Giustino, guardando attraverso l’entrata della platea il vaso rigurgitante di spettatori. Il volto, di solito rubicondo, gli era diventato paonazzo.
Sul palcoscenico stenebrato appena da alcune lampadine elettriche accese dietro i fondali, i macchinisti e il trovarobe davano gli ultimi tocchi alla scena, mentre già con miagolii lamentosi si accordavano gli strumenti dell’orchestrina. Il direttore di scena, col campanello in mano, faceva fretta; voleva dar subito il primo segnale agli attori.
Alcuni di questi eran già pronti; la piccola Grassi parata da Mita e il Grimi da Padron Dodo, con la barba finta, grigia e corta, il volto affumicato come un presciutto, orribile a vedere così da vicino, il berrettone marinaresco ripiegato su un orecchio, i calzoni rimboccati e i piedi che parevano scalzi, in una maglia color carne, parlavano con Tito Lampini in marsina e col Centanni e il Mola. Appena videro Giustino e il Raceni, vennero loro incontro, rumorosamente.
– Eccolo qua! – gridò il Grimi, levando le braccia. – Ebbene, come va? come va?
– Teatrone! – esclamò il Centanni.
– Contento, eh? – aggiunse il Mola.
– Coraggio! – gli disse la Grassina, stringendogli forte forte la mano.
Il Lampini gli domandò:
– La sua signora?…
– Male… male… – prese a dire Giustino.
Ma il Raceni, sgranando gli occhi, gli fece un rapido cenno col capo. Giustino comprese, abbassò le pàlpebre e aggiunse:
Capiranno che… tanto… tanto bene non può stare…
– Ma starà bene! benone starà! benone! – fece il Grimi col suo vocione pastoso, dimenando il capo e sogghignando.
– Su, Lampini, – disse il Centanni. – L’augurio di prammatica: in bocca al lupo!
– La signora Carmi? – domandò Giustino.
– In camerino, – rispose la Grassi.
Si sentiva attraverso il sipario il rimescolìo incessante dell’ampio vaso. Mille voci confuse, prossime, lontane, rombanti, e sbatacchiar d’usci e stridore di chiavi e scalpiccìo di piedi. Il mare nel fondo della scena, il Grimi vestito da marinajo, diedero a Giustino l’impressione che ci fosse un gran molo di là con tanti piroscafi in partenza. Gli orecchi presero d’un tratto a gridargli e una densa oscurità gli occupò il cervello.
– Vediamo la sala! – gli disse il Raceni, prendendolo sotto il braccio e tirandolo verso la spia del telone. – Non si lasci scappare, per carità! – aggiunse poi, piano, – che la signora è soprapparto.
– Ho capito, ho capito, – rispose Giustino, che si sentiva morir le gambe accostandosi alla ribalta.
– Senta, Raceni, lei mi dovrebbe fare il piacere di correre a casa mia a ogni fin d’atto…
– Ma s’intende! – lo interruppe il Raceni, – non c’è bisogno che me lo dica
– Per Silvia, dicevo… – soggiunse Giustino, – per avere io notizie… Capirà che a lei non si potrà dir nulla… Ah che sciagurata congiuntura! E meno male che ho avuto la ispirazione di far venire mia madre! Poi c’è lo zio… E ho sacrificato anche quella povera signora Faciolli, che aveva tanto desiderio d’assistere allo spettacolo…
Mise l’occhio alla spia e restò sgomento a mirar prima giù nelle poltrone, in platea, poi in giro nei palchi e su al loggione formicolante di teste. Erano inquieti, impazienti lassù, vociavano, battevano le mani, pestavano i piedi. Giustino trasalì a una scampanellata furiosa del buttafuori.
– Niente! – gli disse il Raceni, trattenendolo, – è il segnale all’orchestra.
E l’orchestrina si mise a strimpellare.
Tutti, tutti i palchi erano straordinariamente affollati e non un posto vuoto in platea, e che ressa nel breve spazio dei posti all’in piedi! Giustino si sentì come arso dal soffio infocato della sala luminosa, dallo spettacolo tremendo di tanta moltitudine in attesa, che lo feriva, lo trafiggeva con gl’innumerevoli occhi. Tutti, tutti quegli occhi col loro luccichìo irrequieto rendevano terribile e mostruosa la folla. Cercò di distinguere, di riconoscere qualcuno lì nelle poltrone. Ah ecco il Luna, che guardava nei palchi e inchinava il capo, sorridendo… ecco là il Betti, che puntava il binocolo. Chi sa a quanti e quante volte aveva ripetuto quella sua frase, con signorile sprezzatura:
– La Medea tradotta in tarentino.
Imbecille! Guardò di nuovo ai palchi e, seguendo le indicazioni del Raceni, cercò nel primo ordine il Gueli, nel secondo donna Francesca Lampugnani, la Bornè-Laturzi; ma non riuscì a scorgere né queste né quello. Era gonfio d’orgoglio, ora, pensando che già era uno splendido e magnifico spettacolo per sé stesso quel teatro così pieno, e che si doveva a lui: opera sua, frutto del suo costante, indefesso lavoro, la considerazione di cui godeva la moglie, la fama di lei. L’autore, il vero autore di tutto, era lui.
– Boggiolo! Boggiolo!
Si volse: gli stava davanti Dora Barmis, raggiante.
– Che magnificenza! Non ho mai visto un teatro simile! Un mago, siete un mago, Boggiolo! Una vera magnificenza, à ne voir que les dehors. E che miracolo, avete visto? È in teatro Livia Frezzi! Dicono che sia già terribilmente gelosa di vostra moglie.
– Di mia moglie? – esclamò Giustino, stordito. – Perché?
Era così infatuato in quel momento, che se la Barmis gli avesse detto che la amica del Gueli e tutte le donne ch’erano in teatro deliravan per lui, lo avrebbe compreso e creduto facilmente. Ma sua moglie… – che c’entrava sua moglie? Livia Frezzi gelosa di Silvia? E perché?
– Ve ne fate? – soggiunse la Barmis. – Ma chi sa quante donne saranno tra poco gelose di Silvia Roncella! Che peccato ch’ella non sia qui! Come sta? come sta?
Giustino non ebbe tempo di risponderle. Squillarono i campanelli. Dora Barmis gli strinse forte forte la mano e scappò via. Il Raceni lo trascinò tra le quinte a destra.
Si levò il sipario, e a Giustino Boggiolo parve che gli scoperchiassero l’anima e che tutta quella moltitudine d’un tratto silenziosa s’apparecchiasse al feroce godimento del supplizio di lui, supplizio inaudito, quasi di vivisezione, ma con un che di vergognoso, come se egli fosse tutto una nudità esposta, che da un momento all’altro, per qualche falsa mossa impreveduta, potesse apparire atrocemente ridicola e sconcia.
Sapeva a memoria da capo a fondo il dramma, le parti di tutti gli attori dalla prima all’ultima battuta, e involontariamente per poco non le ripeteva ad alta voce, mentre quasi in preda a continue scosse elettriche si voltava a scatti di qua e di là con gli occhi brillanti spasimosi, i pomelli accesi, straziato dalla lentezza dei comici, che gli pareva s’indugiassero apposta su ogni battuta per prolungargli il supplizio, come se anch’essi ci si divertissero.
Il Raceni, caritatevolmente, a un certo punto tentò di strapparlo di là, di condurlo nel camerino del Revelli, non ancora entrato in iscena; ma non riuscì a smuoverlo.
Man mano che la rappresentazione procedeva, una violenza strana, un fascino teneva e legava lì Giustino, sgomento, come al cospetto d’un fenomeno mostruoso: il dramma che sua moglie aveva scritto, ch’egli sapeva a memoria parola per parola, e che finora aveva quasi covato, ecco, si staccava da lui, si staccava da tutti, s’inalzava, s’inalzava come un pallone di carta ch’egli avesse diligentemente portato lì, in quella sera di festa, tra la folla, e che avesse a lungo e con cura trepidante sorretto su le fiamme da lui stesso suscitate perché si gonfiasse, a cui ora infine egli avesse acceso lo stoppaccio; si staccava da lui, si liberava palpitante e luminoso, si inalzava, si inalzava nel cielo, traendosi seco tutta la sua anima pericolante e quasi tirandogli le viscere, il cuore, il respiro, nell’attesa angosciosa che da un istante all’altro un buffo d’aria, una scossa di vento, non lo abbattesse da un lato, ed esso non s’incendiasse, non fosse divorato lì nell’alto dallo stesso fuoco ch’egli vi aveva acceso.
Ma dov’era il clamore della folla per quell’inalzamento?
Ecco: la mostruosità del fenomeno era questo silenzio terribile in mezzo al quale il dramma s’inalzava. Esso solo, lì, da sé e per conto suo viveva, sospendendo, anzi assorbendo la vita di tutti, strappando a lui le parole di bocca, e con le parole il fiato. E quella vita là, di cui egli ormai sentiva l’indipendenza prodigiosa, quella vita che si svolgeva ora calma e possente, ora rapida e tumultuosa in mezzo a tanto silenzio, gl’incuteva sgomento e quasi orrore, misti a un dispetto a mano a mano crescente; come se il dramma, godendo di se stesso, godendo di vivere in sé e per sé solo, sdegnasse di piacere altrui, impedisse che gli altri manifestassero il loro compiacimento, si assumesse insomma una parte troppo preponderante e troppo seria, trascurando e rimpicciolendo le cure innumerevoli ch’egli se n’era dato sinora, fino a farle apparire inutili e meschine, e compromettendo quegli interessi materiali a cui egli doveva attendere sopratutto. Se non scoppiavano applausi… se tutti restavano così sino alla fine, sospesi e intontiti… Ma com’era? che cos’era avvenuto? Tra poco il primo atto sarebbe terminato… Non un applauso… non un segno d’approvazione… niente!… Gli pareva d’impazzire… apriva e chiudeva le mani, affondandosi le unghie nelle palme, e si grattava la fronte ardente e pur bagnata di sudor freddo. Figgeva gli occhi nel viso alterato del Raceni tutto intento allo spettacolo, e gli pareva di leggervi il suo stesso sgomento… no, uno sgomento nuovo, quasi uno sbalordimento… forse quello stesso che teneva tutti gli spettatori… Per un momento temette non fosse una cosa atrocemente orrida, non mai finora perpetrata, quel dramma, e che tra poco, da un istante all’altro non scoppiasse una feroce insurrezione di tutti gli spettatori sdegnati, adontati. Ah era veramente una cosa terribile quel silenzio! Com’era? com’era? si soffriva? si godeva? Nessuno fiatava… E le grida dei comici sul palcoscenico, già all’ultima scena, rimbombavano. Ecco, ora calava la tela…
Parve a Giustino che egli, egli solo, lì dal fondale, con l’ansia sua, con la sua brama, con tutta l’anima in un tremendo sforzo supremo strappasse dalla sala, dopo un attimo eterno di voraginosa aspettazione, gli applausi, i primi applausi, secchi, stentati, come un crepitìo di sterpi, di stoppie bruciate, poi una vampata, un incendio: applausi pieni, caldi, lunghi, lunghi, strepitosi, assordanti… – e allora si sentì rilassar tutte le membra e venir meno, quasi cadendo, affogando in mezzo a quello scroscio frenetico, che durava, ecco, durava, durava ancora, incessante, crescente, senza fine…
Il Raceni lo aveva raccolto tra le braccia, sul petto, singhiozzante e lo sorreggeva, mentre quattro, cinque volte gli attori si presentavano alla ribalta, a quell’incendio là… Egli singhiozzava, rideva e singhiozzava e tremava tutto di gioja. Dalle braccia del Raceni cadde tra quelle della Carmi, e poi del Revelli, e poi del Crimi che gli stampò su le labbra, su la punta del naso e sulla guancia i colori della truccatura, perché in un impeto di commozione egli volle baciarlo a ogni costo, a ogni costo, non ostante che quegli, sapendo il guaio che ne sarebbe venuto, si schermisse. E col volto così impiastricciato, seguitò a cadere tra le braccia dei giornalisti e di tutti i conoscenti accorsi sul palcoscenico a congratularsi; non sapeva far altro; era così esausto, spossato, sfinito, che solo in quell’abbandono trovava sollievo; e ormai s’abbandonava a tutti, quasi meccanicamente; si sarebbe abbandonato anche tra le braccia dei pompieri di guardia, dei macchinisti, dei servi di scena, se finalmente a distoglierlo da quel gesto comico e compassionevole, a scuoterlo con una forte scrollatina di braccia non fosse sopravvenuta la Barmis, che lo guidò nel camerino della Carmi per fargli ripulir la faccia. Il Raceni era scappato a casa a prender notizie della moglie.
Nei corridoi, nei palchi era un gridìo, un’esagitazione, un subbuglio. Tutti gli spettatori, per tre quarti d’ora soggiogati dal fascino possente di quella creazione così nuova e straordinaria, così viva da capo a fondo d’una vita che non dava respiro, rapida, violenta, tutta lampeggiante di guizzi d’anima impreveduti, s’erano come liberati con quell’applauso frenetico, interminabile, dallo stupore che li aveva oppressi. Era in tutti adesso una gioja tumultuosa, la certezza assoluta che quella vita, la quale, nella sua novità d’atteggiamenti e d’espressioni, si dimostrava d’una saldezza così adamantina, non avrebbe potuto più frangersi per alcun urto di casi, poiché ogni arbitrio ormai, come nella stessa realtà, sarebbe apparso necessario, dominato e reso logico dalla fatalità dell’azione.
Consisteva appunto in questo il miracolo d’arte, a cui quella sera quasi con sgomento si assisteva. Pareva non ci fosse la premeditata concezione d’un autore, ma che l’azione nascesse lì per lì, di minuto in minuto, incerta, imprevedibile, dall’urto di selvagge passioni, nella libertà d’una vita fuori d’ogni legge e quasi fuori del tempo, nell’arbitrio assoluto di tante volontà che si sopraffacevano a vicenda, di tanti esseri abbandonati a sé stessi, che compivano la loro azione nella piena indipendenza della loro natura, cioè contro ogni fine che l’autore si fosse proposto.
Molti, tra i più accesi e pur non di meno afflitti dal dubbio che la loro impressione potesse non collegare col giudizio dei competenti, cercavano con gli occhi nelle poltrone, nei palchi i visi dei critici drammatici dei più diffusi giornali quotidiani, e si facevano indicare quelli venuti da fuori, e stavano a spiarli a lungo.
Segnatamente su un palco di prima fila si appuntavano gli occhi di costoro: nel palco di Zeta, terrore di tutti gli attori e autori che venivano ad affrontare il giudizio del pubblico romano.
Zeta discuteva animatamente con due altri critici, il Devicis venuto da Milano, il Còrica venuto da Napoli. Approvava? disapprovava? e che cosa? il dramma o l’interpretazione degli attori? Ecco, entrava nel palco un altro critico. Chi era? Ah, il Fongia di Torino… Come rideva! E fingeva di piangere e di abbandonarsi sul petto del Còrica e poi del Devicis. Perché? Zeta scattava in piedi, con un gesto di fierissimo sdegno, e gridava qualcosa, per cui gli altri tre prorompevano in una fragorosa risata. Nel palco accanto, una signora dal volto bruno, torbido, dagli occhi verdi profondamente cerchiati, dall’aria cupa, rigidamente altera, si levò e andò a sedere all’altro angolo del palco, mentre dal fondo un signore dai capelli grigi… – ah, il Gueli, il Gueli! Maurizio Gueli! – sporgeva il capo a guardare nel palco dei critici.
– Maestro; perdonate, – gli disse allora Zeta, – e fatemi perdonare dalla signora. Ma quello è un guajo, Maestro! Quello è la rovina della povera figliola! Se voi volete bene alla Roncella…
– Io? Per carità! – fece il Gueli; e si ritrasse col viso alterato, guardando negli occhi la sua amica.
Questa, con un fremito di riso tagliente su le labbra nere e restringendo un po’ le pàlpebre quasi a smorzare il lampo degli occhi verdi, chinò più volte il capo e disse al giornalista:
– Eh, molto… molto bene…
– Signora, con ragione! – esclamò allora quello. – Genuina figliuola di Maurizio Gueli, la Roncella! Lo dico, l’ho detto e lo dirò. Questa è una cosa grande, signora mia! Una cosa grande! La Roncella è grande! Ma chi la salverà da suo marito?
Livia Frezzi tornò a sorridere come prima e disse:
– Non abbia paura… Non le mancherà l’aiuto… paterno, s’intende.
Poco dopo questa conversazione da un palco all’altro, mentre già si levava il sipario sul secondo atto, Maurizio Gueli e la Frezzi lasciavano il teatro come due che, non potendo più oltre frenare in sé l’impeto dell’avversa passione, corressero fuori per non dare un laido e scandaloso spettacolo di sé. Stavano per montare in vettura, quando da un’altra vettura arrivata di gran furia smontò, stravolto, Attilio Raceni.
– Ah, Maestro, che sventura!
– Che cos’è? – domandò con voce che voleva parer calma il Gueli.
Muoremuoremuore… La Roncella, forse, a quest’ora… l’ho lasciata che… vengo a prendere il marito…
E senza neanche salutar la signora, il Raceni s’avventò dentro il teatro. Passando innanzi all’ingresso della platea udì un fragore altissimo d’applausi. In due salti fu sul palcoscenico. Qui, a prima giunta, si trovò come in mezzo a una mischia furibonda. Giustino Boggiolo ormai ringalluzzito, anzi quasi impazzito dalla gioja, tra i comici che lo tiravano per le falde della giacca, gridava e si divincolava per presentarsi lui, lui alla ribalta, invece della moglie, a ringraziare il pubblico che ancora non si stancava di chiamar fuori l’autrice, a scena aperta.

IV. Dopo il trionfo

1.

