Matilde Serao – Provvidenza, buona speranza

Sono belli i bimbi napoletani e ridono e giocano come tutti gli altri bimbi del mondo; ma non vogliono alla sera stare quieti sotto il lume della lampada, se la giovane madre, o la gentile sorellina, o la nonna dagli occhiali d’oro, o la zia che lavora di calza, non racconta loro una storia, una bella e lunga storia che faccia spalancare i loro occhioni, sino a che il sonno li faccia diventare piccoli piccoli. Sono così tutti i bimbi del mondo? Io non lo so: io conosco solamente i miei bimbi napoletani che amano le storielle della sera. Vorrei essere io la madre ancora gaia come una fanciulla, la grande sorella nel cui animo di giovinetta si forma la madre, la nonnina che ricorda il suo giocondo passato, la zia che non ha avuto passato d’amore, che non ha presente e la cui mano tremante di emozione si appoggia timidamente sul capo di bimbi non suoi: narrerei loro la storia di Provvidenza, buona speranza. La vorranno essi ascoltare da me, che narro grosse e cattive storielle agli uomini grandi e buoni? I bimbi sono belli, amano le storielle e sono indulgenti col narratore…
V’era dunque una volta, nella nostra carissima Napoli, un uomo molto strano. Io non vi dico l’epoca precisa in cui egli visse la sua vita singolare, poiché a voi, bambini ridenti, non importa nulla una data, voi che avete la fortuna di obliare; poiché a voi non interessano le cifre, voi la cui vita è tutta una poesia. L’epoca io la so, poiché noi grandi abbiamo l’infelicità di sapere troppe cose inutili, di accumulare nella nostra testa tante notizie che a nulla ci valgono – lo so e non velo dico. A voi sicuramente interessa di più sapere come era fatto questo uomo strano, come vestiva, che cosa mangiava, quali erano le sue abitudini ed in che consisteva la sua stranezza.
Uditemi tutti attentamente che qui comincia il buono: questo uomo di cui vi parlo era lungo lungo come mai uomo può essere lungo, in modo che il popolo diceva sempre che egli era cresciuto all’umido e che la mamma aveva sempre avuto cura ad annaffiarlo, perché crescesse, quasi che egli fosse un alberetto e non un uomo. L’uomo lungo era anche molto magro, con certe gambe che ballavano nei calzoni, come un fodero troppo largo, con certe braccia che sembravano due aste sottili di mulino sempre in moto. I mulini li avete visti, nevvero? Si? Va bene; tiro innanzi.
L’uomo lungo e magro non era molto vecchio, poiché aveva tutti i capelli neri senza un filo bianco e gli occhi suoi, bruni come il carbone, brillavano come quelli di un giovanetto, ma la pelle del viso era gialla come la cartapecora dei libri di vostro nonno e si piegava tutta in mille rughe; il collo in cui i tendini erano salienti, rassomigliava alla zampa secca di una gallina morta. Egli era vestito sempre di nero, con certi pantaloni lucidi dal grande uso, troppo corti sul piede, lasciando scoperti gli scarponi di cuoio grosso e le calze bucate; aveva un lungo soprabito, le cui falde svolazzavano, che gli si adattava male alla vita, alle spalle, al collo, di cui il primo bottone era sempre ficcato nel secondo occhiello e così di seguito. Portava al collo come cravatta un fazzoletto bianco; in testa un cappellaccio, rosso dalla vergogna, tutto ammaccature e sassate, in mano un bastone nodoso, dal pomo grosso come quello di un capo-tamburo. Questo uomo non si sapeva da nessuno chi fosse, donde venisse, dove andasse; ma tutti lo conoscevano poiché il giorno e la notte girava per le strade di Napoli, figura allampanata e fantastica che al lume dei lampioni assumeva proporzioni inverosimili ed alla luce del sole pareva uno spettro che avesse smarrita la via del cimitero.
L’uomo si fermava a tutte le porte, si fermava sotto tutti i balconi e metteva fuori il suo grido, aspettava un momento, poi andava via. Egli conosceva tutte le case dove erano bambini e, arrestandosi lì sotto, gridava con la sua voce stridula: Provvidenza! Allora il bambino veniva, salutava l’uomo e gli dava un soldetto, o un frutto, o un pezzo di pane. Egli conosceva bensì tutte le case dove non erano bambini e vi si fermava sotto, gridando: Buona speranza! La sua voce suonava come un augurio e tutti coloro che hanno il desiderio vano pei figli, tutti coloro che li aspettano, tutti coloro che amano i bimbi, davan l’elemosina al mendico. Solo i cuori duri, quelli che sono egoisti, che non hanno mai voluto bene ad alcuno, non gli davano nulla; il mendico ne conosceva le case e non vi si fermava. Egli, tra il frastuono dei carri, delle carrozze, dei mestieri rumorosi, dei venditori che strillano il prezzo della merce, gittava sempre il suo grido alto, a tutti superiore: Provvidenza, buona speranza! Lo si udiva nelle cantine profonde, dalle soffitte altissime, dai giardini, dalle terrazze: il suo grido metteva allegria. Il povero ammalato che, confitto nel letto, guarda volare le mosche, conta i fiorami delle pareti ed i travicelli del tetto, sentiva volentieri quelle parole che dalla via pareva gli dessero promessa di una pronta guarigione: Provvidenza, buona speranza! L’operaio che nella sua bottega, nei calori soffocanti dell’estate suda a tirare la sega su e giù, si rialza più vigoroso, quasi animato da una vaga fiducia che il lavoro diventasse meno duro, il padrone meno esigente ed il pane meno caro: Provvidenza, buona speranza! La madre solitaria che di notte agucchia presso il tavolino, al lume temperato di una lampada e pensa al figliuolo marinaio, imbarcato su una nave che viaggia nei lontani mari del Giappone, e trema al soffio del vento, e ha gli occhi pieni di lagrime allo scroscio della pioggia, sorrideva a quella voce che nell’ombra le diceva sperare: Provvidenza, buona speranza!