Alla stazione, una folla. I giornali avevano divulgato la notizia che Silvia Roncella, per miracolo scampata alla morte proprio nel momento supremo del suo trionfo, finalmente in grado di sopportar lo strapazzo d’un lungo viaggio, partiva quella mattina, ancora convalescente, per andare a recuperar le forze e la salute in Piemonte, nel paesello nativo del marito. E giornalisti e letterati e ammiratori e ammiratrici erano accorsi alla stazione per vederla, per salutarla, e s’affollavano innanzi alla porta della sala d’aspetto, poiché il medico che la assisteva e che l’avrebbe accompagnata fino a Torino, non permetteva che molti le facessero ressa attorno.
Cargiore? Dov’è Cargiore?
– Uhm! Presso Torino, dicono.
– Ci farà freddo!
– Eh, altro… Mah!
Quelli intanto che erano ammessi a stringerle la mano, a congratularsi, non ostanti le proteste del medico, le preghiere del marito, non sapevano più staccarsene per dar passo agli altri; e, seppur si allontanavano un poco dal divano ov’ella stava seduta tra la suocera e la bàlia, rimanevano nella sala a spiare con occhi intenti ogni minimo atto, ogni sguardo, ogni sorriso di lei. Quelli di fuori picchiavan sui vetri, chiamavano, facevan cenni d’impazienza e d’irritazione; nessuno di quelli entrati se ne dava per inteso; anzi qualcuno pareva si compiacesse di mostrarsi sfrontato fino al punto di guardare con dispettoso sorriso canzonatorio quello spettacolo d’impazienza e d’irritazione.
L’esito del dramma La nuova colonia era stato veramente straordinario, un trionfo. La notizia della morte dell’autrice, diffusasi in un baleno nel teatro, durante la prima rappresentazione, alla fine del secondo atto, quando già tutto il pubblico era preso, affascinato dalla vasta e possente originalità del dramma, aveva suscitato una così nuova e solenne manifestazione di lutto e d’entusiasmo insieme, che ancora, dopo circa due mesi, ne durava un fremito di commozione in tutti coloro che avevano avuto la ventura di parteciparvi. Affermando quel trionfo della vita dell’opera d’arte, acclamando, gridando, deprecando, singhiozzando, era parso che il pubblico quella sera volesse vincere la morte: era rimasto lì, in teatro, alla fine dello spettacolo, a lungo, a lungo, frenetico, quasi in attesa che la morte lasciasse quella preda sacra alla gloria, la restituisse alla vita; e quando Laura Carmi, esultante, era irrotta al proscenio ad annunziare che l’autrice non era ancor morta, un delirio s’era levato come per una vittoria soprannaturale.
La mattina appresso tutti i giornali erano usciti in edizioni straordinarie per descrivere quella serata memorabile, e per tutta Italia, per tutti i paesi n’era volata subito la notizia, suscitando in ogni città il desiderio più impaziente di vedere al più presto rappresentato il dramma e d’avere intanto altre notizie, altre notizie dell’autrice e del suo stato, altre notizie del lavoro.
Bastava guardar Giustino Boggiolo per farsi un’idea dell’enormità dell’avvenimento, della febbre di curiosità per tutto divampata. Non la moglie, ma lui pareva uscito or ora dalle strette della morte.
Strappato, quella sera, dalle braccia dei comici che lo tenevano agguantato per il petto, per le spalle, per le falde della giacca, a impedire che si presentasse, o piuttosto, si precipitasse alla ribalta, lui invece della moglie, ebbro furente per i fragorosi applausi scoppiati a scena aperta, in principio del secondo atto, nel momento dell’approdo della nuova colonia, allorché alla vista delle donne i primi coloni smettono di combattere e lasciano solo Currao, era stato trascinato via, a casa, da Attilio Raceni che si squagliava in lagrime, convulso.
Come non era impazzito alla vista del tragico trambusto, lì in casa, innanzi a quei tre medici curvi addosso alla moglie sanguinosa abbandonata urlante, nel veder fare scempio e strazio del corpo esposto di lei?
Chiunque altro forse, balzato così da una violenta terribile emozione a un’altra opposta, non meno violenta e terribile, sarebbe impazzito. Lui no! Lui, invece, poco dopo entrato in casa, aveva dovuto e potuto trovare in sé la forza sovrumana di tener testa alla petulanza crudele dei giornalisti accorsi dal teatro appena la prima notizia della morte aveva cominciato a circolar tra i palchi e la platea. E mentre di là venivano gli urli, gli ùluli lunghi orrendi della moglie, aveva potuto, pur sentendosi da quegli urli, da quegli ùluli strappar le viscere e il cuore, rispondere a tutte le domande che quelli gli rivolgevano e dar notizie e ragguagli e finanche andare a scovar nei cassetti e distribuire ai redattori dei giornali più in vista il ritratto della moglie, perché fosse riprodotto nelle edizioni straordinarie del mattino.
Ora ella intanto – bene o male – s’era liberata del suo còmpito: quel che doveva fare, lo aveva fatto: eccolo là, tra i veli, quel caro gracile roseo cosino in braccio alla bàlia; e andava lontano, a riposarsi, a ristorarsi nella pace e nell’ozio. Mentre lui… Già prima di tutto, altro che quel cosino lì! Un gigante, un gigante aveva messo su, egli; un gigante che ora, subito, voleva darsi a camminare a grandi gambate per tutta l’Italia, per tutta l’Europa, anche per l’America, a mietere allori, a insaccar denari; e toccava a lui d’andargli appresso col sacco in mano, a lui già stremato di forze, così sfinito per il suo parto gigantesco.
Perché veramente per Giustino Boggiolo il gigante non era il dramma composto da sua moglie; il gigante era il trionfo, di cui egli solamente si riconosceva l’autore. Ma sì! se non ci fosse stato lui, se lui non avesse operato miracoli in tutti quei mesi di preparazione, ora difatti tanta gente sarebbe accorsa lì, alla stazione, a ossequiar la moglie, a felicitarla, ad augurarle il buon viaggio!
– Prego, prego… Mi facciano la grazia, siano buoni… Il medico, hanno sentito?… E poi, guardino, ci sono tant’altri di là… Sì, grazie, grazie… Prego, per carità… A turno, a turno, dice il medico… Grazie, prego, per carità… – si rivolgeva intanto a questo e a quello, con le mani avanti, cercando di tenerne quanti più poteva discosti dalla moglie, per regolare anche quel servizio nel modo più lodevole, così che la stampa poi, quella sera stessa, ne potesse parlare come d’un altro avvenimento. – Grazie, oh prego, per carità… Oh signora Marchesa, quanta degnazione… Sì, sì, vada, grazie… Venga, venga avanti, Zago, ecco, le faccio stringer la mano, e poi via, mi raccomando. Un po’ di largo, prego, signori… Grazie, grazie… Oh signora Barmis, signora Barmis, mi dia ajuto, per carità… Guardi, Raceni, se viene il senatore Borghi… Largo, largo, per favore… Sissignore, parte senz’avere assistito neanche a una rappresentazione del suo dramma… Come dice? Ah sì… purtroppo, sì, neanche una volta, neanche alle prove… Eh, come si fa? deve partire, perché io… Grazie, Centanni!… Deve partire… Ciao, Mola, ciao! E mi raccomando, sai?… Deve partire, perché… Come dice? Sissignora, quella è la Carmi, la prima attrice… La Spera, sissignora!… Perché io… mi lasci stare, ah, mi lasci stare… Non me ne parli, non me ne parli, non me ne parli… A Napoli, a Bologna, a Firenze, a Milano, a Torino, a Venezia… non so come spartirmi… sette, sette compagnie in giro, sissignore…
Così, una parola a questo, una a quello, per lasciar tutti contenti; e occhiatine e sorrisi d’intelligenza ai giornalisti; e tutte quelle notizie distribuite così, quasi per incidenza; e or questo ora quel nome pronunziato forte a bella posta, perché i giornalisti ne prendessero nota.
Cèrea, con le labbra esangui, le nari dilatate, tutta occhi, i capelli cascanti, Silvia Roncella appariva piccola, minima, misera, quale centro di tutto quel movimento attorno a lei; più che stordita, smarrita.
Le si notavano sul volto certi sgrati movimenti, guizzi nervosi, contrazioni, che tradivano duri sforzi d’attenzione; come se ella, a tratti, non sapesse più credere a quel che vedeva e si domandasse che cosa infine dovesse fare, quel che si volesse da lei, ora, nel momento di partire, col bambino accanto, a cui forse tutto quell’assembramento, tutto quel rimescolìo potevano far male, come facevano male a lei.
«Perché? perché?», dicevano chiaramente quegli sforzi. «Ma dunque è vero, proprio vero, questo trionfo?»
E pareva avesse paura di crederlo vero, o fosse all’improvviso assaltata dal dubbio che ci fosse sotto sotto qualcosa di combinato, tutta una macchinazione ordita dal marito che si dava tanto da fare, una gonfiatura, ecco, per cui ella dovesse provare, più che sdegno, onta, come per una irriverenza indecente alla sua maternità, alle atroci sofferenze che essa le era costata, e uno strappo, una violenza alle sue modeste, raccolte abitudini; una violenza non solo importuna ma anche fuor di luogo, perché ella ora lì non stava a far nulla da richiamare tanto popolo: doveva partire, e basta, con la bàlia e il piccino e la suocera, povera cara vecchina tutta sbalordita, e lo zio Ippolito, che si prestava con gran sacrifizio ad accompagnarla fin lassù, invece del marito, e anche a tenerle compagnia in casa della suocera: ecco, così, un viaggetto in famiglia da far con le debite precauzioni, inferma com’era tuttavia.
Se il trionfo era vero, in quel momento, per lei, voleva dir fastidio, oppressione, incubo. Ma forse… sì, forse, in altro momento, appena ella avrebbe riacquistato le forze… se esso era vero… chi sa!
Qualcosa come un émpito immenso, tutto pungente di brividi, le si levava dal fondo dell’anima, turbando, sconvolgendo, strappando affetti e sentimenti. Era il dèmone, quell’ebbro dèmone che ella sentiva in sé, di cui aveva avuto sempre sgomento, a cui sempre s’era sforzata di contrastare ogni dominio su lei, per non farsi prendere e trascinar chi sa dove, lontano da quegli affetti, da quelle cure in cui si rifugiava e si sentiva sicura.
Ah, faceva proprio di tutto, di tutto, il marito per gittarla in preda ad esso! E non gli balenava in mente che se ella…?
No, no: ecco; contro il dèmone un altro più tremendo spettro le sorgeva dentro: quello de la morte: la aveva toccata, da poco, toccata; e sapeva com’era: gelo, bujo freddo e duro. Quell’urto! ah, quell’urto! Sotto la morbida mollezza delle carni, sotto il fervido fluire del sangue, quell’urto contro le ossa del suo scheletro, contro la sua cassa interna! Era la morte, quella; la morte che la urtava coi piedini del suo bimbo, che voleva vivere uccidendola. La sua morte e la vita del suo bambino le sorgevano dinanzi contro il dèmone malioso della gloria: una laidezza sanguinosa, brutale, vergognosa, e quel roseo d’alba lì tra i veli, quella purezza gracile e tenera, carne della sua carne, sangue del suo sangue.
Così combattuta, nella spossatezza della convalescenza, così sbalzata da un sentimento all’altro, Silvia Roncella or si volgeva al bambino, tra un saluto e l’altro; or abbassava la mano per dare una rapida stretta incoraggiante alle mani della vecchina che le sedeva accanto; ora rispondeva con uno sguardo freddo e quasi ostile agli augurii, alle congratulazioni d’un giornalista o d’un letterato, come a dir loro: «Non me n’importa poi tanto, sa? Io sono stata per morire!» – ora, invece, a qualche altra congratulazione, a qualche altro augurio, si rischiarava in viso, aveva come un lampo negli occhi e sorrideva.
– È meravigliosa! meravigliosa! Ingenuità, primitività incantevole! Freschezza di prato! – non rifiniva intanto d’esclamare la Barmis tra il crocchio dei comici venuti anch’essi, come tanti altri, a veder per la prima volta, a conoscer l’autrice del dramma.
Quelli, per non parere imbronciati, assentivano col capo.
Eran venuti sicuri d’una calorosissima accoglienza da parte della Roncella al cospetto di tutti, d’una accoglienza quale si conveniva, se non proprio agli artefici primi di tanto trionfo, ai più efficaci cooperatori di lei, non facilmente surrogabili o superabili, via! Erano stati accolti invece, come tutti gli altri, e d’un subito s’erano immelensite le arie con cui erano entrati e raggelati i loro modi.
– Sì, ma soffre, – osservava il Grimi, facendo boccacce con gravità baritonale. – È chiaro che soffre, guardatela! Ve lo dico io che soffre quella poverina là…
– Tanto di donnetta, che forza! – diceva invece la Carmi, mordicchiandosi il labbro. – Chi lo direbbe? Me la immaginavo tutt’altra!
– Ah sì? Io, no! io, no! Io proprio così, – affermò la Barmis. – Ma se la guardate bene…
– Già, sì, negli occhi… – riconobbe subito la Carmi. – C’è! c’è! negli occhi c’è qualcosa… Certi lampi, sì, sì… Perché il grande della sua arte è… non saprei… in alcuni guizzi, eh? non vi pare? subitanei, improvvisi… in certi bruschi arresti che vi scuotono e vi stonano. Noi siamo abituati a un solo tono, ecco; a quelli che ci dicono: la vita è questa, questa e questa; ad altri che ci dicono: è quest’altra, quest’altra e quest’altra, è vero? La Roncella vi dipinge un lato, anch’essa; ma poi d’un tratto si volta e vi presenta l’altro lato, subito. Ecco, questo mi pare!
E la Carmi, succhiando come una caramella la soddisfazione d’aver parlato così bene, forte, volse gli occhi in giro come a raccogliere gli applausi di tutta la sala, o almeno almeno i segni dell’unanime consenso, e vendicarsi così, cioè con vera superiorità, della freddezza e della ingratitudine della Roncella. Ma non raccolse neanche quelli del suo crocchio, perché tanto la Barmis quanto i suoi compagni di palcoscenico s’accorsero bene ch’essa più che per loro aveva parlato per essere intesa dagli altri, e sopra tutto dalla Roncella. Due soli, rincantucciati in un angolo, la signora Ely Faciolli e Cosimo Zago appoggiato alla stampella, approvarono col capo, e Laura Carmi li guatò con sdegno, come se essi con la loro approvazione la avessero insultata.
A un tratto, un vivo movimento di curiosità si propagò nella sala e molti, cavandosi di capo, inchinandosi, s’affrettarono a trarsi da canto per lasciar passare uno, cui evidentemente l’insospettata presenza di tanta gente cagionava, più che fastidio e imbarazzo, un vero e profondo turbamento, quasi ira, stizza e vergogna insieme; un turbamento che saltava a gli occhi di tutti e che non poteva affatto spiegarsi col solo sdegno ben noto in quell’uomo di darsi in pascolo alla gente.
Altro doveva esserci sotto; e altro c’era. Lo diceva piano, in un orecchio del Raceni, Dora Barmis, con gioja feroce:
– Teme, teme che i giornalisti questa sera, nel resoconto, facciano il suo nome! E sicuro che lo faranno! sfido io, se lo faranno! in prima! capolista! Chi sa, caro mio, dove avrà detto alla Frezzi che sarebbe andato; e invece, eccolo qua; è venuto qua… E questa sera Livia Frezzi leggerà i giornali; leggerà in prima il nome di lui, e figuratevi che scenata gli farà! Gelosa pazza, ve l’ho già detto! gelosa pazza; ma – siamo giusti – con ragione, mi sembra… Per me, via, non c’è più dubbio!
– Ma statevi zitta! – le diede su la voce il Raceni. – Che dite! Se le può esser padre!
– Bambino! – esclamò allora la Barmis con un sorriso di commiserazione.
Sarà gelosa la Frezzi! Lo sapete voi; io non lo so, – insistette il Raceni.
La Barmis aprì le braccia: – Ma lo sa tutta Roma, santo Dio!
– Va bene. E che vuoi dire? – seguitò il Raceni, accalorandosi. – Gelosa e pazza, se mai! Non può esser altro che pazzia… Ma se alla prima rappresentazione se n’andò dopo il primo atto. Lo notarono tutti i maligni, come una prova che il dramma non gli è piaciuto!
– Per altra ragione, caro, per altra ragione andò via! – canterellò la Barmis.
– Grazie, lo so! Ma quale? – domandò il Raceni. – Perché innamorato della Roncella? Fate ridere, se lo dite. Controsenso! Andò via per la Frezzi. D’accordo! E che vuol dire? Ma se lo sanno tutti che è schiavo di quella donna! che quella donna lo vessa! e che egli farebbe di tutto per stare in pace con lei!
– E viene qua? – domandò argutamente la Barmis.
– Sicuro! viene qua! sicuro! – rispose con stizza il Raceni. – Perché avrà saputo com’è stata interpretata dai maligni quella sua uscita dal teatro, e viene a riparare. È turbato, sfido! non s’aspettava qua tutta questa gente. Teme che questa sera colei, come voi e come tutti possa malignare su questa venuta. Ma via! ma via! Se fosse altrimenti, o non sarebbe venuto, o non sarebbe così turbato. È chiaro!
– Bambino! – ripeté la Barmis.
Non poté aggiungere altro, perché, imminente ormai la partenza, la Roncella tra Maurizio Gueli e il senatore Romualdo Borghi, col marito davanti, battistrada, si disponeva a uscir dalla sala per prender posto sul treno.
Tutti si scoprirono il capo; si levarono grida di evviva tra un lungo scroscio d’applausi; e Giustino Boggiolo, già preparato, in attesa, guardando di qua e di là, sorridente, raggiante, con gli occhi lustri lustri e i pomelli accesi, s’inchinò a ringraziare più volte, invece della moglie.
Nella sala, dietro la porta vetrata, rimase sola a singhiozzare dentro il moccichino profumato la signora Ely Faciolli, dimenticata e inconsolabile. Guardando cauto, obliquo, col grosso testone triste arruffato, lo zoppetto Cosimo Zago balzò con la stampella a quel posto del divano ove poc’anzi stava seduta la Roncella, ghermì una piccola piuma che s’era staccata dal boa di lei e se la cacciò in tasca appena in tempo da non essere scoperto dal romanziere napoletano Raimondo Jàcono, il quale riattraversava sbuffante la sala per andar via, stomacato.
– Ohè! tu? che fai? Mi sembri un cane sperduto… Senti, senti che grida? Gli osanna! È la santa del giorno! Buffoni, peggio di quel suo marito! Su, su, coraggio, figlio mio! È la cosa più facile del mondo, vedi… Quella ha preso Medea e l’ha rifatta stracciona di Taranto; tu piglia Ulisse e rifallo gondoliere veneziano. Un trionfo! Te l’assicuro io! E vedrai che quella mo’ si fa ricca, oh! Due, trecento mila lire, come niente! Balla, comare, che fortuna suona!

2.

Ritornando a casa in vettura con la signora Ely Faciolli (la poverina non sapeva staccarsi il fazzoletto dagli occhi, ma ormai non tanto più per il cordoglio della partenza di Silvia, quanto per non scoprire i guasti che le lagrime avevano cagionato, lunghi e profondi, alla sua chimica), Giustino Boggiolo scoteva le spalle, arricciava il naso, friggeva, pareva che ce l’avesse proprio con lei. Ma no, povera signora Ely, no; lei non c’entrava per nulla.
Tre minuti prima della partenza del treno s’era attaccato a Giustino un nuovo fastidio; ne aveva pochi! quasi un pezzo di carta, uno straccio, un vilucchio, che s’attacchi al piede d’un corridore tutto compreso della gara in una pista assiepata di popolo. Il senatore Borghi, parlando con Silvia affacciata al finestrino della vettura, le aveva chiesto nientemeno il copione de La nuova colonia per pubblicarlo nella sua rassegna. Per fortuna egli aveva fatto in tempo a intromettersi, a dimostrargli che non era possibile: già tre editori, tra i primi, gli avevano fatto ricchissime profferte e ancora egli li teneva a bada tutti e tre, temendo che la diffusione del libro scemasse alquanto la curiosità del pubblico in tutte quelle città che aspettavano con febbrile impazienza la rappresentazione del dramma. Il Borghi allora, in cambio, s’era fatto promettere da Silvia una novella – lunghetta, lunghetta – per la Vita Italiana.
– Ma a quali patti, scusi? – cominciò a dire Giustino, come se avesse accanto nella vettura il senatore direttore e già ministro, e non quella sconsolata signora Ely, che non poteva davvero mostrare gli occhi e affrontare una conversazione in quello stato. – A quali patti? Bisogna vedere; bisogna intenderci, ora… Non sono più i tempi della Casa dei nani. Quel che può bastare a un nano, signora mia, diciamola com’è, non può bastare più a un gigante, ecco. La gratitudine, sissignora! Ma la gratitudine… la gratitudine prima di tutto non bisogna sfruttarla, ecco! Come dice?
Approvò, approvò più volte col capo, dentro il moccichino, la signora Ely; e Giustino seguitò:
– Al mio paese, chi sfrutta la gratitudine non solo perde ogni merito del beneficio, ma si regola… no, che dico? peggio! si regola peggio di chi nega con crudeltà un ajuto che potrebbe prestare. Questo me lo conservo, guardi! come un buon pensiero per il primo album che mi manderà lui, il signor senatore. Anzi, me l’appunto. Così lo leggerà…
Trasse dalla tasca il taccuino e prese nota del pensiero.
– Creda che se non faccio così… Ah, signora mia, signora mia! Cento teste dovrei avere, cento, e sarebbero poche! Se penso a tutto quello che devo fare, Dio, mi prende la vertigine! Ora vado all’ufficio e domando sei mesi d’aspettativa. Non posso farne di meno. E se non me l’accordano? Mi dica lei… Se non me l’accordano? Sarà un affar serio; mi vedrò costretto a… a… Come dice?
Disse qualche altra cosa dentro il moccichino la signora Ely, qualche altra cosa che non volle ridire né manifestar per segni: solamente alzò un poco le spalle. E allora Giustino:
– Ma veda, per forza… Vedrà che per forza mi costringeranno a dare un calcio all’ufficio! E poi cominceranno a dire, uh, ne sono sicuro!, che vivo alle spalle di mia moglie. Io, già! alle spalle di mia moglie! Come se mia moglie, senza di me… roba da ridere, via! Già si vede: eccola là: se n’è andata in villeggiatura; e chi resta qua, a lavorare, a far la guerra? Guerra, sa? guerra davvero, guerra… Si entra ora in campo! Sette eserciti e cento città! Se ci resisto… Andate a pensare all’ufficio! Se domani lo perdo, per chi lo perdo? lo perdo per lei… Bah, non ci pensiamo!
Aveva tante cose per il capo, che più di qualche minuto di sfogo non poteva concedere al dispiacere anche grave che qualcuna gli cagionava. Tuttavia non poté fare a meno di ripensare, prima d’arrivare a casa, a quella tal richiesta a tradimento del senatore Borghi. Gli aveva fatto troppa stizza, ecco, anche perché, se mai, gli pareva che non alla moglie, ma a lui avrebbe dovuto rivolgersi il signor senatore. Ma, poi, Cristo santo! un po’ di discrezione! Quella poverina partiva per rimettersi in salute, per riposarsi. Se a qualche cosa poi, là a Cargiore, le fosse venuto voglia di pensare, ma avrebbe pensato a un nuovo dramma, perbacco! non a cosettine che portan via tanto tempo, e non fruttano nulla. Un po’ di discrezione, Cristo santo!
Appena arrivato a casa – paf! un altro inciampo, un altro grattacapo, un’altra ragione di stizza. Ma questa, assai più grave!
Trovò nello studiolo un giovinotto lungo lungo, smilzo smilzo, con una selva di capelli riccioluti indiavolati, pizzo ad uncino, baffi all’erta, un vecchio fazzoletto verde di seta al collo, che forse nascondeva la mancanza della camicia, un farsettino nero inverdito, le cui maniche, sdrucite ai gomiti, gli lasciavano scoperti i polsi ossuti e gli facevano apparire sperticate le braccia e le mani. Lo trovò come padrone del campo, in mezzo a una mostra di venticinque pastelli disposti giro giro per la stanza, su le seggiole, su le poltrone, su la scrivania, da per tutto: venticinque pastelli tratti dalle scene culminanti de La nuova colonia.
– E scusi… e scusi… e scusi… – si mise a dire Giustino Boggiolo, entrando, stordito e sperduto, tra tutto quell’apparato.
– Ma chi è lei, scusi?
– Io? – disse il giovinotto, sorridendo con aria di trionfo.
– Chi sono io? Nino Pirino. Io sono Nino Pirino, pittorino tarentino, dunque compatriottino di Silvia Roncella. Lei è il marito, è vero? Piacere! Ecco, io ho fatto questa roba qua, e son venuto a mostrarla a Silvia Roncella, mia celebre compatriota.
– E dov’è? – fece Giustino.
Il giovinotto lo guardò, stordito.
– Dov’è? chi? come?
– Ma signor mio, è partita!
– Partita?
– Lo sa tutta Roma, perbacco! c’era tutta Roma alla stazione, e lei non lo sa! Ho tanto poco tempo io, scusi… Ma già… aspetti un momento… Scusi, queste sono scene de La nuova colonia, se non sbaglio?
– Sissignore.
– E che è roba di tutti La nuova colonia, scusi? Lei prende così le scene e… e se le appropria… Come? con qual diritto?
– Io? che dice? ma no! – fece il giovinotto. – Io sono un artista! Io ho veduto e…
– Ma nossignore! – esclamò con forza Giustino. – Che ha veduto? Ha veduto La nuova colonia di mia moglie…
– Sissignore.
– E questa è l’isola abbandonata, è vero?
– Sissignore.
– Dove l’ha mai veduta Lei? esiste forse nella realtà, nella carta geografica quest’isola? Lei non ha potuto vederla!
Il giovinotto credeva propriamente che il caso fosse da ridere, e in verità a ridere era disposto; così investito contro ogni sua aspettazione, ora si sentiva rassegare il riso su le labbra. Più che mai stordito, disse:
– Con gli occhi? con gli occhi no, certo! con gli occhi non l’ho veduta. Ma l’ho immaginata, ecco!
– Lei? Ma nossignore! – incalzò Giustino. – Mia moglie! L’ha immaginata mia moglie, non Lei! E se mia moglie non l’avesse immaginata, Lei non avrebbe dipinto lì un bel corno, glielo dico io! La proprietà…
A questo punto Nino Pirino riuscì a fare erompere la risata che gli gorgogliava dentro da un pezzo.
– La proprietà? ah sì? quale? quella dell’isola? oh bella! oh bella! oh bella! vuol esser Lei soltanto il proprietario dell’isola? il proprietario d’un’isola che non esiste?
Giustino Boggiolo, sentendolo ridere così, s’intorbidò tutto dall’ira e gridò, fremente:
– Ah, non esiste? Lo dite voi che non esiste! Esiste, esiste, esiste, sissignore! Ve lo faccio vedere io se esiste!
– L’isola?
– La proprietà! il mio diritto di proprietà letteraria! il mio diritto, il mio diritto esiste; e vedrete se saprò farlo rispettare e valere! Ci sono qua io, per questo! Tutti ormai sono avvezzi a violarlo questo diritto, che pure emana da una legge dello Stato, perdio, sacrosanta! Ma ripeto che ci sono qua io, ora, e glielo faccio vedere!
– Va bene… ma guardi… sissignore… si calmi, guardi… – gli diceva intanto il giovinotto, angustiato di vederlo in quelle furie. – Guardi, io… io non ho voluto usurpare alcun diritto, alcuna proprietà… Se lei s’arrabbia così… ma io sono pronto a lasciarle qua tutti i miei pastelli, e me ne vado. Glie li regalo e me ne vado… Mi sono inteso di fare un piacere, di fare onore alla mia compaesana… Sì, volevo anche pregarla di… di… ajutarmi col prestigio del suo nome, perché credo, via, di meritarmi qualche aiuto… Sono belli, sa? Li degni almeno d’uno sguardo, questi miei pastellini… Non c’è male, creda! Glieli regalo, e me ne vado.
Giustino Boggiolo si trovò d’un tratto disarmato e restò brutto di fronte alla generosità di quel ricchissimo straccione.
– No, nient’affatto… grazie… scusi… dicevo, discutevo per il… la… il… diritto, la proprietà, ecco. Creda che è un affar serio… come se non esistesse… Una pirateria continua nel campo letterario… Mi sono riscaldato, eh? ma perché, veda… in questo momento, mi… mi… mi… riscaldo facilmente: sono stanco, stanco, stanco da morirne; e non c’è peggio della stanchezza! Ma io devo guardarmi davanti e dietro, caro signore; devo difendere i miei interessi, Lei lo capisce bene.
– Ma certo! ma naturalmente! – esclamò Nino Pirino, rifiatando. – Però, senta… Non s’arrabbi di nuovo, per carità! Senta… crede che io non possa fare un quadro, poniamo, su… sui Promessi sposi, ecco? Leggo i Promessi sposi… ho l’impressione d’una scena… non posso dipingerla?
Giustino Boggiolo si concentrò con grande sforzo; rimase un po’ cogitabondo a stirarsi con due dita la moschetta della barba a ventaglio:
– Eh, – poi disse. – Veramente non saprei… Forse, trattandosi dell’opera d’un autore morto, già caduta da un pezzo in pubblico dominio… Non so. Bisogna che studii la questione. Qui il suo caso, a ogni modo, è diverso. Guardi! Sta di fatto che se un musicista domani mi chiede di musicare La nuova colonia – glielo dico perché sono già in trattative con due compositori, tra i primi – anche facendosene cavare il libretto da altri, deve pagare a me quel che io pretendo, e non poco, sa? Ora, se non sbaglio, il suo caso è lo stesso: lei per la pittura, quello per la musica
– Veramente… già… – cominciò a dire Nino Pirino, uncinandosi vieppiù il pizzo; ma poi, d’un balzo, ricredendosi. – Ma no! sbaglia, sa! Veda… il caso è un altro! Il musicista paga perché, per il melodramma, prende le parole; ma se non prende più le parole, se riesprime solo musicalmente in una sinfonia, o che so io, le impressioni, i sentimenti suscitati in lui dal dramma della sua signora, non paga più, sa? ne può star sicuro; non paga più!
Giustino Boggiolo parò le mani come ad arrestar subito un pericolo o una minaccia.
– Parlo accademicamente, – s’affrettò allora a soggiungere il giovinotto. – Io le ho già detto perché sono venuto e, ripeto, sono pronto a lasciarle qua i miei pastelli.
Un’idea luminosa balenò in quel momento a Giustino. Il dramma, prima o poi, doveva andare a stampa. Farne un’edizione ricchissima, illustrata, con la riproduzione a colori di quei venticinque pastelli là… Ecco, il libro così non sarebbe andato per le mani di tutti: così egli avrebbe anche impedito lo sfruttamento dell’opera della moglie da parte di quel pittore; e avrebbe anche prestato a questo l’ajuto richiesto, morale e materiale, perché avrebbe imposto all’editore un adeguato compenso per quei pastelli là.
Nino Pirino si dichiarò entusiasta dell’idea e per poco non baciò le mani al suo benefattore, il quale intanto aveva avuto un altro lampo e gli faceva cenno d’aspettare che la luce gli si facesse intera.
– Ecco. Una prefazione del Gueli, al volume… Così, tutti i maligni che vanno gracchiando che al Gueli il dramma non è piaciuto… Egli è venuto questa mattina a ossequiar la mia signora alla stazione, sa? Ma possono ancora dire (li conosco bene, io!) che è stato per mera cortesia. Se il Gueli fa la prefazione… Benissimo, sì sì, benissimo. Ci andrò oggi stesso, subito com’esco dall’ufficio. Ma vede quant’altri pensieri, quant’altro da fare mi dà Lei adesso? E ho i minuti contati! Debbo partire stasera per Bologna. Basta, basta… Vedrò di pensare a tutto. Lei mi lasci qua i pastelli. Le prometto che appena passo da Milano… Dica, il suo indirizzo?
Nino Pirino si strinse i gomiti alla vita e domandò, tirando su il busto, impacciato:
– Ecco… quando… quando passerà, Lei, da Milano?
– Non so, – disse il Boggiolo. – Fra due, tre mesi al massimo…
– E allora, – sorrise Pirino, – è inutile che le dica il mio indirizzo. Di qui a tre mesi, ne avrò cangiati otto per lo meno. Nino Pirino, ferma in posta: ecco, mi scriva così.

3.

Quando, sul tardi, Giustino Boggiolo rientrò in casa (aveva appena il tempo di fare in fretta in furia le valige) era così stanco, in tale vana fissità di stordimento, che finanche alle pietre avrebbe fatto pietà. Solamente a sé stesso non ne faceva.
Appena entrato nella cupa ombra dello studiolo, si trovò senza saper come né perché tra le braccia, sul seno d’una donna che lo sorreggeva in piedi e gli carezzava la guancia pian pianino con la tepida mano profumata e gli diceva con dolce voce materna:
– Poverino… poverino… ma si sa!… ma così voi vi distruggete, caro!… oh poverino… poverino…
Ed egli, senza volontà, abbandonato, rinunziando affatto a indovinare come mai Dora Barmis fosse là, nella sua casa, al bujo, e potesse sapere ch’egli per tutte le fatiche sostenute, per i dispiaceri incontrati e la stanchezza enorme aveva quello strapotente bisogno di conforto e di riposo, si lasciava carezzare come un bambino.
Forse era entrato nello studiolo vagellando e lamentandosi.
Non ne poteva più, davvero! All’ufficio il capo lo aveva accolto a modo d’un cane, e gli aveva giurato che la domanda di sei mesi d’aspettativa non si sarebbe chiamato più Gennaro Ricoglia se non gliel’avrebbe fatta respingere, respingere, respingere. In casa del Gueli, poi… Oh Dio, che era accaduto in casa del Gueli?… Non sapeva raccapezzarsi più… Aveva sognato? Ma come? non era andato il Gueli quella mattina alla stazione? Doveva essersi impazzito… O impazzito lui, o il Gueli… Ma forse, ecco, in mezzo a tutto quel tramenio vertiginoso qualche cosa doveva essere avvenuta, a cui egli non aveva fatto caso, e per cui ora non poteva capire più nulla; neanche perché la Barmis fosse là… Forse era giusto, era naturale che fosse là… e quel conforto pietoso e carezzevole era anche opportuno, sì, e meritato… ma ora… ma ora basta, ecco.
E fece per staccarsi. Dora gli trattenne con la mano il capo sul seno:
– No, perché? Aspettate…
– Devo… le… le valige… – balbettò Giustino.
– Ma no! che dite! – gli diede su la voce Dora. – Volete partire in questo stato? Voi non potete, caro, non potete!
Giustino resisté alla pressione della mano parendogli ormai troppo quel conforto e un poco strano, benché sapesse che la Barmis spesso non si ricordava più, proprio, d’esser donna.
– Ma… ma come?… – seguitò a balbettare, – senza… senza lume qui? Che ha fatto la serva della signora Ely?
– Il lume? Non l’ho voluto io, – disse Dora. – L’avevano portato. Qua, qua, sedete con me, qua. Si sta bene al buio… qua…
– E le valige? Chi me le fa? – domandò Giustino, pietosamente.
– Volete partire per forza?
– Signora mia…
– E se io ve l’impedissi?
Giustino, nel bujo, si sentì stringere con violenza un braccio. Più che mai sbalordito, sgomento, tremante, ripeté:
– Signora mia…
– Ma stupido! – scattò allora quella con un fremito di riso convulso, afferrandolo per l’altro braccio e scotendolo. – Stupido! stupido! Che fate? Non vedete? È stupido… sì, stupido che voi partiate così… Dove sono le valige? Saranno nella vostra camera. Dov’è la vostra camera? Su, andiamo, v’ajuterò io!
E Giustino si sentì trascinare, strappare. Reluttò, perduto, balbettando:
– Ma… ma se… se non ci portano un lume…
Una stridula risata squarciò a questo punto il bujo e parve facesse traballare tutta la casa silenziosa.
Giustino era ormai avvezzo a quei sùbiti prorompimenti d’ilarità folle nella Barmis. Trattando con lei era sempre tra perplessità ambasciose, non riuscendo mai a sapere come dovesse interpretare certi atti, certi sguardi. certi sorrisi, certe parole di lei. In quel momento, sì, in verità gli pareva chiaro che… – ma se poi si fosse sbagliato? E poi… ma che! A parte lo stato in cui si trovava… ma che! sarebbe stata una nequizia bell’e buona, di cui non si sentiva capace.
Trovò in questa coscienza della sua inespugnabile onestà coniugale il coraggio di accendere risolutamente e anche con un certo sdegno un fiammifero.
Una nuova, più stridula, più folle risata assalì e scontorse la Barmis alla vista di lui con quel fiammifero acceso tra le dita.
– Ma perché? – domandò Giustino con stizza – Al bujo… certo che…
Ci volle un bel pezzo prima che Dora si riavesse da quella convulsione di riso e prendesse a ricomporsi, ad asciugarsi le lagrime. Intanto egli aveva acceso una candela trovata su la scrivania, dopo aver fatto volare tre dei pastelli del Pirino.
– Ah, vent’anni! vent’anni! vent’anni! – fremette Dora alla fine. – Sapete, gli uomini? stecchini mi parevano! Qua, tra i denti, spezzati, e via! Sciocchezze! sciocchezze! L’anima, adesso, l’anima, l’anima… Dov’è l’anima? Dio! Dio! Ah, come fa bene respirare… Dite, Boggiolo: per voi dov’è? dentro o fuori? dico l’anima! Dentro di noi o fuori di noi? Sta tutto qui! Voi dite dentro? Io dico fuori. L’anima è fuori, caro; l’anima è tutto; e noi, morti, non saremo più nulla, caro, più nulla, più nulla… Su, fate lume! Queste valige subito… V’aiuterò io… Sul serio!
– Troppo buona – disse Giustino, mogio mogio, sbigottito, avviandosi innanzi, con la candela, verso la camera.
Dora, appena entrata, guardò il letto a due, guardò in giro tutti gli altri mobili più che modesti, sotto il tetto basso:
– Ah, qua… – disse. – Bene, sì… Che buono odor di casa! di famiglia, di provincia… Sì, sì… bene… beato voi, caro! Sempre così! Ma dovete far presto. A che ora parte la corsa? Ih, subito… Su, su, senza perder tempo
E prese a disporre con sveltezza e maestria nelle due valige aperte sul letto le robe che Giustino cavava dal cassettone e le porgeva. Frattanto:
– Sapete perché son venuta? Volevo avvertirvi che la Carmi… tutti gli attori della Compagnia… ma specialmente la Carmi, caro mio, sono su le furie!
– E perché? – domandò Giustino, restando.
– Ma vostra moglie, caro, non ve ne siete accorto? – rispose Dora, facendogli cenno con le mani di non arrestarsi. – Vostra moglie… forse, poverina, perché ancora così… li ha accolti male, male, male…
Giustino, inghiottendo amaro, chinò più volte il capo, per significare che se n’era accorto e doluto tanto.
Bisogna riparare! – riprese la Barmis. – Voi appena da Bologna raggiungerete a Napoli la Compagnia… Ecco, la Carmi si vuol vendicare a tutti i costi; voi dovete assolutamente ajutarla a vendicarsi.
– Io? come? – domandò Giustino, di nuovo stordito.
– Oh Dio! – esclamò la Barmis, stringendosi ne le spalle. – Non pretenderete che ve l’insegni io, come. È difficile con voi… Ma quando una donna si vuole vendicare di un’altra… Guardate, la donna può essere anche buona verso un uomo, specialmente se egli le si dà come un fanciullo… Ma verso un’altra donna la donna è perfida, caro mio; capace di tutto poi, se crede d’averne ricevuto un affronto, uno sgarbo. E poi l’invidia! Sapeste quanta invidia tra le donne, e come le rende cattive! Voi siete un bravo giovane, un gran brav’uomo… enormemente bravo, capisco; ma, se volete fare i vostri interessi, ecco… dovete… dovete sforzarvi… farvi un po’ di violenza magari… Del resto, starete parecchi mesi lontano da vostra moglie, è vero? Ora, via, non mi darete a intendere…
– Ma no! ma no, creda, signora mia! – esclamò Giustino. – Io non ci penso! Non ho neanche il tempo di pensarci! Per me, ho preso moglie, e basta!
– Siete appadronato?
– È finita! non ci penso più! Tutte le donne per me sono come uomini, ecco; non ci faccio più alcuna differenza. Donna per me è mia moglie, e basta. Forse per le donne è un’altra cosa… ma per gli uomini, creda pure, almeno per me… L’uomo ha tant’altre cose a cui pensare… Si figuri se io, tra tanti pensieri, con tanto da fare…
– Oh Dio, lo so! ma io dico nel vostro stesso interesse, non volete capirlo? – riprese la Barmis, trattenendosi a stento di ridere e affondando il capo nelle valige. – Se voi volete fare i vostri interessi, caro… Per voi, sta bene; ma dovete trattar con donne per forza: attrici, giornaliste… E se non fate come vogliono loro? Se non le seguite nel loro istinto? sia pur malvagio, d’accordo! Se queste donne invidiano vostra moglie? se vogliono vendicarsi… capite? Dico nel vostro stesso interesse… Sono necessità, caro, che volete farci? necessità della vita! Su, su, ecco fatto; chiudete e partiamo subito. Vi accompagnerò fino alla stazione.
In vettura, istintivamente gli prese una mano; subito si ricordò e fu lì lì per lasciargliela; ma poi… tanto, dacché c’era… Giustino non si ribellò. Pensava a quel che gli era accaduto in casa del Gueli.
– Mi spieghi Lei; io non so, – disse a Dora. – Sono andato dal Gueli…
– In casa? – domandò Dora, e subito esclamò: – Oh Dio, che avete fatto?
– Ma perché? – replicò Giustino. – Sono andato per… per chiedergli un favore… Bene. Lo crederebbe? Mi… mi ha accolto come se non mi avesse mai conosciuto…
– La Frezzi era presente? – domandò la Barmis.
– Sissignora, c’era…
– E allora, che meraviglia? – disse Dora. – Non lo sapete?
– Ma scusi! – riprese Giustino. – C’è da cascar dalle nuvole! Fingere finanche di non ricordarsi più che questa mattina è stato alla stazione…
– Anche questo avete detto, lì, voi, in presenza della Frezzi? – proruppe Dora, ridendo. – Oh povero Gueli, povero Gueli! Che avete fatto, caro Boggiolo!
– Ma perché? – tornò a replicar Giustino. – Scusi, sa!… io non posso ammettere che…
– Voi! e già, siamo sempre lì! – esclarnò la Barmis. – Voi volete fare i conti senza la donna! Ve lo dovete levar dal capo… Volete ottenere un favore dal Gueli? che egli abbia ancora amicizia per la vostra signora? Caro mio, dovete provarvi a fare un po’ di corte a quella sua nemica. Chi sa!
– Anche a quella?
– Non è mica brutta, vi prego di credere, Livia Frezzi! Non sarà più una… una giovinetta… ma…
– Via, non lo dica neanche per ischerzo, – fece Giustino.
– Ma io ve lo dico proprio sul serio, caro, sul serio, sul serio, – ribatté Dora. – Dovete mutar registro! Così non farete nulla
E ancora, fino al momento che il treno si scrollò per partire, Dora Barmis seguitò a battere su quel chiodo:
– Ricordatevi… la Carmi! la Carmi! Ajutatela a vendicarsi… Pazienza… caro… Addio!… Sforzatevi… nel vostro interesse… fatevi un po’ di violenza… Addio, caro, buone cose! addio! Addio!

4.

Dov’era?
Sì, dirimpetto, oltre il prato, di là dal sentiero, sorgeva nello spiano erboso la chiesa antica, dedicata alla Vergine sidera scandenti, col lungo campanile dalla cuspide ottagonale e le finestre bifore e l’orologio che recava una leggenda assai strana per una chiesa: OGNVNO A SVO MODO; e accanto alla chiesa era la bianca cura con l’orto solingo, e più là, recinto da muri, il piccolo cimitero.
All’alba la voce delle campane su quelle povere tombe.
Ma forse la voce, no: il cupo ronzo che si propaga quando han finito di sonare, penetra in quelle tombe e desta un fremito nei morti, d’angoscioso desiderio.
Oh donne dei casali sparsi, lasciate, donne di Villareto e di Galleana, donne di Rufinera e di Pian del Viermo, donne di Brando e di Fornello, lasciate che a questa messa dell’alba vadano per una volta tanto esse sole le vostre antiche nonne divote, dal cimitero; e officii il loro vecchio curato da tant’anni anch’esso sepolto, il quale forse, appena finita la messa, prima d’andare a riporsi sotterra, s’indugerà a spiare attraverso il cancelletto l’orto solingo della cura, per vedere se al nuovo curato esso sta tanto a cuore quanto stette a lui.
No, ecco… Dov’era? dov’era?
Sapeva ormai tanti luoghi e il loro nome; luoghi anche lontani da Cargiore. Era stata su Roccia Corba; sul colle di Bràida, a veder tutta la Valsusa immensa. Sapeva che il viale, qua, oltre la chiesa, scende tra i castagni e i cerri a Giaveno, ov’era anche stata, attraversando giù quella curiosa Via della Buffa, larga, a bastorovescio, tutta sonora d’acque scorrenti nel mezzo. Sapeva ch’era la voce del Sangone quella che s’udiva sempre, e più la notte, e le impediva il sonno tra tante smanie con l’immagine di tanta acqua in corsa perenne, senza requie. Sapeva che più su, per la vallata dell’Indritto, si precipita fragoroso il Sangonetto: era stata in mezzo al fragore, tra le rocce, a vederlo: gran parte delle acque devolve incanalata nei lavori di presa: lì, romorosa, libera, vorticosa, spumante, sfrenata; qui, placida pei canali, domata, assoggettata all’industria dell’uomo.
Aveva visitato tutte le frazioni di Cargiore, quei ceppi di case sparsi tra i castagni e gli ontani e i pioppi e ne sapeva il nome. Sapeva che quella a levante, lontana lontana, alta sul colle, era la Sacra di Superga. Sapeva i nomi dei monti attorno, già coperti di neve: Monte Luzera e Monte Uja e la Costa del Pagliajo e il Cugno dell’Alpet, Monte Brunello e Roccia Vrè. Quello di fronte, a mezzodì, era il monte Bocciarda; quello di là, il Rubinett.
Sapeva tutto; la avevano già informata di tutto la mamma (madama Velia, come lì la chiamavano) e la Graziella e quel caro signor Martino Prever, il pretendente. Sì, di tutto. Ma ella… dov’era? dov’era?
Si sentiva gli occhi pieni di uno splendor vago, innaturale; aveva negli orecchi come una perenne onda musicale, ch’era a un tempo voce e lume, in cui l’anima si cullava serena, con una levità prodigiosa, ma a patto che non fosse tanto indiscreta da volere intendere quella voce, fissar quel lume.
Era veramente così pieno di fremiti, come a lei pareva, il silenzio di quelle verdi alture? trapunto, quasi pinzato a tratti da zighi lunghi, esilissimi, da acuti fili di suono, da fritinnìi? Era quel fremito perenne il riso dei tanti rivoli scorrenti per borri, per zane, per botri scoscesi e cupi all’ombra di bassi ontani; rivoli che s’affrettano, in cascatelle garrule spumose, dopo avere irrigato un prato, benedetti, a far del bene altrove, a un altro campo che li aspetta, dove par che tutte le foglie li chiamino, brillando festose?
No, no, attorno a tutto – luoghi e cose e persone – ella vedeva soffusa come una vaporosa aria di sogno, per cui anche gli aspetti più vicini le sembravan lontani e quasi irreali.
Certe volte, è vero, quell’aria di sogno le si squarciava d’un tratto, e allora certi aspetti pareva le si avventassero agli occhi, diversi, nella loro nuda realtà. Turbata, urtata da quella dura fredda impassibile stupidità inanimata, che la assaltava con precisa violenza, chiudeva gli occhi e si premeva forte le mani su le tempie. Era davvero così quella tal cosa? No, non era forse neanche così! Forse, chi sa come la vedevano gli altri… se pur la vedevano! E quell’aria di sogno le si ricomponeva.
Una sera, la mamma s’era ritirata nella sua cameretta, perché le faceva male il capo. Ella era entrata con Oraziella a sentir come stésse. Nella cameretta linda e modesta ardeva solo un lampadino votivo su una mensola innanzi a un antico crocefisso d’avorio; ma il plenilunio la inalbava tutta, dolcemente. Oraziella, appena entrata, s’era messa a guardar dietro i vetri della finestra i prati verdi inondati di lume, e a un tratto aveva sospirato:
– Che luna, madama! Dio, par che sia raggiornato…
La mamma allora aveva voluto ch’ella aprisse la mezza imposta.
Ah che solennità d’attonito incanto! In qual sogno erano assorti quegli alti pioppi sorgenti dai prati, che la luna inondava di limpido silenzio? E a Silvia era parso che quel silenzio si raffondasse nel tempo, e aveva pensato a notti assai remote, vegliate come questa dalla Luna, e tutta quella pace attorno aveva allora acquistato agli occhi suoi un senso arcano. Da lungi, continuo, profondo, come un cupo ammonimento, il borboglio del Sangone, ne la valle. Là presso, di tratto in tratto, un curioso stridore.
– Che stride così, Oraziella? – aveva domandato la mamma.
E Oraziella, affacciata alla finestra, nell’aria chiara, aveva risposto lietamente:
– Un contadino. Falcia il suo fieno, sotto la luna. Sta a raffilare la falce.
Donde aveva parlato Graziella? A Silvia era parso ch’ella avesse parlato dalla Luna.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case s’era levato un canto dolcissimo di donne. E Graziella, parlando ancor quasi dalla Luna, aveva annunziato:
Cantano a Rufinera…
Non una parola aveva potuto ella proferire.
Da che s’era mossa da Roma e, con quel viaggio, tante e tante imagini nuove le avevano invaso in tumulto lo spirito, da cui già appena appena si diradavano le tenebre della morte, ella notava in sé con sgomento un distacco irreparabile da tutta la sua prima vita. Non poteva più parlare né comunicar con gli altri, con tutti quelli che volevano seguitare ad aver con lei le relazioni solite finora. Le sentiva spezzate irrimediabilmente da quel distacco. Sentiva che ormai ella non apparteneva più a sé stessa.
Quel che doveva avvenire, era avvenuto.
Forse perché lassù, dove l’avevano portata, le eran mancate attorno quelle umili cose consuete, alle quali ella prima si aggrappava, nelle quali soleva trovar rifugio?
S’era trovata come sperduta lassù, e il suo dèmone ne aveva profittato. Le veniva da lui quella specie d’ebbrezza sonora in cui vaneggiava, accesa e stupita, poiché le trasformava con quei vapori di sogno tutte le cose.
E lui, lui faceva sì che di tratto in tratto la stupidità di esse le s’avventasse agli occhi, squarciando quei vapori.
Era un dispetto atroce. Specialmente di tutte quelle cose ch’ella aveva voluto e avrebbe ancora voluto aver più care e sacre, esso si divertiva ad avventarle agli occhi la stupidità; e non rispettava neppure il suo bambino, la sua maternità! Le suggeriva che stupidi l’una e l’altro non sarebbero più stati solo a patto ch’ella, mercé lui, ne facesse una bella creazione. E che così era di quelle cose, come di tutte le altre. E che soltanto per creare ella era nata, e non già per produrre materialmente stupide cose, né per impacciarsi e perdersi tra esse.
Là, nella vallata dell’Indritto, che c’era? L’acqua incanalata, saggia, buona massaja, e l’acqua libera, fragorosa, spumante. Ella doveva esser questa, e non già quella.
Ecco: sonava l’ora… Come diceva l’orologio del campanile? OGNVNO A SVO MODO.

Verrà tra poco, senza fin, la neve,
e case e prati, tutto sarà bianco,
il tetto, il campanil di quella pieve,
donde ora, all’alba, qual dal chiuso un branco
di pecorelle, escono per due porte
le borghigiane, ed hanno il damo a fianco.
Hanno pensato all’anima, alla morte
(qua presso è il cimiter pieno di croci);
le riprende or la vita, e parlan forte,
liete di riudir le loro voci
nell’aria nuova del festivo giorno,
tra i rivoli che corrono veloci,
tra i prati che verdeggiano d’intorno.