Ma il mendico singolare che non parlava mai d’elemosina, s’intratteneva volentieri coi bimbi di Napoli, ne conosceva dappertutto, ne sapeva i nomi e talvolta anche i piccoli segreti. Nella strada di Santa Lucia dove i bimbi sono bruni, magri e nervosi e rassomigliano ai pesciolini svelti del mare, egli si fermava a guardare i tonfi che essi fanno nel mare, animandoli con la voce, agitando il bastone, eccitando i più bravi, applaudendo ai salti migliori: i bimbi salivano a ridere con lui, soffregandosi alle sue lunghe gambe, mentre a lui un riso bonario spianava le rughe e rischiarava il volto.
Nei quartieri nobili di Chiaia, di Toledo, della Riviera, egli guardava lungamente i bimbi vestiti di velluto e di trine, coi riccioli ben pettinati, gli stivalini nuovi fiammanti, le manine inguantate, i bimbi che vanno a passeggiare in carrozza o guidati dalla mamma: i bei bimbi non avevano paura né ribrezzo del mendico e talvolta gli davano un confetto o un pezzettino di cioccolatto che egli, che nessuno aveva mai veduto a mangiarne, divorava con una letizia sorridente, col capo riverso indietro, con gli occhi lucidi di contentezza. Nei quartieri bassi del Pendino e del Mercato, dove i bambini sono pallidi e malaticci pel cibo di frutta acerbe, egli, di nascosto, dava loro dei soldetti e fuggiva via con le sue lunghe gambe, gridando ed agitando il bastone. Su pei giardini delle colline, dove i bimbi sono floridi di ciera hanno i capelli gialli pel sole ed i piedi nudi nella polvere, egli li chiamava a frotte intorno a sé, faceva le capriole, si buttava per terra come un pazzo e se li faceva camminare sulle gambe, sulla pancia, sullo stomaco, ridendo e strillando, poi ne agguantava un paio, li baciava disperatamente e scappava via per le viottole, simile ad uno spaventa-passeri. Di notte girava per le vie della città dietro ai bimbi che cercano i mozziconi dei sigari e tastando in terra col bastone, coi suoi occhi di gatto che bucavano l’oscurità, ne trovava, anche lui dei mozziconi e li buttava tacitamente nel cestino del piccolo trovatore; si fermava sulle soglie delle chiese dove giacciono in terra a dormire, arrotondate come cani, tante miserabili creaturine senza tetto e sollevandole se ne metteva un paio col capo in grembo, coprendole con le falde del suo soprabitone, rimanendo immobile al freddo, seduto sugli scalini, guardando i ricchi e gli agiati che rincasano e vanno a baciare i bimbi che dormono nel calduccio del letticciuolo. Provvidenza, buona speranza, andava al mattino ed al pomeriggio sulla porta delle scuole a vedere i bambini che vanno o escono dalla scuola; negli otto giorni di ogni anno in cui l’ospizio dell’Annunziata è aperto al pubblico, il mendico passeggiava gravemente nelle sale mirando i trovatelli, parlando loro, baciucchiandoli, palleggiandoli e canticchiando loro misteriose canzoni. Era singolare come il mendico intendesse il linguaggio fatto a balbettìi dei piccini piccini e le domande incoerenti dei più grandetti ed i bimbi comprendevano lui che non era compreso dagli uomini. Una notte Provvidenza, buona speranza, scomparve e non si seppe più nulla di lui, né fu più visto. Un ortolano di Capodimonte narrò di averlo visto, nella notte, sopra un masso, disperarsi, salutare, mandar baci alla città immersa nel sonno, buttarsi per terra col capo nella polvere, piangere, strapparsi i capelli, poi rialzarsi e partire.
Quelli che lo conoscevano, si dispiacquero di non vederlo più, di non udire quel suo grido che rallegrava, i bimbi di Napoli ci pensarono un par di volte, e più altro. Fu detto poi che Provvidenza, buona speranza era un grande medico di un paese lontano come la Svezia, Norvegia o la Danimarca, che si fosse fatto amare dall’unica figliuola del re, l’avesse sposata segretamente e ne avesse avuto un bellissimo bambino – che il re, saputo il fatto, fosse montato in una grande collera, avesse esiliato per sempre il medico, carcerata la figliuola in un appartamento e messo a balia il bimbo – che il re vecchio, morto, il medico fosse chiamato accanto al re nuovo, suo cognato, a prendere il suo posto a corte presso la moglie ed il figlio. Fu detto questo, ma in Napoli, fra le madri ed i figliuoli, fra i bimbi ed i popolani, è rimasta tradizionale la figura di Provvidenza, buona speranza e l’annuncio del suo arrivo serve ancora a calmare gli strilli dei piccoli impertinenti, ad asciugare le lagrime dei piagnolosi ed a far addormentare quelli troppo vivaci che hanno la pessima abitudine di vegliate tardi, senza sapere che il sonno… I bimbi dormono.

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