Ecco ecco, così! A SUO MODO. Ma no! ma che! Ella finora non aveva mai scritto un verso! Non sapeva neppure come si facesse a scriverne… – Come? Oh bella! Ma così, come aveva fatto! Così come cantavano dentro… Non i versi, le cose.
Veramente le cantavano dentro tutte le cose, e tutte le si trasfiguravano, le si rivelavano in nuovi improvvisi aspetti fantastici. Ed ella godeva d’una gioja quasi divina.
Quelle nuvole e quei monti… Spesso i monti parevano nuvoloni lontani impietrati, e le nuvole montagne d’aria nere grevi cupe. Avevano le nuvole verso quei monti un gran da fare! Ora tonando e lampeggiando li assalivano con furibondi impeti di rabbia; ora languide, morbide si sdrajavano su i loro fianchi e li avvolgevano carezzose. Ma né di quelle furie né di questi languori pareva che essi si curassero levati, con le azzurre fronti al cielo, assorti nel mistero dei più remoti evi racchiuso in loro. Femmine, e nuvole! I monti amavano la neve.
E quel prato lassù, di quella stagione, coperto di margherite? S’era sognato? O aveva voluto la terra fare uno scherzo al cielo, imbiancando di fiori quel lembo, prima che esso di neve? No, no: in certi profondi, umidi recessi del bosco ancora spuntavano fiori; e di tanta vita recondita ella aveva provato quasi uno strano stupor religioso… Ah, l’uomo che prende tutto alla terra e tutto crede sia fatto per lui! Anche quella vita? No. Lì, ecco, era signore assoluto un grosso calabrone ronzante, che s’arrestava a bere con vorace violenza nei teneri e delicati calici dei fiori, che si piegavano sotto di lui. E la brutalità di quella bestia bruna, rombante, vellutata e striata d’oro offendeva come alcunché d’osceno, e faceva quasi dispetto la sommissione con cui quelle campanule tremule gracili subivan l’oltraggio di essa e restavano poi a tentennar lievi un tratto sul gambo, dopo che quella, sazia e ingorda tuttavia, se n’era oziando allontanata.
Di ritorno alla quieta casetta, soffriva di non poter più essere o almeno apparire a quella cara vecchina della suocera qual’era prima. In verità, forse perché non era mai riuscita a tenersi, a comporsi, a fissarsi in un solido e stabile concetto di sé, ella aveva sempre avvertito con viva inquietudine la straordinaria disordinata mobilità del suo essere interiore, e spesso con una meraviglia subito cancellata in sé come una vergogna, aveva sorpreso tanti moti incoscienti, spontanei così del suo spirito, come del suo corpo, strani, curiosissimi, quasi di guizzante bestiola incorreggibile; sempre aveva avuto una certa paura di sé e insieme una certa curiosità quasi nata dal sospetto non ci fosse in lei anche un’estranea che potesse far cose ch’ella non sapeva e non voleva, smorfie, atti anche illeciti, e altre pensarne, che non stavano proprio né in cielo né in terra; ma sì! cose orride, talvolta, addirittura incredibili, che la riempivano di stupore e di raccapriccio. Lei! lei così desiderosa di non prender mai troppo posto e di non farsi notare, anche per non avere il fastidio di molti occhi addosso! Temeva ora che la suocera non le scorgesse negli occhi quel riso che si sentiva fremere dentro ogni qualvolta nella saletta da pranzo trovava aggrondato e con le ciglia irsute, gonfio di cupa ferocia quel bravo, innocuo signor Martino Prever, geloso come una tigre dello zio Ippolito, il quale, seguitando quietamente a lisciarsi anche lì il fiocco del berretto da bersagliere e a fumar da mane a sera la lunghissima pipa, si divertiva un mondo a farlo arrabbiare.
Era anche lui, monsù Prever, un bel vecchione con una barba anche più lunga di quella de lo zio Ippolito, ma incolta e arruffata, con un pajo d’occhi ceruli chiari da fanciullo, non ostante la ferma intenzione di farli apparire spesso feroci. Portava sempre in capo un berretto bianco di tela, con una larga visiera di cuoio. Molto ricco, cercava soltanto la compagnia della gente più umile, e la beneficava nascostamente; aveva anche edificato e dotato un asilo d’infanzia. Possedeva a Cargiore un bel villino, e su la vetta del Colle di Bràida in Valgioje una grande villa solitaria, donde si scopriva tra i castagni i faggi e le betulle tutta l’ampia, magnifica Valsusa, azzurra di vapori. In compenso dei tanti beneficii ricevuti, il paesello di Cargiore non l’aveva rieletto sindaco; e forse perciò egli schivava la compagnia delle poche persone così dette per bene. Tuttavia, non abbandonava mai il paese, neppure d’inverno.
La ragione c’era, e la sapevano tutti lì a Cargiore: quel persistente cocciuto amore per madama Velia Boggiolo. Non poteva stare, povero monsù Martino, non poteva vivere senza vederla, quella sua madamina. Tutti a Cargiore conoscevano madama Velia, e però nessuno malignava, anche sapendo che monsù Martino passava quasi tutto il giorno in casa di lei.
Egli avrebbe voluto sposarla; non voleva lei; e non voleva perché… oh Dio, perché sarebbe stato ormai inutile, all’età loro. Sposare per ridere? Non stava egli là, a casa sua, tutto il giorno da padrone? E dunque! Poteva ormai bastargli… La ricchezza? Ma era noto a tutti che, essendo il Prever senza parenti né prossimi né lontani, tutto il suo, tranne forse qualche piccolo legato ai servi, sarebbe andato un giorno, lo stesso, a madama Velia, se fosse morta dopo di lui.
Era una specie di fascino, un’attrazione misteriosa che monsù Martino aveva sentito tardi verso quella donnetta, che pure era stata sempre così quieta, umile, timida, al suo posto. Tardi lui, il signor Martino; ma un suo fratello, invece, troppo presto e con tanta violenza che, un giorno, sapendo ch’ella era già fidanzata, zitto zitto, povero ragazzo, s’era ucciso.
Eran passati più di quarant’anni, e ancora nel cuore di madama Velia ne durava, se non il rimorso, uno sbigottimento doloroso; e anche perciò, forse, pur sentendosi qualche volta imbarazzata – ecco – non diceva proprio infastidita – dalla continua presenza del Prever in casa, la sopportava con rassegnazione. Graziella anzi aveva detto a Silvia in un orecchio che madama la sopportava per timore che anche lui, monsù Martino – se ella niente niente si fosse provata ad allontanarlo un po’ – non facesse, Dio liberi, come quel suo fratellino! Ma sì, ma sì, perché… – rideva? oh non c’era mica da ridere: un filettino di pazzia dovevano proprio averlo quei Prever là, lo dicevano tutti a Cargiore, un filettino di pazzia. Bisognava sentire come parlava solo, forte, per ore e ore, monsù… E forse lo zio, il signor Ippolito, ecco, avrebbe fatto bene a non insister tanto su quello scherzo di volerla sposar lui madama. E Graziella aveva consigliato a Silvia d’indurre lo zio a dar la baja invece a don Buti, il curato, che veniva qualche volta in casa anche lui.
– Ecco, a chiel là sì! a chiel là!
Ah, quel don Buti, che disillusione! In quella bianca canonica, con quell’orto accanto, Silvia s’era immaginato un ben altro uomo di Dio. Vi aveva trovato invece un lungo prete magro e curvo, tutto aguzzo, nel naso, negli zigomi, nel mento, e con un paio d’occhietti tondi, sempre fissi e spaventati. Disillusione, da un canto; ma, dall’altro, che gusto aveva provato nel sentir parlare quel brav’uomo dei prodigi d’un suo vecchio cannocchiale adoperato come strumento efficacissimo di religione e però sacro a lui quasi quanto il calice dell’altar maggiore.
Gli uomini, pensava don Buti, sono peccatori perché vedon bene e belle grandi le cose vicine, quelle della terra; le cose del cielo, a cui dovrebbero pensare sopratutto, le stelle, le vedon male, invece, e piccoline, perché Dio le volle mettere troppo alte e lontane. La gente ignorante le guarda, e sì, a dis magara ch’a son bele; ma così piccoline come pajono, non le calcola, non le sa calcolare, ed ecco che tanta parte della potenza di Dio resta loro sconosciuta. Bisogna far vedere agli ignoranti che la vera grandezza è lassù. Onde, il canucial.
E ne le belle serate don Buti lo armava sul sagrato, quel suo cannocchiale, e chiamava attorno ad esso tutti i suoi parrocchiani che scendevano anche da Rufinera e da Pian del Viermo, le giovani cantando, i vecchi appoggiati al bastone, i bimbi trascinati dalle mamme, a vedere le «gran montagne» della Luna. Che risate ne facevan le rane in fondo ai botri! E pareva che anche le stelle avessero guizzi d’ilarità in cielo. Allungando, accorciando lo strumento per adattarlo alla vista di chi si chinava a guardare, don Buti regolava il turno, e si udivano da lontano, tra la confusione, i suoi strilli:
– Con un euj soul! con un euj soul!
Ma sì! specialmente le donne e i ragazzi aprivano tanto di bocca e storcevano in mille smorfie le labbra per riuscire a tener chiuso l’occhio manco e aperto il diritto, e sbuffavano e appannavan la lente del cannocchiale, mentre don Buti, credendo che già stessero a guardare, scoteva in aria le mani col pollice e l’indice congiunti ed esclamava:
– La gran potensa ‘d Nosgnour, eh? la gran potensa ‘d Nosgnour!
Che scenette gustose quando veniva a parlarne con lo zio Ippolito e con monsù Martino in quel caro tepido nido tra i monti, pieno di quel sicuro conforto familiare che spirava da tutti gli oggetti ormai quasi animati dagli antichi ricordi della casa, santificati dalle sante oneste cure amorose; che scenette specialmente nei giorni che pioveva e non si poteva andar fuori neanche un momento!
Ma proprio in quei giorni, appena Silvia cominciava a riassaporar la pace della vita domestica, ecco sopravvenire il procaccia carico di posta per lei, e ventate di gloria irrompevano allora là dentro a investirla, a sconvolgerla tutta, da quei fasci di giornali che il marito le spediva da questa e da quella città.
Trionfava da per tutto La nuova colonia. E la trionfatrice, la acclamata da tutte le folle, ecco, era là, in quella casettina ignorata, perduta in quel verde pianoro su le Prealpi.
Era lei, davvero? o non piuttosto un momento di lei, che era stato? Un subitaneo lume nello spirito e, nello sprazzo, là, una visione, di cui poi ella stessa provava stupore…
Davvero non sapeva più lei stessa, ora, come e perché le fosse venuta in mente quella Nuova colonia, quell’isola, con quei marinai… Ah che ridere! Non lo sapeva lei; ma lo sapevano bene, benissimo lo sapevano tutti i critici drammatici e non drammatici di tutti i giornali quotidiani e non quotidiani d’Italia. Quante ne dicevano! Quante cose scoprivano in quel suo dramma, a cui ella non si era mai neppur sognata di pensare! Oh, ma cose tutte, badiamo, che le recavano un gran piacere, perché erano la ragione appunto delle maggiori lodi; lodi che, in verità, più che a lei, che quelle cose non aveva mai pensate, andavano diritte diritte ai signori critici che ve le avevano scoperte. Ma forse, chi sa! c’erano veramente, se quelli così in prima ve le scoprivano…
Giustino nelle sue lettere frettolose si lasciava intravveder tra le righe soddisfatto, anzi contentissimo. Si rappresentava, è vero, come rapito in un turbine, e non rifiniva di lamentarsi della stanchezza estrema e delle lotte che doveva sostenere con gli amministratori delle compagnie e con gl’impresarii, delle arrabbiature che si prendeva coi comici e coi giornalisti; ma poi parlava di teatroni rigurgitanti di spettatori, di penali a cui i capicomici si sobbarcavano volentieri pur di trattenersi ancora per qualche settimana oltre i limiti dei contratti in questa e in quella «piazza» a soddisfar la richiesta di nuove repliche da parte del pubblico, che non si stancava di accorrere e di acclamare in delirio.
Leggendo quei giornali e quelle lettere, da cui le vampava innanzi agli occhi la visione affascinante di quei teatri, di tanta e tanta moltitudine che la acclamava, che acclamava lei, lei, l’autrice – Silvia si sentiva risollevare da quell’émpito tutto pungente di brividi già avvertito nella sala d’aspetto della stazione di Roma, allorché per la prima volta s’era trovata di fronte al suo trionfo, impreparata, prostrata, smarrita.
Risollevata da quell’émpito, e tutta accesa ora e vibrante, domandava a sé stessa perché non doveva esser là, lei, dove la acclamavano con tanto calore, anziché qua, nascosta, appartata, messa da canto, come se non fosse lei!
Ma sì, se non lo diceva chiaramente, lo lasciava pure intender bene Giustino, che lei lì non c’entrava, che tutto doveva far lui, lì, lui che sapeva ormai a meraviglia come si dovesse fare ogni cosa.
Eh già, lui… Se lo immaginava, lo vedeva or faccente, accaldato, or su le furie, ora esultante tra i comici, tra i giornalisti; e un senso le si destava, non d’invidia né di gelosia, ma piuttosto di smanioso fastidio, un’irritazione ancora non ben definita, tra d’angustia, di pena e di dispetto.
Che doveva pensar mai di lei e di lui tutta quella gente? di lui in ispecie, nel vederlo così? ma anche di lei? che forse era una stupida? Stupida, no, se aveva potuto scrivere quel dramma… Ma, via, una che non sapeva forse né muoversi né parlare; impresentabile?
Sì, era vero: senza di lui La nuova colonia forse non sarebbe neanche andata in iscena. Egli aveva pensato a tutto; e di tutto ella doveva essergli grata. Ma ecco, se stava bene o poteva almeno non saltar tanto agli occhi tutto quel gran da fare ch’egli s’era dato finché il nome di lei era ancor modesto, modesta la fama, e lei poteva starsene in ombra, chiusa, in disparte; ora che il trionfo era venuto a coronare tutto quel suo fervido impegno, che figura ci faceva lui, lui solo là, in mezzo ad esso? Poteva più ella starsene così in disparte, ora, e lasciar lì lui solo, esposto, come l’artefice di tutto, senza che il ridicolo investisse e coprisse insieme lui e lei? Ora che il trionfo era venuto, ora che egli alla fine – lei reluttante – era riuscito nel suo intento, a sospingerla, a lanciarla verso la luce abbagliante della gloria, ella – per forza – sì, anche contro voglia e facendosi violenza, doveva apparire, mostrarsi, farsi avanti; e lui – per forza – ritrarsi ora, non esser più così faccente, così accanito, sempre in mezzo; tutto lui!
La prima impressione del ridicolo, di cui già agli occhi suoi cominciava a vestirsi il marito, Silvia l’aveva avuta da una lettera della Barmis, nella quale si parlava del Gueli e della visita inconsulta che Giustino era andato a fargli per averne la prefazione al volume della Nuova colonia. Nelle sue lettere Giustino non gliene aveva mai fatto alcun cenno. Alcune frasi della Barmis sul Gueli, non chiare, sinuose, la avevano spinta a strappare quella lettera con schifo.
Pochi giorni dopo, le pervenne dal Gueli appunto una lettera, anch’essa non ben chiara, che le accrebbe il malumore e il turbamento. Il Gueli si scusava con lei di non poter fare la prefazione alla stampa del dramma, con certi vaghi accenni a segrete ragioni che gli avevano impedito la prima sera di assistere all’intera rappresentazione di esso; parlava anche di certe miserie (senza dir quali) tragiche e ridicole a un tempo, che avviluppan le anime e sbarrano la via, quando non tolgano anche il respiro; e terminava con la preghiera che ella (se voleva rispondergli) anziché a casa indirizzasse la risposta presso gli ufficii di redazione della Vita Italiana, ov’egli di tanto in tanto si recava a parlar di lei col Borghi.
Silvia lacerò con dispetto anche questa lettera. Quella preghiera in coda la offese. Ma già tutta la lettera le parve un’offesa. La miseria tragica e ridicola a un tempo, di cui egli le parlava, non doveva esser altro per lui che la Frezzi; ma egli ne parlava a lei come di cosa che ella dovesse intendere e conoscer bene per propria esperienza. Ne resultava chiarissima, insomma, un’allusione al marito. E di tale allusione Silvia si offese tanto più, in quanto che già veramente cominciava a scorgere il ridicolo del marito.
L’inverno intanto s’era inoltrato, orribile su quelle alture. Piogge continue e vento e neve e nebbia, nebbia che soffocava. Se ella non avesse avuto in sé tante ragioni di smania e d’oppressione, quel tempo gliele avrebbe date. Sarebbe scappata via, sola, a raggiungere il marito, se il pensiero di lasciare il bambino prima del tempo non l’avesse trattenuta.
Aveva per quella sua creaturina momenti di tenerezza angosciosa, sentendo di non poter essere per lei una mamma quale avrebbe voluto. E anche di quest’angoscia, che il pensiero del figlio le cagionava, incolpava con rancor sordo il marito che con quel suo testardo furore la aveva tant’oltre spinta e disviata dai raccolti affetti, dalle modeste cure.
Ah forse egli se l’era già bell’e tracciato il suo piano: farla scrivere, là, come una macchina; e perché la macchina non avesse intoppi, via il figlio, isolarla; poi badare a tutto lui, fuori, gestir lui quella nuova grande azienda letteraria. Ah, no! ah no! Se lei non doveva esser più neanche madre…
Ma forse era ingiusta. Il marito nelle ultime lettere le parlava della nuova casa che, tra poco, in primavera, avrebbero avuto a Roma, e le diceva di prepararsi a uscir finalmente dal guscio, intendendo che il suo salotto fosse domani il ritrovo del fior fiore dell’arte, delle lettere, del giornalismo. Anche quest’altra idea però, di dover rappresentare una parte, la parte della «gran donna» in mezzo alla insulsa vanità di tanti letterati e giornalisti e signore così dette intellettuali, la sconcertava, le dava uggia e nausea in quei momenti.
Forse meglio, forse meglio rimaner lì nascosta, in quel nido tra i monti, accanto a quella cara vecchina e al suo bambino, lì tra il signor Prever e lo zio Ippolito, il quale anche lui diceva di non volere andar via mai più, mai più di lì, mai più – e strizzava un occhio furbescamente ammiccando a chièl, a monsù Martino, che si rodeva dentro nel sentirgli dir così.
Ah povero zio!… Mai più, mai più davvero, povero zio! Davvero lui doveva rimanere per sempre lì a Cargiore!
Una sera, mentre si affannava a gridare contro a Giustino, di cui poc’anzi era arrivata una lettera, nella quale annunziava che, messo alle strette, s’era licenziato dall’impiego; e a gridar contro il signor Prever, il quale misteriosamente si ostinava a dire che alla fin fine non sarebbe stato un gran danno, perché… perché… un giorno… chi sa! (alludeva senza dubbio alle sue disposizioni testamentarie) – tutt’a un tratto, aveva stravolto gli occhi, lo zio Ippolito, e storto la bocca come per uno sbadiglio mancato; un gran sussulto delle spalle poderose e del capo gli aveva fatto saltar su la faccia il fiocco del berretto da bersagliere; poi giù il capo sul petto, e l’estremo abbandono di tutte le membra.
Fulminato!
Quanto tempo, quante pene perdute invano dal signor Prever per andare a scovar con quel tempaccio il medico condotto, il quale alla fine venne a dire tutto affannato quel che già si sapeva; e dalla povera Graziella per condurre il curato con l’olio santo!
«Piano! piano! Non gli guastate così la bella barba!», avrebbe voluto ella dire a tutti, scostandoli, per starselo a mirare ancora per poco lì sul letto, il suo povero zio, immobile e severo, con le braccia in croce.
«- Che fa, signor Ippolito?»
«- Il giardiniere…»
E, mirandolo, non riusciva a levarsi dagli occhi quel fiocco del berretto che nell’orrendo sussulto gli era saltato su la faccia, povero zio! povero zio! Tutta una pazzia per lui e quell’impegno testardo di Giustino e la letteratura, i libri, il teatro… Ah sì; ma pazzia fors’anche tutta quanta la vita, ogni affanno, ogni cura, povero zio!
Voleva restar lì? Ed ecco, ci restava. Lì, nel piccolo cimitero, presso la bianca cura. Il suo rivale, il signor Prever che non sapeva consolarsi d’aver provato tanta stizza per la venuta di lui, ecco, gli dava ricetto nella sua gentilizia, ch’era la più bella del cimitero di Cargiore…
I giorni che seguirono quell’improvvisa morte dello zio Ippolito furono pieni per Silvia d’una dura, ottusa, orrida tetraggine, in cui più che mai le si rappresentò cruda la stupidità di tutte le cose e della vita.
Giustino seguitò a mandarle, prima da Genova, poi da Milano, poi da Venezia, fasci e fasci di giornali e lettere. Ella non li aprì, non li toccò nemmeno.
La violenza di quella morte aveva spezzato il lieve superficiale accordo di sentimenti tra lei e le persone e anche le cose che la circondavano lì; accordo che si sarebbe potuto mantenere e per breve tempo, solo a patto che nulla di grave e d’inatteso fosse venuto a scoprir l’interno degli animi e la diversità degli affetti e delle nature.
Scomparso così d’un tratto dal suo lato colui che la confortava con la sua presenza, colui che aveva nelle vene il suo stesso sangue e rappresentava la sua famiglia, si sentì sola e come in esilio in quella casa, in quei luoghi, se non proprio tra nemici, fra estranei che non potevano comprenderla, né direttamente partecipare al suo dolore, e che, col modo onde la guardavano e seguivan taciti e come in attesa tutti i suoi movimenti e gli atti con cui esprimeva il suo cordoglio, le facevano intendere ancor più e quasi vedere e toccare la sua solitudine, inasprendogliene di mano in mano la sensazione. Si vide esclusa da tutte le parti: la suocera e la bàlia, poiché il suo bambino doveva rimaner lì affidato alle loro cure, la escludevano già fin d’ora dalla sua maternità; il marito, correndo di città in città, di teatro in teatro, la escludeva dal suo trionfo; e tutti così le strappavano le cose sue più preziose e nessuno si curava di lei, lasciata lì in quel vuoto, sola. Che doveva far lei? Non aveva più nessuno della sua famiglia, morto il padre, morto ora anche lo zio; fuori e tanto lontana dal suo paese; distolta da tutte le sue abitudini; sbalzata, lanciata in una via che rifuggiva dal percorrere così, non col suo passo, liberamente, ma quasi per violenza altrui, sospinta dietro da un altro… E la suocera forse la accusava entro di sé d’aver fuorviato lei il marito, d’avergli riempito l’animo di fumo e acceso la testa fino al punto da fargli perdere l’impiego. Ma sì! ma sì! aveva già scorto chiaramente quest’accusa in qualche obliqua occhiata di lei, colta all’improvviso.
Quegli occhietti vivi nel pallore del volto, che si volgevano sempre altrove, quasi a sperdere l’acume degli sguardi, dimostravano bene una certa sbigottita diffidenza di lei, un rammarico che si voleva celare, pieno d’ansie e di timori per il figliuolo.
Lo sdegno per questa ingiustizia però, anziché contro quella vecchina ignara, si ritorceva nel cuore di Silvia contro il marito lontano. Era egli cagione di quella ingiustizia, egli, accecato così dal suo furore, che non vedeva più né il male che faceva a lei, né quello che faceva a sé stesso. Bisognava arrestarlo, gridargli che la smettesse. Ma come? era possibile, ora che tant’oltre erano spinte le cose, ora che quel dramma, composto in silenzio, nell’ombra e nel segreto, aveva suscitato tanto fragore e acceso tanta luce attorno al suo nome? Come poteva giudicare ella, da quel cantuccio, senz’aver veduto ancor nulla, che cosa avrebbe dovuto o potuto fare? Avvertiva confusamente che non poteva e non doveva essere più qual’era stata finora; che doveva buttar via per sempre quel che d’angusto e di primitivo aveva voluto serbare alla sua esistenza, e dar campo invece e abbandonarsi a quella segreta potenza che aveva in sé e che finora non aveva voluto conoscer bene. Solo a pensarci, se ne sentiva turbare, rimescolar tutta dal profondo. E questo le si affermava preciso innanzi agli occhi: che, cangiata lei, non poteva più il marito restarle davanti, tra i piedi, così a cavallo della sua fama e con la tromba in bocca.
In che strani atteggiamenti da pazzi si storcevano i tronchi ischeletriti degli alberi affondati giù nella neve, con viluppi, stracci, sbréndoli di nebbia impigliati tra gl’ispidi rami! Guardandoli dalla finestra, ella si passava macchinalmente la mano su la fronte e su gli occhi, quasi per levarseli, quegli sbréndoli di nebbia, anche dai pensieri ispidi, atteggiati pazzescamente, come quegli alberi là, nel gelo della sua anima. Fissava su l’umida imporrita ringhiera di legno del ballatojo le gocce di pioggia in fila, pendule, lucenti su lo sfondo plumbeo del cielo. Veniva un soffio d’aria; urtava quelle gocce abbrividenti; l’una traboccava nell’altra, e tutte insieme in un rivoletto scorrevano giù per la bacchetta della ringhiera. Tra una bacchetta e l’altra ella allungava lo sguardo fino alla cura che sorgeva là dirimpetto, accanto alla chiesa; vedeva le cinque finestre verdi che guardavan l’orto solingo sotto la neve, guarnite di certe tendine, che col loro candore dicevano d’essere state lavate e stirate insieme coi mensali degli altari. Che dolcezza di pace in quella bianca cura! Lì presso, il cimitero…
Silvia s’alzava all’improvviso, s’avvolgeva lo scialle attorno al capo e usciva fuori, su la neve, diretta al cimitero, per fare una visita allo zio. Dura e fredda come la morte era la tetraggine del suo spirito.
Cominciò a rompersi questa tetraggine col sopravvenire della primavera, allorché la suocera, che la aveva tanto pregata di non andar tutti i giorni con quella neve, con quel vento, con quella pioggia al cimitero, si mise invece a pregarla, or che venivano le belle giornate, ad andar con la bàlia e col piccino giù per la via di Giaveno, al sole.
Ed ella prese ad uscire col bambino. Mandava innanzi per quella via la bàlia, dicendole che la aspettasse al primo tabernacolo; ed entrava nel cimitero per la visita consueta allo zio.
Una mattina, lì davanti al primo tabernacolo, trovò con la bàlia, impostato dietro una macchina fotografica, un giovane giornalista venuto su da Torino proprio per lei, o, com’egli disse, «alla scoperta di Silvia Roncella e del suo romitorio».
Quanto la fece parlare e ridere quel grazioso matto, che volle saper tutto e veder tutto e tutto fotografare e sopratutto lei in tutti gli atteggiamenti, con la bàlia e senza bàlia, col bambino e senza bambino, dichiarandosi felice addirittura di aver scoperto una miniera, una miniera affatto inesplorata, una miniera vergine, una miniera d’oro.
Quand’egli andò via, Silvia restò a lungo stupita di sé stessa. Anche lei, anche lei si era scoperta un’altra, or ora, di fronte a quel giornalista. Si era sentita felice anche lei di parlare, di parlare… E non sapeva più che cosa gli avesse detto. Tante cose! Sciocchezze? Forse… Ma aveva parlato, finalmente! Era stata lei, quale ormai doveva essere.
E godé senza fine il giorno appresso nel veder riprodotta la sua imagine in tanti diversi atteggiamenti sul giornale che quegli le mandò e nel leggere tutte le cose che le aveva fatto dire, ma sopratutto per le espressioni di meraviglia e d’entusiasmo che quel giornalista profondeva, più che per l’artista ormai celebre, per lei donna ancora a tutti ignota.
Una copia di quel giornale Silvia a sua volta volle spedir subito al marito per dargli una prova che, via – a mettercisi – non lui soltanto, ma poteva far per benino le cose anche lei.

V. La crisalide e il bruco

1.

Disingannati, sempre; ma che si possa per giunta rimanere con avvilimento di rimorso anche dopo essere stati intesi e assorti in un’opera da cui ci aspettavamo lode e gratitudine, par troppo. Eppure…
Voleva che volassero, Giustino, volassero le due carrozzelle per giungere presto a casa, ritornando dalla stazione ove, insieme con Dora Barmis e Attilio Raceni, era andato ad accogliere Silvia.
L’aspetto della moglie, all’arrivo, lo aveva sconcertato; più che più, poi, le poche parole e gli sguardi e i modi, nel breve tratto dall’interno della stazione all’uscita, finché non s’era messa con la Barmis in una vettura, e lui col Raceni non era saltato in un’altra.
– Il viaggio… Sarà stanca… Poi, così sola… – disse a Giustino il Raceni, impressionato anche lui dal torbido volto e dal gelido tratto della Roncella.
– Eh già… – riconobbe subito Giustino. – Capisco. Dovevo andar io lassù, a prenderla. Ma come facevo? Qua, con la casa addosso, sossopra. E poi sa? La morte dello zio. C’è anche questo. L’ha sentita. Eh, l’ha sentita, l’ha sentita troppo, quella morte…
Questa volta fu il Raceni a riconoscer subito:
– Ah già… ah già…
Capisce? – riprese Giustino. – Nell’andar su, era con lui; ora è ritornata sola… L’ha lasciato là… E mica lo zio solo! Ma già, sì! dovevo dovevo dovevo proprio andar io a prenderla a Cargiore… C’è stato anche il distacco dal bambino, perdio! Lei capisce?
E il Raceni, di nuovo:
– Ah già… ah già… Sicuro… sicuro…
A quante cose non avevano pensato, infervorati tutti e tre nei lavori d’addobbo della nuova casa!
Erano andati alla stazione festanti, con la soddisfazione d’esser riusciti a costo d’incredibili fatiche a farle trovar tutto in ordine; ed ecco qua, d’un tratto ora s’accorgevano che, non solo non meritavano né ringraziamenti né gratitudine per tutto quello che avevano fatto, ma dovevano per giunta pentirsi di non aver pensato, non diciamo al lutto di quella morte recente, ma nemmeno allo strazio della madre nel distaccarsi dal suo bambino.
Ogni minuto a Giustino, adesso, sapeva un’ora. Sperava che Silvia, appena entrata nella nuova casa, non avrebbe pensato più a nulla, dallo stupore… Non glien’aveva fatto apposta alcun cenno, nelle lettere.
Prodigi – ecco, questa era la parola – prodigi aveva operato, col consiglio e l’ajuto assiduo della Barmis e anche… sì, anche del Raceni, poverino!
Diceva casa, ma così, tanto per dire. Che casa! Non era casa. Era… – ma, zitti, per carità, che Silvia ancora non lo sappia! un villino era – zitti! – un villino in quella via nuova, tutta di villini, di là da ponte Margherita, ai Prati, in via Plinio; uno dei primi, con giardinetto attorno, cancellata e tutto. Fuorimano? Che fuorimano! Due passi, e si era al Corso. Via signorile, silenziosa; la meglio che si potesse scegliere per una che doveva scrivere! Ma c’era di più. Non l’aveva mica preso in affitto, quel villino. – Zitti, per carità! – Lo aveva comperato. Sissignori, comperato, per novanta mila lire. Sessanta mila pagate là, sul tamburo; le altre trenta da pagare a respiro, in tre anni. E – zitti! – circa venti altre mila lire aveva speso finora per l’arredo. Meraviglioso! Con la sapienza della Barmis in materia… Tutto arredo nuovo e di stile: semplice, sobrio, snello e solido: mobili del Ducrot! Bisognava vedere il salotto, a sinistra, subito come s’entrava; e poi l’altro salotto accanto; e poi la sala da pranzo che dava sul giardino. Lo studio era su, al piano di sopra, a cui si accedeva per un’ampia bella scala di marmo dalla ringhiera a pilastrini, che cominciava poco più oltre l’uscio del salotto. Lo studio – su – e le camere, due belle camere accanto, gemelle. Veramente Giustino, non sapendo come Silvia la pensasse su questo punto, ma anche dal canto suo, ecco, avrebbe voluto una camera sola. Dora Barmis se n’era mostrata indignata, inorridita:
– Ma per carità! Non lo dite neppure… Volete guastar tutto? divisi, divisi, divisi… Imparate a vivere, caro! Mi avete detto che d’ora in poi prenderete sempre il thè…
Due camere. E poi lo stanzino da bagno, e il lavabo, e il guardaroba… Meraviglie! O pazzie? Ecco, a dir vero, pareva avesse perduto quel suo famoso taccuino il Boggiolo in questa occasione. S’era sbilanciato, e come! Ma aveva tanto denaro in mano! E la tentazione… Per ogni oggetto che gli era stato presentato in parecchi esemplari di vario prezzo, aveva veduto soltanto quel pochino pochino che avrebbe speso di più a scegliere il più bello; e, sissignori, alla fine tutti quei pochini pochini di più, sommati insieme, avevano arrotondato quella bellissima pancia di zeri alla spesa per l’arredo.
Della compera del villino, invece, non era pentito. Che! Potendolo fare, avendo cioè tanto in mano da liberarsi della prepotente usura dei padroni di casa, sarebbe stata una pazzia non comperare, seguitare a buttar via da due a trecento lire al mese per un appartamentino appena appena decente. Il villino rimaneva, e quei denari della pigione sarebbero invece volati via in tasca dei padroni di casa. È vero che, a non comperare il villino, anche il capitale sarebbe rimasto. D’accordo! bisognava ora dunque fare il calcolo se col frutto d’un capitale di novantamila si sarebbe pagata una pigione mensile di trecento lire. Non si sarebbe pagata! E intanto, invece d’un appartamentino appena appena decente, con novantamila lire si aveva quel villino là, quella reggia! Ma, e i pesi? Sì, è vero, le tasse, e poi tante altre spese in più. Manutenzione, illuminazione, servizio… Con una casa messa su a quel modo, certo non poteva bastare più una servotta abruzzese; ci volevano a dir poco tre servi. Giustino, per il momento, ne aveva presi due, in prova; anzi, uno e mezzo; o piuttosto, due mezzi: ecco: una mezza cuoca e un mezzo cameriere (valet de chambre, valet de chambre, come gli suggeriva di chiamarlo la Barmis): ragazzo svelto, con la sua brava livrea, per la pulizia, per servire in tavola e aprir la porta.
Ecco, ora, subito… appena le due carrozzelle arrivavano al cancello, Èmere (si chiamava Èmere)…
– Ohè, Èmere!… Èmere!… – gridò Giustino, nella notte, smontando; e poi, rivolto al Raceni: – Ha visto?… Non si trova al posto… Che gli avevo detto?
Ah, eccolo: sta ad aprir la luce, prima su, poi giù: ecco, tutto il villino appare dalle finestre illuminato, splendido, sotto il cielo stellato; sembra un incanto! Ma a Silvia, già smontata con la Barmis, tocca di aspettare dietro il cancello chiuso, e tocca al Raceni di tirar giù da cassetta le valige, mentre un cane abbaja da un villino accanto e Giustino paga in fretta i vetturini e corre subito alla moglie per mostrarle su uno dei pilastri che reggono il cancello la targa di marmo con l’iscrizione: Villa Silvia.
Le guardò gli occhi, prima. Durante la corsa aveva supposto ch’ella, parlando nell’altra vettura con la Barmis dello zio morto e del bambino abbandonato, avesse pianto. Purtroppo, no, non aveva pianto. Conservava lo stesso aspetto che all’arrivo: torbido, rigido, gelido.
– Vedi? Nostro! – le disse. – Tuo… tuo… Villa Silvia, vedi? Tuo… L’ho comperato!
Silvia aggrottò le ciglia, guardò il marito; guardò le finestre illuminate.
– Un villino?
– Vedrà che bellezza, signora Silvia! – esclamò il Raceni.
Èmere accorse ad aprire il cancello e s’impostò, cavandosi e reggendo col braccio all’altezza del capo il berretto gallonato, senza scomporsi minimamente al rimprovero che gli gridò in faccia Giustino:
– Bella prontezza! bella puntualità!
L’irritazione di Giustino era accresciuta dalla mutria della Barmis. Certo Silvia, in vettura, non si era mostrata gentile con lei. E aveva faticato tanto, s’era affannata tanto con lui quella povera donna! Bel modo di ringraziar la gente!
– Vedi? – riprese, rivolto alla moglie, appena entrato nel vestibolo. – Vedi, eh? Non sono venuto a Cargiore… a prenderti, ma… eh?… vedi, eh? per prepararti qua questa sorpresa, eh? con l’ajuto di… come dici? eh? che vestibolo! con l’ajuto di questa nostra cara amica e del Raceni…
– Ma no! ma che dite! statevi zitto! – cercò d’interromperlo subito la Barmis.
Protestò anche il Raceni.
– Ma nient’affatto! – insisté Giustino. – Se non fosse stato per voi! Sì, infatti… io solo… Adesso – questo è niente! – adesso vedrai… Abbiamo motivo, non solo di ringraziarvi, ma di restarvi grati eternamente…
– Oh Dio, com’esagerate! – sorrise la Barmis. – Lasciate stare. Badate piuttosto alla vostra signora che dev’essere molto stanca
– Sì, ecco, proprio stanca… – disse allora Silvia, con un sorriso dolce e freddo a un tempo. – E chiedo scusa se non ringrazio come dovrei… Questo viaggio interminabile…
– Già dev’essere a ordine da cena, – s’affrettò a dire il Raceni, tutto commosso da quel sorriso (finalmente!) e da quelle buone parole (ah che voce s’era fatta la Roncella! che dolcezza! Un’altra voce… Già, tutta gli pareva un’altra!). – Un piccolo ristoro; poi, subito il riposo!
– Ma prima, – disse Giustino, aprendo l’uscio del salotto, – prima… come! almeno così, sopra sopra, bisogna che veda… Avanti, avanti… O meglio, ecco, faccio strada io…
E cominciò la spiegazione, interrotto di tratto in tratto dalla Barmis con tanti: «ma sì… ma andate innanzi… ma questo poi lo vedrà», per ogni minuzia su cui lo vedeva indugiare ripetendo goffamente, con orribili stonature, tutto ciò che già gli aveva detto lei per spiegargliene la proprietà, la finezza, la convenienza, il gusto.
– Vedi? Di porcellana… Sono del… Di chi sono, signora? ah già, del Lerche… Lerche, norvegese… Paiono niente; eppure, cara mia… costano! costano! Ma che finezza, eh?… questo gattino, eh? che amore! Sì, andiamo innanzi, andiamo innanzi… Tutta roba del Ducrot!… È il primo, sai? Adesso è il primo, è vero, signora? Non c’è che lui… Mobili del Ducrot! tutti mobili del Ducrot… Anche questo… E guarda qua questa poltrona… come la chiamano? tutta di pelle fina… non so che pelle… Ne hai due compagne su nello studio… pure del Ducrot! Vedrai che studio!
Se Silvia avesse detto una parola, o almeno avesse con lo sguardo, con un cenno anche lieve dimostrato curiosità, gradimento, meraviglia, Dora Barmis avrebbe preso a parlar lei, a far lei brevemente e col debito tatto, il debito rilievo, le debite sfumature, l’illustrazione di tutte quelle squisitezze; tanto soffriva a quelle grottesche spiegazioni del Boggiolo, che le pareva gualcissero, azzoppassero, spiegazzassero ogni cosa.
Ma Silvia soffriva più di lei a vedere, a sentir parlare il marito così; per sé e per lui soffriva: e s’immaginava in quel momento quanto spasso doveva essersene preso quella donna, se non il Raceni, nell’arredar quella casa a suo modo coi denari di lui; e ne provava sdegno dispetto onta, per cui a mano a mano, procedendo, s’irrigidiva vieppiù; e pur tuttavia non troncava quel supplizio, rattenuta dalla curiosità, che si forzava a non mostrare, di veder quella casa, che non le pareva sua, ma estranea, fatta non più per viverci come finora ella aveva vissuto, ma per rappresentarvi d’ora in poi, sempre e per forza, una commedia; anche davanti a sé stessa; obbligata a trattar coi dovuti riguardi tutti quegli oggetti di squisita eleganza, che la avrebbero tenuta in continua suggezione; obbligata a ricordarsi sempre della parte che doveva recitar tra loro. E pensava che ormai, come non aveva più il bambino, così neanche la casa – ecco – aveva più, qual’essa la aveva finora intesa e amata. Ma doveva esser così, purtroppo. E dunque presto, via, da brava attrice, si sarebbe impadronita di quelle stanze, di quei mobili là, da palcoscenico, donde ogni intimità familiare doveva esser bandita.
Quando vide, su, la sua camera divisa da quella del marito:
– Ah, sì, ecco, – disse. – Bene, bene…
E fu la sola approvazione che le uscisse dalle labbra quella sera.
Giustino, che si sentiva come un macigno sul petto al pensiero di quest’altra novità forse non gradita, che Silvia avrebbe trovata nella nuova casa, e già in mente raggirava le maniere migliori per presentare e colorir la cosa senza offendere la moglie da un canto, né dall’altro promuovere il riso della Barmis; si sentì d’un tratto alleggerito e felicissimo, non intendendo affatto il perché del compiacimento della moglie.
– E io sto qua, vedi? qua accanto, – s’affrettò a spiegare. – Qua, proprio qua… Camere, come si chiamano? ah, gemelle, già… camere gemelle, perché vedi? tal quale… questa è la mia! E cos’hai tu di là? Il mio ritratto. E cos’ho io, di qua? Il tuo ritratto. Vedi? Camere gemelle. Ti piacciono, eh? Eh già, ormai, tutti fanno così… E va bene! Sono proprio contento…
La Barmis e il Raceni, vedendolo, quella sera, come un cagnolino appresso alla moglie, se ne meravigliavano, si guardavano tratto tratto negli occhi e sorridevano.
Ma Giustino quella sera era così sottomesso e desideroso dell’approvazione di Silvia non già perché, reduce da quel giro trionfale de La nuova colonia per le principali città della penisola, fosse cresciuta in lui la stima di lei, e questa ora gl’imponesse maggior rispetto e considerazione; né già perché dall’aspetto di lei indovinava, o intravvedeva almeno, mutato verso di lui l’animo della moglie. La stima era quella stessa di prima. Dell’effettivo merito artistico di lei egli in verità non si era mai riconosciuto buon giudice, e tuttora non se ne curava affatto, pago che questo merito fosse riconosciuto dagli altri e sinceramente convinto che così fosse – almeno in quella misura – per l’opera straordinaria ch’egli all’uopo aveva messa e seguitava a mettere. Tutta opera sua, si sa, quel riconoscimento. Quanto poi all’animo di lei, come avrebbe potuto dubitare che esso – ora più che mai – fosse pieno di ammirazione e di gratitudine?
E dunque? Dunque altre ragioni dovevano esserci che né la Barmis né il Raceni si figuravano.
Era pentito Giustino d’aver troppo speso per l’arredo, e temeva da un canto che questo potesse farlo alcun poco scapitare appunto in quell’ammirazione e in quella gratitudine; dall’altro, desiderava l’approvazione come un balsamo che gli quietasse il rimorso. Era poi davvero dolente d’aver fatto viaggiare sola per la prima volta la moglie senza aver pensato al distacco dal figlio e alla morte dello zio (uniche ragioni, queste, per lui del rigido contegno di Silvia). E infine… c’era un altro perché, intimo, particolarissimo, che aveva fondamento nella più rigorosa, nella più scrupolosa osservanza de’ suoi doveri coniugali per sei lunghissimi mesi a un bell’incirca. Almeno quest’ultima ragione Dora Barmis avrebbe potuto supporla. Ella sorrideva, veramente, sotto sotto… Ma sì, via! senza dubbio la aveva supposta…
Non per essa solamente, però, quando fu l’ora d’andare a cena, la quale era pure, fin da prima della loro partenza per la stazione, già ordinata e apparecchiata per quattro, non volle assolutamente cedere alle insistenti preghiere di Giustino, e andò via. Il Raceni da un canto avvertiva che sarebbe stato sconveniente non seguire la Barmis; ma dall’altro era rimasto come abbagliato dalla Roncella fin dal primo rivederla; e non seppe risponder no appena ella con un sorriso gli disse:
– Resterete almeno voi…
E seguitò di proposito Silvia ad abbagliarlo, durante la cena, quella sera, con molto stupore e anche con molto dispetto di Giustino, che a un certo punto non poté più reggere e sbuffò:
– Ma quella Barmis, perbacco! Quanto mi dispiace!
– Oh Dio! – esclamò Silvia. – Se non ha voluto rimanere… L’hai tanto pregata!
– Avresti dovuto pregarla anche tu! – rimbeccò allora Giustino.
E Silvia, freddamente:
– Glie l’ho detto, mi pare; come l’ho detto al Raceni…
– Ma non hai affatto insistito! Potevi insistere…
– Non insisto mai, – disse Silvia; e aggiunse, rivolgendosi sorridente al Raceni: – Ho insistito con voi? Mi pare di no. Se la Barmis avesse avuto piacere di star con noi…
– Piacere! piacere! E se se ne fosse andata, – proruppe Giustino al colmo della stizza, – per non recarti disturbo dopo il viaggio?
– Giustino! – lo richiamò subito Silvia con tono di rimprovero, ma pur seguitando a sorridere. – Ora tu fai uno sgarbo al Raceni che è rimasto. Povero Raceni!
– Nient’affatto! nient’affatto! – si ribellò Giustino. – Io difendo la Barmis dal tuo sospetto. Il Raceni sa che ci reca piacere, se l’abbiamo trattenuto!
Veramente non parve punto al Raceni che ne recasse molto a lui; ma sì a lei, tanto; e non capiva più nei panni, povero giovine: s’era invermigliato come un papavero, e tutto il sangue si sentiva scorrere per le vene come fuoco liquido, con tanta repenza, che n’era addirittura stordito.
Giustino, che lo vedeva così e udiva a quando a quando ripetere a Silvia tra i sorrisi: «Povero Raceni!… Povero Raceni!», si sentiva intanto, a sua volta, divampar dentro un altro fuoco: fuoco di stizza, anzi d’ira, fomentato anche dal dispetto di non scorgere ancora nella moglie alcun segno di piacere, di meraviglia, d’ammirazione per quella sala da pranzo, per quella suppellettile da tavola, per quella splendida giardiniera in mezzo, tutta piena e fragrante di garofani bianchi, per il servizio inappuntabile di cui Èmere qua, in quella bella livrea, e di là la cuoca davano il primo saggio. Niente! nemmeno un segno! come se ella fosse sempre vissuta in mezzo a quegli splendori, abituata a vedersi servita così, a cenare così, ad aver di quei commensali a tavola; o come se, prima d’arrivare, fosse già a conoscenza di tutto e s’aspettasse di trovar quel villino di proprietà loro e arredato così; anzi come se, non lui, ma lei, lei solamente avesse pensato a tutto e tutto preparato.
Ma come? Glielo faceva apposta? E perché? Com’era? Proprio perché lui non era andato a prenderla a Cargiore? perché non aveva pensato al distacco dal bambino? Ma se non ne pareva afflitta né punto né poco! Eccola là, rideva… Ma che modo di ridere era quello, adesso? E dàlli ancora con quel «povero Raceni!».
Intronò addirittura Giustino e si sentì strappar tutto internamente, dalle dita dei piedi su su alla radice dei capelli, quando Silvia annunziò al Raceni una grande novità: che aveva scritto versi, a Cargiore, tanti versi, e gli promise di regalargliene un saggio per Le Muse.
– Versi? Che versi? Tu hai fatto versi? – esplose. – Ma fa’ il piacere!
Silvia lo guardò come se non capisse affatto.
– Perché? – disse. – Non potevo scriverne? Non ne avevo mai scritti, è vero. Ma mi son venuti fatti da sé, creda, Raceni. Non so – questo sì – se siano belli o brutti. Saranno brùtti magari…
– E li vorresti pubblicare su Le Muse? – domandò Giustino, con gli occhi più che mai inveleniti dalla stizza.
– Ma, scusate, perché no, Boggiolo? – si risentì il Raceni. – Credete sul serio che possano esser brutti? Figuratevi con quale ansia saranno cercati e letti, come una nuova, inattesa manifestazione del talento di Silvia Roncella!
– No no, per carità, non dite così, Raceni, – s’affrettò a protestare Silvia. – Non ve li do più, altrimenti. Sono versucci, a cui non dovete dare alcuna importanza. Ve li do a questo patto, e soltanto per farvi un piacere.
– Sta bene, sta bene… – masticò allora Giustino. – permetti?… ti faccio osservare… non per il Raceni che… sta bene, gliel’hai promessi; basta… Avevi promesso prima però al senatore Borghi una novella, e non gliel’hai fatta!
– Oh Dio, gliela farò, se mi verrà… – rispose Silvia.
– Ecco… io dico… invece dei versi… almeno avresti potuto far questa novella, a Cargiore! – non seppe tenersi di rimbrottare ancora Giustino. – E intanto… se ora non puoi dar più codesti versi al senatore, avendoli promessi al Raceni… direi di… di aspettare almeno che abbi pronta la novella per il Borghi.
Tutto attraverso, tutto attraverso, quella sera, per guastargli la festa della presa di possesso del villino, premio di tanti travagli! Ah, ora, anche tornare indietro voleva la moglie, ai bei tempi quando spargeva così, in regalo a tutti, i suoi lavori? voleva anche mettersi a far da sé, approfittando che lui quella sera non voleva proprio perdere del tutto quei necessarii tratti manierosi verso di lei?
Ahimè, avvertiva che li perdeva; e anche perciò di punto in punto sentiva crescersi l’orgasmo. Ma sfido! per forza! Il disinganno della lode mancata, della mancata meraviglia, tutto il contegno di lei, quello sgarbo immeritato alla Barmis, ora questa promessa al Raceni…
Per sfogarsi, per farsi in certo qual modo svaporar le furie, scaraventò a questo, appena andato via, una filza d’improperie e d’ingiurie: – Stupido! imbecille! pulcinella!
Ma ecco qua Silvia prenderne le difese, sorridendo:
– E la gratitudine, Giustino? Se ti ha tanto ajutato?
– Lui? Impicciato mi ha! – scattò furente Giustino. – Impicciato soltanto! come adesso! come sempre! La Barmis mi ha ajutato davvero, capisci? lei, sì! la Barmis, che tu invece hai fatto andar via a quel modo. E a questo qua, sorrisi, complimenti, povero Raceni, povero Raceni, e anche… anche il regalo dei versi, perdio!
– Ma non fanno insieme, tutti e due? – disse Silvia. – Lui, direttore; lei, redattrice?… Sarà meglio, credi, d’ora in poi, per tutto l’aiuto che t’hanno prestato, compensarli ogni tanto così, affinché non si prendano più il piacere di servirci per… non so bene perché…
– Ah no, cara, no, cara… senti, cara… – prese allora a dire Giustino, finendo di perdere ogni dominio di sé, punto così sul vivo. – Mi devi fare il piacere di non immischiarti in queste cose, che sono affar mio! Ma hai veduto, di’? hai veduto tutto bene? Io non so… Tutte queste cose qui… È tutto nostro! Ed è frutto, dico, di lavoro mio, di tanti pensieri, di tante cure! Vuoi insegnarmi tu, ora, scusa, come si deve fare, quel che si deve dire?
Silvia troncò subito la discussione, dichiarandosi stanca sfinita dal lungo viaggio e bisognosa di riposo.
Comprese bene ch’egli non avrebbe mai ceduto su quel punto e che, a volergli impedire o anche per poco ostacolare quello che ormai considerava il suo ufficio, la sua professione, sarebbe accaduto inevitabilmente un tale urto tra loro da determinare una rottura insanabile.
Meglio lo comprese, allorché – respinto – egli nella camera accanto, spogliandosi, cominciò a dare sfogo senza più alcun ritegno al disinganno, alla stizza acerrima, alla rabbia, con imprecazioni e rimbrotti e raffacci e pentimenti e scatti di maligno riso, che tanto più la sdegnavano e la ferivano, quanto più le accrescevano innanzi agli occhi la ormai scoperta e sfolgorante ridicolaggine di lui.
– Ma sì! aveva ragione quella! Ajutatela, Boggiolo, ajutatela a vendicarsi! Stupido io che non l’ho fatto! Ecco il premio! ecco la ricompensa! Stupido… stupido… stupido… Centomila occasioni… E va bene! Questo è niente, signori! Non siamo ancora a niente! Quello che si vedrà adesso!… Regaliamo, regaliamo… Facciamo versi, e regaliamo… La poesia, adesso!… Scappa fuori la poesia… Ma sì! cominciamo a vivere tra le nuvole, senza più occhi per vedere qua tutte queste spese… Prosa, prosa, questa, da non calcolare… Tante pene, tanto lavoro, tanti denari: ecco il ringraziamento! Lo sapevamo… Ma sì, cose da niente… Un villino? Buh! che cos’è? Mobili del Ducrot? Buh! li sapevamo… Ah, eccoci a letto! Che bel letto di rose!… Che delizia incignarlo così, caro signor Ducrot! Corri di qua, stupido! scappa di là! ròmpiti il collo! pèrdici il fiato! pèrdici l’impiego! prega, minaccia, briga! Ecco il premio, signori! ecco il premio!
E seguitò così, al bujo, per più di un’ora rigirandosi tra le smanie su per il letto, tossendo, sbuffando, sghignando…
Ella intanto di là, tutta ristretta in sé sotto le coperte, con la faccia affondata nel guanciale per non sentirlo, malediva, malediva la fama, a cui con l’ajuto di lui, cioè a prezzo di tante risa e di tante beffe della gente, era salita. Da tutte quelle risa, ora, da tutte quelle beffe, si sentiva assalita, frustata, avviluppata, con la romba che le era rimasta negli orecchi per il frastuono del treno. Ah come non se n’era accorta prima? Soltanto adesso, ecco, tutti gli spettacoli che egli aveva dato di sé, uno più dell’altro ridicolo, le saltavano agli occhi, le si rappresentavano con tal cruda vivezza, che era uno strazio: tutti gli spettacoli, da quello primo del banchetto, quando al brindisi del Borghi s’era levato in piedi insieme con lei, come se quel brindisi dovesse riferirsi anche a lui perché suo marito; all’ultimo cui ella aveva assistito, là, alla stazione, prima della partenza per Cargiore, allorché, facendo da battistrada, s’era inchinato per conto di lei agli applausi ch’erano scoppiati nella sala d’aspetto.
Ah, poter tornare indietro, rinchiudersi nel suo guscio a lavorar quieta e ignorata! Ma egli non avrebbe mai permesso che andasse così frustrata l’opera sua di tanti anni, ove riponeva ormai tutta la sua compiacenza. Con quel villino, che riteneva, e forse a ragione, soltanto frutto del suo lavoro, s’era inteso di edificare quasi un tempio alla Fama, per officiarvi, per pontificarvi! Follia sperare che ora volesse rinunziarci! Vi aveva fitto il capo e là, là sarebbe rimasto per sempre e per forza attaccato a quella fama, di cui si riconosceva l’artefice! E sempre più grande avrebbe cercato di renderla per apparirvi in mezzo sempre più ridicolo.
Era il suo fato, ed era inevitabile.
Ma come avrebbe fatto ella a resistere a quel supplizio, ora che la benda le era caduta dagli occhi?

2.

Pochi giorni dopo, Giustino volle dar principio con solennità all’istituzione dei «lunedì letterarii di Villa Silvia», come la Barmis gli aveva suggerito.
Per quel primo, estese gl’inviti a tutti i più noti maestri di musica e critici musicali di Roma, perché pretesto all’inaugurazione era la lettura a pianoforte di alcune parti dell’opera La nuova colonia già compiuta dal giovine maestro Aldo di Marco.
Il nome del maestro era a tutti ignoto. Si sapeva soltanto che questo di Marco era veneziano israelita e ricchissimo, e che per musicar La nuova colonia aveva fatto tali profferte, che il Boggiolo s’era affrettato a rompere le trattative già bene avviate con uno tra i piu insigni compositori.
Benché a Giustino non premesse tanto né poco il buon esito dell’opera, che anzi desiderava modesto perché non désse alcun’ombra al dramma, aveva tuttavia fatto annunziare dagli amici giornalisti che quell’opera avrebbe tra poco rivelato all’Italia, ecc. ecc.; e aveva anche fatto riprodurre nei giornali l’esile e, ahimè, non ben chiomata immagine del giovine maestro veneziano, il quale ecc. ecc.
L’annunzio gli era sembrato doveroso e opportuno, non solo in considerazione dell’ingente somma sborsata dal maestro per musicare il dramma fortunato (ridotto in versi da Cosimo Zago), ma anche per accrescer solennità all’inaugurazione.
Avrebbe potuto farne a meno.
Quella lettura a pianoforte e quel giovine maestro ignoto, dall’aspetto così poco promettente, rappresentavan per tutti un fastidio e un ingombro. Era invece vivissima la curiosità di veder la Roncella in casa sua, donna, dopo il trionfo.
Silvia se l’aspettava; e, nell’orgasmo che le suscitava il pensiero di dover tra poco affrontare questa curiosità, vedendo il marito in grandi ambasce per i preparativi e pur con l’aria di chi sa tutto e non ha bisogno di nessuno, avrebbe voluto gridargli:
«Basta! Lascia star tutto; non affannarti più! Vengono per me, per me soltanto! Tu non c’entri più; tu non hai più da far nulla, altro che da starti zitto, quieto, in un canto!»..
L’orgasmo non era soltanto per la curiosità da affrontare; era anche per lui, anzi sopratutto per lui.
Ricorse finanche all’astuzia di fingersi gelosa della Barmis e gl’impedì con ciò di ricorrere a costei per quei preparativi, con la speranza che, mancandogli questo ajuto, egli non si désse più tanto da fare e si lasciasse persuadere che aveva già fatto abbastanza e non occorreva più altra sua opera.
Giustino, all’idea che la moglie – venuta (fosse pure per lui) in tanta celebrità – cominciava a essere, quantunque a torto, un po’ gelosa, provò un certo piacere, che gli fece manifestare come avvolta tutta in un roseo sorrisetto fatuo l’irritazione che questa gelosia gli cagionava in quel momento. L’ajuto della Barmis gli era indispensabile. Ma Silvia tenne duro.
– No, quella no! quella no!
– Ma, Dio… Silvia, dici sul serio? Se io…
Silvia scosse il capo con rabbia e si nascose il volto tra le mani, per interromperlo.
Di quella sua finzione ebbe all’improvviso onta e ribrezzo, vedendo che egli in fondo se ne compiaceva: onta e ribrezzo, perché le parve che anche lei, ora, cominciasse a beffarsi di lui come tutti gli altri, per lo spettacolo anche di questa fatuità.
Subito, credendo di dargli uno scrollo poderoso, per salvarlo e salvarsi, facendo cadere anche a lui la benda dagli occhi, proruppe:
– Ma perché, perché vuoi far ridere? Di te e di me? ancora? Non ti accorgi che la Barmis ride di te; ne ha sempre riso? e tutti con lei, tutti! Non te n’accorgi?
Giustino non tentennò minimamente a quest’impeto di rabbia della moglie; la guardò con un sorriso quasi di compassione e alzò una mano a un gesto, più che di sdegno, di filosofica noncuranza.
– Ridono? Eh, da tanto… – disse. – Ma tira la somma, cara mia, e vedi se sono sciocchi quelli che ridono o io che… ecco qua, ho fatto tutto questo e t’ho messa alla testa! Lasciali ridere. Vedi? Essi ridono, e io me ne servo e ottengo da loro tutto quello che voglio. Eccole qua, eccole qua, tutte le loro risa…
E agitò le mani guardando in giro la stanza; come per dire:
«Vedi in quante belle cose si sono convertite?».
Silvia sentì cascarsi le braccia; restò a mirarlo a bocca aperta.
Ah, dunque, egli sapeva? se n’era già accorto? e aveva seguitato, senza curarsene, e voleva ancor seguitare? non gl’importava affatto che tutti ridessero di lui e di lei? Oh Dio, ma dunque… – se era sicuro, sicurissimo che la fama di lei era opera sua unicamente, e che tutta quest’opera sua, in fondo, non era consistita in altro che nel far ridere di sé, per poi convertire queste risa in lauti guadagni, in quel villino là, ne’ bei mobili che lo adornavano – che voleva dire? voleva dir forse che per lui era tutta una cosa da ridere la letteratura, una cosa di cui un uomo di sano criterio, sagace e accorto, non avrebbe potuto impacciarsi se non così, cioè a patto di trar profitto delle risa degli sciocchi che la prendevano sul serio?
Questo voleva dire? Ma no!
Seguitando a guardare il marito, Silvia riconobbe subito che ella, supponendo così, gli prestava una veduta che non era da lui. No, no! Non poteva esser voluto da lui stesso il ridicolo di cui s’era valso. Fin da quando, laggiù a Taranto, erano arrivati quei trecento marchi per la traduzione delle Procellarie, aveva cominciato a prender tanto sul serio la letteratura, che sciocchezza per lui era soltanto il non curarsi dei frutti ch’essa, come ogni altro lavoro – se amministrato bene – può rendere… E s’era messo ad amministrare, ad amministrare con tal fervore, anzi con tanto accanimento da tirarsi addosso le risa di tutti. Non le aveva provocate lui con intenzione, quelle risa, per farci su bottega; ma era stato costretto a sopportarle; e le stimava ora da sciocchi solo perché egli, pur tra esse e con esse, era riuscito nell’intento. Ma la saviezza sua aveva per piedistallo quelle risa e tutta da quelle risa era composta: non avrebbe dovuto più muoversi ora: al minimo movimento, lo squarcio d’una risata! Quanto più serio voleva ora apparire, tanto più ridicolo sarebbe sembrato.
Ah quella serata dell’inaugurazione! Fin nel fruscìo degli abiti, nel lieve sgrigliolìo delle scarpe attutito dalla spessezza dei tappeti, in ogni rumore, fosse d’una seggiola smossa, d’un uscio aperto, d’un cucchiaino agitato nella tazza; e poi nel frastuono del pianoforte allorché il di Marco cominciò a sonare; sorrisetti, risatine, sghigni, scrosci di risa fragorose, sbardellate, squacquerate parve a Silvia d’avvertire, e le sembrò dileggio ogni sorriso di deferenza o di compiacimento per lei; il dileggio credette di scorgere in ogni sguardo, in ogni gesto, sotto ogni parola dei tanti convitati.
Si sforzò di non badare al marito; ma come, se lo aveva sempre davanti, là, piccolo, tutto aggiustato, irrequieto, raggiante, e sentiva che tutti da ogni parte lo chiamavano? Ecco, ora il Luna se lo prendeva a braccio, e altri quattro, cinque giornalisti gli correvano attorno, in frotta; ora lo chiamava la Lampugnani di là tra il crocchio delle più spiritose signore.
Ella avrebbe voluto esser per tutto o trattener tutti attorno a sé; non potendo, nel ribollimento dello sdegno, aveva a quando a quando la tentazione di dire o far qualcosa inaudita, non mai veduta, da far passare a ognuno la voglia di ridere, di venir lì per mettere in burla il marito, e col marito, per conseguenza, anche lei.
Le toccava, invece, di sopportar la corte quasi sfacciata che tutti quei giovani letterati e giornalisti si permettevano di farle, come se ella, avendo per fortuna un marito di quella fatta, così felicemente disposto a esibirla a tutti, un marito che tanto s’adoperava a farla entrare nelle grazie d’ognuno, un marito che, via, non avrebbe potuto neanche lei in nessun modo prendere sul serio, non potesse, non dovesse rifiutarla, quella corte, anche per non dare a lui questo dispiacere.
E difatti, ecco, non le si accostava egli di tanto in tanto per raccomandarle di far buon viso ora all’uno, ora all’altro, e proprio ai più sfrontati, a quelli che ella aveva allontanato da sé con duro e freddo sprezzo? Il Betti, il Betti, colui che aveva finora colto ogni occasione per scriver male di lei in parecchi giornali, e quel Paolo Baldani venuto da poco da Bologna, bellissimo giovine e critico eruditissimo, facitor di versi e giornalista, il quale con incredibile tracotanza le aveva bisbigliato una dichiarazione d’amore in piena regola?
Ah, non solamente le risa e le beffe, ma – pur di riuscire anche questo? – si domandava Silvia, a quelle brevi, furtive raccomandazioni del marito, che non potevano parere a lei, com’eran per lui, innocenti. – Anche questo?
E gelava di ribrezzo e avvampava sempre più di sdegno.
Le più strane idee le guizzavano intanto per la mente, incutendo a lei stessa sgomento, poiché le scoprivano sempre più nel fondo dell’essere quelle parti di sé ancora inesplorate, tutto ciò che di sé ella finora non aveva voluto conoscere, ma di cui aveva già il presentimento che, se un giorno il suo dèmone se ne fosse impossessato, chi sa dove l’avrebbe trascinata.
Finiva di scomporsi nella sua coscienza ogni concetto ch’ella fin’ora s’era sforzata di tener fermo, e intravvedeva che, abbandonata a quella nuova sua sorte, o piuttosto, all’estro del caso, e ormai così senza più alcuna voluta consistenza interiore, l’animo suo poteva cambiarsi in un punto, rivelarsi da un istante all’altro capace di tutto, delle più impensate, inattese risoluzioni.
– Mi pare che… dico… mi pare che… tutto bene, eh? benissimo, mi pare… – s’affrettò a dirle Giustino, quando gli ultimi invitati se ne furono andati, per scuoterla dall’atteggiamento in cui era rimasta: rigida in piedi, con gli occhi acuti, intenti, e la bocca serrata.
Si sentiva ancora nella mano gelida la stretta di fuoco che le aveva dato il Baldani or ora, nell’accomiatarsi.
Tutto bene, no?… – ripeté Giustino. – E, sai, passando di qua e di là, ho sentito che dicevano di te tante… buone, buone cose… sì…
Silvia si scosse e lo guardò con tali occhi, ch’egli restò un pezzo come smarrito, con su le labbra quel sorriso vano di chi s’accorge che uno sta a scoprirci un’altra faccia che ancora noi non ci conosciamo.
– Non credi? – poi chiese. – Tutto bene, ti dico… Soltanto quella musica del di Marco mi pare che… hai sentito? dotta, sì… sarà musica dotta, ma…
– Dobbiamo seguitare così? – domandò d’un tratto Silvia, con voce strana, come se la voce sola fosse lì, e tutta lei assente, in una lontananza infinita. – Ti avverto che così io non posso fare più nulla.
– Come… perché?… anzi, ora che… ma come! – fece Giustino quasi a un tempo colpito da più parti alla sprovvista. – Con quello studio lassù…
Silvia strizzò gli occhi, contrasse tutto il volto e squassò la testa.
– Ma come? – ripeté Giustino. – Puoi chiuderti lì… Chi ti disturba?… Con tanto silenzio… Ecco, anzi ti volevo dire… Tutti domandano che cosa prepari di nuovo. Ho risposto: niente, per ora. Nessuno ci vuol credere. Certo un nuovo dramma, dicono. Pagherebbero chi sa che cosa per un cenno, una notizia, un titolo… Dovresti pensarci, ecco, rimetterti al lavoro adesso…
– Come? come? come? – gridò Silvia, scotendo le pugna, smaniosa, esasperata. – Non posso pensare, non posso far più nulla io! Per me, è finita! Potevo lavorare ignorata, quando non mi sapevo neanche io stessa! Ora non posso più nulla! è finita! Non sono più quella! non mi ritrovo più in me! è finita! è finita!
Giustino la seguì con gli occhi in quelle smanie; poi, con una mossa del capo:
– Andiamo bene! – esclamò. – Ora che si comincia, è finita? Ma che dici? Scusa, quando si lavora, perché si lavora? Per raggiungere un fine, mi pare! Tu volevi lavorare e restare ignorata? Lavorare, allora, perché? per niente?
– Per niente! per niente! per niente! – rispose Silvia con foga. – Ecco, proprio così, per niente! Lavorare per lavorare, e nient’altro! senza sapere né come né quando, di nascosto a tutti e quasi di nascosto a me stessa!
– Ma codeste sono pazzie che ti vengono ora! – gridò Giustino, cominciando ad alterarsi anche lui. – E allora io che ho fatto? ho fatto male a far valere il tuo lavoro, è vero? vuoi dir questo?
Silvia con le mani di nuovo sul volto accennò di si, col capo, più volte.
– Ah sì? – riprese Giustino. – E allora perché mi hai lasciato fare sinora? Me lo dici per ringraziamento, adesso che ne raccogli il frutto a cui aspirano quanti lavorano come te: la gloria e l’agiatezza? Te ne lagni… E non è pazzia? Ma va’ là, cara; saranno i nervi! Del resto, scusa, che c’entri tu? chi ti dice d’immischiarti in cose che non ti riguardano?
Silvia lo guardò sbalordita.
– Non mi riguardano?
– No, cara, che non ti riguardano! – replicò subito Giustino. – Tu lavora per nulla, come prima; ritorna a lavorare come ti pare e piace; e lascia il pensiero a me del rimanente. Eh, lo so bene… che novità!… lo so bene che, se fosse per te… Ma, scusa, se il sugo ce lo cavo io, con l’opera mia, tu che n’hai da fare? che faccio carico a te anche di questo? Questo è affar mio! Tu mi dài carta scritta; scrivi per niente, come vuoi; bùttala; io la prendo e te la cambio in denari ballanti e sonanti. Me lo puoi impedire? è affar mio, e tu non c’entri. Tu lavora com’hai lavorato fin adesso; lavora per lavorare… ma lavora! Perché se tu non lavori più, io… io… che faccio più io? me lo dici? Io ho perduto l’impiego, cara mia, per attendere ai tuoi lavori. Bisogna che a questo, ohè, tu ci pensi! La responsabilità ora è mia… dico, del tuo lavoro. Abbiamo guadagnato molto, è vero, e ancora ce ne sarà, con La nuova colonia. Ma tu vedi qua come sono cresciute tutte le spese… Ora è un altro piede di casa. Trenta mila lire si devono ancora pagare per il villino. Potevo pagarle; ma ho pensato di tenere qualche cosa da parte, perché tu avessi un certo respiro… Adesso ti raccoglierai. È stata una scossa troppo forte, un cangiamento troppo repentino… Ti abituerai presto; ritroverai la calma… Il più è fatto, cara mia. Abbiamo la casa… la ho voluta apposta così; ho speso, ma… per l’apparenza, sai?… tutto fa! La tua firma vale, adesso, vale molto, per sé stessa… Senza regalare niente a nessuno! Se Raceni aspetta i versi che gli hai promessi per la sua rassegna, può star fresco! Io non glieli do. Povero Raceni, povero Raceni, vedrai quanto frutteranno adesso quei versi… Lascia fare a me! Basta che tu ti rimetta a scrivere… Scrivi, e non pensare a nulla. Lassù, perbacco, in quello studio magnifico…
Silvia non vide in questo lungo discorso di Giustino la buona intenzione di ricondurla alla calma e alla ragione, al riconoscimento e alla gratitudine di quanto aveva fatto e voleva ancor fare per lei; vide soltanto ciò che poteva, in quel momento d’esasperazione, porglielo di fronte, nemico e tiranno: che egli cioè le faceva ora un obbligo perentorio di lavorare, avendo perduto l’impiego: lavorare per dare ancora a lui una professione, la quale adesso, oltre che ridicola, sarebbe forse sembrata a tutti odiosa. Non voleva egli vivere sul lavoro e del lavoro di lei, attribuendosi poi tutto il merito dei guadagni? Finché il lavoro a lei non era costato alcuno sforzo, ella poteva anche riconoscere che il merito di quei guadagni insperati fosse tutto o quasi tutto di lui; non più ora che egli le faceva così espresso e preciso obbligo di lavorare; ora che il lavoro le costava un supplizio al solo pensiero di doverlo affidare a lui, tutto, senza poterne disporre neanche d’una minima parte a piacer suo; tutto, tutto, perché ancora tra le beffe e ora anche con la disistima degli altri ne facesse mercato, ecco; un capo d’entrata di tutto, pur di quei poveri, intimi e schivi versucci là… Mercato, anche a costo della dignità di lei! Lo avvertiva egli, questo? Era mai possibile che il furore lo accecasse fino al punto da non farglielo vedere?
Insonne tutta la notte, Silvia stette a pensare, e a un certo punto, col favore del bujo e del silenzio, sorprese in sé, nel fondo del suo essere, come un rimescolìo strano di sentimenti ch’era sicura di aver mai avuti: sentimenti remotissimi, da cui le saliva alla gola un’angoscia inattesa, quasi di nostalgia. Ecco, vedeva sorgere chiare e precise le case della sua Taranto; vedeva entro quelle le sue buone, mansuete compaesane, le quali, use a vedersi custodite dall’uomo gelosamente e con lo scrupolo più rigoroso, perché nessun sospetto potesse arrivar fino a loro; use a veder l’uomo rientrare ogni volta nella propria casa come in un tempio da tener chiuso a tutti gli estranei e anche ai parenti che non fossero i più intimi, si turbavano, si offendevano come per una irriverenza al loro pudore, se l’uomo cominciava ad aprir quel tempio, quasi più non importandogli della loro buona reputazione.
No no: ella non aveva mai avuto questi sentimenti: suo padre, laggiù, era stato sempre ospitale specialmente verso gl’impiegati subalterni, forestieri: ella anzi li aveva sdegnati, questi sentimenti, sapendo che molti mormoravano su quell’ospitalità del padre, la quale senza dubbio avrebbe reso difficile un matrimonio di lei con qualcuno del paese. Le pareva allora che la donna dovesse anzi offendersi di quella gelosa cura degli uomini come d’una mancanza di stima e di fiducia.
Come mai anche ella ora si offendeva del contrario, scopriva in sé quei sentimenti insospettati, simili in tutto a quelli delle donne di laggiù?
La ragione le apparve chiara a un tratto.
Quasi tutte le donne di laggiù erano sposate senz’amore, per calcoli di convenienza, per prendere uno stato; ed entravan soggette e obbedienti nella casa del marito, ch’era il padrone. La loro obbedienza, la loro devozione non eran mosse da affetto, ma solo dalla stima per l’uomo che lavora e che mantiene; stima che poteva reggersi solo a patto che quest’uomo, con la laboriosità, se non in tutto con la buona condotta, certo a ogni modo col rigore sapesse conservare a sé il rispetto che si deve al padrone. Ora, un uomo che allentava il rigore fino ad aprire agli altri la propria casa, scadeva subito nella stima anche di quei medesimi ch’erano ammessi, e la donna sentiva una vera e propria offesa al suo pudore perché si vedeva scoperta in quella sua intimità senz’amore, in quel suo stato di soggezione a un uomo che non se lo meritava più per il solo fatto che permetteva una cosa che gli altri non avrebbero mai permessa.
Ebbene, anch’ella aveva sposato senz’amore, mossa dalla necessità di prendere uno stato e persuasa da un sentimento di stima e di gratitudine per colui che la toglieva in moglie senza adombrarsi di un’altra grave colpa, che avrebbe dato ombra ai compaesani, oltre all’ospitalità del padre: la sua letteratura. Ma ecco, ora egli s’era messo a far bottega di quel segreto su cui era edificata la stima, la gratitudine di lei; s’era messo a vendere e a gridare con tanto baccano la merce, perché tutti entrassero nel vivo segreto di lei e vedessero e toccassero. Qual rispetto potevano aver gli altri d’un tal uomo? Ne ridevano tutti, ed egli non se ne curava! Quale stima più poteva averne lei e qual gratitudine, se egli ora, invertendo le parti, la costringeva anche al lavoro e voleva viver di esso?
Più di tutto in quel momento la offendeva che gli altri potessero credere che ella amasse ancora un tal uomo o gli fosse per altro devota.
Forse credeva questo anche lui? O la sicurezza sua riposava su la fiducia nell’onestà di lei? Ah, sì; ma onesta per sé medesima; non già per lui! La sicurezza sua non poteva aver su lei altro effetto che quello di irritarla come una sfida, e offenderla e colmarla di sdegno.
No no: così non poteva più seguitare a vivere, ella: lo vedeva.

3.

Due giorni appresso, com’era da aspettarsi dopo quella stretta di mano, tornò al villino Paolo Baldani.
Giustino Boggiolo lo accolse a braccia aperte.
– Disturbare, lei? Ma che dice! Onore, piacere…
– Piano, piano… – disse sorridendo, ponendosi un dito su le labbra, il Baldani. – La vostra signora è su? Non vorrei farmi sentire. Ho bisogno di voi.
– Di me? Eccomi… Che posso?… Entriamo qua, in salotto… o se vuole, andiamo in giardino… o nel salottino qui accanto. Silvia è su, nel suo studio.
– Grazie, basterà qui, – disse il Baldani, sedendo nel salotto; poi, protendendosi verso il Boggiolo, aggiunse a bassa voce:
– Debbo essere per forza indiscreto.
– Lei? ma no… perché? anzi…
– È necessario, amico mio. Ma quando l’indiscrezione è a fin di bene, un gentiluomo non deve ritrarsene. Ecco, vi dirò. Ho pronto uno studio esauriente su la personalità artistica di Silvia Roncella…
– Oh gra…
– Piano, aspettate! Son venuto per rivolgervi alcune domande… dirò, intime, specialissime, a cui voi solamente siete in grado di rispondere. Vorrei da voi, caro Boggiolo, certi lumi… dirò fisiologici.
Giustino dal tono basso, misterioso con cui il Baldani seguitava a parlare era quasi tirato per la punta del naso ad ascoltare a capo chino, con gli occhi intenti e la bocca aperta.
– Fisio?
– logici. Mi spiego. La critica, amico mio, ha oggi ben altri bisogni d’indagine, che non sentiva per lo innanzi. Per l’intelligenza compiuta d’una personalità è necessaria la conoscenza profonda e precisa anche de’ più oscuri bisogni, dei bisogni più segreti e più riposti dell’organismo. Sono indagini molto delicate. Un uomo, capirete, vi si sottopone senza tanti scrupoli; ma una donna… eh, una donna… dico, una donna come la vostra signora, intendiamoci! ne conosco tante che si sottoporrebbero a queste indagini senz’alcuno scrupolo, anche più apertamente degli uomini; per esempio… là, non facciamo nomi! Ora, avventare un giudizio, come tanti fanno, fondato solamente su i tratti fisionomici apparenti, è da ciarlatani. La forma d’un naso, Dio mio, può benissimo non corrispondere alla vera natura di colui che lo porta in faccia. Il nasino così grazioso della vostra signora, ad esempio, ha tutti i caratteri della sensualità…
– Ah, sì? – domandò Giustino, meravigliato.
– Sì, sì, certo, – raffermò con gran serietà il Baldani. – Eppure, forse… Ecco, per compire il mio studio, io avrei bisogno da voi, caro Boggiolo, alcune notizie… ripeto, intime, imprescindibili per la intelligenza compiuta della personalità della Roncella. Se permettete, vi rivolgo una o due domande, non più. Ecco, vorrei sapere se la vostra signora…
E il Baldani, accostandoglisi ancor più, ancor più piano, con garbo e sempre serio, fece la prima domanda. Giustino, curvo con gli occhi più che mai intenti, diventò rosso rosso, ascoltando; alla fine, ponendosi le due mani sul petto e raddrizzandosi:
– Ah, nossignore! nossignore! – negò con vivacità. – Questo glielo posso giurare!
– Proprio? – disse il Baldani, scrutandolo negli occhi.
– Glielo posso giurare! – ripeté con solennità Giustino.
– E allora, – riprese il Baldani, – abbiate la compiacenza di dirmi, se…
E pian piano, come prima, con garbo, sempre serio, fece la seconda domanda. Questa volta Giustino, ascoltando, aggrottò un po’ le ciglia, poi espresse una gran meraviglia, domandò:
– E perché?
– Come siete ingenuo! – sorrise il Baldani; e gli spiegò quel perché.
Giustino allora, diventando di nuovo rosso rosso come un papavero, dapprima appuntì le labbra come se volesse soffiare, poi le schiuse a un risolino vano e rispose, esitante:
Questo… ecco… sì, qualche volta… ma creda che…
– Per carità! – lo interruppe il Baldani. – Non c’è bisogno che me lo diciate. Chi può mai pensare che Silvia Roncella… ma per carità! Basta, basta così. Erano questi i due punti che più mi premeva di chiarire. Grazie di cuore, caro Boggiolo, grazie!
Giustino, un po’ sconcertato ma pur sorridente, si grattò un orecchio e domandò:
– Ma scusi, che forse nell’articolo?…
Paolo Baldani lo interruppe, negando col dito; poi disse:
– Prima di tutto non è un articolo; è uno studio, v’ho detto. Vedrete! Le indagini restano segrete; servono a me, per farmi lume nella critica. Poi, poi vedrete. Se voleste ora aver la bontà d’annunziarmi alla vostra signora…
– Subito! – disse Giustino. – Abbia la pazienza d’attendere un momentino…
E corse su allo studio di Silvia, ad annunziarglielo. Era sicurissimo d’averla convinta col suo ultimo discorso, e non s’aspettava perciò che ella si rifiutasse fieramente di vedere il Baldani.
– Ma perché? – le domandò, restando.
Silvia ebbe la tentazione di gettargli in faccia la risposta vera, per scomporlo da quell’atteggiamento di attonita, dolente meraviglia; ma temette che egli le rifacesse quel gesto di filosofica noncuranza, come allorché gli aveva rinfacciato le risa e le beffe della gente.
– Perché non voglio! – gli disse. – Perché mi secca! Vedi che sto qui a rompermi la testa!
– Eh via, cinque minuti… – insistette Giustino. – Ha pronto uno studio su tutta l’opera tua, sai! Oggi, una critica del Baldani, bada… è il critico di moda… critica, aspetta! come la chiamano? non so… una critica nuova, che se ne parla tanto, adesso, cara mia! Cinque minuti… Ti studia, e basta. Lo faccio passare?
– Bella cosa, bella cosa, – diceva, poco dopo, Paolo Baldani lì nello studio, battendo lievemente la mano feminea sul bracciolo della poltrona e rimirando con occhi un po’ strizzati Giustino Boggiolo. – Bella cosa, signora, vedere un uomo così sollecito della vostra fama e del vostro lavoro, così interamente devoto a voi. M’immagino come ne dovete esser lieta!
– Ma sa?… perché… se io… – tentò subito d’interloquire Giustino, temendo che Silvia non gli volesse rispondere.
Il Baldani lo fermò con la mano. Non aveva finito.
– Permettete? – disse; e seguitò: – Lo noto, perché tanta sollecitudine e tanta devozione debbono aver pure il loro peso nella valutazione dell’opera vostra, in quanto che, mercè di esse, voi certamente potete, senza veruna estranea cura, abbandonarvi tutta alla divina gioja di creare.
Pareva che parlasse così, ora, per ischerzo; che di quel suo parlar dipinto egli per il primo avvenisse l’affettazione e la accompagnasse con un lievissimo, appena percettibile risolino ironico, non già per attenuarla però, ma anzi per armarla del fascino d’una inquietante ambiguità. «Quello che ho dentro, lo so io solo», pareva dicesse. «Per voi, per tutti, ho questo lusso di parole, ecco, e me ne vesto con signorile sprezzatura; ma posso anche, all’occorrenza, buttarlo via e spogliarmene, per mostrarmi a un tratto bello e forte nella mia nuda animalità.»
Questa animalità Silvia gli scorgeva chiaramente nel fondo degli occhi; ne aveva avuto una prova nella sfrontata dichiarazione dell’altra sera; era certa che ne avrebbe avuto un nuovo e più sfrontato assalto, se per poco il marito si fosse allontanato dallo scrittoio. Intanto – oh schifo! – egli lodava e ammirava innanzi a lei Giustino, per farselo amico e, dopo averlo guardato, ecco, rivolgeva gli occhi a lei con incredibile impudenza. Il Baldani, difatti, col suo sguardo le diceva: «Tu non ti sogni neppure di sospettare quel che so di te…».
– Gioja di creare? – proruppe Silvia. – Non l’ho mai provata. E sono proprio dolente di non poter più attendere ora, come prima, a quelle che lei chiama cure estranee. Erano le sole tra cui mi ritrovassi; che mi déssero qualche sicurezza. Tutta la mia sapienza era in esse! Perché io non so nulla, proprio. Non capisco nulla, io. Se lei mi parla d’arte, io non capisco nulla di nulla.
Giustino si agitò, tutto scombussolato, su la seggiola. Il Baldani lo notò, si voltò a guardarlo, sorrise e disse:
– Ma questa è una confessione preziosa… preziosa.
– Vuoi sapere, se le serve, che cosa stavo a fare io, – seguitò Silvia, – messa qua di proposito a scrivere? Ho contato sul mio braccio le righette bianche e nere di questo mio abito di mezzo lutto: centosettantatré nere e centosettantadue bianche, dal polso all’attaccatura della spalla. E così soltanto so che ho un braccio e questa veste. Altrimenti, non so nulla; nulla, nulla, proprio nulla.
– E questo spiega tutto! – esclamò allora il Baldani, come se proprio lì la aspettasse. – Tutta la vostra arte è qui, signora mia.
– Nelle righette bianche e nere? – domandò Silvia, fingendo quasi sgomento.
– No, – sorrise il Baldani. – Nella vostra meravigliosa incoscienza, la quale spiega la non meno meravigliosa natività spontanea dell’opera vostra. Voi siete una vera forza della natura; dirò meglio, siete la natura stessa che si serve dello strumento della vostra fantasia per creare opere sopra le comuni. La vostra logica, intanto, è quella della vita, e voi non potete averne coscienza, perché logica ingenita, logica mobile e complessa. Vedete, signora mia: gli elementi che costituiscono il vostro spirito sono straordinariamente numerosi, e voi li ignorate; essi si aggregano, si disgregano con una facilità, con una rapidità prodigiosa. e questo non dipende dalla vostra volontà; essi non si lasciano fissar da voi in alcuna forma stabile; si mantengono, dirò così, in uno stato di perpetua fusione, senza mai rapprendersi; duttili, plastici, fluidi; e voi potete assumere tutte le forme senza che lo sappiate, senza che lo vogliate per riflessione.
– Ecco! ecco! ecco! – cominciò a dire Giustino, scattando, tutto esultante e gongolante. – Questo è! questo è! Glielo dica, glielo ripeta, glielo faccia entrar bene in mente, caro Baldani! Lei sta facendo in questo momento opera di vero amico. È un po’ confusetta, veda… un po’ incerta, dopo questo trionfo.
– Ma no! – gridò Silvia su le brage, cercando d’interromperlo.
– Sì, sì, sì! incalzò invece Giustino, levandosi in piedi e facendosi in mezzo, quasi per impedire che gli sfuggisse quell’occasione propizia, ora che la teneva acciuffata. – Santo Dio, te l’ha spiegato così bene, qua, il Baldani! È proprio così com’ha detto lei, Baldani! Non trova, non trova l’argomento del nuovo dramma, e…
– Non trova? Ma se già ce l’ha! – esclamò il Baldani sorridendo. – Posso permettermi un suggerimento per l’affetto che vi porto? Il dramma ce l’avete già! Credono gli sciocchi (e lo van dicendo) che sia più agevole creare fuori delle esperienze quotidiane, ponendo cose e persone in luoghi imaginarii, in tempi indeterminati, quasi che l’arte abbia da impacciarsi della così detta realtà comune, e non crei essa una realtà sua propria e superiore. Ma io so le vostre forze e so che voi potete confondere questi beoti e ridurli al silenzio e costringerli all’ammirazione, affrontando e dominando una materia affatto diversa da quella de La nuova colonia. Un dramma d’anime, e nel mezzo nostro, cittadino. Voi avete nel vostro volume delle Procellarie una novella, la terza, se ben ricordo, intitolata Se non così… Ecco il dramma nuovo! Pensateci. Io mi stimerò felice di avervelo additato; se potrò dire un giorno: Questo dramma ella lo ha scritto per me; ho insinuato io nella matrice della sua fantasia, per la fecondazione, questo nuovo germe vitale!
Si alzò; disse a Giustino quasi con solennità:
– Lasciamola sola.
Le si fece innanzi; le prese la mano, inchinandosi; vi depose un bacio; uscì.
Silvia, appena sola, fu assalita da quella fiera stizza che si prova allorché, dibattuti in una tempesta da cui non scorgevamo più né quasi più speravamo salvezza, d’un tratto e con tranquillo gesto ci vediamo offrire da chi meno avremmo voluto ecco qua, una tavola, una fune. Vorremmo piuttosto affogare, che servircene, per non riconoscere di dover la nostra salvezza a uno che con tanta facilità ce l’ha offerta. Questa facilità, che vuol quasi dimostrarci sciocca e vana la disperazione nostra di poc’anzi, ci sembra un insulto; e vorremmo subito dimostrare invece a nostra volta sciocco e vano l’ajuto così facilmente offerto; ma avvertiamo intanto che, contro la nostra volontà, già ci siamo aggrappati ad esso.
Silvia smaniava di rimettersi al lavoro, a un lavoro che la prendesse tutta e le impedisse di vedere, di pensare a se stessa e di sentirsi. Ma cercava e non trovava; e si struggeva nella smania, sempre più convincendosi che veramente ormai ella non poteva più far nulla.
Ora, non volle andare a prendere dallo scaffale il libro delle Procellarie; ma già vi era dentro con lo spirito, già si sforzava di vedere il dramma in quella terza novella indicata dal Baldani.
C’era? Sì, c’era veramente. Il dramma d’una moglie sterile. Ersilia Groa, ricca provinciale, non bella, di cuore ardente e profondo, ma rigida e dura d’aspetto e di maniere, ha sposato da sei anni Leonardo Arciani, letterato senza più voglia – dopo le nozze – né di scrivere né d’attendere a’ libri, pur avendo destato con un suo romanzo grandi speranze e viva attesa nel pubblico. Quegli anni di matrimonio son passati in apparenza tranquilli. Ersilia non sa offrire da sé quel tesoro d’affetti che chiude in cuore; forse teme che esso non abbia alcun valore per il marito. Poco egli le chiede e poco ella gli dà; gli darebbe tutto se egli volesse. Sotto quella apparente tranquillità, dunque, il vuoto. Solo un figlio potrebbe riempirlo; ma ormai, dopo sei anni, ella dispera d’averne. Arriva un giorno al marito una lettera. Leonardo non ha segreti per lei: leggono quella lettera insieme. È di una cugina di lui, Elena Orgera, che un tempo gli fu fidanzata: le è morto il marito; è rimasta povera e senza assegnamenti, con un figliuolo che vorrebbe fosse ammesso in un collegio di orfani; gli chiede un soccorso. Leonardo se ne sdegna; ma Ersilia stessa lo persuade a mandare quel soccorso. Ivi a poco, improvvisamente, egli ritorna al lavoro. Ersilia non ha mai veduto lavorare il marito; ignara affatto di lettere, non sa spiegarsi quel nuovo improvviso fervore; vede ch’egli deperisce di giorno in giorno; teme che si ammali; vorrebbe almeno che non si affannasse tanto. Ma egli le dice che l’estro gli si è ridestato, che ella non può comprendere che sia. E così, per circa un anno, riesce a ingannarla. Quando Ersilia alla fine scopre il tradimento, il marito ha già una bambina da Elena Orgera. Duplice tradimento: ed Ersilia non sa se più le sanguini il cuore per il marito che colei le ha tolto o per la figlia che ha potuto dargli. Veramente la coscienza ha curiosi pudori: Leonardo Arciani strappa il cuore alla moglie, le ruba l’amore, la pace: si fa scrupolo del denaro. Eh! col denaro della moglie, no, da galantuomo non vuol mantenere un nido fuori della casa. Ma gli scarsi e incerti proventi del suo lavoro affannato non possono bastare a sopperire ai bisogni, che presto cominciano a riempir di spine quel nido. Ersilia, appena scoperto il tradimento, s’è chiusa in sé ermeticamente, senza lasciar trapelare al marito né lo sdegno né il cordoglio: ha solo preteso che egli seguitasse a vivere in casa, per non dare scandalo; ma separato affatto da lei. E non gli rivolge più né uno sguardo né una parola. Leonardo, oppresso da un peso che non può sopportare, resta profondamente ammirato del dignitoso, austero contegno della moglie, la quale forse comprende che, oltre e sopra ogni suo diritto, c’è per lui ormai un dovere più imperioso: quello verso la figlia. Sì, difatti, Ersilia comprende questo dovere: lo comprende perché sa quel che le manca; lo comprende tanto che, se egli ora, stremato e avvilito com’è, ritornasse a lei, abbandonando con l’amante la figlia, ella ne avrebbe orrore. Di questo tacito sublime compatimento di lei egli ha una prova nel silenzio, nella pace, in tante cure pudicamente dissimulate che ritrova in casa. E l’ammirazione diviene a mano a mano gratitudine; la gratitudine, amore. Lì, in quel nido di spine, egli non va più, ora, che per la figlia. Ed Ersilia lo sa. Che aspetta? Lo ignora ella stessa; e intanto si nutre in segreto dell’amore che già sente nato in lui. Sopravviene, a rompere questo stato di cose, il padre di lei, Guglielmo Groa, grosso mercante di campagna, ruvido, inculto, ma pieno d’arguto buon senso.
Ecco, il dramma poteva aver principio qui, con l’arrivo del padre. Ersilia, che da tre anni non rivolge la parola al marito, si reca a trovarlo nella sede d’un giornale quotidiano, dov’egli è sopportato come redattore artistico, per prevenirlo che il padre, a cui ella ha tutto nascosto, è già in sospetto e verrà quella mattina stessa a provocare una spiegazione. Vuole ch’egli sappia fingere per risparmiare almeno al padre quel cordoglio. È una scusa; teme in realtà che il padre, per venire a una soluzione impossibile, infranga irrimediabilmente quel tacito accordo di sentimenti ch’ella ha penato tanto a stabilire tra lei e il marito, e che le è cagione d’ineffabile spasimo segreto e insieme d’ineffabile segreta dolcezza. Ersilia non trova il marito nella redazione del giornale e gli lascia un biglietto, promettendo che ritornerà presto per ajutarlo a fingere, quando il padre, che si è recato ad assistere a una seduta mattutina della Camera, verrà lì per parlargli. Leonardo trova il biglietto della moglie e sa dall’usciere che è venuta poc’anzi a cercar di lui anche un’altra signora. È la Orgera, da cui egli non è più andato da una settimana, sentendosi spiato dagli occhi sospettosi del suocero. Ella ritorna difatti poco dopo, in quel momento così poco opportuno, e invano Leonardo le spiega perché non è venuto e in prova le dà a leggere quel biglietto della moglie. Ella deride l’abnegazione di Ersilia, che vuol risparmiare noie e amarezze al marito, mentre lei… eh, lei rappresenta il bisogno, la crudezza d’una realtà non più sostenibile: i fornitori che vogliono esser pagati, il padrone di casa che minaccia lo sfratto. Meglio finirla! Già tutto è finito tra loro. Egli ama la moglie, quella sublime silenziosa: ebbene, ritorni a lei, e basta così! Leonardo le risponde che se potesse la soluzione esser così semplice, già da un pezzo egli ci sarebbe venuto; ma pur troppo non può esser quella la soluzione, legati come sono l’uno all’altra; e dunque, via, se ne vada per ora; le promette che verrà a trovarla appena potrà. In mal punto per Leonardo, così amareggiato, sopravviene il suocero prima del tempo, seccato delle chiacchiere parlamentari. Guglielmo Groa non sa d’aver di fronte nel genero un altro padre che al par di lui deve difendere la propria figlia; crede a un traviamento del genero, riparabile con un po’ di tatto e di denaro, e gli profferisce aiuto e lo invita a confidarsi a lui. Leonardo è stanco di mentire; confessa la sua colpa, ma dice che ne ha già avuto la punizione più grave che potesse aspettarsene, e rifiuta come inutile l’aiuto del suocero e anche di ragionare con lui. Il Groa crede che la punizione di cui parla Leonardo sia quel lavoro a cui s’è condannato, e lo rimbrotta aspramente. Quando Ersilia, troppo tardi, sopraggiunge, il padre e il marito stan quasi per venire alle mani. Vedendo Ersilia, Leonardo, sovreccitato, fremente, s’affretta a raccogliere le carte dalla scrivania e scappa; il Groa allora fa per lanciarglisi addosso, ruggendo: «Ah, non vuoi ragionare?», ma Ersilia lo arresta col grido: «Ha la figlia, babbo, ha la figlia! Come vuoi che ragioni?».
Con questo grido poteva esser chiuso il primo atto. A principio del secondo, una scena tra il padre e la figlia. Tutt’e due hanno atteso invano, la notte, che Leonardo rincasasse. Ora Ersilia svela al padre tutto il suo martirio, e come fu ingannata, e come e perché s’era acconciata in silenzio a quella pena. Ella quasi difende il marito, perché – messo tra lei e la figlia – è corso da questa. Dove sono i figli è la casa! Il padre se ne indigna; si ribella; vuole subito ripartirsene; e, come Leonardo sopravviene per poco, a prendersi i libri e le carte, gli va innanzi e gli dice che rimanga pur lì; andrà via lui, or ora. Leonardo resta perplesso, non sapendo come interpretare quell’improvviso invito del suocero a rimanere. Ma ecco Ersilia. Ella entra per dirgli che non parte da lei quell’invito e che anzi egli, se vuole, può andare. E allora Leonardo piange e dice alla moglie il suo tormento e il pentimento e l’ammirazione per lei e la gratitudine. Ersilia gli domanda perché soffre, se ha con sé la figlia; e Leonardo le risponde che quella donna gliela vorrebbe togliere, perché egli non basta a mantenerla e perché non vuol più vederlo in quelle smanie. «Ah, sì? », grida Ersilia. «Questo vorrebbe? E allora…» il suo piano è fatto. Ella comprende che non può riavere il marito se non così, cioè a patto d’avere insieme la figlia. Non gliene dice nulla; e, poiché egli chiede il perdono, glielo accorda, ma nello stesso tempo si svincola dalle braccia di lui e lo costringe ad andar via: «No, no» gli dice. «Ora tu non puoi più rimanere qui! Due case, no; qua io e là la tua figlia, no! Va’ va’: so quello che tu desideri: va’!» E lo manda via a forza, e subito com’egli esce, scoppia in un pianto di gioia.
Il terzo atto doveva svolgersi nel nido di spine, in casa di Elena Orgera. Leonardo è venuto a trovar la bambina, ma si è dimenticato di portarle un regaluccio che le aveva promesso. La bambina, Dinuccia, ha pianto molto aspettandolo; ora si è addormentata di là. Leonardo dice che tornerà presto col giocattolo e va via. La bimba, che ha ormai cinque anni, si sveglia; viene in iscena, domanda del babbo e vuole che la mamma le parli del regalo ch’egli le porterà: una campagna con tanti alberetti e le pecorelle e il cane e il pastore. Si sente sonare alla porta. «Eccolo!», dice la madre. E la bimba vuole andar lei ad aprire. Si ripresenta poco dopo su la soglia, tutta confusa, con una signora velata. È Ersilia Arciani, che ha veduto andar via dalla casa il marito e non sospetta ch’egli debba tra poco ritornare. Sospetta Elena, invece, una congiura tra la moglie e il marito per portarle via la figlia; e grida, minaccia di chiamar aiuto, inveisce, smania. Invano Ersilia tenta di calmarla, di dimostrarle che il suo sospetto è infondato, ch’ella non vuole né può farle alcuna violenza; che è venuta a parlare al suo cuore di madre, per il bene della sua bambina, la quale sarebbe adottata, uscirebbe dall’ombra della colpa, sarebbe ricca e felice; invano poi le grida ch’ella non ha il diritto di pretendere ch’egli abbandoni la figlia, se lei non vuol cederla. L’uscio di casa è rimasto aperto per la confusione della bambina nel vedersi innanzi quella signora invece del babbo; e Leonardo, entrando in quel punto, si trova in mezzo alla contesa delle due donne, stupito di veder lì la moglie. La bambina ode la voce del padre e picchia all’uscio della camera ove Elena è corsa a rinchiuderla appena Ersilia Arciani s’è svelata. Ora ella apre di furia quell’uscio, si toglie in braccio la piccina e grida ai due d’andar via, subito, via! A questo scatto, Leonardo, percosso, si rivolge alla moglie e la spinge ad abbandonare quell’impresa disumana e a ritrarsi. Ersilia se ne va. E allora nell’animo di Elena, che ha veduto in sua presenza scacciata la moglie, segue all’orgasmo la confusione, lo smarrimento, e vorrebbe che Leonardo subito corresse a raggiunger la moglie e andasse via per sempre con lei. Ma Leonardo, al colmo dell’esasperazione, le grida: «No!» e si prende tra le gambe la piccina e le dà il regaluccio e comincia a disporre, nella scatola, la cascina, gli alberetti, le pecorelle, il pastore, il cane, tra le risa, i gridi di gioia, le liete domande infantili di Dinuccia. Elena, ascoltando quelle domande della bimba e le risposte del padre angosciato, ripensa a tutto ciò che le ha detto colei che se n’è andata, su l’avvenire della sua piccina, e tra le lagrime comincia a rivolgere a Leonardo, tutto intento alla gioja della figliuola, qualche domanda: «Diceva, l’adozione… ma è possibile?» e Leonardo non le risponde e seguita a parlare delle pecorelle e del cane con la bambina. Ivi a poco, un’altra domanda di Elena, o una considerazione amara su lei o su Dinuccia, se mai ella… Leonardo non ne può più; balza in piedi; prende in braccio la figlia e le grida; «Me la dai?». «No! no! no!», risponde a precipizio Elena, strappandogliela e cadendo in ginocchio innanzi alla piccina abbracciata: «Non è possibile, no! ora non posso, ora non possol Vattene! vattene! Poi… chi sa! se ne avrò la forza, per lei! Ma ora vattene! vattene! vattene!». Ecco, sì, poteva esser questo il dramma. Ella lo vedeva chiaro innanzi a sé, tutto, fin nei particolari dell’architettura scenica. Ma che lo dovesse al suggerimento del Baldani, la irritava. E non si sentiva attratta da esso minimamente.
Non aveva mai lavorato così, volendo e costruendo la sua opera. L’opera, appena intuita, s’era sempre voluta invece lei stessa prepotentemente, senza che ella provocasse nel suo spirito alcun movimento atto a effettuarla. Ogni opera in lei s’era sempre mossa da sé, perché da sé soltanto s’era voluta; ed ella non aveva mai fatto altro che obbedire docile e con amor seguace a questa volontà di vita, a ogni suo spontaneo movimento interiore. Or che la voleva lei e doveva darle lei il movimento, non sapeva più come cominciare, da che parte rifarsi. Si sentiva arida e vuota, e in quell’aridità e in quel vuoto smaniava.
La vista di Giustino, il quale non osava chiederle notizia del lavoro, a cui fingeva di saperla ritornata, e faceva di tutto perché ella credesse che di questo egli fosse certo, appartandola, imponendo a Èmere silenzio, allontanando da lei ogni cura della casa, le suscitava ogni volta tale stizza, che sarebbe trascesa in escandescenze, se la nausea di altre più volgari da parte di lui non l’avesse trattenuta. Avrebbe voluto gridargli:
«Smettila! Rispàrmiati codeste finzioni! Io non fo nulla, e tu lo sai! Non posso e non so più far nulla, così, già te l’ho detto! Èmere può anche fischiare, in maniche di camicia, lavorando, e rovesciar seggiole e romperti tutti codesti famosi mobili del Ducrot: io ne godrei tanto, caro mio! Mi metterei io a romper tutto, tutto, tutto qua dentro, e anche le mura se potessi!».
Quel che aveva avvertito tanti e tanti anni fa, a Taranto, per una causa molto minore, allorché il padre aveva voluto mandare a stampa le prime sue novelle, che cioè il pensiero della lode, con cui queste erano state accolte, s’era interposto tra lei e le nuove cose che avrebbe voluto descrivere e rappresentare, turbandola così che per circa un anno non aveva potuto più toccar la penna, avvertiva adesso, la stessa confusione, la stessa ambascia, la stessa costernazione, ma centuplicate. Anziché infiammarla, il recente trionfo la assiderava; anziché sollevarla, la schiacciava, la annientava. E se cercava di riscaldarsi, sentiva subito che il calore che si dava era artificiale; e se cercava di rilevarsi da quell’avvilimento, da quella prostrazione, sentiva nello sforzo irrigidirsi, vanamente impettita. Quasi inevitabilmente quel trionfo la induceva a strafare. E ora, per non strafare, ecco l’eccesso opposto: l’arido stento, la rigida nudità scheletrica.
Così, come uno scheletro, nell’arido stento di quel lavoro forzato, le veniva fuori penosamente il nuovo dramma, rigido, nudo.
– Ma no, perché? Ma se va benissimo! – le disse il Baldani, quand’ella, per far tacere il marito, gli lesse il primo atto e parte del secondo. – E del carattere di questa vostra stupenda creatura, di Ersilia Arciani, tanta sostenutezza austera, questa che a voi sembra rigidità. Va benissimo, vi assicuro. L’anima e i modi di Ersilia Arciani, debbono governare così tutta l’opera, per necessità. Seguitate, seguitate.

4.

D’altra guida, d’altro consiglio, in difetto dell’estro, Silvia sentiva bisogno in quel momento.
Era stata notata da tutti l’assenza di Maurizio Gueli, la sera dell’inaugurazione. Molti, e certo non senza malignità, avevano domandato quella sera a Giustino:
– E il Gueli? non viene?
E Giustino di rimando:
– Ma è a Roma? Mi hanno detto che è in villa, a Monteporzio.
Anche da Silvia, specialmente alcune signore, così senza parere, avevano voluto notizie del Gueli. Silvia sapeva che, o per gelosia o per invidia o, a ogni modo, per ferirla, donne e letterati si sarebbero messi o prima o poi a malignar su lei. Il marito stesso, del resto, era il primo a dare, senza bisogno, pretesto e materia alla malignità. E con un siffatto marito ella stessa ormai riconosceva che sarebbe stato quasi impossibile rimanere insospettata. Il suo stesso amor proprio, irresistibilmente, l’avrebbe tratta per tanti segni a far nascere sospetti, perché ella non poteva sottostare più, innanzi agli occhi di tutti, al ridicolo di cui egli la copriva, fingendo di non accorgersene ancora. Doveva per forza, in qualche modo, dimostrare di provarne o dolore e dispetto, e forse avrebbe fatto peggio, perché si sarebbe troppo avvilita e tutti allora ne avrebbero approfittato per addolorarla e indispettirla ancor più; o lo stesso piacere degli altri, e allora, se da un canto si sarebbe in parte salvata dall’avvilimento, non poteva più lei stessa dall’altro pretendere che si francasse dai più tristi giudizii della gente. Può, impune, una donna deridere apertamente il proprio marito? Né ella, del resto, con intenzione o per finzione avrebbe saputo farlo. Ma temeva lo facesse, contro la sua volontà, per irresistibile reazione, il suo stesso amor proprio. Ed ecco inevitabili i sospetti e le malignità. No no, davvero, ella non poteva più in alcun modo durare, schietta e onesta, in quelle condizioni.
Fu lieta dell’assenza del Gueli, la sera dell’inaugurazione. Lieta, non tanto perché veniva meno una ragione di malignare più forte delle altre, essendo già nota a tutti la simpatia del Gueli per lei, quanto perché, dopo quella lettera ch’egli le aveva inviato a Cargiore, non lo avrebbe ella stessa veduto volentieri. Non ne sapeva ancor bene il perché. Ma il pensiero che la simpatia del Gueli, ben nota a lei anche per via segreta e per una ragione di cui in principio s’era sdegnata, désse pretesto a malignità, la feriva molto più che ogn’altro sospetto che potesse sorgere o per il Betti o per il Luna o per il Baldani, per chiunque altro.
Ella non avrebbe mai, con nessuno, ingannato il marito. Per quanto si fosse franta al tumulto di tanti nuovi pensieri e sentimenti la compagine della sua prima coscienza, per quanto l’ira, il dispetto che la condotta del marito le suscitava, potessero incitarla a vendicarsi, questo credeva ancora di poter sicuramente affermare a sé stessa: che nessuna passione, nessun impeto di ribellione la avrebbero mai travolta fino al punto di venir meno al suo debito di lealtà. Se domani non avesse più saputo resistere a convivere in quelle condizioni col marito; se, non pure indifesa, ma quasi indotta e spinta, col cuore ormai non solamente vuoto d’affetto per lui, ma anche repugnante ed affogato di nausea e di tristezza, si fosse sentita avviluppare e trascinare da qualche disperata passione, ella no, non avrebbe ingannato a tradimento, mai. Lo avrebbe detto al marito, e a qualunque costo avrebbe salvato la sua lealtà.
Purtroppo nulla più in quella casa aveva potere di trattenerla con la voce degli antichi ricordi. Quella era per lei una casa quasi estranea, da cui le poteva esser facile andar via; le destava attorno di continuo l’immagine d’una vita falsa, artificiale, vacua, insulsa, alla quale, non persuasa più da alcun affetto, non riusciva ad accostumarsi, e che anzi l’obbligo ormai imprescindibile del suo lavoro le rendeva odiosa. E neppure da quel lavoro forzato le era concesso di trar la soddisfazione ch’esso, se non a lei, serviva almeno a far piacere a un altro che gliene restasse grato. Grata doveva restar lei, per giunta, al marito che la trattava come il villano tratta il bue che tira l’aratro, come il cocchiere tratta la cavalla che tira la vettura, che l’uno e l’altro si prendono il merito della buona aratura e della bella corsa e vogliono esser poi ringraziati del fieno e de la stalla.
Ora, della simpatia più o meno sincera che le dimostravano i Baldani, i Luna, adesso anche il Betti, tutti quei giovani letterati e giornalisti chiomati e vestiti di soperchio, ella poteva non fare alcun caso né apprensionirsi affatto; paura aveva invece di quella del Gueli, che come lei sapeva avviluppato da una miseria tragica e ridicola a un tempo, che gli toglieva il respiro (così le aveva scritto); paura aveva del Gueli perché più d’ogni altro poteva leggerle in cuore; perché della presenza e del consiglio di lui ella in quel momento infastidita, urtata dalla frigida e spavalda saccenteria del Baldani, sentiva così acuto e urgente bisogno.
Chiusa lì nello studio, si sorprendeva con gli occhi attoniti e lo spirito sospeso, tutta intenta a seguir pensieri, da cui si riscoteva con orrore.
Erano quei pensieri come una scala agevole, per cui ella – ecco – poteva scendere anche alla sua perdizione; erano una sequela di scuse per tranquillare la coscienza antica, per mascherar l’aspetto odioso di un’azione che quella coscienza antica le rappresentava ancora come una colpa, e attenuar la condanna della gente.
La serietà austera, l’età del Gueli non farebbero sospettare ch’ella per basso pervertimento cercasse in lui l’amante, anziché una guida degna e quasi paterna, un nobile compagno ideale. E parimenti forse il Gueli in lei soltanto e per lei troverebbe la forza di rompere il tristo legame con quella donna che da tanti anni lo opprimeva.
E il figlio?
Per un momento, questo nome, gittandosi attraverso quel torbido immaginare, lo disperdeva. Ma subito l’idea del figlio le richiamava con angoscia alla memoria un ordine di vita, una castità di cure, un’intimità santa, che altri e non lei aveva voluto violentemente spezzare.
Se ella avesse potuto aggrapparsi al figlio che le era stato strappato e non pensare né attender più a nulla, avrebbe trovato certamente nel suo bambino la forza di chiudersi tutta nell’ufficio della maternità e di non esser più altro che madre, la forza di resistere a ogni tentazione d’arte per non dar più pretesto al marito d’offenderla e di ridurla alla disperazione con quel furor di guadagni e quello spettacolo di bravure.
A un solo patto avrebbe potuto seguitare a convivere col marito, cioè a patto di rinunziare all’arte. Ma poteva più ora? Non poteva più. Egli ormai non aveva altro impiego che quello d’agente del suo lavoro, ed ella doveva lavorare per forza, e non poteva più, così: né esser madre né lavorare poteva più. Doveva per forza? E allora, via, via di là! via da lui! Gli avrebbe lasciato la casa e tutto. Così non poteva più reggere. Ma che sarebbe avvenuto di lei?
A questa domanda, tutto lo spirito le si scombujava e le si arretrava con orrore. Ma qual gioja poteva darle il riconoscere di non aver fatto altro che immaginare? Poco dopo, ricadeva in quelle torbide immaginazioni, e, purtroppo, con minor rimorso per la stolida petulanza del marito che seguitava a importunarla quanto più la vedeva disviata dal lavoro e smaniosa.
Per questo, quando alla fine Maurizio Gueli, inatteso, all’improvviso, si presentò nel villino con uno strano aspetto risoluto, con insoliti modi, e la guardò negli occhi e con evidente sdegno accolse tutti gl’inchini e le cerimonie e le feste di Giustino, ella si vide a un tratto perduta. Per fortuna, sentendo il marito sfogarsi col Gueli senza nulla comprendere, a un certo punto ebbe così viva e forte l’impressione d’esser cacciata quasi a urtoni e a percosse e tirata per i capelli a commettere una follia, ebbe tanta vergogna del suo stato e tale onta ne provò, che poté avere contro il Gueli uno scatto di fierezza, allorché questi, prendendo ardire dall’aspetto scombujato di lei, si rivoltò aspramente contro il marito e per poco non lo trattò in sua presenza da volgare sfruttatore.
Allo scatto impreveduto, il Gueli restò come percosso in capo.
– Comprendo… comprendo… comprendo… – disse, chiudendo gli occhi, con un tono e un’aria di così intensa profonda disperata amarezza, che apparve subito chiaro agli occhi di Silvia che cosa egli avesse compreso senza né sdegno né offesa.
E se ne andò.
Giustino, stordito e stizzito da un canto, mortificato dall’altro per il modo com’il Gueli era andato via, non volendo dire né in sua difesa né contro quello, pensò bene di togliersi di perplessità rimproverando alla moglie la violenza con cui… – ma poté appena accennare il rimprovero: Silvia gli si fece innanzi, a petto, tutta vibrante e stravolta, gridando:
– Va’ via! taci! O mi butto dalla finestra!
Comando e minaccia furon così fieri e perentorii, l’aspetto e la voce così alterati, che Giustino s’insaccò ne le spalle e uscì cucciolo cucciolo dallo studio.
Gli parve che la moglie volesse impazzire. O che le era accaduto? Non la riconosceva più! – Mi butto dalla finestra… taci!… va’ via! – Non si era mai permessa di parlargli così… Eh, le donne! A far troppo per loro… Ecco qua, che ansa aveva preso! – Va’ via! taci!… – Come se non fosse a quel posto per lui! Se non era pazzia, qualcos’altro era, peggio, peggio dell’ingratitudine…
Col naso stretto e arricciato, Giustino, ferito nel cuore, stentava a dirlo a sé stesso che cosa gli pareva che fosse. Ma sì, via, ma sì! gli voleva far pesare ingenerosamente, adesso, la necessità del suo lavoro, quando per lei – egli – senza mai lamentarsi, senza darsi requie un momento, s’era dato tanto da fare; e per lei, per potere attendere e dedicarsi tutto a lei, aveva rinunziato finanche all’impiego, senza esitare! Ecco qua: non pensava più di dover tutto a lui, lo vedeva senza impiego e in attesa del suo lavoro e ne profittava per trattarlo come un servo: Va’ via! taci!…
Ah, un annetto… no, che diceva un annetto? – un mesetto, un mesetto solo senza di lui avrebbe voluto vederla, con un dramma da far rappresentare o con un contratto da stabilire con qualche editore! Si sarebbe accorta bene allora, se aveva bisogno di lui…
Ma no, via! non era possibile che non riconoscesse questo… Altro doveva esserci! Quel mutamento, da che era ritornata da Cargiore; quella scontentezza; quelle smanie; quelle bizze; tutta quell’acerbità per lui… O che forse sul serio supponeva che egli con la Barmis…?
Giustino stirò il collo avanti e contrasse in giù gli angoli della bocca, a esprimere nello stupore quel dubbio, e apri le braccia e seguitò a pensare.
Il fatto era che, appena ritornata da Cargiore, con la scusa d’aver trovato quelle due maledette camere gemelle volute dalla Barmis, ella, come se avesse sospettato fosse pensiero suo e di questa tenerla separata di letto, quasi quasi non voleva più sapere di lui. Forse l’orgoglio non le lasciava manifestare apertamente questo sentimento di rancore e di gelosia, e si sfogava a quel modo…
Ma santo Dio, santo Dio, santo Dio, come supporlo capace d’una cosa simile? Se qualche volta, a tavola, aveva mostrato dispiacere dell’allontanamento così brusco della Barmis, questo dispiacere – avrebbe dovuto capirlo – non era se non per la mancanza di tutti quei saggi consigli e utili ammaestramenti che una donna di tanto gusto e di tanta esperienza avrebbe potuto dare a lei. Perché capiva che così testardamente chiusa in sé, così sola, senz’amicizie ella non poteva stare. Di lavorare non le andava; la casa non le piaceva; di lui forse sospettava indegnamente: non voleva veder nessuno, né uscire per distrarsi un pochino… Che vita era quella? L’altro giorno, all’arrivo d’una lettera da Cargiore, in cui la nonna parlava con tanta tenerezza del nipotino, era scoppiata in un pianto, in un pianto…
Per parecchi giorni Giustino, tenendo il broncio alla moglie, ruminò se non fosse il caso di far venire a Roma il bambino con la bàlia. Era anche per lui una crudeltà tenerlo così lontano; non per il bambino veramente, che in migliori mani non poteva essere affidato. Pensò che il bimbo certo riempirebbe subito il vuoto ch’ella sentiva in quella casa e anche nell’animo in quel momento. Ma aveva anche da pensare a tant’altre cose lui, a tant’altre necessità impellenti, a tanti impegni contratti in vista dei nuovi lavori a cui ella avrebbe dovuto attendere. Ora, se stentava tanto a lavorare così con le mani libere, figurarsi col bambino lì, che la assorbirebbe tutta nelle cure materne…
D’un tratto, una notizia lungamente attesa venne a distrar Giustino da questo e da ogni altro pensiero. A Parigi la Nuova colonia, già tradotta dal Desroches, sarebbe andata in iscena su i primi dell’entrante mese. A Parigi! a Parigi! Egli doveva partire.
Ripreso dalla frenesia del lavoro preparatorio, armato di quel telegramma del Desroches che lo chiamava a Parigi, si mise in giro dalla redazione di un giornale all’altra. E ogni mattina, su la scrivania, nello studio, e a mezzogiorno, a tavola, nella sala da pranzo, e la sera, sul tavolino da notte, in camera, faceva trovare a Silvia tre o quattro giornali alla volta non solamente di Roma, ma anche di Milano e di Torino e di Napoli e di Firenze e di Bologna, ove quelle prossime rappresentazioni parigine erano annunziate come un nuovo e grande avvenimento, una nuova consacrazione trionfale dell’arte italiana.
Silvia fingeva di non accorgersene. Ma egli non dubitò minimamente, che questo suo nuovo lavoro preparatorio avesse fatto su lei un grandissimo effetto, allorché, una di quelle notti, sentì che la moglie nella camera accanto si levava all’improvviso dal letto e si rivestiva per andare a chiudersi nello studio. Dapprima, per dir la verità, se ne apprensionì; ma poi, spiando per il buco della serratura e accorgendosi ch’ella era seduta alla scrivania nell’atteggiamento che soleva prendere ogni qual volta si metteva a scrivere ispirata, per miracolo così in camicia com’era, al bujo, e coi piedi scalzi non si diede a trar salti da montone per la contentezza. Eccola lì! eccola lì! era tornata al lavoro! come prima! al lavoro! al lavoro!
E non dormì neanche lui tutta quella notte, in febbrile attesa; e, come fu giorno corse con le mani avanti incontro a Èmere per impedirgli che facesse il minimo rumore, e subito lo mandò in cucina a ordinare alla cuoca che preparasse il caffè e la colazione per la signora, subito! Appena preparati:
– Ps! Senti… Bussa, ma pian piano, e domanda se vuole… piano però, eh? piano, mi raccomando!
Èmere tornò poco dopo, col vassojo in mano, a dire che la signora non voleva nulla.
– E va bene! zitto… lascia… La signora lavora… zitti tutti!
Si costernò un poco quando, anche a mezzogiorno, Èmere, mandato con le stesse raccomandazioni ad annunziare ch’era in tavola, tornò a dire che la signora non voleva nulla.
– Che fa? scrive?
– Scrive, sissignore.
– E come t’ha detto?
– Non voglio nulla, via!
– E scrive sempre?
– Scrive, sissignore.
– Va bene, va bene; lasciamola scrivere… Zitti tutti!
– Si porta in tavola intanto per il signore? – domandò Èmere sottovoce.
Giustino, levato dalla notte, aveva veramente appetito; ma sedere a tavola lui solo, mentre la moglie di là lavorava digiuna, non gli parve ben fatto. Si struggeva di sapere a che cosa lavorasse con tanto fervore. Al dramma? Al dramma, certamente. Ma voleva finirlo così tutto d’un fiato? aspettar di mangiare, che lo avesse finito? Un’altra pazzia, questa…
Verso le tre del pomeriggio Silvia, disfatta, vacillante, uscì dallo studio e andò a buttarsi sul letto, al bujo. Subito Giustino corse alla scrivania, a vedere: restò disingannato: vi trovò una novella, una lunga novella. Su l’ultimo foglio, sotto la firma, era scritto: Per il senatore Borghi. Senz’alcun piacere si mise a leggerla; ma dopo le prime righe cominciò a interessarsi… Oh guarda! Cargiore… don Buti col suo cannocchiale… il signor Martino… la storia della mamma… il suicidio di quel fratellino del Prever… Una novella strana, fantastica, piena d’amarezza e di dolcezza insieme, nella quale palpitavano tutte le impressioni ch’ella aveva avuto durante quell’indimenticabile soggiorno lassù. Aveva dovuto averne all’improvviso, nella notte, la visione…
Via, pazienza, se non era il dramma! Qualche cosa era, intanto. E ora a lui! Le avrebbe fatto vedere che cosa saprebbe fare anche con quel poco che gli dava in mano. Per lo meno cinquecento lire doveva pagar quella novella il signor senatore: cinquecento lire, subito, o niente.
E andò la sera dal Borghi, alla redazione della Vita Italiana.
Forse Maurizio Gueli era stato là da poco e aveva detto male di lui a Romualdo Borghi. Ma della schifiltosa freddezza con cui questi lo accolse, Giustino non si curò, anzi gli piacque, perché così, sottratto all’obbligo d’ogni riguardo per l’antica riconoscenza, poté dal canto suo con altrettanta freddezza dir chiari i patti e le condizioni. E lasciò che il Borghi pensasse di lui quel che gli pareva, premendogli soltanto di far vedere alla moglie tutto quel di più ch’ella doveva unicamente a lui.
Pochi giorni dopo la pubblicazione di quella novella su la Vita Italiana, Silvia ricevette dal Gueli un biglietto di fervida ammirazione e di cordiale compiacimento.
Vittoria! vittoria! vittoria! Appena scorso quel biglietto, Giustino, frenetico di gioja, corse a prendere il cappello e il bastone:
– Vado a ringraziarlo a casa! Vedi? s’invita da sé.
Silvia gli si parò davanti.
– Dove? quando? – gli domandò fremente. – Qua non fa altro che congratularsi. Ti proibisco di…
– Ma santo Dio! – la interruppe egli. – Ci vuol tanto a comprendere? Dopo la partaccia che gli hai fatta, ti scrive in questo modo… Lasciami fare, cara mia! lasciami fare! Io ho bell’e capito che quel Baldani ti dà nel naso; l’ho bell’e capito, sai? e vedi che non l’ho fatto più venire. Ma il Gueli è un’altra cosa! Il Gueli è un maestro, un maestro vero! Gli leggerai il dramma; seguirai i suoi consigli; vi chiuderete qua; lavorerete insieme… Domani io devo partire; lasciami partir tranquillo! La novella, va bene; ma a me preme il dramma, cara mia! in questo momento ci vuole il dramma, il dramma, il dramma! Lascia fare a me, ti prego!
E scappò via, alla casa del Gueli.
Silvia non cercò più di trattenerlo. Contrasse il volto in una smorfia di nausea e d’odio, torcendosi le mani.
Ah, il dramma voleva? Ebbene: dopo tanta commedia, avrebbe avuto il dramma.

VI. Vola via

1.

Maurizio Gueli era in uno dei più crudeli momenti della sua vita tristissima. Per la nona o decima volta, ridotto agli estremi della pazienza, aveva trovato nella disperazione la forza di strappare il capo dal capestro. Era suo questo paragone bestiale, e se lo ripeteva con voluttà. Livia Frezzi era da quindici giorni ne la villa di Monteporzio, sola; e lui, in Roma, solo.
Solo diceva, e non libero, sapendo per trista esperienza che, quanto più forte affermava il proposito di non ricongiungersi mai più con quella donna, tanto più prossimo ne era il giorno. Che se era vero ch’egli con lei non poteva più vivere, era vero altresì che non poteva senza di lei.
Venuto da Genova a Roma circa venti anni fa, nel suo miglior momento, quando già in Italia e fuori con la pubblicazione del Socrate demente si stabiliva indiscussa la sua fama di scrittor bizzarro e profondo, a cui la vivida e possente genialità permetteva di giocare coi più gravi pensieri e la poderosa dottrina con quella stessa agilità graziosa con cui un equilibrista giuoca co’ suoi globetti di vetro colorati, era stato accolto in casa del suo vecchio amico Angelo Frezzi, mediocre storiografo, che da poco aveva sposato, in seconde nozze, Livia Maduri.
Egli aveva allora trentacinque anni, e Livia poco più di venti.
Non il prestigio della fama però aveva innamorato Livia Frezzi del Gueli, come tanti allora facilmente credettero. Di quella fama, anzi, e di quella certa ebrezza ch’egli in quel momento ne aveva, ella si era mostrata fin da principio così gelidamente sdegnosa, ch’egli subito, per picca, s’era intestato di vincerla, quasi costretto a chiuder gli occhi sui suoi doveri verso l’amico e verso l’ospite dall’acerbità stessa con cui ella, apertamente, senza tener conto dell’amicizia antica del marito per lui, senza alcun riguardo per l’ospitalità, gli s’era posta di fronte, nemica.
Maurizio Gueli ricordava in sua scusa d’aver tentato, veramente, in principio, di fuggire per non tradir l’amicizia e l’ospitalità. Ma ormai il dispetto di sé e di tutti, il disgusto della sua viltà verso quella donna, l’obbrobrio della sua schiavitù gli avevano riempito l’animo di tale e tanta amarezza, lo avevano reso così crudamente spietato contro sé stesso, ch’egli non riusciva più a concedersi alcuna finzione. Se pur dunque ricordava quel tentativo di fuga, in fondo sapeva bene di non poter dare ad esso alcun peso in suo favore, che se davvero egli avesse voluto salvar sé e non tradire l’amico, senz’altro avrebbe dovuto voltar le spalle e allontanarsi dalla casa ospitale.
Invece… Ma sì! S’era ripetuta in lui per la millesima volta quella solita farsa delle quattro o cinque o dieci o venti anime in contrasto, che ciascun uomo, secondo la propria capacità, alberga in sé, distinte e mobili, com’egli credeva, e di cui con perspicuità meravigliosa aveva sempre saputo scoprire e rappresentare il vario giuoco simultaneo in sé medesimo e negli altri.
Per una finzione spesso incosciente, suggerita dal tornaconto o imposta da quel bisogno spontaneo di volerci in un modo anziché in un altro, d’apparire a noi stessi diversi da quel che siamo, si assume una di quelle tante anime e secondo essa si accetta la più favorevole interpretazione fittizia di tutti gli atti che, di nascosto alla nostra coscienza, furbescamente operano le altre. Tende ognuno ad ammogliarsi per tutta la vita con un’anima sola, con la più comoda, con quella che ci porta in dote la facoltà più adatta a conseguire lo stato a cui aspiriamo; ma fuori dell’onesto tetto coniugale della nostra coscienza è assai difficile che non si abbian poi tresche e trascorsi con le altre anime rejette, da cui nascono atti e pensieri bastardi, che subito ci affrettiamo a legittimare.
Non si era forse accorto il suo vecchio amico Angelo Frezzi che non aveva da stentar molto per costringerlo a rimanere in casa sua, quand’egli aveva manifestato il desiderio d’andarsene, desiderio finto doppiamente e sapientemente, poiché il desiderio suo era invece di rimanere e lo vestiva del dolore di non riuscir gradito alla signora? E se Angelo Frezzi se n’era accorto bene, perché aveva tanto protestato e tempestato per trattenerlo? Ma aveva certo rappresentato una farsa anche lui! Due anime, la sociale e la morale, cioè quella che lo faceva andar sempre vestito in redingote e gli poneva su le grosse labbra pallide con qualche filamento di biascia il più amabile dei sorrisi, e quell’altra che gli faceva spesso abbassare con tanta languida dignità le pàlpebre acquose e macerate su gli occhi azzurrognoli ovati venati impudenti, avevano fatto sfoggio in lui della loro virtù, sostenendo con accigliata fermezza che l’amico meritamente venuto in tanta fama non si sarebbe mai e poi mai macchiato d’un tradimento all’amico e all’ospite; mentre una terza animula astuta e beffarda gli suggeriva sotto sotto, così a bassa voce ch’egli poteva benissimo fingere di non udirla:
«Bravo, caro, così, trattienilo! Tu sai bene che sarebbe per te gran ventura s’egli riuscisse a portarti via questa seconda moglie così male assortita, con un capino così levato e aspra e dura e pertinace anche contro te, poverino, troppo vecchio, eh, troppo vecchio per lei! Insisti, e quanto più fingi di crederlo incapace di tradirti, quanto più fiducioso ti mostri, tanto più ti riuscirà facile far d’un nonnulla un capo di scandalo».
E difatti Angelo Frezzi, ancor senz’ombra di ragione, almeno da parte della moglie, così in prima aveva gridato al tradimento, che era dovuto passare ancora un anno, avanti che Livia, andata a viver sola, si concedesse a lui.
In quell’anno egli si era legato in tal modo da non potersi più sciogliere, derogando a sé stesso in tutto, impegnandosi ad accogliere e a seguire senz’alcun sacrifizio tutti i pensieri e i sentimenti di lei.
Fingeva ora di credere che questo suo legame consistesse nel dovere imprescindibile assunto verso quella donna che aveva perduto per lui stato e reputazione, scacciata ancora innocente dal marito. Certo egli lo sentiva questo dovere; ma pur sapeva, in fondo, che esso non era la sola e vera ragione della sua schiavitù. E quale, allora, la vera ragione? Forse la pietà che egli, sano di mente, e con la tranquilla coscienza di non aver mai dato alcun pretesto, alcun incent